Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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Meglio

 

un Giorno

 

da Leone

 

o Cento

 

da Agnelli?

 

 

 

Di Antonio Giangrande

 

 

 

  

SOMMARIO

 

Introduzione.

Giovanni Agnelli Senior.

Susanna Agnelli.

Gianni Agnelli: l’avvocato.

Marella Agnelli.

Edoardo Agnelli.

John Elkann.

Lapo Elkann.

Ginevra Elkann.

Margherita Agnelli.

Clemente Ferrero de Gubernatis.

Le faide: una famiglia in tribunale.

Le Operazioni internazionali e le Grandinate di denaro.

Fca e l'eredità scomoda di Marchionne.

Editoria, roba mia!

Juventus, 115 anni fa il primo scudetto.

Il marcio nascosto di Calciopoli.

 

  

 

·        Introduzione.

LEONI PER AGNELLI. Massimo Novelli per “il Fatto Quotidiano” il 24 giugno 2019. A ricordarlo con convegni, spettacoli e mostre, a 150 anni dalla nascita, è soltanto il comune di Fubine Monferrato, in provincia di Alessandria, dove è sepolto nella cappella di famiglia. Nessun altro, a cominciare da Torino, lo rammenta. Eppure il conte Emanuele Cacherano di Bricherasio, nato a Torino il 25 agosto del 1869 e morto in circostanze oscure (forse un suicidio, oppure, come pure si ipotizza, addirittura un omicidio) ad Agliè (Torino) il 10 ottobre del 1904, dovrebbe essere celebrato come uno dei grandi pionieri dell' automobile. E fu soprattutto il vero fondatore della Fiat. Nel 1899 "era stato Bricherasio", scrive Valerio Castronovo nella biografia di Giovanni Agnelli, "ad avanzare l' idea in febbraio di un moderno complesso industriale in grado di integrare le lavorazioni meccaniche a quelle di carrozzeria. Il futuro senatore Agnelli, il nonno dell' Avvocato, si era associato alla combinazione due mesi dopo". Nel luglio del 1899, in ogni caso, proprio nel torinese Palazzo Bricherasio il conte Emanuele e altri otto soci, tra i quali Agnelli, fondarono la Fiat. Conscio dell' importanza del momento, come racconta Donatella Biffignandi, del Centro di documentazione del Museo Nazionale dell' Automobile di Torino, in un suo bello scritto sul nobiluomo, Bricherasio "commissiona al pittore Lorenzo Delleani il compito di rappresentare quell' istante, eternando i volti dei nove padri fondatori". Gli "otto si stringono intorno alla figura centrale del Bricherasio, l' unico in posizione dominante sugli altri, l' unico ad essere vestito di bianco, mentre tutti gli altri sono in grigio o in scuro, l' unico ad essere ripreso proprio all' atto della firma. C' è chi guarda Bricherasio, come Biscaretti, c' è chi fissa lo spettatore; il più impassibile di tutti è Agnelli, che non guarda in faccia nessuno e che, seppure messo da Delleani in seconda fila e seduto, spicca per avere lo stesso atteggiamento eretto e il volto alla stessa altezza del conte Emanuele". D' altronde, narra Castronovo, fin dall' inizio Agnelli "si era posto in luce per un certo impaziente dinamismo e per la rapidità con la quale affermava la sostanza delle questioni". Il conte Cacherano, rampollo di un antico casato sabaudo e amministratore di un cospicuo patrimonio fondiario, e il borghese Agnelli, figlio di un possidente agricolo di Villar Perosa, sono agli antipodi. Appassionato non solo di automobili, ma di sociologia e di scienze politiche, Bricherasio crede in altre cose: nel progresso sociale, per esempio, nell' amicizia, nei valori rappresentati dall' Arma di Cavalleria. Non nasconde nemmeno la sua simpatia per le idee socialiste, tanto che verrà chiamato il "conte rosso". Agnelli obbedisce solamente al dio del profitto; e la posta in palio agli inizi del nuovo secolo, ossia il controllo dell' azienda, se la prende tutta, quasi subito, lui, destinato a diventare il capostipite della famiglia regnante dell' auto. Il nobiluomo sognatore incassa, intanto, la prima delusione. Si tratta, poco dopo la costituzione della Fiat, di nominare i membri del consiglio d’amministrazione e di procedere all' assegnazione delle cariche sociali. Per queste ultime, su proposta di Roberto Biscaretti di Ruffia, la presidenza è data a Lodovico Scarfiotti, e non al conte. La "delusione di Bricherasio", osserva la Biffignandi, "deve essere enorme. Scarfiotti non è un ingegnere, non è un tecnico, nè si è messo in una luce particolare per qualcosa. È un avvocato, e questo la dice lunga sull' impostazione che la società appena costituita intende darsi: appare prioritaria la volontà di muoversi con sicurezza in campo legale, finanziario, borsistico". Il contrasto si acuisce quando Agnelli decide di sbarazzarsi dell' ingegnere Aristide Faccioli. Un "genio della progettazione e della sperimentazione", che tuttavia, per Agnelli, non è in grado di guidare la produzione industriale. Bricherasio, rievoca Donatella Biffignandi, "si oppone ('ritiene che non si possa fare a meno dell' ing. Faccioli') ma ormai è in minoranza". La crescita di potere di Agnelli "non può non riflettersi in un progressivo indebolimento dei restanti consiglieri. In particolare Bricherasio, che conserva la carica di vice presidente, si limita ad interventi sporadici e poco significativi, in genere in linea con le opinioni della maggioranza; non mantiene nemmeno la stessa continuità di presenza alle riunioni. D' altra parte Agnelli fa tutto e pensa a tutto". Siamo al tragico epilogo. Nell' ottobre del 1904, alla vigilia di un Consiglio di amministrazione della Fiat in cui Cacherano di Bricherasio aveva annunciato di voler "vedere tutte le carte", nel castello di Agliè, ospite del duca Tommaso di Savoia-Genova, cugino del re, secondo la versione ufficiale il conte si uccide con un colpo di pistola in testa. Giorgio Caponetti ricostruirà nel romanzo Quando l' automobile uccise la cavalleria, uscito qualche anno fa, lo scenario di quella morte: una breve notizia sui giornali; e nessuna autopsia, nessuna inchiesta. Il campione di equitazione Federigo Caprilli, il solo a vedere il corpo dell' amico prima del funerale, dirà che il viso e le tempie sono intatti. Però Caprilli, agli inizi del dicembre 1907, muore a sua volta senza testimoni per una caduta da cavallo, di notte, in una via di Torino. Nell' ottobre 1904, conclude la Biffignandi, Scarfiotti "commemora con nobili ed elevate parole il vice presidente conte Bricherasio, così improvvisamente rapito alla stima della Società, all' affetto della famiglia e degli amici. La Fabbrica e l' Automobile Club perdono un amministratore zelante e un Presidente modello". Ma quello "zelante" è "un aggettivo forse attribuibile più ad un onesto e diligente impiegato che non a qualcuno che ha lasciato traccia significativa della sua opera".

·        Giovanni Agnelli Senior.

CHI ERA GIOVANNI AGNELLI: CURIOSITÀ SULL’IMPRENDITORE. Donnemagazine.it il 16 dicembre 2019. Chi era Giovanni Agnelli, imprenditore che fondò la FIAT e senatore del Regno d'Italia: i dettagli sulla carriera e la famiglia.

Giovanni Agnelli, nonno del più famoso Gianni, fu il fondatore della storica casa automobilistica italiana FIAT e capostipite della famiglia Agnelli. Fu anche un politico e senatore del Regno d’Italia ai tempi della monarchia e vicino al Partito fascista durante il regime di Mussolini.

Giovanni Agnelli. Giovanni Agnelli nasce nel comune piemontese di Villar Perosa il 13 agosto 1866 da una famiglia già molto facoltosa di proprietari terrieri. Finisce gli studi a Torino per poi arruolarsi nell’Accademia militare di Modena. In quel periodo però si facevano strada in Europa le nuove invenzioni tecnologiche che rendevano la vita più comoda e le idee positiviste. Agnelli iniziò quindi ad interessarsi a questo campo e alla meccanica: fa alcuni tentativi che però non vanno a buon fine. Decide così di tornare a Villar Perosa dove cura le proprietà terriere e ricopre la carica di sindaco. Nel 1899 tenta di nuovo la carriera imprenditoriale: fonda poi la Fabbrica Italiana Automobili Torino cioè la FIAT. L’azienda ottiene subito un grande sviluppo anche grazie all’amicizia con il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti. Anche la produzione della “Tipo 1 Fiacre”, prima automobile pensata come taxi, ottiene un grande successo internazionale. Il boom della FIAT avviene però durante la Prima Guerra Mondiale, durante la quale fornisce armi e materiale all’Esercito. L’azienda si diversifica, iniziando a produrre costruzioni navali e motori d’aviazione. Negli anni ’20 del Novecento, Agnelli fonda lo stabilimento del Lingotto a Torino dove impianta la prima catena di montaggio italiana. Sempre in quegli anni Giovanni Agnelli diventa senatore del Regno d’Italia. Durante la Seconda Guerra Mondiale viene prodotta la prima Cinquecento che ottiene un enorme successo mondiale. Viene poi accusato dal CLN di compromissione con il regime fascista. Alla fine dei suoi giorni, il senatore scelse suo nipote Gianni come successore a capo della FIAT.

Vita privata. Nel 1889 Giovanni Agnelli sposa Clara Boselli. Da lei avrà due figli: Aniceta Caterina, nata nel 1889 ed Edoardo nel 1892. Quest’ultimo sposerà poi la nobildonna Virginia Bourbon del Monte e dalla loro unione nasceranno 7 figli tra cui Gianni, Susanna e Umberto Agnelli. Edoardo morirà giovane a causa di un incidente aereo: la tragica scomparsa del figlio scatenerà degli aspri scontri tra Giovanni Agnelli e la vedova del Monte per la tutela dei loro figli.

·        Susanna Agnelli.

Stefano Lorenzetto per il Corriere della Sera il 19 aprile 2020. Certo non assomiglia allo zio Gianni Agnelli, il quale diceva di sé: «Non sono un grande pedagogo. So come si fa. Ma non sono un bravo educatore». Samaritana Rattazzi, seconda dei sei figli di Susanna, la sorella prediletta dell' Avvocato, sa come si fa e lo fa con le parole, essendo giornalista professionista. Gliene sono bastate appena 1.122, circa il 10 per cento di quelle della presente intervista, per spiegare alle nipotine Elena, 8 anni a maggio, e Vicky, 3 a giugno, che servono gli affetti di famiglia, il rispetto per la natura, la pietà per gli animali e lo stupore per la vita, se vuoi essere davvero felice. Il risultato è Mignon e il drago , fiaba illustrata da Andrea Rivola, che l' editore Marietti junior manderà in libreria appena possibile e che sarà seguita da altri due volumi.

Ha il dono della sintesi.

«Mi viene dal Lycée Chateaubriand di Roma: tesi, antitesi, sintesi. Se servono tre parole per dire una cosa, ne uso due».

Ha ambientato la storia in Siberia.

«E nel XII secolo. Quanto di più lontano da noi. Volevo raccontare alle mie nipotine un mondo incontaminato».

Da che cosa nasce questa esigenza?

«Mignon sono io. Fino ai 10 anni ho vissuto in una estancia a Balcarce, in Argentina, dove papà era stato nominato presidente della Ferrania. Non c' era la neve, ma la vastità sì. Nel 1958, quando l' azienda fu rilevata dalla Kodak, tornammo in Italia. Il mio unico amico era il cane Pluto. Andammo ad abitare a Roma. Restai sbigottita perché dalla parte opposta di via Dandolo c' erano le case. Fino ad allora all' orizzonte avevo visto soltanto montagne altissime, distanti decine di chilometri. Un infinito fatto di natura, cieli blu e tempeste elettriche. Ho ancora il terrore dei temporali».

Per Elena e Vicky è la Mamie del libro?

«No, mi chiamano nonna Sama. Prima dell' emergenza coronavirus, le vedevo per 15 giorni ogni due mesi. Vivono a Parigi. Il padre lavora per una società farmaceutica. Invece mia figlia Anna, dopo il bachelor in Arte alla Brown University di Providence e il master in management dei Servizi museali alla Luiss, ha messo la sua laurea in Fisioterapia a disposizione dei pazienti neurologici in una clinica per bimbi svantaggiati».

Hanno confidenza con i temi sanitari.

«Elena è turbata dalla quarantena della sua maestra, che ha un figlio residente a Hong Kong. Nella scuola c' è una sezione cinese, quindi la paura del Covid-19 la tocca da vicino. È importante che le famiglie proteggano psicologicamente i bambini. Dobbiamo tranquillizzarli».

E lei lo ha fatto con le fiabe.

«Me le scrivevo per non dimenticare i nomi dei protagonisti: guai se ne sbagli uno, i nipoti ricordano tutto. Mia sorella Ilaria le ha lette: "Perché non le pubblichi?". Ero perplessa, avrei voluto che restassero in famiglia. Cercando sul Web, mi sono imbattuta nell' editore Pietro Marietti, faccia da gentiluomo piemontese. Gliele ho spedite. Dopo una settimana mi ha risposto. Mi ha fatto cercare dalla editor Alessandra Berello, che mi ha detto: "C' è dell' incanto in Mignon". Era l' aprile dell' anno scorso. Credo che non sapesse di essere incinta. A gennaio ha partorito un bimbo dal nome fantastico: Ulisse. Ci siamo scelte a vicenda».

Parla più da mamma che da nonna.

«Figli e nipoti rendono la vita migliore. La mia primogenita, Maria, la ebbi a 23 anni. Fu un battesimo di fuoco. Nacque con una cerebropatia congenita a causa del cordone ombelicale attorcigliato attorno al collo. Visse solo per quattro anni e mezzo, stesa nel letto, senza pronunciare una parola. Girammo il mondo nella speranza di farla guarire. Ricordo che mia madre Suni chiese al professor Andrea Prader, lo scopritore della sindrome di Prader-Willi, direttore della Pediatria al Policlinico di Zurigo: "È il caso che Samaritana abbia altri bambini?". La guardò severo: "Signora, sua figlia ha le stesse probabilità che le ricapiti di qualunque altra donna seduta nella mia sala d' aspetto". Non ho mai creduto che non potesse succedere a me, né che dovesse accadermi di nuovo. Ho pensato solo: è una grazia che Maria sia nata in questa famiglia. Morì due mesi prima che mettessi al mondo la mia ultimogenita. Anna è cresciuta nel lutto».

Sogna Maria qualche volta?

«Mi è capitato non tanto tempo fa. L' ho vista seduta in mezzo a un prato fiorito. Il posto che le spetta in paradiso. Glielo dico da credente e da cristiana».

Avrà trovato consolazione anche nel suo secondogenito, Pietro, il dottor Guido Zanin di «Un medico in famiglia».

«Se lei mi chiedesse di definirlo con tre aggettivi, userei questi: simpatico, intelligente, gentile. Ma per un mese dei suoi 48 anni non ci siamo parlati. Fu quando, a due esami dalla laurea in Scienze politiche, mollò tutto per fare l' attore. Mi arrivò un plico giallo con dentro la locandina della commedia Piccole anime e una lettera: "Se vuoi venire a vedermi in teatro al Testaccio, siediti in ultima fila, altrimenti m' impappino". Mi misi nella prima. Del resto, come Pietro, sono sempre stata una ribelle, da piccola anche ombrosa. Ora sono migliorata».

Lei in che modo si ribellava?

«Tenevo testa ai miei genitori. Ero l' unica dei sei figli a venire castigata perché osavo ribattere alla mamma. Appena sedicenne, persi un anno di scuola: mi ero innamorata di un ragazzo ventenne. La notte scappavo di casa per vederlo».

Davvero birichina.

«L' unico maschio di cui ero solo amica, e lo sono tuttora, si chiama Enrico Vanzina, lo scrittore, mio compagno di banco. Così fui esiliata per nove mesi in Argentina, a casa di un' italiana, Giuliana Lebuis. L' anno prima ero stata rinchiusa in un collegio in Germania. In compenso ho avuto la fortuna di non subire come istitutrice Constance Parker, l' inglese che diceva a mia madre e ai suoi sei fratelli: "Don' t forget you are an Agnelli", non dimenticare che tu sei una Agnelli. Ricordo con affetto la tata Gina Cristoforetti, un' amabile signora di Trento, detta Ghina. Ci ha tenuto in braccio tutti».

Era impulsiva anche sua madre. Nel 1945 sposò il conte Urbano Rattazzi appena 18 giorni dopo averlo conosciuto.

«Era passionale. Le assomiglio. Ho in circolo il sangue della mia bisnonna americana, Jane Allen Campbell, la cui figlia, Virginia Bourbon del Monte, donna estremamente libera e affascinante rimasta vedova a 35 anni, si oppose al senatore Giovanni Agnelli che voleva toglierle la patria potestà sui sette figli. Tengo la bandiera degli Stati Uniti appesa sopra la testiera del letto. Sono un grande Paese.

Si meritano un presidente migliore di Donald Trump».

Il suo primo marito, il dantista Vittorio Sermonti, era giornalista all'«Unità». Chissà che scandalo in famiglia.

«Non erano contenti, inutile dirlo. Lo conobbi grazie al critico letterario Cesare Garboli, per lunghissimo tempo un grande amore di mia madre. Prima d' incontrare Vittorio, non capivo nulla di Dante. È stato un ottimo padre».

Essere figlia di Susanna Agnelli l' ha agevolata nella vita?

«Certo. Però è un privilegio che bisogna meritare. L' ultima cosa che puoi fare è rivelarti peggiore degli altri. Morta Maria, dovetti cercarmi un lavoro per non impazzire. Giuseppe Ciranna, direttore della Voce Repubblicana , nell' assumermi come praticante fu molto schietto: "Ti prendo nonostante tu sia la figlia di una deputata del Pri. Non vedo perché non dovrei farlo, visto che sei brava"».

Chi fu il suo maestro di giornalismo?

«Guido Vigna, caporedattore del Corriere Medico . Mi ha insegnato l' umiltà.

Tornata da Vermicino, dove in un pozzo si era consumata la tragedia di Alfredino Rampi, avrei voluto commentare quell' oscena sfilata di autorità in tv. Lui mi ordinò: "Scrivi solo ciò che hai visto"».

Lasciati i giornali, aprì Public Affairs, società che interfaccia affari e politica.

«La mia creatura migliore».

Ma riuscirebbe a fare lobbying anche con il governo attuale?

«Non credo proprio».

Lo zio Gianni seguiva il suo lavoro?

«L' avvocato Agnelli aveva ben altro a cui pensare».

Strano modo per definire un parente.

«Per tutti in famiglia è stato sempre l' Avvocato. Solo mia madre lo chiamava Gianni. Così come lo zio Umberto era il Dottore, persino per Allegra Caracciolo, la sua adorata seconda moglie».

Perché è uscita dall' accomandita Fiat?

«Mia madre suddivise le azioni tra i figli. La quota più grande andò a Cristiano. Io ho dovuto vendere tutto per far fronte al fallimento di una società calabrese della quale ero presidente. Ho imparato a mie spese che non bisogna mai fidarsi di come si descrivono certe persone. Credo d' aver salvato solo cinque azioni».

Si direbbe che gli Agnelli siano sempre in bilico fra rigore e sregolatezza.

«Dipenderà dall' infanzia gelida. Mia madre raccontava che da bambina, nella casa di corso Oporto a Torino, faceva di proposito la pipì a letto per avere una sensazione di calore e di vita».

Da bambina a lei leggevano le fiabe?

«Non me lo ricordo. Mamma e papà erano assorbiti dalle loro occupazioni. I nonni materni erano morti prima che io nascessi e quelli paterni vivevano a Sestri Levante, mentre noi abitavamo in Sudamerica. So solo che il mio libro preferito è stato Il piccolo principe , quello che recita: "Non si vede bene che col cuore. L' essenziale è invisibile agli occhi"».

Nella sua favola cita due volte il «cuore puro». Valore desueto, la purezza.

«Proprio per questo mi piace tanto. Una bimba sa esattamente di che parlo. Una delle mie sorelle mi ha chiesto: ma come fai a essere così brava a rivolgerti ai più piccoli? Le ho risposto: m' inginocchio per stare alla loro altezza».

·        Gianni Agnelli: l’avvocato.

Ottavio Fabbri per “Libero quotidiano” il 27 giugno 2020. Ovunque, 1956-2001. Il grado di intimità, consuetudine, amicizia, vera, presunta o millantata, si declinava secondo una latitudine di nomi che andava da Gianni a Manitù, (spiritosissima invenzione di qualche nipote) per chi parlava con o dell'Avvocato, noto ai più con questo "brand" consolidato nel tempo e nello spazio di una vita ormai divenuta leggenda. L'ho visto da ragazzo con mio padre a Forte dei Marmi, bello e abbronzato sempre con al seguito qualche stupenda donna, seduti per un aperitivo velocissimo alla Capannina, allora di Franceschi, che lo omaggiava parlando della Juventus. Unico e sicuro modo per avvicinarlo e avere una sempre brillante risposta dell'Avvocato più impaziente del mondo. Ricordo una volta che lo aspettavamo sulla sua barca a vela, L'Agneta, e riconosciamo l'elicottero in avvicinamento, il suo, che inizia a librarsi nell'aria ad una trentina di metri sopra la barca. Marella guarda preoccupata e infastidita dal sole e dalla quasi certezza di quello che sta per fare Gianni. Infatti si apre il portello dell'elicottero e Agnelli in jeans e a torso nudo si lascia andare di piedi e si infila nell'acqua a pochi metri dall'Agneta. Lui era fatto così, impazienza e imprudenza elevata a sfida in ogni momento e in ogni circostanza del giorno o della notte sempre con la fissazione di perdere qualcosa in qualche parte del mondo. L'AUTOSTOP Mi vengono in mente molti episodi divertenti. Un giorno, ventenne, ero a Parigi e l'Avvocato e la moglie Marella per fare una gentilezza a mio padre, passano a prendermi per andare all'aeroporto. La strada per Le Bourget, aeroporto per voli privati, è piena di traffico e Agnelli dice all'autista di prendere una strada laterale, purtroppo di sconosciuta campagna, per arrivare in tempo a prendere l'aereo (il suo) per cui era previsto un piano di volo da rispettare. Ancora purtroppo la grande Peugeot blu ha un problema. «Alle Fiat non succede» sibila l'Avvocato e ci fermiamo ai bordi di una campo con decine di pecore. Marella sempre piena di umorismo trasversale: «Gianni vedi... delle pecore hanno fermato degli Agnelli». Lui non ride. Facciamo l'autostop. Si ferma una Jaguar con un severo ma gentile signore. Inizia una conversazione surreale. «Je suis avocat... de Lion» «Moi aussi... de Torino». Io vorrei scoppiare dal ridere. Marella ha le lacrime e l'Avvocato adesso parla di calcio fino a che arriviamo all'aeroporto Le Bourget con l'aereo con i motori accesi che ci aspetta...

Giorgio Meletti per il Fatto Quotidiano il 22 gennaio 2018. Verso la fine del documentario prodotto dalla Hbo le parole di Lapo Elkann, figlio di Margherita Agnelli e nipote di Gianni l' Avvocato, nella loro asciuttezza suonano agghiaccianti: "Penso che sia stato un nonno meraviglioso, ma non avrei voluto essere suo figlio". Anche la testimonianza sullo zio e sul cugino Edoardo di Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli, è asciutta e agghiacciante: "Eravamo a pranzo, a un certo punto Edoardo ha detto qualcosa, e Gianni gli rispose male, sprezzante. E io pensai che non riuscivo a credere che dopo tanti anni quel rapporto fosse così logorato dalla mancanza di rispetto del padre verso il figlio". Tre giorni dopo, il 15 novembre 2000, Edoardo Agnelli si suicidò lanciandosi nel vuoto da un viadotto alto 80 metri sull' autostrada Torino-Savona. Giulio Marconi, per una vita cuoco dell' avvocato, sembra il più umano: "Allora io gli ho fatto, Avvoca', dico, un po' di colpa ce l' ha pure lei. Edoardo per me era un ragazzo bravissimo, il padre ha avuto poca fiducia in lui, e lui vedendosi così ha fatto quello che ha fatto". Tiberto Rodrigo Brandolini d' Adda, detto Ruy, figlio di Cristiana Agnelli e cugino di Edoardo, sembra emozionato: "Gianni era totalmente devastato. Mi disse: "Dio, devi avere un sacco di coraggio per buttarti giù da quel ponte". Sì, Edoardo lo fece per mostrare al padre che aveva coraggio". Nicola Caracciolo di Castagneto, fratello di Carlo e Marella, cognato dell' Avvocato, si commuove: "Dopo il funerale di Edoardo, nella casa di Villar Perosa, Gianni mi disse: 'Non dovremmo mai dimenticare che questa è stata una casa felice, ma questa adesso non è una casa felice'". La sorella Cristiana: "Vidi Gianni un mese dopo la morte di Edoardo. Era molto, molto triste. Non lo riconobbi". Dopo il suicidio del figlio che non aveva saputo amare, l'Avvocato sprofonda in una invincibile depressione e nella malattia che lo ucciderà due anni dopo, il 24 gennaio 2003. Il documentario di Nick Hooker con cui questa sera alle 21,15 (domenica scorsa, ndr) il canale Sky Atlantic HD ricorda il signor Fiat a quindici anni dalla morte, è sobrio come il suo titolo (Agnelli) e con qualche lacuna e ingenuità storiografica riempie un vuoto singolare. Attorno a quest' uomo, centrale nella storia italiana del Dopoguerra, si è creata una cortina di silenzio. Trent' anni fa Agnelli incaricò di scrivere la sua biografia il giornalista del Wall Street Journal Roger Cohen, gli fece ore di confidenze e poi cambiò idea, lo pagò e si tenne il libro. Nel 2008 John Elkann incaricò di scrivere una biografia autorizzata del nonno la giornalista dell' Economist Vendeline von Bredow. Due anni di lavoro ma neanche quel volume è mai uscito. Si parla di un libro di memorie di Gianluigi Gabetti, uno dei manager più vicini all' Avvocato, stampato e mai pubblicato. Poi c' è lo storico Giordano Bruno Guerri che ha in gestazione una nuova biografia autorizzata, sempre sotto la regia di Elkann, che però sembra faccia fatica a uscire. Agnelli l' irresistibile di Marie-France Pochna risale al 1990, quindi è datato e comunque ormai introvabile come Tutto in famiglia di Alan Friedman (1988). Inspiegabilmente, poi, la Mondadori ha messo fuori catalogo un recente (2007) piccolo classico come Casa Agnelli di Marco Ferrante. A questo deserto di documentazione sulla storia di Agnelli fa eccezione il film di Giovanni Piperno Il pezzo mancante, disponibile sul sito Raiplay, che sviluppa da Casa Agnelli uno dei temi più imbarazzanti per la famiglia, ignorato da Hooker: la storia di Giorgio Agnelli, il fratello di Gianni, suicida nel manicomio svizzero dove fu rinchiuso dopo avergli sparato. Certe reticenze sembrano dovute, come molti credono, alla comprensibile volontà degli eredi di non vedere strombazzati gli aspetti più imbarazzanti della biografia dell' Avvocato, almeno finché sarà in vita la moglie Marella Caracciolo, oggi novantenne. Per questo si fatica a capire la partecipazione corale dei parenti più stretti di Agnelli (in testa le due sorelle Maria Sole e Cristiana ei tre nipoti John, Lapo e Ginevra Elkann) al lavoro di Hooker, apologetico nei toni ma spietato nella sostanza. C' è un prima e c' è un dopo. Il prima è la storia di un ragazzo nato nel 1921 a Torino in una famiglia ricchissima che perde il padre a 14 anni e si trova con sei sorelle e fratelli più piccoli. Vengono di fatto adottati ed educati dal nonno, il senatore Giovanni Agnelli, che dopo la Liberazione viene estromesso dalla sua Fiat come collaborazionista e, secondo la leggenda, ne muore di crepacuore. La fabbrica viene gestita dal manager Vittorio Valletta che dice a Gianni, il padrone, secondo la ricostruzione di Maria Sole Agnelli: "Lei si diverta e quando sarà il momento le riconsegnerò la Fiat". La sorella, ilare, commenta che Gianni davvero "si è divertito!". Diventa presidente della Fiat e smette di divertirsi (non del tutto, naturalmente) nel 1966, a 45 anni. Il prima e il dopo però si parlano. L' Avvocato padre della patria degli anni '70 e '80 è lo stesso uomo che, come raccontò la sorella Susanna a Massimo Fini, aveva letto un solo libro in vita sua (Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway), pubblicato peraltro quando Gianni aveva già passato i 30 anni: "Preferisce vivere piuttosto che leggere". È lì che si prepara la tragedia. Un uomo che dalla vita ha avuto tutto, bellezza, fascino, le donne più belle del mondo in fila per stare con lui, denaro senza limiti, e poi il potere, il prestigio, il ruolo di italiano più noto e più ammirato nel mondo intero, sarà distrutto dall' incapacità di amare il suo unico figlio maschio, colpevole forse di preferire leggere che vivere. O semplicemente di essere meno cinico di suo padre. La vita di Gianni da giovane? "Ragazze, ragazze, ragazze", sorride compiaciuta Maria Sole. "Un seduttore irresistibile", chiosa Diane von Fürstenberg, ex moglie di Egon figlio di Clara Agnelli. Un matto, insinua Carlo De Benedetti: "Guidava come se stesse gareggiando in Formula 1 e invece era nel centro di Torino". Una vita erotica turbolenta ma alla luce del sole, almeno davanti agli occhi di amici e amiche che nel documentario di Hooker non lesinano particolari indiscreti e piccanti fino al cattivo gusto. La stilista Jackie Rogers racconta della sera che in un albergo lo trovò a letto con Anita Ekberg, non si capisce bene se prima o dopo il matrimonio con Marella Caracciolo, ma forse si capisce. Sicuramente quel matrimonio fu preceduto da una relazione di cinque anni con la scoppiettante Pamela, un anno più grande di Gianni ed ex moglie del figlio di Winston Churchill. Pamela lo voleva sposare ma non piaceva alle sorelle dell' Avvocato, e forse nemmeno a lui. La relazione costa cara all' Avvocato, in tutti sensi. Copre d' oro la ragazza, regalandole un attico nella zona più prestigiosa di Parigi e mettendole a disposizione servitù e autista. Ma una sera del 1952, in Costa Azzurra, Pamela lo sorprende con la giovane Anne-Marie d' Estainville e dà in escandescenze, notificando alla ragazza, e senza abbassare la voce, di ritenerla "una puttana". Gianni e Anne-Marie, raccontano divertiti gli amici, decidono di sottrarsi all' ira funesta dell' ex nuova di Churchill e futura ambasciatrice americana a Parigi. Saltano sull' auto sportiva del giovane miliardario e vanno a tutta velocità incontro al grave incidente stradale (sette fratture alla gamba) di cui Agnelli porterà i segni per il resto della vita. "Era pieno di droga", racconta l' amico fedele toccandosi platealmente il naso, come a dire che Agnelli tirava di cocaina quando ancora a Torino si facevano di bagna cauda. A questo punto le sorelle decidono che la donna giusta per Gianni è Marella, sei anni più giovane di lui e da anni, dicono, innamoratissima dello scapestrato dongiovanni, come lo definisce la sorella Maria Sole, la quale giura che, a dispetto della celebre massima dell' Avvocato secondo cui innamorarsi è roba da cameriere, anche lui "era molto innamorato" della donna che sposò nel 1953. Se a casa Agnelli non impazzivano per Pamela, a casa Caracciolo non apprezzano Gianni: "A mia madre non piaceva, non pensava che fosse un buon marito. Disse che era un tipo terribile", ricorda Nicola Caracciolo. Nel film di Hooker non si coglie facilmente il confine tra il royal gossip compiaciuto e apologetico e l' inchiesta corrosiva. Se l' obiettivo era il primo, sicuramente il risultato è la seconda. Si ipotizza che Agnelli avesse annoverato tra le sue prede sessuali anche la first lady americana Jackie Kennedy durante una vacanza da cartolina a Capri nell' estate 1962, con l' Avvocato (già sposato e padre di due figli) a fare i fastosi onori di casa e John Kennedy a Washington a occuparsi dei destini del mondo (ed eventualmente anche di quelli della sua amante Marilyn Monroe, morta suicida proprio in quelle settimane). Qui l' allegra fiducia di Maria Sole sulle inclinazioni non fraterne del fratello verso casa Kennedy ("Non ne sarei sorpresa") consegna allo spettatore un senso di sospensione tra l' ammirazione e il disprezzo. E comincia a proiettare il racconto verso il finale tragico. Questa gioventù dorata che pensa solo a divertirsi viene dipinta in modo impietoso dagli stessi reduci. Parla l' amica Marina Branca: "Gianni e Marella erano due genitori assenti. Anche io non ero così presente. Il nostro centro era uscire e divertirsi. I figli restavano a casa con signorine e governanti". "Non erano una famiglia normale", dice una voce fuori campo. Racconta De Benedetti, socio e amministratore delegato della Fiat nei famosi cento giorni del 1976: "Ero dall'Avvocato, a un certo punto si apre una porta ed entra Margherita, completamente rasata. Agnelli la guarda e dice: Ma che hai fatto?. E lei: Almeno ti sei accorto di me". È con questo retroterra privato che Agnelli proietta la sua ombra sulla vita pubblica italiana. È la parte più debole della ricostruzione di Hooker, che indulge in una tipica semplificazione. Il '68; l' autunno caldo; le lotte operaie che culminano nel 1980 nello sciopero dei 35 giorni e nella marcia dei 40 mila che segna la sconfitta del sindacato; la lotta armata che ha la Fiat tra i principali obiettivi; l' avvicinamento del Pci all' area del governo. È tutto raccontato come una storia unica, un movimento compatto diretto dagli interessi di Mosca, con i leader sindacali e il segretario comunista Enrico Berlinguer oggettivamente alleati delle Brigate Rosse. Era la visione del mondo di Agnelli, che si rappresentava come estremo baluardo atlantista di un' Italia minacciata dal comunismo. La ricostruzione di Hooker la fa propria e così manca la comprensione del nodo davvero drammatico: chi ha in mano il gioco non è Agnelli ma Cesare Romiti, il manager imposto ad Agnelli da Enrico Cuccia. Con la crisi iniziata nel 1973 (primo choc petrolifero in seguito alla guerra del Kippur) la Fiat perde la sua autosufficienza finanziaria e si assoggetta al protettorato di Mediobanca. È Romiti, il figlio del barbiere che studiava sodo mentre Agnelli se la godeva in Costa Azzurra, a orchestrare la marcia dei 40 mila e a tenere i rapporti quelli veri con la politica, a Roma, la sua città. All' Avvocato resta la parte del cinico fascinoso. Racconta il cuoco Giulietto: "Doveva venire a pranzo nella residenza romana degli Agnelli in via XXIV maggio il presidente della Repubblica. Mi chiama l'Avvocato per parlare del menu e mi dice: Gli diamo i coglioni di toro. Io gli dico: Scusi Avvocato, ma dare al presidente della Repubblica due coglioni, così, non mi sembra una cosa esatta, facciamo un'altra cosa. E lui: Caro Giulietto questi personaggi vanno trattati come meritano, pensa com'è bello dare due coglioni a un coglione". In tanto cinismo tocca a Carlo Callieri - fama di super duro quando era capo del personale della Fiat Auto, e simbolo suo malgrado del declino dell' Avvocato quando nel 2000 fu sconfitto a sorpresa dal napoletano e berlusconiano Antonio D' Amato nella corsa alla presidenza della Confindustria - mettersi a piangere davanti alla telecamera quando ricorda l' assassinio di Carlo Ghiglieno, 51 anni, sconosciuto dirigente della logistica Fiat freddato da un gruppo di fuoco di Prima Linea nel 1979: "Una persona dolcissima e mite, ammazzato per strada come un cane". Di quei momenti drammatici viene restituita in trasparenza un' immagine dell' Avvocato, ancora una volta, fredda, distante e vagamente spensierata. Va in barca a vela in Libia per vendere a Gheddafi il 10 per cento della Fiat (1976), poi telefona all' amico banchiere Michel David Weill, che racconta: "Mi ha detto di dimettermi perché ai nuovi soci non sarebbe piaciuto vedere un cognome ebreo nel cda della Fiat. E poi, ciao". Ride: "Un uomo totalmente privo di sentimenti". E in definitiva anche un perdente molto sfortunato. Da Agnelli emerge che la Fiat non è più stata veramente sua dopo l' ingresso di Romiti, tanta era la dipendenza da Mediobanca. Dopo aver annunciato che sarebbe toccato al fratello Umberto succedergli alla presidenza, si trova costretto da Cuccia a smentirsi per dare strada proprio a Romiti. Un dolore e un' umiliazione. Racconta il giardiniere: "Tornarono a casa e Marella disse: Oggi bisogna stargli vicino". L' Avvocato è ossessionato dal tema della successione dinastica. Considera Edoardo inadatto, inutile. Ricorda il giornalista Jas Gawronski: "Era una persona sentimentale, un intellettuale, totalmente diverso dal padre che non lo apprezzava". Gianni designa Giovanni Alberto, detto Giovannino, figlio di Umberto, una vera star, sembra fatto su misura per piacere allo zio, ma viene ucciso dal cancro a soli 33 anni, nel 1997. "A quel punto della dinastia era rimasto solo John Elkann", nota cinico da par suo De Benedetti. C' è nel film un' intervista profetica di Agnelli, data in Francia a un giovanissimo Alain Minc all' indomani dell' uccisione di Aldo Moro. Dice: "Accanto al cadavere di Moro c' è quello della Prima Repubblica". Agnelli suggerisce che, analogamente, accanto al cadavere di Edoardo c' era quello di suo padre. E accanto al cadavere dell' Avvocato, nel funerale al Lingotto con 500 mila torinesi accorsi a salutare il loro re senza corona, c' era il cadavere della Fiat. Il brillante playboy non c' è stato per costruirla, non c' è stato per ricostruirla e non ha saputo farla sopravvivere a se stesso.

Cesare Lanza per ''La Verità'' l'1 dicembre 2019. L'ho incontrato molte volte: forse gli ero simpatico, forse riceveva tutti. Chissà. Ogni volta ero affascinato dalla sua personalità. Era brillante, Gianni Agnelli, e rapido, curiosissimo. Una raffica di domande, una dietro l' altra, come se fosse lui a intervistarmi: voleva sapere ogni cosa, particolari e retroscena, ma con leggerezza, inarrivabile, elegante snobismo. Poi, di colpo - forse per la noia improvvisa, il suo vero problema esistenziale - si fermava e diceva: «Caro Lanza, non voglio approfittare ulteriormente del suo tempo», e mi congedava. Così fece sempre con me e così faceva con tutti, anche nelle riunioni di lavoro, quando sopraggiungeva, per lui non resistibile, la noia. Lo fece anche con Eugenio Scalfari, in un colloquio importante, e Scalfari si vendicò definendolo, in un memorabile articolo, «l' Avvocato di panna montata». Vi racconterò. A quel che se ne sa, Agnelli se ne infischiò, sicuro di sé, considerandosi superiore (o senza neanche prendersi la fatica di pensarlo, come succede a chi è davvero superiore). Solo una volta, quando mi congedò, borbottai che non avevo avuto il tempo di dirgli alcune cose. Sorrise, mi strinse la mano, senza una parola; e chi s' è visto, s' è visto. Unico! Era appagato, le curiosità si erano esaurite. Una volta mi interrogò sul terrorismo e le Brigate rosse. Un' altra, quando lavoravo in televisione, volle sapere com' erano, viste da vicino, le più belle donne dello spettacolo (in realtà si diceva che ne aveva sedotte molte, anche per una sola notte). Un' altra volta mi convocò per valutarmi per un eventuale incarico: bocciato senza appello. Devo dire che la mia simpatia per lui restò sempre intatta e anzi crebbe senza limiti. La stima, l' ammirazione invece no: esattamente al contrario. Sperperò il suo indiscutibile talento. Avrebbe potuto fare molto, per il benessere degli italiani. Si crogiolò nel compiacimento di sé, del rispetto che per lui avevano i più importanti personaggi del suo tempo, e anche per l' azienda fu un leader controverso (senza l' avvento di Sergio Marchionne la Fiat sarebbe fallita). L'oscuro Umberto, il fratello minore, non aveva il suo fascino, ma era infinitamente più intelligente come stratega di lui, e operativamente più coraggioso. Certo anche Cesare Romiti e Carlo De Benedetti (che fu a guida dell' azienda per pochi mesi e - si è detto - fu sul punto di portar via la Fiat agli Agnelli da sotto il sedere) erano dirigenti più capaci di lui. Giovanni Agnelli detto Gianni, meglio conosciuto come «l' Avvocato», per molti anni fu il vero simbolo del capitalismo italiano. Era nato a Torino il 12 marzo 1921. I genitori lo chiamarono con il nome del mitico nonno, il fondatore della Fiat. Gianni ne diventò leader dopo anni di apprendistato, nel ruolo di vicepresidente, all' ombra di Vittorio Valletta, altro grande manager che riuscì a portare l' azienda a eccellenti risultati, dopo la scomparsa del fondatore nel 1945. L' ingresso di Gianni Agnelli nella stanza dei bottoni, presidente con poteri assoluti, risale al 1966. Diventa subito una sorta di monarca italiano. La conduzione non è facile: contestazione studentesca, lotte operaie, terrorismo, stragi, crisi economica, scioperi continui. Il carisma comunque gli consente di affermarsi dal 1974 al 1976 come presidente di Confindustria. Era una garanzia di equilibrio e di conciliazione. Tuttavia, alla fine degli anni Settanta, la Fiat si trova in mezzo a una tempesta. Agnelli si consolida nell' immagine, vezzi e tic diventano modelli di stile e raffinatezza: l' orologio sopra il polsino, la celebre erre moscia, le scarpe scamosciate, la cravatta sopra il maglione. Nelle interviste si permette battute taglienti, con sarcasmo e ironia su tutto. Nel 1991 è nominato senatore a vita da Francesco Cossiga. Nel 1996 passa la mano a Romiti (in carica fino al 1999). Il 24 gennaio 2003 Gianni Agnelli, dopo una lunga malattia, si spegne. I funerali si svolgono nel Duomo di Torino in forma ufficiale e trasmessi in diretta da Rai 1. Vi assiste una folla enorme, curiosa e commossa. Per ricordarlo, importanti alcune cose che ha detto: «Mi piace il vento perché non si può comprare», «Una cosa fatta bene può essere fatta meglio», «Ho conosciuto mariti fedeli che erano pessimi mariti. E ho conosciuto mariti infedeli che erano ottimi mariti. Le due cose non vanno necessariamente assieme», «Mi sono simpatici gli ecologisti. Ma hanno programmi costosi. Non si può essere più verdi delle proprie tasche», «L' autista non guida mai. Guido sempre io, è un' abitudine. Una volta, quando si andava a cavallo, si diceva 'c' è chi preferisce stare a cassetta e chi preferisce stare in carrozza'. Io preferisco stare a cassetta», «Non amo molto i consuntivi, soprattutto non mi piace il passato, amo il futuro e mi piacciono i giovani. La mia vita è stata tutta una scommessa sul futuro», «Ci si innamora a vent' anni; dopo si innamorano solo le cameriere». Di lui hanno detto Lapo Elkann: «È stato un nonno meraviglioso, ma non avrei voluto essere suo figlio». Il cuoco Giulietto: «Doveva venire a pranzo il presidente della Repubblica e mi dice: "Gli diamo i coglioni di toro. Pensa com' è bello dare due coglioni a un coglione"». Susanna Agnelli: «Criticava i nostri innamoramenti. Lui non era mai innamorato, considerava l' amore una sciocchezza, una noia. Più tardi cambiò idea È la persona più coraggiosa che io abbia conosciuto. [...] Ricordo quando durante la guerra, in un incidente d' auto, rimase ferito gravemente a una gamba. Adagiato su un lettino di fortuna mi guardò e mi vide in lacrime, allora portò un dito alla bocca e mi disse: zitta, non è niente». E ancora: «Lui è il capo famiglia nel senso più antico e più classico del termine. Un vero patriarca. Per noi è naturale rivolgerci a lui per dirgli: Gianni dovresti occupartene tu, dovresti parlare tu». Ed eccomi ai miei incontri. I giornalisti sanno bene che, quando desiderano avvicinarsi a un personaggio importante a tu per tu, almeno per la prima volta, debbono superare il muro degli addetti stampa, delle relazioni esterne, di assistenti, portavoce All' epoca, metà anni Settanta, Agnelli era tutelato da Luca di Montezemolo, il suo beniamino, e da Marco Benedetto: il primo, estroverso e affabile, bravo nel darti un' inattesa, apparente confidenza; il secondo, all' epoca un grande amico. Non ci provai neanche, ad affrontare o eludere il muro. Incontrare faccia a faccia l' Avvocato - tutti lo chiamano così, anche se avvocato non era, ma semplicemente laureato in giurisprudenza - era più o meno come provare a incontrare il Papa. Ma fui fortunato. Mi telefonò Piero Ottone e mi disse che Agnelli aveva curiosità di conoscermi. Mi accennò che probabilmente l' Avvocato cercava un direttore giovane per Stampa Sera (l' edizione del pomeriggio della Stampa). Ottone aveva rapporti privati frequenti con Agnelli, naturale che l' Avvocato si fosse rivolto a lui: Piero mi aveva assunto, giovanissimo, e lanciato senza esitazioni. «Ho parlato benino di te», mi disse sobriamente.

«Io leggo solo "L' Équipe"». Il colloquio, di mezz' ora o poco più, fu però un fiasco per me. Nella prima parte Agnelli mi tempestò di domande sulla mia direzione al Corriere d' Informazione e mi disse che gli era piaciuto un titolone, audace: «I metalmeccanici hanno ragione». Gli dissi che non era mio, ma del mio predecessore, Gino Palumbo. E lui: «Peccato, davvero un bel pugno nella pancia», con un sorriso affabile. Poi, domande senza tregua su diffusione, bilanci, redazione, firme, ambienti che frequentavo Il disastro avvenne quando mi chiese, di colpo, se avessi idee su Stampa Sera. Gli dissi ciò che pensavo. Bisognava, dissi, renderlo amato e popolare tra i dipendenti della Fiat, con attenzione minuziosa alle loro esigenze, familiari e private, e anche, ovviamente, di lavoro. Grande spazio alla Juventus, certo, ma anche di più al Torino, che dagli operai era largamente preferito («Ah, sì?», mormorò lui, dubbioso). Spazio ampio alle polemiche di ragionevole livello con Roma, per sottolineare la diversità di Torino. Infine la cronaca, molta cronaca! Con un linguaggio che rendesse popolare ciò che meravigliosamente aveva fatto Giulio De Benedetti, qualche lustro prima, alla guida della Stampa. Capii che l' Avvocato non mi seguiva affatto e stava precipitando nella trappola della sua vita: la noia. Di colpo mi disse la fatidica frase: «Caro Lanza, non voglio farle perdere altro tempo. La ringrazio, lei è molto simpatico». E non seppi più niente. Solo Ottone mi riferì una battuta educata di Agnelli, qualcosa come «un giovane interessante, ma grezzo, deve crescere». Dedussi che preferiva altri argomenti, la politica internazionale, la finanza e l' economia più di tutto. Forse - è un' ipotesi - le cronache locali lo urtavano, erano per lui volgari quanto i racconti degli amori che gli facevano la sorella e le conoscenti. Quanto fosse difficile entrare in sintonia con lo snobismo di Gianni Agnelli me lo aveva confidato Antonio Ghirelli tanti anni prima. Quando Totò dirigeva Tuttosport, fu consultato dall' Avvocato, che gli offrì la guida della redazione sportiva della Stampa. Ghirelli, disponibile, parlò con il capo del personale e si senti offrire la metà del compenso che percepiva al timone del quotidiano sportivo. Tornò da Agnelli per comunicargli il suo rifiuto. «Capisco il problema economico», commentò l' Avvocato. «Ma lei qui verrebbe alla Stampa!». E Ghirelli: «Ma io lascerei una direzione. Se mi ha chiamato, vuol dire che apprezza Tuttosport». E l' Avvocato, sempre affabile: «No, no. Io leggo solo L' Équipe». Quanto a me, che gli fossi simpatico, posso scriverlo sinceramente. Dopo la prima volta, senza problemi ottenni altri appuntamenti. Anche Scalfari ebbe una volta qualcosa da chiedergli: non gli garbavano le ingerenze di Eugenio Cefis nei giornali e voleva chiedere ad Agnelli perché non intervenisse, anzi perché avesse ceduto la sua quota del Corriere ad Andrea Rizzoli. L' Avvocato ascoltò, fece molte domande, poi d' improvviso si avvicinò in silenzio alla finestra del suo studio. Scalfari capì che Agnelli si era stufato, la noia aveva prevalso: si congedò, tornò a Roma e scrisse l' editoriale intitolato «L' Avvocato di panna montata».

·        Marella Agnelli.

È morta Marella Agnelli, vedova di Giovanni. Aveva 92 anni. Malata da tempo, negli ultimi giorni le sue condizioni di salute si erano aggravate. I funerali si svolgeranno in forma privata a Villar Perosa, scrive il 23 febbraio 2019 La Repubblica. È morta a Torino Marella Agnelli, la vedova di Gianni Agnelli, l'Avvocato. Aveva 92 anni. Malata da tempo, negli ultimi giorni le sue condizioni di salute si erano aggravate. I funerali si svolgeranno in forma privata a Villar Perosa. Marella Caracciolo era nata a Firenze il 4 maggio 1927. Figlia di Filippo Caracciolo Principe di Castagneto e di Margharet Clarke. Dopo aver seguito gli studi superiori e conseguito il diploma in Svizzera, Marella Agnelli ha frequentato “l’Académie des Beaux-Arts” e quindi “l’Académie Julian” di Parigi. Ha iniziato in seguito la sua attività di fotografa a New York quale assistente di Erwin Blumenfeld. Rientrata in Italia, ha collaborato come redattrice e fotografa per la Condé Nast. L’anno seguente, nel 1953, a Strasburgo ha sposato Giovanni Agnelli da cui avrà due figli: Edoardo e Margherita. Nel 1973, su richiesta della fabbrica di tessuti in Svizzera Abraham Zumsteg, ha realizzato una serie di disegni per tessuti d’arredamento. Ad essa sono seguite le collezioni in Italia per la Ditta Ratti di Como, in Francia per gli Stabilimenti Steiner, negli Stati Uniti per la Martex e numerose collezioni per la Marshall Field’s. Nel 1977 ha ottenuto negli Stati Uniti l’Oscar del disegno con il premio “Product Design Award of the Resources Council Inc.”. Ha comunque sempre continuato a fotografare, collaborando con la Condé Nast ed altre riviste. Presidente Onorario della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli. E’ stata membro dell’International Board of Trustees del Salk Institute di San Diego (California) e dell’International Council of the Museum of Modern Art di New York. E’ stata inoltre vicepresidente del Consiglio di Palazzo Grassi a Venezia, nonché presidente de “I 200 del FAI” di Milano e dell’Associazione degli Amici Torinesi dell’Arte Contemporanea di Torino. E’ stata vicepresidente della Commissione Nazionale dei Collegi del Mondo Unito. Nell’ottobre 2000 è stata insignita del titolo di “Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”.

Addio a Marella Agnelli, il cigno…, scrive il 23 febbraio 2019 Il Dubbio. Si sposò con l’Avvocato nel ’53, dopo la morte del figlio Edoardo si ritirò a Marrakech a occuparsi delle sue piante. Richard Avedon, uno dei più grandi fotografi del ‘900, la battezzò il cigno per quel collo sottile e allungato e le sue movenze regali. Marella Agnelli, il cigno, è morta venerdì notte a 92 anni. Per decenni è stata al fianco di Gianni Agnelli, suo marito, sposato nel novembre del 53. Ma prima di entrare nella famiglia “reale” di Torino, Marella visse da principessa tra i Caracciolo, un’antica famiglia dell’aristocrazia napoletana. Suo padre Filippo, un diplomatico, le fece girare il mondo insieme al fratello Carlo che in seguito, e insieme a Eugenio Scalfari, fonderà L’Espresso. Poi arrivò l’incontro con l’avvocato, con Gianni Agnelli, e la sua vita cambiò per sempre. Il sì lo pronunciò nel castello di Osthoffen, a Strasburgo, in Francia, dove il padre era il rappresentante diplomatico italiano presso il Consiglio d’Europa. Subì anche il dolore della morte di un figlio: Edoardo Agnelli, morto suicida nel 2000. Gli ultimi anni di vita li ha passati nella sua villa di Marrakech a occuparsi delle sua amate piante. Di lei rimane anche una rosa, la rosa Marella, creata in suo onore da Rose Barni.

È morta Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli. Aveva 91 anni. Malata da tempo, negli ultimi giorni le sue condizioni di salute si erano aggravate. I funerali si svolgeranno in forma privata a Villar Perosa, scrive il 23 febbraio 2019 La Repubblica. È morta a Torino Marella Agnelli, la vedova di Gianni Agnelli, l'Avvocato. Aveva 92 anni. Malata da tempo, negli ultimi giorni le sue condizioni di salute si erano aggravate. I funerali si svolgeranno in forma privata a Villar Perosa. Marella Caracciolo era nata a Firenze il 4 maggio 1927. Figlia di Filippo Caracciolo Principe di Castagneto e di Margharet Clarke. Dopo aver seguito gli studi superiori e conseguito il diploma in Svizzera, Marella Agnelli ha frequentato “l’Académie des Beaux-Arts” e quindi “l’Académie Julian” di Parigi. Ha iniziato in seguito la sua attività di fotografa a New York quale assistente di Erwin Blumenfeld. Rientrata in Italia, ha collaborato come redattrice e fotografa per la Condé Nast. L’anno seguente, nel 1953, a Strasburgo ha sposato Giovanni Agnelli da cui avrà due figli: Edoardo e Margherita.

Addio a Marella, protagonista di un'epoca che non c'è più, scrive il 23 febbraio 2019 La Repubblica. Nel 1973, su richiesta della fabbrica di tessuti in Svizzera Abraham Zumsteg, ha realizzato una serie di disegni per tessuti d’arredamento. Ad essa sono seguite le collezioni in Italia per la Ditta Ratti di Como, in Francia per gli Stabilimenti Steiner, negli Stati Uniti per la Martex e numerose collezioni per la Marshall Field’s. Nel 1977 ha ottenuto negli Stati Uniti l’Oscar del disegno con il premio “Product Design Award of the Resources Council Inc.”. Ha comunque sempre continuato a fotografare, collaborando con la Condé Nast ed altre riviste. Presidente Onorario della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli. E’ stata membro dell’International Board of Trustees del Salk Institute di San Diego (California) e dell’International Council of the Museum of Modern Art di New York. E’ stata inoltre vicepresidente del Consiglio di Palazzo Grassi a Venezia, nonché presidente de “I 200 del FAI” di Milano e dell’Associazione degli Amici Torinesi dell’Arte Contemporanea di Torino. E’ stata vicepresidente della Commissione Nazionale dei Collegi del Mondo Unito. Nell’ottobre 2000 è stata insignita del titolo di “Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”.

Marella Agnelli Caracciolo, da Parigi alla Fiat ritratto di Signora. La vedova dell'Avvocato si è spenta a 92 anni, era una grande appassionata d'arte, di fotografia e di giardinaggio, scrive Salvatore Tropea il 23 febbraio 2019 su La Repubblica. E' morta Marella Agnelli Caracciolo di Castagneto, aveva 92 anni, vedova dell’Avvocato. Nata a Firenze nel 1927 da una famiglia di antica aristocrazia napoletana, figlia di Filippo Caracciolo principe di Castagneto e di Margaret Clarke, signora americana dell’Illinois, un fratello, Carlo, tra i fondatori del Gruppo l’Espresso-Repubblica e un altro, Nicola, giornalista e studioso di storia, autore televisivo, cugina di Allegra seconda moglie di Umberto, Marella Agnelli frequenta da ragazza l’Accademia di Belle Arti di Parigi per poi dedicarsi alla fotografia sotto la guida di Erwin Blumenfeld,  celebre firma di Vogue e Harper Bazaar. Nel 1953 conosce Gianni Agnelli a Roma. Si sposano l’anno dopo con rito religioso in una chiesetta nel castello di Osthofen nei pressi di Strasburgo dove il padre di lei è segretario del Consiglio generale d’Europa. Cerimonia ristretta, per modo di dire dato il numero dei parenti, e poi festa al Trianon Palace di Versailles e partenza per gli Stati Uniti a bordo della Queen Elizabeth. A giugno del 1954 nasce Edoardo e due anni dopo la sorella Margherita. Con l’Avvocato, personaggio ingombrante e di non facile gestione, condivide la passione per l’arte moderna. Di lei si ricordano le celebri rassegne, realizzate a Torino con il critico Luigi Carluccio, “Il cavaliere azzurro” e “Le muse inquietanti”. L’altra sua passione sono i giardini ai quali si dedica, non solo pubblicando libri, ma occupandosi direttamente e con un certo orgoglio, collaborando spesso con il paesaggista Paolo Pejrone. La residenza di Villar Perosa, la villa della Corsica e poi il progetto di un giardino in Marocco, nel ritiro invernale di Marrakech dove si rifugia anche per poter curare una lunga malattia, sono la testimonianza di questa passione. Personaggio internazionale, non soltanto per effetto riflesso del celebre marito, Marella Agnelli conduce una vita che non offre tanti spunti alle cronache mondane se non in qualche occasione particolare ed esclusiva. E’ di casa a New York e a Sankt Moritz, ma ama molto passare la maggior parte del tempo a Torino dove, assieme al marito, frequenta Romilda Bollati di Saint Pierre, Maria Cattaneo, Mariella e Antonio Marocco e pochissime altre persone. Ma l’amica che vede di più e verso la quale ha un rapporto quasi materno è Evelina Christillin, moglie di Gabriele Galateri di Genola, alla quale confessa sovente nelle passeggiate in collina le pene per lo stato di salute che nel novembre del 2000 condurrà al suicidio il figlio Edoardo. Oltre la soglia dei settant’anni a tenerle spesso compagnia sono i nipoti, John futuro presidente della Fiat, Lapo e Ginevra nati dal primo matrimonio della figlia Margherita con Alain Elkann. E ancora Pietro, Sofia, Maria, Anna e Tatiana nati dal secondo matrimonio con Serge de Phalen. La morte di Edoardo e la malattia del marito che seguirà nel 2003 diradano la sue comparse in pubblico con le tristi eccezioni dei lutti e di quella contesa con la figlia Margherita per una di quelle questioni ereditarie che fanno quasi sempre da contrappunto alla scomparsa dei titolari di grandi patrimoni. Un rimestare di carta bollata che si è andato esaurendo col procedere della malattia accompagnato mano a mano dal silenzio. Il sindaco di Villar Perosa ha proclamato il lutto cittadino lunedì prossimo in occasione del funerale. La funzione sarà celebrata, in forma strettamente privata, alle 11 nella chiesa parrocchiale di San Pietro in Vincoli, accanto alla residenza della famiglia Agnelli, nel paese della valle Chisone.

La regina riservata al fianco di Gianni, conobbe il dolore ma imparò ad amare la vita. Origini nobili e carattere schivo. "Ho capito che l'esistenza non è espiazione". La morte del figlio Edoardo e le liti con Margherita, scrive Giordano Bruno Guerri, Domenica 24/02/2019 su Il Giornale. Se Gianni Agnelli era «il re d'Italia», Marella era la regina. E nel 2003, dopo la morte dell'Avvocato, come una regina madre si ritirò dalla scena pubblica, che peraltro aveva sempre frequentato poco. Rarissime le interviste, quel che sappiamo di lei è nei suoi libri, che parlano di giardini e di arte, le sue passioni; due hanno un taglio autobiografico: Ho coltivato il mio giardino, scritto con la nipote Marella Caracciolo Chia (Adelphi 2014) e La signora Gocà, che parla della sua famiglia d'origine (Adelphi 2015).

Quando sgridò Gianni Agnelli. Suo padre, Filippo Caracciolo, principe di Castagneto, era un diplomatico antifascista, e nel 1944 fu sottosegretario all'Interno nel secondo governo Badoglio, dove si adoperò per l'ingresso dei comunisti al governo. Fu poi segretario del Partito d'Azione e segretario generale aggiunto del Consiglio d'Europa. La madre Margaret Clarke era un'americana, come quella di Gianni, discendente da un'antica famiglia che aveva fatto fortuna producendo whisky. Era nata a Firenze il 4 maggio 1927, mediana fra due fratelli che amava (Carlo, del 1925, sarà editore dell'Espresso e di Repubblica; Nicola, del 1931, giornalista e storico). A 22 anni andò a Parigi per studiare disegno e scenografia teatrale, poi a New York, dove fece la modella e l'assistente per il grande fotografo Erwin Blumenfeld. Tornò in Italia nel 1952, proprio quando Gianni, che aveva sei anni più di lei, ebbe il grave incidente d'auto che lo costringerà a zoppicare per tutta la vita. Amica delle sorelle, andò a trovarlo in ospedale e si innamorarono subito, anche se Marella dichiarerà: «Per Gianni la donna va conquistata. Non si innamora», ma parlava delle altre. Gianni aveva «i difetti caratteristici dell'italiano: di mio padre, di mio fratello Carlo», in compenso «mi ha insegnato a godermi la vita» (Enzo Biagi, Il signor Fiat). E a Vogue, nel 1997: «Un motivo per cui adoro la famiglia di mio marito è che sono convinti che la vita sia fatta per essere goduta, non sia solo dovere ed espiazione». Si sposarono il 19 novembre del 1952, perché lei aspettava un bambino, Edoardo, che morirà suicida nel 2000. Seguì Margherita, nel 1955, che porterà tanti nipoti insieme ad altri dolori recenti - nella vita di Marella. Il dolore sembrava inesistente per la giovane coppia Agnelli-Caracciolo, che presto si affermò anche a New York, dove divennero il simbolo dell'eleganza italiana e dove Richard Avedon le scattò una foto oggi celebre: fu lui a soprannominarla «Il Cigno», per il suo magnifico collo. Così la chiamava anche Truman Capote, che corresse le bozze di A Sangue Freddo sullo yacht degli Agnelli, in crociera al largo della Turchia. Divennero poi amici di John Fitzgerald Kennedy, all'epoca presidente, e di sua moglie Jacqueline: la first lady era considerata la donna più affascinante del mondo, eppure aveva un'aria provinciale accanto a Marella che, sempre perfetta, fu determinante nella nascita del mito Agnelli. L'Avvocato, in compenso, non era celebre per la sua fedeltà, e in un'intervista a Gianni Minoli, per Mixer, spiegò: «Ho conosciuto mariti fedeli che erano pessimi mariti. E ho conosciuto mariti infedeli che erano ottimi mariti. Le due cose non vanno necessariamente insieme». Sul «Cigno» invece non si poteva dire niente, e lei sapeva di essere la sola di cui Gianni potesse affermare: «Viviamo insieme da una vita. A quel punto l'altra persona diventa una parte di sé: come si fa a dirsi amici? È di più, molto di più, è un pezzo di te stesso» (Gianni Agnelli, Rizzoli 2007). Sempre rimanendo dietro le quinte, lo consigliava sulle questioni più importanti, come la decisione di assumere la presidenza della Fiat nel 1966. A metà degli anni Sessanta cominciarono a trascorrere più tempo a St. Moritz, amata da Marella, e meno nel sud della Francia e a New York. Frequentarono di più una cerchia ristrettissima di torinesi, tutti ambivano a un invito a casa loro. Gli esclusi fingevano disinteresse e lamentavano che dagli Agnelli non si mangiava abbastanza, per fare intendere che avevano ricevuto un invito a pranzo. Più che di mondanità, Marella si occupava di iniziative benefiche. Combatté una battaglia per bandire gli zoo in Italia e ottenne la chiusura di quello torinese. Diede vita al gruppo Amici Torinesi dell'Arte Contemporanea, che organizzava mostre. Nel 1967 «Le Muse inquietanti. Maestri del Surrealismo», e nel 1971 un'altra sull'espressionismo tedesco, «Il Cavaliere Azzurro». Richiamò intorno a sé un circolo di intellettuali, artisti e scrittori, e nel 1975, fu tra i fondatori del Fai (Fondo Ambiente Italiano), che restaurò subito il Castello di Masino e il Castello della Manta, e rilanciò Area, un'associazione per aiutare i portatori di handicap.

Le arti visive - perfette per il suo temperamento di esteta impaziente - erano la passione intellettuale dell'Avvocato, e Marella aveva un gusto innato e coltivato con gli studi. Misero insieme una straordinaria collezione e nel 2002 lasciarono alla città di Torino la Pinacoteca Gianni e Marella Agnelli, al Lingotto, con una parte delle opere raccolte per una vita: sei Canaletto e sette Matisse, La baigneuse blonde di Renoir e Velocità astratta di Giacomo Balla, Lanciers italiens au galop, dipinto nel 1915 da Gino Severini, due Picasso, uno del periodo cubista, l'Homme appuyé sur une table, e uno del periodo blu, L'Hétaire, La Négresse di Manet, un nudo di Modigliani, due vedute di Dresda del Bellotto, il dipinto di un alabardiere di Tiepolo e due sculture di Antonio Canova. L'Avvocato incoraggiò il talento di Marella per la decorazione di interni e i giardini spettacolari. A Villa Frescot, sulle colline torinesi, ne creò uno con alberi da frutto, un orto di piante aromatiche, una zona di fiori da taglio, bordature fiorite e siepi di bosso sagomato, nello stile tradizionale dei giardini piemontesi; nella casa, stuoie di vimini, tappezzerie ricercatamente semplici; realizzò una linea di stoffe con foglie, bacche e motivi floreali dai colori caldi su uno sfondo neutro, registrandola con il nome Italian Design, Inc. Poi cominciò a creare decori per la ceramica da tavola, mobili, asciugamani e carta da lettere. Nel 1977 le venne assegnato il «Product Design Award of the Resources Council inc.», una specie di Oscar del settore. Se gli oggetti potevano essere acquistati, pochi potevano vedere i suoi lavori nel verde, e pubblicò diversi libri sui giardini. Nella primavera del 1970 venne inaugurata, con una serie di cene, la nuova residenza romana, proprio di fronte al palazzo del Quirinale, che l'aristocratico stilista Hubert de Givenchy definì «l'unica casa contemporanea che possiede una vera grandezza». Lo chalet Chesa Alcyon, vicino a St. Moritz, comperato all'inizio degli anni Settanta, divenne il luogo preferito di Marella, specialmente quando Gianni partiva per i viaggi più lunghi. Nei pressi del monte Suvretta, con una vista a volo d'uccello sul lago Maloja, era la casa dove passava più tempo, dedicandosi al suo lavoro, agli amati cani husky e a «quello che è uno dei grandi lussi della vita: leggere». Si deve alla sensibilità artistica di Marella anche la nascita di una delle più curiose e affascinanti installazioni di arte contemporanea oggi presenti in Italia: l'immensa serie di opere costruita a Niki de Saint Phalle nel parco di Garavicchio, la casa di campagna dei Caracciolo in Maremma. Soprattutto, regalò al marito una perfetta organizzazione della vita quotidiana, indispensabile a un'esistenza bella e scattante come voleva lui. Finché, intorno al 2000, iniziarono le malattie, le disgrazie, i lutti, la crisi della Fiat, le liti giudiziarie con la figlia Margherita. «Anche i ricchi piangono», si diceva parlando di lei. Ma Donna Marella, così la chiamavano, ha avuto il bene di vedere tutto risolversi. Il gruppo è saldamente nelle mani di un discendente di Gianni e suo, John Elkann, e si è realizzato il sogno dell'Avvocato su una Fiat sempre più internazionale. A quasi ottanta anni decise che la sua vita sarebbe andata avanti, attiva, e l'attività preferita da Marella era rendere belle le case e i giardini. Comprò e rese magnifica una proprietà vicino a Marrakech, 26 ettari in una zona chiamata Aïn Kassimou, «l'occhio della fonte», che a volte aveva affittato insieme a Gianni. Ci passava l'inverno, coltivando il suo giardino.

"Moderna e trasgressiva. Il suo erede? È Lapo". Il critico: "Come la Venere del Botticelli, ha dato alla bellezza italiana un rilievo universale", scrive Paolo Giordano, Domenica 24/02/2019, su Il Giornale.  «Era come la Venere di Botticelli, l'espressione di un nuovo Rinascimento italiano». Vittorio Sgarbi parla di Marella Agnelli a modo proprio, contestualizzandola e inserendola nel quadro piccolo e fascinoso delle nostre icone: «Dopo aver perso i Savoia, lei e Gianni erano diventati i veri re d'Italia».

In che senso?

«Non erano ricchi e potenti e basta. Rappresentavano, soprattutto lei, un modello di eleganza che ha ispirato anche la moda, da Roberta di Camerino ed Emilio Pucci in avanti».

Non a caso l'ha fotografata anche Richard Avedon.

«Le foto del cigno, hanno dato alla bellezza italiana una dimensione universale».

E poi Andy Warhol.

«Sceglieva immagini di potere oggettivo. La Coca Cola. Mao Zedong. Marilyn Monroe. E Marella Agnelli, una figura dall'enorme potere d'immagine».

Se dovesse definirla con una sola frase?

«Quella di Tamara de Lempicka: Io non seguo la moda, la faccio!».

C'è un erede di Donna Marella?

«Franca Sozzani lo è stata: ha rappresentato un portamento e un rilievo profondamente culturale della moda».

E adesso?

«Adesso la continuazione più naturale dello spirito pubblico di Marella Agnelli è Lapo Elkann, che è il più trasgressivo della famiglia ma anche quello capace di intuizioni che spiazzano».

Ecco, la famiglia. La morte violenta del figlio Edoardo ha quasi annientato la signora.

«Non sono certo Massimo Recalcati, ma forse il ruolo pubblico da immagine emblematica di Marella Agnelli può aver comportato minore attenzione all'ambito familiare. Ma non si può fare un processo. Di certo, quel trauma spaventoso l'ha fatta praticamente ritirare dalle scene».

Com'erano i vostri rapporti?

«La conoscevo molto bene. Una volta sono andato a trovarla a Roma in un palazzo bellissimo, dove c'era addirittura un capolavoro di Bellini».

Oltre a fotografa, designer e appassionata di giardinaggio, era anche una collezionista d'arte.

«Non molte opere ma molto ben selezionate. Avevo chiesto in prestito un Nudo davanti al camino di Balthus ma non era stato possibile concludere».

Il suo penultimo libro è stato Ho coltivato il mio giardino.

«E, come dicono i saggi cinesi, un essere umano raggiunge la perfezione quando riesce a fare il proprio giardino...».

Cesare Lanza per ''La Verità'' l'1 dicembre 2019. L'ho incontrato molte volte: forse gli ero simpatico, forse riceveva tutti. Chissà. Ogni volta ero affascinato dalla sua personalità. Era brillante, Gianni Agnelli, e rapido, curiosissimo. Una raffica di domande, una dietro l' altra, come se fosse lui a intervistarmi: voleva sapere ogni cosa, particolari e retroscena, ma con leggerezza, inarrivabile, elegante snobismo. Poi, di colpo - forse per la noia improvvisa, il suo vero problema esistenziale - si fermava e diceva: «Caro Lanza, non voglio approfittare ulteriormente del suo tempo», e mi congedava. Così fece sempre con me e così faceva con tutti, anche nelle riunioni di lavoro, quando sopraggiungeva, per lui non resistibile, la noia. Lo fece anche con Eugenio Scalfari, in un colloquio importante, e Scalfari si vendicò definendolo, in un memorabile articolo, «l' Avvocato di panna montata». Vi racconterò. A quel che se ne sa, Agnelli se ne infischiò, sicuro di sé, considerandosi superiore (o senza neanche prendersi la fatica di pensarlo, come succede a chi è davvero superiore). Solo una volta, quando mi congedò, borbottai che non avevo avuto il tempo di dirgli alcune cose. Sorrise, mi strinse la mano, senza una parola; e chi s' è visto, s' è visto. Unico! Era appagato, le curiosità si erano esaurite. Una volta mi interrogò sul terrorismo e le Brigate rosse. Un' altra, quando lavoravo in televisione, volle sapere com' erano, viste da vicino, le più belle donne dello spettacolo (in realtà si diceva che ne aveva sedotte molte, anche per una sola notte). Un' altra volta mi convocò per valutarmi per un eventuale incarico: bocciato senza appello. Devo dire che la mia simpatia per lui restò sempre intatta e anzi crebbe senza limiti. La stima, l' ammirazione invece no: esattamente al contrario. Sperperò il suo indiscutibile talento. Avrebbe potuto fare molto, per il benessere degli italiani. Si crogiolò nel compiacimento di sé, del rispetto che per lui avevano i più importanti personaggi del suo tempo, e anche per l' azienda fu un leader controverso (senza l' avvento di Sergio Marchionne la Fiat sarebbe fallita). L'oscuro Umberto, il fratello minore, non aveva il suo fascino, ma era infinitamente più intelligente come stratega di lui, e operativamente più coraggioso. Certo anche Cesare Romiti e Carlo De Benedetti (che fu a guida dell' azienda per pochi mesi e - si è detto - fu sul punto di portar via la Fiat agli Agnelli da sotto il sedere) erano dirigenti più capaci di lui. Giovanni Agnelli detto Gianni, meglio conosciuto come «l' Avvocato», per molti anni fu il vero simbolo del capitalismo italiano. Era nato a Torino il 12 marzo 1921. I genitori lo chiamarono con il nome del mitico nonno, il fondatore della Fiat. Gianni ne diventò leader dopo anni di apprendistato, nel ruolo di vicepresidente, all' ombra di Vittorio Valletta, altro grande manager che riuscì a portare l' azienda a eccellenti risultati, dopo la scomparsa del fondatore nel 1945. L'ingresso di Gianni Agnelli nella stanza dei bottoni, presidente con poteri assoluti, risale al 1966. Diventa subito una sorta di monarca italiano. La conduzione non è facile: contestazione studentesca, lotte operaie, terrorismo, stragi, crisi economica, scioperi continui. Il carisma comunque gli consente di affermarsi dal 1974 al 1976 come presidente di Confindustria. Era una garanzia di equilibrio e di conciliazione. Tuttavia, alla fine degli anni Settanta, la Fiat si trova in mezzo a una tempesta. Agnelli si consolida nell' immagine, vezzi e tic diventano modelli di stile e raffinatezza: l'orologio sopra il polsino, la celebre erre moscia, le scarpe scamosciate, la cravatta sopra il maglione. Nelle interviste si permette battute taglienti, con sarcasmo e ironia su tutto. Nel 1991 è nominato senatore a vita da Francesco Cossiga. Nel 1996 passa la mano a Romiti (in carica fino al 1999). Il 24 gennaio 2003 Gianni Agnelli, dopo una lunga malattia, si spegne. I funerali si svolgono nel Duomo di Torino in forma ufficiale e trasmessi in diretta da Rai 1. Vi assiste una folla enorme, curiosa e commossa. Per ricordarlo, importanti alcune cose che ha detto: «Mi piace il vento perché non si può comprare», «Una cosa fatta bene può essere fatta meglio», «Ho conosciuto mariti fedeli che erano pessimi mariti. E ho conosciuto mariti infedeli che erano ottimi mariti. Le due cose non vanno necessariamente assieme», «Mi sono simpatici gli ecologisti. Ma hanno programmi costosi. Non si può essere più verdi delle proprie tasche», «L' autista non guida mai. Guido sempre io, è un' abitudine. Una volta, quando si andava a cavallo, si diceva 'c' è chi preferisce stare a cassetta e chi preferisce stare in carrozza'. Io preferisco stare a cassetta», «Non amo molto i consuntivi, soprattutto non mi piace il passato, amo il futuro e mi piacciono i giovani. La mia vita è stata tutta una scommessa sul futuro», «Ci si innamora a vent' anni; dopo si innamorano solo le cameriere». Di lui hanno detto Lapo Elkann: «È stato un nonno meraviglioso, ma non avrei voluto essere suo figlio». Il cuoco Giulietto: «Doveva venire a pranzo il presidente della Repubblica e mi dice: "Gli diamo i coglioni di toro. Pensa com' è bello dare due coglioni a un coglione"». Susanna Agnelli: «Criticava i nostri innamoramenti. Lui non era mai innamorato, considerava l' amore una sciocchezza, una noia. Più tardi cambiò idea È la persona più coraggiosa che io abbia conosciuto. [...] Ricordo quando durante la guerra, in un incidente d' auto, rimase ferito gravemente a una gamba. Adagiato su un lettino di fortuna mi guardò e mi vide in lacrime, allora portò un dito alla bocca e mi disse: zitta, non è niente». E ancora: «Lui è il capo famiglia nel senso più antico e più classico del termine. Un vero patriarca. Per noi è naturale rivolgerci a lui per dirgli: Gianni dovresti occupartene tu, dovresti parlare tu». Ed eccomi ai miei incontri. I giornalisti sanno bene che, quando desiderano avvicinarsi a un personaggio importante a tu per tu, almeno per la prima volta, debbono superare il muro degli addetti stampa, delle relazioni esterne, di assistenti, portavoce All' epoca, metà anni Settanta, Agnelli era tutelato da Luca di Montezemolo, il suo beniamino, e da Marco Benedetto: il primo, estroverso e affabile, bravo nel darti un' inattesa, apparente confidenza; il secondo, all' epoca un grande amico. Non ci provai neanche, ad affrontare o eludere il muro. Incontrare faccia a faccia l' Avvocato - tutti lo chiamano così, anche se avvocato non era, ma semplicemente laureato in giurisprudenza - era più o meno come provare a incontrare il Papa. Ma fui fortunato. Mi telefonò Piero Ottone e mi disse che Agnelli aveva curiosità di conoscermi. Mi accennò che probabilmente l' Avvocato cercava un direttore giovane per Stampa Sera (l' edizione del pomeriggio della Stampa). Ottone aveva rapporti privati frequenti con Agnelli, naturale che l' Avvocato si fosse rivolto a lui: Piero mi aveva assunto, giovanissimo, e lanciato senza esitazioni. «Ho parlato benino di te», mi disse sobriamente.

«Io leggo solo "L' Équipe"». Il colloquio, di mezz' ora o poco più, fu però un fiasco per me. Nella prima parte Agnelli mi tempestò di domande sulla mia direzione al Corriere d' Informazione e mi disse che gli era piaciuto un titolone, audace: «I metalmeccanici hanno ragione». Gli dissi che non era mio, ma del mio predecessore, Gino Palumbo. E lui: «Peccato, davvero un bel pugno nella pancia», con un sorriso affabile. Poi, domande senza tregua su diffusione, bilanci, redazione, firme, ambienti che frequentavo Il disastro avvenne quando mi chiese, di colpo, se avessi idee su Stampa Sera. Gli dissi ciò che pensavo. Bisognava, dissi, renderlo amato e popolare tra i dipendenti della Fiat, con attenzione minuziosa alle loro esigenze, familiari e private, e anche, ovviamente, di lavoro. Grande spazio alla Juventus, certo, ma anche di più al Torino, che dagli operai era largamente preferito («Ah, sì?», mormorò lui, dubbioso). Spazio ampio alle polemiche di ragionevole livello con Roma, per sottolineare la diversità di Torino. Infine la cronaca, molta cronaca! Con un linguaggio che rendesse popolare ciò che meravigliosamente aveva fatto Giulio De Benedetti, qualche lustro prima, alla guida della Stampa. Capii che l' Avvocato non mi seguiva affatto e stava precipitando nella trappola della sua vita: la noia. Di colpo mi disse la fatidica frase: «Caro Lanza, non voglio farle perdere altro tempo. La ringrazio, lei è molto simpatico». E non seppi più niente. Solo Ottone mi riferì una battuta educata di Agnelli, qualcosa come «un giovane interessante, ma grezzo, deve crescere». Dedussi che preferiva altri argomenti, la politica internazionale, la finanza e l' economia più di tutto. Forse - è un' ipotesi - le cronache locali lo urtavano, erano per lui volgari quanto i racconti degli amori che gli facevano la sorella e le conoscenti. Quanto fosse difficile entrare in sintonia con lo snobismo di Gianni Agnelli me lo aveva confidato Antonio Ghirelli tanti anni prima. Quando Totò dirigeva Tuttosport, fu consultato dall' Avvocato, che gli offrì la guida della redazione sportiva della Stampa. Ghirelli, disponibile, parlò con il capo del personale e si senti offrire la metà del compenso che percepiva al timone del quotidiano sportivo. Tornò da Agnelli per comunicargli il suo rifiuto. «Capisco il problema economico», commentò l' Avvocato. «Ma lei qui verrebbe alla Stampa!». E Ghirelli: «Ma io lascerei una direzione. Se mi ha chiamato, vuol dire che apprezza Tuttosport». E l' Avvocato, sempre affabile: «No, no. Io leggo solo L' Équipe». Quanto a me, che gli fossi simpatico, posso scriverlo sinceramente. Dopo la prima volta, senza problemi ottenni altri appuntamenti. Anche Scalfari ebbe una volta qualcosa da chiedergli: non gli garbavano le ingerenze di Eugenio Cefis nei giornali e voleva chiedere ad Agnelli perché non intervenisse, anzi perché avesse ceduto la sua quota del Corriere ad Andrea Rizzoli. L' Avvocato ascoltò, fece molte domande, poi d' improvviso si avvicinò in silenzio alla finestra del suo studio. Scalfari capì che Agnelli si era stufato, la noia aveva prevalso: si congedò, tornò a Roma e scrisse l' editoriale intitolato «L' Avvocato di panna montata».

Massimo Novelli per il “Fatto quotidiano” il 15 novembre 2019. Sono le 13:24 del 15 novembre 2000 quando l'Ansa batte la notizia: "Edoardo Agnelli, 46 anni, figlio del senatore a vita Giovanni Agnelli, è stato ritrovato cadavere sul greto del torrente Stura lungo l'autostrada Torino-Savona", sotto il viadotto "generale Franco Romano". Giunto sul luogo, Riccardo Bausone, procuratore capo di Mondovì, dichiara al Corriere della Sera: "Non ho le prove inoppugnabili per affermare che si tratti di suicidio. È una delle possibilità che stiamo vagliando. Le altre due sono: malore e omicidio". Eppure Bausone non ordina di fare l'autopsia, accontentandosi d'una ricognizione sommaria del cadavere. Ai quotidiani, però, viene detto che l'esame autoptico è stato effettuato. Solo nel settembre 2010, dopo una trasmissione tv di Giovanni Minoli, lo stesso magistrato ammetterà: "L'autopsia non fu eseguita, anche se allora fu detto fosse stata fatta". A 19 anni dal presunto suicidio del figlio dell'Avvocato il giornalista Antonio Parisi riapre il caso con Gli Agnelli. Segreti, misteri e retroscena della dinastia che ha dominato il Novecento italiano, presentato oggi alle 18 a Torino alla Feltrinelli di piazza Cln. L'inchiesta di Parisi fa seguito alle denunce, senza esito, presentate a diverse procure da Marco Bava, amico e collaboratore di Edoardo. E raccoglie il testimone del volume Ottanta metri di mistero di Giuseppe Puppo, del 2009, che nessun giornale importante volle recensire per autocensura e Fiat-dipendenza. Oltre all'autopsia mancata "c'è almeno una ventina di dati che contrastano contro quest'ipotesi. Tra cui lo stato del corpo, ritrovato dopo esser precipitato da 80 metri di altezza, sostanzialmente intatto e con i mocassini ai piedi. Gli esperti mi hanno spiegato che dopo una caduta da quella altezza persino gli scarponcini ben allacciati degli alpinisti, volano via". C'è di più. Un pastore ha confermato a Parisi d'aver visto il cadavere del figlio dell'Avvocato sotto il viadotto già alle 8, mentre le risultanze ufficiali fissano l'orario intorno alle 10. Nessuno, tra Procura e investigatori ha mai preso in considerazione il racconto di quell' uomo. L'indagine fu chiusa prima ancora d'esser aperta.

Estratto dal libro "Casa Agnelli" di Marco Ferrante (Mondadori 2007) pubblicato da Dagospia il 24 febbraio 2019. Dal matrimonio con Marella Caracciolo di Castagneto, Gianni ebbe due figli, Margherita e Edoardo. Quando si sposarono lei era una ragazza che veniva da una famiglia principesca con pochi quattrini – suo nonno aveva dilapidato l’immensa fortuna di origine feudale che aveva ereditato –, era elegantissima e aveva una vocazione spiccata per la rappresentazione sociale del sé. Da ragazza aveva lavorato a New York come assistente del fotografo Erwin Blumenfeld. È sempre stata molto amata dai fotografi. Clifford Coffin la ritrasse nel 1949 e Richard Avedon negli anni Cinquanta. Il suo ruolo nel jet set internazionale ha il punto di massima celebrazione nel rapporto con Truman Capote. A Katharine Graham – amica degli Agnelli, proprietaria del «Washington Post» – Capote un giorno disse che, in un’ideale classifica della bellezza, Marella Agnelli sarebbe stata la più cara nella vetrina di Tiffany. In Infamous, il film sulla vita di Capote nel periodo in cui sta scrivendo A sangue freddo, Marella è presente nel ristretto numero delle amiche dello scrittore, insieme a Babe Paley (moglie del fondatore della Cbs) e Diana Vreeland. È interpretata da Isabella Rossellini. Nonostante il tratto icastico, Marella non ha lasciato nell’immaginario collettivo una traccia paragonabile a quella del marito. Molti pensano che ciò potrebbe essere dipeso dal rapporto sbilanciato a favore di lui. Ci sono fotografie bellissime che la ritraggono, ma tutte sostanzialmente fredde (comprese quelle di Richard Avedon, il quale l’adorava – dice la leggenda – per via del suo lungo collo). In un filmato di una recita di beneficenza alla fine degli anni Quaranta a Roma, Marella esegue un numero di danza con Gea Pallavicini (meno brava di lei). In una delle sue foto più belle – che non è in posa, né mondana, ma ritrae una scena di vita quotidiana – attraversa la pista di un aeroporto con suo marito. Marella ha figurato stabilmente nelle classifiche delle donne più eleganti del mondo, ed è una celebrità nel ramo giardini. Ha scritto tre libri sul tema, uno con la nipote Marella Caracciolo e con Giuppi Pietromarchi, un altro con il fratello Nicola. Ha collaborato con «Vogue» e ha disegnato stoffe d’arredamento. È molto riservata, poco propensa a parlare di sé o in pubblico. Chi non fa parte della cerchia ristretta delle sue amicizie la giudica una persona vaga, distante, sospesa sulla realtà. Chi la conosce, invece, invita a non sottovalutarne la discrezione e l’effetto che essa ebbe sulla coesione matrimoniale. Gianni Agnelli si considerava un buon marito, ancorché infedele, e non fece mai nulla per nascondere le sue infedeltà. Lei, invece, avrebbe preferito una storia diversa e pativa l’infedeltà. Era una donna all’inseguimento di suo marito. Tentava di controllare la situazione. Secondo alcuni testimoni e amici intimi questo atteggiamento pesò sull’educazione dei figli: per lei la coppia veniva prima della famiglia. Per lui, lei era sua moglie. Fu visto piangere quando fu sottoposta a un intervento chirurgico. Stava bene con lei ed era – e soprattutto sembrava – protettivo. Per esempio, quando lei esprimeva giudizi che avrebbero potuto essere rettificati, lui lasciava correre. E tutto questo era percepibile dagli altri. Ciò non significa che i loro rapporti fossero idilliaci. Avevano le loro turbolenze. Dopo la morte del figlio Edoardo e del marito, Marella trascorre molto tempo nella casa a Marrakech e in quella di Calvi. Il contributo Caracciolo alla formazione di Gianni fu superiore a quello che si pensa. Gianni acquisì dai Caracciolo una parte del suo personale birignao – modificò un poco il rotacismo, per esempio – e fu il suocero a trasmettergli alcune relazioni e la curiosità per la politica. Filippo Caracciolo fu sottosegretario agli Interni nel secondo governo Badoglio e segretario del Partito d’Azione. In generale, c’era nei Caracciolo un elemento di modernità e di anticonformismo rispetto alla società del dopoguerra. Gianni subì un misto di influenza e contaminazione molto visibile nel rapporto con il fratello maggiore di Marella, Carlo, fondatore del gruppo editoriale L’Espresso; secondo alcuni Agnelli, l’unica persona che gli tenne davvero testa. Come ricorda l’altro fratello, Nicola Caracciolo, i rapporti tra Carlo e Gianni attraversarono due fasi. Fino alla metà degli anni Settanta furono molto vicini. Gianni non entrò mai nel capitale dell’Espresso, ma la sua presenza protesse Carlo. Le cose si raffreddarono quando la Dc, soprattutto Amintore Fanfani, fece pressione su Agnelli perché esercitasse un ruolo di persuasione su Caracciolo e sulla linea editoriale del suo gruppo. All’inizio degli anni Settanta Caracciolo e l’Ifil avevano costituito una società editoriale – cui il gruppo L’Espresso non partecipava – che proprio in seguito a queste pressioni venne sciolta. Agnelli offrì al cognato, tramite Gianluigi Gabetti, la guida di una società editoriale americana, la Bantam Books. Carlo disse di no. Gianni si meravigliò del rifiuto e da quel momento – osserva Nicola Caracciolo – scese un’ombra tra i due. Inoltre Carlo si trovò diviso tra Agnelli ed Eugenio Scalfari, che attaccava il capo della Fiat considerandolo succube della Dc. La questione psicologica fra i due rimase intatta. Erano divisi, ma anche inestricabilmente legati, si influenzarono l’uno con l’altro. Erano amici, ma anche in competizione. Agli occhi di Agnelli, Caracciolo aveva una caratteristica di vitalità che lo affascinava. In un’intervista a Gianni Minoli, Agnelli confessò che se non fosse nato così ricco non lo sarebbe mai diventato. Caracciolo aveva l’energia, invece, di chi vuole riprendersi il suo posto nel mondo.

·        Edoardo Agnelli.

Gigi Moncalvo (gigimoncalvo.com il 17 novembre 2014) Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni e Marella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro “Agnelli Segreti” sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica di Mondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su “la Stampa” né sul “Corriere” – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque, cancellato, come sua madre, come Giorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava. Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L’Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese”), il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: “Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”. Evidentemente Sergio Marchionne non gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiori lavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia. Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l’hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l’una con l’altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa “ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori”. Dice Lapo: «Con tutto l’affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile… Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere… i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l’indicazione di far entrare Jaky nell’impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui». Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo). Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avessi reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane? Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de “il Manifesto” (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi. Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui, ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto. Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli “Usurpateurs”, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

PS: Discorso analogo per la Juventus. Sul suo sito ufficiale ha “dimenticato” di ricordare sia Edoardo, che fu consigliere d’amministrazione, che l’indimenticato Vittorio Chiusano, ex presidente e vero avvocato dell’Avvocato (lo tolse dai guai ai tempi di “Mani Pulite”), scomparso nel luglio 2003, sei mesi dopo la morte di Gianni Agnelli (e da lì, aspettando che morisse anche Umberto, cosa che avvenne nel maggio 2004, qualcuno trovò il “coraggio”, anche all’interno della Royal Family, per attivare i meccanismi di “Calciopoli”).   Non una riga, per nessuno dei due. Quando si dice lo “stile Juventus”.

·        John Elkann.

John Elkann, l'Agnello diventato il lupo di Piazza Affari: soldi, cosa non sapete. Nino Sunseri su Libero Quotidiano l'1 Novembre 2019. In pochi avrebbero scommesso qualcosa su John Elkann in quei drammatici giorni di fine maggio del 2004. Con il cadavere di Umberto ancora caldo, Giuseppe Morchio, amministratore delegato Fiat da un anno, aveva accarezzato il sogno di diventare il capo assoluto e forse un giorno, il riferimento azionario del gruppo. Della dinastia Agnelli erano rimasti solo orfani e vedove. Un tumore aveva portato via Giovannino, il figlio di Umberto, l'erede designato. Era rimasto John cui nonno Gianni aveva ceduto il controllo della cassaforte di famiglia e quindi lo scettro. Aveva solo 28 anni, come avrebbe potuto reggere il peso di un' azienda al fallimento? In lui non credeva nemmeno la madre Margherita che, di fronte a quello che sembrava un disastro ormai inevitabile aveva chiesto di essere liquidata. Salvava se stessa e i cinque figli nati dal matrimonio con Serge de Palhen. I tre ragazzi frutto delle nozze con Alain Elkann (Ginevra, Lapo e John) si arrangiassero e non importa se avevano smesso, anche pubblicamente, di chiamarla mamma. In poche ore Gianluigi Gabetti (gran ciambellano di casa scomparso di recente a 94 anni) Franzo Grande Stevens (l' avvocato dell' Avvocato) con la sponda di Susanna allestiscono una soluzione. Morchio viene licenziato e il primo giugno viene presentata la nuova squadra: Montezemolo presidente, John vice presidente, Sergio Marchionne (un perfetto sconosciuto nel mondo dell' auto) amministratore delegato. Il titolo Fiat vale circa 1,6 euro e potrebbe scendere ancora. Di John in quei mesi si parla poco. La star, ovviamente è Montezemolo mentre Marchionne comincia a far parlare di sé. Il ragazzo si occupa di finanza e di giornali con alterne fortune. Soprattutto la carta stampata non si dimostra un successo. Tenta di prendere il comando del Corriere della Sera, di cui è maggior azionista ma viene respinto. Non riesce nemmeno a ottenere la nomina di un direttore di suo gradimento dopo essere riuscito, con moltissima fatica, a liberarsi di Ferruccio de Bortoli di cui non apprezza l' autonomia. Non va bene nemmeno con La Stampa, il giornale di famiglia. Sono in tanti a sorridere di questo ragazzo che dove non c' è la mano di Marchionne non riesce a combinare proprio niente di buono. E invece il ragazzo sta crescendo. Decide di abbandonare il mondo dei giornali italiani: vende il quotidiano torinese al gruppo De Benedetti e regala le azioni del Corriere della Sera ai soci Fiat. Diventa il primo azionista dell' Economist che ha gran blasone e, soprattutto, guadagna. Cambia il perimetro e il nome della Ifi, la vecchia cassaforte di famiglia quotata in Borsa. La fa diventare Exor con un tocco di piccola civetteria. È il nome della holding cui faceva capo la cantina francese che produce i vini più famosi (e cari) del mondo. Chateau Margeaux. Vende il vino e si tiene il nome. Accompagna Marchionne in tutta l' operazione di creazione di valore. Il risultato è che oggi John è almeno di dieci volte più ricco. Quando prende la vicepresidenza di Fiat il valore di Borsa era di 5,5 miliardi. Oggi è pari a 60 miliardi mettendo insieme i vari pezzi che nel frattempo sono stati quotati: Fca, Ferrari e Cnh (che sta per fare un altro spezzatino separando Iveco). Il cammino inverso rispetto a nonno Gianni: aveva ereditato un gioiello dalla mani di Vittorio Valletta e quando l' ha lasciato è quasi al fallimento. Ma è nell' ultimo anno che comincia il gran valzer con la Borsa. Senza più Marchionne che comunque teneva fermo il profilo industriale John lascia danzare la finanza. In dodici mesi sugli azionisti piovono dividendi per 8,5 miliardi. Una pioggia d' oro dopo dieci anni di astinenza. Due miliardi arrivano come cedola straordinaria legata alla cessione per 5,8 miliardi della Magneti Marelli. Un altro miliardo è rappresentato dalla cedola ordinaria. Infine i 5,5 miliardi che saranno distribuiti come corollario della vendita a Peugeot. Di questa pioggia d' oro il maggior beneficiario è Exor che quando tutto sarà finito avrà portato a casa più di 2,4 miliardi. Ma gli azionisti di minoranza non hanno certo da lamentarsi. Da quando c' è John il titolo è salito del mille%. Vuol dire che 1000 euro investiti nel 2004 sono diventati 10mila. Senza contare il regalo aggiuntivo per le prossime nozze con i francesi. Nino Sunseri

·        Lapo Elkann.

Da calciomercato.com il 10 settembre 2020. Lapo Elkann torna in tv, ospite di “Verissimo” (puntata in onda sabato 12 settembre su Canale 5), e lo fa con una confessione choc: "In collegio, a 13 anni, sono stato abusato più volte e un fatto come questo ti porta ad andare, a volte, verso l’autodistruzione, perché l’abusato si sente in colpa...". E' questa l'anticipazione dell'intervista riportata da TgCom24: "Anestetizzavo con l’uso di sostanze un dolore che sentivo dentro di me... La pandemia? Sto vivendo con preoccupazione questo mondo cambiato a causa del Covid-19 perché  invece di vedere le persone più solidali tra loro vedo tanta rabbia e tensione". INFANZIA - "Non ho amato molto la mia infanzia. Sono stato un bambino dislessico, iperattivo, affetto da deficit dell’attenzione e siccome a scuola ero sempre indietro, volevo dimostrare di essere più forte. E’ importante dirlo. Se non lo affronti con profondità questo dolore negli anni ti mangia, ti porta a vivere la vita con grandissima difficoltà".

TRAUMA - "Come ho fatto a superarlo? La mia sensibilità e la mia grande forza di volontà mi hanno aiutato. Non ho paura delle mie fragilità. Ho imparato ad accettare me stesso e a chiedere aiuto. C’è voluto del tempo ma oggi sto bene con chi sono".

ERRORI - "Quando sei solo, ad un certo punto la fragilità non sai come affrontarla. Le sostanze ti distruggono la vita ed io di problemi ne ho avuti. Per me l’uso di sostanze era un anestetizzante. Anestetizzavo un dolore che sentivo in me. Purtroppo ne ho pagato più volte le conseguenze… Io di male me ne sono fatto abbastanza da solo, d’ora in poi voglio altro".

AVVOCATO AGNELLI - "Mio nonno mi ha dato e insegnato tanto. E’ una delle persone a cui ho voluto più bene nella vita insieme a mia nonna Marella. Magari riuscissi a trovare una donna con le sue qualità. Ora comunque sono molto felice, ho una fidanzata portoghese molto simpatica e diversa da tutte le donne che ho avuto in passato".

DIVENTARE PAPA' - "Io amerei diventare papà, ma ho paura. Non voglio fare un figlio tanto per farlo, ma voglio incontrare la donna della mia vita per poi fare un figlio con lei".

Dopo il drammatico incidente, Lapo Elkann ritrova l'amore con l'ex pilota. Nuova vita e nuovo amore per Lapo Elkann che dopo aver rischiato la vita sei mesi fa, oggi è felice (e innamorato) al fianco di una manager portoghese. Novella Toloni, Martedì 30/06/2020 su Il Giornale. Dopo la grande paura, l'amore. Lapo Elkann prova a voltare pagina dopo il brutto incidente dello scorso gennaio - nel quale ha rischiato di rimanere paralizzato - aprendo il suo cuore a Joana Lemos, ex campionessa di rally di origini portoghesi. Le foto dell'imprenditore e della neo fidanzata in una fuga romantica alle isole Baleari sono state pubblicate, in esclusiva, sul settimanale Chi (in edicola mercoledì 1 luglio). "In questo momento sono un uomo molto felice perché ho accanto una persona che mi dà tanto. Ho tantissima voglia di mettere radici", aveva confessato Lapo Elkann soltanto due settimane fa in una lunga intervista esclusiva rilasciata proprio alla rivista diretta da Alfonso Signorini. A distanza di pochissimo tempo il settimanale è riuscito a paparazzare Elkann in compagnia della sua nuova fiamma, Joana Lemos a bordo di uno yacht a largo delle isole Baleari. Un servizio esclusivo che immortala la coppia durante una breve fuga romantica nelle acque spagnole tra coccole, giochi e momenti di passione. "Se oggi sto facendo quello che faccio, è merito anche di una persona che mi dà una grande mano e un grande sostegno - aveva dichiarato Lapo Elkann a Chi - Faccio il possibile per proteggere la nostra relazione per rispetto della sua vita e perché tengo molto a lei". Oggi però quel nome è diventato ufficiale la donna che rubato il cuore del rampollo di casa Agnelli è Joana Lemos, una donna molto diversa da quelle viste al fianco di Lapo negli ultimi anni. Divorziata, con due figli, Joana ha 47 anni, ex campionessa di rally divenuta manager di successo e molto impegnata nel sociale. Sarebbe stato il comune impegno benefico a far incontrare i due, dopo il drammatico incidente di cui Lapo Elkann è stato vittima in Israele a inizio anno. Dopo aver visto la morte in faccia, in coma farmacologico per giorni e a rischio paralisi, infatti Lapo ha deciso di dedicare buona parte del suo tempo al sociale con attività benefiche. In uno dei suoi tanti impegni avrebbe conosciuto Joana, con la quale sarebbe scoccata la scintilla. Un amore concreto non frutto dell'insicurezza degli amori passati, come aveva confessato lui stesso a Chi poche settimane fa: "La mia insicurezza mi ha portato ad avere tanti legami. Non stavo bene con me stesso e ho cercato conferme nelle donne per colmare un buco interiore. Sono grato a tutte ma ora è diverso: sono felice e innamorato".

Anticipazione da “Chi” il 16 giugno 2020. «Sono stato graziato da Dio più volte, devo ringraziarlo e mai dimenticarlo. Ho avuto varie peripezie ed è inutile nasconderlo, i miei alti e bassi sono di dominio pubblico e, dopo quello che mi è successo in Israele (un grave incidente, ndr), ho avuto una spinta in più. Con la fortuna che ho avuto, non per il cognome o i soldi, ma per essere riuscito ogni volta a rialzarmi, mi è venuto spontaneo pensare ancora di più agli altri. La mia fondazione LAPS è attiva dal 2016 e abbiamo realizzato diversi progetti a favore della cura e del benessere dei minori. Con l’emergenza coronavirus, quindi, ci è sembrato naturale incrementare gli sforzi a favore dei più fragili». Così Lapo Elkann apre il suo cuore e racconta senza filtri in una intervista esclusiva pubblicata dal settimanale Chi nel numero in edicola da mercoledì 17 giugno la sua rinascita dopo il grave incidente di cui è stato vittima in Israele all’inizio dell’anno. È la prima volta che il nipote di Gianni Agnelli parla dopo l’incidente che lo ha spinto a dedicare la maggior parte del suo tempo alle opere benefiche grazie alla fondazione che ha creato nel 2016. «Non sono attaccato a quello che possiedo e, se intorno a me vedo sofferenza, lo sono ancora di meno», spiega Lapo. «Con la raccolta fondi destinata alle famiglie più bisognose siamo partiti da Italia e Portogallo, e adesso con la creatività e la generosità italiana vogliamo aiutare altri Paesi. Nulla verrà sconfitto senza il contributo di tutti. Nelle difficoltà più si aiutano gli ultimi più il mondo diventerà un posto migliore».

Nella lunga intervista Lapo fa anche i conti con il suo passato: «Nella vita niente ti è regalato e niente è semplice, ci sono stati momenti dove dentro di me avevo buchi giganteschi. Molti diranno che, essendo nato ricco, ho avuto vantaggi e infatti non mi lamento e non faccio la vittima, dico comunque che qualunque essere umano può attraversare dei grandi vuoti. Io li ho provati a colmare in modo sbagliato, con le sostanze. Finché non ho trovato, anche grazie agli affetti veri, la pace e la forza interiore, ma bisogna lavorare ogni giorno. Tutto quello che è esteriore, come il successo, non conta se non capisci qual è il tuo posto nel mondo».

Quegli affetti che per lui sono arrivati soprattutto dalla famiglia, dai fratelli: «Sono stato insicuro e l’amore e l’affetto che sento attorno mi hanno dato grandissima forza ed energia per ripartire. Il sostegno mi è sempre arrivato da mio fratello, da mia sorella: tra noi tre c’è un cordone d’amore che ci legherà per sempre, ci vogliamo un bene pazzesco e senza i miei fratelli non sarei quello che sono».

L’altro grande amore che Lapo confessa è per L’Italia, quello che lui chiama le sue radici: «Ho tantissima voglia di mettere radici e le radici numero uno sono il mio Paese. Posso girare il mondo, ma questa è casa mia». E proprio al suo amore per l’Italia Lapo Elkann ha dedicato un podcast esclusivo che sarà disponibile domani sulle maggiori piattaforme digitali e che fa parte della nuova serie “Chi-Storie d’amore” all’hashtag #storiedamore.

Dagospia. Da tgcom24.mediaset.it il 13 dicembre 2019. Con la sua vita piena di eccessi, fatta di party sfrenati, amori appassionati e vacanze di lusso, ha tenuto banco sulle pagine di cronaca rosa. Ora, a 42 anni, Lapo Elkann ha deciso di cambiare totalmente vita. Il suo impegno va adesso alla lotta contro le dipendenze, di cui lui stesso è stato vittima, come racconta in un'intervista al settimanale Grazia. La prima tappa del suo viaggio di rinascita è la messa in vendita di alcuni pezzi del suo guardaroba: il ricavato andrà alla LAPS (Libera Accademia Progetti Sperimentali) di cui lo stesso Elkann è il fondatore: "Avevo voglia di mettere insieme tre anime che mi appartengono: il mio impegno sociale, la creatività e la sostenibilità". E' un Lapo tutto diverso da quello che abbiamo conosciuto in questi anni, che lotta in prima linea contro le dipendenze da internet, smartphone, videogame e social network. "So di che cosa si tratta, avendole vissute sulla mia pelle". Ma adesso, per lui, è acqua passata: "Non bevo più, non uso sostanze e da due mesi ho anche smesso di fumare". "Da bambino - racconta nell'intervista - mi sono trovato ad affrontare situazioni difficili, dagli abusi sessuali alla dislessia fino ai problemi legati all'apprendimento di cui ho sofferto e soffro tutt'ora... Mi sono messo a disposizione degli altri per dare aiuto, amore e appoggio ai bambini e adolescenti alle prese con le stesse situazioni". Aiutare gli altri, dare l'esempio e restituire quello che ha avuto sono gli obiettivi che il rampollo di casa Agnelli si è prefissato in questa sua "nuova vita". "Mi occupo delle mie aziende e contemporaneamente faccio solidarietà - ha spiegato - Sento che è venuto il momento di dare di più al prossimo. Sia perché questo fa stare bene me, sia per essere più utile agli altri".

Giordano Tedoldi per “Libero quotidiano” il 14 dicembre 2019. Lapo ci è, da sempre, simpatico. Già nascere con accanto un fratello mostruosamente competitivo come John Elkann dev'essere stato un calvario. Quindi tutte le sue storie di eccessi, droghe, transessuali, le abbiamo sempre viste sotto il profilo strettamente umano, per non dire umanitario. Che non sappia fare assolutamente nulla (cosa che è evidente nonostante il suo parlare di aziende delle quali sarebbe alla guida) è, dal nostro punto di vista, una nota di merito e non di demerito. Lapo è un artista della vita: è giusto che, a parte vivere da Lapo, non faccia altro. Ma vivere da Lapo vuol dire anche avere l'intelligenza e il talento di cambiare spesso ruoli. Ora, per esempio, in un'intervista a "Grazia", Lapo si è scoperto asceta. Forse non chiederà il sacerdozio, ma ci siamo vicini. Ha dichiarato che non beve più, non si fa più, e ha smesso perfino, da due mesi, di fumare. Vuole combattere le dipendenze, tutte, anche quelle (in effetti davvero devastanti) da social network, e quindi ha cancellato i suoi account Facebook e Instagram, perché «focalizzati sull' apparenza, sul mettere in mostra una vita che non è sempre quella che realmente si vive». E aggiungiamo noi, una vita da Lapo, nella sua reale consistenza, effettivamente nessun social la può rappresentare. Lapo si è, non si comunica. Lapo ha però tenuto Twitter, perché «è diverso: è utile per poter comunicare ciò che uno pensa o vede e per smentire eventuali informazioni non corrette, quindi anche per potersi difendere». Difendersi da che? Finora Lapo ha dovuto perlopiù difendersi da se stesso, dalle sue impulsività, e sarebbe bello, in effetti, un giorno vedere Lapo che, su Twitter, si difende da Lapo. Comunque, a 42 anni, pare proprio che Lapo abbia scoperto un altro se stesso, più profondo, più legato ai valori veri. Continua sempre, infatti, a parlare di misteriosi progetti «ideati da giovani e dedicati ai giovani», chimere legate a brand dai nomi suggestivi che raramente escono dalla fase di temeraria ideazione per farsi valore economico (quello è un dono riservato al fratello maggiore) però parla anche, apparentemente con cognizione di causa, di "sostenibilità" e "impegno sociale". In particolare, Lapo sembra intenzionato a mettere a disposizione degli altri la sua lunga esperienza con le dipendenze, per aiutare chi ne fosse vittima, e questo è senz' altro lodevole. E sono impeccabili queste sue parole: «Dobbiamo guardare alle nostre vulnerabilità con amore e gentilezza, non con cattiveria e durezza, perché essere vulnerabili, buoni, gentili ed educati sono valori, non difetti. Sono una persona buona, ma non penso di essere né stupido né fesso: nel nostro Paese troppo spesso la bontà è considerata, purtroppo, un segnale di debolezza». Non gli si può dare torto. Di certo Lapo sa che, se fosse nato povero, sarebbe stato semplicemente tritato dalla competizione della vita, e che solo la sua famiglia e le sue sostanze lo hanno posto in una condizione di riparo. Non possiamo esimerci però dal vestire i tetri panni dei consiglieri spirituali, in vista di questa conversione di Lapo. E domandarci: è sincero? Ce la farà? Non è la prima volta, infatti, che Lapo annuncia resipiscenza. Naturalmente ci auguriamo che il "programma dei 12 passi" che Lapo sta intraprendendo per liberarsi dalle dipendenze da alcol, droghe e tutto il resto abbia pieno successo. Anzi, fossero anche 13 o 14 i passi, o 164, ci starebbe bene. Temiamo però che le dipendenze, in Lapo, non siano la causa dei suoi problemi, ma l' effetto. Le cause sono altre (di alcune, Lapo stesso ha parlato con il candore che gli è riconosciuto, e riguardano alcune molestie subite da piccolo) e con quelle averci a che fare può essere diabolicamente difficile. Ma Lapo, nonostante le apparenze, è uomo resistente e tenace. Dai suoi guai ha sempre avuto il carattere di rialzarsi. Se l' annunciata sobrietà sarà reale, tanto meglio per lui, purché non diventi noioso come, ci perdonerà, il fratello. Se invece si tratta di un divertissement, l' ennesimo, in una vita d' artista che non ha nulla da invidiare a Andy Warhol, attenderemo con ansia il nuovo camuffamento. In ogni caso, sentiremo ancora parlare, a lungo, di Lapo.

Lapo Elkann cambia vita: "Ora lotto contro le dipendenze". Lapo Elkann è cambiato, ha messo un punto alla sua vita precedente e ha deciso di dedicarsi maggiormente agli altri con progetti benefici, mettendo il suo impegno nella lotta alle dipendenze. Francesca Galici, Sabato 14/12/2019, su Il Giornale. Lapo Elkann è cresciuto, forse. Ha messo da parte gli eccessi e ha deciso di cambiare vita, dedicandosi maggiormente agli altri. Dopo aver condotto una vita sregolata, a 42 anni il nipote di Gianni Agnelli ha deciso di dare una svolta e ha iniziato a dedicarsi con maggiore impegno alla beneficenza. Di lui nel corso degli anni si è parlato tanto, ma solo in parte per la sua spiccata vena imprenditoriale. Il suo genio l'ha portato a realizzare tantissimi progetti e a collaborare attivamente con le aziende di famiglia, spesso con risultati di successo. Tuttavia, le sue imprese in campo lavorativo sono sempre state offuscate da comportamenti borderline, dovuti all'assunzione di sostanze e di alcol. Le dipendenze, di ogni tipo, sono state una costante della vita di Lapo Elkann fino a ora, ma adesso il rampollo di casa Agnelli ha deciso di cambiare vita. "Non bevo più, non uso sostanze e da due mesi ho anche smesso di fumare", ha detto Lapo nel corso di un'intervista con il settimanale Grazia. Il figlio di Alain Elkann e di Margherita Agnelli ha deciso di spendersi in prima persona nella lotta contro le dipendenze, che non sono solo quelle da alcol e da sostanze stupefacenti. Pare, infatti, che per un periodo della sua vita l'uomo sia stato anche dipendente da internet, dai video videogame e dai social network. Ora che ne è uscito, vuole dare il suo contributo per aiutare il prossimo: "So di che cosa si tratta, avendole vissute sulla mia pelle." Il primo passo di questa nuova vita del nipote dell'Avvocato è stato la vendita di una parte del suo guardaroba, il cui ricavato servirà a sostenere la LAPS (Libera Accademia Progetti Sperimentali), fondata dallo stesso Lapo Elkann. "Avevo voglia di mettere insieme tre anime che mi appartengono: il mio impegno sociale, la creatività e la sostenibilità", ha dichiarato nel presentare il progetto. Nell'intervista rilasciata al settimanale Grazia, il rampollo Agnelli si è raccontato in maniera intima e introspettiva e ha spiegato da dove nasce il suo modo di essere: "Da bambino mi sono trovato ad affrontare situazioni difficili, dagli abusi sessuali alla dislessia fino ai problemi legati all'apprendimento di cui ho sofferto e soffro tutt'ora." Questo trascorso è stato la molla che l'ha spinto ad aprirsi agli altri per offrire il suo supporto: "Mi sono messo a disposizione degli altri per dare aiuto, amore e appoggio ai bambini e adolescenti alle prese con le stesse situazioni." In questa nuova vita che si appresta a iniziare, Lapo Elkann vuole restituire quello che la vita gli ha regalato. Continuerà a occuparsi delle sue aziende ma lo farà con maggiore consapevolezza, con un occhio sempre attento ai progetti benefici: "Sento che è venuto il momento di dare di più al prossimo. Sia perché questo fa stare bene me, sia per essere più utile agli altri."

Lapo Elkann, grave incidente d’auto a Tel Aviv: «Ora voglio solo fare del bene». Pubblicato giovedì, 19 dicembre 2019 su Corriere.it da Fabrizio Massaro. Il nipote dell’Avvocato in coma dopo l’impatto, ora è fuori pericolo». E al Corriere dice: «Adesso voglio cambiare». Lapo stava tornando a Tel Aviv da una visita a Gerusalemme, dove aveva visitato il Muro del Pianto. L’incidente - di cui non sono chiare le dinamiche, avendo Lapo perso conoscenza - è avvenuto di sera, attorno alle 19 ora locale. Lapo era da solo e nell’incidente sarebbero rimaste coinvolte altre persone. In questo momento il nipote di Gianni Agnelli non è più ricoverato in Israele ma in convalescenza in un altro ospedale in Svizzera ed è sulla via del recupero. Lo ha confermato lo stesso Lapo in una videochiamata giovedì 19 mattina con il Corriere della Sera: «Voglio innanzitutto ringraziare Dio, e poi i medici israeliani e quelli europei. Voglio pregare per i ragazzi giovani che ho visto morire in Israele accanto a me nei letti delle emergenze dell’ospedale, gli amici che mi sono stati vicini, la mia famiglia. Voglio ringraziare Dio di avermi dato la possibilità di ridarmi la vita. Voglio dedicare il mio tempo, il mio cuore e risorse economiche a fare del bene - continua Lapo - occupandomi della mia Onlus, che non è un capriccio da bambino viziato. Umanamente Lapo Elkann - continua il nipote dell’Avvocato - non è come lo descrivono gli altri ma un uomo con il cuore aperto e che ha voglia di fare del bene. Con l’incidente ho capito che è questo il mio nuovo motto di vita».

Lapo Elkann, grave incidente stradale in Israele: "Ora sto meglio, ringrazio Dio". Il fratello di John Elkann è stato ricoverato a Tel Aviv dieci giorni fa ed è stato anche in coma. Ora è in una clinica Svizzera per completare il recupero. La Repubblica il 19 dicembre 2019. Lapo Elkann è stato vittima di un grave incidente d'auto in Israele, a Tel Aviv. L'incidente è avvenuto una decina di giorni fa e gli ha causato diverse fratture. E' stato lui stesso a rivelare l'accaduto: "Voglio ringraziare Dio, e poi i medici israeliani e quelli europei", ha fatto sapere al Corriere della Sera il nipote di Gianni Agnelli, che è stato ricoverato in codice rosso, in coma, all'Assuta Hospital di Tel Aviv, dove è rimasto diversi giorni. Ora si trova in una clinica svizzera, da dove racconta di essere sulla via del recupero. Elkann stava tornando a Tel Aviv da una visita a Gerusalemme. L'incidente è avvenuto attorno alle 19. Le dinamiche non sono chiare, ma sembra che non siano state coinvolte altre persone. "Voglio pregare per i ragazzi giovani che ho visto morire in Israele accanto a me nei letti delle emergenze dell’ospedale, gli amici che mi sono stati vicini, la mia famiglia. Voglio ringraziare Dio di avermi dato la possibilità di ridarmi la vita. Voglio dedicare il mio tempo, il mio cuore e risorse economiche a fare del bene occupandomi della mia Onlus", ha detto Lapo. Che le sue condizioni di salute siano in miglioramento lo dimostra anche il fatto che ieri Lapo Elkann è tornato a comunicare sui social network, commentando la fusione tra Fca e Psa: "Caro fratello, ho sempre creduto in te e sempre lo farò. Sono orgoglioso di te, grande lavoro di squadra. Batman & Robin = Elkann & Tavares. Bravo".

Lapo Elkann: «Io da piccolo dislessico, iperattivo e abusato». Pubblicato mercoledì, 20 novembre 2019 da Corriere.it. «Come ho avuto modo di raccontare più volte pubblicamente da bambino ho sofferto sia di dislessia sia di sindrome di iperattività. E sono stato anche abusato sessualmente». Maglione lilla, jeans, uno sfondo domestico che ricorda la cameretta di un bambino, con tanto di due Playmobil giganti, un cavaliere dall’armatura scintillante e un vecchio re con baffi e favoriti alla Cecco Beppe, Lapo Elkann, 42 anni il prossimo 7 ottobre, ha scelto la giornata internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza, per tornare a parlare della sua dolorosa giovinezza dorata. Il suo racconto degli abusi subiti in collegio aveva già fatto scalpore alcuni anni fa, ma oggi - dice Elkann - «non è un giorno in cui voglio parlare né di me né di quello che è successo a me. Voglio parlare dei bambini, dell’infanzia e di questi giovani. E vorrei parlare di LAPS, Libera Accademia per progetti sperimentali», una fondazione che ha lanciato nelle scorse settimane a Palermo d’intesa con la Croce Rossa comitato regionale siciliano. «LAPS - spiega Elkann nel video - si occupa proprio di questo. Lavora sulla dislessia, lavora sull’iperattività, lavora sui problemi legati alla dislessia, sui problemi legati all’iperattività, su problemi legati agli abusi e si occupa proprio di riportare, di ridare e di ridonare il sorriso e la felicità a bambini e ad adolescenti che non hanno le stesse possibilità e opportunità e privilegi che ho avuto io nella mia vita».

Lapo Elkann ha bisogno di soldi. Nel giorno del trionfo del fratello, l'annuncio: non tutto fila liscio...A.B. su Libero Quotidiano il 2 Novembre 2019. Nuovo aumento di capitale necessario a Italia Independent, la società fondata da Lapo Elkann che ha approvato il nuovo piano di sviluppo 2019-2023 con l' obiettivo di razionalizzare la struttura aziendale anche attraverso la realizzazione di un nuovo modello di business, per aumentare la competitività e ridurre i costi. Il piano, che stima nel periodo considerato una crescita dei ricavi fino a 42 milioni di euro, prevede una riduzione dei costi di struttura e risparmi operativi per circa 1,7 milioni di euro a partire dal secondo anno, con un ritorno all' Ebitda positivo (+3,2 milioni di euro) e all' utile (+1 milione di euro) a partire dall' esercizio 2021. L' assemblea di Italia Independent Spa convocata ai sensi dell' articolo 2446 del Codice civile ha deliberato di chiedere al socio unico Iig che fa capo a Lapo Elkann per il 53,93% di dotare la società controllata delle risorse finanziarie necessarie a ripianare le perdite e supportare le iniziative previste dal piano. «Stiamo lavorando con il massimo impegno per costruire il futuro di Italia Independent e siamo convinti che la società saprà rispondere alle aspettative dei nostri azionisti e dei nostri clienti» ha dichiarato il presidente e fondatore di Italia Independent Lapo Elkann. A.B.

·        Ginevra Elkann.

Malcom Pagani per ''Vanity Fair'' il 30 luglio 2019. Dove, fin dal titolo –Magari-convivono nostalgia e promessa di futuro. Nella terra di mezzo in cui non si sa ancora dare nome a ciò che si è stati, ma non si è pronti a definire quel che si sarà. Sabaudia, 1990. Biciclette e motorini, orizzonti e solitudini, partite di calcio e film dei Vanzina in tv, corriere e tramonti, linee d’ombra da attraversare e lampi che illuminano il percorso. Il primo sorprendente lungometraggio di Ginevra Elkann – producono Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside, distribuirà Bim tra pochi mesi – si svolge durante un inverno che sembra un’estate. In un posto di mare che restituisce conchiglie e abissi, a seconda dell’angolazione dalla quale si osservi il disordine creativo di una famiglia in cui un padre inadeguato per la prima volta alle prese con la responsabilità e i suoi tre figli, che quasi non lo conoscono, dividono lo stesso tetto in un periodo circoscritto che somiglia a una vacanza e nasconde invece il passo duraturo dei confronti che rimangono, della verità, della vita. Il Festival di Locarno ha visto Magari, se ne è innamorato e ha deciso di dedicargli l’onore dell’apertura: «Sarà una sorta di ritorno, ma anche un inedito», dice la regista. «Il primo film che avevo prodotto, ambientato in Iran e girato da Babak Jalali, fu invitato proprio lì, ma io non lo seguii perché stavo per partorire. Locarno è un Festival meraviglioso dove il pubblico assiste alle proiezioni in una piazza bellissima, e in cui ogni cosa e ogni dettaglio parlano del profondo amore per il cinema».

È un amore corrisposto?

«Totalmente. Sono cresciuta negli anni ’80 anche io, un tempo molto più libero, fatto di poco e di tutto, in cui al riparo dal bombardamento contemporaneo di impulsi e rumori, senza telefonini, potevi innamorarti dei ragazzi a bordo di un Ciao e inventarti qualsiasi cosa lavorando di fantasia. Ero una ragazzina silenziosa, di una timidezza quasi parossistica, e quando sei così timida l’adolescenza può essere un periodo molto complicato».

Descrizione della sua timidezza?

«Se mi piaceva un ragazzo mi struggevo per due anni prima di rivelarmi. Non era poi così male struggersi per amore, c’era un compiacimento in quella sofferenza».

Il cinema che ruolo ha avuto nella sua formazione?

«Un ruolo fondamentale. In disparte, con pudore, osservi gli altri e vedi tanti film. L’ho fatto fin da quando ero piccola».

Si ricorda il primo?

«Come non potrei? The Elephant Man di David Lynch. Me lo fece vedere mia madre in tv».

Frequentava la sala?

«Era un privilegio riservato a mio padre e mio nonno».

Suo nonno, Gianni Agnelli.

«Mi portava al cinema, a vedere i film della sua epoca, da Beau Geste a The Lady from Shanghai. Era rapito dai modi, affascinato dai movimenti impercettibili delle attrici: “Hai visto cosa gli ha fatto con la mano Rita Hayworth?”. Poi forse per il dolore alla gamba, forse per la noia, mollava spesso la proiezione a metà».

Era contento che lei facesse cinema?

«Contento non direi. Quando andai a fare l’assistente per Bertolucci su L’assedio, dubitò: “Ma perché la mandate a Roma a contatto con quell’orrendo mondo del cinema? Ce la rovineranno”».

Aveva ragione?

«Aveva torto. Io però ero felicissima. Seppi che Bertolucci cercava un assistente quando, dopo aver studiato regia a Londra e aver girato dei corti, stavo vagheggiando di partire per l’America per seguire la mia passione. Mi venne dato un numero di telefono e l’indicazione di chiamarlo a una data ora: per l’ansia mi scrissi il discorso su un foglietto per seguirlo passo dopo passo».

Telefonata con Bertolucci.

«Partì una segreteria e recitai la mia parte. Poi mi richiamò e mi diede appuntamento in via della Lungara, a Trastevere, a casa sua, in un giorno di caldo e zanzare. Era bello e severissimo, Bernardo. Incuteva timore. Mi diede due magnifici film da vedere, tra cui Happy Together di Wong Kar-Wai, e poche settimane dopo mi ritrovai sul set nelle mani di Serena Canevari, il suo primo aiuto. Non sapevo urlare e con una piccola perfidia, “silenzio!”, prima della consueta liturgia ciak-motore-azione, lo facevano gridare sempre a me».

Come ha deciso di diventare regista?

«Era l’idea originaria, poi dopo aver fatto la video assistant per Anthony Minghella nel Talento di Mr. Ripleye aver accumulato un altro po’ di esperienze e gavetta, morì mio nonno. In quel periodo nella mia vita accaddero molte altre cose non sempre felici che, forse per paura di affrontare il mio sogno, mi fecero recedere dal proposito. Mi gettai nella produzione raccontando storie di Paesi lontani, di gente ai margini, vicende poco esplorate. Un’avventura bella, formativa ed emozionante».

Magari racconta anche dello stretto rapporto fra tre fratelli. Con John e Lapo, siete in tre anche voi. Quanto c’è di autobiografico nel suo film?

«Non più di quanto non sia lecito e non meno di quanto sarebbe inutile negare. Io, John e Lapo siamo molto diversi, ma anche molto legati. Ci vediamo, ci incontriamo, viaggiamo insieme. Proprio come i fratelli del film, tra noi tre c’è un rapporto fortissimo».

Dove si nasconde allora l’autobiografia in Magari?

«Nella rappresentazione di un lessico familiare e di un disordine che sono stati miei. Ho disegnato un racconto sull’idea della famiglia, su quello che immagini sia e che ti porti dietro dall’infanzia. Alma, la bambina del film, sogna che i genitori tornino l’uno accanto all’altro perché vicini non li ha mai visti. È un ricordo molto personale: i miei si separarono quando avevo un anno e io non li ho mai visti insieme, né nella stessa stanza, né nell’ambito di un periodo in comune, fino all’età di 14 anni. Quindi ho immaginato la vita che c’era stata prima di me, i periodi felici tra loro, l’idillio».

Ha sofferto?

«Ho avuto un’infanzia itinerante tra l’Inghilterra, dove sono nata, e il Brasile, dove mi trasferii tra i 3 e gli 8 anni perché mia madre si era innamorata di un signore che viveva lì e che è tuttora suo marito. Del resto e sul resto, non chiedevo niente. Ero una bambina che sognava e il film racconta anche questo sogno: un sogno di riconciliazione a cui la cruda concretezza opporrebbe il realismo dell’impossibilità, ma che nella visione infantile si trasforma rendendo l’impossibile possibile. Ovviamente nel film non c’è solo la mia famiglia: io e Chiara Barzini, la sceneggiatrice, abbiamo pescato nelle storie di tantissime persone. Anche perché in Magari pulsano le dinamiche che esistono in tutte le famiglie del mondo».

Magari emoziona e porta in superficie la memoria di quel che siamo stati da bambini e da adolescenti.

«Sono contenta che me lo dica perché era esattamente quel che io e Chiara, che è una scrittrice irriverente e baciata dal senso dell’umorismo, desideravamo accadesse. Che si entrasse in sala e poi, nel momento dell’accensione delle luci, si uscisse all’aria aperta con qualcosa che ti resta dentro e che ti smuove intimamente».

È stato difficile lavorare con bambini e adolescenti?

«Ho lasciato loro molta libertà incastonata in confini molto precisi: ciò che mi interessa in un attore è l’intenzione. Il sentimento che porta in dote. Riccardo Scamarcio e Alba Rohrwacher, i due protagonisti, sono stati molto generosi verso la storia e verso i bambini».

Magari è un titolo aperto. Una parola che apre alla possibilità e alla speranza, ma non offre certezze.

«Magari è una parola che mi piace molto. È doppia. È nostalgica e malinconica, ma ha dentro una porzione di felicità». 

E la malinconia le piace?

«È un sentimento che vive dentro di me, e se ci vive significa che non mi dispiace».

Cosa le dispiace allora?

«Il conformismo generalizzato: siamo entrati testa e piedi in un format molto preciso alle cui regole dobbiamo sottostare. Sono regole sciocche, legate alla libertà di parola, alla censura e all’autocensura, alle cose che si possono o non si possono dire. Mi pare, ma forse sbaglio, che il cinema conservi tempi e modi per declinare la realtà alla propria maniera, una maniera più libera».

È stato difficile far dimenticare di essere una Agnelli, ammesso e non concesso che uno debba farlo dimenticare?

«La chiave è proprio questa: da piccola pensavo che per esistere fosse necessario farlo dimenticare, poi ho capito che la mia famiglia è parte della mia vita, che vengo da lì e che non c’era ragione di allontanarsi da quel sentiero. Non sento più il peso del giudizio altrui e so che non c’è chiave più giusta per la serenità di accettare quel che sei. Adesso lo so, ieri lo sapevo meno».

Quando ha capito queste cose?

«Dopo essermi sposata e aver avuto dei figli. Cosa tramandi loro? Chi sei e da dove vieni. Senza rimozioni».

Tra poco compirà 40 anni. Sono come se li immaginava?

«Meglio. Ho molti amici, una vita piena, consapevolezze maggiori di ieri. Non ho più la sensazione di non aver combinato niente».

·        Margherita Agnelli.

Angelo Allegri per ''il Giornale'' il 15 giugno 2020. Tre figli dal primo matrimonio con lo scrittore Alain Elkann (John Philip Jacob ,detto Jaki. Lapo e Ginevra) e cinque dall'unione con Serge de Pahlen (Maria, Pietro, Sofia, Anna et Tatiana). Il ménage familiare di Margherita Agnelli, 64 anni, è ricco e complicato. Con lei e il marito, tra l'altro, vivono nella tenuta di Allaman, tra Ginevra e Losanna, anche alcuni dei numerosi nipoti. Due tra di essi, Anastasia e Sergey (nella foto sopra, che risale a qualche anno fa, la piccola Anastasia, che oggi ha 14 anni, è con la madre Maria e i nonni) sono stati al centro di una complicata vicenda giudiziaria. Serge de Pahlen e Margherita Agnelli hanno chiesto e ottenuto che venissero tolti alla mamma e affidati a loro. La storia inizia con le nozze tra Maria e un giovane russo di modeste condizioni economiche. Il matrimonio dura poco e la conclusione è amara: accanto alle questioni finanziarie si litiga anche per la custodia dei figli.  Il nonno de Pahlen, riesce a portarli dalla Russia dove vivono, fino in Svizzera. Ma a complicare le cose è anche un nuovo legame sentimentale di Maria che la porta a vivere per qualche tempo nella capitale della Georgia Tbilisi. De Pahlen e Margherita decidono di assumere in proprio l'educazione dei bimbi e alla fine riescono a fare togliere alla figlia la potestà genitoriale. A lungo burrascosi sono anche i rapporti con Yaki e Lapo. A suo tempo fece rumore il mancato invito di Margherita al battesimo di Leone Mosè, primogenito di Jaki e di Lavinia Borromeo. Al funerale di Marella Agnelli (foto in alto), moglie dell'Avvocato, nel febbraio scorso, l'unità della famiglia, si è, almeno apparentemente ricomposta. Margherita ha accolto i partecipanti alla cerimonia all'ingresso della chiesa e letto un passo delle Sacre scritture. All'eredità della madre Margherita aveva rinunciato al momento della sistemazione delle quote ereditarie. Da quella vicenda e al termine di una controversia che l'ha vista opporsi al resto della famiglia, la figlia di Gianni Agnelli ottenne una quota di eredità dal valore di circa 1,2 miliardi. Molti erano frutto dei beni posseduti all'estero dall'Avvocato. Margherita è però convinta che molti altri le siano stati tenuti nascosti.

Angelo Allegri per ''il Giornale''  il 15 giugno 2020. C'era una talpa del Kgb ai vertici della Fiat, primo gruppo industriale italiano. Di più: c'è un uomo legato ai servizi segreti russi nel cuore della famiglia Agnelli, la dinastia «reale» del capitalismo tricolore. Si chiama Serge de Pahlen, è il secondo marito di Margherita, figlia dell'Avvocato, ed è il padre di cinque dei suoi otto rampolli. Sembra la trama, fin troppo avventurosa, di un thriller spionistico. Invece è l'accusa contenuta in quella che è considerata una delle più complete analisi del potere ex sovietico apparse negli (...) (...) anni recenti. A muoverla è Catherine Belton, a lungo corrispondente del Financial Times da Mosca. Terminato l'incarico e tornata a Londra ha messo a frutto anni di contatti con oligarchi, banchieri, uomini dei servizi di sicurezza: il risultato, un libro uscito a fine maggio in edizione inglese, «Putin's people», ha suscitato grande attenzione tra gli esperti di cose russe, che ne hanno sottolineato la ricchezza di fonti e la profondità di analisi. Nella ricostruzione dell'ascesa al potere di Putin c'è anche un gustoso capitolo italiano dedicato appunto a de Pahlen. «Secondo un ex alto funzionario dei servizi di intelligence russi», scrive la Belton, de Pahlen era stato «reclutato dal Kgb durante gli anni Ottanta», ed era diventato «parte di una rete gestita da Igor Shchegolev, più tardi ministro delle comunicazioni con Putin, che a suo tempo era in servizio per il Kgb con la copertura di un incarico da corrispondente a Parigi per l'agenzia di Stato Tass». I compiti di de Pahlen, secondo la Belton, erano quelli di contribuire a fornire attrezzature per il settore petrolifero russo attraverso un network di aziende fidate. In quel periodo «stringe un legame dal valore incalcolabile», aggiunge la Belton, quello appunto con l'ereditiera di casa Agnelli. I due si incontrano a Londra nel febbraio del 1982 e nell'aprile del 1983 nasce la loro primogenita Maria. La coppia vive a Rio de Janeiro, dove de Pahlen dirige la filiale sudamericana di Technip, multinazionale francese che si occupa di tecnologia per l'estrazione del petrolio. Dopo il matrimonio viene chiamato dall'Avvocato in Fiat do Brasil e verso la fine degli anni Ottanta arriva la nomina a presidente di Fiat Russia, con la vice-presidenza per le attività internazionali. A lungo de Pahlen, scrive Catherine Belton, fa avanti e indietro con Mosca, «coltivando i rapporti con i pezzi grossi del Partito e i banchieri stranieri più vicini al regime sovietico. La Fiat era sempre stata un partner chiave dei sovietici, e secondo due ex intermediari del Kgb, divenne un fornitore di tecnologia dual-use (ufficialmente a scopo civile ma utilizzabile anche per impieghi militari; ndr), attraverso una miriade di società amiche». De Pahlen, classe 1944, è nato in Normandia, ma la sua è una famiglia di antichissima nobiltà russa, le origini risalgono al medioevo, che viveva fino alla prima guerra mondiale tra San Pietroburgo e uno splendido castello nei Paesi Baltici. Con la fine dell'impero zarista il padre di Serge, che porta lo stesso nome, è costretto all'esilio e arriva in Francia. I legami con la cultura del Paese d'origine non vengono però mai recisi e anzi, Serge junior diventa un cultore dell'eredità slava, dell'identità tradizionale della Russia cristiana. Il conte e Margherita vivono nella tenuta della Pecherie, tra Losanna a Ginevra, dove, come scrive Gigi Moncalvo (I lupi e gli Agnelli, Rubbettino), uno dei giornalisti che meglio conosce casa Agnelli, «hanno costruito una cappella ortodossa tutta in legno e tronchi a vista, decorata da icone di padre Stamatis Skliris, uno dei maestri del genere. Il piccolo tempio è stato benedetto dal Patriarca di Mosca, Alexis II, la massima autorità religiosa greco-ortodossa». Dal punto di vista professionale gli anni Novanta segnano la grande ascesa del conte: attraverso gli ambienti della diaspora russa in Francia ha già coltivato buoni rapporti con il sindaco di San Pietroburgo Anatoly Sobchak. Nel 1991 collabora a riportare in patria le spoglie dell'ultimo erede degli zar, il Gran Duca Vladimiro e in quell'occasione conosce ufficialmente il vice di Sobchak, Vladimir Putin. Tra i due scatta la scintilla. Per de Pahlen Putin è l'uomo in grado di riportare la Russia alla grandezza di un tempo. Lo racconta alla Belton Kostantin Malofeev, uno degli oligarchi più vicini sia all'inquilino del Cremlino sia al marito di Margherita Agnelli. «De Pahlen ha scelto subito Putin. Ha detto: quest' uomo la pensa come noi». Quando Putin, in trasferta a Parigi, incontra per la prima volta Jaques Chirac passa la sera precedente con de Pahlen per preparare il vertice. Più tardi è sempre de Pahlen a presentare Putin a Gianni Agnelli, in un incontro che avviene a Villar Perosa e a cui partecipano Cesare Romiti e l'amministratore delegato di Fiat Auto Paolo Cantarella. Per il conte franco-russo l'apogeo è la prima visita di Putin in Italia da presidente. «Era ospite di Confindustria per un suo attesissimo discorso», scrive il già citato Moncalvo. «In prima fila Gianni e Umberto Agnelli, Giuseppe Morchio, Gabriele Galateri di Genola. Voi della Fiat avete un uomo eccellente in Russia, disse pubblicamente Putin. Umberto, alla fine, andò a stringere la mano a Serge: Ha fatto un ottimo lavoro. Gliene siamo grati». Il conte de Pahlen si lega soprattutto a uno degli uomini emergenti dell'era putiniana, Konstantin Malofeev, capofila dell'ala più tradizionalista, più legata agli ideali della vecchia Russia. Malofeev, monarchico e zarista, noto in Italia per essere stato nominato presidente onorario dell'associazione Associazione Culturale Lombardia Russia, vicina alla Lega, conosce de Pahlen in una manifestazioni di legittimisti nel 1991, quando ha solo 17 anni. Ma la coppia è destinata a durare. Nel 2005 Malofeev crea un fondo di investimento, Marshall Capital, specializzato in azioni del settore telecomunicazioni e tecnologia. Non si sa chi siano gli investitori che gli affidano i loro denari, ma, dice la Belton, il giovane finanziere riesce ottenere «l'appoggio degli uomini dell'ex Kgb più vicini a Putin». Grazie a una serie di speculazioni su quote di società pubbliche come Rostelecom guadagna soldi a palate e oggi al suo fondo viene attribuito un valore intorno al miliardo di dollari. Ma non si occupa solo di affari. Con de Pahlen i rapporti sono stretti, insieme creano tra l'altro la Fondazione di San Vassily il Grande, che ha come obiettivo la diffusione dei principi della religione ortodossa nel mondo.

LA CRISI. A essere bruscamente interrotto è invece il rapporto di de Pahlen con la Fiat. Qui l'aristocratico manager russo è probabilmente vittima, piuttosto che della troppa vicinanza al Cremlino, delle lotte intestine di casa Agnelli (vedi anche l'altro articolo in queste pagine). Alla morte dell'Avvocato, Margherita lamenta di essere stata tagliata fuori dal grosso dell'eredità, senza che nemmeno gli sia stato presentato un rendiconto realistico dei beni posseduti dal padre. I rapporti con i figli maschi del primo matrimonio, Yaki e Lapo Elkann, si guastano (sono migliori quelli con la figlia Ginevra). Nel 2004 Margherita raggiunge un accordo con la madre Marella per la divisione del patrimonio, ma più tardi l'intesa sarà oggetto di un contenzioso giudiziario, successivo alla scoperta di una serie di beni controllati da una finanziaria del Liechtenstein. Poco dopo la firma tra madre e nonna, Yaki Elkann, ormai ai vertici del gruppo, smantella la struttura internazionale. Serge de Pahlen, che la moglie Margherita propone di mettere al vertice in attesa che il figlio faccia esperienza, viene allontanato causa «ridimensionamento» delle attività. Per Yaki è il primo atto da neo-presidente della casa torinese. La madre Margherita fa notare a Moncalvo un particolare: Yaki, che nella lettera di licenziamento si rivolge al patrigno dandogli del lei, ha trascorso gran parte dell'infanzia e dell'adolescenza a casa di quest' ultimo. De Pahlen, da parte sua, non reagisce e nel giugno del 2005 chiude formalmente il rapporto di lavoro con il gruppo torinese. Oggi si occupa di attività finanziarie e immobiliari (anche uno dei figli, Peter, lavora in Russia nel settore), e della gestione del patrimonio familiare, che è tutt' altro che trascurabile. Se si considerano insieme i suoi beni personali e quelli di Margherita, frutto dell'eredità paterna, si sfiorano, secondo la rivista svizzera Bilanz, i 2 miliardi di franchi svizzeri. La sua passione è una piccola casa editrice, Les Editions des Syrtes, dedicata, come dice una presentazione su Internet «all'infinito mondo slavo, alla sua letteratura e alla sua grande cultura». Quanto alle accuse sui rapporti con il Kgb, dice al Giornale di non trovarci «nulla di consistente» e di non volerle commentare.

Gigi Moncalvo per “la Verità” il 17 luglio 2020. Grandi misteri aleggiano intorno alla Collezione Agnelli, oltre 400 opere d'arte che Gianni e Marella avevano raccolto nel corso della loro vita, il cui valore viene fatto ammontare dagli esperti a 2,5 miliardi di euro. Ora la collezione appartiene interamente a Margherita Agnelli: con la morte della madre (23 febbraio 2019) è venuto meno l'usufrutto disposto dal testamento dell'Avvocato a favore della consorte. I quadri, esclusa una piccola parte depositata in una camera blindata nel Free Port di Ginevra, erano stati fatti rientrare in Italia, in tappe successive, da Marella e sono racchiusi nelle tre residenze di Villar Perosa, Villa Frescot a Torino (lasciata da John Elkann che si è trasferito nella sua nuova villa in collina poco lontano non appena la madre ne è rientrata in possesso), e nell'appartamento di via XXIV Maggio di fronte al Quirinale, a Roma. Gli interrogativi che circondano questa collezione privata, tra le più importanti al mondo, sono numerosi e riguardano molto da vicino lo Stato italiano che appare inerte e poco propenso a «toccare» la royal family o quel poco che ne resta. A fronte invece di un intervento dell'ambasciata di Pechino dopo che ha scoperto che tra le opere conservate a Roma ci sono alcuni preziosi pezzi (due bufali in pietra verde) e alcuni vasi risalenti al XVIII secolo, periodo Kangxi, considerate di proprietà del popolo cinese. La prima grossa irregolarità tollerata dal ministero dei Beni culturali è che pochissime di queste opere (meno di venti) sono state «notificate», cioè sono state dichiarate alle Belle arti come impone la legge di tutela dei beni artistici. Questo vale sia per le opere che già erano in Italia sia per quelle che sono entrate successivamente nel nostro Paese. In secondo luogo c'è un problema fiscale. Dopo la morte di Gianni Agnelli, il fisco italiano e le Belle arti potevano fare ben poco poiché le opere si trovavano all'estero (nelle case di New York, St. Moritz, Londra, Parigi, Alzi Pratu), ma ora che è morta anche donna Marella e la collezione è dentro i confini nazionali, è strano che nessuno intervenga su colei che ne è diventata la piena proprietaria chiedendo l'inventario delle opere e le certificazioni di acquisto e provenienza. In terzo luogo esistono dubbi sulle necessarie misure di sicurezza garantite a queste opere, molte delle quali si trovano accatastate disordinatamente dopo essere state inventariate dai delegati della proprietaria. Basti pensare che a Roma giace appoggiato a terra in un corridoio, senza alcun riguardo, il famoso Arlequin dipinto da Pablo Picasso e valutato almeno 90 milioni. Senza contare le opere che si trovano nel garage, nel deposito attrezzi e nella rimessa dei trattori di Villa Frescot: alcune sculture moderne portano addirittura l'indicazione «rotta». più di 400 pezzi La collezione Agnelli è composta da più di 400 opere d'arte. Il numero esatto è imprecisato poiché oltre alle 309 indicate nell'allegato segreto dell'accordo di Ginevra del 2004, l'anno scorso dopo la morte di Marella ne sono emerse altre 54 solo sulle pareti di Villa Frescot e altrettante nella casa di Roma. Il valore complessivo per le 309 opere inventariate ammontava nel 2004 a 213 milioni di dollari. Ma si trattava di una stima molto bassa e irrealistica. Basti pensare che soltanto le 25 opere donate, anzi «prestate», alla Fondazione pinacoteca del Lingotto nel 2002 pochi mesi prima della morte di Gianni, avevano un valore stimato più del doppio: 473 milioni di dollari, di cui 368 per i quadri di Gianni, più le tre opere donate da Marella valutate 105 milioni. Quella stima di 213 milioni per le opere extra-Lingotto appare irrisoria in virtù di un altro dato. Si è spesso favoleggiato che Gianni avesse un Klimt sopra il suo letto a Torino a Villa Frescot e che quello fosse il quadro a lui più caro e il più prezioso dell'intera collezione. In realtà, l'Avvocato aveva non uno ma cinque Klimt del periodo figurativo, e in totale i quadri del pittore viennese erano stati valutati 87,5 milioni di dollari, mentre solo tre di essi ne valevano almeno 25 ciascuno e gli altri due erano stimati 7,5 milioni ciascuno. Gianni Agnelli ha impiegato più di mezzo secolo per completare la sua collezione. A Torino si avvaleva dei consigli di Luigi Carluccio (scomparso nel 1981) e di Mario Tazzoli (morto nel 1990). Sul piano internazionale contava sull'amicizia di uno dei più grandi esperti al mondo: David Somerset, undicesimo duca di Beaufort, di cui l'Avvocato era spesso ospite nella residenza di Badmington House nel Gloucestershire. Pari d'Inghilterra e grande proprietario terriero, acerrimo avversario di chi voleva abolire la caccia alla volpe, è stato fino alla morte, avvenuta nel 2017 a 89 anni, uno dei più grandi collezionisti ed esperti d'arte planetari, titolare a Londra della Marlborough gallery al numero 6 di Albemarle Street, una galleria che ha una succursale nel quartiere di Chelsea a New York. Quando il duca informava in anteprima Gianni Agnelli di qualche interessante e opera arrivata sul mercato, l'Avvocato prendeva decisioni rapide senza badare al prezzo. Incaricava Ursula Schulte, una delle colonne del suo family office, la Sadco di Zurigo, di occuparsi delle modalità di pagamento e ordinava che la fattura venisse intestata e pagata dalla Fiat, come se si trattasse di un bene aziendale e non personale. Qualcuno ha osservato perfidamente che l'Avvocato ha messo in conto all'azienda, e quindi in pratica allo Stato e ai contribuenti italiani, perfino i quadri della sua collezione privata. La collezione Agnelli comprende capolavori di Balthus, splendidi dipinti di Francis Bacon e Lucien Freud, di cui Agnelli fu tra i primi a intuire l'importanza, ma anche Delacroix e David, Gericault, l'amatissimo Corot, Boccioni, Carrà, una magnifica testa di Brancusi, una scultura con taglio di Fontana, un cavallo e cavaliere di Marino Marini, opere di De Chirico, per arrivare a Larry Rivers e Mario Schifano, le cui tele da un trentennio rivestivano la sala da pranzo dell'abitazione romana. Un elenco dettagliato di quadri, sculture e arazzi è allegato all'accordo transattivo firmato a Ginevra il 18 febbraio 2004 tra donna Marella e Margherita. È un elenco segreto di capolavori e questo fa comprendere come sia un peccato che non sia possibile ammirare da vicino queste opere. A stilare questo elenco fu proprio il duca di Beaufort. Un'ulteriore conferma della necessità di moltiplicare per numerose volte il valore attribuito dal duca di Beaufort alla collezione è dimostrata, ad esempio, da uno degli inventari stilati successivamente alla morte di Marella. Limitandosi alle sole opere racchiuse a Villa Frescot nel 2019 il loro valore è stato valutato 75 milioni di euro. Un ultimo «mistero»: dall'inventario eseguito a Villa Frescot dopo la morte di Marella, sono «emerse» 53 opere che non figuravano nell'accordo di Ginevra. Possibile che sia Marella che Margherita le avessero «dimenticate»? E possibile che John, lasciando Villa Frescot, le abbia lasciate alla madre? Ad esempio, nella villa di St. Moritz era indicata la presenza di una sola opera del quotato artista americano Tom Wesselmann, mentre invece ce n'erano altre tre, da 1,5 milioni ciascuna. Solo le opere «dimenticate» hanno una quotazione totale odierna di 35 milioni e mezzo contro i 23 di tutte le altre che si trovano a Frescot. Ora sono da aggiungere all'elenco totale del 2004 a Ginevra. La prova di certe valutazioni del tutto irrealistiche è inoltre confermata da due opere: una di Francisco Goya e l'altra di Pablo Picasso. Sul Goya (A merchant in his office - Allegory of Commerce), il duca di Beaufort non ha voluto nemmeno pronunciarsi, mentre per l'Arlequin, un olio su tela dipinto da Picasso nel 1909, la valutazione del 2004 è stata di soli 6 milioni di dollari. Appena quattro anni dopo, il 29 ottobre 2008, quando Marella decise di mettere all'asta la casa di New York e una parte dei quadri, la valutazione di Sotheby' s su quel dipinto era salita a 30 milioni di dollari. Donna Marella poi tolse quel Picasso dall'asta e lo trasferì nella sua casa di Roma. Nella primavera del 2018 allorché ci fu il contrasto con la figlia a causa del mancato pagamento dell'assegno mensile di 700.000 euro, la vedova Agnelli, per forzare la situazione fece credere che stava per mettere all'asta le sedici opere della figlia che lei aveva in pegno. Tra queste c'era proprio l'Arlecchino. La situazione, grazie anche a questa «minaccia», si risolse amichevolmente. Ma, in quella occasione la base d'asta per quel dipinto era stata fissata in 90 milioni di euro. In quindici anni dunque, il valore era passato da 6 a 90 milioni, quindici volte di più. Anche sulla base di questa considerazione, secondo gli esperti il valore totale segnato in quell'accordo, cioè circa 250 milioni di dollari, va moltiplicato almeno per dieci. Ecco perché e arriva a superare ampiamente i 2 miliardi di dollari. Nell'inventario del duca di Beaufort c'è una sola casella sul valore dell'opera di Goya, il grande pittore e incisore spagnolo vissuto tra il 1746 e 1828. Un metro di paragone sul suo valore arriva da un'asta di Sotheby' s del gennaio 2002 a New York. L'ultima opera del pittore spagnolo, Ritratto di Mariano, proveniente dalla collezione del magnate greco George Embiricos, è stato stimato tra 6 e 8 milioni di dollari. In una precedente asta (luglio 2008), a Londra da Christie' s, tre disegni di Goya sono stati venduti per più di 8 milioni di franchi svizzeri. Che fine farà la collezione Agnelli, una delle più importanti non solo del nostro Paese? Essendo privata, è del tutto sconosciuta agli italiani, tranne la minima parte esposta nella Pinacoteca del Lingotto. È una collezione di enorme importanza, soprattutto per le opere degli ultimi quattro secoli e annovera creazioni di altissimo livello. Per l'Ottocento e il Novecento è di gran lunga superiore a qualsiasi collezione pubblica italiana. Sul suo destino pesano alcuni aspetti non secondari. Infatti le valutazioni inferiori al reale dei quadri elencati nell'accordo di Ginevra erano dovute a esigenze fiscali. Secondo la legge italiana, la pubblica amministrazione ha un diritto di prelazione sulla eventuale vendita di opere d'arte. Possedere un dipinto, o un altro bene mobile, incluso («notificato») dallo Stato nel novero dei beni di notevole interesse storico-artistico e assoggettato, perciò, al regime dei beni culturali, comporta per il privato una serie di obblighi da rispettare, tra cui il principale, è quello di denunciare la proprietà del bene alla Soprintendenza. In tal modo lo Stato può fissarne un valore nel caso decidesse di esercitare la sua prelazione. Il mancato rispetto delle norme, racchiuse nel Codice dei Beni culturali e del paesaggio, comporta rilevanti sanzioni penali. È, quindi molto importante, per il proprietario del bene, osservare le norme e uniformarsi agli obblighi previsti. È chiaro che ogni proprietario di opere di rilevante valore artistico e culturale dovrebbe «notificare» tali opere alla soprintendenza, spontaneamente e tempestivamente, allorché tali beni entrano nella sua disponibilità. Ma, in questo settore, c'è la tendenza dei collezionisti, specie privati, a diminuire quanto più possibile la visibilità dell'opera per impedire due conseguenze: doverla sottoporre a una «valutazione di Stato» alla quale sarebbero vincolati in caso di vendita, e vedere limitato il loro diritto di proprietà poiché in caso di vendita ad acquirenti stranieri, questi ultimi sarebbero obbligati a tenere le opere all'interno dei confini italiani. Una delle maggiori preoccupazioni di Marella era e oggi è per Margherita è quello di non essere libera di vendere alcune opere o il rischio di una confisca in Italia o alla frontiera. Un altro grande problema riguarda la documentazione su come e da chi l'opera è stata acquistata e le modalità di pagamento. Gianni Agnelli, ovviamente, non si era mai preoccupato di questi aspetti. Le sue opere regolarmente «notificate», nonostante si trovino in Italia, si contano sulle dita di una mano. Ad esempio, tra le 77 opere (sculture, quadri, arazzi) che si trovano oggi a Villa Frescot solo tre risultano in regola: un disegno di Raffaello (Giove e Cupido, valutato 8 milioni), un bronzo con taglio di Lucio Fontana (Concetto spaziale, 3 milioni), una tela del Bronzino (2 milioni). La stessa proporzione vale per Villar Perosa e per la casa di Roma. Davvero un po' poco. È famoso l'episodio che riguarda una cena a Villa Frescot in cui tra gli invitati era presente una importante autorità pubblica della tutela dei beni artistici. Al momento di spostarsi in biblioteca, uno degli ospiti, Mario d'Urso, avvicina l'Avvocato e gli sussurra: «Gianni, ti rendi conto che quel signore domani potrebbe mandarti in casa i carabinieri per costringerti a notificare i tuoi quadri alle Belle arti e controllare i documenti di acquisto? Perché hai voluto correre un simile rischio?». Gianni avrebbe risposto: «Deve ancora nascere chi manda i carabinieri a casa mia. Che cosa ti fa pensare che quello voglia fare il proprio dovere? Non ne sono tanto sicuro». E il ministero? Se i cinesi si sono mossi per i loro due bufali, lo Stato italiano non riserva analoga attenzione specie sulle sorti future di questa collezione. Perché non viene intavolata qualche trattativa con Margherita Agnelli per vedere che cosa intenda fare in futuro a proposito del suo patrimonio artistico? Nessuno pretende un esproprio, tuttavia ci sono molte ragioni di opportunità che dovrebbero rendere l'ultima discendente di Gianni Agnelli disponibile ad una ostensione al pubblico delle opere, magari a rotazione. Sarebbe una sorte di «risarcimento» per tutti gli Italiani e si tratterebbe di un evento clamoroso per il patrimonio artistico nazionale anche a livello internazionale. In assenza di qualsiasi iniziativa esiste un rischio fortissimo che la collezione vada dispersa, venduta a collezionisti privati, messa all'asta all'estero, oppure in altre forme esportata in virtù del fatto che i cinque degli otto figli di Margherita, coloro che molto probabilmente la erediteranno dalla madre, risiedono all'estero così come la stessa proprietaria. Il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, dovrebbe farsi carico di questa situazione e intraprendere qualche iniziativa prima che sia troppo tardi. È chiaro che la proprietaria non ha alcun interesse a far «emergere» le opere d'arte di cui è entrata in possesso. Non è animata né da interessi culturali, né da personali motivi di riconoscenza verso il Paese in cui ha trascorso non molti anni della sua vita ma che ha contribuito così tanto a «finanziare» l'azienda di suo padre e a «salvarla». L'unica motivazione che potrebbe indurre Margherita a esporre parte delle sue opere d'arte e a permettere ai cittadini di vederle e ammirarle, potrebbe essere di carattere economico: ognuno ovviamente dovrebbe pagare il biglietto per vedere quei quadri, come avviene al Lingotto. Ma il problema è in quale luogo potrebbe essere organizzata una simile mostra, nelle sale di quale museo, e per quanto tempo. Lo Stato ha in mano una carta preziosa se avesse il coraggio di farla valere. Potrebbe proporre a Margherita una sorta di scambio: nessuna sanzione per la mancata notifica delle opere, nessun sequestro di quelle che si trovano in Italia e sono prive dei requisiti previsti dalle Belle arti, nessuna forma di «esproprio». Oppure, se eventuali trattative venissero sdegnosamente rifiutate dalla diretta interessata - come probabile -, lo Stato potrebbe passare all'azione bloccando temporaneamente quelle opere con una motivazione molto fondata: il pericolo di furti o di una vendita all'estero e quindi di un espatrio clandestino. Sia a Villa Frescot che a Roma in via XXIV Maggio la custodia, la sicurezza delle opere e le migliori condizioni di conservazione non sono garantite. Dopo la morte della nonna, John aveva dato disposizioni affinché gli uomini di Fca Security, garantissero la vigilanza delle tre residenze ormai disabitate. Ma Margherita da mesi non ha più voluto che fossero i dipendenti di John a «sorvegliare» e ha lasciato a persone di sua fiducia questo compito che, a causa dei costi elevati, ha progressivamente visto assottigliarsi il numero degli addetti e dei custodi.

·        Clemente Ferrero de Gubernatis.

Famiglia Agnelli, muore Clemente Ferrero de Gubernatis: stava giocando a calcio con i familiari. Pubblicato sabato, 15 giugno 2019 su Corriere.it. La tradizionale partita a calcio all’Allianz Stadium doveva essere un momento di festa per celebrare il ritrovo annuale dei tanti i rami della famiglia Agnelli, arrivati a Torino da tutto il mondo. Sugli spalti molti bambini con le loro mamme, in campo i rappresentanti, più o meno giovani, delle più importanti dinastie industriali torinesi: Nasi, Ferrero de Gubernatis e Camerana. L’incontro amichevole è stato giocato con le divise ufficiali della Juventus, forse per rinsaldare lo spirito di gruppo, e tutto stava andando per il meglio. Improvvisamente, però, Clemente Ferrero de Gubernatis di Ventimiglia, si è accasciato sul terreno di gioco privo di sensi. I suoi compagni hanno subito capito che non si trattava di un banale infortunio e hanno richiamato l’attenzione dello staff medico presente a bordo campo. L’imprenditore, 52 anni ancora da compire, è stato soccorso nel giro di pochi istanti e in un attimo il clima festoso dello Stadium ha lasciato posto al silenzio di tutti parenti preoccupati. Il nipote di Clara Nasi, cugina dell’Avvocato Giovanni Agnelli, è stato poi trasportato da un’ambulanza del 118 al Maria Vittoria. Una disperata corsa contro il tempo terminata poco dopo le 13, quando i medici hanno provato ancora una volta a rianimarlo. Subito dopo al pronto soccorso sono arrivate decine di parenti e amici per sostenere Clemente Ferrero nell’ultima battaglia, si sono abbracciati di fronte alla sala d’attesa, ma è stato tutto inutile. Il cuore del figlio del marchese Edoardo Ferrero Ventimiglia, discendente di un’antica stirpe nobiliare piemontese, ha smesso di battere poco dopo l’arrivo in ospedale. La sua generosità, però, permetterà di salvare vite umane e aiutare altri pazienti nella loro guarigione. L’imprenditore era infatti un donatore di organi e la sua famiglia ha dato l’assenso all’immediato espianto dei polmoni. L’intervento a cuore fermo — eseguito per la seconda volta in Piemonte — ha avuto esito positivo e, successivamente, sono stati prelevati anche cute e cornee: «Si è trattato di un grande gesto di generosità — hanno sottolineato i medici del Maria Vittoria —. Molto raro anche perché la procedura va compiuta entro le sei ore». Clemente Ferrero viveva da tempo a Milano ed era una figura molto amata all’interno della famiglia e stimata in ambito professionale. Giovedì mattina aveva partecipato alla messa di trigesima per la scomparsa di Gianluigi Gabetti alla Consolata. Lascia la moglie Giovanna e i tre figli Edoardo, Viola e Giovanni. In ospedale è arrivato anche il presidente del museo dell’Automobile Benedetto Camerana: «Clemente era davvero un bravo ragazzo, una persona splendida. Quello che è successo è una tragedia che casualmente si è verificata in un momento in cui tutta la famiglia era riunita».

I funerali di Clemente Ferrero in Duomo a Torino. In chiesa anche John e Lapo Elkann. Pubblicato lunedì, 17 giugno 2019 da Corriere.it. Tutti rami della grande famiglia Agnelli si sono riuniti questa mattina nel Duomo di Torino per partecipare ai funerali di Clemente Ferrero de Gubernatis di Ventimiglia, 51 anni, stroncato venerdì scorso da un malore durante una partita di calcio all’Allianz Stadium. Oltre duecento persone, fra parenti e amici arrivati da tutto il mondo, hanno riempito la cattedrale di San Giovanni Battista per stare accanto alla moglie Giovanna e ai tre figli del nipote di Clara Nasi, cugina dell’Avvocato Giovanni Agnelli. Erano presenti, fra gli altri, anche John e Lapo Elkann assieme a molti esponenti delle famiglie Nasi e Camerana. Clemente Ferrero, discendente di un’antica stirpe nobiliare piemontese e figlio del marchese Edoardo Ferrero Ventimiglia, viveva da tempo a Milano. Giovedì scorso aveva partecipato alla messa di trigesima di Gianluigi Gabetti nel santuario della Consolata e venerdì ha accusato un arresto cardiaco durante la partita che fa da corollario al raduno annuale della famiglia Agnelli. L’imprenditore era un donatore di organi e la sua famiglia ha dato l’assenso all’espianto di polmoni cute e cornee eseguito all’ospedale Maria Vittoria.

·        Le faide: una famiglia in tribunale.

Quelle ultime ore nella sua Torino, la famiglia e i rischi di una nuova faida. Moncalvo: "La figlia vorrà la rivincita". Domani i funerali a Villar Perosa, scrive Andrea Cuomo, Domenica 24/02/2019, su Il Giornale. Nata principessa, vissuta da regina e morta da icona, Marella Agnelli, donna Marella come era chiamata da tutti si è spenta ieri mattina nella sua casa di Torino. I suoi ultimi giorni sono stati di silenzio e agonia, fine ineluttabile di una vita passata senza clamori, ancor più negli ultimi anni, dopo che l'Avvocato era morto e lei era rimasta sola ad amministrare l'impolverarsi gentile della sua inarrivabile eleganza. I pochi che potevano dire di conoscerla saranno ai funerali celebrati domani in forma privata a Villar Perosa dal vescovo di Pinerolo Derio Olivero. Gli altri sembrano accorgersi solo ora di quanto sia stata importante questa donna sottile, di una bellezza così poco italiana. La ricorda così suor Giuliana Galli, che di Marella fu grande pur se tardiva amica: «Ho conosciuto Marella Agnelli una ventina di anni fa in occasione di due mostre che facemmo insieme, un po' contrastate per l'epoca, una che ritraeva gli ospiti del Cottolengo, un’altra con volti di persone che venivano da lontano». Due esposizioni che dimostravano il coraggio di una donna «che sapeva prendere posizione anche su temi che non andavano di moda». La conosceva bene anche il conte Gelasio Gaetani Lovatelli dell'Aquila d'Aragona, amico del figlio Edoardo: «Marella faceva parte della mia famiglia. Era un'amica d'infanzia di mia madre, Lorian Franchetti. Donna colta, bellissima, di grande eleganza ed educazione. Oggi non esistono più donne come lei». Piange Marella la squadra della Juventus, che agli Agnelli ha legato un pezzo importante della sua storia e che oggi a Bologna giocherà con il lutto al braccio. Il tecnico Massimiliano Allegri, nel corso della conferenza stampa prepartita, dedica un pensiero per Donna Marella. Alessandro Del Piero, che della Juve è stato un simbolo, se la immagina «già a passeggio con l'Avvocato, in uno di quei magnifici giardini in cui amava rifugiarsi e di cui si prendeva cura». E Luciano Moggi, ex direttore generale della società bianconera, si dice addolorato perché «nutro un grande rispetto nei confronti dell'Avvocato e della sua famiglia». Tante le voci. «Era una donna molto riservata, vivevamo in mondi separati», il rispettoso ricordo del novantacinquenne Cesare Romiti, dal 1976 al 1998 prima amministratore delegato e poi presidente del gruppo Fiat. E il successore di Romiti Paolo Fresco: «Ho molto ammirato Marella Agnelli. Non posso dire di averla conosciuta bene perché era una persona riservata. Eppure la sua presenza si sentiva, si imponeva, perché aveva un carisma, una personalità forte». «Bellissima, eterea, sembrava una farfalla multicolore», dice aulica l'amica Giulia Maria Crespi, presidente onoraria del Fai, che Marella contribuì a creare. «La ricordo come una donna di rara gentilezza e di grande discrezione. Non una condizione imposta ma una scelta voluta e custodita», dichiara Piero Fassino, ex sindaco di Torino e parlamentare del Pd. E l'attuale sindaco Chiara Appendino: «È stata una figura che negli anni, per il nostro Paese e non solo, ha rivestito un ruolo importante nel mondo dell'arte e della cultura». Ci offre un altro sguardo Gigi Moncalvo, giornalista e «biografo» non ufficiale degli Agnelli-Caracciolo, a cui ha dedicato tre libri: «La fase che si apre da oggi potrebbe essere quella della rivincita di Margherita Agnelli. Lei che finora è stata esclusa da ogni ruolo, è probabile che andrà ad una sorta di regolamento dei conti famigliare». Secondo Moncalvo la seconda filia di Marella potrebbe rivendicare tutto quello su cui la madre aveva l'usufrutto su disposizione di Gianni Agnelli. Non certo bazzecole.

Gigi Moncalvo per la Verità il 24 febbraio 2019. La royal family, o il poco che ne resta, perde la sua regina. Marella dei principi Caracciolo di Castagneto e di Melito, vedova di Gianni Agnelli, è morta per una crisi respiratoria la notte scorsa a Torino, a villa Frescot, la residenza dove ha vissuto accanto al marito fino alla morte di lui, nel gennaio 2003. A maggio avrebbe compiuto 92 anni. I funerali si svolgeranno domani, a Torino. Non si sa se donna Marella verrà sepolta a Villar Perosa, nella cappella privata degli Agnelli, oppure a Garavicchio, in Toscana. Ma questa ipotesi è da escludere: la salma verrebbe cremata, dopo quel che accadde a suo fratello Carlo, editore di Espresso e Repubblica, incenerito dalla figlia Giacaranda senza informare figli e parenti. Alle tre di notte, quando è spirata, Marella aveva accanto un paio di infermiere: nessun parente, neanche suo nipote Jaky, che abita nella stessa casa. Stavano dormendo: chi poco lontano da lei, chi in albergo. Quando si erano diffuse le voci sull' aggravarsi della sue condizioni, erano arrivati dalla Svizzera la figlia Margherita e i cinque nipoti de Pahlen (Pietro partito dalla Russia, Maria - informata in ritardo - è in viaggio da Tbilisi, in Georgia), Lapo e Ginevra. E poi Nicola, il fratello di Marella e attuale principe Caracciolo, con la moglie, principessa Rossella Sleiter, Marellina Chia (figlia di Nicola), insieme a Carlo jr. e Margherita, figli ed eredi di Carlo Caracciolo. Clamoroso l'ingresso di Margherita, dopo 15 anni che il figlio non le aveva più consentito di varcare la soglia di quella casa, che era ed è sua. La donna è rimasta 20 minuti con sua madre. Marella in estate era stata colpita da una broncopolmonite a Samaden, località svizzera scelta dopo aver lasciato St. Moritz per l'eccessiva altitudine. In quella circostanza, suo nipote John aveva creato un muro invalicabile intorno al capezzale della nonna, per impedirle contatti esterni. Compresi quelli con Margherita, che aveva lasciato il suo castello di Rougemont per correre dalla madre. Tutto aveva fatto pensare che fossero già in corso le «grandi manovre» dei due schieramenti (John da una parte, sua madre dall' altra) per preparare il terreno per l'eredità. C' è da prevedere che questa morte aprirà una nuova grande «guerra di successione» per l'enorme patrimonio della scomparsa, in gran parte all' estero.

Ci sono già alcune conseguenze immediate: prima fra tutte il passaggio automatico nella disponibilità completa di Margherita di molti beni: quelli su cui Marella aveva l'usufrutto, come indicato nel testamento di Gianni. Margherita avrà piena proprietà di ciò di cui ora aveva la nuda proprietà. Prima di tutto Villar Perosa, il simbolo della ex dinastia. Poi Villa Frescot, in collina a Torino - la residenza di Gianni Agnelli e in cui abita John Elkann con la sua famiglia (senza avere mai chiesto il permesso a sua madre). Quindi Villa Sole, poco lontano da Frescot, dove il padre aveva concesso di vivere al figlio Edoardo, pur senza intestargliela. Nello stesso perimetro c'è la lussuosa Villa Bona, una seconda residenza a poco a poco divenuta un elegantissimo pied-à-terre dell'Avvocato, progettato dall' architetto Amedeo Albertini e realizzato con immense pareti di vetro. Il quinto immobile è a Roma, all' ultimo piano di Palazzo Carandini in via XXIV maggio, di fronte al Quirinale. Margherita da ieri notte è divenuta proprietaria anche della preziosa collezione di 115 quadri, il cui elenco dettagliato fa parte dell'Accordo transattivo stipulato tra madre e figlia a Ginevra nel febbraio 2004 e che comprende tre Picasso, sei Paul Klee, un Goya, quattro Klimt, cinque Schiele. A Margherita erano già stati consegnati altri 114 quadri (più 41 in deposito a Villa Frescot). Bisognerà vedere a chi andranno altri 37 quadri di cui era piena proprietaria Marella. Il valore totale della collezione nel 2004 venne stimato, al ribasso, quasi 213 milioni da David Somerset, undicesimo Duca di Beaufort, allora titolare della Marlborough Gallery di Londra.

Un altro vantaggio immediato di Margherita è quello di non dover più pagare alla madre un assegno mensile di circa 700.000 euro, chiesto 15 anni fa da Marella quale parziale compensazione del «minore introito» che riteneva di aver subìto. In questi anni la figlia ha versato alla madre 126 milioni. Quanto a John, Margherita potrebbe sfrattarlo da Villa Frescot (lui si è preparato, facendosi costruire una villa poco lontano con tre piani sotterranei, vicino a quella di Cristiano Ronaldo). Margherita è ancora irritata perché John, dopo le nozze con Lavinia Borromeo nel settembre 2004, prese possesso della villa del nonno senza chiedere il permesso a sua madre, nuda proprietaria.

Sia che Marella abbia lasciato o meno un testamento, la sua unica erede in linea diretta è la figlia. Ma gran parte dei beni si trova sicuramente all' estero, e quindi è difficile stabilirne l'ubicazione e risalire ai beneficiari. Marella è morta in Italia, è cittadina italiana (iscritta all' Aire come residente all' estero), e quindi vale la giurisdizione italiana in materia successoria. Soprattutto per quanto riguarda l'accordo tombale firmato nel 2004 tra madre e figlia, in cui quest' ultima si riteneva «soddisfatta» e rinunciava ai diritti ereditari. L' accordo però fu firmato a Ginevra, e quindi per la legge italiana è nullo poiché in contrasto col nostro diritto successorio. Nel frattempo, Marella potrebbe aver mutato la situazione con donazioni, specie ai primi tre nipoti. Potrà Margherita far valere la sua «legittima»? Se non vi fosse questo patto, Marella sarebbe libera di dare a terzi solamente il 25% del proprio patrimonio, dato che la «legittima» svizzera per i discendenti, in assenza di coniuge, è del 75%. Ciò che avrà rilievo sarà la «residenza abituale» di Marella, oppure l'ultimo domicilio. Muovere la «cara nonnina» nel luogo e nel tempo più opportuno potrebbe essere stata la strategia da adottare, qualora un suo nipote avesse voluto neutralizzare e spuntare qualsiasi arma nelle mani di Margherita. La questione è molto complessa e affonda nel tema di diverse norme applicabili, della giurisdizione sul caso e del cosiddetto «rinvio» di una legge a un'altra. Vanno incrociati il Regolamento Ue, il vecchio trattato consolare del 1868, e la legge svizzera. Ecco i vari scenari. Marella è morta in Italia ed è residente in Svizzera. In questo caso si applica la legge italiana, legge che altro non è che il Regolamento Ue: ma siccome esso rinvia alla legge svizzera come luogo di residenza abituale, nei fatti la legge applicabile alla successione di Marella sarà quella svizzera. In tal caso, Margherita «perde» e il patto successorio resta valido. Se invece Margherita dimostra che Marella non aveva come residenza abituale la Svizzera ma l'Italia, la legge applicabile alla successione è quella italiana. In tal caso, Margherita «vince»: sarebbe nullo il patto successorio tra lei e sua madre.

C' è un altro aspetto da non dimenticare: quello fiscale. Prima di tutto si applica la legge sulla base della residenza fiscale del defunto al momento della morte. Essendo Marella venuta a mancare come residente in Italia, si applica su tutti i beni l'imposta di successione italiana (4% con franchigia di un milione di euro). In più, ma solo in teoria, c' è l'imposta di successione svizzera sui beni presenti in territorio elvetico. Oltre ad eventuali altre imposte estere su beni situati in altri Paesi. Secondo alcune fonti, il patrimonio di cui disponeva Marella era immenso: 5,8 miliardi di euro (secondo i «Panama Papers») più 9,2 miliardi di euro in oro. Si tratterebbe dell'«oro del Senatore», quello che Gianni Agnelli avrebbe ricevuto nel 1945 alla morte di suo nonno, e che riguardava i profitti derivanti dalle forniture Fiat per la prima e la seconda guerra mondiale. Questo presunto deposito in lingotti ammonterebbe 138 tonnellate con un volume di 71.254 litri. Tale oro, dopo essere spostato da Basilea, sarebbe nel Free Port dell'aeroporto di Cointrin a Ginevra.

Il punto è: come faranno gli eredi a entrarne in possesso? Sarà necessario presentarsi con il documento di legittimazione. Se fosse vero che c'è l'oro, FreePort avrà certo identificato un «legittimario» dell'oro che probabilmente nel frattempo sarà a mancare. In tal caso, sono i suoi «aventi causa» ad avere la possibilità di entrare. A meno che l'oro non sia stato conferito in qualche trust o donato a qualcuno con passaggi vari in modo, che il controllo effettivo sia oggi nelle mani di colui o coloro che l'Avvocato voleva. È chiaro che se Margherita diventasse unica erede di Marella e quell' oro fosse intestato a lei, ragionevolmente Margherita potrebbe entrarne in possesso. Bisogna dire, però, che tutta la vicenda dei trust, nonché l'apparente leggerezza con cui Gianni Agnelli ha conferito enormi poteri ad alcuni «furbacchioni», lascerebbero pensare all' eventualità di possibili appropriazioni o altre clausole che forse hanno del tutto privato la famiglia del controllo su questi asset.

AGNELLI, UNA FAMIGLIA IN TRIBUNALE. Gigi Moncalvo per “la Verità” il 21 marzo 2019. Un infarto e altri due mesi di sofferenza e lontananza per la madre e per i suoi due bambini. Rinvio e prossima udienza fissata al 29 maggio. Il giudice di pace del distretto svizzero di Morges, Vèronique Loichat Mira, ha accettato la richiesta dell' avvocato Matthieu Genillod di Losanna, che rappresenta Maria de Pahlen, la prima dei cinque figli di Margherita Agnelli e del suo secondo marito, Serge de Pahlen nella causa in cui i genitori chiedono che venga ritirata la patria potestà alla figlia sui suoi due bambini, Anastasja e Serghiey, che i nonni hanno in custodia da sette anni. Il legale ha parlato di gravi difficoltà di salute della sua cliente a causa di un infarto sopravvenuto nei giorni scorsi. Un dettagliato rapporto medico stilato a Tbilisi, e tradotto in inglese, attesta «l'impossibilità di viaggiare a causa del grave stato di salute». L'avvocato aggiunge che, data la situazione, i medici gli hanno perfino impedito di comunicare con Maria per non aggravare le sue condizioni. Infine, Genillod sottolinea che la sua cliente attribuisce un' importanza fondamentale alla procedura in corso e all'autorità del Tribunale, e non intende assolutamente accettare che le venga revocata l'autorità materna sui suoi due figli. Pertanto desidera far valere appieno i suoi diritti di madre davanti all' autorità dei giudici, che ringrazia per la comprensione. Durante l'udienza è emerso che Maria qualche giorno fa ha inviato una lettera personale al giudice di pace, presidente della corte. Si tratta di un documento riservato che non è stato letto in aula. Un aspetto positivo è emerso: per la prima volta Maria ha difeso le sue ragioni, non si è fatta schiacciare e mettere nell' angolo, ha cominciato a reagire smettendo di subire. A questo certo ha contribuito l'articolo della Verità che ha portato alla luce la segretissima vicenda e anche un ignoto finanziatore che le ha consentito di trovare, e pagare, un buon avvocato svizzero che per la prima volta la difendesse con decisione e saggezza. Sul fronte di Margherita Agnelli, i suoi due rappresentanti in Italia, il procuratore speciale Roberto Cattro di Torino e l'avvocato Dario Trevisan di Milano, non hanno voluto rilasciare alcuna dichiarazione sulla delicata vicenda. Il legale - che tra l'altro batté l'Ifi, la cassaforte del gruppo Fiat, in una vicenda legata alla vendita della Toro assicurazioni - è colui che si occupa sul fronte italiano dell'azione attivata in Svizzera da Margherita Agnelli nei primi mesi del 2018 per chiedere che vengano dichiarati nulli gli accordi stipulati con sua madre Marella nel febbraio 2004. Sulla base di due pareri dei più importanti giuristi di Zurigo e Basilea, sembra siano stati trovati alcuni «errori sostanziali» contenuti negli accordi che farebbero propendere per le tesi di Margherita. Il che significherebbe che John Elkann, in caso il Tribunale di Ginevra decidesse in tale direzione, dovrebbe restituire alla madre le azioni di controllo di «Dicembre», «Accomandita Giovanni Agnelli», e di converso anche quelle di società che allora si chiamavano Ifi e Ifil (cioè l'attuale Exor) e Fiat (e quindi Fca). Un autentico terremoto, dunque, anche perché John dovrebbe restituire le azioni al valore elevato di oggi e non a quello irrisorio (si fa per dire) di 15 anni fa. Si tratta di una causa destinata ad avere grosse ripercussioni, basti pensare a quel che accadrebbe in borsa, specie dopo la morte di Marella Agnelli che ha nominato i tre nipoti Elkann eredi universali dei suoi beni (all'estero, poiché in Italia la defunta aveva solo usufrutti che sono venuti meno con la sua morte e sono andati a favore della figlia, come indicato nel testamento di Gianni). A John è andata la villa di St. Moritz appartenuta all'ex Shah di Persia (John aveva già provveduto ad ampliare la proprietà nel corso degli anni acquistando terreni e chalet), a Lapo è toccato un piccolo ed elegante chalet all'inizio della salita che porta al villone del fratello, a Ginevra la nonna ha lasciato la villa di Lauenen nell'Oberland bernese. Per il riad di Marrakesh - che appartiene alla società Yuki, in omaggio al nome dell'adorato cane giapponese di Marella di razza akita, simile al famoso Hachiko - la questione è nelle mani del re del Marocco, Muhammad VI, che è proprietario di ogni bene nazionale, specie se si tratta di una grande riserva d'acqua come quella di Ain Kassimou. Sembra che Ginevra Elkann, presidente di Yuki con sede in Lussemburgo, sia riuscita a ottenere dal sovrano la proroga della concessione sul riad per altri cinque anni. Per quanto riguarda il punto più scabroso, e cioè la causa pendente in Svizzera sulla nullità degli accordi, Margherita avrebbe attivato l'avvocato Trevisan per vedere se esiste una possibilità di mediazione con suo figlio John, il quale avrebbe tutto l'interesse a far ritirare la causa. Ma da Torino sarebbe arrivato un secco rifiuto. John, che è assistito dall'avvocato «storico» di sua nonna, Carlo Lombardini di Ginevra, facendo questa mossa ha chiuso ogni spazio alle trattative: infatti sa bene che Lombardini, che fu uno dei fautori ed estensori di quegli accordi del 2004, non accetterebbe mai di ammettere che quei documenti presentavano, secondo gli odierni legali di Margherita, presunti errori formali. Tutto in alto mare, dunque.

Gigi Moncalvo per “la Verità” il 19 marzo 2019. Quanti problemi. E che problemi, in casa Agnelli-De Pahlen-Elkann. No, non si tratta dell'eredità e del testamento di donna Marella, scomparsa il 23 febbraio scorso a 92 anni, ma di una vicenda ben più grave e dai contorni molto sgradevoli. Domani, mercoledì, appena tre giorni prima della messa di trigesima della defunta che vedrà i resti della ex royal family riunirsi (verosimilmente commossi) a Torino al Santuario della Consolata, accadrà qualcosa di grave che va in direzione contraria, a dimostrazione che la famiglia è sgretolata e che all' apparenza non corrisponde la sostanza. In Svizzera, nel Tribunale di Morges, cantone di Vaud, poco lontano da Allaman, sul lago Lemano, si terrà l'udienza finale dell'incredibile processo rimasto segreto che sette anni fa Margherita Agnelli e suo marito Serge De Pahlen hanno intentato contro la primogenita Maria per portarle via i due figli. Al termine di una lunga vicenda giudiziaria attivata da Margherita e Serge nel 2012 contro la loro figlia, il giudice di pace del distretto di Morges, Véronique Loichat Mira, dovrà decidere se Anastasja Marella e Sergey (che portano il cognome del loro padre, Maevskiy) vanno tolti definitivamente alla loro madre (come chiedono i nonni) e possono continuare a vivere in Svizzera a casa di Margherita e Serge oppure deve essere nominato un tutore fino a che diventeranno maggiorenni (pur continuando ovviamente a restare di fatto sotto il «controllo» dei nonni nella loro casa). La bambina ha poco meno di tredici anni e il bambino non ne ha ancora compiuti dieci. Da sette anni vivono in Svizzera con i nonni, lontani dalla loro madre che può contattarli a giorni e ore stabilite ma solo attraverso lo schermo di Skype e con telefonate sempre più brevi, poiché spesso la nurse rumena, Rodica Gurau, non glieli passa al telefono accampando scuse diverse. Maria De Pahlen, la madre dei due bambini (ne ha un terzo, Roman, di tre anni che vive con lei a Tbilisi in Georgia), ha 36 anni ed è la quarta nipote di Gianni e Marella Agnelli, essendo la prima dei cinque figli di Margherita e Serge De Pahlen: Pietro (33 anni), le gemelle Anna e Sofia (31 anni) e Tatiana (29 anni). Maria, dunque, è anche la sorellastra dei figli di primo letto di sua madre, gli Elkann: John (43 anni, sposato con Lavinia Borromeo, tre figli), Lapo (42) e Ginevra (40 anni, sposata con Giovanni dell' Aquila Gaetani d' Aragona, tre figli). Maria, che è nata a Rio de Janeiro, ha vissuto per lunghi anni ed è cresciuta insieme a John, Lapo e Ginevra, abitando con loro nelle diverse «peregrinazioni» familiari tra Brasile, Londra, Neuilly sur Seine vicino a Parigi e infine Allaman, vicino a Ginevra. In questa vicenda i tre fratellastri, anziché stare vicini a Maria ed aiutarla, le hanno in pratica voltato le spalle. John non le rivolge la parola da dieci anni, poiché la considera responsabile di aver complottato alle sue spalle con la madre. Come si è arrivati a questo processo? Come hanno potuto i genitori di Maria portarle via i suoi due figli? Tutto comincia nel 2006, quando Maria (a 23 anni) sposa a Mosca Georgy Maevskiy, un ragazzo georgiano conosciuto all'università Lomonosov della capitale russa, dove studia legge e scienze politiche. Le frizioni con i suoi genitori cominciano in quel momento: Margherita e Serge sono contrari a quel matrimonio e cambiano la serratura della casa di Mosca di Maria (che viveva in un appartamento di suo padre). Maria viene convinta dai genitori a stipulare una sorta di contratto prematrimoniale con Georgy. Lo fa perché non vuole rinunciare alla sua bambina e, prima che nasca, torna in Svizzera con il giovane marito. Il quale però viene trattato malissimo dai suoceri, non parla altra lingua che il russo e nel lavoro che gli viene affidato a Ginevra nella casa editrice di Serge De Pahlen si trova a subire molte umiliazioni. Il 30 giugno Maria mette al mondo la sua prima bambina, Anastasja Marella, e la fa nascere in Svizzera, a Samaden, la località dove vive donna Marella. I genitori e la bambina tornano in Russia, questa volta in Siberia dove Georgy ha trovato lavoro come vicepresidente della Camera di commercio. Intanto Maria va in Altaj, nella città di Gorno Altaisk, a quasi quattromila km da Mosca: qui, il 15 settembre 2009, nasce Sergey Maevskiy. I problemi familiari diventano assillanti, il matrimonio finisce nel 2010. La separazione è molto burrascosa, il padre dei bambini dà battaglia e, li usa come «ostaggi» minacciando di tenerli con sé. Maria si spaventa. Dalla Svizzera partono i suoi genitori. Convincono la figlia a lasciar partire con loro i nipotini e portarli in Svizzera per le feste di Natale. «Dopo due settimane li riprenderai con te», dicono i nonni alla figlia. Lei li raggiungerà appena possibile. Ma il genero non firma il permesso sui passaporti dei suoi figli, e presenta in Tribunale una dettagliata memoria in cui accusa la sua ex-moglie. Serge De Pahlen riesce a ottenere in poche ore attraverso l' amico Guran Mokia che ha agganci al Mid (il ministero degli Esteri) due nuovi passaporti per i nipotini. Ma il genero riesce a impedire lo stesso la loro partenza con un blitz all' aeroporto di Sheremetjevo.

In sole 24 ore viene però ridotto a più miti consigli con una montagna di denaro, e finge di togliersi dai piedi. L' ultima pugnalata a Maria la dà consegnando a Margherita e Serge il documento contenente le inverosimili accuse («des horreurs», degli «orrori») contro Maria. Anastasja e Sergey lasciano così la Russia e non vi faranno mai più ritorno, entrano ad Allaman e cominciano la loro vita con i nonni. Maria li raggiunge per le feste di fine anno, poi deve ripartire per la Russia per completare le procedure del divorzio. Da quel momento, in pratica, i suoi figli non saranno più suoi. La promessa di tenerli solo due settimane non viene mantenuta. Per vicissitudini inenarrabili, Maria - tormentata e vessata dall' ex marito, lasciata senza denaro dai genitori, senza casa e in precarie condizioni di salute - riesce a rientrare in Svizzera solo nel 2013 quando finalmente ottiene il divorzio. Quando vedono la mamma dopo due anni i bambini reagiscono così: Anastasja le dice di trovarla cambiata, Sergey la saluta con un «Buongiorno madame», come fosse un' estranea. Ricostruire il rapporto è molto problematico. Margherita e Serge nel frattempo, il 15 maggio 2013, hanno mandato a processo la figlia attivando giudiziariamente contro di lei una procedura di «limitazione dell' autorità genitoriale» e di «ritiro del diritto di custodia». Il 7 giugno si tiene la prima udienza e nei verbali ci sono dichiarazioni incredibili e di rara crudeltà. Il 13 giugno i tre giudici (Véronique Loichat Mira, Loika Lorenzini, Jacques Gisclon) ammettono le richieste dei genitori di Maria, affidano la custodia dei bambini e ordinano un rapporto periodico sulla situazione al Servizio di protezione dei minori (Spj) che ovviamente individua villa Agnelli ad Allaman come «luogo adatto ai loro interessi», decidono di proseguire l' inchiesta contro la madre, ritirano i passaporti dei due bambini e li consegnano a un' assistente sociale. La botta per Maria è terribile: in sostanza le hanno portato via i figli. È disperata. Accetta di vivere in Svizzera accanto alla villa dei genitori, che però non le lasciano i bambini. Li può vedere solo con sporadici permessi. I servizi sociali non intervengono. Maria si sente sempre più sola, i genitori l' hanno trascinata senza alcun riguardo in questa situazione, fratelli e sorelle le hanno girato le spalle: preferiscono parteggiare per Margherita, che passa loro 15.000 euro al mese, piuttosto che per Maria che viene ulteriormente «punita» e messa in disparte con un' elemosina: 1.200 euro al mese, 13 volte meno che agli altri (primi fra tutti Pietro che si occupa di edilizia e supermercati in Russia e in Cina, e Tatiana, che a 29 anni è fidanzata con uno degli uomini più ricchi del mondo, il settantenne magnate svizzero Maurice Amon, il quale con la sua azienda Sicpa produce carta e inchiostri per le migliori e più sicure banconote del mondo). Maria scrive a fratelli e sorelle, denuncia i presunti soprusi della madre, non ottiene solidarietà: nessuno osa mettersi contro Margherita. John non si fa trovare, Lapo cazzeggia, Ginevra ascolta e basta. Maria parte, va in Georgia, sopraffatta dalla solitudine e dalla disperazione desidera un altro figlio. Il 5 ottobre 2016 a Mosca nasce Roman. Ma il padre, spaventato dal potere e dagli «avvertimenti» che gli arrivano dalla Svizzera, parte per il nord della Russia e sparisce. Il bimbo quindi porta il cognome della madre. Maria ora abita a Tbilisi, recentemente ha dovuto lasciare il piccolo appartamento in affitto perché la caldaia si era rotta, lei non aveva i soldi per ripararla e la padrona di casa non voleva. In Georgia questo inverno molte persone sono state intossicate di notte dall' ossido di carbonio perché gli uccelli cercano riparo nei camini e li intasano. Maria non ha i soldi per andare all' udienza decisiva di mercoledì in Svizzera. Ha letto le ultime carte e ha capito che la sentenza è già scritta: nuove accuse false di sua madre e suo padre, una inveritiera perizia di tale dr. M. Chanez, esperto di psicoterapia infantile, il quale stila giudizi medici su di lei senza averla mai incontrata né visitata, addirittura l' entrata in scena di un altro medico, il dr. Mayor, psichiatra personale di Margherita Agnelli (il che dunque implica che lei sia da tempo in cura) che sostiene che la danneggiata sia lei e non Maria. Quest' ultima non sa ancora come uscirà, psicologicamente, da questa «sconfitta» che lei ritiene prevedibile, ingiusta, già scritta. Qualcuno le ha messo a disposizione un avvocato di Ginevra, ma lei è pronta a combattere: vuole chiedere il disconoscimento di paternità verso i suoi genitori, e che sia la giurisdizione italiana a occuparsi del caso, dato che i suoi figli hanno passaporto italiano e russo. E dunque come può la magistratura svizzera occuparsi dei minori cittadini di un altro Paese?

·        Le Operazioni internazionali e le Grandinate di denaro.

Gli eredi Agnelli come nessuno ve li ha mai raccontati. Con l'operazione Fca-Renault avrebbero incassato un assegno miliardario (sfumato). Perché in famiglia c'è chi vorrebbe uscire dal ramo auto. Panorama 12 giugno 2019. Alla fine di ogni riunione annuale della Giovanni Agnelli Sapaz, l’accomandita che riuniva tutti i rami della famiglia (oggi si chiama Giovanni Agnelli BV ed è una società di diritto olandese), l’Avvocato, più annoiato e infastidito del solito per quel rituale così scontato e ripetitivo, chiudeva la sua breve relazione al microfono con questa frase: «È tutto. Non ci sono domande, vero?». Nessuno osava alzare la mano, nemmeno Lupo Rattazzi che solo dopo la morte dello zio Giovanni sembra aver ritrovato una certa baldanza specie contro il ricordo e il nome della buonanima. Agnelli, da autentico Manitou (il Grande spirito, come lo chiamavano) si guardava in giro e aggiungeva beffardo: «E allora dichiaro chiusa l’assemblea. Potete passare alla cassa a ritirare il vostro assegno. È la vera e unica ragione per cui oggi siete qui. Arrivederci al prossimo anno». L’esercizio dello stacco della cedola è sempre stato la specialità in cui tutti i rami della ex royal family (tra cui persone perbene intelligenti e geniali, vedove e figlie, sorelle e fratelli, zie e nipoti, nati di primi e secondi letti, cugini e parenti acquisiti, casalinghe pseudo esperte di finanza, ma, per la gran parte emeriti fancazzisti soprattutto nell’ultima generazione) hanno dato il meglio, dimostrando nel corso degli anni profondo interesse e indiscussa passione per la materia. Per fortuna ci sono anche alcune lodevoli eccezioni, ma la gran parte non ha dimenticato la volta in cui - la prima in tanti anni, subito dopo la morte dell’Avvocato e poi di Umberto - furono costretti a mettere mano al portafoglio, non per incassare ma per ricapitalizzare. Poi, grazie a Sergio Marchionne, quel «prelievo» è terminato anche se, da anni, non c’erano più cedole. Il «numero 1» fin dall’inizio aveva capito che c’era un solo modo per tenere lontano quel numeroso parentado assetato di denaro: garantirgli il pagamento delle cedole. Marchionne giustamente riteneva che non dovessero interessarsi di altro, tantomeno disturbare il suo lavoro o chiedergli inutili appuntamenti. A questo era delegato John, e forse questa era la vera e unica delega che Marchionne gli aveva magnanimamente conferito... Il giovanotto aveva fatto tanti sforzi per essere considerato e comportarsi da «capo-famiglia», come si era auto-nominato con la complicità di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande? Ebbene, lo facesse. Tenesse a bada quell’orda famelica, talvolta firmasse pure quegli assegni per la ex royal family, ma non si allagasse troppo e non li lasciasse avvicinare agli «affari di famiglia», a quel «tutto in famiglia» cui si è tornati dopo la morte di Marchionne. A meno di un anno dalla morte del vero cervello di Fca Group-Exor-Ferrari, John si è sentito come liberato dalle «catene» in cui era stato avvolto. Poteva inebriarsi del potere assoluto, finalmente poteva fare di testa sua senza rendere conto a nessuno. John da allora sembra pervaso da una incontenibile frenesia: diventare sempre più ricco, monetizzare quanto più è possibile, liquidare le «vecchie» attività, fottersene delle raccomandazioni del nonno. John si sente ancora più libero dopo che anche Gabetti se n’è andato. Lo aveva già privato di deleghe, incarichi, persino ufficio, autista e carte di credito aziendali (facendogli pagare di persona i 120 euro giornalieri della piccola stanza 108 dell’NH Lingotto in cui viveva da tempo). Cercava di fare il vuoto intorno al novantaquattrenne Richelieu, lo osteggiava in silenzio ma implacabilmente anche se non riusciva a «combatterlo» specie sul terreno dei media.

Lo scrittore Giordano Bruno Guerri non è riuscito a veder pubblicata la monumentale biografia del nonno che John gli aveva commissionato solo perché si era scoperto che Gabetti aveva rivisto, emendato, tagliato, rivoltato quel manoscritto togliendo tutto ciò che in qualche modo era positivo per John e per nonno Giovanni. L’ultima beffa, Gabetti l’ha giocata a John proprio sulla Stampa, l’ex giornale di famiglia: il giorno dopo la morte, il direttore Maurizio Molinari ha perfino scritto che le due pagine del suo coccodrillo Gabetti le aveva vergate di persona prima di morire con la benevola assistenza di due poveri giornalisti. John nel giro di pochi mesi è diventato tre volte più ricco di quanto già fosse e ha provato molto gusto a questo invidiabile status. Dal 23 febbraio, con la morte di sua nonna Marella ha avuto la conferma dall’avvocato Carlo Lombardini di Ginevra di essere stato nominato erede universale dell’immensa fortuna intestata alla defunta (15 miliardi di euro, tra depositi nei paradisi fiscali, Panama in primis, e il famoso «oro del nonno di Gianni», cioè il senatore che fondò la Fiat, custodito nei caveau del Freeport vicino all’aeroporto di Cointrin a Ginevra: se anche sua madre dovesse pretendere una parte di questo tesoro, John, male che vada, terrebbe per sé la metà, di ciò che venisse portato alla luce…). John si era già portato avanti in tal senso assumendo come sua assistente Paola Montaldi, moglie del suo autista, ma soprattutto negli ultimi anni vera factotum di Donna Marella (con tanto di deleghe, procura generale e potere di firma). Quindi John era sempre informato con grande anticipo di ogni movimento della nonna…

Ai primi di maggio ecco arrivare la seconda grandinata di denaro: la vendita della Magneti Marelli ai giapponesi della Calsonic ha fruttato 5,8 miliardi di euro in contanti, ma soprattutto – buona notizia per l’orda famelica del parentado – una cedola straordinaria di 1,30 euro per azione con 2 miliardi distribuiti agli azionisti. Ora c’era in vista l’affare con Renault. Perché di affare si trattava, nel senso che Fca si sarebbe tolta finalmente il cruccio di dover produrre, e vendere, automobili lasciando ad altri tale incombenza. E, soprattutto, per tutti i famelici Lupo Rattazzi della situazione, il matrimonio coi francesi avrebbe garantito agli azionisti un’altra scorpacciata di dividendi dopo l’affare-Magneti Marelli. Ma, soprattutto, una volta distribuiti i dividendi ventilati nella lettera al Groupe Renault, si sarebbe potuto finalmente prendere le distanze dall’auto. Con il plauso dei clan che si raccolgono sotto Exor che da decenni tifa per l’abbandono delle quattro ruote. Non importa ciò che avevano detto il bisnonno e il nonno, e cioè «Mai lasciare il mercato dell’auto». In fondo John è molto abile quando si tratta di vendere, e incassare, anche se si tratta di beni che racchiudevano un rilevante valore affettivo e simbolico per il nonno. A cominciare da La Stampa. John non è più l’azionista di riferimento, ma ha passato il controllo addirittura a colui che il nonno considerava il peggior nemico, l’ingegner Carlo De Benedetti.

Per non parlare della Juventus: piuttosto che lasciarne la guida ad Andrea Agnelli, ha accettato di mandarla in serie B (privandola di una difesa legale adeguata e subendo tutte le decisioni del presidente della Juve di allora, Franzo Grande) nel timore che il cugino diventasse troppo popolare e facesse ombra alla sua leadership. Andrea è riuscito ad avere quell’incarico solo con quattro anni di ritardo dopo che milioni di tifosi juventini hanno assistito impotenti allo scempio sportivo e finanziario compiuto dalla coppia Jean-Claude Blanc (scelto personalmente da John) e Giovanni Cobolli-Gigli (imposto da Gabetti e ignaro perfino di quanti scudetti avesse vinto il club bianconero).

Insomma John sa benissimo che «tiene famiglia» e che i super prolifici discendenti del fondatore della Fiat sono, in massima parte, cedole-Exor-dipendenti. Mentre gli azionisti di molte case automobilistiche avvertono diete se non digiuni perché vengono privilegiati investimenti in nuovi prodotti e tecnologie, John continua a elargire euro generati da un «costruttore» che vanta un lungo elenco di marchi con la gamma di prodotti più vetusta. Ed è costretto a pagare centinaia di milioni di euro alla casa automobilistica americana Tesla per evitare di ricevere multe a sei zeri per la violazione delle nuove norme sulle emissioni nell’Unione europea. Per spegnere i malumori, non a caso, dal quartier generale bonsai di Londra, Fca aveva diffuso un comunicato che recitava: «Prima che l’operazione sia completata, per attenuare la disparità dei valori sul mercato azionario, gli azionisti di Fca riceverebbero anche un dividendo di 2,5 miliardi di euro. Inoltre, prima del completamento dell’operazione, sarebbero distribuite agli azionisti di Fca le azioni Comau oppure un dividendo aggiuntivo di 250 milioni di euro se lo spin-off di Comau non dovesse avere corso». E, sempre non a caso, la sorte degli stabilimenti italiani e del posto di lavoro degli addetti, era indicata solo al punto cinque su otto. Chissà come avrebbe fatto John, che non ha mai gestito da solo un’azienda, a occuparsi di Fca-Renault visto che uno dei due incarichi di vertice sarebbe stato a suo appannaggio nella nuova creatura post fusione. Non bisogna dimenticare il più importante e costoso investimento nel quale John ha trascinato Exor, cioè l’acquisto del riassicuratore PartnerRe, è avaro di soddisfazioni. Dunque, poteva funzionare una fusione 50-50? Solo se uno dei due partner avesse riconosciuto la guida all’altro non accettando deroghe. Fca e Renault hanno avuto amministratori delegati accentratori e con poteri sconfinati, ma che si sono circondati di collaboratori in gran parte mediocri. Lo prova il fatto che difficilmente le aziende concorrenti o leader in altri campi hanno assunto alti dirigenti di Fca e Renault. Marchionne è morto, Carlos Ghosn è da mesi in carcere in Giappone, e questo fatto, con Renault che si è «dimenticata» di lui e di quel che ha combinato a danno dei soci dell’Impero del Sol Levante, ha ovviamente un peso enorme per i partner nipponici di Nissan e Mitsubishi.

Gigi Moncalvo per La Verità il 15 giugno 2019. Per John Elkann la trattativa con Renault e Nissan sta risultando meno ostica e complicata di quella con sua madre per la spartizione della gigantesca eredità di Donna Marella Agnelli. Notevoli turbolenze - per disaccordi finanziari, specie sul testamento miliardario di Marella, cause in sospeso (quella di Margherita contro la madre e ora destinata contro suo figlio John), contrasti famigliari e accuse incrociate di vario tipo - tornano ad addensarsi sugli Agnelli-Elkann-De Pahlen. L'epicentro del sisma si trova ad Allaman, sulle rive del lago Lemano, nella Pecherie, la residenza di Margherita Agnelli, di suo marito Serge de Pahlen, di quattro dei suoi cinque figli, dei due nipoti (Anastasja Marella Maevskiy, 13 anni, e Sergey Maevskiy, 10) che la madre ha «portato via» sette anni fa alla primogenita Maria, che vive a Tbilisi in Georgia insieme al suo bambino più piccolo, Roman, che ha poco più di 3 anni. Alla tribù (o al kinderheim?) di Allaman si è aggiunta da poche settimane una nuova creatura, Theodora, figlia di Pietro de Pahlen, titolare di alcune imprese di costruzioni in Russia, l' unico maschio tra i cinque figli delle seconde nozze di Margherita. La bimba è nata dalla relazione di Pietro con una ragazza che vive a Mosca, Cristina Sukachvili, la cui madre - di origine georgiana e di religione ebrea - vive a Goa in India. Si tratta della decima nipote di Margherita. Gli altri sono i tre figli di John Elkann e Lavinia Borromeo (Leone Mosè, Oceano Noah e Vita Talita), i tre di Ginevra Elkann e del patrizio romano Giovanni Gaetani dell' Aquila d' Aragona (Giacomo, Pietro e Marella) e i tre di Maria de Pahlen (Anastasja Marella, Serghiej e Roman). Mentre è in arrivo l' undicesimo nipote, poiché Maria è incinta al quarto mese. La notizia più importante, e grave, riguarda proprio Maria e i suoi due primi figli. Il Tribunale dei minori di Morges, nel cantone svizzero di Vaud, il 3 giugno, ha privato della patria potestà su Anastasja e Sergey la loro madre, Maria de Pahlen, e il loro padre, Georgi Maevskiy, ex marito di Maria da cui lei ha divorziato nel 2010, dopo quattro anni di unione e dopo che lui era stato liquidato sontuosamente, nonostante il contratto pre matrimoniale che aveva sottoscritto dicesse il contrario. Il giudice, che sta per nominare un tutore, ha stabilito che i due bambini continueranno a vivere, come avviene dal 2013, a casa della nonna Margherita. La quale, ovviamente, avrà un peso decisivo nella scelta di un tutore a lei gradito. La decisione della giudice Véronique Loichat Mira (assistita dai colleghi Ansermet Gaudry ed Egger), è sorprendente: è avvenuta nel giro di mezzora in assenza sia dei genitori che dei loro avvocati, non ha tenuto conto della documentazione medica inviata da Maria (che non può viaggiare poiché è alla quattordicesima settimana di gravidanza) e si è basata solo su una precaria testimonianza: quella di una nuova assistente sociale, Sarah Faini, la quale è informata sommariamente dei fatti, poiché solo da pochi giorni ha ricevuto il voluminoso dossier dalla collega Maria Poujol, che a lungo aveva istruito la complessa vicenda. La giovane assistente sociale ha messo a verbale una sorprendente dichiarazione in cui, evitando di specificare se ha mai avuto qualche contatto diretto coi due bambini e se è riuscita a leggere il dossier, si limita a usare la laconica formula «secondo le informazioni trasmesse dalla mia collega Maria Poujol». Addirittura, secondo la Faini, Marella Anastasia Maevskiy «è consapevole dei limiti di sua madre». Un' affermazione così grave, e su cui si regge la sentenza finale, non viene suffragata da nessuna prova sul fatto se la bambina abbia pronunciato effettivamente (dove, quando, a chi, In quale forma?) una valutazione del genere contro la propria madre. E la giudice si è ben guardata dal chiedere: quali sono da considerarsi tali «limiti» secondo una bambina di 13 anni? Avete approfondito con lei la questione? Margherita Agnelli, contrariamente a tutte le altre udienze, era assente e non ha mandato nemmeno il suo avvocato. Non c' era nemmeno Serge de Pahlen, che in altre occasioni aveva invece testimoniato contro sua figlia. Evidentemente avevano «previsto» ciò che sarebbe accaduto e, in vista del loro obiettivo finale di tenere con sé i bambini, non potevano sperare di meglio. Il copione sembrava già scritto. Non a caso, l' assistente sociale ha detto che Anastasja capisce «quanto sia grande il privilegio di vivere con i suoi nonni». «I bambini», prosegue il verbale, «evolvono bene con i nonni. Hanno un punto di riferimento con loro. Non vogliono cambiare questa situazione. L'Spj (Servizio di protezione della gioventù) ritiene che i bambini abbiano diritto a un tutore che li possa rappresentare». E poi ecco un' altra accusa a Maria: «La madre non chiede notizie dei suoi figli all' Spj o lo fa molto raramente. La madre ha contatti telefonici con i suoi bambini e non li ha più visti dopo il suo ultimo soggiorno in Svizzera. Sarah Faini, conclude il verbale dell' udienza, «indica che l' Spj desidera vivamente la fine della presente procedura». Ma tutti sembrano dimenticare due aspetti: Maria ha contatti continui coi suoi figli e deve sottostare alla limitazione di poterli vedere, in ore stabilite, solo attraverso Skype, sapendo che, di fronte ai suoi figli, c' è un' arcigna badante moldava che riferisce tutto alla padrona di casa. Il secondo aspetto, ben più grave, è che la situazione che si è creata dall' ultimo soggiorno di Maria in Svizzera, è tale per cui a ottobre ha dovuto lasciare Rougemont, dove la madre non la ospitava nemmeno nel suo castello, ma la teneva a distanza in un piccolo appartamento con il bimbo più piccolo, Roman. Maria lasciò la Svizzera soprattutto perché la madre la minacciò di portarle via anche il terzo figlio. La sentenza di questi giorni apre proprio le porte a una simile eventualità, qualora Maria dovesse andare in Svizzera a trovare i suoi figli. La situazione è paradossale: se Maria entra in Svizzera (e deve portare con sé il bambino poiché è piccolo e non vuole mai stare lontano da lei) per vedere come stanno Anastasja e Sergei, rischia di vedersi portar via anche Roman poiché, se i giudici le hanno revocato la patria potestà sugli altri due, per la legge ciò significa che non può essere una buona madre nemmeno per il terzo. Ma se Maria, per timore di questo, non va in Svizzera a trovare i figli ecco la conferma, per i giudici, che non è una buona madre ed evita perfino di andarli a trovare. Intorno a Maria è stato fatto ancora di più il vuoto dalla famiglia. Perfino da John, nonostante nonna Marella si fosse raccomandata con lei - nell' agosto scorso in Svizzera a Samaden, quando si ammalò di broncopolmonite - di rivolgersi al suo adorato Jaki in caso di bisogno. Maria lo aveva fatto per chiedergli se il fratellastro la poteva aiutare a trovare un avvocato in Svizzera, dato che, ai primi di aprile, si era misteriosamente ritirato lo «sponsor» del legale precedente, Matthieu Genillod di Losanna. Sembra che tale sponsor avesse fornito il suo aiuto soprattutto allo scopo di ottenere di «infiltrarsi» nei più recenti e cospicui affari di famiglia che, per quanto riguarda la successione di sua madre Marella, Margherita Agnelli aveva affidato a suo tempo all' avvocato Guy Mustaki, professore all' università di Losanna e socio dello studio legale Cbwm. Ma Margherita, all' improvviso, ha cambiato idea e affidato i pieni poteri ad Achille Deodato, 32 anni, laurea alla Luiss di Roma, figlio di Giuseppe Mario Benedetto Deodato, siciliano di Villarosa (Enna), dal 2006 e per qualche anno ambasciatore a Berna (nominato dal governo Prodi e quindi dal ministro Massimo D' Alema), dal 2003 direttore generale della Farnesina per la cooperazione allo sviluppo, nel 2012 sfiorato dalle voci (secondo il quotidiano La Notizia) sulla discutibile gestione di fondi destinati agli ospedali in Africa. Margherita ha, per inesplicabili ragioni, affidato a Deodato jr. una delega generale e un potere assoluto, arrivando a licenziare il suo procuratore speciale in Italia, l' avvocato Roberto Cattro, un professionista che ha svolto incarichi molto delicati nei suoi tre anni di lavoro, compresi i contatti con la magistratura e gli avvocati, e soprattutto nel controllo degli immobili, dei rapporti col personale e nella valutazione aggiornata dei beni. Pare che Cattro stia intentando una causa assistito dallo Studio Bin di Torino. In un primo tempo Maria aveva anche l' intenzione di trasferirsi in Italia per essere più vicina ai due figli «trattenuti» dai nonni. Aveva trovato una piccola casa in affitto a Villar Perosa. Ma, a suo dire, la madre le ha impedito questo progetto. Forse temeva uno scandalo per il fatto che, pur avendo gli Agnelli una villa enorme e completamente vuota, la primogenita di Margherita fosse costretta ad andare a vivere in affitto in una modesta casetta. Villar Perosa è chiusa e i preziosi quadri sono accatastati nelle decine di stanze (compreso l'Arlequin di Picasso. valutato 60 milioni di euro), così come avviene per Villa Frescot e per l' appartamento di Roma. Nei giorni successivi alla morte di Donna Marella c' era stato un tentativo di Margherita e John di indire una riunione di famiglia, dopo 15 anni che i nove non si incontravano insieme e madre e figlio primogenito non si parlavano, se non tramite avvocati. Si era sparsa la voce che domenica 17 giugno fosse stata convocata una «assemblea» plenaria ad Allaman. Ma alla fine tutto è saltato. Pare che ad annullare il meeting sia stata proprio colei che più lo desiderava: Margherita. Che cosa è accaduto? La guerra è ricominciata? Margherita voleva che, dopo l' incontro con i figli, ci fosse un colloquio tra lei, il proprio avvocato e John. Lui avrebbe detto: «Allora io porto i miei legali». Tutto è nato dal fatto che recentemente l' avvocato italiano di Margherita ha chiesto all' avvocato Carlo Lombardini di Ginevra, che rappresentava donna Marella e ora John, notizie sul testamento della defunta, informandolo che la figlia non intende rinunciare alla quota cui ha diritto. Lombardini avrebbe risposto: «L' erede universale della nonna è il nipote John Elkann. La contessa De Pahlen nel 2004 ha firmato un accordo "tombale" con sua madre, mai impugnato nei termini di legge, in cui la figlia rinunciava a ogni pretesa futura sul patrimonio della madre al momento della morte di quest' ultima».

DAGONEWS il 25 giugno 2019. Quando John Elkann annuncia il progetto di fusione 50/50 tra FCA e Renault, un gruppo di furenti parenti corre dall'avvocato Franzo Grande Stevens a chiedere lumi: possibile che possa aver deciso di prendere una decisione così importante senza convocare l'Accomandita di famiglia che detiene quote ancora rilevanti di Exor e dunque di Fiat? Grande Stevens non rivolge più la parola all'erede degli Agnelli da circa un anno, ovvero da quando, il 22 luglio 2018, l'avvocato dell'Avvocato scrisse per il ''Corriere della Sera'' un'elegia funebre sull'amico Marchionne, ''tradito dalle sigarette''. Peccato che il manager della Fiat sarebbe morto ''ufficialmente'' solo tre giorni dopo, il 25 luglio. Cosa era successo? Pare che in realtà l'ad del gruppo FCA, apparso in pubblico l'ultima volta il 26 giugno, e ricoverato due giorni dopo a Zurigo, fosse morto da una settimana quando l'azienda ha dato la notizia, e che il suo corpo fosse già stato cremato. Le ragioni? Forse erano relative ai mercati azionari, alla SEC e alla Consob, insomma alle comunicazioni che l'azienda avrebbe dovuto fornire sulle condizioni di salute di un manager che controllava ogni dettaglio di un gruppo multinazionale così grande. Grande Stevens, con la sua lettera in morte dell'amico, aveva di fatto svelato che i giochi erano già chiusi, mentre in Italia si parlava ancora di ''coma irreversibile''. A quel punto un John Elkann molto irritato avrebbe fatto chiamare Grande Stevens da una segretaria. Ma come? Lo conosce da quando è un bambino, ha seguito il nonno per tutta la vita, e lo contatta attraverso una terza persona? A quel punto tra i due scende il gelo, che Elkann ha provato a sciogliere con una telefonata per gli auguri di Natale. Niente da fare, all'avvocato non piace sentirsi dire cosa fare…Un altro con cui non corre più buon sangue è Mike Manley, che il giorno in cui si annuncia la fusione FCA/Renault vende tutte le sue azioni. Il gesto di qualcuno che non crede nel futuro dell'azienda, e preferisce far cassa nel momento in cui il titolo è ''drogato'' dalle notizie di un'operazione straordinaria. Quello che è chiaro, in ogni caso, è che Elkann vuole vendere la Fiat a tutti i costi, senza la guida di Marchionne non sa dove mettere le mani e nelle ultime settimane ha riallacciato la trattativa per un accordo con Renault. Il governo francese ha chiesto a Senard una fusione non paritaria, ma con i francesi a farla da padroni? Ebbene Elkann è pronto a cedere anche a questo. Purché si venda e lui ottenga un posto da presidente del nuovo gruppo.

Stefano Carrer per Il Sole 24ore il 25 giugno 2019. Un'occasione perduta ma ancora desiderabile: il presidente di Renault, Jean-Dominique Senard, ha preso la parola nel corso dell'assemblea degli azionisti di Nissan per sottolineare che l'accordo del gruppo francese con FiatChrysler sarebbe stato – e quindi sarebbe – nell'interesse dell'intera alleanza e porterebbe vantaggi anche alla Casa giapponese. «La riprova è che alla notizia dell'interruzione dei colloqui, chi ha brindato? Tutti i nostri concorrenti, perché sapevano che l'alleanza ne sarebbe uscita rafforzata. Si tratta di una opportunità perduta». Senard in realtà ha replicato a un piccolo azionista che lo accusava di voler sfruttare l'ampia partecipazione nell'azionariato Nissan (43,4%) a esclusivo vantaggio francese. «Mi scuso se qualcuno l'ha pensato – ha detto – Io ho due valori: rispetto per le persone e rispetto per i fatti. E i fatti sono che da quando sono arrivato ho fatto di tutto per rilanciare una alleanza che ho trovato in gravi difficoltà. Ho rinunciato, anche se ne avevo il diritto, a chiedere il posto di Chairman in Nissan, tenendo conto dell'orgoglio dell’azienda. Cerco di guardare al futuro. Mai ho pensato di basare il mio atteggiamento sulle differenze nelle partecipazioni (incrociate). Confermo di essere in favore di una fusione tra Renault e Nissan, ma nessuno cerca di imporla. Chissà, forse il board Nissan tra 10 anni o 20 potrà considerarla. Sulla governance, abbiamo solo chiesto equità e pari trattamento con quanto accade in Renault con i rappresentanti di Nissan. Non possiamo votare in assemblea contro le decisioni del board, che agisce per consenso». La nuova governance basata su tre comitati distinti era stata oggetto di una schermaglia pubblica tra Renault, che lamentava una sottorappresentazione, e Nissan. Il compromesso è stato raggiunto con l'inclusione di Senard nel comitato nomine e del Ceo di Renault Thierry Bolloré nel comitato audit. Nessun uomo Renault siederà nel comitato che deciderà le remunerazioni dei top manager. Il Ceo Hiroto Saikawa ha anche indicato che, su questioni che potrebbero configurare un conflitto di interessi, Senard e Bolloré non parteciperanno alle discussioni del board, anche se membri. Saikawa ha sottolineato che con Renault è stato concordato di posporre i colloqui sul futuro dell'alleanza (nata nel 1999) in quanto la priorità per Nissan è il rilancio del business nel quadro di una più solida governance aziendale. A chi gli chiedeva conto di una corresponsabilità nelle presunte malefatte di Ghosn, ha risposto di sentire una grande responsabilità per il futuro dell'azienda: per i problemi emersi, di suo ha accettato un taglio ai compensi. Per il passato, tutto il board ha fatto un profondo inchino di scuse alla platea dei soci accorsi per la 120esima assemblea alla National Convention Hall di Yokohama del complesso alberghiero Pacifico, a Minato Mirai, il quartiere che si affaccia sul porto. Sono arrivati 2.814 azionisti: alcuni di loro hanno criticato aspramente l'azienda per essere incappata nei gravi problemi di governance (scandalo e arresto dell'ex presidente Carlos Ghosn) e aver subito una perdita di valore in Borsa in relazione a un chiaro declino della performance. Comunque tutto è andato sostanzialmente liscio. Il nuovo board di Nissan approvato oggi è composto da 11 persone, di cui sette indicate come “indipendenti”, sotto la presidenza di un membro esterno, Yasushi Kimura, un petroliere. Alcuni analisti ritengono che un board con molti consiglieri indipendenti potrebbe in futuro essere disposto a guardare con più attenzione a forme di collaborazione e partnership allargate, senza ostacolare un esito positivo di nuovi colloqui di fusione tra Renault e Fca. Domani il presidente francese Emmanuel Macron sarà a Tokyo – in anticipazione del G20 di Osaka – per un vertice bilaterale con il premier Shinzo Abe, con cui discuterà il futuro dell'alleanza franco-giapponese nell'auto, che anche dopo l'appuntamento di oggi appare sotto stress e aperta a sviluppi in direzioni potenzialmente differenti. L'interferenza del governo francese aveva indotto FiatChrysler a ritirare la proposta di fusione su base paritaria con Renault: d'altra parte, Parigi temeva che una decisione affrettata e non supportata da Nissan ( i cui rappresentanti nel cda Renault si sarebbero astenuti) avrebbe potuto suscitare aspre reazioni da parte giapponese fino a mettere a rischio la ventennale alleanza.

La fusione Fca- Peugeot, Torino, Detroit e Parigi: la lunga marcia della Fiat. Lanfranco Caminiti il 31 Ottobre 2019 su Il Dubbio. Con l’ipotesi di fusione tra Fca e Peugeot, peraltro sempre più vicina e probabile, l’Italia è sempre più lontana, dal cuore di Fca. «Non vi sono attualmente in Francia le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo» – questo diceva Fca nel comunicato con cui quest’estate dichiarava di ritirare la proposta di accordo con Renault. John Elkann sbatteva la porta e se ne andava. «Non ci sono in Francia le condizioni politiche». E le “condizioni politiche” avevano un nome e un cognome e si chiamavano Bruno Le Maire, ministro dell’Economia, che mentre il board di Renault era riunito per sigillare l’intesa con Fca chiedeva di non avere fretta a chiudere e che c’erano ancora condizioni da rispettare, nell’interesse di Renault e della Francia: «Prendetevi il tempo per fare le cose bene». E invitava a un ulteriore rinvio, forse anche per capire esattamente le scelte di Nissan, partner strategico di Renault, che era passata da un’iniziale apertura a una sempre maggiore ostilità, fino a paventare la riscrittura degli accordi di Alleanza con Renault. Beh, sembra che adesso le condizioni politiche per l’accordo con Psa ci siano. I numeri sono quelli: se il progetto con Renault fosse andato in porto si sarebbe creato il terzo gruppo nel mondo, con un fatturato di circa 170 miliardi di euro, capace di immettere sul mercato circa 9 milioni di autoveicoli; con Psa si parla di 9 milioni di autoveicoli e 180 miliardi di euro di fatturato. Cambiano i marchi: prima ci sarebbero stati Dacia, Lada, Renault Samsung Motors, Alpine; ora arrivano Peugeot, Citroën, DS, Opel e Vauxhall Motors. Cambiano anche le sinergie: Psa è debole negli Stati uniti e ben posizionata in Cina e Asia; per Fca è viceversa. Funzionerà in autunno quel che non ha funzionato d’estate? A leggere certe analisi di consulenza strategica – che so, McKinsey o Alix Partners – sembra di leggere pagine del Capitale di Karl Marx. Prima, il «deserto dei profitti» evocato da Alix Partners, poi McKinsey, che parla di «tempesta perfetta» che si prospetta per l’industria automobilistica, a causa della montagna di investimenti che sta prosciugando i profitti. Il grande vecchio parlava di «caduta tendenziale del saggio di profitto», ossia quella legge economica per cui la diminuzione relativa del capitale variabile in rapporto al capitale costante fa sì che a parità di condizioni il saggio di profitto – ossia il rapporto tra il plusvalore e il capitale complessivo investito nella produzione – diminuisca. E aggiungeva: «nella misura in cui il saggio di profitto è il pungolo della produzione capitalistica, così come la valorizzazione del capitale è il suo unico scopo, la sua caduta rallenta la formazione di nuovi capitali indipendenti e appare come una minaccia per lo sviluppo del processo di produzione capitalistico». Amen. Dove vanno tutti questi investimenti? Verso lo sviluppo di un’auto nuova, in grado di restare connessa con l’ambiente e di muoversi da sola. Il grosso dei soldi però va nello sviluppo di macchine a batteria: 275 miliardi di dollari investiti dai costruttori finora e si andrà avanti così. Per lanciare, secondo stime, oltre 300 nuovi veicoli elettrici da qui al 2025, concentrati più sull’alto di gamma ( dove sono i margini e i clienti sensibili alle mode) e meno sulle utilitarie, dove però avrebbe più senso: abbassare le emissioni nelle città. E la reale finalità è evitare le multe – con le norme sulle emissioni previste per il 2020 o si emette poca anidride carbonica oppure si è fatti fuori; la soluzione si chiama elettrificazione – diminuendo le emissioni di CO2 del mix delle vendite. A quanto pare il conto del riscaldamento globale rischia di pagarlo in gran parte l’auto. Sul fronte dei costi di produzione, il coro è quasi unanime nel sostenere che ormai hanno già grattato il fondo. I costruttori si sono resi progressivamente conto che forse unendo le forze possono farcela. Si contano 254 partnership dal 2014 a oggi, di cui due terzi orientate a sostenere il peso degli investimenti sui motori tradizionali e su quelli elettrici e il resto invece dedicato alla connettività e alla mobilità, le aree dei futuri auspicati profitti. La fusione Fca- Psa rientra in questi tentativi. A Marchionne sarebbe piaciuto l’accordo con Opel. Quello che aveva provato lui era stato bloccato dai sindacati e dal governo tedesco, che non si fidavano della sue promesse di investimento. Marchionne aveva la fissa delle fusioni. D’altronde quando il primo giugno del 2004 venne nominato amministratore delegato – era da poco diventato consigliere d’amministrazione – sapeva benissimo che quella era la strada per salvare Fiat. Nel 2002, FIAT perdeva circa 5 milioni di euro al giorno. Da anni non produceva modelli di successo. La situazione era così grave che la famiglia Agnelli aveva trovato un accordo per vendere entro pochi anni le sue quote alla rivale americana General Motors. Per tutto il Dopoguerra, FIAT aveva prosperato in Italia praticamente al riparo dalla concorrenza, grazie alla protezione che le era stata accordata dai vari governi. Era considerata come un bene di Stato: non poteva fallire. Ma con l’integrazione europea e l’apertura ai mercati internazionali e la concorrenza, non riusciva a far fronte al nuovo scenario. Per FIAT non si vedeva un futuro possibile. Marchionne sapeva che il mercato delle automobili era diventato molto più piccolo rispetto al passato, e che la crisi avrebbe comportato trasformazioni enormi – tecnologiche, aziendali, di consumi – e niente sarebbe stato più come prima. C’era spazio solo per pochi produttori molto forti, capaci di fare economia di scala e di investire enormi somme di denaro nella ricerca e nelle nuove tecnologie, che nel caso delle auto sono particolarmente costose e complesse. FIAT da sola era perduta. Poi, arrivò Barack Obama e l’offerta di salvare la Chrysler. Nel 2014, FIAT e Chrysler si fusero in un’unica entità: Fiat Chrysler Automobiles, FCA. Oggi, Jeep e Ram sono marchi fortemente posizionati nel mercato statunitensi. L’Italia è sempre più lontana, dal cuore di Fca. Restano stabilimenti e lavoratori sostanzialmente stabili, ma l’Italia è un paese dove il costo medio di un’auto venduta è sui quindicimila euro, cifra lontana, lontanissima da ogni margine di profitti: è nella gamma alta, nei Suv, nella tecnologia che sta la ciccia. Forse, senza Marchionne, la Fiat sarebbe già scomparsa. Però, a pensarci, sta scomparendo lo stesso.

Fusione FCA-Peugeot: tutto quello che c'è da sapere. Insieme i due gruppi avrebbero un giro d'affari da oltre tre milioni di auto l'anno. Barbara Massaro il 31 ottobre 2019 su Panorama. Piazza Affari a +9% per i titoli FCA mentre la borsa di Parigi accusa un tonfo iniziale di - 11% (per poi assestarsi a - 7,4%) per le azioni PSA. Questa è stata la reazione a caldo dei mercati alla conferma congiunta delle trattative in corso per arrivare alla fusione dei gruppi Fiat Chrysler Automobiles e Peugeot.

I numeri della fusione. Un matrimonio d'interesse che vale 50 miliardi di dollari e che andrebbe a creare il quarto costruttore automobilistico al mondo in termini di unità vendute (8,7 milioni di veicoli), con ricavi congiunti di quasi 170 miliardi di euro e un utile operativo corrente di oltre 11 miliardi di euro, sulla base dell’aggregazione dei risultati del 2018. La parola d'ordine del nuovo gruppo (compartecipato al 50%) sarà "sostenibilità" e questa dovrebbe essere la chiave di volta del colosso europeo della mobilità del futuro. Undici i membri del consiglio di amministrazione: 5 saranno nominati da FCA (incluso John Elkann in qualità di presidente) e altri 5 da PSA. Nel board è incluso anche il ceo Carlos Tavares che avrà un mandato iniziale di 5 anni in qualità di Chief Executive Officer. L’operazione verrebbe effettuata in forma di fusione sotto una capogruppo olandese – quotata a Parigi, Milano e New York – e la struttura di governance della nuova società sarebbe bilanciata tra gli azionisti, con una maggioranza di consiglieri indipendenti. La sede legale sarebbe in Olanda anche se il nuovo colosso continuerebbe a mantenere una importante presenza nelle attuali sedi operative centrali in Francia, Italia e negli Stati Uniti.

In attesa del memorandum of understanding. Nelle prossime settimane verrà stilato un memorandum of understanding vincolante. In prima battuta dal perfezionamento dell'operazione Fca distribuirebbe ai propri azionisti un dividendo speciale di 5,5 miliardi di euro e la propria partecipazione in Coma. Peugeot, invece, distribuirebbe ai propri azionisti la partecipazione del 46% in Faurecia. Nella nota congiunta distribuita al termine del primo colloquio tra i team delle case automobilistiche si parla di obiettivi: "Sinergie annuali a breve termine stimate in circa 3,7 miliardi di euro, senza chiusure di stabilimenti".

Il nodo degli stabilimenti. Proprio la chiusura degli stabimenti è una delle note dolenti dell'operazione e una grande preoccupazione paventata dai sindacati italiani. "In Italia c'è una capacità produttiva installata di 1,5 mln di auto - ha dichiarato così Francesca Re David, segretario generale Fiom Cgil - ma ne vengono prodotte meno della metà. I nostri stabilimenti sono pieni di cassintegrati, la fusione è molto rischiosa".

Chi ci guadagna dalla fusione. L'operazione porterà alla nascita del quarto costruttore al mondo con 8,7 milioni di auto vendute alle spalle di Gm, Volkswagen e l'alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi. Oltre 400.000 i dipendenti. Il fatturato sfiorerà i 200 miliardi di euro. Vantaggi ce ne sono: tanti e per entrambe le parti. Intanto sarebbe un ottimo modo per restare competitivi su un mercato sempre più difficile. Dal detto "l'unione fa la forza" deriva l'intero senso dell'operazione. PSA (che significa Peugeot, Citroën, Ds e Opel) da tempo punta a scalfire il gelo del mercato americano dove, fino a oggi, non ha mai fatto presa. FCA, invece, dopo il fallimento della trattativa con Renault, ha urgente bisogno di piattaforme modulari (per costruire modelli diversi per taglia, brand e tipologia) e predisposte per l'elettrificazione, cioè per le auto elettriche ed ibride, tecnologia che è fiore all'occhiello per PSA. Non è la prima volta che i francesi di Peugeot flirtano con la casa automobilistica italo americana, ma fino a ora se di flirt si può parlare è stato ben nascosto dietro le cortine dell'ufficialità.

FCA e PSA a confronto. In termini di vendita al momento i numeri danno ragione a PSA che, lo scorso anno ha consegnato 1.903.370 auto contro un totale di 1.157.000 per FCA e anche il fatturato vede in vantaggio i cugini francesi con 38,3 miliardi di euro contro i 26,7 miliardi di euro di FCA però FCA ha più stabilimenti e marchi sparsi in giro per il mondo e questo è esattamente quello che manca a PSA. Secondo il Waal Street Journal la fusione creerebbe un gigante da 50 miliardi di dollari di capilazzazione in Borsa con l'obiettivo di aggiungere altri 8/9 milioni di veicoli sul mercato ogni anno. Sempre secondo il Wall Street Journal si tratterebbe di una fusione alla pari con il ceo di Peugeot, Carlos Tavares, che assumerebbe il ruolo di amministratore delegato della nuova società, mentre a John Elkann spetterebbe la presidenza. Inoltre l'ipotetica alleanza aprirebbe il mercato cinese a FCA visto che PSA mette sul banco anche la partnership con Dongfeng Motor Group. In pratica si andrebbe a creare un colosso automobilistico mondiale in grado di penetrare tutti i mercati a differenti latitudini e garantire una varietà di soluzioni di mobilità planetaria in un'unica realtà e questa prospettiva promette di modificare gli asset di produzione/vendita a livello globale. "Si conferma una propensione europea a un grande gigante potenzialmente europeo che è nella linea di ciò che sosteniamo - ha detto il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia - Occorre considerare la concorrenza in Europa non solo in chiave nazionale. Abbiamo bisogno di giganti europei per affrontare le sfide con Cina e Usa".

Pierluigi Bonora per “il Giornale” il 31 ottobre 2019. Sarà Carlos Tavares, se tutto andrà per il verso giusto, a guidare operativamente il nuovo gruppo Fca-Psa. Portoghese, 61 anni, sposato, di formazione francese (si è diplomato alla Grandes Ecoles) e una grande passione per le corse in auto (ogni fine settimana lo passa in autodromo e un mese fa è stato avvistato sfrecciare a Monza insierme a Richard Mille, il fondatore della maison svizzera di orologi), Tavares in 6 anni ha portato il gruppo Psa dall' orlo del fallimento a generare profitti record nella prima metà di quest' anno. E acquisita Opel nel 2017 da Gm, è riuscito nella missione, considerata fino a prima quasi impossibile, di far rivedere alla Casa tedesca i conti in attivo, traguardo raggiunto con due anni d' anticipo. Per certi aspetti, Tavares assomiglia all' ex ad di Fca, Sergio Marchionne, scomparso lo scorso anno: entrambi, infatti, hanno evitato il baratro ai rispettivi gruppi, portandoli negli anni a una nuova dimensione. Come il collega italo-canadese, il presidente e ad di Groupe Psa è ritenuto un manager abile e duro, un grande spronatore pronto a tutto pur di raggiungere l' obiettivo («non si discutono gli obiettivi, ma si discute su come raggiungerli», è solito dire a chi lo circonda). E come Marchionne (in pullover e pantaloni neri sempre e comunque), anche Tavares non è molto curato nel vestire nonostante indossi la giacca. E se l' ex ad di Fca era un indubbio re della finanza che per scaricare la tensione si lanciava con la sua Ferrari sul circuito di Balocco, il collega-pilota nato a Lisbona è sicuramente più uno stratega dell' auto e, per centi aspetti, più lungimirante (sul fronte della elettrificazione, Groupe Psa si è presentato puntuale all' appuntamento). In passato, come racconta nel libro «Sergio Marchionne» il giornalista Tommaso Ebhardt, i due top manager si sono annusati parecchio, arrivando vicino a unire le rispettive società (Tavares, riconoscendo la bravura del collega, era disposto ad assumere il ruolo di numero due), ma non se ne fece nulla. Del resto, la convivenza di due galli nello stesso pollaio non sarebbe stata facile, anche perché Tavares arrivava dalla scuola di Carlos Ghosn, in Renault, nemico giurato di Marchionne. Il capo di Psa, spiegano i bene informati, conduce una vita monastica, dedicata per lo più al lavoro. In azienda, secondo la sua visione, le regole valgono per tutti. E così lo si può incontrare sul Tgv seduto in seconda classe oppure su un volo Easyjet come un turista qualunque. «Profitti, profitti, profitti!» (il chiodo fisso) aveva esclamato anni fa al termine di una visita alla filiale italiana del gruppo, a Milano. Due i piani grazie ai quali Psa ha ripreso gradualmente quota: «Back in the race», il primo, «Push to pass», il secondo. Tra efficienza, tagli dei costi, gamme semplificate, investimenti in ricerca e sviluppo, e condivisione delle piattaforme, il gruppo è via via cresciuto consolidando il suo secondo posto in Europa. Ma resta ancora il mercato cinese la spina nel fianco di Tavares, nonostante la presenza (ancora per poco viste le intenzioni manifestate) di Dongfeng nell' azionariato (12%, come le quote della famiglia Peugeot e del governo francese). Uno degli assi nella manica del numero uno di Groupe Psa riguarda la creazione delle due piattaforme multienergy che, a questo punto, potrebbe condividrere con Fca. La prima, Cmp, riguarda i segmenti B e C (auto compatte e medie), la seconda, Emp2, i modelli di segmenti superiori e i Suv di tutte le taglie. L' architettura Cmp consente di produrre veicoli con alimentazioni diverse: benzina, diesel, elettrica. Con Fca, insomma, impegnata a realizzare la Fiat 500 elettrica e i primi modelli ibridi, l' integrazione calzerebbe a pannello. Le nozze tra Torino e Parigi, inoltre, permetterebbero a marchi come Alfa Romeo (soprattutto) e Maserati, di cui è stato appena varato il piano strategico, di accelerare i progetti di crescita. 

Fca-Psa, tutte le incognite di un'alleanza già testata sui furgoni. Per gli italiani c'è il rischio di chiusura stabilimenti e di perdere potere. In compenso recupererebbero il terreno perduto nell'auto elettrica. Guido Fontanelli il 30 ottobre 2019 su Panorama. Ha senso una fusione tra Fca e Psa? Probabilmente non è la soluzione migliore per Fca, sarebbe meglio un’alleanza con un gruppo asiatico visto che la casa italo-americana è già molto presente in Europa e America ma poco in Estremo oriente. Però unirsi ai francesi di Psa presenta comunque una serie di vantaggi: entrambi otterrebbero economie di scala con piattaforme comuni; Psa in più conquisterebbe una presenza sul mercato americano con i marchi Jeep e Ram e sul mercato premium con due brand di alto livello ma poco sfruttati come Alfa Romeo e Maserati; infine Fca potrebbe giovarsi del lavoro già fatto dai francesi nel campo delle auto elettriche, dove gli italiani e gli americani sono decisamente indietro. Il tema dell’auto elettrica è centrale: in Europa dal 2015 il target di emissioni che una casa deve raggiungere come media tra le sue auto vendute è di 130 grammi di CO2 per chilometro, tra meno di due anni dovrà scendere a 95 grammi e addirittura a 59 nel 2030, con una riduzione del 5,1 per cento all’anno. Oggi le emissioni medie delle auto sul mercato sono ferme a 118 grammi: un buon risultato ma ancora lontano del 20 per cento dai limiti previsti per il 2021. L’unica via per raggiungere questi obiettivi è inserire nella propria gamma dei veicoli a batteria. Come sta facendo con sforzi giganteschi la Volkswagen. Ma costruire nuove auto costa e per questo il settore si consolida. Per progettare e produrre veicoli elettrici (una batteria da 500 chilometri di autonomia costa circa 20 mila dollari, un motore a benzina ne costa circa cinquemila) le case automobilistiche dovranno investire 225 miliardi di dollari entro il 2023 stima la società di consulenza Alixpartners. Una cifra enorme, in pratica dovranno tirar fuori il 20 per cento in più rispetto a quanto spendono ora. E gli investimenti peseranno sugli utili: sempre, da qui al 2023 i profitti lordi dei produttori di auto potrebbero ridursi di 60 miliardi di dollari. Ammesso che abbia senso, potrebbe funzionare il matrimonio tra Fca e Psa? C’è da dire che a livello industriale i due gruppi lavorano da tempo con soddisfazione reciproca: di recente hanno siglato un accordo che prevede il prolungamento fino al 2023 della loro collaborazione nella produzione di veicoli commerciali leggeri che dura ormai da 40 anni, che prevede, tra le altre cose, la continuazione della produzione dei modelli Fiat Ducato, Peugeot Boxer e Citroen Jumper. I problemi riguardano chi comanda (e conoscendoli, i francesi saranno un osso duro) e la tenuta degli stabilimenti del gruppo Fca. Oggi il gruppo di Torino ha 9 impianti in Europa dove si producono autoveicoli, mentre Psa (che di recente ha acquisito la tedesca Opel) ne conta 14. Difficile dire ora se sarà necessario chiudere qualche stabilimento. È comunque interessante ricordare che Psa vuole portare il tasso di utilizzo delle sue fabbriche entro il 2022 all’85 percento, attraverso il rimpatrio di modelli costruiti altrove o da altre case automobilistiche partner. Poi c’è il capitolo politico: come rileva il Centro Studi della Fondazione Ergo di Varese, nel nostro Paese l’automotive rappresenta il 5,6 per cento del Pil, il fatturato delle attività produttive (dirette e indirette) del settore vale 93 miliardi, pari al 10,5 per cento del fatturato dell’industria manifatturiera, gli occupati diretti ed indiretti superano le 250 mila unità. Se lo scettro del comando finirà a Parigi, c’è il rischio che il nostro automotive dipenda completamente da decisione prese fuori dall’Italia. 

Simca-Fiat. Quando gli Italiani erano padroni in Francia (1926-1962). La casa francese era nata come licenza Fiat per aggirare le tariffe doganali. Fino agli anni '60 il Lingotto rimase nel capitale, ceduto poi a Chrysler e infine a Peugeot. Edoardo Frittoli il 31 ottobre 2019 su Panorama. Oggi la fusione tra FCA (Fiat Chrysler) e i francesi di Peugeot (Gruppo PSA) riporta alla memoria la storia di SIMCA, il marchio automobilistico francese creato nel 1926 dalla casa del Lingotto, per decenni rimasta azionista di maggioranza dell'azienda guidata da un manager italiano. Nel 1978, dopo essere passata da Fiat a Chrysler Europe, sarà assorbita proprio dalla Peugeot.

Un'Italiana a Parigi: SIMCA Licence FIAT. La storia di SIMCA, l'italiana di Francia, partì da una piccola officina parigina al 9 di Rue de la Paix. Qui l'ex ciclista professionista Ernest Loste aveva aperto la propria attività di rappresentanza di automobili di marca Fiat. Siamo nel 1907, agli albori dell'automobilismo. La crescita del mercato negli anni seguenti la Grande Guerra mise in evidenza la necessità per la casa del Lingotto di strutturare una rete di vendita meglio strutturata per il mercato d'oltralpe. Nel 1926 viene fondata su iniziativa Fiat la SAFAF (Societé Anonyme Française des Automobiles Fiat) rappresentante ufficiale dei modelli della casa italiana. Ad affiancare Loste fu inviato un giovane torinese, Enrico Teodoro Pigozzi. L'esperienza di semplice distributore durò pochissimo, perché la crisi del 1929 generò l'innalzamento in Francia delle tariffe doganali, rendendo le Fiat prodotte a Torino non concorrenziali con i marchi francesi. Per poter aggirare il problema e rimanere sul mercato, l'unica soluzione era quella di produrre i modelli italiani in Francia, bypassando gli oneri doganali. Nel 1932 a Suresnes (periferia ovest di Parigi) iniziò l'assemblaggio dei pezzi prodotti da una rete di terzisti che realizzavano le parti della Fiat 508 "Balilla", commercializzata in Francia con il nome di SAFAF "6 CV", una replica perfetta della vettura nata nel decennale dell'Italia fascista. Il successo immediato della "Balilla" francese rese sempre più pressante la necessità di una vera e propria catena di montaggio, eliminando così la dispersione nella produzione separata delle varie componenti. Nel 1934 i vertici SAFAF individuano a Nanterre un'area messa in vendita dopo il fallimento di una piccola marca di automobili, la Donnet. Con l'acquisizione dei nuovi stabilimenti nasce anche il marchio SIMCA (Société Industrielle de Méchanique et de Carrosserie Automobiles), proprietà di una nuova società nata dalla SAFAF ma con capitale al 100% francese, dove l'effettiva proprietà del Lingotto non compariva nell'assetto dirigenziale e confermando Pigozzi presidente e amministratore delegato. Alla produzione della "6 CV" fu presto affiancata quella dell'ammiraglia "11 CV", versione francese della Fiat 528 "Ardita". Nel 1936 la gamma sarà completata dalla piccola "Cinq" o "5 CV", che altro non era che la Fiat 500 "Topolino". Nel 1938 SIMCA è ormai diventata il quarto produttore francese di automobili, ma il mutato clima politico internazionale suggerisce ai vertici dell'azienda di eliminare dal logo il nome Fiat, per la crescente avversione dei francesi nei confronti dell'Italia fascista.

La guerra e la ripresa (1940-1946). Dopo l'occupazione tedesca nel 1940, SIMCA è l'unica casa automobilistica a non essere assoggettata allo sforzo bellico del Terzo Reich in quanto proprietà di una nazione facente parte dell'Asse, evitando così il commissariamento a dirigenti tedeschi come avvenuto per Renault e Citroen. Molte delle SIMCA prodotte durante la guerra saranno destinate all'amministrazione di Vichy o inviate verso il fronte orientale a servizio della Wehrmacht. Dopo l'ingresso degli alleati a Parigi nell'agosto 1944, SIMCA si occupò della manutenzione e riparazione delle Jeep Willys. Grazie alla collaborazione con l'esercito degli Stati Uniti l'azienda di Nanterre a maggioranza italiana si salvò dal commissariamento e dalla nazionalizzazione proposti nel 1945. Pigozzi, che si era messo da parte per il precedente rapporto con il governo di Vichy, fu rimesso al vertice dell'azienda per volontà del Generale americano Harry Benton Sayler, a capo della produzione bellica americana durante la guerra. La produzione SIMCA riprese nel 1946 con i modelli d'anteguerra, ormai sorpassati e minacciati dalle novità di casa Renault come la 4CV, nuova e più economica della vecchia "Topolino". Grazie all'apporto di Fiat e ai benefici del Piano Marshall l'azienda guidata da Pigozzi riuscì a resistere, presentando nel 1950 una vettura media nata dalla base a scocca portante della coeva Fiat 1400 ma con carrozzeria per la prima volta diversa ed interamente disegnata in Francia. Battezzata Simca 9 "Aronde", fu uno dei maggiori successi del mercato francese del secondo dopoguerra. Nello stesso periodo Fiat e SIMCA allargano la presenza sul mercato francese attraverso la neonata SIMCA Industries, la divisione dei veicoli commerciali UNIC (poi assorbita da Iveco) e dei trattori SOMECA.

Gli anni dell'espansione (1955-1960). Alla metà degli anni '50 l'azienda guidata da Pigozzi si espanse ulteriormente approfittando della volontà di Henry Ford di disfarsi della produzione europea di modelli americani, poco concorrenziali a causa della elevata tassazione e per gli alti consumi dei motori 8 cilindri. Negli stabilimenti di Poissy verrà inizialmente prodotta la Vedette, che dopo la crisi petrolifera seguita alla questione di Suez del 1956 verrà equipaggiata con il motore francese della Aronde. Nel 1958 nell'azionariato Simca, ancora a maggioranza italiana, fece il suo ingresso in cerca di una fetta di mercato nell'Europa del boom economico un altro dei colossi dell'auto a stelle e strisce, la Chrysler, che rilevò quello che era l'azionariato della ex Ford francese. Per la presenza Fiat nel cda SIMCA iniziò il conto alla rovescia, anche se per il momento Pigozzi rimase alla guida del marchio. Nel 1961 da un progetto Fiat nascerà uno dei più grandi successi degli anni '60, la SIMCA 1000, un'utilitaria tre volumi con motore e trazione posteriori direttamente derivata dalla Fiat 850. Appena due anni più tardi la Chrysler darà l'assalto finale all'azionariato della casa francese, giungendo a controllare il 63% del capitale. Poco più tardi il "padre" della SIMCA Pigozzi (che morirà nel 1964) sarà rimosso e sostituito per volere della nuova proprietà dall'ex Ad di Sud-Aviation Georges Héreil. L'eredità del ragazzo di Torino giunto a Parigi nel lontano 1926 non sarà abbandonata, ma seguirà postuma la progettazione e il lancio nel 1967 della SIMCA 1100, una due volumi con trazione anteriore e motore trasversale nata in Fiat secondo la medesima concezione della Autobianchi "Primula". Nel 1970 Chrysler divenne proprietaria unica del marchio, che fu sostituito per tutto il decennio da quello del "pentastar". Il logo SIMCA sparirà definitivamente nel 1978 con l'uscita degli americani sostituiti da Peugeot PSA che procedette ad un'operazione di re-badging dei modelli in listino utilizzando unicamente il marchio Talbot conosciuto sia in Francia che in Inghilterra, i due i principali mercati dell'ex gruppo Chrysler Europe. Sono gli ultimi anni della storia di SIMCA, che cesserà definitivamente di esistere all'inizio del 1990.

Fca-Psa, ecco perché è Parigi a comprare Agnelli, maxi-dividendo da 5,5 miliardi. Pubblicato venerdì, 01 novembre 2019 su Corriere.it da Fabrizio Massaro e Alice Scaglioni. «È Peugeot-Psa che compra Fiat-Chrysler» dicono gli analisti. I francesi pagano un premio del 30% sul valore di Borsa per avere 6 consiglieri su 11. Exor avrà il 14,2% mentre la famiglia Peugeot, lo Stato francese e Dongfeng il 5,9%. Per arrivare a un accordo paritetico, Psa (con Mediobanca advisor) ha riconosciuto a Fca (assistita da Goldman Sachs) un premio di 6,7 miliardi, secondo i calcoli di Kepler Chevreux. Inoltre ai propri soci Fca assegna un maxi-dividendo straordinario di 5,5 miliardi e la Comau (la società di robotica per la catena di montaggio), che viene scissa dal gruppo. Solo a Exor, la holding della famiglia Agnelli che ha il 28,7% di Fiat Chrysler, andranno 1,6 miliardi di euro. Non a caso giovedì il suo titolo in Borsa è salito del 5,69%. Dalla vecchia Fiat, Exor ha ottenuto quote già dai precedenti spin-off come Cnh, Ferrari, Rcs, Iveco, che hanno liberato miliardi di valore. Psa invece distribuisce ai propri soci il 46% che possiede nel gioiellino della componentistica di Faurecia, pari a circa 2,7 miliardi di euro. Anche Equita parla esplicitamente di «vendita»: i francesi pagano un premio del 30% per avere il controllo del consiglio, 6 su 11 compreso il ceo, che sarà l’attuale ceo del gruppo francese Carlos Tavares, mentre presidente sarà il numero uno di Fca, John Elkann. Della nuova società — con sede in Olanda e quotazione a Parigi, Milano e New York — Exor avrà il 14,2% mentre i tre attuali azionisti di Psa, la famiglia Peugeot, lo Stato francese e i cinesi di Dongfeng deterranno ciascuno il 5,9%. Si tratterà di vedere in futuro come si svilupperanno gli equilibri tra i soci. Per tre anni in ogni caso non potranno vendere (lock up). «Abbiamo lavorato molto per garantire un reale equilibrio nella governance e nella gestione del gruppo che stiamo progettando», ha detto Elkann. Uno dei primi vantaggi, a livello finanziario, sarà il minor rischio di credito. Secondo Equita i bond di Fca potrebbero essere promossi a «investment grade». Una boccata d’ossigeno per il gruppo, i cui conti trimestrali mostrano le difficoltà del mercato: perdita netta di 179 milioni dopo ricavi per 27,3 miliardi di euro e 1,059 milioni di vetture consegnate, -9%. Il ceo Mike Manley ha comunque confermato i target del 2019.

Gianluca Baldini per “la Verità” l'1 novembre 2019. Con il matrimonio tra Fca e Psa alle porte, ora il tema che più preoccupa i lavoratori è quello occupazionale. Ieri il premier Giuseppe Conte ha detto che si tratta di una «un' operazione di mercato, non posso giudicare l' accordo ma quello che preme al governo è che sia assicurato il livello di produzione e quello di occupazione in Italia e quindi la continuità aziendale». Dal canto suo, il ministro francese dell' Economia, Bruno Le Maire, ha fatto sapere di accogliere «favorevolmente» il progetto di fusione tra Psa e Fca, ma lo Stato francese, azionista di Psa al 12%, resterà «particolarmente vigile» sulla tutela dell' apparato industriale in Francia, ha spiegato in una nota diffusa dal ministero francese. Tra gli obiettivi del nuovo colosso automobilistico, spiegano da Fca e Psa, ci sarebbe l' intenzione di dare il via a «sinergie annuali a breve termine stimate in circa 3,7 miliardi di euro, senza chiusure di stabilimenti». Non chiudere gli stabilimenti, però, non è per forza garanzia di occupazione. Il timore dei lavoratori è infatti che il numero di stabilimenti resti inalterato, ma non il numero di posti di lavoro. La paura maggiore, poi, è che i tagli a livello occupazionale finiscano per essere attuati più in Italia che non in Francia, Paese dove storicamente il governo, che è anche socio di Psa, è sempre attento a non perdere posti di lavoro. Al momento il Lingotto ha nove impianti sparsi sul territorio europeo che si occupano di produrre automobili (a questi si devono aggiungere molti altri stabilimenti che producono componentistica). Psa, che ha di recente comprato la tedesca Opel, conta invece su 14 siti produttivi da cui escono macchine. Le due aziende coinvolte nel sodalizio hanno fabbriche gestite in maniera diametralmente opposta. Fca è un gruppo che semmai soffre di sovracapacità produttiva cronica, soprattutto negli stabilimenti italiani, dove il ricorso alla cassa integrazione non è più un provvedimento straordinario ma, con il tempo, sempre più abituale. Lo stabilimento di Mirafiori, per fare un esempio, lavora a metà della sua capacità. Per intendersi, un buon impianto lavora ad almeno l' 80%. Gli ingredienti, dunque, perché la Francia si tenga i suoi posti di lavoro a scapito dell' Italia, ci sono tutti. Inoltre, l' ad del gruppo Psa, Carlos Tavares - l' uomo che guiderà il nuovo colosso italofrancese - ha rimesso in sesto Psa nel 2014 e Opel nel 2017 tagliando i costi (e le teste), semplificando le linee produttive e facendo salire i prezzi in listino. Perciò la sua «ricetta» per risanare le aziende è ben nota. A questo si aggiunga che Psa ha già annunciato l' intenzione di portare il tasso di utilizzo delle sue fabbriche entro il 2022 all' 85%, attraverso il rimpatrio di modelli costruiti altrove o da altre case automobilistiche partner. Anche in questo caso, più produzione in Francia e meno all' estero Il problema, dunque, è tutto di natura politica. La Francia, come azionista di Psa, avrà tutto l' interesse a spingere perché venga garantita il più possibile l' occupazione entro i confini transalpini e tutto questo potrebbe avere importanti ripercussioni sull' occupazione degli stabilimenti italiani e non solo di Fca. «È ancora presto per capire cosa succederà sul piano occupazionale. Il nostro vantaggio», spiega alla Verità un portavoce della Federazione italiana metalmeccanici Fim Cisl, «è che le fabbriche Fca sono state rinnovate tutte più di recente rispetto a quelle Psa». Un'arma a doppio taglio, spesso gli stabilimenti più moderni sono anche quelli che vanno avanti con il minor numero possibile di dipendenti. «È probabile però che ci saranno problemi sul piano occupazionale per le aziende del gruppo Fca che non si occupano strettamente di automotive come ad esempio Comau», che produce impianti di automazione industriale. «In quel caso bisogna capire come intendano muoversi i due gruppi in questione. La soluzione al problema può essere solo di natura politica. Il punto è che mentre il governo francese è già al lavoro per evitare che ci siano ripercussioni sul piano occupazione, in Italia le istituzioni non si sono ancora mosse davvero». Un altro esperto contattato dalla Verità, Gian Primo Quagliano, presidente del Centro studi Promotor, istituto di ricerca indipendente sull' economia del settore automotive e professore all' Università di Bologna, spiega che «l'unico modo per evitare problemi sul piano occupazionale è quello di lavorare a modelli che non siano sovrapponibili». Alla base del sodalizio tra Fca e Psa c'è «l'utilizzo di piattaforme comuni. Quello è il segreto: utilizzare la stessa piattaforma per produrre modelli il più possibile diversi e che non si facciano concorrenza tra loro». La verità è che, per salvare il posto dei dipendenti Fca, serve che il governo faccia «muro contro muro» con l' esecutivo francese. Se non si fa nulla e Parigi avrà la meglio, per il mercato del lavoro italiano saranno guai.

Alberto Gentili per “il Messaggero” l'1 novembre 2019. Il governo italiano, al contrario di quello francese che possiede quasi il 13% di Peugeot, non ha quote azionarie in Fiat-Chrysler (Fca). E tuttavia a avrebbe molti titoli per intervenire con determinazione nella partita: basti pensare alle agevolazioni che nei decenni sono state accordate a Torino. Eppure, sorprendentemente, non ha assolutamente toccato palla nella fusione tra il Lingotto e Peugeot. Ad ammetterlo candidamente, senza celare un leggero fastidio, è il premier Giuseppe Conte. E a confermarlo è il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli. Ecco l'ammissione di Conte: «Non posso giudicare l'accordo tra Fca e Peugeot visto che non conosco i dettagli e i contenuti». Ma possibile che John Elkann non l'abbia avvertito, chiedono i cronisti a margine dell'assemblea di Confitarma? E il premier: «Non siamo riusciti a parlarci, c'è stato un contatto telefonico mancato, ci aggiorneremo presto con Elkann, con i vertici Fiat e conoscerò i dettagli». Patuanelli, invece, fa sapere di avere incontrato Elkann «qualche giorno fa». Prima, però, che diventasse operativo il progetto della fusione. Insomma, il ministro dello Sviluppo sarebbe stato informato solo dell'ipotesi di fusione con il gruppo francese. Ma non è stato avvertito quando il piano è scattato. Conte, criticato dalla Fiom per il suo ruolo di «semplice osservatore», ora vorrebbe recuperare: «Fermo restando che è un'operazione di mercato, il governo non può restare indifferente rispetto a un progetto industriale così importante». E ai vertici di Fca il presidente del Consiglio è determinato a chiedere che «sia assicurata la produttività e la continuità aziendale in Italia. Se ci sono economie di scala, ben vengano, ne beneficeranno entrambi i gruppi, ma l'importante è che garantiamo il livello di occupazione e gli investimenti in Italia». Patuanelli, nel ruolo di ministro competente sul dossier, dà maggiori dettagli dell'allert lanciato dal governo: «Chiederemo ovviamente a questo nuovo gruppo di garantire la continuità del piano industriale che Fca aveva previsto nel nostro Paese con tutti gli investimenti previsti negli stabilimenti». Circa 5 miliardi. Ancora: «È ovvio che l'unione di questi due grandi gruppi costituirà il quarto colosso mondiale di produzione delle automobili, ci potranno essere delle economie di scala rispetto ai costi. Ebbene, noi richiederemo che queste economie e questa riduzione di costi non si ripercuota poi sulle previsioni industriali negli stabilimenti italiani e quindi che non vadano a incidere sui lavoratori del nostro Paese». Patuanelli fa anche sapere che di non avere «ancora incontrato» i vertici di Fca. Ciò fa pensare che a breve il ministro dello Sviluppo possa convocare Elkann. Ma al Mise fanno filtrare che al momento non è previsto alcun incontro con lo stato maggiore di Fca. E c'è un altro aspetto che irrita il governo. Ed è la scelta di Fca, legata a ragioni fiscali, di confermare la sede del nuovo gruppo in Olanda. «L'ho già scritto in una lettera ufficiale ai rappresentanti delle istituzioni europee e ai miei omologhi dopo le elezioni europee, dobbiamo lavorare affinché all'interno dello spazio comune europeo non ci siano agevolazioni fiscali tali da rappresentare forme indirette di concorrenza sleale». Ancora: «Se in alcuni Paesi c'è un tale dislivello di costo di manodopera o agevolazioni fiscali si creano disarmonie e scorrettezze concorrenziali».

Carlo Di Foggia per “il Fatto Quotidiano” l'1 novembre 2019. Lo schema è complesso, ma l' obiettivo chiaro: matrimonio "alla pari", con due effetti diversi e a suo modo perversi. Ai soci di Fiat Chrysler, in testa gli Agnelli, una pioggia di dividendi. Ai francesi di Psa Peugeot, il sostanziale controllo del futuro quarto colosso mondiale dell' auto. Svelati i dettagli dell' accordo tra le due società e le due rispettive famiglie azioniste, il quadro è ormai nitido. L' Italia perderà quel poco che rimane dell' italianità di Fca Chrysler, già con sede legale in Olanda e fiscale a Londra. Ieri, i due gruppi hanno annunciato l' intesa con una nota congiunta. Si impegnano a un accordo vincolante per creare un' azienda da 50 miliardi di dollari nelle prossime settimane. Il nuovo gruppo avrà sede in Olanda e sarà quotato a Parigi, Milano e New York. Nascerà un colosso da 8,7 milioni di veicoli, ricavi dai 170 miliardi di euro e un utile operativo stimato in 11 miliardi. Il comando sarà in mano francese, con John Elkann presidente e il gran capo di Psa, Carlos Tavares, come Ceo. I consiglieri saranno undici: 5 nominati da Fca (incluso Elkann) e 5 da Psa, ma in più ci sarà Tavares che avrà un mandato iniziale di 5 anni. Exor, la holding degli Agnelli, avrà il 14,2% della nuova società (dal 30% oggi in Fca), mentre i tre attuali azionisti di Psa, la famiglia Peugeot, lo Stato francese e i cinesi di Dongfeng avranno ciascuno il 5,9%. La fusione, una volta completata, garantirà sinergie annuali per circa 3,7 miliardi, dato considerato "credibile" dagli analisti di Equita. "Non ci saranno chiusure di stabilimenti", la promessa dei due gruppi. Ma in Italia i dubbi sono molti. Per convincere Fca, dopo il flop con Renault del maggio scorso, Tavares ha formulato un' offerta aggressiva e irrinunciabile, sostanzialmente comprando dai soci il controllo di Fiat Chrysler. I due gruppi, infatti, hanno quotazioni differenti: martedì, prima che trapelasse la notizia, Psa valeva in Borsa 22 miliardi, contro i 18 di Fca. La prima sottrarrà la quota del 46% che ha nel gruppo di componenti Faurecia, che distribuirà agli azionisti, scendendo a 20 miliardi. Il valore di Fca scenderà invece a 13 dopo aver staccato un dividendo straordinario ai soci da 5,5 miliardi, di cui 1,7 a Exor, e la partecipazione in Comau. Con questi numeri Psa avrebbe dovuto avere il 60% del nuovo gruppo, invece il matrimonio sarà 50 e 50. Per questo, di fatto, i francesi pagheranno un premio di quasi 7 miliardi ai soci Fca sui valori di Borsa che il mercato sta già parzialmente scontando facendo volare ieri in Borsa i titoli del gruppo italo-americano (+8,2%) e affossando quelli di Psa (-12,8%). La famiglia Agnelli incassa così i frutti della cura Marchionne a un anno e tre mesi dalla sua scomparsa. Al netto dei corifei sindacali e giornalistici che hanno cercato di venderlo come il campione dalla grande visione industriale non capito dall' Italietta, il manager ha dispiegato la sua vera abilità nel curare gli interessi dei suoi azionisti, salvando l' azienda con l' operazione Chrysler e risanandola. Considerando i dividendi del 2017 e quelli straordinari della sciagurata cessione di Magneti Marelli a Calsonic Kansei Corporation, agli azionisti Fca vanno quasi 8 miliardi in poco meno di due anni dopo i quasi dieci di digiuno sul fronte auto. Exor di fatto riduce la sua esposizione nel comparto auto, e forse continuerà a farlo (ma non prima di 3 anni), alla ricerca di partecipazioni più redditizie e in settori meno affamati di investimenti. Con un po' di ritardo, il governo italiano, non informato in anticipo, ieri si è fatto sentire. "Non posso giudicare l' accordo, è un' operazione di mercato, ma va salvaguardata l' occupazione in Italia", ha detto ieri il premier Giuseppe Conte, che incontrerà Elkann. Molto più netta Parigi: "Vigileremo affinché vengano salvaguardati posti di lavoro e stabilimenti". Gli operai di quelli italiani già tremano.

Fabio Pavesi per affaritaliani.it il 2 novembre 2019. Quel salto in avanti era nelle cose. Difficile sopravvivere in un mercato competitivo e in un business ad altà intensità di capitale come quello dell’auto se non hai le dimensioni per stare tra i primi 3-4 gruppi a livello gloabale. La fusione di Fca con Peugeot è un’operazione perfetta sotto questo punto di vista. Ma nel giubilo collettivo che avvolge le nozze, ci si dimentica che ogni grande matrimonio tra industrie globali avrà ripercussioni su costi, occupazione e dislocazione degli impianti. I doppioni verranno tagliati, gli stabilimenti improduttivi saranno chiusi o riconvertiti. Ecco perché sorprende la dichiarazione a caldo del nuovo dominus del gruppo quel Carlos Tavares ex Ceo di Psa e da domani nuovo ad di Peugeot-Fca, considerato da tutti come uno dei migliori manager dell’auto. Tavares spiega che la fusione svilupperà sinergie di costo per 3,5 miliardi, “senza chiusure di stabilimenti”. Una dichiarazione ardita fatta probabilmente per rassicurare il Governo italiano e i sindacati. Ma reggerà alla prova dei fatti? E soprattutto come fai a realizzare risparmi per oltre 3,5 miliardi senza toccare gli impianti? Difficile a farsi. In realtà Tavares sa benissimo quali sono le aree dove Fca guadagna e quelle dove la vecchia Fiat arranca in modo strutturale. E difficile che l’uomo non metta mano alle situazioni di crisi. Per Psa il colpo grosso è l’accesso al mercato Usa. L’area Nafta (Usa, Canada) è la vera punta di diamante di Fca. I successi vengono dalle Jeep e dai pick up venduti in terra d’America. Lo dicono i numeri del bilancio. Oltre metà dei 110 miliardi di fatturato di Fca vengono da Oltre Atlantico. L’Europa allargata (Emea) fa solo un terzo del fatturato del Continente Nordamericano. Non solo ma la redditività operativa è ben diversa. Usa e Canada hanno un margine sul fatturato al 10%, mentre l’area Emea stenta da sempre superata anche dall’area asiatica che ha marginalità operativa oltre il 6%. I gioiellini di casa FiatChrysler quanto a valore sono i marchi Jeep e Ram. Le aree di debolezza sono antiche e ben note.  Neppure lo scomparso Marchionne, il risanatore per eccellenza non è mai riuscito a produrre utili in quella che una volta era la vecchia Fiat auto. La Fca Italy che ne ha preso l’eredità resta un’incompiuta nel curriculum di Marchionne. La società di fatto raggruppa le attività industriali in Italia, Europa, Turchia e Sudamerica ed è un pozzo senza fondo di perdite. Da sempre. Nel 2018 ha chiuso i conti con ben 1,25 miliardi di perdite nette. Doppiate le perdite dell’anno prima quando il rosso a fine bilancio si fermò a 670 milioni di euro. Ma la striscia negativa è lunga. Fca Italy ha perso 1,1 miliardi nel 2016 e altri 1,6 miliardi nel 2015. La vecchia Fiat auto che vuol dire gli impianti in Italia, ma anche in Serbia, Polonia, Germania e le partecipazioni in Brasile lavora costantemente in perdita. I costi superano inevitabilmente i ricavi almeno dal 2014 in poi. E neanche i pur forti incrementi di fatturato, passato da 19 miliardi a oltre 27 miliardi dal 2014 al 2018, riescono a colmare il gap con i costi. A livello di margine industriale netto, Fca Italy ha cumulato perdite per 5,7 miliardi negli ultimi 5 anni. Il problema come si vede non è congiunturale, ma strutturale e il nuovo colosso dell’auto che nasce dalla fusione dovrà trovare qualche soluzione. Ed è proprio in generale la vecchia Europa a zavorrare da sempre Fca. La marginalità nel Vecchio Continente è in rosso. Nel terzo trimestre del 2019 l’Ebit margin ha approfondito la caduta. Oggi la marginalità è negativa per l’1,2% sui ricavi. Così come l’ex marchio profittevole, la Maserati ha vissuto una stagione orribile. Il marchio del lusso è andato in perdita per 50 milioni di euro con un risultato negativo di oltre il 10% sulle vendite. Si confermano invece le aree di profittabilità crescente. Il Nord America vanta una marginalità operativa salita oltre il 10%, mentre ha corso anche l’area del Sudamerica con un margine sui ricavi passato dal 4,2% del 2018 al 6,9% dei primi nove mesi del 2019. Sono le due aree dove Fca vince e consente al gruppo di limitare il peso delle aree in difficoltà portando l’utile operativo totale del gruppo a oltre il 7% dei ricavi complessivi. Di fatto grazie ai mercati Usa e latino americano Fca può oggi contare su una redditività operativa vicina a Peugeot che sfiora l’8%. Ma Peugeot è da sempre più apprezzata dal mercato. Ha multipli più elevati di Fca e la sua profittabilità ha carattere più strutturale, mentre Fca ha raggiunto livelli di redditività in linea con la casa francese solo negli ultimi anni e grazie al contributo determinante del mercato Usa. Ecco perché è difficile che nel nuovo gruppo che nasce sotto influenza transalpina non si vadano a toccare i nervi scoperti della gestione della vecchia Fiat. L’Italia, le sue fabbriche che lavorano in perdita e i suoi marchi come Alfa Romeo, Lancia e Fiat che non brillano quanto a performance economiche-finanziarie. Con gli Agnelli, pur con il baricentro spostato con forza sul mercato americano e con la sede legale da tempo trasmigrata in Olanda, l’attenzione politica-simbolica all’Italia e alla sua industria dell’auto era iscritta nel Dna della vecchia Fiat. Ora con i francesi a condividere le sorti del nuovo gruppo mondiale, l’Italia e le sue fabbriche in perdita non saranno più un tabù insormontabile. Con buona pace delle rassicurazioni lanciate ieri dal nuovo deus ex machina del neonato colosso globale dell’auto.

Mario Giordano per “la Verità” il 2 novembre 2019. «Sfida globale». «Sinergia totale». «Qualcosa di speciale». «Grande Alleanza» (con la maiuscola). «Colpo grosso» (minuscolo senza Smaila). «Scelta strategica». «Nuovo colosso». «Sfida all' innovazione». «Nuovi modelli in vista». «Auto del futuro». «Sviluppo per il Paese». Grondano champagne i giornali italiani all' indomani dell' annuncio ufficiale della fusione fra la Peugeot e la Fca, l' ex Fiat. Naturalmente «I mercati festeggiano», «Piazza Affari brinda», «Il titolo vola». E gli eredi degli Agnelli, con le saccocce piene di denari sonanti, vengono immediatamente trasformati nei «Re Mida della Borsa». «John Elkann è un fenomeno», s' entusiasma la stampa di casa nostra. Manca poco alla beatificazione, ma il miracolo c' è già: la moltiplicazione dei dividendi e dei pesci. I quali pesci, come è noto, abboccano che è un piacere. In mezzo a tale ondata di entusiasmo, infatti, rischiano di passare sotto silenzio alcuni dati non insignificanti della sedicente «fusione alla pari». Il primo dei quali è che non si tratta affatto di una «fusione alla pari», ma, in pratica, di un' acquisizione di Fca da parte di Peugeot. L' accordo last minute, siglato dopo il fallimento del precedente tentativo di Fca con Renault, consegna infatti tutte le leve del comando nelle mani dei francesi, a cominciare dal consiglio d' amministrazione che sarà controllato da loro: su undici componenti, infatti, ne avranno cinque (come cinque ne avrà l'ex Fiat), ma l'undicesimo (e dunque ago della bilancia) sapete chi sarà? Ovvio: Carlos Tavares, attuale amministratore delegato di Peugeot. Sei a cinque et voilà, la Tour Eiffel trionferà. Come vendita, sia chiaro, è stata un'ottima vendita. Da questo punto di vista è vero che John Elkann è stato bravo: si è fatto letteralmente coprire d' oro. Le azioni Fca sono state pagate quasi il 30 per cento in più del valore di mercato, ai soci sarà distribuito un extra dividendo da 5,5 miliardi di euro. Le tasche si riempiono, gli azionisti esultano, gli eredi degli Agnelli si gonfiano di soldini come non era mai successo prima, e tutto questo naturalmente è bellissimo. Per loro, ovvio. Ma per noi? Cioè: per l' Italia? Davvero quest' operazione è così entusiasmante? Davvero ci apre un radioso futuro? Il sol dell' avvenire economico? Davvero merita tanto spreco di bollicine effervescenti innaturali, lo stappar degli spumanti, l'eccesso di entusiasmi, le colonne di giornale tutta panna e zucchero? Ho qualche dubbio. Anche perché lo Stato francese, già azionista al 12,2 per cento in Peugeot, sarà azionista con una quota del 6 per cento circa anche nella nuova società. Dunque la situazione è questa: si fondono un' azienda francese, con dentro lo Stato francese, è un' azienda apolide (un po' olandese, un po' inglese, un po' americana) che però di fatto è ancora il primo produttore di automobili in Italia. La maggioranza del Consiglio di amministrazione è dei francesi. Secondo voi, quando si dovranno prendere decisioni importanti (tipo: dove collocare la centrale degli acquisti, da cui dipende tutto l' indotto) che città si sceglierà? Parigi o altro? E quando si dovrà scegliere quali impianti chiudere e quali lavoratori licenziare, chi sarà a piangere? Metz (Francia) o Pomigliano (Italia)? Le dichiarazioni ufficiali garantiscono che nessuno stabilimento sarà chiuso. Ma le dichiarazioni ufficiali nel momento dell' entusiasmo sono sempre state smentite nel giro di qualche anno. E, in ogni caso, nessuna dichiarazione ufficiale garantisce la stabilità dell' occupazione: dei 400.000 lavoratori che attualmente fanno parte dei due gruppi, qualcuno ci rimetterà le penne. Altrimenti com' è che si fanno le famose «sinergie»? Com'è che si fanno i (previsti) risparmi? Da qualche parte bisognerà pure tagliare. Ed è evidente che non taglieranno in Francia. L'ipotesi di un accordo fra Peugeot e ex Fiat, per altro, non è nuova. Era saltata fuori a più riprese negli anni passati. Anche Sergio Marchionne aveva accarezzato l'idea. Ma poi l'aveva accantonata, preferendo altre soluzioni proprio per gli eccessi di sovrapposizioni, per i troppi «stabilimenti fotocopia». Ricorderete inoltre che il precedente accordo di Fca oltralpe, quello con Renault, era stato fatto saltare dal governo francese proprio perché temeva che con la fusione ci fossero posti di lavoro a rischio in Francia. In questo caso, invece, nessun timore. Lo Stato francese, che sta dentro l'azionariato, festeggia. Dunque non vede posti di lavoro a rischio in Francia. Ma, tirando le somme, se fra Fca e Peugeot ci sono stabilimenti fotocopia da chiudere, o da ridurre pesantemente, e questo non accadrà in Francia, secondo voi, dove accadrà? La risposta non è difficile. In Italia, mettendo tutto insieme, sono rimasti i brandelli di una dozzina di stabilimenti ex Fiat. Chi ci lavora, ovviamente, chiede protezione. Ma la differenza è che lo Stato francese è nell' azionariato del nuovo colosso. Quello italiano, invece, non c' è. Non c' è nell' azionariato del nuovo colosso. Ma non solo lì. Lo Stato italiano non c' è proprio. In queste occasioni non c' è mai. Quando si tratta di difendere le nostre aziende, il nostro patrimonio, i nostri lavoratori, noi siamo campioni della latitanza. E così, dopo aver dato, per anni, soldi alla Fiat, la nostra politica guarda l'ultimo passaggio della resa industriale del Paese con lo stesso sguardo catatonico con cui ha accompagnato i passaggi precedenti. Non pervenuta. L'unico commento del premier Conte, avvertito a giochi fatti, è che questa nuova società «porterà economia di scala con risparmio dei progettati investimenti con particolare riguardo allo sviluppo delle auto elettriche». Ma certo: evviva evviva. Evviva le auto elettriche. Evviva le economie di scala. Ed evviva gli eredi Agnelli con le tasche piene di soldi.Siamo tutti felici: le Borse festeggiano, gli azionisti pure. Gli operai un po' meno. Ma a chi importa?

Fusione Fca-Psa, qual è il destino dei marchi italiani? Perché Alfa Romeo e Lancia rischiano. Il Corriere della Sera Redazione Economia il 18 dicembre 2019. La fusione e le complessità. La fusione Psa-Fca dà vita al quarto colosso mondiale dell’auto con quasi 10 milioni di veicoli prodotti, dopo Volkswagen, Renault-Nissan e Toyota. Un’operazione transnazionale e transcontinentale (Fca controlla l’almericana Chrysler, per esempio) che vale 50 miliardi di euro e che si porta dietro, com’è naturale che sia, una serie di complessità da rompicapo. A cominciare dai numerosi marchi - ben quattordici - da aggregare nella fusione. Quattordici marchi automobilistici, tanto per chiarire, sono più di quelli gestisce l’intero gruppo Volkswagen, il primo della classe per dimensione.

Come in ogni fusione bisognerà evitare i rischi di sovrapposizione per i prodotti e quelli legati all’identità e posizionamento dei marchi, allo scopo di azzeccare la giusta strategia di mercato.

I marchi «generalisti». Cinque sono i marchi principali, che potremmo definire «generalisti», tanto per intenderci: Citroën, Peugeot, Fiat, Lancia, Opel. Nel progetto di aggregazione dovrebbero condividere le medesime piattaforme, con sinergie industriali per 3,7 miliardi all’anno (leggi qui: tutti i dettagli della fusione). Se industrialmente l’aggregazione ha un senso (per economie di scala, acquisti e impianti), lo ha meno, almeno in linea di principio, sul mercato. Con i modelli dei vari marchi che rischiano di cannibalizzarsi a vicenda nella battaglia delle immatricolazioni. L’intenzione potrebbe essere quella di mettere in concorrenza modelli e marchi (così come i manager), preservando solo chi è in grado di generare utili. Chi resta in piedi sopravviverà. Chi è in difficoltà, malgrado la forza della storia e della tradizione, sarà sacrificato. Ma sarà davvero così?

La competizione tra i manager. Il lavoro di rimodulazione si presenta complesso e articolato. Per plasmare il nuovo super gruppo, Tavares e Manley hanno avviato nove comitati di lavoro composti dai manager di entrambe le società per lo sviluppo del business, del prodotto, dell’organizzazione industriale, degli aspetti legali e finanziari, per la comunicazione istituzionale, risorse umane, relazioni industriali, responsabili degli acquisti. Come ha spigato Bianca Carretto sul Corriere della Sera, ogni comitato è composto almeno da 2-3 persone per ciascuna azienda, in tutto quindi poco più di 50 top manager. «Avremo bisogno di tutti per arrivare a un’entità così grande - ribadisce Tavares - le scelte avverranno seguendo le regole della meritocrazia, per ogni posizione chiave verrà privilegiato il miglior dirigente per assicurare i risultati migliori». Succederà anche per i marchi? E quali saranno quelli destinati a sopravvivere?

Fiat. Tornando ai marchi, Peugeot, Citroen e Fiat rappresentano l’asse portante della fusione. Uno dei due marchi francese, forse Citroen, a sentire gli addetti ai lavori, potrebbe portarsi su modelli più evoluti, ai margine del segmento «premium», mentre Fiat potrebbe rimanere più «pop». Con 1,38 milioni di veicoli venduti lo scorso anno, Fiat all’interno del nuovo gruppo è secondo soltanto a Peugeot. La presenza è rilevante in Europa e Sud America. Negli Usa è diffusa solo la 500. L’altro prodotto principale del gruppo è un’altra utilitaria, Panda.  Al prossimo salone di Ginevra, Fiat presenterà in anteprima la 500 elettrica, prima auto a zero emissioni del marchio.

Lancia. Tra i marchi minori, la posizione di Lancia e quella di Alfa Romeo potrebbero essere ridiscusse. Oggi il marchio Lancia è identificato con Ypsilon, praticamente un mono-prodotto, che vende bene in particolare in Italia. Nel confronto interno Fca-Psa, ha come rivale la linea Ds di modelli semi-lusso e ad alta tecnologia. La scommessa in stile Audi di inventare da zero un brand di prestigio è ancora incerta, anche se dal lato dei costi la linea Ds ha il vantaggio di condividere le piattaforme con Peugeot. In un ottica di selezione, il rischio concreto è che il marchio storico dell’automobilismo italiano (fondata nel 1906 a Torino da Vincenzo Lancia e un tempo protagonista assoluto del mondo dei rally) possa scomparire dalle strade.

Il destino di Alfa Romeo. Alfa Romeo, l’altro marchio storico di Fca, non ha mai trovato un vero rilancio, malgrado le intenzioni più volte manifestate da Sergio Marchionne negli anni del rilancio del gruppo. Ora si trova in una situazione di incertezza, anche se il nuovo numero uno di Fca-Psa, Oscar Tavares, fa del rilancio dei marchi sportivi Alfa e Maserati un punto d’onore. Alfa Romeo e Maserati non hanno contraltari nel gruppo francese, anche se Alfa propone in gamma soltanto tre veicoli: Giulietta, Giulia e Stelvio.

Nel 2018 le vendite sono aumentate del 10% raggiungendo le 119.269 unità anno: di queste, il 69% in Europa e il 21% negli Stati Uniti. Tuttavia, nel 2019 le stime sono deludenti: il marchio di Arese chiuderà l’anno sotto le centomila immatricolazioni. Incertezza anche sui modelli: si aspetta il Suv medio Tonale, presentato al salone di Ginevra.

Jeep. Sul segmento «premium», Jeep sembra in posizione di forza. Nel 2018 Jeep ha aumentato le vendite dell’11%, arrivando a 1,55 milioni di auto. Anche se a fine 2019 le vendite sono scese parecchio e il 2019 potrebbe finire al di sotto delle aspettative. Il veicolo di maggior successo è la nuova Compass (413 mila immatricolazione globali); molto diffusa anche Renegade, Suv di fascia B che conta come rivali alcuni modelli Peugeot, come 2008 e 3008.

Maserati. Chi si sente al sicuro è il marchio del Tridente, malgrado i numeri in calo nelle ultime stagioni (nel 2018 vendite in calo del 28% a 35.238 unità). La casa di Modena è di fatto l’unico marchio premium-sportivo-lusso del nuovo gruppo e gode di prestigio internazionale. Maserati ha prodotti che vanno dalla media Ghibli alla super berlina Quattroporte fino a Levante, il primo Suv della casa. Fca ha già promesso il rinnovo dei prodotti (anche in chiave ibrido-elettrica) con sette nuovi modelli tra il 2020 e il 2023.

Abarth. Abarth ha vissuto nell’ultimo anno il periodo migliore della sua storia: vendite aumentate del 7,4% a 26.736 unità. L’azienda è controllata al 100% da Fca, elaboratore ufficiale in chiave sportiva delle auto del gruppo. I rischi qui arrivano soprattutto dall’assenza nella gamma di un modello elettrico o ibrido che metterebbe Abarth in difficoltà di fronte alle regole e alle sanzioni Ue relative alle emissioni inquinanti. 

Ecco perché Fca è finita in buone mani. A capo del nuovo gruppo ci sarà Carlos Tavares, il manager che ha rilanciato Psa ed è riuscito a rimettere in sesto Opel. I vantaggi per l'Alfa. Guido Fontanelli il 18 dicembre 2019 su Panorama. È fatta: dopo il via libera dei rispettivi consigli di amministrazione martedì 17 dicembre, nasce un nuovo gruppo automobilistico formato dalla fusione tra l’italo-americana Fca e la francese Psa. L’annuncio è stato dato mercoledì 18 dicembre. Fca-Psa sarà al quarto posto della classifica dei dieci maggiori produttori mondiali di auto dopo Volkswagen, Toyota e Renault-Nissan-Mitsubishi con 8,7 milioni di vetture vendute. Alla guida di questo nuovo colosso, come amministratore delegato, ci sarà Carlos Tavares. E a questo punto val la pena fare la conoscenza dell’uomo che avrà nelle sue mani i destini dei 199 mila dipendenti del gruppo Fca e in particolare di quelli che lavorano nei 16 stabilimenti italiani. Dice un dirigente che ha lavorato per anni in Fiat a stretto contatto con l’ex amministratore Sergio Marchionne: «Tavares è attualmente il miglior manager dell’auto in circolazione, conosce benissimo il settore e sa usare le leve giuste per rimettere in sesto un’azienda, come ha dimostrato in Psa e con l’acquisizione dell’Opel». Un parere confermato dallo storico Giuseppe Berta in una recente intervista: «È una figura accostabile a Marchionne come carattere e visione con in più una specializzazione e una passione per l’auto che il manager canadese non aveva».

Manager appassionato . Nato a Lisbona nel 1958, diplomato alla Ecole Centrale de Paris, Tavares ha iniziato la sua carriera in Renault nel 1981. Ha poi lavorato per la  Nissan, società legata alla Renault da un intreccio azionario. Per diventare nel 2011 Chief operating officer di Renault e braccio destro del brasiliano Carlos Ghosn, manager straordinario (ora decaduto) e fautore dell’alleanza Renault-Nissan. Tavares ha rassegnato le dimissioni dalla Renault il 29 agosto 2013, due settimane dopo aver pubblicamente dichiarato di voler diventare Ceo di un’altra casa automobilistica. Il rapporto di lavoro tra i due Carlos era ormai logorato e Tavares dichiarò in un'intervista che stava cercando di trasferirsi alla Ford o alla General Motors perché le sue ambizioni non potevano essere soddisfatte alla Renault. L’intervista ha fatto infuriare Ghosn ed avendo rifiutato il suo suggerimento di scusarsi con il personale della Renault per la gaffe, Tavares è stato costretto a dimettersi. Ma un anno dopo, nel 2014 Tavares ha raggiunto il suo ambizioso obiettivo, viene nominato amministratore delegato e presidente del consiglio di amministrazione di Psa, casa che poggia sui marchi Peugeot, Citroen e il più recente Ds. Il rilancio firmato Tavares è straordinario, tenendo conto che il gruppo Psa non solo era in perdita, ma è anche radicato in Europa, mercato difficile, e si è pure permesso il lusso di acquisire la tedesca Opel dalla General Motors: una società che avrebbe fatto perdere a Gm, secondo alcune stime, circa 20 miliardi di dollari dal 2000 al 2016. Durante il suo mandato, Tavares ha riportato Psa in attivo: nel 2018 il gruppo ha annunciato vendite e profitti record, sfoggiando un margine operativo dell'8,4% per i marchi Peugeot, Citroen e Ds e un margine del 4,7% per Opel a soli 18 mesi dall’acquisto. «La trasformazione di Psa sotto Tavares è stata straordinaria» ha scritto Max Warburton di Bernstein in una nota agli investitori in giugno. Secondo Automotive News, la formula di Tavares, ammesso che ce ne sia una, poggia sul miglioramento dei prezzi anche a costo di ridurre i volumi; il mantenimento di un forte brand; e un'efficiente allocazione del capitale. E poi le qualità di Tavares come leader, capace di essere rapido e di esplorare fonti di entrare meno consuete, come le vetture usate. E pur avendo messo in dubbio la portata della rivoluzione elettrica dell’auto, il manager portoghese ha adeguato rapidamente l’azienda al nuovo scenario. Ora ogni nuovo modello Psa ha la versione elettrica o ibrida. A fronte di tanti successi resta qualche ombra: vendite in Cina ancora scarse, eccessiva concentrazione in Europa dove Psa ha una quota di mercato di quasi il 15% contro il 5,6% di Fca, e il mezzo flop del marchio Ds nell’alto di gamma.

L'impatto in Italia. I vantaggi dell’unione con Fca sono evidenti: mentre quest’ultima potrà modernizzare la sua gamma e sfruttare le piattaforme dei francesi, Tavares ottiene un marchio globale come Jeep, una forte presenza negli Usa con Ram, due marchi di prestigio come Alfa Romeo e Maserati. «Sicuramente il marchio che avrà un ruolo significativo nel nuovo gruppo è Alfa Romeo» dice Marco Santino, partner della società di consulenza Oliver Wyman, «che potrà contare su più piattaforme grazie all'unione con Psa. Su Maserati potrebbe essere invece necessaria una riflessione per verificare se sia il caso di puntare più in alto, con meno volumi e più valore». Per quanto riguarda il rischio di sovrapposizioni, Santino è fiducioso: «Ormai la gamma Fiat è ridotta all'osso e ritengo che i marchi della casa alla fine beneficeranno della fusione. Complessivamente Psa è un buon partner per Fca, ha una cultura industriale simile a quella del gruppo italiano ed è guidata da un ottimo manager. Alla fine è meglio dell'alternativa Renault-Nissan, nonostante quet'ultima avrebbe portato una forte presenza in Asia che invece a Fca-Psa manca». Guardata dal punto di vista dei sindacati, la fusione potrebbe risultare positiva per gli stabilimenti dove vengono prodotte le Alfa. Anche Melfi, dove vengono costruite le Jeep, starà tranquillo. Più incerto il destino di Pomigliano e del polo elettrico piemontese. Ma va anche tenuto presente che la Opel su una forza lavoro globale di 38 mila persone ne ha visto tagliare oltre 8 mila.

Diodato Pirone per “il Messaggero” il 19 dicembre 2019. Nella fusione Fca-Peugeot una cosa sola è certa: non è l'unione delle due società e nemmeno la presenza fra gli azionisti del tetragono Stato francese a minacciare il posto di lavoro dei 55.000 dipendenti italiani del Lingotto. Per capirlo dobbiamo partire da alcuni dati di fatto. L'attuale Fca guadagna un sacco di soldi in America (margine del 10% nello scorso trimestre) e in Brasile (margine del 6%) ma in Europa è sostanzialmente in pareggio e in Italia è in passivo. La fotografia del bilancio 2018 di Fca è chiarissima: i quasi 90.000 dipendenti Usa hanno prodotto oltre 4 miliardi di utile lordo mentre gli altri 100.000 (55.000 dei quali italiani) hanno generato solo un miliardo di profitti. Il quadro è variegato: alcuni stabilimenti italiani di assemblaggio (in particolare quelli di Mirafiori, Grugliasco e Cassino) lavorano solo al 50% delle loro capacità produttiva, mentre altri (quello dei furgoni Ducato in Abruzzo) lavorano anche di sabato e per i cambi a Termoli sono stati chiesti turni straordinari per la vigilia di Natale e per quella di Capodanno. Dunque non la fusione ma la debolezza attuale di alcune fabbriche è il vero nemico da battere, ricordandosi sempre che i plant Fiat hanno visto situazioni ben peggiori perché nel 2004, quando arrivò Sergio Marchionne a Torino, riuscivano a perdere 3 milioni al giorno. In questo contesto la fusione con i francesi comporta, come vedremo, grandi rischi ma anche opportunità enormi. Queste ultime sono chiarissime: un gruppo che fattura 170 miliardi e prevede 11 miliardi di utili ha le spalle sufficientemente larghe per tornare ad investire massicciamente nei marchi premium e del lusso come Maserati e Alfa Romeo che sono l'asso nella manica delle fabbriche italiane. Sul piano dei rischi il comparto che corre i pericoli maggiori è quello dei motori. Fca e Peugeot producono molti propulsori simili, specialmente quelli per le vetture di piccola dimensione come le Panda e la 208. Fiat in Europa ha quattro stabilimenti di motori, uno in Polonia a Bielsko Biala che è considerato efficientissimo avendo conquistato il livello oro nella classifica del World Class Manufacturing, il sistema produttivo che misura la qualità (a partire dall'assenza di infortuni) di tutti gli oltre 100 stabilimenti mondiali del Lingotto. In Italia si fabbricano motori a benzina nella grande fabbrica molisana di Termoli, e diesel a Pratola Serra, in Campania, e a Cento in Emilia. Peugeot concentra la sua produzione motoristica a Tremery e Douvrin in Francia. Fca e Psa assieme vendono in Europa circa 4 milioni di vetture e dunque sei fabbriche di motori non sono di per sé eccessive. Il problema è che l'intero settore sta abbandonando il gioiello diesel per abbracciare propulsori elettrici che hanno 200 componenti contro i 7/800 dei primi. Costruire un motore elettrico è un gioco da ragazzi rispetto all'assemblaggio di un propulsore endotermico e dunque il settore motoristico fusione o non fusione - è destinato a bruciare moltissimi posti di lavoro nei prossimi 10 anni. Un altro comparto da tenere d'occhio è quello della ricerca. Uno dei grandi meriti dell'amministratore delegato di Peugeot, Carlos Tavares, è stato quello di risanare con ferocia la casa francese e poi la Opel per poi investire molto sia in nuovi telai flessibili adatti a vetture normali e elettriche sia nell'elettrificazione della gamma. Gli investimenti in ricerca della Fca europea (che vale un terzo di Peugeot) sono stati molto più modesti negli anni scorsi e si sono concentrati soprattutto sull'ottimo telaio Giorgio che ha reso le Alfa Romeo competitive con la migliore concorrenza tedesca. Insomma, il Centro di Ricerca Fca di Orbassano, vicino Torino, un tempo fra i più importanti d'Europa ha assoluto bisogno di ritrovare una missione d'alto profilo che bisognerà concordare con i francesi se l'Italia vuole svolgere un ruolo nella filiera dell'elettrico. Terzo punto critico è il destino di un gioiello come Comau, l'azienda torinese dei robot. Si tratta di una delle rare eccellenze tecnologiche italiane. Per ora Fca e Psa hanno deciso di tenersela, nel senso che se in futuro dovesse essere venduta il ricavato sarebbe suddiviso fra entrambi i soci. Un classico caso nel quale un governo attento allo sviluppo industriale del Paese dovrebbe accendere un faro.

Fca-Psa: ecco l'accordo per il quarto gruppo al mondo di auto. Elkann alla presidenza, Tavares ceo. Operazione chiusa in 12-15 mesi, la sede sarà in Olanda e la quotazione tripla. Risparmi annui per 3,7 miliardi condividendo le tecnologie "senza chiusure di stabilimenti". Prima delle nozze, Fca distribuirà un dividendo speciale da 5,5 miliardi ai suoi soci, più altri 1,1 miliardi di cedola ordinaria. Entrano i lavoratori in cda. La Repubblica il 18 Dicembre 2019. Fca-Psa: ecco l'annuncio ufficiale della fusione. Le nozze tra i due gruppi dell'auto, per creare un campione europeo secondo solo alla tedesca Volkswagen e quarto nella classifica mondiale dei produttori (ma terzo se si guarda al fatturato, come rimarcano le società), sarà chiuso nel giro di dodici quindici-mesi. La nuova sede del gruppo che terrà insieme Fiat e Chrysler, Peugeot e Citroën - solo per citare alcuni dei marchi in portafoglio - sarà in Olanda. Confermata la tripla quotazione: le azioni scambieranno sul circuito Euronext di Parigi, sulla Borsa Italiana di Milano e al New York Stock Exchange, ovvero Wall Street. Così come messo nero su bianco l'impegno a non chiudere stabilimenti, pur ricercando risparmi e sinergie importanti. Positiva (i titoli in diretta: Fca e Psa) la reazione del mercato all'ufficializzazione.

Il nuovo gruppo da 170 miliardi. I dettagli sono arrivati con una comunicazione prima dell'apertura dei mercati, nella giornata di mercoledì, confermando quel che era via via emerso in queste settimane di trattative. Per Fiat Chrysler si tratta del coronamento di un percorso avviato da Sergio Marchionne, che giudicava ineluttabili le fusioni nel mondo automobilistico (sognava la General Motors) per affrontare le sfide della concorrenza e delle nuove tecnologie. Fin dall'incipit della nota congiunta si fa riferimento alla sfida della "mobilità sostenibile" come primo obiettivo del nuovo gruppo. Sarà una realtà da quasi 9 milioni di veicoli, con ricavi di quasi 170 miliardi di euro, un utile operativo corrente di oltre 11 miliardi e un margine operativo del 6,6%. "Il nuovo gruppo avrà una presenza geografica molto più bilanciata", spiegano le società, "con il 46% dei ricavi generati in Europa e il 43% in Nord America".

Risparmi per 3,7 miliardi "senza chiudere stabilimenti". Unire le forze significa condividere le piattaforme dei veicoli, generare "sinergie" - come si suol dire nel mondo aziendale - e in sintesi risparmiare. Le società quantificano questi risparmi. Quelli "associati alle tecnologie, ai prodotti e alle piattaforme" rappresenteranno "il 40% circa dei 3,7 miliardi di euro di sinergie annuali a regime, mentre i risparmi relativi agli acquisti - che beneficeranno principalmente delle economie di scala e degli allineamenti al miglior prezzo - rappresenteranno un ulteriore 40% di tali sinergie", spiegano le società. La parte restante di tagli alle spese verrà da marketing, amministrazione, spese generali. Generarle comporterà un costo, ma solo per una volta, di 2,8 miliardi. Chiaro il disegno di impiego delle risorse recuperate grazie all'unione delle forze: "Tali sinergie consentiranno al nuovo gruppo di investire fortemente nelle tecnologie e nei servizi che definiranno la mobilità in futuro, contribuendo al raggiungimento degli stringenti requisiti normativi globali sulle emissioni di CO2". "Queste stime di sinergie non prevedono alcuna chiusura di stabilimenti in conseguenza dell'operazione", mette nero su bianco il comunicato rispondendo alle preoccupazioni di molti, dai sindacati alla politica. Concetto ribadito da Mike Minley e Carlos Tavares, guide dei due gruppi: l'ad di Fca ha insistito sul fatto che la grande maggioranza delle sinergie realizzate con le nozze tra i due gruppi "non riguarda il personale". Da parte sua, Tavares ha insistito su un punto "molto importante": questa operazione "viene realizzata da due gruppi che sono in ottima forma. Non facciamo una fusione in un contesto di crisi o in una situazione difficile per le due compagnie", ma perché "sappiamo" che servirà ad essere più forti rispetto alle sfide del futuro.

Nuovo cda a 11 membri, entrano i lavoratori. Al governo del nuovo gruppo ci sarà un consiglio di amministrazione da undici membri, "la maggioranza dei quali indipendenti". Cinque saranno in quota Fca-Exor (con il presidente John Elkann che prenderà la carica di presidente anche del nuovo gruppo) e cinque in quota francese (con il vice presidente e il "senior non-executive director"). Spiega la nota: "Al perfezionamento dell'operazione il Consiglio includerà due membri in rappresentanza dei lavoratori di Fca e di Groupe Psa", con una mossa alla tedesca ufficializzata a pochi giorni dal raggiungimento dell'accordo negli Usa con il sindacato Uaw. "Carlos Tavares sarà Chief Executive Officer, oltre che membro del Consiglio di Amministrazione, per un mandato iniziale di cinque anni", aggiunge la nota blindando di fatto la guida dell'azienda per il prossimo futuro.

La nuova struttura azionaria, scendono i cinesi. Come da attese, nella sistemazione finale del nuovo gruppo si prevede che il gruppo cinese Dongfeng scenda nel capitale: dal 12,2% attuale, a fine operazione sarà al 4,5% del nuovo gruppo con l'autorizzazione per la famiglia Peugeot di rilevarne una parte. Psa acquisterà poi 30,7 milioni delle azioni in mano a Dongfeng, prima della chiusura dell'operazione, per cancellarle. In questo modo, la quota della famiglia francese e dello Stato sarebbero in linea (sommate attorno al 14%) con quella di Exor nel nuovo gruppo. Un equilibrio che si crea laddove era fallito nel disegno naufragato di matrimonio tra Fca e Renault, risalente soltanto a pochi mesi or sono. Nella nota si spiega poi che lo statuto non permetterà a nessun azionista di avere "diritto di voto in misura eccedente il 30% dei voti espressi in assemblea. Si prevede inoltre che non ci sarà alcun trasferimento dei diritti di doppio voto esistenti, ma che i nuovi diritti di doppio voto speciale matureranno dopo un periodo di detenzione delle azioni di tre anni dal perfezionamento della fusione". Prima del closing, Fca distribuirà ai propri azionisti un dividendo speciale di 5,5 miliardi di euro mentre Psa retrocederà ai soci la quota del 46% detenuta nella società di componentistica Faurecia. Ma non è la sola remunerazione dei soci prevista: Fca e Psa distribuiranno ciascuna un dividendo ordinario di 1,1 miliardi di euro nel 2020, relativo all'esercizio 2019. Al closing, gli azionisti di Psa riceveranno 1,742 azioni della società risultante dalla fusione per ogni azione Psa detenuta, mentre gli azionisti di Fca avranno una azione della società risultante dalla fusione per ogni azione detenuta in Fca. Nessuna menzione, nella nota ufficiale, a quelle che per Les Echoes sono delle "spade di Damocle" sul futuro del gruppo, ovvero la causa intentata da Gm a Fca (con l'accusa di aver 'oliato' i rapporti coi sindacati, rispedita al mittente come "sconcertante") e la richiesta del Fisco italiano da 1,4 miliardi.

Nome ancora da studiare, le parole dei manager. Ancora velo calato sul nome del nuovo gruppo. "E' un processo che comincia ora e che speriamo di concludere nei prossimi mesi", ha detto l'ad di Fca, Mike Manley, aggiungendo che non si tratta in alcun caso di una questione "delicata", ma "soltanto interessante". Parole a cui ha fatto eco Carlos Tavares. Il nome? "Abbiamo tempo per lavorarci sopra, valutare le opzioni, non c'è fretta. Sarà un lavoro stimolante". Nella nota ufficiale, Tavares ha sottolineato che l'operazione "rappresenta una grande opportunità per raggiungere una posizione ancora più forte nel settore attraverso il nostro impegno a guidare la trasformazione verso un mondo con una mobilità ecologica, sicura e sostenibile e a offrire ai nostri clienti prodotti, tecnologie e servizi d'eccellenza". Manley ha parlato dell'unione di "marchi incredibili e persone appassionate e competenti". Ricordando che "entrambe hanno affrontato momenti di estrema difficoltà", il manager ha rimarcato che "ne sono uscite ancora più agili, intelligenti e formidabili. Le nostre persone hanno un tratto in comune, quello di guardare alle sfide come opportunità da cogliere perché rappresentano la strada per renderci ancora migliori nel fare quello che facciamo".

Gianluca Zapponini per formiche.net il 17 maggio 2020. Si fa presto a chiedere un prestito garantito dallo Stato Italiano, anche da 6,3 miliardi. Ma è davvero possibile per un’azienda che non ha sede legale in Italia e nemmeno quella fiscale. Un’azienda come Fca. Il caso dell’ex Fiat, che avrebbe chiesto un prestito garantito dalla Sace nonostante da anni versi parte delle tasse presso l’erario britannico, sta facendo molto discutere. La legge, ovvero il decreto Liquidità, parla chiaro, per beneficiare della garanzia pubblica serve la sede in Italia. Fca non ce l’ha ma la branch italiana, sì. E allora se, e con ogni probabilità sarà così, il prestito sarà chiesto da Fca Italy (sede a Torino), allora l’ostacolo verrà aggirato. Cosa dice la legge? “Il decreto Liquidità”, che istituisce i finanziamenti con garanzia pubblica per l’emergenza Covid-19, “prevede delle caratteristiche specifiche per poter accedere alla garanzia di Stato: tra queste sede in Italia e riferimento esclusivo al fatturato Italia, nonché attese di destinazione degli investimenti e finalità del finanziamento rivolte sempre a supporto dell’attività in Italia. Quindi ogni eventuale richiesta di garanzia viene valutata e accettata solo nel caso siano rispettate tutte le caratteristiche previste dalla norma”, fa notare una fonte molto qualificata a Formiche.net. E in effetti, a leggersi il testo del decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale, sembra proprio così, perché i soggetti destinatari della garanzia sono proprio le imprese aventi sede in Italia, diverse dalle banche e altri soggetti autorizzati all’esercizio del credito. L’articolo uno del provvedimento per le imprese parla chiaro quando premette la necessità di “assicurare la necessaria liquidità alle imprese con sede in Italia, colpite dall’epidemia Covid-19″. Insomma, tecnicamente ci sono dei dubbi sull’operazione. Ma, c’è un ma. Come detto, a chiedere il prestito sarà con ogni probabilità Fca Italy, la società di diritto di Fca, che la sede in Italia ce l’ha eccome. In quel caso il problema potrebbe essere aggirato e dunque risolto. Questo però non mette a tacere il dibattito politico. Sorprende – spiega a Formiche.net Ettore Licheri, presidente della Commissione Affari Ue del Senato in quota M5S – che solo ieri L’Ad di intesa Sanpaolo (l’istituto con cui Fca starebbe trattando il prestito, ndr) auspicasse il ritorno in Italia delle aziende che hanno spostato la sede all’estero per un vantaggio fiscale, ed oggi acconsente il finanziamento di FCA che ha sede fiscale a Londra e sede legale ad Amsterdam. Incoerenza, opportunismo? Diciamo che si tratta di una delle mille aporie di un sistema fiscale europeo tutto da riscrivere”. Secondo Licheri, il problema è infatti di natura europea. “È bene sapere che, malgrado l’Olanda ed il Regno Unito portino avanti da anni una politica fiscale aggressiva, entrambe non sono qualificabili “tecnicamente” come paradisi fiscali. Una icastica ipocrisia che frutta enormi ricavi ai due Paesi ed incalcolabili danni alle altre economie europee. Un’ipocrisia che non permette di sollevare obiezioni alla correttezza dell’operazione FCA. Ma attenzione, se l’Europa tollererà ancora queste iniquità non sarà difficile per chiunque intravedere l’epilogo della sua stessa esistenza”. Su Twitter il vicesegretario dem, Andrea Orlando, scrive che “senza imbarcarci in discussioni su che cosa è un paradiso fiscale credo si possa dire con chiarezza una cosa: un’impresa che che chiede ingenti finanziamenti allo Stato italiano riporta la sede in Italia. Attendo strali contro la sovietizzazione e dotti sermoni sul libero mercato” mentre, sempre su Twitter l’ex ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, fa notare come la sede legale e fiscale deve “ovviamente tornare a Torino. Perché altrimenti andremo sul surreale”. “Condizioniamo l’aiuto dello Stato per imprese alla residenza giuridica e fiscale in Italia, a cancellare i dividendi non per un anno, ma fino a quando le garanzie dello Stato per essi immobilizzate non vengono liberate”, scrive invece il deputato di Leu, Stefano Fassina, sul fattoquotidiano.it. “1 miliardo di euro per Agnelli, Elkann e soci comodamente residenti in paradisi fiscali. 1 miliardo di euro per milioni di famiglie in guerra contro la povertà in Italia. 1 miliardo di euro è, pià o meno, la garanzia dello Stato assorbita da Fca per ricevere 6,3 miliardi di prestiti da Banca Intesa. 1 miliardo di euro, anzi un po’ meno, è quanto assegnato al Reddito di Emergenza (Rem) per almeno tre milioni di persone. Tutte le imprese vanno aiutate, anche le multinazionali. Ma senza aggravare un’ingiustizia sociale già insostenibile”. Più cauto e meno emotivo infine, l’economista Marcello Messori, sentito dall’Agi. “Non c’è nulla di male che un’impresa chieda un finanziamento con la garanzia dello Stato, l’importante è che non riduca la sua attività e che venga valutata la portata dell’investimento rispetto alla sua capacità produttiva nel Paese”. Bisogna “capire qual è la ratio economica per cui un’impresa chiede il prestito in garanzia. Ci troviamo di fronte ad un evento eccezionale, il Covid-19, e la garanzia concessa deve essere proporzionale all’attività produttiva e occupazionale. Se lo fosse, sarebbe legittimo. Se non lo fosse, cioè se ad esempio dopo qualche mese che ottiene il finanziamento garantito l’impresa smantellasse gli impianti, allora dovrebbe esserci una clausola che interrompa il finanziamento”.

DAGONEWS il 19 maggio 2020. Quello che trapela dalle parti di Torino e Parigi è che la pandemia non fermerà la fusione FCA-PSA, come invece ha stoppato la ricchissima operazione su PartnerRe. Elkann si trova quindi davanti a un vicolo cieco, e non solo perché i 6,3 miliardi di finanziamento in Italia gli servono per tenere in piedi la Exor, confermando l'extra-dividendo miliardario che è alla base dell'operazione coi francesi. Ma perché quell'extra-dividendo di circa 5,5 miliardi che Exor deve incassare per la susione con PSA ha una doppia funzione: da una parte, remunerare l'addio alla gestione da parte del gruppo italiano. Si fa presto a parlare di fusione 50-50: l'amministratore delegato sarà francese, a Elkann andrà solo la presidenza, per quanto ''operativa''. Dall'altra, per riequilibrare i valori delle due società in modo da ottenere l'ok del governo francese, secondo azionista di PSA, che non avrebbe mai accettato l'opzione 60-40. Macron non vende, al massimo fonde il motore (tenendosi le chiavi della macchina). Quindi, come aveva chiesto qualcuno, pescare dal forziere olandese i soldi per sostenere FCA Italy avrebbe voluto dire mandare a monte la fusione, perché si sarebbero squilibrati tutti i calcoli. Allora perché non finanziarsi sul mercato? Come scrive su Twitter il Signor Ernesto, i Credit Default Swap su FCA (tutta, mica solo la sussidiaria italiana) sono schizzati alle soglie dei 600 punti base con l'inizio della pandemia, un livello di fiducia del mercato davvero basso, che avrebbe comportato tassi di indebitamento da suicidio. Assicurarsi contro il crac della ex Fiat costa un sacco, dunque costerebbe un sacco ottenere fiducia dagli investitori se la crisi l'avesse costretta all'emissione di una nuova obbligazione. Insomma abbiamo capito due cose: che Elkann non aveva altre strade. Ah, e che non paga i fornitori nei tempi del contratto. Pare che la tecnica del Lingotto sia simile a quella di certi imprenditori furbetti, ovvero di ritardare il saldo delle fatture finché non si arriva a negoziare prezzi più convenienti. Altrimenti non si spiegherebbe l'urgenza di saldare i debiti coi fornitori visto che dall'inizio del lockdown sono passati poco più di due mesi, e il negoziato con MEF e Mise è iniziato un mese fa. C'è un terzo dettaglio da sottolineare: la cassa dell'azienda non sta in Italia. E neanche quella degli Elkann: sia FCA che Exor hanno sede in Olanda. Quindi per lo Stato italiano è quasi impossibile controllare cosa faranno coi soldi ottenuti. Potrà la SACE davvero mettere il naso negli sfuggenti caveau olandesi? Soprattutto quando tra qualche mese il controllo della società passerà aldilà delle Alpi? La vediamo difficile…

Fernando Soto per startmag.it il 19 maggio 2020. Come utilizzerà Fca Italia il prestito da 6,3 miliardi di Intesa Sanpaolo garantito da Sace? E che cosa si impegnerà a fare Fca sia con Intesa Sanpaolo che con la Sace (gruppo Cdp) se il ministero dell’Economia, sentito quello dello Sviluppo economico, approverà con decreto la garanzia di Sace? Ecco le risposte sulla base delle informazioni finora raccolte. Innanzitutto, la controllata italiana del gruppo Fca ha chiesto l’innalzamento all’80% della percentuale standard del 70% della garanzia di Sace prevista dal decreto Liquidità. Una possibilità prevista per le grandi imprese. L’innalzamento è vincolato al rispetto di specifici impegni da parte di Fca, che saranno previsti anche nel contratto di finanziamento da parte di Intesa Sanpaolo, più che nel decreto del ministero dell’Economia. Con il prestito di Intesa Sanpaolo garantito all’80% da Sace e controgarantito dallo Stato Fca si impegnerà – secondo le ricostruzioni di Start – a mantenere gli attuali livelli occupazionali in Italia e a potenziare gli stabilimenti operativi in Italia in termini di crescita, sviluppo tecnologico, innovazione e ricerca. Fonti bancarie sottolineano che le risorse finanziarie dovranno essere destinate al pagamento dei fornitori, al pagamento degli stipendi ai dipendenti e agli investimenti in stabilimenti italiani. La linea di credito, in sostanza, andrà a coprire questi capitoli: costi del personale, pagamenti dei fornitori, supporto alla rete di vendita e sostegno agli investimenti, anche per ricerca e sviluppo, in stabilimenti italiani necessari alla prosecuzione del piano industriale. Sia Intesa Sanpaolo che Sace – dopo che la garanzia sarà approvata –  analizzeranno e verificheranno la rendicontazione periodica dei risultati raggiunti, con meccanismi di monitoraggio e anche con la possibilità di controlli mirati.

(AGI il 25 maggio 2020) - "Il denaro che il gruppo Fiat Chrysler Automobiles presta abitualmente alla sua rete di concessionari di automobili viene erogato attraverso finanziamenti della controllata Fca Bank con interessi che vanno dal 5% al 6%. C'e' da sperare che queste condizioni vengano riviste immediatamente, con importanti abbattimenti dei tassi, qualora Intesa Sanpaolo, che proprio domani riunisce il consiglio di amministrazione per deliberare su questa operazione, decida di accordare il finanziamento da 6,5 miliardi di euro coperto da garanzia statale".  Lo dichiara il presidente onorario di Unimpresa, Paolo Longobardi, a proposito del prestito, garantito dalla Sace, che Intesa dovrebbe concedere usufruendo della garanzia fornita da Sace introdotta dal decreto "liquidità". Secondo Longobardi "il prestito garantito dallo Stato sara' erogato a Fca a tassi assai contenuti, certamente non superiori al 2%: ci aspettiamo, quindi, come rappresentanti di tante imprese che lavorano nel cosiddetto indotto della casa automobilistica, che la liquidità venga girata alle imprese del settore senza margini di guadagno: insomma, i contribuenti italiani non devono diventare il paracadute di una vantaggiosa operazione finanziaria di un colosso industriale".

Lettera di Franco Debenedetti al ''Foglio'' il 26 maggio 2020. Al direttore. Se abuso ancora della sua ospitalità è perché, su quello che è diventato il “caso” Fca, per un saggio Prodi e le sue equilibrate parole, sono tanti, anche insospettati, che nei talk-show (per non parlare della politica) ripetono cose inesatte o insensate.

Sede legale: a seguito della fusione con Chrysler, con cui Marchionne salvò la Fiat, per ammansire la superbia di Detroit che mal avrebbe tollerato di essere guidata dal Lingotto, si pensò di mettere la sede di Fca nel “paradiso” dei tulipani.

Dividendo straordinario: dal calcolo del valore degli apporti di Fca e Psa nella fusione con cui provare a giocarsela nei cambiamenti sociali e nella rivoluzione tecnologica in atto nel mercato dell’auto, quelli di Fca risultano superiori di €5 miliardi di euro. Darli ai proprietari, al 29 per cento che fa capo agli eredi dell’Avvocato, al 71 per cento nelle mani investitori in giro per il mondo. Non è una distribuzione di utili, è una restituzione di capitale. Prestito di €6,3 miliardi di euro. Il prestito, finalizzato a sostenere spese ad attività produttive localizzate in Italia, lo erogano le banche, lo stato fornisce garanzia, tra l’altro neppure gratuita, per un totale di €200 miliardi di euro, contro default dei debitori. Invece ecco cosa si sente dire.

Di riportare la sede in Italia: che tanto Detroit ormai se ne sarà dimenticata. Di non distribuire ai proprietari il capitale in eccesso: che se poi l’operazione va in fumo, noi ci teniamo l’arrosto. Di escludere dalle attività produttive da sostenere la dozzina di stabilimenti (per 55.000 persone) di proprietà di Fca Italia: che se poi…

LA RISPOSTA DEL DIRETTORE CERASA. Tutto corretto. Ma c’è solo un punto, a voler essere pignoli, che faccio fatica a condividere. Per quale ragione il divieto di distribuzione dei dividendi, per le aziende che hanno accesso al prestito con garanzia dello stato, è valido solo fino al 2020 e non è invece valido fino a quando il prestito non viene restituito?

Dagospia il 15 maggio 2020. MA QUANTO SONO BRAVI GLI ELKANN/AGNELLI A FARE I FROCI CON IL CULO DEGLI ALTRI!

2. PERCHÉ LO STATO ITALIANO DEVE GARANTIRE, ATTRAVERSO LA SOCIETÀ PUBBLICA SACE, IL PRESTITO DI 6,3 MILIARDI DI EURO CHIESTI DA FCA A BANCA INTESA? RICORDIAMO CHE FCA È UN’AZIENDA ITALO-STATUNITENSE CON SEDE LEGALE IN OLANDA E SEDE FISCALE IN GRAN BRETAGNA, CHE STA PER FONDERSI CON LA FRANCESE PSA: PERCHÉ JOHN ELKANN NON LI VA A CHIEDERE A TRUMP, A MACRON, A BORIS JOHNSON O AL SIMPATICO PREMIER OLANDESE RUTTE?

Reuters il 15 maggio 2020. Fca sta discutendo con Intesa SP l'erogazione di un prestito da 6,3 miliardi di euro con la copertura della garanzia pubblica della Sace, secondo quando previsto dal decreto liquidità che mira al sostegno di piccole e grandi imprese colpite dall'emergenza economica conseguente all'epidemia da Covid-19. Lo ha detto una fonte che segue il dossier, spiegando che un prestito di queste dimensioni dovrebbe essere sottoposto al vaglio del cda della banca e seguire poi l'iter previsto dal decreto per dare garanzia alle richieste delle grandi imprese. Stamane MF ha scritto dell'intenzione di Fca di ottenere questo prestito. Secondo Bloomberg, il gruppo automobilistico sta trattando con Intesa SP per avere una linea di credito con garanzia pubblica da circa 6,3 miliardi di euro. Fca, Sace e Intesa non hanno commentato. Una volta che Fca si accordasse con Intesa per il prestito, il dossier passerà alla Sace per una istruttoria preliminare e da lì al Mef, che valuterà l'operazione prima di autorizzare la garanzia con un apposito decreto ministeriale.

Settore lusso: gli ammortizzatori usati in Italia da Kering e LVMH. Gran parte degli accordi del settore produttivo di Kering e LVMH, redatti su base aziendale insieme ai sindacati di categoria e quindi non sempre omogenei, prevedono l’utilizzo di ferie, ex festività e banche ore maturate e non fruite, oltre al ricorso al massimo di 9 settimane di cassa integrazione come previsto dal decreto “Cura Italia” del 17 marzo 2020, con l’integrazione salariale da parte delle aziende. “Le produzioni sono state fermate per decreto, quindi si sono fermati tutti, ad eccezione di chi ha lavorato in smart working, e la richiesta di cassa integrazione l’hanno fatta tutti”, spiega a TPI Sonia Paoloni della divisione moda della segreteria nazionale di Filctem Cgil (Federazione Italiana Lavoratori Chimica Tessile Energia Manifatture). “Alcune di queste aziende sono ripartite la settimana scorsa ma solo per la prototipia e la modelleria, il resto sono ripartite il 4 maggio”, spiega la sindacalista. Il settore retail, ovvero il commercio al dettaglio, dovrebbe ripartire invece a partire dal 18 maggio. In questo comparto, praticamente la totalità dei dipendenti sono sospesi e beneficiano di ammortizzatori sociali, come spiega a Luca De Zolt di Filcams Cgil. “Per il gruppo Kering tutti i marchi, ad esclusione di Ginori, hanno la cassa integrazione in deroga o il Fondo di integrazione salariale (Fis), perché alcuni hanno meno di 50 dipendenti”, spiega il sindacalista. “In quest’ultimo caso l’azienda anticipa il trattamento dovuto dall’Inps, mentre per i lavoratori che hanno la cassa in deroga l’azienda anticipa tredicesima e quattordicesima per le prime 9 settimane, che ormai sono quasi esaurite. Per tutti le aziende integrano il 100 per cento della retribuzione dovuta”. Un uso massiccio quindi – e legittimo – delle risorse messe in campo dallo Stato italiano per il momento di crisi dovuto alla pandemia di Covid-19. Ma perché questi due gruppi hanno scelto di utilizzare le risorse in Italia e di rifiutarle in Francia? “La priorità del gruppo rimane quella di proteggere l’occupazione ed è questo il motivo per cui, caso per caso, paese per paese, marchio per marchio, a seconda della situazione, si è deciso di ricorrere a modalità di ammortizzatori sociali”, ha dichiarato Jean Marc Duplaix, Cfo di Kering, lo scorso 21 aprile, in occasione della presentazione dei risultati del primo trimestre. “Il gruppo”, ha aggiunto, “si è impegnato a pagare il 100 per cento dello stipendio fisso e, in alcuni casi ha anche compensato la parte variabile che gli nostri addetti alle vendite non hanno più ricevuto in conseguenza della chiusura dei negozi”. Kering, contattata da TPI per un chiarimento, rimanda alle parole del Cfo senza aggiungere ulteriori elementi, mentre nessuna risposta è arrivata finora da LVMH. Intanto, i contribuenti italiani – e lo Stato – hanno sulle loro spalle il peso di queste risorse, che viene invece generosamente risparmiato ai cugini d’Oltralpe.

Pierluigi Bonora per “il Giornale” il 28 giugno 2020. Nuovi venti di guerra tra General Motors e Fca. Il dente avvelenato del gruppo Usa, nei confronti di Fca, torna a farsi sentire proprio quando Torino e Psa stanno stringendo i tempi per arrivare al matrimonio. Lo scorso anno, Gm ha accusato Fca di corruzione nei confronti dei vertici del sindacato americano Uaw per vicende che risalgono al periodo 2009-2015. E di ieri è il secco no all'ordine impartito dal giudice distrettuale di Detroit, Paul Borman, di arrivare a una «soluzione ragionevole» con Fca. Le parti erano state invitate da Borman a incontrarsi non oltre l'1 luglio. Il no di Gm, a questo punto, viene interpretato da alcuni analisti come un modo per mettere i bastoni tra le ruote ai piani di fusione di Fca con Psa. Da parte del Lingotto si sottolinea che «la causa di Gm è infondata e che il gruppo continuerà a difendersi, proseguendo con i sui programmi». Le ruggini tra General Motors e Fca non sono nuove. L'alleanza tra le due aziende, benedetta da Gianni Agnelli e siglata a Milano il 13 marzo del 2000, si conclude 5 anni dopo con la ritrovata libertà da parte torinese, costata però agli americani 2 miliardi di dollari. Qualche anno dopo, ecco l'allora ad Sergio Marchionne partire all'assalto di Opel, società tedesca controllata sempre da Gm. Un lungo tira e molla che vede prevalere la volontà di mantenere, per la Casa automobilistica di Rüsselsheim, l'identità tedesca e la proprietà americana. Determinante, nell'occasione, l'asse di Detroit con la cancelliera Angela Merkel. È il 2015, tre anni prima della sua scomparsa, che Marchionne si lancia in un'operazione colossale: fondere Fca con Gm allo scopo di creare un mega gruppo mondiale dell'auto. L'idea, però, non piace affatto alla presidente di General Motors, l'arcigna Mary Barra, da poco al volante del colosso Usa, che oltre a rifiutare il «corteggiamento» assiduo di Marchionne, trova anche un'importante sponda nelle stanze dei bottoni di Washington. Ma il dente avvelenato, insieme a un pizzico di invidia, il gruppo di Detroit deve averlo anche con i francesi di Psa. Due le ragioni: il fallimento della partnership avviata nel 2012 tra i due gruppi (a capo di Gm era Dan Akerson) basata sullo sviluppo di una piattaforma modulare e sinergie varie; il fatto che Psa, acquisita nel 2017 proprio da Gm la tedesca Opel per 1,3 miliardi di euro, in poco tempo è riuscita a trasformare perdite che sfioravano il miliardo in bilanci positivi. Erano 19 anni che Opel non vedeve utili. Carlos Tavares aveva compiuto quell'impresa mai riuscita a Mary Barra. Da una parte c'è Fiat Chrysler Automobiles che si appresta a creare con Psa il quarto gruppo mondiale dell'auto, dall'altra c'è Ford che ha instaurato con Volkswagen un importante legame industriale tuttora in evoluzione. «Gm, invece, non sembra avere progetti chiari in questo momento», afferma un osservatore. Ecco allora il gruppo chiedere che la Corte d'appello di Detroit respinga la disposizione del giudice Borman di far sedere Mary Barra e Mike Manley attorno a un tavolo, definita dai legali di Gm «un profondo abuso di potere». Fca, da parte sua, si era detta pronta a rispondere alla chiamata. «Affronteremo nei luoghi adeguati la causa intentata da Gm, che non ci preoccupa. Mi dispiace che si facciano accuse false a una persona, come Marchionne, che non si può difendere», aveva dichiarato tempo fa il presidente di Fca, John Elkann. Gm, i cui legali negano di voler interferire nella fusione di Fca con Psa, punta a ottenere un significativo risarcimento.

·        Fca e l'eredità scomoda di Marchionne.

Fca e l'eredità scomoda di Marchionne. Negli Usa il gruppo ha accumulato accuse di corruzione, di violazione delle leggi sull'inquinamento, di manipolazione del mercato. Il manager era all'oscuro? Guido Fontanelli il 2 dicembre 2019 su Panorama. Non è bello parlar male di chi non c’è più. Ma nei corridoi torinesi e americani di Fiat Chrysler Automobiles iniziano a circolare dubbi sul mito di Sergio Marchionne, l’amministratore delegato scomparso il 25 luglio 2018 dopo 14 folgoranti anni alla guida della casa automobilistica. L’ultimo colpo al manager che ha salvato la Fiat è arrivato dalla General Motors: la società americana ha denunciato Fiat-Chrysler accusandola di aver corrotto il sindacato Uaw (United Auto Workers) per ottenere un illecito vantaggio competitivo. E il responsabile del servizio legale della Gm, Craig Glidden, ha detto ai giornalisti: «Il signor Marchionne è stato una figura centrale nel complotto». La causa presso la corte di Detroit è legata a un’altra inchiesta che ha coinvolto Fca negli Stati Uniti: il 27 agosto 2018 l’ex capo delle relazioni sindacali di Chrysler, Alphons Iacobelli, è stato condannato a 5 anni e mezzo di prigione per il suo ruolo nella corruzione di sindacalisti dell’Uaw, un sistema di tangenti che avrebbe fatto finire nelle tasche dei rappresentanti dei lavoratori ben 4,5 milioni di dollari. Non a caso Iacobelli viene citato 66 volte nelle 95 pagine della denuncia targata Gm. Se le accuse del gruppo americano verranno provate, Fca rischia di pagare una multa miliardaria: si parla di 6 miliardi di dollari. Il presidente della società John Elkann ha respinto le accuse, ma intanto lo scandalo delle tangenti è una brutta botta per l’immagine della casa italo-americana. E non è l’unica. Il 23 settembre scorso un altro manager di Fca, Emanuele Palma, è stato arrestato a Detroit dall’Fbi nel quadro delle indagini sulle emissioni truccate dei motori a gasolio. Palma, dirigente nel settore diesel ed emissioni, è accusato di avere violato il Clean Air Act, legge sulla protezione dell’ambiente negli Usa: come nel caso del Dieselgate della Volkswagen, i tecnici del gruppo avrebbero escogitato un sistema per superare i controlli sulle emissioni nella fase di test dei motori, i quali però, in condizioni di uso normale, inquinano molto di più. E non è finita: Fca sta pagando una multa da 40 milioni di dollari per chiudere l’indagine sui dati di vendita comunicati tra il 2012 e il 2016 negli Stati Uniti: la Sec, la Consob americana, ha accusato la casa automobilistica di aver pagato i concessionari affinché comunicassero numeri gonfiati sulle immatricolazioni. A complicare il caso ci si è messo Reid Bigland, responsabile commerciale della Fca negli Usa, che accusa il suo datore di lavoro di averlo discriminato e di averlo trasformato nel capro espiatorio mentre la Sec indagava sulle vendite taroccate. È possibile che Marchionne non sapesse niente di questi sporchi affari? Che un manager super accentratore come lui non fosse a conoscenza delle tangenti pagate ai sindacalisti con i quali condusse una lunga e difficile trattativa per favorire la fusione tra Fiat e Chrysler? O che nessuno lo avesse informato dei trucchetti adottati per superare i controlli sulle emissioni dei motori? Se non ne era informato, vuol dire che non controllava bene i suoi manager. E almeno in due occasioni, nei casi delle tangenti e dei dati di vendita gonfiati, il suo nome è stato tirato in ballo. Del resto Marchionne si è costruito l’immagine del giocatore di poker che azzarda mosse rischiose pur di portare a casa il risultato. Come ha fatto con l’acquisizione della Chrysler, promettendo all’ex presidente Barack Obama una serie di traguardi ecologici mai raggiunti. C’è da dire che il manager di Chieti non sarebbe il primo a sporcarsi le mani in un settore segnato da innumerevoli scandali: Martin Winterkorn, ex numero uno della Volkswagen, rischia in Germania 10 anni di prigione in seguito all’inchiesta sul Dieselgate, accusato di frode aggravata e violazione delle norme sulla concorrenza. Anche Rupert Stadler, ex amministratore delegato dell’Audi (gruppo Volkswagen) è stato incriminato per frode. Poi c’è il caso di Carlos Ghosn, fautore dell’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi e considerato uno dei migliori dirigenti nel mondo dell’auto: si è fatto 108 giorni di galera in Giappone con l’accusa di aver sottostimato i propri compensi dal 2010 al 2017 e di aver commesso una serie di illeciti finanziari, tra cui abuso di fiducia aggravata. Ed è stato arrestato nuovamente il 4 aprile 2019 appena atterrato a Tokyo con l’accusa di appropriazione indebita dei fondi della società. Mal comune mezzo gaudio, si dirà. Ma alle scomode eredità lasciate da Marchionne nei tribunali americani se ne aggiungono altre che riguardano invece la sua strategia industriale. È vero, il top manager ha salvato la Fiat dal fallimento, ha acquisito a costo zero la Chrysler con al suo interno il tesoro della Jeep, ha rilanciato alcuni stabilimenti italiani come Melfi e Pomigliano. E ha riportato il gruppo in utile. Però ha adottato in campo industriale un approccio opportunistico, adattandosi di volta in volta alle condizioni e alle richieste del mercato e investendo poco sul futuro. Con il risultato che il gruppo è andato avanti guardando il mercato con lo specchietto retrovisore: se per esempio investire nell’auto elettrica o ibrida non conveniva, Fca non lo faceva. Così la gamma del gruppo si è impoverita ed è rimasta indietro rispetto alla concorrenza, dove impazza l’elettrificazione. Il ritardo si paga: la casa italo-americana si è vista costretta ad acquistare dal produttore di auto elettriche Tesla crediti verdi per 1,8 miliardi di euro per rispettare i limiti di emissioni in Europa. Un rapporto pubblicato in settembre da Greenpeace rivela che in media le auto Fca, per colpa soprattutto dei pick-up Ram e dei fuoristrada Jeep venduti negli Usa, hanno le emissioni di gas serra tra le più alte al mondo, superando perfino Ford e General Motors: 63,1 tonnellate di gas serra per veicolo contro i 61,4 della Ford o i 49,2 della Psa, con cui Fca dovrebbe convolare a nozze. Una situazione paradossale, se si pensa agli impegni per l’ambiente presi da Marchionne davanti a Obama. In un’intervista congiunta rilasciata al periodico americano Bloomberg Businessweek, Marchionne di autodefinì un «fixer», uno che sistema le cose. Elkann con entusiasmo aggiunse che era anche un «builder», un costruttore. Ma forse non è proprio così. Come mostra un interessante grafico pubblicato da Quattroruote, nel decennio 2009-2018 in Europa la Renault ha aumentato le sue vendite del 16 per cento, la Volkswagen del 18, la Psa del 28, il gruppo Hyundai addirittura del 74 per cento. E la Fiat, con i marchi Alfa Romeo, Jeep e Maserati? È scesa del 22,3 per cento. Solo Ford e Honda hanno fatto peggio di così. Anche questa non è una bella eredità. 

COME CI HA FREGATO MARCHIONNE. Da “la Verità” il 26 giugno 2019. Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo un estratto di “Fca remain o exit?”, il nuovo libro di Riccardo Ruggeri (20 euro, 194 pagine). Il saggio è in tiratura limitata e non andrà nelle librerie. La crisi del 2008 aveva cominciato a colpire anche gli Stati Uniti, le tre Big dell' Auto (Gm, Ford, Chrysler) sono in ginocchio, Ford decide di salvarsi da sola, le altre chiedono aiuto allo Stato. Il presidente Barack Obama decide di «salvare» Gm (la parola autentica «nazionalizzazione mascherata» non si può usare, siamo nel Paese del liberismo più sfrenato, o no?) e di «vendere» Chrysler (peccato che sia di proprietà di Daimler, ma il presidente tutto può). La tedesca Daimler ha rischiato di fallire per l' avventura Chrysler, si sussurra che il giochino le sia costato 60 miliardi di dollari. [...] Chrysler viene offerta a tutti i costruttori di auto del mondo, tutti la rifiutano. Perché? Arriva Sergio Marchionne, e in tempi rapidi l' operazione si chiude. Trovo subito curiosa questa operazione, sembra un gioco delle tre carte, eppure al tavolo verde c' è Barack Obama, appena eletto presidente, c' è la Fiat con Marchionne. Come può un' azienda giudicata «junk» da una primaria società di rating americana appena due mesi prima, acquistare, in America, la fallita Chrysler senza metterci del cash ma solo «carta», disegni e know how (presunto)? Riflettendo con il Wall Street Journal è corretta la sintesi «Una nazionalizzazione mascherata seguita da una privatizzazione facilitata». Di norma chi compra, se ci mette quattrini veri, pretende il potere, il management, la sede del quartier generale, lo sviluppo prodotto, la cassa, gli investimenti, la difesa dei suoi stabilimenti nazionali. Altrimenti non avrebbe senso, chiosa il Wsj. Sacrosanto. Infatti è finita così, all' Italia sono rimasti tanti piani industriali ben infiocchettati e quattro stabilimenti non strategici (i cattivi dicono «cacciavite»), legati all' andamento del mercato italiano ed europeo. In America le small car di tecnologia verde italiana non si sono viste, perché al cliente americano non interessavano. Quello specchietto fu solo un modo per tranquillizzare un Obama a quel tempo in versione Greta. L' America, grazie al genio del deal maker Marchionne, ha «salvato» anche Fiat, lasciando la proprietà formale a noi investitori, dando agli americani la governance effettiva (un' operazione Cuccia rovesciata). Così è finita, come doveva finire: Detroit è rimasta una delle capitali dell' auto mondiale, Torino è diventata una città della cultura. Quel che è certo, l' Italia non ha più un' industria dell' auto, è come la Spagna. Marchionne nel frattempo, procede con passo da bersagliere all' integrazione fra Fiat e Chrysler, negozia con durezza il «costo del lavoro» sia con l' amministrazione Usa che con i sindacati americani Uaw. Ottiene grandi benefici sui costi, è evidente che la contropartita (sottesa) sarà: investimenti di prodotto su Jeep e Ram, investimenti sugli stabilimenti ma solo in quelli americani. Niente trippa per l' Italia. Non si può dire, ma sarà così, lo scopriremo presto. [...] Il mercato americano si è ripreso, la crescita parte proprio dai modelli Suv e pick up penalizzati pesantemente durante la crisi e grazie alla loro elevata redditività, Chrysler comincia a cambiare segno. Di conseguenza, l' indebitamento entra in una fase di progressiva forte riduzione. C' è il problema dell' Europa, intesa come investimenti industriali e come sviluppo prodotti di nuova generazione: auto elettriche ibride e veicoli a guida autonoma. Che fare? Marchionne ha un problema ancora più grande: l' Italia. [...] Deve come ovvio confermare che il cervello e il cuore di Fca sarà l' Italia. Quindi, gli investimenti prioritari qua devono avvenire. Lui sa che non finirà così, perché è già tutto deciso, Fca sarà un' azienda americana. Allora ha un' idea, l' ennesima, al solito geniale. Si muove su due piani, diversi ma complementari, necessari a realizzare il suo «disimpegno italico» (tagliare la corda e non pagare pegno). Si inventa una strategia prodotto-mercato suggestiva: uscire dalle auto medio-piccole per clienti poveri ed entrare nel ricco segmento premium per clienti di fascia alta. Il futuro ha i nomi di Alfa Romeo e di Maserati, due marchi prestigiosi. I «competenti» nostrani hanno orgasmi multipli nell' assistere in diretta al miracolo. Nei miei Camei di allora battezzai questa strategia «ballon d' essai colorati», applicati a finti piani Industriali. Si apre un dibattito surreale sul costo del lavoro, sulle regole, sulle pause (sic!). C' è pure un consulente giapponese. Tutti si scatenano, le ideologie liberal-liberistiche e quella marxista si scontrano, tutti prendono posizione. In realtà è tutto finto, perché Fca non ha né i prodotti da produrre e né i quattrini per fare gli investimenti industriali relativi. Si crea così un milieu socio culturale ove la «meglio gioventù» dei salotti, dell' accademia, del sindacato, delle redazioni giornalistiche si scontreranno per lungo tempo sul nulla, perché in realtà si trattava di una gigantesca bolla di fake truth. Quello di cui si dibatteva sarebbe stato fatto in America, era già tutto scritto nei patti parasociali ufficiali o segreti poco importa. I «competenti» che facevano dotte discussioni sul segmento premium (suonava bene) non sapevano che era tecnicamente infattibile. Fca non era attrezzata per riprendere un percorso premium dal quale era uscita 30 anni prima. La mitica Audi ci aveva messo 20 anni (sic!) per entrare in tale segmento, pur essendo tedeschi e pur spendendo una montagna di quattrini, e avendo al vertice Ferdinand Piech. [...] Che fare? Ovvio, affrontare il problema dal punto di vista comunicazionale, la sempreverde politica degli «annunci» torna pimpante e pagante in casi come questi. L' ispirazione? Il parallelo con gli «aerei di Mussolini» con cui il Duce gabbò persino Hitler. Così, ogni anno un nuovo piano industriale, più aggressivo del precedente (uno degli obiettivi qualificanti erano le solite nuove 400.000 Alfa Romeo prodotte all' anno che avrebbero lanciato l' azienda al successo planetario). Marco Cobianchi sui piani di Marchionne ci scrive un libro imperdibile, American Dream. Il più divertente di questi piani fu «Fabbrica Italia». Prevedeva un investimento di 20 miliardi di euro senza che ci fossero né i prodotti, né i clienti, né i 20 miliardi. Questa fake truth era talmente stravagante, al limite del ridicolo, che lo stesso Marchionne, due anni dopo, fece autocritica e chiese scusa. [...] Tutti pendevano dalle labbra del prestigiatore Marchionne. I suoi adepti persero ogni capacità di separare il grano (la realtà) dal loglio (la fuffa, la bugia). Però sembravano felici, convinti di vivere e condizionare la storia. Un bel giorno del 2014, nell' auditorium Chrysler di Auburn Hill, il secondo edificio più grande d' America dopo il Pentagono, fu presentato il primo piano industriale di Fca. Riassumeva tutti i finti piani precedenti, ma questo doveva apparire quantomeno «veritiero», perché sarebbe stato presentato alla Borsa. Per 11 ore e 18 minuti i manager di Fca si alternarono sul palco sotto la sapiente guida del «domatore» Marchionne, bombardando i presenti con parole, numeri, grafici, slide. Una grande rappresentazione teatrale. Chapeau! In questo piano un obiettivo era chiaro: azzerare il debito con ogni mezzo. E azzeramento fu. [...] Sono intellettualmente soddisfatto di aver previsto in tempi lontani come sarebbe finita, ma in fondo per uno del mestiere non era poi così difficile. Come investitore storico (2009) sono stato trattato con i guanti, mai investimento (seppur risibile) fu meglio ricompensato. Certo, come torinese e italiano sono invece profondamente depresso, anche se conosco la battuta che si fa in questi casi: «è il Ceo capitalism, bello mio!». Tutto chiaro, tutto bene, ma come investitore che fare? Remain o exit? [...] Ora sappiamo che Exor decise di puntare a un' alleanza Fca-Renault-Nissan per diventare il primo gruppo al mondo. Lo scenario strategico di riferimento ipotizzato da Marchionne veniva stravolto.

Morto Marchionne: la malattia, la visita di Elkann, il coma. I giorni del mese più lungo. La vicinanza di Manuela, quell’ultimo saluto ai Carabinieri. Il suo ingresso nell’Universitätsspital di Zurigo è avvenuto il 28 giugno. Da allora è iniziato il mese più lungo per il manager che ha ridisegnato la Fiat, dal suo ingresso nel 2004, scrive Bianca Carretto il 25 luglio 2018 su "Il Corriere della Sera". Sergio Marchionne, 66 anni. Sergio Marchionne non c’è più, o meglio, non è mai stato così presente come oggi. Da quando sono iniziate a circolare le voci del suo ricovero, in questo ultimo mese, l’attesa sulle sue condizioni di salute ha coinvolto tutti. Come la ricerca delle notizie sullo stato della malattia. Il suo ingresso nell’Universitätsspital di Zurigo è avvenuto il 28 giugno. Da allora è iniziato il mese più lungo per il manager che ha ridisegnato la Fiat, dal suo ingresso nel 2004. In questa settimana Marchionne è entrato in ogni casa, non solo italiana. Le istituzioni ieri gli hanno riconosciuto l’impegno e i risultati raggiunti ma colpisce anche la voce di una bambina che chiede «è vero che è morto?». La notizia arriva di mattina, poco dopo le undici. E gli stabilimenti, nei quali le battaglie per i contratti, per l’avvio dei nuovi modelli, per la gestione delle fasi più difficili si sono fermati per dieci minuti. Tutti gli stabilimenti del gruppo, con la bandiera a mezz’asta. Esattamente un mese fa, il 26 giugno a Roma, in occasione della consegna di una Jeep al Comando dei carabinieri, chi lo ha incontrato ha percepito la gravità delle sue condizioni: non era solamente stanco o affaticato, dimostrava, al riparo di una pineta marittima, tutta la sua fragilità. L’ultimo discorso è stato all’insegna del richiamo ai valori dell’onestà e dell’impegno. Circondato da un plotone di carabinieri in divisa che lo accompagnava, aveva capito da solo che il suo cammino si era fatto difficoltoso. Non era più il manager di ferro a volte brusco, ruvido, inflessibile, era semplicemente un uomo che si trovava di fronte alla sua malattia. A chi lo sollecitava a curarsi, a riposare, a prendersi cura di sé, di fronte all’evidenza del suo stato, lui ancora sorridendo diceva «lo prometto». Quando ha deciso di prendersi cura di sé lo ha poi fatto a modo suo: «Mi arrendo», assicurava alle persone che si raccomandavano con lui. In effetti, dopo solo due giorni, si è poi deciso ad entrare in clinica, in Svizzera. Forse non serve disquisire se fosse meglio un ricovero in una clinica negli Stati Uniti, se dovesse o meno essere operato, se dovesse essere sottoposto unicamente a delle terapie. Poi quei lunghi giorni di silenzio. La scelta di recarsi all’ospedale universitario di Zurigo – quella che lui ha fatto con i suoi cari – è stata probabilmente quella più giusta per lui. Si può solo pensare alla sofferenza di chi gli era a fianco nel vederlo spegnersi, alla compagna Manuela che lo ha assistito stendendo attorno a lui un cordone protettivo e impenetrabile. Quando sabato il presidente di Fca, John Elkann, dopo essere stato varie volte a Zurigo ha comunicato che Marchionne non sarebbe più tornato in azienda, si è evidenziata l’accelerazione di una fine, a cui, anche oggi, è difficile credere. Di certo Marchionne non avrebbe mai voluto lasciare Fiat Chrysler, «la sua società». La creatura che ha contribuito in modo determinante a far diventare il settimo costruttore al mondo. Nei giorni d’attesa la clinica è rimasta un fortino inespugnabile per tutelare la sua privacy. Per anni Marchionne è stato il garante di una storia industriale di casa nostra, che aveva ridato prestigio al Paese. Chi è stato ad Auburn Hills, sede della Chrysler ed ora di Fca, il palazzo con la maggiore estensione di tutti gli Stati Uniti, dopo la Casa Bianca, dove si circola da un’ala all’altra in macchina, non può non provare un sentimento di orgoglio: la piccola Fiat, quella che Marchionne aveva preso in mano nel 2004, ammaccata da ogni parte, era arrivata nella culla dell’automobile mondiale. A Detroit lo chiamavano semplicemente Sergio, il suo nome era un lasciapassare usato da tutti gli italiani. Quante volte ha confessato ai suoi di aver lottato senza avere dalla sua parte una politica industriale, spesso incompreso. Il suo fisico ha pagato la fatica di tutti questi anni, i viaggi continui, attraversando l’Oceano, dormendo poche ore, vacanze limitate a qualche giorno, con le pause del riposo ingannate dal fuso orario. Torino e Detroit avanti e indietro centinaia di volte. Vogliamo credere che non abbia sofferto, che si sia allontanato per qualche tempo. Un post messo sui social recita «chi più alto sale, più alto vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna».

Ecco la causa della morte di Marchionne. Complicazioni inattese e improvvise dopo l'operazione alla spalla, con un arresto cardiaco cui ne è seguito un altro. Ecco quali sarebbero le vere cause della morte di Marchionne. Per alcune fonti vicine alla famiglia non si è trattato di un tumore, scrive Raffaello Binelli, Mercoledì 25/07/2018, su "Il Giornale". Dopo la notizia, giunta improvvisa sabato scorso, dell'uscita di scena di Sergio Marchionne dalla guida di Fca, per gravi motivi di salute, subito erano circolate indiscrezioni sulle condizioni di salute del manager e su quale potesse essere la malattia che lo aveva colpito in modo così pesante da rendere inevitabile l'abbandono del timone dell'azienda. Si sapeva solo una cosa: alla fine di giugno si era recato in una clinica di Zurigo per un'operazione alla spalla, che gli causava problemi. Qualche giorno fa, invece, Franzo Grande Stevens, ex legale degli Agnelli, in un'intervista al Corriere della sera aveva dichiarato che a Marchionne erano state fatali le sigarette, a cui non era mai riuscito a rinunciare. E subito si era rafforzata la convinzione che si trattasse di un tumore, che avrebbe aggredito Marchionne alla parte alta dei polmoni. Ora si apprende che dopo l'operazione alla spalla di fine giugno, Marchionne ha avuto delle complicazioni "inattese e improvvise" che lo hanno portato a un arresto cardiaco. Il manager è stato portato in rianimazione ma non dipendeva in maniera sistematica dalle macchine, che gli erano da supporto. Il manager italo-canadese ha avuto un ulteriore arresto cardiaco che lo ha portato a un decesso naturale. Secondo fonti vicine alle famiglia l'operazione alla spalla non era per un tumore.

Sergio Marchionne, la conferma: ucciso dal secondo arresto cardiaco in pochi giorni. Ecco cosa non torna, scrive il 25 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". Dopo le indiscrezioni rilanciate da chi era vicino alla famiglia, la notizia viene battuta dalle agenzie di stampa: la morte di Sergio Marchionne sarebbe dovuta a un arresto cardiaco, il secondo in pochi giorni subito dall'ex ad di Fca, scomparso oggi, mercoledì 25 luglio, in ospedale a Zurigo, dove era ricoverato dalla fine di giugno. La notizia viene data anche dalla AdnKronos: secondo quanto si è appreso, durante la fase di recupero dall'intervento alla spalla, si sarebbero infatti manifestate improvvise quanto imprevedibili complicazioni post operatorie che hanno provocato il primo arresto. Di qui il trasferimento del manager in terapia intensiva per essere sottoposto ad un costante monitoraggio. E, mentre ancora si trovava in terapia intensiva, sempre a quanto si apprende, sarebbe sopraggiunto un secondo arresto cardiaco, fatale. Non, quindi l’evoluzione negativa di un male incurabile come si era ipotizzato quando si era diffusa la notizia di un improvviso aggravarsi delle sue condizioni di salute. Resta però da comprendere come dall'intervento alla spalla si sia potuti arrivare a un doppio arresto cardiaco e, dunque, alla morte.

Marchionne e la malattia: "Aveva un sarcoma, neppure Elkann sapeva". Secondo l'ospedale di Zurigo Marchionne è morto dopo due arresti cardiocircolatori. Secondo alcune indiscrezioni il manager sarebbe stato colpito da un sarcoma, una grave forma tumorale che colpisce il tessuto connettivo. Oltre alla compagna anche il manager Altavilla sarebbe stato a conoscenza della malattia, scrive Raffaello Binelli, Mercoledì 25/07/2018, su "Il Giornale". Dall'ospedale di Zurigo hanno fatto sapere che Sergio Marchionne è morto dopo che complicazioni "inattese e improvvise" dell’intervento alla spalla lo hanno portato a un arresto cardiaco. Il manager è stato portato in rianimazione, ma non dipendeva in maniera sistematica dalle macchine, che gli erano solo da supporto. Un altro arresto cardiaco ne ha causato la morte, avvenuta per "decesso naturale". Secondo fonti dell’ospedale il tumore non è la causa del decesso. Ma che tipo di problema aveva alla spalla, per il quale è stato necessario un intervento chirurgico? Secondo Lettera43 all'ex ad di Fca era stato diagnosticato un sarcoma alla spalla, di tipo invasivo. I sarcomi sono tumori maligni del tessuto connettivo. Pare che da tempo Marchionne soffrisse di forti dolori alla spalla, al punto che aveva difficoltà a muovere il braccio e assumeva cortisone per cercare di attenuare il dolore. Neanche John Elkann sarebbe stato a conoscenza dei gravi problemi di salute del manager, a cui Marchionne avrebbe solo detto, per comprensibili motivi di riservatezza, di doversi ricoverare solo per risolvere un fastidio, prima di riprendere il timone dell'azienda in vista degli impegni in programma a luglio. Poi, però, l'assenza dal lavoro si è protratta oltre il previsto e la malattia non ha dato scampo all'italo-canadese. Durante l'intervento, secondo alcune fonti citate dal quotidiano online (che pretendono l'anonimato) la situazione, già grave in partenza, è degenerata. Marchionne è stato colpito da embolia cerebrale, fino ad entrare in coma. Le macchine a cui è stato attaccato lo hanno tenuto in vita per un po' (tesi questa smentita dall'ospedale). Elkann si è precipitato a Zurigo per fargli visita ma non gli è stato permesso di vederlo. I medici, perl, gli hanno detto che non c'erano più speranze di una ripresa. Il resto è cronaca degli ultimi giorni, dalla convocazione d'urgenza dei cda del gruppo, fino alla lettera ai dipendenti, ai giorni di apprensione ed alla notizia della morte. Il sito Dagospia avanza però un altro sospetto. Marchionne avrebbe saputo da tempo di avere un cancro ai polmoni. Il primo a saperlo, dopo la compagna Manuela Battezzato, sarebbe stato il manager di Fca, Alfredo Altavilla. "Penso di avere una cosa grave”, gli avrebbe detto Marchionne una settimana prima della sua ultima apparizione, il 26 giugno a Roma, per la consegna della Jeep all'Arma dei Carabinieri. "Credo di sfangarla per un po’". E ancora: "Vorrei che tu continuassi il mio lavoro…". Poi però la situazione è precipitata: quel fastidioso dolore alla spalla era molto più grave del previsto. Si è portato via il manager che aveva salvato la Fiat. Lasciando tutti di stucco.

Morte Sergio Marchionne, Vittorio Feltri il 25 Luglio 2018 su "Libero Quotidiano": colpa più della sfiga che del fumo. Pubblichiamo l'articolo di Vittorio Feltri pubblicato su Libero di mercoledì 25 luglio, il giorno in cui è morto Sergio Marchionne. Negli ultimi giorni, sull'ex ad di Fca, si è letto e sentito di tutto. In molti hanno puntato il dito contro le sigarette. E questo commento di Feltri, proprio a Marchionne e alle sigarette è dedicato. Leggo qua e là su vari giornali che Sergio Marchionne sarebbe in gravi condizioni di salute (si parla di coma irreversibile) a causa di un tumore al polmone provocato dal fumo di sigaretta. Può darsi che sia vero, non sono medico (per fortuna) e neppure infermiere, quindi non sono in grado di emettere diagnosi. Però osservo da anni che qualsiasi malattia mortale viene attribuita al tabacco. Il quale probabilmente, consumato in dosi industriali, non giova alla salute. Tuttavia registro un fenomeno. Ogni volta che vado in ospedale per fare dei controlli periodici, i signori dottori, avendo esaminato con attenzione mirabile i risultati degli accertamenti svolti sul mio corpo, specialmente sul cuore e sui polmoni, mi domandano: ma lei fuma? Rispondo: sì, certamente. Da quando? Da sempre. Quante sigarette? Più che posso. Dall’espressione del loro volto, intuisco che sono esterrefatti. Ed io subito li quieto dicendo: mio padre morì a 43 anni, nel 1950, dopo aver bruciato migliaia di paglie, eppure le cause del suo decesso furono di natura renale: morbo di Addison, che oggi si cura e si guarisce in una settimana. Il mio babbo fu sfigato, ammalandosi in un’epoca in cui la medicina non era attrezzata per tenerlo in vita. Amen. Mia madre invece, pur avendo fumato per decenni come una ciminiera, se ne andò all’altro mondo poco prima di aver compiuto 90 anni. Ciò non toglie un briciolo di verità al fatto che aspirare nuvolette azzurre puzzolenti da mane a sera non sia il modo migliore per tenere pulite le vie respiratorie. Tuttavia non esageriamo nell’accusare le cicche di qualsiasi guaio che colpisce l’umanità. C’è gente obesa (poca) che campa a lungo oppure che crepa presto. La carne fa male? Non credo, sebbene non ne mangi. Il pesce contiene mercurio e ti uccide? Non lo escludo. La sedentarietà porta alla tomba? Io percorro meno di un chilometro al giorno e a 75 anni sono ancora qui a lavorare tutto il dì. Mi viene il sospetto che ogni persona sia un pianeta a sé e non sia paragonabile ai propri simili. Il fumo è nocivo come tante altre cose, non è l’unico nemico della salute. Dicono che l’inquinamento delle metropoli sia esiziale. E che Milano sia la città italiana più inquinata. Ma si dà il caso che chi ci abita abbia le aspettative di esistenza più lunghe della nazione. Viene voglia di dire che l’aria schifosa sia un toccasana. Le statistiche lo confermano. Nel mio piccolo ho capito: è la vita che distrugge il fisico, tanto è vero che a forza di vivere si va al creatore, tutti. La durata della permanenza sulla terra dipende dal culo. Se ne hai tanto arrivi a cento anni, altrimenti te ne vai prima anche senza stringere tra le labbra una sigaretta. A proposito, me ne accendo una, e sia come dio vorrà.

Marchionne colpito da embolia. Al manager era stato diagnosticato un sarcoma alla spalla invasivo. A Elkann disse solo che andava a Zurigo per un check up. Durante l'operazione una complicazione del quadro clinico gli ha inibito le funzioni cerebrali in maniera irreversibile, scrive Paolo Madron il 24 luglio 2018 su "Lettera 43". Quando Sergio Marchionne, due giorni dopo quella che sarebbe stata la sua ultima uscita pubblica a Roma alla cerimonia della donazione di una Jeep ai carabinieri avvenuta il 26 giugno, è entrato all’Universitätsspital di Zurigo, sapeva benissimo che le sue condizioni di salute erano al limite (leggi Le frasi celebri di Sergio Marchionne). Gli era stato diagnosticato tempo addietro un sarcoma alla spalla, piuttosto invasivo, e nell’occasione gli erano stati addirittura manifestati alcuni dubbi sull’efficacia dell’operazione, ritenuta ad alto rischio. Da tempo il manager soffriva di forti dolori alla spalla che ne rendevano difficili i movimenti del braccio, e assumeva del cortisone nel tentativo di lenirli. Questo in un quadro clinico già debilitato da un cronico problema alla tiroide per cui prendeva quotidianamente dei farmaci (leggi anche: Marchionne, il negoziatore col pugno di ferro e La vita di Marchionne in foto). Secondo quanto risulta a Lettera43.it anche John Elkann sarebbe stato all'oscuro delle reali condizioni del manager, nonostante gli fosse evidente lo stato di prostrazione in cui l’amministratore delegato di Fca versava negli ultimi tempi. Lo aveva attribuito a uno stato di particolare affaticamento, dopo una difficile stagione che di lì a poco sarebbe culminata con la presentazione, il 25 luglio, dei risultati del semestre. Tant’è che, per non destare sospetti Marchionne, prima del ricovero, aveva confermato una serie di appuntamenti in programma agli inizi di luglio. E al suo presidente aveva motivato la breva assenza con la scusa di un check up di routine. Tutto sembrava sotto controllo, e l’annunciato ricovero solo un piccolo fastidio da risolvere prima di presentarsi davanti agli analisti per spiegare i brillanti risultati del gruppo. Insomma, il suo ricovero a Zurigo doveva durare giusto il tempo di un ordinario intervento di ortopedia, e poi il manager sarebbe prontamente rientrato al Lingotto. Nessun sospetto che si trattasse di una patologia tumorale (Leggi anche: caso Marchionne, 10 domande in attesa di risposta). L’operazione invece, secondo la ricostruzione di fonti che ovviamente pretendono l’anonimato, già complicata di suo, è degenerata nel dramma. Marchionne infatti, nel pieno dell’intervento, sarebbe stato colpito da embolia cerebrale precipitando in coma. E a nulla sono valsi i disperati interventi dell’équipe medica per rianimarlo. I danni cerebrali avrebbero reso la situazione irreversibile, e da quel momento il manager è tenuto in vita artificialmente dalle macchine. A Elkann, precipitatosi a Zurigo (dove è presente anche la compagna di Marchionne Manuela Battezzato) nello sconcerto più totale, non è stato permesso vederlo. I medici hanno fatto presente come non vi fossero più speranze di ripresa. Di qui l’inopinata decisione di nominare un nuovo amministratore delegato, e non più l’assegnazione provvisoria delle sue deleghe. Quindi il comunicato del Lingotto e la successiva lettera di Elkann ai dipendenti, che nei toni di incredulità e dolore, e il reiterato uso del tempo passato, aveva i toni di un necrologio.

ALTRO CHE SIGARETTE. Sergio Marchionne, lo scoop di Melania Rizzoli su "Libero Quotidiano il 27 Luglio 2018: ecco di cosa è morto, la menzogna svelata. Quando è esplosa la notizia dell’intervento alla spalla di Sergio Marchionne, e delle sue drammatiche conseguenze, al manager più famoso al mondo è stato sospettato dalla stampa nazionale un tumore maligno del polmone dovuto al vizio incontenibile del fumo. Invece, a quanto pare, questo particolare paziente era affetto non dal cancro, ma dalla più temibile delle patologie, appartenente alla categoria dei sarcomi, malattie rare che con le sigarette non hanno davvero nulla a che fare. Il sarcoma infatti, è il più maligno dei tumori maligni, perché questo tipo di neoplasia non deriva dal corrispettivo tumore benigno come spesso accade nei carcinomi, ma nasce già con le caratteristiche di elevata malignità, ed è una patologia insidiosa, invasiva, altamente infiltrante, che metastatizza rapidamente, principalmente per via ematica, ma anche per diffusione linfatica, grazie alle strette interconnessioni tra il sistema vascolare e linfatico. I sarcomi sono definiti scientificamente tumori maligni del tessuto connettivo, vale a dire del tessuto di sostegno dell’organismo, e sono considerati rari, con «soli» 15mila nuovi casi registrati ogni anno negli Stati Uniti rispetto agli adenocarcinomi, rappresentando quindi soltanto l’1% delle oltre 1,5 milioni di nuove diagnosi di cancro in quel paese ogni anno. I sarcomi colpiscono persone di tutte le età, possono insorgere ovunque nell’organismo, compresi testa, collo, scheletro e organi interni, e circa il 50% dei sarcomi ossei, tra cui il sarcoma di Ewing e l’osteosarcoma sono molto più comuni nei bambini e negli adolescenti, mentre il 20% dei sarcomi dei tessuti molli, come il leiomiosarcoma e il condrosarcoma, vengono diagnosticati in individui inferiori ai 30 anni, mentre la fascia d’età più colpita resta comunque quella tra i 50 e i 65 anni. I sarcomi completano il loro nome composto dai tessuti di provenienza (liposarcoma dal tessuto adiposo, osteosarcoma dal tessuto osseo, fibrosarcoma dal tessuto connettivo, angiosarcoma dai vasi sanguigni e così via) ed all’inizio possono avere bassa invasività (low-grade), ma in breve tempo virano in modalità aggressiva (high-grade), e nonostante possa essere coinvolta qualunque parte anatomica, essi aggrediscono prevalentemente le braccia e le gambe.

SINTOMI. La patologia è subdola, si può manifestare inizialmente con la presenza di una tumefazione simile a un livido, che generalmente viene attribuita ad una contusione o a un trauma del quale non si ha ricordo, che però non regredisce, oppure con un dolore osseo, che nei giovani viene associato alla crescita o ad un trauma sportivo, ma dal momento che il sarcoma può comparire come una massa tumorale che si sviluppa in profondità nel corpo, la sua scoperta può avvenire dopo che il paziente lamenta dolore da compressione di un organo o di un nervo, o scopre perdite di sangue, quando è troppo tardi, perché il sarcoma cresce rapidamente, e presto dà segni della sua maligna presenza.

DIAGNOSI. La diagnosi viene effettuata in primis mediante ecografia, a cui segue risonanza magnetica e tac, ma bisogna sempre attendere la biopsia con ago aspirato del tessuto neoplastico per avere la conferma istologica sicura, corretta e certificata. Nonostante la rarità della patologia, si stima che esistano oltre cinquanta tipi di sarcomi, che richiedono trattamenti terapeutici tra loro differenti, ed al momento della scoperta della malattia bisogna sempre accertare l’invasività della stessa, se cioè sia già infiltrata nei tessuti limitrofi, se sia quindi operabile, o se abbia già sviluppato metastasi a distanza, se non vere e proprie sedi tumorali secondarie.

TERAPIA. Il trattamento del sarcoma varia a seconda del tipo istologico individuato dalla biopsia, dalla sua malignità, dal suo stato di crescita e dalla sua sede di insorgenza, dalla vicinanza o coinvolgimento di organi vitali, ma in ogni caso richiede un approccio multidisciplinare che comprenda chirurghi generali, chirurghi oncologi, oncologi clinici ed esperti di anatomia patologica e di radioterapia. L’intervento chirurgico di rimozione è molto importante nel trattamento della maggior parte dei sarcomi, quelli considerati estirpabili, ma con una diagnosi così pesante, insidiosa ed imprevedibile, è sempre necessario associare la radio e la chemioterapia per lunghi periodi.

L’osteo-sarcoma, per esempio, che nasce dalle ossa, se genera da un arto inferiore, come accade di frequente, se diagnosticato per tempo, va sempre rimosso con la amputazione chirurgica dell’arto, come è accaduto in passato ad un giovane nipote del presidente John Fitzgerald Kennedy. Ma se la sede del sarcoma non è amputabile o totalmente rimovibile, la situazione di sovente si complica e il destino è segnato. La famiglia di Sergio Marchionne ha smentito che la causa di morte fosse dovuta ad un tumore, attribuendola ad un arresto cardiaco, ma il direttore di Lettera 43, Paolo Madron, ha fornito una ricostruzione esclusiva della malattia che lo ha portato sul tavolo operatorio, rivelando che il Ceo di Fca «soffriva di forti dolori alla spalla ed assumeva del cortisone nel tentativo di lenirli». Il direttore afferma infatti, che a Marchionne da tempo «era stato diagnosticato un sarcoma alla spalla, piuttosto invasivo ed infiltrante nel polmone, e nell’occasione gli erano stati addirittura manifestati alcuni dubbi sull’efficacia dell’operazione, ritenuta «ad alto rischio», aggiungendo quanto fosse evidente nell’ultimo mese lo stato di prostrazione in cui versava l’amministratore delegato. Il fatto è che qualsiasi paziente, anche se non istruito, o intelligente, colto e informato come Marchionne, nel momento in cui apprende di essere affetto da una patologica così grave e potenzialmente letale, cerca disperatamente il chirurgo disposto ad operare, nel tentativo di estirpare la patologia o parte di essa, e si affida ad esso pur sapendo di correre un rischio altissimo, ritenendolo sempre minore del portarsi addosso la consapevolezza quotidiana di avere un tumore maligno considerato inoperabile. L’operazione del manager però, sfortunatamente è degenerata nel dramma, perché, sempre secondo il racconto di Paolo Madron «Marchionne, nel pieno dell’intervento, sarebbe stato colpito da una embolia cerebrale, precipitando in coma. E a nulla sono valsi i disperati tentativi dell’equipe medica per rianimarlo. I danni cerebrali avrebbero reso la situazione irreversibile, e da quel momento il paziente è stato ritenuto in morte cerebrale e tenuto in vita dalle macchine, fino al momento del decesso». Ovvero dell’arresto cardio-circolatorio confermato dalla famiglia, l’evento finale con il quale di fatto si certifica la morte fisica in tutti i decessi.

PROBLEMI DI TIROIDE. Questo il racconto rilasciato dal direttore di Lettera 43, il quale aggiunge che la situazione sarebbe stata complicata anche dalle condizioni precarie di un organo vitale, ovvero della tiroide del manager, che aveva un un problema per il quale il paziente era costretto ad assumere farmaci ogni giorno, e che, come è noto, è una ghiandola essenziale per la vita, che interferisce in molte funzioni fisiologiche, soprattutto pressorie e cardiache. Non è dato sapere se durante l’intervento il paziente abbia subìto anche un arresto cardiaco, ma di certo la mancanza di ossigeno cerebrale dovuta all’embolia occludente, perdurata evidentemente oltre il tempo di recupero, ha di fatto determinato l’insorgere del coma irreversibile, per prolungata anossia encefalica.

Ogni intervento chirurgico, anche il più semplice, di norma ha un suo rischio calcolato, per il quale oggi si richiede al paziente di firmare il consenso informato prima dell’anestesia, ma fortunatamente succede rarissimamente che ad un paziente si fermi il cuore e che il suo battito venga riattivato sul tavolo operatorio durante l’operazione, o che sviluppi un’embolia durante l’intervento, come pare sia accaduto a Marchionne. L’evento determinante la tragedia, in casi come questi, può essere un errore umano o un accidente vascolare o cardiaco non previsto, oppure un cedimento d’organo, insomma quello che da noi medici viene definito una complicanza grave e non prevedibile, e che nel gergo popolare è tradotto con il termine di sfortuna. Di certo resta che questo paziente di 66 anni, che ha scelto di sua volontà quel centro clinico di Zurigo, un polo oncologico di eccellenza, e quel chirurgo operatore con la sua equipe, che ha firmato il consenso informato, che ha salutato i familiari prima di addormentarsi fiducioso nel sonno dell’anestesia, entrato cosciente e consapevole in quella sala operatoria, da quella stessa sala è uscito in coma irreversibile, intubato e attaccato al respiratore, e Sergio Marchionne non è quindi morto per un maledetto sarcoma che paradossalmente non aveva avuto ancora il tempo di espletare il suo noto effetto devastante, ma per una complicazione che gli ha spento il cervello e fermato per sempre il cuore. di Melania Rizzoli

Sergio Marchionne, il retroscena sulla malattia: "Perché l'ha nascosta a Elkann", una scelta straziante, scrive il 27 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". Un drammatico segreto, custodito per un anno da Sergio Marchionne insieme ai famigliari, la compagna Manuela Battezzato e ai medici della clinica di Zurigo, dove è morto la mattina del 25 luglio. Loro, e solo loro: Fiat Chrysler e John Elkann erano all'oscuro della "grave malattia", un sarcoma alla spalla, che aveva colpito da mesi il Ceo di Fca e che lo aveva costretto a continui controlli e cicli di cure in Svizzera. Un problema non a poco, per il gruppo italo-americano, visto che la vicenda è passibile di inchieste incrociate di Consob e Sec nel rispetto delle leggi che in Italia e Usa impongono alle aziende la massima trasparenza anche sulle condizioni di salute dei loro vertici. Marchionne, spiega Repubblica, avrebbe invece scelto di tacere, per motivi molto umani. "Probabilmente - scrive Paolo Griseri  - sperava che la malattia gli desse ancora un po' di tempo. Per chiudere il piano industriale e lasciare Fca nei tempi previsti (nel 2019, ndr). Magari per riuscire a vincere, da presidente Ferrari, il mondiale di Formula uno. Aspirazioni umane, soprattutto per chi è sempre stato abituato a superare con la volontà le difficoltà più grandi". Un piano organizzato da tempo e precipitato nel giro di pochi giorni, e una scelta, quella del silenzio, che ora grava sulle spalle della famiglia e dei responsabili della clinica svizzera.

LA RICOSTRUZIONE E I DUBBI. Sergio Marchionne, la malattia e John Elkann, quello che non torna. "Appena tre giorni prima del dramma...", scrive il 27 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". Fiat Chrysler e John Elkann sapevano che Sergio Marchionne era malato? Alla domanda delle domande potrebbe rispondere una congiuntura temporale decisamente sospetta. Come ricorda Stefano Feltri sul Fatto quotidiano, lo scorso 18 luglio (una ventina di giorni dopo l'operazione alla spalla e appena tre giorni prima l'inizio del dramma, con la convocazione d'urgenza del cda di Fca) il Lingotto smentisce le indiscrezioni di Dagospia sull'avvicendamento tra il Ceo e Vittorio Colao, ex ad Vodafone: "Come già più volte dichiarato dalla società è previsto che l'avvicendamento avvenga a tempo debito, con una soluzione interna, a seguito di un preciso processo decisionale da tempo in corso". Tutto normale, sottolinea Feltri, nessuna accelerazione in vista. Il 20 luglio Fca smentisce che nel Cda convocato d'urgenza per il giorno successivo sia all'ordine del giorno la redistribuzione delle deleghe di Marchionne. Erano le 16.20 di venerdì. "Si deve desumere - conclude Feltri - che dopo quell'ora Elkann riceva le comunicazioni dalla famiglia di Marchionne sulle reali condizioni del manager e in poche ore si avvii la procedura di successione, visto che già alle 7.53 del mattino dopo l'Ansa annuncia che il cda di Fca discuterà della successione al vertice".

Altavilla: "Fca era all'oscuro. Marchionne non disse nulla". Il manager dimissionario: "Avrei informato il gruppo in caso di malattie". La Consob: "In corso le verifiche", scrive Pierluigi Bonora, Sabato 28/07/2018, su "Il Giornale". «Non ero a conoscenza della malattia di Sergio Marchionne. L'avessi saputo, avrei informato i competenti organi societari in materia di compliance». La precisazione è di Alfredo Altavilla, il dimissionario coo di Fca per i mercati Emea, smentendo, in questo modo, una serie di indiscrezioni che lo davano al corrente dello stato di salute dell'ex ad di Fca. A pochi giorni dalla scomparsa del top manager avvenuta all'Ospedale universitario di Zurigo, che tra l'altro ha fatto sapere che Marchionne era affetto da una malattia grave e per questo da un anno sottoposto a cure nel centro medico svizzero, la discussione verte proprio sul motivo per il quale solo all'ultimo sia il presidente John Elkann sia il mercato sono stati informati che la situazione in cui verteva l'ad era senza ritorno. A porsi delle domande sono i mercati, visto che l'andamento di un'azienda insieme al perseguimento di piani e obiettivi, dipendono dalle condizioni di salute di chi ne ha la responsabilità. Marchionne, in proposito, era sì malato, e da qualche mese si vedeva chiaramente, incontrandolo, che qualcosa non andava: «Sono stanco», diceva spesso e «confermo che nel 2019 esco da Fca» per rimanere in sella al Cavallino. E proprio in vista della sua nuova sua vita, sembra che Marchionne avesse già adocchiato il posto dove andare ad abitare, nelle campagne tra Sassuolo e Maranello, dove si mangia e si beve bene. Seppur sofferente e affaticato, l'ex ad di Fca e presidente di Ferrari, è comunque riuscito a portare avanti i suoi progetti (tra cui la realizzazione del piano per il Lingotto al 2022 e il meccanismo di scorporo di Magneti Marelli), viaggiando sempre tanto, sino a quando è entrato in ospedale, un mese fa, ma con la prospettiva di tornare al lavoro visti gli appuntamenti fissati. Lionel Laurent, editorialista di Bloomberg, rileva, in proposito, come Marchionne avesse già affrontato da tempo (sembra quasi una premonizione) il problema della sua successione, identificando con il presidente Elkann i candidati, e magari vedendo proprio nell'inglese Mike Manley la persona ideale a guidare il Lingotto. Potrebbe essere stato lo stesso top manager, inoltre, a chiedere alla compagna Manuela Battezzato, impiegata all'ufficio comunicazione di Fca, di tenere la bocca chiusa anche con i vertici del Lingotto. Così è stato, fino a quando il presidente Elkann ha constatato personalmente che Marchionne era in fin di vita. Da qui la rivoluzione ai vertici delle società guidate da Marchionne: Fca, Ferrari e Cnh Industrial. Resta, però, il nodo della mancata informazione ai mercati. La Consob, che vigila su Piazza Affari, ha in corso «verifiche di routine», spiegano fonti vicine alla Commissione. E ciò accade «ogni volta si verifica un evento price sensitive». Dai primi riscontri «sull'operatività del titolo, sembra che il contesto informativo sia stato coerente» e non ci sarebbero elementi che farebbero pensare alla necessità di approfondimenti. Negli Usa, dove Fca e Ferrari sono pure quotate, è però possibile che partano azioni legali, vista l'abitudine, da quelle parti, di avviare class action anche per casi come questi. «L'episodio che la Casa automobilistica non fosse a conoscenza della malattia di Marchionne - riporta un sito finanziario Usa - pone interrogativi su quando i top manager dovrebbero informare i consigli di amministrazione di gravi malesseri e se i consigli stessi, a loro volta, dovrebbero rivelare tali informazioni agli azionisti». No comment dalla Sec. L'estate, su questo fronte, si preannuncia caldissima: il silenzio sul ricovero, la comunicazione forzata dell'operazione alla spalla destra, le prime indiscrezioni sulla malattia, la rivelazione di complicazioni con l'impossibilità di Marchionne di partecipare alla conference call sui conti, il coma irreversibile, le convocazioni dei cda, la morte dopo due arresti cardiaci in seguito all'intervento, l'ospedale che invece conferma la malattia grave da un anno, il fatto che Fca non sapesse nulla. E ora gli investitori che chiedono chiarezza.

Tutto quello che Elkann non sapeva di Marchionne, scrive il 26 luglio 2018 Samuele Cafasso su "Lettera 43". Prima della visita di venerdì 20 luglio il presidente di Fca era già stato all'ospedale di Zurigo martedì 17, ma era stato tenuto all'oscuro della gravità della malattia. La ricostruzione. Da una parte l'ospedale di Zurigo che ufficializza quanto già anticipato da Lettera43.it, ovvero che Sergio Marchionne era da tempo malato, sapeva di soffrire di una patologia grave e che l'operazione a cui si sarebbe sottoposto non era una passeggiata. Dall'altra Fca che, in una dichiarazione alle agenzie di stampa, precisa di essere venuta a conoscenza delle cattive condizioni di salute del manager italo-canadese solo venerdì 20 luglio, informata dalla famiglia, decidendo subito dopo e «prontamente» di assumere le misure adeguate per garantire alla casa automobilistica una guida salda. Mentre si spengono a poco a poco le parole di cordoglio per la morte di Marchionne, le dichiarazioni in sequenza dell'ospedale e dell'azienda fanno capire quanto, al di là delle formule di rito, il tema della malattia del manager e come questa è stata comunicata ai mercati diventerà centrale nei prossimi giorni e mesi. La questione è molto chiara: perché Fca non si è mossa prima per garantire all'azienda un passaggio di consegne meno turbolento? Ed era dovere o no dell'azienda avvisare i mercati delle condizioni di salute di Marchionne, soprattutto dopo l'operazione? Domande a cui l'azienda risponde molto nettamente: noi eravamo all'oscuro di quanto stava succedendo. Una risposta che forse lascia trapelare anche una qualche forma di irritazione nei confronti della famiglia e che troverebbe conferma nella ricostruzione sugli ultimi giorni di vita del manager (leggi anche: caso Marchionne, 10 domande in attesa di risposta). Secondo quanto riferisce una fonte anonima a Lettera43.it, prima della visita di venerdì 20 luglio il presidente di Fca John Elkann era già stato a Zurigo martedì 17 luglio. In quell'occasione, Elkann non avrebbe avuto modo di vedere Marchionne e, anzi, la famiglia sarebbe stata molto generica nel riferire le condizioni di salute del loro congiunto. Elkann, quindi, torna a Torino senza avere ben chiaro il quadro generale. Per questo motivo, decide di tornare nella città svizzera poco dopo, venerdì. A quel punto è determinato a capire meglio cosa sta succedendo: il giorno della conference call con gli analisti per la presentazione della trimestrale è vicino e, indipendentemente dal fatto che Marchionne non ci sia, è chiaro che a quell'appuntamento è necessario fornire ai mercati informazioni chiare e univoche sull'immediato futuro dell'azienda. Una delle ipotesi è la ridistribuzione delle deleghe di cui Lettera43.it aveva dato notizia proprio quel venerdì.

VENERDÌ ELKANN REALIZZA LA GRAVITÀ DELLA SITUAZIONE. Ma quando Elkann si reca in ospedale per la seconda volta, realizza che la situazione è peggiore di quanto non gli era stata figurata in un primo momento. E decide quindi, in grande fretta, di procedere alla nomina del successore che avviene con la convocazione del cda di sabato. Ovvero, per dirla con le parole dell'ufficio stampa di Fca: «Venerdì 20 luglio la società è stata informata dalla famiglia del dottor Marchionne senza alcun dettaglio del serio deterioramento delle sue condizioni e che di conseguenza egli non sarebbe stato in grado di tornare al lavoro. La società ha quindi prontamente assunto e annunciato le necessarie iniziative il giorno seguente». La versione di Fca, è chiaro, tutela prima di tutto l'azienda contro eventuali rilievi (dalla Sec e dalla Consob) in merito alla mancanza di informazioni tempestive ai mercati, ma è anche coerente con la vicenda della doppia visita a Zurigo di Elkann. In realtà non c'è nessun obbligo di comunicazione specifico da parte di una quotata, per motivi di privacy, sulle condizioni di salute del proprio amministratore delegato, ma qui il caso è più delicato perché siamo in presenza di un uomo che era fisicamente impedito a svolgere il suo ruolo. Come raccontato in un articolo pubblicato la settimana scorsa, i casi di Warren Buffett e Steve Jobs hanno individuato due modi di agire contrapposti: negare tutto fino all'ultimo, come fatto da Apple, oppure fornire informazioni tempestive per evitare fughe di notizie e rumors, la strada invece scelta da Buffett e che sarebbe, ovviamente, la migliore da seguire. Nal caso di Fca, invece, l'unica versione fornita dall'azienda è stata quella dell'operazione alla spalla, che ha il pregio di non essere una bugia (questa sì, se ci fosse stata dovrebbe essere sanzionata), ma è anche una versione che minimizza molto la gravità dell'operazione a cui Marchionne era sottoposto.

MARCHIONNE AVEVA NASCOSTO LA GRAVITÀ DELLA SUA CONDIZIONE. A Marchionne era stato diagnosticato da tempo un sarcoma alla spalla. Adesso l'ospedale conferma che Marchionne «da oltre un anno si recava a cadenza regolare presso il nostro ospedale per curare una grave malattia». Di tutto questo, però, a quanto pare Elkann e Fca più in generale non era al corrente, anche se certamente al presidente non poteva sfuggire l'aggravarsi delle condizioni di salute del manager, un peggioramento attribuito alla stanchezza, alle molte ore di lavoro che erano il marchio di fabbrica del capo di Fca. Lui aveva sempre detto di voler guidare l'azienda fino ad aprile del 2019 e quello era l'obiettivo che intendeva rispettare, sebbene i medici non avessero fatto mistero delle difficoltà dell'operazione a cui sarebbe stato sottoposto. Eppure, Marchionne aveva rassicurato tutti sul fatto che sarebbe tornato a breve e, anzi, aveva già organizzato la sua agenda. Una promessa che oggi appare come una pietosa bugia, forse una debolezza umana.

Dalle voci sul male alla tragica fine Tutto in un mese. A giugno i primi sussurri. Poi il ricovero e la fine improvvisa. Che sconvolge la Fiat, scrive Tony Damascelli, Giovedì 26/07/2018, su "Il Giornale". Un mese di silenzio. Straziante. Un mese di voci. Maligne. È finito il tempo della speranza ultima e della corsa alla notizia esclusiva. Sergio Marchionne si porta via il brusio, quel rumore lontano di cose e di persone che si agitavano dinanzi al mistero, alle ipotesi, ai sospetti, pronti ad annunciare, per primi, il fatto, l'accaduto. Zurigo e la Svizzera non erano più zone neutrali, semmai il centro, anche morboso, di attenzione, alla ricerca dello scoop, dell'immagine clamorosa, di una voce, una testimonianza che potesse confermare o smentire. Un mese lungo e feroce assieme, nel quale il libro della Fiat, e non soltanto, si è improvvisamente aperto a scritture e letture di ogni tipo. Marchionne malato era una notizia impossibile da ascoltare ma facile da riferire, anche se alcuni segnali avrebbero dovuto offrire queste indicazioni, sollevare il dubbio che qualcosa stesse accadendo in quel corpo robusto, austero. Era affaticato, il grande manager, era solo e stanco, il fumo di cento, mille sigarette aveva intorpidito il suo respiro e i suoi polmoni, altri serpenti si erano introdotti nel suo organismo. Il ventisei di giugno aveva consegnato una Jeep in livrea ai vertici dell'Arma dei carabinieri, come atto in memoria di suo padre Concezio, maresciallo nei secoli fedele. Fu l'ultima uscita pubblica, come un estremo saluto in riverenza al padre e al mondo. Nelle ore successive, il viaggio in Svizzera. Una operazione alla spalla, niente di serio, niente di grave, così era stato detto, il dolore non era più sopportato e sopportabile, però le cure non davano gli effetti desiderati, dunque si era reso necessario e urgente il ricovero nella clinica universitaria di Zurigo, questa sembrava poter risolvere la questione. «Tranquilli torno presto», aveva detto ai suoi collaboratori più stretti. Una frase per trasmettere calma a chi già era in totale ansia, perché il male aveva già dato, da tempo, i suoi allarmi clandestini ma precisi. Improvviso, il silenzio. Improvvisa, la tensione, in famiglia e nel gruppo, a Torino, a Detroit. Elkann e i vertici di Fiat Fca hanno capito immediatamente che la situazione stava precipitando, il quadro clinico era peggiorato. E a quel punto le voci hanno preso a moltiplicarsi, minuto per minuto, giocando con la vita altrui. In azienda l'atmosfera era diversa, le notizie che arrivavano dalla Svizzera non concedevano conforto e nemmeno speranza. John Elkann era salito a Zurigo per salutare l'amico. La cultura di una qualunque multinazionale non prevede semplici compatimenti, ai di là delle manifestazioni di cordoglio e di affetto. Ogni casella dell'organigramma comporta una sostituzione in caso di eventi particolari; nelle scelte nulla è improvvisato, anche le dimissioni seguono a decisioni che erano previste. Così era accaduto con Morchio che, dopo aver tentato di prendere in mano il volante dell'impresa, era stato poi costretto a lasciare la carica di amministratore delegato di Fiat con l'arrivo alla presidenza di Luca Cordero di Montezemolo, dopo la scomparsa di Umberto Agnelli, nel maggio del duemila e quattro. Così è accaduto con Alfredo Altavilla, direttore operativo Fca e braccio destro di Marchionne, che ha lasciato l'incarico, dopo la nomina di Mike Manley ad amministratore delegato e di Louis Camilleri in Ferrari. Quando, al primo giorno di giugno, Sergio Marchionne si presentò con la cravatta per annunciare l'azzeramento del debito netto industriale citò una frase di Oscar Wilde «Una cravatta ben annodata è il primo passo serio nella vita». Oggi mi permetto di aggiungere altre parole dello scrittore irlandese: «Tutti ti amano quando sei due metri sotto terra».

Sergio Marchionne, il mistero sui funerali e l'indiscrezione sulla compagna Manuela Battezzato, scrive il 25 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". Gli ultimi giorni di Sergio Marchionne sono stati caratterizzati dalla massima riservatezza: di Fca, della sua famiglia, della struttura di Zurigo in cui era ricoverato. E ora, dopo la sua morte, il registro non cambia: poche comunicazioni ufficiali, poche spiegazioni su come se ne sia andato. E anche per quel che riguarda i funerali il riserbo è massimo. Almeno lo è stato inizialmente. Da subito le indiscrezioni indicavano che potrebbero tenersi in tre luoghi: in Canada, in Abruzzo oppure a Zurigo. Rispettivamente il Paese in cui ha vissuto da ragazzino, la sua regione natia e la città svizzera in cui risiedeva ora. E ancora, la sua famiglia - la compagna Manuela Battezzato e i figli Alessio Giacomo e Jonathan Tyler - vorrebbero una cerimonia funebre rigorosamente privata: dunque niente camera ardente al Lingotto, come si ipotizzava, e niente cerimonie pubbliche. Il funerale in forma privata è stato poi confermato. E, si apprende, il manager verrà ricordato anche a Torino a fine agosto, in un appuntamento ancora da definire.

Sergio Marchionne, il segreto più privato: perché si innamorò di Manuela Battezzato, scrive il 26 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". Vita e lavoro, per Sergio Marchionne, coincidevano. Una passione, quasi una vocazione quella per la Fca sublimata dal segreto più dolce e meglio custodito dal manager scomparso mercoledì a 66 anni, la relazione con Manuela Battezzato. Era la sua segretaria, ricorda Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, e non è un caso che l'amore sia nato per una dipendente Fiat settore comunicazione: si sono conosciuti quando Marchionne è arrivato al Lingotto e dal 2012 erano una coppia, lontano dai clamori del gossip. Manuela, certo, e insieme a lei la Fiat Chrysler, l'altro grande amore di Marchionne negli ultimi 10 anni: dormiva 3 o 4 ore per notte, riposava quando il fuso e i viaggi glielo permettevano, ferie praticamente cancellate, giusto qualche giorno di riposo tra un volo intercontinentale e l'altro, nel caso. La spola tra Torino, Detroit, Washington e la Svizzera, doveva viveva quando, appunto, il lavoro glielo permetteva. E un vizio, pericolosissimo: le sigarette, tre pacchetti al giorno, da intervallare ai suoi mille interessi extra-professionali, se così si può dire: la Ferrari, i Gran Premi da vivere nel box, la Juventus, i giornali del mondo Agnelli. Dopo tutto, è un miracolo che l'uomo che ha salvato la Fiat abbia anche trovato il tempo di innamorarsi.

Marchionne: la compagna Manuela («la mia fortuna»), i figli, l’amore per l’Italia: il volto segreto del manager. La sua sciarpa grigia: «Me l’hanno regalata i ragazzi della mia squadra, sono felici se me la vedono addosso», scrive Bianca Carretto il 25 luglio 2018 su "Il Corriere della Sera". Sergio Marchionne — scomparso oggi, mercoledì 25 luglio, all’età di 66 anni — era un uomo pubblico, entrato nelle case di tutti, conquistando la gente comune. Ma è sempre stato estremamente riservato sulla sua vita privata: e come lui lo sono stati la compagna Manuela Battezzato — rimasta accanto a lui in questi giorni di malattia, a Zurigo, eppure talmente discreta da non essere mai stata incrociata dai giornalisti, accorsi a decine fuori dall’ospedale — e i figli Alessio Giacomo e Jonathan Tyler. Di lei, come ha scritto Bianca Carretto sul Corriere della Sera, Marchionne diceva: «È la mia fortuna». A chi critica le sue sciarpe dai colori spenti, sempre sulle tonalità del grigio, che esibisce regolarmente ai saloni di Detroit o di Ginevra, con la scusa di aver freddo, risponde «me l’hanno regalata i ragazzi della mia squadra, sono felici se me la vedono addosso». Forte anche il suo amore per l’Italia: in casa, anche dopo il trasferimento in Canada, a soli 14 anni, si parlava italiano. Le sue radici sono sempre state ancorate al nostro Paese, pur avendo avuto una formazione anglosassone.

Stefano Caselli per il "Fatto quotidiano" 28 novembre 2012. Sotto il maglione c'è anche un cuore. Può sembrare incredibile, dato il primato della glacialità cui sembra tenere in modo particolare, eppure Sergio Marchionne (dicono) è innamorato. Quella con Manuela, di 20 anni più giovane, è una storia nata tempo fa trapelata dalla blindatissima vita privata del manager solo negli ultimi tempi. A Torino non se ne parla granché. Sarà che sono fatti privati, sarà il carattere tradizionalmente riservato, sarà che quella dell'ad della "Feroce" è una storia fanè che sa un po' di ratafià, per dirla alla Paolo Conte. Una storia che una certa, antica, torinesità non commenterebbe, giustificandosi con un "non si usa" detto con il dovuto accento, gli occhi non troppo spalancati e un sorriso non troppo accogliente. Il gesto antico, tuttavia, ben si addice, perché tutto sembra uscire dritto dal mondo delle "tote" ("signorine" in dialetto torinese) raccontato da Giorgio Bocca ne Il Provinciale: "Ci fecero assistere all'assemblea degli azionisti Fiat - scrive Bocca rievocando gli anni 50 - e facevamo un po' di baccano mentre Valletta stava per parlare e “tota” Rubiolo, la direttrice dell'Ufficio stampa disse severa: ‘Signori, prego, un po' di silenzio, qui si fa l'Italia'. “Tota” Rubiolo era alta, bionda e non le avremmo supposto una vita amorosa, salvo quella per la Fiat, se non avessimo saputo, in gran segreto, che era l'amica di...". La Torino del boom conosceva il "maschilismo sicuro della Fiat" e il mondo fintamente clandestino delle donne "devote e onnipotenti nel cono di luce del maschio direttore di cui erano le segretarie". Sapeva e ne parlava poco, sottovoce, perché "non si usa". Il mondo delle "to-te" è un secolo passato, il giallo triste dei palazzi del centro e il deserto dopo le dieci di sera non esistono più. Eppure l'uomo con il maglione, ostinatamente antitaliano, ha riportato indietro qualche lancetta incappando in un torinesissimo amore da arcitaliano. Lei si chiama Manuela Battezzato, ha 40 anni, lavora all'Ufficio stampa Fiat. Non una "tota" (detto oggi sarebbe anche un po' offensivo) ma una professionista della comunicazione, in forza al Lingotto dal 1999. Dicono abbia incontrato la prima volta Marchionne di fronte a una fotocopiatrice, più o meno quattro anni fa. Una storia priva di qualunque glamour. Per la sua Manuela, Marchionne si è definitivamente allontanato dalla moglie (che vive in Svizzera con i due figli e a Torino non si è mai vista) da cui attende il divorzio. Lei invece - dicono i ben informati che in questi casi non mancano mai - ha interrotto un lungo fidanzamento. Per la sua Manuela, Marchionne è pronto a fare come uno qualsiasi, con un vassoio di paste la domenica pomeriggio a casa dei genitori di lei, si dice futuri suoceri. Peccato che, quando ha deciso di farlo, nella villetta di Alpignano si siano presentati 24 ore prima Digos e Carabinieri per la bonifica degli ambienti. Sembra che il padrone di casa non l'abbia presa benissimo, ma ci si abitua. Per il resto - fatta eccezione per i mesi della barba e degli sciarponi, si dice da lei ispirati - il gossip è a zero. Perché "non si usa". O forse, chissà, perché la prediletta dell'amministratore delegato è la persona che tiene i rapporti tra l'Ufficio stampa del Lingotto e quello di Detroit. Forse un caso, forse no. Comunque non un buon auspicio per Torino.

Solo funerali privati. E forse riposerà nella terra dove è nato. L'annuncio della morte dato da Elkann: «Se ne è andato un amico». Il lutto a Torino, scrive Pierluigi Bonora, Giovedì 26/07/2018, su "Il Giornale". Sergio Marchionne si è arreso. È stato John Elkann, presidente di Exor, la holding di casa Agnelli che controlla Fca e Ferrari, a comunicare il decesso dell'ex ad del Lingotto e dell'ex presidente del Cavallino. Il comunicato è arrivato nelle redazioni alle 11 e 39 di ieri mattina. «È accaduto, purtroppo - scrive Elkann - quello che temevamo, Sergio, l'uomo e l'amico, se n'è andato». La morte è avvenuta all'Ospedale universitario di Zurigo, dove Marchionne si era fatto ricoverare il 27 giugno, dopo essere entrato in coma irreversibile. Due elicotteri del soccorso svizzero sono stati visti decollare dall'Ospedale di Zurigo, il primo un'ora prima che venisse diffusa la notizia del decesso, l'altro intorno alle 14,30. È stato quindi sciolto il cordone di sicurezza agli ingressi dell'ospedale che, dal giorno dell'ingresso di Marchionne per farsi operare a una spalla, ha garantito la massima privacy. Il top manager, 66 anni, nato a Chieti, ha cessato di vivere dopo che complicazioni «inattese e improvvise» dell'intervento alla spalla lo hanno portato a un arresto cardiaco. Marchionne è stato quindi trasferito nel reparto di rianimazione, senza dipendere in maniera sistematica dalle macchine. Un secondo arresto cardiaco è risultato fatale, conducendolo a un «decesso naturale». È stata anche smentita l'ipotesi che fosse malato di tumore. Ad assisterlo fino all'ultimo sono stati la sua compagna, Manuela Battezzato, dipendente di Fca, e i figli Alessio Giacomo e Jonathan Tyler, avuti dalla ex moglie Orlandina. Marchionne verrà ricordato dalle società del gruppo Agnelli in due cerimonie che si svolgeranno, in settembre, a Torino e ad Auburn Hills, nel Michigan, sede del quartier generale di Fca Us. Non sono previsti funerali pubblici né altri momenti di cordoglio. Per volontà dei familiari l'ultimo saluto avverrà in forma privata. Sconosciuto anche il luogo della tumulazione. Però a Cugnoli, comune di 1.500 abitanti, in provincia di Pescara, vive la zia novantenne Maria, sorella del padre di Marchionne, Concezio, ex carabiniere. Il sindaco Lanfranco Chiola ha ricordato come «Marchionne non avesse mai dimenticato le sue origini: la comunità risentirà delle sua scomparsa». Per il top manager era pronta un'onorificenza. Un primo omaggio, oltre alle bandiere a mezz'asta a Torino, Maranello e nelle altre sedi del gruppo, è arrivato dagli operai dei vari stabilimenti che hanno osservato 15 minuti di silenzio rotti dall'urlo delle sirene. Marchionne aveva una sorella, Luciana, scomparsa a 32 anni per un male incurabile. Ne aveva sofferto molto e raramente ne parlava, come anche della moglie abruzzese canadese, dalla quale si era separato, che vive in Svizzera, con i due figli, nel cantone francofono di Vaud, sul lago di Ginevra. «Sono certo - il messaggio che il successore di Marchionne, il nuovo ad Mike Manley, ha inviato ai dipendenti di Fca - che sia difficile per voi quanto lo è per me accettare il fatto che non potremo mai più rivedere Sergio Marchionne. Se Fca è quello che è oggi, lo dobbiamo alla sua visione, al suo coraggio e alla sua instancabile ricerca di obiettivi ambiziosi, obiettivi che sapeva essere alla nostra portata».

E' morto Sergio Marchionne, l'uomo che cambiò il destino della Fiat. Elkann: "Per sempre riconoscenti". L'ex ad della Fca era ricoverato a Zurigo dal 27 giugno per un intervento alla spalla. Sabato scorso i consigli di amministrazione hanno nominato il suo successore. Il presidente di Exor: "L'uomo e l'amico se n'è andato", scrivono Paolo Griseri e Raffaele Ricciardi il 25 Luglio 2018 su "La Repubblica". Aveva pianificato tutto, una pausa di pochi giorni per poi tornare immediatamente al lavoro. Marchionne, 66 anni compiuti a giugno, è mancato all'ospedale universitario di Zurigo dove era stato ricoverato il 27 giugno per un intervento alla spalla destra. John Elkann, il presidente della holding Exor e della stessa Fca, ha affidato a poche righe il suo pensiero: "E' accaduto, purtroppo, quello che temevamo. Sergio, l'uomo e l'amico, se n'è andato. Penso che il miglior modo per onorare la sua memoria sia far tesoro dell'esempio che ci ha lasciato, coltivare quei valori di umanità, responsabilità e apertura mentale di cui è sempre stato il più convinto promotore. Io e la mia famiglia gli saremo per sempre riconoscenti per quello che ha fatto e siamo vicini a Manuela e ai figli Alessio e Tyler. Rinnovo l'invito a rispettare la privacy della famiglia di Sergio". L'ultima uscita pubblica del manager era stata due giorni prima del ricovero, a Roma, alla consegna di una Jeep all'Arma dei carabinieri. Era già affaticato, chi lo ha visto quel giorno ricorda che parlava con difficoltà. Ma per lui, figlio di carabiniere, quell'appuntamento era irrinunciabile. È stato il suo ultimo saluto, per molti aspetti simbolico, la chiusura del cerchio di un'esperienza umana e professionale. Il 27 giugno, Marchionne era stato ricoverato per un intervento alla spalla. Nella fase successiva all'operazione ha avuto complicanze che si sono progressivamente aggravate. Ha subito un primo arresto cardiaco ed è stato dunque trasferito al reparto di terapia intensiva dell'ospedale. Qui, ha avuto un secondo arresto cardiaco e le sue condizioni sono precipitate. Marchionne non era tenuto in vita con delle macchine e non ha mai avuto una patologia tumorale. Venerdì scorso, Elkann ha constatato che "Marchionne non potrà tornare a fare l'amministratore delegato". Era arrivato a Fca nel 2003, come consigliere di amministrazione. Avrebbe assunto la carica di ad l'anno successivo. "Perdiamo due milioni di euro al giorno, la situazione non è semplice", aveva constatato. La rinascita di Fca dopo la rottura del patto con Gm e la restituzione dei debiti alle banche, è stato il suo primo successo. L'azienda è solida ma il vento della crisi mondiale mette di nuovo tutto in difficoltà. Nel 2009 Marchionne cerca la salvezza nel salvataggio di Chrysler e nella fusione di Fiat con la casa americana. Con Fca nasce un colosso da 4,5 milioni di auto all'anno, il settimo costruttore mondiale. Nel 2010 lo scontro con la Cgil. Marchionne chiede la rinuncia allo sciopero, come aveva ottenuto in America. I sindacati si dividono. Il piano Fabbrica italia, travolto dalla crisi globale, non viene realizzato. Nel 2014 Marchionne fissa un nuovo obiettivo: entro fine 2018 azzeramento dei debiti e della cassa integrazione. Il primo viene centrato, la cassa riguarda ancora il 7 per cento dei dipendenti. Era il 27, quattro anni fa. Negli ultimi anni Marchionne tenta un nuovo accordo con Gm per creare il primo produttore mondiale e risparmiare sugli investimenti. Da Washington arriva un "no". Nel 2017 annuncia la sua uscita di scena da Fca. Dopo aprile 2019 sarebbe rimasto presidente di Ferrari. Negli ultimi giorni Marchionne è stato assistito dai due figli, Alessio Giacomo e Johnatan Tyler, e dalla compagna Manuela. Già sabato i consigli di amministrazione del gruppo hanno nominato i successori. In quel giorno, quando si è capito che le sue condizioni di salute erano ormai disperate, è stato sostituito negli incarichi da Mike Manley. Proprio oggi, il neo amministratore delegato ha debuttato davanti ai mercati, presentando i risultati semestrali del gruppo Fca. Il titolo della casa automobilistica è crollato in Borsa, perdendo oltre 15 punti percentuali a seguito del taglio di alcune stime per il 2018, mentre sono stati confermati gli obiettivi del piano al 2022, l'ultimo licenziato da Marchionne.

Fiat, Chrysler, Alfa Romeo & co: ecco l'eredità lasciata da Marchionne. Dalle auto di lusso ai robot industriali, tutte le aziende della società nata dalla fusione realizzata da Sergio Marchionne e ora guidata da Mike Manley: un gigante da 111 miliardi di ricavi netti e 236 mila dipendenti, scrive Flavio Bini il 25 Luglio 2018 su "La Repubblica". Sergio Marchionne lascia in eredità a Mike Manley un gigante da 14 marchi, 111 miliardi di ricavi netti, 149 stabilimenti e 236 mila dipendenti sparsi in tutto il mondo. Sono questi i numeri di Fca, la società nata nel 2014 al completamento della fusione tra Fiat e Chrysler, il traguardo più importante tra quelli raggiunti dal manager italio-canadese nei suoi 14 anni alla guida dell'azienda.

GLI SCORPORI FIAT INDUSTRIAL E FERRARI. Fiat, capostipite della famiglia, oggi rappresenta solo una parte della galassia Fca. Nel 2010 dal perimetro dell'azienda si era già sganciato il segmento dei veicoli commerciali e industriali che dopo la fusione con Cnh Global ha dato via a Cnh Industrial, società separata da Fca. Allo stesso modo, Marchionne aveva scelto un destino separato anche per Ferrari, scorporata ufficialmente nel 2014.

L'EREDITA' DELL'AUTO ITALIANA: FIAT, ALFA ROMEO E LANCIA. Ciò che resta dell'auto italiana dentro Fca fa riferimento ai marchi Fiat, Alfa Romeo e Lancia. Quest'ultima è stata la grande sacrificata dell'era Marchionne, che a partire dal piano 2014 ha scelto di interrompere lo sviluppo di nuovi modelli, lasciando in vita solo la produzione della Ypsilon, prodotta nello stabilimento polacco di Tychy e venduta soltanto in Italia. L'addio a Lancia è stato per Marchionne una scelta necessaria per favorire il lancio di Alfa Romeo anche oltre i confini italiani, un'altra delle scommesse più importanti della sua gestione manageriale. I primi numeri di rilievo negli Stati Uniti si sono visti lo scorso anno, quando il marchio ha venduto 12.031 veicoli, comunque ancora ben lontani dagli oltre 85 mila in Europa, prevalentemente in Italia. Fiat resta di gran lunga il marchio italiano di maggiore successo, soprattutto nel Vecchio Continente. Dal 2012 al 2017 le immatricolazioni sono passate da 582 mila a 779 mila.

LA COSTOLA USA: IL DOMINIO DI RAM E JEEP. Se si guarda all'intero gruppo però soltanto meno di un'auto su tre nell'intero gruppo Fca ha marchio Fiat. Gli ottimi risultati del gruppo Fca sono soprattutto made in Usa. Dei 4,7 milioni di auto vendute, 2 milioni si riferiscono agli Stati Uniti, in assoluto mercato principale, a fronte degli 1,04 milioni in Europa. Negli States a primeggiare è Ram, la casa che produce soprattutto pickup e veicoli commerciali, guidata fino ad oggi proprio da Manley, responsabile anche del marchio Jeep: negli Usa un veicolo su due venduto da Fca è Ram. Il secondo marchio più venduto dal gruppo è invece Jeep, protagonista di una crescita impressionante. Nel 2009, quando Manley è subentrato alla guida, l'azienda vendeva 337.716 veicoli, l'80% dei quali nel Nord America. Numeri quadruplicati in meno di dieci anni se si considera che nel 2017 l'azienda ha messo sul mercato quasi 1,4 milioni di auto. Molto positivo anche il dato europeo, dove le vendite in soli cinque anni sono passate da 24 mila a oltre 108 mila.

MASERATI, L'ESPLOSIONE DEL LUSSO. Orfana di Ferrari, Maserati è diventata la punta di diamante del lusso all'interno della galassia Fca. I numeri sono inevitabilmente marginali rispetto ai volumi degli altri brand, ma la crescita del marchio è stata un'altra delle scommesse vinte da Marchionne. Nel 2017 l'azienda ha venduto 52 mila auto, sette anni prima erano quasi un decimo. Anche i risultati finanziari danno ragione alla scelta del manager: i ricavi netti nell'ultimo anno sono cresciuti del 17% da 3,4 a 4 miliardi di euro. Nel 2012 il fatturato ammontava a 634 milioni di euro.

MARELLI, LA COMPONENTISTICA PRONTA AL DISTACCO. Fuori dal settore auto in senso stretto, ma sempre all'interno della galassia Fca, spiccano infine Marelli, storica azienda che si occupa della componentistica auto che Marchionne ha annunciato di volere scorporare e quotare separatamente e Comau, società che si occupa di robotica industriale. Secondo le stime degli analisti, il valore di Marelli in vista di una eventuale quotazione si attesta tra i 4 e i 6 miliardi di euro.

FCA NEL MONDO. Dei 4,7 milioni di auto vendute nello 2017, circa il 75% si riferisce soltanto ai mercati Emea (Europa, Medio Oriente e Africa) e Nafta (Stati Uniti, Canada e Messico), mentre il resto è attribuibile prevalentemente al mercato sudamericano e al Brasile in particolare, dove però l'azienda ha perso terreno nel corso degli ultimi anni, complice anche la crisi che ha colpito il Paese. Nel 2012 dei 4,2 milioni di auto vendute 679 mila erano state immatricolate in Brasile, circa il 16%. Cinque anni dopo, esclusa Jeep, erano 172 mila, circa il 3% del totale. In compenso nel Paese il gruppo mantiene ottimi risultati sul fronte dei veicoli commerciali, essendo di gran lunga il marchio più venduto: quasi 119 mila sui 317 matricolati nel 2017.

DOVE LAVORA FCA. Dei 149 stabilimenti di Fca, 60 sono relativi al settore automotive (la quota restante alla componentistica). Di questi, 25 si trovano tra Stati Uniti e Canada, 17 in Europa, compresi gli stabilimenti in Serbia e Turchia, e i restanti sono sparsi tra Sud America, Messico, India e Cina. Nel 2013, ultimo dato disponibile nei documenti ufficiali Fca, dei 225 mila dipendenti del gruppo (oggi sono 236 mila), circa un quarto - 62 mila - erano riferiti all'Italia, 81 mila erano i lavoratori in Nord America e 48 mila in America Latina. Secondo i dati diffusi dalla Fim-Cisl quest'anno i dipendenti del gruppo in Italia sono 66.200.

Addio a Sergio Marchionne: il cordoglio di istituzioni e social. Alla Camera è stato osservato un minuto di silenzio, mentre il mondo dello sport, della politica e dell'imprenditoria piangono la sua scomparsa, scrive Barbara Massaro il 25 luglio 2018 su "Panorama". "È accaduto, purtroppo, quello che temevamo. Sergio, l’uomo e l’amico, se n’è andato. Penso che il miglior modo per onorare la sua memoria sia far tesoro dell’esempio che ci ha lasciato, coltivare quei valori di umanità, responsabilità e apertura mentale di cui è sempre stato il convinto promotore. Io e la mia famiglia gli saremo per sempre riconoscenti per quello che ha fatto e siamo vicini a Manuela e ai figli Alessio e Tyler". Non poteva essere che del Presidente John Elkann il primo messaggio di cordoglio per la morte di Sergio Marchionne, l'ex AD Fca scomparso a Zurigo all'età di 66 anni in seguito a complicanze post operatorie dopo un intervento alla spalla destra. E a partire dalle istituzioni nazionali per arrivare a quelle piemontesi oggi il mondo della politica, dell'imprenditoria, dello sport e dei social network ricorda colui che, tramite i migliaia di messaggi postati su Twitter, è stato definito "Un manager illuminato"; "L'uomo che ha rivoluzionato la Fiat"; "Un esempio da seguire"; "Un manager visionario e innovatore".

Il cordoglio delle istituzioni. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato un messaggio in cui a proposito di Marchionne ricorda: "La sua visione ha sempre provato a guardare oltre l'orizzonte e immaginare come l'innovazione e la qualità potessero dare maggiore forza nel percorso futuro. Marchionne ha saputo testimoniare con la sua guida tutto questo, mostrando al mondo le capacità e la creatività delle realtà manifatturiere del nostro Paese". Sul fronte della politica nazionale, tra i primi a rendere omaggio alla figura del manager è stato l'ex premier Paolo Gentiloni che ha scritto: "Grazie per il lavoro, la fatica, i risultati. E per l'orgoglio italiano portato nel mondo". 

Dalla Camera alla Fiat. La Camera dei deputati ha osservato un minuto di silenzio e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conti ha detto: "Esprimo il cordoglio mio e di tutto il governo per la scomparsa di Sergio Marchionne. Le mie sentite condoglianze alla sua famiglia e a tutti i suoi cari". Al Lingotto le bandiere sono a mezz'asta in segno di lutto e presso gli stabilimenti Fiat di Melfi e Pomigliano ci saranno 10 minuti di fermata per ogni turno annunciati da sirena. 

Le istituzioni locali. Il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino ha fatto invece sapere: "Con lui scompare la figura di un manager lungimirante e innovativo, che ha saputo dare un futuro all’industria automobilistica italiana e internazionale" e anche il sindaco di Torino Chiara Appendino ha ricordato la parabola umana e professionale di Marchionne: "Ci ha lasciato un manager globale, tenace e carismatico, uno degli uomini che più hanno segnato la storia economica del nostro Paese negli ultimi anni. A lui il merito maggiore dell’aver portato l’industria dell’auto italiana a superare il momento forse più difficile della propria storia, intuendo che solo una dimensione internazionale le avrebbe garantito un futuro solido". Onore a Marchionne anche da parte della segretaria della Cisl Annamaria Furlan che sottolinea: "Marchionne è stato un manager che ha segnato davvero un'epoca". Matteo Renzi, invece, invita gli sciacalli a tacere asserendo: "Provo disgusto per chi ancora oggi ha insultato sui social un uomo che stava morendo".

Il cordoglio social. E proprio via social network sin dallo scorso sabato - quando è stato convocato con CdA urgente per nominare il successore di Marchionne perché il presidente John Elkann aveva definito "disperate" le sue condizioni - non siano mancati i commenti polemici esposti da chi non è capace di tacere neppure di fronte alla morte. Ciononostante nel giorno del lutto predominano via Twitter e Facebook il cordoglio e la commozione per un uomo "Dalle umili origini - come ricorda qualcuno - che è stato capace di dimostrare che con tenacia, studio e sacrificio si può arrivare ovunque". Anche il mondo dello sport ha voluto commemorare la figura del manager visionario con messaggi pubblicati sugli account tanto del Torino calcio, quanto della Sampdoria. "Il Presidente Urbano Cairo e tutto il Torino Football Club - si legge su Twitter - esprimono il loro profondo cordoglio alla famiglia Marchionne per la scomparsa del dottor Sergio Marchionne, figura di spicco dell’industria automobilistica italiana e mondiale". 

I tweet più toccanti. "Scompare con lui un grande innovatore, un uomo coraggioso, un grande italiano" commenta un utente che si unisce al coro delle migliaia di italiani che hanno voluto rendere omaggio alla vita e all'operato di Marchionne. Dalle 11.27 della mattina del 25 luglio, quando è stata annunciata la morte dell'uomo che ha traghettato un'azienda in caduta libera verso la salvezza i tweet si aggiungono a decine ogni secondo e se c'è chi ricorda come Marchionne sia stato un uomo che "Prende Fiat sull’orlo del fallimento e la lascia con utile di 3,5 mld, con 2mila lavoratori che beneficiano degli ammortizzatori anziché 25mila, con la produzione della prima Jeep in Italia e Panda di nuovo a Pomigliano" un altro chiosa con: "Sergio Marchionne era un manager che ha fatto bene all’Italia alla sua immagine e allo spirito degli uomini che sanno costruirsi da soli con sacrificio". C'è poi chi, infine, ricorda alcune delle sue frasi più celebri come quando diceva: "Un emiro che mi compra una Ferrari lo troverò sempre da qualche parte, ma se nessuno mi compra più le Panda come faccio?".

Sergio Marchionne, 10 frasi da ricordare. Da cosa significa essere liberi alla sua idea di leader giusto fino al messaggio ai giovani. Ecco l'eredità del manager di Fca, scrive Simona Santoni il 25 luglio 2018 su "Panorama". Il capitano d'industria Sergio Marchionne se n'è andato. Abbracciando la filosofia del cambiamento, costi quel che costi, con decisioni spesso impopolari, ha salvato e rilanciato la Fiat. Stesso dicasi per Chrysler. Oggi che se ne va, Fca (ovvero Fiat Chrysler Automobiles, la fusione di due aziende automobilistiche passate attraverso il buio più buio) è il sesto produttore mondiale di auto. Nato a Chieti, in Abruzzo, migrato in Canada a 14 anni, viaggiatore e innovatore, dal 2003 è entrato nel mondo Fiat, inserito nel Consiglio di amministrazione del Lingotto da Umberto Agnelli. Quindici anni dopo è forte la sua eredità. Ecco 10 frasi da ricordare di Sergio Marchionne. Mentre parlava di leader, capitalismo, strade da scegliere, libertà. 

FIAT A TESTA ALTA. Fine novembre 2004, a Toronto per ritrovare sua madre, Sergio Marchionne era presente alla cena di gala dell'Associazione nazionale carabinieri. Al giornalista Alan Patarga del Corriere Canadese, quando la Fiat di Marchionne ancora non esisteva, disse una frase tra il vaticinio e la promessa: "Torneremo in America, con Fiat e soprattutto con Alfa, e non ci prenderanno più in giro".

IL LEADER GIUSTO. Dalla lectio magistralis per il conferimento della laurea ad honorem in Ingegneria gestionale, Politecnico di Torino, 27 maggio 2008. "La vera validità di un amministratore delegato oggi si può pesare soltanto in termini di impatto umano che ha sulla sua struttura. Suo compito più importante è quello di scegliere i leader giusti e metterli nei posti giusti. Per leader giusti intendo persone che hanno il coraggio di sfidare l'ovvio, di seguire strade mai battute, di rompere schemi e vecchie abitudini che sono visibili alla concorrenza, di andare oltre a quello che si è già visto. Uomini e donne che comprendono il concetto di servizio, di comunità e di rispetto per gli altri. Sono persone che agiscono con rapidità ma hanno la capacità di ascoltare. Sono affidabili, nel senso che mantengono sempre le promesse e non fanno promesse che non sono in grado di mantenere. E soprattutto hanno la visione del loro agire in un contesto sociale".

IL PROFITTO. Così Sergio Marchionne ha parlato agli studenti dell'Università Luiss, a Roma, il 27 agosto 2016: "Esiste un limite oltre il quale il profitto diventa cupidigia e coloro che operano in un libero mercato hanno anche l'obbligo di agire entro i limiti di ciò che una buona coscienza suggerisce". 

IL MESSAGGIO AI GIOVANI. E ancora: "Siate come i giardinieri, investite le vostre energie e i vostri talenti in modo tale che qualsiasi cosa fate duri una vita intera o perfino più a lungo".

IL VIAGGIO. Giovedì 26 agosto 2010 al Meeting di Rimini il manager italocanadese si confronta con una platea di giovani. Parlando delle difficoltà dello sradicamento e del viaggio, come pure delle sue opportunità: "Ho dovuto abituarmi presto a cambiar casa, abitudini e amici. Avevo 14 anni quando la mia famiglia si è trasferita in Canada e vi confesso apertamente che non è stato facile. Non è mai facile iniziare tutto da capo, in una terra sconosciuta, in una lingua straniera, imparare a gestire la solitudine di alcuni momenti, non è facile lasciare le certezze del tuo mondo abituale per le incertezze di un mondo nuovo. [...] Ma è proprio per questo che viaggiare, cambiare ambiente e conoscere altre culture è uno straordinario modo per crescere e per farlo in fretta. Il contatto con un mondo sconosciuto è qualcosa che ti cambia nel profondo, perché ti costringe a contare solo sulle tue forze e a superare i tuoi limiti. 

COSA SIGNIFICA ESSERE LIBERI. Sempre dal Meeting di Rimini del 2010: "Se c'è una cosa che ho imparato in tutti questi anni è che la prima garanzia che dobbiamo conquistarci per poter scegliere è la libertà; essere liberi significa avere la forza di non farsi condizionare, essere liberi vuol dire anche trovare il coraggio di abbandonare i modelli del passato e le vecchie abitudini e dipendenze. Le strade comode e rassicuranti non portano da nessuna parte e di sicuro non aiutano a crescere; fanno solo perdere il senso del viaggio. 

IL CAMBIAMENTO. Il 22 settembre 2007 Sergio Marchionne interviene al XXXI Convegno di Economia e politica industriale di Foggia: "Una società liberale che vuole durare nel tempo deve difendere chi è colpito dal cambiamento".

IMPRENDITORE E "DISTRUZIONI CREATIVE". Sempre dal XXXI Convegno di Economia e politica industriale: "Il ruolo dell'imprenditore in economia è quello di stimolare investimenti e innovazione e quindi provocare una serie di “distruzioni creative”".

L'ITALIA. In un'intervista a Repubblica del 23 ottobre 2007, Sergio Marchionne dice: "L'Italia è un paese che deve imparare a volersi bene, deve riconquistare un senso di nazione".

LA SOLITUDINE DEL CAPO. È della stessa intervista anche questa riflessione sulla leadership: "La leadership non è anarchia. In una grande azienda chi comanda è solo. La collective guilt, la responsabilità condivisa, non esiste. Io mi sento molte volte solo".

Tutte le auto dell'era Marchionne. Dall'eredità della crisi del gruppo Fiat al successo di FCA: quattordici anni di modelli, scrive Edoardo Frittoli il 24 luglio 2018 su "Panorama". Quando Sergio Marchionne approdò alla guida del Fiat Group nel 2004, ereditò il listino dell'ultima gestione nelle mani del suo predecessore Giuseppe Morchio, il manager fortemente voluto da Umberto Agnelli, scomparso proprio il 27 maggio dello stesso anno. L'esperienza dell'Ad Morchio terminò bruscamente dopo la nomina a Presidente del gruppo Fiat di Luca Cordero di Montezemolo, avendo solamente iniziato il piano di ristrutturazione di un'azienda in forte perdita in molti comparti (situazione che portò tra l'altro alla vendita di Fiat Avio). Il listino dei modelli dei marchi del gruppo non era più confortante: erano gli anni della Stilo, dell'Idea e della Multipla. L'unica novità di rilievo era stato il lancio della nuova Panda dopo 23 anni di onorato servizio della prima serie dell'utilitaria torinese. Alfa Romeo aveva ancora la 156 arrivata ormai al tramonto e le poco apprezzate 166. Lancia poteva contare praticamente solo su Ypsilon e Musa.

FIAT

Fiat Grande Punto. Nata dalla matita di Giorgetto Giugiaro era un evoluzione della Punto degli anni '90, basata su pianale in comune con General Motors. Sarà prodotta fino al 2012 quando proseguirà la sua presenza in listino con il solo nome Punto.

Fiat Croma. Anche la familiare che riprendeva il nome dall'ammiraglia Fiat degli anni '80 era un progetto comune con Opel-GM, con cui il marchio torinese si riaffacciava alla fascia alta del mercato. Mandò in pensione senza molti rimpianti la Stilo Multiwagon. Resterà in produzione fino al 2010.

Fiat Sedici. La compatta 4x4 è frutto di una joint venture con la giapponese Suzuki (SX4). Fu infatti costruita negli stabilimenti ungheresi della casa nipponica ed ebbe un buon riscontro di vendite fino all'uscita dai listini nel 2014. Fiat 4WD. Anche la piccola 4WD fu disegnata dalla matita di Giugiaro.

Fiat Bravo. Mentre il 2006 sarà l'anno della apprezzata due volumi Fiat Bravo, due importanti novità nella gamma Fiat (che nel frattempo aggiorna la corporale identità con il nuovo logo che ricorda quello degli anni '60) usciranno nel 2007:

Fiat 500. Ancora oggi un best-seller, prese forma da una concept-car presentata a Ginevra nel 2004, la Trepiuno, che suscitò l'interesse di molti. Alla sua presentazione parteciparono 100.000 persone lungo le rive del Po. Prodotta in Polonia ed in Messico, sarà la spina dorsale del nuovo corso della Fiat di Sergio Marchionne. Sarà proprio l'Ad italo-canadese a presentarla negli Stati Uniti, dove la Fiat ritornava sul mercato dopo più di trent'anni di assenza totale. Dal lancio ad oggi la 500 ha già affrontato due restyling. Disponibile anche nella versione cabrio e con motore bicilindrico Multiair.

Fiat Freemont. Nel 2010 sarà la volta del Suv Fiat "Freemont", nient'altro che un'operazione di rebadging della Dodge Journey precedentemente uscita anche sul mercato italiano con il logo della casa Usa e di due restyling di modelli precedentemente in listino, il multispazio "Doblò" e la "Fiat Punto Evo". L'anno successivo, il 2011 sarà la volta della terza serie della Panda, che si caratterizza per le forme tipiche con quadrati dagli angoli stondati. Nel 2012 sarà completata la famiglia della 500 con la versione di dimensioni maggiori:

Fiat 500L. Il successo importante della piccola di casa Fiat lanciata 5 anni prima spinse la Fiat a sfruttarne il nome per il modello che manderà in pensione la Idea, la Musa e la Multipla, la 500 "Lunga" pur conservando le linee caratteristiche della sorella minore è un vero sport utility urbano. Si pone sul mercato come diretta concorrente della Mini Countryman. Il successo non si farà attendere, e la 500L sarà presto affiancata dal modello a passo lungo 500L "Living".

Fiat 500X. Nel 2014 a completare la famiglia della 500 sarà introdotta la crossover della serie, la 500X. La crossover torinese nasce sul pianale della sorella americana Jeep Renegade, ed è disponibile anche in versione a trazione integrale.

Fiat Tipo. Nel 2015 arriverà la nuova fiat Tipo, proposta nelle versioni a 2,3 e monovolume ed il primo restying della 500, dopo 8 anni di presenza nei listini, mentre nel 2016 la Fiat di Sergio Marchionne uscirà con la nuova interpretazione di un mito della casa di Torino, la due posti "124 Spider".

ALFA ROMEO

Quando Sergio Marchionne si insediò ai vertici del gruppo Fiat il manager trovò come nel caso della Fiat alcuni modelli a fine corsa come la 156 e la 147 (un buon successo per entrambe ma ormai datate). Durante il primo anno della direzione di Marchionne fu lanciata la 159, una vettura nata nel segno della continuità con la precedente 156. In Italia avrà particolare successo la versione Sportwagon. Oltre all'aggiornamento della Spider con uno stile aggiornato alle linee della 159, l'operazione più importante per il biscione. Si trattava della piccola di casa Alfa Romeo:

la Alfa Romeo MiTo. Costruita a Mirafiori sul pianale della Grande Punto, esordisce nel 2008. E'ispirata alla superar 8C Competizione ma è l'Alfa per tutti, in particolare rivolata ad un pubblico di giovani e giovanissimi. Buono il successo nei 10 anni di permanenza in listino.

Due anni dopo la MiTo sarà la volta di un'altra Alfa che porta un glorioso nome del passato:

la "Giulietta". Prende il nome dalla gloriosa berlina degli anni '50 ed esce in occasione del centenario del biscione. Nel 2013 sarà la volta della piccola coupé sportiva 4C, costruita a Modena negli stabilimenti Maserati. La linea richiama le gloriose stradali da competizione degli anni '60-70 (Disco Volante, 33, Giulietta Sprint).

Alfa Romeo Giulia. E' presentata nel 2016 e si pone nel segmento delle berline di lusso presidiato da Audi e Bmw, secondo l'impostazione voluta da Sergio Marchionne per il ricollocamento del marchio verso le fasce più alte del mercato. Nella versione più potente, la Giulia monta un V8 biturbo da 510 Cv di derivazione Ferrari. La Giulia sarà affiancata dal primo Suv con il marchio del biscione, la Stelvio.

LANCIA

Sotto la direzione di Sergio Marchionne, il glorioso marchio di Chivasso è stato quello maggiormente ridimensionato: oggi ha praticamente soltanto un modello in listino, la Ypsilon. Quando Fiat si unì a Chrysler nel 2007, Marchionne iniziò un piano di re-badging con modelli Chrysler in listino, rinominando la berlina 300C come "Thema" e il monovolume Grand Voyager come "Lancia Voyager" dal 2011 in avanti. Tutti i progetti nati negli anni precedenti l'arrivo del manager italo-canadese furono accantonati (soprattutto quello della nuova "Fulvia Coupè")

JEEP

Nel 2009 Fiat acquisisce il 20% delle azioni di Chrysler e quindi anche del marchio che rappresenta il fuoristrada più famoso del mondo. Nel 2011 Fiat controllerà la maggioranza azionaria del marchio Usa sotto la guida di Sergio Marchionne. La casa torinese ereditava modelli già commercializzati in Italia ma concepiti per il mercato americano e semplicemente adattati nei propulsori per il mercato europeo. Dal 2012 in poi le fuoristrada a stelle e strisce saranno ri-progettate su pianali comuni con le altre vetture del gruppo. Il nuovo corso di Jeep avrà nella compatta Renegade la sua punta di diamante in termini di apprezzamento e di vendite. Il marchio Jeep è quello sul quale Sergio Marchionne ha scommesso di più, con l'annuncio di 10 nuovi modelli nei prossimi anni.

FERRARI E MASERATI

I due mitici marchi italiani erano da anni nel gruppo Fiat quando arrivò Marchionne nel 2004. La Maserati fu ceduta da De Tomaso alla casa torinese nel 1993. Passata al gruppo Ferrari, rientrerà nel Fiat Group nel 2005. Il suo mercato è globale, in particolare radicato in Nord America. Sotto la guida dell'italo-Canadese brillano gli astri delle Ghibli nelle versioni berlina e cabrio, affiancate dal Suv Levante. Nel 2014 la casa del tridente compie 100 anni, e Marchionne avrebbe sognato un ritorno del marchio in F1 come avvenuto per Alfa Romeo. L'ultima novità presentata proprio in occasione del centenario è òa Alfieri. Nel periodo di Sergio Marchionne il marchio modenese fa un grande balzo in avanti interini di produzione, passata da poco più di 6.000 unità alle oltre 46.000 del 2016.

Per quanto riguarda Ferrari, la storia del mito di Maranello segue un percorso diverso rispetto agli altri marchi del gruppo FCA. Sergio Marchionne rileva le quote acquisite in precedenza dalla finanziaria di Abu Dhabi Mubadala. Nel 2015 Sergio Marchionne quota alla Borsa di New York e l'anno successivo, dopo averla scorporata da FCA, anche alla borsa di Milano. All'arrivo del manager italo-canadese i modelli di punta Ferrari erano la F430 e la 360 Modena. Gli anni di Marchionne hanno visto il successo di modelli come la 599 Fiorano, la 612 Scaglietti, la superar "LaFerrari", la cabrio California e la 458 Italia fino all'ultima 488 Pista. Ad oggi il fatturato è di circa 3,5 miliardi di euro. Marchionne lascia la guida di Ferrari con la rossa di Maranello all'inseguimento di Mercedes, con il "suo" Sebastian Vettel al secondo posto nella classifica piloti. Il manager era subentrato alla guida della Scuderia nel 2014, prendendo il posto di Luca Cordero di Montezemolo.

Marchionne, perché in Italia in molti non lo hanno amato. La figura del manager è stata controversa soprattutto per un motivo: ha affrontato di petto la globalizzazione, contro le stesse tradizioni di casa Fiat, scrive Andrea Telara il 24 luglio 2018 su "Panorama". Chi era meglio tra Vittorio Valletta, l’avvocato Gianni Agnelli, Cesare Romiti e Sergio Marchionne? Da quando il numero uno di Fiat-Chrysler è uscito di scena per improvvisi e irreversibili problemi di salute, tutta la stampa italiana ha passato in rassegna la storia del gruppo automobilistico torinese lasciando spazio immancabilmente al confronto tra il presente e il passato. 

Fuori dal baratro. A Sergio Marchionne viene riconosciuto il merito indiscutibile di avere risanato la Fiat, trasformandola da azienda sull’orlo del baratro nel baricentro di una multinazionale, il gruppo Fca, che ha inglobato il colosso statunitense Chrysler, azzerato i propri debiti, macinato un bel po’ di utili e fatto faville in borsa. Eppure, nonostante questi risultati certificati nero su bianco dai bilanci, oggi la figura di Sergio Marchionne resta controversa, molto più di quelle dei suoi predecessori. Lo è, in particolare, per una parte del sindacato (i metalmeccanici della Cgil riuniti nella Fiom) e per una fetta importante della sinistra, come testimoniano le recenti analisi di alcune testate giornalistiche e di alcuni esponenti politici, dal Manifesto al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, sino all’ex-leader di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti.

La filosofia di Sergio.  Tutti loro, aldilà delle dichiarazioni di rito sull’umana pietà che si deve a una persona in fin di vita, hanno in sostanza dipinto Marchionne come un manager poco sensibile agli interessi dell’Italia, che ha tolto diritti ai lavoratori. Ma era davvero così, l’uomo che in 14 anni ha cambiato i connotati alla vecchia Fiat? Una risposta ha provato a darla su le pagine de Lavoce.info l’economista Fabiano Schivardi, professore alla Luiss. Ricordando i risultati raggiunti dal manager in 14 anni di gestione, Schivardi ha sottolineato le critiche che gli furono rivolte, testimonianza del fatto che il nostro Paese ha di fatto rigettato la “filosofia Marchionne”, anche se la maggioranza dei dipendenti dell’azienda ha approvato con un referendum i contratti sindacali tanto contestati dalla Fiom. 

Un rivoluzionario alla Fiat. A ben guardare, secondo Schivardi, la vera colpa imputata a Marchionne è quella di esser stato rivoluzionario nel modo di concepire le relazioni industriali, un manager che ha affrontato “la sfida della globalizzazione apertamente, senza sostegno pubblico e senza contare troppo su un mercato domestico ormai aperto alla concorrenza”. Un caso emblematico di questa filosofia è la scelta dell’ex-amministratore delegato di Fiat di chiudere a suo tempo l’impianto di Termini Imerese, vicino a Palermo, giudicato insostenibile. Il governo di allora, ricorda l’economista della Luiss, propose un vecchio scambio a cui la politica italiana era avvezza: “un prolungamento degli incentivi alla rottamazione in cambio del mantenimento dell’impianto siciliano”. La risposta di Marchionne fu negativa perché, spiega Schivardi, pensava che un’impresa in grado di competere sui mercati internazionali non può permettersi di avere impianti strutturalmente in perdita”.

Diverso dagli altri. “Questa logica, quasi banale nella sua semplicità, rappresentò una rottura epocale nei rapporti fra politica e impresa”, scrive l’economista della Luiss che aggiunge: . “Fiat smetteva di contare sull’aiuto pubblico, ma anche di farsi carico di obiettivi che sono propri dello stato, come promuovere lo sviluppo in certe aree del paese. Fu uno shock la cui importanza è ancora poco compresa”. L’uomo che ha guidato la Fiat per quasi tre lustri e l’ha ribaltata come un calzino aveva dunque il “torto” di essersi comportato molto diversamente rispetto ai suoi predecessori. Per questo, la sua figura è oggi controversa, come tutte quelle di chi ha avuto il coraggio di sfidare la tradizione, a cominciare da quella di casa Fiat. 

Sergio Marchionne, Sergio Rizzo: "Lui? Ecco cosa mi ha lasciato sempre perplesso", scrive il 25 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". La scomparsa di Sergio Marchionne tiene banco anche a In Onda, il programma su La7 di David Parenzo e Luca Telese. Della sua scomparsa e delle prospettive del gruppo ne parla Sergio Rizzo, il vicedirettore di Repubblica ospite in studio, che parte anche con una critica all'ex ad: "Marchionne - sottolinea - ha interpretato in modo così estensivo il suo ruolo di manager internazionale che ha portato la sede della Fiat fuori dall'Italia. Questa scelta mi ha sempre lasciato perplesso". Dunque, sul futuro del gruppo, spiega: "Adesso cosa succede? Manager così non si sostituiscono in dieci minuti. Fca è il settimo produttore di automobili al mondo. Ma è fuori dalla cinquina: abbattuto il debito la prospettiva non può che essere quella, entrare nei primi cinque", conclude Rizzo.

Sergio Marchionne, l'ultimo miracolo: fa pentire anche i vescovi che lo avevano criticato, scrive il 26 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". La Cei si pente e dopo le critiche di due giorni fa sulle «ricadute sociali» del suo operato, ora, nel giorno della morte, rivaluta Sergio Marchionne. «Ricordo», spiega il cardinale di Perugia e presidente della Cei, Gualtiero Bassetti «il dirigente d' azienda che, con coraggio e intelligenza, ha saputo scrivere una delle più importanti pagine di storia industriale degli ultimi decenni. In questo momento in cui la pietà cristiana supera ogni sterile polemica umana, prego per lui il Signore perché lo accolga nella sua pace e doni consolazione a quanti lo hanno avuto caro». Monsignor Bassetti sottolinea anche le umili origini di Marchionne «emigrato con la sua famiglia in Canada dove ha potuto studiare e realizzarsi come padre e come professionista». 

Sergio Marchionne, Daria Bignardi svela la verità: "Genio? No, scrive il 25 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". Daria Bignardi affida a Vanity Fair il suo personale ricordo su Sergio Marchionne. La giornalista sembra essere una voce fuori dal coro rispetto a tutti i messaggi di rito di cordoglio e di rispetto per l'imprenditore italo-canadese scomparso oggi a 66 anni e l'ha voluto ricordare a modo suo. Per lei il successo che ha avuto è dovuto non al fatto di essere "un genio, ma un'intelligenza e un DNA eccezionali". Contemporaneamente è stato segnato da "un destino molto faticoso", specialmente dopo un evento in particolare. Secondo la giornalista, infatti, il momento che ha più segnato Marchionne è stata la morte della sorella Luciana. I due fratelli avevano tanto in comune: l'essere degli studenti eccezionali e delle persone intraprendenti. Infatti, Luciana era riuscita ad avere una cattedra in Letteratura a Toronto a soli 31 anni durata, però, solo un anno. Il cancro l'ha ammazzata. Tutti i grandi uomini hanno un lato privato in cui si nascondono tutte le sofferenze e le paure e da questo non scappa nemmeno Marchionne. La sua riservatezza e dedicazione al lavoro ha portato a non parlare mai della sua vita privata sia della moglie Orlandina che dei sue due figli e, ovviamente, della morte della sorella. 

Sergio Marchionne, Nicola Porro durissimo: "Gli ipocriti che dovrebbero tacere dopo la sua morte", scrive il 25 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". Dopo la morte di Sergio Marchionne, Nicola Porro punta il dito: "È incredibile l’ipocrisia italiana sulla morte di Sergio Marchionne. Mi viene quasi da apprezzare chi, anche oggi, nonostante la sua prematura scomparsa, tace", scrive in un intervento sul suo blog (dove pubblica anche un video: clicca qui per vederlo). Porro ricorda che "Marchionne è stato odiato, come pochi manager in Italia. Almeno dalla fine degli anni 70 in poi. Parliamoci chiaro, il fenomeno Landini, ve lo ricordate, coccolato da tutte le Tv e giornali, nasce proprio come interprete del ‘sindacalista buono’ in contrasto con il manager spietato e affamatore di diritti". L'accusa è contro gli ipocriti, insomma, contro chi ora piange Marchionne dopo averlo attaccato per anni. "Qualcuno - riprende - si ricorda i titoli di Repubblica e non solo ovviamente sul 'Patto disuguale' riferito al referendum sul nuovo contratto di Fiat a Mirafiori e in Italia? Vi ricordate tutte le pippe sulla 'negazione dei diritti' che quel contratto avrebbe previsto. Non capendo che quel contratto salvava le fabbriche in Italia". Dopo aver ricordato l'annuncio di Marchionne di assumere, nel gennaio 2015, mille dipendenti interinali a Melfi, da confermare solo dopo l'ok al jobs act, e le polemiche che ne seguirono, Porro si chiede: "Ecco, secondo voi, è questo un manager che può tanto essere celebrato dal giornalista e opinionista unico in questo paese?".

Dramma Marchionne: i commenti pro e contro e il "rumoroso" silenzio di Fiom e Cgil. Camusso non parla, Landini: "Ci sono momenti in cui è meglio star zitti". Le posizioni di chi lo accusa e quelle di chi lo difende, scrive I. Dessì il 23 luglio 2018 su "Tiscali". “Per ora non rilascio dichiarazioni su Sergio Marchionne”, risponde via sms Maurizio Landini quando Tiscali News gli chiede un commento su Sergio Marchionne, ex Ad di Fca, ricoverato in terapia intensiva in condizioni definite irreversibili all’ospedale universitario di Zurigo. Una risposta decisa, probabilmente meditata. Nulla di scortese, perché lo stile del leader sindacale è solitamente quello della disponibilità e della gentilezza. Una risposta necessitata semmai dalla situazione particolare, dall’esigenza di rispettare la persona, o forse di non prestare il fianco a strumentalizzazioni. O più semplicemente perché “ci sono momenti in cui è meglio stare zitti”.

La posizione Cgil. Si tratta del resto di una posizione comune a tutta la Cgil, particolarmente silenziosa in questo momento penoso e critico per il manager di FCA. Nessuna dichiarazione arriva dall’ex segretario della Fiom, ma neppure dal segretario nazionale della Cgil Susanna Camusso. In effetti non dev’essere facile esprimere pareri in momenti come questo per chi è stato impegnato in battaglie all’ultimo sangue con il top manager del Lingotto, a volte vincendo e a volte soccombendo. Basterebbe ricordare le tante vertenze, gli scontri sindacali, i referendum che decretarono il sì alla linea aziendale, e – viceversa – le sentenze che riportarono i delegati Fiom dentro la fabbrica dopo il licenziamento. Davanti alla situazione personale di Marchionne sono in molti a scegliere dunque la linea del silenzio. Ma non tutti. Alcuni di quelli che non ne hanno condiviso le scelte, contestandogli la responsabilità del peggioramento dei diritti dei lavoratori e dei rapporti con il sindacato, fanno una distinzione tra la comprensione per l'uomo e le sue scelte manageriali, e incalzano.

Il commento di Bertinotti. L’ex leader sindacale (Cgil) ed ex parlamentare Fausto Bertinotti per esempio stigmatizza la gestione dell’ad di Fiat e Fca. "La divisa che ha vestito – sostiene in una intervista su Repubblica - è quella del capitalismo globale finanziario che ha portato una contrazione di civiltà". Non è facile dunque eleborare in queste ore difficili per lui e la sua famiglia un’analisi che è certamente "severa" sul dirigente aziendale ma che non tocca minimamente "l'umanità della persona".

Marchionne con Luca Cordero Di Montezemolo. A parere dell’ex leader di Rifondazione Comunista non va dimenticato che Marchionne condusse “Fiat in un progetto di internazionalizzazione. Un progetto riuscito forse per l'azienda ma che la portò dai 120 mila dipendenti del 2000 ai circa 29 mila di oggi". Senza dimenticare, aggiunge Bertinotti, che "Mirafiori e Pomigliano d'Arco erano luoghi d'eccellenza nel mondo e oggi Mirafiori è un deserto e Pomigliano una striscia di cassintegrazione".

Airaudo, Epifani e Rossi. Una scia su cui si pone anche Giorgio Airaudo, ex segretario della Fiom provinciale torinese e parlamentare, che contesta al manager dal pullover blu di “aver trasformato la Fiat in un'azienda apolide, sradicata dall'Italia: il tutto nel plauso dei governi, che gli hanno permesso tutto, senza chiedere mai". A fronte di questo "i risultati sono stati ottimi per gli azionisti, gli Agnelli dovrebbero dedicargli un monumento". Per l'ex leader della Cgil ed ex segretario Pd, oggi deputato di Liberi e Uguali, Guglielmo Epifani, "Marchionne è stato un abilissimo uomo di finanza capace di utilizzare le risorse finanziarie, compresi i prestiti, per la salvezza e il rilancio dell'azienda. Meno brillante è invece il risultato industriale, dove tutti gli obiettivi di produzione e vendita non sono stati raggiunti, e anche di molto". In una editoriale su Articolo Uno Epifani sostiene che Marchionne aveva ragione a difendere il primato tecnologico del gruppo sull'alimentazione a metano, ma aveva torto quando per dieci anni continuava a dire che il futuro dell'auto non sarebbe stato nell'elettrico". Altri come il governatore della regione Toscana Enrico Rossi battono sulla “residenza in Svizzera per pagare meno tasse, il Progetto Italia subito negato, il baricentro aziendale che si sposta in Usa, la sede legale di Fca in Olanda e quella fiscale a Londra", fino al suo "autoritarismo in fabbrica per piegare lavoratori e sindacati”. Mentre il Manifesto ricorda come Marchionne abbia “tolto diritti ai lavoratori e portato il gruppo dell'auto via dal Paese”.

Fassina. Si tratta di considerazioni che in qualche caso sollevano reazioni veementi, come nel caso di Rossi, a favore del quale spezza tuttavia una lancia Stefano Fassina con un tweet. "Marchionne è stato manager straordinario. Assoluto rispetto per la persona, in particolare ora. Come tutti i manager ha fatto gli interessi degli azionisti e, come sostenni allora, ha trattato i lavoratori soltanto come variabile di costo. Gli attacchi al post di Enrico Rossi sono strumentali", scrive l'esponente di Leu. 

Gli altri sindacati. Mentre la Cgil si barrica dietro un “rumoroso” silenzio, gli altri sindacati invece parlano. “Speriamo che Mike Manley, nuovo Ceo di Fca, lavori in continuità con il grande lavoro fatto negli ultimi 14 anni da Sergio Marchionne, che ha salvato il gruppo Fca dal fallimento con scelte illuminate ed una straordinaria capacità di innovazione industriale", afferma la segretaria della Cisl Annamaria Furlan. Mentre Carmelo Barbagallo della Uil si augura che il nuovo Ceo “raccolga l’eredità lasciata da Marchionne con la stessa attenzione per i risvolti occupazionali”.

Confindustria. Ma le bocche serrate e la cautela non abbondano soltanto nella Confederazione Generale del Lavoro, anche da Confindustria arrivano frasi misurate. La confederazione degli imprenditori, che ebbe con Marchionne uno scontro sfociato nell’uscita di Fiat dall’organizzazione, misura in un certo senso le parole. Anche se il presidente Vincenzo Boccia afferma: "Sergio Marchionne è stato un uomo di rottura, oggi diremmo disruptive. E la decisione che prese allora resterà come il gesto più clamoroso dello storia confindustriale. Ma l'omaggio che voglio rivolgergli in ore così drammatiche è riconoscere come la cesura sia servita". Sul Corriere della Sera, parlando dello 'scisma' che nel 2012 portò la Fiat fuori da Confindustria aggiunge: "Del resto si va avanti per traumi o per confronti. Marchionne scelse la prima strada e noi invece siamo arrivati più tardi, l'approdo però è lo stesso".

Montezemolo. Il mondo imprenditoriale è dunque, come sempre, ponderato ma riconosce il valore di Marchionne. E qualcuno fa di più. A non risparmiare gli elogi è Luca Cordero di Montezemolo. “E’ uno dei più grandi manager internazionali - dice l'ex presidente della Ferrari- Abbiamo iniziato e proseguito insieme un lungo e proficuo pezzo di strada alla Fiat negli anni più drammatici con grande spirito di amicizia e collaborazione. Abbiamo avuto nel passato recente contrasti anche molto duri. Ma mai ho messo in discussione il coraggio, la capacità e la visione di Sergio, che hanno permesso salvataggio e rilancio del primo gruppo industriale italiano e contribuito a modernizzare le relazioni sindacali nel paese. Sono vicino alla sua famiglia".

Il governo. Commenti sulla figura dell’ex ad Fiat arrivano anche dall’esecutivo. Matteo Salvini su Twitter indirizza a Marchionne e alla sua famiglia “un pensiero di riconoscenza, rispetto e augurio”. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli su Radio 1 evidenzia come “certamente ci sono luci ed ombre" nel suo operato: "aver investito per troppo tempo ancora su motori a gas metano come rappresentazione del futuro credo sia un'ombra perché in realtà è l'elettrico o addirittura l'idrogeno il futuro della mobilità". A sua volta Luigi Di Maio si dichiara addolorato per la notizia che “Marchionne stia male e in un momento così difficile credo ci voglia rispetto per il dolore dei suoi familiari”. Aggiungendo poi di essere dispiaciuto per “non aver avuto modo di confrontarmi con lui sul futuro dell'auto elettrica". Di Maio cerca poi di rassicurare gli italiani sul futuro di Fca. “Dobbiamo essere preoccupati e al tempo stesso voglio sincerare tutti che l'Italia è un paese che investirà nell'automotive e soprattutto nell'automotive elettrico", dichiara il vice presidente del Consiglio al termine di un incontro con gli ambasciatori del G20. Quello sull'auto elettrica, aggiunge "è un dibattito che anche Fca ha sdoganato". "Ci saranno grandi opportunità - osserva - sia per il trasporto pubblico che per quello privato".

Renzi. In una intervista a La Stampa l'ex premier ed ex segretario Pd Matteo Renzi afferma che Marchionne “è stato un gigante: ha salvato la Fiat quando sembrava impossibile farlo. E ha creato posti di lavoro, non chiacchiere". Rivela che lui gli telefonava per avere consigli. Afferma che “una parte di Pd lo identificava col 'padrone', ma il lavoro si crea con l'impresa, non con l'assistenzialismo. Se l'Italia avesse avuto altri Marchionne oggi avremmo un'Alitalia competitiva o qualche banca italiana forte in giro per il mondo". In ogni caso resta la vicinanza per la persona e la sua famiglia da parte di tutti. Anche se le polemiche - come si vede -  non mancano. Sono relative alle politiche industriali percorse da Marchionne ma anche a certe posizioni manifestate dalle parti politiche. Di Maio, per esempio, osserva al termine dell'incontro con gli ambasciatori G20: "Magari con Marchionne non siamo andati d'accordo in questi anni quasi su nulla, ma vedere una certa sinistra che quando era potente gli ha permesso di fare ciò che voleva, mentre adesso che è su un letto di ospedale lo attacca, è veramente miserabile. Bisogna rispettare chi sta male". E c'è chi ne fa una questione di coerenza, nonostante tutto. "Non ho nulla da rimproverarmi - afferma convintamente Enrico Rossi - In un momento doloroso, con profondo rispetto verso la persona, ci sono stati alcuni politici che hanno pensato di dire che Marchionne ha fatto sempre tutto bene, e ci sono quelli come me che hanno sottolineato che Marchionne è stato una persona capace soprattutto per gli azionisti, ma lo è stato meno per i lavoratori e per gli interessi industriali del Paese". Nonostante "una certa simpatia personale", si tratta di "una valutazione strettamente politica, ho pensato dovessi dirlo liberamente". 

La Cgil ricorda Marchionne ma lo rimprovera: ​"Non volle dialogare". L'affondo della Cgil: "Marchionne non ha saputo né voluto indirizzare l’azienda che guidava al dialogo e alla collaborazione con una parte importante dei lavoratori italiani", scrive Raffaello Binelli, Mercoledì 25/07/2018, su "Il Giornale". Parole di apprezzamento e stima, ma c'è spazio anche ad una dura critica. La Cgil non si smentisce e, dopo la notizia della morte dell'ex ad di Fca, non cambia opinione nei suoi confronti. "La segreteria della Cgil - si legge in una nota - esprime alla famiglia e alla compagna di Sergio Marchionne il suo cordoglio e quello di tutta la Confederazione per la scomparsa del loro congiunto. Sergio Marchionne, cui è sempre andata la stima della Cgil, ha l’indubbio merito di aver salvato un’azienda morente. Uomo di grande intelligenza e capacità manageriale, è stato in grado di non soffermarsi ai problemi di breve periodo, ma di guardare oltre, rivitalizzando e rilanciando un’impresa in grande difficoltà, portando il suo core business nel cuore del mercato automobilistico più importante, facendola diventare uno dei grandi player globali del settore". "Duro negoziatore, bravo organizzatore, non ha però saputo né voluto indirizzare l’azienda che guidava al dialogo e alla collaborazione con una parte importante dei lavoratori italiani - ricorda la Cgil - Una scelta, sanzionata dalla Corte Costituzionale, costata conflitto, arretramenti, incomprensioni, che si sono riverberati, oltre che nelle relazioni sindacali, nella società e negli sviluppi industriali. L’aver praticato la divisione sindacale e aver abbandonato la contrattazione nazionale, infatti, sono state opzioni non imposte dalla contingenza industriale, finanziaria o economica. Oggi - si legge infine nella nota - mentre permangono molte incognite sul futuro delle produzioni e dei livelli occupazionali in Italia, FCA ha la necessità di adottare un piano industriale e di affrontare i nodi ancora irrisolti che restano e si ripropongono non solo alla nuova dirigenza, ma alla stessa proprietà e ai decisori pubblici". In una nota Francesca Re David, segretaria generale Fiom- Cgil, scrive che Marchionne è "un uomo con cui in questi anni ci siamo aspramente confrontati e che ha rappresentato un modello di relazioni sindacali, che è stato all'origine di un profondo conflitto con la Fiom. Marchionne è stato un avversario di cui riconosciamo il valore. Alla famiglia vanno le condoglianze della nostra organizzazione".

Del Turco: «Così la Fiat sconfisse il sindacato… Per fortuna». “L’arrivo di Marchionne è certamente stato un evento straordinario nella storia della Fiat. Intervista di Giulia Merlo del 25 luglio 2018 su "Il Dubbio". Da dirigente sindacale di componente socialista nella Cgil, Ottaviano Del Turco visse al fianco di Luciano Lama gli anni difficili della lotta con la dirigenza della Fiat negli anni Settanta: entrò nella Fiom guidata da Bruno Trentin in pieno “autunno caldo” e dal ‘ 71 al ‘ 74 fu il leader del sindacato metalmeccanico romano, da segretario generale aggiunto gestì la durissima vertenza del 1980, conclusasi con una drammatica sconfitta del sindacato. Oggi, in una congiuntura drammatica per la storia dell’industria più rappresentativa del Paese, in bilico dopo l’uscita di scena di Sergio Marchionne, Del Turco ricorda gli scontri di quegli anni e analizza i cambiamenti recenti.

Che cosa ha rappresentato la Fiat per l’Italia e per il sindacalismo?

«La Fiat era senza dubbio l’azienda più rappresentativa della realtà metalmeccanica del Paese. Fu anche il modello esemplare per decidere quale era la natura del sindacato e quale la natura dell’imprenditoria italiana. Nel dopoguerra, l’azienda riprese il suo posto a capo del settore metalmeccanico e sfidò il sindacato a viso aperto su un terreno che ci impegnò in modo decisivo».

Più più una sfida o più uno scontro?

«Per risponderle, le dico che io appartenevo a quella parte di sindacato che non riusciva a digerire l’idea che un’azienda come la Fiat, che dava un salario e un lavoro a migliaia di operai, rappresentasse un problema. Per me è stata una sfida, da accettare e da vincere. La verità, purtroppo, è che abbiamo invece perso spesso».

Perchè?

«Perchè affrontavamo un gigante, ma lo facevamo coi piedi d’argilla. Nel dopoguerra, la Fiat di Valletta ha vinto con grande intelligenza la sua battaglia con il sindacato e in questa vittoria vedo una parte di responsabilità dei nostri gruppi dirigenti locali, che erano convinti di combattere una battaglia decisiva più per la loro storia personale e politica che per quella collettiva. Questo è stato il nostro errore più grande e lo abbiamo pagato caro».

A che livello di tensione era il conflitto con la dirigenza?

«I rapporti erano molto complicati, perchè i dirigenti della Fiat affrontavano il loro rapporto col sindacato con lo stesso cipiglio con cui i sindacalisti pensavano di governare le lotte operaie. Ognuno, su fronti opposti, ha contribuito a fare errori, ma chi li ha pagati più cari siamo stati noi».

Quale è stato il vostro errore principale?

«Quello di stabilire con l’azienda un rapporto di conflittualità prima di tutto ideologica, con tutti i rischi che questa ideologia si ritorcesse contro chi la predicava».

Quarant’anni dopo quelle battaglie, è iniziata l’era di un amministratore come Marchionne, che ha portato la Fiat in una nuova fase.

«L’arrivo di Marchionne è certamente stato un evento straordinario nella storia della Fiat. Di lui, mi ha colpito moltissimo una frase, che ha usato per commentare il rapporto con il sindacato: «Che strano è il mondo: quando vado in America gli operai mi applaudono, quando vado a Torino prendo fischi e insulti»».

Come definirebbe la sua gestione dell’azienda?

«Non le dico nulla di diverso da ciò che ho sempre detto mentre Marchionne esercitava attivamente il ruolo di manager. Io credo che lui sia stato una scelta non voglio dire geniale, ma sicuramente sensata e importante per la storia della Fiat, che grazie ha lui ha avuto riconoscimenti di alto livello sia in patria che all’estero».

Teme il rischio che ora, con il cambio di vertice, si diluisca ancora la centralità dell’Italia nel futuro dell’azienda?

«In questi giorni si è esagerato nel paventare questo pericolo e, facendolo, rischiamo di non riconoscere al problema la giusta dimensione. Il punto, oggi, è affrontare insieme alla Fiat il problema della riconversione della sua politica industriale, delle sue relazioni industriali e del sistema contrattuale, con l’obiettivo di superare un problema come quello della diluizione del peso nazionale sull’azienda, che è però del tutto fisiologico».

Il gruppo dirigente di oggi è all’altezza del ruolo?

«Speriamo lo sia: chi ora si assume responsabilità importanti dopo Marchionne si dovrà cimentare con una sfida ancora più grande di quanto sembra».

E il sindacato, invece, è stato capace di rinnovarsi?

«Anche il sindacato è cambiato e credo anche che abbia fatto tesoro degli errori commessi. Le sconfitte di allora, infatti, hanno regalato al padrone una vittoria forse immeritata, ma che è stata utile a mostrare come le battaglie di quel sindacato avrebbero potuto mettere a serio rischio l’azienda e quindi anche migliaia di lavoratori».

Sembra fiducioso sul futuro dell’azienda.

«Lo sono, perchè credo che sia l’amministrazione che il sindacato siano oggi abbastanza maturi. Nessuno dei due ripeterà gli errori del passato, trasformando il confronto in una guerra privata».

L’erede di Valletta? No, Valletta era un’altra cosa…, scrive Paolo Delgado il 24 luglio 2018 su "Il Dubbio". Ritratto della Fiat, un’azienda italiana. C’era una volta la Fiat e Sergio Marchionne è il manager il cui nome resterà nella storia indissolubilmente legato alla trasformazione del simbolo stesso del capitalismo italiano. Paragonarlo a Vittorio Valletta, il manager che rese grande l’azienda torinese, ha senso non solo e non tanto perché Marchionne ha esercitato un potere assoluto paragonabile a quello del manager di Sanpierdarena ma perché i loro regni rappresentano l’alba e il tramonto dell’industria italiana dell’auto. I due avevano forse anche qualcos’altro in comune. Valletta era figlio di un ufficiale perito nella grande guerra, Marchionne è figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada dopo la pensione. Entrambi, inoltre, hanno usato a man bassa il pugno di ferro nelle relazioni industriali. Valletta è il manager che inaugurò negli anni ‘ 50 la pratica dei reparti confino per gli operai più sindacalizzati, che procedette con migliaia di licenziamenti e dichiarò guerra con ogni mezzo, molti dei quali sporchi, alla Fiom riuscendo a metterla il sindacato metalmeccanici della Cgil in ginocchio. Marchionne la Fiom era riuscito addirittura a cacciarla dagli stabilimenti Fca, grazie alla norma che consentiva la rappresentanza sindacale solo a quelli che avessero firmato contratti, all’uscita da Confindustria e alla proposta di uno specifico contratto di lavoro. Prendere o lasciare. Poi, nel 2013, si mise di mezzo la Corte costituzionale, dispose il rientro della Fiom ma Marchionne riuscì lo stesso a tenerla adeguatamente confinata. Anche la dedizione al lavoro è simile. Valletta attaccava alle 8.30 e non smontava prima delle 22.30. Arrivava a casa a mezzanotte e se la cavava con una minestra e un po’ di formaggio. Era un tipo frugale. Alle 5 era di nuovo in piedi. Marchionne, a Fabio Fazio che gli chiedeva se davvero lavorasse 20 ore al giorno dormendo pochissimo rispose: «Non esageriamo: 18 ore al giorno». Ma che i suoi ritmi fossero tanto martellanti quanto quelli di Valletta è confermato da tutti, così come la tendenza a occuparsi di tutto. Appena nominato ad, nel 2004, con molta esperienza e tre lauree ma nel gotha dei manager un quasi sconosciuto, prese a perlustrare centimetro per centimetro gli stabilimenti: «Come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai se li faccio vivere in stabilimenti così degradati?». Nell’abbigliamento, in compenso i due non avrebbero potuto essere più diversi: Valletta molto formale con l’eterno doppio petto grigio, Marchionne con quei maglioni che ne erano diventati il marchio. Ma è anche vero che il manager del XXI secolo passava ore in aereo e ci teneva pertanto a qualche comodità. Quello del XX secolo aveva dimestichezza soprattutto con i vagoni letto, e tra i pochi lussi che si concedeva c’era la colazione ad attenderlo sul binario di Termini, quando arrivava a Roma per dettare ai ministeri competenti gli ordini del caso. Per molti versi, i due principali nomi della parabola Fiat sono stati opposti. Valletta alternava il bastone con la carota e forse raggiunse risultati maggiori con la seconda che con il primo. Gli operai Fiat erano i più pagati d’Italia, la loro mutua era invidiabile e invidiata, per i figli degli operai c’erano le colonie estive. «Anche l’attività sportiva aveva il suo peso: un terzo dello sport torinese passava per la Fiat, soprattutto gli sport popolari come il ciclismo o il canottaggio», ricordava qualche anno fa il sociologo ed ex operaio Fiat Aris Accornero. Era sempre Accornero a tracciare un paragone tra la Fiat di Valletta e quella di Marchionne: «L’aziendalismo di Marchionne è solo quello lacrime e sangue. Promette solo che, se i lavoratori saranno buoni, riceveranno aumenti in busta paga. Riconosciuti oltretutto attraverso sgravi fiscali sugli straordinari». E’ possibile che all’inizio, quando Fassino lo definiva «manager socialdemocratico» Marchionne avesse in mente un percorso simile. Ma ha cambiato strada molto presto, forse anche perché si è accorto rapidamente di non dover fare i conti, come Valletta e a maggior ragione il terzo grande manager Fiat, Cesare Romiti tra i ‘ 70 e gli ‘ 80, con un movimento operaio agguerrito e temibile. Se le differenze sono notevoli, non mancano le somiglianze. Marchionne è il comandante che ha portato la Fiat fuori da Confindustria. Senza arrivare a tanto Valletta aveva il medesimo atteggiamento di altera sufficienza e sostanziale disinteresse per l’associazione degli industriali. La stessa idea di un contratto separato la aveva già avuta e praticata Valletta. Ma su un punto identità e contrapposizione risaltano contemporaneamente. Sia il Professore che Sergio Marchionne hanno risollevato l’azienda da una crisi gravissima. Direttore generale dal 1928, ad dal ‘ 39 Valletta acquisì poteri totali nel 1946, in una fase difficilissima, quando fu eletto per acclamazione presidente. Marchionne, arrivato al vertice quando la Fiat perdeva un paio di milioni d’euro al giorno, aveva concentrato nelle sue mani lo stesso potere assoluto. Entrambi sono riusciti nell’impresa di portare l’azienda fuori dai gorghi. Ma Valletta era davvero convinto che se l’interesse della Fiat era interesse dell’Italia, anche l’interesse del Paese era interesse della Fiat, e agiva di conseguenza. Per Marchionne l’unico interesse a cui guardare è sempre stato solo quello degli azionisti. Sotto la sua gestione i dividendi hanno raggiunto cifre stratosferiche. I dipendenti, in Italia, sono passati da 120mila a 29mila. Stili diversi, o forse solo modelli di capitalismo diversi. I quali del resto si riflettevano nelle retribuzioni. Valletta guadagnava 12 volte più di un suo operaio e Adriano Olivetti trovava la cosa scandalosa. Marchionne guadagnava 2mila volte più di un operaio Fiat, anzi Fca.

Biografia di Sergio Marchionne Francesco Billi su "Il Corriere della Sera".

• Chieti 17 giugno 1952. Dirigente d’azienda. Già amministratore delegato del gruppo Fiat (1° giugno 2004 – 12 ottobre 2014), poi Fca (12 ottobre 2014 – 21 luglio 2018), nonché presidente (13 ottobre 2014 – 21 luglio 2018) e amministratore delegato (2 maggio 2016 – 21 luglio 2018) di Ferrari. «Io non ho mai chiesto un aumento in vita mia. Non so farlo».

• Vita Padre maresciallo dei Carabinieri trasferitosi in Canada dopo la pensione per cominciare una nuova vita (Concezio), madre dalmata (Maria Zuccon), tre lauree (Filosofia, Economia, Giurisprudenza) più un master in Business Administration, «è dottore commercialista (Institute of Chartered Accountants in Canada) dall’85 e procuratore legale e avvocato (nella regione dell’Ontario) dall’87. Ed è sempre in Canada che ha inizio la sua carriera professionale. Nel biennio 1983-85 ha infatti esercitato la professione di dottore commercialista, esperto nell’area fiscale, per la Deloitte & Touche; nei tre anni successivi è stato controller di gruppo e poi director dello sviluppo aziendale presso il Lawson Mardon Group di Toronto per diventare subito dopo vicepresidente esecutivo della Glenex Industries e tra il 1990 e il 1992 vicepresidente per la finanza e chief financial officier alla Auckland Limited. A seguire ha ricoperto a Toronto la carica di vicepresidente per lo sviluppo legale e aziendale, di chief financial officer e di segretario al Lawson Group, acquisito da Alusuisse Lonza nel 1994, il gruppo di Zurigo dove nel 1990 è approdato alla carica di amministratore delegato per poi diventare ad e infine presidente di Lonza Group Ltd» (Rep).

• «Quando ho iniziato l’università, in Canada, ho scelto filosofia. L’ho fatto semplicemente perché sentivo che, in quel momento, era una cosa importante per me. Poi ho continuato studiando tutt’altro e ho fatto prima il commercialista, poi l’avvocato. E ho seguito tante altre strade, passando per la finanza, prima di arrivare a occuparmi di imballaggi, poi di alluminio, di chimica, di biotecnologia, di servizi e oggi di automobili. Non so se la filosofia mi abbia reso un avvocato migliore o mi renda un amministratore delegato migliore. Ma mi ha aperto gli occhi, ha aperto la mia mente ad altro» (Alma Graduate School, Bologna, 7 aprile 2011).

• «Volevo andare alla Nunziatella a fare il carabiniere, l’ufficiale. Poi la storia ha preso un’altra piega» (a Pino Allievi).

• «Nel 2002 passa alla guida della ginevrina Sgs, colosso (36 mila dipendenti) dei sistemi di certificazione che vede fra gli azionisti di controllo la famiglia Agnelli. In Svizzera, Marchionne si costruisce una rete di relazioni che contano. Entra nel consiglio di amministrazione della Serono, il gruppo farmaceutico guidato da un altro emigrante italiano, questa volta di lusso, Ernesto Bertarelli. In Sgs c’è invece Dominique Auburtin, dal 1999 presidente della Worms, ricca provincia parigina degli Agnelli, dai quali nel 2004, all’uscita di Giuseppe Morchio, arriva la chiamata in Fiat» (Luca Piana).

• «Era il 1° giugno 2004 quando, al Centro storico Fiat di Torino, nella stesse sale che pochi giorni prima avevano fatto da contorno alle esequie di Umberto Agnelli, Marchionne, in giacca e cravatta, si presentò alla stampa insieme al nuovo vertice del gruppo Fiat: il presidente Luca di Montezemolo e il vicepresidente John Elkann, all’epoca ventottenne. Le prime parole che Marchionne, allora sconosciuto ai più, pronunciò quel giorno: “Fiat ce la farà; il concetto di squadra è la base su cui creerò la nuova organizzazione; prometto che lavorerò duro, senza polemiche e interessi politici”» (Pierluigi Bonora) [Gio 31/5/2014].

• «Tre giorni prima il cda aveva licenziato Giuseppe Morchio, l’ad che aveva chiesto alla famiglia di diventare presidente. Intorno al feretro di Umberto Agnelli (Losanna, 1º novembre 1934 – Torino, 27 maggio 2004) gli azionisti avevano rifiutato la proposta. E due giorni dopo Morchio se ne era andato: “Sentimmo solo il rumore delle pale del suo elicottero che si allontanava dal Lingotto”, ricorda Gianluigi Gabetti. Sergio Marchionne arriva alla guida della Fiat in questo clima da ultima spiaggia, con l’azienda che perde più di due milioni di euro al giorno e i conti che rimangono a galla grazie al prestito convertendo concesso da una cordata di banche nel 2002, che di lì a poco più di un anno – nel settembre 2005 – avrebbe potenzialmente consegnato le chiavi del Lingotto ai creditori» (Paolo Griseri) [Rep 31/5/2014].

• «Io pago il prezzo di tutti quelli che hanno mangiato al tavolo prima di me» (Salone dell’auto di Detroit, gennaio 2010).

• «Mi ricordo i primi 60 giorni dopo che ero arrivato qui, nel 2004: giravo tutti gli stabilimenti e poi, quando tornavo a Torino, il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e farli vivere in uno stabilimento così degradato?» (a Ezio Mauro) [Rep 18/1/2011].

• Marchionne ripartì da tre punti cardine: la rinuncia degli Agnelli all’esercizio della put option a General Motors che fece incassare al Lingotto 1,55 miliardi; il convertendo siglato con i maggiori istituti di credito italiani; il controverso swap Ifil Exor che consentì alla dinastia torinese di mantenere il controllo della Fiat. Negli anni seguenti, complice l’ottimo andamento delle vendite sul mercato europeo e il boom delle immatricolazioni in Brasile (dove il Lingotto aveva una leadership sul mercato che tuttavia non era redditizia per le difficoltà intrinseche dell’economia brasiliana), la Fiat nella seconda parte del decennio 2000-2010 fece segnare una notevole ripresa in termini di redditività e di risultati di bilancio. «È il periodo della luna di miele di Marchionne con i sindacati italiani, che vedevano in lui una forma diversa di manager rispetto ai nomi del passato. L’intesa tuttavia non durò a lungo, in quanto il manager arrivato dal Canada si rese conto presto che l’Italia e l’America Latina non potevano sostenere a lungo i conti della casa torinese. È in quei mesi che Marchionne realizzò che il salto di qualità era necessario e non più procrastinabile. Nel dicembre 2008 il manager dichiarò che il settore si stava sempre più globalizzando e che per resistere alla competizione sarebbe stato necessario crescere di stazza, tanto più, spiegò, che solo quei gruppi che riusciranno a fabbricare 6 milioni di automobili l’anno saranno in grado di resistere nel futuro. Nessuno ne era a conoscenza, ma quelle dichiarazioni erano il segnale del colpo che il manager aveva in canna: il 20 gennaio 2009 la Fiat annunciò un accordo con l’amministrazione statunitense per entrare nel capitale di Chrysler. Era una mossa senza ritorno» (Luciano Mondellini) [MF 31/5/2014].

• Nell’aprile del 2009 Marchionne aveva cominciato lunghe e travagliate trattative per l’acquisizione di Chrysler con i sindacati e il governo americani. Si raggiunge un accordo che prevede l’acquisizione da parte del Lingotto del 20% delle azioni Chrysler, in cambio del know how e delle tecnologie torinesi. Nasce il sesto gruppo automobilistico del mondo. L’annuncio viene dato dallo stesso presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Dopo un tentativo fallito di alcuni creditori di Chrysler di bloccare, attraverso la Corte Suprema degli Stati Uniti, la trattativa tra i due gruppi, il 10 giugno 2009 Fiat acquista ufficialmente il 20% di Chrysler, diventando holding controllante di tutto il gruppo statunitense. Nel primo trimestre del 2011 Chrysler torna all’utile e a maggio 2011, a seguito del rifinanziamento del debito e del rimborso da parte di dei prestiti concessi dai governi americano e canadese, Fiat incrementa la propria partecipazione in Chrysler al 46%. A luglio 2011, con l’acquisto delle partecipazioni in Chrysler del Canada e del dipartimento del Tesoro statunitense, sale al 53,5%, al 58,5% nel 2012. Il 1° gennaio 2014 Fiat Group completa l’acquisizione di Chrysler acquisendo il rimanente 41,5% dal Fondo Veba (di proprietà del sindacato metalmeccanico Uaw) salendo al 100%, accordandosi per un esborso di 3,65 miliardi di dollari. 1,75 versati cash e i rimanenti in un maxi dividendo di cui Fiat girerà a Veba la quota relativa al proprio 58,5%.

• «L’operazione è strutturata in modo piuttosto complesso, ma di fatto Fiat diventa gradualmente proprietaria di Chrysler e si trasforma in Fca (Fiat Chrysler Automobiles), gruppo quotato a Wall Street oltre che a piazza Affari con cuore a Torino, testa a Detroit e portafoglio tra Londra e Olanda, dove i regimi fiscali sono più favorevoli. A differenza di quello europeo, il mercato americano delle quattroruote si risolleva in fretta dalla crisi del 2008. E gli effetti si fanno sentire anche sui bilanci. L’ultimo, quello del 2017, segna ricavi per 110 miliardi di euro e profitti per 3,5 miliardi. La metà dei ricavi arriva dagli Stati Uniti, dove Fca vende circa 2 milioni di vetture l’anno. Soprattutto sono macchine che costano tanto e che garantiscono margini consistenti. Il marchio Jeep, portato in dote da Chrysler, macina ricavi e profitti. Le vendite nel Vecchio Continente si fermano a 1,5 milioni di vetture, di cui circa 560 mila in Italia, con ricavi che sono però circa un terzo di quelli realizzati in Nord America. L’altro grande capitolo del bilancio è quello relativo al Sudamerica, dove Fca fattura circa 8 miliardi di euro ma dove le vendite non stanno più dando le soddisfazioni di qualche anno fa. […] Quello che fa brillare il Lingotto, insomma, sono gli Usa, che compensano risultati non esaltanti in Europa e Sudamerica. Il gruppo ha oggi un debito finanziario lordo di circa 18 miliardi, a fronte di un giro d’affari triplicato rispetto al 2004. Può inoltre contare su una liquidità di 12,6 miliardi e altri asset liquidi, che portano l’indebitamento netto a 2,4 miliardi. […] In una delle sue ultime apparizioni, lo scorso giugno, Marchionne ha posto l’obiettivo dell’azzeramento del debito già con la prossima semestrale che sarà diffusa il 27 luglio» (Mauro Del Corno) [Fat 21/7/2018].

• «Il cambiamento che Sergio Marchionne ha portato alla Fiat non è però solo nei numeri, ma nelle relazioni industriali e in quelle con la politica. La vera rottura nel campo delle relazioni industriali arriva nell’aprile del 2010, quando Fiat disdice il contratto nazionale è chiede una serie di concessioni ai sindacati come precondizione per investire a Pomigliano nella produzione della nuova Panda. La maggior parte delle sigle sindacali accetta l’accordo, mentre la Fiom è contraria. In due successivi referendum, prima a Pomigliano e poi a Mirafiori, gli operai dicono sì all’intesa. La fabbrica campana produce da fine 2012 la nuova Panda. Lo scontro con la Fiom è proseguito a lungo in fabbrica e nei tribunali, mentre le polemiche sull’accordo interconfederale sulla rappresentanza hanno portato a fine 2011 anche alla decisione di Fiat di uscire da Confindustria. Per quanto riguarda la politica, i rapporti con il Governo sono molto diversi da quelli a cui era abituata la più importante fabbrica italiana. Dopo l’acquisto di Chrysler, l’Italia rappresenta ormai solo l’8% del fatturato di Fiat spa: la nuova Fiat Chrysler Automobiles è un gruppo più americano di Ford: il Nordamerica pesa per quasi metà dei ricavi e la percentuale che sale al 70% contando anche l’America Latina. Non a caso, Torino non ha più chiesto incentivi per risollevare il mercato dell’auto – incentivi che andrebbero ormai in gran parte a vantaggio dei concorrenti» (Andrea Malan) [S24 1/6/2014].

• «Nel 2014 prende il timone anche della Ferrari, guidata da oltre 20 anni da Montezemolo. Si tratta di una svolta inattesa, non senza un durissimo braccio di ferro tra i due che si conclude con l’estromissione del top manager che aveva rilanciato il marchio portando alla vittoria il Cavallino nel campionato di Formula Uno nel 2000. È il preludio alla quotazione della Ferrari negli Stati Uniti. Ma in Borsa ci va una quota minoritaria, il 10%, della casa di Maranello, perché l’80% resta ai soci Exor, la holding degli Agnelli di cui è vicepresidente non esecutivo, e il restante 10% a Piero Ferrari, figlio di Enzo» (Fabio Savelli) [Cds 21/7/2018].

• «"L’azione Fca va depurata", ha dichiarato spesso l’ad. L’idea è quella che il titolo sia come una valigia che contiene vestiti anche pregiati ma invisibili. Chi guarda la valigia chiusa la valuta molto meno della somma dei prezzi di acquisto dei vestiti che contiene. Per estrarre valore è dunque necessario aprire la valigia ed esporre la mercanzia. Così ha fatto Marchionne in questi anni, e i risultati finanziari si vedono. Il 30 dicembre 2010, ultimo giorno di contrattazione del titolo Fca originario, la società capitalizzava circa 19 miliardi. Dal gennaio 2011 Cnh (autobus, camion, trattori, macchine movimento terra) è stata scorporata. Una scelta che venne giustificata all’epoca con la necessità di distinguere, depurando le attività automotive da quelle dei veicoli commerciali. Nella convinzione che se un’azione rappresenta attività industriali omogenee viene meglio apprezzata dalle Borse. Risponde a questa logica di "depurare" il titolo anche un altro spin-off passato un po’ inosservato, quello delle attività editoriali di Itedi (La Stampa), che, contestualmente all’ingresso nel Gruppo Gedi (Repubblica), sono state cedute da Fca a Exor, la finanziaria degli Agnelli. […] Risponde soprattutto al criterio di creare valore aprendo la valigia lo spin-off di Ferrari, che in meno di due anni ha portato il titolo a raddoppiare la capitalizzazione e ad avvicinarsi ai 100 euro di quotazione. Le azioni valevano 43 euro il 4 gennaio 2016, quando avevano fatto il debutto a piazza Affari, seguendo di qualche mese la quotazione principale a Wall Street (dove avevano debuttato a 52 dollari e ora sono a 110). […] Fca non solo non ha perso, ma ha guadagnato, rispetto al momento in cui si è divisa da Ferrari. Per ora il bilancio degli spin-off di Marchionne è largamente positivo. Dal 31 dicembre 2010 a oggi la somma delle capitalizzazioni è arrivata a 52 miliardi, 33 in più dei 19 originari. Tutto in meno di sette anni. Se tutte le attività che nel frattempo sono state separate facessero ancora parte di un unico gruppo, oggi Fca avrebbe la stessa capitalizzazione di General Motors. […] Marchionne continua a spingere sugli spin-off per liberare valore ma anche per rendere la società più appetibile in eventuali alleanze. Realizzando così nel 2017, alle condizioni più favorevoli agli Agnelli e salvando la struttura industriale, quello "spezzatino" a fini speculativi che nell’aprile del 2005 si temeva avrebbero realizzato le banche se avessero conquistato la quota di controllo del gruppo. Al termine della parabola della gestione Marchionne, gli insediamenti italiani del gruppo sono stati nella sostanza tutelati. E non era affatto scontato, visto il succedersi della crisi aziendale di Fiat dell’inizio degli anni Duemila e di quella strutturale iniziata nel 2008. Proprio il polo del lusso di Alfa e Maserati e, in genere, le produzioni premium sembrano oggi garantire un futuro agli stabilimenti di Torino, Cassino e Melfi (dove si realizzano le utilitarie premium Renegade e 500X). Il principale punto interrogativo riguarda piuttosto Pomigliano, che non può certo sopravvivere a lungo con la produzione della Panda» (Griseri) [Rep 11/9/2017].

• «La crisi abbatte i consumi e fa saltare anche il piano Fabbrica Italia, presentato da Marchionne nella primavera del 2010 per garantire la piena occupazione negli stabilimenti italiani. Solo nel 2014 il manager potrà presentare un nuovo piano, quello che ha portato a termine in questi mesi. Un piano meno preciso del precedente sui modelli da realizzare ("Ho imparato che non si possono dare certezze con tanto anticipo") e che per quanto riguarda l’Italia fa perno sulla produzione di modelli premium, ad alto margine di guadagno. In modo da poter produrre nella Penisola le auto che vanno in tutto il mondo. Così lavora a pieno ritmo la fabbrica di Melfi, dove si realizza la prima Jeep prodotta in Europa, la Renegede: "Vorrei avere molte più navi da riempire di Renegade per soddisfare le richieste del mercato americano". Ma l’operazione più importante è quella del rilancio dell’Alfa: "Ci sono capannoni nascosti nelle campagne dove gruppi di ingegneri isolati trascorrono settimane a creare le Alfa in grado di competere con la concorrenza tedesca", rivela a Ezio Mauro in un’intervista su Repubblica. Nascono così la Giulia e lo Stelvio, incaricate di inserire il Biscione nella gamma delle auto di lusso europee. Da due anni Sergio Marchionne aveva concordato con gli azionisti di Exor la sua uscita di scena. Da quando era stato chiaro, nel 2016, che non si sarebbe potuto realizzare quel grande accordo che avrebbe potuto portare Fca in un grande gruppo mondiale, addirittura a conquistare la leadership del mercato dell’auto. L’alleanza con General Motors, un ritorno dopo lo scioglimento del patto nel 2005, è saltata per l’opposizione dell’amministratrice delegata di Gm, Mary Barra, e probabilmente degli ambienti politici di Washington: "Guardavamo House of Cards per capire qualcosa degli intrighi della capitale", racconta chi gli sta vicino. L’industria dell’auto non raccoglie l’appello del manager Fca: "Siamo un settore drogato dal consumo esagerato di capitali, quando in realtà potremmo risparmiarne unendoci". Fallito il tentativo, Marchionne si impegna a raggiungere gli obiettivi del piano 2014-2018, innanzitutto la scomparsa dell’indebitamento. Forse nella speranza che con un titolo senza debiti chi verrà dopo di lui potrà realizzare la grande alleanza. In quattordici anni ha moltiplicato per otto la capitalizzazione di Fiat e delle società che dal vecchio gruppo sono state separate. Nell’autunno del 2014 è diventato presidente di Ferrari, dove avrebbe dovuto rimanere anche dopo aver lasciato Fca. Negli ultimi mesi Marchionne ha partecipato alla discussione sulla sua successione: "Per ora siamo impegnati nell’individuare chi verrà dopo di me. Sarà interno, e oggi era qui", ha detto il 1° giugno a Balocco presentando il piano industriale 2018-2022. E lui? Che cosa farà dopo la fine della sua esperienza di manager? "Farò il giornalista", ha spesso risposto scherzando. Ma non troppo» (Griseri) [Rep 21/7/2018].

• Quel giorno, a Balocco, per festeggiare l’imminente azzeramento del debito, Marchionne indossò eccezionalmente una cravatta, citando Oscar Wilde: «Una cravatta ben annodata è il primo passo serio nella vita».

• «27 giugno 2018. Sergio Marchionne è a Roma, dove ha consegnato ai carabinieri una Jeep Wrangler. Nel parco del Comando generale dell’Arma, l’amministratore delegato di Fca ha appena tenuto il suo ultimo discorso pubblico, dove ha ricordato le sue origini e i valori dei militari che ancora tiene radicati in sé: "Mio padre era un maresciallo dei carabinieri. Sono cresciuto con l’uniforme a bande rosse dell’Arma, e ritrovo sempre i valori con cui sono cresciuto e che sono stati alla base della mia educazione: la serietà, l’onestà, il senso del dovere, la disciplina, lo spirito di servizio”. Un discorso breve, un minuto appena, […] prima della consegna dell’auto. Poi però Marchionne […] si trattiene con i cronisti. Una giornalista gli chiede. “Perché non sei preoccupato per i dazi di Trump?”. L’ad di Fca risponde sorridendo: “Io mi preoccupo di tutto, anche di te”, dice accarezzandole la testa. La voce è affaticata. “Però non è la fine del mondo. È un problema, ma va gestito. Bisogna avere chiarezza delle scelte da fare. Ma tutto è gestibile”. […] Sabato 21 luglio chiuderà la sua èra come amministratore delegato di Fca dopo il consiglio di amministrazione d’urgenza convocato nel pomeriggio al Lingotto, nello storico quartier generale di via Nizza 250. Suo successore è stato nominato Mike Manley, responsabile del marchio Jeep. La versione ufficiale è che Sergio Marchionne […] ha subìto un intervento alla spalla a inizio luglio. Da allora non è trapelato più nulla sulle sue condizioni fisiche. E la sua uscita romana dello scorso giugno rimarrà la sua ultima da amministratore delegato della Fiat dopo 14 anni al comando dell’azienda. E il suo ultimo messaggio» (Arcangelo Rociola) [Agi 21/7/2018].

• Il 21 luglio 2018, in seguito all’improvvisa degenerazione delle sue condizioni di salute (le poche voci trapelate parlavano di «tumore ai polmoni» e «coma irreversibile»), un consiglio straordinario ha nominato anche i suoi successori al vertice della Ferrari: il presidente di Fca ed Exor John Elkann in qualità di presidente e il presidente di Philip Morris International Louis C. Camilleri in qualità di amministratore delegato.

• «Marchionne si è emancipato da alcuni dei peggiori vizi che oggi opprimono la crescita economica in Italia e più in generale nell’Eurozona. Il manager in pullover ha rottamato per esempio una certa inutile verbosità che caratterizza le classi dirigenti italiane. Invece di ricamare in maniera retorica attorno alla presunta “cultura industriale italiana”, ha preferito spiegare che alcune forti discontinuità col passato si sono rese necessarie dopo la crisi mondiale del 2008, ha rivendicato il superamento della concertazione perpetua tra governo, industriali e sindacati. Contratti aziendali e pace sindacale per assecondare le necessità produttive Marchionne li ha conquistati dunque nello scontro frontale con la Fiom-Cgil e grazie ai voti favorevoli dei lavoratori nei suoi stabilimenti. La partnership con Chrysler dall’altra parte dell’Oceano – oltre a garantirgli l’accesso all’enorme mercato americano, ai fondi pubblici di Barack Obama e alla tenacia dei lavoratori di Detroit – gli ha consentito di sfuggire all’attendismo burocratico-brussellese sul settore dell’auto. Non solo: insediarsi dall’altra parte dell’Oceano Atlantico gli ha permesso di lasciarsi in parte alle spalle un “calvinismo che si è sviluppato in Germania in materia di rigore finanziario” e di trovare rifugio negli “Stati Uniti che non hanno seguito questo approccio ma piuttosto hanno stampato soldi”. Questo “calvinismo oggi non ha più spazio in Europa”, ha detto con toni esortativi l’ad di Fiat-Chrysler, sposando piuttosto “l’agenda del presidente del Consiglio Renzi”» (Il Foglio) [Fog 3/6/2014].

• «Sergio Marchionne ha incassato quasi 10 milioni di euro nel 2017 come amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles. L’annual report del gruppo relativo all’esercizio 2017, depositato ieri alla Sec, alza il velo sui compensi del vertice della casa automobilistica italo-americana. Nel documento emerge così che la remunerazione complessiva del manager ammonta a 9,66 milioni di euro (9,9 milioni l’anno precedente) e si compone di un compenso base di 3,5 milioni di euro e di un bonus annuale di 6,135 milioni di euro. Nel corso dell’esercizio Marchionne ha inoltre maturato il diritto a ricevere 2.795.500 azioni gratuite per i risultati conseguiti nel triennio 2014-16. Grazie ai programmi di incentivazione Marchionne ha accumulato un pacchetto di 16,41 milioni di titoli Fca, 11,86 milioni di azioni Cnh, e 1,46 milioni di azioni Ferrari, per un controvalore ai corsi attuali di oltre 570 milioni di euro» (Marigia Mangano) [S24 20/2/2018].

• «Dal 2004 a oggi Marchionne si è trasformato: via giacca e cravatta (salvo rarissime eccezioni) e divisa d’ordinanza all’insegna del nero (pullover prima con zip e poi girocollo, e pantaloni casual) con le variazioni della polo, sempre nera, a maniche lunghe o corte (anche brandizzata Ferrari) nella bella stagione. Marchionne ha così lanciato una moda, quella di presentarsi agli incontri in pullover, scimmiottata poi da altri. “È tutta questione di praticità – la spiegazione del top manager – visto che trascorro molto del mio tempo in volo”. Ma è indubbio che Marchionne, con il suo look casual (qualche anno fa si è fatto crescere anche la barba) abbia voluto distinguersi, come del resto aveva fatto una delle sue icone, Steve Jobs, patron di Apple, noto per i suoi dolcevita rigorosamente neri. Al di là del risanamento di Fiat, della scalata a Chrysler, ma anche delle delusioni vissute in questi anni, per esempio il mancato blitz su Opel, dal 2004 a oggi Marchionne ha collezionato ben nove lauree honoris causa, di cui tre in Italia e sei negli Usa. Nel 2012, la Detroit Free Press , che lo aveva appena eletto “Auto executive dell’anno”, gli dedicò questo titolo sulla prima pagina: “Il generale senza paura”» (Pierluigi Bonora) [Gio 31/5/2014].

• Politica Già estimatore influente di Matteo Renzi, se ne allontanò progressivamente, fino a dichiarare, nel gennaio 2018: «Renzi mi è sempre piaciuto come persona. Quello che è successo a Renzi non lo capisco. Quel Renzi che appoggiavo non l’ho visto da un po’ di tempo».

• «È stato capace di conquistare, con la sua forza, due presidenti degli Stati Uniti, uno l’opposto dell’altro. Barack Obama per aver salvato insieme alla Fiat la Chrysler. Donald Trump per aver fatto ritornare grande, anzi più grande, un marchio, Jeep, che è la storia dell’America» (Paolo Panerai) [Mf 21/7/2018].

• Amori «Morbosamente geloso della privacy, la sua biografia personale è avara di annotazioni. E la totale idiosincrasia verso qualsiasi forma di mondanità non ha aiutato ad arricchirla. Si sa del padre carabiniere, Concezio. Di una sorella morta giovane. Della famiglia in Svizzera, dove da tempo risiede nel cantone di Zug, e dove tutt’ora abitano la prima moglie Orlandina e i due figli Alessio Giacomo (studente di economia in Canada) e Jonathan Tyler, che frequenta il liceo. Della sua grande passione per la musica classica, immancabile sottofondo di quando sta in ufficio, per il poker, i fiori. Dalla fine del 2012 lo affianca una nuova compagna». La signora, 40enne, si chiama Manuela Battezzato, ed è una dipendente Fiat. Piemontese, laureata in scienze politiche, fa parte dell’ufficio comunicazione del gruppo dalla fine degli anni ’90. Dall’acquisizione di Chrysler del 2009, coordina i rapporti tra l’ufficio stampa del Lingotto e quello di Detroit» (Giovanna Predoni) [Let43 29/10/2012].

• Frasi «Nel nostro paese continuiamo a ripetere che la produttività scende; guardiamo le slide e poi andiamo a cena» (nel 2014 a Trento).

• «La leadership non è anarchia. In una grande azienda chi comanda è solo. La collective guilt, la responsabilità condivisa, non esiste. Io mi sento molte volte solo» (a Dario Cresto-Dina).

• «La lingua italiana è troppo complessa e lenta: per un concetto che in inglese si spiega in due parole, in italiano ne occorrono almeno sei» (a Mario Calabresi).

• «Sono cresciuto parlando un inglese con marcatissimo accento italiano. Ci ho messo più di sei mesi a perderlo, ma sono stati sei mesi persi con le ragazze» (a Calabresi).

• «Ho grande rispetto per gli operai e ho sempre pensato che le tute blu quasi sempre scontino, senza avere responsabilità, le conseguenze degli errori compiuti dai colletti bianchi».

• «Dei miei collaboratori faccio valutazioni continue, ogni giorno do loro i voti. Oggi è otto, domani magari cinque».

• Vizi «Alle 4 sono già al computer». Tabagista accanito da due pacchetti di sigarette al giorno, è passato alla sigaretta elettronica. Appassionato di musica: «Non solo la lirica, l’opera d’obbligo alle prime del Regio di Torino in abito scuro. Lui va dal Concerto di Colonia di Keith Jarrett alla Paper music di Bobby McFerrin, in gioventù anche il “poeta” Fabrizio De Andrè. Ma è anche un “devoto” della Callas, la divina Maria della Casta Diva, per ascoltare la quale ha acquistato in Cina un amplificatore stereo particolare. Ma può accadere di vederlo anche a un concerto di Paolo Conte» (Salvatore Tropea).

• Nel 2007 uscito illeso dall’incidente in cui ha distrutto una Ferrari 599 Gtb Fiorano da 220 mila euro.

• «Cucinare mi rilassa. La mia specialità è il ragù alla bolognese».

• «Non ero mai riuscito a bere vino, ho incominciato a farlo a 43 anni col Brunello che mi ha strutturalmente corrotto».

• Tifo Juventino «da tempi non sospetti». «Avevo un idolo, Omar Sivori, mi faceva impazzire».

GIORGIO DELL’ARTI, scheda aggiornata al 22 luglio 2018

Sergio Marchionne. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Sergio Marchionne (Chieti, 17 giugno 1952) è un dirigente d'azienda italiano naturalizzato canadese. È noto a livello internazionale per aver guidato il profondo rinnovamento della FIAT. Ha ricoperto ruoli importanti al gruppo Fiat: è stato amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles N.V., FCA Italy e Presidente e amministratore delegato di FCA US; è stato anche Presidente di CNH Industrial N.V. e Ferrari N.V., oltre che Presidente e amministratore delegato di Ferrari S.p.A. È stato inoltre vicepresidente di Exor S.p.A. e membro permanente della Fondazione Giovanni Agnelli. È stato eletto Presidente del CdA. dell'ACEA (associazione costruttori) per l'anno 2012. È inoltre membro del CdA del Peterson Institute for International Economics e co-presidente del Consiglio per le Relazioni tra Italia e Stati Uniti. Il padre Concezio nacque a Cugnoli in Abruzzo e fu un maresciallo dei Carabinieri mandato negli anni trenta in Istria, regione passata dall'Austria-Ungheria all'Italia dopo la Prima guerra mondiale. Concezio vi prestò servizio fino al termine della seconda guerra mondiale quando la regione passò alla Jugoslavia. Qui conobbe la futura moglie, Maria Zuccon, veneto-istriana. Negli anni della guerra la famiglia materna fu colpita da due tragici lutti, causati dal clima di scontro etnico tra italiani e slavi che per decenni aveva avvelenato quella regione di confine: nel settembre del 1943 il nonno di Sergio, Giacomo Zuccon, fu sequestrato e gettato in una foiba da partigiani titini (i suoi resti verranno in seguito recuperati, assieme ad altri, nella foiba di Terli dai Vigili del Fuoco e riconosciuti dall'altra figlia Anna). Alcune settimane dopo, anche lo zio Giuseppe, fratello della madre, messosi alla ricerca del padre di cui non si avevano più notizie, cadde in un rastrellamento dei militari tedeschi che, scambiandolo per un partigiano o disertore, lo passarono per le armi. A seguito di questi fatti e della seguente occupazione dell'intera regione da parte delle milizie iugoslave, i genitori di Sergio decisero di rifugiarsi presso i familiari di Concezio a Chieti, dove subito dopo si sposano e dove lui nascerà nel 1952. Quando Sergio aveva 14 anni, la sua famiglia si spostò ancora, emigrando in Ontario, Canada, dove si era già stabilita, esule dall'Istria, la zia materna Anna Zuccon. Marchionne è domiciliato in Svizzera, precisamente nel Canton Zugo, ma abita a Blonay, nel Canton Vaud. È stato criticato perché non paga le tasse in Italia. Nel 2012 è risultato essere il manager più pagato in Italia, tra le società italiane allora quotate in Piazza Affari (come A.D. di Fiat S.p.A. e Presidente di Fiat Industrial) con compensi monetari per 7,4 milioni di euro e azioni gratuite («stock grant») assegnate all'inizio del 2012 in base al piano di incentivazione 2009-2011, che il giorno dell'assegnazione valevano 40,7 milioni. Per la carica di A.D. dell'allora Chrysler non ha percepito alcun compenso.

Formazione universitaria. In Canada Sergio Marchionne si laurea in filosofia presso l'Università di Toronto; in un'intervista dichiarerà: «Quando ho iniziato l’università, in Canada, ho scelto filosofia. L’ho fatto semplicemente perché sentivo che, in quel momento, era una cosa importante per me». Successivamente si laurea in legge alla Osgoode Hall Law School della York University (Ontario, Canada) con il massimo dei voti, consegue presso la University of Windsor (Ontario, Canada) un Master in business administration. Esercita quindi come commercialista, procuratore legale, avvocato ed esperto contabile diplomato.

L'esperienza canadese e l'affermazione alla SGS. Lascia il mondo forense e svolge la prima parte della sua attività professionale nel Nord America come dirigente. Dal 1983 al 1985 lavora per la società Deloitte Touchecome avvocato commercialista ed esperto nell'area fiscale; successivamente dal 1985 al 1988 ricopre il ruolo di controllore di gruppo e poi direttore dello sviluppo aziendale presso il Lawson Mardon Group di Toronto. Dal 1989 al 1990 è nominato vice presidente esecutivo della Glenex Industries. Dal 1990 al 1992 ricopre il ruolo di responsabile dell'area finanza della Acklands. Sempre a Toronto, nel periodo tra il 1992 e il 1994 ha ricoperto, nell'ordine, la carica di Responsabile per lo sviluppo legale e aziendale e di Chief Financial Officer al Lawson Group, acquisito da Alusuisse Lonza (Algroup) nel 1994. In seguito ha guidato il Lonza Group Ltd, separatosi da Algroup, in veste di Amministratore Delegato prima (2000-2001), e di Presidente poi (2002). Nel febbraio del 2002 è stato nominato Amministratore Delegato della SGS di Ginevra, azienda leader mondiale nei servizi di ispezione, verifica e certificazione, un gruppo forte di 55 000 dipendenti in tutto il mondo. Il nome di Sergio Marchionne, proprio per l'ottima gestione del gruppo svizzero, risanato in soli due anni, è molto stimato negli ambienti economici e finanziari internazionali. Nel marzo del 2006 è stato eletto Presidente della Società di Ginevra, incarico che mantiene tuttora. Dal 2008 fino ad aprile 2010 ha ricoperto la carica di vicepresidente non esecutivo e Senior Independent Director di UBS. Fa parte del Consiglio di Amministrazione del Lingotto dal 2003 su designazione di Umberto Agnelli. Per le sue doti dimostrate nella SGS, in seguito alla morte di Umberto Agnelli e alle dimissioni dell'amministratore delegato Giuseppe Morchio che aveva lasciato l'azienda dopo il rifiuto della famiglia Agnelli di affidargli anche la carica di presidente, Sergio Marchionne viene nominato dal 1º giugno 2004 Amministratore delegato del gruppo FIAT, in seguito denominata Fiat Group Automobiles. Dopo alcuni contrasti con il dirigente austriaco Herbert Demel, nel 2005 assume anche la guida dell'allora Fiat Auto, in prima persona. Da aprile 2006 a settembre 2013 è stato Presidente di CNH Global, azienda che operava nel settore delle macchine agricole e per le costruzioni. A giugno 2009 ha assunto la carica di Amministratore Delegato di Chrysler Group ora FCA US. A maggio 2010 è entrato a far parte del Consiglio di Amministrazione di Exor S.p.A. Ha ricoperto inoltre la carica di Presidente di Fiat Industrial S.p.A. da gennaio 2011, a seguito della scissione del Gruppo Fiat, fino al settembre 2013 quando si fuse con la CNH Global, dando vita alla CNH Industrial, di cui diventa Presidente. Durante l'amministrazione Marchionne, il gruppo lancia nuovi modelli, tra cui l'Alfa 159, la Fiat Nuova 500, la Grande Punto, l'auto più venduta in Italia nel 2006 e nel 2007. Durante la sua gestione, il titolo FIAT è passato da un minimo prossimo ai € 4 del 2005 ai € 23 del luglio 2007, per declinare poi a € 13 (comprensivo anche dello spin-off delle attività industriali, conferite in Fiat Industrial SpA), e scendere a 3,944 € nell'aprile 2012. Il 21 luglio 2018, a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni di salute, il CdA di FCA decide di sostituirlo con Michael Manleynel ruolo di amministratore delegato.

L'acquisizione di Chrysler e il tentativo con Opel. A causa della grave crisi economico-finanziaria che coinvolge il mondo intero, e in particolare il settore automobilistico, agli inizi del 2009 Marchionne tenta di acquisire attraverso FIAT altri importanti gruppi automobilistici europei e non, tali da rendere il gruppo torinese il secondo al mondo. Tale politica ha subito critiche da parte del vice presidente della Commissione europea, il tedesco Günter Verheugen, in merito all'alto indebitamento del gruppo FIAT e alla impossibilità, a detta di Verheugen, di attuare una così aggressiva politica sul mercato mondiale. Tali critiche sono poi rientrate parzialmente grazie all'intervento del presidente della commissione, José Barroso. Nel mese di aprile del 2009 Marchionne effettua lunghe e travagliate trattative legate all'acquisizione di Chrysler con i sindacati e il governo statunitensi. Al termine delle trattativa viene raggiunto un accordo che prevede l'acquisizione da parte del Lingotto del 20% delle azioni Chrysler, in cambio del know how e delle tecnologie torinesi, facendo nascere così il sesto gruppo automobilistico del mondo[12]. L'annuncio di tale accordo è stato dato dallo stesso presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Dopo un tentativo fallito di alcuni creditori di Chrysler di bloccare, attraverso la Corte suprema degli Stati Uniti, la trattativa tra i due gruppi, il 10 giugno 2009FIAT acquista ufficialmente il 20% di Chrysler, diventando holding controllante di tutto il gruppo statunitense. Grazie alla strategia attuata da Marchionne, la casa automobilistica statunitense nel primo trimestre del 2011 è tornata all'utile e ha ottenuto un risultato netto operativo pari a 116 milioni di dollari. A maggio 2011, a seguito del rifinanziamento del debito di Chrysler e del rimborso da parte di Chrysler dei prestiti concessi dai Governi USA e Canadese, FIAT ha incrementato la propria partecipazione in Chrysler raggiungendo il 46%. A luglio 2011, con l'acquisto delle partecipazioni in Chrysler del Canada e del Dipartimento del Tesoro Statunitense, FIAT è arrivata a detenere il 53,5% del capitale di Chrysler. Quindi, FIAT ha esercitato nei primi giorni del 2012 il diritto di acquistare un'ulteriore partecipazione del 5% in Chrysler a seguito della realizzazione dell'ultimo Performance Event, ovvero la realizzazione di un'auto (Dodge Dart) in grado di percorrere 40 miglia con un solo gallone di benzina (17 km/L), portando così FIAT a detenere il 58,5% del capitale di Chrysler Group LLC. Il 1º gennaio 2014 infine, FIAT Group completa l'acquisizione di Chrysler acquisendo il rimanente 41,5% dal Fondo VEBA (di proprietà del Sindacato metalmeccanico UAW) salendo al 100% della proprietà di Chrysler, accordandosi per un valore di 3,65 miliardi di US$, di cui 1,75 versati cash e i rimanenti 1,90 in un maxi dividendo di cui FIAT girerà a VEBA la quota relativa al proprio 58,5%. Un'altra trattativa importante svolta da Marchionne è stata quella legata all'acquisizione di Opel, azienda automobilistica europea del gruppo General Motors. Dopo lunghe e difficili trattative sembrava che la "partita Opel" fosse stata vinta dal colosso Magna International. Ma neppure Magna riuscirà nell'intento di acquisire Opel in quanto quasi a sorpresa General Motors decide di mantenere al suo interno la Opel e di rilanciare il marchio e la produzione seppur sacrificando qualche stabilimento in eccedenza.

La questione di Termini Imerese. Nel corso della sua gestione Marchionne ha stilato una lista di stabilimenti FIAT da chiudere o ridimensionare, fra i quali quello di Termini Imerese in Sicilia, che occupava quasi 2.000 dipendenti. A cavallo tra gennaio e febbraio 2010, su questo impianto, ci fu un aspro dibattito tra i vertici della casa automobilistica torinese e il governo italiano, discutendosi sia dell'opportunità di tenere aperto lo stabilimento siciliano, sia degli incentivi statali al settore auto.

Ferrari. Dal 13 ottobre 2014 sostituisce Luca Cordero di Montezemolo alla presidenza della Ferrari N.V. e Ferrari S.p.A. Il 21 luglio 2018 il CdA di FCA approva la sostituzione di Marchionne, afflitto da seri problemi di salute; John Elkann assume il ruolo di presidente e Louis Carey Camilleri quello di amministratore delegato.

Vita privata. Ha due figli, Alessio Giacomo (1989) e Jonathan Tyler (1994), nati dal primo matrimonio con l'ex moglie Orlandina. Dal 2012 è legato sentimentalmente a Manuela Battezzato, manager aziendale, conosciuta alla FCA, dove lei si occupa del settore comunicazioni.

Sergio Marchionne, dall'intervento alla spalla all'aorta lesionata: la ricostruzione, cosa gli è accaduto, scrive il 24 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". Dalla Svizzera, come ormai accade da giorni, non arrivano notizie ufficiali su Sergio Marchionne. Il riserbo è massimo, quasi ossessivo. Di certo, però, c'è che le condizioni del grande manager sono "stabili e irreversibili". Una circostanza non smentita dai vertici Fca e, dunque, da considerarsi vera. In questi giorni, però, si è parlato anche di "coma", "terapia intensiva" e di "gravi complicazioni". Dunque, che cosa è successo? Perché era stato detto che Marchionne era stato ricoverato per un intervento alla spalla? Si sapeva già dal principio che, al contrario, si trattava di un grave tumore ai polmoni, quello che potrebbe averlo colpito? Insomma, che cosa lo tiene a letto in ospedale dallo scorso 28 giugno? La lettera di Franzo Grande Stevens ha sciolto dei dubbi, ma non tutti. L'avvocato, infatti, ha confermato che "i suoi polmoni erano stati aggrediti e che era vicino alla fine". E allora perché si è parlato di intervento alla spalla? Una risposta arriva dal Corriere della Sera. Se davvero si è trattato di un tumore alla parte apicale del polmone, si spiegherebbero diverse cose. A partire dalle citate "complicazioni dopo l'intervento alla spalla destra", unica informazione ufficiale arrivata da Fiat Chrysler. Quel tipo di tumore polmonare, infatti, causa forti dolori proprio alle spalle: esperti di oncologia sottolineano che intervenire chirurgicamente significa mettere in conto la possibilità, che non viene ritenuta passa, di una lesione all'aorta e, dunque, anche al cervello. Insomma, questa potrebbe essere un'ipotesi in grado di spiegare cosa sia accaduto a Marchionne. Un'ipotesi che contemplerebbe sia "l'operazione alla spalla" sia il "coma irreversibile" mai smentito. Tanto che, si ricorderà, John Elkann nel diffondere la notizia del fatto che "Marchionne non tornerà", ha definito "impensabile" quanto accaduto all'ormai ex ad.

Grande Stevens su Marchionne: "I suoi polmoni sono stati aggrediti. Incapace di sottrarsi alle sigarette". Il presidente onorario della Juventus ha scritto una lettera commovente per Sergio Marchionne. Ha ripercorso i primi anni di lavoro insieme, l'amicizia e la notizia dell'aggravarsi delle sue condizioni di salute, scrive Giovanna Stella, Lunedì 23/07/2018, su "Il Giornale". "È molto difficile per me parlare di Sergio Marchionne che con Gianluigi Gabetti è stato il mio migliore amico di una vita, la sua scelta di amministratore delegato della Fiat (oggi Fca) è dovuta a Umberto Agnelli, che prima di morire raccomandò a Gabetti e a me di chiamarlo in azienda", inizia così la commovente lettera di Grande Stevens. Proprio quando le condizioni di salute di Marchionne si sono fatte "irreversibili", le persone che più gli sono state vicino in questa vita, spendono parole d'amore, di rispetto per lui. Così, al Corriere della Sera, il presidente onorario della Juventus affida il suo profondo sfogo, la sua storia d'amicizia con l'ex ad di Fiat. "Umberto - continua la lettera - aveva valutato Marchionne dai risultati eccezionali che aveva raggiunto lavorando per la Sgs, Société Générale de Surveillance, società di assicurazioni ginevrina. Umberto ci disse che quest’uomo aveva avuto un’idea geniale: quella di incaricare un suo uomo in ogni scalo marittimo o aereo del mondo". E dopo un primo approccio più tecnico, Grande Stevens si lascia andare anche sulla persona di Sergio Marchionne: "Da ragazzino, dopo la scomparsa del padre maresciallo dei carabinieri, con la mamma emigrò da Chieti negli Abruzzi a Toronto in Canada, presso una zia che commerciava in dettaglio ortofrutticoli. Un trasferimento affatto facile per lui. Imparò così il rigore e capì il binomio disciplina-cultura. Sergio è un uomo che sarebbe piaciuto a Giovanni Agnelli, che da sabaudo illuminato aveva dimostrato sempre grande interesse per gli intellettuali e per i sofisticati meccanismi finanziari dedicando del tempo ad affrontare tematiche di cultura illuministica e storica. Giovanni Agnelli ne avrebbe apprezzato la «unicità». Marchionne in Canada completò i suoi studi dimostrando grande interesse per la filosofia. Gianluigi Gabetti ed io, memori di quanto ci aveva detto in punto di morte Umberto Agnelli, invitammo Sergio e riuscimmo a portarlo alla Fiat". Ma è proprio a questo punto della lettera che le parole escono dal cuore. "Gabetti ed io avremmo potuto considerarlo per la nostra età un figlio (il mio primo ha soltanto quattro anni di meno) e invece divenne un nostro fratello, che ci consultava e ci insegnava che cosa vuol dire occuparsi del successo di una grande azienda - dice il presidente onorario della Juve -. Il dolore per la sua malattia è indicibile. Quando dalla tv di Londra appresi il giovedì sera che egli era stato ricoverato a Zurigo, pensai purtroppo che fosse in pericolo di vita. Perché conoscevo la sua incapacità di sottrarsi al fumo continuo delle sigarette. Tuttavia, quando seppi che era soltanto un 'intervento alla spalla', sperai. Invece, come temevo, da Zurigo ebbi la conferma che i suoi polmoni erano stati aggrediti e capii che era vicino alla fine. Alla società, ad Elkann, che è esponente e leader della proprietà, la mia commossa partecipazione. Marchionne ha lasciato una società che ha raggiunto l’incredibile risultato dell’azzeramento del debito e l’avvio di una vita di successi. Mi auguro che sulla strada che egli ha tracciato, sul suo esempio, la Fca prosegua con gli stessi risultati. Soltanto così il grande dolore di tutti noi potrà alleviarsi".

Dal profilo Facebok di Enrico Rossi: Marchionne versa in condizioni molto gravi. I giornali esaltano le sue capacità di leader e di innovatore. Ma, nel rispetto della persona, non si deve dimenticare la residenza in Svizzera per pagare meno tasse, il Progetto Italia subito negato, il baricentro aziendale che si sposta in Usa, la sede legale di FCA in Olanda e quella fiscale a Londra. Infine, un certo autoritarismo in fabbrica per piegare lavoratori e sindacati; e gli occupati che sono passati dai 120000 del 2000 ai 29000 di oggi. Marchionne era un manager capace, soprattutto per gli azionisti, ma certo poco o per niente attento alla storia e agli interessi industriali del Paese, il quale, d’altra parte, ha avuto una politica debole, priva di strategie industriali, che sostanzialmente ha lasciato fare. In questo momento di dolore, non si deve però dimenticare la complessità e gli errori che sono stati commessi in questi anni e che alla fine sono stati pagati dai lavoratori e dai giovani in cerca di occupazione.

"Nemico dei lavoratori". La sinistra dell'odio lo lincia in ospedale. Il Manifesto: "Autoritarismo padronale". Rossi (Leu): pagava meno tasse in Svizzera, scrive Paolo Bracalini, Lunedì 23/07/2018, su "Il Giornale". È stato il cattivo padrone quando guidava la Fca, resta il nemico da detestare anche in fin di vita. L'epilogo tragico della vita di Sergio Marchionne non scalfisce il fronte che lo ha combattuto come un oppressore dei diritti dei lavoratori, l'avversario acerrimo della sinistra tendenza Fiom. Le reazioni vanno dal silenzio gelido all'attacco esplicito anche davanti alla malattia irreversibile. Il quotidiano comunista Il Manifesto sceglie una copertina molto criticata per il cinismo sui social, E così Fiat, con la foto di un Marchionne malinconicamente piegato su se stesso, per demolirne senza pietà la figura: «Ha tolto i diritti ai lavoratori e ha portato il gruppo via dal Paese. La sua eredità è piena di macerie. L'autoritarismo padronale lascia centomila operai in meno, fabbriche vuote e un futuro incerto sulle auto di domani» si legge nella prima pagina in una sorta di feroce epitaffio. La linea prevalente a sinistra è l'indifferenza. I nemici storici Cgil e Fiom mantengono il silenzio, nessuna parola dalla Camusso e da Landini, neppure di circostanza «Abbiamo deciso il silenzio perché dichiarare e commentare ora non serve a nulla» spiega Michele De Palma, coordinatore Fiom nazionale della Fca). Con qualche eccezione, quella di Giorgio Airaudo, ex segretario nazionale Fiom-Cgil poi deputato Sel: «La politica italiana gli ha permesso tutto, senza chiedere mai, ha fatto della Fiat un'azienda apolide, il tutto nel plauso dei governi». Il segretario della Fiom torinese, Federico Bellono, non cita neppure Marchionne (si riferisce genericamente alle «notizie di queste ore»), e nella nota l'unico pensiero è al «rischio che i tempi delle decisioni si allunghino». Se la freddezza dei sindacati da sempre avversi all'ex ad sorprende fino ad un certo punto, quel che ha colpito di più i vertici di Fca è il comunicato glaciale del sindaco di Torino, la grillina Chiara Appendino. Con la delicatezza di un tir, la sindaca - nelle ore in cui si diffondono le indiscrezioni sullo stato terminale del manager ricoverato a Zurigo - ha fatto uscire una dichiarazione ufficiale in cui esprime unicamente l'augurio che il nuovo ad Mike Manley «guardi con attenzione alla nostra città, perché, oltre allo storico legame con il gruppo, ha saputo costruire nel tempo un sistema fatto di conoscenza, infrastrutture, centri di ricerca scientifica, imprese innovative e aziende ad alto contenuto tecnologico». Neanche un minimo riconoscimento a Marchionne o un gesto di solidarietà per la situazione. Per l'ex leader di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti, Marchionne «è stato simbolo del capitalismo che ha portato a una contrazione della civiltà, ha portato il deserto a Mirafiori e la Fiat a Detroit». Mentre sui social tracima l'odio di presunti operai: «Tutti a festeggiare. Lurido b.. hai rovinato migliaia di lavoratori», «Spero soffra...ti sono arrivate le maledizioni di tutti i lavoratori che hai rovinato». Anche il Fatto fa a pezzi la figura manageriale di Marchionne, ricordandone il sostegno al governo renziano: «Più finanza che auto. E il Jobs Act è roba sua» titola il quotidiano di Travaglio. Più duro di tutti il governatore toscano Enrico Rossi, coerente con la storia di ex Pci. Premettendo di parlare «nel rispetto della persona», il presidente (ora in quota Leu) ci tiene a ricordare di Marchionne «la residenza in Svizzera per pagare meno tasse, il Progetto Italia subito negato, il baricentro aziendale che si sposta in Usa. Infine, un certo autoritarismo in fabbrica per piegare lavoratori e sindacati». La leader di Potere al Popolo, la pasionaria napoletana Viola Carofalo, commenta: «La morte è una livella? Certamente, ma ciò che hai fatto in vita non si cancella». Nessuna pietà per i nemici del popolo.

Sergio Marchionne, orgoglio italiano: l'Istria, le foibe, i lutti in famiglia. La zia: "Quando tornava qui...", scrive il 27 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". Il passato segreto di Sergio Marchionne, un misto di orgoglio italiano e sangue. L'ex Ceo di Fiat Chrysler, scomparso mercoledì a 66 anni, aveva origini istriane che lui, alla pari con l'affetto per i Carabinieri (di cui suo padre Concezio ha fatto parte), non ha mai dimenticato. Sua madre Maria Zuccon era di Zucconi, oggi Cokuni, nell'entroterra di Pola, e dal 1943 ha subito l'orrore dei rastrellamenti dei soldati jugoslavi comunisti di Tito e dei nazisti, con la famiglia falcidiata: il padre Giacomo, il nonno materno di Marchionne, è stato ucciso nelle foibe, mentre il fratello Giuseppe, zio materno di Sergio, è stato fucilato dai tedeschi dopo l'armistizio dell'8 settembre. Un destino tremendo che Marchionne ha voluto coltivare e ricordare negli anni. Nel 2012 aveva partecipato a Torino a una cerimonia per il Giorno del ricordo, svelando il suo dramma famigliare. Come ricorda La Stampa, la zia materna Maria, rimasta in Slovenia, aveva ricordato nel documentario Italiani per scelta le visite del nipote, "bravissimo e ubbidiente". E lo stesso Marchionne, intervistato dal quotidiano La voce del popolo, quello della comunità italiana in Slovenia e Croazia, aveva ricordato: "Mia mamma mi parlava spesso della sua terra quando ero bambino", sottolineando i ricordi "contrastanti" tra la gioia "della sua infanzia" e "l'amore" per il marito carabiniere conosciuto proprio a Zucconi le lacrime per la "pulizia etnica e le foibe". Ma "il rancore - giurava l'ex super manager - non è uno dei sentimenti che mi ha trasmesso".

Il nonno infoibato, lo zio fucilato Quelle due tragedie in famiglia. I Marchionne segnati dalla guerra e l'amore per il Tricolore E Sergio nel 2012 partecipò al raduno degli esuli istriani, scrive Fausto Biloslavo, Lunedì 23/07/2018, su "Il Giornale". Il nonno infoibato dai partigiani di Tito, lo zio fucilato dai tedeschi, il papà carabiniere, che si innamora e sposa una giovane istriana. Non è un caso che Sergio Marchionne fa ricamare il Tricolore sui suoi leggendari maglioni neri. Nelle vene ha il sangue istriano, del dramma dell'esodo e di una famiglia segnata per sempre dalle cicatrici della guerra. Un destino che porta i genitori a trasferirsi in Canada, dove Marchionne è cresciuto diventando uno dei più illuminati manager globali. Nel 2010, il Giornale ha raccontato per primo la storia familiare relegata sempre nell'ombra dell'uomo della Fiat-Chrysler. Suo nonno materno, Giacomo Zuccon, aveva un emporio a Carnizza, vicino a Pola. Il papà, Concezio Marchionne prestava servizio nella stazione dei carabinieri e proprio nel negozio di famiglia ha conosciuto Maria, la donna della sua vita. Nel caos dell'8 settembre del 1943 i partigiani di Tito vanno a caccia dei «nemici del popolo». Il nonno di Sergio Marchionne viene infoibato anche se non ha mai portato la camicia nera. Suo figlio Giuseppe, rientrato a casa a piedi, dopo l'armistizio, inizia le ricerche, ma i tedeschi, che stanno riconquistando l'Istria lo fucilano come disertore. Così Marchionne ha perso pure lo zio nella tragedia della seconda guerra mondiale. Papà Concezio, per fortuna già trasferito in Slovenia e poi a Gorizia, ultimo vallo contro l'avanzata dei partigiani jugoslavi, sopravvive alla guerra. Maria, l'amore istriano, fugge e lo raggiunge seguita dalla sorella Anna, che si imbarca a Pola sul Toscana nel 1947, l'ultima nave degli esuli. I genitori di Marchionne si sposano in Italia e Sergio nasce a Chieti nel 1952. Anni duri per gli esuli, che la propaganda comunista bolla come fascisti. La zia Anna si trasferisce in Canada come tanti istriani costretti ad abbandonare le loro terre. La sorella Maria e suo marito alla fine la seguono per garantire un'istruzione migliore al figlio Sergio, che non dimenticherà mai l'Istria. Dopo l'uscita del Giornale, l'amministratore delegato della Fiat partecipa nel 2012 a Torino, per la prima volta, al raduno degli esuli che ogni 10 febbraio ricordano la tragedia delle foibe. E scrive parole di apprezzamento a esuli famosi come il dalmata Franco Luxardo su carta intestata della Fiat group: «Una storia, come quella della sua famiglia, che parla di sofferenza e di sacrifici, ma soprattutto di tenacia e di rinascita è un esempio prezioso in un mondo spesso rassegnato all'inerzia». Alla Voce del popolo, giornale degli italiani rimasti in Istria, racconta senza rancore i lutti familiari. Il titolo non lascia dubbi: «Marchionne, forte e sensibile come un istriano vero».

Maurizio Belpietro per la Verità il 23 luglio 2018. Il giorno dopo che la malattia lo ha costretto a uscire di scena, Sergio Marchionne è stato beatificato a mezzo stampa. Colui che fino a ieri era criticato per aver decentrato all' estero e produzioni chiudendo Termini Imerese, aver spostato la sede legale (e dunque fiscale) fuori dall' Italia, aver imposto un contratto aziendale disconoscendo quello nazionale, aver sbagliato molte previsioni, all' improvviso è diventato un manager straordinario. Anzi: il Manager. La realtà è che Sergio Marchionne non era un manager, ma un controller, cioè uno che avrebbe dovuto verificare il lavoro di altri manager. Per una serie di circostanze straordinarie poi fu messo alla guida di un gruppo che non era fallito, ma la cui azienda principale, Fiat auto, se non rimessa in carreggiata avrebbe fatto fallire sotto una montagna di debiti anche tutto il resto. Marchionne si trovò tra le mani il destino di una multinazionale tascabile che da tempo aveva innestato la retromarcia. Una fabbrica di automobili che non aveva automobili nuove in produzione e nemmeno le aveva progettate. Così, senza sapere nulla o quasi di auto e poco e niente della concorrenza si mise al volante. Dalla sua però aveva alcune carte da giocare. Conosceva meglio di altri i numeri ed era abituato a scovare tra le pieghe dei bilanci i problemi. Un vantaggio che sfruttò soprattutto quando dovette negoziare l'uscita di scena di Gm dal capitale della Fiat, una trattativa che egli concluse portandosi a casa un pacco di miliardi mentre avrebbe dovuto essere lui a versarli. L' astuzia sui conti gli consentì anche di sfruttare a proprio favore, e a favore degli azionisti, la crisi della Chrysler. I tedeschi della Daimler avevano speso un mucchio di soldi nel tentativo di farla diventare un moderno gruppo automobilistico e non un carrozzone di marchi più o meno fuori mercato. Ma alla fine, dopo dieci anni, furono costretti a gettare la spugna, travolti dai risultati negativi. La fortuna, per Marchionne, volle che in quel momento alla Casa Bianca fosse appena arrivato Barack Obama e che il neo presidente non potesse cominciare il mandato assistendo impotente alla chiusura delle fabbriche automobilistiche del gruppo. Obama non aveva il problema degli aiuti di stato che avrebbe avuto un qualsiasi politico europeo, costretto a rispettare le assurde regole di Bruxelles. No, il presidente Usa mise mano al portafogli, sperando che qualcuno si facesse avanti. E un uomo scaltro, con un'azienda che faceva fatica a trovare la strada per uscire dalla crisi, capì che quella poteva essere un'opportunità. Ha scritto bene Marco Cobianchi nel libro in cui ha analizzato la strategia di Marchionne (American Dream): non è la Fiat che ha comprato la Chrysler, ma Obama che ha comprato la Fiat. Con i soldi americani (e anche la tecnologia che nella Chrysler avevano messo i tedeschi), Marchionne ha fatto il miracolo. Tuttavia, anche se ha guidato per 14 anni un gruppo automobilistico, l'uomo che oggi giace in un letto d' ospedale a Zurigo non è mai stato un manager dell'automobile. Prova ne sia che ha fatto e disfatto piani industriali (otto in totale), senza azzeccarne mai neanche uno. Marchionne è stato un grande funambolo, un uomo che ha giocato con i soldi, le banche, le relazioni. Ha scomposto e ricomposto il gruppo, quotando ciò che già era di proprietà della Fiat e moltiplicandone il valore. Riccardo Ruggeri, che la Fiat la conosce come le sue tasche essendone stato un manager tra i più importanti, ha scritto in un Cameo che l'ad di Fca è il più grande deal maker del mondo dell'automobile. Che cos' è un deal maker? Cedo la parola allo stesso Ruggeri, che per spiegarlo ha usato un paragone artistico. «Se un manager è un pittore, perché aggiunge materiale sulla tela bianca, il deal maker è uno scultore, in quanto crea un'opera d’arte togliendo materiale da un blocco di marmo». Marchionne ha via via scorporato dal blocco Fiat il materiale della Case New Holland e dell'Iveco (Cnh global), e della Ferrari e ora si apprestava a fare lo stesso con la Marelli e con Comau. Un gioco di prestigio che ha creato valore per gli azionisti, facendo crescere con questo spezzatino le quotazioni di oltre sei volte. Per dirla con Ruggeri: uno scultore sommo. Ma a fronte di questa straordinaria capacità creativa esiste il rovescio della medaglia. Ossia una Fca che comunque resta piccola rispetto ai concorrenti, che non ha macchine elettriche e neppure ibride e dunque nel futuro non potrà che arrivare fra gli ultimi. Il gruppo vende quasi cinque milioni di automobili in un mercato dove i concorrenti ne vendono 12 milioni, ma di quei cinque milioni di pezzi la parte più profittevole è quella con il marchio Jeep, perché lì i soldi di Obama sono serviti. In Italia, al contrario, i profitti sono scarsi e gli stabilimenti poco strategici. Probabilmente il grande giocoliere aveva in mente, una volta fatto crescere il valore, di vendere tutto, magari ai cinesi. E però l'uscita di scena di Obama e l'arrivo di Trump ha cambiato tutto. Il nuovo presidente, colui che mette i dazi e fa la guerra commerciale alla Cina e anche all' Europa, mai accetterebbe che un pezzo del mercato automobilistico americano finisse in mano a qualcuno eterodiretto da Pechino. Marchionne forse pensava di rivolgersi ai sudcoreani, più graditi da Trump, e per questo si è fatto il nome della Hyundai. Lo scultore sommo probabilmente si sarebbe inventato un azzardo dei suoi, ma purtroppo la malattia è arrivata prima e il futuro del gruppo è passato di mano. Toccherà a un inglese trovare la soluzione al rebus e dovrà trovarla in fretta, perché se c' è una qualità che ha aiutato il grande giocatore di poker a non perdere mai una mano è stata la velocità. Fra le tante banalità di questi giorni ho letto che Marchionne era un globalista, mentre secondo altri era un neo protezionista. Qualche sindacalista ha scritto che era amico dei lavoratori e nemico dell'Italia corporativa, mentre altri lo hanno accusato di aver salvato gli Agnelli, ma non gli operai, ricoprendolo di insulti. Tuttavia c' è chi gli vorrebbe costruire un monumento. Non so se la statua sia la cosa migliore per ricordarlo. Forse la cosa migliore sarebbe capirlo e, soprattutto, impararne la lezione. Nelle aziende la flessibilità non è solo quella che si applica ai dipendenti, ma soprattutto quella che mettono in campo i manager che si adattano al futuro. Che non è né bello né roseo, è solo in continua evoluzione.

Marchionne, Di Maio contro l'odio rosso: "Miserabile attaccare chi sta male". Il leader grillino contro sinistra e sindacati: "Quando era potente gli ha permesso di fare ciò che voleva. Ora che è su un letto d'ospedale lo attacca", scrive Sergio Rame, Lunedì 23/07/2018, su "Il Giornale". L'odio rosso si scaglia contro Sergio Marchionne mentre è ricoverato a Zurigo. Non appena è arrivata la notizia che le condizioni dell'ex ad di Fca sono "irreversibili", la sinistra e i sindacati lo hanno subito linciato sui quotidiani e sul web. Non solo. Il sindaco di Torino, la grillina Chiara Appendino, l'ha ignorato chiedendo attenzione al successore Mike Manley. Un odio sociale senza precedenti e senza senso che ora lacera il Paese. Tanto che, incontrando i giornalisti al termine di una riunione con gli ambasciatori dei paesi membri del G20, il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio è intervenuto per chiedere rispetto: "È da miserabili attaccare una persona che sta male". Il Manifesto, ieri mattina, è arrivato nelle edicole con un titolo agghiacciante. E così Fiat. "Ha tolto i diritti ai lavoratori e ha portato il gruppo via dal Paese - ha scritto il quotidiano comunista - la sua eredità è piena di macerie. L'autoritarismo padronale lascia centomila operai in meno, fabbriche vuote e un futuro incerto sulle auto di domani". Tutta la sinistra è insorta dopo aver saputo delle cattive condizioni di salute di Marchionne. "È stato simbolo del capitalismo che ha portato a una contrazione della civiltà - ha commentato Fausto Bertinotti - ha portato il deserto a Mirafiori e la Fiat a Detroit". Peggio di lui ha fatto il governatore toscano Enrico Rossi che si è fiondato a ricordare "la residenza in Svizzera per pagare meno tasse, il Progetto Italia subito negato, il baricentro aziendale che si sposta in Usa. Infine, un certo autoritarismo in fabbrica per piegare lavoratori e sindacati". Un odio viscerale che è poi tracimato sui social network con insulti livorosi. "Con Marchionne non siamo andati d'accordo quasi mai - commenta Di Maio - ma è veramente miserabile attaccare una persona che sta male come fa la sinistra che gli ha fatto fare tutto quello che voleva quando era potente". Tra i detrattori di Marchionne, però, ci sono anche chi si è rifiutato di parlare dell'ex ad di Fca. Il sindaco di Torino ha, infatti, diramato un comunicato stampa in cui ha espresso unicamente l'augurio che il nuovo amministratore delegato Mike Manley "guardi con attenzione alla nostra città, perché, oltre allo storico legame con il gruppo, ha saputo costruire nel tempo un sistema fatto di conoscenza, infrastrutture, centri di ricerca scientifica, imprese innovative e aziende ad alto contenuto tecnologico" e ha completamente oscurato Marchionne. Su questo, però, Di Maio ha completamente sorvolato.

Montezemolo rompe il silenzio: "Con Marchionne ci sono stati contrasti duri". Mentre Marchionne si trova in clinica a Zurigo, Montezemolo rompe il silenzio: "Uno dei più grandi", scrive Giovanna Stella, Lunedì 23/07/2018, su "Il Giornale". Se la convocazione d'emergenza di sabato pomeriggio dei cda di Fca, Ferrari e Cnh Industrial aveva fatto il giro del mondo, ora la notizia delle "irreversibili" condizioni di salute di Sergio Marchionne stanno tenendo col fiato sospeso. E mentre l'ex ad di Fca si trova sotto osservazione all'ospedale di Zurigo, decine di amici spendono per lui commoventi parole. Da Silvio Berlusconi a John Elkann, sono tutti qui per ricordare tutto quello che Marchionne ha fatto nella sua carriera e in particolar modo per la Fiat. Ora, a due giorni di distanza dalla triste notizia del peggioramento delle sue condizioni di salute, anche Luca Cordero di Montezemolo ha rotto il silenzio. Nonostante i due non siano mai andati troppo d'accordo, l'imprenditore ha speso belle parole per Marchionne. "Sergio Marchionne è uno dei più grandi manager internazionali - ha detto Montezemolo -. Abbiamo iniziato e proseguito insieme un lungo e proficuo pezzo di strada alla Fiat negli anni più drammatici con grande spirito di amicizia e collaborazione". L'imprenditore, quindi, riconosce le grandi doti professionali "del suo nemico", ma non dimentica che "abbiamo avuto nel passato recente contrasti anche molto duri". "Ma mai ho messo in discussione il coraggio, la capacità e la visione di Sergio, che - conclude - hanno permesso il salvataggio e il rilancio del primo gruppo industriale italiano e contribuito a modernizzare le relazioni sindacali nel paese. Sono vicino alla sua famiglia".

I boia di Marchionne. È in "condizioni irreversibili", ma sinistra e sindacati lo linciano. Berlusconi commosso: "Lui simbolo dell'Italia", scrive Alessandro Sallusti, Lunedì 23/07/2018, su "Il Giornale". Ogni successo crea nemici, ma non tutti i nemici sono uguali. Ci sono quelli che riconoscono la vittoria dell'avversario e quelli che non riconoscono la propria mediocrità. Le menti mediocri, diceva Albert Einstein, sono violente, incapaci di comprendere il genio degli innovatori e di ammettere i loro meriti. È quello che succede oggi nei confronti di Sergio Marchionne da parte di una classe dirigente sindacale fallita e di alcune frange della sinistra rancorosa. Parliamo delle stesse persone e sigle che attraverso una innaturale cogestione avevano portato la Fiat, fino all'arrivo di Marchionne, sull'orlo del fallimento dopo averla fatta campare per decenni con gli aiuti di Stato. In questo coro di mediocri si distingue la voce di Enrico Rossi, governatore della Regione Toscana, ex Pci, ex Pd, ex Liberi e Uguali e a fine mandato certamente solo ex (i toscani non lo reggono più). Lui, pensando di fare l'originale, ricorda con sarcasmo che Marchionne è quello che ha portato la Fiat fuori dall'Italia. Sta di fatto che la Fiat è viva più che mai e nel frattempo Pci, Pd e Liberi e Uguali sono morti, il che qualche cosa vorrà dire su chi dei due, Marchionne e Rossi, è quello intelligente. Un politico che rinfaccia a un imprenditore di aver preso le distanze dall'Italia è come quel medico che incolpa il paziente di non reagire alla cura sbagliata e pure si lamenta se questo cambia ospedale. Qualsiasi persona di buon senso per salvarsi fuggirebbe, potendolo fare, a gambe levate dalle ricette economiche della sinistra tanto care a Rossi e alla Cgil. Lo ha fatto Marchionne, lo hanno fatto in massa gli elettori. Dai mediocri si scappa, e da Rossi sono scappati tanti cittadini toscani che pur venendo da una storia comunista alle ultime elezioni hanno chiesto asilo politico alla Lega e a Forza Italia. Un atto sofferto di legittima difesa dall'imbecillità assurta a forma di governo. Sono lontani i tempi in cui Berlinguer andava ai funerali di Almirante per riconoscere pubblicamente la grandezza del rivale. Berlinguer era comunista, non mediocre. Questi irridono un uomo che si trova in coma irreversibile, contro il quale hanno combattuto e, per fortuna della Fiat e nostra, perso. Piccoli uomini, odiatori seriali. Politicamente e umanamente parlando i morti sono loro. Camminano ancora ma sono morti, solo che non lo sanno.

Sergio Marchionne, sfregio del Fatto Quotidiano: "Non ha fatto niente", scrive il 24 Luglio 2018 "Libero Quotidiano”. Di fesserie, insulti e orrori su Sergio Marchionne, anche con la complicità dei social network, in questi giorni ne abbiamo lette e intercettate tante. E per quel che riguarda la categoria "fesserie", oggi, martedì 24 luglio, si distingue Il Fatto Quotidiano. Già, perché dedica all'ex ad di Fca un articolone dal seguente titolo: "Né meriti né colpe, Marchionne usato per risse da cortile". E fin qui, nulla di troppo sorprendente. La sorpresa, semmai, sta nel catenaccio del pezzo firmato da Giorgio Meletti, ove si legge: "La Fiat è rimasta quella che era, piccola aziendali un Paese in declino. Il manager non poteva nulla, e nulla ha fatto". Insomma, per il quotidiano diretto da Marco Travaglio, Marchionne "nulla ha fatto". Come se salvare Fiat dalla bancarotta, farne crescere il valore azionario in modo esponenziale e passare dal dover essere acquisita da Chrysler ad acquisire Chrysler stessa - giusto per farla brevissima - fosse nulla. Insomma, sul Fatto, un titolo assolutamente sconcertante...

Sergio Marchionne, la porcata di Diego Fusaro su "schiavi" e "padroni", scrive il 24 Luglio 2018 "Libero Quotidiano". Non lascia, anzi raddoppia. Si parla di Diego Fusaro, il filosofo-comunista-grillino-anti invasione che scivola in modo inaccettabile su Sergio Marchionne. Già poco dopo la notizia relativa alle sue "condizioni irreversibili", Fusaro aveva riservato alla vicenda un commento inaccettabile. E ora, come detto, raddoppia. Lo fa su Twitter, dove scrive: "Continua senza tregua la ridicola beatificazione di Marchionne operata dal rotocalco mondialista La Repubblica, voce del padronato cosmopolita orientato a far sì che gli schiavi amino i loro padroni". Se ne deduce, dunque, che Marchionne abbia fatto degli schiavi. Una discreta porcheria.

"Ha salvato la Fiat, non ha potuto salvare se stesso". Antonio Socci racconta gli ultimi giorni di Marchionne, scrive il 23 Luglio 2018 Antonio Socci su "Libero Quotidiano”. Speriamo in una guarigione per Sergio Marchionne anche se sappiamo che non è facile, perché è in gravi condizioni. Di sicuro però è calato di colpo il sipario sul suo ruolo pubblico in quel mondo che una volta era la Fiat degli Agnelli: «Sergio non tornerà più», ha scritto John Elkann, presidente di Fca, in una lettera ai dipendenti. Al di là, dunque, dell'evoluzione clinica del suo caso, abbondano i commenti e le considerazioni sulla fine dell'era Marchionne nella Fca. Ma c' è una verità che - in questi casi - resta sempre «non detta», perché è scioccante e mette tutti noi con le spalle al muro. Ha balenato quasi di straforo nelle parole di John Elkann, mentre il Cda provvedeva alla repentina e imprevista sostituzione di Marchionne al vertice della società: «Sono profondamente addolorato per le condizioni di Sergio» ha detto Elkann, «si tratta di una situazione impensabile fino a poche ore fa, che lascia a tutti quanti un senso di ingiustizia». Una situazione impensabile fino a poche ore fa. È questo che ha traumatizzato tutti. Eppure la vita è così, anche se ci impegniamo con tutte le forze a dimenticarlo perché il pensiero ci annichilisce. Ogni istante camminiamo su uno strapiombo sull' abisso e gran parte delle cose che facciamo - diceva Pascal - ci servono a distrarci dal pensiero della nostra incombente mortalità e della nostra precarietà. Rimuoviamo sempre e cerchiamo di dimenticare questo pensiero. Precarietà della vita - Ungaretti rappresentò così la condizione dei soldati nelle trincee: «Si sta come/ d'autunno/ sugli alberi/ le foglie». Ma siamo tutti soldati di una guerra che si chiama vita. Tempo fa ho visto un'emozionante testimonianza di Jim Caviezel, l'attore americano che ha interpretato Gesù nel film di Mel Gibson, The Passion. Per Jim quel film è stata un'esperienza che gli ha cambiato la vita. Ha poi attraversato sofferenze e prove, ma la sua fede è diventata granitica. Parlando davanti a migliaia di persone (in quella conferenza) esordì così: «Non so se lo sapete, ma la vostra morte è imminente». Poteva sembrare un espediente retorico per catturare - in modo scioccante - l'attenzione degli ascoltatori, eppure nessuno si alzò dicendo: «Ma va là, che sciocchezze stai dicendo per far colpo su di noi?». Nessuno obiettò e nessuno potrebbe farlo. Perché in effetti è vero. I saggi dicono che il pensiero della precarietà della vita è l'inizio della sapienza. Le nostre nonne non avevano studiato, ma si erano laureate all' università della vita e - avendo attraversato tanti dolori e tante prove - sapevano e insegnavano queste verità profonde: adesso sei vivo e forte, pochi secondi dopo non ci sei più o non hai più coscienza di te. Ne ho fatto personalmente esperienza con una figlia di 24 anni, nel fiore della sua primavera, piena di splendore e di salute: immaginate una bella fanciulla fra amici, che parla, sorride, poi un istante, il tempo di dire «non sto bene» e il crollo per terra con il cuore fermo. Di colpo. Può capitare anche a 24 anni. Non è affatto necessario essere vecchi o malati. Si può essere ricchi o poveri, giovani o anziani, famosi e potenti o del tutto irrilevanti e sconosciuti. Nella Bibbia un salmo recita: «Come l'erba sono i giorni dell'uomo, /come il fiore del campo, così egli fiorisce. / Lo investe il vento e più non esiste/ e il suo posto non lo riconosce». Nessuno si accorge della solitudine degli altri, né della loro infelicità, soprattutto quando sono potenti e ricchi e sembra non abbiano i drammi delle persone comuni. Ma l'attimo in cui il destino bussa alla porta è per tutti il momento in cui emerge la grande solitudine. E nulla, né il potere, né la ricchezza, ci soccorre. Certo, in genere avere grandi disponibilità economiche permette di curarsi molto bene e consente anche di superare gravi problemi di salute, mettendo in campo mezzi straordinari. Marchionne, col suo lavoro di manager, di certo non ha problemi economici e potrà avere il massimo delle cure. Ma la ricchezza non cambia realmente il destino umano. Che è lo stesso per tutti. Elkann ha avuto un'altra espressione che colpisce. Ha detto che la vicenda di Marchionne «lascia a tutti quanti un senso di ingiustizia». È vero. È la condizione umana che ci appare ingiusta, perché siamo esseri fatti per la felicità, per la vita, e ci appare innaturale e violento dover soccombere sotto il dolore, il male e la morte. Infatti nella Bibbia il Libro della Sapienza proclama: «Dio non ha creato la morte/ e non gode per la rovina dei viventi. / Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza». Qualcosa di terribile e oscuro è avvenuto che ha avvelenato la creazione. E ora la vita appare all' uomo come un'illusione fugace, un sogno ingannatore e vano: «Vanità delle vanità. Tutto è vanità» (Qoèlet). Appare così. Eppure non è vero neanche questo. «Solo pochi giorni» - Il 27 giugno scorso Marchionne, entrando in clinica per l'operazione alla spalla destra, non sapendo che tutto sarebbe precipitato improvvisamente, aveva detto ai suoi collaboratori: «Starò via solo pochi giorni». Nessuno sospettava quello che sarebbe accaduto e oggi si tramandano queste parole con sconcerto, pensando a quanto è stato beffardo il destino che aspettava il manager. Eppure c' è una strana e misteriosa verità in quelle parole di Marchionne, una di quelle profonde verità che involontariamente gli uomini talvolta si trovano a dire senza saperlo. In un certo senso, anche se la sua situazione clinica dovesse avere l'esito peggiore, è verissimo che starà via solo pochi giorni. E questa è la consolazione di tutte le persone che perdono i loro cari. Con gli occhi della fede cristiana perfino la morte - che è l'addio definitivo - viene vinta e trasformata: è solo un arrivederci di pochi giorni. «Morte dov' è la tua vittoria?». È questo il grido trionfale degli esseri umani toccati dalla grazia del cristianesimo. E così tutto, proprio tutto, cambia di segno. Don Giussani diceva che per l'uomo naturale la vita è come un malinconico stare a guardare, sulla riva del mare, una barca con le persone e le cose amate che si allontanano sempre più all'orizzonte fino a sparire. Ma dopo la resurrezione di Cristo e la sua vittoria è tutto rovesciato: è come stare sulla riva e veder avvicinare sempre di più le persone e le cose amate, che riavremo per sempre nella felicità. Così l'esistenza terrena diventa il tempo della grande scelta per la salvezza. Antonio Socci

Il ritratto. Gli amici e i nemici di Marchionne: lo scontro con la Camusso, la luna di miele con Renzi e la proposta di Berlusconi. Suggeritore di Renzi, premier ideale del Cav, è uscito indenne pure dallo scontro tra Obama e Trump. Marchionne disse: “La Fiat è sempre governativa”. “Voterei Matteo”, “Silvio? Un grande”. La politica lo ha sempre guardato con rispetto e interesse, i sindacati no. Lo scontro più duro con Susanna Camusso che gli ha attirato le antipatie della sinistra tradizionale, scrive Paolo Emilio Russo, giornalista parlamentare, il 23 luglio 2018 su Tiscali. È vero che Sergio Marchionne ha fatto del maglione un simbolo della sua figura di manager fuori dagli schemi, che la sua mise avrebbe certo fatto inorridire l’Avvocato, sempre inappuntabile e capace di dettare le regole della moda fino a rendere plausibile il vezzo di portare l’orologio sopra il polsino della camicia. Ma, della vecchia leadership di Fiat – fino dai tempi del senatore Giovanni Agnelli sr. – il manager italo-canadese venuto dalle corporation statunitensi e domiciliato nel Cantone svizzero di Zugo ha saputo mantenere un tratto essenziale. Lo ammise lui stesso: Fiat è, per definizione, un’entità filogovernativa. Una bussola, questa, che Marchionne ha tenuto saldamente in mano fino all’ultimo, non solo in Italia ma anche negli USA, il terreno su cui FCA, la sua creatura più ambiziosa, ha finito per giocare la sua partita decisiva. Facendo sparire, fatalmente, la sua figura, dai radar della politica italiana. L’ultima, clamorosa, parte da protagonista qui da noi, l’aveva giocata – malgré lui – nel luglio dello scorso anno, quando un Silvio Berlusconi ancora squalificato dalla legge Severino e alla ricerca affannosa di un frontman credibile per il centrodestra, aveva sparato il suo nome con apparente convinzione: "Per il centrodestra punto su Sergio Marchionne. Tra non molto gli scade il contratto negli Stati Uniti, e se ci pensate bene sarebbe l'ideale...". Una mossa ardita, per nulla concordata con l’interessato, che, a stretto giro, ricambiava con un sottile fin de recevoir: “Berlusconi è un grande, ha spiazzato tutti, ma non ci penso neanche di notte”, tra il passaggio di una auto e l’altra al Granpremio d’Austria di Formula 1. Che non si trattasse solo di una boutade, però, lo dimostra la tempestività – e la malizia - con cui uno dei colonnelli, il più impegnato a tenere insieme gli alleati dei Lega e FdI, Giovanni Toti, era intervenuto a stoppare l’ipotesi del Cavaliere: “Marchionne è una persona che ha fatto molto bene nel mondo dell’impresa, certamente una persona di grande valore. Non so se abbia intenzione di scendere in campo. E, soprattutto, non so se ne sarebbe capace. Non credo si debba cercare un altro Berlusconi anche perché non lo troveremmo. Di certo non basta essere un uomo di successo nel mondo dell’impresa, o dell’accademia, o dell’economia, per essere il nuovo Berlusconi. La storia recente lo dimostra. Prima, molto prima, c’era stato però il flirt con Matteo Renzi. E’ vero che agli esordi politici del sindaco di Firenze, Marchionne era andato giù duro definendo addirittura da Bruxelles Firenze come una “piccola e povera città” con un sindaco che “si crede Obama ma non è Obama”.  Ancora qualche mese dopo, quando ormai Renzi si era insediato a Palazzo Chigi, si era perfino sbilanciato per sollecitare un maggiore equilibrio a proposito del jobs act: "Facciamo due mestieri diversi, capisco benissimo il tipo di problemi che sta avendo. Non condivido completamente l'atteggiamento nei confronti del sindacato ma lo capisco. Sono momenti che ho vissuto anch'io".

Già, perché gli esordi di Marchionne alla guida di Fiat erano stati segnati da una dura polemica dell’allora ad con Susanna Camusso a proposito di uno sciopero alla Maserati definito come "irrazionale e incomprensibile", e dell’interruzione delle trattative per il nuovo contratto, a cui i lavoratori  avevano replicato con una lettera aperta in cui scrivevano: "Siamo molto contenti e orgogliosi di essere parte integrante di uno degli stabilimenti più moderni. Non ci siamo mai tirati indietro. Ma ci sono problemi e vanno affrontati. Noi siamo orgogliosi di quello che stiamo facendo alla Maserati, della nostra italianità fatta di risultati eccellenti e di etica del lavoro, ma l'etica del lavoro prevede che ci sia nei rapporti reciproci. Forse dovremmo tutti riflettere sulla gravità delle conseguenze che certe azioni comportano". Poi ci fu la (relativamente) lunga stagione degli endorsement di Marchionne all’allora presidente del Consiglio e dei riconoscimenti di Renzi nei suoi confronti. Quelli che ancora risuonano nelle parole di queste ore: “Marchionne è stato un grande protagonista della vita economica degli ultimi 15 anni. Con lui ho condiviso molte scelte, discusso sempre, litigato talvolta. È riuscito a dare un futuro alla Fiat, quando sembrava impossibile. Ha creato posti di lavoro, non cassintegrati". In realtà, i rapporti tra i due hanno segnato una parabola evidente, soprattutto nell’alternarsi dei giudizi del manager sull’uomo politico. Nel settembre del 2015, Marchionne, ancora dai box di un gran premio di Formula 1, si era spinto a definire Renzi “la migliore speranza di questo Paese nel 21esimo secolo per accelerare il passo”. E nel gennaio del 2016, parlando a Chicago, al Forum sull’innovazione organizzato dall’Istituto italiano per il Commercio Estero, dove Marchionne era arrivato a sorpresa, era stato ancora più esplicito: "Se me lo chiedete, in Italia voterei per Renzi", indicando nel giovane leader fiorentino l’uomo capace di liberare l’Italia "di un lungo fardello di inefficienze", e di garantire la stabilità di cui le imprese hanno bisogno, aspettava da tempo. Marchionne doveva a Matteo Renzi – oltre che a una stampa piuttosto distratta e/o benevola - soprattutto di avergli garantito di trasformare la vecchia Fiat nella nuova FCA americana nata dalla fusione con Chrysler. L’unico a mostrare qualche perplessità era stato allora Romano Prodi: “Sono felice che Marchionne sia felice, ma vorrei che fossimo felici anche noi". Prodi aveva riconosciuto a Marchionne di aver "vinto una grande battaglia", con una "ingegnosità finanziaria e una capacità negoziale da lasciare a bocca aperta tutti e da mettere al sicuro il portafoglio degli azionisti" ma non aveva nascosto un certo disappunto: "La Fiat-Chrysler avrà la sede in Olanda, pagherà le tasse in Gran Bretagna e le sue azioni saranno quotate in primo luogo a New York. Tutto questo può anche avere un senso, perché le imprese non hanno alcun obbligo di riconoscenza o di gratitudine, pur tenendo conto che nel rapporto fra la Fiat e l'Italia qualche obbligo vi potrebbe pure essere. Anche se, nella sua storia, di tasse non ne ha certo pagato un'esagerazione, fa tuttavia una certa impressione pensare che la Fiat assuma la cittadinanza fiscale britannica". Le cose, però, dopo la sconfitta del referendum di fine 2016 e i sintomi del declino delle fortune politiche di Renzi, cambiarono rapidamente. Con l’abituale fiuto politico della dirigenza Fiat, anche Marchionne finì per prenderne atto e per modificare i suoi giudizi: “Quello che è successo a Renzi non lo capisco. Quel Renzi che appoggiavo non lo vedo da un po’ di tempo”. Scaricato, e per di più nell’imminenza della campagna elettorale da cui l’antico sodale sarebbe uscito con le ossa rotte. Qualcosa di simile è accaduto anche nel rapporto con la politica USA. Non c’è dubbio che, oltre a Sergio Marchionne, l’altro degli artefici dell’operazione FCA sia stato Barack Obama. Con la partecipazione attiva dei sindacati americani. E questo, per inciso, spiega anche la benevolenza che in Italia ha circondato “a sinistra” la trasformazione della vecchia Fabbrica Italiana Automobili Torino proiettandola nell’empireo della globalizzazione. Fiat completava la sua internazionalizzazione uscendo dal guscio europeo e Obama metteva al sicuro, con la prospettiva di rilanciarla, l’industria automobilistica del Mid West, di una delle ultime regioni dominate dai “blue collars” e sicuro – un tempo – bacino elettorale dei Democrats. Almeno fino all’arrivo sulla scena di Donald Trump e delle sue suggestioni protezionistiche. Vero è che Trump, minacciando la revisione del trattato commerciale Nafta (con Canada e Messico) mette a rischio la convenienza delle forniture delle aziende automobilistiche ma, al tempo stesso, la forte riduzione degli oneri fiscali – un miliardo di dollari - per FCA rappresenta una manna e poi, per un’azienda ormai “americana” e con un mercato interno sconfinato, anche il protezionismo può essere un affare. Come ammesso dallo stesso Marchionne, peraltro. Resta il nodo delle emissioni, con il rischio che anche il gruppo di Detroit sia preso con le mani nella marmellata, che cada vittima del “dieselgate” che ha colpito Volskwagen e non solo. Vale la pena, allora, di sostenere la linea di Trump, appoggiando l’idea che la revisione degli "standard dell'Epa, come originariamente previsto, è la cosa giusta da fare". "Il processo è nelle fasi iniziali e trarre conclusioni affrettate e ipotizzare un esito sarebbe quindi un errore" ebbe a dire Marchionne, dichiarandosi "ottimista" sul fatto che "il presidente riuscirà a trovare il modo di preservare un programma nazionale che stimoli miglioramenti continui nell'efficienza dei veicoli e al contempo ci permetta di realizzare veicoli che i nostri clienti vogliono acquistare, a prezzi loro accessibili". Un obiettivo che "richiede la volontà di tutte le parti di arrivare a compromessi". L’importante, allora, era evitare di finire schiacciati nella guerra tra i due Presidenti, con Obama che non vuole che Trump smantelli quanto di buono ha fatto per proteggere l’ambiente e con il secondo che ha già annunciato una profonda deregulation anche in materia ambientale. Anche a costo di far passare l’EPA – l’organo di controllo - come “il braccio armato” di Obama. Filogovernativi anche Oltreoceano. Il modo giusto per incassare gli elogi del presidente, come è avvenuto di recente in un incontro con i leader dell’industria automobilistica riuniti nella Roosevelt Room della Casa Bianca, quando Donald Trump, dopo avere intimato: "Voglio vedere più auto costruite negli Stati Uniti", si rivolse proprio a Sergio Marchionne definendolo, "al momento il mio preferito nella stanza" per aver deciso lo "spostamento della produzione nel Michigan dal Messico". "La ringrazio", - queste le sue parole - così come "le sono grati" gli abitanti del Michigan”.

Massimo Gramellini per il Corriere della Sera il 23 luglio 2018. Non capendo un tubo di automobili, figuriamoci di economia e finanza, l'unico titolo che ho per parlare dell'era Marchionne alla Fiat è di raccontare gli sporadici incontri che ho avuto con lui durante gli anni in cui ho lavorato a Torino per «La Stampa». Nel 2007, non so perché, mi fu chiesto un parere sul «numero zero» di uno spot per il lancio della Cinquecento. Azzardai alcune osservazioni, ignorando che lo avesse confezionato il capo in persona. Qualche giorno dopo ricevetti una telefonata da un numero sconosciuto: «Appena mi hanno riferito le sue idee, ho pensato che lei fosse un coglione. Ma le ho fatto testare sul pubblico e pare che piacciano. Quindi il coglione sono io». E mise giù, senza dire grazie o buonasera, nemmeno il suo nome. L' impatto dal vivo avvenne nei saloni austeri del Lingotto, dove lui e l'allora direttore di Fiat Auto, Luca De Meo, si divertivano a tirarsi addosso i pacchetti di sigarette da una parte all' altra del tavolo delle riunioni. La mia prima domanda fu banale: «Come mai indossa sempre un maglione blu?» La sua prima risposta, letale: «Come mai non va dall' oculista? Il mio maglione non è blu, è nero». Con uno scudetto tricolore cucito all'altezza del cuore. Ciò che subito mi colpì di quell'uomo che parlava in italiano come uno straniero era la retorica patriottica, tipica di chi guardava e amava il suo Paese da lontano. Ogni volta che il discorso inciampava sull' Italia, uscivano fuori il figlio del carabiniere e l'emigrato precoce: si toglieva gli occhiali e li puliva freneticamente contro la manica del maglione (nero). Il suo modo per scaricare la commozione. Per svuotare i nervi, invece, mi spiegò che non c'era nulla di meglio, potendoselo permettere, che salire su una Ferrari e farsi qualche giro del circuito di Fiorano a velocità forsennata. All' epoca pensavo ancora che fosse un italiano atipico, ma ero condizionato dal suo imbarazzo per le guasconate arci-italiane del premier Berlusconi. Mi disse che se ne vergognava a tal punto da avere cominciato a usare il secondo passaporto, quello canadese, però sembrava una boutade per strappare una risata di complicità: non lo avrebbe mai fatto, credo. Mi raccontò di quando era stato convocato a Palazzo Chigi insieme con il gotha dell'economia italiana, ma che, dopo mezz' ora di barzellette di quell' altro, si era alzato dicendo che doveva andare a lavorare, lui. Mi costruii l'immagine di un Marchionne quacchero e moralista. Come mi sbagliavo. Sotto quel maglione nero, già allora covava italianità allo stato puro, un talento innato per l'improvvisazione anche cinica, ma sempre spiazzante. Quando il capo della General Motors era venuto a bussare a quattrini con arie da padrone, lui gli aveva parlato per un giorno intero di quanto orribili fossero i suoi conti. Non quelli della Fiat, ma quelli della General Motors, che si era studiato durante la notte. Non solo non gli aveva restituito il miliardo e mezzo di dollari che gli doveva, ma lo aveva convinto a farsene dare uno supplementare per levarselo dai piedi. Il 4 luglio 2007, giorno del lancio della Cinquecento con una cerimonia sul Po, rimarrà per sempre uno dei più belli della sua carriera. Aveva appena detto che la competitività non andava perseguita abbassando gli stipendi degli operai e la gente lo applaudiva per la strada. Il mito di salvatore della Fiat si nutriva di episodi leggendari, come quello della sua nomina, quando l'elicottero di Marchionne era atterrato sul terrazzo del Lingotto proprio mentre quello di Morchio, il predecessore appena licenziato, si alzava in volo: una scena da Apocalipse Now. In quei giorni si compiaceva della sua fama di duro. A Gianluigi Gabetti propose di assumere nella corrispondenza privata il soprannome di Ruthless. Spietato. Arrivarono a un compromesso: l'uno si sarebbe firmato Ruth e l'altro Less. Ignoro se avesse dato un soprannome anche a John Elkann, ma ne ha sempre parlato con stima e a ogni colloquio cambiava il tempo del verbo: «Il ragazzo crescerà sta crescendo è cresciuto. È in gamba, ha imparato in fretta». Quando la crisi economica appannò la sua popolarità, non riuscì a farsene una ragione. Un giorno mi chiamò nel suo ufficio al Lingotto, dominato dal quadro di un artista newyorchese inneggiante alla Competitività, e mi chiese a bruciapelo: «Perché Landini sta più simpatico alla gente di me?» Crozza aveva appena fatto la sua imitazione, ma lui non l'aveva ancora vista. Ebbi così il privilegio, si fa per dire, di mostrargliela sul suo Mac. Mentre il Marchionne di Crozza diceva: «Noi apriamo le concessionarie solo di notte, così se sei una donna incinta e ti svegli con una voglia improvvisa di Fiat», il Marchionne vero esplose a ridere come un ragazzino. «Ma parlo veramente così?», mi chiese, con la voce di Crozza. Di lui mi ha sempre intrigato la contraddizione tra l'istinto da manager spietato e la convinzione che il capitalismo finanziario, di cui in questi anni è stato uno dei maggiori interpreti, fosse giunto al capolinea. L' istinto del predatore mi apparve chiaro durante un pranzo a base di gamberoni. Me ne era rimasto uno solo nel piatto, quando mi alzai per rispondere a una telefonata. Feci un gesto con la mano che voleva dire «un attimo», ma lui forse equivocò e la sua forchetta si abbatté fulminea come la zampa di un ghepardo sul gamberone superstite. Le perplessità sul sistema economico, che pure lo aveva reso ricco, le espresse nel corso di una conversazione avvenuta nel suo ufficio torinese, un paio di anni fa, alla vigilia di Natale. Mi disse di essersi ritrovato, durante un convegno negli Stati Uniti, a parlare a una platea di finanzieri assetati di sempre maggiori profitti a scapito dei lavoratori. E di avere pensato, mentre li guardava negli occhi, che prima o poi l'avidità li avrebbe distrutti. Mi spiegò il paradosso di un sistema dove il lavoratore e il consumatore sono la stessa persona: impoverendosi il primo, scompare il secondo. «Qualche emiro che compra una Ferrari lo troverò sempre. Ma se il ceto medio finisce in miseria, chi mi comprerà le Panda?». Gli dissi che era pronto per buttarsi in politica, ma ci rise su, raccontando di quando, anni prima, era stato a trovare Monti a Palazzo Chigi e l'allora premier gli aveva indicato scherzosamente la sua poltrona: «La sto scaldando per te». Forse avrebbe potuto fare politica solo in America, dove era meno coinvolto emotivamente, se il suo grande amico Joe Biden, il vice di Obama, si fosse candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Nei suoi sogni, più che capopopolo, si è sempre visto direttore d' orchestra. Una volta volle mostrarmi a tutti i costi la registrazione di una puntata di «Otto e Mezzo» con l'intervista di Lilli Gruber al maestro Barenboim: «Non sono io a suonare, ma i musicisti a trasformare i miei gesti in musica».

SI CHIUDE UN'ERA. Il maglione se ne va. Alla fine si può dire di lui che è stato un gran manager. E aveva un cuore, scrive Marcello Veneziani il 23 Luglio 2018 su “Il Tempo”. Una notte di alcuni anni fa sognai Sergio Marchionne che girava nudo col maglione tra Napolitano, Montezemolo e il Papa e veniva fulminato dall'Altissimo Gianni Agnelli che gli rinfacciava non tanto la nudità di sotto quanto il maglione di sopra. Maledetto Mavchionne, hai messo il pullovev alla mia Fiat, hai vidotto l'Impevo ad una maglievia, vevgognati. E giù fulmini e saette. Per anni Marchionne fu per me un mistero, il maglione era la sua sindone, il suo saio, la sua tuta da fabbrica. Quando lo vedevo perfino in Quirinale col suo maglione che gli dava quell'aria di passante capitato lì per caso e per caso trascinato nei Palazzi più importanti, avevo un misto di tenerezza e di apprensione. Ma perché, poveretto, non si può permettere una giacca e una cravatta, mi dicevo, quale indigenza, quale allergia, quale complesso alberga in lui che gli è interdetto l'uso della giacca e della cravatta? Perché non può mostrare mai la sua camicia come se fosse sempre macchiata di olio motore? Perché ha scelto di sentirsi sempre a disagio, fuori posto, come un immigrato clandestino senza permesso di soggiorno...Ha fatto un voto, ha subito un trauma infantile, da bambino fu violentato da un pedofilo con la cravatta, ha avuto problemi con gli usurai detti appunto cravattari? C'era qualcosa di patologico, di esoterico o di maniacale che dovrebbe essere portato alla luce. Psicanalizzate Marchionne, mi dicevo. E lo dicevo io che non sono un fanatico del bel vestire, anzi sono un nemico giurato della cravatta, la uso quando è d'obbligo e non quando è d'uso, detesto i damerini, amo vestire casual che il mio Maestro, Checco Zalone, più efficacemente traduce in “veste a cazzo”. Marchionne veste con studiata impertinenza e con premeditata serialità, facendo della sua vistosa e volontaria inferiorità la sua calcolata superiorità. In mezzo ai corazzieri in alta uniforme vederlo così, in borghese, anzi peggio, da sala biliardi, faceva un'impressione quasi eversiva. Perfino Mussolini quando andava dal Capo dello Stato si toglieva la camicia nera da duce e saliva in frac, in marsina, insomma si vestiva da alto borghese. Marchionne no, resta così, da portiere della Juventus in tenuta d'allenamento. E dite dei grillini, dei leghisti, Di Maio che va sempre con l'abitino della prima comunione, che sono populisti: Marchionne è peggio di Peron, non è nemmeno descamisado con la giacca appesa al braccio, ma integralmente immaglionito. Quando il povero Bossi si faceva vedere in canottiera si scandalizzava mezzo mondo e si gridava alla sua cafoneria. Lo faceva Marchionne alle cerimonie ufficiali, e nulla da obiettare, anzi che figo. Non potendo competere con l'eleganza degli Agnelli o del mitico ferrarista Cordero di Montezemolo, Marchionne preferiva vestire da utilitaria con abitacolo girogola. Non so se voleva lanciare un messaggio subliminale agli operai, proiettando nel maglione la tuta del metalmeccanico, elevata a divisa aziendale, in segno di socializzazione e populismo operaio. Sono uno di voi, cari compagni, vesto come voi, sono rimasto col cuore a Togliattigrad, la fabbrica Fiat in Unione Sovietica. Chiamatemi Tovarich Serghei, Compagno Sergio. Oppure era una strategia di mercato per rassicurare la clientela e presentarsi come un capo officina pronto a garantire di persona la manutenzione dell'auto, a parcheggiarla nel garage, o a fare il tagliando. Non so se anche la sua lingerie è adeguata al ruolo, se usa mutande in euro4, munite di airbag in caso di erezione, scarponi con l'ABS per la frenata e polsini col servosterzo. Ma il suo maglione è uno status symbol, la finzione di passare per uno qualunque per risaltare al contrario il suo essere speciale, unico. Ricordo i suoi straordinari alterchi con Diego della Valle, la Scarpa contro la Ruota, il pedone contro l'automobilista. Dietro lo scontro global c'era il derby paesano tra un marchigiano e un abruzzese. Marchionne ha un modo di non parlare che mi fa morire, parla in codice a barre e a barriti, tra pause e parole mozzate, quasi autistico e frammentario. Autisticus contro Scarpantibus. Gli piace orseggiare. Sarà che è cresciuto in Canada, come l'orso Yogi, anche se lui somiglia più all'orsetto Bubu. Ma dietro l'orso bruno del parco di Yellowstone, si cela l'orso marsicano degli Abruzzi. Nell'evoluzione della specie la peluria si è fatta maglione. Vissuto tra gli States e la Svizzera, Sergio è nato addirittura a Chieti, tipica, genuina e ruspante provincia del profondo Abruzzo, e dunque resta fedele col suo maglione alla sua matrice rustica e casereccia. Marchionne è come il fondatore di un nuovo ordine, dopo i Padri Cappuccini ecco i Frati Pulloverini, una variante religiosa della banda della Magliona. Il maglione è stato il suo burqa identitario. Ora dovrebbero lanciare una linea di auto sportive con i sedili rivestiti di maglione, per celebrare il marchio e il marchionne. Scherzi a parte, Marchionne è stato un vero, grande manager, ha risanato e rilanciato l’azienda, anche se ha contribuito in modo determinante a sradicare la Fiat dall'Italia, dopo che aveva molto dato al Paese e moltissimo ricevuto, e trasferirla in domicili industriali e fiscali più comodi. Si avvicina il giorno in cui le magliette con la faccia di Che Guevara saranno sostituite dai maglioni con la faccia di Marchionne. In un paese di travestiti e voltagabbana, ecco finalmente uno che non cambia mai casacca. Ma vorrei ora ricordarlo nella sua ultima uscita pubblica, il 27 giugno, e non perché abbia presentato ai carabinieri una jeep FCA (quella sigla lievemente sessista) ma perché lui, il cinico, lo spietato, colui che aveva uno spinterogeno al posto del cuore, ha ricordato suo padre, maresciallo dei carabinieri. La tenerezza ti assale, insieme ai ricordi, quando senti che la vita ti sta voltando le spalle e fai bilanci non per i soci azionisti ma per la tua vita. E chiami tuo padre, e tua madre. C'è un'anima dentro quel maglione. 

Quella volta che mi hanno chiesto: "Scusi, ma dov'è suo fratello Sergio?" Somiglianza, interviste e battute: "Lei mi insegue e mi rompe da 14 anni", scrive Pierluigi Bonora, Martedì 24/07/2018, su "Il Giornale". Maggio 2018: inaugurazione del primo stabilimento di Volvo negli Stati Uniti. Sono seduto attorno a un tavolo, con una decina di giornalisti anche di altri Paesi, pronto a rivolgere alcune domande a Håkan Samuelsson, numero uno di Volvo Car. Alzo la mano: «Please, ...». Subito il top manager mi interrompe e, ironicamente, mi chiede: «But where's your brother Serghio?». E tutti si mettono a ridere: colleghi, dirigenti e staff del ceo di Volvo Car. Samuelsson, e non è il primo ad affermarlo, mi spiega che somiglio molto all'ormai ex ad di Fca e che gli ho ricordato, in quella occasione, l'illustre amico e collega. La battuta del top manager svedese mi ha fatto molto piacere. A Sergio Marchionne, che seguo fin dal momento del suo insediamento, nel 2004, alla guida prima di Fiat Group e poi di Fca, devo molto. Il Dottore, come lo chiamano al Lingotto, ha contribuito tantissimo alla mia crescita professionale. Di lui, in 14 anni, ho scritto, un mare di articoli: 1.500? Forse, ma anche di più. Il 22 marzo del 2008 ho avuto l'onore di intervistarlo in pubblico. Ero presidente della Uiga (Unione italiana giornalisti automotive) e i colleghi avevano votato la nuova Fiat 500 come «Auto Europa». Non è stato facile convincere l'ufficio stampa torinese a organizzare il faccia-a-faccia. La sala del Lingotto era strapiena, io molto emozionato. L'ad di Fiat arriva puntuale. In prima fila, piuttosto nervosi, siedono il direttore della comunicazione Simone Migliarino, Alfio Manganaro e gli altri amici dell'ufficio stampa di Fiat. Va tutto liscio. Già allora Marchionne disse che per la sua successione, quando sarebbe venuto il momento, gli sarebbe piaciuto qualcuno all'interno del gruppo. Gli chiedo di tutto. E non necessariamente temi legati alla Fiat. «Qual è il manager concorrente che stima di più?». La risposta è immediata: «Dieter Zetsche, di Daimler». È la vigilia delle elezioni Usa. Gli domando: «Lei per chi voterebbe? Obama o McCain?». «Ovviamente Obama». «E in Italia? Con grande abilità gira la domanda a me: «Bonora, e lei per chi vota?». «Dottore - rispondo - lo può immaginare». Ci alziamo, ci stringiamo la mano e consegno a Marchionne la «Tartaruga Uiga». Il 2 dicembre dello scorso anno, dopo la presentazione, ad Arese, del team di F1 Alfa Romeo-Sauber, gli ho chiesto una foto insieme, come due vecchi amici, ovviamente nel rispetto delle parti. «Ma certo, venga qui, con piacere. Del resto sono 14 anni che mi insegue e mi rompe...». E vai con il clic, tra i sorrisi divertiti di chi assisteva alla scena. Mai avrei pensato che quell'immagine potesse diventare qualcosa di storico, uno dei ricordi più cari. Da qualche tempo, al posto di «Buongiorno Bonora, come va?», frase seguita sempre da una battuta («La trovo ingrassato», «Ma come è dimagrito», «E al Giornale che si dice?», «Il suo editore come sta?», «Si metta lì, in prima fila», e via di seguito), Marchionne mi chiamava per nome: Pierluigi. In pochissimi beneficiavamo di questo privilegio. A qualcuno, ma proprio due o tre colleghi, dava e si faceva dare del tu. Poco prima di quella che sarebbe stata la sua ultima conferenza stampa, all'Investor Day dell'1 giugno, a Balocco, ci siamo come al solito salutati e, davanti alle telecamere, l'ho preso in giro per la cravatta storta e annodata male. «Mi sembra un po' sbrindellato...». La risposta: «Sono dieci anni che non metto cravatte e non mi ricordo più come si fa il nodo». In gennaio, all'Auto Show di Detroit, ho provato a punzecchiarlo: «Dottore, ma visto che nel 2019 lascia Fca per dedicarsi solo alla Ferrari, come impiegherà il tempo libero?». E lui: «Ovviamente lavorando, io lavoro sempre, non mi fermo mai. Cosa crede?». Un'altra volta, al Salone di Ginevra, mentre passeggio per gli stand mi sento chiamare: «Bonora, venga qui da me un attimo». Mi giro, e vedo che con fare furtivo mi fa cenno con la mano di seguirlo. Si acquatta dietro una transenna e mi indica, gongolando, lo stand della Maserati. «Guardi quel tedesco d Winterkorn (l'ex ad del Gruppo Volkswagen, ndr) come si mangia con gli occhi la nostra macchina...». Tante le situazioni simpatiche e le frecciatine. Ottobre 2016: Marchionne dà disposizione di convocare per il giorno dopo alcuni giornalisti, tra cui il sottoscritto, con l'invito a pranzare con lui al Lingotto. Mi ricordo che qualche giorno prima era uscito un mio pezzo, nel quale parlavo di una certa freddezza nei rapporti tra lui e il presidente di Fca, John Elkann. Che sia questa la ragione dell'invito? Dal corridoio eccolo spuntare, sorridente, con il solito pullover nero. Mi viene incontro, ci diamo la mano e dopo essersi complimentato («bravo, vedo che è a dieta») mi chiede: «Ha mica un cappotto da prestarmi, sento freddo. E il freddo mi è venuto leggendo il suo pezzo sul presunto gelo tra me e John...». E aggiunge: «Si sieda a tavola vicino a me, così mi scalda in po'». Grazie Sergio. Mi permetto il tu e so che farai un sorriso: «Pierluigi, dimmi pure...».

·        Editoria, roba mia!

Marco Palombi per ''il Fatto Quotidiano'' l'1 dicembre 2019. Domani sarà probabilmente il giorno in cui i fratelli Rodolfo e Marco De Benedetti annunceranno il passaggio della quota di controllo del gruppo editoriale Gedi (Repubblica, La Stampa, giornali locali e radio) dalla Cir - di cui è convocato il consiglio d'amministrazione - alla Exor NV , la finanziaria olandese che fa da cassaforte alla famiglia Agnelli: l' obiettivo, una volta acquisito il controllo del gruppo, è effettuare il delisting dell' azienda, cioè l' uscita dalla Borsa. Una piccola rivoluzione nel piccolo mondo dei giornali che è una grande rivoluzione in quello del potere. E anche una piccola sorpresa: finora le operazioni degli Agnelli sotto il regno di John Elkann sono sempre andate dall' Italia verso l' estero, stavolta avviene il contrario. La famiglia piemontese ieri ha fatto sapere, attraverso l' agenzia Ansa, che vuole gestire il gruppo (e rilanciarlo grazie "ai vantaggi della rivoluzione digitale"), che non ha intenzione di fare spezzatini o vendite separate (Repubblica), che assicura la "garanzia dell' autonomia redazionale" che tutti ricordano nelle precedenti avventure editoriali degli ex industriali dell' auto. Si vedrà se i prati sono davvero in fiore, ma resta la domanda sul senso economico dell' operazione. L' ultima trimestrale di Gedi, quella al 30 settembre, parla di una situazione non piacevole: -18,3 milioni di risultato netto e fatturato in discesa in tutte le voci (vendite, pubblicità, etc.), ma il bilancio senza la vendita del gestore delle reti Persidera sarebbe in sostanziale equilibrio. Il valore della società, secondo l' ultimo report Mediobanca, è di circa 240 milioni (al lordo di un passivo ingente) per il 75% grazie alle radio: il problema più grosso, nel medio periodo, sono Repubblica e i suoi 400 dipendenti. I soldi per comprare, in ogni caso, ad Exor non mancano certo. Non bastassero quelli che ci sono già, infatti, nella cassaforte olandese pioverà circa un miliardo e mezzo di euro del premio che gli azionisti Fca riceveranno dalla fusione con Psa (in cambio del sostanziale controllo francese sull' azienda). Attualmente gli Agnelli sono al 6% di Gedi, la Cir al 43,7: i fratelli De Benedetti probabilmente conserveranno una piccola quota, ma Exor dovrà fare un' offerta più generosa ai soci di quella da 0,25 euro circa ad azione avanzata in ottobre da Carlo De Benedetti per il 29,9% del gruppo, questo anche per evitare sgradite perdite alla Cir (che ha Gedi a bilancio per il doppio). Domani si capiranno le cifre, che dovrebbero però essere già definite, mentre resta il mistero sul piano industriale: le tre radio sono un piccolo gioiello, discorso diverso per i giornali, che però - dal punto di vista del "peso" politico - sono il pezzo pregiato dell' operazione: Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX e i 13 giornali locali ex Finegil (Il Tirreno, Il Piccolo, eccetera). Secondo indiscrezioni, nel 2018 la prima era in perdita, gli altri due in leggero rosso, gli ultimi in utile. Se l' acquisto di Gedi non è "sentimentale" ma economico, come fa sapere Exor, allora si intravvede una linea d' azione, che ha le sue radici in quel che già è accaduto nel gruppo dalla fusione tra l' ex gruppo Espresso e Itedi (Stampa e Secolo). Certo gli Agnelli vorranno un loro amministratore delegato al posto di Laura Cioli, forse proprio Mario Scanavino, buon rapporto con Elkann, allontanato dal centro delle operazioni proprio da Cioli. Nel frattempo, però, il gruppo editoriale ha già portato a Torino - e sotto la direzione di Maurizio Molinari della Stampa - tutta Gedi News Network, cioè i quotidiani esclusa Repubblica: non solo il management da Marco Moroni in giù, ma anche tutta la produzione delle pagine nazionali e internazionali (compresi spettacoli e sport) che La Stampa produce per tutti i locali. Lo stesso Molinari, che guida "il giornale di famiglia", avrebbe ricevuto nelle ultime settimane da John Elkann in persona il "consiglio" di fare un quotidiano più attento al Piemonte: indicazione che sembra essere stata seguita. Insomma, la direzione industriale sembra essere quella di costruire una rete di quotidiani locali e la prima cosa che balza all' occhio è la duplicazione delle redazioni in almeno due città (Torino e Genova), senza contare - parlando di Repubblica - il costo non compensato dai ricavi di alcuni dorsi locali (ad esempio Palermo e Bari). Insomma, se Elkann vuole gestire probabilmente dovrà tagliare, ma la realtà è che il giornale fondato da Eugenio Scalfari, a forte vocazione nazionale e politica, pare il meno sensato in un progetto del genere: venderlo potrebbe essere quasi naturale. A meno che non siano vere le voci malevole che già circolano: la fusione con Peugeot & C. alla fine sarà un bagno di sangue per le fabbriche italiane in termini di occupazione. Quando si licenzia, avere qualche giornale a disposizione certo non fa male.

 Editoria, tornano gli Agnelli per riprendersi la borghesia liberale. Marco Demarco il 5 Dicembre 2019 su Il Riformista. Meglio sporcarsi le mani col grasso dei motori che con l’inchiostro delle tipografie. Sia il vecchio Cuccia al tempo dell’Avvocato sia il più giovane Marchionne al tempo di Elkann hanno sempre invitato gli Agnelli, che sapevano attratti dal potere seduttivo della stampa, a tenersi a debita distanza da testate e redazioni. E in effetti, nonostante quel richiamo quasi istintivo, il disimpegno editoriale della famiglia reale del capitalismo italiano è stato, negli anni, lineare e costante. Ma ora quel tempo è passato, e passate sono anche le convergenti diffidenze per l’editoria da parte del potente banchiere che preferiva l’essere all’apparire e del manager che amava i pullover più delle convenzioni sociali. Finita quella stagione, ecco che gli Agnelli ritornano. Prima, muovendosi a distanza sullo scacchiere europeo, acquisendo buona parte delle azioni dell’Economist e ora rimpatriando per rovesciare a proprio vantaggio i rapporti di forza con i De Benedetti all’interno del gruppo Gedi, vale a dire del primo gruppo editoriale italiano, che oltre a Repubblica e L’Espresso possiede anche La Stampa, quattordici testate locali come il Secolo XIX di Genova, il Piccolo di Trieste e il Tirreno in Toscana, tre radio tra cui la molto politicizzata Radio Capital, e riviste influenti come Limes e militanti come Micromega. In molti ora si chiedono cosa ne sarà di Repubblica. Del giornale simbolo di questa galassia editoriale. Del giornale cioè, che fatta l’Italia del boom economico, finita la fase aurea del riformismo nazionale, surclassando le esperienze estremiste di Lotta continua e del Manifesto, a partire dal 1976 ha formato gli italiani del tempo successivo, quello del determinismo progressista, di una Storia che doveva solo essere portata al capolinea e che invece si è improvvisamente riaperta. Per riuscire in questa impresa, che aspirava appunto a cavalcare la Storia resistendo ai diktat dei terroristi al tempo di Moro, alle pretese presidenzialiste di un Craxi-Ghino di Tacco e poi di un Berlusconi visto come un pericoloso Caimano, il giornale di Scalfari si è prima graficamente spalancato alla politica e poi si è costituito ufficialmente come il giornale-partito della borghesia riflessiva. La riforma grafica non è stata una pura trovata formale. Scalfari ha abolito la mitica terza pagina che fino a quel momento, a mo’ di diga, avviando subito la sezione culturale dei giornali, li costringeva a sintetizzare la politica in brevi note e noiosi pastoni. Fatto questo, la politica ha cominciato invece a raccontarla e indagarla (di fatto a trasformarla) senza limiti di pagine e attraverso mille espedienti narrativi, dai dettagli dei Comitati centrali del Pci colti al cannocchiale da Giampaolo Pansa ai monologhi teatralizzati di Saviano, passando per le domande inquisitorie suggerite dalle procure e rivolte al Palazzo da Giuseppe D’Avanzo. Questo quotidiano che a partire dal formato, il tabloid, ha cambiato la storia del giornalismo italiano e che col tempo è diventato un marcatore antropologico di stili di vita e di mode culturali, oggi tutti si chiedono che fine farà. Riuscirà, una volta targato Fiat, e con tutto il rispetto per la redazione, a preservare autonomia e identità? (Giovanni Valentini su Il Fatto). Proverà a dare battaglia al Corsera, visto che a via Solferino hanno sdoganato i nazional-populisti anche se non li hanno sposati? (Stefano Cingolani su Il Foglio). Resterà progressista e di sinistra? (anonimi numerosi). Ma la domanda giusta non è tra queste, tutte dipendenti dal fatto che qualcosa di certo potremmo saperlo solo vivendo. La domanda giusta è un’altra: perché proprio ora gli Agnelli, sedotti e abbandonati, tornano a frequentare le redazioni? E qui, prima ancora di una risposta, colpisce subito una coincidenza. Gli Agnelli entrano in scena proprio quando Berlusconi finisce nel cono d’ombra creato da Salvini e Meloni. Dopo avergli lasciato libero il campo, quando il Cavaliere scendeva in politica e in quattro e quattr’otto tirava su il suo partito, gli Agnelli quasi tornano fisicamente a riprenderselo. Una simbolica staffetta, ma anche uno scherzo del destino. La promessa mancata di una rivoluzione liberale ha lasciato in sospeso, come davanti a uno schermo quando si impalla l’immagine, l’altra metà della borghesia che aveva creduto in quella svolta. E se dopo trent’anni, con una stagnazione economica alle porte, nel vivo di una società signorile di massa, come la chiama Luca Ricolfi, la rivoluzione non offre più una prospettiva credibile e addirittura lascia ampi margini a suggestioni antieuropee, populismi e sovranisti vari, gli spazi che a catena si aprono non sono più solo quelli del mercato editoriale. Dopo anni di radicalismo variamente declinato, titolato e impaginato dalla Repubblica di Scalfari, probabilmente a quella borghesia si vuole ora offrire altro. Qualcosa di più “istituzionale”, di più “composto”. Qualcosa che non si esaurisca nello spontaneismo delle piazze o nel guizzo creativo di moltitudini strette come sardine. 

 (ANSA il 3 dicembre 2019. ) - Vola Gedi a Piazza Affari dopo l'annuncio dell'accordo per la vendita della partecipazione di Cir a Exor al prezzo di 0,46 euro per azione, con un premio di oltre il 60% rispetto alla chiusura di ieri. Il titolo, dopo essere rimasto per alcuni minuti in asta di volatilità, è entrato agli scambi dove segna non dove segna un rialzo del 60,49% a 0,455 euro, allineandosi al prezzo dell'Opa che verrà lanciata sul flottante. Scivola Cir (-4,76% a 1,12 euro) dopo il rally di ieri mentre Exor avanza dell'1,32% a 68,96 euro. - Il Comitato di redazione de La Stampa "accoglie positivamente le notizie sui nuovi assetti azionari di Gedi che fanno finalmente chiarezza sul nostro gruppo dopo mesi di voci e indiscrezioni e confida che la nuova proprietà metta a disposizione il prima possibile tutte le risorse necessarie per affrontare e vincere le nuove sfide dell'editoria 5.0". La redazione, "dopo anni di duri sacrifici, ritiene non siano più possibili ulteriori decurtazioni a stipendi e organici, tagli che potrebbero compromettere definitivamente la qualità del giornale, valore fino ad ora salvato grazie all'impegno e al senso di responsabilità di tutti i suoi giornalisti. Guardiamo ai nuovi assetti societari non come a "una operazione nostalgica" - concordando con quanto peraltro dichiarato dalla nuova proprietà - ma non dimentichiamo le nostre radici e anzi rivendichiamo orgogliosamente il nostro passato, elementi fondamentali per guardare al futuro". La redazione, infine, "concorda con John Elkann: non servono "suggestioni filantropiche", ma risorse certe, piani di sviluppo credibili e un gruppo più coeso e determinato nel perseguire i nuovi obiettivi che verranno individuati. E per quanto riguarda nello specifico la Stampa occorre riprendere la via del confronto e del dialogo all'insegna di corrette e serene relazioni sindacali - conclude il cdr del quotidiano torinese - nel rispetto della nostra storia e della nostra autonomia, unica vera garanzia per un'informazione autorevole e di qualità". - L'Assemblea dei giornalisti de L'Espresso che si è riunita all'indomani dell'annuncio della vendita a Exor della quota di controllo del Gruppo Gedi, "sollecita l'azienda a formalizzare da subito gli impegni presi nell'ultimo incontro avuto con il Comitato di Redazione". "La redazione, nonostante i molteplici sacrifici imposti - prosegue la nota -, è riuscita a rafforzare l'immagine della testata confermandone la storica centralità nel panorama editoriale. Forti del sostegno in tal senso del direttore Marco Damilano, i giornalisti de L'Espresso continueranno a garantire ai lettori autonomia, qualità e indipendenza".

Fabio Pavesi per affaritaliani.it del 1 dicembre 2019. Ora che il dado è tratto e che domani verrà annunciato il passaggio di consegne del pianeta Repubblica/Espresso sotto il marchio Gedi dalla famiglia De Benedetti all’Exor di John Elkann tutti si chiedono a quale prezzo avverrà lo storico cambio di proprietà. Stuoli di avvocati e advisor sono al lavoro anche in queste ore. Il prezzo è la variabile chiave. Quanto è disposto John Elkann a offrire senza strapagare un gruppo in crisi? Quante perdite i de Benedetti possono accettare pur di liberarsi della zavorra Gedi? 

LA DISTANZA ABISSALE TRA PREZZI DI BORSA E VALORE. Proviamo a caldo a fare qualche ipotesi. Il primo problema è garantire un’uscita ai due fratelli De Benedetti che non sia penalizzante oltremodo per la controllante Cir. E qui il nodo è difficile. Gedi è infatti in carico a Cir per quel 43% del capitale a 1,2 euro per azione. Equivale a un valore di bilancio in Cir di 273 milioni. Sotto quella cifra i De Benedetti venderebbero segnando una perdita. Accontentarli però da parte di Elkann presente nel capitale di Gedi con il 5,99% non sarà facile. La quota di Elkann è a bilancio di Exor per 10,5 milioni di euro che valorizza il gruppo poco più di 200 milioni di euro. In più Exor acquistò sul mercato nel 2017 un altro pacchettino di azioni Gedi pari all’1,7% per 6,8 milioni. 

LA CRISI DI GEDI NEI NUMERI. Quell’ultima transazione avvenne ai prezzi di Borsa di due anni fa quando Gedi quotava 80 centesimi. In due anni il mondo di Gedi si è capovolto. Oggi in Borsa il titolo vale solo 28 centesimi per un valore di mercato di meno di 150 milioni di euro. Quei due anni coincidono con la lenta caduta di fatturato e soprattutto di redditività del gruppo editoriale. Che ha segnato la prima perdita della sua storia proprio nel 2017 con una perdita netta per 120 milioni. Certo figlia di eventi straordinari (la pendenza persa con il fisco in una querelle durata 20 anni), ma che non cambia molto il quadro del declino. Anche il 2018 per oneri straordinari si è chiuso in perdita per 32 milioni. Si depuri pure dagli oneri non ricorrenti, ma il dato chiave che conoscono sia i De Benedetti che Elkann è nella continua erosione del fatturato e nel forte ridimensionamento della marginalità industriale. Il margine operativo lordo (Mol) del gruppo si è quasi dimezzato nel passaggio dal 2017 al 2018 e l’utile operativo è andato in rosso per 11 milioni a fine dello scorso anno. Trend di caduta in negativo dei margini che è proseguito. Nel primo semestre del 2019 a fronte di ricavi per 302 milioni il Mol si è attestato a soli 20 milioni, l’utile operativo segna 7 milioni e la perdita è stata di 19 milioni. Mentre nei primi nove mesi di quest’anno con il fatturato in calo di un altro 6% secco sui 12 mesi precedenti, i margini continuano a essere compressi con l’utile operativo che non va oltre il 3% e la perdita che si conferma per 18 milioni di euro. Anche qui pesano oneri straordinari. Tolti quelli l’utile sarebbe stato di appena 2,2 milioni su ricavi per 441 milioni. Tanta fatica per vedere profitti risicati anche escludendo le partite non ricorrenti. In queste condizioni difficile che si possano replicare le condizioni del 2017. Il quadro è radicalmente cambiato e ben si capisce perché i due fratelli De Benedetti vogliano sbarazzarsi dell’editoria. 

GEDI IL LUMICINO DEL GRUPPO CIR. Ormai è il lumicino del gruppo Cir. Basti  pensare che mentre Kos e Sogefi, le due altre attività della holding, producono utili operativi per 50 milioni la prima e per 37 milioni la seconda, l’editoria di Gedi raccoglie solo 7 milioni. Già nel 2018 era evidente la marginalizzazione di Gedi rispetto alle altre attività. L’editoria faceva ricavi per 648 milioni con utile operativo negativo per 11 milioni; mentre Kos con ricavi per 544 milioni produceva utili operativi positivi per 66 milioni e Sogefi con 1,6 miliardi di fatturato ha un utile operativo di 62 milioni. Come si vede Gedi è ormai la palla al piede del gruppo quanto a profittabilità. E il declino è difficilmente arrestabile. Uscire finchè si è in tempo è da mesi il mantra di Rodolfo e Marco De Benedetti limitando le perdite il più possibile ed evitare di accollarsene in futuro. Di fronte c’è l’unico compratore che può permettersi di tenere il prezzo più alto possibile per evitare che l’uscita di Gedi crei un buco nel bilancio di Cir. 

I NUMERI DEL COLOSSO EXOR. Ma anche se Exor è un gigante con ricavi per 143 miliardi; asset netti per 17 miliardi e utili nel 2018 per 5,4 miliardi a tutto c’è un limite. Per Elkann la partita Gedi è un pulviscolo nell’universo delle sue attività. Sarà anche disposto a spendere più del dovuto ma ovviamente senza eccedere. Alla fine si troverà quasi sicuramente un compromesso accettabile per entrambi. 

OK, MA IL PREZZO E’ GIUSTO? Un premio molto generoso del 100% sugli attuali valori di Borsa porterebbe a un’offerta per il 43% della quota dei De Benedetti di poco più di 130 milioni. Con il prezzo pagato nel lontano 2017 per l’1,7% del capitale si arriverebbe a poco meno di 180 milioni che valorizzerebbe l’intera Cir la bellezza di 400 milioni. Di più difficile davvero pensare che Elkann possa spingersi. Sarebbe quasi grottesco. Per i De Benedetti vorrà comunque dire anche di fronte a un’offerta più che generosa farsi carico di una perdita secca per Cir sui valori di carico di Gedi di quasi 100 milioni. Una perdita secca una tantum che però chiuderebbe per sempre l’avventura editoriale pluridecennale che rischia di zavorrare pesantemente la holding di famiglia. Certo Exor può permettersi di strapagare i giornali dato che al di là dei valori economici il loro beneficio immateriale spesso non ha prezzo. Soprattutto nel momento in cui Fca va a nozze con i francesi di Peugeot. Un matrimonio che rischia di avere pesanti effetti collaterali in termini di sacrificio occupazionale e produttivo che potrebbero essere chiesti al sistema Italia. La carta stampata e l’industria editoriale in genere sono ormai un lusso per mecenati, disposti a perdere quattrini pur di avere l’illusione di controllare la pubblica opinione. Nel caso di Gedi fonti vicine a John Elkann hanno fatto trapelare che non ci sarà “né uno spacchettamento del gruppo nè che si tratti di un'operazione nostalgica: quello che prenderà avvio la prossima settimana è un progetto imprenditoriale coraggioso, tutto proiettato al futuro. Obiettivo: assicurare a Gedi condizioni di stabilità che consentano alla società di evolvere velocemente, compiendo scelte che non possono più essere rimandate”. Un progetto che guarda al futuro è stato definito. Vedremo. 

LA ZAVORRA DI REPUBBLICA, IL GIOIELLO DELLE RADIO. Certo è che in Gedi non tutti i business si equivalgono. Da un lato il vero gioiello del gruppo quello che limita in parte il calo di profittabilità. Sono le radio del gruppo. Fatturano solo il 10% del totale ma hanno margini lordi del 30%. Lì c’è del valore vero. Anche le testate locali, più la Stampa e Il Secolo riescono a produrre guadagni. I ricavi nel primo semestre del 2019 sono un terzo del gruppo con il Mol in positivo per 9 milioni e 5,8 milioni di utile operativo. Il grande malato ormai da quasi 2 anni è proprio Repubblica/L’Espresso. La gestione industriale è in perdita dal 2018 con il Mol in rosso per 7 milioni su un fatturato annuo di 253 milioni. Anche l’utile operativo ha accusato quell’anno perdite per 13 milioni. E anche il primo semestre del 2019 segna un trend analogo. Il fatturato sui 12 mesi della  ex corazzata del gruppo è sceso di un altro 6% e a livello di utile operativo le perdite nei primi sei mesi del 2019 sono state di oltre 7 milioni. John Elkann dice che non pensa a uno scorporo. Logica vuole che lo spezzatino valorizzando radio e stampa locale e isolando il bubbone Repubblica sia la soluzione più razionale per ridare valore al titolo e coprire così una parte del prezzo, si pensa generoso, che verrà pagato ai De Benedetti.

Pietro Saccò per “Avvenire” il 3 dicembre 2019. Per capire quello che sta succedendo tra i De Benedetti e gli Agnelli occorre partire dai numeri più che dai nomi. Altrimenti sentire parlare della vendita del gruppo che controlla testate prestigiose come la Repubblica, La Stampa o l'Espresso ed emittenti seguitissime come Radio Deejay può confondere un po'. Venerdì scorso, cioè nel giorno in cui è venuta fuori l'indiscrezione sulla cessione delle azioni di Gedi dalla Cir alla Exor, l'intero gruppo editoriale in Borsa valeva 135 milioni di euro. Meno dell'1% del totale degli investimenti finanziari della holding degli Agnelli, che ammontava a 23,3 miliardi nell' ultima semestrale. Le cose che contano, nel bilancio di Exor, sono altre: la compagnia di riassicurazione PartnerRe, valutata 6,7 miliardi, le azioni della Ferrari (6,3 miliardi), quelle di Fca (5,5), di Cnh (3,3) e della Juventus (940 milioni). Parlare della Juventus può aiutare a inquadrare meglio l' aspetto finanziario dell' affare Gedi. Per Exor l' acquisto dell' intero gruppo editoriale è un' operazione finanziaria meno impegnativa di quella che ha portato Cristiano Ronaldo a Torino. E proprio nelle ore in cui trattava con i De Benedetti per la quota di controllo di Gedi, Elkann stava sborsando 191,2 milioni per fare la sua parte nell' aumento di capitale della squadra campione d' Italia, il cui patrimonio netto si stava pericolosamente avvicinando allo zero. Non è Gedi che vale poco, è il giornalismo come attività economica che rende pochissimo. Soprattutto quello stampato. Nell' ultima semestrale di Gedi, la divisione "Stampa Nazionale" (che include Repubblica, l' Espresso e i periodici) si è confermata uno dei grandi punti deboli del Gruppo: rispetto a un anno fa il fatturato è sceso del 5,8%, a 116,5 milioni di euro, con un rosso operativo di 7,7 milioni. A settembre le ultime stime del rapporto di Pwc sule mercato dei media in Italia mostravano come quest' anno, per la prima volta nella storia, la spesa degli italiani per comprare musica supererà quella per acquistare quotidiani. Fra quattro anni il giro d' affari dei videogiochi sarà tre volte quello della stampa. Nell'epoca dell'intrattenimento il giornalismo fatica a conquistarsi la sua fetta di attenzione (e di spesa) del pubblico e le aziende che fanno informazione vedono il loro giro d' affari restringersi anno dopo anno. Non tutte però. L'industria del settore guarda con attenzione l'incredibile svolta impressa da Jeff Bezos sul 'Washington Post'. Il fondatore di Amazon nel 2013 ha comprato il quotidiano americano dalla famiglia Graham e ne ha fatto una società di informazione e tecnologia, capace di raccogliere 1,5 milioni di abbonati paganti, assumere altri 250 giornalisti e rendere redditizia anche la sua piattaforma editoriale, concessa in licenza al gruppo dell' energia Bp che la userà per dare informazioni ai suoi 70mila dipendenti. John Elkann sa già che nell' editoria si può ancora creare valore. Sotto la sua presidenza, nel 2015 Exor è diventata il primo azionista dell' Economist, con una quota del 43,4%. L'Economist Group ha il famoso settimanale finanziario britannico, ma ha creato anche un'unità di "intelligence" che lavora sui dati, fa marketing, organizza eventi. Negli ultimi quattro anni i ricavi sono saliti da 278 a 333 milioni di sterline, l'ultimo bilancio si è chiuso addirittura con 25 milioni di utile. Il modello 'Economist' non è ovviamente del tutto replicabile con Gedi. Ma se c' è un 'padrone' che ha le risorse economiche e il 'know-how' necessari per portare in Italia le migliori esperienze viste all' estero quello è Exor.

Giovanni Valentini per ''Il Fatto Quotidiano'' il 4 dicembre 2019. Fu Eugenio Scalfari, in un articolo pubblicato sull’Espresso il 28 luglio 1974, a ribattezzarlo fin dal titolo “l’Avvocato di panna montata”. Gianni Agnelli aveva deciso di vendere alla Rizzoli – dietro la quale s’intravvedeva l’ombra di Eugenio Cefis, il potente presidente della Montedison – la quota del Corriere della Sera detenuta dalla Fiat. E allora Scalfari sferrò un attacco ad Agnelli, sospettando che fosse uscito dalla compagine azionaria di via Solferino per fare una cortesia ad Amintore Fanfani e alla Democrazia cristiana. «Quell’articolo era una reprimenda personale ancor prima che politico-finanziaria», avrebbe poi spiegato Carlo Caracciolo, editore del gruppo L’Espresso e cognato di Agnelli, nel libro-intervista intitolato L’editore fortunato a cura di Nello Ajello. E lui stesso aggiunse: «Dopo aver avanzato varie ipotesi sul comportamento del capo della Fiat in quella vicenda, Scalfari concludeva che essa assumeva per Agnelli l’aspetto drammatico e senza ritorno che la battaglia di Waterloo ebbe a suo tempo per Napoleone. Faceva da corollario a questa constatazione un esame quasi psicoanalitico del personaggio Gianni, i cui comportamenti venivano influenzati dal tedio di cui soffriva, dalla sua volagerie, dal suo essere fatto, appunto di panna montata». A mezzo secolo di distanza, arrivato alla veneranda età di 95 anni, oggi il fondatore di Repubblica si ritroverà John Elkann, il nipotino dell’Avvocato di panna montata, come proprietario del suo giornale – confluito intanto nel gruppo Gedi – in seguito al compimento della cessione della quota di controllo dalla Cir (la finanziaria della famiglia De Benedetti) alla Exor (la finanziaria della famiglia Agnelli). Si completerà così la maxi-fusione denominata “Stampubblica” che nel 2016 aveva avviato la trasformazione dell’ex gruppo L’Espresso in un gruppo di potere. Per via della parentela tra Agnelli e Caracciolo non erano mai stati facili i rapporti tra la Fiat e L’Espresso. Più volte l’Avvocato aveva manifestato al cognato il «disagio politico» che derivava alla sua azienda e alla sua famiglia dai presunti legami con il battagliero settimanale di via Po, «trovandosi Gianni a capo di un’azienda che da sempre era governativa per definizione», come spiega l’editore fortunato nell’intervista ad Ajello. Se ne ricava indirettamente una conferma anche dalla testimonianza di Giulia Maria Crespi, ex proprietaria del Corriere della Sera e successivamente azionista del gruppo L’Espresso, che nel memoir intitolato Il mio filo rosso riferisce una conversazione con Gianni Agnelli: «La Fiat – le dice l’Avvocato – ha filiali in gran parte del mondo. Il Corriere parla della Russia, della Spagna, dell’Argentina, del Brasile con troppa spregiudicatezza, senza peli sulla lingua. Per noi questo è un problema. In politica interna poi, certi argomenti, certi tempi vengono trattati senza sfumature. La questione dell’aborto, del divorzio: noi proprio non potremmo permettere prese di posizione così dirette». Basterebbe già questo per smentire la tesi secondo cui la Repubblica e La Stampa avrebbero «radici comuni di due mondi del giornalismo e della cultura», sostenuta dall’ex direttore di entrambe le testate, Ezio Mauro. In realtà la sua nomina, voluta nel 1996 da De Benedetti, segnò la prima discontinuità, il primo strappo nella storia del giornale di Scalfari. Fino a quando la presenza del fondatore è stata pressoché quotidiana, e fino alla scomparsa di Caracciolo, si può dire che la Repubblica abbia mantenuto la rotta. Poi, nel secondo decennio di Mauro, ha cominciato a perdere copie per arrivare al tracollo con la direzione di Mario Calabresi, imposta dall’Ingegnere all’insaputa di Scalfari. E oggi, sotto la guida più esperta di Carlo Verdelli, naviga su una linea di galleggiamento nell’incertezza esistenziale fra il giornale d’opinione e quello più popolare d’ispirazione sportiva. Sarà pur vero, dunque, che John Elkann è meglio di Carlo De Benedetti, come afferma qualche autorevole esegeta di casa Fiat. Sta di fatto che oggi, mentre la prima industria privata italiana passa sotto l’egida francese della Peugeot, la Repubblica e L’Espresso cambiano padrone per affrontare un futuro incerto e pieno di incognite. Sarà messo in vendita “a spezzatino” l’ex gruppo Caracciolo? Quali conseguenze potrà avere l’eventuale uscita del titolo dal listino di Borsa, secondo le intenzioni attribuite al giovane Elkann? E soprattutto, che fine faranno le gloriose testate guidate da Scalfari? Una previsione è lecita: la Repubblica e L’Espresso targati Fiat, con tutto il rispetto per le rispettive direzioni e redazioni, avranno molte difficoltà a preservare la propria autonomia e indipendenza rispetto a una proprietà che ha poco o nulla a che fare con l’editoria. Dovranno tentare di conciliare l’anima progressista e l’identità di sinistra con gli animal spirits del capitalismo familiare italiano. E rischieranno così di diventare due giornali di panna montata.

Andrea Biondi per il “Sole 24 Ore” il 4 dicembre 2019. Un esborso totale per Exor di 198,2 milioni. Per Cir ci sarà invece da far fronte a una minusvalenza di 171 milioni, considerando il valore di carico della partecipazione in Gedi (43,78%), con impatto del 19,5% sul patrimonio netto calcolato sul bilancio d' esercizio. L' ex Gruppo Espresso della famiglia De Benedetti che va dritto nelle braccia della Exor degli Agnelli-Elkann ha iniziato il suo percorso. E lo ha fatto innanzitutto con una seduta da record per il titolo Gedi balzato del 60,21% allineandosi agli 0,46 euro messi sul piatto dalla holding della famiglia Agnelli come prezzo per l' Opa che seguirà. Al contrario hanno perso terreno sia Cir (-7,82%) sia Cofide (-1,26%) che l' altroieri tuttavia - con Gedi sospesa - avevano chiuso in forte rialzo. Chiaro che hanno pesato le prese di beneficio, ma è evidente che per Cir i 102,4 milioni che arriveranno dalla vendita del 43,78% di Gedi a Exor sono ben altra cosa rispetto ai 273,6 milioni di valore della partecipazione Gedi in bilancio. Il contraltare alla perdita contabile sono quei 46 centesimi per azione offerti con premio del 64% sugli 0,28 euro del titolo venerdì. A questo punto è iniziato il conto alla rovescia. Che non sarà breve: il closing del passaggio di quote da Cir a Exor, dopo tutte le autorizzazioni, è atteso entro aprile 2020 e poi scatterà l' Opa. Cir ha già detto che reinvestirà acquisendo il 5% della nuova società. In questo modo la famiglia De Benedetti non uscirà quindi dal business dell' editoria e da questa società che oltre a Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX, L' Espresso e altri periodici, ha un polo radio (Deejay, Capital, m20) e 13 quotidiani locali. Ma il pallino andrà a una Exor il cui presidente e ad John Elkann ha commentato l' operazione dichiarando l' impegno della holding «in un progetto imprenditoriale rigoroso, per accompagnare Gedi ad affrontare le sfide del futuro». Fra le quali c'è innanzitutto un'integrazione industriale rimasta per buona parte sulla carta. La differenza dei toni nei comunicati dei Cdr del gruppo ne è testimonianza. Da tutti c' è un secco no a tagli e sacrifici, ma mentre il Cdr de La Stampa scrive di accogliere «positivamente le notizie sui nuovi assetti azionari», quello di Repubblica ha sottolineato l' impegno «a difendere i valori, la storia e l' identità del giornale». L' attenzione ora sta nel capire i progetti di Exor. Niente vendite e spezzatini è stato fatto trapelare nei giorni scorsi. E neanche cambi ai vertici delle testate. In questo quadro sabato John Elkann avrebbe avuto anche un contatto con il direttore di Repubblica Carlo Verdelli, con tanto di riconferma di fiducia. La bussola, si indica da ambienti vicini alla holding, va invece individuata nelle parole usate dallo stesso John Elkann durante l'Investor Day a novembre di Exor - già presente nell' editoria come primo azionista de L' Economist - quando ha detto che «i prossimi 10 anni ci vedranno sempre coinvolti a costruire grandi società e ad acquisirne altre». Certo, quello dell' editoria è un settore calante. Le logiche sottese all' operazione però sarebbero solo economiche, con nessun addentellato politico. In questo quadro, non va trascurato che per Exor si parla di un' operazione che non raggiunge i 200 milioni: 90,7 milioni per il 43,78% di Gedi (sottraendo ai 102,4 milioni per la quota il reinvestimento di Cir nella società veicolo per 11,7 milioni) e Opa lanciata sul flottante di Gedi per 107,5 milioni, escludendo quanto già detenuto da Exor (pari a 14 milioni) e le azioni proprie. I 198,2 milioni di investimento totale sono una parte minima dei 3,6 miliardi di euro di liquidità da investire che la cassaforte degli Agnelli si troverà nel 2022. E per quanto piccolo, l' investimento è considerato in casa Exor a buon mercato: con un multipli ev/ebitda di 6,4 volte a fronte di un 6,8 di media del mercato, come risultante della media delle 5 volte per l' editoria e delle 8,1 volte per il mondo radio.

(ANSA il 10 dicembre 2019) - Cedere Gedi "non è stata una decisione semplice, ne presa alla leggera" ma una scelta "lungamente maturata", che arriva dopo decenni "in cui la nostra azienda ha contribuito alla nascita di questo gruppo, l'ha fatto diventare leader in Italia e l'ha gestito con molta efficacia durante la grande crisi dell'editoria". A dirlo, in una intervista al Sole 24 Ore, è Rodolfo De Benedetti, presidente di Cir. "Cir - spiega De Benedetti - è quotata e abbiamo la responsabilità nei confronti di tutti gli azionisti di allocare il capitale in maniera ottimale". Pochi giorni dopo l'accordo raggiunto con Exor per la vendita del 43,78% di Gedi, De Benedetti, oltre a tracciare il percorso futuro della holding - "concentreremo le nostre risorse per sviluppare Kos e Sogefi, anche in vista di opportunità di consolidamento" - ripercorre i motivi che lo hanno spinto, in accordo con l'ad di Cir Monica Mondardini e con i fratelli Marco ed Edoardo, a muovere questo passo "a testa alta", anche perché, aggiunge, "lo vedevamo come una grande opportunità che sarebbe stato sbagliato non cogliere". Ovvero: "Mettere in sicurezza un'azienda di 2.200 persone e consentirle di competere con successo nei prossimi 10 anni". Sullo sfondo, ci sono anche i rapporti con il padre Carlo, "fatti privati che non devono incidere su queste scelte": in ogni caso, l'auspicio è che girata la pagina di Gedi, "che ci ha portato a una situazione tesa e complicata", si possa arrivare a una "armonizzazione dei rapporti familiari".

Editoria, Verdelli non è più il direttore di "Repubblica". Oggi il cda del gruppo editoriale Gedi comunicherà il nome del nuovo direttore di Repubblica. In pole ci sarebbe Maurizio Molinari. Gabriele Laganà, Giovedì 23/04/2020 su Il Giornale. In modo inaspettato La Repubblica e Carlo Verdelli si dicono addio. L’attuale direttore del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ha comunicato al Cdr di aver appreso stamane che la proprietà aveva deciso la risoluzione del rapporto. È stato lo stesso Cdr del giornale in una nota a rendere pubblica la notizia. "Non essendo possibile vedersi in assemblea per evidenti ragioni legate all'emergenza coronavirus, è convocata ad horas una riunione da remoto con tutti i fiduciari dei settori e delle redazioni locali", si aggiunge nel documento. Il tutto avviene alla vigilia del cda del gruppo editoriale Gedi, controllato dalla famiglia Elkann. Questa importante novità nel mondo dell’informazione apre ad un valzer di nuove nomine. Secondo fonti qualificate, Maurizio Molinari si appresta ad assumere la carica di direttore di Repubblica, in sostituzione di Carlo Verdelli. Molinari, che oggi dirige La Stampa, sarebbe a sua volta sostituito alla guida della testata torinese da Massimo Giannini, attuale vicedirettore di Repubblica. Sia la Stampa che Repubblica fanno parte del gruppo editoriale Gedi. In questi giorni, attraverso #iostoconverdelli, Verdelli aveva incassato la solidarietà di politici e giornalisti per le minacce di morte ricevute sui social nei giorni scorsi. "Ancora minacce di morte a Carlo Verdelli, già costretto a una vita sotto scorta. Come ormai accade da mesi, l'odio contro il direttore e i giornalisti di Repubblica viaggia sui social network, veicolato da account anonimi. L'ennesimo episodio è purtroppo solo l'ultimo, in ordine di tempo, di una lunga serie cominciata con minacce e intimidazioni provenienti da gruppi di estrema destra. Al direttore, al Cdr e a tutta le redazione va la solidarietà della Federazione nazionale della Stampa italiana. Ma gli attestati di vicinanza non bastano". È quanto avevano affermato in una nota Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Fnsi. "E' necessario - avevano aggiunto- che il ministero dell'Interno si attivi per risalire agli esecutori e ricostruire la linea dei mandanti delle intimidazioni a Verdelli, che sono attacchi alla libertà del giornale che dirige e alla libertà di informazione nel nostro Paese. La Fnsi ha chiesto di convocare una riunione tematica dell'Osservatorio per la sicurezza dei giornalisti istituito al Viminale per mettere a punto misure per arginare le minacce ai cronisti provenienti da gruppi di ispirazione nazifascista".

Repubblica, la lettera di Carlo Verdelli ai lettori: "Partigiani si nasce". Una cannonata contro John Elkann? Libero Quotidiano il 24 aprile 2020. Cacciato, fatto fuori di John Elkann: Carlo Verdelli è stato costretto a lasciare la direzione di Repubblica. Decisione che ha fatto insorgere la redazione, in sciopero: oggi, venerdì 24 aprile, il quotidiano non è in edicola e il sito non viene aggiornato. E il sito si apre con una lettera inviata da Verdelli ai lettori (qui il testo integrale), missiva in cui il direttore usa toni appassionati, in linea con la svolta a super-sinistra che aveva impresso alla sua Repubblica, che poteva piacere oppure no ma che aveva ritrovato una grande identità. E nelle battute finali si legge: "Eugenio Scalfari, nel 1976, ha creato il dna di questa scuola di giornalismo e i pochi direttori che gli sono succeduti, a cominciare da Ezio Mauro e poi da Mario Calabresi, l’hanno fatta crescere, gli hanno aggiunto ingredienti, ne hanno rafforzato l’identità". E ancora, aggiunge Verdelli: "Ho parlato tante volte, durante questo mio viaggio, con Eugenio e Ezio, e molto ho imparato dalla sapienza di entrambi. Soprattutto ho imparato, in un corso accelerato, quale sia l’anima profonda di questo giornale, quanto abbia a che fare con i valori forti della democrazia, dell’indipendenza, della libertà". Infine, il direttore ricorda come "sabato sarà il 25 aprile, la festa sacra e laica della Liberazione. Repubblica la onorerà con un impegno particolare, visto il momento che il Paese sta attraversando. Sarà il nuovo direttore, Maurizio Molinari, a cui va il mio in bocca al lupo, a guidare il giornale in un momento che sarà insieme di memoria e di voglia di rinascita. Lo seguirò da lettore, con l’attaccamento appassionato per un giornale che è qualcosa di più di un giornale, per una comunità di lettori che ne è la ragione prima di esistenza, per una redazione con la quale è stata una fortuna condividere questo viaggio". Ed eccoci alla chiusa scelta da Verdelli: "Partigiani si nasce, e non si smette di esserlo". Ovvio il riferimento al 25 aprile. Ma non è difficile scorgere dietro a queste parole un riferimento anche ad Elkann, un attacco, una rivendicazione dell'ormai ex direttore il quale non è disposto a cambiare le sue idee. A costo di farsi cacciare.

Da repubblica.it il 24 aprile 2020. Cari lettori, Repubblica non sarà in edicola venerdì 24 aprile, giorno in cui anche il sito internet sarà fermo, a seguito dello sciopero deciso a larghissima maggioranza dai suoi giornalisti dopo la decisione del Cda del Gruppo Gedi di sostituire il direttore Carlo Verdelli come primo atto della nuova compagine proprietaria nel giorno del suo insediamento. L’iniziativa dei giornalisti di Repubblica non vuol essere un atto ostile nei confronti del nuovo direttore Maurizio Molinari, al quale sin da ora la redazione offre la propria collaborazione con lo stesso impegno, la dedizione e lo spirito di sacrificio che hanno accompagnato tutte le precedenti direzioni di questo giornale. Ciò nonostante, la Redazione non può non rilevare come la scelta dell’editore cada in un momento mai visto prima per il Paese e per tutto il pianeta, aggrediti da una pandemia che sta seminando dolore e morte e sta chiamando tutti noi a uno sforzo straordinario. E proprio nel giorno indicato come data della morte del direttore Verdelli dagli anonimi che ormai da mesi lo minacciano, tanto da spingere il Viminale ad assegnargli una scorta. Una tempistica quanto meno imbarazzante. La Redazione di Repubblica, consapevole delle difficoltà che sta attraversando – e non da ora - il settore dell’editoria, continuerà a fare la sua parte, ma chiede al nuovo editore di rispettare i sacrifici che i giornalisti sopportano ormai da anni e di predisporre un piano industriale che preveda investimenti e non ulteriori tagli. Men che meno agli organici. Repubblica non è e non è mai stato un giornale come tutti gli altri. Ha sempre avuto una identità forte espressa in una linea chiara. “E’ un giornale d’informazione il quale anziché ostentare una illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente di aver fatto una scelta di campo”. Sono le parole usate dal fondatore Eugenio Scalfari nel suo primo editoriale del 1976. Parole che valevano allora. E valgono a maggior ragione oggi. Il Cdr di Repubblica.

Carlo Tecce per “il Fatto Quotidiano” il 25 aprile 2020. Va così dal 14 gennaio 1976: "Io non lascio Repubblica. E domenica scrivo il mio pezzo, come sempre. Voglio tributare il mio saluto a Carlo Verdelli, il direttore liquidato, fatto fuori, cacciato in maniera brutale, e voglio porre alcune condizioni ambientali per il futuro, non per me, ma per il nostro giornale", dice il fondatore Eugenio Scalfari con un sottofondo di musica da camera. "Verdelli era il mio alter ego, mi piaceva molto. Ha colto subito lo spirito di Repubblica. Io gli ho offerto alcuni consigli, lui mi ascoltava e lavorava. Non meritava questo trattamento, è vergognoso. Maurizio Molinari non mi ha chiamato, certo non può convocarmi in ufficio perché siamo reclusi per la pandemia, però non mi ha telefonato e non l' ha fatto neanche l' editore John Elkann. Aspetto, poi tra un po' mando il mio testo a Molinari. Devo riflettere ancora, sto rileggendo il Candido di Voltaire. La prima domanda era sulla mia salute. Io sto bene come può augurarsi di stare bene un uomo che ha appena compiuto 96 anni. Ormai ho trascorso altre due settimane, quindi mi avvicino a un mese dei 97". Ogni volta che accade qualcosa a Repubblica il pensiero corre a Scalfari, e di cose ne sono accadute in mezzo secolo, con un' inesorabile caduta dei simboli nell' ultimo tratto. L' epilogo è l' addio della famiglia De Benedetti, l' ingresso degli Agnelli che di cognome fanno Elkann, la direzione assegnata a Maurizio Molinari con il licenziamento improvviso di Verdelli. Le redazioni di Repubblica, e per esteso dell' ex gruppo Espresso riconiato in Gedi, temono una svolta a destra, politica, concettuale, identitaria, comunque la fine di un modo di sentirsi sinistra e protagonista di un territorio culturale. "La qualità del lavoro nasce dalla fusione fra conoscenza, professionalità e passione", ieri l' azienda ha inviato ai dipendenti un comunicato abbastanza asettico con una doppia firma, da un lato l' amministratore delegato Maurizio Scanavino e dall' altro Maurizio Molinari con la qualifica di direttore editoriale. Scanavino e Molinari hanno enunciato un programma pregno di "innovazione", "piattaforma", "digitale", "transizione", un appello alla "schiettezza" tra colleghi e assai povero di valori. Anzi, di sentimenti. I sentimenti, con il loro armamentario di nostalgia, hanno contributo a uccidere i giornali di carta dopo che li hanno in parte generati, però nei dintorni di Repubblica si crede che senza i sentimenti - e senza la pretesa di interpretarli - quel tipo di giornalismo non possa esistere. Elkann applica una logica industriale e lo fa in modo totalizzante. Ha negoziato con la storia di Repubblica come la Fiat negoziò con i sindacati di Pomigliano: c' è un' unica linea, la sua. Il sommovimento che ha interessato Repubblica, La Stampa, l' Huffington post e le radio l' ha deciso in gennaio, tre mesi fa, già era organizzato in dicembre nei giorni dell' acquisto di Gedi per cento milioni di euro, un' operazione pianificata da quattro anni, altro che trattative istantanee. Elkann non ha intenzione - s' è capito - di mediare tra le differenze editoriali in Gedi, persegue un modello di giornalismo talmente diverso da Repubblica che ne è la sua negazione, e dunque la sua nemesi. Il disagio per l' approccio di John e la diffidenza con cui è stato accolto Molinari, con uno sciopero, può ispirare scissioni, progetti di nuovi giornali in nome di una sinistra perduta. È ciò che, forse, si augura lo stesso John. Per far riposare le forbici dei tagli e integrare meglio.

“PARTIGIANI SI NASCE, E NON SI SMETTE DI ESSERLO”. Carlo Verdelli per Repubblica.it il 24 aprile 2020. Cari lettori, non è difficile immaginare che cosa state provando, che sacrifici state facendo, quanti dolori e privazioni state sopportando, senza neanche sapere bene quando questo avrà fine. Non è difficile immedesimarsi nella sofferenza dei bambini, costretti a una lunga stagione senza gli amici, senza la scuola, senza l’aria da mangiarsi a bocca aperta correndo in un cortile o in un prato. Non è difficile patire insieme a quell’Italia ferita e smarrita e smagrita, che sa bene cosa l’aspetta alla fine del tunnel dell’epidemia: sacrifici, sacrifici e ancora sacrifici. E poi le scene delle bare, delle corsie con esseri umani stremati dentro a strani caschi, dei medici e degli infermieri che hanno dato letteralmente la vita cercando di salvare quella degli altri. La falce del coronavirus ha spezzato in due le nostre esistenze, in un prima che sembra lontanissimo e in un dopo, quello nel quale siamo ancora immersi, che richiederà molta forza e altrettanto coraggio per essere affrontato senza lasciarsi prendere dallo sconforto o dalla furia. Da Repubblica abbiamo cercato di raccontare tutto questo, come è nella storia lunga di questo grande giornale. Raccontare, cercare di capire, provare a spiegare in modo trasparente: il giornalismo non è un affare complicato. E’ un mestiere civile, che richiede devozione e passione. La redazione che ho avuto l’onore di guidare in questi 14 mesi è stata formata su questi principi, li applica in automatico, che si tratti di politica o di finanza, di cultura o di qualsiasi altro argomento di cui è intrecciato il nostro presente. Eugenio Scalfari, nel 1976, ha creato il dna di questa scuola di giornalismo e i pochi direttori che gli sono succeduti, a cominciare da Ezio Mauro e poi da Mario Calabresi, l’hanno fatta crescere, gli hanno aggiunto ingredienti, ne hanno rafforzato l’identità. Ho parlato tante volte, durante questo mio viaggio, con Eugenio e Ezio, e molto ho imparato dalla sapienza di entrambi. Soprattutto ho imparato, in un corso accelerato, quale sia l’anima profonda di questo giornale, quanto abbia a che fare con i valori forti della democrazia, dell’indipendenza, della libertà. Sabato sarà il 25 aprile, la festa sacra e laica della Liberazione. Repubblica la onorerà con un impegno particolare, visto il momento che il Paese sta attraversando. Sarà il nuovo direttore, Maurizio Molinari, a cui va il mio in bocca al lupo, a guidare il giornale in un momento che sarà insieme di memoria e di voglia di rinascita. Lo seguirò da lettore, con l’attaccamento appassionato per un giornale che è qualcosa di più di un giornale, per una comunità di lettori che ne è la ragione prima di esistenza, per una redazione con la quale è stata una fortuna condividere questo viaggio. Partigiani si nasce, e non si smette di esserlo.

Giampiero Mughini per Dagospia il 24 aprile 2020. Caro Dago, ai miei occhi restano assurdi i cerimoniali del sindacato dei giornalisti, cerimoniali che ho disprezzato per tutto il lungo tempo in cui ho tratto il mio pane dai giornali. Succede che la proprietà cambi con un gesto secco il direttore di un giornale molto importante, quel Carlo Verdelli al quale vanno i miei auguri di in bocca al lupo, e che succede? Che i giornalisti scioperano a costo di non fare uscire il giornale, il cui nuovo direttore è del resto una figura adamantina, Maurizio Molinari (me lo ricordo giovanissimo all’ “Indipendente” di Vittorio Feltri e poi di Pialuisa Bianco). Ma che senso ha non fare uscire il giornale? Quale occasione migliore per mettere sotto la lente di ingrandimento i pregi e gli eventuali difetti della “Repubblica” di Verdelli eccetera eccetera, i pregi se ci sono del nuovo direttore, il che e il come della “linea” possibile di Repubblica eccetera eccetera. E dunque la dichiarazione di addio di Verdelli l’ho letta su Dagospia. Ripeto, a lui mille auguri. C’è però una frase finale di quella sua dichiarazione che mi ha lasciato in bambola. Lì dove lui fa riferimento alle vicinissime e immancabili commemorazioni del 25 aprile, commemorazioni da cui la retorica colerà a fiotti al punto da oscurare le roventi verità storiche di quella data simbolo. Ed è la frase seguente: “Partigiani si nasce e lo si resta per sempre”. E’ una frase di cui ai miei occhi è oscurissimo il significato letterale. “Partigiani” in questo caso vuol dire partigiani come lo furono quelli italiani del 1943-1945. Premesso che in quelle bande partigiane c’era tutto e il contrario di tutto, c’erano monarchici repubblicani cattolici comunisti faziosi e comunisti che non lo erano socialisti marxisti e socialisti anticomunisti eccetera eccetera, e soprattutto c’erano degli eroi e dei delinquenti, c’erano degli italiani che volevano regalare Trieste ai comunisti jugoslavi e c’erano italiani come il fratello di Pier Paolo Pasolini e l‘ultimo dei tre nipoti di Italo Svevo che pagarono con la vita il fatto di voler difendere Trieste italiana. Di questo dobbiamo parlare 75 anni dopo anziché cantare “Bella ciao”. E poi la cosa principale, non è vero niente che “partigiani” nel senso del 1943-1945 “ci si nasce”. Furono le condizioni drammaticissime dell’Italia che era andata in guerra contro la Francia, contro l’America, contro l’Urss e che era stata annichilita dalle bombe lanciate dagli aerei angloamericani che fecero una strage al quartiere San Lorenzo di Roma, a creare le condizioni per cui uomini come Giaime Pintor o Willy Jervis (il padre del notissimo psichiatra Giovanni Jervis) buttarono la loro vita sulla bilancia della guerra civile. Giame Pintor lo scrive al suo fratello minore Luigi che se fosse stato per lui si sarebbe dedicato alla letteratura (e alle ragazze), un campo in cui era un maestro già a 24 anni, e non dire che se c’era uno che non “era di sinistra” era lui, interessatissimo com’era agli autori della Rivoluzione Conservatrice in Germania. E’ lui a consigliare alla Einaudi di pubblicare il bellissimo libro di Ernst von Salomon (“I proscritti”), uno che il 24 giugno 1922 che aveva accompagnato alla macchina quelli che stavano andando a uccidere il ministro ebreo Walther Rathenau. Condannato a lunga lunga detenzione, von Salomon in carcere aveva “revisionato” il suo estremismo partigiano _ partigiano in un senso opposto a quello che gli attribuisce Verdelli _ e aveva tentato di comprendere i perché di quella sua formazione estrema e i perché della vittoria del nazismo. Il libro che ho ciato e l’altro libro capitale di von Salomon, “Il Questionario”, sono due tra i grandi libri europei del Novecento. Partigiani non si nasce affatto, semmai si nasce faziosi, “di parte”, e quella è una sciagura che ha colpito tantissimi della mia generazione, gente con la quale per me è difficile persino condividere l’aria che respiriamo quando ci parliamo. Partigiani nel senso di “faziosi”, scriveva Elias Canetti, sono gli articoli dei giornali perché questa è la loro caratteristica, vantare i pregi di una parte contro un’altra in modo da attrarre i lettori favorevoli alla “parte” celebrata. Credo che nel giornale del bravissimo Verdelli ci fossero maree di questi articoli, che instancabilmente celebravano una parte. Mai mai mai, e tanto per fare un esempio, che in uno di quegli articoli si ricordasse che cosa avevano fatto i “partigiani” della 28° Brigata Garibaldi “Mario Gordini” quando il 29 aprile 1945 arrivarono a Pescantina e a Bussolengo, nel veronese, dove s’erano rifugiati parecchi ravennati appartenenti alle disciolte formazioni della Repubblica Sociale. Oltre 300 di loro vennero prelevati e caricati sui camion: molti di loro sottoposti a sevizie e poi fucilati a gruppetti. Nella sola Codevigo la versione ufficiale indica la cifra di 137 fra uomini e donne massacrati. Dopo 75 anni è possibile indicare i fatti di Codevigo o invece bisogna battere e ribattere con il martello della risibile retorica sul fatto che “partigiani si nasce”? Non solo, e poi non è vero che persino nel 1943-1945 non c’era niente di meglio che battersi per la vita e per la morte tra italiani. Ci furono italiani dabbene che si astennero dal praticare la religione del sangue e che vanno ricordati con i loro nomi e cognomi. Raccomando a chi mi sta leggendo un libro pubblicato da Einaudi alcuni anni fa, “Due anni senza gloria. 1943-1945”, di Lovodico Terzi, un libro che meritò il plauso di due lettori eccezionali quali Carlo Fruttero e il Goffredo Fofi della maturità. Per fortuna Terzi “non c’era nato partigiano”, anzi stando alle sue origini familiari avrebbe dovuto andare a combattere dalla parte di Salò. Non ne ebbe la benché minima libidine di farlo, restò in disparte, si astenne. Meno male che in molti lo abbiano fatto tanto che il bagno di sangue è stato inferiore. A meno di non credere, ma questo lo può fare solo un babbeo, che la Liberazione del 25 aprile 1945 fosse dovuta ai partigiani e non agli angloalleati che con i loro bombardamenti avevano squassato le principali città italiane. Ho letto qualche tempo fa un libro famosissimo, il “Napoli ‘44” dell’inglese Norman Lewis, che a fine 1943 era sbarcato in Italia e che risalì la penisola a fianco delle truppe alleate. Lewis menziona soldati polacchi, canadesi, inglesi, americani, marocchini (purtroppo per molte donne italiane), non un solo soldato italiano per non dire un partigiano. Semplicemente perché non c’erano. Non ce n’erano di partigiani che erano nati tali e che lo sarebbero rimasti tutta la vita.

Repubblica in sciopero per la cacciata di Carlo Verdelli. Le ragioni di Elkann, perché anche Scalfari è stato sconfitto. Libero Quotidiano il 24 aprile 2020. Cacciato, di fatto, da John Elkann. Questo è quanto accaduto a Carlo Verdelli, a cui il nuovo Cda di Gedi ha tolto la direzione di Repubblica (al suo posto, Maurizio Molinari). Un cambio che deriva dalla nuova proprietà: Exor, controllata di Elkann e dalla famiglia Agnelli, ha acquistato il 43,7% del gruppo. E Exor, tramite la nuova società Giano Holding, salirà al 60,9% del capitale sociale. Elkann è stato nominato presidente del gruppo, e ha deciso di rimuovere Verdelli. Già, per l'erede Agnelli era schierato troppo a sinistra, anche se era riuscito a dare nuova linfa e identità al quotidiano dopo la parentesi di Mario Calabresi. Un giornale barricadero, schieratissimo, che però piaceva al suo pubblico anche se come molti nel settore continuava a perdere qualche copia. Verdelli aveva grandissima sintonia con Eugenio Scalfari, ma ciò non è bastato. Così come non sono bastate le proteste della redazione, convinte che in piena emergenza coronavirus il cambio di direzione non fosse una scelta saggia. E ancora, negli ultimi giorni si è molto parlato delle minacce di morte ricevute da Verdelli, messo sotto scorta: insomma, in molti dentro a Repubblica e non solo hanno trovato pessimo il tempismo della cacciata. E infatti, ora, è l'inferno. La redazione ha duramente protestato contro la decisione di Elkann: dopo la comunicazione è stata convocata un'assemblea che è durata molte ore. Alta tensione, nervosismo. E al termine della riunione è stato decretato uno sciopero per oggi, venerdì 24 aprile: il quotidiano non è in edicola, il sito rimarrà fermo 24 ore.

Carlo Verdelli, lo sfogo di Eugenio Scalfari contro il cambio di direzione: "Elkann non mi ha chiamato”. Libero Quotidiano il 25 aprile 2020. Eugenio Scalfari rompe il silenzio dopo che Carlo Verdelli è stato liquidato "in modo brutale" dalla direzione di Repubblica. "Verdelli era il mio alter ego, mi piaceva molto. Ha colto subito lo spirito di Repubblica. Io gli ho offerto alcuni consigli, lui mi ascoltava e lavorava. Non meritava questo trattamento, è vergognoso". Maurizio Molinari, nuovo direttore chiamato da John Elkann (alla guida di Gedi, l'ex Gruppo Espresso ndr) parte già con il piede sbagliato. "Non mi ha chiamato - confessa Scalfari nello sfogo captato dal Fatto Quotidiano - certo non può convocarmi in ufficio perché siamo reclusi per la pandemia, però non mi ha telefonato e non l'ha fatto neanche l'editore John Elkann. Aspetto, poi tra un po' mando il mio testo a Molinari. Devo riflettere ancora". Ma quanto è avvenuto ai vertici del quotidiano ha indignato anche i giornalisti: al disagio per l'approccio di John Elkann e la diffidenza con cui è stato accolto Molinari, la redazione ha risposto con uno sciopero. Sciopero sostenuto, a quanto pare, anche dal fondatore.

Andrea Montanari su senzabavaglio.info il 24 aprile 2020. Proviamo a mettere in fila un po’ di pensieri sul tema Exor, Cir, Gedi, Repubblica, Verdelli, Molinari ecc ecc ecc. Alcune premesse:

1) Exor è una delle holding più liquide in assoluto sul panorama italiana, seppure sia olandese, ma la famiglia Agnelli-Elkann sia di Torino. Ha ceduto asset – da Partner Re a Fca che si sposa con Psa e prima Fca ha venduto Magneti Marelli – e si tiene il gioiellino Ferrari.

2) John Elkann ha sempre avuto la passione/pallino per l’editoria: Fiat/Fca era il primo socio di Rcs – la gestione non è stata certo il top in anni di crisi – prima di passare la mano a Urbano Cairo che ha vinto la sfida con il salotto buono. Exor è azionista di The Economist. John apprezza l’Osservatorio Giovani Editori di Andrea Ceccherini.

3) Il matrimonio tra l’ex Gruppo l’Espresso e Itedi è durato lo spazio di un mattino, visto che in tre anni è stato stravolto l’assetto proprietario con la Cir dei De Benedetti – nel 2008 Rodolfo aveva studiato lo spin-off delle attività allora controllate, compresa Sorgenia, un progetto non andato in porto per la contrarietà del padre Carlo. Per cui ci si aspettava che il cambio di direzione a Repubblica, del quale si parlava da mesi, ossia da quando CIr ed Exor hanno studiato il nuovo deal, non avvenisse ora, in un periodo emergenzial, ma in autunno, con calma. Quindi qualcosa deve essere andato storto o precipitato. Perché?

1) Carlo Verdelli era arrivato nel febbraio 2019 a Repubblica dopo una lunga riflessione dei soci Elkann-De Benedetti. La scelta che pareva più logica, per un giornale come il quotidiano romano, faceva riferimento a Ferruccio de Bortoli, molto apprezzato dall’Ing e non solo. Ma non piaceva a John Elkann, forse anche per qualche incompresione quando FdB era direttore del Corriere della Sera con Fiat/Fca 1° socio.

2) Si scelse Verdelli per il curriculum, la storia, l’indipendenza, il carattere e perché tutti i giornalisti che hanno lavorato con lui lo hanno sempre apprezzato, nonostante anche nella breve esperienza in Rai le cose non andaron benissimo: esiste la leggenda, molto vera, del semaforo sulla porta del direttore Verdelli per accedere alla sua stanza.

3) Verdelli ha raccolta l’eredità di Mario Calabresi con un quotidiano che vendeva in edicola 138.675 copie (dato Ads del febbraio 2019) e lo ha lasciato con 132.270 copie (dato Ads febbraio 2020, ultimo disponibile), quando per esempio nel febbraio 2015 ne vendeva, sempre in edicola 238.476.

Questi sono i fatti (e i numeri fino a oggi). Ma poi cosa è successo? John Elkann è persona decisa, vuole i suoi uomini: l’ad di Gedi, Laura Cioli, che aveva avuto e voluto anche in Rcs dopo l’esperienza di Pietro Scott Jovane, non è stata confermata già mesi fa quando si è deciso il merger. Al suo posto è arrivato Maurizio Scanavino, magari della scuderia torinese tra Fca, Itedi, Publikompass ecc ecc molto vicino a Elkann stesso. Manager apprezzato dal mercato. Ma il blitz a Repubblica, consumato curiosamente o stranamente nel giorno in cui l’hashtag #iostoconverdelli spopolava su Twitter (a difesa del giornalista minacciato più volte sui social e non, al punto che era comparsa persino un data di morte, guarda caso proprio oggi, poi cancellata, per fortuna direi), è particolare. Ma ha delle spiegazioni. Elkann apprezza parecchio Maurizio Molinari che ha voluto nel novembre 2015 alla direzione de La Stampa (copie vendute in edicola: 140.472) e che lascia con 86.619 copie (febbraio 2020), -38,33%. Si fida di lui, anche se politicamente è distante, parecchio, da Repubblica e dal suo lettorato. E’ una scelta, forte, di campo, da decifrare. Per questo la redazione di Repubblica oggi ha proclamato un giorno di sciopero. Verdelli ha dato uno svolta a Repubblica, ha fatto titoli forti, d’impatto, che magari non erano in linea con lettorato del quotidiano romano da sempre faro del Centrosinistra e del Pd, o di una parte di esso: le battaglie combattute dalla testata fondata da Eugenio Scalfari sono state d’impatto e decisive per il Paese e la politica. Linea che però, dati alla mano non ha portato risultati crescenti – del resto il mercato è in crisi dal 2008 – e non ha colmato il gap con il Corriere della Sera, quotidiano che Verdelli conosce bene per esserne stato vicedirettore anche con de Bortoli. Ma probabilmente la linea strong della Repubblica di Verdelli non erano e non sono nei canoni editoriali di Elkann che forse preferisce tematiche meno politiche o campagne mediatiche meno strillate. Poi c’è un particolare che nel mondo giornalistico oggi è tornato alla mente: Verdelli era il direttore di quella Gazzetta dello Sport che sollevò e cavalcò il caso Calciopoli, scoppiato nel 2006 – anno della vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio che garantì al quotidiano sportivo il record di copie, 2 milioni nel giorno successivo al successo – che portò alla retrocessione in B della Juventus di proprietà degli Agnelli-Elkann.

(Agenzia Nova il 25 aprile 2020) - Il presidente del gruppo automobilistico italo-statunitense Fiat Crhysler Automobiles (Fca) John Elkann, erede della famiglia Agnelli, sta perseverando nella sua scommessa controcorrente sulla carta stampata in Italia, nonostante i problemi strutturali del settore e le conseguenze della pandemia di coronavirus sull'economia italiana. Lo afferma il quotidiano britannico "Financial Times" commentando la notizia che Exor, holding della famiglia Agnelli, ieri 23 aprile ha completato l'investimento da 102,4 milioni di euro con il quale ha acquisito la quota di controllo di Gedi, il maggior gruppo editoriale italiano facente capo alla famiglia De Benedetti. Annunciata a dicembre del 2019, la transazione segna la fine del regno trentennale dei De Benedetti alla guida di Gedi, che impiega oltre mille giornalisti e include i quotidiani "La Repubblica" e "La Stampa", il settimanale "L’Espresso" e tre stazioni radio a diffusione nazionale. Nell'editoria italiana, l'acquisizione di Gedi da parte di Exor è ampiamente considerata un ritorno degli Agnelli in un settore di cui sono stati a lungo protagonisti. Come nota il "Financial Times", nel 2016 Exor aveva venduto "La Stampa" ai De Benedetti, ma l'anno prima era diventata il primo azionista del settimanale britannico "The Economist", rinnovando la passione per i mezzi di informazione nutrita dal nonno di Elkann, Gianni Agnelli. A ogni modo, secondo il "Financial Times", l'acquisizione di Gedi non è "né un trofeo né frutto di nostalgia, ma un investimento": Elkann è, infatti, convinto di ottenere un successo commerciale dall'operazione ed ha dei piani dettagliati per riuscirci. Nonostante le perdite per 129 milioni di euro registrate da Gedi nel 2019 e quelle che faranno seguito alla crisi innescata dal coronavirus, il presidente di Fca è sicuro che Gedi possa tornare a fare profitti, producendo giornalismo di qualità. I primi obiettivi saranno il potenziamento delle piattaforme digitali, il taglio dei doppioni nelle redazioni locali e lo snellimento della struttura complessiva del gruppo. Tuttavia, la strategia di Elkann potrebbe incontrare diversi ostacoli. In primo luogo, la possibile opposizione nelle redazioni soprattutto dei quotidiani "La Repubblica" e "La Stampa", dove è diffusa la preoccupazione per una maggiore interferenza della proprietà linea editoriale e per tagli del personale. Elkann sembra non preoccuparsi più di tanto ed è davvero convinto che "innovazione e trasformazione digitale" getteranno le basi del giornalismo del futuro.

Perché Verdelli è stato licenziato da direttore di Repubblica, il retroscena. Aldo Torchiaro de Il Riformista il 24 Aprile 2020. Si chiama Giano, come la divinità romana bifronte, la nuova Holding che controlla il gruppo Gedi. Ed è a Giano, Dio dei nuovi inizi, che viene offerta in sacrificio la direzione di Carlo Verdelli a Repubblica. La dipartita di Verdelli, giunta come un fulmine a ciel sereno, è stata il primo atto di un Consiglio di guerra del gruppo Gedi, che ieri ha ridistribuito le carte: nominato Maurizio Molinari, nuovo direttore editoriale del gruppo, ha assunto la direzione di Repubblica indirizzando all’uscente Verdelli gratitudine per il lavoro svolto nel corso dell’ultimo anno e piena solidarietà per le intimidazioni di cui è vittima, e per le quali vive sotto scorta. «In questo nuovo ruolo», precisa una nota, «Molinari avrà il compito di valorizzare la forza giornalistica, i prodotti editoriali e i contenuti intellettuali del gruppo anche attraverso lo sviluppo di progetti innovativi e multimediali». È il risiko, Massimo Giannini assumerà invece l’incarico di direttore de La Stampa e di Gnn (il network dei giornali locali del gruppo Gedi). Pasquale di Molfetta (Linus) sarà il direttore editoriale del polo radiofonico del gruppo, che riunisce tutte le radio intorno a Capital, e rappresenta un asset strategico non di poco conto. Last but not least, Mattia Feltri assumerà la direzione dell’Huffington Post, continuando a firmare il Buongiorno de La Stampa. Beppe Giulietti, segretario della Fnsi, va giù duro. «Premesso che ho la massima stima professionale per Carlo Verdelli, per Maurizio Molinari e per Massimo Giannini, mi sento di dire che se lo stile significa ancora qualcosa, la contemporaneità tra il licenziamento di Verdelli e le minacce a lui rivolte, ebbene è davvero infelice, sebbene casuale». La data in cui viene eseguito il defenestramento infatti coincide con un’altra, fa notare Giulietti: «Proprio oggi cade il giorno in cui le minacce a Verdelli (prima attraverso una falsa pagina di wikipedia, poi con un finto manifesto funebre) fissavano la data della sua morte. Da stamattina con l’hashtag #iostoconverdelli a migliaia su twitter manifestano solidarietà al direttore». Lazzaro Pappagallo, segretario di Stampa Romana, fa un’analisi generale. «Certamente non è stato un gesto appropriato, ci voleva maggiore garbo vista anche la situazione in cui si trova Carlo Verdelli, che vive sotto scorta. Assistiamo a un cambio di linea su tutte e tre le testate. La dirigenza aziendale vuole avere linee chiare dal punto di vista dell’operatività, e non a caso ha deciso simultaneamente tutti i cambi al vertice. Ora vanno visti i piani editoriali. Il timore di Repubblica, avendo un organico così ampio e vendite in calo, è che questa nuova stagione metta a rischio la tenuta occupazionale». I telefoni di Giulietti e Pappagallo sono incandescenti. Le nuove investiture non vanno giù ai giornalisti, soprattutto a Repubblica. Il Cda si riunisce per sette lunghe ore. Poi tutto il personale si autoconvoca in assemblea, dalla quale emerge grande preoccupazione. Si preannunciano 150 esuberi. Si manifesta solidarietà a Verdelli, anche se nessuno vuole comparire. «Hanno fatto un’infamata», ci dice una firma storica del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Il riassetto ai piani alti riguarda anche la governance del gruppo. Per effetto degli acquisti da Cir, Mercurio, Sia Blu e Giacaranda Caracciolo e tenuto conto dell’impegno di Exor, è previsto che Giano Holding venga a detenere una partecipazione in Gedi pari complessivamente ad almeno il 60,90% del capitale sociale. Giornate calde, per l’editoria di informazione. Per la prima volta, sotto la spinta di Vittorio Di Trapani (Usigrai) e per la pronta reazione del presidente Odg, Carlo Verna, si parla non solo di un deferimento disciplinare di Vittorio Feltri, colpevole di affondi particolarmente offensivi verso i meridionali, ma anche di azioni legali in sede civile e penale. E l’Ordine ha anche puntato il dito contro Mario Giordano e quei conduttori tv che calpestano la Carta dei diritti e dei doveri dei giornalisti, la deontologia fondamentale.

Vittorio Feltri, la verità su Verdelli pugnalato da Elkann a Repubblica: "Editori e colleghi traditori, è andata così". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 25 aprile 2020. Anche nei giornali avvengono cose turche, come in tutto il mondo e non solo in Italia, e non sono stupito che Carlo Verdelli, successore di Mario Calabresi alla direzione di la Repubblica sia stato sollevato dall' incarico di direttore, a distanza di un anno o poco più dalla nomina. Verdelli non è uno sconosciuto, l' ultimo arrivato: nella sua lunga vita professionale si è distinto per abilità e intelligenza. Attenzione: io non ho mai condiviso una riga di quanto egli abbia scritto. Di più, non mi è capitato una dannata volta di essere d' accordo con un suo sospiro. Questo per dire che non sono un suo amico o sodale, semplicemente osservo che la sua defenestrazione è stata insensata. Lo hanno voluto alla guida del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, immagino poiché l' editore, che poi si è pentito di averlo assunto, ne apprezzasse le indubbie capacità. Evidentemente non ha sbagliato Verdelli a fare il Verdelli, ma il padrone che prima lo ha scelto come salvatore della patria e poi lo ha cacciato con lo stile con cui si licenzia una cameriera a ore. Proprietari della prestigiosa testata (che a me sta sul gozzo) sono gli Agnelli, cioè la Fiat, non dei droghieri arricchiti. Per quale ragione hanno combinato questo assurdo pasticcio? Con certezza non si sa, si possono soltanto fare delle supposizioni, parenti strette delle supposte. Eccone una. Carlo è stato a capo della Gazzetta dello Sport, tutta milanese, per cui a suo tempo non fu carino con la Juventus, preferendo il Milan e l' Inter, squadre meneghine. Furono i fratelli De Benedetti a chiamarlo al vertice del foglio maneggevole. Credevano in lui, che però ovviamente stava sullo stomaco a Elkann, parente stretto dei bianconeri. Nel momento in cui questi acquistò Repubblica - già possedendo la Stampa e il Secolo XIX di Genova - si ritrovò tra le palle il sullodato Verdelli e alla prima occasione lo silurò: vendetta, tremenda vendetta. La carta stampata è come la moglie: se le hai fatto le corna, anche se lei le ha fatte a te, prima o poi ti punisce nel peggiore dei modi. Cosicché Carlo, senza colpe, si ritrova in mezzo alla strada piena di virus. Racconto questa storia affinché si apprenda che guidare qualunque organo di informazione comporta rischi che oscillano tra il ridicolo e il tragico. Allorché fui chiamato a passare dal Corriere alla massima responsabilità dell' Europeo, la redazione organizzò un comitato d' accoglienza che indisse uno sciopero contro il sottoscritto. Una cosa mai vista: due mesi di astensione. Si consoli Verdelli. Non ebbi la solidarietà di nessuno. Peggio degli editori esistono soltanto i colleghi. Nel giro di due anni condussi - con l' aiuto di Sanculo - il settimanale da 79 mila copie a 136 mila. Fui in seguito chiamato a menare il torrone all' Indipendente che era in via di estinzione. Pure lì fui accolto come uno stupratore, il che mi succede ancora regolarmente, eppure portai trionfalmente la tiratura da 16 mila copie a 126 mila. Poi me ne andai al Giornale orfano di Montanelli e lo trascinai da 120 mila copie a 256. Il mio assistente fu di nuovo Sanculo. Tuttavia, non c' è un cane che mi riconosca almeno la fortuna. E ora sono ancora qui a combattere, a 77 anni, contro i pregiudizi e le invidie. Per offendermi affermano che sono un ricco antimeridionale. Non me la prendo. Il mio sogno è dimettermi dall' ordine dei pennini. Ti ho narrato, Verdelli, le mie tribolazioni per rincuorarti. Non ti deprimere: sei bravo. Sfrutta la tua maestria e manda tutti al diavolo. In particolare redattori ed editori.

Repubblica, Maurizio Molinari non cita Carlo Verdelli nel suo editoriale: l'ultimo caso. Libero Quotidiano il 26 aprile 2020. Riavvolgiamo il nastro fino a ieri, 25 aprile, non solo festa della Liberazione ma anche giorno d'esordio per tre nuovi direttori: Massimo Giannini a La Stampa, Mattia Feltri all'Huffington Post e Maurizio Molinari a Repubblica. Quest'ultimo il debutto più pesante, anche solo per le polemiche che lo hanno accompagnato, con lo sciopero della redazione contro la cacciata di Carlo Verdelli. E inatti, come nota Dagospia, nel suo fondo di esordio, Molinari ha rivolto un saluto ad Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro. Ma Verdelli non lo ha neppure citato, come se non esistesse. Uno sgarbo, una manchevolezza che hanno notato in molti. E sempre Dago, però, sottolinea come non sia piacevole essere accolto dalla tua nuova redazione con uno sciopero di benvenuto... 

La Repubblica di Maurizio Molinari tra bufale, foto farlocche e svolta a destra. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 16 Maggio 2020. Che cosa sta succedendo a Repubblica da quando Maurizio Molinari ne è diventato direttore con la cacciata dalla mattina alla sera di Carlo Verdelli, dopo un solo anno di lavoro?  Una intervista scoop ai rapitori di Silvia Romano si rivela una bufala. Una foto dei Navigli milanesi affollati malgrado il Covid 19 viene sputtanata sui social come farlocca, alterata. Un improvviso guizzo forcaiolo mette del tutto a sorpresa Repubblica in competizione con il Fatto, per non dire della linea politica sdraiata su quella del governo, osannato con titoli barocchi.  Per aiutare il lettore, specialmente se giovane, dichiaro subito il mio conflitto di interessi (ideali) e la mia inevitabile asimmetria, per avvertirlo – a sua tutela – che sono poco oggettivo anche se del tutto onesto. Come forse qualcuno ricorda, feci parte della prima ciurma assunta da Eugenio Scalfari nel dicembre del 1975 per varare il primo quotidiano tabloid italiano che sarebbe uscito per la prima volta dalle rotative il 14 gennaio del 1976 col nome di la Repubblica. Poiché provenivo dalla direzione di un giornale regionale e prima ancora da un decennio di giornalismo all’Avanti! ai tempi di Pietro Nenni e Giacomo Mancini (lo stesso che salvò dall’arresto Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi condannati in primo grado per le rivelazioni sullo scandalo dei fatti del 1964, facendo del primo un deputato milanese e del secondo un senatore a Sapri) diventai per caso il primo caporedattore notturno del neonato giornale. Poi mi liberai di quella fatica notturna e diventai pian piano una delle firme di quel giornale, sicché conservo con piacere la dedica che Scalfari mi scrisse sul suo La sera andavamo a via Veneto: “A Paolo Guzzanti, creatura bizzarra grazie al quale Repubblica è quel che è, e senza il quale non sarebbe ciò che è”. Vecchie glorie ingiallite, d’accordo, ma sempre glorie. Quel giornale nacque e si impose non solo come quotidiano ma anche come oggetto, come griffe, inghiottendo l’argenteria del quotidiano comunista Paese Sera, e poi, grazie allo scandalo della loggia di Licio Gelli P2 sorpassò il Corrierone di via Solferino che perdeva tutti i pezzi, fra cui il direttore Piero Ottone che l’aveva spostato a sinistra con la firma di Pier Paolo Pasolini, e che Scalfari detestava e per puro sfregio, assunse. An other country, an other time. Non sto a rifare la storia del giornale di piazza Indipendenza ma voglio ricordare che quella storia fu esaltante e unica, perché c’era un uomo solo al comando, Eugenio Scalfari che oggi ancora bravamente si difende malgrado l’età veneranda. Inventando la Repubblica con quella sua anima, Eugenio è stato un personaggio unico in Europa e perché fece un giornale unico e irripetibile, persino con un eccesso di identità. E l’identità è quella cosa che se c’è, l’individuo è vivo; ma che se vola via, l’individuo è morto chiunque ne indossi i panni. Quando Carlo De Benedetti (che nel frattempo era diventato l’editore unico) decise – come mi confermò in libro-intervista, di disfarsi del caro fondatore, organizzò nel 1996 una bella cena a casa di Carlo Caracciolo e lì – con le dovute maniere e gli inchini di rito – Scalfari fu archiviato nel ruolo di “Fondatore” e Ezio Mauro (che era stato fino a quel momento il mio direttore a la Stampa dove ero trasmigrato nell’agosto del 1990) prese il suo posto. Il giornale ebbe allora molte reazioni, alcune anche di rigetto, ma poi si assestò. La seconda Repubblica era un opulento giornale della sinistra vicina al Pd ma certo non somigliava molto a quello di Scalfari. Giunto al ventesimo anno di direzione, Ezio volle lasciare e al suo posto andò Mario Calabresi che distribuiva opinioni e fatti con ordine anonimo. Fu così che quando giusto un anno fa riaprii Repubblica guidata da una persona che ancora non conoscevo, Carlo Verdelli, ebbi la sorpresa con molti lettori di una strepitosa novità: è tornata Repubblica. Non la Repubblica del passato, ma un altro giornale che però riaccendeva memorie, sorprese, invenzioni. Tutto andava bene, ma invece si arriva di colpo al cambio della guardia con l’insediamento di Maurizio Molinari, che nel frattempo era stato un ottimo direttore della Stampa di Torino. L’avvicendamento fra Verdelli e Molinari è accaduto a causa di un dramma familiare: i figli di Carlo De Benedetti da tempo non volevano più saperne della carta stampata e, contro il parere del loro padre infuriato, avevano messo Repubblica, l’Espresso e giornali della catena sul mercato. Dopo un paio di mesi la nuova Fiat di Elkann comperò tutto il gruppo che era stato di De Benedetti e con una sola telefonata licenziò in tronco Verdelli per far posto a Molinari, che lasciava la Stampa in un girotondo di nomine. Tutto normale, nel duro mondo dell’editoria. Anche se ci sono modi e modi. Verdelli, inseguito dall’affetto della sua redazione che aveva conquistato in un anno o poco più se ne va lasciando la sedia a Molinari ma accadono eventi editorialmente inauditi, nel senso che non si erano uditi mai. Scalfari – prossimo al secolo e che si definisce «vegliardo» – scrive in un articolo che essendo lui il Fondatore e dunque titolare del genoma di Repubblica, avrebbe posto sotto osservazione il nuovo direttore, raccontando anche di avergli parlato a quattr’occhi, senza però riferire che cosa Molinari avesse risposto. Cose veramente mai viste. Ma immaginiamo che un atto del genere abbia costituito una discreta pressione su Molinari. Come se non bastasse, De Benedetti ha annunciato, furioso, la fondazione di un nuovo giornale diretto da Lucia Annunziata, anche se assicura non tenterà di portarsi via le firme storiche. Anche il neo direttore Molinari aveva esordito con una stranezza non simpatica: nel rituale passaggio delle consegne, non aveva neppure nominato il predecessore Verdelli. Una inconsueta scortesia. Un terzo elemento di pressione esterno è venuto dal fatto che a Repubblica si dà per scontato che il nuovo editore e quindi il suo direttore, vogliano imprimere una “svolta a destra” al giornale. È dunque possibile che Molinari, persona per sua natura compostissima, si sia sentito minacciato, accerchiato, abbia reagito con eccesso, mandando Repubblica fuori controllo. Infatti, senza alcuna ragione giornalisticamente comprensibile, Repubblica si è messa in competizione con il Fatto di Travaglio, ammanettandosi ai manettari durante la rissa fra ministro Sbircia-Sigilli e magistrato Di Matteo, cercando di far sua la crociata per ricacciare in cella “i boss” che, grazie alla pandemia del Covid erano erano stati trasferiti dal 41 bis agli arresti domiciliari, anche per mettere in sicurezza gli agenti penitenziari. Come ha ricordato Piero Sansonetti su questo giornale i numeri dei reclusi che hanno beneficiato di questa utile precauzione salutare e umanitaria, e la loro pericolosità non sono in alcun modo proporzionati a un allarme così carico di elementi forcaioli. L’unica spiegazione è che Molinari, infastidito dalle profezie che lo danno per uomo “di destra” che certamente non è, abbia adottato lo slogan francese Pas d’ennemis à gauche, mai avere mai nemici a sinistra, specialmente se devi fare una politica di destra. Sarebbero le nostre solo congetture se però non fossero capitati altri incidenti: ecco che salta fuori uno screenshot di Repubblica. Una foto che testimonierebbe l’affollamento sui Navigli milanesi in barba al Covid 19 viene smontata sui social come taroccata, cioè manipolata e dunque falsa. Pubblicare immagini certe e certificate oggi è difficilissimo perché tutti sappiamo che Photoshop e fake, manipolazioni e falsi, costituiscono il nuovo scivoloso terreno sul quale chi fa un giornale rischia di farsi male. Una foto, si dirà, è soltanto una foto, ma non si tratta solo di questo. Repubblica sempre più appare sdraiata sulla linea dell’avvocato Conte e il suo sciagurato governo. E così la Repubblica di ieri apriva la prima pagina con una intervista al ministro dell’Economia Gualtieri sotto un titolo baldacchino, assolutamente sottomesso: “Capisco la rabbia. Aiuteremo tutti”. Già vi par di sentire il caposcorta che sussurra: “Presto, eccellenza, non c’è un momento da perdere, la folla è inferocita, i gendarmi sono pochi e male armati, ma un sottomarino ci attende al largo”. E poi, colmo della sfiga, arriva questo scoop su Silvia Romano che porta Repubblica a un incidente – ooops – di un genere sconosciuto al suo direttore. Che succede? Che il quotidiano pubblica una segretissima intervista (del genere detto in gergo “aum-aum”, cioè senza prove certe) con un sedicente membro della banda che ha rapito Silvia Romano, e poi si scopre che quel tizio che ha parlato con Repubblica è morto da 6 anni. Hanno fatto uno scherzo? Se lo sono fatto da soli? La “gola profonda” si era qualificata come un pezzo grosso del jihadismo e “portavoce” dell’organizzazione al-Shabaab, che ha tenuto prigioniera per tutto questo tempo la povera Romano, raccontando dettagli sul rapimento e le sue conseguenze. E poi salta fuori un vero appartenente vivo dell’organizzazione che dichiara che questo Ali Dehere era stramorto. Anche la credibilità comincia a soffrire. Tutte cose che capitano, per carità. Ma quando capitano a un direttore incartato nella plastica con le palline e che sembra aver preso le prime curve a centocinquanta, be’, si resta interdetti. lo ammiro Molinari come analista e scrittore e credo lo sappia. Ma proprio per questo vorrei dirgli, come faceva parte del genoma originario, perché non provi a fare Repubblica senza effetti speciali da autoscontro? Questi accidenti raramente portano bene.

Eugenio Scalfari contro John Elkann per Verdelli. Bomba Dagospia: "Colpa dell'età che avanza". Il fondatore di Repubblica racconta balle? Libero Quotidiano il 25 aprile 2020. Eugenio Scalfari è il bersaglio di Dagospia, dopo che il fondatore di Repubblica ha critcato il cambio di direzione del quotidiano con Molinari al posto di Verdelli. Scalfari si è lamentato soprattutto con Alain Elkann, nuovo presidente della Gedi che comanda il gruppo editoriale di cui fa parte Repubblica, per non essere stato consultato sull'avvicendamento. Il giornalista 96enne, scrive il sito fondato da Roberto D'Agostino, è seduto su una montagna di miliardi di lire per la vendita di Repubblica a Carlo De Benedetti e si lamenta di non essere stato consultato da Elkann sulla nomina di Molinari. magari Elkann si sarà ricordato di ciò che successe a De Benedetti quando lo avvisò della nomina di Giulio Anselmi come suo successore alla direzione di Repubblica ed Eugenio scatenò l'inferno e venne nominato il più docile al pensiero scalfariano Ezio Mauro - comunque, Elkann ha parlato, consultato no, ma non era neanche dovuto, con Scalfari giovedì e Molinari l'ha chiamato più volte: tutta colpa dell'eta' che avanza? Si chiede Dagospia.

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 23 aprile 2020. Alcuni giorni orsono Eugenio Scalfari ha compiuto la bellezza di 96 anni. Su Dagospia ho visto una sua fotografia che lo ritrae canuto e fiero, la sigaretta in bocca che sembra una sfida contro la vecchiaia e coloro che la disprezzano, pensando male di tutti i vegliardi, per quanto vispi e intelligenti siano. Del fondatore di Repubblica non si è parlato male mai abbastanza per motivi squallidamente politici. Tuttavia non ho mai incontrato alcuno che non ne abbia riconosciuto un grande valore professionale. Perfino io, che con lui ho avuto vari battibecchi non l' ho mai considerato meno di un fuoriclasse. Concetto che nella presente circostanza desidero ribadire. Non mi interessano i suoi molteplici ribaltoni ideologici, tutta roba fisiologica; chi non ne ha fatti scagli la prima pietra. Eugenio nella sua lunga vita ha attraversato mille burrasche senza mai arrendersi. Almeno questo occorre dirlo e ribadirlo. Non intendo ripercorrere le tappe interessanti della sua esistenza, bensì celebrare un possente giornalista, più fazioso e molto più bravo di me, capace di imporsi con la forza di argomenti capziosi ma assai convincenti. Lo sanno tutti: è stato fascista come numerosi uomini della sua generazione. Chi se ne frega! Pure mio padre era una camicia nera, e non per questo mi do delle arie. Poi Scalfari ha navigato in molti mari procellosi senza bagnarsi le scarpe, poiché è astuto e scaltro più di ogni suo collega, firme illustri comprese, magari più abili con il calamo, per esempio Indro Montanelli, eppure meno provetti nello stare al mondo, un' arte, questa, in cui eccellono soltanto le menti superiori. La sua biografia si beve come champagne: studente modello, già incline a essere un leader, impiegato di banca e, infine, giornalista di vaglia in grado di salire sui gradini più alti di questo mestiere sconcio e difficile. Il nome di Scalfari è legato alle più prestigiose testate nazionali, dal Mondo all' Espresso, le quali hanno segnato il cammino civile del nostro sgangherato Paese. Ovunque la sua penna si sia mossa ha lasciato una traccia indelebile. A un certo punto egli ha realizzato un capolavoro: la fondazione di Repubblica, che sembrava destinata a morire bambina. Era il 1976, quando il regno della carta stampata era dominato dal Corriere della Sera.

INIZI TRIBOLATI. Gli inizi del cosiddetto quotidiano maneggevole (per via del formato) furono senza dubbio tribolati. Lanciare un nuovo organo di informazione è impresa proibitiva. Ma il caso volle che dopo un paio d' anni le Brigate Rosse, assassini che piacevano ai comunisti per comunanza di idee, si accanissero su Aldo Moro, rapito e ucciso a sangue freddo. Scalfari intuì che era il momento giusto per sferrare un attacco rimpinguando le tirature, e riuscì a vincere la battaglia cavalcando il fatto più clamoroso di quel periodo. Guadagnò copie su copie e si impose sul mercato, spaventando i signori di via Solferino alle prese con problemi enormi, poi aggravati dalla questione P2. Fu la svolta. Repubblica nel giro di un biennio, sotto la guida del neo barbuto direttore, divenne di moda. Semplificando, allorché al Corriere assunse il timone Piero Ostellino, fra i due giornali le distanze si assottigliarono. Finché avvenne il sorpasso grazie al Portfolio, un giochino borsistico che entusiasmò i lettori. Un evento sensazionale in seguito al quale Scalfari sedette sul trono dell' informazione. Un successo su cui nessuno avrebbe scommesso un soldo e che invece durò a lungo. Tutto questo non si può obliare né sottovalutare. Mai nessuno prima di Barbapapá era giunto ad insidiare il primato corrieresco. Sorvoliamo sulle beghe che caratterizzarono la vendita a Berlusconi della Mondadori (azionista di Repubblica), semmai ricordiamo che don Eugenio a quel tempo cedette le quote personali dell' impresa che aveva avviato, incassando miliardi a gogo. Un affare colossale il cui merito fu tutto di Scalfari. Come si fa a non ammirare un personaggio del genere, che alla sua produzione aggiunse altresì alcuni libri pregevoli? Uno di questi è stato Incontro con io, che rammento di aver recensito sul Giornale in termini entusiastici. Sui difetti e le sbandate del nostro Gigante sorvolerei, fanno parte delle contraddizioni umane da cui nessuno si salva. Menziono solo un episodio buffo. Io vergai per un paio di anni sul Venerdì, allegato di Repubblica, e mi lagnai a un certo punto con il direttore perché non mi pagavano. Gli telefonai e lui ribatté che non era vero, avendo firmato i bonifici destinati sul mio conto. Aveva ragione lui, io non me ne ero accorto. Mi scusai. Una volta Eugenio, intervistato da Lucia Annunziata, interrogato su di me, confidò che ero come un suo figlio degenere. Tutto sommato, un complimento. Abbastanza di recente mi sfidò a duello, immagino scherzosamente. Gli raccomandai di essere accorto nella scelta dell' arma, in quanto io da giovane ero stato un decente schermidore e lo avrei con scioltezza infilzato. Finì con una risata. Dimenticavo. Una sera incrociai il sommo direttore in un ristorante milanese, il Baretto. Quando mi alzai per andarmene, mi fermai a salutarlo al suo tavolo. Egli mormorò solenne: «Attento ché ti seguo». Ed io prontamente: «Ti seguo anche io. Da sempre».

De Bendetti, Agnelli e Scalfari: le guerra dei giornali nell’Italia del coronavirus. Francesco Damato su Il Dubbio il 28 aprile 2020. De Benedetti non perdona ai figli di avere venduto la Repubblica a John Elkann, il nipote del compianto Gianni Agnelli. A ciascuno la sua “ripartenza”, anche di carta, e più o meno a distanza, in questi tempi terribili di convivenza col coronavirus. Muore dalla voglia di ripartire come editore il vecchio ma ancora vitalissimo Carlo De Benedetti, che non perdona ai figli, già inutilmente ripresi quando ne avevano solo l’idea, di avere venduto la Repubblica a John Elkann, il nipote del compianto Gianni Agnelli. Il quale ha formalizzato l’acquisto sostituendo il direttore Carlo Verdelli, per quanto minacciato di morte e sotto scorta rafforzata, con Maurizio Molinari. Che a sua volta ha ceduto la direzione della Stampa, lo storico giornale della Fiat, a Massimo Giannini, tornato da Repubblica a Torino. Dove era stato accolto di persona dall’” avvocato”, che gli parlò del suo come di “un giornale perbene”. Lo ha voluto ricordare lo stesso Giannini nell’editoriale di insediamento, tanto per far capire bene con lodevole franchezza chi conduce le danze nel nuovo gruppo editoriale. Convinto non solo che i figli si siano fatti pagare troppo poco ma anche che la sua ormai ex Repubblica sia destinata a spostarsi praticamente a destra, come ha raccontato in una intervista al Foglio, De Benedetti sarebbe disposto addirittura ad acquistare la storica e dormiente testata comunista dell’Unità per ristamparla come organo non più del Pci, ormai defunto, ma di una forma di socialismo liberale. Dove potrebbero approdare, all’occorrenza, lettori e giornalisti delusi della Repubblica del nuovo corso: non so, francamente, se a cominciare davvero da Eugenio Scalfari. Col quale l’” ingegnere” ebbe qualche mese fa uno sgradevole e, temo, irreversibile scontro a distanza nel salotto televisivo di Lilli Gruber rinfacciandogli la “carrettata” di soldi pagatagli a suo tempo in un cambio di proprietà e dandogli praticamente dello svanito per i 96 anni allora neppure compiuti. Di socialismo liberale ha deciso di rivestire il vecchio Avanti! anche Claudio Martelli, l’ex ministro e delfino quasi ripudiato da Bettino Craxi negli anni terribili di “Mani pulite”, quando l’allora guardasigilli si offrì pubblicamente a “restituire l’onore” al Psi, che evidentemente lo aveva perduto. Ma, non avendo di certo i soldi di De Benedetti, le ambizioni di Martelli sono assai modeste: una riedizione assai ridotta dell’Avanti!: una al mese da qui a giugno e poi chissà, forse una ogni quindici giorni, come Il Borghese di prima maniera di Leo Longanesi. Peccato, però, sia per De Benedetti sia per Martelli, che abbia deciso di afferrare la bandiera del liberalsocialismo anche Scalfari, sventolandola nell’editoriale di domenica scorsa dalla metaforica torretta della Repubblica. Dove egli si è barricato come “fondatore”, deciso a vigilare perché il suo “fiore” di carta non appassisca prima dei “cento anni”: quelli non dalla nascita dello stesso Scalfari, che vi è quasi arrivato, ma della testata. Che esordì nel 1976, cioè 44 anni fa, per cui gliene resterebbero nella serra, o addirittura all’occhiello della giacca immaginata dal fondatore, almeno altri 56. L’annuncio della vigilanza di Scalfari era scontato nonostante la fretta della rottura attribuitagli dal Fatto Quotidiano con un certo interesse di bottega, scommettendo sullo spazio a sinistra che Marco Travaglio spera di poter occupare in caso di crisi immediata e clamorosa nella redazione di Repubblica. Meno scontata tuttavia era la bandiera liberalsocialista di Scalfari, almeno ai miei occhi di vecchio cronista ancora fermi su quel titolo, e relativo articolo, in cui l’allora direttore di Repubblica, nel 1978, si sostituì al segretario del Pci Enrico Berlinguer per rimproverare a Craxi di avere voluto “tagliare la barba a Marx”. Ciò era avvenuto, in particolare, col “Vangelo socialista” pubblicato sull’Espresso e commissionato dal segretario del Psi a Luciano Pellicani, morto recentemente di coronavirus. Un’altra cosa sorprendente di Scalfari, sempre ai miei modesti occhi di vecchio cronista, è stata l’intervento sull’anagrafe politica dell’attuale presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che da designato e poi addirittura imposto a Palazzo Chigi dai grillini – imposto, in particolare, nella scorsa estate in un improvviso cambio di maggioranza a un Pd che reclamava “discontinuità” nel passaggio da una coalizione gialloverde ad una giallorossa-è diventato nell’editoriale di Scalfari di domenica scorsa “vicino” al partito guidato da Nicola Zingaretti. Così in effetti cominciano, in verità, a considerare il presidente del Consiglio anche fra i grillini, diventati perciò insofferenti e sospettosi, nonostante la mano metaforicamente e protettivamente distesa sul suo capo da Grillo in persona. Ma Conte non mi sembra per niente o non ancora deciso a una frattura col movimento delle cinque stelle. Anche nell’intervista appena concessa al nuovo direttore di Repubblica egli ha lasciato ancora sospeso il suo sì al fondo europeo salva- Stati, o Mes, su cui potrebbe consumarsi in Parlamento la scissione dei grillini irriducibilmente contrari. Non solo “vicino” al Pd ma decisamente liberalsocialista è stato definito Conte da Scalfari nell’editto un po’ pragmatico e un po’ ideologico emesso dalla già ricordata torretta di Repubblica. Sempre da vecchio e ingenuo cronista politico, mi chiedo se non hanno qualcosa da obiettare a questo proposito nel Pd, dove è minoritaria ma non ininfluente, qualche volta anche decisiva, la componente proveniente dalla sinistra democristiana. Che negli anni Ottanta del liberalsocialismo di Bettino Craxi, per quanto alleato di governo, diffidava a tal punto da ricorrere, per proteggersene, al grintosissimo Ciriaco De Mita eleggendolo segretario del partito con l’appoggio del corpaccione doroteo dello scudo crociato. E De Mita, sostenuto anche da Scalfari alla guida della Repubblica, non deluse di certo le attese e le speranze dei suoi sostenitori, anche se le perdite elettorali del 1983 obbligarono persino lui a mandare Craxi a Palazzo Chigi, allontanandolo dopo quasi quattro anni.

DAGONEWS il 27 aprile 2020. A proposito dello spin-off di Repubblica che ha in mente Carlo De Benedetti, idea anticipata mesi fa da Dagospia all'indomani dell'acquisto di Gedi da parte di John Elkann, le trattative sono ancora in corso, e non stanno andando per il meglio. L'Ingegnere infatti non vuole partire in questa avventura da solo, ma con il sostegno di Carlo Feltrinelli, della sua casa editoriale e della sua rete di librerie. A 85 anni, e con i figli che gli hanno svenduto l'impero, vuole qualcuno che possa garantire continuità. Per questo aveva scelto il 44enne John Elkann, per questo ora punta sul 58enne Carlo che, finora, non si è appalesato. In pista di nuovo ci sarebbe Gad Lerner, autore Feltrinelli e già unico volto noto (e unico spettatore?) della ormai dimenticata tv engagé ''La Effe'' (bagno di sangue per Feltrinelli), e con De Benedetti vorrebbe strappare una decina di glorie di Repubblica per farci il suo nuovo-vecchio giornale. La preda più ambita ovviamente è EuGenio Scalfari, che a 96 anni dovrebbe mollare tutto per imbarcarsi in un'ultima avventura decisamente vaga. Nell'editorialone-flusso di coscienza di ieri, intitolato ''Un fiore che non appassisce'' (riferito ovviamente alla sua creatura), Molinari ''appare esattamente nello stesso modo'' di Verdelli, ovvero in grado di tutelare l'anima liberal-socialista del giornale. Ma poi aggiunge in modo sibillino ''Vedremo il seguito'', non escludendo che ''il Fondatore'' – parla di sé in terza persona – possa cambiare giudizio sulla ''Quarta Repubblica''. Al secondo posto c'è Ezio Mauro, per 20 anni alla direzione nel dopo-Scalfari. Il suo passato forte a La Stampa ne fa però un nome gradito agli Agnelli-Elkann. Il suo placet alla direzione Molinari lo ha dato firmando l'editoriale di oggi: se il suo obiettivo è andarsene, si sarebbe eclissato dalle pagine del quotidiano. Ma dove lo otterebbe uno stipendio così dovizioso? Seguono le altre firme storiche – Natalia Aspesi, Corrado Augias, Francesco Merlo, Manconi – più i ''giovani'' (ormai 50-60enni) cari a CDB, tra cui l'ultimo arrivato Carlo Verdelli, che l'Ingegnere incensò dalla Gruber mentre umiliava il reietto Mario Calabresi. Nel frattempo, al duo Elkann-Scanavino non dispiacerebbe affatto se CDB si portasse via un po' di firme che costano ciascuna come dieci giornalisti giovani. Il nuovo corso di Repubblica che vuole essere meno parrocchia e più quotidiano si è capito dall'intervista, very friendly, di ieri a Giuseppe Conte, firmata da Molinari e da Stefano Cappellini, uno dei pochi a non essere uscito dalla fucina di Piazza Indipendenza/Largo Fochetti, essendo cresciuto tra Riformista e Messaggero. Dei desideri editorial-politici di Cdb l'agnelloide se n'è sempre fregato. La sua ambizione è di portare avanti l'eredità dell'Avvocato, di riportare la dinasty torinese a livelli internazionali, creando un gruppo multimediale innovativo e con un focus sugli esteri, di cui Molinari è un appassionato, ma soprattutto sull'economia. La Exor è infatti l'azionista di maggioranza dell'Economist, ma visto che l'austero settimanale inglese ha uno statuto blindato che non permetterebbe di farlo diventare una succursale del gruppo Gedi, sarà il gruppo Gedi a diventare un po' più come l'Economist. Un gruppo che possa rivaleggiare con Le Monde e che produca giornali letti, o quntomeno citati, anche all'estero. Per questo ci saranno varie uscite (a L'Espresso, che sarà rivoltato come un pedalino, tremano), convinti come sono a Torino che se si tolgono dai piedi gli aficionados dell'era Scalfari-Mauro, è pure meglio, visto che il concetto di chiesa-parrocchia tiene lontani molti lettori che non vogliono aprire un quotidiano ogni mattina per sentirsi dire quanto sono cafoni e stronzi.  

Dagospia il 25 aprile 2020. IL "CHIAGNE E FOTTI" DI CARLO DE BENEDETTI - INTERVISTATO DAL “FOGLIO”, ANNUNCIA CHE "ANDRA' FONDATA UNA NUOVA "REPUBBLICA" PERCHE' MOLINARI È UN CONSERVATORE E PORTERÀ IL GIORNALE DA UN’ALTRA PARTE" - BENE, ALLORA CDB RISPONDA ALLE SEGUENTI DOMANDE: PERCHE', LEI PRESIDENTE DEL GRUPPO EDITORIALE, E MALGRADO IL SUO BEL PATRIMONIO IN SVIZZERA, HA FATTO ENTRARE IL LIBERAL JOHN ELKANN CON LA FUSIONE "REPUBBLICA-STAMPA"? PERCHE' HA CEDUTO IL SUO IMPERO AI TRE FIGLI CHE NON HANNO MAI AVUTO IL PALLINO EDITORIALE E APPENA VISTO IL ROSSO DEL BILANCIO HANNO VENDUTO? PERCHE', PER UN NUOVO QUOTIDIANO CON SCALFARI, MAURO E VERDELLI, HA BUSSATO QUALCHE TEMPO FA AL PORTAFOGLIO DI CARLO FELTRINELLI? PERCHE', INVECE DI CONTINUARE AD ANNUNCIARLO 'STO CAZZO DI GIORNALE, NON LO FA SUBITO CON I SUOI SOLDI, VISTO CHE LEI DICE CHE "OGGI FARE UN GIORNALE NON COSTA NEMMENO TROPPO"?

Estratto dell’articolo di Salvatore Merlo per “il Foglio” il 25 aprile 2020. (…) “Penso che John Elkann voglia modificare la natura di Repubblica. La portano più a destra. Credo sia in animo uno snaturamento sostanziale del filone culturale che è stato all’origine del giornale fondato da Eugenio Scalfari. Quella ‘certa idea dell’Italia’ che Repubblica ha interpretato con grande dignità negli ultimi quarantacinque anni. Per questo penso che ci siano buone ragioni culturali, politiche e persino un grande spazio editoriale per un nuovo quotidiano”. Con Scalfari ed Ezio Mauro. E Carlo Verdelli direttore. “Oggi fare un giornale non costa nemmeno troppo”. Svuotare Repubblica delle sue firme storiche, che sono ormai quasi tutti pensionati i cui contratti di collaborazione scadono a dicembre, e quindi rifondare attorno a un gruppo di giornalisti riconosciuti il quotidiano della sinistra italiana: agile, corsaro, popolare e partigiano, che è poi l’espressione utilizzata giovedì sera proprio da Carlo Verdelli, nel suo editoriale di commiato, scritto dopo aver saputo alle 14 di giovedì d’essere stato sostituito da Maurizio Molinari alla direzione di Repubblica: “Partigiani sempre”. (…) Maurizio Molinari è soprattutto un grande professionista, chissà quali progetti di sviluppo avrà in mente per il giornale. “Non lo metto in dubbio”, risponde De Benedetti. “Ma non è un giornalista di Repubblica. E’ un conservatore, nell’accezione migliore del termine. Un conservatore alla anglosassone. Mi dice lei cosa c’entra con Repubblica? Non ho dubbi che porterà il giornale da un’altra parte rispetto alla sua storia e alla sua tradizione. E questo, anche dal punto di vista editoriale e industriale, lascerà campo libero. Spazio. Direi praterie, anche a un nuovo giornale che recuperi lo spirito più vero di Repubblica”.

Storia di Repubblica, da Scalfari a Verdelli un giornale corsaro che non esiste più. Paolo Guzzanti de Il Riformista il 25 Aprile 2020. Per molti di noi il giornale La Repubblica ha, o almeno aveva, un’anima. Me ne accorsi quando la gente, i giovani di allora, degli anni Settanta, cominciò ad indossarlo come un accessorio, sul portapacchi della bicicletta nelle domeniche dell’austerity, nelle tasche dei giacconi, nei borselli che allora anche i maschi portavano a tracolla: era una novità inventata da Eugenio Scalfari e andava molto oltre il nuovo formato tabloid che non si era mai visto prima: cambiava il linguaggio, la grafica, la retorica, l’uso della fotografia, ed era un giornale che aveva nel suo primo articolo della costituzione questo motto: «Repubblica non è un giornale di informazione, ma di campagna: prende posizione e combatte in modo asimmetrico e convoca insieme emozioni e lingua, immediatezza e attacco». Eugenio Scalfari mi invitò nel suo piccolo studio all’Espresso di via Po nel novembre del 1975 e mi fece vedere i menabò lucidi in negativo. Era bello. Anche lui, Scalfari, non era quel veggente prossimo al secolo che appare oggi in televisione, ma un uomo duro, alto, la barba brizzolata e ferrigna, la montatura degli occhiali d’acciaio. Mi chiese di restare in Calabria dove dirigevo un quotidiano, come corrispondente del suo giornale. Presi un periodo di vacanze arretrate per partecipare ai mesi di preparazione di quella bolgia di ragazzi, femministe, gruppettari, tutti rappresentanti giovanissimi di un’Italia che oggi neanche ve la sognate e che era già infetta di terrorismo, ma che sperava nel sorpasso del Pci sulla Dc, con lo sganciamento definitivo del partito di Berlinguer. Dovendo tornare in Calabria perché le mie ferie erano finite, Eugenio mi chiese: perché te ne vai? E io dissi: perché ho un contratto. Due sere dopo, nella sperduta redazione di Piano lago di Mangone, provincia di Cosenza, un centralinista di nome Docimo mi urlò: «Dottore Guzzanti! U dutturi Scalfari vi vuole a ‘u telefono». La mattina dopo ero a piazza Indipendenza alle quattro del mattino, con le camicie arrotolate e l’essenziale alla rinfusa nel portabagagli della mia vecchia Fulvia. E cominciò la mia avventura che terminò quando Paolo Mieli mi chiamò alla Stampa nel 1990. Dalla Stampa, per fatto personale dopo essere stato ridotto al silenzio non da Scalfari ma dal suo “Ufficio centrale” che somigliava un po’ troppo a un Comitato centrale, mi sbizzarrii a dare buchi al mio ex giornale quasi ogni giorno e inaugurai la stagione fulminante di Cossiga, che ho già raccontato qui sul Riformista. Poi andai a New York quando Ezio Mauro fu trasferito di colpo dalla Stampa di Giovanni Agnelli a Repubblica di Carlo De Benedetti e per un po’ sognai una ricongiunzione che però non avvenne. Repubblica cambiò stile e forma e certamente non fu più quella di prima. Ma ci sono qualità che formano l’essenza di una individualità e ne formano l’anima permanente. E quelle o ci sono o non ci sono. Il giornale che si trasferiva dalla storica piazza Indipendenza della nostra gioventù battagliera a Largo Fochetti, verso l’Eur, mutava in un altro oggetto: esauriente, organico, trasudante di firme e di trovate, sempre inappuntabile, esprimeva una linea politica che seguitava ad essere quella della campagna continua, prima contro Craxi e poi contro Berlusconi, ma con toni sempre meno libertari, molto più in giacca e cravatta, senza badare a spese (almeno come opulenza dell’immagine) ma – è la mia personale opinione – si distaccava giorno dopo giorno dai fondatori del Mayflower che non erano più dei giornalisti narratori e settlers della notizia e degli eventi. Sotto la direzione di Eugenio Scalfari, alcuni di noi ogni anno facevano un reportage mondiale a ruota libera. Un giorno Eugenio mi aveva convocato dicendomi: «Ti ho fatto comprare il carteggio dei fratelli Verri di cui uno stava a bottega e l’altro viaggiava comperando mercanzie e scrivendo lettere sui cambiamenti in Europa: parti e scopri come nacque la borghesia». E partii per un viaggio indimenticabile. Oppure: «Ripercorri le rotte di Ulisse», e mi ritrovai a Troia con le mura di Ilio ancora visibili durante una esercitazione d’artiglieria dell’esercito turco. E poi l’impero di Venezia e infine mi stabilii a Praga mentre cadevano i muri in via Franzuskjaa, e lì vissi per spostarmi poi a Budapest e nella Bucarest del dopo Ceausescu. Dove vidi le criminali azioni del Kgb gorbacioviano le cui imprese mi fu vietato di scrivere sicché decisi di andarmene, e questa è la mia storia personale. Ma poi Scalfari fu messo da parte da Carlo De Benedetti con cui strinsi una forte amicizia scrivendo insieme un libro intervista mentre quella testata, quel vascello, navigava con altre velature ma non con la stessa manovrabilità pirata che sa apparire e scomparire, sorprendere e fare imboscate. Il vascello era ormai un galeone con mille cannoni come quello di Jenny delle Spelonche nell’Opera da Tre Soldi. Troppi cannoni e troppe vele per essere la stessa guerra da corsa. Ecco dunque la sorpresa di un anno fa quando, leggendo sull’iPad la vecchia testata diretta da Carlo Verdelli che non conoscevo, trovai un guizzo, l’anima dell’antico spirito folletto. Non era l’antica nave: era una nuova nave, ma aveva quegli stessi cannoni, quel gusto del titolo (ai tempi di Eugenio si passavano ore a scandirli come versi finché non si trovava quello che “cantava”) e così scrissi due righe al nuovo direttore congratulandomi e mi rispose con mia sorpresa ricordando l’epoca in cui io facevo parte con pochi altri della vera ciurma della Tortuga che era – oltre che politica – letteratura del giornalismo in cui la lingua era parte della semantica e della grafica e le parole competevano con le foto. Oggi è tutto diverso, tutto deve essere sul digitale per ventiquattro ore durante le quali la carta in edicola dura soltanto quel che vive la rosa, ma la scommessa era di nuovo quella di mettere insieme certi elementi di forte identità industriale combinata come in genetica con una forte componente di alta creatività. La notizia della fine della direzione Verdelli è per questo molto triste anche se Maurizio Molinari è un giornalista formidabile che cominciò la sua scalata nel cursus honorum partendo proprio da dove io avevo lasciato, come inviato speciale a New York per la Stampa. Molinari, leggo, è non soltanto il nuovo direttore del glorioso vascello, ma l’interprete globale della strategia globale dell’editore che un tempo fu anche il mio, ai tempi dell’Avvocato Agnelli. Riusciranno i nostri eroi a rianimare l’ircocervo facendone una creatura quadrimensionale scatenata sulle nuove tecnologie e sul fascino dell’antico? È una scommessa appassionante, ma personalmente provo un vero dolore per questa estromissione di Carlo Verdelli, perfettamente legittima. Per il modo, i tempi e per un valore sottratto, anziché aggiunto, all’impalpabile qualità anche sul mercato di un prodotto che come il Golem deve camminare da solo, ma ricordando che ha caviglie e piedi d’argilla. Verdelli aveva in un anno riconquistato i cuori di una redazione che era più sperduta degli abitanti dell’Isola che non c’è. E che ha scioperato, fatto inusuale non di buon auspicio per un prodotto che pur nella sua massima perfezione industriale cibernetica, si può reggere soltanto se è vivo un Dna di alchimie  come il fattore umano di Graham Greene, più volatile della nitroglicerina. Tutto ciò, a prescindere dalla “linea politica” che non può che essere di sinistra democratica ma che da sola significa poco se non va a calzare i costumi che identificano maschera e proiezioni, lingua e suggestioni. Carlo Verdelli stava riuscendo con un lavoro minuzioso e paziente che richiamava alle armi un modo di essere, di leggere, di ottenere notizie, interpretarle e proporle. Questa è la sfida e personalmente auguro a Maurizio Molinari di cui ho antica stima per le sue straordinarie qualità di lettore e narratore della storia, di ritrovare e riallacciare il tessuto lacerato e tesserlo di nuovo. Non sarà facile, ma nemmeno impossibile, come ha dimostrato proprio Carlo Verdelli che non viene dalla covata di Repubblica ma dall’altro mondo del Corriere e della Rai e di tante altre cose eccellenti che ha fatto. Seguiremo col batticuore questa evoluzione, ma a Carlo Verdelli daremmo una speciale medaglia per aver inventato un giornale che non c’era più, rimettendolo ben vivo sul mercato delle cose vive.

Da huffingtonpost.it il 4 maggio 2020. È stata costituita oggi a Torino, presso il notaio Silvia Lazzaroni, con un capitale di 10 milioni di euro, la società "Editoriale DOMANI S.p.A", posseduta da due società il cui azionista unico è l’ingegner Carlo De Benedetti. Presidente è Luigi Zanda. Il Consiglio di amministrazione è formato, oltre che da Zanda, da Giovanni Canetta, Federica Mariani, Virginia Ripa di Meana, Massimo Segre e Grazia Volo. Secondo quanto si è appreso, è iniziato l’iter per costituire la Fondazione Domani, presieduta dall’ingegner De Benedetti, alla quale, dopo la fase di avvio, andrà la proprietà dell’Editoriale Domani.

(ANSA il 4 maggio 2020) - Il senatore Luigi Zanda ha rassegnato oggi le dimissioni da Tesoriere del Partito Democratico. "Auguri a Luigi Zanda - scrive il segretario Nicola Zingaretti - che ringrazio per il lavoro di questi mesi da Tesoriere del Partito. Gli avevo chiesto, per la sua autorevolezza e per le sue indiscutibili capacità, di ricoprire questo delicato e fondamentale incarico, anche a fronte di una situazione molto difficile per le finanze del partito e per i dipendenti, che Luigi ha saputo esprimere al meglio affrontando diverse sfide elettorali e organizzative". "A lui un ringraziamento - conclude Zingaretti - da parte di tutti i democratici e un augurio per la sua nuova avventura che, ne sono certo, saprà affrontare con il massimo delle energie". Il senatore Pd lascia il ruolo di tesoriere dei Dem per ricoprire l'incarico di presidente - oltre che membro del Consiglio di amministrazione - della società "Editoriale Domani s.p.a", costituita oggi a Torino il cui unico azionista è l'ingegner Carlo De Benedetti.

De Benedetti, Stefano Feltri è il direttore di Domani: il pupillo di Travaglio scelto con la benedizione della Annunziata. Libero Quotidiano il 04 maggio 2020. Si chiamerà Domani il nuovo giornale di Carlo De Benedetti e sarà diretto da Stefano Feltri. A rilanciare l’indiscrezione è Dagospia, secondo cui l’ex pupillo di Marco Travaglio ha sciolto la riserva e accettato l’offerta dell’ingegnere per la direzione del nuovo quotidiano. L’ingegnere aveva contattato Ezio Mauro, Carlo Verdelli, Gad Lerner e anche Lucia Annunziata, che fino a ieri sembrava essere la candidata principale per il ruolo da direttore. E invece proprio lei sembra che abbia spinto De Benedetti a puntare sul 35enne Feltri, che ora vive a Chicago dopo aver ricoperto il ruolo di vice direttore del Fatto Quotidiano. Secondo Dagospia, però, la sua nomina a direttore non esclude un ruolo per la Annunziata, che è libera dopo aver lasciato l’Huffington Post. Nel nuovo quotidiano di De Benedetti potrebbero migrare anche alcune vecchie glorie di Repubblica, con l’intenzione dichiarata di fare un “giornale di sinistra”.  

Carlo De Benedetti, "Domani" è il nuovo giornale: sfida a Repubblica con Lucia Annunziata direttore. Libero Quotidiano il 4 maggio 2020. Ne aveva parlato a Il Foglio subito dopo la "cacciata" di Carlo Verdelli da Repubblica. Aveva iniziato a parlare di un nuovo quotidiano "de sinistra sinistra" e il soggetto era Carlo De Benedetti. Bene, quel quotidiano starebbe già per nascere e se ne conoscerebbe già il nome: Domani. L'indiscrezione è stata rilanciata inizialmente da Open, in un pezzo non firmato, che probabilmente potrebbe essere opera di Enrico Mentana. Come fonte viene citata una mail scritta da De Benedetti ad alcuni amici e conoscenti per informarli dell'iniziativa. Messaggio che si conclude con il messaggio "Basta eredi!!!", e ogni riferimento a John Elkann e alla sua dinastia non è puramente casuale. Dunque, altri particolari circa la nuova pubblicazione sono arrivati da Dagospia: si tratterebbe di un giornale di otto pagine, il direttore sarà Lucia Annunziata (che ha recentemente lasciato l'Huffington Post). Secondo Dago, l'ingegner De Benedetti prima dell'Annunziata avrebbe contattato Carlo Verdelli, Ezio Mauro e Gad Lerner, che però avrebbero rifiutato l'offerta. Nel nuovo quotidiano potrebbero "migrare" alcune vecchie glorie di Repubblica: una grossa perdita per il quotidiano e un significativo risparmio per Elkann sugli stipendi di questi.

De Benedetti fonda il suo Domani e assume subito il tesoriere Pd. L'Ingegnere registra la società, Stefano Feltri direttore del nuovo giornale. Zanda si dimette ma resta senatore. Paolo Bracalini, Martedì 05/05/2020 su Il Giornale. Prende forma il nuovo giornale di Carlo De Benedetti. L'ex editore di Repubblica non ha digerito il passaggio della sua ex creatura nelle mani di Elkann e nel giro di pochi giorni ha messo in campo un muovo progetto che punta a prendersi i lettori di sinistra «traditi» dallo «snaturamento» (così secondo De Benedetti) di Repubblica portata «più a destra» (sempre a parere di Cdb) dalla nuova proprietà. Il nome per il quotidiano di De Benedetti è Domani, il direttore sarà Stefano Feltri e non Lucia Annunziata come risultava dalle prime indiscrezioni. Feltri, classe 1984, già vicedirettore del Fatto, dall'anno scorso dirige ProMarket.org, la rivista web dello Stigler Center, il centro di ricerca guidato dall'economista Luigi Zingales alla University of Chicago. Intanto De Benedetti ha già costituito presso un notaio di Torino la «Editoriale DOMANI S.p.A», azionista unico lui stesso, capitale di 10 milioni di euro. Nel cda nel ruolo di presidente De Benedetti ha chiamato una vecchia conoscenza, il senatore Pd Luigi Zanda che era stato già consigliere del gruppo Espresso per un decennio. Zanda ha subito accettato la chiamata dell'Ingegnere e si è dimesso da tesoriere del Pd (restando però senatore), con gli auguri formulati da Zingaretti a nome di tutti i dem «per la sua nuova avventura». La scelta di Zanda fa capire l'ambito politico in cui si collocherà la nuova testata, un giornale di sinistra ma più snello nella foliazione (8 pagine) e con una redazione giovane. Nel cda ci sono poi altre persone di fiducia dell'Ingegnere, da Giovanni Canetta, Chief Investment Officer di De Benedetti, poi Virginia Ripa di Meana (figlia di Vittorio, già consigliere del gruppo Espresso), poi Federica Mariani direttrice del Festival della Tv di Dogliani), il commercialista Massimo Segre e l'avvocato Grazia Volo. Il prossimo step sarà la creazione di una fondazione come figura giuridica a cui attribuire la gestione della testata in modo da garantire maggiore distanza tra giornale ed editore. Resta da capire quante firme di Repubblica De Benedetti sia in grado di portare nel suo nuovo giornale. Nei giorni scorsi ci sono stati contatti con gli ex direttori Ezio Mauro, Carlo Verdelli, poi con Gad Lerner e Lucia Annunziata. Ma l'offerta non è bastata a convincerli. Dagospia racconta di un battibecco con Ezio Mauro. «Carletto gli ha rinfacciato che fu lui a nominarlo direttore. Eziolo ha replicato per le rime: no, è stato Scalfari, tu avevi scelto Giulio Anselmi». Potrebbe però esserci un ruolo per la Annunziata, così come per altri nomi conosciuti di Repubblica meno a loro agio con la nuova gestione Elkann-Molinari. Lo scoglio sono i soldi, a Repubblica prendono stipendi faraonici, difficili da replicare in un giornale appena nato.

DAGONEWS il 5 maggio 2020. All’indomani della cacciata “all’americana” di Carlo Verdelli (otto ore per fare gli scatoloni), gli unici due giornalisti e scrittori che hanno girato i tacchi si chiamano Stefano Benni e Pino Corrias. Ezio Mauro, Lerner, Merlo, Manconi, Serra, etc. sono tutti, per ora, rimasti attaccati a Largo Fochetti. Poi, quando il prossimo 31 dicembre scadranno i loro contratti (sono tutti pensionati), vedremo quanti saranno, e a che compenso, riconfermati da Molinari. La sorpresa maggiore è arrivata dal mancato invito di Carlo De Benedetti ad imbarcarsi nella nuova avventura editoriale all’amico di villeggiatura Gad Lerner, aspirante direttore. Dopo il no secco di Verdelli, l’Ing. ha puntato su Lucy Annunziata come grande firma, ma per ora non si hanno notizie. L’ex direttore dell’UffPost non è un carattere docile che “ascolta” (in fondo CDB, politicamente, è sempre stato un repubblicano, vicino ai La Malfa e Spadolini, perfetto quindi con Folli e Molinari). Meglio Stefano Feltri, più establishment, da sempre legato alla linea Bernabè-Gruber-Bildelberg con attovagliamenti serali al Ceppo, dove Lillibotox tramava di scalzare Chicco Mentana e diventare l’anchor-woman del TgLa7. Poi, un anno fa, è scoccata l’ora di Feltri, che aveva il peso della fattura quotidiana del “Fatto”, di farla finita con la lotta continua con Travaglio sulla linea politica del giornale (“Viva Conte!”) e, su consiglio anche di Mario Draghi che lo stima, si era esiliato sotto l’ala americana di Luigi Zingales.

Gad Lerner lascia Repubblica. Gad Lerner lascia Repubblica in aperto dissenso con la linea editoriale imposto dai nuovi proprietari, la famiglia Agnelli. Francesco Curridori, Domenica 17/05/2020 su Il Giornale. "Non la riconosco più". Dopo poco più di un anno dal suo ritorno, Gad Lerner lascia Repubblica in aperto dissenso con la linea editoriale imposto dalla famiglia Agnelli, i nuovi proprietari che hanno rilevato il giornale dai De Benedetti. "Mi ero imposto di aspettare, di non fare scelte affrettate, benché suonasse forte e chiaro il messaggio contenuto nel licenziamento senza preavviso di Carlo Verdelli", scrive Lerner in un post su Facebook. Il giornalista di origini palestinesi accusa la nuova proprietà di aver esposto "solo per vaghi accenni il progetto industriale e giornalistico intrapreso". Nonostante questo, nel giro di poche settimane, "Repubblica è già cambiata" e, nonostante il nuovo direttore Maurizio Molinari gli abbia proposto di continuare la collaborazione, Lerner preferisce "interromperla qui". "Saluto con affetto e riconoscenza tutti i colleghi, a cominciare dal fondatore Eugenio Scalfari", conclude il giornalista che aveva già collaborato con Repubblica già nel decennio 2005-2015. La rottura, all'epoca, fu di natura economica, mentre stavolta questo addio sembra preludere all'arrivo di Lerner nella redazione di Domani, il nuovo giornale ideato da Carlo De Benedetti che sarà diretto da Stefano Feltri, già vicedirettore del Fatto Quotidiano.

Sul web scoppia la polemica. Intanto sui social scoppia la polemica e i messaggi di solidarietà nei confronti del giornalista si sprecano. Il giornalista Enrico Deaglio, che nei giorni scorsi aveva già preceduto Lerner nell'addio a Repubblica, commenta il suo post in maniera molto sintetica: "Ben fatto". Lo scrittore Christian Raimo, assessore dell'VIII Municipio di Roma, invece, preferisce dedicare un post in cui riempie di lodi Lerner, "uno dei migliori giornalisti italiani" e il primo "a indagare sulla tragedia del Pio Albergo Trivulzio, dimostrando come un giornale possa essere fondamentale per la democrazia di un paese, soprattutto nei momenti di crisi". Secondo Raimo il suo addio "è un colpo durissimo per un giornale" e " Persino dei non editori come gli Elkann dovrebbero capirlo". Altri utenti, invece, annunciano: "Leggo la Repubblica dal n°1 del 14 gennaio 1976. Ho continuato ininterrottamente fino ad oggi, però domani dirò al mio edicolante di non lasciarmi più il giornale".

La carriera di Gad Lerner, una vita a sinistra. Lerner ha iniziato la sua carriera nel 1976 nel quotidiano Lotta Continua e, prima di approdare in televisione, si è fatto le ossa scrivendo sempre per giornali di sinistra come Il Manifesto o L'Espresso. Raggiunge la notorietà con Profondo Nord, un programma di Rai3 che per primo esplora il fenomeno Lega. Dal '93 al '96 è vicedirettore de La Stampa, mentre nel biennio '97-'99 torna a lavorare per la tivù di Stato e conduce Pinocchio. Nel luglio 2000 diventa direttore del TG1, ma, dopo varie polemiche, rassegna le dimissioni già il primo ottobre. L'anno successivo passa a Tele Monte Carlo e, una volta divenuta La7, assume la direzione del telegiornale. Sempre per la stessa tivù conduce il programma L'Infedele e contemporaneamente scrive editorialista anche del Corriere della Sera. Nel 2017 Lerner fa il suo gran ritorno a piazza Mazzini con una serie di programmi di approfondimento come Operai, La difesa della razza e L'Approdo, tutti trasmessi su Rai 3. Restano indimenticabili le numerose incursioni ai raduni della Lega e le critiche, alcune volte al limite dell'insulto, che Lerner ha rivolto al segretario Matteo Salvini.

Guerra a Repubblica, Gad Lerner sbatte la porta e i giornalisti si scagliano contro Molinari su Fca. Carmine Di Niro su Il Riformista il 18 Maggio 2020. Non accenna a placarsi la tensione a Repubblica, col nuovo corso targato Molinari-Elkann che sta provocando malumori e spaccature mai viste prima nel quotidiano di Largo Fochetti. Dopo il licenziamento dell’ex direttore Carlo Verdelli da parte di Exor, la holding della famiglia Elkann, con la cacciata del 23 aprile scorso nel giorno del tweetstorming in favore del giornalista per le minacce subite da gruppi di estrema destra, arrivano in rapida successione nuovi clamorosi sviluppi. Domenica il giornale fondato da Eugenio Scalfari, punto di riferimento della sinistra liberal, ha dovuto incassare l’addio di Gad Lerner, storica firma del quotidiano. Su Facebook il giornalista ha ricordato come “in poche settimane Repubblica è già cambiata. Non la riconosco più. Per questo, pur ringraziando il nuovo direttore che mi aveva chiesto di proseguire la collaborazione, preferisco interromperla qui”. Nel post Lerner ricorda il messaggio “forte e chiaro contenuto nel licenziamento senza preavviso di Carlo Verdelli. A parte quel gesto, la nuova proprietà ha ritenuto di esporre solo per vaghi accenni il progetto industriale e giornalistico intrapreso”. Una uscita di scena che segue quella di altre due autorevoli firme, Enrico Deaglio e Pino Corrias, tutti andati via in aperta polemica con la nuova linea del giornale. L’ultimo fronte di scontro tra giornalisti, direzione e proprietà nasce invece dal caso Fca, il gruppo Fiat Chrysler controllato dagli Elkann che avrebbe chiesto un prestito da 6,5 miliardi euro garantito dallo Stato per fare fronte all’emergenza economica causata dal Coronavirus. Il Comitato di redazione del quotidiano, di fatto il sindacato interno dei giornalisti, non ha ritenuto corretta la gestione editoriale della vicenda da parte del direttore Maurizio Molinari, tanto da chiedere di pubblica in pagina un comunicato con la posizione dei giornalisti. Lo stesso Molinari ha però risposto con un ‘no’ alla richiesta del Cdr, che oggi alle 15 si riunirà in assemblea. Il rischio è di un clamoroso secondo sciopero dei giornalisti, che farebbe seguito a quello già attuato dopo la cacciata di Verdelli.

Il comunicato dei giornalisti di Repubblica. La Repubblica il 18 maggio 2020. I giornalisti di Repubblica, riuniti in assemblea a seguito dei servizi pubblicati sul caso Fca, ritengono che occorra la massima cautela e un surplus di attenzione quando si trattano argomenti che incrociano gli interessi economici dell’azionista. Il patto che il nostro giornale ha stretto 44 anni fa con i suoi lettori è quello dichiarato dal fondatore Eugenio Scalfari nel suo primo editoriale del 1976: “Repubblica è un giornale indipendente ma non neutrale”. Che significa libero da qualsiasi influenza che non sia garantire una informazione di qualità, autonomo nella lettura di ciò che accade in Italia e nel mondo, con una precisa collocazione politica. Valori in cui la Redazione si riconosce ancora oggi e che continuerà a difendere da qualsivoglia ingerenza, interna ed esterna. L’assemblea respinge infine gli attacchi, spesso interessati, che tentano di attribuire al giornale, in questa nuova fase, manovre politiche di parte, legate agli interessi dell’editore, e respinge il tentativo di accreditare uno snaturamento dell’identità democratica e progressista della testata. Per queste ragioni l’assemblea dei giornalisti si impegna a vigilare sull’autonomia e l’indipendenza di Repubblica. L’Assemblea dei giornalisti di Repubblica.

Lettera a Michele Serra per la sua rubrica su ''il Venerdì - la Repubblica'' il 28 maggio 2020. «Caro Michele, non ho mai perso una tua Amaca. Si contano le pochissime volte che ho dissentito da te, ma veniamo al sodo. Come nel film di Forman, Jack Nicholson dice al Grande capo: che ci facciamo noi qui, Grande capo? Ecco, che ci fai ancora lì, a Repubblica intendo? Che ci fate tu, Merlo, Augias, De Gregorio, Rampini e aggiungi chi vuoi? Sembrate bei quadri appesi in un’abitazione che non è stata pensata per voi. Quello non è più posto per voi. Siamo in tantissimi a pensarla così. Insieme a Lerner, Deaglio, da qualche altra parte, ricominciate, per favore. Vi seguiremo di sicuro». Nicola Purgato

Caro Nicola, scelgo la tua lettera, per la brevità e la precisione polemica, in rappresentanza delle tantissime sul tema “che succede a Repubblica”. A quasi tutte sono riuscito a rispondere privatamente. Non l’avevo ancora fatto in questa rubrica perché il lasso di tempo (otto giorni) che trascorre tra la sua stesura e la sua pubblicazione è lunghissimo; temevo, insomma, che il succedersi dei fatti rendesse superate, una settimana dopo, le mie parole. Ora spero che le cose si siano un poco assestate. Scrivo questa nota venerdì 22 maggio sperando che quando le leggerete, il 29 maggio, non sia accaduto niente di così clamoroso da renderle “vecchie”. La prima cosa da dire è che ho totale rispetto per la scelta di Lerner e Deaglio. Sono entrambi grandi giornalisti e il primo è, per me, tra gli amici più stretti. La seconda cosa da dire è che pretendo identico rispetto – non un grammo di meno – per chi ha scelto di rimanere in un giornale che considera casa propria, punto di riferimento per un numero di lettori ancora importante nonostante la crisi dell’informazione a pagamento ne assottigli i ranghi mese dopo mese. Quelli che rimangono, dunque. Sto parlando non solo del Fondatore e di Ezio Mauro, direttori dei primi quarant’anni di Repubblica. Ma di tutte le firme storiche (Augias, Aspesi, Valli per citare solo alcuni dei “senatori”) e di quelle raccolte strada facendo, Altan, Baricco, Rumiz, Merlo, Recalcati, Saviano, io stesso e molti altri. Non faccio vita di redazione e dunque non ho il polso del “corpo vivo” del giornale, delle assemblee, dei malumori, delle voci di corridoio. Ma ci siamo parlati molto, in queste settimane, specialmente dopo il licenziamento, traumatico nei tempi e nei modi, di Verdelli, e dopo l’addio di Lerner. Ha prevalso l’opzione “Repubblica siamo noi”, che prevede di continuare a fare il nostro lavoro come l’abbiamo sempre fatto, e dunque di confrontarci con Maurizio Molinari nello stesso identico modo con il quale ci siamo confrontati con i precedenti direttori. Non considerandolo pregiudizialmente un “invasore”, o un corpo estraneo, ma il nostro primo interlocutore, come legittimamente è ogni direttore. Le discussioni quotidiane sulla fattura del giornale, sulla sua linea politica, sulle ambizioni (e sulle vanità) delle “grandi firme” sono il suo mestiere, la sua croce e la sua delizia. Spetterà a lui conquistare sul campo, oppure no, la fiducia dei giornalisti e dei lettori. Sa benissimo di trovarsi di fronte a una platea consolidata e agguerrita. Molti temi, soprattutto di politica internazionale, saranno occasione di acceso dibattito (una per tutte: le imminenti elezioni politiche americane, nelle quali il match populismo-democrazia vivrà una pagina decisiva). Vorrei ricordare ai lettori, a questo proposito, che nelle più arroventate questioni politiche recenti (i referendum di Renzi,per esempio), Repubblica non ha avuto, e per fortuna, una “linea” univoca, da quotidiano di partito. È stata sede di un dibattito vero, acceso e ampio, con i commentatori divisi tanto quanto i lettori. Quanto all’editore. Ogni editore è ingombrante, e quello attuale, che è una multinazionale con radici italiane, ma trazione mondiale, lo è ancora di più. I miei editori, per la cronaca, sono stati, in quasi mezzo secolo di giornalismo, il Partito comunista (il più ingombrante di tutti), il gruppo Espresso, la mitica “Cuore corporation” fatta in casa, la multinazionale televisiva Endemol e la multinazionale americana Condé Nast. Il solo editore che ho rifiutato a priori, per mia irriducibile ostilità, tra l’altro molto precedente la sua “discesa in campo”, è Berlusconi. Per il resto non mi sono fatto mancare niente, né mi sono sentito ingabbiato da alcuno, anche se spesso, come in ogni mestiere capita, ho vissuto conflitti, frizioni, incomprensioni, delusioni. Non vedo perché dovrei rifiutare a priori, come editore, un Agnelli. Dalla direzione della Stampa, proprietà di famiglia ben prima dell’acquisto di Gedi (e ci scrivevano Bobbio, Galante Garrone, Barbara Spinelli, Carlo Petrini) provengono due direttori di Repubblica, Mauro e Calabresi. Molinari è il terzo. Lo stesso Lerner è stato vicedirettore della Stampa per qualche anno. Nessuno ha mai pensato che “lavorare per gli Agnelli” abbia significato, per loro così come per altri, vendere l’anima, o come direi al bar, il culo. Chiedo a voi lettori, con una certa decisione, mettendo sul piatto anche il mio quasi mezzo secolo  di reputazione, di non pensarlo adesso. Giudicate il giornale da come sarà fatto. Se non vi piace più, trovatene uno migliore, ne avete facoltà. Punto. Ogni editore è un padrone. Valeva anche per la famiglia De Benedetti, alla quale tutti noi di Repubblica riconosciamo, nella difesa dei propri interessi extra-editoriali, una sostanziale discrezione. Quanto al nuovo padrone, e al direttore da lui insediato,vi rimando alla collezione delle ultime due settimane di Repubblica per stabilire se sulla vicenda, nevralgica, governo-Fca, il giornale sia stato imbavagliato oppure abbia dato ampio spazio (vedi l’intervista a Orlando, le cronache politiche quotidiane, le risposte di Augias ai lettori) alle polemiche e alle critiche, compresa quella – sostanziale – sul “domicilio fiscale” di Fca in Olanda.

Da ultimo, una nota personale. Non saprei su quale altro giornale scrivere per due ragioni fondamentali. La prima è che non ne conosco altri che mi siano ugualmente familiari, e idealmente vicini. La seconda è che nessuno mi ha chiamato per propormi alcunché, e questo mi fa sperare che, a quasi sessantasei anni, nel caso venisse meno il mio lavoro di giornalista potrò serenamente invecchiare dedicandomi alla letteratura, al teatro e all’agricoltura. Quanto mi basta, ampiamente, per campare, e soprattutto per essere felice. Sul Venerdì del 29 maggio 2020

Estratto dell’articolo di Gad Lerner per “il Fatto quotidiano” il 30 maggio 2020. "Perché resto a Repubblica". Lo spiega Michele Serra rispondendo all' invito perentorio del lettore […] Ma questo non è stato un cambio di direttore come gli altri. […] Maurizio Molinari […] ha un profilo giornalistico e culturale assai diverso dal nostro. Tu che pratichi l'agricoltura sai che gli innesti sono operazioni delicate. A maggior ragione, nei giornali, quando coincidono con l' arrivo di una nuova proprietà […] […] Il rapporto fra editore e redazione è soggetto a […] rapporti di forza, non riconducibili soltanto al sano imperativo di risultare credibili di fronte ai lettori e alla concorrenza. Mi ero […] imposto di attendere […] sebbene le modalità del licenziamento di Verdelli, così brutali, […] e senza che il successore ritenesse come d' uso di rivolgergli neppure un saluto e un ringraziamento, suonassero già come inequivocabile avvertimento: da oggi […] qui comandiamo noi, adeguatevi. Evidentemente anche lo stile degli azionisti […] cambia nel tempo. Io ci ravviso un ritorno a metodi che il primo giornale in cui hai lavorato, l' Unità, avrebbe definito "padronali". Che mal si conciliano col profilo del giornale d'opinione che dal 1976 riusciva felicemente a conciliare la difesa del libero mercato con le istanze e le passioni del popolo di sinistra. […]

Fulvio Abbate per Dagospia il 29 maggio 2020. Ancor prima che da “Repubblica” di Agnelli-Elkann, Michele Serra dovrebbe dare le dimissioni da se stesso, per amor proprio, dissociandosi da ogni volontà autopunitiva. Se la sinistra, in Italia, vive una condizione residuale si potrà dedurre che tra le ragioni di un simile abisso c’è il pensiero edificante e masochistico così come proprio Michele Serra e colleghi lo manifestano da decenni? Un istinto penitenziale che, modellato su una presunta ossessione pedagogica, non è riuscito neppure a determinare consenso duraturo, se non a margine dei cosiddetti ceti medi riflessivi, marginali e sovente detestabili. Sorvolo sulle rendite di posizione personale, altrimenti il discorso si farebbe brutale, e andrebbero passati in rassegna, uno a uno, i volti che in questi anni, con il ricatto della “vocazione maggioritaria” sostenuta da un mediocre politico romano travestito ormai da scrittore e cineasta, hanno conquistato contratti e visibilità, soprattutto nei media appaltati, appunto, alla sinistra più triste. La parole con cui Michele Serra risponde al lettore sul perché ha scelto di rimanere sull’Amaca mostrano tragicamente una paura intellettuale, timore del mare aperto, non perché Serra abbia l’obbligo etico di traslocare se stesso altrove, piuttosto perché confermano per l’ennesima volta un sentire politico privo di Eros, quest’ultimo riferimento non sembri estraneo al nodo dell’intera questione, posto che una sinistra lontana dall’idea del Piacere non ha ragion d’essere, meglio, una sinistra bigotta che abbia paura di pronunciare, metti, umanissime parole come “sborra” o “bocchino” ai miei occhi di scrittore appare risibile, sconfitta in partenza. Ritengo non si possa avere paura del linguaggio, di più, non si possa privare la parola del suo tratto carnale. Sempre a Serra, sarebbe facile ricordare l'imbarazzo nel difendere il profumo “Eau de moi”, che firma insieme alla consorte Giovanna Zucconi, una difesa che mostra subalternità rispetto all’autorità familiare, materia da complesso di Edipo. Chi in passato si è fatto carico degli strumenti della satira non avrebbe mai dovuto sottoscrivere il bugiardino destinato a un prodotto narrativamente esilarante: chi abbia tempo e voglia vada a leggerlo nel sito della “Serra & Fonseca”. Ciò che personalmente trovo insostenibile è la paura individuale che ogni parola di Serra emana, ciò che altri definirebbero moderato, appare invece ai miei occhi un crimine contro il piacere dell’ironia, per non citare il bisogno di rivolta che la sinistra dovrebbe fare sempre proprio. Che prigione interiore ritenere invece che questa abbia invece il dovere di dotarsi di senso di responsabilità con il compito di salvare il mondo dall’Osceno. Lo so, che per molte creature a modo di sinistra come Serra il narcisismo è da ritenere un crimine, imbevuti come sono di cattolicesimo da sezione Pci. Ripeto: l’idea un giornalista, uno scrittore debba lavorare alla costruzione del consenso in nome del Bene è quanto di più penoso la sinistra abbia prodotto negli ultimi decenni, ancora peggio se lo si fa dal pozzo della tomba in cui questa è finita. Che pena ulteriore leggerlo a proposito delle intercettazioni del giudice Palamara, soprattutto quando dice che lui da Neri Marcorè, finito incolpevole nei brogliacci, “comprerebbe anche un’auto usata”; più che della persona, sembra una difesa d’ufficio della sua sinistra raccolta nel salotto di Fabio Fazio. Auguri.

Giampiero Mughini per Dagospia il 31 maggio 2020. Caro Dago, tutto nasce dal fatto che io leggo ogni mattina “Il Fatto” e soprattutto leggo le sue (tante) migliori firme, non perché io pensi di trovare nei loro scritti quello che io penso e bensì quello che loro pensano. (Tra parentesi Stefano Feltri, il futuro direttore del quotidiano voluto da Carlo De Benedetti è un ragazzo in gambissima. In bocca al lupo.) Figuriamoci se tra i primi articoli che leggo non c’è quello che scrive Pino Corrias, un giornalista/scrittore di primissima qualità, che è anche un mio amico. E dunque ecco che oggi leggo un suo giudizio sprezzante sulla trasmissione serale di Barbara Palombelli (mia amica e madre del mio figlioccio Giorgio) di cui si dice che è “un sottoscala”. Mando subito un sms a Pino dicendogli che un insulto non è mai un argomento. Lui mi risponde che voleva essere “irridente” e non “offensivo”. Aggiunge che non ha in simpatia i “sovranisti” che appaiono numerosi nello spazio condotto da Barbara. Replico che per quanto mi riguarda ho per quei “sovranisti” il più grande disprezzo possibile. Un disprezzo beninteso che qui affermo e qui nego nel senso che mai e poi mai scriverei contro ciascuno di loro un articolo alla maniera di quelli che Corrias scrive contro quelli che non gli stanno simpatici. Io scrivo solo di quelli che mi interessano e che premono sulla mia immaginazione: lo scrittore francese Robert Brasillach, il generale russo Vlasov fatto impiccare da Stalin, Elias Canetti. “Gente che non conosce nessuno” come dice la compagna della mia vita, e ha perfettamente ragione. Ho per quei sovranisti il massimo disprezzo possibile ma quanto a disprezzo non scherzo nemmeno nei confronti dei fanatici e fanatizzanti  della sponda opposta. Ho trovato surreale il confronto tra Gad Lerner e Michele Serra se sì o no restare in un quotidiano di nome “Repubblica” da quando ha come direttore un “sionista” e un amico di casa Agnelli quale Maurizio Molinari. (Naturalmente sono io che appioppo quelle definizioni a Molinari, non loro.) E’ un uomo a modo chi continua a scrivere avendo come direttore Molinari (e come “Padrone” la Fiat), ossia Serra, o chi sale con “le scarpe rotte” sulle montagne rappresentate dalle pagine del “Fatto”, ossia “il partigiano” Gad Lerner? Una contesa da riderci sopra se non fosse che è da piangerci sopra. Tutti i giornali ma proprio tutti hanno dei “padroni”, quale più e quale meno liberale degli Agnelli. Quando ero entrato a far parte della redazione del “Manifesto”, i padroni del giornale erano quelli che volevano costruire un Partito comunista più a sinistra di quello di Palmiro Togliatti e Enrico Berlinguer. Io non credevo alle mie orecchie quando li sentivo parlare. E appena Lucio Magri venne da me a dirmi che avevo fatto male a pubblicare le interviste a un paio di intellettuali di sinistra che non erano entusiasti dei primi numeri del quotidiano, presi la mia borsa a tracolla, sbattei la porta della redazione e mai più. Qualcosa di eroico? Ma nemmeno per sogno. Così quando alla terza pagina del “Paese Sera” filocomunista (in realtà cento per cento comunista) arrivò un articolo di un professore comunista che insultava Bettino Craxi, andai dal vicedirettore a dirgli che quella era monnezza e non era degna di essere pubblicata. Lui disse che andava pubblicata. Sbattei la porta e mai più. Qualcosa di eroico? Ma ovvio che no. Il “Paese Sera” era destinato ai lettori comunisti e loro doveva rincuorare. Avevano ragione quel mascalzone intellettuale di professore comunista e il vicedirettore, non io. Ogni giornale ha il suo pubblico, il suo ruolo, la sua destinazione intellettuale. Direttore geniale, Eugenio Scalfari aveva fatto del suo quotidiano un breviario che ogni mattina rassicurava i suoi lettori di essere la gente migliore al mondo. I decenni sono passati. L’odierna “Repubblica” deve trovare un suo ruolo al tempo in cui la diade destra/sinistra non ha più alcun senso. Carlo Verdelli si faceva una sua idea di questo ruolo, Molinari se ne fa un’altra. Un buon giornalista può scrivere quel che vuole e può nell’uno e nell’altro caso. I “padroni” non c’entrano nulla. Non credo che John Elkann si alzi alla mattina e vada a scrutare una a una le righe dell’articolo in cui Francesco Merlo scrive se sì o no Giorgio Almirante meriti una via lui intestata. Sono i giornali, bellezza. Dei prodotti editoriali. Una merce che si deve vendere. Niente a che vedere con un sacrario dove sono pronunciate cose Alte e Vere, come crede Lerner e che lui sia il più atto a pronunciarle. Niente ma proprio niente di tutto questo, e salvo per le migliaia e migliaia di fanatici e i fanatizzanti dell’una o dell’altra sponda. Entrambe da me disprezzate.

Antonella Baccaro per corriere.it il 5 maggio 2020. De Benedetti lancia «Domani», un nuovo giornale a sinistra. La nuova avventura editoriale dell’ex proprietario de la Repubblica, Carlo De Benedetti, il quotidiano Domani, ha visto la luce ieri con la costituzione a Torino della società omonima, con un capitale di 10 milioni, posseduta da due società, di cui azionista unico è l’Ingegnere, classe 1934. Presidente è Luigi Zanda, dimessosi da tesoriere del Pd, di cui rimane senatore.

Il formato. Sarà un foglio di 8/16 pagine, la cui uscita è prevista per l’autunno, su carta e web. Politica, economia e grandi inchieste, i temi che saranno trattati. Trentacinquenne il direttore, che quasi certamente sarà Stefano Feltri, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano, oggi direttore del blog ProMarket.org. E da giovanissimi — è la promessa del fondatore — sarà composta la redazione. Con l’eccezione, si racconta, di un editorialista, cui l’Ingegnere sarebbe legato da ragioni di affetto. Un modo per escludere che Domani voglia mettersi in concorrenza con Repubblica, magari sottraendole qualche grande firma, ipotesi circolata in questi giorni ma che viene esclusa dai ben informati.

La governance. Il consiglio di amministrazione della società è composto da Giovanni Canetta, capo del Family Office di De Benedetti, Federica Mariani, nota come ideatrice del Festival della tv di Dogliani, Massimo Segre, storico commercialista, Virginia Ripa di Meana, figlia di Vittorio già consigliere del Gruppo Espresso, e l’avvocata Grazia Volo. Oltre a Luigi Zanda, già consigliere per dieci anni del Gruppo Espresso, che dice di essere stato «sedotto dal coraggio di un uomo di 85 anni che scommette ancora su un’impresa fatta da giovanissimi». Sarà l’AntiRepubblica? «Non è possibile: Repubblica è un prodotto unico, nato da una congiuntura straordinaria, con un vivaio di giornalisti di grande qualità e con la genialità di un direttore inimitabile». Zanda lascia la tesoreria del Pd sapendo «che i problemi economici non mancano, come in tutti i partiti, ma che c’è una struttura amministrativa solida». E precisa: «Non c’è nessun legame tra il Pd e il nuovo giornale, dove porterò i miei valori».

La Fondazione. Intanto è iniziato l’iter per la costituzione della Fondazione Domani, presieduta dall’ingegner Carlo De Benedetti, alla quale andrà la proprietà dell’Editoriale quando lui non ci sarà più. Secondo indiscrezioni pubblicate dal sito Open, l’Ingegnere l’avrebbe annunciato con un’email a alcuni amici, con la nota: «Basta eredi!!!».

La cessione di Repubblica agli Elkann. Qualche mese fa l’editore aveva tentato di riacquistare direttamente le azioni di Repubblica, ma i figli avevano preferito trattare e poi cederle agli Elkann, che da tre anni erano già soci dei De Benedetti nella Gedi.

Vittorio Feltri per liberoquotidiano.it il 21 maggio 2020. Non ci scandalizziamo se lo Stato decide di aiutare la Fiat concedendole un prestito cospicuo allo scopo di finanziare l'attività automobilistica in Italia che non vive giorni felici. Il fatto che la famiglia Agnelli sia proprietaria non soltanto di stabilimenti industriali, ma anche di una catena robusta di quotidiani, tra cui la Repubblica e la Stampa, ci lascia nella più completa indifferenza. Chiunque abbia proseguito gli studi dopo le elementari sa che i media nostrani, quelli francesi e spagnoli sono figli dell'ideologia politica, appartengono a capitalisti determinati a coprire i propri affari e quelli di amici potenti della pubblica amministrazione. Mentre la stampa anglosassone è nata con finalità diverse, infatti appartiene a editori puri che puntano al business, cioè a guadagnare con la vendita di quotidiani popolari e non. Questa è la tradizione e c'è poco da discutere in quanto essa è consolidata. Nel nostro Paese, tranne rare eccezioni, le maggiori testate sono sempre state nel portafogli di importanti imprenditori che le usavano per fare favori ai governi o per ottenerne, do ut des, in poche parole latine ma chiare. Pertanto se Elkann controlla un impero editoriale non mi straccio le vesti, lo considero normale nella nostra Nazione anormale. Però, poiché sono dotato di buona memoria nonostante l'età, devo aggiungere una considerazione senza intenti polemici. Ci fu un periodo lungo durante il quale in patria imperversava una discussione inesauribile. Al centro dell'acceso dibattito c'era soprattutto o esclusivamente Silvio Berlusconi, accusato di essere padrone e imperatore di varie emittenti e di altre attività cartacee tramite le quali egli influenzava gli orientamenti della opinione pubblica. Durante gli anni in cui Silvio dominava la scena romana non si parlava che di conflitto di interessi e alcuni grossi partiti si prodigavano per combatterlo o, meglio, per impedirlo. Si scatenò una vera e propria guerra contro il Cavaliere al quale rimproverarono di raccattare molti voti non perché li meritasse bensì grazie alla propaganda dei suoi potenti mezzi di informazione. Le baruffe proseguirono per lustri, però una legge che vietasse a un uomo solo, per di più impegnato nell'agone politico, di guidare un gruppo non marginale di giornali e di televisioni, non vide mai la luce. Significa che non è facile contrastare gli interessi che tengono in piedi un colosso editoriale. Oggi, in forme diverse, si ripete lo scenario: secondo i luogocomunisti, invero instancabili, bisognerebbe vietare a Elkann di usare i propri cannoni informativi per tutelare le proprie aziende. Operazione illusoria giacché le regole di mercato vengono imposte dal capitale e non dai comitati di redazione, che campano di stipendio e sono costretti a piegare la schiena sinché non riusciranno a fondare giornali propri che, comunque, saranno guidati da un pilota e non da quattro scagnozzi in bolletta.

·        Juventus, 115 anni fa il primo scudetto.

Juventus, 115 anni fa il primo scudetto. La Signora non era ancora degli Agnelli. Il simbolo era solo una targhetta. Domenico Latagliata, Giovedì 09/04/2020 su Il Giornale. Centoquindici anni fa oggi, il 9 aprile 1905, la Juventus festeggiava il suo primo scudetto. Che in realtà all'epoca non si chiamava ancora così: per i vincitori del campionato in palio c'era infatti la targhetta, simbolo del successo. Sei squadre al via, tutte del nord: erano i tempi dei giocatori con i baffoni a manubrio, delle divise simili ma non uguali una all'altra e degli stranieri che abbondavano, anche se la legge Bosman era ancora ben al di là dal venire. E la Juventus, non ancora di proprietà della famiglia Agnelli (Edoardo divenne presidente nel 1923), giocava al motovelodromo Umberto I di corso Re Umberto. Il suo presidente era Alfredo Dick, imprenditore svizzero a Torino per lavoro, essendo proprietario di un'industria tessile. Un tipo autoritario, raccontano le cronache. Che si scontrò in fretta con il resto dei soci che pochi anni prima nel 1897 - avevano fatto nascere la Juventus: Dick venne messo in minoranza e al suo posto, nel 1906, venne eletto presidente Carlo Vittorio Varetti. Dick ovviamente non la prese bene, lasciò la società giurando vendetta e diede così vita all'FC Torino. Comunque sia, il 1905 fu l'anno della prima volta. I giocatori più bravi lavoravano nell'industria tessile di Dick: in squadra c'erano inglesi, scozzesi e svizzeri. In definitiva, gli undici juventini che vinsero il campionato per la prima volta furono Domenico Durante (portiere eccentrico e pittore: espose anche alla Biennale di Venezia), Gioacchino Armano e Oreste Mazzia (studenti al Politecnico), lo svizzero Paul Arnold Walty, il capitano Giovanni Goccione e lo scozzese Jack Diment (tutti e tre impiegati), Alberto Barberis (studente in giurisprudenza), Carlo Vittorio Varetti (studente in ingegneria) e Luigi Forlano (geometra: attaccante possente), l'inglese James Squair (impiegato) e Domenico Donna, prima studente e poi laureato in giurisprudenza che dispensava assist partendo da sinistra. Altri tempi, certo che sì. Con la Prima e la Seconda categoria. E una formula di campionato tutta nuova: sei squadre partecipanti, con una prima fase eliminatoria regionale e una fase finale quella che avrebbe assegnato la coppa strutturata in un mini girone con partite di andata e ritorno. A questo girone finale approdarono Genoa, Unione Sportiva Milanese e Juventus. I grifoni avevano vinto i precedenti tre campionati, ma la Juventus aveva giocato perdendole le ultime due finali. Quella del 1905 fu finalmente la volta buona: i bianconeri vinsero le due partite contro i milanesi e pareggiarono le sfide contro il Genoa. A una gara dal termine i bianconeri avevano 6 punti, il Genoa 4: mancava l'incontro che i genoani avrebbero dovuto giocare contro l'U.S. Milanese. Sulla carta, esito scontato in favore dei campioni in carica e successivo spareggio con la Juve. Invece, il match del 9 aprile terminò 2-2. Senza giocare, i bianconeri poterono così festeggiare il primo di una lunga serie di successi. L'obiettivo, come sempre, è continuare a primeggiare: «Siamo in una posizione di forza nel panorama del calcio europeo», ha scritto ieri John Elkann agli azionisti Exor.

"Agnelli era già grande. Fui il suo primo tecnico ma non mi scelse lui". Andrea Agnelli festeggia 10 anni alla guida della Juve. L'allenatore Luigi Delneri: "I tifosi volevano un CR7 anche in panchina". Domenico Latagliata, Martedì 19/05/2020 su Il Giornale. Dieci anni fa oggi, il 19 maggio 2010, Andrea Agnelli diventava presidente della Juventus: Luigi Delneri, reduce dal quarto posto in campionato e dalla qualificazione in Champions con la Sampdoria, fu il suo primo allenatore.

Delneri, il suo matrimonio con la Signora durò una sola stagione: un settimo posto e addio.

«Ci comportammo bene fino a Natale, poi infortuni e assenze ci penalizzarono. Con un pizzico di fortuna e di salute in più, avremmo potuto lottare per il quarto-sesto posto».

Lei fu portato a Torino da Marotta, anche lui ex Samp: ebbe mai la sensazione di non essere stato scelto da Agnelli?

«Senza polemica, è la verità: fui effettivamente scelto da Marotta e Paratici. Avevamo lavorato benissimo a Genova e la Juve dell'epoca poteva permettersi il sottoscritto, comunque appena qualificatosi per la Champions. Per il palato dei tifosi e per le loro abitudini, ci sarebbe stato forse bisogno di un Ronaldo anche in panchina. Va anche detto che a Torino non hanno voluto bene nemmeno ad Ancelotti, quindi sono in buona compagnia. Non ero in ogni caso l'ultimo degli ultimi: in carriera ho fatto bene quasi dappertutto».

Come andò quindi a Torino?

«Arrivammo quarti alla pausa natalizia, a cinque punti dal Milan che avrebbe vinto il campionato e che noi avevamo già battuto a San Siro. Poi, il grave infortunio di Quagliarella complicò tutto: perdemmo punti soprattutto contro le piccole e non ci qualificammo nemmeno per l'Europa League».

Cosa le aveva chiesto la società?

«Di gettare le basi per il futuro visto che, considerata l'età dei vari Trezeguet, Camoranesi e Del Piero, eravamo in pieno ricambio generazionale. La squadra stava cambiando pelle: tanto per dire, Bonucci era arrivato in estate, Barzagli in autunno».

Dopo di lei, Conte.

«Grande scelta. La storia ha dato ragione ad Agnelli: la Juve è tornata subito a essere la regina del campionato e non si è più fermata. Le manca ancora la solita chicca della Champions, ma la raggiungerà presto: non le manca nulla».

Un giudizio su Andrea Agnelli?

«Appassionato, competente. Capace di imparare, anche: ha dato continuità, costruendo una corazzata passo dopo passo. Quando c'ero io, non si potevano mica prendere certi calibri».

Ai suoi tempi la maglia numero 7 la indossava Salihamidzic: adesso la stessa è sulle spalle di Ronaldo.

«Un segno dei tempi, appunto».

Rimpianti per non avere potuto proseguire il lavoro?

«Nessuno. È andata così e basta. Sarei rimasto volentieri, ma essere stato alla Juve resta un vanto: quando alleni, quella panchina la sogni a occhi aperti».

Cosa mancava alla sua Juve per essere alla pari con le altre big?

«Qualità in mezzo al campo: Pirlo e Vidal io non li ho mai avuti. E una rosa più profonda».

In compenso, c'era Felipe Melo: cosa pensa della sua polemica con Chiellini?

«Scaramucce da vivere come tali. Melo era un solista dal carattere particolare, rude e istintivo: Chiellini lo juventino per antonomasia. Una certa incompatibilità di carattere era più che normale».

Lei mise in discussione Buffon.

«Non scherziamo. La verità è che Gigi era reduce da un infortunio serio e Storari stava giocando benissimo: non ho mai regalato niente a nessuno, tutto qui. E mi fa molto piacere che Buffon sia ancora al top: se uno non ne conoscesse l'età e non sapesse di chi si tratta, prenderebbe nota di come ha parato quest'anno e investirebbe su di lui. Resta un esempio per i ragazzi di oggi: è la passione che muove tutto, non i soldi».

Delneri ha appeso la tuta al chiodo?

«No. Seguo tutto e spero di poter fare ancora qualcosa di buono: equilibrio e fiducia non mancano».

Calciopoli. Ultima fermata. Calciopoli non è nata certo nel nuovo millennio. Sin da quando è nato il calcio nel nostro Paese ha convissuto con scandali, sospetti, truffe, sospetti, violenze. Un secolo di lati oscuri del gioco più bello del mondo che il giornalista Antonio Felici racconta nel libro «Le pagine nere del calcio. Tutti gli scandali minuto per minuto» (edizioni Iacobelli, pagine 320).

Il volume ripercorre tutti i momenti in cui il pallone si è sporcato di fango, a partire dal primo scandalo, quello che portò alla revoca dello scudetto 1926-27 vinto sul campo dal Torino. Protagonista fu il terzino della Juventus Luigi Allemandi, accusato di avere intascato sostanziose mazzette per favorire la vittoria granata nel derby della Mole. Ci sono poi il calcioscommesse del 1980, quello che costò tra l'altro la retrocessione in serie B a Milan e Lazio; i sospetti di corruzione nella partita Italia-Camerun ai mondiali 1982, che consentì agli azzurri di passare il turno e iniziare la cavalcata verso il titolo iridato; il Totonero-bis del 1986; i sospetti sullo scudetto 1988, perso in modo rocambolesco dal Napoli si disse per scongiurare una superperdita di chi gestiva il Totonero; infine il calcioscommesse 2011.

E calciopoli, lo scandalo che fece tremare nel 2006 le fondamenta del calcio italiano e che rappresenta una ferita non ancora rimarginata, come dimostrano le polemiche attuali? Gli è dedicato il secondo capitolo, il più corposo del volume, intitolato «Moggiopoli».

Ma non di sola corruzione si parla nel libro di Felici. Ci sono anche capitoli dedicati ad altre ombre, come il doping, sia quello «selvaggio» praticato negli anni Settanta e Ottanta al quale si attribuisce una scia di calciatori morti (tra gli altri Beatrice, Rognoni, Lombardi e Signorini), sia quello più evoluto denunciato da Zdenek Zeman, allora allenatore della Roma, in un'intervista del 1998 all'Espresso. E poi c'è la pagina degli scandali amministrativi ed economici, e quella delle violenze che hanno costellato di croci decenni di calcio.

«Questo - spiega Felici - non è un libro di condanna, ma un atto d'amore, un grido di dolore. Vorrei tornare a raccontare il bello del calcio. E credo che l'unico modo per farlo sia affrontare i problemi. Ho scritto questo libro perchè mi sono accorto che il calcio è molto spesso esposto a situazioni bruttissime, a scandali che non dovrebbero toccare questo sport meraviglioso. Ho tentennato, perchè essere giornalista sportivo per me significava raccontare il gioco, non certo le vicende negative legate ad esso. Ma ho capito che l'unico modo per mantenere sano questo sport è vigilare. In caso contrario finiremmo per non avere più niente di bello da raccontare».

Ebook gratuito su calciopoli: "Il processo illecito". TUTTE LE VERITÀ NASCOSTE DELL'ESTATE DEL CALCIO: INTERCETTAZIONI ABUSIVE, SABBIE, FUMI, ABUSI DI POTERE E PROCURE CREATIVE. Le sentenze “Calciopoli” sanciscono che non ci sono partite alterate. Che il campionato sotto inchiesta, 2004-2005, è da considerarsi regolare. Ma che la dirigenza juventina ha conseguito effettivi vantaggi di classifica per la Juventus FC anche senza alterazione delle singole partite. In pratica, la Juventus è stata condannata per omicidio, senza che nessuno sia morto, senza prove, né complici, né arma del delitto. Solo per la presenza di un ipotetico movente. Sotto il nome di Luther Blissett si annida ogni scrittore e giornalista che lo desideri: lo pseudonimo è collettivo, a disposizione di tutti. “Il processo illecito”, approfondita ma appassionante analisi della vicenda ‘calciopoli’, è firmata proprio Luther Blissett. Vale a dire che è un documento anonimo.  “Il processo illecito” è strutturato su più livelli di lettura. Ovvero può essere goduto da chi non sa nulla del cosiddetto “scandalo Juventus” come da chi ne conosce i minimi dettagli, o almeno così crede. Lo scopo del testo è diradare la nube di disinformazione che s’è abbattuta sulla vicenda ‘calciopoli’. A partire dall’enigma delle responsabilità. I campionati di calcio erano truccati; ma solo da Moggi? O hanno un senso anche le dichiarazioni di Paolo Bergamo, ex designatore degli arbitri di serie A, “tutti i dirigenti mi telefonavano ogni settimana, l’Inter con Facchetti più di tutti”? È vero che le intercettazioni di dirigenti come Facchetti e Galliani sono sparite all’inizio delle indagini per poi venire misteriosamente “dimenticate”? E se sì, cosa contenevano quelle intercettazioni? È vero che Galliani aveva promesso a Paparesta favori da parte del Parlamento italiano, all’epoca berlusconizzato? E se sì, quali favori? E perché nelle sue conclusioni la Procura di Torino ha sostenuto che, dalle intercettazioni telefoniche, si evinceva una realtà diametralmente opposta a quella emersa attraverso gli organi di stampa all’attenzione del popolo italiano? Attorno a tali inquietanti quesiti ruota l’inchiesta, che è in grado di appassionare quanti amano indagare - a prescindere dall’esito positivo o negativo della ricerca - la verità dietro le apparenze.

Il documento che state leggendo è stato concepito in maniera tale da venire incontro alle esigenze di tutti coloro che si avvicinano all’argomento trattato a seconda del loro grado di conoscenza della materia, proprio come fosse un corso di lingua organizzato in diversi livelli di difficoltà. Non pensiate che tale approccio derivi da una qualsiasi sorta di presunzione culturale, bensì molto più semplicemente da una pura constatazione della realtà dell’informazione massmediatica italiana degli ultimi periodo. O meglio, della disinformazione che sta alla base di tutta la questione qui esposta. Ecco che allora nella stesura del documento si è pensato di doverci rivolgere sia a coloro già introdotti agli argomenti e alle vicende del tema trattato, sia a coloro che vi si avvicinano senza alcun bagaglio informativo pregresso e che troverebbero quindi insostenibile la lettura, ad esempio, delle sentenze di primo e secondo grado della cosiddetta “giustizia sportiva”, se prima non fossero adeguatamente preparati, informati e portati a conoscenza delle basi su cui poggia tutto il teatrino dell’assurdo passato alla storia sotto il nome di “calciopoli” (o, sotto la forma di ancora più raffinata nonsense, con il nome di “moggiopoli”). Da qui l’esigenza di produrre questa Prima Edizione, di un successivo più ampio documento, in cui verrà descritto in modo discorsivo e fluido il senso di quello che è stato il processo alla Juventus e di gran parte di questa vicenda, il tutto supportato con citazioni e richiami alla documentazione ufficiale agli atti. Questa prima parte si conclude quindi con articoli e interviste di autorevoli personaggi che hanno espresso il loro parere, fuori dal coro, sull’argomento. Per il lettore “alle prime armi” questa parte può essere di per sé già sufficientemente esaustiva e per questo motivo si è deciso di pubblicare questa come edizione a sé stante, in modo tale da sfruttarne la doppia natura. La successiva edizione di questo documento, che si disegna come un approfondimento delle documentazioni ufficiali, potrebbe essere definita come il livello avanzato del “corso”: lì si analizzeranno nel dettaglio le documentazioni ufficiali e più precisamente le sentenze di primo e secondo grado, il ricorso al Tar e l’audizione di Borrelli davanti al Senato. Infine, nel concludere la presentazione di questo lavoro, vorremmo mettere in risalto un ulteriore aspetto: pur avendo tentato di portare alla luce il più possibile, ci rendiamo conto che oltre a quelli presentati, vi sono altri aspetti della vicenda ancora ben poco chiari, e che non sono, per diverse ragioni, ancora stati affrontati.

Ne vogliamo qui citare alcuni, per chiarire il contesto e darvi spunti di riflessione:

• le dichiarazioni di Paolo Bergamo (“tutti i dirigenti mi telefonavano ogni settimana, l’Inter con Facchetti più di tutti”);

• la sparizione delle telefonate di alcuni dirigenti che all’inizio di calciopoli appaiono, poi scompaiono o vengono “dimenticate” (Facchetti e Galliani);

• le citazioni sui presunti favori di Galliani in parlamento a Paparesta (anche questi “dimenticati” dal procuratore federale Palazzi);

• le dichiarazioni di De Santis (“molti mi chiamavano, mai sentito moggi”);

• le conclusioni della Procura di Torino che sostengono che dalle intercettazioni si evince esattamente il contrario di quanto affermato dalle accuse circa l’esistenza della “cupola” (conclusioni confermate dalle sentenze “calciopoli”) e chissà quante altre incongruenze che potremmo qua esserci dimenticati.

Tutte circostanze che, a dir poco, sarebbe stato opportuno verificare ed approfondire se solo si fosse voluto fare. Non tanto per istruire un “processo serio”, ma quantomeno per istruire un “processo” e non piuttosto una “Santa Inquisizione”.

Infine vorremmo concludere questa presentazione, con la classica forma dei ringraziamenti, che vanno a tutti coloro che nel forum hanno sostenuto, anche solo in modo morale, il topic dal quale trae spunto questo lavoro. Non vorremmo tediarvi fin dall’introduzione con ipotesi, commenti, pareri. Intendiamo piuttosto presentarvi i fatti così come ci sono stati forniti dagli organi di informazione. Inoltre osservarli con un occhio attento, critico e diffidente, ed evidenziare tutto ciò che non torna, che è incongruente, che ci hanno dato per scontato, o per vero, e invece non lo è affatto. Vi proponiamo fin d’ora un riassunto della nostra analisi, e se avrete la voglia di leggere il seguito, vi troverete tutte le conferme alle asserzioni qua sotto riportate:

1. Nelle accuse alla Juventus formulate dal Procuratore Federale Stefano Palazzi, sinteticamente, i fatti contestati si riferiscono alle seguenti partite 2004/2005:

1a: Juventus – Lazio Art. 6 CGS (illecito sportivo)

1b: Bologna – Juventus Art. 6 CGS (illecito sportivo)

1c: Juventus – Udinese Art. 1 CGS (comportamento scorretto)

1d: Classifica alterata

2. La Sentenza di Primo Grado (Pres. Cesare Ruperto) in merito a quei punti sentenzia che:

1a: non vi sono estremi di illecito, contempla solo Art. 1 CGS

1b: non vi sono estremi di illecito, contempla solo Art. 1 CGS

1c: è in effetti Art. 1 CGS

Ma sentenzia anche che la somma di Artt. 1 CGS di cui sopra ai punti 1a, 1b, 1 c'è stata funzionale al conseguimento dell’Art. 6 CGS di cui sopra al punto 1d.

3. La difesa della Juventus, tra le altre cose, obbietta che una sommatoria di più Artt. 1 (comportamento sportivo sleale e non probo) non può portare ad una incolpazione per Art. 6 (illecito sportivo), portando ad esempio la metafora che tante diffamazioni non comportano una condanna per omicidio: obiezione ineccepibile.

4. La Sentenza della Corte d’Appello (Pres. Piero Sandulli) conferma in toto la sentenza Ruperto, ma poichè il punto 3. (Obiezione della difesa della Juventus) è a tutti gli effetti da considerarsi ineccepibile, si sente di dover precisare che la inammissibile somma algebrica di Artt.1 è da considerarsi piuttosto come "ineliminabili tasselli funzionali alla realizzazione dell'art.6" (il “totale” di cui gli artt.1 sarebbero gli “addendi”).

In tutto questo sostenere che la classifica è effettivamente stata alterata è assurdo se preso come fatto avvenuto, poichè se avvenuto sarebbe opportuno e necessario specificare in quale partita ciò si sarebbe verificato. Invece, ed è questo l'aspetto strabiliante di tutta la vicenda, tutto il procedimento giuridico (dal dossier d’indagine dei CC alle sentenze delle corti federali) si è svolto eliminando di volta in volta le sospette partite illecite per manifesta infondatezza. Tutte e 38 le partite indagate sono state esaminate e in tutte e 38 non si è riscontrata alcuna anomalia; le ultime a cadere sono quelle scagionate dalla Corte d’Appello, ovvero Juventus-Lazio e Bologna-Juventus. Da qui il grottesco concetto di "classifica che si altera senza alterare alcuna gara".

Le sentenze “Calciopoli” sanciscono che non ci sono partite alterate. Che il campionato sotto inchiesta, 2004-2005, è da considerarsi regolare. Ma che la dirigenza juventina ha conseguito effettivi vantaggi di classifica per la Juventus FC anche senza alterazione delle singole partite. In pratica, la Juventus è stata condannata per omicidio, senza che nessuno sia morto, senza prove, né complici, né arma del delitto. Solo per la presenza di un ipotetico movente.

Il Libro approfondisce i temi trattati da Il libro nero del calcio. La Juventus. La Nazionale. I presidenti. Gli arbitri. Da Moggi a Giraudo. Da Pairetto a De Santis. E Lippi, Carrara, Biscardi.

Tutte le intercettazioni, telefonata per telefonata. Il libro nero del calcio. II testo integrale dell'atto di accusa dei carabinieri, 2006 Gruppo Editoriale L'Espresso S.p.A. Supplemento al settimanale L'espresso.

L'espresso offre in queste pagine un documento eccezionale: la ricostruzione completa dei metodi usati dalla cupola che ha dominato il calcio negli ultimi anni, attraverso l'informativa originale dei carabinieri del Nucleo operativo di Roma. Costituisce la base dell'indagine della Procura di Napoli e contiene migliaia di intercettazioni telefoniche, centinaia di verbali e decine di note sui pedinamenti dei big del calcio: Luciano Moggi e Antonio Giraudo, all'epoca rispettivamente direttore generale e amministratore delegato della Juventus; Pier Luigi Pairetto e Paolo Bergamo, designatori arbitrali dal 1998 al 2005; Massimo De Santis, arbitro internazionale, considerato dagli inquirenti il principale referente di Moggi nella categoria dei fischietti; un altro ex designatore (nell'anno 1997-98) e commentatore della moviola su La7, Fabio Baldas; Tullio Lanese, ex presidente dell'Associazione italiana arbitri; Franco Carraro, allora presidente della Federazione italiana gioco calcio; il suo vice, Innocenzo Mazzini; il segretario generale Francesco Ghirelli; Maria Grazia Fazi, potente segretaria della Commissione arbitrale (Can); il segretario generale del Coni, Raffaele Pagnozzi; alcuni dirigenti di società calcistiche come Diego e Andrea Della Valle (Fiorentina), Claudio Lotito (Lazio), Pietro Franza (Messina) e Leonardo Meani (Milan).

Molto importante in questa documentazione anche il ruolo di procuratori sportivi, mediatori e dirigenti delle società di "valorizzazione" dell'immagine dei calciatori, come la famosa Gea: Alessandro Moggi (figlio di Luciano), Davide Lippi (figlio del e. t. della Nazionale, Martello). Chiara Geronzi (figlia del numero uno di Capitalia, Cesare), Riccardo Calieri (figlio dell'ex presidente della Lazio e del Torino, Gian Marco), più altri personaggi minori, sempre legati alla Gea.

Non mancano in queste intercettazioni diversi giornalisti sportivi e non, come lgnazio Scardina e Ciro Venerato (Rai), Aldo Biscardi (La7), Lamberto Sposini (ex numero due del Tg5 e ospite abituale al "Processo di Biscardi"), Tnny Damasceni e Franrn Melli (opinionisti tv).

"L'espresso" ha scelto di pubblicare integralmente questa documentazione (omettendo solo gli indirizzi privati e le utenze telefoniche delle persone intercettate) per permettere ai lettori di farsi un'idea delle dimensioni di questo scandalo, avendo a disposizione un materiale esauriente e di prima mano, frutto di due anni di indagine da parte dei carabinieri. Quello che pubblichiamo, redatto con un linguaggio molto chiaro dal maggiore dei carabinieri Attilio Auricchio, completo delle quattro "informative di reato" confluite nell'indagine "Off Side" (in inglese, "fuori gioco") coordinata dai sostituti procuratori di Napoli Giuseppe Narducci e Filippo Beatrice. L'inchiesta nasce da una costola di un procedimento (seguito da questi due magistrati) sulla camorra napoletana e in particolare sui rapporti tra il sottobosco del calcio e il clan Giuliano di Forcella. Partendo dai pubblici ministeri - attraverso una serie di intercettazioni - hanno scoperto un giro di calciatori che scommettevano sulle partite del campionato. In alcune di queste conversazioni sono saltati fuori i nomi di due arbitri, Luca Palanca e Marco Gabriele. La posizione dei due fischietti in quell'indagine è stata archiviata, ma le intercettazioni e i pedinamenti sono continuati perchè i pm volevano capire se erano stati commessi altri reati, tra cui quello di frode sportiva e violazione delle regole della concorrenza con minacce: è il settembre 2004. A questo punto, di telefonata in telefonata, nasce l'indagine Off Side, che mette nel mirino il cuore del sistema calcistico,  a partire dalla Gea e dal condizionamento degli arbitri operato da una cupola di potere caratterizzata non solo dalla forza interna ma anche dalle alleanze trasversali tra dirigenti di alcuni grandi club, procuratori e arbitri. E' bene precisare che le 39 persone i cui nomi aprono il documento non sono tutte indagate: infatti alla denuncia della polizia giudiziaria (in questo caso i carabinieri) ha fatto seguito un'autonoma valutazione dei magistrati, che hanno iscritto nel registro degli indagati solo una parte delle persone segnalate dai carabinieri. Inoltre solo per alcuni (Moggi, Giraudo, Mazzini, Bergamo, Pairetto, Lanese, De Santis, Fazi, Mazzei, Ghirelli, Rodomonti, Baglioni, e Scardina) è stato ipotizzato il reato più grave, quello di associazione per delinquere.

Ma tenuto conto degli sviluppi ci sono delle reazioni.

«Paolo Dondarini ha presentato un esposto diretto alla Procura della Repubblica di Roma con il quale ha posto formalmente la questione in ordine alla genesi delle scelte investigative che hanno condotto a 'brogliacciare', trascrivere ed utilizzare soltanto una parte delle intercettazioni effettuate nel contesto delle indagini e non altre, pure presenti agli atti ed oggettivamente di decisiva rilevanza probatoria. - Lo rende noto l'avvocato bolognese Gabriele Bordoni che assiste l'ex arbitro Dondarini nel processo 'Calciopoli'. - Ricordando che nella logica dell'attuale processo penale sussiste obbligo del Pubblico Ministero rispetto allo svolgimento d'indagini anche in favore dell'indagato e che l'articolo 111 Costituzione consacra il diritto alla prova per l'indagato-imputato (che significa garantire al soggetto le condizioni per poter conoscere appieno il materiale d'indagine e per provare i fatti utili e favorevoli alla propria difesa), si deve registrare che nel procedimento noto alle cronache con il nome di 'calciopoli' ci si è discostati da tali principi, dal momento che l'approfondita rilettura degli atti processuali (resa possibile soltanto dallo sforzo immane compiuto dai consulenti di altre difese che hanno impiegato un tempo enorme, di cui Dondarini non disponeva, visti i ritmi del Giudizio abbreviato che aveva prescelto come era suo diritto), ha rivelato numerose intercettazioni telefoniche effettuate nel corso delle indagini preliminari – dalle quali emergono circostanze decisive al fine di dimostrare la sua estraneità ai fatti – che non erano state in alcun modo evidenziate ed, anzi, erano state catalogate in maniera tale da non consentirne in concreto il rinvenimento nè l'impiego processuale (da parte delle difese e dello stesso Giudice). La rilevante quantità di comunicazioni intercettate certamente avrà creato qualche difficoltà di analisi e cernita, ma è singolare come tutte le captazioni ora rinvenute e trascritte presentino note oggettivamente favorevoli alle tesi difensive mentre erano state tutte relegate nel limbo dell'introvabile; difficile pensare che siano sfuggite casualmente proprio tutte le intercettazioni nelle quali era direttamente coinvolto Dondarini e che ne rilevavano palesemente un atteggiamento inconciliabile con le accuse».

Calciopoli choc: «Tutto quello che non sapete». Inchiesta de “Il Corriere dello Sport”.

Un investigatore rivela: «Troppi buchi nelle intercettazioni, è stata una cosa forzata: non abbiamo mai scoperto una vera partita truccata».

Parla uno degli uomini di Calciopoli. Parla, racconta, descrive pagine di un libro inedito, svelandoci le “sue” verità. L'idea è che le sue rivelazioni non siano solo un sasso nello stagno ma uno stimolo al dibattito. E su queste colonne chi vuole e vorrà rispondere troverà uguale ospitalità. Intanto, il nostro interlocutore parla (ci dice) per liberarsi da un peso, per sperare che la “sua” verità possa diventare verità storica. Un appuntamento mancato nei dintorni di Firenze, l’attesa attorno all’ora di pranzo, un hotel a fare da coreografia. Viene o non viene? No, non verrà, un contrattempo, all’ultimo momento, perché succede così anche nei film che fanno botteghino. Ma è una parentesi, che si chiude qualche giorno dopo, nel cuore di Roma, un ufficio con vista fra la cupola di San Pietro e il Tevere, mentre intorno brillano le luci di Natale. Si comincia che il sereno del cielo sta per farsi azzurro, si finisce che è notte ed il freddo è tornato pungente. Parla, uno degli uomini di Calciopoli. Non uno qualsiasi, però. Ma uno che, in quell’inchiesta, stava dall’altra parte, dalla parte di chi, quelle indagini, le ha fatte. Un investigatore. Ci qualifichiamo, i documenti sul tavolo, non per mancanza di fiducia, ma per garanzia reciproca. Chiede che il suo nome non venga svelato sul giornale. E poi racconta....

Calciopoli, definito il più grande scandalo del calcio mondiale, nasce da quale inchiesta?

«La cosa degli arbitri, l’inchiesta che stava a Napoli. Da lì poi parte un supplemento di indagini, perchè a Torino avevano archiviato e mandato gli atti... Da questo hanno preso spunto e da lì sono partite varie intercettazioni, all'inizio erano due telefoni controllati, telefonino e telefono di casa...»

Da due telefoni a oltre centosettantamila intercettazioni?

«Si allarga il giro con le telefonate: questo conosceva quello, quello conosceva quell'altro e si iniziano a mettere tutti i telefoni sotto controllo. In un momento uscivano venti numeri di telefono nuovi. Parlavano, parlavano... Parlavano di stupidaggini alla fine, niente di che... Fino a quando si è arrivati a Moggi. Anche se, quando senti il sonoro, quello scherza, quell'altro fa il fenomeno...».

Lei ascoltava le telefonate?

«Si, sentivo le intercettazioni».

Quanti eravate?

«Dodici, ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, in via in Selci. Ma non pensate alle bobine di una volta. Ci sono computer, entri con la password...e ognuno seguiva una singola utenza.. Poi alla fine si faceva una riunione, io ho seguito questo, ho seguito quell'altro e si faceva resoconto».

Ci spieghi una cosa: come mai le telefonate che riguardavano l’Inter non sono entrate nell’inchiesta? Eppure il loro tenore non era diverso da quelle che abbiamo letto, dal 2006 ad oggi...

«Noi facevamo i baffetti: dopo ogni telefonata usavamo il verde se le conversazioni erano ininfluenti, l’arancione se c'era qualche cosettina. Col rosso parlavano di calcio (nel senso, cose che potevano interessare all’inchiesta). Noi facevamo un rapido riassunto, un brogliaccio. Ogni telefonata aveva il suo brogliaccio, nome cognome e di cosa parlavano, se era interessante.. C'era una cartellina con il nome».

Ha mai intercettato una telefonata dell’Inter? Le ha mai sentite? Sapeva che c’erano?

«Che ci stavano sì, ma io personalmente no. Io facevo altro...»

Ma lei ha mai sentito Bergamo, ad esempio, che parlava con Facchetti. O con Moratti.

«Tu non è che fai sempre gli stessi... Se capita che non ci sei, c'è un altro che ascolta».

Una giornata a sentire le intercettazioni, a mettere i baffetti e scrivere i brogliacci. E poi?

«Tutte le sere si facevano le riunioni a fine servizio. Attorno ad un tavolo».

Ha mai avuto la sensazione di “tagli”?

«No. Che poi c'erano Auricchio (il tenente colonnello del Nucleo Investigativo dei Carabinieri) e Di Laroni (maresciallo capo dei Carabinieri) che decidevano cosa mettere o non mettere nell'informativa è un altro discorso. Ma durante le riunioni no».

Però alcune intercettazioni non sono finite nell’inchiesta, nelle indagini. Un’anomalia?

«C’erano perché ci sono le registrazioni. La cosa un po’ anomala è il server delle intercettazioni.

E’ in Procura, a Roma, a Piazzale Clodio. Quando c’era qualche problema, e capitava spesso, telefonavamo a chi era in Procura: “Guarda, la postazione 15 qui non funziona, che è successo?” “Vabbé adesso controllo....”. Dopo un po’ richiamavano da Piazzale Clodio: “Ti ho ridato la linea, vedi un po’”. Andavi a controllare, magari avevi finito alla telefonata 250 e ti ritrovavi alla telefonata 280. E le altre 30? “Me le so perse...”».

Chi contattava il responsabile del server a Piazzale Clodio?

«Non ci parlavamo solo noi, c’era anche il responsabile della sala. Ci parlava Auricchio, ci parlava Di Laroni...».

E’ tecnicamente possibile non intercettare un’utenza sotto controllo per un determinato periodo di tempo?

«Tranquillamente. Tu stacchi il server e la cosa si perde».

Torniamo alle telefonate alle quali avevate messo i baffetti rossi: non sono finite nell’inchiesta.

«Evidentemente non ci dovevano andare, che devo dire.... Non lo so questo. So soltanto che quello che veniva fatto, veniva fatto per costruire. Poi io ti porto il materiale, t’ho portato il mattone ma se tu non ce lo metti, sto mattone..».

Vi hanno detto che l’indagine doveva essere fatta su Moggi, Bergamo, Pairetto, eccetera?

«No, no. Noi eravamo liberi».

Quindi il lavoro di scrematura veniva fatto dopo?

«Sì, nella seconda fase».

Avete mai intercettato le sim estere? Quelle del gestore svizzero, per capirci.

«Quando vai ad intercettare una scheda straniera, in questo caso Svizzera, devi chiedere l’autorizzazione. E loro che cosa hanno fatto? L’hanno chiesta ma, nello stesso tempo, hanno già attaccato il telefono. Ma a quel telefono non parlavano. In quindici giorni, questa scheda, non ha fatto niente».

Di chi era la scheda?

«Di Luciano Moggi».

Non la usava?

«Non faceva niente, telefono muto. E’ come se tu metti sotto (controllo) questo telefono (e indica il suo) e poi questo è spento per un mese. Zero. E quindi questa cosa delle schede è stata un po’ accantonata perché poi l’autorizzazione non te la dava nessuno».

Si parlava di anomalie.

«Nel corso di questa indagine sono nate delle cose che inizialmente non c’erano, mentre cose che inizialmente c’erano, non ci stanno più».

Cioè?

«Un esempio di quello che non c’era e si è materializzato nel giro di poco tempo: Martino Manfredi (ex segretario della Can A-B). Quando l’abbiamo portato in ufficio era morto, era un cadavere, tremava, aveva paura... Diceva: “io non so niente, non ‘è successo niente, ma quando mai... “. E piangeva sul fatto del posto di lavoro... “come faccio... non posso lavorare più, mi devo sposare...”. Dopo un po’ di tempo, sto Martino un giorno è andato a lavorare in Federcalcio.... quando lui ha cominciato ad essere interrogato.... improvvisamente è uscita la storia delle palline. Quella è la cosa che io dico: è lecito e capibile da parte sua, un po’ meno da.... »

Si può definire un pentito?

«Non lo so. Prima non sapeva niente, poi sapeva tutto, sapeva di questo, di quell’altro, di Pairetto, della Fazi...».

Lei ha detto: cose che inizialmente c’erano, non ci stanno più. Cioè?

«La storia dell’intercettazione ambientale a Villa La Massa, vicino Firenze».

E’ il pranzo che secondo l’accusa rappresenta l’architrave del patto per salvare la Fiorentina. Andrea e Diego Della Valle da una parte, Mazzini e Bergamo dall’altra. Bene, e cosa non c’è più?

«Di questo incontro si è saputo nell’arco di 4, 5 giorni, attraverso le intercettazioni. Il servizio era organizzato con telecamera e microfono direzionale. Se la cosa fosse stata fatta in un locale dove c’era gente e avendolo saputo «Scoppiò una lite tra capi: uno voleva chiudere il caso l’altro no e si andò avanti» un po’ prima, si potevano mettere microspie dappertutto. Invece così, in pochissimo tempo, e non a Roma ma a Firenze, era difficoltoso. Con il microfono direzionale, a cinquanta, cento metri, senti quello che uno dice. E lo filmi con la telecamera. Però sta voce non s’è mai sentita.... Io so che l’hanno sentita... Questa cosa è importante perché là io so che non hanno parlato di niente. Questi qui hanno parlato ma non hanno detto niente di.... Magari pensi che Della Valle abbia detto a Mazzini: “Dai, famme vince, mandami quest’arbitro”, che sarebbe stata una cosa penalmente rilevante. Invece, non hanno detto niente. Ci sono le immagini, Diego e Andrea che scendono dal furgoncino, che si sono incontrati con Bergamo. Hanno dato più rilevanza a questo che non facendo sentire l’audio».

Secondo lei, quindi, l’audio c’è?

«Non secondo me. L’audio c’è».

Sicuro?

«Sicuro».

La difesa della Fiorentina, durante il processo, ha puntato proprio sulla presunta esistenza di quest’audio....

«La Fiorentina evidentemente qualcosa ha saputo... E’ come il fatto del “Libro nero” (dell’Espresso), cioè, sto libro nero da là è uscito, non è un foglio, è tutta l’informativa e qualcuno l’ha data all’Espresso. Quindi i buchi ci stanno. Della Valle qualcosa sa».

Come funziona un’intercettazione ambientale con il microfono direzionale?

«E’ una valigetta, c’è un microfono che somiglia ad una specie di pistola con una parabola. La punti verso il soggetto....Ma da quel giorno non s’è saputo più nulla di questa cosa qua...».

Ricorda altre situazioni poco chiare?

«No, a queste ho sempre pensato. E mi dico: perché uno deve passare i guai, per che cosa? E quell’altro, perché deve andare dentro? Moralmente ti pesa, dopo un po’ ti dici: mamma mia».

Tra quelli che sono stati condannati in primo grado, quali sono quelli che pagano troppo o ingiustamente?

«Io dico la verità, la maggior parte. Cioè, è una cosa fatta, forzata un po’, ci stava la telefonata, però se vai a vedere effettivamente le partite, partite veramente truccate, dove l’arbitro è stato veramente coinvolto. Non ci sono. Non c’è la partita dove si dice: adesso li abbiamo beccati. Si era parlato di questo è Lecce-Parma, di De Santis, quella di “mi sono messo in mezzo”. E’ una spacconeria, quello voleva fare il fenomeno».

Sì, ma sono state condannate tante persone. Lei, invece, parla di spacconate: qualcosa non torna....

«Secondo me, di veramente importante, che uno deve prendere cinque anni, sei anni, non ci sta niente. Poi magari pensi all’eccessivo modo spavaldo di Moggi che può dare anche fastidio, questo ci può stare, quello è il periodo in cui era prepotente, arrogante. Ma da lì ad arrivare a.... Bisognava dimostrare che c’era un’associazione. Lui, solo lui (Moggi) fa l’associazione? Così è un’altra cosa... E’ una questione di prestigio, di carriera».

Ma l’hanno fatta tutti, la carriera?

«Mica tanto: Auricchio e Arcangioli stanno alle scuole.... non è che so stati proprio premiati....Uno alla scuola Ufficiali, uno alla scuola Allievi...»

Non ricorda niente altro di particolare. Non necessariamente di anomalo. Magari anche solo di curioso.

«Mi hanno raccontato di alcune cenette: Auricchio, Arcangioli, Narducci, anche altri personaggi che hanno segnato quel periodo di Calciopoli. In qualche caso, mi sono chiesto che importanza poteva avere andare a mangiare con Narducci. Sono andati a cena a Napoli, di fronte al Vesuvio, a Castel dell’Ovo... da Zi’ Teresa. E non c’erano solo gli investigatori».

Ha detto che non c’era nulla di penalmente rilevante: c’è stato qualcuno che, ad un certo punto, ha avuto dubbi sul peso dell’indagine, sulla necessità di continuare ad andare avanti?
«Sì, Arcangioli. Disse: basta. E lì è nato lo scontro con Auricchio, arrivarono ai ferri corti».

Quindi voleva stoppare l’indagine perché debole?

«Sì, Arcangioli sì. Erano impegnate quindici, venti persone per questa cosa qua. E l’autista; e quello che deve andare di continuo a Napoli. Non era cosa... In una sezione di sessanta persone, ne levi quindici, le altre fanno tutto il lavoro».

Qualche pentito c’è stato?

«No».

In via in Selci (è la sede del Nucleo Investigativo dei Carabinieri), dove si sono svolti gli interrogatori, sarebbero successe due cose: una che Moggi si mise a piangere e l’altra che l’ex arbitro Paparesta accusò un malore: verità o leggenda?

«Non è vero».

Il resoconto dai più importanti giornali. Il Corriere della Sera, La Stampa, Libero news.

Per il Tribunale di Napoli il sistema Moggi esisteva. Ed esisteva la Cupola del pallone, un'organizzazione con arbitri, designatori e dirigenti federali che nella stagione 2004-2005 condizionò il campionato di calcio di serie A per un solo scopo: favorire la Juventus e le altre squadre che si mettevano sotto la protezione dell'uomo che della Juve era il direttore generale. Il processo Calciopoli è finito. E la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Napoli condanna a cinque anni e quattro mesi di reclusione Luciano Moggi, in quanto capo e promotore di quella Cupola che in termini giuridici fu una associazione per delinquere. Intorno a lui gli ex designatori arbitrali Paolo Bergamo (tre anni e otto mesi) e Pierluigi Pairetto (un anno e 11 mesi), l'ex direttore di gara Massimo De Santis (un anno e 11 mesi anche per lui) e l'ex vicepresidente della Federcalcio Innocenzo Mazzini (2 anni e 2 mesi).

Il bilancio complessivo del processo conta sedici condanne e otto assoluzioni. Riconosciuti responsabili di frode sportiva, tra gli altri, i fratelli Diego e Andrea Della Valle, proprietari della Fiorentina, il presidente della Lazio Claudio Lotito, quello della Reggina Lillo Foti e gli ex arbitri Salvatore Racalbuto e Paolo Bertini. Assolti, invece il giornalista Ignazio Scardina, il dirigente del Messina Mariano Fabiani, e l'ex segretaria della Can (la commissione arbitri) Maria Grazia Fazi, unica donna tra i 24 imputati. È una sentenza che sposa in larghissima misura l'impianto accusatorio messo in piedi dalla Procura di Napoli, con i pubblici ministeri Filippo Beatrice e Giuseppe Narducci (il primo alla Direzione distrettuale antimafia e il secondo in aspettativa e assessore nella giunta del sindaco di Napoli de Magistris), e sostenuta in aula, nella seconda fase del dibattimento, dal pm Stefano Capuano. È suo l'unico commento alla sentenza: «Dimostra che il lavoro della Procura non era affatto una farsa». Da Moggi invece nemmeno una parola davanti a taccuini e microfoni. Appena il giudice Teresa Casoria finisce di leggere la sentenza e se ne va da un'uscita laterale dell'aula 216, Moggi attorniato dal suo immancabile stuolo di consulenti e accompagnatori abituali gli sussurra in lacrime: «Mi hanno ucciso». In aula restano il suo avvocato Maurilio Prioreschi, a spiegare che sicuramente ricorreranno in appello, e suo figlio Alessandro, a guardare nel vuoto, mentre pochi minuti prima aveva accompagnato l'intera lettura del dispositivo scuotendo la testa. Anche Paolo Bergamo se ne va senza dire una parola, ma a mezza voce ne dice molte e pure pesanti, tanto che il suo avvocato, Silvia Morescanti, deve quasi portarselo via a forza. E, come gli altri condannati, annuncia che ricorrerà in appello. E sarà proprio il ricorso al secondo grado di giudizio che potrebbe sospendere la pena accessoria forse più eclatante, tra quelle comminate: il divieto di accedere a luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive e di presiedere società sportive per tre anni. Se e quando questa pena diventerà esecutiva, Lotito dovrà lasciare la presidenza della Lazio e insieme con i Della Valle, Foti e tutti gli altri (compreso ovviamente Moggi), le partite potrà guardarsele soltanto in televisione.

Le condanne:

5 anni e 4 mesi Luciano Moggi ex ad Juventus;

3 anni e 8 mesi Paolo Bergamo ex designatore Can;

2 anni e 2 mesi Innocenzo Mazzini ex vicepresidente Figc;

1 anno e 11 mesi Pier Luigi Pairetto ex designatore Can e Massimo De Santis ex arbitro;

1 anno e 8 mesi Salvatore Racalbuto ex arbitro;

1 anno e 6 mesi Pasquale Foti presidente Reggina;

1 anno e 5 mesi Paolo Bertini ex arbitro Antonio Dattilo ex arbitro;

1 anno e 3 mesi Claudio Lotito presidente Lazio e Andrea Della Valle pres. onorario Fiorentina e Diego Della Valle azionista Fiorentina e Sandro Mencucci ad Fiorentina;

1 anno Leonardo Meani ex addetto arbitri Milan e Claudio Puglisi ex assistente e Stefano Titomanlio ex assistente.

Assolti: Pasquale Rodomonti ex arbitro; Maria Grazia Fazi ex segretaria Can; Mariano Fabiani ex ds Messina; Gennaro Mazzei ex designatore assistenti; Ignazio Scardina giornalista; Marcello Ambrosino ex assistente; Enrico Ceniccola ex assistente; Silvio Gemignani ex assistente.

Ci sono sentenze che sorprendono e altre che non sorprendono. Quella partorita dopo un lustro di chiacchiere e colpi di scena nell’aula 216 del tribunale di Napoli ha sbalordito tutti quanti: non colpevolisti, colpevolisti, menefreghisti, informatissimi. Si può essere amici di Moggi o acerrimi nemici, si può tifare la Juve, l’Inter, l’Oratorio Mariuccia, si può amare il calcio o detestarlo, ma quel che è accaduto deve far riflettere tutti quanti. Il processo Calciopoli è un suffle che s’è sgonfiato sul più bello. Appena messo in forno eravamo tutti convinti: Moggi è colpevole, gli altri imputati forse. Poi il suffle ha preso forma e le cose son cambiate di molto: la difesa di big Luciano ha prodotto prove, testimonianze, ha smontato accuse, ha dimostrato in maniera insindacabile che il calcio pre-2006 era un mare di fango e porcherie dove tutti (ma proprio tutti) si muovevano nel sottobosco secondo la legge del «io faccio così, perché lui fa cosà. Se io non mi cautelo, quello là me la mette in quel posto e buonanotte». Abbiamo ascoltato intercettazioni di ogni genere e anche i commentatori più intransigenti alla fine si son convinti: «Ma quale Cupola, al massimo Moggi era quello cui piaceva far credere di contare più degli altri». La sentenza dice una cosa più di altre: sforzarsi di dimostrare la propria innocenza a volte non basta. Succede quando l’opinione pubblica vive di un imprinting vecchio cinque anni. Nel 2006 per tutti Moggi era un Padrino, chissenefrega se il suo lavoro e quello dei suoi avvocati ha stravolto le carte. C’è di che preoccuparsi, soprattutto quando ti accorgi che, calcio o “vita”, certe consuetudini non cambiano.

La Juve ha prodotto un comunicato per scaricare Moggi in tre minuti netti. Probabilmente era già pronto. In ambito giornalistico li chiamano “coccodrilli”. Servono per dire addio a qualcuno che ha lasciato il segno. Moggi ha fatto diventare la Juve il club n° 1 al mondo, la Juve ricambia con una badilata sulla schiena. Mah.

Sbatti Luciano Moggi in prima pagina, e di qualcun altro è meglio dimenticarsi. Tra i mille risvolti della sentenza napoletana su Calciopoli, che ha visto la pesante condanna dell'ex dg della Juventus a 5 e anni e 4 mesi e degli ex designatori Bergamo e Pairetto ce n'è uno che in questi mesi rischia di essere più extracalcistico che pallonaro. Diego Della Valle, il patron della Fiorentina nonchè grande indignato, anti-politico e Sol dell'avvenire che mette d'accordo terzopolisti e salotti radical-chic è stato condannato a un anno e tre mesi così come il fratello Andrea e il presidente della Lazio Claudio Lotito. Un anno di reclusione anche per l'ex responsabile dei rapporti con gli arbitri del Milan, Leonardo Meani, tutti per frode sportiva. Fra tutti, però, la condanna più pesante come riflessi è senz'altro quella dello scarparo. Però di Della Valle non ha parlato quasi nessuno. Come sottolinea Dagospia, il TgLa7 di Enrico Mentana ha relegato la notizia della sentenza in fondo in fondo, e fin qui nulla di male: una più che legittima scelta editoriale nel giorno delle dimissioni di Berlusconi. La stranezza è che Mentana si è dimenticato di citare Diego, suo celebre testimone di nozze. Forse proprio perché era caduto Berlusconi, non era il caso di citare chi si è candidato da tempo a sostituirlo...

Un foglio in mano e, accanto, i suoi avvocati. Luciano Moggi è caduto, ma è pronto a rialzarsi facendo rotta sul processo d'appello: la ripartenza di big Luciano comincia dallo studio romano dei legali Maurilio Prioreschi e Paolo Rodella.

Cinque anni e quattro mesi, la pena. Moggi era l'unico promotore della «cupola» che governava il calcio nella stagione 2004-2005, scrivono i giudici. Teme di restare il solo a pagare? «Non temo niente, penso solo al momento in cui tornerò in aula per l'appello: il verdetto sarà completamente diverso...».

Moggi unico promotore della vicenda e Juventus che da un paio di giorni è uscita dal processo... «In campo non andavo certo io. Mica stiamo parlando di Moggi-Udinese o Moggi-Lazio: non capisco e sono sorpreso per l'atteggiamento del club. Come si fa a pensare che non facessi gli interessi della Juve? Li ho fatti anche con le sim straniere: ero pedinato e intercettato, dovevo difendere le nostre strategie di mercato. Me le hanno comprate loro. Andrea (Agnelli) fa benissimo a chiedere la restituzione dei due scudetti, li abbiamo vinti meritatamente perché eravamo i più forti».

Ma in quella Juve chi era il vero rappresentante legale del club con diritto di firma? «Antonio (Giraudo). Lui, per me, era la società e a lui spettava mettere la firma anche per un euro di spesa. Io facevo la squadra».

In questi mesi, lei ha più volte usato parole al miele per la nuova Juve. Ora si è rotto qualcosa? «Le ho usate e lo rifarò. Per me non è cambiato niente, però quanta fretta a prendere le distanze ora che nessuno può più chiedere i danni alla società bianconera».

Ritorniamo al momento della lettura delle sentenze... «C'era un silenzio, uno strano silenzio in aula. Ho immediatamente pensato che avremmo fatto bene anche noi a chiedere la ricusazione del collegio, così come fatto dall'accusa in più di un'occasione. Non c'era serenità fra le tre donne giudici, da quando le due a latere avevano testimoniato contro la presidentessa Casoria».

A proposito della ricusazione del giudice Casoria. Situazione strana per certi versi e che spinge alla dietrologia, soprattutto perché chi potrebbe giovare dall’allontanamento del giudice non saranno né Luciano Moggi né gli imputati, che hanno chiesto a più riprese che si ottenga una sentenza e la verità. Cerchiamo di fare un po' d'ordire. Narducci e Capuano pm di Calciopoli presentano al Tribunale di Napoli una richiesta di ricusazione nei confronti della Casoria che dicono non avere la giusta serenità nell’elaborare una sentenza. In parallelo c’è un esposto al Csm contro di lei per ripetuti insulti e minacce a colleghi e sottoposto. Il Consiglio dei Magistrati riunitosi ha censurato questo tipo di atti e confermato le accuse mosse alla Casoria. Cosa c'entra questo con Napoli? C'entra perché questa decisione potrebbe influenzare i giudici della Corte d’Appello ad accettare l’istanza di ricusazione che vorrebbe dire ripartire da zero con le indagini. Una situazione che per certi versi suona strana. Di solito sono le difese a ricusare un giudice, poiché non si sentono tutelate o ritengono che il giudice possa non essere “libero” e imparziale nel giudicare. Intanto la settima sezione della Corte di Appello di Napoli (Presidente Di Mauro, Relatore Cappiello, a latere Giudice Acierno) ha rigettato la richiesta di ricusazione del Giudice di Calciopoli, Teresa Casoria. La Casoria rimane al suo posto, dunque, superando la terza istanza di ricusazione, la seconda formulata dai pm Narducci (ormai fuori dal processo) e dal suo collega Capuano. Nelle cinque pagine di conclusioni della vicenda, le giudici della Corte d'Appello sottolineano che la Casoria è stata in udienza un giudice giusto e senza alcuna animosità nei confronti dei pm, riconoscendo peraltro le difficoltà "caratteriali" della composizione della Corte. I giudici sottolineano, però, che i momenti di frizione tra la Casoria e le sue due colleghe Gualtieri e Pandolfi non hanno in alcun modo creato problemi alla vita del processo Calciopoli.)

É vero che come dice il suo grande accusatore, il pm Narducci, lei si è difeso più puntando l'indice sul coinvolgimento di altri protagonisti che pensando a smontare le accuse sul suo conto? «Narducci, adesso, è in Comune a fare l'assessore. Bene, farebbe meglio a stare zitto. Ma come si fa a condannare una persona per un vantaggio di gioco non fischiato come nel caso di Kakà contro la Juve? Narducci fa il politico, Palamara, mio accusatore nel processo Gea, è diventato segretario nazionale dell'Associazione magistrati: se mi fanno un altro processo diventano Presidenti della Repubblica (ride)».

Moggi è la rovina del calcio italiano? «Moggi, al calcio italiano, ha fatto vincere un Mondiale: andatevi a leggere come era composta l'Italia a Berlino».

Moggi cade nelle ore in cui la storia del premier Berlusconi è destinata a cambiare. Strane coincidenze... «Io sono caduto da tempo, in questo ho di gran lunga preceduto Berlusconi. E, comunque, non mi sono mai fatto male...».

Il più grosso rimpianto? «Vedere andare in fumo il duro e vincente lavoro mio e di Giraudo. A Napoli è finito solo il primo round, aspetto il secondo per la rivincita».

Per i posteri per non dimenticare e ricordare che la storia, come la conosciamo, la scrivono sempre i vincitori, per questo spesso è menzognera. Un resoconto asettico di una vicenda che ha fatto parlare e scrivere tanto.

Campionato di calcio 2004-2005. Allenatore Fabio Capello. Rosa della Juventus:

1 Gianluigi Buffon – nazionale Italia, portiere più forte al mondo

2 Ciro Ferrara – nazionale Italia

3 Alessio Tacchinardi – nazionale Italia

4 Paolo Montero – nazionale Uruguay

5 Igor Tudor – nazionale Croazia

6 Nicola Legrottaglie – nazionale Italia

7 Gianluca Pessotto – nazionale Italia

8 Emerson – nazionale Brasile

9 Zlatan Ibrahimović – nazionale Svezia. Capo Cannoniere del campionato (16)

10 Alessandro Del Piero – nazionale Italia

11 Pavel Nedvĕd – nazionale Repubblica Ceca

12 Antonio Chimienti

13 Mark Iuliano – nazionale Italia

14 Alessandro Birindelli – nazionale Italia

15 Mauro Germán Camoranesi – nazionale Italia

16 David Trezeguet – nazionale Francia

17 Stephen Appiah – nazionale Ghana

18 Gianluca Zambrotta – nazionale Italia

19 Manuel Blasi – nazionale Italia

20 Lilian Thuram – nazionale Francia

21 Landry Bonnefoi

22 Olivier Kapo – nazionale Francia

23 Ruben Olivera – nazionale Uruguay

24 Marcelo Danubio Zalayeta – nazionale Uruguay

25 Jonathan Zebina – nazionale Francia

26 Fabio Cannavaro – nazionale Italia

27 Adrian Mutu – nazionale Romania

28 Domenico Criscito – nazionale Italia

29 Christian Abbiati – nazionale Italia

30 Andrea Masiello

31 Andrea Rossi

32 Paolo De Ceglie – nazionale Italia

33 Rey Volpato

34 Michele Paolucci - nazionale U 21

Campionato di calcio 2005-2006. Allenatore Fabio Capello. Rosa della Juventus:

1 Gianluigi Buffon – nazionale Italia, portiere più forte al mondo

2 Alessandro Birindelli – nazionale Italia

3 Giorgio Chiellini – nazionale Italia

4 Patrick Vieira – nazionale Francia

5 Robert Kovač

6 Gianluca Pessotto – nazionale Italia

3 Alessio Tacchinardi – nazionale Italia

4 Paolo Montero – nazionale Uruguay

5 Igor Tudor – nazionale Croazia

6 Nicola Legrottaglie – nazionale Italia

8 Emerson – nazionale Brasile

9 Zlatan Ibrahimović – nazionale Svezia. Capo Cannoniere del campionato (16)

10 Alessandro Del Piero – nazionale Italia

11 Pavel Nedvĕd – nazionale Repubblica Ceca

12 Antonio Chimienti

14 Federico Balzaretti – nazionale

15 Domenico Criscito – nazionale Italia

16 Mauro Germán Camoranesi – nazionale Italia

17 David Trezeguet – nazionale Francia. Capocannoniere (23)

18 Adrian Mutu – nazionale Romania

19 Gianluca Zambrotta – nazionale Italia

20 Manuel Blasi – nazionale Italia

21 Lilian Thuram – nazionale Francia

22 Landry Bonnefoi

22 Olivier Kapo – nazionale Francia

23 Giuliano Giannichedda – nazionale Italia

24 Ruben Olivera – nazionale Uruguay

25 Marcelo Danubio Zalayeta – nazionale Uruguay

26 Gladstone

27 Jonathan Zebina – nazionale Francia

28 Fabio Cannavaro – nazionale Italia

29 Christian Abbiati – nazionale Italia

30 Michele Paolucci – nazionale U 21

31 Claudio Marchisio – nazionale Italia

Fatto incontrovertibile è che molti dei nomi indicati sono campioni del mondo nella nazionale italiana e francese, oltre ad aver vinto scudetti e coppe europee ed intercontinentali.

Oggettivamente erano i calciatori migliori con l’allenatore migliore che ci fossero in Italia.

Quasi tutti, dopo calciopoli sono stati svenduti alle migliori squadre europee: Barcellona, Real Madrid, Milan, ecc.

Al lettore il compito di dare alle rose indicate una valutazione qualitativa imparziale, senza partigianerie o fanatismi.

Con Calciopoli non è mai finita. Da Giuseppe Guastella su “Il Corriere della Sera” del 2 giugno 2011 un resoconto raccapricciante. Bastano sei mesi di indagini e qualche telefono sotto controllo perché un nuovo scandalo investa il mondo del calcio rischiando di travolgere i campionati di serie B e Lega pro e lambendo anche quello di A. Dalle 606 pagine dell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Cremona Guido Salvini emerge un panorama sconcertante, ed è difficile credere che nessuno si sia mai accorto di nulla. Un'organizzazione criminale di 16 persone tra novembre 2010 ed aprile 2011 ha interferito almeno su 18 partite, riuscendo a condizionare il risultato di parecchie di esse e incassando centinaia di migliaia di euro con le scommesse legali. Da “Il Giornale” i nomi in vista. Il nome di spicco è quello di Beppe Signori, ex attaccante e capitano della Lazio (Foggia di Zeman, Bologna per chiudere la carriera), visto anche ai Mondiali '94 con la Nazionale di Sacchi. Per lui sono scattati gli arresti domiciliari. Il bomber, 43 anni, era conosciuto nel mondo del calcio come un appassionato di scommesse. Famoso l'episodio in cui mise in palio un milione con un compagno per mangiare una brioche intera in 30 passi. Nell’ordinanza, il giudice scrive: "Beppe Signori, è leader indiscusso per ragioni di prestigio personale del gruppo di Bologna. Il suo nome non deve essere pronunciato o deve essere pronunciato con cautela. Si preferisce parlare di 'Beppe nazionale' o di colui che ha segnato 200 gol in serie A". Indagato, a piede libero, anche Stefano Bettarini, ex marito di Simona Ventura e commentatore della trasmissione "Quelli che il calcio", coinvolto nel 2004 in una storia di scommesse quando era alla Sampdoria e squalificato dalla giustizia sportiva. Sarebbe coinvolto nel tentativo di truccare Inter-Lecce. E con lui Cristiano Doni, capitano dell'Atalanta appena tornata in serie A. Pure lui già finito in vicende di scommesse per Atalanta-Pistoiese di Coppa Italia nel 2001. C’è anche l’ex calciatore Mauro Bressan, 40 anni, tra i destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta della procura di Cremona. L’ordinanza all’ex centrocampista di Fiorentina, Genoa, Venezia, Foggia, Bari, Cagliari e Como è stata notificata nella sua abitazione di Cernobbio dalla squadra mobile comasca. Bressan ha vinto la coppa Italia del 2001 con la Fiorentina e ha poi concluso la sua carriera in Svizzera. E tra gli arrestati c’è anche l’ex capitano del Bari, Antonio Bellavista. Sarebbe stato uno dei coordinatori dell’organizzazione. Coinvolti anche il difensore dell'Ascoli Vittorio Micolucci, il centrocampista Vincenzo Sommese e Gianfranco Parlato, ex giocatore di serie B e C.

Domenica 14 novembre 2010, stadio «Zini» di Cremona. I padroni di casa della Cremonese battono 2-0 la Paganese nel girone A di Lega pro, la ex C1. Durante l'incontro un collaboratore dello staff e 5 calciatori si sentono male, quasi cadono in catalessi. Due finiscono in ospedale e un terzo mentre torna a casa perde i sensi e il controllo dell'auto tamponando un'altra vettura. Le analisi scoprono nel sangue una presenza anomala di Lormetazepan, un ansiolitico delle benzodiazeprine commerciato come Minias, probabilmente ingerito con il tè caldo negli spogliatoi. Quando la società denuncia l'inquietante episodio con il direttore generale Sandro Turotti, e il procuratore Roberto Di Martino decide di mettere sotto controllo i telefoni di chi era negli spogliatoi. L'attenzione della polizia si concentra subito sul 26enne portiere Marco Paoloni. I telefoni dicono che è in contatto con personaggi del mondo delle scommesse, come Massimo Erodiani, al quale fanno capo alcune ricevitoria, una a Pescara, da dove partono scommesse anche all'estero; Marco Pirani, un odontoiatra di Stirolo (Ancona), e Giorgio Buffone, Ds del Ravenna calcio. Costoro sono in contatto con calciatori corrotti e dirigenti compiacenti di società sportive. Giocatore incallito, Paoloni ha accumulato debiti per più di 165 mila euro tanto da costringere la moglie a mettere un'ipoteca sulla casa dei genitori. Forse aveva garantito la sconfitta della Cremonese con la Paganese, ma non essendo riuscito a convincere i compagni aveva provato a metterli ko drogandoli. L'inchiesta del pm Di Martino porta alla luce «un sodalizio che opera da anni», scrive Salvini, e che ogni settimana prova a truccare le partite, a volte riuscendoci, a volte no, con «un meccanismo oliato che ruota intorno a Erodiani e Pirani» e una «frequenza di manipolazioni impressionante» in grado di gestire anche 5 partire contemporaneamente». Incontri prevalentemente Lega pro, «dove per stipendi più bassi e blasone meno alto» è più facile convincere calciatori disonesti, ma la «manipolazione riguarda anche partite di B e A». Erodiani, Pirani e Buffone contano su «propri» calciatori corrotti che sono lo «strumento stabile di possibili ulteriori rapporti con altri calciatori della stessa squadra o di altre», che «scommettono nelle stesse partite che truccano» e che a volte sono costretti a firmare assegni in pegno a garanzia che si comportino «bene» con un rigore causato al momento giusto o un'apparente distrazione che in difesa consenta all'avversario di fare gol. Non sempre, però, ci riescono perché «se non vi è un accordo direttamente tra le società, o comunque a conoscenza di tutti i giocatori, non esiste certezza». E quando i risultati negativi si ripetono, il gruppo entra in crisi e tenta di recuperare i soldi con nuove partite truccate o direttamente da calciatori. All'organizzazione fanno capo diversi gruppi di scommettitori che pagano la corruzione dei calciatori. Ci sono i «Milanesi», gli «Zingari», nomadi ormai stanziali che investono centinaia di migliaia di euro, una cellula che scommette in Albania e i «Bolognesi» il cui «leader indiscusso» è Beppe Signori. Personaggio carismatico nel mondo del calcio e grande conoscitore dell'ambiente, in carriera Signori ha segnato 273 gol. Ma di lui non bisogna parlare «neanche per scherzo al telefono», dice Pirani ad Erodiani il 19 marzo. Indagato per associazione a delinquere e illecito sportivo, Signori viene pedinato dalla Polizia che lo fotografa il 15 marzo con altri personaggi coinvolti nell'inchiesta. Avrebbe investito «60 mila euro sulla partita Atalanta-Piacenza» del 19 marzo 2011 per la quale sono indagati anche il capitano e bandiera dell'Atalanta Cristiano Doni e il calciatore del Piacenza Carlo Gervasoni, che «avevano realizzato la combine». L'organizzazione aveva previsto tutto nei dettagli con almeno tre reti segnate addirittura in specifici momenti. Così avviene: il primo gol è di Doni su calcio di rigore per fallo del piacentino Zanoni; Doni segna anche la seconda rete su fallo di rigore, guarda caso, di Gervasoni; la terza ha la firma di Ruoppolo. Per Padova-Atalanta del 26 marzo l'obiettivo dell'organizzazione è il pareggio e, infatti, finisce 1-1. A corroborare il sospetto di trucchi sono i 23 milioni di euro giocati su siti asiatici di scommesse e le parole di un indagato che al telefono dice di aver saputo da Cristiano Doni che l'incontro era truccato. Ci provano anche con la serie A, ma non riescono a condizionare Inter-Lecce del 20 marzo che si chiude sull' 1-0, invece che con almeno 3 gol, come avevano scommesso. Paoloni aveva fatto credere di poter combinare la gara con la complicità di giocatori del Lecce. Forse millantava, contando su un Inter che, in lotta per lo scudetto, avrebbe comunque strapazzato un Lecce che giocava per la salvezza. Un episodio che coinvolge anche l'ex calciatore Stefano Bettarini, divorziato dalla showgirl Simona Ventura, al quale Bellavista rivela la combine invitandolo a scommettere. Per questo è indagato di illecito sportivo, ma avrebbe scommesso anche su Padova-Atalanta. Nel complesso l'operazione sarebbe costata, secondo Erodiani 300 mila euro, 150 mila li perdono i «Bolognesi», 60 ce li rimette il solo Signori. Un fallimento che, unito a quello di Benevento-Pisa (1-0 invece di 4 gol garantiti da Paoloni), scatena «una sorta di caccia all'uomo», con minacce pesanti e un tentativo di estorcere al portiere corrotto 13.000 euro di risarcimento. Beppe Signori compare pure nelle scommesse per Atalanta-Piacenza del 19 marzo e Benevento-Pisa. Anche Alessandria-Ravenna del 20 marzo di Lega pro poteva essere truccata, ma tutto sfuma perché non si chiude l'accordo tra le due società, impedito da questioni economiche sorte nonostante gli incontri tra il presidente dell'Alessandria Giorgio Veltroni e il direttore sportivo del Ravenna Giorgio Buffone. Al pari di altri episodi non penalmente rilevanti, se ne occuperà la giustizia sportiva. Gli Zingari di soldi ne hanno. Sono pronti a tirare fuori dalle tasche 300/400 mila euro per condizionare due partite di serie A. Parlano al telefono di un personaggio che «con loro - scrive Salvini - aveva lavorato per alcune partite di serie A combinate» anche se le intercettazioni non consentono alla Procura di Cremona di andare oltre i sospetti. Erodiani, ad esempio, racconta che «l'hanno scorso ho fatto il Chievo a Milano... Over tre e mezzo (più di 3 reti, ndr.)... si sono presentati là... hanno detto vi facciamo vincere la partita, fateci fare un gol!». La partita finì tre a uno. Il Cosenza è in «precarie condizioni economiche» che, scrive la Squadra Mobile di Cremona, inducono i calciatori a «vedere la partita» con il Benevento del 28 marzo, come riferisce Paoloni che a gennaio è stato ceduto ai campani: «Mi hanno chiamato quelli lì di giù ... (uno, ndr.) mi ha detto che hanno parlato con quattro di loro e che tutto è a posto» ma vogliono tantissimo, «una cucuzza per tutti (100 mila euro, ndr.). Io ho detto che non glieli do, al massimo arrivo a 5 (50 mila, ndr.)». Il 13 febbraio i campani giocano con il Viareggio. Erodiani telefona al suo complice Gianfranco Parlato: «Non avete intenzione... domenica di perdere?». Parlato: «Per fare un po' di cassa». Erodiani: «Si può fare un'offerta... si vuole organizzare... se uno se la studia bene...». Durante la partita Pirani chiama sull' 1-1: «Alla fine sta andando come volevamo noi». L'incontro termina 2-2, centrando in piano la scommessa su almeno tre gol.

Lo scandalo calcio-scommesse 1980 è uno scandalo che colpì il calcio italiano nella stagione agonistica 1979-1980 e vide coinvolti giocatori, dirigenti e società di Serie A e di Serie B che truccavano le partite di campionato attraverso scommesse che, se dal punto di vista penale non erano considerate reato, per la FIGC rappresentavano casi di illecito sportivo. Le società coinvolte nell'inchiesta erano Milan, Lazio, Bologna, Avellino, Perugia in Serie A; Palermo e Taranto in Serie B. Si trattò del primo grande scandalo di illeciti sportivi e partite truccate nella storia del calcio italiano, tanto che il Presidente federale Artemio Franchi (all'epoca anche Presidente dell’UEFA) decise, in seguito, di rassegnare le dimissioni dalla carica che ricopriva e il tutto avveniva a soli tre mesi dall'inizio del Campionato europeo di calcio 1980, svolto proprio in Italia, il che faceva perdere molta credibilità al calcio nazionale, sia in patria che all'estero.

Il secondo scandalo del calcio-scommesse fu un'inchiesta del 1986 relativa ad un giro di scommesse illegali relative ad alcune partite di calcio nei campionati professionistici nelle stagioni 1984-1985 e 1985-1986. L'inchiesta, che seguì una vicenda analoga scoppiata nel 1980, nacque da alcune intercettazioni telefoniche e venne condotta dal Procuratore di Torino, Giueseppe Marabotto, poi arrestato per altre vicende. E’ stato accusato di corruzione, Giuseppe Marabotto, ex procuratore di Pinerolo, poi trasferito alla Corte di Appello di Genova quindi pensionato. Avrebbe intascato il 30% di 10 milioni di consulenze assegnate nel suo lavoro. Era spesso ospite di Biscardi, finì in una intercettazione di Calciopoli per un favore chiesto a Moggi, che doveva intervenire su un altro amico, vicino all’allora ministro della Giustizia, Roberto Castelli (Lega).

I pm di Napoli Filippo Beatrice e Giuseppe Narducci, che hanno indagato sugli intrighi del mondo del pallone hanno sentito anche la versione di Armando Carbone, l'uomo-chiave del caso scommesse del 1986. Quello scandalo, ha sostenuto Carbone, sarebbe stato «architettato da Luciano Moggi per colpire il sistema di potere di Italo Allodi», il dirigente del primo scudetto del Napoli. Anche se, afferma ancora Carbone, Allodi «si tenne fuori e venne tenuto fuori» da quella vicenda. Il testimone riferisce dei suoi interrogatori dell'epoca, davanti al giudice torinese Giuseppe Marabotto (il cui nome è finito anche nelle intercettazioni dello scandalo del 2006) che conduceva le indagini su quella vicenda. «Venivo chiamato a fornire spiegazioni sulle partite comprate - si legge nel verbale - Potevo parlare di qualsiasi vicenda e anzi Marabotto era particolarmente interessato a conoscere i fatti del Napoli e di Italo Allodi. Ogni volta che provavo a parlare del Torino e della Juventus - è la versione di Carbone - Marabotto mi rispondeva che bisognava parlare di altro». Carbone ha anche sostenuto di aver ricevuto da un dirigente del Napoli di allora l'offerta di 200 milioni di lire (poi mai ricevuti) per non presentarsi davanti alla giustizia sportiva.

Lo scandalo del calcio italiano del 2006 è stato, in ordine di tempo, il terzo grande scandalo (dopo quello del 1980, noto come Calcioscommesse e quello del 1986, noto come Secondo calcioscommesse o Calcioscommesse 2) a investire il mondo del calcio italiano, anche se come portata ed effetti è stato certamente maggiore dei primi due. Definito dalla stampa ironicamente Calciopoli (per assonanza con Tangentopoli, laddove in quel caso a reggere l'espressione era il termine tangente), Calciocaos o anche Moggiopoli (la Gazzetta dello Sport lo definì, molto impropriamente, anche Sistema Moggi) si dipanò, secondo le risultanze processuali, tra il 2004 e 2006, ed emerse il 2 maggio 2006 a seguito di alcune intercettazioni operate dal tribunale di Torino e soprattutto da quello di Napoli nei confronti delle dirigenze di quattro club italiani: Juventus, Fiorentina, Lazio e Milan. Sotto accusa in un secondo filone d'indagini anche la Reggina e l’Arezzo.

L'accusa principale è di illecito sportivo, verificato nel tentativo di aggiustare le designazioni arbitrali per determinati incontri di campionato o di intimidire (o corrompere) gli arbitri assegnati affinché favorissero le azioni conclusive di una squadra a danno dell'altra.

La cosiddetta "cupola", che avrebbe condizionato i campionati di calcio, è per molti aspetti simile alla P2 e alla mafia. Questa l'opinione del Pubblico Ministero che ha svolto la sua relazione all'udienza preliminare per la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti degli imputati di “Calciopoli”. Per il Pm infatti la norma dell'articolo 416 del codice penale, il reato di associazione per delinquere contestato ai presunti appartenenti alla "cupola", «sta un pò stretta» in questa vicenda. «C'è qualcosa che ricorda più un'associazione segreta, una organizzazione che fa del vincolo della segretezza il suo dato essenziale», le cui finalità «non si esauriscono nella commissione di uno specifico reato». Secondo il Magistrato essa «ricorda quanto previsto dall'articolo 1 della Legge Anselmi, una legge pensata in funzione della P2», che esercita «un condizionamento delle istituzioni pubbliche». L'organizzazione inoltre «può ricordare i profili di una associazione di tipo mafioso: è stata infatti una organizzazione strutturata in cui il vincolo associativo non solo era intervenuto e si era determinato nell'accordo, ma veniva ulteriormente rinsaldato».

In realtà, in era calciopoli, tutte le società calcistiche e in particolare quelle «che avevano un peso maggiore», raccomandavano e facevano segnalazioni nei confronti della terna arbitrale: è quanto ha sostenuto un ex guardalinee, Rosario Coppola, salernitano, in qualità di testimone al processo su Calciopoli.

Secondo il testimone, i fatti si riferivano a presunte pressioni esercitate dall'allora designatore Gennaro Mazzei per ammorbidire il referto riguardante l'espulsione del calciatore colombiano Ivan Ramiro Cordoba avvenuta durante la partita di campionato tra i nerazzurri e il Venezia. Ivan Ramiro Cordoba fu espulso durante un Inter-Venezia del 16 settembre 2001. Al 33esimo minuto del primo tempo il colombiano ebbe un alterco proprio con Coppola e scattò il cartellino rosso. Per quella espulsione il difensore sudamericano interista era stato squalificato per due gare consecutive di campionato. Coppola ha però sostenuto di non aver aderito alla sollecitazione che avrebbe ricevuto: "Da quel momento in poi non ho più fatto la serie A e questo è solo uno degli episodi che potrei raccontare".

L'ex guardalinee ha detto che quando esplose lo scandalo, raccogliendo un appello alla collaborazione dell'ex procuratore Borrelli, si presentò spontaneamente dai carabinieri per rendere dichiarazioni sul sistema delle designazioni nonchè delle segnalazioni che provenivano dalle società di calcio. Ha citato come esempio la squalifica inflitta dopo un Inter-Venezia al difensore nerazzurro Cordoba: per tale vicenda avrebbe ricevuto sollecitazioni da parte di Gennaro Mazzei (collaboratore dei designatori Bergamo e Pairetto), che avrebbe ricevuto a sua volta pressioni per ammorbidire il referto nei confronti del calciatore dell'Inter. Rosario Coppola ha sostenuto che tale vicenda non fu tuttavia verbalizzata dai carabinieri che investigavano perchè ciò «non interessava» in quanto, secondo gli investigatori, ciò non emergeva dalle intercettazioni telefoniche in possesso degli inquirenti. Coppola si è soffermato, inoltre, sul ruolo dell'ex dirigente milanista Leonardo Meani presso il quale molti guardalinee, a suo dire, si facevano raccomandare. Gli assistenti, a loro volta, cercavano di farsi raccomandare dai dirigenti delle società «per avere visibilità ed essere in un certo giro».

«Calciopoli c'è ancora. Gli arbitri e i dirigenti coinvolti nello scandalo sono tornati a dettar legge. E la cupola del pallone non è mai scomparsa». La denuncia dell'ex fischietto Gianluca Paparesta.

Il calcio italiano è un meraviglioso mondo di impunità, cooptazioni e intrecci clanici oggi come quattro o cinque anni fa. Dopo la breve fiammata di Moggiopoli, con annesse squalifiche e penalizzazioni, è tutto tornato serenamente come prima, con gli stessi arbitri e gli stessi dirigenti federali, demiurghi di un potere chiuso in se stesso e allergico alle regole.

A lanciare il sasso nello stagno della cupola restaurata è l'unico arbitro che al processo di Napoli sarà testimone d'accusa contro Moggi e i suoi amici, dopo essere stato prosciolto da ogni addebito. è Gianluca Paparesta, 39 anni, barese: l'uomo che fu verbalmente aggredito dallo stesso Moggi negli spogliatoi di Reggio Calabria e che, invece di negare tutto come hanno fatto i suoi colleghi, ha parlato e continua a parlare di "un sistema in grado di manipolare e stravolgere la realtà", come scrive nelle pagine del suo blog www.paparesta.com. Un sistema che oggi non lavora più a senso unico - come ai tempi in cui si favoriva solo Moggi e i suoi protetti - ma è finalizzato soprattutto a perpetuare se stesso e il suo potere, attraverso coperture reciproche e rapporti privilegiati con i club più potenti. Un sistema che passa attraverso nomi noti e personaggi sconosciuti, ma che in ogni caso non ammette alcuna voce contraria.

Prendete la Federcalcio, ad esempio. Pochi sanno che il potente braccio destro di Giancarlo Abete, appena rieletto presidente con una maggioranza bulgara (era l'unico candidato), è Antonello Valentini, che nell'agosto del 2004 parlava con Moggi al telefono dicendogli che nella Figc c'era bisogno di "gente funzionale al sistema", perché sennò "ci buttiamo la merda in faccia da soli", ottenendo ovviamente il pieno appoggio dell'allora boss juventino. Paparesta, senza far nomi, ha pubblicato sul suo sito il testo integrale di quella telefonata, per far capire che il sistema è ancora tutto lì. Una denuncia peraltro caduta nel silenzio più completo, con l'unica eccezione di Oliviero Beha al Tg3.

Ma basta un'attenta rilettura delle carte per capire a chi e a che cosa si riferisca Paparesta nel suo blog. Il sistema di cui parla infatti non comprende solo ignoti seppur importanti dirigenti. All'arbitro di Bari, probabilmente, non sarà sfuggito che mentre lui è stato di fatto licenziato pur dopo il pieno proscioglimento a Napoli, altri fischietti ed ex fischietti continuano a ricoprire ruoli fondamentali sebbene il loro coinvolgimento nelle vicende di Calciopoli sia stato parecchio maggiore, tanto da portarli in alcuni casi ad essere rinviati a giudizio dai magistrati napoletani.

E proprio rileggendo atti in buona parte già noti spiccano diverse curiosità su diversi personaggi che a vario titolo sono protagonisti anche di questo campionato. Come Roberto Rosetti, oggi arbitro top a cui vengono affidate le partite più importanti, i suoi colleghi Matteo Trefoloni e Paolo Dondarini, che pure continuano a dirigere incontri di serie A, oltre a Pierluigi Collina, che degli arbitri è il capo e il designatore.

Rosetti, ad esempio, è uno che non è mai stato neppure deferito sebbene in una conversazione registrata l'allora designatore Paolo Bergamo mostrasse gratitudine nei suoi confronti perché era stato "decisivo nel passaggio (dalla B alla A, ndr) della Fiorentina", con riferimento a una contestatissima direzione di gara nello spareggio decisivo dei viola contro il Perugia, nel giugno del 2004. Lo stesso Rosetti è l'arbitro che secondo il guardalinee Narciso Pisacreta aveva ricevuto una strana telefonata per parlare di un fallo di mano nell'intervallo di una "pilotata" (così la definì l'ex numero due della Figc Innocenzo Mazzini) partita tra Lazio e Fiorentina, violando tutte le regole che proibiscono agli arbitri di parlare al cellulare con chiunque durante una partita. E sempre Rosetti è l'arbitro che, come emerge da un'altra intercettazione, aveva cenato dopo una partita con il figlio di Galliani, definito dallo stesso Rosetti "un ragazzo delizioso". Oggi Rosetti è il rappresentante ufficiale degli arbitri in attività ed è stato inserito nella lista dei 38 preselezionati per i Mondiali in Sudafrica.

Così come continua a calpestare i campi di serie A il suo collega Paolo Dondarini, che è stato rinviato a giudizio nel processo di Napoli con l'accusa di frode sportiva per aver avvantaggiato la Juventus (in una partita contro la Sampdoria) e la Fiorentina (in un match decisivo per la salvezza contro il Chievo). Al termine della gara tra bianconeri e doriani, Dondarini ricevette la visita affettuosa di Luciano Moggi, che davanti a un caffè promise future designazioni per altre partite in trasferta dei bianconeri. Curioso che cinque anni dopo l'arbitro che ha ricevuto i ringraziamenti di Moggi sia ancora in attività, mentre quello che da Moggi si è preso gli insulti (Paparesta) sia stato licenziato. Lo stesso Dondarini è quello che in una conversazione tra l'allora presidente degli arbitri Tullio Lanese e il giornalista della 'Gazzetta' Antonello Capone veniva definito "killer", nel senso che avrebbe eseguito l'ordine di far perdere i veronesi per garantire la salvezza dei viola ("Era normale, l'avevo detto io", commentò in quell'occasione Lanese). Solo uno scherzo?

Se Dondarini dovrà rispondere ai magistrati di Napoli, nessuno domanderà invece alcunché a Matteo Trefoloni. Nel caotico marasma di Calciopoli, forse agli inquirenti sportivi (e non) è sfuggito il fatto che Trefoloni ha fornito di fatto quasi una confessione, rivelando ai carabinieri di Roma che "Bergamo e la Fazi (cioè il designatore di allora e la sua potente segretaria, ndr) svolgevano un'attività volta a determinare in noi arbitri una sudditanza psicologica che si traduceva poi a seconda delle partite che si andava ad arbitrare in una gestione delle stesse in linea con il volere dei citati". Un atto di accusa e di autoaccusa senza mezzi termini. E più avanti lo stesso Trefoloni ha spiegato che la carriera di arbitro dipendeva da quanto si seguissero i "consigli" di Bergamo. Del resto, Trefoloni nella stagione 2004-2005 era riuscito ad ammonire (e quindi a far squalificare) tutti e tre i diffidati del Parma perché la settimana dopo gli emiliani dovevano incontrare la Juventus. E nella stagione successiva aveva ripetuto la stessa operazione cinque volte, impedendo a giocatori del Lecce, del Parma (due), della Lazio e del Palermo di scendere in campo la domenica successiva contro i bianconeri. Sempre Trefoloni è quello che la segretaria di Bergamo, Maria Grazia Fazi, spinge per una designazione "così incameriamo altri 5 mila euro". La settimana scorsa Trefoloni, fresco reduce da una direzione in serie A, è andato a una riunione di giovani fischietti a Carrara per spiegare che "gli arbitri devono sempre trasmettere un messaggio di sicurezza e autorevolezza": lui, che aveva mandato un falso certificato medico per evitare di arbitrare un Juventus-Roma che lo terrorizzava per le troppe pressioni subite.

In questo quadro non stupisce che a designare gli arbitri oggi sia quel Pierluigi Collina che, quando era un fischietto in attività, parlando con un consulente del Milan architettava un incontro segreto con Galliani, che doveva avvenire in un ristorante nel giorno di chiusura, perché nessuno potesse scoprirlo. Lo stesso Collina che non risulta aver sempre versato all'Associazione arbitri le quote dovute dei proventi delle sue sponsorizzazioni, un 10 per cento che sommato per i vari marchi (da Opel a Diadora) fa un gruzzolo di parecchie migliaia di euro. E lo stesso Collina che dopo aver garantito a Paparesta il reintegro a proscioglimento avvenuto, si è reso protagonista di un clamoroso voltafaccia, impedendogli di tornare in campo.

Paparesta non si dà per vinto e continua la sua battaglia con un ricorso dopo l'altro (l'ultimo al Tribunale nazionale di arbitrato per lo Sport). "Non racconto la verità a rate, ho già detto tutto quello che sapevo alla giustizia sportiva e ordinaria. Ora voglio solo capire il motivo di tanta disparità di trattamento e di tanto accanimento nei miei confronti", dice. E non vuole credere che il suo sia un allontanamento dal sapore 'educativo', utile cioè a far capire ai fischietti in attività che non ci si deve mai mettere contro il sistema, al quale bisogna essere - appunto - funzionali.

Ma quella di Paparesta non sarà una battaglia facile, anche perché dall'altra parte a dirigere la musica c'è tale avvocato Mario Galavotti, consulente legale della Federcalcio su incarico di Abete. Un grande amico di Moggi, che nel settembre del 2004 è intervenuto per salvare il figlio (procuratore) di Lucianone da una squalifica, facendola tramutare in una piccola ammenda.

Calciopoli e gli insabbiamenti. Si apre un nuovo fronte, Calciopoli non finisce mai: le nuove intercettazioni (altre ne salteranno fuori, presto) coinvolgono anche l'Inter di Moratti. Da valutare comunque se ci sono reati sportivi. "Il bello deve ancora venire, c'è molto altro...", sibila Luciano Moggi, che secondo i pm di Napoli era il capo della Cupola. E i suoi avvocati cercano di allargare ancora più il fronte. "Un dato di fatto è inequivocabile: se le intercettazioni di cui si parla oggi fossero state trasmesse all'Ufficio indagini della Federcalcio nel 2006, con ogni probabilità l'esito di quel giudizio sarebbe stato diverso quanto meno sotto la quantificazione delle sanzioni e la loro applicazione anche ad altri dirigenti e società di calcio", così gli avvocati Maurilio Prioreschi e Paolo Rodella, che insieme a Paolo Trofino, difendono Moggi a Napoli. "Prendiamo atto che la procura di Napoli definisce disinformazione la divulgazione di intercettazioni di altri dirigenti calcistici con i designatori - dice l'avvocato Prioreschi - Mi sarei aspettato che gli inquirenti avessero dichiarato di aver aperto una inchiesta per accertare come mai non una sola intercettazione che riguarda alcuni dirigenti diversi da Moggi non è stata trascritta: quando si è trattato dell'ex dg della Juventus hanno trascritto anche quella tra lui e la moglie sul panettone da portare a cena a casa di Pairetto. Noi difensori certamente sappiamo che parlare al telefono non è reato e forse è meglio che questo concetto la procura di Napoli lo chiarisca a se stessa". Non finisce qui. "Non escludiamo di intraprendere le opportune iniziative perché si riconsideri il processo calcistico a Moggi - aggiunge l'avvocato Paolo Rodella - ciò che emerge delle intercettazioni, aldilà della loro rilevanza penale che sarà valutata dal Tribunale - è il fatto che altri dirigenti hanno violato, e forse più di Moggi perché fino ad ora hanno taciuto - i principi di lealtà e onorabilità sportiva sanciti dall'articolo 1 del regolamento federale".

Hanno fatto scalpore e intercettazioni di Bergamo con Moratti. In una, ad esempio, parlano di Paolo Bertini, l'arbitro di Arezzo: successo dell'Inter sulla Sampdoria, direzione di gara perfetta, premiata con un  voto altissimo (8,80) dal commissario arbitrale. I complimenti di Moratti per l'arbitro. "E pensare - ricorda ora Bergamo - che dicevano che Bertini era filojuventino, che fesseria. Una delle tante. Che andassero a vedere le partite dirette da Bertini...". L'ex internazionale di Arezzo è stato coinvolto pure lui in Calciopoli, pur non essendoci nemmeno una delle 151.000 intercettazioni che lo vede protagonista. "Ora la verità sta venendo finalmente a galla ma quante storie abbiamo vissuto in questi anni: come quella del sorteggio truccato. Macché truccato. Perché non hanno mai interrogato i notai, i giornalisti dell'Ussi che facevano il sorteggio?", si chiede adesso l'ex designatore livornese. "Io parlavo con tutti perché era consentito a quei tempi", ricorda ancora. Stanno uscendo altre intercettazioni: con Moratti ma anche con Meani, con Galliani, con Cellino.

"Normale, niente di strano, niente di illecito", insiste Bergamo. "Di queste nuove intercettazioni, che io sapevo che c'erano, ora si dovrà tenere conto a Napoli". Ci sarà battaglia: gli avvocati degli imputati illustri incalzeranno ancora il tenente colonnello Attilio Auricchio, che ha condotto le indagini. "Macché indagini - tuona Luciano Moggi - si è fidato delle intercettazioni e dei tabellini dei giornali (la Gazzetta e Repubblica, ndr) senza un riscontro, senza una perizia, senza sentire nessuno...". Ci sono falle evidenti nell'inchiesta di Auricchio ma basterà questo per riaprire il processo sportivo? Giancarlo Abete l'ha sempre detto: la vicenda sportiva è chiusa, nessuna revisione. Ma gli avvocati la pensano diversamente.

Calciopoli 2: lo scandalo della disparità di trattamento.

Una ''frequenza ed assiduità di contatti'' tra presidenti e dirigenti arbitrali che rendono Calciopoli 2 del tutto analoga allo scandalo del 2006. E' questa la conclusione a cui giunge nelle motivazioni del suo provvedimento il procuratore federale Stefano Palazzi. Il quadro probatorio che emerge dalle nuove intercettazioni su Calciopoli è ''consistente'' e delinea - sostiene Palazzi nelle motivazioni - ''una serie di condotte omogenea a quelle già evidenziate'' in Calciopoli del 2006.

Il giudizio di Palazzi è duro nei confronti dell'Inter e di Facchetti: la società nerazzurra violò l'articolo 6, cioè fu colpevole di illecito sportivo. "Questo Ufficio ritiene che le condotte fossero certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica in favore della società Internazionale FC, mediante il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale e la lesione dei principi di alterità, terzietà, imparzialità ed indipendenza, che devono necessariamente connotare la funzione arbitrale".

Dai documenti "è emersa l'esistenza di una rete consolidata di rapporti, di natura non regolamentare, diretti ad alterare i principi di terzietà, imparzialità e indipendenza del settore arbitrale, instaurati, in particolare fra i designatori arbitrali Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto (ma anche, sia pur in forma minore, con altri esponenti del settore arbitrale) ed il Presidente dell'Inter, Giacinto Facchetti". "Dalle carte in esame e, in particolare, dalle conversazioni oggetto di intercettazione telefonica, emerge l'esistenza di una fitta rete di rapporti, stabili e protratti nel tempo" con l'obiettivo, tra l'altro, di condizionare il settore arbitrale. "La suddetta finalità veniva perseguita sostanzialmente attraverso una frequente corrispondenza telefonica fra i soggetti menzionati, alla base della quale vi era un consolidato rapporto di amicizia, come evidenziato dal tenore particolarmente confidenziale delle conversazioni in atti", afferma la procura. Secondo la relazione, "assume una portata decisiva la circostanza che le conversazioni citate intervengono spesso in prossimità delle gare che dovrà disputare l'Inter e che oggetto delle stesse sono proprio gli arbitri e gli assistenti impegnati con tale squadra", si legge ancora.

"In relazione a tali gare il presidente Facchetti si pone quale interlocutore privilegiato nei confronti dei designatori arbitrali, parlando con essi delle griglie arbitrali delle gare che riguardano la propria squadra nonchè della stessa designazione della terna arbitrale ed interagendo con i designatori nelle procedure che conducono alla stessa individuazione dei nominativi degli arbitri da inserire in griglia e degli assistenti chiamati ad assistere i primi".

Per quanto riguarda invece Massimo Moratti, la sua posizione e il giudizio del procuratore federale sembrano meno gravi: "Comunque informato della circostanza che il Facchetti avesse contatti con i designatori, come emerge dalle telefonate commentate, nel corso delle quali è lo stesso Bergamo che rappresenta tale circostanza al suo interlocutore. (...) Ne consegue che la condotta del tesserato in esame, Moratti, in considerazione dei temi trattati con il designatore e della frequenza dei contatti intercorsi, appare in violazione dell'art. 1 CGS vigente all'epoca dei fatti, sotto i molteplici profili indicati".

"In alcuni casi -osserva la procura- emerge anche l'assicurazione da parte dell'interlocutore di intervento diretto sul singolo direttore di gara, come rivelato da alcune rassicurazioni che il designatore arbitrale rivolge al proprio interlocutore, in cui si precisa che l'arbitro verrà 'predisposto a svolgere una buona gara' o, con eguale significato, che è stato 'preparato a svolgere una bella gara'; o ancora, affermazioni del designatore volte a tranquillizzare il presidente Facchetti sulla prestazione dell'arbitro, nel senso che gli avrebbe parlato direttamente lui o che già gli aveva parlato".

"In un caso, addirittura, il designatore arbitrale, nel tentativo di tranquillizzare il proprio interlocutore e sedare le preoccupazioni di quest'ultimo sulle tradizioni negative della propria squadra con un determinato arbitro, afferma che quest'ultimo è stato avvertito e che sicuramente lo score dell'lnter sotto la sua direzione registrerà una vittoria in più in conseguenza della successiva gara di campionato", afferma ancora il procuratore.

"Tale capacità di interlocuzione in alcuni casi diventa una vera e propria manifestazione di consenso preventivo alla designazione di un arbitro e rappresenta un forte potere di condizionamento sui designatori arbitrali, fondato su rapporti di particolare amicizia e confidenza che il Presidente Facchetti può vantare nei confronti degli stessi designatori e che trovano la loro concretizzazione espressiva nella effettuazione anche di una cena privata con Bergamo e nello scambio di numerosi favori e cortesie (elargizione di biglietti e tessere per le gare dell'Internazionale, di gadget e borsoni contenenti materiale sportivo della squadra milanese, etc...) e non meglio precisati 'regalini'".

A tutti quelli che oggi si nascondono dietro la prescrizione quasi fosse un bizzarro (o salvifico) tiro della sorte alla Figc, all’allora capo dell’Ufficio Indagini, Borrelli, all’allora (e pure ora) procuratore Palazzi, ricordiamo i fatti trascurati o malamente interpretati dalla giustizia sportiva prima della decisione del 26 luglio 2006 che hanno portato alla succitata prescrizione, evitabilissima, e ad una decisione senza presupposto come quella assunta consegnando all’Inter il titolo 2006.

17 marzo 2006. L’Espresso pubblica lo scoop sulla vicenda dello spionaggio del team di Tavaroli e della Telecom. Tavaroli e Cipriani erano “avvisati” per associazione per delinquere dal 4 maggio 2005 e Tavaroli era il responsabile delle intercettazioni legali dal 2003 e fino al 2005 (anche durante il periodo d’indagine napoletana, settembre 2004 - giugno 2005).

11 maggio 2006. Lo scandalo è appena divampato, le prime intercettazioni compaiono sui giornali, ci sarebbero anche quelle di Facchetti. “La Repubblica” intervista Nucini racconta del suo lavoro di intelligence illegale nei meandri della Can per l’Inter e mentre un altro giornalista amico di Tavaroli, Luca Fazzo, racconta di un Facchetti che registrava gli incontri e il cd con le rivelazioni «viene fatto girare» e arriva secondo Fazzo l’input interista alla Bocassini. Facchetti non risponderà sulla circostanza.

20 maggio 2006. L’assistente Rosario Coppola va spontaneamente a deporre dal maggiore Auricchio: «Fecero pressioni per sistemare un referto riguardante la squalifica dell’interista Cordoba. Auricchio mi disse che l’Inter a loro non interessava».

23 maggio 2006. Repubblica: «Dall’Inter a Telecom, i 100 mila file degli spioni». Si parla dei movimenti Inter sul caso Nucini e dell’intelligence contro De Santis, Pavarese, Fabiani. Il tutto senza denunciare alcunché alla Figc.

2 giugno 2006. Una pagina di intervista di Repubblica: parla Cipriani, colui che spia e si fa pagare per farlo dall'intervista di Repubblica: parla Cipriani, colui che spia e si fa pagare per farlo dall'Inter. Vieri a parte, afferma «Pirelli mi fece spiare l’arbitro De Santis» (nel 2004, prescrizione nel 2009?) Ultimamente preciserà meglio chi fossero i committenti.

8 giugno 2006. Bergamo depone all’Ufficio Indagini: a Borrelli e i suoi ribadisce quanto detto più volte, «parlavo al telefono con tutti, anche con Facchetti». Nessuno, però, approfondisce.

15 giugno 2006. Articolone sul Corsera dal titolo «Vieri spiato quando giocava con l’Inter»: in fondo bastava approfondire o porsi domande sulla legittimità di quella sola operazione per escludere comportamenti appieno leali. La mancata chiamata in causa interista nei giorni di Calciopoli fa venire meno la possibilità di chiedere ragione ad un Facchetti ancora vivo.”

Poi a loro della Figc ricordiamo gli effetti per alcuni e non per tutti:

14 luglio 2006: sentenza di primo grado della Caf per calciopoli. La Juventus è condannata alla Serie B con 30 punti di penalizzazione, lo scudetto 2004-2005 è revocato, quello del 2005-2006 non assegnato.

25 luglio 2006: sentenza di appello della Corte federale, la Juventus in Serie B con 17 punti di penalizzazione, lo scudetto 2004-2005 resta revocato, quello del 2005-2006 non assegnato.

26 luglio 2006: la Federcalcio assegna lo scudetto 2005-2006 all'Inter, reperendo il parere di una commissione di tre saggi che si esprime in materia. La commissione in questione è costituita da Gerhard Aigner, ex segretario Uefa, Massimo Coccia, avvocato ed esperto di diritto sportivo, Roberto Pardolesi, ordinario di diritto privato comparato.

27 ottobre 2006: sentenza sportive definitive su Calciopoli dopo l'arbitrato del Coni. Juve in B con 9 punti di penalizzazione. Fiorentina in A con 15 punti di penalizzazione. Lazio in A con 3 punti di penalizzazione. Milan in A con 8 punti di penalizzazione.

13 aprile 2010: alla luce delle nuove intercettazione emerse nel processo penale in corso a Napoli si rileva che 'tutti parlavano con tutti'. Il riferimento è a una cena di Facchetti, presidente dell'Inter a casa del designatore Bergamo e a telefonate dello stesso Facchetti e del presidente nerazzurro Moratti con i designatori.

10 maggio 2010: la Juventus, in considerazione degli ultimi risvolti emersi durante il processo penale, come preannunciato dal suo presidente Andrea Agnelli presenta un esposto sullo scudetto 2005-2006.

31 marzo 2011: Moratti incontra il procuratore federale Palazzi e ribadisce di non intendere restituire lo scudetto 2005-2006 e nega alcun illecito.

1 luglio 2011: il procuratore federale Stefano Palazzi archivia per sopravvenuta prescrizione le posizioni di Moratti. Facchetti e di altri dirigenti in merito a Calciopoli 2006.

4 luglio 2011: il procuratore Palazzi inoltra le motivazioni del suo procedimento. L'Inter sarebbe deferita per illecito.

L’estate del 2006 sarà ricordata per le sentenze di calciopoli con cui è stato spazzato via il sistema di potere che condizionava arbitri, decideva partite e assegnava scudetti. E mentre l'Italia discuteva sulla Juventus e su Moggi, in Puglia andava in scena qualcosa di molto simile. Anche in Puglia, quell'anno, era in azione un sistema che ha colpito per 57 volte, con gli stessi metodi, lì dove il calcio dovrebbe essere più puro: nei campionati giovanili. Questa è la storia della più grande truffa mai tentata in Italia in un campionato federale, perfino più grande (per numero di episodi accertati) di quella che ha visto sul banco degli imputati i big della serie A. Una truffa impressionante, scoperta grazie a un appassionato dirigente cui tutti davano del matto. E che con le sue denunce ha permesso di stabilire che qualcuno, per un intero campionato, ha sistematicamente alterato i referti dei tornei regionali Allievi e Giovanissimi per pilotare le ammonizioni e non far scattare le squalifiche a carico di giocatori ragazzini. Sì, esatto: hanno truccato pure il campionato degli adolescenti. 

L'inchiesta della Federazione sulla calciopoli pugliese è durata oltre un anno, ed è andata avanti a fatica tra reticenze e incredibili omissioni. Conviene cominciare dalla fine, dal deferimento chiesto il 27 giugno 2008 dal procuratore Stefano Palazzi a carico di quattro persone, il giudice sportivo Francesco Guaglianone e i suoi sostituti Luigi Caruso, Nicola D'Ecclesiis e Corrado Fontana. L'inchiesta condotta dall'avvocato Paolo Mormando, dell'ufficio indagini, è forse stata l'estremo tentativo del sistema di mettere tutto a tacere. Ma Mormando non ha potuto non vedere quello che c'è scritto nelle carte. E cioè che ogni settimana, per l'intero campionato 2006/2007, qualcuno interveniva scientificamente per accomodare i referti arbitrali. 

Supponiamo che una certa domenica il signor Tizio venisse ammonito. E supponiamo che si trattasse della quarta ammonizione, che stando alle regole avrebbe dovuto far scattare una giornata di squalifica per la domenica successiva. Invece sul comunicato ufficiale della federazione quella quarta squalifica diventava quinta, o magari veniva attribuita al signor Caio (che in un paio di casi nemmeno esisteva), o ancora veniva pubblicata con settimane o mesi di ritardo. Insomma, c'era qualche giovane calciatore cui veniva concesso il bonus: non saltare mai una partita, o saltarla quando non faceva più alcuna differenza. I casi accertati dall'avvocato Mormando sono 42, 8 per il campionato Allievi e 34 per i Giovanissimi: riguardano in tutto 57 irregolarità. Per altre 7 partite, in Federazione sono spariti i referti. In media, ogni settimana venivano «ritoccate» due partite: Palazzi parla di «ritardi e ingiustificati differimenti nella comminazione delle squalifiche».

A cosa servisse tutto questo è evidente: a evitare che il signor Tizio saltasse per squalifica una partita importante. E quindi, in fin dei conti, ogni ammonizione taroccata, ogni referto che non si trova, è la prova provata che il campionato è stato alterato nei suoi esiti.

La responsabilità – questa la tesi esposta nell'atto di deferimento – è soltanto dei giudici sportivi e del loro «comportamento gravemente negligente». Ma perché, e a favore di chi siano state commesse le 57 irregolarità, Mormando non lo spiega e Palazzi non se lo chiede. A nessuno infatti viene in mente di chiamare i giocatori ed i presidenti delle squadre beneficiarie per chiedere conto dell'accaduto: come se la colpa di calciopoli fosse tutta di Moggi e non, poniamo, della Juventus o del Milan o dei loro terminali in Federazione. 

Un passo indietro. Dal primo luglio 2007 il settore giovanile e scolastico della Federcalcio passa sotto l'ala protettiva della Lega nazionale dilettanti: da braccio autonomo, diventa un ufficio distaccato. All'epoca della truffa sui referti il settore giovanile in Puglia era guidato da Manlio Incardona, che pur al corrente della questione – la denuncia era sul suo tavolo - decide di non muovere un dito e anzi, con Mormando, minimizza. Di fronte all'avvocato dell'ufficio indagini che lo interroga, chissà perché a Lecce e non a Bari, Incardona dice: io non ne so nulla, firmavo soltanto. Due mesi fa, alla scadenza del mandato, il presidente viene sostituito e per il momento esce di scena. 

Torniamo all'inchiesta e al deferimento di Palazzi. La Commissione di garanzia guidata dall'ex procuratore di Mani Pulite, Francesco Saverio Borrelli, massimo organo della giustizia sportiva, è chiamata a giudicare per la calciopoli pugliese soltanto i quattro giudici sportivi. Ma sul tavolo di Borrelli, da fine settembre 2008, c'è una memoria presentata dall'avvocato Guaglianone: al massimo – dice in sostanza Guaglianone – posso aver peccato di omessa vigilanza, ma non ero io che alteravo i referti. Gli unici che avrebbero potuto farlo, sostiene l'avvocato, erano un impiegato della Federazione e un collaboratore, sedicente addetto stampa: le password per entrare nel sistema informatico che gestisce le ammonizioni e i comunicati ufficiali, del resto, ce le avevano solo loro. Questa dichiarazione è un siluro ad alzo zero e spiega anche perché Borrelli stia aspettando di decidere. Se è vero quello che dice Guaglianone, che è un avvocato e sa bene cosa si rischia ad accusare qualcuno senza averne la certezza, Borrelli avrebbe l'occasione di mettere le mani almeno sugli esecutori materiali della truffa: squalificare i soli giudici sportivi sarebbe un modo comodo per lavarsi la coscienza, un alibi per non andare a fondo in una storia che merita di concludersi con le punizioni più severe. «La vicenda è ancora al primo atto, e ce ne sarà almeno un secondo e forse un terzo», dice alla “Gazzetta del mezzogiorno” con amarezza Vito Tisci, presidente del comitato regionale della Lega dilettanti. «Negli anni passati – racconta - diversi presidenti si erano rivolti a me per raccontarmi di cose strane che avvenivano intorno al settore giovanile. Pensavo che fossero le solite chiacchiere da bar. Poi, quando ho visto le prove, mi sono dovuto ricredere».

Tisci, come chiunque legga le carte con un minimo di distacco, non può e non vuole credere che i colpevoli siano i giudici sportivi Guaglianone, Caruso, D’Ecclesiis e Fontana. Non ha senso, infatti.

Però, comprensibilmente, il presidente non fa ipotesi e non azzarda sentenze. Ma si lascia andare a uno sfogo: «Mi immagino un giovane che dice al suo presidente che domenica non giocherà perché sarà squalificato, e il presidente che gli risponde “non ti preoccupare, che ci penso io”. Mi chiedo cosa insegniamo a questi ragazzi». 

Tisci ha ragione da vendere. Perché finora, stando alle carte, l'unico ad aver pagato è l'uomo che attraverso le sue denunce ha fatto scoprire l'inganno. Si chiama Franco Massari, ha una piccola squadra a Bitonto, ed ha il vizio di leggere con attenzione i comunicati ufficiali. Quando si è accorto che un calciatore era passato improvvisamente dalla terza alla quinta ammonizione, ha alzato il telefono ed ha chiamato Bari. Gli ha risposto il solito impiegato (quello chiamato in causa da Guaglianone), che ha dovuto correggere l'errore. Poi, però, il solerte impiegato ha scritto al giudice sportivo dicendo che Massari lo aveva minacciato. Per Massari la giustizia sportiva è stata rapidissima: tre mesi di squalifica e un punto di penalizzazione. Il procuratore Pino Monaco aveva chiesto un anno e 10 punti di penalizzazione per entrambe le squadre che fanno capo a Massari: forse voleva essere certo che questo signore non aprisse più la bocca. Ma non basta. Nel collegio che ha giudicato il coraggioso presidente bitontino sedeva, tra gli altri, l'avvocato Cosimo Guaglianone, figlio del Francesco che ora deve rispondere di fronte a Borrelli. Papà imputato, figlio che giudica l'accusatore. I due avvocati sono entrambi ancora lì, al loro posto, a occuparsi di ragazzini che ogni domenica corrono dietro a un pallone. Pensando che sia la cosa più bella del mondo.

·        Il marcio nascosto di Calciopoli.

Da Corriere dello Sport il 30 settembre 2019. La settimana che porterà a Inter-Juventus si apre con nuova benzina sul fuoco tra bianconeri e nerazzurri. Nodo del contendere, l'annosa questione dello Scudetto 2005/06. La Juventus ha infatti presentato un nuovo ricorso al Collegio di Garanzia dello Sport, contro l'assegnazione all'Inter dello Scudetto del 2006 a seguito dei fatti di Calciopoli. Il club bianconero ha impugnato l'ultima sentenza, emessa dalla Corte federale di appello della Figc, che confermava l'assegnazione del titolo al club nerazzurro decisa nel luglio 2006 dall'allora commissario straordinario Guido Rossi. La Juventus adesso chiede, impugnando la suddetta sentenza, la non assegnazione di quel titolo.

Ricorso della Juventus, il testo: "Il Collegio di Garanzia dello Sport ha ricevuto un ricorso presentato dalla società Juventus Football Club S.p.A. contro la Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), la società Football Club Internazionale Milano S.p.A. e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) per l’impugnazione e la riforma della decisione della Corte Federale di Appello della FIGC, emessa a Sezioni Unite, in data 30 agosto 2019, prot. n. 2826/AM/ri, comunicata a mezzo PEC in data 30 agosto 2019, oltre che della decisione della medesima Corte, emessa a Sezioni Unite, il 3 settembre 2019, con errata corrige, comunicata a mezzo PEC il 3 settembre 2019, nonché per l’annullamento della delibera del Consiglio Federale della FIGC, in data 18 luglio 2011, n. 219/CF, pubblicata il 19 luglio 2011, di reiezione di un’istanza di revoca in autotutela, presentata dalla Juventus Football Club S.p.a., in data 10 maggio 2010, del provvedimento del Commissario Straordinario della FIGC, avv. Guido Rossi, il 26 luglio 2006, di assegnazione del titolo di Campione d’Italia per il Campionato Italiano di Calcio di Serie A, anni 2005 - 2006, alla società F.C. Internazionale Milano S.p.A.; dell’atto del Commissario Straordinario della FIGC, avv. Guido Rossi, in data 26 luglio 2006, di assegnazione del titolo di Campione d’Italia alla società F.C. Internazionale Milano S.p.A. per il Campionato di Calcio degli anni 2005 - 2006, pubblicato il 19 luglio 2011, nonché di tutti gli atti e provvedimenti amministrativi e sportivi, connessi, collegati, istruttori, endoprocedimentali e interni, conosciuti e non conoscibili.

La società Juventus chiede al Collegio di Garanzia, definitivamente pronunciando, contrariis reiectis:

- in via principale, di dichiarare inesistenti, nulle e/o di annullare le decisioni della Corte Federale di Appello della FIGC, emesse a Sezioni Unite, in data 30 agosto 2019, prot. n. 2826/AM/ri e in data 3 settembre 2019, prot. n. 3023/AM/ri, con errata corrige e, per l’effetto, di annullare: la delibera del Consiglio Federale della FIGC, in data 18 luglio 2011, n. 219/CF, pubblicata il 19 luglio 2011, di reiezione di un’istanza di revoca in autotutela, presentata dalla Juventus Football Club S.p.a., in data 10 maggio 2010, del provvedimento del Commissario Straordinario della FIGC, avv. Guido Rossi, in data 26 luglio 2006, di assegnazione del titolo di Campione d’Italia per il Campionato Italiano di Calcio di Serie A, anni 2005 - 2006, alla società F.C. Internazionale Milano S.p.A.;

l’atto del Commissario Straordinario della FIGC, avv. Guido Rossi, in data 26 luglio 2006, di assegnazione del titolo di Campione d’Italia alla società F.C. Internazionale Milano S.p.A. per il Campionato di Calcio degli anni 2005 - 2006, pubblicato in data 19 luglio 2011;

e, per l’effetto, di dichiarare non assegnato il titolo di Campione d’Italia per gli anni 2005 - 2006;

- in subordine, di rinviare all’organo di giustizia federale competente, enunciando il principio di diritto, ex art. 12 bis, comma 3, dello Statuto del CONI e artt. 54 ss. del Codice di Giustizia del CONI."

MA ADESSO PER LA JUVE GLI SCUDETTI VINTI RESTANO SEMPRE 37? Da il Messaggero il 7 maggio 2019. Il ricorso della Juventus è «inammissibile». Si esaurisce con la decisione di oggi del Collegio di Garanzia a sezione unite del Coni l'ultimo atto di Calciopoli sull'assegnazione d'ufficio all'Inter dello scudetto 2005/06. Una storia vecchia ormai di 13 anni ma che negli animi di juventini e interisti ancora resiste come un vessillo d'orgoglio. Eppure, su quel tricolore 2005/2006, revocato alla Juventus e assegnato d'ufficio all'Inter dall'allora commissario straordinario della Figc, Guido Rossi, per i bianconeri mancava ancora un passaggio. Una decisione che è rimasta congelata dal 2011, quando fu deciso di non revocare lo scudetto ai nerazzurri dall'allora consiglio federale della Figc presieduto da Giancarlo Abete e successivamente dal Tnas (oggi sostituito proprio dal Collegio di Garanzia) che si dichiarò non competente, nonostante la dura relazione dell'allora Pm federale, Stefano Palazzi, alla luce delle nuove intercettazioni che coinvolgevano anche Giacinto Facchetti, all'epoca dei fatti dirigente nerazzurro. Secondo l'avvocato della Juventus, Luigi Chiappero «non c'è nessun giudice sportivo che ha voluto decidere», mentre secondo l'Inter pesano le ripetute sentenze, penali, amministrative e sportive, che si sono seguite negli anni: «Si propone sempre lo stesso quesito senza tenere conto di quello che hanno detto in tutti questi anni tutti i giudici», le parole dell'avvocato Luisa Torchia. Oggi l'ultimo atto con cui il Collegio non soltanto dichiara inammissibile il ricorso dei bianconeri ma estromette inoltre il Coni «dal presente giudizio», condannando altresì la società bianconera al pagamento delle spese in favore del Comitato olimpico nazionale per 1.500 euro, oltre agli oneri accessori disponendo «l'integrale compensazione delle spese nei confronti delle altre parti».

Giampiero Mughini per Dagospia il 7 maggio 2019. Caro Dago, sì, sì, non c’è alcun dubbio che gli scudetti vinti sul campo dalla Juve nel suo secolo e passa di scorribande sul campo verde da football siano 37 e non uno di meno. Lo so, lo so, che quella porcata di Calciopoli - ossia una giuria messa in piedi da un ex membro del Consiglio di Amministrazione dell’Inter che assegna lo scudetto alla società nerazzurra, che in quel campionato era finita terza a 14 punti dalla Juve - è stata confermata dalle successive giurie che hanno giudicato “inammissibile” il ricorso presentato da Andrea Agnelli. Giurie che non hanno mai avuto il coraggio di “giudicare” autonomamente le vicende di quel torneo, e seppure fosse successivamente venuto fuori che un alto dirigente dell’Inter facesse ai designatori arbitrali le stesse identiche telefonate che faceva Luciano Moggi: ossia che fossero tenuti in gran conto gli interessi della squadra da lui rappresentata. Telefonate le une e le altre che io non giudico affatto illecite, fanno parte del gioco e dell’immenso business del calcio. Quelle telefonate sono costate alla Juve due scudetti stravinti sul campo - non ho mai incontrato un giocatore o un allenatore in carne ossa che dubitasse di questo mio ultimo giudizio -, la cacciata in serie B, la distruzione di una squadra di cui dieci giocatori su undici avevano disputato la finale del Mundial 2006, la distruzione di una società che non aveva più di che pagare gli stipendi di fine mese. Il giudice sportivo ha successivamente giudicato l’Inter altrettanto colpevole, solo che nel frattempo era arrivata la prescrizione. Sicché quello scudetto di merda e di cartone figura ancora nella bacheca della società nerazzurra, appestando gli scudetti vinti da una delle squadre più prestigiose del Novecento, la Grande Inter di Luisito Suarez e Mariolino Corso. Ho letto, riletto e studiato gli atti processuali di Calciopoli. Dalla prima pagina all’ultima. Non c’è un solo episodio, non c’è un solo gol, non c’è una sola partita, non c’è un solo arbitraggio di cui sia stata ravvisata l’illiceità in tutti e due i tornei stravinti dalla Juve di Fabio Capello. Quell’anno io mi guadagnavo il pane chiacchierando ogni domenica su quello che era avvenuto in campo. Il conduttore della trasmissione, l’adamantino Sandro Piccinini, non la finiva di dire a ogni puntata che quell’anno non c’erano mai stati episodi loschi pro-Juve (tipo l’abissale errore dell’arbitro che non diede il gol al milanista Muntari in un tutt’altro torneo). Quei due romanzi del football scorsero tranquilli tranquilli. La Juve in testa dalla prima partita all’ultima. Due scudetti vinti e stravinti. Chiedete a Capello, che è un uomo di onore, che cosa ne pensi. La condanna di Moggi è stata motivata nei termini seguenti. Con l’avere acquistato le famose schede telefoniche difficilissime da intercettare, lui ha predisposto un possibile “agguato” alla liceità del campionato. Di questo agguato non esiste alcuna prova che sia stato effettivamente tentato e attuato sotto forma di pressioni specifiche e colpevoli su qualche arbitro, tanto è vero che nessunissimo arbitro italiano è stato condannato perché essere supino ai voleri della Juve. Nessunissimo. Nessunissimo episodio. Nessunissimo gol. Niente di niente. Lo recita la sentenza della Cassazione pur nel confermare la condanna di primo grado al tribunale di Napoli.E a proposito di sentenze ce n’è una recente che assolve Moggi dall’aver infangato la memoria di Giacinto Facchetti per aver detto che anche lui telefonava e insisteva con i designatori arbitrali. Una sentenza di cui non ho visto traccia sui giornali. Pazienza. Epperò sì, gli scudetti vinti sul campo sono 37. Nella speranza che fra due anni diventino 39.

CALCIOPOLI NON FINISCE MAI. Arianna Ravelli per il "Corriere della sera" il 12 luglio 2019. C' è una vicenda legal-sportiva che sembra destinata a non finire mai: Calciopoli. Ieri, 13 anni dopo la retrocessione della Juventus e lo scudetto assegnato all' Inter dal commissario Guido Rossi, la società bianconera è tornata di fronte a un tribunale. Obiettivo finale: la revoca di quel titolo. Per essere più precisi, di fronte al Tribunale nazionale federale, la Juventus ha chiesto di sospendere il giudizio in attesa dell' esito di un altro ricorso, fino a ieri sconosciuto, presentato al Tar. Il Tfn ha invece rigettato l' istanza di sospensione e dichiarato inammissibile il ricorso della società bianconera. Un passo indietro. Dopo la pronuncia della Corte di Cassazione a sezioni unite, che a dicembre aveva chiuso il procedimento di fronte alla giustizia ordinaria (facendo pensare alla fine definitiva della controversia), la Juventus aveva presentato due ricorsi paralleli davanti alla giustizia sportiva: uno al Collegio di garanzia del Coni e questo al Tribunale nazionale federale. Il Collegio di garanzia, a maggio, aveva dichiarato inammissibile il primo e la Juventus - è notizia di due giorni fa - ha impugnato tale decisione davanti al Tar. Ieri, al momento di discutere il secondo ricorso al Tribunale federale, il legale bianconero Luigi Chiappero ha quindi chiesto che si sospendesse il giudizio in attesa del Tar, ma l' avvocato Giancarlo Viglione, che assieme a Luigi Medugno rappresenta la Figc, si è opposto, sostenendo che è stato proprio il club bianconero a scegliere di percorrere due diversi canali, e comunque il Coni ha chiarito non esserci più spazi di impugnazione davanti alla giustizia sportiva. Stessa tesi è stata sostenuta dai legali dell' Inter. Il Tfn ha dato ragione a Figc e nerazzurri. Prossima tappa, chissà se l' ultima, il Tar.

Da repubblica.it il 12 luglio 2019. "Se mi aspettavo una decisione diversa? Basterebbe guardare la sentenza passata in giudicato della Corte d'appello di Milano in cui c'è scritto che Facchetti aveva chiesto a un arbitro di fargli vincere la partita di coppa Italia con il Cagliari. Se questo non fosse sufficiente, c'è la vicenda del falso passaporto di Recoba...". Luciano Moggi, ex direttore generale della Juventus radiato dalla Figc in seguito allo scandalo di Calciopoli, commenta così all'Adnkronos la decisione odierna del Tribunale federale nazionale della Figc che ha dichiarato inammissibile il ricorso del club bianconero contro l'assegnazione all'Inter dello scudetto 2006. "La Juventus queste cose non le ha mai fatte, non c'è nessuna nostra telefonata in cui chiedevamo all'arbitro di farci vincere le partite e la stessa sentenza di Napoli scagiona la Juventus. Mi devono spiegare come si fa a dire che l'Inter, in pratica, era una società immacolata che doveva prendere lo scudetto. Bastano due cose -ripete Moggi-: la sentenza di Milano e il passaporto di Recoba".

 Scudetto 2006: la Corte d’appello respinge il ricorso della Juventus, resta all’Inter. Pubblicato martedì, 06 agosto 2019 su Corriere.it. La Corte federale d’appello della Federcalcio ha respinto il ricorso della Juventus contro «la reiezione dell’istanza di sospensione e la declaratoria dell’inammissibilità» pronunciate lo scorso luglio dal Tribunale federale nazionale. Al giudice di primo grado si era rivolto il club bianconero per ottenere l’annullamento della delibera con cui il Consiglio federale Figc, nel 2011, aveva dichiarato la mancanza di presupposti giuridici per la revoca dello scudetto 2006, quello di Calciopoli, all’Inter. Lo rende noto la Figc in una nota. La guerra infinita dei bianconeri, già passata per i tribunali ordinari fino alla Cassazione, dovrebbe quindi essersi chiusa oggi. A maggio i bianconeri si erano rivolti al Collegio di garanzia del Coni, che aveva dichiarato «inammissibile» il ricorso, e contemporaneamente agivano sul piano del Tribunale nazionale federale, che si era pronunciato a luglio. Adesso la parola fine dovrebbe essere quella della Corte.

Luciano Moggi, appello ai giudici: "Volete riabilitare il calcio? Togliete lo scudetto all'Inter". Luciano Moggi su Libero Quotidiano il 6 Agosto 2019. Ancora la Juve contro l' Inter, non in campo ma in tribunale: giudice la Corte d' Appello Federale. I bianconeri chiedono che venga tolto ai nerazzurri quello scudetto che loro avevano vinto sul campo, ma che Guido Rossi revocò per assegnarlo all' Inter. Per chi ancora non lo sapesse, Guido Rossi era l' ex consigliere interista, che qualcuno mise alla guida della Figc probabilmente per mettere a punto un disegno ben preordinato. Era fin troppo evidente la cosa, tanto che un Giudice Sportivo in carica in Figc, l' avvocato Giuseppe Benedetto, dette le dimissioni dall' incarico così motivandole: «La sera voglio addormentarmi in pace con la mia coscienza». Silenzio assoluto invece dal Coni, forse perché il suo presidente Gianni Petrucci era stato l' artefice della nomina a commissario dell' avv. Rossi. Fu comunque portato avanti il disegno pur sapendo che avrebbero azzerato "quel calcio" che aveva portato in Italia il titolo mondiale nel 2006. Preferirono metterlo in mano a incompetenti che subirono umiliazioni nel 2010 e nel 2014 con l' eliminazione al primo turno dei Mondiali, oltre ad essere estromessi addirittura nel 2018. Una coltellata al cuore di questo sport.

UNA FORZATURA. Se ne accorse l' ex presidente della Corte Costituzionale, dottor Baldassarre: «Aver assegnato lo scudetto all' Inter è stata una forzatura. Accettare di mettere il tricolore sulle maglie un comportamento antisportivo, oltretutto perché nella vicenda intercettazioni la posizione dell' Inter è di estrema gravità». Se ne accorse il giornalista Enzo Biagi: «Una sentenza pazzesca , perché costruita sul nulla, pazzesca perché punisce chi era colpevole solo di vivere in un certo ambiente, il tutto condito da un processo che era una riedizione della Santa Inquisizione in chiave moderna. Sembra addirittura che per coprire altri scandali abbiano individuato in Luciano Moggi il cattivo da dare in pasto al popolino». La sentenza della Corte d' Appello di Milano del 2018, che vede perdente Gianfelice Facchetti, sembra addirittura certificare il pensiero di Biagi: «Non era il "sistema Moggi" a condizionare il campionato, ma il sistema generale diffuso nel calcio di quel tempo». Interessante e di vitale importanza il recente parere sulla vicenda di Carlo Porceddu, a quel tempo alla Corte d' Appello Federale: «Fu un errore gravissimo assegnare lo scudetto all' Inter». La sua analisi punta il dito accusatore sull' ex commissario della Figc Guido Rossi e su Moratti. Continua Porceddu: «La Corte Federale aveva limitato la sanzione alla Juve non revocandole lo scudetto del 2005/06 perché non esistevano elementi sufficienti a suffragio di un tale provvedimento . Ci pensò però il commissario Guido Rossi nominando un gruppo di amici suoi, chiamati "i tre saggi", che revocarono lo scudetto alla Juve per assegnarlo all' Inter, quale società esente da provvedimenti disciplinari».

PASSAPORTOPOLI. A contrastare questa tesi è lo stesso Porceddu parlando di Passaportopoli che coinvolse l' Inter e Recoba con la squalifica del giocatore e la condanna della Magistratura Ordinaria del ds nerazzurro. Per fare questo passaporto falso, erano stati trafugati documenti dalla Motorizzazione di Latina. Incredibile quindi come l' autore possa sedere adesso sulla panca della nostra nazionale. Porceddu sintetizza infine la situazione odierna: «Gli strascichi di quel momento del calcio sono ancora vivi e derivano dalla posizione dell' Inter archiviata per prescrizione mentre le intercettazioni documentavano i rapporti, non certamente commendevoli (lo dice la Corte D' Appello di Milano) tra la società nerazzurra e la classe arbitrale». Il riferimento era ovviamente a quando Facchetti chiese all' arbitro Bertini di poter vincere la semifinale di Coppa Italia Cagliari-Inter e a quanto scritto dal Procuratore Federale di allora, dr. Palazzi, che oltre ad elencare tante altre società del massimo campionato passibili di illeciti, sosteneva che l' Inter era la società che rischiava più di tutte per il comportamento illegale del suo presidente Giacinto Facchetti. Nell' elenco del procuratore non figurava la Juve perché esente da illeciti, ce lo racconta la sentenza del processo sportivo: «Campionato regolare, nessuna partita alterata». Tra l' altro il relatore del Tribunale Sportivo, prof. Serio, affermò che la sentenza era stata motivata anche dal sentimento popolare, allineandosi a quanto affermato da Biagi: «Un processo costruito sul nulla, su di un personaggio (Moggi) colpevole solo di vivere in un certo ambiente». Chissà se oggi la Corte D' Appello Federale avrà voglia di scrollarsi di dosso questo fardello: ridarebbe credibilità al calcio e alla giustizia sportiva stessa. Luciano Moggi

Luciano Moggi il 6 Gennaio 2019 su "Libero Quotidiano": il marcio nascosto di Calciopoli: quelle intercettazioni "sfuggite" ad Auricchio. Nonostante siano in tanti a dire di non parlare più di Calciopoli, spunta sempre qualcuno che vuol tornare sul tema e magari farebbe bene a tacere. È il caso dell'ex maggiore dei carabinieri Attilio Auricchio, che dirigeva la caserma di via Inselci a Roma, da cui partì l'inchiesta di Calciopoli. L' accusa: le frequentazioni con il designatore che, secondo lui, avrebbero portato ad un condizionamento del campionato (frequentazioni ammesse per statuto dalla Figc purché non ci fossero di mezzo interessi propri con lesione degli interessi altrui). La Giustizia ordinaria è in contrasto evidente a questa norma, poiché gli investigatori, con a capo Auriccchio, avevano già stabilito a priori l'esistenza di un condizionamento del campionato da parte di Moggi, prendendo per oro colato le dichiarazioni di Baldini, allora ds della Roma. E per poter arrivare a tanto furono escluse dall' impianto accusatorio tutte le altre società, eccezione fatta per la Juve, appunto per dimostrare che solo chi vi scrive parlava con i designatori. Da qui il «reato a consumazione anticipata» allo scopo di punire dei comportamenti che nei fatti non rappresentavano nulla di illecito. Purtroppo ad Auricchio sono "sfuggite" alcune intercettazioni interessanti che ci raccontano invece chi, effettivamente, aveva il potere di condizionare il nostro torneo. Sentite cosa dice Galliani, allora presidente della Lega e anche vice presidente esecutivo del Milan, dopo la morte di Papa Wojtyla, in relazione alla partita sospesa in memoria del Pontefice e circa la data per poterla recuperare: «Moggi e Capello volevano giocare due giorni dopo la morte di Sua Santità, ma siccome, in qualità di Presidente della Lega, devo decidere io ho rimandato la gara con il Siena di una settimana... così potremo recuperare Kakà infortunato». Lo diceva a Meani, dirigente addetto agli arbitri del Milan e a Costacurta. E mentre il Presidente della Lega curava gli interessi del suo Milan, il presidente federale Carraro aveva a cuore sia il titolo di campione d' Italia che le retrocessioni. Ecco osa dice al designatore Bergamo il 26 settembre 2004 subito dopo il sorteggio: «...chi è stato sorteggiato per Inter-Juve?». Alla risposta «Rodomonti», Carraro replica: «telefonagli e digli che non faccia favori alla Juve, magari a quelli che stanno dietro in classifica» (l' Inter n.d.r.). La cosa si poteva anche ipotizzare come un gesto di carineria nei confronti di Moratti, se non avesse leso gli interessi della Juve e favorito indirettamente quelli del Milan (di cui lui era stato anche presidente) in lotta con la Juve per il primo posto. Non fu infatti espulso il portiere nerazzurro Toldo e Rodomonti poi confessò all' altro designatore Pairetto (evidentemente ignaro della tresca) di aver sbagliato. A proposito poi delle retrocessioni, interessante la telefonata tra Bergamo e un Carraro arrabbiato con il designatore perché preoccupato delle sorti della Lazio, in piena lotta retrocessione: «Ti avevo detto di dare una mano alla Lazio... evidentemente a te non danno retta (chi, gli arbitri? n.d.r.) e la prossima volta ci penso io direttamente. Comunque domenica la Lazio va a Milano e non possiamo far niente, dopo però va aiutata». «E non può retrocedere neppure la Fiorentina perché sarebbe un danno per il campionato». Tutte queste intercettazioni sono "sfuggite" evidentemente ad Auricchio il quale, anziché parlare del numero dei campionati vinti dalla Juve, potrebbe dire come si poteva condizionare il campionato avendo contro Figc, Lega, e designatore, considerando poi che gli arbitri vennero tutti assolti per non aver commesso il fatto, meno uno (De Santis) che nulla aveva a che vedere con la Juve. Anzi le dava contro. Luciano Moggi

Luciano Moggi per “Libero quotidiano” il 19 giugno 2019. Amici lettori, vedendo la mia firma avrete sicuramente pensato che questo articolo parlasse esclusivamente di calcio: rimarrete delusi, spero non me ne vogliate. Mio malgrado, pur non avendo la minima voglia di farlo, devo parlare di Calciopoli per denunciarne ancora una volta le anomalie e le persone incontrate in questo tortuoso percorso. Tra queste Giancarlo Abete, vice presidente della Federazione prima di Calciopoli, presidente poi in sostituzione del dimissionario Franco Carraro subito dopo il processo sportivo. Questo signore aveva sempre manifestato il desiderio di non parlare più di quello "scandalo", ma in questi ultimi giorni evidentemente non ne ha potuto fare a meno: «Il titolo mondiale della nostra nazionale, a Berlino nel 2006, ha rivalutato il nostro calcio dopo Calciopoli». Sarebbe facile rispondergli che successivamente, con lui a capo del calcio, l' Italia è stata eliminata dai mondiali al primo turno, sia nel 2010 che nel 2014, con ciò denotando la sua incapacità di sovrintendere a questo sport. Mentre la Nazionale che vinse nel 2006 era in gran parte formata da quei giocatori che giocavano nella Juventus, retrocessa per non «aver commesso il fatto» se è vero che la sentenza del tribunale sportivo così ci racconta: «Campionato regolare, nessuna partita alterata». Gli azzurri a Berlino, in finale, incontrarono la Francia, dove giocavano ben 4 juventini, che sommati ai 5 della nazionale italiana (con Lippi allenatore) facevano 9 giocatori bianconeri in finale. Tutti giocatori scelti dal sottoscritto il cui valore lo avevano già dimostrato nel nostro campionato e lo ribadirono nel mondo. Caro Abete, non è stata Calciopoli, che non doveva esistere, ad azzerare il calcio italiano di quel tempo, ma sono stati tutti coloro che, subentrati sulla spinta di Calciopoli, hanno dimostrato scarsa conoscenza della materia e, ad essere bravi, poca organizzazione. Dichiaravano di volere un calcio limpido, ma successe di tutto: Calcioscommesse compreso, e addirittura la mancata qualificazione ai Mondiali del 2018. A chiarire le cose in proposito ci viene in aiuto, guarda caso, proprio una sentenza, la 2166 della Corte di Appello di Milano, che assolveva il sottoscritto e condannava il figlio di Giacinto Facchetti, Gianfelice: «È noto a tutti come al tempo del procedimento c.d. Calciopoli fosse opinione comune che il problema non fosse ascrivibile esclusivamente al "c.d. sistema Moggi", ma si trattasse di modalità diffuse in quel mondo». A significare che non era lo strapotere di Moggi a condizionare il calcio e i suoi campionati. Secondo noi era piuttosto il presidente federale Carraro quando a novembre del 2004, prima di Inter-Juventus, telefonò al designatore Bergamo intimandogli di chiamare l' arbitro Rodomonti per dirgli di non fare favori alla Juve. O quando, sempre Carraro, richiamò in tono irato il designatore Bergamo, a riguardo delle retrocessioni: «La Lazio domenica va a giocare a Milano e non possiamo far niente (?), ma dopo deve essere aiutata perché non deve retrocedere. E neppure la Fiorentina perché sarebbe un danno per il nostro campionato». E infatti non retrocessero. E a proposito della Fiorentina, dei tuoi amici Della Valle, caro Abete, sono da ricordare anche le telefonate intercorse tra te e Mazzini. Si fa poi fatica a parlare del rigetto del ricorso della Juve che chiedeva la restituzione dello scudetto assegnato all' Inter. Ci domandiamo se è possibile che nessuno abbia preso buona nota della sentenza della Corte di Appello di Milano di cui sopra, dove il relatore riporta tra l' altro quanto dichiarato dal procuratore federale, dr. Palazzi: «L' Inter è la società che rischia più di tutte per il comportamento illegale del suo presidente Giacinto Facchetti». E comunque sarebbe bastato il passaporto falso di Recoba per dimostrare che l' Inter non era degna di avere quel titolo che la Juve aveva conquistato sul campo, e proprio con gli stessi giocatori che avevano dato all' Italia il titolo mondiale nel 2006 a Berlino.

Luciano Moggi il 7 Gennaio 2019 su "Libero Quotidiano": la verità che nessun vuol ricordare sugli scudetti di Roma e Lazio. Abbiamo ritenuto opportuno far seguito a quanto scritto sabato per dare dimostrazione di come avessimo le istituzioni contro, la prova la forniscono due campionati: 1999-2000 vinto dalla Lazio e 2000-2001 vinto dalla Roma e la Supercoppa che si disputò a New York nel 2003. Nel 1999-2000 vinse il titolo la Lazio di Cragnotti, seconda la Juventus. Era l'anno del Giubileo. A determinare la sconfitta dei bianconeri fu il nubifragio di Perugia durante Perugia-Juventus, ma soprattutto i 74' minuti imposti da Collina (arbitro della partita) tra un tempo e l'altro. Quando l'arbitro viareggino ordinò di riprendere il gioco, il campo, intriso d' acqua, non garantiva certezze di integrità fisica per gli atleti. Eppure lui riuscì anche ad espellere Zambrotta, reo di essere scivolato in acqua... senza saper nuotare. La Juventus poteva ritirare la squadra trascorsi 45' in luogo dei 15' regolamentari, ma non lo fece per non essere tacciata da arrogante e perse partita e titolo. Alla fine della gara, ad uscire trionfanti furono Collina e il designatore Paolo Bergamo che si guardò bene dall' ordinare all' arbitro la sospensione della gara. Erano evidentemente felici di aver portato a termine la loro missione, d' altra parte avevano stabilito il record dei minuti d' intervallo, tra un tempo e l'altro. Riavemmo Collina negli States nel 2003, in campo a New York contro il Milan per la Supercoppa, e questa volta non per sorteggio, ma perché designato.

Rigore contro. Evidentemente Bergamo era affezionato all' arbitro di Viareggio che, anche in questa occasione, non si smentì: ci fischiò un rigore contro a due minuti dal termine del primo tempo supplementare.

E siccome a quel tempo esisteva il Golden Gol avremmo perso anche la Supercoppa alla fine di quel primo tempo se Trezeguet non avesse inventato una delle sue giocate a un minuto dal termine, pareggiando il rigore subito appena un minuto prima.

Caso Nakata. Vincemmo poi il titolo ai penalty, forse perché Collina non poteva sostituirsi al portiere milanista. Per notizia alle 8.30 di quella mattina, stavano a colazione Meani e Collina nell' albergo dove soggiornava la terna arbitrale e il dirigente addetto agli arbitri del Milan (Meani) che non poteva esserci, per regolamento, perché era la Juventus a giocare in casa. Nel 2000-2001 vinceva il titolo la Roma. La partita che decise l'assegnazione del titolo fu Juventus-Roma: se avesse vinto la squadra bianconera si portava a casa il titolo, in caso di pareggio sarebbe stata la Roma a fregiarsene. La Roma pareggiò, vinse il campionato e la Juve ancora seconda. Ma anche in questa circostanza una mossa, ad essere buoni da definire intempestiva ad essere maligni da definire vergognosa, permise alla Roma di utilizzare Nakata che fino a quel momento non era mai potuto scendere in campo perché extracomunitario. La legge fu cambiata in tutta fretta la settimana stessa di quella partita e chi la cambiò fu il commissario della Figc, Gianni Petrucci, che qualche anno prima aveva ricoperto la carica di direttore generale della Roma. E Nakata segnò un gol e fece l'assist per il secondo che determinò il pareggio. Che dire di più? Ci sembra proprio difficile poter affermare che le istituzioni, nonché il designatore (indagato come nostro sodale) fossero a disposizione della Juve. Ci hanno ritenuti poi così potenti da soggiogare i media al nostro volere. E pensare che i giornalisti ci avevano definiti "bugiardi" e non credevano, nei nostri racconti. Mentre, al contrario, ci risulta che dalle altre parti avessero un giornalista informatore, al quale in cambio fornivano aiuti per evitargli di pagare multe per violazione del codice stradale. È proprio strano e variegato il mondo in cui viviamo! Luciano Moggi

Luciano Moggi vuota il sacco: tutta la verità sulla retrocessione del Bologna, scrive Luciano Moggi il 27 Gennaio 2019 su Libero Quotidiano". Siamo alla seconda giornata di ritorno e la situazione non cambia: la Juve sempre in fuga e gli altri ad inseguire. Il solo Napoli sta tenendo botta, anche se non riesce a diminuire il distacco che lo divide dalla capolista. E questa situazione va avanti ormai da tempo, costringendo i cronisti ad essere spesso ripetitivi. Meno male che ci sono il calciomercato e la sentenza della Corte d' Appello civile di Napoli, che riguarda la causa per danni intentata da Gazzoni. L'ex presidente del Bologna, infatti, vestitosi da vittima di Calciopoli, ha lasciato intendere che la sua squadra sia retrocessa per colpa della sconfitta casalinga subita ad opera della Juve in una partita a suo dire manipolata. Da chi e come non è dato però sapere, visto che l'arbitro di quella partita, Tiziano Pieri, è stato assolto in sede penale da qualsiasi addebito. Finge ovviamente di non sapere che la sua squadra in quel campionato è retrocessa perché di 38 partite ne ha vinte solo 9, pareggiandone 15 e perdendone 14; 33 i gol fatti, 36 quelli subiti. È il trend di chi deve lottare per salvarsi, soprattutto quando subisci più gol di quelli che fai. Glielo dice la sentenza. Da parte nostra potremmo suggerirgli di leggere qualche intercettazione del presidente Figc di quel tempo, Franco Carraro, quando intima al designatore: «Mi sembra che a te non diano più retta (chi? Gli arbitri? ndr), visto quello che è successo alla Lazio. Domenica la Lazio va a Milano e non si può far niente (cosa intende? ndr) ma dalla prossima settimana deve essere aiutata. E non può retrocedere la Fiorentina perché sarebbe un danno per il campionato». Indubbiamente qualcosa è sfuggito a Gazzoni. Resta il fatto che se avesse fatto una squadra migliore non sarebbe retrocesso. Può darsi che non sia stato in grado economicamente di sostenere il Bologna e quindi costretto a fare quello che non doveva... d' altra parte, se è stato condannato per bancarotta anche dal Tribunale di Bologna, un motivo ci sarà. Ci dispiace per il povero Gazzoni, ci corre comunque l'obbligo di dargli un consiglio: fa male a nascondere i propri errori addossandone la colpa a persone che nulla hanno a che vedere con le sue responsabilità. Dai tribunali passiamo al calcio giocato. Il Milan pareggia col Napoli (buon punto in chiave Champions), fra errori sotto porta da ambo le parti e l'atteso debutto di Piatek. A Gattuso l'ardua scelta se farlo giocare insieme a Cutrone (ma sarà difficile): comunque il polacco, almeno, ha lottato più di quel che faceva Higuain e si è fatto pericoloso tra le linee. La Juve sarà a Roma contro la Lazio per consolidare la vetta. I laziali non vorranno fare altri passi falsi dopo la sconfitta di Napoli, per non allontanarsi troppo dal quarto posto. Visto il cammino dei romani di Inzaghi, mai vincenti con le squadre di alta classifica e considerando l'ultima prestazione incolore, pensiamo che la Juve possa uscire dall' Olimpico quanto meno imbattuta, se non vincente. L' Inter a Torino si confronterà coi granata per dimenticare e far dimenticare ai propri tifosi la brutta prestazione casalinga con il Sassuolo. Anche se il terzo posto sembra acquisito, non esenta i nerazzurri dal dimostrare che quello di sabato è stato solo un incidente di percorso. Probabile un pareggio. La Roma è attesa a Bergamo da un'Atalanta in grande spolvero, con l'attacco migliore del campionato e uno Zapata abituato ormai a far gol a grappoli. Superati i cugini laziali e a ridosso del Milan, i giallorossi non possono permettersi passi falsi in ottica Champions. Noi comunque vediamo leggermente favoriti gli uomini di Gasperini. Ma suona l'allerta per tutti i pretendenti al quarto posto: occhio alla Sampdoria. Luciano Moggi

La giustizia nel pallone, scrive Gianpaolo Iacobini su “Il Giornale" il 5 dicembre 2016. I pm scrivono libri sugli imputati sotto processo che poi vengono pure assolti. La giustizia, in Italia, finisce spesso in fuorigioco. Non ci voleva certo la storia di Paolo Dondarini per accorgersene. Di professione assicuratore, arbitro per passione, nel 2000 il fischietto emiliano viene mandato a dirigere in serie A. Nel 2005 diventa internazionale. L’anno dopo Calciopoli lo travolge. L’accusa: frode sportiva. La Procura di Napoli lo manda alla sbarra. Il mondo del calcio lo mette alla porta degli stadi. Per sempre. Ma le partite, diceva uno come Vujadin Boskov che di pallone e vita se ne intendeva, finiscono quando arbitro fischia. E il triplice fischio arriva nel 2015, quando la Cassazione chiude l’affaire, respingendo la pretesa di rimandare a giudizio Dondarini, già assolto in Appello nel 2012 dalla condanna rimediata in primo grado nel 2009. Serve insomma un decennio, o quasi, per definire un caso che intanto ha rovinato la carriera (e probabilmente l’esistenza) di un uomo: non la prima, non l’ultima vittima – sicuramente, purtroppo – della lentezza e dei difetti del sistema giudiziario italiano. Ma non è solo questione di burocratica e giudiziaria inerzia la vicenda del Dondarini vittima (e non artefice) di Calciopoli. C’è altro. C’è di più: il pm che lo inquisì, Giuseppe Narducci, ha scritto un libro. Intitolato “Calciopoli, la vera storia” e pubblicato proprio nel 2012, parla anche di “Donda”. Descrivendolo come colpevole di aver aggiustato alcune partite. Un racconto – a processo ancora aperto – dell’inchiesta che al processo, a quel processo, aveva dato origine e che alla fine ha svelato i tanti punti deboli dell’inchiesta poi fatta libro.

Tutto lecito. Anche opportuno? E normale? L’ex arbitro, che per un’intercettazione mal interpretata ha dovuto rinunciare alla carriera passando i guai, ha citato in giudizio per danni il pm scrittore. «Non cerco vendetta o soldi, cerco la verità», ha detto spiegando i motivi della causa di risarcimento promossa davanti al Tribunale di Bologna. «L’importo lo deciderà eventualmente il giudice. A me interessa ristabilire la verità dopo averlo già fatto in sede legale. Ho trovato incredibile che un pm scrivesse un libro su di un processo che non era ancora giunto al termine». Incredibile. Ma possibile. In Italia è possibile. Non è fallo da rigore e nemmeno da punizione. E poi, nel libro la prefazione era curata da Marco Travaglio. Molto meglio di Pelè, come cantano gli ultrà al ritmo delle manette.

LA SENTENZA LAMPRE «SENZA PROVE» E SENZA SCUSE. Oggi è la Gazzetta dello Sport a parlare di quelle 172 pagine, scrive Pier Augusto Stagi l'8 aprile 2016 su "Tuttobiciweb". Lo si è letto questa mattina, su «La Gazzetta dello Sport». La sentenza Lampre è un discreto libro di 172 pagine, che spiegano punto per punto la verità giudiziaria di uno dei processi più dolorosi del ciclismo degli ultimi anni. Ventotto imputati, con la figura di Guido Nigrelli il farmacista di Volta Mantovana al centro di tutto. E poi una serie di nomi di dirigenti, corridori e tecnici, ma su tutti quello del General Manager Beppe Saronni. La fine la conoscete, risale al dicembre scorso: uniche condanne per Nigrelli 8 mesi e Gilmozzi 5 per le sostanze dopanti al cicloamatore Messina. Tutti gli altri assolti. Dal primo all’ultimo. Il perché lo legge e lo riporta Luca Gialanella sulla Gazzetta, dopo aver letto attentamente le 172 pagine della sentenza depositata lo scorso 7 febbraio. «Niente prove». Scritta almeno 52 volte. Anche su Ballan: «Non è emersa alcuna prova della sussistenza della fattispecie contestata». E ancora: «Neppure dalla trascrizione delle conversazioni telefoniche e ambientali è emersa la prova dei reati contestati». Sarebbe stato bello che qualcuno avesse anche scritto in qualche modo o in qualche maniera, parole che assomigliassero vagamente e lontanamente a delle scuse. Ma anche questo è chiedere troppo. D'altronde «niente prove», niente scuse. Pier Augusto Stagi.

La Giustizia sportiva è l’alter ego della giustizia Ordinaria. La giustizia sportiva è veloce, sommaria e sistematica proprio perché tutela il Sistema e non l’individuo. Non ci sono garanzie.

Differenza fra giustizia SPORTIVA e ORDINARIA

Calciopoli:

-Sportiva: condannata la juve su presunzioni (si voleva garantire l'inizio del campionato, quindi si volevano garantire le tv. Se il campionato non fosse cominciato, si sarebbe creato un bordello. In pratica non hanno dato il giusto tempo alla causa).

-Ordinaria: prove non sufficienti, illecito tutto da dimostrare.

Caso scommesse:

-Sportiva: una persona (nei guai fino al collo per illeciti), può sparare a zero contro chiunque ed essere preso per "la santa voce della verità assoluta" (può anche essere). Al contrario, più di 20 persone che giurano il contrario sono considerate bugiarde.

-Ordinaria: il caso si sarebbe concluso subito per mancanza di prove (la mia parola contro la tua, alla pari, ci vogliono prove schiaccianti).

Generale: 

-Sportiva: in un processo è l'imputato a dover dimostrare la propria innocenza. Sono ridotte, e non di poco, le possibilità di difesa dell'imputato e questo perchè in questo tipo di processi viene applicato il principio del "presto e bene". In pratica per non essere penalizzato ulteriormente, si è costretti a patteggiare perchè difenderti è impossibile. Ma l'articolo più assurdo della giustizia sportiva è l'art. 4 comma 5: "Le società sono presunte responsabili degli illeciti sportivi commessi a loro vantaggio da persone a esse estranee. La responsabilità è esclusa quando risulti o vi sia un ragionevole dubbio che la società non abbia partecipato all'illecito o lo abbia ignorato". Cioè, qui si condanna su presunzioni e ragionevoli dubbi. Ed è assurdo anche il fatto che una società può essere multata o addirittura penalizzata se in una partita è stata avvantaggiata per il fatto che l'avversario giocava a perdere (la colpevolezza è appunto presunta).

-Ordinaria: è la pubblica accusa a dover dimostrare la colpevolezza dell'imputato.

Calcio, scommesse e figuracce: giustizia (comica) sportiva. Serie A. Il reo confesso Andrea Masiello torna in campo con l'Atalanta, il ct azzurro Antonio Conte rischia il rinvio a giudizio per frode sportiva. E chi ha denunciato lo scandalo? Costretto a smettere di giocare e a emigrare all'estero. La credibilità del pallone italiano non rotola più: va a rotoli, scrive Lorenzo Vendemiale il 2 febbraio 2015 su "Il Fatto Quotidiano". Atalanta-Cagliari 2-1. Nel tabellino, a disposizione per i padroni di casa: Avramov, Frezzolini, Scaloni, Migliaccio, Benalouane, D’Alessandro, Rosseti, Spinazzola, Bianchi, Masiello. Sì, proprio lui: Andrea Masiello, reo confesso dello scandalo Calcioscommesse colpevole di aver truccato diverse partite, torna in Serie A. Per adesso solo in panchina, presto probabilmente anche in campo. Ma non è l’unico avvenimento della settimana: secondo quanto anticipato da Repubblica, nei prossimi giorni la Procura di Cremona rinvierà a giudizio Antonio Conte, oggi ct della nazionale, all’epoca dei fatti allenatore del Siena, con l’accusa di frode sportiva. E mentre Stefano Mauri continua a giocare e segnare con la Lazio, dopo una squalifica soft e una posizione penale ancora da chiarire (anche per lui dovrebbe arrivare il rinvio giudizio), l’unico calciatore che ebbe il coraggio di ribellarsi al sistema non fa più il calciatore: Simone Farina oggi ha un incarico di community coach all’Aston Villa, in Inghilterra. Le contraddizioni della giustizia sportiva e del pallone italiano sono tutte nell’opposta parabola di questi due simboli del Calcioscommesse. In Italia c’è spazio per chi ha tradito i propri tifosi, per chi è arrivato anche a manipolare un derby (Bari-Lecce) con un autogol volontario. Ma non per chi ha denunciato le combine: Simone Farina era un discreto fluidificante mancino, arrivato anche a giocare in Serie B con il suo Gubbio. Dopo l’inchiesta non ha trovato più nessuna squadra che lo volesse, neanche un contrattino in una categoria minore. Si è ritirato dal calcio giocato nel 2012, a soli 30 anni. Certo, Andrea Masiello ha pagato: non poco, 2 anni e 5 mesi di inibizione per illecito sportivo, violazione dell’articolo 1 di lealtà sportiva e divieto di scommessa. E ha collaborato, confessando le sue colpe e aiutando gli inquirenti. Anche per questo è potuto tornare ad essere un calciatore. Giusto o sbagliato, difficile dirlo (ma se lo chiedete ai tifosi del Bari loro sì che non hanno dubbi). Sul capo di Masiello, però, resta pendente il fascicolo della Procura, in cui compaiono i nomi di circa 250 calciatori. Alcuni di loro potrebbero essere rinviati a giudizio, ma continuano a giocare. Come ad esempio Stefano Mauri. Il capitano della Lazio è indagato a Cremona per associazione a delinquere finalizzata alla truffa sportiva (per cui è stato anche arrestato nel maggio del 2012), è stato interrogato in Svizzera nell’ambito di un’inchiesta per riciclaggio di denaro. Ma dalla Corte Federale è stato squalificato solo per omessa denuncia, e solo per nove mesi (peraltro ridotti a sei dal Tnas, vero e proprio “scontificio” che oggi non esiste più). Per questo Mauri è tornato presto in campo, e vive una seconda giovinezza con la maglia biancoceleste. Anche il caso di Antonio Conte è emblematico. Indagato con l’accusa di frode sportiva, processato dalla Figc per omessa denuncia. Squalificato (senza troppe prove e convinzione) per dieci mesi (poi ridotti a quattro in appello), quindi assunto come commissario tecnico della nazionale dalla stessa Federazione che lo aveva ritenuto colpevole. E forse di nuovo al centro di un’inchiesta penale, adesso che da ct rappresenta tutto il movimento azzurro. La giustizia ordinaria è una cosa, quella sportiva un’altra: ma le differenze fra i due ordinamenti (che hanno tempi, regole e procedure diverse) non bastano a giustificare le troppe contraddizioni del nostro calcio. D’altra parte, il presidente della Figc, Carlo Tavecchio, governa la Federazione nonostante la sospensione di sei mesi ricevuta dalla Fifa per la famosa frase razzista su Optì Pobà. E il suo vice, Mario Macalli, è al centro di un contenzioso in Lega Pro, di cui non ha intenzione di mollare la presidenza pur essendo stato di fatto sfiduciato dalle sue società. In fondo è un po’ tutto il mondo del pallone italiano ad avere qualche problema con la giustizia.

IL VERO PROBLEMA: IL SISTEMA MARCIO DELLA “GIUSTIZIA” SPORTIVA. Scrive “IoJuventino” il 30/07/2012. Patteggiamento. Una parola improvvisamente s