Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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CAPORALATO

 

IPOCRISIA

 

E SPECULAZIONE

 

  

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

   

 

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2017, consequenziale a quello del 2016. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE

 

INTRODUZIONE.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

COLF, BADANTI E BABYSITTER. UN LAVORO PERICOLOSO, LOGORANTE E SOTTOPAGATO.

PADRINI, PADRONI E SCHIAVI.

LAVORO MINORILE. SCHIAVI INVISIBILI.

QUANDO IL CAPORALE E' LO STATO. LAVORARE A NERO PER LO STATO.

PARLIAMO DEI PORTABORSE, OSSIA GLI ASSISTENTI PARLAMENTARI.

L'INFORMAZIONE E LA SCHIAVITU' DEI GIORNALISTI.

LA DURA VITA DEGLI STEWARD...DI TERRA E DI CIELO.

PARLIAMO DEI POSTINI PRIVATI.

CIBO A DOMICILIO. I RIDER SFRUTTATI.

LA GIUNGLA DEGLI ANIMATORI TURISTICI.

I RIGGER. MONTATORI DI PALCHI SENZA TUTELE E SICUREZZA.

I CAPITANI DELLE NAVI. PARAFULMINI DEI GUAI.

VENDITORE DI AUTO: UN INCUBO.

LA DURA VITA DEI CASSIERI NOTTURNI.

L'ALTRO LATO DEL MONDO CONVENIENZA.

LAVORA E NON FERMARTI MAI.

L'INFERNO DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE ORGANIZZATA (GDO).

VOLONTARIATO ED IDEOLOGIA: CAPORALATO E LAVORO NERO. SFRUTTATI A FIN DI BENE.

SOTTOPAGATI E SENZA GARANZIE: L'ESERCITO INVISIBILE DOVE MENO TE LO ASPETTI...

IL MONDO DEI NEET.

STUDIARE I CALL CENTER.

LA MAFIA DELLE RACCOMANDAZIONI. MARTONE, LE VITTIME, SFIGATI A PRESCINDERE.

CERVELLI IN FUGA.

PARLIAMO DI RACCOMANDAZIONE: FAMILISMO, NEPOTISMO, CLIENTELISMO.

I PARENTI ECCELLENTI DELLA POLITICA: DALLE DINASTIE PERPETUE A CHI SISTEMA I FIGLI NEGLI UFFICI O LE MOGLI IN PARLAMENTO.

PARLIAMO DI RACCOMANDAZIONE IN TV.

IL FASCINO DEL CONCORSO PUBBLICO E DEGLI ESAMI DI STATO (TRUCCATI).

LA REPUBBLICA DEI BROCCHI NEL REGNO DELL'OMERTA' E DEL PRIVILEGIO.

VERONICA PADOAN ED IL RIBELLISMO DEI FIGLI DI PAPA’.

IL FAMILISMO AMORALE ED IL COOPTISMO AMORALE.

IMPIEGO PUBBLICO: LA TRUFFA DEL DOPPIO LAVORO.

PARLIAMO DI POVERI. COSA E' LA POVERTA'.

PARLIAMO DELLO SFRUTTAMENTO MAFIOSO E LEGALIZZATO.

PARLIAMO DI FORMAZIONE PROFESSIONALE.

PARLIAMO DI ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO.

PARLIAMO DI RISCATTO IMPOSSIBILE.

IL CAPORALATO.

IL CAPORALATO DEL TRASPORTO.

SIAMO TUTTI CAPORALI.

PARLIAMO DI CAPORALATO.

REGIONE CHE VAI, CAPORALATO CHE TROVI.

COOPERATIVE E CAPORALATO.

NAZIONE CHE VAI, CAPORALATO CHE TROVI.

COMUNISTI. QUELLI CHE CI VOGLIONO TUTTI UGUALI: TUTTI PIU’ POVERI.

TROPPE LEGGI = ILLEGALITA’.

COMUNISTI. QUELLI CHE CAMPANO SULLE SPALLE DEGLI ITALIANI.

VOUCHER: I BUONI LAVORO.

VOUCHER ED ASSUNZIONI FACILI...

QUELLI COME…I PARLAMENTARI.

QUELLI CHE COMBATTONO IL LAVORO NERO...

LA BUFALA DEL 1° MAGGIO? PARLIAMO DI LAVORO NERO E SFRUTTAMENTO. PARLIAMO DI VERO “CAPORALATO”.

PARLIAMO DEGLI O.S.S. OPERATORI SOCIO SANITARI.

PARLIAMO DEI TIROCINANTI PRESSO GLI UFFICI GIUDIZIARI.

PARLIAMO DI SFRUTTAMENTO DEL LAVORO.

LE DONNE IMMIGRATE PER I GIORNALISTI? MEGLIO SCHIAVE CHE PUTTANE.

SIAMO TUTTI PUTTANE.

IL FALLIMENTO DEI CENTRI PER L'IMPIEGO.

IL COLLOCAMENTO FAI DA TE...

AGENZIE PER IL LAVORO.

LA LOBBY DEI SINDACATI. DECISIVA E POLITICAMENTE IRRESPONSABILE.

PARLIAMO DI INFORTUNI SUL LAVORO.

IL CAPORALATO DA SPECULARE.

L'EQUIVOCO E L'ABBAGLIO SULLA EVASIONE FISCALE.

AZIENDE SUICIDATE. CONTROLLI VESSATORI E SPECULATIVI. ABUSI E PARADOSSI.

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE.

LEGGE 29 ottobre 2016, n. 199. Disposizioni di 12 articoli in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro e di riallineamento retributivo. Se ci si toglie il paraocchi ideologico ci si accorge che sono interessati tutti i settori economici (pubblici e privati) (GU Serie Generale n.257 del 03-11-2016). Entrata in vigore del provvedimento: 04/11/2016

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA Promulga la seguente legge:

Art. 1. Modifica dell'articolo 603-bis del codice penale

1. L'articolo 603-bis del codice penale è sostituito dal seguente: «Art.  603-bis. (Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato, chiunque:

1) recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori;

2)  utilizza, assume o impiega manodopera, anche   mediante l'attività di intermediazione di cui al numero 1), sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno. Se i fatti sono commessi mediante violenza o minaccia, si applica la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato. Ai fini del presente articolo, costituisce indice di sfruttamento la sussistenza di una o più delle seguenti condizioni:

1)  la reiterata corresponsione   di   retribuzioni   in   modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali   stipulati   dalle   organizzazioni   sindacali    più rappresentative a livello nazionale, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;

2) la reiterata violazione della normativa relativa all'orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all'aspettativa obbligatoria, alle ferie;

3) la sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro;

4) la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti.

Costituiscono aggravante specifica e comportano l'aumento della pena da un terzo alla metà:

1) il fatto che il numero di lavoratori reclutati sia superiore a tre;

2) il fatto che uno o più' dei soggetti reclutati siano minori in età' non lavorativa;

3) l'aver commesso il fatto esponendo i lavoratori sfruttati a situazioni di grave pericolo, avuto riguardo alle caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro».

La legge anti-caporalato? La fece il fascismo nel 1926. E la abolì Badoglio, scrive Antonio Pannullo, mercoledì 8 agosto 2018, su "Il Secolo d’Italia". Il “caporale” è la figura di intermediatore illegale tra latifondista e manodopera non specializzata. È una piaga presente da sempre, e in Italia si è saldata con la criminalità organizzata, soprattutto nel centrosud. La parola “caporalato” è tornata in questi giorni sotto i riflettori a causa degli incidenti che hanno visto coinvolti lavoratori stagionali stranieri in Puglia, ma è un male antico, un male “liberale”. Nel 2016 la Camera approvò la cosiddetta legge anti-caporalato, che però evidentemente non ha avuto effetto sul fenomeno, probabilmente a causa degli scarsi controlli da parte delle autorità. La rivista e blog Italia coloniale però, diretta da Alberto Alpozzi, ci ricorda che il caporalato fu combattuto e sconfitto, come la mafia del resto, dal fascismo, che nel 1926 varò la legge 563, detta “legge sindacale”, perfezionata e modificata fino al 1938 con altre norme tese a “contemperare secondo equità gli interessi dei datori di lavoro con quelli dei lavoratori tutelando, in ogni caso, gli interessi superiori della produzione”. Italia coloniale ricorda anche che queste rivoluzionarie normative, inserite nel Codice corporativo e del lavoro fascista, valevano oltre che in Italia anche nelle colonie, cosa che contribuì ad abolire nell’Africa italiana la schiavitù e la servitù della gleba, fiorenti fino alla conquista da parte dell’Italia dell’Africa orientale.

Il caporalato era completamente scomparso. In particolare, racconta ancora l’Italia coloniale, due furono i provvedimenti più incisivi: “i contratti collettivi di lavoro e gli uffici di collocamento gratuiti per i lavoratori disoccupati. I primi dovevano essere obbligatoriamente redatti e approvati dal Sindacato di categoria (ente che provvedeva anche al continuo miglioramento della formazione professionale dei lavoratori attuata attraverso gli organi d’istruzione professionale) prima di iniziare qualsiasi rapporto di lavoro subordinato”, provvedimenti non esistenti nella precedente legislazione liberale. Insomma, l’imprenditore poteva assumere la manodopera soltanto per mezzo di tali uffici, scegliendo tra gli operai iscritti; viceversa quest’ultimi, per cercare un impiego, avevano l’obbligo di avvalersi degli stessi: in caso contrario erano previste sanzioni pecuniarie per entrambi, dice ancora la rivista storica. In nessun caso l’imprenditore poteva assumere operai attraverso intermediatori privati, considerati dal fascismo né più né meno che parassiti sociali. Inoltre, ci dice l’Italia coloniale, le richieste di manodopera non potevano essere nominative ma numeriche, per evitare qualsiasi tipo di clientelismo. Se un lavoratore veniva licenziato senza motivo, poteva ricorrere alla Magistratura del Lavoro. Caporalato e mafia, quest’ultima grazie al prefetto Cesare Mori, furono bandire per qualche anno dall’Italia. Fino al settembre 1944, quando il governo Badoglio con il decreto 287 abolì tutte le leggi della Carte del Lavoro con le conseguenze che oggi ci troviamo a combattere.

Caporali e Operai. La legge fascista anti caporalato valida in Italia e nell’Africa Orientale, scrive Alberto Alpozzi il 18 luglio 2017 su Italiacoloniale.com. (Di Maria Giovanna Depalma). Il Caporale è una figura storica che da sempre si occupa sia di intermediazione tra proprietà agricola e manodopera – rigorosamente poco specializzata – che di reclutamento, organizzazione del lavoro, gestione delle paghe. Un sodalizio che spesso unisce la criminalità organizzata e lo sfruttamento dei lavoratori. Un giro d’affari da 17 miliardi di euro che oggi coinvolge 400 mila braccianti in tutto il territorio nazionale, pagati in media 3 euro per ogni occasione. A seguito di diverse denunce che hanno confermato una larga diffusione del fenomeno, nell’ottobre del 2016, la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva la legge anti-capolarato che prevede la descrizione del comportamento punibile e l’inasprimento delle pene già previste dall’articolo 603-bis (intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro). C’è da dire, però, che questa pratica criminale è una vecchia piaga del sistema liberale, già conosciuta e combattuta dal Governo italiano a partire dal 1926 grazie alla legge n. 563 ovvero la “Legge Sindacale”. Attraverso l’attuazione dell’Art. 16 della predetta legge e di una serie di norme giuridiche varate tra il 1926 e il 1938 atte a “Contemperare secondo equità gli interessi dei datori di lavoro con quelli dei lavoratori tutelando, in ogni caso, gli interessi superiori della produzione” venne attuata una vera e propria rivoluzione sia in campo economico che sociale. Ovviamente queste leggi -previste dal Codice Corporativo e del Lavoro – valevano sia nella Madre Patria che nelle Colonie, sia per i lavoratori coloni che per gli autoctoni, abolendo così anche forme di schiavitù o servitù della gleba nell’Africa Orientale Italiana. Furono due, in particolare, i provvedimenti più incisivi in termini di organizzazione del lavoro e tutela dei lavoratori (non contemplati nel sistema liberale vigente in precedenza): i contratti collettivi di lavoro e gli uffici di collocamento gratuiti per i lavoratori disoccupati. I primi dovevano essere obbligatoriamente redatti e approvati dal Sindacato di categoria (ente che provvedeva anche al continuo miglioramento della formazione professionale dei lavoratori attuata attraverso gli organi d’istruzione professionale) prima di iniziare qualsiasi rapporto di lavoro subordinato. Gli elementi essenziali di questi contratti stabilivano: il periodo di prova del lavoratore, la misura e le modalità di pagamento della retribuzione, l’orario di lavoro, il riposo settimanale, il periodo annuo di riposo feriale retribuito, i rapporti disciplinari, la cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza colpa, il trattamento dei lavoratori in caso di malattia o richiamo alle armi (Legge n.1130/1926). Invece per combattere il fenomeno del caporalato, seguendo i principi sanciti dalle dichiarazioni XXII e XXX della “Carta del Lavoro”, si utilizzarono gli uffici di collocamento (Legge n. 1103 del 28 marzo 1928). Questi enti funzionavano a 360 gradi: servivano sia a controllare il fenomeno dell’occupazione e della disoccupazione (indice complessivo della produzione e del lavoro) che a tutelare gli operai dai caporali. L’imprenditore, infatti, poteva assumere la manodopera soltanto per mezzo di tali uffici, scegliendo tra gli operai iscritti; viceversa quest’ultimi, per cercare un impiego, avevano l’obbligo di avvalersi degli stessi: in caso contrario erano previste sanzioni pecuniarie per entrambi. In tal modo l’imprenditore non poteva più assumere gli operai attraverso dei mediatori privati, che lucrando sui bisogni dei lavoratori, esercitavano una vera e propria funzione di parassiti. Per di più, con la “Riforma del Collocamento” attuata con il decreto-legge n. 1934 del 21 dicembre 1934, gli uffici assunsero anche la funzione pubblica di controllo: attraverso gli organi territoriali preposti, accertavano che l’obbligo di avviamento al lavoro per il tramite degli uffici di collocamento fosse rispettato da tutti i lavoratori. Solo in casi di urgente necessità (allo scopo di evitare danni alle persone alle materie prime, o agli impianti) fu data facoltà ai datori di lavoro di assumere direttamente la mano d’opera con l’obbligo, però, di darne comunicazione entro tre giorni all’ufficio di collocamento competente. Successivamente, nel 1935, il Governo sancì un’ulteriore regola per gli imprenditori: la richiesta di manodopera non doveva essere più nominativa ma numerica, indispensabile ai fini di un’equa distribuzione del lavoro tra gli operai ed evitare qualsiasi rapporto di clientelismo. Per i datori di lavoro, tra l’altro, vigeva l’obbligo di denunciare entro 5 giorni, sempre presso gli uffici competenti per territorio e per categoria, i lavoratori che per qualsiasi motivo cessavano il rapporto di lavoro. Anche in questo caso l’azione dello Stato fu lungimirante: se il lavoratore veniva licenziato ingiustamente aveva facoltà di ricorrere presso la “Magistratura del Lavoro”, organo competente nella risoluzione delle controversie tra datore di lavoro e operai. Tutto questo cessò di esistere il 14 settembre 1944 quando il Governo Badoglio con il decreto n. 287 abolì tutte le leggi (comprese quelle anti-capolarato) che avevano preso forma nella Carta del Lavoro attuando la rivalsa del sistema liberale nei confronti di quello corporativo e ripristinando quel principio economico basato sull’espansione del singolo individuo – senza limitazioni di sorta pur di accrescere la propria ricchezza – anche a scapito della collettività e della giustizia sociale. Di Maria Giovanna Depalma.

In una circolare fascista la tutela dei lavoratori somali che i sindacati di oggi dovrebbero leggere, scrive Alberto Alpozzi il 29 maggio 2017 su Italiacoloniale.com. A Genale, poco a sud di Mogadiscio, quando la Somalia era chiamata italiana, vi era la sede dell’Azienda Agricola Sperimentale. Qui, negli ’20 e ’30 del ‘900, si trovava una vasta zona di concessioni agricole, sorrette dal Governo italiano. Le concessioni si estendevano su 30.000 ettari per la coltura del cotone, resa possibile dalla grande diga di sbarramento dell’Uebi Scebeli e dalle numerose canalizzazioni che il Regno d’Italia aveva realizzato. Vi si coltivavano, oltre al cotone, anche la canna da zucchero, il sesamo, il ricino, il granoturco, la palma, il capok e soprattutto le banane. La prima azienda sperimentale a Genale venne creata nel 1912 da Romolo Onor che vi condusse i primi studi tecnici ed economici sull’agricoltura in Somalia. Nel 1918, alla sua morte l’Azienda cadde in disgrazia e quasi abbandonata. Fu il primo Governatore fascista, il Quadrumviro della marcia su Roma, Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon che ne intuì l’importanza e la risollevò, facendone un grosso centro di colonizzazione unico nel suo genere. Fu infatti il primo esperimento di colonizzazione sorretto totalmente dallo Stato, assegnando i terreni a coloni italiani. L’Ufficio Agrario e l’ufficio di Colonizzazione ordinavano e disciplinavano le concessioni e curavano e distribuivano l’acqua per l’irrigazione. Il Governatore de Vecchi fece studiare anche un nuovo sistema di irrigazione in derivazione del fiume Uebi Scebeli per distribuire omogeneamente l’acqua in tutto il comprensorio, facendo realizzare una nuova diga, lunga 90 metri, in sostituzione di quella vecchia ormai fatiscente. Insieme alla diga, inaugurata il 27 Ottobre 1926, vennero realizzati un nuovo canale principale di 7 chilometri e cinque secondari, creando complessivamente una rete di 55 chilometri di nuove canalizzazioni, insieme a 200 chilometri di strade camionabili terminate poi nel 1928. Parallelamente alle opere per l’irrigazione l’intero comprensorio, circa 18 mila ettari, venne indemaniato, inquadrato e colonizzato, suddividendolo in 83 concessioni divise in cinque zone. Ma come funzionava la manodopera nelle concessioni e quali erano le direttive del governatore fascista per gestire il comprensorio?

Così scriveva il de Vecchi in una CIRCOLARE del 14 GIUGNO 1926 (vedi “Orizzonti d’Impero”, Mondadori 1935, pagg. 320-327)indirizzata al Residente di Merca: “Le popolazioni indigene hanno risposto allo sforzo dello Stato con una ubbidienza, una disciplina ed uno slancio, di cui non si può a meno di tenere conto oggi ed in avvenire, quando si ricordi che appena poco più di due anni addietro il Governo stentava a mettere assieme in questa regione duecento uomini per il lavoro dei bianchi, che si rassegnavano a lasciar perire ogni impresa per la deficienza della mano d’opera, mentre oggi abbiamo al lavoro nella zona circa settemila persone, senza che mai avvenga il benché minimo incidente da parte delle masse lavoratrici, buone, serie e fedeli; si deve avere ragione di profondo compiacimento, sia per i risultati della politica compiuta, sia per il giudizio sulle popolazioni.” […] Molti dei concessionari, invece di comprendere tutto ciò e di sforzarsi di rimanere nella loro funzione, materialmente la più proficua senza dubbio, di parti di una grande macchina, sono portati da un male inteso individualismo, dominato da un egoismo gretto e da non poca protervia, a credersi ciascuno creatore, operatore e centro della risoluzione di un problema che invero è stato risolto soltanto dal dono fondamentale dell’acqua, della terra e della organizzazione delle braccia che la lavorano, e cioè della Stato per tutti. […] Il Governo ed il Governatore hanno un solo interesse: quello del popolo italiano e cioè quello di tutti. Ogni singolo è parte dello Stato. […] Ho riservata da ultima la questione delle mano d’opera. Ho detto più sopra che il Governo della Colonia ha creduto opportuno di organizzare e guidare questo servizio, ottenendo così quello che può essere ritenuto un miracolo in confronto ai convincimenti prima radicatasi in Colonia ed in Patria nella materia. La soluzione, così pronta e così ferma, del problema ha indotto la massima parte dei concessionari ad attendersi tutto dal Governo ed a credersi in diritto di pretendere che quegli vi provveda ora e sempre, secondo aliquote fisse o variabili createsi nella fantasia degli interessati. Avviene assai spesso di sentir parlare di “proprio spettanza”, di “propria mano d’opera”, di “assegnazione ordinaria o straordinaria”, di “gente che scappa”, di “forza presente”, come se ciascun bianco che arriva qui dall’Italia, per la semplice ragione di aver fatto un viaggio per mare e di aver ottenuto in uso un pezzo di terreno, avesse pieno diritto di tenere per forza al suo servizio un certo numero di indigeni e di pagarlo o non pagarlo se e come crede, e di trattarlo… come purtroppo è avvenuto. Non mi fermo sulla questione del trattamento limitandomi a ricordare che in Somalia vige per legge il Codice penale italiano per bianchi e neri; che il Giudice della Colonia conosce molto bene il suo dovere e che io sono fermamente deciso a non ammettere da chicchessia la benché minima violazione della legge. Ma la precisa informazione che qui intendo dare perché tutti la conoscano, si è che non tarderanno molto tempo ad essere emanate altre chiare disposizioni di legge protettive del lavoro e quindi della mano d’opera anche agricola nella intera Colonia, e che la organizzazione e l’impiego dell’ascendente enorme del Governo e del Governatore sugli indigeni hanno lo scopo umanitario, disciplinare e fascista di un graduale avviamento al lavoro di queste popolazioni, e non mai di qualsiasi coazione che crei larvate schiavitù o servitù della gleba, e meno che mai a semplice uso od abuso e servizio di privati.” Singolare come nessun libro di storia coloniale abbia mai ripreso questa circolare fascista, fascistissima, del 1926 del Governatore de Vecchi a tutela dei lavoratori somali, affinché non venissero sfruttati e maltrattati, che non si creasse una qualsivoglia forma di sfruttamento o di caporalato e che sottolineava come in Colonia vigesse il Codice Penale italiano e che era valido per bianchi e neri.

GIOVANI SENZA FUTURO PRIGIONIERI DI UNA POLITICA POPULISTA. I populisti ed i comunisti ogni giorno ci inondano di logorroiche dichiarazione miranti a portarci sull'orlo della povertà per tutti. Ogni rimedio è buono affinchè più poveri significa più schiavi. Il sostegno economico al sostentamento e la solidarietà ai poveri è un marchingegno per farli rimanere tali. Nessuno aiuta i poveri a farli diventare ricchi. Anzichè sussidi a pioggia, perchè lo Stato non sovvenziona, ma garantisce presso le banche i progetti d'impresa, affinchè il lavoro, più che cercarlo per sè, si inventa anche per gli altri?

Giovani senza futuro, élite più agguerrite, scrive Francesco Alberoni, Domenica 22/04/2018, su "Il Giornale". Quale futuro stiamo preparando? Già oggi le multinazionali che estendono il loro potere su decine di Paesi costringono i governi a piegarsi ai loro interessi. Esse, disponendo di enormi capitali, acquistano sul mercato le imprese più moderne e che danno maggiori profitti, privando i Paesi meno forti delle loro eccellenze. Nello stesso tempo alcune società multinazionali e i centri commerciali decentrati fanno chiudere i negozi tradizionali, impedendo in questo modo l'estrinsecazione delle straordinarie capacità artigianali e le raffinate creazioni delle piccole imprese. Questa trasformazione sta anche avendo un effetto negativo sui giovani lavoratori, sia maschi sia femmine. Prendiamo come esempio il caso delle migliaia di giovani che distribuiscono a domicilio i prodotti. Essi non guadagnano abbastanza per pagarsi un alloggio, sposarsi, fare programmi per il futuro. Se uno di loro fa questo lavoro a vent'anni cosa immaginerà di fare a 30, a 40, a 50? Continuerà a correre? La loro condizione è peggiore perfino di quello del minatore che perlomeno aveva una casa, dei figli e immaginava, al peggio, di continuare a fare il minatore finché non andava in pensione. In parallelo, una minoranza di giovani più agiata, più intraprendente, più creativa studia all'estero, trova lavori qualificati e in questo modo fa carriera ed entra nell'ingranaggio dell'élite che dirige la macchina economico finanziaria mondiale. Alcuni di loro hanno addirittura la prospettiva di diventare ricchissimi. Ma la gran massa dei precari, dei poveri, di chi non studia, di coloro che non possono immaginare il loro futuro continua ad aumentare. Il mondo si sta spaccando in un'élite di persone ricche e ricchissime e di tecnici superqualificati che danno gli ordini e una sterminata moltitudine di disoccupati e di sottoproletari condannati alla povertà, all'incertezza e all'ubbidienza. Non è mai successo nella storia che un'intera generazione venisse cosi schiacciata, asservita, privata del futuro. Oggi sono rassegnati, tranquilli, ma cosa sta maturando nel loro cervello?

Perché la Finlandia ha detto stop al reddito di cittadinanza. L'esperimento di Helsinki: 560 euro al mese a 2.000 disoccupati per due anni in cambio di nulla. Ma il governo ci ha ripensato, scrive Massimo Morici il 23 aprile 2018 su Panorama. Se in Italia il reddito di cittadinanza proposto dal M5S è ancora tra gli argomenti in cima all'agenda di una possibile futura maggioranza di governo che includa i pentastellati, in Finlandia, dove già qualcosa di simile esisteva, hanno deciso di fare dietrofront. Già, dalle parti di Helsinki è partita la campagna elettorale e la lotta alla disoccupazione, che nel 2015 ha raggiunto il picco del 10 per cento (oggi viaggia attorno all'8,5 per cento), e alle sfide poste dall'innovazione tecnologica al mondo del lavoro è uno dei cavalli di battaglia dell'attuale governo, guidato dal premier Juha Sipilä, leader del Partito di Centro di ispirazione liberale, in cerca di conferma alle elezioni che si terranno il prossimo anno in aprile.

Il premier c'ha ripensato. Sipilä, in alcune dichiarazioni riportate dall'Helsinki Times, ha detto quella che ormai è una banalità e cioè che con l'avvento delle nuove tecnologie "molti posti di lavoro spariranno", anche se se ne creeranno altri. Ovvio che in un campionato del genere vince chi eccelle sulla formazione: il premier ha ricordato che l'esperimento sul reddito di cittadinanza (in realtà si chiama basic income, reddito di base) è un "buon punto di partenza per lanciare questo tema in campagna elettorale". Non ha detto però se e come il governo intenderà proseguire su questa strada. Anzi, ha parlato volentieri di contrattazione locale e di incentivi fiscali per la formazione del personale delle imprese, soprattutto in un'ottica di espansione delle skills dei dipendenti, come strumenti per combattere la disoccupazione.

L'annuncio dell'Inps finlandese. La dichiarazione che sancisce la fine del programma, per lo meno quella ripresa da tutti i media internazionali, è invece quella rilasciata al quotidiano svedese Svenska Dagbladet da Miska Simanainen, un ricercatore del Kela, l'istituto finlandese per la sicurezza sociale, una sorta di Inps: "Al momento, il governo sta attuando delle modifiche che stanno allontanando il sistema dal reddito di cittadinanza". Simanainen nell'intevista ha fatto un po' pubblicità al progetto (e forse a se stesso), spiegando che due anni sono pochi per stabilire l'efficacia del provvedimento e che sarebbero necessari più tempo e maggiori risorse, allargando la platea agli occupati di fascia bassa.

L'esperimento fa già flop. Il test finlandese - perché di questo si trattava - è stato condotto su 2.000 disoccupati dai 28 ai 58 anni scelti a caso: i "fortunati" hanno ricevuto nel 2017 - e continueranno a ricevere fino alla fine dell'anno - 560 euro al mese senza alcun vincolo, cioè anche se hanno trovato o troveranno lavoro o se decidono di non fare nulla. La spesa per le casse dello Stato è stimata attorno a 20 milioni di euro. Helsinki avrebbe poi potuto estendere la misura agli occupati con salario minimo a partire da quest'anno, ma non l'ha fatto. I risultati saranno pubblicati nel 2019, ma non è detto: per ora è tutto congelato. Motivo? Fra un anno si torna alle urne e Sipilä (prudentemente) ha tirato il freno e si appresta a fare inversione a U. Il governo finlandese, infatti, aveva prima detto sì ai 560 euro al mese "senza vincolo", un'iniziativa che aveva attirato le attenzioni di tutto il mondo e ricevuto il plauso proprio da molti imprenditori dei settori più innovativi, tra cui Bill Gates e Mark Zuckerberg, che sono gli indiziati numero uno quando si parla di calo dell'occupazione, stando al noto teorema "computer sostituisce uomo". Ora il suo ministro delle finanze parla di un sistema di incentivi (fiscali e non) simili a quelli adottati nel Regno Unito per combattere la disoccupazione.

Gli obiettivi mancati. L'obiettivo dell'esperimento - come si legge sul sito di Kela - è (o meglio era) quello di garantire ai disoccupati un assegno di base per dedicare più tempo alla ricerca di un lavoro e agli occupati "insoddisfatti" una risorsa in più che li spingesse poi a cercare corsi di formazione per cambiare lavoro. L'assegno da 560 euro, per due anni e senza nulla in cambio, sarebbe secondo l'Inps finlandese un "forte incentivo occupazionale" e la risposta più innovativa del welfare finlandese agli attuali cambiamenti del mondo del lavoro, oltre che una semplificazione a livello burocratico del complesso sistema di aiuti del paese nordico.

Il cambio di rotta. Ma non sono pochi coloro che fanno notare che il cambio di orientamento del governo era già intuibile lo scorso dicembre, quando il parlamento finlandese ha alzato le condizioni di accesso ai benefit per disoccupati e lavoratori in difficoltà: chi ha uno stipendio non sufficiente per andare avanti, deve comunque dimostrare di lavorare come minimo 18 ore. Chi lo stipendio non ce l'ha, deve entrare in un programma di formazione di tre mesi con l'obbligo di trovare (e accettare) un impiego, altrimenti nisba. Proprio il contrario degli obiettivi dell'esperimento avviato lo scorso anno.

Disoccupazione, il circolo vizioso del sussidio: in Italia chi lo prende non cerca più lavoro. Una sperimentazione per aiutare 28 mila disoccupati a trovare un nuovo impiego ha ottenuto solo il 10 per cento di adesioni. Maurizio Del Conte, capo dell'Anpal che coordina i centro per l'impiego, non si arrende: «Il progetto è stato esteso a un milione di disoccupati. Vedremo chi si attiverà», scrive Gloria Riva il 12 aprile 2018 su "L'Espresso". Incassa il sussidio e nasconditi. L'italiano, quando perde il posto e accede agli ammortizzatori sociali, si guarda bene dal cercare un nuovo lavoro. È una questione culturale, è l'abitudine alle politiche passive del lavoro che rende complicato attivare in Italia sistemi di sostegno al reddito a pioggia, come potrebbe essere il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle. La conferma viene da una sperimentazione lanciata da Anpal, Agenzia nazionale per le politiche attive del Lavoro, creata a inizio 2017 e diretta da Maurizio Del Conte, professore di Diritto del Lavoro alla Bocconi di Milano. L'Anpal nasce non solo per rilanciare il sistema nazionale dei centri per l'impiego, ma anche per disegnare nuove strategie di sostegno alla ricerca di nuove opportunità professionali. L'ente ha avviato lo scorso anno una sperimentazione, coinvolgendo 28 mila disoccupati su una platea di circa 125 mila percettori di Naspi, l'indennità di disoccupazione introdotta dal Jobs Act. Ai soggetti selezionati - scelti con un sistema randomizzato e quindi estratti a caso su tutto il territorio nazionale - sono state inviate delle lettere per partecipare a un percorso di attivazione su misura con colloqui, corsi di formazione e un sistema di ricollocamento che prevedeva un premio compreso tra i 250 e i 5 mila euro euro per la società o il centro per l'impiego che fossero riuscite a trovare un lavoro alla persona. Il risultato? Solo 2.800 persone si sono presentate ai centri per l'impiego, vale a dire il 10 per cento degli aventi diritto. Un esito piuttosto magro, che Maurizio Del Conte prova a spiegare così: «Il dato più negativo di questa sperimentazione è stata sicuramente la bassa partecipazione al piano di attivazione al lavoro. Tendenzialmente abbiamo notato che la reazione delle persone coinvolte è stata quella di nascondersi, di non dare alcun seguito alla proposta offerta». In parte succede perché i percettori di disoccupazione sono lavoratori stagionali con contratto a termine e quindi non necessitano di un altro lavoro, ma attendono la ripartenza della stagione, facendo fronte ai periodi di inattività con i sussidi pubblici. Ma in generale «c'è un'assoluta impreparazione e una mancanza di tradizione all'idea che, quando si percepisce indennità, si possa e si debba ricercare attivamente un lavoro», spiega Del Conte, «abbiamo notato che le domande si sono concentrate verso la fine del periodo di copertura economica dell'assegno Naspi. Significa che, solo quando il sussidio economico sta per finire, allora alcune persone si attivano per valutare l'opportunità offerta dai centri per l'impiego. Questo non è buono, perché tutti gli studi concordano nel dire che più ci si allontana dal periodo di occupazione precedente, più è difficile trovare un nuovo lavoro». Il professore, più che puntare a un sussidio a pioggia - come quello ipotizzato dal Movimento 5 Stelle, che vorrebbe lanciare un sistema di sostegno al reddito a 360 gradi con il reddito di cittadinanza - avanza l'urgenza di lanciare un piano massivo di formazione culturale, perché vengano scardinate le cattive abitudini e si punti piuttosto a una immediata ricerca di lavoro, già dal giorno seguente della perdita del posto di lavoro. Il piano è già cominciato: infatti dal 3 aprile di quest'anno l'assegno di ricollocazione, cioè la sperimentazione descritta sopra, è stata esteso a tutte le persone disoccupate che percepiscono la Naspi da almeno quattro mesi, vale a dire a una platea di un milione di italiani. Fra qualche mese sarà possibile capire l'attitudine dei percettori di assegno di disoccupazione alla ricerca di un nuovo lavoro. «Estendendo il progetto, speriamo di raccogliere risultati molto diversi. Infatti nella sperimentazione alcuni lavoratori non si sono presentati perché non erano stati coinvolti i colleghi di lavoro, poiché non avevano ricevuto la lettera. L'effetto gruppo, invece, potrebbe invogliare molti a partecipare». Nella fase di sperimentazione, si è aggiunta la preoccupazione che, partecipando all'evento, si mettesse a rischio l'indennità di disoccupazione percepita: «Ma si tratta di una paura ingiustificata, perché il percorso di formazione e ricollocamento è un'opportunità in più e non toglie nulla», spiega Del Conte. L'assegno di ricollocazione, infatti, che varia dai 250 ai 5 mila euro a seconda della probabilità di occupabilità del disoccupato e della tipologia di contrato, viene versato all'ente che eroga il servizio di ricollocazione solo se riesce a trovare un posto al disoccupato. Il progetto, grazie a una nuova disposizione contenuta nella legge di bilancio, si potrà estendere anche ai lavoratori in cassa integrazione straordinaria. In questo caso sono state fatte altre sperimentazioni, concedendo ai percettori di cassa integrazione di mantenere parte dell'ammortizzatore sociale anche quando ha trovato una nuova opportunità di lavoro: qui l'86 per cento dei lavoratori ha aderito all'iniziativa. «Con Anpal abbiamo iniziato un'inversione di rotta dal punto di vista del messaggio da comunicare ai disoccupati e delle regole di ingaggio. C'è bisogno di far capire alle persone che il sussidio economico non è fine a se stesso, ma deve essere solo finalizzato alla ricerca di un nuovo lavoro. Il rischio, introducendo e ventilando l'ipotesi di un reddito di cittadinanza come lo vorrebbe il Movimento 5 Stelle è tornare a una logica assistenzialista, di dispensare denaro senza avere la possibilità di inserire queste persone nel mondo del lavoro. Perché oggi i centri per l'impiego non sarebbero in grado di far fronte ai volumi che potrebbero riversarsi lì». La fase due del jobs act, che doveva concentrarsi sullo sviluppo delle politiche attive, si è bloccata soprattutto a causa della vittoria del No al Referendum del 4 dicembre 2016, che non ha permesso ai centri per l'impiego territoriali di essere unificati sotto un unico ente nazionale. Al contrario restano vincolati alle specifiche leggi regionali, frammentando parecchio il sistema e rendendo complicato realizzare un unico database con le opportunità occupazionali del paese. Attualmente le persone che lavorano nei 550 centri per l'impiego nazionali sono 7.500, più 1.500 collaboratori. Poca cosa se confrontati con i 110 mila addetti alle politiche attive della Germania, i 70 mila del Regno Unito i 60 mila della Francia. «Nel panorama europeo siamo il paese meno avvezzo alle politiche attive. La nostra tradizione si basa solo sui sussidi di cassa integrazione, un modello oggi non più è sostenibile. Bisogna innanzitutto ripartire dai servizi di ricollocamento non solo potenziandoli, ma assumendo persone con professionalità e competenze». C'è ancora da affrontare il tema della condizionalità del sussidio: infatti nel Jobs Act esiste l'obbligo per il lavoratore di accettare l'offerta occupazione presentata dal centro per l'impiego, sempre che sia rispondente alla formazione e agli skill professionali della persone, pena il taglio del sussidio economico. «Il fatto che l'erogazione dell'assegno mensile sia condizionato all'accettazione del percorso lavorativo è una regola esistente già da molti anni. Tuttavia i casi di revoca del sussidio per mancata attivazione a causa del rifiuto del lavoratore sono rarissimi. Siccome il contributo proviene direttamente dallo Stato, non c'è nessuna pressione sul funzionario del centro per l'impiego a segnalare i casi di rifiuto all'Inps, che a sua volta dovrebbe adottare il provvedimento di revoca del sostegno economico stanziato. Questo sistema molto complesso ha reso pura teoria il principio di condizionalità. A tal proposito andrebbe ricostruito tutto il sistema decisionale della condizionalità, in modo da rendere automatico il taglio del sostegno economico in caso di rifiuto».

Reddito di cittadinanza, minimo, di inclusione: la giungla delle forme di contrasto alla povertà. In Italia esistono, a livello nazionale e locale, numerosi programmi per aiutare chi ha redditi bassi o nulli. A questi si aggiunge la proposta del Movimento 5 Stelle. Ecco una rassegna di tutte le sigle esistenti (che creano non poca confusione), scrive Gloria Riva il 29 marzo 2018 su "L'Espresso". Cinque anni fa l’Europa ha chiesto all’Italia di studiare un sistema per garantire un’esistenza dignitosa a tutti. Perché il nostro Paese, insieme alla Grecia, è l’unico nella Ue sprovvisto di una misura strutturale anti povertà. Un passo in questa direzione è costituito dal Rei, il Reddito di inclusione, approvato in autunno dal governo. Il Rei è un contributo già oggi versato a 500 famiglie e che dall’estate sarà destinato a un povero su due. Vale 1,7 miliardi e crescerà fino a tre miliardi nel 2020. È riservato per ora alle famiglie, con alcune specifiche condizioni (quelle numerose, con reddito inferiore a seimila euro, con minori a carico, con disabili, con donne in gravidanza etc). L’alternativa al Rei è la proposta dei Cinque Stelle: i 17 miliardi per quello che viene impropriamente chiamato reddito di cittadinanza ed è in realtà un reddito minimo condizionato, riservato ai disoccupati e revocabile se si rifiuta per tre volte un lavoro. Secondo Massimo Baldini, professore di Economia Pubblica all’Università di Modena, la proposta pentastellata è però sbagliata: «Oggi l’Italia destina 187 euro a ciascun povero, troppo poco se paragonati ai 500 euro della Francia. Ma i 780 euro del M5S sono troppi. E finirebbero per scoraggiare la ricerca di un posto di lavoro. L’assistenza economica dev’essere un incentivo all’attivazione, non una trappola», sostiene il professore. Il Rei tuttavia è considerato da molti una misura debole e per questo - in alcune Regioni e qualche Comune - è accompagnato da finanziamenti locali. Sono misure a macchia di leopardo, gestite in modo autonomo, che danno vita a un sistema complesso e farraginoso. L’economista Giovanni Gallo ha messo a confronto le sei misure regionali di reddito minimo: «Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Puglia, Sardegna, Valle d’Aosta e Molise, anche se quest’ultimo tentativo non è mai venuto alla luce».

In Emilia Romagna è stato istituto il Res, reddito di solidarietà, destinato anche ai single esclusi dal Rei nazionale. Le domande di accredito in Emilia sono state circa diecimila e sono stati stanziati fino a 400 euro a famiglia.

Il Friuli-Venezia Giulia nel 2015 ha avviato la Mia, Misura attiva di sostegno al reddito, dedicata a 14 mila famiglie che possono ricevere fino a 550 euro. Sia in Emilia sia in Friuli sono gli uffici comunali, insieme all’Inps a valutare i requisiti e decidere se intervenire con il Rei o con le misure locali, evitando doppioni e sprechi.

In Puglia dallo scorso anno c’è il Red, Reddito di dignità: 35 milioni per 20 mila famiglie, a cui spettano 400 euro mensili. Chi riceve il Red deve svolgere un tirocinio: «Tutti i sussidi regionali prevedono l’obbligo di attivazione sociale», spiega Gallo, che continua: «A chi non partecipa viene revocato il contributo». Nella pratica però poi è complicato togliere il sussidio.

A Livorno, ad esempio, unica città pentastellata in cui il sindaco Filippo Nogarin ha avviato una forma di reddito minimo, non tutti si sono dati da fare: «Qualcuno, grazie al contributo economico, è uscito dalla povertà perché, non dovendo pensare all’urgenza di sopravvivere, ha avuto modo di fare corsi di formazione, colloqui di lavoro, pensare a un’exit strategy. Altri, invece, non sono stati altrettanto dinamici, e sono quelli che continuano a chiedere aiuto», spiega il portavoce del Comune di Livorno, che ha stanziato 400 mila euro per 250 beneficiari e prevede nuove misure per quest’anno.

Si chiama Reis, Reddito di inclusione sociale, la misura introdotta in Sardegna che lo scorso anno è stata richiesta da 20.800 persone. Possono ottenerlo anche gli ex residenti sardi che tornano sull’isola e potrebbe quindi prestarsi al cosiddetto “turismo del welfare”. Il sussidio valdostano è invece destinato solo agli over 25enni e a chi ha lavorato per 365 giorni negli ultimi cinque anni.

Un altro caso è quello della Lombardia e del suo Reddito di autonomia: un insieme di bonus e sgravi per chi ha reddito inferiore ai 20 mila euro. Infine ci sono le città di Bari, Piacenza e Ragusa: anche loro hanno attivato un sistema simile al Rei.

Alla fine la mappa del welfare anti povertà appare oggi complicata. E per capirci qualcosa, i cittadini spiazzati di fronte alla babele dei sussidi finiscono per bussare alla porta dei Caf, i centri di consulenza dei sindacati.

Parafrasando il titolo del film di Totò: “Siamo uomini o caporali?” oggi si potrebbe adottare l’ossimoro “siamo sindacalisti o caporali? Questi due termini non possono definirsi in antitesi (in dicotemia) in quanto a differenza della figura retorica dell'antitesi, i due termini, sindacalisti o caporali, sono spesso incompatibili e uno di essi ha sempre una funzione determinante nei confronti dell'altro: si tratta quindi di una combinazione scelta deliberatamente da chi scrive o comunque stilisticamente non casuale, tale da creare un originale contrasto, ottenendo sorprendenti effetti stilistici di effettiva concretezza. Ciò sta significare che dietro scelte politiche, spinte da propagazioni mediatiche, e di conseguenza adozioni giuridiche, si nascondono interessi indicibili di casta.

Giudici di pace contro ANM su libertà sindacali e prerogative del Governo, scrive il 28 febbraio 2018 AgenPress. Inaccettabile interferenza di ANM sulle prerogative politiche del Governo e sulle libertà sindacali dei giudici di pace e dei magistrati onorari. Lascia sbalorditi il comunicato stampa rilasciato ieri dalla Giunta esecutiva centrale dell’ANM di “contrarietà alla proclamazione di prolungate astensioni dalle udienze da parte della magistratura onoraria” e di “dialogo su possibili modifiche della riforma”. In primo luogo rammentiamo ad ANM che la riforma della magistratura onoraria, scritta da magistrati fuori ruolo incardinati all’interno dei Ministeri, e fortemente voluta e sostenuta da ANM, addirittura con pareri di natura politica preclusi ad un organismo che dovrebbe rappresentare l’indipendenza della magistratura e non interferire sulle scelte politiche del Governo, è integralmente osteggiata dalla magistratura onoraria e di pace che ne chiede l’abrogazione ed il suo radicale ripensamento. Anche prescindendo dalla circostanza che, in una Paese democratico, il “dialogo su possibili modifiche alla riforma” non può certo prescindere dal coinvolgimento delle forze politiche e del potere legislativo ed esecutivo che esse rappresentano, neanche menzionate nel comunicato stampa ANM, ad ulteriore riprova dell’unilateralità delle scelte contenute nella contestata riforma, è gravissima l’affermazione di ANM che vorrebbe limitare le motivazioni della nostra protesta a ragioni di natura meramente economica. Noi stiamo scioperando da oltre un anno per garantire un migliore servizio Giustizia ai cittadini e preservare l’indipendenza dei giudici onorari e la loro professionalità, cancellate da una riforma che vorrebbe relegarci a mere “ancelle” dei magistrati di carriera, sia all’interno dell’ufficio del processo, sia negli uffici dei giudici di pace, dove saremmo assoggettati a loro direttive nell’esercizio della giurisdizione in aperta violazione della Costituzione, con la sostanziale cancellazione del giudizio di primo grado, appiattito sulla giurisprudenza dei Tribunali. Senza considerare la necessità ineludibile di un corretto inquadramento della magistratura onoraria nell’ambito dei principi fondamentali sanciti dall’ordinamento costituzionale e comunitario, previo riconoscimento della sussistenza di un rapporto di lavoro e di tutte le correlate tutele giuridiche, economiche e previdenziali, a partire dal diritto alla pensione e dal diritto alla retribuzione nei periodi di malattia, maternità, paternità, ferie, tutele fondamentali, anche a garanzia della dignità ed indipendenza della magistratura, neppure accennate nel comunicato ANM. Non sono certo i nostri scioperi, ma proprio il trattamento indecoroso riservato ai giudici di pace ed ai magistrati onorari ad attentare gravemente agli inviolabili diritti di Giustizia dei cittadini. Domani verrà convocato il direttivo nazionale congiunto dell’Unione Nazionale Giudici di Pace e dell’Associazione Nazionale Giudici di Pace per decidere sulla proclamazione immediata di un nuovo mese di sciopero da tenersi subito dopo le consultazioni elettorali.

Una squadra di 5500 giudici onorari pagati a gettone. La nuova inchiesta di PresaDiretta. Hanno costruito una carriera sul diritto, ma non hanno diritto a niente, scrive il 17/02/2018 "Huffingtonpost.it". Tribunale di Salerno, seconda sezione penale del giudice monocratico. Sulla porta dell'aula c'è l'elenco dei processi di questa mattina: 44, uno di seguito all'altro. Si inizia alle 9, si finisce quando si finisce. Elisabetta Barone da 17 anni svolge le funzioni di Pubblico Ministero come magistrato onorario, cosi come è previsto dalla Costituzione. Sostiene la pubblica accusa in dibattimento, esamina i testi, acquisisce prove, studia fascicoli. Fa insomma lo stesso lavoro ordinario di un magistrato. Ma per lo Stato italiano, la dottoressa Barone non è un magistrato ordinario. Anzi, per l'esattezza, il suo non è nemmeno un lavoro. Quelli come la dottoressa Barone dovevano essere dei sostituti temporanei, tre, massimo sei anni, ma passati più di 15 e loro sono ancora li: un esercito di 5500 precari. Tra viceprocuratori, giudici onorari e giudici di pace, sono oltre la metà dei magistrati professionali in servizio. Quando qualche settimana fa hanno scioperato, i tribunali monocratici si sono paralizzati. Pubblici ministeri e giudici che emettono sentenze in nome del popolo italiano, pagati a gettone: 98 euro lordi a udienza, cioè a giornata in aula. E non se ne fanno in media più di tre la settimana. Hanno costruito una carriera sul diritto, ma non hanno diritto a niente. Si lavora a mesi, a giornate, a settimane, a ore, la notte, la domenica, persino gratis. Il lavoro c'è ma nessuno lo vuole più pagare. A PresaDiretta poi l'ultima frontiera del precariato, la nuova economia dei "lavoretti", la gig economy. Un viaggio tra l'Italia e l'Inghilterra tra i lavoratori on demand. Dai fattorini ai rider, dagli autisti agli operai della logistica, ai tuttofare. Con "LAVORATORI ALLA SPINA" un viaggio di PresaDiretta nel mondo del precariato - sabato 17 febbraio alle 21.30 su Rai3, la prima di quattro puntate speciali in onda il sabato sera.

Un’inchiesta per raccontare cosa è veramente il precariato, scrive Presa Diretta. Dal 2008, anno di inizio della crisi, l'Italia ha recuperato 700mila posti di lavoro ma ha perso 1,3 miliardi di ore lavorate. Significa che ad aumentare sono i lavori part time, saltuari, precari, discontinui. Si lavora poco e si guadagna anche poco. La retribuzione media procapite in dieci anni ha perso 600 euro circa al mese e sono proprio i salari più bassi a perdere di più. Il traino dell'occupazione è sicuramente il tempo determinato. Finiti gli incentivi del governo infatti, il lavoro a termine ha conosciuto una crescita record, ma dura sempre meno: il 60 per cento dei contratti dura meno di un mese, il 26 per cento meno di tre giorni. Si lavora a mesi, a giornate, a settimane, a ore, la notte, la domenica, persino gratis. Il lavoro c’è ma nessuno lo vuole più pagare.  Magistrati onorari a meno di 1000 euro al mese, avvocati a 600 euro, professori universitari a 3 euro e 60 l'ora. Tutto naturalmente senza ferie, senza tutele, senza pensione. Lavoro senza diritti. A PresaDiretta poi l’ultima frontiera del precariato, la nuova economia dei “lavoretti”, la gig economy. Un viaggio tra l’Italia e l’Inghilterra tra i lavoratori on demand, i cosiddetti lavoratori alla spina. Dai fattorini ai rider, dagli autisti agli operai della logistica, ai tuttofare. La gig economy concentra il grosso dei guadagni nelle mani dei pochi che possiedono la piattaforma e che trattengono una commissione da chi svolge la prestazione. Il lavoratore ci mette l’attrezzatura, il know how, i rischi e qualcuno in cambio di una commissione, offre la piattaforma su cui far incontrare la domanda con l’offerta. Assunzioni zero. E’ questo il futuro del lavoro? “LAVORATORI ALLA SPINA”, è un racconto di Riccardo Iacona con Lisa Iotti, Irene Sicurella, Raffaella Notariale. 

Lavoratori alla spina: l’inchiesta di Presa diretta sul mondo del lavoro, scrive il 18 Febbraio 2018 "Infosannio". Il reportage di Lisa Iotti per Presa diretta ha attraversato il mondo del lavoro, dalla commessa all’insegnante universitario, ricostruendo la guerra che è oggi il mondo del lavoro. Mostrando il paradosso italiano: abbiamo recuperato 300 mila posti di lavoro ma meno ore di lavoro, è il lavoro precario, a giorni. Sono i lavoratori alla spina, pagati a ore.

Come Francesco Garofalo che prende 800 euro al mese e che per sopravvivere deve insegnare in tre università spostandosi in treno.

Elisabetta Barona magistrato onorario, pagata 98 euro ad udienza: senza malattia né previdenza.

C’è l’avvocato sfruttato in uno studio, senza essere pagata, solo provvigioni e rimborsi.

La commessa part time, Vanessa, trasferita a 150km di distanza per aver chiesto una domenica libera al mese.

Il rider che deve farsi intervistare senza mostrare il volto, per non essere licenziato: viene pagato a ore e la sua vita è gestita da un algoritmo.

È la nuova frontiera del lavoro? È questo il futuro? A me sembra tanto un passato di sfruttamento, dove le persone devono andare avanti di settimana in settimana. Tutto questo farà bene alle persone? E all’economia?

C’è un giudice a Londra. Un giudice a Londra ha stabilito che le persone non devono essere pagate a cottimo: Uber sfruttava i suoi dipendenti come nell’epoca vittoriana, ci stanno prendendo in giro – racconta l’avvocato che ha portato avanti la causa contro Uber. Questa è una decisione importante anche per l’Italia: le aziende della gig economy possono essere sfidate e si può vincere, per avere più diritti. Gli autisti non sono liberi professionisti, ma dipendenti che hanno diritto a pause, tutele e tutto il resto. Non siamo schiavi di Uber – parla un autista che lavora con Uber Pop. In 6 anni Uber è passata a 70mld di capitalizzazione, un boom che si basa su un algoritmo e sullo sfruttamento dei guidatori: Uber non ha mezzi, non spende nulla per la loro manutenzione. Tutto è a carico dei guidatori, costretti a lavorare a cottimo per guadagnare a sufficienza per sopravvive a Londra. Anche al rating per le votazioni delle persone che portano in giro per la città: più si abbassa il rating, più alto è il rischio di perdere il lavoro.

Gig economy = lavoro a singhiozzo. Con la Gig economy lavora 1 ml di persone in Inghilterra: sullo smartphone puoi trovare tutto, gente che ti lava la macchina per Go wash my car. La parola Gig è nuova, significa che tu metti la manodopera, metti i mezzi, la manutenzione e qualcun altro che fa da intermediario per i clienti, si prende la commissione. Senza fare altro.

C’è una app per trovare la manodopera per i lavoretti in casa, come Taskrabbit.

C’è una applicazione di bellezza, che ti manda una persona per farti le unghie, ad esempio.

C’è il fattorino che ti fa la commissione, il massaggiatore a casa, i designer a tua disposizione...

Gente che lavora come fosse un libero professionista, senza orari: sono più di 1 ml, ma il loro numero cresce di giorno in giorno, perché le piattaforme stanno crescendo. È il sogno dei capitalisti dell’800: niente fabbrica, niente dipendenti. Tutti liberi professionisti, con la spada di Damocle del rating. Niente obblighi per i lavoratori, niente paghe, niente pensioni, niente contributi. Tu, cliente, scegli il prezzo, che però a furia di concorrenza, sono paghe più basse.

L’ultima frontiera della ristorazione sono le dark kitchen: strutture chiuse con dentro i cuochi che cucinano per te, qualcuno porterà il cibo cucinato a casa. In Italia sono arrivate Deliveroo, Foodora, Just eat, Sgnam: un rider viene pagato 3,6 euro fino a 5 euro a consegna. Più consegni, più prendi: sempre con l’algoritmo che decide cosa, quando e dove.

È il nuovo capo del personale. Come Frank, l’algoritmo di Deliveroo: ogni rider è geolocalizzato e sa a chi affidare la consegna in un dato posto. Lavoratori prenotati tutto il giorno ma che possono fare consegne solo in pochi slot, nel giorno. Niente ferie, tanta disponibilità, nessun contratto: i lavoratori di Foodora lavorano perfino a cottimo, come nell’antico 800. Il salario è stato il superamento del cottimo – spiega un professore della Ca Foscari: è un modello che destabilizza il modello sociale perché toglie la possibilità di pianificare un futuro.

Il manager di Deliveroo, Matteo Sarzana. Il loro è un lavoro, dice il manager, però non può assumerli perché non esiste contratto per il tipo di lavoro: ma tutta la flessibilità rivendicata, nella realtà mostrata dal servizio non esiste.

E poi c’è il ranking, c’è l’algoritmo che misura l’efficienza il che può voler dire dover correre sulle due ruote. Non il massimo per la sicurezza: esiste una polizza, è vero, ma i massimali sono stati cancellati, prima di darli alla giornalista. Il kit consegnato ai dipendenti comprende anche il casco (comprato su Amazon): nel contratto del 2018 è prevista tutta l’attrezzatura standard, per lavorare in sicurezza. Non tutti i rider intervistati lo indossavano. Il casco di Deliveroo però, non ha la conformità per la normativa UE, le prove fatte dalla giornalista hanno poi avuto esito negativo: non sono caschi che passerebbero le normative UE.

Il processo di Torino. A Torino sei rider hanno fatto causa a Foodora per essere assunti (e non essere considerati liberi professionisti): sono difesi dall’avvocato Sergio Bonetto, esperto in diritto sul lavoro. La nostra normativa ha un buco: che differenza c’è tra i rider e i postini che consegnano le lettere via bici? Deliveroo Italia ha però scritto a Presa diretta dicendo che ha cambiato modello di casco, che verrà messo nel nuovo kit.

L’incontro col giornalista Staglianò: la gig economy vale miliardi di dollari, nel mondo – spiega il giornalista. Un modello di lavoro che cresce ad un ritmo elevato e che coinvolge milioni di persone: queste piattaforme funzionano per tutti i tipi di lavoro, introduce una concorrenza spietata, porta la concorrenza e il dumping sotto casa. Il programmatore italiano deve confrontarsi col programmatore indiano, che prende molti meno soldi.

Ma non è colpa dell’evoluzione tecnologica. Ci sono aziende che usano queste tecnologie ma che non sfruttano i propri dipendenti: come Laudrapp, che assume i propri lavoratori, anche i fattorini. E con un salario dignitoso, con ferie e malattie. Se si tagliano troppo i costi, si taglia la vita: il CEO dell’azienda ha deciso di assumere i lavoratori e ora la sua azienda si sta espandendo nel mondo, anche in Italia sta arrivando. Quando vi dicono che non si può fare altrimenti, che è il progresso, vi stanno mentendo: esiste un modo onesto di fare le cose. La tecnologia è neutra, tutto dipende dalla politica, dalla coscienza delle persone. La crescita di queste imprese si è sviluppata dopo la crisi in America: tante persone hanno perso il lavoro, creando un bacino di persone disposte a tutto.

L’intervista a Marta Fana. Dal pacchetto Treu al Jobs Act: tutta una serie di riforme sulla stessa linea, stravolgono il sistema delle relazioni nel lavoro. È il frutto di una scelta politica ben precisa: abbiamo recuperato 1 ml di lavoratori, ma con molte meno ore, significa che lavoriamo meno, con meno stipendi. Sono aumentati i lavoretti: il 65% dei nuovi occupati sono a termine con un contratto che dura meno di 1 mese. I salari sono diminuiti: è il grande ricatto della flessibilità, se non ti sta bene questo lavoro ci sono altre persone dietro che prenderanno il tuo posto. Il risultato? Nuovi poveri, anche tra chi lavora. Stiamo tornando indietro, anche nella concezione del lavoro: ti pago solo nel minuto in cui sei produttivo, nei tempi morti non ti pago.

Nella Gig economy rischiano di finirci tutti. Tribunale di Salerno: i processi li fanno anche magistrati onorari, come Elisabetta Barone. Fa tutto il lavoro di un magistrato, ma non è un magistrato ordinario, perché per la legge italiana il suo non è nemmeno un lavoro. È un lavoro temporaneo, un lavoretto, un’esperienza che dura da 20 anni. Anche per reati non minori come un omicidio colposo: senza i magistrati onorari la giustizia ordinaria non andrebbe avanti. Sono oltre la metà dei magistrati in servizio: pm e giudici pagati a gettone, 98 euro a giornata, indipendentemente da quanti processi hai fatto.

Niente malattia, previdenza. Niente. Non sono pagati per studiare a casa, per fare formazione. Nemmeno Giusi è pagata il giusto, nello studio di avvocato dove lavora: corre nelle aule dove ha udienza, finché non crolli. Ma non te lo puoi permettere: perché nello studio dove torna, deve scrivere gli appelli, studiare le carte. Pagata poco:550 euro al mese. Niente contratto, niente di stabilito. Nemmeno quante ore lavorare in un giorno.

E cosa dice l’ordine degli avvocati? Quante storie ha raccolto Lisa Iotti, da avvocati in tutta Italia. Gente mortificata dallo sfruttamento, dalla fatica, dall’impossibilità di vedere un futuro diverso. La legge del libero mercato anche qua: non esistono tariffe minime dal 2006, dalla riforma Bersani.

I tirocinanti: i tirocinanti devono lavorare gratis, perché inesperti, per i magistrati.

Lavorano e non sono pagati. E’ nato nel 2013, col decreto Del Fare, di Letta: serviva a velocizzare le pratiche e serviva ai tirocinanti per avere formazione. Ma è diventato un lavoro non retribuito: non prendono nemmeno i 400 euro, stabiliti per legge, perché i soldi del Ministero non bastano. Ogni giorno aumentano i tirocinanti nei Tribunali: anche questa è una nuova frontiera del lavoro. Persone che lavorano senza stipendio: non manca il lavoro in Italia, manca la voglia di pagarlo il lavoro.

Docenti o pendolari? Domenico Garofalo è un professore a contratto: deve lavorare in tre università, per poter guadagnare abbastanza per vivere. Pordenone, Bolzano e Milano: avanti e indietro per il nord del paese, 1281 km alla settimana, per arrivare a guadagnare 13mila euro in un anno. Domenico fa questa vita da 15 anni: viene pagato ad ore, come le colf. Non viene pagato per le tesi di laurea, per gli esami da seguire. Solo per le lezioni. Nonostante abbia alle spalle pubblicazioni anche in riviste internazionali. Che non ha copiato come alcuni ministri. “Arrivi alla sera con una disperazione addosso, perché sai che domani sarà uguale”: sono 25mila i professori a contratto, inventati dalla riforma Gelmini, servivano solo per tappare i buchi, come i tirocinanti e i magistrati ordinari.

E invece Maria Grazia Turri è un’altra docente a contratto: dallo Stato prende 3000 euro circa l’anno, sono 3 euro abbondanti all’anno. Una vergogna. Stanno distruggendo la dignità del lavoro. Mondo Convenienza ha battuto persino Ikea, nella vendita dei mobili: va bene grazie al lavoro degli addetti alle vendite, che hanno obiettivi giorno per giorno, sulla merce da vendere. Ogni addetto è dentro una classifica, con tanto di commenti, sia per chi sta in cima che per chi sta in fondo alle classifiche. Nelle sale relax, i dipendenti a termine devono vedere questa classifica: nemmeno in pausa pranzo possono sottrarsi dallo stress. Se sei in basso nelle vendite sei a rischio licenziamento: se sei produttivo, bene. Altrimenti il contratto non è rinnovato. E non si può dire di no nemmeno nel giorno di pausa. C’è un gioco, il Master Seller: è una scalata in cima ad una montagna, calcolata in base alla produttività dei venditori, con premi in denaro o in tempo libero. Perché queste persone, tutte, lavorano anche il sabato. Sempre: il sabato libero è un premio. A Prato due anni fa una venditrice di Mondo Convenienza ha chiesto alla Inail di vedersi riconosciuta la malattia, per lo stress accumulato dentro l’azienda. Per la competizione, per il forte oppressione da parte della dirigenza. Il direttore delle risorse umane parla di gamification, che chi sta in fondo alle classifiche non è licenziato, che hanno dei valori come lealtà e spirito d’iniziativa. E che non è colpa loro se il business si fa nel fine settimana. Nell’outlet fuori Roma: nel negozio di Kalvin Klein si trovano solo part time, che lavorano sei giorni su sette, per 24 ore. Qui lavorava Valeria Ferrara: è stata allontanata dall’azienda (un punto vendita lontano di 50 km) perché ha chiesto una domenica libera al mese. Per stare a fianco al bimbo, che ha meno di tre anni, come spetterebbe per legge. Per aver rivendicato un diritto, sente di essere stata punita, Valeria: oggi si viene puniti per aver chiesto una domenica al mese.

Un lavoro senza diritti. L’udienza per la causa è fissata per marzo 2019. Tutto è nato con le liberalizzazione di Monti: le aziende possono tenere aperti tutti i giorni, anche nei festivi. Una volta c’erano le domeniche di dicembre, che erano pagate lautamente: oggi le domeniche sono giorni come gli altri. Contratti part time, con ore sparse nella giornata, con orari stabiliti all’ultimo minuto, rendendo difficile alle persone organizzarsi su più lavori. “Siamo tornati dietro di un secolo” racconta un sindacalista della USB “sono condizioni simili alla schiavitù”: come al Carrefour, di notte, dove lavorano gli scaffalisti delle cooperative. Qui trovi lavoratori sotto tutela e lavoratori stranieri in fondo alla catena. Carrefour paga una miseria per queste persone che, lavorando di notte, dovrebbero prendere una maggiorazione notturna. Perché Carrefour è aperta anche di notte: il fatturato è aumentato del 10-15%. Ma paga gli scaffalisti 4-5 euro l’ora, tutta la notte, alle cooperative. Ti dicono che se non lavori è colpa tua. Che se non accetti un lavoro per pochi euro l’ora, non ha veramente bisogno di lavoro.

Mi fa paura questa crudeltà...Sono le parole di una ragazza, di 30 anni, ancora in cerca di un lavoro. I posti di lavoro si pesano, dice Staglianò: i lavoratori a termine guadagnano di meno, hanno meno tutele, non possiamo considerare il lavoro solo un numero. Come fanno i signori del jobs act: ha creato occupazione solo per i sussidi, finiti i quali sono cresciuti solo i contratti a termine. Ma tutto questo non vale per i difensori della flessibilità, come Sacconi. Sono i tempi, serve la flessibilità, finché c’è insicurezza nel futuro, finché l’economia non tira...Per finire con una frase incredibile: meglio seicento euro che niente. Sbaglia Sacconi e sbagliano i talebani della flessibilità: impoverendo il lavoro si impoverisce la società, la classe media in particolare. Si inceppa l’economia, perché la gente non può spendere.

L’economia robotizzata di Amazon. Lisa Iotti ha intervistato Roy Perticucci, vice presidente di Amazon. In Amazon ci sono i robot per fare i magazzinieri, nei magazzini: il braccialetto brevettato dall’azienda servirebbe a minimizzare le inefficienze, i secondi persi per completare gli ordini. Ogni secondo deve essere profittevole. Ma Amazon crea posti di lavoro, dicono. Ma quanti posti di lavoro si sono persi? E quante tasse non pagate, per gli accordi particolari stipulati con paesi come il Lussemburgo?

AirBNB paga 83mila euro di tasse in Francia. Apple in Irlanda paga tasse in termini di decimali. C’è ancora, nelle idee di Amazon, spazio per gli umani (intendo, non consumatori)? Cosa condividono Uber, Amazon, Airbnb col resto del mondo? – Staglianò a Iacona. Un mondo di salari bassi, che durerà per quanti anni ancora?

Lavoro gratis e senza certezze per gli aspiranti giudici di pace. Una prospettiva deprimente per gli oltre 100 mila che hanno risposto all’appello del Csm, scrive Manuela D'Alessandro l'1 marzo 2018 su "Agi". Almeno sei mesi di lavoro gratis e senza la certezza di diventare magistrati onorari. Una prospettiva deprimente per gli oltre 100 mila, finora, che hanno risposto all’appello del Csm rivolto agli aspiranti giudici di pace e viceprocuratori onorari in diversi distretti giudiziari, tra cui Milano. In tanti protestano nelle chat dei candidati anche perché della gratuità non si parla nel bando ma viene ‘nascosta’ in un articolo del decreto legislativo che fissa i principi sul conferimento degli incarichi (“Ai magistrati onorari in tirocinio non spetta nessuna indennità”). Le regole del gioco prevedono che verrà stilata una graduatoria per titoli (tra i plus, per la prima volta, la giovane età) e saranno individuati 600 nominativi da avviare al tirocinio, al termine del quale ne saranno scelti solo 400 (300 giudici di pace e 100 vice procuratori). Agli altri 200 un bel ‘grazie e saluti’ per essersi messi sulla spalle il gigantesco peso della giustizia minuta. Ma non è finita. Una volta nominate, le toghe onorarie potranno lavorare al massimo due giorni alla settimana – meno che in passato per contenere i costi -, mentre per il tirocinio saranno impegnate verosimilmente dal lunedì al venerdì in quello che un candidato definisce “un aiuto gratuito ai giudici del Tribunale”, da aggiungersi alle 30 ore di corso previste dal bando. Gli avvocati interessati, la cui professione garantisce punti in graduatoria, fanno notare che un tirocinio così impegnativo non gli consentirebbe di svolgere la professione in quei sei mesi, e questo, va di nuovo sottolineato, senza nessuna garanzia di entrare nei magnifici 400 pagati poi poche centinaia di euro.

Ministero di (in)Giustizia: gli aspiranti giudici di pace costretti a fare 6 mesi di stage gratis, scrive Alberto Marzocchi il 9/3/2018 su "businessinsider.com". Il Ministero di (in)Giustizia colpisce ancora. Dopo il caso dei 1.300 tirocinanti di procure della Repubblica e tribunali, che hanno lavorato gomito a gomito con magistrati per 18 mesi senza vedere il becco di un quattrino, ora tocca agli aspiranti giudici onorari di pace, a cui toccano sei mesi di stage gratuito. Cosa hanno in comune le due categorie? Semplice: sono composte da giovani neolaureati (nel secondo caso anche da avvocati abilitati) il cui impegno, non riconosciuto, permette al sistema giuridico italiano di reggere sotto il peso di faldoni, sentenze da scrivere, ricorsi e udienze. Il bando è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale col riferimento alle 26 Corti d’Appello in cui è possibile presentare la domanda, e scadrà il 15 di marzo. La selezione viene svolta per titoli, è necessario avere una laurea in giurisprudenza e almeno 27 anni. I posti per diventare giudice onorari di pace sono 300, mentre quelli per vice procuratore onorario sono 100. Del compenso, ovviamente, nei dodici articoli del documento, non c’è traccia. Per sapere che il tirocinio è gratuito bisogna andare a pescarsi il decreto legislativo n.116, 13 luglio 2017, dove si dice, chiaramente, “ai magistrati onorari in tirocinio non spetta alcuna indennità”. E il problema, che abbiamo verificato contattando alcuni aspiranti candidati, è che non tutti sono a conoscenza della gratuità del periodo di prova. “Davvero? Allora ritiro la domanda” ci è stato risposto. Ma non finisce qui. Perché, dopo i sei mesi di tirocinio, non è detto che si raggiunga il titolo. Il magistrato togato a cui si viene assegnati, infatti, può decidere che l’aspirante giudice onorario (o vice procuratore) non è idoneo. Non a caso, al tirocinio, accederanno 600 persone (quindi più dei 400 posti offerti dal concorso). A Milano, ad alzare la voce ci pensa l’Associazione Articolo 73, nata lo scorso anno proprio per aggregare i tirocinanti degli uffici giudiziari, e che si è battuta perché le borse di studio venissero erogate a tutti: “Siamo dell’idea che vada riconosciuto un compenso – esordisce Marco Guidi – il fatto grave di questo bando è che sia rivolto a chi ha più di 27 anni. Cioè, paradossalmente, a persone con più titoli ed esperienza di un neolaureato. Se uno non è riuscito a mettere da parte dei soldi non può affrontare sei mesi di lavoro gratuito. A meno che non ci sia una famiglia che lo sostiene. E qui si arriva al paradosso per cui questa strada la può intraprendere soltanto chi ha le spalle coperte”.

E il gioco, alla fine, vale la candela? Non esattamente. Da anni le associazioni dei magistrati onorari lamentano una situazione di precarietà: stipendi bassi, zero tutele in caso di malattia, infortuni o gravidanza. Secondo i dati forniti dal CSM (relativi al 2016) i giudici onorari in servizio sono, in tutto, 7.184. Un bel numero, se si tiene conto che i togati (magistrati ordinari) sono 8.619. Senza il loro lavoro, in pratica, il sistema giustizia collasserebbe. Eppure, a fronte degli sforzi, l’indennità prevista, sempre dal decreto legislativo approvato lo scorso anno, è di 16.140 euro lordi all’anno, a cui si aggiunge una parte variabile di circa 3-4 mila euro. L.S. ha 28 anni ed è una delle tante aspiranti giudici onorarie. Dopo aver preso la laurea in giurisprudenza a Roma, nel 2014, ha conseguito la pratica forense obbligatoria (e gratuita nella maggior parte d’Italia) di 18 mesi presso uno studio legale. Nel frattempo si è iscritta a una Scuola di specializzazione per professioni legali, della durata di due anni, con una retta di 2.500-3mila euro all’anno. Nel marzo del 2016, ha iniziato altri 18 mesi di tirocinio gratuito alla Corte d’Appello di Roma. Ora è praticante avvocato abilitato. “Lavoro a tempo pieno nello studio legale e diventare giudice onorario di pace, per quanto mi riguarda, costituirebbe una sorta di integrazione al reddito. Purtroppo, lavorando già a Roma, dovrò fare domanda in un altro distretto per evitare l’incompatibilità territoriale. Pensavo a Firenze o Napoli”. Quindi un treno da prendere almeno una volta alla settimana, più il pernottamento fuori: “Sì, dovrei farcela. Mi porterò il lavoro con me durante i trasferimenti. Il fatto che non ci sia un compenso durante i sei mesi di tirocinio mi pesa, parecchio. Anche perché avrò molte spese da affrontare. E poi diciamolo: alla fine, se si viene nominati magistrati onorari, lo stipendio è una miseria. È un lavoro molto serio che prevede grandi responsabilità”. Ma forse al Ministero di (in)Giustizia non se ne sono accorti. O fingono di non accorgersene.

Giudici di pace 2018: ecco lo stipendio annuale e tutti i dettagli sul tirocinio. Aspiranti giudici di pace costretti: verranno pagati i 6 mesi di stage?, scrive I. M.V., Esperto di Lavoro, Autore della news (Curata da Massa Maria Francesca). Pubblicato il 11/03/2018 su Blasting News.  Dopo l’aggiornamento sui concorsi pubblici riservati agli economisti e ai giuristi ecco in questo articolo un focus sul periodo di formazione previsto dopo il superamento del concorso pubblico per 400 giudici di Pace bandito dal Ministero della Giustizia il 15 febbraio. Più precisamente 300 posti sono per i giudici onorari di pace e 100 sono per i vice procuratori onorari. Il relativo bando è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale con riferimento alle 26 Corti d’Appello in cui è possibile presentare la domanda esclusivamente in forma telematica entro il 15 marzo. Requisito principale è il possesso della laurea in giurisprudenza. Costituiscono titoli preferenziali [VIDEO] dopo la formazione della graduatoria, l'aver esercitato il ruolo di dirigente, nelle cancellerie nelle segreterie giudiziarie o l’aver svolto la professione di docente in materie giuridiche o, ancora, quella di avvocato o di notaio. L’incarico dura 4 anni e può essere confermato una sola volta per altri 4 anni. Il magistrato onorario deve osservare i doveri previsti per i magistrati ordinari.

Formazione giudici di pace: tirocinio di 6 mesi non retribuito.  Dopo il superamento del concorso, i vincitori devono sapere che saranno sottoposti ad un periodo di prova di 6 mesi. Ai magistrati onorari in tirocinio non spetta alcuna indennità. Dopo i 6 mesi di tirocinio, non è neanche detto che si raggiunga il titolo comunque. Spetta infatti al magistrato togato a cui si viene assegnati, decidere se l’aspirante giudice onorario (o vice procuratore) è o meno idoneo. Sono 600 le persone vincitrici che accederanno al tirocinio, mentre le persone ritenute idonee sono solo 400. Ciò significa che 200 aspiranti giudici saranno mandati a casa. Coloro che quindi vogliono intraprendere tale carriera e che sono già avvocati o praticanti abilitati devono sapere oltre al fatto che non è previsto un compenso durante i sei mesi di tirocinio, che lo stipendio previsto per i giudici onorati non è poi così alto. Non è un caso infatti che le associazioni dei magistrati onorari contestano stipendi ed indennità non adeguati al lavoro che ogni giorno svolgono non solo nelle aule di udienza ma anche che si portano a casa. Stipendi bassi cui si aggiungono le scarse tutele in caso di gravidanza, infortuni, malattia. L’indennità si aggira intorno ai 16.140 euro lordi all’anno, a cui si deve aggiunge (per fortuna) una parte variabile di circa 3-4 mila euro. Ecco quindi che tali associazioni di categoria auspicano un adeguamento delle indennità al costo della vista visto che senza il lavoro dei giudici onorari il sistema giustizia andrebbe seriamente in crisi. Secondo i dati forniti dal Consiglio Superiore della Magistratura i giudici onorari in servizio sono, in tutto, 7.184.Un bel numero, mentre i togati sono poco di più ovvero 8.619. #Concorso pubblico per 400 giudici di pace #stipendio giudici di pace.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito ed informato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

COLF, BADANTI E BABYSITTER. UN LAVORO PERICOLOSO, LOGORANTE E SOTTOPAGATO.

Colf, badanti e babysitter. Ilo: "Sfruttamento inaccettabile", scrive il 29 gennaio 2015 stranieriinitalia.it. La campagna per la ratifica della Convenzione sul lavoro dignitoso. "Solo una piccola parte dei 53 milioni di lavoratori domestici nel mondo sono tutelati". Segregate in casa, private dei documenti, costrette a lavorare tutti i giorni a qualunque ora per un tozzo di pane e pochi spiccioli, maltrattate, picchiate. É la condizione in cui versano tante lavoratrici domestiche nel mondo, una condizione “inaccettabile”. A gridarlo è un video appena pubblicato dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro per promuovere la Convenzione 189, dedicata al "lavoro dignitoso per le lavoratrici e i lavoratori domestici". L'Italia, per prima tra i Paesi occidentali, l'ha ratificata nel 2013. "Solo una piccola parte dei 53 milioni di lavoratori domestici nel mondo – ricorda l'Ilo - sono tutelati dalle leggi sul lavoro. Nel 2011, gli stati membri dell'Ilo hanno adottato la convenzione dei lavoratori domestici per proteggere i loro diritti, promuovere l'uguaglianza di opportunità e trattamento e migliorare le loro condizioni di lavoro e di vita. Finora 17 Paesi hanno ratificato questa convenzione. Manteniamo lo slancio!"

Colf e badanti, un lavoro logorante e pericoloso. Il lavoro delle assistenti familiari, anche dette badanti, o colf, nato come risposta a basso costo per la crescente richiesta di cura da parte della società, tende a essere per chi lo svolge un'attività logorante e pericolosa, scrive il 20/03/2017 Francesca Alice Vianello su ingenere.it. Le riflessioni in merito all’invecchiamento della società italiana e più in generale europea si soffermano spesso sul benessere delle persone anziane, mettendo in risalto l’importanza della qualità della cura che queste ricevono, senza però riflettere sull’interdipendenza tra la salute degli anziani e il benessere delle lavoratrici che offrono loro assistenza. Anche i numerosi studi sulle assistenti familiari non hanno indagato in modo accurato le implicazioni che tale occupazione ha sulla salute delle lavoratrici. Infatti, sebbene diverse ricerche abbiano messo in luce le varie forme di sfruttamento, la precarietà, la persistenza di connotati servili e di dipendenza che caratterizzano tale occupazione, rimane nell’ombra il tema della nocività del lavoro delle badanti. Nella ricerca promossa dalle Acli Colf Viaggio nel lavoro di cura pubblicata recentemente da Ediesse, abbiamo quindi deciso di approfondire tale questione per comprendere quali sono i fattori che incidono maggiormente sullo stato di salute delle assistenti familiari, con l’obiettivo di contribuire al miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro. Sia nei focus group (9) sia nei questionari (867) rivolti alle assistenti familiari abbiamo dunque affrontato il tema del mal da lavoro facendo domande dirette e indirette relative ai problemi di salute, alle esperienze di violenza vissute e agli aspetti più difficili del lavoro. Successivamente, in fase di analisi, i risultati di tali domande sono stati messi in relazione alle informazioni raccolte in merito all’orario di lavoro, alla disponibilità di tempo libero e al suo utilizzo, al regime di coresidenza, alla complessità tecnico-relazionale del lavoro, al rapporto con i familiari, al livello di solitudine e isolamento nonché alle caratteristiche socio-demografiche delle lavoratrici. Dall’analisi dei dati raccolti siamo state in grado di individuare i fattori che mettono maggiormente a rischio lo stato di benessere delle lavoratrici.

Un primo dato importante riguarda la correlazione positiva tra elevati livelli di malessere psico-fisico e impegno lavorativo: le assistenti familiari che lavorano più di otto ore al giorno e che non dispongono di ore di riposo o che usano le ore di riposo per svolgere altri lavori sono più interessate da problemi di salute, come mal di schiena, insonnia, ansia e depressione. Inoltre, si riscontrano livelli più elevati di malessere tra le lavoratrici che lavorano in regime di coresidenza, cioè tra coloro che dormono presso l’abitazione della persona assistita. Si tratta di una condizione di vita e di lavoro caratterizzata dalla porosità e indefinitezza dei confini spazio-temporali tra lavoro e non-lavoro, che favorisce lo svilupparsi di problemi di salute derivanti dall’estensione della giornata lavorativa e dall’intensificazione del carico lavorativo ed emotivo. Anche le assistenti familiari possono infatti essere colpite dalla sindrome da burnout: un tipo di stress lavorativo tipico delle professioni della cura, che consiste nell’esaurimento emotivo.

Un secondo elemento significativo emerso dalla ricerca consiste nell’aver individuato un rapporto direttamente proporzionale tra la complessità tecnico-relazionale del lavoro derivante dalle condizioni di salute della persona assistita e il rischio di sviluppare problemi di salute. Chi assiste persone con limitate capacità motorie, problemi di demenza o gravemente ammalate è maggiormente interessata da problemi di salute non solo di tipo fisico, derivanti dalla movimentazione dei loro assistiti/e, ma anche psicologici, poiché può produrre nelle lavoratrici un continuo stato di ansia dettato dalle difficoltà relazionali con la persona assistita. 

L’ansia, la paura di sbagliare e la fatica fisica aumentano poi quando la lavoratrice si sente sola nell’affrontare le problematiche quotidiane. Spesso, infatti, le famiglie delegano totalmente la cura dei parenti anziani alle assistenti familiari, senza preoccuparsi delle difficoltà che le badanti sono chiamate ad affrontare specialmente se accudiscono persone non autosufficienti, oltre a dover occuparsi delle attività di pulizia della casa e preparazione dei pasti. Il senso di isolamento, tuttavia, non deriva solamente dalla solitudine nel lavoro, ma anche dalla lontananza dai familiari e dagli amici rimasti nel paese di origine. L’origine migrante di gran parte delle badanti rende particolarmente rilevante la questione della solitudine, facendola diventare agli occhi delle intervistate la principale problematica del loro lavoro. Per questo è importante essere in grado di cogliere non solo i fattori che incidono maggiormente sulla salute delle lavoratrici, ma individuare come questi si declinano diversamente in base alle specificità biografiche delle assistenti familiari. L’intreccio tra status migratorio e condizioni di lavoro è di certo un elemento indispensabile per comprendere il malessere delle lavoratrici impiegate nel settore dell’assistenza domiciliare.

Infine, un quarto aspetto rilevante per la salute delle badanti riguarda le esperienze di violenza, che risultano essere tra le cause più importanti del loro malessere. Le assistenti familiari, sia per il loro genere sia per le caratteristiche del lavoro che svolgono, possono essere vittime di diverse forme di violenza fisica (dalle molestie sessuali alle percosse di vario tipo), psichica (insulti e ricatti) ed economica (bassi salari, licenziamento, indisponibilità a fare domanda di regolarizzazione) commesse dagli assistiti o dai familiari. Tra le lavoratrici intervistate il 14,2% afferma di aver subito molestie sessuali, il 10,1% viene insultata frequentemente, il 5% è sovente soggetta a lanci di oggetti e il 2,1% viene picchiata spesso. Sebbene, una parte di questi comportamenti violenti siano molto probabilmente involontari, in quanto commessi da pazienti aggressivi a causa delle loro malattia, si pensi ai malati di Alzheimer, la pericolosità per le lavoratrici è comunque elevata. Abbiamo, infatti, osservato che l’esperienza di violenza è correlata in modo marcato con la presenza di elevato indice di malessere psico-fisico.

Nel complesso, lo studio condotto evidenzia quanto il lavoro delle assistenti familiari sia nocivo proprio per le sue caratteristiche intrinseche – la coabitazione, il lunghi orari di lavoro, l’isolamento, la densità emotiva e relazionale – in quanto occupazione sviluppatasi per dare una risposta, a basso costo, alla crescente domanda di cura della società italiana a scapito della qualità di vita di centinaia di migliaia di lavoratrici migranti. La tutela dei diritti e della salute delle assistenti familiari, e con loro di tutte le professioni della cura, non può che partire dal riconoscimento del valore sociale ed economico del lavoro di riproduzione in tutte le sue articolazioni e dalla costruzione di un nuovo modello di welfare inclusivo volto ad assicurare benessere sia a chi cura sia a chi viene curato. 

Nel Lazio 70 mila badanti in nero, scrive il 25 luglio 2018 rassegna.it. Cresce l’esercito degli invisibili – quasi tutte donne – che portano ricchezza al Paese e sostituiscono il servizio pubblico. La perdita per le casse dello Stato – stima la Cgil regionale – ammonta a circa 280 milioni di mancati contributi. “Negli ultimi tempi si parla molto di precari, dei ‘lavoretti’ e dei riders, insomma di tutte quelle forme di sfruttamento. Non si parla mai, però, di una tipologia nascosta perché confinata dentro le mura domestiche, quella degli assistenti familiari. Dalle stime effettuate dal nostro Centro studi si tratta di 130 mila badanti ‘regolari’ nel Lazio (in realtà spesso il contratto non corrisponde appieno al servizio prestato). Parliamo di quell’esercito per la quasi totalità immigrato, per la gran parte composto da donne che rispondono alle esigenze della non-autosufficienza sostituendosi al pubblico, ma che gravano sul privato cittadino”. Così, in una nota, i segretari della Cgil di Roma e del Lazio Roberto Giordano e Tina Balì. “Con le trasformazioni della famiglia tradizionale e i processi di emancipazione delle donne italiane – osservano i due sindacalisti – lo spazio di cura familiare è entrato in crisi. E allora donne migranti si sostituiscono alle native, quasi costituissero un passaggio del loro processo di emancipazione. È una questione sociologica su cui riflettere, a proposito d’invasioni immaginarie di migranti. Parliamo di lavoratrici (soprattutto) e lavoratori della nostra regione il cui lavoro porta nelle casse dell’Inps circa 200 milioni di euro annui e in quelle dell’erario quasi 350 milioni di euro. Ma la nostra attenzione non può che andare ai quasi 70 mila assistenti familiari che nel Lazio permangono nell'irregolarità, senza contratto, al nero. In questo caso lo Stato perde circa 110 milioni di euro di contributi Inps e circa 170 milioni di euro di versamenti Irpef, per un totale di 280 milioni circa”. Così concludono Balì e Giordano: “Lavoratori invisibili che portano ricchezza al paese e che svolgono un ruolo di sostituzione (qui non siamo alla sussidiarietà) del servizio pubblico. Per questo abbiamo chiesto alla Regione Lazio e al Comune di Roma un’interlocuzione per applicare una delibera regionale (223 del 2017) che provi a regolamentare la materia e, allo stesso tempo, utilizzare i 60 milioni di euro individuati fra i fondi europei per le politiche sociali e per sostenere le famiglie che sottoscrivono un contratto con gli assistenti familiari. È vero che in questa fase le risorse economiche scarseggiano, ma almeno quando ci sono – come in questo caso o nel caso delle politiche abitative con i 197 milioni di euro bloccati per l’insipienza del Comune di Roma – proviamo a utilizzarle”.

"Lavoro di più, mi pagano meno". Badanti in tempo di crisi, scrive il 20 giugno 2014 stranieriinitalia.it.  20 giugno 2014 – L’Italia invecchia, indipendentemente dalla crisi economica. E mentre lo Stato latita, le famiglie hanno comunque bisogno di assistenza per i loro anziani non autosufficienti. L’ultimo anello di questa catena diventano le badanti, che devono accettare la formula “più lavoro, per lo stesso stipendio”. Il mestiere dalla badante in tempo di crisi è al centro della ricerca “Viaggio nel lavoro di cura” realizzata da Ires per le Acli Colf. “Negli ultimi anni –sintetizza il patronato - le famiglie chiedono alle badanti di lavorare di più, senza per questo aumentare lo stipendio. Le lavoratrici sembrano dunque avere una chiara percezione di quello che sta accadendo: la crisi economica ha impattato sugli standard minimi di lavoro, in alcuni casi, provocando un peggioramento”. Per realizzare la ricerca sono state interviste più di 800 badanti. Nel 94% dei casi sono donne, nel 95% straniere (il 25% romene, il 25% ucraine), il 58% ha tra i 45 e i 64 anni. “il profilo socio-demografico è vicino alla rappresentazione tipica della badante: una donna matura, proveniente dall’Est-Europa, con un titolo di studio mediamente alto che abita nella casa della persona che assiste”. Queste donne lavorano sodo, spesso nell’ombra. Il 65% , due su tre, fanno un numero di ore superiore al massimo previsto dal contratto nazionale di lavoro (54 ore per un full time). Il 51% denuncia qualche livello di irregolarità contributiva, il 15% non ha mai visto un contributo. “Spie di una condizione lavorativa che, nei casi più estremi, può arrivare a connotarsi in termini di sfruttamento”. E le retribuzioni? In media una badante guadagna 800 euro al mese, con una retribuzione oraria di 4 euro. Abbastanza per chi coabita, troppo poco per chi deve pagarsi anche un affitto. Nel 2007, la media mensile era di 850 euro: in sette anni 50 euro in meno. Una perdita contenuta? Non se si guarda alla retribuzione oraria, che sette anni fa era di 6 euro. “In pratica, per mantenere un livello retributivo minimamente soddisfacente, le badanti lavorano di più, abbassando il proprio costo orario”. Le chiamano badanti, ma sono tutto-fare. Oltre il 50% svolge tutte le sette attività considerate “di base” (lavare, aiutare la persona nelle funzioni corporali, tenere in ordine la casa, stirare e cucinare), il 91% ne aggiunge anche almeno una di quelle “accessorie” (pagare le bollette, andare dal medico, controllare la scadenza di alimenti e farmaci), l’86% ha anche incombenze “para-infermieristiche” (somministrare medicinali, misurare febbre, pressione, glicemia, fare iniezioni e medicazioni varie). La percezione dei tempi più duri è chiara: il 42% è sicuro che negli ultimi anni sia diventato sempre più difficile lavorare con un contratto di lavoro, il 44% conferma che negli ultimi anni le famiglie chiedono di lavorare di più, senza per questo aumentare lo stipendio. Intanto, il lavoro logora corpo e mente: il 69%, da quando fa la badante, soffre di mal di schiena, il 41% di altri dolori fisici, il 39% ha problemi di insonnia, il 34% di ansia o depressione. L’autopercezione della professione è però positiva, se l’82% non ha remore nel dire a chiunque che mestiere fa. E si può anche dare a meno di perifrasi, tipo assistente familiare: il 59% ritiene che il termine “badante” sia il migliore per descrivere il lavoro che fa.

Viaggio nel lavoro di cura. Le trasformazioni del lavoro domestico nella vita quotidiana tra qualità del lavoro e riconoscimento delle competenze. Indagine promossa da ACLI COLF e PATRONATO ACLI e pubblicata il 16 Giugno 2014. Realizzata da IREF (Istituto di Ricerche Educative e Formative). In collaborazione con le sedi territoriali di Acli Colf e del Patronato Acli.

Nota metodologica.  “Viaggio nel lavoro di cura” è un’indagine promossa da Acli Colf e Patronato Acli per comprendere le trasformazioni del lavoro domestico in Italia negli anni della crisi economica. La ricerca ha previsto due moduli: il primo preparatorio, realizzato attraverso focus group con le lavoratrici e il secondo, realizzato attraverso un’indagine con questionario strutturato. I risultati del primo modulo sono stati presentati nel novembre 2013 e sono disponibili sul sito acli.it. Le anticipazioni del secondo modulo di indagine sono l’oggetto della presente nota. Per l’inizio del 2015 è prevista la pubblicazione dei risultati definitivi di entrambi i moduli di indagine. L’indagine con questionario è stata realizzata dall’Istituto di Ricerche Educative e Formative (irefricerche.it) con la collaborazione di trenta sedi Acli Colf e Patronato Acli. Attraverso questa rete sono state contattate 837 lavoratrici, residenti in 177 comuni, attive nel settore dell’assistenza alle persone: le cosiddette “badanti”. Le interviste sono state realizzate dai volontari e dagli operatori delle Acli Colf in modalità faccia a faccia, solo in alcune situazioni il questionario è stato auto compilato dalle lavoratrici. La metodologia dell’indagine non prevedeva un piano di campionamento specifico, l’unico vincolo è che le intervistate lavorassero come assistenti familiari con persone anziane (in termini tecnici, quello analizzato è quindi un campione autoeletto).

Chi è stato intervistato. Il campione raccolto per l’indagine è risultato composto per la quasi totalità (94%) da donne. Al di là del dato più macroscopico, la presenza nel campione di un seppur piccolo gruppo di maschi conferma il risultato di altre indagini e mostra che il lavoro di assistente familiare non è esclusivamente femminile. Le persone intervistate nella maggior parte dei casi hanno un’età compresa tra i 45 e i 64 anni (rientra in questa fascia il 58% delle intervistate); le giovani donne (under35) sono l’11,7% del totale. Si tratta di persone sposate nel 34,8% dei casi, separate/divorziate nel 34,4%; mentre il 20,3% è single e il 10,5% ha perso il coniuge. Nel complesso, le intervistate che non hanno legami matrimoniali sono tre su quattro. Sotto il profilo formativo, una badante su tre è andata all’università (nel 21,2% dei casi ottenendo la laurea). Il 54,4% delle intervistate ha comunque studiato per almeno nove anni, soglia che, nell’ordinamento scolastico italiano, corrisponde alla frequentazione della scuola secondaria superiore. A ciò occorre aggiungere che il 22,4% ha avuto un’esperienza formativa in campo medico-infermieristico. Inoltre, una su tre ha fatto un corso di formazione specifico in Italia. Considerando entrambe le possibilità, si ottiene un 44,9% di intervistate che ha una qualche esperienza formativa in campo assistenziale. Le credenziali formative delle lavoratrici sono dunque mediamente elevate, sia in termini di cultura generale, sia rispetto alla formazione di settore. Ciò spinge a rilevare che il campione considerato dall’indagine appare rappresentativo del segmento medio-alto del lavoro domestico e di cura, considerazione che appare coerente con il dato sulla durata dell’esperienza professionale nel settore della cura: il 51,3% delle intervistate fa la badante da più di 5 anni.  Sul fronte della provenienza nazionale, sono state intervistate donne e uomini da 35 nazioni diverse. Una badante su quattro è rumena, un altro 25% è di nazionalità ucraina. L’8,3% viene dal Perù, il 7,4% dalla Moldavia. In generale le donne dell’est-europee sono il 64,8% del campione, le intervistate che vengono dall’America Latina il 14,1%, dall’Asia il 6,6%, dall’Africa il 9,2%. Infine, il 5,2% delle lavoratrici è di nazionalità italiana. Quanto alle modalità di svolgimento del lavoro, nel 60% dei casi la lavoratrice coabita con la persona che assiste: è questo un dato da tenere presente perché la coabitazione, quasi sempre, implica delle differenze nella quantità e nella qualità della prestazione assistenziale. In generale, il profilo socio-demografico del campione è molto vicino alla rappresentazione tipica della badante: una donna matura, proveniente dall’Est-Europa con un titolo di studio mediamente alto che abita nella casa della persona che assiste. Per completare il profilo, un ultimo dato relativo ai legami con le organizzazioni che hanno promosso l’indagine: il 37,4% delle intervistate è iscritta alle Acli Colf, il 18,7% alle Acli. È interessante notare che, pur avendo realizzato l’indagine attraverso la rete Acli, il numero di lavoratrici con nessun legame formale con l’associazione è consistente: difatti, le iscritte ad almeno una delle due organizzazioni sono, nel complesso, il 51,8%. Al di là di queste affiliazioni, le donne contattate non hanno altre appartenenze socio-politiche: solo il 5,6% è iscritta a un sindacato. Anche i dati sulla partecipazione associativa sono particolarmente bassi: è iscritto a un’associazione italiana il 3,6% del campione, a un’associazione di connazionali il 5,6%.

Tanto lavoro per poco. Le badanti hanno ritmi di lavoro molto sostenuti: in media lavorano nove ore al giorno per sei giorni alla settimana. All’interno del campione ci sono anche lavoratrici che dichiarano di lavorare sette giorni su sette (11,8%); le badanti che dichiarano di lavorare 60 ore, o più, a settimana sono il 34,4%.  Il 64,6% del campione fa un numero di ore superiore al massimo previsto dal contratto nazionale di lavoro (54 ore settimanali per una lavoratrice assunta full time): in pratica, due lavoratrici su tre lavorano più del massimo previsto dalla legge. Nel 76,5% dei casi il rapporto di lavoro è regolato da un contratto scritto, ma il 51,1% delle intervistate dichiara un qualche livello di irregolarità contributiva, con il 15% che afferma di non aver ricevuto nessun versamento contributivo. Orari di lavoro lunghi, difficoltà a contrattualizzare il rapporto, mancata contribuzione previdenziale sono le spie di una condizione lavorativa che, nei casi più estremi, può arrivare a connotarsi in termini di sfruttamento. Sul fronte delle retribuzioni, la stima ottenuta tramite la combinazione del calendario lavorativo (una serie di domande sull’orario lavorativo nei sette giorni della settimana) e l’ammontare complessivo dello stipendio mensile, evidenzia che in media le badanti guadagnano 800 euro al mese, risultato di una retribuzione oraria di 4 euro (valore mediano). Una cifra che, in caso di coabitazione, può essere considerata relativamente soddisfacente, mentre se la lavoratrice preferisce o è costretta ad abitare per conto proprio può essere insufficiente, soprattutto nelle grandi città. Continuando a esaminare i dati sulle retribuzioni, è interessante verificare le differenze tra non coresidenti e lavoratrici che invece non abitano nella casa della persona assistita. Le prime, al mese dichiarano di guadagnare 700 euro (valore mediano), le seconde, invece, 850 euro. Questa differenza si ribalta se si considera la paga oraria: le badanti coresidenti guadagnano 3,75 euro l’ora, le non coresidenti 4,32 euro. È evidente che il lavoro in coabitazione implichi un impegno orario nettamente superiore, per cui chi coabita guadagna un poco di più, lavorando molto di più. Questi dati, peraltro, possono essere comparati con quanto registrato in un’indagine similare, realizzata dall’IREF nel 2007 (Il welfare fatto in casa). Il confronto evidenzia una mediana della retribuzione mensile di 850 euro: in sette anni le badanti hanno quindi perso 50 euro al mese. All’apparenza si tratta di una perdita stipendiale contenuta, tuttavia se si considerano i dati relativi agli orari di lavoro si nota una dinamica di compensazione tra stipendio e orario di lavoro. Lo scarto più significativo è difatti nella retribuzione oraria che, nel 2007, era di 6 euro l’ora, nel 2014 solo di 4 euro. In pratica, per mantenere un livello retributivo minimamente soddisfacente le badanti lavorano di più, abbassando il proprio costo orario. La formula è più lavoro, per lo stesso stipendio. A livello territoriale, ci sono altre differenze significative: se nel Centro-Nord la retribuzione media è di 4,20 euro, nel Meridione si scende a 2,70. Proiettando su un orario di 54 ore settimanali i due dati citati, si ottiene un gap salariale fortissimo: poco più di 900 euro per le lavoratrici del Centro-Nord, 540 euro per le meridionali. Scendendo lo stivale in pratica si perde circa il 40% del salario. A influire in negativo, sulla retribuzione oraria sono anche altre variabili, come la dimensione della città e, ovviamente, lavorare o meno in co-residenza. Il combinato di questi due elementi dà come risultato che una badante coresidente occupata in un comune non capoluogo di provincia guadagna 3,86 euro all’ora. Al contrario una lavoratrice non coresidente che vive in una città metropolitana riesce a portare a casa 5 euro l’ora. Considerando, invece, solo la ripartizione geografica si ha che in un piccolo comune del Sud Italia il guadagno orario è di 2,69 euro, mentre in una grande città del Nord 4,50, con una differenza di 1,80 euro. I dati dunque evidenziano divari territoriali sia tra Nord e Sud, sia tra città e paese, con la co-abitazione che rafforza, in entrambi i casi, gli scalini retributivi. Un’altra indicazione di rilievo proviene dal confronto con l’indagine 2007. Le lavoratrici in coabitazione hanno perso in sette anni 1,25 euro all’ora: nel 2007 la retribuzione oraria era di 5 euro, nel 2014 è di 3,75 euro; una flessione di proporzioni maggiori si riscontra, però, tra le lavoratrici non coresidenti: da 6,50 euro l’ora a 4,32 euro, con una perdita di oltre 2 euro. In pratica, il lavoro in coabitazione ha resistito un po’ meglio alla compressione dei salari innescata dalla crisi poiché partendo da una base retributiva più bassa la riduzione non è potuta essere così marcata come quella riscontrata nel lavoro senza coabitazione. Sintetizzando al massimo le indicazioni ottenute dalle interviste, va rilevato che le retribuzioni orarie appaiono fortemente schiacciate sui minimi retributivi previsti dal CCNL e, in alcuni casi, sono anche significativamente inferiori. Per fare un esempio, un lavoratore non convivente di livello A (il più basso equivalente a un impiego generico e con limitato livello di responsabilità e autonomia) ha un minimo orario di 4,47 euro, una cifra molta vicina a quella percepita da molte delle badanti intervistate per la ricerca. Tuttavia, come si evince con chiarezza dai dati sulle mansioni, le badanti svolgono compiti molto più complessi e che darebbero diritto a retribuzioni orarie superiori.

Qualunque cosa succeda, occupatene tu. Le badanti intervistate assistono per lo più persone non autosufficienti dal punto di vista fisico e mentale (42,4%): solo il 19,1% lavora per persone completamente autosufficienti. In altre parole, le intervistate si fanno carico di assistere quelle persone che, per le famiglie, rappresentano un vero “rebus assistenziale” poiché hanno bisogni di cura complessi e costanti. Un dato fondamentale per comprendere la situazione lavorativa delle badanti è il supporto di altre figure assistenziali come assistenti domiciliari, infermieri/e, assistenti sociali. Al riguardo, il 60% delle lavoratrici afferma di occuparsi completamente da sola dell’assistenza. Il dato restituisce uno scenario preoccupante: le badanti che assistono persone con gravi problemi psico-fisici, in un caso su due, sono sole. Nel Meridione, il dato sale al 67,9%. C’è da aggiungere che nel caso di assistenza a un soggetto completamente non autosufficiente, la percentuale di lavoratrici che non riceve alcun aiuto esterno scende solo di dieci punti (50,8%). Specificando meglio il problema è opportuno riportare anche il dato relativo al supporto da parte di altre badanti: tra le lavoratrici che supportano persone con scarsa autonomia psico-fisica, solo una su quattro (25,6%) condivide il carico lavorativo con qualche altra collega. L’indagine permette di analizzare nel dettaglio le mansioni svolte dalle lavoratrici. Si possono distinguere tre generi di mansioni assistenziali: (1) di base, nel quale rientrano attività come lavare, aiutare la persona nelle funzioni corporali, tenere in ordine la casa, stirare e cucinare; (2) accessorie, ossia pagare le bollette, andare dal medico, controllare la scadenza di alimenti e farmaci, (3) para-infermieristiche, consistenti nel somministrare medicinali, misurare febbre, pressione, glicemia, fare iniezioni e medicazioni varie. Nel complesso, la ricerca ha raccolto informazioni su tutto lo spettro delle attività di cura e gestione della casa, assumendo – e testando con domande ad hoc tale ipotesi – che la badante non sia una figura occupata solo dell’assistenza alla persona, ma colei che entra anche nella gestione di ciò che ruota attorno alla persona assistita. Rispetto alle mansioni assistenziali di base, il 50,5% delle intervistate afferma di svolgere tutte e sette le attività previste dal questionario, un altro 29% invece dichiara di essere di svolgerne tra le cinque e le sei. Quando la lavoratrice coabita con la persona assistita è molto più frequente che sia incaricata di svolgere tutte le mansioni assistenziali di base (61,3%, contro il 33,7% delle lavoratrici che non coabitano). Sul fronte delle mansioni accessorie, il 90,9% delle intervistate ne svolge almeno una, con il 31,1% che si incarica di assolvere quattro o cinque mansioni accessorie. I dati mostrano che l’espressione mansioni accessorie, per quanto teoricamente adeguata, non coglie la concretezza del lavoro: in  pratica, la badante è una sorta di factotum alla quale si chiede di espletare compiti eterogenei e non necessariamente connessi con l’assistenza alla persona. Basti pensare che il 43,2% delle intervistate afferma di svolgere anche lavori per la famiglia di appartenenza della persona che assiste e, in un caso su quattro, senza che per questi compiti aggiuntivi venga corrisposta alcuna integrazione economica. A questi carichi lavorativi occorre poi aggiungere una serie di incombenze di tipo para-infermieristico, mansioni che solo il 13,8% delle badanti non svolge. Il 49,8%, invece, ha la responsabilità solo di alcune delle attività para-infermieristiche previste dal questionario, mentre il 36,4% dichiara di doversi occupare di tutte le mansioni para-infermieristiche. C’è da rilevare che tra le badanti che dichiarano di svolgere tutte le mansioni di piccola assistenza medica, il 33,9% lavora “in nero”. In termini di responsabilità personale e di rischio lavorativo, quest’ultimo è un dato da considerare con attenzione poiché senza le tutele contrattuali si perde la possibilità di veder garantita la propria posizione in eventuali situazioni problematiche. Combinando i tre tipi di mansioni è stato elaborato un indice di carico lavorativo. Quando si assiste una persona in condizioni di non autosufficienza psico-fisica si rilevano i carichi maggiori si hanno: in questo caso, il 50,8% delle badanti fa registrare un valore alto sull’indice di carico lavorativo (il dato sul totale del campione è di 14 punti percentuali più basso, 36,4%); una differenza simile si osserva anche in assenza di supporto assistenziale da parte di terze persone (infermieri, assistenti sociali e domiciliari): 49,5% di alto carico lavorativo. Più di una lavoratrice su due si trova quindi in una situazione lavorativa nella quale la badante è l’unico attore assistenziale. L’assistente diventa un soggetto al quale viene chiesto di intervenire su tutto lo spettro dei bisogni di cura della persona. In pratica, in questi casi, la badante riceve una sorta di delega “in bianco”, sulla quale è scritto: “qualunque cosa succeda, occupatene tu”. 

Comincio a non farcela più. Secondo le badanti intervistate, negli ultimi anni è diventato sempre più difficile lavorare con un contratto di lavoro: il 41,7% si dichiara molto d’accordo con questa considerazione. Allo stesso modo, il 44,3% delle badanti è molto d’accordo con l’idea che negli ultimi anni le famiglie chiedano alle badanti di lavorare di più, senza per questo aumentare lo stipendio. Le lavoratrici sembrano dunque avere una chiara percezione di quello che sta accadendo: la crisi economica ha impattato sugli standard minimi di lavoro, in alcuni casi, provocando un peggioramento. Una trasformazione che non riguarda solo orari e salari. Se si considerano i dati riferiti ai disturbi psico-fisici derivanti dall’esercizio della professione, si riscontrano altri segnali negativi. Il 68,6% delle intervistate dichiara che da quando lavora come badante soffre di mal di schiena, il 40,6% riferisce di altri dolori fisici. Fare la badante è, dunque, un lavoro logorante che influisce sulla salute della lavoratrice, soprattutto quando è condotto con ritmi di lavoro così serrati. C’è poi il logoramento psicologico: il 39,4% soffre di insonnia, mentre il 33,9% delle donne intervistate afferma di soffrire di ansia o depressione. Bisogna aggiungere che una badante su tre, nell’ultimo anno, non è mai andata da un medico a controllare il proprio stato di salute, tra le under35 il dato sale al 44,2%. Il tema del logoramento si salda dunque con la questione della qualità del lavoro: il settore assistenziale è strutturalmente labour intensive, tuttavia i dati su orari e carichi evidenziano la diffusione di fenomeni di sovra-occupazione. Per compensare le perdite salariali si lavora di più, peggiorando l’impatto del lavoro sulla vita personale. Sebbene a causa della crisi, la redditività del lavoro si sia ridotta, l’auto-percezione della professione è positiva: l’81,6% delle donne intervistate non ha remore nel dire a chiunque di fare la badante, mentre il 59,5% è dell’opinione che “badante” sia il termine migliore per descrivere il lavoro che fa (e per questo viene usato anche in questo comunicato stampa). Un’espressione per anni considerata squalificante trova l’approvazione della stragrande maggioranza delle lavoratrici. È un dato dall’alto valore simbolico che, però, appare in parziale contraddizione con un’altra opinione espressa dalle intervistate. Alla domanda, “Secondo te la gente sa quanto è importante il lavoro di badante?”, il campione si spacca in due gruppi: il 50,5% afferma che le persone comuni hanno una consapevolezza poca o nulla della valenza sociale del lavoro di cura; l’altra metà, invece, esprime un punto di vista positivo. Il lavoro di cura non ha, dunque, nelle percezione di chi lo svolge, caratteristiche socialmente stigmatizzanti ma sconta un deficit di riconoscimento sociale: questa sfasatura può essere una fonte di disillusione per le lavoratrici e influire negativamente sulle motivazioni personali, elemento quest’ultimo che, nello svolgimento di un lavoro stressante e logorante, conta molto.

Lavoro badanti 2018: addio assistenza H24 con vitto e alloggio, obbligatorie 11 ore di riposo consecutive. Come cambiano i contratti di lavoro badanti 2018 dopo la sentenza che ha imposto 11 ore di riposo consecutive al giorno: l'assistenza H24 con vitto e alloggio deve essere distribuita tra due persone? Ecco come essere in regola ed evitare multe, scrive Alessandra De Angelis il 06 Febbraio 2018 su Investire Oggi. Che cosa cambia per i contratti di lavoro badanti 2018 per soggetti che hanno bisogno di assistenza H24 dopo la recente sentenza della Cassazione in merito all’obbligo di riposo giornaliero di 11 ore consecutive? Le novità sul lavoro badanti 2018 non riguardano solamente l’aggiornamento delle tabelle delle retribuzioni ma sono fortemente connesse anche alle ripercussioni di questa sentenza. Ci scrive a tal proposito Vittoria L. per avere informazioni a favore della madre, che lavora come badante ed è stata in passato obbligata dai datori di lavoro ad accettare i turni H24 e contratti di lavoro domestico con vitto e alloggio: “ho letto che non sono più validi i contratti 24/24 che finalmente una lavoratrice dopo il turno di lavoro come badante ha il diritto di ritornare a casa sua e non può essere obbligata ad usufruire della formula vitto e alloggio…. Che è obbligatorio 11 ore di riposo consecutive. Quindi per un lavoro 24/24 devono essere due persone (una di giorno e l’altra di notte?), è così?”. La lettrice fa riferimento alla sentenza n. 24 del 4 gennaio 2018 con cui la Corte di Cassazione ha esteso anche al lavoro domestico il diritto al riposo giornaliero fissato a 11 ore consecutive. La conseguenza più evidente (e che sta suscitando grande interesse da ambo le parti coinvolte nel contratto di lavoro domestico) è proprio quella che richiede due persone per coprire il turno di giorno e di notte. Il caso di specie riguardava una Onlus di Lecco che forniva personale per l’assistenza familiare H24 sull’assunto che le ore di riposo dei dipendenti non dovessero essere necessariamente consecutive. Secondo la Onluns amministrata da religiosi, infatti, il contratto Uneba – Unione nazionale istituzioni ed iniziative di assistenza sociale – nello “stabilire che le lavoratrici e i lavoratori avevano diritto a un riposo giornaliero di undici ore ogni ventiquattro ore, non aveva previsto che le ore di riposo dovessero essere consecutive, lasciando in tal modo intendere che la volontà delle parti contraenti era quella di derogare, come facoltà, al dettato normativo generale, al fine di introdurre una disciplina più rispondente alle realtà e alle esigenze aziendali e, quindi, non irrazionale”. I giudici però hanno dato ragione alle badanti facendo peraltro appello al decreto legislativo 66 del 2003 che ha recepito la direttiva comunitaria sull’orario di lavoro e che prevede per tutti i lavoratori il diritto alla “fruibilità in modo consecutivo” delle undici ore di riposo minimo giornaliero, “fatte salve le attività caratterizzate da periodo di lavoro frazionati durante la giornata o da regimi di reperibilità”. Chi trasgredisce a questo diritto, oltre a multe salate (nel caso di specie una sanzione da 13.620 euro che però dovrà essere ricalcolata in conseguenza di alcuni cambiamenti legislativi intervenuti nel corso della causa), rischia una denuncia per sfruttamento della manodopera.

Le badanti truffate dalle cooperative: 800 euro per 22 ore di lavoro al giorno. E con partita Iva. Vengono sfruttate da società senza scrupoli che approfittano della loro scarsa conoscenza dell'italiano. E mentre le famiglie pagano bene queste coop, a loro a fine mese arriva un assegno inferiore ai mille euro. Su cui devono poi pagare le tasse, scrive Gloria Riva il 3 agosto 2018 su "L'Espresso". Sono quasi tutte straniere, parlano un italiano stentato e hanno una grandissima necessità di trovare lavoro. E così si trovano a sgobbare 22 ore al giorno per 900 euro al mese, al soldo di cooperative che le sfruttano. Il fenomeno, denunciato dalla Camera del lavoro di Bergamo è in rapida crescita e, per via di un buco normativo, perfettamente legale. Tant'è che i tentativi di denuncia e i procedimenti legali sono finiti male (per le lavoratrici), ma ora anche i sindacati dell'Emilia Romagna stanno ricorrendo alle vie legali per contrastare il fenomeno, riuscendo a ottenere le prime vittorie. Il tranello sta tutto nell'incapacità delle donne coinvolte di capire quale tipo di contratto viene loro proposto, come spiega Orazio Amboni, segretario della Cgil di Bergamo: «Non avendo una buona padronanza dell'italiano e, andando in fiducia, firmano documenti senza sapere esattamente di cosa si tratti. Credono si tratti del contratto, invece stanno aprendo una partita iva, si stanno iscrivendo alle Camere di Commercio locali». Le cooperative provvedono a tutto, trovano le famiglie bisognose di una badante e loro iniziano a lavorare presso di loro. Poi, una volta al mese, si recano alla cooperativa per incassate la busta paga e l'assegno: «In realtà quella è una fattura e i soldi intascati, che sono circa 800 al massimo 900 euro al mese, sono lordi, perché essendo lavoratrici indipendenti dovrebbero poi provvedere a pagare tasse e contributi». Insomma, queste immigrate, provenienti dall'Africa, dal Sud America e dall'Est sgobbano in media 22 ore al giorno, con solo un giorno di riposo la settimana per 800 euro lordi, cioè 400 euro netti al mese. Nella sola Lombardia sarebbero migliaia le donne coinvolte in questo fenomeno. Le stesse ignorano di non essere in regola, finché all'indirizzo della loro residenza arrivano cartelle esattoriali salatissime perché, ovviamente, non sanno di non aver versato tasse e contributi. Il sindacalista di Bergamo parla di un vero e proprio allarme e il sistema si sta estendendo anche all'Emilia Romagna: «Il fenomeno ha ripercussioni pesanti a livello contrattuale, sia per le lavoratrici, sia per le famiglie degli anziani, costretti a firmare clausole che prevedono un’esclusiva dell’agenzia nei confronti della lavoratrice attraverso un sistema di pesanti penali», denuncia la Cgil di Modena, che continua: «Conti alla mano, le famiglie che si appoggiano a queste cooperative spendono molto di più di quello che spenderebbero facendo un contratto regolare di assunzione secondo il contratto nazionale del lavoro domestico; con il rischio di dover sborsare altri soldi in quanto, in caso di controversie, risponde la famiglia utilizzatrice e non la cooperativa. Purtroppo le normative attuali, a causa di un buco giuridico, non consentono di dichiarare l’illegittimità di questa prassi; ma è fuori dubbio che ci si stia approfittando di lavoratrici deboli contrattualmente e di clienti deboli emotivamente». A Modena sarebbero oltre settanta le situazioni di questo tipo e decine le denunce all'ispettorato del lavoro che tuttavia fatica a districare la matassa, perché in alcuni casi le cooperative fanno capo ad aziende straniere e non regolarmente registrate in Italia. «Ovviamente le famiglie sono ignare di questi trattamenti alle badanti - continua Amboni - e a loro volta, hanno un rapporto commerciale con l’agenzia a cui pagano il doppio di quanto percepito dalla lavoratrice. Inoltre, capita che nel sottoscrivere il contratto di fornitura con la coop, le famiglie si obbligano per almeno 3 anni dalla cessazione del rapporto con la badante, a non assumerla direttamente e in caso contrario incorrono in penali economiche di 250 euro al mese e sino ad un massimo di 9 mila euro». Casi eccezionali? Non proprio. Per come sono strutturate le cooperative stanno diventando il sistema perfetto per aggirare le leggi sul lavoro, pagare poco i dipendenti e creare un sistema di dumping salariale legalizzato. Ne parliamo sul numero de l'Espresso in edicola domenica 5 agosto con un'inchiesta sul sistema delle cooperative italiane. Del resto proprio il ministero del Lavoro ha invitato tutti gli ispettori a concentrarsi nel corso del 2018 sulle finte cooperative, che sono il nervo sensibile e scoperto del mercato del lavoro. «Il tasso di irregolarità delle aziende controllate è del 65 per cento, significa che due aziende su tre sono risultate irregolari con una media di un lavoratore sfruttato ogni due imprese», c'è scritto nel resoconto annuale dell'Ispettorato, che continua dicendo: «In particolare bisogna continuare a porre particolare attenzione alle cooperative spurie. Addirittura nel 2017 una sola cooperativa ha ricevuto un verbale di oltre 25 milioni di euro, con debiti contributivi per 19,6 milioni e sanzioni civili per 6,4 milioni e migliaia di lavoratori coinvolti». E il settore più drammaticamente scoperto è quello del welfare, come spiega Adele Vitagliano, capo della Funzione Pubblica della Cgil di Milano: «Il sistema è malato. Nel senso che i comuni, le asl e gli ospedali, così come le rsa ricorrono ai soci di cooperative per la maggior parte delle attività di cura e assistenza. Gli appalti sono economicamente miseri e solo le cooperative possono accettarli. Poi, fanno quadrare i conti pagando pochissimo i soci cooperatori, costringendoli a turni massacranti e giocando sulla loro ricattabilità».

Colf, baby sitter, badanti: la carica degli uomini tutti casa, scuola e famiglia. Per scelta, scrive l'8 giugno 2014 Manuela Mimosa Ravasio su Oggi. Un po’ per crisi, un po’ per scelta, gli uomini si stanno avvicinando a impieghi prima considerati esclusivamente femminili. Si fanno chiamare baby tutor, manny, collaboratori alla cura… la rivoluzione che cambia famiglie, rapporti sociali e mondo del lavoro è iniziata. All’ennesimo licenziamento della servizievole badante di turno da parte della mamma anziana e incontentabile, la nuora suggerisce: «Prova con un uomo!». Arriva così un signore che si presenta come infermiere professionale, che limita con una certa autorevolezza alcuni eccessi senili e che in pochi giorni ristabilisce silenzio e benessere. La scena, per la verità presa da una puntata della serie americana di successo The Good Wife (moglie e marito sono i protagonisti Alicia e Peter Florrick), illustra alla perfezione ciò che sempre più spesso avviene nelle famiglie italiane. Sì, perché proprio nel Bel Paese, dove i lavori così detti “di cura” erano, fino a poco tempo fa, territorio prevalentemente femminile, un numero sempre più crescente di colf, baby sitter, casalinghi e badanti maschi, sta cambiando il mondo del lavoro e quindi scardinando molti pregiudizi sui lavori considerati “da donna” o “da uomo”. «La verità è che non c’è nessun elemento di predisposizione innata per attribuire a priori un tipo di lavoro a un uomo o una donna. Si tratta più di un’aspettativa sociale e di una tradizione culturale che portano a educare i diversi sessi a diverse professioni e quindi a sviluppare in modo differente alcune competenze». Chi parla è Margherita Sabrina Perra, autrice, insieme a Elisabetta Ruspini, del libro Trasformazioni del lavoro nella contemporaneità. Gli uomini nei lavori non maschili, il primo che prova a indagare in modo sistematico un fenomeno che in Europa è già realtà, e che raccoglie molte storie interessanti. Soprattutto storie di uomini che hanno scelto di fare lavori “da donna”. C’è un laureato di 35 anni, per esempio, che ha deciso di occuparsi di casa e figli mentre la moglie va al lavoro. Un altro che ha fatto di tutto pur di diventare maestro elementare, un altro ancora che rivendica il suo status di baby sitter. A complicare la vita, sono semmai le fidanzate, i papà, gli amici, la scuola che non ti fa compilare il modulo. È difficile rispondere “faccio il casalingo” si legge in una testimonianza, ma alla fine, tutti dovranno accettare: «Se le donne possono fare gli amministratori delegato, perché io non posso fare il badante?». Anche perché, per la verità, quando gli uomini si mettono a fare lavori “non maschili”, subito qualcosa cambia. «La cosa che emerge in modo piuttosto chiaro» continua Perra «è l’approccio professionale degli uomini che si avvicinano ai lavori di cura. Non si fanno neppure chiamare badanti, ma collaboratori familiari alla cura; non baby sitter, ma male tutor che non si limitano alla custodia del bambino, ma lo aiutano a sviluppare alcune conoscenze, magari linguistiche o sportive. In Europa, questi uomini, hanno costituito una vera e propria lobby con centri di formazione e selezione del personale ad hoc, perché persino trovare impiego con il classico passa-parola è considerato poco serio». Ma c’è di più. Al contrario delle donne, gli uomini non usano mai il fattore emotivo o relazionale nel rapporto con il datore di lavoro. Non si occupano del “nonnino”, non sono la “seconda mamma” o il “secondo papà”, non enfatizzano l’affetto o il sentimento. Essi dimostrano, o tendono a dimostrare, semplicemente la loro competenza e la loro efficienza. Il che, a quanto pare, piace, perché, a parità di lavoro, riescono a guadagnare di più, a migliorare più in fretta il loro status, e a fare più carriera. In Italia, siti organizzati sull’esempio dei tato/mannyanglosassoni (parola derivante da male+nanny) come l’autraliano My Manny ( ), l’americano NYCMannies, o l’inglese Royal Nannies, non ce ne sono. Alessandro Scali (nella foto tra Adriana Cantisani e Lucia Rizzi) è forse il più famoso baby tutor d’Italia, ma il fatto che, all’ottava stagione, un programma come SOS Tata abbia messo un tato, la dice lunga sulla rivoluzione nel settore dell’assistenza domestica di piccoli e grandi. E soprattutto sulla crescita della domanda. Conclude Perra: «Nel caso degli anziani, sembra che le famiglie abbiano compreso che l’approccio maschile riesca a rompere meglio quella sorta di dittatura delle assistite rispetto a chi le assiste… Il badante impone una diversa e precisa gerarchia e le richieste, in termini di disponibilità oraria o di prestazioni, tendono a contenersi. Per quanto riguarda i bambini invece, sono soprattutto le madri separate a richiedere una figura maschile: pensano che un uomo che accompagna il proprio figlio, o la propria figlia, a fare sport o alle feste, riesca a compensare un vuoto formale». Comunque la si pensi, bisogna constatare che la presenza degli uomini in questo settore sta aprendo la strada a una maggiore professionalizzazione dei lavori di cura. Inoltre, cosa di non poco conto, questa trasformazione sociale incide in modo profondo sul concetto tradizionale di mascolinità. Se i giovani uomini oggi non hanno paura di esprimere la loro identità emotiva e relazionale, se sono genitori partecipi praticamente ed emotivamente e quindi vicini a quello che, per cultura e abitudine, era un ambito esclusivamente femminile, è naturale che si apra per loro anche la dimensiona lavorativa. E che, per esempio, gli uomini casalinghi costituiscano una rete per dire che la vita domestica in fondo è un piacere.

PADRINI, PADRONI E SCHIAVI.

Padrini, padroni e schiavi, scrive Attilio Bolzoni il 14 marzo 2018 su "La Repubblica". Questa è un'inchiesta sulle mafie che dai campi arrivano fino alle nostre tavole. Passando dalla "tratta” delle ragazze e dai "caporali” del Sud e del Nord, dai mercati ortofrutticoli più grandi d'Italia, dalla riduzione in schiavitù di uomini e donne e a volte anche di bambini, dal racket dei trasporti e dalla “grande distribuzione organizzata”, dai meccanismi legali per sfruttare meglio i lavoratori, dai ricatti sessuali, dalla mala accoglienza degli stranieri che favorisce sempre e comunque i boss. E' il "made in Italy” che diventa il "made in Mafia”. E' un'inchiesta firmata da Marco Omizzolo, sociologo e giornalista, responsabile scientifico della Onlus "In Migrazione”, uno dei massimi esperti italiani che da anni denuncia il legame che c'è fra la filiera agricola e la criminalità. La settimana scorsa Marco ha subito l'ennesima intimidazione, un altro avvertimento per farlo stare zitto, i suoi scritti danno molto fastidio. E allora eccoci qui con lui. Per quindici giorni consecutivi. Nel nostro Paese - quello con il maggior numero di prodotti agricoli tutelati nel mondo, come scrive Omizzolo nelle prime righe del suo lavoro - non ci sono zone franche. Non c'è solo l'Agro Pontino dei padrini e dei padroni, non ci sono solo le serre del Ragusano o gli aranceti della Piana di Gioia Tauro, i campi della Capitanata e gli orti di Villa Literno o di Castel Volturno. Le mafie dei campi hanno messo radici anche su, in Piemonte e in Emilia Romagna, in Toscana, in Veneto, in Lombardia. Vittime di abusi che sfiorano lo schiavismo - con un "caporalato” strutturato come nelle regioni meridionali -, sono marocchini e cinesi, romeni, albanesi. Un giro di false cooperative, truffe, manodopera migrante da una città all'altra, capi e sottocapi che dirigono il "traffico”. Marco Omizzolo entra nei tre grandi mercati di Fondi, di Milano e di Vittoria ma anche nel labirinto della mafia a km 0, del "mondo del bio” che non è sempre quello che sembra. Parla dei primi processi contro i negrieri e dei ritardi della giustizia italiana, del ruolo dei clan stranieri, delle varie forme di "pizzo” che bisogna pagare per lavorare. Una serie del blog "Mafie” sulle agromafie che s'inoltra anche nel mistero e nel dramma dei suicidi dei braccianti indiani nelle campagne intorno a Latina. E racconta di un doping molto speciale, ragazzi che assumono droghe - metanfetamine, oppio, antispastici -  per stare qualche ora più in campagna e non sentire la fatica. Con spacciatori che sono loro connazionali e con fornitori di provenienza camorristica: c'è sempre mafia dove c'è droga. E dove c'è da spremere sangue e soldi c'è sempre 'Ndrangheta. Analisi, dati, storie, uno spaccato della realtà italiana che è sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vuole vedere. Marco Omizzolo ci accompagna nell'inferno delle campagne dove regnano le mafie.

Ingiustizia organizzata e giustizia troppo lenta, scrive Marco Omizzolo il 26 marzo 2018 su "La Repubblica". Marco Omizzolo - Giornalista, saggista, sociologo, responsabile scientifico della Onlus "In Migrazione”. Contro mafiosi e criminali, caporali e trafficanti tutti riconoscono l'importanza della denuncia. Se ti sfruttano, affermano, devi denunciare. Se sei vittima di caporalato, devi denunciare. Gli appelli in tal senso sono continui. Non si sconfiggono le mafie e lo sfruttamento, affermano e con ragione, senza la denuncia. Non ci sarebbe antimafia senza il coraggio di alcuni, italiani e migranti, che da semplici cittadini o come lavoratori, decidono di denunciare il boss di turno, il caporale, il trafficante di esseri umani. Quando si presenta una denuncia, sia chiaro, ci si affida allo Stato, ai processi che dallo Stato sono organizzati, alle procedure formali, alle leggi dell'ordinamento. Si ripone fiducia nella giustizia immaginando di ottenerne presto, dando un contributo al Paese in cui si è nati o nel quale si risiede. Questa però è solo, purtroppo, a volte, retorica. Contro le mafie dei padrini e dei padroni si chiede infatti alle vittime più fragili, le lavoratrici e i lavoratori migranti sotto caporalato e gravemente sfruttati, di denunciare e di avere fiducia nello Stato italiano. Una fiducia a volte ricambiata. È accaduto con il processo Sabr a Lecce che ha riconosciuto le responsabilità di un sistema mafioso di sfruttamento che prevedeva la riduzione in schiavitù dei lavoratori migranti. Ma cosa succede invece generalmente in molti tribunali italiani? Succede che ci si rende conto di un'Italia che decide di non scendere in campo e di perdere, dunque, la partita della giustizia ancora prima di averla giocata. Sono decine i processi contro caporali, sfruttatori e trafficanti iniziati grazie alle coraggiose denunce di lavoratori migranti ridotti in schiavitù, vittime di caporalato e di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo. Pochi di questi però arrivano addirittura alla prima udienza. C'è da vergognarsi. Se per questa strada si vuole contrastare e sconfiggere lo sfruttamento lavorativo e le agromafie è meglio tornare alla mobilitazione o nel peggiore dei casi riconoscere di aver fallito come Paese. Spesso i tribunali più inefficienti sono proprio quelli presenti in territori in cui il fenomeno mafioso e dello sfruttamento lavorativo è particolarmente organizzato, rodato, diffuso, sistemico. Presso il Tribunale del Lavoro di Latina, ad esempio, una della province dove il caporalato e le mafie sono più diffuse, peraltro in forme spesso originali, c'è solo un giudice deputato a dirimere migliaia di cause. Secondo le raccomandazioni giunte da Roma dovrebbero, forse, arrivare altri due magistrati. Per ora però nessuna garanzia reale e, comunque, resterebbe un Tribunale gravemente sotto organico. Proprio in provincia di Latina, il 18 aprile del 2016, è stato organizzato dalla Onlus "In Migrazione” e dalla Flai Cgil uno dei più importanti scioperi di braccianti migranti contro lo sfruttamento degli ultimi cinquant’anni. Una vera azione di antimafia sociale. Da allora “In Migrazione” continua a girare per le campagne per intervistare i braccianti indiani vittime di caporalato e tratta, gravemente sfruttati e truffati in vario modo, fornendo loro consulenza legale gratuita, facendo formazione e spesso incoraggiando la denuncia nei casi più gravi. Un'attività non senza pericoli, considerando il complesso degli interessi economici e politici, criminali e non solo, che si toccano, contrastano e denunciano. “Dopo il 18 aprile – dichiara Simone Andreotti, presidente di In Migrazione - grazie al capillare lavoro di mediazione e informazione che stiamo conducendo nel territorio e nonostante i pericoli, abbiamo aiutato oltre 70 braccianti indiani a denunciare caporali, padroni e sfruttatori vari. Un lavoro fatto con grande passione e competenza e senza alcun sostegno da parte delle istituzioni locali interessate”. Scorrendo i nomi delle aziende e dei caporali denunciati si riesce a disegnare una cartina precisa dell'agromafia di quella provincia mentre ascoltando le storie dei lavoratori punjabi sfruttati si comprende perfettamente l'organizzazione mafiosa del caporalato pontino. Eppure, con un solo giudice al lavoro o quasi, quelle domande di giustizia e legalità vengono puntualmente disattese. In questo modo l'ingiustizia rimane organizzata, diffusa e mafiosa. L'ordine degli avvocati di Latina si è già rivolto al Consiglio superiore della Magistratura e al ministro della Giustizia denunciando il rinvio sine die dei processi e l'inadeguatezza dei locali adibiti a sezione lavoro, incapienti e inadatti alla trattazione delle udienze. “E' inaccettabile – afferma Roberto Iovino, responsabile legalità Flai Cgil - che in un paese civile e a distanza di anni, i lavoratori che hanno avuto il coraggio di denunciare la difformità della loro retribuzione rispetto a quanto previsto dai contratti non abbiano ancora ricevuto giustizia. Si dà cosi l’immagine di uno Stato assente, vanificando lo sforzo di chi è impegnato ad affermare legalità e giustizia nel mondo del lavoro. Non si può da un lato annunciare una lotta senza quartiere al lavoro nero e al caporalato per poi non fornire a chi deve fare le ispezioni e ai magistrati del lavoro le risorse necessarie per assicurare che sia fatta giustizia”. Intanto le denunce continuano a riempire gli armadi del tribunale, l'ansia di giustizia dei lavoratori viene umiliata e la certezza di impunità dei padroni e dei mafiosi confermata. Kamaljiit, bracciante indiano di circa cinquant'anni che per venti ha lavorato nelle relative campagne spezzandosi la schiena sotto diversi padroni e molti caporali, dice di essere “molto deluso dallo Stato italiano. ..Io volevo giustizia perché il padrone italiano mi ha sfruttato facendomi lavorare tutti i giorni e dandomi a fine mese circa 400 euro. Lavoravo anche 14 ore al giorno. Ma qui in Italia sembra che la giustizia sia dalla parte dei padroni”. Dopo aver ascoltato una riunione organizzata da “In Migrazione” e precisamente nel tempio Sikh nel comune di Sabaudia, in cui si informavano i braccianti dei loro diritti, del valore del contratto di lavoro, del ruolo del padrone e del caporale, Kamaljiit decide, con un atto di grande coraggio e responsabilità, di denunciare la sua condizione facendo nomi e cognomi. Un atto che meriterebbe il riconoscimento della cittadinanza italiana in un Paese civile. Kamaljiit abitava in un uno stanzone senza riscaldamento e con copertura in eternit insieme ad altri 7 lavoratori indiani. Aveva a disposizione solo un letto e un armadio dove teneva i suoi pochi vestiti e qualche foto della famiglia in India. Per mangiare si rivolgeva al tempio della sua comunità che gli garantiva sempre un pasto caldo. Lavorava per un'azienda agricola tra San Felice Circeo e Sabaudia, domenica compresa, per appena 3 euro l'ora. Coi pochi soldi guadagnati poteva permettersi solo una bicicletta con la quale ogni mattina faceva circa 20 chilometri per andare a lavorare ed altrettanti per tornare a casa. Per due anni Kamaljiit ha annotato tutto dietro le pagine di alcuni calendari. Ha registrato il complesso delle ore lavorate al giorno, quanti soldi ha percepito e quanti il padrone gliene aveva promessi, fino al momento in cui ha deciso di denunciare, consapevole che la difesa della propria dignità è la prima forma di antimafia da mettere in campo. La denuncia gli è costata molto, anche solo considerando la sua esposizione e i rischi impliciti. Stante la sua condizione, si trattava di un gesto rivoluzionario. Dal padrone, dopo qualche settimana, è stato allontanato e gravemente minacciato. Kamaljiit viene preso in carico da “In Migrazione” che riesce a trovargli fuori provincia un lavoro in un'azienda agricola che gli ha garantito un contratto e tutti i diritti relativi. Si è affidato allo Stato.

Ebbene, sono trascorsi 4 anni da quella denuncia e il Tribunale di Latina non è riuscito a tenere neanche la prima udienza di quel processo. Quattro anni di silenzi, frustrazione, anonimato obbligatorio. Intanto i suoi testimoni hanno preso altre strade. Alcuni sono tornati in India, altri sono andati a lavorare nelle campagne di Reggio Emilia. La sua udienza, finalmente fissata per il 30 novembre del 2017, è stata ulteriormente rinviata a fine novembre del 2018. Kamaljiit sa che forse non avrà giustizia dal Paese nel quale vive da circa 20 anni. Il padrone italiano invece non sarà obbligato ad assumersi le sue responsabilità, anzi, ne uscirà, probabilmente, pulito e libero. Lo stesso sta accadendo con un'azienda ortofrutticola tra le più grandi del Pontino. Produce ravanelli in serra che i lavoratori raccolgono piegati sulle ginocchia tutto il giorno per poi esportarli in tutta Europa, Olanda compresa. I lavoratori venivano pagati 3 euro per raccogliere 120 mazzetti da 15 di ravanelli. È lavoro a cottimo. Gli 80 euro del governo non sono mai arrivati nelle tasche dei braccianti indiani che erano obbligati anche a comprarsi gli indumenti adatti per lavorare. Dopo una loro pacifica richiesta di aumento rivolta direttamente al datore di lavoro, quest'ultimo, per repressione, ha abbassato la retribuzione a 2,90 euro. Il caporale indiano reclutava prevalentemente i lavoratori più giovani la sera per la mattina mediante messaggio sui social. I lavoratori più anziani erano considerati meno subordinati perché più consapevoli dei loro diritti e, dunque, meno ricattabili. Per questa ragione sono stati chiamati sempre meno, mobbizzati, emarginati e mal pagati. I braccianti indiani, anche in questo caso, hanno denunciato tutto, compreso il caporale indiano che dopo due anni di appostamenti della Polizia di Stato, intercettazioni, interrogatori e filmati, viene arrestato, salvo tornare in libertà e al lavoro nella sua stessa ex azienda dopo appena pochi giorni. “Abbiamo denunciato e aspettiamo giustizia ma ci ha sorpreso rivedere il caporale lavorare. Quella persona ci ha insultato, trattenuto i soldi dallo stipendio e spesso non ci chiamava a lavorare perché noi conosciamo i nostri diritti. Se dopo le denunce non cambia nulla perché denunciare?” dice Hardeep, uno dei lavoratori che ha presentato denuncia e che peraltro è stato vittima di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo. Sono trascorsi tre anni e ci sono state solo alcune udienze preliminari. I testimoni dei lavoratori indiani dovevano presentarsi dinnanzi al giudice a fine novembre 2017 ed invece l'udienza è stata rinviata, anche in questo caso, a fine novembre del 2018. I lavoratori continuano a chiedere giustizia ad uno Stato che sembra aver alzato bandiera bianca. Padroni, aziende e sempre più anche caporali lo sanno benissimo e si lasciano denunciare sapendo che tutto sarà rinviato, sine die. I braccianti intanto continuano ad essere reclutati dai caporali e alcune aziende agricole continuano a pagare 3 euro l'ora per 14 ore di lavoro al giorno. Poco è cambiato per i lavoratori se non la consapevolezza di vivere in un Paese ingiusto come i padroni italiani dinnanzi ai quali devono chinare la testa ogni giorno della loro vita lavorativa, alcuni dei quali si fanno anche chiamare boss.

L'inferno delle donne, lavoro in cambio di sesso, scrive il 22 marzo 2018 Marco Omizzolo su "La Repubblica". Marco Omizzolo - Giornalista, saggista, sociologo, responsabile scientifico della Onlus "In Migrazione”. Sempre più donne, migranti e italiane, lavorano come braccianti nelle campagne del Paese. Solo in Puglia, secondo la Flai Cgil, ci sono circa quaranta mila braccianti donne gravemente sfruttate e retribuite trenta euro per lavorare 10 ore continuative nella raccolta delle fragole o dell'uva. Molte di loro sono sfruttate più dei loro colleghi italiani e, a volte, anche sottoposte a spregevoli forme di ricatto e violenza sessuale. Donne, spesso migranti, che per lavorare devono accettare di essere toccate dal padrone o dal caporale di turno, se non di salire sull'auto del padrone italiano allo scopo di soddisfare ansie sessuali. È il corpo della lavoratrice donna che diventa oggetto, strumento, espressione di un potere che è machista e mafioso nel contempo. Esistono realtà in cui questa aberrazione è in qualche modo esplosa. Si tratta di aree agricole in cui lo sfruttamento lavorativo e il caporalato è meglio organizzato e più ramificato, come in Calabria, Puglia, a Vittoria (Sicilia) e nel Pontino, e le mafie diffuse nella filiera agricola come in quella politica e amministrativa. Non è raro infine trovare alcuni centri di accoglienza che fanno da cornice e ufficio di collocamento di questa coniugazione spregevole tra sfruttamento lavorativo e sessuale. Ancora una volta partire dalle parole delle donne sfruttate e ricattate è la strada migliore da seguire per comprendere i contorni di questa vicenda. Ramona, bracciante romena di circa 30 anni impiegata nelle campagne della provincia di Latina dichiara: “Il padrone mi aveva assunto e subito chiesto di andare ad una cena aziendale con lui. Mi sorprese questa proposta ma accettati perché pensai di stare con altre persone e di non correre pericoli. Tra le prime persone che mi presentò c'era l'avvocato dell'azienda, un uomo molto ricco di circa 70 anni. Sul finire della serata il padrone mi disse che, se volevo davvero lavorare nella sua azienda, dovevo salire con quell'avvocato nella sua auto e soddisfare le sue richieste sessuali. Io mi alzai e andai via. Ovviamente non ho potuto lavorare con quell'azienda”. Anche Amita, giovane donna, madre e bracciante indiana pontina, racconta la stessa esperienza. “Io non ho capito subito – dice Amita - non sono abituata. Per noi il rispetto è tutto. Il padrone invece mi ha detto che dovevo accettare la sua proposta, altrimenti andavo a lavorare nel campo con gli uomini oppure restavo a casa”. Amita ne parla con accanto il marito che ci accoglie in una casa modesta, nelle campagne tra i Comuni di Sabaudia e Pontinia. Il padrone esporta ortaggi in tutta Europa, fa lavorare i braccianti indiani di notte, è dichiaratamente un fascista e usa le donne come strumenti da sfruttare sul lavoro e per il suo piacere personale. Un imprenditore agricolo pontino invece confessa di impiegare braccianti romene che spesso recluta direttamente in Romania alle quali concede in affitto alcune sue abitazioni, chiedendo loro di soddisfare le sue richieste sessuali o quelle dei figli. Sono tutte giovani ragazze reclutate anche sulla base dell'età e bellezza, impiegate come braccianti e spesso malpagate e, infine, indotte ad accettare le richieste sessuali del padrone per poter continuare a lavorare. Un padrone non collegato ad alcun clan e di origine veneta peraltro. Il fenomeno è molto più esteso di quello che si pensa. Storie analoghe si possono ascoltare in Puglia o in Sicilia. Leonardo Palmisano, sociologo e scrittore, non ha dubbi: “La condizione delle donne in agricoltura è spaventosa. Ci sono, per esempio, braccianti nigeriane e ghanesi, nel foggiano, sfruttate come prostitute la sera. Il ricatto sessuale è all'ordine del giorno. E non poche sono minorenni. I due fenomeni tendono a fondersi in un unico sistema neoschiavistico”. E quando le ragazze, sfruttate nei campi agricoli italiani, vivono nei centri di prima accoglienza il cerchio si chiude. Dormono nei centri, lavorano come schiave nei campi e di notte sono obbligate a prostituirsi sulle strade in prossimità del centro stesso. Lo ha denunciato ad ottobre del 2017, in un convegno pubblico organizzato dal Dipartimento Pari opportunità, il responsabile immigrazione della Caritas, Oliviero Forti, che ha dichiarato: “Nei centri di accoglienza straordinaria, le vittime di tratta vivono accanto ai propri sfruttatori. È una realtà nota, alla quale finora non si è riusciti a dare alternativa”. Un problema già sollevato e mai affrontato nel merito. La preparazione degli operatori nei centri di accoglienza è spesso inadeguata ad affrontare situazioni di questa natura. Molte delle strutture presenti in Campania, in particolare lungo il litorale Domizio, ad esempio, sono dotate di un unico operatore per la mediazione, accompagnamento in questura, presso la Asl e in ospedale, distribuzione dei pasti e gestione delle varie criticità. Sotto questo profilo la situazione è fuori controllo in diverse regioni, come in Calabria, ad esempio, almeno secondo la denuncia degli attivisti della Campagna LasciateCIEntrare che sono riusciti a introdursi in due strutture della provincia di Catanzaro, a Lamezia Terme e a Feroleto Antico. Tutto questo significa che la tratta delle prostitute sta passando anche attraverso alcuni centri di accoglienza italiani. Le schiave nei campi e sulle strade compiono lo stesso esodo dei profughi. Prima nel deserto, poi su un gommone in mezzo al Mediterraneo e, infine, sbarcano in Italia e vengono collocate in un centro di accoglienza. Molte di loro vengono sfruttate nei campi e poi in strada. Vittoria però, in Sicilia, è il caso più eclatante. Donne reclutate in Romania vengono spesso portate nel ragusano per essere sfruttate nelle relative campagne. Alcune di loro, dopo essere giunte a Vittoria, vengono impiegate in campagna per lavorare 10 o 12 ore al giorno. Le più belle e giovani, spesso le più fragili e ricattabili, anche perché madri, sono obbligate a soddisfare le voglie sessuali del padrone. Vengono infatti obbligate ad esibirsi in qualche casolare abbandonato in campagna con intorno padroni italiani. Il primo a denunciare tutto è stato un parroco di Vittoria, Don Beniamino Sacco, un uomo forte e coraggioso, che ha chiamato questa mostruosità, “festini agricoli”. A Vittoria, oltre il 40% della manodopera romena è composta da donne, arrivate in autobus dalla zona di Botosani con la speranza di lavorare per mantenere quasi sempre il loro bambino rimasto in patria. In tutto i romeni di questa zona sono 4 mila e le donne circa 1.600-1.800, con un’età che va dai venti ai quarant' anni. Don Sacco ritiene che sarebbero tra le 1.000 e le 1.500 le donne romene vittime dei loro padroni italiani. Il numero di aborti nella provincia è infatti esploso ed è un chiaro indicatore che conferma le violenze sessuali nei confronti delle braccianti romene. É un fenomeno diffuso e nel contempo ancora troppo sommerso. Lo Stato dovrebbe intervenire non solo reprimendo i protagonisti di questa mostruosità ma prevenendo il fenomeno e poi agendo con servizi sociali adeguatamente finanziati e articolati, professionali e competenti, per aiutare tutte le donne vittima di violenza e sfruttamento, tratta, ricatto sessuale e segregazione a superare il trauma e tutelandole integralmente. Ma di uno Stato così attento e impegnato per ora non si vede neanche l'ombra.

Gli invisibili “caporali” dell'Italia del Nord, scrive il 23 marzo 2018 Marco Omizzolo su "La Repubblica". Marco Omizzolo - Giornalista, saggista, sociologo, responsabile scientifico della Onlus "In Migrazione”. Le agromafie sono un fenomeno esteso. La loro dimensione è sistemica e come tale interna al modello di produzione vigente in agricoltura a livello globale. Per questa ragione è bene superare ogni riserva geografica che vuole confinare lo sfruttamento, il caporalato, l'azione delle agromafie solo all'interno di alcune regioni italiane del Meridione. Il caporalato è infatti presente anche in Toscana, Abruzzo, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia e in molte altre regioni del Nord del Paese. I rapporti Agromafie e caporalato dell'Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil e Agromafie dell'Eurispes lo rilevano annualmente e mettono in guardia da interpretazioni superficiali del fenomeno. In Piemonte, ad esempio, le aree dove il caporalato è più organizzato e diffuso sono i distretti di Cuneo (Saluzzo e Bra), Alessandria (con Tortona e Castelnuovo di Scrivia), Asti (con Canelli, Castigliole e Motta), Verbania (con Cusio-Ossola). In questa regione gli occupati nel settore agro-alimentare sono circa 71 mila, di cui oltre 20mila stranieri. Un lavoratore su 4 è dunque immigrato. Le collettività straniere maggiormente impiegate sono quella cinese, marocchina, romena, indiana e albanese. Anch'essi sfruttati in modo criminale, soprattutto nella provincia di Alessandria e nell’Astigiano. Tra Canelli e Carmagnola, ad esempio, la Guardia di Finanza ha scoperto ad agosto del 2016 ben 106 lavoratori in nero e quasi 150 cooperative agricole che sottopagavano (anche 2 euro all’ora) i braccianti. A Carmagnola, un bracciante di 45 anni romeno è morto a causa del lavoro intensivo e dei 50 gradi in serra. A Saluzzo la situazione è gravissima e si ripete ogni anno. Ilaria Ippolito, operatrice sociale e ricercatrice, racconta di “centinaia di migranti originari dell’Africa Subsahariana che lavorano o sono alla ricerca di un impiego in agricoltura, accampati in tende e baracche auto-costruite nella zona del Foro Boario”. Inoltre, “nonostante la gestione di progetti di accoglienza in campi container e edifici comunali da parte di Caritas e Coldiretti – continua Ippolito - per un totale, attualmente, di circa 230 posti, le condizioni delle persone accampate al Foro Boario rimane inaccettabile. In questo contesto, l’affermazione e la tutela di alcuni diritti fondamentali - abitare dignitoso e ottenimento di una residenza amministrativa, cure mediche nell’ambito del Sistema Sanitario Nazionale, tutela legale e sindacale in linea con le esigenze delle persone - risultano estremamente complessi, se non inattuabili”. In Lombardia spiccano, per numero di stagionali, soprattutto stranieri, i distretti di Lecco, Mantova, Pavia (con il Pavese, l’Oltrepo e la Lomellina), Monza e Milano. Già, proprio Milano, la locomotiva economica d'Italia che ha ospitato l'Expò, dove di caporalato, tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo, agromafie, della responsabilità della Grande Distribuzione Organizzata, di mafie nella filiera agro-industriale italiane e in quella commerciale, non si è di fatto parlato. Un'occasione mancata ma anche un segnale puntuale: si può parlare di cibo ma non di chi lo produce e come. E poi il bresciano dove a settembre del 2016 un bracciante romeno di 66 anni è morto mentre lavorava con altri connazionali reclutati da una cooperativa romena in una vigna di Erbusco. È accaduto durante la vendemmia del Franciacorta, anche a causa del caldo torrido e di un'afa fuori stagione. Una morte che un risultato lo ha sicuramente ottenuto: i braccianti polacchi e romeni sfruttati in modo impietoso nella vendemmia per guadagnare solo pochi euro l’ora, con contratti facilmente aggirati e privi di tutele, sotto caporale e pagati a cottimo, sono stati sostituiti lentamente da pakistani e indiani impiegati con le medesime condizioni. Nella provincia di Bolzano, soprattutto a Laives, la situazione non cambia, mentre in Emilia Romagna si devono considerare le aree di Ravenna, Cesenatico e Ferrara (con i distretti di Codigoro, Argenta, Copparo, Alto ferrarese, Ferrara e Portomaggiore). Nella regione “rossa” il caporalato è assai diffuso nonostante nessuno ne parli. Secondo la Flai Cgil Emilia Romagna, ad esempio, il caporalato e il grave sfruttamento lavorativo si manifesta mediante appalti non regolari e false cooperative coi lavoratori che aspettano l’sms la sera prima per sapere se il giorno successivo andranno a lavorare o meno. Nelle industrie di trasformazione, macellazione, salumifici e prosciuttifici è diventata questa la forma di lavoro utilizzata da molte aziende. Una prassi diffusa a Modena come a Parma, dove sono presenti molti impianti di macellazione bovina e suina. C’è però anche la macellazione avicola, ed ecco dunque la Romagna, con Forlì-Cesena in particolare. Ci sono cooperative che albergano in Veneto e organizzano lavoratori del nord Africa per caricare i camion dei polli. In questo tipo di settore è prevalente manodopera migrante ma sono presenti anche italiani. La Guardia di Finanza ha eseguito nel 2016 un ordine di custodia cautelare nei confronti di 5 caporali accusati di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro e impiego di manodopera clandestina. Tre arresti sono stati eseguiti a Cesena, mentre gli altri due a San Bonifacio, in provincia di Verona. La loro organizzazione sarebbe riuscita a gestire più di 50 lavoratori, tutti marocchini, di cui 15 non regolarmente soggiornanti, impiegati, grazie alla copertura fornita loro da tre cooperative, nella raccolta dell'uva nelle vigne e nel facchinaggio all'interno degli allevamenti di polli e galline del Forlivese. In Veneto, fenomeni di caporalato si sono registrati invece nella provincia di Padova. In Toscana, diverse centinaia di braccianti migranti, soprattutto romeni, bulgari, bangaldesi e albanesi, continuano ad essere impiegati sin dalle prime ore dell'alba, attraverso caporali, nelle aziende agricole tra Siena e Grosseto. È la vendemmia a costo zero, tra i vigneti preziosissimi del Chianti e della Maremma. Molti di loro sarebbero retribuiti neanche cinquanta euro per una giornata di otto o dieci ore di lavoro, senza contratto, assicurazione e indumenti adeguati. Ovviamente non è solo illegalità, evasione fiscale e contributiva. È un sistema criminale che determina forme di impiego neo-schiavistiche, pienamente mafiose, perché è all'interno di tale cornice che il caporalato e il grave sfruttamento lavorativo si collocano. E questo vale nel Sud come nel Nord del Paese. Il governo dovrebbe mettere mano al sistema della grande distribuzione organizzata, riformare le norme sulle migrazioni e il welfare, migliorare la giustizia, cambiare il sistema di produzione dichiarando guerra ad ogni mafia, sfruttamento e caporalato. Non basta arrestare mafiosi e caporali. Si devono cambiare le condizioni alla base che determinano la nascita di queste figure, spregevoli quanto uno Stato che non vuol capire.

Il trucco delle buste paga “legali”, scrive il 21 marzo 2018 Marco Omizzolo su "La Repubblica". Marco Omizzolo - Giornalista, saggista, sociologo, responsabile scientifico della Onlus "In Migrazione”. “Quel sindacalista è amico del padrone. Lui mi ha detto di firmare un foglio scritto in italiano che non capivo perché così avrei lavorato anche la prossima stagione. Altrimenti perdevo il lavoro”. Lo confida Deep, bracciante indiano in provincia di Latina durante uno dei molti colloqui che la Onlus “In Migrazione” tiene nelle campagne o nei luoghi di culto indiani pontini, per dare alle migliaia di braccianti suoi connazionali la possibilità di contrastare un sistema rodato di sfruttamento pienamente mafioso. Quello che racconta Deep avviene ogni volta che un'azienda agricola italiana, più o meno grande, decide di intervenire sugli arretrati non pagati ai suoi lavoratori, rubando loro, anche in questo caso, mesi e mesi di salario, in cambio di poche centinaia di euro, con la complicità di qualche conciliatore italiano, a volte un sindacalista. Niente di illegale, sia ben inteso. La legge è dalla loro parte, ancora una volta. Lo stesso è accaduto a Ramona, una bracciante rumena ancora della provincia di Latina che si è sentita prima proporre delle cene galanti con il suo ex padrone italiano di circa settant'anni, “per renderlo felice del lavoro che facevo”, confida con gli occhi lucidi, e poi di “conciliare circa 40mila euro con 600 euro che il padrone mi avrebbe dato ma recuperato sottraendomi dalle mie buste paga future circa 100 euro al mese per sei mesi”. Ramona ha resistito, si è trasferita in un paese del Nord Italia ma solo dopo aver accettato di diventare testimone, in un importante processo in provincia di Latina, per alcuni braccianti indiani, suoi compagni di lavoro, contro il padrone italiano e il suo caporale. Le conciliazioni, che peraltro il Jobs Act ha reso ad ulteriore vantaggio del datore di lavoro, sono un istituto che dovrebbe permette di evitare l'azione giudiziaria, e dunque di ingolfare ulteriormente i nostri Tribunali, a fronte di un accordo stabilito tra le parti con l'aiuto di un conciliatore regolarmente autorizzato. Parti che dovrebbe essere messe però su un piano di eguaglianza, almeno in teoria. In questo caso invece si conciliano le posizioni di un padrone italiano, ricco e potente, con quelle di un bracciante indiano, spesso incapace di comprendere gli elementi essenziali del discorso impostato dal conciliatore e dal padrone e di leggere e comprendere quanto da loro scritto sul verbale di conciliazione. La dinamica padronale e mafiosa è sempre la stessa. O firmi quel verbale in italiano o non vieni richiamato al lavoro, non solo nell'azienda del padrone ma in tutte quelle con le quali quel padrone è in contatto. Per questa ragione il lavoratore indiano, o di altra nazionalità, decide di firmare. E così concilia. Il padrone gli riconosce a volte 500 o 600 euro in cambio dell'azzeramento di un debito nei confronti del bracciante anche di 30mila, 40mila o 50mila euro. Soldi che spetterebbero al lavoratore straniero e che invece non riceverà mai sebbene abbia lavorato 14 ore al giorno tutti i giorni del mese, per anni. Il conciliatore ovviamente conosce perfettamente questa pratica e la incentiva invitando il lavoratore indiano a firmare. Così si avalla, in sostanza, uno spregevole ricatto occupazionale per via di una procedura che ancora una volta non considera i reali rapporti di forza tra datori di lavoro agricoli e lavoratori migranti, spesso gravemente sfruttati. Ma il danno in questo caso diventa beffa. La legge italiana prevede conciliazioni al minimo di 1 euro. Questo significa che una conciliazione a 500 euro è perfettamente legale. Con un'aggravante: il lavoratore, una volta firmata la conciliazione, rinuncia definitivamente alla possibilità di presentare una denuncia o una vertenza. Cornuto e mazziato dunque. Non è da escludere una convenienza diretta, magari economica, da parte del conciliatore. Il padrone ricava così decine di migliaia di euro non corrisposti ai lavoratori, che moltiplicato per i suoi 30, 50, 100 dipendenti significa intascarsi centinaia di migliaia di euro. Il lavoratore, bracciante indiano in questo caso, torna a casa con un foglio che sa di condanna, con pochi euro in tasca, che arriveranno forse con un assegno circolare, e la convinzione di poter tornare a lavorare il mese successivo, per 14 ore al giorno, tutti i giorni del mese, tutto l'anno, chiamando padrone il datore di lavoro italiano. A questa pratica si aggiungono quelle di molti altri liberi professionisti, avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, notati e ragionieri. Alfieri di un sistema di sfruttamento che con la loro professionalità riescono ad organizzare in modo pressocchè perfetto. Sono infatti molti i ragionieri che tengono la contabilità in aziende agricole governate da padroni italiani che mediante caporali sfruttano i braccianti. Sono professionisti che preparano i contratti di lavoro, che scrivono le buste paga dei lavoratori, dove registrano solo 4 giornate lavorative a fronte delle 30 realmente lavorate, ben sapendo che dietro quei numeri si nasconde una realtà di sfruttamento e truffa. Ogni mese inseriscono in busta paga solo 6 ore e trenta di lavoro, come previsto dal contratto nazionale di categoria, eppure sanno bene che i lavoratori sono impiegati 12 o 14 al giorno. Sono professionisti che si guardano bene dal tradurre i contratti nelle lingue dei braccianti stranieri e che mai si permettono di diventare testimoni nei processi contro i datori di lavoro, i caporali, i trafficanti, ma che agiscono consentendo loro, sul piano formale, di continuare le loro azioni criminali unendo così il mondo illegale dello sfruttamento e delle mafie con quello formale e regolare. Sono dunque complici, come afferma Mandeep, bracciante di 45 anni che ha partecipato il 18 aprile del 2016 al primo sciopero dei braccianti indiani in provincia di Latina. “Come è possibile che io lavoro 30 giorni al mese e il padrone ne segna solo 4? E' così che in busta paga ci danno solo 300 euro e invece dovremmo prenderne 1200 o di più. Tutto il resto rimane nelle tasche del padrone che divide parte di quei soldi col caporale”. E i commercialisti, pronti a costituire nuove società e aziende appena il padrone ritiene conveniente farlo per non pagare le tasse oppure per evitare di essere condannato in una eventuale vertenza di lavoro messa in piedi dai suoi ex lavoratori e dal sindacato. Ne sono prova alcune importanti aziende agricole pontine che dopo una serie di vertenze di lavoro organizzate da alcuni loro ex braccianti indiani, hanno pensato bene di chiudere le loro vecchie società, svuotarle di ogni bene e credito, per aprirne di nuove così ostacolando la giustizia e impedendo, di fatto, il riconoscimento di quanto dovuto in caso di condanna ai braccianti. È un sistema formale, che è costola di quello mafioso, in cui vince sempre il più forte, potente, ricco. Come anche quegli avvocati che indicano ad alcuni padroni italiani le procedure e le prassi migliori per continuare a gestire la propria manodopera, soprattutto migrante, nel modo che ritengono più conveniente, a consolidare il redditizio traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento lavorativo, a evitare le trappole della nuova legge contro il caporalato, a riciclare milioni di euro mediante passaggi societari, anche internazionali, con la complicità di funzionari di banca che incassano milioni di euro senza interrogarsi mai sulla loro origine. È il problema del “money laundering”. L’Italia vanta una delle legislazioni antiriciclaggio più avanzate eppure, già nel maggio del 2011, l’allora Vice Direttore Generale di Bankitalia, Anna Maria Tarantola, affermava come il riciclaggio pesasse oltre il 10% del PIL (contro il 5% stimato dal FMI a livello mondiale). Un'autentica emergenza che si perpetua a causa di un network mafioso che va oltre le mafie generalmente intese e i criminali abitualmente identificati ma che comprende professionisti del crimine bancario, del riciclaggio, della truffa, dello sfruttamento lavorativo, della tratta internazionale, dell'occultamento di denaro nero. Una mafia oltre le mafie che si muove in giacca e cravatta, mafiosa nel sangue ma titolata e di alto profilo culturale. Mafiosi e professionisti che lo Stato dovrebbe combattere con maggiore determinazione a partire da quelli tra questi che occupano posizioni nella pubblica amministrazione, nelle aziende di Stato, nelle prefetture o nelle banche. Aveva però forse ragione De Andrè quando cantava: “e lo Stato sai che fa? Si costerna, s'indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità”.

Puglia, il primo processo agli schiavisti, scrive il 17 marzo 2018 Marco Omizzolo su "La Repubblica". Marco Omizzolo - Giornalista, saggista, sociologo, responsabile scientifico della Onlus "In Migrazione”. Condannati per riduzione in schiavitù e associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento dei lavoratori. È l'esemplare sentenza di primo grado di condanna stabilita dai giudici della Corte d’Assise di Lecce al processo Sabr emessa il 13 luglio 2017 nei confronti di 12 imputati, 4 imprenditori salentini e 8 caporali stranieri. Per la prima volta, infatti, una corte di giustizia italiana ha riconosciuto ufficialmente il reato di riduzione in schiavitù, praticato da un'associazione criminale di Nardò, in provincia di Lecce, espressione di un'alleanza perversa tra alcuni imprenditori agricoli italiani e caporali stranieri con riferimento al periodo fra il 2008 e il 2011. I braccianti migranti erano tutti residenti nella masseria Boccuri, luogo oggi simbolo del degrado che coinvolge parte del Paese e della sua imprenditoria, obbligati a vivere in condizioni indecenti e ad obbedire agli ordini del padrone di turno. La retribuzione era da fame: appena 3,5 euro ogni 300 chili di pomodori raccolti a fronte di un contratto provinciale di lavoro che prevedeva 5,92 euro a ora e 38,49 euro a giornata per 6 ore e 30 di lavoro. La giornata lavorativa prevedeva dalle 10 alle 12 ore di lavoro tutti i giorni, domenica compresa, per un totale di circa 20/25 euro giornaliere. Inoltre, essendo vietato portare acqua e cibo, i lavoratori erano costretti ad acquistarli direttamente dal caporale al prezzo di 1 euro a bottiglia e 3,50 euro a panino. Ciascuno di loro poi doveva pagare 5 euro ai caporali per il trasporto sui campi agricoli: in un furgone da 9 posti venivano stipati anche 25 lavoratori. I braccianti venivano obbligati a lavorare senza soste, senza le protezioni necessarie per la propria incolumità fisica previste dalla legge, privi di assistenza sanitaria e contributi previdenziali. Le intercettazioni della Procura sono emblematiche: “Ora quelli te li sfianco fino a questa sera…”, viene detto da uno dei caporali. Il giudice delle indagini preliminari di Lecce, Carlo Cazzella, nell'ordinanza cautelare è stato chiarissimo. Nel caso delle campagne salentine esisteva “un’organizzazione criminale transnazionale costituita da italiani, algerini, tunisini e sudanesi, attiva anche a Rosarno e in altre parti del sud Italia”. Dei controlli neanche l'ombra. Dove erano gli ispettori del lavoro, la Asl e quanti avevano il potere di intervenire? La condizione di clandestinità costringeva i lavoratori ad accettare qualsiasi occupazione per sopravvivere. I braccianti arrivavano soprattutto dalla Tunisia, spinti dalla disperazione e della prospettiva di un lavoro. Sbarcati in Sicilia, a Pachino, centro noto per la coltivazione del pomodoro ciliegino, venivano reclutati dall’organizzazione criminale per lavorare nelle campagne pugliesi e proprio a Pachino si recava l'imprenditore agricolo salentino Pantaleo Latino, ritenuto “il promotore e organizzatore del sodalizio”. Uomini dunque trattati come schiavi, obbligati al silenzio, ammassati in casolari abbandonati e fatiscenti, privi di servizi igienici e arredi, costretti a pagare a prezzi spropositati alimenti e bevande forniti dai caporali. Se si ribellavano, venivano sottratti loro i documenti e minacciati pesantemente. Le accuse a carico degli imputati portati alla sbarra dalla procura antimafia di Lecce erano pesanti: associazione a delinquere e riduzione in schiavitù, estorsione, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e della permanenza in stato di irregolarità sul territorio nazionale, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. A questi capi d'imputazione i magistrati hanno aggiunto il vecchio reato di caporalato introdotto nel codice penale nell'estate 2011, ossia proprio nei mesi roventi in cui - secondo il pm Elsa Valeria Mignone - a Nardò si sarebbero consumati reati terribili, documentati dai carabinieri del Ros. Tra i maggiori protagonisti di quella battaglia, si deve ricordare Yvan Sagnet, che insieme ai suoi compagni decise di organizzare scioperi e manifestazioni, rompendo un sistema mafioso di silenzi, connivenze, complicità. Tutti sapevano in paese ma nessuno parlava. Ci hanno pensato i braccianti migranti a rompere quell'omertà mafiosa, mettendo in campo un'azione di vera antimafia sociale, pubblica, coraggiosa, rivoluzionaria. Vennero arrestate 22 persone e 12 furono infine gli imprenditori e caporali condannati ad undici anni di reclusione per riduzione in schiavitù (che ha assorbito anche quello di associazione a delinquere) e all'interdizione perpetua dagli uffici pubblici. I loro nomi meritano di essere ricordati: Pantaleo Latino, 63 anni, di Nardò, ritenuto l’imprenditore che organizzava l’arrivo, la permanenza e i turni di lavoro dei braccianti; Ben Mahmoud Saber Jelassi, 47 anni, tunisino, il cui soprannome di “Sabr” diede poi il nome all’inchiesta. Stessa condanna per quegli altri imputati definiti dall’accusa collaboratori di Latino: Livio Mandolfo, 51 anni, di Nardò; Giovanni Petrelli, 54 anni, di Carmiano (per entrambi erano stati chiesti nove anni); Meki Adem, 56 anni, sudanese; per Aiaya Ben Bilei Akremi, 33 anni, tunisino; Yazid Mohamed Ghachir, 48, nato in Algeria, chiamato “Giuseppe l’algerino”. E ancora, Saeed Abdellah, 30 anni, sudanese; Rouma Ben Tahar Mehdaoui, 42 anni, tunisino. Nizar Tanja, 39 anni, sudanese. Infine, Marcello Corvo, 55 anni, di Nardò, e Abdelmalek Aibeche Ben Abderrahma Sanbi Jaquali, 46 anni, tunisino, sono stati assolti dall’accusa di riduzione in schiavitù e condannati a tre anni di reclusione e all’interdizione di cinque anni dagli uffici pubblici, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla permanenza irregolare di stranieri per sfruttarli nel lavoro nei campi. Assolti invece “per non aver commesso il fatto”, Corrado Manfredi, 64 anni, di Scorrano; Giuseppe Mariano, 79 anni, di Porto Cesareo e Salvatore Pano, 61 anni, di Nardò. La Corte d’Assise ha inoltre riconosciuto i risarcimenti per coloro che si sono costituiti parte civile, ovvero otto braccianti, tra cui Yvan Sagnet, attualmente presidente dell’associazione No Cap, la Regione Puglia, la Cgil e l’associazione Finis Terrae, che gestì fino al 2011 la masseria nelle campagne neretine e sostenne i migranti nella lotta allo sfruttamento. Secondo Sagnet, “si tratta di una sentenza storica che segna una svolta nella lotta contro il caporalato e lo schiavismo moderno in Italia e non solo. Giustizia è stata fatta per migliaia di lavoratori e lavoratrici che da almeno 30 anni nelle campagne neretine vedevano la loro dignità calpestata, ogni giorno”. E con ragione continua ancora: “I nostri avvocati hanno dimostrato che la schiavitù moderna non consiste nel mettere fisicamente le catene ai piedi dei lavoratori, ma nel ridurli in uno stato di soggezione continua, approfittando della loro vulnerabilità. Con questa sentenza lo ripeto giustizia è stata fatta”. Il processo Sabr certifica l'intima natura di un sistema di produzione che è arrivato ad includere e legittimare, nelle forme criminali che lo esprimono, lo stato in schiavitù di migliaia di lavoratori e lavoratrici, soprattutto migranti, in Italia. È anche la più chiara smentita dell'ottusa miopia di alcuni studiosi, avvocati, giuristi, sedicenti esperti, che persistono nel sostenere che le moderne forme di schiavitù non sarebbero presenti nel Paese. Proprio il processo Sabr, invece, ha rotto l'ipocrisia dei “negazionisti/riduzionisti” e svelato, anche dal punto di vista giudiziario, l'esistenza di una forma di schiavitù che ha nel rapporto di lavoro la sua espressione di base ma che si estende fino a definire un nuovo modello sociale localmente determinato e mafioso in sè, governato da padroni, caporali, trafficanti, mafiosi, dentro il quale i lavoratori vengono ridotti a puro strumento di produzione e di arricchimento. Chi nega tutto questo, dopo il processo Sabr, dichiara la propria complicità con chi ancora ritiene legittimo sfruttare e schiavizzare uomini e donne.

Quando il succhiasangue è straniero, scrive il 15 marzo 2018 Marco Omizzolo su "La Repubblica". Marco Omizzolo - Giornalista, saggista, sociologo, responsabile scientifico della Onlus "In Migrazione”. Quando si parla di mafie in Italia vengono subito in mente i nomi delle principali famiglie criminali o di clan efferati: Riina, Badalamenti, Cava, Schiavone, Rinzivillo, Strangio, Arena e poi clan dei Casalesi, di 'Ndrangheta, di camorra e di altre mafie. Ma non tutte le mafie sono note e non tutte sono italiane. Esistono mafie straniere che in Italia gestiscono affari milionari, in alcuni casi con l'ausilio e sotto la podestà di clan italiani. Alcune di queste battono bandiera straniera ma non sono d'importazione. Sono nate nel nostro Paese attraverso prassi, consuetudini, metodologie d'azione consolidate che nel lungo periodo hanno generato organizzazioni sostenute da interessi economici criminali dentro un'economia che comprende tutti i portatori di denaro, senza mai interrogarsi sulla loro origine, obiettivi e modalità operative. La loro primaria collocazione è proprio nella filiera agricola nazionale. Esse gestiscono la tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo, l'intermediazione illecita (caporalato) e una serie di “servizi” non secondari come il racket interno alla propria comunità di appartenenza, usura, rinnovo dei documenti normativamente previsti (si ricorda il caso di un bracciante indiano nel Pontino che per avere la carta di identità si è rivolto ad un boss suo connazionale che si è fatto pagare 1.000 euro), superamento delle vertenze con il datore di lavoro, spaccio di sostanze stupefacenti, in alcuni casi connesso allo sfruttamento nei campi agricoli come nel caso della comunità indiana pontina - come denunciato dal dossier “Doparsi” per lavorare come schiavi di “In Migrazione,” - gestione illegale delle abitazioni e dei servizi connessi. Alcune operazioni delle forze dell'ordine hanno messo in evidenza questo fenomeno. Un imprenditore di origini bangladesi è stato condannato dal Tribunale di Napoli nel luglio del 2017 a 8 anni con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata al grave sfruttamento lavorativo e al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, con l'aggravante del reato transnazionale. L'imprenditore sfruttava venti lavoratori migranti pagandoli 250 euro al mese, facendoli lavorare dodici ore al giorno dopo aver ritirato loro i passaporti e minacciato ritorsioni sui loro familiari in Bangladesh. Ad un imprenditore agricolo di Paternò, in Sicilia, invece, sono stati sequestrati beni per 10 milioni di euro dalla Direzione investigativa antimafia di Catania per aver reclutato manodopera romena a basso costo da impiegare nelle campagne del catanese attraverso un'associazione operante fra Paternò e la Romania. Ogni mafia straniera, secondo la Procura Nazionale Antimafia e le varie Direzioni distrettuali antimafia, ha specifiche caratteristiche connesse agli ambiti culturali di provenienza. La mafia nigeriana è specializzata nella tratta internazionale a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo. Quella russa ricicla denaro sporco e investe in immobili e in finanza. Quella cinese nel riciclo di denaro illecito, nell'impiego di loro connazionali in occupazioni senza regolare contratto e nella tratta. Quella indiana è in corso in formazione soprattutto in provincia di Latina ed è in grado di reclutare in Punjab, regione nord occidentale dell'India dalla quale proviene gran parte della relativa comunità pontina, mediante una relazione diretta e interessata con alcuni imprenditori agricoli locali, connazionali ai quali viene promesso di arrivare regolarmente in Italia e un lavoro nelle aziende agricole locali. Si tratta di false promesse per le quali il migrante indiano è disposto a pagare, spesso indebitandosi, anche 10mila o 15mila euro, per ritrovarsi nelle campagne pontine alle dipendenze del padrone italiano a volte per 200-300 euro la mese. Un sistema rodato e organizzato che in origine prevedeva addirittura la collaborazione con la mafia russa, la quale si preoccupava di trasportare i migranti indiani facendogli attraversare gli Urali su auto o piccoli furgoni in condizioni terribili in cambio, ancora una volta, di denaro contante. È dentro questo sistema che caporali, sfruttatori e trafficanti stranieri, col tempo e attraverso la migliore organizzazione delle loro attività, diventano nuovi boss, attori protagonisti di un nuovo agire mafioso che trova proprio in agricoltura la sua cornice perfetta sebbene non l'unica. Già nel 2008, con l’“operazione Viola”, risultò la penetrazione e strutturazione della criminalità nigeriana in Italia nella gestione di un traffico di esseri umani che in Nigeria reclutava manovalanza a bassissimo costo per le imprese edili italiane e, nel contempo, reclutava donne nigeriana che obbligava con violenza alla prostituzione. Ancora ad ottobre del 2017 i carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Taranto, della Compagnia di Castellaneta e della stazione di Marina di Ginosa, hanno dato esecuzione a due provvedimenti cautelari in carcere nei confronti di un italiano di Ginosa Marina e di un romeno, considerati responsabili, a vario titolo, di intermediazione illecita di manodopera e sfruttamento del lavoro nell’ipotesi aggravata, estorsione, furto aggravato, lesioni personali, tentata violenza privata in concorso. Sono stati anche deferiti in stato di libertà altri tre romeni accusati di avere, insieme all'italiano arrestato, provocato lesioni ad un loro connazionale durante una “spedizione punitiva” dopo la segnalazione da lui fatta alla polizia sulle irregolarità e i soprusi subiti. In provincia di Latina esistono invece squadristi indiani assoldati dal boss indiano per intimidire, spesso con atti di grande violenza e sempre pubblici, coloro che osano contestarne l'autorità o intralciarne gli affari. È accaduto ad Ardea, vicino Roma, e a Pontinia, a Latina, durante alcune manifestazioni tradizionali della comunità punjabi. Circa trenta indiani hanno infatti assaltato gli organizzatori con bastoni e spranghe con lo scopo di dare loro una lezione, tanto da mandarne alcuni in ospedale e ricordare a tutta la comunità chi detiene il potere e cosa è capace di fare. Ad agosto del 2017 un importante blitz dei carabinieri è scattato nelle campagne fra Monreale e Camporeale, in provincia di Palermo, area dove nulla si muove o si raccoglie senza il consenso dei clan, nelle quali giovani ghanesi, gambiani, eritrei, ivoriani erano impiegati nella vendemmia per il migliore vino siciliano anche per quattordici ore al giorno per 20-30 euro. Dalle vigne del palermitano a quelle di Mazara la situazione non cambia. Nei campi di Gibellina si coltivano i meloni, nelle serre del ragusano i pomodorini, nei terreni dell’agrigentino invece le pesche ma ovunque il sistema di reclutamento internazionale e impiego risulta gestito da consorterie criminali straniere che forniscono manodopera a bassissimo costo alle aziende locali, spesso con il consenso dei boss italiani. Nelle campagne di Vittoria, in Sicilia, numerose donne romene vengono reclutate nel loro paese d'origine probabilmente anche sulla base della loro bellezza ed età da clan romeni.  Per essere sfruttate nelle campagne siciliane da caporali italiani e stranieri insieme a imprenditori italiani che su di esse praticano, al termine della giornata di lavoro, ricatti e violenze sessuali. Le mafie straniere, dunque, sono un altro capitolo delle agromafie italiane sulle quali poco si ragiona e meno si agisce. Un errore grave che rischia di farci ritrovare, tra non molto tempo, con interi territori e settori economici gestiti da nuove mafie non meno efferate di quelle italiane, con collegamenti internazionali e in mano centinaia di migliaia di persone e milioni di euro.

LAVORO MINORILE. SCHIAVI INVISIBILI.

Lavoro minorile: l’Italia è il Paese dei piccoli schiavi. Hanno tra i 10 e i 14 anni.  Per paghe da fame si spaccano la schiena nei campi o scaricano casse al mercato. Inchiesta su una piaga sociale in aumento, che ci fa ripiombare nel passato, scrive Arianna Giunti il 9 gennaio 2019 su "L'Espresso". Mercato del pesce di Napoli, prime luci dell’alba. Giovanni,13 anni, affonda le mani nude nel ghiaccio, che taglia la pelle come una lama. Qualche chilometro più avanti, vicino alla stazione Centrale, c’è una che ragazzina di 12 anni che vende profumi in un chiosco abusivo. Dall’altra parte dell’Italia, nella campagna del Piemonte, Francesco, 14 anni, sta iniziando a scaricare la sua prima cassa di frutta della giornata. Continuerà fino a notte fonda, per 75 euro a settimana. Piccoli schiavi che lavorano: un esercito di manovalanza invisibile, risucchiata dal gorgo del mercato nero per retribuzioni da fame, senza contratti né tutele. Sembra una fotografia in bianco nero scattata nell’Italia del Dopoguerra, quando la miseria era talmente profonda che a rimboccarsi le maniche dovevano essere persino i bambini. E invece succede adesso, a tutte le ore, sotto le luci al neon delle nostre metropoli. Ragazzini lavoratori nei cantieri, nei mercati, nei bar e ristoranti, nei chioschi e negli autolavaggi. Il lavoro minorile - in Italia vietato dal 1967 - è una piaga mai definitivamente guarita. Anzi adesso, per via di una crisi economica che infuria e uccide sogni e speranze, è in lento e continuo aumento. Un problema di cui nessuno parla, dimenticato dalle istituzioni e dai ministeri. Basti sapere che un monitoraggio nazionale - più volte invocato dalle associazioni del settore - ancora oggi non esiste. Per capirne la portata, però, basta dare uno sguardo al numero di ispezioni e segnalazioni che ogni settimana arrivano alla Direzione Centrale della Vigilanza dell’Ispettorato del Lavoro: dal 2013 fino al primo semestre del 2018 si sono verificati 1.437 casi di violazioni penali accertate della normativa sul lavoro minorile. In poche parole: ragazzini al lavoro sotto l’età consentita per legge, 16 anni. Diciotto, per i lavori più usuranti. Ogni anno - confermano i numeri - si registrano piccoli ma subdoli aumenti del fenomeno. E si tratta ovviamente soltanto di una minuscola stima. Perché nella maggioranza dei casi lo sfruttamento dei minori rimane sotterraneo, impermeabile a denunce e controlli. Secondo i calcoli dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro il numero dei piccoli schiavi in Italia supera ormai le 300mila unità. Un’emergenza che riguarda soprattutto bambini italiani, spesso convinti a lavorare dalle loro stesse famiglie. E così, di pari passo con un livello di dispersione scolastica sempre più allarmante, ecco che avanza una generazione senza avvenire. O pronta a diventare potenziale serbatoio per attività criminali. Per capire basta un dato: il 66% dei minori che oggi sta scontando una condanna penale ha svolto attività lavorative prima dei 16 anni.

La trappola della “gestione familiare”. La mappa del lavoro minorile si srotola lungo l’Italia in una desolante geografia che dalle campagne della Pianura Padana porta ai mercati rionali del Sud. Anche i Tribunali - per contrastare il fenomeno - lavorano a pieno ritmo. A Ravenna, pochi mesi fa, una coppia è stata condannata per aver accettato che il figlio di 15 anni lavorasse in un’azienda agricola a conduzione familiare. Durante un controllo, i militari hanno trovato il ragazzino intento a scaricare pesanti casse di frutta. Indagando hanno scoperto che il piccolo - che per lavorare aveva abbandonato la scuola - doveva rispettare turni precisi, dalle 8 del mattino. Tutto ovviamente in nero. «Si è tirato su le maniche e siamo orgogliosi di lui», si sono difesi i due genitori davanti al giudice Beatrice Marini. E ora, convinti di essere nel giusto, hanno presentato ricorso. Contrariamente a quanto si possa pensare, il lavoro minorile è infatti anche un fenomeno settentrionale: i casi più frequenti si registrano in Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte, terre di fabbriche e di piccole imprese a gestione familiare. I settori dove il lavoro minorile è più diffuso - è il freddo dato delle statistiche - sono il commercio, la ristorazione, l’agricoltura e i servizi. «Si tratta dei lavori più terribili nelle condizioni peggiori, che spesso comportano danni fisici perché non osservano neppure le più basilari norme di sicurezza», conferma il pediatra Giuseppe Mele, Presidente dell’Osservatorio Nazionale sulla salute dell’Infanzia. Fra le attività più controllate dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro nel Nord, per esempio, ci sono gli autolavaggi delle grosse metropoli come Torino, dove spesso ragazzini dai 13 ai 18 anni vengono sottoposti a ritmi massacranti per 3 euro all’ora. Poche settimane fa, l’ultimo caso: un adolescente di 14 anni è stato trovato in servizio presso un’officina di Porta Palazzo.  

«La giustificazione da parte dei familiari che li spronano a lavorare è sempre la stessa: imparano un mestiere e, in tempo di crisi, portando qualche euro a casa», spiega Anna Teselli, ricercatrice dell’associazione Bruno Trentin Cgil. «In realtà non potrebbe esserci approccio più sbagliato e traumatizzante al mondo del lavoro: in questo modo i baby lavoratori rischiano di diventare “neet”, giovani adulti senza più speranze né futuro, che una professione neppure la cercano perché, per quel poco che hanno potuto vedere, quel mondo li ha disgustati».

Ambulanti dall’alba al tramonto. Che i piccoli lavoratori finiscano per ingrossare le fila delle maestranze criminali, invece, è quasi una certezza a Napoli. Qui gli “scugnizzi che faticano” sono sotto gli occhi di tutti. I ragazzini fra i 9 e i 16 anni vengono utilizzati da bar e ristoranti per le consegne a domicilio, nei chioschi e persino dalle piccole imprese edili dove maneggiano cazzuole e mattoni senza le adeguate protezioni. Le paghe - tutte ovviamente in nero - rasentano la miseria: dai 2 ai 5 euro all’ora. Nei mercati rionali, i piccoli ambulanti sono impiegati ai banchi del pesce e della frutta e verdura, si svegliano all’alba e rimangono fino alla chiusura dell’attività. Se si chiede loro quanti anni abbiano, la risposta è una bugia automatica che serve ad allontanare eventuali controlli: «Ho 16 anni, e sto aiutando mamma e papà». La loro, ormai, è diventata una scelta di vita: hanno abbandonato per sempre gli studi, in un territorio dove l’addio precoce alle aule scolastiche raggiunge il 18%. Al parcheggio abusivo di San Giovanni a Teduccio ogni mattina lo scenario è lo stesso: i bambini vengono scaricati dalle automobili dai loro stessi genitori, aprono i bagagliai e tirano fuori cassette di pane fatto in casa e altri generi alimentari, che andranno a vendere al mercato abusivo. I baby ambulanti sono presenti anche sulle scale del vicolo Pallonetto di Santa Lucia: di giorno si vendono carciofi, pane e focacce; di notte si offrono dosi di cocaina. In viale Giochi del Mediterraneo, la professione di parcheggiatore abusivo si tramanda di padre in figlio. Sotto gli occhi dei passanti, ma evidentemente invisibili alle istituzioni. Perché le segnalazioni alle forze dell’ordine, spesso, rimangono lettera morta. Uno degli ultimi esposti presentati in Procura - firmato dal consigliere regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli, fra i più attivi a denunciare il lavoro minorile nei quartieri a rischio - risale a qualche giorno fa: un bambino stava lavorando in un cantiere a pochi passi dalla Questura. A inquadrare bene la questione sono gli operatori dell’Istituto penale per minorenni Nisida: «Il lavoro nero a Napoli è il più subdolo dei problemi perché viene giustificato come fosse un’alternativa alla criminalità, in realtà è solo l’anticamera della delinquenza: presto si stuferanno di essere sfruttati per pochi spiccioli e finiranno direttamente fra le braccia di qualche boss». Situazioni simili si trovano in tutto il Sud. Qui, solo nell’ultimo anno e mezzo si sono verificati più di 120 episodi accertati dalle forze dell’ordine e dall’Ispettorato del Lavoro. Qualche mese fa a Savoia di Lucania, Basilicata, un imprenditore è stato denunciato dai Carabinieri della stazione di Vietri Potenza perché nella sua fabbrica di scarpe aveva alle dipendenze quasi tutti lavoratori in nero, fra cui tre minorenni fra i 15 e i 16 anni. Abbandonare gli studi e a lavorare nelle piccole attività di famiglia - soprattutto nel campo della ristorazione - sembra essere una costante in Sicilia. Poche settimane fa, a Catania, nel quartiere San Cristoforo, i carabinieri hanno denunciato per sfruttamento di lavoro minorile i genitori di due ragazzi di 11 e 12 anni, impiegati in nero nel panificio di famiglia, costretti a lavorare in condizioni disastrose.

Ahmed tra le casse di frutta. Fra i ragazzini intrappolati in un sistema di sfruttamento e umiliazioni c’è anche Ahmed, 16 anni, egiziano. Il suo, infatti, è un destino dal quale raramente sfuggono i piccoli migranti, che si trasformano in manodopera a bassissimo costo per imprenditori senza scrupoli. Per alcuni mesi, Ahmed ha frequentato una scuola serale e corsi di italiano. Il suo rendimento scolastico - confermano gli operatori - era eccellente. Una sera si è allontanato dalla comunità piemontese che lo ospitava e non è più tornato. Oggi lavora ai Mercati Generali di Torino, dalle 5 del mattino fino alle 9 di sera, a scaricare pesanti casse di frutta. Gli avevano promesso un contratto di lavoro dopo le prime due settimane di prova. E non è ancora arrivato. Sulla testa dei giovani stranieri, infatti, quasi sempre pesa una terribile spada di Damocle: il debito che devono pagare alle organizzazioni criminali che li hanno fatti arrivare in Italia, somme di denaro che arrivano fino ai 15.000 euro. Pur di riscuoterli, i trafficanti non esitano a minacciare le loro famiglie. E così la pressione psicologica e l’ansia di riuscire a racimolare i soldi nel minor tempo possibile si fanno impellenti. Fra loro ci sono soprattutto ragazzi egiziani, adolescenti provenienti dalle zone di Al Sharkeya e Assiut, arrivati in Italia tramite ricongiungimento familiare, spesso in affido a lontani parenti. I numeri diffusi dal Ministero del Lavoro parlano chiaro: dei 1.266 minori accolti in strutture d’accoglienza fino allo scorso maggio, quasi la metà di loro è scappata ed è scomparsa nel nulla. Capire dove siano finiti non è poi così difficile. «Ci troviamo di fronte alla punta dell’iceberg di un fenomeno sommerso e non rilevato dalle istituzioni che sta raggiungendo numeri inquietanti e che su questi ragazzi avrà ripercussioni psicologiche allarmanti», sintetizza Roberta Petrillo, ricercatrice di Save The Children.

La spina dorsale rovinata per sempre. Per far fronte a orari massacranti e sopportare le tensioni psicologiche con i datori di lavoro, infatti, molti baby lavoratori assumono psicofarmaci e anfetamine. Racconta Paolo, 18 anni, per cinque anni manovale in un cantiere abusivo vicino Caserta: «Tutte le mattine mi svegliavo con la febbre: era il modo in cui il mio corpo mi faceva capire che non ce la faceva più. E allora mi imbottivo di farmaci. Dovevo resistere perché avevo promesso alla mia famiglia che avrei portato a casa 300 euro al mese». Un giorno però il suo fisico ha ceduto: «Sono svenuto, non riuscivo più a muovere le gambe. Nessun operaio del cantiere ha avuto il coraggio di portarmi in ospedale, per paura che il mio datore di lavoro potesse avere dei guai. Ho capito che un giorno, lì dentro, io sarei anche potuto morire e nessuno avrebbe fatto nulla per aiutarmi». Solo allora se n’è andato per sempre: «Oggi ho le mani di un vecchio, i muscoli atrofizzati, la spina dorsale rovinata per sempre. Però sono vivo». Come i piccoli lustrascarpe Pasquale e Giuseppe protagonisti della pellicola neorealista Sciuscià, anche lui metteva da parte i soldi per esaudire il suo più grande desiderio: loro volevano un cavallo bianco, a lui bastava un motorino. Per comprarlo ha barattato la sua infanzia.

I bambini e le ferite della diseguaglianza: se nasci in periferia ti laurei di meno. La differenza nei voti non la fa il merito. Ma il quartiere, il piccolo comune o la città. In un sistema che dimentica sistematicamente chi sta ai margini. Ecco il nuovo Atlante dell'Infanzia a rischio di Save the Children, pubblicato da Treccani. Che mostra come l'iniquità che colpisce i più piccoli parta dai banchi, scrive Francesca Sironi il 12 novembre 2018 su "L'Espresso". La stimmate si chiama "Fonte Nuova", a Roma, oppure "Corsico" o "Cologno Monzese" o "Cinisello Balsamo", a Milano. Non sono ghetti. Solo periferie, quartieri dove abitano in milioni per restarci poco. Zone che si svuotano di giorno. Fatta eccezione per una popolazione speciale: i bambini. I comuni indicati infatti sono aree urbane cresciute ai bordi delle due più grandi città d'Italia. Che condividono nello specifico una concreta stimmate: il maggiore distacco dal centro nei risultati alle prove Invalsi, i test standardizzati che in qualche modo danno una misura delle competenze in Italiano e Matematica degli studenti. La forbice fra i ragazzi di Corsico o di Fonte e quelli che abitano “dentro” le mura della città è di oltre 10 punti.

Un piccolo abisso. Che si riflette su altre statistiche: come in quella di chi prosegue gli studi fino alla laurea. Perché bastano sette chilometri, sette, che fanno mezz'ora con i mezzi e meno in motorino, per passare dal 51 per cento di laureati delle zone bene di corso Magenta, a Milano, al 7,6 per cento di Quarto Oggiaro. È la differenza più alta d'Italia in così poco spazio. A Palermo, si salta comunque dal solo 2,3 per cento di universitari a Palagonia al 23 di Palazzo Reale. Nella capitale chi abita a Roma Nord ha quattro volte in più la possibilità di arrivare alla laurea rispetto a chi abita a Est del Raccordo. Non hanno scelto. È l'infrastruttura educativa del paese che li ha abbandonati. Sono alcune delle disuguaglianze ostili e troppo spesso banalizzate, che vengono messe invece in luce dal nuovo Atlante dell'infanzia a rischio di Save the Children, pubblicato da Treccani e dedicato quest'anno, appunto, alle periferie educative. Ovvero ai margini in cui sono lasciati in Italia i più piccoli. Partendo dai banchi. Le tavole dell'Atlante mostrano infatti come spostandosi di pochi chilometri, all'interno delle stesse città, cambino le possibilità di un futuro, gli strumenti per capire il presente. Un esempio? I Neet, gli scoraggiati, i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che sono usciti dai circuiti della formazione e non sono ancora approdati al traino di un'occupazione. Nel capoluogo lombardo, in zona Tortona, fra le vie strette che ogni anno vengono invase dai frequentatori del Design, sono il 3,6 per cento dei residenti. Ossia meno di un terzo dei disillusi che abitano invece a Triulzo Superiore, a Sud della città, dove i Neet sono il 14 per cento. Lo stesso accade a Genova: si sentono (e sono, adesso) esclusi dal futuro 3 ragazzi su 100 a Carignano e 16 su 100 a Ca Nuova. O ancora, passando da Palocco a Ostia Nord, raddoppiano. «È assurdo che due bambini che vivono a un solo isolato di distanza possano trovarsi a crescere in due universi paralleli», ha detto Valerio Neri, direttore Generale di Save the Children presentando il volume: «Rimettere i bambini al centro significa andare a vedere realmente dove e come vivono e investire sulla ricchezza dei territori e sulle loro diversità, combattere gli squilibri sociali e le diseguaglianze, valorizzare le tante realtà positive che ogni giorno si impegnano per creare opportunità educative che suppliscono alla mancanza di servizi». Un miraggio, in molte strade. E un miraggio che soprattutto sta peggiorando: la distanza fra chi abita nelle strade "bene" e "gli altri" aumenta, anziché diminuire. «Mentre nelle scuole dei quartieri più centrali e storici di Roma le scuole si svuotano», spiega l’urbanista Carlo Cellamare: «nei comuni più esterni del Grande raccordo, dentro o fuori il comune di Roma, le scuole sono spesso oberate da una super domanda e i servizi sono più scarsi, e si osservano alti tassi di dispersione. Sono segni della mancanza di visione e governo del territorio». Questa è un'altra delle contraddizioni più forti portate in luce dal rapporto: dove abitano più bambini, ovvero nelle periferie – e i dati dettagliati sono inequivocabili, a Roma o a Genova vivono in aree definite periferiche il 70 per cento dei bambini sotto i 15 anni - ci sono meno servizi. Meno giochi, meno strade illuminate, meno luoghi aperti per lo studio. E sono anche le zone dove le scuole sono lasciate più sole, con meno supporto. E quindi non riescono a aiutare i ragazzi a crescere, a conquistare gli strumenti per comprendere il presente. È un'altra ferita della disuguaglianza che aumenta. Senza trovare alcuno spazio oggi nella politica di Palazzo.

QUANDO IL CAPORALE E' LO STATO. LAVORARE A NERO PER LO STATO.

Lavorare a nero per lo Stato. Report. Ingiustizia. Puntata del 19/03/2018 di Bernardo Iovene.  È il terzo potere dello stato, quello giudiziario, funziona nel modo che tutti conosciamo anche grazie a un esercito di magistrati che lavorano a cottimo: sono i “giudici onorari”, che vengono pagati 98 euro a udienza (lordi) e vanno avanti con proroghe annuali da oltre vent’anni. Insieme ai giudici di pace sono in tutto 5500 magistrati. Hanno la competenza sull’80% dei reati commessi; in qualità di pubblici ministeri e giudici accusano e condannano per esempio un datore di lavoro che non versa i contributi ai propri dipendenti, mentre loro sono i primi a non riceverli dallo Stato. La riforma del ministero della Giustizia li ha definitivamente resi dei volontari, nonostante gli appelli del Csm e della maggior parte dei magistrati togati. La domanda è: cosa succederà quando la riforma andrà a regime tra qualche anno? Sempre in tema di giustizia ci occuperemo dei “medici incaricati” all’interno dei penitenziari. Dal 1994 non si fanno concorsi e ormai dal 2008 a questi professionisti non viene riconosciuta né la previdenza né l’assistenza, per non parlare degli scatti biennali o dell’indennità di buona uscita.

Infine il caso dei “pianisti accompagnatori” nei conservatori italiani. Devono avere un repertorio per ogni classe di strumento e sono a carico degli stessi conservatori per 9000 euro l’anno. Una figura indispensabile, ma in Italia, a differenza del resto d’Europa, non sono nemmeno previsti come categoria.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO. Si può lavorare in nero per lo Stato per venti, trent’anni? E parliamo di professioni strategiche, medici, insegnanti, magistrati. Entri in un’aula di Tribunale Palazzo e ti aspetti che chi indossa la toga per condannare quell’imprenditore che i contributi non li ha versati al suo dipendente, ecco quel magistrato i contributi sia il primo a riceverli dallo Stato, dal ministero per cui lavora. E invece parliamo di un esercito di 5500 magistrati onorari, vice procuratori onorari, giudici di pace che sta lavorando da venti, trent’anni senza ferie, senza contributi, senza diritto alla malattia. Ecco quella scritta che hanno alle spalle, la legge è uguale per tutti, suona un po’ una beffa quando devono applicarla, e alla fine della giornata vengono trattati diversamente per legge, dagli altri magistrati ordinari. Ecco. Hanno cominciato da tempo una protesta nell’indifferenza e facciamo male a non preoccuparci perché se si fermano loro si ferma gran parte della macchina della giustizia. Il nostro Bernardo Iovene è salito in gondola ed è arrivato in tempo in tempo per l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. A inaugurare l’anno giudiziario alla Corte di Appello di Venezia oltre al presidente, c’è il rappresentante del Csm, il sottosegretario alla Giustizia Ferri, il procuratore generale, il presidente dell’Ordine degli avvocati, il rappresentante dell’Anm e c’è anche il giudice onorario del tribunale di Vicenza, Luigi Giglio, che davanti a questa platea – al completo – denuncia che i giudici onorari lavorano a nero per lo Stato.

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE. Di ottenere una previdenza, una retribuzione dignitosa e l’accompagnamento alla pensione, dopo 20 anni di lavoro svolto senza la titolarità di diritti che normalmente distinguono un lavoratore regolare da uno in nero.

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE. Sono un lavoratore in nero dello Stato.

BERNARDO IOVENE. E fa il giudice?

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE. E faccio il giudice.

BERNARDO IOVENE. Come è possibile? Questi qua sono suoi colleghi, questi con le toghe rosse?

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE Sì. Questi sono giudici ordinari.

BERNARDO IOVENE. Sono ordinari loro?

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE. Ordinari.

BERNARDO IOVENE. Loro sono quelli che hanno fatto un concorso?

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE. Un concorso, esatto.

BERNARDO IOVENE. Lei ha fatto un concorso a titoli?

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE. Io ho fatto un concorso per titoli, però comunque ho superato.

BERNARDO IOVENE. Non ha niente?

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE. Non ho nulla. Nulla.

BERNARDO IOVENE. Io veramente rimango stupito, perché lei comunque è un giudice. Lei fa le sentenze…

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE. Faccio sentenze.

BERNARDO IOVENE. Condanna le persone, le assolve…

LUIGI GIGLIO - GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE. Esatto, facciamo sentenze. Non ci viene riconosciuto nulla.

ETTORE GRIMALDI - GIUDICE DI PACE – ROMA. Il cottimo non deve più esistere. La giustizia non può essere pagata a 50 euro a sentenza.

BERNARDO IOVENE. Giudice?

GIUDICE. Vice procuratore onorario, sì.

BERNARDO IOVENE. Di dove?

GIUDICE. Napoli.

BERNARDO IOVENE. Lei?

GIUDICE. Giudice di pace, Roma. Sezioni civili.

BERNARDO IOVENE. Lei?

GIUDICE. Vice procuratore di Napoli.

BERNARDO IOVENE. Napoli? Lei?

GIUDICE. Giudice di pace Vicenza.

GIUDICE. Giudice di pace Vicenza.

GIUDICE. Vice procuratore onorario Palermo.

VOCE AL MEGAFONO. Hanno reso la giustizia qualcosa di elitario. La faremo ritornare la culla del diritto.

BERNARDO IOVENE. È incazzatissimo questo giudice?

VINCENZA GAGLIARDOTTO – GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE PENALE – PALERMO. Eh no ma ha ragione. Ha ragione, siamo tutti così.

BERNARDO IOVENE. Lei da dove viene?

VINCENZA GAGLIARDOTTO – GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE PENALE – PALERMO. Io vengo da Palermo, sono un Got, Giudice onorario di tribunale penale. E faccio da due anni anche esecuzioni immobiliari, che non si dovrebbe fare. Noi veniamo pagati a gettone, significa a udienza. Ho fatto 550 sentenze all’anno, sono l’unica, l’unica del tribunale di Palermo che fa questi numeri. Mi hanno gentilmente invitata a diminuirle, perché sennò…

BERNARDO IOVENE. Sennò guadagna troppo?

VINCENZA GAGLIARDOTTO – GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE PENALE – PALERMO. No, sennò faccio fare brutta figura agli altri.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Una manifestazione di giudici e pubblici ministeri è del tutto irrituale. E succede che non fanno nemmeno notizia, pochi trafiletti sui giornali, nelle pagine interne. Questo perché la maggior parte degli italiani non conosce la figura del giudice onorario e nemmeno cosa fa.

PASSANTE. Giudice onorario? No, precisamente non so cosa faccia.

PASSANTE. Un giudice che probabilmente si presenta in un’occasione particolare? Può essere? Onorario?

PASSANTE. Può essere un giudice con una lunga carriera alle spalle che magari ha raggiunto determinati meriti.

PASSANTE. Che ha avuto una carriera particolarmente brillante e quindi gli è stata data un’onorificenza… no, non lo so…

PASSANTE. Un’alta carica a livello di magistratura.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. E invece è un giudice pagato a cottimo. Svolge la stessa funzione dei magistrati ordinari ma non ha alcun diritto tra i più elementari dei lavoratori. Oggi sono arrivati a Roma per protestare da tutta Italia, sotto una pioggia battente. Sono stati anche cacciati dal portico del Palazzaccio, che è sede della Cassazione e dell’Associazione nazionale magistrati.

ALBERTO ROSSI – GIUDICE DI PACE – ROMA. Non ci fanno neanche entrare dall’ingresso principale. Gestiamo l’80% della giustizia e ci trattano come estranei e l’Anm non dice nulla, il Csm non dice nulla.

NUNZIA PAUDICE – VICE PROCURATORE ONORARIO – NAPOLI. Non ci ascoltano, non ci hanno ascoltato e continuano a non ascoltarci.

BERNARDO IOVENE. Lei fa il giudice?

GIULIO CALOGERO – GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE – NAPOLI. Faccio il giudice settore civile, da vent’anni. Dal 1998. Io ho subìto un’operazione per un carcinoma, non ho avuto un giorno di malattia, un giorno di assistenza. E son dovuto rientrare al lavoro in 30 giorni con una terapia oncologica che ho portato avanti per tre anni, altrimenti perdevo il – chiamiamolo - posto in tribunale.

MARIA ELENA FRANCONE – GIUDICE ONORARIO TRIBUNALE – ROMA. Ho dovuto subire un intervento molto grave e non ho avuto nessuna previdenza, nessuna possibilità di prendermi un giorno di malattia. Due maternità, due maternità che non sono state assolutamente riconosciute. Parliamo di diritti basilari.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Questi magistrati, tra giudici di Tribunale, pubblici ministeri e giudici di Pace sono circa 5.500 divisi tra civile e penale. Insieme ai 9.000 magistrati ordinari fanno funzionare la macchina della giustizia.

LISA GUARNIERI – GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE – BOLOGNA. E la condanno alla pena di anni 1 e mesi 6 di reclusione.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Lisa Guarnieri è un Got che sta per giudice onorario di tribunale, è alla sezione penale di Bologna, oggi dice di avere pochi processi, soltanto 17, normalmente ne fanno 40 al giorno.

LISA GUARNIERI – GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE – BOLOGNA. Noi veniamo pagati a udienza, ma in realtà lavoriamo molto dietro a tutti questi processi.

BERNARDO IOVENE. Questi diciassette processi oggi se li è studiati un po’ a casa immagino?

LISA GUARNIERI – GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE– BOLOGNA. Ma, caspita, certo!

LISA GUARNIERI – GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE – BOLOGNA. Truffa, truffa, appropriazione indebita, furto aggravato, ricettazione e ancora furto. Quindi oggi più che altro reati contro il patrimonio.

BERNARDO IOVENE. Questa è la toga? La stessa che hanno i togati?

LISA GUARNIERI – GIUDICE ONORARIO DI TRIBUNALE – BOLOGNA. Sì, sì. Questa dovrebbe essere un segno di purezza.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Oltre ai giudici ci sono anche i pubblici ministeri onorari che formulano un capo di imputazione e chiedono condanne o assoluzioni. Sono denominati viceprocuratori onorari, anche loro guadagnano 98 euro lordi a udienza, dopo 5 ore scatta un altro gettone ma tutte le ore i giorni che passano a studiare i processi non sono calcolati.

BERNARDO IOVENE. Oggi in pratica in quest’aula c’era un giudice onorario e un pubblico ministero onorario. Cioè voi mandate avanti questa macchina di trenta/quaranta processi al giorno da giudici onorari?

ELENA NITTOLI – VICE PROCURATORE ONORARIO – BOLOGNA. Assolutamente sì. Arriviamo anche a un carico di cento processi. Quando facciamo delle istruttorie…

BERNARDO IOVENE. In un giorno? Cento processi?

ELENA NITTOLI – VICE PROCURATORE ONORARIO – BOLOGNA. Sì. Parlo di udienze di smistamento significa la trattazione delle questioni preliminari.

BERNARDO IOVENE. Lei tutti questi processi se li è dovuti studiare?

ELENA NITTOLI – VICE PROCURATORE ONORARIO – BOLOGNA. Assolutamente sì. Alla fine della fiera è senz’altro quello il compito: accertare la verità.

BERNARDO IOVENE. I testimoni che sono arrivati oggi, insomma gli imputati, non lo sanno che lei è un Pubblico ministero onorario?

ELENA NITTOLI – VICE PROCURATORE ONORARIO – BOLOGNA. Assolutamente no.

BERNARDO IOVENE. Lei è un pubblico ministero?

ELENA NITTOLI – VICE PROCURATORE ONORARIO – BOLOGNA. A tutti gli effetti.

BERNARDO IOVENE. La dottoressa è giudice?

ELENA NITTOLI – VICE PROCURATORE ONORARIO – BOLOGNA. A tutti gli effetti. Svolgiamo questo incarico.

BERNARDO IOVENE. Noi non notiamo la differenza tra onorario e non?

ELENA NITTOLI – VICE PROCURATORE ONORARIO – BOLOGNA. Assolutamente no. Come potreste?

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. La differenza è che il magistrato ordinario di carriera, detto togato, ha vinto un concorso per esami ed è un dipendente viene assunto. Mentre quello onorario viene selezionato – sempre dal Consiglio superiore della magistratura – ma tramite un concorso a titoli.

FRANCESCO CANANZI – PRESIDENTE COMMISSIONE MAGISTRATURA ONORARIA - CSM. Noi facciamo una valutazione di selezione che si fonda sostanzialmente sui titoli.

BERNARDO IOVENE. Se ce ne sono seicento e ne dovete prendere quattrocento come fate?

FRANCESCO CANANZI – PRESIDENTE COMMISSIONE MAGISTRATURA ONORARIA - CSM. A seconda del periodo: per esempio, il titolo più importante è quello relativo alla professione forense svolta in precedenza.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Dopo il concorso a titoli, c’è un tirocinio e poi si esercita la professione di magistrato pagato a cottimo. La nomina dovrebbe durare tre anni prorogabili una sola volta, ma vista la carenza dei magistrati e una professionalità ormai acquisita, ogni anno vengono prorogati. E così ci sono magistrati che lavorano da oltre vent’anni senza diritti e senza contributi per la pensione.

BERNARDO IOVENE. Siete tutti giudici? Giudici e procuratori….

RAIMONDO ORRÙ – VICE PROCURATORE ONORARIO – ROMA. In realtà siamo dei veri e propri lavoratori in nero. Purtroppo è antipatico doverlo dire.

BERNARDO IOVENE. Cioè voi magistrati siete lavoratori in nero?

RAIMONDO ORRÙ – VICE PROCURATORE ONORARIO – ROMA. Siamo lavoratori in nero. Il massimo della contraddizione di uno Stato che si rende caporale nei nostri confronti.

BERNARDO IOVENE. Lei sta dicendo una cosa abbastanza grave, perché voi fate delle sentenze, i giudici fanno delle sentenze. Lei insomma mette sotto accusa le persone, le manda in galera insomma…

RAIMONDO ORRÙ – VICE PROCURATORE ONORARIO – ROMA. Guardi, immaginate il paradosso della situazione attuale: cioè io sono privo di versamenti contributivi da parte dello Stato, dei contributi previdenziali, però devo accusare e far condannare chi nel privato non versa contributi ai propri dipendenti. Noi forse saremo un giorno titolari di pensione sociale.

BERNARDO IOVENE. Lo stipendio si aggira più o meno…?

RAIMONDO ORRÙ – VICE PROCURATORE ONORARIO – ROMA. Stiamo parlando di 1.200-1.300 euro.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Ed ecco i cedolini, arrivano a meno di mille e 200 euro netti, questo quando in un mese si riescono a fare 20 udienze, se no siamo intorno ai 900 euro. La legge permetterebbe loro di esercitare contemporaneamente anche la professione di avvocato ma in un’altra provincia la maggior parte però ha deciso di esercitare solo come giudice o sostituto procuratore perché sente il peso di un conflitto di interessi.

RAIMONDO ORRÙ – VICE PROCURATORE ONORARIO VPO – ROMA. Le pare una cosa ragionevole che chi svolge l’attività di accusa su uno spacciatore o su un estorsore, poi si trovi magari a difenderlo fuori dal tribunale di Roma? Mi sembrerebbe assurdo.

BERNARDO IOVENE. Quindi vivete solo di questo?

RAIMONDO ORRÙ – VICE PROCURATORE ONORARIO VPO – ROMA. Viviamo solo di questo.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Si sopravvive per passione: ad esempio Ferdinando Brizzi, vice procuratore onorario a Torino, ha partecipato come pm alla maxi operazione Minotauro contro la ‘ndrangheta piemontese.

FERDINANDO BRIZZI – VICE PROCURATORE ONORARIO – TORINO. Ci sono stati giorni che sono entrato qua dentro alle 7 di mattina e sono uscito alle 9 di sera. Io il 30-31-1-2 sono stato qua a fare il turno arrestati con il dottor Rinaudo. Anche gratis, ovviamente.

BERNARDO IOVENE. Parliamo di Dicembre.

FERDINANDO BRIZZI – VICE PROCURATORE ONORARIO – TORINO. Si, si. A Capodanno.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Gratis, perché senza le udienze non ti pagano. Poi si è rotto una gamba.

FERDINANDO BRIZZI – VICE PROCURATORE ONORARIO – TORINO. Con la gamba in trazione e dovevo lavorare con il computer sulla pancia.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. E ha lavorato dall’ospedale senza riconoscimento. Un esperto di mafia che dai banchi dell’accusa per sopravvivere potrebbe essere tentato di oltrepassare la barricata.

FERDINANDO BRIZZI – VICE PROCURATORE ONORARIO – TORINO. Se lo Stato mi costringe, io poi quello che ho imparato a fare qui, io andrò a farlo dalla parte dei delinquenti. È ovvio.

BERNARDO IOVENE. Addirittura ci sta dicendo questo?

FERDINANDO BRIZZI – VICE PROCURATORE ONORARIO – TORINO. Qualcuno sa che io sono capace a fare certe cose e mi hanno offerto di andare a lavorare dall’altra parte. È chiaro che prima o poi lo farò.

RAIMONDO ORRÙ – VICE PROCURATORE ONORARIO – ROMA. Immaginate se l’indipendenza e l’autonomia di un magistrato può essere tutelata in questo modo dal nostro Stato.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Ma i magistrati ordinari cosa ne pensano? Il procuratore Armando Spataro, sulla difesa dei diritti della magistratura onoraria, si è fatto portavoce di 110 procure italiane.

ARMANDO SPATARO – PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI TORINO. Se noi non avessimo queste persone al nostro fianco – non avremmo i magistrati da mandare in udienza; esamineremmo i nuovi rapporti di denuncia con grandi ritardi; i provvedimenti avrebbero un iter più lento. Queste persone ci aiutano in tanti campi e tutti debbono capire che stiamo parlando di una componente essenziale del funzionamento della giustizia.

BERNARDO IOVENE. Indispensabile mi sta dicendo...

ARMANDO SPATARO – PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI TORINO. Assolutamente indispensabile. Far funzionare la giustizia. Senza queste persone che lavorano al nostro fianco, la giustizia andrebbe in tilt completo e soprattutto le procure considerati il volume e il carico di lavoro da cui siamo afflitti, spesso in condizioni difficili.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO. I magistrati onorari hanno competenza su gran parte dei reati, maneggiano sentenze civili: in materia di multe, incidenti stradali, liti condominiali, cartelle di Equitalia, ma anche quelle penali: reati come maltrattamenti, pedopornografia, furti, rapine, spaccio, ricettazione, estorsioni, sequestro di persona, bancarotta, omicidio colposo. Ecco si tratta, tranne per quei reati più gravi che poi finiscono sostanzialmente in Corte d’Assise fanno il lavoro dei colleghi togati, ordinari. La differenza è nei diritti e contributi non goduti e anche ovviamente nel peso della busta paga, 1170 euro lordi circa per un magistrato onorario, 14.000 lordi per un collega togato ordinario più anziano. Ed è giusto che vengano pagati tanto, perché al magistrato si richiedono impegno, competenza, indipendenza e incorruttibilità, che poi sono quei requisiti che vengono chiesti anche ai politici, tanto è vero che poi i politici, i parlamentari si sono adeguati lo stipendio ai magistrati di Cassazione. Solo che poi invece di oliare la macchina della giustizia hanno messo sabbia: hanno ingolfato gli uffici giudiziari con la burocrazia e hanno affidato compiti amministrativi ai giudici come per esempio la gestione dei beni sequestrati, hanno reso inutili poi quelle pratiche per via dei meccanismi della prescrizione, e non hanno mai sopperito alla carenza cronica dei cancellieri. Ecco, una volta che poi si sono accumulati i fascicoli nel tempo hanno sanato l’emergenza e hanno creato il magistrato a cottimo: dieci euro a fascicolo 50 euro a sentenza. Tutto rigorosamente a lordo.

TESTIMONE Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione mi impegno a dire tutta la verità.

EDMONDO MIGNUCCI – GIUDICE DI PACE – ROMA. Lei ricorda di avere assistito alla dinamica un sinistro?

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Davanti a un giudice di pace vengono iscritti circa un milione e trecentomila procedimenti civili: si tratta di contenziosi assicurativi, di condominio, recupero crediti, ricorsi sulle multe.

SIGNORE. Facciamo le iscrizioni stamattina, sono tutte cause da iscrivere.

SIGNORA. Iscrizioni contro le multe del Comune?

SIGNORA. La preferenziale, lo scandalo che è uscito sulla preferenziale di Via di Portonaccio…

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. In Via di Portonaccio a Roma, ad esempio, hanno installato una telecamera su una corsia preferenziale riaperta dopo anni di lavori e pare che nei primi venti giorni non ci fosse il cartello segnaletico. A oggi, hanno emesso 300mila multe e sono partiti i ricorsi.

SIGNORE. Io ne ho prese de consecutive, un giorno dopo l’altro.

ALTRO SIGNORE. Noi ne abbiamo prese un paio: due, tre. Poca roba rispetto a tanti altri che ne hanno prese una trentina, quaranta. SIGNORA Noi adesso stiamo facendo le varie udienze.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Qui invece siamo a Bologna, dove nel settore civile dei giudici di Pace ne capitano anche di peggio.

FRANCESCO FIORE – GIUDICE DI PACE - BOLOGNA. A noi ci capitano anche casi abnormi: per esempio, rimozione di un’auto. Gli rimuovono un’auto e passano sotto una telecamera e gli fanno una multa per accesso nelle ZTL. Questa dovrebbe essere una pratica che in un paese normale il Comune l’annulla. Dice: “Sì, ti abbiamo rimosso la macchina”. La stessa cosa. C’è un medico del Sant’Orsola che è rimasto a piedi e spingeva la sua moto ed è passato sotto una corsia preferenziale. Gli è arrivata una multa.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Ed ecco il malcapitato, che per dimostrare una cosa evidente ha dovuto fare ricorso davanti al Giudice di Pace, in quattro copie da consegnare alla cancelleria, pagare 43 euro, una marca da bollo da 27 e magari trovarsi anche l’avvocato.

BERNARDO IOVENE. Lei è un giudice?

MARIA FLORA DI GIOVANNI – GIUDICE DI PACE - CHIETI. Sì, sono Maria Flora di Giovanni.

BERNARDO IOVENE. Lei è un giudice?

CECILIA BONACCI – GIUDICE DI PACE - GAETA. Sì, sono Cecilia Bonacci.

BERNARDO IOVENE. Anche lei è giudice?

MARIA RITA MARANDO – GIUDICE DI PACE – ROMA. Sì, sono Maria Rita Marando.

BERNARDO IOVENE. Giudice di Pace?

GABRIELE DI GIROLAMO – GIUDICE DI PACE – AVEZZANO. Gabriele di Girolamo.

BERNARDO IOVENE. Lei da quanti anni lavora?

MARIA FLORA DI GIOVANNI – GIUDICE DI PACE - CHIETI. Io da 27.

BERNARDO IOVENE. Cioè lo Stato non le ha mai versato un contributo?

MARIA FLORA DI GIOVANNI – GIUDICE DI PACE - CHIETI. Mai, mai. E io ho lavorato in via esclusiva per lo Stato. Non ho fatto mai nient’altro che questo. Noi siamo retribuiti con un cottimo, sempre all’interno dello Stato, siamo pagati a sentenza.

BERNARDO IOVENE. Anche lei signora mi scusi da quanti anni lavora?

CECILIA BONACCI – GIUDICE DI PACE – GAETA. Circa 26 anni.

BERNARDO IOVENE. Lei è giudice? Cioè io devo chiamarla giudice?

CECILIA BONACCI – GIUDICE DI PACE – GAETA. Certo. Mi sento tale.

BERNARDO IOVENE. Cioè un giudice che non ha cassa previdenziale praticamente.

CECILIA BONACCI – GIUDICE DI PACE– GAETA. No.

BERNARDO IOVENE. Anche Lei, non mi dica…

GABRIELE DI GIROLAMO – GIUDICE DI PACE – AVEZZANO. Sì, tutti quanti. Allora noi come magistrati di Pace - c’è la ritenuta Irpef, ma non ci sono le previdenze.

LETTURA SENTENZA In nome del Popolo italiano, noi giudici di pace, colpevole del reato a lei ascritto e per effetto condanna alla pena di euro 10.000 di multa.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Oltre alla sezione civile, anche i giudici di pace hanno la sezione penale. Si occupano di lesioni, minaccia, diffamazione, piccoli furti, danneggiamenti, uccisioni di animali e una marea di piccoli reati che ingolferebbero i tribunali. Ed è per questo motivo che negli anni hanno avuto sempre più competenze, non ultima le convalide delle espulsioni degli immigrati.

ALESSANDRA ZAGARELLA – GIUDICE DI PACE SEZIONE IMMIGRAZIONE - ROMA. Un’udienza di convalida importantissima che dobbiamo fare entro le 48 ore, perché se scadono i termini gli stranieri – quindi gli immigrati – tornano in libertà.

BERNARDO IOVENE. La stanno aspettando?

ALESSANDRA ZAGARELLA – GIUDICE DI PACE SEZIONE IMMIGRAZIONE - ROMA. Ora c’è la macchina della polizia, ogni giorno viene a prenderci. Non è che viene solo oggi per me. Eccoli qua. Ogni giorno vengono a prenderci e poi ci portano al centro a Ponte Galeria e poi mi riportano qua in ufficio.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Quindi il giudice, all’interno del centro di identificazioni ed espulsioni – i cosiddetti CIE, ex centri di permanenza – fa una vera e propria udienza.

ALESSANDRA ZAGARELLA – GIUDICE DI PACE SEZIONE IMMIGRAZIONE ROMA. Abbiamo svolto l’udienza regolarmente con il funzionario di Polizia con un’interprete spagnola, con un avvocato. Abbiamo convalidato, non convalidato, ed ho anche disposto due proroghe delle trattenute perché in questo momento ci sono soltanto le donne all’interno del CPR.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Dopodiché viene riaccompagnata.

ALESSANDRA ZAGARELLA – GIUDICE DI PACE SEZIONE IMMIGRAZIONE ROMA. Sono udienze che facciamo noi onorari, che non fanno i togati, anche perché i togati – se lo dovessero fare loro – ovviamente sarebbero oberati di questo.

BERNARDO IOVENE. Lei viene retribuita per questo servizio che fa oggi?

ALESSANDRA ZAGARELLA – GIUDICE DI PACE SEZIONE IMMIGRAZIONE ROMA. Allora le dico subito che per ogni fascicolo io vado a prendere 10 euro lorde.

BERNARDO IOVENE. Cosa significa 10 euro lorde?

ALESSANDRA ZAGARELLA – GIUDICE DI PACE SEZIONE IMMIGRAZIONE ROMA. Significa che per ogni convalida…

BERNARDO IOVENE. Stamattina ha guadagnato sessanta euro…

ALESSANDRA ZAGARELLA – GIUDICE DI PACE SEZIONE IMMIGRAZIONE ROMA. Neanche forse. Sessanta lorde. Nette saranno quaranta.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. La busta paga del giudice di pace è più ricca dei giudici onorari di Tribunale, ma è sempre a cottimo.

CRISTINA PIAZZA – GIUDICE DI PACE SEZIONE PENALE - BOLOGNA. Con un cottimo puro praticamente abbiamo 250 euro di indennità mensile, poi abbiamo 35 euro per l’indennità di udienza – quindi per esempio adesso iniziamo alle 9, finisco alle 17.30 in genere 18 – e sono 35 euro lorde. Per ogni sentenza 56 euro.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Poi arrivano dei conguagli verso fine anno, anche previdenziali e si ritrovano cifre ridicole.

PINA CIPOLLONE – GIUDICE DI PACE –ROMA. Mese di dicembre: totale netto 200 euro. Quindi mi hanno tolto 3.424,14 di trattenute. Questo è un altro caso limite: parliamo di novembre 2017. Vi dico, ho preso 1 euro.

BERNARDO IOVENE. Si però quello che non capisco, se le fanno una trattenuta di conguagli fiscali e previdenziali dove vanno questi soldi?

PINA CIPOLLONE – GIUDICE DI PACE –ROMA. Non ho nessuna posizione previdenziale.

BERNARDO IOVENE. E dove vanno questi soldi?

GABRIELE DI GIROLAMO – GIUDICE DI PACE– AVEZZANO. Noi dovremmo avere soltanto, come ho io, la trattenuta Irpef.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. L’anomalia è che mentre nei tribunali ci sono i magistrati ordinari e quelli onorari, gli uffici del giudice di pace invece sono retti solo da magistrati onorari non dipendenti e pagati in questo modo, il padre della legge istitutiva è stato l’ex guardasigilli Claudio Martelli.

BERNARDO IOVENE. Lei ha istituito nel ’91 il Giudice di pace. Non aveva previsto una figura dipendente con un inquadramento lavorativo?

CLAUDIO MARTELLI – MINISTRO DELLA GIUSTIZIA 1991-1993. Dunque, era una fase ancora sperimentale che sarebbe poi sfociata in una disciplina più organica da stabilirsi in base all’esperienza che doveva fare testo. Vedo che così non è stato. Anzi, è stato esattamente il contrario. Ad ogni responsabilità deve corrispondere una retribuzione e deve corrispondere un ruolo professionale: non si può bistrattare in questo modo una categoria che ha dato un contributo importante a decongestionare la magistratura ordinaria e a sveltire pratiche minori che tuttavia hanno una loro importanza nella vita dei cittadini.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Insomma la fase sperimentale è durata 27 anni, fino a che non è intervenuto il comitato europeo dei diritti sociali, di cui fanno parte quindici stati ed è presieduta da un italiano che sulla decisione si è astenuto.

GIUSEPPE PALMISANO – PRESIDENTE COMITATO EUROPEO DEI DIRITTI SOCIALI. Noi abbiamo accertato che non garantendo la copertura previdenziale dei giudici di pace, lo Stato italiano viola l’articolo 12 paragrafo 1 della Carta sociale europea, che è un trattato ratificato dall’Italia, che l’Italia dovrebbe rispettare.

BERNARDO IOVENE. E invece non lo rispetta…

GIUSEPPE PALMISANO – PRESIDENTE COMITATO EUROPEO DEI DIRITTI SOCIALI. In questo caso non lo rispetta.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Nella motivazione il comitato europeo afferma che i giudici onorari sono da un punto di vista funzionale, equivalenti ai magistrati titolari, vale a dire: fanno lo stesso lavoro, e quindi vanno retribuiti allo stesso modo. Lo Stato italiano, prima della decisione del Comitato, ha tentato di difendersi con una motivazione veramente mortificante e sorprendente.

GIUSEPPE PALMISANO – PRESIDENTE COMITATO EUROPEO DEI DIRITTI SOCIALI. Di fronte al Comitato si è difeso addirittura ha contestato che si trattasse di lavoratori. E quindi non sarebbero coperti dall’obbligo di tutela previdenziale.

BERNARDO IOVENE. Gli esperti che vengono dagli altri Stati, quando hanno letto questa cosa si sono meravigliati un po’?

GIUSEPPE PALMISANO – PRESIDENTE COMITATO EUROPEO DEI DIRITTI SOCIALI. Sì, si sono meravigliati abbastanza. La decisione è stata adottata all’unanimità. La decisione dal punto di vista dell’accertamento giuridico è definitiva. Dopo di che l’accertamento viene trasmesso al comitato dei ministri del consiglio d’Europa che decide sui seguiti.

GABRIELE DI GIROLAMO – GIUDICE DI PACE– AVEZZANO. La Commissione europea ha detto al Governo italiano di riconoscere – tra le altre cose anche la previdenza alla magistratura di Pace. Cosa ha fatto il buon ministro Orlando? L’intera previdenza è a carico al 100% del lavoratore.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Il Governo italiano, davanti alle richieste dell’Unione Europea invece di stabilizzare ha scelto di dare ai giudici onorari un mandato occasionale, il ruolo di indipendenza e terzietà del magistrato sarà svolto secondo la riforma Orlando da avvocati come secondo lavoro, al massimo due volte a settimana, con 16.000 euro lordi. Contributi e tasse a carico del lavoratore. Resteranno più o meno 600 euro al mese.

VITTORIA PESANTE – GIUDICE DI PACE SEZIONE PENALE - BOLOGNA. Ci stanno mettendo in condizione di non farlo più. Per 600 euro, 700 al mese perché devi pagarti anche la previdenza. Puoi lavorare due volte alla settimana: che poi me lo dovranno spiegare questa cosa. Perché se io faccio il giudice e faccio udienza due volte alla settimana, quando liquido le note agli avvocati? Quando studio i processi? Quando faccio le sentenze? Le devo fare tutte a parte gratis?

CRISTINA PIAZZA – GIUDICE DI PACE SEZIONE PENALE - BOLOGNA. È previsto che devi lavorare, devi fare un altro lavoro per legge. Quindi dovrei fare o l’avvocato o non lo so l’insegnante, forse non lo so, durante la settimana e poi hai quei due giorni… per i nuovi saranno solo due.

PAOLO VALERIO – VICE PROCURATORE ONORARIO – ROMA. Dobbiamo sloggiare - almeno per metà del nostro orario settimanale lavorativo – trovarci un’altra attività.

BERNARDO IOVENE. Che sarebbe quale?

PAOLO VALERIO – VICE PROCURATORE ONORARIO – ROMA. Aprire un negozio, un negozio di ferramenta, un distributore di benzina – per chi ha capitali per farlo. Oppure non lo so.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Prima di emanare il decreto il ministro Orlando ha chiesto un parere al Consiglio superiore della magistratura, all’Associazione nazionale magistrati e infine al Consiglio di Stato chiedendo se ci fosse una possibilità di stabilizzazione per il magistrato onorario. Il Consiglio di Stato ovviamente ha risposto che la costituzione non prevede l’accesso a un incarico pubblico senza un concorso ma…

GIULIO VELTRI – CONSIGLIERE DI STATO. Il Consiglio di Stato indica anche una soluzione che sembrerebbe plausibile, consentita. In che termini però? Il Consiglio di Stato fa rifermento a una legge del ’74, che mi ha prodotto prima, in cui si è sostanzialmente prorogato, confermato l’incarico da giudice onorario ai vecchi vicepretori fino ad una certa età, 65 anni in quel caso. Bene, secondo il Consiglio di Stato non ci sono vincoli costituzionali in questo senso, non c’è un veto. Quindi questo potrebbe essere una soluzione percorribile.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Ma nella riforma del ministro Orlando la soluzione indicata dal Consiglio di Stato non è stata presa in considerazione. Secondo i giudici onorari il guardasigilli si sarebbe fatto condizionare dal parere dell’ANM, il sindacato dei magistrati togati che testualmente recita: “dev’essere escluso che i magistrati onorari in servizio possano essere stabilizzati”.

RAIMONDO ORRÙ – VICE PROCURATORE ONORARIO – ROMA. L’Associazione nazionale magistrati ci ha definito soggetti che devono rimanere caratterizzati da occasionalità, accessorietà e temporaneità dell’incarico. La cosa più assurda è che un ministro della Giustizia ha chiesto un parere tecnico su una formula di sistemazione di questa categoria in termini giuridicamente accettabili al Consiglio di Stato e chiede un parere politico all’Associazione nazionale magistrati. Non lo ha chiesto a noi. L’ha chiesto ad un’associazione privata, ad un sindacato.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Un sindacato che nel parere politico non ha tenuto conto nemmeno dei propri iscritti. Il procuratore capo di Torino, Armando Spataro, è un magistrato iscritto all’Anm.

ARMANDO SPATARO – PROCURATORE CAPO DELLA REPUBBLICA DI TORINO. La difesa che certamente tutti i procuratori della Repubblica italiana - meno l’Anm - hanno fatto di questa categoria, non è mossa, come dire, da esigenze di solidarietà per persone che vediamo tutti i giorni – c’è anche quello evidentemente – ma è mossa dalla necessità di far funzionare la giustizia.

BERNARDO IOVENE. Voi, 110 procuratori avete fatto presente questo anche al Legislatore?

ARMANDO SPATARO – PROCURATORE CAPO DELLA REPUBBLICA DI TORINO. Certo. Abbiamo scritto documenti: il ministro ci ha sentito, il Csm pure. Torno a dire, le Commissioni giustizia – la Camera e il Senato – hanno ritenuto di non sen ministro ha detto: «Prego accomodati fuori, cercati un altro lavoro, e poi in base all’anzianità vieni due o tre volte a settimana in tribunale», un po’ come si fa con le colf e poi ha detto: «I contributi li versi tu». Solo che chi ha cercato di aprirsi una posizione come lavoratore autonomo nei panni di giudice presso l’Agenzia delle Entrate non è riuscito, perché mancherebbe il codice di riferimento. E se digiti come luogo di lavoro il tribunale o la procura, ti appare il codice per i rifiuti a carico, ecco probabilmente dovranno metterci mano. Quello che è certo è che hanno trasformato una classe di magistrati in volontari per la pubblica amministrazione, li hanno resi più ricattabili e più precari. Siamo certi che tutto questo soddisfi quei requisiti di indipendenza per la magistratura, della magistratura? E poi il fatto di poter indossare a rotazione nella stessa settimana la toga come avvocato, o quella del Pm o quella di giudice, siamo certi che non è come miscelare l’acqua santa con il diavolo? E adesso vediamo invece cosa accade quando è lo Stato a non indire i concorsi.

BERNARDO IOVENE – FUORI CAMPO. Questo è il carcere di Teramo, il dottor Paolini da trent’anni ogni giorno varca i cancelli perché è un medico penitenziario.

FRANCO PAOLINI - RESPONSABILE PRESIDIO SANITARIO CARCERE DI TERAMO. Sono il responsabile del presidio sanitario interno e quindi di tutta la struttura sanitaria, della gestione del personale.

BERNARDO IOVENE. Quanti detenuti ci sono qui?

FRANCO PAOLINI - RESPONSABILE PRESIDIO SANITARIO CARCERE DI TERAMO. Eh, penso che ormai ci sono circa 400 detenuti per una capienza di 260. Abbiamo malati psichici, cardiopatici, come fosse un reparto ospedaliero: c’è il Sert, c’è psichiatria, ventidue specialistiche accedono quando ce ne è necessità.

BERNARDO IOVENE. Questo è un lavoro importante, di responsabilità?

FRANCO PAOLINI - RESPONSABILE PRESIDIO SANITARIO CARCERE DI TERAMO. Su due fronti: da parte del detenuto che ha il diritto a vedersi tutelata la sua salute, dall’altra ci sono i giudici che vogliono sapere per filo e per segno come stanno i detenuti.

BERNARDO IOVENE. Lei è responsabile di questo presidio, però è provvisorio?

FRANCO PAOLINI - RESPONSABILE PRESIDIO SANITARIO CARCERE DI TERAMO. Sono un medico incaricato – provvisorio - di sostituire quello che era il definitivo.

BERNARDO IOVENE. Lei qui dentro da quanti anni è?

FRANCO PAOLINI - RESPONSABILE PRESIDIO SANITARIO CARCERE DI TERAMO. Io sto qui dentro da trent’anni. Come responsabile del presidio, formalmente dal 2008.

BERNARDO IOVENE. Ed è ancora provvisorio?

FRANCO PAOLINI - RESPONSABILE PRESIDIO SANITARIO CARCERE DI TERAMO. Sono ancora provvisorio. E quindi non percepisco – in base alla legge 740 del 1970 – i contributi previdenziali.

BERNARDO IOVENE. Complimenti.

FRANCO PAOLINI - RESPONSABILE PRESIDIO SANITARIO CARCERE DI TERAMO. Grazie.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. L’ultimo concorso per medici penitenziari è stato fatto nel 1994. Man mano che i medici definitivi sono andati in pensione, il loro posto è stato coperto da quelli provvisori.

FRANCESCO CERAUDO – PROFESSORE DI MEDICINA DELLE COMUNITÀ UNIVERSITÀ DI PISA. Non viene riconosciuta la previdenza. Non viene riconosciuta l’assistenza. Non vengono riconosciuti gli scatti biennali. Non viene riconosciuta la tutela assicurativa. Non viene riconosciuta l’indennità di buona uscita. Quindi è un mondo.

BERNARDO IOVENE. Quindi è in nero?

FRANCESCO CERAUDO – PROFESSORE DI MEDICINA DELLE COMUNITÀ UNIVERSITÀ DI PISA. È in nero. È una cosa…

BERNARDO IOVENE. Un direttore, tra l’altro lui è il direttore di quel presidio.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. I medici penitenziari con la riforma del 2008 sono passati dal ministero della Giustizia alle competenze delle Asl regionali. All’epoca, per i provvisori il ministero non prevedeva il pagamento dei contributi previdenziali, e quando sono passati alle Asl, sono stati applicati gli stessi criteri.

FRANCO PAOLINI - RESPONSABILE PRESIDIO SANITARIO CARCERE DI TERAMO. Il ministero della Giustizia trasmette alla Asl e dice «guardate, questo professionista lo pagavamo così». La Asl recepisce e quindi poi mi paga più o meno la stessa…diciamo che la Asl fondamentalmente ha detto: «Va bene, pagavate in questo modo. Continuiamo a pagare in questo modo».

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. I medici incaricati provvisori sono professionisti titolati per la medicina penitenziaria, ma per loro non è stata ancora trovata una collocazione contrattuale nazionale nella sanità pubblica, né l’ha trovata la Asl di Teramo.

MASSIMO FORLINI – DIRIGENTE AUSL TERAMO. Il presidio del carcere di Teramo è diretto dal dottor Paolini.

BERNARDO IOVENE. È un responsabile provvisorio però…

MASSIMO FORLINI – DIRIGENTE AUSL TERAMO. Ma la parola «provvisorio» è legata alla sua figura professionale.

BERNARDO IOVENE. Lui è trent’anni che sta dentro al carcere…

MASSIMO FORLINI – DIRIGENTE AUSL TERAMO. Loro sono dei medici convenzionati, praticamente con ruolo ad esaurimento. Siccome nel Sistema Sanitario nazionale non c’è una figura come quella – e quindi esistono solo dei dirigenti medici dipendenti, come me – secondo me c’è stata una criticità nella legge del 2008 che ha lasciato un po’ troppo poco regolamentato lo status di queste persone.

FRANCESCO CERAUDO – PROFESSORE DI MEDICINA DELLE COMUNITÀ UNIVERSITÀ DI PISA. Io avevo su questi libri, perché sto scrivendo l’ultimo libro. Si chiama «Uomini come bestie». Quindi già nel titolo è contenuto…

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Francesco Ceraudo è stato medico penitenziario, sindacalista, ha scritto vari libri sulla medicina in carcere e ha contribuito alla riforma del 2008 che nello spirito doveva equiparare l’assistenza sanitaria del detenuto a quella del cittadino libero.

FRANCESCO CERAUDO – PROFESSORE DI MEDICINA DELLE COMUNITÀ UNIVERSITÀ DI PISA. Perché è fallita fondamentalmente la riforma? È fallita soprattutto perché come era stata programmata, doveva essere fatta con i medici penitenziari. Perché in quella maniera lì, mettendo a frutto le competenze, le esperienze, si poteva combinare veramente un qualcosa di buono. Ognuno qui si è sentito nel diritto e nel dovere di interpretarlo a modo proprio e sono venute fuori delle cose sconclusionate, come la Regione Campania: ogni tre mesi sostituisce il medico di guardia. Ma che criterio ha sostituire un medico di guardia che in tre mesi non fa in tempo neanche a capire l’«a, b, c» della medicina penitenziaria, per poi sostituirlo con un altro. Per quale motivo?

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Le uniche regioni che hanno trovato una formula per l’assunzione dei medici provvisori sono Emilia Romagna e Toscana, dove ci sono sedici carceri. Ai medici incaricati provvisori è garantito lo stesso trattamento giuridico ed economico dei medici definitivi, compresi i trattamenti contributivi e previdenziali.

BERNARDO IOVENE. Cioè quindi sono passati da medici provvisori dentro al ministero della Giustizia, a dipendenti della Regione Toscana?

LORENZO ROTI – SETTORE ORGANIZZAZIONE DELLE CURE REGIONE TOSCANA. Esattamente. Chi voleva veniva inquadrato all’interno di una forma contrattuale che è una forma tipo dei contratti presenti in sanità.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO. Un esempio che non hanno seguito le altre regioni, e che secondo Ceraudo ha segnato il fallimento della riforma della medicina penitenziaria.

FRANCESCO CERAUDO – PROFESSORE DI MEDICINA DELLE COMUNITÀ UNIVERSITÀ DI PISA. Dispiace che siamo arrivati a un punto di non ritorno. Io dico in questo momento: «Un punto di far west».

BERNARDO IOVENE. Immagino la sua amarezza, la sua delusione…

FRANCESCO CERAUDO – PROFESSORE DI MEDICINA DELLE COMUNITÀ UNIVERSITÀ DI PISA. Totale. Totale perché – ripeto – con presunzione immaginavo di poter trascinare – per la bontà delle iniziative – tutte le altre Regioni. Invece mi hanno snobbato completamente. Quindi sono diventato il diavolo per loro. Non mi giudichi dai risultati. Lei mi deve giudicare dall’impegno che io ho profuso.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO. Tanta ammirazione per il povero dottor Ceraudo che ha passato la sua vita a difendere i diritti della sua categoria, che ha un certo ruolo perché dalla certificazione di un medico penitenziario dipende se un criminale poi rimane in carcere oppure no. Dal 1994 lo Stato non ha più indetto concorsi, ha messo una toppa mandandoci qualche medico provvisoriamente, provvisoriamente si fa per di dire perché è rimasto lì per 30 anni, senza diritti, senza previdenza, senza scatti di anzianità, senza buonuscita. Nel 2008 se li sono anche passati di mano: dal ministero della Giustizia sono finiti alle Asl, conoscevano la perversione, l’hanno messa addirittura nero su bianco in una lettera, ma non è che l’hanno sanata, hanno detto, li pagava così il ministero della Giustizia facciamo altrettanto noi, le Asl. Ecco, la Regione Toscana e l’Emilia Romagna li hanno invece assunti e regolarizzati. Perché’ non hanno fatto la stessa anche le altre? Insomma saranno anche ad esaurimento ma paghiamoli il dovuto? Ma facciamo attenzione, perché l’Europa in materia di cura ai detenuti ci ha messo sotto osservazione.

PARLIAMO DEI PORTABORSE, OSSIA GLI ASSISTENTI PARLAMENTARI.

Portaborse, le Iene respinte a Palazzo. Il caso dell’onorevole Caruso, ripreso mentre chiedeva sesso alla portaborse, scrive Gianluca Roselli su "Il Fatto Quotidiano" il 5 ottobre 2017. Il ricatto sessuale del deputato alla collaboratrice, ripreso dalle Iene. Nonostante fosse accreditato alla Camera, Filippo Roma delle Iene, con i suoi tecnici, non è stato fatto entrare. Anzi, è stato fermato a spintoni dai commessi. Altra incursione del programma Mediaset ieri a Montecitorio, per chiedere a Laura Boldrini come sia possibile che la collaboratrice non pagata del deputato Mario Caruso avesse il tesserino per entrare a Montecitorio. Per avere la tessera, infatti, serve un contratto. Per il gruppo parlamentare a cui appartiene, “Democrazia solidale-Centro Democratico”, invece, Caruso deve scusarsi con la sua assistente, pagarle quanto dovuto e interrompere subito il rapporto di collaborazione con il figlio del sottosegretario alla Difesa, Domenico Rossi, di cui la collaboratrice faceva le veci. IL CASO dell’assistente presa dal parlamentare per coprire il figlio di Rossi, assunto per quel ruolo ma mai recatosi al lavoro e scoperto dalle Iene è solo uno dei numerosi episodi vergo- gnosi che riguardano il sottobosco dei lavoratori del Parlamento. In questi anni si è visto di tutto, dal collaboratore pagato in nero a quello non pagato affatto, da laureati con dottorato contrattualizzati come colf e badanti ad assistenti che ricevono lo stipendio ma poi devono rigirarlo in larga parte al parlamentare. Più, naturalmente, casi di avance sessuali, come quelle denunciate alle Iene della ragazza in questione. Ieri della vicenda è tornata a occuparsi la Boldrini, che ha inviato una lettera ai questori di Montecitorio chiedendo di “effettuare una dettagliata ricostruzione su quanto è avvenuto”. Mentre la protagonista di questa storia ha ricevuto offerte di contratto in regola da parte di diversi gruppi parlamentari. Ma per una che parla, sono decine che restano nell’ombra. “Se ti fai il nome di rompi scatole, magari perché chiedi un contratto regolare, poi farai fatica a trovare qualcuno disposto ad assumerti”, racconta un assistente. Solo dopo l’esplosione del caso Iene, dunque, il Palazzo è tornato a occuparsi della questione. La presidente della Camera ieri ha incontrato i rappresentanti dell’Associazione italiana collaboratori parlamentari (Aicp) assicurando loro di fare il possibile affinché la vicenda possa essere risolta entro fine della legislatura. Nella lettera ai questori, Boldrini ha esortato l’ufficio di presidenza “a valutare possibili iniziative da adottare, anche sul piano della normativa interna, affinché simili episodi non abbiano a ripetersi”. Il problema, finora, è stata la mancanza di volontà politica dei partiti. A Montecitorio so- no attivi 628 contratti (su 630 deputati), di cui 364 per collaboratori che lavorano alla Camera, il resto nei collegi. Ogni deputato per i collaboratori percepisce 3.690 euro (4.180 in Senato) di cui solo il 50% (1.845 euro) deve essere rendicontato. Ma ciò che finisce in tasca all’assistente è ben poco: la stima oscilla tra gli 800 e i 1.200 euro, sotto la forma dei contratti più disparati: co.co.co, partite Iva, contratti di consulenza o a tempo determinato. Una giungla senza diritti. Per questo l’Aicp chiede un nuovo regolamento simile a quello del Parlamento europeo, dove i soldi non transitano tramite il parlamentare, ma direttamente dall’istituzione al collaboratore: il deputato segnala solo la persona da assumere, la forma di contratto e il relativo stipendio. I partiti, però, fanno orecchie da mercante, mentre per il questore Stefano Dambruoso “non ci sono soldi per eventuali aumenti di spesa”. Per cambiare le cose basterebbe una delibera votata dall’ufficio di presidenza (22 deputati di tutti i gruppi). “Finora abbiamo sentito tante belle parole, ma poi tutti si sfilano”, racconta Lorenzo Carrozza, vice presidente Aisp. I collaboratori parlamentari questa mattina, saranno protagonisti di un flash mob davanti a Montecitorio. “Rimandare alla prossima legislatura – dicono - significa perdere altri 5 anni…”.

Onorevole Mario Caruso, video servizio Le Iene: nuova Parentopoli, il figlio del Sottosegretario Domenico Rossi assunto senza lavorare. La denuncia di una ex collaboratrice e le avances, scrive il 4 ottobre 2017 Niccolò Magnani su "Il Sussidiario". Sicuramente il servizio delle Iene sull'Onorevole Mario Caruso ha fatto allungare di nuovo l'ombra lunga di Parentopoli sulle istituzioni che già da tempo soffrono di un calo di considerazione molto importante da parte dei cittadini. Nonostante questo, va registrata l'ondata di indignazione generale che soprattutto nelle ultime ventiquattro ore è montata attorno al caso: le dimissioni del sottosegretario Rossi sono state definite obbligate dai tanti osservatori che sui social hanno iniziato a criticare i quadri politici. "Altro che taglio delle pensioni e dei vitalizi, questi puntano a creare una dinastia". "Non ci può essere fiducia per chi da anni prospera sulla spalle degli italiani" alcuni dei commenti social più... leggibili. Sicuramente lo scoop delle Iene è stato grande, ma in un anno che porterà ad elezioni politiche molto attese e che potrebbero radicalmente cambiare il quadro del parlamento italiano, sicuramente storie come il caso Caruso-Rossi minano ulteriormente la fiducia degli italiani nelle istituzioni. (agg. di Fabio Belli)

LO SDEGNO DELLA BOLDRINI. La Presidente della Camera, Laura Boldrini, alla quale la stagista si era rivolta nell'intervista al Corriere, ha replicato, all'indomani del servizio de Le Iene, in merito al caso dell'Onorevole Mario Caruso. La Boldrini ha usato parole decisamente forti per definirlo: "inaccettabile, vergognoso e imbarazzante", ha detto. Durante un incontro con una delegazione dell'Associazione Italiana Collaboratori, la Boldrini ha poi fatto sapere, come rivela Corriere Quotidiano, di aver già scritto al Collegio dei Questori chiedendo una istruttoria sul caso. Pur essendo inaccettabile, la presidente ha chiarito che non sarebbero comunque della Camera le responsabilità poiché "il rapporto di collaborazione è diretto tra il collaboratore e il deputato stesso". Con la richiesta dell'apertura di una istruttoria sul caso specifico, Laura Boldrini spera di poter fare totale chiarezza su un aspetto del quale ancora manca la trasparenza. A lei si era ricolta anche la giovane stagista tenuta a nero per oltre un anno e mezzo da Caruso e mai pagata, ed alla quale l'Onorevole avrebbe rivolto delle avances. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

LE PAURE DELLA STAGISTA. Federica, la giovane protagonista stagista nell'ufficio del deputato Mario Caruso, pur non essendo mai stata pagata, ora ha paura. Lo ha detto nella medesima intervista rilasciata al Corriere dopo l'ultimo nuovo servizio de Le Iene trasmesso ieri, durante il quale è stato riproposto per intero quanto già trasmesso nella puntata di esordio del programma. Nelle ultime ore la giovane ha avuto modo di risentire l'onorevole, sebbene la conversazione non sia stata affatto positiva. "Mi ha solo fatto sapere che non lavoro più per lui", ha spiegato. Ora cosa si aspetta, dunque? "Ora mi auguro che non mi succeda nulla, dopo le minacce che ha fatto alle Iene", ha spiegato. Il riferimento è alle minacce che Caruso aveva rivolto all'operatore video e poi allo stesso Filippo Roma, che ha realizzato il servizio con il quale è stato messo in luce cosa accadeva nel suo ufficio, dove la stagista veniva tenuta a nero e non pagata, a differenza del figlio del sottosegretario Domenico Rossi, da lui assunto, pagato dal padre ma comunque sempre assente. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

APPELLO DELLA STAGISTA ALLA BOLDRINI. Torna a parlare la stagista del video girato dalle Iene che dopo un anno e mezzo di lavoro “in nero” e senza retribuzioni dall’onorevole Mario Caruso ha deciso di denunciare la nuova Parentopoli in Parlamento: lo ha fatto con il Corriere della Sera che ha utilizzato come rampa di lancio per un appello rivolto alla politica, alle istituzioni e alla Presidente della Camera, puntano sulla sua spiccata sensibilità in tematiche di violenze e soprusi sulle donne in politica. «Spero che la presidente Boldrini e le istituzioni ora non mi lascino sola. Ho tanta paura e devo anche trovarmi un nuovo lavoro. Prima ero renziana, ma dopo tutto lo schifo che ho visto non voglio più avere a che fare con la politica». Si chiama Federica, il cognome è ancora tenuto nascosto, e ora deve ricominciare tutto da capo dopo il clamore lanciato contro Caruso e Rossi dopo la denuncia delle Iene Show. Dopo qualche mese dall’inizio del lavoro senza alcun contratto, l’invito a cena con inganno: ecco il racconto della ragazza, «mi invita a cena con l'inganno. Mi dice che sarebbe stata una cena di lavoro con altri, ma ci ritroviamo io e lui, in un ristorante di piazza Cavour. Lì mi spiega che se andavo a letto con lui, mi avrebbe messo nella segreteria di qualche Commissione. Rifiuto: non sono una scappata di casa, ho famiglia. Ogni occasione è buona per restare solo con me. Comincio a soffrire, ho attacchi di panico. Dopo i tre mesi, mi promette un contratto, che non mi farà mai». 

LA DENUNCIA A MARIO CARUSO. Un nuovo caso di Parentopoli in Parlamento, questa volta smascherato dal video servizio de Le Iene Show andato in onda ieri sera e avente nel mirino l’onorevole Mario Caruso e il Sottosegretario Domenico Rossi: secondo l’indagine condotta dall’inviato Filippo Roma, il deputato di Democrazia Solidale Centro Democratico Mario Caruso avrebbe assunto il figlio del Sottosegretario alla Difesa con il quale lo stesso parlamentare condivide l’ufficio. Nasce tutto dalla denuncia di una giovane parlamentare che sostiene di aver lavorato gratis, senza contratto e senza alcuna promessa di retribuzione da un anno e mezzo presso l’ufficio di Mario Caruso: la ragazza ha raccontato alle Iene di aver cominciato con uno stage di tre mesi e di essere andata avanti da allora senza retribuzione, subendo anche qualche avance sessuale. «Se fossi andata a letto con lui, mi ha fatto capire Caruso, mi avrebbe aiutato», l’accusa grave riporta dalla ex collaboratrice al politico eletto con Mario Monti nel 2013. La ragazza ha registrato un suo colloquio con il deputato, andato in onda, in cui si osserva: «Non è che se ti avessi detto di sì mi avresti dato il lavoro?». «No, quelle sono cose separate e distinte» la replica di Caruso. In più, la donna denuncia il fatto che al posto suo era stato assunto il figlio del Sottosegretario Rossi, pagato con contratto regolare, senza però praticamente mai lavorare. «L’ho assunto dopo un’attentata valutazione delle sue capacità», l’altra replica di Caruso nel servizio delle Iene. 

IL SOTTOSEGRETARIO ROSSI SI DIMETTE MA….Sul caso della nuova mini-Parentopoli in Parlamento, le conseguenze politiche non si sono fatte attendere: immediate le dimissioni e le deleghe rimandate di Domenico Rossi, il cui figlio starebbe stato assunto da Caruso ma pagato comunque dal padre senza presentarsi in ufficio (accusa dalla quale tutto dovrà essere confermato e dimostrato, ndr). «Sono accuse infondate e lesive della mia persona quelle che mi sono state rivolte nel servizio della trasmissione televisiva “Le Iene”. Insinuazioni che infangano, ancora una volta, la mia reputazione», ha spiegato al Corriere della Sera il generale di corpo d’armata dell’Esercito Italiano e già Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito, che ha comunque deciso di rimettere le deleghe. Il motivo? «Al fine di non coinvolgere l’amministrazione che rappresento e per svolgere ogni azione in piena libertà e con maggiore serenità». Opposizioni in subbuglio, con i grillini che chiedono la “testa” anche di Caruso e con la presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha commentato ««La violazione dei diritti di un lavoratore o di una lavoratrice è grave sempre, ma lo è ancor più se a rendersene responsabile è chi siede in Parlamento - spiega la presidente Boldrini - I comportamenti dei due deputati, qualora risultasse confermata la ricostruzione proposta dalla trasmissione televisiva, getterebbero pesante discredito su tanti altri loro colleghi che invece agiscono in maniera corretta e su un’istituzione che è impegnata in una azione di cambiamento, sobrietà, trasparenza».

Governo, il sottosegretario alla Difesa Rossi rimette le deleghe dopo servizio delle Iene: “Figlio assunto da deputato”. L'ex di Scelta Civica: "Contro di me accuse accuse infondate". L'ex generale era già finito in altre puntate del programma di Italia Uno per la sua "abitudine" a usare le auto blu (con cui si faceva accompagnare anche allo stadio). Al centro delle interviste anche il deputato Caruso. Una assistente parlamentare: "Mi fece anche avance per farmi continuare a lavorare", scrive "Il Fatto Quotidiano" il 3 ottobre 2017. Prima qualche problema con le auto blu, ora il figlio assunto alla Camera. Il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi dopo un anno si conferma il soggetto preferito per i servizi delle Iene ma questa volta la storia è un po’ più imbarazzante tanto che questa volta il generale braccio destro della ministra Roberta Pinotti ha rimesso le deleghe. Rossi non parla quindi di dimissioni, ma dovrà dare “spiegazioni esaustive e convincenti” dice Lorenzo Dellai, il capogruppo di Democrazia Solidale-Centro Democratico, gruppuscolo che alla Camera riunisce alcuni centristi della maggioranza e di cui fa parte anche Rossi, che nel 2013 fu eletto con Scelta Civica. Del gruppuscolo fa parte anche Mario Caruso, il deputato che ha assunto il figlio del generale-sottosegretario, Fabrizio Rossi. Secondo la tesi delle Iene il figlio del membro di governo è stato assunto come assistente parlamentare per fare “una cortesia” al padre perché lui non poteva farlo direttamente. Comunque, spiega Caruso parlando a telecamera nascosta, “lo paga il padre”. “Accuse infondate e lesive della mia persona” replica Rossi. Ma del caso si interessa ora anche la presidente della Camera Laura Boldrini che ha detto di “valutare iniziative”. Le accuse arrivano da una giovane assistente parlamentare che è stata intervistata da Filippo Roma, alle Iene, col volto oscurato e in modo anonimo. La ragazza ha raccontato di lavorare senza contratto e senza retribuzione da un anno e mezzo per Caruso, dopo aver cominciato con uno stage di tre mesi e di essere andata avanti da allora senza retribuzione, subendo anche avance sessuali. “Una sera al ristorante – ha detto la giovane – l’onorevole (Caruso, ndr) mi ha fatto capire che se fossi andata al letto con lui mi avrebbe aiutato”. La ragazza mostra anche un messaggino inviatole dal deputato qualche giorno dopo, a mezzanotte: “Sono a casa, valuta te cosa fare”. La ragazza ha anche registrato un suo colloquio con il deputato. “Non è che se ti avessi detto di sì mi avresti dato il lavoro?”. “No, quelle sono cose separate e distinte”, la replica di Caruso. Pressato dalle Iene, Caruso ha negato di aver chiesto alla sua collaboratrice prestazioni sessuali, sostiene che la ragazza ha fatto solo uno stage di tre mesi e dice di aver assunto il figlio del sottosegretario Rossi dopo aver fatto “una valutazione delle sue capacità”. Rossi si difende parlando di “insinuazioni che infangano, ancora una volta, la mia reputazione: mio figlio ha un regolare contratto di assistente parlamentare con un deputato della Camera. Il documento, consultabile, conferma l’assenza di un rapporto di dipendenza dal mio ufficio contrariamente a quanto riportato nel servizio. Un incarico di natura fiduciaria che non prevede vincoli di orario lavorativo e anche per questo con una minima retribuzione”. Ma non è la prima volta che Rossi finisce nei servizi delle Iene. A primavera il programma di Italia Uno aveva documentato l’arrivo del sottosegretario in auto blu allo stadio Olimpico per vedere il derby di Roma. Ancora prima – nell’ottobre 2016 – era finito al centro di un altro servizio sull’abuso di auto blu quando e aveva dovuto ammettere che la usava per recarsi da casa al ministero.

Dellai, capogruppo di Democrazia Solidale-Centro Democratico, parla di “stupore e sconcerto”. Anche per questo Rossi ha deciso di rimettere le deleghe per “non coinvolgere l’amministrazione” e per svolgere ogni azione in piena libertà e con maggiore serenità”. In sostanza, insiste, un modo per “fare chiarezza per evitare che queste informazioni siano strumentalizzate: le spese relative ai collaboratori sono rendicontate e questo basta per dimostrare da chi realmente dipende l’impiegato e viene retribuito”. Per la presidente Boldrini la situazione messa in evidenza nel servizio è “inaccettabile”. Per questo chiederà “al collegio dei questori una approfondita ricostruzione dell’accaduto, per valutare eventuali iniziative da assumere sia sulla specifica vicenda, sia in merito a una diversa regolamentazione di tutta la materia”.

Rossi, generale di corpo di armata ed ex sottocapo dello Stato maggiore dell’Esercito (fino al 2013), è stato eletto deputato con Scelta Civica. E’ diventato sottosegretario alla Difesa con la nascita del governo Renzi e poi riconfermato nell’esecutivo di Gentiloni. Da quando Scelta Civica in Parlamento si è disfatta, ha sempre scelto la parte un po’ più a destra: prima si scrive al gruppo Popolari per l’Italia, poi si candida alle Europee 2014con Ncd-Udc (non viene eletto), poi a Democrazia Solidale-Centro Democratico che unisce i popolari di Scelta Civica con i parlamentari eletti dal partito di Bruno Tabacci. Proprio per Centro Democratico si candida alle primarie del centrosinistra per le amministrative di Roma: si piazza terzo dopo Roberto Giachetti e Roberto Morassut, con 1320 voti, il 3 per cento delle preferenze.

Caruso invece si trova dentro il gruppuscolo centrista quasi per caso. La sua storia è stata sempre a destra: era sindacalista dell’Ugled è stato candidato alla Camera per la prima volta nella lista Per l’Italia nel mondo, di Mirko Tremaglia, che era l’espressione di An nei collegi esteri. Ci riprova due anni dopo con il Popolo delle Libertà (sempre nelle circoscrizioni estere), ma anche questa volta non viene eletto. Nel 2010 passa a Futuro e Libertà di Gianfranco Fini ed è, incredibilmente, l’unico di Fli che riesce a essere eletto a rimorchio di Scelta Civica e di Mario Monti. Del gruppo parlamentare (dove confluisce dopo un paio di anni) è ora tesoriere, anche se da indipendente (Fli ormai si è sciolta).

Filippo Roma, autore del servizio delle Iene, annuncia un nuovo servizio sull’ex generale. “Abbiamo fatto il nostro lavoro è tutto documentato dalle immagini, ci siamo semplicemente chiesti: ma è normale?”. Nel servizio, precisa, “è proprio il figlio a rivelare che lavora nell’ufficio del padre. Poi abbiamo coperto il rapporto con Caruso. Ci siamo posti delle domande: è giusto?”. Per i Cinquestelle quella di Rossi è “un’ammissione di colpa anche se il generale cerca di correggere goffamente il tiro”. Per i parlamentari M5s delle commissioni Difesa “siamo di fronte a un presunto, e ripetuto, caso di favoritismo e clientelismo, a spese peraltro dei cittadini. Rossi non deve rimettere le deleghe, ma deve dimettersi immediatamente e lasciare l’incarico di sottosegretario”.

Dopo il servizio delle Iene il sottosegretario Rossi si dimette: “Accuse infondate”, scrive il 4 ottobre 2017 "Il Corriere del Giorno". Il servizio delle Iene riguarda anche la denuncia di una giovane “portaborse” che ha dichiarato di lavorare da un anno e mezzo per il deputato Caruso, senza essere retribuita e subendo avances sessuali. Il sottosegretario alla Difesa, Domenico Rossi, dopo una trasmissione televisiva delle Iene da cui è emerso che il deputato Mario Caruso (Democrazia Solidale – Centro Democratico) aveva formalmente assunto il figlio del sottosegretario per fargli un favore, che peraltro non si presentava mai al lavoro.  Rossi ieri sera ha rassegnato le proprie dimissioni dal Governo.

Caruso eletto deputato nel 2013 in lista con Mario Monti, si era già presentato alla Camera nel 2008 nelle liste del Popolo della Libertà, seguendo poi nel 2010 Gianfranco Fini e aderendo a Futuro e Libertà per l’Italia: nel 2013 appunto la nomina come deputato della XVII Legislatura e alla Camera aderisce al gruppo di Scelta Civica per l’Italia, quindi nel dicembre 2013 al nuovo gruppo parlamentare Democrazia Solidale-Centro Democratico a cui sono iscritti anche Bruno Tabacci e  Lorenzo Dellai. Caruso invece si trova dentro il piccolo raggruppamento centrista quasi per combinazione. La sua storia politica infatti è stata sempre a destra: sindacalista dell’Ugl è stato candidato alla Camera per la prima volta nella lista Per l’Italia nel mondo, di Mirko Tremaglia, che era l’estensione di An nei collegi esteri. Due anni dopo ci riprova sempre nelle circoscrizioni estere con il Popolo delle Libertà, ma anche questa volta non viene eletto. Nel 2010 passa a Futuro e Libertà con Gianfranco Fini ed è, incredibilmente, l’unico di Fli che riesce a essere eletto grazie all’unione elettorale estera con Scelta Civica di Mario Monti. Attualmente anche se da indipendente, Fli ormai si è sciolta, è tesoriere dell’attuale gruppo parlamentare dove è confluito da un paio di anni.

Rossi, generale di corpo di armata ed ex sottocapo dello Stato maggiore dell’Esercito (fino al 2013), è stato eletto deputato con Scelta Civica. E’ diventato sottosegretario alla Difesa con la nascita del governo Renzi e poi riconfermato nell’esecutivo di Gentiloni. Da quando Scelta Civica in Parlamento si è disfatta, ha sempre scelto la parte un po’ più a destra: prima si scrive al gruppo Popolari per l’Italia, poi si è candidato alle Europee 2014 con Ncd-Udc (non venendo eletto), poi a Democrazia Solidale-Centro Democratico che riunisce i popolari di Scelta Civica con i parlamentari eletti dal partito guidato da Bruno Tabacci. Proprio per Centro Democratico si candida alle primarie del centrosinistra per le amministrative di Roma: si piazza al terzo posto dopo Roberto Giachetti e Roberto Morassut, con 1320 voti, ricedendo appena il 3 per cento delle preferenze. Rossi ex generale dell’esercito e sottosegretario alla Difesa ha negato quanto è emerso documentalmente dal servizio dell’inviato Filippo Roma delle Iene: “Sono accuse infondate e lesive della mia persona. Insinuazioni che infangano, ancora una volta, la mia reputazione. Mio figlio ha un regolare contratto di assistente parlamentare con un deputato della Camera. Il documento, consultabile, conferma l’assenza di un rapporto di dipendenza dal mio ufficio contrariamente a quanto riportato nel servizio. Un incarico di natura fiduciaria che non prevede vincoli di orario lavorativo e anche per questo con una minima retribuzione”.  Peccato però dal servizio si vede e sente ben altro. “In ogni caso al fine di non coinvolgere l’Amministrazione che rappresento e per svolgere ogni azione in piena libertà e con maggiore serenità – ha aggiunto Rossi –   ho deciso di rimettere le deleghe conferitemi dal Ministro della Difesa. Con questa iniziativa – prosegue l’ormai ex- sottosegretario – voglio fare chiarezza per evitare che queste informazioni siano strumentalizzate: le spese relative ai collaboratori sono rendicontate, e questo basta per dimostrare da chi realmente dipende l’impiegato e viene retribuito”. Immancabile l’azione penale per difendersi: “Ho dato mandato a uno studio legale al fine di tutelare l’immagine mia e di mio figlio ed esaminare la possibilità di contestare le accuse che mi sono state rivolte nelle opportune sedi legali”.

Il servizio delle Iene riguarda la denuncia di una giovane assistente parlamentare che ha sostenuto di lavorare da un anno e mezzo per il deputato Caruso, senza essere retribuita e senza alcun tipo di contratto. Nell’intervista al programma Le Iene andato in onda ieri sera la giovane assistente parlamentare, mostrata con il volto oscurato e nome occultato, ha raccontato di aver cominciato con uno stage di tre mesi e di essere successivamente andata avanti da allora senza retribuzione, subendo anche qualche avance sessuale. “Una sera, al ristorante l’onorevole mi ha fatto capire che se fossi andata al letto con lui mi avrebbe aiutato”». La ragazza ha mostrato anche un messaggino ricevuto qualche giorno dopo, a mezzanotte dal deputato Caruso: “Sono a casa, valuta te cosa fare”. La ragazza ha anche videoregistrato un suo colloquio con il deputato. “Non è che se ti avessi detto di sì mi avresti dato il lavoro?” a cui Caruso replicava “No, quelle sono cose separate e distinte”. Il deputato Caruso – sempre grazie alla telecamera nascosta -spiega riguardo al figlio del sottosegretario Rossi, che lo avrebbe assunto per fare “una cortesia” al padre in quanto lui non poteva assumerlo direttamente e che comunque “lo paga il padre”. Caruso pressato dall’inviato delle Iene, ha negato di aver chiesto alla sua collaboratrice prestazioni sessuali, sostiene che la ragazza aveva fatto solo uno stage di tre mesi e dice di aver assunto il figlio del sottosegretario Rossi dopo aver fatto “una valutazione delle sue capacità”. L’ on. Dellai ha dichiarato di aver preso atto “di quanto riportato dal servizio de “Le Iene” a proposito di due deputati aderenti al Gruppo. Nel precisare che i comportamenti oggetto dell’inchiesta giornalistica si riferiscono al rapporto esclusivo tra i singoli deputati e i loro collaboratori e non all’attività del Gruppo Parlamentare, attendo in ogni caso dai due colleghi spiegazioni esaustive e convincenti”. La presidente della Camera Laura Boldrini è intervenuta sulla denuncia della trasmissione, commentando come “inaccettabile” la situazione e preannunciato che chiederà al Collegio dei Questori della Camera dei Deputati una ricostruzione approfondita e dettagliato dell’accaduto, per valutare ogni eventuale iniziativa da assumere sia sulla specifica vicenda, sia in merito a una diversa regolamentazione di tutta la materia. “La violazione dei diritti di un lavoratore o di una lavoratrice è sempre grave, ma lo è ancor più se a rendersene responsabile è chi siede in Parlamento – aggiunge la Boldrini – I comportamenti dei due deputati, qualora risultasse confermata la ricostruzione proposta dalla trasmissione televisiva, getterebbero pesante discredito su tanti altri loro colleghi che invece agiscono in maniera corretta e su un’istituzione che è impegnata in una azione di cambiamento, sobrietà, trasparenza”.

Perché dico grazie a Filippo Roma delle Iene per il caso di Mario Caruso e Domenico Rossi, scrive Roberto Arditti su "Formiche.net" il 4 ottobre 2017. Grazie, mille volte grazie alle Iene e a Filippo Roma per il memorabile servizio dedicato all’improbabile onorevole Mario Caruso (nella foto con Bruno Tabacci), al sottosegretario Domenico Rossi e al suo simpatico figlio scavezzacollo Fabrizio, con la complicità della stagista anonima (anch’essa piuttosto improbabile, oltreché viziata da un drammatico accento romanesco degno di un film con Tomas Milian). Grazie non tanto per aver scoperchiato il pentolone delle assunzioni di favore (il figlio di Rossi in carico al collega di partito Caruso), monumento vivente all’Italietta della raccomandazione prêt-à-porter, di cui, caro generale Rossi, il mondo delle alte burocrazie nostrane (comprese quelle militari) è campione del mondo. Anche se, aprendo una parentesi, vorremmo sapere cosa ne pensano l’irreprensibile presidente Laura Boldrini ed il collegio dei questori della Camera, poiché il contribuente paga un cittadino italiano per lavorare da una parte mentre l’interessato fa tutt’altro al servizio del padre, peraltro membro del governo. E neppure grazie per aver messo in luce un altro memorabile vizio nazionale, quello delle dimissioni parziali ed innocue, visto che il sottosegretario di fronte ad una storia oggettivamente impresentabile decide di sospendersi dalle deleghe di governo, che è ben altra cosa dal dimettersi a tutti gli effetti (e anche qui saremmo grati al ministro Roberta Pinotti se ci mettesse a parte della sua opinione). Noi vogliamo ringraziare Filippo Roma per aver svelato ciò che solo il senatore Antonio Razzi ci aveva fatto intuire (con la collaborazione soave di Maurizio Crozza): abbiamo in Parlamento gente come l’onorevole Caruso che non parla la lingua italiana. Egli infatti farfuglia, con tono allusivo e spesso minaccioso, mettendo in fila parole a caso sperando che l’algoritmo installato dal Buon Dio nella sua testolina vuota faccia il miracolo di mettere tutto a sistema, creando così delle frasi di senso compiuto. Uno scempio esilarante ascoltare questo improbabile eletto del popolo, per la cui penosa elevazione in vetta allo scranno di deputato saremo per sempre irriconoscenti a Gianfranco Fini, che lo volle in lista con Mario Monti nella quota riservata al suo partito (vabbe’, oggi siamo indulgenti sul fronte lessicale). Un danno, quello di aver portato in Parlamento l’onorevole Caruso, al cui confronto la vicenda della casa di Montecarlo appare come una bazzecola, un peccato veniale, una distrazione per amore (parentale, as usual). Ora il nostro pensiero va al camerata Mirko Tremaglia, che volle fortissimamente la legge per allargare alle circoscrizioni estere il nostro sistema elettorale. Lodevole intento di un gentiluomo di destra, roccioso bergamasco dal cuore tenero. Oggi però di fronte agli strafalcioni del grottesco onorevole Caruso possiamo dire che quel tentativo è definitivamente fallito. Già Razzi con la sua passione per la Corea del Nord ci aveva fatto capire che qualcosa di sbagliato c’era nel nocciolo di quella intuizione. Adesso però ne abbiamo la prova assoluta. L’onorevole Caruso è la Cassazione, la sentenza definitiva, il verdetto inappellabile. Questa vicenda umana e (poco) politica degli eletti all’estero è una monumentale fesseria, evitando di usare un’espressione tanto cara al rag. Fantozzi (solo per carità di patria). Prima la chiudiamo e meglio è.

Le Iene accusano, il sottosegretario Rossi lascia il Governo. "Ho dato mandato a uno studio legale - afferma il sottosegretario - al fine di tutelare l'immagine mia e di mio figlio ed esaminare la possibilità di contestare le accuse che mi sono state rivolte nelle opportune sedi legali". Boldrini: "inaccettabile", scrive il 3 ottobre 2017 "Today". "Sono accuse infondate e lesive della mia persona quelle che mi sono state rivolte nel servizio della trasmissione televisiva 'Le Iene'. Insinuazioni che infangano, ancora una volta, la mia reputazione". Ad affermarlo è il sottosegretario alla Difesa, Domenico Rossi, annunciando di aver deciso di rimettere le deleghe conferitegli dal ministro "al fine di non coinvolgere l'amministrazione che rappresento e per svolgere ogni azione in piena libertà e con maggiore serenità". "Mio figlio - spiega Rossi - ha un regolare contratto di assistente parlamentare con un deputato della Camera. Il documento, consultabile, conferma l'assenza di un rapporto di dipendenza dal mio ufficio contrariamente a quanto riportato nel servizio. Un incarico di natura fiduciaria che non prevede vincoli di orario lavorativo e anche per questo con una minima retribuzione. Con questa iniziativa voglio fare chiarezza per evitare che queste informazioni siano strumentalizzate: le spese relative ai collaboratori sono rendicontate, e questo basta per dimostrare da chi realmente dipende l'impiegato e viene retribuito". "Ho dato mandato a uno studio legale - conclude il sottosegretario - al fine di tutelare l'immagine mia e di mio figlio ed esaminare la possibilità di contestare le accuse che mi sono state rivolte nelle opportune sedi legali".

Durante il programma televisivo Le Iene, nella puntata andata in onda il 1 ottobre, Filippo Roma, nel corso del servizio televisivo realizzato con Marco Occhipinti, ha denunciato come il signor Fabrizio Rossi lavorerebbe presso un ufficio del padre, l'onorevole Domenico Rossi (Democrazia Solidale - Centro Democratico e membro della Commissione Difesa alla Camera) situato nei pressi della propria abitazione. Inoltre nel servizio una ex assistente di un parlamentare racconta di aver lavorato in nero, senza un contratto e senza neppure aver percepito uno stipendio.

Boldrini: "Fatti emersi da servizio "Iene" inaccettabili". "La situazione messa in evidenza dal servizio trasmesso domenica sera dalle Iene è inaccettabile. La violazione dei diritti di un lavoratore o di una lavoratrice è grave sempre, ma lo è ancor più se a rendersene responsabile è chi siede in Parlamento ed è tenuto ad esercitare la sua funzione con disciplina e onore, come stabilisce la Costituzione". Lo afferma la presidente della Camera, Laura Boldrini. "I comportamenti dei due deputati, qualora risultasse confermata la ricostruzione proposta dalla trasmissione televisiva, - aggiunge la Boldrini - getterebbero pesante discredito su tanti altri loro colleghi che invece agiscono in maniera corretta e su un'istituzione che è impegnata in una azione di cambiamento, sobrietà, trasparenza. Ma la vicenda ripropone anche la necessità di una differente regolamentazione dei rapporti economici tra i deputati e i collaboratori parlamentari. Attualmente è il singolo deputato che provvede a retribuire chi collabora con lui, ma più trasparente sarebbe un rapporto nel quale fosse la Camera ad erogare il compenso in presenza di un contratto regolarmente registrato. È quello che da tempo, giustamente, chiede l`Associazione che rappresenta questi lavoratori e lavoratrici. Quando li ho incontrati ho apprezzato le loro proposte, ma non ho riscontrato tra i gruppi il consenso necessario per giungere a una decisione, trattandosi di una materia sulla quale deve deliberare l'Ufficio di Presidenza". "Chiederò dunque al Collegio dei Questori - conclude la Boldrini - una approfondita ricostruzione dell`accaduto, per valutare eventuali iniziative da assumere sia sulla specifica vicenda, sia in merito a una diversa regolamentazione di tutta la materia".

Fabrizio Rossi? E chi? Chi lo ha mai visto? Scrive Mario Ajello per il Messaggero il 4 ottobre 2017. Ma è uno che lavora a Montecitorio? Non credo proprio... Ecco, il figlio del generale Rossi non è proprio un assiduo del Palazzo. Eppure, grazie a papà lo stipendio ce l’ha. I pochi che dicono di ricordarselo - «Ah, devo averlo intercettato qualche volta» - lo descrivono l’opposto del portaborse o dell’animale da Transatlantico o da ufficio parlamentare. Un look da rocker, da leader di una band alternativa. Capelli lunghi. Portamento simpatico da chi non deve certo guadagnarsi la gloria in Parlamento né quello è il suo scopo né quello è il suo luogo. Ma papà, ovvero il generale, ha trovato il modo per fargli avere uno stipendiuccio da assistente dell’amico deputato Caruso ed è sempre meglio di niente. Anche se quei soldi sarebbero potuti andare non al simpatico Fabrizio - «Un tipo estroverso, chiacchierone, con la grande fortuna di potersene infischiare di tutto e ciò lo rende un fico», dicono di lui - ma all’assistente che lavora veramente al posto suo. La quale un giorno lo incontra per strada e gli fa: ««Non vieni da un anno e mezzo alla Camera, perché non ti fai più vedere?». E lui, pagato da quello che dovrebbe pagare lei e non lui: «Perché papà ha preso uno studio qui vicino e mi vuole sempre accanto a lui». Caruso paga Rossi junior, Rossi junior lavora per papà e l’assistente, nella giungla del Palazzo, cerca invano di avere i soldi che le spettano. A un certo punto, Rossi padre decise di candidarsi in una lista di centro-destra per le europee nel 2014. Non viene eletto. Si tiene il posto in Italia dove invece sta nel centrosinistra. E anche al governo. Il generale ha pure provato a diventare sindaco di Roma. Ha partecipato in quota Tabacci alle primarie del centrosinistra contro Giachetti, Morassut e gli altri. Ha preso il 3 per cento e la cosa divertente - a detta dei partecipanti - era che alle riunioni preparatorie dei gazebo al Pd Lazio partecipava, in rappresentanza di papà, il figlio rockettaro. Fabrizio dava un colpo di colore e di diversità estetica, tra tante divise da politicanti, a quelle sonnolente riunioni. Ed era lì, pagato dall’erario.

La ragazza del video de “Le Iene”: «Quel deputato ci provava, le istituzioni mi aiutino». «Mi ha invitata a cena con l’inganno chiedendomi di andare a letto con lui e che mi avrebbe sistemata. Ho detto no», scrive Alessandro Trocino il 3 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera". «La mia paura più grande è che ora mi lascino sola. Vorrei che le istituzioni e la presidente Boldrini mi aiutassero a superare questa situazione e a trovare un lavoro». Federica B. ha una voce decisa. Parla rapida, mentre un bassotto abbaia in sottofondo. Spiega che non vuole più avere a che fare con la politica: «Ero renziana. Lo stimo ancora, ma sono schifata da tutto, dopo quello che ho visto».

Federica, ci racconta come è finita nell’ufficio del deputato Mario Caruso?

«Ho 30 anni, sono laureata in Giurisprudenza e ho un master in Politiche pubbliche in Parlamento. Un’amica mi ha messo in contatto con lui e ho cominciato uno stage. Non retribuito, anche se la legge dice il contrario. Lavoravo a Palazzo Valdina. Tutti i giorni. Stesso ufficio del deputato e del sottosegretario Domenico Rossi, sempre assente».

E che faceva?

«Non granché. L’agenda, le proposte di legge. Lui si occupava dei fatti suoi, dei Caf che ha a Stoccarda, dove vive».

Poi che succede?

«Un mese e mezzo dopo l’inizio, mi invita a cena con l’inganno. Mi dice che sarebbe stata una cena di lavoro con altri, ma ci ritroviamo io e lui, in un ristorante di piazza Cavour. Lì mi spiega che se andavo a letto con lui, mi avrebbe messo nella segreteria di qualche Commissione. Rifiuto: non sono una scappata di casa, ho famiglia. Ogni occasione è buona per restare solo con me. Comincio a soffrire, ho attacchi di panico. Dopo i tre mesi, mi promette un contratto, che non mi farà mai».

E lei continuerà comunque a lavorare con lui.

«Sì, nella speranza che mi paghi. Viaggio anche, andiamo a Catania per lavoro. Mi invita a Stoccarda, ma non vado. Mi manda un messaggino notturno, invitandomi a casa sua. Io nel frattempo divento rigida, non voglio che fraintenda, che ci provi ancora».

Quando decide di denunciarlo?

«Quando scopro lo schifo. Vengo a sapere che Caruso ha assunto il figlio del sottosegretario Rossi, Fabrizio, che non viene mai e non lavora. A lui dà 500 euro al mese, a me neanche il pranzo. È raccapricciante. Poi dici che i giovani devono crescere».

Chi paga il figlio di Rossi?

«A me Caruso dice che lo paga il padre. Ma per legge non può. Avranno fatto qualche magheggio».

Ha sentito Caruso in queste ore?

«No, mi ha solo fatto sapere che non lavoro più per lui. Ora mi auguro che non mi succeda nulla, dopo le minacce che ha fatto alle Iene».

La rabbia dei portaborse dei parlamentari: "Obbligati a intrattenere l'amante del capo". Assistenti parlamentari in piazza: c'è chi è stata allontanata perché incinta, chi penalizzata perché malata, scrive Fabrizio Ratiglia il 6 ottobre 2017 su "Il Quotidiano Nazionale". Sono giovani, quasi tutti con laurea e master, molto determinati e soprattutto stufi di esser sfruttati e trattati come collaboratori tuttofare con stipendi da colf. Talvolta obbligati addirittura a rendersi complici di tradimenti e a intrattenere l’amante fino all’arrivo del proprio capo. Dovrebbero occuparsi di gestire la segreteria, dei rapporti con la stampa, della preparazione di proposte di legge invece troppo spesso i collaboratori sono costretti a fare gli autisti per gli onorevoli e le loro famiglie, a portare i vestiti in tintoria, a ritirare certificati medici, a fare la spesa. Ieri in piazza Montecitorio l’Associazione Italiana Collaboratori Parlamentari ha organizzato un flash mob chiedendo di essere pagati direttamente da Camera e Senato e non lasciare discrezionalità a Deputati e Senatori che troppo spesso se ne approfittano. C'erano poche decine di persone, la punta dell’iceberg, solo quelli più tutelati. Tutti gli altri, i più deboli, coloro che denunciando i soprusi avrebbero solo da perdere il poco che hanno, non sono apparsi pubblicamente. Si sentono «l’ultima ruota del carro» e hanno preferito non rischiare. Ma protetti dall’anonimato hanno raccontato a Qn le loro storie. E qualcuna è eclatante. C’è la classica, la collaboratrice da anni precaria allontanata perché incinta e spinta alle dimissioni volontarie per poi essere riassunta a metà stipendio come consulente. C’è la storia di Giulia (nome di fantasia…) che prima ha scoperto di aver contratto un cancro e di doversi sottoporre alla chemio, e poi come ulteriore beffa, proprio nel momento in cui aveva bisogno di sostegno, si è vista tagliare il compenso perché obbligata a figurare come part time. Senza alcuna tutela, neanche in caso di malattia gravissima. Poi c’ è la vicenda di un senatore della maggioranza, e non è affatto un caso isolato, che obbliga il suo collaboratore ad occuparsi addirittura dell’amante. Il malcapitato deve andare a prenderla a casa, portarla in hotel, offrirle da bere e intrattenerla fino all’arrivo dell’onorevole. Storie di sfruttamento e molestie sessuali venute alla luce con l’inchiesta di Italia Uno e la denuncia di Federica nei confronti dell’On. Mario Caruso che ha portato Domenico Rossi a rimettere le deleghe di Sottosegretario alla Difesa. Ieri la ragazza, finalmente più distesa, ha ricevuto una lunga telefonata di solidarietà da Laura Boldrini. Registrata dalle Iene, il Presidente della Camera le ha garantito che prenderà provvedimenti entro la fine della legislatura. La sua intenzione è convincere i partiti a pagare direttamente i collaboratori, magari – come ipotizza il Questore di Montecitorio Stefano Dambruoso – a versargli 1800 euro. Si tratta del 50 per cento che deve essere rendicontato per ottenere i 3600 euro che ogni Deputato ha in busta paga sotto le voci staff e attività politica. Poi l’On. naturalmente, a sua discrezione, sarebbe libero di pagare al collaboratore anche l’intera cifra. Intanto fioccano i contenziosi che – come confida Fabio Santoro, il legale dell’associazione che ha organizzato il flash mob – finiscono sempre nello stesso modo: Prima il parlamentare prova a fare la voce grossa e minaccia richieste per risarcimento del danno di immagine, poi, una volta di fronte al giudice, abbassa la testa e concilia per quasi l’intero importo richiesto dal suo ex collaboratore. Negli ultimi tre casi, due Deputati e un Senatore hanno accettato di pagare dai 1500 ai 16 mila euro». Della serie: l’importante è non perdere la faccia con una sentenza pubblica.

Portaborse dei parlamentari, stipendi da fame e poche tutele. Schiavi dei politici: la vita poco onorevole degli assistenti sfruttati. La rabbia dei portaborse: "Obbligati a intrattenere l'amante del capo", scrive Veronica Passeri il 6 ottobre 2017 su "Il Quotidiano Nazionale". Figlio "assunto" alla Camera, sottosegretario Rossi rimette le deleghe dopo video Iene. C'è chi assume il parente, dal fratello al marito, e chi la baby sitter che così viene pagata con i soldi destinati al collaboratore parlamentare e può badare al pargolo mentre l’onorevole è impegnato. Ci sono ragazzi con laurea, dottorato e master che lavorano 12 ore al giorno per poco più di 600 euro nette al mese. Con viaggi e pasti a carico loro perché spesso per un lavoro in Parlamento si è disposti a sobbarcarsi anche le spese e a fare i pendolari. Basta un giro in Parlamento, tra il Transatlantico e Palazzo Madama, per sentirne diverse di testimonianze del genere. Perché, nonostante i tentativi di mettere delle regole, tanti assistenti parlamentari, spesso molto qualificati, sono ancora pagati in modo non adeguato, con contratti precarissimi, senza nessun riconoscimento delle loro capacità. E così esposti anche ad abusi.

La rabbia dei portaborse: "Obbligati a intrattenere l'amante del capo". In alcuni casi, citati sottovoce, vengono inquadrati addirittura come colf per pagare meno contributi. È ormai prassi, poi, che tanti entrino in Parlamento ogni giorno con il pass di ‘ospite’ e figurino come volontari ma è una copertura: lavorano nell’ufficio del parlamentare tutto il giorno. Succede a molti giovani del Sud che, senza lavoro, sono disposti a fare i pendolari e a non avere orari per stipendi, spiega un assistente che lavora al Senato, «che spesso si aggirano intorno alle 3-400 euro al mese, o nei casi migliori rasentano le 6-700. Pochissimi soldi per un lavoro delicato e difficile come elaborare schede sulle finanziaria o approfondimenti sulle delibere del Consiglio dei ministri». Una realtà che tocca anche gli uffici più in vista, come gli uffici stampa dove i contratti giornalistici pare continuino ad essere pochi. Situazione peggiorata, se fosse possibile, dal fatto che siamo a fine legislatura. «In queste ultime settimane – racconta un’assistente parlamentare della Camera – siccome mancano pochi mesi al voto molti onorevoli si sono disfatti dei collaboratori». Cioè? «Eh, li hanno mandati a casa dicendo che non ne avevano più bisogno, ma è chiaro: è per tenersi i soldi». Pare che questo stia avvenendo a livello trasversale, in più gruppi parlamentari. I soldi per retribuzioni più eque ci sarebbero. I deputati hanno a disposizione circa 3.600 euro al mese per pagare i collaboratori parlamentari e per coprire anche altre spese (come ad esempio quella di avere una sede sul territorio o di disporre di banche dati). La disponibilità dei senatori è di circa 4 mila euro. Ma, e qui sta in realtà il guaio, solo la metà di queste cifre deve essere rendicontata dal parlamentare: quindi, di fatto, il budget per i collaboratori si riduce a 1.800 euro, perché l’altra metà «l’onorevole o il senatore la usa come meglio crede». «Siamo tutti professionisti, spesso con titoli oltre la laurea – spiega Valentina Tonti dell’Associazione italiana collaboratori parlamentari – e stiamo facendo una battaglia anche per contrastare la visione dell’assistente parlamentare come semplice portaborse». Le norme introdotte contro lo sfruttamento selvaggio degli assistenti parlamentari secondo gli addetti ai lavori sono «sempre aggirabili». La exit strategy appare solo una: togliere di mano al parlamentare la gestione diretta dei soldi in modo che non ci sia la tentazione di «risparmiare sul collaboratore pagandolo di meno o non facendogli un contratto adeguato».

Portaborse in piazza dopo l’ennesimo scandalo. E Bernini (M5s) condannato non paga l’ex collaboratore da 5 mesi. Manifestazione di protesta degli assistenti parlamentari dopo lo scandalo costato le deleghe al sottosegretario Rossi. "Stop a contratti in nero, compensi da fame e mansioni inadeguate". E c'è chi porta i figli del deputato a scuola, chi gli fa la spesa. Basterebbe una delibera di presidenza, ma i gruppi non vogliono. E anche i Cinque Stelle non sono immuni: il caso Andraghetti-Bernini e il conto impignorabile, scrive Thomas Mackinson il 5 ottobre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Alla carica di “adesso o mai più”, quasi al crepuscolo della legislatura, scendono in piazza i “portaborse” con flash mob in piazza Montecitorio. L’appuntamento è per il 5 ottobre alle 12.30 e fino alle 14. E chissà se denunceranno vicende come quella, documentata da Le Iene, costata le deleghe al sottosegretario Domenico Rossi che avrebbe fatto assumere come collaboratore fittizio il figlio da un collega parlamentare, che si presta a tenerlo lì a far nulla e però usa la triste circostanza per negare un solo euro di compenso alla propria, che lavora gratis da un anno e mezzo. Alla quale però fa intendere maggior fortuna in caso di un’intesa amorosa. Oppure quello di Lorenzo Andraghetti: l’ex collaboratore del deputato M5s Paolo Bernini, secondo il tribunale di Roma ha diritto a un risarcimento di 70mila euro che però non arriva. Chi non ha in famiglia una storia così? Oggi magari ne arriveranno altre, stando alla chiamata alle armi che recita: “Cari soci, dopo il clamore che i fatti riportati dalla trasmissione Le Iene hanno suscitato, i media nazionali hanno puntato i riflettori su di noi. Riteniamo che questo sia il momento giusto per alzare la voce e metterci la faccia. Molti di voi lo hanno richiesto. È il momento di farlo e farlo bene”. Fare cosa? “Alzare la voce” contro i pagamenti in nero, lo sfruttamento e le piccole illegalità che sono considerati dai partiti, senza eccezione, una tradizione da osservare con rigore. Per l’ennesima volta chiederanno all’Ufficio di Presidenza di essere riconosciuti e tutelati come categoria, manco avessero datori di lavoro seri. Cosa smentita dal fatto stesso che nessuno, ad oggi, sa quanti siano: il Senato non ha neppure una statistica, alla Camera solo nel luglio e per la prima volta si è tentato di rispondere alla domanda coi questori che alla fine contano 612 contratti tra vecchi cococo, partite Iva travestite da consulenze e tempi determinati. “Ma molti lavorano per 2-3 deputati”, spiega il vice il vicepresidente dell’associazione, Jose De Falco che ribadisce la richiesta. “Una delibera di presidenza con pochi e semplici accorgimenti: fermo restando il rapporto di fiducia con il singolo parlamentare si potrebbe fare come all’estero, dove i collaboratori sono assunti direttamente dalla Camera. In questo modo il Parlamento può gestire direttamente contratti e retribuzioni di tutti gli staff, senza assegnare i rimborsi ai singoli eletti. Sottraendoci tutti dall’arbitrio totale del singolo”. A qualcuno però, sull’onda dell’entusiasmo, potrebbe scappare qualche altra storiella di inquadramenti da colf (che ancora ci sono), sui deputati che non hanno mai versato i contributi (magari qualcuno di sinistra). Oppure di incarichi non proprio connessi al mandato come portare i figli dell’eletto a scuola, andare alla posta o ritirare un vestito in tintoria. Storie simili che non hanno più colore politico: perfino tra le fila dei grillini c’è chi ha appreso l’arte di passare sulla schiena dei collaboratori, sicché oggi è difficile per qualsiasi gruppo intestarsi la battaglia per i loro diritti. Che poi ti spunta la storiaccia. Non è un caso, ad esempio, se in piazza Montecitorio non ci sarà Lorenzo Andraghetti. “Ormai vivo all’estero”, dice mentre proprio da Roma sta partendo per Lisbona. Alla fine ha cambiato mestiere ed è emigrato. E’ l’ex assistente parlamentare del deputato bolognese Paolo Bernini (M5S) che ad aprile ha ottenuto una sentenza “storica” per la categoria: il Tribunale di Roma ha condannato l’onorevole a risarcirgli 70mila euro per licenziamento senza giusta causa nel 2015. In quella si legge che Bernini aveva 10 giorni di tempo per farlo ma lui non ci pensa proprio, fa ricorso (il 2 novembre l’udienza) e in assenza di una sospensiva – dice Andraghetti – “non scuce un soldo”. Così non gli resta che tentare di recuperare il credito ma lo stipendio di un eletto (12mila euro al mese) non è pignorabile, checché ne dicano gli altri grillini che volevano abolire l’ingiusto privilegio. Andraghetti tenta così di aggredire i conti correnti dell’onorevole per recuperare il dovuto, ma la caccia finora ha dato esiti infausti.

Il deputato, contattato dal fattoquotidiano.it, non risponde al telefono ma manda queste poche righe via mail: “La questione è banale e burocratica e sarà chiarita in sede di ricorso in appello che ho ottenuto. Evidentemente sono stati valutati e considerati i validi elementi forniti per ottenerlo.  E, purtroppo, sono stato costretto a ricorrere in sede penale per tutelare la mia persona, il mio operato e i miei familiari”. Punto. “Mi spiace non essere coi miei ex colleghi domani”, racconta intanto l’ex assistente. “Ma non aspettatevi più di 30-40 persone, anzi se sono tante c’è da brindare. Il fatto è che – come insegna la mia disavventura – i comportamenti coraggiosi di chi denuncia non vengono premiati bensì puniti. E questa scoperta mi ha sconvolto e mi fa pensare che davvero non se ne uscirà. Denunciare per un collaboratore parlamentare equivale a tagliarsi il ramo sotto i piedi, inutile sperare in un altro lavoro in Parlamento. Ecco perché la gente non denuncia. Siamo a fine legislatura. I parlamentari vogliono persone fidate che tengano la testa bassa”. Certo quella di domani è l’ultima chiamata della XVII Legislatura. Secondo l’Aicp le retribuzioni medie degli assistenti viaggiano tra gli 800-1200 euro, quando il budget per pagarli ammonta a 3.600 euro per deputato alla Camera e 4.100 al Senato. Soldi che vengono erogati per intero all’onorevole che deve rendicontarne solo la metà (mentre l’altra è erogata forfettariamente). Così che sfruttando il collaboratore il parlamentare può mettersi in tasca tutto il rimborso senza sostenere spese reali. “A noi restano solo le briciole”, spiega De Falco. Ma com’è che dopo gli scandali degli anni passati siamo ancora qui a parlarne? Sempre per via di promesse mancate: sul fronte dell’amministrazione l’ultima relazione dei questori al bilancio della Camera dice che non si possono pagare direttamente gli assistenti stante “l’attuale situazione del bilancio”. Inutile contestare che il Parlamento è costato gli italiani un miliardo e mezzo nel 2016 e che dei 977 milioni della sola Camera 81 sono andati in indennità e 63 in rimborsi. Insomma, i soldi non mancano certo. Ci sono varie proposte di legge per regolare tutto, ma nonostante le promesse sono rimaste tali.

L’uomo dei diritti del Pd ha un problema a riconoscerli: da 5 anni non versa i contributi all’assistente parlamentare. Il deputato Khalid Chaouki, coordinatore dell'intergruppo cittadinanza e immigrazione, è citato in giudizio dalla sua assistente parlamentare per omessi versamenti. Il Fatto.it lo chiama e per magia "tutto risolto, pagherò". Ma agli atti non risulta. C'è poi il caso di Scilipoti che ha pagato 1.500 euro per conciliare la causa con un portaborse al nero. E pure chi alla fine cede, ma pretende il silenzio con una clausola penale da 50mila euro, scrive Thomas Mackinson il 6 ottobre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". C’è un campione dei diritti umani e del Pd che si scopre evasore contributivo totale e pure contumace. Ha appena aderito allo sciopero della fame per lo ius soli e da sempre difende parità di diritti tra stranieri e italiani, ma alla sua assistente parlamentare – italianissima – da cinque anni non versa un contributo che sia uno, come fosse una colf in nero, totalizzando nell’arco di un’intera legislatura la bellezza di 12.500 euro di mancati versamenti previdenziali. La storia che tira in ballo Khalid Chaouki – deputato e coordinatore dell’intergruppo cittadinanza e immigrazione – racconta meglio di altre la doppia morale del ceto politico nostrano. Diceva Ghandi che la democrazia si vede da come si tengono gli animali. In Italia anche da come i parlamentari trattano i loro assistenti, come conferma lo scandalo appena costato le deleghe a un sottosegretario. Nel caso specifico Chaouki appena eletto ha assunto una collaboratrice ma nonostante le richieste di regolarizzare la posizione non le ha versato i contributi per quasi 5 anni. Così lei lo trascina in giudizio, al quale lui si sottrae finendo per essere dichiarato contumace dal giudice, come un qualunque gestore di pub in fuga dal Fisco. Parliamo di un giovane politicamente cresciuto sulla battaglia per i diritti degli ultimi fino a diventare un pezzo grosso del Partito Democratico. “Ma è tutto risolto – assicura lui al telefono, preso alla sprovvista – è vero, c’è stato un ritardo nel versamento (di 5 anni, ndr) che è dovuto a problemi personali, ma ora abbiamo trovato un accordo, per cui la causa sarà ritirata. Altro non dico”. Il legale di lei, avvocato Marzia Rositani, avvertito dell’interesse della stampa in serata precisa: “Un possibile accordo è in avanzato stato di composizione”. Accordo che arriva dunque dopo il vorticoso giro di telefonate ma agli atti, per ora, non risulta nulla di tutto ciò. Tanto che è già fissata la prossima udienza che si terrà il 20 febbraio 2018, alla fine della Legislatura. Per saperne di più bisogna superare i cancelloni grigi di Piazza Buozzi, sede del tribunale civile di Latina. Muoversi tra le cancellerie e ruolini delle udienze. Col numero di protocollo 906/2017, da marzo scorso, pende qui l’azione giudiziale proposta dall’assistente S.M. contro Chaouki Khalid da Casablanca. Si scopre allora che in verità Chaouki è anche uno dei pochi che dopo un biennio di cocopro ha fatto un contratto regolare alla Camera, anzi coi fiocchi, approfittando degli incentivi previdenziali del JobsAct. Quando però ha capito che non coprivano tutti i costi e che una parte della previdenza sarebbe stata a suo carico ha deciso semplicemente di non pagare, ipotecando senza troppe remore il futuro pensionistico. Perché alla fine è come se lei non avesse mai lavorato. E poco importa se l’evasione contributiva, per certa giurisprudenza, si configura come un reato di appropriazione indebita, giacché i contributi sono trattenuti in buona parte anche dallo stipendio del lavoratore. E infatti lui non sembra preoccuparsene più di tanto. A giugno si è svolta la prima udienza alla quale non ha partecipato alcun legale del citato in giudizio, per il semplice fatto che il deputato non si è mai costituito. Era presente però l’Inps perché avendo anticipato i contribuiti figurativi, e verificato di non aver mai ricevuto i pagamenti effettivi, ha aderito al giudizio contro il “datore”. I giudizi in realtà sono poi due, perché l’assistente ha almeno preteso il pagamento della 13esima prevista dal contratto sottoscritto post Jobs Act che il deputato non voleva pagare. Il giudice ha emesso un decreto ingiuntivo, mr Chaouki ha pagato. E forse un giorno pagherà davvero il resto. La vicenda è un’ulteriore anomalia dell’anomalo sistema di lavoro nei palazzi della Repubblica. Fabio Santoro è il legale che segue alcune delle cause al fianco dell’Associazione degli assistenti parlamentari (Aicp) che giovedì era in piazza Montecitorio a protestare contro la condizione di precariato e sfruttamento della categoria. Dalla sua viva voce si scopre una notizia: quando gli onorevoli sono citati in giudizio corrono a conciliare. E’ successo con Domenico Scilipoti contro il quale ha difeso un assistente che sosteneva di essere stato impiegato al nero per alcuni mesi, e alla fine ha pagato 1.500 euro per conciliare la causa davanti al giudice. Ma gli onorevoli conciliatori – che da datori sfruttavano i loro stessi collaboratori – nei panni del debitore spesso tengono la posizione fino all’ultimo. “Di solito propongono accordi stragiudiziali o direttamente in giudizio, appena inizia il processo, nei quali fanno balenare la restituzione del dovuto a fronte di un impegno alla riservatezza totale, a tutela della loro immagine, circa l’irregolarità dei rapporti in essere”. Impegno che in un caso è arrivato a una proposta di penale record di 50mila euro. Tanto, a giudizio dell’onorevole in questione, valeva la reputazione di un deputato. Non per nulla la proposta è stata rifiutata. E lui ha conciliato lo stesso. Crede all’impegno della Boldrini per una revisione delle norme che metta fine agli abusi? “Non ci credo, spero di essere smentito. Ha avuto quasi cinque anni di tempo per occuparsene e la situazione le è stata prospettata dal primo giorno della legislatura esattamente come con Bertinotti e Fini prima di lei. Promettere ora, a fine legislatura, un impegno sembra una premura pre-elettorale. Basta una delibera del suo ufficio, e se in quello non ha l’appoggio dei capigruppo lo convochi in modo da formalizzare le posizioni, così che ciascun partito si assume la sua responsabilità in questa storia di fronte agli elettori. Ha il sostegno di tutto il Paese su questo. Vediamo se vincerà ancora una volta l’ipocrisia”.

In Italia non cambia mai nulla…Già anni prima si scriveva...

GLI ASSISTENTI PARLAMENTARI - Neanche in Parlamento si sfugge al lavoro nero. Più del 60% dei portaborse dei deputati lavora senza contratto, a rivelarlo è un servizio della trasmissione di Italia 1, Le Iene, andata in onda venerdì 27 marzo 2009.

Con il governo Prodi (centro sinistra) dei 683 collaboratori accreditati alla Camera, infatti, solo 54 avevano un contratto regolare. I giornalisti de Le Iene hanno intervistato 629 "portaborse" i quali hanno dichiarato di percepire dai 750 ai 900 euro al mese, tutti in nero, e di non avere riconosciuto alcun diritto. E solo alcuni dei deputati intervistati ha ammesso di avere collaboratori a titolo non oneroso (pagati in nero o addirittura non pagati).

Secondo i dati forniti dalla Camera dei Deputati durante il governo Berlusconi (centro destra), su 516 portaborse solo 194 ha un contratto e, quindi, uno stipendio. Gli altri 322, cioè il 62%, non sono legati al loro parlamentare da un contratto, quindi sono senza stipendio, cioè ufficialmente risultano lavorare gratis.

Le Iene hanno intervistato due di questi portaborse che ufficialmente lavorano gratis.

Ecco una portaborse che lavora attualmente al Senato.

Filippo Roma: Che fai nella vita?

Intervistata: Faccio l'assistente parlamentare per un senatore.

Filippo Roma: Da quanti anni?

Intervistata: da cinque anni.

Filippo Roma: Sei in regola?

Intervistata: No, assolutamente no.

Filippo Roma: In che senso?

Intervistata: Nel senso che prendo 700 euro al mese senza contratto, quindi senza versamento di nessun contributo.

Filippo Roma: Tutto in nero?

Intervistata: Tutto in nero.

Filippo Roma: Quante ore lavori al giorno?

Intervistata: Lavoro 9-10 ore al giorno senza nessuna interruzione, quindi senza pausa pranzo e spesso anche nei week-end.

Filippo Roma: E che diritti hai?

Intervistata: Nessuno. Non ho il versamento di contributi, quindi non avrò una pensione, non ho la malattia, non ho le ferie pagate, non posso avere la maternità.

Filippo Roma: Come fai ad entrare al Senato se non hai un contratto?

Intervistata: Abbiamo una badge rilasciato dall'ufficio di Questura richiesto dai senatori. Ogni senatore può avere al massimo due collaboratori, però non viene chiesto se c'è un contratto o meno.

Filippo Roma: il Presidente Marini aveva promesso a suo tempo una "leggina" per risolvere questo problema. Questa "leggina" è stata fatta o no?

Intervistata: No, assolutamente. Non è stato fatto nulla, non è cambiato niente. Continuiamo ad entrare tranquillamente senza che nessuno controlli se abbiamo un contratto o meno.

Filippo Roma: I tuoi colleghi portaborse sono in regola o sono in nero?

Intervistato: Ma, io ne conosco decine e decine. Di tutti questi nessuno ha un contratto.

Ecco le dichiarazioni di un ex collaboratrice parlamentare della Camera dei deputati:

Filippo Roma: Tu che fai nella vita?

Intervistata: Sono disoccupata.

Filippo Roma: E perché?

Intervistata: Perché prima lavoravo come assistente parlamentare alla Camera dei deputati, ma sono stata costretta ad andare via.

Filippo Roma: E come mai?

Intervistata: Perché non ero regolarmente contrattualizzata. Il mio deputato dopo promesse e promesse, non mi aveva comunque mai messo in regola.

Filippo Roma: Per quanto tempo hai lavorato per questo deputato?

Intervistata: Circa cinque mesi.

Filippo Roma: E quanto ti pagava?

Intervistata: 500 euro al mese, in nero ovviamente.

Filippo Roma: Quante ore lavoravi al giorno?

Intervistata: Quando c'era aula entravo alle otto del mattino e non si andava via mai prima delle nove alla sera, mentre il lunedì e il venerdì, che erano giornate un po' più libere diciamo, comunque mi costringeva a stare lì fino alla diciotto del pomeriggio.

Filippo Roma: E tu che diritti avevi?

Intervistata: Nessun diritto, né ferie, né malattie. Infatti, quando chiesi all'Onorevole come comportarmi nel momento in cui fossi stata male, mi disse che quello sarebbe stato un problema.

Inoltre esercitava mobbing nei miei confronti alzando al voce… era anche parecchio maleducato.

Filippo Roma: Il Presidente della Camera Bertinotti ci aveva garantito che sarebbero entrati soltanto gli assistenti con regolare contratto di lavoro.

Intervistata: È falso perché comunque io riuscivo ad accedere all'ufficio dell'Onorevole con un permesso che mi veniva firmato settimanalmente da lui stesso. Lasciavo il mio documento all'ufficio passi, che veniva registrato e mi veniva dato un badge da ospite. In più spesso lui dimenticava, partendo, di firmarmi questo permesso, per cui ero io stessa a firmarlo e ad accedere in questa maniera.

Filippo Roma: I tuoi colleghi portaborse alla Camera, sono in regola o sono in nero?

Intervistata: Per quanto ne so io la maggior parte sono in nero.

Le iene si erano infatti occupate del problema anni fa, con il governo Prodi. Allora risultava che solo alla Camera su 683 portaborse solo 54 avevano un contratto. Qualche parlamentare aveva ammesso il lavoro nero.

Dopo le polemiche sui giornali, Fausto Bertinotti e Franco Marini, allora rispettivamente Presidenti di Camera e Senato, avevano preso un impegno preciso per risolvere questa questione.

Estratto del servizio andato in onda il 12/3/2007 - Franco Marini: Io sono d'accordo con i Questori del Senato di procedere alla definizione di una leggina che risolva questo problema.

Estratto del servizio andato in onda il 12/3/2007 - Fausto Bertinotti: La Camera riconoscerà come collaboratori soltanto coloro che esibiranno, e depositeranno alla Camera, un contratto di lavoro.

Da allora al Senato non hanno preso alcun provvedimento. Alla Camera hanno cambiato il regolamento d'accesso, continuando però a consentire che potessero entrare anche i collaboratori a titolo non oneroso, cioè senza un contratto.

Filippo Roma si è recato, inoltre, dal senatore Antonio Paravia.

Filippo Roma: Molti portaborse sono ancora in nero.

On. Antonio Paravia: Penso proprio di sì.

Filippo Roma: E lei come ha risolto il problema?

On. Antonio Paravia: Io l'ho risolto innanzitutto perché avevo una serie di consulenti disponibili che mi hanno suggerito l'unico contratto possibile che era quello dei collaboratori degli studi professionali. Ho scritto in proposito al Ministero del Lavoro, all'Inps, all'Inail… Mi hanno, diciamo, confortato in questa decisione e quindi ho sottoscritto col mio precedente collaboratore e poi con quello attuale, un contratto di lavoro, ovviamente subordinato, perché il collaboratore parlamentare fa un'attività subordinata e regolata da orari e da quant'altro che stabilisce il parlamentare.

Filippo Roma: Ma il contratto a progetto potrebbe essere adatto per i portaborse?

On. Antonio Paravia: Io credo francamente di no. Credo che il contratto a progetto lo si faccia esclusivamente per pagare meno contributi.

Deputati e senatori avrebbero quindi potuto risolvere il problema adottando diverse soluzioni tra cui quella scelta dal senatore Paravia, cioè attraverso un contratto di lavoro subordinato con tutti i diritti e le garanzie del caso.

Inoltre, la iena Filippo Roma intervista telefonicamente uno dei portaborse dell'On. Santo Versace, che ha un contratto a progetto e ammette: "La cosa su cui io mi focalizzerei è la retribuzione, perché non è corretto che ci sono molti colleghi che sicuramente percepiscono una retribuzione irrisoria".

Filippo Roma: E qual è questa retribuzione?

Portaborse On. Santo Versace: In media può andare da 300, 400, 500, 600, 700. Queste solo le medie di netto mensile che un collaboratore, tra virgolette non propriamente in regola, percepisce.

Filippo Roma: Quindi lei ci dice che l'Onorevole Versace è uno dei pochi che tiene in regola il suo collaboratore.

Portaborse On. Santo Versace: Sicuramente sì, questo è facilmente verificabile. Ripeto, sono uno dei pochi, probabilmente insieme a qualcun altro fortunato, che riceve un trattamento regolare e tutto dichiarato.

Filippo Roma: Perché scusi, gli altri parlamentari che fanno?

Portaborse On. Santo Versace: La stragrande maggioranza dei parlamentari… chi ha un collaboratore sicuramente non dichiara completamente quello che il collaboratore guadagna.

Filippo Roma: Quindi sono in nero, diciamo?

Portaborse On. Santo Versace: Sì, sì, sì ma è rimasto quello… lo avete già fatto in un servizio.

2015. I portaborse: "Siamo sfruttati e umiliati". Intanto l’onorevole fa la cresta sul rimborso. Collaboratori costretti a pagare le bollette. Altri inquadrati come colf per pagare meno contributi. Malgrado i parlamentari ricevano oltre 3500 euro al mese per regolarizzarli. E adesso gli assistenti chiedono di modificare la normativa.

Precari e invisibili, ecco l’esercito dei portaborse. Giovani, sottopagati e orfani di uno status giuridico. Ma sono i “fusibili” del sistema parlamentare, scrive Marco Fattorini il 12 Novembre 2014 su "L'Inkiesta". C’era il collaboratore licenziato perché l’onorevole doveva pagare il mutuo di casa, quello stipendiato in nero o che figura come «volontario» ed entrava in Parlamento in qualità di “ospite”. C'era pure l’assistente che andava a fare la spesa per il parlamentare e gli scriveva le partecipazioni di nozze. Nei corridoi di Montecitorio e Palazzo Madama i collaboratori si muovono come fantasmi. Eppure «sono considerati i fusibili del sistema, in loro assenza la macchina politica si ferma ma in situazione di crisi sono i primi a saltare». Un destino beffardo su cui si concentra il rapporto “I collaboratori dei parlamentari - il personale addetto alla politica” a cura di Hilde Caroli Casavola dell’Istituto di Ricerche sulla Pubblica Amministrazione. La loro è una categoria negletta, «quella meno studiata, sfuggente all’attività di rilevazione dei dati delle istituzioni pubbliche e tuttora sprovvista di un adeguato statuto giuridico». Una nuova forma di precariato con il massimo degli sforzi e il minimo delle tutele. Chi sono, cosa fanno, quanti sono? Sulla stampa e in tv sfilano col bollino di “portaborse”, qualcuno li associa al film del 1991 con Nanni Moretti e Silvio Orlando. I collaboratori sono spesso ragazzi al di sotto dei trent’anni, giovani e dagli ottimi curricula. Lauree specialistiche, master, dottorati, corsi di specializzazione, abilitazione forense. Le mansioni spaziano: si va dall’elaborazione di interventi, interrogazioni, proposte e articolati di carattere regolativo alla più classica segreteria comprendente la gestione dell’agenda e della corrispondenza del parlamentare, oltre al supporto per appuntamenti e interviste. Infine le ricerche bibliografiche e di materiale documentale. Trattasi di mansioni direttamente funzionali al lavoro del Parlamento, «compiti essenziali alle dinamiche della rappresentanza democratica». Responsabilità e impegni che pesano quotidianamente. 

Il numero esatto dei collaboratori parlamentari è attualmente sconosciuto. Un esercito di invisibili scivola veloce tra le porte girevoli della politica. Da alcuni atti del Senato risalenti al 2007 emergevano «629 volontari accreditati» e «800 persone che supportano il lavoro dei parlamentari», mentre nel 2009 divennero «migliaia di ragazzi e ragazze». Molti, indefiniti e in crescita. Anche nei costi: nel 2012 il volume dei contributi pubblici diretti a singoli e gruppi parlamentari per le spese di staff ammontava a 97,5 milioni di euro (di cui 60 ai singoli). Nell’ultimo triennio la spesa è aumentata in modo «straordinario». Soldi della collettività, ovviamente. Ogni onorevole ha a disposizione 3.690 euro mensili di «rimborso delle spese per l’esercizio del mandato», che diventano 4.180 per i senatori. Con questa voce, metà della quale è obbligatoriamente rendicontata, vengono pagati i collaboratori. Facile intuire come una situazione del genere presti il fianco a opacità, scorciatoie e abusi. Sebbene il parlamentare sia tenuto a depositare il contratto che lo lega al collaboratore, resta diffuso il ricorso a forme atipiche. Partite Iva e collaborazioni a progetti, contratti di lavoro intermittente, a chiamata e part time. Eppure le caratteristiche dell’impiego sono quelle del classico rapporto subordinato. Come risulta anche da interviste e questionari somministrati dal rapporto Irpa, solo una minoranza è riuscita a strappare un contratto di lavoro dipendente: il 51% dichiara una collaborazione a progetto e il 26% un co.co.co. La questione si ripercuote sulla retribuzione, che per molti oscilla tra i 500 e i 1500 euro a fronte di una giornata lavorativa superflessibile. Si lavora più delle otto ore canoniche, magari senza indennità per lo straordinario. Spesso non vengono riconosciute nemmeno ferie regolari, permessi, aspettative, congedi. Mancano le garanzie minime, di articolo 18 neanche a parlarne. La percezione di precarietà in cui vive il collaboratore si evince anche dallo stato civile dichiarato nelle interviste condotte dall’indagine Irpa. Stravincono celibi e nubili, mentre le convivenze prevalgono sulle unioni matrimoniali. E niente mutui per comprare casa.

Sono bravi, se non secchioni. Conta il merito, certo, ma nella scelta dei portaborse prevale il criterio della fiducia personale: rimane preponderante l’affiliazione politica o la provenienza dal collegio di elezione del parlamentare di riferimento. E non è un caso che molti collaboratori risultino iscritti a un partito. Dall’indagine Irpa emerge l’alta incidenza del reclutamento di carattere informale che coinvolge soprattutto la cerchia di famiglia e amici o quella del politico di riferimento. L’acquario è sempre lo stesso. Se i “cugini” collaboratori dei gruppi parlamentari sono selezionati mediante procedure soggette a controllo di organi istituzionali con contratti oggetto di un regime ben definito, i collaboratori dei singoli parlamentari sono appesi alla discrezione dell’onorevole di turno. Con annesso bagaglio di irregolarità e casi limite. La categoria dei collaboratori è frammentata. Non esiste un albo. Col frequente turnover, il lavoro individuale, la debolezza negoziale e la paura di ritorsioni, i diretti interessati vivono in un limbo. Pochi mesi fa su queste pagine un gruppo di collaboratori si sfogava dietro richiesta di anonimato: «Vorremmo svegliarci un giorno, andare al lavoro e sentirci uguali ai colleghi del resto d’Europa e non svilenti portaborse o mercenari in attesa di una nuova occasione professionale magari con raccomandazione». Cosa chiedono? Che i contratti siano depositati presso la tesoreria della Camera di appartenenza che, solo su questa base, andrebbe a erogare lo stipendio al dipendente del parlamentare. Così avviene al Parlamento Europeo, dove il contraente è l’amministrazione parlamentare: i deputati indicano i nomi dei collaboratori e gli uffici delle istituzioni rappresentative provvedono a stipulare un regolare contratto e a pagargli lo stipendio. Per le mani del deputato non passa un euro. Oltre alle buone intenzioni dei parlamentari in ordine sparso, incluse quelle di Grasso e Boldrini, la situazione non sembra evolversi. L’indagine curata da Hilde Caroli Casavola ha contato undici progetti di legge fermi tra Camera e Senato. E a Palazzo Madama è parcheggiato un ordine del giorno che impegna il Consiglio di Presidenza e il Collegio dei Questori «ad adottare misure idonee a disciplinare in modo trasparente il rapporto contrattuale tra senatore e collaboratore». Eppure, lamenta un senatore ai microfoni di Linkiesta, «è il solito odg in cui dicono che si occuperanno della questione ma poi non fanno nulla». Ai portaborse non resta che attendere, mentre dall’Irpa lanciano un campanello d’allarme: «A differenza degli altri Paesi, il Parlamento italiano non soltanto non ha contezza del numero dei collaboratori ma è addirittura estraneo al rapporto giuridico e, dunque, sprovvisto di poteri di verifica e sanzione». Il risultato? «I politici di professione non hanno alcun efficace incentivo a contenere le dimensioni della crescita del fenomeno».

La rivolta dei portaborse: per il Palazzo non esistiamo. Lavoro utile, invisibile e sottopagato, scrive Marco Fattorini il 31 Marzo 2014 su "L'Inkiesta". Le mansioni sono le più disparate, tutte sotto il cappello di una professione non riconosciuta: dalla segreteria all’ufficio stampa, da ghost writer a esperti legislativi e consiglieri politici. In qualche caso si aggiungono faccende quotidiane come fare la spesa o scrivere le partecipazioni di nozze per l'onorevole. I collaboratori parlamentari vivono di luce riflessa, lavorano nel sottobosco dei Palazzi all’ombra di deputati e senatori per poi essere riconosciuti mediaticamente con l’etichetta di “portaborse”. Condannati all’invisibilità nonostante «mandino avanti la baracca» portando sulle spalle incarichi delicati e orari super flessibili. Negli anni si sono trovati a solcare praterie di lavoro nero e situazioni borderline: nel 2011 su 630 deputati solo 230 avevano assunto regolarmente un assistente. E gli altri? Non pervenuti. Eppure in busta paga i parlamentari ricevono una quota destinata alle spese per “l’esercizio di mandato”, specificamente riservata ai collaboratori. Per i senatori si tratta di 4.180 euro mensili, mentre i deputati ne intascano 3690. Soldi liquidi che entrano nelle disponibilità dell’onorevole il quale ha poi obbligo di rendicontare solo il 50%. Cifre per nulla irrisorie, se si pensa che ogni anno Palazzo Madama corrisponde 16 milioni di euro ai suoi inquilini per assolvere all’esercizio del mandato. Soldi che si perdono tra creste e spese non sempre chiare. Così fanno molti, peones e pezzi da novanta: ci sono i casi celebri di Gabriella Carlucci e Domenico Scilipoti ma anche molti altri che scivolano silenziosi nei corridoi del Palazzo. Storie che rasentano l’assurdo come quella del deputato che licenzia l’assistente perché con i soldi destinati all’indennità dei collaboratori deve pagarci il mutuo di casa, oppure giovani che lavoravano in nero col paravento (imposto dai datori) di «volontari». Il malcontento è equamente diffuso nei due rami del Parlamento: trionfa il bicameralismo perfetto anche nei problemi e nelle rivendicazioni di una categoria professionale «inesistente» che continua a sentirsi calpestata. Se negli altri paesi europei e nello stesso Europarlamento ai membri degli staff parlamentari viene riconosciuto uno status con annesse regolamentazioni, in Italia non c’è un albo nè un inquadramento professionale. Figure indefinite che navigano a vista. Linkiesta ha raccolto lo sfogo e le idee di un gruppo di collaboratori che, per ovvie ragioni, decide di rispondere alle domande dietro garanzia di anonimato. In molti casi opera infatti il ricatto occupazionale perché «se vuoi vedere rinnovato il tuo contratto, ti conviene non alzare polveroni». La parola d’ordine è eterogeneità. Il destino professionale dei lavoratori in questione viene inquadrato per lo più con contratti a progetto benché «spesso il progetto non sia chiaro», oppure con partita IVA, raramente con contratti di subordinazione a tempo determinato. «Non c’è mai stata la volontà politica di affrontare la questione». Eppure il ruolo degli assistenti ha regole uniformi nelle assemblee elettive di mezza Europa «mentre da noi - denunciano i diretti interessati - si continuano ad approvare ordini del giorno, cioè pannicelli caldi, coi quali ci s’impegna a risolvere il problema in un indefinito futuro». Chiedono legalità, che poi fa rima con rispetto: «Archiviamo una volta per tutte nell’immaginario collettivo il portaborse spicciafaccende e diamo dignità al collaboratore parlamentare anche in Italia come nel resto del mondo». Le condizioni di lavoro a Palazzo per loro non contemplano qualità, ma solo quantità: «Spesso parliamo di contratti a progetto da 500 euro al mese, sette giorni su sette coprendo ogni esigenza dell’ufficio: segreteria, stampa, studio e legislativo». Si fa tutto, tanto, sempre a disposizione dell’onorevole di turno. Da anni i collaboratori, molti dei quali con curricula gonfi di lauree e master, chiedono che la cifra erogata ai parlamentari dedicata alle “spese per il mandato” venga liquidata solo in presenza di un contratto depositato presso la camera di appartenenza. Si tratterebbe di prevedere una serie di tipologie contrattuali specifiche di subordinazione a tempo determinato adatte alle mansioni di legislativo/ufficio stampa/segreteria, oltre a una forchetta per i compensi con importo minimo e massimo. I contratti verrebbero poi depositati presso la tesoreria della Camera di appartenenza che, solo ed esclusivamente su questa base, andrebbe a erogare lo stipendio al dipendente del parlamentare fino a quando il contratto non viene meno per scadenza naturale o per licenziamento. Trafila peraltro già in essere al Parlamento Europeo. Per i collaboratori parlamentari lavorare nel dorato mondo di Montecitorio e Palazzo Madama è condizione incidentale, più croce che delizia. I privilegiati sono altri, cioè i loro capi: «Noi non apparteniamo alla casta, piuttosto somigliamo ai tanti coetanei laureati ultraprecari coi quali condividiamo l’angoscia di essere sottopagati e di non avere la possibilità di accendere mutui senza la firma dei genitori ed essere certi che la pensione non la vedremo mai». La situazione descritta a Linkiesta rasenta il paradosso: «Ci sono collaboratori con contratto a progetto che si troveranno a pagare l’Irpef di tasca propria perché il parlamentare - persona fisica e non giuridica - non è sostituto d’imposta. A saperlo prima non si sarebbero sentiti per nulla umiliati ad avere un contratto da colf, che offre questa garanzia oltre al Tfr». Una modalità, quest'ultima, che è stata attuata tra mille polemiche da alcuni onorevoli dell’Assemblea Regionale Siciliana. 

Molti collaboratori sono sopravvissuti ai governi, ma le disavventure lavorative si perpetuavano. «Finora non possiamo dire di aver visto risultato concreti, al netto dell’alternarsi delle varie presidenze, dei colori di governo». Ora, ripetono in coro, «possiamo riporre qualche timida speranza in una legislatura che ha tra i banchi di presidenza una paladina dei diritti degli ultimi, l’ex procuratore nazionale antimafia e giudice a latere del maxiprocesso, una sindacalista, dei grillini, eccetera». Senza dimenticare il presidente del Consiglio Matteo Renzi che nel curriculum annovera anche l’esperienza da collaboratore parlamentare di Lapo Pistelli, poi diventato suo avversario nella sfida per le primarie a sindaco di Firenze. Coincidenze e persone per dire che sì, il periodo potrebbe essere quello giusto. Tra ventate di rinnovamento e istanze di trasparenza, a Palazzo si parla anche di riforma del lavoro, ragion per cui l’esercito di collaboratori parlamentari torna all’attacco: «Il governo sta lavorando al Jobs Act e le camere stanno costituendo il ruolo unico dei dipendenti. Potrebbero essere due contesti in grado di facilitare anche la discussione sul nostro futuro». Negli anni è stato ciclicamente asfaltato un sentiero di buone intenzioni e proposte di legge finite sul binario morto del disinteresse. Ogni tanto riemerge un servizio delle Iene o un articolo sui quotidiani, poi di nuovo le tenebre. I diretti interessati hanno provato a organizzarsi autonomamente: in campo il Co.Co.Parl, coordinamento di base fondato nel 2009 da una cinquantina di assistenti parlamentari per rivendicare diritti sindacali, mentre l’associazione In Parlamento organizza corsi di formazione e promuove «la figura e le competenze dei collaboratori parlamentari». Nel 2013 sono stati i parlamentari, in ordine sparso, a sollevare la questione. All’inizio del loro mandato i presidenti di Camera e Senato Boldrini e Grasso promettevano «garanzie» per il lavoro dei collaboratori parlamentari. Poi è stato il turno di Gianfranco Rotondi: «Da anni mi batto per chiudere la fabbrica di frustrazioni costituita dal turnover di esterni introdotti a Palazzo da tutti i partiti e destinati alla disoccupazione. Sono i sedotti e abbandonati della 'casta'». L’ex ministro auspicava la regolarizzazione di tutti i rapporti di lavoro dei gruppi parlamentari, magari compensando il maggiore costo con un’ulteriore riduzione degli stipendi di deputati e senatori. Agli atti c’è anche un odg del Senato che impegna il Consiglio di Presidenza e il Collegio dei Questori «ad adottare misure idonee a disciplinare il rapporto contrattuale tra senatore e collaboratore», cui si aggiungono le prese di posizione di Fava (Sel), Khalid Chaouki e Valeria Fedeli (Pd). Fino all'auspicio dell’ultrarenziano Matteo Richetti che chiede di «scorporare i compensi dei collaboratori dalle retribuzioni dei deputati».

In attesa che gli ordini del giorno galleggianti in Parlamento prendano una strada certa, a Palazzo Madama è stato depositato un disegno di legge che porta la firma dei senatori del Movimento 5 Stelle, compresi gli espulsi Lorenzo Battista e Francesco Campanella, per far sì che i collaboratori vengano assunti direttamente dalla camera di appartenenza introducendo un inquadramento simile a quello del Parlamento Europeo. Sarebbero le amministrazioni di Camera e Senato a corrispondere il pagamento della retribuzione e degli oneri previdenziali direttamente al collaboratore sulla base del contratto che quest’ultimo stipula col parlamentare. La ratio è chiara nelle parole di Battista: «Finchè non si darà il giusto riconoscimento ai propri collaboratori il Parlamento come pensa di poter dare le risposte al mondo del lavoro?». Intanto la speranza dei diretti interessati al termine del colloquio con Linkiesta somiglia a una richiesta di normalità: «Vorremmo svegliarci un giorno, andare al lavoro e sentirci uguali ai colleghi del resto d’Europa e non svilenti portaborse, mercenari o free riders in attesa di nuova occasione professionale magari con raccomandazione. Questo dovrebbe essere un lavoro con regole riconosciute e chiare». Tutto qui, ma forse è già troppo.

Due deputati su tre pagano i loro portaborse al nero. Parla il portavoce del movimento cocoparl, i precari parlamentari. «Spider Truman secondo me non esiste, e poi noi ci mettiamo la faccia. La legge prevede 3700 euro al mese per gli assistenti, ma solo 230 dichiarano di averne. Come in Europa, i soldi dovrebbero essere svincolati alla presentazione...scrive Ciro Pellegrino il 20 Luglio 2011 su "L'Inkiesta". Fra i dubbi sulla sua identità, gli scetticismi sulle sue presunte rivelazioni, il caso di Spider Truman, il presunto precario ex portaborse di un deputato, diventato su Facebook la gola profonda dei segreti della casta, ha avuto un merito: quello di accendere i riflettori su una categoria, quella degli assistenti dei parlamentari italiani. Laureati, spesso con una lunga gavetta alle spalle ma condannati ad essere, nell'immaginario collettivo anti-casta, semplicemente dei “portaborse”. Ebbene: nel 2009 una cinquantina di assistenti parlamentari ha fondato un coordinamento di base, il Cocoparl, per rivendicare diritti sindacali. Il portavoce è Emiliano Boschetto, assistente del deputato Pd Andrea Sarubbi. Da qualche giorno, suo malgrado, Emiliano ha superato in popolarità il suo parlamentare.

Anzitutto: crede all'autenticità del precario che su Facebook rivela i segreti della casta?

«No. Per due motivi. Il primo è che quel che dice è per l'ottanta per cento realtà ma si tratta di questioni note a tutti. E non dico a tutti in Parlamento, ma proprio a tutti. Poi la sensazione è che si tratti di un'operazione strumentale che usa la figura del portaborse per ottenere visibilità in vista di una campagna più ampia».

Però ha fatto bene alla causa alla base del suo coordinamento, non crede?

«Beh, noi ci esponiamo con le nostre facce, nomi e cognomi. Ripeto, ci sono altre dinamiche dietro questa vicenda, non certo l'etica. E poi, parli di etica e ci metti 15 anni per parlare? Il vero tema in questa vicenda è la mancanza di trasparenza».

Dunque il problema esiste...

«Sì, ma il rischio concreto, oggi, è che nel momento in cui bisogna soddisfare la “sete di sangue”, si faccia un taglio lineare e non razionale. E si colpiscano quei deputati che hanno gli staff in regola».

Qual è la situazione, oggi?

«Allora: la Camera dei Deputati per ogni parlamentare eroga, a prescindere dall'utilizzo, circa 3.700 euro al mese - nel 2010 prima dei tagli erano 4.200 - per il cosiddetto “fondo eletto-elettore”. Sono i soldi che servirebbero a pagare i collaboratori sia a Roma che sul territorio. Dico che sono soldi erogati “a prescindere” perché non c'è un controllo sull'utilizzo di questi fondi, il deputato ne fa l'uso che ritiene».

E quanti deputati hanno collaboratori “dichiarati”?

«Sono 230 su 630. Dunque 400 deputati non risultano avere un collaboratore».

Siete riusciti anche ad individuare che tipologia di contratti hanno gli assistenti parlamentari?

«Qui c'è da divertirsi perché c'è di tutto. Mi spiego: per entrare in Parlamento come collaboratore c'è bisogno del tesserino, per il tesserino c'è bisogno del contratto. Ma non viene specificato quale tipo di contratto. Non siamo una categoria riconosciuta, il contratto più diffuso è il co.co.pro. ma ricordo che una deputata fece un contratto di operaia a una sua collaboratrice bravissima. Non era cattiveria: a conti fatti diceva che era più tutelata. Il problema vero che stiamo ponendo da tempo come coordinamento è l'adeguamento di Montecitorio al modello europeo».

Vale a dire?

«Vale a dire che i soldi dovrebbero essere erogati solo se il parlamentare realmente li utilizza - rendicontandoli - per lo scopo cui sono destinati. Insomma, questo fondo dovrebbe essere vincolato: se io voglio i soldi vado alla Camera e porto il contratto di lavoro. A questo punto, i 400 deputati che dichiarano di non avere collaboratori non potrebbero prendere questi soldi e si risparmierebbero, subito, 17 milioni di euro all'anno».

L'INFORMAZIONE E LA SCHIAVITU' DEI GIORNALISTI.

“AAA – Giornalista web cercasi… ma senza stipendio”, scrive Alessandro Martegiani il 13 settembre 2017 su Articolo 21. “Cerchiamo giornalista laureato, giovane, con esperienza, esperto di nuove tecnologie, pieno di entusiasmo, con una buona conoscenza di due lingue, che scriva almeno un pezzo al giorno… naturalmente gratis”. Che il settore del giornalismo fosse in crisi e che i compensi e le condizioni lavoro di migliaia di colleghi giovani, e non più tali, fossero ben al di sotto delle minime regole della dignità purtroppo non è una novità, ma la rete, (mezzo da me ritenuto utilissimo e fondamentale, sia chiaro), sembra aver aperto nuove frontiere di sfruttamento e degrado professionale. È l’amara considerazione che sorge scorrendo le numerose offerte di lavoro per giornalisti, o aspiranti tali, come molti specificano, pubblicate sui maggior siti nazionali. Gli annunci di lavoro on line per un settore che oscilla fra giornalismo e comunicazione sono molto frequenti: un qualsiasi motore di ricerca restituisce decine di voci alle parole chiave “lavoro, giornalisti, offerta”, ma basta leggere gli annunci per rendersi conto che l’attività giornalistica, e in generale l’informazione, sono ormai considerati beni da ottenere gratis, o al massimo con un minimo rimborso. Partiamo dai migliori, vale dire da quegli annunci che promettono un compenso, (e non è affatto una cosa scontata), e precisano condizioni e luogo di lavoro: si va da 800 euro lordi al mese offerti da una società editrice con sede ad Aosta, che cerca “giovani giornalisti, con laurea triennale o di secondo grado, da inserire nella propria redazione per realizzare articoli di cinema, musica, eventi, tecnologia e ambiente”, alla  testata di Ancona che per 700 euro vuole selezionare giornalisti di spettacolo, disponibili full time, con “laurea di tipo umanistico di primo e/o di secondo livello, passione per la scrittura, età non superiore ai 36 anni, buona cultura generale, con efficienza, organizzazione e sensibilità editoriale”. Si trovano però anche casi che raggiungono il ridicolo, come quello di un’anonima società editoriale di Napoli, (l’assenza di riferimenti sul datore di lavoro purtroppo è un elemento molto frequente, e, visti i termini delle offerte, anche comprensibile) che, a fronte di requisiti come “conoscenza di WordPress e delle tecniche base del SEO, disponibilità a scrivere almeno 5 articoli settimanali, predisposizione al lavoro in team” e la richiesta di “un periodo di prova di una settimana” gratis, propone, “una retribuzione di 0,50 centesimi”, mezzo euro, “per articolo per poi aumentare in base ai risultati ottenuti”. C’è anche chi si limita a promettere un generico “rimborso spese”, sempre a fronte di profili di altissima preparazione e professionalità, ma non sono i peggiori …La tendenza ormai consolidata è infatti quella di non pagare più il pezzo, ma solo i contatti ottenuti dall’articolo pubblicato on line. Le offerte che propongono questo meccanismo non mancano: alcune scomodano alti valori, puntando sulla necessità di “alimentare la democrazia sul Web”, altre stuzzicano le aspirazioni di “visibilità” degli “aspiranti giornalisti”, altri ancora invitano molto modestamente a partecipare a “rendere il mondo un posto migliore, dando ad ognuno la possibilità di condividere le proprie idee con un pubblico globale e beneficiare di un’informazione veramente indipendente”. Anche qui le pretese non mancano, e per scrivere pezzi pagati in base ai contatti (un meccanismo che, a voler essere molto generosi, per un sito di media notorietà non procurerebbe all’autore più di 10 euro lordi ad articolo), i moderni e lungimiranti editori non si accontentano: vogliono giovani “che amano la scrittura, adorano il confronto con il pubblico e l’approfondimento”, e che scrivano “almeno 3 articoli a settimana”. Qualcuno aggiunge anche “No perditempo!!!”: quasi una contraddizione, visto che per scrivere per pochi euro a pezzo di tempo da buttare occorre averne molto. Ciò che più preoccupa però sono le conseguenze di questo metodo di retribuzione, che non garantisce il giornalista, ma soprattutto non fornisce buona informazione ai lettori, innescando meccanismi che con il giornalismo hanno ben poco a che fare. Pagare a contatti spinge infatti chi scrive a scegliere temi e toni puntando esclusivamente ad attirare l’attenzione dei navigatori, innescando una sorta di gara a chi la spara più grossa, ormai già ben evidente sul web. La tendenza a rifiutare le regole volute dalla categoria a garanzia dei lettori è confermata perfino da uno siti dei più attivi, “Blasting news”: per lavorare, si afferma nell’annuncio, “Non è necessario essere iscritti all’albo dei giornalisti, poiché la missione di Blasting News è quella di diffondere informazioni liberamente”. Non manca chi sventola di fronte agli aspiranti cronisti la possibilità di ottenere la tessera da pubblicista, salvo poi specificare, due righe più sotto, che si tratta di “un percorso di formazione giornalistica sul campo, gratuito, non di un’offerta di lavoro”, omettendo che, perché siano validi per ottenere la tessera da pubblicista, i pezzi devono essere retribuiti. Quella del lavoro gratuito in cambio di “visibilità”, o della tessera da pubblicista, è comunque una strada  molto battuta, e non senza pretese: si cercano, senza retribuzione, “talenti italiani che abbiano effettivamente una marcia in più in termini di capacità, doti naturali, preparazione e motivazione”, “giovani che si occupano di affari internazionali, politica estera, politica di difesa, scienze strategiche, politica italiana, economia” con “conoscenza delle lingue” e preferibilmente la laurea, il tutto naturalmente raccolto in un “CV in formato europeo”. Qualcuno infine batte anche al strada della compassione e della speranza, come la testata che, cercando “persone serie, realmente motivate e appassionate”, afferma che al “momento non è prevista retribuzione in quanto si tratta di un sito giovanissimo, ma non escludiamo che con il tempo si possa arrivare a ciò: offriamo comunque visibilità sui canali social e web”.

Non è lavoro, è sfruttamento: proletari di tutto il mondo, svegliatevi!, scrive il 7 ottobre 2017 Francesca Fornario, Giornalista e autrice satirica, su "Il Fatto Quotidiano". Raccogliere cozze gratis in alternanza scuola-lavoro non è lavoro, è sfruttamento. Scrivere un articolo al giorno per il giornale locale per cinque euro lordi a pezzo non è lavoro, è sfruttamento. Indossare la maglietta fucsia – dell’azienda – e consegnare sushi in bici – la tua – quando ti squilla il telefono – il tuo – per 2,70 euro non è lavoro, è sfruttamento. Fare uno stage retribuito per un anno come apprendista commessa in un negozio di mutande per 400 euro al mese non è lavoro, è sfruttamento. Marcire alla catena di montaggio tre sabati su quattro senza straordinari pagati, nell’azienda che per la crisi di domanda lascia a casa a far niente i cassintegrati, non è lavoro, è sfruttamento. Impacchettare le Nike e le cuffie e le tazze e la cover del cellulare e il maglione che il cliente ha fretta di ricevere il giorno seguente senza poterti fermare per mangiare, pisciare, fumare, parlare non è lavoro, è sfruttamento. Prestare servizio ogni giorno, per anni, allaBiblioteca Nazionale di Roma, pagato con il rimborso degli scontrini del bar che riesci a recuperare dalla pattumiera non è lavoro, è sfruttamento. Aprire una partita Iva per lavorare per quell’unico committente che prima ti faceva il contratto a progetto e che oggi ti spreme dieci ore in uno studio di architettura, nella redazione di un programma tv, in un ambulatorio dentistico, pretendendo che a pagarti i contributi sia tu e negandoti il diritto costituzionale al riposo, alle ferie, alla malattia, il diritto a diventare madre e padre non è lavoro, è sfruttamento. Ramazzare i giardini pubblici per dimostrare che ti meriti di ottenere asilo politico in Italia perché ramazzi le aiuole e non perché ti hanno violentato in un lager in Libia non è lavoro, è sfruttamento. Fare il saldatore in una fabbrica pagato a voucher, lasciarci tre dita, venire per questo lasciato a casa senza sussidi e sostituito con un nuovo saldatore a voucher fino quando non si rompe anche lui non è lavoro, è sfruttamento. Marta Fana, dottore di ricerca in Economia all’istituto di Studi politici Sciences Po di Parigi e collaboratrice di questo giornale, sembra rinfacciarlo a chi ci governa e ci ha governato: Non è lavoro, è sfruttamento (Laterza). A Elsa Fornero e Giuliano Poletti che con la scusa di far emergere il lavoro nero lo hanno legalizzato con i voucher, il Poletti ministro che Fana ha pubblicamente smentito quando aveva spacciato per buoni, fregando tutti i giornali che gli avevano creduto, un milione e 195.681 nuovi posti di lavoro. A Renzi che con la scusa di creare lavoro ha cancellato l’articolo 18 e regalato alle imprese l’equivalente di due Finanziarie in sgravi fiscali pregandole di assumere i lavoratori che le imprese, una volta intascati gli sgravi, hanno smesso di assumere. Ai Maroni e ai Sacconi e alle Fornero che con la scusa di creare lavoro lo hanno reso precario, sottopagato, pericoloso, mortificante attraverso le agenzie interinali, l’aumento dell’età pensionabile, la liberazione di ogni forma di lavoro gratuito mascherato da apprendistato, da stage, da attività scolastica. «Non avete creato lavoro, avete creato sfruttamento». Ma non è a loro che Fana lo dice, in questo volume che mette in fila i numeri e le storie e mappa le vertenze del lavoro povero. Loro lo sanno, lo hanno fatto di proposito. Chi non sapeva dello sfruttamento in agguato eravamo noi, gli sfruttati. Non ci avrebbero ridotto così senza la nostra complicità. Non ci avrebbero persuaso solo inventandosi che la colpa era degli altri: degli immigrati che ci rubano il lavoro pure se gli immigrati siamo noi, quelli che partono per cercare fortuna all’estero che sono più di quelli che arrivano per cercarla qui. Colpa dei vecchi che lavoravano al posto nostro con i diritti che noi non abbiamo perché ce li hanno tolti, che dunque, per porre fine a questa vergognosa ingiustizia, bisognava che i diritti li togliessero anche ai vecchi. Colpa dei sindacati che difendevano i pensionati invece dei lavoratori e per porre fine a questa vergognosa ingiustizia bisognava che in pensione non ci si potesse andare più, se non per in ultimi in Europa, con l’età media che si accorcia sempre di più e quella pensionabile che si allunga sempre di più (di questo passo, nel 2050 andranno in pensione solo i cattolici). No. Ci hanno convinto spiegandoci che la colpa era nostra. Che eravamo bamboccioni (Padoa Schioppa), schizzinosi (Fornero), sfigati (Martone) che il posto fisso era monotono (Monti, Sposato con la stessa donna da 50 anni. E viene a spiegare a noi che cos’è la monotonia), che se volevamo un lavoro dovevamo giocare di più a calcetto e non perdere tempo a rafforzare il curriculum (Poletti, che infatti ha trovato un posto da ministro del Lavoro senza lo straccio di una laurea). Ci hanno convinti a essere affamati e folli che se non lo sei lavori per un anno a voucher in un supermercato facendo i turni di notte e affamato e folle lo diventi. Ci hanno convinti che eravamo imprenditori di noi stessi, fondatori start up, riders e non fattorini. Ci hanno convinti ad abbandonare il conflitto che non era producente: imprese e lavoratori oggi sono sulla stessa barca e anzi, ci hanno convinto che i lavoratori quelli sporchi e proletari non esistessero proprio più, che tanto la prole, i proletari non se la possono mica più permettere, che fossero diventati tutti soci e collaboratori, e se sei collaboratore collabori, mica scioperi. Ci hanno convinti che dopo lo stage, dopo l’assegno di ricerca, dopo la collaborazione gratuita e l’esperienza formativa all’Expo si sarebbero aperte molte opportunità. Ci hanno convinti che fosse normale lavorare in un milione e mezzo di noi a voucher nelle gioiellerie e nei fast food per un compenso medio di cinquecento euro all’anno, che fare i turni di notte pagati come quelli di giorno e insegnare agli studenti universitari per un euro all’ora fosse un lavoro. «Non è lavoro, è sfruttamento». Marta Fana lo dice a noi. Svegliamoci, difendiamoci l’un l’altro, reagiamo: perché gli sfruttatori sono uniti e coesi e per reagire bisogna che ci coalizziamo anche noi sfruttati. Perché come dice il vecchio carrozziere che si ribella alla multinazionale in «A l’Attaque!», film del marsigliese Robert Guediguian, «Se non combatti non vinci. Ma soprattutto, ti rompi le palle».

Giornata libertà stampa: dalle querele ai 6 euro a pezzo, è sempre più difficile fare il giornalista, scrive il 3 maggio 2018 su "Il Fatto Quotidiano" Elisabetta Ambrosi, Giornalista. È sempre emozionante per chi fa questo mestiere festeggiare la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa (World Press Freedom Day). È un modo per ricordare quanto sia prezioso il mestiere che facciamo, al di là delle critiche, spesso giuste, sull’abbassamento della qualità degli articoli, l’assenza diffusa di spirito critico, la scarsa indipendenza. Normalmente in questa giornata si ricordano soprattutto i reporter, spesso freelance, uccisi dalle guerre oppure da dittature ancora ben salde al potere. Numeri purtroppo drammaticamente in crescita. L’ultimo, sconvolgente, caso è l’attentato avvenuto in Afghanistan, dove sono rimasti uccisi 9 giornalisti accorsi proprio sul luogo di un attentato per raccontare l’accaduto e lì uccisi. Una vicenda incredibile, che avrebbe dovuto finire, parlando di stampa, sulle prima pagine dei giornali, ben sopra le notizie su un governo che non riesce a formarsi. Ciò di cui però raramente si parla in questa giornata, perché è un tema di cui nessuno scrive, sono gli ostacoli e le avversità che chi fa il nostro mestiere oggi si trova di fronte. Per capirle bisogna cambiare l’immaginario che la maggior parte della gente ha di di un giornalista. E cioè quello di una persona che lavora, come dipendente, in una redazione e che viene inviata, sempre come dipendente, all’estero o dove occorra raccontare la realtà. Oggi la maggior parte dei giornalisti, dicono i numeri, è freelance, il che significa che non lavora in una redazione ma altrove. Che deve farsi carico di tutte le spese che questo mestiere comunque comporta (basti pensare agli spostamenti) e rispondere direttamente di ciò che scrive, senza mediazioni o tutele. Una persona di questo tipo sarà molto più fragile di fronte a una querela, che oggi purtroppo è facile ricevere grazie a una legge, fatta da politici miopi e meschini, totalmente sbilanciata a favore di chi fa intenta la causa. Se infatti un potente o un ricco decide che un certo articolo gli dà fastidio, fosse anche per una parola, può querelare il giornalista anche per milioni di euro senza alcuna conseguenza, come invece accade in altri paesi se la querela è pretestuosa, cioè non fondata. Ciò significa mettere in ginocchio chi fa questo mestiere, che sarà costretto a prendersi un avvocato ed entrare in un girone da incubo, nel quale rischia di perdere i suoi pochi beni, come la casa di proprietà o le sue scarse entrate. Mentre nel caso vincesse, avrebbe solo il rimborso delle spese giudiziarie. Un’assurdità. Di questo tema si occupa in Italia Ossigeno per l’informazione, un Osservatorio sui cronisti minacciati. Ma si tratta solo di una piccola parte di ciò che rende oggi quasi impossibile fare il giornalista in Italia. L’altro aspetto è infatti la povertà, ovvero lo scarsissimo compenso che si riceve oggi per questo lavoro, tra contratti atipici e partita Iva e che non consente certamente una vita dignitosa. Le cause? Sicuramente una crisi profonda in cui versa questo settore editoriale, che non consente ai giornali grandi margini di manovra. Ma anche l’iniquità nella distribuzione delle tutele, la totale indifferenza dei sindacati degli stessi giornalisti che hanno mai difeso i freelance e ovviamente una legislazione sul lavoro che ormai consente ogni deregulation. 6 euro, 9 euro, 10 euro a pezzo: queste sono alcune delle cifre date ai giornalisti oggi per un articolo. Ma sono pochi anche 50 o 70, perché da quella cifra bisogna scalare i contributi, l’assistenza sanitaria, le tasse, la formazione obbligatoria che non sempre è gratuita, la strumentazione. I giornalisti sono forse una delle poche categorie rimaste a non avere un salario minimo, ovvero un giusto compenso, anche se sul sito dell’Ordine dei Giornalisti esiste una tabella che ricorda quale dovrebbero essere le cifre giuste e dignitose per un articolo o un video. Ma nessuno la rispetta. Qualche dato: i giornalisti autonomi sono oggi il 65,5% dei lavoratori, 33.188 contro 17.486 lavoratori dipendenti, una percentuale di precariato inimmaginabile in qualsiasi altro settore. 8 su 10 di questi giornalisti guadagnano meno di 10.000 euro l’anno, sono cioè sotto la soglia di povertà. Il 52,6% si ferma sotto i 5.000 euro, il 34% lavora gratis. Le prime pensioni dei giornalisti autonomi erogate dall’Inpgi 2 ammontano a 500 o 1000 euro all’anno. Purtroppo i lettori o i commentatori non conoscono queste condizioni, e continuano ad additare la classe giornalistica come “casta” senza sapere delle condizioni tragiche in cui versa. Condizioni che a volte – non sempre – giustificano articoli mal scritti, perché fare un’inchiesta approfondita e seria per poche decine di euro è letteralmente impossibile. Tutto questo, per tornare al tema della giornata, sta minando la liberà e la qualità della stampa in maniera altrettanto grave di quanto non faccia una minaccia più diretta e manifesta come quella di un potere illiberale e avverso alla stampa. Anche i nostri governi, che non hanno fatto e non fanno leggi a protezione dei giornalisti e a sostegno delle loro condizioni di vita, sono dunque responsabili di aver impoverito la forza di una stampa libera e, dunque, la qualità della nostra democrazia. Un fatto gravissimo, né più né meno di una legge sul lavoro sbagliata o di una iniqua norma sui vitalizi.

La libertà di stampa è precaria? Migliaia di giornalisti muoiono di fame. Nicola Biondo è un giornalista freelance: ha lavorato nella redazione di "Blu notte" di Carlo Lucarelli e, nel 2009, ha pubblicato insieme a Sigfrido Ranucci, il libro "Il patto" (Chiarelettere). L'arguto collega ha scritto un esilarante articolo sulla "più bella professione", analizzando il concetto di libertà di stampa e lo stato di precarietà di troppi giovani: il suo "sfogo -testimonianza" è stato pubblicato sul famoso "Blog di Beppe Grillo" destando non pochi scalpori fra "gli addetti ai lavori". Dal Blog di Beppe Grillo riportato da “Lucca News”. Ve lo proponiamo pari pari, nell'intento, forse, di far riflettere, qualcuno..."Dove vanno a finire i soldi che lo Stato dà ai giornali? Di sicuro non servono a pagare i giornalisti. Anzi. Perché in Italia tranne rare eccezioni fare il giornalista significa rassegnarsi ad una vita da precario. Se c'è un microcosmo lavorativo che riassume tutti i difetti del sistema Italia è quello del giornalismo. E allora, dove finisce il finanziamento pubblico? Nei mega stipendi a direttori, capiredattori, amministratori delegati e a tutte quelle penne illustri (?) che si ergono a guide morali che da anni non portano un straccio di notizia, ma commentano, avvertono, monitorano. Vi hanno detto che la libertà di stampa è minacciata dalla mafia, da Berlusconi, dalle mille leggi bavaglio. Minchiate. La libertà di stampa è minacciata dalla miseria in cui vivono e lavorano migliaia di giornalisti sfruttati: dagli editori, dai direttori e, infine, dai loro stessi colleghi assunti con contratto a tempo indeterminato che quando scioperano, protestano, denunciano è solo per i loro privilegi di giornalisti professionisti e assunti mentre gli altri muoiono di fame. Facciamo un esempio. Un articolo di cronaca, secondo una ricerca compiuta dall'Ordine dei giornalisti pubblicata nel 2011, viene pagato anche 5 euro lordi a 60-90 giorni dalla pubblicazione. Sono i numeri della vergogna, la cifra, vera, della censura. Ecco cosa dicono: La Repubblica a fronte di 16.186.244,00* euro di contributi dello Stato all'editoria elargisce un compenso che varia tra i 30 e i 50 euro lordi a pezzo. Il Messaggero, che riceve 1.449.995,00** euro di contributi pubblici, riconosce 9 euro di compenso per le brevi, 18 euro le notizie medie e 27 euro le aperture. Lordi, ovviamente. Il Sole 24 Ore: 19.222.767,00** euro di contributi pubblici e 0,90 euro a riga, con cessione dei diritti d'autore. Libero: 5.451.451** di finanziamenti pubblici e 18 euro lordi per un'apertura. Il Nuovo Corriere di Firenze (chiuso nel maggio 2012) riceve 2.530.638,81*** euro di contributi pubblici e paga a forfait tra i 50 e i 100 euro al mese, il Giornale di Sicilia a fronte di un finanziamento di quasi 500 mila euro (anno 2006) paga 3,10 euro. Provate a immaginare quanti articoli servono per arrivare ad uno stipendio decente. Provate ad immaginare quale sarà la pensione di chi scrive con un simile onorario (?). Perché questi giornalisti, se iscritti all'ordine- sennò sono abusivi ed è un reato penale - i contributi devono versarli da sé, nella misura del 10 per cento del compenso netto più un due per cento di quello lordo. Che vanno a confluire nella "gestione separata" (mai nome fu più azzeccato) dell'ente pensionistico dei giornalisti, l'Inpgi. Una "serie B" della cassa principale che, invece, prevede pensioni, disoccupazione, case in affitto, mutui ipotecari, prestiti e assicurazione infortuni. Ma questa vale solo per quelli "bravi", quelli a cui viene applicato il contratto collettivo nazionale di lavoro giornalistico che, solo nel 2011, dopo 6 anni, è stato rinnovato. Insomma quelli assunti. Che ovviamente sono una piccola minoranza. Ma, attenzione, questo solo per quanto concerne la parte economica. Perché il contratto collettivo non disciplina solo il trattamento economico ma regola a tutti gli effetti i rapporti fra datore di lavoro (editore) e lavoratore (giornalista). Fissa, insomma, diritti e doveri. Ma, ancora una volta, questo vale solo per chi il contratto ce l'ha e, quindi, tutti gli altri vivono nel far west, perché la loro posizione non è disciplinata da nulla. E si tratta della stragrande maggioranza dei giornalisti della carta stampata - da Repubblica fino al più piccolo foglio di provincia: precari, sottopagati, sfruttati, senza copertura legale, senza ferie, senza nulla. È questa moltitudine, oltre il 70% degli iscritti all'Ordine, che permette ai giornali cartacei e on-line, alle agenzie di stampa di produrre notizie 24 ore al giorno. Senza di loro le pagine bianche sarebbero molte di più di quelle scritte. La carta stampata riceve centinaia di milioni di euro di contributi dallo Stato ogni anno, ma lo Stato non chiede agli editori in cambio di garantire compensi minimi e tutele contrattuali ai collaboratori. Poi arriva la Fornero, ministro al Lavoro (nero) e di fronte alla più elementare delle proposte di legge sull'equo compenso ai giornalisti precari dice: "Non mi sembra opportuno". Della serie siete precari, non siete figli di papà (giornalista), e allora morite. E qualcuno c'è anche morto, stufo di subire. Come Pierpaolo Faggiano, collaboratore della Gazzetta del Mezzogiorno, che nel giugno 2011 si è tolto la vita: non sopportava più, a quarantuno anni, di vivere da precario. Chiara Baldi, da giornalista precaria ha scritto una tesi sul precariato: "i giornalisti sono "i più precari tra i precari" – scrive Baldi - "perché lo stipendio da fame li costringe anche a rinunciare ai principi deontologici a cui invece dovrebbero attenersi. Una buona informazione è possibile solo quando chi la fornisce non deve sottostare al ricatto di uno stipendio misero. Più è basso il guadagno del giornalista e più sarà alta la sua "voglia" di produrre senza professionalità, non tanto per un desiderio malato di non essere professionale, quanto per una necessità: quella di guadagnare". Il potere, di qualsiasi colore, non ama i giornalisti e in Italia per disinnescare il problema è stato consentito che diventare giornalisti, essere assunti, sia un privilegio di pochi, così che la stampa diventi il cagnolino del regime e non il guardiano. Assumere il figlio del giornalista è come candidare il Trota, sangue vecchio sostituisce altro sangue vecchio. Altro che bavaglio. Provate voi ad essere liberi a 5 euro a pezzo (lordi)." Nicola Biondo, giornalista freelance. Festival del Giornalismo di Perugia, 17 aprile 2011. Sul banco dei relatori sale il presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino che viene introdotto dalla domanda del moderatore Roberto Zarriello: «…chiederei al Presidente dell’Odg Iacopino: le storie raccontate sono queste, il mondo del giornalismo è sicuramente in difficoltà! E’ anche vero però che piangersi addosso e dire non si può fare più questo mestiere non serve a nulla. Che cosa possiamo fare, che cosa possiamo iniziare a fare, Presidente?» Il Presidente inizia il suo intervento: «…la tentazione – dice Iacopino – che sento serpeggiare è come di creare quasi una figura del nemico tra di noi. Il nemico non è tra di noi, il nemico ha delle caratteristiche precise, io lo continuo a chiamare ladro, il nemico è fatto e rappresentato dagli editori. Se noi non ci chiariamo questa cosa e continuiamo a punzecchiare ora la Fnsi, ora l’Odg, perdiamo di vista quello che è il problema vero.»

A questo punto del suo intervento il Presidente Iacopino comincia ad illustrare leggendo da un copioso fascicolo che porta in grembo una serie di casi di sfruttamento del lavoro segnalati all’Ordine Nazionale:

1) faceva le pagine di cultura e spettacolo per il Domani della Calabria 150 euro per 2 mesi di lavoro;

2) 2 mesi di lavoro al Mattino di Napoli 325 euro lordi;

3) La Finanziaria editoriale quotidiano della Calabria 6 euro e 50 lordi al pezzo, tale compenso non potrà in ogni caso superare i 195 euro lordi mensili;

4) Il Giornale di Sicilia più di un mese di lavoro 422 euro;

5) Ciociaria Oggi ogni mese 150, 200 euro;

6) Finegil mese di marzo 119 pezzi 512 euro media di 4 euro e 30 lordi.

Interrompendo brevemente l’illustrazione dei casi di sfruttamento raccolti dall’Ordine il Presidente riferendosi all’intervento di De Benedetti all’ultimo Congresso Nazionale della Fnsi di Bergamo del gennaio scorso, stigmatizza: «… ha avuto l’impudenza di dire che lui non capiva perchè mai dovesse pagare un giornalista di Repubblica che collabora con l’on line : “non gli diamo forse maggiore visibilità?” , il passo successivo – prosegue Iacopino – sarà che vi daranno visibilità e li dovrete pagare voi! Io ho qui l’elenco delle aziende partecipate dall’Ing. Carlo De Benedetti, che fa milioni di euro di utili l’anno grazie all’azione che con i suoi giornali e le sue televisioni riesce a fare inevitabilmente.»

L’intervento del Presidente dell’Odg prosegue con la citazione di nuovi esempi di episodi di sfruttamento:

7) una tv di Bergamo con un editore costretto a patteggiare una condanna per mobbing;

8) una emittente fa dei servizi li vende a Rai 3 che glieli paga 300 euro l’uno;

9) il Gazzettino di Venezia ci sono tre fasce: 4 euro per 999 caratteri, 9 euro e 50 tra 1000 e 2000 caratteri, 15 euro per 2000/3000 caratteri che nessuno scrive più, non so di che cosa stiano parlando;

10) ancora il Gazzettino 214 euro per una serie di pezzi scritti dal 2 al 30 gennaio;

11) la Voce della Romagna un giornale che riceve dallo Stato 2 milioni e 500 mila euro di contributo l’anno che dice di pagare 2 euro i pezzi a far data di un anno dalla pubblicazione;

12) un collega che viene dall’Ifc di Urbino quindi viene dalla scuola; il Quotidiano della Calabria lo ha pagato 6 euro e 50 lordi al pezzo per un massimo di 200 euro lordi al mese;

13) la Provincia Pavese 7 euro lordi per più di 40 righe, 5 euro lordi al di sotto, 3 euro per le brevi anche questo collega viene dall’Ifg di Urbino;

14) il Messaggero Veneto edizione di Gorizia cancellata da un giorno all’altro, il collega che segnala il caso stava in redazione scriveva una media di 6 pezzi al giorno per 200 euro mensili di media;

15) La Città di Salerno 1 euro e 55 al pezzo.

«Posso continuare fino a quando volete – sottolinea Iacopino – perchè io ho fatto questo appello e nel giro di 48 ore ho ricevuto più di 800 segnalazioni. Noi ci continuiamo a raccontare che il problema della libertà di stampa in questo Paese è dato dal conflitto di interesse, è una menzogna! Il conflitto di interesse c’è, non c’è ne uno solo, non c’è solo quello di Berlusconi, c’è quello di De Benedetti, c’è quello di Caltagirone con le sue attività nell’edilizia e i giornali! Guardateli i giornali: un indice di volumetria che cambia significa milioni di euro di incasso! Il problema principale, il vero attentato alla libertà di stampa nel nostro Paese è rappresentato da quei ladri che ci sono tra gli editori! Vi rubano la vita in questo modo e vi tengono in una condizione sistematica di schiavitù e quando tu dipendi solo da questi rettili non hai la possibilità di fare il tuo lavoro in maniera assolutamente libera responsabile. Rubano i vostri sogni e rubano la verità ai cittadini…»

Giornalisti/Free lance sfruttati e malpagati: un articolo vale 2 euro. Da Repubblica a Libero, ecco le testate che incassano i soldi pubblici e non pagano i collaboratori, scrive Sabato, 22 maggio 2010 Affari italiani. Un articolo battute scritto per La Nazione può valere 2 euro, poco meno di quelli per Il Resto del Carlino, retribuiti "ben" 2,50 euro. Lordi, ovviamente. E non si pensi che sia solo il gruppo Poligrafici Editoriale a gestire "al risparmio" i suoi collaboratori: l'Ansa, principale agenzia italiana, paga 5 euro (sempre lordi) per ogni lancio, mentre la concorrente Apcom offre da 4 a 8 euro, ma non paga nulla nel caso in cui l’evento assegnato non si realizzi. Una testata storica e prestigiosa come Il Messaggero non supera i 27 euro ad articolo (ma le brevi valgono solo 9 euro). E l'avvento del web introduce nuove, bizzarre forme di retribuzione: è il caso, ad esempio, del giornale online Newnotizie.it, che compensa 35 news settimanali 1,50 euro ogni mille click raggiunti (e non devono essere molti i pezzi a raggiungere tale soglia), cui vanno aggiunte 12 news a settimana senza retribuzione, anche se "consentono il raggiungimento del tesserino da giornalista pubblicista". Vuoi mettere? Forse va meglio puntando sui principali quotidiani nazionali? Non proprio: la redazione toscana di Repubblica paga 20 euro a pezzo, ma dopo il 15mo articolo gli altri sono gratis... Sono alcuni dei "dati della vergogna" (così li ha definiti il segretario generale del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino), emersi dalla ricerca "Smascheriamo gli editori", realizzata dall'Odg grazie a un migliaio di giornalisti free lance che hanno accettato di rispondere alla richiesta, inviata via email a circa 4mila giornalisti professionisti, di rivelare le condizioni in cui lavorano. Condizioni che delineano una situazione di vero e proprio sfruttamento del (troppo numeroso, evidentemente) "popolo" dei giornalisti free lance. Certo, la crisi in cui versa il settore editoriale non contribuisce a rafforzare i compensi dei collaboratori, ma va ricordato che la maggior parte delle testate è abbondantemente finanziata con i soldi dei contribuenti attraverso i contributi pubblici: ad esempio, nonostante i 16 milioni di euro erogati dallo Stato al gruppo L'Espresso, La Repubblica paga 30 euro un articolo di 5-6mila battute. La voce della Romagna - che paga 2,50 euro ad articolo - riceve fondi pubblici per oltre 2 milioni e mezzo di euro l’anno, così come il Nuovo Corriere di Firenze che offre ai free lance forfait da 50 a 100 euro al mese. Peggio ancora Il Manifesto: ha incassato oltre 5 milioni di contributi, ma non avrebbe pagato alcuno degli articoli scritti dal collaboratore interpellato, "neanche per le aperture"; non è da meno Il Sole 24 Ore, che a fronte di oltre 19 milioni di contributi l’anno paga i giornalisti 50 centesimi a riga. E Libero (5 milioni e 451 mila euro di contributi) paga 18 euro anche per un’apertura. "I dati - commenta il vicepresidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Enrico Paissan - sono parziali ma significativi. Mostrano che quello di giornalista freelance è uno dei lavori più precari e meno retribuito dell’intero Paese. E’ una categoria sottoposta a ricatto quotidiano". Per questo il ministro per la Gioventù Giorgia Meloni, alla presentazione della ricerca nella sede dell’Ordine nazionale dei Giornalisti ha proposto l'istituzione di un "bollino blu" che comunichi all’opinione pubblica quali siano le testate che rispettano il lavoro dei giornalisti, mentre i parlamentari Antonio Borghesi, Elio Lannutti, Silvano Moffa, Vincenzo Vita hanno sottolineato l'obiettivo di mettere a punto una proposta di legge che "ponga come condizione sine qua non per l’elargizione di provvidenze all’editoria il rispetto del lavoro dei giornalisti".

Che cosa è come lavorare sui media di Freelance Media, scrive Rachel Deahl il 2 marzo 2017. La maggior parte delle persone capisce che cosa è un freelance, ma ha diverse connotazioni in diverse industrie. È interessante notare che nei media ci sono diversi lavori di freelance che puoi ottenere. Puoi lavorare come una libera professione a tempo parziale, lavorare con un orario ridotto, o puoi essere un freelancer a tempo pieno, lavorando come scrittore freelance, fotografo o illustratore. È anche possibile lavorare a tempo pieno e freelance sul lato, facendo progetti qui e là.

Quali sono i vantaggi dei lavori di Media Freelance?

Il più grande vantaggio di lavorare come freelance è la libertà che ti dà. Un freelance non è legato alla loro scrivania, o ad un programma da 9 a 5. E, nel mondo dei media, il freelance di lavoro potrebbe consentire di fare progetti diversi da quello di un impiegato a tempo pieno. Le assegnazioni di freelance ricevono spesso differiscono da quelle che lavorano a tempo pieno, poiché un freelance ha la capacità di viaggiare e trascorrere più tempo su un progetto. Ad esempio, ad una rivista molte funzioni sono assegnate a scrittori freelance, poiché i redattori a tempo pieno spesso non hanno il tempo di spendere fuori dall'ufficio di fare la storia.

Quali sono gli svantaggi dei Lavori Media Freelance?

Sia che tu sia freelancing a tempo pieno o part-time nel mondo dei media, il più grande svantaggio di lavorare come freelancer è il fatto che non ti offre alcuna sicurezza. Il freelance può essere difficile perché la maggior parte dei liberi professionisti non riceve la copertura sanitaria a meno che non abbiano un contratto specifico con un'azienda (e quindi hanno una posizione indipendente freelance a tempo pieno). L'altro grande problema con il freelance è che non puoi contare su un flusso costante di reddito. Avere un lavoro a tempo pieno significa poter contare su un paycheck costante. Un freelance non ha quel lusso.

Come si passa da Freelance a tempo pieno?

Per diventare un freelance di lavoro a tempo pieno devi valutare dove sei nella tua carriera e quali sono le vostre esigenze. Avete i contatti necessari per ottenere un flusso costante di assegnazioni? Quanti soldi si può ragionevolmente aspettarsi di fare? Hai bisogno di un'assicurazione sanitaria? Queste sono tutte le domande che qualcuno deve affrontare prima di poter avviare freelance a tempo pieno. Molti liberi professionisti, in varie sezioni dei media, lavoreranno a tempo pieno per anni, creano contatti all'interno del loro settore e assumono posti di lavoro indipendenti da parte, prima che essi effettivamente assumano il profitto e diventino freelance a tempo pieno. Una cosa che ha bisogno di un libero freelance ha forti legami con le persone che assegnano il lavoro che fanno. Ad esempio, i grandi autori di riviste freelance hanno spesso forti legami con alcuni editor che contano su più assegnazioni. Una volta che hai certe persone a cui puoi fare affidamento per darti il ​​lavoro, puoi comodamente arrivare ad un punto dove puoi cercare altri posti di lavoro e portare ancora più incarichi potenziali e più soldi. A causa della natura rischiosa del lavoro freelance, è molto difficile sviluppare una carriera di freelance riuscita a meno che non stiate lavorando nei media per qualche tempo. Esistono eccezioni per ogni regola - per esempio, se sei un famoso romanziere, puoi spesso ingannare un lavoro di scrittura freelance peluche a causa della tua statura - ma la chiave del successo di freelance è sfruttare l'esperienza e la reputazione creata lavorando In quel campo.

Il giornalismo freelance è morto (di fame), scrive Elisabetta Ambrosi il 30 giugno 2017 su “Il Fatto Quotidiano”. “Lance libere” di colpire, criticare, inveire contro le ingiustizie e i mali del mondo. Così, romanticamente, si potrebbe tradurre la parola free lance, che nel giornalismo sta a indicare persone che non vogliono dipendere da un giornale, ma conoscere e osservare il mondo con i propri occhi e scriverne in maniera indipendente, libera e in totale assenza di vincoli. Nel mondo anglosassone il freelance è una figura rispettata, le redazioni hanno addirittura stanze dedicate a loro. Sono giornalisti e fotografi che realizzano servizi anche importanti, pagati molte centinaia di euro perché, comunque, i giornali che li comprano, oltre ad acquistare reportage e articoli di qualità, non versano contributi e tasse. In breve, non hanno i costi che hanno con i propri dipendenti. Per questo, com’è giusto che sia, un lavoro di un esterno viene pagato di più. Da noi la situazione è sempre stata diversa. I freelance si chiamano più facilmente “collaboratori”, anche se in teoria questa parola sarebbe più appropriata per persone che hanno un altro lavoro e quando possono e vogliono scrivono anche per i giornali. Invece così non è. Da noi, i collaboratori sono giornalisti veri e propri, semplicemente non hanno un contratto. Vivono dei pezzi che scrivono, fuori dalle redazioni, nelle loro case, chi può permetterselo nei coworking. Negli anni sono diventati migliaia e migliaia, e presto saranno la maggioranza dei giornalisti italiani, anche se i lettori – e i politici – di questo poco o nulla sanno. Ci sono stati anni in cui fare il freelance in Italia era ancora possibile, perché gli articoli erano dignitosamente pagati e la frequenza di scrittura era assidua. Col passare del tempo, la crisi dei giornali di carta e il passaggio al web, i compensi sono stati drasticamente ridimensionati (mentre i giornali hanno cominciato a premere sugli interni, che pure hanno i loro problemi, perché scrivessero di più). E poi ancora, negli ultimi anni, tagliati in maniera selvaggia, arrivando a cifre con le quali non è possibile sopravvivere. Spiccioli, sui quali comunque bisogna togliere i contributi, le tasse, le spese per l’assicurazione medica per chi ce l’ha, la formazione obbligatoria (in parte a pagamento), la strumentazione che serve (computer, cellulare, videocamera). In pratica, tolte le spese, non rimane quasi nulla di che vivere. Tutto questo è successo per vari motivi. Da un lato, la crisi delle vendite, le scarse entrate di pubblicità, che ancora non consente ai giornali web di sopravvivere (specie per quei giornali seri che continuano le loro inchieste e non si fanno comprare), ancora la follia delle notizie date in abbondanza senza far pagare nulla e abituando il lettore italiano medio a pretendere notizie imparziali, ricche e continue senza dare nulla in cambio. Dall’altro lato, la precarizzazione selvaggia del nostro mercato del lavoro, che ha consentito praticamente qualunque forma di (non) contratto. L’appartenenza a un Ordine, in questo senso, non ha in alcun modo arginato questo fenomeno, anzi ha contributo a fare ombra su ciò che succedeva nel nostro settore. Mentre il mondo – e i governi – credevano o facevano finta di credere che la presenza di un Ordine bastasse a garantire chi ne faceva parte. Niente di più falso. Da ultima parte, l’incredibile disinteresse dei sindacati verso il mondo dei freelance: un’indifferenza gravissima, colpevole, continua. Per tagliare un compenso a un collaboratore non serve neanche una telefonata, basta una mail, e nessuno, ma davvero nessuno, se ne accorge. Eppure, i dati ci sono. Basterebbe andare a vedere le retribuzioni annuali medie degli iscritti alla Gestione separata dell’Ipgi 2, l’ente previdenziale dei lavoratori autonomi dei giornali, per capire in che situazione di disperazione vivono migliaia di giornalisti che magari firmano in prima pagina: poche migliaia di euro l’anno, nessuna tutela in caso di malattia  – quella malattia che pure è finalmente stata garantita ai lavoratori autonomi, ma paradossalmente solo se non appartenenti ad un Ordine – niente ferie, nessuna pensione. Il sindacato dei giornalisti, la Fsni, tutela esclusivamente i lavoratori dipendenti, arrivando persino ad auspicare – è stato il caso della trattativa per la crisi del Sole 24 ore – il taglio di tutte le collaborazioni per salvare gli interni. D’altronde, è stata proprio la Fsni a firmare un accordo vergognoso, quello che ha sancito la fine dei free lance, invece che la loro tutela, nel giugno del 2014 con la Fieg (gli editori), il governo (sottosegretario all’Editoria Luca Lotti) e l’Inpgi, ma senza la firma dell’Ordine dei giornalisti, un fatto davvero inverosimile. Questo accordo sull’“equo” compenso, tanto per fare un esempio, stabiliva tariffe minime di 20,8 euro lordi per un pezzo dei quotidiani, di 6,25 euro per le agenzie. “Neanche i soldi per il pane” aveva dichiarato in quella occasione il presidente dell’Ordine, facendo un esempio inequivocabile: una persona che scrivesse 432 articoli in un anno (praticamente più di uno al giorno, una cifra impossibile) guadagnerebbe 6.300 euro l’anno lordi. E queste sono, d’altronde, le cifre che la maggior parte dei giornalisti lavoratori autonomi percepiscono. A loro però viene chiesto il massimo della disponibilità, il massimo della rapidità, il massimo dell’esattezza e ricchezza di notizie, esattamente come si chiede a un interno, che guadagna dieci volte tanto. E il lettore che legge, o che commenta sul web, protestando, criticando, invitando l’autore a darsi all’ippica e via dicendo non sa che, magari, quel giornalista ha percepito pochi euro, se non, talvolta accade anche quello, proprio nulla. Della situazione dei giornali e del mondo giornalistico, dove da un lato hai un Fabio Fazio che percepisce milioni, dall’altro un freelance iperformato e magari di talento che ne guadagna venti a pezzo, nessuno parla, perché sono gli stessi giornali a non volerla denunciare. E perciò, forse, è una delle forme di ingiustizia che viene meno indagata ed esposta alla luce del sole. Esclusi dalle redazioni, chiusi nelle loro case, privi di un rappresentante dei loro diritti all’interno delle redazioni, mai consultati, primi a saltare e ad essere tagliati, senza tutele, senza ferie, senza pensione. Isolati, incapaci di unirsi, di scioperare, anche (ma d’altronde come?). Questa è la situazione della maggioranza dei giornalisti italiani, di cui forse sarebbe giunto il momento di parlarne perché, tra poco, questo sistema non sarà più sostenibile. Nel frattempo, quelli che non si rassegnano a morire di fame, e che non sono troppo anziani, si riciclano come uffici stampa, comunicatori o altro ancora. Ma con la morte nel cuore, perché il giornalismo, nonostante tutto, è un mestiere che si sceglie per passione. E per questo lo si vorrebbe continuare a fare. Basterebbe poco, basterebbero condizioni minime migliori.

Siamo condannati a un futuro da freelance, ma potremmo scoprirci più felici. Negli Stati Uniti già ora un terzo dei lavoratori collabora da esterno con le imprese, a tempo pieno o parziale. Nel giro di pochi anni si potrà arrivare alla metà della forza lavoro totale. Non è necessariamente uno scenario da incubo, a leggere le ultime indagini sul tema, scrive Fabrizio Patti su “L’Inkiesta” il 5 Aprile 2017.  Robot e Big Data non sono tutto. Se si guarda alle forze che stanno stravolgendo il lavoro, in tutto il mondo, si trova molto altro. Per esempio che siamo alla vigilia di una trasformazione potenzialmente di massa: quella dei lavoratori dipendenti in freelance. Un paio di anni fa un‘analisi di Edelman Intelligence per i network Freelancers Union e Upwork aveva calcolato che poco meno di un terzo dei lavoratori statunitensi si già poteva considerare un “freelance”. In un aggiornamento di qualche mese fa la cifra, stimata attraverso un’indagine a campione su 6mila persone, era salita al 35 per cento. Si sta procedendo verso la profezia annunciata dalla stessa organizzazione dei lavoratori autonomi americana, che si arrivi entro il 2020 addirittura ad avere il 50% di forza lavoro etichettabile come freelance. Già oggi si parla di cifra enorme, pari a 55 milioni di persone negli Usa, che però va un po’ spacchettata. Lo studio di Edelman parla di 19 milioni di freelance puri, ossia persone che non hanno un datore di lavoro e che fanno lavori in autonomia sulla base di progetti. Altri 15 milioni sono lavoratori “diversificati”, che hanno un lavoro part-time principale che integrano con lavoretti (per esempio come guidatori di Uber). In 13,5 milioni sono stimabili i “moonlighters”, quelli che hanno un secondo lavoro dopo uno a tempo pieno. Infine altri 3,6 ciascuno sono i gruppi rappresentati da piccoli imprenditori che si identificano come freelance (per esempio chi ha creato una microimpresa di web marketing) e da lavoratori con un singolo datore di lavoro ma per lavori saltuari o comunque di breve durata. È la famosa america della Gig economy. La definizione di freelance e l’entità di questi dati sono discutibili. Se si guarda al caso italiano, un recente punto sul tema a cura di Truenumbers aveva definito con il termine “freelance” un lavoratore autonomo senza dipendenti e identificato 3,45 milioni di persone, pari al 13,8% della popolazione attiva italiana. Il trend, in ogni caso, è netto. I confini tra interno ed esterno delle aziende si stanno sgretolando, principalmente grazie alla tecnologia. Il fenomeno è stato ripreso da un recente studio di The Boston Consulting Groupsulle 12 forze che stanno cambiando radicalmente il modo in cui le organizzazioni lavorano. L’analisi va calata soprattutto nel contesto americano, ma dà indicazioni anche per il resto del mondo. Una di queste forze è l’“accesso alle informazioni e alle idee”. Quando, grazie a costi di hardware e software che continuano a scendere, anche nel cloud computing, qualsiasi persona può essere connessa, lavorare da remoto e scambiare dati in tempo reale, c’è ancora bisogno di avere impiegati fissi? Come nota Bcg, in molte grosse società di IT quasi metà dello staff a tempo pieno è composta da contractor esterni. Questa è una parte della storia. C’è poi il fatto che oggi «le soluzioni più innovative sono sviluppate da persone in giro per il mondo che si uniscono in comunità online, piattaforme su internet ed ecosistemi digitali». Tutto questo stravolge i modelli tradizionali non solo di impiego, ma anche del finanziamento delle nuove imprese, di sviluppo di nuovi prodotti e di gestione del ciclo di vita dei prodotti. Comunità di crowdsourcing come Kaggle e InnoCentive permettono alle società di “affittare” i talenti senza troppi investimenti iniziali. Invece di assumere impiegati a tempo pieno, le società possono creare dei team di progetto con le competenze richieste. Così un gigante delle assicurazioni come Allstate sta organizzando tramite Kaggle delle competizioni per risolvere delle sfide legate al proprio business. «Una di queste gare ha portato a un algoritmo per le previsioni delle richieste di risarcimento che è del 271% più accurato del modello esistente di Allstate», nota Bcg. Comunità di crowdsourcing come Kaggle e InnoCentive permettono alle società di “affittare” i talenti senza troppi investimenti iniziali. Invece di assumere impiegati a tempo pieno, le società possono creare dei team di progetto con le competenze richieste. «Le statistiche si possono discutere, ma il trend è chiaro ed è guidato da quello che le persone vogliono: lavorare in occupazioni diverse, non tradizionali, con più flessibilità», commenta a Linkiesta Grant Freeland, global leader della practice “People & Organization” di Bcg. «È un trend guidato anche dal fatto che le aziende cercano sempre più expertise in profondità su temi specifici che non possono essere trovati all’interno delle imprese in ogni momento. Ed è guidato dal fatto che si vuole avere flessibilità sia dal lato della offerta che della domanda di lavoro», ha aggiunto, a margine di un incontro nella sede di Milano della società dedicato ai nuovi modi di lavorare e a come le aziende possono creare modelli organizzativi più agili. Tra le 12 forze individuate dalla società di consulenza, sei riguardano appunto l’offerta di talento, cioè quello che sta succedendo sul versante dei lavoratori. Uno di questi trend riguarda da vicino la crescita dei freelance ed è quello dell’‘imprenditorialità e individualismo”. L’indipendenza, è la tesi, sta diventando un fattore di motivazione dominante per i Millennial (i nati tra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta) e per la nuova Generazione Z, quella dei nati dopo la metà degli anni Novanta. «Queste persone giovani tendono a essere annoiate nel fare lo stesso tipo di lavoro per lunghi periodi e sono particolarmente interessate a carriere indipendenti. Messi nelle condizioni dalle piattaforme e dagli ecosistemi digitali, molti stanno scegliendo l’imprenditorialità e l’auto-impiego rispetto ai tradizionali impieghi nelle imprese», si legge nello studio. Il contesto, va ricordato, è quello statunitense, dove le percentuali di disoccupazione giovanile non sono paragonabili con quelle italiane. «Tra quelli ancora interessati ai lavori nelle imprese - si legge ancora - molti sono propensi a sperimentare nuove idee, prendendo lunghe pause nella carriera, e perfino a lavorare part-time come volontari o come freelance in ambiti completamente nuovi. Uno studio recente ha fatto emergere che il 79% dei giovani della Generazione Z vogliono integrare l’istruzione con il lavoro e che il 42% si aspetta di diventare un imprenditore». Tutto questo si sposa ad altri trend legati all’offerta di talento, come il crescente desiderio di lavorare di più da casa (più di un quinto degli impiegati si dice disposto a rinunciare fino al 5% dello stipendio per poter lavorare uno o due giorni da remoto). E come la preferenza netta per compensazioni che permettano di conciliare vita e lavoro rispetto alle tradizionali compensazioni economiche (come i bonus di produttività). Se nel 2014 solo il 53% di loro dichiarava di esserlo per propria scelta, nel 2016 la percentuale era crescita al 63 per cento. E il 79% dichiara che lavorare da freelance è meglio che lavorare da dipendente. Sul lato delle opportunità, «i freelance - continua lo studio - ne vengono fuori con il beneficio aggiuntivo di essere ben connessi con gli sviluppi che avvengono nel settore nel suo complesso, a differenza degli impiegati, che invece tendono a essere più presi da dinamiche interne». È davvero un mondo così roseo? La realtà dei lavoratori freelance italiani parla di infinite difficoltà nel valorizzare il proprio lavoro, di ritmi di lavoro intensissimi e di pagamenti che arrivano con ritardi biblici. Lo stesso Grant Freeland, di Bcg, riconosce che è molto difficile dare una risposta univoca di fronte a trasformazioni che creano molte opportunità per alcuni e tagliano fuori molti altri (le ultime lezioni americane sono lì a dirlo chiaramente). Tuttavia la fotografia scattata dall’indagine commissionata dalla Freelancers Union (associazione fondata da Sara Horowitz) mostra dei miglioramenti nelle condizioni di vita di chi si definisce freelance. Se nel 2014 solo il 53% di loro dichiarava di esserlo per propria scelta, nel 2016 la percentuale era crescita al 63 per cento. E il 79% dichiara che lavorare da freelance è meglio che lavorare da dipendente, perché i lavoratori autonomi si sentono più rispettati, dotati di potere (empowered) e felici di iniziare ciascun giorno. In uno dei risultati più sorprendenti emerge anche il fatto che una larga parte dei freelance americani dichiara di lavorare la giusta quantità di ore di lavoro, con una media di 36 ore settimanali. L’80% di loro avrebbe anche una copertura sanitaria - questione quanto mai cruciale per i freelance americani - anche se una parte minoritaria mette da parte fondi per le pensioni integrative. Se questo fosse il futuro anche in Italia ci sarebbe da metterci la firma. Ma l’Oceano, in questo caso, è davvero enorme.

Due euro ad articolo: pagare per fare i giornalisti, scrive Ilaria Giupponi su radiocittafujiko.it lunedì 24 ottobre 2011. "Se potessi avere mille lire al mese", il primo reportage di FujikoInchieste dedicato allo sfruttamento lavorativo. L'esordio spetta al mondo del giornalismo, dove almeno 35mila lavoratori vengono pagati dai 2 ai 5 euro ad articolo e devono pagarsi benzina, telefono e computer. Ilaria Giupponi intervista la giornalista Antonella Cardone. "Non dite al mio editore che lo farei anche gratis". Così ironizzava Enzo Biagi. Eppure gli editori l'hanno capito e così ecco i cronisti pagati due euro a pezzo e inviati a proprie spese a caccia di notizie; i collaboratori eterni che di un contratto non vedono neanche l'ombra, professionisti costretti a fare un secondo lavoro di nascosta perchè vietato dall'ordine professionale. Antonella Cardone, giornalista professionista, consigliera nazionale dell'Ordine dei giornalisti, e membro del Free C.C.P. (Coordinamento Giornalisti Collaboratori Precari e Freelance in Emilia Romagna) racconta lo stato di un mestiere, quello del cronista, che la dice lunga sullo sfruttamento di entusiasmi ed energie lavorative dei giovani. "La situazione dell'informazione è sempre stata particolare, in Italia. Basti pensare alla strage di Bologna, a Ustica, o ai vari depistaggi: molte notizie non sono state date, o sono state omesse quindi parlando della qualità dell'informazione italiana ci sarebbe da dire molto", esordisce la giovane Antonella Cardone, collaboratrice freelance per svariate testate nazionali. A questo, si aggiunge un dato allarmante e significativo: le condizioni nelle quali questo mestiere viene svolto."Negli ultimi anni -racconta Antonella - si è formato una sorta di cancro all'interno della professione, che è quello della precarizzazione del lavoro". Una precarizzazione diffusa in molti settori, ma che in quello dell'informazione assume una rilevanza pubblica, visto il destinatario del "prodotto": l'opinione pubblica. Sono almeno 35mila i giornalisti pagati a cottimo, "con remunerazioni che vanno dai due ai cinque euro a pezzo. Con stipendi che stentano a raggiungere i 5mila euro l'anno". La media italiana, infatti, si aggira intorno ai 7mila euro annuali. Poco più di 400 euro al mese. Il tutto, raggiunto facendo un puzzle di collaborazioni ricavate ovunque si riesca e con tempi che inevitabilmente ricadono sulla qualità dell'informazione e sul suo grado di approfondimento. Se proprio non si volesse considerare la frustrazione di chi questa informazione la compone. "E' un arrabbattarsi continuo. Molti colleghi scelgono la via delle commistioni, che deontologicamente sarebbero anche punibili, facendo da ufficio stampa, lavorando in tv, facendo consulenze". L'alternativa, deontologicamente più dignitosa, ma mal vista dall'Ordine dei professionisti, è quella del secondo - o terzo - lavoro: "di nascosto, vanno a pulire la scale, lavare i piatti, fanno i camerieri. Ma per mangiare si fa anche questo". Il paradosso è questo: si cerca un lavoro per potersi permettere di fare il mestiere dei propri sogni. A chi conviene questa situazione? Non ha dubbi, la giornalista professionista: "Agli editori. Noi - ricorda - scontiamo il fatto che non esistono in Italia editori puri come altrove". Tranne la novità editoriale del Fatto Quotidiano (edito per l'appunto dall'editore Aliberti) tra contributi statali, di partito e soprattutto i vari industriali proprietari o nel consiglio d'amministrazione delle varie testate, in Italia il giornale è uno strumento di produzione di consenso, nonostante le schiere di professionisti onesti - e spesso mal pagati - che vi lavorano. "Si dice che il giornale è la voce passiva di un bilancio in attivo, cioè grandi imprenditori che usano il giornale per fini propri. L'esigenza è solo quella di riempire il giornale, poco importa la qualità". Non solo: per risparmiare, spesso si utilizza materiale proveniente da fonti casuali, tutt'altro che professionali: "Sul web, con la scusa del citizen journalism, vengono invitati i passanti a fornire materiali, spacciandolo poi come giornalismo quando giornalismo non è". A scapito di tutto quel lavoro che richiede preparazione, cognizione di causa e informazione che fa del giornalismo un mestiere di artigianato vero e proprio, da apprendere e poi maneggiare "tu devi verifica, confrontare, essere filtro: c'è un ruolo attivo nella gestione delle notizie". Per fortuna, piano piano "con molta molta fatica", i freelance si stanno organizzando. Si organizzano sui territori, come nel caso dei Free CCP, e lentamente si inseriscono nelle istituzioni di categoria. In attesa dell'approvazione dell'accordo di massima inserito nella legge sul giusto compenso, che se approvata vedrebbe fissati i criteri per i contributi pubblici sull'editoria. Così: "chi prende 4 milioni di euro l'anno, non può tenere le persone a cinquanta cents al pezzo". Un altro passo fatto, è la Carta di Firenze, in base alla quale diventerebbe "deontologicamente scorretto che giornalisti sfruttino i giornalisti". Anche nelle redazioni, infatti, si fa leva su quelli che prima erano gli abusivi, e che ora sono direttamente i collaboratori: domeniche pagate quanto gli altri giorni, pezzi richiesti e poi non pagati, e via di seguito. Ed essendo, ricordiamolo, "pagato a cottimo, a fornitura", di malattia, contributi, tredicesima nemmeno a parlarne. Il tutto, rigorosamente a spese proprie: telefoni, computer, attrezzature e spostamenti. Ben lontano dunque dall'immaginario comune del giornalista che viaggia spesato e soggiorna in alberghi di lusso. "Questo è un mestiere che in prospettiva rischia di diventare a pagamento. però si, c'è anche gente che è disposta a pagare per uscire sul giorale e certo, un'opera educativa va fatta anche in questa direzione". Restituire, di fatto, una dignità a questo mestiere. Cosa che probabilmente risanerebbe il nostro Paese in molti sensi.

Giornalisti, fine della schiavitù, già scriveva illusoriamente il 4 dicembre 2012 Stefano Corradino, Direttore Articolo21.org, su "Il Fatto Quotidiano". Oggi è un bel giorno per l’informazione ma anche per la politica che si riappropria (qualche volta succede) della sua funzione: approvare leggi che imprimono nell’ordinamento principi di equità. La Camera ha approvato infatti la legge sull’equo compenso dei cronisti e che, come hanno giustamente affermato in conferenza stampa Enzo Iacopino e Roberto Natale (Ordine dei Giornalisti e Federazione nazionale della Stampa) “mette fine alla schiavitù nel mondo dell’informazione”. Una legge travagliata nel passaggio dal Senato alla Camera ma che ha sancito, con una firma trasversale un principio inderogabile: basta con quel caporalato e quello sfruttamento ai danni di giornalisti vergognosamente sottopagati. Cinquanta centesimi lordi per un articolo sul web, o 2-3 euro per un pezzo sulla carta stampata sono un insulto alla dignità del lavoro e alla Costituzione che tutela la libertà di informazione, il dovere di informare e il diritto ad essere informati. Ora la legge (che è solo un primo passo) dovrà diventare operativa e non rimanere nei cassetti delle tante norme inapplicate e, auspicabilmente, affermarsi come un precedente virtuoso nella più complessa legislazione sul lavoro affinché, nei più svariati settori occupazionali si possano cancellare le tante abnormi diseguaglianze, e quell’indecente classificazione dei lavoratori di serie A e di serie B.

Enzo Iacopino contro Matteo Renzi. Il presidente dell'Odg: "Superficialità imbarazzante sullo sfruttamento dei giornalisti", scrive Gabriella Cerami su "l'huffingtonpost.it il 29/12/2015. “A volte si parla della vita delle persone con una superficialità imbarazzante”. È da poco terminata la conferenza stampa di fine anno e il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino, è di nuovo nel suo studio nella sede di via Parigi a Roma. Risponde al telefono e dice: “Sono molto amareggiato. A Matteo Renzi non raccontano la verità. Un uomo intelligente, quale io credo che sia, non può dire che un giornalista pagato 4920 euro lordi all’anno non è uno ‘schiavo’. Io ho posto un problema”. Presidente Iacopino, lei ha parlato di “emergenza democratica” e ha chiesto al premier di non dare soldi pubblici ai gruppi editoriali che non pagano dignitosamente i giornalisti. Da Renzi si aspettava una risposta diversa?

"Renzi pensa che la risposta a questo problema non sia una norma che impedisca agli editori la ‘schiavitù’ ma sia l’abolizione dell’Ordine. Invece l’Ordine dei giornalisti è l’unico organo che sta contrastando da anni la politica della Fieg (Federazione italiana editori giornali) ma il premier ignora completamente la realtà e il problema".

Cosa sperava che il governo facesse a favore del settore?

"Intanto mi aspettavo che Renzi dicesse che lo sfruttamento dei giornalisti è una vergogna e che appunto si tratta di sfruttamento. E speravo il governo estendesse la norma del caporalato a tutti i lavori. Pensavo fosse una cosa di buonsenso invece, siccome andiamo verso la campagna elettorale, a Renzi conviene andare d'accordo con gli editori che con i cittadini".

Cosa si può fare a livello normativo?

"Ho fatto notare l'assurdità della mancanza di una legge che chieda agli editori la documentazione sulle retribuzioni dei dipendenti. Solo se questi ultimi vengono pagati in maniera dignitosa si può permettere agli editori l'accesso ai contributi. Ma parlare di abolizione dell'Ordine è assurdo".

Tuttavia spesso Renzi ha parlato di abolizione dell’Ordine dei giornalisti, non è la prima volta.

"Sì, ma la volgarità sta nell’aver detto di essere contro l’Ordine dei giornalisti, e non contro gli Ordini in generale, come invece ha detto altre volte. In realtà gli ha dato fastidio quando ho evocato la lista di proscrizione della Leopolda, quella in cui il premier ha messo al bando le prime pagine dei giornali per poi fare votare la peggiore. La sua reazione di stizza contro l’Ordine dei giornalisti dimostra proprio il suo fastidio. Si vedeva dalla faccia".

Eppure lei ha citato dei casi precisi. Derivano da segnalazioni che lei riceve? Ne aveva già parlato con il responsabile del governo per l’editoria?

"Non a caso ho invocato il caporalato. Ogni giorno mi arrivano e-mail e telefonate di persone disperate. Una collega mi ha scritto dicendo che aveva finito i suoi 288 articoli e adesso, in base a quella che io chiamo una ‘sinergia criminale’ tra Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana) e Fieg, il gruppo editoriale per cui lavora le ha detto che per tutti i pezzi in eccesso che scriverà le darà 120 euro lordi annui. Non solo. C’è anche un altro gruppo editoriale che ha iniziato a non pagare più i collaboratori. I colleghi mi chiedono dignità, non mi chiedono soldi, ma dignità. E la risposta di Renzi a tutto questo è la cancellazione dell’Ordine. Credo che il premier abbia le idee confuse".

In che senso?

"Considero Renzi una persona intelligente ma non si può dire che una pensione di 3500 euro, poi si è corretto dicendo 3000 e poi ancora 2500 euro, non sia da considerate una pensione d’oro. E non può dire che 4920 euro lordi l'anno siano una cifra con la quale poter vivere. Tre o quattro volte gli ho fatto notare il problema. Alla fine ha detto che siamo di opinioni diverse. Ecco, sono orgoglio di avere opinioni diverse dalle sue".

Cosa rimane di questa conferenza di fine anno?

"L'ho detto, sono amareggiato. Non ci resta che piangere".

"I giornalisti tra precarietà e sfruttamento: “8 su 10 sotto la soglia di povertà”. L'allarme arriva da Nicola Marini, presidente nazionale dell'Odg: “Va cambiata la legge sull'accesso all'Ordine”. Su Grillo: “Frase sgradevole, se la poteva risparmiare”, scrive Andrea Falla il 20 settembre 2017 su Today. Pagamenti a click, articoli da 5 euro e contratti di collaborazione che 'mascherano' il lavoro fatto in realtà. Sono soltanto alcune delle opzioni lavorative che un giornalista italiano può valutare al giorno d'oggi e che hanno contribuito a trasformare questo mestiere in uno dei lavori più bistrattati e soggetti a sfruttamento. “Una situazione devastante” come è stata definita da Nicola Marini, presidente nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, che ha lanciato nei giorni scorsi un grido d'allarme per tutta la categoria: “Una grossa fetta degli iscritti all'Ordine percepisce uno stipendio lordo annuo inferiore ai 10mila euro e quindi al di sotto della soglia di povertà”. Intervistato da Today, Marini ha fatto chiarezza su questi numeri e analizzato la situazione: “Siamo di fronte ad un quadro drammatico: dei 106mila giornalisti che fanno parte dell'Ordine, il 50% non è iscritto all'Inpgi, e già questa è una prima anomalia. Dei rimanenti 53mila il 65% viene definito 'freelance', che al giorno d'oggi è un modo diverso per dire precariato. Di questo 65%, 8 giornalisti su 10 percepiscono un reddito inferiore alla soglia di povertà”. Quello del giornalista diventa così un lavoro accessibile a pochi. Con questi stipendi 'da fame', gli aspiranti giornalisti sono costretti a fare una scelta: abbandonare il sogno o accontentarsi di quello che si trova in giro. Ma facendo una rapida ricerca sul web, saltano all'occhio decine e decine di annunci in cui la retribuzione è un optional o è talmente bassa da non permettere ad un qualsiasi individuo di 'sbarcare il lunario'. Ma su questi annunci 'farsa' l'Ordine può fare poco o niente, come confermato a Today dallo stesso Marini: “Monitorare tutti questi annunci è impossibile. Anche perché spesso non sono rivolti nello specifico a figure giornalistiche, ma chiedono ai candidati di saper fare un po' tutto, dal portavoce al comunicatore, fino all'esperto di social e marketing”. Ma la realtà di questi lavori sottopagati non ha a che fare soltanto con piccole testate, esistono situazioni precarie anche in redazioni di quotidiani nazionali molto conosciuti, spesso soggetti ai controlli: “Gli accertamenti spettano all'Inpgi – commenta Marini – che controlla con che tipo di contratto vengono assunti i lavoratori. Dopo i controlli sono scattate anche le multe, il problema è che i giornali non le pagano”.  “Con l'avvento di internet ci aspettavamo un miglioramento – continua il presidente nazionale dell'Odg - questo c'è stato dal punto di vista tecnologico, ma non da quello occupazionale. In Italia esistono più di 1.500 siti nativi digitali (non collegati ad un giornale cartaceo) alcuni dei quali vanno avanti con pochi giornalisti, pagati anche 200-250 euro al mese. Inoltre sul web, per la fretta e la pesante mole di lavoro, i giornalisti non riescono neanche a verificare le fonti, che dovrebbe essere la principale attività di questo mestiere”. Ma come si sta muovendo l'Ordine per porre rimedio a questa situazione drammatica per tutta la categoria? “L'idea di fare un contratto 'depotenziato' per i giornalisti potrebbe essere una soluzione per agevolare le assunzioni 'legali', Ma la prima cosa che dobbiamo fare è un'altra. L'accesso all'Ordine è regolato da una legge emanata nel 1963, quindi vecchia di 54 anni e da cambiare. In questo mezzo secolo il mondo è cambiato e ancor di più il lavoro del giornalista, è assurdo che siamo ancora dipendenti da una norma così obsoleta”. E' proprio per porre attenzione su questo tema che Marini ha lanciato l'allarme: “Volevo rilanciare questo argomento proprio per rimettere al centro il problema occupazionale. Se aspettiamo che il Governo faccia qualcosa per migliorare questa situazione la vedo molto dura”. “La mia era una provocazione – ha aggiunto Marini – ma in questi anni ci siamo impegnati su vari fronti. Ad esempio per quanto riguarda la formazione, siamo riusciti a renderla gratuita, aumentando i corsi gratuiti e online. Un modo per aiutare anche gli iscritti che spesso non riescono neanche a pagare la rata annuale”. Sul finale dell'intervista il presidente Marini ha voluto commentare le parole di Beppe Grillo, che rivolgendosi ai cronisti ha detto “Vorrei mangiarvi soltanto per il gusto di vomitarvi”: “La frase è stata di una volgarità assoluta. E' preoccupante che il leader del Movimento 5 Stelle, uno dei più importanti del Paese, possa concedersi delle licenze così pesanti, che non colpiscono soltanto i giornalisti ma tutta la libertà di stampa. Un insulto sgradevole che infila il dito nella piaga di tutti quei giovani giornalisti che fanno questo mestiere sottopagati. Una frase spiacevole, se la poteva risparmiare”. E come dargli torto. 

LA DURA VITA DEGLI STEWARD...DI TERRA E DI CIELO.

Sotto il sole, senza acqua e a rischio mobbing: il lavoro impossibile degli steward negli stadi. Presidiano gli spalti durante le partite, i concerti e gli eventi. Rischiano molto e vengono pagati pochissimo. E se si ribellano scatta la lista nera. Ecco le loro denunce, scrive Maurizio Di Fazio il 9 luglio 2018 su "L'Espresso". Anche questa è Gig Economy, l’economia dei “lavoretti”, diventati oggi, nella maggior parte dei casi, l’unica occupazione possibile, l’unica fonte di reddito. Le proposte fioccano nei portali di ricerca lavoro. “Cerchiamo, per una squadra di calcio di serie A, degli steward. Le risorse si occuperanno del controllo dei titoli di accesso e dell’instradamento degli spettatori. Tipo di offerta: contratto a somministrazione. Titolo di studio minimo: licenzia media inferiore”. Negli stadi italiani sono stati introdotti una decina d’anni fa, per supportare le forze dell’ordine nella gestione della sicurezza. Devono fronteggiare la furia anarcoide dei tifosi, soprattutto di quelli ospiti, specialmente a inizio e fine partita. Ma il loro impiego va ben oltre il football e il rettangolo verde: li vediamo presidiare gli spalti dei concerti, i padiglioni delle fiere, i locali degli eventi. Spesso sono studenti universitari, anche se cresce lo stuolo dei quarantenni e dei cinquantenni in servizio permanente effettivo per mancanza d’altro. La proporzione numerica tra gli steward (uomini) e le hostess (donne) è di 4 a 1. Tutti loro guadagnano poco e rischiano tanto. E lavorano un bel po’ più del pattuito, a compenso invariato. Il calcio resta lo scenario più duro e difficile. “Sono innumerevoli gli episodi di umiliazione e sopraffazione ai danni degli steward. Il culmine lo si è raggiunto nell’ultima partita di campionato, Napoli- Crotone. Alcuni nostri colleghi assegnati a un settore della tribuna hanno subito un’ingiustizia decisamente sgradevole – ci scrive un comitato di “steward anonimi” -. Dopo il fischio finale dell’arbitro, al termine del deflusso degli spettatori è stato loro imposto di continuare il turno per altre tre ore, senza un euro in più in busta paga. E coloro che hanno provato a ribellarsi, sono stati minacciati: "Non vi convocheremo più per i prossimi match, da oggi siete nella nostra black lista (proprio così, non è un refuso)". Il mobbing e le mansioni borderline sono i nostri costanti compagni di viaggio”. La società responsabile dei presunti abusi è la MFC Security & Services di Napoli. L’abbiamo contattata, senza ricevere però risposta. Marco (il nome, solo quello, è di fantasia) ha lavorato alle loro dipendenze per dodici anni. “Mi hanno fatto odiare il mestiere di steward” ci premette. Marco racconta come funziona negli stadi. “Prima, fino a quattro anni fa, era ancora peggio, il Far West assoluto. Ora il più delle volte veniamo ingaggiati attraverso le agenzie di somministrazione, che garantiscono qualche diritto formale”. La MFC gli dava 22 euro e 50 centesimi a partita. La Manpower garantisce una base di 10 euro in più. “Se l’incontro cominciava alle 15, dovevamo stare lì alle 11, già operativi e fino alle 18.30, le 19. Le ore di straordinario necessarie per accompagnare la squadra, per aspettare e riaccompagnare la tifoseria ospite? Mai retribuite. Tre ore, almeno, di lavoro gratis. Nemmeno oggi percepiamo supplementi per il lavoro extra”. Potreste rifiutarvi. “Impossibile: finiremmo nella black lista. Io sono stato messo all’indice anche per non avere fatto entrare gratis gli amici dei capi della MFC. Lavoravo al tornello d’ingresso, mi sembrava la cosa giusta da fare”. Un “lavoretto” pericoloso. “Due anni fa, durante una Napoli-Inter, i tifosi partenopei hanno sfondato il cancello nerazzurro e s’è scatenato un parapiglia immane. Abbiamo preso botte da tutte le parti”. C’è poi il capitolo corsi di formazione (obbligatori) da steward. Durano 40 ore, forniscono nozioni di psicologia, erudiscono sulle norme anti-incendio, sul pronto soccorso, sulla sicurezza in genere. “L’ho fatto direttamente con MFC. Ho pagato 150 euro, quando altrove sono gratuiti. E non ho ricevuto lo straccio di un attestato”. Marco ci snocciola tanti altri casi agghiaccianti vissuti in prima persona. “Al concerto per i 60 anni di Nino D’Angelo, abbiamo prestato servizio dalle 3 di pomeriggio alle 2 di notte per 30 euro a testa”. «Quando hanno conferito la cittadinanza onoraria a Maradona, abbiamo lavorato sotto il sole ustionante di agosto dalle 3 di pomeriggio all’1 di notte, con 42 gradi, per 25 euro e senza il conforto di una bottiglietta d’acqua o di un tramezzino. Loro hanno intascato fior di quattrini. Noi siamo stati trattati peggio dei vermi». «Quando viaggiamo per eventi organizzati fuori regione, ci ammassano dentro pullman vetusti e sgangherati. Rischiamo la vita per quattro soldi. Per il mega-show di Modena di Vasco Rossi, partimmo in 150, riempiendo tre autobus. 30 ore di lavoro più il viaggio. Ero distrutto. Camminavo e cadevo. Avevamo stabilito un cachet, ma la MFC ci ha sottratto, di punto in bianco, 12 euro a persona. Moltiplicati per 150, fanno 1800 euro». Marco ha 40 anni e attualmente lavora nel campo della logistica a Bologna. Ma l’antica passione non lo abbandona. Sarebbe pronto a riprendere la divisa da steward, con dignità. «Mi avevano proposto il concerto di Jovanotti a Eboli a giugno. A queste condizioni: partenza alle 15, ritorno alle 3 di notte. Paga, 25 euro. Senz’acqua o vivande. Ad arrostirci al sole».

Gli steward allo stadio: da mesi non ci pagano. Trenta euro netti per sei ore di lavoro rappresentano a Udine il guadagno di uno steward che nei giorni di partita effettua il proprio servizio allo stadio Friuli. Trenta euro a match per i quali più..., scrive il 23 gennaio 2014 Mattia Pertoldi su "Il Messaggero Veneto". Trenta euro netti per sei ore di lavoro rappresentano a Udine il guadagno di uno steward che nei giorni di partita effettua il proprio servizio allo stadio Friuli. Trenta euro a match per i quali più di qualcuno è costretto ad attendere parecchi mesi prima dell’ottenimento del voucher di pagamento. Tempi di attesa che hanno spazientito una parte delle 270 persone che prestano servizio allo stadio in occasione delle partite e che punta il dito contro la cooperativa veneta – la Assist Group di Altavilla Vicentina – che ha ottenuto in appalto la gestione del servizio da parte dell’Udinese Calcio. «Il nostro può essere definito come un caso di sfruttamento all’italiana – hanno spiegato – visti i trattamenti retributivi a cui siamo soggetti o sarebbe meglio dire che non riceviamo. Tanti di noi, infatti, non vengono pagati dal mese di aprile dello scorso anno». E la società bianconera, per bocca del direttore generale Franco Collavino, si è detta sorpresa da questa situazione. «La società a cui abbiamo appaltato il servizio – ha detto il dirigente bianconero – non ci ha segnalato alcuna criticità in materia. Siamo sorpresi da queste lamentele, ma posso assicurare che procederemo a effettuare i controlli». Da un paio di stagioni a questa parte la gestione degli steward allo stadio Friuli è, come accennato, compito della vicentina Assist Group, una cooperativa specializzata in materia tanto da occuparsi del medesimo servizio anche per conto dell’Hellas Verona e del Sassuolo in serie A, del Padova e del Cittadella in serie B e di Venezia, Bassano Virtus, Vicenza e Delta Porto Tolle nei campionati minori. «Premettendo che mi sembra strano come qualcuno possa esigere dei crediti relativi alla passata stagione – ha detto Andrea Fior –, ammetto che siamo in ritardo con i pagamenti tanto che in questi giorni stiamo saldando le giornate lavorative effettuate nei mesi di settembre e ottobre. Il problema è che anche noi stiamo attendendo il saldo delle fatture di alcune società sportive».

Ryanair è indifendibile, parola di un ex dipendente. Un ex assistente di volo della compagnia aerea ha inviato una sua testimonianza spontanea sulle condizioni di lavoro da lui vissute all'interno dell'azienda, scrive il 19 Settembre 2017 TPI. Non si chiude la polemica sulle condizioni di lavoro in Ryanair. Sono tantissimi i messaggi giunti in redazione dopo la pubblicazione del racconto sul colloquio di lavoro sostenuto per entrare nella compagnia aerea, dopo l’intervista a Letizia, assistente di volo che ne difende l’operato e dopo che anche altri siti e trasmissioni si sono occupati della vicenda. Per questo motivo, riportiamo la testimonianza spontanea che un ex assistente di volo dell’azienda ha inviato a TPI.

"Mi chiamo Igor, ho 30 anni e sono un ex dipendente Ryanair. Voglio raccontare la mia esperienza in questa compagnia aerea come assistente di volo. Per quanto riguarda le modalità di assunzione, i contratti avvengono con Crewlink, agenzia interinale che si occupa di reclutare persone per conto di Ryanair. Questa compagnia è l’unica in Europa che per un corso si fa pagare dai 2.500 euro ai 3mila, mentre le altre compagnia aeree ti formano a loro carico o con una spesa a carico del candidato pari a un quinto di questa cifra. Molti contratti vengono terminati allo scadere del pagamento del corso (se si è scelto di farselo detrarre dallo stipendio), dopo che il lavoratore è stato spremuto e sfruttato durante il periodo estivo, quello con più traffico aereo, in cui le compagnie hanno bisogno di personale. Ad ogni inverno, calano i voli e parte la “mattanza”, si cerca il pelo nell’uovo di ogni lavoratore, magari quelli che qualche volta hanno dovuto chiedere giorni di permesso per malattia (eh sì, è vietato anche stare male), e si riesce sempre a trovare scuse per licenziare, tanto possono farlo, dato che il periodo di prova dura un anno e durante questo periodo si può essere licenziati anche senza motivazione, se ritengono che tu non sia all’altezza del lavoro. Oltre al guadagno in termini di tagli al personale invernale, la Crewlink ha un flusso costante di nuovi partecipanti ai corsi (di cui ricordo il prezzo che varia dai 2500 ai 3000 euro a candidato!). Parliamo del “fantastico” stipendio: sono stato costretto a vivere con circa 700 euro in Germania (la base dove si viene assegnati è random, mentre nelle altre compagnie dipende dalla tua nazionalità/competenza linguistica, in modo da essere anche di migliore aiuto con i passeggeri). I trasferimenti sono difficili da ottenere e sono sempre in base a quanto vendi e quante volte sei stato malato), dove è obbligatoria l’assicurazione sanitaria, la “Krankenversicherung” che costa mensilmente il 14,6 per cento delle entrate lorde dell’assicurato. Il datore di lavoro paga il 7,3 per cento dello stipendio lordo del suo dipendente. Ma ovviamente Ryanair, anzi Crewlink, non paga la sua percentuale, quindi il costo ricade totalmente sul dipendente. Inoltre non esiste uno stipendio base che ti permetta di vivere dignitosamente in caso non si stia volando per qualsiasi motivo, si viene pagati ad ore di volo, altra esclusiva di questa compagnia che non esiste nelle altre. Ci sono poi i target giornalieri di vendite di prodotti degli sponsor da raggiungere: le pressioni sui dipendenti sono quotidiane! Ogni giorno la compagnia pretende che il dipendente quasi obblighi i clienti a comprare, in modo insistente e fastidioso. Se non si raggiunge il target bisogna spiegarne il motivo al ritorno dal turno, con domande fatte dal supervisore del tipo “perché non hai venduto abbastanza?”, ad un tot di target non raggiunti cominciano ad arrivare i rimproveri via email dalla Crewlink, fino a essere chiamati a colloquio a Dublino, da personale dell’HR department. (Il dipartimento principale). Non solo, si viene chiamati a Dublino anche se il dipendente si è assentato per malattia per tre o quattro volte, ti chiedono perché sei stato male o, ancora, se pensi che succederà di nuovo, poi ti dicono che il tuo comportamento ha messo in difficoltà i colleghi e la compagnia che hanno dovuto trovare dei sostituti per rimpiazzarti. Come mai, se si sta così bene in Ryanair, nelle altre compagnie è pieno di dipendenti provenienti da essa, e nessuno che da un’altra va in Ryanair? Ti ritrovi a lavorare con ragazzi dai 18 ai 20 anni, alla prima esperienza lavorativa, che non parlano inglese, instabili emotivamente, a volte impreparati per questo lavoro perché al corso li hanno fatti passare a tutti i costi. Ragazzi che hanno accettato solo per lavorare ad ogni costo e andare via da casa, con la falsa promessa di viaggiare in Europa. Cosa succederebbe in caso di emergenza a bordo con del personale del genere? É ora che la gente apra gli occhi e scopra che, si, paga di meno il volo, ma si trova potenzialmente in pericolo, e per emergenza non si intende per forza una catastrofe aerea, basta che un bambino si stia strozzando con del cibo o che un anziano abbia un infarto, credetemi cose che capitano spesso. Le condizioni di lavoro ed i contratti sono pessimi, in tutti i paesi europei che hanno accettato lo sfruttamento dei dipendenti, in cambio di traffico aereo che genera introiti negli aeroporti (tra cui l’Italia che ha più basi Ryanair di ogni altro paese), mentre nei paesi che si sono opposti le basi sono assenti o ridotte al minimo (ad esempio la Francia). Ad ogni trattativa tra Ryanair ed istituzioni locali/nazionali, le condizioni sono semplici: “o accettate le nostre condizioni o chiudiamo la base aerea e perdete impieghi e denaro”. Tutto ciò a scapito di tutte le altre compagnie aeree che danno lavoro dignitosamente ai dipendenti e che si trovano in difficoltà, a causa della concorrenza spietata di Ryanair, condotta al limite della legalità. Purtroppo, molti ragazzi giovani, come la ragazza intervistata da voi che sostiene Ryanair, si accontentano, non sapendo che stanno mancando di rispetto al mestiere in sé e alla professionalità sia propria, sia dei colleghi di altre compagnie, accettando compromessi, stipendi da fame e zero tutele o benefit. Trovo tutto questo inaccettabile, specialmente in un periodo in cui la nostra compagnia di bandiera è in crisi. Sarebbe opportuno che l’opinione pubblica cominciasse a conoscere l’argomento, data la mole enorme di passeggeri che va in mano a una compagnia del genere piuttosto che a una nazionale, in modo che arrivi la questione all’attenzione dei politici, auspicando che prendano provvedimenti". (Di seguito la busta paga dello stipendio percepito da Igor). TPI è sempre a disposizione di chi abbia necessità di smentire o rettificare le informazioni riportate. 

Quanto conviene lavorare per una compagnia aerea. Europa.  Dopo le testimonianze sul caso Ryanair, abbiamo analizzato stipendi, requisiti e condizioni di lavoro dei dipendenti delle maggiori compagnie aeree oggi sul mercato, scrive il 27 Aprile 2018 TPI. Il 20 aprile TPI ha pubblicato il racconto di Sandro Gianni, che criticava le condizioni di lavoro per assistente di volo offerte dalla compagnia area low cost Ryanair. La vicenda aveva suscitato polemiche tra chi difende e chi condanna il modo di lavorare imposto dall’azienda irlandese. Alcuni sostengono che, nonostante gli stipendi non siano altissimi, lavorare in Ryanair offra opportunità notevoli in termini di formazione e prospettive, specialmente quando si è molto giovani. Altri ritengono che la situazione dei dipendenti della compagnia sia davvero terribile: turni massacranti, pressioni psicologiche da parte dei dirigenti, precariato delle posizioni lavorative delineano un quadro preoccupante. TPI ha analizzato stipendi, requisiti e orari dei dipendenti delle maggiori aziende presenti oggi sul mercato. Molte delle compagnie aeree più famose si stanno orientando verso l’utilizzo di contratti a zero ore – che non garantiscono un minimo di ore lavorative a settimana – e verso collaborazioni con agenzie di lavoro temporaneo con sede fuori dall’Unione europea per assumere personale a costi più bassi. Secondo il rapporto Atypical Employment in Aviation del 2012, finanziato dalla Commissione europea e condotto dall’Università di Gand, nel Belgio, le compagnie aeree si rivolgono sempre più a “pratiche di assunzione creative”.

I piloti e i contratti a zero ore. Su 6.600 piloti intervistati nel rapporto, più di un migliaio sono lavoratori autonomi, assunti attraverso agenzie, o dipendenti con contratto a zero ore. Quest’ultimo non obbliga il datore a offrire lavoro e il dipendente può rifiutare qualsiasi chiamata. Se dal punto di vista delle compagnie di volo questo consente ai lavoratori maggiore flessibilità, la ricerca mostra che i lavoratori a zero ore tendono a guadagnare meno di quelli con forme contrattuali diverse e sono a rischio sfruttamento. I contratti a zero ore sono più comuni tra i piloti di età inferiore ai 30 anni: sono soprattutto i giovani piloti a essere danneggiati. Quest’ultimi lavorano soprattutto per compagnie aeree low cost, come Ryanair e Easyjet. I piloti con più anzianità volano più spesso per una compagnia di linea, come Air France, dove le condizioni contrattuali sono in genere migliori. La maggior parte dei piloti decide quanto prima di cambiare compagnia per migliorare la propria condizione lavorativa e avere maggiore protezioni sociali. Sempre secondo il rapporto, quasi la metà dei piloti ha dichiarato di aver cambiato compagnia aerea più di sette volte dall’inizio della propria carriera.

Gli stipendi degli assistenti di volo. Bianco Lavoro, portale sul mondo del lavoro, riporta gli stipendi previsti dalle compagnie aeree, di linea e low cost, per piloti e assistenti di voli.

• Alitalia – Oggi un assistente di volo a metà carriera prende poco più di 2mila euro netti al mese, ma lo stipendio in senso stretto è appena la metà. Il resto è rappresentato da indennità su cui il lavoratore paga il 50 per cento di tasse.

• Air One – I responsabili di cabina prendono 975 euro netti al mese, mentre gli assistenti di volo hanno uno stipendio di 665 euro netti al mese.

• Blu express – Nella compagnia del gruppo Panorama, gli stipendi vanno dai 1.700 ai 1.800 euro mensili.

• Air France – Gli stipendi degli assistenti di voli vanno dai 1.520 euro fino ad arrivare a 3.768 euro al mese.

• Meridiana – Si va dai 20mila ai 26mila euro netti ogni anno. Spesso la maggior parte dei contratti sono a tempo determinato, impedendo così al personale di ricevere bonus anzianità.

• British Airways – Un assistente di volo ha uno stipendio base di circa 1.500 euro, può guadagnare fino a oltre 3mila euro mensili. Lo stipendio è funzione del raggio di percorrenza dei voli e del tempo.

• Qatar Airways – Stipendio mensile di 732 euro netti nei primi sei mesi, 814 euro dopo sei mesi a cui va aggiunta una paga oraria di 9 euro, che con 80 ore al mese permette di superare i 1400-1500 euro al mese di retribuzione (sempre netti).

• KLM – Gli stipendi della compagnia olandese sono di circa 18mila euro netti per un assistente di volo.

Gli stipendi nelle compagnie low cost.

• Easyjet – Per un assistente di volo lo stipendio si aggira sui 1.200-1.300 euro netti durante i mesi invernali e 1.600–1.800 euro netti in estate. La differenza è dovuta al fatto che durante l’interno si vola meno e le possibilità di accumulare ore di volo sono minori.

• Ryanair – I corsi di formazione sono a carico del lavoratore e si aggirano sui 2.000–2.500 euro per gli assistenti di volo, mentre l’uniforme costa 400 euro. I dipendenti sono pagati solo durante il volo: le ore d’attesa, scali e ritardi, non vengono retribuite.

All’inizio i contratti avvengono con Crewlink, agenzia leader per il reclutamento Ryanair. Gli stipendi di hostess e steward variano tra i 1.100 e i 1.400 euro al mese, ai quali bisogna aggiungere un incentivo di 1.200 euro destinato ai neoassunti ogni sei mesi.

• Volotea – Gli stipendi come assistenti di volo sono tra i più bassi d’Europa, visto che si tratta di 900 euro netti al mese per 12 mensilità a cui sottrarre il costo del corso e della divisa, entrambi a carico del dipendente. Le spese per il mantenimento della propria documentazione di volo sono a carico del personale. I contratti, rigorosamente a tempo determinato con durata di 4 mesi, prevedono come base di appartenenza l’aeroporto di Venezia. Come denunciava La Stampa nel 2012, la compagnia offre uno stipendio di poco più di mille euro al mese per giornate lavorative ritenute massacranti, con 6 scali quotidiani e solo 25 minuti di pausa tra l’uno e l’altro. Un’offerta di lavoro talmente deludente che ha scoraggiato le domande di assunzione.

• Vueling – Gli stipendi per gli assistenti sono di 12mila-13mila euro netti l’anno. Nei forum dove si trattano temi legati al lavoro in compagnie aree, alcuni sostengono che lo stipendio mensile può arrivare ai 1.700 euro. Metodo: abbiamo confrontato questi stipendi con quanto raccontato dai dipendenti sui vari forum dedicati, sugli articoli recanti informazioni a riguardo e sui diversi portali con offerte di lavoro per verificarne l’effettiva veridicità. Sullo stipendio gravano anche la normativa in termini di tassazione e previdenza sociale del paese del dipendente. 

TPI è aperta a chiunque voglia smentire o rettificare le informazioni fin qui raccolte. 

PARLIAMO DEI POSTINI PRIVATI.

Postini privati, la paga è la metà del dovuto e devono pure comprarsi lo scooter. Un gruppo di lavoratori ha aperto una vertenza: sarebbero costretti a straordinari ancorati solo a un "premio produzione" e a pagarsi di tasca propria il ciclomotore. Ma l'azienda replica: "Nessuna costrizione", scrive Maurizio Di Fazio il 4 ottobre 2017 su "L'Espresso". «Guadagnano la metà di quanto dovrebbero. Sono pagati per quattro, cinque ore al giorno quando ne lavorano il doppio. In un Paese normale tutto questo extra sarebbe chiamato “lavoro supplementare” o “straordinario”, e verrebbe trattato di conseguenza. Qui lo retribuiscono con un premio, e solo al raggiungimento del risultato. Altrimenti nulla. È il cottimo del terzo millennio. Aggiungiamo che non ricevono lo stipendio da maggio. È questa la politica innovativa, il modello di crescita sostenibile profetizzato da Nexive?». Nel parlare della vertenza promossa, a Lucca, contro il più grande operatore privato del mercato postale italiano, Giuseppe Priolini della Uil Toscana lancia un duro j’accuse. Secondo lui, che ha dato il via al contenzioso, Nexive (500 milioni di buste e 1,7 milioni di pacchi al giorno) bara. “Consideriamo le persone che lavorano con noi il ‘centro di tutto’" si legge sul sito Internet dell’azienda che vanta clienti fissi come Enel e Ferrero. Per Priolini è l’esatto opposto: «Riescono a vendere i servizi al massimo ribasso: risparmiando, all’estremo, sul costo del lavoro» afferma parlando con l'Espresso. Qualche settimana fa è cambiato il referente locale lucchese di Nexive: non più “La Posta Diretta”, da adesso in poi sarà la “Società Recapiti Ferrari” a gestire lettere e plichi per conto della casa-madre. E ha comunicato subito l’ulteriore riduzione dell’orario di lavoro quotidiano, 4 ore a al posto di 5. «Col solito cottimo mascherato da premio di produttività: il pagamento della quinta ora sarà vincolato al recapito di un tot di missive» aggiunge il dirigente Uil: «Una pratica immorale e illecita perché espone i postini, che girano in motorino, a elevati rischi sul lavoro». Ciclomotori che i lavoratori dovranno comprarsi di tasca propria, «anticipando 1.200 euro a Recapiti Ferrari: un acquisto-capestro, che di fatto costringe i dipendenti (che già percepiscono poco) a non potersi dimettere per almeno un anno, un anno e mezzo. È il tempo necessario per poter restituire i soldi “investiti” nello scooter». Alcuni postini privati di Lucca, in serie difficoltà economiche, hanno accettato «le condizioni imposte dalla società subentrata», altri «sono stati spinti al licenziamento non avendo firmato la rinuncia a rivendicare le somme dovute dall’uscente La Posta Diretta, e quindi l'obbligazione in solido spettante a Nexive. Una forma di ricatto nella quale il committente (Nexive) interferisce non facendo assumere dalla Società Recapiti Ferrari il personale avente diritto. E questa richiesta di rinuncia la dice lunga sulla piena consapevolezza da parte di Nexive del comportamento scorretto dei partner territoriali». La situazione di Lucca, in base ai documenti in nostro possesso, è rappresentativa di quanto accade tendenzialmente lungo l’intera penisola: in tutte le regioni, oltre alle filiali dirette, Nexive si avvale infatti di decine di piccole e capillari società private, spesso Srl, che magari falliscono lasciando il posto a un’altra nell’orbita del principale rivale di Poste Italiane. Una gestione mista che serve l’ottanta per cento delle famiglie tricolori e più di 30 mila operatori business. «Il nostro monitoraggio sui partner a cui appaltiamo i servizi di consegna corrispondenza è costante» assicurano da Nexive. «Sono anni che il sistema della corrispondenza privata è affidato, con subappalti, a cooperative e società che hanno l'unico scopo di sfruttare la forza lavoro per far guadagnare il committente» sostiene invece con l'Espresso la Uil per bocca di Priolini: «È questo il nuovo caporalato». Intanto la vertenza di Lucca va avanti, ed è destinata anch’essa ad avere ripercussioni nazionali. Una quindicina di lavoratori non mollano la presa. Vogliono il pagamento delle pregresse ore di lavoro “reali, non virtuali” mai retribuite, oltreché delle buste paga inevase. La Uil chiama in causa direttamente Nexive, «del resto è con loro, guarda caso, che trattiamo, mica con i partner subappaltanti» conclude Giuseppe Priolini: «L'obiettivo più generale è di raggiungere una stabilizzazione del mercato postale privato, con appalti congrui che garantiscano la corretta retribuzione degli impiegati e il pieno rispetto delle norme contrattuali e legali. Un traguardo che appare possibile solo prescrivendo a Nexive subappalti economicamente corretti». Interpellata dall’Espresso, Nexive nega ogni accusa. «Non è vero che i nostri lavoratori svolgano attività in nero. I nostri documenti e la normativa vigente possono confermarlo. Nexive e le sue società partner cercano un difficile equilibrio tra la salvaguardia dei livelli occupazionali e la riduzione dei carichi di lavoro, dando continuità di reddito anche in presenza di mutate condizioni contrattuali. E ogni revisione dei contratti è oggetto di una trattativa tra il datore di lavoro e i lavoratori. Nexive e i suoi Partner si impegnano a raggiungere con questi ultimi accordi che coniughino remunerazione e impegno di lavoro». Sugli straordinari legati al conseguimento di determinati standard di produttività e l’acquisto del motorino dal datore di lavoro, Nexive sostiene di rifarsi al contratto nazionale. «Nessuna costrizione, e le proposte sono state diverse. Il contratto collettivo nazionale di lavoro prevede la possibilità di utilizzare un mezzo proprio, a fronte di un indennizzo che è stato definito con i rappresentanti dei lavoratori e che tiene conto dei costi assicurativi e della manutenzione ordinaria» ribatte Nexive: «Ma per coloro che non possiedono un ciclomotore, la Società Ferrari si è resa disponibile ad anticiparne il costo d’acquisto, trattenendo una quota mensile. E resterà del lavoratore».

CIBO A DOMICILIO. I RIDER SFRUTTATI.

«Io, burattinaio dei rider, vi racconto come controlliamo le consegne e i fattorini». La geolocalizzazione, la competizione. Il cottimo. Parla per la prima volta un (ex) controllore dei ragazzi che ci portano il cibo a casa. «Sul mio schermo arrivava tutto: anche la velocità con cui i fattorini stavano pedalando. Mi sembrava di pilotare dei droni», scrive Francesca Sironi il 20 dicembre 2018 su "L'Espresso". Nel database sono chiamati i fantasmi. Si tratta dei fattorini fermi, pronti a prendere una nuova comanda. E a scattare al click, sostituendo quanti sono già in corsa. Sulla mappa sono indicati da un puntino grigio. In azzurro invece spiccano i rider disponibili: quelli che non sono in servizio, ma restano comunque arruolabili nell’immediato. Per esempio se qualcuno, durante il turno, finisce per essere in ritardo. E bastano solo otto minuti d’attesa imprevista per far scattare una prima allerta, un messaggio, una chiamata. Tutto ok? I fantasmi. V. ha lavorato per sei mesi nella centrale operativa di Foodora a Berlino. Era un “dispatcher”, ovvero un responsabile degli ordini, incaricato di seguire in tempo reale le corse che recapitano pasti a domicilio in moltissime città italiane. È il servizio di cui Foodora è uno dei leader mondiali: la società che la controlla, “Delivery Hero”, è un colosso che batte un milione di scontrini al giorno da oltre 200mila ristoranti in 40 paesi. Party pre-natalizi compresi, i menu vengono smistati minuto per minuto negli uffici dalla centrale di Berlino dove V. ha lavorato fino al 2018. Foodora ha dismesso da poco le attività in Italia. Ma Delivery Hero mantiene comunque un piede a Roma: all’inizio dell’anno il gigante delle spedizioni aveva investito infatti 51 milioni di euro nella catalana Glovo, di cui è oggi uno dei principali azionisti. È a Glovo che ha ceduto le attività italiane. Non i lavoratori però: i duemila fattorini che prima consegnavano per Foodora sono stati liquidati con un invito a ricominciare da zero, candidandosi a trasportare sushi a cottimo per l’ormai ex concorrente. Nel frattempo alcuni incidenti, anche gravissimi, che hanno colpito i lavoratori del settore, insieme al nulla di fatto con cui si è chiuso il tavolo avviato al ministero dello Sviluppo dal vicepremier Luigi Di Maio, hanno fatto riaffiorare con urgenza il problema, ancora non risolto, delle tutele necessarie per gli occupati digital-reali della distribuzione (e non solo). E ora sulla questione interviene una nuova, inedita, vertenza. Che riguarda il côté Grande Fratello del caporalato digitale. Il primo compito di ogni dispatcher, spiega V., è risolvere problemi: clienti che non si trovano, ristoranti che hanno la cucina sottosopra, ma anche e soprattutto inceppamenti dello stesso sistema. Deve, ad esempio, aggiustare il tiro dell’algoritmo (che a Foodora si chiama “Hurrier”, “colui che va di fretta”, come la società canadese che lo aveva elaborato) quando il meccanismo automatico attribuisce consegne in modo non efficace. «Io seguivo nel dettaglio gli itinerari dei rider, sapevo la velocità media con cui stavano pedalando o guidando, l’intero storico delle commissioni che avevano effettuato», racconta in esclusiva per L’Espresso, a condizione di anonimato: «Se pioveva forte, oppure c’era un tragitto molto lungo da coprire, o ancora un piatto da ritirare in un locale che sapevamo essere frequentemente più lento del dovuto, potevo assegnare delle “doppie”, cioè un compenso doppio per quella singola consegna, considerata più onerosa». L’ambiente era informale, in ufficio, anche se non poteva distrarsi molto dal monitor, ricorda, vista la fretta senza sconti con cui andavano portate a termine le missioni. «Su uno dei computer tenevamo sempre aperte le chat con i fattorini, via telegram o whatsapp. Dopo un po’ li conoscevo quasi personalmente», continua: «Anche se a volte il mio ruolo era dissociante: sembrava di pilotare un drone, con le mappe aperte sulla città o sul singolo quartiere, su una via, o una spedizione, e tutte le conversazioni telematiche aperte contemporaneamente». Come se i fattorini non fossero altro che punti in movimento su un monitor, «mentre io ero spesso l’unica voce con cui avevano un contatto umano dentro l’azienda, al di là delle notifiche dell’applicazione o delle mail del management. Mi ricordo una ragazza di Roma che aveva voluto sfogarsi, una sera: mi diceva che era stanchissima, e doveva lavorare per pagare le riparazioni del motorino, rotto per tre volte facendo consegne. Altri ci chiedevano consigli, altri ancora ci sfottevano. In generale cercavano almeno un po’ di contatto reale». Perché per il resto, la loro vita professionale aveva e ha come unica interfaccia l’app installata sul telefono personale, dotazione necessaria per iniziare a correre. Dall’altra parte del rider, vista dalla bici o dal motorino, c’è la società, con il suo algoritmo per la distribuzione dei clienti e con i dispatcher. Che si trovano così in prima linea nelle contraddizioni del business. Ad esempio ad affrontare uno degli elementi più controversi, forse, dell’attuale economia della fame: la continua creazione di un esercito di riserva, di precari in competizione fra loro per ottenere una commessa in più, un frammento di speranza flessibile in più. «Spesso capitava avessimo molti più fattorini disponibili che non ordini. Per esempio durante i turni che iniziavano sul presto, alle sette di sera», racconta V.: «Allora le persone iniziavano a chiamarmi dicendomi “dai, dammi un ordine, per favore”. Ti sentivi impotente». C’è un altro elemento che V. trovava disturbante: la possibilità di veder segnate sulla mappa le posizioni di lavoratori assolutamente non attivi. Richiamabili con un click, ma non in turno. Ugualmente tracciati? La società non ha risposto alle domande dell’Espresso riguardo alle osservazioni simili diventate ora materia di un reclamo al Garante della privacy, a Roma. La segnalazione, presentata dall’avvocata che segue la causa dei rider a Torino, Giulia Druetta, e da un esperto di privacy, Giovanni Maria Riccio, riguarda soprattutto due punti. «Il primo sono le informazioni, assolutamente non adeguate secondo noi, che venivano date ai rider rispetto alle modalità con cui avviene la loro geo-localizzazione. Alcuni elementi che abbiamo raccolto sembrano indicare, tra l’altro, che la loro posizione veniva rilevata anche fuori dall’esercizio effettivo del turno», racconta Riccio, che da avvocato e professore all’università di Salerno ha curato decine di pubblicazioni sulla protezione dei dati personali: «Il secondo riguarda invece le chat dove venivano scambiati messaggi aziendali. In un contesto, a nostro avviso, di generale scarso rispetto della dignità dei lavoratori». Può sembrare una questione laterale, quella della geo-localizzazione pervasiva dei fattorini digitali. Ma è invece al centro della difficile definizione stessa di quanto sia “autonomo”, e quanto invece subordinato, il mestiere di chi viene reclutato attraverso le piattaforme online. In Italia due tribunali, prima a Torino (di cui è atteso l’appello per il 9 gennaio) e poi a settembre a Milano, si sono schierati a favore dell’interpretazione fornita dai grandi gruppi come Foodora, Justeat o Deliveroo, secondo cui i pony sono liberi di scegliere se farsi carico o no di un ordine, e quindi vanno considerati liberi professionisti. In Francia però, a novembre, la Corte di cassazione ha rispedito in appello una sintesi simile. Poiché la sostanza prevale sulla forma, scrivono i giudici francesi, nel diritto del lavoro, allora a ben guardare c’è qualcosa che non torna rispetto a quanto accade attraverso queste app. I tre cardini della subordinazione, infatti, a Parigi come a Roma, sono i poteri di organizzazione, controllo e disciplina, esercitati da parte di un’impresa sui suoi sottoposti. «E se andiamo a vedere come funzionano nel concreto queste piattaforme, è difficile pretendere si tratti di sola intermediazione», discute Antonio Aloisi, ricercatore post-doc dell’Istituto universitario europeo di Firenze, che sta dedicando al tema numerosi nuovi studi: «Basta osservare la necessità che hanno, per funzionare, di garantire un servizio sicuro, uniforme e standard». È quello che pubblicizzano no? «Ora, se tutti i lavoratori – e penso al settore delle consegne come a molti altri», continua Aloisi: «Fossero effettivamente liberi e autonomi di scegliere se, come e quando lavorare, come potrebbe reggersi il business?». Sarebbe un caos. «Quello che accade è l’opposto: le società raccolgono un’enorme quantità di dati, hanno metriche dettagliatissime sui flussi, sulle richieste, sul mercato e sulle risposte da darvi. Potrebbero insomma facilmente, in teoria, prevedere offerta e domanda», ragiona il ricercatore: «Ma anziché usare queste informazioni per assumere con le tutele necessarie uno zoccolo duro di lavoratori, le usano per stabilire dei ranking interni fra una platea di “disponibili”, per organizzare occupati flessibili». Arrivando al paradosso: «anziché più libertà, i fattorini finiscono per averne meno», conclude: «Perché spostandosi da una società all’altra perderebbero tutta la “carriera digitale”, di affidabilità, che vi hanno costruito dentro». La tecnologia sottile con cui scontrini e contratti, mance e menu, vengono gestite, non aiuta spesso a comprenderne le implicazioni. «Il rapporto con la società sembra diretto. La semplicità con cui inizi a lavorare, attraverso l’app, con cui accetti condizioni, informative, spazi, cominciando subito a fare consegne, rende tutto molto immediato. Mosso quasi più da impulsi che da ragionamenti consapevoli», riflette Angelo, un rider di Milano che insieme ad altri ha dato vita al progetto “Deliverance”, un sindacato autonomo di fattorini che ha stilato all’inizio di dicembre un decalogo di richieste per la dignità dei rider. All’interno del quale tornano, oltre alle garanzie lavorative che mancano, anche le questioni che riguardano il controllo. Il documento chiede infatti il «diritto alla disconnessione» fuori dal servizio, la trasparenza sui dati raccolti, sul tracciamento, sulla possibilità per ognuno di sapere quali elementi valuti l’algoritmo nel momento in cui attribuisce individualmente le consegne. La tracciabilità dei comportamenti, accettata da milioni di consumatori digitali in cambio di servizi gratuiti, può diventare infatti più distopica all’interno di un rapporto di lavoro. «Pochi, banalmente, sospendono ogni volta che finiscono la geo-localizzazione interna all’app», racconta Angelo: «Io stesso tolgo del tutto il Gps, dal telefono, quando non sono in turno. Mi impedisce di usare altri sistemi, ma mi sento più tranquillo». V. arrivava in ufficio mezz’ora prima del momento in cui da case o uffici sarebbero iniziate le richieste di piadine e polli fritti. Si sedeva, controllava che i fattorini si stessero effettivamente avvicinando al luogo di partenza del turno, e cominciava il suo sorvolo sugli ordini. Anche i dispatcher, per mangiare, usavano Foodora. «La “mensa” era un buono da spendere sulla piattaforma stessa», ricorda. Dopo un po’, ha iniziato a portarsi i panini da casa. A giugno Delivery Hero ha festeggiato 340 milioni di euro di fatturato, ma risultati ancora in salita. Non tanto per il costo del personale. Quanto per il peso del marketing: che vale 180 milioni di euro a semestre. I servizi di delivery ne pesano solo 140. Difficile per un rider, pensare di valere meno di uno spot.

Uccisi mentre consegnano il nostro cibo: i riders e quelle vite spezzate senza tutele. L'ultimo della lista infame si chiamava Alberto. Travolto a 19 anni mentre portava una pizza. Il sindacato: «Sfruttamento inaccettabile. Qualche segnale del governo era arrivato, ma tutto è caduto nel dimenticatoio», scrive Maurizio De Fazio il 7 dicembre 2018 su "L'Espresso". Morire consegnando una pizza. Morire da rider. La gig economy conta i suoi primi caduti. L’ultimo martire involontario del lavoro del nuovo tipo è delle ultime ore. Si chiamava Alberto Piscopo Pollini, era uno studente dell’Alberghiero di Bari e aveva 19 anni. La sua esistenza è stata falciata sabato scorso intorno alle 22.30 – orario di fuoco per i ciclofattorini digitali - quando un’auto portata da un altro ragazzo l’ha travolto mentre sfrecciava, col suo scooter, per recapitare al cliente in tempo utile la cena ordinata da casa. Non è la prima tragedia del genere dalle nostre parti, senza considerare gli incidenti non mortali. Il 6 settembre un dramma analogo è capitato a un 29enne di Pisa, Maurizio Cammillini, che s’è schiantato in motorino contro un palo. Doveva consegnare un fritto e due panini; correva perché, se avesse fatto ritardo, avrebbe pagato una sanzione di tre euro come già accadutogli il giorno prima. Per lui non c’è stato nulla da fare. Si è salvato, invece, a maggio (ma ha perso una gamba) Francesco Iennaco, 28 anni: è finito sotto un tram a Milano mentre lavorava, in quel caso, con la bicicletta. Ecco le prime morti bianche nelle fila dei riders italiani, zaino termico in spalla, ancora in attesa di nuove garanzie e diritti e di una forma contrattuale che li liberi dal precariato estremo. Duro il percorso di questi post-proletari on demand. “Lo sfruttamento che decine di migliaia di giovani vivono quotidianamente è inaccettabile. Qualche segnale di attenzione era arrivato, da parte del governo, ma tutto è caduto nel dimenticatoio” ha commentato l’Usb (Unione sindacale di base) all’indomani della morte di Pollini. Dopo mesi di trattative, il confronto intrapreso dal governo sulle tutele da assicurare ai lavoratori 4.0 mostra infatti la corda. L’ennesima speranza frustrata è del 7 novembre scorso, l’ultimo rendez-vous plenario tra le parti. Il tavolo promosso dal Ministero dello sviluppo economico coi sindacati e le principali piattaforme del food delivery (da Just Eat a Deliveroo, da Glovo a Uber Eats, da Social Food a Foodora) non ha dato frutti. Lo stallo appare senza uscita, nonostante Luigi Di Maio ne avesse fatto una delle bandiere programmatiche e delle pietre d’angolo del “cambiamento”, addirittura la sua prima sortita pubblica da neo-ministro. Il capo politico del Movimento 5 Stelle, alle prese col reddito di cittadinanza, sembra aver messo un po’ in secondo piano la causa dei vulnerabili per eccellenza nell’economia dei lavoretti, già stornata, a suo tempo, dal Decreto Dignità. Il traguardo per un accordo complessivo era stato fissato a dicembre. Staremo a vedere. “Il Ministero redigerà una proposta che sia in grado di sintetizzare le diverse posizioni finora emerse, valorizzando come sempre il confronto con i rappresentanti delle aziende, con i rider e con le parti sociali intervenute al tavolo" è questa una delle ultime note ufficiali uscite dal suo dicastero. È irrisolta la necessità di giungere a una soluzione che garantisca un salario orario dignitoso (oggi si viene spesso pagati a consegna), sulla falsariga o meno di quanto prevede il contratto collettivo nazionale della Logistica come vorrebbero Cgil, Cisl e Uil. Manca tuttora un minimo di welfare dedicato: una piena assicurazione Inail, contributi Inps che aprano a un’eventuale indennità di disoccupazione, un monte ore garantito. E poi i diritti di assemblea e una maggiorazione retributiva se si effettuano consegne con la neve o sotto la pioggia, se si lavora di notte e nei festivi. Non dimenticando l’abolizione del ranking: i riders raccontano di uno strano algoritmo “di fedeltà” che regola il flusso delle loro chiamate, anche se le aziende negano. Nel frattempo si procede alla spicciolata. A fine novembre, per esempio, la Regione Piemonte ha approvato a maggioranza in Consiglio regionale un emendamento di Leu per vietare il cottimo nei servizi di consegna a domicilio. Perché, se pagato a prestazione, un tecno-fattorino si sente costretto a marciare il più velocemente possibile e mette a repentaglio la sua stessa vita. Il primo dicembre, nelle principali piazze italiane ed europee, è andata in scena una grande manifestazione di settore. Bologna ha confermato la sua leadership: è nata qui la sigla sindacale più agguerrita (Union Riders), è stata redatta qui la prima proposta collettiva di categoria (o, perché no, “di classe”), la Carta di Bologna. Nella città di Dalla pure la politica si mostra riders-friendly. “Tra un po' arriva la neve, e con questa anche il rischio per la sicurezza dei lavoratori. Il governo ha avviato un dialogo con i riders e le loro piattaforme, ma cosa hanno fatto? Sono passati quattro mesi e siamo ancora in attesa. Senza dimenticare che questo è un tema che, se non fosse stato lanciato da Bologna, non si sarebbe mai aperto" ha detto l’assessore comunale bolognese al lavoro Marco Lombardo, del Pd. Il Comune ha messo a disposizione una sala dove potere attendere gli ordini delle consegne via app senza gelarsi per strada. Lo stesso è avvenuto a Bergamo. “Anche nei settori più sfruttati del mondo del lavoro, anche nelle periferie produttive dove scompaiono i diritti e si afferma la presunta modernità del cottimo, anche laddove tutto sembra perduto, anche lì la lotta pagherà, come ha sempre pagato" ha rilanciato l’Union Riders Bologna, con una punta di ottimismo. Tutto questo in un mercato che perde qualche pezzo. La tedesca (e rosa) Foodora ha deciso infatti di abbandonare la nostra penisola perché “poco redditizia”, troppo difficile. A rilevare le sue attività tricolori sarà la spagnola Glovo, che oltre al cibo trasporta anche altre merci. Il prezzo da pagare potrebbe essere altissimo: rischiano il posto duemila dipendenti, del resto mai assunti formalmente dalla multinazionale. Erano infatti – come accade quasi sempre in quest’ambito – lavoratori autonomi. Collaboratori occasionali, “freelance”. Ma esistono delle differenze. L’inglese Deliveroo assicura un fisso orario lordo (12.80 l’ora) e segue la prassi delle collaborazioni occasionali con ritenuta d’acconto. Foodora (memorabile la frase del suo ceo italiano Gianluca Cocco, che dichiarò: “La nostra azienda è un’opportunità per chi ama andare in bici, guadagnando anche un piccolo stipendio”) inquadra come co.co.co e paga 5 euro lordi l’ora, inclusivi di contributi. Glovo, che l’ha rilevata, prevede la collaborazione occasionale e 2 euro netti a consegna, con un sovrappiù di 60 centesimi per ogni chilometro percorso (e di 5 centesimi per minuto d’attesa al ristorante). La danese Just Eat ha un sistema misto (co.co.co e collaborazione occasionale) e un fisso di 6.50 netti all’ora. E non vi lavorano esclusivamente studenti universitari o “secondo-lavoristi”, ma anche numerosi quarantenni e cinquantenni che non trovano più nient’altro. Lavoro autonomo o subordinato mascherato? Il dibattito resta aperto, ma i tribunali peninsulari hanno sposato al momento la prima linea. Di certo nessuna legge o contratto protegge ancora, come si dovrebbe, questi corrieri gastronomici, né riscatta i loro diritti da inizio Novecento e i loro compensi da fame.

Cibo a domicilio, mentre noi mangiamo i rider sfruttati raccolgono solo briciole. Pioggia o neve, la consegna della cena a casa ordinata tramite app sarà sempre puntuale. Peccato che per i lavoratori, in bici o in motorino, non ci siano tutele. «Siamo pagati a cottimo, senza sostegno per le spese mediche». Questo e altri casi di lavori da incubo nel libro denuncia Italian Job, scrive Maurizio Di Fazio il 19 febbraio 2018 su "L'Espresso". «Non abbiamo l’assicurazione sanitaria, un monte ore settimanale, i contributi per la manutenzione dei mezzi, un’indennità per le condizioni meteo avverse e per i turni festivi, un limite di chilometri per le distanze da percorrere in bicicletta. E se ti becchi una polmonite non hai i soldi per saldare il ticket al pronto soccorso. Il telefonino occorre controllarlo di continuo. L’app ci invia un messaggio con tutti i dettagli, monitora la no­stra velocità di marcia. Se ci sfugge il bip della notifica, l’ordinazione va a farsi friggere e con essa il nostro magrissimo compenso. Abbiamo retribuzioni non traspa­renti, paghe basse e a cottimo» mi dice un fattorino, o meglio, un fattorino digitale, o meglio ancora un rider, come vengono chiamati oggi. «Chi protegge la nostra incolumità fisica quando a bordo di bici e motorini sgangherati vi portiamo vaschette di cibo caldo a domicilio, grazie alle app del momento?». Che nevichi o piova che Dio la manda, sono sempre lì, sulla strada, puntualissimi. Pedalano con tutta la forza che hanno in corpo per spaccare il secondo, per rispettare il cronogramma fissato per la consegna. A costo anche di passare col semaforo rosso o di rompersi la testa se prendono una buca, se l’asfalto è ghiacciato, se la pioggia offusca il mondo. «Ti racconto un paio di episodi – aggiunge il ragazzo, che preferisce restare anonimo -. Una volta la piattafor­ma per cui lavoro, venuta a conoscenza di un incidente, ha messo in discussione il fatto di dover pagare l’intero turno al rider che si era fatto male a metà servizio, e gli ha tolto i turni già programmati per lui quella settima­na, senza fornirgli nessun tipo di sostegno per le spese mediche. Un’altra volta un mio collega si è ammalato e ha informato i nostri superiori di non poter svolgere il suo turno perché a letto con l’influenza. Vuoi sapere cosa gli hanno risposto? Che se fosse successo nuovamente ‘avrebbero riconsiderato il loro rapporto lavorativo’». Un nuovo proletariato trasversale, tra i venti e i qua­rant’anni, s’avanza, zaino termico colorato e gigante in spalla, alimentato da studenti universitari, stranieri ed esodati dal mercato del lavoro tradizionale. Senza più diritti né tutele, senza possibilità di assunzione. No futu­re, come divinavano i punk. Sottopagati on demand. A cottimo. Pagandosi da soli il mezzo a due ruote, la ben­zina e le spese di manutenzione. Sobbarcandosi persino certi rischi di impresa: se la merce che trasportano viene persa o danneggiata, ne rispondono loro. Con la spada di Damocle del tetto dei cinquemila euro sulla ritenuta d’acconto con prestazione occasionale e il ricatto dell’apertura di una partita iva che non ci si può permettere. E molti, allora, mollano. Ammesso che non si tirino fuori per cause di ulteriore forza maggiore: un trauma fisico dopo una caduta, o morale dopo un’umiliazione. Logistica in tempo reale. Eat in time. Si organizzano su gruppi e pagine Facebook dedicate, oppure via WhatsApp, dove vengono pure «sloggati», cioè licenziati direttamente. Sono retribuiti su base ora­ria, quattro o cinque euro all’ora, o con due, tre, quattro euro a consegna. Le flotte vengono rinnovate a intervalli regolari, il turn over è la regola, e se a fine mese non si raggiunge una soglia minima di una quarantina di consegne l’accredito dello «stipendio» è rimandato al mese successivo. «Caporalato digitale», l’ha definito Laura Boldrini. In effetti, il guadagno dei lavoratori della nuova era è molto simile a quello dei dannati dei campi di pomodori: pochi euro l’ora. I vecchi pony express se la passavano decisamente meglio. In Germania vanno sotto il nome di minijob, ma da quelle parti, si sa, il welfare funziona e i cittadini partono da un reddito minimo garantito di inclusione, una base solida per vivere. È la gig economy, l’economia dei lavoretti, quelli che erano un secondo lavoro ma adesso sono tutto, spesso il massimo a cui si possa ambire, il non plus ultra. Quando ordiniamo una porzione di spaghetti di soia, del sushi, un kebab, una delizia vegana o una ricetta etnica a scelta, pensiamo per un momento a loro, che per guadagnare cinquecento euro lordi devono pedalare l’equivalente di due giri d’Italia e l’acido lattico in esubero è soltanto l’ultimo dei problemi. Addio volantini stropicciati, numeri fissi occupati, telefoni mobili inesistenti. Ora ordini e paghi in una manciata di secondi con lo smartphone, dal tuo ristorante preferito o più vicino, e dopo mezz’ora ti vedrai reca­pitato a casa o in ufficio il piatto sfornato poco prima. Alla piattaforma che fa da tramite tra il ristorante e il consumatore andrà una bella commissione di percentuale. Al fattorino che ha effettuato la consegna le briciole. Un business in straordinaria espansione.

In Italia i signori del food delivery sono tre app.

JustEat. Il motto è eloquente: «Ogni desiderio è servi­to», ovunque tu sia. Un gruppo fondato nel 2001 in Danimarca da Jesper Buch e che ha a Londra la sua sede centrale. È presente in tredici nazioni, dall’Europa al Canada passando per l’India, con oltre trentaseimila ristoranti integrati nel suo sistema.

Deliveroo. Il logo è un canguro. Lo slogan: «I ristoranti che ami, a domicilio in 32 minuti». Lanciata a Londra nel 2013, è già un’azienda da due miliardi di dollari.

Foodora. Tedesca di Berlino, è attiva in dieci Paesi dal 2014, ma la denominazione corrente risale all’anno seguente. Può attingere da un portfolio di novemila ristoranti selezionati. Il suo colore ufficiale è il rosa.

Per Gianluca Cocco, condirettore di Foodora Italia, la sua azienda sarebbe «un’opportunità per chi ama andare in bici, guadagnando anche un piccolo stipendio». Tutta salute, insomma, serotonina e muscoli tonici, e pedalando pedalando puoi anche raggranellare la cifra sufficiente per offrire una coppetta di gelato con una pallina alla tua morosa. Più felici di così…Racconta un altro rider in giubbotto smanicato, city bike e lucette led: «Le aziende continuano a chia­marlo lavoretto. Se sarai disponibile e parecchio veloce, consegnerai tanto e salirai nel ranking, perché l’algoritmo ne tiene conto. Ma se avrai problemi, bucherai una ruota, ti ammalerai, partirai per le vacanze o sospenderai per un po’ la collaborazione, allora perderai posizioni su posizioni e la possibilità di intercettare altri slot orari. È la dura legge del food delivery». A novembre la neve ha imbiancato e reso insicure le strade di Bologna. Contestualmente ha mosso i suoi primi passi Riders Union Bologna, un’associazione che si batte per la salvaguardia dei diritti dei lavoratori del pasto caldo a domicilio. Ho parlato con uno dei riders che animano la sigla. «Durante la nevicata del 13 novembre, nonostante il me­teo a tinte fosche, le compagnie di food delivery ci hanno chiesto di lavorare. Molti di noi si sono però rifiutati, costringendole a sospendere il servizio. È stato il primo sciopero della nostra categoria a Bologna». Le rivendicazioni promosse sono tante. «Il minimo comun denominatore è il contratto, l’iniquità di bollare il nostro come un lavoro di serie B. Per molti è la prima fonte di reddito. Alla faccia dei lavoretti». La formula alchemica è sempre la stessa: stipulare rap­porti di collaborazione basati su prestazione occasionale. «In verità i turni e le modalità di consegna sono generati dall’azienda e dai suoi algoritmi. Un gran numero di noi lavora per la medesima società da anni». Contro il cinismo delle multinazionali delle pietanze viaggianti, si staglia una consapevolezza nuova. «Sfrec­ciamo dalla mattina alla sera con i nostri loghi bene in vista, ma i nostri diritti e le nostre tutele sono invisibili, come un contratto decente e l’assicurazione per gli in­fortuni. Siamo lavoratori e lavoratrici, non ingranaggi di un meccanismo che non dovrebbe fermarsi davanti a niente e a nessuno. Mai più consegne senza diritti». Nel 2015 il food delivery valeva centodieci miliardi di dollari, pari al 30-40 per cento del business del cibo in generale. E sono trascorsi tre anni. Certo, l’Italia non è l’America, il Giappone o la Corea del Sud, dove ormai molte pieghe del nostro quotidiano (da una visita specia­listica a distanza all’acquisto, con recapito in tempo reale, di un proiettore 3D di ologrammi con risate pre-registrate delle sitcom vintage) vivono soltanto in rete, per mezzo di device tecnologici sempre più onnipotenti. Le suonerie di notifica? I nuovi bioritmi. Ma i fattorini digitali non sono replicanti alla Blade Runner, e nemmeno droni fatti di legno, plastica, allumi­nio, carbonio, batterie ai polimeri di litio, antenne GPS e accelerometri. Restiamo umani. Questo articolo è un estratto del libro di Maurizio Di Fazio "Italian Job" (Sperling & Kupfer)

LA GIUNGLA DEGLI ANIMATORI TURISTICI.

Truffe, stage a pagamento, orari e salari da schiavi: ecco la giungla degli animatori turistici. Ogni estate migliaia di ragazzi si mettono al lavoro negli hotel e nei villaggi per rendere uniche le vacanze degli italiani. Ma crescono i casi di sfruttamento, spesso organizzati da intermediari senza scrupoli, scrive Maurizio Di Fazio il 23 aprile 2018 su su "L'Espresso". Generalmente hanno dai 18 ai 35 anni, ma non mancano i quarantenni e i cinquantenni. Si occupano del nostro tempo libero all’interno di villaggi, hotel, campeggi, resort, crociere. Vestono i panni indifferentemente del coreografo, del ballerino, del maestro di tiro con l’arco e di yoga, dello scenografo, del dj. Quasi sempre sono inquadrati nel contratto nazionale per il personale artistico nei pubblici esercizi. Lavoratori stagionali dello spettacolo, insomma. Operativi dalle 9 del mattino alla sera tardi, con l’obbligo del sorriso e del buon umore. L’annuncio-standard, la cartolina-precetto che li riguarda è, di solito, questa, e viene spammata a cavallo tra il crepuscolo dell’inverno e l’inizio della primavera. Sognando di diventare Fiorello rispondono in decine di migliaia. «Selezioniamo animatori turistici con o senza esperienza, con doti relazionali e artistiche, spigliati e dinamici, per la prossima stagione estiva. Previsto inserimento in strutture turistiche in Italia e all’estero. Inviaci il tuo curriculum, cosa aspetti!». Ma a volte, e non poche volte, l’epilogo è differente. Racconta Anna Olivieri, che vive a La Spezia: «Sono la mamma di uno dei 140 ragazzi truffati da un'agenzia di animatori di villaggi turistici. Mio figlio Gianluca, nel 2012, ha risposto a un annuncio pubblicato da quest’agenzia che cercava animatori per i loro villaggi. È così partito per Milano per un colloquio, seguito da un weekend in un albergo romagnolo dove ha svolto prove di ballo e recitazione per poi essere reclutato, con un contratto "scandaloso", in un villaggio in Basilicata. 300 euro al mese, più vitto e alloggio. Ha cominciato a fine maggio: lui e gli altri animatori hanno lavorato 12 ore al giorno per pulire la struttura, rifare il teatro, imbiancare le pareti, E quando sono arrivati i villeggianti ha iniziato a fare il lavoro che gli era stato assegnato: sempre 12 ore al giorno, mezz’ora per i pasti e una giornata a settimana di riposo». Infine, l’amara scoperta: «Nel contratto era previsto il pagamento dell'intero periodo di lavoro (4 mesi) dopo 30/60 giorni dal rientro a casa. A distanza di tre anni, l'agenzia ha liquidato giusto la metà dell'importo dovuto a mio figlio, e solo a qualche decina di ragazzi...». L’appello online di Anna è stato suffragato dalla rivelazione di numerosi casi analoghi. Tutti j’accuse firmati con nome e cognome autentici, ma vi omettiamo le generalità complete. «Lavoro da vent’anni in questo mondo e vorrei che tornasse quello di una volta» scrive Paolo. «Anch'io 15 anni fa sono stata sfruttata in un villaggio in Sardegna. Rimasi colpita dalla mancanza di rispetto per i lavoratori. Volevano farmi pagare pure la divisa, ci misero a dormire in una topaia» dice Jussara. «Da marito di un’ex-animatrice, so per certo che esistono aziende serie, semiserie e truffaldine. Queste ultime devono essere cacciate dal mercato, perché alterano la concorrenza proponendo prezzi stracciati fondati sullo sfruttamento dei ragazzi» aggiunge Marco. E Mario: «Lavoro nell’animazione e nello spettacolo da 10 anni, purtroppo è sempre andata così. Fa piacere che qualcuno finalmente faccia qualcosa, protesti, perché sì, sarà pure il lavoro più bello del mondo, ma è pur sempre un lavoro. Un duro lavoro». Con uno stipendio da pionieri della gig economy. Uno dei principali collettori del disagio che cova sotto le bandane e i giochi-aperitivo è la pagina Facebook Truffe in animazione. «Il problema è che alcune agenzie, come vero business, organizzano gli stage, con cui guadagnano in nero sui ragazzi. E alla fine saranno presi in servizio giusto 2 o 3 tra i 150 che hanno finanziato il corso. Una vergogna» si legge in un post pubblicato di recente da uno degli amministratori. Per legge, questi stage dovrebbero essere gratuiti, ma spesso costano un occhio della testa. In un hotel di Rimini, a gennaio di quest’anno, sono piombati i carabinieri con tre auto di servizio. Era in corso una sessione di “formazione professionale per animatori in villaggi turistici”. Nella hall 32 aspiranti provenienti dall’intera penisola. «Ci spillano soldi millantando posti di lavoro inesistenti» hanno dichiarato amaramente dopo il blitz, prima di ripartire per le terre di residenza, magari lontanissime come la Calabria e la Sicilia. Niente più vacanze-lavoro (o lavori forzati estivi) per loro.

I RIGGER. MONTATORI DI PALCHI SENZA TUTELE E SICUREZZA.

"Noi, montatori dei palchi, rischiamo la vita per i concerti delle star senza tutele e sicurezza". I rigger al lavoro sui grandi spettacoli sono gli invisibili dello showbiz. Alcuni anni fa, in seguito alla morte di due di loro, venne fatta una legge. Ma la loro condizione è cambiata molto poco, scrive Maurizio Di Fazio il 13 febbraio 2018 su su "L'Espresso". Pensi alle luci della ribalta, ai biglietti costosissimi che vanno in fumo in pochissime ore. Alle prime, ai grandi show. Quasi nessuno si sofferma a pensare a chi rende possibile tutto ciò, questi grandi sogni a occhi aperti. Le maestranze degli spettacoli dal vivo sono molteplici, ma le figure nevralgiche sono gli allestitori e smontatori dei palchi dei concerti e delle kermesse negli stadi, nelle arene al chiuso e all’aperto, nei palazzetti. I più suggestivi e borderline di tutti sono i rigger, che volteggiano e quasi volano tra tralicci e ponteggi, ridde di cavi dell’alta tensione e corde, luci e dispositivi audio. Sospesi nel nulla, raggiungono altezze vertiginose, 52 metri per un concerto di Vasco Rossi. Lavorano sotto un regime di massima urgenza ed emergenza dalla mattina alla notte inoltrata dell’evento. Solo che ogni tanto questi mastodonti provvisori crollano e ci scappa il morto. È successo due volte pochi anni fa: Matteo Armelini, 31 anni, travolto dal palco che stava allestendo per il concerto di Laura Pausini a Reggio Calabria; e Francesco Pinna, prima di un live di Jovanotti. Altre volte si sono verificati infortuni gravi, e lo stillicidio è proseguito in questi ultimi anni. Luca (il nome di fantasia, ma tutto il resto è assolutamente vero) è uno dei più richiesti rigger e lavoratori a 360 gradi dei backstage del mondo dello spettacolo. Ha lavorato per il Blasco, Biagio Antonacci, Emma, Elisa, Carmen Consoli, Negramaro, J-Ax&Fedez e «tanti altri che nemmeno ricordo». Ricopre vari ruoli operativi, ma «la maggior parte del tempo sono attivo come tecnico luci». Oggi ha 26 anni, eppure è in questo mondo «da quando ne avevo 17». La paura è un convitato di pietra costante: «Ma se avessi una paura patologica di fare quello che faccio, avrei sbagliato mestiere. Bisogna sempre stare molto attenti a come ci si muove. Ci sono delle cose che vengono rispettate, altre che non lo sono affatto. La maggior parte delle norme di sicurezza adottate nello spettacolo sono state concepite per l'edilizia, e richiedono un tempo e delle spese quasi mai disponibili». Nel recente passato c’è scappato il morto: «Tutti gli incidenti più noti sono stati provocati da errori di progettazione. Chi progetta, chi commissiona e chi ci guadagna nutre ben poco interesse per chi lavora, e quindi a rimetterci siamo sempre noi operai. Incidenti più o meno gravi capitano spesso. Anche quest'anno abbiamo sfiorato il morto quando è cascata una putrella che sosteneva la copertura del palco di Renga, sfondandolo, a poca distanza da un tecnico che era lì a lavorare. Il concerto, la sera, si è svolto lo stesso». Ma la sicurezza è migliorata negli ultimi tempi? «Le cose continuano, salvo poche eccezioni, a essere esattamente come erano prima. Gli eventi si svolgono tuttora in posti inagibili o inadatti. Per una maggiore sicurezza nel settore, bisognerebbe fare investimenti, ma questo non interessa a chi possiede i capitali. Proliferano ingegneri che danno il via libera a strutture che conoscono solo superficialmente, e organizzatori che effettuano modifiche strutturali in extremis, dopo che la commissione di sicurezza ha dato l'ok». E poi c'è il tema delle coop. «La mano d'opera dello showbiz si fonda sulle cooperative. Ne esistono di grandi e di piccole, poi ci sono quelle che fanno capo alla stessa azienda per la quale fatturano. Ci sono aziende che invece di assumere direttamente il proprio personale, lo fanno cooptare dalla cooperativa di famiglia o di fiducia. Ci sono aziende che hanno licenziato i propri assunti per farli iscrivere nella coop X, che offre tariffe vantaggiose e agevolazioni sui pagamenti». E sui turni di lavoro la situazione non migliora, anzi. «Erano e restano lunghissimi. I rigger possono lavorare dall’alba a notte quasi ininterrottamente. E i tecnici sono costretti a viaggiare tra uno smontaggio e un montaggio, si chiama “Back to Back”. Le date devono essere il più ravvicinate possibile perché ogni giorno che i mezzi e i materiali stanno fuori, lievitano i costi». Ma se un impianto non è sicuro, lo spettacolo non ha più luogo? «Occorre un problema di sicurezza clamoroso per fermare lo show. Sennò ci si mette una pezza, o una benda davanti agli occhi. The show must go on». Eppure sono arrivate nuove norme di regolamentazione nel settore: il “decreto palchi e fiere” del luglio 2014 ha colmato alcune lacune e incertezze normative sulle attività di montaggio e smontaggio dei palchi. Nella stessa direzione è andata una circolare del dicembre 2014 del Ministero del lavoro. Il 6 novembre del 2014 era stato invece firmato il primo contratto collettivo nazionale di lavoro per gli artisti, tecnici e amministrativi dipendenti da società cooperative e imprese sociali nel settore della produzione culturale e dello spettacolo. «Non ho notato nessuna differenza, a parte che sulla busta paga: invece di leggere metalmeccanico, leggo, adesso, “tecnico dello spettacolo”. Per il resto imperversa un mercato al ribasso, e nessuna tutela tangibile», spiega Luca. Che aggiunge: «Le stelle arrivano quando è già tutto pronto per loro. Non ho mai avuto la sensazione o notizia che si interessassero degli operai, della nostra sicurezza. Alcune star non salutano nemmeno, non ti ci puoi avvicinare neanche per sbaglio; anzi, devi sospendere tutto quello che stai facendo se ci sono loro in prossimità».

I CAPITANI DELLE NAVI. PARAFULMINI DEI GUAI.

"Noi, capitani delle navi, altro che casta di ricchi: siamo solo parafulmini per i guai". "A bordo dobbiamo diventare contemporaneamente medici, psicologi, notai, poliziotti. E tanti di noi finiscono dallo psicologo per lo stress", scrive Maurizio Di Fazio il 10 agosto 2017 2018 su su "L'Espresso". Alessandro Mirabile ha 42 anni, ma è già un comandante internazionale di lungo corso, specialmente di navi di grossa stazza. Negli ultimi tempi ha guidato i leviatani del mare della Saudi Aramco, la più importante compagnia petrolifera (saudita) del pianeta: i suoi comandanti sono i meglio pagati al mondo. Prima aveva lavorato per società americane, inglesi e scozzesi che gli hanno affidato le loro ammiraglie «anche se insieme a greci e spagnoli siamo considerati comandanti di serie b, quasi quanto i cinesi e gli indiani»; ed è stato anche sul ponte di comando, tornando in Italia, dello yacht di Luciano Benetton. La sua carriera ha avuto inizio vent’anni fa come allievo ufficiale di coperta: ad appassionarlo, la voglia di viaggiare e le storie dei grandi navigatori. Nella sua Palermo trovava tutte le porte sbarrate e così ha cominciato a girare per il globo. «Quando terminava il contratto, ovunque ci trovassimo, io chiedevo all’armatore di non pagarmi il biglietto aereo di ritorno in modo tale da restare ancora qualche mese in zona». Per anni Alessandro ha guadagnato più del triplo dei suoi omologhi italiani. Secondo lui la sua professione starebbe perdendo la bussola, e non soltanto per l’onda lunga dell’affondamento della Costa Concordia e la condanna, prima morale e poi giudiziaria, del comandante Schettino. Il tutto contestualizzato in un settore, quello dell’industria marittima, che non si scrolla ancora di dosso gli effetti della crisi economica degli anni passati. «È un luogo comune che noi comandanti navighiamo nell’oro» premette Mirabile. Lavorare all’estero o restare in patria? «Nel Belpaese i comandanti di nave vengono retribuiti esclusivamente quando sono in servizio: in più ci tartassano. Nelle nazioni anglosassoni siamo pagati invece tutto l’anno, a prescindere dal tempo effettivo che si spende a bordo. Vale il principio di esclusiva. Da quelle parti lavoravo sei mesi e gli altri erano di vacanza, guadagnando tre volte più che in Italia. Da noi i comandanti di traghetti e aliscafi fanno una vitaccia, prendono duemila euro al mese e sono sempre in acqua. Ho degli amici, con moglie e figli, che sono finiti dallo psicologo. Due o tre tratte al giorno: nulla di diverso da un conducente di autobus, coi pericoli del mare e l’inesorabile erosione della vita privata e affettiva. Altro che casta». Il nuovo contratto collettivo nazionale dei comandanti di navi da crociera, da carico e di traghetti superiori ai 3 mila Tsl (tonnellate di stazza lorda) prevede un minimo contrattuale di 3.280 euro. Un comandante da diporto percepisce però molto meno: poco più di 1.600 euro. «Con il contratto di arruolamento a viaggio il comandante viene imbarcato per il compimento di uno o più viaggi. Ogni viaggio non può avere una durata superiore a quattro mesi, riducibile o prorogabile da parte del datore di lavoro di trenta giorni. Il rapporto derivante dal contratto di arruolamento a viaggio inizia al momento dell’imbarco e si estingue al momento dello sbarco» si legge nell’accordo. Significativo anche l’articolo 5 sull’orario di lavoro: «il comandante non è soggetto a uno specifico orario di lavoro e pertanto allo stesso non spetta il compenso per lavoro straordinario e il disagio derivante da una eventuale prolungata prestazione è comunque già compensato dal trattamento economico globale complessivo stabilito nel presente Ccnl». I comandanti, capri espiatori e senza diritto di voto. «Serviamo solo in caso di guai. Se avvengono incidenti, paghiamo per tutti. Siamo in sostanza dei parafulmini. E pensare che a bordo dobbiamo diventare contemporaneamente medici, psicologi, notai, poliziotti. Non basta un papiro per descrivere le nostre mansioni. A volte non ci rispetta nemmeno la capitaneria, nonostante i suoi uomini se lo sognino il nostro vissuto in mezzo agli oceani, tra tempeste e avversità di ogni tipo» il j’accuse del comandante Mirabile. Che segnala un'altra curiosità, ovvero l'impossibilità di esercitare il diritto di voto. «La nostra categoria è così svilita anche perché non abbiamo mai ottenuto il diritto al voto. Per quale ragione ci è vietato raccogliere i suffragi della flotta e consegnarli al consolato per il rinnovo del Parlamento o le Europee? I marittimi non hanno diritto di voto e i politici ci ignorano bellamente. Eppure saremmo noi gli ambasciatori dell’Italia nel mondo, come stabilisce il concetto della nave-territorio espresso dal diritto internazionale…». Sicurezza a bordo. Negli ultimi tempi, dopo gli incidenti dell’Erika, della Prestige e della Costa Concordia al Giglio, varie direttive e regolamenti dell’Unione europea hanno in teoria migliorato le norme di sicurezza della navigazione marittima. L'Organizzazione marittima internazionale (Omi) stabilisce norme internazionali di sicurezza uniformi. Ma poi la palla passa sempre alle legislazioni nazionali. Sono sicure le grandi imbarcazioni che solcano i nostri mari? Il comandante Alessandro Mirabile avanza sospetti: «Le regole prescrivono che ogni nave deve effettuare un tot di esercitazioni settimanali o mensili. Ma sta alla deontologia del comandante e del primo ufficiale il compito di tradurle in pratica. Sono stato su navi su cui si facevano veramente e su altre dove non si sono mai fatte. C’è un’ipocrisia pazzesca. Ad alcuni interessa ben poco della salvaguardia della vita in mare, tanto le navi sono assicurate…».

VENDITORE DI AUTO: UN INCUBO.

Altro che Yuppie, fare il venditore di auto oggi è un incubo. Festivi non pagati, ferie cancellate, straordinari regalati: i dipendenti dell'automotive sempre più spesso schiacciati tra le necessità dei brand a quattro ruote e le furberie dei proprietari delle concessionarie, scrive Maurizio Di Fazio il 15 gennaio 2018 su "L'Espresso". Eleganti, seduti dietro una scrivania splendente, auto da mille e una notte in comodato d’uso permanente: nell’immaginario collettivo i venditori delle concessionarie sono cristallizzati così, ultimi tra gli yuppie. E invece oggi sono spesso senza contratto, a partita Iva, inquadrati come agenti Enasarco ma senza autonomia, con stipendi che tra fisso e provvigioni raramente si avvicinano ai mille euro netti. «Le case automobilistiche parlano tanto di qualità, dell’esperienza unica da regalare al cliente. Ma non si chiedono in che condizione versino i diritti di chi rende possibile tutto questo. Noi, venditori e responsabili delle concessionarie», spiega Matteo, nome di fantasia, nel settore da quindici anni e consulente alla vendite di un noto marchio del lusso tedesco. Matteo gestisce i clienti a tutto tondo, anche dopo l’acquisto, e il quadro che fa di questo settore che impiega quasi 200mila persone nella penisola è molto poco radioso e "glamour". «Si lavora anche 10 ore al giorno, perché se il cliente si presenta alle 12.50 e la trattativa finisce alle 14.30, tu hai lavorato un’ora e mezzo in più ma nessuno ti riconoscerà questo extra. Per non dire dei weekend lavorativi, dei giorni festivi e delle feste comandate sempre soggette all’incognita-acquirente: se qualcuno vuole venire a vedere una macchina in sede, che sia il 25 aprile o la ricorrenza del patrono cittadino, che fai, non corri ad aprirgli gli uffici? E perciò lavori gratis». Sì, perché c'è anche la spina dei frequentissimi open weekend, i fine settimana in cui i saloni di auto sono appannaggio della clientela potenzialmente pagante e di semplici curiosi. «Gli open weekend sono decisi direttamente dal brand e dai vertici, soprattutto quando si tratta di presentare un nuovo modello, ed è impossibile non uniformarsi alla volontà paracadutata dall’alto, lasciando la saracinesca abbassata. Ci sono concessionarie che non chiudono mai, che stanno aperte tutto il mese». Il 31 dicembre di ogni anno inoltre, ci racconta ancora questo veterano delle concessionarie: «Spariscono le ferie non godute, e senza nessun rimborso». Un reset totale, basato su escamotage come questi: «L’azienda decide di star chiusa il sabato estivo? Allora ti toglie di soppiatto un giorno (pieno) di ferie, benché il sabato si lavori mezza giornata. Sommando tutte queste sottrazioni arbitrarie, ci si ritrova a fine anno senza ferie». L’ascensore socio-economico dei lavoratori di base dell’automotive è bloccato, come in molti altri settori: «Il mio stipendio è sempre quello, circa 1.300 euro perché ho il contratto nazionale. Non si bada alla tua storia, ma alla tua età e al tuo costo, se a buon mercato è molto meglio». Capitolo provvigioni. «Scattano solo al raggiungimento degli obiettivi. Ma questi traguardi non risultano definiti in nessun accordo, e noi siamo contrattualizzati per provare a vendere. E così tu vendi, e alla metà del mese ti comunicano che devi piazzarne un tot in supplemento, pena la perdita del premio, del monte-provvigioni integrale. Oppure sei riuscito brillantemente a vendere una berlina o un fuoristrada, ma non è passato il finanziamento e la tua provvigione è rimasta un’astrazione». Machiavellico il sistema escogitato per contenere le spese risparmiando sul lavoro. «Le case automobilistiche erogano delle provvigioni, già tassate, ai venditori. Ma cosa si sono inventati? È la concessionaria che le incamera, per poi inserirle come importo figurato in busta paga. Ed è qui che si nasconde il dettaglio diabolico, perché quei soldi a noi consulenti alle vendite non arriveranno mai. A fine trimestre, il concessionario manda alla casa automobilistica una manleva a firma falsa che autorizza la stessa finanziaria a non erogare il 100% sul codice venditore, ma una minima parte, in certi casi il 10%. Il resto della somma finisce nelle tasche del titolare o di un suo parente».

LA DURA VITA DEI CASSIERI NOTTURNI.

Soli e con meno diritti, la dura vita dei cassieri notturni. Riempire il carrello dalla mezzanotte alle sei del mattino è diventata un’esperienza possibile. Ma le condizioni contrattuali degli addetti sono molto peggiorative rispetto ai turni diurni, scrive Maurizio Di Fazio il 15 maggio 2017 su "L'Espresso". Oltre mille (per la precisione 1071) punti vendita, tra express, market e iper. Circa 20 mila collaboratori. Carrefour è il leader europeo nella grande distribuzione, e il mercato italiano ne è la locomotiva del sud Europa. C’è però un aspetto non ancora illuminato a sufficienza. Da due anni, il colosso francese ha inaugurato anche nella nostra penisola l’apertura continuata sulle ventiquattr'ore dei suoi supermercati. Le prime aperture nelle metropoli e nei grandi centri urbani, seguiti poi da diverse città di provincia. Riempire il carrello dalla mezzanotte alle sei del mattino è diventata un’esperienza possibile. “È nata come una semplice sperimentazione ma poi, visto il successo, è diventata parte del nostro modello operativo di business. Anche perché abbiamo riscontrato ripercussioni positive sulla fidelizzazione della nostra stessa clientela diurna – spiega all’Espresso Carrefour Italia -. La logica dell’h24 è di offrire un servizio soprattutto a quelle persone costrette a fare la spesa di notte: infermieri, poliziotti e carabinieri, operai a fine turno, chi esce tardi dall’ufficio… C’è poi il discorso stagionale: prendiamo i nostri market nelle località turistiche, che si accendono fino all’alba soltanto d’estate”. Ma chi sono questi lavoratori notturni? Quali le loro condizioni contrattuali? Sappiamo che sono per lo più giovani, qualche centinaio in tutto, due o tre per punto vendita più la guarda giurata; e che dovrebbero essere precettati su base volontaria, tra gli assunti a tempo indeterminato nel gruppo (ci dicono sempre da Carrefour), ma mancando candidature spontanee si ricorre massicciamente alle agenzie di somministrazione, ai contratti atipici, ai voucher finché durano. Alla flessibilità. Agli esterni. Francesco Iacovone della Usb Commercio nazionale è tra i pochi sindacalisti a potersi fregiare di una conoscenza diretta del lavoro by night nei supermarket della multinazionale francese. Qualche mese fa ha organizzato dei “blitz” pacifici all’interno di alcuni Carrefour notturni: “Abbiamo incontrato i nuovi schiavi contemporanei, col loro spezzatino contrattuale, e di notte il numero degli stranieri al lavoro alla cassa o in corsia si innalza sensibilmente – racconta all’Espresso -. Abbiamo visto supermercati con corsie immense ma sguarnite di clienti. La luce era forte, innaturale e fredda; la musica in radiodiffusione suonava per tenere svegli gli addetti alle casse. L’eco dei ronzii dei frigoriferi veniva amplificata dal vuoto. Fuori i negozi solo la vigilanza e la Polizia, allertata dal nostro tour di solidarietà. Abbiamo incontrato pochi addetti alle vendite, a contratto quasi sempre interinale e molti di questi sono stati timorosi e reticenti, hanno abbassato la testa. Avevano paura”. Il turno 24/6, che nessun italiano vuole fare, viene svolto per esempio, da filippini e “le cooperative, che coprono per larga parte il lavoro notturno, pagano poco e male. Al nostro sindacato sono venute a bussare delle interinali che hanno ricevuto il benservito dopo aver sgobbato per dieci anni in Carrefour” aggiunge Iacovone. A fine anno verranno meno i voucher: “Avverrà nella forma, ma non nella sostanza, e tutte le altre forme contrattuali atipiche esistenti trarranno sempre più forza a danno dell’occupazione diretta e a tempo indeterminato” preconizza il sindacalista. Difficile instaurare una qualsiasi forma di dialogo con questi lavoratori che si guadagnano il pane quando noi ci rigiriamo sotto le coperte: “Sono preoccupati, parlano poco. Si muovono con circospezione, non si organizzano, a volte non conoscono nemmeno la nostra lingua”. Esistono pericoli per la loro salute? “Lavorare di notte fa male a prescindere. Lavorare in quelle condizioni fa male ancora di più”. C’è chi sostiene che il lavoro di notte in un supermercato costituisca una ghiotta opportunità di nuova occupazione per i lavoratori, piuttosto che l’ultima spirale perversa imboccata dal proletariato 2.0. “Chi afferma questo mente. Di notte lavorano uomini e donne senza diritti e con scarso salario, che svolgono le stesse mansioni dei loro colleghi diurni, ma con meno garanzie e uno stipendio più basso”. Il commercio a mo’ di specchio del mondo del lavoro contemporaneo: “Per sua natura, il commercio è alimentato da una forza lavoro molto frammentata e difficilmente organizzabile. Per questo molte delle destrutturazioni contrattuali vengono testate proprio su questi lavoratori, per poi essere estese a tutte le altre categorie. Un laboratorio di precarietà e cattiva occupazione” conclude Francesco Iacovone. “Le cooperative ci forniscono gli scaffalisti, notturni o diurni che siano. Non servono a far funzionare l’apertura 24 ore: per quella, ci rivolgiamo alle agenzie di somministrazione del lavoro - replicano da Carrefour -. L’identikit del nostro lavoratore notturno? Studenti che arrotondano, disoccupati, chi cerca un’occupazione saltuaria”. E i paventati problemi di sicurezza sul posto di lavoro? “No, perché c’è la security e dopo le 22 o 23 non somministriamo più alcolici”. Nel libro “24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno”, Jonathan Crary ha scritto che ormai pure il sonno, l'unica condizione naturale superstite sopravvissuta al capitalismo, è in via di estinzione. Secondo Carrefour, “di certo la nostra società sta cambiando, i turni, i ritmi, le dinamiche familiari si stanno trasformando. E l’e-commerce avanza. Alla fine, la nostra non è altro che una risposta fisica alla possibilità che il commercio elettronico ti dà di fare shopping 24 ore al giorno”.

L'ALTRO LATO DEL MONDO CONVENIENZA.

Mondo Convenienza, ma a quale prezzo: l'altro lato del colosso del mobile. Straordinari obbligatori, perdita dei benefici di anzianità di servizio, mai un riposo nei giorni festivi e stipendi ridotti. Le testimonianze dei lavoratori dell'azienda di arredamento, scrive Maurizio Di Fazio il 11 dicembre 2017 su "L'Espresso". Parecchie aziende italiane della grande distribuzione organizzata di mobili e arredamento sono state spazzate via, o pesantemente ridimensionate, dal ciclone Ikea. Resiste invece, con una quota importante di mercato e magazzini sparsi in quasi tutt’Italia, Mondo Convenienza. Era il 1985 “quando Giovan Battista Carosi, il futuro fondatore, si trasferì da Viterbo a Civitavecchia per lavorare come commesso in un negozio di arredamento. Poco dopo è iniziata l'avventura di Mondo Convenienza” si legge sul sito Internet, dove non mancano richiami ai sacri principi aziendali. Dalla lealtà, “un valore che ispira l'agire quotidiano di ogni nostro dipendente, sia nei confronti dei colleghi che verso il cliente” al rispetto, “verso i fornitori, il loro lavoro e la loro competenza. Rispetto per i dipendenti, il loro impegno e la loro professionalità. E soprattutto il rispetto verso il cliente”. Ma il punto di vista di una parte non trascurabile dei lavoratori è diverso. Ultimamente se n’è parlato anche a Report, che ha messo sotto la lente di ingrandimento l’ultimo fenomeno in casa Mondo Convenienza: quest’anno i suoi addetti al trasporto e al montaggio si sono visti trasformare il contratto dalla categoria “trasporti-logistica” a quella “multiservizi-pulizie”. Con conseguente cambio in corsa della cooperativa subappaltante di riferimento. Questo significa, protestano i sindacati, 300 euro in meno di stipendio. Un meno venti per cento in busta paga. “Ecco spiegato lo sconto fisso del 22 per cento sui mobili” c’è chi insinua, coincidenze numeriche alla mano. «Mondo Convenienza conferma che per tali servizi, così come prassi per gli operatori del settore del mobile, si avvale di fornitori esterni» – dichiara all’Espresso il loro ufficio stampa - «I servizi di trasporto e montaggio vengono affidati in appalto. Dal negozio a casa tua, il servizio è fornito da terzi per conto di Mondo Convenienza, ma è normale che sia così». Ed è nata una pagina Facebook che funge da tazebao delle rivendicazioni e delle doglianze dei dipendenti. Il nome, dolente e ironico, è “Mondo sofferenza”. Il sottotitolo fa il verso allo slogan ufficiale: “qual è il prezzo della convenienza?”. Un florilegio di immagini emblematiche (come quella in cui si vede un gruppo di trasportatori caricare e scaricare a mano mobili pesanti decine di chili, “altro che l’uso di carrelli elevatori elettrici, altrimenti come si potrebbero fare sconti ai clienti?”), accuse trasversali e meme “di classe” (“sfruttamento trasversale e taglio dei diritti”). Francesca Ferone è di Roma, ha 39 anni e ha lavorato per Mondo Convenienza dal primo settembre del 2004 al 22 settembre del 2015, prima di essere licenziata “per avere risposto male al direttore. Ma non è vero”. La decisione finale sul suo reintegro spetterà alla Cassazione. Aveva, dal 2010, un contratto part time a 24 ore, “ma con gli straordinari obbligatori”. Prima lavorava 30, 35 ore a settimana. Nel reparto ordini o alla cassa, “è tutto intercambiabile. E per mesi ho vinto il premio aziendale come miglior cassiera”. Francesca ha girato diversi punti vendita: Roma-Pontina, Roma-Casilina, Pescara, Voghera. “Ogni volta firmavo le dimissioni e venivo riassunta nella nuova filiale, con la perdita dei benefici di anzianità di servizio” afferma Francesca all’Espresso. A Mondo Convenienza il lavoro fisso nei giorni festivi è sempre esistito, a prescindere dalla riforma Monti. “La prima cosa che abbiamo accettato è stato un lavoro su turnazione, ovvero cinque giorni alla settimana inizialmente, poi diventati sei, e due giorni di riposo, però mai di sabato o di domenica. A differenza di altre realtà come Ikea, dove ho lavorato nel 2003 e poteva capitarti un giorno libero nel fine settimana, da Mondo Convenienza il weekend si lavora sempre, tassativamente”. Nel corso del tempo sono state aggiunte le cosiddette “clausole di flessibilità ed elasticità”. “La flessibilità permette al datore di lavoro di modificarti la turnazione in qualunque momento o giorno della settimana, a dispetto di quanto stabilisce il contratto collettivo nazionale. L’elasticità permette invece al direttore di cambiarti persino la pausa pranzo, just in time, mentre sei di turno. E così, se stai facendo un 9-13 e 15-20, ma quel giorno c’è un aumento della lista dei clienti, ti viene imposto di staccare più tardi o di riattaccare prima”. Una deregulation “creativa” degli orari. “Magari era venerdì, e c'era poca affluenza. Ci domandavano: “volete andarvene prima?”. Un modo per “scalare” le ore lavorate in più senza che ci fosse stato pagato lo straordinario. Certo, eravamo liberi di rifiutarci. Ma il direttore, in contatto perpetuo con la sede centrale di Civitavecchia, non perdeva mai l’occasione di ricordarci che “se mai vi servirà qualcosa, i piani alti si ricorderanno…”. Disponibilità perenne e accondiscendente. “Gli addetti di Mondo Convenienza sono più reperibili di un chirurgo in corsia d'emergenza. Qualcuno può spiegarci, lavorando con questi ritmi, come faremmo a fare la spesa, andare dal dentista, prendere nostro figlio che sta uscendo dall’asilo, se la pausa pranzo non è mai certa e il giorno di riposo non è mai lo stesso?”. C’è inoltre il capitolo “liste d’attesa”. “I clienti che attendono di essere serviti per il preventivo di una cucina o di un soggiorno hanno la precedenza su tutto. Sono le statistiche sull'affluenza dei clienti che decideranno se potrai partecipare a un matrimonio, a un compleanno, a un battesimo o a qualunque altro importante impegno familiare. Persino se puoi raggiungere un parente in ospedale. Nell'estate del 2010, a un collega di via Salaria è stato negato il diritto di correre in nosocomio da un parente che era stato operato d'urgenza. Era agosto, c'era gente, la lista d’attesa cresceva. Il suo parente è deceduto”. I congedi parentali, insomma, esistono “solo sulla carta. Nella realtà ti trovi invece di fronte a turni punitivi, che inizi alle 9 e concludi alle 20. Però, se ti comporti bene, ci assicurava il direttore, “a metà pomeriggio ti faccio fumare una sigaretta". Risponde Mondo Convenienza: “I nostri non sono negozi, ma veri e propri showroom. I nostri venditori sono al 100% focalizzati sul servizio al cliente: non devono occuparsi di altre mansioni (come la pulizia e il mantenimento), che vengono gestite da personale addetto. Questo ci permette di mantenere il focus sul cliente, e sulla qualità e la personalizzazione del servizio che siamo in grado di riservargli”. Francesca prosegue il suo racconto. “I soprusi sono tanti, e forme di tutela alternative a un avvocato personale non ne esistono. Oggi l’azienda sta trasformando i contratti full in part-time. Tanto a colpi di elasticità e flessibilità si arriverà anche a 53 ore settimanali, le tutele svaniranno e vie di fuga da questa forma di schiavitù moderna non si intravvedono all’orizzonte”. “Aspetto rilevante è certamente la creazione di nuovi posti di lavoro: nel corso del 2016 le risorse umane del gruppo sono cresciute di 340 unità (+ 16%), passando da 2.135 a 2.475 – replica l’azienda -. L’utilizzo di contratti di lavoro interinale e l’indotto fanno moltiplicare questo già importante numero. La stima totale di nuove posizioni lavorative generate da Mondo Convenienza supera le 1.200 unità nell’anno”. E del passaggio dal full al part-time? “Quando si apre una nuova posizione part-time in azienda, si chiede prima alle persone interne se siano interessate a passare dal proprio full-time al part-time. Questo ci aiuta a restare vicini alle necessità dei nostri dipendenti, in particolare a quelli che, entrati giovani in azienda, possono avere maturato la necessità di ridurre il proprio orario di lavoro per coniugarlo con le nuove sopraggiunte esigenze familiari (come nel caso delle neo-mamme e papà) – aggiungono da Mondo Convenienza -. Tutti i nuovi venditori sono assunti con contratto part-time, e solo nel primo periodo (non lavorativo, ma di formazione retribuita) viene richiesta loro una disponibilità più estesa, equiparabile a un full-time in termini di tempo giornaliero”. In primo grado Francesca Ferone aveva vinto il ricorso, “e allora sono andata all'Inps con la copia autenticata dell'ordinanza esecutiva e ho compilato i moduli per riavere i contributi dei mesi precedenti. L’istituto di previdenza mi ha risposto dopo 15 giorni. “A noi non risulta che tu abbia lavorato a Mondo Convenienza, non ci sono documenti che lo attestino. Risulti licenziata da una società chiamata “Idea srl”. Lo sanno anche i sampietrini che Mondo Convenienza è un marchio, e ogni punto vendita è una Srl a sé”. Quest’estate ha fatto rumore un episodio di cronaca che ha visto protagonista un addetto alle vendite del Mondo Convenienza di Bologna, Luca Carioli, in azienda dal 2011. A Luca, che lavora tutti i sabati e le domeniche pomeriggio, l’azienda ha rifiutato un congedo parentale per il battesimo del figlio, chiesto nei modi e nei tempi giusti. La Cgil ha perciò indetto uno sciopero proprio per quella domenica. E Luca è potuto andare al battesimo. “Il dipendente ha presentato richiesta di congedo senza confrontarsi con la direzione del punto vendita e senza specificare le motivazioni. Quindi nessuno poteva sapere l’origine della necessità, tantomeno che si trattasse di un battesimo – ha replicato nei mesi scorsi Gianfranco Stefanoni, ad di Mondo Convenienza – Se l’azienda, e io in prima persona, avesse conosciuto la motivazione, senza alcun dubbio avrebbe fatto di tutto per concedere il permesso. Sono molto dispiaciuto dell’accaduto. I lavoratori di Mondo Convenienza operano in un clima sereno, collaborativo e amichevole, e l’azienda è molto sensibile alle loro esigenze… Spero che si possa quanto prima riprendere a collaborare in un clima sereno". Stefania Pisani della Cgil ha allargato il discorso parlando di "rappresaglie aziendali e soprusi costanti e continui non solo nei confronti dei lavoratori del magazzino, ma anche degli addetti alle vendite”. “Prepotenza padronale", ha aggiunto, in un’azienda tutt’altro che in crisi. A luglio di quest’anno, Mondo Convenienza ha pubblicizzato il bilancio del 2016. Per la prima volta ha oltrepassato il miliardo di ricavi, con un incremento di oltre il 18% rispetto all’anno precedente, superando il 10% della quota di mercato nazionale del mobile.

LAVORA E NON FERMARTI MAI.

La risposta choc dall'azienda: "Senza preavviso di sette giorni non puoi andare al funerale". L'assurdo caso di una barista senza tutele. Ha chiesto un giorno libero per un grave lutto familiare. Che non le è stato concesso perché doveva richiederlo con una settimana di anticipo. «Sono disperata, ma la morte non avvisa prima», scrive Maurizio Di Fazio il 10 luglio 2017 su "L'Espresso".

“Sono barista e commessa da 18 anni. Lavoro in nero da sempre. 3 euro e 50 l’ora, 53 ore la settimana, compresi il sabato e la domenica. Ferie e malattie non retribuite. Una figlia piccola a carico. Ho avuto, ieri, un grave lutto in famiglia e ho chiesto il giorno libero per recarmi ai funerali. Ma sapete cosa mi è stato risposto? Il permesso non può esserti concesso, perché avrei dovuto avvisare una settimana prima. E io ho replicato: ‘la morte non ti avvisa prima’”. Questa è la storia di Fulvia, vittima di ordinario sfruttamento in un centro commerciale italiano che non arretra nemmeno di fronte al tabù dell’evento più “straordinario” di tutti: la fine. Omettiamo il suo cognome perché del suo lavoro, nonostante non le riconosca i diritti più elementari come quello di dare l’ultimo saluto a un parente stretto, non può farne a meno. “Sono indignata. Non hanno rispetto neanche di un lutto. Sono disperata. Non ce la faccio più a sopportare tutto questo, le umiliazioni davanti ai clienti in primis, per una manciata di euro”. La testimonianza di Fulvia deve aver toccato un nervo scoperto e infranto un vaso di Pandora vista la catena di reazioni e rivelazioni che ha suscitato su Facebook.

Scrive Rosy N.: «22 anni fa, appena arrivata a Roma, sono stata per due anni in nero con la promessa del contratto. Poi è morta mia nonna, e mi hanno riservato lo stesso trattamento che è toccato a Fulvia. Impaurita e disgustata, ho cercato un altro lavoro ma prima ho aperto una vertenza sindacale che ancora se la ricordano. Avevo tanta di quella paura; ma i tre giorni di lutto previsti per legge me li sono fatti tutti». La normativa nazionale (legge n. 53/2000 con relativo regolamento di attuazione D.M. 21.07.2000 n. 278) prevede questo: "La lavoratrice e il lavoratore hanno diritto a un permesso retribuito di tre giorni lavorativi all'anno in caso di decesso o di documentata grave infermità del coniuge o di un parente entro il secondo grado, o del convivente”. Permessi retribuiti dall’azienda pure per i lavoratori con contratto a tempo determinato. Ma quelli in nero come Fulvia (da quasi 20 anni…) sono tagliati fuori e la stessa prassi distorta investe, spesso, i dipendenti (privati e pubblici) contrattualizzati. «Io lavoro in un ex Provveditorato agli studi, un comparto, perciò, statale – afferma Ornella G. -  a un collega che chiedeva un permesso per il funerale di un congiunto di primo grado, il dirigente gli ha sibilato che non poteva concedergli più di un'ora».

Paola V.: «Non troppo tempo fa, nonostante un regolare contratto a tempo indeterminato, quando morì mio zio, a cui ero legatissima, non mi consentirono di andare via un giorno prima. Volevo rivederlo un’ultima volta, anche se da defunto e dentro una bara. Sono arrivata al cimitero a funerale iniziato».

Stefania G.: «Cara Fulvia, capisco benissimo la tua rabbia. Successe anche a me. Chiesi un giorno di permesso per la cerimonia funebre e mi venne risposto: “Dovevi pensarci 15 giorni fa"». Ma la morte non avvisa prima, non timbra il badge. «Mi è capitato varie volte che morisse un nostro collega di lavoro, che magari conoscevamo da 30 ani, ma non potevamo partecipare al suo funerale perché la produzione doveva andare avanti, solo chi era fuori turno poteva andarci – racconta all’Espresso Francesco Iacovone, sindacalista del settore commercio -. Per non dire delle battaglie per poter abbassare anche solo un minuto gli altoparlanti che diffondono la musica nei centri commerciali, quando muore uno di noi. Capita persino che blocchino le comunicazioni di morte per farti finire regolarmente il turno. L’azienda viene a conoscenza prima di te del decesso di tua madre, tua moglie o tuo nonno, ma non ti dice nulla per non lasciare scoperta la cassa». Il profitto über alles, che viene prima di tutto: prima della vita, e prima della morte.

Il dipendente deve andare in bagno? Usi il wc della chiesa. È quello che succede agli autisti del trasporto pubblico emiliano: ai capolinea sono stati rimossi i servizi chimici, e i lavoratori sono costretti a elemosinare l'uso delle toilette alla parrocchia nelle vicinanze, scrive Maurizio Di Fazio il 7 marzo 2017 su "L'Espresso". Anche questa è misericordia: far usare la toilette a chi ne ha necessità urgente. Specie se si tratta di un lavoratore o di una lavoratrice. Nella fattispecie, i conducenti d’autobus della Seta (Società emiliana trasporti autofiloviari), dal 2012 responsabile unica del servizio di trasporto pubblico locale automobilistico nei territori provinciali di Modena, Reggio Emilia e Piacenza. Ai capolinea degli autobus modenesi sono stati smantellati tutti i bagni chimici, e dunque ci si arrangia come si può. Così la parrocchia Sant’Anna ai Torrazzi di Modena cede senza problemi il suo bagno agli autisti e alle autiste di autobus che devono fare pipì, al capolinea della linea 14, e non hanno altre soluzioni ragionevoli per le proprie impellenze fisiologiche. Con tanto di accordo informale firmato tra l’azienda e la chiesa. Il parroco, don Enzo Solieri, commenta: “Be’, se vogliamo possiamo chiamarlo un atto di carità, soprattutto per le donne, considerando che in inverno può essere un sollievo avere un punto di riferimento dove fermarsi un attimo prima di riprendere a lavorare”. Il sacerdote ha persino consegnato un duplicato delle chiavi dei servizi igienici ai conducenti bisognosi. In più diversi bus del posto hanno preso fuoco in passato: due principi d’incendio si sono verificati anche a inizio anno. Oltre al problema dell'assenza dei bagni e al timore per le condizioni dei bus, i sindacati denunciano il ricorso sistematico e massiccio agli straordinari, dovuto all’“organico sottodimensionato e alla turnazione difettosa”. Il problema più odioso di tutti sembra essere proprio quello della scarsità di toilette.

«Mi chiamo Giovanni e sono un autista di linea della Seta di Modena. Sono anni che ci promettono bagni e questo è un fatto molto grave, che lede la nostra dignità oltre che la nostra salute» racconta uno dei lavoratori: «Solo per poche linee esistono i gabinetti a fine corsa. Guidiamo anche per cinque ore consecutive senza mai la possibilità di fare la pipì. Noi maschi possiamo anche arrangiarci, trovando posti di fortuna: ma le autiste donne?». Giovanni racconta all’Espresso la sua odissea quotidiana, sia a bordo sia a motori fermi: «Sono anni che lottiamo contro il carico di lavoro insostenibile, con turni micidiali che ci costringono a sobbarcarci di continuo gli straordinari, non esclusi doppi turni in cui l'autista è obbligato a guidare fino a 13/14 ore in una giornata». Il suo j’accuse prosegue: «Lavorare poi in questo modo, secondo l’ottica di super-risparmio dall’azienda, significa mettere a repentaglio la sicurezza sia del conducente che delle persone trasportate». Ultimamente diversi autisti modenesi sono stati colpiti da provvedimenti disciplinari: «Sanzioni che arrivano se non riusciamo ad assolvere al lavoro straordinario (oltre il turno normale) magari perché stanchi, assorbiti da preoccupazioni familiari o perché abbiamo altri e legittimi impegni». «Mettere il fiammifero più corto e acceso in mano all'autista è semplice: vessato e discriminato dall'azienda, apostrofato dagli utenti. I lavoratori del bacino di Modena hanno subito per anni il massimo del carico di lavoro assegnato, e ora sono allo stremo. Anche la radio in autostrada consiglia di fermarsi ogni due ore per fare una pausa: in Seta, quando ci si ferma?» protesta l’Usb (Unione sindacale di base) modenese: «Si sono mai veramente capite le conseguenze che comporta un simile carico di lavoro intensivo, con lo stress collegato?». Di recente la società, presieduta dal 2015 da Vanni Bulgarelli ha accusato i suoi dipendenti di un’impennata di assenze con certificato medico. Malanni fittizi, di conflittualità sociale? «Le malattie che si verificano d’inverno non sono fenomeni imprevedibili. Il nodo sta nell’annosa carenza di personale e nell’esigenza di una migliore programmazione dei turni degli autisti» risponde l’Usb. «La storia infinita di Seta, che è iniziata con l'insediamento dell'attuale Cda con presidenza Bulgarelli, ha innescato proteste a domino» dice Sebastiano Taumaturgo dell’Usb confederale trasporti. Era stato proclamato uno sciopero di quattro ore per il 27 febbraio, rimandato a marzo. «Ma faremo anche uno sciopero della fame» aggiunge Taumaturgo. Martedì mattina un nuovo capitolo della storia. Il Consiglio regionale dell’Emilia Romagna ha discusso un’interpellanza sul tema presentata da Giulia Gibertoni del Movimento 5 Stelle, indirizzata all’assessore regionale ai trasporti Raffaele Donini. Il direttore regionale Seta Roberto Badalotti ha sì ammesso qualche responsabilità (gli autobus sono oggettivamente vecchi, con infiltrazioni d’acqua, problemi alle sospensioni, i casi di surriscaldamento e di fuoriuscita di fumo), ma ha rispedito al mittente il grosso delle contestazioni: «Il sovraffollamento? È solo una percezione negativa di comfort: la colpa è delle borse e degli zaini stipati nell’ora di punta»; «l’emergenza wc? I bagni e gli spogliatoi sono oggetto di ripetuti atti vandalici da parte del personale viaggiante». Lo stesso assessore ai trasporti Donini ha però criticato aspramente l’azienda: «I disagi e i disservizi a Modena devono essere assolutamente risolti. Servono maggiori controlli sull’operato di Seta. Basta sovraffollamento e scarsa pulizia dei mezzi; stop alle tensioni con gli autisti. E vanno messi in sicurezza i mezzi, fortemente vetusti: la loro manutenzione è scarsa». «Denuncerò il presidente Seta per abuso d’ufficio» ci anticipa intanto Sebastiano Taumaturgo dell’Usb: «Quello che sta avvenendo è sempre più assurdo e surreale. Sono anni che ci impongono doppi turni massacranti, straordinari forzati in base a un’interpretazione travisata del lontano regio decreto del 1931. Eppure esisterebbe un algoritmo finalizzato alla copertura delle sostituzioni. E in questi giorni stanno arrivando numerose sanzioni disciplinari agli autisti. Sospensione dal lavoro, con blocco dello stipendio e dei contributi per chi si è rifiutato di fare gli straordinari. Pensi che tra i destinatari del provvedimento c’è anche un ragazzo che deve assistere una figlia in stato vegetativo».

Operaio costretto a urinarsi addosso, nessun provvedimento contro i responsabili. La Fiat Chrysler si scusa con il lavoratore della Sevel di Atessa a cui è stato impedito di lasciare la catena di montaggio per andare in bagno. Ma ai capireparto solo un richiamo, senza procedure disciplinari. Usb promette battaglia. E Sinistra Italiana presenta un'interrogazione parlamentare, scrive Maurizio Di Fazio il 15 febbraio 2017 su "L'Espresso". Ancora tensioni e battaglie dopo la denuncia del sindacato Usb che ha portato alla luce un fatto accaduto alla Sevel di Atessa (Chieti) , del gruppo Fiat-Chrysler, il più grande stabilimento industriale europeo per la produzione di veicoli commerciali leggeri (come il Fiat Ducato), con oltre seimila lavoratori in organico. Un operaio in catena di montaggio si è visto negare il diritto ad andare in bagno, nonostante avesse chiesto più volte il permesso; a quel punto, fattasi l’impellenza fisiologica insopportabile, non gli è rimasto che farsi la pipì addosso. E c’è chi ha ravvisato, in questo episodio "ottocentesco", la spia di un cambiamento del clima che si respira nelle nostre fabbriche dopo la sostanziale abolizione delle garanzie che l’articolo 18 prevedeva. E quella di Atessa sarebbe solo la punta di un iceberg che non finisce sui giornali perché poche tute blu troverebbero il coraggio di denunciare le eventuali angherie patite. Persino ai sindacati. È battaglia legale. "Tutto il nostro studio è mobilitato per gestire al meglio, e con la massima celerità, quanto accaduto al lavoratore, un fatto di inaudita ed eccezionale gravità. Vogliamo tutelare i suoi diritti - spiega all’Espresso l’avvocato Diego Bracciale, che patrocina l’operaio della Sevel - Verranno adite tutte le sedi, penali e civili, con ogni azione possibile e verso chiunque può presentare anche il più minimo profilo di responsabilità. Qui è stata lesa la dignità sia dell'uomo che del lavoratore. Sembra che tutte le battaglie combattute per l'affermazione dei diritti dei lavoratori siano state vane. Ma ora è possibile osservare finalmente anche dall’esterno il clima che regna dentro l'azienda. Ho appreso di scuse della società, che in tutta franchezza ritengo che a poco possano servire". La reazione del gruppo Fiat-Chrysler. L'azienda si è già scusata col lavoratore e ha preso parte (rappresentata da dirigenti) a un consiglio straordinario delle rsa Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Associazione quadri e capi Fiat. In quella sede, ha annunciato che avrebbe fatto una ricognizione della vicenda intervenendo direttamente sui responsabili. Ma il sindacato sostiene che questi provvedimenti disciplinari, alla fine, non ci sono stati: la multinazionale di Sergio Marchionne si sarebbe limitata a richiamare i capi reparto e i team leader, ribadendo che la priorità deve essere il rispetto della persona. L'ufficio stampa Fiat-Chrysler, contattato dall'Espresso, comunica che l'azienda preferisce non rilasciare commenti fino a quando la vicenda non sarà stata chiarita. L’Usb non demorde. Ci dice invece Fabio Cocco, responsabile abruzzese Usb del lavoro privato e lui stesso operaio alla Sevel: "Noi crediamo che la responsabilità sia del tutto aziendale e dell'organizzazione del lavoro: perciò chiediamo provvedimenti precisi nei confronti dei dirigenti, e un intervento diretto di Marchionne per la rimozione sia del direttore dello stabilimento che del capo officina, a nostro avviso gli unici responsabili insieme all'incapacità di gestione del capo Ute". La vittima ha deciso di non parlare alla stampa: lei, che tra l’altro lavora con l’uomo, ha avuto modo di interloquirci in seguito? "Incontrandolo, ho notato in lui un crescente imbarazzo. Anche in azienda, perché ormai tutti sanno chi è. Stiamo parlando di un padre di famiglia, che si sente umiliato nel suo ambiente di lavoro: non vorremmo che gli accada lo stesso anche nella vita quotidiana". L’interrogazione parlamentare. L’ha presentata il deputato di Sinistra Italiana Gianni Melilla: "Si tratta di un fatto grave che lede la dignità di una persona e tramite lui dell'intera classe lavoratrice di questo stabilimento, che è la più grande fabbrica italiana della FCA. La Sevel produce circa 300.000 veicoli commerciali che vengono venduti in 80 Paesi del mondo; in Europa occupa il primo posto nelle vendite del suo segmento. Si tratta dunque della più grande fabbrica metalmeccanica italiana, un gigante dell'export industriale. La vicenda per questo non può essere sottovalutata: nella più grande fabbrica italiana i ritmi e i carichi di lavoro arrivano al punto di costringere un operaio a farsi la pipì addosso per non lasciare il suo posto alla catena di montaggio, cose che pensavamo appartenessero alla fase primitiva dello sfruttamento della forza lavoro da parte di un capitale avido e disumano. La democrazia non può fermarsi davanti ai cancelli di una fabbrica: anche alla catena di montaggio i lavoratori non devono essere umiliati".

"Non puoi andare in bagno". Così alla Sevel (Fiat Chrysler) un operaio si urina addosso. Nonostante avesse chiesto più volte di poter lasciare la catena di montaggio per andare alla toilette, il lavoratore dell'azienda di Atessa, parte del gruppo automobilistico, è stato costretto a restare al suo posto. L'accaduto è stato denunciato dall'Usb, che ha indetto uno sciopero e denuncia i ritmi di lavoro serrati dello stabilimento, scrive Maurizio Di Fazio il 9 febbraio 2017 su "L'Espresso". Un lavoratore della Sevel di Atessa, in provincia di Chieti, è stato costretto a urinarsi addosso perché gli è stato impedito di andare in bagno. L’episodio, che sembra uscito da una cronaca giornalistica della prima metà dell’ottocento, o da un romanzo di Dickens, è stato denunciato dal sindacato Usb, che ha poi proclamato un'ora di sciopero. Anche le altre sigle sindacali hanno chiesto chiarimenti all’azienda, il gruppo FCA (Fiat Chrysler Automobiles), di cui lo stabilimento abruzzese è il più grande d’Italia e tra i primi in Europa per dimensioni. L’azienda sta svolgendo verifiche interne ma l’accaduto è stato confermato da diverse tute blu. L’operaio aveva a più riprese richiesto di poter andare in bagno, invano. E a quel punto ha dovuto farsela addosso: “inascoltato, non gli è rimasto che urinarsi dentro i pantaloni. L'episodio varca ogni limite della decenza. Un fatto gravissimo che lede la dignità del lavoratore vittima dell'episodio e quella di tutti i lavoratori in generale. Pretendiamo che situazioni simili non si ripetano mai più" scrive l’Usb di Chieti. Alla protesta si associa anche Rifondazione Comunista: “Spremere i lavoratori fino al divieto, ripetuto e continuato, di poter andare in bagno, è un fatto di una gravità inaudita, da condannare senza mezzi termini. Da molti anni nel gruppo FCA si assiste all’incremento di ritmi e carichi di lavoro al limite del sostenibile. Troppo spesso gli aumenti di produttività sono stati salutati come un fatto positivo, senza chiedersi come fossero possibili, ogni anno, aumenti produttivi da record – affermano in una nota Marco Fars, segretario abruzzese di Rifondazione Comunista e Maurizio Acerbo, della segreteria nazionale -. Nei giorni scorsi la risposta è arrivata, di nuovo, dalla palese manifestazione delle condizioni che i lavoratori, loro malgrado, sono troppo spesso costretti a subire. L’arroganza aziendale si è spinta fino a costringere un lavoratore ad urinarsi addosso, dopo che per troppo tempo gli è stato vietato di recarsi in bagno. La produzione viene prima di tutto e perciò i lavoratori non possono permettersi nemmeno il "lusso" di espletare bisogni fisiologici normali per qualsiasi essere umano. Ai lavoratori, costretti a carichi e ritmi di lavoro insostenibili, non viene riconosciuta nemmeno la dignità umana”. I due esponenti politici chiamano in causa anche le recenti riforme del lavoro e le ristrutturazioni aziendali frutto della globalizzazione post-crisi: “La vicenda Sevel ci ricorda l’importanza e la necessità di riportare la democrazia reale dentro e fuori le fabbriche. Questo totalitarismo aziendale è il prodotto di anni di "riforme" del lavoro che hanno sottratto ai lavoratori diritti e tutele e accordi sindacali capestro accettati da sindacati "firma tutto”. Questi sono i risultati della cancellazione dell'art.18”.

Mangia un panino in orario di lavoro: perde l'impiego per cinque anni. Una donna dipendente per quattordici anni nello stesso supermercato era stata mandata via per aver consumato prodotti prelevati dallo scaffale durante il suo orario di servizio. Ora la Cassazione l'ha fatta reintegrare. Ma il suo non è l'unico caso, scrive Maurizio Di Fazio il 28 febbraio 2017 su "L'Espresso". Una sentenza attesa per cinque lunghi anni, dopo le prime due di segno opposto. E alla fine la donna, oggi 57enne, si è vista riconoscere i suoi diritti dalla Cassazione prima e dalla Corte d’Appello dell’Aquila adesso. I giudici hanno stabilito che dovrà essere reintegrata nel supermercato di Giulianova dove aveva lavorato per quattordici anni prima di essere licenziata in tronco. Per aver mangiato un panino. Per un semplice panino, farcito con prodotti prelevati dallo scaffale (era addetta alle vendite) durante il suo orario di servizio. Inizialmente il giudice del lavoro aveva sposato la tesi dell’azienda e così la donna, sposata e con figli, aveva perso il posto. E tutto questo avveniva quando l’articolo 18 era ancora in piedi. Il giudice parlò di “sottrazione di beni aziendali”. Era l’8 agosto del 2012. La dipendente prelevò dal suo reparto una confezione di salmone, una bibita dissetante e un panino. Li consumò, ma poi, stando a quanto dichiarato dai dirigenti del supermarket, non li voleva pagare. La difesa: “Anche dall'istruttoria è emerso chiaramente che la lavoratrice ha prelevato i prodotti senza nascondersi o occultarli e li ha consumati davanti a tutti: tant'è vero che è stata subito vista dai responsabili aziendali e ha gettato le confezioni nello stesso cestino del bancone dove lavorava, dove tutti quindi potevano vederle e trovarle, mentre se avesse voluto occultarli li avrebbe certamente fatti sparire in altro modo. E avrebbe pagato a fine turno. Questa decisione è abnorme, eccessiva e sproporzionata. Al massimo si poteva comminarle una multa”. Ora la magistratura ha ribaltato definitivamente le sorti professionali e umane della donna, spendendo queste parole: “Non c’è stata nessuna appropriazione nel luogo di lavoro di beni aziendali. In mancanza di ulteriori elementi, deve darsi necessario rilievo al modestissimo valore della merce consumata, ma soprattutto alla storia lavorativa della dipendente che pacificamente, nel corso di quattordici anni, non è stata mai oggetto di alcun richiamo disciplinare…”. E “la vicenda nel suo complesso è avvenuta alla luce del sole”. Licenziate per un panino. Una tendenza che sembra ricorrere nella nostra Italia dei vitalizi e delle sinecure per via ereditaria. E che colpisce soprattutto le donne. È accaduto lo stesso (la scorsa estate) anche a Daniela Gori, dipendente di un punto Conad a Livorno. Rimossa dal suo incarico per aver fatto colazione con un sandwich preso al banco della gastronomia. “Ho tolto l'etichetta adesiva (il prezzo era di circa un euro) e l'ho messa nel portafogli, pensando di pagare a fine turno come sempre. Però, dopo aver timbrato l’uscita e aver fatto la spesa, alla cassa mi sono dimenticata di quel panino. E lì è intervenuto il proprietario del negozio, probabilmente mi stava tenendo d’occhio...” ha raccontato Daniela. Le premesse al suo licenziamento sono state una settimana di ferie forzate, la prima sanzione disciplinare della sua vita e una sospensione. Il titolare non ha voluto saperne di reintegrarla, nonostante lo sciopero delle sue colleghe e la mobilitazione del sindacato Usb. “Un licenziamento pretestuoso” la loro versione unanime. “Licenziare per un panino è da infami”; “Conad, persone come cose” alcuni degli slogan intonati in quell’occasione. E a nulla è servito nemmeno l’amore incondizionato esternato dai clienti del quartiere nei confronti della 44enne, assunta con contratto a tempo indeterminato e volto familiare del supermercato sin dalla sua apertura. Gli screzi col nuovo proprietario, subentrato nel 2014, avrebbero modificato progressivamente l’armonia interna tra richiami disciplinari e minacce trasversali. Lui ha affermato: “Questo è solo l’ultimo di una serie di episodi che hanno fatto venire meno il patto di fiducia con la lavoratrice”. “Non è vero” hanno ribattuto con forza le sue vicine di bancone e di cassa: le classiche commesse rionali, della porta accanto. Insorte, come in un film di Kean Loach o di Aki Kaurismaki, col supporto della gente del luogo, in difesa della loro compagna. Cacciata dopo tredici anni di onorato servizio per avere addentato un panino di cinquanta grammi.

Un operaio sviene, ma la produzione va avanti. La denuncia della Fiom-Cgil di Chieti su un episodio accaduto alla Sevel di Atessa. "Il caporeparto non ha fatto sospendere l'attività e ha chiesto agli altri di far finta di non vedere il corpo a terra". L'azienda replica: "No, soccorsi scattati subito e linea bloccata", scrive Maurizio Di Fazio il 13 aprile 2017 su "L'Espresso". Un operaio batte la testa, cade a terra e sviene mentre è alla catena di montaggio, ma il caporeparto non fa sospendere la produzione. Anzi, chiede agli altri lavoratori presenti di “far finta di non vedere il corpo a terra e di riprendere il lavoro”. È accaduto mercoledì mattina alla Sevel di Atessa, di proprietà della Fiat Chrysler, il più grande stabilimento europeo per la produzione di veicoli commerciali leggeri. Un nuovo episodio in odore di prima rivoluzione industriale per la fabbrica abruzzese, dopo quello avvenuto due mesi fa, quando una tuta blu si vide negare il diritto di andare in bagno nonostante lo avesse chiesto più volte e a quel punto, non facendocela più, non gli restò che farsi la pipì addosso. La denuncia arriva stavolta dal segretario generale della Fiom-Cgil di Chieti, Davide Labbrozzi: “Un addetto allo svolgimento delle attività di montaggio, ieri mattina presto, ha urtato violentemente la testa su un parter prelievo sedili (braccio meccanico per il sollevamento dei sedili). Questo incidente ha provocato la sua perdita di conoscenza e caduta a terra. I suoi colleghi hanno lanciato immediatamente l’allarme. Ma ancora prima dell’arrivo dei soccorsi, il responsabile del reparto Ute ha chiesto ai lavoratori presenti di ignorare l’accaduto, di far finta di non vedere il corpo a terra e di riprendere il lavoro” spiega Labbrozzi all’Espresso. E poi chiosa: “Far ripartire la linea con un lavoratore sdraiato a terra è un atto inaccettabile che la Fiom contesta duramente. Questo atteggiamento è sintomo di un’azienda che surclassa l’uomo a vantaggio della produzione”. Subito dopo il misfatto, gli operai hanno incrociato per protesta le braccia per un’ora e allo sciopero hanno partecipato pressoché tutti i venti addetti all’Ute (Unità tecnologica elementare). Secondo la Fiat Chrysler, da noi interpellata, “i soccorsi sono scattati immediatamente seguendo le procedure d’intervento interne. La linea è stata immediatamente bloccata per consentire di prestare la prima assistenza alla persona e, una volta attuate le manovre di primo soccorso e attivati i soccorsi attraverso l’infermeria dello stabilimento, è stata riavviata. La persona già in infermeria di stabilimento si era ripresa, ma in via precauzionale è stata inviata per accertamenti all’ospedale. Le è stato riscontrato un trauma cranico non commotivo, prescritto un periodo di dieci giorni di riposo e mandato a casa”. Ma il sindacato conferma. Nei giorni scorsi un’altra polemica aveva attraversato la Sevel, fiore all’occhiello del gruppo mondiale guidato da Sergio Marchionne. Sulle ali del successo del nuovo Ducato, lanciato verso quota 290 mila furgoni nell’anno solare 2017, quest’estate lo stabilimento di Atessa chiuderà solo per una settimana. Il resto delle ferie bisognerà scaglionarlo tra maggio e dicembre. Perché gli affari vanno a gonfie vele e sono troppe le commesse da rispettare. Non c’è più tempo da perdere, e pazienza se ciò comporta il diniego di un calendario tradizionale vecchio di un secolo. La produzione sempre più über alles, sostiene la Fiom Cgil per bocca di Labbrozzi: “La filosofia Sevel continua a non rispettare coloro che quotidianamente permettono all’azionista di intascare una ricchezza smisurata, quella che lo stabilimento atessano produce quotidianamente. La Fiom, ancora una volta, torna a chiedere l’avvio di un confronto che mai come oggi è necessario per ristabilire il giusto valore della qualità della vita in Sevel”.

«Psicofarmaci, depressione, attacchi di panico: la vita da operaio di Amazon per essere veloce». L'ossessione per la rapidità, il controllo costante sul rispetto dei tempi, l'aumento delle malattie. La denuncia di una sindacalista sul principale stabilimento europeo del colosso dell'eCommerce, scrive Maurizio Di Fazio il 04 aprile 2017 su "L'Espresso". Tutti compriamo su Internet, ma spesso poco sappiamo delle condizioni di lavoro al di là del pc e dello smartphone all’interno del colosso mondiale dell’eCommerce. Chi gestisce gli ordini a flusso incessante (milioni solo nel nostro Black Sunday) di Amazon? Chi lavora nei tre turni quotidiani del suo più grande stabilimento italiano ed europeo, a Castel San Giovanni in provincia di Piacenza? E qual è lo stato dell’arte dei loro diritti, a un anno dal timido ma storico ingresso dei sindacati nei suoi quasi 90 mila quadri di magazzini? Sappiamo che sono in tutto circa 1.600, tra assunti a tempo indeterminato (riconoscibili da un cartellino blu) e determinato (verde); che la loro età media supera di poco i trent’anni, e che alcuni di loro presenterebbero problemi di salute per la velocità del loro lavoro, specie gli addetti al reparto outbound (lo smistamento degli oggetti che poi arrivano materialmente nelle case). Ad Amazon si lavorerebbe di corsa, per ottimizzare il tempo e non deludere i consumatori. "Il 70-80 per cento, a Castel San Giovanni, ha ernie e problemi alla schiena e al collo" ha affermato Cesare Fucciolo della Ugl. L’Espresso ne ha parlato con Francesca Benedetti, segretario della Fisascat di Parma-Piacenza (la sigla per addetti ai servizi commerciali e del turismo della Cisl), di ritorno da un vertice internazionale in Polonia con l’azienda fondata e diretta da Jeff Bezos.

Nello stabilimento piacentino di Amazon, il lavoro è logorante?

«Sì, e Il livello delle malattie “normali” è elevatissimo: serve a mascherare gli infortuni e le malattie professionali. A volte è “colpa” del lavoratore, che per paura di ritorsioni non li dichiara; altre volte la responsabilità è invece dell’Inail, che fa fatica a riconoscere, nonostante i ricorsi, il livello abnorme di patologie, e l'incidenza epidemiologica al di sotto di ogni sospetto. Se nello stesso reparto ci sono decine di donne che hanno lo stesso tipo di problema alle mani (tunnel carpale), no, non può essere una coincidenza».

I lavoratori subiscono pressioni o attenzioni particolari?

«Un buon 80 per cento delle contestazioni disciplinari è relativo ai tempi di percorrenza, nonostante gli ambienti siano smisurati. E le pressioni, spesso stupide e pretestuose, rappresentano la norma. Purtroppo aumentano i casi di lavoratori che a furia di subire vessazioni e umiliazioni a un certo punto perdono la testa e mandano tutti al diavolo. Pentole a pressione che scoppiano. Molti sono sotto psicofarmaci: abbiamo messo a disposizione i nostri psicologi. Depressione e attacchi di panico non sono un’anomalia. Esistono figure pagate proprio per questo: per farti andare di matto. Agenti provocatori. Zelanti professionisti della prevaricazione psicologica. Cani da guardia, kapò che trascorrono la giornata a verificare che nessuno prenda un caffè, si faccia una passeggiata, vada in bagno per più di un minuto».

È vera la storia che gira dei bagni immacolati? 

«Andare in bagno per espletare i propri sacrosanti bisogni fisiologici può diventare un problema per i capi. Capita che un operaio si trovi in bagno, impieghi qualche istante in più della media e fuori dalla porta si materializza un manager con le braccia conserte che lo sgrida e ammonisce».

Il totem di Amazon è la rapidità di esecuzione?

 «A tirare la carretta sono gli operai generici. Chi non produce più al livello supremo diventa una mela marcia da cestinare subito, senza nessun riguardo. Perché fuori preme una fila infinita di disoccupati che muoiono dalla voglia di guadagnarsi qualche soldo».

Da un anno voi sindacati avete messo piede a Castel San Giovanni. Un traguardo che sembra elementare ma che invece suona epocale.

«Amazon sta vivendo oggi in Italia quelli che sono stati i nostri anni 50 in fabbrica. Non accettano rappresentanti e mediazioni sindacali. Ci vivono come un corpo estraneo. Pretendono che i lavoratori si relazionino direttamente con l'ufficio del personale. Ultimamente però un loro rappresentante ha preso parte alle nostre riunioni sindacali, una specie di miracolo. E in America, come mi hanno raccontato loro stessi durante il vertice polacco, va molto peggio. Noi invece, grazie alle leggi del nostro passato, dei primi anni settanta, stiamo riuscendo a smuovere qualcosa».

Come vive la classe operaia on line. Da Amazon a Zalando, da Esselunga a H&M, dietro i nostri clic ci sono migliaia di giovani. Che lavorano giorno e notte. Per raccogliere merci in magazzino, impacchettare e consegnare a casa. Ecco la gigantesca fabbrica della logistica nello shopping in Rete, scrive Francesca Sironi il 16 novembre 2016 su "L'Espresso". Nel tempo necessario per leggere il titolo e il sommario di questa pagina, sono stati completati 76 ordini di scarpe, libri o detersivi. On line. Per arrivare a questa riga sarà passato un minuto. E un minuto sono 228 consegne, che fanno 13.600 all’ora, 328 mila e 700 al giorno. Nel 2016 gli acquisti digitali di beni materiali, in Italia, sono stati più di 120 milioni: un inarrestabile pulsare di clic che crescono del 30 per cento all’anno, a 75 euro in media a scontrino. Ma dietro ognuna di queste comande, impartite senza attese o spostamenti, senza commessi o commercianti, c’è una lunga catena che si ingegna e si spreme «per minimizzare i percorsi e rispettare i tempi promessi» al cliente, come spiegano ad Amazon. Il cliente e le sue richieste. La sua fretta. I suoi orari. I nuovi padroni aspettano da casa. I nuovi operai corrono per loro. «Una delle prime cose che ti insegnano ad Amazon è il passo», racconta Daniele, 30 anni, impiegato durante il picco di Natale nel centro piacentino di Castel San Giovanni: «Un passo di marcia». Perché ci vuole ritmo, per l’eCommerce. E sorridere al citofono. È quello che raccontano le facchine e i fattorini, o meglio i “picker” e i “driver”, di H&M o di Esselunga, di Zalando o GLS che abbiamo incontrato per mostrare cosa significa stare dall’altra parte del computer nell’industria degli ordini on line: quella della catena di montaggio. Trovando entusiasti o pessimiste. E incubi comuni. Come l’imparare presto a temere ciò che per gli altri è festa: il Natale, i saldi, l’avvicinarsi del cenone, l’inizio dell’anno. Per i regali, la scuola e le offerte, aumentano le richieste. Quindi la pressione. Perché il bisogno di comodità dei clienti schiaccia i diritti degli altri. Per arrivare prima alla consegna, gli ingranaggi digitali, meccanici e umani dell’eCommerce non si possono fermare. Via Benigno Zaccagnini, Stradella, provincia di Pavia. Passato Dc, presente operaio. In questa zona un tempo famosa per la “casalinga di Voghera” adesso s’alzano alcuni mega-snodi logistici che dalla pianura padana riforniscono via eCommerce l’Europa. A destra, i cancelli della “città del libro”, hub internazionale dei volumi comprati on line. A sinistra trecento persone che scorrono scaffali per gestire gli ordini web di H&M, la catena di vestiti low cost. I camion per le spedizioni battono la Bassa. Il gestore del magazzino di H&M è una cooperativa di Como, Easycoop. A cui gli affari vanno alla grande. Il fatturato è raddoppiato negli ultimi due anni, i dipendenti sono saliti a 674, a luglio i soci hanno votato un aumento di stipendio al presidente (204 mila lordi). Serena Frontino ha 22 anni, un cappotto beige, un’infervorata militanza sindacale che l’ha portata più volte sui giornali negli ultimi mesi. Il suo contratto è part time, a 7,4 euro l’ora; ad aprile più della metà della sua busta paga non arrivava dall’ordinario, quanto da premi di produzione, extra e integrazioni. Perché il suo è un part-time elastico: sui contributi versati, sui diritti, sull’agenda. «Ci mandano l’orario del giorno dopo solo il pomeriggio o la sera prima, via sms», racconta: «Seguivo un corso di teatro, la mia passione, ma ho dovuto abbandonare. Perché non posso prevedere a che ora uscirò». Sul regolamento interno, depositato con il bilancio, è scritto chiaro che «la distribuzione e la durata dell’orario potranno variare nell’arco delle 24 ore, per tutti i giorni del calendario», e ogni socio lavoratore è «tenuto a prestare la propria attività oltre quanto stabilito, sia di giorno, sia di notte, sia in giorni feriali, sia in giorni festivi». La richiesta d’abiti non conosce notte.

SMISTARE. Il facchino è fra i mestieri non qualificati più richiesti del 2016: Unioncamere ha previsto 41.100 assunzioni in un anno; più della metà a tempo determinato, ma in crescita. «Fuori non c’è niente, qui è un’altra vita», dice Mirela Feodorov in un video girato da Amazon: «Anche se è pesante, hai la sicurezza». I gesti di Mirela sono martellanti. Scatta. Dietro, i colleghi camminano svelti. «Sono stata interinale per sei mesi, poi mi hanno assunta full time», racconta orgogliosa all’Espresso Clara Merli, 44 anni, anche lei dipendente Amazon a Castel San Giovanni: «È normale che esista un passo. Che si debba essere veloci. L’azienda cresce. Non so quali aspettative abbiano i giovani, ma qui si lavora. Se ce la faccio io che ho tre figli». Clara è una “picker”. Come Serena ad H&M: ogni mattina prende la sua prima “missione”, un rotolo di codici a barre che indicano i capi d’abbigliamento da recuperare negli scatoloni, tra le file sterminate degli scaffali. A Serena è richiesto di prelevarne quattro al minuto. «Se finisci sotto i 3,8 arriva un richiamo». Ogni missione è composta da 120, 160 pezzi. Il metronomo dell’azienda prevede due missioni come queste ogni ora. «I tempi diventano sempre più stretti, la tolleranza sugli errori è bassa. Ma in questi magazzini è molto difficile sostituire le persone con i robot», spiega Riccardo Mangiaracina, direttore dell’Osservatorio dedicato al Politecnico di Milano: «L’automazione è rigida. Mentre per l’eCommerce serve flessibilità: sia sul tipo di pacchi da prendere, sia sulla stagionalità». Software e robot possono sollevare i pesi più ingombranti. Possono comandare, indicando i percorsi ottimali. Ma a eseguire, servono facchini umani.

IMPACCHETTARE. Anche Anna ha 22 anni. In H&M è una “packer”, ovvero si occupa di piegare gli abiti e imbustarli. «Quando mi hanno assunta, due anni fa, bisognava passare 200 pezzi all’ora. Adesso hanno alzato la media a 250». Anna e le altre 57 ragazze che eseguono con lei questa mansione sta in piedi, fra i carrelli e il rullo. Riceve, controlla, smista, imbusta. «C’è la musica, nel magazzino, radio Kiss Kiss». Ma con le colleghe non può chiacchierare. «Mi hanno separata da un’amica perché non mi distraessi. Anche se restavo al passo». Nel regolamento di Easycoop si chiede di non lamentarsi: «è fatto divieto di discutere sui luoghi di lavoro, in particolare in presenza di terzi, di problematiche aziendali». Dopo due anni Anna è ancora inquadrata come “junior”, al minimo salariale. Nessuno scatto d’anzianità. Preavviso di sei giorni in caso di licenziamento. «Negli ultimi mesi alcuni aspetti sono migliorati», dice, «grazie soprattutto alle lotte sindacali». Anche lei, come le sue colleghe, si entusiasma a raccontare lo sbarco dei Cobas in magazzino, le trattative, i picchetti, i primi risultati. Poi torna a fumare. «Avrei voluto fare la nutrizionista. Ma ammetto che ho perso la voglia di impegnarmi, fuori da qui. Sono stanca, quando esco». E poi ci sono i climax, come le “capsule collection” firmate da stilisti di grido. Non dimenticherà mai, dice, quella di un designer francese: «Durava soltanto due giorni. Piacque tantissimo, e gli ordini si impennarono. Più velocemente del solito dovevamo trattare abiti non da 30, ma da 400 euro l’uno. C’era un cappotto con dei pendenti fragili. Hai paura a respirare sui vestiti, in quei casi. Le altre “packer” imbustavano e piangevano. Io ho avuto un attacco d’ansia».

CONFEZIONE REGALO. Per far fronte allo shopping compulsivo del Natale, Amazon - 900 dipendenti a Castel San Giovanni, di cui tre dirigenti, 67 milioni di euro di ricavi - chiama centinaia di interinali per alcuni mesi. Daniele è stato uno di quelli. «Mi occupavo dei pacchi voluminosi. Ogni mattina c’era il briefing. Il “team leader” mostrava faccine tristi, diceva che eravamo stati poco produttivi il giorno prima. A volte lanciava delle sfide. Diceva “ragazzi, dai, dobbiamo spingere. Anziché 3.500 pezzi in un’ora, facciamone 5 mila”». Se ci riuscivano veniva estratto un premio, racconta. «Sono rigidissimi sul rispetto delle norme di sicurezza», continua: «Ma anche sugli standard: ti dicono come eseguire ogni movimento per risparmiare secondi preziosi». Se sei sotto media, «si avvicina un ragazzo, col computer. Ti dice: non potresti andare più veloce?». Quant’è contemporaneo il passato: «Lulù, ma cosa mi combini? Il rendimento è bassissimo, ci devi dare dentro. Se no perdi il cottimo». «Amore, amore, va qui che exploit. Non è che non posso. È che non voglio», rispondeva Gian Maria Volonté in “La classe operaia va in Paradiso”.

SPEDIRE. Un collega di Roberto assomiglia da vicino al cottimista immortale di Petri. «Ha tre figli e due mutui, per questo accetta anche quattro doppie a settimana. Non vive. Ma guadagna più di me. Prima poteva superare anche duemila euro al mese. Ora arriva al massimo a 1.800». Dal 2008 Roberto è uno dei fattorini che portano a casa la spesa ordinata online su Esselunga. «Prima eravamo 60 autisti, per 14 consegne a servizio. Ora siamo 100 e ne facciamo 17». La “doppia” è il doppio turno: «Significa che inizi alle 5.43 e guidi fino a dopo cena. Con la pausa per il pranzo». Roberto accetta solo una volta a settimana. «Voglio continuare ad allenarmi a rugby», dice. Alcuni suoi colleghi, per bisogno, sostengono ritmi molto più pressanti. «Siamo pagati un fisso di 1.250 euro al mese per undici consegne al giorno», spiega: «Tutti gli extra sono a cottimo - uno, 2,5 euro a ordine». La mattina si presenta al magazzino di Milano Sud, «rinconcilia», spiega in gergo, «i freschi al resto della gastronomia» e inizia le tappe. «Preferisco andare a Quarto Oggiaro», un quartiere popolare: «Perché lì i clienti sono spesso manovali che non hanno il tempo per andare al supermercato. E scendono a darmi una mano. In altre zone ti trattano da schiavo. E devi pure sorridergli». Roberto lavorava all’inizio per il consorzio Alma, che ha perso l’appalto dopo i guai giudiziari del fondatore, a cui la Guardia di Finanza contesta decine di milioni d’Iva evasa. Ora la gestione è di una srl «molto più seria, nelle buste paga», spiega. «Ma fa fatica a trovare nuovi autisti. Molti scappano dopo la prova. Perché è faticoso: sei sempre da solo, devi portare la spesa fino al corridoio del cliente, a prescindere dal peso». Lui non se ne va, «perché fuori non ho trovato altro. Vivo con mia madre. Stiamo finendo di pagare i debiti di papà».

CONSEGNARE. Anche Alessandro è tornato a vivere con i genitori a 35 anni. Diplomato in ragioneria, è stato per 18 anni trasportatore a Latina. «Ero arrivato a guadagnare, con il mio mezzo, anche tremila euro netti al mese. Certo, stavo molto in furgone. Fino a 140 consegne in un giorno. Ma non potevo lamentarmi». Parla al passato perché l’anno scorso ha lasciato la sua vita da “corriere espresso”. Il suo ormai ex settore non conosce crisi: il fatturato delle consegne a domicilio ha superato i cinque miliardi e mezzo di euro l’anno, come mostrano i dati dell’osservatorio Logistica del Politecnico di Milano che pubblichiamo in anteprima: seicento milioni di euro in più rispetto a sei anni fa. L’eCommerce alza i volumi. Ma non la qualità di vita per i “driver”: «È diventato tutto più insostenibile. Io ho portato pacchi per Gls, Bartolini, Sda, Mtn. Pagato a ore oppure da un euro a 4,2 a ordine. Avevo il mio giro di negozi. Sapevo come ottimizzare i tempi, le strade. Come gestire le giornate. Poi sono cresciute le spedizioni a casa, e la mia attività è passata al 70 per cento sui privati. Ovvero persone che magari non rispondono subito al citofono perché non possono, o il portiere non c’è, o chiedono di tornare dopo. Con tutti gli imprevisti non riuscivo più ad assicurarmi un cottimo che mi permettesse di guadagnare bene». Così ha cambiato mestiere, e pur di continuare a seguire l’Inter («Sono di Latina, ma la mia casa è San Siro. Se ho dei soldi, li spendo per le trasferte») è tornato dai suoi.

RESTITUIRE. L’anno prossimo si sposa. «Poi il mio sogno è comprarmi l’auto, se riesco a risparmiare». Debora è l’operaia modello dell’eCommerce italiano. A 22 anni è al suo secondo impiego fra carrelli e scaffali. Da quattro mesi è dipendente a tempo pieno del consorzio Ucsa: si occupa dei “resi” nel magazzino di Zalando, la piattaforma online di vestiti griffati. «Siamo tutte donne, nel mio reparto. Dobbiamo assicurarci che gli abiti restituiti siano intatti, puliti, senza difetti». Lo fa otto ore al giorno, più mezz’ora di pausa pranzo. Anche per lei l’orario è confermato solo giorno per giorno. «Prendo 1.400 euro al mese. La paga è buona. Il sabato ci danno il doppio. Fuori trovavo solo offerte in nero come cameriera al bar». Deve controllare 40 pezzi l’ora. «Riesco senza problemi, ma che non aumentino». Una volta al mese arrivano dei controllori di Zalando, «ci intervistano per sapere come va. Hanno dato feedback positivi sulla mia attività. Come premio ho ricevuto un buono da 200 euro da spendere sul sito web. Avrei preferito un aumento. Ma penso di potermi prendere qualcosa di bello». L’affitto, la Bassa, il fidanzato. «Se dovesse rimanere così, penso di poter tenere questo posto per tutta la vita».

L'INFERNO DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE ORGANIZZATA (GDO).

Centri commerciali, il buco nero. Commesse che lavorano dalle 6 di mattina alle dieci di sera. Paghe da fame. Nessun diritto sindacale e frequenti abusi. Dietro le luci delle vetrine, ci sono spesso condizioni di vero sfruttamento e di illegalità, scrive Antonio Sciotto il 12 febbraio 2013 su "L'Espresso". Nei centri commerciali abbondano punti vendita di marchi di grande successo. Che troppo spesso però, dietro la potente forza del brand nascondono la debolezza e lo sfruttamento dei commessi. Nella gran parte di queste catene i lavoratori non sono inquadrati con normali contratti da dipendenti - che garantirebbero equi compensi, contributi, ferie e malattia - ma attraverso l'"associazione in partecipazione", un rapporto in base al quale la busta paga viene legata esclusivamente agli utili dell'impresa. Come se un semplice addetto alle vendite potesse essere, cioè, socio alla pari di un colosso del mobile o del collant. La realtà, evidentemente, è molto più triste: le commesse vestono le divise, devono rispettare turni imposti dall'alto, fanno spesso orari più lunghi di quelli contrattuali, senza godere di tutti i diritti e le tutele del lavoro subordinato. Da quando la Cgil ha aperto il sito dissociati.it, gli "associati in partecipazione" hanno cominciato a venire allo scoperto, inviando testimonianze che rivelano anni di prepotenze, frustrazioni e abusi. "Orari che vanno dalle 6.30 del mattino fino alle 22, turni massacranti per un monte ore che supera in taluni casi le 40 ore settimanali, straordinari non pagati", scrive il commesso di una catena di librerie. "Io sono arrivata a guadagnare in un mese 295 euro - denuncia l'addetta di un negozio di biancheria per la casa - Pur essendo presente tutti i giorni nel punto vendita, otto ore al giorno che diventavano dodici, tredici o anche quattordici nei periodi dei saldi o sotto Natale". Un'altra testimonianza rende l'idea non solo dello sfruttamento delle commesse, ma anche della poca attenzione posta dalle catene di distribuzione rispetto ai prodotti messi in vendita: "L'azienda XYX cerca continuamente personale, fa solo contratti di associazione in partecipazione, stabilisce le ore delle ragazze che assume ma dice di non dire nulla all'Inps se passasse per i controlli - racconta a dissociati.it una lavoratrice - Gli stipendi sono questi: 470 euro per 25 ore; 560 euro per 30; 750 euro per 40 ore. Chiede l'impossibile alle ragazze, non ci sono misure di sicurezza antincendio (hanno affittato i negozi ma non hanno messo nulla a norma: estintori scaduti da anni, impianti non funzionanti, ecc...). C'è una signora che si occupa di creare terrore psicologico tra le ragazze ed è lei che mantiene i rapporti tra i vari negozi e le associate dando i vari compiti e/o ordini. La merce che arriva molte volte non è accompagnata da bolla di trasporto, quindi non se ne conosce la quantità ed è prodotta in Cina, Tailandia e Filippine. Sempre la 'signora' ordina alle ragazze di tagliare tutti i cartellini o etichette che arrechino la provenienza della merce e dice alle ragazze di spacciarla come prodotti di alta qualità italiana alla clientela. Lo stipendio, se così si può chiamare, viene consegnato in contanti dal rappresentante legale, ma mai in una data precisa. Le ore non sono segnate sul cedolino e quelle fatte in più vengono pagate in nero. Durante gli allestimenti che avvengono spesso (circa ogni mese e mezzo) la 'signora' fa rimanere le ragazze nei negozi anche per 12 ore o più. Ogni ragazza dovrebbe avere un giorno a settimana di riposo, ma lei vuole che siano tutte reperibili in qualsiasi momento, anche per commissioni esterne al negozio (poste, spese, ecc...)". In effetti per questi lavoratori il salario non è mai garantito: secondo i dati dell'Inps, i 52 mila associati registrati nel 2011 hanno percepito un lordo annuale di 8000 euro, pari a compensi netti di 600-700 euro. Quando un lavoratore contrattualizzato del commercio guadagna almeno 1100 euro netti, gode di tredicesima e quattordicesima, tfr, ferie, malattia, maternità. Ottomila euro è solo la "media del pollo", in realtà, perché se l'esercizio ha un andamento negativo - e in periodi di crisi può essere la regola - l'imprenditore può anche imporre un "conguaglio", ovvero decurtare il già magro compenso, o far pagare al cosiddetto "socio" l'uso del telefono e di altri mezzi aziendali. Ultimamente la riforma Fornero ha cercato di fare pulizia nel settore, disponendo che l'associazione in partecipazione possa riguardare soltanto le imprese con non più di 3 addetti: ma è una misura che può essere aggirata facilmente, frammentando i punti vendita in diversi rami di azienda o per mezzo del franchising; senza contare che i parenti del titolare sono esclusi dal conteggio, e quindi un negozio con due vetrine può essere gestito tranquillamente senza neanche un dipendente. Fatti salvi questi mezzi di "aggiramento", i soggetti più grossi dovranno applicare il contratto nazionale. Ma secondo le denunce giunte al sindacato sono ancora molti i grandi marchi, con centinaia di addetti, che non si sono adeguati alle nuove regole: "La mappa è molto variegata – spiega Roberto D'Andrea, del Nidil Cgil – Ci sono aziende come le erboristerie Isola Verde che hanno intrapreso un percorso di stabilizzazione. Altre, come Poltronesofà, mantengono i vecchi contratti, perché li hanno certificati prima dell'ultima scadenza imposta dalla legge. Da altre società invece continuano a giungerci segnalazioni di abusi: non siamo ancora riusciti ad aprire dei tavoli e abbiamo allertato gli ispettorati del lavoro". Discorso a parte per il noto brand di intimo femminile Golden Lady, che aveva firmato nel settembre scorso un accordo per la stabilizzazione di tutti i suoi 1200 associati in partecipazione, da realizzare entro questa estate: il sindacato denuncia che in alcuni singoli punti vendita, come a Siracusa, Roma, Firenze e Bologna, diverse commesse sono invece state messe alla porta. Brand di successo e aggressivi, allergici però al sindacato. Alcune imprese aggirano i nuovi obblighi di legge e il confronto con i rappresentanti dei lavoratori, affidando il marchio in franchising. Un nuovo uso che si è imposto nelle Grandi Stazioni è quello di creare piccoli negozi, da 20 a massimo 100 metri quadrati, utilizzati come vetrine di nomi celebri che delegano logistica, distribuzione, contrattualizzazione dei commessi a un'azienda che lavora dietro le quinte, ma che è già una potenza, la Retail group. Nelle gallerie centrali, di fronte ai cartelloni partenze, vengono montati i cosiddetti "pop-up store", "moderne strutture flessibili e modulari caratterizzate da pareti di cristallo", recita il sito della Retail. E "flessibili" devono essere anche i lavoratori: fino a ieri associati in partecipazione, oggi contrattisti a termine, ma solo se firmano in cambio una conciliazione tombale su tutto il pregresso. Conciliazione richiesta, ad esempio, anche dai franchiser della catena di abbigliamento 7camicie. La crisi non risparmia neanche i più garantiti: è il caso dei dipendenti della catena di librerie Fnac, tutti regolarmente contrattualizzati, ma a rischio di perdita del posto. Il colosso francese del lusso Ppr, proprietario non solo di Fnac, ma anche di importanti marchi come Gucci, Bottega Veneta, Balenciaga, ha deciso di liberarsi del ramo italiano degli store che distribuiscono libri, cd e dvd, da tempo in pesante perdita. Nel dicembre scorso è stato firmato un accordo preliminare per la cessione al fondo Orlando Italy Management, che ha sede in Lussemburgo e controlla già il brand di profumerie Limoni. Orlando, però, è interessato a rilevare solo cinque punti vendita degli otto complessivi, il che significa l'imminente chiusura delle tre location di Roma, Firenze e Torino Grugliasco, senza escludere comunque futuri tagli agli organici nell'intera filiera. Tanto che è stata già richiesta la cassa integrazione per 302 addetti su un totale di 600. Marco Beretta, della Filcams Cgil di Milano, conferma questi timori: "Le forbici potrebbero abbattersi sul deposito, i magazzini, Internet. Siamo contro lo 'spezzatino' annunciato, e dobbiamo restare uniti: l'obiettivo è salvare tutte le librerie e tutti i posti di lavoro". Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil hanno indetto lo stato di agitazione.

Dipendenti dei centri commerciali costretti ad una schiavitù silenziosa, scrive il 31/05/2017 Rossana Nicolosi su News Sicilia. Quella che oggi vi raccontiamo è la storia di Francesca (nome di fantasia) e di Paolo, Andrea, Giulia, Maria. Ma potrebbe essere la storia di chiunque altro, potrebbe essere la tua di storia, di te che adesso stai leggendo, magari mentre ti prepari per andare ad affrontare 8 ore di lavoro (se sei fortunato/a) o 12. Questa è la storia dei dipendenti dei centri commerciali costretti, nel 2017, a subire una schiavitù silenziosa senza precedenti, senza diritti, senza voce in capitolo soltanto per poche centinaia di euro. Facciamo un passo indietro e cerchiamo di pensare, soltanto per pochi istanti, alle nostre passeggiate domenicali o ancor peggio, nei giorni segnati in rosso nel calendario, all’interno dei mega-store. In Sicilia, come nel resto d’Italia, sono molti. In particolar modo soffermiamoci su quelli presenti nell’hinterland catanese, da San Giovanni La Punta, a Gravina di Catania, a San Giorgio, a Paternò. Una comodità, per alcuni, quella di poter girovagare tra un caffè, un giro per i negozi e una chiacchierata tra amici all’interno dei centri commerciali, chiedendo magari, di tanto in tanto, informazione a qualche dipendente che, spesso, con toni poco gentili e tanto fastidio, cerca di rispondere ai numerosi clienti. Avete mai pensato qual è, in fondo, il motivo di tanta irritazione da parte degli impiegati dei centri commerciali? Vi siete mai soffermati sulla vita di questi uomini e queste donne? La risposta, sicuramente, è no. A meno che, all’interno, non vi sia qualche vostro familiare, parente o amico. Oggi vogliamo puntare i riflettori su questi poveri Cristi… per una volta vogliamo metterci nei panni di chi, ogni giorno, affronta 8 ore di lavoro o addirittura 12 ore con una pausa di un’ora dove, i protagonisti, cercano disperatamente 60 minuti di “stop” da quella che si prospetta una giornata, una settimana, un mese o, forse, una vita da “schiavi”. Sono esattamente loro le vittime di una schiavitù silenziosa che al giorno d’oggi non vede più una via d’uscita. Lavoratori costretti a vivere rinchiusi all’interno di grandi storie per poche centinaia di euro, per uno stipendio che non vale un decimo della fatica e della vita sprecata. Una vita, sì, che va a rotoli senza sabati né domeniche. Senza uscite e vita sociale. Senza spensieratezza e senza belle giornate. Senza amori, famiglie e amici. I dettagli di un contratto di un lavoratore di un centro commerciale sono agghiaccianti: vi portiamo, come esempio, quanto raccontatoci da un’ex dipendente. “Ho mandato il curriculum ad un noto mega-store di Catania grazie ad un annuncio visto su internet. Cercavano un commesso con impiego full-time. Pochi minuti dopo l’invio della mia email, ricevo una chiamata con cui mi veniva fissato un colloquio per il giorno dopo”. “Mi reco all’appuntamento e aspetto silenzioso il mio turno insieme ad altri miei coetanei – continua Francesca (nome di fantasia) -. Dopo un colloquio di circa un’ora, tra domande private e generiche, vengo assunta con un contratto di tre mesi per uno stipendio mensile di 600 euro. Le ore giornaliere dichiarate sono 8 ma, in realtà, subito dopo poche ore – dopo aver indossato la mia ‘divisa’ e iniziato a perlustrare il lavoro da fare – mi viene detto che per chissà quanto tempo saranno 12. Dunque, il tizio con cui avevo fatto il colloquio, mi ha mentito. Saltano fuori, inaspettatamente, quattro ore di lavoro in più”. Ma non è finita qui, continua Francesca. “Ho iniziato a lavorare subito dopo il colloquio, il tempo di consegnare tutto il necessario, contenta e felice per essere stata assunta dopo tanti curriculum ed email senza risposta. Intorno alle 15 mi viene data un’ora ‘d’aria’ per una breve pausa di relax, giusto il tempo di pranzare”. Le 12 ore di lavoro di Francesca proseguono insieme alla stanchezza, al mal di testa e al via vai di gente. Intanto, tra la sistemazione di uno scaffale, un salto in magazzino e la compilazione di una bolla, inizia a venir fuori il dramma dei “colleghi”. “Sei stanca? Ancora non hai visto nulla… devi vedere come ti sentirai dopo sabato e domenica, quando la gente arriverà a flotta, e non avrai il tempo nemmeno di andare in bagno a fare pipì”. “Io non vedo l’ora di trovare un lavoro migliore e andarmene, tra pochi mesi mi sposo, e sono qui da quattro anni soltanto per realizzare il nostro sogno”. Questi sono alcuni spezzoni di conversazione tra colleghi, mentre Francesca, attonita, pensa alla vita che l’aspetta. “Durante il colloquio mi è stato detto che avrei avuto un giorno libero alla settimana che in effetti – continua Francesca – dopo 12 ore di lavoro giornaliere per sei lunghi giorni, mi meritavo proprio. Penso, allora, a che giorno scegliere e opto per il sabato o la domenica ma la mia richiesta, sbem: viene rifiutata”.  È vietato, infatti, a tutti i dipendenti dei centri commerciali, scegliere come giorno di riposo il sabato o la domenica. Tutti devono essere presenti in questi “due giorni di fuoco” all’interno dei mega-store pronti a soddisfare le richieste dei presenti. Francesca attende tre giorni ma nessuno le fa firmare il contratto di lavoro. Oggi, domani, dopo… uno scarica barile continuo di cui nessuno si fa carico. E intanto le ore passano, le giornate anche, e così anche il tempo andato perduto… Lucia (nome di fantasia), collega di Francesca, racconta di come “le ferie possono essere prese soltanto nei mesi di giugno e settembre. A luglio ed agosto si lavora, tutti i giorni, eccetto il 15 agosto dove – per chissà quale miracolo – chiudiamo”. I giorni di ferie che i dipendenti possono prendere sono soltanto sette. Una settimana, avete capito bene, e se per caso – tramite una richiesta scritta effettuata 15 giorni prima, mancate dal posto di lavoro per chissà quale evento straordinario durante l’anno – quel giorno verrà tolto da quella misera settimana di ferie. Secondo la legislazione italiana sul lavoro, “a ciascun lavoratore deve essere garantito un periodo annuale di ferie retribuite non inferiore a 4 settimane. Tale periodo va goduto per almeno due settimane, consecutive in caso di richiesta del lavoratore, entro il 31 dicembre dell’anno di maturazione e, per le restanti due settimane, nei 18 mesi successivi al termine dell’anno di maturazione, salvo periodi di differimento più ampi previsti dalla contrattazione collettiva”. 

Dunque, chi dirige un centro commerciale, non tiene conto delle normative stabilite dalla legge italiana? 

Francesca, dopo un breve periodo, decide di ritornare a spedire curriculum che chissà, magari, qualche buon datore di lavoro si fa avanti. Dopo diverso tempo aspetta ancora il compenso di quei giorni che, secondo quanto dichiaratogli dai “responsabili”, non è ancora certo vengano retribuiti perché “eri in prova”. Ma che Francesca era in prova, quando è stato detto? E perché nessuno le ha mai fatto firmare il suo contratto di lavoro? E, soprattutto, è tutto studiato a tavolino? Tanto, sono certi, che lei sarà uno dei tanti che non reggerà il ritmo distruttivo di 12 ore di lavoro. Che le mancheranno le uscite con il fidanzato, le giornate al mare, la libertà di una domenica e andrà via. E loro, che si credono “furbi dirigenti”, prendono tempo. Non fanno firmare il contratto così, una volta richiesto di abbandonare il posto di lavoro, non saranno tenuti a pagare quei giorni e quelle ore spese lì dentro. Gli altri colleghi, invece, hanno deciso di restare… sfruttati da un business diventato, ormai, un circolo vizioso senza via d’uscita a cui, anche volendo, nessun dipendente può ribellarsi. Che tanto, se ti ribelli, perdi il posto e se finisci a casa come fai a vivere? La colpa, come sempre, ricade sulla crisi e sul filo sottile che separa il bisogno di lavorare dallo sfruttamento. Perché sì, diciamocela tutta, tra la ricerca di occupazione e la schiavitù ci sta nel mezzo la dignità. Quella cosa che ogni uomo o donna non dovrebbe mai perdere, nemmeno per poche centinaia di euro. 

Sfruttate, vessate, malpagate: un Natale da inferno per le lavoratrici dei centri commerciali. Umiliate dai capi maschi. Costrette a orari incompatibili con la famiglia. In un settore in cui gli uomini sono quasi sempre i soli a far carriera. Ecco le storie delle dipendenti dei mall, sotto le feste, scrivono Maurizio Franco e Maria Panariello il 21 dicembre 2018 su "L'Espresso". C. non sa ancora a chi lascerà suo figlio domenica prossima, quando alle 5.30 del mattino, uscirà di casa per andare a lavorare in un ipermercato. G. vorrebbe licenziarsi, dopo che l’addetto alla sicurezza del centro commerciale l’ha chiamata “animale”. M. può andare in bagno solo «quando ci sono le condizioni», altrimenti ricorre ad un secchio in magazzino. A T. è vietato parlare con la collega che lavora nel corner accanto al suo, per non disturbare la “shopping experience” dei clienti. D. è stata portata nel deposito dalla manager, che le ha dato uno “schiaffetto” per non aver seguito le sue istruzioni. Benvenuti nel mondo degli acquisti. Centri turistici, supermercati, boutique e gallerie commerciali dove le luci abbaglianti, lo scintillio fantasmagorico delle vetrine e la fragranza dei profumi sono tutto un cerimoniale. Ma dietro ai sorrisi accoglienti degli addetti alle vendite si possono nascondere stress e frustrazioni. E a pagarne le conseguenze sono soprattutto le donne. «Ce ne sono tante che non riescono a fare carriera, perché hanno molte più cose a cui pensare. Per questo, in un supermercato, ai vertici troverai sempre uomini», dice A., che lavora dal 1999 per uno dei più grandi gruppi della Grande Distribuzione Organizzata. In quasi vent’anni, non le è mai stato riconosciuto uno scatto di carriera. Secondo l’Osservatorio JobPricing, che ha aggiornato i dati del Global Gender Gap Index (World Economic Forum), in Italia «l’accesso delle donne alle posizioni di vertice resta ancora molto basso» nonostante dal 2007 al 2017 sia stato registrato un incremento di circa 4 punti. Ma anche a parità di inquadramento, «nel 79 per cento dei casi analizzati, gli uomini hanno retribuzioni superiori». Il differenziale salariale medio tra uomini e donne nel Paese è del 10,4 per cento, ma se si guarda al campo del commercio, dove la presenza delle donne è pari a quella degli uomini, il gap si riduce al 4.9 per cento. Anche dove le donne sono di più, quindi, gli stipendi restano più bassi di quelli dei loro colleghi uomini. Ma alla base del quadro retributivo c’è un discorso di opportunità, che in questo settore, sono molto diverse per gli uomini e per le donne, complice il fatto che sono sempre le seconde a dover colmare l’assenza di un welfare. «Figuriamoci se mi fanno avanzare con una 104. Io dal 2009 sono ancora al IV livello, sono una semplice commessa” A. usufruisce della legge 104, il congedo straordinario che possono richiedere i lavoratori che assistono i familiari disabili. Sua figlia è affetta dalla sindrome di Down, ma tutti i giorni, in casa con lei da 10 anni, c’è una ragazza che la segue, quando A. è a lavoro, domenica inclusa. Sono le donne, secondo precisi meccanismi di segregazione occupazionale, a farsi carico di tutti quei servizi che il pubblico ha smesso di erogare. E così, anche quelle che lavorano nel commercio subiscono l’inganno di credere di poter scegliere ritmi e contratti di impiego, finendo poi per svolgere un doppio lavoro, dentro e fuori casa. «Oggi mi è arrivata la notizia che farò due chiusure a settimana. Questo vuol dire arrivare a casa a mezzanotte. Ma io quando potrò stare con mio figlio?», è lo sfogo di M., che lavora in una boutique di lusso di un centro commerciale. Spesso il tempo è talmente poco, che si rinuncia anche ad avere relazioni affettive. «Io noto che in questo settore o siamo tutte single o divorziate, anche a causa del lavoro. Come fai a fare in modo che la tua vita non vada a rotoli?», racconta F. Oltre alla cura della famiglia, infatti, le donne impiegate nel settore riescono a malapena a concedersi una messa in piega a settimana e spesso, neppure quella. «Gli acquisti si sono spostati nel week end e non solo per la gente che lavora, anche per chi il tempo ce l’avrebbe. Durante la settimana si va dal parrucchiere o in palestra, poi quando ci si ricorda di far la spesa? Nel week end. Ma io non ho lo stesso diritto di andare dal parrucchiere o in palestra?». V. lavora da circa 20 anni in un negozio di un mall commerciale. «Dal gennaio 2012 ci siamo visti consegnare una circolare dalla direzione del centro che diceva che dalla domenica successiva saremmo stati aperti. Da allora il tempo per me stessa e per la mia famiglia si è dimezzato». Il lavoro domenicale è donna. Lo dice l’Istat, che ha calcolato al 61,1 per cento la componente femminile impiegata l’ultimo giorno della settimana. Il mondo del commercio è cambiato rapidamente negli ultimi anni. Al centro del recente dibattito, le norme prese a suo tempo dal governo Monti, che hanno completamente liberalizzato gli orari di apertura. Cinque sono le proposte attuali riguardanti le chiusure domenicali sul tavolo della Commissione Attività Produttive della Camera. Contrari o favorevoli, gli italiani si dividono sulla sacralità dei consumi e delle festività. Stando ai numeri di Federdistribuzione, le aziende spendono 400 milioni di euro per pagare il lavoro domenicale che - come recita il Ccnl del Commercio attualmente in vigore - è remunerato con una maggiorazione del 30 per cento. 400 milioni di euro che equivalgono a 16 mila occupati full time in più. L’ultimo giorno della settimana rappresenta il 10 per cento del fatturato delle grandi catene commerciali. Secondo l’associazione di categoria, le chiusure domenicali potrebbero produrre circa 40 mila esuberi. In un comunicato stampa, la Filcams Cgil - riferendosi alle liberalizzazioni degli ultimi anni - parla invece di «una riduzione dell’occupazione pari almeno al 20 per cento» nella grande distribuzione. A cui «si deve aggiungere il dato relativo alla diffusione di processi di terziarizzazione ed esternalizzazioni di parti rilevanti delle attività commerciali». A dirlo da anni è Francesco Iacovone, sindacalista dei Cobas lavoro privato, onnipresente nella difesa dei lavoratori. «Le liberalizzazioni del 2012 non hanno rappresentato uno sprone all’occupazione», dice il sindacalista. «Anzi, hanno peggiorato le condizioni di lavoro, rendendolo precario. Per coprire le domeniche sono stati utilizzati gli stessi lavoratori, i cui turni sono stati spalmati su tutta la settimana. C’è stata una proliferazione dei contratti a termine, del lavoro somministrato e a chiamata, degli stage e dei tirocini. Con questi ultimi, lo stipendio è ben al di sotto degli indici di povertà calcolati dall’Istat». Secondo le fonti sindacali, circa il 70 per cento dei lavoratori è costretto ad avere un impiego part time. «In questo quadro è soprattutto sulle donne che si è abbattuta la scure dello sfruttamento», dice Francesco Iacovone. «Tempo per me? Non so cosa sia! L’unico tempo libero che ho fuori dal negozio lo passo a casa o con la mia famiglia. Non potrei mai concedermi 2 ore per andare dall’estetista!» racconta E. «Io faccio parte di un ramo d’azienda quindi siamo in pochi. Siamo meno di 15 dipendenti, ma la domenica siamo in tre. C’è una turnazione, una domenica ogni 3, oppure ogni 4, ma non sempre viene rispettata. Io ad esempio questo mese ne ho fatte 3». E. ha scelto un contratto part time, pensando di poter trascorrere più tempo con la sua famiglia, ma i giorni di riposo sono un miraggio. «La domenica lavoro per 15 euro lordi in più. Non ne vale la pena». Dalle testimonianze raccolte emergono storie di pressioni e di discriminazioni sul posto di lavoro. Appare così un pezzo del mondo del commercio, con le corsie intasate da umiliazioni quotidiane, flaconi di ansiolitici ingurgitati come caramelle. Oltre che dallo sfruttamento. «Volti anonimi e sfoghi invisibili», come li definisce Francesco Iacovone. A E. la valutazione bimestrale è stata recapitata in uno sgabuzzino, perché si era permessa di difendere una sua collega. «A tutti era stata consegnata in ufficio, a me invece no. Mi è stato urlato: “Vai a fare la paladina della giustizia da un’altra parte! Qua dentro la legge sono io!”». «Per quattro mesi ho lavorato 40 ore alla settimana, guadagnando 600 euro come tirocinante». Solo dopo 3 anni, F. ha avuto il primo contratto da addetta alle vendite in un negozio di accessori, che è durato 10 giorni. Ha subito mobbing dal suo superiore e ha deciso di andarsene. «Dai, più veloce, non voglio giustificazioni, devi lavorare», le diceva. Oppure arrivavano le minacce. «Ti vedo appoggiata al muro a non far niente, io questi capelli te li strappo tutti!». Anche Z. non ce l’ha fatta più. «Sono stata malissimo. Ho iniziato a perdere i capelli e ad avere una gastrite cronica, che ho ancora adesso. Lo stress ti corrode lo stomaco». Z. spendeva tutto il suo tempo nel negozio di abbigliamento in cui lavorava. Sotto pressione, come se avesse dovuto tagliare un traguardo. Vendita e profitti erano le parole d’ordine. E le sue performance erano calcolate attraverso una serie di indicatori. Come il “convertion rate”, che associa il numero degli scontrini battuti agli ingressi nel negozio. Un parametro che influisce nel rapporto di lavoro. “«Se non portavi i risultati prefissati dal tuo superiore, non valevi niente. Dovevi sempre superare il tuo limite», racconta. N. invece ha firmato un regolamento comportamentale, emesso dal centro commerciale, non previsto dal contratto dell’azienda per cui lavora. Abbigliamento sobrio, trucco naturale e leggero, capelli pettinati e ordinati. N. non può mai - senza previa e giustificata autorizzazione del suo superiore - allontanarsi dalla propria postazione. Durante il turno di vendita non può mangiare o masticare una chewing gum nei corridoi e nelle sale, non può intrattenersi con parenti e amici, non può utilizzare il cellulare. Nel regolamento però, la perquisizione della borsa da parte degli addetti alla sicurezza all’uscita dal centro commerciale, non è prevista. N. lo sa, ma non può fare altrimenti. «A chiusura, mi hanno chiesto di aprire la borsa, perché dovevano controllare. Che cosa poi? Te lo dicono con il sorriso, perché sanno che non lo potrebbero fare». «Come si educano le pulci per non farle saltare?», dice Francesco Iacovone. «Si mettono dentro un vasetto con un coperchio. Saltano e sbattono, fino a quando non capiscono che non devono più farlo, ammaestrate dal dolore. In quel momento le puoi tenere sottomesse per tutta la loro vita». Da noi contattate, le associazioni di categoria del commercio hanno risposto.

L’Associazione Nazionale di rappresentanza della cooperazione di consumatori - che rappresenta 1.100 punti vendita con 57 mila dipendenti - dichiara che «oltre il 94 per cento dei lavoratori sono a tempo indeterminato, 68,8 per cento sono donne», con il 33,5 per cento delle posizioni direttive ricoperte. Sulle aperture domenicali l’Ancc è a favore di una loro regolamentazione e specifica che l’attuale contratto nazionale prevede maggiorazioni dal 35 al 100 per cento rispetto al lavoro feriale. «Inoltre, spiega l’Ancc, «esistono attenzioni particolari per limitare il lavoro domenicale in casi come personale dipendenti con bambini piccoli, oltre a casi di patologie documentate e a dipendenti che usufruiscono della 104».

Federdistribuzione, contraria alle chiusure domenicali, afferma che nelle sue associate l’83 per cento dei lavoratori impiegati l’ultimo giorno della settimana è a tempo indeterminato. I contratti integrativi concedono maggiorazioni che variano dal 30 all’80 per cento e non esiste l’obbligatorietà al lavoro domenicale per le donne con un bambino di età inferiore ai 3 anni. L’associazione sottolinea che nelle sue aziende sono state istituite commissioni paritetiche con il sindacato contro la violenza di genere e che il mobbing non è un fenomeno rilevante.

Confcommercio apre però al dialogo sulle aperture domenicali. «Ridiscutere con atteggiamento non ideologico il ruolo della distribuzione è un primo passo importante e condivisibile. L’obiettivo deve essere quello di evitare gli errori del passato e di valorizzare il nostro modello plurale fatto di piccole, medie e grandi imprese per assicurare il massimo del servizio e della qualità alle famiglie e ai consumatori».

"Hai figli? Stai per averne? Non sei una lavoratrice gradita". Il rapporto shock. Questo uno dei leit-motiv delle oltre seicento donne che si sono rivolte nel corso del tempo all'ufficio dell'ex consigliera di Parità della Regione Puglia, per denunciare le discriminazioni subite sul posto di lavoro. Dalle molestie alle mosse illegali, scrive Maurizio Di Fazio il 15 settembre 2017 su "L'Espresso". “Al tempo del mio insediamento, l’ufficio non era molto conosciuto sul territorio. E le risorse quasi azzerate per un maschilismo strisciante. Ho lavorato quasi da volontaria, consapevole che spesso le Consigliere sono l’ultimo baluardo di ascolto e difesa delle donne. E dire che la normativa europea (una direttiva del 2006 recepita con un decreto legislativo del 2010) ci ha reso ancor più protagoniste nella battaglia contro le discriminazioni di genere”. Per nove anni, fino al 2016, Serenella Molendini è stata la Consigliera di parità della Regione Puglia e ha deciso di cristallizzare la sua esperienza in un volume intitolato “Pari opportunità e diritto antidiscriminatorio”. Radiografia di una regione, e di una nazione, sensibilmente in ritardo in tema di eguaglianza tra i sessi sul posto di lavoro. E tutto questo nel quarantennale della legge Anselmi sulla Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. La parità di partenza e di accesso resta un concetto astratto, così come la qualità delle condizioni e delle opportunità lungo il percorso. Anche il gap salariale di gender non accenna a diminuire, specialmente nel settore privato. Le donne italiane si laureano più degli uomini, compresi master e specializzazioni post-universitarie, ma guadagnano di meno e il numero di quelle che arrivano a posizioni di vertice non tocca il 20 per cento del totale. È quasi impossibile superare il cosiddetto “soffitto di cristallo”. L’ascensore è bloccato, il 40 per cento è assorbito da mansioni di segretariato, dilagano i contratti precari tra le ragazze dai trenta ai quarant’anni. Il fardello che inibisce la libertà di carriera e la tranquillità in ufficio o in fabbrica delle donne è sempre lo stesso: la maternità. La maggior parte delle seicento donne che hanno bussato alla porta della Molendini lamenta che sia stata proprio questa la causa della discriminazione o del licenziamento subito. Le aziende tendono a mettere subito le cose in chiaro: se hai dei figli, e soprattutto se stai per averne qualcuno, non sei una lavoratrice gradita. Così il colloquio non andrà a buon fine, o inizieranno rappresaglie programmatiche se già assunte. Molte neo-mamme non ce la fanno a sopportare un clima di terrorismo psicologico, e gettano la spugna: licenziamenti mascherati da “scelte autonome”. Nel 2008 le donne pugliesi che si dimettevano dal lavoro dopo la maternità erano 666. Adesso sono 1587. L’aut-aut tra lavoro e maternità è ancora un’usanza invalsa nel mezzogiorno, ma a soffrire di questa “superstizione” antimoderna è un po’ tutta la penisola. E si cerca perfino di ignorare il divieto di licenziamento, previsto per legge, durante la gravidanza e fino al compimento di un anno di età del bambino. Senza contare gli episodi di molestie sessuali, mobbing, trasferimenti forzati, maltrattamenti verbali, minacce e negazioni di orari flessibili, demansionamenti e riduzioni arbitrarie dello stipendio. “Attraverso il lavoro di questi anni si è avuta la piena consapevolezza che le denunce pervenute rappresentino solo la punta dell’iceberg di un sommerso impalpabile” scrive Serenella Molendini nel suo report. Istituite nel 1991, il ruolo delle Consigliere regionali di parità è decollato solo negli ultimi dieci-quindici anni: oggi sono delle pubbliche ufficiali a tutti gli effetti, e dopo una denuncia possono farsi mediatrici in sede di conciliazione, o adire le vie giudiziarie oltreché adoperarsi per un profondo mutamento culturale della propria comunità. “Si tollera che le donne si vedano precludere alcune tipologie di lavori e mansioni, o che al momento dell’assunzione si sentano richiedere se si è sposate o fidanzate, o se pensino di avere un figlio. Non desta nessuna meraviglia che una donna laureata, con master e specializzazioni, faccia carriera meno frequentemente e guadagni meno, o lavori in un call center – aggiunge l’ex Consigliera di parità -. Le lavoratrici conoscono bene le pressioni, più o meno sottili, di datori di lavoro e familiari per indurle a lasciare l’impiego, magari perché ritengono non ce la facciano a tenere il ritmo del doppio “carico”. Dunque atteggiamenti culturali, stereotipi duri a morire: non c’è da stupirsi che crolli il tasso di natalità, con un’Italia fanalino di coda in Europa”. La strada è ancora lunga, necessita di sentinelle in trincea, giorno dopo giorno, contro le discriminazioni di genere e il rapporto “Pari opportunità e diritto antidiscriminatorio”, costellato di casi concreti (e vertenze vinte), indica la via. Ti licenzio perché sei in età fertile. Una donna già vittima di mobbing, rientrando al lavoro dopo un periodo di assenza, è stata invitata ossessivamente a rassegnare le dimissioni “vista anche la sua età, rischiosa per l’azienda, perché avrebbe potuto sposarsi e avere dei figli”.

Una gravidanza non può fermare la macchina giudiziaria. Un’avvocata incinta aveva chiesto il rinvio di un’udienza per complicanze della gravidanza. Ma la sua domanda è stata rigettata perché “pervenuta tardivamente in cancelleria”. La legale è stata finanche accusata di negligenza professionale. “Una colica non si fa preannunciare” ha polemizzato la Molendini.

Stalking occupazionale. Al rifiuto delle lavoratrici di sopportare apprezzamenti del genere “hai un culo da sballo” e “ti faccio diventare donna”, strusciamenti e pacche sui glutei, fanno spesso seguito atti di ripicca, sopraffazione e vendetta. Uno stillicidio di persecuzioni in stile stalking che osserva sempre il medesimo copione e pare non presentare alternative all’auto-licenziamento, passando per la discesa negli inferi della depressione.

Non ci stai? E allora ti pago lo stipendio quando pare a me (e ti calunnio). Nel 2010 una donna, assistente in uno studio medico, si è rivolta a Serena Molendini raccontandole di essere stata molestata ripetutamente dal suo datore di lavoro. Angherie a sfondo sessuale cominciate due anni prima, quando si stava separando dal marito. La donna respinge al mittente gli approcci e il medico passa al contrattacco. Sa bene che la sua dipendente non naviga in buone acque e prende quindi a retribuirla non più il primo giorno del mese, ma con assegni fuori piazza, accreditati anche quindici giorni dopo. La donna trova però il coraggio di denunciare l’accaduto, e il dottore si vendica contestandole delle presunte inadempienze lavorative. Inoltre l’aggredisce, per futili motivi, di fronte ai pazienti dell’ambulatorio. La segretaria finisce nel gorgo delle strutture pubbliche di igiene mentale che le diagnosticano “uno stato ansioso depressivo reattivo in relazione a problematiche lavorative”, curabili con ansiolitici e psicoterapia. Ma l’azione della Consigliera di parità le garantisce una conciliazione stragiudiziale della querelle, e le restituisce la dignità perduta.

Non ci stai? E io ti perseguito fino a costringerti al licenziamento. Un risarcimento per le molestie subite sul luogo di lavoro, per l’avvilimento psichico, lo stato di disoccupazione subentrato e la conseguente perdita di chance di possibilità di conseguire vantaggi economici e morali dalla progressione di carriera. È riuscita a ottenerlo un’altra lavoratrice pugliese tormentata a lungo dal suo datore di lavoro, a colpi di mail e sms espliciti. Night and day. Blandizie e ricatti, profferte sessuali e ritorsioni. La donna, rischiando di impazzire, si era licenziata. L’ex Consigliera l’ha salvata.

Non fare figli non è una colpa, essere sottopagate sì. La situazione fotografata da un rapporto sul gender pay gap sui redditi dei professionisti italiani, dipendenti e freelance è desolante. Nel 2016 una donna ha guadagnato quasi la metà rispetto a un uomo. Ma ancora ci si stupisce che non tutte vogliano diventare madri, scrive Cristina Da Rold il 18 gennaio 2018 su "L'Espresso". In molti si sono indignati nei giorni scorsi all'uscita di alcuni dati Istat che hanno sottolineato un nuovo record per l'anno appena trascorso: quasi la metà delle donne fra i 18 e i 49 anni, cioè in età potenzialmente fertile, non ha dei figli. Non serve dirlo, il tono con il quale la notizia è stata diffusa sui media è stato ancora una volta di sgomento giudicante: troppe donne oggi preferiscono posticipare la maternità per poter consolidare la propria posizione lavorativa dopo anni di studio, di specializzazione. Un posticipare che “spesso si traduce in una rinuncia”, ha scritto qualche esperto. Senza considerare che i figli non li fanno solo le donne ma le coppie, nella maggior parte dei casi. Ancora una volta il messaggio fra le righe è che queste donne sono colpevoli di non aver fatto tutto ciò che avrebbero potuto fare, invece di cogliere l'occasione per parlare di lavoro e del fatto che oggi una donna con meno di 30 anni che inizia un percorso professionale da professionista guadagna il 10% in meno di un suo collega uomo. Gap che fra i 30 e i 40 anni – che per la donna non sono solo gli anni cruciali per la maternità ma anche per l'avviamento di una professione – diventa del 27%. Oggi in Italia una professionista di 35 anni guadagna un terzo in meno rispetto al suo collega di scrivania. Fra i 40 e i 50 anni il gap è ancora del 23%. Inoltre, anche tralasciando le differenze di genere e facendo un discorso più generale, dal momento che come si diceva i figli non li fanno le donne ma le coppie, oggi un giovane professionista (uomo o donna) fra i 30 e i 40 anni guadagna il 36% rispetto a un uomo fra i 50 e i 60 anni (la generazione dei cosiddetti Baby boomers, i nati negli anni Sessanta). Per gli under 30 la situazione è ancora più desolante, con stipendi pari a un quinto di quelli dei loro genitori. La situazione la fotografa l'ultimo rapporto di AdEPP (Associazione degli Enti di Previdenza Privati) che ogni anno raccoglie i dati sui redditi dei professionisti italiani, dipendenti e freelance, non solo di giovani medici, giovani avvocati, giovani giornalisti, ma di qualsiasi professione sia regolamentata oggi da un albo professionale e quindi abbia una cassa di previdenza di categoria. Va detto dunque che questi dati non comprendono i professionisti più sfortunati, quelli talmente atipici da non rientrare in alcuna professione riconosciuta, e che versano i loro contributi all'INPS Gestione Separata. Tornando al gender gap, il primo dato che salta all'occhio è appunto la differenza di reddito medio complessivo del 2016: 40 mila euro per gli uomini e 23,5 mila euro per le donne. Stiamo parlando di quasi la metà del guadagno rispetto a un uomo, e di un reddito pari a circa 2000 euro lordi al mese, che oggi in Italia significano tutt'altro che serena indipendenza. Non si può non pensare che una delle ragioni preponderanti di questo gap, in particolare fra le libere professioniste, possa essere la mancanza di strutture di sostegno alla maternità che fa sì che le donne semplicemente possano dedicare meno tempo alla loro libera professione. Una distinzione d'obbligo poi è quella fra professionisti dipendenti e liberi professionisti: i primi sono riusciti in qualche modo a tenere le redini negli anni della crisi, mentre i secondi sono andati impoverendosi. Fra le due categorie oggi c'è un abisso: un professionista assunto (un avvocato in uno studio, un giornalista in una redazione) guadagna in media il doppio rispetto ai colleghi liberi professionisti. Guardando le serie storiche degli ultimi anni notiamo che il reddito reale (cioè il potere d'acquisto considerato un dato paniere di beni e servizi) dei professionisti dipendenti nel 2016 è cresciuto dell'8% rispetto al 2005, mentre quello di un libero professionista è calato del 18%. Senza una svolta nelle politiche sul sostegno alla maternità che facilitino la prospettiva di vita di una donna fra i 30 e i 40 anni, non possiamo stupirci che molte donne scelgano di non diventare mamme. Ci rallegriamo per i dati che ci racconta ogni anno Almalaurea, che vedono sempre più donne laureate e specializzate, future professioniste, ma alle strette di mano troppe volte non seguono sostegni concreti. Così come – d'altro canto – dovremmo forse iniziare a considerare la possibilità che non tutte le donne desiderino diventare madri, al di là del gender pay gap. Che molte preferiscano vivere una vita diversa, e smettere di sottointendere che in qualche modo la scelta di essere fertile e non madre sia una rinuncia.

L’inferno della grande distribuzione. Una testimonianza di Cisimat del 17 dicembre 2015 su "Contropiano". Sono un lavoratore come tanti. Anzi, un ex lavoratore, visto che il mio contratto è scaduto a luglio. Per diverso tempo ho lavorato per una Cooperativa della Grande Distribuzione Organizzata. Per i non addetti, ero uno di quei lavoratori che spesso ignorate quando andate a fare la spesa al supermercato, o ai quali vi rivolgete solo se manca qualcosa o per lamentarvi. Il lavoro era impegnativo (grazie a Monti si lavora anche domeniche e festivi) ma tutto era fatto secondo le regole: gli straordinari venivano pagati, le norme sulla sicurezza seguite con attenzione, i diritti sindacali rispettati e si guadagnava anche un po’ meglio dei colleghi di altre catene. Purtroppo il contratto è scaduto appunto a luglio e da allora sto cercando una nuova occupazione. Il mondo della Grande Distribuzione Organizzata, insieme ai call center, è una giungla, in cui, come in tutte le giungle, vince il più forte. Cioè non il lavoratore, non io. Lo sapevo che sarebbe stata dura passare ad altre catene, che sarei passato dal paradiso al purgatorio. Ma l’inferno non me lo aspettavo proprio. E di certo non l’inferno che mi è stato prospettato. Qualche settimana fa un’agenzia del lavoro della mia città mi ha chiamato per un colloquio. Ovviamente queste chiamate accendono un mix di attesa e speranza, una luce che si accende, la possibilità di tornare a vivere e non limitarsi a sopravvivere: non avere problemi a uscire una volta con gli amici; non doversi vergognare di trovarsi alla cassa del pub senza soldi nel portafoglio per pagare; la soddisfazione di arrivare a sera avendo fatto qualcosa di utile insieme agli altri. Ma la realtà del colloquio è stata una doccia fredda. Uno dei tanti discount, di quei negozi che vendono prodotti di dubbia qualità a basso prezzo, apre nuovi negozi nella mia provincia. Ovviamente, come in ogni colloquio nelle agenzie di lavoro, non viene svelato il nome della catena. Chissà perché, forse per vergogna. L’esperienza ce l’ho, il settore lo conosco e dopo mezz’ora di colloquio hanno capito che il mio profilo può interessare al cliente. Ma io sono interessato alla posizione? Questa è la domanda. Ovviamente sì, qualsiasi cosa pur di non stare più a casa. Qualsiasi cosa piuttosto di passare le giornata a casa da solo a mandare decine di Cv al giorno. Quindi ci sarà un secondo colloquio con il responsabile della catena e nel mentre mi vengono prospettate le condizioni contrattuali. Prima qualche mese di prova come somministrazione (cioè un contratto con l’agenzia interinale) per poi essere assunto a tempo determinato dalla catena di supermercati. Se tutto va bene, il contratto a tempo indeterminato dopo questo periodo. Non è un lavoro e un contratto da sogno, ma me lo aspettavo. Purtroppo è la norma, ma l’avevo messo in conto. Benissimo, accetto soddisfatto. Ma il responsabile dell’agenzia mi avverte che il lavoro sarà impegnativo e vuol sapere se sono pronto. Ovviamente sì, ho già lavorato della Gdo, anche nei fine settimana. Nessun problema. Ma qui c’è dell’altro. Poiché il negozio apriva a Dicembre si andrà incontro al periodo natalizio. E mi chiede la disponibilità a lavorare sempre. E anche qui annuisco. E’ la norma purtroppo. Ma precisa che lavorare sempre a Dicembre, significa (parole sue) lavorare tutti i giorni del mese, domeniche e festivi compresi, senza alcun giorno di sosta. Rimango basito. Lui precisa che è normale e che anche l’anno precedente, negli altri negozi è stato così. Come lo definireste voi? Un inferno. Un intero mese senza soste, senza domeniche. Un gradino sopra gli schiavi. Il direttore dell’agenzia precisa che ovviamente gli straordinari saranno pagati tutti. Ma come? Come è possibile non far risultare alcun giorno di riposo? O saranno pagati in nero? Come si può proporre tutto questo in un lavoro molto fisico, dove si tratta di spostare pallet di decine di chili con i muletti o di andare in celle frigorifere a -18. la stanchezza crea gli infortuni e i morti sul lavoro. Sono diviso tra il disgusto e la necessità. Tra il non voler vendere la mia dignità di lavoratore a questi sfruttatori e la necessità di lavorare. Chinare la testa e vergognarsi di sé stessi, vergognarsi a pensare al nonno manovale di cantiere che mi ha insegnato a tenere la testa alta sempre, sentire di tradirlo con un sì, quasi dimenticare i suoi racconti della guerra e delle manifestazioni, degli scioperi e delle manganellate della polizia. Oppure rifiutare quasi dignitosamente, ma restare solo a casa, e continuare a sopravvivere. Ma sarebbe vita accettare? Ma la rabbia in ogni caso prevale. Ma il riposo settimanale non è un diritto costituzionale? e dove sono i principi etici enunciati all’entrata dell’agenzia interinale? Dov’è l’ispettorato del lavoro? Possibile che nessuno se ne sia accorto? Com’è possibile che tutto ciò accada? Dove sono i sindacati? Dove sono quei giovani incravattati che ci spiegano ogni giorno quanto sia bello e buon il Job Act? Ha proprio ragione Landini, da quando si usano i nomi inglesi, ai lavoratori sono arrivati solo guai. E dove sono Treu, Maroni, Monti, la Fornero e tutti quei ministri che hanno scritto leggi che permettono tutto ciò? La Fornero ci ha detto che non dobbiamo essere choosy (un altro termine inglese!), cioè schizzinosi. Ma lei ha mai dovuto scegliere tra la sopravvivenza e queste condizioni? Non so cosa farò. Non ho ancora deciso. Sento solo che vorrei fare qualcosa per tutti quei colleghi che già hanno dovuto accettare queste condizioni, che vivono a queste condizioni e che rischiano la vita ogni giorno a causa della propria stanchezza e della stanchezza degli altri. Ma non so cosa posso fare. A loro tutti va la mia solidarietà più sentita. Mentre questa agenzia e la catena di supermercati non si meritano altro che il mio disgusto più profondo. Il disgusto per chi sfrutta gli altri, per chi si approfitta di una situazione di difficoltà degli altri, il disgusto per chi gioca con le vite degli altri, il disgusto per chi (al primo infortunio) accollerà tutte le responsabilità al lavoratore. Tutto questo non avveniva quando i lavoratori erano organizzati. Quando i sindacati erano combattivi e presenti.

Viaggio nella Grande Distribuzione: intervista a due lavoratori dell’Auchan dell’Area Nord di Napoli di Clash City Workers (sito) di giovedì 27 febbraio 2014 pubblicato su agoravox.it. Le interviste che abbiamo raccolto hanno tante differenze (azienda per cui si lavora, ruolo che si ha in azienda, tipo di contratto), ma sicuramente c'è un aspetto che le accomuna: la percezione che il tempo del lavoro inondi sempre più completamente ogni parte della nostra quotidianità, senza per questo darci ciò di cui abbiamo bisogno per condurre una vita almeno dignitosa. Così come le accomuna la viva consapevolezza che lottando e connettendo la propria esperienza con le altre orizzontalmente, si possa provare a migliorare la propria condizione lavorativa; che poi "propria" lo è meno di quanto si immagini. Per la rubrica Viaggio nella Grande Distribuzione ripubblichiamo un'intervista doppia fatta dal Laboratorio Politico Kamo a due lavoratori dell'Auchan dell'area Nord di Napoli.

Intervista a due lavoratori dell’Auchan. Quest’intervista doppia sulle condizioni di lavoro nella G.D.O. (Grande Distribuzione Organizzata) segue quella ad un lavoratore di un fast food e fa parte di un lavoro di indagine e denuncia delle condizioni di lavoro che stiamo portando avanti con l’obiettivo di dare voce ai lavoratori e far sì che possano, attraverso la percezione di condivisione della situazione di sfruttamento, prendere atto della propria appartenenza di classe, in contrapposizione a coloro che di questa classe non fanno parte e che anzi lavorano per tenerla nelle attuali condizioni di subalternità, precarietà, sfruttamento e povertà. Questa volta abbiamo incontrato Teresa (pseudonimo), e Mario (pseudonimo): la prima ha lavorato, e il secondo lavora ancora, in uno dei più famosi centri commerciali: l’Auchan, uno dei tanti dell’area nord di Napoli, che spuntano un po’ ovunque e sono aperti nei giorni e negli orari più assurdi. Vediamo quali sono le loro condizioni di lavoro.

Quale ruolo hai e quali mansioni svolgi?

Teresa: Addetto vendita (cassiere, ricarico scaffali e verifica scadenze nel magazzino, apertura bancali merci nel deposito).

Mario: Addetto vendita.

Che tipo di orario (part-time, tempo pieno, turnista o straordinario) osservi?

T: Part time verticalizzato e flessibile, il che consentiva loro di lasciarmi a casa anche per tre giorni consecutivi durante una stessa settimana e poi farmi lavorare oltre le 8 ore in giorni particolari come il sabato e la domenica quando il flusso di clientela era maggiore.

M: Tempo pieno a cui è stato applicato il Contratto di Solidarietà (C.D.S.), riducendo le ore da quaranta a ventotto ore settimanali.

Le ore di lavoro effettivo sono quelle previste da contratto? Inoltre gli extra vengono pagati?

T: Le ore da contratto non venivano sempre rispettate e gli straordinari non venivano mai retribuiti, io personalmente ho lavorato anche durante il mio giorno di riposo senza ricevere alcun extra.

M: Personalmente sì, ma alcuni lavoratori quando hanno finito il proprio turno timbrano il cartellino, ma poi ritornano a lavorare e queste ore addizionali non vengono retribuite, e ciò al fine di ingraziarsi i responsabili del personale in caso di eventuali futuri licenziamenti. Le domeniche lavorative hanno una maggiorazione del 30% rispetto agli altri giorni; con modifiche imposte dal C.D.S. il lavoro nelle giornate di Natale, Capodanno, Ferragosto e altre festività non è più pagato con la maggiorazione prevista per le festività, ma solo come domenica lavorativa.

Quanti giorni a settimana e quante ore al giorno lavoravi/lavori?

T: Il mio contratto prevedeva venti ore settimanali ma ne facevo sempre qualcuna in più ed ovviamente non retribuita. In teoria dovevo lavorare cinque giorni su sette ma spesso lavoravo tre o quattro giorni su sette col doppio o il triplo dell’orario, in pratica anziché lavorare quattro ore al giorno per cinque giorni lavoravo tre giorni per circa otto o dieci ore al giorno!

M: ventotto ore a settimana; su sette giorni almeno sei di lavoro su cui spalmare le ventotto ore; se il mese ha cinque domeniche almeno quattro sono lavorative, se ne ha quattro, almeno tre; i turni sono stabiliti dai responsabili del personale, e sono comunicati ai lavoratori settimanalmente il giorno prima dell’inizio della settimana; la mattina il primo turno inizia alle 6:30, e la sera l’ultimo termina alle 21:30, ma a volte i responsabili chiedono di recarsi a lavoro alle cinque del mattino. Prima i lavoratori partecipavano alla stesura della turnazione, la quale veniva comunicata mensilmente, dando quindi ai lavoratori la possibilità di programmare maggiormente il proprio tempo libero.

Avevi\hai le ferie? Se sì, erano\sono pagate?

T: Le ferie venivano pagate, ma avendo un contratto a termine non potevo sceglierle in autonomia, in pratica mi dicevano loro quando e per quanti giorni.

M: Ventisei giorni di ferie all’anno, però ti impongono di prendere due settimane entro maggio e un po’ meno in estate. L’azienda spinge per ferie forzate nei periodi di scarsi volumi di vendita.

Sono previsti i permessi individuali?

T: Mai avuto un permesso.

M: Trenta ore di permessi annui retribuiti, ma ogni anno questa cifra diminuisce vertiginosamente.

Le assenze per malattia vengono retribuite?

T: Non mi sono mai ammalata durante il periodo in cui ho lavorato lì, ma mi è stato detto che le malattie venivano retribuite.

M: Un altro capitolo nero: ci sono gli eventi, ovvero ho a disposizione tre eventi all’anno, che sono periodi di uno o più giorni in cui per malattia non mi reco a lavoro; a partire dal quarto evento nello stesso anno i primi tre giorni di malattia non mi vengono retribuiti.

Che tipo di contratto avevi\hai?

T: Contratto a tempo determinato della durata di diciotto mesi. In realtà quando mi recai a firmare il contratto, mi dissero che il mio era un contratto di “inserimento” della durata di diciotto mesi che prevedeva poi l’assunzione diretta a tempo indeterminato. Dopo i diciotto mesi mi hanno buttata fuori senza motivo. Il consulente del lavoro che ho consultato mi ha indicato che in realtà il mio contratto prevedeva una durata di diciotto mesi, dopo i quali l’azienda si riservava la possibilità di non rinnovo senza giusta causa e senza essere tenuta a dare motivazione e che ero stata ingenua a firmare senza leggere.

M: Contratto a tempo indeterminato a cui è stato applicato recentemente il Contratto di Solidarietà.

Che stipendio percepivi\percepisci?

T: 650 euro netti al mese.

M: 900-1000 euro netti al mese, a seconda di quante domeniche ho lavorato.

A quanta fatica fisica e mentale si è sottoposti?

T: La fatica fisica è da non sottovalutare, in cassa non avevamo mai le sedie ergonomiche a posto e spesso eravamo costrette stare in piedi. La fatica mentale è chiaramente una conseguenza del lavoro, maneggiando grosse somme di denaro devi essere sempre attenta e concentrata.

M: Elevata richiesta di velocità nello svolgimento delle mansioni; per un periodo nel deposito c’erano persone alle spalle dei lavoratori addette al loro controllo con dei taccuini in mano su cui annotavano il tempo di disimballaggio dei bancali di merci per ogni singolo lavoratore.

Quanto è sicuro il luogo di lavoro?

T: Il luogo di lavoro non è mai sicuro, soprattutto se con una scarpa decolleté ti mettono a svuotare celle frigo con l’acqua a terra o ti sbattono nelle riserve senza scarpe antinfortunistiche.

M: I lavoratori che stanno da più tempo hanno condizioni migliori, frutto degli scioperi e delle lotte sindacali del passato; adesso le condizioni stanno peggiorando.

Com’è il rapporto con i superiori?

T: Il mio personale rapporto con i superiori è sempre stato ottimo, per andare d’accordo basta poco: lavorare il doppio senza pretendere soldi in più, fare spesso il loro lavoro sedendo a una scrivania a organizzare turni o fare corsi di formazione a nero senza timbrare la presenza in azienda. Se fai tutto ciò resti in buoni rapporti con tutti.

M: I superiori sono quelli che hanno stabilito l’eliminazione della pausa di venticinque minuti che prima spettava ad ogni lavoratore per ogni turno di sei ore e mezzo; adesso tale pausa non esiste più e si deve correre anche solo per andare in bagno.

Come sono le relazioni e i rapporti con i colleghi?

T: Con i colleghi spesso scatta un senso di solidarietà reciproco, ma nessuno rischierebbe il posto di lavoro in nome di questa solidarietà.

M: C’è molto timore tra i lavoratori, ognuno sta attento a qualsiasi comportamento possa pregiudicare la propria posizione lavorativa.

Il Contratto di Solidarietà è stato imposto l’anno scorso ai lavoratori dei punti vendita Auchan di Mugnano, Giugliano e via Argine sotto il ricatto del licenziamento di oltre cento lavoratori. Esso prevede una riduzione del 25% dell’orario di lavoro alla quale corrisponde una riduzione del 30% del salario (quindi nei fatti viene ridotta anche la retribuzione oraria), una riduzione dei permessi, delle ferie, della retribuzione in caso di malattia ed un notevole aumento dei ritmi lavorativi e delle pressioni sui lavoratori, ai quali con l’alternativa paventata dei licenziamenti collettivi e della chiusura delle unità locali viene imposto un atteggiamento di sottomissione e accettazione delle decisioni aziendali. Si dirà che la causa di tutto questo è la crisi, ma indagando in maniera più approfondita possiamo vedere che questo atteggiamento aziendale (del lamentarsi degli scarsi profitti e della minaccia della chiusura degli stabilimenti) esiste da decenni, addirittura per qualche punto vendita (via Argine) questa litania è iniziata il mese stesso della sua apertura! La conseguenza logica è che l’unico obiettivo dei padroni è quello di massimizzare i profitti riducendo al minimo i costi, tra cui i salari dei lavoratori.

Insomma, lavorare di più, a ritmi stressanti e alienanti e senza diritti, è la formula che viene imposta a tutti noi. Così tutto il nostro tempo viene scandito dalle esigenze del capitale.

Ogni volta che viene inaugurato un nuovo centro commerciale e ci viene detto che offre lavoro non possiamo fare altro che pensare ad un lavoro dove è costante il ricatto padronale, un lavoro fatto di precarietà, ritmi elevatissimi, assenza quasi totale dei più basilari diritti, mancanza di sicurezza e salari da fame!

Viaggio nella Grande Distribuzione: intervista a una lavoratrice Auchan di Milano, scrive il 6 Dicembre 2013 agoravox.it. In occasione della giornata di mobilitazione dell'8 dicembre contro le domeniche e i festivi lavorativi nella grande distribuzione, inauguriamo questa piccola rubrica "Viaggio nella Grande Distribuzione". Abbiamo pensato alcune domande per addentrarci nel mondo della grande distribuzione organizzata (GDO), in particolare per quanto concerne il reparto commercio, assieme ai lavoratori e le lavoratrici che hanno risposto e che decideranno di rispondere in seguito. Per cercare di capire meglio come la sfera lavorativa, le modifiche e peggioramenti a cui è sottoposta, vadano non solo a influire sulla nostra condizione lavorativa materiale, ma come modifichino la nostra stessa percezione e posizione sul luogo di lavoro. Non solo: ad essere modificata di riflesso è anche quella parte della nostra vita all'esterno del lavoro, quel "tempo libero" che ci viene sempre più derubato in "nome del profitto". È un tempo che ci viene estorto con il lavoro festivo e domenicale, ma anche con il ricatto di contratti precari che ci impongono di lavorare oltre l'orario ordinario e previsto, con dei contratti che prevedono turni che non lasciano spazio a tutto ciò che esiste fuori dal lavoro (hobby, passioni, talenti, famiglia). Le interviste che abbiamo raccolto hanno tante differenze (azienda per cui si lavora, ruolo che si ha in azienda, tipo di contratto), ma sicuramente c'è un aspetto che le accomuna: la percezione che il tempo del lavoro inondi sempre più completamente ogni parte della nostra quotidianità, senza per questo darci ciò di cui abbiamo bisogno per condurre una vita almeno dignitosa. Così come le accomuna la viva consapevolezza che lottando e connettendo la propria esperienza con le altre orizzontalmente, si possa provare a migliorare la propria condizione lavorativa; che poi "propria" lo è meno di quanto si immagini. A voi la parola.

Per chi lavori e dove?

Auchan, Milano.

Quanti dipendenti siete? In che proporzione sono impiegati uomini e donne sul tuo posto di lavoro?

Siamo un po' più di 400 dipendenti (prima 500). Direi che tra uffici e postazioni vendita siamo in prevalenza donne e ci sono per lo più uomini nei magazzini. 

Che cosa conosci dell’assetto societario della tua azienda di lavoro?

Conosco ciò che nelle famose “assemblee plenarie”, convocate dal direttore, ci viene detto. Quindi, direi molto poco.

Che lavoro svolgi?

Sono addetta alla vendita nel settore tessile – abbigliamento intimo.

Che tipo di contratto hai?

Un contratto part-time con domeniche e festività lavorative annesse al contratto ordinario e con una clausola di flessibilità, che sono stata costretta a firmare per avere il lavoro!

Le mansioni che svolgi sono previste dal contratto?

Non sempre sono previste. Per esempio l’impiantazione di volantini fino a mezzanotte (per me e pochi altri che ci siamo imposti) o anche fino alle 2; compilazione di inventari con ingresso al lavoro alle 4, in fasce orarie non previste e ovviamente tutto deciso arbitrariamente, senza che il nostro contratto lo preveda. Ancora, per quanto concerne il lavoro di magazzino e deposito: uso di giraffe e muletti senza che i lavoratori, a cui viene richiesto, abbiano la necessaria formazione alla movimentazione di tali macchine (anche se ultimamente, almeno dove lavoro, l’aspetto della sicurezza è stato un po' più regolamentato).

Com'è il tuo contratto dal punto di vista delle ferie, della malattia, dei permessi?

Abbiamo ferie estive da concordare con altri lavoratori del reparto, solo 15 giorni consecutivi, anche se so che il contratto potrebbe preveder tre settimane. Per le altre ferie è un macello! Si lotta per fare le ferie solo quando ne hai veramente bisogno perché si è sotto il ricatto della perdita del posto di lavoro, con i capi reparto che, senza problemi, il lunedì possono dirti che dal giorno successivo sei a casa. I PIR (permessi individuali retribuiti) vengono usati come ferie senza avvertirti perché l’obbiettivo è quello di eliminarli. Infine, insistono col dire che le ferie e i PIR devono essere “a zero” per fine Dicembre quando si sa benissimo che non può essere sempre così. Per la malattia usufruiamo da un accordo fatto da CISL-UIL quindi non positivo.

Puoi indicarmi che tipo di persone è più facile incontrare come colleghi/e lavorando presso la GDO? A) Giovani o meno giovani; B) Sposati/e o single; C) con figli o senza; D) titolo di studio: licenza media, diploma o laurea. È possibile delineare un profilo più frequente di altri?

Direi che si trova un po' di tutto, molti giovani con scarsissima conoscenza e consapevolezza dei loro diritti minimi. I laureati sono per lo più capi-reparto.

Quali sono gli aspetti peggiori di questo lavoro, secondo te?

Pochissimo rispetto per chi lavora anche come individuo; non esiste un minimo riconoscimento per esperienze lavorative precedenti, anche più importanti. Preferibilmente non devi avere impegni familiari o comunque per loro sarebbe meglio che i lavoratori non abbiano alcun interesse al di fuori del lavoro, requisito per non mancare di “disponibilità collaborativa e di squadra” (che oltretutto è una farsa e non esiste). Direi comunque che gli orari e i ritmi che abbiamo sono incompatibili con un vivere in modo sereno …e per sereno intendo normale.

Come sai il decreto “salva Italia” varato dal Governo Monti ha di fatto sostanziato quello che i precedenti decreti avevano messo in cantiere: la liberalizzazione delle aperture per gli esercizi commerciali. Come Ë cambiato il vostro mese lavorativo dopo l’entrata in vigore di questo decreto?

Aperture selvagge. Cioè, sempre dalle 8:30 della mattina fino alle 22:00. Domeniche e giorni festivi sempre aperti (per il momento hanno salvato il Natale). Notti bianche inventate e non certo per creare più posti di lavoro, anzi!

Il vostro contratto è stato modificato dopo il decreto?

Nel mio caso non è stato modificato con nuove clausole; quello che è certo è che cercano sempre di fregarti. Per quanto riguarda contratti vecchi con festività e domeniche lavorative in ordinario, stanno cercando di rifare i contratti con la promessa di più ore lavorative, soprattutto per i lavoratori e le lavoratrici del settore casse.

Come influisce sulla vostra vita quotidiana il potere che le aziende hanno nel determinare orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali? 

Dal mio punto di vista in maniera estremamente negativa: non è più vita. 

Pensi che le donne ne risentano in misura maggiore in relazione a eventuali ripercussioni sulle relazioni familiari e sociali? 

Direi proprio di sì. I problemi che tutte le donne lavoratrici di base hanno, vengono amplificati e creano tensione.

Esistono i sindacati nella tua azienda? Se sì, quali? Che rapporto hanno con voi, che funzione svolgono? Che posizione hanno assunto riguardo alla questione delle aperture domenicali?

CGIL e CISL con rappresentanti e poche assemblee convocate.  Poi c’è stato l’accordo firmato dalle tre sigle (CGIL-CISL-UIL) e questo pone non poche perplessità, perché alla fine chi lavora oltre alle chiacchiere vorrebbe anche vedere i fatti e possibilmente dei passi in avanti.

L'otto dicembre ci sarà una giornata di mobilitazione contro le aperture domenicali e più in generale contro i turni di lavoro nei giorni festivi. Cosa ti aspetti da questa giornata? Qual è l'obiettivo che ti sei dato/a all'interno di questa lotta?

È una mobilitazione giusta, ma ci deve essere maggiore informazione, per riuscire ad avere una buona partecipazione, anche perché i lavoratori hanno paura di esporsi e seguire queste mobilitazioni: l'ultimo sciopero lo abbiamo fatto forse in 4!

La situazione della GDO (Grande Distribuzione Organizzata), seppur peculiare, è estremamente generalizzata: l’allungamento dell’orario di lavoro senza adeguamenti salariali o cambiamenti contrattuali è una costante a partire da quello che possiamo definire “l’apripista” Marchionne con la FIAT. Che risposta generale su questo piano i lavoratori e le lavoratrici possono dare?

La lotta, almeno per non perdere i pochi diritti acquisiti.

Se ti dicessimo “lavorare tutti/e, lavorare meno e a parità di salario e diritti”, cosa penseresti? Ritieni possano essere tra le parole d'ordine unificanti per tutte le lotte presenti sul territorio nazionale?

Io personalmente le condivido, sarebbero le basi per una società più equilibrata.

Speri di liberarti da questo lavoro? Se sì, quando pensi che possa realisticamente accaderti di trovare un lavoro migliore? 

Lo spero da sempre, o meglio da quando lavoro in un posto del genere. Io ho avuto la fortuna di lavorare nel commercio per tanti anni ma come allestitrice di vetrine e corner di negozi. Vivo da otto anni questa esperienza lavorativa che, devo dire, mi ha depresso molto sul piano personale e creativo. Spero sempre di poter trovare altro ma Io purtroppo non ho molte speranze per il momento che viviamo e anche per la mia età che non definirei più così “appetibile” per chi assume.

Se ci fosse un supporto dall'esterno, che dimostrasse di essere determinato a sostenervi durante una vertenza, credi che la situazione cambierebbe in meglio? In quali condizioni, invece, ti sentiresti strumentalizzato/a?

Potrebbe essere un inizio avere un altro tipo di supporto esterno. Per quanto riguarda la seconda domanda, credo che se i lavoratori vengono informati e non si sentono trattati come merce di scambio per arrivare a traguardi diversi (magari solo politici) da quelli per cui si mettono in gioco, non penserebbero di essere strumentalizzati.

Paghe basse, riposi pochi e supermercati violenti: le cassiere sono sole. Il sindacato Usb denuncia le dure condizioni di lavoro nella grande distribuzione. E apre una pagina, contro la solitudine delle cassiere. Per sentirsi meno sole, su Facebook, scrive il 5 agosto 2014 Michele Azzu su "Fanpage". Un ambiente violento, dove le paghe sono basse e i riposi pochi. Dove la pressione psicologia porta la persona, in particolare una donna, ad isolarsi. E allora, ecco il gruppo facebook “L’Insostenibile solitudine della cassiera” per combattere questa condizione, per confrontarsi, per dare una mano. La realtà descritta in queste pagine virtuali è quella di chi lavora nei supermercati della grande distribuzione. L’idea è di Francesco Iacovone, sindacalista di base della sigla Usb, che questo mondo lo conosce bene perché ci ha lavorato 23 anni: “So cosa si nasconde dietro il sorriso che mostriamo ai clienti”, commenta. Di questo mondo e questo profilo facebook si è già parlato: nel novembre 2012, quando un gruppo di commesse scrisse una lettera al comico Luciana Littizzetto, allora testimonial del marchio Coop. Le commesse erano seguite proprio da Iacovone: “Ne parlarono tutti, e non ce lo aspettavamo”, commenta. “Capimmo che il nodo è molto sentito”. Così, ora, c’è chi si iscrive al gruppo, e si sfoga per uscire dalla solitudine. “Sono ex Coin e ancor prima Standa”, scrive Barbara che è andata all’estero. “Dopo 26 anni di lavoro ho accettato la mobilità da un’azienda che ormai mi considerava vecchia”. Scrive Maria Luisa: “Non siamo solo numeri di matricola o braccia che lavorano, dietro ognuna di noi c'è una moglie, una mamma, una nonna”.Non solo donne: “Non lavoro più alla Coop, ho accettato la mobilità”, scrive Antonio. “Ci entrai da ragazzo pieno di sogni e aspettative, mi sono ritrovato dopo 13 anni senza aver realizzato nulla”. Tuttavia la dimensione di questo mondo rimane principalmente femminile: “L’80% sono donne nel commercio. E la cassiera è una figura che fa parte dell’immaginario collettivo”, spiega il sindacalista. Ma cosa rende duro questo lavoro, qual è il problema? Le paghe basse, gli orari, il mobbing? “Il commercio è il laboratorio dello sfruttamento, con lavoratori che guadagnano 600-700 euro al mese, che non riposano mai, che stanno sempre a contatto col cliente”, spiega Iacovone. Una questione complessa, quindi. Su cui, però, il contratto pesa: “Il contratto commerciale è il peggiore di tutti, con l’ultimo rinnovo hanno tolto i primi 3 giorni di malattia”, spiega Iacovone. “C’è gente che va al lavoro con la febbre per non vedersi decurtare il salario”. Gli orari dei turni, anche, influiscono sulla qualità della vita: “Sono part-time, ma i turni della settimana vengono comunicati il venerdì precedente”, e organizzarsi diventa impossibile. “Finisce che il lavoro diventa la parte della vita da cui parte tutto il resto. Dovrebbe essere il contrario, no?”, si chiede Iacovone. Sugli orari si aggiunge la difficoltà ad ottenere dei riposi: “Mi ha scritto una commessa che non riusciva ad avere un riposo da tre settimane”, racconta il sindacalista. Ma è la cassa ad essere la mansione più dura. “Sarebbe quello che una volta potevano essere i reparti punitivi in Fiat”, spiega Iacovone. Perché? “Rimani 4, 5, 8 ore inchiodata con centinaia di clienti incazzati. In una posizione che sotto l’occhio vigile del capo. E se sbagli coi soldi, e prima poi succede, arrivano i provvedimenti disciplinari. Una situazione paranoica, che vivi sola con te stessa”. La frase più ricorrente, in questi casi é: “In cassa ti ci faccio morire”. Una condizione che potrebbe essere quella di una fabbrica dura. Con una differenza: al supermercato non c’è una catena di montaggio dove fare comunità e solidarizzare, il lavoro è parcellizzato. E si finisce soli: “Come nel tubo di una tac”, commenta Iacovone. E allora la pagina facebook. E la solidarietà arriva anche dai clienti. Qualche giorno fa, durante uno sciopero in un supermercato a rischio cessione – scrivono sulla pagina – si sono avvicinate al presidio tre donne e hanno chiesto: "Cosa possiamo fare per aiutarvi?” Una delle tre ha aggiunto: "Abbiamo appreso la cosa su facebook e non mi vergogno a dire che ho pianto". “In tv si vedono spesso i casi umani”, commenta Iacovone, “Ma è sbagliato perché il problema è sistemico. Mi spieghi come fai a fare un lavoro del genere fino a 60 anni?”, conclude. E a leggere i commenti sul gruppo facebook sono tante le persone che dopo 10, 20 anni abbandonano la professione, in cambio di magre liquidazioni. Per giunta le recenti liberalizzazioni del governo Monti, sul lavoro domenicale, hanno finito per esasperare una condizione già difficile. Per Iacovone si dovrebbe tornare indietro.

La dittatura della Shock Shopping, scrive Saverio Pipitone. Testo tratto da Shock Shopping, Arianna Editrice, 2009. Con il Natale alle porte le domande sulla Grande Distribuzione Organizzata (GDO) si impongono in modo pressante per tutti coloro che vorrebbero optare per un consumo critico e consapevole. Il libro Shock Shopping di Saverio Pipitone è dedicato proprio all’esplorazione fra reparti e scaffali della moderna distribuzione e si ispira all’esempio del Centro Meridiana di Casalecchio di Reno, a Bologna, una struttura commerciale che supera il vecchio modello distributivo del “tutto sotto lo stesso tetto”, proiettandosi verso la nuova logica del “tutto sotto lo stesso cielo”. L’ipermercato, i punti vendita (store), il cinema multisala, i ristoranti e i pub, la palestra e il centro benessere, sono tutti inglobati nello stesso complesso, situato strategicamente vicino all’uscita autostradale e alla stazione ferroviaria; al suo interno vi è un residence e a pochissimi chilometri - facilmente raggiungibili - ci sono altre grosse strutture commerciali come Carrefour, Ikea, Castorama, Comet: in questo contesto, il classico centro commerciale si evolve in un vero e proprio “distretto commerciale”. Molti esempi di questa nuova realtà riempiono l’Emilia-Romagna: da Savignano sul Rubicone ai Lidi ferraresi, da Rimini a Ravenna a Ferrara. E non solo. Madrid offre piscina e pista di sci dentro uno shopping village. A Vienna, una muraglia di insegne s’affaccia sull’autostrada formando un quartiere commerciale che attira il consumatore, proponendogli anche un museo e molti altri tipi di intrattenimento: concerti, arte di strada, lezioni di ballo, giochi per bambini, feste e mostre, per un totale coinvolgimento emotivo e culturale. Nei paesi dell’Europa dell’est, le scritte della propaganda comunista sono state sostituite da giganteschi cartelloni pubblicitari che indirizzano verso queste cittadelle del consumo fast, easy e low cost. La prima conseguenza di un siffatto fenomeno mercantilista è una trasformazione: il “cittadino del centro storico” diviene “consumatore del centro commerciale”; tale mutamento è stato colto, fra gli altri, anche dal settimanale Economist, che ha posto la questione se il carrello della spesa abbia preso il posto della cabina elettorale. L’esposizione prosegue poi con una descrizione delle diverse forme distributive utilizzate dal moderno commercio organizzato e una breve esposizione della storia, del pensiero e dei fatti che hanno caratterizzato - e caratterizzano tutt’ora - i principali marchi della GDO, quali Coop, Esselunga, Auchan, Carrefour, Mediaworld, Lidl, McDonalds, Wal-Mart, IKEA e tanti altri; procedendo fra gli shopping center, gli outlet, i mall, e i village retail che li ospitano, viene proposta un’analisi critica di questi templi del consumo, oggi assurti al ruolo di protagonisti egemoni del panorama commerciale nazionale. In Italia, infatti, si contano attualmente circa 850 centri commerciali, a cui se ne aggiungono altri 50 in corso di realizzazione o in fase di apertura nei prossimi cinque anni, con una forte concentrazione al centro e al sud, nelle periferie e nei centri storici. In questi luoghi, la grande distribuzione organizzata è conduttrice di rigide logiche capitalistiche, lavoro precario, soppressione delle piccole attività locali o di prossimità, danni ambientali e disintegrazione dei tradizionali legami comunitari. Al riguardo, il sociologo Renato Curcio, nei suoi tre libri Il consumatore lavorato, Il dominio flessibile e L’azienda totale, denuncia azioni di sfruttamento e licenziamento praticate dalla GDO, in particolare dalla catena Esselunga. Qualche anno fa quest’ultima insegna, per rilanciare la sua immagine sociale, stipulò un accordo commerciale con CTM-Altromercato per la fornitura di prodotti appartenenti al circuito del commercio equo e solidale, tra cui banane provenienti dall’Equador. L’intesa, tuttavia, durò solo pochi mesi, dato che Esselunga decise all’improvviso di tagliare gli ordini in quanto la logica della competitività, delle strategie aziendali di breve periodo e del profitto prevalsero aggressivamente sull’economia solidale. Ma la GDO non si limita ad assumere semplicemente le sembianze ingannatrici dell’azienda socialmente responsabile; una componente fondamentale della sua politica dell’immagine si basa sulle innumerevoli e incessanti iniziative volte a conquistare l’affezione dei clienti, per indurli ad acquistare sempre di più attraverso carte fedeltà, sconti, premi, raccolte punti, “paghi 1 prendi 2”, carrelli più grandi, merchandising, prezzi low cost, percorsi prestabiliti e molte altre trovate pubblicitarie inibitrici della capacità critica dei consumatori. Questi ultimi sono poi sorvegliati da telecamere onnipresenti, che hanno il compito di individuare eventuali ladruncoli – certo – ma soprattutto di spiare e analizzare il comportamento della clientela effettiva e potenziale. Inoltre, con il sistema del self-service - dal montaggio del mobile con brugola e cacciavite alla prezzatura in tempo reale degli acquisti tramite i dispositivi salvatempo – l’utente del supermarket è diventato un lavoratore non retribuito e produttore di plusvalore per l’azienda. Di sicuro, con la GDO è già pronto un futuro fatto di totalizzanti tecniche di controllo e di fidelizzazione. Ad esempio, Wal-Mart ha munito il suo impero di un sistema bancario proprio, utilizzato per i rapporti con i fornitori, e ha intenzione di aprire 2000 ambulatori low cost dove infermieri professionali saranno in grado di fornire assistenza medica per le piccole patologie e consigliare i farmaci da acquistare all’ipermercato. Coop dispone già di diverse farmacie all’interno dei punti vendita e di sportelli per gestire il risparmio e - mediante la Telecom - è entrata nel mercato della telefonia mobile con il marchio CoopVoce. Oggi all’Iper è possibile acquistare anche l’automobile SUV DrMotor all’imbattibile prezzo di 16.000 euro opp ure stipulare contratti per la fornitura di energia elettric! a o il pieno di benzina. Banca, petrolio, farmaci, telecomunicazioni ed energia sono i nuovi obiettivi della moderna distribuzione, che avanza puntando verso tutto quello che può diventare consumo di massa. In Italia, le liberalizzazioni sancite dalla legge Bersani agevolano decisamente queste tendenze che, se a una prima occhiata sembrano avvantaggiare il consumatore, in ultima analisi fanno spudoratamente il gioco delle lobby commerciali e dei gruppi di potere. Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Karl Marx scriveva: «Ogni uomo s’ingegna a procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo a un nuovo sacrificio, per ridurlo a una nuova dipendenza e spingerlo a un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica». Lo slogan “lavora, consuma, crepa” si adatta perfettamente alla situazione odierna di un consumatore che acquista beni indotti, di scarsa utilità e provenienti da paesi distanti migliaia di chilometri, come la Cina comunista - che paradossalmente è diventata la “classe operaia” dell’opulento occidente. Per rendere l’idea degli sprechi causati da questa catena, basti dire che un carrello con 26 prodotti alimentari percorre quasi 250.000 chilometri e produce 80 chili di gas serra prima di giungere al consumatore finale. Per evitare questo disastro ambientale e sociale è assolutamente necessario limitare i consumi recuperando il valore d’uso degli oggetti, anche a costo di diventare - come spiega il sociologo Zygmunt Bauman - dei “consumatori avariati”, esclusi dalla società dei consumi perché «non ragionano con la logica consumista del compralo, goditelo e buttalo via. […] La “sindrome consumista” è fatta tutta di velocità, eccesso e scarto». Contro questo sistema di consumo illimitato, i nuovi movimenti della “semplicità volontaria” e della “decrescita” sostengono la sobrietà: il primo ha una dimensione individuale e sociale, mentre il secondo si caratterizza per un’articolazione collettiva e politica, andando oltre le categorie destra-sinistra. Da un lato, Serge Latouche pensa che «organizzare la decrescita significa rinunciare all’immaginario economico, cioè alla credenza che “di più” significhi “meglio”»; dall’altro, Alain de Benoist considera «errato immaginare la decrescita come un ritorno al passato. Si tratta, invece, di fare decrescere l’idea che lo sviluppo degli scambi mercantili sia una legge naturale della vita». Infine, nella presente trattazione vengono descritte alcune pratiche di consumo critico che si rifanno in particolare alle logiche localiste - vendita diretta tra produttore e consumatore – finalizzate ad avviare una filiera corta e recuperare il legame comunitario. «Riacquistare un senso del luogo – afferma Helena Norberg-Hodge –, osservare con attenzione e partecipare all’ambiente che ci circonda: capire l’origine di quello che mangiamo, imparare a riconoscere i cicli stagionali, le piante, gli animali. Si deve riscoprire il senso della comunità e ricostruire un legame con il luogo nel quale si vive», distanziandosi così dalla deriva mercantilista, sapientemente descritta da James Ballard nel suo Regno a venire, in cui l’autore britannico racconta di un centro commerciale inglese, il Metro-Center, dove un consumismo sfrenato si trasforma in razzismo, violenza e autoritarismo.

 “Grande Distribuzione Organizzata”, scrive il 27 marzo 2018 Marco Omizzolo su Articolo 21 e su "La Repubblica". Le agromafie agiscono nel sistema di produzione agricolo nazionale e internazionale grazie ad alcuni vuoti normativi, alle troppe complicità che in esso si manifestano e in virtà di una profonda e strutturale opacità della filiera agricola. Sfruttamento, caporalato, riciclo di denaro sporco, investimenti criminali e mafiosi trovano nella “Grande Distribuzione Organizzata” occasione per sedimentare affari e relazioni. Le logiche che ispirano questa ultima sono parte del problema, ancora però piuttosto sottovalutate, soprattutto dalla politica nazionale ed europea. Yvan Sagnet, che con la sua associazione “NoCap” cerca di combattere anche contro il sistema della Grande Distribuzione Organizzata, non ha dubbi: “Colpire i caporali e anche le aziende che se ne servono, per quanto necessario, incide solo sugli effetti e non sulle cause reali del caporalato. Le cause risiedono nel modello economico attuale, nei rapporti di forza fra grandi imprese multinazionali e lavoratori e consumatori. Anche le piccole e medie aziende agricole sono vittime di quella specie di “caporalato economico internazionale” che è la grande distribuzione organizzata, che mette l’asta alla gola ai produttori agricoli, stabilisce prezzi, condizioni di mercato insostenibili e concorre a determinare le condizioni del ricorso alla manodopera schiavistica. Oggi tutto si gioca sulle scelte consapevoli dei consumatori: dobbiamo informare e rendere possibile la scelta di prodotti provenienti da sistemi di produzione virtuosi”. D’altro canto non può che essere così. I grandi gruppi commerciali sono in grado di condizionare il prezzo d’acquisto dei prodotti agricoli in vendita che vengono poi promossi nei grandi supermercati del Paese come affari esclusivi. Agiscono in un regime di concorrenza costantemente violata grazie ad una posizione di dominio nel mercato che condiziona, in negativo, l’intera filiera. Un barattolo di pomodori a 0.55 centesimi di euro è forse un affare per l’acquirente, a patto di non indagare troppo sulla qualità del suo contenuto, ma di certo è una tragedia per chi produce (il bracciante) e trasforma e vende (l’azienda agricola) il pomodoro. Dietro la dittatura dei prezzi della GDO si nasconde, a volte, un mondo di sfruttamento e cancellazione dei diritti, con lavoratori e lavoratrici che non vengono retribuiti se non con poche centinaia di euro al mese, per lavorare anche 14 ore al giorno consecutive e aziende agricole, spesso di piccole dimensioni, che vengono “strozzate” e obbligate a vendere ai prezzi imposti dalla prima. Obbedire e tacere sembra la regole generale che ogni anno porta alla chiusura di decine di aziende agricole e alla perdita di migliaia di posti di lavoro. Stefano Liberti, giornalista e scrittore che da tempo si occupa di questo tema, afferma: “Il sistema agro-alimentare è caratterizzato da filiere lunghe e spesso poco trasparenti. Quando chiunque di noi va al supermercato, conduce i propri acquisti senza ricevere alcuna informazione sull’origine delle materie prime dei prodotti alimentari, su quali processi industriali queste abbiano subito e in quale parte del mondo. Introdurre normativamente una maggiore trasparenza sarebbe un passaggio utile per garantire maggiore responsabilità ed evitare quelle sacche di opacità in cui possono annidarsi forme di sfruttamento e di illegalità”. Dello stesso avviso Fabio Ciconte, dell’associazione “Terra!”: “Le catene della grande distribuzione organizzata (GDO) fanno sempre più dell’abbassamento dei prezzi al consumatore il principale elemento della propria strategia di marketing. Questo elemento determina che a pagarne le conseguenze siano però gli agricoltori, gli ultimi anelli della filiera, costretti a vendere al ribasso il loro prodotto pur di non sparire da un mercato, quello della GDO, attraverso cui passa circa il 70% degli acquisti alimentari”. Proprio l’associazione “Terra! Onlus” con “DaSud” e “terrelibere.org” ha dato vita a FilieraSporca con un’idea di fondo condivisibile: “Sul mercato internazionale vige la stessa legge della giungla, con grandi imprese commerciali e finanziarie che controllano a menadito produzioni di larga scala, spesso lasciandosi sfuggire il rispetto dei diritti e dell’ambiente. Le vittime sono – a diversi livelli – lavoratori meno qualificati e braccianti. Quello che è ormai un modo di produzione viene presentato come un’emergenza umanitaria. Ma dietro l’apparenza di miseria si nasconde una ricchezza mal distribuita”. FilieraSporca propone la trasparenza delle filiere agroalimentari dalla Grande distribuzione organizzata alle multinazionali, attraverso l’introduzione di una etichetta narrante e l’elenco pubblico dei fornitori, perché informazioni chiare permettono ai consumatori di scegliere prodotti “slavery free”. E proprio FilieraSporca ha denunciato la pratica delle aste al doppio ribasso della Gdo attraverso la quale riesce ad acquistare tonnellate di prodotti agricoli a prezzi bassissimi facendo precipitare sulle piccole aziende agricole e sui lavoratori le conseguenze di questo sistema. Una strategia di dominio del mercato che deve terminare. Non a caso FilieraSporca e la Flai Cgil hanno lanciato e con successo la campagna ASTEnetevi. Le aste “basate sul meccanismo del doppio ribasso – sostiene la campagna – si svolgono on line. La GDO fa sedere attorno a una piattaforma virtuale i propri fornitori, chiedendo loro di avanzare un’offerta per una grande quantità di un certo prodotto. Sulla base dell’offerta più bassa la GDO convoca successivamente una seconda asta on line, che in poche ore chiama i partecipanti a rilanciare, con un evidente paradosso, per ribassare ulteriormente il prezzo di vendita di quel prodotto”. Ancora Ciconte dichiara: “Con la campagna #Astenetevi lanciata da Terra! e dalla Flai abbiamo voluto denunciare la pratica distorsiva delle aste al doppio ribasso, un meccanismo perverso con cui la GDO costringe i propri fornitori a ribassare il prezzo pur di piazzare il proprio prodotto” dopo mesi di denunce siamo riusciti a fare in modo che il ministro Martina, Federdistribuzione e Conad, firmassero un protocollo che vieta le aste. Un passo significativo e un successo della campagna. Ora non ci resta che capire se davvero i supermercati abbandoneranno questa pratica iniqua”. Le mafie in questo sistema opaco riescono, ancora una volta, a fare grandi affari. La Corte dei Conti ha più volte affermato che “la grande distribuzione consente di investire in noti franchising grandissime quantità di denaro, che diventa difficilmente rintracciabile e riconducibile alle mafie; i proventi illecitamente accumulati non sono utilizzati solamente nel comparto strettamente commerciale della grande distribuzione ma, anche, nella costruzione di centri commerciali e strutture affini”. E mafie, prodotti sottocosto e caporalato sono costantemente in relazione. Si pensi, ad esempio, al mercato ittico, di cui si è occupato anche il rapporto Agromafie di Eurispes/Coldiretti del 2017. Il boss di Gela, Salvatore Rinzivillo, infatti, riusciva ad importare pesce dal Marocco facendolo transitare per la Sicilia per collocarlo, obtorto collo, nei mercati ittici italiani e tedeschi. Un business stroncato a novembre del 2017 dalla squadra mobile di Caltanissetta e dal Gico della Guardia di Finanza di Roma che hanno arrestato anche un imprenditorie coinvolto in questo sistema, Emanuele Catania, uno dei nomi più noti del settore ittico siciliano. E la GDO era pienamente inserita in questo sistema. Le mafie come i grandi centri di potere commerciale temono la trasparenza, l’informazione corretta, l’analisi accurata. La riforma di questo settore è quanto mai urgente. Servirebbe una politica autonoma e coraggiosa, capace di tenere insieme i diritti dei lavoratori, dei consumatori e dei produttori onesti, e obbligando tutti i protagonisti della filiera agricola ad agire nel rigoroso rispetto delle regole.

Supermercati, il grande inganno del sottocosto, scrive Fabio Ciconte, giornalista e Stefano Liberti, giornalista il 27 febbraio 2017 su internazionale.it. Prima puntata di un’inchiesta in tre parti sulla grande distribuzione organizzata. Seconda puntata, terza puntata. La scritta campeggia ben visibile all’entrata del supermercato: “Sottocosto”. Bottiglie di passata di pomodoro vendute a 0,49 euro, pacchi di pasta a 0,39, confezioni di tonno da quattro scatolette a 1,99 euro. Il locale è un supermercato di una grande catena, in una zona semicentrale di Roma. Ma la stessa promozione si può vedere nei suoi innumerevoli punti vendita. Simile a molte altre che si possono trovare in locali gestiti da aziende concorrenti in tutta Italia. Le catene della grande distribuzione organizzata (gdo) fanno sempre più dell’abbassamento dei prezzi al consumatore il principale elemento della propria strategia di marketing. “Qualità e convenienza”, recita lo slogan di Coop, primo gruppo in Italia. “Bassi e fissi”, risponde Conad, seconda azienda per fatturato nel paese. Carrefour ribatte con la promozione “sotto e freschi” su carni e pesci. Il basso prezzo è il grande imperativo categorico; il sottocosto l’ultima frontiera del marketing. Abbagliato dal risparmio, il cliente non s’interroga su come sia possibile acquistare qualcosa a un prezzo indicato come inferiore al costo di produzione. E così le promozioni impazzano: secondo uno studio condotto dalla società di consulenza Iri, oggi “32 euro di spesa su 100 vengono effettuati in presenza di un’offerta”.

Una mosca bianca. “Credo che rincorrere i discount sia una scelta sbagliata”, sostiene Mario Gasbarrino, amministratore delegato di Unes, un gruppo minoritario ma in crescita nel panorama nazionale. Sotto le insegne di U2 e U1, i suoi supermercati sono concentrati per lo più nel nord Italia. Nel suo ufficio accanto al magazzino a Vimodrone, periferia est di Milano, davanti a una mappa gigantesca su cui si accendono innumerevoli lucette che indicano i punti vendita, Gasbarrino analizza quelli che sono secondo lui i trend del mercato. “Noi proviamo a fare una politica diversa: facciamo poche promozioni, cercando al contempo di mantenere prezzi ragionevolmente bassi tutto l’anno. Così stringiamo un patto con i nostri clienti, che sanno di poter trovare da noi prodotti di qualità sempre a prezzi concorrenziali. Ma facciamo anche un accordo con i fornitori, con cui stabiliamo delle relazioni durature, basate sulla condivisione del rischio d’impresa. Loro ci vendono il prodotto a un prezzo che è costante, non è legato alle promozioni”. Mostrando la curva in ripida salita del fatturato e degli utili netti del suo gruppo da quando ne ha assunto la guida, questo manager di 63 anni non nasconde la soddisfazione di aver fatto delle scelte controcorrente che si sono dimostrate vincenti.

Attraverso la grande distribuzione organizzata passa circa il 70 per cento degli acquisti alimentari. Perché Gasbarrino sembra una mosca bianca. La gran parte degli altri supermercati insegue la strategia dello sconto o del sottocosto, ritenuto il metodo più efficace per non far diminuire le vendite in un periodo di crisi in cui il potere d’acquisto dei singoli e delle famiglie è calato sensibilmente. Ma con quali risultati duraturi? “La strategia della scontistica ha avuto un effetto boomerang, creando una categoria di consumatore opportunistico che si muove da un punto vendita all’altro cercando le offerte. Non stabilisce nessuna forma di legame tra il cliente e la catena di distribuzione. Ci sono ormai migliaia di acquirenti nomadi, che si spostano a seconda dei prezzi scontati”, analizza Sandro Castaldo, docente all’università Bocconi di Milano ed esperto di evoluzione del commercio. “Questo meccanismo ha poi avuto un altro effetto: ha provveduto a far sfumare la percezione del giusto valore di un prodotto alimentare. Il prezzo corretto sembra essere quello in sconto, che non è più un’eccezione, ma la regola”.

Partita ad armi impari. Ma chi sono gli attori principali nell’universo della distribuzione alimentare? Quando percorriamo la corsia di un supermercato siamo travolti da una vastità di colori, insegne, lattine, barattoli, confezioni risparmio. Per ognuno di questi prodotti esiste chi ha coltivato la materia prima (l’agricoltore), chi l’ha trasformata (l’industriale), chi la vende (la gdo) e chi la consuma (il cittadino). I fornitori cercano di vendere al prezzo migliore. I responsabili delle catene di supermercati spesso determinano i costi al ribasso. Ognuno di loro gioca una partita non sempre ad armi pari in cui ci rimette sempre chi ha meno potere contrattuale. La distribuzione organizzata in Italia è nata come risposta dei dettaglianti di piccola e media dimensione per contrapporsi alla concorrenza dei grandi gruppi francesi e tedeschi entrati nel mercato della distribuzione alimentare con superfici di grandissima dimensione e una presenza capillare. Oggi, attraverso la gdo passa circa il 70 per cento degli acquisti alimentari. Dal punto di vista di chi produce (gli agricoltori e gli industriali) è di conseguenza il canale di distribuzione più importante, spesso l’unico, per stare sul mercato. In questo 70 per cento, ci sono gli ipermercati, enormi punti vendita con una superficie di almeno 2.500 metri quadri; i supermercati classici, di dimensioni medie tra 400 e i 2.500 metri quadri; e le cosiddette superette, la cui estensione normalmente non supera i 400 metri quadri. Sommati tra loro, costituiscono un universo diffuso forte di 27mila punti vendita. Il primo gruppo in Italia per fatturato è Coop, seguito da Conad. Il primo per performance è Esselunga, che riesce a registrare la cifra record di 16mila euro di vendite per metro quadro. Ci sono poi i discount, guidati da Lidl ed Eurospin e i colossi francesi (Carrefour e Auchan). “Negli ultimi vent’anni”, sottolinea sempre Castaldo, “la gdo ha sostituito i piccoli commerci. Si tratta di un’evoluzione inarrestabile, segnata però sempre più da una forte guerra tra i vari operatori. La concorrenza si sviluppa tra i due estremi: il discount e la fascia gourmet, evidenziata dal successo di Eataly. Chi è in mezzo e vuole accontentare tutti rischia di non accontentare nessuno e di perdere la partita”. Ed è così che la principale strategia per catturare i consumatori è quelle delle offerte, dei volantini, del 3x2, fino all’aberrazione semantica del “sottocosto”. Ma chi paga veramente il prezzo delle offerte? In capo a chi vanno i costi degli sconti proposti ai consumatori finali?

“Un sistema che vive di tangenti più o meno occulte”. Districarsi nell’universo dei contratti tra gdo e fornitori non è un’impresa facile. “Ci vuole molta esperienza o almeno un master in marketing, ma soprattutto esperienza”, sottolinea un operatore del settore. “Ci sono vari livelli di lettura non sempre comprensibili ai non addetti ai lavori”. Molti contratti prevedono infatti diverse voci “fuori fattura”, contributi di vario genere che integrano i listini e corrispondono a servizi che le catene impongono di fatto ai fornitori. C’è innanzitutto la cosiddetta listing fee, cioè una somma da versare per ogni prodotto che viene messo sullo scaffale. In pratica, se vuoi stare sullo scaffale del supermercato ed essere visibile al consumatore, devi pagare la listing fee. Una partita di giro in cui la gdo compra dal fornitore, e il fornitore a sua volta deve pagare la gdo per stare sullo scaffale. C’è poi il contributo una tantum che le catene della gdo chiedono ai fornitori per l’apertura dei nuovi punti vendita. Il ragionamento è semplice: se un gruppo inaugura un nuovo punto vendita chiede al fornitore di accollarsi parte del suo rischio di impresa. L’incidenza di sconti e contributi è pari al 24,2 per cento del fatturato delle singole aziende fornitrici nei confronti della catena cliente. Ci sono gli “sconti di fine anno”, spesso imposti retroattivamente dopo la firma del contratto. O altri sconti che le catene decidono di far scattare e impongono a posteriori ai fornitori. Dario Dongo, avvocato esperto di diritto alimentare e fondatore del sito ilfattoalimentare.it, racconta un esempio concreto: “A un certo punto qualche anno fa il gruppo Carrefour Italia ha deciso di premiare la fedeltà dei suoi clienti con sconti sulla spesa applicati a tutti i possessori di Carta Spesamica. Il gruppo, al fine di remunerare questa iniziativa promozionale decisa unilateralmente, ha richiesto un contributo straordinario a tutti i fornitori delle merceologie fresche quali ortofrutta, carne, pesce, salumi e formaggi, gastronomia e panetteria, ovvero uno sconto pari al 20 per cento sul consegnato di una settimana”. Non si tratta di cifre da poco. Nel 2013, l’autorità antitrust ha condotto un’indagine conoscitiva del settore della gdo, con un focus particolare proprio sul rapporto con i fornitori. Un’indagine resa necessaria, come si legge nella stessa premessa, dalle segnalazioni dei fornitori della gdo su “presunti comportamenti vessatori” e “anti-concorrenziali” delle catene di distribuzione “in fase di contrattazione delle condizioni di acquisto dei prodotti”. Nel lungo documento sono elencate tutte le pratiche che i diversi attori della grande distribuzione mettono in atto nei complicati contratti con i fornitori. Sono stati identificati sei tipi di “sconti” (sconti incondizionati; sconti target; altri sconti condizionati; sconti logistici; sconti finanziari; recupero marginalità) e nove tipi di “contributi” (servizi di centrale; fee di accesso del fornitore; gestione e mantenimento dell’assortimento; inserimento nuovi prodotti; esposizione preferenziale; contributi promo-pubblicitari e di co-marketing; anniversari, ricorrenze ed eventi vari; nuove aperture/cambio insegna; altri vari, come controllo qualità, cessione dati). Attraverso un questionario inviato a 471 imprese agroalimentari, l’autorità per la concorrenza fa una vera e propria radiografia dei rapporti tra grande distribuzione e fornitori. E sancisce che sconti e contributi costano alle singole aziende fornitrici il 24,2 per cento del fatturato con la catena cliente. In pratica, un quarto del prezzo effettivo di listino.

Oggi i rapporti di forza tra industria e gdo si sono quindi rovesciati ed è quest’ultima a dettare le condizioni. Volendo semplificare, se il fornitore vende a 10 il suo prodotto, in realtà è come se lo stesse vendendo a 7,5, sacrificando il suo margine di guadagno. “L’effetto di distorsione della concorrenza collegato all’applicazione di oneri economici per il fornitore appare più probabile in presenza di contributi applicati unilateralmente dal distributore, a fronte di controprestazioni dalle quali il fornitore non ritiene di ricavare vantaggio, e comunque non richieste dal fornitore stesso”, conclude l’anti-trust. Se l’autorità per la concorrenza usa il linguaggio distaccato dell’analisi tecnica, altri operatori sono più drastici. In una lettera pubblicata l’anno scorso dal Corriere Ortofrutticolo, Luigi Asnaghi, che si definisce un buyer pentito della gdo (il buyer è chi è incaricato di selezionare e acquistare la merce per conto della catena di distribuzione), denuncia “un sistema che vive di tangenti più o meno occulte e che si illude di continuare a trarre ricavi e di conseguenza basa i propri conti economici su sconti di fine anno, contributi promozionali, contributi centralizzazione e mille altre gabelle spacciate con giustificativi che farebbero invidia al miglior Machiavelli”. La lettera ha girato molto, dal momento che racconta cose che pochi si avventurano a dire pubblicamente. Perché mettersi contro la grande distribuzione organizzata vuol dire pagare un prezzo davvero alto.

Se non mi abbassi, ti cancello. Lo sa bene Fortunato Peron, amministratore delegato della Celox, azienda produttrice di pere che, dopo 20 anni di forniture alla Coop Italia, ha protestato contro quella che considerava una richiesta eccessiva di sconto e si è visto dare il benservito. Peron, che aveva come fornitore unico Coop e ha come core business le pere, ha deciso di rivolgersi all’autorità per la concorrenza. Quest’ultima ha riconosciuto l’“abuso di posizione dominante” e condannato la Coop Italia a una multa di 49mila euro. La Coop si è giustificata dicendo che aveva dato al fornitore un notevole preavviso e ha fatto ricorso al Tar, che ancora non si è pronunciato. Inoltre, ha puntualizzato il gruppo alla nostra richiesta di spiegazioni, quello della Celox è un “caso isolato”: “Negli ultimi 30 anni, sono state 5 le controversie emerse a fronte di un parco di oltre 3.000 fornitori che si dichiarano soddisfatti della collaborazione tra le parti” (la vicenda di Peron-Coop italia è stata ricostruita nei dettagli nell’inchiesta “Le catene della distribuzione” di Leonardo Filippi, Maurizio Franco e Maria Panariello, vincitrice del premio Morrione 2016 e andata in onda su Rainews 24 il 21 gennaio 2017). Il direttore della Celox è l’unico a essere uscito allo scoperto, e a essersi ritrovato con le ossa rotte. Ma non è certo l’unico operatore dei settori ortofrutticolo e industriale a essere in affanno. Basta parlare con i fornitori per raccogliere un coro di lamentele diffuse – sempre rigorosamente anonime – sullo “strapotere della gdo”. Ma perché i produttori che, anonimamente, denunciano di sentirsi strozzati dalla gdo non lo fanno pubblicamente? Perché non si appellano all’articolo 62 della legge 27 del 2012 (più nota come “cresci Italia”), che sancisce il divieto di imporre condizioni gravose, extracontrattuali e retroattive? “Spesso non c’è scelta perché l’alternativa è il delisting”, racconta un fornitore, che prima di parlare si assicura mille volte che non sarà citato per nome. Il delisting equivale alla discesa agli inferi: i tuoi prodotti sono levati dallo scaffale, eliminati dai punti vendita. In un mondo in cui quasi i tre quarti degli acquisti passano per la gdo, essere tagliati fuori da quel canale equivale alla morte.

Supercentrali e piccoli burocrati. Si dirà allora: qual è il danno che riceve il grande pubblico? In fin dei conti, parliamo di relazioni commerciali tra distributori e fornitori, soggette alle dinamiche del libero commercio e della concorrenza. Ma a questo punto è utile fare un passo indietro e tornare alla domanda iniziale: chi ci rimette alla fine con le presunte pratiche vessatorie della gdo? Chi paga davvero le famose promozioni e il sottocosto? Secondo uno studio condotto dalla società di consulenza londinese Europe Economics, quelle “tangenti più o meno occulte” denunciate da Asnaghi ammontano al livello europeo a una cifra compresa fra i 30 e i 40 miliardi di euro. Si tratta di una cifra colossale, pari a più della metà dei sussidi che la Commissione europea garantisce agli agricoltori comunitari attraverso la politica agricola comune (pac). In un certo senso, il denaro pubblico alla fine non è utilizzato per innovare o migliore la qualità, ma per tenere in piedi un sistema economico iniquo, in cui il più grande mangia il più piccolo. Come conclude lo stesso studio, “le pratiche sleali nel commercio limitano la possibilità per i fornitori di reinvestire nelle loro imprese e creano un grado di incertezza (alcuni analisti la definiscono ‘paura’) che scoraggia impegni a lungo termine. Nel corso del tempo, questo ridurrà le possibilità di sopravvivenza di fornitori competenti e risulterà in una mancanza di innovazione e di miglioramento della qualità. Alla fine queste pratiche danneggiano il consumatore”. Negli ultimi trent’anni la grande distribuzione ha dovuto misurarsi con il potere contrattuale delle multinazionali, proprietarie di marchi conosciuti e apprezzati dal grande pubblico, che riuscivano a determinare i prezzi di vendita dei loro prodotti. È un ragionamento economico elementare: se il prodotto è rinomato e la domanda è alta, l’offerta è determinata dalla multinazionale che possiede il marchio, non dalla gdo. Da questa esigenza sono nate le centrali di acquisto della grande distribuzione, alleanze tra catene diverse per ottenere risparmi in fase di contrattazione. In pratica, tra gli anni ottanta e novanta, le imprese della grande distribuzione si sono messe insieme per contrastare lo strapotere delle multinazionali. Le centrali d’acquisto riuniscono più di un gruppo e stabiliscono accordi quadro con i fornitori. A livello europeo si creano poi delle supercentrali d’acquisto, che riuniscono catene di diversi paesi.

Una bolla estranea all’economia reale. In un continuo processo evolutivo in cui nascono nuove centrali e singoli gruppi si spostano da una centrale all’altra, negli anni il meccanismo di acquisto delle supercentrali non si è rivolto solo ai cosiddetti brand leader ma a tutti gli anelli della distribuzione, aumentando quindi la forbice di potere tra acquirente e fornitore. Oggi i rapporti di forza tra industria e gdo si sono rovesciati ed è la grande distribuzione a dettare le condizioni. Inoltre, gli accordi conclusi a livello di centrale o di supercentrale non sono vincolanti: sono degli accordi quadro, che possono essere ridiscussi al ribasso dai buyer locali. Insomma, una ragnatela complessa in cui è davvero difficile districarsi. Ma come si è arrivati a questo punto? Per capire cosa è successo è bene ridare la parola all’anonimo fornitore, che opera nel settore da più di vent’anni: “Il punto è che ormai gli acquisti sono affidati a buyer che non conoscono l’industria né i prodotti, ma sono tenuti solo a rispettare i cosiddetti obiettivi di crescita. Devono portare a casa ogni anno un aumento di qualche punto percentuale dei margini di guadagno. Quindi, badano solo a quella cifra lì nell’ultima casella del contratto. Tutte le discussioni sulle materie prime, lo stato dell’agricoltura, i costi industriali non li toccano minimamente. Quando ne parli con loro è come se ti esprimessi in sanscrito”. Lo stesso Asnaghi scrive nella sua lettera: “Il prezzo più basso è stabilito da personaggi (buyer) che nel tempo sono stati svuotati di professionalità ed esperienza (doti non più discriminanti) in luogo di una sterile teoria figlia di logiche commercial-estortive”.

I manager si rifanno sui dipendenti, attraverso contratti sempre più precari e meno garantiti. “È un sistema estremamente frammentato, di cui non beneficia nessuno. Perché i singoli buyer locali badano ai propri margini di guadagno. Nessuno si fida dell’altro e alla fine ci perdono tutti”, aggiunge Andrea Meneghini, esperto di commercio ed editorialista per il sito specializzato Gdonews. “I buyer locali spesso vogliono portare a casa margini più alti e vogliono dimostrare che sono più bravi di quelli nazionali e delle centrali”. Conferma l’anonimo operatore: “Il problema è che i vari livelli non si parlano tra loro: nel clima di sfiducia generale, il fornitore cerca solo di salvare la pelle. Tira in avanti i negoziati. Accetta gli sconti e i contributi e nel frattempo aumenta i prezzi di listino per recuperare. Così, alla fine si perde in qualità o in funzionalità”. In definitiva, si tratta di una specie di bolla che poco ha a che vedere con l’economia reale, il costo delle materie prime, le rese di un raccolto o quant’altro. Tutto ruota intorno alla “obiettivizzazione”, cioè agli “obiettivi” di crescita annuale che la grande catena impone ai suoi buyer e ai manager dei suoi punti vendita, e che devono essere raggiunti a ogni costo. Se i buyer si rifanno sui fornitori, che con una mano concedono i contributi e con l’altra aumentano i prezzi di listino (quando hanno abbastanza potere contrattuale), i manager si rifanno invece sui dipendenti, con una crescente contrazione delle condizioni di lavoro, che passa attraverso contratti sempre più precari e meno garantiti. Perché, anche se controlla il 70 per centro della distribuzione alimentare, la gdo classica non se la passa poi così bene. A leggere la relazione annuale che l’area studi di Mediobanca dedica alla gdo, si vede che, con l’importante eccezione dei discount e di Esselunga, le grandi catene stanno soffrendo parecchio. In particolare, i gruppi francesi hanno perso cifre mostruose in Italia: Carrefour, 2,47 miliardi di euro dal 2011 al 2015; Auchan, 560 milioni. La Coop è riuscita a non perdere solo grazie ai contributi della gestione finanziaria. Secondo la rivista di settore Food, per il 2016 “le prime stime lasciano poco spazio all’ottimismo. Il mondo del largo consumo deve accontentarsi nel migliore dei casi di incrementi di qualche decimo percentuale e soprattutto fa un passo indietro rispetto ai risultati del 2015”, come scrive Domenico Apicella in “Retail, la ripresa che non c’è” (Food speciale retail 2017, in collaborazione con Iri, gennaio 2017). In uno scenario economico volatile, i manager della gdo devono districarsi tra esigenze dei consumatori, tendenze di mercato, fluttuazioni dei costi, provando a immaginare il futuro della distribuzione. A pagarne le conseguenze sono in primo luogo i lavoratori, come nel caso di Carrefour che ha annunciato la chiusura di tre ipermercati, con il licenziamento di 500 dipendenti. La grande catena francese – secondo gruppo al mondo dopo lo statunitense WalMart – sta provando varie formule per far fronte al collasso italico: ha aperto diversi negozi di prossimità, che costano meno e rendono più degli ipermercati, e nei supermercati classici ha lanciato il modello ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Locali sempre aperti, in cui si punta sul taglio del costo del lavoro a fronte dell’aumento delle mansioni: i cassieri di notte svolgono molte funzioni e hanno contratti meno garantiti dei lavoratori diurni, come racconta un’inchiesta di Christian Raimo pubblicata da Internazionale.

La trappola della merce. In un universo estremamente competitivo, gran parte delle catene reagisce alle perdite tagliando sul costo del lavoro interno, tenendo sotto giogo i fornitori e abbassando il prezzo di vendita dei prodotti.

Gli articoli vengono così ceduti a un costo nettamente inferiore al loro valore. La conseguenza è che questo valore viene perso di vista dal consumatore finale. “È la cosiddetta trappola della merce (commodity)”, aggiunge il professor Sandro Castaldo, citando la fortunata formula coniata dall’esperto di marketing statunitense Richard A. D’Aveni. “Si è trasformato il cibo in una merce, prodotto uguale a se stesso in tutto il mondo, e lo si è distaccato dal modo in cui viene prodotto. Questa ‘trasformazione in commodity’ ha permesso alla grande distribuzione d’imporre prezzi più bassi ai fornitori. Ma alla fine non giova nemmeno a lei, perché ha di fatto scatenato una gara al ribasso, in cui perdono tutti”. La gdo vende sottocosto e impone listing fee e sconti vari ai fornitori. Questi sacrificano la qualità e tagliano il costo del lavoro, per non rimetterci. Andando giù per la filiera, c’è uno strozzamento che colpisce tutti gli anelli. Nei campi di pomodori o di arance, la raccolta è pagata a quattro soldi e gestita spesso dai caporali, intermediari illeciti tra i lavoratori e gli imprenditori agricoli. Nell’immaginario collettivo, il caporale è il grande colpevole, lo sfruttatore e schiavista nei campi. Ma forse è necessario allargare lo sguardo e analizzare i meccanismi che generano il caporalato e lo sfruttamento. Negli stessi giorni in cui partiva la raccolta delle arance in Calabria e centinaia di immigrati affluivano nella tendopoli di San Ferdinando per lavorare nei campi, all’uscita della stazione di Rosarno il viaggiatore era accolto con un cartellone della Coop di tre metri per due: “Arrivano prezzi sempre più bassi”. Il manifesto, in quel luogo simbolico dove nel 2009 c’è stata la rivolta dei braccianti, troneggiava come una contraddizione in termini. Il maggiore gruppo italiano della gdo, infatti, è impegnato con la campagna buoni e giusti a garantire legalità e assenza di sfruttamento e caporalato sui prodotti che vende. Ma in definitiva, per tenere i prezzi “sempre più bassi”, ci si può trovare obbligati a ricorrere proprio al lavoro sottopagato e al caporalato. E, in questa frenetica corsa al ribasso, il caporale rischia di essere metaforicamente e indirettamente la stessa gdo, insieme a ognuno di noi, che compriamo sottocosto senza chiederci chi pagherà davvero il prezzo del nostro effimero risparmio.

Come il supermercato è diventato un’industria, scrive Fabio Ciconte, giornalista e Stefano Liberti, giornalista il 6 marzo 2017 su internazionale.it. Seconda puntata di un’inchiesta in tre parti sulla grande distribuzione organizzata. Prima puntata, terza puntata. “Sei un pragmatico o un cacciatore?”. La domanda riecheggia per la sala conferenze. La grande stanza immersa nella luce artificiale del neon è affollata, quasi tutti uomini, età media sui 40. Il relatore ha un microfono in mano e un telecomando con cui fa scorrere infografiche e dati su una lavagna luminosa. Il pubblico guarda le slide e ascolta rapito. Non siamo a una seduta collettiva di life-coaching guidata da qualche guru di nuova tendenza, ma a Marca, la grande fiera dei prodotti a marchio della grande distribuzione organizzata (gdo) che si tiene ogni anno a Bologna, nel cuore dell’imponente e labirintico spazio fieristico. L’uomo in piedi accanto allo schermo sta presentando una ricerca condotta dall’istituto Gfk per conto dell’Associazione della distribuzione moderna (Adm) sui “nuovi processi d’acquisto”. Sono indicate le varie tipologie di clienti dei supermercati. La tassonomia è affascinante e ognuno è assorto nell’ascolto, impegnato senza dubbio a pensare a quale categoria appartenga. C’è il “pragmatico”, il consumatore che non perde tempo e va dritto verso quello che deve comprare guardando solo le caratteristiche del prodotto e il prezzo. Secondo i ricercatori ha un’istruzione medio-bassa e tende ad acquistare al prezzo minore. C’è il “cacciatore”, che si aggira tra gli scaffali anche lui alla ricerca del risparmio ed è pronto a cambiare marca, prodotto e perfino supermercato a seconda della convenienza. Nella corsia a fianco troviamo il “prudente”, pure lui orientato dal prezzo ma con un enorme bisogno di rassicurazione. Spostandosi nel nord Italia sarà più facile invece imbattersi nell’“esperto”, che legge le etichette, si informa, ha un’istruzione medio-alta. Infine il “brand fan”, che vuole il meglio, di marca, senza badare a spese perché l’importante è essere appagati.

Largo ai prodotti “della casa”. La fiera dura due giorni. Per gli operatori del settore è un’occasione per fare il punto del mercato, incontrarsi e stringere relazioni d’affari. Ma soprattutto per celebrare la crescita inarrestabile della grande protagonista della kermesse: la marca del distributore, ovvero il prodotto con il logo del supermercato. Pasta, pomodori, biscotti, gelati, detersivi, basta entrare in un qualunque punto vendita per toccare con mano questa evoluzione: i prodotti con il marchio del distributore (Coop, Conad, Carrefour, eccetera) sono sempre di più, in posizioni sempre migliori, e sempre più concorrenziali rispetto ai marchi più noti. Il volume d’affari della private label, si chiama così in gergo, ha raggiunto i 9,5 miliardi di euro, circa il 18 per cento dei prodotti di largo consumo confezionati (il cui fatturato totale è 52 miliardi). Percentuale che sale di molto se si considera il comparto discount. Cifre ancora ben lontane da quelle di altri paesi europei come il Regno Unito, dove la marca commerciale raggiunge il 45 per cento, che indicano però una chiara direzione di marcia. Secondo le previsioni dell’Adm, che rappresenta le aziende della distribuzione, la private label raggiungerà nel 2025 la quota del 50 per cento dei prodotti in vendita. Ma già la percezione nei supermercati è quella: perché, accanto al prodotto di marca tradizionale, quello a marchio del distributore è sempre più visibile. “Se consideriamo che le grandi catene italiane, Coop e Conad, hanno percentuali di private label maggiori del 25 per cento, possiamo dire che la gdo è diventata la più grande industria alimentare italiana”, sintetizza Corrado Giacomini, professore di marketing dei prodotti alimentari all’università di Parma.

Un elemento di rassicurazione. Quand’è che la grande distribuzione è diventata un’industria? Nata negli anni venti del novecento nel Regno Unito, la private label è sempre stata associata a prodotti di minor valore, poveri anche nella confezione, destinati a clienti con scarso potere d’acquisto. Negli ultimi anni questa impostazione è cambiata: le grandi catene curano la qualità, il packaging, cioè le confezioni, investono il loro “potenziale di fiducia” presso i consumatori. Quelli che un tempo erano per definizione prodotti non di marca, a buon mercato e alla portata di tutti, oggi si sono trasformati in brand, conquistando la fiducia dei consumatori che, sempre di più, vedono in quel marchio un elemento di rassicurazione. Accanto a Coca-Cola, Barilla, Ferrero, troviamo quindi ormai le marche di Coop, Conad, Esselunga, ognuna con la sua linea specifica e orientata alle esigenze del singolo consumatore. Stesso scaffale, prodotti diversi: ci sono le aziende leader, quelle che fanno prodotti unici conosciuti in tutta Italia e spesso nel mondo, come le bevande gassate e le creme da spalmare. Li trovi in bella vista, pronti per essere messi sul carrello dalle mani sicure del cosiddetto “brand fan”. Gli altri clienti invece mirano ad articoli diversi. I pragmatici si dirigono verso i cosiddetti prodotti primo prezzo, più economici. I prudenti vogliono risparmiare ma essere rassicurati sulla qualità. Puntano quindi a marche minori, i cosiddetti “follower”: quelli che, dietro ai leader, cercano di ritagliarsi uno spazio non sempre agevole tra gli scaffali. È proprio in quest’articolazione tra tipologie di consumatore e gerarchie di marchi che si è inserita ormai in modo sempre più preponderante la private label.

La grande distribuzione si è ormai sostituita all’alimentari sotto casa che ti garantiva la qualità del prodotto. La strategia della gdo è chiara: differenziare l’offerta e puntare sempre più verso l’alto. Se con i primi prezzi troviamo prodotti di gamma inferiore rispetto alle marche tradizionali, con la “premium” qualità e prezzo sono più elevati rispondendo alla richiesta di prodotti ricercati, tipici e regionali. Ed è così che negli ultimi anni c’è stato un fiorire di marchi commerciali che vogliono essere garanzia di qualità: Sapori e dintorni di Conad, Fior fiore di Coop, il Viaggiator goloso di Unes, Terre d’Italia di Carrefour. Per non parlare delle linee biologiche, del commercio equo, interi scaffali riservati ai vegani o ai celiaci. “La grande distribuzione si è ormai sostituita alla signora Maria dell’alimentari sotto casa, che ti garantiva la qualità del prodotto”, riassume efficacemente Giacomini. “Così oggi i prodotti a marca commerciale hanno varie categorie, ma puntano soprattutto sulla premium, quella di maggiore pregio, che mira a fare concorrenza ai grandi marchi industriali”. Rispetto all’industria classica, la distribuzione gode di alcuni vantaggi incomparabili: non deve fare pubblicità sui prodotti né preoccuparsi dell’accesso al mercato. A differenza dei prodotti industriali, quelli a marca commerciale hanno un canale di vendita dedicato, già pronto, ovvero lo scaffale dello stesso supermercato che mette il marchio sul prodotto. E così si spiega perché, in un mercato in cui il 70 per cento degli acquisti alimentari passa per i punti vendita della gdo, la private label è il nuovo Eldorado. E l’industria, che una volta dettava le leggi e i prezzi, oggi deve adeguarsi.

Concorrenza contraddittoria. Non c’è persona più indicata per parlare di questo tema di Francesco Pugliese. L’attuale direttore e amministratore delegato di Conad è uno dei pochi del settore ad aver fatto il salto della barricata: per anni attivo nell’industria, prima come direttore generale Europa di Barilla, poi come amministratore delegato e direttore generale del gruppo Yomo, dal 2004 ha preso le redini del secondo gruppo distributivo italiano. Conosce quindi sia il mondo del commercio sia quello dell’industria, con i loro rispettivi pregi, difetti, potenzialità. Con un fatturato di circa tre miliardi di euro la marca Conad è una delle più performanti: rappresenta il 27,4 per cento di un fatturato di poco più di 12 miliardi di euro. Un risultato che stacca di quasi dieci punti percentuali la media italiana. “Il che equivale a dire che nei nostri carrelli, un prodotto su tre è a marchio Conad”, esclama con una certa soddisfazione. Nella sede del gruppo nel quartiere fieristico di Bologna, questo manager di 58 anni analizza le tendenze di sviluppo della marca del distributore e i rapporti con gli industriali che la producono. Perché, per quanto ovvia, è bene fare una puntualizzazione: non è che i supermercati si siano messi direttamente a trasformare e inscatolare i prodotti. La marca del distributore è prodotta da fornitori in appalto, che spesso sono gli stessi che producono le marche industriali, con il risultato un po’ contraddittorio che i due articoli – che magari provengono dallo stesso stabilimento e sono prodotti con la stessa materia prima – si fanno concorrenza sul medesimo scaffale con marchi diversi. In un mercato con margini sempre più risicati e con un accesso stretto al consumatore finale, le industrie si trovano così davanti a un bivio: continuare a produrre con il proprio marchio, oppure diventare fornitrici della distribuzione, perdendo cioè la propria identità imprenditoriale ma mantenendo la speranza di non avere problemi nella commercializzazione dei prodotti.

Su un campione di 75 fornitori della gdo il 92 per cento produce sia un proprio marchio sia un marchio commerciale. Una scelta quasi obbligata, leggendo i numeri crescenti della private label, ma che presenta non poche criticità. Secondo una ricerca dell’associazione Industrie beni di consumo (Ibc) illustrata proprio alla fiera Marca, su un campione di 75 fornitori della gdo il 92 per cento produce sia un proprio marchio sia un marchio commerciale. Al contempo, il 42 per cento lamenta un enorme aumento della competizione con altri concorrenti. Perché se diventi un subappaltatore, è la gdo a monte e non più il consumatore a valle a promuovere o bocciare il tuo marchio. E i voti alti in pagella possono essere determinati anche da una richiesta di prezzi più bassi. Tra marchio industriale e marchio commerciale sugli scaffali non c’è partita. Non dovendo pagare spese di marketing né le varie tipologie di contributi e sconti che normalmente la grande distribuzione chiede all’industria per fare entrare i prodotti nei suoi punti vendita, la private label ha solitamente un migliore rapporto qualità/prezzo. E così, come sottolinea l’indagine conoscitiva sulla grande distribuzione dell’agenzia per la concorrenza, la gdo si trova a svolgere ruoli diversi: “Acquirente, concorrente (attraverso le private label), ‘venditore’ degli spazi a scaffale, controllore degli accessi (il cosiddetto gate keeper) al principale canale distributivo”.

La legge del mercato o quella del più forte? “È una questione di regole di mercato: se sei una marca conosciuta e affermata hai un posizionamento di primo piano e maggiore potere negoziale”, ribatte Pugliese. Il manager ha ben chiaro in mente dove si sta dirigendo il mercato: “La tendenza in atto vede l’affermazione delle marche leader e la crescita costante della marca del distributore, come avviene in tutta Europa”. Da questo punto di vista Conad persegue una strategia di sviluppo in questo senso molto ben definita: “La marca del distributore è un’opportunità per il produttore, piccolo o medio che sia, perché gli mette a disposizione un mercato molto ampio. Ma lo è anche per il consumatore, al quale garantisce prodotti di qualità a prezzi convenienti”. L’amministratore delegato difende la listing fee e gli altri contributi che la gdo chiede ai fornitori: “La presenza di prodotti sugli scaffali comporta un rischio di impresa che deve essere condiviso. La gdo ha costi di gestione come qualunque altro attore del commercio, ma margini molto ridotti, in media lo 0,4-0,5 per cento, mentre quelli dell’industria raggiungono il 5-6 per cento”. Proprio per incentivare la spinta verso il private, i contratti che Conad chiude con i fornitori delle sue marche non prevedono le listing fee che impongono invece ai marchi industriali, ma sono net-net: cioè il prezzo netto pulito, senza contributi o scontistiche. Così, il piccolo è spinto a produrre per il distributore e a non lanciarsi in rischi imprenditoriali eccessivi che potrebbero portarlo contro un muro.

Oggi è la grande distribuzione a farla da padrona rispetto a un universo di fornitori che appare poco coeso. Pugliese è molto diretto: “Lo scenario è cambiato in pochi anni. La piccola e media industria sono chiamate a misurarsi con la reale domanda di mercato”. Ed è così che sempre più si sta verificando un grande stravolgimento dei rapporti di forza: se i gruppi della gdo in Italia, in particolare Conad e Coop, sono nati come unione di dettaglianti per fronteggiare il potere della grande industria, oggi è la gdo a farla da padrona rispetto a un universo di fornitori che appare decisamente poco coeso. L’industria è quindi destinata a diventare una pura subappaltatrice, realizzatrice di processi dettati da altri attori della filiera? Il manager di Conad respinge quest’obiezione: “Si tratta di una dinamica di condivisione. Fare la marca del distributore è un lavoro specifico che richiede uno sforzo di progettazione e implementazione molto significativo unito a una visione strategica chiara. Noi con i nostri fornitori della private label abbiamo rapporti duraturi di mutua fiducia”. Salvo aggiungere, tanto per essere precisi: “Molte innovazioni, soprattutto in determinati ambiti, sono partite proprio da sollecitazioni della gdo, che interfacciandosi direttamente con i consumatori conosce meglio i loro orientamenti e le loro esigenze”. In effetti spesso le richieste di certificazione etica partono dalla grande distribuzione e sono recepite successivamente e a volte obtorto collo dagli altri anelli della filiera: è il caso per esempio della campagna “Buoni e giusti” di Coop Italia nata per garantire legalità e assenza di sfruttamento e caporalato sui prodotti in vendita. A sentire l’altra campana, cioè l’industria, le relazioni non sono però così rosee. Molti fornitori sostengono, sempre in forma anonima per non inimicarsi la gdo, che le condizioni dettate da quest’ultima sono spesso dure, al limite del vessatorio. Alcuni degli operatori interpellati per quest’inchiesta lamentano che i buyer spesso non conoscono le aree di produzione, i costi, il valore degli articoli. E badano prevalentemente a ottenere il prodotto a costi bassi. Insomma, è un cane che si morde la coda: i fornitori non possono più fare a meno della private label, ma produrre per la private label erode il loro potere negoziale.

Chi è causa del suo mal…Il punto critico del sistema è proprio questo: l’asimmetria contrattuale. In un paese fatto per lo più di piccole e medie imprese, la grande concentrazione della distribuzione nelle mani della gdo genera elementi di distorsione: da una parte c’è un attore potentissimo, che controlla l’accesso al mercato, dall’altra un mondo estremamente frastagliato, poco incline all’aggregazione e quindi incapace, con poche eccezioni, di avere una reale forza negoziale. Migliaia di piccoli e medi agricoltori che non si mettono insieme a fare sistema, una miriade di industrie di trasformazione con fatturati minuscoli se paragonati a quelli della gdo, con la conseguenza che in queste condizioni il rischio di esondare nel cosiddetto eccesso di potere contrattuale è sempre più alto. “Non bisogna demonizzare la gdo. Si tratta di una grande opportunità per tutta la filiera agroalimentare”, continua Giacomini. Certo, riconosce il professore: “C’è una sproporzione di forze tra i giganti delle catene dei supermercati e gli altri attori della filiera”. “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”, taglia corto con i suoi toni un po’ caustici Pugliese. “Credo che sia necessario sempre più che gli altri attori definiscano un indirizzo di filiera per avere un rapporto meno sbilanciato con la gdo”, propone in modo più diplomatico Giacomini. “Se è vero che i gruppi della gdo hanno un fatturato enormemente superiore a quello di qualsiasi impresa agricola, è vero anche che se ognuna di queste si presenta da sola nella contrattazione, non ha alcuna possibilità di spuntare un prezzo congruo”. Perché negli anni la gdo si è aggregata nelle centrali e nelle super centrali, mentre non si può dire lo stesso per i fornitori che, salvo rare eccezioni, continuano ad andare in ordine sparso. In un certo senso, ha ragione Pugliese: le stesse organizzazioni di produttori, create in campo agricolo su impulso dell’Unione europea proprio per favorire l’aggregazione, in molti casi si sono rivelate unioni fittizie, determinate più dalla necessità di intercettare i fondi dei piani operativi europei che da un desiderio di fare sistema e di unirsi per essere più forti. Così, in un paese costituito da piccole e medie imprese e da aziende agricole con una superficie media di pochissimi ettari, è ovvio che il piccolo industriale o il piccolo agricoltore avranno potere contrattuale nullo di fronte ai giganti della gdo.

Come natura crea. Se gli agricoltori e gli industriali che non si aggregano dovrebbero solo “piangere se stessi”, che danno ne ricava il cittadino consumatore? In definitiva, ottiene prodotti alimentari a basso costo della cui qualità si fa garante la catena di distribuzione. Ma siamo sicuri che sia proprio così? In un approccio più sistemico, se i prodotti sono a basso costo, è tutta un’economia a risentirne. E alla fine la stessa qualità: perché l’industriale che vende al ribasso alla gdo, si rifarà sull’agricoltore e sul fornitore di materia prima. E quest’ultimo cercherà in tutti i modi di aumentare le rese, usando sementi più performanti, aumentando l’uso di pesticidi e riducendo al massimo le spese accessorie. Produrrà quindi sempre di più una merce, prodotto indistinguibile per qualità il cui valore si misura solo in quantità, perché il costo a cui la vende sarà legato sempre più unicamente a quest’ultima variabile. È questo quello che sta accadendo? I grandi attori della gdo giurano di no. “Il rapporto con i fornitori di prodotti della nostra marca è basato sulla reciproca soddisfazione, una soddisfazione che si stabilizza nel tempo, con rinnovi annuali per una durata media di oltre otto anni”, afferma Pugliese. “Nell’ortofrutta la media di durata delle relazioni è di 25 anni a evidente dimostrazione di rapporti proficui da entrambe le parti”, puntualizza Coop Italia. I responsabili della gdo sostengono che quella della marca commerciale è un’evoluzione naturale, che loro ci mettono la faccia e garantiscono prezzi più bassi, che stabiliscono relazioni solide e di mutua convenienza con i fornitori. E che nei supermercati ci sarà sempre una varietà di scelta per tutte le tipologie di clientela. Ma il rischio molto concreto è un altro: che alla fine i cittadini, siano essi clienti esperti, prudenti, cacciatori o pragmatici, si trovino a comprare prodotti diversificati solo nel marchio e nel marketing ma in realtà spesso identici, perché in un universo di grandi concentrazioni è facile imporre un’omologazione verso il basso. E perché gli orientamenti della produzione saranno in effetti sempre più dettati da attori che non necessariamente conoscono i problemi dell’agricoltura o dell’industria di trasformazione, ma avranno come orizzonte d’azione quello dell’acquisto della fornitura al più basso costo possibile.

Con le aste online i supermercati rovinano gli agricoltori, scrive Fabio Ciconte, giornalista e Stefano Liberti, giornalista il 13 marzo 2017 su internazionale.it. Terza puntata di un’inchiesta in tre parti sulla grande distribuzione organizzata. Prima puntata, seconda puntata. “Vedete, è come giocare alla slot machine”. Seduto di fronte al suo computer, Francesco Franzese digita freneticamente sui tasti simulando il gioco al quale si è trovato suo malgrado a partecipare in un giorno non troppo lontano. Questo manager di 37 anni, amministratore delegato del gruppo che produce i pelati e la passata La Fiammante, ha il dente avvelenato contro una prassi che si sta sempre più affermando tra gli operatori della grande distribuzione organizzata (gdo): quella delle aste online al doppio ribasso. “Funziona così: ti arriva una email in cui ti si chiede a quale prezzo sei disposto a vendere una partita di un tuo prodotto, per esempio un milione di scatole di passata. Tu fai un’offerta. Il committente raccoglie le offerte e poi convoca un nuovo tender. L’offerta più bassa diventa la base d’asta”. Nella sua fabbrica di Buccino, in provincia di Salerno, dove produce pelati, passate e peperoni arrosto, Franzese non risparmia i dettagli di quella che definisce “la pratica più scorretta in assoluto della grande distribuzione”. Una pratica che lui paragona né più né meno al gioco d’azzardo. “Ci mettono intorno a una piattaforma e dobbiamo rilanciare sull’offerta. Ma è la prima asta che ho visto in vita mia in cui i rilanci sono dei ribassi!”. Franzese racconta come alcuni altri imprenditori abbiano abbassato l’offerta al di sotto di ogni limite accettabile pur di aggiudicarsi la commessa. “Si sono fatti prendere dalla febbre del gioco e si sono fatti davvero male”.

Venditori senza tutele. Il meccanismo delle aste inverse, o al doppio ribasso, si sta diffondendo sempre di più come pratica di acquisto da parte di grandi gruppi – e anche della pubblica amministrazione – per diversi tipi merceologici. Sui prodotti alimentari, è molto in voga in vari paesi europei e in Nordamerica. Con un po’ di ritardo, sta sfondando anche in Italia. Oggi si svolge per parecchi prodotti confezionati: oltre al pomodoro, l’olio, il caffè, i legumi e le conserve di verdura. Portato inizialmente dai grandi gruppi esteri del discount, in primis Lidl, e dagli operatori francesi (Carrefour e Auchan), è oggi pratica comune di tutte le catene distributive, con poche eccezioni. “Tu ti trovi di fronte a una piattaforma digitale insieme ad altri fornitori. Entri con un tuo user name e una password e hai pochi minuti per aggiudicarti la partita. Non sai chi sono gli altri partecipanti. Sei solo davanti al tuo computer, costretto ad abbassare di volta in volta la tua offerta”. Nessun meccanismo legislativo regola questo strumento di vendita: essendo un passaggio business-to-business e non business-to-consumer, le tutele sono quasi inesistenti per il venditore. L’unico vincolo che quest’ultimo ha è che non può vendere al di sotto del prezzo di produzione, indicato in una colonnina all’inizio del foglio excel all’interno del quale si fanno le quotazioni. “Ma spesso accade che gli acquirenti ci chiedono semplicemente di modificare al ribasso quel numeretto in modo che tutto sia perfettamente legale”, continua Franzese. “Così in diversi casi miei colleghi hanno venduto la merce al di sotto del costo di produzione”.

L’industriale che vende sottocosto dovrà poi rivalersi sull’agricoltore che gli fornisce la materia prima. L’imprenditore confessa di aver partecipato più per capire come funziona che per reale volontà di vendere il prodotto. “La mia è un’azienda piccola, che non ha l’economia di scala per aggiudicarsi un’asta di questo tipo”. Ma non si stanca di denunciare la pratica, nonostante il suo uscire allo scoperto possa creargli qualche problema con gli operatori della grande distribuzione organizzata (gdo), che controllano il canale di vendita dei suoi prodotti. “È importante gettare luce su questo meccanismo perverso perché schiaccia tutta la filiera”. Sì, perché l’industriale che vende sotto costo dovrà poi rivalersi sull’agricoltore che gli fornisce la materia prima. Nel caso specifico del pomodoro, le aste si fanno in primavera, prima cioè che ci sia il prodotto e soprattutto prima che i rappresentanti dell’industria di trasformazione e quelli degli operatori agricoli abbiano chiuso il contratto che stabilisce il prezzo di vendita. Così, l’industriale vende al buio un prodotto che non ha e che non sa ancora quanto pagherà. A quel punto, cercherà di chiudere il contratto al prezzo che la gdo ha già stabilito in anticipo con le aste, senza tenere in alcun conto la situazione reale sul terreno. “In un certo senso con le aste online, l’industriale vende la pelle del contadino”.

“Siamo alla guerra tra poveri”. A circa 200 chilometri di distanza da Buccino, nelle campagne del Tavoliere della Puglia che d’estate si colorano di rosso del pomodoro da industria, Raffaele Ferrara ha parole altrettanto dure: “Vent’anni fa, quando c’era la lira, noi agricoltori ricevevamo 200 lire al chilo per il pomodoro. Oggi lo dobbiamo vendere all’equivalente di circa 150 lire. Perché la grande distribuzione vuole spuntare prezzi sempre più bassi”. Direttore dell’azienda agricola La Palma, che ha diverse decine di ettari coltivati a pomodoro a Lesina, nel basso Gargano, Ferrara è nel settore da almeno trent’anni. Ha visto l’evoluzione dei prezzi, il crollo del valore e, sia pure da un anello più a valle della filiera, lo sviluppo delle nuove pratiche d’acquisto della grande distribuzione. “Fanno delle aste su internet, in cui abbassano il prezzo a livelli insostenibili. Così, poi, gli industriali si rifanno su di noi”. Ferrara è sconsolato. Si dice pronto a smettere. “Ma che ne sarà di questa terra?”, si domanda. “La gdo fa questo per vendere una scatola di pelati a 70 centesimi invece che a 90. Intanto distrugge un’intera economia. Qui siamo alla guerra tra poveri”. Molto diffuso in altri paesi, il meccanismo delle aste è ormai prassi comune anche in Italia. Secondo uno studio presentato alla fiera Marca di Bologna nel gennaio scorso, il nostro paese si sta allineando alla media estera: in Italia si ha un’incidenza delle aste di circa il 50 per cento sui discount e poco meno sulle catene classiche della grande distribuzione.

Ci sono le diverse quantità di prodotti e il prezzo unitario a cui si devono vendere. Chi fa l’offerta più bassa, vince. “La diffusione delle aste è uno strumento utilizzato da alcune catene per velocizzare le transazioni e che parte da un dato oggettivo: la grande distribuzione ha maggiore forza negoziale dei fornitori. Questi si devono adeguare”, sostiene un ex operatore che ha lavorato per diversi gruppi e che non vuole essere citato per nome. “In generale”, continua, “è una prassi non molto equa, in cui la grande distribuzione organizzata esercita in modo eccessivo il suo potere”. Ma chi convoca queste aste? Spesso sono le cosiddette supercentrali europee, mega-alleanze tra grandi catene distributive di vari paesi, a guidare il negoziato. È il caso per esempio di Coopernic, la grande centrale con sede a Bruxelles di cui fa parte anche il gruppo Coop Italia. Il capitolato d’asta è molto complicato. “Si impiegano due o tre giorni a riempire tutte le carte”, racconta Franzese. Ma il principio è semplice: ci sono le diverse quantità di prodotti e il prezzo unitario a cui si devono vendere. Chi fa l’offerta più bassa, vince. “Ma spesso è una vittoria di Pirro. Perché subito dopo comincia la parte difficile: riuscire a garantire la consegna del prodotto a quei prezzi irrisori”.

In Francia è stato regolamentato. Tra i grandi gruppi presenti nel mercato della grande distribuzione organizzata in Italia, sono in molti a usare le aste. Ci sono i discount come Eurospin e Lidl, oltre ai gruppi francesi (Carrefour e Auchan) e, tra gli italiani, Coop Italia. Conad, Esselunga e Unes la ritengono una prassi non in linea con i loro princìpi. Abbiamo chiesto a tutti dettagli sulla pratica delle aste ma avere una risposta non è stato semplice. Molti hanno preferito non rispondere. Eurospin si è limitata a un laconico “non siamo interessati ad aderire all’iniziativa”. Lidl e Carrefour hanno lasciato inevase le domande dopo un primo contatto telefonico e diverse sollecitazioni. Unica eccezione in questo mare di silenzio, Coop Italia. Nella sua risposta, il primo gruppo italiano della gdo puntualizza che “l’asta online non è una pratica diffusa in Coop, è adottata in casi eccezionali, opportunamente selezionati, e solo per le forniture di prodotto da primo prezzo”, ovvero quei prodotti con il prezzo più basso di quella categoria. Tale pratica, sempre secondo Coop, permette “di avere uno stato delle quotazioni del mercato in breve tempo, grazie alla velocità di raccolta delle informazioni necessarie alla valutazione dell’offerta di prodotto, in termini qualitativi e di prezzo”. In conclusione, il gruppo ammette alcune criticità dello strumento e si impegna “a condividere tale tematica con altri partner europei della grande distribuzione”. Quali siano le dimensioni del fenomeno è difficile da dire, vista la totale assenza di trasparenza da parte della gdo a voler fornire risposte su questo. Per gli addetti del settore è una pratica in crescita che presenta notevoli criticità. Si tratta di “una modalità di approvvigionamento considerata molto negativamente non solo per il suo impatto sui margini, ma per le implicazioni che può avere quando i capitolati, mal definiti, lasciano aperte aree grigie in merito alla qualità dei prodotti”, analizza lo studio presentato a Marca. Ma è possibile porre un argine legale a questa pratica? In quanto meccanismo di scambio business-to-business, la regolamentazione è meno stringente di quella che riguarda i rapporti con i consumatori. Molti operatori del settore, anche quelli che più risentono di questo tipo di contrattazioni elettroniche, ritengono che una regolamentazione sarebbe bocciata dall’antitrust perché violerebbe le regole del libero mercato. Visto lo sconforto dei fornitori, e gli stessi dubbi di grandi operatori della gdo, forse un intervento legislativo sarebbe utile anche in Italia. Eppure, in Francia è stato fatto. In seguito a un dibattito che ha attraversato l’opinione pubblica subito dopo la comparsa di questo strumento, nell’agosto del 2005 l’assemblea nazionale ha approvato una legge (la legge Jacob) tesa a inquadrare le “enchères électroniques inversées” (aste elettroniche inverse). Nel testo si stabiliscono alcune norme che aumentano la trasparenza nelle contrattazioni, sanzionano la possibilità di introdurre partecipanti falsi per far abbassare i prezzi. E, soprattutto, stabiliscono che le aste online non possono essere uno strumento per trovare prezzi più concorrenziali rispetto ai fornitori storici, a cui deve essere dato un congruo preavviso per la rottura della relazione. Dopo questo intervento, l’incidenza delle aste nel settore alimentare è sensibilmente calata, insieme alle lamentele dei fornitori che avevano sollevato il caso. Visto lo sconforto dei fornitori, e gli stessi dubbi di grandi operatori della gdo, forse un intervento legislativo in questo senso sarebbe utile anche in Italia. In modo da restituire valore a una filiera e respiro a un’economia agricola che appare sempre più in affanno.

Non è lavoro, è sfruttamento. Il libro di Marta Fana venerdì a Laterzagorà, scrive Giuseppe D’Onofrio il 12 aprile 2018 napolimonitor.it. Sarà presentato venerdì 13 aprile, alle ore 17,30, alla libreria LaterzAgorà (Teatro Bellini / via Conte di Ruvo, 14) il libro di Marta Fana: Non è lavoro, è sfruttamento. Ne discuteranno con l’autrice Antonio Di Luca (operaio Fiat Pomigliano, delegato Fiom), Paolo Frascani (storico), Enrico Pugliese (sociologo). Disintegrazione della grande impresa verticalmente integrata, frammentazione e dispersione geografica delle attività produttive, subappalto organizzato e organizzazione reticolare della produzione, precarizzazione del lavoro, frammentazione della classe lavoratrice e delle sue forme associative. La ristrutturazione del capitalismo ha progressivamente allargato lo spazio di dominio delle imprese e assecondato la smania del capitale nel ricercare soluzioni spaziali e temporali profittevoli. Nella maggioranza dei paesi industriali avanzati, negli ultimi trent’anni, questa ristrutturazione economico-produttiva è andata di pari passo con lo smantellamento del complesso dei diritti dei lavoratori. Il lavoro ha subito profonde trasformazioni e i suoi rapporti di forza con il capitale sono stati ridisegnati dal continuo spostamento dell’asse delle tutele dai lavoratori alle imprese. I risultati sono sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di vedere: sfruttamento, impoverimento, informalità, ritorno del cottimo. A consegnarci un ritratto della nuova classe operaia italiana senza fabbrica è Marta Fana nel volume Non è lavoro, è sfruttamento edito da Laterza. L’autrice analizza il duro attacco sferrato dal capitalismo alla classe lavoratrice italiana. Il campo di battaglia in cui si cala per raccontare scontri e feriti è un mercato del lavoro che a colpi di leggi e provvedimenti, dal pacchetto Treu al Jobs Act, è stato progressivamente deregolamentato, flessibilizzato e reso funzionale agli interessi economici delle imprese. La ridefinizione del complesso dei vincoli relativi ad assunzioni e licenziamenti e la liberalizzazione dei contratti a termine sono stati gli obiettivi principali di politica del lavoro perseguiti negli ultimi trent’anni da governi di diverso colore politico alla scopo di frammentare, disciplinare e impoverire la classe lavoratrice. Il volume contribuisce al dibattito sulle trasformazioni del lavoro contemporaneo tracciando profili e caratteristiche dei membri di una nuova formazione proletaria. Questi nuovi proletari d’Italia, quando non arruolati nell’esercito dei disoccupati, o costretti a emigrare e lavorare come lavapiatti e camerieri nei ristoranti di mezza Europa, vengono assunti dalle agenzie di somministrazione e affittati per poche ore dai colossi della grande distribuzione organizzata; lavorano a voucher come saldatori, a nero nei bar e nelle pizzerie, a rimborso spese nelle biblioteche comunali e a gratis nei fast-food dell’alternanza scuola-lavoro. Negli ospedali, nelle università, negli uffici pubblici e nelle scuole, i loro contratti e le loro retribuzioni sono legate alle offerte al ribasso delle cooperative a cui il settore pubblico appalta sempre più servizi e sfruttamento. Nell’edilizia lavorano come cottimisti a partita iva e sono pagati a “metro quadrato lavorato” dalle imprese che ottengono gli appalti. Nei call center, invece, la loro paga a cottimo viene calcolata da un contatore che misura solo ed esclusivamente il tempo effettivo di conversazione avuta con il cliente, il cosiddetto talking, tenendo fuori il tempo dello squillo e quello impiegato per contattarlo. Nei grandi cantieri, dove le lunghe catene di subappalti gestite da ex aziende a partecipazione statale hanno come anello terminale piccolissime imprese, la loro paga oraria si trasforma in “globale” e contiene al suo interno ferie, tredicesima, malattia, permessi. Nelle città i nuovi proletari girano su bici e motorini per tre euro a consegna e, quando non lo fanno in nero, lo fanno come lavoratori autonomi, senza comunque nessun diritto. Nei magazzini, sotto ricatto e con paghe da fame, sistemano e distribuiscono le merci prodotte da altri sfruttati nelle reti di subfornitura internazionale capeggiate dai grandi gruppi multinazionali. Se ricatto, sfruttamento, subalternità, precarietà, assenza di tutele, povertà, sono gli elementi che accomunano le nuove figure del lavoro contemporaneo, mai come ora emerge la necessità di un contrattacco organizzato da parte di tutte quelle forze politiche e sociali per le quali il lavoro rappresenta ancora uno strumento di emancipazione e non una mera variabile economica del costo d’impresa.

VOLONTARIATO ED IDEOLOGIA: CAPORALATO E LAVORO NERO. SFRUTTATI A FIN DI BENE.

Quegli sfruttati a fin di bene non indignano nessuno, scrive Giuseppe Marino, Martedì 5/09/2017, su "Il Giornale". «Ciao, posso farti una domanda?», esclamano i ragazzi con la pettorina colorata e la cartellina in mano. Chi non dubita che il fine giustifichi i mezzi, non troverà il fenomeno dei dialogatori scandaloso. Ma è difficile che tra i seguaci di Machiavelli si iscrivano dirigenti di organizzazioni come Unhcr e Unicef, di solito assai pronti a condannare i mezzi altrui. Nulla di nuovo sotto il cielo: è la classica trappola del moralista, che avvista ogni pagliuzza ma si fa sfuggire volentieri le travi nei propri occhi. Colpisce però il silenzio che accompagna la particolare forma di precariato raccontata in questa inchiesta del Giornale. Certo, i numeri sono inferiori a quelli dei call center, ma non sono poi così marginali. Ogni grande organizzazione solidale sguinzaglia in giro per piazze e aeroporti qualche centinaio di ragazzi. Per qualcuno è un modo come un altro per portare a casa qualche euro in mancanza di meglio. Altri credono davvero di entrare nello splendente mondo della solidarietà e invece si ritrovano sbattuti in strada a usare le stesse tecniche di marketing persuasivo di qualunque venditore, ma condite con una generosa spruzzata di senso di colpa, insinuato nel potenziale donatore con una domanda ben studiata: «Pensi che sia normale che nel 2017 ci siano ancora bambini che muoiono di fame?». Niente di illegale, ovviamente. Certo gli annunci che offrono contratti di «Co.Co.Co» che praticamente non esistono più, non sono il massimo della trasparenza. E, perlomeno, quando è direttamente la Ong a reclutare l'aspirante dialogatore, a fianco della forte spinta all'uso di tecniche di marketing pare si cerchi di mantenere vive anche motivazioni più genuine. Resta l'estrema precarietà di un lavoro che difficilmente porterà a sbocchi migliori. Ed è strano che l'ondata di indignazione per il lavoro alienante nei call center, di cui il regista Paolo Virzì si fece cantore con il suo retorico Tutta la vita davanti, non abbia nemmeno sfiorato il fenomeno dei dialogatori. Indice della benevolenza a prescindere di cui godono i giganti della beneficenza. Ma anche segno dei tempi (bui): oggi i call center si sono trasferiti in Albania. E noi rimpiangiamo quei posti di lavoro perduti.

Boldrini, capito quelli di Unicef e Uhncr? Pagano una miseria i loro giovani dipendenti, scrive il 6 Settembre 2017 "Libero Quotidiano". Raccolgono soldi, offerte e adesioni per dare un futuro ai più sfortunati del pianeta, ma intanto Uhncr e Unicef pagano una miseria i loro giovani collaboratori. Quelli, per intendersi, che invadono le città italiane con la pettorina blu e un bel pacchetto di depliant e fogli da far firmare ai passanti per ottenere un bonifico (meglio se stile abbonamento mensile) a supporto delle loro attività in Africa, Asia e zone di guerra. Come ha fatto notare il Giornale, nelle offerte di lavoro di questo tipo si richiede ai candidati un curriculum e soprattutto grandi motivazioni ideali ma non si fa cenno a compensi, rimborsi spese e modalità di lavoro. "La prima formazione preventiva - spiegano dai centralini - è a cura di Unchr ed è quella meno importante, perché ti parlano soltanto delle questioni etiche, e poi ce n'è una seconda più pratica a cura di OmGroup in cui ti istruiscono su cosa vendere ai clienti e in che modo, con quali modalità approcciare, che tonalità di voce e quali parole usare". Il no profit per quello che è: vendita porta a porta. Gli addetti alle vendite, "i dialogatori", una volta lasciato il posto sono i più critici riguardo alle "condizioni lavorative discutibili", visto che il "rimborso" ammonta a circa 500 euro, più eventuali bonus in base a quanti nuovi contratti si portano a casa e al loro "peso". Eppure, spiegano gli ex pentiti, ci sarebbe un trucchetto: "Le remunerazioni sono commisurate ai risultati raggiunti, che quasi mai vengono ritenuti sufficienti".

Otto ore al giorno a 500 euro. Vita da precari delle Onlus. Li chiamano "dialogatori": ecco cosa c'è dietro ai cacciatori di beneficenza con le pettorine colorate, scrive Antonio Borrelli, Martedì 5/09/2017 su "Il Giornale". «L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), cerca un dialogatore nell'aeroporto bergamasco di Orio al Serio». È un annuncio invitante, a prima vista, quello che si presenta sul sito internet della «OmGroup», società che gestisce l'assunzione di collaboratori per alcune organizzazioni umanitarie curandone l'intero processo di selezione, formazione e inserimento dei collaboratori. «Un progetto esteso su tutto il territorio, che vanta 400 punti vendita e oltre 1000 tra venditori e promoter, per una rete di competenza e professionalità al servizio dei giovani e della produttività firmata Italia», è questo il messaggio di presentazione che si legge online. D'altronde, l'idea di lavorare per un ente prestigioso come Unicef spinge ogni anno centinaia di giovani a tentare di entrare nel mondo del terzo settore. La trafila è quella classica: è necessario rispondere all'annuncio di lavoro inviando un curriculum, all'interno del quale deve essere riservata particolare attenzione alle motivazioni della scelta, più che all'esperienza maturata. Tuttavia colpisce sin da subito la totale assenza di informazioni che possano agevolare la scelta: nessun cenno all'entità di compensi, rimborsi spese o modalità di lavoro, e perlopiù il risicato avviso fa nascere alcuni interrogativi sul tipo di contratto che eventualmente si andrebbe a sottoscrivere. Per avere maggiori informazioni sull'offerta di lavoro, entro perciò in contatto con l'ufficio «recruitment» dell'azienda, dal quale rispondono alle domande a metà tra lo stupore e il fastidio: in caso di avvenuta selezione, il candidato dovrà sottoporsi in un secondo momento a due colloqui conoscitivi e a due giornate di preparazione. «La prima formazione preventiva - riferiscono ai centralini - è a cura di Unchr ed è quella meno importante, perché ti parlano soltanto delle questioni etiche, e poi ce n'è una seconda più pratica a cura di OmGroup in cui ti istruiscono su cosa vendere ai clienti e in che modo, con quali modalità approcciare, che tonalità di voce e quali parole usare». E di fronte al silenzio basito proveniente da questa parte della cornetta, il telefonista prosegue: «Sai, è vero che parliamo di no-profit, ma sostanzialmente si tratta di vendere prodotti». Proprio così. In gergo, il tipo di mansione si chiama «fundraising face to face» e prevede un'opera di sensibilizzazione diretta in piazze, stazioni ferroviarie, aeroporti e nei pressi di eventi delle grandi città italiane, alla ricerca di potenziali sostenitori disposti a sottoscrivere un impegno a donare. Adornati di pettorine colorate e di cartelline, i dialogatori sono quelle figure incaricate di motivare persone a sostenere i progetti delle organizzazioni no-profit attraverso contributi (che loro non incassano direttamente). Negli anni lo strumento del face to face si è trasformato in una vera e propria àncora di salvezza per le Ong, le cui donazioni provengono - con differenze tra le singole organizzazioni - fino anche al 70-80% proprio dai contatti in strada. Ad esempio, soltanto nel 2014, su 14,4 milioni di euro raccolti dall'Unicef Italia, i due terzi provenivano da persone incontrate dai dialogatori. Proprio come nel caso di Unchr, spesso le Ong si affidano ad aziende specializzate per il reclutamento. Esiste un intero universo di società per la promozione degli enti umanitari; RcCompany, Xena Marketing, Ftdm, Pacificgroup, Luna Marketing, Jumbo sono solo alcuni nomi che più spesso circolano nell'ambiente. E non è difficile imbattersi in una marea di giudizi negativi denunciati da centinaia di ex dialogatori, che parlano di «condizioni lavorative discutibili». Intanto dal recruitment informano che «il rimborso (che non viene mai chiamato «compenso» ndr) ammonta a circa 500 euro, a cui vanno ad aggiungersi eventuali provvigioni». Si è meritevoli di bonus sulla base delle donazioni che si riesce a portare a casa, ma i «premi» sono proporzionati al tipo di abbonamento fatto sottoscrivere al donatore: più è alto il contributo, maggiore sarà il bonus. Eppure chi ha fatto questo lavoro è pronto a giurare che «non è mai così, le remunerazioni sono commisurate ai risultati raggiunti, che quasi mai vengono ritenuti sufficienti».

Ci dicevano: "Le piccole donazioni? Ridicole". L'esperienza di Martina: «Lavorare per queste agenzie è come vendere al mercato», scrive Martedì 5/09/2017, su "Il Giornale". «Sono rimasta molto delusa dal mondo del no-profit, dietro il quale si nascondono tante persone senza scrupoli, che non nutrono alcun interesse per i contenuti per cui raccolgono i fondi». A parlare è Martina, ex dialogatrice di Ong, che si dice profondamente disillusa da quella realtà. La giovane romana, che come altri ragazzi ha inseguito il sogno di iniziare una carriera nella cooperazione partendo dal gradino più basso scontrandosi con una realtà molto diversa da quella immaginata, è un fiume in piena e sembra quasi che aspettasse di poterne parlare e liberarsi. «Di solito i ragazzi non durano più di qualche mese, perché difficilmente si riesce a raggiungere il numero di contratti firmati richiesti, ma tanto poi c'è sempre qualcuno che prende il tuo posto, il ricambio è continuo. Così, ogni volta si ricomincia da capo con ragazzi nuovi e forse sempre meno coinvolti e appassionati alle tematiche della cooperazione. E questo lavoro, svuotato di contenuto, è un po' come vendere ad uno stand del mercato della frutta». La visione aziendale del face to face, poi, non sembra essere molto diversa da quella che viene inculcata nei call center, ennesimi tetri luoghi di lavoro in cui l'inventario dei riti motivazionali per garantire migliori prestazioni è variegato e stravagante. «In alcuni briefing quotidiani - continua la venticinquenne - i responsabili parlavano di quanto fosse bello fare soldi ed ottenere grosse donazioni, a dispetto delle più piccole definite ridicole». A dire il vero, il mondo dei telefonisti e quello dei dialogatori sembrano speculari varianti di una nuova concezione di lavoro, in cui è necessario l'utilizzo strumentale dell'empatia, richiesta come dote da affinare per convincere più che per sensibilizzare. «Sarebbe bello fare ciò in cui si crede coscientemente e farlo nel terzo settore - confessa Martina - Ho conosciuto anche altri ragazzi che fanno o hanno fatto il mio stesso lavoro e insieme ci siamo confrontati trovando alcune sostanziali differenze. La principale è che quando non c'è il contatto diretto con le agenzie, difficilmente qualcuno viene emarginato per scarsi risultati o spinto a migliorarli, rendendo così molto più autentico ed etico il lavoro che si svolge. In tutti gli altri casi, però, la situazione è molto diversa».

Benvenuti nell’era del lavoro senza stipendio (per i giovani, ovviamente). Secondo Accenture, 8 giovani laureati su 10 sono disposti ad accettare un lavoro gratis. Non sono incidenti di percorso, è una tendenza che le aziende conoscono bene. E usano senza fare troppi complimenti, scrive Flavia Perina il 15 Giugno 2017 su "L'Inkiesta". “Lavorare gratis, lavorare tutti” dice il sociologo Domenico De Masi, uno dei nuovi guru del Movimento Cinque Stelle, che su questa idea ci ha fatto pure un libro di 300 pagine, spiegandoci che l'improvvisa irruzione sul mercato di mano d'opera gratuita farebbe saltare il mercato e obbligherebbe a ridistribuire mansioni, orari, stipendi. Il fatto è che il lavoro gratis è già ampiamente diffuso, senza – pare – nessuna conseguenza rivoluzionaria. La società Accenture, multinazionale americana di consulenza alle imprese, il 14 giugno scorso ha diffuso una ricerca illuminante: l'83 per cento degli interpellati (tutti studenti universitari) «è disposto ad accettare un tirocinio non retribuito dopo la laurea in caso non sia disponibile un lavoro a pagamento». E una analoga percentuale questo lavoro gratis lo farebbe pure trasferendosi all'estero, cioè accollandosi spese non indifferenti per sopravvivere lontano dalla famiglia. Implicito il consiglio alle aziende: perché pagare i giovani italiani quando sono disposti a lavorare senza salario? L'analisi della multinazionale ci spiega come mai, da un paio di anni a questa parte, le offerte di lavoro gratuito anche per personale qualificatissimo si sono moltiplicate. Non è cialtroneria dei singoli, cinismo, vocazione allo sfruttamento, ma una tendenza di largo respiro, frutto di analisi molto precise sul livelli di «flessibilità» estrema – la definizione è di Accenture – raggiunto dai laureati del nostro Paese negli anni della crisi: pronti non solo a spostarsi, ad accettare formule contrattuali di fantasia, a rinunciare ai contributi, alla previdenza, alle ferie pagate, ma disponibili pure a cancellare almeno per un po' l'essenza stessa di ogni rapporto di lavoro: la retribuzione. Il lavoro a costo zero si fa strada ovunque: vedi il clamoroso caso della Biblioteca Nazionale con i dipendenti “a scontrino” ai centri estivi per bambini, dove il personale specializzato è via via sostituito da volenterosi ragazzi. Dunque, è perfettamente in linea con le nuove tendenze lo «studio tecnico con progetti attivi in Italia, Francia e Nuova Caledonia» che cerca un giovane bilingue che sappia fare praticamente tutto nel campo della comunicazione e dei social – video, testi, pubblicità, spot e pure gestione di campagne pubblicitarie e pianificazione – ma vuole pagarlo solo in un futuro indeterminato, quando «in base ai risultati raggiunti» sarà valutata la «possibilità di assunzione». E si giudicherà addirittura benemerita l'azienda di Grugliasco dileggiata sui social perchè proponeva 23 euro al giorno per sei mesi a un «ingegnere edile trilingue laureato col massimo dei voti e disposto a trasferte». A sentire Accenture quell'ingegnere poteva averlo gratis: che gli abbiano proposto il corrispettivo di due pasti da Mc Donald's ogni giorno è già grasso che cola. C'è un sindacato, l'Inarsind, che tempo fa provò a organizzare su Facebook un Osservatorio chiedendo a ingegneri e liberi professionisti di segnalare le loro storie di tecnici non pagati (contro l'articolo 36 della Costituzione che recita: «Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro»). Ne uscirono fuori storie spericolate. La più estrema è quella dello stadio di Pisa. Serviva il lavoro di molti geometri e si procedette così: ai giovani diplomati fu proposta l'iscrizione (a pagamento: 600 euro cadauno) a un corso di formazione, nel corso del quale avrebbero svolto il “lavoro di fatica” necessario alla progettazione. Oppure l'idea meravigliosa del Comune di Battipaglia, che per fare il nuovo Piano Regolatore arruolò con regolare bando un gruppo di volontari, «laureati in Ingegneria civile, edile, ambientale e informatica», disponibili a «partecipare e fornire gratuitamente» il proprio contributo. L'idea meravigliosa del Comune di Battipaglia, che per fare il nuovo Piano Regolatore arruolò con regolare bando un gruppo di volontari, «laureati in Ingegneria civile, edile, ambientale e informatica», disponibili a «partecipare e fornire gratuitamente» il proprio contributo. A Roma l'amministrazione Cinque Stelle ha affidato al volontariato gratuito persino gli spettacoli di piazza dell'ultimo Capodanno. E il lavoro a costo zero si fa strada ovunque: dal clamoroso caso della Biblioteca Nazionale con i dipendenti “a scontrino” ai centri estivi per bambini, dove il personale specializzato è via via sostituito da volenterosi ragazzi che si accontentano di una citazione per il curriculum o di vaghe promesse per il futuro («Quest'anno fai esperienza, poi magari il prossimo ti paghiamo»). Fino a un paio di anni fa contro questa tendenza c'era qualche segnale di rivolta. Una meritoria campagna intitolata «CoglioneNo» spopolò denunciando l'abuso del lavoro intellettuale – grafici, giornalisti, media manager, animatori – pagato in «visibilità». Uno sforzo inutile, visti i risultati: quando 8 laureati su 10 sono pronti a lavorare gratis, dopo percorsi di studio anche faticosi e spesso comprensivi di stage di formazione, perché qualcuno dovrebbe pagarli?

Abbiamo ricevuto e pubblichiamo, per dovere di cronaca, una rettifica da parte dell'avv. Simone Negro concernente i fatti riguardanti l'architetto Gino Zavanella.

Volontariato o sfruttamento? Si Chiede il 10 settembre 2016 "Ofelia". Dicono che la crisi del lavoro stia finendo.

Chi, i cugini di Nostradamus? No, gli esperti. Di cosa non si sa, però si dice che la crisi stia passando e che stiano nascendo nuovi posti di lavoro. Non voglio intavolare qui una discussione che risulterebbe eterna sul fatto che contratti come “a chiamata”, “garanzia giovani”, “lavoro in prova”, “co. co. co.” (coccodè) e altri non sono garanzia di lavoro: dispiace essere stronza, ma l’unica garanzia di lavoro è il caro, vecchio, noioso e rassicurante POSTO FISSO. Lo dice anche Checco Zalone: voglio fare il posto fisso. Come dargli torto? A dirla tutta però in Italia dilaga un fenomeno bello, nobile, che però può essere insidioso come una spada a doppio taglio. Il volontariato. Allora premetto che io pratico volontariato perché mi piace e mi fa stare bene, ma lo pratico compatibilmente con gli orari di lavoro, dal momento che naturalmente prima viene il lavoro. Invece coi giovani il discorso è diverso: al posto di un lavoro retribuito, si offrono posti da volontari che portano via lo stesso tempo e impegno di un lavoro a tutti gli effetti. I figli di una mia collega sono volontari di CRI, solo che come dice Caterina, non li vede più. A questi ragazzi si chiedono 8/10 ore di volontariato per volta, con corsi di aggiornamento e disponibilità totale a coprire turni che a volte sono davvero impossibili. E la CRI è solo una delle tantissime associazioni che fa questo discorso. A casa mia questo “volontariato” si chiama lavoro. Se fossimo all’estero i figli di Caterina sarebbero paramedici e verrebbero stipendiati, unendo così al piacere di aiutare il prossimo anche una giusta retribuzione. In Italia no. In Italia ci sono moltissime Associazioni (in genere no profit), volte alla produzione di beni e servizi a destinazione pubblica o collettiva, basate su persone che ad esse dedicano volontariamente e senza retribuzione tutto o parte del proprio tempo. Tali Associazioni vengono comunemente chiamate con il nome di “Terzo Settore”.

Considerate tutte insieme ed escludendo tutti i loro dipendenti stipendiati, è stata stimata nell’anno 2010 una base di circa 6,5 milioni di persone di età superiore ai 14 anni coinvolta in varia misura e con vario impegno temporale nelle attività di volontariato. Parallelamente è evidente come il Terzo settore e in generale il mondo del Volontariato, sia cresciuto in maniera massiccia, sia in termini numerici che economici, per compensare il continuo disimpegno da parte dello Stato. È giusto che il volontariato prenda il posto del lavoro? No, mi dispiace, e non si tratta di essere cattivi. Il volontariato è un’attività spontanea, che deve impegnare solo quanto del proprio tempo una persona si sente di dare, senza che diventi l’attività primaria. Altrimenti, caro Stato, bisogna parlare di lavoro. Bisogna mettersi in testa una cosa: ingannare i giovani con false speranze, ipotetiche retribuzioni che non arrivano mai e chiedere una prestazione gratuita della propria opera non nobilita l’animo dei ragazzi disoccupati, gli fa solo girare i santissimi. E provate a dare loro torto.

Meno welfare, l’Italia è una repubblica fondata sul volontariato, scrivono Franco Vespignani & Eleonora Farneti il 16 dicembre 2012 su "Il Fatto Quotidiano". Franco Vespignani & Eleonora Farneti Esperti di statistica. “Oggi in Italia le prestazioni dello Stato sociale sono assicurate dalla famiglia e dal Volontariato”. Questa affermazione si sente ormai in maniera sempre più insistente e frequente. Ma è vera o è solo una percezione diffusa non basata tuttavia su dati reali? Lasciamo da parte il primo termine del binomio perchè il tema della famiglia, del sostegno familiare, delle dinamiche tra giovani e anziani, tra redditi e rendite è molto articolato e arduo da dipanare e puntiamo, invece, la nostra attenzione sul mondo del Volontariato. Prima di tutto dobbiamo capire bene cosa intendiamo definire con questo termine. In Italia ci sono moltissime Associazioni (in genere no profit), volte alla produzione di beni e servizi a destinazione pubblica o collettiva, basate su persone che ad esse dedicano volontariamente e senza retribuzione tutto o parte del proprio tempo. Tali Associazioni vengono comunemente chiamate con il nome di “Terzo Settore”. Considerate tutte insieme ed escludendo tutti i loro dipendenti stipendiati, è stata stimata nell’anno 2010 una base di circa 6,5 milioni di persone di età superiore ai 14 anni coinvolta in varia misura e con vario impegno temporale nelle attività di volontariato. E’ interessante osservare come nel decennio 2001 – 2010 l’andamento del numero di Volontari (Tabella1) abbia registrato un incremento di circa 1,2 milioni di unità, pari al 17,9%, nonostante che in alcuni anni (2002, 2006, 2008) si sia verificato un lieve decremento rispetto all’anno precedente. La sensibilità verso il fenomeno del Volontariato rivela una diversa intensità in Italia e analizzando i dati delle tre aree geografiche, in cui si ripartisce il Paese, risulta in modo evidente che, per tutti i 10 anni considerati, essa è molto più diffusa nel Nord e decresce man mano che si passa dal Centro al Sud. In tali anni, difatti, l’incremento dell’Indice di penetrazione dei volontari rispetto alla popolazione oltre i 14 anni delle diverse grandi Ripartizioni geografiche italiane (Tabella 2) evidenzia, non solo, una partecipazione del Meridione all’incirca pari alla metà di quella che si manifesta nel Settentrione e un Centro baricentrico rispetto alle precedenti due aree, ma anche linee tendenziali di crescita che determinano una situazione di sviluppo generale  del fenomeno a livello Italia nel periodo considerato (+ 1,6 punti), ma  a ritmi differenziati tra Nord (2 punti), Centro ( 1,7 punti) e Sud (1 punto), senza una modificazione del gap tra aree, che rimane invariato nell’arco dei 10 anni di osservazione. Dall’ultimo Censimento Istat sul Terzo Settore del 2003 (è attualmente in corso un analogo Censimento per gli anni dal 2004 al 2012), risulta che l’età media dei Volontari tende a salire. Così, mentre il peso delle due classi di età comprese tra 30 e 54 anni e oltre i 54, dal 1995 al 2003 passa, rispettivamente, dal 39,3% al 41,1% e dal 30,4% al 36,8%, la fascia di coloro che si collocano al di sotto dei 30 anni scende dal 30,4% al 22,1%. Sempre nell’ambito di tale Censimento è anche interessante vedere (Tabella 3) come è distribuito il numero delle associazioni di volontariato in funzione delle specifiche finalità per le quali esse operano. Come si può osservare, la maggior parte delle Associazioni è concentrata nei settori della Sanità e dell’Assistenza sociale e, nell’arco di tempo esaminato, il peso di queste due categorie è in diminuzione rispetto alle altre che sono, invece, in crescita. Inoltre, il numero totale delle associazioni è cresciuto da 8.343 a 21.021 con un incremento di circa il 152%, in appena 8 anni, confermando come il Volontariato stia sempre più assumendo un ruolo significativo nel settore sociale. Parallelamente a quanto sta accadendo nel mondo del Volontariato, nella gestione dello Stato Sociale si sta, invece, verificando un progressivo e sempre più netto disimpegno da parte delle Istituzioni pubbliche, sia a livello centrale che periferico. Dall’esame della successiva Tabella 4 risulta evidente come nel periodo dal 2001 al 2012 il totale degli stanziamenti per i vari Fondi è in netto calo passando da 1.115 milioni a 193 milioni, con un decremento di circa l’83%. E’ interessante notare come tale tendenza a decrescere abbia subito una notevole inversione di segno solo negli anni dal 2006 al 2007. Un’ulteriore conferma di tale tendenza è possibile riscontrarla negli stanziamenti per le prestazioni di tutela contro la povertà (es. assegni sociali, bonus incapienti, fondo usura) che, negli anni dal 2007 al 2009, sono passati da 7.127 a 5.562 milioni con un decremento pari al 22% (fonte: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – nota sull’analisi della spesa sociale in Italia). In conclusione, come si evince dai dati disponibili e qui riportati, nell’ultimo decennio è iniziata una progressiva e sempre più accelerata tendenza ad un disimpegno da parte dello Stato nei confronti degli interventi a sostegno della parte più disagiata della popolazione e dei settori che fanno tradizionalmente parte del cosiddetto Stato sociale. Parallelamente è evidente come il Terzo settore e in generale il mondo del Volontariato, sia cresciuto in maniera massiccia, sia in termini numerici che economici, per compensare il continuo disimpegno da parte dello Stato. Ne consegue, quindi, che l’affermazione riportata all’inizio di questo Articolo non è solo una semplice percezione diffusa, ma un dato di fatto tangibile e reale che, con il passare degli anni, sta diventando sempre più vero. Tuttavia, è altresì evidente come l’assenza di un coordinamento nelle attività svolte dal Terzo Settore e l’estrema frammentazione delle associazioni che vi operano, faccia sì che il grande sforzo compiuto dal mondo del Volontariato possa sopperire solo in parte – e forse in modo meno efficiente e efficace di quanto potrebbe – alle carenze e alle lacune lasciate dal progressivo e sempre più veloce disimpegno dello Stato nel prendersi cura dei bisogni sociali degli Italiani. All’articolo ha collaborato Fabio Conte.

Posso parlare male del volontariato? Scrive da Aldo Giannuli l'11 luglio 2015. Sicuramente molti dei pochi che mi leggono staranno storcendo il naso già dal titolo: se c’è una cosa virtuosa, di cui non si può dire che bene, è il volontariato, espressione di altruismo, di senso civico, di dedizione agli ideali. Come si fa a parlare male di una cosa così nobile? Si può, si può…Intendiamoci, non biasimo affatto l’idea in sé di donare proprio tempo ed energie per migliorare la società e soccorrere chi ne ha bisogno. Anzi auspico che molti altri lo facciano, ma nelle forme giuste e non ideologiche, perché il volontariato non può e non deve essere una forma di ideologia del “bene comune”. Il problema è che fare “del bene” (usiamo questa espressione logora ma utile a capirci) non è affatto una cosa semplice e va fatta con il cervello, il “cuore” da solo non basta e spesso fa danni. La giovane cretina che, con la benedizione del Comune, invasata dal sacro fuoco di fare la “cosa giusta” ed armata di pennelli, inizia a ripulire le mura cittadine dagli scarabocchi degli imbrattatori, è capacissima di cancellare un murales che, invece, ha ragione di essere, è gradito dagli abitanti ed ha un suo valore estetico e magari artistico; una così è un pericolo pubblico a cui sarebbe bene proibire di uscir di casa. Il “volontario” che vola in zona di guerra senza nessuna cautela e si fa catturare, obbligando lo Stato a darsi da fare per la sua liberazione e sborsare un ingente riscatto, è un imbecille che andrebbe lasciato nelle mani dei suoi rapitori, così impara. Il soccorritore improvvisato può fare danni ancora peggiori all’infortunato e così via. Quindi, in primo luogo, attività del genere andrebbero sottratte all’improvvisazione, preparate, organizzate. Ma qui scatta una trappola molto più pericolosa: quella del falso volontariato. Nel mondo ci sono i truffatori perché ci sono gli stupidi e così il mondo è pieno di false società benefiche, enti morali, onlus e chi più ne ha più ne metta, che sono nidi di profittatori che lucrano sul lavoro di un branco di deficienti convinti di essere angeli. Ricordo che, nei primi anni novanta ci fu una indagine sulle associazioni di volontari che si occupavano di accoglienza agli immigrati, cosa nobilissima che non può che trovarmi d’accordo. Peccato che poi sia emerso che queste associazioni consumavano l’87% (ho detto ottantasette per cento) delle risorse raccolte fra contribuzioni pubbliche e sottoscrizioni private, per il mantenimento delle proprie strutture e personale, destinando solo il 13% alle attività di accoglienza. Poi, nel caso di volontariato in zone di guerra, la cosa si presta magnificamente ad infiltrare spie, contractors travestiti, contrabbandieri e trafficanti tutto ecc.: una cuccagna per i servizi di intelligence di tutto il mondo. Il che non vuol dire che non esistano organizzazioni che fanno più che dignitosamente il proprio lavoro (Medici senza frontiere, Emergency ecc.) il guaio è che ci sono una valanga di patacche, finte associazioni e simili che sono il veicolo delle peggiori porcherie ed anche le organizzazioni più serie devono guardarsi le spalle dai tentativi di infiltrazione. Esattamente come i missionari (lontani progenitori dell’attuale volontariato) che, durante il colonialismo, hanno edificato scuole, ospedali, centri di formazione professionale, ma sono stati anche l’alibi di copertura alle occupazioni militari, i primi agenti di penetrazione e, spesso, il veicolo di operazioni di spionaggio, di colonizzazione culturale, ecc. Si diceva che dietro il missionario veniva il mercante e, dietro tutti due, il soldato europeo con la sua artiglieria. Se andiamo a fare il calcolo di costi e benefici, siamo sicuri che i missionari abbiano fatto più bene che male? Mi direte che questi sono casi distorti e che non si può giudicare il volontariato dal fatto che c’è chi ne abusa. Il punto è che, al di là delle “sovrapposizioni batteriche” come quelle di affaristi, mafiosi e servizi segreti, ad essere sbagliata è l’idea di fondo del volontariato. Si tratta né più e né meno dell’idea cattolica (magari un po’ spruzzata di filantropia anglosassone) per la quale le sofferenze umane si risolvono attraverso l’impegno caritativo. L’umanità ci ha messo un po’ ma è arrivata alla conclusione che i problemi sociali non possono essere risolti in questo modo, ma attraverso misure politiche. Mi pare che stiamo tornando indietro. Questo non significa che non sia auspicabile prestare la propria attività a puro titolo di solidarietà a chi ne dovesse aver bisogno o per fini sociali, ma che questo deve avere carattere eccezionale, aggiuntivo e non ideologico, senza avere la pretesa di risolvere alcun problema sociale. Mi spiego meglio: se c’è un terremoto o una inondazione è giusto prestare la propria opera di soccorso e spalare fango, ma questo deve affiancare l’opera della protezione civile, non sostituirsi. Il compito principale deve restare alla protezione civile che deve essere efficiente, il lavoro volontario deve essere solo una aggiunta utile, ma non necessaria. Oppure, se c’è un incidente stradale è obbligo morale (e giuridico) di tutti soccorrere gli infortunati in attesa dell’arrivo dell’autoambulanza, ma questo non può diventare un mestiere ed è sbagliato che sulla autoambulanza ci siano volontari: quello deve essere un lavoro regolare e retribuito, per cui sostituirlo con il volontariato, che, per definizione è lavoro non retribuito, diventa una forma inconsapevole di crumiraggio sociale, perché l’amministrazione competente si abituerà all’idea di avere chi fa quel lavoro gratis e non assumerà chi dovrebbe pagare. Sostituire con volontari il personale paramedico di un ospedale o di assistenza agli anziani è un comportamento incivile (sia della direzione dell’ente che dei singoli volontari), perché il cittadino ha diritto all’assistenza e non deve dire grazie a qualcuno che gliela fornisce per buon cuore. Pericolosissimi sono poi i vari “angeli della città”, ronde e simili che pretendono di vigilare sulla sicurezza delle nostre strade: questo è compito delle forze di polizia e di nessun altro. Poi ci sono momenti e situazioni eccezionali, ad esempio l’assistenza medico-chirurgica in teatri di guerra, dove è bene che ci siano ospedali non governativi o comunque legati ad una delle parti in conflitto, che garantiscano, per quanto possibile, l’assistenza a tutti in condizioni di sicurezza. Ma queste sono situazioni, appunto, eccezionali. Il guaio è che molti fanno del volontariato per sentirsi buoni, anzi “i migliori”, per piacersi: una forma di narcisismo fra le più preoccupanti. E molti altri perché amano pensare che i problemi sociali possano risolversi con tanti piccoli gesti individuali. Mi ricordano quelle signore che, negli anni sessanta, si scofanavano di cioccolatini, convinte di risolvere il problema della fame in India, perché mettevano da parte la stagnola in cui erano avvolti, per darla a un qualche ente ecclesiastico che poi la rivendeva a qualche ditta produttrice di lampadine. Manco a dirlo, del ricavato di quelle vendite i poveri affamati indiani non hanno mai avuto notizia alcuna. Il volontariato ideologico? E’ una delle piaghe sociali del nostro tempo. Ci vorrebbe un organismo di volontari che rieducasse con la sufficiente energia questo tipo di volontari…Aldo Giannuli

Sfruttamento della protezione. «La Protezione Civile sei anche tu» (slogan del Dipartimento di Protezione Civile). [Da "Machete" n. 4, luglio 2009]. Di solito arrivano dopo le catastrofi. Il loro compito è quello di vagliare la situazione, di circoscriverne gli effetti, di affrontarne le conseguenze. All’inizio, devono portare soccorso a chi è rimasto vittima degli eventi. Poi, devono ripristinare il ritorno alla normalità, al quotidiano andamento delle cose. Sono i membri della Protezione Civile, di cui in questi giorni si fa un gran parlare. Li lodano in molti, e si capisce il perché. Li criticano in pochi, quasi sempre per la qualità dei loro servizi, e ciò sembra già di cattivo gusto. Il loro operato nei momenti più drammatici, più o meno gratuito e non privo di rischi, nonché i sacrifici cui vanno incontro in simili contesti, non dovrebbero bastare per assicurar loro applausi unanimi e metterli al riparo da ogni sospetto o contestazione? Sì, finché questo loro operato viene guardato con gli occhi dell’emotività, capace di far commuovere e genuflettere di fronte al coraggio e all’abnegazione quali che siano le cause che avallano, gli scopi che perseguono, gli interessi che difendono. Ma se mettiamo da parte il sentimentalismo non possiamo fare a meno di porci due semplici domande: proteggono da cosa? Servono chi? Secondo uno dei più banali e diffusi luoghi comuni in circolazione, a fare parte della Protezione Civile ci sarebbero solo i volontari. Si tratta di oltre un milione di “comuni cittadini”, 350.000 dei quali al verificarsi di una tragedia sono pronti a precipitarsi sul posto per fornire il loro aiuto. La mente va subito agli «angeli del fango» arrivati a Firenze dopo l’alluvione del 1966, o ai volontari giunti in Friuli o in Irpinia dopo i terremoti del 1976 e del 1980. Vale a dire a una mobilitazione spontanea di donne e uomini confluiti nelle zone devastate per prestare soccorso. Niente di più falso. Istituito nel 1992, il Dipartimento della Protezione Civile è un organismo statale posto dall’ottobre 2001 direttamente sotto la Presidenza del Consiglio dei Ministri e coinvolge tutti i livelli amministrativi, centrali e periferici — Stato, Regioni, Province, Comuni, enti pubblici nazionali e territoriali, tutte le organizzazioni pubbliche e private presenti sul territorio nazionale. Operativamente può disporre a proprio piacimento anche del Corpo dei Vigili del Fuoco, di tutte le Forze armate, delle forze di Polizia, del Corpo Forestale, dei servizi tecnici nazionali (Enel, Telecom, ANAS, Trenitalia, Rai), dei vari gruppi nazionali di ricerca scientifica (ISPRA, CNR, ENEA), della Croce Rossa Italiana, delle strutture del servizio sanitario nazionale, della Confraternita delle Misericordie, del Corpo nazionale di Soccorso Alpino. A differenza di molti altri paesi, dove la protezione civile è affidata a strutture pubbliche e ad istituzioni locali più o meno autonome che ricorrono a meccanismi collegiali e “orizzontali” di coordinamento basati su accordi prestabiliti, in Italia essa è in mano all’esecutivo dello Stato centrale e ne coinvolge l’intera organizzazione. Con la classica scusa di «meglio coordinare e distribuire», si può meglio controllare e accaparrare. Quanto ai volontari, devono possedere determinati requisiti, far parte di Associazioni o Gruppi comunali (le OOV, Organizzazioni per il Volontariato), iscritti in appositi albi e diffusi in tutto il territorio nazionale, ed aver seguito corsi specifici e standardizzati. Prima di essere chiamati, con il pretesto della necessità di un adeguato addestramento, vengono selezionati, inquadrati e irreggimentati. Ciò significa che la Protezione Civile non è propriamente l’espressione più o meno organizzata della solidarietà umana (strana solidarietà, quella che indossa le uniformi di chi massacra in guerra, di chi reprime per le strade, di chi gestisce lager per clandestini), bensì la sua gerarchizzazione, programmazione e sfruttamento da parte delle autorità centrali. Non è il risultato di una nobile coscienza sociale, ne è lo scaltro filtro istituzionale. È lo Stato che decide chi, come, dove e perché intervenire. Secondo quale logica, è fin troppo facile intuirlo. Politicamente, ogni situazione di emergenza viene sfruttata dal governo in carica per fare quadrato attorno a sé, per mettere a tacere ogni polemica e quindi ogni dissenso, per ricreare quella «unità nazionale» che è una delle più spudorate menzogne su cui basa il suo potere, per ribadire il monopolio delle sue funzioni, per imporre decisioni ed opere altrimenti inaccettabili. Non a caso le competenze della Protezione Civile sono state estese negli ultimi anni anche ai cosiddetti «grandi eventi», decisione che ha richiesto l’epurazione di chi riteneva che il sostegno alle vittime di tragedie non andasse confuso con il sostegno ad appuntamenti di propaganda — uno dei prossimi eventi di cui dovrà occuparsi, ad esempio, è l’Expo 2015, con tutto ciò che attiene al controllo del territorio. Economicamente, gli investimenti stanziati in queste circostanze rappresentano una miniera d’oro inesauribile da cui attingere con arbitrio assoluto, al di fuori di ogni verifica e controllo (secondo alcune stime, dal 2001 ad oggi la Protezione Civile avrebbe manovrato oltre 10 miliardi di euro). Il risultato di tutto ciò è che, per «cause di forza maggiore», chi gestisce i fondi per l’emergenza può agire in deroga a qualsiasi normativa in materia, così come emettere ordinanze straordinarie dall’applicazione immediata. Beate siano le emergenze, poiché danno mano libera su tutti i fronti. Per altro, non è nemmeno vero che lo scopo della Protezione Civile sia solo quello di intervenire per portare soccorso in caso di disastri e calamità, giacché fra le sue funzioni dichiarate vi è anche quella di prevedere e prevenire simili eventi. Si tratta di una pretesa a dir poco esilarante. Se il pianeta è in perenne balìa di fenomeni naturali, le loro drammatiche conseguenze sono quasi sempre catastrofi sociali. Gli stessi esperti in materia sono costretti ad ammettere che l’emergenza è data da «un evento determinato da un agente fisico che produce un impatto distruttivo sul territorio in cui si manifesta, l’entità del quale dipende sia dalle caratteristiche fisiche e fenomenologiche dell’evento stesso, sia dalla struttura socio-politica preesistente nel territorio di riferimento». Se la terra che trema fa crollare molti edifici costruiti con sabbia di mare, se il fiume che esonda dal suo letto cementato sommerge interi paesi, se il treno che trasporta gas infiammabile esplode e distrugge un quartiere, tutto ciò non avviene affatto per motivi naturali. Non siamo di fronte ad eventi frutto di un imperscrutabile caso, ma alle conseguenze di precise scelte. È il risultato di un modo di vita, di un sistema sociale in cui ogni preoccupazione viene assoggettata agli imperativi della politica e dell’economia. Prima vengono il potere e il denaro, poi la vita umana. Prima viene lo Stato, poi l’individuo. C’è da chiedersi come possa la Protezione Civile, ovvero un organo dello Stato, prevenire i progetti catastrofici del suo stesso datore di lavoro. Prendiamo l’esempio delle centrali nucleari che il governo si accinge a costruire. Prevedere che prima o poi si verificherà un incidente non è difficile, visti i numerosi precedenti. Errare è umano e le macchine non sono esenti da guasti e avarie. Prevenire un incidente è perciò impossibile, una volta che le centrali saranno costruite. Ci sarebbe un solo modo per impedire una nuova Chernobyl: rinunciare al nucleare. Ma ciò andrebbe contro le decisioni già prese dal governo, da cui dipende la Protezione Civile. Quindi? Quindi la Protezione Civile non prevede e previene un bel nulla, si limita a correre ai ripari a cose fatte. Può solo «gestire l’emergenza» allorquando questa si manifesta. Non potendo evitare i disastri che produce, allo Stato non resta che amministrarli, cercando di trarne il maggior beneficio possibile. Lenire le sofferenze, controllare il disagio, affinché il dolore non si trasformi in rabbia. Ripristinare il più in fretta possibile la normalità interrotta, per garantire la pace sociale. Impossessarsi del territorio, per neutralizzare ogni voce fuori dal coro. Da qui l’enfasi sulla «presenza dei volontari», sulle «forme di gestione associata», sulle modalità di «interventi integrati». Trovate verbali che vorrebbero renderci tutti partecipi alle responsabilità dei soliti pochi, riducendo in questo modo la distanza che divide vittime e carnefici. Le uniche calamità che la Protezione Civile deve prevenire sono le proteste e le critiche all’operato suo e del governo, soprattutto nel corso dell’opera di controllo e gestione di un territorio sotto la loro tutela. In questi giorni in Abruzzo si fa sempre più evidente la natura poliziesca della Protezione Civile, al cui interno c’è chi si candida come alternativa alle ronde in via di costituzione. Il riconoscimento della dedizione e della buona fede di molti volontari non può diventare una museruola. Ogni ricatto che esiga un tacito consenso in virtù dell’altrui sacrificio va respinto. Bisogna avere la forza di dichiararlo apertamente. Nel migliore dei casi la Protezione Civile è paragonabile al domestico che va a ripulire dove il padrone ha sporcato. Spesso con convinzione, talvolta con riluttanza, ma sempre con fedele obbedienza. Nel peggiore, ne è lo sgherro complice delle stesse nefandezze. Dietro la retorica umanitaria di cui si ammanta e si fa bandiera, è questa la realtà del Dipartimento della Protezione Civile. Finché i volontari accetteranno di marciare e marcire assieme ai soldati, agli sbirri e agli aguzzini oggi al loro fianco; finché la loro generosità verrà messa al servizio dell’ipocrisia e dell’inganno istituzionale; finché la solidarietà sarà considerata un affare di Stato.

LO SFRUTTAMENTO DEI VOLONTARI DELLA PROTEZIONE CIVILE DIVENTA UN CASO PARLAMENTARE. Scrive l'8 Agosto 2015 Nardino e Noi Caserta. M5S Interrogazione sull’impiego della Protezione Civile nei Comuni. Il M5S ha depositato presso il Senato della Repubblica un’interrogazione parlamentare, la n.3-01946, rivolta al Presidente del Consiglio, per chiedere chiarimenti su una consuetudine distorta che si sta consolidando nel nostro paese in merito all’impiego dei volontari delle associazioni della Protezione Civile in azioni diverse rispetto a quelle originali proprie. Anche questa volta il M5S è intervenuto accogliendo alcune preoccupazioni e perplessità espresse direttamente dai cittadini coinvolti nella vicenda. << Non è ammissibile che per sopperire alle carenze di personale ed in molti casi ai danni causati da alcune manovre finanziarie, si finisca per sfruttare i volontari delle associazioni di protezione civile, chiamandoli a svolgere mansioni analoghe ai vigili urbani in materia di sicurezza e ordine pubblico. >> Ha dichiarato la prima firmataria dell’interrogazione, la senatrice Vilma Moronese. La norma che regolamenta l’utilizzo della Protezione Civile recita quanto segue: “L’impiego dei volontari di protezione civile, stando alla legge istitutiva del servizio nazionale di protezione civile la 225/92, è consentito limitatamente al fine di tutelare la integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi e da altri eventi calamitosi.” Come si evince dalla stessa interrogazione parlamentare, in particolare l’art. 3, comma 1, della legge n. 225 del 1992 e successive modificazioni recita: “Sono attività di protezione civile quelle volte alla previsione e alla prevenzione dei rischi, al soccorso delle popolazioni sinistrate e ad ogni altra attività necessaria e indifferibile, diretta al contrasto e al superamento dell’emergenza e alla mitigazione del rischio, connessa agli eventi di cui all’articolo 2“. << Il fatto che moltissimi sindaci, invece, impieghino gli stessi volontari nell’ambito dei servizi per la sicurezza pubblica, tutela della incolumità, e gestione dell’ordine pubblico , è dovuto solo ad una erronea ed estensiva interpretazione della nozione di eventi definiti “a rilevante impatto locale >> conclude la Moronese << ai volontari di protezione civile vanno i nostri ringraziamenti per il loro contributo offerto, ed è proprio per tutelare loro ed i loro diritti che chiediamo al presidente del Consiglio di darci al più presto delle risposte. È necessario, che le mansioni e le funzioni dei Vigili Urbani e dei volontari della Protezione Civile restino ben distinte, così come previsto dalla legge

Atto a cui si riferisce: S.3/01946 MORONESE, PUGLIA, BERTOROTTA, NUGNES, SANTANGELO, DONNO, SCIBONA, MORRA, PAGLINI - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che: con la legge n. 225 del 24 febbraio 1992,...

Atto Senato. Interrogazione a risposta orale 3-01946 presentata da VILMA MORONESE 

mercoledì 20 maggio 2015, seduta n.454

MORONESE, PUGLIA, BERTOROTTA, NUGNES, SANTANGELO, DONNO, SCIBONA, MORRA, PAGLINI - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che:

con la legge n. 225 del 24 febbraio 1992, istitutiva del Servizio nazionale della Protezione civile, le organizzazioni di volontariato hanno assunto il ruolo di "struttura operativa nazionale" e sono diventate parte integrante del sistema pubblico. I volontari, oltre 800.000 persone distribuite sul territorio nazionale, aderiscono a organizzazioni che operano in molteplici settori specialistici;

ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica n. 194 dell'8 febbraio 2001, recante nuova disciplina della partecipazione delle organizzazioni di volontariato alle attività di protezione civile, le suddette organizzazioni di volontariato intervengono in tutte quelle azioni in cui si esplica l'attività di protezione civile: pianificazione, previsione, prevenzione, soccorso, addestramento e simulazione di emergenza, attività di ricerca, recupero e salvataggio in acqua e formazione teorico-pratica;

considerato che:

il Dipartimento di Protezione civile, con diverse circolari (DPC/DIP/0007218 del 7 febbraio 2006; DPC/DIP/0008137 del 9 febbraio 2007; DPC/VRE/0016525 dell'11 marzo 2008), in particolare con la circolare del 10 marzo 2009 (DPC/CG/0018461), ha affermato "il principio secondo il quale l'azione del volontariato di protezione civile debba trovare il suo presupposto e la sua ragion d'essere, ma anche il suo limite, nelle finalità chiaramente espresse dalla legge";

sul punto, in particolare l'art. 3, comma 1, della legge n. 225 del 1992 e successive modificazioni recita: "Sono attività di protezione civile quelle volte alla previsione e alla prevenzione dei rischi, al soccorso delle popolazioni sinistrate e ad ogni altra attività necessaria e indifferibile, diretta al contrasto e al superamento dell'emergenza e alla mitigazione del rischio, connessa agli eventi di cui all'articolo 2";