Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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CASTOPOLI

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

CASTOPOLI

L’ITALIA DELLA MAFIA,

DELLE CASTE E DELLE LOBBIES

OSSIA, LA MAFIA SIAMO NOI

 

 

  

CASTOPOLI

IL POTERE DELLE CASTE E DELLE LOBBIES

 

“L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

Di Antonio Giangrande

 

 

 

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

 

In ogni città vi è un gruppo di malavitosi comuni, organizzati o meno, che si dedica alle più svariate attività illegali. I componenti fanno capo a ben distinte famiglie-clan criminali, a cui si aggiungono gli affiliati. Fanno notizia e sono perseguiti solo coloro i quali commettono reati di mediatica utilità o contro la sicurezza pubblica: omicidi, rapine, spaccio di droga e per il sol fatto di associarsi.

In ogni città vi è un sistema di potere non meno criminale, organizzato o meno, fatto da stimati insospettabili, che si dedica illegalmente ai destini istituzionali, politici ed economici della comunità. Questa cupola è composta dalle famiglie più note, blasonate e rispettate, che da sempre ricoprono i posti chiave della società. In loco caste, lobby, mafie e massonerie decidono chi e come deve diventare magistrato, avvocato quotato, parlamentare di rango, ecc.. Spesso sono i figli dei notabili del posto a ricoprire gli incarichi dei padri. Per fare ciò serve una rete di connivenze, di servilismo e di omertà. Per ricoprire certi ruoli non serve la raccomandazione: basta il nome. I reati commessi da costoro sono spesso attinenti l’amministrazione della cosa pubblica o l’economia. Essi intaccano le libertà dei cittadini, per questo sono più gravi e più subdoli, ma sono taciuti ed impuniti, essendo gli stessi autori ad occuparsene.

Molte volte tra clan criminali e le cosiddette buone famiglie vi è commistione negli affari, specialmente quando si tratta di spartirsi e gestire i miliardi di euro in opere pubbliche che piovano dai finanziamenti dello Stato e della Comunità europea.

 

 

 

 

SOMMARIO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

INTRODUZIONE

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA CASTA DEGLI ITALIANI. LA CASTA SIAMO NOI.

L’ITALIA DELLE LOBBIES.

CHI MANGIA SULLE NOSTRE BOLLETTE.

MALEDETTA ALITALIA (E GLI ALTRI).

LA CASTA DEI CAPITANI DI NAVI.

L’ITALIA DELLE CASTE.     

MEGLIO LA CASTA.

L’ITALIA DELL’ACCOZZAGLIA RESTAURATRICE E CASTISTA. TUTTI CONTRO UNO.

LA CASTA DEL MALCOSTUME.

LA CASTA DEGLI INDIGNATI ANTICASTA.

I PARAGURI DELL’ANTICASTA.

I MORALISTI DEGLI AFFARI ALTRUI.

LA CASTA DEI MORALISTI POLITICAMENTE CORRETTI.

LA CASTA DEI LEGULEI FATTO PARTITO. 

LA CASTA DELL’ANTIMAFIA.

LA CASTA DEI BABY PENSIONATI.

LA CASTA DEI VEGANI.

LA CASTA DEL TERREMOTO.

LA CASTA DEGLI INVIDIOSI.

LA CASTA DEGLI IMBECILLI ASOCIAL.

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

CHI FA LE LEGGI? 

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

LA CERTEZZA DEL DIRITTO ED IL CONCORSO DEL REATO? GLI OCCHI DI REPORT SUI MAGISTRATI E LA RAI SI SPAVENTA.

I FORCAIOLI SI DELEGITTIMANO DA SOLI.

ANTIMAFIA. GLI INTOCCABILI E LA SOCIETA’ DELLE CASTE.

CHE AFFARONE I SEQUESTRI E LE AMMINISTRAZIONI GIUDIZIARIE. L’OMERTA’ DELL’ANTIMAFIA. 

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

SE NASCI IN ITALIA…

AVVOCATI. ABILITATI COL TRUCCO.

IL MONDO SEGRETO DELLE CASTE E DELLE LOBBIES.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

LEI NON SA CHI SONO IO!

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

TUTTI DENTRO CAZZO!

VADEMECUM DEL CONCORSO TRUCCATO.

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

IL SUD TARTASSATO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

ROMA E I MACCHINISTI DELLA METROPOLITANA: CASTA TRA LE CASTE ITALIANE.

LA SUPER CASTA DEI BUROCRATI E LA LOBBY DELLA BUROCRAZIA.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

PARLAMENTO E DINTORNI COME DIVENTARE RICCHI CON LO STIPENDIO FISSO.

ATTORI E REGISTI: UNA CASTA DI IDIOTI DI SINISTRA RACCOMANDATI.

TAXI. AUTISTI E NOLEGGIO: ROBA NOSTRA. SIAMO SOLO NOI.

LECCE E CAGLIARI: AVVOCATI CON LE PALLE.

GIUSTIZIA ALTERNATA. GIUDICI SENZA PALLE.

LA CASTA SI RIBELLA. DIFFAMAZIONE, NIENTE CARCERE, MA NON PER TUTTI.

LE SPUTASENTENZE. LA GOGNA MEDIATICA, GLI AVVOLTOI DELL'INFORMAZIONE E LA POTENTE LOBBY GAY.

MEDICI ED AVVOCATI GLI AVVOLTOI DELLA SALUTE.

LOBBIES E GOVERNO: FINANZIARIA E LEGGE MANCIA.

MEGLIO LA CASTA REGIONALE DI QUELLA PARLAMENTARE?

AVVOCATI: DIAMO I NUMERI?

CI SONO AVVOCATI ED AVVOCATI.

BASTA CON LA TIRITERA DEI TROPPI AVVOCATI IN ITALIA.

FUGA DALLA PROFESSIONE.

PROFESSIONISTI SENZA DIGNITA’.

AVVOCATI PERMALOSI E TRAFFICHINI. STRANO MODO DI FARE LOBBY.

GLI AVVOCATI SONO UNA CASTA ED UNA LOBBY: PUNTO E BASTA!

ED I MAGISTRATI SONO PEGGIO. SONO FUNZIONARI E SI APPELLANO "POTERE"!

SERVIZI PUBBLICI E SPESA PUBBLICA.

PARLIAMO DELLE TOGHE IN FERIE.

SERVIZI PUBBLICI E SPESA PUBBLICA.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

APOLOGIA DELLA RACCOMANDAZIONE. LA RACCOMANDAZIONE SEMPLIFICA TUTTO.

ED I LIBERALI? SOLO A PAROLE.

POPULISTA A CHI?!?

LA BANCA D’ITALIA E LE SPECULAZIONI DELLE BANCHE.

LE LOBBIES E LE CASTE IMMOBILIZZANO IL PAESE.

QUAL’E’ LA VERA CASTA?

MAFIOSO E' CHI TI OBBLIGA OD IMPEDISCE DI ESSERE O DI FARE.

ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI: 47 MILIONI DI FINANZIAMENTO DI STATO PER FARE ANTISTATO.

POTERE E PRIVILEGI DEI SINDACATI.

LOTTA ALLA MAFIA: IPOCRISIA E DISINFORMAZIONE, OSSIA LOTTA DI PARTE O DI FACCIATA.

PARLIAMO DELLA MAFIA DEI CARBURANTI: LA CUPOLA TRA STATO E PETROLIERI.

LE COMPAGNIE PETROLIFERE EVADONO LE ACCISE E L’IVA.

SI PARTE DALL’USURA E SI ARRIVA ALLA MAFIA, ATTRAVERSO I FALLIMENTI, LA GESTIONE DELLE ASTE, LE CARTOLARIZZAZIONI E LA GARANZIA SULLA SOLVIBILITÀ.

PARLIAMO DI ASSICURAZIONI.

CI GOVERNANO LOBBY E CASTE ?!?!

L’OLIGARCHIA DEGLI ALTI BUROCRATI.

LE CASTE. LA MAFIA DEGLI ORDINI PROFESSIONALI: "I VERI INTOCCABILI".

A come ASSICURAZIONI.

A come AUTOTRASPORTATORI.

A come AVVOCATI, i veri potenti d'Italia.

B come BANCHE.

B come BENZINAI.

C come COMMERCIALISTI e RAGIONIERI.

C Come COMMESSI PARLAMENTARI.

C come CONFINDUSTRIA.

C come CONTROLLORI DI VOLO.

D come DIPLOMATICI.

D come DIRIGENTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE.

E come EDITORI.

F come FARMACISTI.

F come FORZE DELL'ORDINE.

G come GIORNALISTI.

G come GONDOLIERI.

L come LIRICA.

M come MAESTRI DI SCI.

M come MAGISTRATI.

M come MILITARI.

N come NOTAI.

O come OMOSESSUALI.

P come POLITICI.

P come PREFETTI.

P come PRIMARI.

P come PROFESSORI UNIVERSITARI.

S come SINDACATI.

T come TASSISTI.

V come VATICANO.

CASTE E LOBBY FUORI AL PARLAMENTO.

CASTE E LOBBY IN PARLAMENTO.

LA CASTA DELLA POLITICA.

LA CASTA DEI DIRIGENTI PUBBLICI.

LA CASTA DEI SINDACATI.

LA CASTA DELLE ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI.

LA CASTA DEI GIORNALI.

LA LOBBY CLERICALE.

LA LOBBY DEI GAY E LESBICHE.

LA CASTA DEI MAGISTRATI.

LA CASTA DEGLI AVVOCATI.

 

 

 

  

 

 

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

 c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

 ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori. 

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!      

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Poema di Avetrana di Antonio Giangrande

Avetrana mia, qua sono nato e che possiamo fare,

non ti sopporto, ma senza di te non posso stare.

Potevo nascere in Francia od in Germania, qualunque sia,

però potevo nascere in Africa od in Albania.

Siamo italiani, della provincia tarantina,

siamo sì pugliesi, ma della penisola salentina.

Il paese è piccolo e la gente sta sempre a criticare,

quello che dicono al vicino è vero o lo stanno ad inventare.

Qua sei qualcuno solo se hai denari, non se vali con la mente,

i parenti, poi, sono viscidi come il serpente.

Le donne e gli uomini sono belli o carini,

ma ci sposiamo sempre nei paesi più vicini.

 

Abbiamo il castello e pure il Torrione,

come abbiamo la Giostra del Rione,

per far capire che abbiamo origini lontane,

non come i barbari delle terre padane.

 

Abbiamo le grotte e sotto la piazza il trappeto,

le fontane dell’acqua e le cantine con il vino e con l’aceto.

 

Abbiamo il municipio dove da padre in figlio sempre i soliti stanno a comandare,

il comune dove per sentirsi importanti tutti ci vogliono andare.

Il comune intitolato alla Santo, che era la dottoressa mia,

di fronte alla sala gialla, chiamata Caduti di Nassiriya.

Tempo di elezioni pecore e porci si mettono in lista,

per fregare i bianchi, i neri e i rossi, stanno tutti in pista.

Mettono i manifesti con le foto per le vie e per la piazza,

per farsi votare dagli amici e da tutta la razza.

Però qua votano se tu dai,

e non perché se tu sai.

 

Abbiamo la caserma con i carabinieri e non gli voglio male,

ma qua pure i marescialli si sentono generale.

 

Abbiamo le scuole elementari e medie. Cosa li abbiamo a fare,

se continui a studiare, o te ne vai da qua o ti fai raccomandare.

Parlare con i contadini ignoranti non conviene, sia mai,

questi sanno più della laurea che hai.

Su ogni argomento è sempre negazione,

tu hai torto, perché l’ha detto la televisione.

Solo noi abbiamo l’avvocato più giovane d’Italia,

per i paesani, invece, è peggio dell’asino che raglia.

Se i diamanti ai porci vorresti dare,

quelli li rifiutano e alle fave vorrebbero mirare.

 

Abbiamo la piazza con il giardinetto,

dove si parla di politica nera, bianca e rossa.

Abbiamo la piazza con l’orologio erto,

dove si parla di calcio, per spararla grossa.

Abbiamo la piazza della via per mare,

dove i giornalisti ci stanno a denigrare.

 

Abbiamo le chiese dove sembra siamo amati,

e dove rimettiamo tutti i peccati.

Per una volta alla domenica che andiamo alla messa dal prete,

da cattivi tutto d’un tratto diventiamo buoni come le monete.

 

Abbiamo San Biagio, con la fiera, la cupeta e i taralli,

come abbiamo Sant’Antonio con i cavalli.

Di San Biagio e Sant’Antonio dopo i falò per le strade cosa mi resta,

se ci ricordiamo di loro solo per la festa.

Non ci scordiamo poi della processione per la Madonna e Cristo morto, pure che sia,

come neanche ci dobbiamo dimenticare di San Giuseppe con la Tria.

 

Abbiamo gli oratori dove portiamo i figli senza prebende,

li lasciamo agli altri, perché abbiamo da fare altri faccende.

 

Per fare sport abbiamo il campo sportivo e il palazzetto,

mentre io da bambino giocavo giù alle cave senza tetto.

 

Abbiamo le vigne e gli ulivi, il grano, i fichi e i fichi d’india con aculei tesi,

abbiamo la zucchina, i cummarazzi e i pomodori appesi.

 

Abbiamo pure il commercio e le fabbriche per lavorare,

i padroni pagano poco, ma basta per campare.

 

Abbiamo la spiaggia a quattro passi, tanto è vicina,

con Specchiarica e la Colimena, il Bacino e la Salina.

I barbari padani ci chiamano terroni mantenuti,

mica l’hanno pagato loro il sole e il mare, questi cornuti??

Io so quanto è amaro il loro pane o la michetta,

sono cattivi pure con la loro famiglia stretta.

 

Abbiamo il cimitero dove tutti ci dobbiamo andare,

lì ci sono i fratelli e le sorelle, le madri e i padri da ricordare.

Quelli che ci hanno lasciato Avetrana, così come è stata,

e noi la dobbiamo lasciare meglio di come l’abbiamo trovata.

 

Nessuno è profeta nella sua patria, neanche io,

ma se sono nato qua, sono contento e ringrazio Dio.

Anche se qua si sentono alti pure i nani,

che se non arrivano alla ragione con la bocca, la cercano con le mani.

Qua so chi sono e quanto gli altri valgono,

a chi mi vuole male, neanche li penso,

pure che loro mi assalgono,

io guardo avanti e li incenso.

Potevo nascere tra la nebbia della padania o tra il deserto,

sì, ma li mi incazzo e poi non mi diverto.

Avetrana mia, finchè vivo ti faccio sempre onore,

anche se i miei paesani non hanno sapore.

Il denaro, il divertimento e la panza,

per loro la mente non ha usanza.

Ti lascio questo poema come un quadro o una fotografia tra le mani,

per ricordarci sempre che oggi stiamo, però non domani.

Dobbiamo capire: siamo niente e siamo tutti di passaggio,

Avetrana resta per sempre e non ti dà aggio.

Se non lasci opere che restano,

tutti di te si scordano.

Per gli altri paesi questo che dico non è diverso,

il tempo passa, nulla cambia ed è tutto tempo perso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Ballata ti l'Aitrana di Antonio Giangrande

Aitrana mia, quà già natu e ce ma ffà,

no ti pozzu vetè, ma senza ti te no pozzu stà.

Putia nasciri in Francia o in Germania, comu sia,

però putia nasciri puru in africa o in Albania.

Simu italiani, ti la provincia tarantina,

simu sì pugliesi, ma ti la penisula salentina.

Lu paisi iè piccinnu e li cristiani sempri sciotucunu,

quiddu ca ticunu all’icinu iè veru o si l’unventunu.

Qua sinti quarche tunu sulu ci tieni, noni ci sinti,

Li parienti puè so viscidi comu li serpienti.

Li femmini e li masculi so belli o carini,

ma ni spusamu sempri alli paisi chiù icini.

 

Tinimu lu castellu e puru lu Torrioni,

comu tinumu la giostra ti li rioni,

pi fa capii ca tinimu l’origini luntani,

no cumu li barbari ti li padani.

 

Tinimu li grotti e sotta la chiazza lu trappitu,

li funtani ti l’acqua e li cantini ti lu mieru e di l’acitu.

 

Tinimu lu municipiu donca fili filori sempri li soliti cumannunu,

lu Comuni donca cu si sentunu impurtanti tutti oluni bannu.

Lu comuni ‘ntitolato alla Santu, ca era dottori mia,

ti fronti alla sala gialla, chiamata Catuti ti Nassiria.

Tiempu ti votazioni pecuri e puerci si mettunu in lista,

pi fottiri li bianchi, li neri e li rossi, stannu tutti in pista.

Basta ca mettunu li manifesti cu li fotu pi li vii e pi la chiazza,

cu si fannu utà ti li amici e di tutta la razza.

Però quà votunu ci tu tai,

e no piccè puru ca tu sai.

 

Tinumu la caserma cu li carabinieri e no li oiu mali,

ma qua puru li marescialli si sentunu generali.

 

Tinimu li scoli elementari e medi. Ce li tinimu a fà,

ci continui a studià, o ti ni ai ti quà o ta ffà raccumandà.

Cu parli cu li villani no cunvieni,

quisti sapunu chiù ti la lauria ca tieni.

Sobbra all’argumentu ti ticunu ca iè noni,

tu tieni tuertu, piccè le ditto la televisioni.

Sulu nui tinimu l’avvocatu chiù giovini t’Italia,

pi li paisani, inveci, iè peggiu ti lu ciucciu ca raia.

Ci li diamanti alli puerci tai,

quiddi li scanzunu e mirunu alli fai.

 

Tinumu la chiazza cu lu giardinettu,

do si parla ti pulitica nera, bianca e rossa.

Tinimu la chiazza cu l’orologio iertu,

do si parla ti palloni, cu la sparamu grossa.

Tinimu la chiazza ti la strata ti mari,

donca ni sputtanunu li giornalisti amari.

 

Tinimu li chiesi donca pari simu amati,

e  donca rimittimu tutti li piccati.

Pi na sciuta a la tumenica alla messa do li papi,

di cattivi tuttu ti paru divintamu bueni comu li rapi.

 

Tinumu San Biagiu, cu la fiera, la cupeta e li taraddi,

comu tinimu Sant’Antoni cu li cavaddi.

Ti San Biagiu e Sant’Antoni toppu li falò pi li strati c’è mi resta,

ci ni ricurdamo ti loru sulu ti la festa.

No nni scurdamu puè ti li prucissioni pi la Matonna e Cristu muertu, comu sia,

comu mancu ni ma scurdà ti San Giseppu cu la Tria.

 

Tinimu l’oratori do si portunu li fili,

li facimu batà a lautri, piccè tinimu a fà autri pili.

 

Pi fari sport tinimu lu campu sportivu e lu palazzettu,

mentri ti vanioni iu sciucava sotto li cavi senza tettu.

 

Tinimu li vigni e l’aulivi, lu cranu, li fichi e li ficalinni,

tinimu la cucuzza, li cummarazzi e li pummitori ca ti li pinni.

 

Tinimu puru lu cummerciu e l’industri pi fatiari,

li patruni paiunu picca, ma basta pi campari.

 

Tinumu la spiaggia a quattru passi tantu iè bicina,

cu Spicchiarica e la Culimena, lu Bacinu e la Salina.

Li barbari padani ni chiamunu terruni mantinuti,

ce lonnu paiatu loro lu soli e lu mari, sti curnuti??

Sacciu iù quantu iè amaru lu pani loru,

so cattivi puru cu li frati e li soru.

 

Tinimu lu cimitero donca tutti ma sciri,

ddà stannu li frati e li soru, li mammi e li siri.

Quiddi ca nonnu lassatu laitrana, comu la ma truata,

e nui la ma lassa alli fili meiu ti lu tata.

 

Nisciunu iè prufeta in patria sua, mancu iù,

ma ci già natu qua, so cuntentu, anzi ti chiù.

Puru ca quà si sentunu ierti puru li nani,

ca ci no arriunu alla ragioni culla occa, arriunu culli mani.

Qua sacciu ci sontu e quantu l’autri valunu,

a cinca mi oli mali mancu li penzu,

puru ca loru olunu mi calunu,

iu passu a nanzi e li leu ti mienzu.

Putia nasciri tra la nebbia di li padani o tra lu disertu,

sì, ma ddà mi incazzu e puè non mi divertu.

Aitrana mia, finchè campu ti fazzu sempri onori,

puru ca li paisani mia pi me no tennu sapori.

Li sordi, lu divertimentu e la panza,

pi loro la menti no teni usanza.

Ti lassu sta cantata comu nu quatru o na fotografia ti moni,

cu ni ricurdamu sempri ca mo stamu, però crai noni.

Ma ccapì: simu nisciunu e tutti ti passaggiu,

l’aitrana resta pi sempri e no ti tai aggiu.

Ci no lassi operi ca restunu,

tutti ti te si ni scordunu.

Pi l’autri paisi puè qustu ca ticu no iè diversu,

lu tiempu passa, nienti cangia e iè tuttu tiempu persu.

Testi scritti il 24 aprile 2011, dì di Pasqua.

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

LA CASTA DEGLI ITALIANI. LA CASTA SIAMO NOI.

LA CASTA SIAMO NOI!, scrive Antonia Briuglia. Le inchieste e i “linciaggi mediatici”. Quindici Regioni italiane sotto inchiesta, dove consiglieri regionali, indifferenti alle inchieste e ai primi arresti per gli stessi reati che colpivano altri, ormai quasi per “tradizione”, continuavano a sperperare soldi pubblici, quelli dei rimborsi ai gruppi di partito. Senza limiti al ridicolo, senza vergogna, rasentando il tragicomico pagavano, con i soldi dei cittadini, dalle spese del matrimonio al suv, dalla collezione di Diabolik alle mutandine o ai vini pregiati. Un male che, naturalmente non ha risparmiato la nostra Regione, dove esponenti prima dell’UDC e poi dell’Italia dei Valori hanno prelevato, prima 200 mila euro poi 70 mila per spese personali. Per non parlare di altri consiglieri che facevano a gara per depositare scontrini delle più svariate e ingiustificabili spese da farsi rimborsare. Curioso il fatto che appartenessero al gruppo Italia dei Valori nato proprio per inaugurare un nuovo corso della politica, e ancora più curioso come molti di loro abbia formato un nuovo gruppo denominato “Diritti e libertà”, dando a questi due concetti interpretazioni a dir poco spregevoli. Questo male, però, non fa alcun tipo di differenza, né politica, perché le inchieste delle Regioni toccano tutti i partiti, nessuno escluso; né geografica, perché tocca, ad esempio, il Piemonte come la Sicilia.

Ci siamo, così, abituati anche in Liguria a vedere indagati, se non finire in manette, Presidenti di Consiglio regionale o Vice Presidenti della Giunta, come fosse un male inevitabile. Lo stesso che giornalmente sembra colpire quella che chiamiamo “casta”, che ogni giorno “onora” trasmissioni d’inchiesta televisive, o salotti del conduttore di turno dove parlamentari e ministri guadagnano spazi invidiabili per controbattere pubblicamente alle accuse di malaffare, oggetto di continui “linciaggi mediatici” nei loro confronti. Lì, l’accusato di turno per appalti, favoritismi e strumentali controlli all’Asl di Benevento, come la Di Girolamo, si scopre una semplice mamma, costretta a organizzare riunioni ufficiali a casa dove è costretta da una mastite, con la sola colpa di abbandonarsi spesso al turpiloquio e che minaccia, per le gravi offese ricevute, di pagarsi il mutuo della sua semplice casa di 100 metri quadrati, con i proventi delle accuse diffamatorie.

Insomma, un Paese d’ingiustizie il nostro. Un Paese, dove giornalmente la classe politica, mentre si dedica con abnegazione al bene pubblico, dal Comune al Governo nazionale, è ingiustamente bersagliata da false accuse. Accade per avere usato aerei di Stato per scopi personali, per aver pagato con soldi pubblici ingiustificati affitti d’oro, per finanziamenti pubblici quadruplicati mentre s’inventano nuove tasse e si chiedono sacrifici alla gente, per auto blu concesse come caramelle anche per usi personali come la spesa, oppure per "Rimborsi" elettorali 180 volte più alti delle spese realmente sostenute o per le spese del Quirinale molto più alte di quelle della Regina d’Inghilterra. Dipendenti regionali moltiplicati per tredici volte in venti anni e spese di rappresentanza dei Governatori che arrivano a essere dodici volte più alte di quelle del presidente della Repubblica tedesco. Candidati "trombati" e inesorabilmente consolati da cariche in enti, alcuni dei quali arrivano a sommare cinque buste paga e che per incompetenza e inadeguatezza al ruolo, aumentano i loro costi per le inevitabili consulenza esterne.

Solo esempi. Ma mentre i media hanno abbondante materia per occupare le pagine o i palinsesti, sarebbe maturo ormai il tempo perché si faccia una seria riflessione. Smettiamolo di fare dell’ironia, di buttarla sull’italianità dei comportamenti come se il nostro Paese fosse fatalmente destinato a morire nell’indifferenza di chi crede che non ci sia nulla da fare o nell’impotenza e nella depressione di chi vorrebbe combattere questa realtà, senza aspettare che di volta in volta lo faccia la Magistratura. Se i comportamenti delle Caste locali o romane, suscitano rabbia e sdegno verso tutta la classe politica, rischiamo spesso, arrendendoci a questa realtà di credere che non ci sia soluzione, di fatto, assolvendola. I commenti sulla rete sono spesso sovrapponibili “sono tutti uguali non si salva nessuno, chiunque vada là poi si sporca! È inevitabile” "tutte cose sapute e risapute", "mi vergogno di essere italiano, perché all’estero queste cose finirebbero diversamente!". Ma mentre ci vergogniamo, di essere italiani, non facciamo scelte diverse. Dimentichiamo che tutti quelli che ricoprono incarichi politici, dall’ente locale al Senato e al Parlamento erano, prima, cittadini come noi, che arrivati al potere hanno pensato che aggirare la norma, sfruttare il privilegio, trarre profitti illeciti fosse  un loro incontestabile diritto, per l’impunibilità giuridica che, col tempo , fa passare tutto in cavalleria ma soprattutto per la scarsa memoria dei cittadini che li hanno eletti che poi finiranno per accettare che tutto si possa perpetrare, senza capire che il consigliere occupato a raccogliere scontrini o il politico a curare i suoi privilegi o intascare illeciti profitti, non può che “distrarsi” dalla cura del bene comune. Per far approvare una legge occorre il voto favorevole di entrambe le camere e mentre se ne attendono molte che andrebbero a beneficio della collettività, velocemente e nel silenzio, passano col voto di tutti quelle che riguardano i benefici della classe politica, non ultimi gli aumenti di stipendio, dimenticandosi, solo in quel frangente, dei problemi che affliggono il Paese.

Cos’è veramente la politica? Cos’è la democrazia? Chiediamoci, una volta per tutte, cos'è veramente la politica? Cos’è la democrazia? Quella sovranità popolare che richiede rappresentanti eletti per prendere decisioni in nome proprio. Gli interessi del popolo sono scesi in secondo piano, e ciò era inevitabile se la maggior parte dei rappresentanti non agisce perseguendo i valori dell’onestà, indispensabili al ruolo che ricoprono, tanto che alcuni, se non fosse per l'immunità parlamentare, sarebbero già finiti in carcere e invece continuano a definirsi rappresentante del popolo.

Forse è vero, i rappresentanti sono il riflesso, l'immagine dei rappresentati. Forse non siamo ancora europei, non ne abbiamo le caratteristiche. Siamo lontani dall’essere cittadino come lo sono i tedeschi, gli inglesi, svedesi e olandesi. Ci vuole ancora molto tempo per rieducarci ai valori di cittadinanza e legalità, quelli persi per troppo tempo e non solo a causa del berlusconismo che ha intriso la società tutta, senza distinzione politica e geografia.

 Forse non servirà neanche rottamare i vecchi per capire che non esiste libertà senza doveri, che le battaglie di una società non possono fondarsi sulla diseducazione, sull’assenza di valori e di etica che caratterizza la politica attuale.

Le nostre colpe. Mentre si parla sempre di crisi economica, la società italiana, è ferma sotto il profilo della cultura e della politica, quella vera, perché in tutti questi anni sono mancati i padri della politica. I politici erano intenti a fare altro e la responsabilità è stata anche nostra, di cittadini elettori colpevolmente distratti o indifferenti. Mentre i politici diventavano mercanti, ci siamo abituati a non chiederne conto. La polemica contro la casta s’indeboliva quando si presentava il politico di turno e ci spiegava come aggirare la norma, come evitare una multa, com’era inevitabile che il politico godesse di benefici. Così non ci siamo ribellati neanche quando l’amministrazione del nostro Comune non lavorava per ottimizzare la raccolta dei rifiuti facendoci incorrere in multe, quando non risolveva i problemi di viabilità e non migliorava il trasporto pubblico, troppo intenta a elargire poltrone ai trombati di turno, nell’equa spartizione del potere politico dei partiti. Quali riferimenti guida abbiamo avuto da chi negava di nascondere tangenti o chi camuffava i piani regolatori per favorire profitti di gruppi immobiliari, danneggiando inesorabilmente il nostro territorio? Come può un nuovo gruppo dirigente lottare contro questo sistema senza stravolgerlo dalla base? Senza creare una nuova condizione di cultura che rieduchi alla democrazia?

Sostiene Vittorino Andreoli “Se l’Italia ha politici immorali è perché gli italiani sono immorali, se hanno eletto politici ladri è perché sono ladri, se usano la politica per interessi personali è perché non hanno idea di cosa sia lo Stato. Quanti cittadini, ad esempio, non chiedono lo scontrino fiscale, quanti non chiedono la fattura all’idraulico per pagare di meno…?". Vittorino Andreoli dice anche che "se gli italiani si svegliassero e scegliessero politici onesti, educati e capaci, l’Italia sarebbe un Paese straordinario.”

LA CASTA NON ESISTE PERCHE’ LA CASTA SIAMO NOI, scrive il 3 maggio 2014 Fulvio Scaglione. A proposito della polemica del Primo Maggio su Renzi e gli 80 euro: chiunque, cantante come Piero Pelù o taxista, cuoco o acrobata, può dire ciò che vuole quando vuole a proposito della politica. A una condizione: che non cediamo alla tentazione di credere che abbia ragione chiunque parli di politica senza essere un politico, proprio perché non è un politico, perché non è della casta. Due miti, in Italia, hanno fatto e stanno facendo danni gravi. Mi verrebbe da dire, esagerando sullo slancio: danni assai peggiori della peggiore classe politica. Il primo è il mito della cosiddetta “società civile”, il secondo proprio quello della “casta”. Uno tiene in piedi l’altro: se c’è una società civile buona e virtuosa dev’esserci anche un casta che la mortifica e le impedisce di fare il bene del Paese. Altrimenti, come potremmo andare così male? Società civile e casta sono diventate parole d’ordine indispensabili, ormai, nella narrazione collettiva di quanto succede in Italia.

Società civile uguale casta. Ecco allora qualche statistica. Nella legislatura scorsa (2008-2013), le due Camere del Parlamento risultavano così composte. Camera dei deputati: 84 avvocati, 82 dirigenti, 74 imprenditori, 63 giornalisti, 44 docenti universitari, 30 impiegati, 29 medici, 22 insegnanti, 17 commercialisti… Un’infima percentuale, al confronto, i funzionari di partito: 42.  E al Senato: 51 dirigenti, 46 avvocati, 38 imprenditori, 30 amministratori locali, 28 docenti universitari, 28 insegnanti, 26 giornalisti, 23 medici, 11 impiegati, 10 magistrati, 9 ingegneri… e solo 13 funzionari di partito. Impiegati, medici, avvocati, commercialisti, giornalisti, dirigenti, imprenditori… E che cos’è, questa, se non la società civile? Perché, dunque, la chiamiamo casta? Le virtù benefiche della società civile sono così labili da dissolversi non appena questi stimati professionisti e dipendenti varcano la soglia del Parlamento? O non è piuttosto vero il contrario, e cioè che essendo la società civile italiana poco seria (vedasi evasione fiscale da record, lavoro nero alle stelle, corruzione imperante, inefficienza come norma…), diventa poco seria anche la politica quando è appunto detta società civile, diventata casta, a tirarne i fili? Il problema non sta nelle categorie di comodo, come appunto società civile e casta, con cui cerchiamo di imprigionare una realtà complessa e sfuggente. Il problema sta nella politica, che è un’attività importante e difficile, che bisogna saper svolgere. Evviva i politici di professione, se sono professionisti seri. E abbasso la società civile in politica se è fatta di cialtroni e dilettanti. Cioè la casta.

POCHE STORIE, LA VERA CASTA SIAMO NOI. I consigli regionali e il Parlamento sono pieni di professionisti usciti dalla cosiddetta "società civile". E' l'idea, tipicamente italiana, che la "cosa di tutti" è "cosa di nessuno", scrive l'1/10/2012 "Famiglia Cristiana". I casi delle ultime settimane, dallo straordinario magna magna della Regione Lazio (straordinario non per le dimensioni, invero piuttosto "normali", ma per l'eccezionale volgarità) alle piccole e grandi porcherie che saltan fuori in ogni ente pubblico al minimo controllo, confermano, a dispetto delle apparenze, che il famoso discorso sulla "casta" è un ottimo spunto per le indagini giornalistiche ma non ha molto fondamento sociologico e nemmeno politico. E non ci avvicina di un metro alla risoluzione del problema. 

Anzi: giusto per coerenza, verrebbe da dire che la casta, in realtà, non esiste. Quando si parla di casta, infatti, il pensiero si organizza automaticamente intorno all'idea del politico di professione, di colui che campa a spese del denaro pubblico. Selezionato dai partiti e con l'unico merito della militanza fedele. O qualcuno di simile. Bene. 

I consiglieri regionali in Italia sono 1.111. Se avessimo tempo e modo di fare un censimento, scopriremmo che i "politici politici" sono tutt'altro che maggioranza. D'altra parte, senza troppi sforzi, pensiamo ai protagonisti più rinomati e alle vicende più recenti: citando un po' a caso, un'igienista dentale in Lombardia, una sindacalista alla Regione Lazio, un attivista di movimento religioso di nuovo in Lombardia. E che dire del famoso Trota, preclaro esempio di incapacità totale a mostrare una qualunque attitudine professionale, proprio uno dei famosi giovani che "non studiano e non lavorano", in Italia ormai prossimi al 30% del totale? 

Altro che casta: questo è un perfetto ritratto dell'Italia. Questa è la famosa "società civile" che dal 1994 della famosa "discesa in campo" berlusconiana avrebbe dovuto disperdere le cattive abitudini della politica politicata, ormai lontana dai cittadini e indifferente alle loro sorti. D'altra parte anche Berlusconi, l'imprenditore per eccellenza, era a sua volta parte della società civile. O no? Nel frattempo, sarà un caso, le Regioni sono riuscite a incrementare le loro spese del 74% in dieci anni, mentre nello stesso periodo l'inflazione aumentava del 24%.

Vogliamo parlare del Parlamento? Abbiamo 630 deputati e 315 senatori. Ben 133 sono tra loro gli avvocati, liberi professionisti per eccellenza. Poi ci sono 23 commercialisti, 13 architetti, 20 ingegneri, 53 medici, 4 notati e 4 farmacisti. Siamo già così a 250 (più di un quarto del totale dei parlamentari) esponenti della società civile, gente che non ha certo potuto fare la scalata interna ai partiti, visto che ha dovuto studiare e avviare importanti attività professionali. A questi andrebbero aggiunti tutti coloro che arrivano alla politica da attività meno "illustri". Che so, commercianti, impiegati (29), insegnanti (21), giornalisti (51), magistrati (7), imprenditori, sindacalisti, dirigenti. O da diversi mestieri mal esercitati come il mitico Umberto Bossi, anche lui frammento tipico della nostra società.

Quindi parlare di casta non ha senso. Bisognerebbe fare un discorso più antipatico e complesso. E cioè che è diffusa nel popolo italiano tutto la convinzione che la cosa di tutti sia cosa di nessuno. E che appena arrivati nel luogo ove la cosa di tutti viene amministrata, sia occasione imperdibile quella di ritagliarsene una fetta. E pazienza per tutti gli altri. La casta siamo noi una volta arrivati nel posto dove si può rubare (quasi) impunemente, ecco tutto. 

La casta siamo noi, scrive il 27 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore" Christian Rocca. La casta siamo noi, nessuno si senta offeso. Siamo noi questo piatto di grano. Francesco De Gregori mi scuserà, ma siamo proprio noi che desideriamo i privilegi, il parcheggio gratuito allo stadio, la pensione baby. Siamo noi che scavalchiamo la fila, lavoriamo in nero, evadiamo il fisco. Siamo noi che aspiriamo alla vip lounge, vogliamo il pass per il centro e ci riempiamo di lei non sa chi sono io. Siamo noi che abbiamo un cugino che conosce tutti e un conoscente che è cugino di qualcuno. Anche questa è casta; e la casta, cari professionisti dell'anticasta, siamo noi. Siete anche voi, specializzati nel ditino alzato. Prendersela con quei pochi eletti è tropo facile e inutile. Vogliamo tutti godere dei privilegi, far parte del club, esserne cooptati. Adoriamo la casta, altroché. La odiamo soltanto quando le iscrizioni sono chiuse, i posti occupati, i benefici ridotti. Quando i conti saltano. Ecco che qui spuntate voi, i professionisti dell'anticasta. Fate credere che sia sufficiente un bel repulisti chirurgico e mirato, ma è una presa in giro. Senza alcuna indulgenza nei confronti di chi fa meno del proprio dovere, ma siamo davvero un Paese fondato sulla casta, costruito sul più casta per tutti, prosperato sulla fruizione democratica dei privilegi. Ci siamo inventati la spintarella, la raccomandazione è diventata un'arte, il «non-c'è-problema» è il nostro motto. La casta siamo noi, insomma. Oppure è un'invenzione (sei anni fa, per esempio, abbiamo votato contro la riduzione del numero dei parlamentari, approvata addirittura dalla casta dei parlamentari in doppia lettura bicamerale). La politica è da sempre animata da movimenti anticasta che poi si fanno casta. I sindacati nascono anticasta ma sono diventati casta. Gli ordini professionali, i magistrati, i tassisti sono piccole e grandi caste. I grandi mezzi di informazione fotografano questa realtà, la perpetuano, interpretano alla perfezione questo sentimento diffuso: sono proprio loro che ciclicamente inaugurano le stagioni anticasta, prima di rabbuiarsi accigliati per l'esplosione incontrollata, signora mia, dell'anti-politica, e poi di prostrarsi davanti ai Masaniello che loro stessi hanno contribuito a creare. Non so se avesse ragione Antonio Gramsci a sostenere che in Italia c'è il sovversivismo delle classi dirigenti o, ancora di più, Mario Missiroli quando scherzava sul fatto che in Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti. So, però, che la casta siamo noi. Nessuno si senta offeso.

LA CASTA SIAMO NOI (E FINIAMOLA CON L’ACCUSARE SEMPRE I POLITICI), scrive Michele Fusco il 19 febbraio 2015. Avrete forse letto in queste ore della voracità di certi tizi di medio o notevole calibro che, invitati a premi letterari di una certa sostanza, ne ricaverebbero benefici di pari sostanza, tipo viaggi aerei planetari, soggiorni sette stelle, pagamenti tutti in nero e altre “miserabilia”, in realtà non nuovissime come cattive abitudini ma ancora in grado di destare nel cittadino un certo senso di smarrimento. L’interrogativo più immediato, che sale in superficie come gas di acqua frizzante, pone subito in rilievo quel dislivello grossolano tra posizione sociale e mancanza di stile, per cui sorprendersi ancora se un signore di chiara fama e di buona/buonissima condizione economica si riduce mestamente ad arraffare l’arraffabile. Questo, la gente comune, la gente perbene, non lo capirà mai. Ma nemmeno “loro” capiranno mai perché la gente comune continua a sorprendersi. Cosa porta un uomo noto, che non avrebbe necessità di ulteriori privilegi se non quello d’esser riconosciuto come tale, a inabissare il proprio decoro sino a profondità insospettabili? Non le necessità impellenti, questo è evidente, e neppure l’occasione di cambiar vita, giacchè qui parliamo di circostanze in cui, al massimo, ci si può divertire per qualche giorno a spese dell’organizzazione (il tutto per qualche migliaio di euro). Dunque c’è dell’altro, se la cosa regolarmente accade. Quel senso di arraffo onnipotente è parte dell’esercizio del Potere. Parte di una riconoscibilità sociale che, per un perverso paradosso, esercita la sua forma pubblica non nel modo virtuoso che tutti immagineremmo per persone di quella fatta, ma esattamente nel suo contrario, in cui l’elemento erotizzante è un’oscena sfida al comune senso del pudore: mostrare tutta la propria indecenza con sguardo fiero e protervo e attendersi, come massimo godimento di ritorno, un sentimento di timore e rispetto. Quando si parla di impunità, dunque, dovremmo essere da queste parti.

In quale categoria inserire persone di questo tipo? Ci siamo abituati a puntare il dito contro la politica, un obiettivo facile, di pronta beva, esercizio che ci è venuto facile anche in virtù di una classe dirigente che ha fallito e che si è fatta maledire dall’universo mondo. Ma le miserie che leggiamo quotidianamente e che avvengono fuori dai Palazzi, fuori anche da Roma per intenderci, hanno strettissima parentela con quella Casta, ne sono appendice diretta, radice comune. Parola evocativa come nessun’altra, «Casta» racchiude miserie che vanno ben oltre la semplice classe politica per sconfinare nell’umanità corrente. Dire che Casta siamo anche noi e non solo quelli di Roma sarebbe buona cosa, e se qualcuno vuole ribellarsi a questa indegna classificazione, padronissimo. Si prenderà le sue pene, gli toccherà una vita così virtuosa da sembrargli insopportabile, dovrà gestire il suo perenne moralismo con la santità del giusto, a cui non si potrà nemmeno rinfacciare di non avere chiesto la fattura all’idraulico. Dovrà gestire con cura la sua indignazione, distribuendola con l’equilibrio necessario perché nessuno possa valutarla come troppo interessata, esagerata o troppo flebile per non destare sospetto. Dovrà parcheggiare impeccabilmente per tutta la vita, per tutta una vita, e non pensare di mandarla in vacca neppure per un istante, come ha fatto per esempio, regalandoci finalmente un friccico di speranza, Alfonso Sabella, Assessore alla Legalità del Comune di Roma, il quale comprendendo perfettamente le pene di un semplice cittadino che deve fare una cinquantina di giri dell’intero quartiere prima di trovare uno strapuntino dove infilare la Panda, ha messo letteralmente a cazzo il suo Suvvone Bmw sopra il marciapiede davanti all’assessorato.

Da altre parti d’Europa ci sono gli sguardi. Non serve molto altro per farti sentire qualcosa meno di un discreto cittadino, da altre parti non fanno scene madri, non urlano, non sdottoreggiano di moralità ma sempre quella degli altri, non devono minacciare di chiamare la forza pubblica perché la forza pubblica sono esattamente loro, le società civili che vivono su una convivenza acquisita nel tempo, in cui i meccanismi che regolano i rapporti tra umani sono piuttosto semplici e definiti sin dai primi anni di vita: questo si fa, questo non si fa, se fai questo ti tolgo la patente e non guidi più, se fai quest’altro butto la chiave. Eccetera, eccetera. Da altri parti ci sono anche le leggi, come da noi, ci mancherebbe. Ma vengono dopo, sono, come dire, un simpatico corollario a qualcosa di più definitivo come la decenza umana.

La Casta siamo noi. Una sera a Roma per il decennale del manifesto dell'antipolitica di Rizzo e Stella, all'Auditorium di Renzo Piano, tempio laico del ceto medio riflessivo, scrive Francesco Cundari il 20 marzo 2017. Ed eccoci qui, dieci anni dopo la pubblicazione del manifesto del partito qualunquista, La Casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, a celebrarne l’anniversario in quello che fu il tempio delle buone amministrazioni di centrosinistra, il monumento più duraturo del bronzo che le giunte Rutelli e Veltroni eressero a se stesse e alla propria idea di governo illuminato: l’Auditorium di Renzo Piano. Non sarà come leggere Lolita a Teheran, ma dà parecchio da pensare anche discutere della Casta all’Auditorium. Qui, infatti, è dove il fior fiore dell’elettorato democratico viene a passeggiare e a elevarsi, a svagarsi e a sensibilizzarsi sulle più importanti questioni artistiche e internazionali, tra un concerto di Capossela e una presentazione di Carrère, in quel breve spazio di tempo sospeso tra il brunch e l’apericena. Qui è dove il ceto medio riflessivo della Capitale viene per ascoltare e per riflettere, ma soprattutto per riflettersi. Qui è il regno di quelle che a Oxford chiamerebbero forse le chattering classes, e a Roma Nord la classe dei chiacchieroni, numerosa combriccola che in Italia è divenuta da tempo, questa sì, una casta. In una parola: noi.

Noi che scriviamo e voi che leggete. Noi che eravamo lì ieri sera e voi che avreste potuto esserci. Tutti noi che per mestiere o semplicemente perché possiamo permettercelo passiamo la maggior parte del nostro tempo a parlare e a sentirci parlare, a leggerci e a scriverci addosso, sempre trovando il modo di riattizzare l’interminabile chiacchiericcio che rappresenta il nostro biglietto da visita di opinionisti a trecentosessanta gradi, virtuosi della nullafacenza, accolita di dolenti eruditi costantemente impegnati a riversare sul mondo il profluvio delle nostre idee su come si dovrebbe riformarlo. Chattering Casta. No, non stiamo divagando. Se una cosa ci ha insegnato, infatti, questo decennale e praticamente ininterrotto dibattito sui prezzi del barbiere di Montecitorio e la deducibilità della biancheria intima nella Regione Piemonte, è che non devi chiederti di cosa parla la Casta. La Casta parla di te. E pensare che non avrebbero nemmeno voluto chiamarlo così, il libro, dice Stella dal palco. Volevano chiamarlo I bramini, che sarebbe stato anche più corretto (anche gli intoccabili sono una casta). «Ma era troppo complicato, troppo snob, troppo elitario». E quindi «decidemmo che era meglio andar giù dritto». Tremendous, chioserebbe qualcuno alla Casa Bianca. Tutto parte dalla legge finanziaria 2007 (cioè del 2006, insomma, la prima finanziaria del secondo governo Prodi). Lo spiega Sergio Rizzo, esponendo il seguente paradosso: essendo il governo Prodi appena partito, i dati su cui si fondava la Casta erano «la radiografia dei governi Berlusconi», eppure lo stesso Prodi, chissà perché, è convinto che la campagna nata intorno al libro – rectius: da cui il libro è nato – abbia avuto un ruolo nella caduta del suo esecutivo.

A rovesciare l’ordine dei fattori è invece Enrico Mentana, anche lui sul palco insieme agli autori, al padrone di casa del Festival che li ospita (il direttore di Radio3 Marino Sinibaldi), al presidente del Pd Matteo Orfini e al deputato Cinque stelle Roberto Fico (questi ultimi in qualità di membri della casta, nonché «a occhio e croce, quelli che guadagnano meno tra i presenti», puntualizza Orfini). Premesso che giornali e tv non condizionano i fenomeni – esordisce il direttore del TgLa7, seminando un certo sconcerto sul palco e in platea – il successo del libro dipende dal «timing». Il 2007. Vale a dire il momento in cui, dopo un anno di governo Prodi, cade l’antica autorappresentazione della sinistra come la parte migliore del Paese. Con quel governo rissoso, dai cento sottosegretari, con ben due partiti comunisti che ne fanno parte e arriva fino ai centristi di Mastella, si vede che la vecchia favola secondo cui tutti i mali dell’Italia sono colpa di Berlusconi, dice Mentana, non regge. Le differenze si appiattiscono, la sinistra si appiattisce e così il malcontento popolare si indirizza contro la politica nel suo complesso. La casta, appunto.

Si potrebbe discutere se a determinare questo esito, oltre alla rissosità e al numero dei sottosegretari, non abbia contribuito un filino anche la tanto celebrata politica economica di quel governo, a cominciare dalla suddetta finanziaria. Ma ciò nulla toglie alla sostanziale verità dell’affermazione. E tantomeno alla verità della seconda tesi esposta dallo stesso Mentana a fine serata, sia pure in evidente contraddizione con la precedente (la verità, del resto, è quasi sempre contraddittoria), e cioè che questa legislatura è nata dalla ferita dei centouno franchi tiratori che impallinarono Prodi, di cui nessuno ha mai saputo niente, che Mentana paragona addirittura ai candidati grillini buttati fuori da un giorno all’altro dal blog di Grillo. Tralasciamo l’assurdità del paragone, che mette sullo stesso piano la più consolidata previsione costituzionale a tutela della libertà dei parlamentari nell’elezione del capo dello Stato e la più palese violazione di tutti i principi costituzionali di qualunque Paese democratico occidentale, e restiamo alla sostanza. Che sta tutta nella verissima contraddizione involontariamente segnalata da Mentana, e cioè che le due più potenti ondate di contestazione anticasta sono nate a sinistra, una volta come reazione rabbiosa di fronte allo spettacolo dato dal governo Prodi – che in un impeto retorico Mentana sembra addirittura considerare responsabile «dell’appassimento e della morte della politica» – e una seconda volta come reazione alla mancata elezione dello stesso Prodi a capo dello Stato. Due affermazioni tanto indiscutibilmente vere, almeno dal punto di vista storico, quanto evidentemente contraddittorie, salutate dall’applauso scrosciante del ceto medio riflessivo in platea, tutte e due le volte.

Come si esce dalla contraddizione? Non ne abbiamo la minima idea. Al massimo, in via di provvisoria conclusione, possiamo avanzare un sospetto che da qualche tempo ci tormenta, ed è che ogni discussione sulla casta sia in fondo un circolo vizioso. Dunque, al tempo stesso, inutile e dannosa (se fatta in questi termini, si capisce). Quando lo sciocco indica la casta, il saggio guarda il dito.

La casta degli italiani. La parola d’ordine del principale movimento populista del paese nasce dieci anni fa grazie a un libro trasformato dall’establishment italiano in una bibbia, scrive Francesco Cundari su "Il Foglio" il 3 Aprile 2017. Dicono che i giornali non li legga più nessuno, che i libri anche meno dei giornali, che edicole e biblioteche faranno presto la fine dei rivenditori di videocassette. Dicono che viviamo nell’era della disintermediazione. E che di tutte le mediazioni ormai anacronistiche, la più superflua di tutte sia proprio questa che avete adesso sotto gli occhi: il giornalismo politico. Perché c’è internet. Perché ci sono i social network. Perché il politico ormai si racconta da solo, con i tweet al posto delle agenzie e le dirette facebook al posto delle interviste. Dicono che ormai giovani e meno giovani si informino così, in tempo reale, direttamente dal telefonino. Ed è tutto vero.

La più riuscita campagna di opinione degli ultimi decenni è nata da un articolo di giornale. Eppure. Eppure la più riuscita campagna di opinione degli ultimi decenni è nata esattamente come ai tempi di Emile Zola: da un articolo di giornale. O meglio, da una serie di articoli, pubblicati da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sul Corriere della Sera. Articoli che sono poi diventati un libro: La casta. Misurare ampiezza e diffusione dell’operazione è praticamente impossibile. Di sicuro va ben oltre il milione e trecentomila copie vendute in dieci anni, a partire da quella prima, prudente edizione da 35 mila esemplari, pubblicata il 2 maggio del 2007 e andata subito a ruba. Non per niente, “casta” è diventato uno dei termini più diffusi del lessico giornalistico e politico. “La frase costi della politica – annotano soddisfatti gli autori nell’introduzione alla nuova edizione aggiornata del 2008 – era stata citata nell’archivio Ansa 482 volte in ventisette anni dal 1980 al maggio 2007: poco più di una volta al mese. Da allora alla fine di settembre 2008 è stata al centro di 1931 notizie d’agenzia. Più di tre al giorno”. Ma ovviamente è il titolo – La casta – la parola-chiave di questa storia. Lo slogan più ripetuto, capace di varcare persino i confini nazionali: dall’estrema destra del Front National, con la stessa Marine Le Pen che oggi tuona contro “la caste politico-médiatique”, agli anarco-cazzari di Podemos in Spagna (che tuttavia, forse proprio per marcare la distanza dall’estrema destra, negli ultimi tempi hanno cercato di sostituire il concetto di “casta” con quello di “trama”, a loro parere più utile per indicare il nesso “tra la corruzione e il fallimento di un modello di sviluppo”).

A mettersi controvento, tra i politici di prima fila, sono in pochissimi. Praticamente uno: Massimo D’Alema. Qualcuno ha detto che un classico è un libro che viene citato anche da chi non lo ha letto. Se è così, La casta merita il titolo di classico anche più della Divina commedia, perché non citarlo è diventato praticamente impossibile. Perché, già a pochi mesi dalla sua prima uscita, poteva vantare più tentativi di imitazione della settimana enigmistica. E perché ha inventato un genere letterario a sé, che nelle librerie occupa interi scaffali. Ce n’è per tutti i gusti: c’è la “casta bianca” sugli scandali della malasanità e la “casta rossa” sulle malefatte della sinistra, la casta delle regioni e quella delle province, la “casta della monnezza” e la “casta del vino”. La “santa casta” della chiesa e la laica casta dei radical chic. Dal 2007 a oggi, la casta e i suoi derivati sono stati l’oggetto pressoché esclusivo di talk-show e trasmissioni di approfondimento politico. Ci hanno costruito sopra canzoni e movimenti politici. Le hanno intitolato alberghi e ristoranti, e persino un porno. La casta, prima e più di ogni altra cosa, è un brand. “Non siamo un partito, non siamo una casta, siamo cittadini punto e basta”, canta l’inno del Movimento 5 stelle. Non a caso, tra i primi a saltare sul carro, con un’intervista agli autori del libro pubblicata sul blog di Beppe Grillo il 25 maggio 2007. Ma il primissimo è Enrico Mentana, che il giorno stesso dell’uscita, a Matrix, ci fa un’intera puntata, con gli autori in studio e quasi un servizio per capitolo: dal Quirinale che costa più di Buckingham Palace agli sgravi fiscali per le donazioni ai partiti superiori a quelli per chi si occupa di bimbi lebbrosi. Per mesi, il Corriere della Sera non fa più un titolo che non contenga la parola “casta” almeno nell’occhiello. Ben presto imitato da tutta la stampa italiana. Il fatto è che quel libro, e prima di tutto quel titolo, è entrato non solo nel dibattito politico, ma nel costume, nella letteratura, nel modo di parlare – e quindi di ragionare – di ciascuno di noi. E pensare che all’inizio non volevano nemmeno chiamarlo così. Il titolo doveva essere I bramini. Anche perché “casta” è un termine generico, che vale per tutti: dal vertice della piramide sociale alla sua base. Ma alla fine, come ha spiegato Stella, prevalse un’esigenza di “chiarezza”. Insomma, I bramini sarebbe stato più corretto, ma “era troppo complicato, troppo intellettuale, troppo snob”. Tre aggettivi che sono già un programma. A mettersi controvento, almeno tra i politici di prima fila, sono in pochissimi. Praticamente uno: Massimo D’Alema. Nel 2011 arriva a dire che chi usa l’espressione “casta” dovrebbe pagare il copyright alle Brigate rosse. “Purtroppo D’Alema non ha letto abbastanza su questo tema, o ha letto i libri sbagliati, perché il primo a usare questo termine è stato don Sturzo nel 1950”, replica Stella. Ma se è per questo, ben prima di Sturzo, lo aveva fatto anche Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, quando scriveva che “la fonte della debolezza del liberalismo” era la burocrazia, “cioè la cristallizzazione del personale dirigente che esercita il potere coercitivo e che a un certo punto diventa casta”. E prima ancora sarà capitato pure a Mazzini, Cavour o Garibaldi di dire che politici e amministratori non devono comportarsi come una casta. Ma è chiaro che la battuta di Stella sui “libri sbagliati” ha un altro bersaglio. La tesi di una filiazione politico-culturale delle campagne contro la casta direttamente dall’estremismo di sinistra degli anni Settanta è contenuta infatti in due libri, scritti da Miguel Gotor, dedicati rispettivamente alle lettere e al memoriale di Aldo Moro (Lettere dalla prigionia e Il memoriale della Repubblica, entrambi pubblicati da Einaudi). Va detto però che lo storico, successivamente eletto senatore con il Pd e oggi passato a Mdp, non si riferiva soltanto a generiche invettive contro “la casta”, quanto a un processo più generale di interessata riscrittura del passato da parte dei terroristi, ma anche di tanti intellettuali in qualche modo contigui, dunque cointeressati ad accreditare una versione sostanzialmente autoassolutoria dei fatti. Versione secondo cui tanto il presidente della Dc quanto i suoi sequestratori e assassini, ad esempio, sarebbero stati vittime della “partitocrazia”, del “Palazzo”, di quella “casta” democristiana e comunista di cui pure Moro era uno dei massimi rappresentanti. Breve e certamente carente elenco delle piccole e grandi cose che se quel libro non fosse uscito, o non fosse uscito in quel momento, o non fosse uscito con quel titolo, forse, non sarebbero accadute (e di sicuro non avrebbero avuto lo stesso impatto):

1) Il passaggio del tema “costi della politica” da trafiletto tappabuchi a titolo di prima pagina su tutti i giornali.

2) L’evoluzione del Movimento 5 Stelle da gruppuscolo semiclandestino a partito più votato entro i confini nazionali.

3) L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

4) La chiusura del ristorante del Senato, quello del dentice al vapore da 5 euro e 20, oggi sostituito da una tavola calda con menu a prezzo fisso (10 euro, e niente dentice).

5) La legge sul tetto ai compensi dei dirigenti pubblici.

6) La conseguente controversia, ancora aperta, sull’applicazione del tetto, in Rai, anche alle star dei programmi di maggiore ascolto e soprattutto delle fiction (secondo notizie di questi giorni, a causa del tetto, Don Matteo e Montalbano rischierebbero di fare la fine del secondo governo Prodi).

7) La caduta del secondo governo Prodi.

Brevissimo elenco delle manovre che secondo gli osservatori più ostili l’uscita del libro avrebbe dovuto propiziare, e che, se anche ciò fosse vero, non ce l’hanno fatta lo stesso: 1) La discesa in campo di Luca Cordero di Montezemolo.

“Tutto parte alla vigilia della legge finanziaria 2007”, ha spiegato Sergio Rizzo. Dunque alla fine del 2006. Tutto parte da “quelle tabelle” che il giornalista continuava a rigirarsi tra le mani, notando che le uniche voci del bilancio dove non si tagliava mai erano quelle relative agli “organi costituzionali”. Ne parla con Stella e gli propone di farci un articolo. L’altro rilancia: un’inchiesta. Eppure, stando al racconto dei due protagonisti, la campagna non sembra incontrare il successo sperato. Poco dopo la pubblicazione degli articoli, ricorda Rizzo, nel bel mezzo di una riunione, il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, gli domanda: “Come mai nessuno ci è venuto dietro?”. Un problema destinato a rivelarsi presto del tutto infondato. Il libro esce il 2 maggio dell’anno successivo. In fondo, si tratta della raccolta – riscritta, ampliata e approfondita – di quegli stessi articoli usciti sul finire del 2006. E questa, la tempistica, è anche la principale ragione per cui nessuno toglierà mai dalla testa di Romano Prodi (e di molti altri) che la campagna contro la casta sia stata lo strumento con cui un pezzo dell’establishment ottenne la caduta del suo governo, entrato in carica nell’aprile di quell’anno. E’ tutta una questione di tempi. Libri dedicati agli stessi temi, e ai quali La casta non manca di attingere, erano già usciti. Da L’Italia degli sprechi (Mondadori), pubblicato quasi dieci anni prima dal liberale Raffaele Costa, ministro della Sanità nel primo governo Berlusconi, a Il costo della democrazia (sempre per Mondadori), pubblicato da due parlamentari della sinistra, Cesare Salvi e Massimo Villone, nel 2005. Appena due anni prima del bestseller di Stella e Rizzo.

Tutto parte alla vigilia della legge finanziaria 2007, da “quelle tabelle” che Sergio Rizzo continuava a rigirarsi tra le mani, notando che le uniche voci del bilancio dove non si tagliava mai erano quelle relative agli “organi costituzionali”. C’è poco da fare: il tempismo è tutto. E tutto sembra destinato ad accadere proprio allora, nel 2007. L’anno che comincia con la solenne riunione della coalizione che sostiene il governo, l’interminabile Unione che va da Marco Pannella a Clemente Mastella, nei saloni della reggia di Caserta. A pensarci oggi, scappa da ridere: a maggio di quell’anno sarebbe uscito La casta, a settembre si sarebbe tenuto il primo “Vaffa Day”, e l’11 gennaio di quello stesso anno il governo Prodi che fa? Quel governo che aveva vinto le elezioni per un soffio e si reggeva grazie al voto dei senatori a vita, quello dei cento sottosegretari e delle delegazioni al Quirinale che in tv facevano l’effetto del comitato centrale del Pcus, dov’è che decide di tenere il suo conclave programmatico, in cui gettare finalmente le basi del suo rilancio politico e di immagine? Alla Reggia di Caserta.

Enrico Mentana ha sostenuto che la vera ragione del successo della Casta sia tutta qui: nello spettacolo del secondo governo Prodi, che avrebbe fatto cadere l’illusione che la cattiva politica fosse solo quella di Silvio Berlusconi. Un gigantesco livellamento verso il basso delle aspettative, che produce una reazione di repulsione verso la politica nel suo complesso, senza più distinzioni. E’ una tesi certamente troppo severa, che contiene tuttavia un grano di verità (grano che seminiamo qui, con timida fiducia, per tutti quelli che vorrebbero tornare a una legge elettorale basata sulle coalizioni pre-elettorali). Per la cronaca: l’anno si chiuderà con una battuta destinata a non passare inosservata: “Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima”. A dirlo è il ministro delle Finanze Tommaso Padoa-Schioppa, ospite della trasmissione di Lucia Annunziata, il 7 ottobre. Meno di un mese prima, l’8 settembre, con spirito piuttosto lontano da quell’orgogliosa rivendicazione del piacere di contribuire al bene pubblico, Beppe Grillo ha riempito le piazze di mezza Italia. E’ l’urlo del Vaffa Day.

Il Movimento 5 stelle è diventato un fenomeno politico nazionale. Ma il merito non è solo di Grillo. “E’ la ‘visione’ della piazza gremita rilanciata da Sky e dalle prime pagine dei quotidiani on line – scrive su Repubblica Ilvo Diamanti il 27 settembre – ad aver fatto tracimare l’iniziativa, che ha invaso, a cascata, i principali media”. I dati sono inequivocabili: “La serata di ‘Ballarò’ di martedì scorso, dedicata ai privilegi e ai privilegiati della politica: 4 milioni e mezzo di audience. Ospiti di primo piano: Gian Antonio Stella, l’autore, insieme a Sergio Rizzo, della Casta. La Bibbia dei cultori del genere. E soprattutto Mastella. Il bersaglio immobile, su cui sparare a colpo sicuro. Una settimana fa: Anno Zero, il programma di Michele Santoro, dedicato a Grillo, al Vaffa Day e all’antipolitica: è andato oltre i 5 milioni. Clou della serata: la requisitoria di Marco Travaglio. Contro Clemente Mastella. Sempre lui. Ancora, pochi giorni fa, lo stesso menu su Matrix. D’altronde, Mentana è stato fra i primi a scoprire la forza di attrazione dell’argomento”.

A pensarci oggi, scappa da ridere: l’11 gennaio di quello stesso anno che fa il governo Prodi, che aveva vinto le elezioni per un soffio? Dov’è che decide di tenere il conclave in cui gettare le basi del suo rilancio? Alla Reggia di Caserta. In breve, la situazione precipita. A sinistra, Walter Veltroni accelera la fondazione del Partito democratico e poco dopo annuncia che il Pd correrà da solo alle successive elezioni. Annuncio che certo avrà un peso nelle decisioni del ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che a gennaio toglierà la fiducia al governo, dopo essere stato costretto alle dimissioni da una inchiesta giudiziaria che lo vede coinvolto insieme alla moglie. E a destra? Il grande ritorno della polemica contro i partiti, in pieno spirito del ’92, non risparmia neanche Forza Italia, il partito del nuovo per eccellenza, il movimento nato proprio all’indomani della crisi del ’92, sulle rovine dei partiti tradizionali. In questo caso, però, la contestazione degli apparati non viene dal basso, ma dall’alto. E’ infatti lo stesso Berlusconi a usare la rete dei “Circoli della libertà”, fondati dall’imprenditrice Michela Vittoria Brambilla, per fare la sua personale rivoluzione culturale contro i vecchi dirigenti che ostacolerebbero il rinnovamento. In estate già si comincia a parlare di un appuntamento di Berlusconi e Brambilla dal notaio per registrare il simbolo del nuovo partito: Pdl. Per un po’ si pensa di chiamarlo “Partito della libertà”, ma ben presto lo spirito del tempo ha la meglio, e il nuovo logo reciterà “Popolo della libertà”. Il 18 novembre del 2007, a Milano, in piazza San Babila, Berlusconi sale sul predellino di un’auto e annuncia alla folla la nascita della sua nuova creatura: “Anche Forza Italia si scioglierà in questo movimento. Invitiamo tutti a venire con noi contro i parrucconi della politica in un nuovo grande partito del popolo”. Una tipica mossa del Cavaliere, che ancora una volta lascia spiazzati alleati, avversari e possibili concorrenti. Tra questi, probabilmente, c’è anche Luca di Montezemolo. Pure lui, come Berlusconi, è stato dal notaio per registrare il suo logo: Italia futura. Più volte è sembrato sul punto di annunciare la sua discesa in campo, con discorsi e manifesti sempre più radicali. Maoismo confindustriale, nutrito dai suoi stessi mezzi di comunicazione, dove gli esperti in materia certo non mancano. “Ho lavorato fino al 2012 al Corsera che ha avuto il merito di denunciare con le grandi inchieste dei Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sprechi, malversazioni e privilegi. Fu, quella, un'intuizione giornalistica penetrante dell'allora direttore, Paolo Mieli”, ha raccontato l’ex vicedirettore del quotidiano di via Solferino, Massimo Mucchetti, in un'intervista del 2013, poco dopo essere passato dall'altra parte della barricata, come senatore eletto nel Pd. “Quelle inchieste – proseguiva Mucchetti – si accompagnavano a una campagna politica che, mettendo in luce le debolezze reali del governo Prodi, puntava sui tecnici che avrebbero dovuto avere alla loro testa Montezemolo. Una grande idea giornalistica, una piccola idea politica. E alla fine, complice una politica cieca, la guerra alla casta senza la capacità di proporre alternative reali ha generato il Movimento 5 stelle”. Una tesi simile si ritrova anche nel libro di Filippo Astone, Il partito dei padroni (Longanesi), che pure non rinuncia a mettere anch’esso la parola magica nel sottotitolo: “Come Confindustria e la casta economica comandano in Italia”. La tesi si può riassumere così: nonostante i vantaggi ottenuti proprio dalla finanziaria 2007, a cominciare da quel famoso taglio del cuneo fiscale che per i lavoratori si traduce in circa 8 euro in più al mese, ma per grandi imprese come la Fiat significa cifre ben più consistenti, il leader degli industriali decide di abbandonare Prodi al suo destino. “Montezemolo – scrive Astone – cavalca l’onda e commissiona al centro studi di Confindustria una ricerca sui costi della politica italiana”, che gli offre materiali per decine di interventi pubblici. Il presidente della Fiat coltiva l’idea di promuovere “un governo dei migliori”, una sorta di “rassemblement centrista che raduni i tecnici più esperti e offra una soluzione diversa ai mali italiani”. A questo, dunque, servirebbe la campagna contro la casta: “A seminare l’idea che la politica, di ogni schieramento e tendenza, è ormai del tutto inefficiente… Deve essere sostituita da chi le cose le ‘sa fare’. Come gli imprenditori, i manager, i tecnici…”. La campagna finisce però per alimentare “l’ondata berlusconiana, vista come alternativa a una classe politica parolaia, corrotta e inconcludente che gli elettori identificano soprattutto nel centrosinistra… E così, nell’aprile 2008, Silvio Berlusconi vincerà trionfalmente le elezioni politiche, mandando in soffitta le fantasie dei governi tecnici e dei migliori”. Quando però la crisi del governo Berlusconi esploderà, nell’autunno del 2011, quelle fantasie faranno presto a tornare in campo, e ad andare a tirarle fuori dalla soffitta sarà tra i primi proprio il Corriere della Sera. Del resto, la retorica anticasta è un ingrediente essenziale della campagna a favore dei tecnici: gli unici, proprio perché fuori dai partiti, giudicati all’altezza dell’indispensabile opera di risanamento finanziario e morale ormai improcrastinabile. L’episodio rivelatore del clima che si respira è forse quello che va in scena alla Borsa di Milano, durante una visita del presidente del Consiglio Monti, a pochi mesi dal suo insediamento. “Roberta Furcolo – riporta il Corriere del 21 febbraio 2012 – va dritta al tema: Nell’agenda di governo si prevede di attaccare la casta, ridurre il peso della macchina dello Stato e cercare meno il consenso delle parti sociali?. L’ex dirigente di Intesa Sanpaolo e moglie di Alberto Nagel (amministratore delegato di Mediobanca) lo chiede a Mario Monti…”. C’è poco da fare, la casta sono sempre gli altri. Del resto, proprio uno degli indubbi risultati ottenuti dalle campagne di Stella e Rizzo, e cioè la meritoria scelta del governo Monti di mettere on line i redditi dei ministri, permetteva di inquadrare assai meglio il tema. Qualche esempio? Come avvocato, Paola Severino aveva guadagnato, l’anno precedente, 7 milioni di euro; come ministro della Giustizia ne avrebbe incassati poco meno di duecentomila. Corrado Passera, ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, prima di diventare ministro dello Sviluppo economico aveva guadagnato tre milioni e mezzo di euro (ma disponeva di un patrimonio ovviamente ben superiore a quello dello stesso avvocato Severino). E così via. Non per niente, giusto un mese prima della crisi che avrebbe portato alla caduta di Silvio Berlusconi e all’ascesa di Mario Monti, come l’allodola che annuncia il mattino, sul Corriere della Sera era apparso l’annuncio a pagamento di uno dei suoi editori di maggior spicco, Diego Della Valle: “Politici ora basta”. Questo il severo incipit: “Lo spettacolo indecente e irresponsabile che molti di voi stanno dando non è più tollerabile da gran parte degli italiani e questo riguarda la buona parte degli appartenenti a tutti gli schieramenti politici”. Il manifesto, non meno solenne che involuto, era seguito pochi giorni dopo da un analogo ultimatum – “Politici, il tempo sta per scadere” – sempre nella singolare forma dell’appello rivoluzionario a pagamento, firmato questa volta dalla signora Gigliola Ibba.

“Una grande idea giornalistica, una piccola idea politica. E alla fine, complice una politica cieca, la guerra alla casta senza la capacità di proporre alternative reali ha generato il M5s” (Massimo Mucchetti nel 2013). Certo non può stupire che gli argomenti dell’editore del Corriere della Sera e quelli di una sua facoltosa lettrice coincidessero alla perfezione con quello che il Corriere della Sera scriveva ogni giorno sulla casta e sui costi della politica. Semmai, questo improvviso bisogno di scrivere di proprio pugno sul giornale che pure si possedeva (nel caso di Della Valle), questo ennesimo rifiuto della mediazione (nel caso specifico giornalistica) da parte del mondo imprenditoriale, segnalava ancora una volta un disagio, una difficoltà con il circuito della rappresentanza democratica. A cominciare dal linguaggio con cui Della Valle, peraltro vecchio amico e sostenitore proprio di Mastella, si scagliava contro quei politici, “di qualunque colore essi siano”, che si erano “contraddistinti per la totale mancanza di competenza, di dignità e di amor proprio per le sorti del paese”, ai quali “saremo sicuramente in molti a volergli dire di vergognarsi”. Parole da cui traspariva un disprezzo per la politica persino superiore a quello che mostrava per grammatica e sintassi della lingua italiana. A dimostrazione di quanto labile fosse divenuto il confine, nella società dell’informazione-spettacolo, tra vittime e detentori del potere persuasivo dei media, tra aristocrazia e plebe, tra burattinai e burattini. La campagna contro la casta, infatti, è stata in questi anni anche un gioco di ruolo, ma soprattutto un gioco di specchi. “L’egemonia culturale del Pci fu voluta e ricercata da gente di qualità (i dirigenti comunisti di allora), i Cinquestelle potrebbero beneficiare di una egemonia culturale non per meriti propri ma per dabbenaggine altrui, perché altri ne hanno creato le condizioni”, ha scritto Angelo Panebianco sulla prima pagina del giornale da cui nel 2007 era stata lanciata la campagna contro la casta. Dieci anni dopo. Di sicuro, a pensarci oggi, è un bel paradosso. Il giornale della borghesia, il giornale delle banche e della Fiat, il “salotto buono”, che lancia la campagna che diverrà la parola d’ordine del principale movimento populista e anti-establishment del paese. Quel Movimento 5 stelle che fino ad allora, con la sua battaglia per allontanare dal Parlamento i condannati e per cambiare la legge elettorale, partita nel 2005, stentava a trovare cinquantamila firme. E che solo pochi mesi dopo l’uscita del libro, con il primo Vaffa Day, ne raccoglierà più di trecentomila. E in effetti, dieci anni dopo, questa è la vera peculiarità italiana che salta all’occhio. Perché corruzione e scandali, familismo e clientelismo ci sono ovunque, contrariamente alla pessima retorica su tutte le cose che capiterebbero “solo in Italia”. Alla Casa Bianca i più stretti familiari del presidente hanno pure l’ufficio. Il candidato dei gollisti alle presidenziali francesi, François Fillon, è da mesi sui giornali per avere assunto e fatto pagare per anni la moglie come assistente parlamentare. Quello che davvero accade “solo in Italia” è che le parole d’ordine dei populisti vengano non dall’equivalente italiano di Breitbart, ma dall’equivalente del New York Times o del Washington Post. Cioè dal Corriere della Sera, in questo subito imitato da tutti i più grandi giornali che dovrebbero rappresentare l’informazione di qualità.

Quello che accade “solo in Italia” è che le parole d’ordine dei populisti vengano non dall’equivalente di Breitbart, ma dall’equivalente del New York Times o del Washington Post. Cioè dal Corriere della Sera. Nel frattempo, dal 2007 a oggi, molta acqua è passata sotto i ponti, molti tagli sono stati fatti, ma non è che sia cambiato granché. A ogni aggiornamento, i segugi dell’anticasta hanno avuto buon gioco a dire che sì, qualcosa di buono si era fatto qui e là, ma c’era sempre qualcos’altro di ben più grosso e di ben più serio che non era stato fatto per niente. Oppure, aggiungendo al danno anche la beffa, che era stato fatto fin troppo. Perché poi: chi ve l’aveva detto di cancellare del tutto il finanziamento pubblico ai partiti, che c’è praticamente in ogni paese democratico del mondo? Non è solo il gusto di fare gli schizzinosi o i bastian contrari. Il problema è reale. C’è poco da discutere: se si vuole intervenire seriamente su quei famosi “organi costituzionali” da cui tutto era partito, occorre, evidentemente, riformare la Costituzione. E sappiamo com’è andata l’ultima volta. D’altronde, anche quello che è stato fatto di concreto, non si vede. Non passa. Per esempio: ammesso che non ci fossero buoni argomenti per agevolare maggiormente le donazioni ai partiti, tanto più dopo l’abolizione del finanziamento pubblico, sta di fatto che gli sgravi fiscali per le donazioni ai partiti sono stati equiparati agli sgravi per le onlus. Ma questo non alleggerisce di un grammo il peso dell’immagine che Stella e Rizzo avevano messo addirittura nel titolo di un capitolo: “Meglio a noi che a Madre Teresa – Più sconti fiscali per le donazioni ai partiti che ai bimbi lebbrosi”. Ai pochi che nel corso di questi anni si sono permessi di criticarli, gli autori hanno sempre risposto di essersi limitati a denunciare sprechi e raggiri, nel modo più asettico possibile. Mai, hanno ripetuto spesso, abbiamo fatto ricorso a espressioni quali “magna-magna”, “papponi” o simili. E’ vero. Ma accostando gli sgravi per le donazioni ai partiti a quelli per i bimbi lebbrosi, obiettivamente, hanno fatto di peggio. Con il gioco delle false equivalenze, ricordando puntualmente quanti infermieri per curare bambini malati o poliziotti per salvare vecchiette si sarebbero potuti pagare con i soldi destinati ad altro, non c’è riforma, non c’è taglio, non c’è austerità che basterà mai. Con i soldi che ognuno di noi in un anno spende per il sapone per i piatti o il detersivo con cui lava i vetri delle finestre si potrebbero salvare chissà quanti esseri umani dalla morte per fame: questo fa di noi degli assassini? Mettere tutti i partiti e tutti i politici sotto una stessa etichetta – la casta – per caricare sulle spalle di ognuno, indistintamente, il peso di ogni singola malefatta, ogni piccolo o grande malcostume verificatosi in Italia negli ultimi trent’anni, è molto più efficace, molto più grave e molto più discutibile dell’usare l’espressione “magna-magna”. E ha un effetto molto più profondo sulla società italiana. Perché l’altra faccia di simili campagne contro la casta, se non si fosse ancora capito, è la gogna. La continua ricerca del capro espiatorio. Il gusto del linciaggio, virtuale e non solo. Però è buffo. Prendiamo le tabelle che aprono l’appendice del libro di Stella e Rizzo. “L’esercito degli eletti”, per esempio, con l’elenco di tutti i parlamentari, regionali, comunali, provinciali. Oppure: “Costo degli organi costituzionali”, con tutte le spese del Quirinale, della Camera e del Senato, e pure del Cnel. Che dite, non avete anche voi l’impressione di leggere un volantino dell’ultima campagna referendaria? Proprio su questo, lo sappiamo, Matteo Renzi ha impostato tutta la partita: il taglio delle poltrone, la cancellazione delle province, la riduzione dei compensi dei consiglieri regionali. Paradossalmente, però, i suoi più accaniti avversari sono stati proprio i principali sostenitori di quelle battaglie. E sulla base di un argomento fortissimo, e anche pienamente condivisibile, pure da chi al referendum ha votato Sì. E cioè che quando si tratta dell’equilibrio dei poteri, delle istituzioni e della democrazia, e quindi della libertà di tutti, non si fa questione di prezzo. Ecco, appunto. 

L’ITALIA DELLE LOBBIES.

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

Lobbisti con la tessera, alla Camera sono 125. Nasce l’elenco dei «rappresentanti di interesse» di industrie e associazioni. C’è anche Emergency, scrive Fausta Chiesa il 13 luglio 2017 su "Il Corriere della Sera". Ci sono tutte le controllate dello Stato quotate in Borsa. Big come Eni ed Enel. I gruppi della telefonia come Tim e Vodafone e le tv come la Rai e Sky. Non potevano mancare le industrie del tabacco, come Imperial Tobacco e Japan Tobacco. Ci sono le associazioni di categoria, come Confindustria, Confcooperative e i costruttori con l’Ance e Confedilizia. E ovviamente le società di consulenza che svolgono una pura attività di lobbying. Nel neonato registro ufficiale dei lobbisti — pardon, dei «rappresentanti di interessi», come si chiama il registro istituito presso la Camera dei deputati con un portale apposito — spunta anche l’associazione umanitaria Emergency. Complessivamente, a oggi sono 125 i rappresentanti di interessi approvati e quindi iscritti regolarmente al Registro, per la precisione 90 persone giuridiche e 35 persone fisiche. Poi, ci sono una trentina circa di richieste in corso di valutazione. «Proprio stamattina (ieri ndr) ho ritirato il mio tesserino», dice Roberto Falcone, presidente dell’Associazione nazionale tributaristi Lapet. «Prima ho dovuto fare domande per via telematica, attraverso la mia identità digitale. Poi sono dovuto andare agli uffici della sicurezza alla Camera. Dopo l’identificazione e la foto, mi hanno creato e consegnato il badge». Il Registro è attivo, ma rimane aperto: chi non si è ancora iscritto può sempre farlo. Ma per essere un «lobbista con la tessera» è necessario non aver subìto negli ultimi dieci anni condanne definitive per reati contro la pubblica amministrazione, come la concussione o l’abuso d’ufficio e non essere stato, nell’ultimo anno, parlamentare oppure al governo. Chi non si fosse ancora iscritto può comunque accedere a Montecitorio, come spiega la vicepresidente della Camera Marina Sereni: «Non soltanto i rappresentanti di interessi, ma qualsiasi cittadino può entrare alla Camera, purché abbia un appuntamento con un deputato e ci sono aree in cui può transitare e aree che invece sono off limits. Il badge consente l’ingresso anche se non si ha un appuntamento con un parlamentare». Insomma, per entrare non si dovrà più andare a braccetto con un deputato, pratica che aveva dato origine al soprannome «sottobraccisti». Una volta dentro, la vita diventa più facile. Già in passato era stato vietato l’accesso a zone quali lo spazio antistante le Commissioni e il Transatlantico. «Attualmente — spiega Sereni — chi ha il badge può stare nel corridoio dei presidenti al piano Aula. Ma in futuro è previsto che si apra una sala dedicata ai rappresentanti di interessi, anche se non è ancora stata attrezzata. Riteniamo che sarà pronta prima della discussione della prossima legge di bilancio».

Quello della Camera è il primo vero albo italiano dei lobbisti, dopo il «Registro trasparenza» del ministero dello Sviluppo economico. «Volevamo far emergere il tema del lobbismo, anche perché il ruolo delle lobby può essere positivo quando si tratta di soggetti che operano in modo trasparente quando interloquiscono con la politica. Vogliamo portare una maggiore consapevolezza non soltanto tra i portatori di interessi, ma anche nell’opinione pubblica».

Liberalizzazioni, lo scatto che serve per battere le lobby. La legge sulle liberalizzazioni, dopo due anni e mezzo di rimbalzi, pare vicina all’approvazione. Già il testo varato dal governo era poco ambizioso: il Parlamento lo ha ulteriormente annacquato, scrivono Alberto Alesina e Francesco Giavazzi il 10 luglio 2017 su "Il Corriere della Sera". La legge sulle liberalizzazioni, dopo due anni e mezzo di rimbalzi fra Camera e Senato, pare vicina all’approvazione. Già il testo varato dal governo era poco ambizioso: il Parlamento lo ha ulteriormente annacquato. In alcuni casi peggiorato, ad esempio introducendo una norma che produrrà l’effetto di far scomparire dall’Italia servizi on line per prenotare un albergo, come booking.com, trivago, tripadvisor, così come già è scomparso Uber. Un bel risultato per un Paese in cui il turismo e così importante! Per non parlare dei notai la cui difesa dello status quo è più difficile da infrangere di una parete di acciaio. O le aziende pubbliche locali che rimangono per lo più proprietà intoccabile della politica. Un inciso: a fine anno scade la concessione all’Atac per il trasporto pubblico a Roma, ci sarà una gara, e si vedrà se il legame con i potentati si reciderà. Comunque è bene che la legge sulla concorrenza venga approvata, anche solo per non darla completamente vinta alle mille lobby che l’hanno neutralizzata. Sono leggi come queste che cambiano la vita di tutti i giorni dei cittadini. Il problema è che le liberalizzazioni politicamente non pagano, quindi nei programmi dei partiti non entrano. Il motivo è che si tratta di un perfetto esempio di benefici generalizzati e costi concentrati, «il» problema fondamentale di politica economica. Tutti i cittadini beneficerebbero di mercati più liberi: ci ricordiamo quando volare a Londra costava un milione o più di vecchie lire? Oggi ci si può andare con poche decine di euro. Ma se tutti ne beneficiano, e siamo in democrazia, perché è tanto difficile liberalizzare certi servizi? La risposta è ovvia: perché qualcuno perderebbe la propria rendita di monopolio, accumulata da decenni e protetta da varie associazioni la cui ragione d’essere è bloccare il cambiamento. Come? Facendo pressione sui politici mediante finanziamenti più o meno leciti, tramite scioperi selvaggi, blocchi degli aeroporti e disinformazione all’opinione pubblica tipo: i voli low cost sono pericolosi, per vendere una aspirina ci vuole una laurea in farmacia, senza i notai sarebbe impossibile tenere aggiornato il catasto. Tutti noi, invece, semplici cittadini contribuenti non siamo organizzati: certo, votiamo, ma se nessun partito è libero dalle pressioni delle lobby — attente a influenzare tutti, non solo una parte politica — il nostro voto, almeno su questi temi, non varrà granché. Così si crea un circolo vizioso. Meno si liberalizza, più crescono le rendite di posizione e le risorse per difenderle, con il risultato di bloccare cambiamenti dei quali invece beneficerebbero tutti. Come si spezza questo circolo vizioso? Lo spiegava già decenni orsono Mancur Olson: ci vuole un leader che scardini questo equilibrio, rivolgendosi con coraggio ai cittadini e così scavalcando le lobby. Ci vorrebbe uno scatto che rompa lo status quo, perché meno si cambia, più chi si oppone al cambiamento si rafforza e di conseguenza più difficile diventa cambiare. Quindi nel caso delle liberalizzazioni ci vorrebbe una rottura. L’unica strada è una sorta di «rivoluzione». In Europa lo fecero, da destra, Margaret Thatcher nel Regno Unito e da sinistra Gerhard Schröder in Germania. Forse lo farà Emmanuel Macron in Francia. Negli Stati Uniti lo fecero Ronald Reagan e Bill Clinton. Abbiamo noi un leader «rivoluzionario» di questo tipo? Matteo Renzi di liberalizzazioni ne ha capite e attuate due (importanti): il mercato del lavoro e le banche popolari. Avrebbe dovuto insistere, non spaventandosi di fronte alle urla delle lobby. Quando il tuo bambino ha la febbre, è domenica sera e sei in autostrada, capisci quanto è importante poter acquistare l’aspirina all’autogrill, anziché vagare per la città alla ricerca della farmacia di turno. Renzi avrebbe dovuto scavalcare le lobby e rivolgersi a questi genitori.

Il Italia ci sono 4 milioni di polizze vita dimenticate, scrive il 24 Giugno 2017 Stefano Casini su "“Libero Quotidiano”. Gli addetti ai lavori le chiamano "polizze dormienti", e in effetti nome fu mai più azzeccato. Del resto, precisione, trasparenza e puntualità abbondano sempre quando si tratta di incassare. Sono virtù ben più rare, spesso praticamente ignote, quando per ottemperare a un servizio o a un contratto i soldi si devono, o si dovrebbero, sborsare. E così si scopre che, come rileva la relazione annuale dell'Ivass, l'Autorità di vigilanza sulle assicurazioni, in Italia ci sono almeno 4 milioni di polizze Vita dormienti, cioè scadute, "dimenticate" e non ancora liquidate. Pari a «un importo complessivo sconosciuto» rileva il presidente dell'Ivass, Salvatore Rossi, «certamente alcuni miliardi di euro, almeno 4», ipotizzando almeno mille euro per ciascuna polizza dormiente. In pratica, 4 miliardi di euro che dovrebbero essere incassati dai legittimi proprietari, ad esempio figli o parenti di un assicurato defunto, e che invece restano a oltranza nelle casse delle compagnie assicurative che hanno emesso le polizze. Perché? Perché in molti casi i beneficiari sono titolari a propria insaputa. "Da una nostra indagine emerge che circa 4 milioni di polizze Vita sono scadute negli ultimi cinque anni ma non sono state liquidate» sottolinea Rossi, «perché le compagnie non sanno se l'assicurato è o no deceduto prima della scadenza della polizza: molto spesso i beneficiari non si fanno avanti perché non sanno di esserlo, e nella polizza sono indicati in modo generico, ad esempio come 'gli eredi legittimi'. E quindi nessuno le riscuote". E le compagnie assicurative che detengono il tesoretto altrui non si affannano certo per fare chiarezza e riconoscere ai beneficiari ciò che gli spetta. Attualmente i diritti si prescrivono dopo 10 anni, termine oltre il quale le somme spettanti vengono destinate al Fondo Rapporti Dormienti gestito dalla Consap attraverso il ministero del Tesoro. L' indagine dell'Ivass evidenzia che dei 4 milioni di polizze scadute e non ancora liquidate dopo 5 anni una percentuale rilevante, il 95%, riguarda assicurazioni temporanee per il caso di morte. Per queste polizze, quelle potenzialmente dormienti rappresentano una percentuale molto alta rispetto ai contratti emessi (il 58%), mentre per le polizze che prevedono anche prestazioni in caso di vita (tipo misto e rendite) e per le capitalizzazioni l'incidenza è contenuta (2,4%). Dal rapporto annuale emerge poi un altro dato riguardante le polizze a Vita intera, quindi senza scadenza. A fine 2016 risultano in vigore 430mila polizze di assicurati con età non inferiore a 90 anni. Oltre 2.500 polizze si riferiscono ad assicurati oltre i 100 anni di età. Un numero elevatissimo se si pensa che secondo i dati Istat riferiti al 2016 sono poco più di 18 mila in totale gli ultracentenari e 730 mila gli ultranovantenni. Anche per questo l'Ivass ha sollecitato il governo ad un intervento normativo per consentire alle imprese di assicurazione l'accesso all' Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, in via di istituzione, e per obbligare così le stesse a consultarla almeno una volta l' anno per verificare i decessi degli assicurati e attivare il pagamento delle somme dovute. Sull' argomento, le compagnie assicurative sono in buona compagnia. Anche le banche conoscono bene la pratica. Nell' ultimo censimento disponibile stilato dal ministero del Tesoro, risultano oltre 100mila conti correnti dormienti, per un importo complessivo di un centinaio di milioni. Stefano Casini

Tassisti, vigili, autisti e ambulanti: ecco le Caste che paralizzano Roma. Tassisiti, dipendenti Atac e vigili sono ai vertici della piramide degli intoccabili di Roma. A tenere in scacco la cittadinanza sono le kaste degli iper-garantiti, scrive Flavia Perina il 23 Febbraio 2017 su “L’Inkiesta". C’è a Roma una piramide di intoccabili, e le ultime giornate hanno confermato chi ci sta in cima: i tassisti e gli ambulanti, seguiti a ruota dai dipendenti Atac che ieri non solo hanno bloccato la metro A, creato disagi sulle altre linee e dimezzato gli autobus ma fermato addirittura scale mobili, ascensori e montascale, massimalizzando i danni per anziani, turisti con valigia e disabili, in una giornata già orribile. Aggiungeremo l’episodio all’aneddotica della metropoli più anormale del mondo, dove a tenere in scacco la cittadinanza non sono le sacche dei poveracci senza garanzie ma le kaste degli iper-garantiti: quelli col posto pubblico tutelato da articolo 18, oppure con licenza a numero chiuso che protegge da ogni concorrenza presente e futura. Dei tassisti e degli ambulanti sappiamo quasi tutto. Sono arrabbiati perché un emendamento (che ora il governo si è impegnato a cancellare) fissava una data certa per la revisione delle regole dei loro settori. Intollerabile. Non è che si contestano nuove regole: si contesta l’idea stessa che si possano fare nuove regole, e si fissi una scadenza precisa entro la quale metterci mano. Il mondo di mezzo Atac segue la stessa filosofia. “Non rompetece le scatole”. Ha appena incassato (in dicembre) il corrispettivo del suo vigoroso appoggio alla sindaca, sotto forma di un accordo che cancella l’odioso obbligo di strisciare il badge a inizio turno. Quando fu introdotto, nel luglio 2015, l’idea di certificare l’orario di ingresso sembrò così scandalosa e intollerabile che la città fu paralizzata per settimane da uno sciopero bianco. Si appurarono responsabilità dirigenziali nel casino e nelle mancate sanzioni ai ribelli. Il sindaco chiese la testa di 10 dirigenti. Gli risposero che sì, era colpa loro, ma liquidarli sarebbe costato 2 milioni di euro e i soldi non c’erano. La cosa finì lì. Incassata l’abolizione del badge, ora c’è qualcos’altro da rivendicare. Non si capisce bene cosa, ma è immaginabile che l’avranno. Al vertice della piramide degli intoccabili di Roma ci sono i tassisti e gli ambulanti, seguiti a ruota dai dipendenti Atac. Completa il poker la categoria dei vigili. Per loro sembra inalienabile il diritto di rifiutare le regole dall'alto a favore del "lavoramo quando ce pare e come ce pare". Completa il poker la categoria dei vigili. Nel 2013, davanti alla loro totale ingovernabilità, Ignazio Marino pensò di dargli una regolata chiamando un carabiniere, Oreste Liporace, a capo del Corpo. Successe la rivoluzione. Sciopero bianco, al solito, e lettera di 23 comandanti su 27 (i quattro mancanti erano in ferie) che minacciava ricorsi e ostruzionismo. Furono accontentati. Liporace rinunciò all’incarico, si procedette a “soluzione interna” e avanti col solito tran tran compresi i certificati di malattia spediti in blocco a Capodanno, quando lavorare pesa e insomma: si avrà il diritto di festeggiare un po’ anche se si è di turno? Al momento il mondo dei pizzardoni è silente. Gli è stato contestato un crollo degli accertamenti verticale: da 2 milioni e 538mila del 2015 al milione e 994mila del 2016. Altrove se ne sarebbero cercati i motivi nelle solite cose, l’assenteismo, gli scarsi controlli della dirigenza, l’eccesso di pause-bar, e si sarebbe provveduto. A Roma si è reagito aprendo un tavolo sui premi di produttività: più multe, più stipendi. Brillante soluzione, che scaricherà sui dannati del traffico capitolino i problemi di cassa del Campidoglio e il miglioramento dei bilanci domestici dei diretti interessati. Che l’attuale sindaca, Virginia Raggi, non solo abbia accettato le regole degli Intoccabili ma si sia pubblicamente spesa in loro difesa, è normale. Quelle regole le accettano tutti. Questori, prefetti, medici legali, magistrati del Tar e del Consiglio di Stato, sindacalisti, ministri, non uno che rifiuti di indossare i guanti bianchi quando deve toccare i Bramini della città di Roma. All’ingenuo che chiede “ma il M5S non era contro tutte le Kaste?” si risponderà: tutte tranne queste quattro. Queste quattro hanno il diritto di rifiutare le “regole dall’alto” e di farsi le famose “regole dal basso”, cioè le loro: lavoramo quanno ce pare e come ce pare.

Codacons denuncia i tassisti alla Finanza: “Controlli a tappeto anti evasione”, scrive il 23 marzo 2017 "Il Corriere Nazionale". L’associazione dei consumatori: “Oggi gli utenti paghino le corse in taxi solo ed esclusivamente con carte di credito e bancomat”. L’ultimo sciopero dei tassisti è durato sei giorni. Si fa sempre più incandescente il clima sulla vertenza Taxi. L’incontro al Ministero dei Trasporti non è bastato a scongiurare lo sciopero di oggi ma non è finita qui. Ieri sera la trasmissione di Italia 1 Le Iene ha mandato in onda un discusso servizio sulla protesta dei tassisti. Come si legge anche sul post de Le Iene la categoria viene definita come “un mondo fatto di evasione, lobbying e illeciti”. Sulla pagina Facebook del programma decine di tassisti hanno attaccato Marco Maisano, l’autore del servizio, ma oggi a rincarare la dose arriva anche un’iniziativa del Codacons. L’associazione dei consumatori, già molto critica con i tassisti in occasione dei sei giorni di sciopero dello scorso Febbraio, ha presentato un esposto al Comando Generale della Guardia di Finanza, chiedendo di eseguire controlli a tappeto sui taxi in tutte le regioni italiane. “Diverse inchieste giornalistiche stanno portando in questi giorni alla luce il grave fenomeno dell’evasione fiscale nel comparto taxi” spiega l’associazione. “Sembrerebbe infatti pratica assai diffusa dichiarare incassi inferiori rispetto alle entrate reali, grazie al mancato rilascio delle ricevute fiscali e a limiti nell’utilizzo del bancomat per i pagamenti delle corse a parte dei clienti. Alcuni sindacati dei tassisti, inoltre, suggerirebbero ai propri iscritti le cifre ‘credibili’ da dichiarare al fisco a fine anno, in modo da rientrare negli studi di settore” prosegue l’associazione dei consumatori. “Da tempo riceviamo le proteste degli utenti che denunciano l’impossibilità di pagare il servizio taxi con carte di credito o bancomat – prosegue il Codacons -. Per questo abbiamo deciso di rivolgerci oggi alla Guardia di Finanza, chiedendo controlli a tappeto sui taxi in tutte le regioni, sul fronte dell’evasione fiscale, degli incassi dell’utilizzo del Pos sulle vetture”. Ma non è tutto perché il Codacons invita oggi tutti gli utenti a pagare le corse in taxi solo ed esclusivamente con carte di credito e bancomat, rifiutando l’utilizzo dei contanti. “Perché è diritto del consumatore scegliere il metodo di pagamento senza alcun costo aggiuntivo, e perché solo così sarà possibile combattere l’evasione” conclude l’associazione.

Ieri, domenica 26 marzo 2017, è andata in onda una nuova puntata de Le Iene, il programma dell’autore televisivo Davide Parenti, che anche nel weekend si conferma come uno dei più visti dai telespettatori da casa, soprattutto da coloro che appartengono alla fascia di età più bassa, scrive il 27 Marzo 2017 Investire oggi. Il servizio più importante mandato in onda nella serata di ieri ha avuto per protagonista, nuovamente, la protesta dei tassisti. Le Iene, stavolta, sono andate a parlare direttamente con loro, a Milano. Erano inferociti.

La “Iena” Maisano si è recato nel capoluogo lombardo per dare la parola ai tassisti, che nel corso della settimana avevano protestato a lungo contro il servizio mostrato dal programma di ItaliaUno sette giorni prima, dove veniva messa in luce una differenza sostanziale tra i tassisti “tradizionali” e gli autisti di “Uber”. Mentre l’applicazione più “odiata” da coloro che guidano il taxi in Italia prevede il pagamento con carta di credito, con i pagamenti da parte degli utenti dunque rintracciabili, non si può dire lo stesso per i tassisti. Quest’ultimi, un discreto numero, ricevono i soldi in contanti da chi ha usufruito del servizio, senza emettere fattura, scontrino eccetera. Marco Maisano, durante il servizio, ha avuto un incontro con un commercialista di Milano, che ha avuto tra i suoi clienti numerosi tassisti.

L’uomo ha mostrato in che modo si possa configurare uno studio del settore di 1.100 euro al mese, nonostante la cifra possa essere di gran lunga superiore, senza incappare in alcuna verifica da parte dell’Agenzia delle Entrate. Alla luce di ciò, l’inviato delle “Iene” ha cercato di avere delle spiegazioni da parte degli stessi lavoratori, ma il clima non è stato amichevole nei suoi confronti, anzi. In più di un’occasione, Maisano ha ricevuto spinte e aggressioni verbali da parte dei presenti, senza avere la possibilità di instaurare un colloquio. Sul caso, viste anche le ultime criticità emerse, si tornerà a parlare quasi sicuramente nelle prossime puntate.

Tassisti contro Uber, le Iene aggredite a Milano. La Iena Marco Masiano è andata a Milano a intervistare i tassisti dopo il servizio sulla lotta contro Uber, scrive "it.blastingnews". La trasmissione de Le Iene, in onda domenica 27 marzo su Italia1, è tornata ad occuparsi della lotta dei #Taxi contro #Uber, dando voce, rispetto alla precedente puntata, ai tassisti. Che si sono mostrati furibondi per il precedente servizio realizzato dalla trasmissione di Italia Uno. Nella puntata di domenica scorsa, le Iene avevano intervistato, con i volti oscurati, alcuni sindacalisti, ma anche ex autisti delle auto bianche passati a lavorare a Uber. Secondo il servizio di Mediaset, un autista che collabora saltuariamente con la discussa app americana, può guadagnare dai 3000 ai 4000 euro. Tutti incassi pagati con carta di credito dai clienti e, pertanto, da dichiarare regolarmente al fisco. Una differenza enorme rispetto a quanto succede per i tassisti. Il servizio delle Iene avevano dimostrato che su molti taxi non c'era il Pos, il terminale per pagare con bancomat o carte di credito, un modo per evitare di mostrare allo Stato il tracciamento dei pagamenti e i relativi guadagni. Sempre secondo le Iene, sarebbero stati alcuni sindacati a 'spingere' i tassisti ad indicare, a fine anno, una cifra incassata minore per rientrare negli studi di settore. 'Noi siamo la fabbrica di tassisti felici' ha detto ad un finto aspirante tassista un sindacalista inquadrato da una telecamera nascosta.

"Ti devi levare dai c.....! Siete stati disonesti" hanno inveito alcuni autisti contro La Iena Marco Maisano. Nessuno tra gli intervistati ha voluto rispondere pacatamente alle domande dell'inviato a Milano. Tanta rabbia, praticamente nessuna risposta. Tanta, troppa, era la tensione per il servizio andato in onda domenica scorsa in cui si mostravano molti dubbi sulle dichiarazioni dei redditi degli autisti. "Perché non venite qui a rispondere alle domande?" la domanda del giornalista ai tassisti irritati. A Milano si sono vissuti attimi di grande tensione. Sulla pagina Facebook delle Iene, infine, sono stati centinaia i messaggi a sostegno della trasmissione e a favore di Uber.

Le Iene e i tassisti, a Milano Centrale è quasi rissa con Marco Maisano, scrive "Milano Today" il 27 marzo 2017. Non si ferma la “guerra” tra i tassisti e “Le Iene”, che con il loro inviato Marco Maisano hanno scoperto nei giorni scorsi un presunto giro di evasione - “sistematica”, secondo quanto denuncia il programma - dei proprietari delle auto bianche. Il “trucco” usato dagli autisti - e svelato da un sindacalista allo stesso inviato di Italia 1 - sarebbe semplicissimo. I tassisti, infatti, non hanno l’obbligo di emettere fattura e riuscirebbero ad aggiustare a loro piacimento la propria dichiarazione dei redditi, facendo in modo di restare sempre in linea con gli studi di settore. Perché - ha confessato un commercialista al programma - “io modifico l’anno come mi pare non avendo fatture”. La soglia “scelta” da tutti i tassisti sarebbe attorno ai mille, millecento euro al mese, così “l’accertamento del Fisco - ha spiegato il commercialista - scatta soltanto a campione”. Le accuse del programma, però, non sono piaciute ai tassisti e negli ultimi giorni l’inviato Marco Maisano ha ricevuto insulti, minacce e richieste di replica dagli stessi tassisti. A quel punto, telecamera in mano, il volto di Italia 1 si è presentato in Centrale a Milano per dare l’opportunità agli autisti di replicare, ma l’accoglienza non è stata delle migliori. “Ecco quello lì che ci ha sputtanato”, la prima frase di un tassista. E ancora, mentre l’atmosfera si scalda e qualcuno tenta di arrivare al corpo a corpo, “Vai fuori dai coglioni”.  A nulla servono gli inviti di Maisano - “Registrate col cellulare, così non potete dire che tagliamo, e concedete un’intervista” -, ai quali fanno seguito gli insulti dei tassisti: “Venduti e pagliacci”. “Vai da un’altra parte”, gli grida uno dei proprietari delle auto bianche. “Ti dico solo che oggi, qua, per voi non è giornata”, gli fa eco un altro. “Ci avete fatto passare per ladri - l’ultima accusa di un tassista -. Per fare i numeri in tv ammazzata la gente”. Alla fine, dopo qualche momento di tensione e spintone, è arrivata la polizia locale e Maisano si è allontanato. 

Le proteste e i soprusi dei tassisti a Roma. Le foto delle manifestazioni e degli scontri per un emendamento contenuto nel "decreto milleproroghe": ci sono anche 4 feriti, scrive "Il Post" il 21 febbraio 2017. Gli scontri tra la polizia e un gruppo di tassisti e di ambulanti che stavano protestando davanti alla sede del Pd a Roma contro il decreto Milleproroghe e la direttiva Bolkestein. A Roma centinaia di persone fra tassisti e venditori ambulanti martedì hanno partecipato a una manifestazione di protesta per alcuni provvedimenti contenuti nel cosiddetto “decreto milleproroghe”. I manifestanti hanno protestato davanti alla Camera dei Deputati e alla sede del Partito Democratico: qualche ora fa si sono spostati nella zona di Porta Pia, dove ha sede il ministero dei Trasporti (dove è in corso un incontro fra alcuni rappresentanti dei tassisti e il governo). Ci sono stati dei momenti di agitazione quando alcuni manifestanti hanno cantato l’inno d’Italia facendo il saluto romano e altri hanno lanciato degli oggetti contro la sede del PD: la polizia ha fatto delle cariche di alleggerimento. Ci sono stati quattro feriti, fra cui tre leggeri e uno grave (un venditore ambulante di 60 anni). Sempre davanti alla sede del PD, uno dei manifestanti ha anche aggredito un produttore del programma di Rai3 Gazebo. Alla manifestazione ha partecipato anche il sindaco di Roma Virginia Raggi, che ha detto di stare “con i tassisti”. Le proteste hanno comunque causato diversi disagi alla circolazione, oltre che episodi di violenza: Riccardo Luna, direttore dell’Agenzia giornalistica Italia, ha raccontato che un autista di un servizio a noleggio è stato inseguito e la sua auto è stata danneggiata da una cinquantina di persone. Durante il presidio davanti al ministero dei Trasporti, inoltre, buona parte dei cori cantati dai manifestanti contenevano pesanti offese sessiste contro la senatrice PD Linda Lanzillotta, che assieme a un suo collega ha proposto la misura oggetto delle proteste. Alcuni dei manifestanti di oggi inoltre sono armati con bastoni, mentre ANSA ha fotografato uno di loro che indossava un tirapugni. Per tutto il pomeriggio sono anche state esplose delle bombe carta. Raccontando gli effetti di una delle esplosioni, il Messaggero ha scritto: «La seconda ha mandato in frantumi una delle vetrate circolari di palazzo Macchi di Cellere, che si trova sui piazza Montecitorio. Si tratta di un rosone della finestra del numero civico 11, all’angolo dell’edificio. Dopo lo scoppio, i commercianti hanno abbassato le saracinesche dei negozi adiacenti». La nuova norma – contro cui i tassisti protestano da giorni, con scioperi e manifestazioni – è un emendamento al “milleproroghe”, un provvedimento che contiene una serie molto eterogenea di norme, in genere accomunate dal fatto che servono a rimandare o prorogare qualcosa. In questo caso l’emendamento, firmato dai senatori del PD Linda Lanzillotta e Roberto Cociancich, prevede di allungare di un anno il tempo che il ministero dei Trasporti ha per emanare un nuovo regolamento sul trasporto che avrà l’obiettivo di risolvere un’area grigia in cui operano i servizi di auto a noleggio con conducente – quindi prevalentemente Uber – che i tassisti accusano di fare loro concorrenza sleale. Lo scopo dell’emendamento, hanno spiegato i due senatori che lo hanno firmato, è dare altro tempo al ministero, in modo da riportare al tavolo delle trattative i rappresentanti dei taxi e quelli delle società di noleggio con conducente, e giungere così a una soluzione soddisfacente per tutte le parti.

In seguito alle molte pressioni ricevute, il governo ha accettato di parlare con le associazioni dei tassisti e il viceministro ai Trasporti Riccardo Nencini ha detto al Corriere della Sera che «una regolamentazione risoluta del settore è indispensabile». Non è chiaro se l’emendamento contestato verrà ritirato o meno: probabilmente se ne saprà qualcosa di più dopo l’incontro di oggi al ministero. Più in generale, quello che sta succedendo oggi a Roma è quello che succede tutte le volte che il Parlamento discute di qualcosa che riguarda i tassisti. Gli ambulanti invece protestano per una norma contenuta nel milleproroghe che rinvia al 2018 i nuovi bandi per la licenza di commerciante di strada. I bandi – previsti dalla cosiddetta direttiva europea Bolkenstein sulla libera concorrenza, emanata nel 2006 e recepita dall’Italia nel 2010 – vengono rinviati ormai da anni, ma gli ambulanti sostengono che la loro categoria debba essere esclusa da quelle interessate dai bandi per le nuove licenze: chi ce le ha se le tiene e basta. Il sindaco di Roma Virginia Raggi è il politico più in vista ad aver partecipato alla manifestazione, dove ha anche parlato con alcuni tassisti. È stata una mossa prevedibile ma non scontata: i tassisti romani in particolare sono una corporazione molto potente, oltre che legata storicamente alla destra, e Raggi potrebbe aver preso le loro difese per ottenere più consensi da quel tipo di elettorato.

Tassisti, adesso basta. Scontri e bombe carta contro il ministero. Grillo e Raggi stanno coi violenti, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 22/02/2017 su "Il Giornale". Siamo sempre stati al fianco dei tassisti, a volte con generosità. E non siamo mai stati dalla parte di chi spranga, di chi getta bombe carta, di chi devasta e di chi crea caos nelle città. Se in queste ore le due cose coincidono, non è problema nostro ma loro. E, dovendo scegliere la parte prevalente, non facciamo sconti neppure agli amici: non stiamo con i teppisti, neppure se si tratta di tassisti, quindi di lavoratori, esasperati dal tira-e-molla del governo sul loro destino. Quello del tassista è un mestiere strano, penso molto più interessante, nobile e pericoloso di quello che appare da fuori. Non si tratta solo di guidare una vettura, ma di una rotellina dell'ingranaggio che fa girare una città. E per questo si parla di «servizio pubblico». Chi è investito di questo titolo ha una responsabilità in più rispetto ad altri lavoratori e per nulla al mondo può farsi trascinare dentro il mondo della violenza e del sopruso. I partiti li temono e li coccolano: una loro parola mentre guidano fa opinione, può spostare voti. L'ha capito anche il «pacifista» Grillo che ieri, giorno della vergogna, è salito sul loro carro. Per lo stesso motivo, godono di buona stampa, nei giornali sono più temuti dei banchieri. Ma arriva il giorno in cui bisogna dire basta: o dimostrano di essere in grado di isolare i violenti e di non farsi infiltrare da teppisti, oppure non potremo stare più al loro fianco. Nel merito, i tassisti hanno le loro ragioni. Ma oggi, anno 2017, nessuno può pretendere, per di più con la forza, di congelare in eterno una situazione di monopolio antistorica. È come se noi giornalisti della carta stampata pretendessimo di spegnere internet per fermare la perdita di copie; come se i produttori di macchine fotografiche volessero impedire per legge i selfie con i telefonini. Nessuno può fermare il mondo, neppure loro. Ogni rivoluzione produce danni collaterali rispetto ai quali, al massimo, si può chiedere un giusto risarcimento. E non ci sarà bomba carta che possa fermare, giusto o sbagliato che sia, il processo che porterà a muoverci in città attraverso il «clic» più conveniente ed efficiente. Se volete il nostro appoggio, per quel poco che conterebbe, tornate in strada, che è la vostra vita. Ne abbiamo bisogno sia voi sia noi.

Il senso dei tassisti per la legalità, scrive Stefano Feltri Vicedirettore de Il Fatto Quotidiano il 22 febbraio 2017. Facciamo uno sforzo di lucidità nell’analisi delle ragioni e dei torti dei tassisti: è uno sforzo notevole per chi vive a Roma ed è vittima su base quotidiana dei mille piccole abusi, delle truffe legalizzate, delle tariffe assurde, delle angherie ai danni dei turisti che intuiscono subito l’assenza di regole nella giungla italiana. Lasciamo fuori l’aneddotica e guardiamo la questione nei suoi contorni generali. Primo punto: i tassisti hanno titolo per rivendicare la legalità contro gli abusivi? Detto in altro modo: la legge sta dalla parte dei tassisti e contro gli Ncc (e quindi Uber)? Quando i tassisti chiedono il rispetto della legalità, si riferiscono alla disciplina del settore fissata nel 2008 che di fatto non è mai stata applicata. E che l’emendamento di Linda Lanzillotta alla conversione del decreto Milleproroghe chiedeva di posticipare ancora a fine 2017. Messa così, sembra che abbiano ragione i tassisti. Ma come ricostruisce l’Ong Transparency International in un focus sui casi di lobby deteriore in Italia, la vicenda è un po’ più complicata. La legalità che i tassisti vogliono fare rispettare è frutto di un blitz notturno di parlamentari sensibili alle loro istanze che hanno colpito il 30 dicembre del 2008, appena prima di Capodanno quando i parlamentari vogliono andare in vacanza, i giornali sono distratti e, con le scadenze incombenti, non c’è tempo per andare per il sottile. I tassisti hanno ottenuto la modifica dell’articolo 29 del decreto che, nonostante il titolo (“Concessioni aeroportuali”), veniva esteso a regolare il settore del noleggio con conducente. Tra le novità normative, rispetto alla storica legge del 1992, una serie di vincoli a esclusivo beneficio dei tassisti. Come questo: “Nel servizio di noleggio con conducente, esercitato a mezzo di autovetture, è vietata la sosta in posteggio di stazionamento su suolo pubblico nei comuni ove sia esercitato il servizio di taxi. In detti comuni i veicoli adibiti a servizio di noleggio con conducente possono sostare, a disposizione dell’utenza, esclusivamente all’interno della rimessa”. O ancora questo, che è la norma ammazza-Uber: “Le prenotazioni di trasporto per il servizio di noleggio con conducente sono effettuate presso la rimessa. L’inizio ed il termine di ogni singolo servizio di noleggio con conducente devono avvenire alla rimessa, situata nel comune che ha rilasciato l’autorizzazione, con ritorno alla stessa”. Da allora questa norma non è mai stata applicata perché, dopo la rivolta degli Ncc, l’efficacia della legge del 2008 è sempre stata procrastinata, secondo l’attitudine tipicamente italiana di rimandare i problemi invece che affrontarli. La norma del 2008 era contro Uber? Ovviamente no, era semplicemente un colpo di mano lobbistico contro concorrenti pericolosi capaci di offrire lo stesso servizio dei tassisti ma con un po’ meno vincoli. Poi le furbate legislative si sono stratificate al punto che è difficile dire cosa significhi oggi ripristinare la legalità. Di sicuro i tassisti non sono più titolati degli Ncc a rivendicare di essere dalla parte giusta. Il problema, però, non è soltanto stabilire se gli Ncc debbano tornare nella propria rimessa o come si deve chiamare un taxi. Il punto è come si prendono le decisioni in una democrazia. Il modo corretto sarebbe valutare l’impatto delle decisioni. Avere chiaro quali benefici si ottengono liberalizzando un po’ il settore e quali danni o benefici proteggendo lo status quo: se con una modifica normativa 100 tassisti perdono il valore della propria licenza ma 10.000 cittadini possono permettersi di affrontare il prezzo della corsa, il legislatore può valutare come soluzione ottimale quella di indennizzare i 100 tassisti invece che garantire loro la rendita e costringere gli altri a non muoversi. Soltanto sapendo quali effetti producono sulla collettività – e non soltanto su questa o quella corporazione – si possono valutare le leggi o chi le promuove. La senatrice dem Linda Lanzillotta è una paladina dei cittadini a basso reddito che non possono pagare il taxi, una quinta colonna di Uber o sta facendo un favore agli Ncc? Per rispondere ci vorrebbero analisi di impatto, discussioni pubbliche, possibilmente fuori dalle piazze inferocite. Invece in Italia si decide tutto di notte, in segreto, chi riesce a prevaricare gli altri poi rivendica i propri diritti acquisti, almeno fino a quando un altro più furbo di lui non riuscirà a scalzarlo. E intanto noi italiani, soprattutto noi che abbiamo la sfortuna di dover vivere in questa martoriata Capitale, dobbiamo confrontarci con servizi dalla qualità imbarazzante e prezzi lontani da ogni giustificazione. P.S. Sarei curioso se qualche lettore tassista mi spiegasse come mai questa ansia di legalità e lotta all’abusivismo non sfiora i tassisti abusivi che cercano di turlupinare i turisti stranieri alla stazione Termini, cercando di sottrarre clienti ai taxi legali che aspettano un metro più in là (una volta ho chiesto il prezzo: volevano 50 euro per andare in zona San Pietro, meno di dieci minuti di strada). Immagino una ragione ci sia, ma non so immaginare quale.  

La (poca) trasparenza delle lobby in Italia e in Europa: registro obbligatorio solo in 6 Paesi Ue. Virtuosi Austria, Irlanda, Lituania, Polonia, Gb e Slovenia. Da noi manca legge che regoli 'portatori di interesse': ma non siamo ultimi della classe. In Parlamento 26 intergruppi: da sigaretta elettronica a cannabis legale. Per il nostro Paese, Confindustria ed Enel tra i più accreditati a Bruxelles. Incontri con la Commissione: Google, Airbus e Microsoft nella top 10. Oettinger, Cañete e il falco Katainen tra i più attivi, scrive Michela Scacchioli il 9 gennaio 2017 su "L'Espresso". Negli Stati Uniti sono legittimi e radicati nella cultura nazionale. In buona parte d'Europa, invece, le lobby possono anche agire nell'ombra e in mancanza di regole certe. A oggi, infatti, sono soltanto 6 i Paesi Ue dotati di un registro obbligatorio. E l'Italia non è ancora tra questi. Vero è che l'assenza di norme dedicate ai 'portatori di interesse' finisce con l'incidere sulla qualità della democrazia. Negli ultimi anni sono cresciuti il ruolo e l'importanza dei lobbisti, specie agli occhi dell'opinione pubblica. E i cosiddetti 'gruppi di pressione' hanno sempre fatto parte del processo decisionale. Ma ora è in atto un lavoro di trasparenza che cerca di fare luce sul fenomeno. Secondo una ricerca Openpolis per Repubblica.it, in Europa i 6 Paesi 'virtuosi' sono Austria, Irlanda, Lituania, Polonia, Regno Unito e Slovenia (i dati sono il risultato dello studio Transparency of lobbying in Member States dell'European parliament research service). E l'Italia? Nel nostro Paese manca ancora una legge che regoli la questione anche se stavolta non siamo gli ultimi della classe. Tra Camera e Senato, inoltre, si conterebbero 26 intergruppi attivi: da quello per la sigaretta elettronica che mira a normare la materia a quello per la cannabis legale, fra le principali forze promotrici del testo discusso di recente in Parlamento. Tra i soggetti italiani maggiormente accreditati a Bruxelles figurano Confindustria ed Enel. Incontri con la Commissione Ue? Google, Airbus e Microsoft svettano nella top 10. Oettinger, Cañete e il falco Katainen, invece, tra i commissari più attivi. L'Europa e quel che si muove in Italia. Già nel 2008 una risoluzione dell'Europarlamento ha istituito il registro per la trasparenza dell'Unione. Al suo interno si trova l'elenco di tutte le strutture che, anche indirettamente, hanno lo scopo di influenzare le politiche e i processi decisionali delle istituzioni europee. Un'iniziativa da migliorare, ma che è comunque molto più avanzata rispetto alla situazione nel nostro Paese. Nel Parlamento italiano non esiste un registro delle lobby e solo negli ultimi mesi due iniziative hanno mosso un po' le acque. Il 26 aprile 2016 la giunta per il regolamento di Montecitorio ha approvato la Regolamentazione dell'attività di rappresentanza di interessi nella sede della Camera dei deputati. Il regolamento prevede l'impossibilità di fare lobbying per persone che hanno ricoperto incarichi nel governo o Parlamento nei 12 mesi precedenti. Il testo, che è quanto meno un inizio, è stato introdotto pochi giorni dopo l'adozione del codice di condotta dei deputati ma ormai da mesi - sottolinea Openpolis - mancano dettagli su come sia stato sviluppato. A inizio settembre Carlo Calenda, ministro per lo Sviluppo economico, ha lanciato un registro per la trasparenza nel suo dicastero, ispirato a quello delle istituzioni europee. Oltre 130 organizzazioni si sono già accreditate. Nel frattempo in Parlamento sono stati presentati vari testi per regolamentare la materia, e a inizio settembre - ben prima della crisi del governo Renzi - in commissione Affari costituzionali del Senato erano ripresi i lavori con la discussione congiunta di alcuni di questi. Ma c'è un altro aspetto da considerare. Sempre più spesso nelle dinamiche politiche di Camera e Senato si nota l'opera degli intergruppi parlamentari. Queste entità mettono insieme politici provenienti da entrambi i rami del Parlamento e da vari gruppi, anche di opposto colore politico, uniti da un interesse comune che può essere il più disparato: c'è un intergruppo per l'invecchiamento attivo, uno per la sussidiarietà e anche uno sulle questioni di genere. Purtroppo al momento, a differenza del Parlamento europeo, gli intergruppi non sono regolamentati e questo rende ancora più difficile capire il fenomeno. Da fonti indirette - dice ancora Openpolis - è stato possibile contare 26 intergruppi attivi nell'attuale Parlamento. La finalità di queste formazioni varia, ma per alcuni si sconfina in modo evidente nell'attività di lobbying. L'Italia non è l'unica nazione europea in cui non c'è una legge che regola il lavoro delle lobby. Su un totale di 29 (di cui 28 Stati membri più l'Unione europea), sono solo 6 i Paesi in cui le organizzazioni di lobbying hanno l'obbligo di accreditarsi presso un registro nazionale (pari al 20,69% del totale). Altro parametro importante è quello dei codici etici di comportamento per i lobbisti, presenti nel 20,69% dei casi. Mentre nel 31,03% delle situazioni si rintracciano iniziative di autoregolamentazione, dalle proposte della società civile alle unioni di lobby, che decidono di stipulare un codice indipendente colmando una lacuna normativa. Quante sono quelle accreditate. L'8 maggio del 2008 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione per elaborare un quadro dell'attività dei rappresentanti di interessi nelle istituzioni europee. A giugno dello stesso anno la Commissione europea ha lanciato un registro online e nel 2011 il Parlamento europeo ha aderito all'iniziativa, ampliando così quello che in Europa è ormai il database più corposo sul lobbying. Sono quasi 10.000 le strutture accreditate (per la precisione: 9.772), per lo più organizzazioni non governative o lobbisti interni ad aziende e associazioni di categoria. Nel 2015 un'organizzazione su quattro si è registrata. Da quanto è stato introdotto, la crescita delle registrazioni è stata costante. Fra le organizzazioni ancora presenti, 328 risalgono al 2008 e 1.940 all'anno corrente. Fino al 2011 l'iniziativa riguardava la Commissione europea, in seguito si è aggiunto l'Europarlamento. Delle quasi 10.000 organizzazioni, 517 risalgono al 2010 e 911 al 2011 (con un incremento del 76,21%). Le successive modifiche e innovazioni del 2014 e 2015 hanno determinato ulteriori aumenti. Il 59,60% delle organizzazioni attualmente presenti si è registrato negli ultimi 3 anni. Nonostante il registro rappresenti un enorme passo in avanti nello scenario europeo, alcune organizzazioni, tra cui Alter-Eu e Transparency International, da mesi si battono per rinnovare e potenziare questo strumento. L'iscrizione infatti non è obbligatoria e la base volontaria della registrazione è forse il più grande limite del registro medesimo. Inoltre la definizione delle attività volte a influenzare i processi decisionali e legislativi dell'Ue risulta alquanto vaga, rendendo molto ampia la serie di soggetti che possono registrarsi. Le organizzazioni che decidono di accreditarsi spesso compilano male il questionario, inserendo dati errati e mal interpretando le informazioni richieste. Per esempio a oggi l'organizzazione italiana che spende più soldi per l'attività di lobbying a Bruxelles sarebbe l'università de L'Aquila, con 10 milioni di euro: una cifra molto alta (per dire: Confindustria ne dichiara 900mila) mentre l'ente con più lobbisti risulta l'università di Pavia con 1.904 persone. A settembre 2015 Transparency international ha sottoposto oltre 4.200 reclami per errori fattuali o numeri implausibili nelle schede delle organizzazioni, tra cui oltre 3.800 organizzazioni che pagherebbero i propri lobbisti meno del minimo sindacale. È evidente che il controllo sulle informazioni inserite è molto basso, probabilmente perché, come sottolinea Alter-Eu, lo staff dedicato si conta sul palmo di una mano. Il registro permette comunque alle organizzazioni di classificarsi in 6 macro categorie: società di consulenza, lobbisti interni di aziende, organizzazioni non governative, centri studi, comunità religiose e amministrazioni locali. Oltre la metà (51,07%) delle 9.772 organizzazioni registrate rientra nella seconda categoria: lobbisti interni e associazioni di categoria, commerciali e professionali. Oltre il 60% delle organizzazioni ha sede in 5 Paesi: Belgio (20,10%), Germania (12,64%), Regno Unito (10,96%), Francia (10,05%) e Italia (7,29%). Anche se il 91,48% delle organizzazioni ha sede nei 28 Paesi dell'Unione europea, le altre sono collocate in altre 69 nazioni. Fra queste, da sottolineare il peso di Stati Uniti (con 335 strutture, all'ottavo posto in classifica generale), e Svizzera (195 organizzazioni e undicesimo posto). Informazione da migliorare? Quella dei costi. Tutte le organizzazioni che si accreditano devono fornire una stima delle spese annue per le attività che rientrano nell'ambito di applicazione del registro. Fa riflettere - secondo Openpolis - la stima di dieci organizzazioni che dichiarano di spendere oltre 10 milioni di euro in attività di lobbying a Bruxelles. Per la maggior parte delle strutture si parla di cifre molto inferiori: il 93,18% delle strutture dichiara di spendere meno di 500mila euro l'anno. Quasi la metà (49,06%), spende meno di 10mila euro. In fase di registrazione le organizzazioni devono fornire informazioni sul loro personale. Oltre al numero di persone che partecipano alle attività di lobbying, è richiesto di dichiarare il numero di quanti fruiscono di un titolo di accesso all'europarlamento e ai suoi uffici. Questo dato è molto importante perché include anche nome e cognome delle persone accreditate (info impensabile nel panorama parlamentare italiano). Generalmente il numero di accrediti è basso, ma 58 strutture dichiarano di averne più di 10. Di contro, il 77,68% delle organizzazioni sostiene di non avere nessuna persona accreditata per accedere al parlamento europeo. Gli incontri con la Commissione. Dal dicembre 2014 i membri della Commissione europea - inclusi i commissari, i componenti del loro gabinetto e i direttori generali - hanno l'obbligo di comunicare sul sito internet della Commissione i dettagli degli incontri con i lobbisti. Queste comunicazioni devono contenere il nome dell'organizzazione, ora e sede dell'incontro, e soprattutto l'argomento trattato. Tutte queste informazioni devono essere pubblicate online entro 2 settimane dopo l'incontro. Grazie a questa decisione della Commissione europea, Transparency International ha potuto lanciare Integrity watch, piattaforma che permette di monitorare e analizzare tutti i dati sia del registro sia degli incontri della Commissione europea. I dati interessanti sono due: la quantità di permessi per accedere all'Europarlamento, e il numero di incontri con i membri della Commissione europea. E dunque, è possibile sapere per ogni Commissione (l'equivalente dei nostri ministeri) quali organizzazioni - aziende, società di consulenza, Ong o altro - hanno incontrato il commissario (il corrispettivo del ministro) e i membri del suo staff, per quante volte e di cosa hanno parlato. Anche sul tema degli intergruppi, il Parlamento europeo fornisce molti spunti interessanti. Le organizzazioni che si accreditano nel registro per la trasparenza devono dichiarare se appartengono o partecipano all'attività degli intergruppi dell'Europarlamento, e se sì, quali sono. In aggiunta, nel dicembre 1999 il Parlamento europeo ha stilato le regole per creare gli intergruppi e stabilito i requisiti necessari. Fra le 15 organizzazioni iscritte al registro con più accrediti per accedere ai locali del Parlamento europeo, il 60% è composto da società di consulenza. Tre di queste si trovano sul podio e tutte hanno sede in Belgio: la Fleishman-Hillard (51 persone), la Kreab (33) e la Burson-Marsteller (32). La prima azienda compare al quindicesimo posto, la Dods group plc, con 17 accrediti. Nella top 15 di questa particolare classifica non sono presenti realtà italiane. La prima di casa nostra è al 32esimo posto: si tratta di Confindustria con 12 accrediti. Subito dopo si trovano Enel, Fondazione banco alimentare e la Federazione nazionale imprese elettrotecniche ed elettroniche, con 8 accrediti. Intesa Sanpaolo e Confcommercio ne dichiarano invece sette.  Da dicembre 2014 è possibile monitorare e tracciare gli incontri della Commissione europea (commissari, staff, gabinetto e direttori generali) con le lobby registrate. In quasi due anni sono circa 11.000 incontri di cui è possibile sapere giorno, sede e argomento trattato. Il 70,48% di questi incontri hanno coinvolto lobbisti interni e associazioni di categoria, commerciali o professionali. Molto attive anche le organizzazioni non governative, con 1.897 incontri (17,75%). Simili tra loro i dati di centri studi-think tank e consulenti, con oltre 400 incontri a testa. I dati degli incontri tra i membri della Commissione e i cosiddetti portatori di interessi contengono molte informazioni interessanti. Mentre sugli accrediti per il Parlamento europeo le carte sono un po' più coperte (con molte società di consulenza in cima alla classifica), per gli incontri si trovano i nomi di organizzazioni e aziende ben più note. Google, Airbus, Wwf, Greenpeace, Microsoft sono solo alcune della realtà che compaiono nella top 10 delle organizzazioni con più colloqui. Nessuna organizzazione italiana compare in cima alla classifica. In totale, i faccia a faccia portati a termine da realtà italiane sono 261. Le 18 organizzazioni che hanno realizzato almeno 5 incontri corrispondono al 66,67% del totale. Le prime tre classificate sono nell'ordine: Confindustria (29 incontri principalmente con membri della Commissione mercato interno), Enel (24 incontri) ed Eni (20). Il tema dell'energia è dunque quello più caldeggiato, tanto che in classifica ci sono anche Edison, Snam e Terna, tutte aziende attive nel campo energetico. Il rapporto più alto tra accrediti e incontri si registra per Google, Telefonica e European trade union confederation: due imprese e un sindacato. Günther Oettinger, commissario all'Economia e la società digitale, e i membri del suo gabinetto hanno realizzato il più alto numero di incontri: 1.015. Quasi altrettanto attivi Miguel Arias Cañete (Azione per il clima e l'energia) e Jyrki Katainen (lavoro, crescita, investimenti e competitività). È interessante incrociare la nazionalità e la delega dei singoli commissari con l'organizzazione più ricorrente negli incontri. Proprio Katainen, commissario finlandese per lavoro e crescita, ha come organizzazione più ricorrente l'equivalente finlandese di Confindustria. A differenza di quanto accade in Italia, a Bruxelles all'inizio di ogni legislatura la Conferenza dei capigruppo approva l'elenco degli intergruppi. Dopo le elezioni di maggio 2014 si sono formati 28 intergruppi. Sette di questi hanno più di 100 membri. Il più grande è l'intergruppo Cultura e turismo con 142 componenti, tra cui 27 parlamentari italiani. Il raggruppamento con il numero più alto di nostri connazionali (35) è quello Trasparenza, anti-corruzione e criminalità organizzata.

(Le elaborazioni del rapporto Openpolis si basano su dati ufficiali rintracciati fino al 5 settembre 2016 dai siti di: registro per la trasparenza dell'Unione europea, Eu integrity watch - Transparency international -, Parlamento europeo e Alter-Eu). Dati Openpolis, osservatorio civico sulla politica italiana. 

Un cartello sulle tariffe notarili? Un'indagine dell'Antitrust dopo l'inchiesta dell'Espresso. Grazie alla denuncia choc pubblicata dal nostro giornale, il garante della concorrenza ora esamina l'attività del Consiglio notarile di Milano. Potrebbe aver usato la leva della deontologia professionale per tenere alte le parcelle, scrive Gloria Riva il 17 gennaio 2017 su "L'Espresso". C'è un tacito accordo fra i notai di Milano che li impegna a tenere alte le tariffe, a danno dei cittadini e ignorando la legge sulla concorrenza? Il dubbio esiste e l'Antitrust ha avviato un'indagine per fare luce sull'attività del Consiglio Notarile di Milano. L' Espresso ne aveva parlato in esclusiva a dicembre, pubblicando stralci di un'intercettazione finita nelle mani della Procura di Milano e degli ispettori dell'Agcm, il garante della concorrenza, nella quale un notaio, Paolo De Martinis, titolare del più grande studio notarile meneghino, viene invitato a ignorare le regole della concorrenza e ad alzare le tariffe pagate dai cittadini per evitare la radiazione. A consigliare il notaio è Mario Molinari, il conservatore dell'Archivio notarile di Milano, cioè il funzionario incaricato dal ministero della Giustizia di controllare che i notai rispettino le leggi. De Martinis, un notaio da 3 mila pratiche e tre milioni di fatturato l'anno, dallo scorso luglio ha smesso di lavorare perché colpito da due sospensioni disciplinari di fila e un terzo provvedimento che rischia di causare il definitivo stop professionale. Così il notaio passa al contrattacco e registra la conversazione avvenuta il 6 ottobre con Molinari. Ascoltando quel dialogo sembra che il vero motivo delle sospensioni non abbia a che fare con la qualità del lavoro di De Martinis, piuttosto contro l'enorme giro d'affari del proprio studio, portato dal dimezzamento delle tariffe ai clienti, così come indicato dalla legge sulle liberalizzazioni del 2006. Oggi l'Antitrust ha annunciato di aver avviato un'istruttoria nei confronti del Consiglio notarile di Milano «per accertare l’ipotesi di un’intesa restrittiva della concorrenza. In particolare, attraverso una pluralità di condotte, il Consiglio avrebbe perseguito l’obiettivo di indurre i notai del distretto a limitare, sotto il profilo quantitativo, la propria attività», dice l'Antitrust con un comunicato. I procedimenti a De Martinis sarebbero solo la punta di un iceberg, perché altri dieci studi notarili, i più grandi di Milano, sarebbero stati presi di mira e “invitati” ad aumentare le tariffe o a condividere i profitti con altri notai, mentre a settembre il Consiglio avrebbe inviato un questionario per tenere monitorata l'attività di tutti i notai della zona, «così restringendo il confronto concorrenziale tra gli stessi e conducendo, in ultima analisi, ad una ripartizione del mercato e ad una limitazione della concorrenza di prezzo, in violazione della legge», conclude l'Antitrust che, per fare le opportune verifiche ha mandato i propri funzionari, insieme al Nucleo Speciale Antitrust della Guardia di Finanza, a ispezionare la sede del Consiglio notarile di Milano.

LA REPLICA. Il Consiglio Notarile di Milano risponde sull’istruttoria aperta dall’Antitrust Milano, 17 Gennaio 2017. Con riferimento all’istruttoria aperta dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, il Consiglio Notarile di Milano rigetta l’addebito di aver realizzato un’intesa restrittiva della concorrenza, ipotizzato nell’istruttoria in corso e rende noto di aver fattivamente collaborato con i funzionari incaricati dell’ispezione per fornire all’AGCM ogni elemento utile per stabilire la verità storica dei fatti. Il Consiglio nega di aver posto in essere qualsiasi attività volta ad una ripartizione del mercato e ad una limitazione della concorrenza di prezzo. Preso atto che tra le condotte oggetto dell’istruttoria rientra anche l’attività disciplinare, denuncia l’indebita invasione di campo posta in essere dall’AGCM nel sindacare detta funzione, estranea alla competenza della medesima Autorità, come da costante insegnamento della Suprema Corte. Il Consiglio sollecita l’intervento del Ministro di Giustizia perché ribadisca la sua esclusiva autorità gerarchica sui Consigli Notarili nello svolgimento da parte degli stessi dello specifico compito di vigilanza ad essi attribuito dalla legge nell’interesse della collettività e si adoperi per ripristinare il corretto equilibrio dei poteri di ciascuna Autorità dell’Ordinamento.  

Il notaio abbassa le tariffe? I suoi colleghi lo processano. Un professionista milanese dimezza le parcelle delle sue prestazioni. E si ritrova nei guai con il Consiglio. Fino alla chiusura "per motivi disciplinari" dello studio. E spunta un audio choc che testimonia le pressioni ricevute, scrive Gloria Riva il 21 dicembre 2016 su "L'Espresso". Processi disciplinari, denunce, controdenunce e un audio-choc: un notaio che intercetta l’ispettore del ministero. Registrato di nascosto mentre gli chiede di ignorare le regole della concorrenza e tenere alte le tariffe pagate dai cittadini. Altrimenti verrà radiato. «Stai messo proprio in bilico. Bisogna trovare una soluzione tecnica che ti metta in condizione di sopravvivere. Perché ti vedo brutto brutto». A parlare è Mario Molinari, "conservatore" dell’Archivio notarile di Milano: il funzionario incaricato dal ministero della Giustizia di controllare che i notai rispettino le leggi. E a stare sull’orlo dell’abisso è il suo interlocutore, Paolo De Martinis, il notaio milanese con il maggior giro d’affari: tremila pratiche, tre milioni di euro all’anno. Fino allo scorso luglio. Da allora, De Martinis non fa più nulla, perché su di lui s’è abbattuta la mannaia disciplinare: due sospensioni di fila, il suo studio resterà chiuso fino a maggio 2017. E forse più a lungo, perché è già scattato un terzo procedimento, che rischia di causare il definitivo stop professionale. A procedere contro di lui, prima nel 2011, poi nel 2015 e ancora nel 2016, è il Consiglio dei Notai di Milano (Cnm), organo che vigila sul rispetto delle norme di deontologia. La prima accusa a De Martinis è di aver lavorato troppo. Il Cnm ha calcolato, secondo le norme, che ci vogliono due minuti per leggere ogni singolo foglio di un atto notarile, quindi un professionista non può fare più di 15 pratiche al dì. De Martinis ne faceva 20. Da qui le sanzioni, i reclami alla Corte d’Appello, i ricorsi in Cassazione: una battaglia legale ancora in corso. Richieste di alzare le tariffe, consigli per aggirare le leggi sulla concorrenza, suggerimenti su come tenere buoni i colleghi e "fare girare un po' di grana". Altro che libero mercato: a Milano i notai che provano ad abbassare le tariffe vengono allontanati dalla categoria. L'Espresso è in grado di svelare quello che succede sulla piazza notarile di Milano, la più importante d'Italia, grazie a una registrazione che intercetta un dialogo fa Mario Molinari (frasi in rosso), funzionario del ministero della Giustizia incaricato di controllare che i notai rispettino le leggi, e Paolo De Martinis (frasi in bianco), notaio milanese con il maggior giro d'affari. Quest'ultimo, autore della registrazione e di una denuncia alla Procura e all'Antitrust, rischia lo stop definitivo delle attività in seguito a una serie di procedimenti disciplinari avanzati dal Consiglio notarile milanese. Ma ora il notaio punito passa al contrattacco. Con un esposto alla Procura e una denuncia all’Antitrust (Agcm). Con la registrazione dell’ispettore allegata. La conversazione avvenuta il 6 ottobre scorso tra De Martinis e Molinari fa pensare che il vero motivo della sospensione sia diverso. Riferendosi al Consiglio notarile di Milano, il funzionario ministeriale dice: «Loro ti stanno a dà una caccia feroce, lo sai? (…) La mia sensazione è che loro siano molto forti, convinti di averti in pugno in una maniera seria». Secondo la denuncia del notaio, i problemi sarebbero cominciati nel 2006, quando è entrato in vigore il decreto Bersani sulle liberalizzazioni, che ha eliminato le tariffe professionali per favorire la libera concorrenza. A quel punto De Martinis dimezza le sue parcelle: se i suoi concorrenti facevano pagare un rogito 1.800 euro, lui ne chiedeva 900. Quindi gli affari volano. Ma lo sconto è poco apprezzato dai colleghi. Di qui, secondo il notaio, i procedimenti disciplinari. Nella registrazione agli atti, è sempre il Conservatore a indicare una via d’uscita, dicendo che lui stesso andrà dal presidente del Cnm, Arrigo Roveda, per informarlo che De Martinis sarebbe disposto a trattare. Cioè a ridursi gli incassi del 50 per cento. Oppure a fare posto, nel suo studio, a un collega gradito al Consiglio, per dividere così gli introiti. Ma prima, l’ispettore lo avverte, «il Presidente deve dà un segnale di non averti accerchiato con le macchine da guerra. Se no, non ci viene nessuno qui, perché sa che dopo un quarto d’ora sta spellato a piazzale Loreto». La registrazione consegnata anche all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm), secondo il denunciante, dimostra che la liberalizzazione tra i notai è ancora una chimera. L’ispettore Molinari sembra affermarlo chiaramente: «Se io fossi il presidente ti direi: "Paolo, aumenta la tariffa di 200 euro, così ci fai respirare a tutti". Così si ridistribuirebbe in maniera leggermente più tranquilla un po’ di grana». Se l’accusa troverà conferma, significa che per i cittadini le parcelle restano stratosferiche e nessun notaio può abbassarle, pena la sospensione. Perché, come spiega lo stesso conservatore, a stare «in bilico» non è solo De Martinis, ma i dieci più grandi professionisti di Milano. C’è ad esempio Luciano Quaggia che s’è ridotto il volume d’affari facendo spazio a un altro notaio, dice sempre l’ispettore, ma «non ha capito che doveva fare 60 e 40. Luciano ha fatto 85 e 15 e non basta». I portavoce del Cnm definiscono De Martinis, «non credibile», «inaffidabile», «impresentabile», «privo di personalità», mostrano le carte dei procedimenti disciplinari, le sentenze dalla Corte d’Appello e dalla Cassazione. Lui tira dritto. Tra tanti veleni, spunta anche un misterioso questionario. In settembre, per misurare il giro d’affari di ciascuno studio, il Consiglio avrebbe inviato un formulario a tutti i notai, chiedendo quante procedure fanno all’anno e quanto guadagnano. L’ente di Milano ci aveva già provato nel 2012 a fare i conti in tasca ai suoi iscritti, ma allora era intervenuto l’Antitrust, sanzionando il Consiglio con una multa da 99.403 euro perché, in base alla legge, ogni notaio deve essere libero di applicare i ribassi che vuole. Tentativi analoghi sono stati segnalati all’Antitrust da Lucca, dove il consiglio notarile locale s’era visto infliggere una multa di quasi 20 mila euro, e nel distretto di Roma. Ora il Garante sta nuovamente puntando il faro sul consiglio milanese. Che interpellato da l’Espresso ribatte: «Il Cnm conosce e apprezza i valori della concorrenza, senza venir meno al compito assegnatogli dalla legge: vigilare sulla correttezza dell’operato dei notai. I comportamenti per i quali può essere richiesta una sanzione disciplinare contro un notaio sono quelli che possono danneggiare i cittadini, ad esempio l’esercizio delle funzioni in modo non personale e con delega a terzi. Tutte le nostre iniziative disciplinari sono sempre state confermate dalla Corte d’appello e dalla Cassazione». Dal conservatore-ispettore, invece, nessun commento.

Notai, quante strane sviste nel concorso. Svarioni e cantonate, alcune anche molto gravi: ma i candidati sono promossi lo stesso. Sull'esame per entrare nell'Ordine si allungano ombre, scrive Francesca Sironi il 19 dicembre 2016. Aspiranti notai in fila per partecipare al concorso della loro categoria nel febbraio 2011È lo sbarramento all’ingresso dell’ultima ambizione di casta. Il passaggio obbligato per l’accesso a una categoria che - seppur lamenti crisi - rimane in testa alle classifiche di reddito, con 200 mila euro all’anno dichiarati in media dai suoi professionisti. È il traguardo di lunghi studi e dura gavetta, ma soprattutto la prova che tributa il ruolo di pubblico ufficiale a chi firmerà atti, registri e documenti sancendone l’autenticità con il sigillo della Repubblica. Sul concorso notarile si addensano quindi molte speranze. Ma ora anche nuove domande. Almeno a leggere quanto rileva una denuncia che ipotizza reati sul bando per 300 nuovi notai indetto nel settembre del 2014 - di cui gli esami scritti si sono svolti l’anno scorso, e gli orali sono andati avanti fino allo scorso 6 dicembre. Dopo aver chiesto l’accesso alle correzioni d’esame, a cui aveva partecipato lei stessa, l’autrice dell’esposto si è trovata tra le mani decine di compiti in parte irregolari, testi redatti con imprecisioni tali, segnala nell’esposto, da renderli nulli secondo la legge in almeno dieci casi, ma a cui sono stati assegnati ugualmente voti sufficienti a traghettare i candidati verso il traguardo della nomina a notai, ormai prossima. Nell’elenco ci sono inciampi evidenti anche per chi non ha dimestichezza con gli strumenti del mestiere - come un atto in cui un sordomuto, «legge ad alta voce» le proprie disposizioni per l’eredità - e altri più tecnici, ma significativi per chi proprio in quella tecnica fa risiedere parte della specificità di un ruolo ancora saldamente nelle mani di meno di cinquemila persone nell’intero paese. Fra gli altri, un candidato sarebbe stato ammesso all’orale pur avendo all’interno del proprio elaborato una pagina scritta a mano con una calligrafia diversa da tutto il resto del suo testo. L’indagine giudiziaria avviata in seguito alla denuncia è stata chiusa nell’arco di pochi mesi, e i pm della procura di Perugia titolari dell’inchiesta e competenti perché coinvolti otto magistrati romani che fanno parte della commissione, hanno chiesto al gip l’archiviazione. Decisione alla quale si è opposta la denunciante che ha segnalato al giudice, che ancora deve decidere, altri errori presenti negli elaborati. E pure nuovi quesiti sulla validità di giudizi formulati dalla commissione del concorso.

GLI ERRORI. Il concorso notarile è «una delle selezioni più serie e meritocratiche d’Italia», afferma Gianluca Abbate, consigliere nazionale dell’ordine: «Lo monitoriamo perché il numero di professionisti resti limitato». E spiega: «Ci stiamo adeguando alle norme sulla concorrenza che prevedono l’ingresso di altri 800 notai in ruolo attraverso gli ultimi due esami». E aggiunge che vengono selezionati in modo «del tutto imparziale, come ora accade». L’esame per entrare nella ridotta schiera è un test in cui bisogna «dimostrare una perfetta conoscenza delle tecniche redazionali dell’atto pubblico, oltre che della teoria legale», spiegava il notaio Lodovico Genghini ai suoi studenti. «Io stesso la prima volta sono stato bocciato perché avevo dimenticato un formalismo», racconta Ludovico Capuano, ex presidente dei giovani notai: «Certo, non era una questione di contenuto, solo un dettaglio. Ma rendeva il documento invalido nella sua ufficialità. Per cui hanno fatto bene a rimandarmi». Se lo dice lui, che ha rappresentato la categoria al Senato nella discussione per l’ultimo decreto legge sulla concorrenza, è così che andrebbero allora lette le irregolarità evidenziate nella relazione sul bando del 2014. Nella denuncia alla procura di Perugia viene fatto riferimento a oltre dieci elaborati che andrebbero considerati nulli perché inciampano in errori evidenti, si spiega nell’esposto, se confrontati con la legge notarile. E invece hanno ricevuto voti di 35, 37, 38 punti ciascuno, abbastanza da portare i candidati all’orale. Altri 70 presenterebbero insufficienze meno gravi, ma comunque rilevabili. Alcune si concentrano sulla traccia con la quale i commissari chiedevano ai duemila partecipanti al concorso di sviluppare le volontà sul testamento di un ricco possidente, un uomo che non aveva la possibilità di udire e parlare. Ed ecco: c’è chi dimentica di citare subito l’interprete, scrivendo che «il comparente dichiara di essere sordomuto e di saper leggere e scrivere»; chi scorda di far sottoscrivere l’atto anche al testimone-traduttore; chi pur spiegando che «d’ora in poi ogni dichiarazione resa e ricevuta dal signor T. s’intende effettuata a mezzo dell’interprete», ci tiene a precisare quella lettura "ad alta voce" nelle battute finali. Altre inesattezze riguardano invece la liquidazione di un patrimonio immobiliare: in diversi compiti mancano, o sono errati, i riferimenti a planimetrie e catasto. Per una «parziale omissione» simile a quella in cui cadono alcuni dei candidati promossi, per dire, un notaio di Roma ha dovuto subire a giugno una sanzione disciplinare da 214 mila euro, per 415 atti zoppi. Formalismi?

LE RISPOSTE. Sulla denuncia (rivelatasi così accurata da far riconoscere ai commissari, ad esempio, la trascrizione sbagliata di un voto, che è stato poi corretto al ribasso nel verbale) viene avviata un’indagine. Gli investigatori prendono copia dei compiti. E interrogano il vicepresidente della commissione, un consigliere della corte d’appello, che alle domande sugli errori evidenziati nell’esposto risponde: «Non posso escludere che possano esservi state sviste, o interpretazioni non perfettamente collimanti», ma sulla valutazione delle stesse, dice, andrebbe sentito un notaio, e lui non lo è. L’indagine viene chiusa presto, senza che nessun notaio venga sentito, e viene richiesta l’archiviazione; ora è stata depositata un’opposizione alla decisione della procura, dove si evidenziano anche almeno altre otto "nullità". Intanto, i praticanti promossi stanno per diventare effettivi notai. Fra loro non mancano i “figli di” - «questa della casta ereditaria è una leggenda», ribatte, sul tema, il Consiglio dell’Ordine: «L’82 per cento dei notai non è figlio di notaio» - fra i promossi con le presunte irregolarità l’erede di un celebre notaio non manca. Come d’altronde fra gli esaminatori. «È stata una bella esperienza, far parte della commissione, ma mi sono stancata molto», racconta un notaio che faceva parte della squadra dei valutatori. «Siamo stati tutti molto attenti a che non ci fossero pressioni», dice, su eventuali favoritismi. «Sono andata proprio per verificare questo», aggiunge. «Certo, può capitare che qualcuno ce l’abbia fatta e qualcun altro no, pur con lo stesso errore, magari», precisa. «Ma se è successo è stato per stanchezza e per stress: ci hanno messo molta pressione sul far presto. Io sono stata accurata al massimo, ma non sempre alla fine della giornata riesci ad avere la stessa lucidità». Insomma, sarebbe stato solo affaticamento da controllo - in 12 mesi - di mille e trecento elaborati, dice il commissario. Tale da non far riconoscere imprecisioni sulle quali «non c’è spazio interpretativo», secondo la candidata che ha denunciato: «Perché la legge notarile a riguardo è incontrovertibile». Sui forum dei praticanti notai rimbalzano nel frattempo i dubbi di sempre. Tra la frenesia per gli scritti che si sono appena conclusi in vista dell’ingresso di altri 500 notai, l’entusiasmo, gli auguri. E le memorie dei test precedenti.

RICORDI. «Io c’ero, certo, e chi se lo dimentica», ricorda il giovane notaio Capuano. Il riferimento è al concorso del 2010, quando l’intera platea dei candidati si sollevò perché una delle tracce assegnate ai presenti era simile, troppo simile, a un tema già sottoposto ai propri studenti da una scuola notarile di Roma. Gli scritti vennero sospesi. Le prove ri-assegnate. Polemiche, dibattiti, ricorsi. Poi, più nulla. Di nuovo, nel 2013, un notaio che era stato nominato commissario d’esame venne sostituito dopo un commento su Facebook in cui aveva scritto: «Ne ho già le scatole piene»; aggiungendo: «Però non è che passa così, succede un casino che il tifone delle Filippine è una tenera brezza», e a un ragazzo che gli chiedeva notizie su quei messaggi di rabbia rispondeva: «Bisogna dare le tracce per le teste di c…, io sono di impiccio», e ancora: «Dico solo che deve essere utilizzata una pista da spazzaneve, io non faccio al caso, rompo troppo i c...». Ora nessuno si è esposto in questi termini. Ma quelle sviste, tali da rendere, nella pratica legale, l’atto “nullo”, sviste rilevate ad alcuni, mentre ad altri no, restano indicate nell’esposto. «Occorre distinguere la fortuna dalle scorciatoie», scriveva in Rete un avvocato. A chiedere invece agli interessati cosa dovrebbe cambiare, di questo titanico esame, tutti sollevano in primo piano la questione del limite di tre consegne a persona: ogni aspirante notaio infatti può tentare il concorso, consegnando gli scritti, soltanto tre volte, oltre che prima dei 50 anni. È un modo, spiegano, per selezionare meglio i partecipanti ed evitare correzioni-monstre di elaborati imprecisi: solo l’organizzazione delle abilitazioni forensi e del concorso per notaio nel 2014 è costata al ministero della Giustizia un milione e 500mila euro. Il limite dei tre tentativi andrebbe tolto, però, dice ad esempio il consigliere Abbate, per dare maggiore serenità agli studenti. «Meglio sostituirlo con cinque partecipazioni», commentano i giovani. Mentre il notaio Genghini arriva a proporre la correzione dei compiti in teleconferenza, per non obbligare i singoli commissari a muoversi ogni volta. Ma soprattutto una correzione dei compiti in forma pubblica, accessibile a tutti. Farebbe bene ai notai, dice. E alla trasparenza.

Abilitazione forense, storica vittoria al CGA: ricorrezione degli elaborati per gli esclusi, scrive l'avv. Francesco Leone il 6 febbraio 2017. Annullata la correzione delle prove scritte dell’esame d’abilitazione forense. Coinvolti gli aspiranti avvocati di Palermo e Messina che non hanno accettato supinamente un giudizio ritenuto ingiusto. Al centro della decisione del Consiglio di Giustizia Amministrativa vi sono proprio le modalità di correzione con le quali sono stati giudicati gli elaborati dei praticanti siciliani. Bocciate le tesi difensive dell’Avvocatura di Stato, il massimo organo di Giustizia Amministrativa rimette in corsa circa cento candidati. Eravamo sicuri della bontà delle nostre censure, avevamo mostrato consapevolezza nei nostri mezzi anche quando in molti criticavano la nostra campagna. Oggi, però, con fierezza possiamo annunciare che il CGA ha accolto i nostri ricorsi per abilitazione forense. Le ordinanze emesse dall’organo giudicante hanno disposto la ricorrezione degli elaborati dei candidati, da effettuarsi entro 90 giorni dalla notificazione o comunicazione del provvedimento stesso. Una vittoria fondamentale, che lo studio legale Leone-Fell & associati aveva comunque previsto. La mancanza di motivazione, alla base del nostro ricorso, è stata decisiva per i Giudici. Inserire annotazioni dirette sull’elaborato da esaminare, invero, ha il preciso intento di incrementare il grado di trasparenza dei procedimenti di accesso alla professione. Inoltre, l’espressa motivazione sarebbe maggiormente attuativa dei principi ricavabili dagli art. 24, 97 e 113 Cost., con la precisazione che ben potrebbe il buon andamento conciliarsi con la trasparenza ed efficienza attraverso una gamma di soluzioni varie. Adesso, i compiti da riesaminare (in fotocopia, nella quale saranno resi illeggibili eventuali segni e giudizi precedenti) saranno fatti pervenire a nuove diverse commissioni in due diversi plichi (uno per tipologia di compito), in ciascuno dei quali saranno inseriti il compito da rivalutare del candidato in questione accompagnato da quattro ulteriori compiti. Di tali quattro compiti due saranno tratti a sorte tra quelli giudicati sufficienti e due estratti a sorte tra quelli giudicati con votazione insufficiente. La Commissione esprimerà sui cinque compiti inclusi in ciascun plico il proprio motivato giudizio di sufficienza o insufficienza. Tali modalità precise di rivalutazione sono state espresse dal Consiglio di Giustizia amministrativa per la Regione Siciliana nelle ordinanze n. 794 e 795 del 2016. Una pronuncia storica, che ci rende orgogliosi del nostro lavoro ma soprattutto felici per aver reso giustizia a molti candidati che, ingiustamente, si erano visti correggere i loro elaborati in maniera approssimativa e superficiale. Adesso, con questo provvedimento, potranno ricevere una ricorrezione giusta ed oggettiva.

Porte dei bagni aperti all’esame di Stato per avvocati: «Così non copiate». Succede a Brescia e i candidati lamentano la violazione della privacy. Il presidente della sessione si difende: «L’anno scorso abbiamo annullato 70 prove, è avvilente», scrive il 29 dicembre 2016 "Il Corriere della Sera”. Non chiudete quella porta. C’è un boom di copioni all’Esame di Stato per diventare avvocati? Il presidente della Sessione non è stato con le mani in mano e ha appeso un bel cartello nell’antibagno: «Per i maschi è vietato chiudere la porta delle toilette». Regola che è stata rispettata grazie a controlli ad-hoc: nessun aspirante avvocato è riuscito a dare una sbirciata a bigliettini, smartphone e tablet. La denuncia è di un candidato: a Brescia, durante gli esami scritti per diventare avvocato, il presidente della Commissione ha imposto ai maschi frequentanti la sessione d’esame di Stato di recarsi ai servizi igienici tenendo aperta la porta della toilette. E’ successo al Centro Fiera: il presidente ha ritenuto che tale prescrizione fosse «uno strumento idoneo ad impedire la copiatura da parte dei candidati». Le donne invece potevano chiudere la porta dei bagni, ma venivano monitorate da commissari fino all’antibagno. La polemica è stata immediata, molti candidati parlano di «violazione alla privacy». La misura, per il presidente della sessione, l’avvocato Giovanni Pigolotti, è stata necessaria: «L’anno scorso abbiamo annullato 70 prove copiate da tablet. È avvilente per chi dopo 30 anni di professione deve fare questo tipo di controlli, non certo per chi sostiene l’esame - ha detto -. Prima di iniziare la prova alcune inservienti hanno trovato dei foglietti con pezzi di dottrina e formulari in miniatura. Il materiale era nascosto nei porta salviette dei bagni. Si è trattata semplicemente di una garanzia di serietà. La decisione non è certo stata presa a scopi punitivi, ma a tutela di chi ha svolto le prove».

A cosa serve l’esame di avvocato? Rituali, delusioni, aspettative di un esame ormai anacronistico, scrive Armando Fico l'8 gennaio 2017. Napoli, Mostra d’Oltremare. È metà dicembre quando si ripete un rituale che anno dopo anno coinvolge giovani e meno giovani, tutti assiepati presso l’entrata dei padiglioni della Mostra già verso le 4 del mattino. Parliamo dell’esame di avvocato, spartiacque fondamentale per ognuno degli innumerevoli praticanti che quotidianamente affollano tribunali ed aule di giustizia campane. Ogni anno si verifica così – con la regolarità del miracolo di San Gennaro – il solito rito della sveglia in piena notte, della fila ai varchi (all’in piedi) in attesa dell’apertura dei cancelli, della corsa per i posti migliori (l’assegnazione ministeriale è infatti solo formale), della redazione-fiume di un elaborato da concludere in sette ore, dello stanco ritorno a casa. Il tutto ripetuto per tre giorni durante i quali non si vede mai la luce del sole, ammirato fugacemente proprio al suo sorgere e poi, da quando ci si siede, solo tenebre. Nell’arco di questi tre “giorni” i candidati sono sottoposti rispettivamente alla redazione di un parere di diritto civile, un parere di diritto penale ed un atto in una materia a scelta tra diritto privato, penale ed amministrativo; scritti che tuttavia non dicono nulla di nulla sulla loro preparazione o relativa capacità nell’esercizio della professione forense. Se tutto vi sembra già fin troppo assurdo, aspettate allora di entrare nell’anticamera della realtà con cui i candidati hanno scelto di confrontarsi pur di ottenere un’abilitazione che in astratto rappresenta la svolta della loro carriera e il lasciapassare per l’uscita dal paludoso limbo del praticantato: la fila per i posti. Da lì è infatti possibile già intuire la vasta gamma di insostenibili storture che il combinato disposto tra l’attuale regime di praticantato ed il sistema dell’esame è in grado di generare: in ogni gruppetto, più o meno folto che sia, si rincorrono voci, paure, trepidazioni, ma a colpire è di più il disincanto con cui il maggior numero di aspiranti avvocati si approccia alle imminenti prove, considerata la convinzione dell’assoluta mancanza di meritocrazia del concorso a cui sta partecipando. Cercano però di non pensarci, di farsi forza nella speranza che anima le loro battaglie giornaliere contro giudici e cancellieri, ma basta guardarli negli occhi o scambiare con loro qualche parola per intuire quell’inquietudine di fondo propria di chi, da professionista, trova inconcepibile non poter incidere sui processi che li riguardano in prima persona. Ciononostante, anche quest’anno, circa 4.500 giovani leve dell’avvocatura partenopea si sono presentate al cospetto di questa sorta di Stargate professionale di cui si conosce benissimo l’entrata ma nulla è dato sapere di cosa ci sia dall’altra parte o – peggio ancora – cosa possa capitarti dal momento in cui ci si siede al proprio banchetto, per giunta pure traballante. Infatti, una volta entrati ci si accorge che tutto il mondo frequentato sino al giorno prima, quello dei tribunali, dove vige ancora un formalismo deontologico che oscura le assurdità e le continue abdicazioni morali a cui è costretta buona parte dell’avvocatura, in realtà non esiste. Anzi, quegli stessi luoghi sono un’astrazione, perché la realtà è quella che si vede durante quella tre giorni estenuante fisicamente ancor più che intellettualmente: una realtà concretizzatasi in espedienti da accattoni – nello spudorato tentativo di copiare in qualsiasi modo il compito inviato da casa – oppure in atteggiamenti corporativo-infantilistici miranti ad una sopravvivenza individuale che è pura illusione ed alienazione. Accade quindi che quando quest’anno le voci sulla possibile schermatura dei padiglioni si sono poi concretizzate sotto gli occhi dei candidati, il primo giorno a tutto si è pensato fuorché a svolgere il proprio elaborato: l’obiettivo doveva essere sabotare quegli aggeggi che rendevano molto più difficile copiare in un relativo regime di tranquillità. Così, se al secondo giorno c’è stato chi è riuscito a staccare ripetutamente la spina degli apparecchi di schermatura apposti nei bagni, durante il terzo giorno (quello della prova più difficile e soggettiva, la redazione dell’atto) qualcuno ha pensato bene invece di intasare completamente i bagni maschili (nel frattempo nuovamente schermati con tanto di sorveglianza fissa) per poter essere indirizzati a fare i propri bisogni corporali nei bagni chimici all’esterno, e così copiare più agevolmente. Senza contare che nelle aree destinate ai fumatori all’esterno dei padiglioni sono stati avvistati anche i salutisti più integerrimi, pronti a scendere a patti con la propria salute pur di ricevere da casa il sospirato “aiutino” da casa. Quest’esame, qualora non si fosse capito, è ormai assurto a farsa colossale, indegno anche della benché minima tensione emotiva da parte di ognuno dei candidati, almeno quelli armati solo di codici e buona volontà. Eppure di meritevoli ce ne sono eccome, ma tutti ugualmente mortificati non dalla probabilità di una bocciatura bensì da un sistema di valutazione decisamente immeritocratico e scevro di garanzie, che a causa di un nemmeno poi tanto segreto patto interno tra le commissioni incaricate della correzione (al netto di dispetti e faide immorali) sbarra la strada a tutti coloro i quali hanno avuto la sfortuna di non rientrare nella soglia massima del 25-27% oltre la quale non si ammettono più promossi, a prescindere dalla bontà dei propri scritti nel merito quanto nella forma. Così, dopo cinque anni di sacrifici universitari, e almeno due di pratica forense sottopagata, anzi a volte portata avanti senza nemmeno l’ombra di un rimborso spese una tantum (tant’è che si può dire che i tribunali di mezz’Italia si reggano sulle famiglie dei praticanti), ambizioni e sogni di tanti vengono inconcepibilmente frustrati da un sistema che anziché incentivare entusiasmo, formazione e crescita professionale finiscono per demolirli, talvolta persino umiliarli. Pertanto, sorge spontanea una domanda: a cosa serve l’esame di avvocato? Ma soprattutto, è ancora attuale per modalità di svolgimento e conoscenze richieste? Diritto civile, penale, amministrativo e le relative procedure – seppur siano ancora le branche più gettonate – non consentono più di soppesare la reale preparazione di un candidato, considerato che la pratica forense ora si muove anche in ambiti come il diritto internazionale marittimo o quello del Finance&Law, giusto per limitarsi a due esempi in netta ascesa… Inoltre, una maratona estenuante di tre giorni consecutivi ha avuto l’effetto di rendere l’esame nient’altro che una prova fisica piuttosto che intellettuale. Insomma, un obbrobrio che raggiunge però il suo acme solo con la pubblicazione dei risultati all’approssimarsi dell’estate, il che determina per i pochi privilegiati la possibilità di sostenere gli orali da settembre in poi (“dettaglio” questo che rende l’esame di avvocato l’unico caso in Europa di concorso pubblico a gittata annuale). Ferma restando la necessità di un ripensamento profondo, in senso realmente meritocratico, di tutta l’architettura dell’esame di avvocato, restituirgli la dignità perduta è una sfida ardua ma non impossibile. Basterebbe partire proprio dalla disciplina degli stessi candidati, che già solo se messi in condizione di rispettare l’assegnazione dei posti prevista dal regolamento eviterebbero l’oscenità delle file ai varchi già dalle primissime ore del mattino, o ancora eviterebbero i soliti momenti di panico all’apertura dei cancelli, durante i quali persone vengono letteralmente travolte e alcune persino calpestate. Stesso discorso vale però anche per commissari e presidenti di commissione affinché non si ripetano più atti di barbarie come quelli denunciati a Brescia, con i candidati maschi ammessi ad andare in bagno tassativamente con la porta aperta per evitare tentativi di copia. Se ciò non dovesse accadere, il fenomeno già repentino dell’abbrutimento della classe dell’avvocatura italiana, per come lo stiamo già conoscendo, non potrà che accentuarsi ulteriormente.

Esami di abilitazione il business dei corsi di preparazione. DAI COMMERCIALISTI AGLI AVVOCATI, DAI NOTAI AI MAGISTRATI, CHI VUOLE ISCRIVERSI A UN ALBO O VINCERE UN CONCORSO DEVE DECIDERE SE PAGARE SCUOLE PRIVATE CHE POSSONO COSTARE 2MILA EURO. LA LATITANZA DEGLI ORDINI E DELLE UNIVERSITÀ, scrive Patrizia Capua il 13 febbraio 2017 su "La Repubblica". Roma D al volontariato al business. Va da un estremo all’altro il mondo delle scuole che preparano i neolaureati agli esami di Stato in Italia. Ci sono corsi e tirocinii delle università colti ma generalisti, degli ordini professionali con molti limiti di capienza, delle scuole private aperte a tutti, ma costose e mordi e fuggi. Tra i farmacisti la preparazione alle prove è considerata una perdita di tempo perché si risolve in due o tre settimane di ripetizione di tutte le materie già studiate per la laurea appena presa; per gli aspiranti avvocati invece è un percorso a ostacoli, spesso ad alto prezzo, e dall’esito quanto mai incerto; per chi vuole diventare magistrato, la scuola pre-abilitazione è un passaggio lungo e costoso, lacrime e sangue anche per chi ambisce alla professione di commercialista. Solo alcuni esempi.

I notai. Gli aspiranti hanno l’obbligo di 18 mesi di pratica, sei dei quali durante l’ultimo anno d’università, e poi devono studiare duro per il concorso. Sedici scuole degli ordini, sparse per tutto il paese, e per non più in totale di 600 allievi, a prezzi ‘politici’ da 300 a 700 euro, a fronte dei 1600 che nel 2015 si sono presentati al concorso. Dunque spazio alle private. Michele Labriola, consigliere nazionale del notariato con delega all’accesso, spiega che “le scuole istituzionali tendono a una formazione deontologica, oltreché pratica e teorica. Le altre, certamente più costose e interessate al business, accelerano sulla preparazione e puntano al superamento dell’esame”. C’è anche la soluzione on line, come ha sperimentato con successo la Galli, a Roma e Napoli, scuola a conduzione familiare che tiene corsi in videoconferenza.

I medici. Gli aspiranti possono studiare su migliaia di quiz, quest’anno sono stati 6500, che il Miur pubblica sul proprio sito, 180 dei quali, a caso, vengono presi per il test di abilitazione. Roberto Stella Varese, responsabile per la formazione della Fnomceo (la federazione degli ordini dei medici) sintetizza: “La preparazione è prevalentemente spontanea. Questa strada offerta dal Miur è per i giovani una bella opportunità. Esistono però anche delle società private che offrono corsi. Sono un po’ specchietti per le allodole. È come andare a fare l’esame della patente di guida, un business come tanti che costa diverse centinaia di euro”. Con questa formula, nel 2015 i promossi sono stati il 96%. “Gli esami – conclude Stella Varese – in fondo sono un corollario. Vale di più il tirocinio abilitativo di tre mesi”.

Gli avvocati. La pratica forense è il miglior viatico, secondo il professor Salvatore Sica, vice presidente della Scuola superiore dell’avvocatura. L’ordine nazionale ha 80 scuole, 50 iscritti a testa, per 160 ore di corsi in 18 mesi, con prezzi variabili, dalla gratuità assoluta a rimborsi spese fino a 700 euro. “La scuola – afferma la consigliera Francesca Sorbi – dovrebbe dare al tirocinante competenze professionali oltre allo studio. Però c’è un salto tra il corso professionalizzante e l’accesso che ha ancora forti basi nozionistiche”. A Roma è iniziato il sesto corso della fondazione ‘Vittorio Emanuele Orlando’. Del tutto gratuito, si tiene nell’aula avvocati della Cassazione. Al bando dello scorso gennaio ha ricevuto 400 domande su un bacino di 2800 candidati all’esame, numero che già risente della crisi di questa professione. Il direttore Riccardo Bolognesi porta all’esame 200 allievi. “Nelle lezioni – precisa - partiamo dal caso concreto, dalla sentenza o dalla fattispecie, per poi elaborare i principi giuridici. Dopo anni di studi universitari, l’approccio concreto è un’altra cosa”. Lezioni da gennaio a novembre e 15 esercitazioni scritte. Quest’anno c’è l’incognita della riforma che vieta i codici commentati agli esami, anche se si parla di una proroga. Senza codice sarà un bagno di sangue”. Le private scaldano i motori, sono tante e con tariffe fino a 2000 euro. “La competizione c’è sempre stata – osserva Bolognesi - alcuni fanno un buon lavoro, altri sono avventurieri che si mettono sul mercato”. Le università cercano di recuperare terreno per ottenere l’accreditamento in vista della riforma che renderà obbligatorie le scuole. E premono per collaborare con gli ordini. A Palermo “lo stanno facendo due atenei pubblici e uno privato”, racconta l’avvocato Francesco Greco, del Consiglio forense che nella scuola Ferdinando Parlavecchio ha 130 iscritti. Quota di iscrizione più rimborsi spese. “Cerchiamo di dare una formazione giuridica completa, a differenza delle scuole non ufficiali che sono esamifici. Da quelle escono ragazzi in grado di superare gli esami, ma non dei giuristi”.

I commercialisti. Sul fronte dei commercialisti, al costo di otto euro l’ora, la scuola dell’ordine di Milano, ‘Felice Martinelli’, tiene da più di vent’anni corsi di 200 ore in collaborazione con le università milanesi per i praticanti. “Si fa ripasso – spiega la coordinatrice Alessandra Tami – e aggiornamento su consulenza finanziaria, fiscale, societaria, norme fallimentari e le operazioni di finanza straordinaria”. Professionisti e docenti universitari sono volontari. Sessanta allievi in media, iscritti in orari non d’ufficio in quanto il corso non sostituisce il tirocinio di 18 mesi. Non è più tempo di folle oceaniche perché, come avverte Domenico Posca, il numero degli studenti che si iscrive al registro dei praticanti per andare agli esami, è calato del 30% negli ultimi tre anni.

Gli ingegneri. Gli aspiranti, spiega il numero uno Giuseppe Zambrano, dispongono di corsi gratuiti su come si gestisce un’opera pubblica, la sicurezza in cantiere, la deontologia professionale. In Veneto e in Toscana, dice il presidente nazionale Giuseppe Capocchin, grazie a protocolli con l’università, i praticanti architetti fanno il tirocinio di sei mesi in uno studio che gli consente di saltare la prova scritta, e vengono retribuiti con 400 euro al mese. I farmacisti. Per Titti Faggiano, farmacista, direttore scientifico della Sifo, i programmi universitari sono teorici e i corsi non obbligatori per l’esame uno stress inutile. “Se per fare un’attività di laboratorio non vale la laurea, allora c’è qualcosa che non funziona. In questi corsi di abilitazione c’è qualcuno che specula”.

L’infirmitas sexus fu cancellato nel 1919 dal Parlamento, scrive il 5 marzo 2017 "Il Dubbio". Infirmitas sexus. Il principio giuridico dell’impedimento dovuto al sesso è stato forse il più duro da rimuovere nell’ordinamento italiano, che le battaglie per l’uguaglianza hanno dovuto raschiare via pezzo per pezzo dalla legislazione e dai codici civile e penale. Un capestro che ha reso cieche e sorde le donne, nel quale far rientrare ogni tipo di pregiudizio: l’incapacità di autonomia, l’ignoranza, la natura domestica, l’inferiorità fisica, addensati in una locuzione tranciante utilizzata come inappellabile argomento giuridico. Proprio con la ragione dell’infirmitas sexus, la Cassazione di Torino confermò il divieto di iscrizione all’Ordine degli Avvocati di Lidia Poët, nell’aprile 1884. Con la stessa motivazione, nel 1906 la Corte di Appello di Firenze escluse l’iscrizione femminile nelle liste elettorali: «la donna ob infirmitatem sexus non ha né può avere la robustezza di carattere, quella energia fisica e mentale necessaria per disimpegnare come l’uomo le pubbliche cariche». Nella legislazione, invece, il principio di tradizione romanistica conservò solida rappresentazione nell’istituto dell’autorizzazione maritale, sancita dall’articolo 134 del codice di derivazione napoleonica del 1865: «La moglie non può donare, alienare beni immobili, sottoporli ad ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti, senza l’autorizzazione del marito». A sgretolare il baluardo dell’infirmitas sexus fu, per prima, la legge 17 luglio 1919, n. 1176. Una legge di otto articoli, rubricata “Norme circa la capacità giuridica della donna” e firmata dall’allora Guardasigilli Ludovico Mortara ma passata alla storia come legge Sacchi (dal nome di Ettore Sacchi, giurista e ministro della Giustizia del Regno d’Italia fino al gennaio 1919). All’articolo 1, la norma abroga interamente l’istituto dell’autorizzazione maritale, riconoscendo dunque piena capacità giuridica alla donna nella disposizione dei propri beni. All’articolo 7 sancisce, invece, la svolta epocale nell’esercizio delle libere professioni: «Le donne sono ammesse, a pari titolo degli uomini, ad esercitare tutte le professioni ed a coprire tutti gli impieghi pubblici, esclusi soltanto, se non vi siano ammesse espresse espressamente dalle leggi, quelli che implicano poteri pubblici giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengono alla difesa militare dello Stato secondo la specificazione che sarà fatta con apposito regolamento». E’ grazie a questa previsione esplicita che si aprono le porte alla legittima iscrizione agli albi forensi delle professioniste donne, fino a quel momento impedite dalla giurisprudenza costante (in mancanza di una esclusione esplicita di legge) ad indossare la toga. Nelle parole del legislatore, tanto chiare quanto necessarie nel determinare il futuro di una generazione di giuriste sino a quel momento ignorate dallo Stato, si sancisce definitivamente una presa d’atto del cambiamento dei tempi, riconosciuto anche nella relazione sul progetto di legge della Commissione del Senato. «Il disegno di legge si riferisce a questioni ripetutamente dette mature», esordì in Aula il senatore relatore Bensa. Mature anche perchè «se n’è impadronita l’opinione pubblica con un largo movimento nel senso delle riforme contemplate dal questo disegno di legge». Se quasi pacifica è l’abrogazione dell’istituto di diritto civile «reclamata insistentemente sia da correnti femministe che da correnti giuridiche», il relatore si soffermò soprattutto sulla questione dell’apertura alla professione forense: l’articolo, infatti, infrange «espressamente e risolutamente una tradizione di molti secoli» e che trova la sua giustificazione emblematica nel fatto che il diritto debba rimettersi al passo coi tempi, visto che gli ordinamenti scolastici «aprirono alle donne il conseguimento di quei diplomi che sono l’immediato e principale presupposto dell’abilitazione alle cosiddette professioni liberali». Eppure, su un punto così delicato e osteggiato dalle parti più reazionarie della società e dell’accademia italiana, la commissione raggiunse l’unanimità, «unanimità sulla quale ci piace insistere, perchè riflette il punto veramente sociale e politico del progetto». Così, nel 1919, un Parlamento di soli uomini e composto soprattutto di giuristi aprì le porte dei tribunali alle avvocate. Bisognerà aspettare invece il 1963 perchè cadano le esclusioni previste dalla seconda parte dell’articolo 7 della legge Sacchi e le donne possano partecipare al concorso in magistratura, vedendo riconosciuto, massimamente nelle aule di giustizia, il principio di uguaglianza e la definitiva infondatezza dell’umiliante “impedimento dovuto al sesso”.

Lidia Poët, la prima avvocata a chiedere l’iscrizione, scrive Giulia Merlo il 5 Mar 2017 su "Il Dubbio". La richiesta di iscrizione all’ordine di Lidia Poët fu accolta, ma venne cancellata nel 1883 con una sentenza della Cassazione, continuò a praticare nello studio del fratello, fino alla legge del 1919. «L’avvocheria è un ufficio esercibile soltanto da maschi e nel quale non devono punto immischiarsi le femmine». E anzi, sarebbe stato «disdicevole e brutto veder le donne discendere nella forense palestra, agitarsi in mezzo allo strepito dei pubblici giudizi, accalorarsi in discussioni che facilmente trasmodano, e nelle quali anche, loro malgrado, potrebbero esser tratte oltre ai limiti che al sesso più gentile si conviene di osservare: costrette talvolta a trattare ex professo argomenti dei quali le buone regole della vita civile interdicono agli stessi uomini di fare motto alla presenza di donne oneste». Con queste parole scritte dai giudici – tutti uomini – della Corte d’Appello di Torino, nel novembre 1883 l’avvocata piemontese Lidia Poët venne cancellata dall’albo degli avvocati di Torino. Due anni prima, l’iscrizione di una donna, la prima nel Regno d’Italia, all’Ordine degli Avvocati aveva suscitato un silenzioso scandalo nelle aule dei tribunali sabaudi. Eppure lei, con ferrea logica di giurista, per accedere aveva utilizzato la più ovvia delle procedure: quella prevista dalla legge. Il 17 giugno 1881 si era laureata a pieni voti alla facoltà di giurisprudenza di Torino, con una tesi sulla condizione femminile in Italia e sul diritto di voto per le donne. Poi si era iscritta alla pratica forense, superando brillantemente al primo tentativo l’esame di procuratore legale. A quel punto, come tutti i suoi colleghi uomini, inoltrò la richiesta di iscrizione all’Ordine. Nessuna giustificazione allegata, solo il rispetto scrupoloso di ogni norma di legge, che per l’iscrizione prevedeva la laurea, lo svolgimento della pratica e il superamento di un esame, ma soprattutto non poneva alcun esplicito divieto all’iscrizione di una donna. L’insolita richiesta, la prima sottoscritta da una donna esaminata da un Consiglio dell’ordine degli Avvocati, suscitò un accesissimo dibattito e non poche polemiche nel mondo giuridico torinese. Le donne nel Regno d’Italia non avevano il diritto di voto, era ancora in vigore l’umiliante istituto dell’autorizzazione maritale e mai nessuna prima di allora aveva osato accostarsi alla professione forense. Il dibattito all’interno del Consiglio si concluse in favore dell’iscrizione, con 8 voti favorevoli e 4 contrari. La motivazione: nessuna norma vietava alle donne l’accesso all’Ordine. Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit, recitava un provvidenziale brocardo latino. Ad indignarsi maggiormente perché una donna calcava i lunghi corridoi dei palazzi di giustizia non però fu un avvocato, ma un magistrato. L’allora Procuratore Generale del Re non gradiva vedere quella signora in toga che patrocinava le udienze, firmava gli atti e si confrontava con lui da avversaria, per questo prese l’iniziativa di denunciare l’anomalia di tale presenza alla Corte d’Appello. L’avvocata Poët si difese, replicando e portando esempi di donne che, in altre nazioni europee, svolgevano legittimamente la professione forense. A nulla valsero però le obiezioni: la Corte d’Appello di Torino accolse le ragioni del procuratore e ritenne che quello di avvocato fosse da considerarsi un ufficio pubblico e, in quanto tale, la legge vietava espressamente che una donna potesse ricoprirlo. Che la presenza di un’avversaria di sesso femminile nelle aule di giustizia infastidisse più i magistrati che i colleghi avvocati, tuttavia, risultò chiara dalle motivazioni redatte dai giudici: la presenza di una donna al banco della difesa avrebbe compromesso «la serietà dei giudizi e gettato discredito sulla magistratura stessa» perché, se l’avvocata avesse vinto la causa, le malelingue avrebbero potuto malignare che la vittoria sarebbe stata dovuta «alla leggiadria dell’avvocatessa più che alla sua bravura». Con la perseveranza che gli stessi uomini riconoscevano al «gentil sesso», Lidia Poët non si arrese e presentò un articolato ricorso alla Corte di Cassazione. Con altrettanta coerenza, la Suprema Corte confermò la decisione dei giudici della Corte d’Appello. A Lidia Poët venne dunque tolta la toga dalle spalle e non poté più esercitare a pieno la professione. Dimostrò, tuttavia, che non era il titolo formale a renderla avvocato: il divieto di patrocinare non le impedì infatti di rimanere a lavorare nello studio legale del fratello Enrico, che le aveva trasmesso l’amore per il diritto e l’aveva convinta ad iscriversi a giurisprudenza. Nello stesso anno del suo allontanamento dall’Ordine, tuttavia, la sua conoscenza giuridica le permise di partecipare al primo Congresso Penitenziario Internazionale a Roma e nel 1890 venne invitata come delegata a San Pietroburgo, alla quarta edizione del Congresso. Fece parte del Segretariato del Congresso Penitenziario Internazionale, rappresentando l’Italia come vicepresidente della sezione di diritto. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, poi, lasciò lo studio e divenne infermiera volontaria della Croce Rossa, venendo insignita della medaglia d’argento al valor civile. Per i 37 anni successivi alla sua imposta cancellazione dall’albo, Lidia Poët non interruppe mai l’esercizio concreto della professione, specializzandosi nella tutela diritti dei minori, degli emarginati e delle donne. Alla fine, proprio la perseveranza che la aveva spinta a combattere per rimanere iscritta all’albo forense, anche a costo di dare scandalo nel suo stesso foro, ottenne ragione giuridica. Nel luglio 1919, infatti, il Parlamento approvò la legge Sacchi, che autorizzava ufficialmente le donne ad entrare nei pubblici uffici, ad esclusione della magistratura, della politica e dei ruoli militari. Così, nel 1920, Lidia Poët poté finalmente ripresentare – con immediato accoglimento – la richiesta di iscrizione all’Ordine degli Avvocati. All’età di 65 anni tornò ad indossare la toga che le era stata tolta e ad utilizzare il titolo di avvocato. Ad una battaglia vinta, però, ne seguì subito un’altra: due anni dopo divenne presidente del Comitato italiano pro voto delle donne. Anche quella per la conquista del voto femminile fu una battaglia ultra decennale, ma Lidia Poët pervicacemente riuscì a vedere il frutto anche di questi suoi sforzi: si spense a 94 anni il 25 febbraio 1949, ma non prima di aver votato alle prime elezioni a suffragio universale in Italia, nel 1946. La definitiva vittoria di quel principio di uguaglianza – almeno in diritto – per il quale si era battuta tutta la vita, da avvocato ma soprattutto da donna.

La passione di Elisa Comani: «Noi avvocate vinceremo solo se unite», scrive Giulia Merlo il 6 Mar 2017 su "Il Dubbio". Fu la prima donna iscritta all’albo degli avvocati di Ancona e i giornali la descrissero come una “sirena in decollété”. Fu suffragetta e socialista, patrocinò il processo contro i militari in rivolta alla caserma di Villarey. Aveva tutti gli occhi addosso: mille sguardi inclementi che la facevano «vacillare sotto il peso della grave responsabilità» di un pubblico quasi morboso e prevalentemente femminile, corso a «giudicare se la donna abbia meritato o meno d’essere ammessa nell’arringo forense». Così descrisse il suo debutto in toga alla rivista La donna, l’avvocata Elisa Comani. Era il 1920 e quella causa difficile quanto di successo – difese un soldato accusato di codardia nel famoso processo Villarey, davanti al tribunale militare di Ancona – misurava agli occhi della società non solo la sua perizia professionale, ma quella dell’intero genere femminile. Lei arringò per più di un’ora davanti alla corte e «i sorrisi tra l’incredulo e lo scettico che avevo notato all’inizio della discussione su molti visi erano andati scomparendo: gli ascoltatori evidentemente andavano modificando il loro giudizio su una donna in toga», concluse la Comani. Purtroppo per lei, tuttavia, i cronisti dell’epoca non lesinarono attacchi taglienti a quella «signora» che pretendeva di svolgere una professione tipicamente maschile. «Sirena in décolleté», la definì il cronista de La toga di Napoli che raccontava il processo. Segno di come il diritto – la legge Sacchi, che consentiva espressamente alle donne di iscriversi agli ordini forensi, era stata approvata nel 1919 – stentasse a consolidarsi nella prassi e a scalfire il pregiudizio. Prima di lei, era toccato alla torinese Lidia Poët, che aveva combattuto e perso la battaglia per l’iscrizione già alla fine dell’Ottocento, potendo infine iscriversi a 65 anni e dopo una vita passata a lavorare nello studio del fratello, senza utilizzare il titolo. Elisa Comani, invece, faceva parte di quella seconda generazione di donne che sperimentava per prima il godimento di un diritto stabilito sulla carta ma guardato con diffidenza nelle aule di tribunale. «Non posso immaginare che gusto particolare provi la signorina anconetana ad esercitare questa professione legale fra le meno attraenti e simpatiche del mondo e non posso nemmeno credere che abbia tutte le doti naturali per fare una grande carriera», scriveva Carlo Beniamino sulla rivista satirica torinese Pasquino, quando la notizia dell’iscrizione della Comani all’albo dei procuratori aveva fatto il giro del Paese. Del resto, per lui era scontato che «Se è bella non le mancheranno bensì i clienti che le vorranno affidare le loro cause, non tanto per la tutela degli interessi quanto per farle la corte» e dunque «non è avventato pronosticare per la signorina uno scarsissimo successo professionale, ed una breve durata della carriera». E forse, infatti, ad adontare più di tutto gli osservatori maschili dell’epoca che guardavano con sospetto le toghe femminili non era tanto il diritto teorico all’accesso, quanto il pratico successo professionale. Ma a smentire il cupo pronostico, un anno dopo, furono i fatti. Elisa Comani, che si era avvicinata in giovane età ai circoli socialisti anconetani, assunse la difesa di otto militari e tre civili nel “processo Villarey”, che prendeva il nome della caserma dove era scoppiato l’ammutinamento di alcuni soldati contro la decisione del governo di Giovanni Giolitti di mandare le truppe a reprimere una rivolta scoppiata nel presidio italiano di Valona, in Albania. Il processo vide presenti a difesa degli imputati alcune tra le maggiori personalità del foro anconetano e la giovane Comani, appena ventottenne, sostenne la difesa davanti alla corte militare, argomentando di «non potersi colpire pochi individui per un fatto collettivo al quale hanno partecipato tutti i militari che nella notte dal 25 al 26 giugno 1920 erano nella caserma Villarey». E nel tumultuoso dopoguerra, Elisa Comani è forse la prima donna a riconoscere e ad enfatizzare il ruolo sociale dell’avvocato, accettando la difesa di donne che avevano iniziato a lavorare in assenza degli uomini andati in guerra e che, una volta tornati, volevano ricacciarle nella «sfera domestica familiare», rispedendole dietro al focolare «come un limone spremuto». Del resto, anche in prima persona affronta i tumulti emancipazionisti dell’inizio del Novecento, tanto da sacrificare la sua stessa professione: lei e il marito decisero di separarsi, utilizzando il cosiddetto “divorzio fiumano” (secondo la convenzione dell’Aja del 1902, l’Italia riconosceva le sentenze di divorzio pronunciate nella città-stato indipendente di Fiume). Così, però, la Comani perse la cittadinanza italiana e dunque un requisito essenziale per l’iscrizione all’albo forense, dal quale venne cancellata nel 1923. Dopo il secondo matrimonio col collega Enrico Malintoppi (che fu senatore e sottosegretario alla Difesa-Aeronautica nel quarto governo De Gasperi) riprese la cittadinanza e si reiscrisse all’Ordine ed anche l’attività politica con i socialisti, battendosi soprattutto nelle campagne per il suffragio femminile. Una vita, la sua, passata a combattere per veder riconosciuta la propria professionalità, ma con la consapevolezza dell’onere pesante sulla sua generazione, la prima ad emanciparsi dalle incrostazioni ottocentesche dell’inferiorità femminile: restituire il senso collettivo delle conquiste della donna, per rendere vivi nella società quei diritti sanciti dalle norme. «La conquista completa della pubblica opinione non sarà né lieve né facile e potrà essere solo abbreviata se entreranno coraggiosamente in lizza colleghe, e non ne mancano di grande valore e intelletto» diceva nel 1920, in un’intervista dal titolo emblematico di Impressioni di una neo-avvocatessa. Eppure ne era certa: «Vinceremo, ma perché questo avvenga presto bisogna che noi poche pioniere abbiamo fede e forza soprattutto che siamo unite nella dura lotta intrapresa». E della sua lunga vita – Elisa Comani si spense a 92 anni, nel 1975 – fatta di lotte appassionate come avvocata, come segretaria generale del Consiglio nazionale delle donne italiane e membro dell’Unione giuriste italiane, risuona forte quel «vinceremo» pronunciato da giovane professionista e onorato in ogni sfida.

CHI MANGIA SULLE NOSTRE BOLLETTE.

Il grande banchetto dell’energia elettrica. Un miliardo scaricato sulle bollette delle famiglie, scrive Lorenz Martini su "it.businessinsider.com" il 13 gennaio 2017. Gennaio in Italia è mese di “ondate di freddo siberiano”, saldi e aumenti tariffari. Tra i rincari scattati i 1° gennaio, oltre a quelli di autostrade (+5%) e gas (+4,9%), c’è anche quello dell’energia elettrica. Il ritocco all’insù è stato dello 0,9%, per una spesa elettrica annuale (al lordo delle tasse) per la famiglia-tipo nel periodo 1 aprile 2016-31 marzo 2017 pari a 498 euro. L’incremento, ha spiegato l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico (Aeegsi), nel primo trimestre 2017, è determinato dall’atteso aumento dei costi di acquisto sul mercato italiano all’ingrosso, sempre più collegato con i mercati elettrici continentali sui quali si sono verificati forti rialzi; una crescita, aggiunge il Regolatore, compensata dal calo dei costi di “dispacciamento”, cioè da quei costi sostenuti dal Gestore della rete, Terna, per il mantenimento in equilibrio del sistema elettrico.

Dispacciamento. A dirla così, il normale essere umano capisce che spendiamo di più per colpa degli “stranieri”, ma che per fortuna risparmiamo grazie al mercato italiano. Ma sarebbe una lettura errata, visto che il mercato energetico del nostro Paese nel 2016 è stato oggetto di una delle più grandi speculazioni finanziarie mai registrate dai tempi della liberalizzazione del 1999. E proprio il Mercato del dispacciamento è stato il terreno di battaglia, dove tra aprile e giugno scorso oltre un centinaio tra produttori e trader di energia hanno realizzato guadagni tra gli 850 milioni e il miliardo di euro (la cifra esatta ancora oggi nessuno è in grado di quantificarla), vale a dire una cifra nettamente superiore rispetto ai mesi precedenti. Un banchetto noto soprattutto ai tecnici, ma che ha influito direttamente sulle bollette degli italiani.

Il mercato del giorno prima…Semplificando molto, il mercato dell’energia funziona così: dato che l’energia elettrica non è immagazzinabile, il gestore di rete Terna deve essere sicura che alla domanda di energia del Paese, corrisponda in tempo reale l’approvvigionamento necessario, per evitare blackout. L’energia viene comprata e venduta nella borsa energetica nel cosiddetto “Mercato del giorno prima”, dove si tenta di prevenire il fabbisogno dell’indomani, gli operatori fanno le loro offerte e il prezzo finale si crea dall’incontro di domanda e offerta. Stabilito il quanto costerà quel Kilowattora in quella determinata ora, tutti i pacchetti energetici vengono venduti e acquistati al prezzo di equilibrio. Su questo mercato – particolare importante – per legge si devono accettare prima le offerte economiche più basse provenienti dai produttori di energia rinnovabile, che godono di una corsia preferenziale, come in molti altri paesi europei.

… e quello di riparazione. Ma, la domanda/offerta prevista il giorno prima non può essere mai precisa al kilowattora richiesto o offerto effettivamente in tempo reale (anche perché le rinnovabili sono soggette alle bizze del tempo) e poiché si possono verificare inconvenienti o intasamenti di linea, esiste un secondo mercato, quello dei Servizi di Dispacciamento, che funziona come una sorta di mercato di “riparazione”, al quale Terna, unico acquirente, ricorre per aggiustare le proprie necessità immediate. Compra dai produttori e trader se ha bisogno di immettere energia, o li paga per non produrre, quando ne ha troppa. E qui, a differenza del Mercato del giorno prima, produttori e trader possono fissare il prezzo liberamente per tutta una serie di servizi necessari a Terna, forti del fatto che questi ultimi sono necessari per poter mantenere il sistema elettrico in equilibrio e garantire una qualità adeguata della fornitura (es. voltaggio).

Il venditore la fa da padrone. «Il mercato del dispacciamento è diventato sempre più importante. Infatti da un lato quello del Giorno prima è spesso dominato dalle rinnovabili che hanno costi variabili pari a zero e che sono intermittenti e incostanti e quindi hanno spesso bisogno di aggiustamenti successivi. Dall’altro le società che producono energia, non riuscendo a rimanere profittevoli nel mercato del giorno prima, cercano nuove fonti di guadagno nel mercato di dispacciamento, visto che lì con Terna, in alcuni periodi, hanno il coltello dalla parte del manico», spiega Matteo Di Castelnuovo, Direttore del Master in Green Management, Energy and Corporate Social Responsibility (MaGER) all’UniversitàBocconi. Insomma, sul mercato di “riparazione” il venditore la fa da padrone.

Da 40 a 600 euro al Megawattora. E proprio sul mercato del dispacciamento, tra aprile e giugno del 2016 si sono registrati picchi anomali di costi, con prezzi medi di 70 euro/MWh, contro i 40 euro/MWh del Mercato del giorno prima. Ma le punte massime di speculazione hanno toccato anche i 600 Euro/MWh! Solo ad aprile, per capirci, i maggiori costi del dispacciamento hanno superato i 300 milioni. Come ciò sia stato possibile è facilmente spiegabile: la gran parte dei produttori e dei trader hanno modificato le loro strategie nel Mercato del giorno prima, in modo da potenziare il loro potere di mercato (e la loro redditività) su quello secondario. Inoltre, hanno individuato, i momenti nei quali, statisticamente, il Mercato di “riserva” registrava i suoi picchi. E ne hanno approfittato. Parliamo di decine di operatori, grandi e piccoli, che si sono seduti a un banchetto durato almeno tre mesi e hanno mangiato per oltre un miliardo! Tutti costi scaricati sulle bollette degli utenti finali. Cioè, noi consumatori. Non solo: se l’energia costa di più, anche le aziende subiscono un danno e quindi, a loro volta, scaricano i costi sui prezzi dei prodotti, con il risultato che il consumatore ci ha rimesso due volte. Capito il giro? Il conto salatissimo del banchetto non è sfuggito all’Aeegsi, la quale a giugno scorso è intervenuta imponendo agli operatori di interrompere ogni pratica “riconducibile a strategie anomale di programmazione e di offerta ”; ha avviato “procedimenti per l’adozione di provvedimenti prescrittivi e/o di regolazione asimmetrica” a tappeto per tutti i player accusati di non essersi attenuti ai “principi di diligenza, prudenza, perizia e previdenza”, previsti dalla propria normativa; ha minacciato di richiedere indietro i guadagni ottenuti. Infine, ha anche promesso che “sarà garantito in modo automatico il rimborso in bolletta degli importi che verranno recuperati con l’attività di indagine”. Una fortissima presa di posizione che ha immediatamente portato tutti gli attori a interrompere le pratiche speculative, determinando così quel calo dei costi di “dispacciamento” cui ha fatto cenno il Garante annunciando l’aumento delle tariffe. Ma gli utenti farebbero bene ad aspettare a stappare lo champagne, perché quei soldi difficilmente torneranno nelle loro tasche. Come spiega un trader, infatti, gli operatori non ritengono di aver fatto nulla di illegale: “Io, come moltissimi miei concorrenti, ho solo approfittato di un buco nel sistema normativo elaborato dalla stessa Authority. La “diligenza” auspicata, nel mio caso, va verso i miei azionisti, non verso il pubblico. E ora, il Garante vuole chiedermi indietro i soldi e per di più in modo retroattivo? Ma siamo pazzi?”. Un discorso difficilmente attaccabile, tanto che a fine dicembre sono già arrivate le prime archiviazioni da parte del Garante. Inoltre è sicuro che tutti gli operatori ancora sotto indagine – i cui nomi il Garante non ha reso noti –, se verranno condannati, faranno ricorso al Tar e, eventualmente, al Consiglio di Stato. Quindi, ben che vada, potremo rivedere quei soldi nelle nostre bollette tra 10 anni! In realtà, due dei “commensali”, sono noti, Enel e Sorgenia, ma solo perché i due big sono finiti sotto indagine anche dell’Autorità per la Concorrenza che a ottobre scorso ha aperto nei loro confronti un procedimento per abuso di posizione dominante. Per questi, il termine del procedimento è fissato al 30 maggio 2017. 

MALEDETTA ALITALIA (E GLI ALTRI).

La sfida tra "patrioti" e "invasori" su Alitalia, Mps e Mediaset. I fatti dicono che Alitalia è già decotta, Vivendi è pronta a salire al 30 per cento dell'azienda di Berlusconi e la pulizia dei bilanci delle banche italiane costerà 52 miliardi di euro. Patrioti, dove siete? Scrive Mario Sechi il 21 Dicembre 2016 su “Il Foglio”. Come sta l’Italia? Benissimo, in chiusura del 2016 abbiamo assistito anche alla formidabile rinascita del sentimento patriottico, rifiorito dopo l’avvistamento delle truppe napoleoniche che marciano verso il ducato di Maria De Filippi. Ecco gli appunti sugli spostamenti delle truppe nel teatro di guerra, mettetevi comodi, è un grande spettacolo.

Patriots 1. Alitalia. Allacciate le cinture e preparatevi al decollo: Alitalia è tornata al suo destino di compagnia aerea decotta. Chi lo dice? Le fonti del titolare di List, una lettura attenta della stampa economica internazionale e quella cosa che in Italia si scopre sempre all’ultimo momento, la realtà. “Lo scenario volge al peggio” raccontano fonti che hanno conoscenza del dossier della nostra fu compagnia di bandiera. Pessimismo? No, basta seguire con attenzione l’impaginato globale. Gli emiri stanno per licenziare James Hogan, numero uno di Etihad Airways, azionista al 49% di Alitalia. Lo scrive il giornale economico tedesco Handelsblatt e la cronaca è quella di un film di Dario Argento, Profondo Rosso:

Etihad nel 2011 ha comprato il 29% di Air Berlin, la compagnia aerea perde 447 milioni di euro ed è sull’orlo della bancarotta;

Alitalia perderà 400 milioni di euro quest’anno ed è proiettata per un rosso di mezzo miliardo nel 2017;

Gli investimenti di Etihad in Europa registrano una perdita di 2.5 miliardi di euro. In gennaio la compagnia aerea del governo di Abu Dhabi premerà il tasto reset sull’intera strategia europea, il destino di Alitalia appare segnato: il governo deve trovare un compratore. La compagnia perde non 500 mila euro al giorno come dichiarato da alcuni suoi esponenti (Montezemolo) ma il doppio, un milione. E i patrioti? Muti sono. Siamo di fronte a un complotto ordito dalla Germania di cui Handelsblatt è lo strumento di propaganda? Ok, cospirazionisti, allora passiamo al Wall Street Journal, sintesi:

La compagnia doveva comprare nuovi aerei dalla Boeing ma ha deciso di rinviare l’acquisto alla luce delle prospettive del mercato;

Il profitto netto a metà del 2016 è crollato del 75%;

La strategia di spremere ricavi dall’hub di Abu Dhabi ha il fiato corto, la tecnologia sta rendendo gli aerei sempre più efficienti e le compagnie aeree sui voli di lungo raggio stanno cominciando a saltare lo stop negli Emirati: Qantas ha annunciato un collegamento diretto tra Perth, Australia, e Londra, senza scalo. Bye bye, desert sands. Un urlo sale dalla trincea. Patrioti, dove siete?

Patriots 2. Mediaset. La grande guerra per la difesa di Elisa di Rivombrosa e i Cesaroni sta dando i suoi frutti, a far da scudo al Biscione è sceso in campo anche uno statista del calibro di Angelino Alfano e il risultato netto dell’agitarsi della sua durlindana è spettacolare: Vincent Bolloré ieri ha annunciato di aver acquistato il 25,75% del capitale, il finanziere bretone ha il 26.77% dei diritti di voto del gruppo televisivo della famiglia Berlusconi. I francesi di Vivendi saliranno fino al 30% del capitale (probabilmente ha già acquisito anche le quote restanti per raggiungere l’obiettivo, lo vedremo nelle prossime ore), in una sola seduta ieri è passato di mano il 10% del capitale, il titolo è cresciuto del 23.33%, il 9 novembre il prezzo del titolo era a 2.20 ieri ha chiuso a 4.44. Prossimo passo? Con il superamento del 30% del capitale Vivendi potrà lanciare l’Offerta pubblica d’acquisto sull’intero capitale di Mediaset. I soldi? Non sono un problema, Vivendi ha i mezzi per lanciare l’Opa sul cento per cento del capitale, la cassa netta al 30 settembre 2016 è di 2,5 miliardi di euro, erano 6,4 miliardi nel 2015. Ecco come l’ha usata:

Mediaset finora ha risposto con le azioni legali, ma qui la materia del contendere è concentrata in una sola parola: il denaro, cash. Possibilità di un accordo tra la famiglia Berlusconi e Bolloré? Per ora scarse, la linea del gruppo di Cologno Monzese è quella delle vie legali, carta bollata e si vedrà. C’è un governo, un sistema di potere in grado di fermare la scalata di Bolloré? No. A meno che non si creda che Gentiloni e Alfano siano diventati Batman e Robin. Per sapere e per capire come andrà a finire bisogna fare una sola cosa: follow the money, seguire i soldi. E i patrioti? Non sanno di cosa parlano, sta arrivando Natale, una grolla a Cortina e passa tutto.

Patriots 3. Monte dei Paschi (e gli altri). Servono soldi pubblici per salvare le banche. Il governo ha chiesto l’autorizzazione a emettere 20 miliardi di nuovo debito da usare come salvagente. La commissione Bilancio del Senato oggi esamina la relazione presentata da Palazzo Chigi. Ai lavori partecipa anche il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. Il provvedimento arriverà poi subito in aula alle 9.30. Il voto, che dovrà essere a maggioranza assoluta, sarà alle 12. L’orario non è casuale, tutto ha un timing preciso e siamo in un pieno thriller finanziario. Occhio all’orologio: alle 14 si chiudono i termini per la conversione in azioni delle obbligazioni subordinate del Monte dei Paschi. Dall’esito dell’operazione dipende il resto della ricapitalizzazione della banca. Non va? No problem, paga il contribuente. Basteranno i venti miliardi del governo? No, guardate questo grafico di Bloomberg:

Secondo questi calcoli la pulizia dei bilanci delle banche italiane costa 52 miliardi di euro, siamo a più del doppio rispetto all’assegno che è pronto a staccare il governo. Patrioti, dove siete? Silenzio. Somigliano sempre più alla descrizione che Gordon Gekko faceva di un suo collega di Wall Street non proprio sveglio: “Se vendesse bare, non morirebbe più nessuno”.

I privilegi e il massacro, scrive Raffaele Marmo il 25 aprile 2017 su "Il quotidiano.net". I lavoratori di Alitalia che hanno votato no e i sindacati che hanno indetto il referendum-scommessa sul destino della compagnia hanno deciso di suicidarsi. A questo punto, così sia. Si proceda al commissariamento e alla liquidazione dell’azienda. Senza che lo Stato (e, dunque, tutti noi) ci metta un solo euro per il salvataggio estremo di un’impresa che, per decisione dei suoi stessi dipendenti, non merita di essere salvata. Per chi conosce un po’ della storia della compagnia, una volta di bandiera, non poteva finire diversamente. Salvata da se stessa in decine di occasioni, Alitalia è stata e rimane l’azienda dei privilegi corporativi di tutti i suoi lavoratori: stipendi d’oro e regole senza pari come per nessun altro competitor, vantaggi e benefit a go go, ammortizzatori infiniti con indennità all’80 per cento dello stipendio effettivo. Niente di paragonabile si è visto mai per nessun altro gruppo italiano e per nessuna altra categoria di lavoratori. Eppure, nonostante tutto questo ben di Dio di tutela sindacale e di welfare pubblico, è stato talmente forte il riflesso corporativo del privilegio storico che anche di fronte al baratro del possibile fallimento i lavoratori in massa hanno votato no. Con la presunzione di chi pensa che alla fine, come nelle occasioni precedenti, tutto finirà a posto. Ma questa volta non può finire a posto, come se niente fosse accaduto. E gli stessi vertici di Cgil, Cisl e Uil dovrebbero trarne più di una conseguenza. In altri referendum, come quello di Pomigliano e Mirafiori, lavoratori sicuramente meno garantiti e autoreferenziali hanno fatto ben altre scelte. 

Non un euro dallo Stato. Non merita e non ci possiamo più permettere un euro pubblico, cioè sottratto al nostro reddito, per darle l'ennesima spintarella, scrive Nicola Porro, Mercoledì 26/04/2017 su "Il Giornale". Negli ultimi quarant’anni l'Alitalia è costata ai contribuenti italiani 7,4 miliardi di euro, o se preferite 185 milioni l'anno (dati Mediobanca). L'anno scorso, sotto la gestione Etihad, ha bruciato più del doppio. È stato come mettere alla cloche della compagnia il capitano dell'aereo più pazzo del mondo. I lettori si potrebbero consolare con il fatto che gestire aeroplani è un mestiere in declino. Purtroppo anche questo non è vero. La Iata, l'organizzazione mondiale delle compagnie aeree, sostiene che il traffico aereo stia aumentando e che le compagnie aeree nel 2016 hanno registrato profitti netti aggregati pari a 36 miliardi di euro. Ultima considerazione numerica, diciamo così. Gli azionisti di questa società sono privati. Alitalia è come la Rossi spa. Ha un numero importante di dipendenti e un indotto altrettanto vasto. Ma ormai è una società per azioni come tante. È strategica certamente. Come lo erano gli scaffali della grande distribuzione finiti in mano ai francesi, o le telecomunicazioni e l'energia. Il suo asso nella manica è di essere basata a Roma, di trasportare anche politici e opinionisti. E di avere, per questa via, una grande influenza elettorale. È una bomba che scoppia spesso nell'imminenza di qualche competizione elettorale, e la politica ne ha sempre sentito il richiamo. Il vento pensavamo fosse cambiato. Di una cosa siamo certi. Non merita e non ci possiamo più permettere un euro pubblico, cioè sottratto al nostro reddito, per darle l'ennesima spintarella. Il tanto vituperato «populismo», quello contro le caste e i privilegi, pensavamo che questa volta ci potesse aiutare. Al contrario il sindaco di Roma, Virginia Raggi (in perfetta continuità con i suoi predecessori) chiede un qualche intervento pubblico e il suo leader designato, Luigi Di Maio dice: «I processi devono andare in un senso in cui lo Stato ha di nuovo la governance di quell'azienda». Roba da pazzi, o meglio da Pentapartito, con tutto il rispetto. Ma si tratta di un'era geologica fa. Il Pd proclama che non si lasceranno sole le famiglie. Il rischio è che anche il centrodestra si accodi. Dal canto suo il governo dice, e fa bene, che non ci sarà alcuna nazionalizzazione. Anche perché banalmente l'Europa, che non ci concede una virgola di deficit, figurarsi se permette aiuti di Stato. Inevitabilmente ci saranno dei mesi di amministrazione straordinaria (sei, dice il ministro Calenda): che scadranno proprio a ridosso della campagna elettorale per le Politiche (in Italia ancora si vota). Il momento peggiore per fare ciò che si deve.

Ps. Qualcuno ci deve spiegare perché gli accordi aziendali e le scelte dei manager debbono essere sottoposte a referendum tra i lavoratori. Una cosa è la democrazia, che peraltro non è sempre diretta, e un'altra è l'organizzazione aziendale.

Gli errori e le colpe su Alitalia. La girandola di azionisti e amministratori delegati della compagnia è stata vorticosa, con piani di rilancio che non hanno prodotti i risultati sperati, scrive Ferruccio de Bortoli il 10 gennaio 2017 su "Il Corriere della Sera". Ai tempi d’oro dell’Iri, l’Alitalia era la punta di diamante della presenza dello Stato in economia. La vetrina nella quale specchiarsi. Il mercato del trasporto aereo era appannaggio quasi esclusivo delle compagnie di bandiera, regolato dai rapporti tra Stati. Il suo presidente, tra il ’78 e l’88, era Umberto Nordio. Espressione massima del boiardo di Stato: temuto, corteggiato, invidiato. Si arrivò addirittura a pensare che il mondo dell’Iri potesse avere un grattacielo a New York, espressione della propria forza industriale. Chi avrebbe dovuto realizzare il sogno italiano? L’Alitalia. Su questo e altri temi epico fu lo scontro, nell’88, fra Nordio e il presidente dell’Iri Romano Prodi. È passata un’eternità. La compagnia è stata privatizzata, salvata più volte, rimpicciolita, eppure è ancora sull’orlo del precipizio. La girandola di azionisti è stata vorticosa. Gli amministratori delegati si sono succeduti con la frequenza degli allenatori di calcio sulla panchina più instabile: uno in media all’anno. Sono stati fatti innumerevoli piani di rilancio da uno stuolo di consulenti, pagati fino a un milione a studio per dire sempre le stesse cose. Anche Etihad, che ha il 49 per cento del capitale, non sembra essere riuscita nell’impresa di strappare Alitalia al suo destino. I numeri sono impietosi: la società ha una perdita operativa, non considerando le partite straordinarie, di 500 milioni l’anno, accumulata nel periodo più favorevole per il prezzo del petrolio, prima voce di costo. Si riparla nuovamente di esuberi: almeno 1.500. Secondo altre fonti molti di più. Il governo chiede un piano preciso prima di tornare a discutere di tagli. Quello precedente aveva pregato Alitalia di astenersi da annunci prima del referendum del 4 dicembre. Le banche creditrici e azioniste, Intesa Sanpaolo e Unicredit, hanno espresso la loro sfiducia nell’amministratore delegato, l’australiano Cramer Ball. Gli azionisti di Abu Dhabi, convinti nel 2014 a investire in Italia dall’attuale presidente Luca di Montezemolo, sostengono che il governo non ha mantenuto tutte le promesse (esempio, più voli da due ore a Linate). L’idea che Alitalia possa alimentare il loro hub è venuta un po’ meno. Delusi sì ma anche deludenti. C’è un dato che spiega quanto sia cambiato in profondità il trasporto aereo. La quota di mercato in Italia di Ryanair è passata, negli ultimi cinque anni, dal 20 al 30 per cento. È il primo operatore nazionale. Lo è diventato grazie a qualche aiuto (Regioni) e molta insipienza. In altri Paesi non è accaduto. La compagnia low cost irlandese — che senza la liberalizzazione europea non sarebbe mai esistita — ha annunciato che investirà ancora di più nel nostro Paese mettendo a disposizione delle sue rotte altri venti aeromobili. Il mercato cresce del 4 per cento l’anno. E Ryanair guadagna. La domanda principale è questa: Alitalia è in grado, trasformandosi, di farle concorrenza nel cosiddetto corto raggio? Nel medio e lungo raggio, nonostante nuove rotte (Pechino, Seul) e servizi decisamente migliori, gli spazi di mercato premium sono ancora più impegnativi. E non si potrà fare a meno di un alleato di peso (Lufthansa?) vista l’impossibilità di Etihad di crescere nell’azionariato di una compagnia che non può che restare europea. Le destinazioni americane, tra le più redditizie, sono precluse da accordi precedenti (Delta, Air France). I cosiddetti slot più ambiti sono stati venduti, come argenteria, nei momenti di magra. Alitalia non riesce a volare come vorrebbe il mattino presto su Londra. Scrivere e condividere un piano di rilancio sarà impresa ardua. Al momento c’è poco. La governance dovrà essere rivista, probabile un radicale cambio alla dirigenza. Non è solo una questione di costo del lavoro che è di circa 600 milioni l’anno, anche se il personale di staff (4 mila su circa 13 mila dipendenti) è sproporzionato. Ma è il cosiddetto modello di business l’ostacolo maggiore. Se si deciderà di dar vita a un nuovo operatore sul corto raggio non si potrà sfuggire da alcuni raffronti. Ryanair e EasyJet hanno costi di funzionamento abissalmente più bassi, fino al 67 per cento in meno. Riempiono i voli quasi al 100 per cento. Alitalia supera di poco il 70 per cento. Ryanair serve nella Penisola più aeroporti di tutti. Ha 350 connessioni da e verso l’Italia. Alitalia solo 150 e non può più permettersi di servire destinazioni in perdita (Roma-Malpensa; Roma-Reggio Calabria, ecc.). «In Europa c’è un eccesso di capacità produttiva — spiega Andrea Boitani, docente di Economia politica alla Cattolica di Milano — Lufthansa e Klm-Air France riescono a fatica a integrare il loro network di voli con il corto raggio che alimenta le distanze più lunghe. Alitalia era già senza speranze nel 2000. Bisognava chiuderla e trasformarla. Con coraggio. Chiamarla compagnia di bandiera non ha più senso. E nemmeno la giustificazione che possa aiutare, così come oggi, il turismo non regge più». Boitani si riferisce a quello che accadde nella crisi che esplose nel 2006. Il governo Prodi era sul punto di cedere, nel marzo del 2008, Alitalia a Klm-Air France per 1,7 miliardi con 2.100 esuberi. Il sindacato si oppose. Il dossier infuocò la campagna elettorale. Berlusconi appoggiò il formarsi di una cordata di imprenditori italiani con la giustificazione che se Alitalia fosse finita in mani francesi «i turisti avrebbero visitato di più i castelli della Loira delle nostre città d’arte». Il piano Fenice, studiato da Corrado Passera, allora amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, fondeva Alitalia con la zoppicante e indebitata AirOne. Il Sole 24 Ore, che prese una posizione contraria al proprio azionista impegnato nella cordata patriottica, calcolò già allora, in un articolo del 6 settembre 2008, il maggior costo per la collettività (e in parte per azionisti e obbligazionisti) della proposta dei cosiddetti capitani coraggiosi: tra 3 e 4 miliardi. Fu concessa una cassa integrazione con uno scivolo di sette anni, finanziata anche con un rincaro di tre euro a biglietto. Nel 2015 Mediobanca ha stimato quanto sia costata al Paese la pessima gestione di Alitalia degli ultimi quarant’anni: 7,4 miliardi. I tempi di Nordio sono finiti da un pezzo, ma i nostalgici della compagnia di bandiera, generosa in assunzioni e servizi, delle partecipazioni statali legate a doppio filo con la politica, del peggior potere sindacale, resistono. Tra i piloti c’è chi abita a Marbella e il sindacato insiste perché venga pagato il trasporto sul posto di lavoro. E anche tra i molti azionisti succedutisi negli anni c’era la radicata riserva mentale che, alla fine, lo Stato avrebbe fatto il pagatore di ultima istanza. Ma il conto è già colossale e insopportabile.

Alitalia, un pasticciaccio tutto italiano, scrive Massimo Giannini il 25 aprile 2017 su "La Repubblica". A Parigi si vota per salvare l’Europa. A Roma si vota per uccidere l’Alitalia. La vittoria dei no al referendum sul piano di salvataggio della compagnia aerea più disastrata del continente è il giusto epilogo di un fallimento permanente che dura ormai da trent’anni. L’ultimo capitolo, il più amaro, di un brutto pasticciaccio italiano. Che tutti, ma proprio tutti, hanno contribuito a scrivere. Lo Stato e il mercato, la politica e il sindacato. Gli azionisti pubblici e i capitalisti privati, i manager cinici e i dipendenti privilegiati. Non c’è un solo attore, su questa quinta in rovina sulla quale sta per calare il sipario, che possa dire “io non c’entro”. Oggi serve a poco gettare la croce addosso ai lavoratori di cielo e di terra che hanno bocciato la proposta ultimativa dell’azienda (1.300 esuberi, 900 in cassa integrazione straordinaria, 8 per cento di stipendio in meno per tutti). È vero che a quella proposta Etihad, Invitalia e le banche avevano subordinato la concessione di altri 2 miliardi di capitali per tenere in piedi la compagnia. Ma è altrettanto vero che affidare ai dipendenti l’ultima parola sulla sopravvivenza di un’impresa (scambiandola con l’ennesimo giro di vite occupazionale e salariale), suona sempre come un vago ricatto. Non possono pagare colpe che non hanno. Tuttavia, i tanti che hanno scritto il loro “no” sulla scheda hanno compiuto un gesto che racchiude in sé il vizio d’origine, culturale e industriale, che ha da sempre caratterizzato il volo avventuroso di Alitalia. A tutti i livelli. Cioè l’idea che di fronte ai dissesti epocali di questa compagnia ci sia sempre un piano B pronto in un cassetto. E che quel piano B, alla fine, sia sempre lo Stato padrone a dettarlo, tappando i buchi di bilancio con i soldi del contribuente. Questa volta non andrà così. Non c’è più una mammella pubblica, dalla quale succhiare i soldi per pagare gli stipendi, o il gasolio per far volare gli aerei. Questa volta c’è solo l’amministrazione straordinaria e la nomina di un commissario, che salda i creditori che può saldare e poi porta i libri in tribunale. E questo esito, doloroso quanto si vuole, non lo detta solo la solita Europa Matrigna, che vieta gli aiuti di Stato. Lo detta il buon senso. Non c’è più un cielo da solcare, per una compagnia aerea che perde 700 milioni all’anno, 2 milioni al giorno, 80 mila euro l’ora. Luigi Gubitosi è l’ultimo presidente arrivato al capezzale del moribondo, e se non riesce a rianimarlo lui (che ha avuto a che fare con il carrozzone Rai) non ce la può fare nessuno. Non ci sono più rotte da percorrere, per un vettore che ha creduto di giocare la partita dell’eccellenza insieme alle ricchissime compagnie degli Emirati, mentre Ryanair e Easyjet gli rubavano le tratte più battute (le turistiche a corto e medio raggio) e Freccerosse e Italo gli scippavano quelle più pregiate (la Roma-Milano su tutte). Ecco i colpevoli, di questo “delitto”. I politici l’Alitalia l’hanno usata come un taxi, per motivi elettorali e spesso anche personali. È stato così nella Prima Repubblica, quando le cavallette Dc e Psi l’hanno spolpata tra nomine lottizzate e assunzioni clientelari. È stato così nella Seconda, quando Berlusconi nel 2008 se l’è giocata al tavolo della campagna elettorale, facendo saltare l’unica fusione che allora aveva ancora un senso, quella con Air France-Klm. È stato così anche nella Terza, quando hanno finto di difendere a chiacchiere “la compagnia tricolore”, mentre nei fatti cedevano pezzi di mercato alle low cost straniere. I privati l’Alitalia l’hanno usata solo per ingraziarsi il Palazzo, come accadde con i “patrioti” che su ordine del Cavaliere ci misero un obolo solo per garantire la patetica difesa “dell’italianità”, e non certo una prospettiva strategica credibile. I manager l’Alitalia l’hanno sfasciata, in un tourbillon di piani industriali buttati al macero e di bonus astronomici ficcati in portafoglio. In cinquant’anni sono cambiati tre all’anno, cinque solo negli ultimi cinque anni. Da Nordio a Cempella, da Mengozzi a Cimoli. E poi Sabelli, Ragnetti, Cassano. Pare una squadra di calcio. Peccato che si sia rivelata di serie C, moltiplicando i passivi anno su anno. Almeno Mengozzi e Cimoli, qualcosa hanno restituito, tra una condanna a 6 e una a otto anni. Ma siamo tutti garantisti, per carità. Restano i sindacalisti, che hanno lucrato prebende previdenziali e bloccato alleanze industriali, sempre convinti che il bengodi degli anni ‘70 non sarebbe mai finito. Siamo all’ultimo volo della Fenice. O sbuca fuori un grande partner (occidentale o asiatico che sia) e si compra la compagnia tutta intera, o siamo al capolinea. Bisogna dirlo, con dolore. Forse è meglio così. È bello, per un Paese, poter schierare nei cieli del mondo globalizzato la sua “compagnia di bandiera”. Da orgoglio, fa “identità”. Ma questo non può più avvenire a qualsiasi prezzo. Se ci sono le condizioni di mercato, bene. Altrimenti, se ne prenda atto, e si compiano le scelte conseguenti. Tra il 1974 e il 2014, per salvarla, abbiamo speso 7,4 miliardi di denaro pubblico: l’equivalente di una “Alitalia tax” da 180 milioni l’anno. Forse può bastare. Dio è morto, Pantalone è morto, e stavolta può morire pure Alitalia.

Alitalia, un'azienda costata al Paese come mezza finanziaria. I governi hanno speso 8 miliardi per salvataggi impossibili. Adesso meglio i libri in tribunale, scrive Giuseppe Turani il 25 aprile 2017 su "Il Quotidiano.net". Quella dell’Alitalia è una storia maledetta e non esistono scuse. Fino a oggi è costata al paese come una mezza finanziaria, cioè 7-8 miliardi di euro. Nessuno ricorda più quando ha guadagnato due soldi. E ora che nel referendum tra i dipendenti hanno prevalso i no, non resta che portare i libri in tribunale, a meno che lo Stato non metta sul tavolo un altro pacco di soldi, al buio. È dalla fine degli anni Ottanta che si sa che occorrevano provvedimenti drastici. L’amministratore delegalo di allora, Carlo Verri, lo aveva spiegato molto chiaramente: «Da sola non può stare in piedi, bisogna fare accordi a livello europeo». Morto Verri in un incidente stradale, si è preferito tirare avanti. L’Alitalia come pennacchio del paese e serbatoio per raccomandati, a spese della finanza pubblica. Nel 2007, con Prodi presidente del Consiglio, si cerca di affrontare la questione. Se ne discute con i tedeschi. E Prodi riesce a convincere la cancelliera. Tutto sembra andare a posto. Ma, all’ultimo minuto, gli amministratori della Lufthansa dicono di no. Adducendo la seguente motivazione: «Non vogliamo avere a che fare con sindacati come quelli dell’Alitalia».

Prodi, che è un testardo, si rivolge persino ai cinesi: «Così portate qui i vostri turisti – suggerisce – e siete a due passi dall’Africa, che a voi interessa molto, con una vostra compagnia aerea». I cinesi sono ingolositi dall’offerta, ma si stanno organizzando e hanno bisogno di qualche anno ancora. Ma i conti Alitalia sono così tremendi, e non migliorabili, che la fretta cresce. Alla fine si riesce a convincere l’Air France. La compagnia francese è solida, le condizioni sono buone e tutto sembra andare per il verso giusto. Ma il governo Prodi cade dopo meno di due anni e arriva Berlusconi. E il Cavaliere, sempre attento al marketing, comincia a sventolare il tricolore. Non possiamo privarci della nostra compagnia di bandiera. Sarebbe un’umiliazione grave. Ma come si fa? Lo Stato si accolla un po’ delle perdite pregresse, Banca Intesa si mobilita e arrivano i capitani coraggiosi (grosso modo gli stessi che avevano appena fatto un grande affare con la Telecom). Colaninno, che li guida, è un bravo manager, è uno che sa quello che fa. E quindi prova a risanare la società. Ma non c’è niente da fare. Come aveva detto Verri, e come sapeva benissimo Prodi, senza un accordo europeo non si va da nessuna parte. E, alla fine, anche Colaninno getta la spugna. Preferisce, giustamente, dedicarsi alle sue aziende (motociclette), che almeno sono un business in crescita. 

Dopo i capitani coraggiosi non ci sono più molte risorse. Miracolosamente, si pesca la Etihad, di Abu Dhabi. Nuovi manager, nuovi soldi, nuove rotte, nuove idee. Ma il risultato è sempre un disastro. Fino allo show down di questi giorni: altri soldi pubblici, in cambio di riduzione del personale e taglio degli stipendi. E quindi referendum fra i dipendenti, molto contrari. L’Alitalia, questa è la verità, è un cadavere che da almeno quindici anni si rifiuta di morire. Ma questa volta è proprio a due passi dalla fossa.

Politici, sindacati, manager: ecco tutti i colpevoli di un buco da 7,4 miliardi. Non solo i piloti-kamikaze, Alitalia è in perdita da decenni. Ma non si salvano neppure gli arabi, scrive Stefano Zurlo, Mercoledì 26/04/2017, su "Il Giornale". Volare sulle ali di piombo della politica. Volare fuori rotta. Volare fuori dal mercato. La storia degli ultimi vent'anni di Alitalia è la successione seriale di fallimenti che generano altri fallimenti. E una costante di fondo: manager modellati con la creta della politica e il Palazzo che si affanna a affondare il biscotto in quel pozzo senza fondo. «Gli interventi della politica a avario titolo - spiega il professor Marco Ponti, uno dei più autorevoli esperti di economia dei trasporti in Europa - sono stati almeno 5 negli ultimi vent'anni e secondo Mediobanca, che ha attualizzato i numeri, ricapitalizzazioni, aiuti e mance sempre generosissime sono costati al contribuente dal 1974 in poi fra i 7,4 e gli 8 miliardi di euro». Una cifra monstre per avere un'azienda sull'orlo del cratere e i conti completamente sballati. La grande crisi comincia intorno al 2002-2003 quando Ryanair scala i cieli europei introducendo un nuovo concetto: il low cost. Alitalia, che ha una struttura vecchia e che ancora sopravvive sugli antichi allori, non fa nulla per mettersi al passo. E spesso le mosse fatte sono sbagliate o non risolutive. Gli organici sono gonfiati a dismisura, le assunzioni spesso passano dal notabile di turno, le destinazioni degli aerei devono tenere conto di troppi equilibri e diventano, come tutto il resto, un esercizio di equilibrismo. Per compiacere deputati e senatori e per ragioni di bandiera la compagnia raggiunge molte destinazioni che non sono redditizie. Anzi, sono una palla al piede. «A quel punto - prosegue Ponti - sarebbe stata necessaria una riconversione dal corto raggio al lungo raggio». Tradotto dal linguaggio tecnico a quello della strada significa sfoltire col decespugliatore le mete nazionali o europee per buttarsi su quelle intercontinentali, al momento le sole che generano profitto. Ma per farlo ci vorrebbero manager con la schiena dritta, ci vorrebbe coraggio, ci vorrebbero soprattutto molti soldi, una montagna di denari. Alitalia, il più classico dei carrozzoni, resta impantanata nei suoi limiti strutturali, nei veti dei sindacati che banchettano allegramente con i soldi del contribuente, nella miopia di chi dovrebbe raddrizzare la barca. Ryanair ha un solo modello di aereo, Alitalia, fedele alla sua logica diplomatico-ecumenica, chiamiamola così, ne ha 22 e per di più di case diverse. Un manicomio per il magazzino, la logistica, le trattative con i fornitori. La vendita ad Air France, che avrebbe dato un'anima alla flotta, sfuma e nel 2008 Berlusconi affida la compagnia ai «capitani coraggiosi»: i Colaninno, i Riva, i Benetton. La concorrenza continua a mangiare quote di mercato e le tariffe, per la fortuna dei passeggeri, scendono, ma il brand tricolore non decolla. Certo, i dipendenti calano da quota 20mila, uno scandalo, ma oggi, dieci anni dopo, siamo ancora a 12.500 e già si parla di altri 1.600 esuberi. Si dovrebbero ridurre i modelli e modificare le rotte ma il carburante del cambiamento non arriva. Oggi Alitalia spende 6,5 centesimi a chilometro per passeggero contro i 3,5 di Ryanair. Una guerra persa in partenza. La compagnia è un pesce fuori scala per tutti i cieli. Troppo grande rispetto alle low cost, troppo piccola per competere con Air France e Lufthansa. A metà del guado non si va da nessuna parte, nemmeno quando arrivano gli arabi di Etihad. Che però, attenzione, acquisiscono solo il 49% e non la maggioranza assoluta del grande malato. Forse si muovono con particolare prudenza, forse hanno più dubbi che certezze. L'ultima chance svanisce. Oggi gli aerei che viaggiano a lungo raggio sono solo 25 su 115 e l'incremento portato da James Hogan è stato modestissimo: 2 unità. Poco o nulla. Il confronto finale è impietoso: i voli interni sono scesi dal 58 al 54% contro il 17-18 per cento del duo Air France Lufthansa. Un disastro. In compenso chi compra un biglietto in Italia finanzia con 3 euro una cassa integrazione di 7 anni, più lunga di uno scivolo di Disneyland. Un altro record della maglia nera dei cieli.

Alitalia, se pochi decidono per tutti, scrivono Alberto Alesina e Francesco Giavazzi il 25 aprile 2017 su "Il Corriere della Sera". I dipendenti di Alitalia (circa 12 mila) hanno rigettato con un referendum il piano di risanamento della compagnia. Piano varato dagli azionisti, con il consenso delle banche creditrici, dei sindacati e del governo che si era mosso, tra l’altro, per stabilire una garanzia pubblica di 300 milioni al progetto di rilancio della compagnia; oltre, ovviamente, agli ammortizzatori sociali per i dipendenti che si sarebbero trovati a perdere il lavoro. Un progetto, come spiegava Daniele Manca sul Corriere di ieri, che non era certo draconiano per i dipendenti che, va detto, non sono i soli responsabili del disastro. È chiaro, per quanto non esplicitato, che cosa vorrebbero quanti hanno votato no al referendum: che Alitalia venga nazionalizzata, trasferendo così, ancora una volta, il conto dell’insolvenza ai contribuenti. Incuranti del fatto che Alitalia, sia già costata alla collettività qualcosa come 7,5 miliardi di euro. A cominciare dai costi di quella mancata vendita nel 2008 ad Air France in nome dell’italianità voluta dal centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. Se fosse andata diversamente, oggi forse non saremmo in questa situazione. Ma il passato non si può cambiare. Se si crede che Alitalia vada e possa essere mantenuta in vita, si prenda il referendum per quello che è: una indicazione, ma nulla di più. Azionisti, creditori, management e governo, se ritengono il piano efficace, devono mandarlo avanti, per motivi che sono fondamentali anche per il funzionamento di una democrazia.

Il voto dei dipendenti di Alitalia è un ricatto alla collettività. Se qualche migliaio di cittadini che finora ha goduto anche di privilegi o comunque sono stati ben protetti, può bloccare un progetto che potrebbe risolvere un problema che, a torto o ragione, ha a che fare con benefici e costi per la collettività, l’essenza stessa della democrazia ne soffre. Se il piano si blocca, Alitalia o fallisce o viene salvata dal contribuente. In entrambi i casi vi sono costi per tutti noi. Ma alla collettività non si chiede un parere, lo si chiede solo ai 12 mila dipendenti di Alitalia. Certo, per ogni contribuente i costi aggiuntivi di un ennesimo salvataggio non sarebbero molto alti perché i cittadini sono tanti. Ma Alitalia non è la sola azienda in difficoltà. Continuando a far pagare ai cittadini questo o quel salvataggio non si fa altro che aumentare il peso fiscale (che dovrebbe invece diminuire per favorire la crescita), oltre a tenere in piedi imprese evidentemente non competitive. È un fenomeno conosciuto come il problema dei benefici ristretti e dei costi diffusi. Ovvero una categoria piccola chiede dei benefici (i soldi dei contribuenti) e, dato che vi tiene molto, preme sulla collettività con minacce di scioperi, referendum, se la collettività non si inchina alle sue richieste. Con la differenza che i contribuenti sono tanti ma non organizzati e non sanno come opporsi a questo o quel provvedimento che aumenta questa o quella tassa per finanziare aiuti a una piccola categoria che, nel caso in questione, fornisce servizi in modo inefficiente vista la sua crisi. Se piccoli gruppi di cittadini possono decidere su progetti di interesse generale la democrazia si blocca. È vero che se ad alcuni cittadini vengono chiesti sacrifici per la collettività, essi vanno in qualche modo compensati. Ma i dipendenti di Alitalia lo sono già stati e lo saranno, se il piano andrà avanti. Ora si tratta di salvaguardare i contribuenti e gli utenti, evitando i risultati di una pessima idea (tranne che per i concorrenti), che ha affidato a un referendum le sorti dell’Alitalia.

Alitalia, la casta infinita. Pensioni baby, cassa integrazione extra lusso, viaggi gratis. I conti sono in rosso ma i dipendenti non mollano i privilegi, scrive Stefano Filippi, Martedì 09/08/2016, su "Il Giornale". Le ultime parole famose. «Allacciate le cinture, stiamo decollando davvero, piaccia o non piaccia»: questo è Matteo Renzi stile assistente di volo. E questo invece è James Hogan, numero uno di Etihad il giorno in cui prese il controllo di Alitalia: «Sarà la compagnia aerea più sexy del mondo». Parole dette nel 2015 e seguite dalla promessa che dal 2017 i bilanci di Alitalia sarebbero stati in attivo. Poche settimane fa il presidente della compagnia, Luca di Montezemolo, ha dovuto ammettere che la realtà è tutt'altra: «Perdiamo 500mila euro al giorno», ha dichiarato durante un'audizione in Parlamento. Che fanno almeno 150 milioni in un anno. Non che in precedenza andasse meglio: nel settembre 2015, quando si dimise l'amministratore delegato Silvano Cassano, Alitalia perdeva 18 euro per ogni passeggero trasportato. Mentre gli altri vettori europei macinano utili approfittando del prezzo dei combustibili mai così favorevole, la nostra ex compagnia di bandiera continua ad arrancare. Non riesce ad approfittare nemmeno della gravissima crisi della seconda compagnia italiana, Meridiana, salvata dal fallimento da un altro emiro, quello di Doha che controlla la Qatar Airways. Etihad ha il 49 per cento di Alitalia e più di così non può crescere: se acquistasse altre quote della società che fa base a Fiumicino, essa diventerebbe extracomunitaria e perderebbe lo status che le consente di volare liberamente nei cieli d'Europa. Il nuovo management ha tagliato pesantemente i bilanci, dando una svolta alla compagnia dei privilegi. Ma il mercato continua a non sorridere ad Alitalia, la quale da tempo ha ceduto a Ryanair il primato tra le aerolinee operanti in Italia. Nel corso del 2015 la compagnia irlandese ha trasportato 29,7 milioni di passeggeri nel nostro Paese, Alitalia circa 23 milioni seguita da altre due low cost, la britannica Easyjet e la spagnola Vueling, mentre guadagna rapidamente posizioni l'ungherese Wizzair. Proprio la concorrenza di queste compagnie è il nemico principale di Alitalia. Etihad le ha ritagliato un ruolo che è sostanzialmente quello della navetta tra i vari aeroporti nazionali e Fiumicino, il grande «hub» della compagnia da dove decollano i voli a lungo raggio. Roma come punto di raccolta dei passeggeri e Alitalia come cinghia di collegamento interna. Tuttavia la presenza dei vettori a basso prezzo nelle tratte a corto raggio conquista sempre più spazio. È una lotta all'ultimo sconto, a chi lascia meno posti vuoti a costo di ridurre all'osso i servizi e l'assistenza a bordo. Una guerra di tagli. Che i dipendenti Alitalia non vogliono combattere perché significa perdere una serie di privilegi, eredità della lunga stagione in cui piloti e assistenti di volo godevano di trattamenti extralusso. I «capitani coraggiosi» di Colaninno e ora gli emiri di Abu Dhabi hanno sfoltito la selva di privilegi. Ma c'è ancora molto lavoro da fare.

Il personale di volo viaggia gratis per raggiungere la base di partenza anche se per contratto dovrebbe abitare nel raggio di 50 chilometri dal posto di lavoro per garantire la reperibilità. Un privilegio che non ha uguali al mondo e che Alitalia vuole togliere: le altre compagnie praticano tariffe agevolate o quantomeno caricano le spese vive come le tasse aeroportuali. Il fatto è che, all'arrivo di Etihad, Alitalia aveva sei basi operative: Roma, Milano, Torino, Napoli, Venezia e Catania, le ultime due aperte dopo il salvataggio del 2009. Ora gli emiri hanno concentrato l'attività su Milano e Roma. Il personale di volo che gravitava sulle quattro basi chiuse dovrebbe fare i bagagli e trasferirsi vicino ai due «hub». Tuttavia la maggior parte rifiuta sia di traslocare sia di pagarsi il viaggio anche in parte - per recarsi al lavoro. Escludono perfino di versare le addizionali d'imbarco, che rappresentano un costo aggiuntivo per l'azienda. Il paradosso è che una quota di queste sovrattasse legate all'operatività degli scali va ad alimentare un altro dei privilegi dei dipendenti Alitalia: la cassa integrazione dorata.

Quando i cosiddetti «capitani coraggiosi» salvarono Alitalia dal crac, i sindacati strapparono al governo Berlusconi vantaggi fiscali e operativi, tra cui condizioni di favore per le migliaia di dipendenti dichiarati in esubero. A un povero cristo di cassintegrato «normale» spetta un'integrazione pari all'80 per cento della retribuzione con un tetto di 1.168 euro lordi mensili per due anni prorogabili di altri due. Invece per il personale Alitalia ammesso agli ammortizzatori sociali (staff, impiegati di scalo, operai e tecnici specializzati eccetera) il tetto è volato via. Essi incassano l'80 per cento dello stipendio per 7 anni. Il Fondo speciale per il trasporto aereo (Fsta) da cui viene attinta questa massa di denaro è alimentato solo in minima parte da contributi a carico del datore di lavoro e dei lavoratori: la quasi totalità proviene da una sovrattassa di 3 euro sborsata da ogni passeggero (di qualsiasi nazionalità) che decolla da uno scalo italiano. Perciò, mentre evita di pagare un biglietto anche a prezzo di favore - per recarsi al lavoro, il personale di volo rimasto in servizio rifiuta anche di versare un ulteriore contributo di solidarietà ai colleghi cassintegrati. I numeri del Fsta sono resi noti dall'Inps. Il valore del fondo viaggia sui 230-250 milioni di euro: più del finanziamento annuo per la lotta alla povertà erogato attraverso il sostegno di inclusione attiva. Un pilota con uno stipendio di 10mila euro al mese, di cui circa 4mila euro di indennità di volo, versa al Fondo un contributo di 7,5 euro mensili, ma se fosse collocato in cassa integrazione o in mobilità ne guadagnerebbe 8mila. Nel 2015 il bilancio preventivo del Fsta ipotizzava di incassare 5,95 milioni da aziende e lavoratori e altri 230 (pari al 97,5 per cento) dall'addizionale sui diritti d'imbarco. L'importo medio delle indennità percepite dal personale di volo cassintegrato è di circa sei volte superiore a quello del personale di terra. Il picco è stato raggiunto nel 2012 con 17.613 prestazioni complessive, di cui 896 tra 5.000 e 10.000 euro lordi mensili, 399 tra 10mila e 20mila e 35 superiori a 20mila. Lo scorso 7 aprile un decreto interministeriale ha trasformato il Fsta in Fondo di solidarietà con una leggera riduzione delle prestazioni a decorrere dal 1° gennaio 2016. Ma agli inizi dello scorso luglio il governo non aveva ancora emanato le circolari attuative. Le aziende non sanno come comportarsi e i cassintegrati dicono i sindacati ricevono soltanto una parte dell'assegno sociale.

Accanto agli ammortizzatori sociali di lusso, anche le pensioni incassate dal personale Alitalia sono di assoluto riguardo. Già nel 1995 i dipendenti erano riusciti a evitare la scure della riforma Dini, mantenendo il privilegio di poter andare in pensione a 47 anni con appena 23 di contributi. E magari continuare a lavorare con altre compagnie in altre forme. Ancora adesso piloti, hostess e tecnici di volo vanno in pensione prima e con minore anzianità di servizio rispetto agli altri lavoratori. Ora una ricerca voluta dall'Inps evidenzia che il 98 per cento delle pensioni erogate dal Fondo volo sono più alte rispetto ai contributi effettivamente versati. Se fossero calcolati con il sistema contributivo, gli assegni di quiescenza sarebbero inferiori del 30 per cento rispetto agli attuali.

Altro privilegio sopravvissuto alla prima stagione di tagli riguarda il personale di bordo. Attualmente sui voli a lungo raggio gli assistenti di volo sono 9 e i piloti 4. Etihad vorrebbe togliere un assistente e un pilota, adeguandosi agli standard europei e quindi riducendo le spese. I sindacati naturalmente si oppongono in quanto le modifiche non tengono conto del contratto di lavoro esistente.

Altro adeguamento alle regole comunemente applicate dalle altre compagnie riguarda l'orario in cui il personale di volo deve presentarsi in aeroporto prima del decollo. Alitalia vuole anticiparlo di mezz'ora per i voli a lungo raggio e di 15 minuti per le tratte a medio raggio. Anche qui si tratta di allineare alla concorrenza una condizione di favore. Il personale si oppone perché chiede un aumento di stipendio.

Orari, numeri del personale di bordo, spese di viaggio sono tra i motivi dello sciopero del 5 luglio. Si aggiunge un'ultima ragione di lamentela: le nuove divise Alitalia. Le sigle dei lavoratori non contestano l'estetica (benché in effetti sia discutibile) ma la fattura: sarebbero pesanti, scomode, tessute in materiale sintetico anziché in fibra naturale. E soprattutto non sono state concordate con i sindacati.

Cassa integrazione extralusso per diecimila piloti e hostess. Il privilegio va verso il rinnovo. È finanziato con la tassa su tutti i biglietti. La svolta annunciata: per il 2016 era previsto il taglio dell’indennità. Ma il provvedimento è ancora fermo, scrive Gian Antonio Stella il 24 dicembre 2015 su "Il Corriere della Sera". «È Natale, è Natale / si può fare di più...». Il celebre motivetto di uno spot natalizio non vale però per tutti. Più di così ai dipendenti Alitalia non si può proprio dare. Il governo, infatti, sta per donare loro l’ennesima proroga alla cassa integrazione extralusso. E undici anni dopo il primo accordo sul «fondo volo» non c’è Babbo Natale più generoso in tutto il pianeta. Su un punto però quella canzoncina di Alicia dedicata a un pandoro ha ragione: «A Natale puoi fare quello che non puoi fare mai...». Esatto: era già successo l’anno scorso, sta per succedere di nuovo. Mentre gli italiani sono distratti dagli acquisti, dai regali, dai cenoni... Ma partiamo dall’inizio. Da un’agenzia Ansa titolata «Alitalia: attivato fondo integrativo a cassa integrazione» del 21 aprile 2006. Quasi dieci anni fa. Diceva: «È operativo il Fondo speciale per il trasporto aereo che consentirà, tra l’altro, l’integrazione del reddito del personale Alitalia in cassa integrazione». E precisava che questo fondo era previsto da una legge del 2004 e che operava «presso l’Inps senza oneri per la finanza pubblica». Una promessa cara a Berlusconi: mai le mani nelle tasche degli italiani. Come sia andata si sa. Lo ricordava nove mesi fa un dossier Inps. Che spiegava come il «salvataggio» della compagnia aerea (costato agli italiani quattro miliardi di euro e fortissimamente voluto dall’allora Cavaliere) aveva ancora agli inizi del 2015 uno strascico di quasi diecimila cassintegrati. Dei quali 152 benedetti da un assegno mensile tra i dieci e i ventimila euro e «casi limite in cui la prestazione si avvicina ai 30 mila euro lordi al mese». Cifre stratosferiche per tutti gli altri lavoratori, sottoposti per la cassa integrazione a un tetto massimo di 1.168 euro. Come ricostruiva il dossier, infatti, decenni di privilegi concessi dalla compagnia di bandiera (uno per tutti: perfino dopo la riforma Dini piloti e personale di volo ebbero per qualche tempo la possibilità di andare in pensione a 47 anni con 23 di contributi) erano sfociati in un trattamento «deluxe» anche nello stato di crisi. Per capirci: i cassintegrati delle varie compagnie aeree in crisi (nella stragrande maggioranza Alitalia) possono contare sull’80% «della retribuzione comunicata dall’azienda all’Inps al momento della richiesta del trattamento integrativo, fino ad un massimo di 7 anni». Sette lunghissimi, interminabili anni. Risultato: a dispetto delle promesse («senza oneri»...) la «cassa» era stata alimentata, per fare fronte al salasso, con un pubblico balzello pagato da ciascun passeggero aereo (di tutte le compagnie, anche quelle straniere) atterrato o decollato in un aeroporto italiano. Un euro, all’inizio. Poi due. Poi tre. Su tutti i biglietti. Dal low cost da pochi spiccioli al più lussuoso business intercontinentale. Di fatto, una soprattassa scaricata sui conti di tutti. Soprattassa indispensabile: una tabella dell’Inps sulle fonti di finanziamento del «fondo» mostra infatti che dal 2007 al 2014 la quota fornita dalle aziende e dai lavoratori del settore (già bassissima) è via via scesa al 4% mentre i proventi della gabella sui biglietti sono saliti al 96%. «Un pilota che percepisce un salario mensile di 10.000 euro, di cui circa 4.000 euro di indennità di volo, versa al Fondo un contributo di 7,5 euro mensili». Una miseria. Compensata, in caso di cassa integrazione, da un assegno mensile di circa 8.000. Fate voi i conti. Insomma, era così ingiusto questo sistema finanziato ogni anno, attraverso il balzello sui ticket, con duecento milioni di euro (e spesso di più) e complessivamente costato in pochi anni a tutti noi oltre un miliardo e mezzo, che da tempo, per usare un verbo amato da Matteo Renzi, era stato deciso di «svoltare». Col passaggio il primo gennaio 2016 dal Fsta (Fondo Sostegno Trasporto Aereo) a un Fondo di Solidarietà meno «privilegiato». E cioè sostenuto, come gli altri «fondi» di questo tipo, dai versamenti delle aziende e dei lavoratori. Altrimenti, spiegava l’Inps di Tito Boeri, «il Fsta diverrebbe l’unico fondo di solidarietà alimentato prevalentemente da proventi a carico della fiscalità generale». Tutto chiaro? Macché. A una settimana dalla scadenza, la bozza del decreto attuativo che dovrebbe portare all’agognata «svolta» galleggia ancora da qualche parte tra i ministeri del Lavoro, dell’Economia e dei Trasporti ma alcune cose (salvo sorprese) vengono date per scontate. E cioè che forse l’Inps avrà qualche potere in più nella gestione (oggi il comitato è totalmente autoreferenziale) ma l’eccezione al tetto di 1.168 euro resterà intatta e comunque il «fondo» continuerà a venire alimentato ancora dal balzello sui ticket aerei, che scenderà sì a due euro e mezzo (per poi calare ancora negli anni futuri fino a 2,34 nel 2018) restando però il «pozzo» principale al quale attingere. Tanto che con la soppressione della gabella nel 2019 (campa cavallo...) il «fondo» non sarà più sostenibile. Sempre che, si capisce, non arrivi fra quattro anni una nuova proroga. Magari sotto Natale.

Trucchi e segreti della casta volante. Politici, manager, calciatori. La saga della compagnia. Anche una commissione a 8 per scegliere i nomi degli aerei, scrive Sergio Rizzo il 12 settembre 2008 su "Il Corriere della Sera". C'era una volta una compagnia aerea che perdeva 25 mila euro l'anno per ognuno dei suoi dipendenti. Che aveva 5 (cinque) aerei cargo sui quali si alternavano 135 (centotrentacinque) piloti. Che arrivò ad avere un consiglio di amministrazione composto di 17 poltrone: tre per i sindacalisti e una assegnata, chissà perché, al Provveditore generale dello Stato, l'uomo incaricato di comprare le matite, le lampadine e le sedie dei ministeri. Che istituì perfino una commissione di otto persone per decidere i nomi da dare agli aeroplani: e si possono immaginare i dibattiti fra i sostenitori di Caravaggio e quelli di Agnolo Bronzino. Che in vent'anni cambiò dieci capi azienda, nessuno uscito di scena alla scadenza naturale del suo mandato. E che negli ultimi dieci anni ha scavato una voragine di tre miliardi chiudendo un solo bilancio in utile, ma unicamente grazie a una gigantesca penale che i preveggenti olandesi della Klm preferirono pagare pur di liberarsi dal suo abbraccio mortale. C'era una volta, appunto. Perché una cosa sola, mentre scade l'ultimatum di Augusto Fantozzi, è certa: quella Alitalia lì non c'è più. La corsa disperata di cui parlò Tommaso Padoa-Schioppa quando ancora confidava di poter passare la patata bollente ad Air France, dicendo di sentirsi come «il guidatore di un'ambulanza che sta correndo per portare il malato nell'unica clinica che si è dichiarata disposta ad accettarlo», è comunque finita. E con quell'ultimo viaggio, fallito in modo drammatico, si è chiusa un'epoca. Con un solo rammarico: che la parola fine doveva essere scritta molti anni prima. Se soltanto i politici l'avessero voluto. Già, i politici. Ricordate Giuseppe Bonomi? Politico forse sui generis, leghista e oggi presidente della Sea, ora ha chiesto all'Alitalia 1,2 miliardi di euro di danni perché la compagnia ha deciso di lasciare l'aeroporto di Malpensa. Anche lui è stato presidente dell'Alitalia: durante la sua presidenza la compagnia prossima ad essere «tecnicamente in bancarotta», per usare le parole del capo della Emirates, Ahmed bin Saeed Al-Maktoum, sponsorizzò generosamente i concorsi ippici di Assago e piazza di Siena. Alle quali Bonomi, provetto cavallerizzo, partecipò come concorrente. Ma senza portare a casa una medaglia. Ritorno d'immagine? Boh. E ricordate Luigi Martini? Ex calciatore della Lazio, protagonista dello storico scudetto del 1974, chiusa la carriera sportiva diventò pilota dell'Alitalia. Poi parlamentare e responsabile trasporti di Alleanza nazionale: ma senza smettere mai di volare. Per conservare il brevetto gli fu concesso di mantenere anche grado e stipendio. Faceva tre decolli e tre atterraggi ogni 90 giorni, quando gli impegni politici lo consentivano, pilotando aerei di linea con 160 passeggeri a bordo. Inconsapevoli, probabilmente, che alla cloche c'era nientemeno che un parlamentare in carica. Questa sì che era degna di chiamarsi italianità. In quale altro Paese sarebbe stato possibile? Domanda legittima anche a proposito di quello che accadde nel 2002, quando con la benedizione di Claudio Scajola venne istituita una linea quotidiana Alitalia fra Fiumicino e Villanova D'Albenga, collegio elettorale dell'allora ministro dell'Interno. Numero massimo di passeggeri, denunciò il rifondarolo Luigi Malabarba, diciotto. Dimesso il ministro, fu dimessa anche la linea. Ripristinato il ministro, come responsabile dell'Attuazione del programma, fu ripristinato pure il volo: in quel caso da Air One, con contributi pubblici. Volo successivamente abolito dopo la fine del precedente governo Berlusconi e quindi ora, si legge sui giornali, riesumato per la terza volta. Ma politici e flap in Italia hanno sempre rappresentato un connubio spettacolare. Lo sapevano bene i 9 sindacati dell'Alitalia, che non a caso nei momenti critici, ha raccontato al Corriere Luigi Angeletti, regolarmente pretendevano di avere al tavolo il governo, delegittimando la controparte naturale, cioè l'amministratore delegato. E i ministri regolarmente si calavano le braghe. Forse questo spiega perché mentre tutte le compagnie straniere, alle prese con le crisi, tagliavano il personale e riducevano i costi, all'Alitalia accadeva il contrario.

Nel 1991, dopo la guerra del Golfo, si decisero 2.600 prepensionamenti. Poi arrivò Roberto Schisano, che diede un'altra strizzatina, e i dipendenti scesero nel 1995 a 19.366. Armato di buone intenzioni, Domenico Cempella nel 1996 li portò a 18.850. Nel 1998 però erano già risaliti a 19.683. L'anno dopo a 20.770. E nel 2001, l'anno dell'attentato alle Torri gemelle di New York, si arrivò a 23.478. Poi ci si stupì che per 14 anni, fino al 1999, fosse stato tenuto in vita a Città del Messico, come denunciò l'Espresso, un ufficio dell'Alitalia con 15 dipendenti, nonostante gli aerei avessero smesso di atterrare lì nel lontano 1985. Come ci si stupì che gli equipaggi in transito a Venezia venissero fatti alloggiare nel lussuoso Hotel Des Bains del Lido, con trasferimento in motoscafo. O che per un intero anno (il 2005) la compagnia avesse preso in affitto 600 stanze d'albergo, quasi sempre vuote, nei dintorni dell'aeroporto, per gli equipaggi composti da dipendenti con residenza a Roma ma luogo di lavoro a Malpensa. Per non parlare della guerra sui lettini per il riposo del personale di bordo montati sui Jumbo, al termine della quale 350 piloti portarono a casa una indennità di 1.800 euro al mese anche se il lettino loro ce l'avevano. O dell'incredibile numero di dipendenti all'ufficio paghe del personale navigante, che aveva raggiunto 89 unità. Incredibile soltanto per chi non sa che gli stipendi arrivavano a contare 505 voci diverse. Tutto questo ora appartiene al passato. Prossimo o remoto, comunque al passato. Della futura Alitalia, per ora, si conosce soltanto il promotore: Compagnia aerea italiana, Cai, stesso acronimo di un'altra Cai, la Compagnia aeronautica italiana, la società che gestisce la flotta dei servizi segreti. E le cui azioni, per una curiosa e assolutamente casuale coincidenza, sono custodite nella SanPaolo fiduciaria, del gruppo bancario Intesa SanPaolo, lo stesso che supporta la cordata italiana per l'Alitalia.

ALITALIA: LA CASTA DEI PILOTI E DELLE HOSTESS. SONO I PIU’ PAGATI, scrive "irpinianelmondo" il 9 aprile 2008. Piloti e hostess lavorano molto meno dei loro colleghi di altre compagnie. Però costano tanto di più. Grazie a una giungla di benefit, difesi con le unghie e con i denti e puntigliosamente elencati in un contratto degno di Harry Potter, dove tutti i mesi durano quanto febbraio e il giorno di riposo comprende due notti.  Un giorno è un giorno. Dal Circolo polare artico fino alle isole di Tonga, è uguale per tutti. Ma non per i piloti dell’Alitalia. È scritto nero su bianco a pagina 2 del Regolamento sui limiti dei tempi di volo e di servizio e requisiti di riposo per il personale navigante approvato, con la delibera n. 67 del 19 dicembre 2006, dal consiglio di amministrazione dell’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile. Il terzo comma dell’articolo 2 disciplina il «giorno singolo libero dal servizio». Che viene così descritto: «Periodo libero da qualunque impiego che comprende due notti locali consecutive o, in alternativa, un periodo libero da qualunque impiego di durata non inferiore a 33 ore che comprende almeno una notte locale». Un giorno di 33 ore o con due notti? Quando si tratta del personale di volo della ex compagnia di bandiera italiana, e dei relativi regolamenti di lavoro, bisogna abbandonare ogni convenzione, dal sistema metrico decimale all’ora di Greenwich: per loro non valgono.

Vivono in un mondo a parte, dove tutto è dorato. Da sempre veri padroni dell’azienda, piloti e assistenti di volo si sono dati delle norme di lavoro consone al loro status (a proposito: i capintesta dei sindacati degli autisti dei cieli hanno una speciale indennità economica che percepiscono anche se ne stanno incollati a terra tutto l’anno). Secondo il regolamento dell’Enac, dove è specificato che hanno diritto a riposare su poltrone con una reclinabilità superiore al 45% e munite di poggiapiedi regolabile in altezza, non devono volare più di cento ore nel corso del mese. Anzi nei 28 giorni consecutivi, come hanno preferito scrivere: e si vede che per loro è sempre febbraio. Nell’intero anno, cioè nei dodici mesi (se non hanno modificato a loro uso e consumo pure il calendario) il tetto non è, come da calcolatrice, mille e 200 ore (100 per 12) ma 900, e vai a sapere perché. Nel contratto, che l’azienda si rifiuta di fornire ai giornalisti, come del resto qualunque altro dato sulla produttività dei dipendenti, l’orario però si riduce. Nel medio raggio, la barriera scende a 85 ore al mese. Che nel trimestre non diventano 255, ma 240. E nell’anno non arrivano, come l’aritmetica sembrerebbe suggerire, a mille e 20, ma a 900. Ma non è neanche questo il punto: fosse vero che volano così tanto (tra gli assistenti di volo l’assenteismo è all’11%). I numeri tracciano un quadro un po’ diverso e dicono che nel medio-corto raggio gli steward e le hostess (alla fine del 2007, 480 di queste ultime su 4300, cioè l’11%, erano praticamente fuori gioco perché in maternità o in permesso in base alla legge che consente di assistere familiari gravemente malati) restano tra le nuvole per non più di 595 ore l’anno. Vuol dire 98 minuti al giorno, il tempo che molti Cipputi impiegano per fare su e giù tra casa e fabbrica. A titolo di raffronto, un assistente di volo della Lufthansa vola 900 ore, uno della Iberia 850 e uno della portoghese Tap 810. Restando in Italia, una hostess di AirOne si fa le sue belle 680 ore.

I piloti, poi, alla cloche sembrano quasi allergici: la loro performance non va oltre le 566 ore, che significano 93 minuti al giorno. I loro pari grado riescono a pilotare per 720 ore all’Iberia, per 700 alla Lufthansa e all’AirOne, per 680 alla Tap e per 650 all’Air France. I nostri, insomma, non sono esattamente degli stakanovisti: in media fanno, tra nazionale e internazionale, 1,8 tratte al giorno, contro le 2,4-2,75 dei colleghi di AirOne. In compenso, sono molto più cari di tutti gli altri. Un assistente di volo con una certa anzianità può arrivare a costare ad Alitalia 86 mila e 533 euro, contro i 33 mila che deve mettere nel conto la compagnia di Toto (AirOne, ndr ). Il comandante di un Md80 dell’azienda della Magliana ha un costo del lavoro annuo pari a 198 mila e 538 euro. Per la stessa figura professionale i concorrenti italiani non sborsano più di 145 mila euro. Sempre restando allo stesso tipo di aereo, per pagare il pilota Alitalia ha bisogno di 108 mila e 374 euro, tra i 28 e i 33 mila in più di AirOne o di un’altra azienda italiana. Il mix di orari da impiegati del catasto e stipendi da superprofessionisti crea un cocktail che risulterebbe micidiale per qualunque azienda: facendo due conti viene infatti fuori che alla fine dell’anno Alitalia spende per ogni ora volata da un suo comandante qualcosa come 350,8 euro. Contro i 207,1 di AirOne. Una differenza del 69,4% che manderebbe fuori mercato chiunque. Soprattutto se si considera anche che un aereo della ex compagnia di bandiera viaggia con un equipaggio superiore di un buon 30% rispetto alla media dei concorrenti. Il risultato finale è che in Alitalia il tasso di efficienza per dipendente è pari, secondo i calcoli dell’Association of European Airlines, a poco più della metà di quello che può vantare la Lufthansa. Che i passeggeri trasportati sono 1.090 per dipendente, contro i 10 mila e 350 di Ryanair. E che nel 2004 il ricavo medio per ogni lavoratore impiegato non andava oltre i 199 mila euro, poco più di un terzo rispetto a quanto registrava ad esempio Ryanair (513 mila euro).

In Alitalia comandano i sindacati (che nel solo primo semestre del 2005 hanno proclamato scioperi per 496 ore: quasi 3 ore ogni 24). E si vede. Il contratto in vigore dal 1° gennaio 2004 dice che, nel medio raggio, una hostess o un pilota non possono essere utilizzati per più di 210 ore al mese (che, con il solito giochino, diventano 600 nel trimestre e 1.800 nell’anno). Ebbene, se uno di loro parte da Roma per andare a prendere servizio a Milano la metà della durata del viaggio che lo vedrà impegnato nelle parole crociate viene considerata servizio. La tabella dell’Enac che stabilisce, a seconda dell’orario di inizio del turno, su quante tratte continuative può essere impiegato il personale navigante prevede cinque diverse ipotesi. Che salgono a diciassette nell’accordo sottoscritto da azienda e sindacato. Dove è stabilito per il personale navigante il diritto a 33 giorni di riposo a trimestre (ad AirOne sono 30), che aumentano fino a 35 per chi è impegnato nel lungo raggio. In base al contratto, al termine di ogni volo deve essere garantito un riposo fisiologico di 13 ore, che sul lungo raggio deve risultare invece pari al numero dei fusi geografici attraversati moltiplicato per otto, con un minimo però di 24 ore. Boh. Semplicemente geniale è poi il nuovo sistema retributivo, in vigore dal 1° gennaio 2005. Sono rimasti, ovviamente, lo stipendio base (quattordici mensilità) e l’indennità di volo minimo garantito: quaranta ore, che uno le faccia o meno. Le dieci voci che componevano la parte variabile della retribuzione di un pilota (compreso il cosiddetto «premio Bin Laden» corrisposto, dopo l’attentato alle Torri gemelle di New York, a tutti quelli che viaggiano in Medio Oriente e dintorni) sono state tutte sostituite da un’unica indennità di volo giornaliera (per un comandante è pari a 177 euro se è impegnato sul lungo raggio e a 164 se vola sul medio, cifre alle quali va sommata la diaria, che sono altri 42 euro, per un totale che può quindi arrivare a 219 euro). Indennità che scatta tutta intera anche se il pilota sta alla cloche solo per mezz’ora o semplicemente si trasferisce all’aeroporto da dove prenderà servizio. E perfino se il suo volo viene cancellato dopo che lui ha già raggiunto quello che doveva essere lo scalo d’imbarco. Per di più, aumenta se c’è uno spostamento dei turni rispetto al calendario originale. Siccome poi lavorare stanca, il contratto prevede l’istituzione di una Banca dei riposi individuali dove confluiscono i crediti che si ottengono per esempio quando l’aereo viaggia con personale ridotto (un riposo ogni due giorni) e dalla quale hostess e piloti possono attingere pure degli anticipi. Non è invece dato sapere se le parti hanno raggiunto un accordo su una nuova indennità graziosamente prevista nell’ultima intesa: il premio di puntualità, che per i passeggeri assume davvero il sapore della beffa. Mentre è alla direttiva dell’Enac che bisogna tornare se si vuole conoscere la dettagliatissima disciplina della cosiddetta «riserva», i periodi di tempo nei quali il personale navigante deve essere pronto a rispondere a un’improvvisa chiamata. Premesso che si può essere messi in riserva solo dopo aver goduto di un riposo, si stabilisce che la metà del tempo trascorso a casa con le pantofole ai piedi va considerata come servizio. Bingo. Di più: che se l’attesa si consuma inutilmente perché il telefono non trilla, e dev’essere proprio per lo stress, scatta un successivo periodo di riposo di almeno otto ore, che in alcuni casi salgono a dodici. Ed è sempre il premuroso Enac a stabilire che a piloti e hostess, una volta a bordo, deve essere dato da mangiare una volta ogni sei ore, come ai pupi, e adeguatamente, «in modo da evitare decrementi nelle prestazioni».

Di alcuni privilegi o istituti incomprensibili nessuno ricorda neanche l’esatta origine. Ci sono e basta. Così, le hostess continuano ad avere una franchigia di ventiquattr’ore al mese, che in pura teoria dovrebbe coincidere con l’inizio del ciclo mestruale, ma si racconta del caso di una di loro che ha chiesto la giornata del 31 come permesso per il mese di dicembre e quella del 1° per il mese di gennaio: misteri del corpo femminile. Sempre le assistenti di volo, quando vanno in maternità vengono retribuite per tutto il tempo con lo stesso stipendio guadagnato nell’ultimo mese di servizio, che, guarda un po’, svolgono regolarmente sul lungo raggio, per far salire l’importo della busta paga. I piloti, invece, non possono atterrare due volte nello stesso scalo in un solo giorno. La logica della regola, che pare non sia neanche scritta ma frutto della consuetudine, è imperscrutabile. La conseguenza, però, è chiara: la crescita delle spese per le trasferte. A partire da quelle per gli alberghi, che in Alitalia vengono scelti da un’apposita commissione dopo attento esame dei loro requisiti: con il risultato che l’importo medio è superiore del 45% a quello sostenuto dagli altri vettori. Solo per le 300 stanze prenotate tutto l’anno per i dipendenti che, anziché essere trasferiti a Malpensa, vanno su e giù da Roma, la compagnia ha in bilancio 45 milioni. Nella babele dei benefit, per un certo periodo tutto il personale viaggiante ha poi goduto di una speciale indennità per l’assenza del lettino a bordo di alcuni 767-300: alcune centinaia di euro che venivano corrisposte anche a chi volava su aerei dotati delle cuccette in questione.

I lavoratori più coccolati d’Italia quando viaggiano per piacere godono di una politica di sconti davvero generosa. Argomento sul quale l’azienda ha di nuovo una tale coda di paglia da rifiutarsi di fornire chiarimenti. Ma è il segreto di Pulcinella: i dipendenti (e con loro i pensionati) hanno diritto ad acquistare (anche per i loro cari: figli e coniugi o conviventi) i biglietti con una riduzione del 90% sulla tariffa piena, se rinunciano al diritto alla prenotazione. Il taglio scende invece al 50% se vogliono il posto garantito, magari perché vanno a festeggiare l’ultima promozione, che in Alitalia non si nega davvero a nessuno. Nel 2007 la direzione per la finanza dell’azienda della Magliana poteva contare su 152 persone: 20 dirigenti, 52 quadri e 80 impiegati. In quella per il personale i soldati semplici (61) prevalevano di una sola unità sui graduati (60: 25 dirigenti e 35 quadri). Dev’essere anche per questo che il consiglio di amministrazione dell’azienda ha sentito la necessità di garantirsi l’ombrello di una polizza assicurativa a copertura di possibili azioni di responsabilità nei confronti di chi ha guidato la baracca. E si è reso così complice dei sindacati. Ai quali invece nessuno potrà mai presentare il conto.

Da un libro di Stefano Livadiotti: L'Altra Casta. 2001-2008, otto anni di gestione Alitalia sotto accusa: chi sono i manager condannati. Da Mengozzi a Cimoli, ex boiardi di Stato chiamati dalla politica a risanare i conti. Ma incapaci di frenare le spese che hanno portato alla bancarotta l’azienda, poi finita in mani private, scrive “Il Corriere della Sera" il 28 settembre 2015.

1. Otto anni sotto accusa. Dal 2001 al 2008. Esattamente otto anni. Otto anni sotto accusa. Un periodo che ha portato alla bancarotta dell’ex compagnia di bandiera e per la cui gestione, lunedì, sono stati condannati in primo grado gli ex amministratori delegati Alitalia Francesco Mengozzi (ad dal 2001 al 2004) e Gaetano Cimoli (nella foto, ad dal 2004 sino al 2007, poi seguì la gestione commissariale in attesa dell’ingresso dei privati). Vediamo più in dettaglio chi sono i manager che hanno contribuito allo sfascio dell’azienda poi finita in mani privati, prima con i cosiddetti «Capitani coraggiosi» e poi con l’ingresso di capitale arabo.

2. Mengozzi, dalla Rai ad Alitalia. Partiamo dal capitolo che comincia dopo il traumatico divorzio tra Alitalia e Klm (aprile 2000), e dopo le dimissioni di Domenico Cempella nel febbraio 2001. Alla cloche viene chiamato Francesco Mengozzi: dopo incarichi in Rai e nelle Fs spa, è lui il manager che il Governo Amato individua come possibile risanatore di Alitalia, che già inanellava, anno dopo anno, perdite su perdite, a parte l’eccezione di quello che è considerato l’ultimo vero utile dell’aviolinea nel ‘98. Mengozzi al timone rimane per 1000 giorni. Nell’estate del 2001, Mengozzi stringe un accordo con Air France che prevede uno scambio azionario del 2%. Alitalia entra anche nell’alleanza globale Skyteam e così, almeno, non si trova ad affrontare da sola la drammatica crisi del trasporto aereo seguita all’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre. Mengozzi vara, nei giorni seguenti l’attacco terroristico, il cosiddetto contingency plan, che prevede la cancellazione di diverse rotte del network intercontinentali, come Hong Kong, Pechino, Bangkok, San Francisco. L’obiettivo immediato è quello di è contenere i costi ma, nel lungo periodo, gli effetti si fanno sentire: quando non si presidiano più i mercati, poi è difficile riconquistarli. E, per Alitalia, i nodi sono poi venuti al pettine.

3. Arriva Cimoli. Intanto arriviamo alla gestione Cimoli. Chiamato a risanare i conti. Non ci riesce. Anche il processo di riduzione delle perdite, passate dagli 858 milioni del 2004 ai 167 del 2005, il 2006, anno che doveva segnare il ritorno all’utile, si chiude in rosso profondo per circa 400 milioni. S’incrina il rapporto di fiducia con l’azionista e la poltrona di Cimoli è in bilico e, con il passare delle settimane, lo diventa sempre di più. Nel febbraio del 2007, la gestione Cimoli arriva al capolinea. Il top manager viene escluso dalla lista presentata dal Tesoro in vista dell’assemblea fissata per il 22 e 28 febbraio rispettivamente in prima e seconda convocazione per il rinnovo del consiglio di amministrazione. Il rinnovo del cda è un passaggio obbligato dopo le dimissioni, lo scorso gennaio, dei consiglieri Gabriele Checchia e Jean Ciryl Spinetta. Cimoli lascia Alitalia. La vecchia compagnia di bandiera ha i mesi contati: fallita, nel 2008, la trattativa con Air France, viene commissariata nell’agosto successivo per essere privatizzata e ceduta alla cordata dei venti capitani coraggiosi.

4. La buonuscita milionaria di Cimoli. Cimoli veniva dalle Ferrovie dello Stato. Dove peraltro aveva dato buona prova come manager, tagliando pesantemente i costi (ma soprattutto dal lato del personale). In Alitalia non riesce a ripetere l’impresa. Si fa notare per la buonuscita che ottiene dalla compagnia di bandiera. Alle Ferrovie guadagnava circa 1,5 milioni di euro l’anno e se ne andò, per andare a prenderne 2,7 all’Alitalia. Con una liquidazione, scrissero sul Corriere della Sera Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, per «raggiungimento risultati» di 6,7 milioni.

5. Gli altri manager condannati. I giudici hanno condannato a 6 anni e 20 giorni di carcere Gabriele Spazzadeschi, ai tempi direttore centrale del settore Amministrazione e Finanza, e a 6 anni e 6 mesi Pierluigi Ceschia, ex responsabile del settore Finanza straordinaria. Anche i due dirigenti si sono visti infliggere una condanna superiore alle richieste.

6. Condanne e pene accessorie. Per quanto riguarda le pene accessorie, i quattro condannati dovranno risarcire complessivamente 355 milioni di euro a Alitalia Linee Aeree, Alitalia Servizi Spa, Alitalia Airport Spa, Alitalia Express Spa e Volare Spa; a un migliaio tra azionisti e risparmiatori danneggiati dovranno poi versare cifre che oscillano tra 1.500 e 73.000 euro per ciascuno. Cimoli dovrà anche pagare una multa da 240.000 euro. Per tutti e quattro i condannati il Tribunale ha stabilito l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’interdizione legale per la durata della pena; Cimoli sarà poi interdetto per un anno dalla possibilità di assumere cariche direttive. La sentenza dovrà essere pubblicata sull’edizione online di due quotidiani.

7. I «Capitani coraggiosi». Dopo la bancarotta, Alitalia da passa in mani private. Una vicenda che ha ancora molti interrogativi da sciogliere.

Le memorie dorate di una ex hostess: "Quella spiaggia privata nel resort di Caracas". Lucia, assistente di volo negli anni Sessanta «Hotel di lusso e maxi diarie, eravamo regine», scrive Luca Fazzo, Giovedì 27/04/2017, su "Il Giornale". Malinconia? «Sì, mi fa malinconia vedere Alitalia fare questa fine. Ma con un po' di distacco emotivo dico anche che non poteva reggere. Era chiaro da tempo che sarebbe finita così. Io sui suoi aeroplani ho vissuto due anni fantastici. Ma quello stile non poteva durare. Troppo champagne, troppe aragoste, troppi benefit». Lucia è una bella signora vicina ai settanta, cui gli anni in giro per il mondo non hanno tolto l'accento della marca trevigiana. Sugli aerei con la livrea tricolore ha volato solo due anni: la fine degli anni Sessanta, l'Italia che sull'onda del boom economica cullava sogni di grandeur, e che aveva nella sua compagnia di bandiera un suo ambasciatore nel mondo: e che le permetteva lussi insensati, non solo per coccolare i passeggeri ma anche per coccolare i dipendenti. Di quella cultura da partecipazioni statali, serenamente libera dai lacciuoli dei conti economici e del profitto, è figlio in fondo anche lo sfacelo che oggi ha portato Alitalia all'agonia. «I sindacati avevano già cinquant'anni fa un potere assoluto, bastava che minacciassero uno sciopero e ottenevano tutto quello che volevano, e così giocavano continuamente al rialzo». Aveva vent'anni, Lucia, quando su un giornale lesse l'inserzione di Alitalia che cercava personale. «Allora c'era il Mec, il mercato comune, le assunzioni si facevano in tutta Europa. Alle selezioni c'era un sacco di gente, alla fine di italiani entrammo solo in due, perché era essenziale sapere perfettamente l'inglese e allora in Italia era piuttosto raro. Io avevo la fortuna di avere fatto la scuola per interpreti». Da allora, e per due anni, la sua vita è stata un lungo decollo. Prima sui voli a corto raggio, poi sul medio e sul lungo: «Vita impegnativa, certo. Faticosa, anche, soprattutto sul lungo raggio, per via del fuso orario, dopo un po' non capivo più se per il mio corpo era giorno o notte. Ma sull'altro piatto della bilancia c'era uno stipendio che faceva di me, tra tutti i miei coetanei, una privilegiata. E un sacco di altri vantaggi che spesso erano ancora più consistenti dello stipendio». Per esempio? «La diaria di missione era così ricca che non riuscivamo a spenderne neanche un terzo, eravamo già spesati di tutto, mangiavamo a bordo, la diaria ce la mettevamo in tasca. O gli alberghi. Credo che Alitalia si facesse una questione di immagine di non scendere sotto al cinque stelle. A Milano ci faceva dormire al Gallia, che all'epoca era uno degli alberghi più lussuosi della città; d'estate, quando c'era il volo su Rimini, si dormiva al Grand Hotel, quello di Fellini. Ma il bello era quando si andava all'estero». «Le mete preferite per noi personale di bordo erano quelle sudamericane, soprattutto di inverno, quando lì è estate. Prima di ripartire per l'Italia avevamo diritto a quattro o cinque giorni di pausa, praticamente una vacanza tutta spesata. Se atterravamo a Caracas venivamo ospitati in un albergo indimenticabile, con la piscina e la spiaggia privata, non oso immaginare quanto costasse. Ma come si poteva andare avanti così?». Dopo due anni di quella vita, Lucia lasciò Alitalia: «Mi ero innamorata dell'uomo che poi sarebbe diventato mio marito, volevo vivere a Milano e per essere assunti a tempo indeterminato in Alitalia bisognava avere la residenza a Roma. Se non mi fossi innamorata sarei andata avanti perché oggettivamente era un bel lavoro». Stressante? «Un po'. Ma a quarant'anni sarei andata in pensione e avrei potuto cominciare un'altra carriera». «A bordo c'era un bel clima. Si viveva tutti insieme, noi e i piloti, con colleghi che cambiavano continuamente ma con cui c'era grande affiatamento. La sera magari prima di andare in albergo si andava a teatro. A cena raramente, perché si mangiava a bordo. Come hostess in teoria avevamo diritto ai vassoi, quelli della classe turistica. Ma il cibo per la prima classe veniva imbarcato in quantità tali che ne avanzava sempre in abbondanza, e noi potevamo servirci. E che cibo. In Africa aragoste, in Europa caviale. Si pasteggiava a champagne. Non era male, la vita a bordo degli aerei di Alitalia». E adesso? Perché i dipendenti di Alitalia hanno scelto la via del suicidio di massa? «Secondo me non si rendono conto che i tempi sono cambiati, sono stati salvati troppe volte e sono convinti che anche adesso arriverà qualcuno a tenere in volo gli aerei».

Alitalia, ecco chi ha ucciso la compagnia aerea (ma non ditelo ai passeggeri). I documenti che svelano i veri conti. I giochi di Etihad. Gli investimenti sbagliati per coprire il buco milionario. Così i vertici hanno portato l'azienda di nuovo al collasso. E a pagare saranno sempre gli italiani. Mentre dai piani alti arriva la censura: "L'Espresso non sia distribuito in volo", scrive Vittorio Malagutti il 24 gennaio 2017 su "L'Espresso". Sempre più difficile. Praticamente impossibile. Il repertorio acrobatico di Alitalia, tre volte fallita (quasi) e tre volte rinata (quasi) nell’arco di dieci anni, è ormai sterminato. Imprenditori, banchieri e manager, con il decisivo contributo delle casse pubbliche, si sono esibiti in ogni sorta di gioco di prestigio finanziario pur di evitare il crack di una compagnia aerea che ha smarrito da tempo immemorabile la rotta dei profitti. Eppure, quanto è successo nelle ultime settimane, e quanto ancora avviene in questi giorni tra polemiche politiche e scaricabarile assortiti, sembra davvero l’ultima mano di poker in una partita dall’esito scontato. A rimetterci, ancora una volta, saranno i cittadini, chiamati di nuovo a finanziare in veste di contribuenti una qualche forma di salvataggio di Alitalia sponsorizzata dallo Stato. Poi i dipendenti, per effetto dei prossimi prevedibili tagli di personale. E infine i clienti viaggiatori, che dovranno rassegnarsi a ritardi e disservizi vari legati a prevedibili futuri scioperi. Tanto per cambiare, però, i conti non tornano. Le carte consultate dall’Espresso (documenti contabili ed estratti dei verbali del consiglio di amministrazione) raccontano la trama di quella che appare come una commedia degli equivoci, incredibile e a tratti grottesca. Protagonisti della pièce sono amministratori e soci dell’ex compagnia di bandiera. A cominciare dagli arabi di Etihad, gli investitori degli Emirati sbarcati in Alitalia nel 2014 con l’ambizione dichiarata di risanare l’azienda nel giro di tre anni. Il risanamento non c’è stato. Anzi, secondo stime di fonti interne al gruppo, le perdite 2016 dovrebbero aggirarsi intorno a 600 milioni, escludendo i contributi positivi di eventuali partite straordinarie. E senza un nuovo intervento d’emergenza, finanziato con i soldi delle banche e forse anche dello Stato, la prospettiva più concreta pare quella del fallimento. L’esatta dimensione del disastro, accompagnata dalla richiesta di nuovi tagli di personale, è però emersa solo a dicembre inoltrato. Passato lo scoglio del referendum, è venuto al pettine anche il nodo Alitalia. Proprio come è successo per il Monte dei Paschi, libero di naufragare solo a urne chiuse. Risultato finale: due questioni potenzialmente imbarazzanti per il governo di Matteo Renzi sono state lasciate ai margini della campagna referendaria per poi piombare sul tavolo del nuovo premier Paolo Gentiloni, quando i giochi, e il disastro, erano ormai fatti. Su Alitalia, in particolare, si poteva intervenire prima e meglio, come dimostrano documenti e numeri analizzati dall’Espresso. Ma qualcuno sapeva. E non è intervenuto. Anzi, ha nascosto i numeri. A partire dagli ultimi giorni di luglio, e poi ancora tra settembre e ottobre, l’andamento dei conti della compagnia aerea è stato al centro di accesi confronti in consiglio di amministrazione, preceduti e seguiti da incontri informali. I dirigenti messi da Etihad ai posti chiave di Alitalia (l’amministratore delegato Cramer Ball e il direttore finanziario Duncan Naysmith) sono finiti in rotta di collisione con i rappresentanti dei soci italiani che possiedono il 51 per cento del capitale. E cioè, in primo luogo, Intesa e Unicredit, le due banche forti insieme di una quota di oltre il 30 per cento e allo stesso tempo grandi finanziatrici della compagnia. Per settimane, gli azionisti made in Italy, riuniti nella holding Cai (Compagnia aerea italiana) hanno chiesto di avere un quadro dettagliato della situazione. I dati completi sono però arrivati solo a fine settembre grazie al pressing del vicepresidente di Intesa, Paolo Andrea Colombo, e dell’amministratore delegato di Unicredit, Jean Pierre Mustier, entrambi, fino al dicembre scorso, consiglieri di Alitalia. Gli istituti di credito recitano due ruoli in commedia. Da una parte hanno un’influenza decisiva nell’azionariato. Dall’altra tengono i cordoni della borsa, perché vantano crediti importanti e oltre agli interessi sui prestiti incassano anche laute commissioni, per esempio sui contratti derivati per centinaia di milioni che Alitalia ha stipulato per proteggersi dalle oscillazioni del prezzo del carburante e delle valute, in primis il dollaro. Appare quantomeno sorprendente, quindi, che i banchieri presenti in forze nel consiglio di amministrazione della compagnia aerea lamentino di non essere stati informati per tempo che i conti del gruppo erano in caduta libera. Fatto sta che già a fine luglio, nelle segrete stanze del consiglio di amministrazione, è incominciato il tira e molla sui numeri. Dopo molte insistenze, l’amministratore delegato Ball, in carica solo da marzo, presenta agli altri consiglieri un’informativa generale sulla situazione aziendale. Dati allarmanti, a dir poco. Ricavi in calo di oltre 100 milioni rispetto alle previsioni, con 500 mila passeggeri in meno di quanto stimato nei piani di inizio anno e un coefficiente di riempimento degli aerei che non andava oltre il 76 per cento, ben al di sotto dell’obiettivo programmato dell’81 per cento. E pensare che solo due mesi prima, il 18 maggio, il vicepresidente di Alitalia e numero uno di Etihad, James Hogan, si era presentato ai giornalisti dichiarando che l’andamento dei conti era «decisamente in linea con gli obiettivi». Sull’onda dell’entusiasmo, in quell’occasione Hogan è arrivato a dire che il piano di rilancio («uno tra i più radicali e più rapidamente implementati», ha affermato con sprezzo del pericolo) procedeva meglio del previsto. Il manager non escludeva neppure di poter riportare in utile i conti della compagnia entro la fine del 2017. Possibile che nell’arco di poche settimane le prospettive aziendali siano peggiorate in modo così drammatico? Possibile che Alitalia, la stessa che secondo Hogan era avviata a recuperare il pareggio di bilancio, a fine giugno si trovasse invece già in perdita per oltre 200 milioni, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2015? Per spiegare un simile tracollo le fonti ufficiali della compagnia si aggrappano alla crescita economica«inferiore alle attese» e alle incertezze sul futuro, che hanno pesato anche sui risultati dei principali concorrenti. Come dire, la gente si trova in tasca meno soldi del previsto e quindi viaggia di meno. E poi c’è l’emergenza terrorismo, che ha penalizzato soprattutto le destinazioni europee e dell’area del Mediterraneo, molto servite da Alitalia. Gli attacchi del’Isis, però, non sono purtroppo una novità dei primi sei mesi del 2016. Il budget predisposto dai vertici aziendali avrebbe dunque dovuto tenerne conto. In caso contrario, il piano era chiaramente irrealistico. Del resto, già a inizio luglio, il presidente di Alitalia, Luca Cordero di Montezemolo, che è anche vicepresidente di Unicredit,si era presentato in commissione Trasporti alla Camera per affermare, senza entrare nei dettagli, che la compagnia «perde mezzo milione di euro al giorno». Un’affermazione, anche questa, che appare difficile da conciliare con le precedenti dichiarazioni ottimistiche di Hogan. Il peggio però doveva ancora venire. A fine settembre, dopo una girandola di incontri, sul tavolo di Francesco Di Giovanni, amministratore delegato della holding Cai, quella controllata dalle banche, arrivano nuove preoccupanti informazioni sull’andamento dei conti Alitalia. Nessuno ormai si azzardava più a parlare di ripresa. Neppure l’obiettivo minimo di contenere le perdite 2016 intorno ai 140 milioni sembrava più raggiungibile. Le nuove proiezioni sul bilancio davano come probabile un rosso di almeno 400 milioni, al netto di proventi straordinari, e quindi difficilmente ripetibili in futuro, per oltre 150 milioni. Alla luce di questi numeri diventava un problema assicurare la sopravvivenza dell’azienda, anche perché, tra ottobre e novembre, la liquidità in cassa è scesa più volte fino a toccare quota 20 milioni, ben lontana dalla soglia di sicurezza che per una compagnia delle dimensioni di Alitalia si aggira attorno a 300 milioni. Nelle pieghe dei conti si nascondeva poi anche un’altra potenziale grana, quella dei derivati sottoscritti negli anni scorsi per proteggersi contro le oscillazioni del prezzo del carburante. Già a fine 2015 e poi ancora nel 2016 la valutazione a prezzi di mercato (fair value) di questi contratti era in forte perdita, oltre 300 milioni. Questa nuova passività non è andata ad appesantire il conto economico del 2015 già in profondo rosso, ma è stata segnalata come riserva specifica di patrimonio netto. Questa manovra contabile, consentita dal codice civile, non ha però eliminato del tutto il problema. Alla scadenza dei contratti, che in parte si esauriscono già nel corso del 2017, le eventuali perdite dovranno comunque essere iscritte a bilancio. Al momento, paradossalmente, la notizia positiva è che il prezzo del carburante ha ripreso a salire e quindi anche le quotazioni dei particolari derivati sottoscritti da Alitalia. Conti alla mano, però, già nell’autunno del 2016 il problema vero per l’ex compagnia di bandiera diventa quello di evitare il crack. Hogan, lo stesso che quattro mesi prima parlava di andamento «decisamente in linea con gli obiettivi», reagisce attaccando, almeno sul fronte mediatico. In un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 6 ottobre, il gran capo di Etihad se l’è presa con il governo che non avrebbe rispettato i patti su alcuni punti specifici, come il rafforzamento dell’aeroporto milanese di Linate, ottenuto autorizzando nuove rotte, e l’investimento di fondi pubblici 20 milioni di euro per promuovere sui mercati esteri alcune mete turistiche italiane. Colpevoli anche i sindacati, secondo Hogan, perché si ostinano a difendere privilegi ormai fuori dal tempo. Il manager avrà anche le sue ragioni, ma con il senno di poi le sue parole suonano come un ultimo disperato scaricabarile prima della catastrofe aziendale. A fine anno, per evitare di portare i libri in tribunale, la compagnia ha varato alcuni interventi d’emergenza, come l’emissione di un titolo cosiddetto di “quasi equity”, cioè con caratteristiche simili alle azioni, per circa 215 milioni interamente versati da Etihad. Anche le banche hanno acconsentito a riaprire temporaneamente i rubinetti del credito. Ma quello che ancora manca è un piano industriale condiviso da tutti i soci di Alitalia, in primis le banche che fin qui hanno invece espresso più di una perplessità. «L’azienda è stata gestita male», ha tagliato corto nei giorni scorsi il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, liquidando senza troppi convenevoli i primi approcci dei manager di nomina Etihad che chiedevano il sostegno dell’esecutivo per la prossima ristrutturazione. In questa ricerca disperata di una via d’uscita, è tornato d’attualità il progetto di uno sdoppiamento di Alitalia, divisa tra una compagnia low cost per le destinazioni nazionali e a medio raggio (Europa e Mediterraneo) e un’altra per le rotte intercontinentali, di gran lunga le più redditizie, quelle che la compagnia tricolore ha colpevolmente trascurato negli anni scorsi. Questi interventi sono esattamente gli stessi di cui si parlava già nel 2013, quando si arenò tra perdite e debiti il salvataggio dei cosiddetti capitani coraggiosi, la cordata di imprenditori scesi in campo nel 2008 con la benedizione dell’allora premier Silvio Berlusconi e i finanziamenti di Intesa. Nel 2014 è arrivata Etihad. Sono passati quasi tre anni e quasi due miliardi di perdite supplementari. Tutto questo per tornare, di nuovo, alla casella di partenza. Questa volta, però, non c’è più tempo per i giochi di prestigio.

LA CASTA DEI CAPITANI DI NAVI.

"Noi, capitani delle navi, altro che casta di ricchi: siamo solo parafulmini per i guai". "A bordo dobbiamo diventare contemporaneamente medici, psicologi, notai, poliziotti. E tanti di noi finiscono dallo psicologo per lo stress", scrive Maurizio Di Fazio il 10 agosto 2017 su "L'Espresso". Alessandro Mirabile ha 42 anni, ma è già un comandante internazionale di lungo corso, specialmente di navi di grossa stazza. Negli ultimi tempi ha guidato i leviatani del mare della Saudi Aramco, la più importante compagnia petrolifera (saudita) del pianeta: i suoi comandanti sono i meglio pagati al mondo. Prima aveva lavorato per società americane, inglesi e scozzesi che gli hanno affidato le loro ammiraglie «anche se insieme a greci e spagnoli siamo considerati comandanti di serie b, quasi quanto i cinesi e gli indiani»; ed è stato anche sul ponte di comando, tornando in Italia, dello yacht di Luciano Benetton. La sua carriera ha avuto inizio vent’anni fa come allievo ufficiale di coperta: ad appassionarlo, la voglia di viaggiare e le storie dei grandi navigatori. Nella sua Palermo trovava tutte le porte sbarrate e così ha cominciato a girare per il globo. «Quando terminava il contratto, ovunque ci trovassimo, io chiedevo all’armatore di non pagarmi il biglietto aereo di ritorno in modo tale da restare ancora qualche mese in zona». Per anni Alessandro ha guadagnato più del triplo dei suoi omologhi italiani. Secondo lui la sua professione starebbe perdendo la bussola, e non soltanto per l’onda lunga dell’affondamento della Costa Concordia e la condanna, prima morale e poi giudiziaria, del comandante Schettino. Il tutto contestualizzato in un settore, quello dell’industria marittima, che non si scrolla ancora di dosso gli effetti della crisi economica degli anni passati. «È un luogo comune che noi comandanti navighiamo nell’oro» premette Mirabile.

Lavorare all’estero o restare in patria? «Nel Belpaese i comandanti di nave vengono retribuiti esclusivamente quando sono in servizio: in più ci tartassano. Nelle nazioni anglosassoni siamo pagati invece tutto l’anno, a prescindere dal tempo effettivo che si spende a bordo. Vale il principio di esclusiva. Da quelle parti lavoravo sei mesi e gli altri erano di vacanza, guadagnando tre volte più che in Italia. Da noi i comandanti di traghetti e aliscafi fanno una vitaccia, prendono duemila euro al mese e sono sempre in acqua. Ho degli amici, con moglie e figli, che sono finiti dallo psicologo. Due o tre tratte al giorno: nulla di diverso da un conducente di autobus, coi pericoli del mare e l’inesorabile erosione della vita privata e affettiva. Altro che casta». Il nuovo contratto collettivo nazionale dei comandanti di navi da crociera, da carico e di traghetti superiori ai 3 mila Tsl (tonnellate di stazza lorda) prevede un minimo contrattuale di 3.280 euro. Un comandante da diporto percepisce però molto meno: poco più di 1.600 euro. «Con il contratto di arruolamento a viaggio il comandante viene imbarcato per il compimento di uno o più viaggi. Ogni viaggio non può avere una durata superiore a quattro mesi, riducibile o prorogabile da parte del datore di lavoro di trenta giorni. Il rapporto derivante dal contratto di arruolamento a viaggio inizia al momento dell’imbarco e si estingue al momento dello sbarco» si legge nell’accordo. Significativo anche l’articolo 5 sull’orario di lavoro: «il comandante non è soggetto a uno specifico orario di lavoro e pertanto allo stesso non spetta il compenso per lavoro straordinario e il disagio derivante da una eventuale prolungata prestazione è comunque già compensato dal trattamento economico globale complessivo stabilito nel presente Ccnl».

I comandanti, capri espiatori e senza diritto di voto. «Serviamo solo in caso di guai. Se avvengono incidenti, paghiamo per tutti. Siamo in sostanza dei parafulmini. E pensare che a bordo dobbiamo diventare contemporaneamente medici, psicologi, notai, poliziotti. Non basta un papiro per descrivere le nostre mansioni. A volte non ci rispetta nemmeno la capitaneria, nonostante i suoi uomini se lo sognino il nostro vissuto in mezzo agli oceani, tra tempeste e avversità di ogni tipo» il j’accuse del comandante Mirabile. Che segnala un'altra curiosità, ovvero l'impossibilità di esercitare il diritto di voto. «La nostra categoria è così svilita anche perché non abbiamo mai ottenuto il diritto al voto. Per quale ragione ci è vietato raccogliere i suffragi della flotta e consegnarli al consolato per il rinnovo del Parlamento o le Europee? I marittimi non hanno diritto di voto e i politici ci ignorano bellamente. Eppure saremmo noi gli ambasciatori dell’Italia nel mondo, come stabilisce il concetto della nave-territorio espresso dal diritto internazionale…».

Sicurezza a bordo. Negli ultimi tempi, dopo gli incidenti dell’Erika, della Prestige e della Costa Concordia al Giglio, varie direttive e regolamenti dell’Unione europea hanno in teoria migliorato le norme di sicurezza della navigazione marittima. L'Organizzazione marittima internazionale (Omi) stabilisce norme internazionali di sicurezza uniformi. Ma poi la palla passa sempre alle legislazioni nazionali. Sono sicure le grandi imbarcazioni che solcano i nostri mari? Il comandante Alessandro Mirabile avanza sospetti: «Le regole prescrivono che ogni nave deve effettuare un tot di esercitazioni settimanali o mensili. Ma sta alla deontologia del comandante e del primo ufficiale il compito di tradurle in pratica. Sono stato su navi su cui si facevano veramente e su altre dove non si sono mai fatte. C’è un’ipocrisia pazzesca. Ad alcuni interessa ben poco della salvaguardia della vita in mare, tanto le navi sono assicurate…».

L’ITALIA DELLE CASTE.

Non c'è più la Casta. Ce ne sono mille. Dieci anni dopo, l’avversione verso i politici si è trasformata in odio contro le élite. Ma senza alcuna coesione tra i sommersi, scrive Alessandro Gilioli il 25 gennaio 2017 su "L'Espresso". Il 2017 celebra, tra i suoi anniversari, i dieci anni di un libro che ha segnato il dibattito politico italiano a qualsiasi livello, dal Parlamento ai social network: “La casta”, di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, oltre un milione di copie vendute, dozzine di spin off e di tentativi d’imitazione. Il successo del libro di Stella e Rizzo fu una tempesta perfetta. Alla completezza del lavoro svolto dai due giornalisti si aggiunsero infatti altri fattori esterni che contribuirono alla sua esplosione. Fra questi, almeno due vanno citati: primo, la crisi economica che dì lì a pochissimo avrebbe gravemente peggiorato le condizioni di vita del ceto medio; secondo, la legge elettorale entrata in vigore l’anno prima, che aveva l’effetto (e forse lo scopo) di rinchiudere la classe politica in una roccaforte di cooptazioni e nomine reciproche. In altre parole, mentre usciva “La casta” l’Italia diventava più povera, i giovani più precari e le partite Iva più tartassate, mentre le banche iniziavano a centellinare il credito ai piccoli imprenditori per riservarlo solo ai giganti dei salotti buoni; contemporaneamente, il Palazzo - con le sue liste bloccate che solo molti anni dopo sarebbero state bocciate dalla Consulta - pensava a proteggere se stesso, chiudeva i canali di collegamento con la cittadinanza, scavava un solco tra sé e il Paese. Alla pubblicazione del libro - e dato il suo straordinario boom diffusionale - seguì la nascita di un genere giornalistico altrettanto di successo, che rivelava ogni tipo di privilegio, prebenda, spreco e immunità del ceto politico: dal menù dei senatori fino ai voli blu dei ministri al Gran Premio, dai vitalizi degli ex parlamentari ai rimborsi-monstre dei consiglieri regionali. La nascita del Movimento 5 Stelle fu, non a caso, contestuale a quest’ondata di risentimento nei confronti di quello che veniva ormai vissuto come un circolo chiuso di super privilegiati, i politici, occupati a proteggere se stessi: e anche il primo V-Day di Beppe Grillo è del 2007 (all’inizio di settembre). Ma se a incassare il maggior dividendo politico della rabbia anti casta furono fin dall’inizio i grillini, anche nel Pd c’era chi faceva sua la stessa battaglia, almeno negli intenti dichiarati: era la corrente dei futuri rottamatori, nata attorno al gruppo dei Mille sempre nello stesso periodo, tra il 2007 e il 2008. Lo stesso Renzi, ancora nel 2013, si opponeva alla candidatura di Anna Finocchiaro al Quirinale perché la senatrice usava «la scorta come carrello umano» all’Ikea, promettendo che lui invece la coda di auto blindate non l’avrebbe mai avuta perché «mi protegge la gente» (febbraio 2014); e uno dei suoi primi gesti da premier fu mettere all’asta 170 auto blu su eBay. Perfino nel recente referendum costituzionale, il renzismo ha puntato sul sentimento anti casta caratterizzando la comunicazione per il Sì con slogan come «tagliare le poltrone» e «ridurre i costi della politica». Dieci anni dopo, però, è cambiato qualcosa - e anche il fallimentare esito di quella campagna ce lo suggerisce. Non tanto nei confronti dei politici, la cui reputazione continua a essere bassa, quanto nel significato del termine “casta”. A cui si sono non a caso affiancati, nel lessico del dibattito politico, altri vocaboli come «élite» ed «establishment». Che non indicano necessariamente chi occupa una carica istituzionale, ma più in generale le classi dirigenti. Oggi come casta, insomma, s’intende sempre di più un’entità mista, qualcosa che somiglia a una rete di collegamento tra parte della politica, dell’economia pubblica e privata, della finanza e anche delle fasce di benessere economico non toccate - anzi, spesso favorite - da questi anni di crisi. In un’accezione più larga, quanti abitano nei primi municipi delle metropoli, isole circondate da un colore diverso quando si va ad analizzare come si è votato, vuoi per il sindaco vuoi al referendum. I “salvati”, insomma, in un Paese di “sommersi”. È cambiata la casta, quindi. O quanto meno il suo percepito. I politici ne fanno ancora parte, ma non ne sono più esclusivisti. Anzi, spesso vengono visti solo come interlocutori complici e “riceventi ordini” di poteri che stanno altrove rispetto ai Palazzi. Rischia di essere tuttavia ingenuo concluderne che questo sia il segno di un ritorno a una lotta di classe bidimensionale, ai “poveri” contro i “ricchi”. Perché le categorie contrapposte al cosiddetto establishment sono molteplici, molecolari e assai più sfocate, una volta spariti i vecchi blocchi sociali. Quindi lo stesso concetto di casta assume, sempre nel percepito, risvolti e sfumature ulteriori: per i fattorini della “gig economy” (due euro a consegna) è casta anche il metalmeccanico con diritto alle ferie e tredicesima; per la partita Iva a 600 euro al mese (quando non si ammala) è casta anche il docente di liceo che porta a casa il doppio (e ha diritto ad ammalare); per l’under 30 che non vedrà mai la pensione, è casta lo zio che a 65 anni incassa regolarmente il suo assegno di riposo. Quella che il sociologo Emanuele Farragina ha chiamato “la maggioranza invisibile” è insomma una galassia composita e sfrangiata, che vede come casta anche chi sta appena un gradino sopra e talvolta disprezza chi sta appena un gradino sotto (di solito: gli immigrati o gli zingari, i paria del nostro tempo). Tutto questo ci riporta al significato originale del termine “casta”: un sistema fondato su scalini successivi. In cui nessuno può realisticamente ambire al grado superiore (il famoso ascensore sociale bloccato). E in cui la parcellizzazione di condizioni e interessi nei gradini mediobassi e bassi impedisce che si sviluppino forme di solidarietà e coesione contro chi sta sulla punta, come invece avveniva ai tempi della lotta di classe duale o semiduale del Novecento. In fondo Stella e Rizzo avevano azzeccato anche il titolo, con quel riferimento all’ordine gerarchico dell’India antica. Dieci anni dopo, l’unica variazione potrebbe essere passare dal singolare al plurale. Vale a dire che la casta non è più solo quella dei politici, ma un’élite intrecciata. Sotto la quale ci sono poi altre percezioni castali reciproche: quelle in cui sono o si sentono rinchiusi tanti pezzi diversi della società in lotta tra loro per la sopravvivenza. E per questo incapaci di spezzare l’organigramma, di mettere in discussione la piramide. 

Prefetti, piloti e manager: i pensionati che resistono ai tagli previdenziali. I politici rischiano di vedersi ridotto l'assegno in base a quanto versato. Ma restano tanti regimi favorevoli nelle altre categorie. E il doppio vantaggio dei pensionamenti anticipati e del sistema retributivo ha favorito soprattutto le classi più agiate, scrive Marco Ruffolo il 30 luglio 2017 su "La Repubblica". Nella giungla delle pensioni italiane, non sono solo gli ex parlamentari ad essersi sottratti finora ai calcoli più rigorosi del sistema contributivo, quello che lega gli assegni ricevuti ai contributi versati. Anche se con privilegi di gran lunga inferiori a quelli di deputati, senatori e consiglieri regionali, intere generazioni di pensionati dai 60 anni, chi più chi meno, sono state doppiamente avvantaggiate rispetto ai loro figli e nipoti: perché hanno potuto lasciare prima il lavoro e perché la loro pensione è stata ed è ancora oggi calcolata sulla base dei redditi via via guadagnati e non dei contributi pagati. Per loro infatti, a differenza di quanto potrà accadere tra poco agli ex parlamentari, le regole più rigide introdotte nel 1996 non vengono applicate retroattivamente. Almeno finora. Nel tracciare l'identikit di questi pensionati più "fortunati", si scopre che tra il 2000 e il 2010 ben tre milioni di lavoratori hanno potuto lasciare all'età di 58 anni con una pensione media di quasi 2 mila euro lordi al mese. Ovviamente, in questo gruppone ci sono anche gli ex operai che sono usciti prima dell'età di vecchiaia avendo iniziato a lavorare molto presto, e che non godono certo di un assegno cospicuo. Ma sono una minoranza. I due terzi hanno una pensione superiore a 1.500 euro. Prendiamo allora uno di questi pensionati-tipo: uno dei primi baby-boomers figli del dopoguerra, classe 1951, assunto ventenne da un'impresa privata, in pensione nel 2009 a 58 anni dopo 38 di lavoro. Oggi riceve un assegno di 2.120 euro lordi al mese. Quando nel 1996 Lamberto Dini introdusse il sistema contributivo, lui aveva già più di diciotto anni di lavoro alle spalle, e dunque resta immune dalla riforma: gli si continuerà ad applicare il vecchio calcolo retributivo per tutta la sua carriera. Insomma, niente riduzione retroattiva, come invece potrebbe succedere ora agli ex parlamentari, se la legge venisse approvata dal Senato e superasse le forche caudine della Corte Costituzionale. In soldoni, tutto questo significa che ancora oggi il nostro pensionato-tipo riceve ogni mese più di quanto ha pagato come contributi durante la sua vita lavorativa. Se la sua pensione fosse calcolata con il sistema contributivo, spiegano diversi studi di esperti previdenziali, dovrebbe prendere non 2.120 euro ma 1.520. Seicento euro in meno, una differenza del 28%. Ed è proprio questo il divario medio in Italia tra quanto riceve e quanto ha versato chi è andato in pensione anticipata con il retributivo. Fin qui non stiamo certo parlando di pensioni ricche, ma lo squilibrio si amplia notevolmente quando si passa alle classi di reddito più alte. Chi è andato in pensione con 4.100 euro mensili non avendo neppure compiuto 60 anni, oggi riceve ogni mese 1.400 euro in più di quanto avrebbe se gli si applicasse il sistema contributivo, il 34% in più. Questo significa che il doppio vantaggio dei pensionamenti anticipati e del sistema retributivo ha favorito soprattutto le classi più agiate.

Ma le discriminazioni pensionistiche non si fermano qui. Non è solo la linea di demarcazione intergenerazionale a squilibrare la nostra previdenza pubblica, anche se è la più macroscopica, perché divide le famiglie italiane tra sessanta-settantenni con pensioni superiori al dovuto e giovani o meno giovani con carriere precarie, penalizzati dal contributivo. Anche tra i pensionati fortunati che continuano a ricevere l'assegno in base al sistema retributivo, c'è chi è più favorito di altri: sono gli ex lavoratori dei fondi speciali, in parte confluiti nell'Inps perché in rosso cronico, e messi sotto esame già da qualche anno dall'Istituto guidato da Tito Boeri. Prendiamo gli ex lavoratori delle aziende elettriche. Fino al 1992 il legame tra la loro pensione e la retribuzione era molto più vantaggioso rispetto a quello degli altri dipendenti privati. L'assegno si calcolava in base alla retribuzione degli ultimi sei mesi, e non degli ultimi 5 anni. E inoltre il rendimento era fissato al 2,5% e non al 2. Lo stesso, o quasi, accadeva per ex telefonici ed ex ferrovieri. E ancora più favorevole era il trattamento degli ex prefetti, che vedevano la loro pensione seguire addirittura lo stipendio dell'ultimo giorno di servizio, maggiorata del 18% e senza tetti. I dirigenti d'industria, dal canto loro, potevano pagare contributi percentualmente più bassi dei loro dipendenti. Poi le regole sono cambiate e sono state equiparate a quelle di tutti i dipendenti privati.

Tutto risolto? Neppure per idea, perché per gli iscritti a quei fondi i vantaggi sono cessati solo parzialmente. Ancora oggi, infatti, la parte della loro pensione calcolata sugli anni di lavoro precedenti al 1992, continua a godere di quei favori ereditati dal passato. Per avere un'idea di quanto essi possano pesare ancora, prendiamo un pensionato iscritto a uno di quei fondi speciali, e ipotizziamo che sia stato assunto nel 1971 e abbia lavorato per 38 anni (come nell'esempio precedente). Prima del 1992 ha maturato 21 anni, dopo ha lavorato per altri 17. Questo significa che la sua attuale pensione viene calcolata per il 55% con le condizioni favorevoli delle vecchie leggi, e solo per il restante 45% con le più rigide regole vigenti. Il risultato di questo retaggio è che per i lavoratori dei fondi speciali lo squilibrio tra contributi versati e pensione ricevuta è ancora più marcato che per gli altri dipendenti privati. A ricevere il 30% in più di quanto versato sono i due terzi degli ex piloti e delle ex hostess, la metà dei pensionati dello spettacolo e un terzo di ex telefonici ed ex ferrovieri.

Tutto questo ovviamente ha un costo. Tra il 2008 e il 2012 quasi un milione di lavoratori sono usciti con un'età media di 58 anni e con il sistema retributivo. Sono dipendenti privati, autonomi, ma anche dipendenti pubblici, i quali godono tuttora di pensioni di anzianità più alte del 20% rispetto alla media. Per tutti loro lo Stato ha pagato e continua a pagare il 28% in più di quanto avrebbe versato con il sistema contributivo. Significa che se magicamente quel sistema fosse esteso a tutti, risparmieremmo 46 miliardi l'anno. Qualche tempo fa Tito Boeri, presidente dell'Inps, e Stefano Patriarca (oggi consigliere economico di Palazzo Chigi) proposero di imporre solo ai più benestanti un contributo di solidarietà, commisurato allo squilibrio esistente, per aiutare i numerosi giovani privi di un dignitoso futuro pensionistico. Si gridò allo scandalo, all'attentato ai diritti acquisiti e non se ne fece nulla. In realtà, non si trattava affatto di ricalcolare retroattivamente le pensioni in base al sistema contributivo (come si vuol fare adesso per gli ex parlamentari), ma di prevedere un "obolo" (in percentuale sulle pensioni avute oltre il dovuto) per riequilibrare almeno in parte una delle più forti discriminazioni economiche presenti in Italia. Che probabilmente sarà destinata a restare tale.

Maxi-stipendi, privilegi e ritardi. I numeri della casta delle toghe. Aumenti record con Monti: ai magistrati 833 euro in più al mese. Il vero stipendio? Oltre 140mila euro l'anno, scrive Marco Cobianchi, Domenica 23/07/2017 su "Il Giornale".  Se chiedete all'Inps qual è lo stipendio medio di un magistrato vi risponderà che è di poco più di 125mila euro lordi l'anno. A parte il fatto che si tratta comunque del trattamento più ricco tra tutte le categorie di dipendenti pubblici (compresi diplomatici e dipendenti della presidenza del Consiglio) quella cifra è falsa. O, meglio, è vera, ma non tiene conto delle «indennità fisse e accessorie». Solo aggiungendo questa parte della retribuzione si giunge al numero vero. Per arrivare alla cifra totale non bisogna rivolgersi all'Inps, secondo il quale nel 2016 la retribuzione contrattuale di un magistrato è stata appunto di 125.637 euro, ma bisogna controllare l'annuario statistico della Ragioneria Generale dello Stato, i cui dati si fermano al 2014 (l'annuario di quest'anno conterrà i dati del 2015). Aggiungendo la voce «indennità fisse e accessorie», lo stipendio di un magistrato sale a 142.554 euro. Per dare un'idea: è quasi 5 volte lo stipendio medio di un professore; 3,5 volte quello di un dipendente di un ente di ricerca e 3,3 quella di un docente universitario. Ma c'è di più: il sito Truenumbers.it ha elaborato il ritmo di crescita degli stipendi dei magistrati nel corso degli anni e ha scoperto qualcosa di molto interessante. Sempre considerando l'intera retribuzione, la retribuzione di un magistrato è passata da 120.161 euro del 2007 a 142.554 del 2014, il tutto mantenendo praticamente stabile la retribuzione fissa, sottoposta al blocco degli aumenti del pubblico impiego. Ad aumentare è stata la parte «variabile» e l'anno in cui è cresciuta di più è stato il 2012, in pieno governo Monti, durante il quale la busta paga è passata da 131.295 euro a 141.675 euro. In sostanza mentre il professore della Bocconi reintroduceva l'Imu sulla prima casa e aumentava l'età pensionabile, gli stipendi dei magistrati crescevano al ritmo rossiniano di 833 euro ogni mese per 12 mesi. Naturalmente in questa media ci sono tutti: magistrati e giudici molto produttivi e quelli meno. Quali sono i primi e i secondi? L'Ufficio Parlamentare di Bilancio ha redatto la classifica dei migliori e peggiori tribunali d'Italia sulla base dei dati del 2015, considerando un indice chiamato «indicatore di sforzo». Ovvero un coefficiente che stabilisce di quanto un tribunale dovrebbe aumentare il numero di procedimenti definiti ogni anno perché in quel tribunale si arrivi alla parità tra procedimenti aperti e procedimenti chiusi nell'arco di tre anni. Il risultato è che il tribunale di Patti dovrebbe aumentare i processi definiti del 96% ogni anno, quindi quasi il doppio di ora. Quello di Vallo della Lucania dell'88% e quello di Barcellona Pozzo di Gotto del 70%. Aosta, Ferrara e Vercelli, invece, dovrebbero lavorare meno, perché hanno un «indicatore di sforzo» negativo rispettivamente del 9%, del 7% e del 4% e questo significa che la parità tra procedimenti che si aprono e procedimenti che si chiudono è già stata raggiunta. Nel grafico in queste pagine sono indicati i 10 peggiori tribunali italiani (quelli che hanno un valore positivo) e i 10 migliori (quelli con un valore negativo). Milano, in questa classifica, sta a metà: dovrebbe aumentare il numero di processi definiti dell'1% l'anno. Questa scarsa produttività è stata compensata da alcuni correttivi del sistema giudiziario che hanno accelerato i tempi di definizione dei processi. Tra questi il processo telematico, l'obbligo del tentativo di conciliazione e, non ultimo, il taglio dei giorni di ferie dei magistrati, che le toghe hanno osteggiato con tutte le loro forze. Il risultato è che l'arretrato civile è in calo dal 2011. L'arretrato resta comunque enorme: 3.761.613 processi da definire a marzo di quest'anno rispetto agli oltre 5 milioni e 700mila del 2009, quando il sistema ha rischiato effettivamente di andare in tilt. Quegli oltre 3,7 milioni di processi arretrati non hanno solo un riflesso sulla qualità della giustizia, ma sono anche una terribile minaccia per le finanze pubbliche. Nel 2001 l'onorevole prodiano Michele Pinto ha dato il nome a una legge («legge Pinto») in base alla quale il cittadino che si ritiene danneggiato per l'eccessiva durata di un processo può chiedere il risarcimento allo Stato. Ovviamente non tutti i protagonisti di quei 3,7 milioni di processi possono chiedere il risarcimento, ma solo quelli che rientrano nelle fattispecie della legge, ovvero quelli il cui processo dura da oltre tre anni per il primo grado, due anni per l'appello e un anno in Cassazione. E quanti sono questi processi? Esattamente 607.233. Ipotizzando che solo una persona per ogni processo chiedesse un risarcimento (eventualità che non succede mai), ci sarebbero 607.233 richieste di risarcimento. Per evitare il rischio di dover rifare i conti del bilancio pubblico, nel 2012 sempre il governo Monti ha limitato questa possibilità e fissato un minimo (400 euro) e un massimo (800 euro) risarcibile per ogni anno di ritardo oltre i termini fissati per legge. Ecco perché i magistrati, oltre che per gli stipendi stratosferici, a confronto con quelli di tutti gli altri dipendenti pubblici, se non lavorano abbastanza rischiano di pesare sul bilancio dello Stato due volte.

I davighiani: «Non siamo i più pagati». Ma la Ragioneria li smentisce, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 2 Agosto 2017 su "Il Dubbio".  La polemica sugli stipendi dei dipendenti pubblici. Quanto guadagnano in media i magistrati italiani? Tanto, circa 140.000 euro (lordi) l’anno, secondo un’inchiesta pubblicata da Il Giornale la scorsa settimana che cita le analisi compiute da una società di ricerca denominata Truenumbers. Per “smentire” quanto riportato dal quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, Autonomia & Indipendenza, la corrente della magistratura fondata da Piercamillo Davigo, ha deciso di organizzare un dibattito ad hoc in occasione del suo prossimo congresso in autunno. Come si legge nel comunicato di presentazione dell’iniziativa, “non possiamo certo aspettarci che l’opinione pubblica sia a conoscenza o sia effettivamente interessata a studiare i complessi meccanismi di determinazione della nostra retribuzione, ma dobbiamo fermare la diffusione di notizie false che hanno il solo scopo di far sedimentare la rappresentazione di una giustizia costosa ed inefficiente (e, quindi, riformabile senza tanti rimpianti)”. Quindi, per “sbugiardare” Truenumbers e Il Giornale, “a settembre inviteremo loro, ed anche altri esperti nel settore del fact checking, ad un confronto pubblico, buste paga alla mano, su grafici e statistiche che nella migliore delle ipotesi riteniamo incomplete”. Dopo l’estate, dunque, la risposta chiarificatrice. Ma intanto ieri ha provveduto la Ragioneria generale dello Stato a riproporre i dati di realtà: nella classifica degli stipendi tra chi lavora per lo Stato, i magistrati sono incontestabilmente primi, ultimi i dipendenti della scuola. Nel 2015, per prof e personale amministrativo degli istituti, la media retributiva è stata di 25.077 euro, a cui si aggiungono 3.266 euro di indennità fisse ed accessorie. Impietoso il confronto con i magistrati: stipendio medio di 122.737 euro, più 15.745 di indennità. Ma magari al convegno di A& i si scoprirà dov’è il trucco.

La resistenza dei dirigenti di Stato, sono i più pagati d’Occidente. Nonostante il tetto ai compensi introdotto nel 2014 lo stipendio dei mandarini italiani è superato solo dagli australiani. Intanto una pioggia di ricorsi blocca la pubblicazione dei patrimoni, scrive Sergio Rizzo il 17 luglio 2017 su "La Repubblica". L'ultima rilevazione dell'Ocse sulle retribuzioni dei dirigenti pubblici dice quanto la trasparenza sia preziosa, e per alcuni versi anche dolorosa. Grazie a lei sappiamo che i mandarini italiani sono i più pagati del mondo sviluppato, con la sola esclusione dell'Australia. Affermare tuttavia che con il tetto agli stipendi dei funzionari pubblici fissato tre anni fa in 240mila euro lordi l'anno non sia cambiato nulla sarebbe ingeneroso: qualche busta paga scandalosa (e immeritata) è stata per fortuna ridimensionata. Ma è sempre la media, con o senza quel tetto, che continua a fregarci. I confronti parlano chiaro. La retribuzione media delle nostre figure burocratiche apicali è scesa fra il 2011 e il 2015 da 339.249 a 212.132 euro lordi. Il calo non è stato affatto trascurabile: meno 37,4 per cento. Nonostante una simile sforbiciata, però, siamo ancora ben al di sopra di quella dannata media dei Paesi sviluppati che aderiscono all'Ocse. Fissata, secondo la rilevazione di cui parliamo, in 160.627 dollari: 132.315 euro lordi. Decisamente meglio è andata ai dirigenti di prima fascia, quelli immediatamente al di sotto del massimo livello apicale. Dopo l'introduzione del famoso tetto le loro retribuzioni medie, sempre secondo i calcoli dell'Ocse, sono infatti addirittura aumentate, seppur di poco: l'incremento dai 197.962 euro del 2011 ai 199.330 (lordi, ovvio) del 2015 è dello 0,7 per cento, che sale all'1,5 con la metodologia di calcolo Ocse, che tiene conto anche dei contributi previdenziali e dell'orario effettivo di lavoro. A questo proposito andrebbe ricordato che l'ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, prendendo proprio spunto dal raffronto internazionale aveva previsto risparmi di mezzo miliardo l'anno già a partire dal 2014. Ebbene, almeno in questo caso è accaduto il contrario. E qui siamo di nuovo al punto cruciale: la trasparenza. In questo nuovo studio, che peraltro ricalca i risultati della precedente analisi del 2013, l'Ocse precisa che non tutti i Paesi riportano nelle loro analisi i dati effettivi, come fa invece l'Italia. Da quattro anni, infatti, qui vige il principio della pubblicità dei compensi dei dirigenti pubblici. È la conseguenza di un decreto, il numero 33 del 2013, che però non è stato digerito da tutti gli interessati. Ma è nulla al confronto di ciò che è successo nel momento in cui si è deciso di estendere l'obbligo di trasparenza anche alle informazioni patrimoniali. Allora sono scoppiate improvvise allergie. Letteralmente incontenibili. La battaglia comincia il 25 maggio 2016, quando la Funzione pubblica approva un decreto legislativo che impone ai dirigenti la pubblicazione della propria situazione economica e reddituale sui siti internet ufficiali di ogni singola amministrazione. E con le variazioni intervenute anno dopo anno. Nello stesso provvedimento viene specificato che la cosa riguarda tutti, ma proprio tutti, gli incarichi di livello dirigenziale: per capirci, anche quelli che vengono assegnati per decisione politica. Tanto basta per innescare l'immancabile ricorso al Tribunale amministrativo, che il 2 marzo sospende senza battere ciglio l'efficacia della nuova misura. Affermano i giudici che è necessario considerare la "consistenza delle questioni di costituzionalità e di compatibilità con le norme di diritto comunitario sollevate nel ricorso", specificando di aver preso la travagliata decisione dopo aver valutato "l'irreparabilità del danno paventato dai ricorrenti discendente dalla pubblicazione online, anche temporanea, dei dati per cui è causa". Non bastasse, ecco un altro ricorso, stavolta del sindacato al quale si associano pure quattro burocrati, che contesta le linee guida emanate dall'Autorità nazionale anticorruzione per l'attuazione della norma del 2013 che prevede la trasparenza degli atti relativi agli incarichi di natura politica e dirigenziale. A quel punto l'Anac di Raffaele Cantone non può che fermare le macchine e sospendere tutto, in attesa del sospirato giudizio di merito del Tar. Che si prende tutto il tempo necessario, e forse anche qualcosina in più: sette mesi. I giudici amministrativi hanno fissato la relativa udienza per martedì 10 ottobre 2017. Ovvero, 222 giorni dopo aver deliberato la sospensiva e a quasi un anno e mezzo dal decreto che imporrebbe l'obbligo di far conoscere ai cittadini anche i patrimoni dei dirigenti pubblici e la loro evoluzione durante lo svolgimento dell'incarico. Mentre tutti continuano a ripetere che la trasparenza è il migliore antidoto contro il cancro della corruzione.

 “La casta dei Pionieri tiene in pugno la Croce Rossa”. Le rivelazioni di un dirigente in incognito, scrive Lorenz Martini su "it.businessinsider.com" il 13 febbraio 2017. Un’associazione nell’associazione che grazie al controllo capillare dei voti dei propri affiliati tiene in pugno la Croce Rossa Italiana (Cri). È l’accusa mossa da numerosi membri della Cri a quella fetta di volontari che in passato hanno fatto parte del corpo dei Pionieri. Un nutrito gruppo di persone, che oggi hanno tra i 30 e i 45 anni, entrate giovanissime nella Cri – quando era ancora ente pubblico – e dalla quale non ne sono più uscite. «È una sorta di confraternita che ha preso il controllo di qualsiasi struttura gerarchica, escludendo gran parte di noi volontari che siamo entrati in Cri senza passare dalla componente giovanile. È un organismo interno, ma avulso dal resto dell’Associazione che si auto-genera e autoprotegge», accusa apertamente un dirigente dell’Associazione che chiede di restare anonimo. A fare le spese di questa ascesa, le altre componenti storiche della Cri, sia militari che civili. Per comprendere chi sta vincendo la partita per la conquista del potere nella più grande e capillare associazione di volontariato italiana, è necessaria un po’ di storia: i Pionieri sono stati fino al 2012 una delle sei componenti che formavano il grande mare dei volontari, assieme a Corpo Militare, Corpo delle Infermiere Volontarie (le Crocerossine), Comitato Femminile, Donatori di Sangue e Volontari del Soccorso. Sei mondi paralleli che per decenni hanno convissuto avendo propri vertici, propri regolamenti, propri capi e proprie strutture. Sotto un’apparente unitarietà, nella Cri convivevano, cioè, sei associazioni diverse, alternative e, spesso, in competizione per il potere.

Una convivenza che si interrompe nel 2012, quando Francesco Rocca, smessi i panni di commissario straordinario di Cri e vestiti quelli di presidente della stessa Cri, vara una riforma che riduce a tre le componenti originarie: i Volontari (nei quali confluiscono anche i Pionieri), il Corpo Militare e le Crocerossine.

«Quando sono arrivato ho trovato un mondo lacerato e in lotta continua», ha spiegato lo stesso Rocca a Business Insider Italia, «con ambulanze dei Pionieri che facevano a gara con quelle dei Volontari del soccorso… Ognuna delle sei componenti poi aveva il proprio nucleo decisionale e le proprie gerarchie. Per questo le ho sciolte. Una rivoluzione che non è piaciuta a molti, e ad attaccare i Pionieri oggi sono quelli che in passato avevano un feudo e che oggi non l’hanno più». Nonostante le buone intenzioni, la riforma Rocca non sembra aver azzerato le divisioni. Al limite ha cambiato le regole della lotta intestina, che ora si gioca sul piano elettorale. Ed è proprio utilizzando nel migliore dei modi il sistema elettorale maggioritario senza quorum previsto dai regolamenti della Cri per ogni elezione che gli ex giovani, pur numericamente minoritari – sono circa 30 mila sui 150 mila associati di Cri –, riescono a fare manbassa di cariche, escludendo gli storici rivali. «I vertici degli ex Pionieri controllano capillarmente i voti dei loro ex confratelli e li fanno convergere in massa sui candidati scelti nelle loro liste. Se si considera l’alto astensionismo che si registra alle votazioni e il sistema elettorale inefficiente voluto da Rocca (che permette di conquistare la presidenza di un comitato anche con un solo voto espresso), si capisce come questa componente abbia potuto prendersi tutto. Tra Pionieri e presidente Rocca vige l’accordo perfetto: loro controllano l’Associazione e lui continua a fare il Presidente», spiega ancora il nostro dirigente. Un ombrello che coprirebbe dal piccolo comitato locale al massimo organo direttivo nazionale: «Dopo la riforma, la Cri è governata da un Comitato Direttivo Nazionale formato da cinque membri. Almeno due di questi sono ex Pionieri. Tale Comitato ha poi conferito il comando del Segretariato Generale – cioè della struttura che gestisce direttamente tutti i fondi di Cri – a un altro ex Pioniere, il dottor Flavio Ronzi, nominato con chiamata diretta e retribuito con uno stipendio da 104 mila euro annui». Interpellato da Business Insider Italia, Ronzi smentisce seccamente: «Confermo di essere stato Pioniere dai 15 anni ai 22 anni, ma poi sono andato all’estero a occuparmi di altro e non ho più avuto rapporti con quella componente», spiega. E, alla domanda se secondo lui esiste un potere parallelo che oggi controlla la Cri, risponde: «Forse fino al 2009 sì. Poi è arrivata la riforma di Rocca che ha sciolto le componenti proprio per questo motivo. La tesi del monopolio dei Pionieri non regge: i giovani erano 30 mila, i Volontari del soccorso 90 mila, quindi anche solo il rapporto numerico dimostra che non ci può essere alcuna supremazia. Credo che oggi neanche un quarto dei Comitati locali sia gestito da ex Pionieri…». Se questa proporzione fosse corretta sarebbero circa 150 Comitati locali sui 638 esistenti in mano a ex Pionieri. Sarà, ma a scorrere l’organigramma della Cri, non sembrerebbe affatto così. Ex Pionieri sono Massimo Barra, già commissario straordinario nazionale ora membro della Standing Commission del Comitato Int.le della CR; Antonino Calvano, Presidente Cri Piemonte e Pietro Ridolfi, Capo della Commissione Cri per il Diritto Umanitario e delegato tecnico nazionale per l’Obiettivo Strategico 4; Adriano De Nardis, presidente Cri Lazio e membro del Comitato di Gestione dell’Ente Strumentale alla CRI (la bad company nella quale sono confluiti i debiti monstre di Cri); Nicola Scarfò, segretario generale Cri Lazio; Rosario Valastro, già presidente Cri Sicilia, oggi vice presidente nazionale Cri e membro del Comitato Ente Strumentale Cri; Gabriele Bellocchi, membro del Consiglio Direttivo Nazionale Cri in rappresentanza della Gioventù; Francesco Pastorello, presidente Comitato Cri Roma 2; Roberto Tordi, Vice presidente Cri Lazio; Stefano Carmelo Principato, presidente della Cri di Catania, quello che controlla il famigerato CARA di Mineo. E la lista potrebbe continuare ancora a lungo. Una concentrazione di potere che non si riscontra nella altre Croci Rosse del mondo. In tutti i massimi organi direttivi delle “sorelle” internazionali, infatti, è presente solo il delegato dei Giovani e le strutture sono gestite dai “normali” volontari. Nel Consiglio della Croce Rossa Svizzera, per esempio, a parte il rappresentante della Gioventù, nessun altro membro ha un passato nel corpo giovanile.  È una legge non scritta, ma da sempre rispettata a tutti i livelli, nazionali e cantonali proprio per evitare “equivoci”, fanno sapere da Ginevra. Secondo i detrattori, infine, avere in mano le cariche comporta guadagni personali ma, soprattutto, il controllo del mercato del lavoro. «Ai tempi della Cri ente pubblico, il ragazzo entrava come volontario nei Pionieri dopo i 14 anni. Una volta maggiorenne, se il soggetto era disponibile e interessato a rimanere, esistevano meccanismi di chiamata ad personam che lo inserivano in un sistema di lavoro discontinuo, ma ciclico. Infine, quel rapporto lavorativo precario veniva stabilizzato con un decreto ministeriale o con legge ad hoc», spiega il dirigente. In pratica si entrava nell’ente pubblico senza alcun concorso. «Dopo il decreto Monti del 2012 questo sistema di cooptazione è stato bloccato, tuttavia ancora oggi i Comitati locali dove possono assumono. E diciamo che tra i neo-assunti chi è stato Pioniere ha una via privilegiata. Ed è incredibile, se si pensa che la Croce Rossa ha appena finito di smaltire gli oltre 900 lavoratori in esubero che aveva dovuto assumere a seguito delle sentenze dei magistrati». Inoltre, conclude il dirigente, mancherebbe del tutto la trasparenza: «Nel comitato di Roma Città Metropolitana, nonostante il Codice Etico imponga di rendere noti a tutti i volontari i nomi degli assunti, non è dato sapere quanti siano attualmente i pionieri retribuiti».

Alla Camera gli stipendi dei dipendenti costano il doppio di quelli dei deputati. Spesi 175 milioni di euro per funzionari e commessi, 81 per gli onorevoli, scrive Pier Francesco Borgia, Venerdì 27/01/2017, su "Il Giornale". Filtrano le prime indiscrezioni sul bilancio consuntivo interno della Camera dei deputati per l'anno appena concluso. E salta subito agli occhi che, in tempo di magra e di rigore pressoché obbligato, si possono comunque spendere 60mila euro per fotografie ufficiali. È il giornale on line La notizia, diretto da Gaetano Pedullà, a riportare alcune delle voci più curiose del bilancio di Montecitorio, appena approvato dall'ufficio di Presidenza. Altri 10mila euro sono stati investiti nel rinnovo del particolare «guardaroba» rappresentato dalle bandiere. Oltre agli acquisti ci sono naturalmente i servizi. All'interno della Camera dei deputati, ad esempio, costa 200mila euro l'anno la gestione di un efficiente servizio di guardaroba. «Senza dimenticare - si legge sul sito La notizia - i due milioni per la ristorazione, gli oltre 5 milioni per pulire i tanti uffici e sedi della Camera dei deputati e 1,6 milioni per spostare mobili e incartamenti vari». E, alla fine, il conto non può che essere salato: più di 75 milioni di euro spesi nel corso del 2016 per garantire servizi, beni e forniture di ogni tipo a deputati e dipendenti di Montecitorio». Entrando poi nel dettaglio delle varie voci di spesa si nota, tra l'altro, che la Camera dei deputati ha speso 300mila euro complessivi per rinnovare gli arredi interni degli uffici. E facendolo, peraltro, con sicuro gusto, come si può evincere da quei 25mila euro pagati a Poltrona Frau. D'altronde - rivela il sito La notizia - questi mobili sono particolarmente graditi a Montecitorio. Nel 2016, infatti, la Frau aveva ricevuto un'altra commessa da oltre 14mila euro e prima ancora da 18mila. Ma non è finita qui. Accanto alla già citata spesa di guardaroba, va ricordato quella ben più impegnativa che riguarda il vestiario di servizio. Nel 2016 sono stati spesi 170mila euro. Senza dimenticare, ancora, i 370mila euro spesi per carta e materiale da cancelleria, oppure i tanti contratti siglati per mostre, convegni e meeting: che in un anno ammontano a circa 90mila euro. Ovviamente queste sono le cifre più curiose. Ma anche le più modeste. Andando a vedere nel bilancio di previsione si può constatare come la spesa maggiore resta quella per il personale. Il costo è di 175 milioni di euro, mentre gli emolumenti per i deputati della XVII legislatura sono meno della metà (vale a dire 81 milioni di euro). Ma non è tutto. Perché nella giungla dei contratti e delle spese spuntano anche situazioni singolari. Per la locazione di uffici, per esempio, la Camera ha versato in un anno un totale di circa 43mila euro al Patriarcato di Antiochia dei siri, che è proprietaria di un immobile nella centralissima piazza di Campo Marzio. Insomma resistono le note curiose (come gli oltre 60mila euro per i corsi di inglese per personale e deputati) ma è pur vero che Montecitorio si attiene al «rigore» imperante e continua a tagliare i costi. Quello appena concluso è stato il quinto anno consecutivo di riduzione delle spese. Come si legge sul sito ufficiale della Camera dei deputati, rispetto al bilancio del 2011 che rappresentava il picco di spesa nella storia repubblicana di Montecitorio, le spese sono state ridotte del 12,8 per cento. Singolare poi che sempre nello stesso prospetto informativo si faccia un malizioso confronto con quanto speso dalle amministrazioni centrali dello Stato. E nello stesso arco di tempo 2011-2016 lo Stato avrebbe aumentato - secondo il sito della Camera dei deputati - le spese di gestione dell'11 per cento.

Sacrifici? Nel Palazzo è un altro mondo. In strada si protesta. I sindacati chiedono lo sciopero. I dipendenti agognano 14 euro lordi in più in busta paga. Però ciò che agita i dipendenti della Camera è come farsi pagare 1000 euro in più per 4 giorni di ex festività, scrive Lia Quilici il 21 ottobre 2013 su "L'Espresso". “Tenetevi forte. Questa storia ha veramente dell’incredibile”. Inizia proprio così un bollettino sindacale che sta girando a Montecitorio (di cui l’Espresso è venuto in possesso), che spiattella una bega tutta interna, ma per niente secondaria, su come e quando i dipendenti della Camera possono usare le moltissime ferie a disposizione. Da quelle parti poco importano le chiacchiere sui sacrifici chiesti agli italiani, o che Cgil, Cisl e Uil abbiano deciso la trincea dello sciopero generale contro gli sprechi che frenano la crescita, o che a giorni si dovrà decidere come spalmare l’inebriante aumento di 12-14 euro a busta paga; né, per certo, deve arrivare l’eco di richieste degli “acampados” di Porta Pia. Il problemaccio sul quale s’accapigliano dipendenti e politici dei piani nobili è, in sostanza, il seguente: quando ci pagate i mille euro per le quattro giornate di ex-festività, che non abbiamo consumato gli anni passati? Fuor di bizantinismi, in pratica, secondo un bislacco meccanismo di anzianità, nel giro di poco tempo consiglieri e commessi si ritrovano con un pacchetto annuo di 30-40 giorni di ferie (la media di un lavoratore è di 24 giorni), ai quali si aggiungono altri quattro giorni di festività soppresse (per i cultori: San Giuseppe, Ascensione, Corpus domini, SS. Pietro e Paolo) che, se non utilizzate entro l’anno, vengono liquidate con cifre di tutto rispetto che si aggirano, appunto, sui mille euro. Cifra che se moltiplicata per i 1500 dipendenti costerebbe ai contribuenti 1 milione e 500 mila euro l’anno. Un tesoretto annuale che, parametrato ai 14 euro di detassazione previsti dalla stabilità di Letta, un singolo lavoratore ci metterebbe 71 mesi a racimolare. Ma non finisce qui. I dipendenti del Palazzo possono contare anche su un monte ore, determinato dagli straordinari (non retribuiti per contratto), che può essere sfruttato anche per giornate intere di relax a casa. Un bonus neanche difficile da racimolare, perché, se si lavora di sabato, un’ora viene contata come un’ora e venti (cioè, il 30% di tempo in più). Se poi si ha la fortuna di lavorare di domenica (anche per poche ore), ecco che il jackpot schizza: ore in più e in omaggio una giornata di ferie. A conti fatti, c’è chi si ritrova con 50 giorni di ferie e 100 ore da recuperare (cioè, altri 12 giorni a casa), con in più nel portafogli mille euro di festività soppresse. E se proprio non ci si riesce a godere tutto questo meritato riposo, il Pacchetto Palazzo prevede che si possa andare in pensione prima, calcolando i giorni di ferie non goduti (non di rado 6-8 mesi in anticipo). Appena hanno provato a metter una toppa a questa incredibile situazione, sono riusciti ad allargare il buco, visto che l’Ufficio di Presidenza (l’organo politico presieduto dal Presidente della Camera) ha avuto l’idea curiosa di obbligare i dipendenti a consumare per prime le festività soppresse (per non pagarle) e poi i congedi ordinari. Zelo fallimentare, poiché comunque se ne accumulano talmente tanti dall’anno precedente che, giocoforza, ci si ritrova punto da capo con commessi e segretari che battono cassa di ciò che gli è dovuto. E il Sindacato interno si lancia in una proposta che, per citare le loro stesse parole, “se non fosse vera, sembrerebbe davvero incredibile”: “ma se le ore in eccesso creano questi gravissimi problemi all’Amministrazione, perché non si eliminano gli inutili turni del sabato mattina?”. E, con l’invito a lavorar di meno, il buco peggiore della toppa diventa una voragine. Nel migliore degli stili da Prima Repubblica, a quanto pare di capire, adesso l’Amministrazione sta cercando di approvare un’ulteriore proroga per ritardare il pagamento delle festività, ricorrendo a cavilli interpretativi. Si parla, addirittura, di marzo 2014; fino ad allora non si saprà la sorte delle “povere” festività soppresse maturate nel 2011. Con le barricate degli agguerriti sindacati pronti a contrastare l’affronto, nella ridicola guerra di casta in corso.

Parlamento d'oro, la casta bis. Uno stenografo della Camera prende 259 mila euro l'anno. Un consigliere 370 mila. Un commesso 8 mila euro netti al mese. Stipendi assurdi, che (ad esempio) fanno spendere al Senato 236 milioni all'anno per il personale, scrive il 16 dicembre 2011 Primo Di Nicola su "L'Espresso". Le ricche prebende dei parlamentari per ora sono al riparo. Spinto dalla crisi e per fare cassa, il presidente del Consiglio Mario Monti ha provato a tagliarle per decreto, il famoso salva-Italia. Grazie all'intervento dei presidenti di Camera e Senato, deputati e senatori sono però riusciti a mantenere i loro emolumenti, le ricche indennità, le corpose diarie, i vitalizi da nababbi e gli altri privilegiatissimi compensi che hanno sinora accompagnato la loro elezione. Ma solo per il momento. Entro la fine del prossimo gennaio, stando all'impegno solennemente preso da Gianfranco Fini e Renato Schifani, sui trattamenti degli eletti dovrà calare comunque la mannaia imposta dai vincoli di bilancio per allinearli ai più magri livelli in vigore nel resto d'Europa. Un passo storico, certamente. Ma anche la fine di tutti i privilegi che allignano in Parlamento? Neanche per sogno. All'ombra di Montecitorio e Palazzo Madama, nonostante gli annunci di riforma e tagli degli uffici di presidenza, continuano infatti a prosperare i ricchissimi trattamenti di cui gode il piccolo esercito di dipendenti che, tra una voce e l'altra della busta paga e i connessi sistemi previdenziali porta a casa retribuzioni e pensioni in grado di suscitare l'invidia persino del presidente della Repubblica. Un'esagerazione? Dati alla mano, Giorgio Napolitano incasserà quest'anno un appannaggio complessivo di circa 239 mila euro. Un bello stipendio, senza dubbio, soprattutto se confrontato con le ristrettezze e le ambasce dei comuni cittadini ai quali Monti sta chiedendo sacrifici e imponendo tagli dolorosi persino ai trattamenti pensionistici più bassi. Solo che il compenso di Napolitano impallidisce di fronte ai 259 mila euro lordi che può arrivare ad incassare ogni anno un semplice stenografo parlamentare, uno di quelli che si vedono alla tv mentre trascrivono i lavori delle assemblee o degli altri organi; e miseramente si inchina al confronto dei 370 mila euro percepiti da un consigliere parlamentare all'apice della carriera.  Non si tratta dell'unico paradosso che spunta dalle tabelle retributive di Montecitorio e Palazzo Madama. Scorrendole, si scopre pure che i commessi possono portare a casa più dei magistrati e le segretarie (8 mila netti mensili) quasi il doppio (4.500 netti) del primario di un reparto di neurochirurgia del Sistema sanitario nazionale. Naturale che grazie a questi munifici compensi i livelli di spesa riportati nei bilanci di Camera e Senato per il personale abbiano raggiunto livelli da allarme rosso. Ed è altrettanto naturale che grazie ad essi i trattamenti pensionistici dei lavoratori parlamentari, anche a causa dei bizantinismi del regolamento e delle sorprendenti regalìe collezionate negli anni, abbiano toccato poi livelli di privilegio che pochissimo hanno da invidiare ai famigerati vitalizi riscossi da deputati e senatori. Qualche cifra: a Palazzo Madama, per il personale di ruolo e quello in quiescenza si spendono complessivamente (dati 2011) 236 milioni di euro l'anno. Di questi, 136 se ne vanno per pagare gli stipendi dei dipendenti in servizio (in carico ne risultano 940, 120 in meno del 2006 grazie al blocco del turn-over) e più di 97 milioni per fare fronte alle pensioni degli ex. Cifre sorprendenti se confrontate con quelle relative ad altri capitoli di spesa del bilancio di Palazzo Madama. Passando al setaccio tabelle e allegati si scopre infatti che, rispetto ai dipendenti, per i senatori e le loro attività si spende molto meno: 196 milioni in totale, di cui 96 elargiti per le indennità, le diarie e gli altri compensi di quelli in carica; 61 milioni per i vitalizi e ulteriori 38 per i gruppi parlamentari. Ancora più costoso si rivela il personale della Camera (1.642 persone) che, nello scorso anno, ha assorbito 256 milioni per le retribuzioni e oltre 204 per le pensioni. Ma attraverso quali meccanismi questi dipendenti arrivano a guadagnare così tanto? Come sono organizzati? Cominciamo da Montecitorio e dalle sue varie fasce retributive (vedere tabella). Chiarito che gli stipendi sono onnicomprensivi (sommano straordinari e lavoro notturno) e pagati per 15 mensilità, e ricordato che nei ranghi parlamentari si accede solo per concorso, si parte dalla categoria più bassa degli operatori tecnici (operai, barbieri, autisti) che iniziano con uno stipendio di 2 mila 300 euro lordi per arrivare a 9.461 euro all'apice della carriera con 35 anni di anzianità. Un gradino sopra ci sono gli assistenti (commessi e addetti alla vigilanza) che, pur iniziando con una paga mensile di 2.600 euro, finiscono poi con la stessa retribuzione degli operatori (e vai a capire perché). Seguono i collaboratori tecnici (2.319 euro il primo stipendio, quasi 11 mila al top della carriera), quindi i consiglieri, che entrano nei ruoli con 5 mila euro e finiscono con la bellezza di 23.825 euro lordi al mese. Al top, ovviamente, il segretario generale con i suoi 28.152 euro mensili. Tutto qui? Macché: accanto allo stipendio, a chi svolge ruoli dirigenti viene riconosciuta un'indennità di funzione che si traduce in altri 410 euro netti mensili per l'assistente superiore, 1.198 per il consigliere caposervizio, 1.450 per il vicesegretario e ben 2.207 euro per il segretario generale. Una pacchia, insomma, moltiplicata dalle indennità integrative speciali, dagli assegni di anzianità e da tutti gli altri strani automatismi (a cominciare dall'astrusa "indennità pensionabile pari al 2,5 per cento delle competenze lorde annue dell'anno precedente") che garantiscono agli stipendi una spinta propulsiva sconosciuta in ogni altro comparto del pubblico impiego. Questo a Montecitorio. E a Palazzo Madama? Al Senato, per funzioni pressoché identiche, i dipendenti guadagnano ancora di più. Gli assistenti parlamentari (compiti manuali e di vigilanza) arrivano a riscuotere quasi 10 mila euro lordi al mese; i coadiutori (segreteria e archivistica) circa 12 mila; i segretari (ricerca e progettazione) più di15 mila; gli stenografi oltre 17 mila, i consiglieri ben 24.672 che, in un anno, fanno 13 mila in più rispetto ai colleghi della Camera. Se gli stipendi sono da favola, i trattamenti pensionistici dei dipendenti di Montecitorio e Palazzo Madama risultano altrettanto allettanti. In Parlamento, infatti, i trattamenti di anzianità, prima della riforma voluta dagli uffici di presidenza delle due Camere (contributivo pro-rata per tutti; età minima di 66 anni e 67 su richiesta), sono stati elargiti con sconcertante generosità. E con criteri altrettanto favorevoli. Prendiamo la Camera dei deputati. Fino a pochi giorni fa regnava questa situazione. Gli assunti a partire dal 2009, i più "penalizzati", avevano un sistema contributivo (trovava applicazione per soli 35 dipendenti) che consentiva di riscuotere la pensione di vecchiaia a 65 anni (uno in meno rispetto ai 66 pretesi dal ministro del Lavoro Elsa Fornero per i comuni lavoratori) e quella di anzianità pure a "quota 97" che, con 36 anni di versamenti, voleva dire incassarla anche a 61 anni (l'età media di pensionamento per il 2010 è stata di 58 anni e di 59,9 nel 2011). Gli assunti in epoca precedente, invece, potevano eludere ancora più facilmente i rigidi criteri già in vigore per il resto dei lavoratori: a costoro bastava avere 35 anni di contributi e 57 anni di età (invece di 60-61) per andare in pensione. E non basta: utilizzando tutte le scappatoie del regolamento, potevano anticipare ancor più l'agognato riposo. Bastava avere 20 anni di servizio effettivo a Montecitorio (il cosiddetto "calpestìo") e pagare una penalizzazione del 2 per cento per ogni anno mancante ai 57. Mentre aggiungendo i riscatti universitari, quelli per il servizio militare e soprattutto i bienni contributivi concessi in occasione di particolari ricorrenze (la presa di Porta Pia, per esempio) era addirittura possibile sfiorare il limite dei 50 anni. E con criteri di conteggio dell'assegno rigorosamente retributivo e in grado di far raggiungere alla pensione quasi il 100 per cento dell'ultimo stipendio riscosso (gli altri lavoratori pubblici si sono sempre fermati all'80 per cento). Adesso la mannaia potrebbe calare anche su questi trattamenti. Ma chissà fino a che punto. E in ogni caso varrà solo per chi sarà assunto da oggi in poi.

Così i parlamentari sono diventati milionari. Quando nacque la Repubblica i costituenti guadagnavano 1.300 euro odierni. Adesso deputati e senatori incassano tredici volte più di un operaio. Il tutto grazie a una serie di leggi che nel tempo hanno gonfiato le retribuzioni. E a provvedimenti ad hoc, furbizie, trucchi e tanta sfacciataggine. Che abbiamo ricostruito, scrive Paolo Fantauzzi il 3 giugno 2014 su "L'Espresso". «Onorevoli colleghi, l'opinione pubblica non ha in questo momento molta simpatia e fiducia per i deputati. Vi è un'atmosfera di sospetto e discredito, la convinzione diffusa che molte volte l'esercizio del mandato parlamentare possa servire a mascherare il soddisfacimento di interessi personali e diventi un affare, una professione, un mestiere». La solita tirata contro la casta di qualche parlamentare del Movimento cinque stelle? Macché. Frasi di Piero Calamandrei, giurista, antifascista, partigiano e deputato eletto col Partito d'azione all'Assemblea costituente. Parole pronunciate nel lontano 1947, mentre a Montecitorio era in discussione l'articolo 69 della Costituzione, relativo allo stipendio dei parlamentari. Il paradosso è che all'epoca i costituenti guadagnavano quanto un precario di oggi: 25 mila lire al mese, circa 800 euro. Più un gettone di presenza da 1.000 lire al giorno (30 euro), ma solo quando le commissioni si riunivano in giorni differenti rispetto all'Aula. Insomma, per quanto diligenti, i 556 rappresentanti che scrissero la Costituzione non riuscivano a portare a casa più di 1.300 euro al mese. Roba da far apparire i grillini - che, al netto dei rimborsi, trattengono circa 3 mila euro - degli sfacciati crapuloni. E in effetti nel dopoguerra lo stipendio dei parlamentari non era altissimo in termini assoluti ma comunque più che dignitoso per una nazione ancora sconvolta dall'economia di guerra, fame, mercato nero e inflazione vertiginosa. Un Paese senza dubbio più povero ma di certo meno "squilibrato" a favore del Palazzo, visto che un operaio di terzo livello arrivava a raggranellare 13 mila lire al mese, un terzo di un deputato. Mentre dopo quasi 70 anni - come mostra la tabella elaborata dall'Espresso - chi siede in Parlamento guadagna quasi 10 volte più di un impiegato e 13 più di una tuta blu. All'alba della nuova Italia, retribuire i parlamentari era considerato un decisivo fattore di indipendenza e democrazia, tale da consentire anche alle classi non abbienti di partecipare alla vita politica. Senza però esagerare, vista la drammatica situazione del Paese. Per questo nel giugno 1946 fu fissata provvisoriamente la somma di 25 mila lire. Ma l'inflazione era tale che a febbraio 1947 fu necessario portarla a 30 mila lire (740 euro) e a settembre a 50 mila lire (850 euro), elevando il gettone di presenza a 3 mila lire al giorno (51 euro), dimezzato per i residenti a Roma. La prima legge sul tema, varata nell'estate 1948 dal governo De Gasperi, è figlia di questa mentalità che allora ispirava la giovane e fragile democrazia italiana: "Ai membri del Parlamento è corrisposta una indennità mensile di L. 65.000, nonché un rimborso spese per i giorni delle sedute parlamentari alle quali essi partecipano". Tradotto ai giorni nostri: 1.230 euro fissi più un gettone da 100 euro scarsi al giorno (5mila lire) legato alla presenza effettiva. Togliendo fine settimana più i lunedì e i venerdì, in cui le convocazioni sono rare, non più 2.500 euro al mese dunque. Tutto esentasse, visto che lo stipendio era considerato un rimborso spese e non un reddito. Ma comunque una chimera se si considera che oggi i rimborsi sono prevalentemente forfettari, che le decurtazioni per gli assenteisti valgono solo per i giorni in cui si vota e che per risultare presenti è sufficiente partecipare a una votazione su tre. Che l'aria sarebbe ben presto cambiata lo dimostra una legge emanata dal governo Segni nel 1955: "Disposizioni per le concessioni di viaggio sulle ferrovie dello Stato". Pensata per garantire l'esercizio del mandato popolare, finì per trasformarsi in un privilegio ingiustificato per una pletora sterminata di soggetti. Non solo i politici in carica e il Capo dello Stato ma anche gli ex: presidenti del Consiglio, ministri e sottosegretari (bastava un anno), parlamentari, alti papaveri dei dicasteri, cardinali, familiari del ministro e del sottosegretario ai Trasporti e perfino quelli dei dipendenti delle Camere. Un privilegio al quale, col passare del tempo, si sarebbero aggiunti una innumerevole serie di altri benefit - molti ancora esistenti - dai biglietti aerei alla telefonia fissa (e poi mobile), dalle tessere autostradali agli sconti sui trasporti marittimi. E così nel 1963, in appena 15 anni, grazie ai bassi salari che furono alla base del miracolo economico, col suo mezzo milione al mese un parlamentare era già arrivato già a guadagnare il quintuplo di un impiegato (il cui salario si aggirava sulle 100 mila lire) e otto volte più di un operaio (poco sopra le 60 mila lire). Ma è con la legge varata nel 1965 dal centrosinistra (premier Aldo Moro, vicepresidente il socialista Pietro Nenni) che si deve l’esplosione dei redditi dei nostri rappresentanti: lo stipendio veniva infatti agganciato a quello dei presidenti di sezione della Cassazione e fra l'altro soggetto a imposta solo per il 40%. Inoltre a titolo di rimborso per le spese di soggiorno a Roma si istituiva la diaria (esentasse). Ciliegina sulla torta: siccome la legge non lo specificava, le 120 mila lire per vivere nella capitale (1.250 euro di oggi) furono accordate anche quelli che vi risiedevano già. Un capolavoro. Tuttora in vigore, sia pure con qualche modifica. Certo, anche i comuni mortali hanno avuto le loro soddisfazioni. Negli anni '70, ad esempio, per effetto delle lotte sindacali, i lavoratori dipendenti e in particolar modo degli operai hanno conosciuto un aumento delle retribuzioni che ha fatto diminuire il distacco dagli onorevoli. Al punto che nel 1977 un metalmeccanico poteva guadagnare un quarto di un parlamentare: rispetto al 1963, un dimezzamento dello "spread". Poi il governo Craxi taglia la scala mobile e la forbice torna ad allargarsi inesorabilmente. E sia tute blu che impiegati cominciano a perdere progressivamente potere d'acquisto: i loro salari reali scendono lentamente, mentre deputati e senatori iniziano a stappare bottiglie di champagne. Per festeggiare una busta paga che in un trentennio raddoppia il suo valore: dai 7 mila euro degli anni '80 (rivalutati al 2014) oggi siamo arrivati a quasi 14 mila. Gli impiegati, invece, si aggirano sui 1.500 euro al mese, mentre i metalmeccanici sono inchiodati da allora fra 1.100 e 1.200 euro. Nel mezzo, ci sono i generosi regali che i parlamentari si fanno nel corso del tempo. Nel 1986, ad esempio, l’indennità viene equiparata completamente a quella dei presidenti di sezione della Corte suprema (era al 91,3%), che regala in un colpo solo 400 mila lire nette in più al mese più dieci mensilità arretrate: cinque mesi di lavoro di un operaio. Ma le disparità sono anche nella dichiarazione dei redditi. Già, perché un terzo dell'indennità per deputati e senatori, dopo lunghe lotte assimilata al lavoro dipendente, resta esente dalle imposte (solo dal 1995 la tassazione è al 100% come tutti i comuni mortali). Senza contare che grazie a una generosa interpretazione del Testo unico delle imposte sui redditi (governo Craxi), come ha raccontato sull’Espresso Stefano Livadiotti, il prelievo fiscale si aggira attorno al 19 per cento. Intanto, anno dopo anno, i rimborsi aumentano a dismisura, dai viaggi di studio alle spese telefoniche, dai costi di trasporto a quelli di spostamento. Fino alle spese postali, in seguito soppresse: nel 1988 a ogni deputato veniva riconosciuto ogni mese il corrispettivo di 500 francobolli (erano 300 fino a un paio di anni prima), circa 350 euro odierni. Che poi si spedissero davvero tutte quelle missive, poco importa. Non fossero bastati i benefit, a fine anni '80 per le deputate finì in busta paga perfino l’indennizzo per il coiffeur. Già, perché non essendoci a Montecitorio il parrucchiere (al contrario dei colleghi maschi, che possono contare sul barbiere), alle parlamentari viene assegnato un rimborso forfettario sostitutivo. Come dire: scusate il disservizio, la messa in piega la offriamo noi. Questo aumento degli stipendi, fra l'altro, ha prodotto effetti a cascata anche sugli enti locali. Perché se gli eletti nelle Camere si sono agganciati ai magistrati di Cassazione, i consiglieri regionali hanno fatto altrettanto con i parlamentari. E ogni ritocco all’insù sancito dall'Istat è costato miliardi e miliardi di lire a tutta la collettività. L'ultimo colpo grosso - prima della sterilizzazione degli stipendi avviata nel 2006 e dei vari piccoli tagli apportati negli ultimi anni - risale al 1997: quasi 7 milioni al mese in più sotto forma di “spese di segreteria e rappresentanza” al posto dei precedenti contributi per i portaborse, che venivano erogati al gruppo parlamentare di appartenenza. In questo modo, non solo i soldi sono finiti direttamente sulla busta paga dell'onorevole, ma non è stato nemmeno più necessario rendicontarli (dal 2012 basta documentare il 50%). Risultato: come ha raccontato l'Espresso, in maniera assolutamente lecita molti parlamentari si sono tenuti i soldi e vari collaboratori hanno continuato a lavorare a nero. Che avesse ragione Calamandrei?

Idee contro interessi di casta, scrive Piero Sansonetti il 27 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Ieri si è assistito alla contrapposizione clamorosa tra due idee diverse su quali siano i problemi della giustizia. Da una parte il Presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, che ha concentrato la sua attenzione sul funzionamento della giurisdizione, la funzione dei magistrati, le garanzie da fornire alla società. E ci ha spiegato quali siano le sue idee, le proposte, le correzioni da fare. Dall’altra parte Piercamillo Davigo, che si è posto alla testa della protesta dell’Anm e che di tutti i problemi sollevati da Canzio non ha voluto neppure sentire parlare. Ha detto che a lui al momento interessa una cosa sola, che è al di sopra di tutte le altre: le pensioni dei magistrati. Ha posto una meschina questione sindacale? No, per la verità ha posto una chiarissima questione di potere. Le idee contro gli interessi di casta. Perché i magistrati sono l’unica categoria di lavoratori al mondo la quale non chiede di andare in pensione un po’ prima ma un po’ dopo. Perché? Appunto: potere che si perde, potere che non si vuole perdere. Tutto lì. Davigo ha cercato ieri di smentire questa versione dei fatti, e ha spiegato che lui non si oppone all’anticipo della pensione per i magistrati (a settant’anni, che non sono pochissimi) ma si oppone alla deroga (di un anno) per alcune alte cariche, decisa dal governo. Perché – dice – in questo modo il governo si è potuto scegliere le alte cariche (e il riferimento è esplicitamente a Canzio, che, in assenza di proroga, avrebbe dovuto andare in pensione il 31 dicembre). Per sostenere che il governo si scelga a proprio comodo le alte cariche, e leda in questo modo l’autonomia della magistratura, ci vuole parecchia fantasia. Chi elegge il presidente della Cassazione (che, appunto, ora è Ca zio)? Lo elegge il Consiglio superiore della magistratura, non il Consiglio dei ministri, né lo nomina il ministro, come avviene in molti altri paesi occidentali. E come è composto il Consiglio superiore? Per un terzo da politici eletti dal Parlamento, per due terzi dai magistrati, che votano sulla base delle candidature elettorali preparate e sostenute dalle correnti che si spartiscono l’Anm. Vi sembra logico che il capo dell’Anm si impanchi per denunciare le intrusioni politiche nella nomina di una carica sulla quale, in pratica, il gioco dell coerenti dell’Anm ha potere assoluto? A maggior ragione ieri è apparsa di grande evidenza la distanza tra la relazione di Canzio e la protesta di Davigo e dell’Anm. Il Presidente della Cassazione ha toccato i temi essenziali che riguardano la giurisdizione. E ha avanzato delle critiche molto forti. In particolare sul processo mediatico, sulla giustizia- spettacolo, sui Pm “autoreferenziali”. Ha proposto più controlli, per ristabilire i principi essenziali del diritto e del giusto processo. Si è occupato della rapidità delle inchieste, della prescrizione, della corruzione, del reato di clandestinità, del terrorismo internazionale. Ciascuno può applaudire Canzio oppure dissentire. Può entrare nel merito, discutere. Che tristezza invece quei rappresentati di una parte della magistratura che non hanno voluto neanche ascoltarlo, e son rimasti fuori dall’aula a occuparsi solo di se stessi.

L'Anm di Davigo diserta la cerimonia (ma solo per difendere la pensione). Proroga sull'età, accuse al governo: "Non può scegliere i giudici", scrive Anna Maria Greco, Venerdì 27/01/2017, su "Il Giornale". La solenne cerimonia dell'anno giudiziario è appena finita, l'Anm l'ha disertata per protesta e ora, all'ultimo piano del Palazzaccio, il presidente Piercamillo Davigo scaglia le sue accuse. Attacca il governo, che «non può scegliere i giudici» decidendo chi deve andare lasciare la toga e chi no, dice che il decreto sui pensionamenti e i trasferimenti di sede è «un vulnus senza precedenti nella storia della Repubblica, per quanto riguarda l'indipendenza e l'autonomia magistratura». Minaccia anche di ricorrere alla Corte di giustizia dell'Ue o la Corte europea dei diritti dell'uomo, per far valere le «ragioni» della categoria. Avverte che il 18 febbraio i vertici dell'Anm si riuniranno di nuovo e magari potranno decidere uno sciopero, bianco o no. Chissà. Sottotraccia, emerge lo scontro a distanza non solo con il ministro della Giustizia Andrea Orlando, ma con il primo presidente della Cassazione Giovanni Canzio, che due piani sotto ha appena finito la sua relazione. Con un paio di boutade proprio a Davigo, quando ad esempio detto che la riforma del processo penale «non è né inutile né dannosa», citando le parole dell'ex star di Mani Pulite. Il problema, ribatte Davigo, è l'avocazione delle cause da parte del Pg se le indagini superano i 3 mesi, perché così si «trasferisce il carico di lavoro da un ufficio giudiziario all'altro». E aggiunge, caustico: «Il presidente Canzio è iscritto all'Anm, riveste un incarico importante, la sua opinione sarà tenuta nella considerazione che merita». Il fatto è che il primo presidente è uno dei 18 privilegiati che gode della proroga per l'età pensionabile, scesa da 75 a 70 anni per volere di Renzi. Proroga a 72 anni, che il sindacato chiedeva per tutti. Ma Davigo non vuol far apparire la protesta delle toghe un fatto di casta e tira in ballo con una chiara forzatura l'indipendenza delle toghe. Negli anni l'esecutivo ha mandato in pensione a scaglioni le toghe, dettando nuove regole. E così, per il presidente dell'Anm «sceglie i magistrati da trattenere in servizio o da collocare a riposo». Con un decreto «incostituzionale, discriminatorio, e inopportuno». Il governo aveva preso l'impegno di correggerlo, anche nella parte che allunga da 3 a 4 anni il termine per chiedere il trasferimento di sede. Scaricando sui giovani, per il sindacato, il problema dei vuoti d'organico nelle sedi disagiate. L'Anm se la prende con il Guardasigilli, che nel suo intervento alla cerimonia poco prima ha illustrato le riforme fatte, dando un quadro nettamente migliorato del sistema giustizia. «I magistrati italiani sono i migliori dei 47 Paesi europei - dice Davigo-, anche per qualità di lavoro. Forse per la loro abnegazione le cose vanno meglio, malgrado carenze, storture e un profondo malessere». Delle 9 mila toghe previste ne mancano 1.200, ricorda il segretario generale Francesco Minisci. «È come giocare una partita 9 contro 11». E allora inizia la protesta, «scelta sofferta e simbolica, non sgarbo istituzionale».

MEGLIO LA CASTA.

Meglio la Casta. Contenuti: I barbari sono alle porte, dopo sarà inutile voltarsi indietro per concludere che era meglio la casta. Mentre il popolo si infiamma per l'antipolitica il parlamento viene inginocchiato dai poteri forti che fanno passare provvedimenti destinati a pesare come macigni: la privatizzazione della Banca d'Italia, le privatizzazioni, le scelte economiche imposte dall'Europa con regolamenti in luogo dei trattati approvati dal Parlamento. Tutto viene spiegato da Rotondi inserendo nel racconto aneddoti spesso divertenti e sempre inediti come può farlo solo un protagonista attento della politica degli ultimi venti anni. Note biografiche: Gianfranco Rotondi. Giornalista professionista, ha diretto i quotidiani "Il Popolo" e "La discussione". È stato iscritto alla Dc dal 1976 fino alla sua scomparsa. È stato più volte deputato e senatore ed anche Ministro della Repubblica dal 2008 al 2011. È presidente di "Rivoluzione Cristiana" e deputato al Parlamento.

Gianfranco Rotondi, Meglio la Casta: "Gli onorevoli sono pagati troppo poco", scrive il 5 Novembre 2016 Lorenzo Mottola su “Libero Quotidiano. Gli stipendi dei parlamentari sono miseri, alla Camera si lavora troppo, i vitalizi sono sacrosanti e la politica è una professione. Sono questi, in estrema sintesi, i capisaldi dell’interessante operazione-antipatia di Gianfranco Rotondi. L’ex ministro del governo Berlusconi, cui tutto si può imputare fuorché la mancanza di coraggio, ha scelto di sostenere una delle cause più impopolari di sempre e ne ha tratto un libro dal titolo volutamente provocatorio: Meglio la Casta, l’imbroglio dell’antipolitica (Koinè, pp 135, euro 14). L’obiettivo è chiaro: smantellare uno ad uno una serie di luoghi comuni che a suo dire stanno distruggendo la democrazia italiana, come se quella misera frazione del bilancio statale dedicata ai costi del Parlamento fosse l’unico problema del Paese. Gli onorevoli passano più tempo nei salotti che al lavoro? Idiozie: sono pochi gli imprenditori che si mostrano volentieri in compagnia di politici, quasi quest’ultimi fossero appestati. E comunque il deputato non ha tanto tempo da perdere. «Come dichiara il deputato Pd Mino Taricco, coltivatore di kiwi e pere nel cuneese, fare il deputato è molto più faticoso che lavorare nei campi, se uno lo fa con serietà». E solo i medici della Camera conoscono «l’effetto dello stress e della scomoda posizione di immobilità sui duri scranni di legno tanto ambiti ma tutt’altro che confortevoli». Una tortura. I parlamentari hanno stipendi faraonici? Ma neanche per idea. Rispetto a Francia, Germania e Inghilterra sono dei campioni di austerity, prendono anche la metà dei colleghi d’oltralpe. E c’è di più: sono tutti in bolletta. La filiale del Banco di Napoli di Montecitorio, spiega Rotondi, è presa d’assalto da parlamentari col cappello in mano, c’è chi chiede soldi per fare le vacanze e chi non riesce più a star dietro alle spese che ogni politico affronta: viaggi, ufficio, segreteria, affitto a Roma e auto con conducente. E rinunciare all’autista? «Errore madornale», spiega, «l’onorevole al volante è pericoloso. Negli archivi c’è una discreta casistica di omicidi stradali compiuti da deputati». I vitalizi sono uno scandalo? Eresia. Per Rotondi si tratta solo di una «retribuzione differita tesa a risarcire il parlamentare del danno professionale ricevuto dall’esercizio dei mandati». Ci sono casi, spiega, di dirigenti d’azienda che dopo l’avventura romana non sono più riusciti a reinserirsi nel mercato del lavoro. Anche i deputati, a volte, piangono. Il parlamentare è corruttibile? Difficile dirlo, ormai conta talmente poco che nessuno prova a tentarlo. «Oggi a Natale l’onorevole riceve solo qualche decina di mail precotte da enti e umanità varia». Le bustarelle, peraltro, «sono mitologia». E le donne? Neanche quelle. «Chi mai accetterebbe la corte di un parlamentare? Tempo fa un giornale realizzò un’inchiesta sul marito ideale: l’onorevole era in fondo alla classifica battuto perfino dagli elettricisti». Almeno loro, ci spiega, alla sera «sanno rilassarsi». La politica, infine, è assolutamente una professione. Basta guardare al passato. Nessuno avrebbe mai accusato De Gasperi o Nenni di essere dei parassiti. Così come «nessuno avrebbe accusato un giudice di vivere grazie ai delitti dei delinquenti, o un medico di trarre lo stipendio dalle malattie del prossimo. (…) La politica era una professione considerata utile al pari e più delle altre». L’analisi di Rotondi porta a una conclusione amara: potrebbe esserci un disegno preciso dietro ai fautori dell’antipolitica. «Le dittature si instaurano sempre allo stesso modo: prima viene messa in crisi la fiducia del popolo nei suoi rappresentanti, poi viene esasperata un’emergenza, infine viene proposta una più efficace rappresentanza». Lo spettro dell’uomo forte. Perché in fin dei conti «se la mettiamo sul risparmio, la più efficace riduzione dei costi della politica fu effettuata da Mussolini abolendo il Parlamento».

Rotondi: «Com’era meglio quando c’era la casta», scrive Riccardo Paradisi il 18 Agosto 2017 su "Il Dubbio". Nel libro di Gianfranco Rotondi la demistificazione della favola bella del populismo. È una provocazione, sicuramente, il libro Meglio la casta (Koinè, pp 135, euro 14) di Gianfranco Rotondi. È provocatorio il titolo, perché nessuna casta è buona, ma il discorso che corre lungo le pagine di questo pamhplet di riflessione e di battaglia, caustico e acuminato, è tremendamente serio. Democristiano di lunghissimo corso, ex ministro del governo Berlusconi e reduce orgoglioso di quella cosa troppo frettolosamente esecrata che è stata la prima repubblica Rotondi mette a confronto il mondo politico ultimissimo, quello dominato dall’egemonia sotto culturale antipolitica, con la prima repubblica. Un cinquantennio politico con molte ombre e non poche luci distrutto in una manciata d’anni dalle inchieste di Mani pulite. Un turbine quello di Tangentopoli che ha macinato cinque partiti – Psi, Pri, Dc e Psi e Psdi – spazzandoli via dalla scena politica e che ha generato un’onda tuttora perdurante di giustizialismo e demagogia qualunquista che ha immiserito ogni dibattito pubblico. D’altra parte dai tempi di Tangentopoli la politica non ha più smesso di essere sotto lo schiaffo della magistratura: uno dei protagonisti di quella stagione, Piercamillo Davigo, ribadisce che Mani pulite, come la resistenza o la vittoria mutilata, sia stata una rivoluzione incompiuta, come a dire: c’è ancora molto lavoro da fare. Tuttavia il rimpianto di Rotondi per i codici, i costumi le abitudini e la cultura primorepubblicana – rimpianto e nostalgia che non ha mai nascosto – non sono assolute, sono relative alla comparazione con ciò che è venuto dopo: “alla fine – scrive Rotondi – uno rimpiange pure quelle patologie, come la clientela. Perché dopo è arrivato il diluvio”. Un diluvio a cui la vecchia politica si è arresa nell’illusione di assecondarlo e imbrigliarlo per ricondurlo poi a sistema. Un’illusione appunto che Rotondi definiva proprio alla vigilia della pubblicazione del suo libro: «La politica italiana è drogata dagli effetti disastrosi di una campagna anticasta, portata avanti da anni da tutti i media e di cui si avvantaggia solo Grillo. La classe politica è così poco autorevole che, invece di reagire, si è associata alla campagna contro se stessa. Il risultato è che l’antipolitica è il nuovo fascismo e la gente è pronta ad applaudire chi proporrà di abolire il covo dei fannulloni e dei ladri, che è il Parlamento». Una classe politica che ha contribuito a screditarsi da sola illudendosi di poter drenare il sentimento d’odio e disprezzo che veniva alimentato contro di lei, in blocco, sull’avversario politico del momento. Una prassi che è durata per un ventennio e che continua a essere praticata. L’ex premier Renzi ha dato fondo nella campagna referendaria che lo ha visto soccombere e su cui si è giocato la presidenza del consiglio al più arato repertorio dell’antipolitica. “Basta un Sì contro i costi della politica” dicevano i manifesti referendari mentre c’è chi gli faceva notare che risultava almeno improbabile per l’inquilino di palazzo Chigi – che pure non aveva badato troppo a spese nei suoi cento giorni di potere – convincere gli italiani che dopo tre anni di governo lui stesso non rappresentasse la casta che diceva di voler combattere. E così si è lasciato correre tutto, disinformazione compresa. Non c’è stato nessun politico, tranne eccezioni di stravaganti come Rotondi, in questi anni, a domandare se si fosse seri per esempio quando si affermava che la falla dei conti pubblici è costituita dagli stipendi dei parlamentari, da quelli dei consiglieri regionali o magari dei componenti il parlamentino del Cnel. Affermazioni che suscitano semplicemente un sorriso a chi sa bene che l’abisso dei nostri conti pubblici è dovuto alla spesa pubblica improduttiva, agli interessi sul debito pubblico, alla spesa sanitaria fuori controllo e ad altri noti fattori che con gli stipendi dei parlamentari non hanno nulla a che fare. Si è lasciata passare anche la leggenda che gli emolumenti delle camere italiane siano più alti rispetto a quelli europei. Durante i lavori della commissione Giovannini insediatasi nel 2011 per sondare i livelli di spesa del parlamento italiano a dati emersi ancora parziali i giornali titolavano: “I parlamentari italiani hanno gli stipendi più alti d’Europa”. Uno slogan ripetuto in automatico da politici di varia estrazione commentando le tabelle, appunto incomplete, fornite della commissione. Tabelle incomplete perché la commissione non era riuscita a calcolare una media dell’Unione europea su cui riparametrare le buste paga di deputati e senatori. Era stata del resto la stessa “Commissione sul livellamento retributivo Italia- Europa” (Comliv) ad ammettere la difficoltà nel rapporto sulle attività svolte. “L’eterogeneità delle situazioni riscontrate nei singoli paesi in termini di assetti istituzionali, organizzativi e di trattamento dei contributi sociali – si legge nella nota diffusa sul sito del ministero della Funzione pubblica – rende i dati non facilmente confrontabili”. Del resto a leggere bene i dati parziali della Commissione Giovannini – dati che non diverranno mai definitivi perché la commissione abortì – si ricavava infatti che i parlamentari italiani sono in Europa coloro che percepiscono di meno e non solo come somme da destinare ai collaboratori; 3600 contro gli oltre 6000 della Francia e i quasi 15mila della Germania. Antonio Mazzocchi, allora questore della Camera, ricordava che “la tassazione in Francia e Germania sta sul 20%, mentre in Italia è 45% e per quanto riguarda gli europarlamentari, non c’è il cosiddetto cumulo a fine anno che invece c’è per i parlamentari italiani”. Il questore della Camera – anche lui proveniente dai ranghi della Dc – attribuiva poi a un’ideologia antiparlamentarista e antidemocratica questa lettura unilaterale e viziata dei dati della commissione inscrivendo questa ennesima polemica contro “la casta” nella lunga campagna demagogica sui costi della politica. Ma Mazzocchi era appunto uno degli ultimi mohicani della vecchia politica, proprio come Gianfranco Rotondi; gli altri, quasi tutti, hanno sempre taciuto per viltà, per cattiva coscienza, per la presunzione di poter cavalcare l’onda antipolitica senza esserne travolti. Presunzione fatale visto che poi l’onda ha travolto anche i residui delle forze politiche in campo trasformando i partiti in protesi dei loro effimeri leader e si prepara a cancellare anche il ricordo di una cultura politica e la possibilità di un confronto civile. Lasciando la parola e il bastone solo al potere del denaro e a quello giudiziario. Perché poi questo è l’esito finale del percorso. Rotondi nel suo libro lo spiega benissimo proprio partendo dalla critica alla politica tradizionale che non ha saputo né voluto difendere le sue prerogative. Ricordando come sia stato proprio il parlamento, per rincorrere l’antipolitica, a varare vere e proprie leggi speciali che hanno cancellato l’autonomia della politica. Leggi che hanno completato il disastro costituzionale iniziato con l’abolizione dell’immunità parlamentare. “Peraltro – nota Rotondi – la prassi parlamentare aveva già cancellato lo scampolo di immunità lasciato in piedi dal legislatore del ‘ 92: “il parlamento si inchina a qualsiasi procura che chieda l’arresto di un suo membro, talvolta è lo stesso malcapitato onorevole a chiedere di autorizzare la misura cautelare”. Un suicidio in piena regola che ha il suo acme grottesco in quella legge Severino, promulgata il 6 novembre 2012 da Giorgio Napolitano, originariamente redatta da Angelino Alfano e votata da Pd, Pdl, Udc e Lega Nord. Il più noto effetto della Severino è la decadenza e non candidabilità dei condannati per reati non colposi. Rotondi fa notare il lato più pericoloso di questa legge che riguarda l’applicazione retroattiva della stessa. Non a caso la Severino è stata lo strumento per escludere Silvio Berlusconi dal parlamento dopo l’unica condanna definitiva che egli ha conseguito in ben 61 processi. Se poi si pensa che la Severino viene applicata in un paese come l’Italia dove da vent’anni è in corso un conflitto mai cessato tra potere giudiziario e potere politico il livello di pericolosità di una norma così diventa altissimo. “Sono venti anni – scrive Rotondi – che sentiamo i politici spiegare che alcune procure sono politicizzate, che alcuni processi sono politici e compagnia cantando. E loro che fanno? Varano una legge speciale che dà alla magistratura il pieno diritto di escludere con un processo qualsiasi protagonista della vita politica. Come avviene nelle dittature o nelle repubbliche africane delle banane: i colpi di Stato si fanno sempre costruendo un processo, avveniva così pure nell’Urss”. Tuttavia “al genio parlamentare non è bastato di consegnarsi in modo assoluto al potere giudiziario” ironizza amaramente Rotondi, “hanno fatto di più: hanno istituito nuovi reati in grado di trasformare qualsiasi conversazione telefonica in una fattispecie di reato. Nel 2014 il parlamento riforma l’articolo 416 ter del codice penale allargando a dismisura i confini del reato di voto di scambio…”. Tradotto significa che basta una generica utilità promessa dal politico perché scatti il voto di scambio: non vi sono criteri infatti per identificare l’utilità né per individuare la consapevolezza del politico di trattare con mafiosi o sospettati tali. Conclusione di Rotondi: “chi indaga stabilisce l’una e l’altra, e tanti auguri a chi deve difendersi in un’indagine del genere. Del resto è la storia a raccontarci come finirà: il reato di voto di scambio fu istituito dalla Dc su sollecitazione dei Gava piegati a Napoli dallo sfrenato clientelismo di Achille Lauro; anni dopo fu Gava ad essere eliminato dalla scena politica con l’accusa di voto di scambio”. È l’eterogenesi dei fini di ogni giacobinismo, si allestiscono le ghigliottine per gli altri e si finisce con il doverci infilare il proprio collo. I casi giudiziari che in queste ore interessano i grillini è l’ulteriore e non necessaria conferma a una costante matematica della storia. Naturalmente ci sono altre delizie particolari della nostra legislazione che Rotondi non manca di rilevare come il reato di traffico di influenze, formula evanescente che può riguardare tanto il professore che riceve una raccomandazione, il magistrato che ottiene uno sconto su un acquisto, il medico che riceve un dono dalla casa farmaceutica… “Non continuo l’elenco – dice Rotondi – perché è smisurato e contiene tutta l’Italietta che amo riassumere nel suo programma politico preferito: ‘ rivoluzione e raccomandazione’, rivoluzione contro gli altri e raccomandazione per sé”. E il punto è proprio questo l’antipolitica, la moralizzazione in punta d’odio purificatore si rivela come sempre la maschera di una volontà di potenza che non ce l’ha col potere, ma con il potere degli altri. Con il risultato come nel paradosso giacobino che nessuno è più al sicuro, ciascuno è vittima del potenziale terrore che ogni accusatore può scatenare contro di lui. “Istituendo il reato di traffico di influenze infatti – nota Rotondi – non abbiamo rifondato per via di legge le basi etiche del paese. No, abbiamo solo fatto diventare gli italiani l’unico popolo del mondo indagabile “a la carte” in qualsiasi momento”. Tutto vero, come è vero che nessuno, come dice l’autore di Meglio la Casta, avrebbe mai accusato De Gasperi o Nenni di essere dei parassiti. Tuttavia nella sua accalorata, appassionata e coraggiosa difesa della politica Rotondi dimentica di rimarcare a sufficienza che di De Gasperi e Nenni oggi non ce ne sono.

Rotondi: «La politica attuale? Meglio la Casta». Rotondi a Lettera 43 l’11 luglio 2016: «Allontanare il popolo dai Palazzi favorisce gli interessi di pochi». Su Renzi e Boschi: «Sembrano un monocolore Dc. Il referendum? Vincerà il no». Intervista di Alessandro Da Roldt. «Quando Cossiga mi diceva che con il crollo del Muro di Berlino sarebbe scomparsa la Democrazia Cristiana, gli rispondevo sempre: "Ma perché la caduta di un muro a Berlino dovrebbe sentirsi fino a Roma?"». Gianfranco Rotondi, ex ministro per l'Attuazione del programma dell'ultimo governo Berlusconi, fondatore e leader di Rivoluzione Cristiana, ha ancora voglia di Dc: «Mai come in questo momento servirebbe un partito che sappia contenere la pancia reazionaria del Paese, che purtroppo non si trova solo a Fermo», spiega a Lettera43.it commentando la morte di Emmanuel Chtidi Nnamdi per mano di Amedeo Mancini, un esponente di estrema destra vicino a CasaPound. Rappresentante legale dello Scudo Crociato («Un simbolo di civiltà, democrazia e resistenza», ricorda), Rotondi conferma che Giuseppe Pizza, coinvolto insieme con il fratello 'Lino' nell'Operazione Labirinto della procura di Roma, con il simbolo non c'entra nulla.

DOMANDA. La Democrazia Cristiana ritorna sui giornali per via delle inchieste. Che ricordo ha di Giuseppe Pizza?

RISPOSTA. Pino era un validissimo e sobrio collaboratore ai tempi del governo Berlusconi, credo e spero sia finito in un equivoco.

D. C'è ancora bisogno della Dc?

R. Nella Germania della Merkel governa la Dc. Nel nostro parlamento non ce n'è traccia, nemmeno un bonsai, ma la maggioranza parlamentare è formata da esponenti politici che arrivano tutti da quell'area lì. Poi basta guardare il governo.

D. In che senso?

R. La plancia di comando è in mano a Renzi e alla Boschi, che sembrano Andreotti e De Mita con Franceschini pronto alla staffetta. Sembrano un monocolore Dc, sembrano...

D. Sta scrivendo un libro in controtendenza con i tempi, conferma?

R. Si chiamerà Meglio la Casta, voglio raccontare come è stata distrutta in questi anni la politica italiana e come hanno allontanato il parlamento dal popolo.

D. Però i cittadini vogliono la testa dei politici...

R. Il popolo che si lamentava dei bomboloni troppo cari alla buvette di Montecitorio ora non riesce ad arrivare alla quarta settimana del mese.

D. Ce l'ha con chi ha cavalcato in questi anni le campagne contro la Casta?

R. Mi pare evidente che ogni qualvolta si cerchi di allontanare i cittadini dalla politica si favoriscono gli interessi di chi ha i soldi. Ci provarono anche negli Anni 60 con una campagna denigratoria sulla Stampa di Torino, la cosa si risolse in poco tempo. Ma all'epoca c'erano Fanfani e Andreotti. Quando hanno cavalcato le polemiche contro la Casta in parlamento c'erano quattro nani.

D. Con il prossimo referendum sulla Costituzione e il ridimensionamento del Senato c'è il rischio di aumentare questa distanza?

R. Guardi, il referendum non cambierà assolutamente nulla, è un semplice sondaggio elettorale dove vincerà il no: basta farsi un giro per le strada e le persone hanno già deciso. Diciamo che questo referendum è già storia.

D. Quindi Matteo Renzi rischia di cadere...

R. Io voterò no, perché ritengo sia una riforma costituzionale di parte. Ma è solo Renzi che continua a sostenere che questo referendum sia un giudizio di Dio su di lui, il governo può restare tranquillamente in carica. Non esageriamo, qui ci sono altre esigenze ben più importanti.

D. Per esempio?

R. Serve un accordo istituzionale con tutte le forze politiche, anche con Movimento 5 Stelle e Lega Nord, per riformare la Costituzione.

D. Come si riesce?

R. Basterebbe che, dopo la riforma della legge elettorale, ai capilista bloccati eletti sia affidata la commissione per gli Affari Costituzionali. A loro non spetterebbero posti di governo, ma 18 mesi per riformare la Costituzione, con lo stesso spirito dell'Assemblea Costituente del 1946.

D. Insomma, moriremo democristiani...

R. Come detto, mai come adesso serve un partito che sappia contenere la pancia reazionaria del Paese e che soprattutto sia radicato sul territorio. In questo, va detto, che la Lega Nord di Salvini è un passo avanti a Forza Italia.

D. Quindi dà credito a Salvini, nonostante i voti siano pochi.

R. La sua idea di nazionalizzare la Lega non è sbagliata, va aiutato. Certo, la linea lepenista non funziona e credo se ne sia accorto.

L’ITALIA DELL’ACCOZZAGLIA RESTAURATRICE E CASTISTA. TUTTI CONTRO UNO.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Pubblichiamo il testo integrale del discorso che il premier Matteo Renzi ha fatto a Palazzo Chigi la sera del 4 dicembre 2016, dopo la vittoria dei No al referendum sulla riforma costituzionale voluta dal suo governo. «Oggi il popolo italiano ha parlato, ha parlato in modo inequivocabile. Ha scelto in modo chiaro e netto e credo che sia stata una grande festa per la democrazia. Le percentuali di affluenza sono state superiori a tutte le attese. È stata una festa che si è svolta in un contesto segnato da qualche polemica in campagna elettorale, ma in cui tanti cittadini si sono riavvicinati alla Carta costituzionale, al manuale delle regole del gioco, e credo che questo sia molto bello, importante e significativo. Sono orgoglioso dell’opportunità che il Parlamento, su iniziativa del governo, ha dato ai cittadini di esprimersi nel merito della riforma. Viva l’Italia che non sta alla finestra ma sceglie. Viva l’Italia che partecipa e che decide. Viva l’Italia che crede nella politica. Il No ha vinto in modo netto, ai leader del fronte del No vanno le mie congratulazioni e il mio augurio di buon lavoro nell’interesse del Paese, dell’Italia e degli italiani. Questo voto consegna ai leader del fronte del No oneri e onori insieme alla grande responsabilità di cominciare dalla proposta, credo innanzitutto dalla proposta delle regole, della legge elettorale. Tocca a chi ha vinto, infatti, avanzare per primo proposte serie, concrete e credibili. Agli amici del Sì, che hanno condiviso il sogno di questa riforma, una campagna elettorale emozionante, vorrei consegnare un abbraccio forte, affettuoso, vorrei uno per uno. Ci abbiamo provato, abbiamo dato agli italiani una chance di cambiamento semplice e chiara. Ma non ce l’abbiamo fatta, non siamo riusciti a convincere la maggioranza dei nostri concittadini; abbiamo ottenuto milioni di voti, ma questi milioni di voti sono impressionanti ma insufficienti. Volevamo vincere, non partecipare e allora mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta e dico agli amici del Sì che ho perso io, non voi. Chi lotta per un’idea non può perdere. Voi avevate un’idea meravigliosa, in particolare in questa stagione della vita politica europea. Volevate riavvicinare i cittadini alla cosa pubblica, combattere il populismo, semplificare il sistema e rendere più vicini cittadini e imprese. Avete fatto una campagna elettorale casa per casa, a vostre spese, senza avere nulla da chiedere ma solo da dare. Per questo voi non avete perso. Stasera andando a risposare o domani andando a lavorare sentitevi soddisfatti dell’impegno, della passione, delle idee. Intendiamoci, c’è rabbia, c’è delusione, amarezza e tristezza ma vorrei foste fieri di voi stessi. Fare politica andando contro qualcuno è molto facile, fare politica per qualcosa è più difficile ma più bello. Siate orgogliosi di questa bellezza. Non smettete mai di pensare che si fa politica pensando che si fa politica per i propri figli e non per le alchimie dei gruppi dirigenti. Arriverà un giorno in cui tornerete a festeggiare una vittoria e quel giorno vi ricorderete delle lacrime di questa notte. Si può perdere il referendum ma non si può perdere il buonumore. Si può perdere una battaglia ma non la fiducia che questo è il Paese più bello del mondo e quella bandiera rappresenta gli ideali di civiltà, educazione e bellezza che ci fanno grandi e orgogliosi della nostra civiltà. Io invece ho perso. Nella politica italiana non perde mai nessuno, non vincono ma non perde mai nessuno. Dopo ogni elezione resta tutto com’è. Io sono diverso, ho perso e lo dico a voce alta, anche se con il nodo in gola. Perché non siamo robot. Non sono riuscito a portarvi alla vittoria. Vi prego di credermi quando vi dico che veramente ho fatto tutto quello che penso si potesse fare in questa fase. Io non credo che la politica sia il numero inaccettabile di politici che abbiamo in Italia. Io non credo che si possa continuare in un sistema in cui l’autoreferenzialità della cosa pubblica è criticata per decenni da tutti e poi al momento opportuno non venga cambiata. Ma credo nella democrazia e per questo quando uno perde non fa finta di nulla, fischiettando e andandosene sperando che tutto passi in fretta nella nottata. Credo nell’Italia è per questo credo sia doveroso cambiarla. Nei mille gironi e nelle mille notti passati in questo palazzo ne ho viste le possibilità straordinari, uniche al mondo. Ma perché queste possibilità si realizzino, le uniche chance che abbiamo è scattare, non galleggiare, è credere nel futuro, non vivacchiare. La democrazia italiana di oggi si basa su un sistema parlamentare. Quando abbiamo chiesto la fiducia abbiamo chiesto di semplificare il sistema, di eliminare il bicameralismo, abbassare i costi della politica, allargare gli spazi di democrazia diretta. Questa riforma è quella che abbiamo portato al voto. Non siamo stati convincenti, mi dispiace, però andiamo via senza rimorsi, perché se vince la democrazia e vince il no, è anche vero che abbiamo combattuto la buona battaglia con convinzione e passione. Come era evidente e scontato dal primo giorno, l’esperienza del mio governo finisce qui. Credo che per cambiare questo sistema politico in cui i leader sono sempre gli stessi e si scambiano gli incarichi ma non cambiano il Paese, non si possa far finta che tutti rimangano incollati alle proprie consuetudini prima ancora che alle proprie poltrone. Volevo cancellare le troppe poltrone della politica: il Senato, le Province, il Cnel. Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia. Domani pomeriggio riunirò il Consiglio dei ministri, ringrazierò i miei colleghi per la straordinaria avventura, una squadra coesa, forte e compatta, e salirò al Quirinale dove al presidente della Repubblica consegnerò le mie dimissioni. Tutto il Paese sa di poter contare su una guida autorevole e salda quale quella del Presidente Mattarella. In questi giorni il governo sarà al lavoro per completare l’iter di una buona legge di Stabilità, che deve essere approvata al Senato e per assicurare il massimo impegno ai territori colpiti dal terremoto. Lasceremo a chi prenderà il nostro posto il prezioso progetto di Casa Italia. Come sapete vengo dall’associazionismo, dal mondo scout e il fondatore dello scoutismo, Baden-Powell, diceva che bisogna lasciare i posti meglio di come si sono trovati. Lasciamo la guida dell’Italia con un Paese che passato dal -2% al +1% di crescita del Pil, che ha 600mila occupati in più con una legge, quella sul mercato del lavoro, che era attesa da anni, con un export che cresce e un deficit che cala. Lasciamo la guida del Paese con un’Italia che ha finalmente una legge sul terzo settore, sul dopo di noi, sulla cooperazione internazionale, sulla sicurezza stradale, sulle dimissioni in bianche, sull’autismo, sulle unioni civili. Una legge contro lo spreco alimentare, contro il caporalato, contro i reati ambientali. Sono leggi con l’anima, quelle di cui si è parlato di meno ma a cui tengo di più. Lasciamo infine l’Italia con un 2017 in cui saremo protagonisti in Europa a marzo con l’appuntamento di Roma per i sessant’anni dell’Unione. Saremo protagonisti a Taormina a maggio per il G7. Saremo protagonisti con la presidenza de consiglio di sicurezza dell’Onu a novembre. Aver vinto le sfide organizzative dell’Expo e del Giubileo non è merito del governo ma di una struttura straordinaria di professionisti a cui va la mia rinnovata gratitudine. In particolar modo alle Forze dell’Ordine e alle Forze Armate di questo Paese che ho imparato a conoscere per una dedizione e una professionalità straordinaria alla bandiera e al Paese. Davvero grazie. In questa sala, infine, attenderò di salutare con amicizia istituzionale e con un grande sorriso e un abbraccio il mio successore, chiunque egli sarà. Gli consegnerò la campanella simbolo della guida del governo e tutto il lungo dossier delle cose fatte e da fare. Grazie ad Agnese per aver sopportato la fatica di mille giorni e grazie per come ha splendidamente rappresentato il nostro Paese. Grazie ai miei figli e grazie anche a tutti voi, anche se ringraziare i giornalisti alla fine è quasi una cosa impossibile. Sono stati mille giorni che sono volati, ora per me è il tempo di rimettersi in cammino, ma vi chiedo nell’era della post-verità, nell’era in cui in tanti nascondo quella che è la realtà dei fatti, di essere fedeli e degni interpreti della missione importante che voi avete e per la vostra laica vocazione. Viva l’Italia, in bocca al lupo a tutti noi. 

L'addio di Renzi e l'Anno Zero della Repubblica. Un Senato che rivive ma è privo di legge elettorale. Una Camera con l'Italicum, fino a quando durerà. E un governo da mettere in piedi, se non si vuole portare il Paese allo sfascio. La tempesta perfetta che si temeva è arrivata. Ora toccherà a Mattarella intervenire. Per costruire sulle macerie di stanotte, scrive Marco Damilano il 5 dicembre 2016 su "L'Espresso". Matteo Renzi: «L'esperienza del mio governo finisce qua...». A mezzanotte e mezzo Matteo Renzi se ne va, nella sala dei Galeoni, ringrazia la moglie Agnese e i figli, abbozza un sorriso, «la sola poltrona che salta è la mia», si ferma travolto dalla commozione, «non sono un robot», infine sospira: «Per me riprende il cammino». Una citazione da scout, come quella che utilizzò per annunciare che sarebbe andato a Palazzo Chigi, mille giorni fa. Una citazione di Robert Frost: «Avevo di fronte a me due strade e io presi la meno comoda». Renzi se ne va, travolto da un'ondata di piena. Il Sì appariva in rimonta negli ultimi giorni, si attendeva una sconfitta, ma non in queste dimensioni: una disfatta. Il 40 per cento delle elezioni europee, il trionfo renziano del 2014, si capovolge nel suo opposto: il sì resta inchiodato al 40, come una maledetta beffa, il no sfiora il 60, venti punti di differenza. Un baratro che si spalanca in tutte le regioni, tranne il Trentino Alto Adige: il 61 per cento dei no in Veneto, il 57 in Lombardia, il 72 in Sardegna, il 69 in Campania. Il no va al 70 nella Napoli di Luigi De Magistris e nella Bari di Michele Emiliano, vince ad Agropoli, la città salernitana eletta a simbolo di clientela da Vincenzo De Luca. Mentre si delinea la netta vittoria del No al referendum costituzionale, il presidente del Consiglio Matteo Renzi parla da Palazzo Chigi e annuncia: "Domani salirò al Colle e rassegnerò le dimissioni nelle mani del Presidente Mattarella". Sono i numeri di una crepa che si è allargata in Italia come nel resto d'Europa tra il paese e le sue leadership politiche, economiche, il mitico establishment. Ma in Italia c'era la variante di Renzi. Un giovane outsider che aveva scalato il potere nel vuoto, promettendo di rottamare la vecchia politica e le antiche abitudini, ma anche di far crescere una nuova classe dirigente. Raggiunto il primo obiettivo, limitato ai capicorrente del suo partito, il premier si è trasformato rapidamente nella guida di un nuovo gruppo di comando. Impermeabile, chiusa, «esclusiva, escludente, solitaria», l'ha dipinto Romano Prodi nel comunicato con cui pure annunciava il suo voto a favore della Riforma. Il paese si è via via allontanato. Non si è sentito ascoltato, nella narrazione renziana tutta vincente, è rimasto insensibile agli annunci, alle promesse, perfino alle realizzazioni del governo. E alla sfida fine del mondo sul referendum che avrebbe dovuto nei piani di Renzi tagliare le poltrone dei politici ha replicato con una rivolta. In quel Sì e in quel No, gabbie troppo strette per contenere e racchiudere la ricchezza e la complessità dei mali e delle potenzialità italiane, alla fine è rimasto prigioniero il premier che si era autocondannato a correre sempre e che ha portato il suo disegno e la sua premiership nel burrone. Con lui c'è il suo partito, il Pd, azzerato da una campagna elettorale one-man-show e ora di nuovo dilaniato dalle divisioni. La maggioranza di Renzi non esiste, né sui territori né nel Paese e forse neppure in Parlamento. La minoranza Pd nella società italiana è ininfluente. Il partito ridotto a comitato elettorale dell'americano Jim Messina, il guru che ha fatto perdere tutti i suoi clienti, ha perso ogni contatto con la realtà. Eppure tocca al Pd e a Renzi indicare una strada. Perché nell'azzardo politico del referendum c'è un Senato che rivive ma è privo di legge elettorale. Una Camera con l'Italicum, fino a quando durerà. E un governo da mettere in piedi, se non si vuole portare il Paese allo sfascio. Perché questo è il risultato delle scommesse renziane, e non si può dare la colpa ai cittadini che hanno votato no: non c'è legge per eleggere il Senato, forse non ci sarà neppure quella per la Camera, non c'è un governo. La tempesta perfetta che si temeva è arrivata. Renzi ha perso, ma non ha vinto l'Accozzaglia che già da stanotte litiga. La corsa tra i capi della destra a occupare i primi minuti televisivi per mettere la firma sulla vittoria è il prologo di quello che sta per succedere tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi e dentro Forza Italia. I big del Movimento 5 Stelle si presentano come tories inglesi a chiedere le elezioni subito. L'ondata ora sale verso il Quirinale, dove c'è il galantuomo Sergio Mattarella. Tocca a lui, l'invisibile Custode del Colle, intervenire. Per costruire sulle macerie di stanotte. Doveva essere nei piani di Renzi il giorno di nascita della Terza Repubblica, con un referendum di stampo gollista. È invece arrivato l'Anno Zero.

Il populismo del potere. Tutti gli elementi della grande semplificazione si erano riuniti in questo scontro referendario, e molti li aveva materializzati proprio il presidente del Consiglio, incautamente, scrive Ezio Mauro il 6 dicembre 2016 su "La Repubblica". La semplificazione assoluta della politica è stata inventata da Renzi come il post-linguaggio, dopo la fine delle ideologie, delle appartenenze, delle distinzioni di campo tra destra e sinistra. Arrivata alla sua forma estrema nella logica propria del referendum — la riduzione del discorso politico alla scelta basica tra un Sì e un No, senza sfumature — quella semplificazione si è imbizzarrita, disarcionando il suo cavaliere e gettandolo a terra sconfitto, senza rimedio. Tutti gli elementi della grande semplificazione si erano riuniti in questo scontro referendario, e molti li aveva materializzati proprio il presidente del Consiglio, incautamente. Una riforma della Costituzione è cosa complessa, che va spiegata con pazienza nella sua logica e nella tecnica. Qui ha preso l’aspetto di un mezzo colpo d’accetta contro la “casta”, con riduzione dei senatori, dei loro stipendi, della loro potestà legislativa, senza la costruzione di un paesaggio culturale, storico e istituzionale che trasmettesse la sensazione di una modernizzazione governata del sistema, di una riforma rispettosa della cornice costituzionale, nella quale inserire un principio di innovazione coerente. Renzi ha scommesso sulla voglia di cambiamento degli italiani, estenuati dall’inefficienza della macchina politica, dall’inefficacia di quella amministrativa e dall’improduttività di quella istituzionale. Ha scelto due bersagli grossi e facili, l’alto numero dei parlamentari e la rigidità del bicameralismo troppo perfetto. Ha pensato di proporsi come l’unico attore del rinnovamento, denunciando come conservatori o parrucconi tutti coloro che avanzavano riserve e obiezioni, o difendevano la Costituzione. Chiuso in questo recinto artificiale perfetto, ha poi esposto la collezione degli avversari rivendicandola, orgoglioso del loro numero e incurante della somma finale, nella convinzione di avere il popolo con sé. Attacco alla casta, antiparlamentarismo, mozione degli istinti antipolitici: sono tutti elementi di un inedito populismo del potere che Renzi ha provato a impersonare nel tentativo — o nella tentazione — di disegnarsi un doppio profilo di lotta e di governo, usando le armi dell’antipolitica per combatterla. Come se il premier dicesse al sistema che doveva torcersi per salvarsi, e l’atto stesso del cambiamento diventava più importante della sua qualità. Come se fosse semplice parlare contemporaneamente la lingua del governo e quella dell’opposizione. Come se fosse possibile una dose omeopatica di antipolitica nel governo di una democrazia occidentale moderna. Tutto questo ha prodotto una semplificazione simmetrica nelle opposizioni, ma ben più radicale ed estrema, perché libera nei linguaggi, nelle responsabilità, nelle contraddizioni. In questa raffigurazione del No, la riforma è diventata addirittura una prova di colpo di Stato, di gesto tirannico, di autoritarismo, mentre era evidente semmai la mancanza di autorità del governo, non altro. La mostrificazione di Renzi lo ha trasformato in una sorta di nemico del popolo e della democrazia, figlio naturale di Berlusconi, mentre è chiaro che il premier ha tutti gli altri difetti del mondo, ma nessuna delle quattro anomalie che distinguevano il Cavaliere dai leader moderati d’Occidente: il conflitto d’interessi, la legislazione ad personam, lo strapotere economico che gli ha consentito di comperare parlamentari a grappoli, lo strapotere proprietario del mercato televisivo del consenso. A questo punto è scattata l’ordalia mortale, e il referendum si è trasformato in un plebiscito a favore o contro Renzi. E qui c’è il peccato capitale del presidente del Consiglio: non aver creduto nella politica, ma solo nel rapporto di forza. Non aver capito che l’ordalia compiva il miracolo di coalizzare l’incoalizzabile. Non aver compreso che solo dando un’anima politica al corpo scomposto della riforma si sarebbero selezionati i consensi e i dissensi su un asse riconoscibile e trasparente, evitando una sommatoria indistinta. Un discorso autenticamente riformista, progressista, sulla necessità di riformare la Carta rispettandone forma e sostanza probabilmente avrebbe perso per strada Verdini ma avrebbe guadagnato coerenza, selezionando anche nel campo del No. Qui c’è forse il limite maggiore di Renzi. Pensare che la politica sia di volta in volta forza, istinto, tecnica e coraggio — ciò che certamente è —, ma non cultura. Il referendum è il risultato finale di questa visione. Quasi che Renzi avesse rinunciato al tentativo più ambizioso e necessario, l’egemonia culturale. Ma senza una base culturale la politica non vive di vita propria, bensì di rappresentazione. Mima la realtà e non l’impersona. Trasforma se stessa in performance, che si consuma mentre si compie, senza lasciare traccia dopo lo spettacolo, quando si accendono le luci. Coinvolge il cittadino, ma nel ruolo di spettatore seduto in platea, e non di soggetto che pretende rappresentanza. Consente e autorizza un immiserimento della contro-politica, che abbassa il livello del discorso fino agli stilemi della “schiforma”, sostenuta dai “poteri marci”. Questa debolezza culturale e politica si lega con la rinuncia di Renzi a impersonare e usare il Pd, accontentandosi di comandarlo. Bisognava spendere tempo e impegno — la “grande fatica della democrazia” — per far diventare la riforma una conquista ragionevole di tutto il Pd, capace a quel punto di sostenerla a testa alta nel Parlamento e nel Paese, come aveva fatto con la candidatura di Mattarella al Quirinale. La riforma avrebbe trovato così una base materiale, un’anima culturale e un’identità politica, diventando espressione matura e condivisa di una sinistra di governo, non di un singolo contro tutti. Naturalmente questo avrebbe dato un “colore” alla riforma, il colore del riformismo. Ma avrebbe anche dato un destino di leadership compiuta a Renzi e di responsabilità coerente alla sinistra interna, che oggi compie invece il gesto contronatura di chi applaude la caduta del proprio governo: ancora una volta, e senza sapere se e quando ce ne sarà mai un altro. Alla fine, dunque, Renzi cade su un problema di identità, inseguendo il tutto e rinunciando a impersonare la parte che gli si è affidata. È una mentalità eternamente minoritaria (titanica e minoritaria insieme), che abbiamo già visto in altri leader incapaci di rivestirsi della maestà di una storia comune, accontentandosi di controllarla. Pesa in questo la dannazione fratricida della sinistra, la sua vocazione cannibale con la delegittimazione permanente del leader da parte della minoranza interna. Ma pesa anche la convinzione che i partiti siano strumenti del Novecento, senza tradizioni e radici, quindi impersonabili a piacere dal leader del momento, come vestiti che si cambiano quando cambia la stagione. In questo disancoramento dalla storia e dalla cultura la politica vive di fiammate estemporanee, nascono gli innamoramenti per un leader subitanei ma senza radici, cresce all’improvviso il disamore, quando si gonfia l’onda delle promesse mancate, del risentimento sociale, della solitudine dei non rappresentati, della crisi più forte di ogni sovranità democratica. Al fondo c’è il grande errore della post-politica, la convinzione che destra e sinistra siano categorie superate che non servono più per leggere il mondo e per rappresentarlo. Come se Trump e i populismi di casa nostra non fossero destra reale — anzi, realizzata — nei linguaggi, nei disegni, nei programmi, nella cultura. Nell’età del trumpismo, di Salvini e di Grillo ci sarebbe bisogno di una sinistra di governo moderna, occidentale, europea, finalmente risolta invece di inseguire l’indistinto, che è un campo vasto, ma non ha un’anima. E la politica, come un buon diavolo, fa commercio di anime: senza le quali, come dimostra il referendum, va a fondo.

"Capodanno al CNEL", ironia social dopo la vittoria del No, scrive il 5/12/2016 l'"ADN Kronos". "Portate da bere, suona Piero Pelù". Quando un serissimo organo di rilievo costituzionale diventa il tormentone preferito dei social. E' il caso del CNEL, il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro salvo grazie alla vittoria del No al referendum costituzionale - costata le dimissioni al premier Matteo Renzi -, da stanotte meta di pellegrinaggio virtuale di migliaia di utenti che nei suoi locali hanno già organizzato altrettante virtuali feste di Capodanno, rave party, dj set e after party. Il locale più 'socialmente' frequentato d'Italia, sembrerebbe, che come ogni locale che si rispetti da stanotte ha anche al suo attivo qualche recensione sulla pagina Facebook. "Stasera - scrive ad esempio Daniele - conscio della vittoria al referendum mi sono recato presso il CNEL, locale carino, non lo conoscevo! E' pieno di gente simpatica che mi ha offerto da bere e abbiamo festeggiato fino a tarda notte, parlavano di stipendi ma non capisco, di solito vado nei locali per svagarmi e non per parlare di lavoro. Ci tornerò, luogo accogliente dove far festa!". E non è certo l'unico: per Marco infatti "non esiste locale migliore a Roma: sempre pieno di gente, sempre alla moda, con tanti ospiti internazionali di alto livello e uno staff di grande gentilezza e professionalità. L'unico locale (anche se locale è riduttivo, vista la location meravigliosa) che garantisce serate di altissimo livello. Passare una serata in questo locale è un'esperienza che consiglio vivamente a tutti gli amanti della movida e del divertimento". Ma non ci sono solo post, brevi tweet e recensioni tutte da ridere: come da tradizione, gli utenti danno il massimo quando si tratta di fotomontaggi. E' così che immagini di balli di gruppo, clip di film come 'Il Grande Gatsby' o serie tv come i Simpson diventano di volta in volta meme e gif animate esilaranti che dipingono quello che da stanotte è lo CNEL nell'immaginario collettivo del popolo web: un elegante palazzo dove la festa e i brindisi non finiscono mai e i trenini si muovono a tempo di tappi di bottiglie che saltano. Almeno fino al prossimo referendum.

Addobbi, luci e risate: così il Senato risorge dopo il No al referendum. Arriva l'albero di Natale, Maurizio Gasparri ride con l'azzurro D'Alì, i dipendenti fingono di non gioire. I senatori transfughi, come i verdiniani, sono pronti ad essere di nuovo determinanti. Bocciato il referendum, a palazzo Madama è tutto come prima. Anzi, di più, scrive Susanna Turco il 5 dicembre 2016 su "L'Espresso". L'albero di Natale addobbato fresco, con tutte le sfere dorate e lucenti, appena montato nella sala antistante la buvette. Il portone del Palazzo, dal lato della chiesa di San Luigi Dei Francesi, chiuso da mesi come ad annunciare la dismissione definitiva (così l'opinio communis), giusto adesso di nuovo aperto e illuminato. Come tutti i Palazzi di lungo corso, anche il Senato ha un'anima. E adesso che è salvo, adesso che con la vittoria del no al referendum ha scampato il rischio di finire in un angolo della Storia, la sua anima Palazzo Madama l'ha messa in due dettagli discreti, ma chiarissimi. L'addobbo, e la luce. I segni della resurrezione. Solo venerdì sera, ai dipendenti che sciamavano verso casa, Palazzo Madama era infatti parso lugubre, chiuso, annuncio di sventura. Un Titanic pronto ad inabissarsi. Con i suoi ottoni lucidati, i suoi legni pregiati, gli affreschi, i marmi, i cortili. A chiasmo, lunedì mattina davanti all'ingresso principale è arrivata la risata grassa e tintinnante di Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato, ex Msi e An, forzista convinto, intento da un taxi a parlare con il senatore Antonio d'Alì, anche lui forzista, anche lui ridanciano. "Quel che non strozza ingrassa", sintetizzano adesso romanamente in un famoso bar nei pressi del Palazzo. Come a dire che una volta passato per la strettoia della quasi sparizione, il Senato adesso è ancora più forte, vaccinato, immunizzato. E chi ci si proverà a cancellarlo, ora che nemmeno il dimagramento è riuscito? La gioia di chi dentro a Palazzo Madama lavora è tanto naturale e ovvia quanto ufficialmente negata, e anzi pregasi la stampa non esagerare nel racconto dell'inverso. Dipendenti e funzionari che si salutano garruli, ma dissimulanti. Eventuali espressioni di giubilo vengono confinate all'interno delle stanze, meglio ancora se nel foro interiore di ciascuno. Manifestare emozioni sarebbe inappropriato. Del resto, non soltanto il Palazzo è salvo, con le sue funzioni di prima, i posti di prima. Anche il famoso ruolo unico dei dipendenti di Camera e Senato, che avrebbe finito per tagliuzzare un poco gli stipendi di Palazzo Madama, comunque per comprimerne l'autonomia, è finito insieme con la riforma costituzionale nel limbo dei chissà quando. Per cui, meglio non strafare. I corridoi sono completamente deserti, l'Aula pure, in Commissione Difesa resta fra l'altro all'ordine del giorno la leggina sulla riabilitazione dei militari ingiustamente condannati a morte durante la Guerra del 15-18, s'attendono gli emendamenti al cyberbullismo, tra poche ore viene inaugurata in Biblioteca la mostra su Federico Fellini, in occasione dei quarant'anni dall'uscita di Casanova. Tutto come sempre, ma con grande eleganza. Adesso che sono salvi, persino i posti dei 315 senatori sembrano un lusso con il quale baloccarsi e lambiccarsi in tante costruzioni politiche di nuovo possibili. Tanto più perché per un prossimo governo, post Renzi, quei voti saranno fondamentali, ancora una volta. E a maggior ragione lo saranno perchè, in un Parlamento record quanto a cambi di casacca (sono stati in totale 380 in tre anni, al netto dei trasformismi multipli hanno interessato 263 parlamentari, di cui 117 senatori), quel centinaio e più di "transfughi" a Palazzo Madama - in specie nel centrodestra i verdiniani di Ala, ma anche gli alfaniani di Ncd - adesso si trova non tanto senza più un partito (pazienza), quanto senza più un leader e un progetto in prospettiva (Renzi e il partito della nazione). Son dunque voti potenzialmente in libera uscita, scalabili, determinanti per dare il via libera, o bloccare, qualsiasi progetto si tessa nell'immediato futuro tra Palazzo Chigi e il Quirinale.

Referendum, il presidente del Cnel esulta: "Riconosciuto il nostro ruolo". Napoleone dopo i risultati del referendum del 4 dicembre: "Il Cnel non si tocca". E si vanta: "È stato riconosciuto il nostro ruolo", scrive Enrica Iacono, Lunedì 5/12/2016, su "Il Giornale". Il giorno dopo il referendum che prevedeva anche l'abolizione del Cnel a parlare è il presidente del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro Delio Napoleone interpellato dall'Adnkronos. Napoleone è presidente del Cnel dallo scorso 30 luglio e ha commentato così il risultato del referendum: "L'ironia va colta sempre nel suo lato positivo. Non do risposte "di pancia". Mi ha colpito, certo, la facilità con cui una parte della politica e dell'informazione ha sottovalutato il ruolo del Cnel, organo di rilevanza costituzionale, ma le cui origini risalgono agli inizi del '900. In ogni caso, quella di domenica è stata una battaglia democratica grande e importante". "Il risultato -ha continuato- è chiaro: per i cittadini l'art.99 della Costituzione non va toccato e il collegamento tra il mondo del lavoro, la politica, i corpi rappresentativi intermedi, interrotti da troppo tempo, vanno ripristinati, in modo da favorire l'armonizzazione degli interessi di capitale e lavoro. E' stato riconosciuto il nostro ruolo come valore aggiunto della democrazia". L'imprenditore abruzzese specifica che domani chiederà di incontrare i vertici istituzionali e il Capo dello Stato, non in spirito conflittuale ma come contributo all'armonia senza ignorare "difficoltà e inefficienze" che hanno riguardato il Cnel negli ultimi tempi. Infine il presidente ha ribadito la funzione del Cnel: "Qui parliamo di Costituzione ma le radici dell'articolo 99 che riguarda il Cnel risalgono all'epoca di Giolitti. E anche i Trattati istitutivi dell'Ue prevedono che siano i Comitati economici e sociali europei a fornire pareri obbligatori su certi temi. La nostra funzione -ribadisce Napoleone- è quella di favorire il superamento delle contrapposizioni socio-economiche. E proprio il Presidente Mattarella si richiama spesso all'unità e alla concordia sociale allo scopo di "recuperare il senso del vivere insieme". E' sempre un problema di diritti: i grandi gruppi economici sanno legittimamente difendersi da soli. Noi ci siamo per gli altri, per i tanti che non vengono tutelati a sufficienza".

Quel ballo scatenato di Scanzi contro Renzi. Un ballo scatenato per festeggiare la vittoria del No al referendum e la sconfitta di Matteo Renzi, scrive Luisa De Montis, Lunedì 5/12/2016, su "Il Giornale". Un ballo scatenato per festeggiare la vittoria del No al referendum e la sconfitta di Matteo Renzi. Andrea Scanzi, sul suo profilo Facebook, ha danzato sulle note di Another brick in the wall dei Pink Floyd con tanto di gesto dell'ombrello ai danni del premier. Non contento, ha poi mandato un sms al leader del Partito Democratico. Un sms pubblicato da Dagospia e che recita così: "Ciao Matteo. Sei stato il peggior presidente immaginabile, circondato dalla peggiore classe dirigente immaginabile. Quando esci, chiudi la porta. E - se ce la fai - non tornare. Un caro saluto: a te, Sensi, Carrai, Benigni, il Volo, Andrea Romano e Zucconi. Ah, dimenticavo: se gli avanza tempo, puoi dire a Jim Messina se può diventare anche lo spin doctor di Murray, così in dieci giorni esce dai primi 100? Ci terrei. Stammi bene. E grazie per tutte le belle parole che hai sempre dedicato a noi del Fatto. Andrea Scanzi

Il vero vincitore del referendum del 4 dicembre: il CNEL. Il MoVimento di gente contro la Ka$ta ha salvato il CNEL, e tutti sono invitati a festeggiare per il mantenimento: tanto paga lo Stato Italiano, scrive Giovanni Drogo lunedì 5 dicembre 2016 su "Next Quotidiano". Non è ancora ben chiaro chi abbia vinto al referendum di ieri. Verso le undici un euforico Brunetta annunciava che avevano vinto “la Sinistra, il MoVimento 5 Stelle, la Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia”. Per Grillo e Salvini ha vinto la democrazia, né più né meno come ad ogni elezione. Ma in realtà l’unico ad aver vinto è stato il CNEL, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, un ente del quale nessuno aveva mai sentito parlare e che nessuno sapeva di cosa si occupasse. Perché se c’è qualcuno che oggi festeggia non sono i deputati del MoVimento 5 Stelle ma i dipendenti e i nuovi estimatori del CNEL. Nella riforma costituzionale infatti era prevista la soppressione del CNEL, che ha 64 consiglieri, costa venti milioni all’anno e che da quando è stato istituito (nel 1959) ha avanzato appena 14 proposte di legge (che il Parlamento ha ignorato). Insomma un organo consultivo che effettivamente non sembra essere molto utile al Paese. Ciononostante è successo che ieri gli elettori hanno votato per salvare il CNEL. Certo, in realtà nessuno di quelli che hanno votato No probabilmente ieri aveva in mente il CNEL quando è entrato in cabina elettorale, le priorità erano altre, in ordine sparso: evitare la deriva autoritaria, mandare a casa Renzi, difendere la Costituzione approvata con suffragio universale nel 1948, mandare Renzi a casa, consentire l’elezione di un premier eletto dal popolo e così via. Dall’altra parte della barricata il CNEL invece è stato raccontato come uno dei simboli della casta, e va da sé che dal momento che la casta ha vinto anche se a votare No erano quelli “contro la casta” (che è uno dei momenti di confusione più alta ingenerato da questo referendum) al CNEL si festeggi. Così come in seguito al referendum “sulle trivelle” fu organizzato il Petrolio Party per festeggiare la sconfitta del comitato promotore e degli ambientalisti del No da qualche giorno su Facebook è stato organizzato l’evento Rave Party al CNEL: “domani si festeggia e dopodomani ripartono le assunzioni”, recita la descrizione dell’evento. E ovviamente c’è chi si diverte a immaginare il fantastico mondo dei dipendenti del CNEL, con le loro lussuose scrivanie in mogano, la servitù, i benefit e l’ampio parcheggio. Chi non vorrebbe lavorare al CNEL? Ci vorrebbe un Jobs Act apposito.

È la solita casta che sbarra la via alla modernità, scrive Fulvio Tessitore il 6 dicembre 2016 su “Il Corriere della Sera”. Chi sa se è consentito a un piccolo ragionamento, onesto e «disinteressato» (nel senso di non essere mosso da alcun tipo di interesse «commerciale»), di trovare un piccolissimo spazio di attenzione. Il dubbio è indotto dallo spettacolo cui stiamo assistendo, dopo l’esito del voto referendario, venuto a vale di una immonda campagna elettorale, e di un incontrovertibile spettacolo disgustoso. Stiamo assistendo (e lo vivremo a lungo) allo spettacolo dell’esaltazione della vanità di autentici sconfitti dalla vita che credono di rinascere, in qualche teatro tv, perché ha vinto (?) episodicamente la propria scelta di campo. Tutto ciò è solo la modesta esibizione emotiva, irriflessa e perciò inutile di quanto è in realtà successo. Il referendum, la campagna elettorale e il suo esito, hanno prima agglutinato e poi scatenato le pulsioni profonde di una straordinaria trasformazione culturale di categorie epistemologiche, concetti etici, regole comportamentali, strutturazioni sociali, dimensioni istituzionali. Questa «trasformazione», accompagnata da inconsapevolezza o vissuta con cinismo ottuso, è diventata «crisi». Il processo era già in atto da tempo. L’occasione referendaria lo ha fatto esplodere e ne sta manifestando il volto di tragedia camuffata da commedia. Che sia così lo si vede dai commenti ridanciani (di miserabile taglio) di alcuni giornali, finiti in mano a catafratti «vanitosi»; dai confusi commenti di notisti pur autorevoli, che non riescono a capire perché i loro pur raffinati strumenti interpretativi non riescono a mordere la realtà, che non esiste più. Che voglio dire? Che stiamo vivendo una svolta epocale, di per sé fisiologica, divenuta patologica e giunta a una fase di mefitica estenuazione, inavvertita o strumentalizzata da quanti avrebbero avuto la responsabilità di intercettarla e guidarla. Qual è la causa di tutto questo, detto in breve? È l’ennesima costatazione che il nostro Paese è sempre più decisamente un regime di caste, che ha impedito il formarsi di un sistema di classi. Il processo è antico, tanto da esser divenuto destino, che, forse oggi, sta precipitando e sarebbe un bene per quanto doloroso per coloro che hanno sempre pagato. L’Italia ha per questa sua sventura patito sempre di un «difficile accesso alla modernità». Fu così quando si costituirono i grandi Stati nazionali d’Europa, mentre l’Italia si risolse in una «statelleria». Fu così nel 1861, quando fallì quella che De Sanctis chiamò «l’assimilazione della Nazione nello Stato». Fu così intorno alla metà degli anni ’60 del Novecento, quando i governi democristiani (piaccia o no, fu così) portarono il Paese, che viaggiava a intorno al 6/7% del Pil, a un rinnovato appuntamento. È stato così oggi, a valle della cosiddetta «Seconda Repubblica», ieri definitivamente crollata, tranne nell’illusione di cadaveri politici che si credono vivi. E la ragione è sempre la stessa: la forza e la resistenza bestiale delle caste. Chi sono i «vincitori» di oggi? Vecchie cariatidi della Sinistra e della Democrazia Cristiana saldamente alleate a difendere qualcosa che è già morto e loro non se ne accorgono, in compagnia di giovani caudatari, aspiranti cariatidi. Nuovi (nel senso dell’età, non della ragione) capipolo, che si distinguono dai vecchi solo per lo sfrontato linguaggio, che non esita ad assumere a proprio motto volgarità e blasfemie, non risparmiano, infatti, neppure un grande Papa, come l’attuale, che è l’unica speranza di riscatto. Non faccio neppur cenno di ipocriti signori, che della borghesia imitano rozzamente solo le forme rozzamente; né di immarcescibili «intellettuali» (questa è per me una mala parola) al servizio della propria incontrollabile vanità e del «principe» di turno. Faccio conto sui giovani, anche quelli che i sullodati signori colpevolmente disorientano. A me vecchio non resta che ripetere la tragica preghiera che un grande vecchio liberale intonò nel 1922, quando si consumò una stagione simile e diversa da quella attuale: «trepido piegare il capo e raccomandare sé e la Patria al dio ignoto».

Italia vostra, scrive il 5 Dicembre 2016 Nando Piccari. Dopo i due bellissimi risultati elettorali di Austria e San Marino, la sconfitta del Sì in Italia ha clamorosamente smentito la famosa regola del “non c’è due senza tre”. A meno che non vogliamo sconfinare nello sport, e allora “il tre” assume i contorni delle brillanti vittorie di Crabs Basket e Rimini Calcio. Non sono mai stato, né mi sento tuttora un “renziano organico”, ma non ci vuol molto a riconoscere che il discorso pronunciato stanotte in televisione lo eleva di molte spanne al di sopra dei personaggi politici attualmente in auge. Renzi ha anche usato espressioni misurate e di garbo nei confronti della vincente “accozzaglia del no”. Invece io, non avendo doveri né funzioni che mi impongano di fare altrettanto, posso permettermi di “andare giù pari”, come suol dirsi; senza dover mascherare o annacquare delusione e “civile rancore”. Ha vinto l’Italia dei ciarlatani che una volta si limitavano a starsene rintanati in certi bar di terza categoria; mentre oggi, col soprannome di populisti, “sono entrati in società”: un po’ grazie al finto egualitarismo dei social; un po’ perché introdotti nei salotti buoni da attricette alla Ferilli o da intellettuali civettuoli e insieme rumorosi. Ha vinto l’Italia che si fa guidare dal “servilismo a mezzo stampa” di quotidiani spanditori di letame giornalistico quali Camerier Travaglio, o il mefistofelico Sallusti, o i lottatori di sumo Feltri e Belpietro. Ha vinto l’Italia di quelli che, avendo già scoperto complotti in ogni dove (dalle scie chimiche ai chip sottopelle; dai vaccini, causa di autismo, ai grattacieli fatti saltare l’11 settembre dagli Americani stessi), non potevano non lanciare un ridicolo allarme anche in occasione del referendum: le matite non indelebili! Fornite ad ogni seggio per consentire a “quelli del sì” di cancellare a piacimento i no conteggiati durante…gli affollatissimi scrutini delle schede. Cosicché non sono mancati i fresconi che, muniti di gomma e corroborati dall’immancabile sostegno del Codacons, o Codecaz che dir si voglia, hanno creato un indicibile caos ai seggi, del quale in un Paese normale sarebbero ora chiamati a rispondere. Ha vinto l’Italia della “casta dei tromboni” cui appartengono Zagrebelsky e Rodotà, strapagati con pubblico danaro; alla pari delle Gabanelle saccenti e dei giullari alla Zoro di Gazebo, eroi della “casta televisiva”. Ha vinto l’Italia dei voltagabbana ritrovatisi stanotte a festeggiare in casa Stumpo. Oggi, mentre Renzi salirà al Quirinale, loro scenderanno metaforicamente nei bassifondi in cui alberga la destra neo-fascista e razzista, con D’Alema e Bersani in testa e Smuraglia, Vendola, Camusso e Landini al seguito, a ritirare gli altrettanto metaforici “trenta danari di mala-politica” di loro spettanza. Ha vinto l’Italia del grullismo cialtrone che è stato capace di irridere il grave handicap di Boccelli («vota sì perché di Renzi si fida ciecamente»), come quello di Alex Zanardi («Vota sì? Lo credevo più “in gamba”»); e di condividere in allegria l’odiosa volgarità della direttiva impartitagli dal suo facoltoso padrone, Beppe Grillo: «Votate con l’intestino, senza cagarvi addosso». Insomma, ha vinto l’Italia che vogliono quanti hanno votato no. Un’Italia verso la quale non riesco a nutrire alcun rispetto. Perché non mi piace e anzi mi fa alquanto schifo. Nando Piccari

LA CASTA DEL MALCOSTUME.

DALLE AMANTI DI GRONCHI AL MORALISMO DI SCALFARO: I PRIMI 20 ANNI DELLA REPUBBLICA SONO UN'ESCALATION DI SCANDALI, RICATTI, INCHIESTE E I PADRI DELLA PATRIA NON NE ESCONO MEGLIO DEI POLITICI DI OGGI - LA CASTA? NON L’HA INVENTATA GRILLO MA DON STURZO.

Lei non sa chi ero io! La nascita della Casta in Italia. Siamo a Roma, nel 1946. Dopo le prime elezioni a suffragio universale, i deputati arrivano a Montecitorio. La maggior parte di loro stenta a trovare un alloggio e qualcuno è persino costretto a sedersi alle mense pubbliche. L'austerità dell'onorevole, però, dura un battito di ciglia. Tra consulenze fittizie, appalti truccati, scandali sessuali e finanziamenti statali, i tic e i vizi dei primi parlamentari italiani si rivelano molto presto simili, se non identici, a quelli di oggi. Persino le giustificazioni suonano incredibilmente familiari: "È accaduto a mia insaputa", "ho peccato di buonafede", "non ho visto una lira, ho girato tutti i soldi al partito". Lei non sa chi ero io! è l'implacabile resoconto degli sprechi dei primi vent'anni della Repubblica: una ricostruzione dettagliata della nascita della Casta, corredata da dati in parte inediti, che si concentra sui privilegi del sottobosco governativo, tra aiuti a industrie vicine alla politica, scandali finanziari tollerati dall'esecutivo, tangenti, finti monopoli, enti inutili e fondi neri. E poi ricatti incrociati, dossier segreti e tentativi di revisione della Costituzione a colpi di maggioranza. Un racconto ormai "storico", ma ancora così attuale da sembrare cronaca di questi giorni.

Un libro ricostruisce con documenti inediti le prime legislature repubblicane: il comunista Sotgiu fu sorpreso con moglie e auto blu all’uscita di un bordello, Scelba fu pizzicato con una donna misteriosa in un bar (e la moglie si incazzò), Scalfaro intimò a una donna di coprirsi le spalle e fu sfidato a duello dal padre..., scrive Cristina Bassi per “Il Giornale” del 19 settembre 2014. La casta e l’antipolitica? Di certo non le ha inventate Beppe Grillo. Ma pochi punterebbero il dito contro i padri della Patria, quelli che nei primi vent'anni della Repubblica hanno costruito le fondamenta dello Stato. Lo fa Filippo Maria Battaglia, giornalista di SkyTg24, nel suo Lei non sa chi ero io! - La nascita della Casta in Italia (Bollati Boringhieri). Grazie a dati inediti, materiale sepolto negli archivi della Camera, documenti scovati all'Università della California e cronache di grandi firme come Indro Montanelli e Fortebraccio. Prima di tutto il termine «casta». È stato don Luigi Sturzo ad associarlo per primo alla politica. Considerata «la tendenza di dare posti di consolazione a ministri, sottosegretari e deputati fuori uso», scrive nel 1950 il fondatore del Partito popolare, i nostri parlamentari sono ormai impegnati a «voler creare o consolidare una casta». Le prime legislature sono un'escalation di scandali, ricatti, impunità, inchieste a orologeria, giustificazioni paradossali. Basta spulciare i numeri. Tra il 1948 e il 1963 la Camera riceve ben 1.154 richieste di autorizzazione a procedere. Una media di 384 a legislatura, molto più dell'intera Prima Repubblica. Tutti i partiti sono coinvolti, ma il Pci è in testa. Nel saggio c'è anche la nota vicenda del «bolero» che tolse il sonno a un Oscar Luigi Scalfaro 32enne. «È uno schifo! (...) Le ordino di rimettersi il bolero!», intima alla malcapitata Edith Mingoni, «colpevole» di essere un po' troppo scollata. Meno nota è la reazione all'offesa del padre della signora. Un colonnello pluridecorato, che fa recapitare al Parlamento una richiesta di sfida a duello. Ma il futuro capo dello Stato declina impacciato: «Credo solo nelle leggi di Dio e in quelle dello Stato». Suscitando l'ira di Totò che sull'Avanti gli scrive una lettera dal titolo «Siamo uomini o...». È il 1953 e la legge elettorale voluta dal governo De Gasperi scatena proteste che farebbero impallidire qualunque grillino. «L'Aula - riporta il libro - diventa un ring: grida, improperi, banchi divelti e scazzottate. Diversi parlamentari fanno a botte, ci sono contusi da una parte e dall'altra, mentre il presidente (Meuccio Ruini, ndr) viene colpito da una scheggia di legno (...). Fortuna che non ci sono fotografi, scrive nel suo diario Andreotti, che durante la seduta si schermisce con il cestino della cartaccia, trasformato in un elmetto protettivo. Il resoconto dei danni stilato dal Senato è impietoso. Per rattoppare Palazzo Madama occorre più di un milione di lire (poco meno di ventimila euro di oggi). Lunghissimo l'elenco delle riparazioni: decine di sportelli di legno divelti, centinaia di cerniere di ottone scardinate, pavimento lesionato in più punti dai lanci degli oggetti, balaustra della galleria rovinata, sedie e sgabelli spaccati». Giuseppe Sotgiu è un comunista di spicco. Siamo nel 1954, Sotgiu è anche avvocato difensore di Silvano Muto, uno dei giornalisti che fanno scoppiare lo scandalo Montesi. Scrive Battaglia: Sotgiu finisce in prima pagina «fotografato con la moglie mentre con l'auto blu esce da una casa di appuntamenti. (...) L'accusa (...) è di aver assistito da spettatore a scene di sesso della consorte con un minorenne, debitamente pagato. Il Pci, imbarazzatissimo, scarica il penalista». Ma ai giornali dell'epoca non sfugge la «doppia morale» dei comunisti. Anche perché, continua il saggio, «lo stesso Sotgiu durante il processo si era scagliato contro il “putrido e corrotto ambiente”» del caso Montesi. Le lotte intestine della Dc producono pile di dossier. Il Sifar, servizio segreto militare, compila per lo più a uso e consumo del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi oltre 150mila fascicoli su politici e funzionari. Ma Gronchi è lui stesso protagonista del gossip d'epoca. Ecco un esempio: «“I romani - racconterà il settimanale Abc - parlano spesso della porticina che Gronchi ha fatto aprire su un lato del Quirinale, in via dei Giardini. Si mormora che di lì passino le amicizie femminili del presidente” (...). Amicizie che costano al Parlamento diversi provvedimenti ad personam: uno di questi sarà ribattezzato “legge Pompadour” proprio perché “destinato a una delle sue favorite”». Una delle vittime del dossieraggio è il cattolicissimo Mario Scelba. Il settimanale filomissino Lo Specchio pubblica una sua foto in un bar in compagnia di una certa «signora Mariella». Il gossip non sfugge alla moglie dell'allievo di don Sturzo. Che, raccontano le cronache, si presenterà in Aula con un cerotto in testa.

Lei non sa chi ero io’, la nascita della Casta in Italia. Mazzette, sesso, droga, appalti truccati: il saggio di Filippo Maria Battaglia mostra la genesi del malcostume politico italiano, scrive il 24 settembre 2014 Andrea Bressa su "Panorama". Conoscere il passato per comprendere il presente ed evitare gli stessi errori è uno degli obiettivi della ricerca storica. Ma il concetto non sempre funziona, anzi. Come in politica, la nostra politica, che sembra non aver imparato nulla. Scandali, soldi sporchi, tangenti, appalti, stipendi d’oro, amanti, droga, truffe, amici di amici che conoscono altri amici: la Casta è solo il nome moderno di un fenomeno già ben presente agli albori della Repubblica.

Non è una notizia, certo, ma il saggio di Filippo Maria Battaglia Lei non sa chi ero io! (Bollati Boringhieri) indaga con efficacia la storia del malcostume di palazzo nei primi vent’anni di vita dell’Italia repubblicana. In modo veloce (75 pagine) ma intenso, scopriamo (o troviamo conferma di) come gli sprechi e le malefatte dei nostri rappresentanti di oggi non siano poi tanto lontani da quelli di 50 o 60 anni fa. Così troviamo personaggi che intascano soldi “a propria insaputa”, allegri festini carichi di droga e sesso tra deputati, funzionari, assessori e attricette. Tante inchieste, grandi e piccole, per cui si è gridato allo scandalo sui giornali, ma andate in fumo grazie ad accordi fra partiti, votazioni parlamentari, favori di amici. Lei non sa chi ero io è un veloce assaggio della genesi di buona parte dei comportamenti peggiori della nostra classe dirigente. Per raccontarlo Filippo Maria Battaglia ha spulciato numerose testate dell’epoca, scorrendo tra le cronache dei quotidiani e dei periodici di tutti gli schieramenti, ma anche di tanti atti parlamentari e diversi saggi.

La casta? La inventò Morselli Per attaccare la sinistra italiana. Quarant'anni fa usciva «Il comunista», romanzo (bocciato dall'intellighenzia) in cui l'autore più sfortunato delle nostre Lettere smascherava la brama di potere del Pci, scrive Luigi Mascheroni, Venerdì 12/02/2016, su "Il Giornale". Attaccò letterariamente la casta politica, e fu letterariamente ucciso da quella intellettuale. Guido Morselli (1912-73), bolognese per neppure due anni, varesino per il resto della vita, fu il primo - chi lo avrebbe mai detto? - ad attaccare la «casta», nella fattispecie di sinistra, nello specifico «comunista», in un romanzo terribile pubblicato postumo da Adelphi quarant'anni fa, anno di scarsa grazia 1976. Titolo: Il comunista. Per inciso, un libro la cui ultima ristampa data, se non sbagliamo, 2006.Un libro invece fresco di stampa è Guido Morselli, un Gattopardo del Nord (Pietro Macchione editore) che, alludendo nel titolo alle analogie di destino con l'opera di Tomasi di Lampedusa, raccoglie gli atti dei convegni tenuti nei primi sette anni del premio dedicato all'autore «postumo» per antonomasia. Curato da Silvio Raffo e Linda Terziroli, il volume è una miniera di notizie, «letture» e interpretazioni sullo scrittore rimasto inedito in vita e riscoperto come un maestro del nostro secondo '900 post mortem. Molti i contributi interessanti: un «fantastico» Gianfranco de Turris su Morselli e l'immaginario, la super-esperta Valentina Fortichiari su Guido Morselli: sobrietà, nitidezza, discrezione, Giordano Bruno Guerri su Tutto è inutile. Morselli smentisce se stesso, dove si cita una frase profetica dello scrittore, del 1966: «Nessun partito politico è di sinistra, dopo che ha assunto il potere», e un elegante Rinaldo Rinaldi sulla Filosofia dell'abbigliamento nell'opera di Morselli... Ma soprattutto un irriverente Antonio Armano che firma l'intervento intitolato - appunto - Il comunista: quando Morselli parlava della casta dove si ricostruisce il caso del romanzo più politico dello scrittore di Varese (avendolo effettivamente letto e studiato, cosa che non tutti coloro che ne parlano hanno fatto).E forse Il comunista non fu neppure letto, o fu letto troppo bene, da chi lo bocciò. Come Italo Calvino - la storia è stranota - il quale nel 1965 rifiutando la pubblicazione del romanzo da Einaudi, casa editrice di cui era direttore editoriale, scrisse all'autore che «Dove ogni accento di verità si perde è quando ci si trova all'interno del partito comunista. Lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poter dire, a tutti i livelli. Né le parole, né gli atteggiamenti, né le posizioni psicologiche sono vere. Ed è un mondo che troppa gente conosce per poterlo inventare». Insomma, non se ne fece nulla. Però l'anno successivo Rizzoli accettò di pubblicare il libro, arrivando fino alle bozze. Ma cambiò improvvisamente direttore editoriale, e il nuovo arrivato, sicuramente senza aver letto Il comunista, annullò tutti i programmi e il romanzo restò impubblicato (di certo piacque al primo dei due editor, che fece il contratto a Morselli, Giorgio Cesarano, già espulso dal Pci, il quale si uccise nel '75, due anni dopo lo scrittore).Comunque, quello che interessa - a dimostrazione di quanto invece Morselli conoscesse il mondo del comunismo italiano, e sapesse prevederne i destini, meglio di Calvino - è la costruzione del romanzo, la trama profetica e il ritratto psicologico del protagonista: un parlamentare del Pci degli anni Cinquanta diviso tra compagna e amante, dentro un partito laico che però brillava per bigottismo, in una Roma malinconica e trafficona, in un'Italia dove «la gente vive di chiacchiere, si consuma in chiacchiere. Tutto finisce in chiacchiere», perso tra inutili discussioni politiche sui massimi sistemi marxisti e piccole beghe di bottega, oscura. È qui che Morselli chiama quella dei parlamentari comunisti «una casta». Una Chiesa che non ammette né eresie né deviazioni. Un gruppo di potere, da cui il protagonista è deluso e insieme attratto e respinto, all'interno del quale dominano arrivismo, tatticismi, egoismo. Dove le utopie comuniste si schiantano contro i miseri tornaconti individuali. Dove prevalgono, al di là dell'ideologia, gli interessi personali e i compromessi «poltronistici». Ciò che Morselli vide dentro il Pci a metà degli anni Sessanta, quando scrisse Il comunista, è esattamente quello che il Paese avrebbe visto da lì a poco dentro se stesso, e tutta la propria classe politica. Difficile che un romanzo del genere, una staffilata contro la casta comunista togliattiana, potesse essere pubblicato da un editore come Einaudi. La casta intellettuale avrebbe provveduto a stopparlo. Un'ultima considerazione. Alla fine del suo saggio Antonio Armano fa notare che Wikipedia, nella biografia di Guido Morselli, inserisce un commento su Il comunista del tutto infondato: sostiene che lo scrittore non riuscì mai a pubblicare e fu boicottato dall'ambiente editoriale perché il romanzo traccia positivamente la figura di un partigiano e allora la Dc demonizzava i partigiani. «Una vera bestialità - spiega Armano - Se Morselli pagò uno scotto ideologico-letterario fu tutt'al più, come dimostra il romanzo e il commento di Calvino, di non essere uno scrittore etichettabile, tantomeno politicamente, di essere libero, di non appartenere a nessuna parrocchia». Un'ultima antipatica appendice internettiana - Wikipedia casamatta gramsciana - della vecchia egemonia culturale comunista. Morselli, che non rideva mai, avrebbe abbozzato una smorfia.

Se sono eroi, noi stiamo dall'altra parte. Celebrano i loro miti come fossero dei santi, ma non possono riscrivere la storia, scrive Alessandro Gnocchi, Martedì 03/11/2015, su "Il Giornale". L'Italia è sempre generosa nel celebrare i suoi eroi. A patto che abbiano manifestato, in parole e opere, una visione del mondo diversa da quella liberale. Possibilmente opposta, ma va bene anche un generico contributo in favore del conformismo (di sinistra). La cronaca ci offre tre casi molto diversi. Partiamo dal più vistoso, le celebrazioni di Pier Paolo Pasolini, ucciso il 2 novembre 1975 all'Idroscalo di Ostia. Chi si aspettava nuove interpretazioni e contributi critici è rimasto deluso. Il poeta, lo scrittore, il regista non interessano. Si è glorificato il Pasolini che sapeva tutto senza avere le prove di nulla ma voleva comunque processare la Democrazia cristiana. Al massimo si è fatto un po' di complottismo sull'omicidio, per dire che sono stati i fascisti, i poteri occulti, i servizi segreti. Senza prove, naturalmente, perché anche i biografi di Pasolini «sanno» e tanto basta. Pasolini dunque è ridotto a santino anti-capitalista, per via del suo marxismo. Se bisogna forzare la storia, non è un problema: non abbiamo letto grandi rievocazioni dell'ostracismo da parte del Partito comunista; né articoli vibranti sul poeta che simpatizzava con i poliziotti dopo gli scontri di Valle Giulia. La forzatura della storia, anzi: la riscrittura, è parsa evidente alla morte di Pietro Ingrao. I «coccodrilli» cantavano la democraticità del suo comunismo ed esaltavano il suo ruolo di eretico all'interno di Botteghe Oscure. Peccato che Ingrao fosse direttore dell'Unità quando il quotidiano definì «un putsch controrivoluzionario» l'insurrezione di Budapest del 1956. Ingrao stesso firmò l'editoriale in lode dell'invasione sovietica. Molti anni dopo, il presunto eretico pronunciò un discorso durissimo contro i «dissidenti» del Manifesto. Meno male che li considerava politicamente «figli suoi». Elogi sperticati anche per Giulia Maria Crespi, ex proprietaria del Corriere della Sera, in occasione della pubblicazione della sua autobiografia (Il mio filo rosso, Einaudi). Vittorio Feltri ha già ricordato, su queste colonne, che fu proprio la «zarina» a licenziare Giovanni Spadolini per spostare il quotidiano a sinistra. Piero Ottone divenne direttore, Indro Montanelli fondò il Giornale. Nel 2016 cade il ventennale della morte di Renzo De Felice. La sua biografia di Mussolini faceva a pezzi il mito dell'antifascismo. Lo storico sapeva e aveva anche le prove ma fu sottoposto a un linciaggio intellettuale. (Per coincidenza, la feroce campagna di delegittimazione segue di pochissimo l'io so di Pasolini). Vedremo se l'Italia sarà capace di celebrare questo formidabile liberale come celebra le icone del pensiero illiberale. O se farà finta di non sapere. 

Casta per sempre, così i politici si sono tenuti tutti i loro privilegi. Indennità nascoste. Massaggi e viaggi gratis. Infermieri a disposizione anche per i genitori. Abusi di portaborse. E al lavoro solo tre giorni alla settimana. La bufera mediatica è passata, ma poco o nulla è cambiato, scrive Emiliano Fittipaldi il 16 giugno 2016 su "L'Espresso". I senatori e i loro familiari non hanno mai paura di sedersi sulla sedia del dentista. Non perché più coraggiosi degli altri mortali, ma perché il conto, loro, non lo pagano mai. Ci pensano gli italiani: grazie all’assistenza sanitaria integrativa ogni parlamentare può avere rimborsi fino a 25 mila euro nell’arco di un quinquennio. Un plafond che comprende anche «lo sbiancamento di denti non vitali (250 euro per dente)» e «corone in oro e porcellana» a 1.150 euro l’una. Se il Censis segnala che 11 milioni di concittadini rinunciano alle cure a causa della crisi economica, e l’Ufficio di bilancio del Parlamento ha spiegato che il 7,1 per cento evita di farsi visitare perché i costi delle prestazioni sono troppo alti, lo stesso Parlamento regala a ogni senatore della Repubblica un plafond supplementare da 1.500 euro l’anno per farsi «una depressoterapia intermittente». Una somma che può essere spesa anche per «un’idrochinesiterapia» (si fa in piscine termali) e pure - se si tiene alla linea, l’estate ormai è alle porte - per «drenaggio linfatico manuale». In passato i Radicali avevano raccontato che ai deputati vengono rimborsati persino sedute di agopuntura e trattamenti shiatsu. Ebbene, se le proteste a nulla sono servite e i rimborsi per i massaggi sono ancora lì, nessuno sapeva che il tariffario di Palazzo Madama prevede anche «sedute individuali di training per dislessici», e che prevede risarcimenti di quasi mille euro al mese per pagare un infermiere in caso di bisogno (il servizio si può estendere anche ai genitori del senatore). Il senatore può presentare anche fattura per un paio di scarpe ortopediche da 600 euro (qualcuno giura che ce ne sono di molto eleganti in pelle), e se colto da attacchi d’ansia può spendere 5 mila euro l’anno per sedute dallo strizza-cervelli. Ecco. Il tariffario dedicato ai senatori, datato maggio 2015, è solo una delle evidenze che dimostrano come, nonostante gli scandali infiniti, le proteste dell’opinione pubblica, il ludibrio internazionale e le batoste elettorali, i privilegi della "casta"sono stati appena scalfiti. È vero: le province e i costi per gli stipendi dei presidenti e dei consiglieri sono stati cancellati, i vitalizi per gli attuali parlamentari finalmente aboliti, ma per il resto prebende e vantaggi assortiti non sono stati toccati. «Il cash a disposizione dei parlamentari è rimasto praticamente identico», spiega la grillina Laura Bottici, questore al Senato che da tre anni sta ancora tentando di districarsi nella bolgia di sconti e stratagemmi (tutti leciti) con cui gli eletti possono gonfiare busta paga e aumentare le loro franchigie. Andiamo con ordine. La busta paga della Bottici è identica a quella dei suoi colleghi: l’indennità parlamentare è di 5.246 euro netti al mese. Se l’eletto fa anche un altro lavoro, scende un po’, a 4.750 euro. Se i grillini si sono decurtati lo stipendio, sono decine i deputati che mantengono la doppia professione. Nessuno stress: a Montecitorio e Palazzo Madama ci si va pochissimo, e il tempo libero non manca. «In questa legislatura in Senato si lavora da martedì pomeriggio, quando partono le convocazioni in aula e commissione, fino a giovedì mattina. Per interrogazioni o question time si arriva a dopopranzo: ma il senatore non ci va quasi mai, e il giovedì alle 14 parte e torna a casa» ragiona la Bottici. «Pure le commissioni sono sempre deserte: solo quando si vota l’affluenza aumenta, perché la maggioranza non vuol rischiare di andare sotto. Anche noi andiamo poco in aula, lo ammetto: le discussioni sono del tutto inutili, è la regolamentazione che va cambiata al più presto». È probabilmente d’accordo con lei Antonio Angelucci, re delle cliniche romane, almeno a spulciare le statistiche Openpolis: in tre anni deputato-fantasma di Forza Italia ha votato 86 volte su 16.365, con un tasso di assenza pari al 99,51 per cento. A Montecitorio tra i meno presenti ci sono l’altro forzista Rocco Crimi (che ha l’8 per cento di presenze), l’ex Pd Francantonio Genovese (assenze forzate le sue, visto che è stato arrestato nel maggio del 2014), l’alfaniano Filippo Picone (che ha un invidiabile 82 per cento di assenze), seguito a ruota da Giorgia Meloni, oberata leader dei Fratelli d’Italia che vanta un tasso di assenteismo del 76,4 per cento. Recordmen in Senato sono invece l’avvocato di Silvio Berlusconi Niccolò Ghedini e il capo di Ala Denis Verdini: il primo s’è presentato in aula lo 0,91 per cento delle volte, il secondo è stato assente l’88 per cento delle sedute. L’assenteismo è spesso giustificato dall’inutilità della presenza fisica. In effetti, dai tempi dei governi Berlusconi l’interventismo governativo ha trasformato i parlamentari in meri pigiatori di bottoni, obbligati a un ozio strapagato e a una noia dorata. È un fatto che le leggi, principale attività per la quale vengono eletti i Nostri, sono ormai appannaggio quasi esclusivo dell’esecutivo: dal 2013 Camera e Senato hanno approvato in tutto solo 36 leggi di iniziativa parlamentare, mentre ne hanno approvate 176 di iniziativa del governo. In media meno di un dispositivo al mese, contando anche norme sull’equilibrio di donne e uomini nei consigli regionali, l’istituzione del "Premio Biennale Giuseppe Di Vagno" e la nascita del "Giorno del Dono" fortemente voluta dall’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi. Un po’ poco, forse, per chi all’indennità aggiunge una diaria forfettaria da 3.503 euro nette al mese, che serve ai deputati per sostenere le spese di soggiorno a Roma (viene decurtata di 206 euro per ogni giorno di assenza, ma un eletto, anche se partecipa al 30 per cento delle votazioni nell’arco di una giornata, è considerato presente). Al gruzzolo vanno aggiunti altri 3.690 euro, sempre netti, come rimborso necessario a garantire il rapporto tra eletto e il suo collegio. Di quest’ultima somma il 50 per cento viene girata direttamente in busta paga, l’altra metà a piè di lista. Può essere usata per pagare collaboratori e consulenze, organizzare convegni e qualsiasi altro «sostegno alle attività politiche». Al Senato il sistema è diverso: «Oltre l’indennità abbiamo rimborsi pari a 9.330 euro al mese, tra diaria, spese generali e quelle per l’esercizio del mandato. Una delle cose più assurde è che la parte che bisogna rendicontare (solo 2.090 euro, ndr) se non si riesce a spenderla per intero entro la fine del mese, può essere "recuperata" prima della fine dell’anno», commenta il questore. «Tutti soldi, si badi bene, non tassati». Matteo Renzi sa bene che il tema degli stipendi-monstre dei parlamentari è uno dei leitmotiv dei movimenti anti-sistema, e non manca occasione di ricordare che la riforma costituzionale prevede un taglio drastico dei senatori (oggi sono 315, ne sopravviveranno 100) e l’eliminazione dell’indennità per chi siederà sugli scranni di Palazzo Madama. Già: il nuovo Senato sarà composto da consiglieri regionali e sindaci che prenderanno solo lo stipendio dall’ente di appartenenza, ma godranno dell’immunità parlamentare. Se ad ottobre vincessero i Sì e la riforma firmata da Maria Elena Boschi entrasse in vigore, i costi generali della struttura secondo uno studio della Ragioneria Generale si ridurrebbero però di appena 9 punti percentuali. Complessivamente il Senato, novello ente inutile, continuerà a costare poco meno di mezzo miliardo di euro l’anno. La metà di quanto costa Montecitorio (nonostante tagli e sforbiciate la Camera pesa ancora un miliardo di euro l’anno sull’erario) e il doppio dei costi del Quirinale, casa del capo dello Stato Sergio Mattarella e altro palazzo che gli italiani continuano a pagare a carissimo prezzo. Per il 2016 la spesa complessiva effettiva sarà pari, si legge nel bilancio di previsione», a 236 milioni di euro, «in diminuzione del 2,15 per cento sul 2015», e di un solo milione sul 2014. Dal 2007, anno in cui il libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella evidenziò come la corte presidenziale abitata da centinaia di corazzieri, poliziotti, funzionari e burocrati costasse quattro volte la reggia di Buckingham Palace, è stata tagliata - in termini assoluti - di appena quattro milioni di euro. Nonostante la riduzione del numero del personale, l’aumento costante del costo delle pensioni fa si che il Quirinale costi il doppio dell’Eliseo, e quasi dieci volte la presidenza tedesca. Nulla sembra possa modificare neppure il destino dei portaborse. I deputati possono usare il 50 per cento della diaria per pagare lo stipendio ai propri collaboratori, ma in molti continuano a farne a meno per intascare tutto il cucuzzaro, preferendo rendicontare altre spese. Altri assumono segretari con stipendi da fame. Se la Bottici ricorda che è uso comune girare soldi al partito in cambio di un collaboratore di fiducia (in questo modo gli uffici di Palazzo Madama non sanno nemmeno che tipo di contratto ha), Valentina Tonti, presidente dell’Associazione dei collaboratori parlamentari chiarisce subito che anche in questa legislatura per i portaborse «la situazione non è affatto cambiata». Non esistono infatti regole chiare per l’assunzione, né contratti regolamentati come avviene nel resto d’Europa. «Esistono ancora stagisti che fanno i portaborse senza essere pagati neanche un euro, ragazzi che sono contrattualizzati da un solo deputato ma che lavorano per più parlamentari, altri pagati - almeno in parte - al nero. Nessuno denuncia gli abusi, nemmeno a noi dell’associazione: tutti hanno paura di perdere il posto e di non trovarlo più», dice la Tonti. Com’è possibile che il ricatto occupazionale sia messo in atto nei palazzi del potere nonostante inchieste e scandali a catena? «Non lo so. So solo che qualche mese fa siamo riusciti a far approvare alla Camera un ordine del giorno trasversale, che impegnava il palazzo a studiare nuove norme. Finora non abbiamo avuto riscontri, nonostante a parole sia il presidente Laura Boldrini sia i vari partiti siano totalmente d’accordo». A parole. Nei fatti ad oggi è segreto perfino il numero complessivo delle assunzioni, e che le tipologie contrattuali siano avvolte nel mistero più fitto. L’unica certezza è che il sistema incentiva il parlamentare a risparmiare più possibile sul collaboratore, in modo da intascarsi più denaro possibile. Lo stipendio medio di chi è riuscito a strappare un contratto "normale" si aggirava fino a pochi mesi fa sui 1.100 euro al mese, ma adesso, a causa del Job’s Act, il tempo determinato è diventata un’assunzione più onerosa, «e il netto» conclude la Tonti «si è abbassato». Torniamo a chi, dell’Irpef, se ne frega. La mole di integrazioni economiche per i parlamentari, nell’anno di grazia 2016, sembra infinita. I deputati e i senatori più fortunati continuano ad arrotondare lo stipendio con le indennità di carica: i membri del consiglio di presidenza e i presidenti di commissione sono quelli che le hanno più alte. A Montecitorio tutti godono di un plafond supplementare di 1.200 euro l’anno per il rimborso delle spese telefoniche (fino al primo aprile 2014 era addirittura di 3.980 euro), mentre altri 1.500 euro l’anno sono destinati all’acquisto di un computer o un tablet. Al Senato c’è una voce simile: 2.500 euro per ogni legislatura, «ma io ci ho rinunciato, il pc me lo sono comprato da sola. Così come rifiuto di prendere i soldi che mi spetterebbero per l’esercizio del mandato», chiosa la Bottici, che eliminerebbe con un tratto di penna le norme che permettono di dare somme forfettizzate, in modo da obbligare chi chiede rimborsi spesa a mostrare fatture e pezze d’appoggio. Come dalla nascita della Repubblica, anche nella XVI legislatura i parlamentari hanno privilegi eccezionali sui trasporti: un must della casta. La tessera che gli permette di viaggiare gratuitamente, e in prima classe, su treni, autostrade e aerei in tutto il territorio nazionale non è stata abolita. «Viaggiamo gratis anche se dobbiamo andare al compleanno di nostra nonna», spiegò Carlo Monai a "l’Espresso" qualche anno fa, un ex democrat che chiedeva al Parlamento di mettere controlli affinché fossero pagate solo le trasferte legate all’incarico pubblico. Carlo Fraccaro, deputato del M5S, aggiunge oggi un altro dettaglio: «Per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino e tra Fiumicino e Montecitorio, è previsto un rimborso spese trimestrale di 3.323 euro per coloro che vivono entro 100 chilometri dall’aeroporto più vicino alla residenza, e di quasi 4 mila euro se la distanza da percorrere supera i 100 chilometri». Ci sono anche altri vantaggi che la legislatura non è riuscita (?) ad eliminare: come la moda di collezionare, a spese del contribuente, miglia Alitalia da utilizzare per viaggi all’estero o quelli di amici e parenti. Senato e Camera fanno riferimento all’agenzia americana Carlson Wagonlit, con sede in Minnesota, e quasi tutti i parlamentari sono frequent flyer Alitalia. Nessuno vieta loro di scegliere altre compagnie, ma i politici se ne guardano bene: da un lato il prezzo di un biglietto low cost lo devono anticipare di tasca propria (mentre con Alitalia anticipa il Parlamento), dall’altro perderebbero i punti fedeltà da accumulare sulla carta "Millemiglia". Punti che sono personali, e che vengono usate dal deputato come meglio crede. Nel 2014 i deputati grillini in un ordine del giorno hanno proposto che Montecitorio valutasse «l’opportunità di avviare una trattativa per riformulare i termini dell’accordo della Camera con Alitalia», in modo da attribuire non al singolo parlamentare ma all’amministrazione i punti maturati con i biglietti aerei pagati con fondi pubblici. Finora, la proposta è rimasta lettera morta. La vita a scrocco è un must indistruttibile. Non c’è scandalo che tenga: se Monai raccontò che parcheggiare al parking di Fiumicino, al silos "E", costa agli italiani 293 euro al mese e al parlamentare solo 50, se i mitici barbieri sono ancora lì (passati da 7 a 4, insieme ai quasi mille dipendenti vedranno una riduzione del loro stipendio a partire dal 2018: a fine carriera potranno comunque arrivare a guadagnare 99 mila euro l’anno), i deputati possono beneficiare - se vogliono comprarsi un’auto nuova - di sconti proposti dalle case automobilistiche, riservati esclusivamente a loro. Sarebbe ipocrita, però, non sottolineare che qualche passo verso la sobrietà è stato comunque fatto. Le auto blu sono calate drasticamente: il Senato - al netto della scorta del presidente Piero Grasso - ha solo sette Audi A6 più quattro auto elettriche, tutte a noleggio; mentre la Camera gestisce nove auto di cilindrata media, più due van monovolume per le delegazioni. «Un parco macchine ridicolo per un’istituzione così importante», protesta un deputato del Nuovo Centro Destra, che ricorda con nostalgia la trentina di berlina 2.4 di due legislature fa. Passasse il referendum sul disegno di legge costituzionale della Boschi, oltre gli stipendi dei senatori verrebbero tagliati con l’accetta le indennità dei consiglieri regionali, in qualche caso più che dimezzate. Il governo Monti, con un decreto, fissò un tetto massimo di 8.500 euro al mese. Netti. Un limite che, vista la crisi economica, resta comunque altissimo: con la vittoria del Sì i consiglieri prenderebbero automaticamente quanto il sindaco del capoluogo della regione di appartenenza: per fare un esempio, in Calabria i consiglieri passeranno da oltre 7 mila euro netti ai 2.500 euro appannaggio del sindaco di Catanzaro. Una mazzata, secondo Renzi. «Spiccioli», per chi considera la riforma un immondo papocchio che non vale «lo stravolgimento della Carta e della nostra democrazia».

Deputati, basta accettare regali costosi. Ora c'è il codice etico. Ma non prevede sanzioni. La Camera si prepara a varare un documento che chiede agli onorevoli di rifiutare doni dal valore superiore ai 250 euro. Ma chi non lo rispetta riceverà solo una segnalazione sul sito internet di Montecitorio, scrive Susanna Turco il 25 marzo 2016 su "L'Espresso". I deputati facciano la cara grazia di non accettare più regali costosi, almeno "nell’esercizio delle loro funzioni". Non che sia una rivoluzione: più che altro è un argine, un appello alla responsabilità dei parlamentari. E’ questa la novità principale del Codice etico che la Camera si appresta a varare, introducendo – sul modello del Parlamento europeo - un limite di 250 euro a "doni e benefici analoghi", oltre il quale il deputato "si astiene dall’accettare", c’è scritto proprio così. Un consiglio, un'indicazione, più che un obbligo: anche perché, allo stato, non sono previste vere e proprie sanzioni per chi continuasse a fare come prima. D’altra parte è un Codice etico, mica una legge. Il testo, appena approvato dalla Giunta del Regolamento, può essere ancora modificato (il termine per gli emendamenti è l’8 aprile), ma dovrebbe venir approvato come "protocollo sperimentale" entro il mese prossimo. Oltre alla preghiera dei regali low cost, ma si prevede una serie di comunicazioni obbligatorie, come quella relativa a tutte le cariche e uffici che si ricoprono e ricoprivano all’epoca della candidatura, le dichiarazioni di spesa per la campagna elettorale, quelle sugli eventuali finanziamenti, la situazione patrimoniale, i redditi. Sarà un "Comitato consultivo sulla condotta dei deputati" a vigilare su eventuali violazioni, ma qui appunto è il bello: per chi non rispetterà il codice non c’è una sanzione, c’è l’esposizione alla pubblica gogna del web. Una punizione politico-mediatica, meglio che niente: gli inadempienti e le violazioni saranno resi pubblici sul sito internet della Camera. "Così si finisce per indebolire la portata dell’intero testo", si è lamentato l’altro giorno in Giunta il grillino Danilo Toninelli. I Cinque stelle, come pure Forza Italia, vorrebbero che almeno si applicassero le stesse sanzioni previste per chi provoca disordini in Aula, come la sospensione del deputato dai due ai quindici giorni. Ma non è così semplice. O meglio non tutti ritengono si possa fare. Secondo l’orientamento emerso sia dall’autore della norma Pino Pisicchio, che dalla presidente della Camera Laura Boldrini, se si inseriscono delle sanzioni, bisogna modificare il Regolamento della Camera. Non si può semplicemente estendere l’applicazione delle norme che già ci sono. Questo, però, significherebbe far passare il Codice etico per l’approvazione dell’Aula di Montecitorio: "E il rischio andare in Aula è finir per non fare più niente", confida lo stesso Pisicchio. Si sa come vanno queste cose: già se la norma diviene efficace così come è, si può chiamarla una vittoria. E allora meglio comunque fare qualcosa, è la logica. Anche perché c’è poco tempo: giusto ad aprile un organismo della Corte Europea (l’acronimo è "Greco"), verrà a verificare i livelli di corruzione in Italia, e uno dei requisiti richiesti riguarda appunto le norme di comportamento dei deputati. Sarebbe spiacevole incorrere in una procedura di infrazione. L’altro requisito richiesto dal Greco, che in verità è ancora più complesso da attuarsi, riguarda la regolamentazione dell’accesso a Montecitorio dei lobbisti. Una questione strettamente connessa con il Codice etico dei parlamentari, come si può intuire. E’ il secondo testo all’esame della Giunta del regolamento, e dovrebbe essere approvato in tandem con il primo. Anche se taluni fanno resistenze, argomentando che servirebbe una vera e propria legge di regolamentazione delle lobbies (che peraltro è in discussione al Senato). L’ambizione ultima, per quel che riguarda la Camera, sarebbe quella di chiudere l’era degli assalti ai corridoi di Montecitorio – tipo mercato delle vacche – quando si discute di legge di stabilità e altri provvedimenti delicati e complessi. E’ sempre stato così, a conseguenza di un regime che di fatto, nei decenni, si è rivelato odiosamente irriformabile. Ma a quali luoghi i lobbisti potranno accedere o meno, lo stabilirà l’Ufficio di presidenza in un secondo momento. Per ora, la Giunta per il Regolamento punta ad approvare un protocollo di regolamentazione: i lobbisti dovranno registrarsi (non è ammesso chi ha sentenze definitive per alcuni reati), dichiarare quali interessi sponsorizzano e, due volte l’anno, pena la cancellazione dal registro, fare una relazione su quali parlamentari abbiano incontrato, quali obiettivi raggiunto, con che "mezzi", e quali spese abbiano sostenuto. La norma al momento riguarda anche gli ex parlamentari che svolgano attività di lobbing. Difficile immaginare un controllo serrato: ma del resto anche una innovazione come quella progettata in questi giorni alla Camera sarebbe un debutto assoluto, nel Parlamento italiano.

MATTARELLA AMA LE VOSTRE TASSE, LUI E LA CASTA VIVONO DI QUELLE. “L’evasione viola il patto sociale, peggiora il rapporto tra cittadini e Stato e riduce la solidarietà”. Pochi giorni fa è andato in onda, a reti unificate, il primo discorso di fine anno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, scrive Matteo Orsini. Tra i temi di cui si è occupato, grande rilievo è stato dato all’evasione fiscale. Mattarella ha citato una recente pubblicazione del centro studi di Confindustria, secondo il quale l’evasione ammonterebbe a 122 miliardi, ossia 7.5 punti di Pil. Secondo il CsC, se l’evasione fosse dimezzata il Pil ne trarrebbe grande beneficio, così come l’occupazione. Quello che Mattarella non ha riportato è l’ipotesi su cui si basa la stima del CsC: che l’evasione recuperata si traduca in altrettante riduzioni di tasse. Non mi interessa approfondire la questione dei calcoli fatti dal CsC, anche se nei casi in cui l’evasione sia “di sopravvivenza” (ossia in quei casi nei quali se l’imprenditore pagasse tutto quanto richiesto dallo Stato dovrebbe chiudere i battenti), mi risulta difficile supporre che la sua eliminazione porterebbe benefici netti in termini di Pil e occupazione. Credo sia invece interessante sottolineare l’ipotesi da “Alice nel paese delle meraviglie” alla base delle stime del CsC: ossia che il gettito recuperato da evasione si tradurrebbe magicamente in una riduzione del carico fiscale. Capisco che queste storie le raccontino i governanti (lo stesso Mattarella lo ha detto nel corso del suo messaggio), ma la loro credibilità è pari a zero. D’altra parte, nel fondo per la riduzione delle tasse al quale destinare i denari recuperati dall’evasione fiscale, pur essendo previsto da anni, non è mai entrato neppure un euro. Serve una grande ingenuità per credere che si sia trattato solo di sfortunate circostanze. Ciò detto, secondo Mattarella l’evasione fiscale “viola il patto sociale”. Peccato che il patto sociale in questione sia una finzione giuridica e che nessun cittadino abbia avuto la possibilità di aderirvi volontariamente. Secondo Mattarella l’evasione “peggiora il rapporto tra cittadini e Stato”. Indubbiamente fornisce meno linfa allo Stato, ma mi permetto di supporre che i cittadini, per lo meno quelli che non campano di tasse altrui, non abbiano un rapporto così sereno con lo Stato per via delle tasse, non per via dell’evasione. Infine, secondo Mattarella l’evasione “riduce la solidarietà”. Niente affatto: l’evasione riduce semmai la solidarietà coatta, che non ha nulla a che vedere con la solidarietà autentica, la quale può derivare solo da azioni volontarie. Dal Quirinale, già nei giorni precedenti il messaggio di fine anno, era stato comunicato ai mezzi di informazione che il presidente si sarebbe occupato dei problemi più sentiti dalla gente. Ebbene: che l’evasione sia un problema per i parassiti che campano di tasse altrui è abbastanza credibile, ma che lo sia per tutti quanti direi proprio di no.

L'Evasione Fiscale e la cantonata del Presidente Mattarella sulle tasse, scrive Giuseppe Timpone il 5 Gennaio 2016 su “Investire Oggi”. L'evasione fiscale è realmente il male dell'Italia? Il discorso di fine anno del presidente Sergio Mattarella farebbe propendere per il sì, ma i dati dimostrerebbero altro. Nel suo discorso di fine anno, il presidente Sergio Mattarella ha citato l'evasione fiscale tra i mali, che frenerebbero la crescita dell'economia italiana, riferendosi a uno studio pubblicato da Confindustria, secondo cui l'economia sommersa sottrarrebbe alle casse dello stato 122 miliardi di euro all'anno, pari al 7,5% del pil. Nell'interpretazione del capo dello stato, se tutti pagassero le tasse, pagheremmo di meno. Non solo: sempre citando lo studio di Viale dell'Astronomia, ha affermato che l'evasione fiscale farebbe venire meno 300 mila posti di lavoro. Ora, fatto salvo che pagare le tasse è un obbligo previsto dalle leggi e, in quanto tale, deve essere rispettato e sanzionata la mancata osservanza, ci concentreremo qui su un piano diverso da quello giuridico, ossia economico. L'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, era solito dire che quando a non pagare le tasse è un'ampia fetta della popolazione, il fenomeno non è più penale, bensì sociale. Il senso di questa affermazione ce la spiega forse meglio una battuta dell'economista Milton Friedman, padre del monetarismo, che negli anni Ottanta definì "giusta" l'evasione fiscale in Italia, in quanto reazione dei contribuenti all'inefficienza dei loro malgoverni. Ma già alcuni decenni prima era stato un italiano e, addirittura, un futuro capo dello stato, Luigi Einaudi, a "benedire" il mancato pagamento delle tasse da parte di molti italiani, considerandolo una reazione alla cattiva gestione della spesa pubblica.

Italiani pagano già troppe tasse. Diremmo che sull'evasione fiscale si giochi un dibattito a distanza di 70 anni tra Einaudi e Mattarella, il primo seguace del pensiero liberale, il secondo evidentemente no. L'impostazione dell'attuale capo dello stato è quella che va per la maggiore tra i media e il ceto politico italiano, che ci ripetono a ogni piè sospinto che gli italiani avrebbero il vizio di non pagare le tasse, caricando la pressione fiscale su quelli più onesti. Si tratta di un'affermazione, sconfessata dai dati. I contribuenti del Bel Paese sono da anni proprio i più tartassati d'Europa e al mondo. Secondo l'ultimo rapporto annuale della Banca Mondiale, realizzato in collaborazione con Pwc, l'Italia si colloca al 137-esimo posto su 189 paesi al mondo per convenienza fiscale riguardo alle imprese. La tassazione complessiva, gravante sui loro redditi, è pari al 64,8%, quando la media mondiale è del 40,8%, attestandosi al primo posto in Europa. E non solo il Fisco italiano è più sanguinario, ma anche più farraginoso. Servono 269 adempimenti all'anno per essere in regola in Italia, contro una media mondiale di 261 e di 173 in Europa. La pressione fiscale generale si attesta nel nostro paese sopra al 43% contro una media di circa il 40% nella UE. Ma le distanze con il resto d'Europa aumenterebbero vertiginosamente, se si considerasse solo l'economia ufficiale e non quella sommersa: a quel punto, l'incidenza delle tasse sui redditi schizzerebbe al 52,2%, 2 punti in più che in Danimarca.

Pagare tutti per pagare meno, ma è vero? Ora, i sostenitori del "pagare tutti per pagare meno" potrebbero ribattere che se almeno parte dei 122 miliardi sottratti ogni anno al Fisco fosse recuperata, si avrebbero maggiori risorse con le quali abbattere le tasse per tutti. Ma ci credete davvero? Un altro politico ed economista, Renato Brunetta, ha dichiarato in più di un'occasione che sarebbe un'evidenza in Italia che lo stato più incassa e più spende. Il problema non evidenziato dal presidente Mattarella e che pochi giornalisti, economisti e politici sottolineano nel nostro paese ruota tutto intorno a questo punto: sarebbe realmente in grado lo stato italiano di limitare la spesa pubblica, nel caso in cui aumentassero le entrate? Ovvero, immaginiamo che magicamente nessuno evadesse più le tasse. Il Tesoro registrerebbe a fine anno incassi per 122 miliardi in più. Ciò annullerebbe il deficit e porterebbe i conti pubblici in attivo di quasi il 5% del pil. Ebbene, credete per caso che il governo (quale che sia) sarà in grado di resistere alle sirene di quanti chiederanno più investimenti nelle infrastrutture, aumenti degli stipendi pubblici, crescita della spesa sanitaria, per la scuola, etc.? Alla fine, è probabile che al capitolo della riduzione delle tasse andrebbero spiccioli, mentre la gran parte del maggiore gettito sarebbe destinata a finanziare voci di spesa. Saremmo punto e a capo.

Evasione fiscale è voto di sfiducia degli italiani verso i politici. Non ultimo, resta da affrontare un argomento spinosissimo per i politici, ma centrale nel dibattito: l'evasione fiscale è un voto di sfiducia dei contribuenti verso i loro rappresentanti. Quando una larga fetta della popolazione non paga le tasse, non può il solo malcostume spiegare le ragioni di questo comportamento di massa. E' noto, ad esempio, come l'evasione sia più alta al Sud che al Nord, a conferma finanche del disgusto che i cittadini meridionali nutrono nei confronti delle classi politiche locali, non certo un baluardo dell'efficienza amministrativa. Ai contribuenti, in uno stato di diritto, non può essere chiesto di pagare le tasse, in quanto dovere in sé, ma in cambio dell'erogazione di servizi. E' proprio questo legame flebile tra tasse e servizi a rendere l'evasione fiscale in Italia così accettabile e non riprovevole per la stragrande maggioranza degli italiani, la quale è consapevole che un euro in più pagato allo stato non equivarrebbe automaticamente a un euro in più in servizi diretti o indiretti alla cittadinanza. Infine, siamo così sicuri che un tasso inferiore di evasione fiscale creerebbe nell'immediato più ricchezza? E' evidente che non tutta l'economia sommersa potrebbe emergere e tradursi in economia ufficiale. Un artigiano, magari pensionato, che trascorre ancora qualche ora al giorno presso la sua attività a costruire sedie per arrotondare a fine mese, se fosse costretto a pagare le tasse, quasi certamente rinuncerebbe anche solo ad alzarsi la mattina per andare a lavorare. Risultato: lo stato non incasserebbe ugualmente un euro in più, mentre in circolazione ci sarebbe un po' di reddito in meno, con il quale si alimentano i consumi, sui quali si pagano le imposte.

Meno evasione, più crescita? Altro che stimolo per l'economia. Se l'evasione fosse contrastata in maniera draconiana, si rischierebbe un tracollo dei consumi e della produzione. D'altronde, i dati ci segnalano negli ultimi anni che la "ferocia" mostrata dall'Agenzia delle Entrate con l'arrivo al governo dei tecnici nel 2012 si è accompagnata a una contrazione del pil, oltre che a un aumento paradossale della stessa evasione fiscale. Non è forse anche per questo che il limite all'uso del contante è stato alzato dal governo Renzi da 1.000 a 3.000 euro? Sarebbe meglio che il capitolo dell'evasione fiscale fosse affrontato con una visione più ampia di quella tipicamente ristretta e ipocrita del politico. Il presidente Mattarella voleva richiamare al vincolo di solidarietà, che lega o dovrebbe legare tutti gli italiani. E' stato un discorso alto, sincero, umano, diretto. Solo su questo tema, forse, non ineccepibile.

L'Inps ha i conti in rosso ma ai figli degli statali paga le vacanze all'estero. Mantenuto il privilegio previsto dall'Inpdap, anche se il buco è di 13 miliardi: campus e corsi di lingua estivi per 35mila ragazzi, scrive Antonio Signorini, Domenica 13/03/2016, su "Il Giornale". Vacanze pagate, parzialmente o totalmente, a beneficio di ben 35 mila ragazzi. Il tutto a spese dell'Inps. Per 22.520 studenti si apriranno le porte di corsi estivi di lingua all'estero, altri 12 mila e 730 si accontenteranno di vacanze in Italia. Detta così sembra una notizia fantastica visto che la maggioranza dei genitori, gravati da tasse e contributi, non possono permettersi di sostenere i costi di campus e corsi di lingua. Ma quella di «Estate InpSieme» è un'altra storia italiana, fatta di generosità selettive se non malriposte e di conti pagati da altri. La vacanza finanziata con i soldi della previdenza è infatti offerta esclusivamente ai figli di lavoratori pubblici, attivi o in pensione. Residuo di un'era in cui lo Stato sociale era generoso anche con le giovani generazioni. Salvo poi, una volta tirate le somme, pesare sulle stesse lasciandogli in eredità conti sballati. Prima si chiamava «Valore vacanza» ed era un bastione dell'Inpdap, l'istituto di previdenza pubblica che nel 2012 è stato inglobato dall'Inps con il suo carico di bilanci in perdita e inefficienze. La fusione del mondo pubblico con quello privato non ha portato a una omologazione dei trattamenti e così le vecchie vacanze per i figli degli statali sono state confermate anche dalla gestione Inps, che non aveva e non ha niente di simile per i figli dei dipendenti privati. L'istituto si è perlomeno premurato di dare al «concorso» un nuovo nome. Qualche cambiamento c'è stato nei metodi di compilazione della graduatoria. Ora viene compilata sulla base di nuovi criteri di merito. Impossibile partecipare se lo studente è stato bocciato o se ha debiti. Quasi scontato, verrebbe da dire per chi pensa in termini privatistici. Ma non l'hanno pensata cosi centinaia di statali che tempo fa hanno presentato una class action contro questa novità introdotta dall'Inps e considerata «discriminatoria». Non è cambiato, invece, il numero di giovani che hanno accesso alle vacanze pagate, l'entità dell'aiuto Inps né il tipo di trattamento. L'offerta è rivolta a studenti della scuola secondaria superiore, per soggiorni da effettuare tra giugno e agosto in Gran Bretagna, Irlanda, Francia, Germania e Spagna. L'Inps paga aereo, transfer dall'aeroporto, corso, college, vitto e assicurazione per un massimo di 2.400 euro per soggiorni di 15 giorni e di 4.000 euro per quelli di quattro settimane. Il programma italiano è meno generoso (il contributo è al massimo di 1.400 euro), ma l'impegno formativo è meno pressante (solo tre ore al giorno di corsi). Diritto acquisito, prestazione pagata con i contributi è l'obiezione che si potrebbe fare. Giusto, se non stessimo parlando di una gestione, quella dei pubblici dipendenti, che non sta in piedi da sola e che, seguendo una logica di equità, non potrebbe permettersi lussi. Il rosso dell'Inps sfiora i 13 miliardi di euro e la gestione delle pensioni pubbliche contribuisce a questo sbilancio per quasi sei miliardi di euro. La gestione dei parasubordinati, lavoratori con un futuro previdenziale più che incerto, contribuisce in positivo al bilancio Inps per sette miliardi di euro. Sono loro a tenere su la previdenza. E le vacanze dei figli se le pagano di tasca propria.

Le toghe spendono il 75% in più. E nascondono gli scontrini. Altro che spending review, il Csm passa da 39,3 a 69,4 milioni di spese per il 2016. E ricorre alla Consulta contro la Corte dei conti che vorrebbe verificare i bilanci, scrive Anna Maria Greco, Martedì 15/03/2016, su "Il Giornale".  Alla faccia della spending review il Consiglio superiore della magistratura aumenta del 75 per cento il bilancio delle spese previste per quest'anno. In tempi di crisi anche gli organi costituzionali, dal Quirinale alle Camere, sono costretti a tagliare i conti ma Palazzo de' Marescialli passa dai 39 milioni e 543 mila euro del 2015 ai 69 milioni e 450 mila del 2016. Pare che l'impennata si debba anche alla previsione di trasferirsi da piazza Indipendenza alla magnifica Villa Lubin, al centro del parco di Villa Borghese. Finora era sede di lusso del Cnel, abolito dal Parlamento. Evidentemente al Csm fa gola, non basta lo storico Palazzo de' Marescialli, con le due palazzine moderne accorpate ed è già stato commissionato uno studio di fattibilità. Sulla trasparenza delle sue spese l'organo di autogoverno della magistratura non sopporta intromissioni e si sottrae al controllo della Corte dei conti. Ha fatto ricorso alla Consulta per respingere le pressioni dei magistrati contabili che vorrebbero verificare il rendiconto dei soldi pubblici. Una volta il Csm lo presentava, ma dal 1997 non lo fa più. Una sentenza della Consulta del 1981 ha stabilito che gli organi costituzionali - Parlamento, presidenza della Repubblica e Alta corte stessa - non hanno questo obbligo. E Palazzo de' Marescialli rivendica lo stesso status. Solo che non si tratta di un organo costituzionale - quello è la magistratura - ma di un organo «di rilievo costituzionale», un gradino sotto. Distinzione che il Csm non accetta, respingendo come un attentato all'autonomia del potere giudiziario, in cui s'identifica, la pretesa della Corte dei conti di frugare tra le sue spese. Così, risponde no alla richiesta arrivata a giugno dai magistrati contabili. Un mese fa la sezione giurisdizionale del Lazio manda l'ultimatum di 120 giorni per mettersi in regola. Quello del Csm è un «peccato di superbia» verso il controllo di un altro organo dello Stato «di cui non riconosce l'autorità», dice il presidente della sezione Lazio. Per Palazzo de' Marescialli è un'«estemporanea iniziativa» e reagisce impugnando la decisione davanti alle Sezioni centrali contabili e sollevando davanti alla Corte costituzionale il conflitto tra poteri dello Stato. Il ricorso denuncia «una grave lesione dell'autonomia costituzionale della magistratura», un'interferenza nella «divisione dei poteri», per «un'interpretazione impropria, illegittima e incostituzionale» delle norme. Ieri il Csm precisava che «mai la Corte dei Conti aveva posto in dubbio l'autonomia contabile» del Csm, prevista dalla sua legge istitutiva. C'è già il controllo del Collegio dei Revisori e la trasmissione alla Corte dei conti del solo bilancio della gestione. Una terza verifica proprio no. Tanta insofferenza si spiega forse con il lievitare costante delle spese, in tempi di tagli e sacrifici. Per il bilancio di previsione 2016, quelle per l'acquisto di beni e servizi passano da 6 milioni e mezzo a oltre 26. A pesare sono appunto i 21 milioni e 291mila euro alla voce Fondo investimento per trasferimento sede, ristrutturazioni sedi in uso al Csm, interventi di sostegno ai consigli giudiziari. Ma spulciando qua e là ci sono anche 48 milioni (10 nel 2015) per divise degli autisti. D'altronde, l'aumento è costante. Nel bilancio 2015 erano previste spese superiori del 38 per cento a quelle effettive nell'esercizio contabile precedente. Nel 2014 l'aumento delle spese previsto era del 34 per cento rispetto al 2013.

La spending review diventa spending cucù. Un’altra figuraccia del governo: si dimette Perotti, prof della Bocconi chiamato a tagliare la spesa pubblica Dopo Bondi, Giarda e Cottarelli, è il quarto commissario che si deve arrendere alla burocrazia e alla politica. Su "Libero Quotidiano" l'11 Novembre 2015: GIANLUIGI PARAGONE VITTIME DELLA CASTA SCONFITTI DAI BUROCRATI IL MITO DELLE FORBICI. (...) un momento in cui le forbici si possano aprire e chiudere con utile efficacia. I muri di gomma non si possono tagliare, figurarsi squarciare. Ed è strano come la presunzione di questi professori non voglia ammettere che le forbici dei commissari per la spending siano come le ali di cera per Icaro. Per restare in tema di miti, qualcuno cita Sisifo e la sua impresa a compiere uno sforzo sovraumano per poi ricominciare daccapo tutte le volte. In questo caso però non ci sono sforzi da compiere: è tutto scritto da anni, ispirato al buon senso. Basterebbe applicarlo. Ma non si può perché questo è il paese delle furbizie, delle leggine tana-libera-tutti e soprattutto dei privilegi che diventano diritti e diritti che diventano favori. Ogni commissario arriva armato di ali di cera pensando che il suo volo possa arrivare a destinazione, che possa superare le nebbie dei palazzi dove tutto si nasconde. Non ce la fece il supercommissario dei miracoli, quel Bondi aggiusta tutto tipo «Sono mister Wolf e risolvo problemi». E poi Giarda. E poi ancora l’uomo del fondo monetario Cottarelli. Ora Perotti, precipitato per essersi avvicinato troppo al fuoco dei mandarini e delle feluche. Franato senza che alcuno nel governo aprisse una qualche rete di protezione: i commissari della spending cucù passano, i burocrati di palazzo restano. Eccome se restano. Morale: niente tagli alle strutture ministeriali. Hai voglia a parlare di sprechi, di spese folli, di controllo della spesa quando poi chi beneficia di questo spendere e spandere alza le barricate. «Prima di tagliare a noi, andate a tagliare dove si spreca di più». E così nessuno scende dalla giostra. Dal più piccolo al più grande c’è sempre qualcuno che spreca di più. Timbrano i cartellini e vanno a fare canottaggio? Embé? Che vuoi fare, li vuoi licenziare? Quarant’anni fa usciva nelle sale Fantozzi: era già tutto chiaro. Da allora, per effetto del moto accelerato uniforme, la spesa improduttiva è aumentata. Le baby pensioni non si possono toccare. I vitalizi men che meno. E potremmo andare oltre nel pieno adagio italico. Già, perché non è solo nel pubblico che i privilegi diventano diritti acquisiti. Nel privato qualche picconata arriva a bersaglio ma ciò che esce dalla porta rientra poi dalla finestra. Chiedetelo ai consumatori: nelle bollette (dalla luce al telefono) la furbizia è sempre in agguato. E che dire delle banche? Non sprecano soldi anche loro? Non fregano anche loro soldi dei risparmiatori? La filosofia del «freghi tu così frego anch’io» è nella filigrana di una costituzione materialissima. Le banche vanno in rosso? Poi paga pantalone. I professori che vorrebbero eliminare lo spreco dalla cosa pubblica comincino dalle università, fonte di spreco di denaro pubblico. Perotti ci scrisse un libro. Lo dico solo per rimarcare la mia rassegnazione, mica per dare consigli. Non credo alle spending review che io chiamo spending cucù. E soprattutto non credo al mito di queste forbici buone solo a contabilizzare somme da mettere sulla carta. Basterebbe il buon senso. Ci sono enti che sopravvivono nonostante siano gusci vuoti, eppure continuiamo a erogare gettoni e stipendi. Non c’è bisogno di Pico della Mirandola per smettere di pagare. La somma di tante piccole storie di ordinaria burocrazia farebbe un totale. Allora è un problema di volontà, nel senso che non si vuole fare perché non si può fare. Per farla breve, la piantassero di propagandare tagli e forbici al solo scopo di abbellire bilanci previsionali e guadagnare qualche titolo di giornale. Se non vogliamo che altri Icaro si schiantino a terra, voliamo basso. Facciamo piccole cose. Torniamo al buon senso dei nonni. Forse qualche gruzzoletto lo risparmieremmo sul serio.

LA CASTA DEGLI INDIGNATI ANTICASTA.

I NEMICI DEL POPOLO AGITANO SEMPRE GLI STESSI FANTASMI: CASTA, SPRECHI, DEBITO PUBBLICO E CORRUZIONE

Scrive Francesco Maria Toscano su il “Moralista” del 21/10/2015. La maggior parte della gente è ridotta sul lastrico da politiche infami, classiste e sadiche, politiche pensate dolosamente per aggravare una crisi che, nelle intenzioni dei nazisti tecnocratici ora al potere in Europa, deve regolare definitivamente i conti contro una “plebe maleodorante” da ridurre all’impotenza. In democrazia però vige la regola “una testa un voto”, per cui- in ossequio al suffragio universale- sembrerebbe impossibile poter riuscire ad impostare pacificamente una sterminio su larga scala come quello pianificato ed attuato in Italia e in Europa nell’ultimo decennio. La parola “sterminio” non va intesa in senso figurato ma in senso letterale. A conti fatti le politiche di austerità hanno già prodotto un numero di malati, depressi e suicidi tipico delle zone di guerra, con punte di malvagità toccate in Grecia degne del peggiore Pol Pot. Quindi bisogna dare ai rappresentanti dell’attuale governance europea il giusto nome: che non è “reazionari”, “conservatori”, “elitari” o “liberisti”; ma “assassini”, “vigliacchi”, “ipocriti”, “sanguinari”, “nazisti” e “miserabili”. La domanda vera però è un’altra: come fanno i nazisti moderni a raccogliere il consenso necessario da usare poi come una clava contro gli stessi cittadini votanti? Con l’imbroglio, il raggiro e la mistificazione elevata a prassi, scienza e sistema. Un qualsiasi disgraziato che vive una esistenza infelice sa di sicuro di essere un disgraziato (a parte i casi- non del tutto infrequenti- di mitomania parossistica recentemente analizzati), anche se non sempre conosce per davvero le cause che lo condannano a vivere concretamente una vita da “disgraziato”. In un mondo normale, non inquinato cioè da un “Grande Fratello” mediatico gestito in maniera sulfurea da una èlite finanziaria e plutocratica, qualunque idiota poveraccio intuirebbe che la causa del suo non aver nulla risiede nel fatto che il suo vicino ha troppo. Come conseguenza di tale sedimentata consapevolezza, un numero crescente di “non garantiti” si sentirebbe perciò in dovere di fare “massa” al fine di bilanciare in senso collettivo una oggettiva condizione di subalternità vissuta a livello individuale. Ecco come e perché nasce “la politica”. La politica ha un senso se protesa verso la realizzazione di una giustizia sociale nemica di un capitalismo sfrenato che produce solo iniquità, alienazione e sfruttamento. Quindi, pensate bene a quello che vi sto dicendo, alla luce della premessa appena fatta, quale sarà l’obiettivo prioritario perseguito dai padroni per garantirsi vita natural durante privilegi da caricare sulle spalle degli ultimi? Sarà in primo luogo quello- non di imporre l’applicazione di politiche infami- ma di “uccidere” e delegittimare il ruolo della politica in quanto tale, perché tutti i farabutti di questo mondo sanno che nel silenzio dei poteri pubblici-bene o male espressione della volontà popolare- dominano i poteri privati fondati sul controllo ferreo e dissimulato del denaro e dell’informazione. Per questo, tutti quelli che vogliono spezzare le catene di una schiavitù che manipola le menti, devono smetterla di demonizzare la “politica” e la “spesa pubblica”, indirizzando semmai i rispettivi strali verso le degenerazioni di un sistema finanziario privato tossico e ipertrofico che produce drammi veri, e non solo malcostume. La povertà che attanaglia milioni di italiani non è figlia della “casta”, degli “sprechi”, del “debito pubblico”, dell’eccessiva “spesa pubblica” e della “corruzione”; è figlia invece delle intenzionalità malefiche di un manipolo di oligarchi, possessori di grandi capitali, banche e assicurazioni nonché titolari di giornali e televisioni. Schiavisti che tengono a libro paga un numero consistente di politici e giornalisti usati come pappagalli ammaestrati bravi nell’offrire al popolo soluzioni false per problemi veri. Nessuno può vincere una guerra senza capire neppure chi gliel’ha dichiarata. E chi vuol capire per davvero chi sono i “nemici” deve innanzitutto ascoltarli e analizzarne criticamente le parole. Non è poi così difficile smascherarli. Tutti quelli che continuano ad indicare nella “casta”, gli “sprechi”, il debito pubblico” e la “corruzione” le cause vere del decadimento della nostra società, mentono nell’interesse dell’èlite plutocratica che li ingrassa; o, in alternativa, sono degli idioti. In entrambi i casi non servono e meritano di essere bollati, riconosciuti e trattati quali sicuri “nemici del popolo”.

L’indignata anticasta che contestò Brunetta è figlia di un senatore con la tripla pensione. Brunetta perse le staffe proprio contro di lei ("Siete l'Italia peggiore"). A guidare la contestazione contro il ministro fu Maurizia Russo Spena. Suo padre Giovanni intasca 9mila euro netti al mese grazie a una tripla pensione d'oro: docente universitario, parlamentare e consigliere regionale, scrive Paolo Bracalini, Domenica 23/10/2011, su "Il Giornale". Ma c’era bisogno di scomodarsi tanto per combattere la casta dei privilegiati, quando bastava citofonare a papà? Magari per proporgli subito un sequestro proletario di almeno una delle sue tre pensioni? Russo Spena figlia aveva già minacciato uno sfracello, basterebbe, dice lei in una delle dozzine di interviste che ha fatto (sarà pure precaria, ma è una costante delle piazze indignade e intervistate), «pubblicate le pensioni di noi atipici e scoppierebbe la rivolta sociale». Scoppia qualcos’altro invece se si pubblicano gli assegni che Russo Spena papà, il suo, riceve mensilmente dallo Stato, quello che la figlia vorrebbe rivoluzionare. Come già predicava il padre prima di lei, comunista e poi rifondatore comunista, che nell’attesa dell’eguaglianza sociale si gode le tre pensioni e scrive su Liberazione fondi vibranti tipo: «È il momento di rotture profonde e di radicalità culturale e sociale. Occorre ripensare anche modi e forme del conflitto. Moderatismi e prudenze tattiche portano al suicidio delle sinistre». Armatevi e partite per queste rotture profonde, che Russo Spena benedice voi indignados e tutte «le rivolte, come ineludibili forme di espressione dei movimenti». Ecco, quei movimenti di rassegnati a non avere una pensione, infuriati contro la casta di chi vive di politica e ci vive benissimo. Ecco, personaggi tipo Russo Spena padre, un cuore operaio ma tre vitalizi: una da parlamentare, una da consigliere regionale, una da professore universitario. Avendo fatto l’onorevole per cinque legislature il padre dell’indignata anti-casta riceve 5.510 euro netti a fine mese. A questi si sommano 2.270 euro, ancora netti, che gli arrivano come ex docente universitario, ovviamente statale. I cronisti della Repubblica a Napoli (rilanciati da Dagospia) hanno però scoperto una terza fonte di reddito per l’ex ideologo del Pdup, Partito di Unità Proletaria. Un vitalizio come ex consigliere regionale della Campania, dal 1975 al 1979. Quanto viene quest’altro obolo che i contribuenti versano alla famiglia Russo Spena? Il regolamento regionale prevede che l’assegno sia pari al 30 per cento dell’emolumento lordo di un consigliere. «La base di calcolo - si legge nella normativa regionale - è l’importo di carica mensile lorda più il rimborso spese spettante ai consiglieri regionali in carica nello stesso mese in cui si riferisce l’assegno vitalizio». Quindi, se traduciamo bene dal burocratese, il 30 per cento di 10.972 euro, pari al compenso lordo di un consigliere della Regione Campania. Dunque altri 3mila euro lordi circa. In tutto siamo attorno ai 9mila euro netti al mese, di pensione, anzi di pensioni. Ne passasse una alla figlia, che vive solo con 1.800 euro (ovviamente statali anche quelli) pur avendo un master, così per fare un po’ di redistribuzione sociale quantomeno in casa sua. Stia attento perché la Russo Spena figlia sembra avercela proprio con la classe politica a cui Russo Spena padre appartiene da mezzo secolo: «Siamo un corpo collettivo accomunato da una condizione di sofferenza sociale, è questo che deve capire la classe politica, che se ne deve andare». La Russo Spena senza pensioni vorrebbe sapere «se c’è trasparenza nei redditi di chi ci governa», della casta insomma. Purtroppo c’è trasparenza a sufficienza per sapere quanti sono i pluripensionati che hanno vitalizi da manager solo per aver fatto qualche anno in Parlamento o in Regione, lavoro non esattamente usurante. Che fare ordunque? Russo Spena figlia, grazie a Brunetta che perse i nervi proprio con lei («Siete l’Italia peggiore»), è già diventata un prezzemolino. Già comparsa come testimonial del precariato su Corriere, Stampa, Repubblica, Manifesto, l’Unità, Il Fatto, la figlia del tripensionato è salita pure sul palco organizzato da Santoro per la Fiom. Serena Dandini, Vauro, Travaglio, Crozza, Ingroia. E Russo Spena figlia. Che, si dice, sia già corteggiata da Idv e Sinistra radicale per candidarla in Parlamento. Porterebbe avanti le battaglie del padre, che sul quotidiano del Prc fa il Bakunin: «Sì, far saltare il banco per offrire una chance al cambiamento». Il banco sì, il bancomat magari un’altra volta.

Aggressivo e ignorante, uguale: giornalismo, scrive Piero Sansonetti l'8 luglio 2016 su "Il Dubbio". Magari voi non ci crederete e penserete che la mia furia garantista mi porta a vedere le lanterne dove invece ci sono solo delle piccole lucciole. E invece quella che sto per raccontarvi è la pura verità: sull’«Espresso» on line c’è un articolo, firmato dal giornalista Lirio Abate, nel quale si sostiene che la scienziata Ilaria Capua - totalmente prosciolta l’altro giorno dall’accusa di traffico di virus che le ha rovinato vita e carriera - in realtà è colpevole - esattamente come gli untori dei quali parla “La colonna Infame” di Manzoni - perché così dicono le intercettazioni. Dopodiché, se provate a leggere l’articolo di Abate, non è che si capisca niente, come spesso succede a chi si trova di fronte a questi articoli pieni di misteriose intercettazioni e vuoti di grammatica e sintassi. Si capisce solo che il giornalista, invece di chiedere scusa a una poveretta che è stata travolta dalle calunnie, ha speso molti soldi, ha dovuto rinunciare al seggio in Parlamento e a varie occasioni professionali. E poi è fuggita all’estero perché non sopportava più l’aria fetida del forcaiolismo italiano... invece di chiedere scusa e ammettere che quella copertina dell’Espresso di un paio d’anni fa («Trafficanti di virus», a caratteri cubitali) era una boiata, cosa fa? Insiste, denigra, infanga, con quel metodo da 007 deviati che proprio non fa nessun onore al giornalismo italiano. Non è la prima volta che da queste colonne poniamo il problema. Possibile che la casta dei giornalisti, che è forse la casta più arrogante (ma anche parecchio ignorante) che c’è in Italia, non possa mai essere messa in discussione? Possibile che di fronte a un infortunio professionale così grave, come quello di avere attribuito reati che non si era nemmeno sognata di commettere a una delle maggiori scienziate italiane, nessuno senta il dovere, almeno, di ammettere l’errore e di provare in qualche modo a riparare? Noi giornalisti ci sentiamo al di sopra di ogni sospetto, insindacabili, invincibili e mandati da Dio per sferzare i cattivi. E riteniamo di avere, più ancora dei magistrati, il diritto di sparare valanghe di escrementi contro chi ci capita a tiro. Che giornalismo è, e che credibilità può avere, se non è capace di rispondere dei suoi errori, e se considera la forma massima di letteratura la copiatura (senza neanche messa in bella) delle intercettazioni ottenute da qualche inquirente che ha voglia di ingraziarsi (o di rovinare qualcuno)? Purtroppo è così. I quotidiani italiani (sui quali una volta scrivevano Scalfari e Jannuzzi, Stille e Cavallari, Levi e Sciascia e Calvino, e Montanelli e Barzini) ora sono pieni di articoli lunghissimi realizzati esclusivamente con la copiatura della carte sgrammaticatissime e con la firma in fondo. Talvolta la firma è anche prestigiosa.

I PARAGURI DELL’ANTICASTA.

Le 6 tribù politiche in cui si divide l’elettorato italiano. L’analisi di Swg, scrive Enzo Risso su “Formiche” il 10/07/2016.

L’arena politica non è più strutturata lungo l’asse destra-sinistra, ma è composta da sciami, da communities of sentiment che associano le persone in base ad affinità ed emozioni, costruite intorno a nemici, idee di società e visioni di futuro. L'analisi di Enzo Risso della società Swg. Finita da anni l’era delle ideologie, l’Italia sta abbandonando anche l’epoca delle appartenenze politiche, che ha segnato la Seconda Repubblica: siamo entrati a pieno titolo nell’era della politica per affinità. Il partito di massa strutturato non c’è più da tempo. Quello fluido sta lasciando il posto a nuove forme di adesione. L’arena politica non è più strutturata lungo l’asse destra-sinistra, ma è composta da sciami, da communities of sentiment (per dirla con Arjun Appadurai) che associano le persone in base ad affinità ed emozioni, costruite intorno a nemici, idee di società e visioni di futuro. Le “comunità di sentire” producono legami forti in intensità, fragili in strutturazione. Le persone si riconoscono in esse finché sono capaci di rappresentare desideri, aspirazioni e pulsioni. E poi si cambia. Dieci anni fa non era così. Nel 2006 il Paese era suddiviso in due blocchi contrapposti e impermeabili, lungo l’asse destra-sinistra: 19.002.598 (49,81%) hanno votato per il centrosinistra e 18.977.843 (49,74%) per il centrodestra. Oggi il quadro è mutato e gira attorno a un tripolarismo asimmetrico in costante movimento, con M5S e Pd sul 30% e il centrodestra (diviso) che tallona a brevissima distanza. Da che cosa deriva tale mutamento? In questi anni abbiamo assistito a un cambio di forma e di paradigma nell’adesione politica. Complice la crisi economica, la caduta del ceto medio, l’accrescersi dei fenomeni corruttivi e dell’omologazione tra i partiti, l’asse di adesione politica si è spostato dalle appartenenze alle emozioni. L’arena politica si è strutturata in comunità affezionali, generate da sensazioni come rabbia, cambiamento, fiducia, speranza, paura, apprensione. In esse si entra ed esce facilmente, con persone che, contemporaneamente, possono condividere idee e sensazioni di più community. Le nuove comunità si strutturano in base ad affinità e a temi vetrina, che implicano il posizionarsi da una parte o dall’altra. E allora si è pro o contro la casta, pro o contro gli immigrati, pro o contro le tasse, pro o contro l’Europa ecc. Ogni comunità ha un tema trainante, calamitico: il nemico del momento; ha una forza gravitazionale che funge da collante: l’idea di futuro, il mood ideale di riferimento. Osservato da quest’angolatura il panorama politico italiano appare composto da nove communities of sentiment, che si dispongono su un piano triangolare e non più sull’asse lineare destra-sinistra.

La prima comunità di cui possiamo tracciare il profilo è quella degli “Italexit”. Sono l’8% del corpo elettorale. Nemici della Ue, auspicano una Brexit italiana. Non sopportano Renzi, non vogliono politiche d’integrazione per gli immigrati e non vogliono sentir parlare di diritti dei gay.

Il secondo agglomerato è quello che ruota intorno alla sensazione “prima gli italiani”. Sono il 10%. Vogliono soluzioni nette contro immigrati, chiedono sicurezza e sono arrabbiati con i moderati che stanno sempre dalla parte del potere.

Terza comunità sono i “fiscal choc” (11%). Il collante che li unisce è l’avversione totale per le tasse. Si dicono ancora anti-comunisti e il liberismo è il loro faro.

“I moderati della governabilità”, sono la quarta community (12%). La forza gravitazionale che li tiene insieme è il fastidio per le posizioni estremiste e per il populismo. Figli di una visione razionale della politica, si riconoscono in ideali che fanno capo, pur provenendo da differenti culture, a una visione di moderatismo liberal democratico.

L’area liberal, in questi anni, si è arricchita di un altro tratto, i “liberal svecchiatori” (17%). Sono la community più grande. Fare le cose, colpire furbetti, e fannulloni, ridurre la burocrazia, nonché riformare la società e la politica, sono i loro mastici. Governare, per loro, è un fatto di dinamismo, per far uscire il Paese dalle secche e dalle gerontocrazie.

Sesta community è quella dei “big responsability” (12%). Colpire la corruzione, le mafie, ma anche chi attenta la democrazia e si approfitta della gente, sono il comun denominatore. Riformisti storici. Antifascisti, antiberlusconiani, sono attratti dalle istanze della partecipazione civica.

Alle loro spalle troviamo i “post idealisti disorientati” (8%).  Il bisogno di un Paese equo e giusto, combattere i nuovi fascismi che fioriscono, punire i corrotti, aiutare gli immigrati a integrarsi e difendere i diritti civili: ecco il mix gravitazionale che tiene insieme questa community.

La penultima tribù politica è quella degli “sharing anti-élite” (12%). I loro nemici sono le banche e i poteri forti. Il fattore che li unisce è l’avversità verso tutti. Non amano la Ue, auspicano un Paese più meritocratico e vogliono un governo che abbia il coraggio di mutare alla radice il Paese. Il loro ideale politico è quello del civismo attivo. Tra loro c’è un mix di provenienze, con segmenti antifascisti che condividono lo spazio con residuali dell’anticomunismo; antiberlusconiani, antisalviniani e antirenziani che convivono insieme.

Infine, i “decisi dell’anticasta” (11%). Desiderano un governo che rada al suolo la casta e metta al centro del programma onestà e concretezza. In termini programmatici non amano le tasse, auspicano il sostegno a piccole imprese, allevatori e agricoltori. Vogliono lottare contro banche e multinazionali e sono sensibili al richiamo degli italiani prima di tutto. Il disgusto per la vecchia politica e il definitivo superamento di centrodestra e centrosinistra sono i driver fusionali di questa community, che strizza l’occhio alle figure manageriali (se non fosse che guadagnano troppo).

Ogni community descritta ha un corpus di rifermento, una parte solida e una cassa di espansione e attrazione. Le persone che ne fanno parte possono avere atteggiamenti elettorali distinti. Possono astenersi o votare partiti differenti, secondo il momento e il tipo di elezione. Il principio guida nella scelta, tuttavia, è uno: votano il partito e il leader che sa intercettare al meglio l’affinità guida della community, che sa entrare in connessione con loro.

La casta siamo noi, scrive Christian Rocca su "Il Sole 24 ore". La casta siamo noi, nessuno si senta offeso. Siamo noi questo piatto di grano. Francesco De Gregori mi scuserà, ma siamo proprio noi che desideriamo i privilegi, il parcheggio gratuito allo stadio, la pensione baby. Siamo noi che scavalchiamo la fila, lavoriamo in nero, evadiamo il fisco. Siamo noi che aspiriamo alla vip lounge, vogliamo il pass per il centro e ci riempiamo di lei non sa chi sono io. Siamo noi che abbiamo un cugino che conosce tutti e un conoscente che è cugino di qualcuno. Anche questa è casta; e la casta, cari professionisti dell'anticasta, siamo noi. Siete anche voi, specializzati nel ditino alzato. Prendersela con quei pochi eletti è tropo facile e inutile. Vogliamo tutti godere dei privilegi, far parte del club, esserne cooptati. Adoriamo la casta, altroché. La odiamo soltanto quando le iscrizioni sono chiuse, i posti occupati, i benefici ridotti. Quando i conti saltano. Ecco che qui spuntate voi, i professionisti dell'anticasta. Fate credere che sia sufficiente un bel repulisti chirurgico e mirato, ma è una presa in giro. Senza alcuna indulgenza nei confronti di chi fa meno del proprio dovere, ma siamo davvero un Paese fondato sulla casta, costruito sul più casta per tutti, prosperato sulla fruizione democratica dei privilegi. Ci siamo inventati la spintarella, la raccomandazione è diventata un'arte, il «non-c'è-problema» è il nostro motto. La casta siamo noi, insomma. Oppure è un'invenzione (sei anni fa, per esempio, abbiamo votato contro la riduzione del numero dei parlamentari, approvata addirittura dalla casta dei parlamentari in doppia lettura bicamerale). La politica è da sempre animata da movimenti anticasta che poi si fanno casta. I sindacati nascono anticasta ma sono diventati casta. Gli ordini professionali, i magistrati, i tassisti sono piccole e grandi caste. I grandi mezzi di informazione fotografano questa realtà, la perpetuano, interpretano alla perfezione questo sentimento diffuso: sono proprio loro che ciclicamente inaugurano le stagioni anticasta, prima di rabbuiarsi accigliati per l'esplosione incontrollata, signora mia, dell'anti-politica, e poi di prostrarsi davanti ai Masaniello che loro stessi hanno contribuito a creare. Non so se avesse ragione Antonio Gramsci a sostenere che in Italia c'è il sovversivismo delle classi dirigenti o, ancora di più, Mario Missiroli quando scherzava sul fatto che in Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti. So, però, che la casta siamo noi. Nessuno si senta offeso.

I professionisti dell'anticasta, scrive Francesco Costa su "Il Sole 24ore". Andate sul sito di Amazon e cercate la parola "casta". Otterrete più di un centinaio di risultati, soprattutto libri. La circostanza ci dice qualcosa sullo stato dell'industria editoriale italiana – se la cosa vi diverte, si può fare un giochino simile coi romanzi sui vampiri o i gialli di autori scandinavi – ma la questione è più complessa e profonda. Nell'arco di pochi anni la saggistica italiana ha prodotto descrizioni e denunce della Casta con la c maiuscola, quella descritta dagli apripista Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, e poi delle caste dei sindacati, dei magistrati, dei giornalisti, dell'industria farmaceutica, della Chiesa, della "monnezza", delle regioni, della finanza, della sanità, dei notai, della moda, delle cooperative, dell'acqua, del vino, e davvero si potrebbe andare avanti a lungo. Non è successo per caso, naturalmente. Dal 2006, più o meno, l'Italia fa i conti non tanto col luogo comune per cui "sono tutti uguali" – quello c'era da prima e ci sarà sempre, come molti luoghi comuni – bensì con quel luogo comune esteso a qualsiasi settore umano che somigli, anche da lontano, al "potere", e promosso a opinione maggioritaria, argomento politico, linea editoriale, proposta commerciale, persino programma di governo. Con effetti disastrosi, su tutti uno fondamentale e colpevole: la perpetuazione degli stessi vizi e delle stesse mediocrità che gli anti-casta in buona fede, diciamo, vorrebbero combattere. Prendiamo la politica, "la casta" per antonomasia. Solo chi ha un'idea distorta della realtà può pensare di difendere una classe dirigente che, seppure con vari e diversi livelli di colpa, è oggi una delle meno credibili e preparate d'Europa. Né di giustificare i loro molti odiosi privilegi, la loro generalmente scarsa attitudine ad assumersi delle responsabilità, gli abili magheggi con cui respingono i tentativi di ricambio e i frequenti scandali in cui alcuni di loro vengono coinvolti screditando istituzioni già debolissime. Non si può ignorare, insomma, la fondata legittimità del sentimento di nausea e rigetto avvertito dalla grandissima maggioranza degli italiani nei confronti dei politici e, per estensione, della politica. In un Paese normale, specie se dopo dieci anni di crescita zero e nel mezzo della più grave crisi economica dalla Seconda guerra mondiale, sentimenti del genere produrrebbero cambiamenti politici di portata storica: nei partiti, negli enti locali, nei governi, a tutti i livelli. Alcuni in meglio e alcuni in peggio, ma questo vale sempre. In Italia qualcosa è accaduto, ma ancora poco e da troppo poco tempo. C'entra "la casta", certo, e la sua straordinaria rendita di posizione politica, economica e mediatica. Ma c'entrano, per un pezzo più che significativo, anche uno squadrone di Guglielmo Giannini al cubo, campioni di demagogia, bravi a spararla grossa, che da anni incassano – politicamente, economicamente – i dividendi della mediocrità politica della casta, preservandola. Sono i professionisti dell'anti-casta. Beppe Grillo ne è l'esponente più sboccato, quello che unisce il massimo dell'incontinenza verbale col massimo della demagogia, il massimo delle balle col massimo del complottismo, vendendoci sopra DVD, libri e biglietti per i suoi comizi/spettacoli. Antonio Di Pietro, la Lega, Silvio Berlusconi e il variegato fronte antiberlusconiano ne sono stati, da posizioni diversissime, i più significativi interpreti politici. Striscia la Notizia e Le Iene quelli televisivi, gli ultimi soprattutto di recente. Dietro di loro crescono e prosperano una valanga di politici, scrittori, giornalisti, conduttori televisivi, opinionisti e blogger che cercano e trovano spazi di affermazione con analoghe strategie. Sono professionisti dell'anti-casta per ragioni sia di metodo sia di merito. Nel metodo, perché cercano e ottengono applausi a forza di sparate e "provocazioni". Perché associano con frequenza i loro avversari ai regimi e ai peggiori dittatori del Novecento. Perché gli è capitato di chiedere le dimissioni di governi regolarmente eletti sulla base del successo popolare di una manifestazione di piazza. Perché sono manichei, perché semplificano, brigano, cercano scorciatoie, producono denunce e appelli a nastro. Perché replicano, insomma, lo stile comunicativo di chi contestano. Nel merito, perché sono spesso imprecisi, faciloni, ingannevoli, a volte in buona fede, spesso in cattiva fede. Perché maneggiano pericolosamente la dietrologia: per fare un esempio, dicevano che il governo Prodi non sarebbe mai caduto prima di una certa data perché i parlamentari avrebbero voluto prima maturare la pensione – Beppe Grillo ci fece addirittura un conto alla rovescia sul suo blog – eppure il governo Prodi cadde prima di quella certa data. Perché dicono bugie, in nome del fine che giustifica i mezzi. Perché propagandano idee clamorosamente sballate e dannose. Lo scorso 18 ottobre un sondaggio mostrato durante Ballarò illustrava quale dovesse essere secondo gli italiani "l'intervento prioritario contro la crisi". Eravamo in pieno panico da spread, gli ultimi giorni del governo Berlusconi. Ce n'erano di cose su cui dividersi: spendere per rilanciare i consumi o tagliare la spesa per ridurre le tasse? Alzare o no l'età pensionabile? Privatizzare o nazionalizzare? Nessuna di queste ipotesi risultò in testa al sondaggio di Ballarò. Ottenne invece il 61 per cento dei voti, la maggioranza assoluta, questa proposta: "la riduzione del numero dei parlamentari". Un altro 10 per cento sostenne che la cosa da fare subito per uscire dalla crisi fosse "abolire le province". Misure simbolicamente importanti ma che non avrebbero impatti immediati sull'economia – se li avessero sarebbero probabilmente recessivi, almeno nel breve periodo – e che non scalfirebbero nemmeno il mastodontico debito pubblico italiano. È brutto da dire, ma in tutto sono un 71 per cento di italiani che non aveva idea di che cosa si stesse parlando. La storia dell'incredibile sondaggio di Ballarò mostra in modo esemplare perché la casta è orribile ma anche noi non siamo messi bene. Anni e anni di demagogia, di generici strali contro "i politici", di sparate apocalittiche, di dietrologia, di giustizialismo sfrenato e di tutto il repertorio dei professionisti dell'anti-casta, hanno contribuito in modo cruciale a deresponsabilizzare l'elettorato, abituandolo a scaricare ogni problema sui politici e lavarsi così la coscienza. Hanno formato un'opinione pubblica immatura, lagnosa, superficiale, disinformata, che ragiona per luoghi comuni e frasi fatte. E che quindi nella maggior parte dei casi non può che scegliersi una classe dirigente egoista, localista, populista, appiattita verso il basso, che non rende conto di niente in particolare perché nessuno gli chiede conto di niente in particolare, dato che "sono tutti uguali". I politici lo hanno capito e ci marciano, infatti da tempo non promettono più di essere eccezionali ma di essere "gente come noi". Rassicurano, invece che scuotere. Seguono, invece che guidare. La "casta" dei politici italiani, con tutte le sue grandi e pompose storture, non è piovuta dal cielo, né oggi rimane al suo posto grazie a superpoteri invincibili o paranormali. È stata votata, e poi ri-votata, e poi votata ancora. Dagli stessi che se ne lamentano, il più delle volte. E questo perché "la casta" dei politici è l'espressione ultima di un Paese che è interamente strutturato in modo castale. Si pensi alla nostra scarsissima mobilità sociale, per esempio, oppure allo scandaloso apartheid a cui sono relegati i lavoratori precari. Agli stipendi che si muovono solo e soltanto sulla base dell'anzianità, oppure all'arcaica e corporativa regolamentazione delle professioni. Caste, vere. In quel famoso sondaggio di Ballarò, soltanto il 5 per cento delle persone consultate disse che "l'intervento prioritario contro la crisi" dovesse essere "le liberalizzazioni". Le riforme a costo zero, scelta obbligata in tempi di vacche magre, non godono di grande popolarità fra gli italiani. O meglio: ne godono, ma finché riguardano gli altri. Il farmacista preferisce svenarsi dal notaio, aspettare un taxi per mezz'ora, spendere di più per treni e aerei e pagare le commissioni bancarie piuttosto che ritoccare appena i privilegi della sua professione. In un Paese castale ognuno difende il suo piccolo beneficio, e i politici in questo senso svolgono persino un ruolo socialmente prezioso: fanno da capro espiatorio universale. Laddove la risoluzione di problemi complicati richiederebbe sforzi di mediazione e comprensione, "la casta" fornisce una soluzione semplice e popolare a qualsiasi problema di coscienza: la colpa è tutta loro, che sono tutti uguali, e finita lì. Nel corso degli anni, questo genere di sentimento ha sviluppato negli italiani una specie di rabbia strabica. Siamo tutti presi da mille concretissime preoccupazioni quotidiane ma non siamo granché interessati a capire le ragioni di quelle mille concretissime preoccupazioni, ad andare oltre le frasi fatte. E quindi ci siamo avvitati: più ci incazziamo e più le cose non si muovono, e ci incazziamo ancora di più. Contesti sociali del genere non producono niente di buono. È opportuno concedere l'attenuante della buona fede a una buona parte delle iniziative contro "la casta", sinceramente benintenzionate. Le conseguenze però rimangono. Ogni autentica battaglia politica contro "la casta" non può fare a meno di porsi analogo obiettivo nei confronti di chi in questi anni, volontariamente o no, ha creato le condizioni perché questa prosperasse, promuovendo la sua sopravvivenza in queste o altre forme: i professionisti dell'anti-casta. Non esiste, non può esistere, una via demagogica al ricambio delle classi dirigenti italiane: se sembra che ci sia, non è un vero ricambio; se si pensa che il fine giustifica i mezzi, che "à la guerre comme à la guerre", allora si è già diventati parte del problema.

Chi sono i paladini della piazza, scrive Roberto Sapienza l'8 Novembre 2012 su “Lettera 43”. Tragedia italiana in diretta. «Ecco Paolo, qui con me c’è il signor Davide, ha una pensione di 100 euro al mese, mangia la spazzatura, l’erba dei giardini pubblici». E il signor Davide piange, mentre la telecamera zoomma avidamente sulla disgrazia. Siamo nell’antipolitica versione trash, con alcuni campioni singolari della disciplina, tutti passati e premiati dalla Casta che ora disprezzano (per far salire lo share). Prendete Roberto Poletti, volto noto ai lombardi per aver imperversato nelle tivù locali dagli Anni 90 in poi. Allievo di Gianfranco Funari, ora Poletti è l’inviato nelle tragedie «dell’Italia che non arriva alla terza settimana», in quel di Quinta colonna, con Paolo Del Debbio, altro paraguru dell’anti Casta. Poletti aizza i disgraziati, tira fuori il peggio per materializzare il concept del programma: la Casta mangia, gli italiani digiunano. Sì, ma, Poletti, tu quoque? Basta ricordare il curriculum dell’inviato anti Casta. Il simpatico ragazzotto può vantare la direzione di Radio Padania Libera, la radio del Carroccio, che conquistò facendo per l’appunto il leghista in tivù. Poi però ruppe con Umberto Bossi, ma non con la politica che lo sedusse di nuovo e lo candidò al parlamento. Nel 2006 Poletti venne infatti eletto deputato con i Verdi. Con cui poi litigò, senza però rinunciare allo stipendio da 15 mila euro né al vitalizio da ex deputato.  Ma non basta. Dopo essere stato leghista e poi verde (nel governo Prodi) l’inviato anti Casta si fece conquistare da Forza Italia, nella persona del sindaco di Milano Letizia Moratti. Durante la stagione Moratti, il ragazzotto vispo si cuccò un contrattone, pagato coi soldi nostri e del signor Davide che mangia l’erba. Primo, quello con la municipalizzata milanese dei trasporti, l’Atm, che lo prese come superconsulente per lo sviluppo dei media a 160 mila euro l’anno (ci arrivava lui alla terza settimana, eccome). Nel 2010 Poletti venne poi nominato direttore della tivù dell’Expo 2015, Milano 2015, finanziata da una cordata di imprenditori vicini all’allora sindaco e perciò subito ribattezzata TeleLetizia. Ma non basta ancora. A novembre 2011 si apprese da Repubblica che Poletti era passato da consulente per la comunicazione di Atm a quello di Trenord. Con un compenso di oltre 100 mila euro annui. L’ineffabile savonarola televisivo in salsa lombarda che ha fatto spesso i conti in tasca alla Casta è così transitato, è proprio il caso di dirlo, a Ferrovie Nord. E a fare scoccare la scintilla pare sia stata una vecchia amicizia con Giuseppe Biesuz, direttore generale dell’azienda. Maledetta Casta, come no. Anche il direttore di Poletti, Paolo Del Debbio, è uno che se ne intende. A sentirlo pare che i politici abbiano la rogna, e ci sarebbe anche da essere d’accordo se non fosse che la carriera del boccoluto lucchese è stata tutta all’ombra della Casta. Blindatissimo nell’impero Fininvest, dove ha fatto carriera con Fedele Confalonieri, e marito di Gina Nieri, potente capo delle relazioni istituzionali Mediaset, «Del Dubbio» schifa la Casta dopo averne fatto parte. Tra i fondatori di Forza Italia, si candidò a presidente della Regione Toscana nel 1995 (e fu trombato); poi diventò assessore per le Periferie e la sicurezza nella Giunta Albertini di Milano e quindi si ricandidò con Moratti nel 2011, per fare l’assessore alla Cultura (ri-trombato). Non solo, De Debbio ha una società di comunicazione che ha fatto consulenze per il ministero dei Beni culturali. Ovviamente durante il governo Berlusconi. Un simpatico paraguru televisivo. E poi c'è lui, il paraguru Gianluigi Paragone. Se ne sta lì con la chitarra, a fare il Celentano della mutua, dopo aver fatto carriera grazie a Bossi e Roberto Maroni (da cui, dicono i leghisti, andava «col cappello in mano» al ministero), che lo hanno imposto in una infornata di inutili nuovi vicedirettori in Rai, madre di tutti gli sprechi pubblici. MR. RAIDUE. Anche lui fa parlare la piazza, la «gggente». Quella che non arriva alla solita terza settimana. Ma anche lui, eccome se ci arriva. Si becca 300 mila euro l’anno, soldi pubblici, della Rai, pagati da noi e dal signor Davide che mangia l’erba. Che paraguri.

I veleni romani dei Cinque Stelle. La battaglia per i posti di potere. Tra i dirigenti del Movimento c’è chi vuole mettere sotto controllo la sindaca e il suo «raggio magico». E nelle scelte chiave non manca il familismo, scrive Alessandro Trocino l’1 luglio 2016 su “Il Corriere della Sera”. «Tutto bene», giura una nota ufficiale, «basta gossip, stiamo lavorando per voi». Eppure volano i coltelli in una guerra tra quelli che, se si parlasse di Pd, verrebbero definitivi «capibastone» e «correnti». Invece siamo tra i 5 Stelle. Epicentro del terremoto, Roma. Qui Virginia Raggi, trionfatrice alle urne, stenta a far nascere la giunta, anche a causa di risentimenti e invidie. Tra i dirigenti nazionali c’è chi vuole mettere sotto tutela la neosindaca e il suo «raggio magico». Ad aumentare entropia e tensione, le accuse di dossieraggi, il malumore crescente dei senatori e lo sconcerto di molti per la deriva familistica del MoVimento, dove amori, amicizie e poltrone sono sempre più intrecciati in un circolo non proprio virtuoso. I fronti son ben definiti. Da una parte c’è Virginia Raggi, sostenuta da Alessandro Di Battista. Dall’altra, le deputate romane mandate ad aiutare (e controllare) il sindaco, Paola Taverna e Roberta Lombardi, che appoggiavano lo sfidante della Raggi, Marcello De Vito. Punto di riferimento nazionale nel direttivo, Luigi Di Maio. La Raggi ha potuto fare poco in questi primi giorni, ma quel poco ha subito innervosito: le nomine di Daniele Frongia a capo di gabinetto «dimezzato» (causa legge Severino) e del vice Raffaele Marra. Siccome la purezza in politica è arte astratta, sono venuti fuori (grazie a una «manina» interna, dicono i rumors) precedenti imbarazzanti per l’ortodossia a 5 Stelle: Marra ha collaborato con Gianni Alemanno e Renata Polverini; Frongia, rivela Andrea Augello, fu collaboratore della giunta Storace. Di Maio minimizza: «Chi ha dimostrato competenze dia una mano». Poi definisce «fumettesche», con ardito neologismo, le indiscrezioni della stampa. Ma che ci sia una guerra di potere è palese. La Raggi vuole mani libere. Per questo vorrebbe nominare portavoce il fedelissimo Augusto Rubei. Non è dello stesso parere la Comunicazione a 5 Stelle, che vorrebbe un suo uomo all’Avana. La Lombardi, intanto, infiamma le chat interne, mettendo in dubbio la qualità delle scelte e chiedendo assessori fedeli. A dispetto dei tanto sbandierati metodi meritocratici, i 5 Stelle sin dalla nascita sono endogamici. Un gruppo apparentemente aperto, nel quale dilaga il familismo. Nel pacchetto che doveva portare De Vito a diventare vice (diventerà, forse, capogruppo), è prevista la nomina della moglie Giovanna Tadonio a mini assessore al terzo municipio. Nello staff romano potrebbe entrare Francesco Silvestri, ex collaboratore del senatore Giovanni Endrizzi ed ex fidanzato di Ilaria Loquenzi, capo comunicazione alla Camera. La Loquenzi fu portata dalla Lombardi. I casi di coppie sono molti: Di Maio-Virgulti, Nesci-Nuti, Giordano-Mantero, Taverna-Vignaroli. Così come i casi di parenti e amici assunti come collaboratori. Barbara Lezzi aveva assunto la figlia del suo compagno, Libera. Wilma Moronese ha preso come collaboratore il compagno. Il senatore Andra Cioffi ha assunto Alessandra Manzin, fidanzata di Paolo Adamo, dei social network del Senato. Una Parentopoli? La senatrice Paola Nugnes, un giorno disse: «Quando scegliamo il nostro esercito, i soldati devono essere fedeli». I risultati non sono sempre all’altezza delle aspettative. Molte fedeltà sono crollate e gli ex sono avvelenati. L’ex capo della Comunicazione Claudio Messora ha rilanciato un articolo che immagina un inedito asse di Di Maio con i poteri forti, Mario Monti e la Trilateral (è seguita denuncia M5S). Serenella Fucksia spiega: «Con Gianroberto Casaleggio c’era un’umanità che non c’è più. Ora c’è una deriva di ragazzetti senza un minimo di etica e di idealità, gente arida. Dovevano combattere la casta, la stanno solo sostituendo». Vero o falso, il clima peggiora e i senatori friggono. Persino ortodossi come Vito Crimi e Nicola Morra sono irritati. La mozione dei senatori che chiede l’uscita dalla Nato è stata ampiamente rimaneggiata dai deputati, provocando gravi malumori. Intanto, la giunta è ferma. Qualcuno già teme un «effetto Pizzarotti», con una presa di distanza del Movimento dalla Raggi (e viceversa), sul modello di quello che è accaduto a Parma. Scenario decisamente infausto, ma soprattutto prematuro. Per ora siamo alle schermaglie. E alle mani avanti del deputato Danilo Toninelli: «Sicuramente commetteremo errori, ma saranno in buona fede».

Mogli assessori e figliastri portaborse: dilaga la Parentopoli a Cinque Stelle. De Vito “ricompensato”: la consorte verso il Terzo Municipio. Così deputati e senatori sono riusciti a sistemare i famigliari, scrive Ilario Lombardo il 2 luglio 2016 su “La Stampa”. «Quando scegliamo il nostro esercito, i soldati devono essere fedeli». La massima degna di Sun Tzu è di Paola Nugnes, senatrice con le 5 Stelle cucite sul petto. E quale fedeltà migliore di chi è sempre al tuo fianco, amico, parente, compagno? Il M5S è un po’ famiglia, un po’ clan, un po’ due cuori e una capanna. C’è chi sotto il vessillo di Beppe Grillo si è dato il primo bacio, chi ha trasformato la passione di coppia in passione politica.

Mogli, mariti, figli e fidanzati Scoppia la parentopoli grillina. Ecco tutti gli intrecci del Movimento, scrive Daniele Di Mario il 5 luglio 2016 su “Il Tempo”. Lotta tra capibastone, guerra fra correnti, incarichi e ruoli per mogli, fidanzati, amici. Il MoVimento 5 Stelle vince, si struttura, diventa partito insomma. E dei partiti mutua tutto, ma proprio tutto. Comprese lotte intestine e «parentopoli». Dietro le difficolta della seindaca di Roma Virginia Raggi di comporre la giunta si celano, infatti, i dissidi tra correnti. Da un lato Alessandro Di Battista, sponsor della Raggi, dall’altra Roberta Lombardi e Paola Taverna, controllori della sindaca e vicine a Marcello De Vito. Ma sulle relazioni pericolose che inciampa il MoVimento 5 Stelle. Dietro la nomina - poi revocata - di Daniele Frongia a capo di gabinetto c’è il forte legame personale tra l’ex consigliere comunale e la Raggi. Così come nei Municipi i legami familiari abbondano. Giovanna Tadonio, moglie di De Vito, è infatti in predicato di entrare come assessore alla Legalità nella giunta del Municipio III guidata dalla minisindaca Roberta Capoccioni. Nell’esecutivo VII Municipio (Appio-Cinecittà) ha invece trovato casa Veronica Mammi, fidanzata del consigliere comunale Enrico Stefano e già assistente della parlamentare grillina Federica Daga: la presidente Lozzi l’ha scelta per occuparsi di Politiche sociali. Insomma, nonostante Il Tempo abbia rivelato quanto i Municipi pesino sul bilancio comunale i presidenti del M5S non sembrano diversi da quelli degli altri partiti. Anzi. Un caso curioso poi è rappresentato dall’VIII Municipio (Garbatella-Montagnola). Il minisindaco Pace sta attingendo alla mailing list pentastellata per varare la propria giunta. Tra gli eletti in Consiglio municipale, intanto, spuntano fuori rapporti di parentela di ogni tipo. Nel parlamentino di via Benedetto Croce hanno infatti ottenuto uno scranno Teresa Leonardi (40 preferenze) ed Eleonora Chisena (91 voti), madre e figlia. Ma c’è gloria anche per Giuseppe Morazzano (41 preferenze) e Luca Morazzano (34 voti), padre e figlio. Delle due l’una: o la passione pentastellata è un affare di famiglia e coinvolge generazioni diverse o la difficoltà di chiudere le liste ha messo a dura prova la fantasia dei vertici grillini. Ma il familismo travalica i confini del Grande raccordo anulare e arriva anche in provincia. Per la precisione a Genzano, Comune dei Castelli Romani dove i pentastellati si sono imposti alle ultime amministrative, come del resto a Marino, Nettuno e Anguillara. In Consiglio comunale a Genzano sono stati eletti Elena Mercuri e Luigi Nasoni, moglie e marito che hanno approfittato alla grande della doppia preferenza di genere. Entra in Comune genzanese anche Daniela Fattori, sorella dell’omonima senatrice pentastellata. Insomma, nel MoVimento 5 Stelle il familismo dilaga. Nello staff romano potrebbe entrare Francesco Silvestri, ex collaboratore del senatore Giovanni Endrizzi ed ex fidanzato di Ilaria Loquenzi, capo comunicazione alla Camera. La Loquenzi fu portata dalla Lombardi. I casi di coppie, del resto, sono molti: Di Maio-Virgulti, Nesci-Nuti, Giordano-Mantero, Taverna-Vignaroli. Così come i casi di parenti e amici assunti come collaboratori. Barbara Lezzi aveva assunto la figlia del suo compagno, Libera. Wilma Moronese ha preso come collaboratore il compagno Giuseppe Rondelli. Il senatore Andra Cioffi ha assunto Alessandra Manzin, fidanzata di Paolo Adamo, uomo della Casaleggio e assistente in Senato di Rocco Casalino, con delega ai social network. I risultati non sembrano però sempre all’altezza delle aspettative. Anche perché quando i rapporti finiscono vengono a galla i veleni. L’ex capo della comunicazione Claudio Messora ha rilanciato un articolo che immagina un inedito asse di Di Maio con i poteri forti, Mario Monti e la Trilateral. Attacco al quale è seguita una denuncia del MoVimento 5 Stelle. Serenella Fucksia, come riportato qualche giorno fa dal Corriere della Sera, spiega: «Con Gianroberto Casaleggio c’era un’umanità che non c’è più. Ora c’è una deriva di ragazzetti senza un minimo di etica e di idealità, gente arida. Dovevano combattere la casta, la stanno solo sostituendo». Insomma, il clima all’interno del non partito che è cresciuto diventando partito vero e proprio, con tutti i suoi difetti, peggiora di giorno in giorno. Secondo alcune indiscrezioni giornalistiche a essere irritati sarebbero anche i grillini di più stretta osservanza, come Vito Crimi e Nicola Morra. Tra litigi e malumori, intanto la giunta Raggi è ancora in alto mare. E le prime nomine effettuate dalla sindaca di Roma - Daniele Frongia e Raffaele Marra - bloccate dal minidirettorio e da Beppe Grillo in persona, che hanno imposto alla Raggi di revocarle.

Tutto questo per dimostrare che la raccomandazione è bipartizan.

5 stelle, nobili intenzioni finora non decollate, scrive Astolfo Di Amato il 19 settembre 2016 su "Il Dubbio". Si tratta di un esperimento per creare una nuova forma di democrazia che va guardato con attenzione e senza preconcetti. Ma anche con spirito critico. L'accusa, generalmente formulata, nei confronti del Movimento 5 Stelle, è quella di essere un movimento populista, la cui forza viene soprattutto da un uso demagogico della sottolineatura delle insufficienze nella gestione della cosa pubblica che ha sinora caratterizzato, specie negli ultimi tempi, il nostro Paese. È una lettura della realtà politica del tutto inadeguata e che finisce con non cogliere alcuni tratti essenziali del Movimento che richiedono, viceversa, una più profonda attenzione. Una delle iniziative, su cui il Movimento sta impegnando maggiormente le proprie energie, è la creazione della cosiddetta piattaforma Rousseau. Il riferimento al grande pensatore francese evoca immediatamente quale sia il concetto di fondo a cui si ispira l'iniziativa e che costituisce, a ben vedere, il dato costitutivo dell'intero Movimento. Nel pensiero di Rousseau l'autorità politica risiede essenzialmente nel popolo. Essa è inalienabile, e il popolo non può affidarne l'esercizio a nessuno, né a un monarca, né a dei rappresentanti. Soltanto la volontà generale può dirigere le forze dello stato in modo conforme al fine della sua istituzione, che è il bene comune. Il potere legislativo appartiene al popolo, e non può appartenere che ad esso. Poiché la legge non è che la dichiarazione della volontà generale, è chiaro che, nel potere legislativo, il popolo non può essere rappresentato. La democrazia, dunque, per essere tale, deve essere diretta. A questa concezione si è ribattuto, durante tutto l'800, che la sovranità popolare è solo un ideale che non potrà mai corrispondere ad una realtà di fatto. In ogni regime politico, quale che sia la formula che lo descrive, comunque vi è una minoranza di persone che detiene il potere effettivo. Vi è, cioè, sempre una élite la quale governa e che, nei regimi democratici, affronta una competizione per la conquista del voto popolare. In qualsiasi regime politico, dunque, vi è sempre una leadership che governa. Questa nei regimi democratici viene ad essere scelta attraverso una libera competizione elettorale. La democrazia, dunque, non sta nel fatto che vi sia una diretta formazione delle leggi da parte del popolo, ma sta nel fatto che le leadership non sono scelte attraverso la trasmissione ereditaria o la cooptazione (si vedano al riguardo gli studi di Gaetano Mosca). Il Movimento 5 Stelle è intervenuto nella questione proponendo internet come strumento di democrazia diretta. Il ruolo, solo apparentemente defilato ma in realtà centrale, di Gianroberto Casaleggio, è stato quello di guardare ad internet come strumento di democrazia diretta. In effetti, internet, con la sua inarrestabile capacità di disintermediare tutti i rapporti, sembra essere uno strumento perfettamente idoneo a realizzare l'ideale di Rousseau: una democrazia caratterizzata dalla partecipazione diretta alle decisioni di tutti i cittadini. Se, però, si passa dalla utopia alla prassi la delusione è enorme. La prima osservazione da fare è che internet ha solo apparentemente disintermediato e reso i rapporti più orizzontali. Nella realtà ha dato vita a potentati economici enormi, capaci di influire in modo dittatoriale sulla vita di tutti, che non hanno precedenti nella storia dell'umanità: si pensi ad Amazon, a Facebook, a Google, etc. La seconda osservazione è che i famosi algoritmi, che governano internet e che domani dovrebbero governare la piattaforma Rousseau, sono solo apparentemente neutri: in realtà dànno un valore, secondo criteri che possono essere diversi, alla realtà che organizzano. Basta ricordare, al riguardo, la variabilità dei risultati che possono offrire i motori di ricerca. L'ultima osservazione, non meno rilevante, è che internet ha mostrato una particolare attitudine a far emergere anche la parte peggiore degli individui ed a dare corpo alle aspirazioni più irrazionali ed elementari. Il che costituisce un ambiente di elezione per la demagogia. Ed è innegabile che un atteggiamento fortemente giustizialista sia una componente costitutiva del Movimento. Se, poi, si guarda alla realtà dei 5 Stelle, si deve rilevare che le figure del garante, del direttorio, e lo stesso ruolo del figlio di Casaleggio, finiscono con l'essere una smentita clamorosa della filosofia della democrazia diretta. Ci si trova in presenza di una vera e propria élite, cui è, di fatto, delegato il compito di governare. E', questa, una osservazione che riguarda il "sistema" e non la qualità delle singole persone. La differenza rispetto agli altri sta, forse, nella circostanza che la "classe" politica del Movimento è stata selezionata attraverso internet e non attraverso i gazebo e le primarie, che sono lo strumento attraverso cui i partiti tradizionali hanno cercato di uscire dai circoli ristretti. Troppo poco per dire che si tratta di una nuova forma di democrazia. A parte il rilievo che quella classe politica appena formata si è già, di fatto, istituzionalizzata. Tutto questo non toglie, tuttavia, che si tratta di un esperimento animato da nobili intenzioni e che per la originalità delle vie che tenta di percorrere va guardato con attenzione e senza preconcetti. Ma anche con spirito serenamente critico.

Cinque Stelle, la lezione di Roma: Grillo e la democrazia diretta non bastano per governare. Leaderismo e “uno vale uno” non bastano. Ora al Movimento serve personale per governare: farlo senza snaturarsi, però, è una missione (quasi) impossibile, scrive Lorenzo Castellani su “L’Inkiesta” il 5 Settembre 2016. Come insegna la lezione politica di Gianfranco Miglio, uno dei più influenti politologi italiani degli anni ottanta e novanta, per analizzare i fenomeni politici e le loro trasformazioni bisogna rintracciarne le "regolarità", ovvero gli oscillamenti, le ciclicità, le continuità. La storia politica del Movimento 5 Stelle sembra scandita da due grandi regolarità: la burocrazia politica e la personalizzazione politica, ovvero la leadership carismatica. In questi anni, il Movimento si è mosso tra l'organizzazione dei mezzi e l'incarnazione del suo messaggio nelle figure politiche di riferimento. In altre parole, il Movimento 5 Stelle è un pendolo che oscilla tra la leadership popolare e la tecnocrazia, in cui figura assente un elemento fondamentale: una classe politica diffusa, organica e omogenea. Ed è tutta la sua storia a dimostrarlo. In principio c'erano i meetup, gli incontri aperti a tutti i cittadini con la promessa della democrazia diretta, dell'uno vale uno, del coordinamento online per agire capillarmente a livello locale. C'era Beppe Grillo con i V-Day, gli spettacoli, i comizi fiume, i nomignoli, la satira feroce contro la casta e il sistema, il blog. C'era la Casaleggio e Associati con le sue analisi dei dati, dei flussi elettori, delle emozioni in rete e della comunicazione alternativa. Gli elementi delle regolarità tipiche dei grillini erano già evidenti: una fase di costruzione dell'organizzazione meticolosa, capace di arrivare in tutte le piazze, di coinvolgere ed interessare milioni di cittadini insofferenti verso la politica tradizionale, un leader capace di fare da scudo all'inesperienza e ai novizi del Movimento, una macchina della comunicazione sovrana e centralista. In questa prima fase, i tre pilastri si muovono insieme, ma è l'organizzazione burocratica della politica a essere preminente almeno fino al 2011. I due anni successivi, 2012 e 2013, sono indiscutibilmente gli anni di Beppe Grillo. Un leader assoluto, unica figura riconoscibile del Movimento, comiziante capace di occupare piazze, televisioni, giornali pur dichiarandosi contrario a qualsiasi rapporto con i media, anzi proprio per questo il "rimbalzo" mediatico delle battaglie del comico genovese è stato così forte. In quest'epoca non esistevano i Di Maio, i Di Battista, i Fico, le Ruocco e le Taverna. Tutti erano semplicemente figli della personalizzazione del Movimento cucita addosso al suo speaker. Erano, per l'appunto, i grillini, massa anonima di cittadini arrabbiati. Questi anni, però, sono anche quelli del consolidamento della Casaleggio e Associati in cui la gestione delle votazioni online di programmi, primarie e battaglie politiche viene gestita dalla macchina informatica della società milanese. Mentre Grillo parla alle piazze, la comunicazione è accentrata nelle sapienti mani di Gianroberto Casaleggio e dei suoi fedelissimi. La regolarità politica, in questa fase, si dipana nella leadership di Beppe Grillo e nella comunicazione corporate applicata alla politica. In principio c'era la promessa della democrazia diretta, dell'uno vale uno, del coordinamento online per agire capillarmente a livello locale. C'era Beppe Grillo con i V-Day, gli spettacoli, i comizi fiume, i nomignoli, la satira feroce contro la casta e il sistema, il blog. C'era la Casaleggio e Associati con le sue analisi dei dati, dei flussi elettori, delle emozioni in rete e della comunicazione alternativa. Dopo lo straordinario successo elettorale del 2013, un'altra svolta. Grillo si defila progressivamente e l'eclissi definitiva del comico si avrà definitivamente nel 2014 dopo il Malox in diretta streaming che segue il risultato deludente delle elezioni europee, quelle in cui il nuovo Partito Democratico renziano porta a casa il 41%. In questi quasi due anni, tra il febbraio 2013 e la fine del 2014 il Movimento torna a "burocratizzarsi", ad evidenziare l'altra delle sue regolarità. Prima di tutto i grillini parlamentari imparano a sopravvivere senza lo scudo mediatico di Beppe Grillo: il partito si istituzionalizza, con grandi meriti dei suoi fondatori. La strategia del comico di mettersi in disparte risulta vincente perché il Movimento non si disperde né si si esaurisce con la sua leadership. Anche le lotte interne al partito vengono tenute sotto controllo dal vigile occhio della Casaleggio che elimina il dissenso territoriale e parlamentare a suon di espulsioni. È il periodo della setta, ma anche una fase d'instabilità che viene governata con abilità dalla società milanese. A fine novembre 2014 viene varato il direttorio pentastellato da Grillo e Casaleggio. Tramonta l'era del blog e della democrazia diretta. Ancora una volta i fondatori del Movimento introducono una novità nella politica italiana: non un solo leader, né un'investitura (troppo presto e troppo contrario ai principi originari del movimento), ma un organo collegiale ristretto composto dai cinque parlamentari più rappresentativi. Nonostante questo provvedimento, si entra in un'altra fase del ciclo politico: la regolarità della burocratizzazione non regge e, lentamente ma con una progressione inesorabile, ritorna la regolarità della personalizzazione e della leadership. Dal direttorio emergono, infatti, due grandi anime e correnti interne al Movimento: quella moderata e dialogante di Luigi Di Maio e quella movimentista e aggressiva di Alessandro Di Battista. Al centro tra le due, la Casaleggio e Associati a decidere in quale momento spingere sull'uno oppure sull'altro. Sui media e nel Paese si parla sempre meno del Movimento e dei "grillini" e sempre di più dei due giovani leader. Nel 2016 si registra un'altra variante della politica a cinque stelle. Virginia Raggi e Chiara Appendino diventano sindaco di Roma e Torino. Sono due candidate ad immagine e somiglianza della nuova leadership nazionale. Che portano in Giunta tecnici di un certo profilo: magistrati, professionisti, docenti universitari, alti funzionari amministrativi. Nel 2016 si registra un'altra variante della politica a cinque stelle. Virginia Raggi e Chiara Appendino diventano sindaco di Roma e Torino. Sono due candidate ad immagine e somiglianza della nuova leadership nazionale. Fine dei candidati beceri, con basso livello d'istruzione e lessico da strada, largo a giovani e sorridenti professioniste, presentabili e televisive, adatte al pubblico elettorale dei grandi centri urbani. E' una scelta che paga in termini elettorali e che va di pari passo all'ascesa politica del duo Di Maio e Di Battista. Tuttavia, la regolarità della burocratizzazione torna a fare capolino a livello locale perché tanto Raggi quanto Appendino selezionano la propria giunta non per meriti o affiliazione politica, ma per curriculum. Si avviano giunte tecnocratiche in cui non entrano nell'esecutivo i consiglieri comunali più votati, bensì tecnici di un certo profilo: magistrati, professionisti, docenti universitari, alti funzionari amministrativi. Personalità che difficilmente s'incontrano ai banchetti di volantinaggio. L'intransigenza anti-casta e antipolitica, fortemente alimentata dalla Casaleggio, continua tanto nelle scelte amministrative quanto nei problemi che questa pone con le dimissioni in massa di assessore al bilancio, capo di gabinetto e amministratori delegati delle municipalizzate che la Raggi si trova a fronteggiare in queste ore. Probabilmente per i pentastellati è giunto il momento di provare a superare le "regolarità" che scandiscono la loro storia trovando un metodo per formare una classe politica diffusa e omogenea magari attraverso la creazione di corpi o livelli intermedi interni al Movimento. L'impressione è che il Movimento sia capace di selezionare personalità elettoralmente performanti ma che non sia capace di ampliare la propria classe politica al punto da renderla capace di governare realtà complesse. Insomma, se domani i 5 stelle vincessero le elezioni politiche con Di Maio o Di Battista alla testa, chi sarebbero i ministri? Chi i capi di gabinetto? Quanto pagherebbe il Movimento per la mancanza di un gruppo politico forte? Virginia Raggi lo sta sperimentando sulla propria pelle. Probabilmente per i pentastellati è giunto il momento di provare a superare le "regolarità" che scandiscono la loro storia trovando un metodo per formare una classe politica diffusa e omogenea magari attraverso la creazione di corpi o livelli intermedi interni al Movimento: leadership personali-verticali e tecnocrati selezionati dalla Casaleggio&Associati non bastano più a chi pensa di poter governare l'ottava potenza economica mondiale.

Nel M5S volano i coltelli. Il mistero del video tagliato dalla Raggi. Il messaggio della Raggi era stato concordato con Grillo. Ma alla fine il sindaco l'ha modificato. L'ira del comico e l'idea di ridimensionare Di Maio, scrive Claudio Cartaldo, Giovedì 08/09/2016, su "Il Giornale".  L'impalcatura dei Cinque Stelle costruita da Beppe Grillo sta scricchiolando. All'interno del Movimento non c'è più armonia e il rapporto tra il sindaco Virginia Raggi e il resto della truppa grillina è ai minimi storici. L'ultimo colpo d'accetta l'ha dato proprio il primo cittadino di Roma. Il video di 1 minuto e 35 secondi con cui ieri la Raggi ha provato "a fare chiarezza" e che avrebbe dovuto sedare le liti grilline è stato invece nuova benzina sul fuoco. L'intero testo del messaggio era stato concordato con Grillo, ma la Raggi alla fine ha deciso di modificarlo e di omettere una parte del discorso. Il video era atteso per le quattro del pomeriggio ma è stato caricato online solo alle 19. E il motivo si trova proprio nella lunga catena di telefonate con cui Grillo, il Direttorio e il sindaco hanno concordato ogni singola parola, ogni concetto e ogni "omissione". Secondo quanto racconta il Corriere in un retroscena, però, alla fine la Raggi ha deciso di fare di testa sua. E ha fatto arrabbiare di nuovo tutto il vertice grillino. In particolare, il sindaco si sarebbe "dimenticata" di comunicare che Raffaele Marra, il discusso vicecapo di Gabinetto con un passato con Alemanno e la Polverini, sarebbe stato ricollocato altrove. Non è un segreto che la Raggi vorrebbe tenere Marra al suo posto. Ma Grillo non ne vuole sapere, convinto come è che personalità estranee al Movimento possano bloccarne l'attività riformatrice. Bene. Dopo le telefonate pomeridiane, ricostruisce sempre il Corriere, la decisione presa era quella di "risolvere pubblicamente" il caso Marra. Ovvero inserire nel video l'annuncio del suo ricollocamento. E invece la Raggi non l'ha detto e ha scelto di fare di testa sua. Subito dopo la pubblicazione del video sono partite le proteste dei senatori grillini. Il Direttorio e il sindaco hanno ricevuto decine di telefonate di protesta. E così nel Blog di Grillo viene aggiunto un post scriptum in cui si aggiunge che "l'attuale vicecapo di Gabinetto Raffaele Marra verrà ricollocato in altra posizione". Una pezza che spegne le polemiche, ma l'ira del comico non è del tutto placata anche se dal palco di Nettuno (dove la Raggi non c'era) non l'ha dato a vedere. Eppure pare che Carlo Ruocco in una delle tante riunioni fatte in questi giorni avrebbe detto che la Raggi è peggio di Marino: "Quello faceva perdere voti al Pd solo a Roma, mentre lei ci distrugge in tutta Italia. Non la voglio più vedere...". Lei non cede di un millimetro. Uscendo stamattina dal Parco della Resistenza per l'anniversario dell'8 settembre 1943, la Raggi ha risposto a un cittadino che dicendo: "Non mollo". Ma deve gestire anche la vicenda Muraro. Altra gatta da pelare. "Vogliamo leggere le carte", è la versione ufficiale. Ma l'imbarazzo è enorme. Come scrive il Giornale oggi in edicola, infatti, oltre all'indagine già aperta nei suoi confronti la Muraro ora rischia nuove incriminazioni: "Prima le è stata contestata solo la violazione di norme ambientali, poi il reato di abuso d'ufficio e ora potrebbe aggiungersi il reato di corruzione". Ma non è solo Virginia a doversi difendere dagli attacchi interni. Tutto il Direttorio è finito sotto accusa quando ieri a Palazzo Madama i senatori grillini si sono visti per parlare delle fughe di notizie di questi giorni e della gestione (goffa) di tutta la vicenda Muraro. "Non possiamo stare nelle mani di un gruppo di immaturi", avrebbe detto qualcuno alla riunione. Non solo. "Nel Movimento - scrive il quotidiano di Via Solferino - si coltiva anche l’ipotesi di una svolta che riguarda proprio il direttorio. Potrebbe essere proposto dai vertici di Rousseau un rinforzamento della struttura organizzativa, liberando i deputati da alcune deleghe che gravano sulla loro attività. Enti locali e gestione dei meet up potrebbero passare di mano, affidate non più a singole persone (Di Maio, Fico e Di Battista) ma una organizzazione più ramificata. La durata di una tregua che appare fragile, forse, passa anche da strade fino a poco tempo fa del tutto inaspettate". Insomma, una bocciatura ai "giovani" del Direttorio che in questa fase hanno dimostrato poca capacità di reazione agli attacchi esterni.

L'ex grillino attacca la Raggi: "Espressione dei poteri forti". Luis Alberto Orellana, espulso dal Movimento, si scaglia contro il sindaco Raggi: "Lei espressione dei poteri forti", scrive Rachele Nenzi, Martedì 06/09/2016, su "Il Giornale". "I 5 stelle dicono che la Raggi è sotto attacco perché si mette contro i poteri forti, ma forse lei stessa è espressione di questi poteri forti. Resto sorpreso da questa continuità della sindaca Raggi con persone come il vice capo di gabinetto Marra, che hanno avuto a che fare con la giunta Alemanno. Raggi, per potersi candidare, aveva taciuto del suo passato in uno studio legale vicino a Previti". Non le manda a dire Luis Alberto Orellana, eletto con i Cinque Stelle e poi fuoriuscito (o meglio espulso) nel febbraio 2014. In una lunga intervista a LaPresse spiega i motivi che lo inducono a sostenere che la Raggi sia espressione di quei poteri forti che dice di combattere. Orellana era presente alla audizione in commissione Ecomafie che ha visto protagoniste la Raggi e la Muraro. "Sono rimasto attonito di fronte alle loro dichiarazioni - dice-. Hanno ammesso di sapere delle indagini sull' assessore Muraro solo perché costrette dal fatto che le loro dichiarazioni rese in ecomafie sarebbero state acquisite dalla procura: dire il falso sarebbe stato grave. Senza questo avrebbero continuato a negare. Siamo dovuti arrivare a questo punto". Poi critica le regole del Movimento che la sindaca sembra non dover seguire. "Raggi non doveva prima dirlo ai cittadini e a Grillo, con cui ha fatto un contratto, vincoli accettati per essere candidata, accettando poi anche il minidirettorio? - si chiede Orellana - Raggi doveva informare e correre a dirlo a Grillo. E ieri è venuto fuori che invece non lo ha detto né a Grillo né al direttorio, solo ad alcuni del minidirettorio". Il grillismo di cui si era fatto portavoce non esiste più. "Alla luce del caso della Giunta Raggia Roma e della vicenda dell'assessore Muraro, vedo invece una involuzione sempre piu negativa. E quindi mi son convinto che il M5S è una presa in giro, ed è meglio che finisca e si riparta. A questo punto non so chi e come possa ripartire, ma non certo con questo M5S. Raggi non è trasparente, lo abbiamo visto ieri in commissione Ecomafie. E il M5S si è rivelato una grande presa in giro rispetto ai valori che professava e in cui io avevo creduto". Un Movimento guidato dalle paranoie, dalle paure di inciuci, forse incapace di governare. "La situazione di oggi nella giunta Raggi è figlia di ciò che accadeva tempo fa. Già allora c'era una atmosfera paranoica, una chiusura paranoica, una visione in cui tutto il mondo era contro i 5 stelle. Si inventava un nemico esterno, i poteri forti, per non essere trasparenti, cadendo in palese contraddizione coi principi del movimento. Io e i 4 colleghi senatori delM5S espulsi con me fummo accusati proprio di volere fare una corrente". Infine Orellana chiede alla sindaca di fare "un passo indietro" e di presentarsi "in consiglio comunale a chiedere di nuovo la fiducia e a verificare se ce l'ha. Se non ce l'ha, a Roma può arrivare un commissario. Io ho capito che anche molti suoi consiglieri dei 5 stelle sono rimasti perplessi".

Più che le spese folli le inchieste, scrive Alessandro Sallusti, Martedì 13/09/2016, su "Il Giornale". Non abbiamo mai simpatizzato per la casta dei politici, tanto meno per quella sostanzialmente inutile e faraonica delle Regioni. Abbiamo dato ampio risalto a tutte le inchieste sulle spese pazze dei consiglieri di tutte le regioni d'Italia che tanto hanno contribuito a indignare l'opinione pubblica, a ingrassare l'astensionismo e il partito di Grillo. Sì, abbiamo contribuito allo sputtanamento della classe politica, ma adesso c'è un problema. La maggioranza di quelle inchieste giudiziarie non regge, non come poteva sembrare a caldo. Ieri il giudice per l'udienza preliminare del tribunale di Ancona ha disposto il non luogo a procedere perché il reato non sussiste per 55 consiglieri accusati dai pm di peculato e truffa, cinque li ha assolti per rito abbreviato e solo sei andranno a giudizio ma non per tutti i capi di accusa. Parliamo quindi di un'inchiesta flop, simile nei risultati a quelle che a fatica e rilento stanno andando in porto un po' in tutta Italia. Certo, abbiamo ancora in mente i casini combinati nel Lazio da Batman-Fiorito, a Milano da Trota-Bossi e tanti altri casi di mascalzoni. Ma evidentemente non è vero che i politici sono «tutti ladri» come hanno voluto farci credere le procure (ieri, per esempio, è stata archiviata l'inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa sull'ex presidente del Pd campano Stefano Graziano). Inseguendo migliaia e migliaia di scontrini di caffè e ricevute di ristoranti come fossero carichi di cocaina abbiamo intasato i tribunali, speso una montagna di euro ben più grande del presunto maltolto, sputtanato persone e istituzioni, e tutto questo per cosa? Sei rinvii a giudizio nelle Marche, qualcun altro qui e là (e non è detto che questi signori saranno alla fine condannati). Io dico che anche un solo scontrino non a norma di legge è una vergogna ma altra cosa - e ben più grave - è fare perdere a cuor leggero e con una buona dose di dilettantismo la fiducia dei cittadini in chi ci amministra. Se poi la conseguenza è di consegnare alla Raggi e alla sua banda di boy scout un po' bugiardi il governo oggi della capitale e, forse, domani del paese, allora ti viene il dubbio che il vizietto della magistratura di fare politica selettiva non sia solo una fantasia. Quel «tutti ladri» è un cancro, spontaneo o indotto non lo so. Ma è un cancro.

Una banda di ballisti. Quello che sembrava un partito granitico oggi appare come un castello di carte a cui una manina, forse interessata, ne ha sfilata una. Da banda degli onesti a banda dei bugiardi è stato un attimo, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 7/09/2016, su "Il Giornale". Richard Nixon, presidente degli Stati Uniti, cadde su una bugia. Un suo successore, Bill Clinton, rischiò la stessa fine e si salvò in extremis solo perché si pentì e chiese scusa in tempo. Margaret Thatcher sull'argomento aveva un'idea più femminile: «Non si raccontano - ebbe a dire - bugie deliberatamente, diciamo che a volte bisogna essere evasivi». Virginia Raggi, neosindaco di Roma, Luigi Di Maio e tutta la banda dei Cinquestelle, travolti dallo scandalo della bugia sul fatto che nessuno sapeva che una loro assessora era indagata, sono quindi in buona compagnia. Del resto perché sorprendersi di un politico bugiardo? Machiavelli, già cinquecento anni fa, inseriva la menzogna tra le arti di cui un principe deve essere dotato se vuole ben governare. Il problema nasce quando sul malcapitato si accende il faro del sospetto, perché secondo gli esperti, per provare a coprire una bugia - esattamente come accade tra marito e moglie fedifraghi - è necessario raccontarne almeno altre sette. Che è esattamente quello che sta succedendo in queste ore nei piani alti del partito di Grillo, tra accuse e difese, sospetti e veleni incrociati. Quello che sembrava un partito granitico oggi appare come un castello di carte a cui una manina, forse interessata, ne ha sfilata una. Da banda degli onesti a banda dei bugiardi è stato un attimo. E adesso si fa dura, perché, come dice un antico proverbio russo, con le bugie si può andare avanti ma mai tornare indietro. E quindi addio per sempre verginità, addio purezza, addio diversità, addio a tutte le fregnacce che ci siamo dovuti sorbire in questi anni. Il Cinquestelle non è il partito Bengodi, non lo è mai stato e mai lo sarà, è semplicemente una casta che sta tentando di scalzarne un'altra. Con l'aggravante dell'inesperienza e dell'incapacità che si sono dimostrate maggiori del previsto, non solo a Roma ma in tutte le città in cui sono stati messi alla prova. C'è da gioire di tutto questo? No, per niente. Milioni di italiani sono stati ingannati dal moralismo di un comico e da un gruppo di ragazzini; Virginia Raggi, se come probabile resterà in sella grazie a qualche espediente mediatico, sarà un sindaco dimezzato, bugiardo e inaffidabile. E parliamo del sindaco di Roma capitale, non so se mi spiego.

A Roma si schianta la "superiorità" grillina. È caduta la maschera, scrive Alessandro Sallusti, Martedì 6/09/2016, su "Il Giornale". La sindaca Virginia Raggi e la sua assessora Paola Muraro hanno mentito ai romani e a tutti gli italiani. Ieri la prima cittadina di Roma non ha potuto che confermare l'indiscrezione da noi pubblicata, e cioè che entrambe erano a conoscenza fin da luglio che la procura aveva iscritto la Muraro sul registro degli indagati. Non è quindi vero che «nessuno sapeva», come sostenuto fino a poche ore fa. Dopo quelli sugli indagati colpevoli a prescindere e sugli stipendi da fame, cade così un altro dei dogmi sui quali i grillini hanno costruito la loro fortuna, quello della trasparenza senza se e senza ma. Proviamo a riepilogare. In due mesi di giunta Raggi (si fa per dire non avendo fatto un tubo) abbiamo imparato che: essere indagati non deve comportare conseguenze politiche automatiche e che un sindaco Cinquestelle può affidare incarichi delicati a persone sotto inchiesta; un manager pubblico va pagato per quello che si presume valga, anche centocinquanta-duecentomila euro se lo si ritiene; si possono nascondere ai propri elettori fatti sgradevoli - oggi tipo avvisi di garanzia, domani chissà - se nuocciono all'immagine del partito o dell'ente che si presiede; le guerre di potere interne a un movimento contano e valgono più dell'interesse comune; centri di potere possono raccomandare con successo nominativi da piazzare in posti strategici della pubblica amministrazione. Insomma, in poche settimane Virginia Raggi ha distrutto il sogno di qualche milione di italiani che ingenuamente pensavano di aver trovato nei Cinquestelle il rimedio a tutte le storture della politica e ai mali del paese. Ciò non toglie che forti del consenso ottenuto dal sessanta per cento dei romani, la Raggi e i suoi devono andare avanti, o almeno provarci. Ma che la smettano di romperci i santissimi con la loro presunta superiorità etica e morale che ovviamente non è mai esistita se non nelle battute del fondatore-comico. Devono cambiare postura e linguaggio, via quei sorrisetti allusivi da primi della classe. Che tirino su le maniche e immergano le mani nella melma della capitale. Come disse il grande Rino Formica «la politica è sangue e merda». Quindi fuori educande, signorini, pretini e perditempo. E anche belle signore e signorine dalla lacrima facile e dalla retorica dozzinale. Per governare Roma servono uomini, magari in gonnella, ma uomini.

Adesso togliete una stella ai Cinque stelle, scrive Salvatore Tramontano, Venerdì 16/09/2016, su "Il Giornale". Se le stelle sono un simbolo di qualità i grillini ne stanno perdendo almeno un paio. Non un partito di lusso che mette in rete le migliori energie di questo Paese, ma una mezza topaia tirata su da un brillante capocomico e dalla sua compagnia di egocentrici arruffoni. Roma da questo punto di vista non perdona. È come uno specchio magico, svela chi si para davanti, poi magari digerisce di tutto, ma i difetti del potere li mette a nudo. Quasi sempre nel suo millenario cinismo lascia fare, non si ribella, continua a campare, però smaschera gli angeli e gioca a scopone con i diavoli. C'è stato di peggio dei grillini, ma pure con loro non può fare a meno di gridare la verità: quelle cinque stelle sono una patacca. C'è un sindaco che si farà anche chiamare sindaca, ma che ogni giorno dimostra come tra il peggiore sindaco e una sindaca a cinque stelle non ci sia una gran differenza. Dopo tre mesi ha una giunta con nove poltrone vuote, l'emergenza rifiuti di nuovo sul tavolo, ma soprattutto per le strade e il suo Movimento che non vede l'ora di rinnegarla. Roma, per i Cinque stelle, doveva rappresentare la prova capitale, l'esame di ammissione al governo. Bene, come al solito Roma non ha tradito la sua storia di dissacratrice, svelando al Paese il vero volto dei grillini. Indagati in giunta, l'assessore Muraro. Bugie spacciate per verità e mail nascoste, Di Maio. Senatori in rivolta nemmeno fossero senatori pd. Il direttorio che perde la direzione. Vertici segreti alla faccia della trasparenza. Il Movimento unito soltanto da coltellate e correnti, al punto che Grillo sembra il Cavaliere, ufficialmente appoggia la Raggi, in segreto, dicono i bene informati, dà il via libera alla deputata Lombardi, accesa rivale della sindaca, per un post su Facebook in cui attacca il braccio destro della Raggi: Marra è un virus che infetta il Movimento. Non sappiamo se il virus sia Marra, di sicuro, però, il Movimento è già infettato. Ha fatto buchi nella Rete, ha trasmesso il veleno del sospetto a quasi tutti gli eletti, sempre meno lucidi, vedi i congiuntivi sbagliati e gli errori di geografia, sempre più nemici di se stessi. Tanto che la Raggi è spesso sul balcone del Campidoglio, l'unica iniziativa che attesti che effettivamente è lei la sindaca di Roma. Salvatore Tramontano

Roma, ecco le lobby che hanno avvelenato il Campidoglio. I gruppi di potere in passato hanno affiancato un po’ tutti: da Alemanno a Mastella. Per poi infiltrarsi tra i nuovi vincitori del Campidoglio. E infettare la giunta di Virginia Raggi, scrive Emiliano Fittipaldi il 12 settembre 2016 su "L'Espresso". Per capire chi e come ha infettato la giunta di Virginia Raggi spostandola su territori che Beppe Grillo ha definito ai suoi «oscuri e pericolosi» per il futuro della sindaca e dell’intero M5S, non bisogna fare un salto solo in piazza del Campidoglio. Ma spostarsi in moto dall’altro lato del Tevere, arrivare nel quartiere Prati e bussare a un elegante condominio di via Muzio Clementi, a due passi dalla Corte di Cassazione. È lì, infatti, che ha sede lo studio legale Sammarco, diventato in tre mesi la principale centrale strategica della giunta a Cinque stelle, il luogo in cui vengono (venivano, dopo l’intervento del leader e della Casaleggio associati) consigliate nomine e scelte politiche. Quella dell’ex capo della Raggi, Pieremilio Sammarco - fratello di Alessandro, storico avvocato di Berlusconi, Dell’Utri e Previti - è una delle tante influenze esterne che hanno infiltrato, fin dall’inizio, la squadra del sindaco. Un ascendente a cui va sommato quello di alcuni funzionari vicini alla destra, di ex finanzieri estranei al grillismo, oltre alle pressioni di lobbisti passati da Mastella a Pecoraro Scanio fino a Rutelli, che sono entrati in plancia di comando a fianco della sindaca. Correnti e personaggi spesso non allineati, l’un contro l’altro armati, che hanno o stanno ancora consigliano a una truppa ingenua e sbandata, tattiche politiche, piani di comunicazione, e che ha provato (riuscendoci) a piazzare assessori amici e funzionari compiacenti. Una classe dirigente che l’assessore uscente Carla Raineri, appartenente a una cordata perdente, ha definito «del tutto mediocre», e che – nonostante gli interventi tardivi dei vertici che hanno deciso di fare tabula rasa per ripartire da zero - può distruggere sul nascere l’esperienza pentastellata nella capitale d’Italia e, di conseguenza, minare l’intero progetto governativo dei grillini. Non è un caso, però, che le infiltrazioni di camarille e poteri lontani anni luce dal M5S siano spuntati proprio a Roma, una città - a differenza di Torino, Parma e Livorno - che da molto tempo ha superato il limite della governabilità. «Il “mondo di mezzo” cantato dal presunto boss di Mafia Capitale Massimo Carminati sembra indistruttibile e pronto a infiltrare la forza politica», chiosa un magistrato della procura di Roma. Già: i miasmi della Suburra – come dimostra il caso dell’indagine sull’assessore ai rifiuti Paola Muraro - sembrano impossibili da bonificare. Andiamo con ordine, partendo dai Sammarco. Grazie a Fiorenza Sarzanini del “Corriere” sappiamo che è stato Pieremilio, titolare dello studio dove ha lavorato la Raggi, a contattare l’amico e magistrato Raffaele De Dominicis per proporgli di diventare il nuovo assessore al Bilancio. Sammarco è un cognome che sotto il Colosseo rimanda, da sempre, a Cesare Previti: se nello studio dell’ex ministro azzurro pluripregiudicato la Raggi ha fatto pratica forense (omettendo di scriverlo nel curriculum), Pieremilio, prima di aprire il suo ufficio, lavorava proprio per Previti. Anche il fratello maggiore Alessandro, penalista e oggi consulente esterno dello studio del fratello, è legato a filo doppio con Forza Italia: ha difeso Dell’Utri, Previti e Berlusconi. «La Raggi la conosco ed è un’ottima collega. È una persona proba, può essere un ottimo candidato», disse lo scorso febbraio il legale dell’ex Cavaliere, che forse non sapeva che il suo sodale fosse indagato per abuso d'ufficio, macchia che ha costretto Raggi a levargli l'incarico dopo solo 24 ore. «Do solo qualche consiglio, De Dominicis lo conosco e credo sia persona preparata», ha detto Pieremilio dopo aver raccomandato il vulcanico magistrato contabile in pensione, famoso al pubblico per aver chiesto (senza successo) 234 miliardi alle agenzie Moody’s e S&P per una presunta manipolazione del rating dell’Italia e tra i colleghi per aver tappezzato i corridoi della Corte dei Conti del Lazio con una dozzina di quadretti di un suo amico pittore raffiguranti ammalianti sirene. Sarà. Ma il Richelieu della Raggi non solo era presente in Campidoglio in prima fila durante la prima riunione di giunta (stretto tra i genitori di Virginia, come uno di famiglia), non solo accompagnava l’allieva appena eletta alla messa nella basilica di San Giovanni lo scorso fine giugno, ma il suo studio si è anche attivato - durante la campagna elettorale - per favorire la raccolta fondi per la candidata. «Virginia, De Dominicis non può entrare in giunta», ha detto Grillo chiudendo la porta. Qualcuno crede che ci sia l’ombra dello studio Sammarco anche dietro la cavalcata di Raffaele Marra, fino a qualche tempo fa uomo ombra prima di Gianni Alemanno poi diRenata Polverini, diventato vice capo gabinetto della sindaca e fino a pochi giorni fa indiscusso agit prop del “raggio magico” che guida il Campidoglio. In realtà è stato il vicesindaco Daniele Frongia a presentarlo alla Raggi. Peccato che Marra sia non un funzionario qualunque, ma un ex ufficiale della Finanza che nel 2006 appese la divisa al chiodo diventando un fedelissimo di Alemanno. Che seguì prima all’Unire (come direttore dell’area “Galoppo” sotto le dipendenze di Franco Panzironi, poi arrestato per Mafia Capitale), poi al Comune, quando il gruppo dei “neri”  sloggia il centrosinistra dopo decenni di opposizione. È con loro che Marra acquista rapidamente potere. Diventa il capo del Dipartimento del Patrimonio, lancia strali a destra e manca cercando di fare pulizia, e quando rompe con il sindaco riesce a trovare riparo prima alla Rai berlusconizzata, poi alla Regione Lazio dove signora e padrona è l’ex sindacalista di destra Renata Polverini. Diventato a sorpresa, grazie alle buone entrature di Frongia, vicecapo di gabinetto ha prima chiamato nel giro che conta l’amico Salvatore Romeo (ora capo della segreteria della Raggi) e l’ex finanziere Gianluca Viggiano, poi ha cominciato una guerra sotterranea contro il suo capo, Carla Raineri, un magistrato che era stato voluto dall’economista Minenna come garanzia per entrare in giunta. Da giorni i bene informati raccontano che sia stato Marra a suggerire alla Raggi di mandare all’Anac di Raffaele Cantone un parere sulla delibera di nomina della Raineri, mossa che è stata usata come il grimaldello per farla dimettere. A parte avvocati considerati vicini alla destra previtiana e professionisti di stagioni chiacchierate, sono altre le lobby oscure che sarebbero riuscite a (ri)entrare in Campidoglio usando il passepartout del M5S. Almeno secondo le ipotesi investigative dei magistrati della procura di Roma, in effetti, l’assessore Paola Muraro sarebbe legata a doppio filo sia con l’ottavo re di Roma, Manlio Cerroni detto “Il supremo”, proprietario della discarica di Malagrotta e della ditta di smaltimento Colari (un uomo che ha spadroneggiato sia con il centrosinistra che durante il regno della destra) sia con la vecchia dirigenza dell’Ama, la municipalizzata per il trattamento dei rifiuti, composta dal duo Panzironi-Giovanni Fiscon, entrambi a processo per Mafia Capitale. Il pm Alberto Galanti, che ha iscritto la Muraro nel registro degli indagati per reati ambientali, vuole infatti capire se fu l’esperta la vera mediatrice degli interessi illegittimi di Cerroni e degli ex uomini di Alemanno travolti dall’inchiesta sulla mafia romana guidata da Salvatore Buzzi e Carminati. «Muraro? È una brava munnezzara con cui ci si intende», ha intanto chiosato maramaldo Cerroni, intervistato dal “Venerdì”. Non è tutto: la spazzatura e il nome di Panzironi fanno però capolino anche nella biografia segreta della Raggi, che per un anno e mezzo, tra il 2008 e il 2009, fu presidente per conto dello studio Sammarco di una società, la Hgr srl, di proprietà di Gloria Rojo, oggi dirigente in Ama ed ex segretaria proprio di Panzironi. Affaristi, ex fascisti, indagati eccellenti, grumi di potere che nessuno poteva immaginare potessero rispuntare grazie all’ascesa di Virginia. In verità prima del redde rationem di tre giorni fa dentro il movimento qualcuno si era già accorto che qualcosa non andava. Il gruppo della Raggi è stato infatti ostacolato dai big (Grillo ha chiesto inutilmente la testa di Marra fin dall’inizio) ed esponenti del direttorio più vicini a politiche di sinistra. È un fatto che Carla Ruocco, Paola Taverna e Roberta Lombardi abbiano cercato di consigliare figure diverse e che il sindaco, per coprirsi le spalle dal fuoco amico, abbia chiesto sostegno a Luigi Di Maio. Il quale ci ha messo la faccia rischiando di perderla, ma non è stato lui in prima persona ad occuparsi del Campidoglio: ha infatti delegato il “dossier Roma” al suo nuovo plenipotenziario, Vincenzo Spadafora. Un lobbista assunto qualche mese fa per gestire e curare i rapporti istituzionali del leader, che per scalare Palazzo Chigi ha deciso di parlare anche con mondi con cui il M5S non ha mai dialogato. Prima di organizzare incontri tra Di Maio e alcune società di lobbying e piazzare la sua amica Laura Baldassare all’assessorato al Sociale (i due fino a pochi mesi fa lavoravano insieme all’Unicef, di cui Spadafora è stato presidente), Spadafora ha lavorato per politici e ministri di ogni colore, passando dalla corte di Clemente Mastella (nel 1999 era nella segreteria del Campano Andrea Losco) a quella di Alfonso Pecoraro Scanio, di Francesco Rutelli, fino a quella del sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, grazie alla quale è diventato presidente delle Terme di Agnano spa. Intelligente, prudente (unico inciampo qualche intercettazione senza conseguenze penali con il capo della “cricca” degli appalti pubblici Angelo Balducci, con cui Spadafora interloquiva con espressioni tipo: «Presidente, comandi!»), capace e ambizioso, il lobbista è un tecnico (senza laurea) così moderato da riuscire a conquistare anche qualche esponente del centrodestra: non è un caso che nel 2011 riesca a diventare grazie a Gianfranco Fini e Renato Schifani il primo Garante per l’infanzia con stipendio da quasi 200 mila euro, il capo di un minuscolo carrozzone (10 dipendenti) la cui nascita fu voluta dall’allora ministro Carfagna. Quando capisce che Laura Boldrini non gli rinnoverà l’incarico e che i renziani, per lui, non muoveranno un dito, si sposta però sui Cinque stelle. In particolare punta tutte le sue fiches sull’amico Luigi, che ha conosciuto nel 2013 e che lo assume nel suo staff ad aprile, come capo delle sue relazioni istituzionali: finora il talento di Spadafora è stato impegnato soprattutto per costruire un cordone di sicurezza intorno alla sindaca romana: è lui a suggerire l’assessore Baldassarre, è lui a convincere Minenna a venire a Roma. «Noi avremo tutti contro, in due mesi ci siamo messi contro le lobby, come quella delle Olimpiadi», ha urlato Di Maio la settimana scorsa. «Diamo fastidio ai poteri forti ci vogliono fare cadere», ha insistito la Raggi qualche giorno fa. Ma il Campidoglio è andato a fuoco soprattutto per le azioni dei lobbisti a cinque stelle, e a causa di correnti avvelenate che hanno portato la nave di Virginia a un repentino naufragio. Ora tutto è stato resettato: ma non è detto che i miasmi della Suburra non portino presto nuove cancrene.

Così il braccio destro di Raggi faceva affari con l'immobiliarista della Casta. Il fedelissimo della sindaca Raffaele Marra, quando era direttore del Patrimonio e della Casa del Campidoglio in quota Alemanno, comprò un attico di lusso dal gruppo di Sergio Scarpellini. Ottenendo uno sconto di quasi mezzo milione di euro rispetto ai prezzi di mercato. In barba al conflitto di interessi: il costruttore, definito da Grillo «un evasore di Iva» e da Di Battista «un gentleman detto "er cavallaro"» fa business milionari con il Comune, scrive Emiliano Fittipaldi il 14 settembre 2016 su "L'Espresso". Sergio Scarpellini è un immobiliarista romano. Famoso per essere il costruttore preferito dalla Casta, perché proprietario di alcuni palazzi affittati per lustri dalla Camera dei Deputati a peso d'oro. Un imprenditore pieno di amici ed entrature importanti considerato, dai big del movimento Cinque Stelle, uno dei nemici pubblici numero uno della Capitale. Un simbolo plastico della “suburra” di affaristi che si arricchisce grazie ai politici e ai soldi pubblici, sempre a scapito dei contribuenti. Non a caso Beppe Grillo, in un post del gennaio 2015 dedicato ai «regali di Renzie ai grandi evasori» definiva Scarpellini «un evasore di Iva», mentre Alessandro Di Battista (dopo la battaglia vittoriosa del M5S per la rescissione di un contratto ventennale, quello di palazzo Marini, costato in totale «500 milioni di euro») lo definì letteralmente «un gentleman meglio noto come “er cavallaro”». È sorprendente scoprire, dunque, che il braccio destro di Virginia Raggi, l'ex vice capo di gabinetto Raffaele Marra (dopo la crisi della scorsa settimana in procinto di trasferirsi, pare, ad altro incarico apicale) nel 2010 abbia comprato un attico proprio da una società del gruppo dell'immobiliarista, ottenendo uno sconto di quasi mezzo milione di euro rispetto ai prezzi di mercato. Circa il 40 per cento in meno rispetto a un altro acquirente che, nello stesso periodo, prese da Scarpellini un appartamento gemello dirimpetto al suo. La compravendita di Marra fu perfezionata, tra l'altro, quando il dirigente era seduto - grazie agli eccellenti rapporti con l'ex sindaco Gianni Alemanno - sulla poltrona di direttore dell'Ufficio delle Politiche abitative del Comune di Roma e su quella, strategica, di capo del dipartimento del Patrimonio e della Casa, la prima ottenuta nel giugno del 2008 e la seconda a fine 2009. L'acquisto tra due privati dovrebbe escludere in teoria qualsiasi conflitto di interessi. Però Scarpellini era (ed è ancora) proprietario di sedi affittate direttamente al Comune di Roma con contratti a sei zeri, ed aveva (ed ha ancora) interessi su importanti aree edificabili che obbligano il gruppo a un rapporto costante (a volte complesso) con il Campidoglio e i suoi uomini. Basti pensare allo scandalo del palazzo a Largo della Loria, di proprietà di un ente pensionistico dei giornalisti, l'Inpgi, affittato dalla Milano 90 di Scarpellini per 2,1 milioni annui e poi subaffittata al Comune di Roma per 9,5 milioni nel 2008. O ai sei milioni annui che il Campidoglio ha dato all'immobiliarista per alcuni locali usati dall'assemblea e dal gabinetto del sindaco a Via delle Vergini, e fortunatamente restituiti. La sindaca di Roma Virginia Raggi difende senza indugio la sua assessora all'Ambiente indagata Paola Muraro e l'ex fedelissimo di Alemanno Raffaele Marra. La Muraro è stata collaboratrice dell'Ama per 12 anni, anche in tempo di Mafia Capitale. Marra quando era direttore del Patrimonio e della Casa del Campidoglio, comprò con uno sconto di quasi mezzo milione di euro un attico di lusso dal gruppo di Scarpellini, come rivela l'Espresso.it. Perché la sindaca continua a fare quadrato su due figure così difficili da digerire anche al suo Movimento? Chi c'è dietro di lei? “L'Espresso” ha consultato gli archivi dell'Agenzia del Territorio, scoprendo il giro di compravendite tra il costruttore e Marra, ancora oggi principale collaboratore della sindaca e definito qualche giorno fa «un bravo ragazzo» dall'assessore Adriano Meloni, nonostante gli attacchi di parte del direttorio grillino per il suo passato alemanniano. Il dirigente aveva deciso di trasferirsi nell'elegante residence dell'Eur all'Acqua Acetosa già a fine 2009, quando aveva firmato un rogito con la società Progetto 90 di Scarpellini. Allora la società aveva quasi finito di costruire i cinque palazzi di un complesso residenziale di lusso, con due piscine (una di 25 metri con lettini e ombrelloni e un’altra destinata ai bambini), comprensiva di palestra, videosorveglianza e guardiania H24 e un bellissimo campo da golf da 18 buche, non ancora ultimato. L'appartamento di cui Marra si innamora è uno dei più belli del mazzo: un attico su due piani di 168 metri quadri con doppio terrazzo (nella brochure di vendita si spiega che le fioriere sono «ad irrigazione automatica»), ingresso, soggiorno, cucina, ripostiglio, tre bagni e due camere. Gemello per valore catastale e metratura di quello comprato qualche mese prima da un imprenditore, che – documenti alla mano - aveva sborsato per un gioiellino (secondo la pubblicità sono tutti con «infissi in rovere, pavimenti pregiati in marmo o parquet a listoni in rovere, armadi a muro realizzati artigianalmente, cucine in marmo, bagni in marco con doccia o vasca idromassaggio, androni con boiserie e cornici in gesso, pavimento in travertino») più un box auto ben 1.204.000 euro Iva inclusa. Marra un anno dopo riesce a concludere l'affare della vita, perché davanti al notaio Claudio Togna e al figlio di Scarpellini, Emanuele, si mette in tasca una casa identica a soli 728 mila euro, con un risparmio di quasi mezzo milione rispetto a quello che il gruppo immobiliare considerava evidentemente prezzo di mercato. I due appartamenti sono nell'edificio E, quelli più alti. Facendo altri raffronti, è un fatto che Scarpellini venda a una ragazza, nell'edificio A, un appartamento della metà del valore catastale rispetto a quello di Marra quasi allo stesso prezzo: 676 mila euro. Stesso criterio, quello della dura legge di mercato, per il signor A.V., che è riuscito a ottenere un piano terra di sole 5 stanze a 724 mila euro. “L'Espresso” ha provato a chiedere all'ufficio acquisti il costo attuale di un attico nello stesso comprensorio: “Ce ne sono pochi invenduti. Ne abbiamo uno di 110 metri quadri calpestabili nell'edificio B, che è un po' più basso, più un grande terrazzo. Costa 1.350 milioni di euro, ma c'è un minimo di trattabilità. I prezzi li abbiamo abbassati, qualche tempo fa stavamo a 10 mila euro al metro quadro. Oggi stanno a nove». Marra ha comprato a circa 4.500. Un business da leccarsi i baffi. Ma ci sono altri particolari che rischiano di imbarazzare Raggi e il M5S. Il dirigente comunale, che ha già versato una caparra nell'ottobre del 2009, il 23 giugno 2010 salda la Progetto 90 srl con un assegno da 400 mila euro, a cui aggiunge quello ottenuto attraverso un mutuo da 250 mila euro della banca Barclays. Ma Scarpellini sembra aver preso davvero a cuore questa compravendita: lo stesso giorno, davanti allo stesso notaio, compra la vecchia casa di Marra, in tutto quattro camere di una modesta palazzina distante poche centinaia di metri dalla nuova residenza. Scarpellini per accaparrarsela gira a Marra un assegno da 400 mila euro attraverso la sua Progetto 90, stessa identica cifra che qualche minuto dopo Marra gira al gruppo Scarpellini per comprarsi l'attico. Un nuovo affare per il funzionario: Marra nel 2003 aveva infatti acquistato la sua prima casa in via Francesco Gentile attraverso una cartolarizzazione fatta dalla società SCIP: l'immobile era infatti dell'Inpdap. Nel 2003 il fedelissimo di Virginia la paga poco meno di 140 mila euro. Sette anni dopo Scarpellini la ricompra a prezzo triplo. Non sappiamo perché il costruttore fa, dopo il maxi sconto, un secondo favore al consigliere della sindaca. Scarpellini infatti non solo nell'appartamento non ci metterà mai piedi (vivendo in una stupenda villa sull'Appia Antica che fu di Silvana Mangano) ma se ne libererà appena possibile (un anno dopo) per 380 mila euro. Perdendoci dunque 20 mila euro. Non sappiamo nemmeno se negli anni Marra e Scarpellini siano rimasti in contatto. È un fatto che, dopo qualche screzio con Alemanno, Marra sia poi stato nominato (dal 2011 al 2013) dall'allora governatore della Regione Lazio direttore Regionale del Demanio e del Patrimonio. Anche l'ente oggi guidato da Nicola Zingaretti ha affittato immobili da Scarpellini. Finora nessuno conosceva gli affari immobiliari del fedelissimo di Virginia. Nemmeno Grillo, che lo considerava inadatto a fare il capo o il vicecapo di gabinetto già a luglio perché considerato troppo vicino alla destra romana. Marra è stato spostato a capo del personale del Campidoglio, con una insolita delibera a tempo che scadrà a fine ottobre. Si tratta di una poltrona di enorme peso che sovrintende su 24 mila dipendenti diretti, che arrivano a 60 mila se si considerano anche gli impiegati delle partecipate. Chissà se Raggi, dopo il nuovo scandalo, riuscirà a proteggerlo ancora.

La casa di Marra scovata dall'Espresso fa litigare il M5S: Lombardi-Ruocco contro Raggi. La notizia data dalla nostra testata sull'abitazione comprata con uno sconto di oltre mezzo milione da parte dell'ex vicecapo di gabinetto della sindaca 5 Stelle riaccende lo scontro tra i pentasellati, scrive R.I. il 15 settembre 2016 su "L'Espresso". La casa di Raffaele Marra riaccende la guerra tra le correnti del Movimento 5 Stelle. La notizia di una casa comprata dal costruttore Sergio Scarpellini con un maxi sconto da parte dell'ex vice capo di gabinetto della sindaca Virginia Raggi, rivelata da Emiliano Fittipaldi sull'Espresso, diventa un nuovo motivo di polemica tra le diverse anime dei pentastellati. La deputata romana dei 5 Stelle Roberta Lombardi, già membro del mini direttorio che doveva aiutare Virginia Raggi nella formazione della giunta ed è stato recentemente sciolto, condivide su Facebook la notizia dell'Espresso e lancia un ultimatum alla sindaca: "Qualcuno si è autodefinito "lo spermatozoo che ha fecondato il Movimento". Io penso che la definizione esatta sia "il virus che ha infettato il Movimento". Ora sta a noi dimostrare di avere gli anticorpi. PS: poiché la trasparenza è un valore del M5S, sono sicura che il sindaco Raggi pubblicherà subito i pareri dell'Anac in suo possesso sulle nomine di Marra e Romeo". Un commento durissimo che conferma i pessimi rapporti tra Lombardi e Raggi, già emersi nei mesi scorsi e culminati nelle "dimissioni" di Lombardi dal mini-direttorio romano in chiaro segno di protesta rispetto alle prime nomine della sindaca, tra cui proprio quella di Raffale Marra, ora spostato al personale. L'appello di Roberta Lombardi è stato condiviso anche da Carla Ruocco, membro del direttorio nazionale del Movimento e tra le più critiche sulle gestione del "caso Roma" da parte di Raggi e Luigi Di Maio. I primi e più votati commenti sotto i post da parte della base grillina prendono però le difese della sindaca e si scagliano contro le due parlamentari, accusate di stare danneggiando il Movimento con le loro uscite. "Questi Post autolesionistici fanno solo male a noi del Movimento", scrive Massimo, "Cancella il tuo post sarcastico e chiedi scusa, se ti rode qualcosa, parlane in privato con chi di dovere, ma non metterci tutti noi alla Gogna mediatica". "Questo post è vergognoso! Roma ha bisogno di essere salvata non di queste faide interne di merda!" chiosa Pasquale. La casa di Marra. Come ha rivelato l'inchiesta esclusiva dell'Espresso, Raffaele Marra per decisione di Gianni Alemanno nel 2010 siedeva sulla poltrona di direttore dell'Ufficio delle Politiche abitative del Comune di Roma e su quella di capo del dipartimento del Patrimonio e della Casa. In quell'anno ha acquistato un attico dall'immobiliarista Sergio Scarpellini, uno dei più vicini al potere romano e proprietario di molti palazzi affittati alle istituzioni capitoline, ottenendo uno sconto di quasi mezzo milione sul prezzo di mercato: circa il 40 per cento del valore complessivo della residenza.

M5S, le case degli uomini di Casaleggio pagate coi fondi pubblici del Senato. I Cinque Stelle hanno speso 160 mila euro per gli appartamenti dello staff comunicazione, 40 mila dei quali per il solo alloggio di Rocco Casalino, l’ex del Grande fratello. Anche se la normativa prevede che i soldi siano usati per “scopi istituzionali”, scrive Paolo Fantauzzi il 10 marzo 2015 su "L'Espresso". Contro gli affitti d’oro di Montecitorio il Movimento cinque stelle ha condotto una delle sue più popolari battaglie. Al motto di “Basta milioni spesi per gli uffici parlamentari, anche gli onorevoli devono fare la loro parte” (e stringersi se necessario), la Camera ha alla fine rescisso parte dei contratti di locazione sottoscritti con la società Milano 90 dell’immobiliarista Sergio Scarpellini. Non a caso il deputato Riccardo Fraccaro, protagonista della “campagna” in Ufficio di presidenza, l’ha definita «una delle più grandi vittorie politiche del Movimento». Solo che nel loro piccolo anche i grillini, che rivendicano orgogliosamente la loro diversità e morigeratezza, rischiano di impantanarsi proprio su una vicenda immobiliare. Dall’inizio della legislatura, ha ricostruito l’Espresso, al Senato hanno speso infatti 160 mila euro per pagare l’affitto di casa ai dipendenti della comunicazione, la cinghia di trasmissione tra lo staff della Casaleggio associati a Milano e il gruppo parlamentare di Palazzo Madama. Un manipolo di fedelissimi (qualcuno è arrivato a Roma direttamente dalla srl del guru), scelti "su designazione di Beppe Grillo" come recita il codice di comportamento degli eletti e che si è accasato in una delle più belle zone di Roma, compresa fra il Pantheon e via Giulia. L’affittuario più noto è il coordinatore dello staff Rocco Casalino, divenuto celebre come inquilino di un’altra casa: quella del Grande Fratello (all'interno della quale, in tempi pre-Movimento, si dichiarava convinto sostenitore di Rifondazione comunista). Quando a fine 2012 provò a candidarsi per le elezioni regionali in Lombardia, ai militanti che lo criticavano sul blog per il suo passato televisivo rammentò la dura infanzia in Germania, in un piccolo appartamento dove il padre "per risparmiare non accendeva mai i riscaldamenti". Tempi quanto mai lontani, fortunatamente: dall’estate del 2013 l’ex gieffino ha trovato insieme a un collega il suo buen ritiro al quinto piano di un bellissimo palazzo secentesco in via di Torre Argentina, fatto costruire da una nobile casata viterbese e da due secoli di proprietà di una storica famiglia romana. Una stupenda casa a due passi dal Pantheon: per le sue due camere, il salone e i due bagni il gruppo parlamentare ha speso finora 40 mila euro di affitto. Altri 50 mila euro, invece, sono andati per la pigione di un grande appartamento abitato fino allo scorso autunno da altri tre dipendenti. Compreso - a quanto risulta a l’Espresso - il fedelissimo Nik il Nero, il camionista-videomaker divenuto celebre per i suoi editoriali politici girati nella cabina del suo tir. Anche in questo caso, un’abitazione assai blasonata: è infatti del conte Emo Capodilista, che - ironia della sorte - essendo fra i proprietari di Palazzo Grazioli, è anche padrone di casa di Silvio Berlusconi. Prima di lasciare Roma per Bruxelles, invece, il precedente capo della comunicazione Claudio Messora viveva in un grazioso monolocale dietro piazza Navona, anche questo all'interno di uno splendido palazzo nobiliare: 1.600 euro al mese per un quinto piano con angolo cottura. In tutto, circa 26 mila euro di affitto. Andati a un altro proprietario dal sangue blu: una nobildonna appartenente alla famiglia dei marchesi di Sambuci, sposata col discendente di una famiglia di conti partenopei di antico lignaggio. Solo nel 2014, ha ricostruito l’Espresso, il Movimento cinque stelle ha speso 100 mila euro per le case dei dipendenti della comunicazione. Ai quali vanno aggiunti altri 52 mila nel 2013, 8 mila di agenzia e altri 5 mila di utenze domestiche. Totale: 165 mila circa. Forse troppo per gli stessi grillini, visto che negli ultimi mesi è andata in scena una “spending review” che dovrebbe consentire loro di spendere meno per l’anno in corso: alla fine dell’anno scorso le case affittate erano cinque, i dipendenti che ci vivevano erano sei, e costavano 6.291 euro al mese. Ma se l’attenzione che i Cinque stelle riservano ai loro dipendenti è lodevole, il problema è che si tratta di fondi pubblici. Il Senato infatti eroga ai gruppi parlamentari una somma in base alla loro consistenza (2,5 milioni l’anno nel caso del M5S) ma i contributi, recita il regolamento all’articolo 16, “sono destinati esclusivamente agli scopi istituzionali riferiti all'attività parlamentare e alle attività politiche ad essa connesse (…) nonché alle spese per il funzionamento dei loro organi e delle loro strutture, ivi comprese quelle relative ai trattamenti economici del personale”. Insomma, in teoria il denaro non potrebbe essere utilizzato per stipulare contratti di locazione a uso abitativo ma solo per pagare gli stipendi dei dipendenti. Se poi il Movimento ritenesse la casa un benefit indispensabile, potrebbe sempre aggiungere un extra in busta paga. Come accade alla Camera, dove per alcuni dipendenti è previsto un rimborso a piè di lista per l’affitto (peraltro sottoposto a tassazione). E che l’alloggio non rientri nelle fattispecie previste sembra confermarlo indirettamente il fatto che l’anno scorso questa spesa è stata inserita sotto la voce “godimento di beni terzi”. «Era quella che ci si avvicinava di più» spiega a l’Espresso il senatore Giuseppe Vacciano, ex tesoriere del gruppo: «E comunque quella dell’affitto è una clausola prevista nel contratto come fringe benefit, penso ci sia poco da fare…». Nel 2014 il rendiconto del M5S ha superato il controllo di conformità ma la società di revisione (la Bdo) ha rammentato nella sua relazione come “la verifica dell’inerenza delle spese documentate agli scopi istituzionali per i quali i contributi sono erogati ai gruppi parlamentari è demandata al Collegio dei questori ed esula dalla nostra attività”. Le cose adesso potrebbero cambiare e sul prossimo rendiconto rischia di abbattersi la censura dei tre senatori chiamati a controllare i bilanci dei gruppi (una è la grillina Laura Bottici), che pure lo scorso anno non hanno sollevato obiezioni. «Di recente c’è stata una segnalazione su questo aspetto e, se fosse confermata, siamo intenzionati a chiedere chiarimenti espliciti e approfondimenti» dice a l’Espresso il senatore-questore Lucio Malan. "Il rischio, nel caso le motivazioni addotte dal Movimento cinque stelle non venissero accolte, è che al gruppo siano decurtati i soldi spesi finora per i contratti di locazione".

M5S, "Due misure tra Roma e Parma": Federico Pizzarotti contro Luigi Di Maio & Co. Il sindaco di Parma, ottenuta l'archiviazione nell'inchiesta per abuso d'ufficio, vuole le pubbliche scuse dei vertici del Movimento. Soprattutto da chi ha usato l'indagine «come pretesto per la sospensione». Ma il reintegro non è scontato, scrive Luca Sappino il 16 settembre 2016 su "L'Espresso". «Ora qualche sassolino dalla scarpa me lo toglierò». Federico Pizzarotti festeggia con un post su Facebook la richiesta di archiviazione arrivata nell’indagine a suo carico per abuso d’ufficio. «Sono contento, soprattutto per la mia città, per il Teatro Regio e per i miei concittadini», scrive perfettamente calato nel ruolo di sindaco. Ma anche il militante 5 stelle che è in lui è sicuramente contento. E infatti prende subito il sopravvento. Perché Federico Pizzarotti, come noto, è stato sospeso dal Movimento 5 stelle, accusato di aver nascosto la notizia dell’inchiesta. Inchiesta che lui ha sostenuto di non dover rivelare perché frutto - come ripete oggi - «di esposti delle opposizioni privi di contenuto». «Sapevamo di aver agito in massima coscienza», dice il sindaco pensando alle nomine del Teatro Regio. Pizzarotti ora vorrebbe le scuse, quindi, e non tanto dell’opposizione quanto dei suoi colleghi di partito. E vorrebbe spendere il credito acquisito per quella che ritiene un’ingiusta gogna, poi, nella partita per l’organizzazione del Movimento. La richiesta di Pizzarotti su questo è la stessa di sempre: il sindaco di Parma vuole un’assemblea pubblica che meglio decida regole e cariche, una cosa così simile a quello che i vecchi partiti chiamerebbero congresso. Ma prima vuole le scuse, il reintegro e una pubblica ammenda da celebrarsi nella sua Parma. «Questa indagine», dice, «per i vertici nazionali del Movimento, è stata una scusa». Un pretesto per la sospensione. L’indagine, continua il sindaco, è diventata «il pretesto per metterci in difficoltà: peccato si sia trasformata in un boomerang per chi ha dato giudizi sprezzanti sulla nostra situazione». A partire da Luigi Di Maio, dunque, «che ora si ritrova in una condizione a Roma che è sotto gli occhi di tutti». La vicenda di Pizzarotti si intreccia così con quella di Virginia Raggi e sull’inchiesta che coinvolge l’assessore Paola Muraro e che sia Raggi che Di Maio hanno per settimane tenuto segreta. Di Maio ha spiegato - ma solo quando sono usciti gli sms e le mail - di averlo fatto perché pensava che l’indagine fosse solo lo sviluppo di un dossier presentato in procura dell’ex Ad di Ama, Daniele Fortini, di area Pd. Ma qual è la differenza con la valutazione di Pizzarotti? «Non andava sospeso Di Maio come non andavo sospeso io, ma è evidente che si sono usate diverse misure per Roma e Parma», dice il sindaco, attorno al quale c'è un'area di dissenso che è cresciuta molto in queste settimane. E che crescerà ancora se, come sembra, i vertici del Movimento si dimostreranno effettivamente intenzionati a non reintegrare Pizzarotti, non prima di averlo fatto penare ancora, sostenendo che il problema non è l’effettiva responsabilità nell’inchiesta ma la mancanza di trasparenza nella comunicazione. Pizzarotti sa però che è questo il momento in cui può ottenere qualcosa. Ecco perché si vuole mostrare superiore, e dice che le scuse non gli interessano (anche se poi dice che il reintegro «non può avvenire via mail»): «Mi interessa un'apertura reale», dice, «a me interessa si cambi rotta, perché ho a cuore il futuro del Movimento che rischia invece di essere divorato da lotte intestine e correnti». E se poi il reintegro veramente non dovesse arrivare, dice il sindaco all'Adnkronos, «valuteremo cosa fare». Ma certo, «sarebbe ancor più evidente l'inadeguatezza dei presunti vertici e la loro incapacità di gestire queste situazioni». «Non c'è volontà di decidere, probabilmente, perché si ha timore del giudizio degli attivisti», continua il sindaco, che si augura comunque «che il direttorio torni sui suoi passi e venga a Parma a chiarire». «Altrimenti sarà un ulteriore boomerang per tutti loro».

Da Casaleggio a Casalino, così cresce il potere dell'uomo-ombra a 5 stelle. Nella crisi del movimento di Beppe Grillo l'ex Grande Fratello è ora regista della comunicazione. E di molto altro. Perché non vi sono ormai aree sulle quali non abbia un ascendente, scrive Susanna Turco il 12 settembre 2016 su "L'Espresso".  Nel bel mezzo della bufera che sconvolge il Movimento, lui sembra aver stretto un patto con il demonio. Rocco Casalino, 44 anni, ingegnere elettronico, semidio talebano dell’ortodossia grillina, è infatti oggetto di un fenomeno tutto particolare: più nei Cinque stelle aumenta il caos, e più il suo potere invisibile cresce. Per il capo dei capi della comunicazione M5S, colui che porta nel mondo il verbo di Casaleggio, è una danza sul bordo dell’effimero. Col delirio di Roma, poi: figurarsi. Ma intanto, dai e dai, il suo ruolo pare assurto a parodia dell’investitura di un cavaliere medievale: “Coordinatore della Comunicazione Nazionale, Regionale e Comunale del Movimento Cinque stelle, Portavoce e Capo comunicazione del Gruppo M5S al Senato”. Così recita la più recente definizione ufficiale di ciò che fa, da lui diffusa a destra e a manca. Accipicchia. Non vi sono ormai aree del movimento sulle quali Casalino non abbia un ascendente. Via via s’è fatta universale, tra i parlamentari, la platea di quelli che rispondono: «Chiedi prima a Rocco». C’è chi arriva a definirlo spin doctor, chi al contrario argomenta l’incapacità a grandi strategie. Ad ogni buon conto, lui parla poco, scrive ancora meno - vanta sei lingue straniere, gli invidiosi sostengono zoppichi giusto in italiano - ma via WhatsApp si fa intendere alla perfezione. La sua missione di penombra corre parallela a quella più arruffata e allegra del popolo dei militanti, e in fondo anche degli eletti: mentre gli altri festeggiano o discutono, conquistano voti o li perdono, lui - l’anima oscura - se ne sta dall’altro lato della sala, pronto a mettere in scena il prossimo gioco, il prossimo espediente. Una volta è la gara del silenzio o l’arte della fuga, come nei giorni più neri del caso Muraro, quando non si trovava parlamentare disposto a dire alcunché; un’altra è l’effetto uomo invisibile, come accadde al senatore Alberto Airola nei momenti difficili delle Unioni civili, quando Casalino in pratica lo fece sparire dai radar; in taluni casi speciali - come per esempio quando scoppiò il caso di Quarto - sono pure i quattro cantoni, anzi tre (Di Maio, Fico, Di Battista), spediti contemporaneamente su diverse reti tv a parare i colpi. Quale che sia quello prescelto, il gioco sarà eseguito con cortese e spietata determinazione. Perché Casalino, col suo passato trash tra scuderia di Lele Mora e litigate in tv, notorietà e oblio, ha un passo cinico che gli dà una misura d’assoluto in ciò che fa. Se tace, se mente, se giura vendetta: indietro non torna. Del resto è così, raccontano, che entrò nelle grazie di Gianroberto Casaleggio: con una esibizione di fedeltà talmente marcata da non poter esser ricambiata altro che con incondizionata fiducia. Anche se poi altri, nemici del popolo di certo, la spicciano così: «È solo ruffianeria». Ha funzionato alla perfezione, comunque. Casalino è alla fine il più longevo dei comunicatori, li ha fatti fuori tutti: Caris Vanghetti, il primo che introdusse i grillini alla Camera, Daniele Martinelli, che durò pochissimo, e poi Nicola Biondo, Claudio Messora, di cui cominciò come vice. Pugliese nato in Germania, cresciuto e diplomato nella bianca Ceglie Messapica (Brindisi), laureato a Bologna, ha vissuto dieci anni a Milano e per questo tutt’ora si definisce milanese. È stato marchiato a fuoco dalla partecipazione alla prima edizione del Grande Fratello, quella condotta da Daria Bignardi. I Cinque stelle sono la sua seconda, o terza, incarnazione, ma la televisione è da sempre il suo specchio, la telecamera il suo metro. Ai tempi del GF Casalino l’ha subìta: poi ha lavorato per dominarla. Ci ha messo quindici anni a passare da uno status all’altro e oggi è lui a concedere la presenza del grillino in un certo studio televisivo, o evento giornalistico in genere. Esempi a iosa, dei suoi diktat o “regolette” memorizzati da autori e giornalisti: «pollaio mai», «niente contraddittorio», «per i big solo faccia a faccia», fuori gli altri ospiti, in studio ce ne possono essere «massimo tre», «massimo quattro»; il Cinque stelle deve essere l’unico di opposizione; e comunque per i politici, come per i giornalisti, vi è una black list di indegni (per esempio personaggi come Daniela Santanché e Maurizio Gasparri sono vietatissimi). Raccontò Casalino al “Quotidiano di Puglia”, nel lontano 2000, che nella casa del Grande Fratello, «le telecamere rappresentavano qualcosa di soprannaturale, un dio che ti controlla». Di qui l’evoluzione: nella vita dei Cinque stelle, ora è Casalino che controlla. In un completo capovolgimento di fronti (da controllato a controllore) di uno che da ragazzo ha dato la propria vita in pasto alle telecamere e adesso, per contratto, manda in televisione le facce e le reputazioni altrui. Con l’ambizione finale di essere diventato lui, il grande occhio che tutto vede e giudica. Un semidio, appunto. Ce ne è abbastanza, per abbozzare la trama di una specie romanzo di formazione, tra reality, social e blog? E dire che tante volte Casalino ha invocato il diritto all’oblio: «Non giudicatemi per quello che sono stato, ma per quello che sono». Eppure, altro che inchiodarlo: il passato è la sua chiave di volta, è ciò che l’ha mandato avanti. Altro che ingegneria. Tanto più che poi lui quasi sempre di televisione si è occupato: oltre a Mediaset, ha lavorato per Vero Tv, Telenorba, Telelombardia. Quando approdò ai Cinque stelle, se ne giustificò: «Sono un giornalista televisivo, purtroppo, e questo mi porta a dover andare spesso in televisione: sono praticamente in onda da dodici anni tutti i giorni, solo che su televisioni minori», chiariva nel dicembre 2012, quando il Movimento lo rifiutò come candidato in Lombardia. Ancora, in effetti, discettava di ex grandi amori cubani davanti alle telecamere di Vero tv, chiarendo di aver “capito che mi innamoravo senza razionalizzare”. Con la calata a Roma, appresso a Vito Crimi, dal 2013 in poi ha smesso. Conquistandosi la fiducia dei Casaleggio e anche, di riflesso, quella del cofondatore Grillo (che lo chiama “Casa”) al punto - dicono - da convincerlo ad andare ospite da Vespa, nel 2014, e riuscendo poi persino a non farsi poi cacciare per il madornale errore strategico e comunicativo. Che poi era solo l’inizio di una serie: visto con gli occhi di oggi, una bazzecola.

La gabbia delle stelle. Le parole che imprigionano il M5s nella torre in cui si è rinchiuso e senza le quali diventa altro da sé. I drammi politici del primo autunno grillino orfano di Casaleggio. Il catalogo di Marianna Rizzini il 19 Settembre 2016 su “Il Foglio”. Erano stati immaginati come prodotti a freddo, i Cinque stelle, cellule bioniche da crio-laboratorio del “Dottor Creator”, lo scienziato pazzo dell’omonimo vecchio film con Peter O’Toole. Ed erano usciti dalla mente di Gianroberto Casaleggio, guru prematuramente scomparso, come esperimento di futuribile utopia: il governo dal basso, la Rete che tutto livella, l’ossessione del governo iper-controllabile della cosa pubblica, scatola di vetro ottenibile dopo aver aperto la “scatola di tonno” (il Parlamento nelle metafore del comico, padre co-fondatore e leader Beppe Grillo). Solo che, ai primi passi mossi fuori da internet, ci si era subito accorti, anche e soprattutto nel crio-laboratorio casaleggiano, che il film di fantascienza non era più un film, e che la creatura, buttata a nuotare nella realtà, era imperfetta, nervosa, scalabile. Il nitore da Pianeta Gaia – nitore teorico – era stato presto reso meno lucente dalle piccole (umane) ambizioni, debolezze, cialtronerie, resistenze e fantasie, e dall’ineliminabile necessità del compromesso. E così, per poter fare sì che la creatura continuasse, almeno in apparenza, ad assomigliare all’utopia (già per molti aspetti distopia), ci si era ancorati, a partire dai vertici e giù giù fino agli eserciti su Twitter, ad alcune parole-chiave, poi rivelatesi parole-gabbia. Parole che tuttora imprigionano il M5s nella torre in cui il Casaleggio-demiurgo l’aveva pensato e a un certo punto rinchiuso, come per proteggerlo dalla contaminazione esterna. E oggi, a una settimana dalla festa nazionale a cinque stelle (il 24 e 25 settembre, a Palermo), la prima celebrata nell’assenza del guru, restano sulla scena il vincolo e il dilemma: senza quelle parole-gabbia i Cinque stelle non sarebbero più tali, ma legati a quelle parole rischiano l’implosione. Eccole.

Direttorio. Parola-confine tra un prima e un dopo (prima e dopo il primo scontro con la realtà, tra il 2013 dello Tsunami e il 2014 della disillusione), al tempo stesso rimedio e deroga alla purezza impossibile. Era il novembre 2014, Beppe Grillo si era a più riprese dichiarato “stanchino” e la diarchia con Gianroberto Casaleggio si era rivelata inadatta a contenere spinte centrifughe e sotterranee lotte locali di poteri. Due erano, allora, le linee di pensiero sull’idea di creare un corpo intermedio nel Movimento: i puristi erano convinti che fosse l’inizio della fine, i “riformisti” che fosse l’unico modo per risolvere le aporie. E alla fine la “base” degli iscritti aveva votato sul sito del comico, e approvato la nascita del Direttorio con il 91 per cento dei consensi (ma ai vertici restavano i dubbi, come scriveva ieri su Repubblica Annalisa Cuzzocrea, anticipando l’uscita del libro-rivelazione dell’ex cinque stelle Marco Canestrari, convinto che il Movimento sia “finito con la nascita del Direttorio”, un “errore” in qualche modo “imposto” a Casaleggio). Era l’autunno dello scontento 2014, le espulsioni di parlamentari avevano fatto mormorare gli attivisti e Grillo aveva annunciato la nomina di cinque garanti: Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Carla Ruocco, Roberto Fico, Carlo Sibilia, ognuno con il proprio carico di “deleghe”. Organismo accettato, il Direttorio, ma in qualche modo guardato con insofferenza da una parte degli attivisti (anche se che alla festa nazionale a cinque stelle di Imola, un anno fa, i “garanti” Di Battista e Fico si erano consegnati per due pomeriggi alle orde di militanti con cahier de doléances). Ora, con la crisi della giunta Raggi a Roma, le critiche a Luigi Di Maio per il mancato allarme sul caso Muraro e il parallelo sfaldamento del mini-direttorio che affiancava la sindaca, il Direttorio nazionale è guardato a vista, se non di fatto commissariato (nonché attraversato dalla linea invisibile di dissenso tra il vicepresidente della Camera Di Maio e gli altri, con Di Battista in mezzo). Si parla di far entrare altri parlamentari (prima fra tutti la front-woman televisiva Barbara Lezzi), di togliere la delega agli Enti-locali a Di Maio, di dare un ruolo alla pasionaria anti-Raggi Paola Taverna. Un corpo intermedio nel movimento degli “uno vale uno” è una contraddizione? Sì, però necessaria, è la tacita risposta che devono essersi dati i vertici m5s.

Trasparenza. In nome della trasparenza sono state vinte le elezioni dai Cinque stelle a Roma, ma per colpa della trasparenza non così trasparente i Cinque stelle rischiano di impantanarsi a Roma (ché anche nel M5s qualcuno si è accorto che non è possibile fare il sindaco – e il consigliere comunale o il deputato o il senatore – condividendo ogni singola ora e decisione con il cosiddetto “popolo della Rete”). Ma il problema è all’origine: se ti presenti come movimento dal basso che “aprirà il Parlamento come una scatola di tonno”, rendendo visibile ai più le presunte magagne della casta, e se pensi che la catarsi sotto streaming (vedi relativa voce) possa cancellare errori e contraddizioni, poi non ti puoi permettere che Luigi Di Maio “interpreti male” un’e-mail sull’assessora indagata Paola Muraro (e anche se Di Maio fa pubblicamente mea culpa su un palco in quel di Nettuno, il peccato di lesa trasparenza non verrà perdonato dagli attivisti e colleghi ortodossi). Precedente: il caso della sindaca di Quarto Rosa Capuozzo, espulsa dal M5s con l’accusa di non aver “comunicato” ai vertici le presunte minacce della camorra (corsi e ricorsi: anche in quel caso il Direttorio si era trovato nei guai, ché Capuozzo, dimettendosi e poi ritirando le dimissioni, aveva accusato il corpo intermedio del Movimento di “sapere” e non avere detto. Quando poi ci sono di mezzo gli stipendi (vedi voce relativa), l’ossessione della trasparenza può portare a conseguenze inimmaginabili (come a Roma, e con o senza intervento dell’Autorità Nazionale Anticorruzione). Che la trasparenza si sia fatta un po’ “matrigna”?

Streaming. Indispensabile compare della trasparenza, ma anche negazione di fatto della medesima. Lo si è capito fin dai primi episodi di streaming, casi in cui la ripresa in diretta di incontri o assemblee nascondeva invece di svelare (tutto sotto la telecamera diventa recita, mantra di autoconvincimento o melodramma – e le vere cose indicibili non vengono dette): era infatti la primavera del 2013 e Roberta Lombardi e Vito Crimi, primi “portavoce” grillini alla Camera e al Senato, incontravano Pierluigi Bersani, dando vita a un siparietto con gioco di ruolo (lei la “maestrina” annoiata che diceva di “non parlare con le parti sociali” perché il M5s era “le parti sociali”, lui il “poliziotto buono” che fingeva di dialogare). I due si erano poi ritrovati a ripetere la performance al cospetto di Enrico Letta, ma la differenza di fase politica e di caratteri tra Bersani (in fase di “scouting” intensivo) e Letta (in fase “professore all’ultima domanda dell’esame”), avevano reso il tutto ancora più surreale. Ma il massimo trionfo tragicomico dello streaming si era avuto qualche settimana dopo, quando il senatore Marino Mastrangeli era stato messo “sotto processo” per aver trasgredito al divieto di talk-show, partecipando alla trasmissione di Barbara D’Urso, ed era diventato star del web per la sua cinematografica autodifesa (“Sono come Bruce Lee, ne atterro cinquanta alla volta, ma essere processato per il gravissimo delitto di intervista giornalistica mi sembra una farsa”, aveva detto). A quel punto si era capito (alla Casaleggio Associati) che lo streaming andava dosato, tanto che le più sentite assemblee di parlamentari a cinque stelle si sono sempre svolte in assenza di telecamera. Rimane in piedi lo streaming didascalico degli eventi (normale diretta sul web). Guarda caso, la sindaca di Roma Virginia Raggi, controllata speciale del Movimento, spedisce on line asettici messaggi video in stile telenovela, ma dello streaming fa pochissimo uso.

Indagato. Croce e delizia del Movimento. Quando l’avviso di garanzia raggiunge i rappresentanti di altri partiti, infatti, la parola “indagato “viene dai Cinque stelle pronunciata con soddisfazione e durezza direttamente proporzionale alla fama di chi è stato raggiunto dall’avviso medesimo. Ma quando l’avviso colpisce un eletto a cinque stelle o una personalità scelta dai Cinque stelle, la questione si fa complessa: c’è di mezzo intanto la solita trasparenza (vedi relativa voce), che imporrebbe di comunicare al mondo qualsiasi fruscio di fogli in Procura. E c’è il tema etico delle “dimissioni” (vedi relativa voce) che aleggia come destino inevitabile, ma spesso evitato con vari distinguo – e magari con buonsenso – dall’indagato. A ogni indagato il suo (diverso) trattamento da parte dei vertici del M5s: si va dalla comprensione moderata per Filippo Nogarin, sindaco a cinque stelle di Livorno raggiunto da avviso di garanzia per una vicenda legata alla gestione dei rifiuti (“fiducia” accordata da Grillo), alla sospensione per mancata trasparenza del sindaco di Parma Federico Pizzarotti, reo di “non aver comunicato per tre mesi” – questa l’accusa dei vertici – la notizia dell’avviso di garanzia per le nomine del teatro Regio. “La trasparenza è il primo dovere degli amministratori e dei portavoce del Movimento 5 stelle” aveva detto Grillo in quel frangente (maggio 2016). Ma l’estate romana ha portato un nuovo caso: l’assessore Paola Muraro indagata, l’annuncio dell’indagine non dato tempestivamente, Luigi Di Maio messo sotto accusa proprio per sospetto momentaneo “nascondimento” del fatto. E una nuova voglia di garantismo ha preso piede tra i Cinque stelle tentati dal (vero) governo e dall’archiviazione dell’intransigenza pre-processuale. 335. Numero che si riferisce all’articolo del codice di procedura penale che disciplina l’iscrizione nel registro degli indagati, diventato il fulcro del caso Muraro a Roma: Virginia Raggi aveva chiesto a tutti i membri della giunta il certificato dei carichi pendenti ex articolo 335 c.p.p. Tutti “puliti”? Sì. Solo che poi la situazione per Paola Muraro era cambiata, causa indagine sulla gestione dei rifiuti. Seguiva commedia degli equivoci su “chi sapeva cosa”, con melodramma finale in quel di Nettuno.

Dimissioni. Parola complementare a “indagato”, con comune ondivago uso: si devono dimettere gli indagati di altri partiti, ma per i Cinque stelle dipende (diversa infatti la pressione per i suddetti sindaci indagati Filippo Nogarin e Federico Pizzarotti). Questione a parte: le dimissioni a catena nella giunta Raggi a inizio settembre (casus belli, lo stipendio dell’ex capo di Gabinetto Carla Raineri).

Stipendio, scontrini, soldi. Le tre “s” del Movimento: guai ad avere stipendi giudicati troppo alti (vedi caso Raineri a Roma), pena l’accusa di assimilazione alla casta; guai a non rendicontare (nel 2013 i neo-parlamentari si sentivano obbligati a mettere online anche il costo della pizza margherita); guai a non restituire una parte dei guadagni da deputato o senatore (i “restitution-day” sono i momenti più attesi dagli eletti a cinque stelle che vogliono essere considerati appunto “cittadini non della casta e lontani dal magna-magna”). I Cinque stelle che governano come sindaci (vedi la suddetta Rosa Capuozzo, sindaca di Quarto poi espulsa) fanno però a volte presente che un conto è la teoria, un conto la pratica: “… Guadagno 2.100 euro al mese, al netto del 10 per cento di decurtazione”, diceva Capuozzo, “non mi bastano neanche per pagare gli avvocati. I Cinque stelle volevano che rinunciassi alla metà dello stipendio, con un assegno di soli mille euro…”. Una volta messo piede nei Palazzi, ci si accorge che non tutta la propaganda sui “poveri ma belli” facilita l’espletamento delle pratiche governative (anzi).

Casta. Nemico teorico numero uno dei Cinque stelle, e canovaccio per comizi e interventi (specie in area Alessandro Di Battista). Nella pratica il nemico diventa meno minaccioso (se non inconsistente), ma non si può dire, pena l’ira dell’Attivista Indignato.

Staff. Misterioso e cangiante altro “corpo intermedio” a cinque stelle, composto di addetti-video, uffici-stampa, assistenti parlamentari, dipendenti della Casaleggio Associati. Se troppo irraggiungibile, può contribuire, presso le platee del web, alla messa in stato d’accusa per “castizzazione” (metamorfosi in casta) dell’intero M5s.

Scorta. Altro nemico pubblico, per derivazione dall’odio anticasta – ma da quando Virginia Raggi è sindaco sono ammesse eccezioni al divieto di scorta.

Post. Principale arma (a doppio taglio) a cinque stelle. Se Roberta Lombardi attacca su Facebook, Grillo può rispondere su blog (e viceversa). Via post si sono consumate le migliori guerre inter-grilline, ma alla fine anche il dover “postare” è diventata prigione per gli eletti (se non posti, potresti avere qualcosa da nascondere. “Vorrei ma non posto”, dice la canzone di J-AX e Fedez, ma per i Cinque stelle il “vorrei ma non posto” è periodo ipotetico dell’irrealtà).

Olimpiade. Manifestazione sportiva e ultimamente anche grimaldello per ricatti interni a cinque stelle. Nel caso Raggi, è “l’ordigno fine di mondo”, per dirla col Dottor Stranamore: se Raggi dice “sì” alla campagna per le Olimpiadi a Roma, non si sa che cosa potrebbe accadere presso gli eletti e gli attivisti del Movimento.

Referendum. Secondo “ordigno fine di mondo” la cui ombra si allunga contro il governo Renzi (in coordinazione con le altre opposizioni), ma anche ultima vestigia del passato purista casaleggiano: lo si invoca per qualsiasi cosa, in ossequio alla democrazia diretta.

Onestà. Parola una e trina, nel senso che viene di solito declinata per tre volte (“onestà / onestà / onestà”, come un tempo si urlava “Rodotà-Rodotà-Rodotà”, dal nome del prof. che i Cinque stelle volevano come presidente della Repubblica). Che l’onestà dia il titolo a una notte in piazza o faccia da sottofondo al discorso di insediamento di Virginia Raggi a sindaco di Roma, è feticcio ineliminabile e dai mobili confini: presunta disonestà potrebbe essere, agli occhi del Cinque stelle medio, persino un mancato post (vedi relativa voce).

Cortocircuito a 5 stelle, scrive Fabrizio Rondolino il 15 settembre 2016 su “L'Unità”. Se vince il No al referendum, Renzi deve fare un passo indietro: ma per me va benissimo andare al voto anche nel 2018. Magari si può trovare un altro premier, un governo di scopo e fare quindi la legge elettorale»: reduce dal giro estivo in scooter e forte della benedizione pubblica di “Beppe” in persona, Alessandro Di Battista torna in tv e si lancia nella grande politica. Intervistato da Lilli Gruber, martedì sera, annuncia una svolta epocale: i grillini scendono dalla montagna, e pur di mandare via Renzi sono disposti a fare un governo – “di scopo”, secondo la bizantina terminologia ereditata direttamente dalla Prima Repubblica – che cambi la legge elettorale e accompagni la legislatura alla sua scadenza naturale. Il caso vuole che sulla stessa rete, poco dopo, ci sia Pier Luigi Bersani ospite di Giovanni Floris. L’ex segretario del Pd, già umiliato in diretta streaming da Grillo tre anni fa, conclude il suo intervento con una dichiarazione sorprendente: «I 5 Stelle sono un partito di centro anti Casta. Io vorrei che ci fosse un centrosinistra largo capace, in un sistema tripartito, di cercare un dialogo col centro». Che non è il centro di Alfano e Casini, né tantomeno di Moro e Martinazzoli, ma, incredibilmente, quello di Dibba e Di Maio. Bersani non parla di «governo di scopo», ma il cortocircuito è immediato e inevitabile: a tre anni dal clamoroso fallimento del «governo di cambiamento» che l’allora segretario del Pd, dopo l’inaspettata sconfitta elettorale, avrebbe voluto guidare con l’appoggio del Movimento 5 stelle, eccoci tornati al punto di partenza. Per salutare il lieto evento, il Fatto di ieri esaltava il «cambio di linea e di visione» del M5s, sottolineava con simpatia «la corte dell’ex segretario Pd» e già pregustava una «maggioranza alternativa, impastata tra M5s, bersaniani e chissà chi altro». «Chissà chi altro» è un riuscito eufemismo per indicare Brunetta e Salvini, senza i quali non esistono maggioranze alternative a Renzi in questo Parlamento. Ma questo è un dettaglio, per statisti di quel livello. Il problema però è che ieri mattina Luigi Di Maio ha smentito categoricamente: «La linea del M5s non è cambiata, io e gli altri miei colleghi pensiamo che se dovessero vincere i No e Renzi dovesse dimettersi, allora il Presidente della Repubblica traccerà la strada. Ma abbiamo dei punti fermi: andiamo al governo con i voti degli italiani». E sul «governo di scopo» cala anzitempo il sipario. O no? Se sgombriamo il campo dalle ingenuità, resta però in campo una costante cui il M5s in questi anni non è mai venuto meno: dichiararsi in prima battuta disponibile ad un qualche accordo – è stato così sulle unioni civili, ma anche sull’Italicum – e poi, quando l’interlocutore mostra di voler fare sul serio, sfilarsi con il primo pretesto (o anche senza pretesto alcuno) per riprendere il bombardamento a tappeto. L’elementare giochino è utile a consolidare la purezza rivoluzionaria del movimento senza mai sporcarsi le mani né mettersi seriamente in gioco. Non più tardi di dieci giorni fa, del resto, un informato retroscena del Corriere della Sera raccontava di un Di Maio «disponibile» a rivedere in Parlamento la legge elettorale; neppure un paio di giorni dopo, lo stesso Di Maio – che ormai, da politico consumato, ha imparato a dire tutto e il suo contrario con la medesima configurazione dei muscoli facciali – ha definito Renzi «schizofrenico» per la sua disponibilità a modificare l’Italicum. In ogni caso, la politica italiana è lieta di dare finalmente il benvenuto alla Casaleggio Associati srl. Non c’è soltanto il «governo di scopo»: ci sono anche, alla bisogna, il «governo tecnico», il «governo istituzionale», il «governo delle larghe intese», il «governo del Presidente», il «governo-ponte», il «governo di tregua» e, se tutto ciò non bastasse, il mitico «governo balneare» della nostra adolescenza.

Cinquestelle: farsa e tragedia, scrive Simone Lenzi il 20 settembre 2016 su “L’Unità”. La storia si ripete: piccola tragedia a Livorno, grande farsa a Roma. Sulle pagine di questo giornale, nel dicembre 2015, avevo tristemente profetizzato che a Roma sarebbe successo esattamente quel che era successo a Livorno. Mi capitò di riparlarne a cena in Trastevere, con amici, in una bella sera d’estate: “Cosa vi avevo detto?”. Gli amici sbuffavano, ridacchiavano con sufficienza: “E basta con Livorno!”, “ma come fai a paragonare la tragedia di Roma con una piccola città di provincia?”, “ma smettila” etc. Molti di loro avevano votato per la Raggi. Facevano parte di quella sinistra delusa (da se stessa, immagino) per la quale ormai qualunque cosa va bene purché non sia il Pd. La smisi subito, un po’ perché preferisco mangiare cacio e pepe in pace, senza condimento di discussioni politiche, un po’ perché c’è un dato antropologico ineludibile, quando parli con i romani: per loro Roma è Roma e niente le somiglia, nel bene e nel male. Anche i problemi, come ce li hanno loro, non ce li ha nessuno. Vaglielo a dire che qualche giorno fa una bambina di tre anni, nella piccola Livorno di provincia, è stata morsa dalle pantegane in una casa popolare. Roma è e resta un’altra cosa. E va bene, dunque, non parliamone.

«M5S? Sono la casta degli anticasta». Parola di grillino della prima ora, scrive il 9 Settembre 2016 Caterina Giojelli su “Tempi”. Intervista a Marco Canestrari, ex braccio destro di Grillo e Casaleggio, oggi deluso. «Assistiamo a una guerra per bande». Per tutti è l’ex braccio destro di Grillo e Casaleggio, per anni si è occupato del blog del comico genovese e di curare, per conto della Casaleggio Associati, i rapporti con i MeetUp. Oggi Marco Canestrari vive a Londra, fa il programmatore informatico ed è ben contento di trovarsi «lontano anni luce» dalla «casta degli anticasta» sulla quale, anticipa a tempi.it, tutto quello che ha da dire verrà presto raccontato in un libro. Il suo è il punto di vista di un grillino della prima ora, che credeva in un progetto e che ora si sente tradito. «Sono stato per anni l’uomo che seguiva Beppe Grillo ovunque, dal colloquio con l’ambasciatore tedesco a quello con il presidente del Senato. Ho lavorato anni alla Casaleggio accanto a Gianroberto, ero il suo inviato agli incontri nazionali dei meet up, la cinghia di trasmissione tra loro, le cellule originarie del Movimento, e lui. Solo io e altre due persone sappiamo davvero cosa volessero Roberto e Beppe». Così disse in una intervista alla Stampa in aprile quando usò parole molto esplicite («sono il nuovo oscurantismo») per esprimere il proprio scoramento a proposito delle iniziative politiche del cosiddetto direttorio.

Canestrari, che ne pensa del bailamme romano? È sorpreso?

«Per nulla: alla Stampa avevo previsto che dopo le elezioni sarebbe scoppiata una guerra per bande, ed è puntualmente accaduto».

Lei cosa ha capito del caso Raggi-Muraro? E della posizione di Di Maio?

«Roma e la Muraro sono, al momento, il campo di battaglia di questa guerra per bande dentro il M5S. Su Di Maio, umanamente mi spiace che abbia problemi di comprensione dei testi scritti, come lui stesso ha dichiarato. Ho il sospetto che possa rappresentare un problema nella corsa verso Palazzo Chigi».

I principi non negoziabili del movimento sono: legalità, onestà, trasparenza. C’è stata una mutazione genetica? Come era nato e cosa è diventato il M5S?

«La mutazione c’è stata nel 2014, quando si è istituito il direttorio. Come e perché lo sto scrivendo in un libro».

Non era inevitabile il testacoda per un movimento che ha il dogma del “non partito”, orgoglioso del proprio digiuno politico?

«Non era inevitabile: chi ha scalato il MoVimento ha deciso di farlo diventare ciò che è oggi, per ambizioni personali. Ciò che forse era inevitabile è che il M5S diventasse così facilmente – e pericolosamente – scalabile, da dentro e da fuori».

Intanto sul blog di Beppe Grillo (che ha fatto una piccola autocritica: «Qualche cazzata, qualche cazzatina, la facciamo anche noi…») ci si divide tra chi accusa il M5S di comportarsi come i vecchi partiti e chi ritiene tutto un complotto. Sui social spopola l’hashtag #RAGGIrati che alimenta il coro delle opposizioni nei confronti del mandato Raggi. Che ne è di quell’ampia investitura popolare?

«È stata palesemente tradita. Gianroberto Casaleggio usava dire: «Un dubbio, nessun dubbio», cioè alla prima cazzata sei fuori senza appello. In questa vicenda è evidente l’atteggiamento ridicolmente autoassolutorio».

Per tanti anni lei si è occupato del blog di Beppe Grillo per conto della società che oggi presiede la comunicazione del MoVimento 5 Stelle. Fa ancora vita da grillino?

«Faccio il mio lavoro di sviluppatore web e mi interesso, dall’estero, delle vicende italiane, ben felice di essere lontano anni luce da quelle persone».

Definisca il “grillismo” oggi.

«La casta degli anticasta».

Raggi, Becchi: "In scena uno scontro fra donne. Grillo non ha leadership ed era solo marketing politico", scrive il 16 settembre 2016 Americo Mascarucci su “Intelligonews”. "A Roma sta andando in scena uno scontro fra donne. Questa situazione deriva dal fatto che il Movimento 5Stelle ha perso l'unico leader capace di tenerlo in vita unito, Gianroberto Casaleggio". Il filosofo Paolo Becchi ad Intelligonews fornisce la sua chiave di lettura sulle vicende romane, dagli attacchi della Lombardi al sindaco, alla telefonata con pianto della Raggi a Grillo sceso in campo in sua difesa.

Professor Becchi, la convince la ricostruzione della Raggi in lacrime che chiama Grillo per essere difesa dagli attacchi della Lombardi con tanto di minaccia di dimissioni?

"Mi sembra evidente che Grillo non possa permettersi questa situazione e tenti una difficile tregua. Quanto sta avvenendo in queste ore dimostra che oltre ad un conflitto politico c’è soprattutto un conflitto fra tre donne, Virginia Raggi, Roberta Lombardi e Paola Taverna. Le ultime due detestano chiaramente la Raggi che sta avendo eccessiva visibilità. E’ chiaro che nel momento in cui la Raggi dovesse realmente dimettersi si avrebbe la dimostrazione pratica che il Movimento 5Stelle non è in grado di governare né Roma, né l’Italia. Roma doveva essere la prova del nove per governare l’Italia. Ora tutti dicono che le vicende romane sono un caso isolato e che non c'entrano nulla con il Governo del Paese ma è chiaro come le vicende della Giunta Raggi stiano certificando l'incapacità dei 5S ad amministrare le grandi città. Ma lei si rende conto che a nemmeno cento giorni dalle elezioni sono cambiati già due assessori al bilancio e il posto in giunta è attualmente vacante? 

Ma secondo lei Grillo è in grado di superare questa situazione?

"Grillo non ha leadership. L'unico vero leader che il Movimento ha avuto è stato Casaleggio.  La sua parola non veniva mai messa in discussione da nessuno. Grillo seguiva a ruota Casaleggio. E' stato lui a creare in vitro personaggi come Di Maio, Di Battista e la stessa Raggi. Non doveva essere lei il candidato sindaco di Roma, è stato Casaleggio a costruire la sua candidatura in quanto donna e di bella presenza. E' stata un'operazione di marketing politico. E' chiaro che però in questo modo le altre donne si sono risentite. Di Casaleggio si può dire tutto ma non che non avesse capacità. E’ lui l’unico artefice del Movimento 5Stelle e dei milioni di voti raccolti. Grillo non è nessuno, non ha capacità. Come non le ha il figlio di Casaleggio".

Lo sa che è in uscita un libro di Marco Canestrari, ex braccio destro di Casaleggio, che annuncia rivelazioni clamorose sui 5Stelle? Si attende verità succulenti? 

"Non mi aspetto nulla di sconvolgente, anche perché quello che c'era da rivelare sul mondo 5Stelle l'ho già ampiamente rivelato io nel mio libro Cinquestelle e Associati dove, ben prima che Virginia Raggi fosse eletta sindaco, anticipavo ciò che sarebbe avvenuto in seguito. Il libro in uscita credo si soffermerà su aspetti secondari come i guadagni dei parlamentari e il loro essere casta in nome dell'anticasta. Io invece in tempi non sospetti ho anticipato lo spettacolo indecoroso che vediamo oggi mettendo in evidenza come il Movimento 5Stelle fosse peggiore degli altri partiti. Parlano di poteri forti che remerebbero contro la Raggi, ma solo loro i poteri forti, sono loro a farsi la guerra, si stanno auto distruggendo con le loro stesse mani. Grillo lo ha capito ma non riuscirà a salvare la situazione. Continueranno a prendere voti soltanto perché a Renzi al momento non c'è altra alternativa". 

I MORALISTI DEGLI AFFARI ALTRUI.

ONESTA’ E DISONESTA’.

1. Era una donna virtuosa, ma il caso volle che sposasse un cornuto. (Sacha Guitry)

2. L'amore ha diritto di essere disonesto e bugiardo. Se è' sincero. (Marcello Marchesi)

3. Proposta: "Facciamo il governo degli onesti!". "Già, e il pluralismo?". (Manetta)

4. Il socialista più elegante?  Martelli. Il più grasso? Craxi. Il più onesto? Manca!

5. Due manager discutono di come scegliere la segretaria e uno dei due dice di avere un metodo speciale tutto suo: "Io la ricevo in ufficio e le faccio trovare per terra un biglietto da 100.000 lire; poi con una scusa mi allontano e osservo quello che succede. La loro reazione è molto istruttiva". Dopo qualche tempo si reincontrano e il primo chiede: "Allora, amico mio, come è andata la scelta della segretaria?". "Ho fatto come mi hai detto: la prima ha raccolto il biglietto e l'ha messo velocemente nella sua borsetta. La seconda l'ha raccolto e me lo ha consegnato. La terza ha fatto come se niente fosse".  "E quale hai scelto?". "Quella con le tette più grosse!".

6. La disumanità del computer sta nel fatto che, una volta programmato e messo in funzione, si comporta in maniera perfettamente onesta (Isaac Asimov).

7. Convinto dalla tangente, il cerchio accettò di trasformarsi in quadrato. L'angolo invece rifiutò: era sempre stato retto e tale voleva restare.

8. Come ci sono oratori balbuzienti, umoristi tristi, parrucchieri calvi, potrebbero esistere benissimo anche politici onesti. (Dario Fo)

9. A volte è difficile fare la scelta giusta perché o sei roso dai morsi della coscienza o da quelli della fame. (Totò in "La banda degli onesti")

10. C'è un modo per scoprire se un uomo è onesto: chiedeteglielo. Se risponde di sì, è marcio. (Groucho Marx)

11. Se la canaglia impera, la patria degli onesti è la galera (proverbio italiano)

12. L'onestà paga. La disonestà è pagata. (Silvia Ziche)

13. Definizione di corrotto: vezzeggiativo politico. (S. M. Tafani)

14. Il segreto della vita è l'onestà e il comportarsi giustamente. Se potete simulare ciò lo avete raggiunto. (Groucho Marx)

15. Niente assomiglia tanto a una donna onesta quanto una donna disonesta di cui ignori le colpe.

16. Se l'esperienza insegna qualcosa, ci insegna questo: che un buon politico, in democrazia, è tanto impensabile quanto un ladro onesto. (H.L Mencken)

17. Nel dolore un orbo è avvantaggiato, piange con un occhio solo. (Antonio (Totò) in "La banda degli onesti")

18. L'onestà è la chiave di una relazione sentimentale. Se riuscite a far credere di essere onesti, siete a cavallo. (Richard Jeni)

19. L'onestà è lodata da tutti, ma muore di freddo. (Giovenale)

20. "Jim, dove posso trovare dieci uomini onesti?". "Cosa? Diogene si sarebbe contentato di trovarne uno". (Robert A. Heinlein, Cittadino della galassia)

21. A molti non mancano che i denari per essere onesti. (Carlo Dossi)

22. Le donne oneste non riescono a consolarsi degli errori che non hanno commesso. (SachaGuitry)

23. Un politico onesto è quello che una volta "comprato" resta comprato. (Legge di Simon Cameron)

24. Le persone oneste e intelligenti difficilmente fanno una rivoluzione, perché sono sempre in minoranza. (Aristotele)

25. "Signora - dice la nuova cameriera - in camera sua, sotto il letto, ho trovato questo anello!". "Grazie Rosi. L'avevo messo apposta per controllare la sua onestà". "E' proprio quello che ho pensato anch'io, signora!".

26. Ero veramente un uomo troppo onesto per vivere ed essere un politico. (Socrate)

27. Un governo d'onesti è come un bordello di vergini. (Roberto Gervaso)

28. Si dice: "La disonestà dei politici non paga mai!". E' vero. Generalmente riscuote.

29. Sei onesta come le mosche d'estate, al mattatoio, che rinascono dalla loro stessa merda. (dall'Otello) (William Shakespeare)

30. A volte mi viene il sospetto che avere la fama di essere scrupolosamente onesto equivalga a un marchio di idiozia. (Isaac Asimov)

31. In tutta onestà, non credo nell'onestà.

32. Un uomo onesto può essere innamorato come un pazzo, ma non come uno sciocco. (François de La Rochefoucauld) 33. Ammetto di essere onesto. Ma se si sparge la voce, sono rovinato: nessuno si fiderà più di me. (Pino Caruso)

34. Donne oneste ce ne sono più di quelle che non si crede, ma meno di quelle che si dice. (Alessandro Dumas figlio) (in "L'amico delle donne")

35. La principale difficoltà con le donne oneste non è sedurle, è portarle in un luogo chiuso. La loro virtù è fatta di porte semiaperte. (Jean Giraudoux)

36. Una volta l'onestà, in un individuo, era il minimo che gli si richiedesse. Oggi è un optional. (Maurizio Costanzo)

37. Le anime belle, le figurine del presepe, le persone oneste... Ne ho conosciute tante, erano tutte come te. Facevano le tue domande, e con voi il mondo diventa più fantasioso, più colorato... Ma non cambia mai !! (Il ministro Nanni Moretti a Silvio Orlando in "Il portaborse")

38. Non è grave il clamore chiassoso dei violenti, bensì il silenzio spaventoso delle persone oneste. (Martin Luther King)

39.  Era così onesto che quando trovò un lavoro, lo restituì.

40. Mi piace un soprabito scoperto dagli americani, il koccomero, quello che si aggancia con i calamari. (Totò in "La banda degli onesti")

41. Il tipografo Lo Turco ammira tutto l'armamentario per fabbricare banconote false: "Ma questa è filagrana!".  Toto': "Sfido io! Viene dal policlinico dello Stato!". (In "La banda degli onesti")

42. L'onestà nella compilazione della dichiarazione dei redditi viene considerata in Italia una forma blanda di demenza. (Dino Barluzzi)

43. Non abbiamo bisogno di chissà quali grandi cose o chissà quali grandi uomini. Abbiamo solo bisogno di più gente onesta. (Benedetto Croce)

44. Ci sono fortune che gridano "imbecille" all'uomo onesto. (Edmond e Jules de Goncourt)

45. L'onestà dovrebbe essere la via migliore, ma è importante ricordare che, a rigor di logica, per eliminazione la disonestà è la seconda scelta. (George Carlin)

46. In Italia si ruba con onestà, rispettando le percentuali. (Antonio Amurri)

47. I nordici prendono il caffè lungo, noi sudici lo prendiamo corto. (Totò in "La banda degli onesti")

48. Ben poche sono le donne oneste che non siano stanche di questo ruolo. (FriedrichNietzsche)

49. L'onestà è un lusso che i ricchi non possono permettersi. (Pierre de Coubertin)

50. Neanche la disonestà può offuscare la brillantezza dell’oro.

51. Ti ho insegnato ad essere onesto, perché intelligente non sei. (Bertold Brecht)

52. L'onestà paga, ma pare non abbastanza per certe persone. (F. M. Hubbard)

53. Nessuna persona onesta si è mai arricchita in breve tempo. (Menandro)

54. Nessuno può guadagnare un milione di dollari onestamente. (No one can earn a million dollars honestly). (William Jennings Bryan)

55. Sicuramente ci sono persone disoneste nei governi locali. Ma è anche vero che ci sono persone disoneste anche nel governo nazionale. (Richard Nixon)

56. Le persone oneste si riconoscono dal fatto che compiono le cattive azioni con più goffaggine. (Charles Péguy)

57. L'onestà, come tante altre virtù, dipende dalle circostanze. (Roberto Gervaso)

58. Nessun uomo può guadagnare un milione di dollari onestamente, così come è disonesto ed invidioso chi dichiara il contrario. (Antonio Giangrande)

59. Colmo per un uomo retto: innamorarsi di una donna tutta curve.

60. Una politica onesta proietta una nazione sana nel futuro. Per questo si chiama Fantascienza. (Mauroemme)

61. Per il mercante anche l'onestà è una speculazione. (Charles Baudelaire)

62. In politica l'onestà è forse la cosa più importante. Chi ce l'ha deve partire con un grosso handicap! (Bilbo Baggins)

63. Dimettersi per una multa è soprattutto un ennesimo esempio della severità del rapporto tra etica e politica in Gran Bretagna. Tranquilli, ci pensiamo noi qua a ristabilire l'equilibrio europeo. (Annalisa Vecchiarelli)

64. La massima ambizione dell'uomo? Diventare ricco. Come? In modo disonesto, se è possibile; se non è possibile, in modo onesto. (Mark Twain)

65. Era un uomo così onesto e probo, da non essere neanche capace d'ingannare il tempo... (Fabio Carapezza)

66. Se l'esperienza ci insegna qualcosa, ci insegna questo: che un buon politico, in democrazia, è tanto impensabile quanto un ladro onesto.

67. La disperazione più grave che possa colpire una società e' il dubbio che vivere onestamente sia inutile. (Corrado Alvaro)

68. In un'epistola Orazio fustiga un doppiogiochista della morale che, ammirato da tutto il popolo, offre un bue e un porco agli dei, pregando Giove e Apollo ad alta voce. Ma subito dopo si rivolge a LAVERNA, dea protettrice dei ladri e a fior di labbra, in modo che nessun lo intenda, prega: "Laverna bella, fammi la grazia ch'io possa imbrogliar il prossimo, concedi ch'io passi per un galantuomo, un santo, e sopra i miei peccati distendi la notte, sopra gli imbrogli una nube". (Orazio)

69. Ingiuriare i mascalzoni con la Satira è cosa nobile, a ben vedere significa onorare gli onesti. (Aristofane)

70. L'onestà andrà di moda. (Beppe Grillo)

71. L'onestà è sempre la migliore scelta... ma spesso bisogna seguire la seconda scelta.

72. Odiare i mascalzoni è cosa nobile. (Quintiliano)

73. Uomini onesti si lasciano corrompere in un solo caso: ogniqualvolta si presenti l'occasione. (Gian Carlo Moglia)

74. Maresciallo: "...hanno arrestato anche il tipografo". Totò: "Lo Turco!!". Maresciallo: "No, lo svizzero". Totò: "Allora mi ha dato un nome falso!!" (Totò in "La banda degli onesti")

75. Portieri si nasce, non si diventa. (Totò in "La banda degli onesti")

76. Perchè anch'io, modestamente, nella media borghesia italiana occupo una società... condomini che vanno e che vengono, che quando è natale, pasqua mi danno la mancia, per il mio nome mi regalano lumini..." (Totò ne "La banda degli onesti")

77. Ho mandato mia moglie e i miei figli a un funerale, così si divagano un po'. (Totò' ne "La banda degli onesti")

78. Tanto Gentile il segretario pare se si dimette

e la poltrona sua saluta

e ogni lingua de li colleghi trema muta

che altrimenti vorrebber commentare.

Egli si va, sentendosi laudare,

per la rinuncia d’umiltà vestuta,

e par quasi fosse cosa non dovuta

ma invece scelta per obbligo morale.

Che il popolino l’onestà l’ammira,

e dà agli illusi una dolcezza al core,

chi se ne va senza aspettar altre prove.

Ma i peggiori non v’è modo li si muova,

né per decenza oppur spinti dall’onore,

che sol per la poltrona l’anima lor sospira. (Bilbo Baggins)

79. L'onestà non paga. Se vuoi fare l'onesto lo devi fare gratis. (Pino Caruso)

80. Ricòrdati che l'onestà paga sempre! Specialmente le tasse! (Renato R.)

81. La madre dei cretini è sempre incinta. Quella degli onesti ormai è in menopausa.

82. L'onestà è un lusso che i ricchi non possono permettersi. (Pierre de Coubertin)

83. Sto cercando di fare di mio figlio un italiano onesto, leale, corretto, solidale, amante della giustizia... "Un disadattato, insomma". (Stefano Mazzurana)

84. Io sono onesto. Contro chi devo scagliare la prima pietra? (Renato R.)

85. Nigeriano disoccupato trova 4.350 euro e li restituisce. Bisogna dire basta a questi gesti inappropriati, se vengono nel nostro paese devono rispettare le nostre regole. Che sono venuti qua ad insegnarci l'onestà? (Barbara Zappacosta)

86. Viviamo tempi in cui se dici "onesto!" a qualcuno, rischi d'offenderlo... (Alessandro Maso)

87. Sono una persona molto onesta e corretta. Mi sento un verme anche quando, ad un incontro, inganno l'attesa. (DrZap)

88. Secondo un emendamento del decreto milleproroghe, il M5S verrà multato per aver rifiutato i rimborsi elettorali. Sancendo la nascita di un nuovo reato: ONESTARE. (Kotiomkin) (Giovy Novaro)

Il "no" di Benedetto Croce al moralismo in politica. L'edizione nazionale dell'opera del pensatore ci restituisce i testi completi sul rapporto tra l'etica e la cosa pubblica, scrive Giancristiano Desiderio, Giovedì 26/05/2016, su "Il Giornale". È curioso, ma gli italiani quando si tratta di curare malanni e malattie non chiedono un onest'uomo, sì piuttosto un buon medico, onesto o disonesto che sia, purché sappia il fatto suo e non li mandi anzitempo all'altro mondo mentre quando ci sono in ballo le cose della politica gli italiani richiedono non uomini pratici e d'azione ma onest'uomini o, almeno, così dicono. Cos'è, dunque, l'onestà politica? Se lo chiedeva in modo diretto Benedetto Croce e rispondeva in modo altrettanto diretto: «L'onestà politica non è altro che la capacità politica: come l'onestà del medico e del chirurgo è la sua capacità di medico e di chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze». Lo scritto intitolato proprio così - L'onestà politica - è il frammento XXXVII dei Frammenti di etica che uscì in volume nel 1922 e che nel 1931 andò a comporre, insieme con altri scritti, l'importante volume Etica e Politica. Ora la casa editrice Bibliopolis, che cura l'Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, sta per mandare in libreria a cura di A. Musci proprio Etica e Politica nella edizione completa del 1931 riproducendo il testo nell'edizione ne varietur del 1945. In questo modo il lettore che segue le uscite delle opere crociane avrà modo di avere in un unico testo i quattro libri che compongono il volume: appunto, i Frammenti di etica del 1922, gli Elementi di politica del 1925, gli Aspetti morali della vita politica del 1928 e il Contributo alla critica di me stesso che uscì per la prima volta nel 1918 in cento copie stampate da Riccardo Ricciardi, l'amico editore di Croce che il filosofo chiamava con affetto Belacqua. Gli scritti raccoglievano nella maggior parte dei casi testi già pubblicati sin dal 1915 su riviste e periodici: anzitutto La Critica, e poi La Diana di Fiorina Centi, il Giornale Critico della Filosofia Italiana di Gentile, Politica di Alfredo Rocco e Francesco Coppola, gli Atti dell'Accademia di Scienze morali e politiche della Società reale di Napoli, i Quaderni critici di Domenico Petrini e La Parola di Zino Zini. In qualche caso anticipazioni e estratti erano già comparsi su quotidiani d'ispirazione liberale e conservatrice come Il Resto del Carlino di Tomaso Monicelli o Il Giornale d'Italia di Alberto Bergamini e Vittorio Vettori. L'origine pubblicistica dei testi ci fa aprire gli occhi sulla qualità del giornalismo italiano del secolo scorso. Ma oggi questi scritti cos'hanno da dire al lettore, son vivi o son morti? Faccia così il signor lettore, non si fidi di niente e di nessuno, neanche di questa noterella, prenda in mano il testo e si faccia un'idea sua. Qui, se è possibile, do solo un consiglio, di guardar le date e notare che gli scritti di politica - gli elementi - uscirono nel 1925 quando Croce, ormai, era passato all'opposizione di Mussolini e del fascismo, quando era finita male l'amicizia con Giovanni Gentile e in quegli scritti il filosofo della libertà marcava tutta la sua differenza rispetto alle commistioni di pensiero e azione fatte da Gentile e da Mussolini e rifiutava apertamente ogni morale governativa respingendo la sbagliata e pericolosa idea hegeliana dello Stato etico: «Nonostante codeste esaltazioni e codesto dionisiaco delirio statale e governa mentale -diceva- bisogna tener fermo a considerare lo Stato per quel che esso veramente è: forma elementare e angusta della vita pratica, dalla quale la vita morale esce fuori da ogni banda e trabocca, spargendosi in rivoli copiosi e fecondi, così fecondi da disfare e rifare in perpetuo la vita politica stessa e gli Stati, ossia costringerli a rinnovarsi conforme alle esigenze che essa pone». Il pregio della posizione liberale di Croce è proprio qua: nella distinzione tra filosofia e politica, pensiero e azione; una distinzione che non solo si basava sulla qualità del giudizio storico che ha la sua virtù proprio nella distinzione ma anche sulla grande e imperitura lezione di Machiavelli che rendendo autonoma la politica rese possibile il governo liberale e il controllo dei governanti. Il liberalismo di Croce ha in sé il realismo politico e questo gli consente di non degenerare né nell'utopia né nel giusnaturalismo e di essere oggi come allora un pensatore antitotalitario che si oppose non solo al fascismo ma anche al comunismo. Tuttavia, qui giunto, vorrei dare al lettore, se mi è concesso e se non lo infastidisco, un altro consiglio non richiesto: inizi la lettura dal Contributo alla critica di me stesso, un gioiello di pensiero, umanità e letteratura. Forse, è il modo migliore non solo di avvicinarsi a quest'opera ma anche di avvicinarsi a Croce e di entrare nel suo mondo che è tutto ispirato dalla libertà umana e improntato alla sua promozione e custodia. La lezione viva che si può ricavare da Etica e Politica è quella di non cadere nelle illusioni e nei miti della politica e della vita pratica e di conservare quella necessità che insita nella vita umana: pensare la propria esistenza per non farsi eccessivamente governare dagli altri.

La “presunta” onestà degli italiani, scrive il 2 agosto 2015 don Giorgio De Capitani. In questi ultimi tempi, anche a causa delle polemiche inerenti ai profughi che, dietro ordini delle Prefetture, vengono smistati e messi in alcuni locali dismessi dei Comuni, è uscita di colpo la “presunta” onestà dei cittadini italiani. Anche sul mio sito, ho letto frasi simili: da 50 anni pago le tasse, ho lavorato e sudato onestamente, ed ecco che arriva questa gente, per non dire “gentaglia”, che mi fa sentire cittadino di serie B o Z, quasi umiliato nei miei diritti, eccetera, eccetera. C’è un giornale online locale, Merateonline, dove, ogni giorno, magari con la soddisfazione del suo Direttore, appaiono lettere e lettere di cittadini frustrati dalla presenza di questi “loschi” individui, che non pagano le tasse, non lavorano, anzi li disturbano, non li fanno più vivere in santa pace. Se volete toccare di persona il polso della solidarietà o umanità della gente brianzola, ecco, ne potete avere una certa idea. Sì, una certa idea, perché in realtà i brianzoli sono ancor più egoisti, al di là della loro “innocenza” battesimale o del loro utile pragmatismo pastorale, con la benedizione dei parroci consenzienti. Ma… chi è onesto al cento per cento? Credo nessuno, nemmeno il papa. Chi non ha fatto fare qualche lavoretto in nero? Chi ha fatturato ogni lavoro eseguito? Chi ha sempre pagato l’iva? Chi ha dichiarato l’esatta metratura dei propri locali, per evitare di pagare più tasse sulla spazzatura? Chi lavora per raccomandazione o ha vinto un concorso truccato, chi è un falso invalido o un baby pensionato, ecc. Chi è senza peccato scagli la prima pietra! Naturalmente, quando non paghiamo qualche tassa, ci giustifichiamo in nome della nostra “onestà” presunta, oppure del fatto che gli altri non pagano: “Io non sono un coglione”!  E così via…E poi, soprattutto nel campo ecclesiastico, c’è sempre una ragione “valida” per non pagare tutte le tasse: faccio il bene, mi do da fare per gli altri, sono qui tutto il giorno al servizio della comunità anche civile, e poi dovrei pagare anche le tasse? Il bene mi fa sentire in diritto di esserne esente! Ma questo è un altro discorso, anche complesso. Ma ciò che non sopporto è la “presunta” onestà degli italiani, a giustificazione del proprio egoismo di cittadini che, per il fatto di vantare la propria onestà in base a criteri del tutto personali (ognuno si è fatto il proprio Codice e la propria Costituzione), rifiutano coloro che essi ritengono “diversi”, “estranei”, “illegali”, addirittura “pericolosi”, che mettono a rischio la “presunta” onestà di cittadini italiani.

Chi scaglia la prima pietra? L’editoriale di Sebastiano Cultrera del 06.02.2016. Le incalzanti notizie di cronaca giudiziaria provocano reazioni variegate tra i cittadini della nostra isola. Sgomento, sorpresa, sdegno, compassione o incredulità si alternano nei discorsi tra i cittadini. Ma emerge, troppo spesso, una ipocrisia di fondo che è la stessa che attraversa, troppo spesso, la nostra società procidana. “La devono pagare cara!” ho sentito dire da qualche anima bella “Anche per rispetto ai procidani onesti”. E questa storia dell’ONESTA’ è una specie di ritornello al quale, anche in politica, qualcuno si appella, e di solito lo fa chi è a corto di argomenti: naturalmente declinando il concetto di “onestà” a propria convenienza e piacimento. Io sono convinto, e ho cercato di sostenerlo anche recentemente, che il popolo procidano è un popolo profondamente onesto. Forse il nostro peggior difetto è il menefreghismo, unito ad un individualismo esasperato (i procidani sono “sciuontere”, usa dirsi). Ma rispetto ad altre realtà, anche contigue alla nostra, non possiamo certo lamentarci: non prosperano qui bande criminali, né (per fortuna) si registrano un numero di crimini particolarmente allarmante. Sostanzialmente il popolo procidano (che ha una grande storia imprenditoriale, densa di integrazione culturale e di commerci internazionali) è un popolo sano, produttivo e lavoratore, con un bagaglio etico del lavoro e della famiglia di tipo tradizionale. Tuttavia l’Onestà Aà Aà (quella degli slogan) è un’altra cosa, e proprio quegli esacerbati che la proclamano ai quattro venti (o semplicemente nelle chiacchiere da bar o da aliscafo) dovrebbero, prima, almeno, farsi delle domande. Il quadro che, in effetti, emerge dalle notizie che i media ci restituiscono, rispetto alle inchieste in corso, è un quadro complesso, che lascia intendere una vastissima rete di complicità, con l’abitudine a piccoli e grandi privilegi individuali o di “categoria” che erano diventati, nel tempo, dei veri e propri abusi; magari questi episodi non rivestono sempre rilevanza penale, ma, ciò non di meno, sono egualmente molti distanti da qualunque ideale corretto di ONESTA’. E’, poi, meritevole di approfondimento (e a breve mi piacerebbe farlo) la differenza tra i concetti di ONESTA’, di ETICA e di MORALE, recentemente abusati e usati talvolta a sproposito. Faccio solo notare che essi necessitano, per concretarsi, di un quadro di VALORI condiviso, che invece non esiste più o non è sufficientemente condiviso. Giacché ciascuno si fa una morale a proprio uso e consumo e si finisce per riferirsi, volentieri, alla sola dis-ONESTA’ degli ALTRI, in un eterno gioco di specchi asimmetrico: che, come Lui ha insegnato, ci fa concentrare, colpevolmente, esclusivamente sulle pagliuzze altrui. I sepolcri imbiancati di oggi è facile riconoscerli: sono quelli che, in certi frangenti, si sbattono più di tutti, quelli che vagano stracciandosi le vesti predicando ONESTA’ a sproposito, come se fosse una confezione di dentifricio atta a pulire bocca e denti. E nulla dicono su di loro stessi e sui loro amici, sui costumi diffusi di una comunità che non si riscatta additando le colpe di altri, neanche di uno o più capri espiatori. Invece il largo stuolo di professionisti, impiegati, commercianti e cittadini che beneficiavano (o beneficiano?) di quel “sistema” o comunque si integravano in quel quadro è imponente (e non risparmia neanche molti soggetti dispensatori di slogan o in vario modo in contiguità col moralismo di maniera); essi non sono esattamente dei criminali, almeno fino a prova contraria (e nessuno lo è, quindi, fino a sentenza definitiva). Ma certo dobbiamo dire con ONESTA’ INTELLETTUALE (ahia, l’ho detto anche io!) che tra multe cancellate, impunità varie, spiate e dossier, professionalità tecniche asservite a “papocchi” amministrativi, emerge un quadro sconfortante. Se poi apriamo il focus e vediamo anche il popolo delle casse marittime facili, dei piccoli e grandi abusi e delle piccole e grandi evasioni, possiamo allora essere certi di avere toccato quasi ogni famiglia isolana. Poiché l’averla “fatta franca” non significa essere moralmente meno colpevoli, ciò NON AUTORIZZA a scagliare la PRIMA PIETRA per ferire (a colpi di ONESTA’) chi sciaguratamente è stato scoperto. Spesso, infatti, è proprio la cattiva coscienza che porta a voler concentrarsi su uno o più responsabili (presunti) del decadimento morale, anche al fine di mondare catarticamente le proprie responsabilità e quindi la coscienza stessa. Invece la strada per la “salvezza” (cioè verso una nuova consapevolezza) passa attraverso una presa di coscienza collettiva delle VIRTU’, ma anche dei VIZI di una comunità: al fine di migliorarla.

Una banda di ballisti. Quello che sembrava un partito granitico oggi appare come un castello di carte a cui una manina, forse interessata, ne ha sfilata una. Da banda degli onesti a banda dei bugiardi è stato un attimo, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 07/09/2016 su “Il Giornale”. Richard Nixon, presidente degli Stati Uniti, cadde su una bugia. Un suo successore, Bill Clinton, rischiò la stessa fine e si salvò in extremis solo perché si pentì e chiese scusa in tempo. Margaret Thatcher sull'argomento aveva un'idea più femminile: «Non si raccontano - ebbe a dire - bugie deliberatamente, diciamo che a volte bisogna essere evasivi». Virginia Raggi, neosindaco di Roma, Luigi Di Maio e tutta la banda dei Cinquestelle, travolti dallo scandalo della bugia sul fatto che nessuno sapeva che una loro assessora era indagata, sono quindi in buona compagnia. Del resto perché sorprendersi di un politico bugiardo? Machiavelli, già cinquecento anni fa, inseriva la menzogna tra le arti di cui un principe deve essere dotato se vuole ben governare. Il problema nasce quando sul malcapitato si accende il faro del sospetto, perché secondo gli esperti, per provare a coprire una bugia - esattamente come accade tra marito e moglie fedifraghi - è necessario raccontarne almeno altre sette. Che è esattamente quello che sta succedendo in queste ore nei piani alti del partito di Grillo, tra accuse e difese, sospetti e veleni incrociati. Quello che sembrava un partito granitico oggi appare come un castello di carte a cui una manina, forse interessata, ne ha sfilata una. Da banda degli onesti a banda dei bugiardi è stato un attimo. E adesso si fa dura, perché, come dice un antico proverbio russo, con le bugie si può andare avanti ma mai tornare indietro. E quindi addio per sempre verginità, addio purezza, addio diversità, addio a tutte le fregnacce che ci siamo dovuti sorbire in questi anni. Il Cinquestelle non è il partito Bengodi, non lo è mai stato e mai lo sarà, è semplicemente una casta che sta tentando di scalzarne un'altra. Con l'aggravante dell'inesperienza e dell'incapacità che si sono dimostrate maggiori del previsto, non solo a Roma ma in tutte le città in cui sono stati messi alla prova. C'è da gioire di tutto questo? No, per niente. Milioni di italiani sono stati ingannati dal moralismo di un comico e da un gruppo di ragazzini; Virginia Raggi, se come probabile resterà in sella grazie a qualche espediente mediatico, sarà un sindaco dimezzato, bugiardo e inaffidabile. E parliamo del sindaco di Roma capitale, non so se mi spiego.

Sul web scatta la gara di sfottò: "È tutta colpa delle cavallette". Raffica di parodie su Di Maio, scrive Paolo Bracalini, Giovedì 08/09/2016, su "Il Giornale". Dopo le case pagate ad insaputa e lauree conseguite senza saperlo, la mail letta ma non capita da Di Maio entra di diritto nella classifica delle scuse più incredibili della politica nazionale, anche perché nel breve curriculum di Di Maio figura un periodo da webmaster, difficile da svolgere se si ha difficoltà con le mail. L'ironia del web, quindi, si abbatte senza pietà sul pupillo avellinese della Casaleggio Associati, che già aveva pronti nel guardaroba i completi da presidente del Consiglio. Anche se molte tweetstar che in altri casi avrebbero fatto a pezzi il protagonista della gaffe politica, con Di Maio si astengono dall'infierire, meglio non mettersi contro i follower grillini che fanno numero. Ma se una parte dei commenti in Rete è rappresentato dai fan che seguono fedelmente la linea indicata dal direttorio (cioè: è tutta una montatura dei partiti e dei media per screditare il M5S, gli scandali sono altri), la stragrande maggioranza sono sfottó e parodie per la goffa giustificazione addotta dal vicepresidente della Camera. Che rievoca a molti lettori, ricordi e memorie dai banchi di scuola: «Ma oggi c'era interrogazione? Pensavo si facesse ripasso», «Il cane mi ha mangiato i compiti!», «La difesa del ripetente: non avevo capito, non c'ero, e se c'ero dormivo» suggeriscono tre lettori di Repubblica.it, mentre un altro propone un'interpretazione linguistica: «Lui è napoletano e la Taverna parla in romanesco stretto, dovete pur capire il poverino!». Molti twittaroli suggeriscono una integrazione alla scusa di Di Maio pubblicando il celebre monologo di John Belushi in Blues Brothers, quando deve giustificarsi di fronte all'ex ragazza che lo punta con un fucile d'assalto M16 per averla abbandonata davanti all'altare («Ero rimasto senza benzina. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!»), mentre sui social network viene rimbalza una parodia evangelica: «Tutti contro Di Maio per una mail e nessuno parla dei Corinzi che non hanno mai risposto alle lettere di San Paolo. Questa è l'Italia dei poteri forti». Su Twitter esiste un account @Iddio, con 454mila follower, e anche da lì arriva l'ironia sul vicepresidente della Camera: «Nel progetto originale era previsto di fare le donne senza peli e senza cellulite, ma ho letto male l'email». Filippo Casini ha capito l'origine del complotto denunciato dai Cinque stelle: «Di Maio: Abbiamo tutti i media contro. Soprattutto Hotmail e Outlook», i provider di posta elettronica. «Ho sbagliato a leggere la mail» is the new «Mi hanno rubato l'account», twitta la Lucarelli del Fatto. Sfotte anche Pig Floyd su Twitter: «Mi è arrivata la bolletta della luce da 230. Credo che pagherò 2.30 dicendo Scusate, ho letto male». Ma poi il popolo M5S si dà la carica con Grillo a Nettuno. E anche questo ispira la presa per i fondelli sui malintesi di Di Maio: «Nettuno? Cavolo. Ma un pianeta più vicino non c'era?».

La follia di fare dell'onestà un manifesto politico. Io non so se Casaleggio, parlandone da vivo, fosse o no il re degli onesti. So che il suo partito, dove governa, non riesce a risolvere neppure mezzo problema in più di qualsiasi altro, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 15/04/2016, su "Il Giornale". «Onestà, onestà», hanno intonato dirigenti e simpatizzanti grillini sul sagrato della chiesa di Santa Maria delle Grazie all'uscita della bara di Gianroberto Casaleggio. Come ultimo saluto, una preghiera laica in linea con il dogma pentastellato che al di fuori del loro club tutto è marcio e indegno. Gli unici onesti del Paese sarebbero loro, come vent'anni fa si spacciavano per tali i magistrati del pool di Mani pulite, come tre anni fa sosteneva di esserlo il candidato del Pd Marino contrapposto a Roma ai presunti ladri di destra. Come tanti altri. Io non faccio esami di onestà a nessuno, me ne guardo bene, ma per lavoro seguo la cronaca e ho preso atto di un principio ineluttabile: chi di onestà colpisce, prima o poi i conti deve farli con la sua, di onestà. Lo sa bene Di Pietro, naufragato sui pasticci immobiliari del suo partito; ne ha pagato le conseguenze Marino con i suoi scontrini taroccati; lo stesso Grillo, a distanza di anni, non ha ancora smentito le notizie sui tanti soldi in nero che incassava quando faceva il comico di professione. Cari Di Maio e compagnia, smettetela con questa scemenza del partito degli onesti che fa la morale a tutti, cosa che fra l'altro porta pure male. L'onestà non è un programma politico, è una precondizione personale per affrontare la vita in un certo modo. Io voglio comportarmi onestamente, e mi piacerebbe facessero altrettanto il mio fruttivendolo, chi mi vende l'automobile, chi si occupa della mia salute, il politico che voto. Ma da loro pretendo solo una cosa: che la frutta sia buona e sana, che l'auto funzioni come mi aspettavo, che se necessario il mio medico mi salvi la vita, che la politica sia efficiente nel risolvere i miei problemi. L'onestà che viene a mancare è un problema della loro coscienza, e giudiziario se comporta la violazione delle leggi e se danneggia la comunità. Io non so se Casaleggio, parlandone da vivo, fosse o no il re degli onesti. So che il suo partito, dove governa, non riesce a risolvere neppure mezzo problema in più di qualsiasi altro. Anzi, a volte, vedi casi Livorno e Quarto, fanno disastri ben peggiori. Cosi come in Parlamento la strategia grillina ha prodotto tanto fumo e zero arrosto. Sarò all'antica, ma in chiesa, ai cori sull'esclusiva dell'onestà («chi è senza peccato scagli la prima pietra», diceva il Padrone di casa) preferisco ancora una preghiera. 

"Noi siamo garantisti e lo siamo anche con il sindaco di Livorno raggiunto da avviso di garanzia non come gli esponenti del Movimento che sono garantisti con i loro e giustizialisti con gli altri": lo ha detto il ministro Boschi parlando nel bresciano a Desenzano del Garda il 7 maggio 2016. Boschi ha quindi aggiunto "Di Maio era a Lodi questa mattina, mi auguro che domani vada a Livorno a chiedere le dimissioni del suo sindaco". "Il 21% dei comuni amministrati dal Movimento 5 stelle - ha concluso - ha problemi con la giustizia, ma il loro grido onestà, onestà diventa omertà, omertà quando riguarda loro".

Caso Pizzarotti: il doppiopesismo che spaventa. L'ipocrisia dentro e fuori il M5S li mostra giustizialisti in pubblico, esoterici nelle “stanze delle tastiere”. Un pericolo per la democrazia, scrive Marco Ventura il 15 maggio 2016 su "Panorama".  Lo aveva detto con chiarezza Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, prima della sospensione dal Movimento 5 Stelle tramite la mail anonima dello “staff” (che rimanda al direttorio M5S e, in definitiva, al clan Casaleggio): “Non è che tutti gli altri sono cattivi e noi tutti buoni. Per sistemare i problemi a volte è necessario sporcarsi le mani”. Ammissione importante. Quindi, non erano tutti cattivi i craxiani o i berlusconiani, così come non sono tutti buoni i magistrati o i 5 Stelle. Se c’è di mezzo l’amministrazione di una città, ci si può dover sporcare le mani. Ne consegue che se questo vale per Livorno, a maggior ragione deve valere per Roma o Milano. Ci si può sporcare le mani “a fin di bene”, forse. Per dare un’aggiustatina. Eppure, per degli integralisti come i 5 Stelle dovrebbe valere il principio che il fine non giustifica mai i mezzi, insomma le mani bisognerebbe non sporcarsele in nessun caso. Tanto meno bisognerebbe accusare gli altri di sporcarsele, per poi autoassolversi se si viene beccati con le mani dentro lo stesso barattolo di marmellata con l’etichetta “concorrenza in bancarotta fraudolenta” o “abuso d’ufficio”. Sembra invece che i grillini siano una razza a parte anche sotto questo aspetto. Se sono loro a finire nel mirino delle Procure (è successo nella maggioranza delle amministrazioni locali che controllano), si tratta di giustizia a orologeria, manganellate giustizialiste, “reati minori”. Vito Crimi, ex presidente dei senatori pentastellati, sembra considerare una medaglia al petto l’avviso di garanzia al compagno di partito nonché Sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, per 33 assunzioni in un’azienda sull’orlo del baratro. Si può mai esser colpevoli, chiede Crimi, di “aver evitato a 33 famiglie di finire in mezzo a una strada?”. Eppure, in altri tempi e riferita ad avversari, l’assunzione di 33 persone in un’azienda municipalizzata che sta per fallire sarebbe stata definita proprio dai 5 Stelle “clientelismo”. I due pesi e due misure riguardano non soltanto i nemici, ma i compagni di cordata. Pizzarotti è sempre stato un mezzo dissidente rispetto ai vertici del partito, Nogarin no. Quindi Pizzarotti viene sospeso e Nogarin salvato (e difeso). Ma il problema non riguarda solo i pentastellati. Riguarda tutti noi. I 5 Stelle un giorno potrebbero avere i numeri per governare. Si tratta di un movimento rivoluzionario, guidato senza trasparenza, molto simile a una setta (spesso i rivoluzionari sono strutturalmente settari). Ma quando la setta incrocia il potere, diventa un pericolo per la democrazia. La verità è che i rivoluzionari, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi momento storico, hanno dimostrato di essere poi bravissimi a adattarsi alle poltrone e nicchie di potere, e di essere mediamente peggiori dei predecessori che si sono trovati a gestire un consenso che calava.  I due pesi e due misure di direttorio e clan Casaleggio contraddicono in modo eclatante la supposta trasparenza delle origini (che in realtà non c’è mai stata). I terribili scontri intestini appartengono alla peggiore tradizione del variegato socialismo e comunismo sovietico. Specchio capovolto del populismo sbandierato dai parlamentari 5 Stelle. Populisti e giustizialisti in pubblico, esoterici e incontrollabili nel chiuso di “stanze delle tastiere” che hanno sostituito le “stanze dei bottoni”.  

Come il giustizialista imputato diventa garantista. L'ex comunista Cioni a Firenze. I grillini Nogarin a Livorno e Pizzarotti a Parma. Prima giacobini, poi indagati: e oggi chiedono il rispetto delle regole dello Stato di diritto, scrive il 13 maggio 2016 Maurizio Tortorella su "Panorama". "A mia figlia Giulia, la più piccola, i compagni di classe domandavano: perché tuo padre non è in prigione? Nel tritacarne mediatico i giornali ti bollano come corrotto e gli amici scompaiono". È bellissima e illuminante l'intervista di Graziano Cioni al Foglio di oggi. Cioni, 70 anni, è stato un esponente del Pci-Pds-Ds-Pd toscano, assessore alla Sicurezza e alla vivibilità di Firenze: nel novembre 2008, da candidato a sindaco della città, venne travolto politicamente e umanamente da un'inchiesta e poi da un processo per corruzione per un progetto urbanistico sull'area fiorentina di Castello. Quell'inchiesta è appena terminata in nulla, in Cassazione. Ma Cioni ha vissuto quasi otto anni d'inferno. Oggi dice ad Annalisa Chirico, che lo intervista: "Io ero un giustizialista convinto. Che puttanata. Per me la legalità era un vessillo assoluto, una bandiera. Le garanzie? la presunzione d'innocenza? Non mi ponevo il problema. Quel che un magistrato fa è giusto per definizione". Cioni ricorda il famoso discorso di Bettino Craxi: quello del luglio 1992, in piena Tangentopoli, quando in Parlamento il segretario del Psi chiamò in correità tutti i segretari di partito, dichiarando "spergiuro" chi avesse negato un finanziamento illecito. "Io ero un anticraxiano di ferro" dice oggi Cioni. "Votai per l'autorizzazione a procedere. Oggi non lo rifarei. Pensavo che Craxi avesse torto. Ho capito che avevamo torto noi". Oggi che cosa dice Cioni della giustizia? "Le carriere dei pm e dei giudici vanno separate. L'assoluzione deve essere inappellabile: io sono stato scagionato da ogni accusa in primo grado, ma il pm è ricorso in appello così mi sono ritrovato nel fuoco incrociato di una contrapposizione tra giudici. La responsabilità civile dei magistrati resta una chimera: perché chi sbaglia non paga? Si dice: questo potrebbe frenarli. Ma allora un chirurgo che dovrebbe fare?". È un uomo folgorato sulla via di un processo. Induce sincera compassione umana, Graziano Cioni. La vita con lui è stata durissima e crudele, non soltanto dal punto di vista giudiziario. Ma il suo percorso mentale da giustizialista a garantista, per quanto straordinario e paradossale, e intimamente giusto, scuote l'animo. Anche perché ormai incarna in sé gli echi di una sconcertante regolarità. Perché, esattamente come lui, proprio in questo periodo approdano alla sponda garantista tanti ex giustizialisti. Sono sempre più numerosi i giacobini che, colpiti da un avviso di garanzia ed entrati loro malgrado nel circo mediatico-giudiziario, scoprono la violenza che hanno alimentato fino al giorno prima. E a quel punto saltano loro i nervi, diventano fragili, soffrono. Capiscono i disastri del populismo giudiziario. Filippo Nogarin, sindaco grillino di Livorno, e Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, indagati a diverso titolo, oggi rivendicano la correttezza del loro operato e si ribellano: rifiutano di seguire le regole del Movimento 5 stelle cui appartengono. Non si dimettono, dopo che il mantra grillino per anni è stato: "Fuori dallo Stato ogni indagato". Attenzione: qui nessuno s'indigna. Ed è in buona misura scorretto fare quel che fanno certi esponenti del Pd, che gridano strumentalmente allo scandalo per il cambio di fronte degli avversari grillini. Non pare corretta nemmeno la rivalsa di chi, nel centrodestra, osserva tacendo: come se fosse una consolazione, perché "ora tocca a loro". No, qui non si tratta nemmeno di contestare una doppia morale, o il doppiopesismo. Chi crede di avere davvero nel sangue il rispetto delle regole dello Stato di diritto, in realtà, si stupisce soltanto che tutti costoro non lo abbiano capito prima. Che non abbiano compreso che l'errore è umano, e che anche l'errore giudiziario lo è. E pertanto che non c'è alcuna certezza, né una Verità assoluta e insindacabile. Né in una chiesa, né in un partito, né (tantomeno) in un tribunale. Il problema è che non si può attendere di subire un'esperienza giudiziaria per comprendere che la presunzione d'innocenza va davvero utilizzata come una regola superiore, stellare. Che l'arresto in carcere deve essere l'ultima istanza, davvero. Che i giornali non possono devastare l'immagine di una persona. Possono porre problemi, ma non dare certezze. Quelle le ha soltanto Dio, se esiste. Il problema è che il circuito mediatico-giudiziario, un unicum vergognoso, da Paese sottosviluppato, è un mostro che va affrontato collettivamente e contenuto, possibilmente annullato. Non lo si è fatto per troppi anni, per miope calcolo politico (con la sua intervista anche Cioni lo conferma, esplicitamente). Ma di calcoli politici si può anche soccombere.

Il moralista spesso è disonesto. Peire Cardenal diceva che gli intellettuali si fanno predicatori morali, assassini che sembrano santi. Il moralista che dice: Ricchi perché disonesti. Ricchi perché spietati. Ricchi in quanto senza morale oppure, peggio, furbi. Il moralista è un comune esemplare appartenente alla fauna urbana che infesta reality show, programmi scandalistici tipo pomeriggio cinque e persino ristoranti di lusso. Pratiche diffuse tra i moralisti sono il rompimento di coglioni, la predica e la sentenza. Chiunque può diventare un moralista. Purtroppo, anche tu dato che sembrerebbe che nessuno di questi sia munito di buon senso e intelletto. Un moralista è uno scrittore che propone, in maniera discontinua, riflessioni sui costumi, le usanze e i modi di essere degli uomini, i loro caratteri e modi di vivere. Il moralista, in senso generico, è anche colui che «per carattere, per educazione o per cultura è portato a esaminare e valutare l’aspetto morale di qualsiasi questione o situazione» o chi, nel senso di "moralizzatore", pretende, attraverso le sue parole, presunti insegnamenti e, più raramente, il suo esempio, di dare lezioni di comportamento morale.

La moda del moralismo, scrive Gianni Pardo. La morale ha come base le necessità fondamentali del genere umano. L'intelligenza della nostra specie ci ha inoltre fatto capire che staremo tutti meglio se osserveremo un numero molto maggiore di regole rispetto a quelle che ci detta la natura: dal non fare rumore la notte per non disturbare i vicini al pagare le tasse; dal fare la coda allo sportello evitando discussioni alla cura dei vecchi, visto che vecchi diventiamo tutti (si spera) una volta o l'altra. Questo affinamento dei doveri consigliati dalla convivenza è molto meno cogente dell'istinto e infatti in questo ambito le società non sono tutte uguali. Si potrebbe dire che esistono società più o meno morali. Mezzo secolo fa chiesi ad una ragazzina, in Francia, che cosa avrebbe pensato di una compagnetta che a scuola avesse copiato il compito. E lei non ebbe dubbi: "Qu'elle est malhonnête", che è disonesta. Da noi invece anche i candidati al concorso per magistrato cercano di copiare. Dunque "la società scolastica francese è (era?) più morale dell'italiana". La morale nasce dalla società ma diviene un fatto individuale. Chi è abituato ad un certo comportamento finisce col considerarlo naturale. Quella bambina non si strapazzò a dichiarare che lei non avrebbe mai copiato come in Italia nessuno oggi si vanta dicendo: "Io non sputo per terra".  Eppure un secolo fa tanta gente lo faceva. L'uomo morale lo è senza proclami, mentre il moralista si considera degno di particolare stima. E questo è preoccupante. Chi dice mai: "Io non rubo" se non chi ha frequentato dei ladri o chi deve lottare contro la tentazione di rubare? Per questo Ernest Renan ha scritto: "Ho conosciuto molte canaglie che non erano moraliste, non ho conosciuto moralisti che non fossero canaglie". L'Italia, per cause remote, è poco morale. Il rispetto della collettività è evanescente; il sentimento religioso è tenue; il senso civico pressoché inesistente; le regole si rispettano se non se ne può fare a meno. In compenso, in passato i costumi erano tolleranti. Gli italiani (e i cinesi) furono sbalorditi quando gli americani pretesero le dimissioni di Richard Nixon solo perché aveva mentito. Dall'alto di una saggezza e di un pessimismo millenari trattavamo con indulgenza gli errori e i peccati altrui. Pensavamo, con Terenzio, che non ci è alieno niente che sia umano. Purtroppo nell'ultimo mezzo secolo noi italiani non siamo diventati più morali ma solo meno tolleranti. Dei vizi altrui. Fra i più accaniti moralisti ci sono coloro che non hanno molte possibilità di comportarsi male: per esempio i professori. Non possono imbrogliare sul peso, emettere fatture false o frodare il fisco e perciò sono più arcigni e severi di Girolamo Savonarola. Nel frattempo non si accorgono che le raccomandazioni sono un atto di disonestà. Non capiscono che, se dànno una lezione privata e non la dichiarano al fisco, sono evasori, come lo sono quando non chiedono la fattura all'idraulico per non pagare l'Iva. "Per somme minime!", esclamano. Come se si fossero volontariamente astenuti dall'ingannare il fisco per milioni di euro. Il moralismo italiano è una moda. Dimentichiamo le lezioni della storia e arriviamo all'assurdo di sostenere che i politici "devono dare l'esempio". Per non interferire col corso della Giustizia (più infallibile di Salomone) devono rinunciare a quella prescrizione cui nessun cittadino rinuncerebbe. A cominciare dai moralisti. Gli statisti non che arricchirsi dovrebbero rimetterci; gli amministratori degli enti pubblici dovrebbero essere impermeabili alle raccomandazioni per gli appalti mentre i privati raccomandano i figli a scuola e gli amici per qualche impiego. Ognuno depreca vivamente i peccati che, per una ragione o per l'altra, non può commettere, e scusa quelli che commette con la solita, imbattibile giustificazione: "Lo fanno tutti". I moralisti sono quelli che vorrebbero imporre a tutti gli altri una virtù sublime mentre usano un diverso metro per sé e per i loro cari. Il mondo dei media è pieno di questa fastidiosa genia. Siamo al punto che coloro che sono sul serio eccezionalmente morali non dovrebbero mai predicare la virtù: nessuno potrebbe distinguerli dai moralisti.

I moralisti che raccomandano agli uomini di soffocare le passioni e di dominare i desideri per essere felici, non conoscono affatto il cammino della felicità. Émilie du Châtelet, Discorso sulla felicità, 1779.

Non c'è un solo moralista che non possa essere convertito in un precursore di Freud. Emil Cioran, L'inconveniente di essere nati, 1973.

Colui che predica la morale limita di solito le sue funzioni a quelle d'un trombettiere di reggimento, che dopo aver sonata la carica e fatto molto rumore, si crede dispensato di pagar di persona. Charles Lemesle, Misophilanthropopanutopies, 1833.

Un moralista è il contrario di un predicatore di morale; è un pensatore che vede la morale come sospetta, dubbiosa, insomma come un problema. Mi spiace di dover aggiungere che il moralista, per questa stessa ragione, è lui stesso una persona sospetta. Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi, 1869/89.

Quando t'imbatti in un moralista, consideralo con rispetto, ad una prudente distanza, perché la morale è come la trichina: vive nella carne del porco. Pitigrilli (Dino Segre).

I moralisti han torto. La sessualità non si vince soltanto con l'astinenza ma anche con la lussuria. Italo Tavolato, Contro la morale sessuale, 1913.

Diventerò moralista il giorno in cui uno mi dimostrerà di aver pensato durante il coito alla generazione futura. Italo Tavolato, Contro la morale sessuale, 1913.

La ferocia dei moralisti [...] è superata soltanto dalla loro profonda stupidità. Filippo Turati, Discorso parlamentare, 1907.

Un uomo che moraleggia è di solito un ipocrita, una donna che moraleggia è invariabilmente brutta. Oscar Wilde, Il ventaglio di lady Windermere, 1892.

Citazioni sulla morale.

Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante. (Indro Montanelli).

Di conseguenza, le opinioni degli uomini su ciò che sia degno di lode o di biasimo sono condizionate da tutte le molteplici cause che ne influenzano i desideri riguardanti l'altrui condotta [...]. Dovunque vi sia una classe dominante, la morale del paese emana, in buona parte, dai suoi interessi di classe e dai suoi sentimenti di superiorità di classe. (John Stuart Mill).

Fino ad ora, sulla morale ho appreso soltanto che una cosa è morale se ti fa sentire bene dopo averla fatta, e che è immorale se ti fa star male. (Ernest Hemingway).

Ho sempre sentito che avevo delle responsabilità. Quel senso del dovere, poi, che avevo sempre addosso, quel senso che, insomma, era giusto fare certe cose o non farle. Ma non ero io... era che non c'era niente di più importante nella mia vita, non c'era niente di più grande, sai... sono uno che non ha mai fatto compromessi. Non ne ho avuto forse un grande bisogno, ma avevo una ripulsione per i compromessi e se questa la vuoi chiamare moralità, sì. (Tiziano Terzani).

Il moralista borghese è l'uomo della lettera anonima (Mario Mariani).

Il peggior criminale che abbia mai camminato su questa terra è moralmente superiore al giudice che lo condanna alla forca. (George Orwell).

Il peso materiale rende prezioso l'oro, quello morale l'uomo. (Baltasar Gracián y Morales).

L'onestà è lo stato allotropico della morale. (Carlo Maria Franzero).

La ferocia dei moralisti [...] è superata soltanto dalla loro profonda stupidità! (Filippo Turati).

La loro moralità, i loro principi, sono uno stupido scherzo. Li mollano non appena cominciano i problemi. Sono bravi solo quanto il mondo permette loro di esserlo. Te lo dimostro: quando le cose vanno male, queste... persone "civili" e "perbene", si sbranano tra di loro. Vedi, io non sono un mostro; sono in anticipo sul percorso. (Il cavaliere oscuro).

La morale comune cambia, a seconda di dove si vive. (Allan Prior).

La morale è l'intera scienza del soggettivo e dell'obbiettivo morale. – La conoscenza del dovere per ciò che è dovere senza alcun riguardo a qualsiasi conseguenza. (Victor Cousin).

La morale è la cognizione de' nostri veri e solidi interessi. (Antoine-Louis-Claude Destutt de Tracy).

La morale è la debolezza del cervello. (Arthur Rimbaud).

La morale è semplicemente l'atteggiamento che adottiamo nei confronti di individui che, personalmente, non ci piacciono. (Oscar Wilde).

La morale è sempre la stessa, non si modifica a seconda del suo essere applicata alla sfera pubblica o alla sfera privata. Ma la morale tiene sempre conto dell'oggetto, della realtà a cui si applica. (Georges Marie Martin Cottier).

La morale è un fondo sociale che viene accresciuto lungo il doloroso corso delle epoche. (Jack London).

La morale non è altro che l'arte attiva e pratica di viver bene. (Pierre Gassendi).

La moralità, ciò che la società chiama «morale» di per sé non esiste. (Carlo Maria Franzero).

La moralità consiste nel rispettare le cose con la volontà, secondo il pregio ch'elle hanno. (Augusto Conti).

La moralità è il rapporto tra il gesto e la concezione del tutto in esso implicato. (Luigi Giussani).

La ricerca esclusiva dell'avere diventa un ostacolo alla crescita dell'essere e si oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l'avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale. (Papa Paolo VI).

La Rivoluzione sociale sarà morale, oppure non ci sarà. (Charles Péguy).

La vera moralità consiste non già nel seguire il sentiero battuto, ma nel trovare la propria strada e seguirla coraggiosamente. (Mahatma Gandhi).

La vergogna è un sentimento fondamentale. Vergogna viene da vere orgognam: tempo l'esposizione. Oggi l'esposizione non la si teme più. E allora cosa succede: se io mi comporto in una modalità trasgressiva, bè che male c'è. Vado incontro ai desideri nascosti di ciascuno di noi e li espongo, quanto son bravo. E allora a questo punto non sono più visibili con chiarezza i codici del bene e del male. C'era Kant che diceva che il bene e il male ognuno le sente naturalmente da sé, usava la parola sentimento. Oggi non è più vero. Semplicemente se uno ha il coraggio anche di mostrarsi vizioso, se ha il coraggio anche di mostrarsi trasgressivo è un uomo di valore, almeno lui ha il coraggio, ha interpretato i sentimenti nascosti di ciascuno di noi. Questo ormai significa, non dico il collasso della morale collettiva, ma persino di quella individuale, quella interna, quella psichica. Quindi la fine dei tempi. (Umberto Galimberti).

L'entusiasmo non è altro che ubriachezza morale. (George Gordon Byron).

Le passioni umane si fermano solo dinanzi a una potenza morale che rispettino. Se manca una qualsiasi autorità di questo tipo, la legge del più forte regna e, latente o acuto, lo stato di guerra è necessariamente cronico. (Émile Durkheim).

L'etica è più una questione di opinioni che una scienza. La morale è una consuetudine più che una legge naturale. (Robert Heinlein).

Il cedimento morale di tanti cristiani anzi, la crisi stessa della Chiesa hanno una causa. E questa causa è, per dirla chiara, l'indebolimento della fede. È impossibile vivere la morale cattolica se non si è più convinti, e fino in fondo, che Gesù Cristo è il figlio di Dio e che nel vangelo è contenuto il progetto divino per l'uomo. (Benedetto XVI).

L'indignazione morale è in molti casi al 2 per cento morale, al 48 per cento indignazione, e al 50 per cento invidia. (Vittorio De Sica).

L'intelligenza è una categoria morale. (Theodor Adorno).

Nella morale come nell'arte, nulla è dire, tutto è fare. (Ernest Renan).

Non può esserci agire morale, lì do­ve non ci sia l'altro, riconosciuto in tutto lo spessore irriducibile della sua alterità. (Bruno Forte).

Non resta altro mezzo per rimettere in onore la politica, si devono come prima cosa impiccare i moralisti. (Friedrich Nietzsche).

Non si può essere felici finché intorno a noi tutti soffrono e si infliggono sofferenze; non si può essere morali fintantoché il procedere delle cose umane viene deciso da violenza, inganno e ingiustizia; non si può neppure essere saggi fintantoché l'umanità non si sia impegnata nella gara della saggezza e non introduca l'uomo alla vita e al sapere del più saggio dei modi. (Friedrich Nietzsche).

Ogni disordine morale è un atto di guerra. (Carlo Gnocchi).

Ogni moralità trae la sua origine dalla religione, perché la religione è soltanto la formula della moralità. (Fëdor Dostoevskij).

Pensavi che potessimo essere persone per bene in questi tempi in cui tutto è male, ma ti sbagliavi. Il mondo è spietato, e l'unica moralità in un mondo spietato è il caso. Imparziale, senza pregiudizi, equo. (Il cavaliere oscuro).

Per i moralisti, tu sei naturalmente cattivo. La bontà sarà una disciplina imposta dall'esterno. Tu sei un caos e l'ordine deve essere instaurato da loro; saranno loro a portare l'ordine. E hanno fatto del mondo intero un pasticcio, una confusione, un manicomio, perché hanno continuato a fare ordine per secoli e secoli, a disciplinare per secoli e secoli. Hanno insegnato così tanto che coloro cui è stato insegnato sono impazziti. (Osho Rajneesh).

Per mettere in chiaro i veri princìpi della morale, gli uomini non hanno bisogno né di teologia, né di rivelazione, né di divinità: hanno bisogno solamente del buon senso. (Paul Henri Thiry d'Holbach).

Per morale o etica particolare od applicata s'intende quella parte di morale, la quale tratta del sommo bene e dell'onesto, ovvero dei doveri e della virtù in tutte le loro applicazioni e relazioni. Questa parte è la morale veramente pratica, quella che per alcuni forma tutta la scienza dell'etica, appunto perché in essa deve apprendere lo spirito ad operare. (Baldassarre Poli).

Più profittevole al mondo è chi abbia lasciato un solo precetto di morale, una sola sentenza riguardante la vita, che non un geometra, avesse egli pure scoperte le più belle proprietà del triangolo. (François-René de Chateaubriand).

Quando il tempo è denaro, sembra morale risparmiare tempo, specialmente il proprio. (Theodor Adorno).

Quando mi trovavo a Motiers andavo a degli incontri mondani dai miei vicini portandomi in tasca sempre un bilboquet per giocarci per tutto il tempo per non parlare quando non avevo niente da dire. Se ognuno facesse altrettanto, gli uomini diventerebbero meno malvagi, i loro commerci diventerebbero più sicuri, e io penso, più agevoli. Infine, che qualcuno rida se vuole, ma io sostengo che la sola morale disponibile nei tempi odierni sia la morale del bilboquet. (Jean Jacques Rousseau).

Quando t'imbatti in un moralista, consideralo con rispetto, ad una prudente distanza, perché la morale è come la trichina: vive nella carne del porco. (Pitigrilli).

Quello che diciamo praticamente morale, non è altro da quello che teoricamente diciamo filosofia. La distinzione deriva, a nostro modo di vedere, dal concepire astrattamente il bene, che è oggetto della morale, e la verità, che è oggetto della filosofia. (Giovanni Gentile).

Rivoltatela come più vi pare, | prima viene lo stomaco, poi viene la morale. (Bertolt Brecht).

Se la morale non urtasse, non verrebbe lesa. (Karl Kraus).

Si diventa morali non appena si è infelici. (Marcel Proust).

Tutti noi abbiamo bisogno di un coinvolgimento morale che vada oltre le meschine contingenze della vita quotidiana: dovremmo prepararci a difendere attivamente questi valori ovunque siano scarsamente sviluppati o siano minacciati. Anche la morale cosmopolita deve essere mossa dalla passione; nessuno di noi avrebbe nulla per cui vivere se non avessimo qualcosa per cui valga la pena morire. (Anthony Giddens).

Vilfredo Pareto: I precetti morali sono spesso volti ad assodare il potere della classe dominante, spessissimo a temperarlo. La morale tipo è stata considerata come alcunché di assoluto; rivelata od imposta da Dio, secondo il maggior numero; sorgente dall'indole dell'uomo, secondo alcuni filosofi. Se ci sono popoli i quali non la seguono ed usano, è perché la ignorano, e i missionari hanno l'ufficio di insegnarla ad essi e di aprire gli occhi di quei miseri alla luce del vero; oppure i filosofi si daranno briga di togliere i densi veli che impediscono ai deboli mortali di conoscere il Vero, il Bello, il Bene, assoluti; i quali vocaboli sono spesso usati sebbene nessuno abbia mai saputo cosa significassero, né a quali cose reali corrispondessero. Vi sono certi fenomeni ai quali nelle nostre società si dà il nome di ETICI o MORALI, che tutti credono conoscere perfettamente, e che nessuno ha mai saputo rigorosamente definire. Non sono mai stati studiati da un punto di vista interamente oggettivo. Chi se ne occupa ha una qualche norma che vorrebbe imporre altrui, e da lui stimata superiore ad ogni altra.

Moralisti e manettari. Provare a spiegare a uno straniero che cosa sia il rapporto tra certa magistratura è certa stampa in Italia è impossibile, scrive “Il Giornale”. Come si fa per esempio a raccontargli ciò che sta accadendo in queste ore sul cosiddetto «caso Panama». C'è Valter Lavitola al quale hanno notificato un altro provvedimento di arresto per un tentativo di estorsione ai danni di Impregilo. Ma non è questa la notizia, ovviamente. E la notizia non è neanche un'altra: cioè che lui avrebbe danneggiato Silvio Berlusconi, usato come esca inconsapevole per la grande azienda di costruzioni che voleva fare affari a Panama. No, per i giornali la notizia sarebbero i presunti filmini hard che lo stesso Lavitola avrebbe girato dopo aver procurato - dice lui - delle prostitute a Berlusconi. Così ieri i giornali erano tutti pieni di questa notizia condita con intercettazioni senza alcuna rilevanza processuale e penale che però sono stati sbattuti nell'ordinanza di arresto e che a quel punto sono finiti alle redazioni. È la vergogna che si ripete: le vittime di possibili reati trattate come colpevoli, la privacy e il rispetto stracciati, l'ossessione delle altrui vicende sessuali che porta a spiattellare tutto senza distinguere ciò che è notizia vera da ciò che invece non lo è. La cosa più grave, come sempre, è il silenzio: nel Paese dei moralisti a gettone, dei garantisti a chiamata nessuno che si sia alzato in piedi per dire che questo è uno scandalo. Una vergogna della quale l'Italia si macchia da vent'anni e della quale non si riesce a liberare. I verbali contengono il nulla su Berlusconi, ma non importa. Non appena compare il suo nome in un'inchiesta, anche come vittima, viene trasformato in autore di misfatti dei quali neanche è a conoscenza. Chi li ha letti dovrebbe essere indignato per il solo fatto che quegli atti siano stati pubblicati. Di più: per il fatto che siano stati inseriti nell'inchiesta. Ecco, se quello straniero ha comprato Repubblica o il Fatto Quotidiano avrà pensato che Berlusconi sia stato considerato responsabile di chissà quale nefandezza. Il numero di pagine dedicate dai giornali al fatto è talmente sproporzionato da far dedurre al povero forestiero che la cosa sia grossa e molto importante. Neanche la lettura degli articoli può averlo aiutato, tanta e tale la bile sprigionata dalle gazzette delle procure. Vagli a spiegare che se qualcosa di vero c'è, Berlusconi è la vittima. Non è possibile perché la militanza di magistrati e giornalisti manettari è così forte da uccidere la verità. E poi parlano di giustizia.

I FRIGNONI ED I VOLTAGABBANA.

I nuovi moralisti manettari e i frignoni italici .

"Qui piove e gli italiani si lagnano". Vittorio Feltri è una furia contro i piagnoni di casa nostra. Questa volta a far sbottare il fondatore di Libero è il meteo. In un editoriale su il Giornale, Feltri attacca chi si lamenta del freddo e della pioggia sotto le feste. Feltri guarda in Europa e afferma che in altri paesi come Inghilterra, Francia e Germania non c'è nessuno che "piange per il maltempo". "Siamo portati a dare una valenza politica a tutto, perfino ai fenomeni naturali, come se dipendessero dagli umani, in particolare se eletti e seduti in poltrona. Da quando non crediamo più in Dio, crediamo all'onnipotenza degli uomini. Siamo ridicoli", scrive Feltri. Insomma per Vittorio il motto "piove, governo ladro" è roba del secolo scorso. E così rincara la dose sugli italiani: "Per quanto riguarda la tempesta di Natale non si segnalano invece manifestazioni di protesta degli inglesi e dei francesi che hanno fatto i conti con tragedie non certo inferiori a quelle che periodicamente ci toccano". Infine la stoccata: "Vi sarà pure un motivo per cui il nostro popolo è incline a trovare un capro espiatorio al quale addossare la responsabilità di ogni guaio grosso o piccolo che sia. Probabilmente siamo talmente sospettosi nei confronti di qualunque autorità da temere che anche la furia degli elementi sia manovrata dal palazzo allo scopo di dimostrare che siamo ancora sudditi...". 

Politici postdatati vs cittadini retroattivi, scrive Nicola Porro. Per capire l’innesco, la sceneggiatura, di una rivoluzione borghese, o se preferite della classe media impoverita, basta tradurre in pagina il comportamento della nostra classe dirigente. Per se stessa applica il principio del «postdatato», mentre per il resto del mondo quello del «retroattivo». Andiamo al dunque. Si chiede a gran voce la riduzione (non fosse altro che per motivi di sobrietà istituzionale) dei costi della politica. I nostri geni si adeguano, producono una legge che avrà effetti nel prossimo futuro. Con il retropensiero che, passata la nottata, si possa sempre cambiare la norma al momento della sua esecuzione. Si taglia il finanziamento pubblico ai partiti, per dirne una, ma a partire dal 2017. Quando però la norma riguarda la gente comune, l’esecuzione è retroattiva. Altro che postdatata. Si applica una patrimoniale sui conti di deposito, ma a valere da ieri. Quindi è impossibile scappare. Si alzano le aliquote dell’Imu a dicembre, ma riguardano l’anno appena trascorso. Sono riusciti a inventarsi un acconto sulle imposte future superiore al 100 per cento di quanto presumibilmente dovuto. Le norme fiscali, nonostante lo Statuto dei contribuenti, sono spesso retroattive. Inchiodano al passato, senza dare la possibilità ai contribuenti di mutare, anche opportunisticamente, i propri comportamenti. L’Italia è l’unico Paese al mondo in cui una norma fiscale restrittiva si applica anche per il periodo in cui essa non era ancora vigente. Ecco, non c’è bisogno di scomodare lo scrittore Ballard per capire i motivi dell’insofferenza e della rabbia che ci invade, basta fare una telefonata al commercialista.

I voltagabbana. ''Marco Pannella dice che non andrà in piazza. Ma ci andrà comunque la Bonino, insieme al giustizialista Di Pietro. Se i radicali oggi fossero davvero liberi e capaci di fare una cosa liberale, dovrebbero molto semplicemente rompere l’alleanza (anche nel Lazio) con Di Pietro e con le liste di sinistra comunista e massimalista. Ma non lo faranno. Il resto sono solo chiacchiere e fumisterie, nel vano tentativo di nascondere l’alleanza sempre più strutturale di Bonino e Pannella con forze illiberali, giustizialiste e manettare''. Lo dichiara Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, sottolineando che è un ''triste epilogo della storia radicale: si passa da Sciascia a Travaglio, da Tortora a De Magistris, da Pannunzio a D’Avanzo, da Ernesto Rossi a Gioacchino Genchi. Auguri''.

In politica la tattica è (quasi) tutto, scrive “Libero Quotidiano”. Pertanto, la sterzata manettara di Matteo Renzi non stupisce. Da essa, il rottamatore deriva una triplice utilità nell’immediato: a) vellica i settori di elettorato più buttachiavi presenti sia a destra sia a sinistra; b) picchia sul nervo scoperto del rapporto tra piani alti del Pd e Giorgio Napolitano; c) costruisce un altro tassello della propria persona congressuale di strenuo avversario delle larghe intese (e del Pd che, Enrico Letta in testa, nelle larghe intese sguazza vieppiù apparecchiando le inconfessabili pastette col Caimano). Un politico, specialmente uno attento alla propaganda come Renzi, che non cogliesse al volo un’opportunità tanto evidente sarebbe un politico dalle discutibili abilità e scaltrezza. Detto questo, la giravolta forcaiola di Renzi una certa tristezza riesce comunque a metterla. Prima di tutto perché certifica che il sindaco di Firenze sarà innovatore finché si vuole ma non lo è al punto di sapersi sottrarre alla dittatura dei sondaggi che tanto piagò la seconda repubblica: i contrari a indulto e amnistia sono al 60%? Ebbene, sia dia loro contrarietà a indulto e amnistia, e per pensare al resto il tempo si troverà.

Il motivo vero per cui la folgorazione mozzorecchi del rottamatore arreca il magone, però, è un altro. E cioè il tradimento plateale di uno degli elementi del renzismo primigenio che meglio avevano fatto sperare: la possibilità di dare vita ad una nuova sinistra in grado di fare politica senza sventolare manette e brogliacci di tribunale. Prometteva benissimo, Renzi, al punto da fare intravedere la rivoluzione copernicana persino nei confronti del nemico numero uno (quante volte l’avrà ripetuta la famosa frase su Berlusconi «che va battuto alle elezioni e non nei tribunali»?). E invece niente da fare, tutto buttato alle ortiche in nome della convenienza del momento. Purtroppo per il sindaco, le tracce della piroetta sono ben visibili. Una, bellissima, l’ha trovata ieri Blogo.it: è una schermata dell’account ufficiale di Renzi su Twitter risalente al 18 dicembre 2012. C’è scritto solo «#iostoconMarco». Il Marco in questione era Panella, il quale era impegnato in uno dei periodici scioperi della fame per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’inferno delle carceri e chiedere adeguati provvedimenti di clemenza. E Renzi stava con lui.

Un radicale fiorentino tira fuori la lettera di Renzi che nel 2005 scriveva: “Aderisco alla battaglia di Pannella per l’amnistia, impegno morale, civile sociale della comunità italiana”. Anche nel 2012 appoggiava le battaglie di Marcolone - Ma non era diseducativa? - Idem per Grillo, che nel 2005 firmava appelli…

1. QUANDO MATTEO RENZI VOLEVA L'AMNISTIA, tratto da  giornalettismo.it. Matteo Renzi dice di non essere contrario all'amnistia per ragioni elettorali, e non si fa fatica a credergli. Perché soltanto uno che se ne frega totalmente del ridicolo in cui potrebbe finire direbbe oggi di essere contrario all'amnistia quando appena qualche tempo fa - mentre era presidente della Provincia di Firenze - era invece favorevole, come ricordano i radicali fiorentini. Questo il testo della lettera inviata da Massimo Lenzi nel 2005: Caro Presidente, l'auspicio a Lei caro "il futuro non può attendere" spesso impone una pronta attenzione al presente. Ed oggi l'auspicio di un futuro migliore si incarna nella decisione di Marco Pannella di attuare una forma estrema di lotta nonviolenta, lo sciopero totale della fame e della sete, per chiedere alle nostre istituzioni un'amnistia generalizzata per la popolazione carceraria. Giunto ormai al nono giorno della sua drammatica iniziativa, Pannella ha ribadito pubblicamente il senso di questa sua ennesima forma di lotta nonviolenta: «A queste istituzioni che si genuflettono dinanzi al Pontefice mi rivolgo chiedendo loro un atto di coerenza, di riconoscenza nei confronti del Papa. Un risarcimento, perché no?, con un fatto concreto. Mi chiedo: quale dev'essere l'atto di compassione nei confronti di quest'uomo? Tutte le nostre istituzioni - ha spiegato Pannella - hanno avuto parole di riconoscenza nei confronti del Papa. Sarebbe davvero un atto di riconoscenza varare l'amnistia. E' tradizione un atto di clemenza per festeggiare i nuovi re e i nuovi papi. Un'amnistia in ottemperanza a quello che lui chiese. Sarebbe anche un momento di dolcezza...». Come Lei sa, un deciso e straordinario provvedimento di amnistia e indulto, oltre a raccogliere la richiesta di clemenza reiterata dal Pontefice, consentirebbe di ripristinare l'esercizio effettivo della amministrazione giurisdizionale e giudiziaria, ponendo un argine contro la degenerazione in atto nella giustizia italiana, che, con sempre maggior evidenza, si traduce in ingiusta discriminazione di classe. Per questa ragione, caro Presidente, Le chiedo di schierarsi a favore dell'iniziativa di Marco Pannella, manifestando un significativo segnale di attenzione da parte dell'istituzione che Lei rappresenta. Caro Lenzi, la richiesta di Marco Pannella di ricordare Giovanni Paolo II, non coi manifesti celebrativi ma con un gesto concreto, nobile e giusto, mi sembra doverosa e bella. Conosci le mie opinioni e sai che sono spesso distanti da alcune delle battaglie storiche che Marco Pannella ha condotto e conduce. Ma sono pronto, nel mio piccolo, a fare la mia parte perchè la sete di giustizia che anima il leader radicale trovi una fonte soddisfacente. Aderisco, allora, alla battaglia di Pannella per l'amnistia, impegno morale, civile sociale della comunità italiana. Un caro saluto, Matteo Renzi. Ah, il tempo che passa. A questo punto, voi direte: «Ma Renzi ha detto che non bisogna fare un'altra amnistia dopo quella del 2006, mica che è pregiudizialmente contrario». Ebbene, non è passato molto tempo, invece, dal dicembre 2012, quando Renzi, insieme ad Enrico Rossi, scriveva a Marco Pannella: Le tue richieste sono giuste e legittime, nella loro immediatezza oltre che nel loro contenuto." Da dieci giorni seguiamo con seria preoccupazione i bollettini medici sul tuo stato di salute e proprio per questo vogliamo farci carico della lotta per l'amnistia, per la giustizia e per la libertà, per il ripristino della legalità e del rispetto della dignità all'interno delle nostre carceri, per interrompere una violenza che riguarda tutti i cittadini, non solo i detenuti; per ristabilire i principi della Costituzione, depredati nella loro completezza laddove prevedono che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e ne sancisce la funzione rieducativa; convinti che laddove siano stati violati o ignorati dei diritti, laddove venga meno la legalità, lo stato di diritto, esista anche, e tu lo sai bene, strage di popoli. Con grande apprensione e la piena solidarietà, da oggi introdurremo nelle nostre priorità istituzionali le necessarie misure affinché si possa limitare e riparare al collasso della giustizia e della sua appendice ultima delle "catacombe" carcerarie, luoghi di sofferenze atroci, di tortura e di morte quotidiana. Armati di nonviolenza, con i nostri corpi, con il ruolo che ricopriamo, intraprenderemo, a staffetta, uno sciopero della fame, sperando, con forza e caparbietà, che il Parlamento italiano conceda un provvedimento di amnistia e si attivi con atti urgenti per porre rimedio all'emergenza carceraria, al vergognoso sovraffollamento delle nostre strutture penitenziarie, non come soluzione ma come punto di partenza per una riforma strutturale della giustizia, con misure alternative alla carcerazione, in primis per i tossicodipendenti. Il testo è tratto da una lettera aperta a Marco Pannella scritta dal consigliere regionale della Toscana Enzo Brogi. Tra le prime adesioni quelle del presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, del sindaco di Firenze Matteo Renzi, del consigliere regionale Marco Taradash, di Sergio Staino, Alessandro Benvenuti e dei cantanti Dolcenera e Erriquez (Bandabardò). E insomma: all'epoca Renzi prometteva anche uno sciopero della fame. O tempora, o mores.

2. QUANDO BEPPE GRILLO PARLAVA DI AMNISTIA (OSPITANDO PANNELLA SUL SUO BLOG) - E FIRMAVA L'APPELLO DEL 2005 PER L'AMNISTIA, tratto da giornalettismo.it. Oggi Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle protestano con veemenza contro l'amnistia o l'indulto chiesti esplicitamente dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per risolvere la «questione scottante» dell'emergenza carceri. Alcuni esponenti del partito del comico genovese hanno prontamente bollato la proposta del capo dello Stato come un provvedimento salva-Berlusconi. Qualcuno, come il deputato Manlio Di Stefano, ha chiesto addirittura le dimissioni di Napolitano. Il vicepresidente della camera Luigi Di Maio, invece, ha sostenuto che il presidente della Repubblica «se ne frega» delle opposizioni. Eppure qualche tempo fa era proprio Grillo a difendere la battaglia di Marco Pannella contro le morti in carcere e il sovraffollamento dei penitenziari, a favore dell'amnistia. Scriveva il leader 5 Stelle sul suo blog il 24 giugno 2011: Marco Pannella si sta battendo per una causa giusta, contro le morti in carcere, ogni anno più di 150, molte di queste oscure e riportate purtroppo con regolare cadenza su questo blog. Non ci vogliono più carceri, ma meno detenuti. Va abolita la legge Fini-Giovanardi che criminalizza l'uso delle marijuana. I reati amministrativi vanno sanzionati con gli arresti domiciliari e un lavoro di carattere sociale. Inoltre, quando questo sia possibile, gli stranieri, extracomunitari o meno, devono poter scontare la pena, qualunque essa sia, nel loro Paese di origine, vicino alla famiglia. Il carcere in Italia non serve a riabilitare nessuno, ma a uccidere. E', di fatto, una scuola di criminalità. Basta nuove carceri e che le istituzioni (ma quali? questo è il problema) ascoltino Marco Pannella. Grillo, nello stesso post, pubblicava poi una lettera dello staff di Pannella in cui si faceva chiaro riferimento all'amnistia. Si leggeva tra le righe: Marco Pannella è dovuto arrivare, dopo due mesi di sciopero della fame, al digiuno totale della fame e della sete, per richiamare l'attenzione delle istituzioni su due questioni: la necessità e l'urgenza di una amnistia quale primo passo per affrontare la crisi della giustizia (tempi lunghi e prescrizioni la rendono di fatto inesistente) e l'emergenza del sovraffollamento delle carceri (solo negli ultimi 10 anni ci sono stati più di 650 suicidi in carceri che oggi contengono oltre 68 mila detenuti a fronte di 44 mila posti regolamentari!); il silenzio dell'informazione e l'assenza di ogni confronto democratico su questa come su ogni altra questione che interroghi la coscienza dei cittadini e richieda importanti decisioni politiche e gravi scelte legislative. Come si cambia, è il caso di dire. Edit: come ci fa notare Francesco nei commenti, Beppe Grillo firmò nel 2005 un appello per l'amnistia proposto dai radicali. Il suo nome figura tra gli artisti.

Segreteria Pd, i giovani di Renzi sono un'Armata Brancaleone. Gaffe, bocciature, vizi da vecchia Casta: le prime settimane della nuova segreteria democratica sono tutte da ridere...scrive di Francesco Borgonovo su “Libero Quotidiano”.  Sarà che con Matteo Renzi l’Italia cambia verso, ma qua si odono sempre gli stessi ragli. La nidiata di renzini giovani e carini in pochi giorni ha già dato prova del proprio valore, dimostrando di non avere nulla da invidiare ai ferrivecchi in stile Massimo D’Alema. Il Divino Matteo promette battaglia sui costi della politica e mena fendenti alla Casta? Ecco che Debora Serracchiani - presidente della Regione Friuli - Venezia Giulia, uno dei volti più noti del suo esercito - inaugura la nuova era di sobrietà salendo su un volo di Stato da Trieste a Roma. Per fare cosa? Per andare a Ballarò. Doveva accomodarsi nel salotto di Giovanni Floris e ha pensato bene di scroccare un passaggio a Enrico Letta sul suo aereo. Probabilmente, la simpatica Debora ha preso molto sul serio l’esempio di Laura Boldrini, che si è fatta accompagnare dal fidanzato ai funerali di Mandela in Sudafrica, ovviamente a bordo di un velivolo gentilmente sovvenzionato dai contribuenti. Mica si è scusata, la Serracchiani. Anzi, ha detto che le sembrava tutto normale. Brava, così si fa: nel pieno solco della grande tradizione politica italiana. A quanto pare, l’Italia cambia verso: sì, quando prende il volo di ritorno. Poi c’è Marianna Madia, a cui va il premio «Fulmine di guerra» 2013. La riccioluta signorina (ex veltroniana, ex bersaniana, ex lettiana) è da poco entrata nei magnifici dodici della segreteria del Pd. Non avendo lavorato un giorno un vita sua, giustamente le hanno affidato l’incarico di responsabile del lavoro. L’altro giorno, come rivelato dal Tempo, doveva recarsi in via Veneto per incontrare il ministro Enrico Giovannini, che appunto di lavoro si occupa. Che ha fatto la Madia? Si è presentata al cospetto di Flavio Zanonato, al ministero dello Sviluppo economico. Si è seduta e si è messa a ripetere il compitino che si era attentamente studiata. Zanonato l’ha ascoltata per parecchi minuti, poi le ha fatto timidamente notare che si era sbagliata: la sede del ministero del Lavoro, le ha detto, sta dall’altra parte della strada. Ecco la soluzione: bastava cambiare verso, guarda un po’. Già ci vuole un bel coraggio a guardare in faccia Flavio Zanonato e a pensare che sia un ministro. Ma parlargli per venti minuti pensando che sia un’altra persona è un colpo di genio. La Madia avrebbe potuto cavarsela con una scusa: «Lo so che sei Zanonato, volevo solo provare il mio discorso, adesso vado a riferirlo al ministro vero». E invece  pare che se ne sia uscita balbettando: «Ma ministro, tu non ti occupi di lavoro?». No, e  a quanto vediamo dai risultati, non se ne occupa neppure la Madia. Ma non dimentichiamo Filippo Taddei, scelto da Renzi come responsabile economico del Pd. Lauree e master come se piovesse, poi l’hanno bocciato al concorso per diventare professore associato di Politica economica. La commissione ministeriale ha stabilito che le sue pubblicazioni non erano sufficienti. Fortuna che dovrebbe essere una delle menti che ridaranno impulso all’economia italiana.  A questo punto, tanto valeva tenersi Romano Prodi. O Piero Fassino, visto che Renzi sta già pensando a come salvare il potere del Pd dentro Mps. L’Italia cambierà anche verso, ma nel Pd vanno sempre nella stessa direzione. Ci permettiamo solo un consiglio a Matteo e soci. Magari, invece di convocare le riunioni alle sette di mattina, converrebbe svegliarsi un paio d’ore più tardi onde evitare il rincoglionimento nel corso della giornata. Con un po’ di sonno in più, forse la Madia avrebbe riconosciuto Zanonato. Per la Serracchiani, invece, non ci sono problemi: se è stanca, si appisola in aereo.

IL NUOVO CHE AVANZA.

 “Io e Marco (Travaglio) siamo stati tenaci. C’è stato un periodo in cui eravamo soli contro tutti, guardati male anche all’interno dei nostri giornali perché eravamo quelli sommersi dalla querele dei potenti e di Berlusconi in particolare“. Lo rivela Peter Gomez in un ritratto a tutto tondo reso ad Andrea Scanzi nel suo programma “Reputescion”, in onda su La3, scrive Gisella Ruccia. “Eravamo visti come dei pazzi che scrivevano libri” – continua il direttore de ilfattoquotidiano.it – “e venivamo accusati da destra e da sinistra di essere dei giustizialisti. Poi le cose sono cambiate”. Gomez nega la definizione di “house organ di Beppe Grillo” affibbiata al “Il Fatto Quotidiano”: “A differenza di altri, noi non attacchiamo Grillo a prescindere. Tutte le notizie negative sul Movimento 5 Stelle o il 90% di queste sono state date in anteprima dal fattoquotidiano.it”. E cita qualche esempio: “Dal caso Tavolazzi ai referendum sulla democrazia interna al M5S fino alla decisione di Beppe di mettere sul suo blog in maniera piuttosto maleducata il mio indirizzo email privato, sperando in un mail-bombing che poi non ci fu”. A Scanzi che gli chiede se Il Fatto sopravviverà a un’uscita di Berlusconi dalla scena politica risponde: “È scientificamente dimostrato, ci siamo occupati talmente tanto degli altri, siamo abbastanza bravi ad occuparci di tutti per cui il pubblico è in grado di accorgersene. La nostra differenza” – continua – “è che non abbiamo né padrini né padroni, L’unico modo per vendere i giornali e far frequentare i siti internet è avere le notizie. E finchè avremo le notizie, noi vivremo”. Gomez poi esprime il suo personale giudizio sui alcuni colleghi: “Santoro è un fuoriclasse, come Maradona: il più bravo di tutti. Formigli ha tanto talento, le sue ultime trasmissioni, in particolare quest’anno, sono giornalisticamente perfette, però non è Maradona. Marco Travaglio è una rockstar del giornalismo. Calcisticamente è Messi. Io sono Oriali”. E su Alessandro Sallusti svela: “E’ come Darth Fenner, l’ho conosciuto sulla strada, era uno dei più bravi cronisti che ci fossero in circolazione. Poi ha conosciuto il Lato Oscuro della Forza e si è fatto riprendere. Con Vittorio Feltri” – continua – “ho buoni rapporti. Ma entrambi hanno fatto delle scelte che sono in antitesi con il giornalismo. Sono dei grandi professionisti, Feltri è bravo a vendere i giornali, ma il giornalismo non è vendere i giornali”.

Ma proprio dal Fatto “Quotidiano arriva uni scoop: Oggi fanno i moralisti, ma ecco cosa facevano Peter Gomez e Marco Travaglio solo pochi anni fa: un filmato in Rete dimostra in maniera inequivocabile la militanza dei due cronisti fra le file di Forza Italia. Il Fatto Quotidiano non esisteva ancora e Silvio Berlusconi, come ama ripetere Daniela Santanchè, non era il loro “core business” come oggi. Ma questo video, complice la band milanese Elio e le storie tese, getta una luce inquietante sul passato del direttore del sito e del vicedirettore del giornale. Che siano sempre stati tutti d’accordo? Altro che larghe intese, altro che inciucio, Travaglio, Gomez e Berlusconi sono stati protagonisti di una trattativa ancora più indecente di quella fra lo Stato e la mafia. La redazione del fattoquotidiano.it è entrata in stato di agitazione.

Ho cominciato la mia carriera di giornalista come cronista giudiziario all'Avanti! di Milano nei primi anni Settanta, scrive Massimo Fini. Ogni giorno vedevo passare nei grandi androni del Palazzo di Giustizia non solo qualcuno in manette ma file di detenuti tenuti insieme dagli "schiavettoni" e da catene sferraglianti come dei deportati alla Cajenna. Ogni tanto quando c'era un delitto particolarmente importante, in genere rapine perché allora la classe dirigente non si era ancora così corrotta come sarebbe stato negli anni Ottanta e dimostrato nei Novanta con le inchieste di Mani Pulite, arrivavano, oltre ai fotografi, anche le Televisioni. Da neofita me ne stupivo. Non tanto delle manette, che soprattutto nei trasferimenti di più detenuti sono necessarie, ma dell'esposizione pubblica di queste persone, senza alcun rispetto, senza ritegno, senza protezione (anche quando non ci sono le tv non deve essere piacevole farsi vedere in manette dalle centinaia di persone che transitano ad ogni ora in un grande Palazzo di Giustizia qual è quello di Milano) ma allora nessuno sembrava curarsene, tantomeno i politici e gli opinionisti. In fondo la cosa non riguardava che degli stracci. Il 4 marzo del 1993, in piena Mani Pulite, ci fu l'episodio di Enzo Carra, l'ex portavoce di Forlani, fotografato in manette. I più feroci furono Bibì e Bibò, alias Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro, direttore e vicedirettore dell'Indipendente, che spararono la foto in testa alla prima pagina, ingrandendola il più possibile e indicando Carra al ludibrio della folla inferocita di quei giorni. Il più pietoso fu il "giustizialista" Antonio Di Pietro, ai tempi pubblico ministero, che ordinò agli agenti penitenziari di togliere immediatamente le manette a Carra. Del resto allora Bibì e Bibò erano dei forcaioli assatanati, sarebbero diventati dei "garantisti" a 24 carati quando passarono nella scuderia di Silvio Berlusconi. Se la prendevano anche coi figli degli imputati. Per esempio quelli di Craxi. Toccò a me scrivere sull'Indipendente una lettera aperta a Vittorio ("Caro direttore, ti sbagli su Stefania Craxi", 11/5/1993) ricordandogli che i figli non hanno i meriti ma neanche le colpe dei padri. Così come toccò a me, nel momento della caduta, mentre una legione di improvvisati fiocinatori si accaniva sulla balena ferita a morte, scrivere, sempre sull'Indipendente, un articolo intitolato "Vi racconto il lato buono di Bettino" (17/12/92), in cui, benché tempo prima Craxi mi avesse definito, nientemeno che dagli Stati Uniti dov'era in visita, "un giornalista ignobile che scrive cose ignobili", ricordavo che oltre all'uomo sfigurato, sconciato che vedevamo, con orrore, in quei giorni drammatici, ce n'era stato anche un altro che aveva suscitato speranze in molti. Passata la stagione euforica di Mani Pulite, l'immagine di Enzo Carra in manette è passata alla storia come l'emblema della "gogna mediatica" che non avrebbe dovuto ripetersi mai più (come dopo il "caso Valpreda" si giurò che mai più nessuno sarebbe stato chiamato "mostro"). Il Garante della privacy emanò alcune regole di comportamento per i media e parve affermarsi una maggior sensibilità per il rispetto della dignità dei detenuti. Ma solo per alcuni. Lo dice il recente episodio che ha visto protagonista Fabio De Santis, l'ex provveditore alle Opere pubbliche toscane, uomo di fiducia di Angelo Balducci, insomma uno della "cricca". Con un cellulare De Santis è stato portato in manette, come gli altri quattro detenuti che erano con lui (due spacciatori di droga, un ladro, un rapinatore) dal carcere fiorentino di Sollicciano al Tribunale del Riesame. Quando è sceso dal cellulare De Santis ha dovuto percorrere una ventina di metri sotto l'occhio delle telecamere. Solo due telegiornali però hanno mandato in onda quella scena. La giustificazione più farsesca e farisaica è stata quella di Mauro Orfeo, direttore del Tg2: "Volevamo denunciare una gogna che ricorda certe immagini di Mani Pulite". Denunciava la gogna mentre lo stava mettendo alla gogna. Il Garante della privacy è intervenuto, molti politici e opinionisti si sono indignati. Molto giusto. Ma nessun Garante della privacy ha battuto ciglio e nessun politico si è indignato, nessun opinionista ha alzato il dito quando tutti i telegiornali, solo per fare, fra i tanti possibili, l'esempio ricordato ieri da Travaglio, mostrarono, con evidente compiacimento, le immagini di tre rumeni in manette accusati di stupro (e poi assolti). Molti politici, in particolare donne, dichiararono: "Per questi soggetti ci deve essere la galera subito e poi, processo o non processo, buttare via la chiave". Che cosa significa tutto ciò? Che si sta sempre più affermando in Italia un doppio diritto, di tipo feudale e peggio che feudale. Quello per i "colletti bianchi", per i vip, per "lorsignori", che oltre ad essersi inzeppati il Codice di procedura penale di leggi talmente "garantiste" da rendere quasi impossibile l'accertamento dei reati loro propri (fra poco non potranno nemmeno essere intercettati se non con mille limitazioni - parlo dei limiti posti alle indagini della polizia giudiziaria e della magistratura, non di quelli, a mio parere sacrosanti, alla loro divulgazione), van sempre trattati con i guanti. Per tutti gli altri, per coloro che commettono reati da strada, che sono quelli dei poveracci, non vale nemmeno la presunzione di innocenza. C'è la "tolleranza zero". Ma questa è la vecchia, cara e infame giustizia di classe.

Giorni a sentire di quanto è legittima la protesta della piazza, settimane a ripetere ossessivamente che anche le gente che manifesta ha le sue ragioni… e poi? E poi alla prova dei fatti tutto s’è concluso con una manciata di manifestanti che non sapevano neppure quel che volevano sullo sfondo di una Piazza Plebiscito vuota, scrive Conte Zero su “Il Movimento dei Caproni”. Secondo la questura (cito i dati riportati da Repubblica) in piazza sono circa tremila persone: per loro lo stato ha stanziato duemila agenti, in pratica ogni manifestante avrà il suo poliziotto personale. A pensarci ora viene da ridere… nel passato le proteste in Italia (ed in Italia si manifesta con una certa regolarità) sono state ben più consistenti eppure mai s’è dato così tanto peso a questo genere d’operazioni, anzi spesso e volentieri gli organizzatori si sono seccati perché le loro proteste non hanno avuto risalto mediatico mentre in questo caso c’è stata più ribalta che fatto in sé. Questa volta sembra che i giornali ed i giornalisti non avessero altro di cui discutere. Eminenti politologi, commentatori politici, talk show e tribune politiche hanno fatto a gara per accaparrarsi almeno un “forcone” da esporre e far parlare. Ovunque era il festival del “alla fine anche loro hanno le loro ragioni”… una specie di messa quotidiana in cui, girando da un canale all’altro (o da un giornale all’altro) la litania era sempre la stessa : “la gente non ce la fa più”. Andiamo ai fatti: quanti erano? Perché quando i sindacati manifestavano per motivi oggettivamente più sensati non se li filava nessuno mentre qui tizi come Calvani hanno collezionato apparizioni in TV in cui hanno ribadito fino alla nausea luoghi comuni ed ovvietà misti a discorsi che non stanno né in cielo né in terra ?

Possibile che nessuna trasmissione (da Agorà a La gabbia) si sia accorta di quanto sconclusionati, vacui ed approssimativi sono questi manifestanti e le “idee” (ma c’erano delle idee ?) che portavano avanti ? Possibile che nessuno si sia accorto che questi qua non se li filava nessuno ? Nessuno ha visto che quelli fermati per il volantinaggio tutto volevano tranne che “fraternizzare”? Il discorso va fatto seriamente perché il problema non sono solo i forconi in sé, nel computo ci sono anche e soprattutto i media che hanno provato a “montarli” come fossero qualcosa di serio e sensato (fallendo miseramente per questioni di scarsità del materiale umano). Probabilmente è credibile che qualcuno, preso alla sprovvista dall’emergere del “gentismo” (populismo becero) ora ecceda nel senso opposto ma il grosso dell’informazione non può cavarsela così a buon mercato. Qualcuno ha provato a manipolare l’opinione pubblica per far crescere l’idea del forcone, per creare il caso e per alimentare l’idea che il malessere sia diffuso e che ci fosse il rischio di ribellismo (cit.Alfano). Qualcuno voleva che i forconi fossero rilevanti ed ha provato a gonfiarli per sfruttarli per i propri fini. “Chi” possiamo immaginarlo, ma a questo punto il “chi” non ha alcuna importanza. La rivelazione, di un certo peso, è che oramai la TV non è più in grado d’incanalare e legittimare alcunché (con buona pace di quelli che ci vanno per sponsorizzare i propri referenti), oggi in pochi hanno fiducia nel messaggio televisivo e se è vero che molti ascoltano la TV è altrettanto vero che sempre meno gente è disposta ad accettare passivamente notizie ed opinioni, con buona pace di tribune politiche e talk show in cui eminenti nulla a gettone presenza vengono invitati per dare la loro inutile opinione sulle cose (nella speranza che l’elettore “fidelizzato” riconosca il membro del suo “branco” e copi il messaggio). Ci siamo francamente stufati dei vari Cacciari, degli Emiliano, dei Feltri, dei Belpietro, dei Travaglio, dei Gomez e dei Panebianco che ci dicono cosa pensano di ogni argomento dello scibile umano anche quando, è evidente oggi, ne sanno ancora meno di noi e toppano clamorosamente nel percepire gli umori ed i sentimenti della gente. Se non sono bravi neanche a rendersi conto di cosa pensa e cosa vuole l’italiano allora che senso hanno ? a chi si rivolgono sui loro giornali e nelle trasmissioni se non riescono neppure a percepire il vero stato del paese, le sue necessità, i suoi bisogni e quel che realmente pensa? La domanda sorge spontanea… erano lì a cercare d’interpretare l’opinione pubblica o cercavano di dare loro, al pubblico, un opinione che la gente avrebbe dovuto far propria? Voglio dire… io quando sentivo la signora che dice “non ce la si fa più, troppe tasse. devono andare tutti a casa, vogliamo eleggere gente pulita” lo capivo che ‘sta qua non sapeva manco di che parlava, perché non ci voleva molto ad accendere il cervello ed arrivare alla conclusione che chi sta in parlamento oggi è stato eletto da tutti (pure da lei) pochi mesi fa. Quando vedevo gente con la mimetica e lo stemmino dell’Italia (il tizio di Casapound andrebbe arrestato anche solo per le fesserie che ha osato dire indossando la bandiera del paese) che diceva “devono dimettersi, devono farsi processare, al loro posto dobbiamo metterci gente competente nei rispettivi campi” lo capivo anch’io che il tizio non aveva la benché minima idea del perché manifestava al di fuori del “annamo a menà”. Quando ho sentito la diretta TV con un tizio col megafono che se la prendeva con chi da i permessi per i parcheggi riservati ai disabili a chi disabile non è ho pensato pure io “si ma che c’azzecca ? (c) 1997 Antonio Di Pietro. Poi Calvani che parla dei cavoli suoi perché gli hanno pignorato l’impresa, quell’altro che “lavoravo. mi hanno licenziato, quindi lo stato deve dimettersi perché nessuno ci tutela”, l’inno italiano a sproposito, la bandiera italiana (poverina) trascinata suo malgrado in questa pagliacciata… troppo per una persona mentalmente normodotata. Ma dico io… non s’è accorto nessuno che questi hanno la lucidità mentale di un pesce rosso che nuota nell’olio d’oppio? Possibile che la massima parte di giornalisti, opinionisti, politologi e politici si sia fatta prendere per il naso per giorni mentre io dal basso delle mie basse capacità mentali ho subito subodorato che si trattava solo di una palese azione fatta per far casino e montata ad arte. Voglio dire, io sono un semplice cittadino seduto davanti al PC, loro (politologi, esperti televisivi e via dicendo) no, loro sono PAGATI con gettoni presenza, percepiscono lauti stipendi per scrivere su giornali a tiratura nazionale, hanno trasmissioni in prima serata e si fregiano continuamente d’avere il polso del paese… questi in un giorno prendono cifre superiori al mio stipendio di un mese per andare in TV a SPIEGARCI le cose… e non sono in stati in grado di rendersi conto di quello che a me che sono un povero terrone era evidente fin dal primo giorno? Avessero un minimo di coraggio dovrebbero restituire tutti i gettoni presenza nei vari talk (e, nel caso dei conduttori, il loro stipendio) perché, manifestatamente, guadagnati ingiustamente. Questa sarebbe una giusta restituzione: ridate i soldi che si sono presi per ammorbarci (peraltro contro la nostra volontà) di notizie false e pareri del tutto sbagliati. Tuttavia non tutti hanno sbagliato in buona fede. La verità è che almeno qualcuno un po’su queste cose cerca di viverci, è il caso di referenti di certe “entità politiche” che si presentano a tutti gli spettacoli e, fingendo di commentare una manifestazione, recitano invece precise litanie tese a favorire i propri referenti: per anni, con Berlusconi al potere, qualcuno recitava “la crisi non esiste” o “la crisi ce la siamo lasciata alle spalle”, ora invece va di moda il “va tutto male” e si campa d’ingigantimenti. Ad esempio c’era Barbara Spinelli: Ora lo vediamo faccia a faccia: è l’insurrezione formidabile, generalizzata, di chi patisce ricette economiche che piagano anziché risanare.…come c’era Marco Travaglio: Governo e partiti fanno gli stupidi e gli indignati: dopo aver trasformato un popolo tranquillo e paziente, a volte rassegnato e disperato, in una polveriera pronta ad esplodere alla prima scintilla si meravigliano se centinaia di migliaia di cittadini protestano.…beh, erano 0.02 centinaia di migliaia, un insurrezione della magnitudo di quando alla sagra del cinghiale di Chianni finisce il cinghiale (mortacci loro!). Oh, ma non sono solo loro, loro sono solo quelli più rappresentativi, ma il fenomeno è più diffuso di quanto si pensi. Li abbiamo visti, in questi giorni, perdersi in profonde discussioni sul “questo governo ha fallito” (infatti è noto che se la gente se la passa male è solo per gli eventi dall’inizio del 2013 ad oggi, prima era “tutta salute”) al “la gente sta sempre peggio”, il tutto senza uno straccio d’analisi in merito, solo il trito e ritrito ripetere gli slogan (di plastica) delle piazze, un “se ne devono andare tutti a casa” che a sua volta è riciclato dal Movimento 5 Stelle, un partito di rivoluzionari con tendenze poltroniste. Non che i commentatori siano stati i soli, anche alcuni conduttori hanno provato a montare la cosa per guidare precisi attacchi (sempre agli stessi), ed i perché sono fin troppo evidenti e riassumibili in una sola parola: audience. Questa storia dei forconi ci dice molte cose, intanto che pochi disgraziati se vogliono possono fare molti più disagi di quanti non si creda, e che spesso le forze dell’ordine per tutelare il legittimo diritto alla protesta si scordano che ci sarebbero anche i diritti di chi protestare non vuole e c’ha sicuramente di meglio da fare, a dicembre inoltrato, che essere fermato in autostrada per ricevere un volantino da chi s’immagina i colonnelli al potere. La notizia principale è comunque quella che finalmente la TV non è più in grado di polarizzare e montare l’opinione pubblica: per giorni qualcuno ha cercato di spingere la gente in piazza a manifestare con un persistente innuendo di negatività e rilanci televisivi… e nonostante tutto in piazza non c’è voluto andare nessuno (fatta eccezione per alcuni centri sociali ed i soliti universitari trentacinquenni di sinistra che, provvidenzialmente, si sono presi le manganellate diligentemente schivate da quelli di Casapound: e questa volta se le sono cercate). Dall’alto delle foto di quella piazza vuota la gente ha parlato, non vogliono più essere manipolati dai mass media e dalla volontà di danneggiare questo o quel governo… specie quando queste azioni hanno lo stampo ed i modi dell’estrema destra: se c’è da fare politica fatela in parlamento, non rompete le scatole alla gente normale che ha una vita da portare avanti. Con gli eventi di questi giorni qualcuno dovrà accettare (con buona pace di chi campa di piazze e prove canotto) che la politica non si fa nelle strade ma nei palazzi, non con urli e slogan ma con proposte di legge, discussioni ed accordi… coi FATTI e non con le URLA. La pietra dei due milioni ed ottocentomila elettori alle primarie del PD è ancora lì, monito di come non è vero che la gente non è interessata alla politica, semplicemente non è interessata alle sceneggiate ed al casinismo fine a sé stesso. Per anni ci siamo fatti condizionare da una TV che imponeva argomenti del giorno, discussioni, posizioni e soluzioni, ora non funziona più; la gente famosa ed annoiata che discute di problemi del paese che non conoscono oramai ci suggerisce solo noia, ne abbiamo piene le scatole degli emicicli delle tribune politiche in cui i rappresentanti sono chiamati secondo logiche precise e siamo francamente stufi dei tribuni che parlano senza contraddittorio e dei giornalisti chiamati perché “in quota” a questo o quel partito. Perché sì, i giornalisti vengono chiamati su indicazione dei partiti, per cercare di mantenere una specie di “par condicio” nei talk… ora sapete perché giornali con tirature striminzite hanno sempre quattro o cinque giornalisti chiamati qua e là a fare bella mostra di sé (e, in certi casi, della propria chincaglieria): perché ufficiosamente chi fa i palinsesti chiama le figure deputate dei partiti e queste indicano chi invitare, giornalista o politico. Per cui ora che vi abbiamo scoperto ed abbiamo capito chi siete e cosa volete ci siamo immunizzati dalle vostre “opinioni” e dai vostri “ragionamenti”. C’è voluto un trentennio, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. A questo punto il problema è per chi ha pensato di poter continuare a dettare l’agenda (e guadagnare consenso) sfruttando TV e giornali perché non glielo lasceremo fare di nuovo. Abbiamo capito che i media (tutti i media, anche internet) non sono fonti della verità e che bisogna ragionare anziché farsi passare la verità infusa da questo o quell’opinionista: ora se volete il nostro interesse ed i nostri voti smettetela con questo circo itinerante di gente che cerca di dirci di cosa e come pensare ed iniziate a lavorare davvero e seriamente per il paese. Non che i forconi non abbiano aiutato a riconoscere la “sola”, uno che fosse credibile in TV o nei giornali non c’era, dal sufi del “respiro consapevole” a Calvani passando per il tizio in mimetica che parla in piazza di tribunali per i politici, viene il dubbio che in questa manifestazione (il cui vero leit motif era probabilmente “ridateci Berlusconi, è per il nostro interesse”) nessuno abbia voluto metterci la faccia col risultato che hanno dovuto mandare avanti gli impresentabili. Ora però la questione è chiusa, i forconi si sono estinti (e non ne sentiremo la mancanza) ed a piangerli rimangono solo quelli della jihad via web, i tantissimi urlatori da tastiera che in queste settimane sono stati lì a tifare rivolta. Chi sono ? Sono quelli che non riescono a convivere con la loro mediocrità, gente che per non accettare il fatto che questa è la vita continua a sperare (ed in alcuni casi a pregare) che fra poco ci sarà “l’evento” che farà tabula rasa di tutto (Grillo lo profetizzava come il default, i forconi come la rivolta, a loro va bene uno qualsiasi). Sono dei poveretti insoddisfatti che trovano sollievo dalla loro grama vita semplicemente scrivendo su internet, credendosi rivoluzionari da tastiera e precursori del nuovo ordine che profetizzano dietro l’angolo… convinti che essendo i primi a profetizzarlo saranno quelli che più godranno di un eventuale “rivoluzione”. Sono convinti che la normalità come la conosciamo stia per finire, un comodo escamotage per liberarsi di una quotidianità grigia ed insipida… e non si rendono conto che il mondo che li circonda è grigio e opprimente anche perché la maggior parte della loro vita è passata davanti ad una tastiera a leggere, scrivere e sperare in cataclismi prossimi venturi. Ora questi dovranno fare i conti, un altra volta, con il fatto che il default di fine anno (il classico di Grillo) non c’è stato, il governo è ancora in carica (e pare che ci rimarrà per un bel po’) e la rivolta popolare “coi forconi” a volerla sono solo quelli collegati in streaming (lì dove le manganellate non arrivano), non sarà una bella giornata.

20 anni di studi sociologici su disfunzioni e vizi del sistema che nessuno osa sanare. Libertà e democrazia paralizzati da privilegi e poteri intoccabili di una casta fossilizzata. Sui media prezzolati e/o ideologicizzati si parla sempre dei privilegi, degli sprechi e dei costi della casta dei rappresentanti politici dei cittadini nelle istituzioni, siano essi Parlamentari o amministratori e consiglieri degli enti locali. Molti di loro vorrebbero i barboni in Parlamento. Nessuno che pretenda che i nostri Parlamentari siano all’altezza del mandato ricevuto, per competenza, dedizione e moralità, al di là della fedina penale o delle prebende a loro destinate. Dimenticandoci che ci sono altri boiardi di Stato: i militari, i dirigenti pubblici e, soprattutto, i magistrati. Mai nessuno che si chieda: che fine fanno i nostri soldi, estorti con balzelli di ogni tipo. Se è vero, come è vero, che ci chiudono gli ospedali, ci chiudono i tribunali, non ci sono vie di comunicazione (strade e ferrovie), la pensione non è garantita e il lavoro manca. E poi sulla la giustizia, argomento dove tutti tacciono, ma c’è tanto da dire. “Delegittimano la Magistratura” senti accusare gli idolatri sinistroidi in presenza di velate critiche contro le malefatte dei giudici, che in democrazia dovrebbero essere ammesse. Pur non avendo bisogno di difesa d’ufficio c’è sempre qualche manettaro che difende la Magistratura dalle critiche che essa fomenta. Non è un Potere, ma la sinistra lo fa passare per tale, ma la Magistratura, come ordine costituzionale detiene un potere smisurato. Potere ingiustificato, tenuto conto che la sovranità è del popolo che la esercita nei modi stabiliti dalle norme. Potere delegato da un concorso pubblico come può essere quello italiano, che non garantisce meritocrazia. Criticare l’operato dei magistrati nei processi, quando la critica è fondata, significa incutere dubbi sul loro operato. E quando si sentenzia, da parte dei colleghi dei PM, adottando le tesi infondate dell’accusa, si sentenzia nonostante il ragionevole dubbio. Quindi si sentenzia in modo illegittimo che comunque è difficile vederlo affermare da una corte, quella di Cassazione, che rappresenta l’apice del potere giudiziario. Le storture del sistema dovrebbero essere sanate dallo stesso sistema. Ma quando “Il Berlusconi” di turno si sente perseguitato dal maniaco giudiziario, non vi sono rimedi. Non è prevista la ricusazione del Pubblico Ministero che palesa il suo pregiudizio. Vi si permette la ricusazione del giudice per inimicizia solo se questi ha denunciato l’imputato e non viceversa. E’ consentita la ricusazione dei giudici solo per giudiz