Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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(pagine) GIANGRANDE LIBRI

 

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

COMUNISTI E POST COMUNISTI

 

 

SE LI CONOSCI, LI EVITI

 

 

 

PRIMA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

LA MAFIA TI UCCIDE, TI AFFAMA, TI CONDANNA

IL POTERE TI INTIMA: SUBISCI E TACI

LE MAFIE TI ROVINANO LA VITA. QUESTA ITALIA TI DISTRUGGE LA SPERANZA

UNA VITA DI RITORSIONI, MA ORGOGLIOSO DI ESSERE DIVERSO

 

 

Quando la Sinistra e la Destra sono uno spazio, più che una ideologia.

Solo con quattro tipi di persone non puoi instaurare un rapporto in antitesi, o non puoi tenere un discorso difforme al loro essere: I mussulmani; i testimoni di Geova; i comunisti (fascisti) e post comunisti (post fascisti) ed i coglioni ignoranti.

 

INDICE PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PREFAZIONE. L’UTOPIA MARXISTA.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LE SETTE IDEOLOGICHE FIGLIE DEL SOCIALISMO: FASCISMO, COMUNISMO, LEGHISMO E GRILLISMO.

L'AGIT-PROP, OSSIA, "L'AGITAZIONE E LA PROPAGANDA".

IL DOVERE DI UCCIDERE.

LA PROPAGANDA E L'OSSESSIONE ANTIFASCISTA.

FAKE NEWS, OSSIA BUFALE E DISINFORMAZIONE DI STAMPA E REGIME.

MORALISTI E MORALIZZATORI. IL MORALISMO E LA MORALIZZAZIONE COMUNISTA.

IL MORALISMO DEI TIFOSI.

A SCUOLA LIBRI FAZIOSI E SINISTRI.

COMUNISTI? NO, SETTARISTI!

IL VANGELO SECONDO LENIN.

COME I COMUNISTI UCCIDONO IL LAVORO.

COMUNISTI ITALIANI. LE CRITICHE DALL’INTERNO DELL’APPARATO.

LA DIFFERENZA TRA LA POLITICA DEI MODERATI E L'INTERESSE PRIVATO DEI COMUNISTI.

IL TRAVESTITISMO.

C'ERA UNA VOLTA LA SINISTRA. LA SINISTRA E' MORTA.

I CATTIVI MAESTRI DELLA SINISTRA.

LA SINISTRA E LA SINDROME DEL TRADIMENTO.

CERCANDO LA SINISTRA: COMUNISTI COL ROLEX.

IL COMUNISMO. UNA FEDE MORTALE.

IL COMUNISMO E L'ISLAMIZZAZIONE DEL MONDO: LE PROFEZIE.

SOCIALISMO ISLAMICO.

ATTENTATO A BARCELLONA. DA KARL MARX A MAOMETTO.

IL FASCISMO ISLAMICO. QUELLO CHE I FASCISTI NON VORREBBERO SAPERE…

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

I COMUNISTI NON MUOIONO MAI.

DESTRA-SINISTRA.

LA MASSONERIA ED IL NAZI-FASCISMO-COMUNISMO.

GLI ACCORDI SEGRETI DEI GERARCHI.

E LA CHIAMANO DEMOCRAZIA…

FENOMENOLOGIA DEL TRADIMENTO E DELLA RINNEGAZIONE.

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

L'UGUAGLIANZA E L’INVIDIA SOCIALE.

L’INVIDIA E L’ODIO DI CLASSE.

I REGIMI TOTALITARI FIGLI DEL SOCIALISMO/COMUNISMO.

I PADRI COMUNISTI.

LA STORIA DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO.

ORIGINI E CARATTERISTICHE COMUNI DI NAZISMO E COMUNISMO.

BENITO MUSSOLINI. UN COMUNISTA UCCISO DAI COMUNISTI.

BERLINGUERISMO. I MITI DELLA SINISTRA.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

COMUNISTA/FASCISTA A CHI?

PALMIRO TOGLIATTI, UN DEMOCRATICO ALLA STALIN...

STUPRI E FEMMINICIDI DEI CLANDESTINI: L'ASSOLUZIONE IDEOLOGICA.

L’HA DETTO LA TELEVISIONE? E’ FALSO! NON SPEGNETE LA TV, MA ACCENDETE LA LIBERTA’.

LA COSTITUZIONE ITALIANA VOLUTA DAI MASSONI.

BELLA CIAO: INNO COMUNISTA E DI LIBERTA’ DI SINISTRA.

L’ITALIA E LE RIVOLUZIONI A META’. DAL ’68 AL ’77.

25 APRILE. DATA DI UNA SCONFITTA.

MALEDETTO 25 APRILE.

PRIMO MAGGIO. FESTA DEI LAVORATORI: SOLITA LITURGIA STANTIA ED IPOCRITA.

I GIORNALISTI SON TROPPO DI SINISTRA.

LA TRUFFA DELL'ANTIFASCISMO.

DEMOCRATICI: SOLO A PAROLE.

ANTROPOLOGIA SINISTROIDE. VIAGGIO NEL CERVELLO PROGRESSISTA CHE “HA SEMPRE RAGIONE”.

IL POLITICAMENTE CORRETTO. LA NUOVA RELIGIONE DELLA SINISTRA.

L’ITALIA DELLE MENZOGNE.

L’INTELLIGENZA E’ DI SINISTRA?

L’OLOCAUSTO COMUNISTA.

LE FOIBE E LA CULTURA ROSSO SANGUE DELLA SINISTRA COMUNISTA.

REVISIONISMO STORICO.

REVISIONISMO. IL LINCIAGGIO DI RENZO DE FELICE.

REVISIONISMO. IL LINCIAGGIO DI GIAMPAOLO PANSA.

SIAM TUTTI FIGLI DI FASCISTI. I VOLTAGABBANA E L’INTELLETTUALE COLLETTIVO.

IL TRAVESTITISMO.

IL MINISTERO DELLA CULTURA POPOLARE (MINCULPOP) FASCISTA/COMUNISTA

TOPONOMASTICA DIVISIVA ED IDEOLOGICA.

ONESTA’ E DISONESTA’.

LE PRIMARIE A COMPENSO DEL PD.

LA DEMOCRAZIA A MODO MIO.

ANTIFASCISTA UN PO' FASCISTA.

SINISTRA ED IDEOLOGIA: L'ECONOMIA CHE UCCIDE.

SINISTRA ED ISLAM: L'IDEOLOGIA CHE UCCIDE.

SINISTRA E MAGISTRATI. LA GIUSTIZIA CHE UCCIDE L'ECONOMIA.

LA BANDA DEGLI ONESTI E MAFIA CAPITALE.

SCHADENFREUDE: PERCHE’ SI GIOISCE DELLE DISGRAZIE ALTRUI?

I MORALISTI DEGLI AFFARI ALTRUI.

I FRIGNONI ED I VOLTAGABBANA.

LA STAMPA ROSSA BRINDA ALL’ODIO.

QUANDO IL PCI RICATTO’ IL COLLE PER LA GRAZIA ALL’ERGASTOLANO.

I POST COMUNISTI. I POST DELLA VERGOGNA.

POOL MANI PULITE, MAGISTRATURA DEMOCRATICA E COMUNISMO: ATTRAZIONE FATALE PER FAR FUORI AVVERSARI POLITICI E MAGISTRATI SCOMODI!

CHI TRADI' LE BRIGATE ROSSE? I ROSSI!

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

MAFIA: LE CONTRO VERITA’ CENSURATE. FALCONE, FALCE E MARTELLO. IL FILO ROSSO SULLA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO E LA NASCITA DEL MONOPOLIO ROSSO DELL’ANTIMAFIA.

WIKIPEDIA DEI ROSSI E L’EGEMONIA CULTURALE DELLA SINISTRA.

POVIA ED I MORALIZZATORI.

EPPURE CHE GUEVARA ERA CONTRO I GAY.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

 c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

 ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori. 

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!      

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Poema di Avetrana di Antonio Giangrande

Avetrana mia, qua sono nato e che possiamo fare,

non ti sopporto, ma senza di te non posso stare.

Potevo nascere in Francia od in Germania, qualunque sia,

però potevo nascere in Africa od in Albania.

Siamo italiani, della provincia tarantina,

siamo sì pugliesi, ma della penisola salentina.

Il paese è piccolo e la gente sta sempre a criticare,

quello che dicono al vicino è vero o lo stanno ad inventare.

Qua sei qualcuno solo se hai denari, non se vali con la mente,

i parenti, poi, sono viscidi come il serpente.

Le donne e gli uomini sono belli o carini,

ma ci sposiamo sempre nei paesi più vicini.

 

Abbiamo il castello e pure il Torrione,

come abbiamo la Giostra del Rione,

per far capire che abbiamo origini lontane,

non come i barbari delle terre padane.

 

Abbiamo le grotte e sotto la piazza il trappeto,

le fontane dell’acqua e le cantine con il vino e con l’aceto.

 

Abbiamo il municipio dove da padre in figlio sempre i soliti stanno a comandare,

il comune dove per sentirsi importanti tutti ci vogliono andare.

Il comune intitolato alla Santo, che era la dottoressa mia,

di fronte alla sala gialla, chiamata Caduti di Nassiriya.

Tempo di elezioni pecore e porci si mettono in lista,

per fregare i bianchi, i neri e i rossi, stanno tutti in pista.

Mettono i manifesti con le foto per le vie e per la piazza,

per farsi votare dagli amici e da tutta la razza.

Però qua votano se tu dai,

e non perché se tu sai.

 

Abbiamo la caserma con i carabinieri e non gli voglio male,

ma qua pure i marescialli si sentono generale.

 

Abbiamo le scuole elementari e medie. Cosa li abbiamo a fare,

se continui a studiare, o te ne vai da qua o ti fai raccomandare.

Parlare con i contadini ignoranti non conviene, sia mai,

questi sanno più della laurea che hai.

Su ogni argomento è sempre negazione,

tu hai torto, perché l’ha detto la televisione.

Solo noi abbiamo l’avvocato più giovane d’Italia,

per i paesani, invece, è peggio dell’asino che raglia.

Se i diamanti ai porci vorresti dare,

quelli li rifiutano e alle fave vorrebbero mirare.

 

Abbiamo la piazza con il giardinetto,

dove si parla di politica nera, bianca e rossa.

Abbiamo la piazza con l’orologio erto,

dove si parla di calcio, per spararla grossa.

Abbiamo la piazza della via per mare,

dove i giornalisti ci stanno a denigrare.

 

Abbiamo le chiese dove sembra siamo amati,

e dove rimettiamo tutti i peccati.

Per una volta alla domenica che andiamo alla messa dal prete,

da cattivi tutto d’un tratto diventiamo buoni come le monete.

 

Abbiamo San Biagio, con la fiera, la cupeta e i taralli,

come abbiamo Sant’Antonio con i cavalli.

Di San Biagio e Sant’Antonio dopo i falò per le strade cosa mi resta,

se ci ricordiamo di loro solo per la festa.

Non ci scordiamo poi della processione per la Madonna e Cristo morto, pure che sia,

come neanche ci dobbiamo dimenticare di San Giuseppe con la Tria.

 

Abbiamo gli oratori dove portiamo i figli senza prebende,

li lasciamo agli altri, perché abbiamo da fare altri faccende.

 

Per fare sport abbiamo il campo sportivo e il palazzetto,

mentre io da bambino giocavo giù alle cave senza tetto.

 

Abbiamo le vigne e gli ulivi, il grano, i fichi e i fichi d’india con aculei tesi,

abbiamo la zucchina, i cummarazzi e i pomodori appesi.

 

Abbiamo pure il commercio e le fabbriche per lavorare,

i padroni pagano poco, ma basta per campare.

 

Abbiamo la spiaggia a quattro passi, tanto è vicina,

con Specchiarica e la Colimena, il Bacino e la Salina.

I barbari padani ci chiamano terroni mantenuti,

mica l’hanno pagato loro il sole e il mare, questi cornuti??

Io so quanto è amaro il loro pane o la michetta,

sono cattivi pure con la loro famiglia stretta.

 

Abbiamo il cimitero dove tutti ci dobbiamo andare,

lì ci sono i fratelli e le sorelle, le madri e i padri da ricordare.

Quelli che ci hanno lasciato Avetrana, così come è stata,

e noi la dobbiamo lasciare meglio di come l’abbiamo trovata.

 

Nessuno è profeta nella sua patria, neanche io,

ma se sono nato qua, sono contento e ringrazio Dio.

Anche se qua si sentono alti pure i nani,

che se non arrivano alla ragione con la bocca, la cercano con le mani.

Qua so chi sono e quanto gli altri valgono,

a chi mi vuole male, neanche li penso,

pure che loro mi assalgono,

io guardo avanti e li incenso.

Potevo nascere tra la nebbia della padania o tra il deserto,

sì, ma li mi incazzo e poi non mi diverto.

Avetrana mia, finchè vivo ti faccio sempre onore,

anche se i miei paesani non hanno sapore.

Il denaro, il divertimento e la panza,

per loro la mente non ha usanza.

Ti lascio questo poema come un quadro o una fotografia tra le mani,

per ricordarci sempre che oggi stiamo, però non domani.

Dobbiamo capire: siamo niente e siamo tutti di passaggio,

Avetrana resta per sempre e non ti dà aggio.

Se non lasci opere che restano,

tutti di te si scordano.

Per gli altri paesi questo che dico non è diverso,

il tempo passa, nulla cambia ed è tutto tempo perso.

                                                                                                        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Ballata ti l'Aitrana di Antonio Giangrande

Aitrana mia, quà già natu e ce ma ffà,

no ti pozzu vetè, ma senza ti te no pozzu stà.

Putia nasciri in Francia o in Germania, comu sia,

però putia nasciri puru in africa o in Albania.

Simu italiani, ti la provincia tarantina,

simu sì pugliesi, ma ti la penisula salentina.

Lu paisi iè piccinnu e li cristiani sempri sciotucunu,

quiddu ca ticunu all’icinu iè veru o si l’unventunu.

Qua sinti quarche tunu sulu ci tieni, noni ci sinti,

Li parienti puè so viscidi comu li serpienti.

Li femmini e li masculi so belli o carini,

ma ni spusamu sempri alli paisi chiù icini.

 

Tinimu lu castellu e puru lu Torrioni,

comu tinumu la giostra ti li rioni,

pi fa capii ca tinimu l’origini luntani,

no cumu li barbari ti li padani.

 

Tinimu li grotti e sotta la chiazza lu trappitu,

li funtani ti l’acqua e li cantini ti lu mieru e di l’acitu.

 

Tinimu lu municipiu donca fili filori sempri li soliti cumannunu,

lu Comuni donca cu si sentunu impurtanti tutti oluni bannu.

Lu comuni ‘ntitolato alla Santu, ca era dottori mia,

ti fronti alla sala gialla, chiamata Catuti ti Nassiria.

Tiempu ti votazioni pecuri e puerci si mettunu in lista,

pi fottiri li bianchi, li neri e li rossi, stannu tutti in pista.

Basta ca mettunu li manifesti cu li fotu pi li vii e pi la chiazza,

cu si fannu utà ti li amici e di tutta la razza.

Però quà votunu ci tu tai,

e no piccè puru ca tu sai.

 

Tinumu la caserma cu li carabinieri e no li oiu mali,

ma qua puru li marescialli si sentunu generali.

 

Tinimu li scoli elementari e medi. Ce li tinimu a fà,

ci continui a studià, o ti ni ai ti quà o ta ffà raccumandà.

Cu parli cu li villani no cunvieni,

quisti sapunu chiù ti la lauria ca tieni.

Sobbra all’argumentu ti ticunu ca iè noni,

tu tieni tuertu, piccè le ditto la televisioni.

Sulu nui tinimu l’avvocatu chiù giovini t’Italia,

pi li paisani, inveci, iè peggiu ti lu ciucciu ca raia.

Ci li diamanti alli puerci tai,

quiddi li scanzunu e mirunu alli fai.

 

Tinumu la chiazza cu lu giardinettu,

do si parla ti pulitica nera, bianca e rossa.

Tinimu la chiazza cu l’orologio iertu,

do si parla ti palloni, cu la sparamu grossa.

Tinimu la chiazza ti la strata ti mari,

donca ni sputtanunu li giornalisti amari.

 

Tinimu li chiesi donca pari simu amati,

e  donca rimittimu tutti li piccati.

Pi na sciuta a la tumenica alla messa do li papi,

di cattivi tuttu ti paru divintamu bueni comu li rapi.

 

Tinumu San Biagiu, cu la fiera, la cupeta e li taraddi,

comu tinimu Sant’Antoni cu li cavaddi.

Ti San Biagiu e Sant’Antoni toppu li falò pi li strati c’è mi resta,

ci ni ricurdamo ti loru sulu ti la festa.

No nni scurdamu puè ti li prucissioni pi la Matonna e Cristu muertu, comu sia,

comu mancu ni ma scurdà ti San Giseppu cu la Tria.

 

Tinimu l’oratori do si portunu li fili,

li facimu batà a lautri, piccè tinimu a fà autri pili.

 

Pi fari sport tinimu lu campu sportivu e lu palazzettu,

mentri ti vanioni iu sciucava sotto li cavi senza tettu.

 

Tinimu li vigni e l’aulivi, lu cranu, li fichi e li ficalinni,

tinimu la cucuzza, li cummarazzi e li pummitori ca ti li pinni.

 

Tinimu puru lu cummerciu e l’industri pi fatiari,

li patruni paiunu picca, ma basta pi campari.

 

Tinumu la spiaggia a quattru passi tantu iè bicina,

cu Spicchiarica e la Culimena, lu Bacinu e la Salina.

Li barbari padani ni chiamunu terruni mantinuti,

ce lonnu paiatu loro lu soli e lu mari, sti curnuti??

Sacciu iù quantu iè amaru lu pani loru,

so cattivi puru cu li frati e li soru.

 

Tinimu lu cimitero donca tutti ma sciri,

ddà stannu li frati e li soru, li mammi e li siri.

Quiddi ca nonnu lassatu laitrana, comu la ma truata,

e nui la ma lassa alli fili meiu ti lu tata.

 

Nisciunu iè prufeta in patria sua, mancu iù,

ma ci già natu qua, so cuntentu, anzi ti chiù.

Puru ca quà si sentunu ierti puru li nani,

ca ci no arriunu alla ragioni culla occa, arriunu culli mani.

Qua sacciu ci sontu e quantu l’autri valunu,

a cinca mi oli mali mancu li penzu,

puru ca loru olunu mi calunu,

iu passu a nanzi e li leu ti mienzu.

Putia nasciri tra la nebbia di li padani o tra lu disertu,

sì, ma ddà mi incazzu e puè non mi divertu.

Aitrana mia, finchè campu ti fazzu sempri onori,

puru ca li paisani mia pi me no tennu sapori.

Li sordi, lu divertimentu e la panza,

pi loro la menti no teni usanza.

Ti lassu sta cantata comu nu quatru o na fotografia ti moni,

cu ni ricurdamu sempri ca mo stamu, però crai noni.

Ma ccapì: simu nisciunu e tutti ti passaggiu,

l’aitrana resta pi sempri e no ti tai aggiu.

Ci no lassi operi ca restunu,

tutti ti te si ni scordunu.

Pi l’autri paisi puè qustu ca ticu no iè diversu,

lu tiempu passa, nienti cangia e iè tuttu tiempu persu.

Testi scritti il 24 aprile 2011, dì di Pasqua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRIMA PARTE

PREFAZIONE. L’UTOPIA MARXISTA.

«In alcune case editrici (come l'Einaudi), se non eri comunista non c'entravi. Questo è nato da due fatti. Uno, i comunisti non avendo il potere economico - secondo la lezione di Gramsci - volevano avere almeno l'egemonia culturale. Secondo, i quadri del Partito Comunista, avendo un impegno politico molto forte, erano lettori; mentre nella DC e nel PSI nessuno leggeva. Quindi, le case editrici (come l'Einaudi) che si occupavano di politica, di economia, ecc..., avevano capito che il loro unico mercato era quello dell'area comunista. Su questo si aggiunge il fatto delle masse universitarie, per cui tutti gli insegnanti o quasi erano comunisti [...]. Tutti i premi sono andati a comunisti». Giorgio Bocca (1920-2011)

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Da una parte, l’ideologia comunista si è adoperata con la corruzione culturale:

attraverso la televisione di Stato e similari;

con la propaganda ideologica continua dei giornalisti militanti di regime;

con insegnamenti ed indottrinamenti ideologici scolastici ed universitari frutto di una egemonia culturale.

Dall’altra parte, la depravazione culturale messa in opera dalle televisioni commerciali di Berlusconi, anticomuniste ed antimeridionaliste.

Infine con la perversione delle religioni, miranti ad avere il predominio delle masse per il proprio sostentamento.

Insomma. Lavaggio del cervello: dalla culla alla tomba.

Solo i comunisti potevano pensare una Costituzione, il cui principio portante fosse il Lavoro e non la Libertà. Libertà che la Carta pone solo come obbiettivo per poter esercitare alcuni diritti dalla stessa Costituzione elencati. Libertà come strumento e non come principio. Libertà meno importante addirittura dell’Uguaglianza. Questa ultima inserita, addirittura, come principio meno importante del Lavoro e della Solidarietà. Già. Per i comunisti “IL LAVORO RENDE LIBERI”. ARBEIT MACHT FREI (dal tedesco: “Il lavoro rende liberi”) era il motto posto all'ingresso di numerosi campi di concentramento. Una reminiscenza tratta da una ideologia totalitaria che proprio dal socialismo trae origine: il Nazismo.

Cosa vorrei? Vorrei una Costituzione, architrave di poche leggi essenziali, civili e penali, che come fondamento costitutivo avesse il principio assoluto ed imprescindibile della Libertà e come obiettivo per i suoi cittadini avesse il raggiungimento di felicità e contentezza. Vivere come in una favola: liberi, felici e contenti. Insomma, permettere ai propri cittadini di fare quel che cazzo gli pare sulla propria persona e sulla propria proprietà, senza, però, dare fastidio agli altri, di cui si risponderebbe con pene certe. E per il bene comune vorrei da cittadino poter nominare direttamente governanti, amministratori e giudici, i quali, per il loro operato, rispondano per se stessi e per i propri collaboratori, da loro stessi nominati. Niente più concorsi truccati…, insomma, ma merito! E per il bene comune sarei contento di contribuire con prelievo diretto dal mio conto, secondo quanto stabilito in modo proporzionale dal mio reddito conosciuto al Fisco e da questi rendicontatomi il suo impiego.

Invece...

L'influsso (negativo) di chi vuole dominare l'altro. Ci sono persone che sembrano dare energia. Altre, invece, sembra che la tolgano, scrive Francesco Alberoni, Domenica 01/07/2018, su "Il Giornale".

Ci sono persone che sembrano darti energia, che ti arricchiscono.

Altre, invece, sembra che te la prendano, te la succhino come dei vampiri. Dopo un colloquio con loro ti senti svuotato, affaticato, insoddisfatto. Che cosa fanno per produrre su di noi un tale effetto? Alcune ci parlano dei loro malanni, dei loro bisogni e lo fanno in modo tale che tu ti senti ingiustamente privilegiato ed è come se avessi un debito verso di loro.

C'è un secondo tipo di persone che ti sfibra, perché trasforma ogni incontro in un duello. Non appena aprite bocca sostengono la tesi contraria, vi sfidano, vi provocano. Lo fanno perché vogliono mostrare la loro capacità dialettica ma soprattutto per mettersi in evidenza davanti agli altri. Se gli date retta, vi logorano discutendo su cose che non vi interessano.

Ci sono poi quelli che fanno di tutto per farvi sentire ignoranti. Qualunque tesi voi sosteniate, anche l'idea più brillante e ragionevole ecco costoro che arrivano citando una ricerca americana che dice il contrario. Magari qualcosa che hanno letto in un rotocalco, ma tanto basta per rovinare il vostro discorso. Ricordo invece il caso di un mio collega che, per abitudine, nella conversazione, faceva solo domande. All'inizio gli raccontavo le mie ricerche, gli fornivo i dati, gli mostravo i grafici, le tabelle, mi sgolavo e lui, dopo avere ascoltato, faceva subito un'altra domanda su un particolare secondario. E io giù a spiegare di nuovo e lui, alla fine, un'altra domanda...

Abbiamo poi quelli che, quando vi incontrano, vi riferiscono sempre qualche cosa di spiacevole che la gente ha detto su di voi: mai un elogio, mai un apprezzamento, solo critiche, solo pettegolezzi negativi. E, infine, i pessimisti che quando esponete loro un progetto a cui tenete molto, vi mostrano i punti deboli, vi fanno ogni sorta di obiezioni, vi fanno capire che sarà un fallimento. Voi lo difendete ma loro insistono e, alla fine, restate sempre con dei dubbi. Un istante prima eravate pieno di slancio, ottimista, entusiasta e ora siete come un cane bastonato. Cosa hanno in comune tutti questi tipi umani? La volontà di competere, di affermarsi, di dominare, di opprimere.

L’invidioso cerca di svalutare l’altro agli occhi del maggior numero possibile di persone, soprattutto di quelle che contano. Appena conoscono qualcuno gli trovano da subito dei difetti: il loro sguardo corre a cercare i limiti, le debolezze e sentono l’esigenza di metterli subito in evidenza, di renderli noti e di provocare il commento negativo degli altri. Solitamente gli invidiosi entrano in azione quando il personaggio da svalutare non è presente, mettendo in moto le “chiacchere da cortile”. (Antonio Giangrande, aforisticamente.com/2018/03/26/frasi-citazioni-aforismi-su-svalutare)

Si stava meglio quando si stava peggio.

I miei nonni paterni Giuseppa Caprino e Leonardo Giangrande, democristiani, contadini beneficiari delle terre della riforma fondiaria di stampo fascista e genitori di 8 figli, dicevano che con i democristiani nessuno rimaneva indietro e tutti avevano la possibilità di migliorare il loro stato, se ne avevano la voglia (lavorare e non sprecare). Nonostante gli sprechi a vantaggio di alcuni figli a danno di altri e nonostante il regime cattocomunista, che non riconosce il valore della persona, loro hanno migliorato il loro stato ed hanno avuto la pensione.

Mio nonno materno Gaetano Santo, comunista, povero contadino ed allevatore beneficiario delle terre della riforma fondiaria di stampo fascista, padre di 8 figli cresciuti con l’illusione della loro utilità al suo benessere ed alla sua vecchiaia, tra un bicchiere di vino e l’altro affermava che i ricchi son ricchi perché hanno rubato ed era giusto espropriare i loro beni per distribuirli ai poveri. Nonostante il regime cattocomunista, che non riconosce il valore della persona, lui è morto povero, pur avendo la pensione!

Luigi Malorgio, il nonno materno di mia moglie, prigioniero di guerra e comunista, povero contadino ed allevatore beneficiario delle terre della riforma fondiaria di stampo fascista, padre di 4 figli, tra uno spreco e l’altro affermava, con il solito mantra comunista, che i ricchi son ricchi perché hanno rubato ed era giusto espropriare i loro beni per distribuirli ai poveri. Nonostante il regime cattocomunista, che non riconosce il valore della persona, lui è morto povero, pur avendo la pensione!

Altro mantra dei comunisti era ed è: gli altri vincono perché, essendo ladri, comprano i voti.

E come dire a detta degli interisti e dei napoletani: la Juventus vince perché ruba e quindi ridistribuiamo i suoi scudetti. L’Inter ed il Napoli son morti, comunque, perdenti.

Dopo tanti anni ho constatato che oggi rispetto al tempo dei nonni, nonostante il progresso tecnologico e culturale, non è più possibile migliorarsi ed arricchirsi. Inoltre oggi se si diventa ricchi per frutto della propria capacità e lavoro, non si è più tacciati di ladrocinio, ma di mafiosità. E se prima non c’era, oggi c’è l’espropriazione proletaria antimafiosa, ma non a favore dei poveri, ma solo a vantaggio dell’antimafia di sinistra, sia essa apparato burocratico di Stato, sia essa apparato associativo comunista, sia esso regime culturale rosso.

Dopo tanti anni ho constatato che, nonostante la magistratura politicizzata che collude ed i media partigiani che tacciono, i moralizzatori solidali erano e sono ladri come tutti gli altri, erano e sono mafiosi come, è più degli altri.

Ergo: ad oggi noi moriremo tutti poveri…e probabilmente senza pensione, accontentandoci di un misero reddito di cittadinanza che prima (indennità di disoccupazione) era privilegio solo dei lavoratori sindacalizzati disoccupati.

Di fatto, nel nome di un ridicolo ambientalismo, ci impediscono di farci una casa, ma ci spingono a comprarci un’auto. 

Questo non è progressismo politico, ma una retrograda deriva culturale che ti porta a dire che:

è meglio non fare niente, perché si fotte tutto lo Stato con il Fisco;

è meglio non avere niente, perché si fotte tutto lo Stato con l’Antimafia.

Quindi, si stava meglio quando si stava peggio.

Ma lasciate che sia il solo a dirlo, così sanno con chi prendersela ed è facile per loro vincere tutti contro uno. Senza una lapide di rimembranza.

Il reddito si crea. Il reddito non si sostenta dallo Stato. Perché se nessuno produce e nessuno commercia, da chi si prendono i soldi per i consumi o mantenere una società?

Ed una società funziona se sono i capaci e competenti a farla funzionare, altrimenti si blocca.

In questa Italia cattocomunista non puoi fare nulla, perché si fotte tutto lo Stato con tasse, tributi e contributi, per mantenere i parassiti nazionali ed europei.

In questa Italia cattocomunista non puoi avere nulla, perché si fotte tutto lo Stato con accuse strumentali di mafiosità e con i fallimenti truccati, per mantenere i profittatori.

In questa Italia parlano di sostegno al lavoro, ma nulla fanno per incentivarlo a crearlo, come agevolare il credito, o come detassare, o come sburocratizzare, con eliminazione di vincoli e fardelli.

I giovani in questo modo possono inventare e creare il proprio lavoro, senza essere condannati alla dipendenza di stampo socialista.

I giovani hanno bisogno di libertà d’impresa non di elemosine.

La sinistra nel mondo: i numeri della crisi. Dall'Italia agli Stati Uniti i numeri della crisi dei partiti di sinistra (e della loro ideologia), scrive Barbara Massaro il 27 novembre 2018 su "Panorama". I partiti di sinistra hanno mancato l'appuntamento con la storia e per questo sono entrati in crisi. E' vero, infatti, che il nostrano Partito Democratico è talmente disperato da plaudire ed elevare a icona uno stizzito Rino Gattuso che, in conferenza stampa post partita, ha ammonito Salvini invitandolo a occuparsi di politica e non di pallone, ma è altrettanto vero che nel resto del mondo le cose non vanno per niente meglio per progressisti, laburisti e democratici.

Le sinistre nel mondo. Le elezioni Usa di midterm, ad esempio, avrebbero dovuto sancire il ritorno in grande dei democratici americani e invece sono state un mezzo flop con i democratici che hanno conquistato la Camera, ma non il Senato e senza un leader in vista delle primarie per le prossime presidenziali. In Francia il socialista Hollande, nel 2017, non ha neppure avuto il coraggio di ripresentarsi all'Eliseo spianando la strada all'ibrido tentativo centrista di Macron di sostituirsi a una sinistra che non è più di sinistra. Addirittura Macron è arrivato al ballottaggio con l'estremista di destra Marine Le Pen, mentre il candidato della sinistra moderata francese, Benoit Hamon, ha ottenuto solo il 6,4% dei voti.

A sinistra di chi? Quello sta succedendo in tutte le democrazie occidentali non è un ammutinamento repentino dell'elettorato progressista, ma è l'esito di uno iato storico che va ampliandosi da almeno tre decadi tra la sinistra e il popolo.

Perché mentre il mondo cambiava e le premesse della socialdemocrazia post bellica diventavano anacronistiche, l'intellighentia al potere non è stata in grado di captare il malcontento del suo elettorato e di comprendere che, in un mondo sempre più globalizzato, digitalizzato e frammentato parlare di partito operaio, lotta di classe, conflitti di capitale e proletarizzazione dello Stato non aveva più senso. A entrare in crisi, infatti, è stato il concetto stesso di sinistra storica che ha ceduto il passo a chi è stato in grado di trasformare e attualizzare i valori socialdemocratici.

Il caso Schulze. E' successo così in Germania dove i Verdi guidati dalla giovane Katharina Schulze hanno conquistato l'importantissima Baviera lasciando i socialdemocratici della Spd fermi al palo (già nel 2017 il risultato conseguito alle elezioni federali era stato il 20,5 per cento, il peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale). Schulze, infatti, è riuscita nell'impresa che sfugge alla stragrande maggioranza delle sinistre mondiali e cioè è stata capace di unire temi classici cari alla causa ambientalista (energie rinnovabili, ecologia, riciclaggio, etc) ad argomenti più contemporanei come la crisi economica, il cambiamento del mercato del lavoro, l'immigrazione e la sicurezza. E' stata credibile, ci ha messo la faccia e le idee e ha vinto. Quello che le sinistre (che siano i laburisti inglesi battuti, seppur di poco, da Theresa May o gli austriaci che cedono il passo al populismo el Partito della libertà - Fpö, vero vincitore delle elezioni 2017 con il 27,4% dei voti e lo storico sorpasso sui social democratici fermi al 26,6% e divenuti terzo partito nazionale) paiono non capire è che a non esistere più sono gli stessi ambienti sociali che erano il bacino elettorale della socialdemocrazia.

Come è cambiato il bacino elettorale della sinistra. Riavvolgendo all'indietro il nastro della storia di almeno un ventennio ci si trova, infatti, faccia a faccia con quella rivoluzione tecnologica e digitale che ha modificato la geografia degli impieghi con quella che era la classe operaria che ha ceduto il passo ai computer e ai robot e che ha dovuto riciclarsi lasciando, per altro, un vuoto professionale alle generazioni future. E così il giovane che fino a un ventennio fa avrebbe cercato lavoro in fabbrica, si è trovato nella condizione di trovare un altro modo per sopravvivere entrando nel vortice dei contratti a termini, delle collaborazioni occasionali e trasformandosi in un precario ontologico in eterna attesa di rinnovo. Il precariato strutturale ha determinato la perdita della fiducia nella vecchia politica e soprattutto nella rappresentanza sindacale che veniva intercettata dalle sinistre del mondo. 

I progressisti non hanno avuto la lucidità d'intercettare l'insoddisfazione di quei lavoratori vittime del nuovo precariato di massa, di quei neo-proletari figli di una classe operaia che non c'è più.

L'avanzata dei neo-populismi. I nuovi sfruttati, quindi, hanno trovato nei neo-populismi il luogo in cui poter trovare risposte a domande che prima di oggi nessuno aveva mai avuto la necessità di porsi. Basti guardare all'esempio brasiliano del neo-eletto Jair Bolsonaroche con i suoi proclami ha attratto l'elettorato brasiliano stufo degli inciuci burocratici di Lula e del lulismo. (Fernando Haddad, pupillo di Lula e candidato del partito dei lavoratori è rimasto fermo al 44,8%). L'esempio di Bolsonaro permette di affrontare uno degli altri grandi problemi che la sinistra non è stata in grado di risolvere, ovvero la crisi del "politicamente corretto". Bolsonaro, infatti, ha conquistato la presidenza del Brasile (non del Molise, per dire...) a furia di proclami definiti omofobi, razzisti, machisti e contro il sistema. Si tratta di tutta una serie di argomenti antitetici al democratico buonismo progressista fatto di welfare State, multiculturalismo, diritti individuali, parità salariale e cosmopolitismo. Tutti concetti che nella valigia del progressista occidentale sono sempre presenti e che, invece, oggi vengono vissuti, capiti e interpretati solo da una classe sociale medio alta, la cosiddetta borghesia radical chic che è diventata l'unica ancora fedele al bagaglio gnoseologico della sinistra mondiale.

Lavoratori vs. radical chic. I lavoratori, invece, se ne sono andati altrove. Hanno cercato conforto tra le braccia di chi parla un linguaggio semplice (a tratti sempliciotto) ma facile da capire; ha votato chi prometteva soldi, casa, lavoro e meno tasse. Storicamente, in ogni momento di crisi economica, l'elettorato si è spostato a destra cercando consolazione nella capacità delle destre conservatrici di catalizzarsi intorno a un leader. La figura del leader carismatico è catartica e tranquillizzante e un popolo alla deriva tende a credere a chi si mostra più risoluto nei confronti del potenziale elettorato. Persino la progressista Olanda ha smesso di credere nella socialdemocrazia e alle ultime elezioni ha assistito al tonfo dei socialisti a favore del partito di estrema destra Pvv guidato da Gert Wilders che con il suo 4% di preferenze ha sottratto voti alla sinistra che ha abbassato il capo alla riconferma del conservatore Mark Rutte e lo stesso è accaduto nella Repubblica Ceca dove i progressisti non hanno neppure raggiunto la doppia cifra.

Il fallimento della "terza via" della sinistra. Dopo il fallimento del comunismo storico, dunque, si sta assistendo anche alla fine della "terza via" teorizzata da Tony Blair che, a inizio anni 2000 era stato in grado di spostare l'asse labour inglese verso il centro ampliando l'elettorato e tranquillizzando i mercati. Negli stessi anni in Italia ci aveva provato Massimo D'Alema, mentre in Germania il cancelliere Gerhard Schröder conquistava il 40% dei voti. Erano anni in cui la sinistra splendeva e gli elettori credevano in quell'infiocchettato bagaglio di buoni propositi e sentimenti veicolati dal progressismo moderato. Ora quel tempo è finito e anche la terza via ha fallito la sua missione politica. L'intera area progressista e democratica è chiamata a farsi un bagno di realtà e a cercare una diagnosi alla malattia di cui soffre perché senza diagnosi non c'è prognosi e senza prognosi non c'è possibilità di definire una cura che possa trasportare le sinistre fuori da quel guano stagnante in cui hanno fatto affogare valori che un tempo erano sinonimo di futuro e progresso.

Dal Pci a oggi. Le scissioni della sinistra. Storia di quello che era il più grande partito comunista d'Europa ora ridotto in mille pezzi da scissioni e divisioni, scrive Barbara Massaro il 22 novembre 2018 su "Panorama". C'era una volta la sinistra in Italia. Una sola sinistra. Quando nel 1921 Antonio Gramsci fondò il Partito Comunista Italiano (il Pci, il più grande partito comunista dell'Europa occidentale) non poteva immaginare quello che, in meno di un secolo, i suoi discepoli sarebbero stati in grado di combinare alla sua creatura tra scissioni e divisioni di idee, personaggi, temi e dinamiche in una caleidoscopica quantità di sfumature che a guardarle tutte insieme di rosso non hanno più nulla.

Il Partito Comunista Italiano. Era uno si diceva. Il PCd'I, il braccio politico della resistenza antifascista; il cuore rosso della nascita della Repubblica, il luogo in cui Palmiro Togliatti ha avuto modo di realizzare quella collaborazione con i moderati (anche cattolici) in nome della Repubblica. Anche quando De Gasperi ha deciso di estromettere le sinistre dal Governo il PCI è stato capace di fare opposizione, anzi è stato in grado di fare quel capolavoro politico del compromesso storico con la DC. Certo, allora il segretario era Enrico Berlinguer, mica Matteo Renzi. Berlinguer, però, è morto prima di vedere la caduta del Muro di Berlino e la fine dei grandi comunismi europei e su quella sedia, mentre il concetto stesso di comunismo si sgretolava davanti all'evidenza della storia, sedeva Achille Occhetto che non ha potuto che prenderne atto e, nel 1991, ha sciolto il PCI. E qui sono iniziati i guai della sinistra.

1991 - Lo spartiacque. Mentre infatti Occhetto e i moderati della nuova sinistra erano in cerca d'identità fondando il Partito Democratico della Sinistra(PDS) i nostalgici della falce e martello hanno seguito Armando Cossutta che ha fondato il Partito della Rifondazione Comunista in cui sono confluite tutte le correnti e le posizioni più a sinistra della sinistra come Democrazia Proletaria e Partito Comunista d'Italia. L'idea era proprio quella di opporsi allo scioglimento del PCI e quindi a tutte le posizioni moderate e centriste che avrebbe potuto assumere la sinistra. 

1994 - "I progressisti". Anno di elezioni politiche importanti il 1994. Il primo appuntamento elettorale dopo lo scioglimento del PCI. In campo le due forze maggiori della sinistra sono il PDS e il PRC che, insieme a Verdi, socialisti e partiti minori decidono di unire le forze e di presentarsi come I Progressisti nel tentativo di battere la neonata coalizione di centro destra guidata da Silvio Berlusconi. Non ce la fanno, ma il progetto de I Progressisti sarà alla base di quello che poi sarà l'esperimento politico de L'Ulivo. A causa della sconfitta politica entrambe le segreterie (PDS e PRC) cambiano e Massimo D'Alema succede ad Achille Occhetto, mentre un riottoso Cossutta lascia la poltrona a Fausto Bertinotti.

1996 - L'Ulivo e i Comunisti italiani. Dopo due anni la sinistra ha di nuovo occasione d'imporsi come maggioranza politica del paese e lo fa attraverso l'Ulivo ovvero il raggruppamento di forze riformiste moderatamente di sinistra e liberali teorizzato da Romano Prodi. E' la prima volta che ex DC ed ex Comunisti corrono insieme. Il centrosinistra ha la maggioranza e Romano Prodi viene nominato Premier. Rifondazione Comunista decide di dare appoggio esterno alla maggioranza. E' lo strappo. Cossutta e i suoi non possono accettare la svolta centrista di PRC e se ne vanno dando vita all'esperienza dei Comunisti Italiani il cui primo segretario è lo stesso Cossutta seguito da Oliviero Diliberto nel 2000. I temi sono quelli della bandiera rossa, dell'internazionale socialista, della lotta di classe e della rivoluzione operaia. Intorno ai Comunisti italiani convergono i delusi dal moderatismo di Bertinotti.

1998 - Nascono i Democratici di sinistra. Dall'esperienza dell'Ulivo e nella consapevolezza che tutte le anime della sinistra avrebbero bisogno di convergere in un unico contenitore per avere più forza politica nasce l'illuminazione dei Democratici di Sinistra. Si tratta del progetto di creare un unico partito di sinistra sul modello dei gradi partiti laburisti europei. Massimo D'Alema (nel frattempo succeduto a Prodi a Palazzo Chigi a causa della crisi di governo dovuto alla fine del sostegno esterno del PRC alla maggioranza) viene eletto presidente e primo segretario è Walter Veltroni. A lui, nel 2001, succederà Piero Fassino che resterà in carica fino allo scioglimento dei DS nel 2007. L'ideologia è quella socialdemocratica e riformista, il sogno è quello di creare un unico soggetto politico capace di racchiudere le sinistre italiane. Più che un sogno, un'utopia. 

2001 - Il Correntone. Che i DS, da soli, non fossero in grado di mettere d'accordo tutti lo si è visto subito. La crisi del governo D'Alema con le successive dimissioni di Veltroni da segretario e l'elezione di Piero Fassino in vista delle imminenti politiche davano la cifra della necessità di ritrovare quell'unità appena acquisita e subito perduta. Ecco che ancora l'Ulivo diventa la casa madre di una sinistra, che però, esce sconfitta dal confronto col centro destra. E così, invece che trovare unità i moderati di sinistra acquistano frammentazione unendosi ai girotondini e ai movimentisti che proprio in quegli anni si affacciavano sulla scena politica nostrana. Persino gli stessi DS devono fare i conti con un Correntone interno centrale e frange dissidenti di aspiranti disertori.

2003-2004: L'Ulivo per le europee. In vista delle Europee del 2004 a rompere gli indugi è Romano Prodi che propone a tutti i partiti della coalizione di presentarsi sotto un unico simbolo, quello, appunto, dell'Ulivo. Oltre ai DS accettano la Margherita, SDI e i Repubblicani mentre ne restano fuori i Verdi, i Comunisti Italiani, l'Udeur e Rifondazione Comunista. Nasce così Uniti nell'Ulivo che un buon risultato alle europee del 2004.

2005-2006 Il Governo Prodi-bis. Visto il successo delle europee Prodi propone di creare una federazione di partiti dell'Ulivo. Nasce così l'esperienza dell'Unione, che si può considerare l'embrione del PD. Perché dopo le politiche del 2006, vinte a risicata maggioranza dal centro sinistra, i DS e gli altri si accorgono di essere più forti in gruppo unico che presentandosi per singoli partiti. E così inizia a sembrare a portata di mano l'idea che l'Italia, come le più grandi democrazie, possa offrire ai suoi elettori solo due grandi liste, quella dei laburisti e quella dei conservatori.

2007 - Nasce il PD. Con questa grande ambizione politica Fassino apre a Firenze il IV Congresso dei DS. La sua mozione è quella di superare i DS per costruire un unico grande partito di sinistra in grado di semplificare lo scenario politico italiano. Mentre Fassino parla ai suoi a Firenze Francesco Rutelli fa lo stesso con la dirigenze e la base della Margherita (nata nel 2002 come forza centrista e riformista cattolica) nel tentativo di dar vita al soggetto politico che si chiamerà Partito Democratico. Più semplice il compito di Rutelli che ha velocemente convinto i suoi del senso stesso del progetto del PD. Fassino, invece, tra correnti, correntoni e correntelle ha dovuto combattere non poco per far passare la sua mozione e poter brindare alla nascita del PD il 14 ottobre 2007. Primo segretario eletto è Walter Veltroni. Da subito il PD ha avuto il ruolo importante di sostenere il secondo Governo Prodi che, ad appena un anno dal suo insediamento, già faticava a reggere. Approfittando della momentanea debolezza del centro-destra l'esecutivo guidato da Prodi e sostenuto dal neonato PD ha retto fino a gennaio 2008 crollando poi sotto i mancati accordi circa la riforma elettorale.

2008 - La frammentazione degli ex comunisti. E' tempo di nuove elezioni politiche e, per la prima volta nella storia, il PD sceglie di stringere intese programmatiche e non ideologiche tagliando, di fatto, i ponti con i partiti più a sinistra che, a partire dal 2008, si frammentano in una costellazione di partituccoli che dovrebbero rappresentare la sinistra alternativa. Nascono così le esperienze di La sinistra arcobaleno, la federazione della sinistra, L'altra Europa con Tsipras e Sinistra anticapitalista. Si tratta di soggetti politici che, lungi dall'avere rappresentanza parlamentare, finiscono solo per sottrarre voti alla sinistra. Nel frattempo il PD si allea con l'Italia dei Valori e perde le elezioni. Sconfitta ribadita anche alle successive regionali dopo le quali si apre l'Assemblea Nazionale. A un anno dalla nascita del PD è già crisi. La corrente Parisi chiede di cambiare tutto: dalla classe dirigente al programma politico, mentre la maggioranza del partito sceglie di aspettare le Europee per vedere cosa succede. E' un bagno di sangue. In un anno il PD ha perso 7 punti. Veltroni si dimette. Bersani pensa di candidarsi, ma poi ci ripensa, restano in corsa l'ex Margherita Dario Franceschini e Arturo Parisi. Vince Franceschini: il Pd è sempre più centrista. Gli ex Ds sono in subbuglio.

2009 - L'anno di Bersani. Tra frondisti, pentiti e moderati in qualche modo arrivano le elezioni primarie e Pier Luigi Bersani viene eletto segretario. Questa volta a lasciare il partito sono gli ex Margherita, Rutelli in primis che fonda Cambiamento e Buongiorno.

2013 - Da Bersani a Renzi. Per un paio d'anni Bersani regge la segreteria del partito tra alleanze con l'Udc e sostegno esterno al Governo Monti, poi nel 2013 i ranghi vengono di nuovo stretti perchè è tempo di elezioni politiche. Bersani stesso viene scelto come candidato premier del centro sinistra e le elezioni, seppur per pochi voti, le vince pure. Sale al colle, forma il Governo, ma dopo pochi mesi rimette il mandato perché il PD non è stato in grado, finito il settennato al quirinale di Giorgio Napolitano, di imporre in nome di Romano Prodi o in alternativa quello di Franco Marino. E' l'aprile del 2013 e si apre l'ennesima frattura nella sinistra italiana. Bersani si dimette, arriva Epifani ma solo in attesa delle primarie di dicembre dove trionfa il "rottamatore": Matteo Renzi, sindaco di Firenze. L'homo novus viene eletto segretario e per un attimo sembra che l'odore di chiuso della sinistra prenda una boccata d'ossigeno. Renzi ha la meglio su Gianni Cuperlo, Gianni Pittella, ma soprattutto su Giuseppe Civati che da lì a due anni (2015) sarebbe uscito dal PD fondando a sua volta un nuovo soggetto politico, Possibile, che andrà a far parte della galassia della sinistra nata sulle ceneri dei Comunisti del tempo che fu.

2014 - Da Letta a Renzi. Nel frattempo a Palazzo Chigi si è sistemato Gianni Letta che riceve il celebre "Stai tranquillo" da Renzi a mo' di benedizione per un ricco futuro politico. Dura poco, perché il 13 febbraio dello stesso anno proprio Renzi propone una mozione di sfiducia a Letta e una settimana dopo accetta lui stesso l'incarico di formare un nuovo governo. Nella primavera dello stesso anno regionali e europee confermano l'entusiasmo degli elettori per Renzi che prende in mano il timone dell'esecutivo e conduce per un po' la barca della cosa pubblica.

2016 - Il referendum costituzionale. Fa riforme Renzi, firma decreti e emette circolari a ritmo vorticoso; ci crede davvero nell'idea di poter cambiare il mondo e di renderlo un posto migliore e per questo mette mani anche alla nostra Costituzione; la riforma, cerca di superare il bicameralismo perfetto, prova a dar forma una sorta di presidenzialismo alla francese, ma fallisce. Il referendum confermativo del dicembre 2016 rimette il buon Matteo che voleva un mondo migliore con i piedi per terra e, di fronte al no della gente, Renzi gira i tacchi e torna a casa dimettendosi anche dalla segreteria del partito.

2017 - 2018- Liberi e Uguali. Nonostante la debacle politica, l'assemblea nazionale del Pd conferma Renzi alla segreteria in vista delle politiche del marzo 2018. La minoranza interna al partito però non ci sta e Bersani con Rossi e Speranza lascia il PD e fonda Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressista. In vista delle elezioni politiche quelli di Art. 1 si alleano con Sinistra Italiana e Possibile (quello di Civati) creando la coalizione Liberi e Uguali per Pietro Grasso Premier. Nello stesso tempo la sempre più striminzita falange a sinistra della sinistra si organizza con l'esperimento politico di Potere al popolo che nasce dai centri sociali e ha come punti di riferimento Ferrero, la Carofalo e Acerbo. Alle politiche le due coalizioni della sinistra altenativa alla sinistra non superano la soglia del 5%, ma vanno a succhiare voti a un PD che a marzo le prende di santa ragione con Renzi che, ancora una volta, dà le dimissioni e sparisce (per il momento) dalla scena pubblica. La sedia che scotta della segreteria piddina è affidata ora pro tempore a Maurizio Martina in attesa del congresso fissato per il marzo 2019.

Ultimi della classe (dirigente). Non ci sono in Italia istituzioni politiche, scientifiche o formative unificanti, scrive Francesco Alberoni, Domenica 08/07/2018, su "Il Giornale". Una classe dirigente, ci insegna il grande sociologo Vilfredo Pareto, è formata da tutti coloro che eccellono nella loro attività. Quindi i politici più abili, i giudici più saggi, i giornalisti più ascoltati, i presentatori più seguiti, ma anche gli imprenditori, gli economisti, gli artisti, i registi, gli scrittori, i filosofi, gli scienziati, i professionisti più eminenti. E ha le sue radici nel passato. Il Paese che più di ogni altro ci ha fornito il modello di una grande classe dirigente è stata l'Inghilterra dove c'è stato sempre l'irrompere del nuovo ma anche la sopravvivenza dei poteri tradizionali e il permanere delle grandi istituzioni unificanti. L'Inghilterra è il Paese che innalzava colonne all'eroe Orazio Nelson mentre lasciava morire di fame Lady Hamilton, che glorificava Winston Churchill mentre lo mandava a casa nelle elezioni. Ma anche un Paese che da secoli ha istituzioni scientifico-culturali come la Royal Society, le università di Oxford e di Cambridge e il collegio di Eton dove si è formata la classe dirigente inglese. Non esiste nulla di simile in Italia dove storicamente si sono succeduti gruppi politico ideologici diversi: prima i liberali, poi i fascisti a cui seguono nel dopoguerra i comunisti e i cattolici. Poi la crisi di Mani pulite che ha fatto emergere il potere della magistratura. In seguito, si formano o movimenti o raggruppamenti attorno a un capo come Berlusconi, Prodi, Renzi, Grillo e ora Salvini. Sono gruppi ristretti, formati da amici, conoscenti, simpatizzanti e «clienti» che egemonizzano il potere e creano istituzioni per loro stessi da cui escludono gli altri. Non ci sono in Italia istituzioni politiche o scientifiche o formative unificanti, non c'è una vera, unica classe dirigente. E sembra che a livello popolare non se ne senta neppure l'esigenza. Il politico non viene eletto per ciò che ha dimostrato di sapere fare e non gli si chiede di avere una formazione culturale adeguata. Grillo arriva a sostenere che i parlamentari dovrebbero essere estratti a sorte tra i cittadini. Questa divisione delle élite lascia il potere in mano alla burocrazia che non ha valori, non ha mete, ostacola la creazione e tende solo a crescere su se stessa.

I bulli che umiliano la cultura. Si va diffondendo l'idea che, con una disoccupazione così elevata, sia inutile studiare, scrive Francesco Alberoni Domenica 06/05/2018, su "Il Giornale". Si va diffondendo l'idea che, con una disoccupazione giovanile così elevata, sia inutile studiare, inutile imparare, inutile prendere bei voti perché tanto, si dice, nella vita si affermano i forti, i corrotti, i violenti, quelli che sanno dominare gli altri, imporre il loro volere. È questo il pensiero che sta dietro il diffondersi del bullismo in tutte le sue forme. Dal piccolo gruppo di studenti che domina sugli altri, deride e si beffa dei più deboli, li mette a tacere, fino ai gruppi più aggressivi che offendono ed insultano anche i professori in modo che perdano agli occhi dei loro allievi l'ultima autorità loro rimasta. E così denigrano la cultura, il sapere, l'unica forza che nel mondo moderno fa avanzare tanto gli individui che i popoli. Gli individui, perché emergono solo coloro che fanno le scuole e le università migliori e i popoli perché solo alcuni hanno i centri di ricerca più avanzati, gli studiosi più apprezzati e una ferrea organizzazione del lavoro. E questo modo di pensare disastroso si afferma anche in politica col principio anarchico che «uno vale uno» quindi chiunque, anche il più fannullone e ignorante, può dirigere un Paese moderno e affrontare le bufere geopolitiche di oggi. Bisogna riporre in primo piano l'idea che lo strumento fondamentale con cui gli esseri umani lottano, si affermano, si rendono utili agli altri, è il sapere, la cultura. In tutte le forme: scientifica, artistica musicale, linguistica, come capacità di scrivere e di parlare, di calcolare e di prevedere. Ma voi provate a domandare alla gente che cosa desidera. Vi risponderà che desidera viaggiare, fare crociere, una nuova macchina, una barca, un nuovo televisore. Nessuno vi risponde che desidera imparare la matematica, il diritto, le lingue, l'economia, la biologia o l'informatica. Le spese per svago e per divertimenti superano paurosamente le spese culturali. Ci sono ancora persone che leggono libri? Solo una minoranza, quella che studia con fermezza e costituirà la futura élite internazionale. E gli altri? Gli altri saranno tutti dei disoccupati e dei sottoproletari. Basta, cambiate direzione, datevi da fare. Siete ancora in tempo, per poco.

Vuoi scrivere un libro? Leggine cento, scrive il 16 aprile 2018 Paolo Gambi su “Il Giornale”.

“Se scrivo la mia storia vinco il Nobel per la letteratura”.

“Ti racconto il libro che ho in testa, tu lo scrivi e dividiamo gli utili”.

“La mia vita è così incredibile che voglio farne un romanzo da un milione di copie”.

Da quando faccio lo scrittore più o meno ogni giorno vengo approcciato da qualcuno con una frase del genere. La qual cosa mi lusinga molto: ciascuno di noi è un intreccio di parole che si sono fatte carne e pensare di metterle per iscritto, e di chiedere il mio aiuto per farlo, è per me fonte di soddisfazione ed autostima. E contando che ho scritto libri molto diversi che partono dai romanzi e arrivano a biografie di personaggi molto disparati – dal Cardinal Tonini a Raoul Casadei – non trovo strano che ci sia chi mi interpella. Infatti da qualche tempo a questa parte ho deciso di iniziare a costruire una risposta a chi mi pone queste domande. Solo che se poi alle stesse persone che vogliono scrivere un libro chiedo: “qual è l’ultimo libro che hai letto?”, la risposta di solito è qualcosa come:

“Non mi ricordo, alla sera guardo la televisione”.

“È da quando ero alle superiori che non leggo più”.

“Dai valà, non posso mica perdere il mio tempo così”.

Che è un po’ come se qualcuno volesse vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi per i 100 metri stile libero ma si rifiutasse di andare in piscina ad allenarsi. I dati sulla lettura in Italia continuano ad essere impietosi. Sei italiani su dieci, nel 2016, non hanno letto neppure un libro in un anno. Tutti vogliono scrivere. Pochissimi vogliono leggere. Allora, è meraviglioso sognare di diventare la nuova Rowling o scrivere delle nuove sfumature di grigio (possibilmente meno disgustose) impastate con la propria storia. Però se vuoi scrivere un libro inizia a leggerne almeno cento.

PIU’ COMUNISTI DI COSI’?

La legge anti-caporalato? La fece il fascismo nel 1926. E la abolì Badoglio, scrive Antonio Pannullo, mercoledì 8 agosto 2018, su "Il Secolo d’Italia". Il “caporale” è la figura di intermediatore illegale tra latifondista e manodopera non specializzata. È una piaga presente da sempre, e in Italia si è saldata con la criminalità organizzata, soprattutto nel centrosud. La parola “caporalato” è tornata in questi giorni sotto i riflettori a causa degli incidenti che hanno visto coinvolti lavoratori stagionali stranieri in Puglia, ma è un male antico, un male “liberale”. Nel 2016 la Camera approvò la cosiddetta legge anti-caporalato, che però evidentemente non ha avuto effetto sul fenomeno, probabilmente a causa degli scarsi controlli da parte delle autorità. La rivista e blog Italia coloniale però, diretta da Alberto Alpozzi, ci ricorda che il caporalato fu combattuto e sconfitto, come la mafia del resto, dal fascismo, che nel 1926 varò la legge 563, detta “legge sindacale”, perfezionata e modificata fino al 1938 con altre norme tese a “contemperare secondo equità gli interessi dei datori di lavoro con quelli dei lavoratori tutelando, in ogni caso, gli interessi superiori della produzione”. Italia coloniale ricorda anche che queste rivoluzionarie normative, inserite nel Codice corporativo e del lavoro fascista, valevano oltre che in Italia anche nelle colonie, cosa che contribuì ad abolire nell’Africa italiana la schiavitù e la servitù della gleba, fiorenti fino alla conquista da parte dell’Italia dell’Africa orientale.

Il caporalato era completamente scomparso. In particolare, racconta ancora l’Italia coloniale, due furono i provvedimenti più incisivi: “i contratti collettivi di lavoro e gli uffici di collocamento gratuiti per i lavoratori disoccupati. I primi dovevano essere obbligatoriamente redatti e approvati dal Sindacato di categoria (ente che provvedeva anche al continuo miglioramento della formazione professionale dei lavoratori attuata attraverso gli organi d’istruzione professionale) prima di iniziare qualsiasi rapporto di lavoro subordinato”, provvedimenti non esistenti nella precedente legislazione liberale. Insomma, l’imprenditore poteva assumere la manodopera soltanto per mezzo di tali uffici, scegliendo tra gli operai iscritti; viceversa quest’ultimi, per cercare un impiego, avevano l’obbligo di avvalersi degli stessi: in caso contrario erano previste sanzioni pecuniarie per entrambi, dice ancora la rivista storica. In nessun caso l’imprenditore poteva assumere operai attraverso intermediatori privati, considerati dal fascismo né più né meno che parassiti sociali. Inoltre, ci dice l’Italia coloniale, le richieste di manodopera non potevano essere nominative ma numeriche, per evitare qualsiasi tipo di clientelismo. Se un lavoratore veniva licenziato senza motivo, poteva ricorrere alla Magistratura del Lavoro. Caporalato e mafia, quest’ultima grazie al prefetto Cesare Mori, furono bandire per qualche anno dall’Italia. Fino al settembre 1944, quando il governo Badoglio con il decreto 287 abolì tutte le leggi della Carte del Lavoro con le conseguenze che oggi ci troviamo a combattere.

Caporali e Operai. La legge fascista anti caporalato valida in Italia e nell’Africa Orientale, scrive Alberto Alpozzi il 18 luglio 2017 su Italiacoloniale.com. (Di Maria Giovanna Depalma). Il Caporale è una figura storica che da sempre si occupa sia di intermediazione tra proprietà agricola e manodopera – rigorosamente poco specializzata – che di reclutamento, organizzazione del lavoro, gestione delle paghe. Un sodalizio che spesso unisce la criminalità organizzata e lo sfruttamento dei lavoratori. Un giro d’affari da 17 miliardi di euro che oggi coinvolge 400 mila braccianti in tutto il territorio nazionale, pagati in media 3 euro per ogni occasione. A seguito di diverse denunce che hanno confermato una larga diffusione del fenomeno, nell’ottobre del 2016, la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva la legge anti-capolarato che prevede la descrizione del comportamento punibile e l’inasprimento delle pene già previste dall’articolo 603-bis (intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro). C’è da dire, però, che questa pratica criminale è una vecchia piaga del sistema liberale, già conosciuta e combattuta dal Governo italiano a partire dal 1926 grazie alla legge n. 563 ovvero la “Legge Sindacale”. Attraverso l’attuazione dell’Art. 16 della predetta legge e di una serie di norme giuridiche varate tra il 1926 e il 1938 atte a “Contemperare secondo equità gli interessi dei datori di lavoro con quelli dei lavoratori tutelando, in ogni caso, gli interessi superiori della produzione” venne attuata una vera e propria rivoluzione sia in campo economico che sociale. Ovviamente queste leggi -previste dal Codice Corporativo e del Lavoro – valevano sia nella Madre Patria che nelle Colonie, sia per i lavoratori coloni che per gli autoctoni, abolendo così anche forme di schiavitù o servitù della gleba nell’Africa Orientale Italiana. Furono due, in particolare, i provvedimenti più incisivi in termini di organizzazione del lavoro e tutela dei lavoratori (non contemplati nel sistema liberale vigente in precedenza): i contratti collettivi di lavoro e gli uffici di collocamento gratuiti per i lavoratori disoccupati. I primi dovevano essere obbligatoriamente redatti e approvati dal Sindacato di categoria (ente che provvedeva anche al continuo miglioramento della formazione professionale dei lavoratori attuata attraverso gli organi d’istruzione professionale) prima di iniziare qualsiasi rapporto di lavoro subordinato. Gli elementi essenziali di questi contratti stabilivano: il periodo di prova del lavoratore, la misura e le modalità di pagamento della retribuzione, l’orario di lavoro, il riposo settimanale, il periodo annuo di riposo feriale retribuito, i rapporti disciplinari, la cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza colpa, il trattamento dei lavoratori in caso di malattia o richiamo alle armi (Legge n.1130/1926). Invece per combattere il fenomeno del caporalato, seguendo i principi sanciti dalle dichiarazioni XXII e XXX della “Carta del Lavoro”, si utilizzarono gli uffici di collocamento (Legge n. 1103 del 28 marzo 1928). Questi enti funzionavano a 360 gradi: servivano sia a controllare il fenomeno dell’occupazione e della disoccupazione (indice complessivo della produzione e del lavoro) che a tutelare gli operai dai caporali. L’imprenditore, infatti, poteva assumere la manodopera soltanto per mezzo di tali uffici, scegliendo tra gli operai iscritti; viceversa quest’ultimi, per cercare un impiego, avevano l’obbligo di avvalersi degli stessi: in caso contrario erano previste sanzioni pecuniarie per entrambi. In tal modo l’imprenditore non poteva più assumere gli operai attraverso dei mediatori privati, che lucrando sui bisogni dei lavoratori, esercitavano una vera e propria funzione di parassiti. Per di più, con la “Riforma del Collocamento” attuata con il decreto-legge n. 1934 del 21 dicembre 1934, gli uffici assunsero anche la funzione pubblica di controllo: attraverso gli organi territoriali preposti, accertavano che l’obbligo di avviamento al lavoro per il tramite degli uffici di collocamento fosse rispettato da tutti i lavoratori. Solo in casi di urgente necessità (allo scopo di evitare danni alle persone alle materie prime, o agli impianti) fu data facoltà ai datori di lavoro di assumere direttamente la mano d’opera con l’obbligo, però, di darne comunicazione entro tre giorni all’ufficio di collocamento competente. Successivamente, nel 1935, il Governo sancì un’ulteriore regola per gli imprenditori: la richiesta di manodopera non doveva essere più nominativa ma numerica, indispensabile ai fini di un’equa distribuzione del lavoro tra gli operai ed evitare qualsiasi rapporto di clientelismo. Per i datori di lavoro, tra l’altro, vigeva l’obbligo di denunciare entro 5 giorni, sempre presso gli uffici competenti per territorio e per categoria, i lavoratori che per qualsiasi motivo cessavano il rapporto di lavoro. Anche in questo caso l’azione dello Stato fu lungimirante: se il lavoratore veniva licenziato ingiustamente aveva facoltà di ricorrere presso la “Magistratura del Lavoro”, organo competente nella risoluzione delle controversie tra datore di lavoro e operai. Tutto questo cessò di esistere il 14 settembre 1944 quando il Governo Badoglio con il decreto n. 287 abolì tutte le leggi (comprese quelle anti-capolarato) che avevano preso forma nella Carta del Lavoro attuando la rivalsa del sistema liberale nei confronti di quello corporativo e ripristinando quel principio economico basato sull’espansione del singolo individuo – senza limitazioni di sorta pur di accrescere la propria ricchezza – anche a scapito della collettività e della giustizia sociale. Di Maria Giovanna Depalma.

In una circolare fascista la tutela dei lavoratori somali che i sindacati di oggi dovrebbero leggere, scrive Alberto Alpozzi il 29 maggio 2017 su Italiacoloniale.com. A Genale, poco a sud di Mogadiscio, quando la Somalia era chiamata italiana, vi era la sede dell’Azienda Agricola Sperimentale. Qui, negli ’20 e ’30 del ‘900, si trovava una vasta zona di concessioni agricole, sorrette dal Governo italiano. Le concessioni si estendevano su 30.000 ettari per la coltura del cotone, resa possibile dalla grande diga di sbarramento dell’Uebi Scebeli e dalle numerose canalizzazioni che il Regno d’Italia aveva realizzato. Vi si coltivavano, oltre al cotone, anche la canna da zucchero, il sesamo, il ricino, il granoturco, la palma, il capok e soprattutto le banane. La prima azienda sperimentale a Genale venne creata nel 1912 da Romolo Onor che vi condusse i primi studi tecnici ed economici sull’agricoltura in Somalia. Nel 1918, alla sua morte l’Azienda cadde in disgrazia e quasi abbandonata. Fu il primo Governatore fascista, il Quadrumviro della marcia su Roma, Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon che ne intuì l’importanza e la risollevò, facendone un grosso centro di colonizzazione unico nel suo genere. Fu infatti il primo esperimento di colonizzazione sorretto totalmente dallo Stato, assegnando i terreni a coloni italiani. L’Ufficio Agrario e l’ufficio di Colonizzazione ordinavano e disciplinavano le concessioni e curavano e distribuivano l’acqua per l’irrigazione. Il Governatore de Vecchi fece studiare anche un nuovo sistema di irrigazione in derivazione del fiume Uebi Scebeli per distribuire omogeneamente l’acqua in tutto il comprensorio, facendo realizzare una nuova diga, lunga 90 metri, in sostituzione di quella vecchia ormai fatiscente. Insieme alla diga, inaugurata il 27 Ottobre 1926, vennero realizzati un nuovo canale principale di 7 chilometri e cinque secondari, creando complessivamente una rete di 55 chilometri di nuove canalizzazioni, insieme a 200 chilometri di strade camionabili terminate poi nel 1928. Parallelamente alle opere per l’irrigazione l’intero comprensorio, circa 18 mila ettari, venne indemaniato, inquadrato e colonizzato, suddividendolo in 83 concessioni divise in cinque zone. Ma come funzionava la manodopera nelle concessioni e quali erano le direttive del governatore fascista per gestire il comprensorio?

Così scriveva il de Vecchi in una CIRCOLARE del 14 GIUGNO 1926 (vedi “Orizzonti d’Impero”, Mondadori 1935, pagg. 320-327)indirizzata al Residente di Merca: “Le popolazioni indigene hanno risposto allo sforzo dello Stato con una ubbidienza, una disciplina ed uno slancio, di cui non si può a meno di tenere conto oggi ed in avvenire, quando si ricordi che appena poco più di due anni addietro il Governo stentava a mettere assieme in questa regione duecento uomini per il lavoro dei bianchi, che si rassegnavano a lasciar perire ogni impresa per la deficienza della mano d’opera, mentre oggi abbiamo al lavoro nella zona circa settemila persone, senza che mai avvenga il benché minimo incidente da parte delle masse lavoratrici, buone, serie e fedeli; si deve avere ragione di profondo compiacimento, sia per i risultati della politica compiuta, sia per il giudizio sulle popolazioni.” […] Molti dei concessionari, invece di comprendere tutto ciò e di sforzarsi di rimanere nella loro funzione, materialmente la più proficua senza dubbio, di parti di una grande macchina, sono portati da un male inteso individualismo, dominato da un egoismo gretto e da non poca protervia, a credersi ciascuno creatore, operatore e centro della risoluzione di un problema che invero è stato risolto soltanto dal dono fondamentale dell’acqua, della terra e della organizzazione delle braccia che la lavorano, e cioè della Stato per tutti. […] Il Governo ed il Governatore hanno un solo interesse: quello del popolo italiano e cioè quello di tutti. Ogni singolo è parte dello Stato. […] Ho riservata da ultima la questione delle mano d’opera. Ho detto più sopra che il Governo della Colonia ha creduto opportuno di organizzare e guidare questo servizio, ottenendo così quello che può essere ritenuto un miracolo in confronto ai convincimenti prima radicatasi in Colonia ed in Patria nella materia. La soluzione, così pronta e così ferma, del problema ha indotto la massima parte dei concessionari ad attendersi tutto dal Governo ed a credersi in diritto di pretendere che quegli vi provveda ora e sempre, secondo aliquote fisse o variabili createsi nella fantasia degli interessati. Avviene assai spesso di sentir parlare di “proprio spettanza”, di “propria mano d’opera”, di “assegnazione ordinaria o straordinaria”, di “gente che scappa”, di “forza presente”, come se ciascun bianco che arriva qui dall’Italia, per la semplice ragione di aver fatto un viaggio per mare e di aver ottenuto in uso un pezzo di terreno, avesse pieno diritto di tenere per forza al suo servizio un certo numero di indigeni e di pagarlo o non pagarlo se e come crede, e di trattarlo… come purtroppo è avvenuto. Non mi fermo sulla questione del trattamento limitandomi a ricordare che in Somalia vige per legge il Codice penale italiano per bianchi e neri; che il Giudice della Colonia conosce molto bene il suo dovere e che io sono fermamente deciso a non ammettere da chicchessia la benché minima violazione della legge. Ma la precisa informazione che qui intendo dare perché tutti la conoscano, si è che non tarderanno molto tempo ad essere emanate altre chiare disposizioni di legge protettive del lavoro e quindi della mano d’opera anche agricola nella intera Colonia, e che la organizzazione e l’impiego dell’ascendente enorme del Governo e del Governatore sugli indigeni hanno lo scopo umanitario, disciplinare e fascista di un graduale avviamento al lavoro di queste popolazioni, e non mai di qualsiasi coazione che crei larvate schiavitù o servitù della gleba, e meno che mai a semplice uso od abuso e servizio di privati.” Singolare come nessun libro di storia coloniale abbia mai ripreso questa circolare fascista, fascistissima, del 1926 del Governatore de Vecchi a tutela dei lavoratori somali, affinché non venissero sfruttati e maltrattati, che non si creasse una qualsivoglia forma di sfruttamento o di caporalato e che sottolineava come in Colonia vigesse il Codice Penale italiano e che era valido per bianchi e neri.

La Resistenza accusata di genocidio. La Corte internazionale dell’Aia accoglie il ricorso del figlio di un milite della Repubblica sociale assassinato senza processo dai partigiani comunisti. Chiede giustizia per altri 400 caduti, scrive Eugenio Di Rienzo, Venerdì 12/03/2010, su "Il Giornale". La malinconica profezia espressa da Piero Buscaroli nel suo bel libro, Dalla parte dei vinti (Mondadori) secondo la quale la memoria degli sconfitti del 1945 sarebbe stata per sempre condannata all’oblio non si avvererà. Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale dell’Aia ha accolto la domanda che chiede l’apertura di un’inchiesta per la morte di Lodovico Tiramani (milite scelto della Guardia nazionale repubblicana) e di altri quattrocento appartenenti alla Repubblica sociale, trucidati dalle bande partigiane. L’ipotesi di reato è genocidio. Il Tribunale dell’Aia ha risposto così al figlio di Tiramani, Giuseppe, che, attraverso la consulenza del suo legale Michele Morenghi, ha chiesto l’apertura del procedimento tramite una memoria dove si sostiene che: «Mio padre fu prelevato nei pressi di casa sua a Rustigazzo nel piacentino nel luglio del ’44 da un gruppo partigiano della brigata Stella Rossa, fu processato e condannato a morte senza un giudice, senza un comandante partigiano e senza una sentenza a verbale. Fu fucilato poche ore dopo nei pressi del Monte Moria. Mia madre lo trovò crivellato di colpi. Io non voglio vendette, ho già perdonato tutti coloro che uccisero mio padre, abitavano nel mio paese e li ho conosciuti personalmente dopo la guerra. Chiedo sia fatta giustizia per il suo caso e per tutti gli altri combattenti della Repubblica sociale uccisi in quegli anni nel piacentino». In questo modo, l’International Criminal Court, la cui competenza si estende a tutti crimini più gravi che riguardano la comunità internazionale, come il genocidio appunto, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra, potrebbe intervenire su una vicenda italiana che per tanti decenni è rimasta volutamente occultata dalla storiografia ufficiale ed è sopravvissuta solo grazie alla memoria dei sopravvissuti. Fino alla comparsa dei libri di Giampaolo Pansa (un grande giornalista che sa bene di storia), quanti italiani conoscevano le tristi vicende della caccia al repubblichino, che si aprì dopo il 25 aprile 1945 per protrarsi fino al 1946 e al 1947? Pochi, pochissimi. Soltanto i parenti delle vittime o quanti di noi avevano un amico, un conoscente che visse personalmente quella tragedia. A me capitò di avere questa triste «fortuna» e di apprendere dell’uccisione di un proprietario agricolo dell’Emilia, fucilato insieme al nipote dodicenne, con l’accusa di vaghe simpatie fasciste; della morte di un contadino del bellunese fatto fuori dopo aver rifiutato di vettovagliare una banda partigiana; e del linciaggio di alcuni giovanissimi «ragazzi di Salò» che ora giacciono interrati nel Campo X al cimitero di Musocco a Milano. Ma di tutto questo fino a pochissimo tempo fa neanche un rigo sui libri di storia e ancora oggi nessun accenno nei manuali di scuola che vanno in mano ai nostri giovani. Eppure autorevoli testimoni di quella guerra fratricida, che si trasformò in tiro al piccione, sapevano. Sapevano e tacquero. Benedetto Croce, ad esempio. Dalla lettura dei Taccuini di guerra del vecchio filosofo, editi solo nel 2004, emerge con forza il timore che la guerra partigiana possa trasformarsi in una rivoluzione «comunistico-socialista», che, in breve, avrebbe consegnato l’Italia a un altro totalitarismo, forse più spietato, come andava dimostrando con abbacinante chiarezza la «liberazione» di Polonia, Ungheria e degli altri paesi danubiani e balcanici, operata dalle truppe sovietiche, coadiuvate dalle formazioni partigiane comuniste. La rivelazione della strage di Katyn, avvenuta da parte dell’Armata Rossa, tra marzo e maggio del 1940, confermava in Croce questo timore, quando anche in Italia si era appreso dell’«eccidio fatto dai russi di migliaia di ufficiali polacchi, che erano loro prigionieri». La minaccia di una sovietizzazione imposta con la violenza, scriveva il filosofo, si avvicinava anche al nostro paese. Era già attiva nelle regioni orientali esposte alle violenze delle «bande di Tito». La si scorgeva serpeggiare nella gestione dell’epurazione antifascista delle strutture statali «maneggiata dai commissari comunisti» che tentavano di attuare «un’infiltrazione del comunismo», perpetrata «contro le garanzie statutarie, conto le disposizioni del codice, per modo che nessuno è più sicuro di non essere a capriccio fermato dalla polizia, messo in carcere, perquisito». Tutto questo avveniva, in ossequio alla «rivoluzione vagheggiata e sperata». E sempre in ossequio a quel progetto eversivo, le regioni settentrionali dell’Italia, controllate dagli elementi estremisti del Cnl, divenivano il teatro di stragi di massa contro fascisti, ma più spesso contro vittime del tutto innocenti. L’8 agosto 1945 la famiglia Croce riceveva la visita di un conoscente «che ci ha commossi col racconto del fratello incolpevole, non compromesso col fascismo, ucciso con molti altri a furia di popolo a Bologna». Nella stessa pagina del diario, si annotava: «In quella città gli uccisi sono stati due migliaia e mezzo, tra questi trecentocinquanta non identificati». Tra il vero antifascismo e resistenza si scavava, con questa testimonianza, un abisso profondo. Si alzava uno steccato, che soltanto la costruzione di una memoria contraffatta di quegli anni terribili ha potuto per molto tempo celare.

Corte penale internazionale e articolo del giornale..., scrive Silvia Buzzelli su "groups.google.com" il 14/03/10. Scritta e descritta in questo modo mi sembra una notizia-spazzatura perdonatemi. L'art. 11 dello Statuto della Corte penale internazionale stabilisce la competenza ratione temporis a partire dalla "sua entrata in vigore". La Conferenza ONU di Roma istitutiva della Corte risale al luglio 1998. La legge italiana di ratifica ed esecuzione la n. 232 del 1999. Il genocidio sulla base dello Statuto stesso ben altro. E si potrebbe continuare... O il procuratore Ocampo uscito pazzo (come si direbbe a Napoli) o il giornale sta barando. Un saluto fraterno a tutti. Per cortesia, chi avesse notizie le faccia circolare. Silvia. Silvia Buzzelli, professore di procedura penale europea e sovranazionale, facoltà di giurisprudenza Università di Milano-Bicocca, Piazza dell'Ateneo nuovo, 1 20126 Milano.

‎Aleks Falcone su Facebook‎ a Scetticamente il 29 aprile 2016. "Ciao, tra le bufale più o meno revisioniste che appaiono intorno al 25 aprile, mi sono imbattuto in una (presunta) notizia del 2010 secondo cui il figlio di un miliziano della Repubblica Sociale avrebbe ottenuto l'apertura di una inchiesta sulla fucilazione di suo padre, tale Lodovico Tiramani, dalla Corte Internazionale dell'Aia. Ho cercato qualche informazione in proposito, compresa una ricerca sul sito della Corte Internazionale di Giustizia, ma non è saltato fuori nulla. Sembra che la sola fonte della notizia, ripresa pari pari su siti e forum revisionisti, complottisti e di area estremista, sia un unico articolo comparso su Il Giornale il 12 marzo 2010. Stando così le cose, mi sembra una delle tante bufale inventate da quel quotidiano, ma una inchiesta a seguito di un ricorso potrebbe benissimo essere stata aperta e poi magari chiusa senza alcun seguito. Insomma, scetticamente chiedo se qualcuno ne abbia mai sentito parlare.

L'articolo originale, in sintesi, dice che:

- Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale dell’Aia ha accolto la domanda che chiede l’apertura di un’inchiesta per la morte di Lodovico Tiramani (milite scelto della Guardia nazionale repubblicana) e di altri quattrocento appartenenti alla Repubblica sociale. 

- L’ipotesi di reato è genocidio. 

- La domanda è opera di Giuseppe Tiramani, figlio di Lodovico. 

- L'apertura del procedimento è stata richiesta tramite una memoria, attraverso la consulenza del suo avvocato Michele Morenghi

- Giuseppe Tiramani sostiene che: «Mio padre fu prelevato nei pressi di casa sua a Rustigazzo nel piacentino nel luglio del ’44 da un gruppo partigiano della brigata Stella Rossa, fu processato e condannato a morte senza un giudice, senza un comandante partigiano e senza una sentenza a verbale. Fu fucilato poche ore dopo nei pressi del Monte Moria»".

Risponde Alessandro Tantussi: sarebbe a dire che, secondo te, i crimini della resistenza sono bufale?

Urla dal silenzio. Lettere dei condannati a morte dalla Resistenza. Poco più di due settimane fa, Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte internazionale dell’Aia, ha accolto la domanda di Giuseppe Tiramani che chiede l’apertura di un’inchiesta per la morte del padre, Lodovico Tiramani (milite scelto della Guarda nazionale repubblicana) e di altri quattrocento appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana, trucidati dalle bande partigiane dopo il 25 luglio 1945. L’ipotesi di reato è genocidio. Il 12 marzo, il Giornale ha dato conto della vicenda con un lungo articolo di Eugenio Di Rienzo. Oggi il figlio di Giuseppe Tiramani, Devis, ci scrive questa lettera alla quale segue la risposta di Di Rienzo.

L'odio antifascista colpisce ancora, riporta Eugenio Di Rienzo, Domenica 28/03/2010, su "Il Giornale". Caro Eugenio Di Rienzo, le scrivo per ringraziarla dell’articolo scritto il 12 marzo scorso riguardante il ricorso presentato da mio padre alla Corte Internazionale dell’Aia. Abbiamo molto apprezzato le parole che ha avuto la bontà e il coraggio di scrivere sul «Giornale». Come può immaginare, la storia della nostra famiglia ha toccato anche me. Io sono arruolato nell’Arma dei Carabinieri dal 1999 e presto tutt’ora servizio presso il Nucleo Radiomobile di Bobbio (Piacenza). Ricordo ancora con amarezza il periodo in cui fui arruolato nella Benemerita, quando la notizia trapelò in paese – Rustigazzo – arrivarono a casa mia alcune telefonate anonime contro di me, «il nipote del fascista». E da quanto ho saputo certe «rimostranze» furono manifestate anche nel comando Stazione Carabinieri cui fui assegnato. Ma preferisco non sapere se sia vero e no…Come vede, caro Di Rienzo, certe macchie non scompaiono nemmeno dopo sessant’anni. Mio padre Giuseppe nella sua vita ha patito ben di peggio. Qualche volta, in rare occasioni, ha raccontato parte delle angherie subite quando era bambino. Mia nonna, mancata lo scorso aprile, mi raccontò di percosse inflitte a papà quando andava a scuola, e di persone che tenevano lontani i loro figli da lui dicendo che era «ammalato» di qualche patologia strana e contagiosa…Mia zia Luisa, la sorella di papà, una volta mi raccontò che in giovane età, attorno ai 18-20 anni, una domenica si recò dopo tanti anni che non la frequentava più nella chiesa del suo paese. Portava al collo una catenella d’oro con un piccolo ciondolo. Qualcuno la avvicinò – non mi disse mai chi fosse – e prendendole la catenina in mano come per strapparla, le disse in dialetto piacentino «e qusta che, chi t’la data?», «e questa qui, chi te l’ha data?», per dire che la figlia di un fascista non poteva indossare nulla che avesse un qualche valore…Ricordo i racconti di mia nonna Pierina, di quando in lacrime mi parlava di quando nonno Lodovico fu rapito e ucciso dai partigiani, e di quando andò a recuperarne la salma insieme al mio bisnonno Giovanni, suo padre. Lo trovarono martoriato e crivellato di colpi. Indosso aveva ancora i suoi cenci (mio nonno era un terziario francescano). Dopo pochi giorni che lo avevano seppellito, mia nonna mi raccontò che alcuni dei «briganti» – così li chiamava lei – passò in località Mulino del Duca ove il mio bisnonno aveva un mulino: lei stava lavando i panni nel torrente Rugarlo, due o tre di loro portando a tracolla dei fucili si fermarono, la guardarono e le chiesero da bere. La nonna, capendo cosa stava succedendo e avendo i suoi due figli in casa, andò in lacrime a prendere da bere, senza proferire parola, sapendo che se si fosse azzardata a parlare avrebbe messo in pericolo la sua stessa vita e quella dei bambini. A quel punto i partigiani sicuri del silenzio di mia nonna si allontanarono dicendole: «E per quella cosa, hai capito vero?». Lei piangendo rispose solo «Sì». E avrei ancora tante altre cose da raccontare…Mio padre ha fondato l’«Associazione vittime dei partigiani», a Piacenza. Spero che la questione aperta con la sua lettera alla Corte Internazionale dell’Aia non si chiuda con un nulla di fatto. Grazie davvero, caro Di Rienzo, per Lei un articolo è sicuramente una questione lavorativa di routine, ma per noi – per la memoria di mio nonno Lodovico e per tutti coloro che come lui sono caduti abbracciando quella che da qualcuno era ritenuta una «causa sbagliata» – una ventata di giustizia, e di onore. Io non so chi, giudicando una guerra, possa concedere o togliere la ragione delle scelte che ogni combattente fa, secondo la propria morale e le proprie convinzioni. Io so che mio nonno fece un giuramento e quel giuramento lo ritenne vincolante fino all’estremo sacrificio. Io stesso ho giurato fedeltà alla Patria per due volte, prima da Alpino e poi da Carabiniere. E sono orgoglioso della divisa che porto e del Giuramento che ho fatto. Il 4 novembre sono voluto andare con papà al Sacrario di Redipuglia. Ho salito quei gradini da solo, in silenzio, indossando il mio cappello da Alpino… Sono arrivato nella chiesetta che lo sovrasta, ed entrando ho letto queste parole scritte sui due lati della chiesa: «Queste pareti custodiscono trentamila Militi Ignoti a noi ma Noti a Dio». Ancora adesso penso a loro, a mio nonno e a tutti i morti, dell’una e dell’altra parte. Mi inginocchiai in quel posto sacro e piansi. Piansi in silenzio per alcuni minuti, prima di salutarli militarmente congedandomi da loro.

Caro Devis Tiramani, scrivere dell’eccidio di suo nonno e delle persecuzioni subite dalla sua famiglia, costretta alla condanna del silenzio su quanto accaduto al loro congiunto, non è stato per me, le assicuro, «una semplice questione lavorativa di routine».  Si è trattato piuttosto di un preciso dovere d’informazione nell’esercizio del quale mi è stato difficile mantenere quel distacco dagli eventi che pure dovrebbe far parte della deontologia dello storico. Per una volta mi è capitato di pensare che il vecchio Benedetto Croce avesse errato affermando che la storia non possa mai essere «giustiziera ma sempre giustificatrice» e di ritenere invece che proprio l’analisi del passato debba essere un’attività che se certamente non può far giustizia non deve però mai cessare di chiedere giustizia. Mi hanno confermato in questa opinione le comunicazioni dei lettori del «Giornale», che hanno riempito la mia casella di posta elettronica nei giorni scorsi, tante da poter formare un volume che sarebbe opportuno intitolare Lettere dei condannati a morte dalla resistenza italiana. Urla dal silenzio di un popolo restato senza nome e senza voce, per troppi decenni, che mi chiedevano di ricordare le uccisioni singole e le stragi di massa che si sono succedute nelle campagne, nei borghi, nelle grandi città del nostro paese. Esecuzioni sommarie di militari della Repubblica Sociale Italiana ma anche assassinii, violenze, stupri efferati perpetrati sui loro familiari e sui tanti, altri responsabili, agli occhi dei «liberatori in casacca rossa», di aver voluto mantenere una parvenza di vita civile nel grande «macello messicano» (come disse Ferruccio Parri) che si scatenò in quegli anni. Perché ad essere colpiti furono anche carabinieri, militari del Regio Esercito, amministratori pubblici, sacerdoti, magistrati, persino medici, avvocati, semplici borghesi, rei di mantenere in piedi, con la loro semplice presenza fisica, quella sottile linea di contenimento che separava l’umanità dalla barbarie. Spinto da queste testimonianze sono ancora una volta disceso nell’inferno di quella stagione di male assoluto, cercando però di non farmi sopraffare dall’orrore, ma tentando al contrario di trovare una ragione giuridica che dia soddisfazione alla domanda di giustizia, senza odio, di cui lei, caro Tiramani, si è fatto interprete, anche a nome di molti altri. Per farlo ho riletto gli atti del processo tenuto presso il Tribunale militare di La Spezia del giugno 2005, con cui si condannavano all’ergastolo, «per crimine contro l’umanità», i soldati tedeschi della sedicesima Panzergrenadier-Division Reichsführer SS, che, il 12 agosto 1944, massacrarono 560 abitanti del villaggio di Sant’Anna di Stazzema, a ridosso delle Alpi Apuane, accusati di aver dato supporto alle formazioni partigiane. I giudici spezzini motivavano la loro sentenza sostenendo che «la vile ed ignobile azione a Sant’Anna non trovava giustificazione in nessuno stato di necessità bellica ma doveva considerarsi la lucida attuazione di un deliberato proposito, la cui gratuità era andata ben al di là del necessario e dell’immaginabile». Eppure, i carnefici nazisti avevano agito sotto la copertura formale del «diritto di rappresaglia» contro le popolazioni civili, previsto durante le ostilità, dalla Convenzione dell’Aia e di Ginevra. Non così era accaduto per i carnefici di alcune formazioni comuniste (non combattenti di una «guerra per bande», ma molto spesso semplici «banditi») che si macchiarono di gran parte dei loro delitti, dopo il 25 aprile 1945, quando tutta l’Europa aveva deposto le armi. La pietà cristiana vuole, caro Tiramani, che tutti i morti siano considerati eguali (precetto che questo paese per molto tempo ha dimenticato). Quella degli uomini, per quanto imperfetta e tardiva essa sia, ci obbliga però a considerare eguali, dinnanzi al foro della nostra coscienza, anche i loro boia. (Pubblicato il 28 marzo 2010 – «il Giornale»)

Quid est veritas? Scrive Oreste Roberto Lanza Martedì 25 Aprile 2017 su "Basilicatanotizie.net". “Quid est Veritas?”, cos’è la verità, chiede Pilato a Gesù. Gesù non replica perché la risposta è “Est vir qui adest”, è l’uomo che ti sta di fronte. Questo dovrebbe essere il pensiero essenziale della nostra vita, della nostra quotidianità, del nostro passato, presente e futuro. Ricercare la verità come idea predominante del nostro cammino di vita. Il nostro unico pensiero di una giornata. La verità indica il senso di accordo o di coerenza con un dato o una realtà oggettiva, o la proprietà di ciò che esiste in senso assoluto e non può essere falso. Nel dizionario Treccani, la verità viene considerata come il carattere di ciò che è vero. Per Platone la ricerca della verità necessitava di un impegno serio e severo, di una assoluta attenzione, di un uso assiduo di esercizi, e soprattutto di una giusta disposizione di animo. Proprio così. La ricerca della verità ha bisogno di un impegno serio ma soprattutto di un animo pulito e predisposto a dire la verità. È da tempo che molti, ancora pochi, stanno riscoprendo chi l’esigenza, chi il desiderio e tanti altri il dovere morale di dare alla verità il fondamento stabile di una vita normale che è e non può non essere. La storia del nostro passato è il punto di partenza per ricercare la verità. Nel 2012 Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale dell’Aia accolse la domanda che chiedeva l’apertura di un’inchiesta per la morte di Lodovico Tiramani, milite scelto della Guardia nazionale repubblicana, e di altri quattrocento appartenenti alla Repubblica sociale, trucidati dalle bande partigiane. Ipotesi di reato, genocidio. Prelevato nei pressi della sua abitazione a Rustigazzo, in provincia di Piacenza nel luglio del 1944, da un gruppo partigiano della brigata Stella Rossa, fu processato e condannato a morte senza un giudice, senza un comandante partigiano e senza una sentenza a verbale. Fu fucilato poche ore dopo nei pressi del Monte Moria. Segui la profezia malinconica di Piero Buscaroli, uno dei più importanti musicologi del Novecento, che sentenziò che la memoria degli sconfitti del 1945 sarebbe stata per sempre condannata all’oblio. Ma grazie ad Ocampo ciò non si avvererà. Nel suo libro “dalla parte dei vinti”, edito da Mondadori, propone una lettura alternativa della storia del Novecento, partendo appunto dalla prospettiva dei vinti del Secondo conflitto mondiale. Vengono così rievocati i massacri partigiani dopo la fine della guerra, taciuti dalla storiografia ufficiale prona al volere dei vincitori e una serie di episodi noti a pochissimi per il medesimo motivo. Un volume che non può lasciare indifferenti, per gli argomenti trattati che risultano scottanti per la mentalità perbenista di una certa sinistra ancorata al mito resistenziale. Pagine di verità indispensabile per chi vuol conoscere la Storia del Novecento al di là delle semplificazioni. Per non parlare del libro di Roberto Beretta “Storia dei preti uccisi dai partigiani”. Il giornalista di Avvenire riesce a ricostruire ben 129 omicidi avvenuti tra il 1944 ed il 1947 prevalentemente in Istria, Emilia e Romagna, da parte di estremisti comunisti a seguito degli eccessi ideologici della Resistenza. Una verità mai detta e mai conosciuta dai tanti. Ma la verità va ricercata anche in un passato ancora più lontano datata 17 marzo 1861. La verità mai detta sulla farsa dell’Unità d’Italia e sul primo campo di concentramento creato nella fortezza di Fenestrelle in provincia di Torino. Il libro di Pino Aprile “Carnefici” ben racconta con carte alla mano le verità non dette di una storia scomoda per i corruttori e i massoni del tempo che letteralmente strapparono la dignità, l’animo e la libertà degli uomini del Sud. E la verità sui Briganti, sulle Brigantesse e le donne dei Briganti. Per non parlare di come la verità continua ad essere nascosta e taciuta nella nostra quotidianità sui tanti documenti, avvenimenti e conflitti a livello mondiali. Diceva Anna Frank “la verità è tanto più difficile da sentire quanto più a lungo la si è taciuta”. Penso invece che nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. E i rivoluzionari sono quelli che restano in piedi anche dopo la morte.

Ucciso dai partigiani, il figlio ricorre all’Aja. Lega: “Vicenda dimenticata, stop all’indottrinamento della sinistra”, scrive il 14 agosto 2017 "Piacenza24.eu". “Stop all’indottrinamento culturale della sinistra. Piena solidarietà a Lodovico Tiramani e a tutte le vittime dimenticate dalla storiografia ufficiale». È l’input lanciato dalla segreteria provinciale della Lega Nord, che riprende un caso di qualche anno fa “occultato dai mezzi d’informazione, nonché emblema dell’attuale dittatura ideologica” relativo al ricorso alla Corte internazionale dell’Aja che il piacentino Giuseppe Tiramani, figlio di un milite della Repubblica sociale, ha presentato per l’assassinio senza processo compiuto dai partigiani comunisti contro suo padre. “Non se n’è parlato abbastanza, ma è giusto riportare l’attenzione su questo caso significativo – esordisce il Carroccio – tempo fa, Luis Moreno Ocampo, l’allora procuratore capo della Corte penale internazionale dell’Aia, accolse la domanda che chiedeva l’apertura di un’inchiesta per la morte di Lodovico Tiramani, milite scelto della Guardia nazionale repubblicana, e di altri quattrocento appartenenti alla Repubblica sociale, trucidati dalle bande partigiane. L’ipotesi di reato era genocidio. Secondo la ricostruzione di Giuseppe, il padre fu prelevato nei pressi di casa sua a Rustigazzo nel luglio del ’44 da un gruppo della brigata Stella Rossa, fu processato e condannato a morte senza un giudice, senza un comandante partigiano e senza una sentenza a verbale. Fu fucilato poche ore dopo nei pressi del Monte Moria e ritrovato crivellato di colpi. Oltre a testimoniare il nostro appoggio alla vittima di questo terribile avvenimento, chiediamo di riportare alla luce la questione nel nome della giustizia”. “Stiamo assistendo all’affermazione di una nuova forma di fascismo – prosegue la Lega Nord – che vuole omologare il dibattito, unificare le opinioni e nascondere le nefandezze di certe componenti politiche. Il comunismo, durante la Guerra di Liberazione, ha compiuto atti inammissibili che devono essere ricordati e puniti. Il primo passo per farlo, chiaramente, sarebbe quello di ammettere una visione più oggettiva – e non condizionata a priori – anche sui banchi scolastici, dando spazio a una serie di opere scritte. Per esempio, affrontando il saggio storico “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa, che racconta le falsità della Resistenza, gli orrori perpetrati dai partigiani, le esecuzioni commesse dopo il 25 aprile 1945 a Liberazione ormai compiuta, verso fascisti e presunti tali o antifascisti non comunisti”.

Saviano a Salvini: “Ministro della malavita”. La propaganda fa proseliti e voti. Sei ricco? Sei mafioso! Il condizionamento psicologico mediatico-culturale lava il cervello e diventa ideologico, erigendo il sistema di potere comunista. Cosa scriverebbero gli scrittori comunisti senza la loro Mafia e cosa direbbero in giro per le scuole a far proselitismo comunista? Quale film girerebbero i registi comunisti antimafiosi? Come potrebbero essere santificati gli eroi intellettuali antimafiosi? Quali argomenti affronterebbero i talk show comunisti e di cosa parlerebbero i giornalisti comunisti nei TG? Cosa scriverebbero e vomiterebbero i giornalisti comunisti contro gli avversari senza la loro Mafia? Cosa comizierebbero i politici comunisti senza la loro Mafia? Quali processi si istruirebbero dai magistrati eroi antimafiosi senza la loro mafia? Cosa farebbero i comunisti senza la loro Mafia ed i beni della loro Mafia? Di cosa camperebbero le associazioni antimafiose comuniste? Cosa esproprierebbero i comunisti senza l'alibi della mafiosità? La Mafia è la fortuna degli antimafiosi. Se non c'è la si inventa e si infanga un territorio. Mafia ed Antimafia sono la iattura del Sud Italia dove l’ideologia del povero contro il ricco attecchisce di più. Sciagura antimafiosa che comincia ad espandersi al Nord Italia per colpa della crisi economica creata da antimafia e burocrazia. Più povertà per tutti, dicono i comunisti.

Saviano è il vero intoccabile. Vietato fare satira su di lui. Chi ha provato a scherzare sullo scrittore, da Zalone ai comici Luca e Paolo, è stato subito messo a tacere, scrive Nino Materi, Lunedì 25/06/2018, su "Il Giornale". Scherza con i santi, ma lascia stare Saviano. Giù le mani da Roberto. E poco importa se la mano è quella - innocua - che potresti mettere davanti alla bocca, magari solo per soffocare un inizio di risata. Perché in Italia si può fare ironia su tutti (compresi Papa e presidente della Repubblica), eccetto che sullo scrittore di Gomorra. Chi si è cimentato con la sua parodia, ha subito avvertito la stessa piacevole sensazione di mettere le dita in una presa di corrente. Insomma, Saviano come i fili dell'alta tensione. E una bella scossa, nel corso degli anni, se la sono presa i pochi coraggiosi che hanno tentato di imitarlo comicamente. Niente di pesante, per carità: appena una bonaria presa in giro del suo eloquio da santone in perenne trance sciamanica; del suo incedere messianico sulle acque procellose dell'antimafia; delle sue pause meditative da salvatore della patria in servizio h24; del suo grattarsi la pelata come se pensieri e preoccupazioni fossero solo una sua esclusiva; del suo sapiente gesticolare ostentando più anelli di J-Ax e Fedez messi insieme. Un minimo sindacale satirico che, tuttavia, si è rivelato più che sufficiente per far scendere il «guitto» di turno a più miti consigli. Lo sa bene il grande Checco Zalone che, in uno show televisivo, vestì i panni di uno sfigatissimo Saviano cui tutte le ragazze davano il due di picche «perché la camorra ha il monopolio della f...». Saviano (personaggio che notoriamente non brilla per autoironia), invece di riderci su, si risentì. E con lui si attapirarono tutti i suoi fan secondo i quali «ironizzare su Saviano equivale a fare un favore ai camorristi». Risultato: Checco Zalone, da quella volta, non si «permise» mai più di imitare lo scrittore più scortato del mondo. Stessa parabola censoria anche per il duo comico Luca e Paolo che, addirittura dal palco del Festival di Sanremo, si azzardarono a punzecchiare Roberto, ricordandogli come alcune delle sue denunce equivalessero un po' alla scoperta dell'acqua calda. Apriti cielo. I due artisti furono immediatamente redarguiti dal rigoroso «funzionario Rai» che suggerì loro di «occuparsi d'altro». Meno clamorosa, ma altrettanto deciso il consiglio a «non insistere sull'argomento» indirizzato al cabarettista Sergio Friscia, «reo» di animare un Saviano un po' troppo bozzettistico. La stessa «colpa» attribuita pure ad altri due colleghi di Friscia: Cristian Calabrese, autore di uno sketch dal titolo dissacratorio, Zero Zero Zero ed Enzo Costanza protagonisti di una serie di video esilaranti, ma ritenuti non propriamente savianolly correct. In questi casi non risulta un intervento diretto del giornalista finalizzato a zittire i suoi epigoni parodistici, ma alcune sue dichiarazioni esprimono bene il concetto che Saviano ha rispetto alla creatività umoristica: «La creatività fa, non commenta. E i The Jackal ne sono un esempio». Ma perché mai ai comici dovrebbe essere precluso il diritto al «commento»? e, poi, chi sono «The Jackal»? Al primo quesito Saviano non ha mai risposto; facile invece la risposta al secondo: si tratta di un gruppo di brillanti filmaker che devono il successo a video-parodie cliccatissime su youtube, la più celebre delle quali è: Gli effetti di Gomorra sulla gente. In questo caso, per non correre rischi, Saviano ha voluto prendere parte direttamente ad alcuni ciak. Motivo? I maligni dicono: «Per accertarsi di non essere preso in giro». Intanto lui, un giorno sì e l'altro pure, dà del «buffone», «razzista» e «codardo» al ministro dell'Interno. A offese invertite, Salvini sarebbe già stato costretto alle dimissioni.

Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Bisogna studiare.

Bisogna cercare le fonti credibili ed attendibili per poter studiare.

Bisogna studiare oltre la menzogna o l’omissione per poter sapere.

Bisogna sapere il vero e non il falso.

Bisogna non accontentarsi di sapere il falso per esaudire le aspirazioni personali o di carriera, o per accondiscendere o compiacere la famiglia o la società.

Bisogna sapere il vero e conoscere la verità ed affermarla a chi è ignorante o rinfacciarla a chi è in malafede.

Studiate “e conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi” (Gesù. Giovanni 8:31, 32).

Studiare la verità rende dotti, saggi e LIBERI!

Non studiare o non studiare la verità rende schiavi, conformi ed omologati.

E ciò ci rende cattivi, invidiosi e vendicativi.

Fa niente se studiare il vero non è un diritto, ma una conquista.

Vincere questa guerra dà un senso alla nostra misera vita.

Dr Antonio Giangrande

Immigrazione/emigrazione. Dimmi dove vai, ti dirò chi sei.

L'immigrato/emigrato italiano o straniero è colui il quale si è trasferito, per costrizione o per convenienza, per vivere in un altro luogo diverso da quello natio.

Soggetti: L’immigrato arriva, l’emigrato parte. La definizione del trasferito la dà colui che vive nel luogo di arriva o di partenza. Chi resta è geloso della sua terra, cultura, usi e costumi. Chi arriva o parte è invidioso degli altri simili. Al ritorno estemporaneo al paese di origine gli emigrati, per propria vanteria, per spirito di rivalsa e per denigrare i conterranei di origine, tesseranno le lodi della nuova cultura, con la litania “si vive meglio là, là è diverso”, senza, però, riproporla al paese di origine, ma riprendendo, invece, le loro vecchie e cattive abitudini. Questi disperati non difendono o propagandano la loro cultura originaria, o gli usi e costumi della terra natia, per il semplice motivo che da ignoranti non li conoscono. Dovrebbero conoscere almeno il sole, il mare, il vento della loro terra natia, ma pare (per soldi) preferiscano i monti, il freddo e la nebbia della terra che li ospita. 

Tempo: il trasferimento può essere temporaneo o permanente. Se permanente le nuove generazioni dei partenti si sentiranno appartenere al paese natio ospitante.

Luoghi di arrivo: città, regioni, nazioni diverse da quelle di origine.

Motivo del trasferimento: economiche (lavoro, alimentari, climatiche ed eventi naturali); religiose; ideologiche; sentimentali; istruzione; devianza.

Economiche: Lavoro (assente o sottopagato), alimentari, climatiche ed eventi naturali (mancanza di cibo dovute a siccità o a disastri naturali (tsunami, alluvioni, terremoti, carestie);

Religiose: impossibilità di praticare il credo religioso (vitto ed alloggio decente garantito);

Ideologiche: impossibilità di praticare il proprio credo politico (vitto ed alloggio decente garantito);

Sentimentali: ricongiungimento con il proprio partner (vitto ed alloggio decente garantito);

Istruzione: frequentare scuole o università o stage per elevare il proprio grado culturale (vitto ed alloggio decente garantito);

Devianza: per sfuggire alla giustizia del paese di origine o per ampliare i propri affari criminali nei paesi di destinazione (vitto ed alloggio decente garantito).

Il trasferimento per lavoro garantito: individuo vincitore di concorso pubblico (dirigente/impiegato pubblico); trasfertista (assegnazione temporanea fuori sede d’impresa); corrispondente (destinazione fuori sede di giornalisti o altri professionisti). Chi si trasferisce con lavoro garantito ha il rispetto della gente locale indotto dal timore e rispetto del ruolo che gli compete, fatta salva ogni sorta di ipocrisia dei locali che maschera il dissenso all’invasione dell’estraneo. Inoltre il lavoro garantito assicura decoroso vitto e alloggio (nonostante il caro vita) e civile atteggiamento dell’immigrato, già adottato nel luogo d’origine e dovuto al grado di scolarizzazione e cultura posseduto.

Il trasferimento per lavoro da cercare in loco di destinazione: individuo nullafacente ed incompetente. Chi si trasferisce per lavoro da cercare in loco di destinazione appartiene ai ceti più infimi della popolazione del paese d’origine, ignari di solidarietà e dignità. Costui non ha niente da perdere e niente da guadagnare nel luogo di origine. Un volta partiva con la valigia di cartone. Non riesce ad inserirsi come tutti gli altri, per mancanza di rapporti adeguati amicali o familistici, nel circuito di conoscenze che danno modo di lavorare. Disperati senza scolarizzazione e competenza lavorativa specifica. Nel luogo di destinazione faranno quello che i locali non vorrebbero più fare (dedicarsi agli anziani, fare i minatori o i manovali, lavorare i campi ed accudire gli animali, fare i lavapiatti nei ristoranti dei conterranei, lavare le scale dei condomini, fare i metronotte o i vigilanti, ecc.). Questo tipo di manovalanza assicura un vergognoso livello di retribuzione e, di conseguenza, un livello sconcio di vitto ed alloggio (quanto guadagnano a stento basta per sostenere le spese), oltre l’assoggettamento agli strali più vili e razzisti della popolazione ospitante, che darà sfogo alla sua vera indole. Anche da parte di chi li usa a scopo politico o ideologico. Questi disperati subiranno tacenti le angherie e saranno costretti ad omologarsi al nuovo stile di vita. Lo faranno per costrizione a timore di essere rispediti al luogo di origine, anche se qualcuno tenta di stabilire la propria discultura in terra straniera anche con la violenza.

Ecco allora è meglio dire: Dimmi come vai, ti dirò chi sei.

Il limite del tempo e dell'uomo, scrive Vittorio Sgarbi, Giovedì 28/12/2017, su "Il Giornale". «Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l'una di non saper nulla, l'altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte». Un pensiero di Leopardi dallo Zibaldone. Inadatto al clima natalizio, ma terribilmente vero. Forse la forza di un pensiero così chiaro dissolve le nostre illusioni, ma ci impegna a dimenticarlo, per fingere che la nostra vita abbia un senso. Perché vivere altrimenti? L'insensatezza della nostra azione si misura con la brevità del tempo. Da tale pensiero è sfiorato anche Dante, che non dubitava di Dio, ma misurava il nostro limite rispetto al tempo: «Se tu riguardi Luni e Urbisaglia/come sono ite e come se ne vanno/di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,/udir come le schiatte si disfanno/non ti parrà nuova cosa né forte,/poscia che le cittadi termine hanno./Le vostre cose tutte hanno lor morte,/sì come voi; ma celasi in alcuna/che dura molto, e le vite son corte». Se tutto finisce, perché noi dovremmo sopravviverci? E se ci fosse qualcosa dopo la morte, che limite dovremmo porvi? I nati e i morti, prima di Cristo, gli egizi e i greci, con le loro religioni, che spazio dovrebbero avere, nell'aldilà che non potevano presumere? La vita dopo la morte toccherebbe anche agli inconsapevoli? Con Dante e Leopardi, all'inferno incontreremo anche Marziale e Catullo? O la vita oltre la morte non sono già, come per Leopardi, i loro versi?

Buon Primo maggio. La festa dei nullafacenti.

Editoriale del Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, che sul tema ha scritto alcuni saggi di approfondimento come "Uguaglianziopoli. L'Italia delle disuguaglianze" e "Caporalato. Ipocrisia e speculazione".

Il primo maggio è la festa di quel che resta dei lavoratori e da un po’ di anni, a Taranto, si festeggiano i lavoratori nel senso più nefasto della parola. Vogliono mandare a casa migliaia di veri lavoratori, lasciando sul lastrico le loro famiglie. Il Governatore della Puglia Michele Emiliano, i No Tap, i No Tav, il comitato “Liberi e Pensanti”, un coacervo di stampo grillino, insomma, non chiedono il risanamento dell’Ilva, nel rispetto del diritto alla salute, ma chiedono la totale chiusura dell’Ilva a dispregio del diritto al lavoro, che da queste parti è un privilegio assai raro.

Vediamo un po’ perché li si definisce nullafacenti festaioli?

Secondo l’Istat gli occupati in Italia sono 23.130.000. Ma a spulciare i numeri qualcosa non torna.

Prendiamo come spunto il programma "Quelli che... dopo il TG" su Rai 2. Un diverso punto di vista, uno sguardo comico e dissacrante sulle notizie appena date dal telegiornale e anche su ciò che il TG non ha detto. Conduttori Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e Mia Ceran. Il programma andato in onda il primo maggio 2018 alle ore 21,05, dopo, appunto, il Tg2.

«Primo maggio festa dei lavoratori. Noi abbiamo pensato una cosa: tutti questi lavoratori che festeggiano, vediamo tutte ste feste. Allora noi ci siamo chiesti: Quanti sono quelli che lavorano in Italia. Perchè saranno ben tanti no?

Siamo 60.905.976 (al 21 ottobre 2016). Però facciamo così.

Togliamo quelli sotto i sei anni: 3.305.574 = 57.600.402 che lavorano;

Togliamo quelli sopra gli ottant’anni: 4.264.308 = 53.336.094 che lavorano;

Togliamo gli scolari, gli studenti e gli universitari: 10.592. 685 = 42.743.409 che lavorano;

Togliamo i pensionati e gli invalidi: 19.374.168 = 23.369.241 che lavorano;

Togliamo anche artisti, sportivi ed animatori: 3.835.674 = 19.533.567 che lavorano;

Togliamo ancora assenteisti, furbetti del cartellino, forestali siciliani, detenuti e falsi invalidi: 9.487.331 = 10.046.236 che lavorano;

Togliamo blogger, influencer e social media menager: 2.234.985 = 7.811.251 che lavorano;

Togliamo spacciatori, prostitute, giornalisti, avvocati, (omettono magistrati, notai, maestri e professori), commercialisti, preti, suore e frati: 5.654.320 = 2.156.931 che lavorano;

Ultimo taglietto, nobili decaduti, neo borbonici, mantenuti, direttori e dirigenti Rai: 1.727.771 = 429.160 che lavorano».

Questo il conto tenuto da Luca e Paolo con numeri verosimili alle fonti ufficiali, facilmente verificabili. In verità a loro risulta che a rimanere a lavorare sono solo loro due, ma tant’è.

Per non parlare dei disoccupati veri e propri che a far data aprile 2018 si contano così a 2.835.000.

In aggiunta togliamo i 450.000 dipendenti della pubblica amministrazione dei reparti sicurezza e difesa. Quelli che per il pronto intervento li chiami ed arrivano quando più non servono.

Togliamo ancora malati, degenti e medici (con numero da precisare) come gli operatori del reparto di ortopedia e traumatologia dell’Ospedale di Manduria “Giannuzzi”. In quel reparto i ricoverati, più che degenti, sono detenuti in attesa di giudizio, in quanto per giorni attendono quell’intervento, che prima o poi arriverà, sempre che la natura non faccia il suo corso facendo saldare naturalmente le ossa rotte.

A proposito di saldare. A questo punto non solo non ci sono più lavoratori, ma bisogna aspettare quelli futuri per saldare il conto.

Al primo maggio, sembra, quindi, che a conti fatti, i nullafacenti vogliono festeggiare a modo loro i pochi veri lavoratori rimasti, condannandoli alla disoccupazione. Ultimi lavoratori rimasti, che, bontà loro, non fanno più parte nemmeno della numerica ufficiale.

Quel che si rimembra non muore mai. In effetti il fascismo rivive non negli atti di singoli imbecilli, ma quotidianamente nell’evocazione dei comunisti.

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.  

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono poveri da aiutare, io vedo degli incapaci o degli sfaticati, ma, in specialmodo, vedo persone a cui è impedita la possibilità di emergere dall’indigenza per ragioni ideologiche o di casta o di lobby. 

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

Gattopardismo. Vocabolario on line Treccani. Gattopardismo s. m. (anche, meno comunem., gattopardite s. f.). – Nel linguaggio letterario e giornalistico, l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe. Il termine, così come la concezione e la prassi che con esso vengono espresse, è fondato sull’affermazione paradossale che «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima», che è l’adattamento più diffuso con cui viene citato il passo che nel romanzo Il Gattopardo (v. la voce prec.) si legge testualmente in questa forma «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» (chi pronuncia la frase non è però il principe di Salina ma suo nipote Tancredi).

Se questa è democrazia… 

I nostri politici sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti.

I liberali sono una parte politica atea e senza ideologia. Credono solo nella libertà, il loro principio fondante ed unico, che vieta il necessario e permette tutto a tutti, consentendo ai poveri, se capaci, di diventare ricchi. Io sono un liberale ed i liberali, sin dall’avvento del socialismo, sono mal tollerati perché contro lobbies e caste di incapaci. Con loro si avrebbe la meritocrazia, ma sono osteggiati dai giornalisti che ne inibiscono la visibilità.

I popolari (o populisti) sono la maggiore forza politica fondata sull’ipocrisia e sulle confessioni religiose. Vietano tutto, ma, allo stesso tempo, perdonano tutto, permettendo, di fatto, tutto a tutti. Sono l’emblema del gattopardismo. Con loro non cambia mai niente. Loro sono l’emblema del familismo, della raccomandazione e della corruzione, forte merce di scambio alle elezioni. Si infiltrano spesso in altre fazioni politiche impedendone le loro peculiari politiche ed agevolano il voltagabbanesimo.

I socialisti (fascisti e derivati; comunisti e derivati) sono una forza politica ideologica e confessionale di natura scissionista e frammentista e falsamente moralista, a carattere demagogico ed ipocrita. Cattivi, invidiosi e vendicativi. La loro confessione, più che ideologia, si fonda sul lavoro, sulle tasse e sul fisco. Rappresenterebbe la classe sociale meno abbiente. Illude i poveri di volerli aiutare, carpendone i voti fiduciari, ma, di fatto, impedisce loro la scalata sociale, livellando in basso la società civile, verso un progressivo decadimento, in quanto vieta tutto a tutti, condanna tutto e tutti, tranne a se stessi. Si caratterizzano dalla abnorme produzione normativa di divieti e sanzioni, allargando in modo spropositato il tema della legalità, e dal monopolio culturale. Con loro cambierebbe in peggio, in quanto inibiscono ogni iniziativa economica e culturale, perché, senza volerlo si vivrebbe nell’illegalità, ignorando, senza colpa, un loro dettato legislativo, incorrendo in inevitabili sanzioni, poste a sostentare il parassitismo statale con la prolificazione di enti e organi di controllo e con l’allargamento dell’apparato amministrativo pubblico. L’idea socialista ha infestato le politiche comunitarie europee.

Per il poltronificio l’ortodossia ideologica ha ceduto alla promiscuità ed ha partorito un sistema spurio e depravato, producendo immobilismo, oppressione fiscale, corruzione e raccomandazione, giustizialismo ed odio/razzismo territoriale.

La gente non va a votare perché il giornalismo prezzolato e raccomandato propaganda i vecchi tromboni e la vecchia politica, impedendo la visibilità alle nuove idee progressiste. La Stampa e la tv nasconde l’odio della gente verso questi politici. Propagandano come democratica l’elezione di un Parlamento votato dalla metà degli elettori Ed un terzo di questo Parlamento è formato da un movimento di protesta. Quindi avremo un Governo di amministratori (e non di governanti) che rappresenta solo la promiscuità, e la loro riconoscente parte amicale, ed estremamente minoritaria. 

I giornalisti in ogni dove, ormai, esprimono opinioni partigiane del cazzo. In relazione alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 alcuni di loro dicono che il movimento 5 stelle ha sfondato al sud con i voti dei nullafacenti per il reddito di cittadinanza: ossia la perpetuazione dell’assistenzialismo. Allora dovrebbe essere vero, anche, che al nord ha stravinto il razzismo della Lega di Salvini, il cui motto era: "Neghèr föra da i ball", ossia immigrati (che hanno preso il posto dei meridionali) tornino a casa loro. La verità è che l’opinione dei giornalisti vale quella degli avventori al bar; con la differenza che i primi sono pagati per dire stronzate, i secondi pagano loro la consumazione durante le loro discussioni ignoranti.

A chi votare?

Nell’era contemporanea non si vota per convinzione. Le ideologie sono morte e non ha senso rivangare le guerre puniche o la carboneria o la partigianeria.

Chi sa, a chi deve votare (per riconoscenza), ci dice che comunque bisogna votare e votare il meno peggio (che implicitamente è sottinteso: il suo candidato!).

A costui si deve rispondere:

Votare a chi non ci rappresenta? Votare a chi ci prende per il culo?

I disonesti parlano di onestà; gli incapaci parlano di capacità; i fannulloni parlano di lavoro; i carnefici parlano di diritti.

Nessuno parla di libertà. Libertà di scegliersi il futuro che si merita. Libertà di essere liberi, se innocenti.

La vergogna è che nessuno parla dei nostri figli a cui hanno tolto ogni speranza di onestà, capacità, lavoro e diritti.

Fanno partecipare i nostri figli forzosamente ed onerosamente a concorsi pubblici ed a Esami di Stato (con il trucco) per il sogno di un lavoro. Concorsi od esami inani o che mai supereranno. Partecipazione a concorsi pubblici al fine di diventare piccoli “Fantozzi” sottopagati ed alle dipendenze di un numero immenso di famelici incapaci cooptati dal potere e sostenuti dalle tasse dei pochi sopravvissuti lavoratori.

Ai nostri figli inibiscono l’esercizio di libere professioni per ingordigia delle lobbies.

Ai nostri figli impediscono l’esercizio delle libere imprese per colpa di una burocrazia ottusa e famelica. Ove ci riuscissero li troncherebbero con l’accusa di mafiosità.

Ai nostri figli impediscono di godere della vita, impedendo la realizzazione dei loro sogni o spezzando le loro visioni, infranti contro un’accusa ingiusta di reato.

E’ innegabile che le nostre scuole e le nostre carceri sono pieni, come sono strapieni i nostri uffici pubblici e giudiziari, che si sostengono sulle disgrazie, mentre sono vuoti i nostri campi e le nostre fabbriche che ci sostentano.

L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. E non sarei mai votato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Si deve tener presente che il voto nullo, bianco o di protesta è conteggiato come voto dato.

Quindi io non voto.

Non voto perché un popolo di coglioni votanti sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Informato da chi mette in onda le proprie opinioni, confrontandole esclusivamente con i propri amici o con i propri nemici. Ignorata rimane ogni voce fuori dal coro.

Se nessuno votasse?

In democrazia, se la maggioranza non vota, ai governanti oppressori ed incapaci sarebbe imposto di chiedersi il perché! Allora sì che si inizierebbe a parlare di libertà. Ne andrebbe della loro testa…

Se questa è democrazia. Questo non lo dico io…Giorgio Gaber: In un tempo senza ideali nè utopia, dove l'unica salvezza è un'onorevole follia...Testo Destra-Sinistra - 1995/1996

Le parole, definiscono il mondo, se non ci fossero le parole, non avemmo la possibilità di parlare, di niente. Ma il mondo gira, e le parole stanno ferme, le parole si logorano invecchiano, perdono di senso, e tutti noi continuiamo ad usarle, senza accorgerci di parlare, di niente.

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa è nostra

è evidente che la gente è poco seria

quando parla di sinistra o destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Fare il bagno nella vasca è di destra

far la doccia invece è di sinistra

un pacchetto di Marlboro è di destra

di contrabbando è di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Una bella minestrina è di destra

il minestrone è sempre di sinistra

quasi tutte le canzoni son di destra

se annoiano son di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Le scarpette da ginnastica o da tennis

hanno ancora un gusto un po’ di destra

ma portarle tutte sporche e un po’ slacciate

è da scemi più che di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

I blue-jeans che sono un segno di sinistra

con la giacca vanno verso destra

il concerto nello stadio è di sinistra

i prezzi sono un po’ di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La patata per natura è di sinistra

spappolata nel purè è di destra

la pisciata in compagnia é di sinistra

il cesso é sempre in fondo a destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La piscina bella azzurra e trasparente

è evidente che sia un po’ di destra

mentre i fiumi tutti i laghi e anche il mare

sono di merda più che sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

L’ideologia, l’ideologia

malgrado tutto credo ancora che ci sia

è la passione l’ossessione della tua diversità

che al momento dove è andata non si sa

dove non si sa dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra

la mortadella è di sinistra

se la cioccolata svizzera é di destra

la nutella é ancora di sinistra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La tangente per natura è di destra

col consenso di chi sta a sinistra

non si sa se la fortuna sia di destra

la sfiga è sempre di sinistra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Il saluto vigoroso a pugno chiuso

è un antico gesto di sinistra

quello un po’ degli anni '20 un po’ romano

è da stronzi oltre che di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

L’ideologia, l’ideologia 

malgrado tutto credo ancora che ci sia

è il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché

con la scusa di un contrasto che non c’è

se c'é chissà dov'è se c'é chissà dov'é.

Canticchiar con la chitarra è di sinistra

con il karaoke è di destra

I collant son quasi sempre di sinistra

il reggicalze é più che mai di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La risposta delle masse è di sinistra

con un lieve cedimento a destra

Son sicuro che il bastardo è di sinistra

il figlio di puttana è a destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Una donna emancipata è di sinistra

riservata è già un po’ più di destra

ma un figone resta sempre un’attrazione

che va bene per sinistra o destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa é nostra

é evidente che la gente é poco seria

quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra 

Destra sinistra

Basta!

Dall'album E Pensare Che C'era Il Pensiero.

E comunque non siamo i soli a dirlo…Rino Gaetano Nuntereggae più, 1978.

Nuntereggae più

Abbasso e alè (NUNTEREGGAEPIU')

abbasso e alè (NUNTEREGGAEPIU')

abbasso e alè con le canzoni

senza fatti e soluzioni

la castità (NUNTEREGGAEPIU')

la verginità (NUNTEREGGAEPIU')

la sposa in bianco, il maschio forte

i ministri puliti, i buffoni di corte

ladri di polli

super pensioni (NUNTEREGGAEPIU')

ladri di stato e stupratori

il grasso ventre dei commendatori

diete politicizzate

evasori legalizzati (NUNTEREGGAEPIU')

auto blu

sangue blu

cieli blu

amore blu

rock and blues

NUNTEREGGAEPIU'

Eja alalà (NUNTEREGGAEPIU')

pci psi (NUNTEREGGAEPIU')

dc dc (NUNTEREGGAEPIU')

pci psi pli pri

dc dc dc dc

Cazzaniga (NUNTEREGGAEPIU')

Avvocato Agnelli, Umberto Agnelli

Susanna Agnelli, Monti, Pirelli

dribbla Causio che passa a Tardelli

Musiello, Antognoni, Zaccarelli (NUNTEREGGAEPIU')

Gianni Brera (NUNTEREGGAEPIU')

Bearzot (NUNTEREGGAEPIU')

Monzon, Panatta, Rivera, D'Ambrosio

Lauda, Thoeni, Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno

Villaggio, Raffa, Guccini

onorevole eccellenza, cavaliere senatore

nobildonna, eminenza, monsignore

vossia, cherie, mon amour

NUNTEREGGAEPIU'

Immunità parlamentare (NUNTEREGGAEPIU')

abbasso e alè

il numero 5 sta in panchina

s'è alzato male stamattina

mi sia consentito dire (NUNTEREGGAEPIU')

il nostro è un partito serio

disponibile al confronto

nella misura in cui

alternativo

aliena ogni compromess

ahi lo stress

Freud e il sess

è tutto un cess

ci sarà la ress

se quest'estate andremo al mare

solo i soldi e tanto amore

e vivremo nel terrore che ci rubino l'argenteria

è più prosa che poesia

dove sei tu? non m'ami più?

dove sei tu? io voglio tu

soltanto tu dove sei tu?

NUNTEREGGAEPIU'

Uè paisà (NUNTEREGGAEPIU')

il bricolage (NUNTEREGGAEPIU')

il quindici-diciotto

il prosciutto cotto

il quarantotto

il sessantotto

le pitrentotto

sulla spiaggia di Capocotta

(Cartier Cardin Gucci)

Portobello e illusioni

lotteria trecento milioni

mentre il popolo si gratta

a dama c'è chi fa la patta

a settemezzo c'ho la matta

mentre vedo tanta gente

che non c'ha l'acqua corrente

non c'ha niente

ma chi me sente

ma chi me sente

e allora amore mio ti amo

che bella sei

vali per sei

ci giurerei

ma è meglio lei

che bella sei

che bella lei

ci giurerei

sei meglio tu

che bella sei

che bella sei

NUNTEREGGAEPIU'

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

La politica italiana? Tutta chiacchiere e distintivo…Stemmi, coccarde pins, badge, spillette, l’irresistibile fascino dei simboli: dai fasci littori, alle falci e martello, dal tricolore di Forza Italia, allo spadone di Alberto da Giussano. E intanto spuntano le stelle dei nuovi sceriffi, scrive Fulvio Abbate l'1 luglio 2018 11 su "Il Dubbio". Implacabili, i distintivi, sono riapparsi nelle asole delle giacche di alcuni compunti politici. Segnatamente leghisti o anche membri di Forza Italia, Berlusconi a fare da esempio. A proposito di quest’ultimo, forse, rammenterete l’esemplare che, magico, luccicava a favore di telecamera durante un suo messaggio registrato alla Nazione, al «Paese che amo», forse il distintivo più ipnotico degli ultimi decenni, Silvio come Mandrake. Personalmente, perdonate la presunzione, conosco l’argomento, anzi, è il collezionista di questo genere di accessori politici che riflette ad alta voce, consapevole del valore simbolico da dare a questa noticina che fa proprio caso al ritorno trionfale del distintivo da occhiello: segno, appunto, identitario, di appartenenza, supplemento di orgoglio e talvolta perfino di velata minaccia. Nella storia nazionale, il periodo che più ha dato fulgore ai distintivi, lo si sappia, combacia con il “ventennio”. Durante il fascismo, non c’era infatti organizzazione legata più o meno formalmente al regime che non ne mostrasse almeno uno, ufficiale, a corredo ulteriore dell’abbigliamento, iniziando dalla proverbiale “cimice” del PNF, il Partito Nazionale Fascista. Così continuando con la ginnica GIL ( Gioventù Italiana del Littorio), la ricreativa OND ( Opera Nazionale Dopolavoro), la fanciullesca ONB ( Opera nazionale Balilla), compreso perfino ogni singolo evento civico, sportivo o di semplice beneficenza, Littoriale, inaugurazione di Fiera campionaria o Giornata delle Due Croci, cioè campagna antitubercolare, distintivi sempre lì, ora con fascio tradizionale o talvolta stilizzato con modalità perfino cubo- futurista, opportunamente bene in pubblica vista tra tukul, elmetti, pugnali, teschi e gladio, obelischi di Axum, Arco dei Fileni, ecc…Con l’avvento della Repubblica e delle conseguenti istituzioni democratiche, le ditte produttrici – Lorioli e Johnson, in testa hanno comunque, almeno inizialmente, resistito; nell’immediato secondo dopoguerra ogni partito risorto dalla clandestinità ne forniva ai propri tesserati o semplici simpatizzanti, così la falce e martello dei comunisti di Togliatti, idem i socialisti di Nenni con incluso libro e sole dell’avvenire, i liberali, i repubblicani con l’Edera, fino al “torchietto” del Fronte dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini, ufficioso progenitore dei 5 stelle di Grillo, con l’omino schiacciato dalla burocrazia statale “infame”… Senza dimenticare lo Scudocrociato di De Gasperi e Scelba. Tornando al fascismo, durante i giorni delle “sanzioni”, 1935, si riuscì perfino a coniarne un modello che innalzava una frase- monito del giornalista Mario Appellius: «Dio stramaledica gli inglesi». E ancora, in ambito assai più prosaico, altri, temendo l’introduzione di una multa per gli scapoli, soprattutto in tempo di campagna demografica, ne realizzarono una serie sul cui smalto figurava: “Meglio la tassa che la suocera”. Restando in tema, aggiungo ancora che le madri prolifiche ottenevano addirittura una decorazione con fiocchi di alluminio apposti sul nastrino a indicare il numero di figli “generosamente offerti alla Patria” così come l’oro delle vere nuziali. Intendiamoci, anche i paesi del socialismo reale, cominciando dall’Urss, non si sono mai fatti mancare nulla in quest’ambito propagandistico, e forse, cosmonauti a parte, l’acme della produzione risale al 1970, centenario della nascita di Lenin. Culturalmente ragionando, il distintivo serve a mostrare appartenenza, un’orgogliosa indicazione del proprio status politico: noi siamo questo, chiaro? Dimenticavo, nei giorni del Littorio il distintivo era comunque un obbligo, sono giunte fino a noi fotografie dove perfino Luigi Pirandello mostra la “cimice” sull’abito antracite. Si racconta ancora che il giorno stesso della Liberazione molti cittadini se ne disfecero nei tombini, lo sanno bene gli addetti alla pulitura di questi, periodicamente svuotando le fogne, ancora adesso, c’è modo di rinvenire pezzi, compresi quelli dell’Asse Roma-Tokio-Berlino, della Milizia o perfino i teschi delle Brigate nere o dei “Moschettieri del Duce” (sic). Se nel caso della bandiera di Forza Italia di Berlusconi, stesso stilema iconico del trascorso simbolo del Partito comunista italiano, il distintivo corrisponde a un segno, non sembri un bisticcio di parole, di distinzione “borghese”, come nel caso di coloro che appartengono alle organizzazioni para- massoniche quali Rotary e Lions, l’esempio dei leghisti suona quasi come segno di riconoscimento militare, razziale, superiore, di una superiorità tuttavia regionale, circoscrizionale, da ronda di quartiere, da alto portierato, guardiania, quasi che Salvini ne abbia raccomandato implicitamente, perfino a dispetto del ruolo istituzionale, l’uso quotidiano a tutti i suoi, Alberto da Giussano a campeggiare come un Belfagor, spadone ammonitore. Non c’è leghista maschio che partecipi a talkshow che non lo mostri; estremizzando, torna il ricordo dei deputati nazisti sugli scranni del Reichstag tutti rigorosamente in divisa. È vero, e lo sappiamo, sempre ragionando di distintivi, e ancora di “pins” e di “spillette” come succedanei nel tempo, si può fare altrettanto ritorno al Club di Topolino con i suoi “ispettori” o “governatori generali” a due o tre stellette, o magari alla “girandola” del Club del Corriere dei Piccoli e perfino alla “G” di “Giovani”, il rotocalco beat della fine degli anni Sessanta celebre per i suoi “manifesti”, e tuttavia, nonostante queste altre piccole gemme inoffensive della nostra memoria bambina, ciò che infine resta, sembra raccontare invece una sorta di militarizzazione civile, roba angusta e piccina per un Paese che volesse prendere il volo definitivo dalla subcultura rionale del «… lei non sa chi sono io!». Chiacchiere e distintivo, diceva quell’altro, quasi a ventilare il passo successivo al segno intimidatorio corrispondente alla vista della stella di sceriffo, una parola ancora ed ecco sbucare anche il furgone- cellulare sia della squadra politica sia della “buon costume”. Per non parlare dei contrassegni di riconoscimento che i nazisti formalizzarono ora per gli ebrei ora per i politici ora per gli “antisociali”, e non occorre una laurea in semiologia per capire il nostro semplice ragionamento, o forse, sì, assodato il disprezzo per la complessità culturale che certi signori al governo oggi mostrano come ennesima patente di orgoglio piccolo- borghese.

Così il Pci preparava l'insurrezione in Sicilia. Nel '45 il partito impartì direttive per scatenare la rivolta armata. Ma qualcosa andò storto, scrive Stefano Zurlo, Lunedì 30/07/2018, su "Il Giornale". Armi. Fondi riservati. Militanti da addestrare. Si, ci sono tutti gli elementi per preparare un'insurrezione in quel pezzo di carta scovato dalla professoressa Gabriella Portalone. Un documento eccezionale perchè per la prima volta si parla, dall'interno del partito, del mitico apparato paramilitare del Pci, da sempre evocato e mai dimostrato. Certo, su scala ridotta, perchè ci muoviamo all'interno del perimetro siciliano, probabilmente nei mesi immediatamente successivi alla fine della Guerra, forse fra la primavera e l'estate del 1945, ma la circolare porta la firma pesantissima di Ruggiero Grieco, dirigente di primissimo piano del partito, appartenente all'ala «dura» guidata da Pietro Secchia. Grieco si rivolge «ai compagni segretari delle Federazioni provinciali siciliane» e a loro impartisce direttive precise: «Intensificare la propaganda fra le masse contadine al fine di ottenere, attraverso l'occupazione delle terre, l'applicazione del lodo mezzadrile non ancora accetto ai latifondisti siciliani». Siamo dunque nel pieno della questione agraria, esplosa con la modifica dei vecchi assetti: i mezzadri, secondo i decreti Gullo del 1944, avevano diritto al 60 per cento dei raccolti, superando la vecchia divisione a metà con i padroni. Ma le misure appena varate furono oggetto di interminabili contese e discussioni e alla fine, dopo estenuanti trattative, si stabili che in caso di eccedenze si poteva tornare alla vecchia divisione del 50 per cento. Questo è lo sfondo, in una Sicilia in cui si confrontano i padroni, i contadini, gli indipendentisti, i mafiosi. Qui però più del contenuto conta il metodo: «In caso di resistenza reazionaria appoggiata su elementi mafiosi - prosegue la circolare che è scritta a mano, reca la dicitura riservata, ed era conservata nell'archivio Guarino Amella di Canicatti - non rifuggire da atti di violenza i quali serviranno a creare le premesse per l'intervento degli speciali reparti di polizia già all'uopo dislocati in Sicilia». Insomma, si va verso lo scontro con un cinismo scientifico. I passaggi sono presto delineati e non lasciano nulla al caso: «Attirare in seno alle organizzazioni del partito i reduci... sfruttando lo stato di disagio economico dei disoccupati. E incitarli contro le classi abbienti da definirsi reazionarie e affamatrici del popolo». Siamo al terzo punto, quello decisivo: «Intensificare, usando i fondi necessari all'uopo destinati, l'incetta delle armi con speciale riguardo a quelle automatiche e accelerare la formazione e l'istruzione delle squadre di emergenza». Ancora: «Informare con sollecitudine questo esecutivo dell'entità delle forze mobilitate in conformità al piano B». Da ultimo: «Investigare... e segnalare i nominativi di quei proprietari che non hanno consegnato i prodotti contingentati all'ammasso, in modo da poter all'occorrenza, effettuare prelevamenti giustificati con l'illegalità del loro possesso». Siamo, come si vede, davanti a uno scenario preinsurrezionale, come altre volte in quell'epoca difficile e turbolenta. Ma qui, in più, ci sono quei riferimenti cosi suggestivi e precisi alla macchina da guerra del partito: «La circolare - scrive Portalone in un saggio che verrà pubblicato dalla rivista Storia e politica dell'Università di Palermo dove la studiosa ha insegnato per molti anni - ha un'enorme importanza a livello storiografico. Infatti, per la prima volta troviamo direttamente nello scritto autografo di un dirigente comunista, la conferma dell'esistenza di un apparato paramilitare del partito o, quantomeno la preparazione dello stesso e il progetto, seppure limitato alle province siciliane, di un'insurrezione armata. Si parla di incetta di armi, preferibilmente automatiche e di fondi appositamente adibiti allo scopo, di arruolamento e addestramento di uomini per combattere la resistenza degli agrari. Finora - è la conclusione - le notizie che si avevano sull'apparato paramilitare comunista si fondavano su ipotesi più o meno concrete, o su informazioni ottenute per via indiretta, ma non si era mai trovato un documento del partito che ne accertasse l'effettiva esistenza». Ora la scoperta casuale di quel «biglietto stropicciato» fra le carte della Fondazione Guarino Amella riapre la questione e pone le basi per ulteriori ricerche. «Fino ad oggi - conferma Francesco Perfetti, uno dei più autorevoli storici italiani e firma del Giornale - l'esistenza della faccia nascosta del Pci ci era giunta soprattutto dalle informative dei servizi segreti e delle forze di polizia. In questo senso la circolare Grieco», sulla cui autenticità sembrano non esserci dubbi, «rappresenta un passo in avanti». Ed è interessante una coincidenza, messa in evidenza proprio da Portalone: «Nel 1947 alcuni delatori anticomunisti avevano raccontato come, almeno in Piemonte, l'apparato clandestino del Pci fosse guidato proprio da Grieco».

STORIA: DE GASPERI NEL '48, C'E' PIANO PCI PER GOLPE. RICOSTRUZIONE STORICO SECHI SU ''NUOVA STORIA CONTEMPORANEA'', scrive il 13 dicembre 2003 l'Adnkronos. Nell'autunno del 1947 il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi fu informato, riservatamente, sia da fonti diplomatiche che da organi di polizia, di piani segreti del Partito comunista italiano per arrivare ''al potere con il mitra'' anzichè con le schede elettorali. Nell'estate del 1948, subito dopo l'attentato a Palmiro Togliatti, quel piano, fece sapere il leader democristiano al governo, era più che un progetto teorico. E' questa la ricostruzione che offre del pericolo di un cosiddetto “golpe rosso” lo storico Salvatore Sechi, ordinario dell'Università di Ferrara, nel saggio “I comunisti italiani e il centrismo”, che sarà pubblicato sul prossimo fascicolo della rivista ''Nuova Storia Contemporanea'', diretta dal professor Francesco Perfetti, in libreria il 20 dicembre. I rapporti, anche dettagliati, di piani messi a punto dalle formazioni armate comuniste (talvolta ribattezzate di recente 'gladio rossa') erano sul tavolo del ministro dell'Interno Scelba fin dal novembre del 1947. Se tuttavia all'epoca, Scelba si mostrò ancora scettico sulla reale minaccia - afferma Sechi sulla base di documenti dell'Archivio Centrale dello Stato - il dossier sul “golpe rosso” si gonfiò con il passare del tempo. Fu lo stesso De Gasperi, nella riunione del Consiglio dei Ministri del 15 luglio 1948, a informarne il governo con toni allarmati all'indomani dell'attentato a Togliatti: ''I comunisti hanno un piano pronto che intendono attuare al momento opportuno (...) Si può affermare o meno che vogliano porlo in atto, ma il piano, con il pericolo di una dittatura comunista, esiste''.

SALVATORE SECHI PROTESTA "IL PCI MI NEGA LA CATTEDRA", scrive "La Repubblica" il 10 maggio 1984. Salvatore Sechi il docente universitario dimessosi dal Pci dopo lunghe polemiche non otterrà una cattedra nel capoluogo emiliano per motivi politici? Lo afferma lui stesso dicendosi vittima di una manovra ordita dal presidente della facoltà di scienze politiche, Umberto Romagnoli, iscritto al Pci. Ma quest' ultimo definisce "fantasioso" l'episodio, negando qualunque discriminazione nei confronti di Sechi. La facoltà due mesi fa ha chiesto un trasferimento di cattedra per "storia dei partiti e dei movimenti politici". Al concorso sono giunte due domande, quella di Sechi (insegna a Ferrara) e quella di Paolo Pombeni ordinario a Sassari, bel nome accademico bolognese. A questo punto secondo Sechi - che ha portato un comunicato alle agenzie di stampa - scatta la congiura. Romagnoli organizza un referendum telefonico pro o contro Sechi e forma una commissione dalla quale - sempre secondo l'ex comunista oggi vicino al Psi - vengono esclusi pur avendone diritto suoi amici a beneficio di suoi nemici (altri docenti comunisti e democristiani). Il tutto per negargli la cattedra. Molto diversa la versione del preside Romagnoli. "Chi decide - dice - è il consiglio di facoltà, il quale deve ancora riunirsi. Non c' è stato alcun referendum telefonico e quanto afferma Sechi è quasi completamente errato. Comunque posso assicurare che la decisione verrà presa tra una decina di giorni sulla base dei pareri dei vari dipartimenti e senza alcuna discriminazione politica".

IL CASO/ Dossier Mitrokhin e politica, quando i pm difendono la libertà di ricerca. La Corte d'appello di Bologna ha assolto Salvatore Sechi da un'accusa e da un tentativo rivolto a limitare fortemente la libertà di critica e di ricerca, scrive Max Ferrario il 22 gennaio 2018 su "Il Sussidiario". Il primo dicembre scorso la Corte d'Appello di Bologna ha assolto con la formula più ampia ("perché il fatto non sussiste") il prof. Salvatore Sechi, collaboratore del sussidiario (le motivazioni sono state comunicate un paio di giorni fa). L'ex capogruppo dei diessini (ora aderente ai Liberi e uguali di Pietro Grasso) nella Commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin, Valter Bielli (difeso dall'ex pm bolognese avvocato Libero Mancuso), insieme al giudice Alessandro Mancini, aveva accusato Sechi di averlo diffamato. In due suoi articoli sui quotidiani L'Opinione (28 novembre 2006) e sul Corriere della Sera (29 novembre 2006) Sechi lo avrebbe presentato come sodale del servizio segreto sovietico, il Kgb. Si tratta di un'accusa che Sechi ha sempre negato. La sua assoluzione è una buona notizia anche per i giornalisti e più in generale per il mondo dei ricercatori e degli studiosi. Fare informazione, magari traendola dai risultati degli studi di docenti universitari e semplici cittadini che consultano archivi e rinvengono documenti interessanti, nel nostro paese è diventato sempre più difficile. E comunque comporta un rischio non solo in termini penali. Bisogna infatti tenere conto anche delle spese, per non parlare del grande stress e della perdita di tempo per l'estrema lunghezza dei processi. Ma la notizia dell'assoluzione di Sechi non si è ancora asciugata che dobbiamo segnalarne un'altra. A Pescara, alla fine di un dibattito per la presentazione del libro di Elena Aga Rossi (Cefalonia. La resistenza, l'eccidio, il mito, il Mulino, Bologna 2016) a finire sotto inchiesta giudiziaria sono stati uno dei giornalisti più noti e potenti, Paolo Mieli, e un cronista del Corriere, Giovanni Morandi. Avrebbero contribuito alla de-mistificazione della tragedia che si consumò a Cefalonia. Nel 1943 la divisione Acqui, col suo comandante Antonio Gandin, fu decimata orrendamente dall'esercito tedesco per non essersi arresa e non aver collaborato con essi. Molto opinabile è stata invece la storia che ha raccontato, e fatto diffondere per decenni, il gen. Apollonio, come ha dimostrato Elena Aga Rossi. Una vicenda dello stesso tipo è avvenuta qualche tempo fa tra l'ex ministro Francesco Storace e un gruppo di intellettuali di destra legati a Gianfranco Fini. A sinistra come a destra, dunque, l'obiettivo sembra essere quello di rendere sempre più difficili, se non impossibili, inchieste, studi e ricerche su eventi cruciali della nostra storia più recente. L'aria si sta facendo pesante perché chi usa l'arma della querela non intende demordere. Infatti nel caso di Sechi l'assoluzione ha avuto luogo in Corte d'Appello di Bologna. I magistrati (presidente Luca Ghedini, consiglieri Sergio Affronte e Giuliana Mori, procuratore generale Gianluca Chiapponi) hanno ribadito il giudizio emesso il 30 marzo 2012, cioè circa 5 anni prima, dal Tribunale monocratico di Forlì guidato da Massimo De Paoli. Dunque, si è voluto proseguire nella kermesse (se così possiamo chiamarla) trasferendola dal primo al secondo grado di giudizio. Nel caso specifico del nostro collaboratore la materia del contendere ha due aspetti. La prima riguarda la mancata candidatura per un terzo mandato parlamentare (dopo 12 anni) del Bielli. Secondo l'accusa, l'articolo del prof. Sechi sul Kgb avrebbe indotto la federazione diessina di Forlì e il segretario Piero Fassino a non ripresentarlo. In realtà, l'on. Bielli dieci mesi prima che L'Opinione e il Corriere della Sera pubblicassero l'articolo di Sechi aveva annunciato spontaneamente ad un quotidiano locale, Romagna oggi, che non intendeva candidarsi. L'accusa mossa al nostro collaboratore non aveva dunque nessun fondamento nella realtà. Il secondo aspetto è di natura storico-politica. Sechi è stato consulente della Commissione sul dossier Mitrokhin presieduta dal sen. Paolo Guzzanti, che lo ha nominato col consenso dei rappresentanti di tutti i partiti per i suoi studi sul comunismo e la sua attività di docente universitario. Durante il lavoro svolto per conto della Commissione si è occupato della penetrazione del contro-spionaggio sovietico nelle istituzioni, nell'economia, nelle forze armate e in seno agli stessi partiti (compreso il Pci). Contestualmente i suoi interessi sono stati rivolti alla formazione, per un certo periodo di tempo durante la guerra fredda, di una struttura para-militare tra i comunisti italiani. "Non ho mai considerato il Bielli una spia del Kgb — ha detto Sechi —. E credo che il Kgb non abbia mai mostrato interesse né a reclutarlo e neanche a contattarlo. Pertanto non ho mai avuto rapporti con lui. Né di lavoro (non è uno studioso) e neanche per prendere un caffè. L'accusa che mi ha mosso è stata puramente pretestuosa. Ma su di me e sulla mia famiglia ha avuto pesanti conseguenze. L'abbiamo vissuto come una sorta di avvertimento". Chi vive di stipendio o di pensione non può far fronte sorridendo allo stress che comporta la richiesta, fatta dal Bielli (titolare di un vitalizio di circa 4.500 euro per 12 anni di mandato parlamentare), di un risarcimento di oltre 150mila euro. Al pari di Sechi, la maggior parte degli studiosi del comunismo non sono in grado di correre il pericolo di soccombere in un processo che abbia questa pesante posta in gioco. Per questa ragione l'insistente tentativo dell'on. Bielli di far condannare da due tribunali lo studioso bolognese equivale ad una minaccia all'esercizio non solo del diritto di critica, ma alla stessa libertà di ricerca. Proprio su questi due elementi hanno insistito i difensori di Sechi (Marco Zanotti e Massimo Donini, professori di diritto penale nelle università di Bologna e di Modena). Sono valori della cultura e della civiltà liberale. Uno dei maggiori rappresentanti dell'illuminismo francese Jean-Baptiste Le Rond (detto d'Alembert) fin dal Settecento ha identificato il ruolo dell'intellettuale nella critica del potere, di tutti i poteri. Fa ben sperare anche ai giornalisti che la loro salvaguardia abbia trovato accoglimento nella sentenza emessa dal presidente del Tribunale bolognese Luca Ghedini.

Palmiro Togliatti. Veniamo da molto lontano e andiamo molto lontano! Senza dubbio! Il nostro obiettivo è la creazione nel nostro Paese di una società di liberi e di eguali, nella quale non ci sia sfruttamento da parte di uomini su altri uomini, scrive "ilviaggiodellacostituzione.it". Palmiro Togliatti nasce a Genova il 26 marzo 1893. La sua famiglia è originaria di Coassolo, in provincia di Torino. Presto si trasferiscono in Liguria, dove il padre, Antonio, è economo presso il Convitto Nazionale di Genova mentre la madre, Teresa Viale, è insegnante. Grazie a una borsa di studio il giovane Togliatti riesce a iscriversi all'Università di Torino e, orientato da Gramsci, nel 1914 aderisce al PSI. Appassionato di Hegel, Marx, Labriola e Croce, dopo la laurea in Giurisprudenza vorrebbe conseguire quella in Filosofia ma lo scoppio della Prima guerra mondiale rovina i suoi piani: riformato per miopia al corso allievi ufficiali sceglie di arruolarsi volontario, prima nella Croce Rossa e poi negli Alpini. Congedato si sposta a Torino dove inizia a collaborare con il Grido del Popolo, il settimanale socialista diretto da Gramsci, con l’edizione torinese dell'Avanti! e successivamente con Il Comunista. Dopo la "marcia su Roma" la situazione precipita: Bordiga e molti altri dirigenti del partito sono arrestati dalla polizia fascista: lo stesso Togliatti è arrestato a Milano. Passa tre mesi in carcere a San Vittore e torna in libertà. Inizia per lui un periodo molto intenso: cura la nascita del quotidiano l'Unità e collabora alla campagna elettorale che porterà Antonio Gramsci all’elezione come deputato. Nuovamente arrestato perché considerato "comunista pericoloso", ottiene l'amnistia dopo 4 mesi di carcere. Si sposa con la “compagna” Rita Montagnana e si trasferisce a Mosca, dove inizierà un esilio di diciotto anni in diversi Paesi, dalla Svizzera alla Francia, dall’Unione Sovietica alla Spagna. Tornato in Italia il 27 marzo del 1944, Togliatti promuove quella che passerà alla storia come "la svolta di Salerno", ovvero il raggiungimento di un compromesso tra i partiti antifascisti, la monarchia e il governo di Pietro Badoglio per consentire la formazione di un governo di unità nazionale. Alla fine della guerra, la situazione era tale che non ci sarebbe stato difficile prendere il potere ed iniziare la costruzione di una società socialista. La gran parte del popolo ci avrebbe seguito. Liberata Roma dai nazifascisti nasce il governo Bonomi, a cui Togliatti prende parte come ministro senza portafoglio, ed è istituita la Luogotenenza del regno. Nel secondo governo Bonomi Togliatti è vice presidente del Consiglio e sarà ministro di Grazia e Giustizia nel governo Parri e nel primo governo De Gasperi. Eletto all'Assemblea Costituente nel 1946 e confermato deputato nella II, III e IV legislatura, Togliatti contribuisce alla stesura del testo costituzionale. Andando di nuovo contro il partito, si impegna per l'approvazione dell'articolo 7, quello che rimanda ai Patti Lateranensi per la regolamentazione del rapporto tra Stato e Chiesa. L'estromissione dei comunisti dal governo nel 1947 porta Togliatti a organizzare insieme a Pietro Nenni l’opposizione alla DC. Lo stesso anno si separa da Rita Montagnana e inizia una relazione con la giovane deputata Nilde Iotti, che gli sta accanto anche il 14 luglio 1948, quando Togliatti, all'uscita da Montecitorio, è raggiunto da tre colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata dal giovane esaltato Antonio Pallante. All’attentato seguono diverse e violente manifestazioni di protesta in tutta Italia. Guarito, torna alla guida del PCI in un momento in cui il comunismo europeo è sotto attacco, con la rivolta polacca di Poznan e quella ungherese contro il regime stalinista. Con il XX Congresso del Partito Comunista guidato da Krusciov inizia il processo di destalinizzazione. Per Togliatti è il momento di guidare il PCI alla pace e chiede con insistenza un accordo tra comunisti e cattolici “per salvare la civiltà umana". Il 21 agosto del 1964, poche ore prima di essere colto dal malore che lo porterà alla morte nella città di Yalta, Togliatti consegna alla compagna di partito Nella Marcellino il documento riservato che passerà alla storia come Memoriale di Yalta, fonte di ispirazione per la politica estera dei comunisti italiani negli anni a seguire.

L’attentato a Palmiro Togliatti, 70 anni fa, scrive sabato 14 luglio 2018 "Il Post". Venne colpito da tre colpi di pistola sparati fuori da Montecitorio da uno studente, e per qualche giorno sembrò che in Italia stesse per iniziare una rivoluzione. Alle 11.45 del 14 luglio 1948, settant’anni fa, l’allora segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti stava uscendo da Montecitorio, il palazzo di Roma dove ha sede la Camera dei deputati, quando lo studente Antonio Pallante gli sparò tre colpi di pistola. Erano passati tre mesi dalle prime elezioni politiche della storia repubblicana, in cui la Democrazia Cristiana aveva sconfitto i comunisti e i socialisti, e il clima politico e sociale in Italia era molto teso. Togliatti sopravvisse, ma l’attentato ebbe comunque grosse conseguenze: in tutta Italia furono organizzati scioperi e cortei di protesta e per qualche giorno sembrò che stesse per iniziare una guerra civile, o una rivoluzione comunista. Nei giorni successivi ci furono violenti scontri tra la polizia e i manifestanti: morirono in tutto 30 persone e altre 800 furono ferite.

L’attentato. Pallante era uno studente di giurisprudenza fuoricorso di 24 anni. Durante la campagna elettorale per le elezioni del 18 aprile 1948 aveva militato per il Blocco Democratico Liberal Qualunquista, un piccolo partito nato da una scissione del movimento antipolitico Fronte dell’Uomo Qualunque, quello da cui deriva il termine “qualunquismo”. Anni dopo, raccontando dell’attentato a Togliatti, Pallante disse che in quel periodo era animato da un «nazionalismo portato all’estremo». Pallante acquistò una pistola e andò a Roma da Randazzo, in Sicilia, dove viveva con la famiglia, con il preciso obiettivo di uccidere Togliatti: già il 13 luglio, il giorno prima dell’attentato, aveva tentato di farsi ricevere dal segretario del PCI nella sede del partito, in via delle Botteghe Oscure. Non essendoci riuscito, era andato a Montecitorio per assistere a una seduta parlamentare, grazie a due permessi speciali ottenuti da un deputato democristiano e da uno comunista. Voleva infatti vedere dal vivo Togliatti, per assicurarsi di riconoscerlo prima di sparargli. Quello stesso giorno il deputato socialdemocratico Carlo Andreoni, in un editoriale del quotidiano l’Umanità molto critico nei confronti di Togliatti, aveva dato al segretario del PCI del traditore e aveva scritto che la maggioranza degli italiani avrebbe dovuto avere il coraggio di «inchiodarlo al muro», «e non solo metaforicamente». La mattina del 14 luglio, un mercoledì, Pallante si mise ad aspettare Togliatti in via della Missione, dove si trova un’uscita secondaria di Montecitorio, quella che Togliatti era solito utilizzare. Alle 11.45 Togliatti uscì dal palazzo insieme a Nilde Iotti, deputata e sua compagna. Iotti raccontò in seguito che Pallante sparò quattro colpi: dopo i primi tre Togliatti cadde a terra, e il quarto fu sparato quando già era disteso. Solo tre proiettili comunque lo colpirono: uno lo prese alla nuca, ma non gli sfondò la calotta cranica perché i proiettili non erano di buona qualità.

Caos. Togliatti fu portato di urgenza al Policlinico di Roma, dove fu operato dal chirurgo Pietro Valdoni. Intanto il direttore dell’Unità Pietro Ingrao fece uscire un’edizione straordinaria del quotidiano, per raccontare dell’attentato. Inizialmente si pensava che Togliatti sarebbe morto per le ferite, perché era stato colpito alla testa e aveva perso molto sangue. Non appena se ne sparse notizia ci furono le prime manifestazioni spontanee, e moltissime persone si radunarono fuori dall’ospedale. La CGIL indisse poi uno sciopero generale, che peraltro fu all’origine della scissione con la CISL (il 22 luglio 1948), con cui i sindacalisti cattolici si staccarono da quelli comunisti. Le manifestazioni di reazione all’attentato furono organizzate in tutto il paese per chiedere le dimissioni del governo. Molti militanti comunisti le presero come un’occasione per far cominciare una rivoluzione in Italia, e dal giorno successivo parteciparono ai cortei armati: erano passati solo tre anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e moltissime persone possedevano ancora molte delle armi che erano state usate durante il conflitto e nella lotta partigiana. Ci furono scontri con la polizia, morti, feriti e migliaia di arresti. Anche l’esercito fu mobilitato per gestire la situazione. Non appena si riprese dall’operazione chirurgica, Togliatti invitò i dirigenti del Partito Comunista e i suoi sostenitori a interrompere le manifestazioni per evitare che la tensione aumentasse. Già il 15 luglio Giuseppe Di Vittorio, il capo della CGIL, interruppe lo sciopero generale, e il giorno successivo i deputati comunisti ritirarono la richiesta di dimissioni del governo. Togliatti tornò alla direzione del PCI a settembre e criticò chi aveva partecipato al tentativo di insurrezione, in linea con la sua strategia di legittimazione dei comunisti come potenziale forza politica di governo.

Un intervista a Togliatti del 30 luglio 1948: Il racconto della storia dell’attentato e delle tensioni che lo seguirono negli anni ha spesso incluso anche il presunto contributo del ciclista Gino Bartali alla risoluzione della situazione. Il 15 luglio, infatti, Bartali vinse un’importante tappa del Tour de France (la notizia arrivò in Italia il giorno dopo) e il 25 il Tour stesso: fu un’impresa sportiva notevole visto che Bartali all’epoca aveva 34 anni. Qualcuno sostenne che l’entusiasmo per questo risultato contribuì a distrarre i manifestanti dai loro intenti di protesta e rivolta.

Cosa successe a Pallante. Subito dopo aver sparato contro Togliatti, Pallante fu fermato dai carabinieri e un anno dopo fu processato per tentato omicidio volontario: fu condannato e scontò cinque anni e tre mesi di carcere, grazie a riduzioni della pena e a un’amnistia nel 1953. Nonostante avesse sparato a Togliatti di sua iniziativa, dopo l’attentato furono fatte diverse ipotesi su possibili legami tra Pallante e diversi gruppi politici: dalla Democrazia Cristiana agli indipendentisti siciliani fino ai comunisti sovietici. Pallante è ancora vivo e abita a Catania; negli anni ha lavorato nel Corpo Forestale dello stato e poi come amministratore condominiale.

Le masse, quel giorno, sfuggirono al Pci. Era il 14 luglio di 70 anni fa e Pallante sparò a Togliatti, scrive Paolo Delgado il 14 luglio 2018, su "Il Dubbio". Settant’anni fa, il 14 luglio 1948, erano da poco passate le 11.30 quando Palmiro Togliatti, scortato solo dalla compagna Nilde Jotti, lasciò Montecitorio avviandosi verso l’uscita secondaria di via della Missione. Ad aspettarlo, con una Smith calibro 38 comprata al mercato nero del suo paese, Bronte, provincia di Catania, per 250 lire, c’era un ragazzo mezzo squilibrato, Antonio Pallante, arrivato nella capitale col preciso obiettivo di uccidere il massimo leader del Pci. Pallante non era un fascista. Si definiva liberale, era corrispondente dalla Sicilia del settimanale dell’Uomo qualunque ed era ossessionato dall’anticomunismo. «Ero giovane. Ero esasperato. Ritenevo i comunisti responsabili della morte di molti italiani. Elaborai l’idea: tagliare alla radice il problema, uccidere Togliatti». A Roma era arrivato qualche giorno prima e aveva preso alloggio in un’infima pensione vicino Termini. Disponeva solo di 5 proiettili da tirassegno, comprati per 25 lire in un’armeria siciliana. Secondo le sue ricostruzioni, rilasciate al Giornale molti decenni più tardi, a salvare ‘ il Migliore’ fu proprio la scarsa potenza di quei proiettili che non erano fatti per uccidere. Il progetto iniziale era colpire all’interno di Montecitorio e per questo, grazie all’interessamento di un deputato siciliano, si era procurato il pass per entrare alla Camera. Si era reso conto che colpire all’interno del palazzo non sarebbe stato possibile ma aveva anche registrato l’abitudine del leader comunista di uscire dalla porta di via della Missione. Alle 11.40 del 14 luglio si fece trovare pronto. Vide uscire prima la Jotti, dietro di lei il segretario del Pci. Pallante sparò tre colpi. Ferì il suo obiettivo a una gamba e al polmone. Il colpo fatale doveva essere il terzo, quello che raggiunse Togliatti alla testa ma non arrivò a profondità sufficiente. La Jotti cominciò a urlare “Hanno ucciso Togliatti”, i deputati si riversarono fuori dalla Camera, la notizia arrivò velocissima in tutti i quartieri di Roma e una folla immensa si concentrò al centro, tra piazza Venezia e piazza Colonna. Il leader della Cgil Di Vittorio, appena tornato da San Francisco, proclamò lo sciopero generale. Il Pci chiese le dimissioni dell’intero governo, una scelta che non piacque al ferito, una volta ripresosi. Da politico esperto qual era, il Migliore sapeva che la testa di De Gasperi non la si sarebbe potuta ottenere, quella del ministro degli Interni, il temuto Mario Scelba, forse sì. Non c’era nessun complotto dietro le rivoltellate di Pallante, così come nelle ore successive all’attentato non ci sarebbe stata nessuna scelta insurrezionale del Pci nei violentissimi scontri che in moltissime città italiane provocarono una trentina di morti (ma studi più recenti registrano un numero di vittime più limitato: 17) tra cui nove poliziotti, alcuni dei quali finiti a coltellate o a mani nude. C’era però una tensione montante che esplose in quel luglio. Meno di tre mesi prima, il 18 aprile, il Fronte composto da Pci e Psi era stato sconfitto nelle prime elezioni politiche della Repubblica. Non era stato, come si pensa oggi, un risultato previsto. Al contrario, la base rossa, dopo la cacciata del Pci dal governo della primavera 1947, aspettava quelle elezioni come il momento della rivincita e della resa dei conti. La frustrazione fu fortissima, l’idea di rovesciare il verdetto con un colpo di mano insurrezionale era tanto distante dai progetti del vertice rosso quanto diffusa alla base. La guerra fredda intanto montava nel mondo e il riflesso sul fronte italiano era immediato. Il 10 luglio, quattro giorni prima di essere colpito, proprio Togliatti, nel dibattito sul piano Marshall era stato perentorio: ‘ Se il nostro Paese dovesse essere trascinato sulla strada che porta alla guerra, sappiamo qual è il nostro dovere. Alla guerra imperialista si risponde con la rivolta, con l’insurrezione…». Non era retorica e non lo era neppure la replica che il 13 luglio scrisse sul giornale del Psdi, Umanità, il deputato Carlo Andreoni: «Prima che i comunisti possano consumare per intero il loro tradimento… il governo e la maggioranza degli italiani avranno il coraggio per inchiodare al muro del loro tradimento Togliatti e i suoi complici. E per inchiodarveli non solo metaforicamente». Qualche giorno dopo, col Paese in fiamme, il leader del partito, Saragat, lo obbligherà a dimettersi. Proprio perché questo era lo scenario, la prima preoccupazione dei dirigenti del Pci, anche prima che Togliatti stesso desse indicazioni precise in quel senso dal suo letto d’ospedale, fu di tenere i nervi e le masse a posto. Lo stesso dirigente più vicino all’ala dura e agli ex partigiani che non vedevano l’ora di riprendere le armi, Pietro Secchia, fu solerte nel bocciare tra i primi ogni tentazione insurrezionale. A tutt’oggi è impossibile dire come siano partite le manifestazioni violentissime che incendiarono per giorni l’Italia. Nessun dirigente né del Pci né della Cgil invocò la piazza. Fu la base a fare da sola, e forse giocò un ruolo l’interpretazione ambigua che fu data del telegramma inviato da Stalin appena raggiunto dalla notizia. Baffo- ne si diceva apertamente «contrariato dal fatto che gli amici del compagno Togliatti non siano riusciti a difenderlo dal vile e brigantesco attentato». Che fosse una critica sferzante alla mancata vigilanza del partito era evidente. Ma molti quadri ci videro anche il segno che la strada del parlamentarismo per Mosca era ormai tramontata. Ma nessuno diede l’ordine di tirare fuori le armi nascoste dopo la fine della guerra o di affrontare la polizia su un piano che sfiorò quello della guerra civile. Ma fu così e i fatti lo dicono d soli. A Roma la manifestazione si spostò verso piazza Esedra e negli scontri furono uccisi due manifestanti, come a Napoli. A Taranto lo sciopero dei cantieri navali finì con una battaglia nella quale persero la vita un manifestante e un poliziotto. A Livorno furono svaligiate le armerie e negli scontri a fuoco furono uccisi un dimostrante e un poliziotto. In tutta l’area di Genova la protesta acquistò caratteri insurrezionali, con alcune mitragliatrici issate sulle barricate. Anche qui ci furono vittime, come a Bologna e a Porto Marghera. Sul Monte Amiata l’episodio più noto, con l’attacco alle sedi della Dc da parte dei minatori, l’occupazione della centrale telefonica, l’uccisione di due agenti. Nelle città operaie la spinta fu anche più forte. Alla Fiat operai armati di mitra Sten si presentarono nello studio di Valletta e lo informarono che la fabbrica era occupata. Il massimo dirigente Fiat, imperturbabile, promise di licenziarli dopo lo sgombro. Fu tenuto sotto sequestro per giorni e per liberarlo dovette arrivare da Roma, su un elicottero messo a disposizione dalla Fiat, il dirigente del Pci Celeste Negarville. A Milano furono occupate la Breda, la Motta e la Pirelli mentre gli agenti di polizia venivano disarmati di fronte alle fabbriche. L’insurrezione non fu mai neppure presa in considerazione, e del resto sarebbe stata una scelta catastrofica. Ma fermare la piena, per il Pci, non fu facile. Ricordava anni dopo Rossana Rossanda: «Mi fu detto di andare all’Autobianchi per spiegare agli operai che non bisogna puntare su uno sciopero generale a oltranza. Convincere la piazza fu molto arduo. Resta una delle prove più dure della mia vita politica». La fiammata si spense in parte perché Togliatti, salvato da un intervento chirurgico del professor Valdoni, rassicurò i militanti sulle sue condizioni di salute e diede di fatto disposizioni per fermare la protesta. In parte perché si era trattato davvero di un’esplosione di violenza spontanea e priva di progetto, ma in parte anche grazie a Gino Bartali, il ciclista. Nella tappa dell’allora seguitissimo Tour de France il campione italiano partiva con 22 minuti di svantaggio rispetto alla maglia gialla, il francese Luison Bobet. Si dice da sempre che quella mattina De Gasperi e il giovanissimo Andreotti abbiano chiamato la squadra italiana per chiedere uno sforzo sovrumano per salvare la situazione. Bartali vinse la tappa recuperando lo svantaggio e affermandosi con 19 minuti di scarto. I giornali titolarono: “Bartali batte Di Vittorio”. Andreotti ha sempre negato che la vittoria del ciclista italiano abbia pesato sull’esito della sanguinosa rivolta. Di certo fu sfruttata al meglio dalla propaganda e qualche effetto, anche se non delle proporzioni amplificate dalla leggenda, lo ebbe. Antonio Pallante fu condannato a 13 anni e 8 mesi. Ne scontò 5, poi uscì grazie a un’amnistia. È ancora vivo, ultranovantenne.

Spari su Togliatti, l’Italia di settant’anni fa sull’orlo della guerra civile. Quattro colpi di pistola contro il segretario comunista a Roma, scrive Mirella Serri il 14/07/2018 su "La Stampa". “Vidi cadere Togliatti a terra… mi inginocchiai… mi gettai d’istinto sul suo petto e forse questo gesto fece deviare all’ultimo istante la mira dell’assassino»: così Nilde Jotti, giovane deputata e compagna del leader comunista, ricorda quando, alle 11 e 30 del 14 luglio 1948, nella semideserta via della Missione, la stradina che costeggia palazzo Montecitorio, vide accasciarsi il segretario uscito con lei da una porta secondaria. I quattro proiettili sparati da una rivoltella calibro 38, pur avendo centrato Palmiro Togliatti in punti nevralgici, per fortuna erano di materiale così scadente che non furono mortali.

Scioperi ovunque. L’ Ansa diede notizia dell’attentato ma anche dell’arresto del potenziale omicida, lo studente universitario 25 enne Antonio Pallante. E incendiò la Penisola: lo sciopero spontaneo di tutto lo Stivale interruppe le comunicazioni telefoniche, bloccò la circolazione urbana e ferroviaria mentre i negozi delle maggiori città abbassavano le saracinesche. L’uomo tra i più potenti dell’Italia governata da De Gasperi, il ministro degli Interni Mario Scelba, trasmise ai prefetti l’ordine di vietare ogni manifestazione.  Parole al vento: il fuoco della protesta aggrediva Torino, Roma, La Spezia, Abbadia San Salvatore, Genova, Livorno, Napoli e Taranto. Ad alimentare la rivolta dei militanti comunisti - uniti ai socialisti nel Fronte popolare avevano appena subito la batosta elettorale del 18 aprile in cui aveva trionfato la Dc - furono anche le fake news di un golpe in atto.

L’incontro in treno. Comunque, in quel momento e anche dopo, durante il processo che condannò Pallante a 10 anni ridotti a 5 e mezzo dall’amnistia, non furono mai chiarite le reali dinamiche de Il fattaccio di via della Missione come spiega la saggista Graziella Falconi in questa ricerca sottotitolata L’attentato a Togliatti e la rivoluzione impossibile nelle carte del governo e del partito (Castelvecchi, pp. 222, €18, 50), la vicenda di cui ricorrono i settant’anni nasconde ancora oggi segreti e misteri. Fu veramente il gesto isolato di uno squilibrato? O vi furono dei burattinai che tirarono i fili dell’operazione che nei moti di piazza costò la vita a più di 70 persone e ne portò in ospedale circa 3.500? Furono parecchi i buchi neri a proposito dell’operato di Pallante: lo studente arrivò a Roma da Catania il 10 luglio, dopo aver conosciuto in treno «per caso», come disse lui stesso, uno strano personaggio, Alfonso Caracciolo, controllato dalla polizia poiché «moralmente discusso in quanto pederasta». Quest’ultimo era legato a gruppi di destra e di patrioti polacchi che durante la seconda guerra mondiale avevano obbedito al generale Wladyslaw Anders e avevano rapporti con i servizi segreti americani. Secondo la saggista, dunque, né la polizia né l’apparato comunista approfondirono questa inquietante connessione con gli 007 d’oltreoceano. 

La vittoria di Bartali. Forse non c’era alcun interesse a scoprire una verità scomoda e che poteva innescare una guerra civile: il primo a gettare acqua sui bollenti spiriti fu lo stesso Togliatti, appena uscito dai ferri del chirurgo Pietro Valdoni, che ordinò «state calmi» e «non fate pazzie» a Pietro Secchia e a Luigi Longo. Si schierò contro la mobilitazione collettiva del paese (si disse pure che l’inaspettata vittoria di Gino Bartali al Tour de France avesse contribuito a sedare gli animi ma il campione del ciclismo considerò irrealistica questa ipotesi).  

Tensione a Torino. Anche il sindacalista Giuseppe Di Vittorio cercò di tenere sotto controllo gli operai in lotta: a Torino un consistente gruppo di tute blu della Fiat, credendo che il leader comunista fosse morto, propose «alura fuma fora Valletta» (allora facciamo fuori Valletta). E mise sotto chiave l’amministratore delegato della fabbrica torinese. Scelba per liberarlo voleva attaccare con uomini armati la Fiat ma l’avvocato Agnelli lo pregò di desistere, ritenendo che la protesta si sarebbe spontaneamente esaurita. Vittorio Valletta, infine, al processo contro i suoi sequestratori dichiarò che si era trattenuto volontariamente in fabbrica. L’attentato di Pallante, ancorché fallito, incise profondamente sulla storia della Penisola. Innescò infatti la scissione dalla Cgil della componente democristiana. Così nacque la Cisl. Cambiò radicalmente anche la fisionomia del partito comunista: dopo il tentativo insurrezionale (per cui vennero compiuti circa 97 mila arresti) furono sostituiti i responsabili comunisti locali, considerati teste calde o ex partigiani che soffiavano sul dissenso di sinistra.

Vittorio Feltri: "Perché voglio che tutti i sindacati spariscano", scrive il 14 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". Pubblichiamo il botta e risposta tra Francesco Paolo Capone, segretario generale Ugl, e il direttore, Vittorio Feltri.

Caro Direttore, ieri il vicepremier e Ministro del Lavoro e per lo Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, ha comunicato l’intenzione di una verifica della rappresentanza sindacale, nella convinzione che ciò possa stimolare «un processo di aggiornamento all’interno delle rappresentanze». È fuor di dubbio che, in passato, i sindacati siano stati vittima di centralismo, eccessiva burocrazia e assenza di autonomia e, molte volte, abbiano guardato al merito delle questioni in modo non indipendente e neutrale. Al netto di questo, occorre ribadirlo, il sindacato ancora oggi riesce a mantenere il suo ruolo autorevole e di comprensione dei problemi, in un universo lavorativo profondamente mutato, aperto a nuove sfide, a nuovi diritti e nuovi doveri, in cui c’è bisogno di un’adeguata rete di protezione e di formazione. Per dirla con Bauman, siamo di fronte a un mondo del lavoro sempre più “liquido”, caratterizzato da un “precariato esplosivo” (che il Ministro Di Maio con il suo decreto vuole cancellare) e che ha messo in crisi tutti i corpi intermedi, in cui, nonostante la retorica avversa, il movimento sindacale può ancora recuperare la propria azione solamente se riuscirà a irrobustirsi nei luoghi di lavoro. Occorre, dunque, che i sindacati siano in grado di farsi promotori di dinamiche di inclusione e coesione sociale, elaborando una visione che ponga al centro del loro operare una nuova “etica dello sviluppo”, in cui si dia centralità alla salvaguardia delle dignità del lavoratore e dei suoi diritti, accertato che l’attuale sistema economico-finanziario è ormai divenuto insostenibile, anche dal punto di vista ambientale. In tal senso, il «sindacalismo di prossimità» ai luoghi di lavoro che si estrinseca con la proposta del contratto di comunità (avanzata dal nostro sindacato Ugl), può rappresentare una sfida sempre più centrale per garantire a tutti i lavoratori i miglioramenti delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro, attivando al contempo un circuito virtuoso che va al di là del semplice aspetto economico. Ci auguriamo tutti, quindi, che quando il Ministro Di Maio parla di «un processo di aggiornamento all’interno delle rappresentanze», sottintenda la volontà di ricondurre al centro della democrazia i cosiddetti corpi intermedi, ancora attuali nel rapporto tra Stato e cittadini, inaugurando con i sindacati un confronto aperto, magari anche critico, ma propositivo, incentrato piuttosto sulla questione occupazionale e sulla necessità di rilanciare quantitativamente e qualitativamente il lavoro, come chiedono milioni di nostri concittadini. di Francesco Paolo Capone Segretario Generale Ugl

Caro segretario generale, devo confessarle di non aver capito molto della sua lettera, anzi nulla. Ciononostante la pubblichiamo volentieri perché immaginiamo che i lavoratori che lei rappresenta al massimo livello siano più arguti di me. Approfitto della circostanza per dirle rispettosamente che a me i sindacati non vanno a genio, avendo essi arrecato più danni al popolo che vantaggi. Naturalmente mi riferisco in particolare alla Associazione dei giornalisti la cui categoria conosco bene da parecchio tempo. Il nostro organismo difensivo dalla fine degli anni Sessanta ha cominciato a trasformarsi e in breve è diventato una minaccia, anzi, una iattura per la corporazione degli scribi. Quando iniziai a fare questo mestieraccio, il mio primo stipendio (1968) di praticante, con meno di tre mesi di anzianità, ammontava a 240 mila lire il mese. La cifra oggi non dice niente. Faccio solo presente che con 490 mila lire compravi una Fiat 500, il potere di acquisto della moneta era quindi rilevante. Chiaro? Nel giro di pochi lustri avvenne uno sconvolgimento retributivo. Nel 1975, allorché il sindacato ebbe una influenza maggiore nelle redazioni, noi ricchi amanuensi che incassavamo 800 mila lire il mese, all’improvviso diventammo non dico poveri, ma subimmo una decurtazione notevole dei compensi. Per esemplificare, le ore straordinarie mensili, che contribuivano a ingrassare le buste paga, furono ridotte a 21 onde favorire assunzioni delle quali non vi era alcun bisogno. Aumentò il numero dei colleghi e diminuì sensibilmente l’ammontare delle palanche. I sindacati ci fecero un dispetto grave. E io dovrei stimarli, apprezzarli? Cessai di iscrivermi ad essi, giudicandoli nemici miei e dei cronisti in generale. I tribuni del popolazzo erano quasi tutti comunisti che puntavano ad appiattire i nostri redditi per infoltire gli organici nella speranza di avere un seguito massiccio da parte dei nuovi, numerosi redattori reclutati all’Unità e in varie altre testate rosse.

Queste operazioni hanno mandato in frantumi un mondo in cui mi trovavo bene e aperto le porte allo schiacciamento salariale. Al punto che oggi, un praticante, con il poco che guadagna riesce in 30 dì, a malapena, a comprarsi una bicicletta, magari di seconda mano. Tutto ciò grazie ai sindacati, i quali hanno ammazzato la categoria dei pennini riducendoli a proletari di seconda fila. Dovrei elogiarli? No, li vorrei eliminare, anche se personalmente vivo decentemente poiché al loro appoggio, che poi tale non è, ho rinunciato da una vita trattando le mie vicende economiche per i fatti miei, ricavando soddisfazioni rilevanti. In conclusione, sono persuaso - dati alla mano - che ogni lavoratore debba arrangiarsi per conto proprio. Forse non riuscirà a sistemare il proprio portafogli, ma almeno non lo distruggerà. In sintesi, i sindacati non sono amici di chi lavora, bensì nemici che impediscono la pacifica convivenza nelle aziende e ne polverizzano il benessere. Vittorio Feltri

Dopo Togliatti gli ex comunisti non hanno più avuto idee. L’anno scorso si riuscì a far polemica anche per delle corone di fiori portate sulla tomba di Palmiro Togliatti di cui domani si commemora la scomparsa. Ma la sinistra di origine comunista dopo di lui non ha elaborato alcuna nuova idea. Il tributo al togliattismo, soprattutto nella corrente dalem..., scrive Peppino Caldarola il 19 Agosto 2011 su "L’Inkiesta". Non ci sarà nessun dirigente del Pd, neppure fra quelli che vengono dal filone post-comunista, che celebrerà domani l’anniversario della morte di Togliatti, il 21 agosto del ’64 a Yalta. La rimozione della figura del capo comunista è uno degli esempi di cancellazione della memoria che ha fatto la sinistra dopo l’89. Solo nei giorni scorsi se ne è riparlato a proposito di un suo giudizio tranciante su De Gasperi che il suo stesso biografo, Giuseppe Vacca, autore anche di studi eccellenti su Antonio Gramsci, ha portato alla luce. Eppure non c’è dubbio che buona parte della cultura politica anche della sinistra post comunista trova le sue radici nel pensiero di quello che gli avversari, più che i sostenitori, definirono “il Migliore”. La vicenda politica di Togliatti è la summa delle contraddizioni del movimento comunista italiano. Intellettuale di grande profondità, amico di Gramsci e anche suo censore quando il fondatore dell’ “Ordine Nuovo” criticò lo stalinismo, è stato a lungo considerato dagli storici il massimo interprete della politica staliniana fra le due guerre. Anche la sorte di tanti antifascisti e comunisti caduti nelle maglie del regime sovietico si giocò senza che da lui sia mai venuta una parola di comprensione e un gesto di dissociazione dal potere sovietico. Molti storici hanno considerato questo aspetto della sua biografia come prevalente dimenticando però come dallo stesso Togliatti sia venuta l’elaborazione più avanzata del giudizio sul fascismo definito come “regime reazionario di massa”, approccio che consentì di capire il legame fra la dittatura e il popolo. Questa metodologia nella lettura delle contraddizioni dell’avversario ispirò gran parte del realismo comunista anche nel dopo guerra. E fu questa la stagione in cui si dispiegò l’egemonia togliattiana sul comunismo italiano. In estrema sintesi furono sue le scelte più significative che portarono il Pci ad essere il punto di riferimento principale dell’opposizione. La più nota fu denominata "via italiana al socialismo" non solo per sottolineare il distacco dal modello rivoluzionario del comunismo internazionale ma soprattutto perché metteva al centro il tema della democrazia politica come orizzonte della battaglia della sinistra. Da qui venne la scelta del partito di massa e non di quadri e soprattutto l’attenzione sia al ceto medio - Ceti medi e Emilia rossa, fu uno dei suoi testi più famosi - ma soprattutto quell’idea di riconciliazione politica fra avversari, fino all’amnistia verso i fascisti nell’immediato dopoguerra, che ritroveremo nel compromesso storico berlingueriano.

Anche l’attenzione al mondo cattolico segnò la rottura con la tradizione ateistica e anticlericale del vecchio mondo socialista fino al tentativo di far convergere il comunismo italiano con quel “cattolicesimo sofferto” che si confrontava con il rischio della guerra nucleare. Nel dopoguerra Togliatti mantenne il suo rapporto con l’Urss come asse della sua visione anche se si rifiutò di tornare a Mosca a capo del Cominform come Stalin voleva, e la Direzione del Pci autorizzò, forse temendo di non sopravvivere a un nuovo soggiorno moscovita. Alcuni storici militanti attribuiscono a lui, generosamente, un’idea di autonomia dal Pcus che in verità non è dimostrabile anche se è vero che nel memoriale di Yalta, che scrisse prima di morire colpito da un ictus, la presa di distanza dai due colossi del comunismo, quello sovietico e quello cinese, era assai marcata. Anche la destalinizzazione lo vide in una posizione contraddittoria, critico ex post del dittatore ma anche critico della riduzione del suo potere a “culto della personalità” come emergeva dal tremendo rapporto kruscioviano al XX congresso. Le contraddizioni del togliattismo, contrastato da sinistra come “traditore” della vocazione rivoluzionaria e dai laicisti come artefice dell’approvazione dell’art.7 della Costituzione, ne hanno fatto una figura ingombrante della sinistra così carica di un passato oscuro, gli anni di Mosca, e così debitrice di una moderna cultura politica nella costruzione del partito comunista più originale fra quelli non al potere. Questa costruzione fu innanzitutto una architettura culturale che si fondò sulla diffusione degli scritti di Gramsci che tuttora costituiscono i testi più significativi della cultura politica italiana. L’egemonia sugli intellettuali e la chiusura burocratica verso coloro che fra questi dissentivano, basti pensare alla rottura con Elio Vittorini e a tutta la diaspora del ’56, dopo che la ferocia dei carri armati sovietici repressero la grande rivoluzione democratica ungherese, ha costituito il lascito più forte che la stagione togliattiana ha consegnato ai suoi eredi. Questo breve sommario dei punti forti del mito del capo comunista conferma l’impressione che sia la strategia delle alleanze, sia la rottura del dogma operaista, sia l’apertura al mondo cattolico, sia la ricerca costante di un compromesso con l’avversario possano essere considerate le idee guida che tuttora costituiscono la dote culturale dei suoi eredi che si rifiutano ormai di celebrarlo. La sinistra di origine comunista dopo Togliatti non ha elaborato alcuna nuova idea. Anche Berlinguer si mosse entro le coordinate inventate dal suo illustre predecessore. Il tributo al togliattismo, soprattutto nella corrente dalemiana e in quella “migliorista” meno in quella veltroniana, è sopravvissuto anche nella stagione del post comunismo soprattutto nella visione delle alleanze, del dialogo con il cattolicesimo politico, nell’ondeggiamento verso il berlusconismo volta a volta considerato come cenacolo di populismo con cui alternare momenti di scontro e tentativi di accomodamento strategico. Insomma Togliatti non è morto culturalmente. Per alcuni questo è un limite di coloro che sciolsero il Pci. La pensano così soprattutto quelle forze di ispirazione socialista con cui Togliatti e il togliattismo ebbero solo occasioni di scontro e che accusarono il leader del Pci di essere attento esclusivamente al mondo cattolico e protagonista di un radicale tentativo di soppiantare la tradizione socialista. Gli eredi invece tacciono, così accade che si tengano addosso l’etichetta di essere corresponsabili delle sue scelte più discusse senza godere del vantaggio delle sue visioni più lungimiranti. I più giovani non conoscono questa storia e ne sono estranei ma se vogliono capire quello che accade nella sinistra di oggi da qui devono partire.

L'Arte di farsi da parte. Un politico che avrebbe potuto fare ma che è rimasto vittima di arroganza e presunzione: quelle del suo stesso carattere, scrive Raffaele Leone il 13 luglio 2018 su "Panorama". Io non so se Matteo Renzi farà bene come novello Alberto Angela per un programma tv in cui vuol mostrare le bellezze d'Italia. La parlantina non gli manca e neanche l'intelligenza, magari sullo schermo non otterrà lo stesso effetto che ha ottenuto a Palazzo Chigi: il rigetto. Il referendum sulle riforme istituzionali è stato l'emblema di questo rigetto. Abbiamo votato no a una riforma migliore dell'attuale legge elettorale perché Renzi se l'era fatta su misura e per potercelo togliere dai piedi. Ha fatto votare con la pancia perfino quelli come me che la pancia la tengono a bada. Un capolavoro. Non ne vado fiero. Oltretutto ero partito con tutte le buone intenzioni di questo mondo nei confronti del giovin fiorentino. Buone intenzioni che sono andate a sbattere contro l'arroganza di un politico emergente la cui politica guardava lontano per finire sul suo ombelico. Racconto un episodio che non ho mai raccontato. Io ho spesso il difetto di dare consigli non richiesti, mi accade nella vita privata (ricordo una memorabile lavata di capo da parte della moglie di un collega prossimo al divorzio) ma mi accade anche nella vita pubblica. Se ho un'idea che ritengo buona e utile, chissà perché alzerei subito il telefono. Quell'istinto mi è venuto con D'Alema al governo, poi con Berlusconi, oggi con Salvini e Di Maio. Quella volta mi venne con Pierluigi Bersani. Quando nel 2013 prese la sventola che prese, quando cominciava a soffiare impetuoso il vento grillino, quando farfugliava in streaming con i Cinquestelle, mi procurai il numero di cellulare e gli mandai un messaggio. "Gentile segretario, sono un cittadino moderato che in passato ha votato a sinistra ma che non lo farà mai più finché non diventerete un partito moderno e post ideologico, però siccome ci tengo a veder progredire l'Italia, e in questo momento siete voi a dare le carte, di fronte a questa batosta le chiedo: perché non dice agli elettori che ha capito davvero il messaggio di rottura? Perché non azzera la classe dirigente del suo partito? Perché non propone come premier il giovane Matteo Renzi?". Non ho ovviamente ricevuto risposta. Bersani deve aver pensato che fossi il solito rompiballe incompetente e probabilmente ne aveva ben donde. Renzi non lo conoscevo e non lo conosco, allora mi sembrava uomo di buona volontà e di belle speranze. Con quel suggerimento credevo che il Pd avrebbe potuto avviare una fase di modernizzazione e magari far partire un dialogo con i moderati del centrodestra dopo anni di caccia alle streghe. E pensavo che se il passaggio di consegne fosse venuto dal vecchio apparato di partito, il giovanotto avrebbe calmato la sua diffidenza e il Pd avrebbe potuto davvero imboccare una strada nuova con facce nuove. Non so come sarebbe andata, so com'è andata. E quattro anni dopo quel sms ho votato no al referendum. Per la prima volta (e spero l'ultima) ho votato con la pancia per togliere dai piedi il presuntuoso di Rignano. Spero che Giuliano Ferrara non mi tolga il saluto per questo. Avrei votato sì soltanto se Renzi, invece di legare il destino di quelle riforme al suo destino politico, si fosse presentato agli elettori così: "Ho capito che non mi sopportate, ho capito che sono riuscito a trasmettere il peggio di me, ma siccome quella riforma vale più di Matteo Renzi e fa bene all'Italia, vi comunico in anticipo che mi dimetterò da premier comunque vada a finire, così il vostro voto sarà un sì al futuro di questo Paese e non al mio futuro. Grazie". Titoli di coda, luci in sala, applausi perfino e rivalutazione del personaggio. Mi hanno spiegato che non funziona così la politica. Me lo avevano già spiegato gli amici quando avevo trovato una carognata dire a Enrico Letta di stare sereno per poi piantargli una coltellata alle spalle e prendere il suo posto. Anche allora mi fu detto che la politica ha le sue regole, che l'onore e la correttezza a volte risultano impolitiche. Abbozzai, eppure mi piacerebbe non fosse così. Sabato scorso ho dunque ascoltato il discorso di Renzi alla direzione del suo partito. Da tempo ha la capacità di rendersi insopportabile anche quando ha ragione, ma ha detto alcune cose sacrosante davanti a un partito ormai schiacciato tra parrucconi e claque fiorentina. Ne ha però omesse tante altre. Di nuovo ho immaginato una conclusione del discorso a mio modo: "Cari compagni, anch'io ho enormi responsabilità, non solo voi e la vostra guerra di retroguardia. Giuro che non volevo, eppure ho fatto un sfilza di errori lunga da qui alla mia casa in Toscana. Non ho ascoltato le critiche, ho governato gli italiani senza capirli, mi sono arroccato nel palazzo io che volevo aprirlo quel palazzo, sono stato arrogante e presuntuoso, ho gestito il potere in modo personalistico, mi ha tradito il mio carattere proprio quando ho dovuto affrontare la prova più grande della mia vita politica. Capita, agli esseri umani, ma io non me lo perdono. Chiedo scusa a voi e agli italiani tutti. Largo ai giovani. Non ai giovani renziani, ma a quelli che guardano avanti con mente aperta e nel nostro partito ci sono. Io mi ritiro". Mi sono sciroppato tutti i quaranta minuti del suo intervento sperando che lo dicesse. Non l'ha detto. Dimostrando ancora una volta che saper stare bene sulla scena è un'arte, ma saper uscire bene di scena è un'arte ancora più grande.

La propaganda sovietica? Era borghese e consumistica. Parchi, parate, lusso, mondanità. Così il regime illudeva un popolo affamato. Piegando l'arte al proprio volere, scrive Elena Fontanella, Mercoledì 02/01/2019, su "Il Giornale". Il mondo radioso dell'Avvenire sovietico appare lontano, per noi attori di questo umile «tempo di seconda mano», come lo definisce Svjatlana Aleksievic. Proprio quel tempo, di cui oggi sfugge il valore, fu una categoria fondamentale nella creazione del «nuovo mondo» e nella mitopoiesi dei rivoluzionari d'ottobre. Gian Piero Piretto in Quando c'era l'Urss. 70 anni di storia culturale sovietica (Cortina Editore, pagg. 622, euro 39) traccia un'analisi accurata dei presupposti su cui si è potuto realizzare un archetipo così potente, delineando linee storiche, decriptando vecchie iconografie e nuove estetiche, spolverando strati di vissuto della lunga marcia del popolo russo nel Secolo Breve e offrendoci un saggio illustrato immancabile per chi vuole coniugare cultura e società. Lo spartiacque è il 21 gennaio 1924, quando un'emorragia cerebrale stroncò la vita di Lenin. «Lenin non è più, ma è rimasto il Leninismo» titola la Pravda, facendo del leader non solo il primo martire della nuova religione bolscevica, ma materia viva e plasmabile per il nuovo stalinismo. Malgrado il tentativo di estirpare la gramigna obnubilante del credo ortodosso, la vecchia madre Russia dimostra di non poter sopravvivere senza icone e riti, così la sacralizzazione del regime diventa la primaria strategia del nuovo corso. Se con Lenin ancora in vita il Politbjuro aveva già costruito un processo di «canonizzazione», con la sua morte si instaura il vero culto del corpo che «secondo il Vangelo marxista» assumerà un'aura cristologica. Senza perdere di vista stilemi cari al popolo, il corpo diviene il simbolo, il leninismo il verbo e il mausoleo il sacrario della nuova ideologia. Sarà Malevic a teorizzarne l'estetica trasfigurando il ritratto di Lenin, «immagine dell'invisibile», icona laica dell'utopia socialista, permettendo anche all'umile contadino, poco dotato di sensibilità artistica, di ritrovare le stesse forme che avevano costituito un inossidabile punto di riferimento spirituale. In ogni casa, d'ora in poi per 5 copechi sarà il lubok, la stampa popolare, a ottenere, con la sua cornicetta dorata, il posto d'onore nel krasnyj ugol, l'angolo prima riservato all'immagine sacra. Sulle ceneri ancora calde di antichi archetipi si realizzava l'alfabetizzazione al «buon gusto» bolscevico e la lotta alle categorie borghesi identificate da Trotsky sulla Pravda nella triade «vodka, cinema e chiesa». Per combattere «gli umori decadenti dei giovani» il partito si organizzava scegliendo riferimenti riconoscibili e affidabili, permeati da una «rossificazione» a oltranza, irrisa dagli intellettuali, ma destinata a mantenersi costante nel tempo. Intanto la nascente politica culturale staliniana si racchiude in una spettacolarità carnevalesca, oscillante fra terrore ed euforia, in cui anche il ricorso alla violenza delle «purghe» assume un preciso ruolo. Se ne percepisce l'urlo nell'arte attraverso quelle sagome senza volto, sospese a mezz'aria, prive di contatto emotivo in cocente contrasto con i primi corpi ideali del realismo socialista tracimanti ottimistica fissità. L'arte stalinista propone il futuro garantito da un passato epico e glorioso e in una scenografia posticcia la gigantesca forma apollinea della città contiene tutto il dionisiaco staliniano: parchi di divertimento, parate, cinema, luoghi del lusso e mondanità come l'Hotel Moskva, aperto nel 1935, con le sue lussuose limousine... Tutto contrasta con la grigia quotidianità retrostante delle masse che, tuttavia, rispondono narcisisticamente compiaciute di appartenere a una Grande Patria. Lo spazio civile è posto al servizio della massificazione per garantire accesso e controllo. Alla linearità spaziale dei binari ferroviari della propaganda stalinista si oppone la verticalità dei palazzi-alveari nelle città, creando uno spazio bidimensionale in cui per 70 anni si muove una vita dalle categorie sovvertite e carica di inquietudine: «Campi di ferro che vanno su ruote e portano un sacco di folla, gettandola in una catasta comune, il vitreo palazzo, più dritto di un bordone di un vecchio, getta il suo asse, solingo sulle nere nuvole» (V. Chlebnikov, 1920). E qui si consuma l'attacco alla vita privata. La sperimentazione utopistica entra nei rapporti individuali, nell'intimità, nella sessualità in cui, comunque, forti tratti di machismo non abbandonano una parvenza di emancipazione femminile il cui simbolo è la «donna scapolo», sobriamente in grigio con l'immancabile fazzoletto rosso sui capelli raccolti. In una Mosca fredda ed esausta, odorante di cherosene, nutrita da aringhe rancide e patate muffite riscaldate sulle onnipresenti panciute burujka di latta, l'assemblea generale degli inquilini assurgerà a topos dell'epoca e l'appartamento di lusso espropriato si trasforma in coabitazione forzata pervasa da un misto di diffidenza e imbarazzo, come nel celebre quadro di Kuzma Petrov-Vodkin. Inizia l'epoca in cui il manifesto diventa idea platonica, baluardo iconico contro la tranquilla retorica tradizionale. Giovani artisti, come Vladimir Lebedev, prestano gratuitamente la penna all'agenzia statale telegrafica Fenetre Rosta', arrivando a realizzare ciascuno 50 disegni ogni notte sui fatti del giorno, in una sorta di rassegna stampa finalmente comprensibile alla maggioranza del popolo. Nel mentre l'avanguardia afferisce a una nuova cultura sperimentale al servizio della causa. L'arte non può più esistere per se stessa, ma deve incarnare una funzione, come nel celebre binomio pubblicitario Malevic-Rodcenko per il lancio della grande distribuzione Mossel'prom. Questa riaffermazione borghese, gaudente, consumistica e cialtrona, pare a Bulgakov «un teatro spelacchiato e scalcinato pieno di correnti d'aria». In una Mosca in cui si lotta per ottenere una stanza, sulle strade piene di buche si accalcano centinaia di persone circondate da «un'insegna dopo l'altra... e che cosa non c'è su quelle insegne! Qui si indovinano i pensieri... e in questa allegra mescolanza di parole, di lettere, su fondo nero, una figura bianca: lo scheletro di una mano, tesa verso il cielo. Aiuto! Fame!». L'artista però non appartiene più alla classe dei demiurghi ma, riunito in sindacati, indirizza l'energia creativa verso la trasformazione sociale in atto. Il politicamente corretto, prima altalenante tra realismo retorico e velleità avanguardiste, si spegnerà dopo il Congresso degli scrittori sovietici del 1934 che, fornendo la definizione del «realismo socialista», determinerà che in nessuna delle arti si sarebbe dovuto trovare un contenuto non chiaramente esprimibile in parole. L'arte assume definitivamente il compito di raffigurare «una vita possibile», come sarebbe diventata grazie ai benefici effetti del regime, una laccatura consolatrice del vero. Il Paese ormai marciava verso l'ottimismo, l'eroismo, il pathos che neppure la durezza della guerra avrebbe scalfito. In un mondo bidimensionale, solo la scoperta della terza dimensione, simbolicamente negata per 70 anni, avrebbe potuto spezzare l'incantesimo dell'utopia che, non a caso, si sarebbe simbolicamente manifestata con l'apertura di una breccia in un semplice muro di cemento.

La Lady Macbeth che fece paura a Stalin. In un articolo non firmato il dittatore russo attaccò la partitura, definita “caos non musica”, scrive Giuseppe Pennisi il 12 Aprile 2018 su "Il Dubbio". Critici musicali si diventa o si nasce? Normalmente si pensa che il percorso per diventare un critico musicale sia lungo e comporti anni in Conservatorio, nonché studi a una scuola di giornalismo per poter fare il “critico militante” per un quotidiano e per periodici. Stalin ci nacque e con un articolo di fondo non firmato (ma riconosciuto come di suo pugno) il 28 gennaio 1936 mise al bando quello che si pensava fosse ‘ il musicista di corte’ del regime, Dmitri Šostakovic, la cui opera La lady Macbeth del distretto di Mensk stava trionfando al maggior teatro di Mosca, il Bolshoi. Un lavoro che, secondo le intenzioni dell’autore, avrebbe dovuto essere il primo di una tetralogia sul coraggio della ‘ nuova donna sovietica’. L’ira di Stalin — si badi bene — non cadeva sulla vicenda, né sul libretto quanto mai esplicito (per il teatro in musica degli anni trenta); vicenda e libretto anzi potevano venire assunti come critica alle degenerazioni borghesi che l’uomo nuovo del comunismo avrebbe curato. Inoltre, dal racconto su cui si basava l’opera era già stato un dramma teatrale con non avuto censure. L’ira era con la partitura, chiamata "caos non musica". Scrittura difficile, che richiede un grande organico ed è intrisa del linguaggio del Novecento allora più moderno; la musica accentua il sesso e il sangue con la ferocia degli ottoni (chiamati a sottolineare gli amplessi) e l’arditezza delle soluzioni timbriche. Utilizza richiami a canti e cori popolari nonché alla "musica futurista" russa che aveva cultori in quegli anni prima di essere schiacciata dalla stalinismo. Richiede un enorme organico orchestrale, diciotto solisti in venti ruoli, un grande coro e frequenti cambiamenti di scene. Richiede soprattutto una direzione incalzante, veloce, a volte ruvida ma pronta al tempo stesso a scivolare in afflati lirici negli intermezzi. Si ricorda un’esecuzione bellissima di Myung- Whun Chung per l’Opéra di Parigi ed una esemplare (anche grazie alla regia di Lev Dodin) di Semyon Bichkov al Maggio Musicale Fiorentino. Il lavoro sarà in scena al San Carlo dal 15 aprile in una coproduzione con il Teatro dell’Opera di Amsterdam, la direzione musicale di Juraj Valcuha, la rega di Martin Kusej, le scene di Martin Zehetgruber, i costumi di Heide Kastler e Natalia Kreslina, Dmitry Ulianov, Ludovit Ludha Ladislav Elgr nei ruoli principali. La stroncatura condizionò la vita e la produzione successiva di Šostakovic. Gran parte dei lavori sulla vita tormentata di Šostakovic, apprezzato nel resto del mondo ma considerato con diffidenza in Patria (nonostante lo stesso contributo personale che diede durante la seconda guerra mondiale) si basano sul libro Testimonianza. Le Memorie di Dmitri Šostakovic pubblicate da Solomon Volkov nel 1979 (ossia a quattro anni circa dalla morte del compositore), memorie scritte in seguito a lunghe interviste. Anche se Volkov non ha esibito i nastri in cui le interviste sarebbero state registrate le conversazioni, nessuno degli stretti familiari di Šostakovic ne ha mai smentito i contenuti. E’ difficile dire quanto nel libro di Volkov ci sia di forzato. Il ritratto che emerge è quello di un fiero antistalinista, costretto dalle circostanze della vita e dalla ferocia del tiranno ( che aveva mandato di fronte al plotone di esecuzione alcuni dei suoi migliori amici) a vivere una doppia esistenza dal 1936 ( anno in cui venne bandita La lady Macbeth del distretto di Mensk): conformista in apparenza ( e in tal modo anche con importanti riconoscimenti ed incarichi ufficiali) ma antistalinista in fondo al cuore e con il timore di essere, in qualsiasi momento, scoperto. Tuttavia, sempre profondamente patriota, come mostra la sua settima sinfonia Leningrado composta (e diffusa in Gran Bretagna e negli Stati Uniti) durante il lungo assedio nazista della città.

Il volume di Volkov ha avuto diffusione limitata in Italia. Il film tratto da Tony Palmer nel 1988 dal libro di Volkov, con Ben Kingsley come protagonista, ha avuto numerosi premi internazionali ma in Italia si è potuto vedere soltanto sul canale ‘ classica’ di Sky in lingua originale con sottotitoli; non ha trovato un distributore che lo circolasse nelle sale anche in quanto politici di rango avrebbero, all’epoca, fatto sapere che non gradivano la diffusione di un film che metteva in cattiva luce l’Unione Sovietica dalla rivoluzione del 1917 al 1975. Un nuovo volume uscito nel 2013 per i tipi di Zecchini Editore Šostakovic Continuità della Musica, Responsabilità nella Tirannide di Piero Rattalino (pp 280, € 25), è stato inteso come un saggio ‘ revisionista’, rispetto alle analisi di Volkov. Il libro di Rattalino è una biografia musicale (non storico- politica) del compositore. È un lavoro attento, rivolto non solo al pubblico del mondo della musica; è scritto con eleganza e pone le opere di Šostakovic nel contesto dell’evoluzione musicale di settanta anni del Novecento. Riconosce come, dopo il bando di La lady Macbeth del distretto di Mens, il giovane compositore ( uno dei più corteggiati dalle belle donne dell’intellighentsia di Leningrado ( il nome dato a San Pietroburgo dopo la rivoluzione sovietica), anche a ragione della sua arguzia ( oltre che della sua avvenenza), era diventato timido e timoroso ( tanto da mettere anche la sua firma a una lettera di censura al suo amico Sacharov) ma trova come elemento di fondo della vita del compositore “la continuità di musica legata alla tradizione e l’assunzione di responsabilità personali, pur nei lacci della tirannide”. Essenzialmente, si differenzia solo in parte da un’analisi dalla personalità di Šostakovic quale tratteggiata da Volkov. Occorre, però chiedersi, se, dopo avere composto due opere indubbiamente rivoluzionarie (Il Naso prima di La lady Macbeth) sotto l’aspetto della sintassi musicale, gran parte della produzione di Šostakovic (soprattutto le sinfonie, meno la cameristica e le musiche da film) siano rimaste così tradizionali (e lontane da altri fermenti del Novecento) proprio in quanto sentitosi nel mirino di un regime che non accettava l’innovazione. E che invidiava il successo altrui (Molotov, in palco con Stalin alla prima moscovita di La lady Macbeth) si piccava di essere musicista ed era cugino di Skjabrin, a cui il successo sarebbe arriso molto più tardi.

Karl Marx, fra mito e polemiche a 200 anni dalla nascita. Nato nella cittadina tedesca di Treviri il 5 maggio del 1818, scrive Sabato 5 maggio 2018 Askanews. Tra mille polemiche, la Germania celebra il bicentenario della nascita di Karl Marx: non meno di 600 eventi – mostre, concerti, rappresentazioni teatrali, conferenze – sono programmati a Treviri, città vicina al confine con Francia e Lussemburgo dove Marx è nato il 5 maggio 1818, per tracciare la vita, il lavoro e l’eredità dell’autore del “Capitale” e ispiratore del comunismo. Ma diversi fatti potrebbero offuscare le celebrazioni, poiché l’eredità del filosofo rimane controversa quasi 30 anni dopo la caduta del muro di Berlino. Il momento clou delle celebrazioni è l’inaugurazione di una statua in bronzo del filosofo tedesco, alta 5 metri e mezzo, donata dalla Cina, Paese ancora ufficialmente comunista. Un fatto che ha suscitato più di un mal di pancia in una Germania dove il Muro ha diviso il popolo per decenni e la repressione nella Ddr comunista ha lasciato tracce ancora palpabili. Diverse associazioni e partiti manifestano contro l’omaggio al “padre” delle dittature comuniste: “Vogliamo protestare a gran voce contro l’inaugurazione della statua e far sentire le nostre voci contro la glorificazione del marxismo!”, ha detto Dieter Dombrovski, presidente dell’Unione delle vittime della tirannia comunista. Marx, afferma, “ha gettato le basi su cui sono state costruite tutte le dittature comuniste fino ad oggi”. “Non dimentichiamo le vittime del comunismo – Smontiamo Marx!”, sostiene il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD), che ha costruito i suoi successi alle ultime elezioni generali proprio nell’ex Germania dell’Est. Il sindaco di Treviri, il socialdemocratico Wolfram Leibe, respinge le critiche di coloro che gli rimproverano di aver accettato la statua per cercare di accattivarsi turisti e investitori cinesi: è un “semplice gesto di amicizia” da parte di Pechino, ha detto alla France Presse. E di fronte al rischio che la statua possa essere danneggiata dai vandali, risponde: “In una grande città, è sempre così, questo non mi impedirà di dormire”. Più di 130 anni dopo la sua morte a Londra, nel 1883, l’autore del “Capitale” e del “Manifesto del Partito Comunista” (con Engels) rimane uno degli intellettuali più commentati al mondo, critico visionario e acuto dei pericoli del capitalismo per alcuni, ispiratore delle dittature sovietica o cinese per altri. Alcuni paesi rivendicano ancora il marxismo come base ideologica, come la Cina e il Vietnam. Pechino “continuerà a brandire la bandiera del marxismo”, ha detto ieri il presidente cinese Xi Jinping, mentre il suo omologo vietnamita Tran Dai Quang ha affermato che “marxismo e leninismo sono la forza materiale e l’eredità spirituale del Vietnam”. “C’è qualcosa di eterno in Marx” e questo bicentenario permetterà di spiegare l’autore del famoso slogan “Proletari di tutti i paesi, unitevi!” senza “glorificarlo o diffamarlo”, afferma Rainer Auts, direttore della società responsabile della supervisione delle mostre su Marx. Marx è stato innegabilmente un “grande pensatore”, ha detto il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, ma “non dovremmo avere paura di lui, non più di quanto dovremmo erigere statue dorate in suo onore”, ha detto l’esponente socialdemocratico.

Auguri Marx: cosa resta delle sue idee a 200 anni dalla nascita. La crisi del capitalismo. L'inevitabile conflitto con il lavoro. La lotta di classe. Ancora oggi la dottrina del filosofo tedesco domina il dibattito politico. E la destra se ne sta appropriando, scrive Samuele Cafasso su Lettera 43 il 5 maggio 2018. Il 29 ottobre 2017 Il Foglio, in un articolo caustico dedicato a Marta Fana, si chiedeva in che secolo siamo se la ricercatrice di Sciences Po, l’istituto di studi politici di Parigi, in televisione parla ancora di rovesciamento di rapporti di forza all’interno dei processi di produzione. «Non nel Duemila, forse nemmeno nel Novecento», motteggiava il quotidiano. Eppure basta fare un passo in libreria per accorgersi che intorno al pensiero di Marx, di cui il 5 maggio 2018 si festeggiano i 200 anni dalla nascita, si stanno spendendo molte parole, anche in Italia dopo un’onda lunga che ha già toccato gli Stati Uniti - la rivista Jacobin ha 10 anni -, la Gran Bretagna, la Francia di Thomas Piketty.

LE STORTURE DELLA GIG ECONOMY. Di Marta Fana si è detto: è uscito a ottobre 2017 il suo Non è lavoro, è sfruttamento (Laterza), racconto delle storture della gig economy e del neo-liberismo in salsa italiana. «La lotta di classe», ha detto l’autrice, «è una categoria viva e vegeta». Per Minimum Fax è uscito Teoria della classe disagiata, il saggio di Raffaele Alberto Ventura che ragiona intorno all’impoverimento della classe media, pescando in larga parte dalla teoria marxiana sulle contraddizioni ineliminabili del capitalismo. «Ma io», dice subito Ventura, «marxiano non sono».

SI PESCA TRA I GRANDI DEL PASSATO. A marzo 2017 è stata la volta di Mimesis con Economia e società. Otto lezioni eretiche di Maria Turchetto (già insegnante di Ventura), dove l’eresia è Marx, ma anche Lenin, Hilferding, Rosa Luxemburg. È uscita a giugno, invece, una raccolta di scritti di Lenin per lacura di Vladimiro Giacché, Economia della rivoluzione (Il Saggiatore); Domenico Losurdo ha pubblicato per Laterza Marxismo occidentale. Sottotitolo: Come nacque, come morì, come può rinascere. Si ripesca tra i grandi del passato, e non solo in economia: così torna in libreria per Il Saggiatore Verifica dei poteri, a 100 anni dalla nascita del poeta e critico (marxista, ça va sans dire) Franco Fortini. Tutto questo senza andare a scomodare Toni Negri negli Usa con Assembly. Che cos’è tutto questo parlare di Marx e intorno a Marx a parte l’inevitabile agiografia dei 150 anni dalla pubblicazione del primo volume del Capitale e i 100 dalla rivoluzione russa caduti nel 2017? Lo abbiamo chiesto a studiosi e universitari italiani che intorno al pensiero del filosofo tedesco hanno lavorato. «Noi non capiremo niente di quanto accaduto negli ultimi decenni senza mettere al centro delle nostre analisi un forte conflitto di interessi tra il capitale e il lavoro», spiega Antonella Stirati, economista, esponente della scuola neoricardiana che ha all’Università Roma3 un suo importante centro e che, dell’eredità di Marx, valorizza tutto quanto riguarda il conflitto sociale e il conflitto distributivo, categorie di analisi sparite dai radar della sinistra politica.

PER SPIEGARE LA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO. «Persino studiosi progressisti e liberal come Paul Krugman, o Joseph Stiglitz, che non sono affatto marxisti, alla fine ricorrono alla categoria del conflitto per spiegare cosa è successo alla distribuzione del reddito in questi anni, è inevitabile». Questo è il primo elemento che sta guadagnando visibilità nel dibattito pubblico, anche in Italia. Non è una idea marxiana in senso stretto, ma marxista nella misura in cui il filosofo è considerato «il punto di arrivo di una tradizione iniziata anche prima, con il pensiero dei Fisiocratici, di Adam Smith e di Ricardo».

SISTEMA CON DISOCCUPAZIONE PERMANENTE. Un altro aspetto importante e ancora valido delle idee marxiane consiste nella critica del capitalismo come sistema in cui si può avere disoccupazione persistente e in cui si presentano instabilità e crisi ricorrenti. Secondo Stirati, tali aspetti del pensiero di Marx rimangono validi anche quando si abbandonino la teoria del valore lavoro e l’idea che vi sia una tendenza secolare alla caduta del saggio di profitto. All’opposto ci sono studiosi come Riccardo Bellofiore, docente all’Università di Bergamo, e Vladimiro Giacché, economista, presidente del Centro Europa ricerche e partner di Sator (azionista di questo giornale online): «Per alcuni studiosi la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto e la teoria del valore lavoro sono concetti da superare. Io credo che proprio la crisi del 2008 abbia dimostrato invece la loro centralità perché ci permettono di spiegare quanto successo senza riportare ogni cosa, in maniera semplicistica e infine sbagliata, alla rapacità della finanza, fino a ieri formidabile creatrice di valore e oggi casa di spietati affamatori. Quanto è accaduto segnala semmai la crisi strutturale, a mio giudizio irreversibile, di un modello di crescita basato sulla finanza e sul debito quali strumenti di contrasto alla caduta del saggio di profitto». La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, per riassumere, dice che la redditività del capitale e la sua capacità di generare ricchezza è destinata a diminuire minando il capitalismo alle radici.

MARXISMO CHE SCIVOLA A DESTRA. L’idea secondo cui non sono le storture del capitalismo, ma il capitalismo stesso per come è fatto ad andare verso la crisi percorre, per esempio, tutto il libro di Raffaele Ventura. «Il marxismo lo possiamo immaginare», ci spiega, «come una linea tesa tra la dimensione economicista-determinista e quella idealista, la quale tuttavia, rinunciando al confronto con le ferree leggi del capitalismo, finisce per assomigliare al vecchio socialismo pre-scientifico contro cui si scagliava Marx». Ventura si pone all’estremo economicista-determinista, «forse persino un po’ oltre». All’altro estremo, sostiene, c’è un marxismo che, svuotato della sua parte scientifica, «scivola facilmente verso i socialismi di tipo nazionalista, il cosiddetto universo rosso-bruno».

CONSENSI NEL PIANETA POPULISTA. Vecchi echi di una polemica che aveva contrapposto Ventura a Diego Fusaro. Quest’ultimo, autore di Bentornato Marx! (Bompiani, 2009), filosofo-pop e presenza fissa nel dibattito tivù, si definisce «marxiano, allievo indipendente di Marx» e delle critiche che gli muove Ventura poco vuole parlare, riducendo tutto a una questione di «invidia», gelosie accademiche. Eppure non è possibile ignorare le ondate di applausi che ogni nuova sparata di Fusaro - contro il mondo omosessuale, contro l’immigrazione, contro le politiche di parità di genere - riscuote nella galassia populista che si muove tra il movimento di Grillo e la Lega di Salvini, per lambire l’estrema destra extraparlamentare. «Io», dice Fusaro, «non guardo a destra né a sinistra, ma ai diagrammi di forza. E oggi i principali alleati del capitale sono le forze che si dicono di sinistra, è un fatto». Per quanto criticabile, Fusaro su una cosa ha ragione: il pensiero di Marx sul conflitto tra capitale e lavoro e sulle tare del capitalismo oggi non ha più cittadinanza nella sinistra politica italiana, mentre in parte è riecheggiato nella campagna americana di Bernie Sanders, nel Labour britannico di Corbyn, nella candidatura alle presidenziali francesi di Melenchon.

SEMPLIFICAZIONI COSPIRAZIONISTE. Come nota Giacché, «30 anni fa avrei potuto darle decine di nomi di intellettuali marxisti o marxiani impegnati in politica, oggi non me ne viene in mente nemmeno uno». Ne ha invece, in una versione paradossale, iper semplificata e infine falsa, in una destra populista e in un universo cospirazionista che parla di banche contro i l popolo, di euroburocrati al servizio del capitale, di una finanza parassitaria (alla Soros, per intenderci) nemica dei lavoratori. Una ideologia che va a braccetto con l’antiglobalismo e che accoglie tra gli applausi Fusaro quando sostiene, per esempio, che lo ius soli è «l’arma con cui il capitalismo globalizzato mira a distruggere la cittadinanza degli Stati nazionali». Sembra così paradossale, ma rientra invece nella complessità del pensiero marxista e nella “esplosione” di un mondo dove c’è tutto e il suo contrario, che altri studiosi partano proprio da Marx per una critica della società contemporanea in quanto razzista e discriminatoria, secondo una linea internazionale che ha uno dei suoi pilastri in un testo del 2010 di Kevin Anderson, Marx at the Margins (University of Chicago Press).

TRA MIGRAZIONI, RAZZE E DESTRA. L’italiana Lucia Pradella, ricercatrice al King’s College di Londra, è tra questi. «Marx», spiega, «diversamente da quanto si pensa ha dedicato molta attenzione nella sua opera alle società non europee. La teoria dell’impoverimento della classe lavoratrice già comprendeva un discorso sulle migrazioni e sulle ristrutturazioni produttive a livello globale. L’analisi marxiana può aiutarci a capire il rapporto tra classe e razza, l’emergere della destra neo-fascista».

IL LAVORO È ANCORA CENTRALE? C’è molto altro, per esempio un filone che ragiona su «quanto la classe lavoratrice sia ancora centrale nel movimento anticapitalista», o se invece «i nodi del conflitto non siano da cercare intorno ad altri temi, come la lotta per la casa, gli spazi urbani, il lavoro riproduttivo. Il conflitto rimane, ma il lavoro salariato è ancora centrale?». Marxismi diversi, a volte opposti per conclusioni, ma dove riaffiora un’idea della crisi e della lotta tra classi che, a 10 anni dal crac di Lehman Brothers, torna patrimonio comune. In fondo, sostiene Ventura, «Marx fa parte della storie delle idee, come Platone. Per certi versi non possiamo non dirci marxisti». Solo che ce n’eravamo dimenticati. Questo è un aggiornamento di un articolo uscito su pagina99 il 10 novembre 2017

Fusaro scrive sul Primato Nazionale. E la sinistra rosica, scrive il 4 maggio 2018 "Il Primato Nazionale". Non c’è niente da fare: più la sinistra cerca di apparire “giovane”, e più si sente invece quella insopprimibile puzza di vecchio. Prendiamo il caso più recente, che ha mandato nel pallone tutto il compagnume fighetto del web. Diego Fusaro, filosofo e volto noto della televisione, pur essendo di formazione marxista, ha iniziato ieri la sua collaborazione settimanale con il Primato Nazionale, inaugurando la sua rubrica dagli echi kantiani La ragion populista. Questa scelta era stata spiegata in questi termini dalla redazione del nostro quotidiano: «Abbiamo [noi del Primato e Fusaro] origini differenti e visioni non sempre convergenti, ma la stessa volontà di uscire dalla gabbia del mondialismo». Insomma, l’obiettivo era chiaro: superiamo gli ormai logori steccati ideologici e iniziamo a parlare del nostro comune nemico (il globalismo capitalista e livellatore) e del nostro comune referente (il popolo).

Dal momento, però, che la sinistra mainstream ha ormai mandato in soffitta qualsiasi velleità rivoluzionaria per appecoronarsi al pensiero dominante, ecco che arriva subito Sua Fighettosità Chistian Raimo, direttore dello chicchettosissimo Internazionale, che così commenta la collaborazione di Fusaro al Primato: «È una notizia importante, per tutti coloro che pensano che il fascismo non sia una cultura politica, che bastano due norme tipo legge Fiano per togliere i gagliardetti di Predappio, che CasaPound è folklore, etc. I fascisti del terzo millennio intanto fondano case editrici e giornali, scrivono, elaborano pensiero, vanno in cerca di un’egemonia culturale, a forza di grandi sostituzioni, populismi di destra, nazionalismi retrotopici. Fa ridere? Sempre meno. Essere antifascisti oggi vuol dire contrastare questo pensiero, combatterlo nella pratica politica, né liquidarlo né minimizzarlo. Fusaro è un avversario reale. Ributtante dal punto di vista intellettuale, ma reale. […] Lo strumentario contro il pensiero di destra di Furio Jesi va aggiornato, non basta più». Tutto molto interessante, ma c’è un problema: Raimo, nel suo sfogo facebookiano, linka un suo vecchio articolo che vorrebbe fornire un “ritratto del neofascista da giovane”. Si tratta in realtà dell’ennesima ricerchina rabberciata sulle “nuove destre”, condita qua e là da basso dossieraggio antifascista. Il confronto con il pensiero del “fascismo del terzo millennio”, invece, praticamente non c’è, perché Raimo si limita a presentare – banalizzato – questo pensiero per poi meglio liquidarlo con i soliti luoghi comuni da liberal semicolto. Fine.

Marx due secoli dopo: trascurato a sinistra, potrebbe essere riscoperto a destra, scrive Annalisa Terranova sabato 5 maggio 2018 su "Il Secolo d’Italia". Karl Marx nasceva duecento anni fa, il 5 maggio 1818, a Treviri. Se la politica italiana non fosse interamente assorbita dalle polemiche sui social, questo bicentenario avrebbe potuto fornire occasione utile per una “riscoperta”. Ma riscoprire cosa, esattamente? Bè, il Marx depurato dalle interpretazioni che condussero al totalitarismo comunista. Il Marx che mette al centro del suo pensiero lo sfruttamento del lavoro e che ci obbliga a pensare al capitalismo anche come problema e non solo come unica prospettiva della storia. Un compito che dovrebbe spettare alla sinistra, se la sinistra non avesse spostato il suo asse ideologico sulla difesa dei diritti delle minoranze dimenticando il disagio delle maggioranze. Potrebbe provarci allora la destra e non sarebbe operazione così eretica come a prima vista potrebbe sembrare: da Marx infatti partì anche Giovanni Gentile, pubblicando nel 1899 il libro La filosofia di Marx, apprezzato da Lenin, cui si deve l’interpretazione del filosofo di Treviri come “filosofo della prassi”. Ma non basta: nell’ormai lontano 1992 fece scalpore l’affermazione di Rosario Villari, uno dei protagonisti della cultura comunista del dopoguerra, secondo il quale la storiografia marxista in Italia è stata poco più di un’etichetta mentre furono storici e pensatori non comunisti come Benedetto Croce e Gioacchino Volpe a utilizzare al meglio Marx. In particolare Volpe si attenne nei suoi studi alla regola di non separare la storia politica dalla storia sociale. Esiste allora un Marx nascosto, trascurato, diverso da quello solitamente accostato a una vulgata politica usurata, che è quello più utile oggi per capire i problemi del presente. Su questo punto insisteva non a caso in un libro apparso un anno fa Bruno Pinchard, parlando di un “Marx a rovescio” (Marx a rovescio, Mimesis). Ma con quale approccio ci si può accostare a Marx? Egli è certamente il «seduttore dei giorni di crisi»: è il primo stadio che ci conduce a vedere nel Capitale il libro che denuncia i vizi del sistema che sentiamo come ostile o oppressore. Ma c’è anche il Marx incardinato nella storia del pensiero filosofico occidentale. Non un filosofo che rompe con chi lo ha preceduto, ma un pensatore che integra e trasforma le filosofie anteriori al Capitale. Marx è aristotelico per quanto concerne l’idea di praxis, è colui che più di altri sfida e supera Hegel, è anche colui che riprende da Vico l’imperativo di guardare al vero come fatto storico e non come fatto contemplativo. Ancora «in relazione all’oro e alla moneta, al feticismo della merce e all’impersonalità del capitale, Marx ritrova quelle prospettive eredi delle forme simboliche che guidano Shakespeare o Rabelais quando si tratta dell’oro». Ecco allora che secondo Pinchard «tutte le sfere della fantasmagoria dell’Occidente sono coinvolte in una lettura matura di Marx». Persino i grandi del Rinascimento affiorano tra quelle pagine: «Seguendo l’esempio di Leonardo da Vinci che dipinge vortici e disegna rocce per trovare la legge del mondo, Marx predice la morfologia degli scambi sociali nella vita della materia». Se ci fermassimo a questo, resteremmo in ogni caso lontani dalla comprensione della forza rivoluzionaria di un’opera come Il Capitale. Ciò che la caratterizza, infatti, è la sua capacità di pensare il capitale come struttura totale, come sostanza che non ha altra causa e altro fine al di fuori di se stessa e che per queste sue peculiarità appare come il nuovo Dio dell’Occidente, al punto che Pinchard può parlare del libro come di un libro teologico e mitologico – oltre la dimensione della scienza economica – che per importanza sostituisce la Bibbia, che diviene di fatto la Bibbia del proletariato, e che non è privo di un’atmosfera mistica nel momento in cui Marx ci fa balenare dinanzi la prospettiva della catastrofe. Di Marx come autore indispensabile dinanzi all’attuale forza regressiva del capitalismo, sul piano della distruzione ambientale e su quello dell’insoddisfazione dei bisogni, aveva già parlato Costanzo Preve, proponendone un recupero come pensatore capace di fondare un comunitarismo alternativo all’attuale individualismo atomistico. Secondo Preve, dunque, con Marx era possibile tornare a dare senso alle relazioni tra gli uomini. Di certo la ricchezza della sua opera si presta non solo a molteplici interpretazioni, ma anche a molteplici utilizzi, purché non si sfruttino ancora una volta le sue intuizioni per imbellettare ideologie già sconfitte dalla storia e ormai improponibili. Sono dunque le pagine marxiane, più che quelle marxiste, a tornare utili per ennesime prese di coscienza dinanzi ad un’attualità che sfugge ad ogni tentativo di sistematizzazione.  Presa di coscienza, allora, che è anche cammino verso una nuova identità, come singoli e come insieme di uomini e donne. Conoscenza, identità, consapevolezza. Non al servizio di un astratto classismo ma al servizio delle persone. Non potrebbe esserci riscatto migliore per un filosofo lordato dalla bruttezza del totalitarismo comunista.

Corridoni eroe e sindacalista. Un libro spiega perché la destra non può farne a meno, scrive lunedì 7 maggio 2018 "Il Secolo d’Italia". Filippo Corridoni (1887-1915) è il primo personaggio col quale viene inaugurata la collana “Profili” dell’editore Fergen. Un investimento in cui crede il fondatore della casa editrice, il giornalista Federico Gennaccari, e che è stato possibile grazie all’impegno del direttore Gennaro Malgieri il quale, dopo quello su Corridoni di cui è autore, ha in preparazione altri due volumetti: “L’ultimo Sorel” di Mario Missiroli e “Alfredo Rocco” di F.Coppola e M.Maraviglia. L’idea ricorda da vicino la collana Architrave del compianto editore Giovanni Volpe, anch’essa dedicata ad autori ritenuti veri e propri pilastri di una cultura rivoluzionario-conservatrice. Il libro di Malgieri su Corridoni, benché si esaurisca in sole cento pagine, è utilissimo per sfrondare il personaggio da ogni aureola mitologica e per mettere a fuoco e a nudo i temi centrali di un pensiero che si interruppe bruscamente con la morte nella Trincea delle Frasche nei pressi di San Martino del Carso, avvenuta il 23 ottobre del 1915. Corridoni resta il simbolo di un sindacalismo eroico, nel quale davvero Marx e Nietzsche “si danno la mano”: “Esso – scrive Malgieri – era il risultato della contemperanza tra l’elemento volontaristico-spirituale -mutuato dal pensiero di Friedrich Nietzsche – e delle ragioni preminentemente materiali del proletariato italiano su cui si era a lungo esercitato frequentando la scolastica marxista”. Il suo obiettivo era un sindacato capace di frenare e rovesciare la potenza corruttrice del capitalismo. Un’idea che, unita alla lezione di Sorel, lo condusse a concepire lo sciopero come continuazione nella lotta di classe delle guerre nazionali risorgimentali. Da ultimo, la Grande Guerra gli apparve come l’occasione irripetibile da cogliere per una rivoluzione materiale e spirituale del proletariato. Idee interessanti per l’Ugl, che ha ospitato nel suo salone delle conferenze la presentazione del libro di Malgieri, con Giuseppe Del Ninno e il segretario Paolo Capone. Quest’ultimo ha tenuto a sottolineare, tra l’altro, che dopo i disorientamenti del recente passato, figure come quella di Corridoni tornano a essere punto di riferimento imprescindibile per quel cammino di riappropriazione di identità che l’Ugl intende compiere.

Marx? Uno di destra. Per i filosofi starebbe con la Lega e lascerebbe la Fiom, scrive Bruno Giurato su "Lettera 43" il 25 gennaio 2011. Tra crisi economica e caduta delle ideologie torna lui. Se Marx non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Non è una battuta. Karl Marx (1818-1883), il filosofo di Treviri, colui che ha traghettato la visione del materialismo antico in chiave di analisi economica e disincanto ontologico (ed è stato usato e abusato per navigare tra i marosi del secolo breve) allo stato attuale serve tanto a destra quanto a sinistra. Anzi, forse più a destra che a sinistra.

UNA FIORITURA DI TESTI. L'ultima interessante ripresa è un'intervista allo storico Eric Hobsbawm uscita il 16 gennaio 2011 sull'Observer, in occasione dell'ultimo libro del grande vecchio del marxismo europeo, How to change the world. Tales of Marx and Marxism. Dal libro di Hobsbawm, 93 anni, viene fuori un Marx liberato dagli eccessi ideologici dei decenni precedenti, analista lucido del mondo globalizzato (merito accordatogli anche da papa Benedetto XVI), fortemente anti-utopista. Il cui pensiero sarebbe un correttivo agli eccessi del capitalismo che avrebbero portato alla crisi economica. Il libro ha provocato reazioni e dibattito, in particolare una polemica recensione di James Purnell su Prospect Magazine. Ma anche in Italia il rinascimento marxiano è un dato di fatto, da qualche anno. Tra gli ultimi testi editi ricordiamo il volume di Nicolao Merker, Karl Marx. Vita e opere (Laterza), la traduzione di Francis Wheen, Karl Marx. Una vita (Isbn edizioni); Karl Marx di Stefano Petrucciani (Carocci), e Karl Marx. Il capitalismo e la crisi, curato da Vladimiro Giacchè (Derive Approdi). E su un versante quasi pop-philosophie ricordiamo anche Bentornato Marx! Del giovanissimo Diego Fusaro (Bompiani).

Marx serve anche alla destra. Uno dei primi attori dell'ondata marxiana è Corrado Ocone, filosofo socialista liberale, crociano, docente all'università Luiss di Roma e autore di Marx visto da Corrado Ocone (Luiss University press), fortunato testo del 2007. Ocone è anche l'organizzatore del Seminario permanente di studi marxiani, sempre nell'ambito dell'ateneo confindustriale. A Ocone abbiamo chiesto il motivo delle riprese marxiane di questi anni. «Marx è semplicemente un autore classico da cui non si può prescindere, i suoi sono insegnamenti universalmente umani. Ha pensato in profondità, anche se, come diceva Hegel, «grande pensatore, grande errore». Ha dato gli strumenti fondamentali per capire «il modo di produzione capitalistico» (Marx non ha mai usato il sostantivo capitalismo). I presupposti e i meccanismi della società attuale sono stati messi in luce per la prima volta da lui. Da questo non può prescindere anche chi marxista non è».

IL MONDO RIDOTTO A MERCE. Secondo Ocone, Marx oggi è necessario anche a destra. Storicamente i pensatori liberali si sono da sempre confrontati con il loro 'miglior nemico', e lo ha fatto in maniera approfondita lo stesso Benedetto Croce, ma oggi le analisi disincantate di Marx sono un ingrediente essenziale per capire l'economia e la società. «Il mondo di produzione di oggi assume caratteristiche di globalizzazione, con il predominio totale della finanza, il predominio del capitale per il capitale. È un mondo ridotto a merce, come ne il Manifesto. Quello che Jacques Derrida, che è stato un grande studioso di Marx, definisce 'il mondo degli spettri'», continua Ocone. In questa prospettiva Marx è un ottimo correttivo rispetto al capitalismo puro: «Marx ha capito che il modo di produzione capitalistico è il migliore finora conosciuto (e infatti nessuno come lui ha messo in luce l'aspetto positivo della borghesia), ma tende, se lasciato libero, a occupare spazi non suoi e infine a contraddire le sue premesse. Il compito della politica è proprio limitare le conseguenza negative del capitalismo: un compito di regolazione e controllo, dunque. La politica da sempre è un mix di rapporti di forze e idealità», conclude il docente della Luiss.

Umberto Curi: La Lega? È marxista. Umberto Curi, ordinario di storia della filosofia contemporanea all'università di Padova, e storico interprete di Marx, mette in luce un paradosso produttivo nella reinassance marxiana: «La ragione di fondo del ritorno di Marx», ha dichiarato a Lettera43.it «è la caduta del marxismo stesso, che ha fatto emergere l'intrinseco rilievo teorico del suo pensiero. Marx è stato maltrattato perché travisato dalle ideologie. Uno dei non molti aspetti positivi della caduta del muro di Berlino è stato sottrarre Marx all'identificazione con le ideologie di partito». Secondo Curi bisogna anche chiarire i legami tra Marx e la filosofia antica: «Nello scritto giovanile sugli atomisti sono significative le ultime frasi, quelle che parlano di Prometeo come “grande santo e martire del calendario filosofico”. Quindi non è tanto importante la sua vicinanza al materialismo antico, quanto il riconoscimento della grandezza di Prometeo, figura tutta umana, simbolo di affrancamento della ragione da qualsiasi tutela. Marx resta un indisciplinato. È un aspetto che oggi i giovani sanno cogliere benissimo: il tratto distintivo dell'antidogmatismo. Nella corrispondenza con Engels, per esempio, si vede bene l'aspetto corrosivo, caustico, di Marx». Ma quali sono, secondo Curi, i testi da cui partire? «Forse il testo chiave è il primo libro del Capitale, in particolare la IV sezione, in cui riesce a svelare il meccanismo oggettivo del funzionamento del capitalismo. È un momento di grandiosa tragicità prometeica. C'è un punto, proprio nel carteggio con Engels, in cui Marx indica i meriti del lavoro fatto (cosa strana in lui, che andava ripetendo: 'io non sono un marxista'). Secondo lui il meglio del suo lavoro era la scoperta del lavoro come valore concreto/astratto e la scoperta dell'origine del plusvalore».

CONTRO LA RETORICA PACIFISTA. Ma, un secolo e passa di distanza e dopo intere biblioteche scritte su di lui, può un pensatore come Marx essere usato come profeta politico per gli anni a venire? Secondo Curi «è impossibile tirare Marx per la giacca come profeta di scenari futuri. Proprio questa tendenza ha portato prima ad osannarlo e poi a dimenticarlo. Ma lui l'aveva detto: “Mi rifiuto di fornire ricette per le osterie dell'avvenire”. Fu un maestro dell'analisi. Non tanto nelle dispute astratte sul metodo, quanto nella capacità di usare gli strumenti necessari (filosofici, sociologici, economici, letterari) e di individuare le linee di tendenza. Da questo punto di vista è un nostro contemporaneo, non un profeta». E il primo merito di Marx, secondo Curi è quello di aver riconosciuto la base conflittuale della politica: «Quella di Eraclito-Platone-Karl Schmitt è la linea filosofica secondo cui Polemos, il Conflitto, è il re di tutte le cose, e questo vale contro ogni retorica fiaccamente pacifista. Il vero problema politico è come disciplinare il conflitto. Già Platone riconosce la “strutturalità” e l'ineluttabilità del conflitto. Infatti i teorici comunisti dicevano che la rivoluzione e l'affrancamento delle classi oppresse sarebbero avvenute in concomitanza con una guerra mondiale. Non a caso la rivoluzione russa avvenne durante la prima guerra mondiale. Alla base, quindi c'è la consapevolezza dell'incancellabilità della guerra, della crisi, dall'orizzonte umano. D'altra parte il compito della politica è proprio questo, quello di incanalare le energie del polemos». Oggi, secondo Curi, la forza politica che in Italia incarna meglio una politica basata sui reali rapporti di forza e non solo sulle idealità potrebbe essere la Lega: «Oggi il leghista è marxiano nel senso della difesa degli interessi. La Lega è marxista sia perché è rimasta l'ultima organizzazione politica leninista, sia perché i militanti sono mossi da un forte afflato ideale. Ma c'è qualcosa di più. Il tema del federalismo trova fondamento concettuale nel fatto che è il tentativo di valorizzare i poteri originari, quelli del territorio. Il radicamento territoriale. Gianfranco Miglio, il principale teorico leghista, sosteneva posizioni di questa natura».

Karl avrebbe scaricato la Fiom. Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia, filosofo formatosi con l'operaismo e approdato a una rilettura sentita della filosofia dell'esistenza e della krisis, è una federalista convinto, da tempo. Notevoli le sue discussioni sul federalismo con Gianfranco Miglio. Cacciari precisa la differenza tra il suo concetto di federalismo e quello attuale della Lega bossiana. «Il federalismo di Miglio andava oltre lo stato, mirava e presupponeva una riorganizzazione federalistica dell'Unione Europea», ha detto Cacciari a Lettera43.it, «quello della Lega attuale è anacronistico, fatto di una serie di piccoli staterelli che si tengono stretto il loro capitale, che rassicurano cittadini malati di xenofobia». Anche per Cacciari la forza di Marx è avere scoperto lo stato di perenne conflittualità, strutturale all'economia, anzi all'uomo. Di più: la forza marxiana è sempre il riferimento alla dialettica di Hegel, cioè la scoperta della "produttività del negativo". E ovviamente, secondo Cacciari, non si tratta di una produttività semplicemente analitica. «L'importanza di M.», ha spiegato Cacciari, «è sia nella forza analitica, sia nel discorso politico. Se fosse stato solo un economista politico non si ricorderebbe. La sua forza è proprio nel fatto che, in base all'analisi scientifica si possono prevedere crisi e fine del capitalismo. Dal punto di vista dell'economia ha compreso che per il sistema capitalistico è in crisi fisiologica. È pieno di salti, rotture, mutamenti di stato legati a cambiamenti tecnologici. Ora ci troviamo proprio a quel punto, a partire dal grande salto tecnologico degli anni 80/90: un eccesso di danaro che non si riesce a trasformare in merce. Un'invasione di beni che immobilizza il mercato».

I CONTRATTI SONO SUPERATI. E come conciliare, quindi, il fatto che il mercato si evolve con la salvaguardia dei diritti dei lavoratori? Il conflitto è in corso e un esempio anche drammatico è nella vicenda del referendum di Mirafiori, che ha contrapposto la dirigenza Fiat alla Fiom, il sindacato dei metalmeccanici. «Anche Marx aveva chiaro che il capitalismo mondiale sarebbe fuoriuscito da ogni forma di contrattazione nazionale. Queste ormai sono forme luddistiche», sostiene Cacciari, «le regole di contrattazione nazionale possono sognarsele solo il vecchio sindacalista della Fiom ed Emma Marcegaglia. Bisogna prendere atto dell'impotenza di certe battaglie. È legittimo che l'operaio si difenda, ma è ovvio che a questo punto non c'è niente da fare», conclude. E a questo punto sorge spontanea, per restare in tema, la domanda di Lenin: «Che fare?» di fronte alla crisi economica globale? Cacciari ha una risposta che andrebbe oltre: «L'unica novità che Marx non aveva previsto è la possibilità che l'intervento pubblico internazionale potesse salvare il sistema. Aveva ben chiaro, come del resto gli economisti liberisti, il carattere globale del capitalismo, ma non poteva prevedere la possibilità di un intervento pubblico coordinato, a livello sovranazionale. A mio parere è l'unica strada attualmente percorribile».

Sorpresa, Ratzinger è un fan di Karl Marx. Benedetto XVI, teologo fine, non è certo marxista. Ma il pensiero del padre del comunismo è stato oggetto di interesse da parte di Ratzinger nell'enciclica del 2007 Spe Salvi dove, prima di criticarlo in modo inequivocabile, l'ex Papa riconosce la grande lucidità analitica del pensiero di Marx, scrive Samuele Maccolini il 17 Febbraio 2018 su "L’Inkiesta”. Correva l’anno 2007 e sul trono pontificio sedeva Benedetto XVI, Joseph Aloisius Ratzinger. A novembre il papa emerito fece uscire un’enciclica denominata Spe Salvi, la seconda da quando era salito in cattedra. Possiamo dire che il Papa con questo testo intende porre l’attenzione sul tema della fede vista come speranza che trasforma e sorregge la vita dei credenti. Ratzinger spiega che il messaggio cristiano non è solo «informativo», ma «performativo»; il Vangelo non è quindi soltanto una comunicazione di conoscenza, ma è una comunicazione che produce fattualità. Benedetto XVI inizia così il suo percorso partendo dagli albori del mondo cristiano, rileggendo la storia, la società e i costumi dei tempi che furono per spiegare l’evoluzione della fede e il tema onnipresente della speranza. Quello che è uno dei più grandi teologi della storia recente non si risparmia in citazioni, e si misura con grandi uomini di pensiero: da Bacone, a Kant, ai grandi pensatori della scuola di Francoforte. Un afflato laico che forse non ci saremmo mai aspettati da un Papa che, a differenza di Francesco, trasmette molta meno empatia. Ma, a parte la lettura scorrevole e di grande interesse del testo, è impossibile rinunciare a lasciarsi coinvolgere quando si raggiunge uno dei punti più interessanti di tutta l’enciclica, ovvero quando Benedetto XVI rende conto del pensiero di Karl Marx, dandone la sua personale interpretazione. Il ragionamento di Ratzinger risiede nel capitoletto denominato La trasformazione della fede-speranza cristiana nel tempo moderno, che inizia con una domanda: “Come ha potuto svilupparsi l'idea che il messaggio di Gesù sia strettamente individualistico e miri solo al singolo?”. Ragionando con Bacone sulla vittoria dell’arte sulla natura, passando per l’idea centrale di progresso che si basa su ragione e libertà, il papa emerito giunge alla feroce denuncia di Engels, che nel 1845 illustrò in modo sconvolgente le terribili condizioni di vita del proletariato industriale. “Dopo la rivoluzione borghese del 1789 era arrivata l'ora per una nuova rivoluzione, quella proletaria: il progresso non poteva semplicemente avanzare in modo lineare a piccoli passi. Ci voleva il salto rivoluzionario. Karl Marx raccolse questo richiamo del momento e, con vigore di linguaggio e di pensiero, cercò di avviare questo nuovo passo grande e, come riteneva, definitivo della storia verso la salvezza – verso quello che Kant aveva qualificato come il «regno di Dio». Essendosi dileguata la verità dell'aldilà, si sarebbe ormai trattato di stabilire la verità dell'aldiquà”. Con puntuale precisione, anche se in modo unilateralmente parziale, Marx ha descritto la situazione del suo tempo ed illustrato con grande capacità analitica le vie verso la rivoluzione – non solo teoricamente: con il partito comunista, nato dal manifesto comunista del 1848, l'ha anche concretamente avviata. La sua promessa, grazie all'acutezza delle analisi e alla chiara indicazione degli strumenti per il cambiamento radicale, ha affascinato ed affascina tuttora sempre di nuovo. E ancora: “con puntuale precisione, anche se in modo unilateralmente parziale, Marx ha descritto la situazione del suo tempo ed illustrato con grande capacità analitica le vie verso la rivoluzione – non solo teoricamente: con il partito comunista, nato dal manifesto comunista del 1848, l'ha anche concretamente avviata. La sua promessa, grazie all'acutezza delle analisi e alla chiara indicazione degli strumenti per il cambiamento radicale, ha affascinato ed affascina tuttora sempre di nuovo”. Ricapitolando, papa Benedetto XVI elogia a carte scoperte il pensiero di Marx, che è: vigoroso; preciso e puntuale; di grande capacità analitica; di grande acutezza di analisi; e chiaro nell’indicazione degli strumenti. Certo, forse mai ci saremmo aspettati un elogio del genere nei confronti del padre del comunismo, ma ovviamente Ratzinger non è marxista, e la condanna infatti non tarda ad arrivare. Il Papa emerito spiega che se le idee erano chiare, non lo erano le indicazioni su cosa fare dopo il rovesciamento della società. “Così, dopo la rivoluzione riuscita, Lenin dovette accorgersi che negli scritti del maestro non si trovava nessun'indicazione sul come procedere”. Per Ratzinger l’errore di Marx si trova in profondità. È la concezione materialistica della storia, che nega la libertà di scegliere il bene, quanto il male. “Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per il nuovo mondo – di questi, infatti, non doveva più esserci bisogno. Che egli di ciò non dica nulla, è logica conseguenza della sua impostazione. Il suo errore sta più in profondità. Egli ha dimenticato che l'uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato l'uomo e ha dimenticato la sua libertà. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Credeva che, una volta messa a posto l'economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l'uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall'esterno creando condizioni economiche favorevoli.” Così si conclude il personale ragionamento di Benedetto XVI sul comunismo. L’analisi del pensiero di Marx contenuta in Spe Salvi adirò perfino Cacciari, che commentò dicendo: “è una critica poco fondata, una riduzione di quel pensiero a materialismo economicista. Ma questo lo si sa da più di cent'anni, da quando Giovanni Gentile pubblicò “La filosofia di Marx” , nel 1899''. Comunque il legame tra il pensiero di Marx e quello Ratzinger risale a tempi più lontani. Infatti dalla biografia di Benedetto XVI scopriamo che: «nel mio corso di cristologia avevo cercato di reagire alla riduzione esistenzialistica e avevo persino cercato di porre a essa dei contrappesi desunti dal pensiero marxista, che, proprio per le sue origini giudaico-messianiche conservava ancora degli elementi cristiani». Insomma, sebbene la critica nei confronti del marxismo sia evidente e totale, è inutile negare che il pensiero del padre del comunismo sia stato oggetto di forte interesse da parte di Ratzinger. Due grandi pensatori a confronto. Anche se a debita distanza.

Bergoglio con Ratzinger sul marxismo: "Sbaglia: dipendiamo da Dio". Bergoglio con Ratzinger sul marxismo e sull'antitotalitarismo. Una prefazione del Santo Padre svela il pensiero dell'argentino sulla politica, scrive Francesco Boezi, Domenica 06/05/2018, su "Il Giornale". Papa Bergoglio sul marxismo la pensa come Joseph Ratzinger. La prefazione che il Santo Padre ha scritto per il libro che raccoglie le riflessioni del Papa emerito sul rapporto tra fede e politica non lascia spazio a interpretazioni. Il testo sarà presentato venerdì prossimo al Senato. I relatori saranno d'eccezione: monsignor Georg Gänswein, prefetto della casa pontificia, Antonio Tajani, presidente del parlamento europeo, il presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati e l'arcivescovo emerito di Trieste, monsignor Giampaolo Crepaldi. Il testo introduttivo del pontefice argentino è stato pubblicato in anteprima da La Stampa. La raccolta in questione è edita da Cantagalli. Bergoglio, attraverso la prefazione, smentisce quanti ritengono che egli sia un malcelato sostenitore dell'ideologia marxista. Il pontefice argentino evidenzia l'errore di fondo del marxismo: credere che la redenzione possa avvenire per mezzo di un'idea falsa di libertà. Sottolinea infatti l'ex arcivescovo di Buenos Aires citando il teologo tedesco: "Il profondo contrasto, nota Ratzinger, è dato invece – e prima ancora che dalla pretesa marxista di collocare il cielo sulla terra, la redenzione dell’uomo nell’aldiquà – dalla differenza abissale che sussiste riguardo al come la redenzione debba avvenire: "La redenzione avviene per mezzo della liberazione da ogni dipendenza, oppure l’unica via che porta alla liberazione è la completa dipendenza dall’amore, dipendenza che sarebbe poi anche la vera libertà?". Anche per Papa Bergoglio, allora, diviene evidente come Karl Marx abbia sbagliato nel non riconoscere all'uomo l'unica dipendenza utile alla salvezza individuale: quella da Dio. Una considerazione simile vale per tutti gli stati totalitari, da quello sorto con l'impero romano a quello nazista. Emerge così che Papa Francesco, come Benedetto XVI, ritiene che Dio sia l'unica "totalità" possibile per l'essere umano. Qualunque elevazione dello stato a totalità assoluta rappresenta una distorsione del piano della realtà. Viene affrontato anche il tema dell'obbedienza: per entrambi i pontefici è necessario che vengano posti dei limiti nei confronti delle entità statali. L'assolutezza dell'obbedienza deve essere riservata solo a Dio. Il Santo Padre, ancora una volta, ribadisce l'esistenza di una sorta di inganno perpetrato con la promozione di presunti "diritti" umani. Così come evidenziato più volte nei confronti dell'ideologia gender, Bergoglio scrive che:" questi apparenti "diritti...hanno un unico comune denominatore che consiste in un’unica, grande negazione: la negazione della dipendenza dall’amore, la negazione che l’uomo è creatura di Dio, fatto amorevolmente da Lui a Sua immagine e a cui l’uomo anela come la cerva ai corsi d’acqua...". Sembra chiaro il riferimento a quella "colonizzazione ideologica" contro cui Papa Francesco si è scagliato in tempi non sospetti in relazione alla dissoluzione della famiglia tradizionale. Il bene di quest'ultima è considerato "decisivo per il futuro del mondo". Riflessioni che la politica è chiamata a tenere in considerazione. Quella di Papa Francesco è una prefazione "ratzingeriana", che chiarisce, forse in modo definitivo, l'infondatezza delle teorie che lo rappresentano come un "Papa di sinistra".

Bertinotti si confessa a "Libero Quotidiano": "Non sono più comunista e vi spiego perché ho scelto". Intervista di Luca Telese del 26 Aprile 2016.

Presidente Bertinotti, lei ha stupito tutti con l’intervista al Corsera in cui ha rivelato la sua apertura verso Comunione e Liberazione. 

«Su questo punto non ho da aggiungere nulla, ho già detto».

Sembra seccato. 

«Ho raccontato di aver trovato in Cl molto di più e di diverso di quel che mi aspettavo, in primo luogo il suo popolo».

L’ha stupita il popolo di Cielle? 

«Guardi, non aggiungo altro: ho subito un’offensiva mediatica e una campagna di strumentalizzazione. Sono abituato. Ho ricordato che per Gramsci l’intellettuale può rappresentare il popolo solo se ha con lui “una connessione sentimentale”. Questo sentimento, tra loro, l’ho trovato».

Però la sento arrabbiata.

«Anche lo scontro politico più duro dovrebbe partire dai fatti, e non dalle invettive. Ma lasciamo perdere. Io dico cose sgradevoli per la destra e per la sinistra, ne sono consapevole».

Ad esempio? 

«Sostengo che la storia politica nata col movimento operaio del Novecento si è esaurita».

E a chi dà fastidio?

«A molti: è un terreno di lotta politica a sinistra».

Ma perché ci tiene così tanto a sottolinearlo proprio lei che ha lavorato per venti anni alla Rifondazione del comunismo?

«Mi interessa costruire. Se non si prende atto dolorosamente di una sconfitta irrevocabile della sinistra storica non si può riprendere il cammino, in nessuna direzione».

E chi altro scontenta?

«Ovviamente la sinistra liberista. Ormai, a tenere alto il livello di criticità contro la dittatura del mercato è rimasta, praticamente sola, la Chiesa di Papa Francesco».

È un Fausto Bertinotti che stupisce. L’ex presidente della Camera non ha mai smesso il suo lavoro di riflessione sulla sua rivista, Alternative per il Socialismo. Però un conto è il passo del saggista, un altro sono le sue opinioni contundenti, spesso spiazzanti, e le sue uscite pubbliche. Oggi Bertinotti si dedica soltanto alla ricerca intellettuale, ma le sue posizioni sono più radicali di quando - una vita fa - era un leader politico. «La democrazia rappresentativa, in Occidente - sostiene oggi - non esiste più. È stata disarticolata, svuotata di ogni significato».

Bertinotti, se un compagno di Rifondazione la sentisse elogiare Cielle, dichiarare esaurita la storia del movimento operaio, o che la democrazia è finita dubiterebbe di lei. 

«Io dico che a sinistra le piste sono esaurite: le due anime che conosciamo non hanno più nulla da dire».

Quali piste?

«Sia l’anima nuovista che quella che si rifugia nella tutela identitaria come se nulla fosse accaduto».

I “nuovisti” sono i socialdemocratici e i renziani del Pd?

«Sono quelli che io considero letteralmente trascinati - nel mio linguaggio - dal nuovo capitalismo».

Ci sono esperienze che lei trova molto interessanti, in Europa? 

«Sì: quelle di chi si mette sul terreno del nuovo, senza rapporti con la storia del Novecento: Siryza e Podemos sono esperienze estranee alla storia del movimento operaio».

Podemos non è di sinistra?

«Non la definisco una formazione di sinistra. Vale quello che dice il suo leader Pablo Iglesias: “Io sono gramsciano, di sinistra. Il mio partito no”».

Cosa vede di nuovo in Europa?

«Sono vive solo le formazioni politiche che interpretano il conflitto fra l’alto e il basso».

I populismi?

«I cosiddetti populismi nascono dalla contesa tra alto e basso, poveri e ricchi. Ci sono anche quelli di tipo trasversale, come Grillo. Ma sia a destra che a sinistra il nodo è questo. Podemos e Syriza sono un esempio clamoroso di popolo contro le élite».

Lei considera élite, indistintamente, sia la Merkel che Hollande? 

«Sì. Le élite di sinistra sono più inclusive di quelle liberiste, ma entrambe individuano la critica al mercato come una critica alla modernità».

Da qui il suo avvicinamento alle correnti critiche che nascono all’interno della Chiesa?

«“Laudato sii” è una lettura preziosa per capire questo tempo, riconoscendo al Pontefice la sua autonomia dalla politica e il suo carisma».

Qual è il discrimine, per lei, se non è più quello tra destra e sinistra tradizionale? 

«Semplice: tra chi è per l’inclusione e per l’eguaglianza e chi invece è per l’esclusione e per la disuguaglianza».

In questo campo lei mette tutte le sinistre socialdemocratiche?

«In Europa si è strutturato un soggetto nuovo e sovranazionale che ha come obiettivo la conservazione degli attuali rapporti di forza, l’idea di far pagare la crisi ai più poveri».

Chi fa parte di questo soggetto?

«Un soggetto che chiamo, molto semplicemente, governo. Non importano le facce, i leader: quelle passano. Il governo resta e persegue i suoi obiettivi di stabilizzazione del sistema».

E come fa? 

«Questi tempi hanno partorito una filosofia politica - la “governamentabilità” - e una pratica politica, la “governabilità”. Parliamo dell’Italia e delle politiche economiche: non vedo sostanziali differenze tra Monti, Letta e Renzi».

Se fosse così votare sarebbe inutile!

«E infatti si inventano parole complesse per definire un fenomeno semplice. Si parla di “democrazia funzionale” o “democrazia autoritaria”. Ma l’essenza è che non c’è più democrazia, possibilità di cambiare direzione alle politiche dei governi per effetto della volontà popolare».

Mi faccia un esempio. 

«Io le ho parlato di élite, ma potremmo dire: oligarchie. Prenda Renzi, Monti, Valls, Hollande e Merkel, le istituzioni europee, il fondo monetario. Fanno tutti, in modo diverso, una cosa sola: austerità».

Cos’è? Bilderberg? La Spectre?

«Nulla di misterioso, complottistico o segreto: è sotto gli occhi dei cittadini. Questi leader fanno parte di un sovragoverno: banche centrali, esecutivi, istituzioni internazionali».

Ma sono paesi diversissimi fra di loro, spesso in conflitto!

«Oggi Le Monde parla del ministro del tesoro francese che ha come idea cardine il superamento della differenza tra gauche e droite. Non lo sentiamo in Italia da dieci anni?».

Anche in altri paesi.

«La Merkel infatti c’è riuscita a tal punto che governa con i socialdemocratici che per molti versi sono alla sua destra».

Addirittura. 

«Sulla vicenda greca è stato così. Nella sostanza il governo dell’Europa è questo: Verdini e il Partito della Nazione sono variabili nazionali pittoresche e quasi trascurabili».

Facciamo un altro esempio. 

«In Francia i socialisti godono di un monocolore in parlamento e non hanno bisogno nemmeno di escamotage come Ncd o Ala».

Già. 

«Ma dopo tre anni precipitano dal 49% al 12% e Hollande non arriva al ballottaggio. Quello che determina il corso della politica è la governabilità. Se si sostituisce Hollande si cerca di fare in modo che nulla cambi negli equilibri e nelle politiche».

Facciamo un altro esempio. 

«Nessuno ha dissentito quando si è trattato di strangolare il governo greco. I presunti leader di sinistra, se possibile, sono stati i più subalterni e feroci. Oggi, che si prepara un nuovo giro di vite, nessuno protesta.

Perché?

«Semplice: perché l’austerità mina il consenso, lo divora. Annichilisce i sorrisi e l’ottimismo dei premier. Dopo un anno o due sono già da buttare, e si prepara una nuova operazione di camuffamento».

Così è sicuro che la governabilità tenga?

«Per nulla. Infatti si procede verso una progressiva riforma delle istituzioni, una democrazia neo autoritaria».

Riesce?

«L’altro escamotage è questo: determinare e accentuare un conflitto politico con forze che non possono governare.

Così connotate in senso radicale che nel momento della sfida per il governo è impossibile che vincano».

Esempio?

«In Italia è facile, Grillo. Ma anche Farage in Gran Bretagna».

Lei non cita la Le Pen.

«È un fenomeno di populismo più complesso, più strutturato, viene da una tradizione politica solida».

È uno scenario apocalittico. 

«Il flusso della governabilità è stabile, ma le società sono impoverite ed instabili: i banchieri centrali tengono le redini perché sono i sacerdoti di questa economia perdente, ma ancora capace di incantare i credenti».

La governabilità, come la chiama lei, non si può battere?

«Non lo penso. Ma dopo sette anni di crisi, non è accaduto. La nuova Conventio ad escludendum, come accadeva per il Pci degli anni Settanta, dice che non può esserci un governo diverso. Se cade questo ce n’è sempre un altro, e magari un presidente che nel momento di crisi non fa votare».

 Lei pensa che ci sia un leader in cui questa politica si identifica?

«Il vecchio Marx diceva: se guardi il singolo capitalista, non capisci il capitalismo. Guarda l’intero fenomeno, in modo scientifico, e lo vedrai».

Noto quasi ammirazione in lei.

«Non ammirazione, ma osservo: nessun altro sistema di consenso avrebbe retto ad un crollo così drastico di ricchezza. Ad una sottrazione di risorse così ampia per i popoli».

C’è ancora speranza di cambiare. 

«Ricordo una storica citazione di uno dei miei maestri, Riccardo Lombardi: “Guardate l’indice di disoccupazione. Se finisce sopra il 10% la democrazia è a rischio”».

Bella, ma siamo oltre il 10%. 

«Nella prima repubblica era così. Ma la profezia di Lombardi si è avverata. Infatti le regole di gioco sono cambiate».

Quali?

«Quelle fondamentali. La democrazia l’hanno già uccisa. Ne discutiamo come se esistesse ancora».

Cosa cambia?

«Nel tempo della governabilità la coppia giusto-sbagliato viene sostituita da funzionale-non funzionale».

Cosa conta ora? 

«Se le regole danno noia ai manovratori cambia le regole. Non a caso il dibattito ci dice che serve un ministro delle Finanze unico, un ministro della Difesa unico, un governo dei governi unico. C’è chi teorizza di non votare per periodi di emergenza economica. Il sistema attuale è irriformabile».

Questo è nichilismo cosmico! 

«La speranza di riforma può arrivare solo da fuori dal recinto. Solo dai barbari oggi esclusi!».

Ha simpatia per i barbari, ora? 

«Oh, certo. Machiavelli considerava Roma superiore alle altre civiltà perché ammetteva la rivolta e si rigenerava attraverso di essa. La rivolta reintroduceva nel sistema le forze escluse».

Dove le vede queste possibili rivolte?

«Nelle forme inedite dei movimenti sociali. Lei sorride: ma gli Indignandos spagnoli hanno partorito Podemos e Occupy Wall street: Bernie Sanders».

Ma non sono forme vincenti. 

«Per ora. Oggi studio le esperienze di auto-produzioni, di mutuo soccorso. Quello che chiamo il sottobosco».

Facciamo un altro esempio. 

«Leggo su Repubblica che i vaucher aiutano il sommerso. Il vaucher è lo strumento di un nuovo caporalato. Di nuovo le regole stravolte: la legge legalizza l’illegalità. In Francia la nuova legge sul lavoro è una fotocopia del Jobs act».

Sa già da dove arriveranno i barbari?

«La nuova sinistra non nascerà da una costola della vecchia: finché vive il movimento operaio il nuovo nasce sempre per “spirito di scissione”. Ovvero: tornare alle ragioni originarie per sanare un tradimento».

E oggi?

«Non c'è più nulla da cui scindersi. Tu sei un’altra storia, non hai più una casa dove tornare».

Bertinotti, lei cosa vota?

«Riconosco che risponderò con un trucco: “Sono un militante comunista. Non ho nulla da dichiarare”».

Non vota più?

«Voto per scegliere il meno peggio. Per governare la città. Ma non credo che la rinascita della sinistra passi per una campagna elettorale».

Senza Marx siamo come gattini ciechi. Ma per farlo vivere va superato. 200 anni fa nasceva il pensatore politico che avrebbe sconvolto il 900. Oggi è ancora attuale? Scrive Fausto Bertinotti il 6 Maggio 2018 su "Il Dubbio". Uno spettro si aggira per l’Europa. Se non è lo spettro del comunismo, come suggeriva Il Manifesto del Partito comunista, lo è però il suo autore. Marx dopo Marx. Non è questa l’occasione per una riflessione su Marx e i marxismi tra teoria e storia. Ma qualsiasi pensiero sul grande vecchio non può che partire da una constatazione gigantesca. Un intero secolo, il 900, è stato caratterizzato da ciò che Louis Althusser ha chiamato “l’unione del movimento operaio e della teoria marxista”, “la fusione” secondo Lenin. Se ci sono tanti Marx in uno, quell’uno, allora, può essere definito il teorico della Rivoluzione. Credo si possa dire che il suo stesso lavoro teorico di critica della società fondata sulla generalizzazione della produzione per il mercato è preparatoria alla messa in evidenza, in essa, del suo becchino ed erede, il proletariato. La critica di Marx al modo di produzione capitalistico, al cui centro c’è lo sfruttamento e l’alienazione del lavoro salariato, non avrebbe segnato la storia della lotta di classe senza l’individuazione, in esso e contro di esso, del soggetto della trasformazione e senza la messa in luce della leva che fa la storia. L’apertura del Manifesto è rivelatrice: «La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classi… Una lotta che finì sempre con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società con la rovina comune delle classi in lotta». Altro che determinismo! Nella lotta per la liberazione dell’uomo si vince e si perde, drammaticamente. Nella storia reale, nel conflitto questo è ciò che accade. Dopo il crollo dei regimi post- rivoluzionari dell’Est e la sconfitta del movimento operaio a Ovest, dopo l’avvento del vincitore della contesa, il nuovo capitalismo, Marx è stato dato per morto e sepolto. Ma proprio la nuova realtà capitalistica (la globalizzazione capitalistica e la sua crisi) ha falsificato la tesi. Il pensiero economico egemone non riesce a padroneggiare la crisi. Ritorna perciò sulla scena il capitalismo come problema e questo non si può affrontare senza Marx. Il campo delle idee ne vede una conferma clamorosa. In Germania in un anno si è venduta l’opera di Marx quanto la Bibbia. In questi ultimi mesi si è accorsi nelle sale cinematografiche a vedere un film sulla sua vita. Ma più significativamente, in questi ultimi anni, è nato e si è affermato un fenomeno culturale che ha invaso il mondo degli studi, si è chiamato “Marx renaissance”. Esso vede la produzione, la pubblicazione e la diffusione di un amplissimo materiale di ricerca e di pensiero critico tra teoria e storia, indagando Marx e i marxismi. L’onda partita nelle università ha investito persino un luogo come la Biennale di Venezia e l’arte del nostro tempo. C’è chi limita il senso politico della “Marx renaissance” sostenendo che si tratta di un’operazione essenzialmente filologica. Non credo che il fenomeno possa essere rinchiuso solo in questa dimensione. Ma questo ci dice anche altro. È stato detto autorevolmente che il marxismo, se ha un valore conoscitivo, è perché si situa su un complesso di forme concrete (da quelle storico politiche a quelle più legate alla critica dell’economia politica). È la grande questione del rapporto tra teoria e prassi nella trasformazione. Marx aveva provato a indicare la via per rovesciare un mondo, che sembra camminare sulla testa, e rimetterlo sui piedi. Anche il compito della filosofia veniva così ridefinito al fine di trasformare la società. Basti una celebre frase dell’Ideologia tedesca per darci conto della radicalità della rottura marxiana e della natura della fondazione in essa della rivoluzione. «L’esistenza di un’idea rivoluzionaria in una determinata epoca presuppone già l’esistenza di una classe rivoluzionaria». È il Marx che entra direttamente nella lotta di classe e i termini che vi introduce diventeranno la lingua stessa di quest’ultima: modo di produzione, rapporti di produzione, forze produttive, classi sociali, ideologia dominante, lotta di classe. E ora? Il fantasma è qui tra noi e ci obbliga a considerare quel gigantesco problema per l’umanità che ancora si chiama capitalismo. Ci dice che non si può farlo senza di lui, ma ci dice, contemporaneamente, che egli va oltrepassato perché il teorico della rivoluzione possa vivere in un altro corpo. Esso può vivere davvero, infatti, solo nell’attualità del comunismo, del movimento che abbatte l’ordine delle cose esistenti quale che sia l’interpretazione che si voglia dare alla teoria del valore. Non è un caso che da noi la grande faccia di Marx sia apparsa così per l’ultima volta, in una gigantografia sulla porta della Fiat di Mirafiori durante i 35 giorni della dura lotta operaia. È la chiusura di un ciclo che, aperto dal ’ 68-’ 69 dall’irruzione sulla scena di un nuovo soggetto sociale, aveva riproposto l’attualità dell’una, la trasformazione, attraverso il livello del conflitto, e dell’altro, il pensiero rivoluzionario. Quel ciclo concludeva a sua volta il secolo che, avviato dalla vittoriosa rivoluzione bolscevica del ’ 17 in Russia, aveva vissuto guerre e rivoluzioni sotto il segno del movimento operaio e della sua alleanza con la teoria marxista. Era, quella avviata dal biennio rosso, una fine e avrebbe potuto essere un nuovo inizio. Nella lotta di classe si può vincere e perdere. Credo sia utile per l’oggi e per il domani ricordare che lo straordinario ritorno di un nuovo Marx connotò di sé, in quel biennio, l’avvio di un nuovo e diverso conflitto sociale. Ancora una volta si era affacciato, nella storia, l’imprevisto. Un’opera di Marx fino ad allora sconosciuta, i Grundrisse, ne aveva rinnovato dagli inizi degli anni 60 la lettura e l’aveva riconnessa con la concreta lotta di classe. È il 1964 quando Raniero Panzieri pubblica sui Quaderni Rossi “Il frammento sulle macchine”. È forse quella l’ultima stagione in cui Marx riguadagna l’attualità, tanto che con il pensiero entrano in contatto tutti i nuovi marxsismi eretici, tutte le nuove prassi critiche da quella di Francoforte, a Foucault, a Marcuse. Due lezioni di questo passato che ci hanno riportato a Marx ci conducono anche ora a immaginare chissà quanti possibili suoi ritorni. La prima è che con i Grundrisse l’analisi teorica è diventata essa stessa costitutiva delle pratiche rivoluzionarie. La seconda risiede direttamente nel corpo del pensiero di Marx che porta al cuore della rivoluzione capitalistica. Vediamo, solo per fare un esempio, come Marx legge le metamorfosi che la sussunzione del lavoro nel processo di produzione del capitale realizza: «Un SISTEMA AUTOMATICO di macchinari … azionato da un automa, forza motrice che muove se stessa; questo automa è costituito da numerosi organi meccanici e intellettuali, cosicchè gli operai stessi sono determinati soltanto come sue braccia coscienti». Marx continua a parlarci del “lavoro astratto” e del lavoro vivo, dello sfruttamento e dell’alienazione del lavoro proprio dentro la rivoluzione capitalistica in corso. La scienza, la tecnica, l’algoritmo e l’intelligenza artificiale ci stanno conducendo al sistema artificiale, ci stanno conducendo al sistema automatico di macchinari nel governo pieno, per quanto precario e a rischio persino di autodistruzione, del capitale. Cosa resta fuori? Cos’è oggi il “residuo”? Da quali ordini di contraddizioni può rinascere, se può rinascere, la lotta per la liberazione del e dal lavoro salariato? E chi è il soggetto della critica e della nuova e inedita lotta di classe? Da qui la necessità di Marx e, insieme, del suo oltrepassamento. Senza di lui si finirebbe per essere solo dei gattini ciechi. Ma Marx non basta né a formare il pensiero critico del nuovo capitalismo né a scorgere ormai il nuovo (plurale) soggetto della liberazione. Non è un caso tuttavia che ogni ritualizzazione della grande questione (critica e soggetto della lotta di classe) ha visto i nuovi protagonisti ricorrere a un’eredità del Marx politico, l’inchiesta operaia. La ragione c’è. Il fantasma vorrebbe che non ci distraessimo proprio, così da poter ritornare tra noi. La consegna è tanto semplice quanto enorme e l’egualianza è la meta e con essa la liberazione dell’uomo da ogni forma di alienazione. Se dovessi dire perché Marx, direi perché ci ha detto che la liberazione dei lavoratori e delle lavoratrici non può che essere opera dei lavoratori stessi. Ieri, come oggi, come domani, ma mai allo stesso modo e mai con la sicurezza di vincere. Piuttosto andando, quando accade, verso un aut- aut. Ha scritto Franco Rodano che, con la categoria della rivoluzione, la politica ha raggiunto il suo punto più alto. Ma con la lettura proposta da Marx si può dire che la rivoluzione ha proposto, nello stesso tempo, la critica più radicale alla separatezza della politica. Karl Marx, lunga vita, allora.

Non ero marxista ma grazie a Marx ho capito il lavoro. Un sindacalista cattolico racconta la sua vita nel movimento operaio, scrive Savino Pezzotta il 6 Maggio 2018 su "Il Dubbio". Non sono mai stato marxista ma certamente attento al suo pensiero. Nella mia gioventù lessi diversi suoi testi: Il manifesto, Critica dell’economia politica e Il Capitale. Nonostante tutte le difficoltà di comprensione, rimasi sorpreso di come Marx fosse attento alla “vita reale” dei lavoratori, ma questo non bastò a convincermi che quella, parzialmente delineata, fosse la prospettiva. Nonostante i dubbi sono stato molto attento al pensiero di Carlo Marx e ne sono stato indirettamente influenzato come del resto, per adesione o contrasto, tutti coloro che hanno militato nel movimento operaio e sindacale. Ho dovuto fare i conti con lui. Da questo punto di vista il suo pensiero continua a aggirarsi tra noi. Sebbene il comunismo bolscevico sia fallito, Marx rimane presente nel nostro linguaggio e nel nostro modo di pensare. Anzi penso che il fallimento disastroso del bolscevismo sovietico ci consenta oggi di discuterne con maggiore libertà e fuori da ogni dogmatismo e di poter assumere il marxismo alla stregua di altre ipotesi politiche e sociali, così come il movimento operaio non può essere pensato solo come marxista. Il movimento operaio è stato un fenomeno sociale molto importante e certamente con la sua esistenza ha segnato in profondità l’evolversi delle società industriali e della democrazia. Va però tenuto presente che è stato un movimento plurale in cui hanno convissuto, scontrate e organizzate diverse componenti culturali ed ideali dando vita a forme organizzative estremamente diversificate con mezzi e finalità con sempre conciliabili. Personalmente anche se non ero marxista mi sono sempre sentito parte di questo movimento. Lo sono stato principalmente ed esclusivamente da sindacalista. Parlare oggi di soldi, lavoro, classe o di governo molte volte significa ricorrere, utilizzare, dialogare o entrare in dialettica con il linguaggio di Marx. Le nostre menti sono state disciplinate e addestrate dal sistema in cui viviamo, e sicuramente Marx e stato uno, anche se non l’unico, che ha contribuito a darci i mezzi per pensare, valutare e analizzare il sistema economico nato con la rivoluzione industriale. Ci aiutato a definire il capitalismo come modello e sistema economico e sociale, e ha ricercare gli strumenti per esaminarlo. Sono anche convinto che Marx, senza volerlo, abbia contribuito a renderci compatibili con il capitalismo. A 15 anni, quando sono stato assunto dalla grande fabbrica tessile, le condizioni di lavoro erano pesanti e non solo sul piano della fatica fisica e psicologica, ma sul terreno della libertà. Dominava un regime autoritario e di completa subordinazione. Ero un ragazzino che era entrato in fabbrica con un certo entusiasmo, ma presto aveva dovuto fare i conti con un sistema organizzativo fortemente gerarchico che non lasciava nessun spazio per la libertà individuale. Il senso di insoddisfazione mi ha facilitato l’incontrarmi con i compagni comunisti, poiché in fabbrica le tensioni della competizione ideologica perdevano di consistenza dovendo tutti fare i conti con la durezza della realtà: obbligati a lavorare in ambienti malsani, a fare turni di 12 ore al giorno, ad essere costantemente sottoposti ai capi e capetti di vario tipo e umore. Oggi si parla molto di Adriano Olivetti, ma non tutti abbiamo lavorato ad Ivrea. Sono state queste condizioni che mi hanno spinto sulla strada dell’impegno sindacale. Non ho incontrato marxisti ma persone che aderivano al Pci o alla Cgil, la cui adesione al partito più che fondarsi sulla teoria marxista era l’espressione di un forte desiderio di giustizia e di libertà. Eravamo poco interessati ad immaginare le alternative possibili al capitalismo, ma volevamo individuare strade e azioni per migliorare i salari, le condizioni di lavoro e riformare in senso solidale e di giustizia sociale la società. Ho sempre avuto l’impressione che più il comunismo predominasse in tutti noi una forma di laburismo. Ed era questo clima che consentiva al sottoscritto di essere democristiano e nello stesso di avere profondi rapporti di amicizia, di collaborazione, di lotta e negoziazione con i “compagni”. Certamente sulla formazione del mio pensiero sociale e sindacale ha fortemente influito il dibattito interno alla Cisl che vede, negli anni 60 del secolo scorso, il passaggio, non senza duri contrasti interni, da un sostanziale moderatismo anticomunista a una visione aperta e progressista con tratti di critica al capitalismo o, come si diceva allora, al neo- capitalismo. Ciò che più convinceva era l’idea dell’autonomia sindacale e delle incompatibilità tra incarichi politici e sindacali. Militare nel sindacato non ci richiedeva di passare attraverso un processo rigido di acquisizioni ideologiche e di conseguenti declinazioni organizzative (cinghia di trasmissione) che legavano il sindacato al partito. La nostra non era una via al socialismo, ma il ricercare una democrazia radicale che dalla politica potesse estendersi anche verso l’economia, il lavoro, l’autogestione e la partecipazione. Questa libertà culturale e la lezione della dottrina sociale cristiana, mi hanno spinto alla scoperta di uno spazio libero da ogni integralismo e competitivo e messo nella condizione di poter avere una particolare attenzione verso il marxismo che non consideravo, pur avendo delle profonde riserve sul comunismo e in particolar modo verso la versione sovietica, un idea nemica ma come una diversità con la quale, chi militava dentro il movimento operaio anche di ispirazione cristiana, dovesse necessariamente fare i conti. Così divenni lettore di Franco Rodano e poi di Giulio Ghirardi e molte delle loro analisi e riflessioni mi chiarirono molte cose sul marxismo. Ho sempre avuto l’impressione che Marx non fosse un visionario, ma piuttosto un analista, un critico, un classificatore delle contraddizioni che vedeva e studiava nella vita reale dello svolgersi della società industriale. Non sono mai riuscito a capire ciò che secondo lui dovesse essere il comunismo, mentre invece lo vedevo concentrato sull’analisi e la critica del sistema capitalista che sentiva avanzare ovunque e che stava penetrando nella vita e nei pensieri delle persone, oltre che nel mondo reale. Nel marxismo si è posta molta enfasi sulle “forze produttive”, ma resto convinto che se la storia camminasse solo in virtù di queste forze potrebbe a una totalizzazione della tecnica, che finirebbe per sottomettere tutti gli ambiti della società, svalorizzare il lavoro e le relazioni umane. Da Marx ho imparato a comprendere che il sistema capitalista industriale sarebbe stato onnipresente e per molti versi la sua affermazione come modello sociale oltre che economico, ineluttabile. Da qui la convinzione che bisogna cercare di contenere la sua onnipotenza attraverso un sindacato capace di lotta e di contrattazione e far vivere ed estendere al suo interno spazi di libertà sociale in grado di condizionarne l’estensione di potere. La lettura delle opere di Marx mi ha insegnato che il primo passo per cambiare le cose è quello di comprendere il mondo in cui viviamo, coglierne le contraddizioni e le evoluzioni e impegnarsi a trasformarle. Oggi ci rendiamo conto di come il capitalismo ha forgiato il mondo che ci circonda, ma anche il mondo dentro di noi. Molti dei nostri pensieri, delle azioni e iniziative che interferiscono quotidianamente nella vita sono condizionati dal capitalismo e come, a loro volta, vengono capitalizzati dal capitalismo. Oggi, è l’intelligenza artificiale e l’automazione che incombono e ci pongono molte domande e che si propongono di rendere tutto flessibile e di mutare tutte le relazioni stabili e consolidate. Non si deve avere paura dell’innovazione poiché essa può contribuire a migliorare la vita delle persone. Mentre celebriamo i successi della tecnica non possiamo ignorare gli elementi di dominio e di subordinazione che possono introdurre ecco perché non è inutile tenere sempre presente la differenza tra coloro che possiedono e impiegano le nuove tecnologie, quelli che le progettano e le sviluppano e coloro che devono operare e lavorare con loro. Il cambiamento tecnologico costringe a pensare in modo critico proprio perché incide sui rapporti sociali, sull’organizzazione del lavoro, sulla distribuzione della ricchezza e del potere e tende a far emergere un nuovo modello sociale. Economisti, sociologi, giornalisti e politici ci spiegano, non senza ragioni, che la globalizzazione ha spostato milioni di persone dalla povertà estrema alla povertà relativa, ma poco ci dicono del crescere delle disuguaglianze, dell’avidità degli azionisti e dei finanzieri, del cambiamento climatico e dell’avanzare nelle nostre democrazie di forme autoritarie Liberato dalle catene del sovietismo, dal dogmatismo e secolarizzato come tutti i grandi pensatori, Marx può dire ancora molte cose, anche a chi come il sottoscritto non è mai stato marxista. Soprattutto può essere un invito a non abbandonare mai l’esercizio critico del pensiero.

Il pensiero di Marx è tramontato, la vulgata, purtroppo, no. Marx e i marxisti visti da un liberale…, scrive Gaetano Quagliariello il 6 Maggio 2018 su "Il Dubbio". Il marxismo è stato la religione secolare di una delle parti che nel corso del Secolo breve – dalla rivoluzione di ottobre del 1917 fino all’implosione dell’impero sovietico – hanno animato quella che è stata efficacemente definita “la guerra civile europea”. E a Karl Marx, suo principale ideatore, poco prima che la storia s’incaricasse di notificarne la sconfitta, l’onore delle armi fu reso proprio dal filosofo che più di ogni altro nel XX secolo si era impegnato nell’opera di falsificazione e confutazione del pensiero marxista. Karl Raimund Popper, infatti, nella sua fondamentale opera La società aperta e i suoi nemici II. Hegel e Marx falsi profeti, mentre liquida Hegel come «un clown divenuto creatore di storia», contestando sia i suoi fondamentali dottrinali sia la miseria umana dalla quale essi sarebbero scaturiti, esprime una sincera ammirazione per Marx: per il suo umanesimo innanzi tutto, ma anche per l’onestà dei suoi intenti e per la profondità del suo pensiero. «Ci ha aperto gli occhi e ce li ha resi più acuti – scrive Popper -. Un ritorno alla scienza pre- marxiana è inconcepibile. Tutti gli autori contemporanei hanno un debito nei confronti di Marx, anche se non lo sanno». Eppure non si può certo negare la derivazione hegeliana del pensiero marxista. Quest’ultimo adotta infatti appieno il modello della dialettica di Hegel, ovvero l’assunto che postula lo sviluppo triadico dei processi storici secondo lo schema tesiantitesi e sintesi. Lo storicismo marxista tuttavia, a differenza di quello hegeliano, è di natura economica e non ideale, giacché individua nell’organizzazione dei processi di produzione e scambio economico i fattori fondamentali dello sviluppo storico. Questa differenza finisce col complicare ulteriormente le cose: se infatti lo schema triadico appare già di per sé problematico e improbabile in ambito ideale, applicato a un approccio materialistico ed economico assume caratteri quasi fideistici. In tal senso, l’assunto secondo il quale alla tesi “sistema feudale” si contrapporrebbe l’antitesi “capitalismo” per giungere in fine alla sintesi “socialismo” caposaldo del materialismo dialettico di Marx – appare più come un dogma da accettare che come una spiegazione razionale del processo storico. Non è comunque qui che risiede la parte meno caduca del pensiero di Marx: quella, per intenderci, che ha spinto Popper a dichiarare il debito imperituro della scienza sociale nei confronti del padre del comunismo. Il nocciolo duro della sua elaborazione, piuttosto, è il tentativo (riuscito) di liberare il pensiero socialista da un impianto moralistico e sentimentale, per ancorarlo a una solida base scientifica. Quello delineato da Marx, dunque, non è innanzitutto un programma e nemmeno una dottrina politica. E’ in primis un metodo di analisi della società, che gli fa ritenere che il moto verso l’approdo socialista non sia rimesso a un’opzione dipendente dalla volontà degli uomini quanto, piuttosto, alla ‘ inevitabile’ deriva dell’evoluzione del sistema sociale. In altri termini, per Marx l’affermazione di una società socialista è inscritta nell’evoluzione della storia e gli uomini non possono certo saltare questa fase o impedire che si realizzi. Essi, al più, potrebbero «abbreviare e attenuare le doglie del parto». Sotto tale profilo il pensiero marxiano è rigidamente determinista, ma proprio questo suo carattere appare ai nostri occhi come uno dei suoi punti di maggior debolezza: all’applicazione di un metodo deterministico Marx aveva affidato la pretesa scientificità delle sue tesi, ma la moderna filosofia della scienza ha ormai inequivocabilmente sancito che l’equivalenza fra metodo scientifico e determinismo è priva di fondamento. Eppure, se chiudessimo qui la partita – se ci limitassimo, cioè, a constatare con gli occhi dei contemporanei quanto infondata sia la pretesa scientificità del pensiero marxista -, rischieremmo di compiere due errori: innanzi tutto ci sfuggirebbe la cognizione dell’evoluzione impressa da Marx allo sviluppo delle scienze sociali; in secondo luogo perderemmo di vista la distanza che lo separa dalla maggior parte dei presunti emuli che, nel corso del XX secolo, hanno cercato di tradurre in pratica il suo insegnamento ( per tacere di quanti, nel tentativo, si attardano ancora oggi). Il fatto è che, all’atto della sua elaborazione, il socialismo “presunto” scientifico di Marx non si è presentato come una tecnologia sociale che indicasse modi e mezzi per costruire una società socialista quanto, piuttosto, come una teoria “presunta” scientifica che individuasse i meccanismi evolutivi del sistema sociale e ne prevedesse gli esiti. Marx, infatti, rigetta ogni forma di ingegneria sociale: la declassa al rango di “sovrastruttura” che, a suo avviso, risulterebbe del tutto impotente in assenza di un’evoluzione profonda dei rapporti economici sottostanti. Sotto questo aspetto – e solo sotto questo aspetto – si potrebbe persino notare una paradossale assonanza fra Marx e uno dei padri del pensiero liberale contemporaneo, Hayek, che ha fatto del rifiuto del costruttivismo istituzionale uno dei suoi cavalli di battaglia. Marx dunque, adottando un approccio puramente storicista, contesta radicalmente lo psicologismo che aveva dominato nelle scienze sociali fino al XVIII secolo e, foss’anche solo per questo, rappresenta una pietra miliare della moderna sociologia. Nel suo pensiero il ruolo fondamentale è occupato dalle classi sociali: «La storia di ogni società sinora esistita – scrive – è storia di lotte di classi». Egli individua nella lotta fra la classe capitalistica e la classe proletaria il motore fondamentale dell’evoluzione storica del XIX secolo. E in particolare scorge una tendenza verso la contrazione della classe borghese e la corrispondente espansione del proletariato, destinata a determinare le condizioni per il crollo del capitalismo e l’avvento del socialismo. Già Von Mises, nella sua magistrale opera Socialismo, si era incaricato di dimostrare, dal punto di vista del calcolo economico, quanto infondata fosse questa previsione. I successivi sviluppi storici sono stati ancora più persuasivi, al punto che già nel XX e ancor più nel XXI secolo, nelle società occidentali, abbiamo assistito al processo diametralmente opposto: la progressiva borghesizzazione di sempre più ampi settori del proletariato. Lo storicismo economico marxiano si articola essenzialmente in tre fasi. La prima, il processo di espansione e crollo del capitalismo; la seconda, la rivoluzione sociale che ne consegue; la terza, la costruzione di una società socialista senza classi. Mentre nelle sue opere principali si concentra molto sulla prima fase, Marx lascia del tutto indeterminate le altre due. In particolare il terzo stadio appare completamente nebuloso: non vengono in alcun modo approfondite le ragioni del presunto nesso causale tra la rivoluzione socialista e una società senza classi. Questo aiuta a comprendere le difficoltà storiche alle quali andarono incontro quanti provarono a mettere in pratica i suoi insegnamenti. In particolare, la totale indeterminatezza delle modalità di costruzione della società socialista fu evidente già quando, dopo la rivoluzione di Ottobre, Lenin si misurò con l’arduo compito di edificare un nuovo modello sociale sulle ceneri del comunismo di guerra: in assenza di qualunque strategia preordinata, nel 1921 si risolse ad adottare la Nuova Politica Economica, che riprendeva alcune opzioni tipiche del capitalismo. Ancor più emblematico, a tale riguardo, appare lo scontro finale che dopo il tramonto di Lenin andò in scena tra Trotsky, Stalin e Bukharin su come sviluppare la rivoluzione socialista su scala mondiale. Se tuttavia alcune delle difficoltà storiche dei seguaci trovano spiegazione nelle carenze e nei limiti del pensiero marxiano, altre si devono invece a un deficit di comprensione e alla conseguente riduzione a “vulgata” ideologica. In particolare – lo si è già accennato – nell’analisi di Marx non trovano alcuno spazio elementi riconducibili alla volontà degli attori sociali, quali il desiderio di profitto, la cupidigia, la brama di potere. Per Marx non è la volontà dei capitalisti ad aver creato il sistema capitalistico, ma la logica stessa del sistema sviluppatosi quando i progressi e l’evoluzione tecnologica hanno determinato il tramonto del feudalesimo. In tal senso, in conclusione, non si può fare a meno di notare la distanza siderale che corre tra il rigore del pensiero marxiano e la vulgata dei movimenti “volgarmarxisti” (la definizione è di Popper) che vedono in fenomeni come le guerre, la fame, la disoccupazione una sorta di cospirazione delle classi capitalistiche contro il proletariato oppresso. Viviamo in un’epoca nella quale il pensiero marxista è tramontato, la vulgata no. Purtroppo.

Ecco la bella vita del giovane Karl Marx prima di scrivere il manuale comunista. Il film di Peck sugli anni «scatenati» del filosofo insieme con Engels, scrive Cinzia Romani, Martedì 03/04/2018, su "Il Giornale". Mentre la sinistra italiana subisce una Caporetto epocale e rischia di sparire, ecco Il giovane Karl Marx (dal 5, distribuisce Wanted), film drammatico dell'haitiano Raoul Peck, ex-ministro della cultura nella Haiti post-regime e autore noto per il documentario I'm not your Negro (2016), biopic antirazzista sull'intellettuale afroamericano James Baldwin: premio Bafta e Oscar 2017 come miglior documentario. Alle vicende storicizzanti, che richiamano l'attualità, Peck è allenato. Stavolta, intanto che in Europa libertà, uguaglianza e diritti dei cittadini non sono più bandiere dei partiti comunisti, è di Karl Marx che egli tratta. Del Marx ventenne, in particolare, ritratto come un ragazzo pieno di vita, che fa l'amore a Parigi, beve birra a Londra e si scapiglia come si deve insieme all'amico Friedrich Engels, lui pure sexy quanto basta per parlare al cuore delle platee non bacucche. «Voglio mostrare alle giovani generazioni la forza del pensiero rivoluzionario: oggi ci manca il modo di pensare di Karl Marx», spiega il regista, che ha ingaggiato August Diehl, uno degli attori tedeschi contemporanei più famosi al mondo, per incarnare il filosofo di Treviri. E se siamo abituati a pensare a Marx come lo raffigura l'unica foto che gira di lui, con la lunga barba bianca da vecchio, dovremo ricrederci. L'economista che nell'Ottocento ha profetizzato quanto si avvera nel mondo globalizzato («i poveri sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi»), ha viaggiato come un hippy on the road, ha patito la fame, ha accettato ogni lavoro pur di sostentare la sua famiglia. E' stato ragazzo nel periodo 1844-1848, quando, non ancora trentenne, doveva ancora affermarsi come punto di riferimento di sinistra dell'epoca. Per quanto singolare sembri, finora nessuno aveva pensato a un film sugli anni prima che Marx scrivesse il Manifesto del Partito Comunista, pubblicato a Londra il 21 febbraio 1848, in tedesco e in forma di opuscolo. Una pubblicazione che, nei Settanta, campeggiava nelle biblioteche degli studenti «Revoluzzer» e degli studiosi impegnati, con la traduzione di Palmiro Togliatti (Edizioni Rinascita), poi caduta nel dimenticatoio, fino alla recente riproposizione nell'Economica Laterza. Del giovane Marx, in Italia, soltanto Croce e Gentile, alla fine dell'Ottocento, avevano parlato via epistolario. E se Andy Warhol ha capito il lato pop di Marx, nato nel 1818 e morto a Londra il 14 marzo 1883, riproducendone serialmente l'icona barbuta, quale impatto avrà Il giovane Marx sui giovani ai quali è indirizzato? «Sarebbe bello poter guardare il mondo di oggi attraverso gli occhi di Marx», si è augurato il direttore della Berlinale Dieter Kosslick, quando, l'anno scorso tale cineromanzo di formazione di due ore, è passato al festival dividendo la critica. Troppo cerebrale per lo Hollywood Reporter, il film auspica una «Marx Renaissance», nel peggior momento delle sinistre europee. Non a caso finisce sulle note di Like a Rolling Stone, cantata da Bob Dylan.

Karl Marx il giovane favoloso. Lontanissimo dall’agiografia il biopic di Raoul Peck sul padre del comunismo è un film emozionante e riuscito, scrive Gilda Policastro il 14 Aprile 2018 su "Il Dubbio". Forse per l’assonanza del titolo col film di Martone su Leopardi- giovane favoloso, vado al cinema a vedere Il giovane Karl Marx aspettandomi il biopic classico per le scolaresche, con l’agiografia del “barbuto profeta di Treviri”, come lo chiamò il tale. Invece, sorpresa, il film di Raoul Peck non è (o forse non è solo) un film che piacerà agli insegnanti, grazie al ripasso agevolato del periodo storico di incubazione del comunismo, gli anni Quaranta dell’Ottocento, un ripasso più che mai necessario all’indomani del centenario della rivoluzione d’ottobre. C’è anche, indubbiamente, un aspetto didascalico, su cui il regista insiste soprattutto nella prima parte, attraverso la messa in scena del conflitto con l’anarchismo di Bakunin e, soprattutto, con la confusa definizione di “proprietà” da parte di Proudhon, quel Proudhon cui tra l’altro di lì a pochissimo Marx si opporrà frontalmente rovesciando il suo Filosofia della miseria in Miseria della Filosofia. Uno dei momenti topici del film è proprio quello in cui Marx comincia a chiarire anche a sé stesso la propria posizione critica, dopo la notte di bagordi con il nuovo amico Engels in cui avrà modo di riflettere su quanto sia storicamente attardato un pensiero privo di fondamento economico e di intento rivoluzionario: «i filosofi finora si sono preoccupati di interpretare il mondo: adesso è tempo di cambiarlo». È il momento di svolta, nella biografia romanzata del giovane Marx, perché è anche il momento in cui si definisce il sodalizio con il co- autore del Manifesto: sodalizio non solo intellettuale, teorico, ma la premessa del futuro impegno politico. E, soprattutto, un’amicizia elettiva, vitale, fertile e profondissima, che terrà insieme i due pensatori fino alla fine dei giorni di Marx, morto per primo. La parte meno in evidenza, ma anche la più coinvolgente del film, è la focalizzazione di un’identità che non si definisce attraverso il lavoro manuale ma attraverso il pensiero: ossia, propriamente, la dimensione intellettuale, con tutte le contraddizioni annesse. Marx fa fatica a mantenere la famiglia, mentre scrive i suoi primi articoli per gli Annali franco- tedeschi di Ruge, ed è costretto ad avvalersi del sostegno economico di Engels, figlio di un proprietario industriale, cioè di un “padrone”, ovvero del “nemico”, nella nascente teoria del capitale. L’aporia su cui forse tuttora deve dibattersi il pensiero comunista o quel che ne resta: l’affrancamento dalla schiavitù del lavoro coatto e insieme la sua necessità materiale, per i più. Nel film la diffidenza nei confronti del puro pensiero da parte dei lavoratori è resa sin dal primo scontro della tessitrice che diventerà la moglie di Engels col padrone della fabbrica e poi direttamente col figlio, Friedrich, che si propone di approfondire le condizioni dei lavoratori di Manchester: «Il signorino borghese utilizza i bassifondi come passatempo», è il modo brutale con cui viene liquidato dagli operai irlandesi il futuro amico di Marx. Un secondo momento emblematico è l’ingresso dei due amici nella Lega dei Giusti, che poi diventerà la Lega dei Comunisti nel congresso del ’ 47, proprio grazie al loro intervento. Di fronte ai suoi rappresentanti, all’esame delle credenziali, Marx e Engels fanno dapprima la figura dei giovani velleitari e degli idealisti, di coloro che non hanno sperimentato sulla loro pelle la fatica, l’umiliazione, la schiavitù effettiva cui riduce il lavoro salariato. La frustrazione del giovane Marx a quel tavolo resta immutata e anzi più che mai approfondita nel capitalismo attuale, che ha sempre più emarginato la figura dell’intellettuale, dell’interprete delle istanze dei lavoratori incapace però di sporcarsi le mani. Non se le sporca perché la sfera entro cui agisce è la teoria, e quei lavoratori capiscono ben prima dei loro rappresentanti di aver bisogno di un “catechismo”, come lo chiama il giovane Engels del film suscitando lo sdegno di Marx stanco di comizi e interventi pubblici e bisognoso di raccoglimento intellettuale per scrivere “il suo libro”. Nel film non manca il romanticismo dell’eroe bohémien, che vive di stenti per inseguire il proprio ideale di giustizia sociale, ma soprattutto per l’ambizione di abbracciare col pensiero la storia della condizione umana, che con l’ausilio di Engels si definirà come una lotta politico- economica tra sfruttatori e sfruttati. È l’essenza del comunismo, che supera l’idealismo hegeliano con un’autentica piegatura rivoluzionaria: nel discorso alla Lega dei Giusti, che di fatto marcherà l’accelerazione verso la nascita del Partito comunista, Engels ripudia la gentilezza («i borghesi non sono gentili, i borghesi non sanno che farsene della vostra gentilezza» ) in favore del conflitto: il grande rimosso del capitalismo, che azzera differenze e distanze offrendo un simulacro di benessere per tutti. «Il profitto», dice al giovane Engels l’amico del padre, proprietario di fabbriche e reo di sfruttamento minorile, «è il motore della società, ma voi non volete una società». E l’altra contraddizione che deve fronteggiare il comunismo è proprio l’egualitarismo come rinuncia al benessere, abdicazione alla possibilità di una vita concepita come arricchimento prima di tutto materiale e dell’arricchimento come motore del benessere per tutti. Il che ovviamente si è dimostrato falso perché il benessere mondiale si è edificato sul sacrificio dei proletari, che si sono sempre più definiti come sfruttati anche se hanno connotati nuovi e magari vengono dai paesi più marginali del mondo. Se si pensa però a questo film come a una traduzione in immagini delle teorie marxiane, si coglie nel segno solo a metà, perché il film è soprattutto il racconto del montare di un’emozione che travolge le coscienze dei protagonisti e delle persone che vivono con loro ( le mogli Jenny e Mary, anzitutto), fino a diventare un’onda irresistibile: quando li vediamo radunati attorno al tavolo a scrivere le prime parole del Manifesto di un partito che ancora non c’è, si sente quel brivido sottopelle che di solito nelle storie ci provoca l’atteso incontro dell’eroe con l’amata. Dice bene Pietro Bianchi su Dinamopress: la lezione decisiva del film è il cartello finale in cui il regista ci ricorda come dopo l’esilio Marx si dedicò pienamente e totalmente all’opera che aveva sempre inseguito: Il Capitale, opera interminabile, perché, com’è evidente, ha un oggetto tutt’altro che circoscritto e anzi, talmente «in movimento» che ci siamo ancora pienamente invischiati.

Quanto è pop quel tedesco: dopo 200 anni Marx ispira ancora. Il comunismo anima dibattiti, ispira film, torna al centro di molti libri. Da Varoufakis e Piketty ai neo “marxisti immaginari”, scrive Federico Marconi il 30 aprile 2018 su "L'Espresso". C'era una volta uno spettro che si aggirava per l’Europa. Agitava sobborghi, piazze, parlamenti. Non faceva dormire sonni tranquilli a borghesi e governanti. Spronava a una rivoluzione per la giustizia sociale e l’uguaglianza economica. Faceva imbracciare le armi ai più sfortunati e impugnare le penne agli intellettuali. Era lo spettro del comunismo e aveva i capelli arruffati e la barba folta del suo teorizzatore, Karl Marx. A duecento anni dalla nascita del filosofo di Treviri e a centosettanta dalla stesura delle pagine incendiarie del Manifesto del partito comunista, questo spettro non spaventa più come una volta. Ma continua ad aleggiare, nonostante sia stato fiaccato dal crollo del muro di Berlino e dalla fine dell’Unione Sovietica. Dopo il crollo del socialismo reale, il pensiero di Marx è stato riposto in soffitta: i partiti di sinistra se ne distaccavano sempre più, alla lotta per i diritti sociali si sostituiva quella per i diritti civili, e il capitalismo sembrava più solido che mai. Ma con la crisi economica del 2008, Marx lascia le soffitte dove era stato nascosto e le sue idee riprendono a far discutere. È il 2013 l’anno in cui il nome del filosofo di Treviri torna a riempire le colonne dei giornali. L’occasione è l’uscita del libro dell’economista francese Thomas Piketty, “Il capitale nel XXI secolo”. In libreria le copie vanno a ruba e, nonostante la stampa neoliberista si impegni a screditarne la validità scientifica, Piketty è chiamato dai consiglieri economici dei presidenti di mezzo mondo per spiegare le sue ricette contro le disparità sociali. L’economista viene definito il Marx 2.0, ma lui non ci sta: «È assurdo chiamarmi marxista» risponde piccato ad ogni intervista: «Avevo 18 anni quando è crollato il muro di Berlino e ho viaggiato in Romania, Bulgaria e Russia per immunizzarmi contro ogni tentazione comunista». Se le analisi dell’accademico francese prendono le mosse dal lavoro del filosofo tedesco, in effetti le conclusioni differiscono in molti punti. Piketty però non è il solo tra gli intellettuali marxisti del terzo millennio a vedere in Marx un punto di partenza per nuove riflessioni. Tra questi studiosi c’è uno dei protagonisti della politica europea di inizio decennio, Yanis Varoufakis. «Sono un marxista irregolare» scriveva l’ex ministro delle Finanze del governo di Atene sul Guardian nel febbraio 2015, raccontando di aver sempre «ampiamente ignorato» Marx nel corso della sua carriera universitaria e politica, ma che le idee dello scrittore del Manifesto sono state per lui «un’impronta per capire il mondo». E oggi, mentre si avvicinano le celebrazioni per il bicentenario della nascita del filosofo, Varoufakis scrive sullo stesso quotidiano inglese che Marx aveva predetto l’attuale crisi «e indica la via d’uscita». C’è bisogno però di un nuovo manifesto, sostiene l’economista: «Deve parlare ai nostri cuori come un poema e infettare le menti con immagini e idee sorprendentemente nuove». Marx indica ancora la strada da seguire, ma in modo nuovo. Il mondo in cui viviamo si è radicalmente trasformato da quando venne dato alle stampe il Manifesto. E mentre nelle sale cinematografiche “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck racconta la genesi di quel “foglio incendiario”, tra molti circola la domanda «perché continuare a leggerlo?». Prova a rispondere una nuova edizione del volume data alle stampe da Ponte alle Grazie. Ripubblicare il Manifesto «serve a scriverne un altro», scrive Toni Negri in uno dei contributi che accompagnano il pamphlet: «Serve a mettere il discorso dei comunisti all’altezza dell’epoca che viviamo». Quello di Negri è solo uno dei saggi che fanno parte del commento curato da C17, la rete di intellettuali e attivisti che nel centenario della rivoluzione russa ha organizzato la Conferenza di Roma sul comunismo. Tra questi c’è anche Slavoj Žižek. «L’unico modo di restare fedeli a Marx, oggi, non è essere marxisti ma ripetere in modo nuovo il gesto fondativo di Marx», dice il filosofo sloveno conosciuto per il suo stile politicamente scorretto. In molti si interrogano su cosa significhi essere marxisti oggi. Una delle prime studiose ad aprire il dibattito è stata Nancy Fraser, intellettuale e femminista statunitense, con una lunga riflessione pubblicata da Micromega nel gennaio 2016. Una sovversione globale del capitalismo è possibile non solo attraverso una trasformazione economica, ragiona Fraser, ma attraverso una trasformazione del rapporto tra uomo e donna nella società. In quest’ottica il ruolo dell’intellettuale è quello di promuovere i movimenti di lotta e di opposizione alle logiche malate del capitalismo. Sembra rifarsi proprio alla denuncia di Marx in una delle tesi contro Feuerbach: «I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in alcuni modi; il punto è cambiarlo». Chissà se il capofila mediatico dei marxisti italiani è d’accordo con la tesi di Fraser. «Il femminismo fa gli interessi del grande capitale», ha sostenuto più volte il filosofo Diego Fusaro. Allievo di Costanzo Preve e studioso del rivoluzionario tedesco, Fusaro si presenta in ogni salotto televisivo come un avverso oppositore del «turbocapitalismo», della globalizzazione, del femminismo e dei suoi «poliorceti». Le continue uscite provocatorie del marxista Fusaro, fatte di slogan e termini desueti, non ne hanno fatto però un’icona antisistema. Al contrario, viene spesso additato come «un intellettuale di riferimento della Terza Repubblica» (Vanity Fair), o «il filosofo perfetto per Lega e M5S» (Il Foglio). O addirittura come «un maestro per la destra radicale» (Il Secolo d’Italia): «Sogno un fronte dal Partito comunista a CasaPound» aveva dichiarato poco prima delle elezioni del 4 marzo. A due secoli dalla nascita, Marx torna ad animare gli intellettuali: chi riuscirà a unire nuovamente i proletari di tutto il mondo sotto un’unica bandiera?

Karl Marx, ieri e oggi, pubblicato da Oneuro su "Eunewsit" il 4 novembre 2016 e scritto da Louis Menand. Le idee del filosofo del diciannovesimo secolo possono aiutarci a capire l’inuguaglianza economica e politica del nostro tempo. Il 24 febbraio 1848, a Londra, venne pubblicato un pamphlet di 23 pagine. Vi veniva affermato che l’industria moderna aveva rivoluzionato il mondo. Aveva superato, nel suo compimento, tutte le grandi civiltà del passato – le piramidi egizie, gli acquedotti romani, le cattedrali gotiche. Le sue innovazioni – le ferrovie, le navi a vapore, il telegrafo – avevano liberato fantastiche forze produttive. Nel nome del libero mercato, essa aveva abbattuto i confini nazionali, abbassato i prezzi, reso il pianeta interdipendente e cosmopolita. I beni e le idee circolavano ormai ovunque. Allo stesso modo, aveva spazzato via tutte le vecchie gerarchie e mistificazioni. La gente non credeva più che erano la tradizione o la religione a determinare la loro condizione di vita. Ciascuno era, rispetto a chiunque altro, uguale. Per la prima volta nella storia, gli uomini e le donne potevano vedere, senza illusioni, la loro posizione in relazione agli altri. I nuovi modi di produzione, comunicazione e distribuzione avevano anche creato un enorme ricchezza. Ma c’era un problema. La ricchezza non veniva distribuita equamente. Il 10% della popolazione possedeva praticamente tutta la proprietà; il restante 90% non possedeva nulla. Come le città si industrializzavano, così la ricchezza veniva a concentrarsi, e come il ricco diveniva più ricco, la classe media cominciava a scivolare al livello della classe lavoratrice. Di fatto, presto ci sarebbero stati solo due tipi di persone nel mondo: quelli che detenevano proprietà e quelli che vendevano a questi il loro lavoro. Con lo scomparire delle ideologie che facevano apparire l’inuguaglianza naturale e ordinata, era inevitabile che i lavoratori avrebbero ovunque visto il sistema per ciò che era e si sarebbero levati per rovesciarlo. Lo scrittore che fece tale previsione fu, naturalmente, Karl Marx, e il pamphlet era Il Manifesto del Partito Comunista. Tale previsione è ancora valida oggi. In considerazione della sua rilevanza, piuttosto folgorante, per la politica di oggi, sorprende che due importanti libri su Marx tentino invece di ricacciarlo nel suo secolo. «Marx non è stato nostro contemporaneo», dice Jonathan Sperber in Karl Marx: A Nineteenth-Century Life, uscito nel 2013; è più «una figura del passato che un profeta del presente». E Gareth Stedman Jones spiega che l’obiettivo del suo nuovo libro, Karl Marx: Greatness and Illusion, è «collocare Marx nell’ambito del diciannovesimo secolo». Il compito ha una sua valenza. Storicizzare – correggere la tendenza ad attualizzare il passato – è ciò che fanno gli studiosi. Sperber, che insegna all’università del Missouri, e Stedman Jones, che insegna all’università Queen Mary di Londra ed è co-direttore del Centro di storia ed economia all’università di Cambridge, fanno entrambi un lavoro eccezionale nel radicare Marx nella vita politica e intellettuale europea del diciannovesimo secolo. Marx è stato uno dei più grandi polemisti di sempre: molti dei suoi scritti riguardano personaggi ed eventi marginali e per lo più dimenticati. Sperber e Stedman Jones mostrano entrambi che se si legge Marx in quel contesto, come un uomo impegnato in una guerra politica e filosofica senza fine, l’importanza dei passi più conosciuti dei suoi scritti può risentirne. La posta in gioco sembra più ristretta. In fondo, il loro Marx non è molto diverso dal Marx conosciuto, ma è più vittoriano. L’aspetto interessante è che, data la similitudine dei loro approcci, non c’è fra loro molta distanza. Inoltre, Marx è stato anche ciò che Michel Focault chiamò l’iniziatore di un discorso. Un enorme corrente di pensiero è chiamata col suo nome. «Non sono un marxista», si dice che abbia detto, ed è importante distinguere ciò che egli voleva dire dall’uso che altri hanno fatto dei suoi scritti. In effetti, molto del significato del suo lavoro si trova nei suoi effetti. Comunque egli abbia gestito la situazione, e nonostante il fatto che, come dimostrano Sperber and Stedman Jones, egli possa sembrare, in qualche modo, come l’ennesimo teorizzatore di sistemi novecentesco, Marx produsse lavori che hanno conservato nel tempo la loro potenza di fuoco. Ancora oggi, il Manifesto comunista è come una bomba che può sfuggire di mano. E, diversamente da molti critici del capitalismo industriale del diciannovesimo secolo – e ce n’erano tanti – Marx era un vero rivoluzionario. Tutto il suo lavoro è stato scritto per servire la rivoluzione che aveva predetto nel Manifesto comunista e che era certo sarebbe giunta. Dopo la sua morte, ci sono state rivoluzioni comuniste – anche se non dove e come egli aveva immaginato, ma comunque nel suo nome. Alla metà del ventesimo secolo oltre un terzo della gente nel mondo viveva sotto regimi che si chiamavano, e veramente credevano di essere, marxisti. Questo è importante, perché uno dei principi chiave di Marx era che la teoria deve essere sempre unita alla pratica. È questo il punto della famosa undicesima tesi su Feuerbach: «I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in alcuni modi; il punto è cambiarlo». Marx non stava dicendo che la filosofia è irrilevante; stava dicendo che i problemi filosofici emergono dalle condizioni di vita reale, e possono essere risolti solo cambiando quelle condizioni – rifacendo il mondo. E le idee di Marx furono impiegate per rifare il mondo, o una gran parte di esso. Anche se nessuno lo può considerare responsabile, in senso giuridico, per il risultato, in base al principio stesso di Marx il risultato ci dice qualcosa circa le sue idee. In breve, si può ricollocare Marx nel diciannovesimo secolo, ma non lo si può lasciare lì. Egli perse un sacco di tempo a litigare con i rivali e ad accendere la miccia di fuochi settari, senza nemmeno finire il lavoro che considerava il suo magnum opus, Il Capitale. Ma, nel bene o nel male, non si può ritenere obsoleto il suo pensiero. Vide che le economie di libero mercato, lasciate ai loro meccanismi, producono grandi ineguaglianze, e trasformò un metodo di analisi che risaliva a Socrate – capovolgendo concetti che crediamo di comprendere e diamo per scontati – in una risorsa per afferrare le condizioni sociali ed economiche delle nostre vite. Eccettuato il suo, per tutta la vita, fedele collaboratore, Friedrich Engels, quasi nessuno aveva indovinato, nel 1883, l’anno della sua morte a 64 anni, quale sarebbe stata la sua influenza. Al funerale andarono undici persone. Per quasi tutta la sua carriera, Marx fu una stella in una piccola costellazione di esiliati radicali e rivoluzionari falliti (con spie della polizia e la censura a tenerli d’occhio) ma quasi sconosciuto al di fuori di essa. I libri per cui è famoso non furono proprio dei best sellers. Il Manifesto comunista sparì quasi subito dopo la pubblicazione e non fu quasi mai ristampato per 24 anni; quando il primo volume del Capitale uscì, nel 1867, fu praticamente ignorato. Dopo quattro anni, aveva venduto un migliaio di copie, e non venne tradotto in inglese fino al 1886. Il secondo e il terzo volume del Capitale furono pubblicati dopo la morte di Marx, riuniti da Engels fra centinaia di pagine di bozze (Marx scriveva incredibilmente male; Engels era uno dei pochi al di fuori della famiglia in grado di decifrarlo). Le Tesi su Feuerbach, che Marx scrisse nel 1845, furono scoperte solo nel 1888, quando Engels le pubblicò, e alcuni dei testi più importanti per i marxisti del ventesimo secolo – il volume collettaneo noto come L’ideologia tedesca, i cosiddetti manoscritti parigini del 1844 e il libro intitolato I Gundrisse, edito dai sovietici – rimasero sconosciuti fino al 1920 e oltre. Sembra che Marx non abbia considerato tale materiale come pubblicabile. In tutta la vita di Marx, il lavoro che portò finalmente l’attenzione fuori dalla sua cerchia ristretta fu un articolo di 35 pagine chiamato “La guerra civile in Francia”, uscito nel 1871, nel quale salutò la breve e violentemente soppressa Comune di Parigi come «la gloriosa precorritrice di una nuova – cioè, comunista – società». Non si tratta di un testo molto citato al giorno d’oggi. Una ragione per cui Marx rimase relativamente in ombra è che solo verso la fine della sua vita i movimenti per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori cominciarono a ottenere qualcosa in Europa e negli USA. Nella misura in cui quei movimenti erano riformisti piuttosto che rivoluzionari, non erano marxisti (anche se Marx, in tarda età, contemplò la possibilità di una transizione pacifica al comunismo). Con la crescita del movimento dei lavoratori crebbe l’attenzione verso il pensiero socialista e, con ciò, l’interesse per Marx. Eppure, come Alan Ryan scrive nella sua caratteristicamente lucida e concisa introduzione al pensiero politico di Marx, Karl Marx: Revolutionary and Utopian, se Vladimir Lenin non fosse giunto a Pietrogrado nel 1917 e non avesse preso la guida della rivoluzione russa, Marx sarebbe oggi probabilmente conosciuto come «un filosofo, sociologo, economista e teorico politico minore del diciannovesimo secolo». La rivoluzione russa fece prendere al mondo sul serio la critica di Marx al capitalismo. Dopo il 1917, il comunismo non era più una fantasia utopica. Marx è un monito di ciò che può accadere quando si sfidano i genitori e si ottiene un dottorato in filosofia. Il padre di Marx, un avvocato della cittadina di Treviri, nella Germania occidentale, aveva cercato di farlo iscrivere a legge, ma Marx scelse filosofia. Studiò all’università Friedrich-Wilhelms, dove aveva insegnato Hegel, e diventò membro di un gruppo di intellettuali, i giovani hegeliani. Hegel era cauto riguardo alla critica verso la religione e lo Stato prussiano; i giovani hegeliani non lo erano, e, proprio quando Marx si laureò, nel 1841, ci fu una repressione nei loro confronti. Il mentore di Marx fu licenziato, e i giovani hegeliani diventarono i paria dell’accademia. Così Marx fece ciò che fanno molti disoccupati laureati in filosofia: si diede al giornalismo. A parte qualche breve libro, il giornalismo era per Marx la sola fonte di reddito. Una storiella, secondo Sperber infondata, dice che una volta, per la disperazione, trovò un lavoro come impiegato alle ferrovie, ma lo perse per la pessima calligrafia. Nel decennio del 1840, Marx collaborò con vari giornali politici europei; fra il 1852 e il 1862, scrisse per il New York Daily Tribune, il giornale all’epoca più diffuso nel mondo. Quando il lavoro di giornalista venne a mancare, fu in difficoltà. Dipendeva spesso dall’aiuto di Engels e da anticipi sull’eredità. Talvolta rimase senza cibo; a un certo punto, non poté uscire di casa perché aveva impegnato l’unico cappotto. L’affermazione che fosse incapace di gestire le finanze, e che lui e sua moglie sperperavano i pochi soldi nei lussi della classe media come la musica o le lezioni private per i figli, divenne una tipica “contraddizione” riportata nelle biografie su Marx. Sperber non è d’accordo. Marx aveva meno soldi da sprecare di quanto riportato dagli storici, e si rassegnò alla povertà quale prezzo per la sua attività politica. Avrebbe anche vissuto in un sobborgo, ma non volle che la sua famiglia soffrisse. Tre dei figli morirono giovani e un quarto nacque morto; la povertà e le condizioni di vita potrebbero esserne state le cause. L’attività giornalistica di Marx ne fece sempre un esule. Scrisse e pubblicò articoli offensivi per le autorità, e, nel 1843, venne espulso da Colonia, dove stava partecipando alla diffusione del Rheinische Zeitung (La gazzetta renana). Andò a Parigi, dove vi era un’ampia comunità tedesca, e dove fece amicizia con Engels. Avevano avuto un primo incontro a Colonia, ma quando si rincontrarono al Café de la Régence, nel 1844, passarono dieci giorni senza smettere di parlare. Engels, di due anni più giovane, aveva le stesse idee politiche di Marx. Ben presto, dopo il loro incontro, scrisse il suo classico La condizione della classe operaia in Inghilterra, che terminava con la predizione di una rivoluzione comunista. Il padre di Engels era un industriale tedesco del settore tessile, con fabbriche a Barmen, Brema e Manchester, in Inghilterra, e anche se disapprovava le idee politiche del figlio e le sue compagnie, gli diede un posto nella fabbrica di Manchester. Engels odiava quel lavoro anche se lo sapeva fare, così come era capace in molte altre cose. Andava a caccia di volpi con gente che disprezzava e si divertiva quando Marx cercava di cavalcare. Alla fine Engels divenne un socio della società, e con il suo reddito aiutò Marx a sopravvivere. Nel 1845 Marx fu espulso dalla Francia. Andò a Bruxelles. Tre anni dopo, accadde qualcosa che quasi nessuno aveva previsto: scoppiarono diverse rivoluzioni in giro per l’Europa, incluso in Francia, Italia, Germania e nell’impero austriaco. Marx scrisse il Manifesto comunista nel pieno delle sollevazioni. I moti arrivarono a Bruxelles ed egli, sospettato di fomentare rivolte armate, fu espulso dal Belgio, ma tornò a Parigi. Lì i rivoltosi avevano invaso le Tuileries e dato fuoco al trono di Francia. Verso la fine dell’anno, la maggior parte dei moti erano stati soffocati dalle forze monarchiche. Molti personaggi che erano o sarebbero diventati figure importanti dell’arte e della letteratura – Wagner, Dostoevskij, Baudelaire, Turgenev, Berlioz, Delacroix, Liszt, George Sand – erano rimasti coinvolti nel sentimento rivoluzionario, e il risultato fu una crisi di fiducia nella politica (l’argomento della novella L’educazione sentimentale di Flaubert). Il fallimento delle rivoluzioni del 1848 fece dire a Marx la frase «la prima volta come tragedia, la seconda come farsa» (che sentì da Engels). La tragedia era stato il destino della rivoluzione francese sotto Napoleone; la farsa fu l’elezione del nipote, Luigi Napoleone Bonaparte, che Marx considerava un inetto, alla presidenza della Francia, nel dicembre 1848. Bonaparte arrivò a dichiararsi imperatore e regnò fino al 1870, quando la Francia perse la guerra con la Prussia. La Comune di Parigi fu una conseguenza della guerra. Così, nel 1849, Marx fu costretto all’esilio ancora una volta. Portò la sua famiglia a Londra. Pensava di restarci temporaneamente, ma ci visse per il resto dei suoi giorni. È lì che, giorno dopo giorno, nella sala di lettura del British Museum, compì la ricerca per Il Capitale, ed è lì che è sepolto, al cimitero di Highgate. Il busto di bronzo che tuttora si trova sulla sua lapide fu installato nel 1956 dal Partito Comunista della Gran Bretagna. Che sembianze aveva Marx? Non ci sono molti resoconti, ma essi tendono a convergere. Era, in un certo senso, una caricatura dell’accademico tedesco (il che una volta aveva sperato di diventare): un imperioso “so tutto”, con i capelli arruffati, in un lungo cappotto sbottonato. Una volta si descrisse a suo figlio come «una macchina condannata a divorare libri per rigettarli, in un’altra forma, nel letamaio della storia». Scriveva tutta la notte fra le nuvole di fumo del tabacco, circondato da pile di libri e giornali. «Sono i miei schiavi», disse, «e mi servono all’occorrenza». Dal lato professionale, era da evitare. Parlava senza sosta ma balbettava e non era un buon oratore; lo sapeva, e di rado si presentava in pubblico. Quando scriveva era spietato, si fece nemici molti amici e alleati, e non sopportava gli stupidi – che erano poi quasi tutti quelli che conosceva, dal suo punto di vista. Un esule tedesco lo descrisse come «un intellettuale che ingaggia agenti e guardie di confine, per preservare la sua autorità». Eppure incuteva rispetto. Un collega, ricordando Marx a 28 anni, lo descrisse come «un leader di popolo nato». Sapeva tenere la scena – come editore, e, più avanti, come la figura dominante della Associazione internazionale dei lavoratori, la Prima Internazionale. Aveva i capelli e gli occhi neri; la carnagione scura. Engels lo chiamava il nero di Treviri; la moglie e i figli lo chiamavano il moro. Nel privato, era modesto e gentile. Quando non stava male – aveva il fegato malandato, soffriva di bronchite e gli erano venuti dei grossi foruncoli, che Sperber pensa fossero causati da un disordine autoimmunitario, forse sintomo della malattia al fegato – era giocoso e affettuoso. Amava Shakespeare, inventava storie per le tre figlie, e si godeva i sigari economici e il vino rosso. La moglie e le figlie lo adoravano. Un agente del governo prussiano che andò nel 1852 a casa di Marx rimase sorpreso di trovare «il più gentile e mite degli uomini». A diciotto anni si era fidanzato con la ventiduenne Jenny von Westphalen, anch’ella di Treviri. Sperber crede che sia sorta una favola intorno al matrimonio, con Jenny eccezionalmente bella e devota a Karl. Lui le scriveva poesie d’amore appassionato. Il fidanzamento durò sette anni, durante i quali lui finì gli studi e raramente si videro. La relazione fu prevalentemente epistolare (Sperber pensa che ci siano stati rapporti prematrimoniali). Nelle sue lettere, Jenny chiama Karl il suo «piccolo cinghiale selvaggio». L’unico possibile neo nell’idillio domestico riguarda la bambina avuta dalla loro serva, Helene Demuth. Helene era un dono ai Marx ricevuto dalla madre di Jenny e viveva con la famiglia (nel diciannovesimo secolo in Inghilterra era una consuetudine per quasi tutte le donne che potevano permettersela. Persino Miss Bates, nell’Emma di Jane Austen, che viveva della carità dei vicini, aveva una serva). La bambina di Helene, Frederick, chiamata Freddy, nacque nel 1851 e fu allevata da genitori adottivi. La figlia di Marx non lo vide fino alla sua morte. Engels ne rivendicò la paternità. Ciò non è implausibile. Engels non era sposato e le piacevano le donne della classe lavoratrice; la sua amante, Mary Burns, lavorava in una fabbrica di Manchester. Pare tuttavia che, 44 anni dopo, sul letto di morte, abbia detto che Marx era il vero padre di Freddy, un informazione poi giunta nei circoli comunisti ma resa pubblica solo nel 1962. Sperber e Stedman Jones accettano la storia, come aveva fatto il biografo David Mc Lellan, anche se un biografo di Engels, Terrell Carver, pensa che le prove non siano univoche. La Demuth rimase con la famiglia; dopo la morte di Marx, andò a lavorare per Engels. E il matrimonio di Marx sopravvisse. È la loro comprensione di Marx che spinge Sperber e Stedman Jones a insistere per una sua lettura relativa al contesto del diciannovesimo secolo, perché essi cercano di distinguerlo dall’interpretazione del suo lavoro fattane dopo la morte da persone come Karl Kautsky, che ne fu il massimo esponente di lingua tedesca; Georgi Plekhanov, il massimo esponente di lingua russa; e, fra tutti il più influente, Engels. È stato soprattutto grazie a questi scrittori che la gente ha cominciato a riferirsi al marxismo come al “socialismo scientifico”, una frase che compendia ciò che era più temuto del comunismo nel ventesimo secolo: l’idea che gli esseri umani possano essere ripensati secondo una teoria che si presenta come una legge della storia. Così, nel 1939, quando il filosofo Britannico Isaiah Berlin pubblicò il suo ampiamente letto e non completamente apprezzato studio Karl Marx: His Life and Environment (ancora in stampa), poté descrivere Marx come «uno dei grandi e autorevoli fondatori di nuove fedi, spietato sovvertitore e innovatore che interpretò il mondo in termini di un solo chiaro, appassionato e solido principio, denunciando e distruggendo tutto ciò che con esso confligge. La sua fede… era di quelle senza limiti, di un tipo assoluto che mette fine a tutte le domande e a tutte le difficoltà». Questo divenne il Marx della guerra fredda. È vero che Marx era molto dottrinario, qualcosa che non si sposava con i suoi compatrioti del diciannovesimo secolo, e che non di certo non si sposa bene col pensiero di oggi, dopo che l’esperienza dei regimi concepiti in suo nome. Sembra perciò sbagliato dire che la filosofia di Marx era rivolta alla libertà dell’umanità. Eppure lo era. Marx era un pensatore illuminato: voleva un mondo razionale e trasparente, nel quale gli esseri umani fossero liberati dal controllo di forze esterne. Era l’essenza dell’hegelismo di Marx. Hegel aveva argomentato che la storia è il progresso dell’umanità verso la vera libertà, che intendeva come autocontrollo e autocomprensione, visione del mondo senza illusioni – illusioni che noi stessi creiamo. L’esempio controverso di questo era, per i giovani hegeliani, il Dio cristiano (è ciò che scrisse Feuerbach). Abbiamo creato Dio, e poi crediamo che Dio ci abbia creati. Abbiamo ipostatizzato il concetto di noi stessi e lo abbiamo trasformato in qualcosa “là fuori” i cui comandamenti (fatti da noi) ci sforziamo di capire per obbedirvi. Siamo supplicanti della nostra stessa finzione. Concetti come Dio non sono errori. La storia è razionale: c’è una ragione per cui creiamo il mondo in un certo modo. Abbiamo inventato Dio perché Dio ci risolvesse certi problemi. Ma, una volta che un concetto comincia a impedirci il progresso verso l’autocontrollo, deve essere criticato e messo da parte. Altrimenti, come i membri dell’odierno Stato Islamico, diventiamo strumento del nostro Strumento. Quello che rende difficile mettere via gli strumenti che abbiamo oggettivato è la persistenza delle ideologie che li giustificano, e che fanno apparire un’invenzione dell’uomo come “lo stato delle cose”. Il compito della filosofia è disfare le ideologie. Marx era un filosofo. Il sottotitolo del Capitale è “Critica dell’economia politica”. Il libro, rimasto incompleto, era inteso come una critica ai concetti economici che facevano sembrare le relazioni sociali in un’economia di libero mercato naturali e inevitabili, così come concetti quali la grande catena dell’essere e il diritto divino dei re facevano una volta sembrare le relazioni sociali del feudalesimo naturali e inevitabili. La ragione per la quale Il Capitale sembra più un lavoro di economia che un lavoro di filosofia – la ragione per cui è pieno di tabelle e grafici anziché di sillogismi – è la stessa data dalle undici tesi su Feuerbach: lo scopo della filosofia è capire le condizioni per cambiarle. Marx diceva che quando aveva letto Hegel aveva trovato che la sua filosofia si poggiava sulla testa, così l’aveva capovolta e posizionata perché poggiasse sui piedi. La vita è azione, non pensiero. Non basta essere padroni della nostra poltrona. Marx credeva anche che il capitalismo industriale fosse stato creato per una buona ragione: aumentare la ricchezza economica – un qualcosa che Il Manifesto comunista vede favorevolmente. Tuttavia, il costo è un sistema in cui una classe di esseri umani, i proprietari (la borghesia, nei termini di Marx) sfrutta un’altra classe, i lavoratori (il proletariato). I capitalisti non si comportano così perché sono avidi o crudeli (anche se possono essere descritti in tal modo, come Marx fece quasi sempre). Si comportano così perché è la competizione a richiederlo. È così che funziona il sistema. Il capitalismo industriale è un mostro di Frankenstein che minaccia il suo creatore, un sistema costruito per i nostri scopi e che ora ci controlla. Marx era un umanista. Credeva che siamo esseri che trasformano il mondo che ci circonda per la produzione di oggetti a beneficio di tutti. Il che è la nostra essenza come specie. Un sistema che trasforma questa attività in “lavoro” che viene comprato e usato per arricchire altri è un ostacolo alla piena realizzazione della nostra umanità. Il capitalismo è destinato all’autodistruzione, proprio come i sistemi economici che l’hanno preceduto. La rivoluzione della classe lavoratrice condurrà allo stadio finale della storia: il comunismo, che, come scritto da Marx, «è la soluzione all’enigma della storia e si riconosce come tale soluzione». Marx fu fanaticamente impegnato nel trovare una corroborazione empirica a questa teoria. È questo che intendeva con posizionare la filosofia in modo che essa poggi sui piedi. Ed ecco perché passò tutte quelle ore, solo, al British Museum, a studiare rapporti sui fattori di produzione, dati sulla produzione industriale, statistiche sul commercio internazionale. Era un eroico tentativo di mostrare che la realtà è allineata alla teoria. Non importa se non riuscì a finire il libro. Marx ebbe poco da dire sulla conduzione dell’economia in una società comunista, e questo diventò un serio problema per i regimi che hanno cercato di mettere il comunismo in pratica. Aveva diverse ragioni per restare vago. Credeva che i nostri concetti, valori e credenze emergessero dalle condizioni del nostro tempo, il che vuol dire che è difficile conoscere cosa c’è dietro un mutamento storico. In teoria, dopo la rivoluzione, tutto si sarebbe potuto “afferrare” – il che è diventato da allora il grande sogno del radicalismo di sinistra. Marx è stato chiaro circa le cose che una società comunista non dovrebbe avere. Non ci dovrebbe essere un sistema di classi, niente proprietà privata, niente diritti individuali (che, secondo Marx, sono confezionati per proteggere il diritto dei proprietari del capitale a mantenerlo) e niente Stato (che definiva come «un comitato per la gestione degli affari della borghesia»). Lo Stato, sotto forma di partito, si è dimostrato un concetto borghese dal quale i regimi comunisti del ventesimo secolo non hanno potuto trascendere. Il comunismo non è una religione; è in realtà, come solevano dire gli anticomunisti, senza Dio. Ma il partito funziona nel modo in cui Feuerbach diceva che Dio funziona nel cristianesimo: come un misterioso e implacabile potere esterno. Marx non predispose, comunque, una guida per come dovrebbe operare una società senza classi o senza Stato. Un buon esempio del problema è la sua critica alla divisione del lavoro. Nel primo capitolo della Ricchezza delle nazioni, nel 1776, Adam Smith identificò la divisione del lavoro – cioè la specializzazione – come la chiave della crescita economica. L’esempio di Smith era la fabbricazione degli spilli. Piuttosto che far fare a un singolo lavoratore uno spillo alla volta, diceva Smith, in una fabbrica si può dividere il lavoro in diciotto operazioni distinte, dal filo fino al confezionamento, e incrementare la produzione di un fattore di migliaia. A noi ciò sembra un ovvio sistema per organizzare efficientemente il lavoro, dalle catene di montaggio delle automobili fino alla “produzione di conoscenza” nelle università. Ma Marx considerò la divisione del lavoro uno dei mali della vita moderna (come aveva fatto Hegel). Essa fa dei lavoratori ingranaggi di una macchina e li priva di qualsiasi collegamento con il prodotto del loro lavoro. «L’azione dell’uomo diventa una forza aliena ad egli opposta, che lo rende schiavo invece di essere da egli controllata», come Marx ebbe a dire. In una società comunista, scrisse, «nessuno ha una sfera esclusiva di attività ma ciascuno può realizzarsi in ogni campo che desidera». «Sarà possibile andare a caccia la mattina, pescare il pomeriggio, badare al bestiame la sera, fare il critico dopo cena… senza essere necessariamente cacciatore, pescatore, mandriano o critico». Questa frase, spesso citata, sembra superficiale, ma va al cuore del pensiero di Marx. Gli esseri umani sono, per natura, creativi e socievoli. Un sistema che li tratta come monadi meccaniche è inumano. Ma la domanda è: come potrebbe una società senza divisione del lavoro produrre una quantità sufficiente di beni per vivere? Nessuno vorrà badare al bestiame (o pulire il granaio); ognuno vorrà essere un critico (credetemi). Come Marx ammise, il capitalismo, con tutti i suoi mali, ha creato l’abbondanza. Sembra che egli abbia immaginato, in qualche modo, che tutte le caratteristiche del modo di produzione capitalistico potrebbero essere messe da parte e l’abbondanza persistere magicamente. Nel 1980, il filosofo Peter Singer pubblicò un breve libro su Marx nel quale elencò alcune delle profezie di quest’ultimo: la differenza di reddito fra i lavoratori e i proprietari sarebbe cresciuta, i produttori indipendenti sarebbero stati assorbiti nei ranghi del proletariato, i salari sarebbero rimasti a livelli di sussistenza, il tasso di profitto sarebbe crollato, il capitalismo sarebbe collassato, e allora vi sarebbe stata la rivoluzione nei paesi avanzati. Singer pensò che la maggior parte di tali predizioni fossero «così palesemente errate» che era difficile capire come qualcuno potesse difenderle. Ma, nel 2016, è più difficile liberarsene così sbrigativamente. «Gli economisti di oggi farebbero bene a trarre ispirazione dal suo esempio», Thomas Piketty dice di Marx, nel suo best-seller del 2013 Il capitale del ventunesimo secolo. Il libro fa per molti lettori del ventunesimo secolo ciò che Marx sperava che Il Capitale avrebbe fatto per quelli del diciannovesimo secolo. Usa i dati per mostrare la vera natura delle relazioni sociali e, così facendo, ci costringe a ripensare concetti che erano arrivati a sembrare naturali e inevitabili. Uno di questi è il concetto che il mercato, spesso immaginato come un meccanismo auto-ottimizzante con cui è sbagliato interferire, è, di fatto, lasciato a se stesso, un sistema che accresce in continuazione le inuguaglianze. Un altro concetto, strettamente connesso, è la meritocrazia, che è spesso vista come una garanzia della mobilità sociale ma che, Piketty dimostra, è utile principalmente ai vincitori della competizione economica per sentirsi virtuosi. Piketty dice che per trent’anni, dopo il 1945, un elevato tasso di crescita nelle economie avanzate è stato accompagnato da una crescita dei redditi della quale hanno beneficiato tutte le classi. Gravi ineguaglianze di ricchezza erano arrivate a sembrare qualcosa del passato (il che spiega perché, nel 1980, la gente poteva con una certa ragionevolezza dire che le predizioni di Marx erano errate). Oggi pare che quei trent’anni siano stati una fase anomala. La Depressione e le due guerre mondiali avevano effettivamente messo fuori gioco i proprietari della ricchezza, ma i trent’anni dopo il 1945 hanno resettato l’ordine economico. «Il livello molto elevato della ricchezza privata che è stato raggiunto a cominciare dagli anni ottanta e novanta del ’900 nei paesi più ricchi d’Europa e in Giappone», dice Piketty, «riflette direttamente la logica marxiana». Marx era nel giusto quando diceva che non esiste alcun egualitarismo naturale nelle moderne economie lasciate a se stesse. Come scrive Piketty, «non c’è alcun processo naturale o spontaneo che impedisca alle destabilizzanti forze inegualitarie di prevalere permanentemente». La tendenza del sistema ad accrescere le ineguaglianze era certamente vera nel secolo di Marx. Nel 1900, l’un per cento più ricco della popolazione in Gran Bretagna e Francia possedeva più del 50% della ricchezza; il 10% più ricco ne possedeva il 90%. Oggi ci stiamo riavvicinando a quegli stessi livelli. Secondo la Federal Reserve, il 10% più ricco della popolazione possiede il 72% della ricchezza, e il 50% della popolazione più povera ha il 2% del totale. Circa il 10% del reddito nazionale va alle 247.000 persone più ricche (un millesimo della popolazione adulta). Non è un problema limitato alle nazioni ricche. Anche la ricchezza globale è distribuita in modo iniquo, e nelle stesse proporzioni se non peggio. Piketty non predice una rivoluzione mondiale della classe lavoratrice; sottolinea l’insostenibilità di questo livello di ineguaglianza. Prevede un mondo dove la maggior parte del pianeta è posseduto dai miliardari. Marx non sbagliava neppure riguardo alla tendenza dei salari dei lavoratori a ristagnare mentre il reddito dei proprietari di capitale aumenta. Nei primi 60 anni del diciannovesimo secolo – il periodo durante il quale cominciò a scrivere Il Capitale – le retribuzioni dei lavoratori in Gran Bretagna e Francia rimasero più o meno fermi a livelli di sussistenza. Può essere difficile, ora, concepire il grado di miseria presente nell’economia del diciannovesimo secolo. Nel 1862, l’orario di lavoro medio settimanale in una fabbrica di Manchester era di 84 ore. La stagnazione dei salari sembra tornata. Dopo il 1945, i salari aumentarono insieme al reddito nazionale, ma il reddito dei percettori di livello più basso raggiunse il picco nel 1969, quando il salario minimo orario negli USA era $1,60. Ciò equivale a $10,49 di oggi, quando il salario minimo è $7,25. E, mentre i salari nel settore dei servizi diminuiscono, l’orario di lavoro settimanale aumenta, perché la gente è obbligata a fare più di un lavoro. La retorica del nostro tempo, il tempo di Bernie Sanders e Donald Trump, la Brexit e le tensioni in Europa, sembra avere un cast marxista. Sanders che propone di ridurre l’ineguaglianza, così come Piketty, tassando la ricchezza e garantendo più accesso all’istruzione. Trump, che ammira personalità autoritarie e che potrebbe essere lieto di sapere che Marx appoggiava il libero commercio sulla base della teoria che abbassando i salari, il libero commercio incrementa la povertà della classe lavoratrice e conduce più velocemente alla rivoluzione. Nei termini odierni, usati a sinistra, a destra e sui giornali: il sistema è “truccato” per favorire “le élite”. Marx la chiamava classe dominante.

Quanto può essere utile Marx per comprendere la bolla di fermento nelle economie avanzate? Credo che ancora non si conosca il preciso profilo demografico di coloro che hanno votato per la Brexit e dei sostenitori di Trump e Sanders – se si tratti di persone danneggiate effettivamente dal libero commercio o di persone ostili allo status quo per altri motivi. Che siano fondamentalmente del primo tipo può rivelarsi una conferma per chi crede che si può più facilmente capire il perché la gente che ha patito un danno economico sia adirata, rispetto al perché la gente che non ha di che lamentarsi sotto l’aspetto finanziario vorrebbe semplicemente mandare tutto all’aria. Eppure, nella confusione politica, si può avvertire che ci troviamo davanti a qualcosa che non si vedeva in paesi come la Gran Bretagna e gli USA dal 1945: la gente che discute di ciò che Marx chiamava la vera natura delle relazioni sociali. Il terreno politico è in qualche modo terra bruciata. E, man mano che la politica continua a mostrare i suoi tradizionali limiti, dando un pessimo spettacolo, possiamo avvicinarci a capire la sostanza di tali relazioni. Non è detto che esse siano solo economiche. Il tema principale del libro di Stedman Jones è che Marx e Engels, ossessionati dalle classi, ignorarono la forza di altre forme di identità. Una di esse è il nazionalismo. Per Marx e Engels, il movimento dei lavoratori era internazionale. Ma oggi pare di vedere, fra chi ha votato per la Brexit, per esempio, un ritorno al nazionalismo e, negli USA, un impeto di nativismo. Stedman Jones aggiunge che Marx e Engels non hanno saputo valutare il fatto che le agitazioni dei lavoratori del diciannovesimo secolo avevano per scopo, con l’ammissione al voto, l’inclusione politica, non la proprietà dei mezzi di produzione. Quando quello scopo venne conseguito, le tensioni calarono. Ma il voto non è più una prova di inclusione. Quello che avviene nelle ricche democrazie potrebbe non tanto essere una guerra fra chi ha e chi non ha, cioè una guerra fra i socialmente avvantaggiati e i rimasti indietro. Nessuno, in condizioni di povertà, non scambierebbe la propria vita con una migliore, ma ciò che la maggior parte delle persone probabilmente vuole è la vita che ha. Oggi si ha più paura di perdere quella, piuttosto che desiderarne una diversa, anche se probabilmente molti sperano che i loro figli siano in grado di condurre una vita diversa se ne avranno la possibilità. Fra le caratteristiche della società moderna che esacerbano la paura e minacciano la speranza, la distribuzione della ricchezza potrebbe non essere la più importante. Alla gente interessa il denaro, ma anche, e perfino di più, lo status, proprio perché lo status non si compra. Lo status è rapportato all’identità proprio come è rapportato al reddito. Purtroppo, è anche un gioco a somma zero. Le lotte per lo status sono socialmente divisive, e somigliano alla lotta di classe. Ryan, nel suo libro su Marx, fa un’osservazione che lo stesso Marx avrebbe potuto fare. «La repubblica moderna», dice, «che cerca di porre l’uguaglianza politica al di sopra dell’ineguaglianza economica non è di alcun sollievo». È un problema relativamente recente, dato che l’ascesa del capitalismo moderno è coincisa con quella delle moderne democrazie, rendendo l’ineguaglianza del benessere slegata dall’eguaglianza politica. Ma la distribuzione iniqua delle risorse sociali non è nuova. Uno dei punti più chiari che Piketty descrive, è che «in tutte le società conosciute, in ogni tempo, almeno metà della popolazione non ha praticamente posseduto nulla», mentre il 10% più ricco possedeva «quasi tutto ciò che c’era da possedere». Probabilmente ciò non è valido per le società tribali, e forse non lo è neanche per i primi Stati democratici, come la Atene di Pericle (perlomeno, non per i cittadini). Ma l’ineguaglianza è stata fra noi per moltissimo tempo. Ciò non è stato invertito dal capitalismo industriale del diciannovesimo secolo, e lo stesso può dirsi del capitalismo finanziario del ventunesimo secolo. Il solo fattore in grado di invertire la tendenza è un’azione politica mirata a cambiare sistemi che, a troppa gente, sembrano essere semplicemente lo stato di cose naturale. Abbiamo inventato i nostri sistemi sociali; possiamo alterarli quando essi operano contro di noi. Non ci sono dei che ci fulminano a morte se lo facciamo. Pubblicato sul New Yorker il 10 ottobre 2016. Traduzione di Sergio Farris rivista da Thomas Fazi. 

Un dio chiamato Capitale. Non è stata l’economia politica il cuore della rivoluzione del grande pensatore. Ma l’Economico come categoria dello spirito. La vera potenza che mette all’opera il mondo, scrive Massimo Cacciari il 30 aprile 2018 su "L'Espresso". Tacete economisti e sociologi in munere alieno. Marx non è affare vostro, o soltanto di quelli di voi che ne comprendano la grandezza filosofica, anzi: teologico -filosofica. Marx sta tra i pensatori che riflettono sul destinodell’Occidente, tra gli ultimi a osare di affrontarne il senso della storia. In questo è paragonabile forse soltanto a Nietzsche. Ma “Il Capitale”, si dirà? Non è l’economia politica al centro della sua opera? No; è la critica dell’economia politica. Che vuol dire? Che l’Economico vale per Marx come figura dello Spirito, come espressione della nuova potenza che lo incarna nel mondo contemporaneo. L’Economico è per Marx ciò che sarà la Tecnica per Heidegger: l’energia che informa di sé ogni forma di vita, che determina il Sistema complessivo delle relazioni sociali e politiche, che fa nascere un nuovo tipo di uomo. Nessuna struttura cui si aggiungerebbe una sovra-struttura a mo’ di inessenziale complemento - l’Economico è immanente in tutte le forme in cui l’agire e il pensare si determinano; ognuna di esse è parte necessaria dell’intero. Marx è pensatore del Tutto, perfettamente fedele in questo al suo maestro Hegel. Il Sistema è più delle parti, irriducibile alla loro somma. Chi intende l’Economico come una struttura a sé, autonoma, che determinerebbe meccanicisticamente le altre, non ha capito nulla di Marx. Marx non è pensatore astratto, e cioè non astrae mai l’Economico dall’intero sistema delle relazioni sociali, culturali, politiche. La sua domanda è: quale potenza oggi governa l’Intero e come concretamente essa si esprime in ogni elemento dell’Intero? L’Economico è infinitamente più che Economico. Esso rappresenta nel contemporaneo la potenza che mette all’opera il mondo. Il mondo della “morte di Dio”. Ogni opera deve essere valutata sul metro del lavoro produttivo di ricchezza e ogni uomo messo al lavoro per questo fine. Non è concesso “ozio”; nessuno può essere “lasciato in pace”. Il processo stesso di specializzazione del lavoro viene compreso in questo grandioso processo: più avanza la forma specialistica del lavoro, più l’Opera appare complessiva e distende il proprio spirito sull’intero pianeta; più il lavoro appare diviso, più in realtà esso funziona come un unico Sistema, dove ogni membro coopera, ne sia o meno consapevole, al fine universale dell’accumulazione e riproduzione. Fine che si realizza soltanto se al lavoro è posto prioritariamente il cervello umano. La vera forza del lavoro sta infatti nell’intelligenza che scopre, inventa, innova. La differenza tra teoretico e pratico si annulla nella potenza del cervello sociale, Intelletto Agente dell’intero genere, che si articola in lavori speciali soltanto per accrescere sempre più la propria universale potenza. Per Marx è questo il “nuovo mondo” che il sistema di produzione capitalistico crea, non certo dal nulla, ma certo sconvolgendo dalle radici forme di vita e relazioni sociali, insomma: l’ethos dell’Occidente, la “sede” in cui l’Occidente aveva fino ad allora abitato È il mondo dove il Logos della forma-merce si incarna in ogni aspetto della vita, per diventarne la  religione stessa. E Marx ne esalta l’impeto rivoluzionario. È questo impeto che per lui va seguito, al suo interno è necessario collocarsi per comprenderne le contraddizioni e prevederne scientificamente l’aporia, e cioè dove la strada che esso ha aperto è destinata a interrompersi - per il salto a un altro mondo. Qui bisogna intendere bene: la contraddizione non viene da fuori, da qualcosa che sia “straniero” al Sistema. Contraddittorio in sé è il capitalismo stesso. Il capitalismo è crisi, è fatto di crisi. Funziona per salti, che ogni volta mettono inevitabilmente in discussione gli equilibri raggiunti. Non vi è riproduzione senza innovazione. Questo è noto anche agli economisti. Ma Marx aggiunge: il capitalismo è crisi perché si costituisce nella lotta tra soggetti antagonisti. Il capitale è la lotta tra capitalisti e classe operaia. In quanto forza-lavoro la classe operaia è elemento essenziale del capitale stesso - ma quell’elemento che ha la possibilità di assumere coscienza di sé e lottare contro la classe che detiene l’egemonia sull’intero processo, che lo governa per il proprio profitto, metro del proprio stesso potere. È anche e soprattutto in forza di questa intrinseca contraddizione che il capitalismo è innovazione continua, produzione di merci sempre nuove e produzione del loro stesso consumo (la produzione più importante, quest’ultima, dice Marx). Tuttavia, ecco la metamorfosi: proprio diventando cosciente di questa sua funzione la forza-lavoro si fa soggetto autonomo rispetto al capitale, autonomorispetto al carattere rivoluzionario di quest’ultimo. La lotta di classe di cui parla Marx è lotta tra rivoluzionari. Vera guerra civile. Questa contraddizione muove tutto. E ognuno è imbarcato in essa. L’idea di poterne giudicare “dall’alto” costituisce per l’appunto quella ideologia, che Marx sottopone a critica fin dalle prime opere. Se la realtà dell’epoca è contraddizione inscindibilmente economica e politica, ogni interpretazione che la riduca a fatti naturalisticamente analizzabili la mistifica. Non è possibile cogliere la realtà del Sistema che collocandosi in esso, e dunque collocandosi nella contraddizione. Soltanto in questa prospettiva l’Intero è afferrabile. Non si comprende la realtà del presente se non in prospettiva e perciò a partire da un punto di vista determinato. Impossibile oggi un sapere astrattamente neutrale. La pretesa all’avalutatività è falsamente scientifica; l’epoca costringe a prender-parte, all’aut-aut. A porsi in gioco, alla scommessa anche. Il momento, o il kairòs, della decisione politica viene cosi a far parte della stessa potenza dell’Economico, resta immanente in essa. È l’ideologia propria del pensiero liberale, per Marx, che cerca di convincere a una visione de-politicizzantedell’Economico, a separare Economico e Politico, conferendo appunto all’Economico l’aspetto di un sistema naturale di relazioni. Poiché concepisce la storia dell’Occidente come conflitto, e conflitto determinato dal suo carattere di classe, e poiché intende il presente alla luce dell’intrinseca contraddittorietà della stessa potenza rivoluzionaria del Sistema tecnico-economico, Marx pensa di aver posto saldamente sui piedi il pensiero dialettico dell’idealismo. Le epoche della Fenomenologia hegeliana dello Spirito non trovano conclusione in un Sapere assoluto che tutte accoglie e accorda, in una suprema Conciliazione, ma nella insuperabile contraddizione tra la potenza universale del Lavoro produttivo divenuto cosciente di sé e la sua appropriazione capitalistica. Si tratta di ben altro che di calcoli su valore e plusvalore. L’analisi del meccanismo dello sfruttamento, tanto bombardata dagli economisti e da filosofi dilettanti, sarà pure la parte caduca della grande opera di Marx. Ciò che conta in essa è la questione: il prodotto di questa umanità al lavoro (e questo significa “classe operaia”, altro che semplice “operaismo”!), di questo cervello sociale che inventa e innova, appartiene a chi? Come se ne determina la distribuzione? Chi la comanda? Può la sua potenza rinunciare a esigere potere? E se essa funziona riducendo sempre più il lavoro necessario per unità di prodotto o di prestazione, non si dovrebbe pensare nella prospettiva di una liberazione tout-court da ogni forma di lavoro comandato? Il comunismo risponde per Marx a queste domande. È l’idea della suprema conciliazione del soggetto col suo prodotto; il compito di superare nella prassi ogni estraneità. Comunismo significa la stessa “missione dell’uomo”. In questo senso, il capitalismo opera per il suo stesso superamento, poiché il suo sistema si fonda su quel cervello sociale-classe operaia che per “natura” è destinato a non sottostare ad alcun comando. Che deve diventare libero. Il comunismo è il Sistema della libertà. Marx sembra non avvedersi che tale “risoluzione” dell’aporia del capitalismo riproduce esattamente la conclusione della Fenomenologia hegeliana e, forse ancor più, del Sistema della scienza di Fichte. Ed è l’idea di un potere assoluto sulla natura, in cui la “comunità degli Io” sottopone al proprio dominio tutto ciò che le appaia “privo di ragione”. La quintessenziale volontà di potenza dell’uomo europeo ispira perciò in tutto anche Marx e la sua violenza rivoluzionaria. Marx appartiene all’Europa “rivoluzione permanente”, all’Europa “leone affamato” (Hegel). Il suicidio di questa Europa lungo il tragico Novecento spiega lo spegnersi dell’energia politica scaturita dal marxismo assai più di quelle colossali trasformazioni sociali e economiche che hanno segnato il declino del soggetto “classe operaia”.

Il fallimento marxista e la sua eredità nell'epoca della tecnologia, scrive Francesco Lamendola il 07/02/2006 su Arianna Editrice. Fonte: filosofiatv.org. Il marxismo. Il suo fallimento, la sua eredità nell’epoca della tecnologia. Questi gli argomenti di questa sera. Mica poco! Sarei un pazzo se pensassi di poter esaurire una triplice problematica così impegnativa nel breve spazio di un’ora o poco più. Come fare per non cadere nella banalità, nella genericità di una paginetta di Bignami? L’argomento è sin troppo serio. La caduta del muro di Berlino nel novembre '89, le immagini dei corpi di Nicolae ed Elena Ceausescu, fucilati in dicembre, Gorbaciov che annuncia in televisione lo scioglimento dell’URSS, il giorno di Natale 1991. Tutto ciò ha rappresentato un trauma generazionale di portata incalcolabile. Un’intera generazione ha visto crollare i suoi sogni, anche se il crollo, naturalmente, era cominciato molto, ma molto prima di quel triste Natale del '91. Ma quanti avevano avuto il coraggio di guardare in faccia la realtà? C’è un racconto di Leonardo Sciascia, La morte di Stalin, nel libro Gli zii di Sicilia, che parla di un ciabattino siciliano, Calogero Schirò, militante comunista, e perciò perseguitato durante il fascismo, che ha per Stalin un culto quasi mistico. Stalin è buono; Stalin vuol bene ai lavoratori di tutto il mondo; Stalin è furbo, ha un cervello che pensa per mille; Stalin è la speranza del futuro, il riscatto per tutti gli oppressi e i derelitti. I bruschi «contrordine, compagni» del PCI di allora, e del PCUS, lo mettono in crisi, perché ha una profonda coscienza morale - ma per poco. Stalin pensa sempre a tutto. Lui sa bene quello che sta facendo. Per esempio, quando il prete lo va a trovare in bottega, nel settembre 1939, e lo sfida a trarre le conclusioni dal Patto Molotov – Ribbentrop (cioè che i nazisti e i sovietici sono della stessa pasta) per Calogero Schirò è un’ora di passione. Ma poi Stalin gli appare in sogno, benevolo, paziente, sorridente, lo consola e gli spiega tutto, chiarisce ogni dubbio: «Fu così che Calogero Schirò sognò Stalin, e Stalin, in confidenza, gli disse: “Calì – abbreviativo di Calogero – dobbiamo schiacciarlo questo serpe velenoso (Hitler). Quando sarà il momento, vedrai che stoccata gli caccio”. E Calogero si sentì sereno. Era ormai chiaro come il sole che il colpo dritto Hitler lo avrebbe avuto da Stalin, e al momento giusto». Quanti milioni di Calogero Schirò ci furono nel mondo tra il 1917 e il 1991? Per non parlare di quelli che sopravvivono ancora oggi – come i soldati giapponesi nella giungla, che rifiutarono di arrendersi. Ecco, questa domanda ci porta direttamente al cuore di uno dei due aspetti del problema che vorrei mettere a fuoco questa sera.  Il marxismo è stato una religione, o un potente surrogato della religione e, più precisamente una religione soteriologica (dal greco soter = salvatore), cioè una religione di salvezza, religione tipica delle società in crisi, delle epoche di trapasso, quando prevale l’angoscia esistenziale (per la categoria storiografica dell’angoscia esistenziale si veda, per esempio, il bellissimo saggio di Eric Dodds: Pagani e Cristiani in un’epoca di angoscia. Aspetti dell’esperienza religiosa da Marco Aurelio a Costantino, edito dalla Nuova Italia, 1970, e, originariamente, a Cambridge nel 1963). A questo punto mi sento in dovere, di dare, sia pure approssimativamente, una mia definizione di religione. La definirei così: un sistema di credenze, esaustivo e coerente, che svolge la funzione di raccogliere e incanalare l’eterna aspirazione umana al trascendente, all’assoluto. Si noti che il concetto di divinità, contrariamente a quello che potrebbe sembrare di primo acchito, non è essenziale alla religione. Il caso del Buddhismo in modo particolare, ma anche in parte del Confucianesimo e, soprattutto, del Taoismo, lo dimostrano. Naturalmente bisognerebbe distinguere tra filosofia buddhista e religione buddhista, ma la distinzione ci porterebbe troppo lontano. L’altra direzione di ricerca, sulla quale vorrei riflettere con voi, è l’interpretazione del marxismo come subcultura del liberalismo, come fratello minore, come ideologia complementare al liberalismo. Queste, naturalmente, sono solo due delle infinite possibili chiavi di lettura del marxismo e del suo esito fallimentare. Perché ho scelto queste? Ho scelto queste due semplicemente per circoscrivere il campo dell’indagine entro limiti ragionevoli e perché, personalmente, le ritengo feconde di ulteriori sviluppi e suscettibili di spiegare molti aspetti del marxismo come fenomeno storico. Certo non esauriscono il campo della ricerca. Ritengo che lo storico, e specialmente lo storico della filosofia, dovrebbe acquisire in parte la metodologia di approccio del fisico. Per spiegare la natura della luce, ad esempio, né la teoria corpuscolare, né quella ondulatoria appaiono, prese separatamente, del tutto soddisfacenti perché non riescono a spiegare determinate classi di fenomeni. Ma le due teorie, integrate l’una con l’altra, offrono una coerente interpretazione del fenomeno luminoso. Le nostre due chiavi interpretative del fenomeno marxista sono ben suscettibili di integrazioni, non pretendono assolutamente di essere esaustive; soprattutto, è necessario accingersi al lavoro senza amore e senza odio, accogliendo l’invito spinoziano del prof. Cutuli, in una sua precedente conferenza di questo stesso ciclo: nec ridere nec lugere, perché, giusta l’ipotesi religiosa del marxismo, questo argomento si presenta carico di pathos, di emotività, di coinvolgimento viscerale. Partiamo allora dalla prima delle due chiavi di lettura. Abbiamo detto che il marxismo è stato il surrogato di una religione soteriologica, con una propria etica, una propria escatologia, ecc., e questo non solo nella sua tarda fase della vulgata staliniana, come per Calogero Schirò, ma subito, fin dall’inizio; e non solo per le vecchiette, cioè per le masse poco istruite, ma  anche per generazioni di intellettuali, più o meno dogmatici (Togliatti ), più  o meno gesuiti (come è stato definito Lukács), più o meno eretici o in odore di eresia (Gramsci), più o meno scomunicati (Trotzkij). E’ chiaro, comunque, che il processo si è accentuato dopo il passaggio da fede a religione, e dopo la nascita di una chiesa universale, il Comintern. Ora desideriamo approfondire il concetto e precisare che tipo di pseudo religione è stato il marxismo. A me pare che esso sia stato un’eresia del Cristianesimo. Diciamo meglio: un’eresia secolarizzata del Cristianesimo tardo. In questo senso esso presenta tratti non secondari di millenarismo che riconducono alle sue origini liberali e, precisamente, alla sinistra hegeliana, e che lo riaccostano ai movimenti utopici ed egualitari che attraversano la storia dell’Occidente, venati di messianismo apocalittico: i Montanisti, i Patarini, i Catari, i Dolciniani, i Lollardi, gli Hussiti, gli Anabattisti, i Puritani, ecc…Si noti il fatto che il marxismo, che si è autodefinito “comunismo scientifico” proprio per rimarcare la distanza dalle varie forme, a dire di Marx, di comunismo utopistico, tradisce un’origine comune con l’aspettazione millenaristica della liberazione escatologica: per Hegel il trionfo finale dello Spirito Assoluto, per Marx la società senza classi e senza stato  del comunismo realizzato. Una parentesi: molti storici, poco dotati di spirito critico, hanno accertato tout court l’autoreferenzialità insita nella definizione di socialismo scientifico, così come geografi un po’ servi hanno accettato per buona la categoria sovietico per definire il cittadino dell’Unione Sovietica, avallando un’inconcepibile confusione tra il concetto di popolo, in questo caso russo, ucraino, armeno, uzbeco, lituano, e quello di forma di governo. Ma neanche Hitler era arrivato al punto di pretendere che i cittadini del Terzo Reich fossero definiti nazisti, piuttosto che tedeschi… Ora cerchiamo di motivare le nostre affermazioni, in particolare che il marxismo è stato un’eresia secolarizzata del tardo cristianesimo. Tutta la storia del cristianesimo, dal primo diffondersi su su, lungo tutta la sua evoluzione, fino al lazzarettismo del monte Amiata – non so se avete presente la figura del riformatore Davide Lazzaretti, che predicava un cristianesimo comunista e che fu ucciso a freddo dalla forza pubblica, dai carabinieri, nel 1878; oppure nel caso degli Stati Uniti d’America dove si hanno le numerose sette fondamentaliste e apocalittiche tipo i Davidiani; ricorderete i Davidiani perché il loro nome è legato a tragici, sanguinosi fatti di cronaca  abbastanza recenti negli Stati Uniti d’America – si intreccia con quella delle eresie che rampollano dal suo seno, come il monofisismo, o che si ricollegano sincretisticamente con culti già esistenti – Manicheismo, Gnosticismo. Tutte, più o meno, a volte anche in maniera quasi esplicita, come nel caso dei Donatisti e dei Circumcellioni nel Nord Africa del tardo impero romano, sono innervate di istanze sociali, per lo più a sfondo egualitario, pauperistico e comunistico; e questo tanto più quanto più la Chiesa, diciamo ufficiale, tende ad allontanarsi dal messaggio evangelico originario. Anzi, possiamo considerare la maggior parte dei movimenti ereticali del passato come la mascheratura religiosa di proteste sociali ed economiche che, per esempio nel Dolcinianesimo, il movimento di Fra Dolcino ai primi del Trecento, nel Nord Italia, raggiunsero il culmine della coerenza e della forza eversiva. Viceversa, in alcuni aspetti della rivoluzione contadina in Germania del 1525 si possono cogliere aspetti di protesta religiosa, ad esempio nel movimento sudtirolese di Michael Gaismayr, ma anche nel pensiero dello stesso Thomas Müntzer. Dietro i contadini in rivolta si intravede la libera interpretazione luterana del Vangelo. Sicché nella storia dell’Occidente, talvolta è la rivolta sociale che si ammanta di una vernice religiosa, altre volte è la religione che parla il linguaggio della protesta politico-sociale. Comunque, fino al secolo XVIII il cristianesimo è sempre riuscito a riassorbire i movimenti potenzialmente ereticali (pensiamo al movimento francescano) o a reprimere, con l’aiuto del braccio secolare, le eresie non recuperabili. Nel Settecento, sotto la duplice sfida da un lato della rivoluzione industriale e dei suoi devastanti contraccolpi sul tessuto sociale – la nascita del proletariato moderno – e, dall’altro, del venir meno dell’aiuto del potere statale, per la prima volta nella sua storia quasi bimillenaria, il cristianesimo appare spiazzato rispetto all’evoluzione economico sociale e palesemente in difficoltà nel generare risposte in grado di riassorbire le spinte centrifughe. (Uso qui il concetto di sfida/risposta, challenge/response nel senso che gli dà lo storico inglese A. J. Toynbee, autore di un classico della filosofia della storia, Civiltà al paragone; Toynbee è un po’ l’anti-Spengler: laddove Spengler sostiene, ne Il tramonto dell’Occidente, che la civiltà occidentale è destinata a un tramonto irrimediabile, Toynbee, dopo aver esaminato tutte le civiltà della storia del mondo, giunto alla civiltà occidentale, sostiene che ci sono ancora motivi di speranza). Nel 1700 si hanno i sintomi di un’incapacità del cristianesimo e delle chiese cristiane di far fronte a una sfida di carattere sociale senza precedenti. Si hanno le prime avvisaglie di ciò, nel continente europeo, con la Rivoluzione Francese, all’interno della quale gli Enragés, l’estrema sinistra del movimento sanculotto, operano il primo radicale tentativo di scristianizzazione. Robespierre, che non condivide la politica scristianizzatrice, perché vi vede l’anticamera dell’ateismo (e Robespierre, da buon discepolo di Rosseau, è un convinto deista), cerca di correre ai ripari inventando una nuova religione: il culto dell’Essere Supremo, ragione forse non ultima della sua caduta. Egli afferma testualmente, davanti alla Convenzione: «Del resto, colui che potesse trovare nel sistema sociale un surrogato alla divinità mi apparirebbe un prodigio di genio». Ebbene, giusta l’interpretazione di Romolo Gobbi nel suo libro Figli dell’apocalisse, Rizzoli, 1993, questo genio fu Karl Marx, con l’aiuto di F.Engels. Egli vide che in quel momento all’enormità e alla drammaticità della questione operaia nessuna forza istituzionale sapeva o poteva dare una risposta adeguata. Non lo stato, che identificava i suoi interessi con quelli della classe capitalista, non le varie chiese, che dai tempi di San Paolo, (quelle cattoliche) e di Lutero (quelle protestanti) predicavano la rassegnazione davanti ai legittimi poteri costituiti. Ricordiamo, ad esempio, la posizione di Lutero in occasione della grande guerra contadina del 1525, una posizione di condanna spietata, senza appello, al punto da esortare i principi tedeschi a massacrare, a sterminare i contadini ribelli. Si badi che Marx in gioventù, non che essere un comunista scientifico, non era neppure un comunista; anzi, per dirla tutta, era francamente un anticomunista. Nel 1842, quand’era direttore della Gazzetta Renana, quindi sei anni prima di firmare con l’amico Engels il Manifesto del Partito comunista, scriveva senza troppi preamboli: «La Rheinische Zeitung, che non può concedere alle idee comuniste nella loro forma attuale neppure una realtà teorica, e, quindi, ancor meno può desiderare o anche, soltanto, ritenere possibile la loro pratica attuazione, sottoporrà queste idee ad una critica radicale. Noi siamo fermamente convinti – dice Marx – che non il tentativo pratico ma l’elaborazione teorica delle idee comuniste costituisce il vero pericolo, poiché ai tentativi pratici si può rispondere coi cannoni, appena divengono pericolosi; mentre le idee, raggiunte dalla nostra intelligenza, conquistate dal nostro costume morale, idee sulle quali l’intelletto ha temprato la nostra coscienza,  sono catene da cui non è possibile strapparsi senza lacerarsi il cuore, sono demoni che l’uomo può vincere solo a patto di sottomettersi». Brano significativo, perché da esso si evince che Marx lamenta il fatto che con le cannonate, purtroppo, non si possa distruggere il comunismo perché esso è qualcosa di molto più pericoloso, qualcosa che inquina la mente. Teniamo da conto questo concetto dell’intolleranza militaresca insita nella mentalità di Marx ancora prima che diventasse marxista e andiamo avanti, riservandoci di tornare a riflettere su questo punto. Ho citato questo brano, comunque, non per il puerile piacere di screditare la coerenza del pensiero marxiano. Convertirsi è un diritto incontestabile: San Paolo, il grande convertito, ha trasformato il cristianesimo in una religione universale di salvezza, fermandosi, però, davanti al passo estremo, ma logicamente inevitabile, di negare la Legge a favore della Grazia, l’antico Testamento a favore del Nuovo. Coraggio concettuale che ebbe, invece, Marcione, per il quale il Dio misericordioso del Vangelo cancellava per sempre il terribile, «giusto» e, perciò, vendicativo Javhè. San Paolo non ebbe il coraggio di rompere con l’Antico Testamento. E questo spiega il carattere misto, ibrido, irrisolto del cristianesimo come religione storica, sospeso a metà strada tra particolarismo giudaico e apertura universalistica. Tornando a Marx, Marx ebbe il coraggio dell’eresia marcionita. In che senso? Abolì il Vecchio Testamento comunista dei Fourier, dei Saint Simon, dei Proudhon – e il suo astio cresce in misura proporzionale alla loro contiguità temporale, è massimo nei confronti di Proudhon (l’astio di Marx per Proudhon! Le parole cattive, velenose con cui si scaglia contro questo autore!) – e proclamò che il capitale è via necessaria e sufficiente alla salvezza, cioè alla vittoria finale del proletariato. Quando, con la Rivoluzione di Ottobre, nasce la chiesa mondiale comunista, il Comintern, qualche altro fra i testi sacri venne aggiunto a completare il Vangelo marxista, i testi di Lenin e di Stalin. La loro autorità, morale e «scientifica», è tale che vengono continuamente citati, stile ipse dixit, nei campi più svariati dagli autori marxisti di quegli anni, dalla morale, all’economia, alla storia antica; dal diritto all’antropologia, alla filosofia, perfino alla biologia. Mi viene in mente il caso dello storico russo Kovaliov che, nella sua Storia di Roma (è uno studioso di storia antica, per altro uno storico di un certo valore) cita con la massima indifferenza ora Tacito ora Stalin, ora un brano di Tito Livio, ora un discorso di Stalin nel tale congresso del partito comunista russo: e questo con la massima naturalezza, come una cosa storiograficamente corretta e normale.  Con Stalin il processo di formazione del Nuovo Testamento marxista è completato. E, come per tutti i libri sacri, qualunque ulteriore aggiunta viene respinta in quanto apocrifa, perché la rivelazione è terminata. Viceversa, alcuni testi prima ritenuti canonici cadono in sospetto e scivolano al ruolo di deuterocanonici. La loro validità diventa sostanzialmente questione marginale. In questo limbo finiscono Rosa Luxemburg, Anton Pannekoek e molti altri. Alcuni autori, potenzialmente destabilizzanti, vengono recuperati mediante la leggenda agiografica e possibilmente mediante il martirologio. In questo senso Che Guevara sta a San Francesco come Innocenzo III sta a Fidel Castro, si intende mutatis mutandis. Cosa voglio dire? Che come Che Guevara  ha permesso al castrismo di dare a credere ancora per molti anni di essere un regime progressista e non una chiusa dittatura – perché la figura bella, generosa, eroica di Che Guevara ha avuto una presa enorme, come sappiamo, soprattutto tra i giovani, una figura di un idealista, indubbiamente – così San Francesco ha permesso alla Chiesa gerarchica, corrotta, prepotente di Innocenzo III di farsi una bella foglia di fico di verginità, di pseudorinnovamento e poter dare a intendere di essere ancora  qualcosa di fresco e di adeguato ai tempi. Ma le eresie nel marxismo hanno sempre avuto una forza dirompente. Pur di stroncare l’eresia anarchica, Marx non aveva esitato a trasferire a New York la sede della Prima Internazionale, decretandone di fatto la morte. Lui si è limitato a questo. I suoi successori, Lenin e Stalin non si sono limitati a questo nei confronti degli anarchici. Li hanno imprigionati e fucilati a migliaia. Ricordiamo un caso per tutti, un episodio abbastanza celebre. Barcellona, 1937: durante la Guerra Civile spagnola, per ordine di Stalin, vengono arrestati e fucilati centinaia di anarchici spagnoli. Ciò è raccontato, tra l’altro, dallo scrittore Orwell, quello di 1984, nel suo bel libro Omaggio alla Catalogna. Del resto, per uno come Stalin, che ha decretato la morte di circa otto milioni di suoi connazionali, qualche centinaio di anarchici spagnoli non è che cambiassero molto le cose. Stavo dicendo che Marx non aveva esitato a trasferire a New York la sede della Prima Internazionale pur di eliminare l’eresia anarchica. Pensava, giustamente, che una fede può rinascere dalle proprie ceneri, ma nulla potrà salvarla dalla contaminazione ideologica. Si noti che ideologia per Marx (non per Lenin) ha sempre un’accezione emozionale negativa. Diverso è il caso dell’eresia trotzkista della rivoluzione permanente. Alla chiesa stalinista, col suo papa, coi suoi dogmi, con la sua santa Inquisizione, l’esistenza di quell’eresia, del trotzkismo cioè, faceva più che comodo: si sarebbe dovuta inventare, diciamo, se non ci fosse stata, perché grazie ad essa era possibile scaricare sul trotzkismo tutte le responsabilità del malfunzionamento dell’URSS. Ogni volta che un piano quinquennale non funzionava, ogni volta che si notavano pesantezze burocratiche, sprechi e altri fenomeni negativi nell’economia e nell’amministrazione dell’URSS, la colpa era di Trotzkij; le sue spie, alleate dei nazisti, vogliono sabotare la patria dei lavoratori. Si rifletta, a questo proposito, che Stalin fece assassinare Trotzkij solo nel 1940, cioè alla vigilia della resa dei conti con la Germania nazista, cioè nel momento in cui era necessario un fronte unico patriottico religioso – Stalin fece appello perfino ai pope della Chiesa ortodossa russa, quando nel 1941 l’URSS fu aggredita dai nazisti –, mentre prima il fatto che all’estero ci fosse un Trotzkij era più che comodo ai piani di Stalin. Anche qui si veda Orwell, La fattoria degli animali in cui descrive molto bene la maniera in cui Stalin mise in minoranza Trotzkij e lo costrinse all’esilio, facendosi avanti da una posizione del tutto secondaria, del tutto marginale. Ma Stalin commise l’errore di forzare a tal segno il culto della personalità da rendere impensabile la distinzione tra contenuto e contenitore, tra il sistema e la figura del suo leader. Con ciò Stalin ha in qualche modo scavato la fossa al marxismo non meno che al regime sovietico. Come si poteva ancora credere, dopo l’avvento di Krusciov, – in quel famoso congresso del partito comunista sovietico in cui Krusciov denunciò, tra lo sbalordimento generale, i crimini di Stalin – in un dio che aveva fallito tanto vistosamente? Che aveva commesso tali e tanti delitti? La storia dell’Unione Sovietica, da allora, non è stata che una lenta agonia. Quanto al marxismo, è sopravvissuto ancora per qualche decennio, come forza morale, solo grazie alle generose iniezioni di terzomondismo e, in particolare, di maoismo e di guevarismo. Accanto alle ragioni economiche, comunque, del resto importantissime, il fallimento del marxismo ha a che fare con la sua dimensione religiosa ed escatologica. Il Cristianesimo delle prime generazioni aveva saputo superare il trauma della mancata parusia (parousia = ritorno di Cristo, fine della storia, che era considerata imminente nella prima generazione cristiana) spostando la realizzazione del Regno dei Cieli da questo mondo all’altro e, al tempo stesso, dal mondo esterno al mondo interiore delle coscienze. Ma il marxismo aveva predicato imminente, certa e inevitabile la sua parusia, la rivoluzione proletaria, l’avvento della società senza classi, in questo mondo, e non nell’altro, nel mondo naturale e non nel mondo spirituale. Con ciò si era condannato da se stesso, fin da quando nel 1921, sotto le mura di Varsavia, durante la guerra russo-polacca, l’Armata Rossa fu sconfitta e in questo modo fallì nel compito di esportare nel resto d’Europa, nel resto del mondo, la Rivoluzione di Ottobre.  Non sempre una religione giovane e irruenta riesce a sostituirne una vecchia e stanca. In questo caso il sorpasso (chiamiamolo così) rispetto al cristianesimo, da parte del marxismo, è stato effimero. Verso gli anni '70, cioè dopo il Sessantotto, che è stato comunque più libertario che marxista, si andava profilando l’inevitabile riassorbimento del marxismo da parte del cristianesimo. Credo che tutti quelli della mia età ricordino che negli anni '60 si aveva questa sensazione, nel mondo della cultura, degli intellettuali di un’avanzata inarrestabile del marxismo e di un’inarrestabile decadenza, disgregamento del cristianesimo. Nei primi anni '70 uomini come Pasolini, come Thomas Merton – l’autore di La montagna dalle sette balze – cercavano ancora una conciliazione fra Cristo e Marx. E, perfino negli anni Ottanta, nel Nicaragua di Ernesto Cardenal e del sandinismo, si tentava la stessa operazione. Poi, inevitabilmente, pian piano, Marx è stato messo in soffitta ed è rimasto Cristo. Cosa è successo? Papa Wojtyla, tramite il punto d’appoggio di Solidarnosc, ha tolto il primo mattone che ha prodotto il crollo definitivo, attraverso una reazione a catena, del sistema sovietico. Il vecchio capobranco, come tra i cervi, o gli elefanti marini, più abile ed esperto, ha sconfitto ed azzannato a morte il giovane rivale. Il biologismo insito in questo paragone, in questa similitudine è voluto, perché ritengo che la storia della filosofia sia afflitta da troppo tempo da una sindrome spiritualistica contro la quale è necessaria qualche robusta, qualche sacrosanta iniezione di solido materialismo. Cioè a dire che nella storia dello Spirito, nella storia della filosofia non bisogna affatto pensare per forza che vigano dei meccanismi, delle leggi sostanzialmente diversi da quelli del mondo naturale. Anzi, si potrebbe perfino affermare (metà per celia, e metà seriamente) che la stessa filosofia non è altro che – come direbbe uno scienziato naturalista – una “secrezione” dei filosofi, proprio come la scienza è una secrezione degli scienziati o la religione stessa, una secrezione degli spiriti credenti. Ma il marxismo non è stato solo un’eresia secolarizzata del tardo cristianesimo. E’ stato anche il fratello siamese del liberalismo. Secondo I. Wallerstein, quella fra USA e URSS, fra capitalismo e marxismo, è stata una contrapposizione puramente formale. (Per questi concetti rimando e consiglio la lettura di un libro che io ho trovato molto stimolante: Mauro Di Meglio, Lo sviluppo senza fondamenti, Editore Asteria). I due sistemi, entrambi imperialisti, si erano effettivamente divisi i compiti sulla base della rinuncia a qualsiasi interferenza nelle rispettive sfere di influenza. E ciò, nel contesto di un’economia mondiale dominata comunque dalla Borsa di New York, faceva dell’URSS, indubbiamente, una potenza subimperialista degli USA. A livello ideologico, marxismo e  liberalismo  condividono  tutta una serie di valori profondamente occidentali, nel senso etnocentrico della parola: l’ottimismo di matrice illuministica e positivistica; la concezione evolutiva e progressiva della storia umana; la fiducia nel progresso materiale ininterrotto, inteso soprattutto come progresso nella tecnologia e la fiducia nei suoi effetti; la fede nella scienza come bene puro; la cosificazione del mondo extraumano – l’ambiente, le risorse naturali, le creature viventi. Secondo Wallerstein, il sistema globale della struttura – mondo, nei due secoli che vanno dal 1789 e il 1989, cioè tra la Rivoluzione Francese e il crollo del muro di Berlino, è stato dominato da un’unica ideologia effettiva: il liberalismo, di cui il marxismo era solo una variante subalterna. Secondo Wallerstein, è solo dal 1968 che comincia ad affermarsi un’ideologia realmente alternativa al liberalismo e che passa attraverso il rifiuto della occidentalizzazione del mondo – concetto caro a Latouche – attraverso il rifiuto delle vie nazionali al progresso e al benessere. Del resto si rifletta che Marx, un pensatore tutt’altro che originale, per sua stessa ammissione, non aveva fatto altro che capovolgere la dialettica hegeliana, facendola camminare sui piedi anziché sulla testa. E la filosofia della storia di Hegel, che è intimamente contraddittoria perché nega la sua stessa impostazione dialettica laddove sfocia nella palingenesi dello Spirito Assoluto, riprende dal liberalismo la fiducia illuministica nella ragione, la concezione evolutiva della storia, e della storia del pensiero, la fede nel progresso inevitabile, eccetera. Ora, anche per questa via si giunge alle stesse conclusioni dell’interpretazione del marxismo in chiave salvifica e religiosa e cioè: la lotta di classe come lotta del bene contro il male, del giusto contro l’ingiusto, del nuovo contro il vecchio – là dove il nuovo è un valore di per sé positivo e il vecchio è un valore di per sé negativo –, e la società comunista (attenzione: la società scientificamente comunista) è vista come l’avvento del regno di Dio. Qui però si coglie anche l’intima debolezza del marxismo come ideologia di salvezza. Non basta prendere l’ideologia dell’avversario e capovolgerla per creare valori nuovi. I valori che nasceranno avranno la vernice del nuovo ma tutta la stanchezza e tutta l’ipocrisia del vecchio. In particolare vorrei far notare che Marx come filosofo viene direttamente dal più tristo pensatore che ci fosse sul mercato delle idee a quell’epoca: Hegel, il più giustificazionista (“Tutto ciò che è reale è razionale”), il più borioso (la filosofia è il culmine dello Spirito, e la filosofia di Hegel, modestamente, è il culmine dei culmini), il più razzista (vi risparmio le pagine delle Lezioni di filosofia della storia di Hegel in cui parla, per esempio, degli Africani, definiti come barbari, come selvaggi), il più statolatra (lo Stato è tutto, è l’eticità assoluta, l’individuo non è niente fuori dallo Stato), il più guerrafondaio  (l’etica della guerra, come valore assoluto): insomma, il più tristo dei filosofi dell’epoca, la cui celebrità nasceva dal delirio autocelebrativo della Prussia militarista e reazionaria. Erano gli anni della battaglia di Lipsia, della vittoria della Prussia e di altri stati tedeschi su Napoleone; c’era questo delirio nazionalista e militarista, donde la celebrità di Hegel, delle sue lezioni, mentre le lezioni di Schopenhauer, nella porta accanto, andavano deserte. A questo proposito vorrei aprire una brevissima parentesi citandovi due righe del filosofo Giovanni Gentile. Cosa c’entra Gentile? Lo vediamo subito. Gentile dice, scrivendo subito dopo la prima guerra mondiale: «Dalla guerra – del 15-18 – con più matura coscienza dei bisogni nazionali siamo tornati alla più alta, alla più italiana concezione della libertà, che è valore, selezione, gerarchia, che immedesima stato e cittadini in una sola coscienza, in una sola volontà». Donde si evince non solo la strana concezione della libertà di Gentile, secondo il quale la libertà è gerarchia, secondo il quale la libertà è selezione, ma, soprattutto, da questo brano si nota la rabbiosa statolatria di Gentile, secondo il quale tutto è nello Stato e nulla ha senso, nulla ha valore fuori dello Stato. Ebbene, mi pare evidente la parentela ideologica tra questo passo di Gentile e le posizioni dello stalinismo. Intendo affermare che sia nell’attualismo gentiliano, che è la versione italiana dell’idealismo di matrice hegeliana, sia nel marxismo stalinista vi è sempre il comune denominatore di Hegel, cui spetta il tristo primato di poter essere considerato il capostipite delle due cose più brutte che la storia, credo, del mondo abbia prodotto: lo stalinismo e il nazifascismo. Dicevamo del concetto di Natura. La Natura, è stato osservato che per Hegel è la “pattumiera” del suo sistema. Notiamo che Hegel è un filosofo decisamente “fuori tempo massimo” dal punto di vista della concezione della filosofia come sistema. Per grazia del cielo, da secoli non si concepiva più la filosofia come sistema chiuso, onnicomprensivo, completo, definitivo. Con Hegel, invece, si torna a questo. Nel suo sistema che cos’è la Natura? La Natura è lo Spirito fuori di sé. E’ stata definita la “pattumiera” del suo sistema nel senso che è tutto ciò che non rientra nello Spirito, tutto ciò che, non essendo di natura spirituale, è di qualità inferiore, scadente. Tra l’altro, lui non giustifica neanche teoreticamente il passaggio dall’Idea in sé all’Idea fuori di sé, dal Logos alla Natura. Stavamo dicendo che torna d’attualità, direi, la critica al marxismo di Proudhon, di Bakunin, di Kropotkin, di Malatesta, ma anche di Tolstoj, ma anche di una Simone Weil, ma anche di un Bookchin. Insomma, non basta prendere il potere e ridipingerlo di rosso. Il nuovo conserverà i peggiori difetti del vecchio. La Ceka non sarà migliore dell’Ochrana, la polizia segreta sovietica non sarà migliore di quella zarista, i gulag staliniani non saranno meglio delle deportazioni zariste. Pol Pot non è in nessun modo meglio di Hitler. E, a proposito del mettere in guardia contro le degenerazioni di un pensiero  positivista misticamente ottimista sulle magnifiche sorti e progressive, mi viene in mente che, quello che secondo me è un grande filosofo oltre che un sommo poeta, Giacomo Leopardi, ancora nel 1835, nella Palinodia al Marchese Gino Capponi, metteva in guardia contro l’ottimismo progressista, e in particolare, metteva in luce la mistificazione su cui esso si regge: l’idea che il progresso instaurerà una specie di Età dell’Oro – idea che è tutta in Marx oltre che in Hegel –, facendo scomparire, grazie all’uso delle macchine, la fatica del lavoro e cancellando nell’uomo l’avidità del denaro. In secondo luogo lui afferma che la promessa che il progresso porterà alla pace e all’amore universale, come anche faceva notare Horkheimer, nella sua critica a Marx, cioè l’attesa di un mondo più libero, più felice, più giusto, è andata completamente delusa. Ancora, nella Palinodia al Marchese Gino Capponi Leopardi ha degli squarci potenti, geniali, quasi profetici, laddove presagisce che vi sarà uno scontro per le materie prime e per i mercati; vi sarà il colonialismo, l’imperialismo, la guerra. Si scaglia contro il mito della felicità derivante dall’abbondanza dei beni materiali – quello che oggi noi chiamiamo in soldoni consumismo – e, infine, si scaglia contro la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i media (le gazzette) dei suoi tempi. Già nella Ginestra Leopardi aveva ironizzato sulle “magnifiche sorti e progressive” anche, io credo, con riferimento allo Spiritualismo idealista. Qualcuno obietterà che l’interpretazione del marxismo come subideologia del liberalismo, impregnato di valori razionalistici e scientisti, non si accorda con l’interpretazione del marxismo come religione di salvezza. In realtà, secondo me, la contraddizione è solo apparente. Basti osservare con quanta disinvoltura gli scientisti e i super razionalisti di oggi assumono un atteggiamento fideistico nei confronti dei loro stessi dogmi, con quanta naturalezza mettono scienza e ragione sul trono di Dio, addirittura con quanta stupefacente semplicità sposano la fede scientista e la fede religiosa. A questo proposito c’è un passo di un libro del professor Antonino Zichichi, Perché io credo in colui che ha fatto il mondo (si noti la tautologia del titolo, perché in qualche modo si crea l’aspettazione che venga motivato un qualcosa che, invece, è già affermato nel titolo stesso). Ebbene, il professor Antonino Zichichi, a pagina 37, afferma: «Accusare la scienza di essere sorgente di guerra e di violenze politiche vuol dire attaccare i buoni per difendere i tiranni. E’ vero che la tecnologia post-galileiana discende totalmente dalle scoperte scientifiche. Se però fossero gli scienziati a dover decidere quali applicazioni permettere e quali no, saremmo in un mondo realmente giusto e veramente libero». Non è una battuta spiritosa o ironica, lui lo dice seriamente: se fossero gli scienziati a dover decidere, saremmo in un mondo realmente giusto e veramente libero, a dimostrazione del fatto che lo scientismo più sfrenato può benissimo sposarsi e andare d’accordo con la fede religiosa nel senso più tradizionale. Insomma, i due poli, lo scientismo e la fede religiosa, il polo razionalista e il polo iperfideista non sono affatto irreconciliabili, anzi, formano un tandem perfetto. E ora passiamo al terzo e ultimo punto che vorremmo trattare brevemente questa sera, cioè le prospettive per il presente, segnatamente nell’epoca della tecnologia.  Dopo i fatti del 1989-1991 – caduta dei regimi marxisti –, è sorta una scuola di pensiero, in grembo al liberalismo, che proclama più o meno esplicitamente nientedimeno che la fine della storia. Essa è stata enunciata per la prima volta, in forma completa e coerente, da F. Fukuyama, col suo saggio: The End of History?, con la foglia di fico del punto di domanda, a New York in The National Interest  nell’estate del 1989 e tradotto da Rizzoli nel 1992. La tesi di questa scuola di pensiero è che con la sconfitta del marxismo e la vittoria del “capitalismo”, è finita l’epoca delle ideologie. Quel che resta è un sistema sostanzialmente di pensiero unico, di cui si possono eventualmente discutere certi dettagli, ma non certo contestarlo nella sua globalità. Si badi alla data: nel 1989 cade il muro di Berlino. In tutto il mondo gli anticomunisti viscerali vivono un momento di euforia, di ubriacatura ideologica. Il capitalismo ha vinto, dunque il capitalismo è il migliore, anzi, è l’unico sistema degno di governare il mondo. Da questa scuola di pensiero, così rozza, così povera di contenuti speculativi, così supinamente adoratrice della forza, – ah, Hegel!… Che identifica lo Spirito assoluto con la Prussia; che arriva a dire che la forma dei tre continenti (la triade dialettica: Europa, Asia, Africa; gli altri quattro continenti, le due Americhe, l’Antartide, l’Oceania, non contano perché danno fastidio alla triade dialettica) rispecchia le tappe dell’evoluzione dello spirito, la forma tozza delle coste dell’Africa è indice della natura primitiva e inferiore dei suoi abitanti, mentre le coste articolate e frastagliate dell’Europa simboleggiano la natura evoluta e spirituale degli Europei – sono usciti tanti leader e leaderini , sia della destra liberale, come i vari Aznar, i vari Berlusconi, i vari Bush, sia della cosiddetta sinistra laburista, i vari Blair, i vari Schroeder, i vari Clinton, caratterizzati da un’arroganza intellettuale pari solo alla loro pochezza culturale, alla totale mancanza di spessore etico. Il cinismo al potere senza fronzoli e senza orpelli. Senonché la dottrina della fine della storia ha in se stessa la propria condanna e la propria sconfitta. Voglio dire che fino al 1989 il sistema capitalista poteva riversare su quello marxista il mancato raggiungimento del progresso e del benessere per l’intero sistema-mondo. Se tre quarti dell’umanità versano ancora nella miseria, la colpa era dell’impero del male, e viceversa, i marxisti dicevano: “La colpa è del capitalismo”. “Facciano come noi – diceva Reagan ai paesi del Sud della Terra, negli anni '80 – si rimbocchino le maniche, prendano esempio da noi e avranno progresso e benessere”. Ma la ricetta non poteva funzionare, non può funzionare, perché la miseria degli uni era ed è funzionale all’opulenza degli altri. E ora che è caduta la giustificazione del marxismo “cattivo”, come spiegheranno i vari Fukuyama, i vari Berlusconi, i vari Bush, che non ci sarà mai un futuro umano per quei tre quarti di umanità che versano nel sottosviluppo? Prendiamo il caso dell’Argentina. L’Argentina era considerata fino a ieri, si può dire, il paese più disciplinato, più obbediente alle direttive del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Era uno stato modello, uno scolaro modello. E guardate cosa è successo: una cosa apocalittica, senza precedenti, una società che si sta sfasciando, che si sta liquefacendo sotto i nostri occhi. Incredibile dictu, i coribanti della fine della storia (mi viene in mente il termine coribante perché è quello che Schopenhauer notoriamente applicava a Hegel. I coribanti erano i sacerdoti di certe divinità orientali; seminudi, agitavano dei tirsi, conducevano delle processioni religiose; quando Schopenhauer non definiva Hegel un cialtrone pesante e stucchevole) noi diremmo i neohegeliani di oggi, stanno propalando l’estrema, gigantesca mistificazione: affermano che progresso e benessere per tutti arriveranno con la globalizzazione. Dove chiunque abbia occhi per vedere e orecchi per udire, ha compreso perfettamente che la globalizzazione, così come la stanno portando avanti i poteri forti dell’economia occidentale, non può significare altro che dividendi sempre maggiori per i ricchi e sfruttamento sempre più sistematico, sempre più scientifico per i poveri. (Questi punti sono stati approfonditi il 20 dicembre scorso durante la conferenza organizzata dall’A.F.T. presso la sede di Treviso). Concludendo, occorre riaprire varchi alla speranza, motivare i giovani a credere nel futuro. Occorre far leva sull’eredità positiva dei movimenti del 1968-69, puntando su una demistificazione radicale e impietosa della tarda ideologia liberale, mostrandone le rughe repellenti sotto l’apparenza giovanilistica del lifting estetico-ideologico. Guardiamole da vicino queste bellezze del capitalismo, nella sua versione aggiornatissima di pensiero unico e di fine della storia. Sotto il cerone e la tintura, il capitalismo odierno ha l’aspetto laido e malandrinesco del musicante girovago apparso al professor Aschenbach nel libro di Thomas Mann La Morte a Venezia. Soprattutto, occorre pensare in positivo: il rifiuto dell’occidentalizzazione del mondo deve accompagnarsi alla riscoperta e alla valorizzazione della dignità e della validità, certo non mitizzandola, delle altre culture, degli altri sistemi economici. Non dovunque e non sempre il massimo scopo della società umana è stato ed è lo sfruttamento egoistico della terra, degli animali e delle piante, degli altri esseri umani e delle altre società. Possiamo e dobbiamo immaginare un futuro diverso, basato sulla collaborazione, sulla solidarietà, sul disinteresse economico, sulla creatività e sul gioco, sulla valorizzazione del singolo individuo e delle sue infinite potenzialità. Accanto all’homo oeconomicus – altro che uomo a una dimensione, come diceva il buon Marcuse! – c’è l’uomo che sogna e che ama, che inventa e che sperimenta, che persegue la bellezza, la verità, la bontà, che è assetato di assoluto, che odia l’egoismo e l’ingiustizia, che rifiuta lo sport preferito della società competitiva, la pratica del nascondimento e della volontà di dominio, anche nei “semplici” rapporti interpersonali. Già, il singolo individuo, una categoria che Kierkegaard, il grande Kierkegaard, l’altro protagonista della rivolta antihegeliana, accanto a Schopenhauer, per molti aspetti ancora più moderno, ancora più attuale di Schopenhauer, ha avuto il merito di rivalutare contro la statolatria dilagante dell’hegelismo, contro l’avanzata disumana della società di massa (ricorderete la battaglia eroica e solitaria condotta fino alla morte, per sfinimento, da Kierkegaard contro quella che lui considerava la grande infamia del suo tempo, il dilagare della stampa scandalistica, della stampa basata sulle richieste culturali più basse, più rozze del pubblico del suo tempo). Ma, si dirà che la nostra è una società tecnologica. Ci piaccia o no, essa ha messo in movimento dei meccanismi tali per cui ogni ritorno alla centralità della persona non può che apparire come un’ideologia regressiva. Ma regressiva rispetto a che cosa? Ecco il grande equivoco, ecco il grande inganno, di derivazione hegeliana, positivista, occidentale. Chi ha stabilito che cos’è il progresso? Progresso per chi? Progresso per fare che cosa? Per produrre sempre più beni inutili, o, addirittura, dannosi alla salute, alla pace? Sempre più nevrosi, sempre più ingiustizie e sfruttamento, questo è il progresso? L’idea di progresso non può essere monopolio dei poteri forti dell’economia. Per definizione, essi badano al bene privato e non al bene pubblico. Dobbiamo pertanto rifiutare il ricatto scientista e tecnologico, quando ciò è al servizio del nascondimento e del dominio, non in nome di un impossibile ritorno al passato, un ritorno alla candela (quante volte ce lo siamo sentiti dire?), ma in nome di una società pienamente umana, dove ogni individuo sia valorizzato al massimo, in armonia con se stesso, con gli altri esseri umani, con la Natura tutta, vivente e non vivente – ammesso che questa distinzione sia possibile; alcune filosofie orientali, per esempio, lo negano – e, per chi ci crede, in armonia con Dio, o con una realtà altra. E dall’esito fallimentare del marxismo dobbiamo trarre tutti gli insegnamenti necessari affinché non si ripetano certi errori; in primo luogo, quindi, dobbiamo negare uno stato etico, o un partito, o chiunque altro pretenda di sovrapporsi alle esigenze concrete, legittime, insopprimibili del singolo essere umano – quel Singolo volle Kierkegaard sulla sua tomba, come epigrafe – e, in prospettiva, anche di qualsiasi essere non umano, come vogliono tante nobili filosofie dell’Oriente. Dobbiamo pretendere di rifiutare che le esigenze dello stato, del partito o di chiunque altro si sovrappongano a quelle del singolo qui e adesso. Vorrei concludere con due brevissime citazioni, una da Heidegger, per quello che riguarda, appunto, il problema della società della tecnica. Per essere precisi, non è neanche da Heidegger, perché è uno scrittore un po’ involuto, un po’ difficile, è da un normalissimo testo di storia della filosofia, l’Adorno-Gregori-Verra. Questo passo sintetizza la posizione di Heidegger nei confronti del problema della tecnica: «La svolta impressa da Platone al concetto di verità non è poi una questione la cui importanza, quale che sia, grande o piccola, si limita all’ambito della storia della filosofia, della cultura, del sapere. Al contrario, spiega l’intero destino dell’Occidente e, in particolare, il primato della tecnica affermatosi nel mondo moderno. Per Heidegger, infatti, la tecnica non è uno strumento neutrale che l’uomo può usare a suo piacere per il bene o per il male. – Quante volte ci siamo sentiti dire che un coltello è buono se si usa per tagliare la carne ma è cattivo se si pianta nella pancia del prossimo? – Essa è, invece, il risultato del processo per cui l’uomo, dimenticando l’essere, si è attaccato sempre di più agli enti, alla loro presenza e, mediante il pensiero come rappresentazione (render presente, portare davanti a sé), ha assunto di fronte alla realtà, rendendola mero oggetto, un atteggiamento di dominio e di sfruttamento, un atteggiamento che oggi non si ferma più neanche di fronte alle basi stesse della vita (parole quasi profetiche, allora non esisteva ancora l’idea della clonazione), alle sue condizioni biologiche e genetiche, per cui su tutto la tecnica tende a imporre il suo dominio necessariamente totalitario. La fede nella tecnica quindi non è altro che la fede in un processo di dominio che non ha più altro scopo che se stesso e tende a subordinare tutto a se stesso». Direi che sono parole sulle quali vale la pena di riflettere, mentre ci sentiamo magnificare ancora una volta le magnifiche sorti e progressive verso cui la tecnica ci sta indirizzando. Vorrei soltanto concludere con questa riflessione. Nel valorizzare quella ideologia che io considero l’unica ideologia veramente antagonista nei confronti del liberalismo, e cioè l’ideologia libertaria – ambientalista, pacifista, solidarista (e chi più ne ha più ne metta) – occidentale, credo che molta strada si possa fare insieme con la tradizione culturale dell’Oriente. Penso a filosofie come il Buddhismo, in particolare Zen, come il Taoismo, ma anche come lo Yoga, come il Vedãnta (il Vedãnta stesso che pure è così squisitamente spiritualistico). Sono tradizioni filosofiche di una validità sconvolgente, se pensiamo che sono antiche 2000-3000 anni, tuttora attuali e pienamente vitali: c’è un punto importantissimo, fondamentale, di convergenza  che esse hanno con l’ideologia libertaria che rifiuta il marxismo non in nome di un viscerale anticomunismo ma in nome di quei valori di libertà – e libertà a partire dal singolo, perché se non si parte dal singolo la libertà è un’astrazione – che il marxismo, invece, aveva violentemente negato, con tanto di gulag e di plotone d’esecuzione. Questo punto di convergenza è il rifiuto dell’attaccamento avido ai frutti del lavoro, e del desiderio di dominio sulla natura e del desiderio di sfruttamento della vita stessa come processo sostanzialmente economicistico. Il rifiuto di questa visione è tipico delle filosofie orientali che citavo prima. Uno studioso italiano, Carlo Patrian, di yoga in particolare, scrive: «Tutto l’universo è in moto, tutto è alacremente all’opera, ma tutto lavora per il lavoro in se stesso e non per qualche eventuale beneficio che ne possa derivare. Soltanto l’uomo lavora per il desiderio di ricompensa, agisce per ottenere qualcosa, aspira sempre a un profitto personale». – How much? (Quanto costa?). Oppure: Cosa posso ricavarne? Quanto mi può dare questa cosa (anche nei rapporti umani: questa amicizia, questo legame)? Mi conviene? Mi serve? Può essere un trampolino per i miei scopi? – «Operando ed agendo con questo intento, l’uomo diviene sempre più soggetto e schiavo di ciò che desidera». Questo è un concetto che le nobilissime filosofie dell’Oriente, come lo Yoga, hanno ben chiaro da migliaia di anni ma che l’uomo occidentale, specialmente oggi, ubriacato dai fasti del capitalismo che si crede vittorioso, decisamente non ha introiettato e, con suo danno, non ha ancora capito quanto sia importante. Vi ringrazio.

RILEGGERE IL CAPITALE. L’UTOPIA. Prima la realtà e poi l’utopia, scrive Biagio Carrubba il 15/01/2014. Ci sono tre grandi libri che, col passare del tempo, sono divenuti totalmente obsoleti e utopistici. Questi tre libri sono:

1. “I Vangeli” dei quattro evangelisti del Nuovo Testamento;

2. “Canto di Natale” di Charles Dickens;

3. “Il Capitale” di Karl Marx.

Credo che oggi questi tre grandi ed affascinanti libri, per motivi diversi, siano divenuti libri da museo, perché non fanno più presa nei giovani di oggi occupati da altri problemi e rattristati dalla mancanza di lavoro. Questi tre grandi libri, fascinosi e bellissimi, purtroppo non riescono più ad affascinare nessuno, perché il loro contenuto è ormai datato e superato dall’attuale società capitalistica e perché il loro messaggio spinge a credere nell’amore universale e nella filantropia, che sono sentimenti e forze deboli per affrontare e risolvere i gravi problemi delle attuali società post-moderne. Oggi, infatti, le società capitalistiche sono basate sulla più cruda realtà del mercato e del lavoro e non lasciano niente all’immaginazione al potere, né all’utopia. Sembra che soltanto le società capitalistiche riescano a far funzionare il mondo complesso e feroce degli uomini, la cui natura è ancora più vicina alla lotta per la sopravvivenza del mondo naturale che ad un mondo di pace e di prosperità fra gli uomini.

Il famoso libro “Lire le Capital” di Louis Althusser pubblicato nel 1965 esprimeva la tesi e l’esigenza di fondo di rilanciare e riproporre il neomarxismo di Karl Marx. Gli anni ’60 erano proprio gli anni della speranza e della rinascita del marxismo in tutta l’Europa.

Io, Biagio Carrubba, nel 2014 con questo articolo prendo atto con mio sommo dispiacere del fallimento e della morte del marxismo in tutto il mondo. Credo,inoltre, che sia venuto il momento di dare una giusta e degna sepoltura alla teoria economica proposta e presentata come scientifica da Karl Marx ed esposta chiaramente ne “Il Capitale” del 1867. Mentre “Lire le Capitale” veniva dopo la seconda guerra mondiale e dopo il grande revisionismo socialista degli anni ’20 e ’30 di Kautsky e di A. Labriola e F. Turati in Italia, questo libro voleva essere una grande svolta per tutta la sinistra europea in contrapposizione ed in alternativa al comunismo reale dell’Unione Sovietica. Oggi io, Biagio Carrubba, invece purtroppo affermo che non si può fare altro che dire addio al marxismo come teoria scientifica e ciò vuol dire che di scientifico la teoria marxista non aveva niente perché il comunismo scientifico di Marx non ha superato la prova della storia. Ciò che rimane di esso è soltanto l’utopia di una società che non si realizzerà sul pianeta Terra. Infatti, ormai, non esiste più né il proletariato né tanto meno la dittatura del proletariato che sono fenomeni completamente superati nell’attuale globalizzazione capitalistica. Basterebbe già la mancanza di questi due fattori per dichiarare fallita e non-scientifica la teoria di Marx. Insomma, oggi a distanza di 150 anni dal marxismo, io, B.C., constato e metto in rilievo le seguenti aporie del materialismo storico di Karl Marx:

· il marxismo non si può considerare la palingenesi delle masse sfruttate e dei proletari;

· il lavoro non può essere considerato come lo sfruttamento dei capitalisti sul proletariato;

· il proletariato non è stato in grado di fare nessuna rivoluzione, né sociale, né politica, né tanto meno è riuscito ad instaurare la dittatura del proletariato;

· la globalizzazione del capitalismo è talmente forte che ha vinto sul lavoro organizzato e sui partiti politici che ancora lo rappresentano;

· il valore del lavoro così come lo aveva descritto Marx e cioé il plusvalore, che il capitalista ricava dal lavoro non pagato agli operai, è una teoria sballata e non-scientifica perché esistono tanti tipi di lavoro e non soltanto quello delle fabbriche. Il capitalismo non trae la sua ricchezza dal plusvalore ma dall’organizzazione mondiale del mercato e dalla produzione mondiale dei suoi prodotti industriali;

· la teoria marxista sulla lotta di classe tra capitalisti e proletariato risulta semplicistica perché la lotta per la sopravvivenza é una lotta che si svolge in tutti i campi, dal lavoro all’amore, per cui esiste una lotta continua tra gli individui, di tutti contro tutti, e non soltanto tra classi sociali come teorizzato da Karl Marx.

Oltre a queste aporie riporto altre cinque prove fondamentali che dimostrano la fine del comunismo scientifico di Karl Marx, desunte dal corso della storia europea e mondiale che decretano e constatano, a mio giudizio personale, il fallimento e la morte del comunismo scientifico di Marx.

La prima grande prova storica è stata il crollo del comunismo in U.R.S.S. nel 1990/91, quando la Rivoluzione sociale e civile del popolo di Mosca provocò la caduta del comunismo di Gorbaciov, portando alla C.S.I., il cui primo presidente fu Boris Etsin;

La seconda grande prova storica è stata il trasformismo che dalla rivoluzione sociale di Mao Tse-Tungche si è trasformato nell’attuale regime dittatoriale comunista, dove manca qualsiasi forma di democrazia e di libertà personale e politica, come la libertà di stampa e di mercato, che sono diritti inalienabili dell’individuo;

La terza grande prova storica è la nascita della filosofia del post-moderno in Europa che ha elaborato una filosofia in cui l’elemento fondamentale è il riconoscimento del pluralismo di ogni voce e di ogni democrazia parlamentare, cosa che viene automaticamente negata in ogni regime totalitario sia di destra che di sinistra;

La quarta grande opera storica è stata un pensiero di Mario Luzi, il quale afferma che: “la ragione non può essere asservita all’ideologia”: con altre parole: “non può esserci un solo modo di pensare in tutto il mondo”. Ciò significa che il comunismo non può essere l’unica filosofia politica valida per tutti i popoli del mondo, anzi l’ideologia comunista risulta oggigiorno l’unica teoria politica negata ed abiurata da tutti i popoli del mondo;

La quinta grande prova storica è stata data dalle scienze che affermano l’inesistenza di un unico modello di sviluppo epistemologico e filosofico valido per tutti gli esseri del mondo, sia nel mondo naturale che in quello umano.

Poiché il comunismo di Karl Marx non ha superato tutte queste prove, credo che esso abbia fallito miseramente. Quindi l’unica cosa che mi resta da fare, per chi ha ancora un barlume di speranza per creare una società comunista ed egualitaria, è quello di auspicare tante società democratiche dove vengano garantite sia una maggiore democrazia parlamentare e politica e sia le libertà personali e civili di tutti i cittadini.

Io, B.C, credo che il marxismo di Marx possa venire riposto in un museo tra le cose impossibili e utopistiche, mentre l’auspicio più forte che possa fare è quello che venga rafforzata la difesa di ogni democrazia parlamentare e la difesa delle libertà di ogni individuo. Ma se il marxismo esce dalla ragione e dalla filosofia rimane comunque nel cuore, tra i desideri impossibili più belli ed utopistici che hanno mai attraversato il cuore e la mente di milioni di persone che hanno sognato, combattuto, sperato e sono morti per la difesa del comunismo come ideologia praticabile. Mi riferisco ai soldati russi che morirono, durante la seconda guerra mondiale, per difendere non soltanto il comunismo sovietico ma anche per salvare e liberare le libertà democratiche delle società capitalistiche dall’offensiva brutale ed annientatrice delle armate del nazismo e del fascismo. In conclusione per tutti questi motivi sopra esposti prendo congedo dal marxismo come teoria utopistica, e aderisco ad un capitalismo dal volto umano che sia veramente garante e difensore della democrazia parlamentare e tutore irreprensibile delle libertà personali, civili e sociali di ogni cittadino del mondo.

E Pareto segnalò l'errore "capitale" di Karl Marx, scrive Nicola Porro, Domenica 11/06/2017, su "Il Giornale". Alla fine dell'Ottocento Karl Marx è una star. È un Saviano, si parva licet, su scala globale: è la cosa giusta, scritta nel momento giusto, e appoggiata dai salotti giusti. Sono in pochi a contestarlo. Il socialismo è agli inizi, ma gode di grande fama. Il Capitale (1867) è già stato pubblicato in Italia, ma Vilfredo Pareto si mette di buona lena e legge il complicato e un po' confuso testo. Ne esce un piccolo saggio magnifico. Pubblicato prima in Francia per Guillamin e poi in Italia per la casa editrice palermitana Sandron. Una chicca ripubblicata oggi da Aragno (Vilfredo Pareto, Il Capitale) con una premessa di Michele Bonsarto. A differenza del prefattore, mi sembra che Pareto non salvi alcunché del testo del filosofo di Treviri. Parte duro: «L'esame di un'opera può farsi seguendo due metodi. Il primo, che è specialmente polemico, non si preoccupa punto di separare la verità dall'errore. E condanna in blocco una teoria, applicandosi soprattutto a metterne in rilievo i difetti, che esso stesso esagera. Il secondo metodo non ha al contrario altro scopo che quello di sceverare la verità dall'errore». Marx, sostiene Pareto, ha adoperato il primo metodo parlando dell'economia liberale. L'economista italiano, chiosando il Capitale, si preoccupa di adottare invece il secondo metodo, che poi è quello scientifico. Pareto dice che Marx avrebbe dovuto titolare il suo libro Capitalisti, più che Capitale, poiché è contro di loro che rivolge il suo sguardo. E poi critica (cosa che oggi è diventata generalmente accettata) la cosiddetta teoria del valore marxiana. «Marx cade nell'errore di non fare abbastanza attenzione a ciò che il valore d'uso non è una proprietà inerente a ciascuna merce, come sarebbe la composizione chimica, ma è al contrario un semplice rapporto di convenienza tra una merce e uno o più uomini. Questo errore è ancora più manifesto per il valore di scambio, ed è una delle cause principali del sofisma che si trova nella teoria del plus-valore». Pareto con semplicità spiega come il valore di una merce sia il valore che ad essa viene attribuita dallo scambio e dalla posizione relativa di che intende scambiare. Un bicchiere d'acqua non ha un valore d'uso intrinseco, basti pensare quanto vale per un assetato nel deserto rispetto a quanto sia apprezzato da un cittadino davanti a una fontanella. Anche l'economia borghese su questi termini - ammonisce però Pareto - ha spesso fatto confusione, come ad esempio quando attribuisce al valore di scambio il costo di produzione. Non vi preoccupate il testo non è così complicato. Certo, è una lettura per chi abbia un minimo di infarinatura microeconomica. È favoloso vedere la lucidità di Pareto e scorgere in alcune sue critiche al marxismo, alcuni tic che ancora contraddistinguono il pensiero dominante e collettivistico di oggi.

Dal dogma al brand Marx? Mai stato così pop, oggi vale un Capitale. La crisi globale ha rilanciato il suo pensiero: le teorie restano zoppicanti, ma l'icona svetta, scrive Luigi Mascheroni, Giovedì 19/04/2018, su "Il Giornale". Il marxismo, dopo Marx, è stato un fallimento progressivo. Ogni volta che le sue teorie sono passate alla pratica hanno avuto conseguenze rovinose, spesso sanguinarie. Ma Marx, dopo il marxismo, sta benissimo. Togli dal filosofo le incrostazioni pragmatiche, e resta l'icona. Karl Marx renaissance. Il successo mediatico del rivoluzionario pensatore tedesco è un'onda lunga gonfiatasi già da anni, almeno dall'inizio della crisi finanziaria globale nel 2008, e non si è ancora infranta. Più l'economia occidentale cala, più l'economista di Treviri svetta. A suo modo, Karl Marx aveva previsto l'impasse odierna del capitalismo attuale. E se non avesse del tutto torto? È una buona ragione per rilanciarlo. Il padre del Comunismo, a duecento anni esatti dalla morte, 5 maggio 1818 (auguri), è più vivo che mai. Ma più che un dogma, è un brand. La sua filosofia mostra il passare del tempo, ma la sua immagine pop è luccicante.

La Repubblica popolare cinese il Paese attualmente più influenzato dal marxismo, con tutto il corollario comunista di sfruttamento inumano della classe operaia, povertà diffusa, ateismo di Stato e corsa sfrenata agli armamenti proprio ieri ha donato una monumentale statua di bronzo di Karl Marx, alta 6 metri, alla città di Treviri, città di nascita del filosofo, opera dello scultore Wu Weishan. Intanto, l'autore del Capitale è star assoluta di favole per bambini, canzoni pop (il rap Marx è uno degli anni 90 della band cinese Parfum), serie tv, film, oltre che convitato fantasma di convegni, festival, tributi... Da quando gli spettri della crisi, della disoccupazione e della recessione hanno (ri)cominciato ad aggirarsi per l'Occidente, ridando per converso corpo alle profezie marxiste sulle degenerazioni di un capitalismo senza regole, il vecchio Karl sembra tornato giovanissimo. La versione manga del Capitale è stato un bestseller in Giappone. Poi il regista He Nian ha trasformato vita e opere del filosofo in un musical per il Centro di arte drammatica di Shanghai. Non si contano le copertine dedicategli dalla grande stampa (celebre, gennaio 2017, quella del settimanale tedesco Zeit: «Hatte Marx doch recht?», «Marx quindi aveva ragione?». Strillo: «Uomini avidi, ingiustizie e l'insurrezione dei dimenticati: Karl Marx ha visto tutto. Cosa possiamo imparare da lui, nonostante il marxismo»; e qualche tempo prima Der Spiegel disegnò un Marx con le dita a «V» sotto il titolo «Uno spettro ritorna»).

Marx multimediale e multitasking. Anni indietro il programma radiofonico della BBc In Our Time lo incoronò il più grande filosofo della Storia. Pochi giorni fa, il 14 aprile, Linda Terziroli e Silvio Raffo hanno portato in scena per la prima volta a Gallarate, al Teatro del Popolo... - la piéce di Guido Morselli Marx: rottura verso l'uomo, testo, ancora inedito in volume, scritto nel 1968 dall'autore del romanzo Il comunista. E sul palco ecco un Karl Marx (che Morselli sognava interpretato da Gassman) altissimo e in vestaglia da camera e pantofole, che ha problemi di salute, che viaggia «nel continente» con una famiglia allargata. È un po' imborghesito, lontano dalla politica militante e capace di battute da antologia (mentre sta annegando in un «maelstrom di carte», bozze da correggere e articoli, di fronte a un povero operaio, sbotta: «Mi toccherà lavorare anche la domenica»).

Filosofo così complesso e contraddittorio, Marx è diventato un personaggio così pop da essere a portata di tutti. Per dire: è al centro di ben due serie tv. La prima, in fieri, di cui ancora non si conosce titolo né data di messa in onda, è l'adattamento televisivo della biografia Love and Capital, scritta da Mary Gabriel nel 2011, sceneggiata da Alice Birch, e si concentra sulle vicende familiari di Marx e della moglie Jenny, con incursioni nella vita dell'amico Friedrich Engels: idee rivoluzionarie, esilio e povertà in primo piano e sullo sfondo i pesanti cambiamenti del XIX secolo dovuti al suo pensiero filosofico. La seconda, che ha già avuto i suoi successi, è una fiction in quattro puntate, solo per YouTube, Marx ha vuelto (Marx è tornato, guarda caso...), liberamente ispirata al Manifesto del Partito comunista, ed è una produzione argentina (come Jorge Mario Bergoglio, il Papa più marxista della storia della Chiesa). Da The Young Pope a Le jeune Karl Marx. Arrivato nei cinema italiani da una decina di giorni (con 214mila euro di incassi finora), ecco il biopic Il giovane Karl Marx del regista haitiano Raoul Peck (ex-ministro della cultura nella Haiti post-regime) con August Diehl nel ruolo eponimo. Presentato fuori concorso al Festival di Berlino 2017, è un filmone romantico, parlatissimo, bohémien, anche avventuroso, scritto e recitato bene. Dal quale si capiscono due cose: che Karl Marx senza la moglie Jenny, che lo sostenne oltre ogni amore possibile, forse non sarebbe neppure partito; e senza Friedrich Engels, che gli è fu accanto oltre ogni amicizia possibile, non sarebbe neppure arrivato. Dove?

Ad essere ancora studiatissimo, dentro e fuori le accademie, ristampato (nota a pie pagina: l'Accademia delle scienze di Berlino sta lavorando a una monumentale edizione critica dei suoi scritti, e la pubblicazione completa, da qui al 2020, conta 114 tomi) e soprattutto venduto: in Germania negli ultimi dieci anni Il Capitale, a detta della storica casa editrice Karl Dietz di Berlino è tornato di moda, non solo fra gli studenti che devono sostenere gli esami in Università. Solo l'editoria italiana, nei primi mesi del 2018, in occasione del duecentenario dalla nascita, ha fatto uscire 15 titoli di e su Karl Marx (più una decina di edizioni diverse del Manifesto del Partito comunista), fra i quali, molto critico, Il marxismo dopo Marx (Castelvecchi) di Giuseppe Bedeschi, Karl Marx. Vivo o morto? (in arrivo dalla nuova casa editrice Solferino), una raccolta di saggi curata da Antonio Carioti per capire se davvero le attuali difficoltà dell'economia di mercato e l'aumento delle diseguaglianze confermano la validità dell'analisi di Marx, e poi la ristampa di un piccolo bestseller «a tema» (e dalla copertina Bompiani molto pop...), il Bentornato Marx! di Diego Fusaro, giovane e mediaticissimo filosofo che non può non dirsi allievo di Marx. «Perché è diventato così pop? Perché è il modo perfetto per anestetizzare e depotenziare un pensatore altrimenti irricevibile oggi dalla società di mercato», risponde al Giornale. «Portare Marx in tv e al cinema è come stampare Che Guevara sulle T-shirt: si addomestica la portata rivoluzionaria di un pensiero incompatibile con la società contemporanea turbocapitalista e sfruttatrice delle masse».

Già, le masse. La classe lavoratrice è sparita. Il socialismo reale è naufragato. Il sogno di Marx mandato in soffitta. Resiste il suo mezzo busto - barba imponente e cipiglio - dai colori acidi e sgargianti. Nostalgia di un'icona. Secondo l'ultima classifica stilata da Forbes, le duemila persone più ricche del mondo hanno un patrimonio che è pari alla metà di tutto il reddito prodotto negli Stati Uniti in un anno. Non solo. La loro ricchezza aumenta sempre di più, e sempre più velocemente. La dittatura non è del proletariato. Il vecchio motto «Proletarier aller Länder, vereinigt euch!» ha una nuova declinazione. Miliardari di tutti i Paesi, unitevi. E i proletari, diventati precari, quelli consumano film, serie tv, musica pop. Brandizzata Karl Marx.

Quel genio di Karl. A 200 anni dalla nascita cinque motivi per riscoprire Marx, scrive Antonio Carioti il 5 maggio 2018 su ""Il Corriere della Sera".

Lo slancio utopistico. Anche se estraneo alla tradizione ebraica dei suoi antenati rabbini (era battezzato e già suo padre si era convertito al cristianesimo), Marx è uno spirito profetico. Il suo pensiero è dominato dall’intento di dare una risposta sul piano materiale e concreto all’eterna aspirazione umana all’eguaglianza, che prima di lui si era espressa soprattutto nel messianismo religioso. Questa componente dà una forza enorme al suo messaggio, che parla ai cuori di milioni di poveri e sfruttati. Ma ha anche un aspetto pericoloso: la fede nell’avvento di una società senza classi, predicata da Marx, si presta ad essere trasformata in un’ideologia di Stato intollerante e dogmatica, come è avvenuto in Unione Sovietica e negli altri Paesi comunisti.

L’influenza storica. Secondo Marx i filosofi non potevano limitarsi a interpretare il mondo, dovevano cambiarlo. Quindi agisce da intellettuale impegnato: diventa l’ideologo della Lega dei comunisti nel 1847, poi il capo più influente della Prima Internazionale dei lavoratori dal 1864 al 1872. In Europa il movimento operaio riceve un impulso enorme dalle sue idee. Però il pensiero di Marx presenta un’ambiguità di fondo: da una parte invoca la rivoluzione, dall’altra non esclude che la classe operaia possa arrivare al potere gradualmente, attraverso l’evoluzione pacifica della società. Quindi hanno potuto dirsi marxisti sia i socialdemocratici, cui si deve una forte azione riformatrice in Europa, sia i comunisti di Lenin, artefice della rivoluzione sovietica che ha aperto la strada ai regimi totalitari comunisti. In entrambi i sensi il riflesso storico dell’opera di Marx è stato immenso.

Sbagli da cui imparare. Marx reclama l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la loro socializzazione. Non si rende conto che il mercato e l’impresa capitalista, lungi dall’essere un intralcio allo sviluppo, ne sono il motore principale. È convinto che, tolta di mezzo la borghesia sfruttatrice, i lavoratori potranno gestire le industrie, ne aumenteranno l’efficienza e potranno distribuire equamente la ricchezza prodotta, assicurando a tutti una libertà sostanziale negata ai più poveri dal capitalismo. L’esperienza storica dimostra invece che negare l’iniziativa economica privata porta alla burocratizzazione e alla penuria, oltre che al soffocamento di ogni libertà. È una lezione che ha imparato non solo la socialdemocrazia, che si è ben guardata dal sopprimere il mercato, ma anche il regime comunista cinese, che lo ha restaurato con riforme incisive e così ha evitato di fare la fine di quello sovietico.

Una vita da ribelle (non sempre coerente). Marx era una mente geniale. Se si fosse messo al servizio del suo sovrano, il re di Prussia, avrebbe potuto fare una splendida carriera come professore di filosofia. E anche nel giornalismo dimostrò grande talento, solo che i giornali da lui diretti vennero chiusi dalla censura. La moglie Jenny era figlia di un ricco barone. I coniugi Marx potevano vivere da gran signori, invece condussero un’esistenza precaria da eterni profughi, spesso nella miseria più nera, a causa della sete di giustizia e degli ideali rivoluzionari di Karl. Per via dei luoghi malsani in cui abitarono a Londra, persero tre dei loro sei bambini in tenera età (sopravvissero tre ragazze). Il paradosso è che a salvare Marx dal lastrico fu l’amico Engels, benestante perché figlio di uno degli industriali borghesi che Karl voleva espropriare. E gli vennero in soccorso anche le eredità ricevute da lui e dalla moglie, mentre nel suo Manifesto del partito comunista si chiede di abolire il diritto di successione.

Il capitalismo muore senza Marx, scrive il 5 maggio 2018 Sergio Noto, Professore di Storia economica presso l’Università di Verona, su "Il Fatto Quotidiano". Starà anche tornando di moda, ma per il momento il già bisecolare Herr Dr. Karl Marx non se lo ricordava più nessuno. Fino a pochi anni fa, anche il più disinteressato tra gli studenti universitari avrebbe saputo darvi uno straccio di definizione del plusvalore, tutti sapevano cosa fosse il materialismo storico. Oggi non è più così. Tra gli studenti di economia (e temo anche tra i docenti) pochissimi si sono piegati sui ponderosi tomi del Capitale per conoscere la ricchezza e la varietà delle sue teorie, alla faccia del bicentenario. Abbiamo dovuto attendere le spaventose crisi economiche e finanziarie degli ultimi anni, dopo che il (finto) capitalismo ha mostrato la sua faccia più disgustosa e caricaturale – quella che appunto piaceva a Marx – per veder crescere la popolarità delle teorie marxiane (Thomas Piketty). Ma purtroppo non bastano le storture del turbocapitalismo alla Gordon Gekko per incentivare gli studi seri, per recuperare teorie che hanno sentito fortemente il peso degli anni e la cui maggiore validità – più che nelle conclusioni (che lo stesso Marx faticò a tirare) – consiste nel metodo e nei principi ispiratori, che già hanno aiutato il capitalismo a risolvere problemi non molto differenti dai nostri. Peccato che, come diceva Joseph Schumpeter (che era un grande conoscitore del marxismo, oltre che un amante del capitalismo imprenditoriale): “il capitalismo non morirà per mano dei suoi nemici” e il marxismo è certamente tra questi “ma scomparirà grazie ai Mellon, ai Carnegie, ai Rockfeller”, cioè per mano degli stessi capitalisti. A parte la necessaria distinzione tra marxismo e comunismo, non c’è dubbio che il lascito più grande delle idee di Karl Marx fu quello di uno spirito radicalmente critico, oserei dire rivoluzionario, all’interno della cultura occidentale. La critica radicale di Marx al capitalismo, oggi come ieri, ci dice che l’accettazione supina e conformista del pensiero egemone è lo strumento più sicuro per fermare lo sviluppo, per impedire il progresso. Marx (come su un altro versante lo stesso Schumpeter dopo di lui) aveva compreso che senza rivoluzioni la società muore. Là dove ci si rifiuta di misurarsi seriamente con modelli e prospettive radicalmente differenti lì, oltre alla noia mortale, si annidano i rischi maggiori per tutta l’umanità di retrocedere da conquiste per le quali ci siamo battuti e che nessuno oggi vorrebbe perdere. Questo vale nel campo delle strutture sociali come in quello dei modelli di sviluppo economico e altrettanto in ambito imprenditoriale. In questo senso l’eredità marxiana è come una specie di veleno del pensiero; assumerlo integralmente non è possibile, troppa fantasia, troppa escatologia. Ma non possiamo farne a meno – come per certe medicine salvavita, prese in dosi adeguate – per salvare le sorti di un’umanità sotto le spinte conservatrici di quanti hanno già raggiunto la ricchezza, il benessere e il potere sociale. Le teorie marxiane – se restano riflessione teorica, punto di riferimento intellettuale e non ambiscono a diventare integralmente programma politico – dovrebbero essere ben presenti a politici e intellettuali. Friedrich von Hayek – il maggiore economista liberale del XX secolo -, mentre spregiava fin nelle radici il comunismo come soluzione sociale, aveva un grande rispetto per Marx come intellettuale e in molti punti possiamo perfino ritenere che gli sia debitore di aspetti non secondari delle sue teorie, come ad esempio nell’utilizzo di una metodologia storica applicata all’economia, nell’attenzione alla realtà reale dell’economia e non alle sue apparenze formali, etc. Il pensiero liberale (lo ha dimenticato?) quindi deve molto al marxismo, anzi come molti hanno sostenuto è probabilmente l’altra faccia, non contrapposta di quest’ultimo. In ogni caso, oggi a 200 anni dalla nascita del fondatore del marxismo, dobbiamo continuare a sentirci debitori nei confronti di questo intellettuale tedesco, che così grandemente ha influenzato la storia occidentale. La tradizione liberale e democratica farebbe bene a non dimenticare che – da molteplici prospettive – il socialismo marxista è sempre stato un alleato dialettico della “società aperta”. Già abbiamo visto all’inizio del secolo, l’antitesi al mondo liberale e democratico non è il mondo che si ispira al marxismo. È infatti la società fondata su postulati etici e morali l’opposto della società liberale. La società liberale se non affronta e risolve molti dei problemi posti da Marx 200 anni fa rischia di farci rimpiangere il passato, con tutto ciò che ne consegue.

200 anni di Karl Marx: dove ha sbagliato. Perché il pensatore è stato una catastrofe per il movimento operaio e sindacale. Oggi, più del politico o dell'economista, resta il filosofo, scrive Stefano Cingolani il 5 maggio 2018 su "Panorama". Il 5 maggio di duecento anni fa Karl Marx nasceva a Trier (Treviri) in una casa borghese oggi trasformata in museo. Una messe di rievocazioni tutto sommato benevole se non compiacenti riempiono oggi librerie, televisioni, giornali, cinema (è nelle sale il film sul giovane Marx). E non solo in Italia. Il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker ha inaugurato una gigantesca statua inviata dalla Cina nella città natale di Marx. Il Financial Times ha recensito in modo entusiasta una biografia molto simpatetica scritta dallo studioso svedese Sven-Eric Liedman. Il quotidiano della city intitola l’articolo: “Perché Marx è più rilevante che mai”. Rilevante lo è stato, senza dubbio, che lo sia ancora è quanto meno discutibile, soprattutto la sua rilevanza è nell’insieme negativa. 

Qualche riflessione. Il tentativo di riverniciare la critica del capitalismo alla luce della crisi dell’ultimo decennio è mistificante e impedisce di ammettere che Marx è stato una catastrofe per il movimento operaio e sindacale. Quel movimento è sopravvissuto, si è rafforzato e ha dato un grande impulso alla modernizzazione della società, nonostante il marxismo, perché è stata la democrazia liberale non la dittatura del proletariato ad offrire l’infrastruttura, l’intelaiatura legale, ideale e politica che ha consentito alla classe operaia di crescere, strappare nuove conquiste, acquisire nuovi diritti. Marx aveva capito che la classe sociale forgiata dal capitalismo e contrapposta alla borghesia aveva bisogno non solo di una proiezione organizzativa, ma di idee forti, anche semplificate, così come erano state quelle di Adam Smith per i partiti liberali. Non che il movimento operaio, nato nelle fabbriche, non avesse propri riferimenti culturali, per esempio in quello che lo stesso Marx chiamava “il socialismo utopistico” o nel riformismo laburista fiorito soprattutto in Inghilterra. Tuttavia l’ideologia marxista nata in origine per distruggere l’ideologia borghese e con essa tutte le altre manifestazioni ideologiche tra le quali era compresa la religione, si è dimostrata fallace. 

Gli errori di Marx. Gli errori sono cominciati con l’economia dove Marx mise in piedi una versione complicata e faticosa della teoria classica del valore. È vero, ha visto chiaramente gli sviluppi della grande impresa industriale, soprattutto nel terzo volume del Capitale rimasto incompiuto, ha capito (anche se non è stato il solo) che il capitalismo alterna crisi e sviluppo, o che l’utilizzo massiccio delle macchine riduce “il tempo di lavoro necessario”, però è rimasto intrappolato nelle proprie contraddizioni. Marx sosteneva che i prezzi e il saggio di profitto sono incomprensibili e indeterminabili se non si parte dal valore-lavoro. In sostanza il profitto nasce dalla differenza tra il tempo di lavoro necessario a ricostituire i costi di produzione e il pluslavoro sottratto all’operaio (è questa la base teorica dello sfruttamento come pilastro del capitalismo). Ma il fatto è che prezzi e profitti possono benissimo essere determinati senza alcun riferimento ai valori. E dopo il lavoro teorico di Piero Sraffa dovrebbe riconoscerlo anche chi non accetta che l’unica misura sia l’incontro tra domanda e offerta. L’applicazione della scienza e della tecnica, la concentrazione, il primato della finanza, il consumo opulento, l’aumento del saggio di profitto invece della sua “caduta tendenziale”, tutto ciò relega definitivamente in soffitta la teoria marxista.

Il pensiero politico. Quanto al pensatore politico, ha fallito non solo per colpa di Lenin, di Stalin, di Mao, o del fatto che la rivoluzione non sia scoppiata nelle economie industriali avanzate, in Inghilterra o in Germania, ma in paesi preindustriali e tutto sommato precapitalistici (la “rivoluzione contro il Capitale” così Gramsci, che sarebbe divenuto comunista, giudicò la rivoluzione d’ottobre sul giornale della sinistra socialista, l’Ordine Nuovo). No, le origini del totalitarismo comunista sono nella idea marxiana di una “dittatura del proletariato” che sostituisse la “dittatura della borghesia” della quale la democrazia liberale sarebbe solo una maschera vuota. La pensavano diversamente i socialisti tedeschi che scelsero di combattere la lotta di classe seguendo le vie legali, grazie alla conquista del diritto di voto e del diritto di sciopero, con somma irritazione di Marx che si scagliò contro il programma adottato nel 1875 al congresso di Gotha dai socialisti i quali “osavano” chiedere aumenti salariali e il suffragio universale invece di fare la rivoluzione. Anche quando nel 1891 con il programma di Erfurt accolse il marxismo, annunciando la caduta del capitalismo grazie alle proprie contraddizioni, il partito socialdemocratico (SPD) restò fedele alla originaria impostazione. Le pagine più belle e profetiche riguardano la funzione storica del capitalismo contenute nel “Manifesto del partito comunista” scritto nel 1848, l’anno delle rivoluzioni liberali in tutta Europa. C’è non solo il riconoscimento della funzione rivoluzionaria della borghesia, ma un vero e proprio elogio della globalizzazione. “Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi”. E ancora: “Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare”. Una frase che oggi i farisei di una pseudo-sinistra giudicherebbero politicamente scorretta.

Cosa resta oggi. Più del Marx economico e di quello politico, duecento anni dopo resta il Marx filosofo, quello che analizza l’alienazione come condizione dell’uomo moderno espropriato della propria essenza. La potenza della merce e la sua capacità di sussumere in sé e stravolgere le componenti più autentiche e profonde dell’umanità, è qualcosa che parla anche a noi, purché non banalizziamo l’analisi in slogan tipo No Logo. La stessa potenza perversa, infatti, può essere applicata alle istituzioni, allo stato, al Leviatano, alla nazione e a tutto ciò che ha in sé il rischio di diventare un modello totalizzante e totalitario. C’è un giovane Marx umanista e libertario, dunque, che il Marx maturo ha soffocato. E c’è un Marx capace di capire che il capitalismo è un Proteo in continua mutazione, sia per proprie virtù intrinseche sia perché il suo involucro, la sovrastruttura ideale, giuridica, politica, ha consentito quelle trasformazioni. Il pensatore di Treviri, purtroppo, viene ricordato per i suoi fallimenti, è un paradosso o, direbbe lui, una eterogenesi dei fini.

E il fantasma di Marx si aggira ancora per il mondo… Seppellito dai “vincitori”, rimosso dall’inconscio collettivo, il suo spettro riaffiora a lampi e intermittenze. Come un chiassoso “poltergeist” si rivolge alla nostra cattiva coscienza, scrive Daniele Zaccaria il 14 Aprile 2018 su "Il Dubbio". Come scriveva Jacques Derrida in Spectre de Marx all’indomani della caduta del Muro di Berlino, non sarà affatto facile liberarsi di Lui. Soprattutto per i “vincitori”, i suoi giubilanti nemici che, per dirla con Freud, «vivono la fase oscena e trionfante del lutto» e «fanno decomporre il cadavere in un luogo sicuro perché esso non ritorni più». Certo, ti puoi liberare di un cadavere, ma non puoi seppellire quello che è stato, puoi organizzare un funerale ma non puoi cancellare i ricordi degli invitati. Così lui, il filosofo di Treviri, il giornalista, il militante rivoluzionario, continua ad aggirarsi per il mondo, quasi a mimare quel comunismo annunciato nel folgorante incipit del Manifesto. E lo fa sotto forma di spettro, un chiassoso poltergeist rimosso e annidato nell’inconscio collettivo dal quale però affiora a lampi, a intermittenze. Derrida ha anche coniato una disciplina immaginaria per descrivere questa presenza spettrale: la hantologie, termine che si potrebbe tradurre in modo grossolano con “scienza dell’incombenza” di cui voleva comporre, per l’appunto, un’ “antologia” da integrare a una «psicoanalisi del campo politico». Perché il marxismo è qualcosa che incombe, che volteggia minaccioso sulla testa dei suoi avversari ma anche su quelle dei “pentiti” e prende corpo nelle disuguaglianze, nell’immutata dialettica dominati- dominanti, nell’incapacità del sistema economico di garantire ricchezza e benessere a tutti, nei limiti del capitalismo, delle sue contraddizioni permanenti, certificate proprio dallo spettro marxiano. Un pensiero così potente e decisivo nella storia dell’umanità, al pari di Newton, Darwin e Freud, che la stessa tragedia del Socialismo reale non è riuscita a macchiare di sangue. Se esiste un incolpevole nel vortice di idealismo, passioni, ferocia e potere che è stata la storia del comunismo quello è sicuramente il suo fondatore. Anche perché la “Fine della Storia” evocata da Francis Fukuyama era poco più che una sciocchezza new age, una puerile autocelebrazione smentita dalla crisi acuta della globalizzazione, dall’insorgere del populismo in tutto l’Occidente, dale nuove guerre, dal terrorismo, dalla povertà tutt’altro che debellata. Per questo il fantasma di Marx può continuare ad aggirarsi per il mondo leggero come una farfalla e pungente come un ape. Simile a uno spirito hegeliano della Rivoluzione o a quello del padre di Amleto, il re avvelenato nei giardini di Elsinora che gli appare con addosso l’armatura che aveva quando era ancora in guerra, chiedendogli di compiere la vendetta. E Amleto, che a differenza degli eroi delle tragedie greche è un uomo moderno e scisso, si danna e si macera per quella fastidiosa ingiunzione, per il gravoso compito di rimettere le cose nel verso giusto, di ristabilire la giustizia. La stessa ingiunzione marxista che è «un’eredità senza testamento» rivolta alla cattiva coscienza di tutti gli umani; Derrida sceglie Amleto e non Edipo, la coscienza colpevole al posto della coscienza tragica e imbrigliata nell’ineluttabilità del fato (superiore anche agli Dei) e, come Shaekspeare con il principe di Danimarca, fa della psicanalisi uno strumento di conoscenza politica la cui verità affiora proprio dalle sembianze oscure e inquietanti di uno spettro.

Lo spettro di Marx si incarna nei suoi figli.

Lula si è consegnato: “Vado in galera, non ho paura”. L’ex presidente brasiliano è stato condannato a 12 anni, scrive l'8 Aprile 2018 "Il Dubbio". L’ex presidente brasiliano, Luis Inacio Lula da Silva, si è consegnato alla polizia. Lo ha riferito Globo Tv. L’ex leader sindacalista deve scontare una pena a 12 anni e un mese per corruzione e riciclaggio di denaro. Il tribunale gli aveva chiesto di consegnarsi venerdì, ma Lula non si era presentato. Sabato mattina aveva partecipato a una messa in ricordo della moglie e in un comizio improvvisato aveva promesso che si sarebbe consegnato, ribadendo però la sua innocenza: “Mi sottoporrò al mandato” di arresto, aveva detto parlando davanti alla folla che si era radunata di fronte la sede del sindacato dei metalmeccanici di San Paolo, dove era rimasto asserragliato durante il suo braccio di ferro con le autorità. Sul palco, insieme a Lula, c’era anche l’ex presidente Dilma Rousseff, rimossa dal suo incarico dopo una procedura di impeachment. E quando l’ex presidente è uscito per consegnarsi, una folla di sostenitori ha bloccato la sua automobile. A quel punto è intervenuto un convoglio di macchine della polizia che lo ha scortato fino al carcere. E intanto la Fiom annuncia: “Siamo con Lula Presidente metalmeccanico, con la Cut (Confederazione sindacale brasiliana), con i lavoratori e il popolo brasiliano; contro la volontà di fermare con azioni giudiziarie il candidato più popolare per le prossime elezioni presidenziali. La Fiom sosterrà le iniziative di mobilitazione nazionali e internazionali con l’obiettivo di ristabilire una legalità democratica”.

«Lula libero!»: la sinistra italiana torna garantista. L’appello di D’Alema e della Cigl a favore dell’ex presidente brasiliano, scrive l'11 Aprile 2018 "Il Dubbio". La prima notizia arriva dal Brasile, dalla segreteria del Partito dei lavoratori che ha deciso che Luiz Inacio Lula da Silva, nonostante l’arresto, è ancora il candidato alle prossime elezioni di ottobre: «E’ il nostro candidato a prescindere dalle circostanze», ha ripetuto il leader del partito, Gleisi Hoffmann, fuori dalla stazione di polizia a Curitiba dove Lula è detenuto. Il Pt punta su un su possibile rilascio prima di agosto quando ci sarà la sentenza d’appello sulla sua condanna. Lula, ha aggiunto il suo avvocato Cristiano Zanin «si vede come un prigioniero politico ma ha fiducia che la corte presto capovolgerà non solo l’ordine di carcerazione ma anche la condanna che gli è stata inflitta in modo ingiusto e illegale». La seconda notizia, invece, arriva dall’Italia: tra flash mob, appelli di ex premier e capi sindacali, e l’immancabile mobilitazione social, la sinistra italiana sembra aver riscoperto la sua distratta anima garantista. E, forse perché tutto sta accadendo a migliaia di chilometri di distanza dalle nostre procure, si è mobilitata in massa contro l’arresto di Lula. E i toni delle “proteste” sono tutt’altro che formali: «C’è il rischio che la competizione elettorale democratica in un grande Paese come il Brasile venga distorta e avvelenata da azioni giudiziarie», scrivono Romano Prodi, Massimo D’Alema e Susanna Camusso. «Quello che sta accadendo in Brasile ai danni dell’ex Presidente Lula e di una gravità inaudita. Si sta impedendo con ogni mezzo la partecipazione di Lula alle elezioni presidenziali in spregio alle garanzie dello stato di diritto», rincara il presidente del Pd Orfini. E su Lula intervengono anche i metalmeccanici della Cisl: «La vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto è costellata da una lunga serie di abusi di potere della magistratura nei suoi confronti, all’interno di una campagna orchestrata mediaticamente da oligarchi, militari e forze politiche reazionarie», scrive il segretario della Fim, Marco Bentivogli. Stessi toni dalla Fiom: «Siamo con Lula Presidensi, metalmeccanico, con la Cut (Confederazione sindacale brasiliana), con i lavoratori e il popolo brasiliano; contro la volontà di fermare con azioni giudiziarie il candidato più popolare per le prossime elezioni presidenziali e colpire il suo impegno per la giustizia sociale e lo sviluppo sostenibile per l’ambiente e gli esseri umani». E dopo quella della segretaria della Cgil, Susanna Camusso, la solidarietà arriva anche dalla segretaria della Cisl Annamaria Furlan che comunica la propria adesione al documento “Garantire elezioni giuste e libere in Brasile”. Secondo la leader della Cisl ed i firmatari del documento – tra cui Luigi Ferraioli, Piero Fassino e Pier Luigi Bersani, oltre che dei già citati Prodi, D’Alema e Camusso – «in nome della lotta alla corruzione non si può rischiare di mettere in crisi uno dei principi irrinunciabili della democrazia che risiede nella necessità di mantenere una distinzione ed un chiaro equilibrio tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario». Nel documento la leader della Cisl e gli altri esponenti firmatari ricordano di aver conosciuto a vario titolo l’esperienza del Governo Lula e di aver apprezzato i cambiamenti impressi in quegli anni. «Per convinzioni ideali e politiche siamo vicini al popolo brasiliano e a tutte le forze che in quel Paese si battono per la giustizia sociale, contro la povertà, per lo sviluppo sostenibile e il progresso anche delle aree e dei ceti più deboli». E ancora: «Per tutte queste ragioni vogliamo esprimere un vero e proprio allarme per il rischio che la competizione elettorale venga distorta e avvelenata da azioni giudiziarie».

Il compagno Grillo difende Lula "In Brasile un colpo di Stato". Dopo la petizione della solita sinistra di casa nostra, anche Grillo si accoda a difendere l'ex presidente condannato per corruzione e riciclaggio: "È vittima di una persecuzione politica alla luce del giorno", scrive Andrea Indini, Martedì 10/04/2018, su "Il Giornale". "Che differenza c'è tra quello che è accaduto e un colpo di Stato?". Anche il compagno Beppe Grillo si schiera accanto a Luiz Inàcio Lula da Silva, l'ex presidente del Brasile finito in carcere per un brutto affare di corruzione e riciclaggio. Dovrà scontare una dozzina di anni in carcere, in attesa che altri sei processi si abbattano sulla sua testa. E, proprio alle stessa stregua di Romano Prodi e Massimo D'Alema, che nei giorni scorsi hanno sottoscritto una petizione per chiederne la libertà, il comico genovese ha preso posizione dalle colonne del suo blog. "È simbolo di speranza, coraggio e onestà - scrive - arrestato per non aver commesso alcun reato". Tutti "innamorati" di Lula. La sinistra nostrana, ma anche i grillini che guardano ai governi sudamericani con una certa ammirazione. Niente di nuovo sotto il solo, per carità. Nel 2016, in un'intervista al Corriere della Sera, Davide Casaleggio aveva indicato il Venezuela come "un esempio riuscito di democrazia diretta". E qualche anno più tardi un manipolo di pentastellati, capitanati da Manlio Di Stefano, se ne erano andati in pellegrinaggio sulla tomba del Comandante Hugo Chávez in occasione dell'ultimo anniversario della sua morte. Oggi, dopo che alle spalle di Lula si sono chiuse le sbarre del carcere, Grillo fa la sua parte difendendo l'ex pregiudicato per corruzione e riciclaggio accodandosi alla solita bella sinistra (oltre a Prodi e D'Alema, anche gli immancabili Susanna Camusso, Piero Fassino, Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani, tanto per fare il nome di qualche firmatario). Grillo non si abbassa a firmare la petizione della sinistra. Butta giù post sul blog: "Lula vale a luta, ancor di più gridiamolo adesso - scrive - Lula vale la pena combattere, come dimostrazione di solidarietà nei riguardi di questo grandissimo uomo, dallo sguardo buono, le mani forti da metalmeccanico, e il cuore di chi si è battuto sempre per i più deboli - continua - fortemente amato dal suo popolo e per questo fortemente ostacolato dalle lobby di potere, vittima di una persecuzione politica alla luce del giorno". Il comico genovese si beve completamente la difesa dell'ex presidente brasiliano e attacca i giudici accusandoli di averlo condannato per ostacolarne la corsa alle presidenziali che si terranno in ottobre. "Avrebbe dato una speranza nella lotta alle disuguaglianze per il popolo brasiliano - continua Grillo - Lula rappresenta quella enorme parte della popolazione povera che non ha voce, né diritti, né visibilità, in conflitto perenne con i poteri forti". Un post perfettamente in linea con la sinistra di casa nostra che ancora oggi ha nostalgia del comunismo e che si straccia le vesti per quei leader che in nome del comunismo calpestano i diritti del popolo e ingrassano alle loro spalle.

Alla faccia dell'uguaglianza.

Lula in cella tra i fantasmi dei traditori. La prima notte (insonne) nella sua "suite" di 15 metri priva di sbarre, scrive Paolo Manzo, Lunedì 09/04/2018, su "Il Giornale". San Paolo - Pane imburrato e tostato e caffè latte. Questa la parca colazione domenicale che ieri è stata servita al detenuto più importante di sempre del Brasile, quel Luiz Inácio Lula da Silva. La stessa di tutti gli altri detenuti a differenza della cella, visto che la sua è un'ampia camera da 15 metri quadrati con tanto di tavolo di lavoro, televisione, bagno privato, doccia con acqua calda separato dalla sezione notte col letto e, dulcis in fundo, nessuna grata alle finestre. Non fosse che siamo al quarto ed ultimo piano dell'edificio che ospita la sede della Polizia federale di Curitiba, nel sud del Brasile, la cella in cui è entrato Lula ieri quando in Italia erano da poco passate le 3 e mezza del mattino sarebbe definita «un'ampia suite». Ciò non toglie che l'ex presidente tornato al lessico radicale d'inizio carriera quando perse tre elezioni proprio per questo seppellendo la sua immagine di «Lula pace e amore» che lo fece trionfare al quarto tentativo (nel 2002), ieri avesse una faccia molto cupa quando ha salutato tutti i poliziotti prima di andarsene a letto. Ha però dormito poco Lula la prima notte in carcere, a causa dei tanti pensieri e dei tanti volti che gli affollavano la mente. A cominciare da quello di Michel Temer, l'attuale presidente, il traditore di Dilma Rousseff, scelto proprio da lui per fare il vice della sua delfina «per le sue indubbie capacità organizzative e di dialogo», come disse Lula stesso, nell'ormai lontano 2010. «Che vita assurda, io sono qui per un semplice attico su tre piani con piscina vista mare, neanche a Rio ma a Gaurujá, mentre Temer con le sue due denunce penali, sta fuori», deve aver pensato Lula, mentre tentava di prendere sonno. Inutilmente perché poi gli appariva in sogno, facendolo sobbalzare, quel Leo Pinheiro, l'ex presidente della OAS, l'impresa che era riuscita ad ottenere dalla Petrobras lulista appalti per 2,9 miliardi di reais (circa un miliardo di euro) in cambio di 87,6 milioni di tangenti, usate per fare donazioni ai partiti di governo e regalare ristrutturato e sotto prestanome l'attico di cui sopra. «Pinheiro (è lui che ha confermato ai giudici che la tangente sotto forma di attico era per la famiglia Lula, ndr) quel giuda è anche lui qui in carcere, da anni». Così come Antonio Palocci, un altro degli incubi che hanno tolto il sonno a Lula nella sua prima notte da galeotto, «il coordinatore della mia prima campagna elettorale dopo la morte di Celso Daniel e di quella di Dilma sta appena tre piani sotto» la «suite» di Lula. Si gira nel letto l'ex presidente cercando di dormire ma altri volti del suo passato fanno capolino nel suo inconscio. Compreso «quell'italiano Cesare Battisti, perseguitato politico come me ma per merito mio lui sta fuori mentre io sto dentro» per di più a causa «di quel suo ex avvocato, Luis Roberto Barroso, che diventato ministro della Corte Suprema ha votato contro la mia libertà». Sono tante, troppe le maschere del passato che da ieri notte tormentano Lula.

Inglesi a caccia di antifascisti? Nessuno fino all'8 settembre. Gli inglesi cercarono di fomentare la resistenza al fascismo e al nazismo in tutta Europa. Ma fino all'8 settembre in Italia non trovarono molti partigiani, scrive Claudio Cartaldo, Martedì 03/04/2018, su "Il Giornale". Un libro di Olivier Wieviorka, intitolato "Storia della Resistenza nell’Europa occidentale 1940-1945", riscrive le vicende della Resistenza al nazifascimo. Una analisi che rimodula la narrazione sulla grande opera dei movimenti partigiani in Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Francia e - soprattutto - Italia. Secondo lo studioso, come riporta Paolo Mieli in una precisa recensione apparsa sul Corriere, per analizzare i movimenti della resistenza occorre evitare quattro semplificazioni in cui spesso siamo caduti. Innanzitutto, non è vero che "gli Alleati onnipotenti tirassero le fila delle resistenze locali". Secondo, è sbagliato "ritenere che queste ultime potessero svilupparsi adeguatamente senza aiuti esterni". Terzo: non bisogna "immaginare che la necessità di abbattere il nazismo abbia fatto scomparire d’un sol colpo le logiche di interesse". Ma soprattutto, non bisogna "sopravvalutare il ruolo svolto dalla dimensione nazionale della lotta comune". Tradotto: a sconfiggere il nazismo non è stato, come spesso raccontato, la Resistenza francese o quella italiana. Ma soprattutto gli Alleati inglesi e soprattutto americani. A formulare per la prima volta l'idea di una resistenza organizzata in Europa fu il ministro dell’Economia di guerra degli inglesi, il laburista Hugh Dalton: "Dobbiamo organizzare nei territori occupati dal nemico movimenti paragonabili al Sinn Fein irlandese, alle guerriglie cinesi attualmente operative contro il Giappone, agli irregolari spagnoli che tanto peso hanno avuto nella campagna di Wellington (contro Napoleone, 1808-13) o ancora — si può ben ammetterlo — alle organizzazioni che gli stessi nazisti hanno sviluppato in modo così degno di nota in quasi tutti i paesi del mondo", scrisse in una lettera a Churchill. E così nel 1940 venne istituito il Soe (Special Operations Executive) per "incendiare l’Europa". Ma in Italia le cose non andarono come nel resto del Vecchio Continente. Nel 1941 il capo del Soe si lamentava di quanto accadeva nel Belpaese: "Non abbiamo nessun italiano in addestramento. Non abbiamo linee in Italia (a parte due vaghi contatti con base in Svizzera); e abbiamo assolutamente fallito nel reclutamento di persone che potessero servire al Regno Unito, al Medio Oriente o a Malta". Fino all'8 settembre del 1943, insomma, gli italiani sono "vittime" di quella che gli inglesi chiamarono "apatia politica" non riscontrata negli altri Paesi, nonostante l'alleanza di ferro tra Mussolini e Hitler. "La Gran Bretagna - scrive Wieviorka - passò di delusione in delusione". Inizialmente provarono a far guidare il Comitato dell'Italia Libera a Carlo Petrone, rifugiato in Inghilterra dal 1939, ma il progetto naufragò con poche adesioni. Poi provarono a reclutare ribelli nelle carcere in India e Africa del Nord. Anche qui un completo fallimento. "I soldati italiani catturati - si legge nel rapporto - sono perlopiù assolutamente felici di restare prigionieri e non mostrano alcun desiderio, mosso dal denaro o da altri motivi di rientrare nel loro Paese alla ventura". Infine cercarono un "de Gaulle italiano", pensando di trovarlo (erroneamente) nel generale Annibale Bergonzoli. Quello che riconosce alla fine l'autore del libro, sebbene sottolinei che "con o senza Resistenza, l’Europa occidentale sarebbe stata liberata dalle forze angloamericane", è che i partigiani favorirono in qualche modo l'accelerarsi dell'operazione di conquista degli Alleati. Andando poi a riempire il vuoto di potere dopo il crollo dei vari governi collaborazionisti.

Olivier Wieviorka. Storia della Resistenza nell'Europa occidentale 1940-1945. 2018. Traduzione di Duccio Sacchi. Il passaggio da una storia nazionale a una storia transnazionale della Resistenza europea: un cambiamento profondo nell'interpretazione di un fenomeno chiave del Novecento. Altre edizioni: Storia della Resistenza nell'Europa occidentale. 2018. Einaudi Storia. La Resistenza nell'Europa occidentale è stata considerata a lungo come un fenomeno nazionale e per molti anni è stata analizzata come tale. Eppure, se i fattori interni giocarono un ruolo centrale nella nascita della Resistenza, la parte degli angloamericani nella sua crescita fu molto significativa. In Norvegia, in Danimarca, nei Paesi Bassi, in Belgio, in Francia e in Italia, le bande partigiane non avrebbero potuto crescere senza il sostegno di Londra all'inizio, di Washington in seguito. Conviene dunque abbattere le frontiere per offrire la prima storia transnazionale della Resistenza nell'Europa occidentale. Per fare questo Olivier Wieviorka ha studiato l'organizzazione e l'azione delle forze clandestine e dei governi in esilio di sei Paesi occupati tra il 1940 e il 1945. Scrutando il ruolo della propaganda, del sabotaggio e della guerriglia nell'Europa occidentale, Wieviorka ci invita a riconsiderare senza tabú l'azione della Resistenza, cosí come le sue relazioni talora cordiali, talora conflittuali, con gli Alleati e i governi installati a Londra. Per molto tempo la Resistenza nell'Europa occidentale è stata ritenuta un fenomeno nazionale capace di offrire, tanto sul piano politico quanto su quello militare, un notevole contributo alla disfatta nazista. Sulla stessa falsariga, la cooperazione tra angloamericani e forze nazionali - resistenze e poteri in esilio - è stata giudicata esemplare. Nata sotto gli auspici dell'intesa piú che del conflitto, dell'amicizia piú che della rivalità, del rispetto piú che dell'ostilità, questa collaborazione avrebbe reso piú efficace la guerra sovversiva scoppiata nel 1940 nell'Europa prigioniera. Questa visione idilliaca, tuttavia, corrisponde ben poco ai fatti, quantomeno a quelli colti dagli storici. L'immagine dorata degli Alleati che lottano concordi contro il Terzo Reich nasconde un principio inesorabile: pur mirando alla sconfitta della Germania nazista, Gran Bretagna, Stati Uniti e relativi alleati difendevano anche i propri interessi nazionali. La coalizione risentí degli aspri rancori del periodo tra le due guerre e portò con sé concezioni divergenti, quando non opposte, dell'avvenire dell'umanità. Grande merito di questo libro di Olivier Wieviorka, rispetto a buona parte della storiografia sul tema, sta nell'aver elaborato, finalmente, una storia transnazionale della Resistenza europea, che mette in luce i contrasti e le contraddizioni che le singole storie nazionali, agiograficamente, tendono a nascondere.

Ha ancora senso parlare di Comunismo? La risposta di Paolo Baroni. "Non è nostra intenzione portare acqua al mulino di qualsiasi formazione politica o fare propaganda elettorale per conto terzi. Il nostro non è un anticomunismo becero, né tanto meno atlantista e filo-NATO. La nostra opposizione al marxismo è di natura eminentemente filosofica e dottrinale, e si fonda sulla legge naturale e sul Magistero perenne della Chiesa cattolica, e in particolare sulla Lettera Enciclica di Pio XI (1857-1939) Divini Redemptoris, contro il comunismo ateo (del 19 marzo 1937) e sulla successiva scomunica ipso facto comminata ai comunisti e ai loro sostenitori dal Sant'uffizio con decreto del 1º luglio 1949, sotto il regno di Pio XII (1876-1958). Detto questo, passiamo ai motivi di questa nostra scelta. A partire dalla caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989), il regime sovietico, guida e modello del comunismo mondiale, è andato rapidamente implodendo fino alla sua totale dissoluzione 1. In seguito a questo grande naufragio, i vari partiti comunisti europei, che già negli anni Settanta avevano iniziato a prendere timidamente le distanze dalle rigide direttive di Mosca, hanno dato via ad un processo di trasformazione in senso social-democratico teso a liberarsi della vecchia immagine convenzionale. La falce e il martello, Bandiera Rossa e i busti di Marx e di Lenin sono stati rimossi e, come in tutti i partiti, anche all'interno dell'ex Partito Comunista italiano sono nate le correnti.

Ma allora il comunismo è finito?

Militarmente e politicamente parlando, almeno a livello europeo, sì. Scomparendo il Komintern - l'ufficio creato dai soviet per esportare il comunismo in tutto il mondo - non esiste più una guida centrale che coordini le forze politiche che si riconoscevano nell'ideologia marxista. Persino la Russia attuale, pur essendo capitanata da un ex ufficiale del KGB (Vladimir Putin), e sebbene sembri voler riacquistare il prestigio di un tempo, si è liberata del marxismo e ha abbandonato qualsiasi velleità di conquista.

Se le cose stanno così che senso ha parlare ancora di comunismo?

La ragioni sono molteplici. Vediamole: Se si prende in esame solo l'Occidente e si accetta il 1917 come data di nascita del comunismo, questa ideologia ha regnato in Russia per oltre settant'anni. Secondo gli accordi presi dalle potenze vincitrici a Jalta nel 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le nazioni limitrofe alla Russia (Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, ecc...) sono finite nell'orbita sovietica e vi sono rimaste fino al 1989. Negli altri Paesi al di qua della Cortina di Ferro (Italia, Francia, Spagna, ecc...), il comunismo non è mai salito al potere sia con la forza che per via democratica 2. Ciò nonostante, fin dai primi anni '20, il marxismo-leninismo ha esercitato un'influenza enorme sulla civiltà occidentale. Guidato e sostenuto (anche economicamente) dal Kremlino, il Partito Comunista Italiano ha messo in pratica dal dopoguerra in poi una strategia di conquista senza precedenti. Strutturato in maniera monolitica, il Partito è riuscito a creare un efficientissimo apparato di quadri dirigenti che è penetrato ovunque, grazie anche all'inerzia e alla complicità colpevole di chi avrebbe dovuto e potuto fermarlo 3. Seguendo la teoria gramsciana relativa all'egemonia culturale, i comunisti italiani si sono infiltrati dappertutto e hanno preso letteralmente possesso di alcuni gangli vitali della società come l'educazione, la scuola, le Università, i sindacati, la magistratura, l'informazione, lo spettacolo, ecc... La lenta penetrazione degli ideali marxisti, soprattutto presso le giovani generazioni e particolarmente a partire dagli anni Sessanta (sull'onda della controcultura d'oltre Oceano), ha prodotto un cambiamento di mentalità di vastissime proporzioni. Com'è nella logica dei fatti, le rivendicazioni libertarie e la promessa utopistica di un mondo nuovo senza classi predicati ai quattro venti hanno prodotto anche un grande mutamento di costumi. Il concetto di sessualità «liberata» completamente staccata dal matrimonio, dalla procreazione e dalla responsabilità, ha introdotto nelle società l'idea della necessità di leggi che regolassero il divorzio e l'aborto libero, pratiche, fino agli anni Settanta, estranee alla cultura italiana. Il dilagante relativismo morale e l'odio viscerale non solo per i Comandamenti di Dio, ma persino per la legge naturale, sono all'origine di altre rivendicazioni come il femminismo, la liberalizzazione delle droghe dette «leggere», i diritti delle coppie omosessuali, l'eutanasia, che una volte accettati lasceranno così aperta la porta alle legalizzazione di mostruosità come l'incesto o la pedofilia.

Che cos'è cambiato dopo la caduta del Muro di Berlino?

Come abbiamo già visto, il crollo dell'impero sovietico e la conseguente fine del suo ruolo di guida mondiale, hanno segnato l'inizio di un processo di trasformazione della sinistra europea. A parte i nostalgici e irriducibili vetero-comunisti, sempre più minoritari e in via di estinzione, la sinistra attuale post-comunista appare molto più frammentata e dispersa rispetto al monolitico Partito Comunista di un tempo. E tuttavia, nonostante le divergenze, gli attuali eredi del vecchio PCI continuano a servirsi per la lettura dei fatti della miope analisi marxista e si riconoscono a pieno titolo gli eredi legittimi di chi prima di loro si è battuto per portare a compimento le varie conquiste sociali in favore del «Progresso» e della «Civiltà»... Come un figlio possiede i caratteri ereditari dei genitori, così i comunisti attuali possiedono in buona parte lo stesso DNA dei loro predecessori. Ne consegue che anch'essi, anche se in modo più discreto, continuano a spingere sulla necessità di riforme sempre più permissiviste. Un'altra osservazione sembra necessaria: se negli anni della Cortina di Ferro si poteva parlare di comunismo consapevole come espressione di chi aveva aderito consciamente e liberamente al marxismo-leninismo, oggi possiamo parlare di un comunismo diffuso, ossia di un etat d'esprit, di uno stato d'animo che pervade anche chi non si riconosce necessariamente nei valori di sinistra. Dopo decenni di ininterrotto martellamento ideologico e di propaganda marxista (soprattutto nelle scuole) concetti tipicamente marxisti come l'egualitarismo o la libertà di autodeterminazione hanno fatto breccia nella mentalità corrente penetrando perfino nelle menti di coloro che non si interessano alla politica. Il virus si è liberato del suo involucro e oggi scorrazza liberamente nel corpo sociale. L'epidemia è quasi scomparsa, ma le sue conseguenze più estreme continuano ad essere devastanti. Questo è la sfida che oggi ci troviamo a dover affrontare.

Comunismo e Alta Finanza.

Pur riconoscendo i terribili mali causati da questo flagello in tutto il pianeta, non dobbiamo assolutamente dimenticare che il comunismo è una creazione del capitalismo selvaggio, un docile strumento dei potentati dell'oro all'interno di un piano di sovversione molto più vasto. Come hanno riconosciuto tutti i più grandi esperti di guerra occulta (primo fra tutti, il grande Léon de Poncins), senza l'enorme apporto economico proveniente dai potentissimi gruppi bancari di Wall Street, la Rivoluzione bolscevica non sarebbe nemmeno iniziata. Per sradicare l'antico ordine della civitas christiana, un'élite di banchieri (che in questo sito chiameremo Illuminati e che sono la cupola della Massoneria) si è avvalsa del comunismo come ci si servirebbe di un boia. Una volta terminato il grosso del lavoro sporco, il flusso di denaro si è interrotto e l'esperimento (fallimentare) del socialismo reale è miseramente naufragato. Paradossalmente, oggi vediamo realizzarsi gli obiettivi perseguiti dal marxismo trent'anni fa all'interno della società consumistica. E tuttavia, nonostante l'enorme quantità di veleno messo in circolo nel tessuto sociale, la civiltà occidentale appare ancora aggrappata alle sue radici cristiane, che sono la sua vera identità, quell'identità che oggi si cerca di distruggere in tutti i modi (soprattutto mediante l'immigrazione selvaggia). A dispetto delle loro attese, gli Illuminati non sono ancora riusciti ad instaurare il loro Nuovo Ordine Mondiale e comunque non vinceranno mai, perché la vittoria è già stata assegnata da tutta l'eternità a Colui che gli empi hanno osato sfidare, Gesù Cristo, il Verbo incarnato, che con la Sua Santa Madre schiaccia senza sosta la testa del Serpente infernale.

Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Il limite del tempo e dell'uomo, scrive Vittorio Sgarbi, Giovedì 28/12/2017, su "Il Giornale". «Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l'una di non saper nulla, l'altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte». Un pensiero di Leopardi dallo Zibaldone. Inadatto al clima natalizio, ma terribilmente vero. Forse la forza di un pensiero così chiaro dissolve le nostre illusioni, ma ci impegna a dimenticarlo, per fingere che la nostra vita abbia un senso. Perché vivere altrimenti? L'insensatezza della nostra azione si misura con la brevità del tempo. Da tale pensiero è sfiorato anche Dante, che non dubitava di Dio, ma misurava il nostro limite rispetto al tempo: «Se tu riguardi Luni e Urbisaglia/come sono ite e come se ne vanno/di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,/udir come le schiatte si disfanno/non ti parrà nuova cosa né forte,/poscia che le cittadi termine hanno./Le vostre cose tutte hanno lor morte,/sì come voi; ma celasi in alcuna/che dura molto, e le vite son corte». Se tutto finisce, perché noi dovremmo sopravviverci? E se ci fosse qualcosa dopo la morte, che limite dovremmo porvi? I nati e i morti, prima di Cristo, gli egizi e i greci, con le loro religioni, che spazio dovrebbero avere, nell'aldilà che non potevano presumere? La vita dopo la morte toccherebbe anche agli inconsapevoli? Con Dante e Leopardi, all'inferno incontreremo anche Marziale e Catullo? O la vita oltre la morte non sono già, come per Leopardi, i loro versi?

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.  

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono poveri da aiutare, io vedo degli incapaci o degli sfaticati, ma, in specialmodo, vedo persone a cui è impedita la possibilità di emergere dall’indigenza per ragioni ideologiche o di casta o di lobby. 

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

Gattopardismo. Vocabolario on line Treccani. Gattopardismo s. m. (anche, meno comunem., gattopardite s. f.). – Nel linguaggio letterario e giornalistico, l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe. Il termine, così come la concezione e la prassi che con esso vengono espresse, è fondato sull’affermazione paradossale che «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima», che è l’adattamento più diffuso con cui viene citato il passo che nel romanzo Il Gattopardo (v. la voce prec.) si legge testualmente in questa forma «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» (chi pronuncia la frase non è però il principe di Salina ma suo nipote Tancredi).

Se questa è democrazia… 

I nostri politici sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti.

I liberali sono una parte politica atea e senza ideologia. Credono solo nella libertà, il loro principio fondante ed unico, che vieta il necessario e permette tutto a tutti, consentendo ai poveri, se capaci, di diventare ricchi. Io sono un liberale ed i liberali, sin dall’avvento del socialismo, sono mal tollerati perché contro lobbies e caste di incapaci. Con loro si avrebbe la meritocrazia, ma sono osteggiati dai giornalisti che ne inibiscono la visibilità.

I popolari (o populisti) sono la maggiore forza politica fondata sull’ipocrisia e sulle confessioni religiose. Vietano tutto, ma, allo stesso tempo, perdonano tutto, permettendo, di fatto, tutto a tutti. Sono l’emblema del gattopardismo. Con loro non cambia mai niente. Loro sono l’emblema del familismo, della raccomandazione e della corruzione, forte merce di scambio alle elezioni. Si infiltrano spesso in altre fazioni politiche impedendone le loro peculiari politiche ed agevolano il voltagabbanesimo.

I socialisti (fascisti e derivati; comunisti e derivati) sono una forza politica ideologica e confessionale di natura scissionista e frammentista e falsamente moralista, a carattere demagogico ed ipocrita. Cattivi, invidiosi e vendicativi. La loro confessione, più che ideologia, si fonda sul lavoro, sulle tasse e sul fisco. Rappresenterebbe la classe sociale meno abbiente. Illude i poveri di volerli aiutare, carpendone i voti fiduciari, ma, di fatto, impedisce loro la scalata sociale, livellando in basso la società civile, verso un progressivo decadimento, in quanto vieta tutto a tutti, condanna tutto e tutti, tranne a se stessi. Si caratterizzano dalla abnorme produzione normativa di divieti e sanzioni, allargando in modo spropositato il tema della legalità, e dal monopolio culturale. Con loro cambierebbe in peggio, in quanto inibiscono ogni iniziativa economica e culturale, perché, senza volerlo si vivrebbe nell’illegalità, ignorando, senza colpa, un loro dettato legislativo, incorrendo in inevitabili sanzioni, poste a sostentare il parassitismo statale con la prolificazione di enti e organi di controllo e con l’allargamento dell’apparato amministrativo pubblico. L’idea socialista ha infestato le politiche comunitarie europee.

Per il poltronificio l’ortodossia ideologica ha ceduto alla promiscuità ed ha partorito un sistema spurio e depravato, producendo immobilismo, oppressione fiscale, corruzione e raccomandazione, giustizialismo ed odio/razzismo territoriale.

La gente non va a votare perché il giornalismo prezzolato e raccomandato propaganda i vecchi tromboni e la vecchia politica, impedendo la visibilità alle nuove idee progressiste. La Stampa e la tv nasconde l’odio della gente verso questi politici. Propagandano come democratica l’elezione di un Parlamento votato dalla metà degli elettori Ed un terzo di questo Parlamento è formato da un movimento di protesta. Quindi avremo un Governo di amministratori (e non di governanti) che rappresenta solo la promiscuità, e la loro riconoscente parte amicale, ed estremamente minoritaria. 

Se questa è democraziaQuesto non lo dico io…Giorgio Gaber: In un tempo senza ideali nè utopia, dove l'unica salvezza è un'onorevole follia...Testo Destra-Sinistra - 1995/1996

Le parole, definiscono il mondo, se non ci fossero le parole, non avemmo la possibilità di parlare, di niente. Ma il mondo gira, e le parole stanno ferme, le parole si logorano invecchiano, perdono di senso, e tutti noi continuiamo ad usarle, senza accorgerci di parlare, di niente.

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa è nostra

è evidente che la gente è poco seria

quando parla di sinistra o destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Fare il bagno nella vasca è di destra

far la doccia invece è di sinistra

un pacchetto di Marlboro è di destra

di contrabbando è di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Una bella minestrina è di destra

il minestrone è sempre di sinistra

quasi tutte le canzoni son di destra

se annoiano son di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Le scarpette da ginnastica o da tennis

hanno ancora un gusto un po’ di destra

ma portarle tutte sporche e un po’ slacciate

è da scemi più che di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

I blue-jeans che sono un segno di sinistra

con la giacca vanno verso destra

il concerto nello stadio è di sinistra

i prezzi sono un po’ di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La patata per natura è di sinistra

spappolata nel purè è di destra

la pisciata in compagnia é di sinistra

il cesso é sempre in fondo a destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La piscina bella azzurra e trasparente

è evidente che sia un po’ di destra

mentre i fiumi tutti i laghi e anche il mare

sono di merda più che sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

L’ideologia, l’ideologia

malgrado tutto credo ancora che ci sia

è la passione l’ossessione della tua diversità

che al momento dove è andata non si sa

dove non si sa dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra

la mortadella è di sinistra

se la cioccolata svizzera é di destra

la nutella é ancora di sinistra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La tangente per natura è di destra

col consenso di chi sta a sinistra

non si sa se la fortuna sia di destra

la sfiga è sempre di sinistra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Il saluto vigoroso a pugno chiuso

è un antico gesto di sinistra

quello un po’ degli anni '20 un po’ romano

è da stronzi oltre che di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

L’ideologia, l’ideologia 

malgrado tutto credo ancora che ci sia

è il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché

con la scusa di un contrasto che non c’è

se c'é chissà dov'è se c'é chissà dov'é.

Canticchiar con la chitarra è di sinistra

con il karaoke è di destra

I collant son quasi sempre di sinistra

il reggicalze é più che mai di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La risposta delle masse è di sinistra

con un lieve cedimento a destra

Son sicuro che il bastardo è di sinistra

il figlio di puttana è a destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Una donna emancipata è di sinistra

riservata è già un po’ più di destra

ma un figone resta sempre un’attrazione

che va bene per sinistra o destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa é nostra

é evidente che la gente é poco seria

quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra 

Destra sinistra

Basta!

Dall'album E Pensare Che C'era Il Pensiero.

I partigiani uccisero suo padre. Ora i pm gli negano giustizia. La battaglia di un ottantenne di Ravenna: scopre dopo 70 anni chi ha ammazzato il papà e si rivolge alla procura. Ma gli assassini sono eroi rossi. E nessuno risponde, scrive Stefano Filippi su "Il Giornale" Martedì 29/09/2015.  La ferita di Tomaso Argelli in 70 anni non si è mai rimarginata. All'alba del 7 febbraio 1945 - di anni ne aveva 10 - dormiva nel lettone con il papà Giuseppe detto Scuscèn, unico vigile urbano di Alfonsine, paese del Ravennate che nel dopoguerra regalò valanghe di voti al Pci. Due uomini bussarono al portone di casa, due partigiani, Argelli ne ricorda ancora i nomi: Annibale Manzoli detto Nèbal e Mario Cassani detto Marii, poi diventato sindaco di Alfonsine e, fino alla pensione, tesoriere della federazione del Pci di Ravenna. I due intimarono al vigile di saltare in bicicletta e correre a Ferrara per recuperare medicinali che servivano all'ospedale. Argelli era un fascista convinto che però collaborava con il Cln quando si trattava di fare il bene del paese. Gli era già capitata una missione simile insieme con il fratello Anselmo: «Mio zio aveva sposato una comunista ed ebbero salva la vita», sospetta il figlio di Scuscèn. Ma quel giorno Anselmo era malato e Giuseppe fu accompagnato da una donna partigiana. Ricevette un lasciapassare del Cln di Alfonsine. «Mio babbo era molto triste - rievoca Tomaso Argelli -. Mentre vestiva la divisa disse alla mamma, incinta di pochi mesi, che aveva un brutto presentimento. Lei lo scongiurò di non partire ma lui fu irremovibile, disse che aveva dato la sua parola e che i medicinali erano indispensabili. La salutò, poi mi abbracciò e mi strinse a lungo. Non l'ho più visto. E mio fratello Giancarlo, nato qualche mese dopo, non l'ha mai conosciuto». Verso sera, non vedendolo tornare, i familiari si allarmarono. «La mamma capì subito che cos'era successo. I responsabili della missione non si fecero trovare: le sorti delle medicine non interessavano più. Riuscirono a parlarci soltanto i carabinieri, ma delle indagini e degli interrogatori non c'è traccia negli archivi dell'Arma di Alfonsine e poi di Cervia. Qualche giorno dopo qualcuno venne a riferirci di aver sentito un urlo lacerante, forse mio babbo che veniva scannato». Un conoscente disse loro di aver visto Scuscèn immobilizzato al posto di blocco partigiano sul ponte della Bastia, che scavalca il fiume Senio alle porte del paese. I suoi documenti vennero ritrovati qualche tempo dopo lungo l'argine. Non c'erano più dubbi sulla sua sorte, ma nessuno fece sapere com'era morto il vigile urbano, e dov'era sepolto. «La voce ricorrente era che fu pestato a sangue e stritolato in un torchio per fare il vino». La ferita è tornata a sanguinare la primavera scorsa. A casa di Tomaso Argelli, alla periferia di Cervia, arriva una telefonata: «Hai letto il libro di Gianfranco Stella? Racconta per filo e per segno la fine del tuo babbo». Stella è un saggista che con i suoi scritti ha fatto luce su alcuni eccidi dei partigiani, tra cui la strage di Codevigo compiuta dalla 28ma brigata comandata da Bulow, cioè Arrigo Boldrini. L'ultimo volume pubblicato (in proprio) da Stella s'intitola «I grandi killer della liberazione». Un saggio storico di quasi 600 pagine su decine di atrocità partigiane finora sconosciute. Alle pagine 71-74 Stella ricostruisce la fine di Scuscèn grazie a «un'informazione giunta nelle more delle pubblicazioni, e ritenuta seria». Una soffiata attendibile che rivela nomi e cognomi dei congiurati. Giuseppe Argelli sarebbe stato ucciso da due partigiani di Alfonsine, un certo Cicognani detto È Cavaler, poi messo a capo di una coop locale, e Novello Maioli detto Califfo. Il mandante sarebbe stato il capo partigiano di Alfonsine, Dino Bedeschi detto e' Faturèn, in seguito presidente della locale coop braccianti. I resti del vigile urbano sarebbero stati gettati in uno dei due pozzi della scuola elementare di Borgo Fratti presso Alfonsine, proprio a ridosso dell'argine del Senio. Un edificio basso che sorge in piena campagna, abbandonato da tempo, cadente, circondato da un prato incolto coperto di frammenti di vetri e tegole sbrecciate. In un angolo si trova un pozzo chiuso da un disco di cemento che lascia però un'apertura. Argelli ne è sicuro: «È stato manomesso di recente, dopo l'uscita del libro». La delazione sul destino di Scuscèn è giunta a Gianfranco Stella soltanto dopo la morte di tutti i protagonisti. Il più noto, Cassani, amico fraterno di Boldrini, si è spento nel gennaio 2013 a 96 anni dopo essere stato sindaco di Alfonsine, consigliere provinciale Pci, vice presidente della Federazione delle cooperative e tesoriere del Pci di Ravenna. L'autore di «I grandi killer della liberazione» fa intendere che chi sapeva ha parlato soltanto quando le rivelazioni non avrebbero più potuto nuocere alle persone coinvolte. Non molla invece il quasi ottantunenne Tomaso Argelli, sottufficiale di Marina in pensione. Appena saputo che dopo 70 anni di rabbia impotente si poteva fare luce sulla fine di suo padre, ha incaricato l'avvocato Federica Zaccarini di depositare alla procura della Repubblica di Ravenna una denuncia di omicidio volontario contro ignoti con un'istanza di recintare l'area dove si troverebbero i resti di Scuscèn. Ma la procura ha taciuto, così come l'opinione pubblica cittadina. «Mio babbo fa più paura da morto che da vivo - sibila Argelli - per le conseguenze politiche che comporterebbe il ritrovamento del suo corpo. Verrebbe demolito il mito che circonda una delle persone coinvolte, Mario Cassani, per decenni cassiere ufficiale del Pci di Ravenna che ancora lo venera come un eroe». All'inizio dell'estate l'avvocato Zaccarini ha depositato una seconda istanza: Argelli è disposto a cercare il cadavere del padre a spese sue, e non dello Stato, se il terreno delle ex scuole elementari di Alfonsine gli fosse messo a disposizione. Ma dalla magistratura è venuto un secondo assordante silenzio. Il sangue dei vinti resta un tabù. E la fine del vigile urbano Giuseppe Argelli detto Scuscèn sembra destinata a restare sepolta nell'omertà.

La guerra civile e i crimini partigiani, scrive Emma Moriconi il 25/04/2017 su "Il Giornale d’Italia". La storia non si cambia: le generazioni future hanno il diritto di sapere la verità. E il dovere di cercarla. "La Storia, insegnava Hegel, quando la si dissotterra, salta fuori come un cane rabbioso". Così Gianfranco Stella saluta i suoi lettori prima di cominciare un lungo e doloroso percorso nelle vicende del 1945. Qua, cari lettori, non è questione di ideologia, l'ideologia non c'entra niente, basta con questa faccenda che quando si parla di fascismo e antifascismo si debba ricominciare con la solfa ideologica, basta perché non se ne può davvero più. Qua si parla di storia, e di vicende che hanno segnato la vicenda patria delle generazioni che ci hanno preceduto. Perché "festeggiare" il 25 aprile? Si parla di "liberazione", non si capisce da cosa. Dalla dittatura, forse? E chi sarebbero i "liberatori"? I partigiani assassini o gli americani dominatori? Quanto agli americani, basta davvero con questa storia che sono venuti a portare "libertà e democrazia", pretendono di farlo ovunque, ancora oggi, ma troppo spesso quella bandiera a stelle e strisce gronda sangue di popoli interi, a cominciare dai nativi americani di due secoli fa. Quanto ai partigiani, ai quali oggi sono intitolate vie e piazze, che girano per scuole a "insegnare" la storia secondo loro, per una questione di giustizia storica e sociale bisognerebbe che una volta per tutte venisse fatta chiarezza. Le cose le aveva messe in chiaro già per benino il buon Giorgio Pisanò: lo fece in tempi difficili, subito successivi a quel 1945 di sangue e di guerra civile, quando con coraggio e determinazione se ne andò in giro nel triangolo rosso a parlare con la gente e a farsi raccontare le atrocità di cui costoro si erano resi protagonisti. E quando Giampaolo Pansa capì che le vicende trattate da Pisanò erano di una attualità cocente e tragica, fece una epocale rivoluzione culturale andandole a raccontare su volumi che hanno fatto storia, con la sua penna avvincente e sincera: è il coraggio della verità. Oggi non c'è proprio niente da festeggiare, non c'è da bearsi nell'andare a deporre corone ai caduti con il Tricolore bagnato di sangue sulle corone al ritmo di "Bella ciao" o di "Fischia il vento". Oggi dovrebbe essere il giorno del silenzio e della vergogna. E quando questo Paese sarà maturo e scevro da condizionamenti ideologici lo capirà. Perché al movimento cosiddetto resistenziale partecipò anche tanta gente in buona fede, ci mancherebbe altro.  Ma di esso si potrebbero dire tante cose: i punti chiave ben li riassume Gianfranco Stella nel suo "I grandi killer della liberazione" quando li elenca in questo modo: "Questi punti fermi sul piano strategico - dice - consistevano: a) nella provocazione delle rappresaglie; b) nell'eliminazione di partigiani ostili o non allineati; c) negli atti di resa non rispettati; d) nella nomina a sindaco di spietati capi partigiani. Sul piano tattico consistevano: a) nel sistematico ricorso all'uso dell'uniforme nemica; b) nella istituzione della cosiddetta polizia partigiana; c) nella cattura di persone considerate spie; d) nell'estorsione. Sul piano comportamentale consistevano: a) nel prelevamento di fascisti o presunti tali; b) nello stupro collettivo; c) nell'infliggere al prigioniero le peggiori sofferenze; d) nell'imporre alla vittima lo scavo della fossa; e) nel furto". Tutti questi punti vengono nel libro esaminati con precisione, prima di passare all'esame delle vicende vere e proprie, ai fatti specifici, seguendo un criterio geografico e cominciando dal Lazio per poi salire verso l'Emilia Romagna, la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, il Friuli. Chi ha visto il film di Antonello Belluco "Il segreto di Italia" sa già di cosa parliamo se citiamo Codevigo. Per chi non lo avesse visto: lo faccia, perché potrebbe essere un modo, intanto, per non dimenticare l'eccidio di 235 innocenti. Ma tante, tantissime sono le vicende che Stella ripercorre in questo testo che consigliamo di leggere solo a chi si sente abbastanza forte per sopportare le atrocità che vi sono riferite. A mero titolo di esempio forse basterà ricordare la storia del vigile urbano di Alfonsine che venne pestato a sangue e probabilmente stritolato in un torchio per fare il vino, le cui ossa non vennero mai ritrovate. O il caso del bambino di Montefiorino, un tredicenne usato prima come staffetta partigiana e poi ucciso a tradimento con un colpo alla testa perché non rivelasse a nessuno le informazioni di cui era, suo malgrado, in possesso. E ancora la tragica vicenda del seminarista Rolando Rivi, di cui spesso abbiamo parlato su queste colonne. Di vicende come questa Stella ne racconta a centinaia, e ci torneremo, perché la verità non va sottaciuta, anzi va ricercata e poi diffusa: ecco di cosa si dovrebbe parlare, nelle scuole... ma per chiudere questa tragica seppur breve, per ora, carrellata forse vale la pena citare ancora almeno la vicenda di Cadelbosco, quel comune il cui il Sindaco lo scorso anno ebbe a fare le sue rimostranze per la presentazione del libro dedicato a donna Rachele che scrissi con Edda Negri Mussolini, dicendo che lo avrebbe fatto mettere nella "sezione degli orrori" della biblioteca comunale... Signor Sindaco, nella sezione degli orrori metta piuttosto la storia del povero Oreste Bergomi, prelevato da Abelardo e Rico Marmiroli, ucciso da una raffica esplosa dal partigiano Destino Davoli, che restituì ai familiari un cadavere orrendamente seviziato, con la gola squarciata, un occhio sfondato e sei colpi di mitra nella schiena. 25 aprile... non c'è proprio niente da festeggiare.  

“I partigiani? Uccidevano vestiti da nazisti”, scrive il 24 gennaio 2018 "Il Giornale di Monza". La Resistenza raccontata a Destra. Intervista allo scrittore Gianfranco Stella, autore del controverso libro "I grandi killer della Liberazione". «I partigiani? Uccidevano indossando le divise dei nazisti. Le loro imboscate? Sparavano e fuggivano. Mordevano e si ritraevano. Un paragone? Agivano come i serpenti».

Il convegno. Era piena la sala dell’Urban center affittata da «Carcano 91» e «Ordine Futuro» per la presentazione del libro «I grandi killer della Liberazione», scritto da Gianfranco Stella. Un libro controverso, dibattuto, che da tempo fa discutere. Anche a Monza, come ben noto, non sono mancate le polemiche. Tra i presenti, anche Xenia Marinoni, ex consigliere comunale del Pd, e gli scrittori Franco Isman e Paolo Cadorin.

La storia raccontata a Destra. L’autore ha rivendicato i contenuti del suo libro e ha osservato con orgoglio: «Senza il mio lavoro, Giampaolo Pansa non avrebbe mai scritto “Il sangue dei vinti”. E infatti mi ha citato nella sua opera». Dall’azione dei partigiani (appunto i «killer» secondo l’autore), alla fase conclusiva della guerra, tra episodi efferati, imboscate e «trattative di riappacificazione» saltate («In città strategiche, Mussolini aveva “piazzato” esponenti moderati del Fascismo, ma furono tutti uccisi misteriosamente»). Fino alla Liberazione e a pagine di storia che probabilmente mancano ancora di qualche capitolo: «C’erano partigiani che volevano girare armati e sparare anche a guerra finita. Quei pochi che volevano andare in quella direzione, morirono poco dopo un vertice con Togliatti a Milano». Riscrivere dunque capitoli inediti: l’obiettivo che si è dato l’autore in questi anni, passando giornate intere nelle biblioteche di tutta Italia. «E’ tutto documentato, recuperare documenti e materiali dagli archivi mi è costato non poco tempo. E pure una certa fatica».

Gianfranco Stella, nato nel 1946, è saggista della destra cattolica. I suoi lavori più importanti si riferiscono alla storia contemporanea e precisamente alle vicende più o meno esaltanti del post-liberazione. Nelle sue pubblicazioni, iniziate nel 1990, il filo conduttore comune è la strategia rivoluzionaria seguita dai partigiani delle brigate Garibaldi. Il suo libro più discusso che determinò la denuncia da parte dei vertici nazionali dell’ANPI (Ettore Gallo, Arrigo Boldrini, ecc.), racconta la strage di Codevigo, compiuta dai partigiani della 28° brigata comandata da Bulow (A.Boldrini), nel maggio 1945. La messe di nomi e di fatti precisi che caratterizzano questo libro portavano Gianfranco Stella sul banco degli imputati per i reati di diffamazione (dei partigiani) e vilipendio (alle forze amate). Si trattava d’un processo che nessun tribunale voleva affrontare: da Ravenna a Forli, quindi a Rimini ove il libro era stato stampato. Fu la cassazione a definirne la competenza e a Rimini (avv. Accremann parte civile e avv. Benini per la difesa) si celebrò il processo alle soglie della prescrizione. La sentenza fu di doppia assoluzione per avere applicato i giudici l’esimente dell’opera scientifica. L’appello confermò. La causa civile che il Boldrini aveva nel frattempo intentato a Gianfranco Stella fu ritirata. La strage di Codevigo si può definire   sul piano storico il primo atto di accusa contro le disposizioni del comando generale delle brigate Garibaldi che prevedevano per i prigionieri arresisi l’immediata soppressione. E anche la sentenza costituì il primo caso di giurisprudenza in cui un autore veniva assolto quantunque avesse accusato di assassinio in fatti specifici determinate persone.

A questa pubblicazione seguì L’ECCIDIO DEI CONTI MANZONI: ricostruzione non propriamente storica, basata tuttavia sugli atti processuali di uno dei più eclatanti episodi di criminalità partigiana. Gianfranco Stella ha dato poi alle stampe RIFUGIATI A PRAGA, il primo saggio su un argomento quasi sconosciuto: l’espatrio in Cecoslovacchia di partigiani comunisti ricercati dalle procure d’Italia. Per scriverlo, considerate le reticenti testimonianze e le scarsissime notizie sull’argomento, l’autore riuscì ad avere colloqui con alcuni ex partigiani che erano rientrati in Italia grazie alle ultime amnistie. Riuscì comunque ad ascoltare gli ex partigiani della Bassa bolognese che massacrarono i sette fratelli Govoni. Due volte laureato, i suoi libri sono nella bibliografia di numerosi testi di storia contemporanea, ed il suo nome è citato nelle fortunate opere del giornalista Giampaolo Pansa, del giornalista Bruno Vespa e di storici non compresi nella storiografia encomiastica di sinistra. Le ragioni per cui Gianfranco Stella ha voluto dedicare gran parte della sua attività intellettuale alle vicende del dopo liberazione, risalgono alla convinzione, oggi sempre più diffusa, che il movimento partigiano fu un mito e non altro, e che la verità storica mal s’addiceva alla trionfalistica vulgata resistenziale.

Altre sue opere:

– IL CASO MARINO PASCOLI- (partigiano repubblicano ucciso dai comunisti nel’48);

– PARTIGIANI ANONIMI E PERSONE SCOMPARSE;

- I LUNGHI MESI DEL ’45;

- CRIMINI PARTIGIANI;

I grandi killer della liberazione, ad Arezzo la presentazione del libro di Gianfranco Stella, scrive Giovedì 28 Settembre 2017 Arezzo Tv. Sabato 30 settembre ore 17.30, alla libreria Mondadori si terrà la presentazione su iniziativa dell’Associazione culturale La Fortezza del libro di Gianfranco Stella “I grandi killer della liberazione. Saggio storico sulle atrocità partigiane”. Lo storico ravennate Gianfranco Stella – che vinse nel 1998 un processo per diffamazione contro il famoso capo partigiano Arrigo Boldrini Bulow – racconta, in questo volume che nessun editore ha voluto pubblicare, alcuni pesantissimi reati commessi con inaudita ferocia, che, più che politici, andrebbero considerati di diritto comune. 600 pagine necessarie, al momento, per raccontare ciniche figure criminali che, studiate sulle carte giudiziarie senza i retorici filtri della vulgata resistenziale, ci appariranno in tutta la loro antieroica crudezza. Le persone uccise anche dopo il 25 aprile e comunque dal giorno della Liberazione dei singoli territori non furono meno di 20.000. Dal Lazio, Toscana, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli hanno dato un tributo di sangue altissimo. L’autore attraverso concreti dati storiografici ne ripercorre l’inquietante scia oltre a pubblicare per la prima volta i volti degli esecutori materiali. Gino Tartari detto Pazzarella, sanguinario killer seriale di Porotto; Remo Bonzagni, “responsabile d’un impressionante numero di omicidi”; Sergio Dal Piai; Claudio De Fenu capitano Gravelli; il partigiano Primo Ghini detto Manaza, di Argenta; Elia Marinelli, organizzatore dell’eccidio di undici ex fascisti prigionieri, a Comacchio; e quel Sesto Rizzati Sergio, commissario politico della 35ª Brigata ferrarese ‘Bruno Rizzieri’ e “spietato killer comunista”: fu autore di un raccapricciante memoriale con nomi e cognomi di suoi compagni (tra i quali un futuro sindaco di Ferrara) che, nell’ambito di una rivoluzionaria epurazione locale, in quell’estate di sangue ‘45 compilavano le liste dei concittadini da eliminare.

Gianfranco Stella e “I grandi killer della Liberazione”, scrive lunedì28 Settembre 2015 "Estense". In biblioteca Ariostea la presentazione del libro dello storico ravennate. Martedì 29 settembre, nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea (ore 17), la rassegna letteraria estiva “Faust & Friends”, ideata dall’editore e promotore culturale ferrarese Fausto Bassini – il quale, a coronamento dei successi di molti suoi titoli divenuti bestseller del territorio, ha invitato nella ‘città pentagona’ scrittori di fama nazionale e internazionale – organizza la presentazione del libro di Gianfranco Stella (con proiezione di immagini) “I grandi killer della liberazione. Saggio storico sulle atrocità partigiane” (Ravenna, 2015, 2ª ed.), che contiene un corposo capitolo dedicato all’Emilia Romagna nel quale è protagonista anche la nostra città. Lo storico ravennate Gianfranco Stella – balzato agli onori della cronaca per aver vinto, nel 1998, un processo per diffamazione contro il famoso capo partigiano Arrigo Boldrini Bulow – ci racconta, in questo minuzioso e scomodo volume che nessun editore ha voluto pubblicare, alcuni pesantissimi reati commessi con inaudita ferocia nel Ferrarese, i quali, più che politici, andrebbero considerati di diritto comune: la strage dell’8 giugno 1945 di numerosi ex fascisti, prigionieri nelle carceri di via Piangipane, sotto le raffiche di mitra dei partigiani comunisti (si contarono quasi 200 bossoli); le “imprese” dell’ex barista e gappista ferrarese Italo Scalambra ‘colonnello Gino’ (a Ferrara gli è stata dedicata una strada) e quelle del suo luogotenente Umberto Bisi ‘capitano Omar’, il cui quartier generale era al numero 5 di via Mascheraio nella casa del medico Arturo Sani e che una volta, minacciando la figlia d’una sua vittima, affermò di aver ucciso 400 volte. Ciniche figure criminali che, studiate sulle carte giudiziarie senza i retorici filtri della vulgata resistenziale, ci appariranno in tutta la loro antieroica crudezza: Gino Tartari detto Pazzarella, sanguinario killer seriale di Porotto; Remo Bonzagni, “responsabile d’un impressionante numero di omicidi”; Sergio Dal Piai; Claudio De Fenu capitano Gravelli; il partigiano Primo Ghini detto Manaza, di Argenta; Elia Marinelli, organizzatore dell’eccidio di undici ex fascisti prigionieri, a Comacchio; e quel Sesto Rizzati Sergio, commissario politico della 35ª Brigata ferrarese ‘Bruno Rizzieri’ e “spietato killer comunista”: fu autore di un raccapricciante memoriale con nomi e cognomi di suoi compagni (tra i quali un futuro sindaco di Ferrara) che, nell’ambito di una rivoluzionaria epurazione locale, in quell’estate di sangue ‘45 compilavano le liste dei concittadini da eliminare. Gianfranco Stella nasce in una famiglia profondamente cattolica. Poco più che adolescente è delegato parrocchiale di Azione Cattolica. Dopo gli studi classici si laurea in lettere con una tesi di storia contemporanea sulle leggi razziali del ‘38. Avanti negli anni si laurea alla Pontificia Università in filosofia con una tesi sull’antistoricismo dei fratelli Sturzo. Da cattolico s’avvicina allo studio della Resistenza scoprendone le due anime che l’hanno caratterizzata: quella patriottica, cattolica, liberale e anche attendista, e quella massimalista, classista, rivoluzionaria. Dopo aver pubblicato diversi volumi di storia comune giunge al 2015 con I grandi killer della liberazione un’opera che farebbe luce, nelle intenzioni dell’autore, a discriminare i diciotto mesi della lotta di liberazione tra l’attendismo delle formazioni moderate e il determinismo di quelle social-comuniste, volto alla recrudescenza del conflitto e all’esasperazione della popolazione coinvolta nel vortice delle rappresaglie. Il libro è indubbiamente opera storiografica complessa, ricca di nozioni e valutazioni articolate, molto vicina alla recente produzione letteraria di Giampaolo Pansa, col quale l’autore ha avuto contatti in occasione del celebre Il sangue dei vinti. Tra le sue pubblicazioni riferite alla guerra civile ricordiamo: Ravennati contro – La strage di Codevigo; Rifugiati a Praga; Il caso Marino Pascoli; Partigiani anonimi e persone scomparse; I lunghi mesi del ’45.

I grandi killer della liberazione: Sassuolo, una strage inedita, scrive mercoledì, 23 novembre 2016 "Imola Oggi". Durante il restauro del Palazzo Ducale di Sassuolo (allora sede distaccata dell’Accademia di Modena) avvenuto nell’anno 1998/99, consistenti in scavi e rifacimento degli impianti elettrici all’interno della Corte del Palazzo, nel sottosuolo del cortile, sono stati rinvenuti gli scheletri di circa 50 salme di adulti e anche bambini, massacrati barbaramente dai partigiani a fine guerra. Sassuolo fu liberata dalle truppe alleate il 23 aprile 1945 da un Reggimento brasiliano. Le indagini dell’epoca furono effettuate dal Cap. Biagio Stoniolo della Compagnia Carabinieri di Sassuolo. Trattasi di una delle tante stragi effettuate dai partigiani a guerra finita e censurata dalle Istituzioni e dalle organizzazioni partigiane. In seguito a mie ricerche ho appurato che Giuseppe Ferrari, nome di battaglia “Achille”, nato il 23 maggio 1919 a Bebbio di Carpineti (RE), era residente a Bagnolo in Piano (RE) dove ricopriva la carica di presidente dell’Anpi di quel Comune (è deceduto il 25 febbraio 2013 e il funerale si è svolto a Toano – RE). Ma soprattutto ho la conferma che, Giuseppe Ferrari “Achille”, è lo stesso citato nel capitolo “SASSUOLO UNA STRAGE INEDITA”! Infatti, dal sito Anpi di Reggio Emilia si legge tra l’altro: ….”Dal 9 settembre al 13 novembre (Giuseppe Ferrari, ndA) sottotenente e guida 35 uomini; dal 14 novembre fino alla Liberazione, promosso capitano, comanda un battaglione di oltre duecento unità. Il 25 aprile 1945 lo trascorre a Sassuolo, ove il suo battaglione si occupa in quei giorni dello smistamento dei prigionieri”…

SASSUOLO UNA STRAGE INEDITA. A Sassuolo, nel tardo pomeriggio del 23 aprile 1945 cessavano gli ultimi combattimenti tra tedeschi, che s’andavano addossando sulla sponda del Secchia nel tentativo di attraversarlo, e Alleati che premevano da Sud. I partigiani, moltiplicatisi negli ultimi mesi, si cimentavano alla caccia di tedeschi in fuga e lo testimonierà Ermanno Gorrieri, il partigiano Claudio: “Parte di coloro che impugnavano le armi contro i tedeschi in fuga, erano persone che non avevano praticamente mai fatto niente o quasi niente nel movimento di Resistenza. Non a caso la gente, più tardi li chiamerà ‘i partigiani della domenica’ o ‘del lunedì’ – a seconda della zona – cioè i partigiani entrati in azione solo il giorno della liberazione”. Ma il comandante Claudio dirà anche che “sarebbero esplosi odii e vendette, insanguinando ancora una volta la terra emiliana”. Accadde che quello che restava di un Reparto della Divisione San Marco, arresosi in quel 23 aprile, fu eliminato in modo atroce a Sassuolo, nel cortile del Palazzo Ducale. Una cinquantina di questi prigionieri, fra i quali v’era qualche tedesco, subì una fine raccapricciante, venuta alla luce attraverso la testimonianza d’un ufficiale dell’esercito brasiliano, tra i primi contingenti entrati a Sassuolo e non dal parroco che pure vi assistette, don Zelindo Pellati. Da parte degli esecutori non trapelò, ovviamente, mai nulla e ufficialmente quelle estreme sevizie, non sarebbero mai avvenute. Quei prigionieri furono torturati anche con enucleazione degli occhi e poi uccisi per strangolamento. L’ufficiale in questione era Agostino Josè Rodrigues e la testimonianza è nel suo libro Terzo battaglione (Terceiro batalhao), edito nel 1985, quattordici anni prima che le salme di quegl’infelici fossero scoperte nello stesso luogo da lui indicato: “La piazza dove c’è la chiesa”. Ecco il brano: “Sassuolo segna il nostro primo incontro con la guerriglia partigiana del Nord Italia, uomini coraggiosi ma spietati. Hanno aiutato la causa degli Alleati durante gli anni dell’occupazione tedesca nella regione. Ed ora sono ancor più decisi nell’attaccare senza pietà il nemico. Come Castelvetro, Sassuolo è una pulita piccola città, un piacere per i nostri occhi. La piazza principale, dove è situata la chiesa, segna anche la nostra prima visione di esecuzioni sommarie. Ne avevamo già sentito parlare. Uomini uccisi con delle corde strette intorno al collo. E’ la vendetta imposta ai fasciste dai partigiani. Ci sono molti comunisti tra i partigiani. Ho visto un gruppo di questi con delle bandiere rosse. Dovunque essi vadano compiono esecuzioni sommarie. I partigiani si giustificano dicendo che si tratta di ‘traditori del popolo’. Ecco perché le camicie nere e i soldati tedeschi iniziano ad arrendersi a noi brasiliani. Sono terrorizzati dalla furia omicida di questi implacabili cacciatori”. Non solo le prime truppe brasiliane entrate a Sassuolo, ma anche il parroco della chiesa di San Giorgio, don Pellati, assistettero alla strage; il sacerdote aveva raccolto i documenti e gli effetti personali di quei disgraziati. Unico testimone di parte neutra egli preferì tuttavia, e fu pusillanime, non divulgare lo scempio cui assistette, né trascriverlo, come avrebbe dovuto, sul libro delle anime, cosicchè esso rimase sconosciuto e inedito fino al 1998, allorquando, durante gli scavi nel cortile del Palazzo Ducale, emersero quei resti. Il giorno del massacro può essere indicato nella settimana compresa tra il 24 aprile ed il primo maggio ’45. I partigiani che entrarono a Sassuolo discendevano dalle località di Casalgrande, Fiorano, Castellarano e Magrete e facevano parte tutti di formazioni comuniste. Il 25 aprile entrò a Sassuolo anche la formazione comandata da Achille, al secolo Giuseppe Ferrari (1919–2013) che con l’incarico di ‘occuparsi’ dei prigionieri, vi rimase almeno una settimana. Lo stesso Palazzo Ducale era divenuto sede di distaccamenti partigiani tra i quali risulta anche la Brigata Stoppa. Nel ’49 la Questura di Modena arrestò l’ex partigiano comunista Domenico Cavalli di Sassuolo: si voleva che rivelasse qualcosa, ma non parlò e fu rimesso in libertà. Nel ’98, all’indomani della scoperta della fossa comune, l’Associazione dei reduci della Divisione Fanteria San Marco presentò denuncia contro ignoti per il reato di strage. La strage di Sassuolo andrà a far parte dell’aneddotica resistenziale di revisione, la quale chiarendo fatti marginali darà rilievo alla storiografia, passo obbligato per raggiungere la Storia. Scriveva Renzo de Felice, l’autorevole storico di sinistra: “tutto quanto detto e scritto sul fascismo è falso, perché la sinistra politica ha nascosto tante verità, tanti delitti, tante vergogne partigiane”. In alcune pagine del citato libro di Bocca, Il Provinciale, si coglie il clima che regnava a Sassuolo nei primi mesi della liberazione. In un imprecisato giorno di maggio egli giunse a Sassuolo e andò alla Camera del lavoro ove trovò riuniti diversi partigiani. Gli dicono – “Di ben so giurnalesta, ma il tuo giornale è un po’ fazista. Quando la finite di menarla con il triangolo della morte”? Qualcuno mi guarda duro, ma mi lasciano andare. Esco da Sassuolo diretto a Formigine e sento dietro il rombo d’una motocicletta. E’ uno di quelli che mi sfottevano, ma adesso mi guarda da amico: – “Scolta me – dice – non passare per Formigine, ti aspettano all’uscita del paese”. (Tratto dal saggio storico sulle atrocità partigiane: “I GRANDI KILLER DELLA LIBERAZIONE” del Prof. Gianfranco Stella).

Partigiani assassini: il caso di Jaures Cavalieri, "stupratore seriale, scrive Emma Moriconi l'11/10/2017 su "Il Giornale d’Italia". Dal libro di Gianfranco Stella "I grandi killer della liberazione - Saggio storico sulle atrocità partigiane". Condannato più volte per i suoi omicidi, l'Anpi quando morì ne fece invece addirittura un baluardo di libertà e di coraggio. Accade, quando si è curiosi, di imbattersi in volumi che ti lasciano il segno. Sfogli quelle pagine e senti lo stomaco rivoltarsi, man mano che procedi nella lettura. Ogni pagina è un colpo sferrato in pieno petto, roba che fa male e che però fa anche riflettere. Fa riflettere sulla giustizia dell'uomo, che - lo sappiamo dai tempi di Antigone - è cosa diversa da quella suprema di Dio. Succede di indignarsi, di chiedersi perché l'uomo possa essere capace di certe bassezze, e di domandarsi se ci sarà mai una giustizia. Che poi non si pretende ormai più la giustizia dei tribunali, perché i reati cadono in prescrizione e anche perché ormai oggi molte di quelle persone che dovrebbero finire dietro le sbarre sono già morte per conto loro, visto che di tempo dai crimini commessi ne è passato un bel po'. Ma in questo caso per "giustizia" si intende niente altro che "verità". Che invece tarda ad affermarsi universalmente, restando appannaggio di pochi. Quelli curiosi, quelli come noi, insomma, che non ci stanchiamo di scriverne su queste colonne. Le pagine che oggi proponiamo ai nostri lettori sono quelle in cui Gianfranco Stella racconta di Jaures Cavalieri, definito "stupratore seriale"; noto "per gli stupri seriali ai quali sottoponeva le sue vittime prima di sopprimerle", scrive Stella nel suo "I grandi killer della liberazione", già sottoposto all'attenzione dei nostri lettori. "Il Cavalieri - scrive l'autore - sconfinò in Jugoslavia da dove nel '48, dopo la crisi del Cominform, riuscì a fuggire, e a Vienna, pronto a valicare la frontiera con la Cecoslovacchia, fu arrestato dall'Interpol. Tradotto in Italia e condannato da più corti d'assise, rimase in carcere fino al 1957". Appunto, la "giustizia"... Cavalieri era nato nel 1923 e delle sue imprese compiute durante la resistenza - scrive ancora Stella - "si sono perse le testimonianze, ma di quelle del dopo liberazione ne sono piene le carte giudiziarie". Ed ecco il racconto delle atrocità commesse da costui: "A Medolla violentò ed uccise diverse donne: Rosalia Paltrinieri, di 32 anni; Jolanda Pignatti, di anni 39; Eva Greco di 19 anni. A Cavezzo violentò ed uccise Prima Stefanini in Cattabriga di anni 38, la figlia di lei Paolina, di 18 anni, Tina Morselli di 42". Non basta: "Uccise Angelo e Sante Greco, ed il partigiano comunista Alfio Calzolari, suo complice nell'assassinio Missere. Seviziò riducendolo in fin di vita Angiolino Cattabriga di 11 anni, deceduto poi a Mirandola. Emilio Missere era un giovane democristiano, membro del comitato di liberazione di Medolla. Accadde che nel pomeriggio del 13 giugno '45 Missere fu visto per l'ultima volta a bordo d'una Topolino targata MO 8992, lungo la strada che da Medolla va a Modena, sulla quale c'erano i partigiani Jaures Cavalieri e Alfio Calzolari. Quest'ultimo era un partigiano comunista noto per i numerosi omicidi, rapine e stupri compiuti, tra i quali l'omicidio dell'ingegner Gino Falzoni di Finale Emilia, perpetrato il 17 giugno '45. Missere s'era messo in urto con gli altri componenti del Comitato di liberazione per gli abusi che taluni ex partigiani andavano commettendo e anche per una serie di omicidi di ex fascisti o presunti tali perpetrati in quei mesi del dopo liberazione, tra i quali quelli di Eva, Angelo e Santina Greco, Renato Neri e Pasquale Germi. S'era messo ad indagare, assicurando apertis verbis che i responsabili non l'avrebbero fatta franca. Da qui la decisione della sua morte, della quale risultarono coinvolti il presidente del Comitato di liberazione di Medolla, l'ex partigiano comunista Ennio Bertoli, trentunenne nativo di Concordia, mandante assieme all'altro componente del Comitato Alfredo Barbieri, ed esecutori Jaures Cavalieri, Alfio Calzolari e Marino Malvezzi. Bertoli, Malvezzi e Barbieri furono arrestati tra il '46 ed il '47, il Cavalieri nel '49 e il Calzolari dichiarato latitante, era deceduto, ucciso dai suoi compagni. Al processo furono confermati i capi d'accusa, grazie anche alla testimonianza dell'ex partigiano Canzio Costantini che dichiarò d'aver trovato rifugio, dopo la fuga dal carcere, presso l'abitazione del Cavalieri dal quale apprese che Missere era stato ucciso sulle rive del Secchia con un colpo di pistola alla testa e che successivamente, attirato dallo stesso Cavalieri, per timore che potesse cedere durante gli interrogatori dei carabinieri era stato soppresso il killer Alfio Calzolari. Per l'omicidio Missere il Cavalieri fu condannato a trent'anni e a ventiquattro per quello della Morselli [...] che risultò portato a compimento assieme al partigiano comunista Egidio Sighinolfi, Fulmine. Jaures Cavalieri, detenuto nell'ergastolo di Fossombrone, negli anni '60 fu liberato per effetto di amnistie e condoni poiché i suoi crimini furono ritenuti commessi 'in lotta contro il fascismo ed il tedesco invasore'. L'Anpi lo protesse, come protesse tutti gli altri killer della liberazione, ad eccezione di pochi ex partigiani che per le loro estreme atrocità furono abbandonati in quanto ritenuti indifendibili. I crimini di Jaures Cavalieri non furono ritenuti estremamente atroci. Morì in odore di santità ideologica nel 1998 e la sezione Anpi di San Faustino Modenese nella quale da ultimo fu attivista ne tesse le lodi con queste parole: indomito combattente della libertà, dopo la liberazione è stato vittima delle persecuzioni antipartigiane, senza mai attenuare il proprio impegno in difesa dei valori della Resistenza e dell'antifascismo [Resistenza Oggi, n. 2, 1998]". Le conclusioni, e le debite riflessioni, sono lasciate al sempre attento lettore. 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

LE SETTE IDEOLOGICHE FIGLIE DEL SOCIALISMO: FASCISMO, COMUNISMO, LEGHISMO E GRILLISMO.

Programmi zero. Ideologia cento. E quindi la differenza, in politica, la fa solo la capacità di governare, scrive Piero Sansonetti il 18 Aprile 2018 su "Il Dubbio". Pare che Di Maio abbia cambiato il programma del suo movimento. Cioè che abbia sostituito quello che era stato approvato dal piccolo “esercito rousseau” – la cosiddetta base del partito – con un programma più compatibile con quello del Pd ma anche con quello della Lega. Del resto di Maio aveva già detto che per lui Lega e Pd pari sono, e che allearsi con l’una o con l’altro avrebbe cambiato poco. Si possono usare queste informazioni per costruire nuove polemiche oppure per ragionare. Proviamo a ragionare. Come mai i programmi contano sempre di meno nella politica italiana di oggi? Qualcuno dice: perché destra e sinistra non ci sono più, non ci sono più le ideologie. Se i programmi valgono zero quel che conta è l’ideologia. E quindi la differenza, in politica, la fa solo la capacità di governare. Non è così. Per due ragioni. La prima è che i risultati elettorali degli ultimi anni, non solo in Italia, dimostrano che a venir premiato non è mai chi governa ( a prescindere dai risultati del suo governo), persino in Germania, dove la Merkel resiste, chi governa perde voti e il potere logora chi ce l’ha, a differenza da quello che succedeva venticinque anni fa. E poi c’è la seconda ragione, che è quella fondamentale: non è vero che destra e sinistra non ci sono più e non è vero che le ideologie sono morte. Destra e sinistra continuano ad esistere, e come in passato si caratterizzano per il giudizio diverso che danno sul capitalismo e sulla necessità – o no – di riformarlo. Continua ad esistere – anche se è molto debole in questa fase – un’idea e uno spazio riformista che esprime la necessità di riformare il capitalismo e di ridurre il potere del mercato. E questa è la sinistra. Così come continua ad esistere una destra, che invece pensa che il capitalismo possa prevedere delle riforme, ma non possa essere riformato esso stesso, perché è un recipiente che contiene tutto: modernità, democrazia, diritto, sviluppo. E che tutto questo tutto possa vivere solo se accetta di essere subordinato al mercato e alle sue regole. A me qui non interessa dire se sia meglio l’idea della destra o quella della sinistra (magari un pochino si possono indovinare le mie simpatie, ma questo non conta nulla) solo vorrei provare a spiegare che dare per morte destra e sinistra è una moda, e talvolta può anche essere uno strumento utile per rafforzare il dialogo, e superare vecchi pregiudizi, ma non è la verità delle cose. E’ la verità, invece, che destra e sinistra non sono più ideologie ma semplici programmi politici. Tuttavia le ideologie non sono morte: sono trsmigrate. Ecco qui sta il punto: proclamare la fine di destra e sinistra è utile e necessario – per azzerare l’importanza dei programmi, ma in questo modo si azzera anche la politica, e in ultima analisi la democrazia. E si trasforma il tutto in pura e semplice lotta per il potere. Siccome però una pura e semplice lotta per il potere ha le gambe corte, se non ci sono idee, emozioni, sentimenti, allora vengono resuscitate le ideologie. Ma non più quella antiche, fondate su ipotesi, studi, teorie, conoscenze. Per esempio il comunismo, o il fascismo, o il patriottismo o l’internazionalismo. Le ideologie si trasformano in semplici aspirazioni di comportamento. L’ideologia diventa, ad esempio, la xenofobia, che è un surrogato del patriottismo. Un surrogato rovesciato al negativo. Ideologia è l’odio, l’ostilità, intesa come prova di fedeltà e di forza. Ideologia è l’onestismo, se posso inventare questa parola, che è una forma di giustizialismo appena un po’ meno cruenta. Prendete 5 Stelle e Lega. Sui programmi magari sono lontani. Ma quelli, appunto, contano poco. Sulle ideologie invece si incontrano, si assomigliano. Anche se c’è sempre un solco, che non sarà facile colmare: la Lega resta una forza politica assolutamente devota alla democrazia e alle sue regole. I 5 Stelle no. Non sarà facile risolvere questo problema. E’ il macigno che blocca la politica italiana.

La sinistra ora è in prestito ai Cinque Stelle. Dalle battaglie sociali alla partecipazione. Il Movimento Cinque Stelle, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni interne, si è impadronito di un'eredità. Per adesso o per sempre? Scrivono S. Borghese, V. Fabbrini, L. Newman il 18 aprile 2018 su "L'Espresso". Dopo l'intervento di Paola Natalicchio della scorsa settimana, prosegue il dibattito sul destino della sinistra. Gli autori sono tre giovani ricercatori.

Essere di sinistra può assumere tante connotazioni: estetiche, industriali, clientelari, campanilistiche, e di policy. In modi diversi sono identificabili come di sinistra le scarpe Camper, le cooperative, il sistema di relazioni che girava attorno alla Monte dei Paschi di Siena, il Livorno calcio e la legge Cirinnà. Nozioni di cosa è non è di sinistra possono però cambiare con il tempo. Che Guevara è un’icona della sinistra, ma è riverito anche da CasaPound. Fondamentalmente, però, essere di sinistra vuol dire credere in un ideale di giustizia sociale in favore dei meno abbienti. Quest’accezione moderna di sinistra nasce nell’immediato post rivoluzione francese quando, durante l’assemblea degli Stati Generali, le forze rivoluzionarie occuparono la parte sinistra dell’emiciclo. Nel solco di questa tradizione, secondo il filosofo italiano Norberto Bobbio, chi è di sinistra vede l’eguaglianza come il valore più importante. Il mezzo attraverso il quale si persegue l’ideale egualitario cambia però a seconda delle dottrine politico-economiche. Il socialismo offre il mezzo della collettivizzazione. Si tratta di una dottrina che è stata a lungo dominante e spesso identificata tout court con l’ideale di sinistra, ma non è l’unica. Il keynesismo, ad esempio, rientra nel paradigma economico capitalista, ma è generalmente considerato di sinistra perché prevede un sostegno alla domanda interna durante i cicli economici recessivi. A prescindere da dottrine economiche, marche di calzatura e sistemi di potere, l’essere di sinistra significa senz’altro avere a cuore le condizioni di vita di chi sta peggio. È innanzitutto un’attitudine, qualcosa che si fa tutti i giorni, prima ancora di declinarsi in una posizione politica. Dopo Tangentopoli e la caduta del muro di Berlino, si è presentata in Italia una classe dirigente nuova, che in tante aree non è mai cambiata. Sono gli anni in cui a destra emergono i berlusconiani e a sinistra i dalemiani e i veltroniani – forze sociali che hanno visto il loro tramonto solo con il risultato delle politiche del 2018. L’establishment di sinistra, dai partiti ai sistemi di potere privato e pubblico che li circondano, è quindi rimasto sostanzialmente immutato in quest’ultimo quarto di secolo. L’elettorato, invece, no. I dati elettorali più sofisticati, disponibili dalle politiche del 2008 in poi, dimostrano come quello che era il bacino elettorale di riferimento della sinistra ha visto cambiare radicalmente le proprie condizioni e prospettive socio economiche in questi anni. Quella classe operaia che aveva sempre votato a sinistra si è progressivamente impoverita, invecchiata o precarizzata. Anche la classe media ha visto ridursi drasticamente il proprio reddito pro-capite, in maniera talvolta vertiginosa. Continuano a votare a sinistra soprattutto coloro che continuano a sentirsi rappresentati da una leadership anziana che focalizza la propria offerta politica su tematiche tradizionalmente affini ai più anziani e chi da loro dipende: immigrazione, rigore fiscale, pensioni, tutti temi tradizionalmente di destra. I dati più recenti evidenziano proprio come il bacino elettorale di riferimento sia cambiato, diventando anziano e arroccandosi nei centri borghesi delle grandi città. Già nel 2013 infatti il voto al PD era stato quasi direttamente proporzionale all’età, restando sotto il 20 per cento tra chi aveva meno di 40 anni e salendo al 37 per cento tra gli over 65 (dati ITANES); una dinamica che si è ripetuta anche nel 2018, quando il PD ha ottenuto più del 20 per cento solo tra chi ha più di 55 anni, e il 28 tra gli ultra 65enni, secondo i dati del sondaggio Quorum/YouTrend per Sky Tg24. Lo stesso istituto ha calcolato come il PD abbia fatto registrare la migliore tenuta, in un contesto di arretramento generale, proprio nei grandi centri urbani con più di 300 mila abitanti, mantenendo il 70% dei propri elettori 2013, a fronte di una tenuta del 65-66 per cento nei comuni inferiori; ancora più indicativo il dato in voti assoluti, dove si nota che il PD (e il centrosinistra “tradizionale” nel suo complesso) va meglio solo nei comuni di maggiori dimensioni, superando il 20 per cento (e il 30 per cento considerando tutta l’area progressista) soltanto nelle città con più di 100 mila abitanti. Il consenso trasversale nelle regioni rosse (che lo sono sempre meno) ha resistito fintanto che c’è stato un ricambio della classe dirigente locale, capace di una buona gestione economica a favore della propria la base, portando avanti un’agenda progressista, egualitaria. Le elezioni del 4 marzo hanno visto crollare questa certezza: per la prima volta dal 1946, in Emilia-Romagna la sinistra non è stata la prima forza politica. Qui, come altrove in Italia, Il grosso del bacino elettorale ha sofferto tutte le conseguenze del declino macroeconomico, senza paragoni nel mondo occidentale, patito dall’Italia dal 2000 in poi. I pochi investimenti e la mala-gestione della globalizzazione hanno decimato gli ecosistemi produttivi da cui dipendeva l’impiego degli elettori di sinistra. L’establishment di sinistra, come quello di destra, non ha saputo rispondere a questa sfida, se non a livello pratico sicuramente non a livello di retorica, cultura e capacità di ascolto. Il bacino elettorale di riferimento ha quindi buone ragioni per aver perso fiducia, ed è tra questi delusi che i Cinque Stelle hanno trovato la loro più importante fonte di consenso. Gli studi sui flussi elettorali confermano che sia nel 2013 che nel 2018 una parte consistente dell’elettorato del M5S aveva votato, in precedenza, per uno dei partiti progressisti “tradizionali”: PD, IDV o sinistra. Nel 2013 tale quota era pari al 42% dell’elettorato complessivo dei Cinque Stelle (dati ITANES), mentre la principale destinazione – ad eccezione dell’astensione – degli elettori che sia nel 2013 che nel 2014 avevano votato il PD (quindi, guidato sia da Bersani che da Renzi) è stata, nel 2018, il Movimento (secondo il sondaggio Quorum/YouTrend per Sky TG24). L’elettorato di riferimento della sinistra sembra aver trovato nel Movimento qualcosa che il suo establishment di riferimento ha perso. Si può capire cosa esattamente analizzando le battaglie identitarie del Movimento. Analizzando i media, queste sono principalmente il richiamo all’onestà e il sostegno ai poveri. L’onestà è predicata attraverso la battaglia sui vitalizi, il giustizialismo sommario verso i politici indagati e una retorica distruttiva nei confronti di qualsiasi autorità sospettata di corruzione. Il reddito di cittadinanza – una proposta, per quanto fiscalmente discutibile, di normale social welfare – è invece l’espressione più concreta della battaglia contro la povertà. Anche la lotta all’immigrazione, perlomeno a livello di cornice ideologica, gioca un ruolo. La battaglia contro il disagio sociale è al centro della cultura dei Cinque Stelle, che hanno nella restituzione della voce alle persone comuni uno dei loro valori fondanti. I sondaggi confermano che le battaglie a cui gli elettori Cinque Stelle tengono maggiormente sono proprio queste. Sono temi che hanno una presa naturale su chi ha un profilo sociodemografico più giovane, tendenzialmente disagiato o comunque caratterizzato dall’aver subito le conseguenze della stagnazione economica che dura dal 2000. Il rapporto di fiducia tra l’elettorato dei Cinque Stelle e il suo nascente establishment passa per questa condivisione di obbiettivi. È importante anche precisare che l’opposizione ai vaccini, il razzismo becero, l’anti-intellettualismo sono posizioni minoritarie tra i seguaci del Movimento.

La vera proposta del Movimento però non risiede nei suoi contenuti ma nei processi rappresentativi. I Cinque Stelle teorizzano infatti la nascita di una democrazia digitale diretta, in cui internet consente la formazione di un consenso su posizioni trasversali. Le primarie digitali, battezzate parlamentarie, e i referendum online su decisioni cruciali del Movimento, per quanto amatoriali o manipolative nella loro esecuzione, sono prassi fondanti. Consentono all’ex-elettore di sinistra di sentirsi nuovamente ascoltato da un establishment. Si tratta di idee tipiche della sinistra radicale. La genesi intellettuale della democrazia diretta digitale risale infatti ai campus universitari americani di sinistra. Discende intellettualmente dal sogno collettivista di Marx, attuato poi attraverso la Comune di Parigi del 1871, nei primi Soviet e nei kibbutz israeliani. Alcune scelte lessicali adoperate dai Cinque Stelle – direttorio, Rousseau – sembrano voler ricondurre idealmente i processi di governance del Movimento allo spirito della rivoluzione francese. Poche settimane fa, Luigi Di Maio è stato deriso dal New York Times per aver lasciato la casa dei genitori solo cinque anni prima. Le statistiche dimostrano che la vicenda personale di Di Maio, e di tanti altri quadri del Movimento, è simile a quella di molti dei loro elettori. L’inesperienza professionale e il disagio vissuti da Di Maio, Fico e altri sono asset politici. Riassumendo, il nascente establishment del Movimento è uno in cui un elettorato mediamente giovane, che normalmente tenderebbe a sinistra, si riconosce. I processi partecipativi proposti dal Movimento sono, almeno filosoficamente, di sinistra. Le loro battaglie identitarie – onestà e sostegno ai poveri – sono di sinistra. Il bacino elettorale della sinistra – inteso sia come vecchi elettori che come profilo socio-demografico degli elettori del 2008 – è in buona parte defluito ai Cinque Stelle. Se la sinistra istituzionale paga l’aver tentato a lungo di offrire soluzioni al malcontento senza doverlo ascoltare e rappresentare, il Movimento, al contrario, nei suoi primi nove anni ha potuto sia ascoltare che rappresentare il malcontento egregiamente. Il Movimento Cinque Stelle è, con tutti i suoi difetti e con tutte le sue contraddizioni interne, il nuovo partito di sinistra italiano. Le battaglie politiche dei Cinque Stelle sono le stesse che l’establishment e i partiti di sinistra hanno smesso di fare, almeno a livello comunicativo. Se i governi di sinistra hanno attuato misure di contrasto al disagio sociale come il reddito d’inclusione, raramente questa questione è stata al centro della loro retorica. La lotta alla corruzione e alle clientele, elementi centrali nell’identità dei Cinque Stelle, è avvenuta concretamente attraverso provvedimenti del PD quali l’istituzione dell’ANAC e il nuovo codice degli appalti. Eppure non sono diventati elementi identitari dei partiti di sinistra. In tempi più recenti, scandali minori come quello di Banca Etruria sono stati gestiti male sul piano comunicativo, accrescendo l’impressione che l’establishment di sinistra sia un sistema di potere più che l’espressione di un consenso politico. Tutto ciò è vero non solo a livello partitico ma di classe dirigente in senso lato e di cultura politica. Al calo continuo del numero degli iscritti dei partiti di sinistra negli ultimi 25 anni si è accompagnato il declino delle cooperative, dei centri sociali e delle banche e aziende con consigli direttivi espressi dai partiti di sinistra. La cultura di sinistra si è evoluta di pari passo. Nella percezione mediatica, i suoi simboli odierni sono diventati confusi e autoreferenziali: il cashmere, i film in lingua originale, Capalbio. Si tratta di ossessioni da élite che non verrebbero così derise se la sinistra istituzionale avesse mantenuto una capacità di ascolto e rappresentanza propria delle élite politiche in una democrazia rappresentativa, come insegna Bernard Manin. Più che il fallimento di un leader, Renzi o D’Alema o Bersani, è un fallimento di leadership. Renzi è solo l’espressione finale di un declino pluridecennale. Il suo tentativo di eversione è stato l’ultimo respiro dell’ultima classe dirigente giovane dell’ultima regione rossa. Questo scollamento dalla base è stato così lento da essere ignorabile dall’establishment di sinistra. Fino al risultato del 4 marzo. Storicamente, nel mondo occidentale, l’asse sinistra-destra non scompare. Cambiano semplicemente i partiti e le loro identità. E le ragioni per cui i partiti cambiano ideologia sono spesso legate alle loro strutture di potere. In America, fino agli anni ’50, il partito Repubblicano era la forza progressista e il partito Democratico quella conservatrice. In passato questo bipolarismo è stato interpretato dai Whigs, i Federalisti e altri. Nel Regno Unito vi è stato un percorso simile. Gli odierni partiti progressisti del Regno Unito e degli USA nascono da frange insoddisfatte dei partiti progressistiche c’erano prima. In Italia molti attribuiscono l’emergere del proto-fascismo di ispirazione socialista alla perdita di contatto con la base della Sinistra Storica e alla frustrazione del primo Mussolini con l’establishment socialista. Similmente, spesso i quadri grillini sono persone che hanno rinunciato a permeare l’establishment, spesso quello di destra, ma più spesso quello di sinistra. Se Di Maio e Di Battista hanno vissuto le delusioni dei padri, dirigenti locali delle destre sociali, Virginia Raggi e Roberto Fico sono dei delusi dalla leadership di sinistra. Da ragazzo, anche lo stesso Di Battista si è definito di sinistra. La rosa di ministri proposta per il governo dai Cinque Stelle è composta da persone relativamente giovani, relativamente di sinistra, rimaste però ai margini dell’establishment progressista.

Questo è l’altro specchio della medaglia degli elettori grillini, che sono appunto più spesso vecchi elettori delusi della sinistra che della destra. I tanti delusi tra le aspiranti classi dirigenti del post‘92, soprattutto ma non solo di sinistra, stanno formando un nuovo establishment che, per quanto possa essere poco qualificato, sta sostituendo quello precedente. È verosimile che delle componenti dell’attuale o aspirante classe dirigente di sinistra si lascino cooptare dai Cinque Stelle pur di sopravvivere o avere la propria occasione di ribalta. In alcune frange della società civile, questo sta già avvenendo. La destra in Italia non è cambiata in questi anni, rimanendo sostanzialmente reazionaria, nonostante la tentata evoluzione berlusconiana. Per l’elevata età anagrafica della sua leadership, e a causa della centralità di Silvio Berlusconi, Forza Italia e la rete di relazioni che la circonda sono irriformabili. L’ha scoperto Gianfranco Fini proprio come lo sta scoprendo Matteo Renzi con il PD. Molti vedono però nell’avventura di Matteo Salvini un altro percorso: un tentativo di superare Forza Italia sostituendola, piuttosto che cambiandola dall’interno. I quadri della Lega salviniana sono infatti più giovani dei berlusconiani, ma molti sufficientemente moderati da essere ideologicamente ascrivibili a Forza Italia se volessero. Queste nuove destra e sinistra sono protagoniste di un nuovo bipolarismo geografico. Un Settentrione che esce dalla crisi, più che schierarsi contro l’Europa o la migrazione, ha semplicemente votato un partito che propone una misura pro-crescita: la flat tax, ovvero un’aliquota IRPEF unica. Si tratterebbe di una riforma, per quanto utopica nell’attuale contesto fiscale italiano, essenzialmente di destra. Il Meridione, che non ha visto la ripresa economica, ha sostenuto con maggioranze schiaccianti un partito, il Movimento Cinque Stelle, che propone una misura assistenzialista altrettanto inverosimile, ma fondamentalmente di sinistra. L’emergere della Lega e dei Cinque Stelle tra le principali forze politiche ha più a che vedere con un ricambio di establishment che con un superamento ideologico. Con la fine della cortina di ferro, si afferma il Washington Consensus. È la convinzione, nel seno della sinistra istituzionale americana, che le soluzioni economiche tipicamente liberali – globalizzazione, competizione – rappresentino l’unica ricetta credibile per la crescita macroeconomica. La sempre minor attenzione all’egualitarismo che vediamo oggi nella sinistra italiana nasce qui, traducendosi per la prima volta in politiche pubbliche con la Terza Via di Bill Clinton. Il primo ad adottare la Terza Via in Europa è Tony Blair, seguito via via da altri colleghi europei. Il principale punto di riferimento estero di Renzi, sia dal punto di vista ideologico che per come ha riformato il proprio partito, è proprio Tony Blair. E fino al duplice trauma dell’elezione di Trump e la Brexit, molte sinistre occidentali hanno più o meno continuato su questa scia. Oggi, non avendo saputo tradurre la Terza Via in una dottrina egualitaria e credibile per le proprie basi, i partiti di sinistra tornano alle loro origini, come Corbyn nel Regno Unito e Sanders negli USA, oppure rischiano di scomparire a causa della concorrenza di un’offerta politica più innovativa, come è avvenuto con i socialisti in Francia o il PASOK in Grecia. La sinistra istituzionale italiana dovrebbe cambiare radicalmente visione politica per trovare o ritrovare una base. Potrebbe farlo in direzione centrista oppure tornando a valori di sinistra tradizionale. In entrambi i casi, l’establishment di sinistra e l’elettorato che gli è rimasto fedele dovranno partire dal riconoscimento che il Movimento Cinque Stelle si è impadronito delle loro battaglie storiche. I meme sul reddito di cittadinanza, condivisissimi nei giorni del post-voto, suggerirebbero che questo non stia avvenendo. Un cambio di paradigma potrebbe arrivare da un cambio di leadership in seno ai partiti. Molti sperano che un Nicola Zingaretti o un Carlo Calenda abbiano il carisma per dare una nuova identità politica alla sinistra. Ma il problema è di classe dirigente e non solo quella dei partiti. Un cambio di visione difficilmente può essere imposto univocamente dall’alto come ha provato a fare, nel bene e nel male, Renzi. Strutturalmente e storicamente, infatti, è molto raro che un establishment sostanzialmente anziano e diffuso viva grandi cambi di rotta. Non a caso Potere al Popolo, ovvero la parte della sinistra radicale che più aveva avvertito la distanza tra sinistra istituzionale ed elettorato, ha una leadership e una base giovane. Se altri giovani dirigenti che si identificano nella sinistra percepiscono di avere maggiori chance di emergere altrove, appunto tra i Cinque Stelle, è giusto essere scettici chela sinistra istituzionale per come la conosciamo possa sopravvivere a questa legislatura. Il 18,7% registrato dal PD il 4 marzo potrebbe essere stata un’ultima resistenza. La sinistra è viva, ma non lotta insieme a noi. Gli autori:

Lorenzo Newman è Principal Consultant di Learn More, una società di consulenza. Ha scritto su istruzione, politica nazionale ed internazionale per Slate, Aspenia, Pagina99, Linkiesta e altri. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo libro, Paura e Rischio in Italia, edito da Castelvecchi.

Salvatore Borghese è caporedattore di Youtrended è stato tra i fondatori di Quorum, un istituto di ricerca demoscopica. I suoi pezzi di analisi elettorale sono apparsi su Slate, Il Fatto Quotidiano, Il Mattino, La Stampa, e altri. Commenta spesso gli ultimi sondaggi su Rai 3 e La7.

Valeria Fabbrini è una ricercatrice economica specializzata nel monitoraggio e valutazione degli investimenti e della spesa pubblica. Su questi temi ha collaborato per sei anni la Presidenza del Consiglio dei Ministri e pubblicato numerosi articoli, saggi e una monografia.

SETTARI E TOTALITARI. PERCHÉ AIUTARLI A PRENDERE IL POTERE? Scrive l'8 Marzo 2018 Stefano Maturin su "Stradeonline". Il successo del Movimento 5 stelle pone un bel problema alle forze politiche tradizionali, o a quel che ne rimane, e a tutto l'establishment che forma la classe dirigente italiana, che forse è utile evidenziare. Sostenere un esecutivo grillino significa appoggiare un'organizzazione settaria portatrice di un'ideologia eversiva e totalitaria, incompatibile con le istituzioni della democrazia rappresentativa, con lo stato di diritto e con i valori della libertà e della responsabilità personale. Il Movimento 5 Stelle non si presenta infatti come una forza politica che propone ricette concrete e politiche pubbliche, in base alle quali contendere ad altri partiti i voti degli elettori, e quindi la gestione del potere. Si pone invece come una setta portatrice di un messaggio salvifico astratto di purificazione della società dal male, dai vizi, dalle illegalità. L'obiettivo di purificazione sociale è il tratto distintivo di tutte le ideologie totalitarie: a cambiare sono solo le narrazioni - i nazisti volevano creare una società fondata sulla purezza razziale, il comunismo voleva la "società senza classi" perfetta, l'islamismo vuole istituire la società islamica regolata nei minimi comportamenti dalla Sharia, il grillismo vuole realizzare la società integerrima degli onesti - ma in tutte queste esperienze ideologiche le proposte effettive tendono a essere irrilevanti, rispetto all'obiettivo salvifico collettivo. Nella logica settaria, inoltre, non vi può essere spazio per il pluralismo democratico: altri partiti, altre proposte, diventano necessariamente i "fattori inquinanti" che il progetto purificatore deve contrastare e possibilmente eliminare del tutto. Sul piano organizzativo, queste "sette ideologiche" sono obbligate a sopprimere qualsiasi dibattito e democrazia interna, e a strutturarsi secondo gerarchie e discipline rigidissime, in cui i capi della setta - nel caso del M5S sorprendentemente un imprenditore milanese, Davide Casaleggio, e la sua società di comunicazione - stabiliscono obiettivi e direttive, a cui tutti gli aderenti sono tenuti tassativamente ad attenersi. La legittimazione di dissensi e critiche interne, l'accettazione di un dibattito trasparente e l'adozione di un metodo "a maggioranza" nel formulare gli obiettivi politici dell'organizzazione significherebbero, infatti, rinunciare alla vocazione salvifica di purificazione sociale collettiva di tutta l'esperienza, e riconoscere che gli obiettivi politici sono il prodotto delle idee di alcuni individui, che sono riusciti a farle prevalere su quelle di altri. Per questa ragione, nel Movimento 5 stelle, non è possibile una "democrazia interna", e i dissidenti non possono che subire il destino dell'espulsione, dopo il rito farlocco del voto sulla piattaforma web della Casaleggio Associati.

Il vantaggio delle ideologie settarie, tuttavia, è che sono impermeabili al fallimento, e, se il disagio economico e lo smarrimento psicologico degli individui raggiungono livelli tali da creare un terreno fertile, il loro messaggio salvifico attecchisce in modo virulento. Gli esponenti del Movimento 5 Stelle - così come tutti gli altri capi di altre esperienze totalitarie - possono essere protagonisti di qualsiasi scandalo, dimostrarsi del tutto incapaci di governare, trascinare le comunità nel tracollo economico e fomentare odio e violenza sociale, eppure potranno sempre negare le proprie responsabilità, attribuendole a ipotetici nemici del progetto salvifico ed evocando oscuri complotti di poteri forti contro i "cittadini". Dopo la vittoria del 4 marzo si fanno sempre più forti, nel mondo tramortito dell'establishment tradizionale - dai vecchi notabili del Partito Democratico a quelli dei "corpi intermedi" come Confindustria, agli esponenti del giornalismo, delle accademie e dei think tank di palazzo - le voci che addirittura spingono per appoggiare un esecutivo 5 stelle, che cercano di esorcizzarne la vocazione totalitaria descrivendolo con toni concilianti come un partito di giovani ingenui e con qualche bizzarria populista. Forse è il tentativo di una classe dirigente storicamente garante dello status quo di un Paese paralizzato e tenuto ostaggio da un debito schiacciante, da inefficienze patologiche, e da una miriade di sistemi di potere clientelari pubblici e privati, di comprarsi ancora un po' di tranquillità nei prossimi mesi o anni. È facile intuire come un Casaleggio titolare di un successo travolgente ma non sufficiente ad ottenere i numeri parlamentari per governare abbia tutto l'interesse ad adescare queste classi, incaricando Luigi Di Maio di lanciare messaggi di apertura al dialogo, ma sembra improbabile che questi gesti rappresentino una mutazione in senso democratico della natura settaria del M5s. È fin troppo facile e scontato, per contro (e forse un po' troppo catastrofista, dopotutto siamo nel 2018, e saldamente imbrigliati nei trattati e nell'economia interconnessa dell'Unione Europea) far paragoni con eventi verificatisi qualche decennio fa, in circostanze molto simili, in Italia, e in Germania.

Vademecum del populista, scrive Piero Sansonetti l'8 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Cos’è il populismo? Non sono uno studioso di politologia per dare una spiegazione teorica. Posso provare a “nominare” alcune caratteristiche che tornano sempre e che sono elementi fissi nella fisionomia populista. A me ne vengono in mente quattro.

Il giustizialismo. Tutti i movimenti populisti hanno questa impronta. Non esistono movimenti populisti garantisti, e neppure libertari. L’idea di fondo che sorregge il populismo è quella dell’uso della macchina della giustizia per creare equità sociale. Vademecum del perfetto populista. Di conseguenza la giustizia non coincide più con lo Stato di diritto. La giustizia assume una struttura e una finalità diversa: è una mescolanza tra la sua natura giuridica e la sua natura sociale. Non c’è più distinzione tra diritto e giustizia sociale. E la macchina della giustizia è chiamata al compito di fondere queste due categorie. Così la giustizia non deve occuparsi più di perseguire il reato, e di accertarlo, ma ha il compito di appianare l’ingiustizia. Dal punto di vista lessicale questa idea è anche sensata. E’ logico che giustizia e ingiustizia si contrappongono. E’ chiaro però che per arrivare a questa contrapposizione, e alla fusione tra giustizia giuridica e giustizia sociale, occorre mettere tra parentesi lo Stato di diritto. Il giustizialismo prevede che sia perseguita l’ingiustizia al di là del codice penale. E prevede che la ricerca della prova sia utile ma non essenziale. Il giustizialismo considera la rinuncia allo stato di diritto, e dunque anche alla presunzione di innocenza e al pieno diritto alla difesa, come rinuncia dolorosa ma indispensabile per dare una scossa alla società e per ricostruire una forma di Stato che abbia al suo centro l’etica, e tenga solo in secondo piano il diritto. Il giustizialismo ha come obiettivo lo Stato etico. Non necessariamente violento e dittatoriale, come in genere si configura lo Stato etico, o, almeno, come sempre si è presentato in passato. Il sogno del giustizialismo è uno stato etico dal volto umano, che conservi in gran parte la forma democratica, ma senza considerare la democrazia una conditio sine qua non.

La guerra dei penultimi. Il populismo è fondato su un’idea molto precisa di popolo. Il popolo non è tutto, mai, in nessuna dottrina politica. Nel marxismo il popolo viene fatto spesso coincidere con la classe operaia, oppure con i lavoratori. Con l’esclusione della plebe, del sottoproletariato, e talvolta anche della piccola borghesia. “Piccolo borghese”, nel gergo marxista, è sempre stato qualcosa di molto vicino a un insulto. Nella dottrina populista invece il piccolo borghese è il dna del popolo. E l’operazione sociale populista è quella di unificare la piccola borghesia e il proletariato, e di creare un popolo dei penultimi che lotti contro gli ultimi e contro i primi, cioè l’establishment, l’alta borghesia e le classi dirigenti. Chi sono gli ultimi? Tutti gli emarginati, e in particolare, naturalmente, gli illegali e soprattutto gli illegali stranieri. La xenofobia non è un risvolto ideologico e astratto del populismo, ma è il suo risvolto sociale. Lo straniero visto come ultimo, e dunque come nemico del popolo al pari degli illegali poveri, e del vertice della società. Ho scritto “illegali poveri”, per distinguerli da quelli meno poveri. Il populismo condanna rigorosissimamente i piccoli reati del sottoproletariato, o dei giovani, e i reati economici dei ricchi; è disposto invece a tollerare le piccole evasioni o i reati economici “difensivi” del ceto medio.

L’odio al posto della lotta. Il populismo, come tutti i movimenti che suscitano un ampio consenso, si basa su una ideologia. L’ideologia populista però non è costruita su un progetto politico ma su un sentimento: l’odio. L’odio di classe era un sentimento previsto e diffuso nell’immaginario marxista. Ma era concepito come supporto alla lotta. Il marxismo puntava tutte le sue carte sulla lotta di massa: gli scioperi, i cortei, l’occupazione delle fabbriche o delle università, talvolta addirittura il luddismo, la battaglia parlamentare condotta anche con mezzi estremi, come l’ostruzionismo. L’odio era solo uno strumento. In che senso? La “bibbia” era la lotta di classe, l’odio di classe era il carburante per spingere la lotta di classe. Nel populismo invece l’odio diventa qualcosa più di uno strumento. Diventa, appunto, ideologia. Tu sei tanto più coerente con le finalità del movimento quanto più riesci a odiare e ad esprimere il tuo odio pubblicamente. L’odio ti è richiesto e viene usato come strumento di proselitismo, di propaganda. E anche di unificazione del popolo. L’odio è l’identità. L’odio è un valore, anzi: il valore. La lotta politica è una categoria che quasi sparisce, interamente surrogata dall’odio.

Il rifiuto della politica. La conseguenza dell’ideologia dell’odio è il disprezzo per la politica. Quando si dice che il movimento populista è l’espressione della antipolitica, non si sostiene che il movimento non ha un peso sulla politica. Semplicemente che rifiuta e denuncia gli strumenti tradizionali della politica: la strategia, il programma, la ricerca dell’intesa, la delega. E – appunto – la lotta di massa. Il movimento populista condanna queste pratiche. Propone la democrazia diretta ma spesso indica un modello di democrazia diretta del tutto platonico, e in questo modo, mentre combatte la politica e i suoi metodi, avvia un percorso di abolizione della democrazia delegata e cioè – in ultima istanza – della democrazia. Mi fermo qui. E pongo una domanda. Su quali di questi punti si differenziano Movimento Cinque Stelle e Lega? A me sembra che la Lega sia più moderata, i 5 Stelle più radicali, ma non vedo differenze sostanziali (forse ci sono differenze solo sull’ultimo punto, perché la Lega è favorevole alla democrazia politica). Per questo non capisco perché non dovrebbero trovare il modo per governare insieme.

Spotify nel paese degli onesti, scrive Mauro Munafò l'8 marzo 2018 su "L'Espresso". La popolare app musicale Spotify, che permette di ascoltare musica in streaming, è finita negli ultimi giorni protagonista della cronaca per un fatto piuttosto curioso. In prossimità della sua quotazione in borsa (e con qualche guaio nei conti), i gestori dell'applicazione hanno deciso di "bannare", cioè impedire l'uso del servizio, tutti gli utenti che stavano utilizzando applicazioni non ufficiali per evitare di pagare ma ottenendo lo stesso alcune funzionalità riservate agli abbonati paganti. Non mi dilungo nelle tecnicalità della questione, anzi cerco di riassumere il tutto nel modo più semplice possibile: chi usa Spotify gratis deve sorbirsi delle pubblicità e delle grosse limitazioni nell'ascolto della musica (tipo non poter saltare canzoni, non poter scegliere un brano specifico ecc). Chi paga l'abbonamento di 10 euro al mese invece ha delle funzioni in più. È il modello di business "freemium": alcune cose sono gratis perché almeno in parte finanziate dalla pubblicità, altre se le vuoi le paghi perché la pubblicità da sola non basterebbe a coprirne i costi (Spotify deve pagare alle major discografiche un tot per ogni ascolto). L'esistenza di app non ufficiali permetteva agli utenti di avere molte opzioni della parte a pagamento senza tirar fuori un euro e l'obiettivo di Spotify è chiaramente quello di portare almeno una parte di questi utenti verso la versione a pagamento della sua applicazione. Ma la parte divertente della storia non è questa. Come scoperto dalla pagina Social media epic fail, i tanti utenti che sono stati cacciati dal servizio non l'hanno presa bene e hanno deciso di vendicarsi. Negli ultimi giorni gli store digitali di Apple e Android sono pieni di recensioni con una stellina e pesanti critiche (una selezione la trovate in testa a questo post). "Come vi permettete voi di impedirmi di rubare un vostro servizio e addirittura di chiedermi dei soldi?". Ora, è difficile trovare qualcuno che non abbia mai scaricato una canzone o un film pirata o masterizzato un cd illegalmente: inutile fare i moralisti. Il fenomeno che trovo interessante è invece la pretesa da parte di chi è chiaramente nel torto di avere ragione: io pretendo di rubarti il tuo servizio e guai a te se mi chiedi pure un compenso. Anzi, visto che lo hai fatto, ti punisco mettendoti una stellina e criticando il tuo lavoro per cui non ti ho mai pagato. In un paese in cui tutti, ma proprio tutti, si lamentano della poca onestà dei politici o dell'arroganza dei potenti, questi piccoli esempi ci ricordano quanto la classe dirigente rappresenti il suo popolo.

Il Comunista Benito Mussolini ucciso dai comunisti. Quello che la sub cultura post bellica impedisce di far sapere ai retrogradi ed ignoranti italioti. Non fu lotta di liberazione, ma solo lotta di potere a sinistra. La sola differenza politica tra Mussolini e Togliatti era che il Benito Leninista espropriò le terre ai ricchi donandola ai poveri, affinchè lavorassero la terra per sé ed i propri cari in una Italia autonoma ed indipendente nel panorama internazionale; il Palmiro Stalinista voleva espropriare le proprietà ai ricchi per far lavorare i poveri a vantaggio della nomenclatura di Stato assoggettata all’Unione Sovietica. Mussolini è stato più comunista di Fidel Castro. Quel Castro che mai si era dichiarato comunista. Se non che, con l'appellativo di Líder Máximo ("Condottiero Supremo"), a quanto pare attribuitogli quando, il 2 dicembre 1961, dichiarò che Cuba avrebbe adottato il comunismo in seguito allo sbarco della baia dei Porci a sud di L'Avana, un fallito tentativo da parte del governo statunitense di rovesciare con le armi il regime cubano. Nel corso degli anni Castro ha rafforzato la popolarità di quest'appellativo. Castro doveva scegliere: o di qua o di là. L'hanno costretto a scegliere l'Unione Sovietica. Ecco chi era “Il Compagno Mussolini”. Il 18 marzo 1904, a Ginevra, Benito Mussolini tenne una conferenza per commemorare la Comune di Parigi. Secondo Renzo De Felice, il più noto biografo di Mussolini, è stata, questa, l’unica occasione in cui il Duce vide Vladimir Ilic Uljanov Lenin, anche lui presente al convegno. Ma Mussolini potrebbe avere incontrato l’esiliato russo anche a Berna, l’anno prima: era solito, infatti, pranzare alla mensa Spysi, dove anche Lenin e Trotsky mangiavano con regolarità. Dopo la Marcia su Roma, il Capo del Cremlino aveva rimproverato una delegazione di comunisti italiani (c’era anche il romagnolo Nicola Bombacci): «Mussolini era l’unico tra voi con la mente e il temperamento adatti a fare una rivoluzione. Perché avete permesso che se ne andasse?».

Viva le bandiere rosse della rivoluzione. Io saluto con ammirazione devota e commossa le bandiere vermiglie, scrive Benito Mussolini il 5 luglio 1917, (pubblicato da "Il Giornale" il 14/08/2016).  Io saluto con ammirazione devota e commossa le bandiere vermiglie che dopo aver sventolato una prima volta nelle strade e nelle piazze di Pietrogrado in un pallido nevoso mattino di primavera, sono diventate oggi l'insegna dei reggimenti che il 1° luglio sono andati all'assalto delle linee austro-tedesche in Galizia e le hanno espugnate. Io m'inchino davanti a questa duplice consacrazione vittoriosa, contro lo zar prima, contro il Kaiser oggi.

«Le conquiste sociali del Fascismo? Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo. Le dirò in un certo senso il fascismo modernizzò il paese. Nei confronti del Nazismo fu dittatura all’acqua di rose: se Mussolini non avesse firmato le infamanti leggi razziali, sarebbe morto di morte naturale come Franco. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo. Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo». – Margherita Hack. La celebre astrofisica Margherita Hack candidata nel movimento politico "Democrazia Atea" come capolista alla Circoscrizione Veneto 2, ha rilasciato il 23 marzo 2013 un'intervista alla rivista Barricate che sicuramente farà molto discutere. Margherita Hack nell'intervista però ammette anche di essere comunista nonostante "il Comunismo ha soppresso le libertà. Io sono per la tutela della proprietà privata, il rispetto dell'individuo che non è solo gruppo. Questo è socialismo puro. Poi guardi basterebbe rispettare la Costituzione per avere una società più giusta".

Le due Sinistre: contro il popolo e senza il popolo, scrive Paolo Ercolani l'8 marzo 2018 su "L'Espresso". Una poltrona per due...Sarebbe riduttivo affermare che Matteo Renzi è lo sconfitto di queste elezioni. È riduttivo. Significa non voler vedere che a uscire sconfitta è la Sinistra nel suo insieme. Infatti se anche fosse vero, come pur molti hanno detto, che la colpa del segretario del Pd è stata quella di aver abbandonato il popolo della Sinistra, allora non si capirebbe perché questo popolo non ha fatto convogliare il proprio voto sulle tante altre formazioni che, a diverso titolo e con differenti estremismi verbali e simbolici, si sono richiamati ai valori e alle bandiere tradizionali del socialismo e della socialdemocrazia. Quello che emerge da queste elezioni, piuttosto, sono ben due sinistre. E non sembri ironica, la cosa, visto che ci si è trovati di fronte a una disfatta tale da far piuttosto immaginare una sparizione della Sinistra in quanto tale.

La prima Sinistra, quella del Pd, ha mostrato con le sue politiche di essere contro il popolo, contro la difesa dei più deboli e delle tante persone duramente colpite dalla crisi economica e da una disuguaglianza sociale che ormai si è fatta intollerabile. In compenso a favore delle banche e delle classi sociali più ricche e tutelate. È la sinistra del Pd ma anche quella di Liberi e Uguali, i cui dirigenti, oltre ad essersi accaparrati i (pochi) posti in Parlamento, con logiche non dissimili da quelle utilizzate da Renzi e dalla sua cricca, non sono risultati convincenti e neppure credibili. Visto che avevano precedentemente appoggiato tutte le misure più impopolari del governo Monti, per esempio, come anche quelle dello stesso governo Renzi, ma considerato anche che hanno costruito una compagine politica attraverso logiche elitarie, irrispettose dei territori, e nella totale assenza di un programma politico pensato e credibile.

Alla Sinistra contro il popolo messa in atto dal Pd, si è aggiunta la Sinistra senza popolo di tutti coloro che, a sinistra dei democratici, non hanno saputo catalizzare la fiducia della gente, ricorrendo a simboli superati, a slogan buoni per il secolo scorso, a proposte ritenute scarsamente efficaci e credibili per una popolazione che non ne può più di una lunga serie di cose. Si è fatto presto, troppo presto a prendersela con gli “altri”, a tirare fuori l’epiteto fastidioso e borioso di “populismo”. Troppo semplicisti e arroganti quelli del Pd, a ironizzare sui limiti culturali del Movimento Cinque Stelle e a bagatellare la Lega di Salvini come razzista (non che le due cose non siano in parte vere…) , poco credibili e sterili quelli a sinistra del Partito Democratico a scaricare tutte le colpe su Matteo Renzi, che fra le tante cose è stato il prodotto finale proprio di quella Sinistra, che a partire dal 1989 non ha saputo far altro che dividersi fra coloro che si sono genuflessi davanti all’ideologia neoliberale, e coloro che hanno ben visto di tornare indietro di almeno un secolo, senza riguardo per la Storia né per il ridicolo. Ma è bene essere intellettualmente onesti e chiari: sarebbe troppo facile anche sparare contro la Sinistra limitandosi alle sue evidenti inadeguatezze da un trentennio a questa parte. Sì, perché qui il discorso è più complesso, e proverò a semplificarlo con una domanda: si può veramente, in questo contesto storico e geopolitico in cui l’ideologia neoliberista ha preso il sopravvento, pensare e soprattutto attuare delle politiche veramente di sinistra, cioè a tutela della giustizia sociale, del riequilibrio dei diritti e della difesa dei lavoratori? Chi ci ha provato, pensiamo a Tsipras in Grecia, ha fatto una fine a tutti nota. E questo malgrado l’ampissimo consenso popolare ottenuto. Lo strapotere della teologia finanziaria, e delle istituzioni sovranazionali (e non democratiche) ad essa collegate, è tale da rendere estremamente ardua l’esecuzione di politiche di Sinistra anche a chi ha le idee (e le intenzioni) decisamente più strutturate. Figuriamoci a una classe politica confusa, mediocre e concentrata su logiche di potere quale è la nostra sempre a partire dal fatidico post-ottantanove. Il capitalismo è in una fase molto simile a quella di cento anni fa, quando i suoi danni sfociarono in un disastro politico, con l’emergere di regimi totalitari e la tragedia di guerre sanguinose e distruttive al seguito. Quando le cose si mettono così, abbiamo visto storicamente che la Sinistra può ben poco, mentre le popolazioni esasperate si rifugiano comprensibilmente in chi promette loro vie di uscita fin troppo semplici e salvifiche. E naturalmente illusorie, perché i cosiddetti poteri forti non consentiranno neppure ai demagoghi vincenti di casa nostra di mettere in atto quasi nessuna delle promesse con cui sono arrivati al successo. La situazione è grave ed anche seria. E priva di soluzioni facilmente individuabili. Per quello che vedo, al momento, una Sinistra responsabile (anzitutto verso il Paese) e che voglia continuare a giocare un ruolo (e ad evitare il ripetersi di certe sciagure) può fare solo due cose. Nel breve termine aiutare dall’esterno (quindi senza posti di potere in cambio, né “inciuci) la parte meno negativa di coloro che hanno ottenuto il consenso popolare. Quindi quelli che non sono dichiaratamente di Destra né rischiano di portare il Paese verso quella china pericolosissima. Nel medio-lungo termine, e qui si tratta di un compito che richiederà teste pensanti nuove e molto competenti, elaborare una nuova carta dei valori, una totalmente rinnovata classe dirigente nonché un programma serio e alternativo al monoteismo finanziario, con cui ritrovare la fiducia popolare e prospettare una visione diversa del Paese e del benessere dei cittadini che lo abitano. Consapevoli che he ne va non tanto e non solo della sopravvivenza della Sinistra stessa. Ma prima di tutto, cronologicamente e per importanza, ne va del futuro dell’Italia e di milioni di italiani.

La Sinistra in crisi nelle due nuove Italie, scrive il 7 Marzo 2018 Giovanni Valentini su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Fra il Nord che s’affida all’efficienza della Lega e il Sud che si rimette alla catarsi del Movimento 5 Stelle, nelle due nuove Italie scaturite dallo “tsunami” del 4 marzo la sinistra in crisi annaspa e va alla deriva. Una parte consistente del suo elettorato tradizionale si rivolge ormai alle forze politiche percepite come fattori di alternativa e di speranza, al di là del loro radicalismo o forse proprio per questo. E non solo alla “new entry” rappresentata dai grillini di Luigi Di Maio, pur con tutti i loro limiti e difetti; ma anche a una componente storica del centrodestra come quella di Matteo Salvini che non è più il “partito territoriale” di Umberto Bossi e ha dismesso il suo radicamento settentrionale perfino nel nome e nel simbolo. La sinistra dei lavoratori, dei poveri e degli emarginati, in pratica non c’è più; è sparita dal nostro panorama politico; o quantomeno è stata messa da parte, accantonata, rimossa, come un vecchio arnese da relegare nella soffitta della storia. Quella sinistra che dovrebbe coltivare l’equità sociale, la solidarietà, l’uguaglianza o la riduzione delle disuguaglianze, ha abdicato al suo ruolo e alla sua funzione. Ma il peggio è che, nelle due nuove Italie, sono in crisi entrambe le sinistre: quella riformatrice e quella ideologica, quella del Pd e quella di “Liberi e Uguali”, quella di Matteo Renzi e quella di Grasso, Bersani, D’Alema & compagni. È una débâcle generale che colpisce un patrimonio intellettuale e politico del nostro Paese, senza fare troppe distinzioni tra riformisti e massimalisti, ex comunisti e post-comunisti, ex e neo-socialisti. Al fondo, c’è innanzitutto l’incapacità di elaborare una moderna cultura di governo, all’interno di un progetto e di una visione della società contemporanea, in sintonia con una tradizione storica ricca di valori, di ideali e anche di utopie. Ma, ancor più che nei contenuti, il renzismo ha fallito nel suo stile di gestione, fondato sul personalismo, sull’egocentrismo e sull’arroganza del potere, mancando l’obiettivo fondamentale delle riforme: da quella costituzionale a quella del sistema bancario e fiscale a quella della Rai. Per finire con la scelta di candidature imposte o paracadutate dall’alto, senza un effettivo rapporto di appartenenza e di condivisione. È stata, l’esperienza del giovane segretario del Partito democratico, una delusione o meglio una disillusione. Un disinganno progressivo che, dopo la sconfitta nel referendum del 4 dicembre 2016, gli ha alienato le simpatie di molti che pure avevano investito sulla sua leadership e soprattutto sulla sua capacità di rinnovare il metodo di governo. L’ex rottamatore ha commesso errori di tattica e di strategia, ma anche di comunicazione e d’immagine. E purtroppo i danni che ne derivano non riguardano soltanto lui e la sua quadra di fedelissimi, bensì tutti noi, semplici cittadini di questo Paese. Ora l’annuncio delle dimissioni “a data da destinarsi” non fa che esasperare gli animi in un partito scosso dal crollo elettorale, alimentando malumori e sospetti di basse manovre in vista del futuro governo. Se Renzi avesse sbagliato soltanto sul programma, considerato da più parti troppo liberale e moderato, verosimilmente ne avrebbero tratto giovamento i “Liberi e Uguali”, quella pattuglia di combattenti e reduci o di nostalgici, guidati dagli ex presidenti delle Camere. Due simboli, loro stessi, di quell’establishment politico e istituzionale contro cui s’è pronunciato inequivocabilmente il popolo grillino e leghista. L’immagine di Pierluigi Bersani che va al seggio e depone la scheda direttamente nell’urna, violando così le regole della nuova legge elettorale, documenta da sola il distacco fra questo ceto politico e la realtà. Il fatto è che troppo spesso e troppo a lungo la sinistra ha confuso il popolo con il populismo, la difesa dei più svantaggiati con la strumentalizzazione dei loro interessi e delle loro aspettative. A cominciare dai cittadini meridionali, dai giovani e dalle giovani donne del Mezzogiorno, che non trovano lavoro o lo trovano saltuario e precario, o addirittura non lo cercano neppure più. E così ha tradito le attese di tanti elettori sfiduciati, smarriti, depressi. È un malcontento che viene da lontano, un malessere profondo, quello che alimenta la rabbia sociale dei “terroni”, dalla Puglia alla Sicilia. E fortunatamente, il Movimento 5 Stelle ha fatto in qualche modo da valvola di sfogo per un ribellismo che cova sotto le ceneri, evitando per ora l’assalto ai forni. Ma anche questa non sarà una cambiale in bianco: i meridionali reclamano parità di condizioni rispetto al resto del Paese; sollecitano programmi di rilancio e di crescita; esigono interventi concreti e immediati per ridurre il “gap” rispetto al Centro-Nord. Altrimenti, a farne le spese la prossima volta saranno proprio le forze nuove a cui hanno affidato oggi la speranza di un’alternativa.

«Terremoto storico, i delusi dalla sinistra verso Lega e grillini». La riflessione sul voto emiliano di Valbruzzi del Cattaneo: «Questo voto segna la fine della rendita di posizione della sinistra», scrive Daniela Corneo il 6 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera”.  «Un terremoto storico. Il 4 marzo 2018 ha segnato la fine definitiva di una rendita di posizione che la sinistra si porta dietro dal ‘48». Non lascia molto spazio ai dubbi l’analisi del voto in Emilia-Romagna e a Bologna di Marco Valbruzzi, ricercatore dell’Istituto Cattaneo e della facoltà di Scienze politiche di Unibo.

Valbruzzi, quindi si può dire senza timore di smentite che queste elezioni politiche hanno sancito la fine dell’Emilia «rossa»?

«Con il voto del 4 marzo l’Emilia-Romagna è cambiata storicamente. La nostra regione si sta normalizzando: una volta era una regione monopolistica, adesso è una regione normale ad alta contendibilità. Il mercato elettorale adesso è aperto, mentre dal 1948 al 2018 la sinistra ha vissuto di una rendita di posizione che con questo voto si è interrotta».

E a contendersi il mercato elettorale emiliano-romagnolo adesso ci sono il Movimento 5 stelle e la Lega. Che panorama intravede all’orizzonte?

«Ci sarà sicuramente una fibrillazione all’interno del centrosinistra: molte frizioni si ripercuoteranno nelle amministrazioni di centrosinistra. Ma ci aspetta anche una riorganizzazione del centrodestra che tornerà competitivo. Ci sarà un panorama nuovo per l’Emilia-Romagna che prevede una competizione a tre. O il centrosinistra si riorganizza o è destinato a entrare in un mercato politico che si pone alla stregua di altri mercati elettorali».

Eppure, per quanto il centrosinistra sia stato sconfitto a livello regionale — dove ha vinto il centrodestra e si è verificato il sorpasso storico da parte dell’M5S —, la coalizione di sinistra ha tenuto a Bologna, dove anche il Pd si è salvato. Un dato simile si nota anche nel confronto tra Bologna città e la provincia: i dem perdono punti man mano che si esce dalla Cerchia del Mille.

«La chiave interpretativa di tutto il voto nazionale, non solo di quello emiliano, sta in questa frattura tra centro e periferia, dove il Pd ha enormi difficoltà, pagate in termini elettorali con la crescita di M5S e Lega in particolare. Il Pd è rimasto il partito dei diversi centri geografici: Bologna centro città rispetto alle periferie, Bologna capoluogo rispetto all’hinterland, l’Emilia rispetto al Paese. Al di fuori dei centri il centrosinistra fa fatica e non a caso le aree di competizione vera sono diventate quelle periferiche».

Si può ancora parlare di voto di protesta?

«Questo è stato un voto di cambiamento radicale che va oltre la protesta. Questo spiega l’andamento dei flussi elettorali: non ci sono stati spostamenti verso le componenti minoritarie nelle coalizioni. Il vero flusso significativo in Emilia-Romagna è quello che dal Partito democratico esce verso il Movimento 5 stelle: sta qui l’elemento interessante di queste elezioni».

I delusi di sinistra cos’hanno votato? I partiti di coalizione, i grillini o la Lega Nord di Salvini?

«Solo in piccola parte i delusi del Pd hanno sfumato la loro delusione votando un partito coalizzato a sinistra. L’alternativa più netta per loro era il Movimento 5 stelle. La Lega Nord e la sua espansione, invece, non sono certo una novità, da tempo la segnalavamo noi dell’Istituto Cattaneo. Oggi ci accorgiamo che ormai la Lega è diventata un partito rilevante in Emilia-Romagna, ha fatto un balzo enorme».

Quanto hanno inciso le tematiche sulla sicurezza in queste elezioni?

«Moltissimo, è stata questa la tematica che Salvini è riuscito a veicolare nell’opinione pubblica. Ma un altro dato interessante è che una componente dell’M5s ha deciso di uscire dal movimento e di dare il proprio voto alla Lega, perché i grillini non avevano una posizione definita sul tema dell’immigrazione».

Gli elettori tradizionalmente di centrosinistra invece perché sono passati al Movimento 5 stelle?

«C’è una questione economica: la ripresa in Emilia-Romagna è stata asimmetrica e una parte della società non l’ha sentita sulla propria pelle. E poi c’è stato, forte, l’elemento della critica alla classe politica del centrosinistra: c’è stata una sorta di “punizione” per l’establishment. Alcuni voti potrebbero anche tornare al Pd, anche se è difficile una volta che si è passati all’M5s».

Chi hanno votato gli astensionisti del 2013?

«Chi si è astenuto dal voto nel 2013, a Bologna è andato verso il Movimento 5 stelle».

Gigi Conte: “voterò Movimento 5 stelle”, scrive mercoledì 14 febbraio 2018 "La Voce di Manduria". In piena campagna elettorale per le politiche, l’ex sindaco di Avetrana e storico personaggio della sinistra di questo versante jonico, lancia un preziosissimo assist ai pentastellati annunciando una sua adesione al movimento di Beppe Grillo. «Mai visto un accanimento così violento e feroce da parte dei vecchi partiti e di un sistema mediatico ad essi asservito contro un movimento politico! Bene, credo proprio che voterò Movimento 5 stelle», scrive Conte sul suo profilo Facebook, forse provocatoriamente, dove si è aperto un lungo dibattito tra chi condivide e chi è invece contrario alla sua scelta. Nel suo post Conte si riferisce alle recenti polemiche nate dalla diffusione del servizio delle Iene in cui emergerebbe un sistema truffaldino da parte di alcuni deputati grillini per non decurtarsi lo stipendio come promesso.

Mauro Corona: "Sono di sinistra ma ora voto M5s". Lo scrittore collegato da Erto commenta il successo del Movimento Cinque Stelle alle Elezioni 2018 e incolpa l'antipatia personale di Renzi.

Marescotti vota 5 stelle: "Però si alleino con altri. Io? Resto comunista". Ha fatto molto discutere l'endorsement fatto tramite un post su Facebook da Ivano Marescotti, che lunedì ha annunciato pubblicamente che alle elezioni del 4 marzo voterà per il Movimento 5 stelle, scrive Chiara Tadini il 9 gennaio 2018 su "RavennaToday". L'"outing elettorale" di Ivano Marescotti: "Voterò Movimento 5 stelle, ecco perchè". Ha fatto molto discutere l'endorsement fatto tramite un post su Facebook da Ivano Marescotti, che lunedì ha annunciato pubblicamente che alle elezioni del 4 marzo voterà per il Movimento 5 stelle. L'attore di Villanova di Bagnacavallo, da sempre icona della sinistra - nel 2007 fu fondatore del Pd e nel 2014 si candidò alle europee con la lista Tsipras - ha ricevuto critiche ma anche complimenti da parte di amici, fan e conoscenti. Marescotti, dice che la sinistra non la rappresenta più, ma è da molto tempo che i sostenitori della sinistra italiana si trovano in difficoltà al momento del voto.

Come mai proprio ora questa scelta?

«Perché le ho provate tutte, ma la sinistra in Italia non esiste più. Ha fallito sul piano politico, sociale, addirittura su quello sindacale grazie al Pd e anche alla destra, che ha contribuito alla distruzione della sinistra e delle sue conquiste. E sia chiaro, i problemi non sono iniziati con Renzi: io sono stato tra i fondatori nel Pd ma me ne sono andato già nel 2009, a poco più di un anno dalla sua nascita, molto prima che arrivasse Renzi».

Liberi e Uguali non la convince?

«I componenti di Liberi e Uguali sono usciti dal Pd avendo votato prima tutte le leggi fatte votare dallo stesso Partito democratico, arrivando perfino a distruggere la Costituzione, senza un minimo di autocritica e mettendo a capo del partito addirittura il Presidente del Senato. È un'operazione verticistica per mettere a posto le sedie per i loro culi. Liberi e Uguali è semplicemente un Pd senza Renzi, e alla prima occasione farà come Sel e si alleerà con il Partito democratico, come sta già facendo nelle province e nelle regioni. Se guardiamo al programma è certamente bellissimo, così come quello di Potere al popolo o di tutti gli altri partitini di sinistra: allora cosa fa uno di sinistra, la conta per decidere quale votare? Ma chi è che rappresenta davvero la sinistra in Italia oggi? Ve lo dico io: nessuno».

Quindi diciamo che il Movimento 5 stelle rappresenta un po' il "meno peggio"?

«Esatto, di alternative migliori non ce ne sono. Se non vinceranno loro, vincerà la destra fascistoide e razzista di Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d'Italia, e tra i due preferisco affrontare i problemi di un governo a 5 stelle rispetto a quelli della destra pura. Sia chiaro: io sono e resto comunista, ma abbiamo sbagliato tutto, dobbiamo ripartire da capo. Quello del Movimento è un terreno malleabile in cui ci sono delle incognite: c'è una componente destrorsa e una di sinistra al suo interno, e pare che quest'ultima rappresenti la maggioranza».

E non votare o lasciare la scheda in bianco invece?

«Non votare non è una lezione, pensi che gliene freghi qualcosa ai politici? Non gliene frega nulla. Io voto il Movimento 5 stelle e spero che vinca».

Ha pensato all'eventualità di candidarsi per il Movimento 5 stelle?

«Ma per carità! Ci mancherebbe altro. Io non aderisco ai 5 stelle: molti pensano che io sia diventato grillino, mentre resto critico nei loro confronti; voglio solo rovesciare il tavolo politico e usare il mio voto per mandare tutti a casa. I 5 stelle sono un po' un mistero: sono sconosciuti, inesperti, ma gli altri? Gli altri sono molto esperti, purtroppo, lo sappiamo bene. E' una vergogna che Berlusconi si proponga di nuovo come dirigente politico. Sì, non conosciamo bene i 5 stelle, ma al contrario i delinquenti che hanno governato per anni li conosciamo benissimo».

Cosa si aspetta come prima cosa da un governo a 5 stelle?

«Intanto che si possano guardare attorno per vedere chi c'è e facciano qualcosa di politico. Sono molto contrario alla loro forma di politica patronale, ma non sono fascisti come certi dicono. Stanno maturando e non diffidano più come una volta di fare alleanze, cosa assolutamente necessaria: la politica senza alleanze non è politica, ma dittatura».

E con chi potrebbero allearsi secondo lei?

«A mio avviso è più probabile - e auspicabile - un'alleanza con la sinistra: certamente non con il Pd, se non per determinate battaglie, ma proprio con Liberi e Uguali ad esempio, sempre che quest'ultimo si liberi della fissazione di allearsi sempre e comunque con il Pd, che ormai è diventato un partito di destra».

Su Facebook ha ricevuto dissensi e critiche, ma anche complimenti: le ha ricevute anche in privato da colleghi, amici o politici?

«La componente maggiore è formata da quelli che approvano e si ritrovano nel mio pensiero. Molti critici non hanno capito, pensano che io sia diventato grillino».

Crede che il suo annuncio elettorale sposterà dei voti o almeno farà riflettere qualche suo fan o qualche indeciso?

«Chissà, magari sì. Io sono politico da quando sono nato, per questo ho fatto questo annuncio: cerco di usare la mia posizione per dare una scossa».

I delusi del Pd votano M5S, così il Movimento 5 Stelle si colora di sinistra. Il Partito di Renzi segna la fine delle Regioni Rosse. Per i dem tracollo senza precedenti: persi 2,5 milioni di voti. Valbruzzi (Cattaneo): "Pd è riferimento privilegiato nei centri urbani. Al Sud exploit dei grillini non solo per la disoccupazione", scrive il 05/03/2018 Claudio Paudice, Giornalista politico, su L'HuffPost. I delusi Pd votano Cinque Stelle, e il Movimento si colora di sinistra. La maggior parte degli elettori che ha votato il Partito Democratico alle politiche del 2013 e che all'ultima tornata elettorale non ha confermato il suo voto ai democratici ha scelto i grillini: in numeri, parliamo di una forchetta che oscilla tra il 15 e 20% di elettori dem. Una prima analisi dei flussi fatta dall'Istituto Cattaneo fornisce un dato chiave, se visto alla luce delle scelte che i partiti faranno all'indomani del voto del 4 marzo per tentare di costruire una maggioranza in Parlamento, al netto delle strategie politiche. A chi si rivolgerà Luigi Di Maio? E chi farebbe bene a prestare orecchio alle richieste dei 5 Stelle? Domande che troveranno una risposta nei prossimi giorni nelle scelte dei leader politici, risposte che possono beneficiare dei suggerimenti nascosti nelle urne. Marco Valbruzzi dell'Istituto Cattaneo di Bologna, contattato dall'HuffPost, ragiona sul significato politico dei flussi elettorali: "Il dato varia naturalmente da città a città ma è evidente che la quota più consistente, tra il 15 e il 20%, delle perdite del Pd rispetto al voto espresso nel 2013 è confluita nel Movimento. È sicuramente il dato più rilevante di queste elezioni perché connota ideologicamente il partito di Luigi Di Maio pur trattandosi appunto di un partito post-ideologico". In altre parole, i flussi non solo fotografano il comportamento dell'elettore Pd disaffezionato a vantaggio dei 5S ma al tempo stesso forniscono anche un'indicazione ai leader quando sta per aprirsi la fase delle consultazioni.Un report dell'istituto bolognese va nel dettaglio di alcune città: a Brescia il 20% degli elettori Pd del 2013 ha scelto il M5S; a Parma poco meno del 7%; a Livorno il 26%; a Firenze circa il 13%; a Napoli circa il 30%. D'altronde, in valore assoluto, il Pd di Matteo Renzi registra su base nazionale un tracollo senza precedenti: persi in cinque anni due milioni e seicentomila voti, in percentuale il 30% in meno rispetto ai consensi raccolti da Pier Luigi Bersani. Ma come ogni voto, anche quello del 4 marzo racchiude in sé diversi significati. Uno su tutti: le ultime elezioni certificano la fine dell'esistenza delle Regioni Rosse. Se in Umbria (da tempo in orbita centrodestra anche se a livello amministrativo aveva visto arrivare l'onda grillina in alcuni centri) e nelle Marche (contese tra centrodestra e M5S) il processo di "decolorazione" era già in stato avanzato, come dimostrato dalle tornate amministrative, è il crollo dell'Emilia Romagna che attesta un dato incontrovertibile ottenuto dal Pd renziano: quelle che un tempo erano roccaforti della sinistra oggi sono territori di contesa politica. Nella Regione rossa per eccellenza il centrosinistra non è più la prima coalizione (a beneficio del centrodestra con la Lega che arriva a raccogliere fino al 20%) e il Pd non è più il primo partito (a beneficio del M5S). Il centrosinistra a guida Pd vince solo in 7 collegi uninominali su 17. Debacle totale. "La categoria delle Regioni Rosse non esiste più, si conclude così un processo esistenziale già iniziato con le elezioni amministrative. Ora sono aree aperte alla competizione politica come tutte le altre", dice Valbruzzi. Anche la Toscana, infatti, crolla sotto i colpi del centrodestra: più che rossa è ora l'ultima regione rosè, con il Pd che vince solo nel 33% dei collegi uninominali contro il 32% del centrodestra. Ma si tratta di un risultato legato non tanto alla matrice ideologica di sinistra quanto alla classe dirigente renziana. Com'è noto, è la Toscana la culla dei più alti in grado del Giglio magico, da Renzi a Maria Elena Boschi fino a Luca Lotti. Per converso, il Partito democratico assume un altro tipo di connotazione: nei collegi della Lombardia e del Lazio - ma la tendenza è riscontrabile in maniera diffusa - i dem riescono a strappare collegi solo nei centri urbani. "È la fisionomia attuale del principale partito di sinistra ed è la cifra connotativa tra le più importanti di questa tornata", afferma il ricercatore del Cattaneo: "Il Pd è diventato un riferimento nei centri urbani, regionali o nazionali. È quindi il partito di quegli elettori che si considerano "centrali" in una qualsivoglia connotazione sociale o sociologica, ma non riesce più a raccogliere consensi nei diversi centri fuori dalle zone urbane". Un dato che sconfessa quindi tutta la campagna politica adottata dai dem nei mesi scorsi sul rammendo delle periferie, che oggi guardano un po' ovunque meno che al Pd. Quanto al M5S, è ormai consolidata la sua netta affermazione nelle regioni del sud-Italia, in questo derby con il Settentrione a trazione centrodestra: in Puglia, Sicilia e Sardegna i Cinque Stelle fanno man bassa di collegi, in Calabria e in Campania sfiorano l'en plein. "Ci sono almeno tre significati da leggere nell'exploit grillino al sud: c'è sicuramente una interpretazione corretta delle tematiche socio-economiche, che è mancata agli altri partiti, in una terra dove la disoccupazione è ancora una piaga e il disagio sociale è largamente diffuso. Ma c'è molto altro. I Cinque Stelle hanno incanalato anche le istanze dell'elettorato nella crisi legata all'accoglienza e all'immigrazione e, con la loro proposta, sono riusciti a convincere proprio sul fronte della percezione della (in)sicurezza. E infine, il voto del sud va letto anche come un puro voto anti-establishment contro la classe politica meridionale, incapace oggi come non mai di interpretare la questione meridionale".

Tornando infine ai flussi elettorali, un'altra tendenza rilevante è lo scambio di voti tutto interno al centrodestra, da Forza Italia verso la Lega che si è affermata per la prima volta come primo partito della coalizione. Non solo, dice Valbruzzi: "C'è anche un altro dato, seppur meno consistente ma comunque indicativo, da riportare: una parte dei voti guadagnati dal Carroccio arriva da Cinque Stelle delusi. Emerge una componente ex M5S che ha scelto l'ala più radicale della coalizione di centrodestra, privilegiando la proposta leghista sui temi della sicurezza e immigrazione". Quanto ai flussi elettorali a sinistra, Liberi e Uguali raccoglie consensi solo da democratici delusi senza riuscire nell'intento di allargare il proprio bacino ad aree ideologicamente o politicamente esterne al "bosco" di sinistra. Un dato che spiega bene il flop del partito guidato da Pietro Grasso. È quindi un quadro molto variegato quello che le urne consegnano alla classe politica, ora chiamata a interpretarlo all'indomani di un voto che ha nei fatti sentenziato, anche in Italia, il crollo definitivo dell'establishment. La campanella è suonata.

Sotto le 5 stelle il rosso: sono uguali ai comunisti. Traditi dal programma di sinistra, dall'odio per i capitalisti al pauperismo, scrive Francesco Maria Del Vigo, Sabato 11/11/2017, su "Il Giornale". Cinque stelle rosse si agitano nel cielo della politica italiana. E non serviva un meteorologo di grande esperienza per prevederlo. Era naturale. Perché la congiunzione astrale tra i grillini e i compagni erranti (nel senso che vagano senza meta, ma pure che sbagliano) che hanno imboccato la strada alla sinistra del Pd era logica e naturale. Non tanto per una questione umana - Bersani e soci nell'immaginario pentastellato sono pur sempre parte della casta - quanto per una questione ideologica e programmatica. Chiunque si sia avventurato nella soporifera lettura del programma dei grillini non ha dubbi: sono di sinistra. E hanno tutti i tic politici e intellettuali di quei cespugli della sinistra radicale che ora non sanno dove attecchire. Volete qualche esempio? La loro storia politica è chiarissima, il loro programma ancor di più. Il movimento muove i primi passi, e raccoglie i primi consensi, a cavallo tra gli orfani dell'antiberlusconismo più violento, del popolo viola e del movimentismo da centro sociale: no global, no tav, no tap, no vax e chi più ne ha più ne metta. Sono quelli che ancora oggi si divertono a decapitare i fantocci di Renzi e lanciare sassate alla polizia, con lo scudo dei politici grillini che ne chiedono subito la scarcerazione (vedi G7 di Venaria). Dietro il completo blu di Di Maio si nascondono eskimo e kefiah. Il programma gestato e partorito in rete è ancora più chiaro e sembra la versione 2.0 di un vecchio manifesto marxista. Le multinazionali? Delle macchine di morte da imbrigliare e sconfiggere a ogni costo, poco importa che diano lavoro a migliaia di persone. Gli Stati Uniti? Il burattinaio cattivo che gestisce di nascosto i destini universali. Il liberismo? Beh, l'ossessione dei Cinque Stelle per il liberismo è quasi patologica. Ogni stortura, ogni giustizia, ogni cosa che non va al mondo - fosse la lampadina bruciata di una periferia di Roma o la crisi idrica in Burkina - è sempre colpa del neoliberismo, madre e padre di tutti i mali. Ne consegue che la ricchezza è una colpa, un difetto di fabbrica, un peccato originale. Emendabile solo con un bel bagno (di sangue) nel lavacro fiscale. Magari con una patrimoniale. Ma i destini di grillini e sinistra radicale si incontrano più di una volta: dal giustizialismo estremo all'ecologismo più spinto, dal mito del pauperismo e della decrescita felice all'odio per il mondo della finanza, senza alcuna distinzione. Esattamente come gli ex Pci preferiscono lo Stato al singolo cittadino, il pubblico al privato. E poi il pacifismo «onirico», quello che, senza fare i conti con la geopolitica, immagina un mondo nel quale le relazioni diplomatiche si possano fare solo con pacche sulle spalle e buffetti. E forse il punto di saldatura più evidente tra grillismo e comunismo è proprio questo: il fondamentalismo ideologico, l'idea che si possa far aderire la realtà ai propri ideali; il desiderio di cambiare e non la società in cui vive. Un delirio messianico che ha seminato solo danni. D'altronde Gianroberto Casaleggio, nel suo ultimo visionario libro Veni Vidi Web, profetizzava un mondo di downshifter (persone che decidono volontariamente di guadagnare di meno per vivere meglio), senza Tv che distrae e costa troppo, senza centri commerciali, con una proprietà privata limitata e le grandi aziende smantellate. Questo è il mondo che sognava il fondatore dei Cinque Stelle. A lui sembrava un paradiso, ma ha più i tratti un inferno sovietico. A lui pareva una nuova ricetta per cambiare il mondo, a noi sembra la solita brodaglia rancida in salsa marxista. È il comunismo digitale.

"Nessuna ambiguità M5S mai di destra, siamo antifascisti", scrive Giovanna Vitale l'8 dicembre 2017 "La Repubblica". «C'è una recrudescenza del neofascismo che dobbiamo stroncare. Alcuni argini democratici sono caduti e ora tocca a noi ripristinarli, affinché quanto successo a Repubblica non si ripeta più». All'indomani del blitz squadrista di Forza Nuova, la sindaca Virginia Raggi ha fatto visita al nostro giornale per testimoniare la sua «solidarietà» e offrirsi di «promuovere una grande iniziativa comune che abbia per protagonisti i giovani e dia la dimensione di quel che sta accadendo».

Sindaca Raggi, che idea si è fatta di questa escalation di violenza?

«Penso che sia molto grave e che occorra fare qualcosa. Subito. Mi ha molto colpito che nel gruppo d'assalto a Repubblica ci siano dei ragazzini: mi rafforza nella convinzione che è necessario concentrarsi di più sulla scuola. Il miglior modo per combattere gli estremismi è prevenirli».

Il M5S è a volte accusato di avere una doppia natura: una che guarda alla sinistra delusa, l'altra che occhieggia alla destra arrabbiata. E davanti a fatti come quelli accaduti qui a Repubblica, viene il sospetto che i due ingredienti si separino. Lei percepisce questo dualismo?

«Assolutamente no. Noi, come credo la maggioranza degli italiani, abbiamo una forte natura antifascista. Punto. Poi noi abbiamo delle idee, che sono molto concrete, per cui quando parliamo di scuola o di sanità pubblica veniamo additati come quelli di sinistra; quando diciamo che però c'è bisogno di sicurezza siamo additati come quelli di destra. Non è così. Perché non è che una persona di sinistra non voglia una città più sicura. E non è quello che può farci definire di destra, no?».

E quindi, cosa siete?

«Ci sono dei valori comuni nei quali tutti ci dobbiamo riconoscere. Quei famosi argini entro i quali si deve sempre svolgere il dibattito democratico, più o meno aspro, ma quelli non si superano. Poi abbiamo idee concrete: a volte sono definite di sinistra, a volte di destra, ma la verità è che in quelle idee ci riconosciamo tutti. Sia chi ha un passato di destra, sia chi ha un passato di sinistra».

Avverte la sensazione che, 72 anni dopo, in Italia sia caduta la pregiudiziale antifascista? C'è il rischio della perdita di memoria?

«Eccome se c'è. Per questo noi, con le scuole romane, abbiamo ampliato i viaggi nei lager avviati dalle precedenti amministrazioni con il progetto "testimone dei testimoni": i ragazzi che fanno visita ad Auschwitz lavorano su ciò che hanno vissuto per poi trasmettere ai loro coetanei, che non sono andati, la memoria di quella tragedia. Che hanno visto coi loro occhi, insieme ai sopravvissuti».

Ma basta una gita a tramandare la memoria?

«Non è una gita, è un pugno nello stomaco che ti arriva, fa cadere le barriere, ti apre gli occhi e ti spinge a raccontarlo. Non basta insegnare ai ragazzi la Storia così come si legge sui libri, dobbiamo farli scontrare con l'orrore, dal punto di vista emotivo devono capire cos'è stato. Tra l'altro ormai la distanza temporale da quei fatti è così ampia che noi non abbiamo più neanche i nostri nonni a raccontarci cos'era la guerra, come si stava sotto il fascismo. Perciò ci dobbiamo inventare qualcosa, altrimenti la memoria rimane sulla carta e si perde, non è più qualcosa percepita come viva».

È stato difficile coniugare la nettezza di alcune idee presenti nei programmi dei 5stelle con la difficoltà pratica di governare, che significa trovare le risorse, gestire meccanismi complessi? Riuscite a tradurre quelle idealità nella concretezza del fare?

«Se cominciassimo da zero potremmo fare molto. Ma siccome spesso lavoriamo su programmi già innestati, spesso decenni prima, ci troviamo a dover riprendere ogni situazione per i capelli, studiare le soluzioni per migliorarle e portare a termine quanto iniziato da altri. Per cui la difficoltà sta nel coniugare le nostre idee sulla base di progetti che hanno, alcuni, addirittura l'età mia, specie in ambito urbanistico. Con una città che, nel frattempo, è andata altrove».

E il comunista padano riuscì dove fallirono statisti e pm…, scrive Paolo Delgado il 6 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Salvini ha avuto successo dove avevano fallito Prodi e D’Alema, ma anche Ilda Boccassini. Nell’arco di quasi 25 anni ci avevano provato in moltissimi, nemici e ancor più spesso amici, e poi magistrati, editorialisti, potenti capi di Stato. Silvio Berlusconi alla fine era sempre riuscito a spuntarla, a risorgere lasciando interdetti e indispettiti quelli che, per l’ennesima volta, l’aveva già dato per spacciato. Chi avrebbe mai immaginato che la missione impossibile nella quale avevano fallito Prodi e D’Alema, Bossi e Fini, Ilda Bocassini ed Eugenio Scalfari, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, per citare solo un drappello ridotto del plotone che ha provato di volta in volta a eliminare il Cavaliere, sareb- be riuscita a un ragazzone di 45 anni ruspante e rumoroso, a prima vista privo delle doti di grande imbonitore nelle quali l’ex sovrano della destra italiana è stato insuperabile? Eppure a seppellire la lunga era di re Silvio, ad affidare alla storia gli anni del berlusconismo, potrebbe essere stato proprio Matteo Salvini, con i suoi modi volutamente sguaiati e le sue felpe che al Cavaliere, così maniacalmente attento al decoro, devono fare ancor più orrore delle canotte che sfoggiava nel 1994 Umberto Bossi. Salvini, col suo impasto di xenofobia e populismo per una volta nel senso proprio del termine, quello di un interesse probabilmente sincero e comunque radicato nell’adolescenza per le fasce sociali più basse. Salvini il leghista-antileghista che ha salvato il Carroccio da un’estinzione che pareva inevitabile smantellando il dogma principale su cui Bossi aveva fondato il movimento, la sua nordicità, a volte declinata in termini di federalismo estremo, altre volte di aperto secessionismo, modulata a seconda delle circostanze però mai fino al punto di riconoscere l’Italia intera e non solo il suo settentrione come area da eleggere a vessillo, autonominandosi difensore dei suoi legittimi e traditi interessi. Studente un po’ svogliato, arrivato a cinque esami dalla laurea in Storia prima di mollare, giornalista professionista con all’attivo esperienze reali, a differenza di tanti altri politici- giornalisti, sia nel quotidiano La Padania che a Radio Padania Libera, il leghista uscito trionfatore dalla guerra fratricida tra Bossi e Maroni, ha capovolto e insieme confermato la politica di Bossi, dalla Padania alla Penisola. “Dal nord a “Prima gli italiani”. Di suo Salvini ha aggiunto alla tavolozza verde un tocco di rosso. A dirlo sembra assurdo, ma proprio il segreta- rio che ha portato compiutamente nella destra radicale europea la Lega, e si prepara ora a farlo con l’intera coalizione, una radice non essiccata di sinistra ce l’ha. Simile a Bossi, prima vicino alla sinistra extraparlamentare e poi, a metà anni ‘ 70, con la tessera del Pci in tasca anche in questo, del resto. Da ragazzo, prima di essere folgorato dal messaggio bossiano nel 1990, ad appena 17 anni, Salvini faceva le sue brave capatine al Leoncavallo, ma ancora nel ‘ 97, ormai leghista navigato, si presentava come capolista della corrente interna “comunisti padani”. Qualcosa di quella passione giovanile è rimasto. E’ più facile trovare allo stesso tavolo con il fiore dell’azienda il leader di un Movimento che conta moltissimi elettori di sinistra come quella a cinque stelle che non quello di una destra per la prima volta compiutamente radicale. In fondo il sorpasso di Salvini è l’elemento che più di ogni altro, persino più dell’impennata di Di Maio e del tracollo del Pd, segna il trapasso della seconda Repubblica. Quel sistema che, pur traballando è durato 25 anni, si basava in buona parte proprio sul miracolo di san Silvio: tenere insieme, caso unico in Europa, la destra moderata e quella più radicale con i timone saldamente nelle mani della prima, o meglio di Berlusconi stesso. Quella formula miracolosa da ieri non esiste. Sconfitto Berlusconi, il partito azzurro non ha nessuno con cui sostituirlo, non per ignavia ma perché Berlusconi, come leader e proprietario del suo partito, non è sostituibile. Nel processo di trasformazione da centrodestra a destra qualcosa andrà perso, qualche area si sottrarrà all’egemonia leghista, ma nel complesso una destra profondamente diversa da quella che siamo abituati a conoscere contenderà a M5S il governo dell’Italia. E’ il nuovo bipolarismo, e chi non lo apprezza farà meglio ad attrezzarsi il prima possibile.

Provenienza dei politici appartenenti alla Lega Nord. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. La Lega Nord si è sempre presentata come una forza politica nuova, diversa dai "partiti romani" e costituito da persone fino a prima estranee alla politica. Questo è in parte vero, ma molti ex-Leghisti della prima (anni ottanta) e della seconda generazione (primi anni novanta) hanno un passato in partiti storici. Discorso a parte va fatto per coloro che, pur non avendo mai fatto parte di un partito, hanno dichiarato cosa votavano prima di conoscere la Lega Nord.

Il fondatore della Lega Umberto Bossi fra il 1974 e 1975 fu tesserato nella sezione del Partito Comunista Italiano di Verghera, frazione di Samarate, quando per pochi mesi vendette dei quadri per raccogliere fondi a sostegno delle vittime cilene di Augusto Pinochet. In un rapporto della CIA del 12 giugno 2001 si spiega anche che «Bossi è stato attratto dalla politica fin da giovanissimo, partecipando al movimento studentesco di sinistra del 1968. In seguito ha militato in rapida successione: nel gruppo comunista de Il manifesto, nel partito di estrema sinistra PdUP, nell'associazione dei lavoratori cattolici di sinistra ACLI e nei Verdi».

Il più volte ministro Roberto Maroni fu invece prima giovanissimo marxista-leninista e poi comunista di Democrazia Proletaria fino al 1979.

Dopo il boom elettorale dal 1992 al 1996, alcuni esponenti leghisti sono tornati ai partiti di provenienza o, meglio, ai loro successori: Marco Formentini e Pierluigi Petrini, entrambi ex-PSI, hanno trovato posto in Democrazia è Libertà.

E GLI EX COMPAGNI SI RISCOPRONO LEGHISTI - COMUNISTI. Scrive Fabrizio Ravelli il 14 settembre 1997 su "La Repubblica". Qui alla festa leghista lungo il Po, mentre si aspetta il catamarano che porterà Bossi, la tenda di Ivano il cartomante padano ("Prestigioso druido celtico della Padania, per l'occasione solo lire 10 mila") è deserta. Più facile trovare gente che cerca, nel proprio futuro, un singolare abbraccio col passato di sempre. Si parla, in giro sotto i pioppi, del nascente e non ancora ufficializzato movimento dei comunisti padani. Tempo qualche giorno, e fra le liste per le prossime elezioni del 26 ottobre, ci saranno anche loro. Si sta mettendo a punto il simbolo: qualcosa che sposi secessione con falce e martello. "Perché qui ce n' è tanti, di ex compagni come me nella Lega", dice Loris Cristoni. D' altra parte, dove poteva spuntare una cosa simile se non qui, fra Giovanni Guareschi e i fratelli Cervi? Lui, Cristoni, è un po' il prototipo di questa inedita figura socio-politica. Quarantasette anni, artigiano a Spilamberto (Modena), "e venti bollini consecutivi sulla tessera del Pci, per non parlare di quella della Fgci prima ancora". Fino al '90, quando la Lega si presentò alle regionali: "Avevo deciso di dare due voti al Pci, comune e provincia, e uno alla Lega. Ma quando sono arrivato lì, nella cabina, la mano è andata dov' era abituata". Ultimo voto falce e martello, per Cristoni: "Dopo non ho più avuto pietà". Al suo paese, in pochi anni, il Pci-Pds passa dal 70 al 40 per cento. Un dieci ce l'ha Rifondazione, altrettanto la Lega. "Se ci sarà una lista dei comunisti padani io ne farò parte", promette. Perché, quello è difficile da spiegare: "L' idea che ci sia è giusta. E anche il comunismo è una cosa perfetta. Purtroppo è una cosa che va bene per i poveri. Per la Somalia, e non per la Svizzera". E qui siamo piuttosto dalle parti della Svizzera. E allora? Forse per trovare una risposta basta il naso: profumo di tortelli, di gnocco fritto, di pesce gatto e culatello. "Vada a leggere le lettere ai giornali locali - suggerisce Angelo Alessandri, segretario provinciale leghista di Reggio - Ce n' è un sacco di ex militanti comunisti, di ex dirigenti Pds: riconoscono lo stesso spirito di una volta, gli stessi valori, nelle nostre feste". Ecco di dove viene questa organizzazione ferrea e festante: non si riconoscono più nella linea del loro ex partito (anche se faticano a spiegare perché), ma li unisce la continuità dello gnocco. Non è un insulto, intendiamoci. "Lo stand" è sempre stato una bella forma di militanza. "Eh, quanti ce n' è che conosco - racconta Genesio Ferrari, segretario organizzativo della Lega in Emilia - Operai che hanno sempre lavorato agli stand, che hanno fatto le lotte. Gente come Marino Serri, che era un mio amico". Sì, proprio uno dei 'morti di Reggio Emilia' , comunisti ammazzati dalla polizia negli anni Sessanta, quelli della canzone: "Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli...". Da Genesio Ferrari (titolare della Akron Cosmetici, 104 donne operaie a Modena) si sono presentati in quattro, una decina di giorni fa. "Mi hanno detto: vogliamo fare il partito comunista padano. Abbiamo sempre lavorato nel Pci, a friggere nelle feste dell'Unità, a lavorare per il benessere di tutti. Pensavamo che i nostri capi fossero diversi, e abbiamo scoperto che sono come gli altri". Gente, dice Ferrari, "di una certa età: uno che è stato assessore in un'amministrazione comunista, un altro ex dirigente nelle coop, uno imprenditore con quindici operai". Loris Cristoni, lui vede solo tre poli nell' Italia politica: "Rifondazione, la Lega, e gli altri". Previsione generale, "i comunisti padani un po' di voti li prenderanno da queste parti". Roberto Maroni, presidente padano, si prepara a mettere ordine fra tutte le proposte di simboli e liste per le elezioni del 26 ottobre. Quando la Lega non ci sarà, e i leghisti dovranno scegliere fra liberali-leghisti, laburisti-leghisti, cattolici-leghisti, anarcoliberisti-leghisti, immigrati-leghisti, e appunto comunisti-leghisti. Alessandro Giunchi, studente ventunenne, forse si candida coi liberali di Gnutti. Alessandro Pradelli, studente ventisettenne, forsa vota i 'laburisti' di Formentini, ex sindaco di Milano: "Alla luce di quanto è successo in Inghilterra, dove Tony Blair ha dimostrato di essere aperto con scozzesi e gallesi". "Alla riunione del federale - racconta Ferrari - abbiamo dovuto decidere: imporre noi dei partiti o sollecitare gli impulsi della base? La Lega si è ritirata". Insomma, quasi. Ma sono arrivate "valanghe di simboli, compreso un arcobaleno copiato dal detersivo". Alla fine, "si tengono solo quelli seri". Vanno forte, oltre a gnuttiani e formentiniani, i cattolici di Giuseppe Leoni. Si segnalano gli anarcoliberisti di Guglielmo Piombini (personaggi di riferimento: Ronald Reagan e Margareth Thatcher), e gli immigrati di Faruk Ramadan, medico, nato a Damasco. E perché no, allora, i comunisti-leghisti? "Gente semplice - conclude Ferrari - Mica come quelli di Parma, con la moglie in pelliccia a maggio".

L'AGIT-PROP, OSSIA, "L'AGITAZIONE E LA PROPAGANDA".

Per affermare la propria opinione, o essere strumento inconsapevole della volontà del leader, si arriva ad annientare il nemico, nel suo modo di pensare e di essere.

Quanti di noi hanno assistito agli atteggiamenti di prevaricazione di esagitati guastatori durante le fasi delle elezioni, sia durante la campagna elettorale Porta a Porta o nei comizi elettorali dei candidati avversi, sia nei seggi delle votazioni, invasi da rappresentanti di lista a fare propaganda ed a impedire la convalida delle schede opposte.

Quanti di noi hanno assistito alla demonizzazione mediatica degli avversari politici attraverso la stampa partigiana e quanti di noi hanno subito inconsciamente il lavaggio del cervello di un pseudo cultura fatta passare per arte nella saggistica, nel teatro, nel cinema e nei programmi e spettacoli di intrattenimento.

Le parole degli agit- prop, scrive Piero Sansonetti il 2 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Molti di voi non sapranno neanche che vuol dire quella parolina che ho scritto nel titolo: «agitprop». Era il modo nel quale, nel partito comunista, si chiamavano gli attivisti che si occupavano delle campagne elettorali e in genere dell’attività di propaganda del partito. Agit- prop era l’abbreviazione di “agitazione e propaganda”, e “agitazione e propaganda” era la denominazione di un dipartimento, molto importante, che aveva una sua struttura nazionale e poi nelle singole regioni, nei Comuni, e in tutte le sezioni di partito. Il dirigente che aveva il compito di coordinare questo dipartimento era uno dei personaggi che più contavano nel partito. I capi nazionali degli agit- prop sono stati nomi molto famosi nel Pci, a partire da Amendola e Pajetta e in tempi più recenti il giovanissimo Veltroni. Mi è venuto in mente questo termine perché mi sembra che torni attuale. Questa campagna elettorale ricorda un po’ le origini, gli anni 40 e 50. Molta agitazione e molta propaganda. E non nel senso migliore di questi due termini. Tutta la campagna elettorale si è sviluppata su due direttrici: la prima è stata quella del fango sugli avversari, azione condotta con la partecipazione attiva, o addirittura sotto la guida di alcuni giornali. La seconda, quella della presentazione di programmi, o addirittura di risultati, del tutto improbabili o forse anche impossibili. Proviamo a dare un’occhiata alle parole chiave di questa campagna elettorale.

Cinque Stelle. Il partito nuovo, o se volete il movimento, non ha dato grande importanza al suo programma elettorale. Che in buona parte, peraltro, ha copiato un po’ dal Pd, un po’ da Wikipedia, un po’ dai giornali. L’unica proposta comprensibile è stata il reddito minimo garantito, ma i 5 Stelle non hanno spiegato come renderlo possibile, anche perché il reddito minimo è immaginabile solo aumentando la pressione fiscale, e questa è una cosa che – salvo la Bonino – nessuno osa prospettare. I Cinque Stelle hanno puntato tutto sulla squadra di governo. Che hanno presentato ieri, cioè quasi alla fine della battaglia, ed è composta interamente da nomi assolutamente sconosciuti all’elettorato (e non solo) tranne un nuotatore un po’ più famoso degli altri. Il problema però non è la qualità della squadra (che nessuno, nemmeno Di Maio, è in grado di valutare) ma la assoluta certezza che nessuno, o quasi nessuno, di quei nomi farà parte del futuro governo. Per la semplice ragione che il futuro governo sarà di coalizione e dunque andrà negoziato da vari partiti e i nomi dei ministri dovranno rappresentare diversi partiti. Compresi, eventualmente, i 5 Stelle. Diciamo pure che anche questa trovata della squadra di governo è un po’ una presa in giro. La squadra di governo la si può presentare in un sistema politico presidenziale, come quello americano. Non certo in un paese dove Costituzione e legge elettorale prevedono che sia il Presidente della Repubblica a scegliere il premier e a concordare con lui una coalizione in grado di sostenerlo.

Inciucio. La seconda grande bugia. Che accomuna tutti. Tutti dicono: l’inciucio mai. Inciucio – lo abbiamo scritto qualche settimana fa – è un modo dispregiativo per indicare un’intesa politica tra forze distinte. Cioè è la base della democrazia parlamentare italiana. L’inciucio fu inaugurato nel 1943, dopo l’armistizio, da democristiani, socialisti, comunisti e liberali, e poi è proseguito senza soluzione di continuità, escluso il breve periodo del bipolarismo, nel quale un sistema elettorale maggioritario, o a premio di maggioranza, permise il governo di uno solo dei due schieramenti. La fine del sistema a premio di maggioranza, la sconfitta di Renzi al referendum, e la nascita del tripolarismo, hanno reso di nuovo indispensabile una intesa tra forze diverse, cioè l’inciucio. Tutti i partiti ne sono consapevoli, e tutti fingono di essere fieramente contrari.

Immigrazione. È stato il tema chiave della battaglia politica. I partiti del fronte populista (in particolare la Lega e Fdi, un po’ meno i 5Stelle), ne hanno fatto il loro cavallo di battaglia. Il centrodestra moderato è stato costretto, almeno in parte, a inseguire o ad adattarsi. Il centrosinistra ha trattato il tema con più prudenza, ma comunque senza denunciare la falsità del problema. Tanto che, alla vigilia delle elezioni, si è rifiutato di approvare lo Ius Soli, e ancora in questi giorni (per le stesse ragioni, e cioè il timore della propaganda populista) ha rinviato la riforma dell’ordinamento carcerario. Il ritornello dei populisti è stato: «È in corso un’invasione, la quantità di immigrati sta aumentando in modo esponenziale, l’immigrazione porta delinquenza e questo è il motivo dell’aumento continuo della criminalità. Fermiamo l’immigrazione, cacciamo i clandestini, riprendiamoci l’Italia, impediamo la “sostituzione etnica”». Non è vero che è in corso un’invasione, visto che gli immigrati sono ancora largamente al di sotto del 10 per cento della popolazione. L’immigrazione è in aumento ma è assolutamente sotto controllo. Non è vero che la delinquenza è in aumento, anzi da quindici anni è in continua e progressiva diminuzione. Tanto che gli omicidi sono scesi, dalla fine degli anni novanta, dalla cifra di quasi 2000 a meno di 400 all’anno. E non è vero neanche che l’aumento dell’immigrazione aumenta la criminalità. I detenuti stranieri nel 2007 erano il 32 per cento della popolazione carceraria. Oggi sono ancora il 32 per cento, sebbene il numero degli immigrati sia quasi raddoppiato. L’uso della paura dell’immigrato come strumento di campagna elettorale ha prodotto una gigantesca disinformazione di massa. Giornali e Tv si sono sottomessi. Sarà difficilissimo correggere questa disinformazione.

Economia. Di economia si è parlato pochissimo. I partiti di opposizione non ne hanno voluto parlare soprattutto perché i dati ultimi sono positivi per l’economia italiana. Il partito di governo ne ha parlato di sfuggita, forse perché non ha molte proposte concrete per intervenire. Forza Italia è l’unica che si è occupata della questione, ma con la proposta della Flat Tax e cioè di una soluzione che nessun grande paese occidentale ha mai adottato, e che anzi, tutti, hanno considerato irrealizzabile.

La Giustizia. È stata la grande assente. Nessuno osa parlare di giustizia. Lega e 5Stelle hanno in serbo un programma di stretta e di riduzione drastica dello Stato di diritto. Non hanno mai nascosto di considerare lo Stato di diritto un orpello ottocentesco. Però in campagna elettorale hanno evitato di parlarne troppo. Persino Il Fatto ha messo la sordina. Forza Italia e Pd, partiti più garantisti, non hanno trovato il coraggio di porre seriamente la questione sul tappeto, perché temono di perdere voti. Mi fermo qui. Credo di avere spiegato perché questa campagna elettorale mi porta al tempo degli agit-prop. Con una differenza: allora i partiti avevano anche dei programmi politici, ed erano programmi politici alternativi e chiari. Oggi no.

La faida Renzi-D'Alema è l'omicidio-suicidio che ha ucciso gli ex Pci. La sinistra italiana è la più debole d'Europa dopo quella francese: è la vendetta di Baffino, scrive Roberto Scafuri, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale". Parlandone da vivi, i due s'assomigliavano come gocce d'acqua. Correva la primavera 2009 e in un'accaldata sala di militanti il presidente della Provincia fiorentina, Matteo Renzi, ancora si rivolgeva al «caro Massimo, punto di riferimento del passato, del presente e del futuro». Il caro Massimo, lì da presso, mani giunte a mo' di preghiera, era assorto come inseguendo sfuggenti presagi. Renzi è uno di quei giovani - ebbe a dire benedicendone l'approdo a Palazzo Vecchio - «dei quali ci si può chiedere solo se batterà il record della pista oppure no». Sorrisi, applausi. Ma anche cordialità pelosa: diffidenza a pelle, senza motivo, tra animali che fiutano il pericolo. Il partito (ancora) c'era, la sinistra italiana non era, come oggi, la seconda più debole d'Europa dopo quella francese (studio Cise-Luiss). Che cosa inquietava D'Alema? Gli avevano già parlato di Matteo, il fiorentino. In particolare Lapo Pistelli, che l'aveva portato a Roma come portaborse nel '99, fatto promuovere segretario provinciale e, tre anni dopo, accompagnato nella scalata alla presidenza della Provincia. Qui il capo della segreteria di Matteo sarà Marco Carrai; i suoi cugini Paolo e Leonardo pezzi grossi della ciellina Compagnia delle opere. Ce n'è quanto basta e avanza per alimentare la diffidenza di chiunque, figurarsi D'Alema. Alle primarie per sindaco, nel febbraio '09, il giovanotto ha surclassato Pistelli (40% contro 26), poi ha infierito con un foglio di sfottò lasciatogli sulla porta di casa. L'ambizione sbandierata di Matteo è ciò che stuzzica il vecchio, la mancanza di buon gusto ciò che lo repelle. L'omicidio perfetto di Renzi giungerà a maturazione qualche anno dopo; dopo gli anni buoni da sindaco, quando l'ambizione incontrollabile (più sponsor influenti) suggeriscono che il partito erede della tradizione catto-com può essere scalato. Occorre un «simbolo», il gesto eclatante e dimostrativo, il parricidio che renda dirompente il cambio di stagione. È la nascita della «rottamazione»: D'Alema si vede tirato in ballo a ogni pie' sospinto, sempre più attonito di fronte a quella rottura imprevista delle vigenti regole di bon ton. L'attacco alla classe dirigente berlingueriana è scientifico, ma si concentra molto sul togliattiano D'Alema per salvare il prodiano Veltroni («il più comunista di tutti noi», ha detto di recente Bettini). D'Alema reagisce come elefante ferito. Quando Renzi gli farà lo sgarbo definitivo, facendogli credere prima di poterlo sostenere come commissario alla politica estera Ue per poi umiliarlo nominando l'inesperta Mogherini, l'ex leader è pugnalato al cuore. La vendetta è pietanza fredda, però. Di fronte alle pulsioni suicide di Renzi, plateali durante la roulette russa del referendum, D'Alema torna ad annusare il buon sapore della vendetta. La minoranza bersaniana, dopo anni di derisioni e umiliazioni, è ormai cotta a puntino. Gianni Cuperlo, che ben conosce l'insidiosa persuasività di quel Grillo parlante che li convince uno a uno, non riesce a trattenere la diga. Ultimo dei sedotti Bersani, per il quale l'uscita dalla ditta di una vita è un evento tragico. La sgangherata parabola di Mdp e Leu è sotto i nostri occhi, quella del Pd storia che finalmente s'azzera. Ma Berlusconi dovrebbe ripartirne i meriti dando a Cesare ciò che è di Cesare. Se Renzi ha fatto fuori i comunisti, l'ultimo martire dell'orgoglio comunista non ha esitato a sacrificarsi nel vecchio bunker di Nardò pur di vedere l'usurpatore schiacciato dal macigno del 18% dei voti. Per poi cadere a sua volta trafitto da 10.552 schede pietose: il 3,9 per cento. Più che una percentuale, un epitaffio.

La sinistra cadavere, scrive il 5 marzo 2018 Augusto Bassi su "Il Giornale". Seguire la maratona Elezioni 2018 di Enrico Mentana a volume alzato è stato superfluo. Si sarebbe rivelato sufficiente osservare i volti del ricco parterre per comprendere con vividezza l’andamento degli exit poll. Già torvi e un po’ scrofolosi per natura, si facevano tesi, poi allarmati, quindi sconsolati, infine sepolcrali. Il pensiero levogiro, antiorario al senno, testimone in diretta della propria morte. Che macabra pagina di televisione verità! E via via che i dati si facevano indiscutibili, i malcapitati sono stati chiamati a riconoscerne il cadavere. Gente che ha sempre capito nulla, per lustri e fino a pochi minuti prima dei risultati elettorali, come Annunziata, Giannini, Sorgi, Cerasa, in diretta a commentare il trapasso delle proprie stesse sentenze. Ma se il piglio di Mentana – in grandissima forma per tutta la nottata, fino a dragare la venustà della Dragotto con aria da stracciamutande emerito – si è mantenuto friccicarello malgrado il cordoglio in studio, il volume è servito per intercettare i flebili aliti dei traumatizzati ospiti. La chiacchiera tremolante di Giannini, fino a ieri sprezzante verso i populismi, intraprende l’operazione di riabilitazione dell’insulto, affrancandolo in «popolarismi»; Marco Damilano, aggrappato a una conversione pro-sistema dei 5Stelle, si dichiara sorpreso dall’avanzare della Lega nelle periferie metropolitane; Sorgi scompare inghiottito dal suo tablet, per poi riemergere con il titolo «Vince Di Maio, Italia ingovernabile». Cazzullo, dall’inflessione sua, ci ricorda dell’esistenza dei mercati, della grande Europa, mentre gli elettori italiani hanno appena risposto con meno Europa e un eloquente sticazzi! dei mercati. Per il bene della stabilità, gli scambisti non vorrebbero si votasse; malauguratamente per loro, una volta ogni tanto anche da noi si va alle urne… e può succedere che un pernacchione elettorale li destabilizzi. Irriverente Benedetto Della Vedova, intervenuto a commentare la sciagura della Bonino, che si vende come coraggioso ambasciatore anti-mainstream. Irresistibile osservare l’Annunziata che prende appunti con il lapis sull’agendina di una disfatta scolpita nella pietra con una verga di boro, e imperterrita commenta con il tono di chi la spiega. Lucia bacchetta addirittura Marine Le Pen, festante su Twitter per una consultazione italiana aculeo nel culo flaccido di Bruxelles, suggerendole di star buona perché trombata a casa propria e aggiungendo: «Ci vorrebbe un po’ di sale in zucca sulle previsioni e chi le fa». Se l’inclemente conduttrice applicasse a se stessa i parametri che riserva agli altri, oggi venderebbe carciofi e zucchine a Osci e Sanniti. Per fortuna arriva Alessandra Sardoni, in diretta dalla sede del Partito Democratico, che sembra balbettare in un regime di quarantena, coraggiosa inviata sulla scena di una terrificante pandemia. «Siamo un grande partito», «A Renzi e alla classe dirigente del PD non c’è alternativa credibile per gli italiani», erano soliti tuonare da quelle stanze e dalle testate assoldatine. Mecojoni! Il Bomba, futuro senatore del Senato che voleva abolire, dopo aver accusato gli avversari di scappare dal confronto, assorbe con il medesimo ardimento il tracollo, arrivando per commentare a caldo la sconfitta con la baldanza di un coniglio palomino. L’indispensabile, la necessaria classe dirigente – dei Gentiloni, dei Minniti, dei Gori, dei Franceschini, dei Rosato, dei Martina, dei Poletti, delle Fedeli – è stata trattata dai votanti come pattume pronto per l’inceneritore. L’eredità culturale dell’assemblea costituente ha uno scatto d’orgoglio solo nel padre nobile del partito, nell’immarcescibile campione della sinistra di governo, Pier Ferdinando Casini, che trionfa disdegnoso nella sua Bologna. Nel frattempo, la marea nera che doveva investire l’Italia, gli inquietanti rigurgiti neofascisti pronti a deflagrare, i temibilissimi blitz di Forza Nuova e Casa Pound raccontati sulla stampa dai GEDI, via radio da Vittorio Zucconi e in tv da Corrado Formigli, stanno sotto l’1%: perché “la realtà è la loro passione”. Di Stefano si vede per la prima volta in un salotto di Mentana, benché in collegamento, e si lamenta di essere stato trascurato dai media durante tutta la campagna elettorale. Risposte piccate in studio, specie da una Lucia molto indispettita. I sobillatori di mestiere che hanno tirato la volata ai propri campioncini di triciclo fino a un traguardo di paracarri, oracoleggiano ora sui futuri scenari, sugli equilibri di domani, sulla temperie a venire, smarcandosi dalla putrefazione con guizzi alla Margheritoni. E sempre indietro come la coda del maiale. In chiusura, un minuto di silenzio per Morti e uguali, come anticipato l’11 febbraio in questi quaderni. Boldrini, Bersani, D’Alema, Grasso… dal regno della pace e della serenità veglieranno sui propri cari.

D’Alema è la causa della crisi Pd. Il Dio della politica lo ha punito, scrive Sergio Carli il 5 marzo 2018 su "Blitz Quotidiano”. D’Alema è la causa principale della crisi del Pd. Il Dio della Politica, o il Dio che atterra e suscita di Manzoni, insomma proprio quel Dio là, l’ha severamente e giustamente punito. La punizione divina si è manifestata con la clamorosa sconfitta nel suo collegio di casa, in Puglia, dove non ha raccolto nemmeno il 4 per cento dei voti e è arrivato ultimo in graduatoria. Così cade chi peccò di superbia. E dire che motivò la sua candidatura come la risposta a un imperativo categorico, una richiesta che saliva dalla piazza italiana che lo voleva ancora in politica, impegnato a salvare l’Italia. Quella bella Italia di pseudo sinistra che pensa ai poveri invece che alla crescita, a ridistribuire quello che non è stato accumulato, a proteggere i privilegi della casta, di cui lui e i suoi compagni di partito sono colonna. Come nella Unione Sovietica, che lui frequentò da ragazzo come pioniere. Giusto che questa sinistra, un po’ salottiera e un po’ saccente, sia finita come è finita, sotto il 4 per cento, altro che il 10. Come l’Unione Sovietica, appunto. Fu Massimo D’Alema a fermare Matteo Renzi sulla strada delle riforme. Fu lui il grande vecchio che orchestrò la campana contro il referendum costituzionale, scatenando i suoi agit prop. È stato lui la mente della scissione a sinistra del Pd che è finita come è finita ma che, nel processo, ha trascinato quasi nel baratro il Pd stesso. Il Pd è una forma di miracolo italiana. L’unico caso al mondo di un partito comunista che, attraverso successive mutazioni nonché lo sterminio di avversari a catena (Psi, Dc, Forza Italia e Craxi e Berlusconi), è riuscito a sopravvivere alla caduto del muro di Berlino e ottenere, quasi 30 anni dopo, un bel quasi 20 per cento dei voti. Ma quel vizietto tutto comunista che consentì la vittoria di Franco grazie alla strage operata nella sinistra non comunista, alla fine ha prevalso. Così D’Alema e il suo gregario Pierluigi Bersani non hanno resistito e hanno portato al disastro. C’è una forma di perversità crudele nel Destino dell’ex Pci, manifestazione tangibile della volontà divina. Nella sua prima mutazione, il Pds guidato prima da Achille Occhetto e poi soprattutto da Massimo D’Alema, guidò la lotta a Bettino Craxi e al Psi e alla Dc. Il risultato fu che all’Italia fu riservato il regalo di essere guidata da Silvio Berlusconi. Poi il Pd, nuova mutazione, guidò la guerra senza quartiere a Berlusconi. Il risultato fu Beppe Grillo. In questi 20 anni che tanti hanno definito età Berlusconiana, in realtà l’Italia è diventata sempre più un paese di Socialismo reale. Metà di noi non pagano tasse, non perché evasori ma perché esonerati dalla legge. La propaganda pauperistica del Pd, accompagnata dai disastrosi errori di Mario Monti e l’inefficacia delle sue poche iniziative positive (pensate al ritardo biblico dei pagamenti della PA) hanno fornito argomenti e brodo di cultura alla protesta grillina. Se non sarà ripescato per qualche miracolosa procedura. D’Alema finalmente uscirà di scena. Finalmente, ma forse troppo tardi.

Agit-Prop. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Agitprop è l'acronimo di отдел агитации и пропаганды (otdel agitatsii i propagandy), ossia Dipartimento per l'agitazione e la propaganda, organo del comitato centrale e regionale del Partito comunista dell'Unione sovietica il quale fu in seguito rinominato «Dipartimento ideologico». Nella lingua russa il termine «propaganda» non presentava nessuna connotazione negativa, come in francese o inglese, significava «diffusione, disseminazione, d'idee ». Attività e obbiettivi dell'Agitprop erano diffondere idee del marxismo-leninismo, e spiegazioni della politica attuata dal partito unico, oltre che in differenti contesti diffondere tutti i tipi di saperi utili, come per esempio le metodologie agronome. L'«agitazione» consisteva invece nello spingere le persone ad agire conformemente alle progettualità d'azione dei dirigenti sovietici.

Forme. Durante la Guerra civile russa l'Agitprop ha assunto diverse forme:

La censura della stampa: la strategia bolscevica fin dall'inizio è stata quella di introdurre la censura nel primo mezzo di comunicazione per importanza, ovvero il giornale. Il governo provvisorio, nato dalla rivoluzione di marzo contro il regime zarista, abolì la pratica secolare della censura della stampa. Questo creò dei giornali gratuiti, che sono sopravvissuti con il loro proprio reddito.

La rete di agitazione orale: la leadership bolscevica capì che per costruire un regime che sarebbe durato, avrebbero avuto bisogno di ottenere il sostegno della popolazione russa contadina. Per farlo, Lenin organizzò una festa comunista che attirò i soldati smobilitati (tra gli altri) ad assumere un'ideologia e un comportamento bolscevico. Questa forma si sviluppò soprattutto nelle zone rurali e isolate della Russia.

L'agitazione di treni e navi: per espandere la portata della rete di agitazione orale, i bolscevichi usarono i mezzi moderni per raggiungere più in profondità la Russia. I treni e le navi effettuarono agitazioni armate di volantini, manifesti e altre varie forme di agitprop. I treni ampliarono la portata di agitazione in Europa orientale, e permisero la creazione di stazioni di agitprop, composte da librerie di materiale di propaganda. I treni furono inoltre dotati di radio e di una propria macchina da stampa, in modo da poter riferire a Mosca il clima politico di una determinata regione, e di ricevere istruzioni su come sfruttare al meglio ogni giorno la propaganda.

Campagna di alfabetizzazione: Lenin capì che, al fine di aumentare l'efficacia della sua propaganda, avrebbe dovuto aumentare il livello culturale del popolo russo, facendo scendere il tasso di analfabetismo.

L'AGIT-PROP. Questa pagina è tratta da: La Turbopolitica, sessant'anni di comunicazione politica e di scena pubblica in Italia: 1945/2005 (riassunto) di Anna Carla Russo. L’agit-prop (Agitazione e Propaganda). I militanti costituiscono l’esercito dei partiti di massa e le caratteristiche del militante sono la spinta ideologica, dedizione alla causa, rispetto della disciplina interna, ampia disponibilità e proprio su questo si fonda l’organizzazione e la sua presenza sul territorio, vivacità e visibilità. L’attività del militante è molto preziosa, ma non ha un prezzo il militante infatti dedica la sua esistenza alla causa politica ed è sempre attivo in qualsiasi luogo, è l’anima dell’organizzazione e delle associazioni, circoli, polisportive, dopolavori, insomma tutto ciò che coinvolge la vita dell’iscritto. La campagna elettorale per le elezioni del 1948 trasforma i partiti in giganti macchine propagandistiche che coinvolgono migliaia di militanti; la Dc mobilita tutte le province giungendo a 90.  Attivisti; più estesa è la macchina propagandista dei Comitati civici che coinvolgono anche i fedeli arrivando a 300.000 volontari, anche Pci e Psi uniti nel Fronte democratico popolare nel 1948 hanno oltre due milioni di iscritti al partito di Togliatti organizzati in 10.000 sezioni che sovrintendono oltre 52.000 cellule; anche i numeri del Psi sono notevoli, il partito infatti si afferma nel 1946 con oltre quattro milioni e mezzo di voti come secondo partito italiano e primo nel Nord-Italia. Secondo il Pci la crescita politica deve procedere di pari passo con la crescita dell’individuo e con il raggiungimento di un suo maggior livello di istruzione e quindi lo sforzo educativo- organizzativo del partito richiede modalità diverse, tra il 1945 e il 1950 coinvolgono 52.713 partecipanti. Anche per i socialisti e le organizzazioni cattoliche i militanti devono crescere sia nel numero che nella preparazione; nel 1948 i Comitati civici improvvisano un corso per migliaia di volontari e dieci anni dopo nasce l’Unione Nazionale degli Attivisti Civici ossia una rete ben organizzata che nel 1958 raduna a Roma 1500 responsabili di una capillare attività di formazione svolta mediante corsi zonali e rurali. I corsi sono tenuti da Dirigenti della URA Campania che sviluppano argomenti quali: l’antimarxismo; al dottrina sociale della Chiesa: gli enti di Previdenza e Assistenza in Italia e la struttura e l’inserimento nella vita italiana del Comitato Civico. La stessa Azione cattolica intensifica l’opera di apostolato e formazione dando vita in tutta Italia a missioni religioso-sociali i cui responsabili vengono preparati in tre corsi nazionale di aggiornamento. Anche la Dc si occupa di formare i militanti organizzando 31 corsi provinciali; secondo Fanfani i contatti instaurati tramite le sezioni non erano efficaci quanto il colloquio personale, la riunione familiare o il dibattito amichevole al circolo e quindi il contatto personale e l’azione assidua dei militanti ricopriva un ruolo centrale. Alla metà degli anni ’60 i militanti dei due fronti sono coloro che dedicano tempo ed energie all’animazione del partito e aderiscono a un ideale politico applicandosi per la sua realizzazione. Le basi militanti cattolica e comunista differiscono per il significato che attribuiscono alla militanza e nel loro gradi di politicizzazione. Per gli attivisti del Pci la partecipazione militante coinvolge l’intera sfera degli interessi e delle attività individuali; per gli attivisti democristiani l’integrazione con il partito coinvolge solo in parte la vita privata del singolo; il militante comunista basa la sua azione sulla fedeltà al partito e non esistono al di fuori del partito altre autorità se non sovranazionali, mentre l’azione del militante democristiano è sostenuta dalla convinzione di essere l’unico depositario di una verità a cui gli altri si devono convertire e oltre al partito esistono altre sorgenti autoritarie a cui fare riferimento. Ci sono differenze profonde che vedono un Pci più attivo. Anna Carla Russo

Agit-Prop. Scrive Massimo Lizzi il 24 ottobre 2015. Agit-prop: Dipartimento per l’agitazione e la propaganda, organo del comitato centrale del partito comunista dell’Urss. In russo, dice Wikipedia, propaganda, significa diffusione di idee e di saperi utili, senza la connotazione negativa che ha in francese, inglese e in italiano; una connotazione che credo influenzi molto la percezione di sé dei nostri propagandisti. Agit-prop definisce bene un certo modo di fare opinione e informazione al servizio di un leader, un partito, uno stato, una chiesa, una causa. Fabrizio Rondolino, nel confronto con Marco Travaglio, da Lilli Gruber, ha definito agit-prop il Fatto Quotidiano, giornale allarmista per una democrazia sempre messa in pericolo e per una politica sempre corrotta e impunita. Ha ragione. I toni del Fatto erano, secondo me, adeguati contro Silvio Berlusconi, non solo capo, ma padrone del centrodestra, non solo leader e premier, ma padrone della TV commerciale, disposto a commettere reati, ad usare la politica per tutelarsi da inchieste e processi, a delegittimare la magistratura e la stampa. Oltre e dopo Berlusconi, il Fatto si è rivelato monocorde. Stessi toni nei confronti dei leader del centrosinistra e dei successori al governo del cavaliere. Toni che consistono nel rappresentare i politici avversari come dei disonesti o degli imbecilli, o entrambi. Più la simpatia per Beppe Grillo. Agit-prop definisce bene anche il giornalismo di Fabrizio Rondolino. Poco importa che abbia cambiato riferimenti nel corso della sua carriera professionale, da D’Alema, a Mediaset, al Giornale, ad Europa e ora all’Unità a sostegno di Renzi, perché si può cambiare idea o mantenere la stessa idea e vederla di volta in volta incarnata in soggetti diversi. Conta lo stile che si mantiene uguale: l’enfasi con cui sostiene il suo leader, la violenza con cui contrasta gli avversari del suo leader. Tweet oltre il limite della provocazione contro i meridionali, perché il rapporto Svimez mette in difficoltà il governo, o contro le insegnanti, per le proteste contro la riforma della scuola; un blogper bastonare la minoranza PD; una rubrica sull’Unità per dileggiare il Fatto tutti i giorni. Anche Rondolino in fondo dice dei suoi avversari che sono dei disonesti o degli imbecilli. A me piace il conflitto, lo scontro, la polemica, però resto perplesso di fronte ad un modo di confliggere che nega alla controparte rispetto, autorevolezza, valore, e conduce una dissacrazione totale e permanente nei confronti di chiunque sia fuori linea: politici, giornalisti, magistrati, costituzionalisti, intellettuali. Lilli Gruber ha chiesto conto a Marco Travaglio di una didascalia molto evidente a lato di una foto di Maria Elena Boschi, pubblicata sul Fatto. “La scollatura di Maria Elena Boschi è sempre tollerata. Magari non il giorno della legge che porta il suo nome e stravolge la Costituzione”. Travaglio non ha saputo darne una giustificazione sensata e ha riproposto il solito ritornello, per cui non si può criticare una donna senza essere accusati di misoginia, per poi aggiungere che se una donna si veste in un certo modo, non deve lamentarsi dei commenti che riceve. Come se la critica ad una scollatura sia pertinente con la critica all’attività di una donna in politica e come se l’abbigliamento di una donna sia di certo concepito per compiacere lo sguardo maschile, sempre autorizzato a commentare, anche a sproposito. Rondolino ha paragonato Travaglio ai personaggi di Lino Banfi, che guardano nelle scollature, come a dargli dello sfigato, ma quella didascalia per la quale Lillì Gruber ha manifestato il suo fastidio, non è solo sfigata, è anche molesta e viene pubblicata su un giornale che ha nel sessismo il suo più importante punto debole.

ItaliaOggi. Numero 231 pag. 6 del 29/09/2009. Diego Gabutti: Non è il pluralismo che riesce a garantire l'obiettività. L'opinione pubblica, cara a tutti, è stata liquidata col colpo alla nuca della propaganda. Non è libertà di stampa e d'opinione, e non è neppure disinformazione (ci mancherebbe) ma pura e semplice indifferenza per la realtà, quella che ha corso da noi, nell'Italia delle risse da pollaio tra direttori di giornale, del conflitto d'interesse e di Michele Santoro che, credendosi un santo, si porta in processione da solo (i ceri li paga Pantalone). È una libertà di stampa in stile agit-prop: votata, in via esclusiva, all'agitazione e alla propaganda. Apposta è stata coniata l'espressione «pluralismo»: voce da dizionario neolinguistico se ce n'è mai stata una. Con «pluralismo», parola rotonda, non s'intende l'obiettività famosa (sempre che esista e c'è da dubitarne). Il «pluralismo dell'informazione» non garantisce l'informazione ma soltanto il «pluralismo». Vale a dire unicamente il diritto, assicurato a tutte le parti politiche, d'esprimersi liberamente e senza rete attraverso stampa e tivù. Non è in questione, col «pluralismo», la qualità dell'informazione, se cioè l'informazione sia attendibile e non manipolata, ovvero falsa o vera, ma soltanto la sua spartizione, affinché a tutte i racket politici sia riconosciuto il privilegio di lanciare messaggi a proprio vantaggio. Come in una satira illuminista, la libertà di stampa s'identifica con la libertà di dedicarsi anima e corpo alla propaganda: una specie d'otto per mille da pagare a tutte le chiese, sia a Bruno Vespa che a Marco Travaglio. È un concetto stravagante, ma più ancora grottesco e deforme: il «pluralismo» complicato e trapezistico sta alla libertà di stampa propriamente detta come la donna barbuta e l'uomo con due teste del luna park stanno a Naomi Campbell e a Brad Pitt. Non allarga il raggio delle opinioni ma è un guinzaglio corto che lascia campo libero soltanto alle idee fisse. Attraverso il «pluralismo» si stabilisce inoltre il principio dadaista che la sola informazione che conta è quella politica. Tutto il resto è pattume e tempo sprecato: l'occhio del giornalista, sempre più addomesticato e deferente, s'illumina soltanto quando il discorso finalmente cade sulle dichiarazioni del capopartito o sulle paturnie dell'opinion maker, cioè sul niente. È in onore del niente che da noi si esaltano le virtù del «pluralismo». Se ne vantano i meriti, lo si loda, e presto forse lo si canterà negli stadi sulle note dell'Inno di Mameli, o di Va' pensiero, come se davvero l'opinione pubblica fosse la somma di due o più opinioni private, utili a questo o quel potentato economico, a questa o quella segreteria di partito. Ascoltate con pazienza tutte le campane, ci dicono i maestri di «pluralismo», quindi fatevi un'opinione vostra, scegliendo l'una o l'altra tra quelle che vi abbiamo suonato tra capo e collo, nella presunzione che non ci sia altra opinione oltre a quelle scampanate per lungo e per largo dai signori della politica e dell'economia. Suprema virtù dell'informazione è diventata così l'equidistanza: l'idea, cioè, che il buon giornalismo illustri senza prendere partito tutte le opinioni lecite, e che non ne abbia mai una propria, diversa da quelle angelicate. In ciò consisterebbe, secondo chi se ne vanta interprete e campione, l'opinione pubblica famosa, il cui fantasma viene evocato ogni giorno (esclusivamente per amore della frase a effetto) proprio da chi l'ha liquidata col colpo alla nuca della propaganda e dell'agitazione di parte e di partito: gl'intellettuali snob che celebrano messa nelle diverse parrocchie ideologiche, le star miliardarie dei talk show, i fogli di destra e di sinistra che hanno preso a modello la «Pravda» (e, per non farsi mancare niente, anche la stampa scandalistica inglese).

Il falso allarme antifascismo: l'onda nera è una pozzanghera, scrive Francesco Maria Del Vigo, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale". Più che un'onda alla fine si è capito che era una pozzanghera. Quella nera. Vi ricordate la campagna ossessiva che per quasi un anno ci ha tambureggiato nelle orecchie? «All'armi tornano i fascisti!». Giornali e media di sinistra avevano scoperto un filone sempreverde, garanzia di perenne polemica: cioè terrorizzare l'opinione pubblica convincendola del ritorno delle squadracce di Benito Mussolini. Ora, per smontare questa fake news, sarebbe bastato un po' di buon senso. Non sembra che negli ultimi anni si siano impennate le vendite di orbace, fez, manganelli e olio di ricino. Certo, come coraggiosamente svelato da Repubblica, in Veneto c'era un bagnino che aveva tappezzato il suo stabilimento di cimeli (di pessimo gusto) del Ventennio. Ma anche in questo caso il buonsenso non è stato reperito. Fino a quando un giudice ha derubricato l'episodio all'innocua categoria del folclore. E poi, decine e decine di accorati articoli sull'irresistibile ascesa delle tartarughe di Casapound e sui camerati di Forza Nuova. Sociologi e psicologi in campo per spiegare questo ritorno al passato: disagio sociale, periferie, mancata scolarizzazione, emarginazione. Persino la stampa estera - abbindolata da quella nostrana - si era interessata allo strano morbo passatista che sembrava aver infettato lo Stivale, nella memoria del celeberrimo portatore di stivali rigorosamente neri. Ecco, ora possiamo dire che dove non è arrivato il buonsenso sono arrivate le urne. Perché se ci fosse stata una proporzione tra lo spazio mediatico concesso al «pericolo fascista» e il successo elettorale dello stesso, Casapound sarebbe dovuta essere almeno il terzo partito in Parlamento e Simone Di Stefano avrebbe dovuto stappare bottiglie di autarchico prosecco. E invece, la maiuscola deriva mussoliniana si è scoperta soffrire di nanismo. Con il suo 0,9 per cento di preferenze raccolte, Casa Pound smonta la più grande balla della campagna elettorale. Una manciata di mani tese si sono abbassate per infilare la loro scheda nell'urna. Si sgonfia e precipita l'aerostato, pompato ad arte, della marea nera. Il ritorno del fascismo era solo un maldestro tentativo di tenere insieme una sinistra fratturata e scomposta. Il babau non esiste. O, quanto meno, esiste ma non è certo una marea. Si è trattato solo di un procurato allarme. Il paradosso è che a questo giro non solo non sono entrati in Parlamento i nipotini del Duce, ma non è entrato nemmeno un partito che porti la parola sinistra nel nome e nella ragione sociale. Uno scherzo della storia. Un bello scherzo.

IL DOVERE DI UCCIDERE.

Quando il Sessantotto finì nelle ideologie, risponde Aldo Cazzullo il 7 febbraio 2018 su "Il Corriere della Sera". Caro Aldo, già cominciano le rievocazioni. Ma ha ancora senso processare il ‘68? Filiberto Piccini, Pisa.

Caro Filiberto, La discussione sul ‘68 l’hanno sempre fatta i sessantottini: spesso celebrandosi, talora abiurando. Avrebbero diritto di parola anche le generazioni precedenti e successive. In Italia com’è noto il ‘68 è durato dieci anni, sino al caso Moro. I miei ricordi di bambino sono scanditi dagli scontri di piazza e dagli omicidi di terroristi rossi e neri. Certo la rivolta non è stata solo questo; ma negare che ci sia un nesso tra il ‘68 e gli anni di piombo mi pare arduo. Più tardi ho cercato, intervistando centinaia di protagonisti, in fabbrica e in questura, ai vertici Fininvest e in galera, di trovare un senso a quel che era accaduto. Mi sono fatto questa idea. A un’esplosione libertaria, che ha portato a un sano cambiamento dei costumi, dei rapporti tra le persone, del ruolo della donna, è seguito un irrigidimento dogmatico in una parte non trascurabile del movimento. Lo slancio dei giovani finì ingabbiato nelle due ideologie del Novecento, il comunismo e il fascismo, destinate a estinguersi da lì a pochi anni. I giovani di sinistra consideravano il Pci compromesso con la democrazia borghese, e si proponevano di proseguire il compito cui Togliatti e Berlinguer avevano rinunciato: la rivoluzione, come in Cina più che come in Russia. Qualche ex di Lotta continua ha il vezzo di dire di non essere mai stato comunista. Farebbe meglio a dire di essere sempre stato contro il Pci; ma i militanti di Lotta continua erano convinti di essere loro i veri comunisti. Qualcosa del genere, su scala più ridotta, accadde a destra nei confronti del Msi di Almirante, considerato filoatlantico, filoisraeliano, mercatista. Il risultato fu una mimesi della guerra civile, che lasciò sul terreno troppo odio e troppi morti. Di quella generazione salvo una cosa: l’idea, coltivata da molti, che si potesse essere felici soltanto tutti assieme, affidando la vita alla politica. La sconfitta è stata dura: qualcuno è finito nel terrorismo, qualcuno nella droga, qualcuno è rimasto in fabbrica negli anni della restaurazione. La generazione successiva, quella del riflusso (che è poi la mia), ha creduto che si potesse essere felici soltanto ognuno per proprio conto; e anche noi siamo andati incontro alla disillusione, con questo senso di solitudine esistenziale che ci portiamo dentro.

Perché il loro è ancora un olocausto di serie B? Scrive Giannino Della Frattina, Mercoledì 07/02/2018, su "Il Giornale". È storia dolorosissima e piuttosto nota, ma mai abbastanza ricordata quella di una terribile edizione dell’Unità, il quotidiano che per decenni si è vantato già nella testata di essere stato fondato da Antonio Gramsci e che in quell’uscita in edicola del 30 novembre 1946, scriveva: «Ancora si parla di “profughi”: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi». L'«alito di libertà», secondo i compagni dell'Unità, era quello degli aguzzini del maresciallo Tito la cui pulizia etnica veniva bonariamente definita «avanzata di eserciti liberatori», mentre «gerarchi, briganti neri» erano definiti gli italiani costretti a fuggire dalle torture e dalla morte nell'orrore delle foibe. Una terribile follia, quella dei giornalisti comunisti (che almeno allora avevano il coraggio di definirsi tali), della quale nessuno ha mai nemmeno sentito il bisogno di chiedere scusa. Una delle pagine più disgustose della sinistra italiana che fa il paio con il Treno della vergogna, quello che nel 1947 portò ad Ancona gli esuli scappati da Istria, Quarnaro e Dalmazia. Con i ferrovieri che lo ribattezzarono «treno dei fascisti» e lo presero a pietrate alla stazione di Bologna. Tanti anni sono passati, il comunismo è stato sepolto dagli stessi comunisti che oggi sono i primi a vergognarsene e agli esuli istriani e dalmati è stata dedicata per legge il Giorno del ricordo. Ma il loro rimane lo stesso un olocausto di serie B. Nessuno oggi dice più che si sono meritati quelle morti orribili e neppure che erano tutti fascisti, ma insomma un po' di pregiudizio resta. Ed è facile dimostrarlo, basta pensare alle cerimonie per ricordare il loro sacrificio e l'orrore comunista. Troppo spesso i sindaci di sinistra (come a Milano Giuliano Pisapia) non ci vanno molto volentieri o addirittura non ci vanno proprio, preferendo inviare al loro posto un delegato del Comune. Un modo per far morire di nuovo i loro cari, per rubargli un'altra volta casa, affetti e patria abbandonati in una notte per evitare lo sterminio che è toccato a tanti di loro o lo strazio delle carni che ha fatto di Norma Cossetto il simbolo eterno di quelle sevizie. Perché le parole (non dette) possono ferire quanto le pallottole. Ci pensi quest'anno il sindaco Giuseppe Sala. Questi nostri fratelli hanno giù sofferto abbastanza per il solo fatto di essere italiani. I comunisti non ci sono più, loro invece ci sono ancora. Con tutto il loro orgoglio.

Il dovere di uccidere. Le radici storiche del terrorismo. Il Libro di Vittorio Strada. Perché, negato il comandamento «Non uccidere», per il terrorista vale l’imperativo «Devi uccidere»? «Coloro che si votarono alla morte gettando bombe rudimentali contro lo zar e i suoi ministri hanno anticipato i terroristi suicidi che usano ordigni ben più sofisticati contro le folle occidentali in un conflitto che è ancora più vasto di quello che dilaniò la Russia e si accompagna a un incessante movimento migratorio destinato a mutare la natura della civiltà europea». Chi è il terrorista? Qual è il suo mondo interiore? Cos’ha di diverso dal soldato e dal criminale? Per Vittorio Strada è nella Russia della seconda metà del xix e dell’inizio del xx secolo che ha avuto la sua più grande affermazione il terrorismo, prototipo delle ondate successive che avrebbero suscitato in intellettuali come Dostoevskij, Nietzsche, Mann e Camus riflessioni morali, religiose e politiche ancora di grande attualità. Dalle prime avvisaglie fino alla svolta storica dell’ottobre 1917, il libro ripercorre episodi cruciali e figure significative, analisi problematiche e illuminanti, a cui si affiancano nuove interpretazioni di opere letterarie considerate non come materiali illustrativi, ma espressioni vive di una drammatica pagina della storia russa ed europea che aiuta a capire non soltanto un recente passato ma anche il presente. Oggi che il terrorismo riappare, sia pure in tutt’altre vesti, come manifestazione aggressiva di una civiltà diversa, intrecciata a quella occidentale a cui si oppone, conoscere la vicenda russa può far emergere la segreta affinità tra nuovo e vecchio terrorismo, per provare a immaginare delle soluzioni.

Dalla Russia con terrore, scrive Roberto Brunelli il 21 gennaio 2018 su "La Repubblica". Nel suo saggio sul terrorismo, titolato provocatoriamente "Il dovere di uccidere", Vittorio Strada ci racconta le origini del fenomeno in quel burrascoso mondo a cavallo tra Europa e Asia. Affresco forte. Esaustivo. E in cui non ha paura di citare tra i cattivi maestri anche alcuni Grandi come Nietzsche, e ok: ma perfino Dostoevskij e Camus? Furono i "giacobini russi" i primi, l'anno era il 1862. Circolava un proclama, per le strade di Mosca e di San Pietroburgo, che scatenò grandi ansie nelle ariose stanze del potere zarista. Era firmato da un misterioso "Comitato centrale rivoluzionario" ed era intitolato Giovane Russia. Diceva che "il popolo è il partito da tutti offeso", ribadiva che "l'unica via d'uscita dall'oppressione" — effettivamente immensa — non poteva che essere "una rivoluzione sanguinosa e inesorabile". Profetizzava "un fiume di sangue", e "periranno anche vittime innocenti". In pratica, l'atto fondativo del terrorismo in Russia. Per non dire del terrorismo tout court. È Vittorio Strada, massimo esperto di Russia del nostro Paese, filologo, accademico e critico, a raccontarci questa storia. Che non lascia indifferenti nell'epoca dei morti del Bataclan e di Nizza, del mercatino di Natale berlinese e di Barcellona. Certo, i jihadisti del Ventunesimo secolo sono altra cosa rispetto a quel Pëtr Zaičnevskij che aveva elaborato — in carcere — il proclama di cui sopra, nel senso che il loro nemico "non è un particolare regime, ma la civiltà contemporanea nel suo complesso". Ma lo spirito "fanatico e totalitario" è lo stesso, e quei giovani — scrive Strada — "che si votarono alla morte gettando bombe rudimentali contro lo zar hanno anticipato i terroristi suicidi che usano ordigni ben più sofisticati contro le folle occidentali". Certo, non è un caso che Strada abbia scelto per questo suo ultimo lavoro un titolo furibondo come Il dovere di uccidere, provocatorio nell'esatta misura in cui coglie uno dei caratteri fondanti del terrore praticato, rosso o nero, "giacobino" o jihadista. Per dimostrarlo, ci porta per mano in un viaggio attraverso le origini e la storia del terrorismo russo che è molto di più di una storia. Perché in questa galleria di nomi e volti come quello di Pëtr Tkačëv, teorico del giacobinismo russo (secondo cui era necessario "fare rapida e degna giustizia dei portatori del potere autocratico"), scorrono, e non da personaggi secondari, i nomi di Dostoevskij come di Camus, di Nietzsche come di Lukács, spesso con sofferenza e dolore. Proprio Tkačëv aveva letto, come tanti, I demoni ("l'opera che più a fondo penetra nelle tenebre del nichilismo russo", Strada dixit), e sarà Dostoevskij a scrivere che "l'orrore sta proprio nel fatto che da noi si possa commettere l'azione più disgustosa e abietta senza essere affatto un mascalzone!", aprendo quella finestra sulla soggettività del terrorista che finirà per essere uno dei temi più lancinanti, per esempio negli anni di piombo. Un viaggio che a tratti lascia senza fiato, come il passaggio che porta persino alla Montagna incantata di Thomas Mann, tramite l'inquietante personaggio del "gesuita sovversivo" Leo Naphta, la cui figura è peraltro ricalcata per l'appunto su quella di György Lukács: perché, come sottolinea Bakunin in una lettera del 1870, "il gesuitismo era un punto di riferimento nella tradizione rivoluzionaria russa e nella sua manifestazione estrema terroristica". E non è un paradosso se "chiesa" e "catechismo" siano parole che ricorrono, nella narrazione di Strada. È lunga e lastricata di vittime questa storia, fin dentro le viscere del Novecento. L'editoriale di una rivista della Ceka del 1918, graziosamente intitolata Terrore rosso, enuncia che "noi annientiamo la borghesia come classe". Lenin trovò esagerate quelle parole, tant'è vero che di quel foglio non fu mai pubblicato un secondo numero. Ma l'enunciazione contiene uno degli assunti cruciali del terrore organizzato: la morte come "necessità" di ipotetiche rivoluzioni, l'annullamento delle vittime come individui. Nella Mosca di Dostoevskij come sul lungomare di Nizza.

"Il moderno terrorismo? È figlio dei teorici russi che volevano morto lo Zar". In «Il dovere di uccidere» lo storico analizza la nascita del mito dell'omicidio politico «giusto», scrive Matteo Sacchi, Mercoledì 07/02/2018, su "Il Giornale". Il terrorismo è uno dei peggiori flagelli del XXI secolo, soprattutto nella declinazione religiosa che caratterizza l'islamismo radicale. Ma quali sono le radici storiche del terrorismo? È il tema su cui riflette Vittorio Strada, studioso di cultura e letteratura russa, nel suo nuovo saggio: Il dovere di uccidere (Marsilio, pagg. 204, euro 16). Strada dimostra che il terrorismo moderno ha trovato nella Russia degli zar e poi nella rivoluzione bolscevica una fecondissima incubatrice. Questo terrorismo nato all'ombra del regime degli Zar e prosperato nella Rivoluzione d'ottobre ha poi segnato la storia di tutto l'Occidente. E non solo dell'Occidente. Come scrive Strada, il terrorismo occidentale ha avuto particolare sviluppo nella Russia della seconda metà del XIX secolo e dell'inizio del XX, animato da una religiosità sui generis che gli veniva dall'utopia socialista e comunista.

Professor Strada, perché proprio in Russia?

«Il terrorismo in Russia non è dovuto a un particolare ribellismo locale, ma a una particolare situazione storica. L'arretratezza generale, il permanere di una autocrazia assoluta restia a ogni riforma di tipo istituzionale, la pressione di enormi masse contadine (servitù della gleba), tutto ciò preparò il terreno della rivolta. Quando a questo si sommarono le idee socialiste provenienti da Occidente la situazione esplose».

Il modello del Terrore della rivoluzione francese ha un suo ruolo, nella nascita di questo terrorismo contemporaneo?

«L'influsso delle idee e delle azioni della Rivoluzione in Francia, in particolare durante il Terrore, fu decisivo e portò a un tipo di rivoluzionarismo nuovo che mirava a un utopistico rinnovamento della società. Quanto ai mezzi dispiegati in Russia, furono più spietati di quelli francesi, anche a livello teorico. Ma questo forse fa parte della natura russa...».

C'è un teorico del terrorismo, Sergej Necaev, segretamente molto ammirato da Lenin, che è forse colui che ha portato ai massimi livelli il culto per l'atto violento...

«Necaev fu l'anima nera del movimento terroristico e costituisce ancora oggi per vari aspetti un enigma. Demonizzarlo però non ha senso. Dostoevskij in sostanza nei Demoni parla di lui, ma lo stesso scrittore russo lo considerava un mistero».

Ecco, Dostoevskij lanciò in un certo senso l'allarme sul fatto che stava capitando qualcosa di radicalmente nuovo in Russia. Che stava nascendo una violenza nichilista diversa e pericolosa. Ma fu ignorato...

«Ciò che stava avvenendo in Russia attorno a Necaev era a tal punto sconcertante che sia i moderati, sia i progressisti ne restarono spiazzati. Furono in un certo senso vittime di quello che oggi chiameremmo politicamente corretto. Furono come paralizzati di fronte a quegli ideali rivoluzionari forieri di orrori e genocidi».

Necaev era comunque un teorico, ma con il 1905 cambiò tutto...

«Nei primi anni del Novecento il terrorismo in Russia ha assunto un carattere organizzato sempre più rigoroso e, soprattutto, è diventato un fenomeno di massa, legato alla lotta rivoluzionaria generale. Ormai siamo prossimi al passaggio dal terrorismo di base a quello che sarà il terrorismo di Stato comunista».

E come sono giunte in Occidente le spore del terrorismo sviluppato in Russia?

«È stato un passaggio ovvio e naturale dettato dalla comunanza ideologica. Semmai a essere stato diverso, nel terrorismo degli anni Settanta in Occidente, è il rapporto con le varie compagini statali. Gli Stati erano molto più organizzati e coinvolti in un gioco geopolitico globale».

Nel terrorismo sembrano sempre emergere archetipi religiosi, anche quando si tratta di un terrorismo formalmente laico, come quello comunista. Un esempio potrebbe essere il mito del martirio.

«È un problema più vasto di quanto non appaia e riguarda tutto il processo di secolarizzazione della società contemporanea in cui persino l'ateismo ha connotazioni religiose. Il totalitarismo è stato la forma più compiuta di questo fenomeno. Fra terrorismo e totalitarismo corre in Russia un collegamento che è stato particolarmente esiziale».

Quali sono le affinità e le divergenze fra questo terrorismo storico e il terrorismo islamico?

«Ancora una volta l'esperienza della Russia ha mostrato questa connessione fra terrorismo laico e non. È un tema complesso che tratto nell'introduzione del mio libro».

Dove Strada scrive: «Il terrorismo russo costituisce la preistoria del terrorismo presente e futuro. Coloro che si votarono alla morte gettando bombe rudimentali contro lo Zar hanno anticipato i terroristi suicidi che usano ordigni ben più sofisticati contro le folle occidentali».

Terrorismo rosso. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il terrorismo rosso è una tipologia di eversione armata di ispirazione comunista e rivoluzionaria e, più in generale, collegata a ideologie politiche di estrema sinistra e che ha come obiettivo il ricorso alle armi come unico mezzo individuato per disarticolare il sistema Stato-Capitale, al fine di generare un sollevamento del proletariato e provocare così uno slancio rivoluzionario liberatrice delle masse oppresse. Obiettivo di tali organizzazioni è il rovesciamento dei governi capitalistici e la loro sostituzione con la dittatura del proletariato, ovvero con l'unica classe rivoluzionaria e anti-imperialista, in grado di abolire il classismo e lo sfruttamento e favorire l'instaurazione di una società marxista-leninista o socialista, come passo fondamentale verso il raggiungimento di una democrazia vera e non solo formale.

Le origini. «La netta soluzione di continuità tra l’organizzazione armata e i movimenti sociali è sottolineata dalla decisione di intendere la violenza come progetto e strumento di azione in strutture clandestine […] privandosi delle discussioni politiche aperte e democratiche per analizzare e verificare ipotesi e obiettivi». (Robert Lumley da La genesi del terrorismo di sinistra). Alcune tracce delle origini del terrorismo rosso, d'ispirazione marxista-leninista e che poi diede vita al moltiplicarsi di organizzazioni armate di sinistra negli anni settanta, possono essere probabilmente individuate in alcuni scritti del politico e rivoluzionario russo, Lev Trotsky. Già nel 1918, all'indomani cioè della Rivoluzione d'ottobre, nel suo Terrorismo e comunismo, Trotsky teorizzava la necessità dell'impiego della forza (terrore rosso) da parte del potere rivoluzionario, per difendere il neonato Stato dei soviet dai germi della controrivoluzione e dalle stesse classi che, la rivoluzione stessa, aveva espropriato e che cercavano a loro volta di rovesciare. «La Storia non ha trovato finora altri mezzi per fare avanzare l'umanità, se non opponendo ogni volta alla violenza conservatrice delle classi dominanti, la violenza rivoluzionaria della classe progressista». (Lev Trotsky da Terrorismo e Comunismo). Il terrore rosso, quindi, come proseguimento naturale dell'insurrezione armata attraverso la quale i comunisti avevano preso il potere in Russia. E come chiarisce lo stesso Trotsky, nella prefazione alla seconda edizione inglese del suo testo: "il terrorismo è, in ultima analisi, un'incitazione, un monito, un incoraggiamento: lavoratori di tutti i paesi, unitevi e prendete il potere, strappatelo a chi lo usa per tenervi in catene e fatelo vostro." «La creazione di un disciplinato e potente Esercito rosso nello Stato comunista dei Soviet ha la virtù di eccitare i cervelli vuoti. Si parla della Russia sovietista come di una nuova Prussia militarista. Lev Trotsky, che ha saputo rinnovare i miracoli di Lazzaro Carnot, tra difficoltà enormemente superiori a quelle dovute superare dal grande organizzatore della Rivoluzione francese, viene presentato come un nuovo Gengis Kan; si parla di 'regime militarista', mentre l'Esercito rosso è istituzione transitoria creata per la difesa della rivoluzione». (Antonio Gramsci da L'Avanti!, marzo 1919).

Nel mondo. Nate perlopiù nel contesto storico che seguì il movimento di protesta che, sul finire degli anni sessanta, prese il nome di Sessantotto, le organizzazioni terroristiche di sinistra ebbero il loro periodo di maggiore attività soprattutto nel corso degli anni settanta e ottanta quando, la loro strategia eversiva, sembrò in alcuni casi far vacillare governi e sistemi politici, in nome di una trasformazione radicale della società e nella speranza di un sollevamento del proletariato nella lotta rivoluzionaria. Nel corso del tempo, moltissimi Paesi in tutto il mondo hanno dovuto in qualche modo confrontarsi con il fenomeno terrorista e, nello specifico dell'eversione legata ad ideologie di sinistra, furono le democrazie occidentali (Stati Uniti, Giappone e, soprattutto, l'Europa), dove i gruppi terroristici trovarono il terreno più fertile per le loro azioni. E anche nei Paesi dittatoriali dell'America Latina, dove la lotta eversiva assunse la valenza anche di lotta per la liberazione nazionale, la svolta armata d'ispirazione marxista-leninista, alimento il fiorire di gruppi di guerriglia per la presa del potere in nome di una rivoluzione socialista. Tra le organizzazioni terroristiche di sinistra più conosciute e longeve nel mondo, ci furono: l'Armata Rossa Giapponese, i Weather Underground negli Stati Uniti, le Brigate Rosse e Prima Linea in Italia, la Rote Armee Fraktion nella ex Germania Ovest, Action directe in Francia, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale in Nicaragua, Sendero Luminoso in Perù e le FARC in Colombia.

Germania. La più importante formazione armata di sinistra tedesca fu la Rote Armee Fraktion (RAF). Inizialmente nota come banda Baader-Meinhof, la RAF venne fondata il 14 maggio 1970 da Andreas Baader, Gudrun Ensslin, Horst Mahler, e Ulrike Meinhof. Organizzazione comunista e antimperialista, dedita alla guerriglia urbana e impegnata nella resistenza armata contro quello che considerano uno stato fascista, nonostante i suoi leader (Ensslin, Baader e Meinhof) furono prematuramente arrestati nel 1972, il gruppo rimase comunque attivo per quasi 30 anni, fino al 1993, e venne formalmente disciolto nel 1998. Rote Armee Fraktion. Organizzato in piccole cellule compartimentate la RAF poteva contare anche su collegamenti con formazioni terroristiche internazionali come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, con il gruppo francese Action directe, le Brigate Rosse, e con terroristi come il Comandante Carlos. Complessivamente, la Rote Armee Fraktion fu responsabile di numerose operazioni terroristiche e di 33 omicidi e raggiunse momento di massima attività fra il 1975 e il 1977, culminata con il rapimento del presidente degli industriali tedesco-occidentali Hanns-Martin Schleyer e il dirottamento di un aereo Lufthansa.[ Diversi dirigenti e militanti del gruppo rimasero uccisi tra la fine degli anni settanta e primi anni ottanta durante scontri a fuoco con la polizia oltre alla morte, in carcere, il 18 ottobre del 1977 nella prigione di Stammheim, a Stoccarda (ufficialmente per suicidio), di Andreas Baader e di altri due leader storici del gruppo, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe. l 20 aprile del 1998, un volantino di otto pagine a firma RAF fu inviata via fax all'agenzia di stampa Reuters, dichiarando lo scioglimento ufficiale del gruppo. Altra organizzazione terroristica di estrema sinistra tedesca fu la Revolutionäre Zellen (RZ). Attiva tra il 1973 e il 1995, è stata descritta nei primi anni ottanta, secondo il Ministero dell'Interno tedesco, come una delle più pericolose formazioni terroristiche di sinistra e responsabile di 186 attacchi, 40 dei quali furono portati a segno a Berlino Ovest.

Belgio. La formazione terroristica delle Cellule comuniste combattenti (CCC) venne fondata nel 1982, in Belgio, da Pierre Carette, grazie anche all'apporto di alcuni militanti della francese Action directe. Gruppo d'ispirazione marxista-leninista, i CCC furono attivi per meno di due anni. Finanziarono le loro attività attraverso una serie di rapine in banca e furono principalmente impegnati in attentati entro i confini del Belgio ma con obiettivi prevalentemente internazionali. Nel corso di 14 mesi effettuarono 20 attentati contro, in particolare, la NATO, aziende statunitense ed altre imprese internazionali. Nel dicembre 1985, la polizia ha arrestò il leader e fondatore Pierre Carette, assieme ad altri militanti del gruppo. Dopo la sua condanna all'ergastolo, il 14 gennaio 1986, il gruppo cessò di essere operativo.

Francia. In Francia, l'organizzazione Action Directe (AD), venne fondata, nel 1979 da Jean-Marc Rouillan e dalla fusione del Groupe d'Action Révolutionnaire Internationale con il Noyaux Armés Pour l'Autonomie des Peuples. Attiva solamente per otto anni, al suo interno coesistevano due formazioni: una nazionale e un'altra internazionale con quest'ultima che manteneva una collaborazione attiva con gli altri movimenti terroristici europei come la Rote ArmeeFraktion tedesca, le Brigate Rosse e le Cellule comuniste combattenti del Belgio. Tra il 1982 e il 1985, la fazione nazionale di Action Directe effettuò numerosi attentati dinamitardi a edifici governativi e omicidi contro obbiettivi politici: il più noto fu quello che nel 1985 costò la vita al generale René Audran, uno dei massimi responsabili della Difesa e dell'industria militare. Il 28 marzo 1986, la fazione nazionale dell'organizzazione, venne smantellata con l'arresto a Lione e a Saint-Étienne di André Olivier e molti suoi complici. Il 21 febbraio 1987, l'arresto dei capi storici Jean-Marc Rouillan, Nathalie Ménigon, Régis Schleicher, Joëlle Aubron e Georges Cipriani, segnò la fine dell'intera organizzazione.

Spagna. Il Grupos de Resistencia Antifascista Primero de Octubre (GRAPO) nasce, a partire dall'estate del 1975, come braccio armato del Partito Comunista di Spagna Ricostituito (PCEr), componente clandestina scissa dal Partito Comunista di Spagna. Un gruppo clandestino anticapitalista e anti-imperialista d'ispirazione maoista che puntava essenzialmente alla formazione di uno stato repubblicano spagnolo sul modello della Repubblica Popolare Cinese di Mao Zedong. Fortemente contrari all'adesione spagnola alla NATO, a partire dalla sua nascita e fino al 2006, furono responsabili di 84 omicidi tra poliziotti, militari, giudici e civili, di 300 attentati dinamitardi e di circa 3.000 azioni armate (il governo spagnolo ne riconosce ufficialmente 545). Il gruppo ha anche commesso una serie di rapimenti, inizialmente per motivi politici e, solo in seguito, per autofinanziamento. L'ultima azione venne commessa il 17 novembre 2000 con l'omicidio di un agente di polizia ucciso a Carabanchel, distretto di Madrid. Secondo la polizia spagnola il GRAPO sarebbe stato sciolto nel 2007, dopo che 6 dei suoi militanti furono arrestati, nel giugno quell'anno e anche se, il gruppo stesso, non abbia mai annunciato il suo ufficiale scioglimento. Fino ad oggi 3.000 persone sono state arrestate in relazione al gruppo (e al PCEr), di cui 1.400 sono state poi incarcerate. Ad oggi ci sono 54 prigionieri del GRAPO (e del PCEr) nelle carceri spagnole. Il leader del GRAPO, Manuel Pérez, è stato condannato da un tribunale francese nel 2000 per associazione a delinquere con finalità di terrorismo. Altra organizzazione armata spagnola di sinistra è l'ETA politico-militare, nata nel 1974, dopo la scissione dalla componente maggioritaria nazionalistica dell'Euskadi Ta Askatasuna (meglio nota con l'acronimo ETA), il gruppo terroristico per l'indipendenza delle Province Basche. L'ETA politico-militare, formazione d'ispirazione marxista e propensa alla lotta politica contro il franchismo, dopo il fallito colpo di Stato militare del febbraio 1981, sospese ogni azione di guerriglia e, nel 1982, si unì al Partito Comunista di Euskadi.

Grecia. In Grecia, a partire dal 1975, fu attiva l'Organizzazione Rivoluzionaria 17 novembre (17N), un gruppo di estrema sinistra che deve il proprio nome alla data della violenta repressione della rivolta degli studenti del Politecnico d’Atene, del 17 novembre 1973, durante la dittatura dei Colonnelli. Il gruppo 17N, che ebbe come principali nemici obiettivi Americani e capitalistici in Grecia, si rese responsabile in tutto di 25 omicidi e di decine di attentati. L'ultima vittima fu il militare britannico Stephen Saunders, colpito a morte nel giugno del 2000. Si ritiene che l'organizzazione sia stata definitivamente sciolta nel 2002, dopo l'arresto ed il processo di un certo numero dei suoi componenti come Alexandros Giotopoulos, identificato come il leader del gruppo ed arrestato il 17 luglio 2002, o Dimitris Koufodinas, capo operativo del 17N, che si arrese alle autorità il 5 settembre di quello stesso anno. In tutto 19 persone vennero accusate di circa 2.500 reati relativi alle attività del 17N. Il processo contro i sospetti terroristi 19 accusati d'aver compiuto 25 delitti in 27 anni, iniziò ad Atene il 3 marzo 2003 e, l'8 dicembre successivo, quindici imputati (tra cui Giotopoulos e Koufodinas), vennero ritenuti colpevoli, mentre altri quattro vennero assolti per mancanza di prove. Come risposta allo scioglimento forzato della 17N, a partire dal 2003, vennero fondati i gruppi Lotta rivoluzionaria' e' Setta dei rivoluzionari, organizzazioni terroristiche paramilitari tuttora attive, entrambe legate alla sinistra radicale greca e note, soprattutto, per una serie di attentati dinamitardi nei confronti di obbiettivi governativi (tribunali, corti d'appello, ministeri) e statunitensi, in territorio greco.

Regno Unito. Fondato nel 1970, l'Angry Brigade, fu un piccolo gruppo anarco-insurrezionalista, responsabile di una serie di attentati in Inghilterra fino al 1972, anno in cui fu smantellato a causa di una serie di arresti nei confronti dei loro militanti. Gli obiettivi dei circa 25 attentati, attribuiti loro dalla polizia, non causarono comunque morti, in quanto tesi a colpire beni materiali e simboli dell'establishment britannico: banche, ambasciate, piuttosto che abitazioni di deputati conservatori. Il 3 maggio del 1972 si aprì il processo a carico del gruppo, che terminò il 6 dicembre dello stesso anno, con condanne pari a dieci anni di detenzione per i quattro imputati (John Barker, Jim Greenfield, Hilary Creek e Anna Mendleson). L'Irish National Liberation Army (INLA) è stato un gruppo paramilitare nordirlandese di ispirazione marxista-socialista, costituitosi nel dicembre del 1974 (anno della scissione dall'IRA), con l'obiettivo di far uscire l'Irlanda del Nord dal Regno Unito e di riunificarla con la Repubblica d'Irlanda. Tra il 1975 e il 2001, il gruppo si rese responsabile della morte di 113 persone, tra cui: 42 civili, 46 membri delle forze di sicurezza del Regno Unito, 16 paramilitari repubblicani e 7 paramilitari unionisti. Dopo 24 anni di ininterrotta lotta armata, il 22 agosto del 1998, l'INLA dichiarò per la prima volta il cessate il fuoco e, nell'ottobre del 2009, ha formalmente deciso di perseguire i suoi obiettivi con mezzi politici pacifici.

Turchia. Nato nel marzo 1994 dalle ceneri del movimento Dev-Sol (Sinistra rivoluzionaria, fondato nel 1978) il Partito/Fronte rivoluzionario popolare di liberazione (Dhkp/C), è una delle principali organizzazioni armate turche di estrema sinistra. Accusata di aver compiuto una serie di omicidi e attentati contro ex ministri e generali in pensione e dell'uccisione nel 1996 dell'industriale Ozdemir Sabanci, membro di una delle due principali famiglie imprenditoriali del paese, l'organizzazione è dichiaratamente ostile agli USA e alla NATO. Il Dhkp/C è stato al centro di numerose rivolte nelle carceri e, nel 2000, di uno sciopero della fame che portò alla morte di 64 persone. A tutt'oggi è ancora attivo e, in particolare nel 2013, ha rivendicato una serie di attentati kamikaze contro obbiettivi politici, tra cui quello all'ambasciata Usa ad Ankara che, nel febbraio di quell'anno, ha provocato la morte di due persone (tra cui l'attentatore stesso). Altre formazioni terroristiche turche, d'ispirazione marxista-leninista sono: il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), fondato, nel 1978, da Abdullah Ocalan e che da anni combatte nelle regioni sudorientali a maggioranza curda per la creazione di uno Stato curdo indipendente; l'Esercito segreto armeno per la liberazione dell'Armenia, attivo dal 1975 al 1986 e responsabile dell'uccisione di più di 30 diplomatici turchi in tutto il mondo, con l'obiettivo di costringere il governo turco a riconoscere pubblicamente la sua responsabilità nel genocidio del popolo armeno e imporre la restituzione del territorio sottratto agli stessi. Le diverse scissioni interne e l'uccisione, ad Atene, il 28 aprile 1988, del suo leader Hagop Hagopian, determinarono in pratica la fine dell'organizzazione.

Medio Oriente. In Medio Oriente, le più importanti organizzazioni terroristiche di sinistra, sono legate al conflitto arabo-israeliano e alla questione palestinese. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), fondato nel 1967 da George Habash, da una costola del Movimento dei Nazionalisti Arabi, è un'organizzazione marxista-leninista che, pur rimanendo fedele agli ideali del Panarabismo, giudica la lotta palestinese parte della più ampia rivolta contro l'imperialismo occidentale, allo scopo anche di unire il mondo arabo e di rovesciare i regimi reazionari. Nel 1968 il PFLP aderì all'OLP e vi rimase fino al 1974, anno in cui decise di abbandonare l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, rea di aver abbandonato (secondo il PFLP) l'obiettivo di azzerare lo Stato di Israele. Nell'immediato biennio che seguì la fondazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, a seguito di altrettante scissioni, nacquero altre due organizzazioni palestinesi di ispirazione marxista-leninista e nazionalista: il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina - Comando Generale, fondato nel 1968 da Ahmed Jibril, ed il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP), nato nel 1969 e guidato da Nayef Hawatmeh. Le tre formazioni palestinesi sono state inserite nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta da Stati Uniti d'America, dal Canada e dall'Unione europea. Da una combinazione di estremismo islamico e marxismo, invece, nascono i Mujahidin del Popolo, gruppo di dissidenti iraniano che ha all'attivo numerosi attentati nel loro Paese.

Giappone. L'Armata Rossa Giapponese fu un gruppo terroristico fondato, nel febbraio 1971, da un gruppo di studenti guidati da Fusako Shigenobu (soprannominata la regina del terrorismo) e con il preciso obiettivo di rovesciare il governo e le istituzioni imperiali giapponesi, ma soprattutto infiammare la rivoluzione mondiale. Il gruppo, che ebbe fino circa 400 membri e strinse legami anche con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, divenne noto per aver compiuto il primo attacco kamikaze portato a termine, nel maggio 1972, all'aeroporto israeliano di Tel Aviv, che provocò la morte di 24 persone. Con l'arresto, nel novembre 2000, dopo trenta anni di latitanza, della sua leader Fusako Shigenobu, l'organizzazione venne formalmente sciolta il 14 aprile 2001. Nel 2006, la Shigenobu venne condannata a venti anni di carcere. Di più recente formazione, invece, è l’Esercito Rivoluzionario Kansai, considerato come il braccio armato dello schieramento estremista di sinistra nato dalla frammentazione del Partito Comunista Giapponese.

Stati Uniti. Negli Stati Uniti d'America, i Weather Underground, furono un'organizzazione terroristica di ispirazione comunista rivoluzionaria attiva dal 1969, anno della contestazione giovanile studentesca americana, e fino al 1976. Nata da una scissione all'interno del movimento Students for a Democratic Society e fondata da Bill Ayers, Mark Rudd, Bernardine Dohrn, Jim Mellen, Terry Robbins, John Jacobs e Jeff Jones, il nome del gruppo fa riferimento al verso You don't need a weatherman to know which way the wind blows (non serve un meteorologo per capire da che parte tira il vento) contenuto nel brano Subterranean Homesick Blues, di Bob Dylan. Utilizzando metodi di protesta violenta in reazione alla politica estera degli Stati Uniti, i Weather compirono diversi attentati come l'esplosione al Campidoglio di Washington, del primo marzo 1971 o l'attentato al Pentagono del 19 maggio 1972. Il gruppo sposò anche la causa antirazzista delle Black Panther al fine di raggiungere, secondo un rapporto del governo degli Stati Uniti del 2001, tre obiettivi: liberare i prigionieri politici nelle carceri americane, attuare espropri proletari (rapine a mano armata) per finanziare la terza fase, ovvero quella di avviare una serie di attentati e attacchi terroristici. La clandestinità dei vari componenti finì all'inizio degli anni ottanta, quando molti attivisti del gruppo decisero di costituirsi.

Canada. Il Fronte di Liberazione del Québec (FLQ) fu un'organizzazione terroristica di estrema sinistra canadese fondata, nel 1963, dal rivoluzionario belga George Schoeters, con l'obiettivo di raggiungere l'indipendenza della provincia del Québec e la sua trasformazione in una nazione comunista indipendente. Sostenitori di una politica marxista-leninista, nel corso della sua storia e fino al 1970, il FLQ si rese responsabile di oltre 200 azioni violente, tra cui attentati dinamitardi, rapine di autofinanziamento e due omicidi. Tra le azioni più note ci furono: l'attentato alla borsa valori di Montréal che, nel febbraio 1969, causò 27 feriti; il rapimento e successivo assassinio del ministro del Lavoro del Québec, Pierre Laporte e il rapimento del diplomatico britannico James Cross, entrambi nell'ottobre del 1970. Il declino del movimento coincise con le misure repressive messe in atto dal governo canadese che, su richiesta dell'organo provinciale, proclamò lo stato di guerra e lo stanziamento di truppe dell'esercito che riuscirono a riportare l'ordine, grazie anche ad una compatta reazione dell'opinione pubblica, contraria alla svolta armata della lotta politica. Alla promulgazione di una serie di leggi speciali approvate dal Parlamento, fece seguito un'ondata di arresti da parte delle unità antiterrorismo della polizia di Montreal: 457 persone tra attori, scrittori, giornalisti e militanti politici.

America Latina. Nel volume The New Dimension of International Terrorism, scritto da Stefan Aubrey nel 2004, l'autore identifica le seguenti formazioni quali principali organizzazioni terroristiche di sinistra operanti, negli anni settanta e ottanta, in America Latina: il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale in Nicaragua, i Sendero Luminoso in Perù, l'M-19 e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (note come FARC) in Colombia. Molto spesso, questi movimenti, presentano al loro interno, caratteristiche sia indipendentistiche che rivoluzionarie. Il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale fu un movimento rivoluzionario nicaraguense di ispirazione marxista fondato nel 1961 e che riuscì, con un forte sostegno popolare, nell'offensiva militare finale che, nel 1979, contribuì al definitivo crollo del regime dittatoriale di Anastasio Somoza Debayle. Saliti al potere l'anno seguente, i sandinisti si costituirono come partito politico e instaurarono un governo rivoluzionario riformista. Sendero Luminoso è un'organizzazione terrorista peruviana di ispirazione maoista che, fondata nel 1969 da Abimael Guzmán Reynoso (da una scissione dal Partido Comunista del Perú - Bandera Roja), si propone di sovvertire il sistema politico per l'instaurazione del socialismo attraverso la lotta armata. Inizialmente attivo soprattutto nelle zone andine e specializzato in azioni di guerriglia, il gruppo ha messo a segno diversi attacchi contro le forze governative. Diviso in tre fazioni, in questi anni il movimento ha alternato momenti di tregua con ritorni alla lotta armata. Il 12 settembre 1992, il principale leader di Sendero Luminoso, Abimael Guzmán, è stato catturato dal Gruppo Speciale di Intelligence della polizia peruviana, in una casa del distretto di Surquillo nella città di Lima. M-19, acronimo di Movimiento 19 de Abril fu un'organizzazione di guerriglia rivoluzionaria di sinistra colombiana molto nota per le sue azioni spettacolari (come ad esempio l'occupazione dell'ambasciata domenicana nel 1980) e per la sua massiccia presenza nelle città. Nonostante le sue divisioni interne, il movimento M-19contribuì ad innalzare il livello di lotta contro il regime dell'allora presidente Belisario Betancur il quale, avvertendo il pericolo imminente dell'avanzata guerrigliera, nel 1984 decise di decretare un'amnistia per tutti i prigionieri politici e di negoziare la tregua con il movimento armato. Dopo anni di guerriglia, nel 1990, l'M-19 consegnò definitivamente le armi e divenne partito politico (Alianza Democrática). Le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) sono un'organizzazione guerrigliera comunista e anti-imperialiste colombiana fondata nel 1964. Obiettivo principale del gruppo è quello di rappresentare le classi contadine nella lotta anti-governativa e contro l'influenza statunitense e delle grandi multinazionali nel Paese. Finanziatesi principalmente attraverso i sequestri di persona e la produzione e il commercio di cocaina, a partire dal 2002 le FARC sono state oggetto di una dura repressione militare, condotta per quasi dieci anni dal governo di Alvaro Uribe con l'obiettivo dichiarato di sconfiggere il movimento senza ricorrere ad alcun strumento diplomatico. A queste formazioni vanno aggiunte anche altre organizzazioni terroristico-guerrigliere operanti in America Latina: i' Montoneros (formazione guerrigliera della sinistra peronista) in Argentina; i Tupamaros in Uruguay; il Fronte Patriottico Manuel Rodriguez (sorto nel 1983 come frangia armata del Partito Comunista del Cile) e le Forze Ribelli Popolari Lautaro' in Cile; l'Esercito di Liberazione Nazionale e i guerriglieri Tupac Katari in Bolivia; l'Esercito di Liberazione Nazionale(gruppo ispirato a Che Guevara e a Fidel Castro) in Colombia; l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (per l'autodeterminazione del popolo indios) nella regione messicana del Chiapas; il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru in Perù.

In Italia. L'arco temporale attraverso cui si snoda la vicenda del terrorismo di sinistra, nell'Italia repubblicana, è un periodo che comprende gli anni settanta e la fine degli anni ottanta. Le prime azioni, fatte di attentati dinamitardi all'interno delle fabbriche e sequestri di persona dimostrativi di dirigenti, industriali e magistrati, lasciarono poi il passo ad un'estremizzazione della violenza politica con gli attentati e gli omicidi. Una parabola che vide il suo apice con l'agguato di via Fani ed il sequestro dell'allora presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro da parte delle Brigate Rossenella primavera 1978 (e assassinato dopo 55 giorni di reclusione in una cosiddetta prigione del popolo) e che entrò in crisi, nella seconda metà degli anni ottanta, anche grazie alla promulgazione di leggi speciali dello Stato e grazie soprattutto al fenomeno del pentitismo. Dopo l'omicidio, da parte delle Brigate Rosse, del senatore democristiano Roberto Ruffilli, nel 1988, il fenomeno fu considerato praticamente esaurito e, solo verso la fine degli anni novanta, il Paese fu testimone di una nuova breve stagione di omicidi politici e di lotta armata che si esaurì nuovamente nel 2002 con l'omicidio di Marco Biagi. Complessivamente i morti provocati dalle organizzazioni armate di sinistra in Italia, tra il 1974 e il 2002, ammontano a circa 130.

La nascita della sinistra extraparlamentare. I primi germi che favorirono la nascita dell'eversione e del terrorismo di sinistra in Italia possono essere rintracciati nel periodo di tensione sociale che segnò il finire degli anni sessanta in Italia e che venne in qualche modo alimentato dalla protesta operaia e sindacale e dal movimento di contestazione studentesca che prese poi il nome di sessantotto. Pur non avendo come componente prevalente un progetto rivoluzionario mediante lo strumento della lotta armata, proprio della radicalizzazione successiva, quel movimento ebbe in realtà forme e modalità anche intense di protesta espresse su basi culturali genericamente anti-autoritarie e che, nell'ambito universitario, investiva innanzitutto il potere accademico. La spinta che alimentò quella protesta giovanile, di ispirazione marxista, profondamente incisiva sui costumi sociali di quel tempo, non seppe però trovare, nel nostro Paese, un valido sbocco politico autorappresentativo soprattutto per l'assenza di riferimenti ideologici nei partiti della sinistra istituzionale e quindi, almeno come movimento di massa, perse rapidamente la sua forza propulsiva esaurendosi in un breve e intenso lasso temporale. La fine della protesta studentesca, tra la primavera e l'estate del 1968, ed il fallimento rivoluzionario di quel movimento e delle speranze di un sollevamento proletario e operaio, nella lotta per la trasformazione delle logiche classiste del paese determinò, invero, la nascita di un nuovo fermento culturale ben più radicale ed eversivo del precedente. Dall'esperienza delle lotte negli anni precedenti e dall'incontro tra lavoratori e studenti, nasce così la figura del cosiddetto militante rivoluzionario: una generazione di giovani studenti che decise di proseguire il conflitto al di fuori del contesto studentesco e che si inserì quindi nel più ampio ambito dell'autunno caldo del 1969 e delle lotte operaie per un radicale cambiamento del sistema. Come scrisse Guido Viale: "nasce una figura politica che non lotta per vivere (come invece faranno gli operai), ma che vive per lottare” e che, sul finire del 1969, con la nascita della cosiddetta sinistra extraparlamentare, portò prima ad una estremizzazione dello scontro sociale e quindi alla lotta armata vera e propria, che percorrerà senza sosta il quindicennio successivo (1969-1984) dei cosiddetti anni di piombo. Il ricorso alla violenza e alla lotta armata, quindi, giustificata come essenziale grimaldello in grado di generare un vero e proprio impeto rivoluzionario e di scatenare quella protesta sociale contro quelle forze reazionarie borghesi e imperialiste, incluse quelle della sinistra istituzionale (come ad esempio il Partito Comunista Italiano) che in tutti i modi tentò di affrancarsi come avanguardia del processo di rivendicazione e di miglioramento delle condizioni del proletariato, troncando qualsiasi possibilità di riconoscimento, quale soggetto politico, da parte delle formazioni della sinistra extraparlamentare. E se alcune di queste formazioni perseguirono la strada della lotta politico-sociale, rifiutando lo scontro frontale attraverso la scelta armata o, al limite, limitandola alla prassi degli scontri di piazza (Potere Operaio, Lotta Continua, Avanguardia operaia, Movimento Lavoratori per il Socialismo, Autonomia Operaia, Lotta Comunista), altri gruppi, invece, optarono per la scelta eversiva e per l'uso della violenza per fini politici. Questo portò ad una stagione di intensa fase repressiva politico-giudiziaria da parte dello Stato che, anche attraverso l'uso di una legislazione speciale, tentò in questo modo di contrastare il crescente fenomeno della lotta armata di sinistra. Il risultato fu una decisa diminuzione delle libertà costituzionali e individuali ed un ampliamento della discrezionalità operativa delle forze dell'ordine.

1977: Giuseppe Memeo punta una pistola contro la polizia in via De Amicis a Milano. L'immagine diventerà il simbolo degli anni di piombo, la fotografia è di Paolo Pedrizzetti.

Un giro di vite repressivo che raggiunse poi il suo picco massimo nel 1977, con l'adozione di misure come quella di vietare tutte le manifestazioni pubbliche nella città di Roma. Come ebbe a dichiarare il Ministro dell'interno Cossiga, intervistato sulle violenze in piazza: "Io mi chiedo come si possa pensare che tutta questa violenza serva a qualcosa o a qualcuno. Sia ben chiaro che peraltro non siamo più disposti a sopportarla."

La svolta armata. Due episodi in particolare, che segnarono in diverso modo la fine del 1969, possono forse essere letti come linea di confine tra la protesta sessantottina e l'implosione di quel movimento nella successiva stagione armata[41]: i disordini seguiti allo sciopero generale del 19 novembre 1969, che a Milano determinarono la morte dell'agente di polizia Antonio Annarumma, in servizio durante la manifestazione indetta dall'Unione Comunisti Italiani e dal Movimento Studentesco, e poi la strage di piazza Fontana del 12 dicembre successivo, che provocò 17 morti e oltre 100 feriti e che accelerò la svolta armata a sinistra, tesa a contrastare quel golpe militare ritenuto da molti imminente. Soprattutto la bomba di piazza Fontana, nel quadro di crescente tensione sociale che attraversava l'Italia in quel periodo, determinò la definitiva discesa verso la deriva terroristica, favorendo nuove forme di protesta politica che solo l'azione armata poteva garantire. «Simbolicamente quella deflagrazione, in un freddo pomeriggio del dicembre 1969, racchiude in sé tutto quanto accadrà dopo. Incancrenirà le ideologie, ridurrà i cervelli di migliaia di giovani ad agglomerati di pulsioni emotive e ribellistiche, polverizzerà i sentimenti in milioni di frammenti di vita, di odio e di amore, di voglie di cambiamento e desideri di distruzione. E, soprattutto, come un colpo d'ascia, taglierà in due tronconi le pulsioni di un Paese ancora acerbo. Sfumerà in due colori, il rosso e il nero, le vitalità di più di una generazione». È l'alba di una stagione politica che sarà contraddistinta da innumerevoli fatti di sangue in nome dell'odio ideologico che trascinò il Paese quasi alle soglie di una guerra civile e che vide contrapporsi, inizialmente, giovani militanti di estrema destra e di estrema sinistra e che poi sfociò, fatalmente, nel terrorismo di matrice politica. E dalle prime azioni di giustizia proletaria dei gruppi operaisti della sinistra extraparlamentare si giunse così rapidamente a maturare in militanti, operai e studenti di estrema sinistra, la scelta terroristica come unico mezzo per disarticolare il sistema Stato-Capitale. « Pur essendovi state ideologie o teorie rivoluzionarie che possano aver agevolato la maturazione di concezioni terroristiche, questo non spiega sufficientemente il salto all’azione armata, perché essa non ha pescato solo nel panorama delle ideologie insurrezionali (che sono state varie: operaismo, luxenburghismo, strategie tese alla disarticolazione dello Stato) e perché non è possibile presupporre che ideologie particolari conducano inevitabilmente al terrorismo, se non concorrono altre cause o contesti, quale una società in forte movimento, come nel biennio 68/69, il mito della violenza, l’acriticità ». Se inizialmente lo spazio d'azione privilegiato dall'eversione armata di sinistra fu, quasi esclusivamente, quello della fabbrica e il nemico da colpire il padrone e, più genericamente, il capitale, intorno al 1973 si registro invece un progressivo abbandono della cosiddetta logica fabbrichista, in favore di un'offensiva diretta verso figure più istituzionali e statuali di maggiore valenza simbolica.

Le sigle. Feltrinelli e i GAP. Il primo tentativo di una proposta rivoluzionaria imperniata sulla lotta armata fu quella dell'editore Giangiacomo Feltrinelli: figlio di un industriale del legno e proveniente da una ricchissima famiglia, nel 1945 Feltrinelli aderì al Partito comunista che provvide anche a sostenere con ingenti contributi finanziari. All'indomani della strage di piazza Fontana, la paura per un imminente colpo di stato neofascista, lo spinse a chiudere i rapporti col PCI e a decidere di iniziare a finanziare i primi gruppi di estrema sinistra. Coinvolto nell'esplosione del padiglione FIAT alla Fiera di Milano del 25 aprile 1969, la magistratura dispose il ritiro del suo passaporto prima di decidere, lui stesso, il passaggio alla clandestinità, nel dicembre 1969 (in realtà non una vera e propria clandestinità, quanto un'uscita dalla scena pubblica). Il suo percorso politico-rivoluzionario lo portò, poco più tardi, nel 1970, a fondare i Gruppi d'Azione Partigiana (GAP), un gruppo paramilitare che richiamava nel nome un'organizzazione militare della Resistenza (i Gruppi di Azione Patriottica). In nome di "una rivoluzione più rivoluzionaria" e allo scopo di alimentare focolai di guerriglia civile, tra l'aprile 1970 e il marzo 1971 misero in atto alcuni attentati dinamitardi a scopo dimostrativo a Genova e Milano. Richiamandosi alla Resistenza come ideale politico tradito dal riformismo e dal seguente sbocco neocapitalistico, il suo progetto principale era quello di un'unificazione dei gruppi armati europei, coordinati con i movimenti rivoluzionari del Terzo mondo. Il suo impulso rivoluzionario, però, non vide mai la luce: il 15 marzo 1972 il suo cadavere dilaniato da un'esplosione fu rinvenuto ai piedi di un traliccio dell'alta tensione presso Segrate (Milano).

Il Gruppo XXII Ottobre. Se si eccettuano gli iniziali tentativi eversivi di Feltrinelli, la prima vera formazione che decise di saltare definitivamente il fosso e di passare all'azione, sin dal 1969, attraverso la scelta della lotta armata, fu il Gruppo XXII Ottobre (che prese il nome dalla sua data di fondazione). Attivi a Genova e composti prevalentemente da operai ed ex partigiani d'impostazione marxista-leninista, si fecero conoscere per una serie di attentati dinamitardi e, soprattutto, per il sequestro di Sergio Gadolla, secondogenito di una delle famiglie più ricche di Genova, del 5 ottobre 1970. Obiettivo del gruppo fu quello di "scardinare i poteri dello Stato".e di provare ad introdurre, nella vita politica italiana, il metodo della guerriglia urbana attraverso attentati dinamitardi, incendi e sabotaggi, nella speranza di un progressivo sostegno popolare alle proprie azioni. Leader del gruppo fu Mario Rossi e ne fecero parte, in tutto, non più di 25 persone, tra cui: Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Giuseppe Battaglia, Adolfo Sanguineti, Gino Piccardo, Diego Vandelli, Aldo De Sciciolo e Cesare Maino. Verranno definitivamente smantellati nella primavera del 1972, in seguito alle indagini sulla rapina di autofinanziamento che, il 26 marzo 1971, vide l'uccisione (da parte di Mario Rossi) del portavalori dell'Istituto Autonomo Case Popolari, Alessandro Floris. L'omicidio Floris segna infatti la fine del gruppo stesso, nel 1972, dopo poco più di un anno di vita: Mario Rossi venne arrestato il giorno stesso e, nei mesi a seguire, gli altri componenti andranno ad ingrossare le file di altre organizzazioni armate, chi nei Gruppi d'Azione Partigiana e chi nelle nascenti Brigate Rosse. L'ultima tappa della storia del gruppo fu la richiesta di liberazione di Rossi e compagni, da parte delle Brigate Rosse, in occasione del sequestro del magistrato Mario Sossi (che era stato il pubblico ministero nel processo al Gruppo XXII Ottobre) e come prezzo richiesto per la liberazione dell'ostaggio. La richiesta non venne mai accolta per l'opposizione del procuratore della Repubblica di Genova Francesco Coco (che per questo verrà poi assassinato a Genova l'8 giugno 1976, dalle stesse BR[58]), ma venne comunque letta come una sorta di condivisione di un percorso politico e strategico comune tra il gruppo e le prime BR e che autorizzava a ricondurre queste ultime nel solco politico ideologico che il Gruppo XXII Ottobre avevano appena tracciato.

Il Collettivo Politico Metropolitano. Alla lotta armata, sempre nel 1969, andavano pervenendo anche altri gruppi come il Collettivo Politico Metropolitano che proprio nel settembre di quell'anno nasce a Milano con l'obiettivo di mettere insieme le diverse forze che animavano l'area della sinistra extraparlamentare milanese di quegli anni. Formato da elementi provenienti da alcuni gruppi di fabbrica (CUB Pirelli, GdS Sit-Siemens, GdS IBM), come Mario Moretti e Corrado Alunni, e da altri soggetti, provenienti dal movimento studentesco (come Renato Curcio e la moglie Margherita Cagol), piuttosto che dissidenti del PCI o della FGCI (come Alberto Franceschini). Il gruppo, che prese in affitto un vecchio teatro milanese in disuso nelle vicinanze di Porta Romana, nel complesso poteva contare solo su poche decine di militanti. Non esiste una data ufficiale di nascita del CPM ma, uno degli atti di definizione del collettivo, risale all'8 settembre 1969, giorno in cui fu preparato un bollettino ad uso interno dei militanti, redatto dai singoli comitati di azienda di Torino, Milano, che definiva il nascente gruppo quale strumento per predisporre "le strutture di lavoro indispensabili a impugnare in modo non individuale l'esigenza-problema dell'organizzazione rivoluzionaria della metropoli e dei suoi contenuti (ad esempio democrazia diretta, violenza rivoluzionaria ecc.)". Pur non avendo mai di fatto compiuto azioni armate, l'esperienza del Collettivo Politico Metropolitano, riveste un'importanza politica e strategica fondamentale nella ricostruzione delle sigle che contribuirono a formare l'arcipelago delle organizzazioni terroristiche di sinistra. Il CPM, infatti, può essere considerato come il nucleo iniziale che, attraverso varie trasformazioni, darà poi vita al progetto del gruppo terroristico di sinistra più importante nell'Italia del secondo dopoguerra, quello delle Brigate Rosse. La scelta di passare alla lotta armata in clandestinità venne discussa per la prima volta nel novembre del 1969, in un convegno del Collettivo tenutosi all'Hotel Stella Maris di Chiavari e a cui parteciparono «essenzialmente marxisti-leninisti e cattolici progressisti (o cattolici del dissenso), i primi delusi dalla svolta moderata e dalla conseguente rinuncia alla rivoluzione dei partiti della sinistra storica, Partito comunista in testa, i secondi convinti che fosse necessario un maggiore impegno per modificare l'assetto sociale».Al termine dei lavori, il 4 novembre, venne redatto un documento finale (il cosiddetto libretto giallo) intitolato Lotta sociale e organizzazione nelle metropoli[62] e in cui si individua la lotta popolare violenta come l'unica risposta adeguata alla repressione attuata dalla borghesia. «Ogni alternativa proletaria al potere è, fin dall’inizio, politico-militare. La lotta armata è la via principale della lotta di classe. La città è il cuore del sistema, il centro organizzativo dello sfruttamento economico-politico. Deve diventare per l’avversario un terreno infido». (Lotta sociale e organizzazione nelle metropoli). In quel convegno, i promotori della svolta armata, furono comunque in minoranza e decisero quindi di separarsi dal Collettivo Politico Metropolitano per confluire in Sinistra Proletaria. Fondata, tra gli altri, da Renato Curcio, Margherita Cagol e Alberto Franceschini, la storia di SP fu di fatto molto breve: iniziata nel dicembre 1969, si concluse nell'estate dell'anno successivo e servì soprattutto da ponte fra l'esperienza del Collettivo ed il passaggio, nel 1970, alle Brigate Rosse.

Le Brigate Rosse. Quella che fu l'organizzazione terroristica di estrema sinistra più nota, numerosa e longeva dell'Italia del secondo dopoguerra, nacque, nell'agosto del 1970, in coincidenza con il Convegno di Pecorile (Reggio Emilia) che segna la definitiva fine dell'esperienza politica di Sinistra Proletaria e in cui Renato Curcio, Margherita Cagol e Alberto Franceschini, assieme ad altri militanti (tra cui Prospero Gallinari, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Roberto Ognibene), sanciscono il loro definitivo passaggio alla clandestinità e alla lotta armata, attraverso la nascita delle Brigate Rosse. A livello ideologico, la prospettiva del movimento, si inseriva in un contesto più ampio (tipico di diverse formazioni armate di sinistra di quel periodo) che riteneva non conclusa la fase della Resistenza[64] all'occupazione nazifascista dell'immediato dopoguerra e che, secondo la loro visione, era stata sostituita da una più subdola occupazione economico-imperialista delle multinazionali. Un meccanismo a cui, secondo i terroristi, bisognava rispondere attraverso la lotta armata, per poter scardinare i rapporti di repressione dello Stato e fornire lo spazio di azione necessario allo sviluppo di un processo insurrezionale del proletariato.

1970-1973: la propaganda armata. «Il progetto, detto in due parole, era questo: prima fase, la propaganda armata. Bisognava far capire che in Italia c'era bisogno della lotta armata e che l'organizzazione era lì per farla. Infatti nei primi tempi il problema non era che si parlasse bene delle Brigate Rosse, ma che se ne parlasse. Seconda fase, quella dell'appoggio armato. Un numero sempre maggiore di persone, capito che l'unico sistema di cambiare era la lotta armata, si sarebbe unito a noi. Terza fase, la guerra civile e la vittoria». (Patrizio Peci da Io, l'infame). La prima azione del gruppo risale al 17 settembre 1970, con l'incendio dell'automobile del dirigente della Sit-Siemens, Giuseppe Leoni. Tutta l'iniziale fase di propaganda armata, tra il 1970 e il 1974, vide comunque le neonate BR agire prevalentemente in piccoli gruppi, operanti all'interno delle fabbriche e in modo spesso clandestino. Le prime iniziative furono perlopiù di natura dimostrativa: attentati incendiari, sabotaggi e brevi sequestri di persona, a scopo dimostrativo, di quadri e dirigenti aziendali e della durata di qualche ora o di pochi giorni (come quello di Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens, nel marzo 1972, o di Ettore Amerio, capo del personale FIAT, nel dicembre 1973). A livello organizzativo, sempre nel 1972, venne formato il primo esecutivo (formato da Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mario Moretti e Pierino Morlacchi) e la costituzione (a Milano e a Torino) di due colonne, ognuna delle quali composta da più brigate formate da militanti, operanti all'interno delle fabbriche e dei quartieri. Fu anche decisa la distinzione tra forze regolari (i militanti clandestini) e le forze irregolari (militanti organici ma senza essere clandestini). Un modello che venne in seguito sempre più affinato attraverso una struttura paramilitare, compartimentata e organizzata in colonne e cellule e coordinata da una comune Direzione strategica.

1974-1980: l'attacco al cuore dello Stato. L'azione terroristica, in questa seconda fase, andò sempre più spostandosi verso simboli e rappresentanti del potere politico, economico e sociale. Furono gli anni del cosiddetto attacco al cuore dello Stato, caratterizzati da un'escalation di situazioni criminose con omicidi, attentati e rapimenti nei confronti di politici, magistrati, forze dell'ordine, giornalisti, industriali, dirigenti di fabbrica e sindacalisti. La prima azione rilevante fu il rapimento del sostituto procuratore Mario Sossi, già Pubblico ministero nel processo contro il Gruppo XXII Ottobre, sequestrato a Genova, il 18 aprile del 1974. Tenuto prigioniero in un villa vicino Tortona, Sossi fu sottoposto ad un processo proletario dai brigatisti che, in cambio della sua liberazione, chiesero la scarcerazione di otto militanti della XXII Ottobre. Alla fine il giudice venne però rilasciato senza alcuna contropartita.

L'agguato di via Fani. La risposta dello Stato non si fece attendere, con una serie di contromisure appositamente costituite per la lotta al terrorismo politico: l'istituzione delle carceri speciali per i detenuti politici, la legge Reale, che assegnava alla polizia poteri eccezionali nella prevenzione al terrorismo e la costituzione di un nucleo speciale dei Carabinieri, comandato del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Il 1974 fu anche l'anno dei primi arresti: l'8 settembre, le forze speciali di Dalla Chiesa, misero a segno la cattura dei due capi storici del gruppo, Curcio e Franceschini, arrestati grazie alle informazioni del pentito Silvano Girotto. Renato Curcio venne liberato nel febbraio 1975 da un nucleo di brigatisti guidato da Margherita Cagol, ma la sua seconda clandestinità terminò il 18 gennaio 1976 quando venne arrestato di nuovo a Milano dagli uomini del generale Dalla Chiesa; il 5 giugno 1975 la Cagol invece era rimasta uccisa in un conflitto a fuoco con i carabineri durante il fallito sequestro Gancia. Nonostante queste sconfitte, nel biennio 1975-1976, le azioni delle BR, si moltiplicarono: il 15 maggio 1975 venne gambizzato il consigliere comunale della DC milanese, Massimo De Carolis e, sempre in quegl'anni, diversi agenti perirono negli scontri a fuoco con i brigatisti: il carabiniere Giovanni d'Alfonso (4 giugno 1975), il maresciallo Felice Maritano (15 ottobre 1974), l'appuntato di Polizia Antonio Niedda (4 settembre 1975), il vice questore Francesco Cusano (11 settembre 1976) e i sottoufficiali della Polizia, Sergio Bazzega e Vittorio Padovani (15 dicembre 1976).

Aldo Moro sequestrato dalle Brigate Rosse. A partire dall'omicidio l'8 giugno 1976 del giudice Francesco Coco e della sua scorta, le Brigate Rosse, sotto la direzione principalmente di Mario Moretti, accrebbero la loro forza numerica e organizzativa. Nel periodo 1977-1980, gli attentati, aumentarono in maniera esponenziale: alla fine del 1978 se ne conteranno 230, con 42 morti e 43 feriti. Tra i più eclatanti: l'omicidio di Fulvio Croce, presidente del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Torino, ucciso il 28 aprile 1977, quello del giornalista de La Stampa, Carlo Casalegno (16 novembre 1977), quello del maresciallo Rosario Berardi, quello del commissario Antonio Esposito, e quello di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura (12 febbraio 1980). Ma il vero "attacco al cuore dello Stato" fu portato il 16 marzo 1978, con l'agguato di via Fani: il rapimento a Roma del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro e l'uccisione dei cinque uomini della sua scorta. Durante i 55 giorni del sequestro, le BR chiesero (ma non ottennero) la liberazione di tredici prigionieri politici come contropartita per la liberazione del politico. La vicenda si concluse il 9 maggio 1978, con il ritrovamento del corpo dell'onorevole Moro in via Caetani, a Roma.

1981-1988: il declino e la dissoluzione. Il sequestro Moro segnò il momento più alto e, contemporaneamente, l'iniziò il processo di declino delle BR: l'efficace reazione dello Stato, le prime divisioni interne all'organizzazione, gli arresti e i processi ma, soprattutto, il nuovo fenomeno del pentitismo, furono tra i fattori che contribuirono alla dissoluzione dell'organizzazione. Il 21 febbraio 1980 furono arrestati, a Torino, Rocco Micaletto e Patrizio Peci, quest'ultimo dirigente della colonna torinese. L'inattesa collaborazione di Peci con i carabinieri, provocò l'improvvisa cattura di centinaia fra dirigenti e militanti brigatisti e una grave crisi organizzativa e politica per il movimento. Il 28 marzo 1980 quattro importanti brigatisti furono uccisi dai carabinieri nel corso della drammatica irruzione di via Fracchia a Genova. Nonostante l'arresto di Mario Moretti il 4 aprile 1981, le Brigate Rosse ripresero la loro azione: il 17 dicembre 1981, rapirono a Verona il generale statunitense James Lee Dozier, che venne poi liberato, a Padova, dai NOCS, le squadre speciali della polizia. Il rapimento Dozier, che nei propositi brigatisti avrebbe dovuto rilanciare l'organizzazione, ne rappresentò, invece, l'inizio della loro fine. Pur se decimate dagli arresti, seguiti alle confessioni di Peci, nella prima metà degli anni ottanta, sotto la guida di Giovanni Senzani, le BR continuarono l'azione contro lo Stato con un numero rilevante di attentati, rapimenti e, soprattutto, omicidi: quello di Roberto Peci, fratello del pentito Patrizio, del direttore del petrolchimico di Marghera, Giuseppe Taliercio (nel 1981), del generale statunitense Leamon Hunt (1984), dell'economista Ezio Tarantelli (1985), dell'ex-sindaco di Firenze Lando Conti (1986), dell generale Licio Giorgieri(1987) e del senatore Roberto Ruffilli (1988). Nel gennaio del 1987, una serie di "lettere aperte" firmate da diversi militanti, sancirono quindi la chiusura unitaria dell'esperienza da parte del nucleo storico delle BR. Tra il giugno e il settembre 1988 venne smantellata anche l'intera ala militarista del movimento, denominata BR-Partito comunista combattente e sorta, nel 1984, da una scissione interna alle BR.

1999-2003: le Nuove BR. Nel 1999, a distanza di undici anni dall'ultimo omicidio del nucleo storico delle Brigate Rosse, quello del senatore democristiano Roberto Ruffilli, un nuovo gruppo armato adottò nuovamente la sigla della stella a cinque punte. Le cosiddette Nuove Brigate Rosse, organizzazione capeggiata da Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi, furono protagonisti di una nuova breve stagione di omicidi politici e di lotta armata. Il gruppo terroristico fu responsabile degli omicidi di Massimo D'Antona nel 1999 e di Marco Biagi nel 2002, e venne poi smantellato nel 2003, a seguito degli arresti degli stessi Lioce e Galesi, azione che è costò la vita al sovrintendente della Polfer Emanuele Petri. 

Cronologia delle Organizzazioni armate di sinistra in Italia. Le altre sigle. A partire dal 1970, con la nascita delle BR, le organizzazioni armate di sinistra andranno sempre più moltiplicandosi. Tra le più rilevanti che da lì in poi nasceranno ci furono: i Nuclei Armati Proletari, Prima Linea, i Proletari Armati per il Comunismo, i Comitati Comunisti Rivoluzionari, le Unità Comuniste Combattenti, le Formazioni Comuniste Combattenti e la Brigata XXVIII marzo. 

1969 – 1978: la politica estera di Aldo Moro ai tempi del terrorismo internazionale, scrive Enrico Malgarotto il 12 aprile 2018 su "socialnews.it". “L’Unione Sovietica mira ad indebolire l’Europa occidentale con una manovra per linee esterne, tentando di separare politicamente da essa il Medio Oriente e l’Africa del Nord. In questo stato di cose si rafforzano i segni di un progressivo disimpegno degli Stati Uniti dall’Europa. E’ umano che il popolo americano cominci ad essere stanco di vedere schierati alla difesa dell’Europa occidentale i figli di coloro che la liberarono. Ciò pone, tuttavia, problemi di sicurezza interna e anche di obiettivo politico che noi europei dobbiamo prepararci ad affrontare al più presto.” Questo appunto inedito di Aldo Moro risalente al marzo del 1970 è stato ritrovato nell’archivio di Stato dall’ Avvocato e scrittore Valerio Cutonilli, autore, insieme al Giudice Rosario Priore, di un interessante libro sulla strage di Bologna e sui rapporti tra lo Stato italiano e le organizzazioni terroristiche palestinesi. La nota, ignorata per oltre 40 anni, si rivela particolarmente significativa se si esamina il contesto in cui è stata vergata e, più ancora, se si comprende la lucida analisi che connota la visione dello Statista sugli equilibri geopolitici dei decenni successivi e sulla stabilità interna di un’Italia ancora provata dalla strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 e che si preparava ad affrontare un importante vertice con la Germania, a sostegno della Ostpolitik per l’apertura con i paesi dell’Est.

Tale visione, da qualcuno definita “eretica”, si rivelerà profetica alla luce degli avvenimenti degli anni seguenti. L’allora Ministro degli Esteri Moro, autore di questa annotazione, sapeva bene quale fosse la situazione internazionale tra la fine degli anni sessanta ed il decennio successivo. Gli Stati Uniti erano impegnati nella guerra del Vietnam con ingenti forze militari e risorse. Questa concentrazione di fondi ed energie verso il sud est asiatico aveva portato l’Amministrazione statunitense a rivedere le proprie priorità a svantaggio della tradizionale centralità dell’Europa nella propria pianificazione. Sebbene questo spostamento verso l’estremo oriente della politica estera di Washington fosse stato oggetto di appositi negoziati con la controparte sovietica, i fatti successivi hanno dimostrato che il Cremlino ha approfittato di questa situazione per agire contro l’Europa occidentale ed i suoi alleati. Questo processo sarebbe avvenuto non attraverso un conflitto frontale con la NATO, ma ricorrendo ad una guerra non convenzionale attuata da organizzazioni terroristiche supportate dai Servizi segreti del blocco orientale.

Verso il Lodo Moro: il terrorismo palestinese. In quegli anni faceva la sua comparsa in Europa il fenomeno terroristico dei gruppi palestinesi. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e Settembre Nero sono i nomi delle maggiori formazioni operanti in quegli anni, sebbene la galassia delle unità terroristiche arabe fosse molto più vasta. Sono molti i fatti salienti, tra il 1969 e il 1973, che hanno visto come epicentro l’aeroporto di Roma – Fiumicino e che avrebbero portato il nostro Paese ad imboccare la strada dell’accordo con questi gruppi, ad iniziare dal dirottamento su Damasco di un aereo della TWA in volo da Los Angeles a Tel Aviv (con scalo a Roma) compiuto il 29 agosto 1969 dalla più famosa terrorista dell’organizzazione palestinese, Leila Khaled, cui è seguito l’attentato del 16 giugno 1972 messo in atto con un mangianastri imbottito di tritolo dotato di un timer regalato da due giovani arabi a delle ragazze israeliane conosciute poco prima. Nonostante la deflagrazione dell’ordigno nella stiva durante il volo, l’aereo, non avendo riportato danni, atterrava a Tel Aviv. Il 4 aprile 1974 a Ostia, fuori Roma, due membri dell’organizzazione palestinese venivano fermati e arrestati per detenzione di alcuni missili Strela di costruzione sovietica – facilmente trasportabili – da usare contro un aereo della compagnia di bandiera israeliana El Al durante le fasi di decollo o atterraggio. Il 17 dicembre 1973 a Fiumicino, cinque terroristi lanciavano delle bombe incendiarie all’interno di un aereo della statunitense Pan Am uccidendo trenta passeggeri tra cui quattro italiani. Il gruppo terroristico, poi, prendeva possesso di un velivolo della Lufthansa (la compagnia di bandiera tedesca) costringendo il pilota a decollare. Dopo aver fatto scalo per il rifornimento di carburante ad Atene, il velivolo veniva fatto atterrare a Kuwait City dove, una volta liberati gli ostaggi, le Autorità provvedevano ad arrestare i terroristi, rilasciati, in seguito e posti a disposizione dell’organizzazione terroristica palestinese. Anche i siti industriali sono stati oggetto di attentati da parte di tali organizzazioni arabe come occorso il 3 agosto del 1972 all’oleodotto di Trieste (in concomitanza con un simile attacco avvenuto in quegli anni in Olanda).  

Il Lodo Moro. Di fronte alla portata degli attentati i Paesi europei decisero di entrare in contatto con le formazioni per stringere speciali accordi affinché il proprio territorio fosse escluso da ulteriori attacchi. L’Italia, presumibilmente nel 1972/1973, attraverso il Ministero degli Affari Esteri, allora retto da Aldo Moro, stringeva un patto – passato alla storia come il Lodo Moro – che concedeva piena libertà alle organizzazioni palestinesi di muoversi nel nostro territorio e ad utilizzarlo come base logistica per azioni in tutta Europa. La controparte avrebbe assicurato che in Italia non ci sarebbero stati altri attentati, ad esclusione delle sedi e dei siti americani ed israeliani presenti nel territorio della penisola. Probabilmente l’autore materiale dell’accordo e’ stato il Servizio segreto italiano: prima il SID, il Servizio informazioni Difesa (organo d’intelligence italiano dal 1965 al 1977) e poi il SISMI – Servizio Informazioni Sicurezza Militare (a partire dal 1978) nella figura del Colonnello Stefano Giovannone, responsabile del centro del Servizio a Beirut, in Libano. L’agente infatti per tutto il periodo di durata del Lodo, aveva provveduto a mantenere i contatti tra Roma e il Medio Oriente sia con le organizzazioni terroristiche sia con gli altri Paesi, in particolare Giordania e Libano, che mal tolleravano la massiccia presenza di organizzazioni palestinesi nel proprio territorio. L’assenza di azioni terroristiche in Italia suggerisce che nel corso degli anni settanta l’accordo tra le parti sia stato sostanzialmente rispettato. Come hanno dimostrato diversi eventi, i terroristi scoperti e arrestati in procinto di progettare attentati nel nostro Paese sono stati liberati e riportati alle loro basi palestinesi anche attraverso la Libia di Mu’ammar Gheddafi, da sempre Padre Protettore di tali organizzazioni, cui forniva campi di addestramento e significativo supporto.

Da Ortona a Bologna: la violazione del Lodo. Nel novembre del 1979 ad Ortona, piccola cittadina abruzzese, i Carabinieri sequestrarono dei missili Strela (lo stesso modello usato dai due arabi a Ostia nel 1974) ad alcuni rappresentanti romani di Autonomia Operaia, movimento della sinistra extraparlamentare e rivoluzionaria in aperta opposizione al Partito Comunista Italiano di quel periodo. Indagando sulla provenienza delle armi, le Autorità Giudiziarie arrestavano a Bologna Abu Anzeh Saleh, ufficialmente studente fuori corso presso l’Ateneo ma, in verità,  membro, in qualità di responsabile della rete logistica in Italia, del gruppo terroristico FPLP e della formazione tedesca Separat di Carlos lo Sciacallo, nome di battaglia di Ilich Ramirez Sanchez, famoso rivoluzionario venezuelano marxista – leninista e filo arabo, autore, con i suoi gruppi, di numerosi attentati in tutta Europa. Fin da subito le poche persone a conoscenza dell’accordo stretto da Moro si rendevano conto che l’arresto di Saleh avrebbe potuto essere considerato dalle formazioni palestinesi come una violazione del Lodo, con le inevitabili conseguenze che ciò avrebbe comportato. Attraverso le informazioni raccolte dal Colonnello Giovannone, cominciavano ad arrivare a Roma i primi segnali d’allarme circa la volontà di compiere un’azione punitiva nei confronti dell’Italia da parte dell’ala più oltranzista dell’organizzazione palestinese. Col passare dei mesi, con la condanna di Saleh, dal Medio Oriente giungeva la notizia che l’eventuale attacco contro il nostro Paese sarebbe avvenuto per mano di elementi esterni al FPLP. Il 2 agosto 1980 una bomba nascosta dentro una valigia nella sala d’aspetto della stazione di Bologna esplodeva causando ottanta vittime e il ferimento di circa duecento persone. Per circa trent’anni o più si è voluto associare questa strage alla matrice neofascista nell’ambito della strategia della tensione, tuttavia altri punti di vista, ancorché controversi ed in parte smentiti, porterebbero a puntare il dito contro quel Carlos a capo del gruppo Separat di cui anche lo stesso Saleh faceva parte.  

La spinta dall’est del terrorismo europeo. Le formazioni eversive di estrema sinistra presenti in tutta Europa negli anni settanta e ottanta erano le francesi Action Directe, le tedesche RAF o Rote Armee Fraktion – conosciute anche come Banda Baader – Meinhof dal nome dei due capi storici – e le italiane Brigate Rosse. Questo sistema eversivo europeo occidentale, in coordinamento con quello medio orientale, nella sua fase più matura, era gestito dall’Unione Sovietica. I Servizi segreti di Mosca, quelli cecoslovacchi (Stb) e della Germania orientale (Stasi e Hva) hanno contribuito a supportare il terrorismo rosso di quegli anni. Fin dai primo dopoguerra, la Cecoslovacchia si è sempre dimostrata in prima linea per quanto riguarda le attività clandestine comuniste in occidente. Per approfondire quest’ultimo aspetto è necessario far riferimento a diverse fonti tra cui l’archivio Mitrochin, (il voluminoso dossier sui documenti top secret del kgb che l’ex archivista del Servizio sovietico Vasilij Nikitič Mitrochin ha portato in occidente nei primi anni novanta contribuendo a svelare la fitta rete di legami tra il blocco orientale e l’occidente durante la guerra fredda) ed il libro di Antonio Selvatici “Chi spiava i terroristi? KGB, STASI – BR, RAF. I documenti negli archivi dei servizi segreti dell’Europa <<comunista>>” Ed. Pendragon, 2010, i quali trattano in modo approfondito le dinamiche con cui gli organi di intelligence d’oltrecortina aiutavano i terroristi. I campi erano stati creati dal Kgb nel 1953 per addestrare anche il personale dell’apparato militare clandestino in seno al PCI, composto soprattutto da ex Partigiani comunisti fuggiti dall’Italia in quanto colpevoli, durante la guerra, di crimini e per questo motivo ricercati dalle Autorità, alle attività di sabotaggio, guerriglia, intercettazione, all’uso delle armi interrate dal Kgb nel nostro Paese (che si aggiungevano a quelle utilizzate dalle formazioni rosse durante l’ultimo biennio della Seconda Guerra Mondiale e mai restituite agli alleati alla fine del conflitto) e alle comunicazioni radio cifrate. Karlovy Vary è il nome della località nell’ex Cecoslovacchia in cui sorgeva il campo d’addestramento gestito, a differenza di quello che si potrebbe pensare, non dai Servizi segreti di Praga ma dal Gru, l’organo di intelligence militare di Mosca. La presenza degli 007 sovietici in questi campi potrebbe confermare la tesi secondo cui la stagione degli attentati degli anni settanta e ottanta non fosse solo una manovra politica ma una vera e propria guerra contro l’occidente, combattuta con strumenti ben lontani dal concetto tradizionale di conflitto. Nel 1974, dopo l’arresto, da parte dei Carabinieri di Renato Curcio e Alberto Franceschini, esponenti di spicco delle BR ma completamente slegati ed autonomi dalle trame politiche di Mosca e Praga, il Servizio segreto cecoslovacco incrementò la propria presenza a fianco del movimento eversivo. I vertici del PCI erano a conoscenza di questi legami “pericolosi” tra est e ovest al punto che il segretario del partito Enrico Berlinguer inviava, nel 1975, una delegazione a Praga guidata da Salvatore Cacciapuoti, in qualità di responsabile agli affari internazionali del PC, per conoscere quanti e chi fossero gli italiani addestrati in Cecoslovacchia. Dalle Autorità slave solo silenzio (probabilmente dovuto alla volontà di non trattare l’argomento con elementi esterni o perché, come effettivamente è stato, i Servizi cecoslovacchi non avevano alcuna autorità su questi campi) e una vaga promessa di inviare a Roma una relazione in merito. L’invio della delegazione è dovuto al fatto che il PCI, soprattutto a partire dal 1974, cominciava a considerare la questione terrorismo rosso con molta preoccupazione, soprattutto perché era a conoscenza che elementi interni al partito continuavano a collaborare alle attività clandestine comuniste d’oltrecortina e che l’unica soluzione per contribuire a fermare l’ondata eversiva che stava colpendo l’Italia (e forse anche per scongiurare eventuali situazioni di imbarazzo politico) era collaborare con le Forze dell’Ordine, in particolare con la Sezione antiterrorismo dei Carabinieri guidati dal Generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

Contatti tra le Brigate Rosse e l’FPLP. Le Brigate Rosse godevano anche del supporto delle formazioni palestinesi, le quali mettevano a disposizione dei terroristi italiani i campi di addestramento del Libano, Yemen, Siria e Iraq mentre, come in una sorta di scambio, le BR custodivano le armi che i terroristi arabi portavano in Italia per colpire gli obiettivi israeliani e statunitensi presenti nel nostro Paese. Questi contatti erano avvenuti durante gli anni settanta proprio quando, come già detto, i Servizi segreti italiani stringevano con il Fronte Popolare di Liberazione delle Palestina (FPLP) di George Habbash il Lodo Moro. Come riportato dalla Stampa, citando le carte della Commissione parlamentare d’Inchiesta sul caso Moro, già a partire dal 1976 i Vertici del FPLP cominciavano una rivoluzione all’interno delle varie sigle arabe a causa delle diverse vedute circa la richiesta di Mosca di por fine ai dirottamenti aerei e cominciavano a diffidare delle BR. Inoltre i vertici arabi volevano mantenere, a tutti i costi, la parola data al Governo Italiano attraverso il Lodo risparmiando la penisola da ogni tipo di attacco. Il già citato Colonnello Giovannone, il capo centro del SID/SISMI in Libano, veniva informato dal suo omologo palestinese circa i piani eversivi delle BR in Italia. L’ultima nota inviata a Roma dall’Ufficiale del Servizio risaliva al 18 febbraio 1978 e diceva:”[…] Mio abituale interlocutore rappresentante Habbash, incontrato stamattina, ha vivamente consigliatomi non allontanarmi da Beirut, in considerazione eventualità di dovermi urgentemente contattare per informazioni riguardanti operazione terroristica di notevole portata programmata asseritamente da terroristi europei che potrebbe coinvolgere nostro Paese se dovesse essere definito progetto congiunto discusso giorni scorsi in Europa da rappresentanti organizzazione estremista. Alle mie reiterate insistenze per avere maggiori dettagli, interlocutore ha assicuratomi che opererà in attuazione confermati impegni miranti escludere nostro Paese da piani terroristi del genere, soggiungendo che mi fornirà soltanto se necessario, elementi per eventuale adozione adeguate misure da parte delle nostre Autorità.” A distanza di circa un mese dalla ricezione di questo telegramma da parte del governo italiano, l’Onorevole Aldo Moro veniva rapito dalle Brigate Rosse. Con la morte dello statista si concludeva quello che può essere definito “Il decennio di Aldo Moro”, iniziato nel 1969 in qualità di Ministro degli Esteri e terminato nel 1978 da presidente della Democrazia Cristiana con il suo assassinio.

Banda Baader-Meinhof. Le idee, le bombe, i suicidi, “sospetti”. Nel 1968 in Germania si forma il gruppo terroristico Raf. E scoppia l’autunno caldo, scrive Paolo Delgado l'8 Aprile 2018 su "Il Dubbio". Li chiamavano “Banda Baader- Meinhof” e i media tedeschi li definivano comunemente “anarchici”, oltre che naturalmente “terroristi”. In realtà il nome che si erano dati era Raf, Rote Armee Fraktion, Frazione dell’armata rossa, ed erano comunisti con forte venatura terzomondista. Per sconfiggerli, lo Stato varò leggi eccezionali infinitamente più dure di quelle adoperate in Italia contro le Br. Calpestò ogni diritto, umano e civile. Fu il momento più tragico della storia della Germania ovest nel dopoguerra: “l’autunno tedesco”. Bettina Rohl, figlia di Ulrike Meinhof, una delle più famose esponenti del gruppo, ha segnalato in una recente intervista quanto, secondo lei, la separazione dei genitori sia stata determinante nella scelta estrema di sua madre. Materiale sufficiente per consentire qualche titolo a effetto sul terrorismo tedesco derivato dalle sofferenze private di Ulrike, giornalista molto nota negli anni 60. In realtà neppure Bettina Rohl accenna una tesi così balzana. Si limita ad affermare che il “tradimento” di suo padre Klaus Rohl, direttore della rivista radicale tedesca Konkret, la stessa dove aveva a lungo lavorato Ulrike, avesse fatto vacillare l’equilibrio mentale della madre, spingendola nelle braccia dell’Armata rossa. È anche questa una forzatura. Iscritta al Partito comunista illegale sin dal 1959, poi redattrice di punta dell’infiammata Konkret, Ulrike Menhoif era sempre stata schierata su posizioni molto estreme. E’ possibile che l’abbandono da parte di Rohl abbia pesato sulla sua decisione, ma certamente fu più determinate la situazione che si era creata in Germania ovest alla fine degli anni 60. Lo stesso clima incandescente che aveva portato alla nascita della Raf, gruppo armato longevo il cui scioglimento fu annunciato solo nel 1998, con numerosi attentati spettacolari all’attivo e un bilancio di sangue pesante: 33 vittime, oltre 200 feriti. Più una sfilza impressionante di suicidi, su molti dei quali non hanno mai smesso di aleggiare sospetti di omicidio camuffato, tra cui quello della stessa Ulrike Meinhof. Il ‘ 68 tedesco inizia in realtà il 2 giugno 1967. Quel giorno, nel corso delle manifestazioni contro la visita dello Scià di Persia, uno studente di 27 anni, Benno Ohnesorg fu ucciso da un poliziotto a Berlino. La situazione era già tesa di per sé. Per la prima volta era al governo una Grosse Koalition e i già esigui spazi d’opposizione, con il partito comunista fuori legge, si erano definitiva- mente chiusi. Il capo del governo, Kurt Georg Kiesinger, aveva avuto in tasca la tessera nazista fino al 1945. Ex nazisti di spicco erano disseminati un po’ ovunque nella pubblica amministrazione. L’assassinio di Ohnesorg suscitò tra i giovani una reazione fortissima, che si tradusse nella nascita di un diffuso movimento rivoluzionario che coniugava spesso confusamente marxismo, terzomondismo e suggestioni controculturali. Dal quel terreno sarebbero presto nati i gruppi armati, come la stessa Raf, le Cellule rivoluzionarie, il Movimento 2 Giugno di Bommi Bauman, che prendeva il nome proprio dalla data dell’uccisione di Ohnesorg. Il 2 aprile 1968 quattro studenti, tra cui Andreas Baader e Gudrun Ensslin, diedero fuoco alla sede di due grandi magazzini a Francoforte per protesta contro la guerra in Vietnam. Meno di dieci giorni dopo il leader della Sds, guida del movimento studentesco, Rudi Dutschke fu ferito gravemente da un neofascista dopo una campagna martellante contro il movimento e contro Dutschke personalmente dei giornali del gruppo Springer. La Germania prese fuoco. Le manifestazioni furono violentissime, costellate da attacchi ai giornali di Springer. Gli attentatori di Francoforte furono condannati a tre anni, con pena temporaneamente sospesa nel giugno 1969. Cinque mesi dopo, in novembre, fu spiccato un nuovo ordine di arresto ma a quel punto tre di loro, tra cui Baader e Ensslin erano già riparati in Francia, ospiti del giornalista amico di Castro e di Guevara Regis Debray. Baader fu catturato nell’aprile 1970: meno di un mese dopo fu fatto evadere grazie all’aiuto di Ulrike Meinhof. Il ruolo della giornalista, che aveva chiesto un’intervista per far sì che il leader della Raf venisse spostato dal carcere permettendo l’evasione, avrebbe dovuto restare ignoto. Ma nell’imprevisto scontro a fuoco ci scappò un ferito grave e la giornalista decise di seguire Baader e la Ensslin in clandestinità. La Raf propriamente detta nacque allora. Il gruppo si trasferì in Libano, fu addestrato all’uso delle armi nei campi del Fronte popolare della Palestina. Strinse legami fortissimi con i palestinesi e probabilmente anche con qualche servizio segreto dell’est. Scelse il nome e il simbolo, pare commissionato da Baader a un grafico pubblicitario debitamente pagato: la stella rossa col mitra sovraimpresso e il nome del gruppo. Iniziarono le rapine e gli attentati, molti segnati dall’antimperialismo ma molti anche contro le propietà di Springer. La Raf diventò il pericolo pubblico numero 1 in Germania, oggetto di una caccia all’uomo di proporzioni inaudite che si concluse con l’arresto di tutti i dirigenti nel giugno 1972. Una nuova generazione di militanti riempì però i vuoti lasciati dagli arresti e iniziò allora la fase più tragica della storia tedesca nel dopoguerra. I detenuti furono rinchusi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, un inferno lastricato di isolamento assoluto, luci sempre accese, controlli permanenti. Nel 1974 Holger Meins proclamò uno sciopero della fame per protesta e ne morì. Nel 1976 morì anche la Meinhof: un altro suicidio. In occasione dell’inizio del processo ai capi della Raf, nell’aprile 1977, il gruppo uccise il pubblico ministero, Siegfried Buback, con l’autista e la guardia del corpo. In luglio fu colpito a morte il banchiere Hans Jurgen Ponto. Il 5 settembre fu sequestrato a Colonia il presidente della Confindustria tedesca, in un attacco che fece da modello al sequestro Moro. I quattro uomini della scorta furono uccisi. La Raf chiese il rilascio dei detenuti, lo Stato prese tempo pur avendo già deciso di non trattare. In ottobre l’Fplp si unì all’operazione con uno spettacolare dirottamento aereo. Per il rilascio degli ostaggi avanzò le stesse richieste dei rapitori di Schleyer, aggiungendo alla lista due detenuti palestinesi. Le teste di cuoio tedesche attaccarono l’aereo in sosta a Mogadiscio uccidendo quasi tutti i sequestratori. La stessa notte Baader, la Ensslin a Jan- Carl Raspe si suicidarono a Stammheim. Sulla loro morte, come su quella di Ulrike Meinhof non è mai stata fatta davvero chiarezza. Schleyer fu ucciso il giorno dopo. L’autunno tedesco durò ancora a lungo.

Caso Moro. I brigatisti rossi? Figli dell’Italia dell’odio antifascista e resistenziale, scrive il 19 marzo 2018 Mario Bozzi su Barbadillo e Secolo d’Italia. Il quarantesimo anniversario del massacro di Via Fani, con il sequestro di Aldo Moro, leader della Dc, da parte delle Brigate Rosse, ha confermato, oggi come ieri, un oggettivo ritardo culturale nell’interpretazione delle cause della stagione del terrorismo. A leggere certe ricostruzioni si ha quasi l’impressione che gli autori del massacro della scorta e del rapimento fossero venuti da un altro pianeta e non fossero invece i figli legittimi dell’Italia dell’epoca, di ben chiare ascendenze storiche e ideologiche. Al di là dei “misteri insoluti”, su cui ci si è soffermati nelle diverse ricostruzioni offerte in questi giorni (il numero dei partecipanti all’azione, il luogo della prigionia, i “depistaggi”, il ruolo di soggetti stranieri, ecc…) esistono alcuni fattori “certi” che erano alla base del sequestro Moro e dell’esperienza terroristica del decennio settanta.

Ascendenze e connivenze culturali. A legittimare ideologicamente l’operato dei terroristi era la visione dello Stato-nemico, prodotto dell’antagonismo di classe e strumento di sfruttamento della classe oppressa (Lenin), ed il nuovo radicalismo marxista-leninista, frutto delle esperienze guerrigliere in America Latina e nel Vietnam. La “visione” era in fondo simile a quella dei Partiti Comunisti “legalitari” (l’instaurazione della “dittatura del proletariato”), diversa la strada per raggiungere il potere. A difendere questo quadro d’assieme è il sostanziale asservimento della cultura italiana alla logica egemonica di stampo gramsciano, ma fatta propria da Togliatti.  Riviste, case editrici, università sono state il “brodo di coltura” di questa doppia verità: in apparenza pluralista ed aperta al dialogo, in realtà alimentata dalle aspettative rivoluzionarie di stampo marxista-leninista: “I filosofi hanno soltanto ‘interpretato’ variamente il mondo, ora si tratta di ‘trasformarlo’” (Marx). “Il terrorismo è una forma di azione militare che può essere utilmente applicata o addirittura rivelarsi essenziale in certi momenti della battaglia” (Lenin).

La continuità antifascista. L’appello  mitico alla Resistenza non è solo dettato dal cosiddetto “pericolo stragista”, quanto soprattutto dall’idea di una rivoluzione antifascista incompiuta e  di un suo ulteriore sviluppo  sulla strada della liberazione socialista dallo sfruttamento e dall’ oppressione capitalista, fino al passaggio – segnalato da Alberto Franceschini, cofondatore, con Renato Curcio, delle Brigate Rosse – delle armi usate durante la Resistenza ai “nuovi partigiani”: un passaggio reale e simbolico, che, durante gli Anni Cinquanta-Sessanta,  era stato ideologicamente  rappresentato  – all’interno del Partito Comunista – da Pietro Secchia, vicesegretario del partito dal 1948 al 1958,   e poi da Pietro Longo, segretario dal 1964 al 1972,  il quale, ancora nel 1970, arriva a scrivere (su “l’Unità”) di una “nuova Resistenza”, in grado di realizzare nel nostro paese  “ … una nuova decisiva avanzata democratica, liberandolo da ogni subordinazione all’imperialismo americano, dalla arretratezza e dalla miseria”.

L’ambiguità politica. Sia la Dc che il Partito Comunista hanno giocato per anni sulla politica degli “opposti estremisti”, dei “compagni che sbagliano”, delle “sedicenti Brigate Rosse”, favorendo così la crescita del terrorismo armato, che non a caso  – secondo una coerente  logica “antifascista” – aveva iniziato colpendo un sindacalista della Cisnal (Bruno Labate, sequestrato il 12 febbraio 1973, a Torino e sottoposto ad un “processo proletario”) e  due  militanti missini (Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, uccisi durante l’ assalto delle Br alla sede del Msi di Padova nel  giugno 1974). C’è una complicità (morale) e una sottovalutazione (politica) dietro l’emergere delle Brigate Rosse, che chiamano in causa la principale forza di governo dell’epoca ed il maggiore partito comunista dell’occidente. Ad unirli non c’era solo la strategia del “compromesso storico” quanto l’idea di un possibile abbraccio tra cattolicesimo e marxismo, ben analizzato da Augusto Del Noce, il quale all’epoca denunciava il cosiddetto “progressismo cristiano”, autentica quinta colonna nel campo cattolico e moderato, culturalmente disarmato e quindi pronto a qualsiasi compromesso. Il “trauma” provocato dal sequestro di Moro (1978) e poi dall’assassinio (1979) dell’operaio comunista Guido Rossa da parte delle Br, obbligherà sia la Dc che il Pci a superare la fase dell’ambiguità politica per cogliere i tratti reali del fenomeno terroristico nel nostro paese. Ma fu certamente una presa d’atto tardiva, visti i grandi costi umani degli “anni di piombo”. Su un manifesto, che all’epoca fece scalpore, diffuso dal Fronte della Gioventù, c’era scritto “Moro: chi semina vento raccoglie tempesta”. Dopo quarant’anni – al di là di ogni retorica rievocazione – anche da lì bisogna partire per cogliere il senso di quella stagione, pervasa dall’odio ideologico e dalla tempesta che ne seguì e che travolse tutta l’Italia, con la sua lunga striscia di sangue. Per fissarne le responsabilità reali. Per non dimenticare.

40 anni fa: poteri occulti e lunga scia di sangue, scrive il 16 marzo 1978 Valter Vecellio su “la Voce dell'isola". Al terrorismo tutto l’Italia paga un pesantissimo tributo: in 20 anni almeno 428 morti, 14 mila atti di violenza politica. Cosa resta di quegli anni? È materia di amara riflessione per tutti. Di certo i terroristi sparano, uccidono, vengono usati da poteri occulti e settori deviati dello Stato. Qualcuno magari pensava davvero di colpire al cuore l’odiato potere. Ma qui non è più cronaca; diventa storia. 16 marzo di 40 anni fa: è il giorno in cui le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro e uccidono i cinque uomini della scorta. Moro è il protagonista di una politica scomoda, impasto di prudenza e di audacia: 55 giorni dopo lo uccidono. Uno scempio di umanità che segna l’apice del terrorismo rosso, ma anche l’inizio della sua irreversibile crisi. Al terrorismo l’Italia paga un pesantissimo tributo: in 20 anni almeno 428 morti, oltre 1.000 feriti, almeno 14 mila gli atti di violenza politica.

Come inizio prendiamo il 12 dicembre 1969, la strage di piazza Fontana a Milano: una bomba collocata nella Banca Nazionale dell’Agricoltura,17 morti. Il paese precipita in un buio periodo di violenza. Una follia di cui sono vittime forze dell’ordine, magistrati, politici, sindacalisti, cittadini comuni. Ne ricordiamo alcuni episodi. Il commissario Calabresi: per la magistratura vittima di un gruppo di fuoco di Lotta Continua; il rogo di Primavalle: aderenti a Potere Operaio incendiano la casa di un dirigente missino, tra le fiamme muoiono i due figli di 22 e 8 anni. Poi le stragi fasciste, nel 1974 a Brescia, piazza della Loggia, e al treno Italicus; in quell’anno le Brigate Rosse rapiscono il giudice Mario Sossi.

Virgilio Mattei, 22 anni, figlio di Mario Mattei, segretario locale del Movimento Sociale Italiano, ucciso nel rogo di Primavalle (Roma) insieme al fratellino di 8, da aderenti a Potere Operaio il 16 aprile 1973.

Virgilio Mattei, 22 anni, figlio di Mario Mattei, segretario locale del Movimento Sociale Italiano, ucciso nel rogo di Primavalle (Roma) insieme al fratellino di 8, da aderenti a Potere Operaio il 16 aprile 1973.

Ogni giorno un agguato, un delitto. Tra le prime vittime due magistrati, Francesco Coco, assassinato dalle Brigate Rosse; Vittorio Occorsio, ucciso dai fascisti di Ordine Nuovo; sempre le Brigate Rosse uccidono il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno. Il culmine con l’assassinio di Moro. Poi, come se qualcuno abbia detto: basta. Inizia la parabola discendente, non meno sanguinosa: le Brigate Rosse uccidono tra gli altri Guido Rossa, Emilio Alessandrini, Valerio Verbano, Mario Amato. E secondo la magistratura porta la firma della destra estrema la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980: 85 morti, oltre 200 feriti.

La strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, 85 morti, oltre 200 feriti: per la magistratura la firma è della destra estrema.

1980, strage di Bologna. Cosa resta di quegli anni? E’ materia di amara riflessione per tutti. Di certo i terroristi sparano, uccidono, vengono usati da centri di potere occulti e settori deviati dello Stato. Qualcuno di loro magari pensava davvero di colpire al cuore l’odiato potere. Ma qui non è più cronaca; diventa storia.

La storia, dunque. Quel 16 marzo a via Fani, questa forse è una delle poche cose sicure, si scrive una delle pagine più buie e tragiche della nostra storia recente. Le Brigate Rosse pensano di colpire mortalmente il cuore dello Stato. Indubbiamente si blocca una politica sgradita sia a Est che a Ovest, che mette in discussione equilibri nazionali e internazionali raggiunti quarant’anni prima. Il muro di Berlino era ancora ben solido. Al tempo stesso, uccidendo Moro le Brigate Rosse segnano anche l’inizio della loro fine. Prima, erano le Brigate Rosse cosiddette “storiche”: quelle dei Renato Curcio, delle Mare Cagol, degli Alberto Franceschini. Ingozzati di nozionismo marxisticheggiante mal digerito, il mito di una Resistenza ora e sempre salvifica e purificatrice. Prima semplici, simbolici, sequestri come quello, nel 1973, di Ettore Amerio, capo del personale della FIAT Mirafiori. Poi, un anno dopo, a Padova la svolta: quando uccidono due militanti del Movimento Sociale. Poi, ecco le Brigate Rosse di Mario Moretti, con solidi e anche sordidi contatti con l’Est europeo, movimenti palestinesi estremisti, ambienti inquinati da servizi segreti di ogni tipo. Su Moretti da sempre gravano sospetti mai del tutto fugati, da parte dei suoi stessi compagni. È lui che gestisce in prima persona l’affaire Moro. Ancora oggi ci si interroga su chi lo abbia ispirato, sui “suggeritori” occulti. C’è anche un “dopo” Moretti, che possiamo identificare con Giovanni Senzani. E’ l’ideologo terrorista che gestisce il rapimento di Ciro Cirillo, che vede coinvolti in una oscura trattativa gli immancabili servizi segreti e la camorra di Raffaele Cutolo; lo stesso anno in cui, a Verona, viene rapito il generale americano James Lee Dozier, liberato da un blitz dei NOCS. Sono gli anni del declino delle Brigate Rosse. Un declino, lungo, doloroso, scandito sempre da rapimenti, attentati, sangue, morti; ma ormai è evidente che no