Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ABUSOPOLI

 

PRIMA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

ABUSOPOLI

L’ITALIA DEGLI ABUSI SUI PIU’ DEBOLI,

OSSIA, DI ABUSI SUI PIU’ DEBOLI SI SPARLA,

NON SI PARLA

 

Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo. I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato.

I crimini se non ci sono bisogna inventarli. Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla.

Le pene siano mirate al risarcimento ed alla rieducazione, da scontare con la confisca dei beni e con lavori socialmente utili. Ai cittadini sia garantita la libera nomina del difensore o l'autodifesa personale, se capace, ovvero il gratuito patrocinio per i poveri. Sia garantita un'indennità e una protezione alla testimonianza.

Sia garantita la scusa solenne e il risarcimento del danno, anche non patrimoniale, al cittadino vittima di offesa o violenza di funzionari pubblici, di ingiusta imputazione, di ingiusta detenzione, di ingiusta condanna, di lungo o ingiusto processo.

Il difensore civico difenda i cittadini da abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico."

di Antonio Giangrande

 

 

 

ABUSOPOLI

L’ITALIA DEGLI ABUSI SUI PIU’ DEBOLI

OSSIA, DI ABUSI SUI PIU’ DEBOLI SI SPARLA,

 NON SI PARLA

«I carcerati, i minori, gli incapaci. Chi pensa a loro?»

Dr Antonio Giangrande

 

 

 

SOMMARIO I PARTE

 

INTRODUZIONE

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

DALLA MALEDUCAZIONE AL BULLISMO/CYBERBULLISMO FINO ALLA CRIMINALITA' DELLA BABY GANG.

LE PAZZIE DISPERATE DEI PADRI CHE STERMINANO LA FAMIGLIA E LA COSCIENZA SPORCA DELLE ISTITUZIONI.

LA GUERRA TRA POVERI. L’URLO DEI PADRI E DELLE MADRI IN CERCA DI GIUSTIZIA. IN FAMIGLIA QUANDO C’E’ POVERTA’ O SEPARAZIONE? ARRIVANO I MOSTRI!

LA MAFIA DEGLI ASSISTENTI SOCIALI.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

MORIRE PER UN TSO.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

TUTTI DENTRO CAZZO!

VADEMECUM DEL CONCORSO TRUCCATO.

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

GUERRA DI TOGHE. ANCHE I MAGISTRATI PIANGONO.

COSE STRANE AGLI SPORTELLI ASL DI TARANTO? O COSI’ FAN TUTTI?

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

LA MAFIA HA CONQUISTATO IL NORD.

CHIAREZZA! NON E’ COSA LORO!

IL BUSINESS DEI BEI SEQUESTRATI E CONFISCATI.

USURA BANCARIA: I MAGISTRATI STANNO CON LE BANCHE.

USURA ED ESTORSIONE: CONVIENE DENUNCIARE? RISPONDONO LORO. ANTONIO GIANGRANDE. PINO MANIACI E MATTEO VIVIANI DE LE IENE PER I FRATELLI CAVALLOTTI E L'ITALGAS. FRANCESCO DIPALO. LUIGI ORSINO. PINO MASCIARI. COSIMO MAGGIORE. LUIGI COPPOLA. LUIGI LEONARDI. TIBERIO BENTIVOGLIO. IGNAZIO CUTRO'.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

E POI PARLIAMO DELL'ILVA.

EQUITALIA. STROZZINI DI STATO.

CONCORSI ED ESAMI. LE PROVE. TRUCCO CON I TEST; TRUCCO CON GLI ELABORATI. 

SIAMO TUTTI PUTTANE.

OMOFOBIA E CACCIA ALLE STREGHE. CARLO TAORMINA. QUANDO L’OPINIONE E’ DISCRIMINATA.

LA SCUOLA DELL'INDOTTRINAMENTO IDEOLOGICO.

L’ISLAM, LA SINISTRA E LA SOTTOMISSIONE.

LA VERA MAFIA E’ LO STATO. E PURE I GIORNALISTI? DA ALLAM ALLA FALLACI.

INCOSCIENTI DA SALVARE? COME SI FINANZIA IL TERRORISMO ISLAMICO.

PARLIAMO DI RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI IN ITALIA.

PARLIAMO DI EMIGRAZIONE ED IMMIGRAZIONE.

IL BUSINESS DEGLI ABITI USATI.

 

SOMMARIO II PARTE

 

QUANDO IN PRIGIONE CI VANNO I BAMBINI.

QUANDO IN ESILIO CI VANNO I BAMBINI.

UNIVERSITA’. IL MISTERO DELL’AULA C OCCUPATA DA DECENNI.

CHE INGIUSTIZIA PERO'!!! DAI CARABINIERI ENTRI VIVO E NE ESCI MORTO O SCONTI LA PENA NELLA CELLA ZERO.

L'UTOPICA UGUAGLIANZA TRA I DIVERSI E LA FENOMENOLOGIA MEDIATICA TRA ABORTO, OMOSESSUALITA', FEMMINICIDIO ED INFANTICIDIO.

PARITA’ DI SESSI E FEMMINICIDIO. SLOGAN O SPECULAZIONE?

STUPRI, STOLKING E FEMMINICIDI. LA VIOLENZA SULLE DONNE.

IL SILENZIO SULLA VIOLENZA SUGLI UOMINI.

DEL MASCHICIDIO MEGLIO NON PARLARNE.

STUPRI, ABUSI E VIOLENZA SESSUALE: DUE PESI E DUE MISURE.

IL FORTE, IL DEBOLE E L’ESCLUSIONE SOCIALE.

ESCLUSIONE SOCIALE E RAZZISMO.

PARLIAMO DI INTERDIZIONE ED INABILITAZIONE.

ABUSI SUI MINORI: PARLIAMO DEI TRIBUNALI DEI MINORI.

PAS ED AFFIDO: IL MONOPOLIO DELLE MADRI FEMMINISTE.

PARLIAMO DI CONFLITTI GENITORIALI.

BIGENITORIALITA' ED AFFIDO CONDIVISO.

SULLA PELLE DEI BAMBINI: IL CASO DI LEO RIGAMONTI.

PARLIAMO DI ABUSI VERI E FALSI.

PARLIAMO DEI RAPIMENTI DI STATO. BIMBI RAPITI DALLA GIUSTIZIA.

AFFIDI. AFFARI SULLA PELLE DEI BAMBINI.

LI CHIAMANO AFFIDI. SONO SCIPPI.

PARLIAMO DI BIBBIANO.

LA BIBBIANO DEGLI ANZIANI.

PARLIAMO DI PEDOFILIA.

PEDOFILIA FEMMINILE

ACCUSA DI PEDOFILIA COME TRAPPOLA INFERNALE.

ADOZIONI INTERNAZIONALI. LADRI DI BAMBINI.

SULLA PELLE DEI VOLONTARI.

 

  

 

 

 

 

PRIMA PARTE

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Ognuno di noi è segnato nella sua esistenza da un evento importante. Chi ha visto il film si chiede: perché la scena finale de “L’attimo fuggente” , ogni volta, provoca commozione? Il professor John Keating (Robin Williams), cacciato dalla scuola, lascia l’aula per l’ultima volta. I suoi ragazzi, riabilitati da lui dalla corruzione culturale del sistema, non ci stanno, gli rendono omaggio. Uno dopo l’altro, salgono in piedi sul banco ed esclamano: «Capitano, mio capitano!». Perché quella scena è così potente ed incisiva? Quella scena ci colpisce perché tutti sentiamo d’aver bisogno di qualcuno che ci insegni a guardare la realtà senza filtri.  Desideriamo, magari senza rendercene conto, una guida che indichi la strada: per di là. Senza spingerci: basta l’impulso e l’incoraggiamento. Il pensiero va a quella poesia che il vate americano Walt Whitman scrisse dopo l'assassinio del presidente Abramo Lincoln, e a lui dedicata. Gli stessi versi possiamo dedicare a tutti coloro che, da diversi nell'omologazione, la loro vita l’hanno dedicata per traghettare i loro simili verso un mondo migliore di quello rispetto al loro vivere contemporaneo. Il Merito: Valore disconosciuto ed osteggiato in vita, onorato ed osannato in morte.

Robin Williams è il professor Keating nel film L'attimo fuggente (1989)

Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto,

La nostra nave ha resistito ogni tempesta: abbiamo conseguito il premio desiderato.

Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta.

Mentre gli occhi seguono la salda carena,

la nave austera e ardita.

Ma o cuore, cuore, cuore,

O stillanti gocce rosse

Dove sul ponte giace il mio Capitano.

Caduto freddo e morto.

O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane.

Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba;

Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano;

Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i Walt Whitman (1819-1892) cupidi volti.

Qui Capitano, caro padre,

Questo mio braccio sotto la tua testa;

È un sogno che qui sopra il ponte

Tu giaccia freddo e morto.

Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate;

Il mio padre non sente il mio braccio,

Non ha polso, né volontà;

La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto.

Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito,

Esultino le sponde e suonino le campane!

Ma io con passo dolorante

Passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto.

Antonio Giangrande. Un capitano necessario. Perché in Italia non si conosce la verità. Gli italiani si scannano per la politica, per il calcio, ma non sprecano un minuto per conoscere la verità. Interi reportage che raccontano l’Italia di oggi  “salendo sulla cattedra” come avrebbe detto il professore Keating dell’attimo fuggente e come ha cercato di fare lo scrittore avetranese Antonio Giangrande.

Chi sa: scrive, fa, insegna.

Chi non sa: parla e decide.

Chissà perché la tv ed i giornali gossippari e colpevolisti si tengono lontani da Antonio Giangrande. Da quale pulpito vien la predica, dott. Antonio Giangrande?

Noi siamo quel che facciamo: quello che diciamo agli altri è tacciato di mitomania o pazzia. Quello che di noi gli altri dicono sono parole al vento, perche son denigratorie. Colpire la libertà o l’altrui reputazione inficia gli affetti e fa morir l’anima.

La calunnia è un venticello

un’auretta assai gentile

che insensibile sottile

leggermente dolcemente

incomincia a sussurrar.

Piano piano terra terra

sotto voce sibillando

va scorrendo, va ronzando,

nelle orecchie della gente

s’introduce destramente,

e le teste ed i cervelli

fa stordire e fa gonfiar.

Dalla bocca fuori uscendo

lo schiamazzo va crescendo:

prende forza a poco a poco,

scorre già di loco in loco,

sembra il tuono, la tempesta

che nel sen della foresta,

va fischiando, brontolando,

e ti fa d’orror gelar.

Alla fin trabocca, e scoppia,

si propaga si raddoppia

e produce un’esplosione

come un colpo di cannone,

un tremuoto, un temporale,

un tumulto generale

che fa l’aria rimbombar.

E il meschino calunniato

avvilito, calpestato

sotto il pubblico flagello

per gran sorte va a crepar.

E’ senza dubbio una delle arie più famose (Atto I) dell’opera lirica Il Barbiere di Siviglia del 1816 di Gioacchino Rossini (musica) e di Cesare Sterbini (testo e libretto). E’ l’episodio in cui Don Basilio, losco maestro di musica di Rosina (protagonista femminile dell’opera e innamorata del Conte d’Almaviva), suggerisce a Don Bartolo (tutore innamorato della stessa Rosina) di screditare e di calunniare il Conte, infamandolo agli occhi dell’opinione pubblica. Il brano “La calunnia è un venticello…” è assolutamente attuale ed evidenzia molto bene ciò che avviene (si spera solo a volte) nella quotidianità di tutti noi: politica, lavoro, rapporti sociali, etc.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ha la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le macagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

Mi sono laureata nonostante gli abusi dei professori. Mi chiamo Carolina, e sono una neolaureata all'Università Statale di Milano. Mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere questa lettera, che spero potrà avere una sua risonanza. So che qualche anno fa i quotidiani si erano già occupati dell'incresciosa situazione logistica in alcune facoltà della Statale, una situazione che ha costretto me come centinaia di altri studenti a seguire per interi semestri le lezioni seduti sul pavimento, quando non addirittura in piedi fuori dalle porte e dalle finestre delle aule. Ma in questa sede vorrei invece parlare della condotta dei professori, della quale ingiustamente non si è mai fatto parola. Per natura tendo a non parlare mai di ciò che non conosco direttamente, quindi mi riferirò esclusivamente alle facoltà sotto la dicitura di Studi Umanistici della Statale. Volendo evitare di fare di tutta l'erba un fascio, ammetto volentieri il fatto di aver incontrato durante la mia carriera universitaria professori competenti e disponibili, e mi piacerebbe poter dire che sono la maggioranza. Ma ciò di cui non si parla mai sono gli altri, una vera e propria casta che segue solamente le proprie regole anche e spesso a dispetto degli studenti. Urge fare qualche esempio pratico. Ci sono professori che perdono esami di studenti e non solo non denunciano l'accaduto, ma bocciano gli studenti interessati sperando che loro non arrivino mai a scoprirlo, ma si limitino semplicemente a ripetere l'esame in questione. Ci sono professori che in una giornata di interrogazioni d'esame si prendono ben tre ore di pausa pranzo. Ce ne sono altri che con appelli programmati da mesi, fanno presentare tutti gli studenti iscritti e poi annunciano di dover partire per un viaggio, e che quelli non interrogati si devono ripresentare due settimane dopo. Alcuni si rifiutano, benché avvisati con anticipo, di interrogare gli studenti che hanno seguito il corso con un altro professore non disponibile per l'appello d'esame. E ultimi, ma certamente non per importanza, ci sono i professori che ogni anno mandano fuori corso decine di studenti che hanno finito per tempo gli esami, impedendogli di laurearsi nell'ultima sessione disponibile per loro e costringendoli a pagare un anno intero di retta universitaria perché "non hanno tempo di seguire questa tesi" oppure perché il candidato "è troppo indietro con la stesura, ci sarebbe troppo da fare". Tutti gli episodi sopra citati sono accaduti ad una sola persona, me. E per quanto io mi renda conto di essere stata particolarmente sfortunata, mi riesce difficile pensare di essere l'unica alla quale cose del genere sono successe. Questi veri e propri abusi di potere rendono quasi impossibile per gli studenti godere del generalmente buon livello di istruzione offerto dall'università. Mi includo nel gruppo quando mi chiedo come mai gli studenti non si siano mai fatti sentire, e mi vergogno quasi un po' a scrivere questa lettera con il mio bell'attestato di laurea appeso in stanza, ma la verità è che mi è costato fin troppa fatica, e non ero disposta a mettere a rischio la possibilità di ottenerlo, dal momento che non ero io ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma non mi sembrava ad ogni modo corretto lasciare che tali comportamenti passassero sotto silenzio. L'istruzione pubblica dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, ed insegnare dovrebbe essere una grande responsabilità, qualcosa di cui non abusare mai. Carolina Forin 14 ottobre 2017 “L’Espresso”

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito ed informato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

Cane non mangia cane. E questo a Taranto, come in tutta Italia, non si deve sapere.

Questo il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS che ha scritto un libro “Tutto su Taranto. Quello che non si osa dire”.

Un’inchiesta di cui nessuno quasi parla. Si scontrano due correnti di pensiero. Chi è amico dei magistrati, dai quali riceve la notizia segretata e la pubblica. Chi è amico degli avvocati che tace della notizia già pubblicata. "Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico", proverbio cinese. Qualcuno a me disse, avendo indagato sulle loro malefatte: “poi vediamo se diventi avvocato”...e così fu. Mai lo divenni e non per colpa mia.

Dei magistrati già sappiamo. C’è l’informazione, ma manca la sanzione. Non una condanna penale o civile. Questo è già chiedere troppo. Ma addirittura una sanzione disciplinare.

Canzio: caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Per il vertice della Suprema Corte questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona”. La dichiarazione che non ti aspetti. Soprattutto per il prestigio dell’autore e del luogo in cui è stata pronunciata. «Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa». A dirlo è il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, intervenuto ieri mattina in Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare ha offerto lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. «È un dato clamoroso – ha aggiunto il presidente Canzio che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo». Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che necessita di essere “rivisto” quanto prima. Anche perché fornisce l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. In effetti, leggendo i pareri delle toghe che pervengono al Consiglio superiore della magistratura, ad esempio nel momento dell’avanzamento di carriera o quando si tratta di dover scegliere un presidente di tribunale o un procuratore, si scopre che quasi tutti, il 99% appunto, sono caratterizzati da giudizi estremamente lusinghieri. Ciò stride con le cronache che quotidianamente, invece, descrivono episodi di mala giustizia. In un sistema “sulla carta” composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso non dovrebbero, di norma, verificarsi errori giudiziari se non in numeri fisiologici. La realtà, come è noto, è ben diversa. Qualche mese fa, parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, l’allora vice ministro della Giustizia Enrico Costa, parlò di «numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici». Ma il problema è anche un altro. Nel caso, appunto, della scelta di un direttivo, è estremamente arduo effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità. Si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità. Sul punto anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è d’accordo, in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. «Propongo al Comitato di presidenza di aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico». Alcuni consiglieri hanno, però, sottolineato che l’1% di giudizi negativi sono comunque tanti. Si tratta di 90 magistrati su 9000, tante sono le toghe, che annualmente incappano in disavventure disciplinari. Considerato, poi, che l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, teoricamente sarebbero 900 le toghe ad oggi finite dietro la lavagna. Un numero, in proporzione elevato, ma che merita una riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma è di “manica larga” con il pm si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere.

Solo un rimbrotto per il pm che "scorda" l'imputato in galera, scrive Rocco Vazzana il 30 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Il Csm ha condannato 121 magistrati in due anni. Ma si tratta di sanzioni molto leggere. Centoventuno condanne in più di due anni. È il numero di sanzioni che la Sezione Disciplinare del Csm ha irrogato nei confronti di altrettanti magistrati. Il dato è contenuto in un file che in queste ore gira tra gli iscritti alla mailing list di Area, la corrente che racchiude Md e Movimenti. Su 346 procedimenti definiti - dal 25 settembre 2014 al 30 novembre 2016 - 121 si sono risolti con una condanna (quasi sempre di lieve entità), 113 sono le assoluzioni, 15 le «sentenze di non doversi procedere» e 124 le «ordinanze di non luogo a procedere». L'illecito disciplinare riguarda «il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga, in ufficio o fuori, una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario». Le eventuali condanne hanno una gradazione articolata in base alla gravità del fatto contestato. La più lieve è l'ammonimento, un semplice «richiamo all'osservanza dei doveri del magistrato», seguito dalla censura, una formale dichiarazione di biasimo. Poi le sanzioni si fanno più severe: «perdita dell'anzianità» professionale, che non può essere superiore ai due anni; «incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo»; «sospensione dalle funzioni», che consiste nell'allontanamento con congelamento dello stipendio e con il collocamento fuori organico; fino arrivare alla «rimozione» dal servizio. C'è poi una sanzione accessoria che riguarda il trasferimento d'ufficio. Per questo, la sezione Disciplinare può essere considerata il cuore dell'autogoverno. Perché se il Csm può promuovere può anche bloccare una carriera: ai fini interni non serve ricorrere alle pene estreme, basta decidere un trasferimento. E a scorrere il file con le statistiche sui procedimenti disciplinari salta immediatamente all'occhio un dato: su 121 condanne, la maggior parte (90) comminano una sanzione non grave (la censura) e 11 casi si tratta di semplice ammonimento. Le toghe non si accaniscono sulle toghe. La perdita d'anzianità, infatti, è stata inflitta solo a dieci magistrati (due sono stati anche trasferiti d'ufficio), mentre sette sono stati rimossi. Uno solo è stato trasferito d'ufficio senza ulteriori sanzioni, un altro è stato sospeso dalle funzioni con blocco dello stipendio, un altro ancora è stato sospeso dalle funzioni e messo fuori organico. Ma il dato più interessante riguarda le tipologie di illecito contestate. La maggior parte dei magistrati viene sanzionato per uno dei problemi tipici della macchina giudiziaria: il ritardo nel deposito delle sentenze, quasi il 40 per cento dei "condannati" è accusato di negligenze reiterate, gravi e ingiustificate. Alcuni, però, non si limitano al ritardo: il 4 per cento degli illeciti, infatti, riguarda «provvedimenti privi di motivazione», come se si trattasse di un disinteresse totale nei confronti degli attori interessati. Il 23 per cento delle condanne, invece, riguarda una questione che tocca direttamente la vita dei cittadini: la ritardata scarcerazione. E in un Paese in cui si ricorre facilmente allo strumento delle misure cautelari, questo tipo di comportamento determina spesso anche il peggioramento delle condizioni detentive. Quasi il 10 per cento dei giudici e dei pm è stato sanzionato poi per «illeciti conseguenti a reato». Solo il 6,6 per cento delle condanne, infine, è motivato da «comportamenti scorretti nei confronti delle parti, difensori, magistrati, ecc.. ».

Truccati anche i loro concorsi. I magistrati si autoriformino, scrive Sergio Luciano su “Italia Oggi”. Numero 196 pag. 2 del 19/08/2016. Il Fatto Quotidiano ha coraggiosamente documentato, in un'ampia inchiesta ferragostana, le gravissime anomalie di alcuni concorsi pubblici, tra cui quello in magistratura. Fogli segnati con simboli concordati per rendere identificabile il lavoro dai correttori compiacenti pronti a inquinare il verdetto per assecondare le raccomandazioni: ecco il (frequente) peccato mortale. Ma, più in generale, nell'impostazione delle prove risalta in molti casi – non solo agli occhi degli esperti – la lacunosità dell'impostazione qualitativa, meramente nozionistica, che soprattutto in alcune professioni socialmente delicatissime come quella giudiziaria, può al massimo – quando va bene – accertare la preparazione dottrinale dei candidati ma neanche si propone di misurarne l'attitudine e l'approccio mentale a un lavoro di tanta responsabilità. Questo genere di evidenze dovrebbe far riflettere. E dovrebbe essere incrociato con l'altra, e ancor più grave, evidenza della sostanziale impunità che la casta giudiziaria si attribuisce attraverso l'autogoverno benevolo e autoassolutorio che pratica (si legga, al riguardo, il definitivo I magistrati, l'ultracasta, di Stefano Livadiotti).

Ora parliamo degli avvocati. C’è il caso per il quale l’informazione abbonda, ma manca la sanzione.

Un "fiore" da 20mila euro al giudice e il processo si aggiusta. La proposta shock di un curatore fallimentare a un imprenditore. Che succede nei tribunali di Taranto e Potenza? Scrivono di Giusi Cavallo e Michele Finizio, Venerdì 04/11/2016 su “Basilicata 24". L’audio che pubblichiamo, racconta in emblematica sintesi, le dinamiche, di quello che, da anni, sembrerebbe un “sistema” illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari. I fatti riguardano, in questo caso, il tribunale di Taranto. I protagonisti della conversazione nell’audio sono un imprenditore, Tonino Scarciglia, inciampato nei meccanismi del “sistema”, il suo avvocato e il curatore fallimentare nominato dal Giudice.

Aste e tangenti, studio legale De Laurentiis di Manduria nell’occhio del ciclone, scrive Nazareno Dinoi il 9 e 10 novembre 2016 su “La Voce di Manduria”. C’è il nome di un noto avvocato manduriano nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Taranto sulle aste giudiziarie truccate. Il professionista (che non risulta indagato), nominato dal tribunale come curatore fallimentare di un azienda in dissesto, avrebbe chiesto “un fiore” (una mazzetta) da ventimila euro ad un imprenditore di Oria interessato all’acquisto di un lotto che, secondo l’acquirente, sarebbero serviti al giudice titolare della pratica fallimentare. Questo imprenditore che è di Oria, rintracciato e intervistato ieri da Telenorba, ha registrato il dialogo avvenuto nello studio legale di Manduria in cui l’avvocato-curatore avrebbe avanzato la richiesta “del fiore” da 20mila euro. Tutto il materiale, compresi i servizi mandati in onda dal TgNorba, sono stati acquisiti ieri dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri di Taranto.

I presunti brogli nella gestione dei fallimenti. «Infangata la giustizia per scopi elettorali». Il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Vincenzo Di Maggio, attacca il M5S: preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi, scrive il 15 novembre 2016 Enzo Ferrari Direttore Responsabile di "Taranto Buona Sera". «Ma quale difesa di casta, noi come avvocati abbiamo soltanto voluto dire che il Tribunale non è un luogo dove si ammazza la Giustizia». Vincenzo Di Maggio, presidente dell’Ordine degli Avvocati, torna sulla polemica che ha infiammato gli operatori della giustizia negli ultimi giorni: l’interpellanza di un nutrito gruppo di senatori Cinquestelle su presunte nebulosità nella gestione delle procedure fallimentari ed esecutive al Tribunale di Taranto.

«Fallimenti ed esecuzioni, le procedure sono corrette». Documento delle Camere delle Procedure Esecutive e delle Procedure Concorsuali, scrive "Taranto Buona Sera” il 10 novembre 2016. Prima l’interrogazione parlamentare del M5S su presunte anomalie nella gestione delle procedure fallimentari, a scapito di chi è incappato nelle procedure come debitore; poi il video della registrazione di un incontro che sarebbe avvenuto tra un imprenditore, il suo avvocato e un curatore fallimentare. Un video dagli aspetti controversi e dai contenuti comunque tutti da verificare. Un’accoppiata di situazioni che ha destato clamore e che oggi fa registrare la netta presa di posizione della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali. In un documento congiunto, i rispettivi presidenti, gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate, fanno chiarezza a tutela della onorabilità dei professionisti impegnati come curatori e custodi giudiziari ed esprimendo piena fiducia nell’operato dei magistrati.

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita, ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione). Di questo se ne è parlato agli inizi, perché l’esposto era dello stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, ma poi nulla si è più saputo: caduto nell’oblio. Il silenzio sarà rotto, forse, dalla inevitabile prescrizione, che rinverdirà l’illibatezza dei presunti responsabili.

E poi c’è il caso, segnalato da un mio lettore, di una eccezionale sanzione emessa dalla magistratura tarantina e taciuta inopinatamente da tutta la stampa.

La notizia ha tutti i crismi della verità, della continenza e dell’interesse pubblico e pure non è stata data alla pubblica opinione.

Il caso di cui trattasi si riferisce ad un esposto di un cittadino, presentato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto contro un avvocato di quel foro per infedele patrocinio, di cui già pende giudizio civile.

Ma facciamo parlare gli atti pubblicabili.

L’11 maggio 2012 viene presentato l’esposto, il 3 aprile 2013 con provvedimento di archiviazione, pratica 2292, si emette un documento in cui si dichiara che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto delibera la sua archiviazione in quanto “non risultano elementi a carico del professionista tali da configurare alcuna ipotesi di infrazione disciplinare”. L’atto è sottoscritto il 17 novembre 2014, nella sua copia conforme, dall’avv. Aldo Carlo Feola, Consigliere Segretario. Mansione che il Feola ricompre da decenni.

Fin qui ancora tutto legittimo e, forse, anche, opportuno.

E’ successo che, con procedimento penale 2154/2016 R.G.N.R. Mod. 21, il 3 ottobre 2016 (depositata il 6) il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, dr Maurizio Carbone, chiede il Rinvio a Giudizio dell’avv. Aldo Carlo Feola, difeso d’ufficio, “imputato del delitto di cui all’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), perché, in qualità di Consigliere con funzione di Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, rilasciava copia conforme all’originale della delibera datata 3 aprile 2013 del Consiglio, con la quale si disponeva di non dare luogo ad apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Addolorata Renna, con conseguente archiviazione dell’esposto presentato nei suoi confronti da Blasi Giuseppe. Provvedimento di archiviazione risultato in realtà inesistente e mai sottoscritto dal Presidente del Consiglio dell’Ordine di Taranto. In Taranto il 17 novembre 2014.”

Il Giudice per le Indagini Preliminari, con proc. 6503/2016, il 21 novembre 2016 fissa l’Udienza Preliminare per il 12 dicembre 2016 e poi rinvia per il Rito Abbreviato per il 10 aprile 2017 con interrogatorio dell’imputato ed audizione del teste, con il seguito.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare, dr. Pompeo Carriere, il 16 ottobre 2017 con sentenza n. 945/2017 “dichiara Feola Aldo Carlo colpevole del reato ascrittogli, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, e applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, lo condanna alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del procedimento. Pena sospesa per cinque anni, alle condizioni di legge, e non menzione. Visti gli artt. 538, 539, 541 c.p.p., condanna Feola Aldo Carlo al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla medesima sostenute, che si liquidano in complessivi euro 3.115,00 (tremilacentoquindici) oltre iva e cap come per legge”.

Da quanto scritto è evidente che ci sia stata da parte della stampa una certa ritrosia dal dare la notizia. Gli stessi organi di informazione che sono molto solerti ad infangare la reputazione dei poveri cristi, sennonchè non ancora dichiarati colpevoli.

Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. “E’ vero, ma non per tutti…” Lettera aperta al direttore de IL FATTO QUOTIDIANO, dopo il suo intervento-show al Concerto del 1 maggio 2015 a Taranto, di Antonello de Gennaro del 2 maggio 2015 su "Il Corriere del Giorno". "Caro Travaglio, come non essere felice nel vedere Il Fatto Quotidiano, quotidiano libero ed indipendente da te diretto, occuparsi di Taranto? Lo sono anche io, ma nello stesso tempo, non sono molto soddisfatto della tua “performance” sul palco del Concerto del 1° maggio di Taranto. Capisco che non è facile leggere il solito “editoriale”, senza il solito libretto nero che usi in trasmissione da Michele Santoro, abitudine questa che deve averti indotto a dire delle inesattezze in mezzo alle tante cose giuste che hai detto e che condivido. Partiamo da quelle giuste. Hai centrato il problema dicendo: “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero e lo provano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali il Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia tergiversa ancora oggi nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari e salvarli”.

Comunque, a parte i distinguo di rito dalla massa, di fatto, però, nessuno di questa sentenza ne ha parlato.

In conclusione, allora, va detto che si è fatto bene, allora, ad indicare la notizia della condanna del Consigliere Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, come un fatto tra quelli che a Taranto son si osa dire…

Chi dice Terrone è solo un coglione. La sperequazione inflazionata di un termine offensivo come nota caratteristica di un popolo fiero. L’approfondimento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul tema ha scritto “L’Italia Razzista” e “Legopoli”.

Sui media spopola il termine “Terrone”. Usato dai razzisti del centro Nord Italia in modo dispregiativo nei confronti degli italiani del Sud Italia ed usati dai deficienti meridionali come caratteristica di vanto.

«Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia, terra di mezzo», diceva al telefono, parlando di un calabrese, una delle campionesse della Capitale Morale, quella Maria Paola Canegrati che smistava affarucci e mazzette per appalti nella Sanità, per circa 400 milioni di euro, a quanto è venuto fuori sinora. Naturalmente, lady Mazzetta, non sa che, invece, dire “terrone” con l'intento di offendere, è reato: ci sono sentenze, anche della Cassazione. Ma a lei deve sembrare un'ingiustizia! «Che cazzo ti devo dire, se adesso è un reato dare del terrone a un terrone, a 'sto punto qui io voglio diventare cittadina omanita»...., scrive Pino Aprile il 22 febbraio 2016.

«Io litigioso? È vero, ma sono migliorato… Mi chiamavano terun, africa, baluba, altro che non incazzarsi…» Dice Teo Teocoli in un intervista a Gian Luigi Paracchini il 22 luglio 2016 su "Il Corriere della Sera".

Gli opinionisti del centro Italia “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto, equivalente a “Terrone”, da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla terronialità. Cioè l’usare il termine “terrone” come una parola neutra. Come se fossero un po’ tutti leghisti.

Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania”, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Si perde se si rincorre il Sud come passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque meridionale e non terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te.

Essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Ciononostante i nordisti, anziché essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine.

Mutuiamo il titolo del libro di Lino Patruno “Alla riscossa Terroni” e “Terroni” di Pino Aprile per farne un motivo di orgoglio meridionale che deve portarci ad invertire una tendenza che data 150 anni. Non rivendichiamo un passato di benessere del Meridione, rivendichiamo un presente migliore per un Sud messo alle corde.

I terroni nascono anche a Gemonio e nelle valli bergamasche, scrive "L'Inkiesta" il 6 aprile 2012. Leggendo le cronache, ma, soprattutto, vedendo le immagini, relative al marciume che sta venendo a galla dai sottoscala leghisti, mi par che si possa dire una grande verità: l'aggettivo spregiativo "terrone" non si può appioppare solo ai meridionali, ma, con grande precisione, anche ai miei conterronei nordici. Devo dire la verità. Io - nordico e fieramente antileghista da molto tempo - che le storie di Roma ladrona, dell'uccello duro, del barbarossa, dell'ampolla sul diopò (che, a dire il vero, mi par più una saracca che un rito), di riti celtici, di fazzolettini verdi come il moccio, erano tutte una rozza e ignorante presa per il culo per ammansire i buoi e farsi in comodo i sollazzi propri, ne ero convinto da tempo. Da ben prima che si svegliassero i soliti magistrati (verrà il giorno, in questo paese dei matocchi, che qualche rivoluzione la farò il popolo?), bastava un po' di fiuto per capire che il sottobosco era questo. Ma le vedete le facce del cerchio magico? Ma avete presente la pacchianità della villa di Gemonio? E poi, la priorità alla "family", come la più bieca usanza del troppo noto familismo amorale, perchè parlare di "famigghia" era troppo terrone. Ma il dato è che questi sono - culturalmente, esteticamente e antropologicamente - terroni. Perchè terrone, per me, non è un epiteto riferibile a una provenienza geografica I.G.P.; è uno stile deteriore di rappresentarsi, chiuso, retrivo, in cui il dialetto non è cultura, ma rozzume esibito con orgoglio (e questo vale tanto per i napoletani, quanto per i veneti), in cui prevale la logica del clan su quella della civile società, in cui si deve fare sfoggio dell'ignoranza perchè questo è "popolare". Terrone è un ignorante retrogrado, cafone, ineducato. Con il risultato che il Bossi e la family sprofondano, il terronismo impera e un peloso, stantio e pietistico meridionalismo riprende fiato. Grazie Bossi, grazie leghisti: avete ucciso non solo la dignità del nord, ma anche la speranza vera che una riforma moderna di questo paese, tenuto insieme con una scatarrata, si potesse fare. Ah, dimenticavo. Se qualcuno mi dovesse dire "parla lui, di ignoranza presentata con orgoglio.

Da che pulpito vien il sermone!", dico: "Non perdete tempo in analisi: son diverso e me ne vanto. Si vuol che dica che sono ignorante e delinquente. Bene lo sono, in un mondo di saccenti ed onesti mafiosi, sono orgoglioso di esser diverso.  Cosa concludere, di fronte a tali notizie di carattere storico? Questo: trovo triste che i nostri bravi leghisti rinneghino le proprie radici arabe, albanesi, meridionali, mediterranee. Da loro, così orgogliosi della Tradizione, non me lo aspettavo. Anzi dirò di più. Buon per loro avere origini meridionali, perchè ad essere POLENTONI si rischia di avere una considerazione minore che essere TERRONE.

Secondo Wikipedia Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale. Origine e significato. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo, e sta ad indicare una persona zotica un pò lenta di comprendonio (po' lentone). Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta e dai movimenti goffi e impacciati.

Analisi dei termini offensivi. Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato dagli abitanti dell'Italia meridionale per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale, scrive Wikipedia. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) purtroppo con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra, anche se li ha salvati da tante carestie alimentari. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo nell'Italia del Sud, e sta ad indicare una persona zotica. Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale, anche se spesso usate solo in modo bonario. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta di comprendonio (tonta) e dai movimenti goffi e impacciati.

La Padania o Patanìa (lett. Terra dei Patanari, coltivatori di patate) si estende in tutte le regioni del nord Italia: dalla Val d'Aosta alla Toscana fino al Friuli Venezia Giulia. È facile collocare geograficamente la Patanìa vera e pura: si traccia una retta che attraversa interamente il Po, passando rigorosamente al centro, perché solo la parte nord del Po è padana. La Padania si definisce anche Barbaria, cioè terra di barbari. Il mito di una terra popolata da eroi celtici, circondata da terribili barbari di matrice slava, è il concetto su cui si basa la Lega Nord. Trascurabile il dettaglio che un tempo la Padania fosse abitata da un'accozzaglia di popoli oltre ai Celti.

Terrone è un termine della lingua italiana, utilizzato dagli abitanti dell'Italia settentrionale e centrale come spregiativo per designare un abitante dell'Italia meridionale, talvolta anche in senso semplicemente scherzoso, scrive Wikipedia. In passato il termine era utilizzato con un altro significato e valenza; solo nel corso degli anni sessanta ha acquisito il senso attuale. Con il termine "terrone" (da teróne, derivazione di terra) si indicava nel XVII secolo un proprietario terriero, o meglio un latifondista. Già tra le Lettere al Magliabechi, l'erudito bibliotecario Antonio Magliabechi (1633-1714) il cui lascito, i cosiddetti Codici Magliabechiani costituiscono un prezioso fondo della Biblioteca Nazionale di Firenze, scriveva (CXXXIV -II - 1277): «Quattro settimane sono scrissi a Vostra Signoria illustrissima e l'informai del brutto tiro che ci fanno questi signori teroni di volerci scacciare dal partito delle galere, contro ogni equità e giustizia, già che ho lavorato tant'anni per terminarlo, e ora che vedano il negozio buono, lo vogliono per loro». Il termine in seguito fu utilizzato per denominare chi era originario dell'Italia meridionale e con particolare riferimento a chi emigrava dal Sud al Nord in cerca di lavoro, al pari dei nordici milanesi, etichettati come baggiani, che emigravano nelle valli del Bergamasco, come menzionato da Alessandro Manzoni. Il termine si diffuse dai grandi centri urbani dell'Italia settentrionale con connotazione spesso fortemente spregiativa e ingiuriosa e, come altri vocaboli della lingua italiana (quali villano, contadino, burino e cafone) stava per indicare "servo della gleba" e "bracciante agricolo" ed era riferita agli immigrati del meridione. Gli immigrati venivano quindi considerati, sia pure a livello di folklore, quasi dei contadini sottosviluppati. Il termine, che deriva evidentemente da "terra" con un suffisso con valore d'agente o di appartenenza (nel senso di persona appartenente strettamente alla terra) è stato variamente interpretato come frutto di incrocio fra terre (moto) e (meridi)one, come "mangiatore di terra" parallelamente a polentone, "mangiapolenta", cioè l'italiano del nord; come "persona dal colore scuro della pelle, simile alla terra" o anche come "originario di terre soggette a terremoti" ("terre matte", "terre ballerine"). Il suo maggiore utilizzo data comunque essenzialmente agli anni sessanta e settanta e limitatamente ad alcune zone del nord Italia, in seguito alla forte ondata di emigrazione di lavoratori e contadini del meridione d'Italia in cerca di lavoro verso le industrie del nord e in particolare del triangolo industriale (Genova – Milano – Torino). In tale ambito si spiega anche la diffusione del termine: storicamente, grossi movimenti di popolazioni hanno sempre portato con sé anche fenomeni di intolleranza o razzismo più o meno larvati. Successivamente, allo stesso modo è sorta la locuzione "terrone del nord", generalmente per indicare gli italiani del nord-est (principalmente i veneti, detti "boari"), che per ragioni simili cominciarono negli stessi anni ad emigrare verso il nord-ovest, venendo così accomunati agli emigranti meridionali. Il riconoscimento di terrone come insulto e non come termine folkloristico è un processo che storicamente ha subito molte battute d'arresto e incomprensioni, probabilmente dovute al fatto che solo una parte della popolazione italiana ne riconosceva pienamente la gravità e il suo carattere offensivo. La Corte di Cassazione ha ufficialmente riconosciuto che tale termine ha un'accezione offensiva, confermando una sentenza del Giudice di Pace di Savona e confermando che la persona che l'aveva pronunciata dovesse risarcire la persona offesa dei danni morali. Spesso vengono associati a questo epiteto caratteristiche personali negative, tra le quali ignoranza, scarsa voglia di lavorare, disprezzo di alcune norme igieniche e soprattutto civiche. Analogamente, soprattutto in alcune accezioni gergali, il termine ha sempre più assunto il significato di "persona rozza" ovvero priva di gusto nel vestire, inelegante e pacchiana, dai modi inurbani e maleducata, restando un insulto finalizzato a chiari intenti discriminatori. Inoltre vengono spesso associati al termine anche tratti somatici e fisici, come la carnagione scura, la bassa statura, le gote alte, caratteristiche fisiche storicamente preponderanti al Sud rispetto al Nord Italia.

In conclusione c’è da affermare che bisogna essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Chi proferisce ingiurie ad altri o a se stesso con il termine terrone non resta che rispondergli: SEI SOLO UN COGLIONE.

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

LA BALLA DELLA SPEREQUAZIONE FINANZIARIA DELLE REGIONI DEL NORD A FAVORE DI QUELLE DEL SUD.

In Regione Lombardia non tornano 54 miliardi di tasse versate. (Lnews - Milano 06 settembre 2017). "La Lombardia è la regione che versa più tasse allo Stato ricevendo, in cambio, meno trasferimenti in termini di spesa pubblica. In questi anni, infatti, il residuo fiscale della Lombardia ha raggiunto la cifra record di 54 miliardi (fonte: Eupolis Lombardia). Si tratta del valore in assoluto più alto tra tutte le regioni italiane. Un'immensità anche a livello europeo se si pensa che due regioni tra le più industrializzate d'Europa come la Catalogna e la Baviera hanno rispettivamente un residuo fiscale di 8 miliardi e 1,5 miliardi". Lo scrive una Nota pubblicata oggi dal sito lombardiaspeciale.regione.lombardia.it.

RESIDUO FISCALE - "Con il termine residuo fiscale - spiega la Nota - s'intende la differenza tra quanto un territorio verso allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica. Se il residuo fiscale abbia segno positivo, il territorio versa più di quanto riceve; se c'è un residuo negativo il territorio riceve più di quanto versa. Secondo James McGill Buchanan Jr, premio Nobel per l'Economia nel 1986, cui si attribuisce la paternità della definizione, il trattamento che lo Stato riserva ai cittadini può considerarsi equo se determina residui fiscali minimi in capo a individui, a prescindere dal territorio nel quale risiedono. Differenze marcate denotano una violazione dei principi di equità basilari".

I DATI PER REGIONE - "Dopo la Lombardia - appunta il teso - si colloca l'Emilia Romagna, con un residuo fiscale di 18.861 milioni di euro. Seguono Veneto (15.458 mln), Piemonte (8.606 mln), Toscana (5.422 mln), Lazio (3.775 mln), Marche (2.027 mln), Bolzano (1.100 mln), Liguria (610 mln), Friuli Venezia Giulia (526 mln), Valle d'Aosta (65 mln). In coda alla classifica: Umbria (-82 mln), Molise (-614 mln), Trento (-249 mln), Basilicata (-1.261 mln), Abruzzo (-1.301 mln), Sardegna (-5.262 mln), Campania (-5.705 mln), Calabria (-5.871 mln), Puglia (-6.419 mln) e Sicilia (-10.617 mln)".

IL DATO PRO CAPITE - Anche per quanto riguarda il residuo fiscale pro capite, la Lombardia presenta i valori più alti d'Italia, con 5.217 euro. Seguono Emilia Romagna (4.239), Veneto (3.141), Provincia Autonoma di Bolzano (2.117), Piemonte (1.950), Toscana (1.447), Marche (1.310), Lazio (641), Valle d'Aosta (508), Friuli Venezia Giulia (430), Liguria (386), Umbria (-92), Provincia Autonoma di Trento (-464), Campania (-974), Abruzzo (-979), Puglia (-1.572), Molise (-1.963), Sicilia (-2.089), Basilicata (-2.192), Calabria (-2.975) e Sardegna (-3.169)", spiega la Nota pubblicata.

Da sempre i giornali e le tv nordiste, spalleggiate dagli organi d’informazione stataliste, ce la menano sul fatto che ci sia un grande disavanzo finanziario tra le regioni del centro-nord ricco e le regioni povere del sud Italia. I conti, fatti in modo bizzarro, rilevano che il centro-nord paga molto di più di quanto riceva e che la differenza vada in solidarietà a quelle regioni che a loro volta sono votate allo spreco ed al ladrocinio. A fronte di ciò, i settentrionali, hanno deciso che è meglio tagliare quel cordone ombelicale e lasciar cadere quella zavorra che è il sud Italia. Ed il referendum secessionista è stato organizzato per questo, facendo leva sull’ignoranza della gente.

Ora facciamo degli esempi scolastici che si studiano negli istituti tecnici commerciali, per dimostrare di quanta malafede ed ignoranza sia propagandato questo referendum.

Una partita iva, persona o società, registra in contabilità la gestione e versa tasse, imposte e contributi nel luogo della sede legale presso cui redige i suoi bilanci semplici o consolidati (gruppi d’impreso con un capogruppo).

Il Centro-Nord Italia, con la Lombardia ed il Lazio in particolare, è territorio privilegiato per eleggere sede legale d’azienda, per la vicinanza con i mercati europei. Dove c’è sede legale vi è iscrizione al registro generale dell’imprese. Ergo: sede di versamento fiscale che alimenta quei numeri, oggetto di nota della Regione Lombardia. Quei dati, però, spesso, nascondono la ricchezza prodotta al sud (stabilimenti, appalti, manodopera, ecc.), ma contabilizzata al nord.

E’ risaputo che nel centro-nord Italia hanno stabilito le loro sedi legali le più grandi aziende economiche-finanziarie italiane e lì pagano le tasse. Il Sud Italia è di fatto una colonia di mercato. Di là si produce merce e lavoro (e disinformazione), di qua si consuma e si alimenta il mercato.

E’ risaputo che le aziende del centro nord appaltano i grandi lavori pubblici, specialmente se le aziende del sud Italia le fanno chiudere con accuse artefatte di mafiosità.

E’ risaputo che al nord il costo della vita è più caro e questo si trasforma proporzionalmente in reddito maggiorato rispetto ai cespiti collegati, come quelli immobiliari.

Il residuo fiscale era tollerato e l’assistenzialismo era alimentato, affinchè il mercato meridionale non cedesse e le aziende del nord potessero continuare a produrre beni e servizi e ad alimentare ricchezza nell’Italia settentrionale, condannando il sud ad un perenne sottosviluppo e terra di emigrazione.

Oggi lo Stato centralista assorbe tutta la ricchezza nazionale prodotta e l'assistenzialismo si è bloccato, ma il sud Italia continua ad essere un mercato da monopolizzare da parte delle aziende del Centro-Nord Italia. Una eventuale secessione a sfondo razzista-economica votata dai nordisti sarebbe un toccasana per i meridionali, che imporrebbero diversi rapporti commerciali, imponendo dei dazi od altre forme di limitazioni alle merci del nord. Il maggior costo di beni e servizi del nord Italia favorirebbe la nascita nel sud Italia di aziende, favorite economicamente dal minor costo della mano d’opera del posto e delle spese di trasporto e logistica locale. Inoltre quello che produce il centro nord è acquisibile su altri mercati. Quello che si produce al Sud Italia è peculiare e da quel mercato, per forza, bisogna attingere e comprare...

Quindi, viva il referendum…secessionista 

A votare per questo referendum sono andati i mona. Questo l'ha detto lei, ma è vero". Risponde così il 24 ottobre 2017 all'intervistatore del programma Morning Showdi di Radio Padova il milanese Oliviero Toscani, il noto fotografo già protagonista, nel recente passato, di polemiche sui "veneti popolo di ubriaconi". "Sono andati a votare quattro contadini - rincara la dose - che non parlano neanche l'italiano". E ancora: "Nelle campagne la gente è isolata, incestuosa e vota queste cagate qua". Per lo stesso Toscani, invece, a non votare è stata "la minoranza intellettuale". Così il fotografo, maestro della provocazione, ritorna ad aprire una ferita solo apparentemente chiusa che aveva portato a querele all'epoca degli “imbriagoni”. Nell'intervista radiofonica sui referendum ha anche evidenziato un confronto con la Lombardia dove la percentuale di voto è stata minore. «Non a caso Milano - ha rilevato - è la prima città d'Italia per intellighenzia, e non a caso Milano è una città piena di immigrati. Milano è fatta così, è civile. Mentre i contadini là, che non parlano neanche italiano, cosa vuoi che votino?».

Un referendum da presa per il culo. Il 22 ottobre 2017 si chiede ai cittadini interessati. “Volete essere autonomi e tenere per voi tutto l’incasso?” E’ logico che tutti direbbero sì, senza distinzione di ideologia o natali. Ed i quorum raggiunti sono fallimentari tenuto conto dell’interesse intrinseco del quesito.

Specialmente, poi, se è stato enfatizzato tanto dai giornali e le tv del Nord, comprese quelle di Berlusconi.

“Al di là dell’enorme spreco di soldi pubblici per organizzare due referendum buoni solo a fare un po’ di propaganda elettorale a spese dei contribuenti, ha evidenziato il trionfo dell’egoismo di chi è più ricco e pensa di poter vivere meglio mantenendo sul territorio le risorse derivante dalle imposte dopo aver beneficiato per decenni di aiuti statali e del sostegno dello Stato”. Lo ha detto il consigliere regionale dei Verdi della Campania, Francesco Emilio Borrelli, per il quale “la Lega ha mostrato, ancora una volta, il suo vero volto che è fatto di odio verso il Sud e i meridionali”.

“Così come ha ricordato anche Prodi, chiedere ai cittadini se vogliono pagare meno tasse ancora una volta a danno dei meridionali è come un invito a nozze che non si può rifiutare, ma il problema è che, per chiederlo, in questo caso, Zaia e Maroni hanno speso milioni di euro di soldi pubblici per farlo” ha aggiunto Borrelli chiedendo ai cittadini lombardi e veneti: “Visto come sprecano i vostri soldi e come hanno speso, in passato, quelli, sempre pubblici, per il finanziamento ai partiti, siete proprio sicuri di volergliene affidare ancora di più?” “La Regione Campania viene privata ogni anno di 250 milioni di euro che vengono sottratti ai servizi sanitari e ai nostri concittadini perché considerata la regione più giovane d’Italia e grazie a una norma introdotta dai governatori leghisti e mai tolta” ha continuato Borrelli, sottolineando che “ogni anno la sola Campania viene depredata di centinaia di milioni di euro di fondi che invece vengono destinati al ricco Nord senza alcuna reale motivazione”. “La Rampa” 23 ottobre 2017.

DALLA MALEDUCAZIONE AL BULLISMO/CYBERBULLISMO FINO ALLA CRIMINALITA' DELLA BABY GANG.

Il video dell'autista aggredito che reagisce con le coltellate. Una lite finisce con una coltellata al fianco. I carabinieri hanno diffuso le immagini di quanto accaduto all'interno del bus 80 a Milano, scrive Luca Romano, Sabato 20/01/2018, su "Il Giornale".  I carabinieri hanno diffuso le immagini di quanto accaduto all'interno del bus 80 a Milano dove un autista di 56 anni è stato prima aggredito da una baby gang e dopo si è difeso con un coltello. Di fatto, come mostrano le immagini del video, un gruppo di ragazzi, tra cui un 17enne e un 18enne hanno ritardato la partenza del bus per far salire a bordo altri amici. Da qui parte la discussione con l'autista. "Fate presto, questo non è un taxi", ha urlato l'autista. I ragazzi a questo punto lo attaccano e lo spingono. Di fatto dopo aver abbandonato il mezzo in piazza De Angelis, l'uomo avrebbe estratto un coltellino colpendo al fianco uno dei ragazzi del gruppetto. Il ragazzo è stato trasportato al Fatebenefratelli e non è in pericolo di vita. L'uomo invece è stato medicato per alcune contusioni al volto ed è stato denunciato per lesioni aggravate. Ecco qui di seguito le immagini di quanto accaduto.

Ferisce a coltellate 17enne. Audio: "E' stato insultato e picchiato a sangue", scrive Fabio Massa il 20 gennaio 2018 su "Affari Italiani". Continuano a cambiare le ricostruzioni, nel caso del 56enne che avrebbe accoltellato un ragazzino la scorsa notte in piazza De Angeli. Le immagini diffuse dai carabinieri mostrano che il 56enne, Raffaele A., un autista Atm fuori servizio, in borghese, stava parlando con il conducente del bus della linea 80 quando è iniziata una lite verbale con un gruppo di ragazzi appena salito a bordo. Dopo un primo tentativo di contatto, la calma è tornata sul bus, ma solo fino alla fermata di De Angeli, quando tutti sono scesi. Le telecamere mostrano il 56enne che estrae un coltellino svizzero. Poi, in modo confuso, i calci e i pugni nella rissa che è scoppiata dopo e che ha visto un minorenne venire colpito con una coltellata. Attualmente è al Fatebenefratelli. In un audio che Affaritaliani.it Milano può far ascoltare integralmente c'è la testimonianza del conducente del mezzo, che racconta quanto avvenuto, e che lancia l'allarme sicurezza per i conducenti Atm notturni. Ecco le sue parole: "Con la stessa brutalità di quando hanno devastato la metropolitana, un gruppo di otto ragazzini ha picchiato un nostro collega che si recava alla festa di compleanno di sua figlia in De Angeli, ieri sera. Gli hanno procurato un trauma cranico. Era in una pozza di sangue quando l'ho soccorso. L'hanno picchiato solo perché li ha ripresi che facevano i soliti bulli, ma in maniera civile. L'hanno aspettato al capolinea e l'hanno malmenato in una maniera incredibile. Sono riuscito a farne fermare cinque di questi otto ragazzi. Ora non so, ma la cosa grave è che uno di questi otto ragazzi si è trovato accoltellato, e hanno trovato il coltello nelle vicinanze. Il branco ha dato la colpa al collega, dicendo che è stato lui ad accoltellarlo. Io non l'ho visto. Ora lui è piantonato in ospedale. Non ho chiuso occhio tutta la notte. Siamo in una situazione di emergenza. I quattro tassisti che erano là hanno messo in moto e se ne sono andati. Eravamo soli contro queste belve. Abbiamo potuto fare ben poco. Immaginate il collega che andava alla festa di sua figlia. Chi lo conosce sa che persona è. Questo vuole essere un appello a stare tutti attenti, perché non se ne può più. Non è giusto, non siamo tutelati assolutamente. Purtroppo dalle telecamere non si vede nulla. Io ho fatto quello che potevo, volevo fare molto di più, ma ho dovuto chiamare le forze dell'ordine. Cercare di salvare il collega perché era riverso al suolo e non si muoveva più, quando l'ho sollevato gocciolava sangue. Perdonatemi il tono ma era un dovere raccontarvi quel che è accaduto sotto gli occhi di tutti. Ma nessuno ha visto niente". Stesso concetto dallo stesso Raffaele A., che scrivendo ai suoi colleghi dice: "Ringrazio tutti per la solidarietà, solo chi lavora sui mezzi pubblici può capire cosa significa sopportare aggressioni verbali di ogni tipo. Comunque io sono ancora in ospedale, sono depresso, dolorante setto nasale rotto ed un ematoma cranico in fase di assorbimento, perlomeno spero. Per quanto riguarda il fatto con tutte le attenuanti possibili ho fatto una cazzata, perché purtroppo mi sono solo complicato la vita per un momento di ira che se avessi controllato non saremmo qui a discutere. Dico a tutti voi con tutta la mia forza, non mettete mai a repentaglio la vostra salute ed il posto di lavoro per reagire ad insulti di persone che neanche sanno chi siamo e quanta fatica facciamo per tirare avanti. Per quanto mi riguarda i carabinieri che sono intervenuti sono stati molto professionali nell'indagine del fatto e sono stato denunciato per lesioni gravi, naturalmente mi difenderò e denuncerò a mia volta i miei aggressori, spero che la nostra azienda sia comprensiva sia mie confronti in quanto in 31 anni di lavoro mi sono sempre comportato benino, diciamo così poi vedrà chi è incaricato a decidere con la sua coscienza, io sono consapevole di aver fatto una cazzata magari sono stato provocato oltre misura, ma come dicevo prima se avessi contato fino a cento adesso dormivo nel mio letto e domani avrei fatto la mia scorta a lotto. Grazie a tutti e buona notte".

Cresce fra le ragazzine il fenomeno della microprostituzione: sesso a scuola e sul web per arrotondare la “paghetta”.

Ricordate, appena qualche anno fa, quando si parlava di immagini spinte che gli adolescenti facevano girare con i telefonini? Allora quel fenomeno, che era ai suoi albori, venne inquadrato in una specie di patologia “esibizionistica” imitativa fra teenagers. Capitarono anche casi di video “hard” di ragazzine, destinati all’auto-contemplazione all’interno della coppia o al ristretto giro delle amicizie più intime, diffusi, invece, sempre tramite i cellulari, ad intere scolaresche ed intercettati anche dagli allibiti genitori. Alcuni di questi episodi divennero casi di cronaca anche in Emilia, a Bologna e Modena, con povere ragazze messe in piazza in quel modo, e genitori costretti a rivolgersi ai carabinieri.

Si parlò poi di “bullismo elettronico”, quando, oltre alle scene di sesso precoce, vennero fatte circolare dai cellulari anche immagini girate a scuola di pestaggi (anche ai danni di minorati) o di “scherzi pesanti” a professori (ricordate il caso di Lecce della professoressa in perizoma, palpeggiata dagli alunni?). Ci si interrogò allora sul bisogno dei giovani di “apparire” a tutti i costi, di “visibilità” anche negativa, per esistere….

Ebbene a distanza di pochi anni, il fenomeno ha cambiato definizione e modalità: non più “esibizionismo”, non più “bullismo”, non più violenza gratuita, non più gratuita ostentazione… nel senso che le ragazzine continua a riprendersi o a farsi riprendere in situazioni “osè”, ma adesso pretendono di essere pagate. Il fenomeno si sta cioè convertendo in “microprostituzione” a scuola o tramite web. Una forma di prostituzione per così dire “under”, estemporanea, praticata per lo più fra coetanei (per questo la si chiama “micro”), ma è certo alta la possibilità che queste stesse ragazze possano diventare anche “prede” di adulti senza scrupoli, ed ovviamente più danarosi dei loro compagni di classe.

Il fenomeno è osservato ed in preoccupante espansione. Per molte ragazze sta diventando “normale” concedere prestazioni sessuali, o ritrarsi in pose erotiche tramite la webcam o gli stessi cellulari, in cambio di soldi per arrotondare la paghetta dei genitori. Paghetta che magari la crisi può aver un po’ ristretto.

Bullismo e baby gang: profili e differenze. Il primo è un fenomeno che si sviluppa in contesto scolastico. Il secondo prevede una struttura, una gerarchia e riti di accesso ben definiti, scrive il 19 gennaio 2018 Nadia Francalacci su "Panorama". Pugni, calci, insulti. Danneggiamenti, rapine e ricatti. Bulli e baby gang spadroneggiano, di notte e di giorno, tra vandalismi e aggressioni in tutte le città di Italia. Non è una piaga che colpisce solamente la città di Napoli. Anche Verona, ad esempio, solo poche settimane fa, ha visto morire, arso vivo da due adolescenti, in un angolo del quartiere di Santa Maria di Zevio, un clochard di origine marocchine. “Era uno scherzo!”, è stata la giustificazione fornita agli inquirenti dai due autori, un 13enne e un 17enne. E a Milano, piccole bande si divertono a "sfasciare" le metropolitane nell'ultima corsa notturna del sabato sera. Dunque, sono due bulli o una baby gang? E che differenza c'è tra un gruppo di bulli e una baby banda criminale? 

Le differenze tra bulli e baby gang. Spesso di fronte ad aggressioni e vandalismi commessi da giovani, questi due termini vengono utilizzati in modo improprio. “Il bullismo è un fenomeno studiato all'interno del contesto scolastico, dalle scuole primarie a quelle superiori. Si tratta di prepotenze persistenti che un gruppo attua verso uno specifico soggetto spesso vulnerabile per etnia, identità sessuale, aspetto fisico o condizione psicofisica - spiega a Panorama.it, Laura Volpini docente di Psicologia Sociale Forense presso Università degli Studi di Roma "Unitelma-Sapienza" - La composizione del gruppo prevede un leader, il bullo, i sostenitori e gli spettatori”. Per baby gang si intende invece "un gruppo rigidamente strutturato nei ruoli, che commette azioni devianti e criminali, che prevede dei rituali di "passaggio" e "prove di coraggio" per entrare a farne parte - prosegue Volpini - Ma in Italia il fenomeno dei gruppi di minori devianti è un fenomeno che si differenzia, ad esempio, dalle baby-gang tipicamente americane”. Secondo la docente, i gruppi minorili italiani sono meno strutturati nei ruoli e presenterebbero le caratteristiche della “occasionalità” e “fluidità” nei loro partecipanti. “Le azioni sono rivolte a soggetti diversi e finalizzate ad ottenere vantaggi materiali come rubare un cellulare - continua - oppure vantaggi relazionali rispetto al gruppo come rafforzare la propria leadership dimostrando più coraggio degli altri, ad esempio, minacciando un coetaneo con un coltello”.

Responsabilità "condivise". Dalle dichiarazioni rilasciate davanti ai magistrati, tutti i baby criminali o i baby bulli, tendono a minimizzare l’importanza e la gravità dell’azione commessa come se le responsabilità di quanto si è verificato potesse essere “spalmata” tra tutti i partecipanti. “Sia il gruppo dei bulli che quello dei giovani criminali agiscono attenuando il loro senso di responsabilità, attraverso meccanismi di disimpegno morale - precisa Laura Volpini - quale la diffusione della responsabilità ("lo fanno gli altri allora lo faccio anche io"), oppure il dislocamento della responsabilità ("l'ho fatto, perché me lo ha chiesto lui").

Le differenze tra baby gang. Ma non esistono solo differenze tra gruppi di bulli e baby gang bensì anche tra le varie e numerose bande criminali adolescenziali. "I ragazzi apprendono modelli di comportamento dagli adulti di riferimento e questo può succedere quando si tratta ad esempio di ragazzi che "scimmiottano" il comportamento di organizzazioni criminali, per dimostrare di essere quel tipo di adulti anche loro, oppure i ragazzi possono veicolare comportamenti a carattere razziale o discriminatorio verso i più deboli (senza fissa dimora, handicappati ecc.), sentendosi appartenenti a gruppi economicamente o socialmente privilegiati". Queste importanti differenze tra formazioni criminali giovanili, richiedono anche una diversificata modalità di intervento e di prevenzione. 

Come prevenire la violenza giovanile. Dunque, cosa fare? “Per ciò che attiene alle azioni di bullismo, solitamente di rilevanza non penale, spesso messe in atto da soggetti non imputabili, l'intervento possibile riguarda l'adozione di misure a carattere amministrativo, come la sospensione dalla scuola, oppure la mediazione tra pari, cercando una riconciliazione tra il bullo e la vittima", conclude la professoressa Volpini. I gruppi criminali che commettono reati, saranno poi inseriti nel circuito processuale minorile, "che ha un'attitudine responsabilizzante e cerca di promuovere le risorse cognitive, emotive, familiari e sociali dei minori, per prevenire il rischio di recidiva del reato”. Secondo la studiosa, la prevenzione può e dovrebbe essere svolta a partire dalle scuole con progetti di peer-education. L'obiettivo deve essere la responsabilizzazione dei ragazzi, che significa incrementare la loro capacità di mettersi al posto dell'altro per comprendere le conseguenze delle azioni commesse. Si tratta di attivare la loro capacità riflessiva e di autoregolazione del comportamento, in funzione pro-sociale.

RAZZISMO, OMOFOBIA, DISCRIMINAZIONE: I PRETESTI DEL BULLO. Intervista di Roberta Cocchioni ad Anna Costanza Baldry del Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli. Subire violenze, minacce o aggressioni, fisiche o verbali, da parte di un coetaneo, è un’esperienza che tocca un numero sempre crescente di bambini e di ragazzi in tutta Europa. Si tratta di episodi che dai banchi di scuola e dalle strade si stanno trasferendo in maniera crescente su internet e sugli altri mezzi di comunicazione elettronica, con gravi conseguenze sulla crescita emotiva e sociale delle giovani vittime, che in alcuni casi vengono spinte ad atti di autolesionismo e di suicidio. La dinamica della prevaricazione che entra in gioco negli atti di bullismo colpisce soprattutto i ragazzi più deboli, cioè i ragazzi con disabilità fisiche o psichiche, i ragazzi appartenenti a minoranze etniche o i giovani e le giovani con orientamento sessuale diverso dall’etero sessualità. Sebbene la diversità non sia l’unica causa scatenante dei comportamenti violenti messi in atto dal “bullo”, essa è indubbiamente un fattore cruciale per comprendere la dinamica del fenomeno, le forme in cui si manifesta e per individuare i metodi più efficaci di prevenzione e contrasto. Ne abbiamo parlato con la psicologa Anna Costanza Baldry, docente presso il Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli e coordinatrice del progetto europeo TABBY (Threat Assessment of Bullying Behavior: Valutazione della minaccia di cyberbullismo nei giovani).

Perchè si parla molto di bullismo solo da pochi anni? Si tratta di un fenomeno recente oppure identificato recentemente?

E’ vero, il bullismo fra ragazzi è esperienza anche dei nostri nonni e forse bisnonni. In Italia se ne è cominciato a parlare solo negli anni ’90, grazie ai primi studi scientifici condotti nelle scuole. Questi studi hanno infatti svelato la vastità del fenomeno, mostrando che un ragazzo su quattro/cinque, nel corso del proprio anno scolastico, era oggetto di prepotenze. Allora, solo fra noi addetti ai lavori si usava il termine ‘bullismo’, derivazione diretta del termine anglosassone ‘bullying’. Oggi in Italia questo termine è molto diffuso nell’opinione pubblica e sui mass media, ma nonostante questa crescente attenzione, manca ancora, anche a livello istituzionale, una strategia di intervento univoca e sistematica nel tempo. Una cultura contro il bullismo dovrebbe far parte di tutti i curricula scolastici, volta anche e soprattutto alla prevenzione, quindi all’educazione sulle emozioni, alla valorizzazione delle differenze e al rispetto delle stesse, come momento di crescita e di condivisione. Gli interventi ‘spot’ e una tantum non servono un gran che, e non vanno alla radice del problema. Solo un approccio ‘globale’ può ritenersi efficace per ridurre e prevenire il bullismo e le sue conseguenze, coinvolgendo le famiglie, le associazioni, i gruppi sportivi, chiunque ha a che fare con ragazzi.

Qual è il livello di diffusione del fenomeno stimato in Italia?

La stima sulla diffusione del bullismo dipende dallo strumento che si utilizza per misurarlo: il questionario anonimo auto compilato, la nomina dei pari, l’osservazione sul campo. La stima può cambiare anche in base al periodo che si sceglie di prendere a riferimento per chiedere agli studenti se sono stati protagonisti come vittime o come attori di episodi di bullismo. Fatte queste premesse, i dati raccolti indicano che una quota oscillante tra il 10 e il 25% dei ragazzi dai 9 ai 17 anni subisce o agisce degli atti di bullismo. Per i maschi sono più numerosi gli atti diretti e fisici, per le femmine quelli indiretti e psicologici, come l’esclusione dal gruppo, la diffusione di notizie false o diffamatorie ecc.

Che tipo di legame esiste tra cultura discriminatoria (razzismo, omofobia, discriminazione verso le persone con disabilità) e bullismo?

Quando si parla di bullismo si fa riferimento a un insieme di prevaricazioni dirette e indirette, reiterate, commesse da un singolo (ragazzo o ragazza) o da un gruppo nei confronti di un altro ragazzo o ragazza più debole e vulnerabile. Il legame con la cultura e gli atteggiamenti discriminatori è quindi assai forte. Qualsiasi elemento di ‘diversità’, infatti, viene usato dal bullo come ragione per prendere in giro, molestare, minacciare. Ogni differenza diventa un pretesto di prevaricazione e violenza, per sancire una presunta dominanza su chi viene percepito come più debole, come inferiore. Nell’atto di bullismo la diversità è il motivo addotto per infierire sull’altro, il quale, spesso, ha meno possibilità di chiedere aiuto, di difendersi, di reagire. Ma se la differenza è il pretesto scatenante per l’esercizio della violenza, che viene così a presentarsi come un atto, violento, di discriminazione, la causa è spesso più profonda e risiede nell’insicurezza del ragazzo autore di bullismo, il quale soltanto attraverso le prepotenze si sente forte, vincente, ammirato.

Quando la vittima di discriminazione diventa autore di atti di bullismo, perché succede?

Il meccanismo per cui le vittime di discriminazione possono trasformarsi a loro volta in agenti di prepotenze o di vere e proprie aggressioni, si potrebbe spiegare come un tentativo, distorto e disfunzionale, di rispondere alle aggressioni subite, anche a livello sociale. Non è un caso che si tratta spesso di aggressioni che vengono perpetrate in gruppo. Nelle baby gang, ad esempio, il singolo ragazzino trova nel gruppo una rete sociale (deviante) con cui cerca conforto e protezione e con cui si identifica. Il fenomeno per cui una vittima si trasforma in bullo è stato notato anche nel cyber bullismo, dove i ragazzi, unendosi magari a gruppi di chat, gruppi sociali, si sentono protetti dal filtro informatico, rassicurati e rafforzati. A quel punto, quegli stessi ragazzi che vengono vittimizzati a scuola, si vendicano su altri coetanei in rete, non necessariamente verso gli stessi da cui subiscono la violenza in classe.

Le baby gang da Tangentopoli a Gomorra, scrive Astolfo Di Amato il 21 gennaio 2018 su "Il Dubbio". Il degrado di Napoli, dopo l’aggravarsi del fenomeno delle aggressioni tra giovanissimi. Napoli sta conquistando, sempre più spesso, le prime pagine dei giornali. Le violenze delle baby gang, segnate da una brutalità inaudita, hanno richiamato l’attenzione sul degrado di una città, finora nascosto sotto il tappeto del folclore e delle dichiarazioni roboanti del suo sindaco. L’attenzione dei media ha fatto emergere che non si tratta di episodi isolati, ma del reiterarsi di una serie impressionante di atti di violenza, spesso privi di qualsiasi anche banale giustificazione. A questa esplosione di violenza sono state date due diverse e, in qualche misura, contrapposte spiegazioni. Antonello Ardituro, togato del Csm e già Pubblico Ministero presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ha lanciato un accorato appello “aiutateci!!! Perché da soli non ce la facciamo… accadono cose che, quando accadono (perché accadono) in altre città, vengono percepite come straordinariamente drammatiche… su cui si innesta una reazione vera. Lo Stato interviene. Qui no. … Abbiamo bisogno proprio di tutto: scuole aperte di pomeriggio… una riflessione sulla effettività della pena; maggior rigore; sicurezza urbana. La sanzione come possibilità di recupero e di educazione. Una qualche speranza di sviluppo economico di lavoro per questi ragazzi. La speranza che esista un domani”. L’emergenza Napoli, dunque, è vista come una specificità di quella città, da risolvere mediante interventi sociali si, ma anche attraverso maggiore effettività e rigore dell’intervento penale. Un altro magistrato, Nicola Quatrano, apprezzato Presidente di una sezione del Tribunale del riesame di Napoli, ha, viceversa, ricondotto il fenomeno in un articolo pubblicato su questo Giornale ad un circolo vizioso che sta colpendo tutte le società, e non solo Napoli: le vite violente delle baby gang di Napoli, cosi come i foreign fighter delle periferie parigine, non sono altro che l’espressione, in forme diverse, del medesimo disagio sociale generato dalla globalizzazione e dalla emarginazione e che si esprime attraverso il rancore. Napoli, perciò, non esprime una specificità, ma costituisce l’espressione di un malessere riscontrabile in tutte le periferie del mondo. Un malessere sociale che, in quanto tale, non può certo trovare soluzione della cd. tolleranza zero. Come appare evidente, due analisi largamente contrapposte: l’una centrata sulla specificità di Napoli e che dà rilievo particolare alla esigenza di maggior rigore nella repressione, l’altra centrata sulla dimensione sociale del fenomeno e sulla impossibilità di vedere il toccasana nella tolleranza zero. Tutte e due le analisi, tuttavia, peccano per un aspetto: non tengono conto di quello che è successo nella città negli ultimi trent’anni. L’esplosione di Mani Pulite nei primi anni novanta ha avuto in Napoli uno degli epicentri, caratterizzato da particolare violenza repressiva, espressa attraverso un uso illimitato della carcerazione preventiva. I filoni di indagine che si sono svolti a Napoli hanno decapitato, senza se e senza ma, tutta la classe dirigente, politica ed imprenditoriale dell’epoca. Per ben comprendere che cosa è successo basta ricordare le vicende del Banco di Napoli e della Italgrani. Il Banco di Napoli, che costituiva l’unica banca di respiro internazionale del meridione, è stato annientato ed è oggi nient’altro che una succursale di Banca Intesa. Con la conseguenza che le richieste di finanziamento che riguardano Napoli e la Campania sono decise a Torino! Questo perché su di esso gravava l’accusa di essere stato uno strumento di finanziamento di imprenditori vicini alla Democrazia Cristiana. L’Italgrani, a sua volta, società leader mondiale nel commercio del grano, tanto da essere stata decisiva nella soluzione della carestia che aveva attraversato la Russia nei primi anni ottanta, è stata dichiarata fallita addirittura contro la volontà dei suoi creditori, pur consapevoli delle sue difficoltà economiche. Sulla proprietà di Italgrani pesava il sospetto di un rapporto privilegiato con la dirigenza democristiana messa sotto accusa da Tangentopoli. Quelle strutture economiche non sono state più sostituite e si è assistito ad un finanziamento a pioggia alle Cooperative sociali, formidabile serbatoio di voti. In campo è restato solo lo strumento della repressione, che attraverso gli istituti della legislazione antimafia ha colpito con i sequestri e le confische qualsiasi situazione, nella quale si manifestasse anche il più debole sospetto di presenza della criminalità. Il risultato del contemporaneo agire di queste prospettive è che la città di Napoli, dal punto di vista sociale ed economico, è stata ridotta ad un cimitero, nel quale non vi è speranza per nessuno. A rendere la situazione ancora più drammatica è, poi, intervenuta la leggenda di Gomorra. Prima il libro di Saviano, poi la serie televisiva hanno creato un mito, sì negativo, ma pur sempre un mito e nel deserto di ogni futuro resta spesso l’unico mito a cui i ragazzi disagiati possono aggrapparsi.

La paranza dei bambini: adda murì mammà. Giovanissimi, veloci, violenti. Sono i protagonisti dell'atteso romanzo di Roberto Saviano che uscirà per Natale. Eccone un assaggio in esclusiva, scrive Roberto Saviano il 31 luglio 2016 su "La Repubblica". È il 31 maggio 2013, Anna chiama Antonella poco prima di mezzanotte per dirle di non uscire di casa. La conversazione si interrompe per il rumore fortissimo di spari in strada, nei pressi di via Sant'Arcangelo a Baiano, pieno centro storico di Napoli, zona universitaria, a due passi da via dei Tribunali e dai luoghi del turismo. A poche centinaia di metri da lì hanno sfilato gli abiti di Dolce e Gabbana. Il mattino dopo, prestissimo, alle 5.40 Antonella sente al telefono un'altra donna, Angela, che abita a vico Carbonari, prolungamento di via Sant'Arcangelo a Baiano. Anche Angela ha sentito gli spari. Parlano proprio di quello:

Angela: Comunque mi sono scioccata stasera.

Antonella: Qui mi sembra il Far West. Mi hanno detto che stanno tutti(incomprensibile), pure i bimbi... pure...

Angela: Ma è una paranza nuova?

Antonella spiega ad Angela che a Forcella c'è una nuova paranza dove ci sono "pure i bimbi".

Queste intercettazioni telefoniche sono presenti nelle oltre 1.600 pagine dell'ordinanza cautelare emessa dal Gip di Napoli, nell'ambito dell'inchiesta sulla "Paranza dei bambini" (condotta dai pm della Dda Henry John Woodcock e Francesco De Falco), che ha portato a 43 condanne, quasi tutte nei confronti di giovanissimi. Nel gergo camorristico "paranza" significa gruppo criminale, ma il termine ha origini marinaresche e indica le piccole imbarcazioni per la pesca che, in coppia, tirano le reti nei fondali bassi, dove si pescano soprattutto pesci piccoli per la frittura di paranza. L'espressione "paranza dei bambini" indica la batteria di fuoco, ma restituisce anche con una certa fedeltà l'immagine di pesci talmente piccoli da poter essere cucinati solo fritti: piscitiell', proprio come questi ragazzini. 1987, 1989, 1991, 1993, 1985, 1988, 1995, 1994: queste le date di nascita dei ragazzi della paranza. "Ciro Ciro", "'o Rerill", "'o Pop", "'o Russ", "'Nzalatella", "Recchiolone" i loro soprannomi. Studiare la paranza dei bambini significa tratteggiare la nuova forma che la camorra napoletana ha assunto: barbe lunghe e corpi completamente tatuati, ma giovanissimi. Queste storie, tra doglie, sforzi, lacrime e muscolose spinte di rabbia, diventeranno il mio prossimo romanzo (questa volta di fiction e non più non-fiction). Si intitolerà La paranza dei bambini e uscirà a dicembre per Feltrinelli. Qui, oggi, trovate una anticipazione il cui titolo è Adda murì mammà, espressione che a Napoli i ragazzi usano di continuo per giurare che ciò che stanno dicendo è vero. Espressione che descrive meglio di molte altre lo spirito della paranza, pronta al sacrificio estremo - perdere la propria madre - per affrontare ciò che nel resto d'Italia sarebbe impensabile. Pronta a perdere tutto, libertà, affetti, vita. Per comandare.

Adda murì mammà. "Dobbiamo costruire una paranza tutta nostra. Nun amma appartenè a nisciuno, sule a nuje. Non dobbiamo stare sotto a niente." Tutti guardavano Nicolas in silenzio. Aspettavano di capire come avrebbero potuto emanciparsi senza mezzi, senza un cazzo. Nemmeno votare potevano, erano in pochi ad aver compiuto diciott'anni. Patenti manco a parlarne, sì e no qualche patentino per i 125. Bambini li chiamavano e bambini erano veramente. E come chi ancora non ha iniziato a vivere, non avevano paura di niente, consideravano i vecchi già morti, già seppelliti, già finiti. L'unica arma che avevano era la ferinità che i cuccioli d'uomo ancora conservano. Animaletti che agiscono d'istinto. Mostrano i denti e ringhiano, tanto basta a far cacare sotto chi gli sta di fronte. Diventare mostruosi, solo così chi ancora incuteva timore e rispetto li avrebbe presi in considerazione. Bambini sì, ma con le palle. Creare scompiglio e regnare su quello: disordine e caos per un regno senza coordinate. "Se creren' ca simm' creature, ma nuje tenimm' chest'... e tenimm' pur' chest'." E con la mano destra Nicolas prese la pistola che teneva nei pantaloni. Uncinò il ponticello con l'indice e iniziò a far roteare l'arma come se non pesasse niente mentre con la sinistra indicava il pacco, il cazzo, le palle. Tenimm' chest' e chest': armi e palle, questo era il concetto. "Nicolas..." Agostino lo interruppe, qualcuno doveva farlo, Nicolas se l'aspettava. L'aspettava come il bacio che avrebbe fatto identificare Cristo ai soldati. Aveva bisogno che qualcuno si prendesse il dubbio e la colpa di pensare: un capro espiatorio, perché fosse chiaro che non c'era scelta, che non si poteva decidere se essere dentro o fuori. La paranza doveva respirare all'unisono e il respiro sul quale tutti dovevano calibrare la propria necessità di ossigeno era il suo. "...Nico', ma non s'è mai visto che facciamo da soli una paranza, così, da subito. Adda murì mammà, Nico', dobbiamo chiedere il permesso. Proprio mo' che alla Sanità la gente pensa ca nun ce sta cchiù nisciun', se ci sappiamo fare ci danno una piazza, fatichiamo per loro." "Agosti', è gente come a te che non voglio, la gente come te se ne deve andare mo' mo'..." "Nico', forse non mi sono spiegato, sto solo dicendo che..." "Aggio capit' buon', Austi', staje parlann' malament'." Nicolas si avvicinò, tirò su col naso e gli sputò in faccia. Agostino non era un cacasotto e provò a reagire, ma mentre stava caricando la testa in direzione del setto nasale, Nicolas lo prevenne e si scostò. Si guardarono negli occhi. E poi basta, finito il teatro. A quel punto Nicolas continuò. "Agosti', io non voglio gente con la paura, la paura non deve venire nemmeno in mente. Se ti viene il dubbio, allora per me non sei più buono." Agostino sapeva di aver detto ciò che tutti temevano, non era l'unico a pensare che bisognasse trovare un'interlocuzione con i vecchi capi e quella sputata in faccia più che un'umiliazione fu un avvertimento. Un avvertimento per tutti. "Mò te ne devi andare, tu nella paranza non ci puoi stare più." "Siete solo una vrancata di merdilli," disse Agostino, paonazzo. Enzuccio 'o Rentill'si intromise, e cercò di placarlo. "Austi', va vattenne, che ti fai male..." Agostino non aveva mai tradito eppure, come tutti i Giuda, fu strumento utile per accelerare il compimento di un destino: prima di uscire dalla stanza regalò inconsapevolmente a Nicolas ciò di cui aveva bisogno per compattare la paranza. "E vuje vulesseve fa 'a paranz' cù tre curtiell'e doje scacciacani?" "Cù 'sti tre curtiell't'arapimm' sano sano." Esplose Nicolas. Agostino alzò il dito medio e lo fece roteare in faccia a quelli che un momento prima sentiva sangue del suo sangue. A Nicolas dispiaceva lasciarlo andare: non si butta via così una persona di cui conosci ogni giorno, ogni fratcucin', ogni zio. Agostino era con lui allo stadio, sempre, al San Paolo e in trasferta. Un brò lo devi tenere vicino, ma era andata così e cacciarlo serviva. Serviva una spugna che assorbisse tutte le paure del gruppo. Appena Agostino ebbe sbattuta la porta, Nicolas continuò. "Frate', 'o cacasott' ten' ragione... Non la possiamo fare la paranza con tre coltelli da cucina e due scacciacani." E quelli che un attimo prima erano pronti a combattere con le poche lame e i ferri vecchi che avevano, perché Nicolas li aveva benedetti, dopo l'autorizzazione al dubbio confermarono tutti la delusione: sognavano santebarbare ed erano ridotti a maneggiare giocattoli che nascondevano in cameretta. "La soluzione ce l'ho," disse Nicolas, "o m'accireno oppure torno a casa cù 'n arsenale. E se questo succede, qua adda cagnà tutte cose: con le armi arrivano pure le regole, perché adda murì mammà, senza regole simm' sule piscitiell' 'e vrachetta." "Le teniamo le regole, Nico', siamo tutti fratelli." "I fratelli senza giuramento non sono niente. E i giuramenti si fanno sulle cose che contano. "L'avete visto Il camorrista, no? Quando 'o Prufessor' fa il giuramento in carcere. Veritavell', sta 'ncopp a YouTube: noi dobbiamo essere così, una cosa sola. Ci dobbiamo battezzare coi ferri e colle catene. Amma essere sentinelle di omertà. È tropp' bell guagliu', veritavell'. Il pane, che se uno tradisce diventa piombo e il vino ca addivent' veleno. E poi ci deve uscire il sangue, amma ammiscà 'e sang' nuoste e non dobbiamo tenere paura di niente." Mentre parlava di valori e giuramenti, Nicolas aveva in mente una cosa sola, una cosa che gli creava disagio e gli svuotava l'addome. Le palle, se davvero ce le aveva ancora, dopo quella storia, una storia di niente, se le poteva appendere al collo come cravatta al prossimo sposalizio. Faceva caldo e c'era la partita, giocava l'Italia, ma lui tifava contro, perché lui e i compagni suoi non si sentivano italiani e per la partita avevano strafottenza. Tenevano una cosa da fare e pure urgente. Erano in sei su tre scooter. Il suo lo guidava Enzuccio 'o Rentill', gli altri due sfrecciavano dietro. Dal Moiariello era una strada sola in discesa. Vicoli stretti stretti - "il presepe", lo chiama la gente che ci vive. Se passi di là fai prima e per piazza Bellini, marciapiede marciapiede, eviti traffico e sensi unici, ci metti un attimo. A piazza Bellini c'era il contatto con l'Arcangelo e Nicolas doveva fare presto. È vero, si sentiva un padreterno, ma quel contatto gli serviva. E quella non è gente che aspetta. Dieci minuti e doveva stare là. L'ultimo tratto di via Foria, prima di arrivare al Museo, i tre scooter lo percorsero su marciapiedi larghie illuminati, zigzagando a clacson spiegati. Chi li guida a Napoli è un Minotauro: metà uomo e metà ruote. Si sorpassa ovunque, non c'è sbarramento o isola pedonale. Per loro valgono le regole dei pedoni e nessun'altra. Questa volta avrebbero potuto anche andare per strada, perché in giro non c'era anima viva e quei pochi che non si erano organizzati per la partita stavano fermi davanti agli schermi che a Napoli si trovano a ogni pizzo. Di tanto in tanto, se sentivano esultare, fermavano gli scooter e chiedevano il risultato. L'Italia era in vantaggio. Nicolas imprecò. Via Costantinopoli la imboccarono contromano. Salirono sui marciapiedi che questa volta erano stretti e bui e qui c'era più gente. Ragazzi, per lo più universitari e qualche turista. Stavano andando anche loro, ma con maggiore calma, a piazza Bellini, a Port'Alba, a piazza Dante, dove c'erano locali con televisori in strada. Andavano troppo veloci e non videro due passeggini fermi sul marciapiede, accanto adulti seduti al tavolino di un bar. Il primo scooter a frenare non ci provò nemmeno, il manico del passeggino più esterno arpionò lo specchietto dello scooter e il passeggino iniziò a muoversi veloce finché non si staccò, cadde di lato, sembrava come planare sul ghiaccio. Si fermò solo quando arrivò al muro: l'impatto fece un rumore sordo. Un rumore di sangue, di carne bianca e pannolini. Di capelli appena cresciuti, disordinati. Un rumore di ninnananne e notti insonni. Dopo un attimo si sentì il bambino piangere e la madre urlare. Non si era fatto niente, solo spavento. Il padre invece era impietrito, immobile. In piedi, guardava i ragazzi che nel frattempo avevano parcheggiato gli scooter e se ne stavano andando via con calma. Non si erano fermati. E nemmeno erano fuggiti in preda al panico. No. Avevano parcheggiato e si erano allontanati a piedi, come se tutto ciò che era accaduto rientrasse nella normale vita di quel territorio, che appartiene a loro e a nessun altro. Calpestare, urtare, correre. Veloci, strafottenti, maleducati, violenti. Così è e non c'è altro modo di essere. Nicolas però sentiva il cuore pompare sangue all'impazzata. Non era cazzimma la sua, ma calcolo: quell'incidente non doveva modificare il loro percorso. C'erano due macchine della polizia - da un lato e dall'altro di via Costantinopoli - ferme proprio dove i ragazzi avevano parcheggiato. I poliziotti, quattro in tutto, stavano ascoltando la partita alla radio e non si erano accorti di nulla. Erano a pochi metri dall'incidente ma quelle urla non li avevano strappati alle loro macchine. Cosa avranno pensato? A Napoli si urla sempre, a Napoli urla chiunque. Oppure: meglio stare alla larga, siamo pochi e qui non abbiamo alcuna autorità. Nicolas non diceva niente e mentre con lo sguardo cercava il suo contatto, pensava che avevano rischiato di farsi male, che a quel passeggino un calcio dovevano dare e non portarselo appresso per dieci metri. A Napoli tutto era loro e i marciapiedi servivano, la gente questo lo doveva capire. Eccolo il suo contatto con don Vittorio Grimaldi, cappello in testa e spinello in bocca. Si avvicinava lento, non si tolse il cappello e non sputò lo spinello: trattò Nicolas come il ragazzino che era e non come il capo che fantasticava di essere. "L'Arcangelo ha deciso che puoi andarlo a pregare. Ma per entrare nella cappella bisogna seguire bene le indicazioni." Indicazioni in codice che Nicolas seppe decifrare. Il boss l'avrebbe ricevuto a casa sua, ma che non gli venisse in mente di passare dall'entrata principale perché lui, don Vittorio, era agli arresti domiciliari e non poteva incontrare nessuno. Le telecamere dei carabinieri non si vedevano ma c'erano, ficcate nel cemento, da qualche parte. Ma non erano quelle che Nicolas doveva temere, piuttosto gli occhi dei Colella. Il contatto di piazza Bellini fu chiaro: "Se ti vedono i Colella, tu diventi un Grimaldi. E le botte che buttano su di noi, le buttano pure su di te. Punto. L'Arcangelo vuole che stai avvisato, poi fai tu". La verità era un'altra: Nicolas e il suo gruppo erano delle teste di cazzo e i Grimaldi non volevano che, per colpa loro, i sospetti di inquirenti e rivali si concentrassero sull'Arcangelo che era già pieno di guai. L'appartamento di don Vittorio, detto l'Arcangelo, era a San Giovanni a Teduccio. In via Sorrento, in un palazzone ocra con ferri alle finestre. San Giovanni ha le dimensioni di un paese e venticinquemila abitanti, ma è un quartiere di Napoli, un quartiere della periferia orientale. Una strada con case basse, paesane e qualche parallelepipedo. È tutto giallino a San Giovanni, pure il mare. Nicolas arrivò in scooter, tanto non era famoso come avrebbe voluto e lì, lontano da casa sua, nessuno dei guaglioni di Sistema lo conosceva. Di nome forse, ma la sua faccia poteva passare inosservata. Vedendolo, avrebbero pensato che era lì per comprare del fumo, e infatti si accostò col motorino ad alcuni ragazzi e subito fu accontentato: "Quant' 'e ave'?". "Cient' eur'." "Azz', buon'. Ramm' 'e sord'." Qualche minuto dopo il fumo era sotto il suo culo, sotto il sellino. Fece un giro e poi parcheggiò. Mise un lucchetto vistoso e andò a passo lento verso la casa dell'Arcangelo. I suoi movimenti erano chiari, decisi. Niente mani in tasca, gli prudeva la testa, stava sudando, ma lasciò perdere. Non s'è mai visto un capo grattarsi in un momento solenne. Citofonò all'appartamento sotto quello di don Vittorio, come da indicazioni. Risposero. Pronunciò il suo nome, ne scandì ogni sillaba. "Professore', sono Nicolas Fiorillo, aprite?" "Aperto?" "No!" In realtà era aperto ma voleva prendere tempo. "Spingi forte che si apre." "Sì, sì. Ora si è aperto." Rita Cicatello era una vecchia professoressa in pensione che dava ripetizioni private a prezzi che qualcuno definirebbe sociali. Andavano da lei tutti gli allievi dei professori amici suoi. Se andavano a ripetizione da lei e da suo marito, venivano promossi, altrimenti piovevano i debiti e poi da lei ci dovevano andare lo stesso, ma d'estate. Nicolas raggiunse il pianerottolo della professoressa. Entrò con tutta calma, come uno studente che non avesse voglia di sottoporsi all'ennesimo supplizio; in realtà voleva essere certo che la telecamera piazzata lì dai carabinieri riprendesse tutto. Come un occhio umano, la considerava capace di battere le palpebre e quindi ogni suo gesto doveva essere lento, che restasse impresso. La telecamera dei carabinieri, che sarebbe servita anche ai Colella, doveva vedere questo: Nicolas Fiorillo che entrava dalla professoressa Cicatello. E basta. La signora aprì la porta. Aveva un mantesino che la proteggeva dagli schizzi di salsa e olio. Nella piccola casa c'erano tanti ragazzi, maschi e femmine, in tutto una decina, seduti alla stessa tavola da pranzo rotonda, con i libri di testo aperti, ma con la testa nell'iPhone. A loro piaceva la professoressa Cicatello perché non faceva come tutte le altre, che prima di iniziare la lezione sequestravano i cellulari, costringendoli poi a inventare scuse fantasiose - mio nonno è in sala operatoria, mia madre se non rispondo dopo dieci minuti chiama la polizia - per poterli guardare, ché magari era arrivato un messaggio su WhatsApp o qualche like su Facebook. La professoressa glieli lasciava in mano e la lezione nemmeno la faceva, se li teneva in casa davanti a un tablet - regalo del figlio per l'ultimo Natale - collegato a un piccolo amplificatore da cui usciva la voce di lei che parlava di Manzoni, del Risorgimento, di Dante. Tutto dipendeva da cosa dovessero studiare i ragazzi; la professoressa Cicatello, nei tempi morti, preregistrava le lezioni e poi si limitava a urlare di tanto in tanto: "Basta cù 'sti telefonini e ascoltate la lezione". Nel frattempo cucinava, riordinava casa, faceva lunghe telefonate da un vecchio telefono fisso. Tornava per correggere i compiti di italiano e geografia, mentre suo marito correggeva quelli di matematica. Nicolas entrò, biascicò un saluto generale, i ragazzi nemmeno lo degnarono di uno sguardo. Aprì la porta di vetro e la varcò. I ragazzi vedevano spesso entrare e uscire gente che spariva, dopo un rapido saluto, dietro la porta della cucina. La vita oltre quella porta era loro sconosciuta e, siccome il bagno era sul lato opposto, della casa della professoressa conoscevano solo la stanza del tablet e il cesso. Sul resto non facevano domande, non era il caso di essere curiosi. Nella stanza del tablet c'era anche il marito, sempre dinanzi a un televisore e sempre con una coperta sulle ginocchia. Anche d'estate. I ragazzi lo raggiungevano sulla poltrona per portargli i compiti di matematica. Lui con una penna rossa che teneva nel taschino della camicia li correggeva, punendo la loro ignoranza. Bofonchiò verso Nicolas qualcosa che doveva somigliare a un "Buongiorno". Alla fine della cucina c'era una scaletta. La professoressa senza fiatare indicò verso l'alto. Una piccola e artigianale opera in muratura aveva realizzato un foro che collegava il piano di sotto al piano di sopra. Così, semplicemente, chi non poteva raggiungere don Vittorio dalla porta principale, andava dalla professoressa. Arrivato all'ultimo piolo, Nicolas batté il pugno un paio di volte sulla botola. Era lui stesso, don Vittorio, che quando sentiva i colpi si chinava lasciando che dalla sua bocca uscisse un gorgoglio di fatica che veniva dritto dalla spina dorsale. Nicolas era emozionato, don Vittorio non l'aveva mai incontrato di persona, ma visto solo sui giornali delle capuzzelle - così si chiamano in gergo quei giornali locali che pubblicano tutti i giorni le foto segnaletiche dei camorristi della zona. Quelli arrestati, quelli condannati, i latitanti e i morti uccisi. Vederlo da vicino non gli fece l'effetto che aveva creduto. Era più vecchio rispetto alla foto che conosceva, che risaliva al primo arresto. L'aveva visto poi al processo, ma da lontano. Don Vittorio lo lasciò entrare e con lo stesso gorgoglio di schiena richiuse la botola. Non gli strinse la mano, ma gli fece strada.  "Vieni, vieni..." disse solo, entrando nella sala da pranzo dove c'era un enorme tavolo d'ebano che in quella geometria assurda riusciva a perdere tutta la sua cupa eleganza per diventare un monolite vistoso e pacchiano. Don Vittorio si sedette alla destra del capotavola. La casa era piena di vetrinette con dentro ceramiche d'ogni tipo. Le porcellane di Capodimonte dovevano essere la passione della moglie di don Vittorio, di cui però in casa non c'era traccia. La dama col cane, il cacciatore, lo zampognaro: i classici di sempre. Gli occhi di Nicolas rimbalzavano da una parete all'altra, tutto voleva memorizzare; voleva vedere come campava l'Arcangelo e quello che vedeva non gli piaceva. Non sapeva dire esattamente perché provasse disagio, ma certo non gli sembrava la casa di un capo. C'era qualcosa che non tornava: non poteva essere, la sua missione in quel fortino, cosa tanto banale, scontata, facile. Un televisore a schermo piatto circondato da una cornice color legno e due persone con indosso pantaloncini del Napoli: in casa sembrava esserci solo questo. Non salutarono Nicolas, aspettando un cenno di don Vittorio che, presa posizione, indice e medio uniti come a scacciare tafani, fece loro un segno che inequivocabilmente interpretarono come "jatevenne". I due si spostarono e passò poco che, da un'altra stanza, si sentì arrivare la voce gracchiante di un attore comico - doveva esserci un altro televisore - e poi risate. "Spogliati" ordinò l'Arcangelo. 2016 Roberto Saviano. All rights reserved. Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano 2016

La paranza dei bambini. L'Arcangelo e il Marajà. Un'anticipazione dal prossimo romanzo di Roberto Saviano. "Sono vecchio, vero? Ma devi essere vecchio e brutto per fare paura. E tu infatti stai tremando, guaglio'...". Due generazioni criminali si confrontano sullo sfondo di una Napoli feroce, scrive Roberto Saviano il 7 agosto 2016 su “La Repubblica”. Nel gergo camorristico “paranza” significa gruppo criminale. Il termine ha origini marinaresche e indica le piccole imbarcazioni per la pesca che, in coppia, tirano le reti nei fondali bassi, dove si pescano soprattutto pesci piccoli per la frittura di paranza. L’espressione “paranza dei bambini”, fenomeno emerso relativamente di recente, indica invece una batteria di fuoco, ma restituisce anche l’immagine di pesci talmente piccoli da poter essere cucinati solo fritti: piscitiell’, proprio come i ragazzini protagonisti del prossimo romanzo di Roberto Saviano (“La paranza dei bambini”, appunto) che la casa editrice Feltrinelli pubblicherà a dicembre 2016. Domenica scorsa abbiamo anticipato in esclusiva la prima parte di uno dei capitoli de “La paranza dei bambini”, intitolato “Adda murì mammà”. Lì il giovanissimo Nicolas decide di mettere in piedi “una paranza tutta nostra” ma per farlo ha bisogno di armi. Le chiederà a Don Vittorio, boss di camorra agli arresti domiciliari. L’incontro tra le due generazioni criminali è quanto racconta questa seconda e ultima parte dello stesso capitolo.

Ora riconosceva la voce di un uomo abituato comandare. "Spogliati? E cioè?". Nicolas accompagnò la domanda con un'espressione di incredulità. Non si aspettava questa richiesta. Aveva per cento volte immaginato come sarebbe andato questo incontro e per tutte e cento le volte mai aveva preso in considerazione l'ipotesi di doversi spogliare. "Spogliati, guaglio', chi cazzo ti sa. Chi me lo dice che non tieni registratori, cimici e maronne...". "Don Vitto', adda muri' mammà, ma come vi permettete di pensare...". Usò il verbo sbagliato. Don Vittorio alzò la voce per farsi sentire dalla cucina, per sovrastare la voce del comico e le risate. Un boss è boss quando non ha limiti a ciò che si può permettere. "Qua abbiamo finito". I due con i pantaloncini del Napoli non fecero nemmeno in tempo a tornare indietro che Nicolas già aveva iniziato a sfilarsi le scarpe. "No, no, vabbuo', mi spoglio. Lo faccio". Tolse scarpe, poi pantaloni, poi la maglietta e rimase in mutande. "Tutto, guaglio', ché i microfoni pure nel culo te li puoi mettere". Nicolas sapeva che non era questione di microfoni, davanti all'Arcangelo doveva essere solo un verme nudo, era il prezzo da pagare per quell'appuntamento. Fece una piroetta, quasi divertito, mostrò d'essere senza microfoni e microtelecamere, ma di possedere autoironia, spirito che i capi perdono, per necessità. Don Vittorio gli fece il gesto di sedersi e senza fiatare Nicolas indicò se stesso, come a chiedere conferma di potersi sedere così, nudo, su sedie bianche e immacolate. Il boss annuì. "Così vediamo se ti sai pulire il culo. Se lasci sgommate di merda significa che sei troppo piccolo, non ti sai fare il bidet e ti deve ancora pulire mammà". Erano uno di fronte all'altro. Don Vittorio non si era messo a capotavola di proposito, per evitare simbologie: se l'avesse fatto sedere alla sua destra, il ragazzino avrebbe pensato chi sa cosa. Meglio uno di fronte all'altro, come negli interrogatori. E nemmeno volle offrirgli nulla: non si divide cibo sulla tavola con uno sconosciuto, né poteva fare il caffè a un ospite da vagliare. "Allora sei tu 'o Marajà?". "Nicolas Fiorillo...". "Appunto, 'o Marajà... è importante come ti chiamano. È più importante il soprannome del nome, lo sai? Conosci la storia di Bardellino?". "No. "Bardellino, guappo vero. Fu lui che fece, di bande di bufalari, un'organizzazione seria a Casal di Principe". Nicolas ascoltava come un devoto ascolta messa. "Bardellino aveva un nome che gli fu dato quando era piccolo e se lo portava appresso pure da grande. Lo chiamavano Pucchiacchiello ". Nicolas si mise a ridere, don Vittorio annuì con la testa, allargando gli occhi, come a confermare di star raccontando un fatto storico, non leggenda. Qualcosa che fosse agli atti della vita che conta. "Bardellino per non tenere la puzza di stalla e terra addosso, per non stare con le unghie sempre nere, quando scendeva in paese, si lavava, si profumava, si vestiva sempre elegante. Ogni giorno come fosse domenica. Brillantina in testa... capelli umidi". "E come uscì 'stu nomm'?". "All'epoca era pieno di zappatori in paese. A vedere nu' guagliunciello sempre accussì, in tiro, venne normale: Pucchiacchiello, come la pucchiacca di una bella donna. Bagnato e profumato come la fica". "Ho capito, 'nu fighetto". "Fatto sta che 'stu nomm' non era nomm' 'e chi po' cumanna'. Per comandare devi avere un nome che comanda. Può essere brutto, può non significare niente, ma non adda essere fesso". "Ma i soprannomi non li decidi tu". "Esattamente. E infatti quando divenne capo, Bardellino voleva che lo chiamassero solo don Antonio, chi lo chiamava Pucchiacchiello passava 'e guaje. Davanti nessuno lo poteva chiamare così, ma per i vecchi del paese sarebbe rimasto sempre Pucchiacchiello ". "Però è stato un grande capo, no? E allora, adda muri' mammà, si vede che il nome non è così importante". "Ti sbagli, ha passato una vita sana a toglierselo di dosso...". "Ma che fine ha fatto poi don Pucchiacchiello? " lo disse sorridendo e non piacque a don Vittorio. "È sparito, c'è chi dice che s'è fatto un'altra vita, una plastica facciale, che ha fatto finta d'essere morto e se l'è goduta alla faccia di chi 'o vulev' accis'o carcerat'. Io l'ho visto solo una volta, quando ero ragazzo, è stato l'unico uomo di Sistema che sembrava 'nu re. Nisciun'comm' a iss'". "E bravo a Pucchiacchiello" chiosò Nicolas come se parlasse di un pari suo. "Tu ci sei andato bene, ti hanno azzeccato il soprannome". "Me chiamman'accussì perché sto sempre al Nuovo Marajà, 'o locale 'ncopp Posillipo. È la centrale mia e fanno i meglio cocktail di Napoli". "La centrale tua? Eh bravo", don Vittorio fermò un sorriso "è 'nu buon'nomm', sai che significa?". "Ho cercato su internet, significa 're' in indiano ". "È 'nu nomm' e re, ma statt' accuort' che può fa' 'a fine ra canzon'". "Qua' canzone?". Don Vittorio, con un sorriso aperto, iniziò a canticchiarla dando sfogo alla sua voce intonata. In falsetto: "Pasqualino Marajà non lavora e non fa niente... fra i misteri dell'Oriente fa il nababbo fra gli indù. Ulla! Ulla! Ulla! La! Pasqualino Marajà ha insegnato a far la pizza, tutta l'India ne va pazza". Smise di cantare, rideva a bocca aperta, in maniera sguaiata. Una risata che finì in tosse. Nicolas aveva fastidio. Avvertì quell'esibizione come una presa in giro per provare i suoi nervi. "Non fare quella faccia, è 'na bella canzone. La cantavo semp' quann'ero guaglione. E poi ti ci vedo con il turbante a ffa' 'e pizz' 'ngopp Posillipo". Nicolas aveva le sopracciglia inarcate, l'autoironia di qualche minuto prima aveva lasciato il posto alla rabbia, che non si poteva nascondere. "Don Vitto', devo restare col pesce da fuori? " disse solo. Don Vittorio, seduto sulla medesima sedia, nella medesima posizione, fece finta di non aver sentito. "A parte 'ste strunzat', le figure di merda sono la prima cosa da temere per chi vuole diventare un capo". "Fino a mo', adda muri' mammà, 'a merda in faccia non ce l'ha messa ancora nessuno ". "La prima figura di merda è fare una paranza e non tenere le armi". "Fino a mo', con tutto quello che avevo, ho fatto più di quello che stanno facendo i guaglioni vostri, e parlo con rispetto don Vitto', io non sono niente vicino a voi". "E meno male che parli con rispetto, perché i guaglioni miei, se volessero, mo', in questo momento, farebbero di te e della paranzella tua quello che fa 'o pisciaiuolo quann'pulezz' 'o pesce". "Fatemi insistere, don Vitto', i vostri guaglioni non sono all'altezza vostra. Stanno schiattati qua e niente possono fare. I Colella vi hanno fatto prigioniero, adda muri' mammà, pure per respirare vogliono che gli chiedete il permesso. Con voi ai domiciliari e il casino che ci sta là fuori, simm' nuje a cumanna', con le armi o senza armi. Fatevene una ragione: Gesù Cristo, a Maronn'e San Gennaro l'hann'lasciat' sule sule all'Arcangelo". Quel ragazzino stava solo descrivendo la verità e don Vittorio glielo lasciò fare; non gli piaceva che mettese in mezzo i santi e ancora di più non gli piaceva quell'intercalare, lo trovava odioso, "adda muri' mammà"... deve morire mia madre. Giuramento, garanzia, per qualsiasi cosa. Prezzo per la menzogna pronunciata? Adda muri' mammà. Lo ripeteva a ogni frase. Don Vittorio voleva dirgli di smettere, ma poi abbassò lo sguardo perché quel corpo di ragazzino nudo lo fece sorridere, quasi lo intenerì e pensò che quella frase la ripeteva per scongiurare ciò che più teme un uccello che non ha ancora lasciato il nido. Nicolas dal canto suo vide gli occhi del boss guardare il tavolo, "per la prima volta abbassa lo sguardo", pensò e credette in un'inversione dei ruoli, si sentì predominante e forte della sua nudità. Era giovane e fresco e davanti aveva carne vecchia e curva. "L'Arcangelo, così vi chiamano miez' 'a via, in carcere, in tribunale e pure 'ncopp a internet. È nu buono nome, è un nome che può comandare. Chi ve l'ha dato?". "Patemo, mio padre, si chiamava Gabriele come l'arcangelo, pace all'anima sua. Io ero Vittorio che apparteneva a Gabriele, quindi m'hanno chiamato accussì". "E questo Arcangelo", Nicolas continuava a picconare le pareti tra lui e il capo, "con le ali legate, sta fermo in un quartiere che prima comandava e ora non gli appartiene più, con i suoi uomini che sanno solo giocare alla PlayStation. Le ali di questo Arcangelo dovrebbero stare aperte e invece stanno chiuse come quelle di un cardillo in gabbia". "E così è: ci sta un tempo per volare e un tempo per stare chiusi in una gabbia. Del resto, meglio una gabbia comm' a chest', che una gabbia a Poggioreale". Nicolas si alzò e iniziò a girargli intorno. Camminava piano. L'Arcangelo non si muoveva, non lo faceva mai quando voleva dare impressione di avere occhi anche dietro la testa. Se qualcuno ti è alle spalle e gli occhi iniziano a seguirlo, significa che hai paura. E che tu lo segua o no, se la coltellata deve arrivare arriva lo stesso. Se non guardi, se non ti giri, invece, non mostri paura e fai del tuo assassino un infame che colpisce alle spalle. "Don Vittorio l'Arcangelo, voi non avete più uomini ma tenete le armi. Tutte le botte che tenete ferme nei magazzini a che vi servono? Io tengo gli uomini ma la santabarbara che tenit' vuje me la posso solo sognare. Voi, volendo, potreste armare una guerra vera ". L'Arcangelo non si aspettava questa richiesta, non credeva che il bambino che aveva lasciato salire in casa sua arrivasse a tanto. Aveva previsto qualche benedizione per poter agire nel suo territorio. Eppure, se mancanza di rispetto era, l'Arcangelo non ne fu infastidito. Gli piaceva anzi quel modo di fare. Gli aveva messo paura. E non provava paura da tanto, troppo tempo. Per comandare, per essere un capo, devi avere paura, ogni giorno della tua vita, in ogni momento. Per vincerla, per capire se ce la puoi fare. Se la paura ti lascia vivere o, invece, avvelena tutto. Se non provi paura vuol dire che non vali più un cazzo, che nessuno ha più interesse ad ammazzarti, ad avvicinarti, a prendersi quello che ti appartiene e che tu hai preso a qualcun altro. "Io e te non spartiamo nulla. Non mi appartieni, non sei nel mio Sistema, non mi hai fatto nessun favore. Solo per la richiesta senza rispetto che hai fatto, dovrei cacciarti e lasciare il sangue tuo sul pavimento della professoressa qua sotto". "Io non ho paura di voi, don Vitto'. Se me le pigliavo direttamente era diverso e tenevate ragione". L'Arcangelo seduto e Nicolas in piedi, di fronte, le nocche delle mani chiuse in pugno e poggiate sul tavolo nella speranza che quel gesto dissimulasse il tremore che aveva alle gambe, tremore di nervosismo. Non voleva, Nicolas, regalare quell'emozione all'Arcangelo, un'emozione che avrebbe potuto rovinare tutto. "Sono vecchio, vero?" disse l'Arcangelo. "Non so che vi devo rispondere". "Rispondi, Marajà, sono vecchio?". "Come dite voi. Sì, se devo dire di sì". "Sono vecchio o no?". "Sì, siete vecchio". "E sono brutto?". "E mo' che c'azzecc'?". "Devo essere vecchio e brutto e ti devo fare pure molta paura. Si nun foss'accussì, mo' quelle gambe tue, nude, non le nasconderesti sotto al tavolo, pe' nun me 'e ffa verè. Stai tremando, guaglio'. Ma dimmi una cosa: se vi do le armi, cosa ci guadagno io?". Nicolas era preparato a questa domanda e si emozionò quasi a ripetere la frase che aveva provato mentre arrivava col motorino a San Giovanni. Non si aspettava di doverla pronunciare da nudo e con le gambe che ancora gli tremavano, ma la disse lo stesso. "Voi ci guadagnate che ancora esistete. Ci guadagnate che la paranza più forte di Napoli è amica vostra". "Assiettete", ordinò l'Arcangelo. E poi indossando la più seria delle sue maschere: "Non posso. È come mettere 'na pucchiacca n'man''e criature. Non sapete sparare, non sapete pulire, vi fate male. Nun sapite nemmeno ricarica' 'nu mitra". Nicolas aveva il cuore che gli suggeriva, battendo con ansia, di reagire, ma rimase calmo: "Datecele e vi facciamo vedere cosa sappiamo fare. Noi vi togliamo gli schiaffi dalla faccia, gli schiaffi che vi ha dato che vi considera azzoppato. L'amico migliore che potete avere è il nemico del vostro nemico. E noi i Colella li vogliamo cacciare dal centro di Napoli. Casa nostra è casa nostra". L'ordine attuale non gli stava più bene, all'Arcangelo: un ordine nuovo si doveva creare e, se non poteva più comandare, almeno avrebbe creato ammuina. Le armi gliele avrebbe date, erano ferme da anni. Erano forza, ma una forza che non si esercita fa collassare i muscoli. L'Arcangelo aveva deciso di scommettere su questa paranza di piscitielli. Se non poteva riprendere il comando, almeno voleva costringere chi regnava sulla sua zona a venire e trattare per la pace. Non ce la faceva più a ringraziare per gli avanzi, e quell'esercito di bambini era l'unico modo per tornare a guardare la luce, prima del buio eterno. "Vi do quello che vi serve, ma voi non siete ambasciatori miei. Tutte le cacate che farete con le armi mie non devono portare la firma mia. I debiti vostri ve li pagate da soli, il sangue vostro ve lo leccate voi. Ma quello che vi chiedo, quando ve lo chiedo, lo dovete fare senza discutere". "Siete vecchio, brutto e pure saggio, don Vitto'". "Marajà mo', come sei venuto, così te ne vai. Uno dei miei ti farà sapere dove andarle a prendere". Don Vittorio gli porge la mano, Nicolas la stringe e prova a baciarla, ma mentre lo fa l'Arcangelo la sfila schifato: "Ma che cazz' fai?". "Ve la stavo baciando per rispetto". "Guaglio', hai perso la testa, tu e tutti i film che ti vedi". E invece a Nicolas 'o Marajà, una volta diventato capo, la mano tutti gliela dovevano baciare, la mano destra, quella con al mignolo l'anello che lo faceva cardinale della camorra. L'Arcangelo si alzò appoggiandosi al tavolo: le ossa gli pesavano e gli arresti domiciliari l'avevano fatto ingrassare. "Mo' ti puoi rivestire e fai presto che tra poco c'è un controllo dei carabinieri". Nicolas indossò mutande, jeans e scarpe più in fretta possibile. "Ah, don Vitto', una cosa...". Don Vittorio si girò stanco. "Nel posto dove devo andare a prendere le imbasciate... no?". Non c'erano cimici eppure Nicolas su certe parole manteneva un istintuale riserbo. Le armi non si pronunciano mai. "Allora?" disse l'Arcangelo. "Mi dovete fare la cortesia di mettere dei guardiani che io posso leva' 'a miez'. Devo fare almeno due pezzi per far vedere che le armi me le sono fottute. Così io non ho avuto le armi da voi e tutto quello che fa la paranza mia non sono imbasciate vostre" "Mettiamo due zingari con le botte in mano, ma sparate in aria ché gli zingari mi servono ". "E quelli poi ci sparano addosso". "Gli zingari, se sparate in aria, scappano sempre... cazzo, v'aggia 'mpara' proprio tutte cose". "E se scappano che li mettete a fare?". "Quelli ci avvertono del problema e noi arriviamo ". "Adda muri' mammà, don Vitto', non dovete tenere pensiero, farò come avete detto ". I ragazzi accompagnarono Nicolas alla botola, mentre aveva già messo i piedi sul primo piolo, sentì don Vittorio: "Oh!", lo fermò. "Porta 'na statuetta alla professoressa per il disturbo. Va pazza per le porcellane di Capodimonte". "Don Vitto', ma veramente fate?". "Tie', piglia 'o zampognaro, è un classico e fa fare sempre bella figura". Roberto Saviano. Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano 2016

Le baby-gang e i miei amici benpensanti, scrive Alberto Abruzzese il 19 gennaio 2018 su "Il Dubbio". “Cuore di mamma”: questo il modo di dire che dice tutto quando in campo ci sono i “ragazzini”, siano essi diventati criminali oppure vittime innocenti. L’espressione mi è venuta in mente in questi giorni, quando si sono visti i media martellare sulle baby gang a Napoli e insieme diffondere quel misto di reazioni spontanee e dichiarazioni mirate o posizioni strumentali che continuiamo “chiudere” nel termine sempre più vuoto di “opinione pubblica”. A questi rumors ho sentito partecipare amici che appartengono a quella che si suole chiamare “parte sana” della società, professionisti civilissimi, di ferme convinzioni democratiche e liberali, persone colte e non direttamente implicate in ruoli politici o amministrativi, ma neppure coinvolte in quel genere di responsabilità da opinion leader che sacrifica anche i migliori – poiché il meccanismo è oggettivo, automatico – alle leggi del mercato e alle lobby del potere. Dei pareri di questi amici, pur espressi con autentica passione, sono restato deluso e persino irritato. La repressione non ha mai fermato la violenza delle bande giovanili. Mi è parso che essi non riescano a distinguersi, sollevarsi, dal genere di indignazione che, nel passato, ha sempre caratterizzato i “ben pensanti”: cioè i portatori “sani” di una cultura istituzionale (nazione e famiglia) immersa nei valori – seppure dialetticamente, sostanzialmente condivisi – scaturiti dal rapporto storico tra capitalismo e democrazia. La materia delle baby gang è delicatissima, traumatica, ma proprio per questo necessita una riflessione all’altezza dei tempi: ora che alla democrazia dello Stato si sta sostituendo un genere di sovranità mascherata da popolo. Badate bene: siamo costernati dalla barbarie di bande appartenenti a quella che è stata chiamata “età dell’innocenza”. Urta con la nostra coscienza di civilizzati anche se di civilizzati in progressiva regressione, quale ad esempio risulta il nostro investimento emotivo sulla sfe- ra genitoriale piuttosto che nazionale e civile. Civilizzati convinti della nostra civiltà senza pensare che essa è stata ed è tale – cioè civilizzazione – solo grazie al fatto che scarica violenza e morte prevalentemente lontano dai nostri occhi e soprattutto dalla nostra carne: nel tempo (cosa abbiamo fatto) e nello spazio (cosa stiamo facendo). Sino ad oggi, qualunque tesi che giustifica questo nostro rigoroso apparato di rimozioni in nome di una qualche necessità di sopravvivenza locale o episodica, manca di ammettere che l’eccezione coincide con la regola stessa dei processi di socializzazione. Questa è la ragione per cui da qualche tempo ho cominciato a credere che i portatori di forme di sdegno – pur diversamente articolate, come ora è questa indirizzata contro la criminalità infantile – dovrebbero fare “un passo indietro”. Piuttosto che gridare cosa – per arginare il male più male di prima – si debba fare di immediato sul piano poliziesco- istituzionale- giuridico- culturale o che sia, dovrebbero rendersi davvero conto di ciò che dicono. Riflettere nel senso di guardarsi allo specchio. Si tratta – prima ammissione ineludibile – di risanare una ferita sempre esistita tra strati sociali in condizioni di disagio d’ogni tipo, materiale e immateriale, quindi incluse famiglie povere e famiglie ricche, dominate e dominanti, cresciute fuori di ogni controllo civile per la potenza dei propri vari ambienti criminosi, ambienti che non insegnano le mezze o false misure ma l’immediato. E allora proprio chi è così sensibile al disastro dovrebbe pensare a come formare – innanzi tutto dentro se stesso – una consapevolezza radicalmente diversa da quella alla quale noi occidentali siamo stati allevati e cresciuti. Date le oggettive condizioni di disperazione della vita in comune dei popoli, ogni nostra intenzione educativa ( siamo, ripeto, ceti colti intermedi tra ‘ plebaglia’ e sistema nazionale/ globale) dovrebbe sapere immaginarsi che proporre l’emancipazione di esseri umani allo stato brado significa comunque – per quanto azione ritenuta ‘ necessaria’ alla nostra stessa sopravvivenza civile – avviarli ad un regime di vita che sino ad oggi, nella sua lunga durata, ha prodotto l’orrore che ci ripugna e al tempo stesso ha mascherato sapientemente il proprio stesso orrore. Intorno alle baby gang s’è alzato un coro di veementi lamentazioni sulla inefficienza di procedure politiche in grado di sorvegliare e punire: catturare e incarcerare. È questo un buon esempio della contraddizione di pensiero in cui cadono i miei amici di ceto, rinunciando così alla loro prerogativa, che è appunto quella di pensare senza essere immediatamente vincolati a ruoli troppo strumentali. Si può chiedere impunemente che tali misure vengano prese da una nazione che da sempre ha lasciata irrisolta la condizione disumana in cui vivono la carceri? Cinema e serie americane sono da molti anni alla portata di chiunque vi cerchi una evasione dalla propria realtà, dalla propria condizione identitaria, e insieme – oppure di contro – voglia conoscere il mondo “di fuori”. E dunque a quasi tutti, indipendentemente dal ceto socioculturale di appartenenza, dalla nicchia di vita quotidiana che è toccata loro, hanno avuto la costante prova che dovunque – metropoli o periferie o campagne americane, quartieri parigini o londinesi, bidonville brasiliane o africane – la violenza di bande giovanili che infieriscono sul proprio territorio non è mai cessata ad onta di qualsiasi sistema di contenimento o repressione. Ora tuttavia, laddove l’età del criminale si abbassa vertiginosamente, si capisce che aumenti di molto lo scandalo per l’inadempienza e impotenza della legge e dell’educazione. I criteri di valutazione della differenza tra colpa e innocenza arrivano a toccare una soglia inattesa, traumatica (un poco come toccò a Mosè invitato da Dio a sacrificare Isacco).

Ragazzi incattiviti: la legge del bullismo, scrive Maria Rosaria Mandiello su "ildenaro.it" il 24 marzo 2017. Schiaffi, insulti, in alcuni casi anche minacce di morte. Il tutto spesso ripreso in un video di umiliazione inflitte ad un proprio compagno, che poi viene postato sui social network. Si chiama bullismo, si legge violenza ai danni dei più deboli. Si abbassa lo sguardo, ci si sente sotto attacco. La voce, se ce la fa a uscire, è un pigolio. E’ questa la vittima perfetta del bullo. Ragazzi ma anche ragazze, perché il bullismo è traversale, anzi, quello femminile è più subdolo; di solito sono vittime di un gruppo, perché il rapporto tra vessato e vessatori è sempre impari. La postura della vittima testimonia l’angoscia terribile. Sono accartocciati, hanno ormai imparato ad accettare in silenzio le critiche più feroci, perché di solito sono persone molto ben educate, alle quali dare una brutta risposta sembra maleducato. Non è raro che i bullizzati sono figli unici: non hanno mai vissuto l’esperienza della lite tra fratelli, arrivano impreparati all’attacco. Diventano “freezing” dall’inglese, ovvero, congelamento, l’essere incapaci di dire o fare qualsiasi cosa a propria difesa. La scuola, a cui si delega la soluzione del problema del bullismo, a volta non dà la risposta giusta. Il famoso cancello delle medie o del liceo diventa quasi terra di nessuno, dove non esistono più responsabilità precise. I ragazzi si chiudono così in casa, la soluzione dei genitori è quella di cambiare istituto, ma è una decisione che contiene in sé il seme del fallimento ed il fenomeno resta taciuto, impunito e dilagante. Basti pensare che, secondo gli ultimi dati Istat diffusi a dicembre scorso e riferiti al 2014, un adolescente italiano su due è stato vittima di bullismo. Dai dati emerge che poco più del 50% degli 11-17enni ha subito qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti. Il 19,8% è vittima assidua di una delle “tipiche” azioni di bullismo, cioè le subisce più volte al mese. Per il 9,1% gli atti di prepotenza si ripetono con cadenza settimanale. Tra i ragazzi utilizzatori di cellulare e/o internet, il 5,9% denuncia di avere subito ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network. Le prepotenze più comuni, secondo i dati Istat, consistono in offese con brutti soprannomi, parolacce o insulti, derisione per l’aspetto fisico e/o il modo di parlare, diffamazione aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni (3,8%). Stando ai dati Istat per alcuni di loro difendersi dai bulli chiede aiuto ai genitori, segue poi la richiesta agli insegnanti. La Psicologia: Aggressivi ed arroganti nei confronti dei loro coetanei più deboli, anche per colpa dei genitori che li difendono ad oltranza e spesso in maniera irragionevole. I genitori perdono il controllo dei propri figli: manca la comunicazione, il dialogo. I ragazzi di oggi postano tutto, usano la rete per aggredire. Sono meno educati di una volta, i loro genitori sono protettivi e permissivi che rasenta il lassismo. Tendono a scusare tutto, mentre, i ragazzi hanno bisogno di essere guidati. Il bullismo è una nuova forma di aggressività, una vera e propria emergenza che avviene sotto gli occhi degli adulti che non vigilano. E’ un tema di cui se ne parla ancora poco, alimentato però dai social ai danni dei soggetti più fragili. Il problema è che manca un ruolo fermo del contesto, sia esso scolastico o familiare, che spesso non si rende conto dei segnali di fragilità che la vittima lancia. È l’adulto che non vigila più. Mentre, paradossalmente, si creano situazioni di iper-protezione, per cui di fronte a una sgridata di un insegnante i genitori si ribellano. Poi però i ragazzi vengono lasciati da soli a interagire con televisione e soprattutto computer. Perché l’assistente sociale dovrebbe occuparsi di bullismo? Alla domanda si può solo rispondere che il ruolo dei servizi sociali dovrebbe essere concepito nella logica preventiva e non dell’emergenza. La presenza dell’assistente sociale, all’interno degli sportelli d’ascolto istituiti nelle scuole, rappresenta una risorsa ai fini preventivi. L’assistente sociale venendo a conoscenza di certe situazioni, presenti nell’ambito familiare, del bambino o dell’adolescente che si rivolge allo sportello, può intervenire attraverso strumenti propri del suo bagaglio professionale, ed indirizzare il ragazzo o la famiglia, verso adeguati servizi specialistici. Importante è il ruolo dell’assistente sociale nel programmare servizi a sostegno della famiglia, ovvero, favorendo politiche a sostegno della famiglia. Affinché si possa investire adeguatamente, nel lungo termine, nella prevenzione di forme di devianza minorile, occorre puntare ad una politica, che miri al rafforzamento delle competenze genitoriali, tesa al superamento dell’istituzionalizzazione del minore, nei casi in cui la famiglia non risulti adeguata allo svolgimento del suo compito.

Cosa potrebbe fare l’opinione pubblica?  Se invece di definirlo bullismo, che purtroppo assume il sinonimo ancora di “ragazzata” giustificandolo: “succedeva anche ai miei tempi di tornare a casa con un occhio nero” commenta qualche genitore, un atto compiuto con leggerezza, iniziassimo a definirlo reato? Forse le famiglie, i complici, la scuola, la società, i Tribunali, inizierebbero a reagire seriamente a questa serie di violenze impunite. Senza indulgenza di età o di circostanze. Non è bullismo. E’ un reato. Aguzzini, violenti, carnefici. Ragazzi da recuperare e non da proteggere.

Sette giovani su dieci inconsapevoli della gravità di atti di bullismo e cyberbullismo, scrive il 31 marzo 2017 "La Repubblica". Sette giovani su dieci non commentano negativamente atti di bullismo, cyberbullismo, selfie suicidari, aggressività nei confronti dei genitori, dei più deboli e nemmeno l'uso di droghe. E' il dato che emerge da un sondaggio Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico) che sta monitorando i comportamenti antisociali diffusi soprattutto nel mondo degli adolescenti. Un atteggiamento che la dottoressa Paola Vinciguerra, psicologa, psicoterapeuta e presidente di Eurodap, giudica "preoccupante". Il sondaggio è stato realizzato su 330 giovani tra i 18 e i 25 anni. "Tutti, rispondendo alle domande poste - spiega Vinciguerra - hanno avuto un atteggiamento che dimostra inconsapevolezza rispetto alla gravità di azioni come il bullismo, la violenza verbale e fisica nei confronti di un altro adolescente, o azioni che possano mettere in pericolo la propria vita e quella degli altri". Per il 70% del campione questi atti vengono messi in atto "per curiosità". "Secondo le risposte raccolte- sottolinea- chi agisce con violenza fisica e verbale su un'altra persona, chi maltratta i genitori, chi mette in pericolo la propria vita e quella degli altri lo fa perchè queste azioni danno eccitazione; o semplicemente "per fare qualcosa e vedere la reazione nell'altro". Sul fronte dell'uso di droghe le risposte sono molto pericolose. La maggior parte dei giovani sostiene che usare droghe sia normale". I giovani, inoltre, credono che queste azioni siano sempre esistite "ma che adesso siano più conosciute da quando si dispone di internet"- spiega Vinciguerra. "Solo il 30% dei giovani ravvede in questi atti comportamenti socialmente inadeguati e pericolosi e tende a dare la responsabilità all'esterno". Nella fascia d'età compresa tra i 25 e i 45 anni, aggiunge ancora Vinciguerra, "l'80% di coloro che hanno risposto al sondaggio considera i comportamenti di cui abbiamo parlato in precedenza come qualcosa di negativo e pericoloso, ma tende a considerarli bravate, di cui i social sono i maggiori responsabili. Non si dicono quindi allarmati rispetto al diffuso uso delle droghe e solo il 20% del campione pensa che si dovrebbero fare corsi ai genitori per migliorare la loro capacità nel gestire la crescita dei figli". Nella fascia di età tra i 45 e i 65 anni, invece, l'80% delle persone che ha risposto al sondaggio si dice "consapevole della gravità di questi comportamenti giovanili, ma sposta sulla scuola e sui social la responsabilità di questo problema generazionale assolutamente allarmante". Commenta la presidente di Eurodap: "ci troviamo di fronte ad un grave allarme sociale riguardo il disturbo di comportamento antisociale, di cui le cronache ci rimandano i fatti più drammatici, ma che è una modalità di comportamento generalizzato tra la maggioranza degli adolescenti, di cui nessuno si prende la sua parte di responsabilità". Secondo la psicologa la famiglia ha una "profonda responsabilità nei comportamenti dei ragazzi, così come lo Stato, i social e i media". Si pensa che accudire i figli sia "proteggerli e farli contenti- continua- convinzione assolutamente errata. Accudire i figli è farli sentire certamente amati, non pretendere che siano quello che noi vorremmo, rispettare e sostenere le loro caratteristiche, ma sempre in aderenza alla realtà e con l'intento di renderli autonomi. I genitori sono spostati a costruire benessere economico per non far mancare nulla ai figli senza rendersi conto che fanno mancare loro tutto: appoggio, protezione, modelli del bene e del male poichè sono i primi a proteggerli, a scusarli contro tutti coloro che tentano talvolta di dare dei messaggi educativi", conclude Vinciguerra.

Baby gang, l'avvocato: "Troppo spesso si dimentica la responsabilità genitoriale", scrive il 19 gennaio 2018 "La Repubblica". Baby gang violente a Napoli, tanto che il ministro dell’Interno Minniti ha parlato di “modalità terroristiche” e ha preparato un piano che prevede anche 100 uomini in più sul territorio. E baby gang a Torino, dove nell’ultimo mese si sono susseguiti diversi gravi episodi di violenze e rapine. Cosa sta succedendo e cosa si può fare? Lo chiediamo ad Anna Livia Pennetta, legale della famiglia di Carolina Picchio in quello che è stato il primo processo per cyberbullismo in Italia e che da tempo si occupa del fenomeno.

Avvocato Pennetta il ministro Minniti ha steso un programma in diversi punti e tra questi c’è anche un’intesa con il Tribunale per i minorenni per togliere la patria potestà a quei genitori coinvolti in reati di mafia…che ne pensa?

«Forse non è necessario arrivare a tanto. Bisogna sempre considerare il superiore interesse del minore, ogni caso è a sé. In certi casi è sicuramente utile allontanare i minori dalle famiglie. Ma quel che è certo è che quasi sempre dietro a casi gravi come quelli di Napoli, mi riferisco al caso di Arturo, ad esempio, aggredito a coltellate, ci sono sempre ambiti familiari ‘violenti’, luoghi in cui i ragazzi hanno assorbito e imparato la violenza. Quindi secondo me la “responsabilità genitoriale” è un punto molto importante, di cui si parla poco. Non viene mai preso in considerazione”».

Da chi?

«Dalla società, dai media, non certo dai giudici. Quando si arriva nelle aule dei tribunali diventa chiaro infatti che i genitori dei bulli sono responsabili civilmente. Purtroppo molto spesso capita di assistere a fatti che costituiscono reati di fronte ai quali non c’è sensibilità da parte dei ragazzi ma nemmeno dei genitori, anche dopo che sono state riconosciute le loro responsabilità. Credo che il problema sia il fatto che è cambiata la società. C’è un atteggiamento forse troppo protettivo dei genitori verso i figli, che porta a una sottovalutazione dei fatti. Ad esempio a dire: “E’ solo una ragazzata!”».

Al processo per la morte di Carolina Picchio, in cui lei ha difeso la famiglia della 14enne, invece c’è stata proprio una svolta in questo senso: “Non si tratta di ragazzate ma di reati”. Ma le norme sulla responsabilità dei genitori sono chiare o andrebbero introdotte delle modifiche?

«No, sono chiare. L’articolo 2048 del codice civile è chiaro. Vanno valutati i danni fisici e psicologici causati alla vittima e anche il “danno per la perdita di chance” perché in molti casi i ragazzini bullizzati subiscono dei danni a lungo termine che si ritorcono contro i loro percorsi scolastici e lavorativi. Anche le vittime dovrebbero essere maggiormente informate di queste cose».

Secondo lei tra i gravissimi casi di bullismo e quelli altrettanto gravi di cyberbullismo che differenze ci sono?

«Direi che forse nei casi di cyberbullismo c’è una percentuale importante di 'inconsapevolezza' da parte di ragazzi che si nascondono dietro mezzi, come internet e i social che creano apparentemente una “maschera”».

I ragazzi delle baby gang sono sempre più giovani…la soglia di imputabilità andrebbe cambiata?

«No, anche perché non essere imputabili non significa che non ci siano possibilità di adottare iniziative importanti per il recupero del minore. Ad esempio far seguire i ragazzini e i familiari da degli specialisti. Gli strumenti ci sono già e funzionano».

Oltre a una maggiore consapevolezza del ruolo genitoriale cosa servirebbe secondo lei?

«Certamente va considerato il ruolo importantissimo della scuola. La cosa strana infatti è che oggi sono stati fatti dei passi avanti sui valori, pensiamo al diritto di famiglia ad esempio. Oppure pensiamo alle istituzioni scolastiche, al Ministero dell’Istruzione, a tutte le iniziative che hanno messo in campo negli ultimi anni. Dall’altro lato però la scuola dovrebbe attrezzarsi meglio nella preparazione dei singoli docenti, che dovrebbero forse tornare a ‘sorprendersi’ di più e a parlare di più con i ragazzi di quel che succede”».

Educare i bambini al rispetto è importante: le regole per riuscirci. Parla l'esperto, scrive Valeria Bellagamba il 28 giugno 2017 su "Universomamma.it". Per crescere bambini educati è importante dare loro le giuste regole e soprattutto il buon esempio. Il rispetto è un valore importante. Affinché i nostri figli lo imparino occorre insegnare loro ad essere gentili, riconoscenti, onesti, premurosi e mentalmente aperti.

Il primo esempio siamo noi stessi. I bambini, infatti, tendono ad imitare i genitori. Per cui al di là di tante parole, è fondamentale comportarsi bene e in modo coerente in casa. Dire ai figli cosa fare e poi tenere un comportamento opposto vanificherà ogni sforzo.

Bambini educati: le regole per insegnare il rispetto. Ecco alcune regole per insegnare il rispetto ai vostri figli e crescere dei bambini educati, secondo il parere di due esperti.

1- Buone maniere. È importante insegnare ai bambini fin da piccoli a dire: grazie, prego, scusa. Infatti, è bene che prendano presto questa abitudine e si rendano conto dell’importanza delle buone maniere. Essere riconoscenti per quello che ricevono li aiuterà a capire che non si può dare tutto per scontato. Non si aspetteranno di ottenere sempre tutto quello che vogliono. Spiega la professoressa Ingrid Schweiger, nel libro “Autostima per la vita”:

insistite con loro, quando devono ringraziare;

insegnategli a salutare le altre persone e a guardarle in volto quando ci parlano;

mettete i vostri bambini alla prova, portateli fuori e fategli incontrare nuove persone. In queste occasioni dovranno salutare e ringraziare gli altri;

spiegate loro che al ristorante devono comportarsi bene e che se non lo fanno li riporterete a casa. È molto importante che poi facciate quanto avete promesso, o minacciato! Altrimenti non sarete più credibili e i vostri figli non vi ascolteranno.

2- No alla maleducazione. Non bisogna tollerare mai la maleducazione dei propri figli. Non pesante che lasciandoli perdere poi cambieranno, anzi. Se i vostri figli dicono parolacce, urlano o rispondono male quando non ottengono quello che vogliono, reagite subito. Fategli capire che disapprovate questo modo di comportarsi e che anche se sono arrabbiati non possono dire parolacce né gridare alle altre persone. Piuttosto insegnate loro a esprimere in modo educato le frustrazioni oppure fate delle domande in modo che possano esprimere i loro sentimenti. L’importante è dare ai vostri bambini un modo positivo per esprimere le loro emozioni negative. Così eviteranno di insultare gli altri, strepitare o fare i capricci. Capiranno che è normale provare rabbia qualche volta, senza bisogno di esplodere in reazioni rabbiose né di aggredire gli altri. Ovviamente con i bambini più piccoli c’è da lavorare di più e ci vuole pazienza. Devono imparare a controllare gli impulsi. Quando i figli più piccoli dimenticano gli insegnamenti e si comportano male, insegnategli a chiedere scusa. Siate voi per prime, mamme, a dare l’esempio e chiedere scusa quando siete voi a reagire o rispondere male. I vostri bambini impareranno.

3- Ascoltare. Per insegnare il rispetto ai vostri bambini, insegnategli ad ascoltare. Per farlo dovete voi per prime ascoltare e dedicare tempo ai vostri figli. Uno dei modi fondamentali per mostrare rispetto ad un’altra persona è proprio dedicargli tempo e attenzione. È un modo per farle sapere che ci tenete. Ascoltate e guardate l’altro negli occhi, evitando le distrazioni. Quando parlate con vostri figli mettete via gli smartphone e spegnete il televisore. Pretendete questa attenzione da voi stessi verso i vostri figli e viceversa. Imparate e insegnate ai vostri figli a non interrompere chi sta parlando.

4- Stabilire delle regole. I bambini hanno bisogno di regole e di limiti. Se non imparano le regole di convivenza a casa non lo faranno nemmeno fuori, all’asilo o a scuola. Per rispettare le regole, i bambini devono conoscerle bene. Siate chiari quando gliele spiegate e se non vengono osservate non lasciateli senza conseguenze. Devono imparare ad assumersi le loro responsabilità. È importante però che le comprendano bene. Ripetetele più volte, scrivetele su un un foglio da appendere al frigorifero. Spiegate perché vanno osservate e cosa accade in caso contrario.

5- Apertura mentale. Trattare gli altri con rispetto significa prendersi il tempo di conoscerli e capire da dove vengono, prima di giudicarli. Ai bambini va spiegato che a loro non devono piacere per forza tutti quanti, così come non a tutti piaceranno loro. Prima però bisogna dare alle altre persone una possibilità. Insegnare ai vostri bambini ad avere una mente aperta sarà utile per tutta la vita. Significa lasciarsi aperte nuove possibilità, scoprire cose insolite, conoscere nuovi amici, avere uno sguardo curioso verso il mondo. I genitori devono spiegare ai figli che anche gli altri bambini che non sono loro amici meritano rispetto. I bambini devono imparare i concetti dell’essere o non essere d’accordo nell’ambito del rispetto.

6- Insegnare la diversità. Questo aspetto si ricollega al precedente. I bambini notano subito le differenze negli altri, rispetto a quello a cui sono abituati. E non mancano di farlo notare. Alle volte mettendo in imbarazzo i genitori. L’importante è insegnare loro ad apprezzare le differenze. Devono capire che non siamo tutti uguali e che non è una cosa sbagliata. La loro curiosità sugli altri e i loro commenti vanno indirizzati, in modo che siano aperti e rispettosi. Per apprezzare le differenze è bene che i bambini le sperimentino direttamente. Portateli a vedere posti nuovi, fategli conoscere nuove culture e incoraggiateli ad assaggiare piatti e cibi di una cucina diversa dalla vostra. Quando si conoscono persone di culture e abitudini diverse per i bambini è importante scoprire anche le cose in comune, le passioni e gli interessi che si possono condividere.

7- Rispettare gli oggetti. I bambini imparano il senso di gratitudine e di cura, quando si insegna loro arispettare le loro cose. Occorre spiegare il valore degli oggetti. Il lavoro e l’impegno che c’è dietro la realizzazione. È importante anche non riempire i bambini di oggetti e giocattoli. Più ne possiedono e meno li apprezzano. Date loro pochi giocattoli, ma con cui possono giocare in tanti modi creativi. Fate usare loro oggetti costosi solo sotto la vostra supervisione e dopo avere spiegato bene come si devono comportare.

Tutto chiaro? Ricordate che il migliore insegnamento è l’esempio! Queste regole sono state estrapolate dai libri di Victoria Kindle Hodson, “Genitori rispettosi, bambini rispettosi” e Ingrid Schweiger “Autostima per la vita”, e pubblicate su Parents.com.

I genitori del Duemila generano bulli. Ho un’idea: aboliamo mamma e papà, scrive Baltazzar il 4 Maggio 2011 su "segnideitempi.org". Troppo spesso si limitano a finanziare i figli fregandosene dell’educazione. Così non cresceranno mai, scrive Giampaolo Pansa. Tratto da Libero del 3 maggio 2011. La provocazione di Giampaolo Pansa è stata raccolta dal vicedirettore di Libero, Massimo de’ Manzoni, che sul quotidiano in edicola martedì 3 maggio ha rilanciato: “Ok, aboliamo pure i genitori, ma stessa sorte per giudici e professori”. Vi siete mai trovati in un ristorante quando entra una giovane coppia con un paio di bambini?

La sala è tranquilla, i clienti pranzano conversando a bassa voce, nessun cellulare suona. All’improvviso, la sala diventa un inferno. I figli della coppia cominciano a scorazzare per il locale, urlano, manovrano le automobili di plastica che si sono portati da casa, s’infilano sotto i tavoli degli altri clienti. I genitori fanno finta di nulla. Anche il proprietario del ristorante non batte ciglio. Se qualcuno protesta, il padre dei bambini lo manda a quel paese.

La scena cambia e diventa una scuola media inferiore. I bulli prosperano. Sono ragazzini terribili che studiano poco o niente, schiamazzano in classe, si prendono gioco dell’insegnante, a volte picchiano i compagni più deboli. Quando arriva la pagella, zeppa di voti orrendi, qualche madre va a protestare dai professori. Difende a spada tratta il figliolo che non merita quei giudizi negativi. Lo fa con un’energia che spaventa. Un giorno una insegnante mi ha detto: «I genitori sono diventati i sindacalisti dei loro figli!».

Terza scena: le strade di una grande città. La sera diventano il campo di battaglia delle baby gang. Il teppismo giovanile dilaga. Non c’è più differenza tra violenti del posto e violenti immigrati. Le loro scorribande non conoscono limiti. Spesso vengono riprese dalle telecamerine dei capi banda. Poi sono affidate a YouTube oppure a Facebook, affinché tutti vedano quanto le gang siano imbattibili. È accaduto a Milano e in altri luoghi.

Quelle descritte sono soltanto tre tappe di un processo diabolico che ha origine in famiglia. Ha un nome preciso: l’educazione inesistente, accoppiata con la rinuncia all’autorità da parte dei genitori. Un vecchio detto contadino recita: «Cresce quello che si semina». Non hai seminato nulla? Non crescerà nulla. I tuoi figli verranno fuori vuoti, storti, indifferenti a qualsiasi norma etica e incuranti di qualunque norma di legge.

Fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo. Per questo motivo non getto la croce addosso alle famiglie dei quattro ragazzi che in Toscana hanno massacrato i due carabinieri. Ma qualche domanda i parenti se la saranno fatta, purtroppo soltanto dopo quell’assalto vigliacco. Si saranno chiesti come mai abbiano permesso che tre minorenni e un maggiorenne di appena 19 anni siano stati liberi di passare la notte a un rave party. Per poi ubriacarsi, drogarsi e aggredire la pattuglia che li aveva fermati alle dieci del mattino. Mentre scrivo mi accorgo di essere un anziano signore ingenuo, un marziano nell’Italia del 2011. Oggi molti genitori di domande sui figli non se ne fanno più. Hanno gettato la spugna. Non vogliono sapere niente di loro. Si limitano a finanziarli per non avere la rabbia in casa. La parola “castigo” è diventata una bestemmia. La società odierna rifiuta di castigare, punire, reprimere chi sbaglia. Se poi a sbagliare sono i giovani, l’assoluzione è garantita: poveri figli, si comportano così perché non hanno lavoro e, di conseguenza, neppure un futuro. Quando sento i telegiornali strillare che un terzo dei giovani italiani è senza un impiego, mi irrito. Tra le tante sue colpe, la tivù è diventata la madre di tutte le favole sul destino malvagio delle nuove generazioni. Mai che si dica la verità: il lavoro c’è, faticoso, spesso ingrato, però esiste. Basta adattarsi. Sono gli stessi mestieri che hanno dato da vivere ai nostri genitori. Non sto parlando di secoli fa, ma di un’età più vicina: il Novecento, il secolo che ha visto l’Italia diventare un paese ricco, generoso, senza paura. Le famiglie italiane hanno informato i figli di come andava la baracca prima che loro nascessero? Penso di no. Insieme al castigo, manca pure la capacità di trasmettere le esperienze delle generazioni passate. I ragazzi cresceranno ignoranti? Pazienza, l’unica cosa che conta è farli sentire soddisfatti, felici, assistiti, convinti di meritare tutto. E di ottenerlo, questo tutto.

Oggi il ragazzo è il cliente di un mercato gratuito, dove si conquista qualunque merce senza fatica e senza soldi. Vuoi la motocicletta, caro figliolo? Certo che la voglio. Dopo verrà l’automobile, l’ultimo aggeggio elettronico, l’abito alla moda, le scarpe costose, le vacanze senza risparmio, i lunghi week end, le donne o i maschi da scopare, i liquori per sbronzarsi, la droga per illudersi che il mondo sia fatto di vecchi stronzi, pronti a tutto pur di far felici i giovani. In parte avviene già così. Come campano i bamboccioni nullafacenti? Vivono sulle spalle dei nonni, che gli sacrificano le loro pensioni. E sulle spalle dei padri e delle madri, che faticano come bestie per consentire ai figli di non faticare. L’Italia è un’immensa vigna di Papa Giulio, dove l’uva cresceva senza che nessuno la coltivasse. Ma che cosa accadrà il giorno che i nonni per primi e poi i genitori moriranno? E il loro pozzo di San Patrizio risulterà asciutto? Mi è capitato di domandarlo a un ragazzo, simile a quelli che ho descritto. Lui mi ha risposto, lapidario: «Andrò a rubare». Sta già avvenendo. Anche nel clima di odio politico sono sempre i giovani a fare gli incendiari. Lo si è visto di nuovo a Napoli, due giorni fa, quando una gang rossa ha aggredito il candidato sindaco di un altro colore. Siamo sopra un Titanic che rischia di affondare. Quante famiglie l’hanno spiegato ai figli? Non lo so. Ma ho un pensiero crudele. È questo: i genitori non servono più a niente. Forse sarà meglio abolirli.

“I genitori del 2000 li possiamo abolire. Ma stessa sorte per giudici e professori”. De’ Manzoni risponde a Pansa: “Padri primi responsabili delle colpe dei figli, ma il determinismo è un’utopia”, scrive Massimo de’ Manzoni. Ha molte ragioni Giampaolo Pansa nel suo atto d’accusa nei confronti dei genitori del Duemila. E io, come padre di due figli adolescenti, salgo spontaneamente sul banco degli imputati e anzi mi dichiaro fin d’ora colpevole, pur essendo riuscito ad evitare che in età prescolare si infilassero sotto i tavoli dei clienti del ristorante, pur non ritenendo che si possano classificare come atti di bullismo le marachelle da loro commesse durante gli anni delle medie e pur non avendo (non ancora, almeno) notizie di loro partecipazione a baby gang. Ma insomma il problema esiste, inutile girarci intorno: anche senza voler fare di ogni erba un fascio, i ragazzi d’oggi sono mediamente più maleducati e più violenti di quelli di trenta-quarant’anni fa. E, com’è ovvio, i genitori sono i primi responsabili della situazione. Gli unici? E con quale percentuale di responsabilità? Ecco, qui forse si può operare qualche distinguo rispetto a quanto ha scritto domenica Pansa su Libero. Io penso che non siano (che non siamo) affatto i soli da condannare. E che la loro (la nostra) possibilità di influire sull’educazione dei nostri ragazzi è sopravvalutata e comunque senza dubbio inferiore a quella che avevano mio padre e mio nonno. Cerco di spiegarmi. «Un vecchio detto contadino recita: “Cresce quello che si semina”», ricorda Pansa. Che aggiunge: «Non hai seminato nulla? Non crescerà nulla». Giusto. Ma talvolta non cresce nulla anche se hai seminato: siccità, alluvioni, malattie possono compromettere il raccolto. E in ogni caso stiamo parlando appunto di campagna, di un mondo rurale del secolo scorso lontano mille miglia dalla vita metropolitana di questo secolo, nella quale siccità e alluvioni che investono le menti dei nostri ragazzi, per continuare la metafora, sono praticamente quotidiane e moltiplicate dai mezzi di trasporto e tecnologici. In altre parole, il determinismo pedagogico, se mai c’è stato, ora è pura utopia. Non è vero che se tu fai A, i tuoi figli faranno B. Pur avendo ricevuto la stessa educazione e gli stessi esempi, pur vivendo nello stesso contesto familiare, uno farà M e l’altro Z. C’entrano i geni, il carattere, magari anche l’intelligenza. C’entrano, moltissimo, le esperienze: basta una classe scolastica sbagliata nel periodo dello sviluppo sbagliato a imprimere una svolta drastica a una giovane vita. E tu da quel momento puoi tamponare, ma non riportare indietro le lancette: certi danni sono irreparabili. Non tutti i genitori «hanno gettato la spugna». Non tutti «si limitano a finanziare i figli per non avere la rabbia in casa». Molti lottano ancora, eccome. Ma non per questo c’è la garanzia che questa rabbia non esploderà. Prendiamo uno degli esempi che fa Giampaolo Pansa: i quattro ragazzi che hanno massacrato i due carabinieri in Toscana. Il padre dell’unico maggiorenne del gruppo è un lavoratore, spurga i tombini sulle strade, ai giornalisti ha detto: «Non sono andato a trovare mio figlio in carcere, che cosa dovrei dirgli? Qui ci sono due ragazzi perbene, eroi, i carabinieri, che lavorano sulla strada come me. E qualcuno li ha colpiti come carne da macello. Prima di vedere Matteo voglio chiedere perdono ai militari e alle loro famiglie. Lui ora deve stare in carcere». Ora, uno che pronuncia parole del genere, qualche valore al figlio immagino l’abbia trasmesso, eppure è successo quel che è successo. Perché l’ha lasciato andare in giro fino al mattino?, chiede Pansa. Forse, banalmente, perché gli ha detto che si fermava a dormire da un amico, come tante volte abbiamo fatto anche noi a 19 anni. E magari il padre era pure contento, come qualche volta lo sono stato io, perché così il figlio non doveva tornare di notte, guidando su quella strada pericolosa con tutti gli ubriachi che ci sono in giro il sabato sera…Poi, invece, te lo ritrovi al rave party. Colpa tua? Sì, anche: ma davvero si può dire sempre no? E poi, vogliamo parlarne di questi raduni illegali ma sempre tollerati? Vogliamo parlare di quella festa di Pisa, la maratona in discoteca fino al mattino (in barba alle leggi sulla chiusura) dove i ragazzi si strafacevano di droga fino a morirne mentre l’esterno del locale era presidiato da decine di poliziotti, carabinieri e finanzieri? Tutto normale? A me non pare. «La parola “castigo” è diventata una bestemmia», scrive Pansa. Si riferisce alla famiglia. Ma sono questi gli esempi di castigo che i nostri figli vedono fuori di casa? Sono decine al giorno le illegalità impunite che passano davanti ai loro occhi, con le forze dell’ordine che magari chiudono un occhio sul “poveraccio” che vende senza licenza merce contraffatta o che imbratta di rifiuti i giardini delle nostre città. Castigo? Qual è: quello dei giudici che sentenziano come anche un quarantenne che evita accuratamente qualsiasi lavoro abbia diritto (diritto!) di essere mantenuto dalla famiglia? Di che castigo parliamo quando, se una bambina accenna a uno scapaccione in un tema, arrivano i servizi sociali e la portano in comunità? Ripeto, non voglio fare una difesa d’ufficio. So benissimo che ci sono genitori che, davanti a un brutto voto, aggrediscono il prof anziché il pargolo somaro. Ma non facciamo finta di non sapere che ci sono anche fior di insegnanti incapaci o menefreghisti. Che la femminilizzazione della scuola sta producendo guasti profondi nei nostri figli maschi, privati di una figura di riferimento extrafamiliare del loro stesso sesso. Che di quattro maestre delle elementari spesso non se ne tira fuori una. Che nelle stesse elementari al primo problema ti convocano e ti ingiungono di rivolgerti a uno psicologo. Mentre alle superiori il ragazzo difficile viene talvolta semplicemente “espulso”. Che, insomma, spesso neppure la scuola svolge più la funzione educativa. E non parliamo delle parrocchie: causa traslochi ne ho girate parecchie e non ne ho trovata una dove si facesse sugli adolescenti un lavoro paragonabile a quello che ricordo nella mia da ragazzo. Sarò stato sfortunato. L’ho già detto, siamo colpevoli. E prima di tutto lo siamo noi padri: se non altro perché dedichiamo a quello che resta il mestiere più difficile del mondo soltanto i ritagli di tempo. Ma non siamo i soli a dover entrare nella gabbia degli imputati. Se non lo si capisce, se non si ripensa tutto il mondo che ruota intorno ai nostri figli, aboliamo pure i genitori come suggerisce Pansa: da soli effettivamente rischiano di non servire più a niente. Basta che non vi illudiate che così le cose miglioreranno.

Leonardo Pieraccioni sull'essere genitori: "Meglio tornare a un sonoro calcio nel culo". Il comico toscano fa un appello agli altri genitori su Facebook: "Torniamo ai metodi spicci dei nostri nonni", scrive il 29/08/2017 "huffingtonpost.it". "Colleghi genitori, uniamoci!": è alla Rete - e in particolare agli utenti di Facebook - che fa appello Leonardo Pieraccioni, che evidentemente ha avvertito che qualcosa gli sta sfuggendo di mano nell'educazione della sua piccola peste Martina. In un lungo post sul social di Mark Zuckerberg, il comico toscano si è lamentato degli errori che ogni genitore di oggi compie e di come ormai i bambini non abbiano più quel timore reverenziale che un tempo portava i più piccoli a obbedire ciecamente. "Signori! Siamo passati da mio padre mi fulminava con uno sguardo a mio padre se dice di no lo fulmino. I nostri amatissimi pargoli sin dalla tenera età stanno prendendo dito, mano, braccio e cosce. [...] Maleducati per la nostra mancanza di fiato" è lo sfogo di Pieraccioni su Facebook, che racconta anche delle marachella della sua bambina di 7 anni: "'Babbo - mi ha chiesto seria la mia - ma se io da oggi faccio tutto quello che mi dici, tu mi potresti pagare?'. La risposta doveva essere un tenero calcio nel culo alla Chinaglia e invece mi è pure scappato da ridere. Due giorni dopo si è lamentata perché reo di averla portata nel 'solito ristorante' due volte nella stessa settimana! Altra pedata nel culo mancata". "Se le nostre amorose e moderne spiegazioni sul vivere corretto sono accolte da pernacchie e risatine, risdoganiamo il vecchio e caro calcio nel culo dei nostri nonni; non ha mai fatto male a nessuno, anzi!" scrive il fiorentino rivolto agli altri genitori. "Ritorniamo, in qualsiasi modo, a quei bambini educati e felici di ricevere un balocco e non a questi che ne chiedono uno al giorno per poi scordarselo nel punto esatto di dove lo hanno scartato. E soprattutto leviamoli davanti quel cazzo di Ipad". Il messaggio - chiaro e diretto - ha ottenuto 24mila "mi piace" in poche ore, oltre a più di 2500 commenti. "Quanto hai ragione" gli fanno sapere in molti, mentre altri sono in disaccordo con lui: "Essere genitori di una volta non significa passare dalle pedate... non mi pare che gli adulti di oggi in generale siano così eletti perché educati a botte... non cerchiamo scappatoie, ma voglia di ascoltare i nostri figli". Il dibattito sulla pagina ufficiale di Pieraccioni non si è placato: del resto, si sa, essere genitori è il mestiere più difficile del mondo.

LE PAZZIE DISPERATE DEI PADRI CHE STERMINANO LA FAMIGLIA E LA COSCIENZA SPORCA DELLE ISTITUZIONI.

La storia del carabiniere che ha sparato alla moglie e ucciso le figlie, scrive Il Post l'1 marzo 2018. Lei lo aveva lasciato, era stata picchiata più volte, aveva cambiato la serratura di casa e aveva presentato un esposto dicendo di sentirsi in pericolo: inutilmente. La mattina di mercoledì 28 febbraio Luigi Capasso, un appuntato dei carabinieri in servizio a Velletri, ha sparato con l’arma di ordinanza alla moglie da cui si stava separando, ferendola gravemente, ha ucciso le sue due figlie nella casa in cui vivevano con la madre a Cisterna di Latina e poi si è suicidato. La moglie, Antonietta Gargiulo, si trova da ieri in gravi condizioni nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale San Camillo di Roma: lei lo aveva lasciato e aveva paura di lui, aveva cambiato la serratura della porta, aveva presentato un esposto dicendo di sentirsi in pericolo e aveva avvisato i superiori del marito. Luigi Capasso aveva 43 anni, era originario di Secondigliano, un quartiere di Napoli, ed era un appuntato dei carabinieri da due anni in servizio alla stazione dell’Arma di Velletri. Si occupava dei lavori d’ufficio, accoglieva il pubblico e a volte svolgeva incarichi in tribunale. Martedì 27 febbraio aveva finito il turno di servizio a mezzanotte e poi era andato a dormire nel suo alloggio in caserma, dove aveva ottenuto una camera a settembre dello scorso anno quando la moglie (che aveva aggredito) lo aveva allontanato di casa e aveva cambiato la serratura della porta. Alle 5 del mattino di mercoledì Capasso si era presentato sotto l’appartamento dove la moglie viveva con le due figlie. Aveva aspettato in garage la donna (che stava per andare al lavoro allo stabilimento della Findus) e le aveva sparato tre colpi: alla mandibola, alla scapola e all’addome. Poi le aveva rubato le chiavi, era salito in casa, che si trova al secondo piano di una palazzina, e aveva sparato alle due bambine, di 7 e 13 anni. Una vicina di casa aveva visto il corpo ferito di Antonietta Gargiulo in garage e aveva avvisato i soccorsi e i carabinieri, che erano arrivati poco dopo. Per circa cinque ore Capasso aveva lasciato intendere che le figlie fossero ancora vive ai militari del Nucleo negoziatori del comando provinciale di Roma. Nel frattempo sotto alla palazzina erano arrivati un’amica di famiglia che avrebbe potuto essere di aiuto nelle trattative, il parroco don Livio e i vicini di casa. Erano presenti il comandante provinciale dei carabinieri di Roma Antonio De Vita, quello dei carabinieri di Latina, il magistrato di turno, il colonnello Gabriele Vitagliano, il Gruppo di Intervento Speciale e un elicottero che sorvolava la zona. Vitagliano aveva detto ai giornalisti presenti che la trattativa «era particolarmente complessa» e che Capasso era «molto agitato: parla, a volte smette, ma è molto agitato». Verso le 13 al negoziatore, che si trovava sul balcone accanto a quello della casa in cui Capasso era barricato, il carabiniere aveva finalmente detto che avrebbe spiegato alle bambine cosa stava succedendo e che avrebbe aperto la porta. Invece era rientrato in casa e dopo tre quarti d’ora di silenzio si era sentito uno sparo. Quando i corpi speciali hanno sfondato la porta e sono entrati nell’appartamento hanno trovato la bambina più piccola, Martina, nel letto matrimoniale: era morta da molto. Accanto a lei c’era Luigi Capasso che si era sparato. Nella cameretta c’era la bambina più grande, Alessia: il suo corpo era al centro della stanza. Lei, secondo quanto hanno riferito i carabinieri e scritto oggi diversi giornali, «era già sveglia quando il padre le ha puntato la pistola contro e ha aperto il fuoco». Luigi Capasso e Antonietta Gargiulo si erano sposati nel maggio del 2011 e si stavano separando: l’udienza era stata fissata per il prossimo 29 marzo. Le persone vicine alla coppia hanno raccontato che da almeno due anni la situazione era precipitata e i giornali di oggi riportano diverse loro testimonianze: «Qualcosa era cambiato», ha raccontato un amico; «I battibecchi erano così frequenti che un anno e mezzo fa li avevo mandati in un centro diocesano di aiuto alle famiglie», ha detto il parroco don Livio Fabiani; «Lei era terrorizzata» ha spiegato un’amica: «Luigi picchiava la moglie perché l’estate scorsa lo aveva cacciato da casa». Sempre don Livio, sulle figlie: «La tredicenne era nell’Azione Cattolica Ragazzi, era serena, qui da noi ha fatto il catechismo e ora si sarebbe dovuta preparare per la cresima. Ma quattro-cinque mesi fa si è chiusa, il suo carattere è cambiato. Non ha più frequentato la parrocchia»; Elena Crini, una delle amiche di Antonietta: «Era terrorizzata da lui, e così le figlie. Se lo trovava davanti ovunque, la chiamava decine di volte, la picchiava per strada. Ma di denunciarlo non ne voleva sapere, aveva paura. Lui le diceva sempre: se non fai nulla avrai contro solo me, se mi denunci e cerchi di rovinarmi la carriera avrai contro tutte le forze dell’ordine e per te sarà l’inferno». Capasso era già stato sospeso per due mesi dal servizio per una truffa alle assicurazioni e poi era stato reintegrato. Maria Belli, l’avvocata di Antonietta Gargiulo, ha detto che la sua cliente aveva già parlato con il comandante dell’arma dei Carabinieri di Velletri raccontando la gravità della situazione e anche con gli assistenti sociali, per tutelare le figlie che non volevano più vedere il padre: le avevano consigliato di tenerle lontane da lui. Nel settembre del 2017 la donna aveva infine presentato un esposto alla questura di Latina, dopo aver subito un’aggressione da parte del marito sul posto di lavoro e poi di nuovo a casa, davanti alle figlie: un esposto che non aveva avuto alcun seguito. Il 26 gennaio del 2018 Antonietta Gargiulo era invece stata convocata nel commissariato di polizia di Cisterna di Latina: stavolta era stato Capasso ad aver presentato un esposto contro di lei accusandola di tenerlo lontano dalle bambine.

Repubblica riporta ampi stralci del verbale dell’incontro di Antonietta Gargiulo in commissariato: «Voglio che mio marito stia lontano da me e dalle nostre figlie sino alla data della prima udienza (per la separazione, ndr) e che la smetta di inviarmi messaggi e telefonarmi in continuazione». «Ho ancora paura di mio marito per il suo carattere violento e aggressivo». «Dal 9 settembre ha deciso volontariamente di allontanarsi da casa per un grave episodio accaduto il 4 settembre, data in cui ho subìto un’aggressione fisica e verbale sul posto di lavoro e successivamente presso la nostra abitazione davanti alle figlie minori». «Quanto riferito dall’esponente non corrisponde del tutto al vero. Attualmente siamo in fase di separazione giudiziale e la prima udienza è stata fissata il 29 marzo 2018 presso il tribunale di Latina: fino a quella data mio marito deve stare lontano da me e dalle nostre figlie». «Ci siamo sposati il 26 maggio 2001. Subito dopo le nozze il nostro rapporto è stato molto conflittuale, con accese discussioni anche in presenza delle nostre figlie minori».

La donna aveva portato con sé in commissariato il suo primo esposto per dimostrare quanto lui fosse pericoloso, esposto che non portò a nulla perché, hanno fatto sapere ora dall’Ufficio della questura, «non fu rappresentata nessuna situazione né di minaccia né di pericolo». Capasso venne convocato ed espose la sua versione dei fatti: la moglie gli impediva di vedere le figlie, facendo dunque implicitamente appello alla cosiddetta “alienazione parentale” che continua a trovare applicazione nei tribunali italiani durante le cause di separazione e di affidamento dei figli. Questa sindrome, che secondo molti non ha alcun fondamento, colpevolizza le donne vittime di violenza e, di fatto, non protegge i bambini che assistono ai maltrattamenti.

Maria Belli, l’avvocata di Antonietta Gargiulo, ha spiegato che dopo l’aggressione e l’esposto, Capasso aveva implorato la moglie di non denunciarlo: lei avrebbe avuto novanta giorni per trasformare l’esposto in una denuncia a tutti gli effetti. Ma lui si era impegnato ad andare da uno psicologo e a frequentare un percorso di sostegno genitoriale: «La mia cliente non ha voluto denunciarlo perché era sicura che lui avrebbe perso il lavoro» (una nuova denuncia, dopo quella per truffa, avrebbe potuto renderlo passibile di sospensione). Sempre l’avvocata: «La bambina più piccola, quando le si chiedeva se voleva vedere il papà, sembrava traumatizzata, non parlava, si limitava a scuotere la testa, facendo cenno di no». La più grande aveva mantenuto per qualche tempo i rapporti con il padre, poi si era allontanata: «Diceva che il papà ogni volta che la chiamava chiedeva sempre della mamma, era ossessionato da lei e soprattutto dalla sua gelosia». E ancora: «Poco prima delle festività Alessia ricevette davanti alla sua scuola, a pochi metri dall’abitazione della famiglia, una visita inaspettata del padre che voleva darle il regalo di Natale. Alessia prese il regalo e scappò».

Diversi giornali hanno raccontato il femminicidio di Cisterna Latina usando termini come “raptus” , “follia” o “gelosia” e dedicando ampio spazio al femminicida, Luigi Capasso sottolineando come fosse «legatissimo alle figlie» o intervistando conoscenti o colleghi che lo descrivono come «un uomo normale». Come sanno bene le donne e gli uomini che lavorano nei centri Antiviolenza – valorizzati da quella Convenzione di Istanbul che è stata ratificata dall’Italia ma di cui in Italia manca il sostanziale recepimento – il femminicidio è un fenomeno endemico.

Luisa Betti, giornalista che da anni si occupa di queste questioni, ha spiegato bene come il femminicidio pensato e organizzato da Capasso sia stata una «forma di rappresaglia contro chi voleva sottrarsi al suo potere, che non ha nulla a che vedere con la gelosia, né con la non accettazione della separazione per fragilità dello stesso, ma soltanto con la violenza che viene esercitata dall’uomo nel momento in cui si sente defraudato di questo suo potere, non più esercitabile nei confronti della donna che ha scelto e i figli che ha procreato: oggetti di sua proprietà esclusiva di cui può decidere la vita, la morte, e la punizione che più gli sembra adatta». E ancora:

«Antonietta non era una sprovveduta e non solo aveva cambiato la serratura di casa e inoltrato una richiesta di separazione giudiziale ma era seguita da un’avvocata, aveva fatto un esposto, chiamato in causa gli assistenti sociali per proteggere le figlie, rifiutato tutti gli incontri che l’ex le proponeva, perseguitandola, e questo a dimostrazione che era consapevole della sua pericolosità. Antonietta in realtà aveva chiesto aiuto e azionato molti campanelli d’allarme che non sono stati però sufficienti a fermare un uomo violento al quale nessuno aveva tolto la pistola d’ordinanza: un uomo che era stato ritenuto idoneo dall’Arma malgrado la situazione fosse ben nota ai suoi colleghi ai quali Antonietta si era rivolta più volte raccontando della violenza dell’ex marito, che con quella pistola ha ferito gravemente la ex moglie e ucciso due bambine».

Nella violenza contro le donne il momento post-denuncia è fondamentale, perché è anche il più pericoloso. Uno dei motivi per cui le donne faticano a chiedere aiuto e a denunciare è proprio il fatto che hanno paura di essere uccise da chi le ha maltrattate, se chiedono aiuto o denunciano. Lalla Palladino, presidente della Rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), ha spiegato che servono «efficaci misure di prevenzione da applicare immediatamente, nel momento stesso in cui una donna avvia una separazione legale da un uomo violento, o nel caso in cui il marito o ex compagno cominci a perseguitarla».

Cisterna di Latina, parla il fratello del carabiniere: «Ve lo giuro, non era un mostro...". Gennaro Capasso: "Ha avuto un blackout di 15 minuti. Le bimbe? Erano le mie principesse", scrive Silvia Mancinelli il 2 Marzo 2018 su "Il Tempo". «Mio fratello non era un mostro. L’ho visto poco fa nella bara, ho visto le mie principesse. È uscito di testa, ha avuto 15 minuti di blackout». Gennaro Capasso, fratello maggiore di Luigi, è un uomo frastornato da una tragedia che lui stesso definisce «un fulmine a ciel sereno».

Signor Capasso, spesso queste situazioni si commentano con il conforto della retorica: «Era una bravissima persona, nessuno se lo sarebbe mai aspettato». Nel caso di suo fratello, invece, com’è andata?

«Sicuramente Luigi ha sofferto molto dopo la separazione, ma non lo faceva vedere. È iniziato tutto da quell’alterco il 4 settembre, davanti alla Findus, me lo ripeteva sempre. Antonietta se ne andò di casa per due giorni, fu ospitata da una collega che le presentò l’avvocato (Maria Concetta Belli ndr). Disse a mio fratello che, se, se ne fosse andato spontaneamente, non lo avrebbe denunciato. E lui, con quel precedente (le truffe assicurative ndr) non si è messo a discutere. Ha chiesto di dormire in caserma, dove è rimasto fino all’ultimo».

Fu allora che gli proposero un sostegno psicologico. È così?

«Esatto, ma lui lo rifiutò semplicemente perché già si stava facendo aiutare. Quando poi si presentò al colloquio, una formalità per ottenere l’alloggio, risultò idoneo».

Allora cosa ha armato suo fratello al punto da fargli commettere una strage?

«Voleva tornare a casa e ha fatto di tutto per riuscirci. Non so se sia stato un marito pessimo, sicuramente era un ottimo padre e adorava le sue bambine. Quando Antonietta lavorava, era lui, se non in servizio, a guardare le figlie. Tutto questo terrore per il padre le mie nipoti non lo hanno mai avuto: le portava a danza, al cinema, faceva tutto quello che fanno i papà».

Antonietta, però, aveva presentato più di un esposto per segnalare i comportamenti violenti e molesti di suo fratello.

«Mia cognata è stata messa su dal suo avvocato. Che avrebbe dovuto o potuto tentare una riappacificazione tra i due, e invece non ha fatto altro che buttare alcol sul fuoco. Luigi le proponeva di vedersi, di parlare e lei non gli permetteva nemmeno di vedere le figlie. Il 29 marzo avrebbero avuto la giudiziale, mentre mio fratello cercava di intavolare una trattativa lei gli rispondeva che si sarebbero visti in tribunale. Era spaventato all’idea di perdere la casa che aveva comprato anni fa, di non vedere più Alessia e Martina. Gli è crollato il mondo addosso».

Anche suo fratello presentò una querela, è così?

«Quindici giorni fa, attraverso il suo avvocato, perché non ce la faceva più. Sono più grande di 8 anni, si è sempre confidato con me e ultimamente veniva spesso a Napoli: è stato qui fino a mercoledì scorso perché mio padre non sta bene. Sono separato anche io da 12 anni, la vita va avanti. Ma dietro a questa storia c’è parecchio».

A cosa si riferisce?

«A distruggerlo è stata la lontananza dalle figlie. Non voglio giustificarlo, ma sia Antonietta che il suo avvocato hanno gestito male questa situazione. Lo vedevano nervoso, avrebbero potuto lasciarlo con le bambine, invitarlo a casa un pomeriggio, fargli fare il padre. Anche l’ultima volta che è venuto da noi avrebbe voluto portarle e non gli è stato permesso. Eravamo una famiglia molto unita, da settembre mia cognata ci ha bloccati tutti. I nonni non vedevano più le nipoti, nemmeno a Natale, o per l’onomastico di Martina».

Non pensa che Antonietta avesse paura, che suo fratello fosse diventato violento?

«Ma quando mai. Avrebbe potuto chiamarci, parlare con noi per cercare di risolvere la situazione, per farlo ragionare. Magari avremmo potuto fare qualcosa...».

A settembre però Luigi ha aggredito la moglie davanti ai suoi colleghi.

«Mio fratello era geloso della moglie, ha visto qualcosa che non andava e ha fatto quello che non avrebbe dovuto fare. Ma la moglie non gli faceva nemmeno prendere i vestiti, Luigi andava in chiesa per vedere le bambine e ogni volta lei chiamava le forze dell’ordine. Ha saputo dell’altro esposto presentato da Antonietta per caso, quattro mesi dopo, quando i carabinieri si sono presentati al bar dove stava facendo colazione con un amico per chiedergli le generalità».

La strage di Latina e la coscienza sporca nelle istituzioni. Con la pistola d'ordinanza, Luigi Capasso ha ucciso le figlie e ferito la moglie Antonietta. In un Paese che non tutela le donne e se ne lava le mani, scrive Carmelo Abbate l'1 marzo 2018 su "Panorama". Un carabiniere impugna la pistola d'ordinanza, l'arma dello Stato che ha in dotazione, spara alla moglie in strada, la lascia per morta, poi sale in casa, uccide la figlia Martina di 7 anni mentre dorme, corre nella stanza dell'altra figlia Alessia di 13 anni che si è svegliata per il rumore dei colpi, e l'ammazza. Infine dopo alcune ore di chiacchierate sul balcone con i colleghi, si spara. A Cisterna di Latina è stato il giorno della resa dei conti. Non solo dell'appuntato scelto Luigi Capasso. Con l'omicidio delle sue bambine innocenti e incolpevoli, e il ferimento della moglie Antonietta Gargiulo, il carabiniere ha alzato il velo della coscienza collettiva sporca di fronte alla mattanza consumata ai danni delle donne. Coscienza sporca nelle istituzioni, nella politica, nelle forze dell'ordine, nella società civile. Universi maschili e maschilisti che da anni fanno soltanto ammuina, fanno finta che il problema delle troppe ragazze, figlie, mogli, mamme e nonne ammazzate, possa essere risolto con un banale strumento legislativo, un nuovo reato, quello di stalking per esempio, o un divieto di avvicinamento. Lo Stato "ponziopilato" annuncia e se ne lava le mani, in attesa delle prossime Martine, Alessie e Antoniette. In poche ore, l'appuntato scelto Capasso ha stracciato il codice militare, che gli imponeva lealtà, nobiltà d'animo e signorilità. Ha infranto il codice cavalleresco: prima le donne e i bambini, gli uomini pronti al sacrificio. E ha ricoperto di ignominia l'Arma dei Carabinieri, quella che una volta era la "beneamata", dove prima di metterti il cappello con la fiamma sulla testa si andava con i raggi x a ritroso per tre generazioni nella tua famiglia alla ricerca di eventuali cause di incompatibilità legali e morali. Il Carabiniere che ammazza le figlie e spara alla moglie con la pistola dello Stato, non può che bloccarci sull'immagine di una stessa pistola attaccata alla cintura dei pantaloni di un altro carabiniere, quello di Firenze, nel buio di un palazzo mentre abusa sessualmente di una studentessa americana. La pistola dello stato in dotazione all'appuntato scelto Capasso è andata oltre, ha alzato il sipario, ha segnato un prima e un dopo nella grande ipocrisia che circonda un fenomeno con più vittime del terrorismo. Perché Antonietta Gargiulo è stata uccisa proprio dalla pistola che avrebbe dovuto proteggerla, lasciata con codardia nelle mani di un uomo indegno di portarla. Aveva presentato due esposti per maltrattamenti, in questura e in commissariato, dopo che il marito l'aveva picchiata davanti alla fabbrica dove lei andava a guadagnarsi il pane. Antonietta aveva anche bussato diverse volte alla caserma dei carabinieri di Velletri, quella dove prestava servizio il marito, ma aveva ottenuto soltanto promesse e rassicurazioni. "Ci parlo io, signora non si preoccupi" le era stato detto. E con lui aveva parlato anche la Commissione dell'Arma dei Carabinieri che dopo averlo sottoposto a una visita medica, lo aveva dichiarato idoneo al servizio. La coscienza sporca nelle istituzioni che oggi prova a nascondersi dietro il paravento della forma: la donna aveva presentato un esposto, in conseguenza del quale la legge non prevede il divieto di avvicinamento. Antonietta aveva subito violenza fisica, psicologica, morale, ma non voleva danneggiare ulteriormente il marito. Con una denuncia lui avrebbe rischiato di perdere il posto di lavoro, oltre alla famiglia. E lei non voleva infierire. Antonietta sceglie di proteggere il marito probabilmente per proteggere se stessa e le figlie. Ma chi l'ha ascoltata e ha accolto le sue denunce sotto forma di esposto, chi conosceva attitudini e comportamento del marito carabiniere armato, aveva il dovere di fare qualcosa, non soltanto un dovere morale scritto nel codice cavalleresco.

Le violenze sulle donne restano impunite: archiviata una denuncia su 4, scrive il 5 febbraio 2018 Maria Novella De Luca su "La Repubblica". La commissione sul femminicidio denuncia il caos nei tribunali e gli abusi derubricati a conflitti familiari. Oltre allo scandalo delle assoluzioni: a Caltanissetta il 44 per cento degli imputati salvato dai giudici. Le donne denunciano, ma un quarto delle loro denunce viene archiviato. I loro ex, mariti, compagni violenti e stalker vengono condannati sì, ma ci sono tribunali (Caltanissetta) dove le assoluzioni sfiorano il 44% dei processi. E poi: troppe violenze sulle donne sono ancora “catalogate” dalle forze dell’ordine come conflitti familiari. I sistemi di rilevazioni di dati sono gravemente obsoleti e contraddittori tra procure e procure, tra uffici e uffici.

"Uccisa dal marito per colpa dell'inerzia dei giudici". Lo Stato complice del femminicidio, ecco le carte delle 12 denunce ignorate. Le carte di una sentenza destinata a fare storia. “I giudici dell’epoca, nel non disporre nessun atto di indagine rispetto ai fatti denunciati da Marianna e nel non adottare nessuna misura volta a neutralizzare la pericolosità del marito, hanno commesso una grave violazione di legge con negligenza inescusabile”, scrive Claudia Fusani il 14 luglio 2017su "Tiscali Notizie". La differenza sta in un coltello. Quando Marianna lo vede, la prima volta, era il 13 maggio 2007 e un brutto presentimento le attraversa la mente. Si spaventa, lo denuncia, “con quel coltello mi ucciderà” disse ai carabinieri. Ma non serve. Sarà quel coltello ad ucciderla pochi mesi dopo, il 3 ottobre, mamma di tre bimbi, moglie uccisa dal marito. Lui si chiama Saverio Nolfo, lo presero quasi subito e non fu difficile per il tribunale di Caltagirone condannarlo a vent’anni per omicidio volontario. I tre bimbi, allora di 3,5 e 7 anni, sono stati nel frattempo adottati, vivono con serenità altrove e chiamano “papà e mamma” i nuovi genitori (lontani parenti di Marianna) e “fratelli” i tre figli naturali della coppia adottiva. E’ una tragedia lontana quella tornata nelle cronache a metà giugno. L’ennesimo femminicidio di cui sono state però punite le colpe dirette – quelle del marito - e anche quelle indirette, cioè dei giudici e di quell’apparato di sicurezza che sembra ancora oggi non essere in grado di capire e prevenire nonostante gli sforzi del ministero dell’Interno sulla formazione del personale e le modifiche al codice penale. Il capo della polizia prefetto Franco Gabrielli la scorsa settimana audito alla Camera spiegò come non sia possibile dare una scorta a tutte le donne che temono aggressioni e violenze da mariti o ex compagni. Vero, certamente. Il fatto è che anche Donata, 48 anni, Maria, 49, Manuela, 25, una donna romena di 48 anni e una italiana di 81, chi più chi meno avevano gridato, chiesto aiuto, denunciato magari con vergogna le loro paure. Le hanno ammazzate tutte in 48 ore, tra Bari, Salerno, Cagliari, Roma, Montepulciano. E allora gli apparati dello Stato, di sicurezza e giudiziari e sociali, dovrebbero mandare a mente le 31 pagine della sentenza della I sezione civile del Tribunale di Messina che ha condannato al risarcimento (per 260 mila euro) i giudici che dieci anni fa non seppero ascoltare Marianna. Pagine che sono la cronaca di dodici mesi di minacce e paura. Di dodici denunce rimaste inascoltate, comunque sottovalutate. 

Trenta pagine da imparare a memoria. La sentenza firmata dal presidente Caterina Mangano è destinata a fare storia. A dettare la giurisprudenza. Soprattutto a dare speranza. Perché, come si legge, “i giudici dell’epoca, nel non disporre nessun atto di indagine rispetto ai fatti denunciati da Marianna e nel non adottare nessuna misura volta a neutralizzare la pericolosità del marito, hanno commesso una grave violazione di legge con negligenza inescusabile”. E’ il risultato della vecchia (1988) legge Vassalli che va a combinarsi con la più recente modificata nel 2015.  Il messaggio è chiaro: mai più sottovalutare alcunché. Anche da parte della vittima. Carmelo Calì, così si chiama il lontano cugino di Marianna che prende in carico prima e poi adotta i tre ragazzini, inizia la sua battaglia nel 2012: sono passati 5 anni dall’omicidio, la pratica per l’adozione si è conclusa, è tempo di chiudere l’unico conto in sospeso perché gli altri – il dolore, la mancanza, lo choc – non sono calcolabili e quindi mai risarcibili. E’ convinto, Carmelo, che “la procura della Repubblica di Caltagirone nulla abbia fatto per impedire la consumazione dell’omicidio di Marianna” nonostante la donna abbia presentato “tra settembre 2006 e settembre 2007 dodici querele nei confronti del marito autore di violenze fisiche, aggressioni e minacce”. La causa civile è promossa contro la Presidenza del Consiglio dei ministri che per i primi tre anni chiede e ottiene la non ammissibilità della causa. Carmelo, affiancato dagli avvocati Alfredo Galasso e Licia D’Amico, insiste finchè la Cassazione gli dà ragione e ordine al tribunale di Messina di procedere. E’ il 17 luglio 2015.  Quante volte Marianna aveva chiesto aiuto. Caterina Mangano, presidente della prima sezione, le mette tutte in fila, una dietro l’altro, 12 querele in 12 mesi. Ne viene fuori la trama sottile di un delitto annunciato.

Dodici denunce in dodici mesi. La prima volta è il 27 settembre 2006, stazione dei carabinieri di Palagonia. Saverio, il marito di Marianna, ha problemi di tossicodipendenza, e lei lo denuncia per “violenze fisiche e maltrattamenti”. Il pm, una donna, prende sul serio la cosa e chiede ed ottiene dal gip la misura cautelare dell’allontanamento dell’uomo dalla casa di famiglia. Attenzione alle date: il 10 ottobre, poco dopo la denuncia, Marianna chiede la separazione. Due strade, il penale delle querele e il civile per la separazione, destinate ad incrociarsi e condizionarsi. Mentre Saverio è allontanato da casa, a quanto pare ben assistito dai suoi legali, produce un certificato del Sert dell’Asl da cui risulta “l’inesistenza di uno stato di tossicodipendenza” tanto che il 19 dicembre 2006 ottiene l’affidamento dei figli in via provvisoria con diritto di visita della madre. Il motivo dell’affidamento è in queste parole del presidente del Tribunale: “Constatato il timore dei figli alla vista della mamma in aula”. A margine dell’affidamento vengono richieste le solite perizie e relazioni ai servizi sociali i quali certificano “la capacità e la disponibilità di entrambi i genitori ad esercitare la patria potestà”. Sul padre, però, dicono qualcosa in più: “Dinamiche relazionali padre-figli condizionate dalla volontà del padre di tenere i figli con sé; insufficienza della casa dei nonni abitata dai minori”. Insomma: dopo la prima denuncia, Marianna ottiene la cacciata del marito ma perde anche figli. La seconda denuncia. E’ del 14 ottobre 2006: due giorni prima Saverio è arrivato a casa della suocera dove erano i bimbi e ha cominciato a prendere a calci il portone spaccando il vetro perché “non è vero che dormono, devo vederli”. I carabinieri, chiamati sul posto, fanno rapporto. Ma Marianna non dà seguito alla necessaria querela di parte: è appena stata presentata la richiesta di divorzio ed è bene – suggeriscono gli avvocati – non esasperare una situazione già complicata. La denuncia per danneggiamento muore così. Quella per ingiurie - la terza denuncia – è archiviata il 17 aprile 2007 perché “non è stato ravvisato nulla di penalmente rilevante”. La quarta querela è del 7 novembre 2006: Marianna denuncia di essere stata picchiata dal marito, ha un referto di 15 giorni, e che i figli non sono stati portati a scuola. Nello stesso periodo ci sono le controdenunce del marito perché “vittima di aggressioni e ingiurie da parte della moglie e dei suoi genitori”. Il 28 novembre Saverio sarà allontanato da casa, segno che comunque la situazione creava preoccupazione. I figli però saranno affidati al babbo. L’anno nuovo, il 2007, inizia con quattro querele: il 15, 16 e 17 gennaio e il 2 febbraio. Marianna dice di non poter andare a casa a prendere le sue cose “per timore di essere aggredita e delle reazioni spropositate del marito”.  Il 15 marzo ne arriva un’altra: questa volta Marianna denuncia di essere stata schiaffeggiata, di non poter aver accesso alle sue cose e di non aver potuto prendere i figli in consegna come previsto dal giudice. Il presidente Mangano prosegue con precisione da laboratorio, dando il dettaglio dell’esito di ciascuna querela archiviata “per elementi inidonei e insussistenti” o dove l’imputato veniva assolto più o meno per gli stessi motivi. Ogni volta, in ogni caso, non è stata possibile l’applicazione delle misure cautelari.  Si va avanti per pagine e pagine. “Sino al mese di giugno 2007 – si legge nella sentenza – non sono rinvenibili i presupposti per affermare una responsabilità dei magistrati della procura di Caltagirone”. Uno stillicidio di violenze e pressioni non perseguibili. La giustizia, e gli apparati di sicurezza e prevenzione, fino a giugno 2007 hanno fatto, sulla carta, il loro dovere. Anche le perizie psichiatriche dicevano che il marito era capace di intendere e di volere, non era un tossicodipendente, entrambi i genitori idonei alla patria potestà. Per fortuna la giurisprudenza da allora ha fornito giudici e investigatori di strumenti più idonei a contrastare certe follie (il reato di stalking). 

"L’inerzia dello Stato". La storia, già di per sé assurda di Marianna e Saverio e dei loro tre bimbi, cambia però il 2 giugno 2007. “Differente valutazione merita invece la vicenda a decorrere dal mese di giugno del 2007” scrive la presidente Mangano. E’ la denuncia numero 10. Quel giorno Marianna va alla stazione dei carabinieri dove ormai la conoscono benissimo, e racconta di essere andata a casa e di aver trovato il marito che, appena la vede, “estrae un coltello a scatto e con aria di sfida lo usa per pulirsi le unghie delle mani”. E’ un crescendo di minacce perché nei giorni precedenti il marito, da cui è ormai avviata la procedura di separazione, “le aveva puntato contro un arco artigianale con una freccia metallica ricavata da un’antenna”. La freccia era stata scoccata ed era finita a 50 centimetri dai piedi della donna. Negli stessi giorni, andando a prendere uno dei figli, il marito “si era fatto trovare mentre maneggiava lo stesso coltello, a scatto, una lama di circa 10 centimetri e manico scuro”. Seguono altre denunce: il 25 luglio e il 3 settembre, ogni volta compare il solito coltello. “A fronte delle querele presentate a decorrere dal mese di giugno 2007 – scrive la presidente – dalle quali poteva razionalmente presagirsi un intento se non omicida quantomeno di violenza ai danni della donna, vi è stata una sostanziale inerzia dello Stato”.

Sei coltellate. Il 3 ottobre Marianna Manduca viene uccisa “con plurime coltellate all’addome e al torace con un coltello a serramanico con una lama di circa dieci centimetri”. I carabinieri questa volta non hanno dubbi e vanno ad arrestare Saverio. Mai delitto è stato più annunciato di quello. A pagina 25 e 26 della sentenza si legge: “Il compimento di una perquisizione (ai tempi delle denunce e mai avvenuta, ndr) avrebbe condotto al rinvenimento del coltello e al suo conseguente sequestro per porto abusivo di mezzi atti ad offendere (…)”. E questo “con valutazione probabilistica, avrebbe impedito il verificarsi dell’evento omicida del 3 ottobre”. Certo, magari Saverio ci avrebbe provato con altri mezzi e in un altro momento. Ma quel rischio specifico non è stato evitato per colpa dell’inerzia dello Stato. “In materia di violenza domestica – scrive qualche riga sotto la presidente – il compito di uno Stato non si esaurisce nella mera adozione di disposizioni di legge che tutelino i soggetti maggiormente vulnerabili ma si estende ad assicurare che la protezione di tali soggetti sia effettiva evidenziando che l’inerzia dell’autorità nell’applicare tali disposizioni di legge si risolve in una vanificazione degli strumenti di tutela in esse previsti”. Una sentenza da studiare nelle università e da mandare a mente in ogni caserma, commissariato e tribunale.  

E Milano «perdona» chi picchia le donne. Archiviate oltre metà delle denunce per stalking e maltrattamenti in famiglia, scrive Cristina Bassi, Mercoledì 15/05/2013, su "Il Giornale". Le donne, quelle picchiate, violentate, perseguitate, sono da tempo sulla bocca di tutti. Bene, si dirà. Quando però chiedono giustizia, i conti non tornano. A Milano meno che altrove. Qui più della metà delle denunce che arrivano sul tavolo della Procura merita, secondo i pm, niente di meglio dell'archiviazione. A dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che certi processi fanno scalpore e quindi valgono centinaia di migliaia di ore di indagini. Altri casi invece non valgono neppure l'apertura di un fascicolo. A denunciarlo è la Casa delle donne maltrattate di Milano (Cadmi), che dal 1988 assiste le donne vittime di violenza. Gli avvocati dell'associazione hanno spulciato i dati della Procura e del Tribunale di Milano. Si sono concentrate (sono tutte donne) sui reati di stalking e di maltrattamenti in famiglia. Scoprendo una «prassi poco virtuosa»: quella di cercare in tutti i modi di archiviare le pratiche. Vediamo i numeri. Dal 2009 al 2012 le denunce arrivate in Procura per stalking sono più che raddoppiate (da 430 a 945) e non solo in virtù del fatto che il reato di atti persecutori è stato introdotto proprio nel 2009. Anche le iscrizioni per maltrattamenti sono aumentate: da 1.318 nel 2009 a 1.545 nel 2012. Che fine hanno fatto queste denunce? Sono finite per lo più nel cestino. Decisamente ridotto è il numero delle misure di custodia cautelare in carcere chieste dai pm nei procedimenti per maltrattamenti in famiglia: nel 2012 su 1.545 iscrizioni le richieste sono state 106. Non solo. Per tutelare l'incolumità delle vittime esistono misure specifiche e più garantiste rispetto alla custodia in carcere. Ma anche queste strade sono poco battute, segno che questi reati suscitano uno scarso allarme in sede giudiziaria. La vera nota dolente per la quale le legali dell'associazione puntano il dito contro la Procura è però l'aumento «esponenziale» negli ultimi anni delle richieste di archiviazione. Per lo stalking lo scorso anno sul totale di 945 denunce le richieste di archiviazione sono state 512 e le effettive archiviazioni del gip 536. Peggio per i maltrattamenti. Le iscrizioni sono state 1.545, le richieste di archiviazione ben 1032 (circa i due terzi), di cui 842 sono state accolte. «Gli organi inquirenti milanesi - si legge nella relazione Cadmi - banalizzano e derubricano sempre più spesso la violenza domestica a semplice conflittualità familiare. Tale definizione, abusata e usata in modo acritico, non fa che occultare il reale fenomeno della violenza, sottovalutando la credibilità di chi denuncia i maltrattamenti». E mettendo a rischio la vita delle donne. Non c'è da stupirsi se le vittime decidono di rivolgersi alla giustizia solo in minima parte. Tre su dieci, secondo l'esperienza diretta dell'associazione. «La denuncia non appare alle donne uno strumento utile per uscire dall'incubo - sottolinea Manuela Ulivi, presidente di Cadmi - Anzi, spesso è il momento di maggior rischio per loro». Francesca Garisto, legale della Casa delle donne maltrattate, commenta questi dati «allarmanti»: «La Procura di Milano ha l'esigenza di sfoltire il carico di lavoro, le indagini richiedono risorse. E la tendenza per i reati analizzati è quella di chiedere l'archiviazione, spesso de plano, cioè senza alcun atto di indagine, anche in presenza di denunce molto dettagliate. I pm si fanno addirittura un vanto della capacità di archiviare molti casi. Se l'archiviazione non va in porto propongono vie alternative a quella giudiziaria, come la mediazione tra le parti. Soluzione che la Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne definisce inefficace e pericolosa».

Le richieste di archiviazione per stalking a fronte di 945 casi. Il dato è relativo al 2012.

Le archiviazioni 2012 per il reato di maltrattamento in famiglia. Le richieste di archiviazione sono 1.032.

Le richieste di custodia in carcere per maltrattamenti in famiglia nel 2012 a fronte di 1.545 denunce.

Perchè i padri arrivano a fare stragi in famiglia. Cosa li porta alla pazzia.

Si arriva a fare gesti inconsulti quando ormai si è perso tutto.

Il padre nella separazione con il coniuge:

perde la moglie;

perde i figli affidati alla moglie;

perde la casa coniugale assegnata alla moglie ed ai figli;

perde lo stipendio conferito alla moglie ed ai figli.

Quando si perde tutto e si vede tutto nero, anche i lumi della ragione si spengono.

Famiglia, padre separato uccide la figlia e si suicida, scrive Stefano Arduini il 19 gennaio 2005 su Vita. Giangiorgio Cometti, 54 anni, prima della tragedia si era rivolto anche all' Associazione Padri separati. Si era rivolto anche all' Associazione Padri separati, creata a Bologna dallo psicologo Aldo Dinacci, il geriatria Giangiorgio Cometti, 54 anni, che ieri sera ha ucciso a colpi di piccone la figlioletta di dieci anni e si è poi suicidato gettandosi da una finestra della propria abitazione, in via Zambrini, una strada pedecollinare e 'bene' del capoluogo emiliano vicino ai Giardini Margherita. Il primo contatto con l'associazione, che raggruppa circa 7.000 padri in tutt'Italia, risale al settembre '98 e fu seguito da altri due colloqui, fino a fine '99-inizi 2000, poi il medico fece perdere le proprie tracce. ''Quando un genitore non si fa più vivo - spiega Dinacci - spesso significa che ha raggiunto, o ritiene di aver raggiunto, una sopportabilità della situazione, un accettabile livello di equilibrio interiore. Immaginavamo che fosse andata così anche in questo caso''. Rileggendo la scheda redatta sulla vicenda, Dinacci ricorda che il geriatra e la moglie si erano rivolti allo stesso studio legale per le pratiche della separazione consensuale. In altre due occasioni, Cometti si era poi rivolto all' Associazione per discutere aspetti legali della pratica e avere altri consigli. Quindi il silenzio, fino alla tragedia di ieri sera. Il presidente dei Padri separati rileva che nel 92% dei casi, quando una coppia si divide, i figli vengono affidati alla madre, solo nel 4% ai padri e nel residuo 4% circa a nuove famiglie o a istituti. ''C'è una responsabilità collettiva su queste scelte - commenta il prof. Dinacci - Queste sentenze vengono fatte con lo 'stampino' e indipendentemente dalle volontà dei soggetti coinvolti, non tengono conto degli aspetti psicologici. I figli sono di entrambi i genitori, non di uno solo''.

Uccide moglie e figlio, poi si suicida Medico non accettava la separazione. Ha strangolato la compagna durante una lite e dopo ha sparato al bimbo di 4 anni, scrive Angela Balenzano l'8 giugno 2016 su "Il Corriere della Sera". Ammazza la moglie. Poi il figlio di quattro anni. Infine si toglie la vita. Tre momenti di follia che si sono consumati martedì sera in due luoghi diversi a Taranto. Il protagonista è Luigi Alfarano, 50 anni, coordinatore dell’Ant (Associazione nazionale tumori) che ha prima assassinato la compagna, Federica De Luca, trentenne, nell’appartamento in città dove vivevano sin dal giorno in cui si erano sposati e poi - stando alla ricostruzione fatta da polizia e carabinieri fino a questo momento - è andato via con il figlioletto e una ventina di minuti dopo ha raggiunto una casa di campagna tra Pino di Lenne e Chiatona, nel territorio di Palagiano. Qui ha ucciso il figlio a colpi di pistola e qualche attimo dopo si è tolto la vita. 

La fine del matrimonio. La coppia stava per scrivere la parola fine al loro matrimonio. Le pratiche erano già avviate. Martedì mattina però non si era presentata all’udienza programmata al Tribunale di Taranto proprio per discutere della separazione. Cosa sia accaduto in mattinata è ancora tutto da chiarire. C’è solo una certezza. Nel tardo pomeriggio il medico e sua moglie hanno avuto una discussione. Un litigio violento, probabilmente l’ennesimo in questo periodo di crisi coniugale e sfociato poi nel primo omicidio. Alfarano, secondo quanto stabilito dagli investigatori, ha aggredito e picchiato la moglie. Poi l’ha assassinata strangolandola. Il 50enne ha lasciato la donna in quell’appartamento in via Galera Montefusco ed è uscito di casa con il bambino. In auto hanno raggiunto una piccola casa di campagna in località Pino Di Lenne, tra Chiatona e Palagiano (usata qualche volta dalla famiglia per trascorrere qualche giorno di vacanza) e lì senza pietà avrebbe dato sfogo ai suoi ultimi momenti di follia. Sparando e uccidendo il bambino che, con ogni probabilità, poco prima aveva assistito alla morte della sua mamma. Dopo il secondo omicidio ha deciso di farla finita. Si è sparato. Ha utilizzato una Beretta 98 che deteneva regolarmente. 

L’allarme. A dare l’allarme martedì sera sarebbe stata la mamma della giovane donna assassinata: era preoccupata perché nel pomeriggio la figlia non si era presentata presso lo studio legale dove avrebbe dovuto firmare alcune pratiche per formalizzare alcuni atti della separazione da Luigi Alfarano. Un passaggio importante che avrebbe dovuto dare inizio alle procedure per mettere fine al matrimonio della coppia. Dopo l’allarme sono scattate subito le operazioni delle forze dell’ordine per cercare di capire cosa fosse successo alla donna, recandosi nell’abitazione della coppia. È stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco per aprire l’appartamento al terzo piano di quella palazzina nel cuore di Taranto e lì poliziotti e carabinieri hanno trovato il cadavere della donna. Immediatamente sono state avviate le indagini per cercare il marito della donna e il figlio. Una situazione che sin dai primi istanti ha preoccupato gli inquirenti, soprattutto per l’assenza del bambino. Preoccupazioni che in tarda serata hanno trovato conferma. Quando in quella isolata casa di campagna a Palagiano sono stati trovati gli altri due corpi. Forse abbracciati. 

I sopralluoghi. Per tutta la notte le forze dell’ordine hanno eseguito sopralluoghi scientifici nei luoghi in cui si sono consumati i due omicidi e il suicidio contestualmente agli accertamenti medico-legali. Le indagini sono coordinati dal pubblico ministero Remo Epifani. La ricostruzione dei fatti accaduti martedì sera è solo una prima fase delle indagini che riassumono un pomeriggio e una serata di follia. Ma ci sono ancora molto aspetti che devono essere chiariti. Nelle prossime ore gli inquirenti ascolteranno i familiari, i vicini di casa e i conoscenti della coppia. 

Cisterna, l’ultima telefonata: "Papà, sola con te ho paura". Gli audio della chiamata del carabiniere killer alla figlia, scrive Silvia Mancinelli, scrive il 3 Marzo 2018 su “Il Tempo”. «Non ti preoccupare, a papà, non ti faccio niente». «Lo so che non mi faresti mai del male, lo so», risponde la ragazzina. «No, mai a papà. Alessia, se mai proviamo a stare insieme, mai sappiamo se stiamo bene o no». «Però da soli no...». «Pure Martina. E mamma, se vuole venire, se vi va. Ci tengo a voi. Non mi sono dimenticato». Nella telefonata del 9 dicembre tra Luigi Capasso e la figlia maggiore, mandata in onda ieri dalla trasmissione «Pomeriggio 5», emerge tutta la paura che la tredicenne provava per il padre. Lui registrava, convinto di dimostrare all’avvocato di essere una vittima, chiuso fuori dalla sua famiglia. E oggi quell’audio sembra invece una terribile profezia, seppur svelata troppo in ritardo. L’appuntato dei carabinieri, che prima di uccidersi ha scritto cinque lettere indirizzate ai fratelli e lasciato assegni per quasi 10mila euro da utilizzare per il funerale suo e delle sue vittime, aveva premeditato tutto. Altro che raptus, altro che blackout. Il quarantatreenne di Secondigliano, riconosciuto idoneo dall’Arma a settembre, ha lasciato precise indicazioni anche per disdire le utenze di luce e gas perché tanto lui, in quella casa, non ci avrebbe più vissuto. Materiale tutto in mano alla Procura e sulla base del quale si potranno accertare tutte le responsabilità. Antonietta, che il marito al telefono chiama «Tonia», risponde con freddezza. È una donna provata...

Luigi Capasso, un papà spinto alla follia dal sistema femminista? Scrive il 2 marzo 2018 Silvio Altarelli  su "it.avoiceformen.com". Nel luglio 2017 Loredana Busonero, comandante della polizia municipale di Monte Argentario, ha ucciso a colpi di pistola il figlio che dormiva e si è suicidata.  La vicenda ha avuto poco risalto: una ricerca su Google fornisce solo 22mila risultati, improntati al “poverina”.  I primi dicono:

«un po’ di nervosismo in un periodo come questo, con molti turisti nella nostra zona, è da considerarsi normale»;

«Amarlo così tanto da non volerlo lasciare solo per il resto della sua vita»;

«Loredana ha ucciso suo figlio perché non voleva abbandonarlo come aveva fatto suo padre con lei» (il padre si era suicidato);

«Loredana era una persona tranquilla, impegnata nel suo lavoro e dedita al suo figlio adorato».

Due giorni fa Luigi Capasso, Carabiniere di Latina originario di Napoli, ha sparato alla moglie ed ucciso con colpi di pistola le due figlie che dormivano, e si è suicidato. La vicenda è stata sparata sulle prime pagine con dirette televisive: una ricerca su Google già fornisce 194mila risultati. Come al solito, il doppiopesismo vuole alimentare la falsa impressione secondo cui gli uomini sarebbero più violenti delle donne.  Ed infatti torme di sciacalle femministe che nulla avevano scritto sulla Busonero si sono affrettate sulle pagine dei loro giornali a dipingere Capasso come violento, a strumentalizzare la vicenda attaccando collettivamente gli uomini ed i padri (avessero attaccato i Napoletani sarebbero state licenziate per razzismo), e chiedendo finanziamenti a quei centri anti-violenza criticati per l’ideologia misandrica e le conseguenti false accuse contro i papà. Luigi Capasso aveva un motivo che può averlo portato alla disperazione e forse alla follia.  Luigi viveva in caserma dopo aver perso la casa nella separazione.  E soprattutto aveva denunciato che la ex moglie gli impediva di vedere le figlie, ma non era stato tutelato dalla giustizia.  Suo fratello dice: «Aveva questa cosa che non poteva vedere le bambine e lo tormentava, anche a Natale non le aveva potute vedere.  Ma dire che era cattivo o picchiava moglie e figlie non è vero. Le figlie adoravano il padre…».  «Da Latina però VP, presidente dell’associazione Valore Donna, racconta invece che le figlie ne avessero paura».  Al momento non si sa la verità: magari le figlie erano state alienate.  Capasso ha lasciato lettere in cui spiega le ragioni del suo gesto «riconducibili alla moglie che viene accusata dall’uomo» e lascia 10,000 Euro per i funerali. In una tremenda legge del contrappasso, la ex moglie proverà anche lei il dolore di vivere senza le figlie, vittime della tragedia. Ne parla il ministro degli Interni, ne parla Renzi facendo campagna elettorale sul «femminicidio», vogliono mettere sotto inchiesta i Carabinieri che non hanno letto nella mente di Capasso.  Niente del genere era accaduto per la Busonero. E allora analizziamo le cause di quanto accaduto.  Forse chi pontifica dalla stampa ha ragione: Capasso era ossessionato dalla gelosia che lo aveva reso violento e la moglie lo aveva lasciato per questo. O forse, la principale causa scatenante sono state le modalità della separazione. Quando centomila papà subiscono la stessa violenza, prima o poi capita che qualche disperato perda la testa e scelga la via estrema.  Violenza chiama violenza: se prendi a calci un cane, può reagire mordendoti.  Allo stesso modo le persone i cui diritti umani vengono violati tendono a ribellarsi, spesso in maniera folle e violenta.  Le persone che oggi, invece di riflettere, danno addosso a Capasso eccitate dal gesto e dalla stampa, sono le stesse che in situazioni difficili tendono a reagire in maniera impulsiva e folle. Per chi invece preferisce riflettere, informiamo che a Latina era avvenuta un’altra terribile vicenda, che potrebbe aver influenzato Capasso: un bambino per anni privato del papà.  EdizioniOggi pubblicò questa lettera dell’altro papà (MF), che ha scelto di rimanere all’interno della legge. Se è troppo lunga ve la riassumo: TOTALE IMPUNITÀ. «Dopo 7 anni di udienze processuali perviene ai servizi sociali di Sezze (LT) un provvedimento (il primo), di allontanamento del minore, dalla madre, con decadenza della potestà genitoriale della stessa ed affidamento al padre […] Viene quindi ordinato ai Carabinieri ed ai servizi sociali di Sezze di eseguire il suddetto provvedimento. I servizi sociali avvisano la madre, la quale si rende irreperibile per circa tre mesi, e né i Carabinieri di Sezze, né quelli di Latina Scalo i di latina, fanno ricerche per trovare mio figlio. Ho quindi contattato un investigatore privato che, nel giro di due giorni riesce a trovare il bambino. A casa sua! il pm […] ordina ai Carabinieri di Sezze e ai servizi sociali di eseguire il provvedimento. Questi si recano sul posto ma non prelevano il bambino, giustificando che il medesimo non voleva andare con il padre, grida, piange, scappa […] il giudice, dr.Janniello, sconcertato per la mancata esecuzione del provvedimento, con una seconda ordinanza incarica la questura di Latina, Ufficio Minori, di procedere all’allontanamento del minore […] assegna 10 giorni per adempiere, allo scadere dei quali i servizi sociali, riconvocati, dichiarano di non aver adempiuto al provvedimento. […] Arriva quindi un nuovo provvedimento (il terzo) per l’affidamento del minore ad una “casa famiglia” ritenendo necessario un più stretto avvicinamento fra la figura paterna ed il figlio, dopo anni di influenza materna negativa. Tale provvedimento doveva essere eseguito dalla Questura di Latina. I servizi sociali dovevano indicare il nominativo della casa famiglia: tale nominativo non è mai stato indicato! Il 2 marzo 2010 il giudice, dott.Janniello, convoca in udienza [..] A tale udienza, la madre si presenta con l’assistenza di un nuovo avvocato (il quinto!), tale dott. Coffari, di Firenze, ma non viene fatto comparire il bambino. Vengono quindi azzerati tutti i provvedimenti adottati, sia di affidamento al padre, che alla casa famiglia, e si dà carta bianca per una mediazione al nuovo curatore, il quale stabilisce che il bambino dovrà stare tre giorni con il sottoscritto e tre giorni con la madre, che accetta tale soluzione.  […] Solita sceneggiata: il bambino non vuole saperne di andare con il padre, e l’accordo salta. Il curatore redige una relazione […] viene evidenziata la negatività dell’ambiente familiare dove il minore vive e la negativa influenza della madre e della nonna materna nei riguardi del minore stesso, tanto da “renderlo quasi un automa ai loro ordini”.   Il Tribunale emette il quarto provvedimento con il quale interrompeva il legame viziato fra il bambino e la madre e disponeva, in via temporanea e strumentale, l’allontanamento dello stesso, allo scopo di sottrarlo alle anzidette influenze negative, da un nucleo familiare definito fortemente patologico, con sospensione del rapporto fra il bambino e i familiari materni. Disponeva inoltre l’allontanamento immediato del bambino a cura della Questura di Latina, Ufficio Minori, e l’assegnazione ad una casa famiglia al di fuori del territorio di residenza. E ancora una volta la madre si rende irreperibile con il bambino. La Procura di latina inserisce la sig.ra VP fra le persone da ricercare. A questo punto, scoppia il caso mediatico, con una vera e propria campagna diffamatoria contro il Tribunale dei Minori di Roma e contro le forze dell’ordine, e con richiesta ricusazione del giudice dr.Janniello. Lo stesso, dopo una settimana, decideva di astenersi».

Come al solito, associazioni femministe con agganci politici si erano mobilitate per la signora: «è indagata dalla Procura di Latina per inosservanza dei provvedimenti del giudice, per sottrazione di minore, e forse anche per sequestro di persona e non so quali altri reati. Ma tutto questo non è bastato all’esponente dell’IdV che, per premio, l’ha eletta presidente provinciale delle donne IdV e le ha aperto un Centro Antiviolenza Donne a Latina». Il centro anti-violenza affidato alla signora VP (quella con potestà genitoriale sospesa) si chiama “VALORE DONNA”. La ex moglie denunciata da Luigi Capasso «si era rivolta all’associazione VALORE DONNA». Ci stupiamo che un papà possa rinunciare a combattere per le figlie rimanendo all’interno di questa “giustizia”?  Che possa venire terrorizzato dalla prospettva di finire nello stesso tritacarne? Circa metà degli omicidi familiari avvengono non al momento della separazione, ma quando uno si rende conto che è impossibile avere giustizia, che per un papà è inutile avere ragione, che è inutile avere la legge dalla propria parte, che il sistema giudiziario a cui dobbiamo lasciare difendere i nostri figli di fatto ha abdicato, che vige la legge della giungla. Il ministro degli Interni e Renzi parlano della vicenda: ma hanno ignorato le tante condanne che l’Italia ha ricevuto da parte della Corte Europea per i Diritti Umani per violazioni dei diritti umani dei papà. Chi aveva il potere avrebbe dovuto prendere misure di giustizia, evitando le tragedie.  Non lo hanno fatto: perchè la sinistra è persa nel femminismo misandrico sperando che gli porti i voti delle donne. Il da farsi per dimezzare queste tragedie è chiaro: tagliare le unghie alle avvocate femministe che si arricchiscono trasformando le separazioni in guerre, tagliare le penne alle giornaliste sciacalle, tagliare lo stipendio a chi offre questa “giustizia”, tagliare i fondi ai centri anti-violenza di stampo femminista e sostituirli con professionisti non sessisti capaci di intervenire come mediatori nei conflitti tutelando il diritto dei bambini ad avere entrambi i genitori.

L’onere della prova 2: quando il padre uccide i figli, scrive il 2 marzo 2018 Paolo Cavallari su "it.avoiceformen.com". La vicenda di Cisterna di Latina, dove un carabiniere ha sparato alla moglie e ha ucciso le figlie per poi suicidarsi ha destato orrore in tutta Italia. Il ministro degli interni Minniti (sentendosi responsabile dato che si trattava di un membro delle forze dell’ordine) ha dichiarato «E’ inaccettabile l’accaduto, su queste cose ci sono troppe sottovalutazioni. Dobbiamo prendere un impegno d’onore: non possiamo discutere di tragedie simili pensando che si sarebbero potute evitare». Mentre TV e giornali nazionali hanno trattato del delitto senza particolari strumentalizzazioni, lo stesso non si può dire per i blog e le pagine web.

Prendiamo ad esempio il blog del Fatto Quotidiano: Le faceva stalking appostandosi anche vicino al luogo di lavoro per aggredirla davanti ai colleghi e con spregiudicatezza si era rivolto strumentalmente alla legge: aveva fatto un esposto nei confronti della moglie perché non vedeva le figlie che lo temevano e non volevano incontrarlo. In un momento in cui le prassi nei Tribunali con le Ctu colpevolizzano le donne che subiscono violenza perché la loro paura o la paura dei loro figli diventa un elemento a discarico dell’autore dei maltrattamenti è importante scardinare il sistema che avvantaggia i violenti in nome del ruolo paterno.

Il Post invece ha scritto: Capasso venne convocato ed espose la sua versione dei fatti: la moglie gli impediva di vedere le figlie, facendo dunque implicitamente appello alla cosiddetta “alienazione parentale” che continua a trovare applicazione nei tribunali italiani durante le cause di separazione e di affidamento dei figli. Questa sindrome, che secondo molti non ha alcun fondamento, colpevolizza le donne vittime di violenza e, di fatto, non protegge i bambini che assistono ai maltrattamenti. Diversi giornali hanno raccontato il femminicidio di Cisterna Latina usando termini come “raptus”, “follia” o “gelosia” e dedicando ampio spazio al femminicida, Luigi Capasso sottolineando come fosse «legatissimo alle figlie» o intervistando conoscenti o colleghi che lo descrivono come «un uomo normale». Come sanno bene le donne e gli uomini che lavorano nei centri Antiviolenza – valorizzati da quella Convenzione di Istanbul che è stata ratificata dall’Italia ma di cui in Italia manca il sostanziale recepimento – il femminicidio è un fenomeno endemico.

Infine la 27esimaora del Corriere della Sera commenta così il delitto: Ma i casi in cui l’ex maltrattante continua a farsi scudo con i figli per continuare a controllare o punire la donna che si è ribellata al loro potere, sono numerosissimi, e se anche non si arriva a ucciderli, questi figli sono comunque percepiti dal maschio come oggetti di sua esclusiva proprietà per impostare un nuovo e perverso controllo nei confronti della donna che va punita. Tanti casi che sono e rimangono “a rischio”, soprattutto se a essere complici di questa tortura sono le stesse istituzioni che invece di allontanare il padre violento, chiudono gli occhi e lo impongono a tutti i costi al minore che magari è impaurito, e questo perché “un padre è sempre un padre”, a costo di sacrificare il ruolo materno accudente e non violento.

Che cosa possiamo notare dagli articoli citati e da altri che sono stati scritti nei giorni successivi al fatto? Sembra che il delitto sia preso come occasione per ribadire la pericolosità degli uomini in fase di separazione. Che sarebbe sistematicamente sottovalutata dalle istituzioni che non proteggono le donne. E soprattutto i bambini, figli di questi uomini che possono arrivare ad ucciderli. Insomma – anche se non si dice apertamente – l’immagine che si vuole far passare è quella del maschio della specie homo sapiens non dissimile dai maschi dei felini che sbranano i loro cuccioli. Ma questo sarebbe il meno, in fin dei conti si tratta solo di un effetto secondario della campagna sul femminicidio (di cui si è parlato ampiamente su questo blog). Vogliamo invece portare l’attenzione sull’insistenza con cui si sostiene che le donne che denunciano il pericolo per i figli non sarebbero credute. E perchè non sarebbero credute? Perchè si sottovaluterebbe sistematicamente il rischio senza dare la giusta credibilità a quanto affermano i centri antiviolenza. Non è questa la sede per entrare nel merito di queste affermazioni. Lo scopo qui è solo quello di fotografare la situazione a livello di messaggio proposto. Lasciamo quindi in sospeso il giudizio sulla fondatezza di queste affermazioni e concentriamoci sulle loro implicazioni. Che cosa propongono i commentatori che chiedono di alzare il livello di protezione per le donne che si separano? Nè più nè meno che di credere alle donne che denunciano solo sulla parola, di considerarle credibili fino a prova contraria. Cioè, se una donna dice “il mio ex è violento, ho paura che faccia del male ai bambini”, allora le si dovrebbe credere subito e tenere lontano il padre dai figli. In attesa di accertamenti (che si sa, possono durare anni). Enfatizzando il livello di rischio per la vita dei figli, si cerca di alzare il livello delle misure cautelari da prendere in via provvisoria. Del resto non si possono chiedere troppe prove ad una madre che teme per i figli, il pericolo è grande, intanto si proteggono i figli e poi si vedrà. L’onere della prova dunque ricade sull’uomo, è lui che deve dimostrare di non essere pericoloso. Facciamo allora un po’ di conti. In Italia ci sono circa 63.000 separazioni all’anno con figli. Si deve però tenere conto che ormai molte coppie convivono senza essere sposate e non compaiono nelle statistiche delle separazioni. Quindi ipotizziamo che ogni anno ci siano 100.000 padri che si separano dalla madre dei loro figli.  Che si fa per prevenire i figlicidi? Si tengono tutti lontani dai figli a sola domanda della ex? Per fronteggiare il rischio di figlicidio – che si concretizza in pochi casi all’anno – secondo coloro che lanciano l’allarme figlicidio si dovrebbero tenere lontani dai figli un gran numero di padri sani. L’onere della prova di non essere squilibrato ricadrebbe sul sano, mentre lo squilibrato potrà comunque fare danno.

Note a margine: Il termine figlicidio è comparso da poco nella lingua italiana. In passato si usava il termine tecnico infanticidio, che è previsto come reato commesso dalla sola madre nel codice penale italiano (art. 578). E’ un reato punito meno severamente dell’omicidio. La parola “figlicidio” invece è probabilmente nata a livello giornalistico proprio per coprire anche i casi di omicidio dei figli da parte dei padri. Non ci sono statistiche ufficiali sui numeri, ma le uccisioni di bambini piccoli sono commesse più spesso dalle madri, mentre se si includono i casi di uccisioni di figli di tutte le età (per i moventi più vari) i padri uccidono più delle madri. Il meccanismo di inversione dell’onere della prova messa a carico dell’uomo presunto carnefice è lo stesso che si è manifestato nel caso dello stupro delle due studentesse americane a Firenze di cui si parla in questo altro post. In pratica è una forma di manipolazione dell’opinione pubblica: si concentra l’attenzione sull’efferatezza di un delitto per fare in modo che venga considerata normale la sospensione delle garanzie e diventi naturale pensare che l’onere della prova è a carico dell’accusato: se è veramente innocente potrà facilmente dimostrarlo. Il fatto che spesso le donne non siano credute quando denunciano è verosimile. Ma perchè ciò avviene? Perchè negli ultimi anni c’è stata una escalation di false denunce di ogni tipo (stalking, violenza in famiglia, stupro sui figli ecc.). Questo ha creato un rumore di fondo che rende gli inquirenti più cauti nel prendere provvedimenti basati solo sulla parola della denunciante. A fare le spese delle troppe false denunce, sono le donne veramente in pericolo che non vengono protette in modo tempestivo.

La mamma assopigliatutto nei tribunali, scrive il 18 gennaio 2018 Marcello Adriano Mazzola, Avvocato, rappresentante istituzionale avvocatura, su "Il Fatto Quotidiano". Tribunale di Milano, udienza recente in una separazione. Conflittualità tra i coniugi, figli di 8 e 11 anni. Abitazione in comproprietà. Abitazioni dei suoceri confortevoli. Modalità di frequentazione attuali genitori e figli con tempi quasi paritetici. Redditi abbastanza simili. Il difensore del “papà” chiede al tribunale un autentico affidamento condiviso (ratio legis della l. 54/2006), con tempi paritetici, mantenimento diretto, abitazione alternata, sussistendone tutti i presupposti. Il giudice attento, intelligente, preparato, ascolta, chiede. Poi proferisce il verbo: “Lei (papà) deve uscire di casa, lo sa?” Il difensore del “papà” vorrebbe tanto chiedergli: “Epper Dio, mi spieghi perché”. Si gioca invece la carta di riserva (abitazione alternativa in godimento del padre, vicina a pochi metri) e insiste nella richiesta di un autentico affidamento condiviso. Il giudice proferisce il secondo verbo: “L’orientamento di questo tribunale è che il padre lasci la casa familiare”. Gli viene concessa la frequentazione di un weekend alternato e in settimana qualche spizzico di frequentazione. Ovviamente gli viene pure addossato un assegno perequativo. Storia di vita vissuta nell’annus domini 2018. Non nel Medioevo né tanto meno nel periodo della Grande guerra o nel dopoguerra, quando i padri erano dediti ad altro e raramente frequentavano e si godevano i figli. E le madri accudivano i figli. Tempi in cui l’unica figura di riferimento era la madre, dominava la scena. Oggi se ci si guarda intorno ci si imbatte in una gamma incantevole (perché è un incanto, è un dono, prendersi cura dei figli: amarli, crescerli, educarli, accompagnarli durante il loro percorso) di padri amorevoli, entusiasti, felici, delicati, pieni di attenzioni verso i figli. Li vedi con il bebè nel marsupio, nello zaino, alla guida dei passeggini, al parco. Saltellanti, scattanti, gioiosi, sorridenti. Ovunque. Certo, ci sono anche tanti papà inadeguati. Così come tante mamme inadeguate. Sapere dunque che un “papà” in tribunale non abbia pari tutela perché l’orientamento dominante è questo ha dell’incredibile. Perché il papà viene dopo. Sempre. Anche se i figli non sono infanti. Con la supponenza pure di non renderli infranti. Un orientamento assolutamente dominante (rarissimi i provvedimenti di affidamento condiviso paritario) che si pone, a mio avviso, in spregio imbarazzante del sacro diritto di uguaglianza. Che viola, infrange, piega i diritti bigenitoriali e genitoriali. Ma perché mai un genitore che frequenta i figli continuamente e pariteticamente, se ne prende cura, dinanzi alla separazione deve essere recluso nel recinto del 15% dei tempi di frequentazione. Liberi e uguali? A chi? La cultura mammista che domina il diritto di famiglia ha trovato recente eco in una incredibile sentenza della Cassazione (sez. I, 14 settembre 2016, n. 18087) in cui ci è stato spiegato che i giudici di merito hanno in realtà proceduto alla “ricerca della soluzione che avesse meglio privilegiato il futuro benessere morale e materiale dei piccoli e la loro serena maturazione psicologica”. Ergo, lo stare (i figli) con la mamma, che si è potuta trasferire sua sponte a centinaia di chilometri. In barba del papà. I giudici supremi, con indulgenza, hanno invece scritto che “Allo stesso modo, la scelta materna di una sede di lavoro lontana non poteva essere attribuita, semplicisticamente, alla volontà di separare il padre dai figli, o di rendere al primo più difficoltosa la frequentazione dei bambini; si spiegava, invece, in ragione della possibilità di andare a vivere a (…), dove risiedeva la sorella con i suoi figli” e “non sussistevano ragioni per derogare al criterio di scelta ordinariamente seguito, che vedeva i bambini in età scolare collocati in via prevalente con la madre, anche quando, come nella specie, il padre avesse dimostrato eccellenti capacità genitoriali”. Sentenza che ha indotto subito un eccellente giudice (allora alla sezione famiglia di Milano) a prenderne le dovute distanze spiegando che il criterio guida è il superiore interesse del minore non potendo al contrario trovare applicazione il “principio della maternal preference”, in quanto criterio interpretativo non previsto dagli articoli 337-ter e seguenti del codice civile e in contrasto con la stessa ratio ispiratrice della l. 54/2006 sull’affidamento condiviso (Tribunale di Milano, sez. IX, Pres. Amato, Est. Buffone, decr. 13-19 ottobre 2016). E spiegando come nel codice civile e nella Costituzione non vi siano norme che attribuiscono preferenza privilegiata alla madre nella collocazione dei figli. Anzi, ci sono proprio studi anche internazionali che hanno portato all’abbandono del criterio della preferenza materna, in favore del criterio della neutralità del genitore affidatario, potendo dunque essere, sia il padre che la madre. Domina invece ancora indisturbato il criterio della cosiddetta Maternal preference. E quello della paternal diffidence. Chissà cosa ne pensi il Guardasigilli al riguardo.

La follia e i padri separati, scrive il 29 maggio 2011 papaseparatiliguria.it. Cosa non funziona nel sistema giuridico italiano, così criticato anche da Berlusconi. Hanno «fatto uscire pazzo» anche lui. E il premier ora è costretto a elemosinare comprensione dagli altri grandi della terra: perfino da quello «abbronzato». Silvio Berlusconi è ossessionato dai giudici e va in giro di qua e di là a ripetere che il sistema giudiziario italiano è generatore di ingiustizia, per dirla in altri termini. E se avesse ragione? Mi ritrovo così, nella follia dei tempi in cui viviamo, a perorare la causa del premier, proprio ora che si intravedono le luci del tramonto e gli «osanna» di qualche settimana fa si sono abbassati in voci di leggero dissenso, velata critica. Del resto la cautela è dovuta: con i biscioni non si sa mai. Non è il momento, ma io lo difendo lo stesso. E parto dai padri separati. Che ammazzano i figli, la moglie, se stessi. I casi alla Matthias Schepp: padre di due gemelline, scomparse, probabilmente uccise; lui suicida, stritolato sui binari da un treno in corsa. Nella sua vicenda la moglie è stata risparmiata: ma Schepp diabolicamente le fa scontare la colpa di avere causato la separazione, da viva. È solo la premessa della mia difesa. Gli istituti di ricerca, statali e privati, per fornire un quadro statistico il più dettagliato possibile, osservano, sezionano, analizzano e catalogano per anno, per semestre, per mese, e poi ancora per regioni, province, città e piccoli centri, per sesso e per fascia d’età, di reddito, di scolarizzazione, i più diversi aspetti della vita quotidiana degli italiani. In tali statistiche, tanto minuziose e capillari, continua però a mancare la voce relativa e specifica ai fatti di sangue legati alle separazioni. Perché? Dimenticanza fortuita o volontà precisa? La spiegazione dei media in occasione di ogni fatto di sangue fra separati è sempre la stessa: gesto isolato di un folle. Non si analizza mai il fenomeno nel suo insieme, ma se i cosiddetti «gesti isolati» si ripetono a migliaia, significa che il sistema non funziona come dovrebbe. Chi muore per l’uso di anabolizzanti nel culturismo e nello sport agonistico in generale non è definito «pazzo» e dopo si cercano le ragioni, i responsabili delle (centinaia) di morti in certi studi medici, in certe palestre, in certe farmacie. Non si archivia frettolosamente come pazzo il debitore disperato che uccide l’usuraio causa della sua rovina: la collettività è piuttosto solidale, può nascere un numero verde anti-usura, si stanziano fondi, si creano fondazioni antiusura. E sulle stragi del sabato sera: non sono definiti malati di mente i ragazzi che muoiono in auto dopo avere trascorso una notte in discoteca. E le discoteche difatti sono oggetto di provvedimenti legislativi finalizzati ad arginare il fenomeno negativo: orari di chiusura definiti per legge, limite al livello dei decibel, stop anticipato alla vendita di alcolici, controlli per la diffusione di stupefacenti. Così accade che quando la gente muore uscendo dalle discoteche si cercano i motivi nelle discoteche, quando invece la gente muore uscendo dai tribunali i motivi si cercano nei disturbi mentali della gente. Facciamo un passo indietro, anzi dentro. Entriamo in un tribunale per una causa di separazione. La maggior parte di esse termina con un affido dei minori alla madre e con un assegno che il padre deve versare. Primo paradosso: gli uomini sanno già di avere un’altissima percentuale di possibilità di perdere la causa solo perché appartenenti al sesso maschile. L’esito di questo processo è la perdita del contatto quotidiano con i propri figli. Qui siamo al secondo paradosso: la sentenza solitamente ottenuta da un padre separato gli impone di considerare «normale ed obbligatorio» quanto il diritto e la psicologia definiscono lesivo dei diritti e della stabilità del minore. Un genitore non separato che volesse trascorrere con il proprio figlio un week end ogni quindici giorni, dalle sei alle otto ore nei pomeriggi infrasettimanali, una settimana in inverno e due settimane d’estate, verrebbe considerato – dagli psicologi, dagli avvocati, dai periti, dagli assistenti sociali – un «genitore trascurante». In un giudizio di separazione se questa fosse la sua scelta, essa lo farebbe definire «genitore inadeguato». Un genitore separato che non si accontenta di trascorrere con il proprio figlio un week end ogni quindici giorni e sei, otto ore alla settimana, sette giorni in inverno e quattordici d’estate, è considerato un genitore che non vuole adempiere alle statuizioni giudiziarie e dunque «genitore conflittuale», «potenzialmente abusante», «inadempiente». E in un giudizio di separazione ciò lo farebbe definire genitore «inadeguato». È da uscirne pazzi. La follia dunque può essere attribuita solo a chi compie il gesto materiale di uccidere i propri familiari e poi se stesso? O forse a tutto un sistema che vive anche economicamente creando un conflitto che poi deve gestire? Poveri padri.

Perché i padri uccidono i figli, scrive Alice Dutto il 3 Aprile 2017 su "Nostro Figlio". Dopo il caso di Trento abbiamo chiesto alla presidentessa della Società Italiana di Criminologia di spiegarci le cause e le motivazioni di un gesto così tragico. L'ultimo in ordine di tempo è il caso del papà di Trento che ha ucciso i suoi due figli prima di togliersi la vita gettandosi da una rupe. Ma negli anni sono diversi i casi che sono finiti sulla cronaca dei giornali. Partendo dal presupposto che si tratta comunque di eventi molto rari, e a prescindere dalle singole storie, ci siamo chiesti come sia possibile arrivare a gesti così estremi.

LE CAUSE. «Non c'è mai una sola causa – spiega Isabella Merzagora, professore ordinario di Criminologia all'Università degli Studi di Milano e presidente della Società Italiana di Criminologia –. Spesso si tratta di più motivazioni che talvolta, ma non sempre, derivano dalla malattia mentale. In altri casi, la spinta deriva da un disagio esistenziale o dalla volontà di far del male al partner attraverso i figli». Talvolta, si può trattare di disperazione, «dove il confine tra disperazione e depressione può essere molto esile. Se c'è un disastro economico, ad esempio, il timore di non poter andare avanti può portare a episodi così efferati». E la dinamica familiare rende tutto ancora più complesso: «le stragi domestiche di solito sottendono a gravi forme depressive, si sente la necessità di uccidersi e si vuole portare con sé le persone che si amano di più. Questo, in qualche modo, per sottrarle a un destino che pare di sofferenza terribile. È una sorta di omicidio per pietà che scaturisce però da una convinzione in genere patologica».

FIGLICIDIO PATERNO E MATERNO. Esistono poi delle differenze tra le madri e i padri che arrivano a fare questi gesti estremi. «In genere, l'omicidio femminile, che accade praticamente sempre in famiglia, avviene con metodi meno violenti. Gli uomini, invece, utilizzano modalità più cruente. Ma è anche una questione legata all'età della prole: le madri infatti compiono più spesso dei neonaticidi, che comportano quasi sempre meno violenza».

COME INTERVENIRE. Partendo dal presupposto che non tutto si può scongiurare, «È vero che certe volte il segnale di una malattia mentale può e deve destare sospetto. Il problema è che spesso c'è molta resistenza a individuare e riconoscere la malattia mentale all'interno della famiglia. Al contrario, per evitare effetti drammatici, non dovrebbe essere trattata come qualcosa di vergognoso, ma come una patologia che si può curare». Detto questo, «non dico che sempre ci si debba preoccupare, ma che sia importante occuparsi della sofferenza di chi ci sta vicino, parlando e cercando un aiuto esterno, ove necessario».

Padri separati, suicidi in aumento, scrive Elsa Vinci il 27 ottobre 2004 su "La Repubblica". La coppia in crisi uccide 15 bambini l'anno. Si chiama "sindrome del padre allontanato" o "sindrome da alienazione parentale", è nota agli esperti per gli studi di R. A. Gardner, si manifesta con depressione, aggressività, raptus che possono provocare suicidio o omicidio-suicidio. Uomini disorientati da separazioni e divorzi che quasi sempre portano alla "perdita" dei figli (nel 94 per cento dei casi il coniuge affidatario è la madre), uomini che reagiscono al dolore con la violenza. Contro se stessi e contro gli altri. In dieci anni 691 delitti, 976 vittime di suicidi e omicidi-suicidi per la fine di convivenze e per figli contesi, 158 i minori ammazzati. I dati, raccolti dai giornali dall' associazione Ex sono stati allegati a una mozione presentata ieri alla Camera da Carla Mazzuca (Movimento repubblicani europei) e da Marco Boato, presidente del Gruppo Misto, che chiedono al governo «maggiore impegno a favore della bigenitorialità». La norma che introduce l'affido condiviso è contenuta in una proposta di legge approvata in commissione Giustizia alla Camera ma ancora in attesa del vaglio dell'aula. Per questo i due parlamentari hanno voluto ricordare che ad uccidersi o a uccidere nel 98 per cento dei casi sono i padri disperati, infatti soltanto l'1,7 per cento dei delitti riguarda coppie senza figli. La violenza di famiglia è spalmata lungo tutta la penisola. Al Nord il 34,5 per cento dei fatti di sangue, al Centro il 37,7, al Sud e nelle isole il 27,8 per cento. In un caso su due si spara, il 25,4 si affida ai coltelli da cucina. La mano è di un uomo nel 76,6 per cento delle volte, il 50 per cento delle vittime sono donne, il 16,1 per cento bambini. Soltanto nell' ultimo anno la coppia in crisi ha provocato 53 delitti con 83 morti. Il suicidio legato alla separazione rimane prerogativa dell'uomo anche nel 2004, 92,6 per cento. «Quasi sempre la follia viene scatenata dall' impossibilità di seguire o semplicemente vedere i propri figli», hanno sottolineato Boato e Mazzuca. «Questi gesti - ha spiegato Fabio Nestola, presidente di Ex - non sono raptus di pazzia inaspettata, per tutti esiste un filo rosso da rintracciare nel conflitto di coppia, nei rapporti difficili con burocrazia e tribunali». I due parlamentari hanno voluto ricordare anche il record negativo dell'Italia in tema di figli sottratti da un genitore straniero: a fronte di una media europea del 54% di minori restituiti, noi registriamo appena il 10 per cento. Il genitore italiano invece "restituisce" il figlio all' ex coniuge straniero nel 57 per cento dei casi.

Divorzio e separazione, le conseguenze per i padri – Dal rischio povertà al ruolo di “genitore di serie B”. Perdita di lavoro, isolamento e panico sono elementi ricorrenti per gli uomini che devono affrontare la fine della coppia. Renato Aprile (Papà separati Lombardia): "Ecco come inizia un turbine di impoverimento totale", scrive Elisa Murgese il 5 dicembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Pubblichiamo la seconda di tre puntate sulle conseguenze della separazione nelle famiglie con figli: aspetti economici, logistici e psicologici. Dopo l’articolo focalizzato sulle madri, mettiamo in luce gli aspetti più critici che devono affrontare i padri. Infine, l’ultimo, sarà dedicato ai bambini che devono affrontare questo trauma. Un padre della provincia di Milano era finito a vivere in una roulotte e quando i suoi figli andavano a trovarlo dormivano senza riscaldamento. In molti casi, invece, dormire per mesi in automobile è la norma, quando i soldi non bastano a pagare mutuo, mantenimento e affitto della nuova casa. Poi, la mattina, si nasconde la vergogna e ci si infila la cravatta per andare a lavoro, per chi ce l’ha. Le storie dei padri coinvolti in divorzi conflittuali si assomigliano, come quella di Marco Della Noce, comico di Zeligche ha raccontato come la sua vita sia stata rovinata da una separazione che – a suo dire, a differenza di quanto sostiene il legale della moglie – l’ha costretto a dormire in macchina. “Fortunatamente non accade a tutti gli uomini divorziati – racconta Renato Aprile di Papà separati Lombardia, associazione che sta assistendo il cabarettista – ma se prendiamo in considerazione gli uomini che stanno vivendo una separazione difficile, allora i problemi sono sempre gli stessi”. Perché non a tutti i padri separati è dato di essere al centro di una catena di solidarietà che sembra stia attivando per aiutare il comico di Zelig. La normalità per un papà separato in grave disagio economico – come ha raccontato lo stesso Della Noce – è fatta di perdita di lavoro, isolamento e panico. Nei casi più gravi si arriva anche a “tentativi di suicidio”, continua Aprile. “Ricordo un giovane ragazzo che si è tolto la vita subito dopo il suo divorzio: era figlio di genitori separati e non ha avuto la forza di affrontare quello che aveva visto passare a suo padre”. Quando il padre separato torna a vivere da mamma e papà– Secondo gli ultimi dati Istat del 2015, nel 94% dei divorzi viene stabilito che sia il padre a corrispondere l’assegno di mantenimento (che in media si attesta attorno ai 485 euro al mese). “Circa l’80% delle separazioni sono chieste dalle donne – racconta Tiziana Franchi, presidente di Associazione padri separati -. Ma se le mogli non fossero certe di mantenere la casa di famiglia e di non essere allontanate dai loro figli sono sicura che ci penserebbero due volte prima di chiedere il divorzio”. Un meccanismo che, secondo le organizzazioni del settore, porta a un impoverimento esponenziale di molti padri. “Prendiamo uno stipendio di 1.400 euro al mese – si legge sul sito di Padri separati – a cui, per ipotesi, sottraiamo 300 euro di mutuo della casa dove restano a vivere i figli, un mantenimento dai 300 ai 500 euro e dai 300 ai 600 euro per una nuova casa in affitto. Le spese per l’uomo diventano insostenibili”. A questo si deve aggiungere che “gli assegni di mantenimento non si possono scaricare dalla dichiarazione dei redditi e la nuova abitazione del divorziato ha utenze maggiorate perché è spesso registrata come seconda casa – continua Tiziana Franchi – Ecco come inizia un turbine di impoverimento totale”. Tanto che non è raro per i padri separati chiedere aiuto a mamma e papà se non addirittura tornare a vivere nella stanza dove si è cresciuti da ragazzi. “Più di 6 su 10 non riescono a comprare beni primari” – In un rapporto del 2014, la Caritas ha definito i genitori separati “i nuovi poveri”. Dopo la separazione, si legge nel dossier, aumenta il ricorso a centri di distribuzione beni primari (49,3% degli intervistati) e mense (28,8%) mentre il 66,1% dichiara di non riuscire ad acquistare beni di prima necessità. “Il fenomeno è ben presente eppure sui media non si parla di tutti i papà obbligati a vivere in auto per pagare l’assegno di mantenimento”. Renato Aprile torna su questa immagine emblematica perché sa bene quanto possano fare male le gambe se si è costretti a dormire in macchina in inverno. “Dieci anni fa, quando avevo 42 anni, ho avuto una sfratto e ho dormito in auto per quasi tre mesi. Ricordo il freddo di quelle notti”. Durante quelle settimane, Renato continuava a pagare l’assegno di mantenimento e a vedere i suoi figli, pur non potendo dire loro dove stesse dormendo. “Se la separazione è conflittuale, all’ex partner non importa la condizione in cui si riduce a vivere l’ex compagno”. E mentre Aprile racconta di un professore universitario di diritto costretto a vivere con 120 euro al mese, ecco arrivare in associazione gli scatoloni di Banco alimentare Lombardia che sfamano 250 persone la settimana tra padri e figli che gravitano attorno alle loro sedi di Milano, Brugherio, Bergamo e Como. “L’affido condiviso è ancora trattato come affido alla madre” – La legge ha cercato di fare dei passi verso la parità di genere, passando da un affido esclusivo (che vedeva i figli normalmente affidati alla madre) a un affido condiviso, introdotto con la legge 54/2006 che prevede che entrambi gli ex coniugi conservino la potestà genitoriale. Questa la norma dal 2006 in avanti, tanto che nel 2015 le separazioni con figli in affido condiviso sono state circa l’89% contro l’8,9% di quelle con figli affidati alla madre. “Il problema è che l’affido condiviso è trattato dai giudici come un affido esclusivo alla madre”, lamenta Aprile. Dati alla mano, a distanza di quasi dieci anni dall’entrata in vigore della legge, non si notano cambiamenti rilevanti negli aspetti in cui si lascia discrezionalità ai giudici: la casa coniugale, per esempio, resta nella maggior parte dei casi assegnata alle mogli (60% nel 2015). “La legge prevederebbe la possibilità di non spostare i figli dall’ex cassa coniugale ma di chiedere ai genitori di viverci in maniera alternata – continua Aprile – oppure si potrebbe venderla per permettere a entrambi i genitori di spostarsi in appartamenti più piccoli dove il bambino potrebbe vivere due settimane con un genitore e due settimane con l’altro”. Un modello di cooperazione che, secondo l’associazione, permetterebbe al bambino di avere un rapporto con entrambi i genitori e non obbligherebbe nessun coniuge a pagare l’assegno di mantenimento. E invece, questo modello di collaborazione crolla di fronte al fatto che i genitori separati diventano addirittura incapaci di comunicare, “riducendosi a parlarsi via mail o tramite avvocato – racconta Chiara Soverini, psicologa clinica e giuridica di Padri Separati – senza rendersi conto dei rischi e delle patologie anche molto serie a cui espongono loro figlio con il loro comportamento”. “La madre si sente un genitore di serie A” – Bambini con senso di inadeguatezza che vivono come soldatini abituati a soddisfare le richieste di mamma e papà per fargli piacere oppure che si chiudono in se stessi diventando persone isolate. “Si arriva poi anche ai casi limite di tossicodipendenza, alcolismo o scissioni patologiche”, racconta la psicologa di Padri Separati, delineando come il problema non sia tanto la separazione ma il modo in cui questa avviene. “Spesso la madre separata vede il figlio come una sua proprietà, – continua Chiara Soverini – si sente un genitore di serie A, crede di avere tutte le risposte e vede il padre come un contorno con cui non è necessario collaborare”. Parallelamente, i padri – continua la psicologa – si sentono umiliati per le loro problematiche economiche e hanno la paura costante di non essere in grado di creare un rapporto con loro figlio nei pochi momenti che trascorrono insieme. Poi, il pomeriggio da passare insieme finisce, e il bambino viene riportato dalla mamma, senza che padre e madre neppure si salutino. “Ricordiamoci che questo sarà il prototipo di famiglia che quel bambino avrà per il resto della sua vita – chiude la psicologa – Ma gli adulti non si rendono conto di quali siano i rischi a cui espongono i loro figli mentre sono occupati a litigare”. Divorzio e separazione, le conseguenze per le madri – “Per le donne in Italia è un lusso”: mantenimento (che non arriva) e stipendi più bassi.

LA GUERRA TRA POVERI. L’URLO DEI PADRI E DELLE MADRI IN CERCA DI GIUSTIZIA. IN FAMIGLIA QUANDO C’E’ POVERTA’ O SEPARAZIONE? ARRIVANO I MOSTRI!

NUOVO ASSEGNO DOPO IL DIVORZIO, DOPO LE SENTENZE ARRIVA LA LEGGE. Stop al mantenimento, sì solo ai soldi necessari ma dopo la valutazione di entrambi i redditi. Ecco la proposta di legge contro i mantenuti, scrive la Redazione di Tiscali il 23 ottobre 2017. Il comico di Zelig, Marco Della Noce, è solo l’ultimo di una schiera infinita: padri che si risvegliano poveri all’indomani di una separazione e di un divorzio che ha tutelato solo moglie e figli. Il tutto in nome di un principio: quello della salvaguardia del tenore di vita del coniuge di un tempo che dovrebbe restare inalterato come ai tempi in cui il matrimonio andava a gonfie vele. Un principio messo in crisi da una sentenza della Cassazione che, a maggio scorso, s’era pronunciata per la prima volta contro gli assegni milionari sostenendo che il mantenimento mensile non deve garantire all’ex moglie lo status precedente. Il pronunciamento riguardava il divorzio dell’ex ministro Vittorio Grilli nei confronti della prima moglie Lisa Lowenstein, e ha dato speranze a migliaia di divorziati che aspettano di rinegoziare gli alimenti da versare all’ex coniuge.

Il matrimonio non è un business. Per non lasciare che siano le sentenze a fare giurisprudenza in assenza di opportune normativa, Donatella Ferranti (Pd), presidente della commissione giustizia alla Camera, ha deciso di presentare una nuova legge che modifica l’articolo 5 della normativa del 1970, che stabilisce l’obbligo di mantenimento per l’ex coniuge quando quest’ultimo non abbia «mezzi adeguati». «L’obiettivo - spiega la Ferranti al Corriere della Sera - è evitare abusi, che cioè si utilizzi un divorzio per conseguire finalità di arricchimento personale a spese dell’altro». L’idea è che in famiglia si dovrebbe lavorare in due e un matrimonio non è un business. In caso di separazione, quindi diritti e doveri vanno ripartiti.

Stop agli assegni record. «In base alla nuova interpretazione - precisa Ferranti - l’ex coniuge che non percepisca quanto è strettamente necessario per vivere può pretendere solo gli alimenti senza che si possa fare alcun riferimento al rapporto matrimoniale ormai estinto». Secondo la proposta Ferranti il tribunale dovrà fissare l’assegno di mantenimento tenendo conto di una serie di condizioni: dalle «condizioni economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito della fine del matrimonio», al «contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune». Dal «reddito di entrambi» alla «mancanza di un’adeguata formazione professionale quale conseguenza dell’adempimento di doveri coniugali». Si vuole così mettere fine dall’automatismo separazione-mantenimento che la legge degli anni ‘70 prescriveva ai mariti. E che ancora oggi è motore di molti assegni record, fra i quali quello di Silvio Berlusconi all’ex moglie, Veronica Lario (2 milioni).

Limiti temporali. Un altro cambiamento sarà quello relativo alla durata dell’aiuto economico prevedendone una limitazione temporale che tenga conto della durata del matrimonio». Ferranti e il suo collega Walter Verini si auspicano una larga condivisione della loro proposta in commissione per arrivare presto alla procedura legislativa e a un’approvazione in tempi record.

Il divorzio non sarà più un vitalizio (ma la separazione potrebbe esserlo), scrive Marcello Adriano Mazzola l'11 maggio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Con la sentenza della Cassazione, sez. I, 10 maggio 2017, n. 11504 (Pres. Di Palma, Rel. Lamorgese) pare sia finita un’epoca. L’epoca in cui il matrimonio assicurava una rendita vitalizia. Dopo la separazione o dopo il divorzio, orientando l’assegno di mantenimento (che in passato veniva riconosciuto anche ben oltre il 60% dei casi alle mogli, oltre spesso anche alla casa familiare se in presenza di prole) verso il tenore di vita goduto e verso le capacità reddituali dell’uomo. Uomo che, ovviamente secondo l’arcaica visione, avrebbe dovuto costantemente “andare a caccia” e sfamare l’intero nucleo familiare, mentre la donna avrebbe dovuto “curare il nido e i figli”. Si può dire, nella specie, come i supremi giudici abbiano preso “grilli per lanterne”. Non lucciole ma grilli. E come questi gli abbiano consentito non di equivocare ma finalmente anzi di far luce, all’interno di posizioni conservatrici e miopi, secondo cui lo stereotipo arcaico perdurava, impermeabile alla realtà. Potrei raccontare di tantissimi casi di uomini separati, destinati a versare sostanziosi assegni di mantenimento, anche ben oltre la metà del proprio reddito. Per anni, per decenni. Privati pure della casa. E della dignità. Perché senza un reddito, difficilmente si può sorreggere la dignità, e dunque l’identità stessa. Ma l’uomo si sa, non fa tenerezza. Ed ecco che i supremi giudici finalmente scoprono che “Una volta sciolto il matrimonio (…) il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sul piano sia dello status personale dei coniugi, i quali devono perciò considerarsi da allora in poi “persone singole”, sia dei loro rapporti economico-patrimoniali (art. 191, comma 1, cod. civ.) e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale (art. 143, comma 2, cod. civ.)” e che “il diritto all’assegno di divorzio (…) è condizionato dal previo riconoscimento di esso in base all’accertamento giudiziale della mancanza di «mezzi adeguati» dell’ex coniuge richiedente l’assegno o, comunque, dell’impossibilità dello stesso «di procurarseli per ragioni oggettive». I supremi giudici dettano dunque per il divorzio (e attenzione, non per la separazione) il “principio di “autoresponsabilità””, “secondo cui la formazione di una famiglia di fatto da parte del coniuge beneficiario dell’assegno divorzile è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una eventuale cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale da parte dell’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo” e “Si deve quindi ritenere che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale”. La natura assistenziale dell’assegno di divorzio non viene meno ma “se il diritto all’assegno di divorzio è riconosciuto alla “persona” dell’ex coniuge nella fase dell’an debeatur, l’assegno è “determinato” esclusivamente nella successiva fase del quantum debeatur, non “in ragione” del rapporto matrimoniale ormai definitivamente estinto, bensì “in considerazione” di esso nel corso di tale seconda fase. E pertanto “Deve, peraltro, sottolinearsi che il carattere condizionato del diritto all’assegno di divorzio – comportando ovviamente la sua negazione in presenza di «mezzi adeguati» dell’ex coniuge richiedente o delle effettive possibilità «di procurarseli», vale a dire della “indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso – comporta altresì che, in carenza di ragioni di «solidarietà economica», l’eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una locupletazione (arricchimento, ndr) illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto sulla “mera preesistenza” di un rapporto matrimoniale ormai estinto, ed inoltre di durata tendenzialmente sine die: il discrimine tra «solidarietà economica» ed illegittima locupletazione sta, perciò, proprio nel giudizio sull’esistenza, o no, delle condizioni del diritto all’assegno, nella fase dell’an debeatur (…) non di rado è dato rilevare nei provvedimenti giurisdizionali aventi ad oggetto l’assegno di divorzio una indebita commistione tra le due “fasi” del giudizio e tra i relativi accertamenti”. Dunque, dinanzi al divorzio il giudice deve distinguere tra il prima e il dopo e non valutare il dopo sulla base del prima. Pertanto occorre distinguere tra “due ipotesi: 

1) se l’ex coniuge richiedente l’assegno possiede «mezzi adeguati» o è effettivamente in grado di procurarseli, il diritto deve essergli negato tout court; 

2)se, invece, lo stesso dimostra di non possedere «mezzi adeguati» e prova anche che «non può procurarseli per ragioni oggettive», il diritto deve essergli riconosciuto”.

Va dunque in soffitta “il parametro di riferimento (…) costantemente individuato da questa Corte nel «tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio» (così la sentenza delle S.U. n. 11490 del 1990, pag. 24)”, addirittura precisando ora che “A) Il parametro del «tenore di vita» (…) collide radicalmente con la natura stessa dell’istituto del divorzio”, però attenzione “a differenza di quanto accade con la separazione personale, che lascia in vigore, seppure in forma attenuata, gli obblighi coniugali” ancorati ancora “alla dimensione economica del “tenore di vita matrimoniale” ivi condotto”. Meglio tardi che mai.

La storia di Cinzia Bonfantini: l'attrice intervistata da Giancarlo Magalli ai Fatti Vostri per raccontare le vicissitudini di una madre travolta dall'ingiustizia.

Denuncia anonima e addio alle figlie. Scrive il 23 maggio 2004 "La Repubblica". «Mi hanno tolto le mie due figlie, da un anno, e ancora oggi non so il perché. Devo vivere lontana da loro e nessuno si è degnato di spiegarmi che cosa è successo». E’ arrabbiata Cinzia Bonfantini, anche lei in piazza ieri. «Io ho fatto la scelta di non abortire e di allevare le mie bambine da sola - continua - ma non me ne viene data la possibilità». Cosa è successo? Quando le hanno tolto le sue figlie? «La mattina del 22 luglio del 2003, senza nessun preavviso, si sono presentati alla mia porta e me le hanno portate via. Ora stanno in un istituto, affidate ai servizi sociali». Ma non le hanno spiegato il perché? «No, mi hanno detto solo che c' erano state delle segnalazioni anonime partite da un ufficio pubblico». E lei cosa ha fatto? «Non ho potuto fare molto. Dopo avermi sequestrato le chiavi di casa e tutto il resto, mi hanno preso e mi hanno portato in un ospedale di Frascati. Da lì sono dovuta tornare in autostop e andare in questura a riprendere le mie cose». Secondo lei, quali posso essere le ragioni per cui le sue bambine sono state allontanate da lei? «Ancora non le ho trovate. Mi hanno sottoposto a due visite nei centri di igiene mentale e sono risultate negative. Ho fatto tutte le prove ematologiche ed è risultato che non ho mai assunto droghe. Ho un lavoro regolare e una casa di mia proprietà». E da quel giorno di luglio, come è cambiata la vostra vita? «Posso vederle solo nei fine settimana. La mia, comunque, non è più vita senza di loro».

Cinzia Bonfantini: “La devono finire, di deportare i nostri figli” con bugie che infangano noi genitori, scrive Filippo Pansera il 28 dicembre 2016 su "Messinamagazine.it". Il tema sul quale interviene è di importanza rilevante, ma spesso sottaciuto e messo in secondo ordine, ovvero quello dei figli sottratti il più delle volte con motivazioni irrilevanti, per essere inseriti in Casa famiglia. Lei è Cinzia Bonfantini, di professione attrice, che in una sua lettera scrive: “la devono finire, di deportare i nostri figli con bugie che ci infangano e cambiano il loro cervello, nelle carceri di stato con gli psicofarmaci li vessano li spersonalizzano li terrorizzano li minacciano li violentano li abusano”. La Bonfantini, conclude: “mi chiedo, chi abbia mai potuto fare queste leggi, forse, criminali legalizzati? Perché? Abbiamo il dovere di fermarli, poichè usano i nostri figli come merce per riempire il loro portafoglio, spezzano il cuore dei minori ed il nostro, possiamo riuscire ad imprimere un freno a tutto ciò. Anche, se vi sono troppe parole e pochi i fatti e loro continuano a lucrare con i rapimenti di stato. Criminali mafiosi ladri, i nostri figli non sono oggetti sono carne della nostra carne sangue del nostro sangue fermiamoli prima che sia troppo tardi”.

Intervista Fotoromanzo Lancio: CINZIA BONFANTINI, principessa occhi di cielo. Descrivere o parlare di Cinzia Bonfantini non è molto semplice per tanti motivi e tutti molto importanti: Nata l'8 agosto 1958, bionda naturale, occhi azzurri alta 1,70, diplomata all'Istituto Tecnico commerciale e frequentato scuole di teatro, Cinzia possiede un carattere forte, una personalità complessa ma semplice allo stesso tempo. Sensibilità e bellezza inconfondibile dentro e fuori, amica mia già da qualche anno su facebook e con cui abbiamo comunicato in privato ed in pubblico molto spesso e non per la Lancio ma per vari argomenti ed è lì che ho conosciuto una grande donna. Ma veniamo all'attrice Cinzia Bonfantini, attrice poliedrica che secondo me non ha avuto la fortuna che meritava vista la sua bravura ad immedesimarsi in molti ruoli più disparati: ricordiamo “LA DISCOTECA” con Nino D'Angelo, “LE FINTE BIONDE” e “L'ULTIMO GUERRIERO” tanto per citarne qualcuno. Poi i fotoromanzi alla Lancio girati dall'82 per più di 10 anni, dove interpretò ruoli da comprimaria e da antagonista e avrebbe meritato i ruoli da prima donna, con due occhi ed un sorriso così non potevano passare inosservati e ricordo e spero anche voi, la sua bellezza angelica nel remake de "Il treno che porta Rosy" in cui interpretava il ruolo della matrigna di Rosy (Ornella Pacelli) che nel 1971 fu interpretato da Bianca Maria Simonelli, era da mozzafiato, un volto stupendo incorniciato da capelli chiari e gli occhi di un azzurro quasi trasparente che trasmettevano, come voleva il copione, una freddezza incredibile. Stupenda. Poi un altro fotoromanzo meraviglioso "Una rosa nel deserto" accanto a Sonia, Bruno e Renato, dove il ruolo difficile di Cinzia ha risaltato le sue capacità grandissime soprattutto quando involontariamente uccide il fratello (Renato Righi) ed impazzisce, in quei fotogrammi i suoi occhi vuoti erano talmente reali che sembrava non recitasse. Spesso era in ruoli di cattiva, ma altrettanto anche di amica, sorella ed ogni sua interpretazione anche piccola spiccava nella storia. I ruoli interpretati sono stati innumerevoli negli anni 80, infatti era arrivata ai primi posti con Valentina per quanto riguarda le antagoniste, in un concorso indetto dalla Lancio, sarebbe molto difficile scriverne i titoli anche perché non appariva il suo nome in copertina anche quando lo meritava come in tanti altri fotoromanzi. Cinzia ora è una donna impegnata nel sociale, dopo aver lasciato l'attività dei fotoromanzi e cinema, si è dedicata alla famiglia ed alle sue tre splendide figlie, ma la vita non è stata dolce con lei ed ha avuto gravi problemi da risolvere, ma con la sua grinta (è tutt'altro che la dolce biondina dagli occhi azzurri, vittima degli eventi...) ha vinto tutte le battaglie che si era prefissata. Bellissima ancor oggi a 56 anni (li dichiara normalmente e senza nessun problema) e ora ancor più che mai visto che sta tornando in perfetta forma fisica e pronta per nuove avventure nel mondo dell'arte, è tra di noi su facebook e tra le mie amicizie. La nostra intervista è alquanto diversa dal solito, Cinzia, riservatissima per quanto riguarda molte cose ma battagliera nei diritti umani e civili, non ha voluto esprimere molto sul passato Lancio, perché come tutte le Aziende di lavoro alti e bassi, ci sono stati. Fernando Del Marro disse che l'avrebbe vista bene come protagonista ma non potendo scegliere lui, si era molto dispiaciuto, inoltre la sua rassomiglianza con Marina Santi, l'aveva penalizzata un poco, due protagoniste simili non era di norma alla Lancio ma lei in quanto antagonista è stata tra le più brave in assoluto in tutta la storia Lancio insieme a Raika, Rosalba, Valentina ed Isabella (inutile ricordar ei cognomi vero?). Era stata molto amica di Maria Antonietta e di altre attrici ma lasciamo che sia lei a raccontarci un po' la sua vita di allora e quella attuale, una vita intensa, sofferente ma piena di lotte, sentimenti e onestà. Cinzia si racconta così semplicemente senza strafare, senza falsa modestia, senza darsi arie o narrare cose più grandi di lei e finte come fanno alcune show girl al giorno d'oggi, insomma una donna vera: “Ai tempi della Lancio, appena arrivata, ero una ragazza che usciva da una brutta esperienza matrimoniale, avevo una figlia di tre anni ero una ragazza che credeva nell'amore, nella famiglia e lavoravo nei negozi dei miei genitori, anche se avevo l'arte nel sangue. Ero molto sportiva, attiva, lavoratrice, forse un po' seriosa e con esperienze da donna molto più matura dei miei 20 anni e davo l'impressione di essere sempre offesa, ma con la voglia di farcela a tutti i costi. Ho fratelli e sorelle che non frequento più dopo tanto male gratuito ricevuto per questioni di eredità, ora contano solo le mie tre figlie che sono la mia vita, la mia famiglia passato presente e futuro e per loro ho fatto e faccio e farò i lavori più umili pur di mantenerle dignitosamente. Ho insegnato loro l'onestà, la dignità, il rispetto e ne sono fiera anche se la gente mi giudica dall'abito, non me ne importa nulla so di essere una donna onesta e vera e non m'interessa essere giudicata per l'avere o l'apparire. Dopo il dolore della perdita di mio marito, ho salvato le mie figlie dall'istituto in cui furono messe e prelevate da casa con violenza e senza giusta causa. Ho rilasciato due interviste molto importanti a Magalli, una in studio e l'altra a casa mia (pubblicherò in questa intervista, i link in cui Cinzia appare in tutta la sua fierezza, dolore e orgoglio per dimostrare che si può farcela, che si può vincere e lottare per i propri diritti) e questo ha potuto aiutare tante donne e ragazze che sono nella mia situazione per fortuna passata, che è stata anche la causa del mio involontario allontanamento dal mondo dello spettacolo e dalla Lancio. Ma parliamo ora di quell'esperienza, di quegli anni bellissimi in cui la Lancio era al top in tutto il mondo e a cui avevo presentato le mie foto, ma già frequentavo una scuola di teatro e avevo necessità economiche per mantenermi. Si può dire che fui subito presa ed in quel periodo apparve con me Pascal Persiano, ma come ha scritto precedentemente Giampaolo, la rassomiglianza in molti punti con Marina Santi non mi permise di diventare protagonista, ma forse è stato meglio così perché feci più ruoli distinti imparando meglio la mimica e nel frattempo ho potuto spaziare in TV, nel teatro, nel cinema ed infine anche nella pubblicità. Erano quasi tutte meravigliose persone alla Lancio, venivo seguita con affetto ed ho cercato di dare lo stesso affetto e stima lavorando con il cuore e la mia anima Sono passati tanti anni ma molte cose non si ricordano molto bene ma di una cosa sono sicura: soffrivo dentro quando dovevo interpretare ruoli da cattiva, mentre io al contrario, ero generosa, sensibile sia affettivamente che generosamente, non mi ci trovavo proprio in certi ruoli ma veniva imposto, ma c'era poco da scegliere se secondo i dirigenti quel ruolo era adatto ad una donna dagli occhi di ghiaccio o dall'espressione seria. Peccato alcuni ruoli di colleghe protagoniste mi sarebbe piaciuto interpretarli e chissà, magari avrei avuto lo stesso successo (io penso sicuramente). Ovviamente non tutto era rose e fiori o tutto semplice, anche nell'azienda Lancio come nel cinema e i più come bicchierino di vino buono o di rosolio, colleghe e colleghi buoni ed affettuosi con cui i rapporti erano ottimali. Non sto a dire con chi ero più amica o chi invece non mi piaceva molto, trovo non sia giusto, come non trovo giusto dire quali erano i fotoromanzi migliori da me interpretati o quelli odiati, posso confermare ciò che ho detto poc'anzi: non amavo fare la “cattiva” e mi sentivo portata per ruoli dolci ma si sa non dipendeva da me. Ecco in teoria la nostra intervista finisce qui ma in pratica avrei molte cose da dire su Cinzia, lei è molto impegnata e tra figlie e privato non ha potuto stare molto qui a chiacchierare con me, ma posso dirvi senza il minimo dubbio che Cinzia è una donna che lotta, che ha lottato e lotterà sempre per il proprio bene e soprattutto quello delle sue figlie, ragioni della sua vita. E' anche molto impegnata politicamente e socialmente e dai suoi occhi chiari e trasparenti dall'espressione dolce, scaturisce una luce determinata e sicura, sicura di non lasciarsi sopraffare dal destino e dalle persone cattive. Prima di lasciarmi mi ha confermato che ora dimagrendo, curando più se stessa sia dentro che fuori è pronta a ripartire nel mondo dell'arte. Io sono sicuro che ce la farà e una nuova vita con una nuova Cinzia sta per tornare tra noi. Cinzia ti voglio bene come tu ne vuoi a me lo so e ti auguro davvero di cuore tutto il bene possibile. A presto principessa dagli occhi di cielo. 

La guerra tra poveri dei genitori separati, scrive Eretica il 5 aprile 2014 su "Il Fatto Quotidiano". I figli, in questo momento storico, non è solo complicato farli. Complicato è perfino crescerli quando li hai già messi al mondo. Dice l’ultimo rapporto della Caritas che i genitori separati sono poveri. Uomini e donne lo sono in egual misura. Si può passare il tempo a raccontare questa povertà facendosene scudo per rivendicazioni d’ogni genere. Si può attribuirla alla cattiveria di uomini o donne ma, di fatto, se guardi la faccenda con un po’ di obiettività, risulta facile capire come sia ovvio che se si è già poveri restando insieme, lo si è ancora di più separando beni, risorse, aria, mattoni, finanche la disperazione. A raccontare mediaticamente questa povertà furono i padri, spiegandola dal loro verso e avendo chiaro che non è dalle madri che possono attingere risorse. Perciò si rivolsero alle istituzioni per un reddito e alcune abitazioni. Lo fecero talvolta in una maniera odiosa, alimentando un pregiudizio contro donne e stranieri, ritenuti responsabili della mancanza di reddito e opportunità. Alle loro richieste, d’altro canto, le varie rappresentanze dei diritti delle donne rispondevano negando il problema e dicendo solo “no”. Lei è precaria, lui ha uno stipendio di 1.200 euro e se molla la casa, se aiuta a pagare il mutuo e dà il mantenimento per il figlio, poi non saprà dove sbattere la testa. Non può darti un mantenimento che corrisponde al vostro precedente tenore di vita perché quel tenore di vita non esiste più. Non vuole sottrarsi alle sue responsabilità, altrimenti non starebbe lì a negoziare, ma almeno vedere di più il bambino? Risposta: “No”. Dovete dividere fifty fifty le spese mediche, scolastiche, extra, perciò si può sapere preventivamente come saranno spesi quei soldi? Si può decidere insieme cosa comprare in base alle risorse a disposizione di ciascuno? No. Se lui compra qualcosa per il bimbo in quella giornata che starà con lui, poi può decurtare quei soldi dalla spesa complessiva che deve alla madre? Chiaramente no.  Si chiede l’affido condiviso, in base alla legge 54/2006, ma non quella presa in giro in cui il figlio resta sempre da lei che glielo fa vedere ogni 15 giorni. Insomma, no.  Vorrebbe, lui, che il figlio dormisse a casa sua, perché è uno di quegli uomini che non delegano tutto, quel figlio l’ha lavato, cambiato, l’ha nutrito, l’ha cullato tanto quanto lei e per lui è un lutto non vederlo. Vorrebbe fare parte della sua vita perché ha paura che si perdano. Invece no. Succede allora che a dibattere di questi temi siano solitamente persone un minimo esasperate e dalle posizioni alquanto rigide. I figli devono crescere solo con le madri, in concessione d’uso limitato ai padri, se si comportano più che bene, e questo è quanto dicono quelli che sostengono che le difficoltà paterne siano tutte scuse. I padri avanzano richieste, proposte, condivisibili o meno, bussano alla porta di chiunque li accolga, snobbati da una certa sinistra che vive la questione in una maniera un po’ appiattita su ragioni filo cattoliche conservatrici. I figli stanno con le madri e punto. Il resto neppure si discute. Si rifiuta di considerare quest’altro genitore come una risorsa, colui che dà una mano a crescere il figlio mentre tu fai mille altre cose, incluso lavorare, se ne hai l’occasione. Eppure dicevamo di essere stanche di crescere i figli da sole. Ecco allora la voce sullo sfondo che avanza sospetti e genera il terrore per cui le donne non dovranno mai perdere il privilegio di vedersi delegare tutti i ruoli di cura. E allora la violenza sulle donne?  Ovvero si avanza l’idea generalizzata per cui si ritiene che ogni padre che vorrebbe fortemente stare con il figlio in realtà sia violento. Esistono, per carità, quelli che approfittano del diritto di vedere i figli per continuare a molestare anche la madre. Perciò in alcune proposte di legge si specifica, e si può dire ancora meglio o si può proporre altro, che il minore non si affidi alla persona violenta. La voce in controcampo non contempla comunque mai il caso in cui sia lei poco adatta a crescere un figlio. Il presupposto è sempre che i figli non bisogna farli vedere a un genitore già a partire dall’accusa. E la presunzione di innocenza? I tre gradi di giudizio? Non contano. Perciò c’è chi fa le barricate affinché i figli restino sempre con le madri perché, nel dubbio, le donne sarebbero a prescindere un rifugio sicuro, mai violento, ottimo per l’equilibrio e la crescita di tutti i bambini.  Così si torna alla questione economica. Vista la cultura del sospetto e il contesto culturale, in caso di separazione, si parlerà più spesso di collocazione prevalente dalla madre. A lei sarà assegnata la casa, quando c’è, e i soldi di mantenimento per i figli. L’accordo in genere si sottoscrive confidando che tutto rimarrà uguale, non ci saranno tensioni, irrigidimenti, perdita del lavoro. Poi però, quell’accordo non potrai cambiarlo in un batter d’occhio. Servono udienze in tribunale, procedimenti lunghi e complicati. Tu firmi oggi per dare 350 euro a tuo figlio ma se tra un anno non li avrai più, se non trovi comprensione, finisce che ti pignorano l’auto, i respiri e quel poco che ti resta. È una guerra tra poveri, dove, tenendo conto di reciproche negligenze e irresponsabilità, l’uno non vuol sentire le ragioni dell’altro. Dove ciascuno addebita all’altro la propria povertà. Entrambi precari, a rinfacciarsi l’impossibile finché di cattiveria in cattiveria non si riesce a venirne a capo. Non si capisce che è in quel caso che bisognerebbe parlare di solidarietà reciproca, lotta comune, contro un nemico comune, perché non sono le femministe che hanno condotto gli umani in povertà e i padri dovrebbero supportare le donne nella richiesta di reddito, casa e autonomia economica per tutti. Infine, sapendo che il tema trattato è oggetto di una guerra di religione, sperando perciò di poter liberamente manifestare una opinione laica, sarei curiosa di sapere che ne pensate a tal proposito: domani accadrà che una coppia gay o lesbica si separerà. La questione dell’affido riguarderà anche loro. Potranno condividere l’affido, vedere i figli in maniera equa, mettersi d’accordo per contribuire alle spese senza alcun problema? E come la mettiamo con chi dice che i figli devono restare solo con le madri? E con quegli altri che dicono che i figli devono crescere necessariamente in presenza di un padre? Se tutti quanti voi non tenete conto del fatto che si è genitori allo stesso modo, a prescindere dal vostro genere di appartenenza, come potete pretendere che la società lasci cadere ogni pregiudizio e capisca che entrambe le figure genitoriali, nella relazione e nel ruolo di cura, si equivalgono e sono interscambiabili? 

Padri separati, quelle iene delle ex mogli, scrive Alessandra Faiella il 12 maggio 2013 su "Il Fatto Quotidiano". La misoginia sta tornando di moda: alle Iene, un tempo programma “progressista” e politicamente corretto, nella puntata del 5 maggio, un’associazione di padri separati accusa le ex mogli delle peggiori nefandezze, prima fra tutte quella di ridurli sul lastrico (anche se la Caritas attesta che le vittime della povertà sono soprattutto donne single e uomini sì, ma extracomunitari). I padri separati, alle Iene, negano tutte le statistiche sulle molestie pedofile, da parte dei padri separati, e sulle violenze contro le ex mogli. Tutto falso, tutte menzogne suggerite dal “club delle prime mogli”. La generalizzazione contro tutte le ex, e di conseguenza contro tutto il genere femminile è evidente, l’odio misogino è palpabile. Del resto, adesso Le Iene è presentato da Teo Mammuccari, conduttore da sempre simpatico come un avviso di sfratto, noto per la sua solidarietà con il genere femminile: le ragazze seminude che posizionava sotto tavoli di vetro, già pronte in posizione “fellatio”, ne sono state fulgido esempio. Che esistano ex mogli perfide e vampire succhiatrici di sangue siamo tutti d’accordo. Io non ne conosco, ma sicuramente esistono. Io conosco una valanga di ex mogli disperate che non ricevono un euro dal loro ex marito, ex marito quasi sempre più ricco di loro, che spesso intraprende lotte all’ultimo sangue a suon di avvocati. Nonostante questo, cioè il fatto che io non ne conosca, sono certa che esistano ex mogli stronze. Che le ingiustizie, o meglio i reati, ai danni delle ex mogli siano un falso, questo invece non lo credo. L’odio misogino è di moda. Non solo alle Iene. Qualcuno, in Italia, sta arrivando a negare che la violenza contro le donne sia un’esagerazione, forse anche una menzogna. I dati Istat parlano chiaro, un femminicidio ogni tre giorni in Italia. Ma sono tutte balle, si sa, anche l’Olocausto non è mai esistito, è un delirio inventato dalle sette ebraiche assetate di potere. In questi giorni è accaduto anche che su Amazon, dopo le proteste, hanno ritirato dal commercio un manichino-zombie, con fattezze femminili. Bisogna puntualizzare che sono in catalogo anche zombie maschi, solo che questi sembrano davvero dei “non -morti” con tanto di facce cadaveriche, capelli unti e vestiti strappati: sembrano Dario Argento un po’ meno impressionante. Invece i manichini donna sono molto più realistici e somiglianti a donne vere con tanto di capelli fluenti e seno prosperoso. Bene, ma che cosa se ne fanno di questo manichino? Perché lo comprano? Semplice: per sparargli addosso e quando gli spari il fantoccio realisticamente sanguina. Guarda caso il manichino-donna, viene subito soprannominato “The ex”. Fantastico! “Beh – ha obiettato qualcuno – ma all’origine non si chiamava “The ex”, era solo un manichino su cui sparare”. Ma certo che c’è di male? Alla mattina quando non sai che cazzo fare ti alzi e scarichi la tua Uzi su un manichino femmina così realistico che si mette a sanguinare. Se poi ti immagini che sia la tua ex, lo sfogo è completo. Tutto normale, che c’è di strano?

La misoginia impazza. Le femministe hanno rotto le palle, e con loro tutto il genere femminile, che tornino nel tinello dedite al culto del Fornet. Le donne stressano, troppa libertà le sta rovinando, adesso si permettono anche di guadagnare più dei mariti e pure di lasciarli quando non li amano più. Vergogna! Se poi qualcuno per vendetta spara a un manichino è il minimo, e se spara alla ex in carne ed ossa, beh, il passo è breve. Alcuni uomini, pochini a dire il vero, cominciano ad interrogarsi se non ci sia qualche seme di psicopatologia nel genere maschile. Gli altri tacciono, continuando tranquilli a tagliarsi le unghie dei piedi col tronchesino davanti alla tv, sfregiando con i monconi di unghia volanti, le piante del salotto. Se in Italia venisse ucciso un maschio ogni tre giorni, se un uomo su tre tra i 16 e i 70 anni fosse stato vittima nella sua vita dell’aggressione di una donna, se 6 milioni 743 mila uomini avessero subito violenza fisica e sessuale da parte di donne, come dicono gli ultimi dati Istat (a proposito del genere femminile ovviamente), se quasi 700mila uomini, avessero subito violenze ripetute dalla partner e nel 62,4% dei casi i figli avessero assistito a uno o più episodi di violenza; se, continuamente, gli uomini fossero vittime di molestie, stalking, palpeggiamenti vari, se tutto questo fosse per assurdo la condizione maschile in Italia, succederebbe il finimondo. Giornali, tv pubbliche e private, riviste, blog e social network, tutti urlerebbero (giustamente) allo scandalo. Bruno Vespa godrebbe come un porco davanti ad un plastico nuovo di zecca, come non gli capita dai tempi di Cogne; persino il Papa scenderebbe in piazza con la kefiah (non so perché ma me lo vedo così). Le donne stesse si martirizzerebbero, anche quelle innocenti espierebbero i loro sensi di colpa con un surplus di lavori domestici, si prenderebbero a schiaffi da sole, andrebbero in massa a messa o a fare terapia di gruppo, infine si darebbero allo shopping compulsivo, ma quello già lo fanno. Se…Invece la questione continua a riguardare la violenza sulle donne da parte di uomini, una violenza di massa di segno opposto non esiste. Eppure, di fronte a tutto ciò, gli uomini, anche quelli sani, anche quelli non violenti dormono. Gli altri, i malati, se si svegliano è anche peggio. E di fronte a tutto ciò io continuo ancora a sentire questa frase: “Sì, ma le donne usano la violenza verbale”. Verissimo. Infatti mi associo anch’io: “Ma vaffanculo!”

Famiglie monoparentali: una rete di sostegno alle madri separate, scrive Nadia Somma il 21 agosto 2013 su "Il Fatto Quotidiano". Quali sono le difficoltà delle madri separate? Dopo la fine di una unione, sia gli uomini che le donne sono più poveri, perchè la divisione spezza sinergie e divide le risorse materiali ed economiche. Ma da troppo tempo si ignorano le difficoltà e la povertà delle madri separate italiane. Alcune donne si stanno unendo per trovare risposte ai problemi portati dalla crisi e opporsi alle denigrazioni o demonizzazioni del ruolo materno fatto da associazioni “estremiste” di padri separati. Da un progetto di Immacolata Cusmai e Anna Consoli, sul web è nata da qualche mese la Rete Interattiva. Le due fondatrici rappresentano anche geograficamente la situazione di generale difficoltà delle madri separate, perchè vivono una in Lombardia e l’altra in Sicilia. Il loro obiettivo? Far uscire dal silenzio le madri separate, indirizzarle a consulenze legali o in quei luoghi dove possano trovare sostegno psicologico e sensibilizzare sulla loro realtà, ben diversa dalle rappresentazioni irreali e fantasiose di “privilegiate”. In Italia le famiglie monoparentali sono circa 5 milioni e sono costituite nell’85% dei casi da donne; la restante percentuale, in costante aumento, è costituita da uomini; le madri separate sono in affanno tra le famiglie monogenitoriali per povertà, problemi di conciliazione tra lavoro e cura dei figli, mancanza di servizi per l’infanzia e difficoltà di trovare un lavoro che offra un reddito per l’autosufficienza. Il rapporto annuale dell’Istat sulla Condizione del Paese, presentato nel maggio 2013 parla chiaro. In generale, in Italia le donne sono sempre più povere, disoccupate (47, 1% di occupate contro il 58% della media europea), hanno salari più bassi (divario del 20& con i salari maschili) perchè sono maggiormente impiegate in lavori non qualificati anche con titoli di studio universitari, e sono colpite ancora di più dal precariato. Sono ancora le donne a sostenere il peso dell’indebolimento del welfare per i tagli nelle leggi finanziarie con il carico del lavoro di cura di bambini e anziani, mentre in casa continuano a svolgere il 76% degli incarichi domestici (dati Cnel 2012). Le donne sono anche maggiormente penalizzate dalle dimissioni in bianco grazie alle legge del 26 giugno 2008 voluta dal governo Berlusconi che permette abusi e discriminazione nei confronti delle lavoratrici. Restare incinta significa spesso scegliere tra maternità e lavoro, tra autonomia e dipendenza dal partner. In altri Paesi europei si è incentivata e sostenuta l’occupazione femminile con i congedi parentali obbligatori anche per i padri. Perché Stati Europei più evoluti del nostri sostengono il lavoro delle donne? Perché difendono il diritto al lavoro delle donne, la loro autonomia e il loro benessere, ed hanno capito che lavoro femminile porta all’aumento della ricchezza e alla diminuzione delle spese assistenziali. Il governo olandese ad esempio, ha applicato la formula dei congedi parentali per entrambi i genitori della durata di 26 settimane a testa, non cedibili tra l’uno e l’altro coniuge. Investendo meno di quanto fa l’Italia in servizi, l’Olanda ha raggiunto il risultato di accogliere il 70% dei bambini negli asili. In Francia la ministra per le Pari Opportunità, ha recentemente introdotto la legge sui congedi parentali obbligatori per i padri: durano sei mesi e non sono cedibili. In Italia i congedi per paternità obbligatoria (da anni esistevano facoltativi ma quasi inutilizzati) sono stati istituiti dalla riforma Fornero. Quanto durano? Un solo giorno entro cinque mesi dalla nascita del bebè. Un atto simbolico che per nulla incide sulla realtà. Così in tempi di crisi economica e occupazionale si chiede ancora alle donne di assumere ruoli tradizionali che sono disfunzionali alle esigenze di cambiamento della società e le discriminazioni nei confronti delle lavoratrici restano incontrastate. In un contesto di svantaggio di partenza, la separazione mette in difficoltà anche le madri. Come spiega Rete Interattiva, molte perdono la casa coniugale in cui vivevano con i figli perché il partner smette di pagare il mutuo, anticipano con redditi esigui spese straordinarie per i figli che non saranno mai rimborsate, oppure fanno i salti mortali per pagare affitti troppo cari per le loro tasche. Altre sono costrette a tornare a casa dei propri genitori o di altri parenti, oppure chiedono l’aiuto di associazioni con finalità assistenziali; talvolta anche ai centri antiviolenza dove sono in aumento le richieste di aiuto da parte di donne che vivono situazioni di povertà e indigenza a causa dell’abbandono economico dell’ex partner. Un abbandono causato a volte da mancanza di risorse economiche e disoccupazione dell’ex marito oppure con fraudolenza vengono occultati redditi e risorse economiche.

IL DRAMMA DEI PADRI SEPARATI NEL CORTOMETRAGGIO DI AMEDEO GAGLIARDI, “MAMMA NON VUOLE”. IL REGISTA ACCUSA: “600 MILA PADRI DIVISI NON VEDONO I LORO FIGLI, VENGONO CONSIDERATI DEI BANCOMAT. LE MENSE DELLA CARITAS SONO PIENE DI EX MARITI RIDOTTI ALLA FAME. IN TRIBUNALE? GIUDICI DONNE…”, scrive Paolo Giovannelli per “la Verità” il 14 marzo 2017. Ha prodotto, sceneggiato e interpretato il suo cortometraggio. L'ha pure pagato. Mamma non vuole è la denuncia di Amedeo Gagliardi su un fenomeno troppo sottaciuto in Italia: la sofferenza dei padri separati che, per anni, non riescono a vedere i propri bambini o lo fanno fra mille difficoltà. Esistenze infrante da madri che «non vogliono»: dopo la separazione, agli ex mariti non consentono di vivere un rapporto sereno con i figli. In Mamma non vuole Gagliardi, showman di 52 anni, ha interpretato se stesso. Mettendosi a nudo, accanto ad attori come Giancarlo Giannini. Ha girato un cortometraggio sulle sofferenze dei padri separati «sottratti» ai propri figli. Donne e uomini, dopo una separazione, non hanno gli stessi diritti?

«Purtroppo no. La legge 54/2006 sull' affidamento condiviso dei figli prevede in maniera chiara il diritto alla parità del tempo trascorso con i propri figli, ma l'applicazione della stessa non è equanime. In Italia prevale una fortissima cultura "mother oriented" che, alla fine, ritiene la madre migliore del padre. I giudici decidono a favore della donna e vedono nella madre l'unico genitore in grado di accudire, di dare affetto, di far crescere. Di garantire, comunque sia, la crescita psicoaffettiva del minore. Almeno nel mio caso, in tutti i procedimenti del contenzioso di separazione, sono stato sempre stato giudicato da donne. Solo in una occasione da un uomo».

Ha un figlio che non ha visto più per lunghi anni e una figlia, nata da una seconda unione, che un giudice di Venezia le ha però affidato in esclusiva. È stato doloroso raccontare la sua vicenda personale o si è trattato di una catarsi?

«Entrambe le cose. Ho recitato come ologramma di me stesso, con le stesse emozioni, gli identici drammi. Chi vede il cortometraggio si accorge della mia profonda sofferenza, frutto di una finzione che non riesce a superare la realtà. D'altro canto la recitazione è stata parzialmente terapeutica, rendendomi ancora più consapevole di quelli che sono i lutti della separazione da un figlio, da una famiglia, dalle consuetudini quotidiane, dal prendere per mano la propria bambina insieme a sua madre».

Per la sua esperienza, esiste la sindrome da alienazione genitoriale (Parental alienation syndrome, il cui acronimo è Pas, ndr), nella quale, ad esempio, il bambino ripete i messaggi di disprezzo del genitore «alienante» verso quello «alienato»?

«Nonostante la schiera dei negazionisti, la sindrome di alienazione genitoriale vissuta dal bambino, così come definita nel 1984 dallo psichiatra americano Richard Gardner e poi, nel 2008, dallo psichiatra americano William Bernet, esiste eccome. Le espressioni di disprezzo nei confronti del genitore alienato sono una sorta di "giusta punizione". Il problema, grave, è che il minore può avere un senso della realtà distorto: è narcisista, non prova simpatia ed empatia, non rispetta l'autorità, è paranoico e può soffrire di psicopatologie legate all'identità di genere».

Quanti sono oggi, in Italia, i padri separati estromessi da una normale relazione con i propri figli, dopo la separazione?

«Oltre 600.000 su 4 milioni. Uno su tre non riesce a vedere i figli. Un dramma, dove il soccombente è quasi sempre l'uomo, a causa dell'orientamento prevalente dei giudici a favorire la madre. L' Italia non ci considera ed è, sotto questo profilo, il Paese meno evoluto d' Europa. Nei Paesi scandinavi, il diritto alla parità e alla qualità del tempo trascorso con i figli, c' è ed è pieno».

Che tipo di sofferenza subiscono questi genitori?

«La prima è quella psicologica, per la perdita della famiglia e della sottrazione del figlio o della figlia minorenne. Poi c' è una sofferenza giuridica, per la lentezza con cui viene amministrata la giustizia e perché sono costretti a rincorrere le denunce faziose di mogli sconsiderate, spesso istigate ad arte dai centri antiviolenza. Le mense della Caritas sono pieni di padri ridotti sul lastrico, in coda per un pasto. Non sono tutti disoccupati, anzi. Ma con il loro stipendio devono mantenere l'ex moglie, anche quando è più ricca, devono pagarsi un affitto poiché spesso la casa viene lasciata in uso gratuito all' ex consorte anche quando questa ha tradito, pure quando la casa è di proprietà esclusiva del marito in regime di separazione dei beni. Spesso questi uomini continuano a pagare anche il mutuo dell'abitazione dove vive l'ex moglie, con i figli che non vuole farti incontrare. I padri separati subiscono molto: dalle false denunce per violenze mai esistite ai figli consegnati in ritardo, quando tocca a loro trascorrere un po' di tempo insieme. Alcuni hanno anche subito violenze fisiche dalle ex mogli».

Come è stato finanziato il corto Mamma non vuole?

«Mi è costato circa 100.000 euro. Un grosso investimento per un corto. Ma l'ho fatto volentieri. La mia è una missione».

Dove si potrà vedere?

«A giorni sarà disponibile nei migliori store on line, da Itunes ad Amazon. Per vederlo il pubblico pagherà 2,99 euro, necessari per fare poi il film per il cinema. Sul sito mammanonvuole.com c' è ogni informazione sul progetto».

Dopo il cortometraggio, lei è diventato il paladino dei padri separati.

«Con il mio corto, ho dato voce a chi non ne aveva. Mi sono incontrato con le associazioni di padri separati, che hanno già visto il mio lavoro. L' Italia deve capire che non siamo dei bancomat, né i visitatori dei nostri bambini. Siamo dei papà, che vogliono amare liberamente i propri figli».

Ha trovato donne che stanno dalla sua parte, che condividono il suo messaggio?

«Con mia grande meraviglia, sono la maggioranza. Sono le più appassionate a conferire consenso alla questione affrontata nel film e alle ragioni di noi padri separati».

Forti anche del loro appoggio, avete creato un movimento...

«Domenica 5 marzo, a Roma, abbiamo fondato un movimento politico e apartitico, il Movimento nazionale per la famiglia, che mi ha eletto presidente. Noi padri separati vogliamo far eleggere in Parlamento dei rappresentanti che difendano davvero i diritti delle famiglie. Il 19 aprile verrà proiettato Mamma non vuole alla Camera dei deputati. Saranno presenti dieci parlamentari, che hanno già firmato una proposta di legge per modificare la normativa sull' affido condiviso e guidati dall' onorevole Tancredi Turco, del gruppo Misto».

I padri separati e il loro dramma silenzioso: le difficoltà economiche, la mancanza della casa e l'allontanamento dai figli, scrive il 22/11/2016, aggiornato il 02/04/2017 Elisabetta Invernizzi su L'Huffington Post. Una bambina guarda il letto dove ha dormito suo papà. Accarezza le lenzuola, sistema il cuscino, rincorre con le dita le grande sagoma rimasta impressa sul materasso. Dopo la separazione, Marco ha perso tutto. La casa, il lavoro, gli affetti. Dei mesi passati in macchina agli angoli delle strade ricorda il buio delle notti accovacciato sui sedili posteriori, l'odore rancido alle prime luci del mattino, i vetri appannati dietro cui nascondersi. E la paura di incrociare all'improvviso lo sguardo di sua figlia. Marco ora vive in una stanza e divide l'appartamento con altri padri come lui. Ma la vergogna non si cancella. "Mi ha chiesto di mostrarle il letto dove dormiva suo papà", racconta Gianmario Pagani, padre separato e presidente dell'associazione 'La Rinascita' di Como. "Voleva vederlo con i suoi occhi per accertarsi che stesse bene. E poi ha sorriso". In Italia i padri separati sono circa 4 milioni, 800mila si trovano sulla soglia di povertà secondo il Rapporto Caritas 2014. Un esercito di uomini che, complice la crisi economica, per sostenere il mantenimento dello stesso tenore di vita all'ex moglie e ai figli, non hanno i soldi per pagare un affitto e così vivono dentro un'automobile o sono ridotti allo stato di clochard. Papà in giacca e cravatta in fila alla mensa dei poveri, costretti a dormire in macchina e a farsi la doccia in ufficio. "Non possono permettersi un pasto adeguato almeno ogni due giorni, non possono scaldare adeguatamente casa e arrivano a fine mese con grande difficoltà", si legge nel Rapporto. Un fenomeno in continua crescita, come testimonia l'andamento dei servizi rivolti ai padri separati. "Dal 2013 a oggi sono aumentate le richieste di alloggi e servizi residenziali", spiega Laura De Lauso, responsabile dell'Ufficio Studi Caritas. "Per un papà separato la casa è una necessità, non solo dal punto di vista fisico ma anche psicologico. È uno spazio per ritrovare se stessi, per riprendere in mano la propria vita oltre che un luogo sano dove poter incontrare i figli". La separazione, le difficoltà economiche, la mancanza di una casa. Un dramma silenzioso che confina molti uomini allo stato di indigenza a cui si somma il dolore per l'allontanamento dei figli. "Una quercia abbattuta senza più radici. Fragile, inerme e senza più dignità". Pagani descrive così la condizione di un uomo che, non più marito, non vuole rinunciare a essere padre e lotta ogni giorno, in silenzio, per non finire nel baratro della solitudine, dell'abbandono e della negazione dei suoi diritti di genitore. "Ogni bambino vede il proprio papà come un eroe", spiega ad HuffPost. "Ma dopo una separazione quella quercia forte e protettiva diventa una canna sbattuta dal vento. E quando un uomo non riesce più a prendersi cura della sua famiglia, perde la stima in se stesso e si sente un fallito". A peggiorare questa situazione l'isolamento e la solitudine con cui molti uomini affrontano questo dramma. "Il padre separato non fa rumore, non chiede aiuto, si vergogna. Lo riconosci dallo sguardo perso e remissivo", racconta Pagani ad HuffPost. "Sono stato anch'io in quella situazione. La prima cosa che facevo al mattino quando mi svegliavo era pulire la macchina dove avevo dormito per cancellare ogni segno della notte precedente perché mi vergognavo". Il pudore, il bisogno di nascondersi e di non mostrare la propria debolezza di fronte ai figli. "Spesso gli uomini non hanno la forza morale per affrontare questa situazione. Così si innesca una spirale per cui i papà che non riescono a pagare gli alimenti si sentono in difetto e pensano di non meritarsi l'affetto dei figli". Un rapporto, quello con il bambino, che rischia di incrinarsi con il venir meno della quotidianità. Dopo la separazione la relazione con il figlio cambia e il più delle volte in senso negativo tanto da parlare in alcuni casi di crisi del rapporto. Una ferita aperta per molti uomini che si sentono privati della possibilità di trascorrere più tempo insieme al bambino. "Il 58,1% dei padri intervistati denuncia un peggioramento nella qualità dei rapporti con i figli", si legge nel Rapporto. "Le madri invece riconoscono per lo più un miglioramento". A rendere insoddisfatti i papà sono la frequenza delle visite, i luoghi degli incontri e l'impossibilità di partecipare a momenti importanti della vita del bambino come compleanni, feste e altre ricorrenze. "Alcune mamme tendono persino a ostacolare il rapporto padre-figlio", spiega l'avvocato Walter Buscema, presidente di 'Nessuno tocchi papà', associazione che si occupa di dare voce ai padri separati. "E così, dopo la fine del matrimonio molti cercano di rafforzare il rapporto con il bambino viziandolo, e diventando poi dei compagni di gioco più che dei papà". Le associazioni a difesa dei padri separati la chiamano "paternità negata" e denunciano una disparità di trattamento tra uomo e donna dopo la fine della relazione quando di mezzo ci sono i figli. "I papà sono trattati dallo Stato come genitori di serie B", spiega Buscema ad HuffPost. "Spesso si dice che i figli dei separati siano orfani di padri viventi. È una provocazione ma rispecchia la realtà di molte famiglie in Italia. Colpa di una legge che risente ancora del vecchio pregiudizio secondo cui i figli sono solo della mamma. Ma i bambini hanno diritto di godere dell'affetto di entrambi".

«I padri separati sono vittime di mogli e giudici di parte», scrive Fabrizio Graffione, Sabato 15/12/2012, su "Il Giornale". «Mi hanno separato dal figlio. Mi hanno tolto la casa. Ogni mese tolgono soldi sempre e solo a me». Ogni storia di violenza sull'uomo e padre, è pressoché uguale, come si legge anche su papaseparatiliguria.it, il portale dei «disperati», vittime di mogli e anche di magistrati, che ieri hanno manifestato davanti al «palazzaccio» genovese. Accuse infondate, le più abbiette. Lungaggini giuridiche. Udienze senza esito. Muri di gomma. Assistenti sociali o giudici quasi sempre di parte o negligenti. «Tutti ne parlano, ma nessuno interviene. È un male trasversale» spiegano le autrici e gli autori delle associazioni genovesi Voltar Pagina e Mater Matura, che hanno pubblicato, edito da Erga, il volume da oggi in libreria «Il delirio e la speranza», undici racconti di padri separati: 252 pagine che si leggono d'un fiato, indignano e fanno venire brividi di paura. Secondo un'indagine Gesef, il 75 per cento dei papà in fase di separazione subisce mobbing giudiziario, l'80 per cento delle denunce di maltrattamenti da subito palesemente false e strumentali, dopo anni di lotta a colpi di carte bollate risulta giuridicamente falso, il 90 per cento dei genitori maschi subisce la minaccia di non poter più vedere i figli. «È la prima, drammatica raccolta di esperienze di padri ingiustamente allontanati dai figli - spiegano alla Erga edizioni -. Nel dramma dei figli è l'uomo a giocare il ruolo del reietto allontanato da casa, costretto a versare prebende spesso insostenibili a donne garantite da una legislazione farraginosa e vetusta». C'è pure chi da anni arresta criminali e difende i genovesi, come il maresciallo dei carabinieri Fabrizio Adornato, che ieri è arrivato pure a fare lo sciopero della fame davanti al Tribunale. «Negli ultimi due anni e mezzo - racconta - ho potuto vedere mia figlia soltanto una mezza dozzina di volte. Ho denunciato i magistrati. Nessuno mi ha controquerelato. In una denuncia, l'ex moglie si lamentava che, testualmente, avevo consegnato mia figlia a mia madre. Nessun genitore dovrebbe riferire della prole come se fosse un pacco postale. La mia bambina è un essere umano che ha bisogno di amore, cure, attenzione e non è una cosa o una merce di scambio». Accanto a lui, ieri ci sono stati altri «Papà separati della Liguria». «A Genova siamo migliaia. La mia ex moglie mi ha accusato per maltrattamenti - spiega Ambrogio Barbiero, 61 anni - facevo il saldatore, ma ora sono disoccupato. Cacciato di casa come un delinquente e costretto a versare 250 euro al mese appena faccio un lavoretto. Mia sorella pensionata mi accoglie e mi dà da mangiare, altrimenti sarei stato costretto a rubare. Da taluni magistrati non ho ricevuto nessuna pietà». Ormai la tecnica usata dalle mogli è quasi sempre la stessa: denunciare l'uomo per maltrattamenti, chiedere la separazione, ottenere dal Tribunale il riconoscimento e un vantaggio economico. È la Genova dei cornuti e mazziati.

Padri in cerca di giustizia, scrive Alessandra Corrente il 23 ottobre 2017 su "La Voce del Trentino". L’attuale crisi economica mette sul lastrico tanti uomini, lavoratori che si ritrovano senza il loro stipendio, costretti a vivere di stenti. C’è un’altra crisi che si aggiunge a questa e che ha le stesse ricadute nella quotidianità di tante persone. La crisi coniugale. La fine di un matrimonio che diviene strumento di odio e vendetta e che acceca anche gli sguardi di coloro che di fronte a quel passaggio della vita nulla possono: i figli. Tanti sono i padri che cercano di sopravvivere alle sentenze dei giudici in cui l’obbligo di mantenimento diviene la ghigliottina per il loro vivere: lo stipendio dimezzato o pignorato per gli alimenti. Una delle ultime storie è quella di Marco Della Noce, comico di Zelig, che tanto ha fatto ridere noi tutti nel suo ruolo di capomeccanico della Ferrari di "Sochmacher". “Ora nessuno riesce a fare ridere me” dice questo papà famoso. Racconta che oggi la sua casa è la macchina e i suoi figli non possono vederlo proprio perché non è questa una dimora consona per incontrarsi, scrivono i giudici. Come si arriva a situazioni come questa? La crisi di coppia come un campo di una battaglia all’ultimo sangue. Chi si è unito e promesso di amarsi e rispettarsi diviene il peggior nemico da eliminare senza eccezioni di colpi. Perché? Cosa chiederebbero i figli di questi genitori in crisi? Perdonare non è da tutti; è un atto che richiede un lavoro interiore molto difficile, che va nel profondo del cuore per trasformare tutti i torti o le ingiustizie ricevute dal partner e trovare una pace nuova. Non è cosa da poco. "Chi me lo fa fare?", potrebbero dire questi adulti. Allora tutto deve trovare una nuova prospettiva, la più dimenticata: quella di chi in quella situazione si trova nella posizione più debole, i figli. Il perdono come dono ai figli di una serenità interiore e non solo esteriore, di un insegnamento unico per la loro vita, di un bagaglio prezioso e raro Quali sono i diritti in gioco? Quelli del padre? Quelli della madre? C’è un altro interrogativo, forse il più grande: chi tutela il bene di questi figli? Perché, come scrive Massimo Gramellini: “in gioco non c’è il diritto degli uomini contrapposto a quello delle donne, ma il diritto di tutti a dormire in una casa invece che in un’auto. Perché nessun figlio vorrebbe che un padre o una madre si riducessero così” (Corriere della Sera 20 ottobre 2017). Certo ogni storia va poi letta singolarmente e con la voce di tutti i protagonisti. Ma questa è proprio un’altra storia.

Papà separati vs mamme separate: due pesi e due misure, scrive "Il Ricciocorno Schiattoso" il 22 agosto 2013. Qualche tempo fa scrissi un post dal titolo “I poveri papà separati”. Il mio post iniziava con una doverosa premessa: Vorrei chiarire che non ho niente contro “i papà”, intesa come categoria di persone di sesso maschile che hanno concepito, categoria che ricomprende all’interno una moltitudine di individui diversi fra loro. Non neanche nulla contro “i separati”, né tantomeno contro chi si colloca nell’insieme frutto dell’intersezione di questi due vasti gruppi di esemplari del genere umano.

E si concludeva con una osservazione: considerato che ci sono anche molte “povere mamme separate”, anzi, che ci sono molte più “povere mamme separate” che “poveri papà separati”, perché le Iene non hanno fatto un servizio sul “povero genitore separato” includendo entrambe le categorie? Questa non è discriminazione?

Stamattina, proprio dopo aver letto un articolo su “Il Fatto Quotidiano” dal titolo “Famiglie monoparentali: una rete di sostegno alle madri separate”, mi ritrovo sotto il post questo commento: Egregio Ricciocorno, leggendo il suo articolo e le sue risposte ai commenti mi è venuta subito in mente una frase letta in un blog che diceva “I politici usano le statistiche come un ubriaco usa i lampioni: non per la luce ma per il sostegno.” Questa è la stessa sensazione che le sue parole mi hanno dato. Non è così semplice e chiaro come dice lei. La sofferenza di un genitore separato (e, attenzione, ho detto genitore, non mamma o papà) non può essere generalizzata in questo modo. Lo trovo inopportuno, quasi violento. Come sicuramente sarà la sua prossima risposta. Saluti. Pietro Conconi.

Io ho usato le statistiche per commentare un servizio televisivo che riportava il dramma dei “poveri papà separati”, ignorando completamente la situazione delle “povere mamme separate” e mi ponevo la domanda: perché si parla sempre e solo di “poveri papà?” Per questo vengo definita come una persona inopportuna, quasi violenta. Di articoli e di iniziative a sostegno dei “poveri papà” che ne sono in giro a bizzeffe. Fra le più recenti vorrei citare la lodevole iniziativa di Suor Anna, che a Cagliari ha aperto una casa di accoglienza per i “poveri papà”. Se seguite il link e leggete l’articolo, sotto non solo non troverete alcun commento che insulta i “poveri papà”, ma troverete invece questo commento: …quand’è che mandiamo in carcere queste donne criminali? Quei padri non finiscono così solo per una legge “sbagliata” (da trenta anni) ma perché le ex ne fanno abuso. A Brescia i papà separati godono di affitti agevolati, e così pure in provincia di Ravenna. Ed è del 20 agosto l’appello del responsabile della mensa dei poveri di Rossano (Calabria), che naturalmente non manca di citare i “papà separati”. Insomma: il dramma dei “poveri papà” scalda parecchi cuori. I rapporti ufficiali, però, ci parlano anche di “povere mamme separate” in difficoltà: Sempre più italiani, casalinghe, anziani, genitori separati, soprattutto donne, con situazioni di multi problematicità che coinvolgono intere famiglie. Il profilo dei nuovi utenti dei Centri di ascolto Caritas è sempre meno coincidente con quelli della grave marginalità e va verso una “normalizzazione sociale” del bisogno.

Ci dice il rapporto Caritas 2012, citato da Il Sole 24 ore. E di “mamme nella crisi” ce aveva parlato anche Save The Children, con un rapporto presentato nel settembre 2012: Gli effetti della crisi colpiscono le mamme in modo sempre più grave, evidenziando, in Italia, un circolo vizioso che lega il basso tasso di occupazione femminile, l’assenza di servizi di cura all’infanzia, le scarne misure di conciliazione tra famiglia e lavoro e la bassa natalità, con una pesante ricaduta sul benessere dei bambini. La difficile condizione delle madri nel nostro Paese è infatti uno dei fattori chiave che determinano una maggiore incidenza della povertà sui bambini e sugli adolescenti.

Così, la giornalista Nadia Somma, il 21 agosto 2013, dedica uno spazio de “Il fatto Quotidiano” alle iniziative di Rete Interattiva, volte a: Far uscire dal silenzio le madri separate, indirizzarle a consulenze legali o in quei luoghi dove possano trovare sostegno psicologico e sensibilizzare sulla loro realtà, ben diversa dalle rappresentazioni irreali e fantasiose di “privilegiate”. (O criminali, mi permetto di aggiungere). Se date un’occhiata ai commenti sotto l’articolo della Somma, avrete l’occasione di scoprire cosa significa realmente “generalizzare”. Vi prego di confrontare poi le seguenti affermazioni con la mia quasi violenza. Si, si, le solite s...bip...bip...bipp...ate! Ma quando mai??? In una separazione la donna SEMPRE si prende tutto, si tiene i figli e l’uomo diventa solo un bancomat… finche’ ne ha. Poi può pure marcire in un fosso e nessuno dei benpensanti sulla parità gliene importa nulla. Non parliamo poi dei ricatti quotidiano a cui sono sottoposti gli uomini ai quali mai vene affidata la prole. Se non fai questo non vedi più tuo figlio... dammi quello altrimenti addio a tuo figlio. Ma basta! E poi tocca leggere anche articoli come questo. Quest’articolo è una pura provocazione raccapricciante. La realtà la conoscono tutti bene, benissimo, quando una coppia si separa in tribunale l’uomo è umiliato, gli viene rovinata la vita per sempre togliendogli i figli e riducendolo in miseria perchè costretto a dare tutto quello che ha alla ex, anche se questa non avrebbe bisogno di nulla e addirittura anche quando conti alla mano sarebbe la ex a dover dare dei soldi all’uomo. QUESTA E’ LA REALTA’, SE QUALCUNO LO VUOLE NEGARE PRODUCA DEI DECRETI DEI TRIBUNALI CHE DICONO IL CONTRARIO, PERCHE’ SONO MIGLIAIA I DECRETI CHE TUTTI CONOSCONO E SONO ANCHE PEGGIO DI QUELLO CHE SCRIVO.

Questo accade dagli anni 70, quando cambiò la legge tutta a favore delle donne, e questo accade ancora oggi malgrado e a dispetto della legge 54/2006 formalmente giusta ma totalmente disapplicata dai magistrati che se ne fottono delle leggi del parlamento italiano e liquidano le separazioni velocemente secondo la loro consolidata prassi (metodo facile e veloce che non richiede loro di lavorare). Che poi ci siano degli uomini che cercano di sottrarsi ai loro impegni è vero, chi potrebbe mai accettare quello che a priori è un’ingiustizia conclamata che danneggia anche quei rari casi di decreti giusti???? I tribunali sono popolati da dipendenti pubblici talmente sfacciati che uomini nullatenenti senza lavoro perchè lo hanno perso, sono stati condannati a dare ugualmente dei soldi alla ex che intanto il lavoro lo aveva ancora, in base al potenziale reddito che potrebbe avere se riuscisse a trovare lavoro!!! Se non è discriminazione di genere questa, cosa è? Qui mi fermo ma avrei da scrivere per ore!!!!!!!!!!!! Vergognatevi. Articoli come questi sono da cestinare come spazzatura giornalistica… alle donne articoli come queste servono per alimentare la loro ingordigia nel richiedere tutele egoisticamente solo per se stesse e per il genere a cui appartengono… meglio le ucraine… anzi… qualsiasi donna europea è meglio delle italiane… diventeranno tutte zitelle… Di messaggi analoghi (e peggiori) ce ne sono a centinaia…Il succo è che non esistono “povere mamme separate”, ma solo “poveri papà separati”. Solo i papà separati hanno il diritto di richiedere un aiuto, la mamme no. Tutte le donne che si separano dal coniuge sono malvagie, avide e soprattutto ricche. I Tribunali corrotti odiano i “poveri papà separati”. E la Somma si dovrebbe vergognare a produrre simile “spazzatura giornalistica”.

Vorrei premiare con una menzione speciale uno dei pochi commentatori sinceri: …cosa vuol dire che a queste se le deve mantenere l’ex marito? quando non ci sono figli e il matrimonio va male i problemi di miseria e o ricchezza dell’ex coniuge non sono affari dell’ex amato… possibile che neanche su questo ci si mette d’accordo? gli ex mariti non sono assistenti sociali… affido condiviso realmente applicato cosi alle donne resta tanto tempo per andare a lavorare… fatti loro se non sanno fare niente… e ahime sarà sempre peggio per persone che non hanno voglia di lavorare e o che non sanno fare niente se non passare il tempo a piangersi addosso. Ti ho piantato, non me ne frega più niente di te, non è un problema mio se muori di fame. E se muori di fame probabilmente è perché sei una fannullona che tutto il giorno si piange addosso perché “non sa fare niente”. A tale proposito vi rimando al concetto della colpevolizzazione della vittima, ad una riflessione intorno al valore economico e sociale del lavoro domestico, con annesso conteggio in vecchie lire, e alle ultime notizie sul mondo del lavoro. L’accusa di generalizzare e di esprimermi in modo “quasi violento” la respingo al mittente con una punta di indignazione. Colgo l’occasione per esprimere tutta la mia solidarietà a Nadia Somma: ci vuole un bel coraggio, oggi come oggi, per scrivere sulle “mamme separate” qualcosa di diverso da una sequela di insulti.

Ora il comico di Zelig dorme in auto: "Io rovinato dalla separazione". Lissone, pignorata la partita Iva di Marco Della Noce per pagare gli alimenti all’ex moglie, scrive Gigi Baj il 19 ottobre 2017 su “Il Giorno”. Dalle luci della ribalta al buio di una notte trascorsa all’interno della propria automobile, di fianco al marciapiede. Destino decisamente amaro per il cabarettista Marco Della Noce, il mitico capomeccanico in tuta rossa Ferrari che con i suoi irresistibili racconti era uno tra i più applauditi protagonisti della trasmissione televisiva Zelig. Sfrattato nei giorni scorsi dalla sua abitazione di Lissone, in condizioni economiche decisamente precarie, Dalla Noce si è visto costretto a chiedere aiuto ai servizi sociali che nell’immediato non hanno però potuto aiutarlo lasciandolo di fatto in mezzo alla strada. «Mi hanno promesso– ha affermato il celebre cabarettista – che nei prossimi giorni cercheranno di trovare una sistemazione. Nel frattempo dovevo arrangiarmi. Mai avrei pensato che dopo trentacinque anni trascorsi a fare ridere la gente mi sarei trovato a piangere per una situazione veramente difficile che non auguro a nessuno».  I guai per Marco Della Noce sono iniziati con la separazione dalla moglie che giustamente ha preteso gli alimenti per i due figlioli, arrivando a chiedere il pignoramento della partita Iva, dettaglio questo che ha fatto precipitare l’attore e doppiatore cinematografico in una spirale dalla quale non ha più potuto uscire. «Stavo girando una scena con Massimo Boldi – ha confidato – quando mi comunicarono dell’avvenuto pignoramento. Un fulmine a ciel sereno. Un provvedimento che ha avuto conseguenze tanto che ha quasi azzerato la mia visibilità professionale. Le televisioni e le agenzie mi hanno chiuso la porta in faccia così come molti colleghi hanno preferito ignorarmi. Fortunatamente qualcuno mi è rimasto vicino. I giudici mi hanno segato il futuro lavorativo. Non potendo lavorare non posso neppure fare fronte alle richieste di mia moglie alla quale avevo chiesto anche di rivedere il mantenimento visto le condizioni in cui mi trovavo. Ai giudici ho presentato un ricorso di cui attendo ancora il responso». Senza soldi, senza un lavoro remunerativo e continuativo, e soprattutto senza la prospettiva di saltarci fuori, il ‘capo meccanico della Ferrari’ è andato in crisi: «Soffro di una depressione e in questo momento sono in cura presso l’ospedale di Niguarda. Sto vivendo un dramma interno che mi lacera. Fortunatamente ci sono i miei tre figli ai quali voglio un bene dell’anima. Sono loro la vera forza che mi fa andare avanti». Un aiuto concreto gli è arrivato dai titolari e da alcuni avventori del Bar Real di Lissone: «Mi hanno prenotato una notte in un albergo della città. Non so proprio come ringraziarli. È la prima volta che mi trovo in una situazione del genere». Anche l’associazione Papà Separati Lombardia Onlus si è schierata con Della Noce: «Purtroppo – ha affermato il vicepresidente Renato Aprile – i papà separati rappresentano i nuovi poveri della nostra società. Mogli pretenziose e l’accanimento dei giudici creano delle situazioni veramente drammatiche. Quella vissuta da Marco Dalla Noce non è purtroppo che una delle tante vicende di cui ci occupiamo ogni anno». Nato nel 1958, Dalla Noce ha iniziato la sua carriera con il gruppo La Carovana. Notato da Antonio Ricci nel 1989 è entrato a fare parte di Drive In partecipando poi a numerose trasmissioni televisive L’apparizione a Zelig lo ha reso uno dei comici più noti del panorama nazionale. Tra i suoi personaggi più noti proprio il capomeccanico Oriano Ferrari che si diverte a fare scherzi a Sochmacher (storpiatura del cognome del grande pilota iridato della Ferrari).

L’ex-moglie: «Marco Della Noce ha sperperato tutto, io non c’entro». La donna, per bocca del suo avvocato, risponde alle accuse del comico di Zelig che è finito a vivere in auto, scrive Elisabetta Montanari il 20 ottobre 2017 su “Il Corriere della Sera”. «Marco Della Noce non ha detto la verità: i suoi guadagni li ha sperperati irresponsabilmente con il suo stile di vita, non certo per pagare il mantenimento dei figli. E se è sul lastrico non è per il sequestro della Partita Iva, che peraltro non è mai avvenuto, ma perché ha ricevuto grosse cartelle esattoriali dall’Agenzia delle entrate e è stato dichiarato evasore totale per diversi anni. Fatto di cui ora deve rispondere con ingenti somme al fisco».

«Non pagava le tasse e adesso...». La moglie di Marco Della Noce, per bocca del suo avvocato, Andrea Natale, ha risposto alle accuse dell’uomo che ha lanciato un appello su molti mezzi di comunicazione dichiarando di essere sul lastrico e di dormire ormai per strada nella sua auto, a causa dei pignoramenti per non aver potuto pagare all’ex moglie l’assegno di mantenimento per i suoi due figli. L’ex comico di Zelig, che ha fatto ridere i telespettatori nei suoi trent’anni di carriera, si è ridotto senza mezzi a contare solo sull’aiuto degli amici di Lissone, sperando nell’intervento dei servizi sociali per avere almeno un tetto sulla testa.

«Non ha mai pagato nemmeno i libri di scuola». «Del resto, continua l’avvocato, la separazione è avvenuta ben 12 anni fa e in seguito Della Noce ha avuto un’altra relazione da cui è nata una figlia, relazione che è terminata poco tempo fa e per questo motivo ora si trova senza una casa. La ex moglie, da parte sua, non ha mai chiesto il mantenimento per sé e è ormai dal 2013 che Della Noce non corrisponde l’assegno per i due figli minori avuti dalla moglie. Nemmeno i libri di scuola ha mai pagato loro. Tanto che la signora ha dovuto trovare un lavoro per provvedere a loro e a sé stessa».

«Nessun accanimento contro di lui». Insomma, nessun accanimento contro un papà separato, ma, piuttosto, una situazione resa difficile da diversi motivi tra i quali il maggiore è la mancanza di un lavoro e, a dire dell’avvocato, un comportamento non proprio trasparente nei confronti del fisco. «Non c’è nessuna volontà demolitrice nei confronti dell’ex coniuge, ribadisce Andrea Natale, ma semplicemente la necessità di ricevere l’aiuto dovuto». E conclude: «Anche noi preferiremmo vedere Marco Della Noce sul palco piuttosto che in un talk show».

Comico di Zelig sul lastrico, Della Noce: "Grazie agli amici ho trovato casa e un lavoro". Monza, replica alle accuse della moglie, scrive Emanuele Canta il 23 ottobre 2017 su “Il Giorno”. «Me l'avevi promesso, mi dicesti: «Ti rovino». Adesso basta, hai raggiunto il tuo obiettivo». Marco Della Noce manda un messaggio chiaro e diretto alla sua ex moglie, un botta e risposta a distanza. Accusato di aver sperperato tutto il denaro accumulato e per questo oggi non più in grado di sostenere la sua famiglia, il comico di Zelig sembra cercare una tregua: «Non voglio accusare nessuno, mi piacerebbe però sottolineare che in un momento in cui il papà ha delle difficoltà lavorative mi sarei aspettato che il resto della famiglia gli si fosse stretto intorno. Non è concepibile che si debba mantenere lo stesso tenore di vita mentre il papà cena con caffè e latte». Adesso Marco ha trovato una casa. In verità gliel’hanno trovata gli amici del Cafè Real, il bar di Lissone di fronte a quello spiazzo dove si era accampato con la sua automobile. Quei sette mesi di affitto non pagato gli sono costati lo sfratto e così l’unica soluzione era dormire in macchina. Ma quando i dipendenti del bar lo hanno notato, gli hanno bussato al finestrino e immediatamente hanno provveduto a pagargli un albergo. Una sistemazione temporanea in attesa di una casa, che sono già riusciti a trovargli. Una solidarietà vera, un’amicizia nata da uno stato di necessità e che forse, anche per questo, è sincera e concreta. Marco è diventato il fratello di tutti, colazioni pagate, pranzi e cene al Real Ristorante, l’altro locale di proprietà degli stessi gestori del bar. «Per lui è sempre tutto pagato, non può nemmeno avvicinarsi alla cassa», ci racconta Armando Melfi, uno dei proprietari: «È una persona umile e sensibile, qui in paese tutti hanno preso a cuore questa situazione ed è diventata una vera e propria gara di solidarietà. Grazie al primo articolo pubblicato su Il Giorno, è nata una catena di aiuto che nemmeno noi ci aspettavamo». E la vicinanza all’ex comico l’hanno espressa anche i suoi colleghi, da Claudio Bisio agli altri cabarettisti che hanno con lui condiviso il palco di Zelig. «Non sono arrivate solo belle parole – sottolinea Della Noce – ma finalmente è arrivato anche il lavoro. Per il momento non posso ancora svelare nulla, ma tornerò a lavorare presto e con i miei spettacoli voglio raccogliere dei fondi per portare avanti le battaglie dei padri separati che vivono lo stesso mio dramma». Un sorriso che si spera possa presto ritrovare, lui che di sorrisi ne ha strappati tanti quando sul quel palco era il mitico Oriano Ferrari, il capomeccanico della casa di Marenello. «Si stanno organizzando per aiutarmi concretamente anche i tecnici della Ferrari, quelli veri però – conclude – e tutto ciò mi commuove davvero. Spero che presto io possa riuscire di nuovo a volermi bene e a tornare ad essere l’orgoglio dei miei figli».

L'inferno è anche per i bambini.

Hanno da zero a sei anni ma sono già detenuti. Lo scandalo dei bambini che vivono in carcere. Nelle carceri italiane ci sono 60 bambini detenuti. L’ingresso in carcere dei bambini è una scelta della donna. Che però, quasi sempre, non ha una vera opzione. Escono solo il sabato con i volontari, scrive Antonio Crispino il 19 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Nelle carceri italiane ci sono 60 bambini detenuti. Hanno da pochi mesi a sei anni e vivono dietro le sbarre. Condividono la reclusione delle madri, anche se il regime carcerario a cui sono sottoposti è attenuato rispetto al resto della popolazione carceraria. Non hanno fatto niente (e cosa potrebbero mai fare?), eccetto nascere al momento sbagliato, in prossimità di un arresto o una condanna. L’ingresso in carcere dei bambini è una scelta della donna. Che però, quasi sempre, non ha una vera opzione. Spesso il marito è in carcere o non ci sono altri parenti a cui affidare il bimbo. Il numero dei bambini nei penitenziari è più o meno sempre costante negli anni. Non influiscono i vari provvedimenti di legge. Dal 1975 (la legge 354) a oggi (la legge 62 del 2011) ci sono stati cinque interventi legislativi. Ma i bambini restano sempre lì. Non si contano, invece, le promesse solenni di quasi tutti i ministri della Giustizia che si sono succeduti negli ultimi dieci anni (senza andare troppo indietro con il tempo). Il ministro Clemente Mastella nel 2007 partecipò a un convegno dal titolo: «Che ci faccio io qui? Perché nessun bambino varchi più la soglia di un carcere». Nel 2009 lo sostituì Angelino Alfano e dichiarò: «Un bambino non può stare in cella. Approveremo una riforma dell’ordinamento carcerario che consenta di far scontare la pena alle mamme in strutture dalle quali non possano scappare ma che non facciano stare in carcere il bambino». Poi fu il turno del ministro Paola Severino: «In un Paese moderno è necessario offrire ai bambini, figli di detenute, un luogo dignitoso di crescita, che non ne faccia dei reclusi senza esserlo». Era il 2012. L’anno dopo in via Arenula arrivò Anna Maria Cancellieri: «Stiamo lavorando perché vogliamo far sì che non ci siano mai più bimbi in carcere». Infine, l’attuale ministro della Giustizia Andrea Orlando che nel 2015 promise: «Entro la fine dell’anno (2015, ndr.) nessun bambino sarà più detenuto. Sarà la fine di questa vergogna contro il senso di umanità». L’istituto penitenziario che reclude il maggior numero di bambini si trova a Roma ed è il Rebibbia femminile «Germana Stefanini», uno dei più attrezzati e meglio tenuti. Ci vivono quindici bambini, quasi tutti sotto i tre anni di età. Ma prima della sentenza Torreggiani (la decisione con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo stabilì che «il prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana») se ne contavano ventuno. La maggior parte delle mamme sono Rom ma troviamo anche un’italiana. La prevalenza Rom si spiega con l’alta percentuale di recidiva che impedisce loro di accedere alle pene alternative. Così vivono con i figli nelle celle, anche se di giorno le porte sono aperte. Alle 20,00 una poliziotta penitenziaria le rinchiude. I bambini crescono con i ritmi carcerari, tra divise e chiavistelli. Un’eccezione sono considerati gli Icam, Istituti a custodia attenuata per madri detenute (il progetto pilota partì a Milano) che si distinguono unicamente per il fatto che ci sono ambienti più familiari, i poliziotti non indossano la divisa ma abiti civili e c’è una maggiore presenza di educatori. Restano le sbarre alle finestre, le porte blindate, la videosorveglianza e il controllo degli operatori. «Chiedono perché li rinchiudono, credono di aver fatto qualcosa di sbagliato e piangono» ci dice una mamma. Non sanno di essere in un carcere ma percepiscono le restrizioni. I racconti sono questi: «Di notte mio figlio non dorme, si affaccia continuamente alla cancellata, chiama la guardia e chiede “Mi apri?”; Quando so che si avvicina l’ora della chiusura lo porto in bagno ma lui capisce, indica gli agenti con il dito e si nasconde, è brutto»; «I bambini qui diventano aggressivi, non hanno relazioni sociali. Tra l’altro vedono solo donne e manca del tutto una figura maschile». Una situazione che induce a gridare allo scandalo ma che, in realtà, è molto complessa perché mette il legislatore nella difficoltà di contemperare tre diverse necessità, ugualmente sacrosante: garantire l’espiazione della pena, tutelare i diritti del bambino così come il rapporto che deve esserci tra una madre e il figlio poco più che neonato. Cosa, quest’ultima, che fa escludere a priori l’ipotesi di separare il figlio dalla madre al momento dell’ingresso in carcere. I danni si colgono il sabato, quando i bambini possono oltrepassare il confine carcerario grazie all’associazione «A Roma insieme». La fondò Leda Colombini, onorevole del Pci, un passato di grande sofferenza personale e di lotta per i diritti che la portò dai campi di riso ai banchi del Parlamento. Volle fortemente i cosiddetti «Sabati di libertà», giornate che da più di vent’anni rappresentano l’unica boccata d’ossigeno per i bambini detenuti. Elisa, Roberta, Paola, Alessandra, Fabrizio e Vanessa sono i volontari che ci accompagnano. Li chiamano «articolo 17» con riferimento all’ordinamento penitenziario che consente l’ingresso in carcere a persone esterne purché legate a un progetto. Spesso fanno tutt’altro mestiere. Roberta è un avvocato di un noto studio legale romano. Paola è un’amministrativa dell’ospedale San Giovanni. Poi c’è chi come Fabrizio lavora nel mondo del volontariato, Vanessa che vuole fare un’esperienza compatibile con il suo percorso di studi o Elisa che lavorava come pubblicitaria e dopo aver scoperto la realtà dei bambini in carcere si è iscritta all’Università ed è diventata una educatrice. Un pullman dell’Atac messo a disposizione dal Comune di Roma (per il servizio l’Atac chiede 25mila euro l’anno) preleva i bimbi da Rebibbia e li porta all’esterno. La nostra presenza coincide con la visita al mare di Ladispoli e alla casa famiglia «Carolina Morelli» gestita dalle suore dell’ordine «Figlie di Maria ausiliatrice». «Molti di loro non sanno cosa siano gli spazi aperti, quando arrivano sulla riva restano stupiti ma anche spaventati», nota Giovanni Giustiniani, volontario della prima ora. E’ impressionante vedere dei marmocchi che a stento si reggono in piedi varcare i cancelli del carcere. Così come fa specie sentirli pronunciare poche parole ma alcune con estrema chiarezza: porta, chiave, apri, chiudi. Restano cupi fin quando non scendono e i volontari li fanno giocare. Arrivano sulla spiaggia procedendo con prudenza. Si fermano, guardano e scoprono. Alcuni restano attaccati ai volontari. Come Eliot che stringe forte il dito di Claudio Enei, l’autista che li accompagna ogni settimana. «Prima era solo un lavoro. Ora, quando arriviamo, tolgo la divisa dell’Atac e divento un volontario a tutti gli effetti. Spesso mi scambiano per il papà», racconta. Subiscono una metamorfosi quando devono risalire sul pullman per il ritorno. Non è solo per la fine di una giornata di giochi, come fanno tutti i bambini. Associano l’imbrunire con la chiusura delle celle e s’intristiscono. Qualcuno piange, sbatte la manina sul vetro dell’autobus. Rientrati a Rebibbia non corrono verso le rispettive mamme. «Più di una volta è capitato che restano attaccati addosso e non vogliono andare dalla mamma» ricorda Paola, un’altra volontaria. Gli aneddoti che raccontano sono infiniti. Come quel giorno in cui capitò che un agente lasciò una chiave sul tavolo. Uno dei bimbi la prese e corse dalla mamma: «Mamma, vieni, ti porto fuori, ci sono un sacco di cose belle».

Quando è giusto togliere un figlio ai genitori? Scrive il 15.05.2017 Flora Casalinuovo su "Donnamoderna.com”. Per incapacità economica, maltrattamenti psicologici, violenza. Sono 30.000 i piccoli che il tribunale ha allontanato dalle proprie famiglie, come il bambino di Martina Levato. In quali casi una decisione così estrema è inevitabile? «Neanche Annamaria Franzoni ha avuto lo stesso trattamento». Sono cariche di rabbia le parole di Martina Levato. La studentessa milanese, 25 anni, ne sta scontando 20 di carcere per aver aggredito con l'acido i suoi ex nel 2014, ma non vuole perdere il figlio avuto dall’allora amante e complice Alexander Boettcher. Questa non è l’unica storia di legami “spezzati”: secondo il ministero della Giustizia, sono quasi 30.000 i minori che vivono fuori dalle case d’origine, anche solo per un breve periodo. E i riflettori puntati sul caso Levato hanno riacceso la discussione su quando e come sia giusto togliere i bambini ai propri genitori.

La regola da seguire è il bene del piccolo. «Ho presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza che ha dichiarato adottabile suo figlio» spiega Laura Cossar, avvocato di Martina Levato. «Per il giudice i reati gravissimi che ha commesso la rendono una madre inadeguata. I fatti sono innegabili, però lei si è pentita e sta scontando la pena. Quindi chi ha commesso un crimine non può fare il genitore? Il nostro ordinamento è fondato sulle rieducazione, che in questo caso però viene negata. Il bambino è nato ad agosto 2015 (quando Martina Levato era già in carcere, ndr): in pochi mesi il tribunale lo ha dichiarato adottabile, mentre di solito questi procedimenti durano anni. Martina ora ha 25 anni, ha ripreso gli studi, lavora in carcere. Eppure la sentenza di adottabilità ricopia la perizia psichiatrica che le avevano fatto quando lei è stata arrestata. Non è più quella persona». La battaglia, dunque, si annuncia aspra. «Non è un bene» avverte Cesare Rimini, avvocato di grandissima esperienza. «Forse il piccolo ha bisogno proprio di essere allontanato dall’eco legata alla vicenda. Spero che i due gradi di giudizio che lo hanno dichiarato adottabile abbiano tenuto conto anche di questo: il bene del minore è tutto. Purtroppo, invece, aumentano i casi in cui il figlio diventa, magari inconsciamente, uno strumento di rivalsa, di riabilitazione. Un bimbo deve essere solo un bimbo, punto. E gli avvocati di famiglia devono essere prima di tutto avvocati dei bambini: sono loro i più indifesi».

Non bastano i sospetti, servono le prove. «Una volta si parlava di patria potestà, oggi di responsabilità genitoriale: questa può decadere se l’adulto è violento verso il figlio o altri, se espone il bambino a pericoli, se lo trascura ripetutamente» spiega Alessandro Sartori, presidente dell’Associazione italiana degli avvocati per la famiglia e per i minori. Ma come parte l’iter? Di solito quando un parente, un insegnante o un conoscente segnalano un caso ai servizi sociali. È accaduto ai genitori-nonni di Casale Monferrato, finiti sulle pagine di cronaca per aver avuto una figlia nel 2010, quando avevano lei 56 anni e lui 68, e accusati da un vicino di casa di abbandono della bimba, poi adottata da un’altra famiglia. È stata invece la preside della scuola a denunciare la situazione della 14enne di Bologna, originaria del Bangledesh, a cui la madre aveva rasato i capelli perché non voleva portare il velo: subito allontanata dalla famiglia, la ragazzina rimarrà in comunità.

Servirebbe un tutore, una figura super partes che monitori queste storie così delicate dall’inizio alla fine. «I servizi sociali indagano e mandano una relazione al Tribunale dei minori, che può aprire il cosiddetto provvedimento di decadenza» continua l’esperto. «A questo punto la responsabilità genitoriale può essere sospesa: è come se fosse affievolita, le capacità dell’adulto vanno monitorate, viene aiutato a migliorarsi e il giudice può decidere di allontanare lui di casa, se è violento o ha problemi di droga. Oppure la responsabilità può decadere: il minore è portato in una struttura protetta, i rapporti con la famiglia si interrompono, ma psicologi e assistenti sociali». Quando la situazione è irrecuperabile o se ci sono gravi questioni penali in corso, il giudice dichiara il minore adottabile e, se è possibile, lo affida a nonni o parenti. «L’allontanamento è una misura estrema basata su prove» precisa Elena Giudice, assistente sociale che collabora con il Tribunale di Milano da 17 anni. Sono decisioni sempre delicate che talora si innestano in indagini e processi molto complessi: basta pensare agli oltre 40 provvedimenti di allontanamento chiesti negli ultimi mesi dal tribunale di Reggio Calabria per figli di mafiosi.

Bisogna salvare il rapporto con gli altri parenti. Il benessere del bambino e la relazione da preservare con la famiglia d’origine: si gioca su questo difficile equilibrio la scelta di portare via un piccolo dalla casa in cui è cresciuto. «Quando ci segnalano una storia critica, ci prendiamo del tempo per conoscere una famiglia, parlare con genitori, parenti, amici e provare a cambiare le cose insieme» dice l’assistente sociale Elena Giudice. «Negli ultimi anni sono aumentati i casi di grave trascuratezza: bimbi abbandonati a se stessi da genitori falcidiati dalla crisi o da situazioni sociali difficili. In situazioni simili proponiamo agli adulti un aiuto per trovare un lavoro e una terapia familiare con lo psicologo. È un percorso lungo, ma spesso funziona. Se mancano i risultati, o se il bimbo è in pericolo, scatta l’allontanamento. Ma non deve mai venire meno il dialogo». Però a volte il meccanismo si inceppa. «In ogni caso, oltre alle prove, pesa l’empatia del giudice, perciò possono risultare disomogeneità tra tribunali» prosegue Giudice. «Il problema spesso è a monte. Molti genitori in difficoltà ignorano che potrebbero chiedere sostegno prima che sia troppo tardi». Non bisogna poi dimenticare quello che succede nel cuore e nella mente dei piccoli. «Anche se la quotidianità è fatta di urla e strattoni, l’allontanamento è un trauma enorme: il bambino si sente strappato dalle sue radici» nota Paola Di Blasio, direttore del dipartimento di Psicologia all’università Cattolica di Milano e fondatrice del Centro per il bambino maltrattato. «Spesso gli operatori chiedono ai genitori di accompagnare il piccolo in comunità, a lui spiegano cosa succederà. Ma è difficile coordinarsi con giudici, avvocati e assistenti sociali e seguire le famiglie per un intero processo. Ecco perché servirebbe un tutore, una figura super partes che monitori queste storie tanto delicate dall’inizio alla fine. E ci vorrebbero più fondi: la valutazione delle competenze genitoriali fatta dallo psicologo è obbligatoria solo quando c’è il decreto di allontanamento del tribunale, non prima. Un’assurdità».

I numeri in Italia. 91.000 I minorenni seguiti dai servizi sociali in Italia. 55% I ragazzini seguiti per trascuratezza materiale e/o affettiva. 19% I minori seguiti perché hanno assistito a episodi di violenza domestica. 14% Le situazioni di maltrattamento psicologico. 20% I minori seguiti dai servizi sociali e mandati in una comunità. 14% I ragazzini affidati ad altri familiari. (Fonti: Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia firmata dalle associazioni Terre des Hommes e Cismai).

La paranza dei bambini di Roberto Saviano. Dieci ragazzini in scooter sfrecciano contromano alla conquista di Napoli. Quindicenni dai soprannomi innocui – Maraja, Pesce Moscio, Dentino, Lollipop, Drone –, scarpe firmate, famiglie normali e il nome delle ragazze tatuato sulla pelle. Adolescenti che non hanno domani e nemmeno ci credono. Non temono il carcere né la morte, perché sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto, subito. Sanno che “i soldi li ha chi se li prende”. E allora, via, sui motorini, per andare a prenderseli, i soldi, ma soprattutto il potere. La paranza dei bambini narra la controversa ascesa di una paranza – un gruppo di fuoco legato alla Camorra – e del suo capo, il giovane Nicolas Fiorillo. Appollaiati sui tetti della città, imparano a sparare con pistole semiautomatiche e AK-47 mirando alle parabole e alle antenne, poi scendono per le strade a seminare il terrore in sella ai loro scooter. A poco a poco ottengono il controllo dei quartieri, sottraendoli alle paranze avversarie, stringendo alleanze con vecchi boss in declino. Paranza è nome che viene dal mare, nome di barche che vanno a caccia di pesci da ingannare con la luce. E come nella pesca a strascico la paranza va a pescare persone da ammazzare. Qui si racconta di ragazzini guizzanti di vita come pesci, di adolescenze “ingannate dalla luce”, e di morti che producono morti. Roberto Saviano entra implacabile nella realtà che ha sempre indagato e ci immerge nell’autenticità di storie immaginate con uno straordinario romanzo di innocenza e sopraffazione. Crudo, violento, senza scampo. E ti pare che io mi metto paura di un bambino come te? Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo. Saviano racconta, in forma letteraria, un destino comune a tanti quindicenni in diversi angoli di mondo – tra cui Napoli e il Sud Italia –, dove la vera risorsa è non temere la morte e avere a disposizione molti anni per farsi la galera. La paranza dei bambini è un romanzo ispirato a fatti veri.

Bacio feroce di Roberto Saviano. Sigillano silenzi, sanciscono alleanze, impartiscono assoluzioni e infliggono condanne, i baci feroci. Baci impressi a stampo sulle labbra per legare anima con anima, il destino tuo è il mio, e per tutti il destino è la legge del mare, dove cacciare è soltanto il momento che precede l’essere preda. La paranza dei Bambini ha conquistato il potere, controlla le piazze di spaccio a Forcella, ma da sola non può comandare. Per scalzare le vecchie famiglie di Camorra e tenersi il centro storico, Nicolas ’o Maraja deve creare una confederazione con ’o White e la paranza dei Capelloni. Per non trasformarsi da predatori in prede, i bambini devono restare uniti. Ed è tutt’altro che facile. Ogni paranzino, infatti, insegue la sua missione: Nicolas vuole diventare il re della città, ma ha anche un fratello da vendicare; Drago’ porta un cognome potente, difficile da onorare; Dentino, pazzo di dolore, è uscito dal gruppo di fuoco e ora vuole eliminare ’o Maraja; Biscottino ha un segreto da custodire per salvarsi la vita; Stavo dicendo non è scappato abbastanza lontano; Drone, Pesce Moscio, Tucano, Briato’ e Lollipop sono fedeli a Nicolas, però sognano una paranza tutta loro...Fra contrattazioni, tradimenti, vendette e ritorsioni, le vecchie famiglie li appoggiano per sopravvivere o tentano di ostacolarli, seminando discordia direttamente in seno alle paranze. Una nuova guerra sta per scoppiare? Prosegue il ciclo della Paranza dei bambini e Roberto Saviano torna a raccontare i ragazzi dei nostri giorni feroci, nati in una terra di assassini e assassinati, disillusi dalle promesse di un mondo che non concede niente, tantomeno a loro. Forti di fame. Forti di rabbia. Pronti a dare e ricevere baci che lasciano un sapore di sangue. Non voglio il bacio sulla guancia che si prende l’affetto. Non voglio il bacio sulle labbra che si prende l’amore. Voglio il bacio feroce che si prende tutto.

Il Csm: via i bambini ai mafiosi. Ma è un provvedimento giusto? Scrive Giovanni M. Jacobazzi il 26 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Fa discutere la proposta sulla decadenza della potestà genitoriale. I nati in una famiglia di affiliati saranno equiparati ai figli di alcolisti e tossicodipendenti. I figli nati in una famiglia mafiosa devono essere equiparati a quelli nati in famiglie dove i genitori hanno problemi di alcolismo o tossicodipendenza. Ed è pertanto necessario procedere con provvedimenti giudiziari che comportino la decadenza della patria potestà e il successivo allontanamento del minore dalla residenza familiare, con il suo affido ad una struttura che consenta di crescere in un contesto idoneo per l’età. E’ questo il contenuto della risoluzione che il Plenum del Consiglio superiore della magistratura sta discutendo su iniziativa dei consiglieri Ercole Aprile e Antonello Ardituro, in materia di “tutela dei minori nell’ambito del contrasto alla criminalità organizzata”. Per prevenire e recuperare i minori è, dunque, indispensabile intervenire sulla sfera familiare e/ o sociale di provenienza, in quanto è una delle prime cause che incidono sul percorso di crescita. In particolar modo nelle regioni meridionali si riscontra un frequente coinvolgimento di minori in attività illecite legate ad associazioni criminali, spesso di tipo mafioso (attività che consistono, ad esempio, nello spaccio di stupefacenti, estorsioni, omicidi). Forse anche a causa del condizionamento mediatico esercitato da alcune recenti fiction, il fenomeno si è accentuato e la “cultura” mafiosa ha fatto presa sui giovani provenienti da contesti malavitosi. La ricerca del potere, la facile ricchezza e realizzazione di sé, prevalgono sulla pacifica convivenza e mettono le istituzioni sotto una luce negativa. La soluzione è l’adozione di provvedimenti di decadenza o limitazione della potestà genitoriale (fino ad arrivare alla dichiarazione di adottabilità) e di collocamento del minore in strutture esterne al territorio di provenienza, per eliminare il legame con i condizionamenti socio- ambientali. Pur costituendo l’extrema ratio, la salvaguardia del superiore interesse del minore ad un corretto sviluppo psico- fisico prevale sull’autonomia riconosciuta ai genitori nell’adempimento del dovere educativo. La famiglia di origine, come nei casi in cui i genitori siano dei tossicodipendenti o degli alcolisti, è «famiglia maltrattante» che, per le modalità con cui «educa» i figli, ne compromette lo sviluppo psicofisico. Per il Csm vanno, in primis, potenziati gli strumenti a disposizione dei giudici minorili, con un’azione sinergica da parte dei servizi minorili e dei servizi sociali, e una collaborazione, quando necessario, con gli uffici giudiziari ordinari. Fondamentale, poi, un riassetto normativo che renda più efficace ed effettiva l’applicazione di questi provvedimenti e che investa anche il diritto penale (introducendo la pena accessoria della decadenza dalla potestà genitoriale per i reati associativi di tipo mafioso) e processuale (dove si prevede ora l’affidamento alla famiglia anche di minori che abbiano commesso gravi reati). Un discorso a parte riguarda invece i figli minori di testimoni e collaboratori di giustizia per i quali oltre ad una tutela psicologica bisogna porre in essere le condizioni per un loro inserimento nelle località protette.

Napoli, il caso dei baby boss tolti dal tribunale alle famiglie..., scrive Simone Di Meo il 5 marzo 2017 su "Lettera 43". Dediti allo spaccio e fuori controllo, vengono allontanati dai parenti e trasferiti al Nord. Ma la vendetta dei genitori, spesso assenti o collusi, è dietro l'angolo. Già sei i provvedimenti in una settimana. A Sparta, all'età di sette anni, i bambini venivano tolti alle famiglie ed educati dallo Stato. A Napoli sta succedendo una cosa simile coi figli dei camorristi. Allontanati dalle fogne di illegalità e di immoralità in cui sono nati e trasferiti altrove. Dove "altrove" non è solo avverbio di luogo ma anche di tempo. Proiettati in un futuro diverso da quello che la genetica, l'anagrafe e il Caso hanno ipotecato per loro. I muschilli di cui scriveva Giancarlo Siani negli Anni 80, che custodivano e spacciavano l'eroina mettendosela nelle mutande, oggi sfrecciano sui motorini, tagliano la cocaina con l'acetone e prendono le ordinazioni dei tossici al cellulare. Non sono adulti solo per questione di centimetri. D'altezza.

GLI "ORFANI DELL'ARMA". Due di loro hanno iniziato da qualche giorno una nuova vita al Nord, in una casa famiglia. Vengono da Pizzofalcone, il budello a poche decine di metri dalla sede della Regione Campania. Li chiamano (ingiustamente) gli "orfani dell'Arma", nel vicolo, come se i carabinieri gli avessero ammazzato i genitori mandandoli in galera per droga nel maxiblitz di un mesetto fa. I due – 12 e 15 anni – non avevano più nessuno a casa. Madre e padre, zii e cugini più grandi sono ospiti del "Grand Hotel Poggioreale". Gli adulti facevano parte di una agguerrita organizzazione che smerciava dosi di cocaina e hashish nella Napoli-bene; e loro, i minori, stavano imparando il mestiere sul campo aiutando a confezionare i pacchetti e a gestire le piccole provviste di stupefacenti di emergenza.

STORIE DI DEGRADO E DEVIANZA. I giudici minorili ne hanno deciso l'allontanamento dalle famiglie perché il «contesto familiare, territoriale e sociale» era «gravemente pregiudizievole» al punto da «compromettere la possibilità di un equilibrato sviluppo della personalità con conseguente rischio di devianza». Sono sei in totale i minori affidati ai servizi sociali nell'ultima settimana. Storie eterogenee di degrado e di devianza. Come quella del bambino segnalato decine di volte dalle forze dell'ordine tra i calciatori delle lunghe e rumorose partite di pallone che si giocano, dopo le due del mattino, nella centralissima Piazza del Plebiscito, di fronte alla Prefettura e a Palazzo Reale. I genitori, con complicate storie criminali alle spalle, non esercitavano su di lui alcun tipo di controllo. Lo lasciavano a briglia sciolta. “Questi minori vivono in un ambiente in cui il crimine è normalità e quotidianità, un circolo vizioso che bisogna spezzare". «Questi minori vivono in un ambiente in cui il crimine è normalità e quotidianità», ha detto il procuratore di Napoli Giovanni Colangelo, «un circolo vizioso che bisogna spezzare». «In certi casi è una misura che non si può non prendere», gli ha fatto eco l'ex presidente del tribunale dei minorenni Melita Cavallo. «Certi contesti familiari sono solo dannosi, dunque è giusto allontanare i figli da genitori come quelli che li utilizzano per trafficare droga». Di tutt'altro avviso il giudice Nicola Quatrano che, in un intervento sul Corriere del Mezzogiorno, ha bocciato la proposta: «Mi sembra chiaro che, al di là delle sicure buone intenzioni, questi allontanamenti abbiano un oggettivo carattere punitivo».

ALCUNE FAMIGLIE RINGRAZIANO. Il ragionamento della toga parte da un presupposto: «Più che aiuto o sostegno, qui c'è aria di sanzione. E nemmeno del reato, ma piuttosto del contesto, della famiglia in cui si è nati, perché a nessuno è mai venuto in mente di togliere i bambini ai genitori di altre classi sociali che, per esempio, evadono il fisco e magari se ne vantano in famiglia, o di rapire all'alba il figlio che il furbetto del cartellino aveva portato a spasso durante le ore di ufficio». La procura partenopea è intenzionata a ripetere l'esperimento. Ma come la prendono i diretti interessati? Secondo il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho, il primo in Italia a ragionare su simili provvedimenti, le famiglie dei malavitosi capiscono e si adeguano. «Ci ringraziano», dice il capo dell'ufficio giudiziario. Non sempre è così facile.

ALTRE SI VENDICANO. Nell'aprile scorso, la caserma dei carabinieri di Secondigliano, il quartiere dove lo spaccio è un "ammortizzatore sociale" per migliaia di famiglie, finì bersagliata da 26 colpi di kalashnikov. La prima pista battuta dagli inquirenti fu la vendetta per una serie di retate che avevano svuotato le aree di smercio della cocaina nei rioni vicini oppure la dichiarazione di guerra di qualche boss megalomane nostalgico dei tempi cupi dell'attacco allo Stato sferrato dai Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano. La verità era un'altra e gli inquirenti ci arrivarono con un articolato lavoro di intelligence sul territorio. A volere l'attentato era stato un latitante, accusato di traffico di droga, per vendicarsi dell'allontanamento dei tre figli piccoli dall'abitazione della madre. Allontanamento deciso per impedire eventuali rappresaglie scatenate dal pentimento del fratello di lui. In fondo, i carabinieri volevano proteggere la famiglia del ricercato. E lui non l'aveva capito...

L’operatore di strada: “Togliere i bambini ai genitori criminali è un grosso errore”. Dopo la proposta del pg di Napoli: “Serve lavoro, non militarizzazione”. L’impegno. L’associazione di Bruno Mazza cerca di strappare bambini alla strada in zone disagiate offrendo loro gioco, sport e, per i più grandi, corsi per un lavoro, scrive il 29/01/2017 Michela Tamburrino su “La Stampa”. Suona come uno schiaffo in faccia la dichiarazione del procuratore generale di Napoli. Almeno alle orecchie di Bruno Mazza, un padre suicida, 11 anni di carcere e oggi attivo nell’associazione «Un’infanzia da vivere» che, nell’hinterland napoletano, aiuta i bambini in difficoltà com’era lui. In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Castel Capuano, il pg Luigi Riello ha sostenuto che per recuperare i giovani inseriti fin da piccoli in un contesto criminale bisogna considerare l’ipotesi «di sottrarre i minori alle famiglie in cui li si induce e insegna a delinquere, previa limitazione della potestà genitoriale se padre e madre sono incapaci di indirizzare il figlio al rispetto delle regole e a tutelarlo». 

Una dichiarazione di buon senso, no?  

«Assolutamente no. In questo modo si andrebbe ad aggiungere orrore a orrore. Ed è pazzesco pensare che la soluzione invece sarebbe molto più semplice di quanto invece non si pensi». 

E quale sarebbe questa soluzione? E perché non sarebbe stata attuata?  

«Spesso le soluzioni più semplici contrastano con gli interessi economici di chi lucra lasciando la situazione inalterata. Mi lasci prima spiegare qualcosa di me che forse può chiarire». 

Mi dica.  

«Avevo 14 anni quando mio padre è morto suicida. Abitavo in una zona di Caivano, Parco Verde, sorta dopo il terremoto del 1980, con case parcheggio che sarebbero dovute durare il tempo del riassestamento. Da 35 anni non sono mai state sostituite. Io avevo problematiche legate alla mio vissuto e non ero il solo. La scuola allontanò me e i miei compagni perché eravamo rumorosi. Eravamo quattordici amici, dodici sono morti, nessuno ci insegnava la legalità».  

Allora è giusto togliere i bambini a queste situazioni di degrado.  

«Al Parco Verde siamo 8000 abitanti, solo il 3% vive nell’illegalità da più di vent’anni. l’11% lo fa per fame, per mancanza di alternative. Il 35% di disoccupati e il 20% che delinque. Perché non si interviene offrendo lavoro? Quanto costa militarizzare un quartiere? Perché non spendere gli stessi soldi per dare occupazione e aprire scuole in grado di preparare i giovani al lavoro?». 

Perché secondo lei?  

«Perché non conviene, perché il sistema legalità ha bisogno del sistema illegalità. La mia detenzione costa cara al contribuente e garantisce più poliziotti, più divise, più commissioni, più armi e c’è di più». 

Che cosa?  

«Le guerre dei clan si fanno per la droga. Ma la droga, quella che rende, eroina e cocaina, non si produce a Napoli. Arriva dall’America del Nord e del Sud. Quante dogane farà? Al minimo tre. Possibile che non si riesca a fermare prima che sbarchi? Perché non controllano le frontiere? Invece no, non conviene. Tanto a Napoli ci si arrangia da cinquecento anni. Altro che strappare i bambini alle famiglie difficili, incentiviamole invece a non delinquere con il lavoro. Togliere la potestà genitoriale equivale a dare il colpo finale, così perdono tutto, sono condannati a vita».

Lei con la sua associazione che cosa fa?  

«L’associazione nasce nel 2008, io ero uscito dal carcere da poco e vedevo i bambini fare le stesse cose che facevo io alla loro età. Da noi a 4 anni ne dimostri 7. A 7, 14. Non hai giochi, non hai nulla per esercitare il tuo diritto all’infanzia. Abbiamo creato un centro sportivo che mancava da 30 anni, in posti strappati alle piazze di spaccio, abbiamo formato dei laboratori culinari per entrare nel mondo del lavoro. Ci siamo costituiti cooperativa sociale per la manutenzione del verde e siamo impegnati in un protocollo di risanamento nella Terra dei fuochi».

Aiuti alle famiglie e poi?  

«Soprattutto una scuola che sappia essere accogliente anche con chi ha problemi». 

"Leviamo i figli alle rom che rubano". Tosi contro la scelta di concedere i domiciliari a due mamme ladre, scrive Fabrizio Boschi, Sabato 15/04/2017, su "Il Giornale". Due nomadi: 20 e 23 anni. Così giovani eppure già mamme. E anche già ladre incallite. Queste due rom sono state arrestate dalla polizia per aver tentato di forzare la porta di un appartamento in un condominio a Verona. La proprietaria, che era all'interno, guardando dallo spioncino ha capito cosa stava succedendo e ha chiamato la polizia. Benché beccate dagli agenti in flagranza di reato con ancora in mano gli arnesi per lo scasso, e pure recidive, sono state subito rilasciate. Il giudice per le indagini preliminari ha convalidato l'arresto ma non ha potuto chiedere il carcere proprio in quanto madri. Stesso ragionamento fatto dal pm, sempre per via dei figli. Una ha un bimbo di appena un mese che ha bisogno di essere allattato e l'altra è incinta al quinto mese. E così il gip ha disposto l'obbligo di dimora (si fa per dire) nel campo rom alle porte della città. Come se due soggetti simili fossero da considerarsi mamme modello, indispensabili alla cura e all'educazione dei propri figli. Una decisione così assurda che ha fatto andare su tutte le furie il sindaco, Flavio Tosi, che ha commentato su Facebook: «Proprio per tutelare il figlio neonato e quello che nascerà le due donne nomadi sorprese a rubare non solo non dovevano essere rilasciate, dati i numerosi precedenti penali, ma si doveva prevedere l'allontanamento da loro dei minori, compreso quello che nascerà nei prossimi mesi». Una presa di posizione che ha fatto scoppiare la polemica. Tosi da tempo conduce la sua battaglia in solitaria contro i campi rom: «Assurdo che due nomadi ladre restino impunite e non vengano tolti loro i figli». Tosi, leader del movimento «Fare!» non giustifica l'atteggiamento dei magistrati di Verona e attacca duro: «Una decisione che lascia senza parole. È risaputo che molto spesso all'interno delle comunità nomadi le donne vengono utilizzate, a maggior ragione se incinte o con bambini piccoli, per rubare. Questo, infatti, garantisce loro la sostanziale impunità. Si sa anche che queste famiglie insegneranno ai loro figli a diventare dei delinquenti. Succede così che mentre ai cittadini italiani con la fedina penale pulita vengono tolti i bambini a causa di difficoltà economiche, queste due signore, oltre a rimanere impunite, continueranno a stare con i loro figli e a sfruttarli per delinquere». Niente ruspe alla Salvini, ma sull'argomento nomadi Tosi non è mai stato tenero. Un paio d'anni fa, nello stesso campo rom dove le due donne vivono, in via Forte Azzano, il sindaco di Verona aveva fatto staccare numerosi allacciamenti elettrici abusivi. Molte famiglie alloggiate lì, infatti, rubavano la fornitura da alcune cabine attraverso un pozzetto adiacente il campo. Ladri cronici.

Togliete i figli a quei rom che li mandano a rubare. Se i genitori invece di portarli a scuola li educano al furto devono intervenire gli assistenti sociali: vanno trattati come tutti, scrive Vittorio Feltri, Lunedì 13/04/2015, su "Il Giornale". Ha provveduto ieri Piero Ostellino a commentare con saggezza e senza fronzoli la ruvida dichiarazione di Matteo Salvini a proposito dei campi rom, che non hanno ragione di esistere. Indubbiamente, come ha osservato l'ex direttore del Corriere della Sera, ha suscitato più scandalo l'intervista rilasciata dalle ragazzine vagabonde («rubiamo mille euro al giorno alle vecchiette e chissenefrega di loro») che non la reazione veemente del segretario leghista («bisogna radere al suolo gli accampamenti in cui si addestrano ladruncoli»). Polemica chiusa. C'è il problema del linguaggio. Si rimprovera a Salvini di usare un lessico inaccettabile, offensivo nei confronti delle minoranze non stanziali (vietato definirle nomadi, chissà perché?). Dal che si evince una cosa: per qualcuno (politici, giornalisti e sedicenti intellettuali) sono maggiormente importanti le parole che non i fatti da esse descritti. Per cui non contano i furti commessi sistematicamente dai virgulti rom, i quali non andrebbero né sgridati né, tantomeno, perseguiti in quanto minori, mentre pesa assai la mancanza di comprensione delle camicie verdi nei confronti di povera gente costretta a vivere in tende e roulotte causa indigenza. Mancanza di comprensione che sfiorerebbe il disprezzo e l'intolleranza, sentimenti condannati dai progressisti, sempre pronti a giustificare i delinquenti - oggi come 50 anni orsono - con la classica formuletta: colpa della società se chi non ha da mangiare, se lo prende. Stando a questa impostazione logica, che logica non è, se idee del genere vengono propugnate dalla sinistra rivelano bontà d'animo; se, viceversa, sono contrastate dalla destra guai: siamo in presenza di una pericolosa tendenza alla crudeltà mentale. Al di là di queste solite e inconcludenti mene, vorremmo dire una volta per tutte: chi viola la legge, indigente o ricco che sia, va sanzionato. Se i rom non mandano i bambini a scuola e insegnano loro a rubare c'è un solo provvedimento da assumere: far intervenire le assistenti sociali in maniera che agiscano al fine di privare i genitori della patria potestà e affidare i fanciulli a educatori di appositi istituti, esattamente ciò che accade a chiunque in analoghe circostanze. Segnaliamo inoltre che sono disponibili, nei casi più gravi, le carceri minorili. Sorvolare sui reati delle zingarelle (abbiamo esaurito i sinonimi e gli eufemismi) equivale a incentivarli. Nessuno cova livore verso i rom, o vuole alimentare forme di razzismo. I campi vanno chiusi perché sono illegali, non perché antiestetici e inquinati da lordure di ogni tipo, che pure sarebbero buoni motivi per eliminarli. Rimane il nodo delle case. Persuasi che i rom siano cittadini (spesso italiani) al pari di noi, non siano affatto contrari a riconoscere loro il diritto di comprarsene una adeguata: basta che la paghino e non pretendano di averla gratis o in comodato. Le banche accendono mutui a chi fornisca garanzie, se ne infischiano degli alberi genealogici dei clienti. Qualcuno pensa di avere i requisiti per vedersi assegnato un alloggio popolare? Si metta in fila per ottenerlo in base alle norme valide per ogni italiano. Sbaraccare i campi, raderli al suolo, dargli fuoco: sono dettagli che non ci stanno a cuore. Ce ne infischiamo anche delle sfumature lessicali. Occorre sia fatta la volontà del legislatore. Il suolo pubblico non è di proprietà dei rom e dei loro allievi ladri.

Bambini zingari? Adottateli tutti, scrive Pino Petruzzelli il 30 novembre 2011 su "Il Fatto Quotidiano". I bambini rom dovrebbero essere tolti alle rispettive famiglie e dati tutti in adozione? Stando alla ricerca di Carlotta Saletti Salza, professoressa presso l’Università di Verona, su un totale di 8.830 procedure di adottabilità, i minori rom e sinti dichiarati adottabili in sette sedi di Tribunali Minorili italiani nel periodo compreso tra il 1985 e il 2005 sono stati 258. Quello che è oggi uno dei maggiori studiosi di cultura romanì in Italia, il professor Leonardo Piasere, commenta i dati: “Se consideriamo che la popolazione dei rom e dei sinti in Italia ammonta allo 0,15% circa della popolazione totale, capiamo che la percentuale di procedure di adottabilità dello 0,15%, cioè in sintonia con la proporzione della popolazione, corrisponderebbe a circa 13 procedure sulle 8.830. Ora il numero di procedure riguardanti rom e sinti, è superiore del 1700% a tale cifra!” Questo mio intervento non è contro il sistema delle adozioni, perché, lo dico chiaramente, ci sono casi in cui togliere il bambino a una famiglia rom o sinta è cosa sacrosanta. Ciò che mi interessa è porre alcune domande. Stando alla legge italiana sono dichiarati in stato di adottabilità i minori di cui sia accertata la situazione di “abbandono” (legge 184 del 2001), ma nella legge 149 dello stesso anno, si dice che:

“1) Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. A tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto.

2) Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie competenze, sostengono, con idonei interventi, nel rispetto della loro autonomia e nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, i nuclei famigliari a rischio, al fine di prevenire l’abbandono e di consentire al minore di essere educato nell’ambito della propria famiglia….”

L’interpretazione del termine “abbandono” è così lasciato alla discrezionalità del Tribunale dei Minori. Ma cosa si intende per abbandono? Ipotizziamo ci siano due bambini rom di sette e dieci anni, Alin e Mari, che a causa della povertà dei genitori sono costretti a vivere sotto un ponte. Vengono sgomberati e i Vigili Urbani li portano sotto un altro ponte. Lì assistono all’incendio della loro baracca e all’orribile morte di quattro amichetti. Vengono sgomberati nuovamente e ritornano sotto il primo ponte. I genitori non trovano lavoro (chi di noi assumerebbe uno zingaro che vive sotto un ponte?) e tirano avanti solo con gli aiuti che forniscono loro alcuni volontari della Caritas e dell’Arci. Ogni mattina i genitori di Alin e Mari, però, accompagnano i figli a scuola dove i bambini arrivano sempre puliti e ben vestiti anche grazie all’aiuto dei sopra citati volontari. Aggiungo che i bambini, a detta delle maestre, seguono con sufficiente profitto le lezioni. I pomeriggi dei bambini, però, trascorrono sotto il ponte. Voglio ora porre alcune domande:

1) Se vedessimo Alin e Mari sotto il ponte e non sapessimo nulla di loro, penseremmo giusta l’affidabilità? E sapendo la loro storia e la loro quotidianità, riterremmo lo stesso giusto toglierli alla famiglia e darli in adozione?

2) Può un’Amministrazione pubblica, di qualunque appartenenza politica, sentirsi priva di responsabilità nel lasciare che una famiglia di rom continui a sopravvivere sotto un ponte?

3) La famiglia di Alin e Mari va sgomberata? E, se si, può lo sgombero di un sottoponte, senza una reale alternativa abitativa, bastare a tutelare i minori che vi abitano?

4) Cosa si fa per prevenire le situazioni di estrema miseria in cui sono costretti a vivere alcuni bambini rom e sinti?

5) Togliere un bambino alla propria famiglia deve essere l’ultima strada percorribile o la prima? E se deve essere l’ultima, perché il numero di procedure riguardanti rom e sinti, è superiore del 1700% a quello delle procedure totali nelle sette sedi dei Tribunali dei Minori che ha preso in esame la professoressa di Verona nel suo libro “Dalla tutela al genocidio?”

Minori rom, “allontanati sistematicamente dalle famiglie di origine per pregiudizio”. Un rapporto realizzato dall’Associazione 21 luglio in collaborazione con la facoltà di Antropologia culturale dell’Università di Verona mostra come questi bambini siano "vittime di un processo di distacco istituzionalizzato dal proprio contesto di appartenenza". Motivo? Spesso il degrado abitativo. "Ma la soluzione sta nelle politiche sociali", scrive Manuela Campitelli il 31 ottobre 2013 su "Il Fatto Quotidiano". “Vengono a casa nostra, ce li prendono e non sappiamo che fine fanno. Anche noi abbiamo dei diritti umani, eppure quando hanno dato in adozione i miei due nipoti, nessuno ce lo ha comunicato. Per noi è come se fossero spariti nel nulla”. Questa è solo una delle testimonianze contenute in “Mia madre era rom”, il nuovo rapporto sulle adozioni dei minori rom nel Lazio, realizzato dall’Associazione 21 luglio in collaborazione con la facoltà di Antropologia culturale dell’Università di Verona. La ricerca analizza il fenomeno dei minori rom di Roma e del Lazio che non vivono più presso le proprie famiglie, perché dati in adozione, e si sofferma, in modo particolare, sui casi che il tribunale per i minorenni di Roma ha affrontato dal 2006 al 2012. “Le cronache degli ultimi giorni sul caso della piccola Maria hanno riportato alla ribalta lo stereotipo secondo cui “rom rubano i bambini” – afferma Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio – Non soltanto si tratta di una notizia infondata, come dimostrato da uno studio del 2008 dell’Università di Verona intitolato ‘La zingara rapitrice’ (non risulta alcuna condanna per rapimento di un minore da parte dei rom dal 1986 al 2007) ma, al contrario, sono proprio i minori rom a essere vittime di un processo di allontanamento sistematico e istituzionalizzato dalle proprie famiglie di appartenenza”. Nell’evidenziare questo flusso indiscriminato di bambini rom dalle famiglie di origine a quelle italiane adottive, la ricerca ribalta quindi anche lo stereotipo secondo cui sono i rom ad appropriarsi dei bambini altrui. “La realtà dei fatti, seppur con modalità istituzionalizzate – afferma Stasolla – ci racconta il contrario: sono i minori rom a essere strappati alle proprie famiglie per essere dati in affido e la misura di queste adozioni costituisce un fenomeno di grandi dimensioni su cui è necessario interrogarsi”.

Dati alla mano risulta che un minore rom, rispetto a un suo coetaneo non rom, ha 60 possibilità in più di essere segnalato alla procura della Repubblica presso il tribunale per i minorenni e circa 50 possibilità in più che per lui venga aperta una procedura di adottabilità. Questi numeri si traducono nel dato secondo il quale a Roma e nel Lazio un bambino rom ha 40 possibilità in più di essere dichiarato adottabile rispetto a un bambino non rom. Dal 2006 al 2012, presso il tribunale per i minorenni, è stato segnalato il 6 per cento della popolazione rom minorenne, ovvero 1 minore rom su 17, e lo 0,1%, per quanto riguarda i minori non rom, ovvero 1 minore su 1000. “Dalla ricerca – afferma Angela Tullio Cataldo, autrice della ricerca – emerge un approccio culturale inadeguato: “Tra gli intervistati la frese più pronunciata è ‘tutti i bambini rom dovrebbero andare in adozione’, c’è un forte utilizzo del termine “loro” rispetto al “noi”, che suddivide la società in due gruppi(minoritario e maggioritario), ed emerge con chiarezza l’idea secondo cui ‘l’uguaglianza si realizza attraverso l’adozione’, quando invece dovrebbe realizzarsi attraverso le politiche sociali. C’è poi un approccio politico, che prima confina le famiglie rom nei campi, per poi togliere loro i bambini proprio perché vivono nei campi. Non a caso il maggior numero delle adozioni si verifica tra i bambini provenienti dai campi rom più grandi della Capitale”. Fondamentale, nell’iter che porta alle adozioni, è il ruolo di giudici, pubblici ministeri e assistenti sociali, “i quali però – prosegue la ricercatrice – sembrano mantenere un forte pregiudizio. Per molti degli intervistati, il degrado abitativo nel quale vive il bambino è da imputare alla volontà dei genitori ed è quindi la stessa cultura rom a renderli figure inadeguate. Raramente si riconosce l’impatto delle politiche sociali sul degrado abitativo in cui vivono molte famiglie rom”. Una condizione riconosciuta anche negli ultimi rapporti di Amnesty e di Antiziganismo 2.0. “Segregando i rom su base etnica nei cosiddetti campi nomadi, le istituzioni locali prima li condannano a vivere in situazioni di totale degrado e poi sottraggono loro i figli per proteggerli da quel contesto inadeguato alla fruizione dei diritti dell’infanzia, che gli stessi amministratori hanno creato. In tal senso, dare un bambino rom in adozione diventa uno strumento utilizzato dalle istituzioni per ripristinare l’uguaglianza dei diritti dell’infanzia rom rispetto a quella non rom. Un’uguaglianza che dovrebbe essere invece realizzata con le politiche sociali”.

Il sistema si poggia sulle relazioni degli assistenti sociali.

LA MAFIA DEGLI ASSISTENTI SOCIALI.

«Cambiate avvocato o vi leviamo il bambino. Tanto il giudice è con noi», scrive Simona Musco il 13 gennaio 2018 su "Il Dubbio".  La minaccia degli assistenti sociali a una famiglia di Bari. E il caso finisce in procura. «Cambiate avvocato o il giudice potrebbe portarvi via vostro figlio». È una minaccia in piena regola quella denunciata dal legale Francesco Miraglia e pronunciata da un educatore dei servizi sociali di un paese in provincia di Bari a una madre, colpevole di essersi affidata, assieme al marito, a un avvocato eccessivamente puntiglioso, sgradito per aver messo in discussione il lavoro degli operatori. Una storia quasi incredibile se non fosse che quelle frasi, pronunciate sull’uscio di casa, sono state ripetute anche via sms e registrate su un nastro, per poi finire in un esposto consegnato dall’avvocato al giudice che segue il caso del piccolo. A provocare le ire dell’educatore il comportamento di Miraglia, che, spiega al Dubbio, ha “osato” correggere una relazione depositata in udienza e contenente un particolare non veritiero. Un documento, secondo il legale, potenzialmente dannoso, potendo influenzare negativamente il giudizio del Tribunale e, quindi, compromettere il rientro del bambino in famiglia. «Si tratta di una madre che ha avuto qualche problema di salute mentale a seguito di un grave lutto – spiega Miraglia -. I servizi sociali sono intervenuti dopo la nascita del bambino a causa di alcuni problemi di coppia. Nulla di particolarmente grave: non si tratta di una storia di violenza o di droga ma di un rapporto conflittuale che secondo i servizi comprometteva la serenità del bambino». La donna è stata per un periodo, assieme al figlio, in comunità, un’esperienza che, però, ha vissuto con fatica. Il bambino invece è rimasto nella struttura protetta sotto la tutela dei servizi sociali, mantenendo però un legame molto forte con la madre. Un rapporto che si è deciso di salvaguardare, data anche la collaborazione da parte della donna, seguita regolarmente da uno psichiatra. «I problemi sono sorti leggendo le relazioni dei servizi sociali, che abbiamo sempre contestato perché gonfiate, dipingendo una situazione più grave di quella reale – racconta il legale -. Dopo un periodo di prova, durante il quale il bambino veniva riaccompagnato periodicamente a casa, senza però concretizzare mai il rientro, a ottobre scorso c’è stata un’udienza davanti al giudice che segue il caso della famiglia, al quale gli operatori dei servizi sociali hanno detto di non fidarsi ancora della coppia. Non capiamo bene per quale motivo: il rapporto tra madre e figlio è molto forte e se proprio si vuole prevenire qualche tipo di problema allora si potrebbe affiancare un educatore alla famiglia». Durante l’udienza il legale ha contestato un particolare contenuto nella relazione presentata dai servizi sociali, secondo i quali i genitori non sarebbero in grado di pendersi cura del piccolo, data anche l’assenza di una balaustra a protezione del terrazzo di casa. Un dettaglio assolutamente non veritiero, sottolinea l’avvocato, come dimostrato documentalmente dalla stessa coppia. «Questa inesattezza potrebbe indurre il giudice a credere che effettivamente questi genitori non siano idonei ad occuparsi del figlio – spiega -. Abbiamo prodotto le foto del balcone, pretendendo una rettifica della relazione». Rettifica che, in effetti, è poi arrivata, ma che sarebbe ininfluente, secondo chi ha stilato quella relazione. «Per i servizi sociali evidenzia Miraglia -, tale inesattezza non avrebbe alterato il contenuto dell’atto. Per noi, invece è gravissimo, perché insinua il dubbio che la casa possa non essere sicura e che l’atteggiamento dei genitori non sia idoneo». La rettifica non è però bastata a Miraglia, che ha chiesto al Tribunale di non tenere conto della relazione, riservandosi ulteriori azioni a tutela della famiglia e mettendo in dubbio tutti gli atti precedentemente redatti dai servizi sociali, ai quali ha chiesto di non occuparsi più del caso. Giovedì, però, sarebbero arrivate le «minacce» : nel momento in cui l’educatore ha riaccompagnato a casa il bambino avrebbe “consigliato” ai genitori di cambiare avvocato. «Noi siamo un servizio pubblico e guai a chi si mette contro di noi. Così state facendo in modo che io decida di lasciare che il bambino resti in comunità, perché il giudice fa quello che diciamo noi», avrebbe detto l’operatore alla madre, secondo quanto riportato nell’esposto. «Le ha detto che non conveniva affidarsi a me, che qualsiasi azione legale avrebbero dovuto pagarla loro e che comunque il giudice avrebbe dato ascolto ai servizi sociali. Così ha consigliato loro di prendere un avvocato del posto che potesse provvedere a denunciarmi», racconta Miraglia. Parole confermate dagli sms scambiati successivamente tra la donna e l’educatore e ribadite il giorno successivo faccia a faccia. Un dialogo che la donna ha registrato. Miraglia ha così chiesto al giudice di convocare i servizi e mandare gli atti alla Procura per valutare il comportamento degli educatori. «Perché oltre a costituire una vera e propria minaccia, quelle parole lascerebbero intendere che giudici, avvocati e assistenti sociali operino di comune accordo, in una sorta di “collusione” non sempre a favore del benessere dei bambini allontanati da casa, si potrebbe pure pensare. Sarebbe lo scandalo del secolo – conclude -. Sarebbe gravissimo che la vita di un bambino e di un’intera famiglia possa essere decisa attraverso un “ricatto” di un educatore e non dall’autorità giudiziaria competente».

L'ultimo schiaffo al diritto: il no ai servizi sociali. Il beneficio è a discrezione dei giudici: decisivi la relazione degli assistenti sociali e il "ravvedimento", scrive Luca Fazzo, Mercoledì 9/10/2013, su "Il Giornale". Quanto è disposto ad ammettere, ad abiurare, a concedere, pur di evitare di finire agli arresti? Questa è la vera domanda che attende Silvio Berlusconi nei prossimi mesi, quando verrà avviato l'esame della sua domanda di affidamento ai servizi sociali. Perché, a differenza di quello che in genere si pensa, l'accoglimento dell'istanza del Cavaliere (peraltro non ancora depositata: ma dovrebbe essere questione di giorni) non è affatto scontato. L'affidamento ai servizi sociali può essere rifiutato se il condannato non dimostra di poter essere recuperato alla società, e di voler risarcire il danno compiuto violando la legge. Il problema è che Berlusconi ritiene di non avere alcun bisogno di essere rieducato, perché sostiene di non avere commesso alcun reato. E il suo dialogo con gli assistenti sociali, che i giudici invieranno a parlare con lui, rischia di diventare un surreale dialogo tra sordi. Cosa scriveranno gli assistenti sociali nella loro relazione ai giudici, se Berlusconi ripeterà anche a loro quello che ha detto in lungo e in largo in questi anni parlando del processo per i diritti tv, e cioè di non avere mai gonfiato i prezzi dei film, di non essere socio occulto di Frank Agrama, di avere sempre pagato centinaia di milioni di tasse, eccetera eccetera? La legge sull'ordinamento penitenziario non prevede che per ottenere l'affidamento sia necessario confessare. Ma per capire cosa si aspettino gli assistenti sociali da Berlusconi è sufficiente leggere quanto ieri sera ha dichiarato a Ballarò il capo dell'Ufficio esecuzione penale esterna - ovvero Uepe - di Roma, che si occupa di vagliare le richieste di affidamento presentate nella capitale. In realtà a esaminare la pratica Berlusconi sarà l'Uepe di Milano, la città dove la domanda verrà presentata, ma la linea è unica: «Il soggetto - ha spiegato Antonella Di Spena - deve in qualche modo far prevedere che c'è una voglia di reinserirsi nel migliore dei modi nella società», e per questo andrà valutato anche «l'atteggiamento nei confronti del reato», «l'attività riparativa, la volontà di riparare a quest'azione». Se non è una richiesta di confessione poco ci manca. Come farà il Cavaliere, che si proclama vittima di un eclatante caso di malagiustizia, a dimostrare la sua volontà «riparativa»? Se gli assistenti sociali dovessero dare parere negativo, il tribunale di Sorveglianza avrebbe gioco facile nel respingere la richiesta. A quel punto Berlusconi dovrebbe scontare l'anno di carcere che gli è stato inflitto per frode fiscale agli arresti domiciliari, in una situazione ben più scomoda - chiuso in casa, potendo incontrare solo un numero limitato di persone, e magari con vincoli anche sulle telefonate - che in affidamento. È uno scenario che potrebbe materializzarsi anche a distanza ravvicinata. Mentre di solito il tribunale di Sorveglianza di Milano impiega oltre un anno per esaminare le richieste di affidamento in prova, per l'ex presidente del Consiglio è già pronta una specie di corsia preferenziale, con i tempi dimezzati rispetto ai comuni mortali: pratica gestita direttamente dal capo dell'ufficio, Pasquale Nobile de Santis, e decisione entro maggio.

Ma chi sono e cosa fanno gli assistenti sociali?

Come si diventa assistente sociale e quanto si guadagna. Quanto si guadagna. Ricerca per Regione, scrive il 18 ottobre 2013 "Circuitolavoro.it". Ci sono dei mestieri di cui si sa poco, e non certo perché questi siano così rari. La professione di cui parliamo oggi prevede un campo d’azione abbastanza vasto, per cui definire i compiti di questa non è semplice come si potrebbe pensare. Uno studente universitario che oggi studi Scienze del Servizio Sociale, infatti, può prefigurarsi diverse prospettive di lavoro, proprio perché i servizi sociali rientrano in una categoria aperta. Avrete capito che stiamo per conoscere meglio la figura dell’Assistente Sociale: in particolare specificheremo questi cosa fa, quanto guadagna, e quale percorso di studi deve seguire chi voglia diventarlo. L’Assistente Sociale lavora per la comunità, offrendo la sua consulenza, mettendo a disposizione le sue conoscenze, ed esercitando il potere decisionale che la sua qualifica gli consente. I servizi di tale figura sono destinati a coloro che abbiano una difficoltà sociale o un handicap, e per questo sono tantissimi i casi in cui questa si rende necessaria. Tra le principali attività affidate all’assistente sociale ci sono: quelle relative ai problemi dei minori (dispersione scolastica, tribunali per i minorenni, case-famiglia), ai problemi di salute mentale e di tossicodipendenza, le pratiche di adozione, il riconoscimento degli handicap fisici e mentali, l’assistenza sociale ai giovani che si rivolgono ai consultori, ai malati e alle famiglie di questi, agli anziani, alle famiglie in difficoltà, ai disabili, alle persone nei carceri penitenziari, agli extracomunitari che si rivolgono alle comunità di accoglienza.

Come si diventa Assistente Sociale?

Per esercitare questo mestiere occorre un titolo di studio universitario e il superamento dell’esame di Stato che abilitante e che consente di iscriversi all’Albo professionale. Occorre fare differenza tra l’Assistente Sociale (AS) e l’Assistente Sociale Specialista. (ASS). Il primo offre servizio alle persone, limitandosi ai compiti sopraelencati, Il secondo, invece, può anche organizzare e gestire questi servizi, rivestendo, così, un ruolo dirigenziale. I titoli di studi necessari sono perciò distinti:

per diventare AS basta un Diploma di Laurea in Servizio Sociale oppure una Laurea Triennale nella classe 6 – Scienze del Servizio Sociale (DM 509/1999) o nella classe L-39 Servizio Sociale (DM 270/2004); il superamento dell’esame di Stato consentirà l’iscrizione alla sezione B dell’Albo professionale;

per diventare ASS occorre invece una Laurea Specialistica nella classe 57/S- Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali (DM 509/1999), oppure una Laurea Magistrale nella classe LM-87 – Servizio sociale e politiche sociali (DM 270/2004); il superamento dell’esame di Stato consentirà l’iscrizione alla sezione A dell’Albo professionale.

Dove è richiesta la figura dell’Assistente Sociale?

Presso enti sia pubblici che privati. Qui, l’AS può rivestire il proprio ruolo professionale di competenza, oppure funzioni tecnico-amministrative. L’AS può essere richiesto presso i Ministeri, gli ospedali, le A.S.L., le cliniche private, le case-famiglia, le strutture penitenziarie, i consultori, i centri d’accoglienza, i Tribunali per i minori, i Dipartimenti di Salute Mentale e i Centri SerT (Servizi per le tossicodipendenze), i centri per l’impiego. L’AS può anche svolgere attività di ricerca presso Università e Istituti.

Quanto guadagna un Assistente Sociale?

L’Assistente Sociale che intende svolgere lavoro dipendente può ottenere un contratto di lavoro dopo una selezione tramite concorso pubblico oppure tramite assunzione da parte di una cooperativa. Ovviamente nel primo caso la retribuzione sarà maggiore: in media un contratto di lavoro full-time con almeno 36 ore lavorative settimanali assicura all’AS almeno 1200 € al mese. Per quanto riguarda l’assunzione da parte di una cooperativa, invece, lo stipendio si riduce considerevolmente. A ciò si aggiunge il fatto che è attualmente difficilissimo ottenere un contratto di lavoro a tempo indeterminato: i datori di lavoro offrono quasi sempre un contratto a tempo determinato o a progetto. L’AS che, al contrario, intende lavorare come libero professionista, può svolgere le stesse attività degli altri AS aprendo un proprio studio, oppure può dedicarsi alla ricerca in proprio, come associato, o convenzionato da enti pubblici e privati che operano nel settore dei servizi sociali.

Alessia, la ragazza di Napoli scaricata come un pacco postale dagli assistenti sociali, scrive Mariagiovanna Capone Venerdì 13 Ottobre 2017 su "Il Mattino". Ci sono storie di cui non si vorrebbe scrivere, perché non si immaginino reali. Come quella di Alessia B., 22enne disabile che abita in un basso all'Arenaccia, un rione al centro di Napoli, circondata da montagne di scatoloni, con le blatte che le camminano addosso mentre mangia buste di patatine, seduta sul letto dalle lenzuola luride. Difficile trovare le parole giuste per descrivere lo stato privo di dignità in cui vive. Un contesto di degrado e abbandono che nell'ultimo mese ha raggiunto livelli di disumanità agghiaccianti. Non una situazione sconosciuta, ma come affermano i parenti «ben nota ai servizi sociali del Comune di Napoli». La storia parte da lontano. Alessia è autistica e ha un ritardo psicomotorio. Non può provvedere a se stessa: deve essere vestita, lavata, accompagnata in bagno e ha anche bisogno di nutrirsi in maniera corretta poiché è celiaca. La sua giovane vita la trascorre da sempre nella sua cameretta di pochi metri quadrati circondata da oggetti di ogni tipo. La madre, infatti, è un'accumulatrice compulsiva che ha sommerso la sua abitazione di beni totalmente inutili. Sebbene la donna sia piuttosto malconcia per via anche di alcune patologie fisiche oltre che psicologiche, ha sempre provveduto a mantenerne il decoro della figlia, lavandola e nutrendola con cura. Fino allo scorso 14 settembre quando è venuta a mancare improvvisamente per un arresto cardiaco. Una notizia nefasta che si è abbattuta su questa famiglia disgraziata, poiché il papà di Alessia, ricoverato da molti mesi per una grave tubercolosi, era stato dimesso proprio pochi giorni prima della morte della moglie. Una tragedia nella tragedia che sembra accanirsi su queste persone fragili, «abbandonate letteralmente dai servizi sociali e dai tutori legali» come denunciano i parenti più prossimi e «a conoscenza del contesto in cui vivevano» ammette Oreste. «Per anni ho provato ad aiutare mia sorella continua - farle capire che doveva disfarsi di tutte quelle cose accumulate in casa, che l'avrei aiutata a rendere la casa più salubre. Non c'è stato verso, mi insultava, aggrediva, mi ha cacciato in malo modo tante volte e per un anno e mezzo non potevo avvicinarmi. Solo qualche mese fa sono riuscito a rientrare in casa trovando una situazione ancora peggiore di quella che avevo lasciato. Non avevamo idea che fosse peggiorata così». La donna gli apre la porta di casa perché sfinita da una grave forma di diabete e probabilmente da una patologia cardiaca che non si immaginava avesse e che poi l'ha portata al decesso. Dentro insetti e sporcizia perché non aveva più le forze per pulire casa. «Organizzai disinfestazione e sgombero di tutta quella roba, solo in piccola parte immondizia ma composta soprattutto da abiti, pentole, piatti, scarpe tutti nuovi. Ma la situazione di mio cognato precipitò e ci siamo dovuti fermare». Nel frattempo, a detta di Oreste, i servizi sociali intervengono prendendosi cura esclusivamente di Alessia: «Le affidano un giudice tutelare, un avvocato che gestisce i suoi beni e un'assistente domiciliare che doveva curarsi di lei, solo che non si è mai vista». In parole povere Alessia viene lasciata da sola, con i genitori incapaci di potersi prendere cura di lei e privati anche della sua pensione che serviva a comprarle cibo per celiaci, indumenti igienici, medicine. Certo è sempre così, non esiste un sostegno reale alle famiglie. Poi può darsi che sarà tolta ed inviata a qualche cooperativa sociale che costerà al giorno circa duecentocinquanta euro al giorno sul disagio sociale reale o creato ad hoc si costituirà un indotto speculativo incredibile alla fine tutto servirà a mantenere questi nuovi lager dalla pseudo faccia pulita (certo quei pochi buoni si escludono da soli) che parlano di rieducazione psicosociale. A confronto gli sciamani Delle tribù sono più utili rispetto allo psicologismo ed allo pseudo assistenzialismo che si abbatte sul disagio senza umanità e capacità di risoluzione. Aiutare le famiglie e le persone, anche l'accumulatrice compulsiva senza atti che perdono la dignità o ancora di più approfittano del disagio.

Como, l'sms del padre marocchino prima della strage: «Adesso brucio tutta la casa». Scrive il 22 ottobre 2017 "Il Messaggero". «Non ce la faccio più, brucio tutto». Nella notte tra giovedì e venerdì, prima di dare fuoco all' appartamento di Como in cui è morto con i quattro figli, Faycal Haitot aveva inviato un messaggio whatsApp a una conoscente di Monza. Il destino ha voluto che l'ultimo grido di disperazione lanciato dall'operaio marocchino di 49 anni non arrivasse a destinazione: l'amica aveva spento il telefono di notte, e quando l'altra mattina poco dopo le 8 ha visto il messaggio ha chiamato subito la Questura. Era troppo tardi: dal condominio panoramico di via per San Fermo era già partita la telefonata di un residente allarmato per il fumo nell'appartamento dell'ultimo piano. L'idea di dare fuoco alla casa non è nata in un istante, ma è stata meditata. Haitot temeva sempre di più di perdere i figli. Lunedì scorso era stato convocato dal Tribunale dei Minori a Milano, che sei mesi fa gli aveva affidato i bambini di 11, 7, 5 e 3 anni. Nel mese di aprile Haitot aveva denunciato la moglie, gravemente depressa, per maltrattamenti sui figli: servizi sociali e procura minorile avevano così deciso di affidare i quattro bambini al padre e di far curare la donna in un centro specializzato. Al Comune di Como era stato lasciato l'incarico di vigilare sui bambini ed è in questo ambito che un mese fa Haitot, che nel frattempo aveva smesso di lavorare per stare con i figli, era stato convocato dai servizi sociali, quando le scuole avevano segnalato che i bambini in classe non si erano mai visti. L'uomo, che il primo giorno di scuola era andato dai carabinieri dicendo che non avrebbe mandato i figli a scuola perché non poteva permetterselo, non si è mai presentato alle convocazioni dei servizi sociali. Di conseguenza al Tribunale dei minori è stata inviata una relazione negativa, come ha indirettamente confermato il Comune, quando ha affermato «di avere attivato dei percorsi diretti a individuare le azioni opportune, in tutte le sedi, per la tutela dei minori». Da parte sua l'operaio, in un lungo messaggio inviato il 16 settembre al profilo Facebook del quotidiano La Provincia, denunciava di essere stato ignorato dai servizi sociali che gli davano sì la casa ma non i mezzi per dare da mangiare ai figli. È in questo ambito, in questo «loop» che lui vedeva senza uscita, che ha maturato la sua folle decisione. Una persona normale, scrupolosa, dignitosa, che teneva ai figli e al loro decoro, lo descrive chi ha avuto a che fare con lui. L'inchiesta aperta dalla procura di Como ora dovrà ricostruire anche tutti questi passaggi alla lente del codice penale per valutare la sussistenza di eventuali responsabilità. La Procura, intanto, ha deciso di non effettuare l'autopsia sulle cinque salme, per cui è atteso il via libera alla sepoltura. Nel giorno dei funerali sarà proclamato il lutto cittadino.

Como, la strage dei bambini: padre incendia la casa e uccide i 4 figli. L’uomo è morto soffocato con i piccoli. La mamma si è salvata perché ricoverata in un ospedale psichiatrico, scrive Cesare Giuzzi su “Il Corriere della Sera" il 21 ottobre 2017. Siff aveva undici anni e studiava il clarinetto. Soraya sette, e nelle fotografie è quella che abbraccia sempre tutti. Sophia, tre anni, l’ultima arrivata. Saphiria, di cinque, ha lottato fino alla fine, dopo un ricovero disperato all’ospedale Buzzi di Milano. L’ospedale dei bambini. Quattro bambini, quattro fratellini nati in Italia, rimasti immobili su quel lettone, in fondo all’appartamento, nella stanza dove dormivano insieme. E dove il loro papà aveva messo due materassi, uno sopra l’altro, per fare un letto ancora più grande. Perché tutti stessero insieme, vicini. Sono morti tutti. Soffocati dal fumo di una catasta di stracci, vestiti e giornali accesi in corridoio, dove c’è la porta d’ingresso. Così da impedire che qualcuno potesse scappare, e che qualcun altro riuscisse a entrate. In quell’appartamento diventato un’enorme bara di fumo, dove Faycal Haitot, 49 anni, origini marocchine, cittadinanza italiana, ex lavapiatti, ex tuttofare, disoccupato da mesi, ha deciso di chiudere quelle quattro vite e la sua, disperata. I vigili del fuoco lo hanno trovato vicino al balcone. Lui che secondo la ricostruzione della questura di Como sarebbe l’ideatore dell’omicidio-suicidio, ha avuto forse come un istinto di sopravvivenza, cercando l’aria mentre il fumo lo soffocava. Lui che temeva che i giudici gli portassero via i bambini. Lui che li aveva accuditi dopo che un anno fa la moglie, anche lei marocchina, era stata ricoverata in una struttura psichiatrica di Como per curare una fortissima depressione, dalla quale non si era mai ripresa. Lui che viveva in quell’appartamento di 120 metri quadrati al quarto piano di una palazzina di via per San Fermo 18, arrampicata su un costone di montagna. Appartamento che la Fondazione Scalabrini aveva messo a disposizione di quella famiglia, dal 2014 in carico ai servizi sociali del Comune e senza un posto dove vivere. «Questa è una storia di miseria, da tutti i punti di vista, che si conclude nel modo peggiore possibile», ha riassunto il sindaco di Como Mario Landriscina. Anche se adesso, questa storia che dal punto di vista giudiziario si chiuderà probabilmente con la morte del «reo», lascerà aperte domande alle quali finora nessuno ha saputo rispondere. Possibile che nessuno, neanche da quei servizi sociali che pure avevano telefonato diverse volte al papà chiedendo perché i bambini da qualche tempo non andassero più a scuola (l’istituto comprensivo Borgovico), si sia mai accorto che Faycal Haitot era ormai un padre disperato e divorato dalla depressione? Possibile che si sia fatto davvero tutto per evitare che la miseria trasformasse la vita di questa famiglia in una tragedia di morte? Non se lo spiega Nasir Reza, ingegnere arrivato dall’Iran con la famiglia, che abita al primo piano e alle otto meno un quarto ha visto il fumo uscire dal quarto piano e con un altro vicino ha sfondato a badilate il pannello della porta d’ingresso. «Ho visto gli stracci in corridoio. Le fiamme erano alte, non siamo riusciti ad entrare. Era un uomo molto dignitoso, stava sempre con i bambini. Era davvero premuroso. Avevo cercato di aiutarlo, ma lavoro non ce n’è». Non c’erano estintori nel palazzo. I pompieri sono entrati da una finestra. Dopo aver portato fuori i bimbi, i soccorritori hanno dovuto chiedere supporto psicologico. Nell’inutile tentativo di dimenticare l’immagine di quella casa piena di morte.

Lo sfogo delle assistenti sociali: «Siamo stufe». Lettera al giornale, scrive il 21 febbraio 2014 Andrea Meregalli su "Mbnews.it". Hanno deciso di far sentire la loro voce, rispettando i vincoli che la professione impone. La categoria degli assistenti sociali, al centro delle polemiche in Brianza e in particolare a Lissone dopo il servizio delle Iene e il caso Linda Greco, necessita, secondo 5 professioniste operanti nel territorio di Monza e Brianza e Bergamo, di alcune precisazioni e chiarimenti perché «siamo stufe di essere dipinte come le ruba bambini». Lo fanno attraverso una lettera ai giornali, che riportiamo di seguito. «Da un paio di settimane assistiamo a un attacco mediatico verso la nostra figura professionale di assistente sociale. Gli ultimi ad accanirsi contro di noi sono quelli de Le Iene. Abbracciare una sola versione dei fatti, non aprendosi a dubbi e perplessità, crediamo sia una forma di giornalismo che non approfondisce la notizia e non dà ascolto a voci diverse. I loro servizi contengono inoltre diverse inesattezze inerenti il nostro ruolo frutto di una superficialità di informazione. Gli assistenti sociali che “rubano i bambini” non sono certo una loro scoperta. La nostra figura da anni è accompagnata da pregiudizi. Dopo accessi ai nostri Uffici di persone che minacciavano di chiamare “Striscia la Notizia”, “la D’URsocheleimirisolveiproblemi”, ora sappiamo che i nuovi paladini saranno i “men in black”, in attesa dei prossimi che li sostituiranno. Siamo concordi nel credere che un minore abbia diritto a una famiglia, ma non che sia un diritto “a tutti i costi”, laddove vengano meno i presupposti di protezione per il minore stesso. L’allontanamento, a dispetto di ciò che avete voluto affermare, resta l’ultima ratio. Prima di agire in tal senso vengono messi in atto interventi a tutela del minore, di monitoraggio e di sostegno alla genitorialità, ma quando tutto questo non è abbastanza e la situazione appare pregiudizievole per il minore, occorre agire, nel pieno rispetto del mandato di un Tribunale specificamente dedicato a tutelare i minori e i loro legami familiari. Il Tribunale prescrive o avvalla interventi estremi solo nel caso in cui la famiglia di origine, che sempre più ha la possibilità di confrontarsi in modo diretto con i giudici stessi, viene valutata come una risorsa non più fruibile. Il collocamento comunitario non è volto alla separazione genitori/figli senza alcuna progettualità. L’inserimento del minore in struttura deve essere un’occasione di riprogettazione, cura del sé e lavoro sulla/con la famiglia e sul/con il minore. Siamo consci che il distacco del minore dalla famiglia d’origine comporti uno strappo emotivo e una forte sofferenza. Non vi è leggerezza in quest’azione, ma eviteremo di soffermarci sul nostro sentito, capiamo che potrebbe destabilizzare la scoperta che, anche noi, abbiamo sentimenti. Allora parliamo di cose concrete. In un momento di grave crisi economica e del welfare, garantiamo che nessun Comune preme per l’inserimento di un minore in comunità. Le rette giornaliere hanno costi tutt’altro che irrisori e, prima di agire in tal senso, convinti da elementi oggettivi di grave pregiudizio e malessere per il minore, dobbiamo superare lo scoglio politico, in un’estenuante mediazione tra ciò che è meglio per il minore e ciò che è spesa, costo. Questo per permettere di comprendere che non è un’azione volta al conseguimento di un vantaggio, pertanto, se non vi è un ritorno economico, non vi è un Comune compiacente e propenso all’oneroso esborso di soldi pubblici, la sola cattiveria e mancanza di scrupoli di un assistente sociale non è sufficiente a supportare certe tesi. Il nostro codice deontologico non ci consente di violare la privacy dei nostri assistiti, nemmeno con la loro autorizzazione. La mancata possibilità di controbattere punto su punto alle accuse che ci vengono rivolte, ci rende soggetti vulnerabili, in balia di disinformazione. Chissà, forse anche Voi confondete il nostro ruolo. Non siamo operatori della buona volontà, spiriti caritatevoli cresciuti nell’illusione di salvare il mondo. Siamo Professionisti, lavoratori responsabili e coscienziosi che fondono le proprie competenze sugli studi effettuati per il conseguimento della laurea, della formazione (obbligatoria) continua che ci consente di acquisire e migliorare le conoscenze, iscritti a un albo, che svolgiamo una professione su un mandato dell’Autorità Giudiziaria, nell’ambito di un contesto che è il Servizio in cui operiamo. Cavalcare l’onda dell’assistente sociale cattivo, che in modo arbitrario toglie i figli ai genitori, è una facile ricerca di larghi consensi. Vorremmo che Vi soffermaste sul fatto che sempre più Servizi Tutela Minori si dotano di personale di sicurezza, a fronte di aggressioni fisiche subite da molti nostri colleghi, minacce, autovetture personali danneggiate da atti vandalici fuori dall’ufficio, appostamenti sotto le abitazioni personali. Servizi come quelli de Le Iene non fanno altro che alimentare un clima di ostilità e di svalutazione. Ora rimaniamo in attesa del prossimo servizio, quello che magari ci accuserà di non aver agito su una famiglia e che, a causa del disinteresse mostrato dall’Operatore, è stata danneggiata. Da come usualmente veniamo descritti da certa stampa e certa informazione televisiva, sembrerebbe che l’assistente sociale si muova su un equilibrio contrapposto tra un ingiustificato eccesso di zelo e un menefreghismo assoluto. Forse, la prossima volta che ci troveremo in difficoltà con un nostro assistito, saremo noi a chiamare la tv e i giornali e a demandar loro la risoluzione del disagio, augurandoci che sappiano, anche in quel caso, adottare la semplificazione e la banalizzazione che ci vengono attribuite». Al telefono, una delle assistenti sociali conclude: «Non entriamo nello specifico del caso di Lissone, non conosciamo le colleghe, non le vogliamo difendere a tutti i costi, nessuna di noi è coinvolta direttamente. Ci preme soltanto dire che troppo spesso siamo oggetto di un tiro al bersaglio che è figlio della non cultura su ciò che realmente facciamo e possiamo fare».

Botte, minacce e persecuzioni: quando l’assistenza sociale diventa un incubo. La polveriera welfare: c’è un’escalation di aggressioni agli operatori. E molte non vengono denunciate. L’esperta: «Con la crisi sono riemersi i disagi di 50 anni fa». Il paradosso dell’Italia: investe molto nei servizi, ma male, scrivono Barbara D’Amico, Filippo Femia, Marco Sodano il 21 aprile 2016 su “La Stampa”. Una donna di 22 anni fa irruzione negli uffici degli assistenti sociali del quartiere Navile urlando e scagliando oggetti contro chiunque tenti di fermarla. Non è chiaro perché sia così agitata, forse una sua richiesta non è stata accolta, forse è solo preda di una disperazione folle che non riesce a controllare, come accade spesso a chi si rivolge a un assistente sociale per chiedere aiuto. Ma sa perfettamente con chi prendersela perché i capri espiatori sono lì a pochi metri da lei, nell’ufficio che accoglie l’escalation di richieste da parte di poveri, sfrattati, disoccupati, persone che soffrono di dipendenze e che chiedono aiuto e risposte concrete. Soluzioni che però non sempre un solo assistente o ufficio di periferia può fornire. Mentre gli altri utenti dello sportello sociale si danno alla fuga, i tre operatori in servizio restano ostaggio dell’esasperazione della ragazza che continua a urlare e a spaccare vetri minacciando tutto il team, suo ostaggio per più di tre ore.  Carbonara (Pavia), 17 marzo 2016. Il Comune ha finito gli alloggi disponibili per l’assegnazione delle case popolari e all’assistente in servizio tocca dare la comunicazione a un uomo di 35 anni, sfrattato e in attesa di sapere se potrà avere un tetto sopra la testa. No, niente casa per il momento. Una negazione che fa esplodere la rabbia dell’uomo: afferra il funzionario, una donna di 30 anni, e la strattona con tale violenza da farla finire in ospedale con una prognosi di 5 giorni. Anche in questo caso un no comunicato per dovere, nell’ambito del proprio lavoro, mette a rischio la sicurezza e la vita di un assistente sociale: una categoria a rischio che ora chiede aiuto e protezione. E lo fa scrivendo ai giornali e denunciando la propria condizione pubblicamente. La Stampa ha deciso di accogliere le segnalazioni e di indagare per capire quanto il fenomeno delle aggressioni sia esteso e se sia il sintomo di un malessere più grave. 

CAPRI ESPIATORI. L’elenco delle violenze potrebbe continuare all’infinito: quelle appena descritte sono solo alcune delle aggressioni denunciate e portate alla luce da una categoria che in Italia è diventata trincea dell’esasperazione degli ultimi. Milioni di giovani e meno giovani, famiglie vittime della crisi, con un bagaglio di problemi impossibili da far risolvere a qualche migliaio di operatori su tutto il territorio. A denunciare il fenomeno delle aggressioni è soprattutto il Consiglio Nazionale degli Assistenti Sociali secondo cui ormai il lavoro dell’assistente non consiste tanto nella consulenza quanto nel disinnescare le micce di una polveriera. La polveriera welfare, il sistema sociale dove ciò che non funziona a livello centrale viene scaricato sulle spalle dei singoli operatori e delle strutture locali. «Ci stiamo battendo perché pubbliche amministrazioni, enti, ospedali e strutture dove prestiamo servizio si dotino di sistemi obbligatori di prevenzione e protezione degli assistenti sociali», denuncia Salvatore Poidomani presidente del Sindacato Unitario Nazionale degli Assistenti Sociali (SUNAS). «Il tema delle aggressioni è un nodo fondamentale da affrontare ma quello che ci preme è garantire anzitutto condizioni di lavoro dignitose - spiega - Ad esempio vorremmo che tutti gli assistenti potessero contare sull’assistenza legale gratuita, cosa che invece oggi non avviene in modo automatico». Gestire da soli richieste e bisogni, infatti, significa dover fare i conti anche con la rabbia e le esasperazioni di chi chiede aiuto. Ma se il dialogo degenera e l’assistente vuole portare in tribunale il suo aggressore è molto probabile che dovrà anche pagarsi l’avvocato; con uno stipendio da dipendente pubblico che in media si aggira intorno ai 1300 euro al mese. 

«E’ noto che le risorse da dedicare alle politiche sociali sono scarse a causa dei vincoli di bilancio; ma è altrettanto noto come stiano aumentando il disagio sociale e le richieste di aiuto da parte dei cittadini» si legge nell’appello ai candidati sindaco di Torino lanciato dagli operatori del territorio poco prima delle ultime elezioni amministrative.

AGGREDITI CON IL MACHETE. Capita a volte che una persona sia così infuriata da doversela prendere con qualcuno per la sua condizione di povertà, per il fatto di non riuscire a trovare lavoro o per l’umiliazione di subire uno sfratto. A Savona nel febbraio 2011 un’assistente di 27 anni viene aggredita con roncola e machete negli uffici dove presta servizio: a colpirla è un italo-colombiano di cinquant’anni a cui, poco tempo prima, gli operatori dell’ufficio hanno tolto la custodia di entrambi i figli. Quel giorno vuole vendicarsi. La giovane viene ricoverata in gravi condizioni e solo dopo molti mesi di riabilitazione uscirà dall’ospedale. Nel 2012 lo Stato le riconosce lo status di “vittima del dovere” e un’indennità a vita per le ferite riportate in servizio. Come se si trattasse di un carabiniere o di un poliziotto, salvo il fatto che nel programma di studi per diventare assistente non esista un corso di addestramento militare per difendersi in caso di brutale aggressione.  Eppure, il rischio di perdere un braccio o la vita non è una esclusiva dei servizi sociali italiani. La Federazione Internazionale degli Assistenti Sociali ha creato di recente un manifesto, un Carta dei diritti «per supportare gli operatori che rivendicano il diritto a prestare i propri servizi in sicurezza». Tra le varie richieste c’è anche quella a un luogo di lavoro sano e in cui non si verifichino abusi. 

ESCALATION DI ABUSI. In Italia la condizione lavorativa degli operatori diventa cartina al tornasole del tessuto sociale. Un tessuto sempre più compromesso, esasperato e violento. Botte, assedi negli uffici, stalking, minacce, vandalismo sono solo alcuni degli atti di violenza denunciati da assistenti negli ultimi anni. Un abuso dietro l’altro messo in atto proprio da chi era ed è sotto la loro consulenza. Il picco di denunce si è verificato a maggio del 2016 quando il Consiglio Nazionale degli Assistenti Sociali ha deciso di denunciare apertamente l’escalation di aggressività nei confronti di una categoria già di per sé non particolarmente amata dall’opinione pubblica perché identificata, nell’immaginario collettivo, con chi porta via i bambini alle famiglie, chi separa genitori e figli. Con chi, in modo cinico e distaccato, decide della vita quotidiana altrui. «La nostra è una professione giovane, nata con il Piano Marshall e non regolata in Italia se non a partire dal 1987», spiega Gianmario Gazzi, presidente del Consiglio Nazionale degli Assistenti Sociali. «Prima di quella data il sistema era meno controllato e gli assistenti meno monitorati. Oggi invece è diverso – continua – Ma l’immagine dell’assistente che toglie i bambini alle famiglie è fuorviante: in Italia siamo gli ultimi a livello europeo per numero di allontanamenti di minori dai nuclei familiari, il nostro ruolo è quello di tutelare le fasce deboli lavorando a diversi livelli, non solo in ambito familiare». Un operatore deve studiare appositamente, superare un esame abilitativo, iscriversi a un ordine e agire in regime di controllo e monitoraggio da parte del Ministero della Giustizia. L’assistente non opera solo in ambito familiare ma presta servizio anche all’interno di strutture ospedaliere, di comunità per persone dipendenti, dei centri per l’impiego, nei Comuni all’interno dei servizi per i disoccupati, i poveri. Il suo compito è analizzare i bisogni della persona e farla accedere, se possibile, ai sistemi di sussidio o a qualunque altro servizio che aiuti a ridurre il disagio. Oggi per diventare assistente sociale bisogna studiare e superare un esame di Stato, ma Gazzi ribadisce che la teoria da sola non sia sufficiente quando ti trovi davanti un uomo di 50 anni disperato e arrabbiato perché la pensione è troppo misera e non trova lavoro. Così arrabbiato da fare a pezzi una scrivania e mandare in frantumi la porta dell’ufficio. «Sono sempre di più le situazioni in cui a dominare è la frustrazione delle persone che non vedono più un sostegno nel welfare o nella celerità nell’accoglienza delle loro richiesta, il che le fa arrabbiare e in alcuni casi sfogare contro i professionisti che li accolgono», spiega Gazzi. 

I TAGLI AL WELFARE. La rabbia può esplodere in diversi modi. A volte si tratta di minacce all’operatore o alla sua famiglia. Molte delle fonti sentite per realizzare questo approfondimento hanno parlato del loro luogo di lavoro come di una “trincea”. Non esiste una zona o un quartiere più difficile di altri in cui operare in Italia poiché il malessere riguarda tanto i grandi centri quanto le piccole realtà. Laddove però il welfare viene aiutato a svilupparsi – come in Lombardia per l’emergenza abitativa o nelle regioni dove opera la Società Italiana di Cure Palliative che ha riconosciuto il ruolo dell’assistente sociale nelle cure da erogare a favore dell’utente – gli operatori possono contare su una rete. Non sempre però le cose funzionano. Il 12 maggio 2016 una giovane operatrice di Prato ha avuto la sfortuna di incrociare una sua assistita per caso nel corridoio degli uffici Asl. Ne è nata una discussione finita con l’assistente presa a cazzotti. Anche in questo caso una denuncia. Anche in questo caso una prognosi di qualche giorno per guarire e tornare a lavoro, ma con il timore di dover accettare la violenza come parte integrante delle proprie mansioni. Eppure, non è tanto l’incarnare il capro espiatorio che, secondo Gazzi, sta mettendo in pericolo la sicurezza di chi svolge questo lavoro. «L’acuirsi della crisi ha sicuramente contribuito a esasperare condizioni locali difficili – spiega – Penso a quante persone hanno perso il lavoro, la casa, lo stipendio e magari si sono ammalate o hanno un parente anziano malato che da soli non possono accudire. Tutto ciò crea delle situazioni difficilissime. Mentre però all’estero si è fatto fronte investendo miliardi nel welfare e nei servizi a supporto di queste situazioni, in Italia dal 2008 siamo andati incontro a tagli. Pensi che siamo riusciti a ottenere dal ministero di Giustizia fondi integrativi fino a fine anno per pagare personale che segua i casi di minori che commettono reati, che sono in aumento: è un sollievo ma l’emergenza è altissima». Gazzi inoltre segnala che le aggressioni denunciate sono molte meno rispetto a quelle reali. Solo pochissime regioni, in particolare Lazio e Puglia, hanno raccolto dati sulla situazione dei colleghi. Non si tratta di casi isolati ma di episodi violenti ripetuti nell’arco dell’anno che però non vengono portate sempre all’attenzione delle autorità. «Lavoro nell’ambito dell’assistenza sociale dal 1990 e lo scorso anno ho fatto un esposto alle autorità per la prima volta», racconta Paola Calvani, responsabile del servizio sociale del quinto municipio di Roma. «Spesso è per non danneggiare la persona assistita, che rischia di perdere fiducia nel servizio, e vanificare il percorso intrapreso». «Non si denuncia per paura – spiega Gazzi – O spesso perché non esiste nemmeno una modalità per segnalare l’episodio a parte i canali ordinari: viene dato per scontato un rischio che però quando esplode in modo violento finisce sui giornali». I fattori che spingono le persone ad aggredire un operatore sono diversi: si radicano nella crisi, nell’instabilità del mercato del lavoro e nello sfaldarsi del welfare familiare che assieme a quello statale ha retto per molto tempo dopo la crisi del 2008. Fino a ora. 

IL PARADOSSO: DENUNCIARE O NO? Cosa dicono allora i dati? Anzitutto, non è facile ricostruire il numero esatto di episodi di aggressione in Italia. Il paradosso dell’assistente, spiegano gli operatori, sta nel dover denunciare proprio coloro a cui si presta aiuto. Altre volte è la convinzione che l’aggressione in fondo faccia parte dei rischi del mestiere a frenare un professionista dal segnalare la vicenda. Le denunce però esistono e la loro frequenza parla di un fenomeno in crescita costante. Secondo le sole segnalazioni raccolte del Consiglio Nazionale, nel periodo gennaio 2015–maggio 2016 si sono registrate 64 aggressioni fisiche in tutta Italia con un picco in Liguria (12) e Sicilia (8). Si tratta, chiariscono le nostre fonti, delle forme più gravi di aggressione fisiche – assalti, violenza fisica, lancio di oggetti – e tutte sono state denunciate alle autorità. Mancano però all’appello tutte le altre forme di violenza, quelle che non esplodono in attacchi veri e propri ma sono ritenute pericolose e vessatorie come le minacce e lo stalking. Se è possibile immaginare quanto rischi un assistente che decida di denunciare l’aggressore a cui presta consulenza e tutela, allora si può ipotizzare che i 64 episodi siano solo la punta dell’iceberg. E che le aggressioni non denunciate siano molte, molte di più. Gli assistenti sociali parlano di «un fenomeno certamente preoccupante e che va seguito con attenzione». Che le aggressioni siano una costante lo prova un episodio. A maggio ci siamo recati presso gli uffici dell’Ordine piemontese degli assistenti sociali. Ci ha accolto la presidente, Barbara Rosina, oltre 20 anni di esperienza in assistenza all’interno di strutture cliniche pubbliche. L’abbiamo contattata il mercoledì chiedendole appuntamento per il lunedì successivo, quando si è presentata con una mazzetta di fogli A4 stampati. «Dopo che mi avete chiamata ho mandato una mail a tutti gli assistenti iscritti all’ordine per capire se avessero subito minacce o aggressioni – ci spiega – Non abbiamo dati ufficiali al momento per il nostro territorio e ho pensato che avrei ricevuto al massimo un paio di risposte: ho inviato la richiesta di venerdì pomeriggio e domenica avevo la mail praticamente piena di segnalazioni». Oltre 20, precisa poi Rosina, secondo cui il dato in meno di 48 ore è significativo. 

I DATI LOCALI. La conferma dell’alta frequenza delle aggressioni però esiste in almeno due studi condotti dagli ordini locali degli assistenti in due regioni, Puglia e Lazio. In Puglia nel 2012 la ricerca intitolata “Help Me - La violenza verso i professionisti dell’aiuto” dimostrava che su 466 intervistati il 62% dichiarava di aver assistito a episodi di violenza e che le aggressioni erano state denunciate nel 74% dei casi. Si tratta per lo più di aggressioni verbali subite soprattutto dagli operatori degli uffici comunali: una forma di violenza che la categoria però non vuole declassare a meno pericolosa o insidiosa rispetto all’aggressione fisica. Dati più recenti sono invece quelli raccolti a Roma, dove su un campione di 280 intervistati 92 hanno deciso di rispondere alla domanda se avessero subito o assistito ad aggressioni nell’ambito del proprio lavoro. La ricerca in questo caso definisce il fenomeno delle aggressioni “diffuso e sottovalutato” e inquadra la professione dell’assistente tra quelle ad alto rischio: nella capitale, nel 2015, dichiaravano di aver subito attacchi ben 45 operatori su 92 e nella stragrande maggioranza dei casi gli autori erano uomini. Entrambe le ricerche forniscono un dato altrettanto allarmante: in oltre la metà dei casi si denuncia l’assenza quasi totale di contro-misure, presenti solo all’interno delle strutture del terzo settore e degli uffici del ministero della Giustizia ma totalmente inadeguate laddove invece ce ne sarebbe bisogno: consultori, sportelli, Asl ecc... Se l’emergenza è così sentita, perché gli assistenti non denunciano le aggressioni? Quella dell’operatore sociale è una professione ad alto rischio ma mal pagata - in media lo stipendio si aggira tra i 1300 e i 1500 euro al mese – rispetto alla delicatezza e alle incombenze che tratta. In Italia ci sono circa 42 mila e 500 assistenti sociali per oltre 60 milioni di persone. In Danimarca gli assistenti sono circa 15 mila (dati 2015) per una popolazione di 5 milioni e 700 mila abitanti: un assistente ogni 366 persone, mentre da noi un solo operatore può potenzialmente trovarsi a carico più di 1400 individui. Per la Danish Association of Social Workers quei 15 mila professionisti sono pochissimi e andrebbero aumentati. «Magari ne avessimo 120 mila», spiegano dall’associazione danese. «Il sistema welfare da noi però può contare anche su tutta una serie di figure che a vario titolo lavorano nel sociale e che, escludendo gli addetti alla parte amministrativa, arrivano a circa 134 mila unità». La quota, ci spiegano, comprende anche psicologi, infermieri, educatori, formati per gestire anche episodi critici.

DONNE NEL MIRINO. In Italia per difendersi gli operatori sono invitati a fare dei corsi di autodifesa (qui un esempio). Nel 2007 però lo stesso ministero della Salute aveva diramato una raccomandazione contenente le linee guida per far fronte al fenomeno della violenza contro gli operatori sociali prevedendo contro-misure e comitati organizzativi interni agli ospedali, alle Asl e agli uffici competenti che avrebbero dovuto fare prevenzione, formando gli assistenti. Ma la prescrizione non è mai stata davvero attuata a livello nazionale e solo poche strutture sono state in grado di dotarsi dei sistemi di controllo e di raccolta dati. In sostanza è come avere un piccolo esercito di operatori completamente nudi. Per Gazzi il rischio professionale inoltre è maggiore se gli assistenti sono giovanissimi. «Oggi si può diventare operatori anche con la sola laurea triennale, ma io dico che non basta. Anzi, senza un meccanismo di tutela rischiamo di mettere molti ragazzi e ragazze in situazioni difficili da gestire». Ma non esiste una procedura specifica, un canale per così dire privilegiato o un sistema che possa tutelare gli assistenti in caso di attacco, minaccia, pericolo per la propria vita e per quella dei propri familiari. «La violenza nei confronti di un assistente sociale non è mai letta come colpa dell’aggressore ma è pericoloso considerarla un male inevitabile che dobbiamo sopportare», spiega Rosina che fa parte di quella altissima quota di donne che svolge questo mestiere.  In Italia, infatti, assistente sociale, vuol dire donna: le quote rosa sono oltre il 95% dei professionisti registrati all’albo contro un 5% di uomini. Un elemento che non aiuta poiché - secondo quanto riferito dalle fonti di quest’inchiesta - per ragioni di ignoranza e di contesto culturale sfavorevole al rispetto delle donne se l’assistente “è femmina” allora è percepita come preda, aggredibile indistintamente da uomini o donne. A questo devono aggiungersi le scarse risorse che impediscono ai Comuni di finanziare il welfare territoriale fatto di servizi agli anziani, ai bambini (asili e mense), ai poveri, ai disoccupati. 

LE CAUSE DEL MALESSERE SOCIALE. Esiste un collegamento tra i tagli al welfare, l’aumento del disagio sociale e l’impennata delle aggressioni? I dati Istat pubblicati a giugno 2016 sulla povertà in Italia parlano di 4,6 milioni di persone in regime di povertà assoluta nel 2015. Vale a dire, quella condizione per cui non posso permettermi nulla, non ho una casa, né tanto meno un lavoro e non riesco nemmeno a pagare un pasto. E’ un dato in aumento rispetto ai 4 milioni e 120 mila del 2014. In un anno quella quota di poveri è cresciuta di 580 mila unità: come se tutti gli abitanti di Genova (che ne ha circa 592 mila) e di tutta Bari e Catania messe insieme fossero di colpo diventati non abbienti. Eppure, le persone che sono altrettanto esasperate, quelle che aggrediscono gli assistenti sociali, appartengono più probabilmente alla quota di poveri relativi: cioè quella condizione per cui ho reddito così basso da avere difficoltà a pagare le spese per una vita dignitosa, ma non abbastanza misero da permettermi di accedere a forme di sostegno per i casi più gravi di indigenza. Questi poveri a metà 2014 erano 7 milioni e 815 mila (dati Istat) e nel 2015 sono diventati 8 milioni 307 mila, mentre le famiglie erano ben 2 milioni e 254 mila contro il milione e 470 mila nuclei familiari in regime di povertà assoluta (numero, anche questo, purtroppo aumentato nel 2015, arrivando a un milione e 582 mila famiglie poverissime). Non avendo dati nazionali sul numero di aggressioni non è possibile creare una correlazione diretta tra i fenomeni. Ma la frequenza con cui gli episodi di violenza si verificano è un segnale che va comunque preso in considerazione. Altro elemento di questo quadro è la spesa pubblica destinata al welfare da parte del Governo per far fronte all’emergenza dei poveri, dei disoccupati, delle persone a rischio come i minori non accompagnati e gli immigrati. Si va dai soldi per i sussidi di disoccupazione alle risorse per gli alloggi popolari e qualunque forma di servizio e assistenza diretta al cittadino in difficoltà. L’Eurostat calcola ogni anno quanto ogni Paese dell’UE (compresa ancora l’Inghilterra pre-Brexit, trattandosi di dati disponibili fino al 2014) destina al sostegno del welfare. L’Italia è in linea con la media europea, anzi investe circa il 29% del proprio Pil in spesa sociale, poco al di sotto della Danimarca (33,3%). Se spendiamo tanto, come mai gli assistenti sociali hanno stipendi bassissimi e i Comuni non possono aprire più asili nido e i centri per l’impiego sono costretti alla razionalizzazione? La risposta sta non in quanto spendiamo, ma nel come: leggendo il rapporto Istat sullo stato del welfare italiano emerge che sì, l’Italia spende moltissimo in welfare ma lo fa male: destina infatti oltre il 50% di queste risorse al trattamento della vecchiaia (Rapporto Istat “Lo Stato della Protezione Sociale”, dati 2013) senza dedicare altrettante risorse alle altre fasce deboli. Siamo il Paese che insieme alla Grecia spende di più per la terza età (gli altri Paesi europei destinano soglie più basse, dal 48% in giù). I confronti europei con i soli numeri, però, sono un esercizio sterile. I Paesi Bassi, per esempio, utilizzano appena il 3,3% del loro Pil alla tutela delle famiglie ma sono una nazione con 16,8 milioni di abitanti. In proporzione, dunque, investono più di noi. 

L’ESEMPIO DEL NORD EUROPA. In Italia abbiamo oltre 12 milioni di poveri tra assoluti e relativi e nonostante ciò destiniamo appena il 6% alla disoccupazione, il 4% alle famiglie, lo 0,7 % all’inclusione sociale (contro il 5,2% dell’Olanda) e uno 0,1% all’emergenza abitativa. E’ come se nella Penisola le briciole destinate al welfare portassero a una crudele selezione naturale con gli assistenti costretti a limitare le erogazioni di servizi. Secondo il Consiglio nazionale degli Assistenti Sociali il rischio maggiore al momento riguarda la scarsità di risorse per far fronte all’emergenza minori. Si parla di circa 12-13 mila minorenni stranieri non accompagnati presenti in Italia (dati UNCHR).  Qual è allora la ricetta per rendere più efficaci i servizi sociali e mettere al riparo gli assistenti da minacce e ritorsioni? «Bisogna investire sui diritti delle persone potenziando reti sociali e istituzionali, di volontariato e di terzo settore. Abbiamo degli esempi: le società che hanno retto la crisi come la Germania e i Paesi del Nord Europa erano quelle che avevano già investito in welfare. In secondo luogo, bisogna uscire dalle logiche di bonus: cioè io ti do i soldi e ti risolvo il problema. Io posso dare il bonus famiglia ma se poi non ho l’asilo dove accogliere i figli, sono da capo. Servono servizi altrimenti il rischio è che il bonus venga dato in nero a una babysitter. Sto dicendo che i soldi per il sociale, tout court, rischiano di alimentare un mercato nero del welfare». Anche se l’Italia è maglia nera negli investimenti in welfare, le erogazioni hanno avuto un effetto contenitivo. La spesa sociale ha permesso di far calare tra il 2013 e il 2014 la quota di persone a rischio: dal 24.7% al 19.4% in un anno, grazie a un minimo di sostegno. Meglio ha fatto però la Danimarca che ha ridotto questa quota di oltre il 10% passando da un pericoloso 26.8% a un 11.9% (dati Eurostat). «Rischiamo tanto, troppo - conclude Gazzi - Le aggressioni subite dagli assistenti sociali in Italia sono molte più di quelle denunciate. Ma se non smettiamo di pensare che mille, dieci mila o cento mila euro spesi per migliorare la condizione di una sola persona in difficoltà non sono una spesa, appunto, ma un investimento allora non cambierà nulla». 

L’urlo dei padri separati, scrive Elisabetta Ambrosi il 5 ottobre 2012 su "Sexandthestress.vanityfair.it". Roma è una città particolare. È una specie di teatro a cielo aperto, dove ogni giorno decine di manifestazioni di protesta si svolgono per le piazze e le vie del centro. Mandando il traffico in tilt, ma dando anche la possibilità a molti di imbattersi in proteste giuste e nate spesso da esperienze individuali drammatiche. Così ieri, a piazza del Pantheon a Roma, decine di padri separati (aderenti a molte delle associazioni di padri separati, quelle che trovate in fondo) hanno manifestato contro la legge sull’affido congiunto, per come viene oggi attuata e della quale vorrebbero modifiche. Che vanno sostanzialmente nella direzione di chiedere un’effettiva condivisione: un vero tempo diviso, il sistema del doppio domicilio, l’introduzione del mantenimento diretto dei figli, l’attenzione anche alle figure dei nonni, l’obbligatorietà della mediazione familiare, il riconoscimento della “sindrome di alienazione genitoriale”.

E poi, ancora, chiedono che il ruolo dei servizi sociali sia ridimensionato, che si istituiscano tribunali specifici, l’introduzione del reato di “mobbing familiare” (che non porti mai però alla sottrazione del minore), la creazione di “papà village”, patrocinati dai comuni, sulla falsariga delle case famiglie per donne, dove i padri possano vivere e portare i loro figli. In breve, quello che questi padri separati, di cui una testimonianza molto bella ha dato il film Gli equilibristi, con Valerio Mastandrea, urlano a gran voce è, mi pare, non sentirsi espropriati né discriminati: poter contare cioè su un affido realmente congiunto, che non li penalizzi e che soprattutto tenga conto delle loro effettive necessità, affettive ma anche economiche, visto che molti di loro si riducono in povertà dopo la separazione e non possono neanche usufruire della loro casa. Pure se era loro e pure se l’altro coniuge ne avrebbe altre a disposizione. Questo disegno di legge è contestato da molte associazioni femminili (ad esempio qui). Che sostengono che in questo modo i figli diventerebbero nomadi, la madre non avrebbe il diritto di restare nella casa se si ricostruisce una vita affettiva, i padri potrebbero denunciarle per ogni rifiuto di visita ai figli. La questione è complessa, perché ciò che contestano i padri è proprio il fatto di perdere tutto, casa compresa, anche quando magari c’è un nuovo partner che la abita. Così come l’essere in balia di giudici che con una decisione sbrigativa cambiano le loro vite oppure, ancora, il timore di essere denunciati a loro volta per mobbing o abusi sessuali assolutamente inesistenti (ci sono numerosi casi, purtroppo, in tal senso). In ogni caso, ciò che colpiva ieri in piazza era il modo in cui questi genitori raccontavano il loro dolore attraverso immagini forti. Quella che vedete in apertura e poi ancora in basso sono due quadri realizzati da Giorgio Ciccarelli, che va in giro con un bigliettino da visita con la sigla “I love papà” e da anni a in giro a denunciare la sua storia drammatica. Anche attraverso quadri, magliette. Senza entrare nel merito dei torti e delle ragioni, la sofferenza era evidente. Immagini, simboli. Rappresentare il dolore è parsa a questi padri la via migliore perché le loro richieste potessero restare impresse nella memoria chi passava e ascoltava. E magari di rappresentanti delle istituzioni, visto che il ddl sulle modifiche alle legge sull’affido congiunto sulla quale la politica ancora non ha trovato un accordo.

Assistenti sociali: i nuovi mostri. L’orrendo meccanismo d’una divertita perversione istituzionalizzata respinto da uno dei più autorevoli reattivi della prima ora, scrive Cosmo de La Fuente domenica 14 gennaio 2007 su "La voce di Fiore. Non intendo parlare del film di Dino Risi, anche se il discorso cinematografico potrebbe divertirmi di più. Mi riferisco invece all’operato di certi assistenti sociali che in Italia spesso dettano legge con la complicità del tribunale dei minori. Importanti compagnie turistiche italiane hanno compreso l’importanza della formazione dei dipendenti come strategia necessaria allo sviluppo del turismo con conseguente aumento dei guadagni . La formazione comincia alla radice, dagli aspiranti camerieri e aiuto cucina dei ristoranti, addetti alle pulizie degli alberghi, portieri dei musei, ecc. Quando un cliente rimane scontento del servizio di un ristorante, attraverso la sua voce farà una cattiva pubblicità all’esercizio e, a lungo andare, questo dovrà chiudere i battenti. Giusta pena per chi non ha operato con professionalità. Ci sono situazioni ben più gravi della chiusura di un esercizio commerciale, situazioni per cui non esiste nessun tipo di resoconto o punizione. Gli errori commessi dal Tribunale dei minori e le inadempienze degli assistenti sociali, ad esempio, non vengono neppure verificati. Chi controlla il loro operato? Chi stabilisce la giusta pena per gli errori commessi? Rileggendo a ritroso alcune decine di casi in cui i minori hanno subito danni a causa della mancata verifica, nel tempo, della situazione psicologica e la sofferenza di chi ha subito la separazione di un figlio, mi sono reso conto che le colpe da attribuire ad alcuni di questi dipendenti incapaci sono molte. E’ grave che a pagarne le spese siano i bambini. Troppo facile che, per evitare che scoppi in casa, si lanci dalla finestra una bomba innescata senza preoccuparsi di dove andrà a finire e di quali gravissimi danni farà altrove. Per loro conta l’oggi, non il domani. Dove finisce la responsabilità del tribunale dei Minori? Dove comincia la responsabilità degli assistenti sociali e fino a che punto è giusto godere di invulnerabilità penale da parte di questa categoria di impiegati? Che percorso di studi e quale tirocinio professionale hanno sostenuto questi signori che, forse involontariamente, hanno il potere di distruggere la vita di adulti e di bambini? La cosa più logica sarebbe che il Tribunale stabilisse un percorso psicologico per tutti i componenti della famiglia a rischio, un sostegno che duri nel tempo, anche dopo l’eventuale sfascio, in modo che non si verifichino situazioni come quella della bambina morta di stenti in Puglia o il triplice omicidio compiuto da Antonio Faccini. Saranno forse puniti quegli assistenti sociali che non hanno verificato cosa stava accadendo nella casa della bambina di Puglia? Allo stesso modo è impensabile lasciare allo sbaraglio i genitori che vengono separati dai figli o, peggio, che perdono la patria potestà, alcuni di loro, lo provano i fatti, possono diventare delle mine vaganti. Capito adesso dove finisce la bomba gettata dalla finestra? Non dobbiamo più accettare le solite risposte tipo: “possiamo mica monitorare questi casi per anni?”. La risposta è: CERTO. Bisogna assolutamente monitorare per anni le situazioni difficili e pericolose perché stiamo parlando di BAMBINI. Siamo, giustamente, disgustati per quei bambini abbandonati a sé stessi nei paesi del terzo mondo, dove è infantile una buona parte della mano d’opera e quindi lo sfruttamento; quello che si perpetua nel nostro paese, però, non è certamente meglio. Chissà quale sarà l’epilogo della vicenda dei fratellini di Gravina di Puglia, ma temo che anche questa volta, il Tribunale dei minori e i vari assistenti sociali, che avrebbero dovuto occuparsi di loro si sono limitati a lanciare la bomba dalla finestra. Dicono che gli assistenti siano stati interrogati, ma signori miei, cosa volete che sappiano se il loro lavoro è terminato quando la famiglia cominciava a sfasciarsi? Avrebbero dovuto continuare a monitorare questo nucleo diviso e il tribunale, dopo aver inferto il suo colpo vivisezionistico, avrebbe dovuto assicurare la tutela dei piccoli. Vorrei chiedere ufficialmente a chi ha il potere di fare qualcosa in Italia, e mi rivolgo a un paio di Ministri ‘importanti’, del passato e del presente, di stravolgere completamente quello che è il Tribunale dei Minori, che, a conti fatti, invece di essere un organo preposto alla salvaguardia dei minori è diventato il lupo mannaro. Ancora una volta credo che sia sufficiente il Tribunale ordinario, che potrebbe nominare assistenti sociali validi, equamente remunerati, psicologi, medici allenati e preparati quindi organizzare metodi di controllo sulle famiglie a rischio, onde evitare che i bambini subiscano, paradossalmente, le gravi conseguenze del mal operato del tribunale nato per loro. Mani pulite, piedi puliti e, questa volta, mettiamoci pure ‘Tribunali coscienti’. Verifichiamo percorso psicologico degli assistenti sociali, il loro itinerario di studio e la loro esperienza, stabiliamo fino a che punto arrivano le loro responsabilità che, a mio avviso, non dovrebbe conoscere limiti e, soprattutto, puniamo severamente anche i loro errori se dovuti a negligenza e menefreghismo. Un chirurgo inesperto non può intervenire sul cuore di un paziente, ugualmente assistenti e tribunali non possono permettersi di sbagliare e, se è necessario agire in maniera decisa, dev’essere loro preciso dovere organizzarsi per il monitoraggio. Come potrebbe farlo il tribunale dei minori che ha dei tempi di azione che arrivano anche a tre anni? In questi tre anni di disagi psicologici accade di tutto. Stendiamo un velo, per il momento, sul fatto che il tribunale dei minori si occupa dei bambini delle coppie non sposate facendoli diventare di serie b rispetto ai figli delle coppie sposate; non dimentichiamo neppure quanto dolore possa causare in quei bambini che amano dei genitori che l’hanno tenuti in affido, a volte per anni, che adesso non possono nemmeno incontrare per un’ora.

Genitori risarciti per allontanamento illegittimo della figlia da parte dei servizi sociali. Durissima sentenza della Cassazione per l'allontanamento di una minore dalla famiglia di origine, da parte dei servizi sociali di Nova Milanese. Si parla addirittura di allontanamento illegittimo e di dipendenti dei servizi sociali inadeguati a gestire la situazione. Il caso riguarda una maestra che ha segnalato un possibile abuso sessuale su una minore ai servizi sociali, perpetrato, a suo dire, dal padre della bambina. Un'accusa gravissima, per la quale esistono protocolli ed iter giuridici da seguire, proprio per evitare allarmismi ed errori. I servizi sociali avrebbero invece agito in maniera autonoma, senza seguire le procedure (pare non sia stato nemmeno avvisato il Tribunale dei Minori), allontanando la bambina dal nucleo familiare in modo del tutto arbitrario. I periti psicologi del Tribunale (CTU) hanno quindi smontato il castello accusatorio in maniera netta e perentoria e sottolineato gli errori dei servizi sociali nel procedimento. La cassazione, con sentenza n.20928 del 16 ottobre 2015, ha stabilito così che i genitori verranno risarciti per danno morale e biologico (psichico) per i sei mesi durante i quali la figlia era stata loro sottratta in maniera illegittima. Va sottolineato però che l'istituto dell'allontanamento dei minori in caso di grave pericolo psicofisico dei minori, non è affatto sotto accusa. Nè lo è il lavoro prezioso dei servizi sociali. Questi presidi sono di indubbia utilità nei casi di abuso. E' chiaro però che le procedure vanno seguite, e questo serve per evitare contagi emotivi o false accuse a persone che non hanno commesso alcun crimine, ma anche per evitare traumi inutili ai minori non realmente in pericolo. La questione quindi riguarda semmai i Comuni e le competenze per le quali sono stati selezionati i loro consulenti. In effetti, la sentenza della Cassazione ha chiamato in causa il potere di intervento dei Comuni, che è diretto sull’ambiente familiare solo in caso di abbandono morale e materiale, cioé trascuratezza, mancanza di cure essenziali, percosse, ambiente insalubre e pericoloso, e in genere per situazioni di disagio minorile palesi, evidenti o di indiscutibile accertamento. In questo caso, però, l'accertamento doveva essere effettuato. Fonte "quotidianoentilocali.ilsole24ore.com".

MAMME ALIENATE. Annalisa: quando una assistente sociale da una mano alla PAS, scrive il 14/11/2010 "Adiantum.it". Mi chiamo Annalisa, e sono madre di due figli, oggi di 15 anni e 9 anni. Dopo la separazione giudiziale e il successivo affido condiviso, in seguito a inadempienza del diritto di visita da parte del padre, stabilito dal Tribunale Ordinario, mi sono rivolta nel 2007 al Tribunale per i Minorenni, poichè all´epoca vedevo a singhiozzo i miei due figli e notavo gravi segnali, che furono banalizzati dalla CTU, predisposta dal Tribunale Ordinario. I servizi sociali, più volte allertati, non aiutarono, anzi mi invitavano a rinunciare al mio diritto di frequentare i bambini, poichè il padre sosteneva che non volevano andare con la mamma. Prima della separazione giudiziale i ragazzini erano molto affettuosi e si rapportavano senza problemi con le zie e i nonni materni. Alle maestre, raccontavano di belle giornate trascorse nella fattoria dei nonni materni, assieme alla mamma, poichè vi era un clima festoso e tante iniziative che li entusiasmavano. Nel momento in cui subentrò un´assistente sociale del comune di competenza territoriale, in cui il padre lavora, tutto cambiò. Tale assistente non ha mai favorito gli incontri con i miei figli e non ha rivolto la dovuta attenzione al caso. Si è manifestata una grave sofferenza nella ragazzina di allora 12 anni e le puntuali relazioni del Servizio Sociale, richieste dal Giudice dei Minori per far luce sulla situazione reale, sono state sempre parziali, semplicistiche e hanno banalizzato il problema. Ancora oggi, dopo una sentenza della Corte di Appello che, preso atto della scorrettezza del padre e del grave disagio dei ragazzini, deprivati del contributo materno e affetti da una grave sindrome di alienazione familiare, affida i figlioli alla madre, con divieto al padre di aver temporaneamente contatti telefonici con i ragazzi, il Trib. dei Minori, a seguito delle rimostranze del padre e della dichiarazione della ragazzina, limita la potestà ad entrambi i genitori e affida i ragazzi ai Servizi Sociali. L´assistente sociale, non aiutando per nulla in tale ingarbugliata situazione, ma basandosi solo su ciò che è il paravento del padre, ossia il rifiuto dei ragazzi, propone l´idoneità dello zio paterno al Tribunale dei Minori. I ragazzini vengono mobilitati a casa degli zii paterni. Mi sono rivolta ripetutamente a tale assistente sociale per vedere i miei figli, lamentando l´ostruzionismo dello zio paterno che davanti ai ragazzi ingiuria la loro madre e contribuisce al maltrattamento delle loro deboli menti, ma l'assistente sociale è sorda. Ora, si dichiara incompetente, ora, esprime giudizi che non competono al suo ufficio. L'assurda e continua motivazione che i ragazzi si oppongono, non consente alla sottoscritta neanche di avvicinarsi o parlare sporadicamente al telefono. Cosa fare per bloccare tale negligenza? I servizi di psicologia del territorio si dichiarano inermi. Non credo sia proponibile ad un genitore che, prima della separazione, non aveva alcun problema a relazionarsi con i figli e ne seguiva la crescita con grande dedizione e serenità, vivendo con loro la maggior parte del tempo, rassegnarsi a non vederli più. Ho effettuato, in tali lunghi anni, tanti percorsi genitoriali e ancora le autorità non comprendono l´insidia della PAS quando volutamente si perde tempo. Ho la possibilità di aiutare i miei figli, essendo madre e medico, potrei farcela a recuperare qualcosa del rapporto quotidiano con i figlioli. Ma come fare con i Servizi sociali e con gli affidatari? Come fare se l'altro genitore non compie un analogo percorso e non desiste dal trasmettere messaggi denigratori ai suoi figli?

SERVIZI SOCIALI AL PADRE SEPARATO: “SI DIMENTICHI IL SUO RUOLO DI PADRE”, scrive il 18 dicembre 2015 "Varese Press". A tanto sono arrivati ad oggi i Servizi Sociali cha da oltre tre anni hanno in affido mio figlio di 14 anni su disposizione del Tribunale per la tutela del rapporto padre-figlio. Un percorso che mi vede al centro di una delle tante, troppe, vicende familiari dove da un lato c’è la mia ex moglie che da 14 anni distrugge la mia figura di padre agli occhi di mio figlio, dipingendomi come il genitore cattivo, non idoneo, che non sa ascoltare il figlio, che si è sempre disinteressato per anni, assente e latitante; e dall’altra i Servizi Sociali che non vogliono riconoscere la manipolazione sul minore (PAS) ad opera della madre, attribuendo il tutto ad una “elevata conflittualità” tra genitori stessi. L’attuale situazione che vivo ormai da 14 anni non è frutto di una conflittualità tra genitori, ma bensì di un’azione continua, insana ed accanita ad opera della madre, mirata ad impedire il rapporto con mio figlio. Già nel 2003 quando mio figlio aveva solo due anni e, subivo da mesi le azioni della madre e della nonna materna volte ad impedirmi di vedere mio figlio, mi rivolsi alle due assistenti sociali del comune dove frequentava l’asilo mio figlio che presero a cuore il mio caso umano, ed agirono secondo il loro codice morale e professionale, segnalando al Tribunale via raccomandata il grave comportamento della madre: “abbiamo evidenziato che la signora tende a manipolare la gestione del figlio, e a non riconoscere il ruolo del Padre, tendendo addirittura ad estrometterlo”. Missiva che nel 2012 quando sono stati nominati gli Assistenti Sociali per l’affido di mio figlio, ho subito portato alla loro attenzione, e che è stata volutamente ignorata sia dalla assistente sociale responsabile della tutela minori, che dalla psicologa. Mi hanno liquidato con la frase “a noi il passato non interessa”. L’apice viene poi raggiunto nel 2012 quando i Servizi Sociali in una relazione al Tribunale scrivono che “il padre appare ancora chiuso nei suoi bisogni”, mentre sulla madre omettono di riportare che mentre ella seguiva la mediazione familiare, ha contestualmente richiesto l’ablazione della Potestà genitoriale del padre, informando e coinvolgendo il figlio dell’azione legale come doverosa e giusta di voler “cancellare” la figura del padre definitivamente. Tutti questi fattori hanno influenzato mio figlio e lo hanno portato inevitabilmente a sintonizzarsi con il pensiero della madre, e tuttora. Il tutto rafforzato dall’insano consenso comune dei suoi familiari e del suo attuale compagno. Privato del suo libero pensare, mio figlio nutre gli stessi risentimenti che nutre anche la madre verso di me da 14 anni. E a tutti quelli vicino a me. Il risultato è che ad oggi mio figlio dice agli assistenti sociali che non mi vuole più vedere, né sentire, ma non sa motivare questo rifiuto se non con frasi del tipo “il papà non mi ascolta, il papà non mi capisce”. A distanza di tre oltre tre anni di mediazione presso i servizi sociali svolta in qualità di padre separato alienato, emerge con chiarezza che la priorità dei Servizi Sociali è la schedulazione a calendario di un “montante ore” per la mediazione del caso, nonché il vincolante rispetto di presenza a tali sedute da parte dei genitori. La materia oggetto del caso in questione da trattare, passa inosservata, ignorata, senza che si adottino misure risolutive; non sono mancati i casi in cui mio figlio ha manifestato una accesa aggressività nei confronti della madre presso il consultorio alla presenza delle “professioniste”; evidente segnale di un già grave disagio e sofferenza psicologica nel minore, che le professioniste avevano il dovere di relazionare al Tribunale. Concludendo, ad oggi a distanza di tre anni di affido ai Servizi Sociali (dopo aver appreso che “dovevo rinunciare al mio ruolo di padre” secondo la psicopedagogista che mi seguiva, dichiarazione subito smentita dalla stessa a seguito di una raccomandata alla dirigenza) di fatto gli incontri con mio figlio sono stati sospesi oramai da oltre cinque mesi e, vengo ora “invitato” a sospendere anche le telefonate. Mi dicono “per il “bene di mio figlio”. Tutto questo evidenzia chiaramente come i Servizi Sociali abbiano di fatto voluto “sacrificare” il mio ruolo di padre, emarginandomi, piuttosto che agire contro una “madre malevola”; giustificando il tutto come un fare per “il bene del minore”. Incuranti che questo loro agire non fa altro che rafforzare agli occhi di mio figlio il pensiero che sia giusto emarginare il papà “cattivo”. In sostanza, i Servizi Sociali che dovrebbero supportare il genitore più debole, garantendo gli incontri padre-figlio; di fatto agiscono a sostegno del genitore più forte, assecondandolo, nel suo ossessivo insano delirio di cancellare definitivamente la figura del padre dalla vita del figlio. La mediazione si basa sull’ascolto del minore, ma nei casi in cui lo stesso “parla per voce della madre” risultando quindi manipolato, i Servizi Sociali non si devono limitare al mero ascolto del minore assecondandolo passivamente, ma per “dovere professionale” devono attivarsi per garantirgli gli incontri con l’altro genitore alienato, quale suo diritto nonché per una sana crescita psico-fisica del ragazzino stesso. Nel caso in questione, in assenza di fatti gravi quali l’abuso e/o violenza, non ci si spiega come mai un padre e un figlio non si possano incontrare. Nemmeno la sentenza del Tribunale dei minorenni che ha rigettato la richiesta della madre di annullare la mia potestà genitoriale (in cui è stato espressamente dichiarato dal giudice il comportamento “lesivo” della madre) ha sortito una “presa di coscienza” degli Servizi Sociali; mentre la madre malevola incassato il colpo, dopo aver iscritto alla scuola superiore il ragazzino con i dati del compagno, ha pensato bene di aprire un ennesimo procedimento nei miei confronti, volto a chiedere l’audizione di mio figlio, affinché il giudice possa “convincersi” della volontà del ragazzino a non voler più frequentare il padre (udienza che ci sarà il prossimo 26 marzo 2016). A tal riguardo va ricordato che questo fenomeno colpisce oggi 4 milioni di Padri in Italia che non vedono i loro figli a causa di madri malevole, che distruggono la loro figura di genitore manipolandola agli occhi del figli; e Nei Paesi Bassi per il genitore collocatario che ostacola il rapporto con l’altro genitore è previsto l’arresto (in Italia è sanzionato con 103 Euro). Mauro TIBONI UN PADRE ALIENATO DA 14 ANNI

FONDATORE DEL MOVIMENTO “ITALIA NEL CUORE”.

La PAS non è una malattia ma una condotta illecita. Tribunale, Milano, sez. IX civile, decreto 11/03/2017, scrive Giuseppina Vassallo il 18/04/2017 su "Altalex". Il Tribunale di Milano, sez. IX civ., decreto 9-11 marzo 2017, torna a decidere su un caso di alienazione parentale, la così detta PAS (sindrome di alienazione parentale), ribadendo che non si tratta di una patologia da indagare clinicamente, ma di una serie di condotte rilevanti per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale. L’accertamento in giudizio di queste condotte impone, inoltre, una pronuncia di condanna ex art. 96 comma II c.p.c., per grave abuso dello strumento processuale.

Il caso. Dopo una prima regolamentazione del tribunale sul diritto di frequentazione del padre con la figlia nata da una convivenza di fatto, la madre aveva depositato un ricorso ex art. 709 ter c.p.c., segnalando che, dopo la pronuncia del decreto giudiziale, sarebbero insorte complicazioni riguardanti i rapporti tra il padre e la figlia minore: in particolare, il disinteresse del padre e la conseguente reazione della figlia minore.

A fronte della relazione del Servizio sociale, dalla quale risultava che la bambina era del tutto contraria ad avere frequentazioni con il padre a causa dell’idea di essere portata via dalla madre, il tribunale aveva disposto l’affidamento della minore al Comune, limitando la responsabilità genitoriale delle parti ma lasciando il collocamento presso la madre. Il giudizio proseguiva con una CTU per l’esame diretto della bambina. Dalla perizia risultava che la minore aderiva in maniera totale alla versione dei fatti narrati dalla madre, finendo per distorcere anche il dato reale. Al padre risultavano attribuite modalità comportamentali riferibili solo alla categoria dell’aggressività, nel tentativo della madre di renderlo inammissibile agli occhi della figlia piccola. In conclusione, la consulente affermava: “finché la madre non darà il suo avallo, la figlia non potrà costruire una relazione buona e fiduciosa con il padre. Nel padre la madre vede solo negatività e non sa trovare nessun aspetto positivo o buono”. Si ipotizzava, inoltre, un diverso collocamento: presso il padre oppure in affido etero familiare, che avrebbe consentito almeno un parziale recupero della relazione padre-figlia e la concreta disponibilità e possibilità del padre di farsi carico della bambina nella quotidianità.

Il provvedimento del tribunale. La relazione tra figlia e papà è stata compromessa da comportamenti alienanti del genitore collocatario. Secondo il Tribunale milanese, il termine alienazione genitoriale – per la prevalente dottrina scientifica e per la migliore giurisprudenza – non integra una nozione di patologia clinicamente accertabile, ma un insieme di comportamenti posti in essere dal genitore collocatario per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale. Tali condotte non richiedono l’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o l’origine patologia delle condotte. I comportamenti della madre hanno causato uno stato di forte stress nel padre e anche una situazione di vulnerabilità per la figlia. Un affido esclusivo al padre non è stato ritenuto applicabile a causa della sua fragilità emotiva, dovuta alla crisi degli affetti, e a causa del disagio della figlia di rifiuto del padre. Il provvedimento contiene l’espressa previsione dell’utilizzo della sanzione prevista per la responsabilità processuale aggravata nei confronti del genitore alienante che abbia promosso la causa. La madre che agisce in giudizio contro il padre per questioni relative ai figli, e risulti poi essere l’autrice di comportamenti alienanti, propone una azione che è da ritenere processualmente viziata da colpa grave e come tale meritevole di sanzione ex art. 96 comma III c.p.c. L’art. 96 comma III c.p.c. risponde ad una funzione sanzionatoria delle condotte di chi, abusando del proprio diritto di azione e di difesa, si serve dello strumento processuale a fini dilatori, contribuendo così ad aggravare la mole del contenzioso e, conseguentemente, ad ostacolare la ragionevole durata dei processi pendenti. La norma istituisce un’ipotesi di condanna di natura officiosa per l’offesa arrecata alla giurisdizione (Corte Cost., sentenza 23 giugno 2016, n. 152). La madre è stata quindi condannata alle spese del processo e a una somma di uguale misura, da quantificarsi sul valore delle spese di lite.

La giurisprudenza sul fenomeno PAS. Il Tribunale di Milano, con decreto del 13 ottobre 2014, aveva ritenuto inammissibile l’accertamento istruttorio relativo all’esistenza della sindrome da alienazione parentale poiché non è ancora riconosciuta sul piano scientifico. Il comportamento “alienante” può rilevare sotto altri e diversi profili, ma non come “patologia” del minore, che quindi non può essere sottoposto ad accertamenti diagnostici. Con la sentenza del 20 marzo 2013, n. 7041, la Corte di Cassazione, pur non negando espressamente l’esistenza del fenomeno, ha anche affermato che non può essere il solo ed essenziale elemento sulla cui base prendere decisioni particolarmente incisive nella vita dei minori coinvolti in ipotesi di crisi familiare. La tutela del minore deve assumere sempre valore primario e l'astratta presenza del disagio non può essere posta, in maniera automatica, a fondamento di un provvedimento di affidamento o di decadenza dalla potestà, essendo necessaria una scelta giudiziale ponderata e verificata anche alla luce di tutte le eventuali censure e contraddizioni mosse dalle parti processuali o rilevabili nella comunità scientifica. Tuttavia, con un’altra sentenza dello stesso anno (Cass. Civ. 8 marzo 2013, n. 5847) la Cassazione ha riconosciuto l’esistenza della PAS, confermando la decisione assunta dal giudice territoriale che, riformando la sentenza di primo grado, aveva disposto l'affidamento esclusivo alla madre a causa dei comportamenti ostruzionistici del padre – risultanti da una relazione psichiatrica – volti a demolire la figura della madre, costretta a subire l'allontanamento ingiustificato dei figli. Un nuovo cambio di rotta si è avuto di recente con la sentenza della Cassazione n. 6919 dell’8 aprile 2016, in cui la Corte ha enunciato il seguente principio di diritto: in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell'altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una PAS (sindrome di alienazione parentale), il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l'altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena.

Dalla parte dei padri, scrive Gabriella Rocco il 25 ottobre 2016. A Roma il tribunale civile ha emesso una sentenza storica (e originale) per la prima volta, premia i papà che soffrono per la separazione dai propri figli, a causa della rottura del rapporto coniugale. Chi non ricorda “Kramer contro Kramer”, il noto film post legge sul divorzio con Dustin Hoffman e Meryl Streep? Una grande pellicola americana che racconta della rinuncia di una madre divorziata all'affido dell’unico figlio a favore del padre, per il bene del bambino. Ma un divorzio a Manhattan è molto diverso da quello di una coppia di un qualsiasi quartiere di una qualunque città d’Italia. Nel Bel Paese, infatti, nonostante la legge sull'affido condiviso sia stata introdotta con l’obiettivo di garantire il diritto dei minori di mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori, nella prassi è piuttosto difficile un rapporto sereno tra il padre e i propri figli. Separazione e divorzio sono argomenti che nessuno di noi vorrebbe mai affrontare, e men che meno parlarne con i bambini. Eppure succede, e anche abbastanza spesso, e bisogna trovare un modo per affrontare l’argomento con i più piccoli facendogli capire nella piena serenità che loro non divorziano da nessuno e che avranno sempre la mamma e il papà. Spiegare ai bambini come stanno le cose in modo semplice e chiaro. Ogni genitore separato dovrebbe fare di tutto perché i figli mantengano con l’altro un buon rapporto e ne conservino un’immagine sempre positiva. Questo in un mondo ideale.

Tuttavia quando si decide di divorziare, non è un segreto riconoscere che ad uscirne male sono spesso — anzi spessissimo gli uomini. Alle donne/mamme restano i figli, la casa e l’assegno di mantenimento, l’uomo, invece, deve ripartire da zero privato dei suoi punti di riferimento tra casa e figli, declassato alla funzione di padre bancomat e costretto a convivere con solitudine e un forte senso di colpa. E ancora non è un segreto ammettere che spesso purtroppo, le mamme—che trascorrono più tempo con i loro bambini—hanno il vizietto di strumentalizzare i figli: gliene parlano male seminando zizzania gratuita, li convincono a stare dalla loro parte facendoli sentire in colpa coinvolgendoli in questioni che dovrebbero restare solo tra adulti; insomma tutte azioni che di certo non avvicinano il bambino alla crescita di un rapporto autonomo con il papà. La domanda che sorge spontanea, dunque, è: il tempo trascorso in questo modo tra madri e i figli, può esser definito un tempo di qualità per garantirne una crescita equilibrata? A questa domanda ha risposto di recente il Tribunale civile di Roma che ha emesso l’11 ottobre 2016 una sentenza storica (numero 18799/2016) condannando una donna/mamma a pagare 30 mila euro di multa perché parlava male del padre a suo figlio. Un monito per tutte le neo divorziate. E non solo lo stesso tribunale aggiunge che potrebbe esser rivisto l’affidamento se dovessero verificarsi azioni recidive in tal senso. Dunque è giurisprudenza: se la ex moglie parla male del papà ai figli, deve risarcire il danno arrecato. A stabilirlo in Italia sono attualmente due sentenze: quella della Corte di Cassazione di Modena del 2012, una sentenza originale e storica e quella più recente del Tribunale civile di Roma rimarchevole in tale direzione. Nella prima quella del 2012, il giudice condanna la donna a pagare un risarcimento anche alla figlia. Il giudice aveva punito severamente la condotta di una madre che dimostrava odio nei confronti dell’ex marito, accusandolo ingiustamente di aver abusato della famiglia e generando nella piccola la sindrome da alienazione genitoriale. Nella sentenza del Tribunale di Mantova n. 7452/2012, confermata poi in Cassazione, l’ex moglie era stata condannata a pagare un pesante risarcimento di 15.000 euro nei confronti dell’ex marito e di 20.000 euro per la bimba. La giustizia, in questo caso, ha premiato, per la prima volta, i papà che soffrono per la separazione dai propri figli, a causa della rottura del rapporto coniugale. La sentenza affronta il difficile problema di una condotta molto frequente nelle quattro mura domestiche, ma che difetta purtroppo di testimoni se non la psiche martoriata dei bambini. Il bambino qui diventa, insieme all’altro genitore, titolare del diritto a essere risarcito dal danno così provocatogli. Altra sentenza, che giunge in difesa dei padri, è quella del Tribunale civile di Roma. Quest’ultima ha condannato a 30.000 euro di multa una mamma che parlava male del papà. Per i giudici non ci sono giustificazioni a tali comportamenti: “il coniuge separato, in presenza di figli, è prima di ogni cosa genitore e deve salvaguardare la serenità e il diritto alla bigenitorialità del proprio figlio. Il diritto-dovere cioè, di tutelare il rapporto con i figli e di intervenire nella loro educazione, anche in caso di separazione o divorzio”. Nel caso specifico, il Tribunale civile di Roma ha accertato che il genitore in questione, la madre che aveva l’affidamento del minore, non ha cercato di riavvicinare il figlio al padre “risanandone il rapporto nella direzione di un sano e doveroso recupero necessario per la crescita equilibrata del minore, ma al contrario ha continuato a palesare la sua disapprovazione in termini screditanti nei confronti del marito”. Nella sentenza, infine, non manca un aspro monito alla mamma affinché si attivi per “il giusto recupero del ruolo paterno” indispensabile per salvaguardare la serenità del bambino e il diritto alla bigenitorialità. Ma parlare di recupero del ruolo paterno è alquanto anomalo e incoerente in una paese che snocciola siffatti dati sul tema: più del 58% dei padri separati o divorziati denuncia un peggioramento nella qualità dei rapporti con i figli, in termini di frequenza di incontro (pari al 3% del tempo), spazi di vita, tempo da dedicare alla relazione e possibilità di partecipare a momenti importanti (Dati Caritas—Rapporto 2014). Un’anomalia confermata anche dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo che nel 2013 ha condannato l’Italia per non aver garantito il diritto alla bigenitorialità, tutelando il diritto inviolabile di un padre separato di esercitare il naturale rapporto familiare con la figlia. Un vero e proprio dramma silenzioso che, secondo le statistiche, fa dei padri separati e divorziati “i nuovi poveri” (oltre il 46% secondo il Rapporto Caritas 2014): un vero e proprio esercito di uomini, le cui fila si ingrossano di giorno in giorno, complice la crisi economica, che per sostenere il mantenimento dello stesso tenore di vita all’ex moglie (e ai figli) non possono più permettersi di pagare un affitto, sono costretti a vivere dentro un’automobile in un parcheggio, o, peggio, ridotti al ruolo di clochard, con il conseguente deterioramento anche dei rapporti con i figli. Ciò rende evidente come la garanzia dello stesso tenore di vita avuto in costanza di matrimonio non può essere un principio assoluto e incontrovertibile, ma per rispondere ad una scelta comprensibile ed equa deve essere contestualizzata sulla base della situazione reddituale reale della famiglia, altrimenti rischia di essere causa proprio di quegli squilibri che la legge (e più in generale la giustizia) si pone l’obiettivo di evitare, ovvero un’applicazione fuori da ogni logica, anche matematica. Al di la di qualunque sentenza, separazione o divorzio, la verità è che ogni bambino necessita di cure e amore, della sensazione di essere rispettato e considerato nei propri pensieri e sentimenti, di un genitore che sia in grado di ascoltarlo, lasciando per sé le proprie nevrosi o (perché no) facendosi aiutare nel risolverle: l’incapacità di controllarsi, frequente nei litigi coniugali, non esclusiva dei padri, è l’esempio più lampante di conflitti personali irrisolti che non tengono conto della necessità del figlio di essere tenuto fuori da questioni che non devono importunarlo nei suoi bisogni di spensieratezza e gioco. E se il benessere dei figli consistesse semplicemente nel lasciarli andare al genitore (non necessariamente la madre) con cui ha instaurato un legame prezioso a prescindere da ogni disposizione giuridica, insomma nell’autocoscienza del loro primario interesse a vivere una vita liberata dagli egoismi dei grandi? “Kramer vs. Kramer”, il film del 1979, vincitore di cinque Oscar e quattro Golden Globe, nasconde dopo trenta anni un attuale inestimabile valore: l’altruismo, fare un passo indietro per amore di chi si è messo al mondo. Se ne consiglia visione e re-visione ai genitori separati. Al mio Ale. Gabriella Rocco

Un bambino viene allontanato dalla mamma per volere del Tribunale dei Minori. Quali sono i diritti e i doveri di un genitore? Scrive il 28 marzo 2017 Damiana Sirago su "Pianetamamma.it". Quando un figlio viene tolto alla madre, quali sono i diritti e i doveri di un genitore? L'avvocato ci spiega quando devono intervenire gli assistenti sociali che hanno il compito di salvaguardare gli interessi ed i diritti dei minori.

Quando un figlio viene tolto alla madre. Una pianetina ci ha inviato una lettera raccontandoci la sua storia: il figlio le viene allontanato per volere del Tribunale dei Minori dopo alcune segnalazioni da parte degli assistenti sociali. Ma quali sono i diritti e i doveri dei genitori in questi casi così delicati, quando un figlio viene tolto alla madre? Risponde il nostro avvocato. "Vi scrivo per raccontarvi la mia storia e chiedere un parere al vostro avvocato: mio marito mi abbandona qualche anno fa e resto sola con i miei figli per un po' di anni. Trovandomi in ristrettezze economiche chiedo aiuto agli assistenti sociali che in cambio mi chiedono di fare dei lavoretti nel paese in cui vivo e iniziano a controllarmi su tutto: dall'educazione dei miei figli, alla mia vita personale, invitandomi a divorziare. Quando uno dei miei bambini inizia la scuola elementare, le maestre fanno delle segnalazioni alle assistenti sociali dicendo che il bambino è troppo attivo e irrequieto a scuola. Da quel momento inizia un periodo difficile e tormentato: mio figlio viene bocciato e gli assistenti mi consigliano di portarlo da un neuropsichiatra. Il bambino ha sofferto perché più volte a scuola è stato accusato di essere un teppista e di voler far male ai compagni. E' stato messo in punizione più volte e inoltre non ne poteva più di andare alle sedute di neuropsichiatria. Dopo un silenzio totale da parte degli assistenti sociali, durato per qualche mese, il bambino mi viene portato via dietro decisione del Tribunale dei Minori che più volte mi ha richiesto di iniziare un percorso di terapia con mio figlio. Ma io l'ho fatto! Inoltre la situazione era migliorata negli ultimi tempi, visto che avevo trovato un lavoro, non facevo mancare nulla a mio figlio e mio marito era tornato a casa. Quando ho chiesto il perché di questa decisione mi hanno detto che hanno tenuto conto del fatto che ero sola, che il posto dove abitavo non era idoneo per far crescere un bambino e che avevano considerato il mio passato, non solo il presente. Inoltre mi hanno accusata di trattare male e picchiare mio figlio all'uscita di scuola. Ma non ci sono prove, né verbali di ospedale che attestano questa cosa. Mi è stato detto che ora posso vederlo ogni 15 giorni, e invece a volte saltano anche il mese. Quindi non hanno mantenuto le promesse. Cosa mi consigliate? Cosa posso fare?"

Quando portare un bambino dallo psicologo? Cosa dice la legge? L'articolo 1 della legge 149/2001 dice: Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell'ambito della propria famiglia. Lo Stato non sottrae mai ai genitori il loro prezioso ruolo se non esistono motivi estremamente seri ed importanti. L’interesse da salvaguardare a tutti i costi è il benessere dei figli che vanno assolutamente protetti in caso di situazioni pericolose per la loro integrità psico-fisica. Per la legge italiana la famiglia d’origine ha sempre la corsia preferenziale a meno che non sopraggiungano gravissime mancanze da parte dei genitori.

Sottrazione di un minore, le cause. Una delle cause che, secondo i giudici, spesso giustifica la sottrazione di un minore dalla propria famiglia, è la presunta “incapacità genitoriale”, intesa come il mancato possesso da parte dei genitori o di un genitore di un insieme di risorse, comportamenti e atteggiamenti che consenta loro di prendersi cura dei propri figli in modo adeguato. Inoltre, qualunque comportamento o atteggiamento anche verbale al di fuori della “norma”, manifestato da un bambino (es. chiusura caratteriale, difficoltà ad interagire con i coetanei, eccessiva aggressività) può essere interpretato come sintomo di disagio causato da maltrattamenti o trascuratezza subiti in famiglia.

Il ruolo degli assistenti sociali. Entrano in gioco così gli assistenti sociali, che hanno il compito di salvaguardare gli interessi ed i diritti dei minori e devono adoperarsi per contrastare e segnalare all’autorità competente situazioni di disagio nella vita dei bambini. Per far ciò, l’assistente sociale deve fare un’analisi precisa e dettagliata della situazione reale in cui vive il bambino, effettuando colloqui con tutte le persone che interagiscono con lui e utilizzando i mezzi che ha a disposizione come, ad esempio, le visite domiciliari. Quando dall’analisi risulta che il rischio che il minore corre è estremamente serio e imminente, o il danno che patisce già è di entità elevata e va immediatamente interrotto, il Tribunale può decretare e far ricorso all’allontanamento, che è una misura di protezione per i casi più gravi. Tale misura deve basarsi su abusi gravi e documentati con l’acquisizione di prove oggettive. Gli Assistenti Sociali subentrano nella totale gestione del minore, spesso senza fornire adeguate informazioni ai genitori cui viene talora concesso un “diritto di visita”. Concetto che assume per il genitore il diritto/dovere ad esercitare la responsabilità genitoriale e per il figlio la valenza di bisogno evolutivo. Senza dubbio quello di assistenti, psicologi è un compito importante, di aiuto e di supporto per le famiglie ed in quanto tale è molto complesso e di grande responsabilità. Per tale ragione non può essere ammissibile che si lavori con leggerezza e senza le dovute attenzioni perché inevitabilmente il lavoro dell’assistente sociale interferisce con la vita di una famiglia.

Gli assistenti sociali possono sbagliare? Succedono casi in cui (potrebbe essere il suo) gli assistenti sociali non hanno agito seguendo il proprio codice deontologico ma è giusto anche segnalare e mettere in evidenza che, nella maggior parte dei casi, essi fanno un ottimo lavoro. E’ vero: capita che i pregiudizi e le false o errate valutazioni iniziali di psichiatri, psicologi e assistenti sociali, con una formazione errata e inadeguata o una scarsa competenza in ambito minorile o famigliare, portino a creare situazioni di ingiustizia. Infatti molte sono le storie che raccontano di identità familiari violate e spezzate, a causa di decisioni di tribunali non sempre conformi alla giustizia del caso concreto. La sottrazione legale dei figli alle famiglie, oltre ad essere un fenomeno gravissimo di per sé, è emblematico per le tragiche ricadute interne e sociali, cui tutti i membri della famiglia sono esposti. Nel suo particolare caso non è astuto attribuire un’ingiustizia senza la visione delle analisi e dei motivi che hanno portato assistenti e Tribunale ad una simile “soluzione”. In casi estremamente delicati come il Suo, bisogna rivolgersi ad un avvocato specializzato in diritto minorile che porterà all’attenzione del giudice dei minori tale situazione. Prima ci si attiva per ristabilire verità e giustizia, maggiori sono le possibilità di proteggere i propri figli da errori e ingiustizie. Pertanto Le consiglio di affidarsi subito ad un legale. In bocca al lupo!

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto. 
21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

MORIRE PER UN TSO.

La rivoluzione Basaglia, quando l'Italia diventò civile. Quarant’anni fa la legge 180 che cancellò i manicomi.  Ma molto resta ancora da fare, scrive Luigi Manconi il 26 aprile 2018 su "L'Espresso". Prima, bisogna conoscere il prima. In caso contrario, non si può discutere seriamente del dopo: ovvero i quattro decenni trascorsi da quando, nel 1978, il Parlamento approvò la legge 180 in materia di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. E il prima era fatto di quella condizione di spoliazione e annichilimento che - come scrisse Primo Levi a proposito di altre e più lontane situazioni - rende l’individuo «materia umana». Lo riduce, cioè, alla sua sofferenza fisica e alla sua corporeità dolente. Così erano gli esseri umani - uomini e donne di tutte le età - rinchiusi nei manicomi e nei loro dispositivi di prigionia: sbarre, camicie di forza, cinghie e legacci, letti di contenzione. E, ancora, sporcizia, escrementi, bave e sudori. Se qualcuno non ricorda, o non vuole ricordare, ci sono le foto di Gianni Berengo Gardin e di Carla Cerati e di Raymond Depardon, il documentario “Matti da slegare” di Bellocchio, Agosti, Petraglia e Rulli, e i reperti dell’archeologia psichiatrico-giudiziaria, tutt’ora rintracciabili in molte città italiane. Il manicomio come il carcere sono stati, nelle società democratiche, i principali luoghi non solo della “cosizzazione” delle persone e del loro spossessamento, ma anche quelli della deprivazione sensoriale e psichica. In questo scenario, la “legge Basaglia” ha rappresentato una fondamentale riforma, pressoché unica nel mondo, che ha promosso una nuova concezione della salute e della dignità della persona malata di mente. Nello stesso anno, altre due leggi, quella sulla tutela della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza e quella istitutiva del servizio sanitario nazionale che ha affermato il diritto universale alla salute, riconoscono nuovi spazi di autodeterminazione della persona. Ne discende una concezione innovativa della salute, quale stato di benessere fisico, mentale e sociale, che si raggiunge quando gli individui sviluppano e valorizzano le proprie risorse (molte o poche o residuali che siano) e la propria capacità di indipendenza. Come ha scritto Stefano Rodotà, una concezione della salute che si fonda sul «diritto che più caratterizza il rapporto tra libertà e dignità». Sono riforme, quelle del 1978, che nascono dalla mobilitazione culturale, professionale e sociale, e che vedono coinvolti medici, infermieri, associazioni di familiari e intellettuali. Da quella elaborazione non discende affatto che «la malattia mentale non esiste», frase mai pronunciata da Franco Basaglia (come conferma lo psichiatra Peppe Dell’Acqua) e che tanti - in buona o cattiva fede - gli hanno voluto attribuire. Si è tentato, così, di ridurre a grossolana caricatura un pensiero che era e resta estremamente sofisticato. E, come accade per tutti i processi di emancipazione, anche questo ha comportato fatica e dolore, arretramenti e sconfitte. E la capacità innovativa di quella legge ha incontrato sulla sua strada grandi ostacoli. Solo nel 1994 si è definito il piano che delineava le strutture da attivare a livello nazionale; e che dava l’avvio ad una riorganizzazione sistematica dei servizi preposti all’assistenza psichiatrica. Chiudere i manicomi, realizzare una rete di servizi pubblici ispirati alla psichiatria di comunità, integrati nel sistema del Servizio Sanitario Nazionale non è stato facile e non si tratta, certo, di un percorso compiuto. Tutt’altro. Sono ancora troppe le disparità territoriali e in tante realtà sono state aperte case di cura che ricordano gli ospedali psichiatrici (l’80 per cento contano più di 30 posti e non sono inserite in contesti urbani), dove, troppo spesso, i farmaci sono l’unica forma di trattamento terapeutico della malattia mentale. Infine, una questione cruciale e particolarmente dolorosa, quella relativa al difficile percorso delle famiglie e delle associazioni per uscire dall’isolamento e costruire relazioni. Famiglie e associazioni che, consapevolmente, chiedono sostegno e cure, trovandosi spesso senza conforto e senza assistenza. E ciò a causa dei ritardi nella costruzione di servizi territoriali adeguati, nell’attuazione di progetti di supporto al recupero e all’autonomia del paziente e in conseguenza dei tagli apportati al servizio sanitario nazionale e al sistema di welfare. E, poi, fortissime resistenze al superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari e una vischiosa persistenza della coercizione fisica (letto di contenzione) nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura. Piuttosto sarebbe necessario, e quanto mai urgente, investire sulla ricerca e sulla sperimentazione nel campo della prevenzione, negli ambienti di vita e di lavoro, affrontando le cause che minacciano l’equilibrio e la salute mentale. Ma buone pratiche e situazioni di eccellenza si sono affermate, a dimostrazione che altre forme di cura della malattia mentale e di presa in carico delle persone che ne soffrono sono possibili. Tutto ciò deve molto, moltissimo all’attività e al pensiero di Franco Basaglia. Un pensiero tanto radicale quanto fondato scientificamente, e clinicamente verificato. Capace, cioè, di andare alle radici psichiche della malattia e a quelle epistemologiche della sua cura. Per questo motivo, anche un’altra falsa attribuzione, a ben vedere, non gli è affatto estranea. Quella frase («Da vicino nessuno è normale») è stata scritta in realtà da Caetano Veloso ed è postuma alla morte di Basaglia, avvenuta nel 1980. Ma per la sua potenza poetica potrebbe pienamente appartenergli.  

Un diario dalla sofferenza. La malattia mentale non smorza la percezione del dolore e non annulla l’inclinazione allo studio, alla ricerca, alla lettura di testi anche complessi. Lo racconta Alberto Fragomeni nel suo libro "Dettagli inutili". Un lucido resoconto di esperienze possibili grazie riforma della psichiatria italiana. Per superare i pregiudizi, scrive Eugenio Borgna il 25 ottobre 2017 su "L'Espresso". La legge 180 ha radicalmente cambiata, nel 1978, la ragione d’essere pratica, e anche teorica, della psichiatria italiana, cancellandone le intollerabili modalità di realizzazione, e rendendola la migliore delle psichiatrie possibili; ma ancora oggi non sempre, e non in ogni regione, le modalità concrete di fare psichiatria corrispondono ai grandi ideali scientifici, etici e umani, che animano la legge di riforma, e questo in particolare nel contesto dei servizi ospedalieri di psichiatria. Ci sono servizi nei quali le porte sono chiuse, e nei quali la dilagante somministrazione psicofarmacologica non si accompagna a strategie psicoterapeutiche e socioterapeutiche; e ci sono servizi nei quali la contenzione, questa violenza che ogni psichiatria degna di questo nome rifiuta, continua a essere attuata. Sono nondimeno comportamenti, questi, che non mancano, e sono forse frequenti, anche in quelle strutture che si possono chiamare, almeno indiziariamente, comunitarie. Come si correlano con queste mie considerazioni generali le esperienze di Alberto Fragomeni, l’autore di “Dettagli inutili”, che è il doloroso splendido diario della sua sofferenza psichica rivissuta nel corso degli anni con coraggio, e con passione? Sono esperienze vissute in un dialogo senza fine con il dolore, con la depressione, con il male di vivere, con il male oscuro, con la maniacalità, e con una cura non sempre capace di ascolto e di comprensione; e sono esperienze descritte con un linguaggio di una bellezza e di una ricchezza emozionale, di una chiarezza e di una leggerezza, semplicemente straordinarie. Sono esperienze che noi leggiamo con stupore nel cuore: affascinati dall’intensità e dalla profondità delle riflessioni, e delle risonanze interiori, e dalla resistenza ferma e ardente alle influenze dolorose della malattia, e delle modalità di comportamento talora fredde e impazienti da parte di medici e di infermieri. Sono esperienze che testimoniano della sensibilità e della dimensione umana della sofferenza, anche quando questa è acuta e profonda, straziante talora e alienante, e che dimostrano la grande radicale importanza della relazione, dell’essere in dialogo, nell’articolazione della cura in psichiatria. Sono esperienze che solo chi ne abbia a soffrire conosce fino in fondo, e riesce a descrivere nella sua palpitante verità psicologica e umana; consentendo alla psichiatria di avvicinarsi al cuore della sofferenza: altrimenti irraggiungibile. Sono esperienze espresse con un linguaggio di grande chiarezza, e di non comune pregnanza emozionale, che consente ad Alberto Fragomeni di farci conoscere i suoi pensieri e le sue emozioni, i suoi modi di rivivere la sofferenza e le sue doti di intuizione e di riflessione, la sua capacità di de-limitare l’influenza della malattia e di mantenere in ogni momento la coscienza acuta del suo malessere. La malattia, le accensioni brucianti della malattia, non spengono mai la percezione acuta del senso della sofferenza, e non lacerano, e nemmeno incrinano, la inclinazione allo studio e alla ricerca, alla lettura e alla rilettura di grandi e complessi testi di filosofia. Leggiamo stupefatti che egli si avvicina a libri fra i più complessi della filosofia moderna, come sono quelli di Karl Jaspers e di Martin Heidegger, con passione e con entusiasmo; e questo nonostante che da molti anni ormai la sua vita si svolga in un appartamento protetto: così è chiamata la struttura comunitaria in cui vive. La storia della sua vita si svolge senza che mai si manifestino comportamenti incrinati da aggressività, e invece sempre sigillati da una rara gentilezza. Nemmeno mai vengono meno la comprensione e l’accoglienza del modo di vivere delle pazienti e dei pazienti con cui Alberto Fragomeni si incontra. Sono esperienze le sue, che solo la legge di riforma della psichiatria italiana ha reso possibili nel contesto di quella che è stata la chiusura dei manicomi nei quali, come si sa, la dignità della sofferenza psichica veniva radicalmente negata, e lacerata. Questo libro, sulla scia di straordinarie capacità espressive, testimonia della ricchezza umana e della gentilezza d’animo che si accompagnano alla malattia in psichiatria, e della rivoluzione alla quale è giunta in essa la cura non più irrigidita, e pietrificata, nei soli binari della farmacoterapia, ma allargata a modelli psicoterapeutici e socioterapeutici. Sono cose che tutti conosciamo, e cerchiamo di fare, ma che Alberto Fragomeni dimostra essere necessarie in questo bellissimo libro, che tutti dovrebbero leggere, non solo psichiatri e psicologi, e che ha in sé un grande valore formativo e, anche, educativo, perché ci confronta con l’aspetto interiore della malattia e della sofferenza in psichiatria, e ci aiuta a non perdere la speranza nemmeno quando non si possa giungere alla completa risoluzione della condizione di malattia. Un libro che si comincia a leggere, e non si riesce a interrompere: affascinati dalla sua originalità, e dalla sua umanità, dalla sua tenerezza, e dalla sua sensibilità. Un libro che ci invita a riguardare e a superare il groviglio dei pregiudizi che non consentono ancora oggi di riconoscere la dimensione psicologica e umana della sofferenza psichica, della malattia in psichiatria, ricondotta abitualmente alla sua reificazione, alla sua riduzione a esperienza senza significato, e senza valore. Sono pochi i libri che, come questo, possano essere utilmente letti e illustrati nelle scuole, anche nella scuola primaria, al fine di ridare alla malattia in psichiatria, e alla grande sofferenza che l’accompagna, la loro irrevocabile dignità, e la loro nobiltà. Seguendo modelli formativi, come questo, ci si potrebbe attendere che, sulla scia della straordinaria rivoluzione che ha portato in Italia alla restaurazione della libertà nel deserto agghiacciante dei manicomi, la follia sia considerata come una dimensione della vita alla quale ciascuno di noi possa andare incontro. Il grande respiro etico del pensiero e dell’azione di Franco Basaglia non si limiterebbe allora alla realizzazione di una psichiatria umana e gentile, ma entrerebbe a fare parte della vita delle giovani generazioni, al di là di una opinione pubblica indifferente, e non di rado ostile, alla accoglienza di ogni forma di sofferenza psichica.

Malattia mentale, l'esperienza di Trieste e Gorizia dove i 'matti' sono persone. E' l'isola che c'è, dove il pensiero del padre della 180 è diventato realtà. I centri di salute mentale sono sempre aperti. E qui si spende meno della media. La professoressa di storia: «Sento ancora le voci.  Ma la mia vita è cambiata», scrive Marco Pacini il 26 aprile 2018 su "L'Espresso". Franco Basaglia nel manicomio di Gorizia (1969). Foto di Berengo GardinSe uno volesse “vedere” la rivoluzione di Franco Basaglia a 40 anni dalla legge che porta il suo nome potrebbe salire fin qui, sulla schiena di Trieste, zona Ponziana-San Giacomo. Zona disagio, lontana più di quanto dica una mappa dal salotto dell’impero che l’orgoglio patrio ribattezzò piazza Unità d’Italia, dal lungomare di Barcola, da quello che resta dei caffè letterari, dalla libreria di Saba, dalle vie della belle époque in abito asburgico. In via del Molino a vento 123 c’è una palazzina di mattoni rossi di inizio ’900, ristrutturata nel 2008, dove il viavai dei mattiscandisce le ore che non si contano più. Non serve: le porte sono aperte giorno e notte. Una sala accoglienza, un tavolo con le tazza da tè, niente liste d’attesa. Un giardino dove si fermano a parlare e a fumare pazienti, infermieri, assistenti sociali. Al piano di sopra sei camere con bagno per i “ricoveri”, al momento vuote. Sono tutti fuori i matti. Valentina, una giovane donna con «disturbi seri», occupava uno di quei letti fino a qualche giorno fa. Poi se ne è andata e nessuno l’ha trattenuta. Adesso sta parlando con lo psichiatra che dirige il centro, Matteo Impagnatiello. «Vuole stare ancora un po’ qui, mi ha chiesto di tornare, il posto c’è. Le persone qui ci devono stare volontariamente», dice il medico dopo averla congedata.

Le persone. Non è frequente sentir pronunciare la parola pazienti, men che meno malati, dai medici e dagli operatori della salute mentale, a Trieste. E ti sembra un eccesso di politicamente corretto finché, dopo qualche ora trascorsa tra le stanze dei Centri di salute mentale (oltre a questo ci sono altri tre presidi territoriali a Trieste) o lungo le vie del parco di San Giovanni, tra le palazzine di fine 800 che costituivano la cittadella-manicomio chiusa da Basaglia, ti accorgi che è spesso difficile riuscire riconoscere in un crocchio di persone i matti dai normali. All’ultimo piano della palazzina rossa c’è un’ampia mansarda con stanze comuni usate anche dalle associazioni del quartiere. «Ci sono venuti anche i bambini del rione per qualche attività», racconta lo psicologo del “Csm distretto 2” Oscar Dionis, che si occupa soprattutto di disagio degli adolescenti e tiene i contatti con la neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Burlo-Garofalo, poco distante. «È attraverso questi luoghi - aggiunge Impagnatiello - queste stanze usate da tutti, che si rompe lo stigma». Come? La parola è “negoziazione”, spiega lo psichiatra. Con i pazienti in primo luogo, «ma anche con la gente del quartiere, i negozianti, i residenti del complesso di edilizia popolare qui di fronte. Tutti quelli che vivono attorno a questo luogo». Dal piano di sotto sale la voce di una sofferenza. Forte, rivendicativa. E nei volti di chi va e viene la sofferenza la leggi anche senza sentirla. I matti non scompaiono. Vivono. Quattro medici, due psicologi, diciotto infermieri, un assistente sociale, otto operatori. Le persone che bussano al Csm in cerca di aiuto o solo di una parola, sono 120/150 al giorno, il 7 per cento stranieri. I numeri di via del Molino a vento sono analoghi a quelli di quasi tutti i Csm del Friuli Venezia Giulia, dove la “180”, con qualche resistenza residua e non senza difficoltà nei quattro decenni trascorsi dalla sua approvazione, ha dimostrato che tutto quello che era stato pensato nella lunga gestazione della rivoluzione è “praticamente vero”, secondo l’espressione forse più cara (e più ripetuta) a Franco Basaglia. Prima di dirigerci verso l’ex manicomio, dove la psichiatria triestina ha il suo quartier generale, è necessario cercare chi naviga in direzione contraria, o almeno nutre dei dubbi sul “praticamente vero”. Un buon candidato potrebbe essere il sindaco Roberto Dipiazza, che sta armando i vigili urbani con le pistole e guida una giunta con tratti marcatamente di destra securitaria. Il sindaco di una città che va giustamente fiera della sua regata velica (tanto che arrivando dalla costiera o dal Carso ti accoglie il cartello “Città della Barcolana”, non di Svevo, Saba... o Basaglia), ma che del quarantesimo anniversario della rivoluzione basagliana, dell’«unica vera riforma fatta in Italia» (Norberto Bobbio, 1985), si è completamente dimenticata. «Ah sì... Già, quarant’anni... quando?», sono infatti le prime parole di Dipiazza. Il prossimo 13 maggio, sindaco...Ma se si cerca in Dipiazza un nemico della “180”, pronto a sommergerti con una serie di numeri che traducono in pericolosità tutta quella libertà dei matti, no, non lo si trova. E non solo perché quei numeri non esistono. Soprattutto perché qui la rivoluzione è patrimonio largamente condiviso, quasi intoccabile. «Sì, è vero, all’inizio qualche problema c’è stato... ricordo quel ragazzo uscito dal manicomio che uccise i genitori tanto tempo fa. Ma la legge Basaglia è stata una conquista di civiltà da cui non si può tornare indietro». Nelle parole del sindaco di Trieste c’è anche l’impronta indelebile di ricordi personali. «Da ragazzino abitavo in via Verga, che confina con l’ex manicomio. Con alcuni amici avevamo fatto un buco dove c’era la rete. Volevamo andare oltre quel muro che separava il parco dalla città. Siamo entrati più volte, sbirciavamo nascosti da una siepe. E quello che vedevamo e sentivamo era la fine del mondo. Persone che urlavano, che venivano lavate tutte insieme dentro le gabbie...». Già, il manicomio. «Forse non si può dire lager, ma insomma...». Nel gennaio del 1977, in uno dei vecchi edifici di questo manicomio, città nella città che sale sulle pendici del Carso, Franco Basaglia annunciò la fine del percorso iniziato a Gorizia nel ’61, proseguito a Parma, e finalmente realizzato a Trieste dopo quei due tentativi naufragati sui pregiudizi, sulla psichiatria tradizionale, farmacologica e contenitiva, ancorata al dogma messo nero su bianco dalla legge del 1904: il matto è pericoloso. «Chiuderemo il manicomio di Trieste entro un anno», scandì lo psichiatra veneziano davanti ai giornalisti e ai politici increduli. Lo smantellamento del manicomio iniziò in realtà nel 1980. Ma un anno dopo lo strappo di Basaglia fu varata la “sua” legge, anche se negli archivi parlamentari porta un altro nome. Il relatore era Bruno Orsini, democristiano. Come il giovane presidente della Provincia di Trieste di allora, Michele Zanetti. Fu lui ad aprire le porte di Trieste a Franco Basaglia, l’eretico, il radicale, il “filosofo”, per la maggior parte dei suoi colleghi. Ci ha scritto un libro Zanetti. Ne sta scrivendo un altro, autobiografico, «perché è la cosa più importante che ho fatto nella mia vita». Nessuna enfasi però. Oggi, la risposta alla domanda “perché lo fece?” suona più burocratica, che orgogliosa o compiaciuta. «Perché Basaglia era il migliore, abbiamo fatto un concorso e abbiamo preso il migliore. Tutto qui». In consiglio provinciale il Pci votò contro l’arrivo del “filosofo” dei matti. Poi capì, «e dall’opposizione votava tutte le delibere che adottavamo per favorire il lavoro di Basaglia», ricorda Zanetti. Eccolo il parco di San Giovanni, l’ex manicomio. Ci si arriva dall’alto imboccando via Edoardo Weiss, lo psicoanalista ebreo triestino che portò il pensiero di Freud in Italia e sfuggì all’Olocausto. Su uno degli edifici del vecchio manicomio la scritta è ancora leggibile: “La libertà è terapeutica”, il più basagliano degli slogan, coniato in realtà da Ugo Guarino. Lungo i vialetti vanno e vengono persone indaffarate, furgoncini carichi di piante e attrezzi da giardinaggio. Si sta preparando “Horti tergestini”, la rassegna di piante, fiori e cose naturali che ogni anno richiama qui migliaia di persone. E migliaia, in questi quarant’anni, sono stati anche gli psichiatri, gli operatori, i politici, venuti da tutto il mondo a studiare il modello Trieste, l’utopia realizzata. Dell’ultima delegazione, oltre agli psichiatri e agli operatori del mental health, facevano parte anche un giudice e uno sceriffo. Sono venuti da Los Angeles. Poi il Senato californiano ha incontrato via Skype il direttore del Dipartimento di salute mentale, Roberto Mezzina, e la sua équipe. E il progetto sta partendo: esportare Trieste in California. «Nella delegazione c’era anche Allen Frances, padre del Dsm 4 (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentale ndr) e uno dei padri della psichiatria biologica. Insomma non certo un sostenitore del nostro lavoro... Ha avuto una folgorazione», racconta Mezzina, «e una volta tornato in California ha scritto sull’Huffington post che “se Los Angeles è il peggior posto del mondo per ammalarsi, Trieste è il migliore”». Alessandro Norbedo e Roberto Colapietro, coordinatore e infermiere psichiatrico, entrano nell’ufficio di Mezzina. Sono da poco tornati dall’Honduras, che ha bussato a Trieste per cercare un aiuto nella gestione dei moltissimi detenuti con disturbi mentali in uno dei paesi più violenti del mondo. «Sempre di più... I contatti con chi viene qui per capire come lavoriamo e chi ci chiede di mandare operatori nelle loro strutture si sono quadruplicati negli ultimi 15 anni», spiega il direttore del Dipartimento, «ormai abbiamo rapporti con 40 paesi». Nella palazzina della direzione, di fronte alla quale campeggia la scultura di Marco Cavallo, icona della rivoluzione basagliana, si discute, si preparano gli incontri di “Articolo 32”, il gruppo di protagonismo che con quel nome sottolinea ancora una volta il legame strettissimo della rivoluzione con la Costituzione. Izabel Marin, brasiliana arrivata a Trieste sull’onda dell’eredità che Basaglia ha lasciato in quel paese, Pietro Degrassi e Adriano Germek, spiegano l’attività di “Articolo 32” di cui sono animatori. Adriano è il matto dei tre: a San Giovanni non c’è un gruppo, un’associazione, una cooperativa, che non veda protagoniste le persone, al di là dello steccato salute/malattia. Forse perché “impazzire si può”, come si intitola il ciclo di convegni che da sei anni il gruppo organizza. Oltre al corso di “tecniche di supporto tra i Pari”. Dove i Pari sì, sono i pazienti. Anche con disturbi gravi. Come la storica Silvia Bon, che il suo contributo di supporto dapari lo offre da tempo anche al di fuori di San Giovanni. Ti guarda e ti anticipa la professoressa. Come se leggesse nello sguardo la curiosità del visitatore “normale”, che si aggira nell’isola che non c’era e ora c’è, “praticamente vera”. «Sento le voci...», dice la storica con il suo ultimo libro sull’esodo degli istriani e dalmati in mano. Lo dice guardandoti dritto negli occhi. «Schizofrenia... Sa, parlare di schizofrenia non è mai stato facile. Lo era molto meno negli anni Ottanta, quando è iniziata questa lunga esperienza di sofferenza e passavo da diversi approcci terapeutici, basati sui farmaci. Poi nel ’92 sono stata presa in carico dal Csm di Barcola, ho cominciato a sentirmi meglio, una persona. Non si tratta solo di sintomi, quelli si possono ripetere, e si ripetono. Prendo ancora i farmaci, ma sono cambiata. Ho visto persone come me travolte dalla sofferenza riaprirsi al sorriso, ecco. Faccio parte del gruppo “Uditori di voci”... parlare di schizofrenia non è facile, ma quando lo puoi condividere lo è un po’ di più». La «presa in carico» di cui parla Silvia Bon è il primo passo della 180 “applicata” che con l’aiuto di Roberto Mezzina si può riassumere così: 1) ingresso a bassa soglia: c’è sempre un Csm non lontano da casa, facile da contattare, aperto 24 ore sue 24, in grado di fornire una risposta rapida; 2) si parte dalla persona più che dalla malattia, viene attivato un processo personalizzato che si può articolare con altre risorse, non solo chimiche, un progetto di vita; 3) il progetto ha anche un contenuto economico, coinvolgendo cooperative per esempio, e riguarda la casa, il lavoro, la socialità. Non solo clinica. Effetto collaterale: il Fvg spende meno della media nazionale per la salute mentale in rapporto alla spesa sanitaria complessiva. «Se tu non spendi per il privato e la residenzialità psichiatrica passiva questo è il risultato», conclude il direttore del dipartimento sfogliando gli ultimi bilanci. Ma cosa è rimasto del vecchio manicomio? «Nulla. Per le emergenze ci sono i reparti di diagnosi e cura psichiatrica all’interno degli ospedali. Da noi ci sono 6 posti letto, per lo più vuoti», risponde Mezzina. E di questo manicomio? Sorridono gli psichiatri e gli operatori del basaglismo realizzato. Qui il manicomio era un lontano ricordo anche quando alcune casette di San Giovanni erano abitate dagli ultimi ex internati che non avevano ancora trovato una sistemazione fuori. Gli ultimi tre hanno lasciato la casetta due anni fa e ora abitano al piano terra di una palazzina a Opicina, il pezzo di Trieste a maggioranza slovena che sta sull’altopiano. Uno dei tre è l’ultima lobotomizzata in Italia ancora in vita. Testimone quasi muta di un orrore non lontano che si chiamava psichiatria. Nel breve viaggio a ritroso alla ricerca delle radici di una rivoluzione nel suo quarantennale, l’ultima tappa è Gorizia, dove tutto iniziò nel 1961 attirando l’attenzione della cultura europea che “covava” il ’68. E si chiuse drammaticamente proprio nel ’68 con l’«incidente»: il paziente in permesso giornaliero che tornò a casa e uccise la moglie. Se il Comune di Trieste si è distratto sull’anniversario, a Gorizia non si trova nemmeno un cartello che indichi la strada per il “Parco Basaglia”, l’area verde tra l’attuale ospedale e l’ex manicomio, dove nel ’61 lo psichiatra veneziano trovò 600 pazienti che vivevano come in un lager. Compresi gli alcolisti e gli epilettici. Qui non sembra esserci la stessa condivisione, lo stesso orgoglio per l’utopia realizzata che anima la quasi totalità degli operatori triestini. O almeno non è questo il primo impatto varcando la soglia del Dsm nel cuore dell’ex manicomio, a qualche metro dal confine con la Slovenia, il “muretto di Gorizia” ai tempi di Basaglia. Marco Cernic è l’infermiere psichiatrico con maggiore anzianità. «Sono qui dal ’77». Basaglia? «Troppo Basaglia, non abbiamo sentito parlare d’altro che di Basaglia in tutti questi anni, secondo me c’è molta politica», scandisce nell’atrio, accanto alla figura in cartone a grandezza quasi naturale dello psichiatra della “180”. Ma dev’essere un’eccezione, perché il funzionamento della psichiatria goriziana diretta da Marco Bertoli, la sua filosofia, non hanno nulla di diverso da quella triestina. Molto da quella di gran parte del resto d’Italia, dove la contenzione per esempio, come ricorda Roberto Mezzina «è ancora praticata in modo massiccio». E come conferma Peppe Dell’Acqua, che ha preceduto Mezzina nella direzione della psichiatria triestina ed è una figura di riferimento non solo nazionale della rivoluzione. Una rivoluzione ancora incompiuta al di fuori dell’Isola che c’è. «Perché le Regioni hanno proceduto con modalità e velocità diverse», spiega Dell’Acqua. «Non esiste omogeneità, purtroppo. Ci sono aree in cui sono nate esperienze straordinarie grazie ad associazioni e coop sociali. Ma in molte Regioni la psichiatria non si è trasformata. Dalla Lombardia alla Sicilia, le forme organizzative sono spesso tali per cui le persone non accedono a tutto ciò che la legge consente. Negli ospedali ci sono ancora reparti di Diagnosi e cura a porte chiuse, dove si applica la contenzione. Solo in due o tre casi su dieci la contenzione non si fa più». Ma non è solo una questione di modello organizzativo; si tratta piuttosto dell’assunzione di un pensiero, questo manca. E non è poco, «visto che quel pensiero, quel modello teorico», conclude Dell’Acqua, «non è altro che l’ingresso nel diritto di tutti i cittadini italiani». Questo piccolo, parziale, viaggio nella “180 realizzata” non ha una fine. Ma ha avuto un inizio prima di salire in via del Molino a vento. In un caffè-libreria di Trieste dietro Ponterosso, il rettangolo di mare che si infila in città. Franco Rotelli arrivò a Trieste da Parma insieme a Basaglia, nel 1971. Ne raccolse l’eredità nel 1979, quando il padre della “180” fu chiamato a Roma, un anno prima della morte. Il resto della storia è noto: il basaglismo realizzato a Trieste è gran parte opera sua, soprattutto nei primi, difficili, anni della riforma. «Eravamo una piccola minoranza all’interno di un clima culturale particolare», ricorda Rotelli sorseggiando un’acqua tonica. Ma anche in Europa si respirava lo stesso clima, soprattutto in Francia... Deleuze-Guattari, Foucault, Sartre... «Già, e in Francia ci sono ancora 30-40 mila persone nei manicomi...». Appunto: perché in Italia no? «Per la peculiarità del pensiero basagliano: azione e determinazione». E lo chiamavano “il filosofo”... «Era un uomo di pensiero. Ma con la forza di immaginare il cambiamento delle istituzioni. È stata una rivoluzione politica, non solo intellettuale, culturale. Nel suo testo più noto, l’“Istituzione negata”, Basaglia mette al centro il funzionamento delle istituzioni». Avvertivate i potenziali pericoli? «Ne eravamo consapevoli. Ma ridurre la pericolosità nei confronti dei matti riduceva la loro, riduceva la violenza complessiva». Rotelli torna quasi ogni giorno a San Giovanni, nell’ex manicomio che ha chiuso. Ci andrà anche oggi. Sorseggia, si ferma. C’è un’ultima cosa che vuole dire, fare. «Un’inchiesta, vorrei fare un’inchiesta. Andare in giro e chiedere alla gente: capisco che la “180” sia considerata una delle più grandi conquiste culturali del ’900 per noi psichiatri, ma per voi...?». Forse perché “impazzire si può”, azzardiamo. «Sì, forse perché il rischio della sofferenza, di diventare matti, c’è in tutti noi. E vorremmo restare persone, nella sofferenza».

Disagio mentale, se scrivere diventa la cura. Il racconto di un uomo da molti anni in cura, che affronta il tabù della malattia psichiatrica e il suo intrecciarsi con i piccoli aspetti della vita quotidiana. È "dettagli inutili" di Alberto Fragomeni, scrive Sabina Minardi il 25 ottobre 2017 su "L'Espresso".  I farmaci. Il desiderio di una sigaretta. Le relazioni timide con i medici e con gli altri pazienti. I piccoli gesti. Sembrano dettagli inutili: sono la quotidianità. Frazionata, vivisezionata, nello sforzo di aggiungere un tassello in più nel cammino verso la normalità. Si intitola proprio “Dettagli inutili” (pp. 148, euro 12) il libro che Alberto Fragomeni, da una decina d’anni in cura per disturbi mentali a Bergamo, ha scritto e che le Edizioni Alphabeta Verlag hanno pubblicato nella Collana “180”: un archivio, con 17 titoli in catalogo, del mondo della salute mentale. Con la prefazione di Massimo Cirri, l’autore racconta i disturbi psichiatrici con ironia, distacco e con un’intelligenza disarmante. Confermando ciò che la medicina sa: che la scrittura è via di guarigione. Terapia per conoscere se stessi, per esplorare i propri limiti, e per averne cura, persino. Parola per dissacrare, per esaltare, per informare. E per liberare da molti tabù.

 “La libertà sospesa. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio e le morti invisibili". "Potrebbe succedere a chiunque nel nostro Paese: attraversi in macchina l'isola pedonale, contravvenendo al codice della strada, e invece di essere multato vieni inseguito e arrestato da vigili urbani, carabinieri e guardia costiera sulla spiaggia. Poi, con il TSO, sei rinchiuso nel reparto di psichiatria dell'ospedale della tua zona, sedato, legato, non ti viene dato né da bere, né da mangiare, ai familiari è impedito di visitarti"... Così scrive Giuseppe Galzerano nel suo intervento in questo libro. Galzerano descrive l'esperienza di un suo amico, Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare, morto dopo più di quattro giorni di letto di contenzione cui era stato costretto per un TSO. Il processo contro i responsabili della "reclusione" è in corso.

La libertà sospesa. TSO, psicologia, psichiatria, diritti è il nuovo titolo di Fefè Editore dedicato al Trattamento Sanitario Obbligatorio psichiatrico, a cura di Renato Foschi (Università Sapienza di Roma). Un argomento di estrema attualità: è recente la condanna in primo grado di alcuni medici giudicati responsabili della morte del maestro Francesco Mastrogiovanni, deceduto in regime di TSO dopo cinque giorni di letto di contenzione, senza acqua né cibo. Il TSO rappresenta una “eccezione” al diritto costituzionale per cui, poste certe condizioni (urgenza, mancanza di presidi extra-ospedalieri e rifiuto delle cure), al cittadino – con un provvedimento del sindaco – sono sospesi, per sette fino a quindici giorni, alcuni diritti elementari. Secondo i dati ISTAT, in Italia, nell’ultimo decennio si sono effettuati ogni anno oltre 10.000 trattamenti psichiatrici “obbligatori”. Sono, inoltre, in discussione progetti di legge finalizzati ad estendere le possibilità di applicazione del TSO. Parlare del TSO vuol dire aprire scenari drammatici, a volte veri e propri orrori umani e familiari, che rimangono sotterranei e riescono a raggiungere l’opinione pubblica solo in casi estremi come quello di Mastrogiovanni. Scenari che meriterebbero l’attenzione quotidiana dei cittadini più accorti e sensibili, e delle “pubbliche autorità” (giudici, medici, sindaci, ecc.) da cui l’applicazione del TSO dipende. In questo libro a più voci di Fefè Editore, curato da Renato Foschi, ne scrivono oltre allo stesso Foschi, psicologi, psichiatri, giuristi e giornalisti: Giuseppe Allegri, Giorgio Antonucci, Ines Ciolli, Gioacchino Di Palma, Giuseppe Galzerano, Nicola Viceconte, Philip G. Zimbardo. Con la chiusura di Ascanio Celestini.

La Libertà Sospesa. Il Trattamento Sanitario Obbligatorio. Psicologia, Psichiatria, Diritti. Fefè editore ha, da poco, pubblicato un volume da me curato sul Trattamento Sanitario Obbligatorio in psichiatria. Pochi conoscono l’argomento. Il progetto è partito dalla conoscenza della morte di Francesco Mastrogiovanni, che ha scoperchiato un Vaso di Pandora fatto di coercizioni e morti durante un trattamento sanitario che vorrebbe essere invece aiutare il paziente (i morti durante i TSO non sono un numero irrilevante). Il TSO è un dispositivo contenuto nella L. 180/78 (cosiddetta Legge Basaglia) e poi nella 833/78 (Legge di istituzione del SSN) che consente la sospensione della libertà individuale e il ricovero coatto sulla base di una ordinanza del sindaco e due certificati medici che sanciscano l’urgenza del caso. Le condizioni per attuare un TSO sono, quindi, (1) l’urgenza, (2) la mancanza di possibilità di cura extra-ospedaliera, e (3) il rifiuto di cure da parte del paziente. Il TSO dura sette giorni ed è ripetibile una volta in sequenza e più volte nel corso della vita. Il libro fa luce su alcuni aspetti giuridici, psicologici e psichiatrici legati al TSO su cui ritengo sia bene riflettano sia gli operatori (medici, infermieri, psicologi), sia i pazienti. A mio parere, il problema principale della epistemologia della medicina è la difficoltà a fare i conti con la ragionevolezza di certe “malattie”, continuando a “ristrutturarle” sulla base di nuove cure e terapie…le malattie psichiatriche, sotto questo aspetto, sono prototipiche. Certo se poi qualcun altro che non sia il malato, ci guadagna, sarà difficile andare oltre la retorica. Ad. es. quanto costa un TSO al giorno? Quanto costa la somministrazione di un nuovo farmaco antipsicotico? Una giornata di ricovero in Italia varia dai 600 ai 900 euro e ci sono neurolettici che possono arrivare a costare molto. I reparti psichiatrici italiani sulla base di circa 10000 TSO all’anno (dati ISTAT) riescono ad avere quindi dei rimborsi milionari. Inoltre a prescindere dalla bontà dei sistemi di cura e di diagnosi psichiatrica – che sono costantemente messi sotto accusa da un numero crescente di studiosi ed expazienti-, le cure coercitive partono dall’idea che ci siano casi in cui sia necessario sospendere la libertà individuale come se il paziente potesse sempre essere potenzialmente un pericoloso criminale. Come generalmente si temono i criminali, così si si può temere il malato di mente; si crea, quindi, un sistema di controllo valido per entrambi. La preoccupazione dei fautori del TSO per il malato (e ci sono alcuni progetti di legge che vogliono che diventi una pratica più lunga) potrebbe, dunque, in primo luogo mascherare preoccupazioni di altro genere. Sul versante positivo, dobbiamo affermare anche che negli ultimi 150 anni non c’è stata solo una psicopatologia psichiatrica controllante e coercitiva, ma c’è stata anche una storia diversa creata da persone che si sono autonomizzate dal proprio contesto e che  sono state in grado di vedere le cose dall’alto…Freud, Janet, Montessori, Basaglia, Foucault…e con queste ci sono state moltissime altre personalità, meno note, forse più discrete, che però hanno grandemente contribuito  alla lunga e mitologica saga che contrappone le persone libere da quelle che vivono nella preoccupazione.  Sono lieto soprattutto perché alcune di queste persone libere (e qualcuno degli autori ha già lasciato dei tagli nella storia della psicologia e della psichiatria) hanno contribuito alla scrittura del volume da me curato.

Andrea Soldi: 25 anni, ucciso su una panchina a Torino. Bloccato e ammanettato da due vigili urbani per un Trattamento sanitario obbligatorio, il ricovero coatto nei reparti di Psichiatria previsto in casi eccezionali di pericolo. È l'ultima di una serie di vittime. C'è Mauro Guerra, 33 anni, che fuggiva da un arresto per Tso solo pochi giorni fa, nei campi della bassa padovana. È stato ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere. Ci sono poi i casi di Franco Mastrogiovanni Giuseppe Casu, morti invece mentre erano nelle mani dei medici dentro gli ospedali. Ecco le loro storie. Per non dimenticare, scrive Francesca Sironi su “L’Espresso”.

Morto durante il Tso, trasferiti i tre vigili della pattuglia. La sorella della vittima: "Non insabbiate nulla". Cordoglio del sindaco per la tragedia di piazzale Umbria, polizia municipale sotto accusa: i tre agenti sono stati "assegnati a servizi non operativi". Fassino: "Massima severità se emergeranno responsabilità personali". I parenti della vittima in procura dal pm Guariniello che ha aperto un'inchiesta, scrive Gabriele Guccione su “La Repubblica”. Il sindaco Piero Fassino ha telefonato questa mattina ai familiari di Andrea Soldi, l’uomo di 45 anni morto mercoledì pomeriggio del 5 agosto 2015 durante un ricovero forzato eseguito da una pattuglia dei vigili urbani, dal Centro di salute mentale dell’Asl 2 e dagli infermieri del 118 ai giardinetti di piazzale Umbria. Un intervento che, è l'accusa dei testimoni e degli amici della vittima, sarebbe stato messo in atto con violenza immotivata: "Andrea era tranquillo, i vigili in borghese lo hanno preso per il collo, alle spalle. Mentre lo stringevano aveva la lingua fuori e non respirava più. Lo hanno caricato in ambulanza a faccia in giù, ammanettato". I tre vigili si sono difesi dicendo che l'uomo aveva dato in escandescenze ma questa circostanza non ha per ora trovato conferma tra i testimoni. L'ospedale Maria Vittoria ha riferito che Soldi, all'arrivo al pronto soccorso, era "già in arresto respiratorio" e che le manovre rianimatorie "non hanno purtroppo avuto successo". tre vigili della pattuglia, annuncia il Comune, sono stati intanto trasferiti: "Il comandante della Polizia municipale, Alberto Gregnanini - dice una nota - allo scopo di raccogliere ogni elemento di verità utile ai primi atti disposti dalla Procura, ha promosso un approfondimento sulle modalità dettagliate dell'intervento di mercoledì e ha disposto, in via prudenziale, l'assegnazione dei tre agenti coinvolti a servizi non operativi". Il sindaco Piero Fassino ha aggiunto che "se verranno rilevate delle responsabilità personali, queste dovranno essere perseguite con rigore e con la massima severità". “Intendo manifestarvi il cordoglio della città intera per questo grave lutto che vi ha colpito”, si sono sentiti dire, da Fassino, il padre Renato (che dopo aver parlato con i testimoni in piazza ha dichiarato "Mio figlio è stato ammazzato con cattiveria"), la sorella Cristina e il cugino avvocato Giovanni Maria Soldi, che si sta occupando del caso. “Da parte nostra – ha aggiunto il primo cittadino – assumeremo tutte le misure e svolgeremo tutti gli accertamenti del caso per fare luce su questo tragico episodio”. "Chiedo che venga fatta luce sulla morte di mio fratello. E che non venga insabbiato nulla". Lo ha detto la sorella della vittima, che stamattina ha accompagnato in procura il cugino avvocato Giovanni Maria Soldi per un incontro con il pm Raffaele Guariniello che sta indagando sull'episodio. "Mio fratello - ha raccontato Cristina - era malato. Soffriva di schizofrenia dal 1990. Ma era già stato soggetto a trattamenti sanitari e non c'era stato alcun problema. Era un buono e non aveva mai fatto del male a nessuno. Mezz'ora prima rideva e scherzava: non doveva essere ammanettato, non doveva essere trattato in quel modo. Non doveva finire così". L'avvocato Soldi ha detto di essere stato chiamato dal sindaco, Piero Fassino: " Ha espresso la sua vicinanza e il cordoglio della Città, e ha affermato che, per quanto possibile, stanno acquisendo ogni informazione utile. Quanto all'inchiesta, per quello che mi pare di capire ci sono versioni discordanti. Bisognerà trovare la quadra. Ma ho fiducia in Guariniello". La famiglia Soldi, questa mattina, prima di andare dal pm, ha fatto un sopralluogo in piazzale Umbria alla ricerca di testimoni. In mattinate è andato in procura anche il comandante dei vigili urbani Alberto Gregnanini.

In nove foto la verità sulla morte di Andrea. L’inchiesta della procura torinese sulla tragedia del Tso. Raffica di interrogatori in piazza Umbria: i militari del Nas sequestrano un telefonino, scrive Massimiliano Peggio su “La Stampa”. «Sono due giorni che non dormo. Una cosa del genere non mia era mai capitata. La vicenda ha avuto una dinamica complessa. Mi sento vicino ai familiari e rispetto il loro dolore». Così diceva ieri pomeriggio l’infermiere dell’Asl To 2 uscendo provato dopo un lungo interrogatorio in Procura, di fronte alla polizia giudiziaria del pm Raffaele Guariniello. L’infermiere è stato il primo dei sanitari interrogati, collaboratore del dottor Pier Carlo Della Porta, lo psichiatra del servizio territoriale che da tempo seguiva Andrea Soldi, l’uomo di 45 anni morto durante un Tso, malgrado il ricovero al Maria Vittoria. Lui e il medico, con altro personale di un’ambulanza, erano presenti in piazzale Umbria per eseguire il ricovero forzato concordato con i familiari di Andrea, per il quale era stato chiesto l’intervento della pattuglia dei vigili urbani. Sempre ieri sono stati sentiti la sorella della vittima, Cristina e il papà Renato, accompagnati dal loro legale, Giovanni Maria Soldi. Per ora non ci sono iscrizioni formali nei confronti dei vigili urbani o di altro personale. Si attende il risultato dell’autopsia che sarà eseguita dal responsabile della medicina legale dell’ospedale di Alessandria, Valter Declame. Ma di fatto gli investigatori stanno raccogliendo gli elementi d’indagine ipotizzando profili di reato di omicidio colposo o lesioni colpose gravi, che hanno portato alla morte. Stando infatti ai primi accertamenti sul corpo di Andrea, le tracce riscontrate dai sanitari sarebbero compatibili con quelle di un’asfissia. E su questo solco hanno lavorato ieri i carabinieri del Nas di Torino, cui il pm ha affidato l’incarico di raccogliere le testimonianze delle persone che hanno assistito al Tso, mercoledì scorso, in piazzale Umbria. Il primo passo è stato sequestrare il telefonino del pensionato, ex carabiniere in pensione, che dalla sua finestra di casa ha fotografato l’ultima fase dell’intervento dei vigili, ritraendo Andrea a terra, con le mani ammanettate dietro la schiena, immobile, a faccia in giù. Il suo telefonino contiene 9 foto che saranno raccolte in un cd e inviate già in giornata al pm con una prima informativa, con i verbali delle testimonianze. Una decina in tutto. Quella dello stesso pensionato che ha assistito a tutta la scena e quella di Maria Ifrim, romena, che si trovava con il figlioletto nei pressi del bar Ari’s, con altri connazionali. Preziosa, inoltre, la testimonianza di un impiegato delle poste che era seduto sulla panchina accanto a quella occupata da Andrea. Ha visto il suo volto scurirsi e diventare cianotico, fino agli spasmi. Lo ha visto caricare sull’ambulanza ammanettato, a pancia in giù, proprio lui che era un omone di 150 chili. Anche la direzione sanitaria dell’Asl To 2 ha avviato «accertamenti interni», richiedendo una relazione sull’accaduto al servizio psichiatrico. Anche Giuseppe Uva venne ricoverato per un trattamento sanitario obbligatorio. La notte tra il 13 e il 14 luglio 2008 rimase per tre ore nella caserma dei carabinieri di Varese. Da lì fu trasferito in ospedale, dove morì. Il giudice di primo grado, Orazio Muscato, ha scritto che le cause del decesso andrebbero individuate "in una tempesta emotiva legata al contenimento, ai traumi auto e/o etero prodotti, nonché all'agitazione da intossicazione alcolica acuta". Se ha assolto i medici, il tribunale ha stabilito però che "permangono ad oggi ignote le ragioni per le quali Giuseppe Uva, nei cui confronti non risulta esser stato redatto un verbale di arresto o di fermo, mentre sarebbe stata operata una semplice denuncia per disturbo della quiete pubblica, è prelevato e portato in caserma, così come tutt'ora sconosciuti rimangono gli accadimenti intervenuti all'interno della stazione dei carabinieri di Varese (certamente concitati, se è vero che sul posto confluirono alcune volanti di polizia) ed al cui esito Uva, che mai in precedenza aveva manifestato problemi di natura psichiatrica, verrà ritenuto necessitare di un intervento particolarmente invasivo quale il TSO".

Padova. Rifiuta il Tso, aggredisce i carabinieri che gli sparano: ucciso. Mauro Guerra, 30 anni, aggredisce un carabiniere e scappa: freddato dal collega. La tragedia nei campi di Carmignano di Sant'Urbano. E la famiglia chiede chiarezza. Il carabiniere che ha sparato iscritto nel registro degli indagati per omicidio colposo, scrive “Il Mattino di Padova" il 30 luglio 2015. E' stato iscritto nel registro degli indagati per omicidio colposo il carabiniere che ha sparato e ucciso Mauro Guerra, il giovane che era scappato dopo aver rifiutato il trattamento sanitario obbligatorio. Un gesto dovuto da parte della procura di Rovigo (competente nel territorio della Bassa) anche per permettere al militare di nominare un difensore che potrà essere presente alle prove balistiche e alle ricostruzioni dell'accaduto. Intanto è stato dimesso il carabiniere che era stato aggredito da Guerra. Fatto che ha portato il collega militare a sparare e uccidere il giovane. Il carabinieri ferito è stato dimesso con una prognosi di 30 giorni per le 6 costole fratturate e i colpi alla testa ricevuti da Guerra. Hanno ucciso un uomo nudo e disarmato. L’hanno freddato i carabinieri in mezzo alla campagna. Mauro Guerra, 33 anni, laureato in Economia aziendale, dipendente di uno studio di commercialista di Monselice, buttafuori per arrotondare in un locale di lap dance, pittore e designer per passione, è morto dissanguato dopo che un colpo di pistola gli ha oltrepassato il fianco destro. È successo ieri a Carmignano di Sant’Urbano, un paese dove tutti conoscono i carabinieri per nome. Lì la gente li conosce uno per uno perché loro sono la Legge. Solo che quella stessa Legge, ieri, ha tolto la vita a un uomo disarmato. Violento ma disarmato. Gli ha sparato il comandante di stazione, il maresciallo Marco Pegoraro, insediato appena tre mesi fa nel comando che copre una vasta zona rurale tra l’estremo lembo della provincia di Padova e l’inizio di quella di Rovigo. Due colpi in aria e uno al fianco (anche se alcuni testimoni dicono di aver sentito quattro botti) con la sua Beretta calibro 9 di ordinanza. Voleva salvare un collega. Voleva fermare il trentatreenne per togliergli dalle grinfie Stefano Sarto, 47 anni, brigadiere del nucleo Radiomobile di Este, l’unico a rincorrere Mauro Guerra mentre questo, scalzo e in mutande, provava a fuggire attraverso i campi. Il militare l’ha raggiunto dopo una corsa sfiancante sotto il sole cocente. Seppur stremato è riuscito a stringergli una manetta al polso. Sembrava tutto finito. La trattativa estenuante iniziata poco prima delle 13 per un trattamento sanitario obbligatorio pareva essere giunta a conclusione. Ma dopo un accenno di remissione Guerra ha reagito in modo brutale. È riuscito a liberarsi dalla stretta e ha iniziato a colpire il brigadiere alla testa con le manette. Il militare è finito a terra e lui, cento chili per un metro e ottanta, ha continuato a infierire. Il comandante di stazione ha visto la scena da lontano. Ha intimato l’alt. Ha sparato due colpi in aria ma la brutale aggressione continuava. Così ha mirato e ha fatto fuoco ancora, stavolta puntando la canna dell’arma sul corpo nudo che copriva il collega a terra. Il colpo ha trafitto il giovane al fianco, gli ha tolto in un attimo forze e respiro. La rabbia della sorella Elena, che ha cercato inutilmente di avvicinarsi alla salma. I familiari: «Ci nascondono qualcosa». E c’è chi ha pensato al caso Aldrovandi. Medici e infermieri presenti per ultimare il trattamento sanitario obbligatorio sono accorsi per tamponare la ferita. Cinquanta minuti di massaggio sul posto. L’elisoccorso che parte da Treviso. Le pattuglie dei carabinieri che si moltiplicano. Operai che escono dalle fabbriche. Residenti che accorrono in strada. Sembrava potesse farcela ma alla fine il suo cuore si è fermato. Mauro Guerra è morto poco prima delle 16. «Nemmeno un cane si uccide in questo modo», gridava la sorella Elena trovando la solidarietà di tutti i compaesani. Una personalità complessa quella di questo ragazzo cresciuto con i genitori nell’abitazione di via Roma 36. Costituzione robusta e animo sensibile. Passione per la cultura fisica ma propensione per l’arte. Ci metteva poco a venire alle mani, Mauro Guerra. Con la stessa facilità, poi, ti poteva parlare dell’amore e della fede in Dio. Aveva fatto il militare in uno dei reparti più duri: i carabinieri paracadutisti. Poi la sorte l’aveva allontanato dalle forze armate e aveva scelto di proseguire con gli studi. Il suo era un caso noto. In questi ultimi anni aveva perso i punti cardinali e, a volte, esagerava con le reazioni. Lo sapevano i medici del paese, lo sapeva il sindaco e lo sapevano anche i carabinieri. Il suo atteggiamento era facilmente fraintendibile. A tratti molesto. In genere mandava messaggi via Facebook ma qualche giorno fa si è spinto oltre. Ha inviato un mazzo di fiori a casa di una ragazza del posto, una ventenne che evidentemente gli piaceva. Lei che lo conosceva è corsa dai carabinieri a raccontare tutto e in quel momento si è attivato tutto l’apparato previsto per legge quando si annusano casi di possibile stalking commessi da persone potenzialmente border line. Probabilmente, in quel momento, le autorità hanno deciso di agire. Ieri verso mezzogiorno sono stati i familiari a segnalare il precario equilibrio umorale di Mauro Guerra. Quando la pattuglia del nucleo Radiomobile si è presentata davanti a casa, il trentatreenne è uscito in cortile nudo. Indossava solo le mutande. Sudava e parlava a sproposito. Sosteneva di voler parlare con un certo “Vito”, militare in forze alla stazione di Carmignano che evidentemente lui conosceva bene. Ma i protocolli previsti in questi casi sono rigidi e chi deve essere preso in consegna dall’autorità sanitaria non può scegliersi questo o quel carabiniere. Così gli animi si sono scaldati in un attimo. Mauro entrava e usciva di casa. I militari gli parlavano e lui non li ascoltava. Si innervosiva sempre di più e non dava retta a nessuno, nemmeno ai genitori. Medici e infermieri dell’ambulanza, partiti dal pronto soccorso dell’ospedale di Schiavonia per un “codice verde”, sono stati avvisati strada facendo che la situazione si stava complicando. E dalla prospettiva di un semplice ricovero in Psichiatria, si sono trovati a dover praticare la tracheotomia a un giovane dissanguato. Ora i compaesani piangono per Mauro Guerra. Piangono per la morte di un ragazzo che hanno visto nascere. Piangono perché stavolta a sparare è stata la Legge.

Legato, sedato ed infine ucciso. L'assurda morte di Giuseppe Casu per Trattamento Sanitario Obbligatorio. Un uomo è morto dopo sette giorni di ricovero nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Cagliari. Ora i giudici d'appello hanno confermato l'assoluzione dei medici. Scrivendo però che si tratta di un "macroscopico caso di malasanità". E la figlia chiede: "Diventi un esempio". Perché non si ripetano vicende come questa, scrive Francesca Sironi su “L’Espresso”. Si chiamava Giuseppe Casu. Faceva l'ambulante. Ed è morto dopo essere rimasto per sette giorni legato a un letto d'ospedale. I medici che lo hanno tenuto in queste condizioni sono stati assolti, anche in secondo grado. Ora però i giudici della corte d'appello di Cagliari hanno chiarito le motivazioni della sentenza. Di una assoluzione che, dicono, ha molti “ma”. Perché si tratta, scrivono i magistrati, di un «macroscopico caso di malasanità». Di una vicenda «dall'evoluzione incredibile» che deve essere conosciuta. Anche perché non è poi così “anormale” come sembra. La morte di Giuseppe Casu inizia il 15 giugno del 2006, quando viene ricoverato contro la sua volontà nel reparto di psichiatria dell'ospedale Santissima Trinità di Cagliari: un Tso (trattamento sanitario obbligatorio) attivato d'ufficio di fronte alla sua agitazione contro le forze dell'ordine a causa dell'ennesima multa per abusivismo. Arrivato in corsia viene sedato, legato al petto, alle mani e ai piedi, e portato in una stanza. Quel giorno può vederlo solo la moglie. «Io l'ho visto dopo», racconta la figlia, Natascia: «Era addormentato, faceva fatica a parlare». Le “cure” (il virgolettato è dei giudici) continuano: psicofarmaci, controlli, visite. Nessun elettrocardiogramma. Nessun colloquio verbale: il 20 giugno il primario vorrebbe parlare con lui ma non riesce, è troppo sedato. Nonostante questo stabilisce una diagnosi: disturbo bipolare maniacale. L'unica patologia riconosciuta negli anni al venditore ambulante era stata un disturbo di personalità non meglio identificato e una leggera epilessia giovanile tenuta sotto controllo dai farmaci. Ma nelle mani dei medici arriva col fiato che puzza d'alcol (i parenti e il medico di famiglia informano il giorno stesso del fatto che non era mai stato un alcolizzato - quella mattina sì, aveva una bottiglia di moscato), e in stato di “evidente agitazione”. Fra i fratelli poi ci sono persone con disturbi mentali. Così per il dottor Gianpaolo Turri, la dottoressa Maria Rosaria Cantone e la loro équipe la diagnosi è fatta. E nonostante i dubbi, senza altri esami clinici, inseriscono fra i farmaci una sostanza indicata per gli alcolisti a rischio crisi d'astinenza. «Mi hanno preso per pazzo, chiamate i carabinieri», dice un giorno Giuseppe ai parenti in visita. «Non ero mai stata di fronte a uno psichiatra, non sapevo nemmeno cosa fosse un Tso», racconta Natascia: «Non avevo pregiudizi, motivi di temere. Mi son fidata dei medici e basta». Sui farmaci, le costrizioni, i lamenti, lei e i fratelli non sanno cosa dire. Chiedendo quando sarebbe stato slegato, accettano. Aspettano. Fino a che il 22 giugno non arriva la notizia: è morto. La prima autopsia parla di una tromboembolia all'arteria polmonare. Da questo partono gli avvocati ingaggiati da Natascia, accompagnata da Francesca Ziccheddu, fondatrice del comitato "Verità e giustizia per Giuseppe Casu ", e Gisella Trincas, portavoce di molte associazioni di familiari, per sostenere l'accusa di omicidio contro i responsabili di reparto: la costrizione fisica sarebbe stata, per loro, all'origine di quell'embolia. Ma qui inizia “l'incredibile evoluzione della vicenda” di cui scrivono i giudici della corte d'appello di Cagliari. Perché parallelamente al processo che si avvia contro i camici bianchi del servizio di psichiatria, iniziano le udienze per il primario di anatomopatologia dello stesso ospedale, Antonio Maccioni, e di un suo tecnico. L'accusa è di aver occultato parti del cadavere di Giuseppe Casu e di averle sostituite con quelle di un altro paziente deceduto. I giudici di primo e di secondo grado confermano: colpevoli, e condannano il primario a tre anni di carcere. Ma poiché la sentenza non è ancora definitiva, non ha ancora superato l'ultimo grado della corte di Cassazione, il processo sulla morte di Casu non può tenere conto degli esiti. Il dibattimento su cosa (e chi) ha ucciso quindi Giuseppe Casu continua, tralasciando il fatto che i reperti dell'autopsia siano tutti potenzialmente scorretti. La tromboembolia diventa difficile da dimostrare, e i tecnici della difesa convincono i togati che si tratti di "morte improvvisa", una crisi cardiaca di cui è impossibile tracciare sicure fasi e origini certe. In mancanza di prove e di un nesso fra cause ed effetti, i medici responsabili del servizio di psichiatria vengono assolti, anche in appello. Così termina la parte che riguarda condanne e assoluzioni. Ma comincia il resto, inizia «quella morte che sembra non finire mai», come cerca di spiegare Natascia, che continua a vivere e lavorare a Cagliari, e mentre aspetta la Cassazione si dice pronta a fare ricorso anche alla Corte Europea. Perché intorno alla sentenza, e lo si capisce dalle motivazioni dei giudici, dalle testimonianze, dal racconto della figlia, emerge come sia stata tolta la dignità, oltre che la vita, a una persona che era stata ricoverata «per proteggere gli altri e sé stessa dal male» ed è morta nelle mani di chi la doveva curare. Perché, scrive il tribunale cagliaritano, una cosa è certa: «se detto ricovero non fosse mai avvenuto, il Casu sarebbe ancora vivo». «Il primo addebito di colpa è rappresentato dallo stato di contenzione fisica adottato per tutto l'arco di tempo», scrive la corte d'appello: «in contrasto con le più elementari regole di esperienza, che consigliano di mantenere la contenzione il minor tempo possibile e non certamente per giorni». «Mentre nel caso di specie», continuano le motivazioni: «a parte la necessità di applicare la contenzione nel primo periodo, nel rispetto del trattamento sanitario obbligatorio, essendo certo lo stato di agitazione psicomotoria, la fascia pettorale fu rimossa il secondo giorno, mentre quelle impiegate per immobilizzare polsi e caviglie non furono mai rimosse». È normale? Esser legati così, senza poter parlare, spiegare, senza poter intervenire? Quasi. Nella sua testimonianza, resa durante le udienze del processo di primo grado, Maria Rosaria Cantone, il medico di guardia il giorno del ricovero: «dichiarò che la pratica della “contenzione fisica” anche oltre le 48 ore era frequente in quel reparto che presentava dei problemi legati al sovraffollamento», scrivono i giudici: «atteso che il numero dei pazienti ricoverati era di gran lunga eccedente quello massimo stabilito dai regolamenti mentre quello del personale infermieristico era inferiore a quello necessario». «Eravamo costantemente sotto organico dal punto di vista del personale infermieristico», dichiara la dottoressa: «la mancanza di personale per noi è una costante». Oltre i lacci, ci sono i farmaci. In dosi normali ma sufficenti ad addormentare il paziente per giorni: «il Casu non fu mai in condizioni di potersi esprimere a riguardo», scrivono i giudici discutendo la scelta di somministrare un farmaco indicato particolarmente per gli alcolisti in crisi d'astinenza: «perché perennemente sedato o semi sedato». «Io mi son sentita ignorante. Mi sono fidata. Non potevo temere. Non potevo immaginare cosa sarebbe successo», conclude Natascia: «Ora so, però. E voglio fare di tutto, col comitato per la verità su mio padre, le associazioni e un documentario che stiamo per chiudere, per rendere quello ci è successo un esempio. Per informare le persone. Perché la gente sappia». Che, se anche «Non ci sono gli addebiti di colpa, il necessario nesso causale, idoneo ad integrare il reato di omicidio colposo», come scrivono i giudici, nei reparti di psichiatria degli ospedali, ancora oggi, a 36 anni dalla legge Basaglia, può succedere tutto questo. Per "mancanza di personale".

Franco Mastrogiovanni, per il maestro morto di Tso giustizia a metà. Il caso del maestro lasciato morire sul un letto d’ospedale in Trattamento sanitario obbligatorio a Vallo della Lucania. In appello sono stati condannati medici e infermieri, sospese le interdittive. I Radicali ora chiedono una “Legge Mastrogiovanni” per la riforma del Tso, scrive Lidia Baratta su “Linkiesta” il 16 Novembre 2016. Il maestro Francesco Mastrogiovanni, Franco per gli amici e i parenti, è morto a 58 anni durante un Tso, Trattamento sanitario obbligatorio, con le caviglie e i polsi legati al letto. Dopo 87 ore di inferno. Il 15 novembre la sentenza di secondo grado della Corte d’Appello di Salerno ha condannato i sei i medici e gli undici infermieri in servizio nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Vallo della Lucania, dove Franco era ricoverato. Anche gli infermieri, assolti in primo grado, sono stati condannati per sequestro di persona e conseguente decesso. Con la pena, però, sospesa. Ai medici già condannati sono state riconosciute invece le attenuanti generiche ed è stata revocata l’interdizione dai pubblici uffici. Per loro l’accusa è di falso in atto pubblico. «Simbolicamente è una sentenza importante perché dice che tutti sono responsabili. Siamo rimasti un po’ delusi per la revoca dell’interdizione dai pubblici uffici e l’abbassamento delle condanne dei medici», dice Grazia Serra, nipote del maestro e membro del comitato Verità e giustizia per Franco Mastrogiovanni, che nei giorni scorsi ha lanciato la campagna #diamovoceafranco. Per non far calare il silenzio su una storia di abusi e torture, anche se il termine nel nostro ordinamento non è ancora riconosciuto. Simbolicamente è una sentenza importante perché dice che tutti sono responsabili. Siamo rimasti un po’ delusi per la revoca dell’interdizione dai pubblici uffici e l’abbassamento delle condanne dei medici. Ottantasette ore. È la mattina del 31 luglio del 2009 quando Mastrogiovanni, «il maestro più alto del mondo», come lo chiamano i suoi alunni per via del suo metro e novanta di altezza, finisce in Tso al centro di salute mentale dell’ospedale di Vallo della Lucania. Ottantasette ore dopo, viene dichiarato morto. Durante il ricovero, mentre dorme, viene legato mani e piedi al letto, mangia una sola volta e assorbe poco più di un litro di liquidi solo tramite flebo. Quello che assume per tre giorni e mezzo è un cocktail di calmanti e sonniferi. Sedato, anche se non aveva mostrato aggressività all’ingresso in ospedale. Come si vede dai video delle telecamere dell’ospedale, il maestro dal suo letto chiede di bere, urla, tenta di liberarsi. Nel reparto c’è un caldo infernale. Suda. Viene lasciato nudo per ore sul letto in preda alla disperazione. Nessun medico si avvicina a lui. E alla fine arriva il silenzio: muore intorno alle 2 di notte del 4 agosto 2009, ma il personale sanitario se ne accorge dopo più di cinque ore. In quei giorni la nipote Grazia presenta alla porta dell’ospedale. «Mi hanno detto che era meglio non parlarci per non farlo agitare», racconta. «Poi mi hanno assicurato che stava bene e che stava seguendo le terapie». Il giorno dopo arriva la notizia della morte di Franco Mastrogiovanni per edema polmonare. La sera prima del ricovero il maestro si sarebbe trovato a Pollica, il comune amministrato da un sindaco che di lì a poco salirà tristemente agli onori della cronaca, Angelo Vassallo, ucciso nel 2010. Percorre in macchina l’isola pedonale e i vigili lo segnalano al sindaco, che ordina il Tso. La mattina dopo Mastrogiovanni è di nuovo in auto, viene seguito da vigili e carabinieri fino al campeggio dove sta trascorrendo le vacanze, a San Mauro Cilento. Qui rifiuta di consegnarsi e cantando versi anarchici si butta senza vestiti in mare, dove rimane per due ore accerchiato dagli agenti. Da riva, i medici dell’Asl confermano la necessità del Tso. Anche se il maestro è calmo e lucido. Prima di salire sull’ambulanza con le sue gambe, va a farsi una doccia e beve un bicchiere d’acqua al bar. E così, calmo e collaborativo, appare nei video dei primi momenti del ricovero. Dà la mano agli infermieri che entrano nella sua stanza e mangia (per l’ultima volta) da solo. Poi comincia l’inferno. «Mi hanno detto che era meglio non parlarci per non farlo agitare», racconta la nipote. «Poi mi hanno assicurato che stava bene e che stava seguendo le terapie». Il giorno dopo arriva la notizia della morte. Franco Mastrogiovanni era già conosciuto dalle forze dell’ordine come “noto anarchico”. Da ventenne era stato vicino al movimento anarchico. E aveva pure subito due processi con annesse incarcerazioni dalle quali era uscito con la fedina penale pulita. Nel 1973 finisce dentro dopo essersi beccato una coltellata nel gluteo nello scontro che si conclude con la morte di di Carlo Favella, segretario locale degli studenti missini. Nel 1999 contesta una multa, viene arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, ma a sua volta accusa gli agenti di arresto illegale e i giudici gli danno ragione. Di tanto in tanto Mastrogiovanni soffriva di crisi depressive e nutriva un certo timore delle divise. Ma aveva sempre condotto una vita normale. Tant’è che continuava a insegnare. Negli anni Ottanta ottiene una cattedra a Sarnico, sul lago d’Iseo. Poi torna in Campania. Dove nel 2002 e nel 2005 subisce due Tso. Quello del 2009 è il terzo. Franco conosce bene i reparti di psichiatria del territorio. Quando gli agenti lo trascinano via dal mare, lui dice: «Se mi portano a Vallo della Lucania, mi ammazzano». Il video della telecamere dell’ospedale mostra come Mastrogiovanni nelle 87 ore di contenzione sia stato abbandonato e lasciato morire nel suo letto. Giuseppe Mancoletti, compagno di stanza, è stato il testimone chiave del processo. Anche lui senza cibo né acqua per giorni. A questa storia Costanza Quatriglio ha dedicato il documentario 87 ore, costruito proprio sulle immagini delle telecamere interne dell’ospedale. Il 30 ottobre 2012 in primo grado cinque dei sei medici del reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, in servizio durante il Tso di Franco Mastrogiovanni, erano stati condannati per sequestro di persona, morte come conseguenza di altro delitto (il sequestro) e falso pubblico. Il sesto medico era stato riconosciuto colpevole solo per il sequestro e il falso. Gli infermieri invece erano stati assolti da tutte le accuse per aver solo obbedito agli ordini. Ora, dopo la sentenza di secondo grado, sono stati tutti ritenuti colpevoli. Ma potranno tutti tornare a lavorare nelle corsie d’ospedale. L’ultimo caso di morte durante un Trattamento sanitario obbligatorio risale all’inizio di novembre. Fabio Boaretto, 60 anni, ricoverato nel reparto di Psichiatria dell’ospedale Madre Teresa di Calcutta nel comune di Este, Padova, muore a meno di 24 ore dal ricovero. Il pm di Padova ora ha aperto un’inchiesta e ha deciso di far eseguire l’autopsia sul corpo del paziente. Andrea Soldi, invece, 45enne torinese, al lettino dell’ospedale non ci è arrivato neanche. Il 5 agosto del 2015 viene fermato mentre è seduto su una panchina. Ammanettato e a pancia in giù, muore soffocato durante il tragitto verso il Tso. Ora il gup di Torino ha accolto la richiesta dei familiari di citare in giudizio il Comune di Torino e la Asl To2. Poco prima della morte di Soldi, Mauro Guerra era morto in provincia di Padova dopo essere stato colpito dal proiettile di un carabiniere per essersi rifiutato di sottoporsi al Tso. Massimiliano Malzone, invece, è morto mentre si trovava in Tso accasciandosi improvvisamente sul pavimento dell’ospedale di Polla, nel salernitano. Prima di lui era toccato a Giuseppe Casu, morto dopo sette giorni di Tso a Cagliari nel 2006. E a Francesco Mastrogiovanni, «il maestro più alto del mondo». Ora i Radicali chiedono una “Legge Mastrogiovanni” con un progetto di riforma del Tso che «preveda un’assistenza legale obbligatoria per i malati che si trovino in queste situazioni e la massima trasparenza delle condizioni di cura all’interno dei reparti». Perché «non ci siano mai più casi come quello del maestro di Vallo della Lucania».

Così hanno ucciso Mastrogiovanni. Fermato e legato a un letto per più di 90 ore. Senza acqua né cure. Finché muore. Il video integrale sul nostro sito. Un'iniziativa dei parenti della vittima e della onlus "A Buon Diritto" di Luigi Manconi, scrive Gianfrancesco Turano su “L’Espresso”. Ucciso per futili motivi. Si chiamava Francesco Mastrogiovanni, aveva 58 anni e faceva il maestro elementare. Mastrogiovanni non è morto in una rissa casuale con qualche teppista. In una mattina di fine luglio del 2009, un vasto spiegamento di forze dell'ordine è andato a pescarlo, letteralmente, nelle acque della costiera del Cilento (Salerno) e lo ha portato al centro di salute mentale dell'ospedale San Luca, a Vallo della Lucania, per un trattamento sanitario obbligatorio. Tso, in sigla. Novantaquattro ore dopo, la mattina del 4 agosto 2009, Mastrogiovanni è stato dichiarato morto. Durante il ricovero è stato legato mani e piedi a un letto senza un attimo di libertà, mangiando una sola volta all'atto del ricovero e assorbendo poco più di un litro di liquidi da una flebo. La sua dieta per tre giorni e mezzo sono stati i medicinali (En, Valium, Farganesse, Triniton, Entumin) che dovevano sedarlo. Sedarlo rispetto a che cosa non è chiaro, visto che il maestro non aveva manifestato alcuna forma di aggressività prima del ricovero. Aveva sì cantato, a detta dei carabinieri, canzoni di contenuto antigovernativo, come si addice a un "noto anarchico", sempre secondo la definizione dei tutori della legge locali. E poi, sì, aveva mostrato disappunto al ritrovarsi imprigionato. Aveva urlato, addirittura, e sanguinato in abbondanza dai tagli profondi che i legacci in cuoio e plastica gli avevano provocato sui polsi. Aveva chiesto da bere, tentato di liberarsi, pianto di disperazione e, alla fine, rantolato nella fame d'aria dell'agonia. Il personale del San Luca non si è lasciato turbare da questo baccano, come testimoniano le telecamere a circuito chiuso che hanno seguito il martirio del maestro di Castelnuovo Cilento. Queste riprese sono la più schiacciante prova d'accusa di un processo che si avvicina alla sentenza. Martedì 2 ottobre 2012, nel tribunale di Vallo della Lucania, il pubblico ministero Renato Martuscelli pronuncerà la requisitoria contro sei medici e 12 infermieri del San Luca in servizio durante il ricovero di Mastrogiovanni. I 18 imputati saranno giudicati per sequestro, falso in atto pubblico (la contenzione non è stata registrata) e morte in conseguenza di altro reato. Da venerdì 28 settembre il sito de "l'Espresso", in collaborazione con l'associazione "A buon diritto" di Luigi Manconi e con l'accordo dei familiari di Mastrogiovanni, mostra in esclusiva il filmato integrale registrato all'ospedale San Luca. Una sintesi di queste immagini era stata mandata in onda da "Mi manda RaiTre" quando il processo era appena iniziato. Quasi tre anni di udienze hanno confermato che un cittadino italiano, entrato in ospedale in buone condizioni fisiche e senza avere commesso reati, ne è uscito morto dopo pochi giorni senza che ai parenti fosse consentito di visitarlo. «Dopo tre anni», dice Manconi, «la famiglia di Mastrogiovanni ha deciso, con grandezza civile, che il suo dolore intimo diventi pubblico affinché la crocifissione del loro congiunto non si ripeta». Vediamo i fatti. La notte precedente il ricovero, il 30 luglio 2009, Franco Mastrogiovanni si trova a Pollica, comune gioiello del Cilento amministrato da un sindaco popolarissimo, Angelo Vassallo. Mastrogiovanni percorre in macchina l'isola pedonale. I vigili urbani lo segnalano al sindaco dicendo che il maestro guida ad alta velocità e ha provocato incidenti. Non è vero ma Vassallo ordina il Tso. Il provvedimento dovrebbe seguire, e non precedere, i pareri di due medici diversi. Ma tanto basta per aprire la caccia. La mattina dopo, Mastrogiovanni viene avvistato di nuovo in auto e inseguito da vigili e carabinieri. L'uomo arriva al campeggio dove sta trascorrendo le vacanze. Lì rifiuta di consegnarsi e si getta in mare. Per due ore resterà in acqua accerchiato dalla capitaneria di porto, dalle forze dell'ordine e da una decina di addetti dell'Asl. I medici che lo visitano da riva lo giudicano bisognoso di Tso e confermano il provvedimento del sindaco di Pollica benché il maestro in quel momento si trovi in un altro Comune (San Mauro Cilento). Mastrogiovanni ha già subito il Tso nel 2002 e nel 2005. Tra i suoi precedenti figurano anche due periodi in carcere. Uno nel 1999, quando Mastrogiovanni contesta una multa, viene arrestato e condannato in primo grado dalla requisitoria dello stesso Martuscelli che è pm nel processo per la sua morte. Il maestro sarà assolto in secondo grado e risarcito per ingiusta detenzione. Altrettanto ingiusta la prima incarcerazione, nove mesi tra Salerno e Napoli nel 1972-1973. Il ventenne Mastrogiovanni, vicino al movimento anarchico, finisce dentro per essersi beccato una coltellata nello scontro che si concluderà con la morte di Carlo Falvella, segretario locale del Fuan, l'associazione degli studenti missini. Nonostante il suo terrore delle divise e i periodi di depressione, Mastrogiovanni ha una vita normale. A metà degli anni Ottanta emigra e va a insegnare a Sarnico, in provincia di Bergamo. Poi torna in Campania, dove le informative di polizia lo marchiano ancora come sovversivo. In realtà, senza rinnegare la militanza passata, Mastrogiovanni non svolge attività politica. Si dedica al suo lavoro e alla passione per i libri. Ma i periodi di carcerazione ingiusta lo hanno segnato. Quando il 31 luglio 2009 si consegna per il suo ultimo Tso gli sentono dire: «Se mi portano a Vallo della Lucania, mi ammazzano». La previsione è azzeccata. Per tre giorni e mezzo, Mastrogiovanni viene trattato con durezza inaudita dal personale che sembra ignorare la presenza delle telecamere. «Il video», prosegue Manconi, «è l'illustrazione attimo per attimo dell'abbandono terapeutico e del mancato soccorso. Mastrogiovanni è stato crocefisso al suo letto di contenzione». Le immagini sono dure, a volte insopportabili. Ma proprio grazie al filmato, il processo è stato rapido, considerati i tempi della giustizia italiana. La presidente Elisabetta Garzo ha imposto alle udienze un ritmo serrato e ha sfoltito la lista dei 120 testimoni, concedendone solo due per ognuno degli accusati. Nelle testimonianze della difesa il Centro di salute mentale del San Luca funzionava secondo le regole e la contenzione dei pazienti non era praticata. Il video è una smentita solare di questa tesi. Anche la giustificazione del direttore del Centro, il dottor Michele Di Genio che ha sostenuto di essere in ferie e di avere lasciato la guida del reparto al suo vice, Rocco Barone, è stata smentita dal filmato. A volte gli stessi consulenti chiamati dalla difesa hanno aggravato la posizione degli accusati. Francesco Fiore, ordinario di psichiatria alla Federico II di Napoli, ha dichiarato che Mastrogiovanni era un non violento e soffriva di sindrome bipolare affettiva su base organica, un disturbo del tutto compatibile con una vita normale e con l'assunzione di responsabilità. Come esempio di personalità affetta da questa sindrome, Fiore ha portato Francesco Cossiga, ministro e presidente del Consiglio, del Senato e della Repubblica. «Non condivido la contenzione», ha concluso il professore in aula. Alcuni pazienti del San Luca hanno parlato di maltrattamenti e della contenzione praticata come terapia abituale. Un'altra ex ricoverata che vive una vita del tutto normale, Carmela Durleo, ha riferito di molestie sessuali da parte degli infermieri. Invano i legali della difesa hanno tentato di screditarla e di escluderla dalle testimonianze in quanto psicopatica. E la nipote di Mastrogiovanni, Grazia Serra, in visita dallo zio, è stata tenuta fuori per non turbare il paziente. Micidiale per gli accusati è stato il contributo del professor Luigi Palmieri, sentito nell'udienza del 29 novembre 2011. Ordinario di medicina legale alla Seconda Università di Napoli e convocato in aula come perito dell'Asl Salerno 3, Palmieri ha sostenuto che fin dalla mattina del 3 agosto, il giorno precedente la morte, Mastrogiovanni mostrava segni di essere colpito da infarto, che l'elettrocardiogramma è stato eseguito solo post mortem, che i valori dei suoi enzimi erano gravemente alterati, che non aveva bevuto a sufficienza, che non doveva essere imprigionato e che tutte le linee guida sulla contenzione in vigore in Italia o all'estero sono state ignorate dal personale dell'ospedale San Luca. Eppure, i tecnicismi della giustizia rendono incerto l'esito del processo. Il reato più grave contestato è il sequestro di persona: fino a dieci anni di reclusione se commesso da un pubblico ufficiale che abusa dei suoi poteri. È questo il cardine dell'accusa, secondo l'impostazione del primo pubblico ministero Francesco Rotondo, poi trasferito di sede. Ma il primo passo del sequestro di Mastrogiovanni sta nel Tso firmato dal sindaco Vassallo, mai indagato per la morte di Mastrogiovanni e a sua volta ucciso il 5 settembre 2010 in un attentato rimasto senza colpevoli. È vero che, codice alla mano, sequestro significa privazione della libertà personale. Ma nella contenzione i margini delle responsabilità sono più incerti e rischiano di cadere interamente sugli esecutori materiali, gli infermieri. Né la Procura ha tentato di giocare altre carte come l'omicidio colposo o preterintenzionale. Assenti dalle imputazioni anche le lesioni aggravate, evidenti dai risultati dell'autopsia e da uno dei momenti più terribili del filmato, quando una larga pozza di sangue uscito dai polsi martoriati di Mastrogiovanni viene asciugata con uno straccio da un'addetta alle pulizie. L'avvocato di parte civile Michele Capano, rappresentante dell'Unasam (Unione associazioni per la sanità mentale), ha ricordato la battaglia dei Radicali per introdurre nel codice penale il reato di tortura in risposta ai tanti casi (Mastrogiovanni, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva) elencati nel libro di Manconi e Valentina Calderone "Quando hanno aperto la cella". Manconi stesso, da senatore, ha presentato un disegno di legge sulla tortura. Per rendere giustizia a Mastrogiovanni dovrà bastare il codice attuale, anche se nessun codice prevede l'omicidio per caso. Il meccanismo di questo delitto lo ha spiegato in udienza l'imbianchino Giuseppe Mancoletti, compagno di stanza del maestro. Prima fase: «La sera del 3 agosto Mastrogiovanni gridava moltissimo». Seconda fase, il silenzio della morte. Terza fase, dopo che la salma è finita all'obitorio, improvvisi e notevoli miglioramenti nel reparto. Se Mastrogiovanni non avesse avuto compagni e parenti combattivi, la fase finale sarebbe stata: non è successo niente. Troppe volte, negli ospedali e nelle carceri, non è successo niente.

Muore in ambulanza durante un Tso, la procura apre un’inchiesta. Penna San Giovanni, Amedeo Testarmata, 49 anni aveva impedito ai sanitari chiamati dalla sorella di entrare nella stanza, poi ha accusato il malore fatale: domani l’autopsia, scrive “Il Resto del Carlino” il 12 luglio 2015. La Procura della Repubblica di Macerata ha aperto un fascicolo per la morte dell’imprenditore di Penna San Giovanni, Amedeo Testarmata, di 49 anni, deceduto in ambulanza mentre veniva sottoposto a Tso (trattamento sanitario obbligatorio). L’uomo, disoccupato, viveva con i genitori e la sorella e da tempo aveva manifestato problemi psichici e depressione. Sabato sera, la sorella si è accorta che non stava bene e ha chiamato il medico curante al quale però il quarantanovenne avrebbe vietato di entrare in camera. Il sanitario ha allora chiesto l’intervento dei carabinieri e del 118 per sottoporre il suo paziente al Tso. Ma Testarmata ha cercato di impedire anche l’ingresso del personale medico. Ha accusato un malore, si è cercato di rianimarlo ed è stato trasferito nell’autoambulanza, dove è deceduto forse per collasso cardiocircolatorio. Per chiarire la vicenda e le cause esatte della morte il pm Luigi Ortenzi ha avviato le indagini contro ignoti per omicidio colposo. Domani sarà effettuata l’autopsia.

Malzone, un cilentano di Agnone, morto a Polla dopo un tso, scrive “Unico Settimanale” il 26 giugno 2015. È morto in circostanze da chiarire, durante un Trattamento sanitario obbligatorio, un uomo di 39 anni. I familiari hanno molti dubbi sulle cause del decesso e lamentano che durante i 12 giorni di ricovero non hanno mai potuto vederlo. Si chiamava Massimiliano Malzone, viveva in un piccolo paese del Cilento, Agnone. Il 28 maggio era stato ricoverato nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale Sant’Arsenio di Polla, in provincia di Salerno. Il ragazzo, in passato, aveva subito altri due Trattamenti sanitari obbligatori, nel 2010 e nel 2013. «Durante il suo penultimo ricovero mio fratello chiamava due, ma, anche tre volte al giorno. Quest’ultima volta no. I medici, quando chiamavo in reparto – racconta Adele, sorella di Massimiliano – mi dicevano che mio fratello stava benino, ma che aveva un atteggiamento aggressivo». Questa, secondo la signora Adele, è stata la motivazione utilizzata dai sanitari per vietare ai familiari di entrare in reparto. «Io ho chiamato sempre in ospedale per sapere come stava Massimiliano, aspettando che me lo facessero vedere. Ci vogliono due ore di macchina per arrivare a Polla e aspettavamo che ci dicessero che potevamo entrare in reparto», aggiunge Adele. Massimiliano, durante il suo ultimo ricovero, ha contattato la famiglia una sola volta. Poche ore prima del decesso. Lo ha fatto, intorno alle 12.45 di lunedì 8 giugno, utilizzando un cellulare che gli avrebbe prestato forse una paziente. Il ragazzo voleva contattare un legale. «Deve dargli il numero dell’avvocato, vogliono farci passare per pazzi qua dentro», avrebbe detto la compagna di stanza di Massimiliano alla sorella del ragazzo. Adele ricorda che la telefonata fu interrotta bruscamente. Alle 17, secondo quanto affermato dai medici in reparto, il ragazzo stava bene. Dopo meno di 3 ore la noti­zia del decesso. «Com’è possibile? – si chiede Adele — Com’è successo?». Massimiliano, secondo i medici, sarebbe morto per arresto cardiaco. La procura di Lagonegro ha avviato un’indagine per accertare le cause del decesso. Bisognerà attendere 60 giorni per i risultati dell’autopsia. La storia di Massimiliano richiama alla memoria quella di Francesco Mastrogiovanni, maestro di Castelnuovo Cilento deceduto nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura di Vallo della Lucania il 4 agosto 2009. Due storie diverse, ma con tratti comuni. Entrambi cilentani, entrambi morti durante un Trattamento sanitario obbligatorio. Entrambi, durante il ricovero, tenuti lontani dai propri cari. In comune anche un medico. Il medico che avvisa Adele della morte del fratello è lo stesso già condannato a 4 anni in primo grado per il decesso di Mastrogiovanni con l’accusa di sequestro di persona, morte come conseguenza di altro reato e falso ideologico, per non aver annotato la contenzione meccanica nella cartella clinica. Francesco Mastrogiovanni era stato legato mani e piedi al letto dell’ospedale, per oltre 80 ore. Il 26 e il 30 giugno si svolgeranno le ultime udienze del processo d’appello per il caso Mastrogiovanni, la sentenza è prevista per il mese di settembre. Nel caso del maestro di Castelnuovo Cilento, la verità è emersa grazie alla presenza, nel reparto, di un sistema di video­sorveglianza, sequestrato dalla polizia giudiziaria durante le indagini della magistratura. Il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Vallo della Lucania è attualmente chiuso e una parte dei medici e degli infermieri sono stati trasferiti nell’ospedale di Polla. Nel reparto psichiatrico di Polla non ci sono le telecamere. Le immagini di Mastrogiovanni sono ancora impresse nella mente di chi le ha viste. Immagini mute che urlano giustizia, e ora giustizia dev’essere fatta anche per Massimo. È necessario sciogliere ogni dubbio. È doveroso nei confronti della famiglia e della giovane vittima.

Morte di Riccardo Magherini, tutte le indagini di quella notte. Tutte svolte dai carabinieri (e dagli indagati), scriveRiccardo Magherini viene dichiarato morto alle 3.00 del 3 marzo 2014, giunto ormai cadavere da Borgo San Frediano al pronto soccorso di Santa Maria Nuova dopo aver chiesto "inginocchiato a mani giunte, aiuto". Apparentemente per i carabinieri quell'uomo a “d'orso nudo” (errore grammaticale presente nel verbale, ndr), “quell'energumeno”, “in un elevato stato di agitazione psicomotoria”, aveva “prima procurato dei danneggiamenti al vetro di una pizzeria, aveva rapinato un passante di un cellulare e aveva rotto il vetro di un auto” e “dopo che un medico gli aveva somministrato un medicinale che lo portava alla calma” proprio mentre i carabinieri, come scrivono loro stessi nei loro verbali, appuravano queste informazioni “il soggetto andava in arresto cardio respiratorio quindi i sanitari presenti sul posto iniziavano le manovre di rianimazione” e poi Magherini “decedeva durante il trasporto in ospedale”. Questa è l'informativa, che si conclude con una nota, per segnalare agli ufficiali in servizio i fatti. La ricostruzione è incredibilmente falsa. Non lo dice chi scrive, lo dicono i fatti e le testimonianze che la smentiscono con facilità. Ma per i carabinieri, quella sera, in fin dei conti Riccardo Magherini è un uomo che è morto per un arresto cardiaco. Come può succedere. Non c'entrebbero niente i calci ricevuti da Magherini e tutte le azioni di compressione che ha subito da quei quattro carabinieri il 40enne fiorentino e riferite da decine di testimoni. Solo un infarto. E allora perchè quel giorno il Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Firenze svolge ventidue attività d'indagine di cui almeno diciassette nella notte? Perchè c'è l'esigenza di far dire alla volontaria della Croce Rossa, interrogata accanto al cadavere di Riccardo Magherini, che all'arrivo della prima ambulanza il 40enne fiorentino respirava ancora ed era vivo? Perchè quella notte maggiori e capitani dell'Arma passano ore ad interrogare persone e a cercare prove contro il morto Riccardo Magherini? Perchè di questo si tratta, in quelle ore i carabinieri cercano le prove contro un morto. Lo fanno per alleggerire le loro responsabilità nonostante sia soltanto morto d'infarto. Eppure qualcuno al comando di Borgognissanti sa che non è andata in questo modo. Lo sa esattamente dal minuto in cui gli appuntati Corni e Dalla Porta chiamano il maresciallo Castellano e riferiscono la morte di Magherini. Probabilmente c'è panico nei comandi del nucleo investigativo dei Carabinieri. Perchè quell'infarto sanno tutti perfettamente che non può reggere. Troppi calci da spiegare. Troppi testimoni di quello che è successo. E allora inizierà una serrata attività d'indagine svolta soltanto dai carabinieri, dagli stessi colleghi di chi intervenne in Borgo San Frediano ed è stato protagonista della morte di Magherini. Indagini finalizzate a far emergere l'aspetto peggiore della vita dell'ex promessa della Fiorentina. Per “metterlo” male. Per far passare quell' “energumeno” per un tossicodipendente, violento, che quella sera sarebbe stato anche un delinquente. Riccardo Magherini, incensurato, verrà denunciato da morto per furto e danneggiamenti. Su quel foglio trasmesso alla Procura di Firenze accanto al suo nome c'è una croce nera. Rimarrà unico indagato per la sua stessa morte fino al giorno della denuncia della famiglia contro tutti gli intervenuti sul luogo. I quattro carabinieri si faranno refertare al pronto soccorso con prognosi da due a dieci giorni. Lo faranno dopo aver svolto attività di indagine e soltanto dopo la morte di Magherini. L'appuntato Della Porta rimarrà all'interno del pronto soccorso per soli 8 minuti. Il maresciallo Castellano per 7. L'appuntato Corni sulla sua diagnosi vedrà anche scritta la descrizione di "un soggetto violento e agitato". Ma quell'uomo anche chi referta i carabinieri lo vedrà soltanto cadavere. E allora perchè scrivere in una diagnosi queste cose? Riccardo Magherini, come già detto, viene dichiarato morto alle 3.00 al pronto soccorso di Santa Maria Nuova dove arriverà in asistolia. Una morte sopraggiunta in Borgo San Frediano. A nulla sono servite le manovre rianimatorie eseguite all'arrivo della seconda ambulanza. Con le manette ai polsi, per “almeno un minuto perchè i militari non trovavano le chiavi”. Magherini era morto lì ed invece è stato trasportato in ospedale. Giusto per essere chiari, se Riccardo Magherini fosse stato dichiarato morto sulla strada sarebbe dovuto arrivare sul posto il pm di turno per disporre la rimozione della salma e sarebbe iniziata una procedura diversa da quella attuata in questo caso.

Appena comunicato il decesso iniziano le indagini.

Alle 3.05 gli appuntati Corni e Della Porta, per cui la procura ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo (a Corni vengono contestate anche le percosse) visti i fatti di Borgo San Frediano, interrogano una delle volontarie della Croce Rossa intervenute sul posto. Anche a lei verrà contestato l'omicidio colposo. Questo interrogatorio si svolge accanto al corpo di Riccardo Magherini appena morto. “Le verrà fatto dire – sostiene l'avvocato Massimiliano Manzo, legale dei volontari della Croce Rossa – che con la mano avrebbe sentito il respiro di Magherini”. Esattamente questo. Quella volontaria avrebbe messo la mano, con il guanto di lattice, alla bocca del 40enne e avrebbe sentito il suo respiro. Purtroppo non sarà così, e quelle affermazioni verbalizzate accanto al cadavere di Magherini sono totalmente cambiate in sede di Polizia Giudiziaria tanto da fare dire al legale della donna che quell'interrogatorio " si è svolto in condizioni allucinanti”. “I carabinieri hanno negato ai miei assistiti la possibilità di assistere quell'uomo” dirà con forza il legale. E questa testimonianza sarà fondamentale per mantenere Magherini in vita all'arrivo della prima ambulanza. Influirà su tutta la condotta dei soccorsi da parte dei volontari. Non collegherebbe infatti l'infarto, motivo della morte di Magherini secondo i carabinieri, ai calci sferrati e alla pressione esercitata dai militari sul corpo a terra dell'uomo durante e dopo le fasi di fermo.

Contemporaneamente alle 3.10 appresa la notizia della morte, il maresciallo Castellano (anche lui a giudizio per omicidio colposo), interroga nella caserma di Borgo Ognissanti, insieme ad uno dei due ufficiali (un capitano, ndr) che vengono informati dalla nota di cui sopra, il pizzaiolo della prima pizzeria visitata da Magherini ed a cui il 40enne fiorentino avrebbe rubato il cellulare, comunque immediatamente restituito e causa poi dell'esigenza dell'arresto in flagranza che i carabinieri stavano operando su Riccardo. Anche in quel verbale c'è un sottile elogio all'operato dei militari “che tentavano di bloccarlo cercando di vincere la resistenza opposta dallo stesso che sbracciava e urlava le solite frasi senza senso. Posso dire, per quanto da me osservato direttamente, che i militari presenti sul posto, componenti di due pattuglie, non hanno assolutamente usato violenza nei confronti del soggetto da loro fermato, cioè non l'hanno picchiato ma cercavano solo di bloccarlo fisicamente, nè tantomeno hanno fatto uso di armi, limitandosi al suo contenimento. Ho tuttavia visto un carabiniere che sanguinava vistosamente dalla testa”. Questo dice quell'uomo. E l'opera di contenimento così limitata descritta da questo testimone è ampiamente smentita da altre decine di testimonianze.

Alle 3.30 poi è il maggiore Carmine Rosciano, comandante del Nucleo investigativo dell'Arma, ad incaricare due marescialli in servizio al reparto scientifico di andare a Borgo San Frediano sui “luoghi di interesse alle indagini”. Lì quegli stessi fotograferanno i danni alle due vetrine delle pizzerie, quelli all'auto (che da quelle foto non riporta vetri rotti), e l'iPhone con il vetro infranto che avrebbe rubato Magherini. C'è tutto tranne il luogo dove il 40enne verrà immobilizzato e morirà. Magari poteva esserci una macchia di sangue. Un segno. No, niente.

Alle 4.00 viene ricevuta la denuncia querela per danneggiamenti del proprietario della seconda pizzeria visitata da Riccardo Magherini. Al comando di Borgo Ognissanti, l'uomo dirà “di essere informato da un passante che Magherini aveva aggredito un carabiniere” e che durante tutte le lunghe operazioni di arresto e dei soccorsi rimarrà sempre all'interno della sua pizzeria, a circa dieci metri dal luogo della morte di Riccardo Magherini.

Alle 5.20, al comando di Borgo Ognissanti, veniva interrogato da un sottoufficiale dell'Arma (un maresciallo, ndr) uno dei due testimoni che avrebbero seguito tutto l'esito delle azioni di Magherini in San Frediano.

Il giovane riferiva che mentre camminava per Borgo San Frediano veniva avvisato dal pizzaiolo, di cui sopra, del furto del suo cellulare quasi contemporaneamente all'arrivo della prima macchina dei carabinieri. Magherini viene individuato. E' a terra in ginocchio e chiede aiuto. Poi però dopo aver consegnato il cellulare “spontaneamente”, “l'uomo cercava di scappare, ma veniva immediatamente bloccato da tutti e quattro i carabinieri presenti, che nonostante numericamente superiori facevano fatica a tenerlo fermo. Tant'è che nel tentativo di immobilizzarlo, l'uomo riusciva a strappare dalle mani di un carabiniere le manette, con le quali lo colpiva in fronte, mentre un altro carabiniere veniva raggiunto da diversi schiaffi. Dopo un’ azione piuttosto concitata, l'uomo viene finalmente ammanettato sulla schiena ed appoggiato a terra. Ma anche così non dava segno di calmarsi, infatti alcuni dei carabinieri presenti dovevano ancora comunque tenerlo fermo con le mani. Solo dopo circa cinque minuti, l'uomo finalmente accennava a calmarsi”. L'accenno era probabilmente il sopraggiungere dell'arresto cardiaco. Queste scene, così descritte, appartengono soltanto a questa testimonianza. Le manette “strappate” e i “diversi schiaffi” non compaiono in nessuna delle altre decine di testimonianze. Simili soltanto a quelle dell'amico che con lui assiste alla scena insieme però alle stesse altre decine di persone. Proprio in quegli stessi minuti all'ospedale di Santa Maria Nuova, gli appuntati Corni e Della Porta relazionavano sugli oggetti personali ritrovati negli abiti di Magherini. La carta d'identità, che solo in ospedale i carabinieri visioneranno, un mazzo di chiavi, due bustine di miele, una di nimesulide, dei soldi in contanti, un accendino, la carta della Conad. Non c'è droga. Non ci sono armi.

Sono frangenti importanti e frenetici, alle 5.30 un ufficiale dell'Arma (un capitano, ndr), accompagnato da due sottoufficiali, fa visita alla moglie di Riccardo Magherini. In quel momento è nella sua abitazione con il figlio Brando. Viene svegliata nel cuore della notte e le viene immediatamente chiesto se il marito si drogava. Se usava medicinali. Non le viene subito comunicato che Riccardo è morto in quella tragica circostanza. Le verrà detto quando i militari lasceranno la casa. Non prima che la donna firmi un verbale in cui dice proprio che il marito faceva uso di droghe. Ma quella frase sarà smentita (con una sottolinenautura in neretto, ndr) nelle dichiarazioni rese alla Pg con la specifica di “non aver mai pronunciato quelle frasi”. In quei minuti Guido Magherini, padre di Riccardo, telefona commosso e frastornato alla Polizia. “Mi hanno detto che è successa una disgrazia a mio figlio”. La Polizia passerà all'uomo i carabinieri, ma della prosecuzione di quella chiamata al centralino non c'è più traccia dal momento in cui l'uomo parla con i carabinieri. Stesso discorso per un amico che chiama pochi istanti dopo. “Fine registrazione” si legge sulle trascrizioni dei Ctu.

Alle 5.45 viene sentito, da un sotto ufficiale al comando dei Cc di Borgo Ognissanti, il secondo dei due testimoni che vedrebbe gli ultimi frangenti di Riccardo Magherini a San Frediano. Dichiara di “offrirsi di rincorrere l'uomo” appena saputo che aveva rubato un cellulare. E così fa. “Rincorrevo l'uomo” si legge nella sua testimonianza. Poi l'arrivo dell'auto dei carabinieri. La prima. E poi il racconto, molto simile a quello dell'amico. Saranno solo loro due a vedere queste scene. In certi casi però ritrattate in altre deposizioni. “A quel punto i quattro Carabinieri intervenuti intimavano all'individuo di stare fermo ma lo stesso tentava di allontanarsi; e quindi dopo numerosi inviti i carabinieri tentavano di bloccarlo ma l'individuo si divincolava dalla loro presa, infatti ha tolto le manette ad uno dei Carabinieri e sferrava con le stesse dei colpi al viso di uno dei carabinieri, ha dato tre-quattro schiaffi ad un altro Carabiniere. I carabinieri tentavano di bloccalo per renderlo inoffensivo ma lo sconosciuto ha opposto resistenza e profferiva ricordo ad alta voce frasi del tipo ""... aiuto,... chiamate la polizia, mi stanno sparando... ". "Finalmente i Carabinieri riuscivano ad ammanettarlo e sebbene immobilizzato lo sconosciuto ha sferrato dei calci ad uno dei Carabinieri e ha tentato sempre di opporsi ai carabinieri. Dopo alcuni minuti lo sconosciuto si calmava. Ho deciso di ritornare alla pizzeria per restituire il cellulare al pizzaiolo e dopo sono ritornato dove i trovava lo sconosciuto e in quel momento era sopraggiunta un'ambulanza”. Quindi sulla scena di Magherini appare anche questa figura che fa le veci dei carabinieri restituendo corpi di reato e offrendosi in una caccia all'uomo.

Sono circa le 5,40 (il verbale inizierà alle 6.00) quando un'altra testimone, la proprietaria del Fiat Doblò, viene chiamata a casa da un maresciallo dell'Arma che la inviterà a recarsi al comando di Borgo Ognissanti “per deporre una testimonianza in vista del processo per direttissima” per i danneggiamenti fatti in Borgo San Frediano qualche ora prima da un uomo a lei sconosciuto. Lei chiede di poter andare la mattina dopo aver accompagnato i figli a scuola. Ma quella testimonianza, le dicono i carabinieri, è urgente e serve al processo della mattina seguente. Ma quale processo? Le fanno anche intendere che Magherini ha ricevuto un TSO (trattamento sanitario obbligatorio). Quella donna testimonierà i fatti di fronte ad un capitano dell'Arma. Ma sarà costretta a dover scrivere all'avvocato Fabio Anselmo, difensore della famiglia Magherini, per dire che quei carabinieri non scrivevano sul verbale quando lei parlava dei calci a Riccardo. E racconterà le ragioni della chiamata. Ma soprattutto quella donna saprà della morte di Magherini soltanto il giorno dopo leggendo un quotidiano online. Perchè inventarsi la storia del processo per direttissima? Riccardo Magherini è morto da ore ormai. Perchè raccontare queste falsità? In quegli stessi minuti, al comando di Borgo Ognissanti, il maresciallo Stefano Castellano con gli appuntati Vincenzo Corni, Davide Ascenzi e Agostino Della Porta, su cui tutti pende una richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo, redigevano l'annotazione di servizio. Hanno scritto che la forza esercitata per i quattro militari è stata assolutamente contenuta e misurata alla violenza esercitata da Magherini. Annotazione di servizio che chiama in causa quei due testimoni di prima. Escludendo invece i molti altri che hanno assistito alla scena. E' sempre delle ore 6.00 la relazione degli agenti della terza 'gazzella' intervenuta in Borgo San Frediano. Non vedono praticamente niente di quello che accade, anche perchè arrivano dopo l'ammanettamento di Magherini. Vedono solo il loro collega ferito, che accompagnano in ospedale, e dopo qualche minuto dall'arrivo della seconda ambulanza si rendono conto che l'uomo ormai non “rispondeva alle sollecitazioni mediche”.

Alle 6,10 sarà interrogato al comando di Borgo Ognissanti il medico giunto a San Frediano sulla seconda ambulanza. Dirà di essere arrivato aver rilevato l'arresto cardiaco per poi aver iniziato a praticare le manovre rianimatorie. Non dirà di averle iniziate con le manette inserite. Non dirà, come farà poi, che dai volontari è stato riferito che l'intervento della prima ambulanza è stato negato dai Cc. E purtroppo si renderà anche protagonista di una telefonata al 118, agli atti, e tutta da approfondire. Rispondendo alla domanda ma ha preso roba?, diceva “Ora ti dico di sì, poi ti spiego..”. Una chiamata che appare strana. Molto.

In quei minuti, alle 6,25 un capitano dell'Arma interroga un volontario della Croce Rossa intervenuto sulla prima ambulanza. L'uomo dirà di arrivare e “trovare una persona a terra. Faccia a terra, ammanettato dietro la schiena. Tenuto bloccato da un agente. Mi si è fatto incontro un altro agente che mi chiedeva se a bordo c'era un medico per poter sedare la persona immobilizzata”. La risposta che conseguirà, cioè il “no, non c'è il medico”, non consentirà ai volontari della Croce Rossa di poter effettuare alcuna operazione di assistenza sanitaria a Magherini proprio perchè i militari avrebbero consentito solo ad un medico di assistere Riccardo. Perchè andava sedato. Ma non c'è scritto su quel verbale. Anche per questo volontario la procura chiederà il rinvio a giudizio per omicidio colposo.

Toccherà poi alle 6,50, al comando di Borgo Ognissanti, all'infermiere giunto in San Frediano sulla seconda ambulanza. Ad interrogarlo è il comandante del Nucleo investigativo in persona. Descriverà le operazioni di rianimazione. Non verrà però citata la scena delle manette, poi ricordata in successivi verbali.

Alle 7.00 a Borgo Ognissanti tocca ad un'altra volontaria della Croce Rossa arrivata sulla prima ambulanza, anche per lei la procura ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo. Riferirà che i carabinieri hanno rappresentato “l'uomo come una persona aggressiva” e che quindi “non potevano intervenire”. Ricorda la scena della collega che mette la mano alla bocca per verificare la respirazione già citata nel verbale delle 3,05 ma firmerà successivamente una dichiarazione in cui spiegava le condizioni in cui si sono svolti gli interrogatori smentendo proprio le affermazioni dei verbali svolti nelle prime ore.

Le indagini proseguono frenetiche e alle 8.10 Guido Magherini viene sentito circa le abitudini del figlio dal comandande della caserma dei carabinieri di Piazza Pitti. Nel frattempo il maggiore Rosciano ha disposto la trascrizione dei colloqui tra 'gazzelle' e 112. Poi una macchina parte da Borgo Ognissanti pe ritirare la cartella di intervento del 118 e intorno alle 9 arriva la comunicazione del Pm Bocciolini che incarica le aliquote di Polizia giudiziaria di Polizia e Carabinieri di effettuare indagini, al momento contro ignoti, e sentire testimoni per fare chiarezza sulla morte di Riccardo Magherini in vista anche dell'autopsia. E nel giorno della morte di Riccardo Magherini saranno solo i carabinieri a svolgere le indagini. Per poi trasmettere il fascicolo alla pg che comincerà dal 5 marzo le proprie indagini, sempre affiancata da polizia e carabinieri.

Infatti dopo la comunicazione del pm alle 12.30 un ufficiale, (un capitano, ndr) e due sotto ufficiali dell'Arma, svolgono la perquisizione nella stanza dove aveva alloggiato Magherini all'hotel St. Regis. Esito 'negativo'. Non viene trovata droga. Questo è quello che cercano in quei momenti i carabinieri. Non la troveranno neanche in una macchina descritta comunque con oggettivo disgusto per il disordine.

Dopo l'auto, alle 14.00 i carabinieri visitano casa di Riccardo Magherini in via delle Campore. Trovano un “elevato quantitativo di medicinali”. E tra i farmaci descritti fotografano anche il Fluifort aperto, la Tachipirina ed il Malox. Tratteggiando nel verbale il ritratto di un abituale consumatore di farmaci. Un ipocondriaco. Se poi ai farmaci si associa la cocaina si crea mix perfetto per una morte come quella sopraggiunta quella notte. In quegli stessi minuti, al comando di Borgo Ognissanti, viene ascoltato il medico personale di Riccardo con domande specifiche su abusi di droga o disturbi di salute che potevano affliggere Magherini. Ma le risposte del medico non daranno spunti in tal senso. Nemmeno quelle del cameriere del ristorante Neromo, le cui immagini delle telecamere sono state prese alle 5 la mattina, e che riferisce di un Riccardo Magherini “tranquillo e sereno”. Ne descrive la cena la sera prima. Una serata tranquilla. Niente di utile per quelle indagini. E questo è quello che accade nelle 12 ore successive alla morte di Riccardo Magherini. Indagini serrate dei carabinieri. Per la morte di un uomo che loro stessi attribuiscono fin da subito ad un infarto. Un normale infarto. Normalità che durerà poco. In quelle ore i carabinieri non possono sapere che a Riccardo Magherini verranno riscontrate lesioni su tutto il corpo e che la droga a cui volevano attribuire la morte invece non la causerà. Al contrario dei calci e dela compressione toracica, non compresi nel protocollo di arresto violato dai quattro militari, e a cui è stato sottoposto l'uomo.

Questo è realmente accaduto. Queste indagini sono realmente avvenute. Sembra incredibile che sui carabinieri abbiano indagato i carabinieri. Ma è vero. Sembra incredibile che in quei minuti nessun ufficiale dell'Arma abbia sentito il bisogno morale, il dovere civile ed il solo semplice buon senso, che appartiene alle persone comuni, di passare le indagini alla Polizia. Di astenersi almeno dal svolgerle. Anche solo per il rispetto verso un uomo morto sotto la loro divisa sporcata dal sangue di Riccardo Magherini. Ma il rispetto, ad oggi, non c'è mai Stato. In attesa dell'udienza preliminare prevista per l'8 gennaio 2015.

Quando la Legge e l’Ordine Pubblico diventano violenza gratuita e reato impunito del Potere.

Così scrive il dr Antonio Giangrande, sociologo storico e scrittore che sul tema ha scritto dei saggi pubblicati su Amazon.it.

C’è violenza e violenza. C’è la violenza agevolata, come quella degli stalkers, fenomeno che sui media si fa un gran parlare. Stalkers che sono lasciati liberi di uccidere, in quanto, pur in presenza di denunce specifiche, non vengono arrestati, se non dopo aver ucciso coniuge e figli. C’è la violenza fisica che ti lede il corpo. C’è quella psicologica che ti devasta la mente, come per esempio l’essere vittima di concorsi pubblici od esami di abilitazione truccati o il considerare le tasse come “pizzo” o tangente allo Stato.

O come per esempio c’è la violenza su Silvio Berlusconi: un vero e proprio ricatto…. anzi è un’estorsione “mafiosa” a detta di Berlusconi. Libero di fare la campagna elettorale, ma fino a un certo punto: se nei suoi interventi pubblici Berlusconi tornerà a prendersela con i magistrati (come fa con regolarità da vent'anni a questa parte) potrà venirgli revocato l'affido ai servizi sociali e scatterebbero gli arresti domiciliari. Antonio Lamanna, come racconta la stampa, nell'udienza di giovedì 10 marzo 2014, ha sottolineato che se il Cavaliere dovesse diffamare i singoli giudici l'affidamento potrebbe essere revocato. Un bavaglio a Berlusconi: se dovesse parlare male della magistratura, verrà sbattuto agli arresti domiciliari. Lamanna, nel corso dell'udienza, ha portato in aula un articolo del Corriere della Sera dello scorso 7 marzo 2014, in cui veniva riportato che Berlusconi avrebbe detto, in vista delle decisione del Tribunale di Sorveglianza: "Sono qui a dipendere da una mafia di giudici". Dunque Lamanna ha commentato: "Noi non siamo né angeli vendicatori né angeli custodi, ma siamo qui per far applicare la legge", e successivamente ha ribadito al Cavaliere la minaccia (abbassare i toni, oppure addio ai servizi).

O come per esempio c’è la violenza su Anna Maria Franzoni. Quattordici anni dopo l'omicidio del figlio Samuele Lorenzi in Annamaria Franzoni ci sono ancora condizioni di pericolosità sociale e la donna ha bisogno di una psicoterapia di supporto. Sapete perché: perché si dichiara innocente. E se lo fosse davvero? In questa Italia, se condannati da innocenti, bisogna subire e tacere. Questo è il sunto della perizia psichiatrica redatta dal professor Augusto Balloni, esperto incaricato dal tribunale di Sorveglianza di Bologna di valutare ancora una volta la personalità della donna per decidere sulla richiesta di detenzione domiciliare. La perizia ha circa 80 pagine ed è il frutto di una decina di incontri in oltre due mesi con le conclusioni, depositate prima di Pasqua 2014. Secondo quanto rivelato dalla trasmissione “Quarto grado”, la perizia sostiene che Franzoni, che sta scontando una condanna a 16 anni (e non a 30 anni, così come previsto per un omicidio efferato), è socialmente pericolosa: soffre di un "disturbo di adattamento" per "preoccupazione, facilità al pianto, problemi di interazione con il sistema carcerario" perché continua a proclamarsi innocente.

Poi c’è la violenza fisica. Tutti a lavarsi la bocca con il termine legalità. Mai nessuno ad indicare i responsabili delle malefatte se trattasi dei poteri forti. Così si muore nelle “celle zero” italiane.  Dai pestaggi ai suicidi sospetti. Le foto incredibili. Di questo parla Antonio Crispino nel suo articolo su “Il Corriere della Sera” del 5 febbraio 2014.

Per quando questa inchiesta sarà tolta dal sito del Corriere (più o meno 48 ore), in carcere sarà morta un’altra persona. Sono 2230 decessi in poco più di un decennio. Quasi un morto ogni due giorni. Morte naturale, arresto cardio-circolatorio, suicidio. Queste le cause più comuni. Quelle scritte sulle carte. Poi ci sarebbero i casi di pestaggio, di malasanità in carcere, di detenuti malati e non curati, abbandonati, le istigazioni al suicidio, le violenze sessuali, le impiccagioni a pochi giorni dalla scarcerazione o dopo un diverbio con il personale carcerario. Sono le ombre del sistema. La versione ufficiale è che il carcere è “trasparente”, sono tutte fantasie, storie metropolitane. «I detenuti, ormai, l’hanno presa come una moda quella di denunciare violenze». Parola di Donato Capece, leader del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria). Per essere credibili bisogna portare le prove, le testimonianze. In che modo? «Il carcere è un mondo a parte, un sistema chiuso dove si viene a sapere quello che io voglio che si sappia e dove le carte si possono sistemare a piacimento. Il sistema tende a proteggere se stesso» sintetizza Andrea Fruncillo, ex agente penitenziario di Asti. Lo avevamo incontrato già qualche anno fa. Grazie anche alla sua denuncia (caso più unico che raro) venne alla luce il sistema di pestaggio organizzato all’interno del carcere dove prestava servizio. In primo grado non si trovò nessun responsabile. In secondo grado sono arrivate le condanne. E’ una lotta impari, una fatica di Sisifo. «Anche lì dove riusciamo faticosamente a reperire delle prove finisce quasi sempre con una prescrizione» spiega l’avvocato Simona Filippi. È uno gli avvocati di Antigone, l’associazione che si occupa dei diritti dei detenuti. Carte alla mano, ci mostra come i reati per cui si procede sono attinenti alle sole lesioni. I tempi di prescrizione sono facilmente raggiungibili rispetto a un reato di tortura. Se fosse introdotto nel nostro ordinamento. Ad oggi, infatti, questo reato non esiste. Come praticamente non esistono condanne passate in giudicato. Esistono, invece, foto e documenti agghiaccianti che pochi dubbi lascerebbero sulla natura della morte del detenuto. Ma tutto è interpretabile e la scriminante è sempre dietro l’angolo. Lo avevamo testato anche noi, nel 2012, dopo l’aggressione ricevuta da parte del comandante degli agenti penitenziari di Poggioreale che minacciò: «Se non spegni questa telecamera te la spacco in testa... I detenuti li trattiamo anche peggio, lo puoi anche scrivere». Anche in quel caso chiedevamo di presunti casi di violenza. Tante scuse per l’accaduto, la richiesta - cortese - di non denunciare da parte della direttrice e promesse di azioni disciplinari da parte del Dap. Nulla di concreto. Anzi. Sul sito della polizia penitenziaria il comandante viene descritto come un ‘martire della battaglia’, in puro stile corporativo, provocato da giornalisti in cerca di scoop. «Nessuna prova». Qualche foto gira su internet per la pervicacia di genitori che chiedono giustizia: sono i casi di Stefano Cucchi, Marcello Lonzi (la mamma ha venduto tutto quello che aveva per pagare avvocati e periti. Ultimamente ha messo in vendita il proprio rene per poter pagare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo. La battaglia legale va avanti da 10 anni) o Federico Perna. Gli altri non li conosce nessuno. Come Manuel Eliantonio, Carlo Saturno, Bohli Kaies, Raffaele Montella, Aldo Tavola, Stefano Guidotti, Antonino Vadalà, Mauro Fedele, Gregorio Durante, Giuseppe Rotundo e troppi altri. Raccogliamo tutto quello che si può documentare. Lo mostriamo, in una miscellanea di orrore e terrore, al garante dei detenuti della Lombardia Donato Giordano, la regione con il più alto numero di carcerati. «E’ una follia, se è vero come è vero quello che ho visto siamo messi peggio del nazismo». Eppure casi di pestaggio sulla sua scrivania non sono mai arrivati. Nemmeno uno. Invece da mesi ci arrivano via posta segnalazioni dal carcere di Opera. «Fate luce sulla cella 24», ci scrivono. Cos’è la cella 24? «Solo una cella come tante altre dove mettono drogati e alcolizzati. Il direttore del carcere mi ha detto che è vuota per evitare che si facciano male. Indagherò» ci fa sapere il garante Giordano. In tutta Italia la cella 24 ha tanti nomi. Ogni detenuto, a seconda della provenienza geografica, la apostrofa in modo diverso, ma il senso è quello: cella 0, cella interrata, cella frigorifera, cella nera, cella estiva/invernale… Ogni termine ha una spiegazione. Incontriamo un poliziotto di Poggioreale per chiedergli del sovraffollamento ma il discorso vira inevitabilmente sull’esistenza della “cella zero”, la cella dove verrebbero portati i detenuti da punire. Non sa di essere ripreso. Spaventa la normalità con la quale afferma cose di una certa gravità: «Poggioreale è stato scenario di tante cose violente, dentro Poggioreale si è sparato, ci sono stati i morti, sono girate pistole… fino a quando non c’è stata la svolta autoritaria delle forze dell’ordine. Nella gestione di una popolazione del genere, permetti che c’è anche il momento di tensione, che si superano dei limiti, da ambo le parti e si interviene in questo modo? Penso che è naturale… E’ un po’ come lo schiaffo del padre in famiglia, no?». La denuncia che il garante si aspetta sulla scrivania dovrebbe partire da un detenuto pestato che si trova all’interno del carcere e convive con altri detenuti che non vogliono problemi. La stessa denuncia prima di essere spedita passerebbe tra le mani del sistema carcerario. Dopodiché il detenuto dovrebbe continuare a convivere con i suoi presunti carnefici, ogni giorno. Il tutto partendo dal presupposto che un detenuto, per definizione, ha una credibilità pari allo zero e una possibilità di documentare quello che dice praticamene nulla. «Anche se viene trasferito dopo la denuncia, il detenuto sa che le prende lo stesso. Tra di noi arrivava la voce di chi aveva fatto l’infame e si trovava ugualmente il modo di punirlo. Chi sa sta zitto, anche i medici. Ad Asti dicevamo noi al medico cosa scrivere sulla cartella clinica dopo un pestaggio. Ovviamente nei casi in cui lo portavamo da un medico. Ci sono tanti bravi agenti che fanno solo il loro dovere ma seppure assistessero ai pestaggi non potrebbero parlare. Sarebbero mandati in missione in chissà quale carcere sperduto d’Italia, gli negherebbero le licenze, i permessi, farebbero problemi con le ferie, verrebbero discriminati... Insomma il carcere è un mondo con le sue regole» ricostruisce così la sua esperienza, Fruncillo. «Ci aveva provato Carlo Saturno a denunciare le violenze subite nel carcere minorile di Bari» ricorda Laura Baccaro autrice con Francesco Morelli del dossier “Morire di carcere” pubblicato su Ristretti Orizzonti. E’ stato sfortunato. Era l’unico testimone ed è morto impiccato una settimana prima dell’udienza in cui doveva deporre. Il processo si è chiuso per mancanza di prove.

Katiuscia Favero. Anche lei aveva denunciato: un medico e due infermieri dell’Opg di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. La avrebbero violentata ripetutamente. «Dopo la denuncia viene trovata impiccata a un albero in un recinto accessibile solo al personale medico-infermieristico. Sfortunata anche lei. Perché spariscono anche le perizie ginecologiche effettuate dopo la denuncia». Caso chiuso. Nel 2008 verranno assolti sia il medico che gli infermieri denunciati da Katiuscia, per mancanza di prove. Cristian De Cupis diceva che alcuni agenti della Polfer di Roma lo avevano picchiato durante l’arresto. Denuncia tutto al Pronto soccorso. Muore prima ancora che gli convalidino l’arresto. Aveva 36 anni. Manuel Eliantonio viene fermato all’uscita di una discoteca. Aveva fumato, usato droghe. Gliene trovano alcune in tasca e lui scappa. L’agente lo rincorre e lo porta nella caserma della Polizia stradale di Carcare, provincia di Savona poi in carcere. Ufficialmente muore per «arresto cardiaco» ma il giorno prima aveva scritto alla mamma: «Mi ammazzano di botte, mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li sputo, se non li prendo mi ricattano». Anche qui, nessuna prova. Nessuna prova e nessuna testimonianza neppure per Bohli Kaies. E’ uno spacciatore tunisino morto per «arresto cardiocircolatorio». La perizia disposta dal procuratore di Sanremo precisa: «Avvenuta per asfissia violenta da inibizione dell’espansione della gabbia toracica». In pratica: soffocato. Così il procuratore Roberto Cavallone decide di indagare i tre carabinieri che procedettero all’arresto. Dirà: «E’ una morte della quale lo Stato italiano deve farsi carico. Chi ha visto si faccia avanti e i tre militari raccontino come è andata». Non si saprà mai come è andata nemmeno per Rachid Chalbi. Trovato morto in cella per “suicidio”. Qualche giorno prima era stato punito con il trasferimento nel penitenziario di Macomer. Quando i parenti si recano all’obitorio notano ecchimosi sul volto e sul petto. I parenti si chiedono: «Nonostante la richiesta del consolato e dei legali l’autopsia non è stata eseguita. Perché?».

Qui si parla di morti che hanno commesso il reato di farsa. Ossia: colpevoli di essere innocenti. Di chi è stato arrestato è poi in caserma picchiato fine a morirne, se ne parla come eccezione. Ma nessuno parla di chi subisce violenza o muore durante le fasi dell’arresto.

Foto e filmati, raccolti e rilanciati sul web, compongono una moviola con pochi margini d’interpretazione: colpi di manganello contro persone a terra, calci, quel terribile gesto di salire con gli scarponi sull’addome di una ragazza rannicchiata sull’asfalto con il suo ragazzo che le sta sopra per proteggerla.

E poi loro. “Quello che è successo a Magherini ripropone tragedie che sembrano richiamare situazioni simili e comportamenti analoghi a quelli già visti come nel caso di Aldrovandi e di Ferulli. Si teme l’abuso di Stato. Una persona che grida aiuto e una persona in divisa sopra di lui che effettua la cosiddetta azione di contenimento, un termine pudico e ipocrita.” Questo ha detto duramente il senatore Manconi, che parla di evidenze documentate (un video ripreso dall’alto) dei comportamenti illegali da parte delle forze dell’ordine.

PRESADIRETTA ha raccontato nell’ignavia generale le storie dei meno conosciuti: Michele Ferrulli, morto a Milano durante un fermo di polizia mentre ballava per strada con gli amici, Riccardo Rasman, rimasto ucciso durante un’irruzione della polizia nel suo appartamento dopo essere stato legato e incaprettato col fil di ferro, Stefano Brunetti, morto il giorno dopo essere stato arrestato col corpo devastato dai lividi. A PRESADIRETTA hanno fatto ascoltare i racconti scioccanti dei “sopravvissuti” come Paolo Scaroni, in coma per due mesi dopo le percosse subite durante le cariche della polizia contro gli ultras del Brescia, Luigi Morneghini, sfigurato dai calci in faccia di due agenti fuori servizio e delle altre vittime che ad oggi aspettano ancora giustizia. Ma quante sono invece le storie di chi non ha avuto il coraggio di denunciare e si è tenuto le botte, le umiliazioni pur di non mettersi contro le forze dell’ordine e dello Stato? Noi pensiamo di vivere in un Paese democratico dove i diritti della persona sono inviolabili, è veramente così? “Morti di Stato” è un racconto di Riccardo Iacona e Giulia Bosetti. Morti di Stato”, l’inchiesta giornalistica che non fa sconti.

Ottima la prima per la nuova serie di “Presadiretta” di Riccardo Iacona, scrive Filippo Vendemmiati su Articolo 21 del 7 gennaio 2014. “Morti di Stato” una puntata dura e senza sconti a cui si vorrebbe ne seguisse subito un’altra, fatta anche di risposte, smentite, precisazioni. Ma difficilmente sarà. Chi scrive conosce bene il lungo travaglio che ha preceduto e ha partorito questa trasmissione. Come spesso fino ad ora è accaduto, “i coinvolti” preferiranno tacere, eludere, rispondere non con le parole, ma semmai con “gli avvertimenti giudiziari” dei loro avvocati. Perché qui sta la prima e paradossale differenza:  l’inchiesta giornalistica,  quella vera, quella che nonostante tutto dunque non è morta, ha un nome e un cognome, un responsabile che si firma e si assume ogni responsabilità; il reato penale commesso dallo Stato è coperto dall’anonimato, da una divisa e da un casco,  da omissioni complicità..  Per questo tanto tenace e insuperabile è il muro che si oppone all’introduzione del codice identificativo sulle divise e del reato di tortura, da 25 anni  inadempienti  nonostante il protocollo firmato davanti alla Convenzione dell’Onu. Ma c’è un duplice reato di tortura: il primo è quello delle vittime non di incidenti o di colluttazioni avvenute sulla strada, bensì di violenze gratuite avvenute durante  un fermo, un controllo, in manette o nel chiuso delle caserme o delle carceri; il secondo è quello dei familiari delle vittime,  costrette ad un terribile e doloroso percorso per ottenere scampoli di una giustizia che non ce la fa  ad essere normale. Anche chi condannato in via definitiva per reati compiuti con modalità gravissime, sancite da motivazioni trancianti contenute in tre sentenze, come nel caso dell’omicidio di Federico Aldrovandi, ha diritto ad indossare  ancora la divisa, quasi che un quarto silenzioso grado di giudizio garantisse chi di quella stessa divisa abusa e con quella divisa infanga il giuramento  fatto davanti alla Costituzione.. Non solo e tanto di “mele marce” si è occupata questa puntata di Presadiretta, ma di un sistema malato che queste mele alleva , copre e difende., secondo il principio non nuovo che dalla polizia non si decade, ma semmai si viene promossi. Grazie a Presadiretta e a Raitre di avercelo raccontato con tanta efficacia, nel nome delle vittime note e ignote, per una volta non ignorate.

Le Forze dell’Ordine usano delle tecniche apposite di bloccaggio delle persone esagitate che li si vuol portare alla calma o all’esser arrestate. Di questo parla la Relazione della 360 SYSTEM della Polizia di Stato.

Primo contatto. La pressione come strumento per apprestare la difesa, l’armonia del movimento e la elasticità, non irrigidirsi in situazioni di stress, aumento del carattere e dell’aggressività quando sottoposti ad attacchi.

Ammanettare l’avversario. Come eseguire una corretta e veloce procedura di bloccaggio a terra e successivo ammanettamento in situazione di uno contro uno, tecniche per portare a terra l’avversario in sicurezza e controllo dell’avversario a terra.

Probabilmente, come tutte le cose italiane, il corso non è frequentato e quindi ogni agente adopera una sua propria tecnica personale, spesso, letale e che per forza di cose passa per buona ed efficace.

La versione ufficiale pareva chiara. Riccardo Magherini, 40 anni, figlio dell’ex stella del Palermo Guido Magherini, è morto due mesi fa a Firenze, qualche istante dopo essere stato arrestato a causa di un arresto cardiaco, scrive nel suo articolo Alessandro Bisconti su “Sicilia Informazioni” del 27 aprile 2014. Vagava seminudo e in stato di shock in Borgo San Frediano a Firenze. Aveva appena sfondato la porta di una pizzeria, portando via il cellulare a un pizzaiolo. Chiedeva aiuto, diceva di essere inseguito da qualcuno che voleva ucciderlo. Poi è entrato nell’auto di una ragazza mentre lei scappava. Quindi sono arrivati i carabinieri che dopo averlo immobilizzato, hanno chiamato il 118, visto lo stato di agitazione di Magherini. Dieci minuti dopo è arrivato il medico che ha trovato l’uomo in arresto cardiaco. Un’ora più tardi Magherini è morto in ospedale. Adesso il fratello di Riccardo Magherini accompagnato dal suo legale e dal senatore del PD Luigi Manconi hanno presentato in Senato le immagini inedite del corpo dell’uomo, sulla morte del quale chiedono che sia fatta chiarezza, sospettando un abuso di polizia simile ad altri che hanno funestato le cronache recenti. Ci sono però numerose testimonianze (e un video) che raccontano di un uomo preso a calci a lungo, in particolare calci al fianco e all’addome, mentre era sdraiato a terra e di soccorsi chiamati quando ormai non reagiva più. “Per una quarantina di minuti Riccardo è stato steso a terra immobilizzato dai carabinieri con un ginocchio sulla schiena. Era ammanettato ed è stato percosso e intanto Riccardo urlava: ‘Sto morendo, sto morendo’” ha raccontato un testimone alla trasmissione Chi l’ha visto, ma in tanti sostengono questa ricostruzione. I video e le foto sono appena stati presentati in Senato. Il papà Guido, 62 anni, ha disputato tre stagioni con la maglia del Palermo, nella seconda metà degli anni Settanta, diventando presto un semi-idolo (18 gol). Lui, Riccardo, ha provato a seguire le orme del padre. Inizio promettente, con la vittoria del torneo di Viareggio in maglia viola, da protagonista. Era considerato una promessa del calcio fiorentino. Poi si è perso per strada. Tante delusioni, anche nella vita. Fino alla separazione, recente, con la moglie e all’ultima, folle, serata.

Morì d’infarto durante l’ arresto il cinquantunenne milanese Michele Ferulli, deceduto la sera del 30 giugno 2011, dopo esser stato percosso da alcuni agenti di polizia che lo stavano ammanettando. E’ quanto emerge dalla perizia redatta dal tecnico incaricato dai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Milano, Fabio Carlo Marangoni, che ha potuto visionare ben 4 filmati di quei tragici momenti. Gli uomini delle forze dell’ordine, intervenuti dopo una segnalazione per schiamazzi notturni in via Varsavia, nel capoluogo lombardo, stavano procedendo al fermo della vittima, e secondo la relazione peritale uno di loro “percuoteva ripetutamente sulla spalla e sulla scapola destra” l’individuo in procinto di essere arrestato. Ferulli venne colto, forse per la concitazione, da un arresto cardiaco che gli sarebbe risultato fatale. Nel procedimento giudiziario in corso risultano imputati i quattro poliziotti intervenuti sul posto durante quella serata maledetta. Per loro l’accusa è di omicidio preterintenzionale. Stando a quanto risulta dal lavoro depositato da Marangoni, per ben 2 volte Ferulli invocò esplicitamente aiuto.

L’abominevole morte di Luigi Marinelli è l’articolo di Alessandro Litta Modignani su “Notizie Radicali” del 15 ottobre 2012. Sempre più spesso sentiamo nominare Cucchi, Aldrovandi, Bianzino, Uva.... Nomi diventati tristemente familiari, evocatori di arbitrio, brutalità, violenza, morte, denegata giustizia. Il muro dell’omertà e del silenzio poco alla volta si rompe, le famiglie coraggiose non si rassegnano al dolore della perdita, facebook e internet fanno il resto, obbligando la carta stampata ad adeguarsi e a rispettare il dovere di cronaca. Così, uno dopo l’altro, altri nomi e altre vicende emergono dall’oscurità e assurgono alla dignità di “casi”. La lista si allunga, nuovi nomi si aggiungono, con le loro storie di ordinaria follia. Alla presentazione del libro-denuncia di Luca Pietrafesa “Chi ha ucciso Stefano Cucchi?” (Reality Book, 180 pagine) tenuta nei giorni scorsi nella sede del Partito radicale a Roma, ha finalmente trovato la forza interiore di parlare l’avv. Vittorio Marinelli, che con voce rotta dall’emozione ha raccontato la morte abominevole, letteralmente “assurda” di suo fratello Luigi. Luigi Marinelli era schizofrenico, con invalidità riconosciuta al 100%. Si sottoponeva di buon grado alle terapie che lo tenevano sotto controllo, dopo un passato burrascoso che lo aveva portato in un paio di ospedali psichiatrico-giudiziari. Spendaccione, disturbato, invadente fino alle soglie della molestia, divideva la sua vita fra gli amici, la sua band e qualche spinello. Era completamente incapace di amministrarsi. Ricevuta in eredità dal padre una certa somma, la madre e i fratelli gliela passavano a rate, per evitare che la sperperasse tutta e subito. Rimasto senza soldi, la mattina del 5 settembre 2011 Luigi va dalla madre, esige il denaro rimanente; si altera, dà in escandescenze, minaccia, le strappa la cornetta dalle mani – ma non ha mai messo le mani addosso a sua madre, mai, neppure una sola volta nel corso della sua infelice esistenza. Messa alle strette, la madre chiama Luisa (la fidanzata di Luigi, anch’ella schizofrenica) chiama l’altro figlio Vittorio, chiama la polizia e quest’ultima decisione si rivelerà fatale. Arrivano due volanti - poi diventeranno addirittura tre o quattro - trovano Luigi che straparla come suo solito semi-sdraiato sulla poltrona, esausto ma in fin dei conti calmo. Gli agenti chiamano il 118 per richiedere un ricovero coatto. Arriva Vittorio, mette pace in famiglia, madre e figlio si riconciliano, Luigi riceve in assegno il denaro che gli appartiene e fa per andarsene. Ma la polizia ha bloccato la porta e non lo lascia uscire, dapprima con le buone poi, di fronte alle crescenti rimostranze, con l’uso della forza. Luigi è massiccio, obeso, tre poliziotti non bastano, ne arriva un quarto enorme e forzuto. Costui blocca lo sventurato contro il muro, lo piega a terra, lo schiaccia con un ginocchio sul dorso, gli torce le braccia dietro la schiena e lo ammanetta, mentre Vittorio invita invano gli agenti a calmarsi e a desistere. “Non fate così, lo ammazzate...!” dice lui, “Si allontani!” sbraitano quelli. Vittorio vede il fratello diventare cianotico, si accorge che non riesce a respirare, lo guarda mentre viene a mancare. Allontanato a forza, telefona per chiedere aiuto al 118 ma dopo due o tre minuti sono i poliziotti a richiamarlo. Luigi ormai non respira più ma ha le braccia sempre bloccate dietro alla schiena: le chiavi delle manette.... non si trovano! La porta di casa è bloccata, non si sa da dove passare, un agente riesce finalmente a trovare la porta di servizio, scende alle auto ma le chiavi ancora non saltano fuori. “Gli faccia la respirazione bocca a bocca!” gridano gli agenti in preda nel panico (Luigi è bavoso e sdentato, a loro fa schifo, poverini). Liberano infine le braccia ma ormai non c’è più niente da fare. Il volto di Luigi è nero. E’ morto. Arriva l’ambulanza, gli infermieri si trovano davanti a un cadavere ma, presi da parte e adeguatamente istruiti, vengono convinti dagli agenti a portare via il corpo per tentare (o meglio: per fingere) la rianimazione. Il resto di questa storia presenta il solito squallido corollario di omertà, ipocrisia, menzogne, mistificazioni. Gli agenti si inventano di avere ricevuto calci e pugni per giustificare l’ammanettamento, il magistrato di turno avalla la tesi della “collutazione”. L’autopsia riscontra la frattura di ben 12 costole e la presenza di sangue nell’addome, la Tac rivela di distacco del bacino, evidenti conseguenze dello schiacciamento del corpo. Le analisi tossicologiche indicano una presenza di sostanze stupefacenti del tutto insignificante. A marzo il pm chiede l’archiviazione sostenendo che la causa della morte è stata una crisi cardiaca. La famiglia presenta opposizione. Qual è stata la causa della crisi cardiaca? Perché è stato immobilizzato? Era forse in stato d’arresto? In questo caso, per quale reato? Le varie versioni degli agenti, mutate a più riprese, sono in patente contraddizione. “Gli venivano subito tolte le manette” è scritto spudoratamente nel verbale, mentre in verità gli sono state tenute per almeno 10 minuti, forse un quarto d’ora. L’ultima volante dei Carabinieri, sopraggiunta sul posto, descrive nel verbale “un uomo riverso a terra ancora ammanettato”. Ma quando Vittorio Marinelli fa notare al magistrato che questa è evidentemente la “causa prima efficiente” dell’arresto cardiaco, si sente rispondere dal leguleio che “la sua è un’inferenza”. Resta il fatto che prima di essere ammanettato Luigi Marinelli era vivo, dopo è morto. Queste sono le cosiddette forze del cosiddetto ordine, questa è la magistratura dell’Italia di oggi. Tornano alla mente le parole pronunciate da Marco Pannella in una conferenza stampa di un paio di anni fa: “Presidente Napolitano, tu sei il Capo di uno Stato di merda”.

Ferrara, via dell’Ippodromo. All’alba del 25 settembre 2005 muore a seguito di un controllo di polizia Federico Aldrovandi, 18 anni, scrive “Zic” il 15 febbario 2014. Dopo due anni di coperture e reticenze, durante i quali le versioni ufficiali sposavano la tesi della morte per overdose e dell’innocenza dei tutori dell’ordine, il 20 ottobre 2007 è iniziato il processo a quattro agenti, a novembre 2008 il “colpo di scena”, agli atti del processo una foto che mostrerebbe inequivocabilmente come causa di morte sia un ematoma cardiaco causato da una pressione sul torace, escludendo ogni altra ipotesi. Su questa immagine è acceso il dibattito, nelle ultime udienze della fase istruttoria, tra i periti chiamati a deporre dai legali dalla famiglia e quelli della difesa. Infine, il 6 luglio 2009, la condanna degli agenti. Il giudice: «Ucciso senza una ragione», imputati condannati a 3 anni e mezzo per eccesso colposo in omicidio colposo. Nel nostro speciale i resoconti di tutte le udienze. Altri agenti condannati nell’ambito del processo-bis, per i depistaggi dei primi giorni di indagine; una poliziotto condannato anche nel processo-ter. Il 9 ottobre 2010 il Viminale risarcisce alla famiglia due milioni di euro, una cifra che nel 2014 la Corte dei conti chiederà che venga pagata dai poliziotti. L’10 giugno 2011 si chiude il processo d’appello con la conferma delle condanne. Durissima la requisitoria della pg: “In quattro contro un’inerme, una situazione abnorme”. Gli agenti fanno ricorso in Cassazione che il 21 giugno 2012 rigetta, le condanne sono definitive (ma c’è l’indulto). Pg: “Schegge impazzite in preda al delirio”. A marzo 2013 provocazione del Coisp, un sindacatino di polizia che strappa il proprio quarto d’ora di notorietà manifestando sotto le finestre dell’ufficio di Patrizia Moretti. La città in piazza: “Lo scatto d’orgoglio”, A inizio 2013 poliziotti in carcere per scontare i 6 mesi di pena residua, Lino Aldrovandi a Zeroincondotta: “Non voglio nemmeno pensare che non li licenzino”, ma un anno dopo stanno per tornare in servizio. Il 15 febbraio 2014 manifestano in cinquemila: “Via la divisa”.

Applausi e abuso di potere: #ViaLaDivisa!, scrive “Un altro genere di comunicazione”, riportato da altre fonti, tra cui “Agora Vox”.

Federico Aldrovandi è uno studente diciottenne ferrarese, frequenta il 4° anno dell’ I.T.I.S. ed è un ragazzo brillante: ha svariati interessi, fa karate e ama suonare, ha tanti amici e a scuola è anche impegnato in un progetto contro le tossicodipendenze. La sera del 24 settembre 2005, Federico la trascorre con i suoi amici in un locale di musica dal vivo di Bologna. Quando il concerto si conclude, i ragazzi si dirigono in auto verso Ferrara. Arrivati in città, Federico si fa lasciare a circa 1 km da casa per tornare a piedi. Federico “era tranquillo, non barcollava e non era agitato", dichiareranno successivamente i suoi amici. In quel momento, però, passa una volante della polizia che decide di effettuare un controllo. Dopo poco viene chiamata una seconda pattuglia. Comincia una colluttazione che porta Federico alla morte. La famiglia, avvisata ben 5 ore dopo l’avvenuto decesso, ritiene inverosimile l’ipotesi di un sopraggiunto malore, così come comunicato dagli agenti all’ambulanza del 118, poiché il corpo di Federico presenta moltissime lesioni ed ecchimosi. Secondo i risultati dalla perizia del medico legale disposta dal Pubblico Ministero, la causa ultima della morte sarebbe spiegata da un’insufficienza cardiaca conseguente ad un mix di alcol e droga. Di segno totalmente opposto, invece, l’indagine effettuata dai periti della famiglia, che rintracciano la causa del decesso nella mancanza di ossigeno nei polmoni, dovuta alla compressione del torace da parte di uno degli agenti, e dichiarano che la dose di droga assunta è assolutamente irrilevante e incompatibile con la morte del ragazzo e l’alcol persino al di sotto dei limiti imposti dal codice della strada. Inoltre il corpo rileva i segni delle violenze subite. Si apre l’inchiesta, che vede indagati quattro agenti per omicidio colposo. Durante il primo incidente probatorio, in cui una testimone oculare racconta di aver visto due agenti comprimere Federico sull’asfalto, picchiarlo e manganellarlo mentre chiedeva aiuto tra i conati di vomito, emergono segni di trascinamento sull’asfalto e schiacciamento dei testicoli. Dalle indagini vengono alla luce, inoltre, svariate incoerenze che fanno aprire una seconda inchiesta per falso, omissione e mancata trasmissione di atti. Nel tempo vengono effettuate ulteriori perizie. Infine, i quattro agenti vengono condannati in Primo Grado a 3 anni e sei mesi per “eccesso colposo in omicidio colposo”, pena confermata in Appello e resa definitiva in Cassazione. La pena verrà poi ridotta a sei mesi per via dell’indulto. Nel 2010, altri tre poliziotti vengono condannati per omissione di atti d’ufficio e favoreggiamento, confermando l’ipotesi del depistaggio e l’intralcio alle indagini. I genitori di Federico si sono sempre battuti affinché fosse fatta chiarezza sulla morte del figlio, aprendo prima un blog e poi una pagina facebook dedicata alla vicenda. Hanno dovuto scontrarsi con l’omertà, il silenzio della politica e il “corporativismo” della polizia. È bene precisare che è proprio l’appello della mamma di Federico ad evitare che il caso venga archiviato per decesso da overdose letale. Nel 2012, sulla pagina facebook «Prima difesa», gestita dall’associazione omonima e da un gruppo aperto a cui partecipano tanti rappresentanti delle forze dell’ordine, tra cui uno dei quattro poliziotti condannati in via definitiva, compaiono queste parole: «La “madre” se avesse saputo fare la madre, non avrebbe allevato un “cucciolo di maiale”, ma un uomo!» E sulla pagina «Prima difesa due» i commenti si sprecano, tra cui quelli dell’agente in questione, che fa riferimento a Ferrara quale “città rossa come la bandiera sovietica” e invita tutti i “comunisti di m…” a vergognarsi. Nel marzo del 2013 gli agenti del Coisp (coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forza di polizia), per manifestare solidarietà ai quattro poliziotti condannati, partecipano ad un sit-in a Ferrara, che si tiene provocatoriamente sotto la finestra dell’ufficio di Patrizia Moretti, madre di Federico. La donna decide allora di srotolare la ormai nota foto di Federico, nelle condizioni in cui è stato ridotto la notte della sua morte, davanti ai manifestanti che voltano le spalle per poi recarsi verso il circolo dei negozianti e partecipare al dibattito “Poliziotti in carcere, criminali fuori, la legge è uguale per tutti?”, poiché evidentemente le due cose non possono sovrapporsi. Se sei poliziotto non puoi essere contemporaneamente criminale. È di questi giorni, invece, la notizia riguardante i cinque minuti di applausi e la standing ovation riservata a tre dei quattro agenti condannati, alla sessione pomeridiana del Congresso nazionale del Sap, il sindacato autonomo di polizia. Queste le parole di Gianni Tonelli, segretario del Sap, in una nota: “L’onorabilità della Polizia di Stato è stata irrimediabilmente vilipesa e solo una operazione di verità sarà in grado di riscattare il danno patito. Alla stessa stregua i nostri colleghi, ingiustamente condannati, hanno patito un danno infinito.” E questa una delle reazioni politiche comparse in rete: Perché evidentemente “chi porta la divisa non può essere insultato come se niente fosse”. Celere la reazione di Patrizia Moretti, le cui parole vengono divulgate tramite la pagina dedicata al figlio, rivolte ai politici che le hanno invece dimostrato vicinanza: “Ho ricevuto tanta solidarietà da alte cariche, ma se il tutto si esaurisce in una telefonata, rimane una parola vuota. Io mi sottraggo da questo dialogo malato con chi applaude gli assassini di mio figlio, lascio la parola alla politica".

Il sorprendente episodio degli applausi capita, tra l’altro, in un momento in cui si sta cercando di fare luce su di un’altra morte sospetta, avvenuta nel marzo di quest’anno, quella di Riccardo Magherini, 39 anni. Un uomo che perde la vita a Firenze in circostanze poco chiare, mentre si trova nelle mani dei carabinieri. In un primo momento, infatti, la versione data risulta essere quella di un arresto cardiaco dovuto anche all’utilizzo di sostanze stupefacenti. Il padre, però, non convinto di questa versione decide di approfondire e di portare avanti gli accertamenti. I testimoni cominciano a raccontare di calci e percosse, compare un video in cui l’uomo chiede disperatamente aiuto, gridando “non ammazzatemi, ho un bambino” e iniziano a circolare le eloquenti foto del cadavere. Alla fine del mese scorso, i familiari di Riccardo, sostenendo che l’uomo, tra le altre cose, sia stato immobilizzato troppo a lungo attraverso una forte pressione toracica, sporgono denuncia: i carabinieri responsabili dell’arresto vengono, così, accusati di omicidio preterintenzionale e i primi sanitari intervenuti di omicidio colposo.

Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi, morto nel 2009 a 31 anni durante la custodia cautelare per possesso di sostanze stupefacenti, anch’esso in circostanze poco chiare, ha pubblicato una lettera aperta tramite il suo profilo Facebook, in seguito agli elementi venuti alla luce sulla morte di Riccardo: Dava in escandescenze… E si liquida così. Troppo facile. In una frase, fredda, spietata, si liquida una VITA, un’affettività, un mondo fatto dei tanti piccoli o grandi momenti unici che caratterizzano ogni esistenza. Ogni VITA. In due parole si tenta di mettere una pietra tombale sulla verità. E si sta dicendo che quella VITA non contava nulla, o poco di più. Troppo facile… Ma non si può. La VITA è il bene più prezioso, da difendere, tutelare, proteggere. Così come la dignità. Dei vivi… E dei morti. I morti. Quelli scomodi. Quelli che nell’immaginario collettivo se la sono cercata. Quelli, tanti troppi, che sono morti per colpa loro. E così ci si mette a posto la coscienza e si va a dormire tranquilli… Che tanto a noi non succederà mai. Povero disgraziato per riprendere le parole di uno dei tanti personaggi illustri che voleva contribuire a liquidare un omicidio di Stato tra i più terribili come quello di Federico, come morte per droga. Troppo facile. Il tentativo di cancellare una realtà scomoda, di cancellare con un solo gesto la verità. In nome di interessi superiori che faccio sempre più fatica a comprendere. Riccardo Magherini, come mio fratello Stefano, non è morto perché drogato. Non è morto perché dava in escandescenze. La realtà è molto più semplice, e molto più terribile. La sua VITA è terminata mentre chiedeva aiuto a chi avrebbe dovuto tutelarlo. Mentre era inginocchiato davanti a loro e gridava disperatamente aiutatemi sto morendo. Ed è morto. Tutto terribilmente semplice e chiaro. E sul suo povero corpo i segni indelebili di quella notte, di quell’incontro. Credo non ci sia altro da aggiungere…Se non che mi ha emozionata, in questi giorni, poter essere vicina alla famiglia di Riccardo, conoscere i suoi amici… E capire, per loro tramite, chi era Riccardo. E quanto ha lasciato in ogni persona che ha fatto parte della sua VITA. E il vuoto, incolmabile. E la disperazione per quella morte assurda. Tutto il resto solo ipocrisie. Anche nel caso di Stefano Cucchi, il personale carcerario imputa la morte a un supposto abuso di droga o pregresse condizioni fisiche, attribuendogli la responsabilità di aver rinunciato alle cure.  Ma già durante il processo, il ragazzo mostra difficoltà a camminare e dopo l’udienza le sue condizioni peggiorarono ulteriormente: presenta lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso, all’addome e al torace, fratture alla mascella e alla colonna vertebrale e un’emorragia alla vescica. Muore all’ospedale Sandro Pertini nell’ottobre 2009, senza che i familiari abbiano mai potuto verificarne lo stato di salute. Dodici persone – sei medici, tre infermieri e tre guardie carcerarie – vengono accusate dell’omicidio con diversi capi d’imputazione, tra cui: abbandono d’incapace, abuso d’ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni e abuso di potere. I sei medici dell’ospedale vengono condannati per omicidio colposo ma gli agenti, accusati di aver picchiato il ragazzo, vengono assolti per insufficienza di prove, insieme agli infermieri, accusati di non aver prestato assistenza a Cucchi mentre era ricoverato.

E poi c’è il caso Giuseppe Uva, 43 anni, morto il 14 giugno del 2008, fermato in stato di ubriachezza con un suo amico e portato in caserma con lo stesso. Qui Giuseppe Uva rimane in balia di decine di poliziotti. Il suo amico dalla stanza accanto sente urla disumane per più di due ore, così si decide a chiamare un’ambulanza, sussurrando per non farsi ascoltare: “Venite nella caserma in Via Saffi stanno massacrando un ragazzo". Gli operatori del 118 chiamano immediatamente in caserma per capire cosa stia accadendo ma uno dei militari risponde “No guardi, sono due ubriachi che abbiamo qui ora gli togliamo i cellulari. Se abbiamo bisogno vi chiamiamo noi". Alle 5 del mattino, dalla caserma parte la richiesta del tso per Uva. Trasportato al pronto soccorso, viene poi trasferito al reparto psichiatrico dell'ospedale di Circolo, mentre il suo amico viene lasciato andare. Sono le 8.30. Poco dopo due medici - gli unici indagati dell'intera storia poi prosciolti nel 2013 - gli somministrano sedativi e psicofarmaci che ne provocano il decesso, perché sarebbero incompatibili con l'alcol bevuto durante la notte". Da quella notte, l’ultima di Giuseppe, sono trascorsi sei anni e la sua famiglia combatte affinché venga fuori la verità. L’11 marzo scorso il Gip di Varese ha ordinato l’imputazione coatta per omicidio preterintenzionale, arresto illegale, abuso d’autorità su arrestato e abbandono d’incapace degli otto agenti – due carabinieri e sei agenti di polizia – responsabili del fermo e dell’interrogatorio. Il 24 marzo al programma “Chi l’ha visto?” spunta un’altra testimone, una donna che quella notte si trova proprio lì, in ospedale, quando Giuseppe Uva entra scortato dagli agenti: «C’erano guardie e carabinieri. Sono rimasti in quattro – cinque, o sei. E lui continuava a urlare: “bastardi!”. Allora uno di quelli, carabiniere o poliziotto, questo non so, ha detto: «Basta adesso, finamola!”. Poi si è rivolto a dei colleghi così: “Portiamolo di là e gli facciamo una menata di botte”. Loro hanno aperto una porta e poi hanno chiuso. All’uscita ho notato che lo sorreggevano bene. Io in quel momento ho guardato lui, e al naso aveva questa escoriazione. Ho sentito dire: “prendete la barella, che lo mettiamo sulla barella”. Infatti l’hanno messo sulla barella e poi hanno chiamato il dottore, che gli ha messo la flebo». Un copione che si ripete, dunque, quello di queste morti avvenute in “circostanze sospette”: le vittime dipinte come tossici disadattati, descrizione che dovrebbe risultare sempre e comunque una giustificazione per le forze dell’ordine. Per gli agenti Aldrovandi non è altro che un “invasato violento in evidente stato di agitazione", Riccardo una specie di folle tossico che girovaga “senza meta” per il centro di Firenze, intento a sfondare vetrine “per rabbia” e “a furia di pugni”, a rubare cellulari e a “entrare nella macchina” di una ragazza. Per quanto riguarda Stefano, il sottosegretario di Stato Carlo Giovanardi arrivò ad asserire che fosse semplicemente un tossicodipendente anoressico e sieropositivo, dovendosi scusare in seguito per queste false affermazioni, mentre Giuseppe Uva non è nulla di più che “un ubriaco” da imbottire di sedativi e psicofarmaci. Il senatore Manconi ha descritto questo meccanismo post-mortem di stravolgimento della biografia come una “doppia morte“, che avviene“enfatizzando o inventando elementi che possano compiere l’opera di degradazione della vittime”: "Alla vittima rimasta sul terreno, a quella morta in cella o dentro un Cie si applica un processo di stigmatizzazione, di deformazione della sua identità. Così e successo con Aldrovandi, come con Cucchi, Uva e tanti altri. La morte fisica viene seguita da un processo di degradazione dell’identità della vittima, un linciaggio della sua biografia". Ma fortunatamente ci sono altre voci. Quelle dei familiari, ad esempio. Patrizia Moretti lo scorso febbraio, alla fine della manifestazione per chiedere l‘allontanamento dall’incarico di polizia per quegli stessi agenti che ora vengono applauditi pubblicamente dai colleghi, ha voluto ribadirlo con queste parole: “Sappiate che ci saranno sempre le famiglie. Ci saranno sorelle, figli, madri, mogli… E io, come mamma, lo grido forte: non staremo zitte, non lasceremo correre.” Perché sì, ci sono quegli applausi che ci fanno capire come le famiglie di questi ragazzi, che sono morti non perché “folli”, “invasati”, “drogati” ma perché abbandonati dallo Stato, che hanno perso la vita mentre chiedevano aiuto a chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro e tutelarli, siano in realtà sole a combattere una battaglia per salvaguardare quello che resta del ricordo dei loro familiari. Quegli applausi ci fanno intendere che pararsi dietro alla scusa delle “mele marce” all’interno delle forze dell’ordine risulta alquanto anacronistico. Rileggere le dichiarazioni secondo cui “i manifestanti del Coisp non rappresentano la polizia”, come avvenne per bocca della ministra Cancellieri successivamente al sit-in organizzato contro la mamma di Federico Aldrovandi, è oggi ancora più amaro, dopo la solidarietà dimostrata nei confronti degli agenti che uccisero Federico. Solidarietà che è proseguita anche dopo lo scoppio dell’indignazione. Perché in tutta questa storia non vi è solo mancanza di rispetto nei confronti di una famiglia, di due genitori, di un ragazzo di diciotto anni e della sua morte. Quegli applausi ci dicono molto di più. Ci raccontano di una complicità “da camerata”, di un approccio rivendicativo e settoriale, in cui “il gruppo” diventa intoccabile. E intoccabili appaiono, dunque, le divise nell’immaginario collettivo. Le divise di coloro che rappresentano lo Stato, che “rischiano la vita per difendere i cittadini”. E a cui, forse, per molti può essere concesso “di più". Questo “di più” spesso rappresenta però l’abuso di potere e vorremmo davvero capire se l’appoggio, o comunque l’omertà, dimostrata nei confronti di tali atteggiamenti sia “l’eccezione”, come continuano a ripeterci, o non piuttosto “la regola”. Una cosa è certa: il silenzio può anche uccidere. E per gli agenti condannati non possiamo che urlare: #vialadivisa! Insieme a Federico, Riccardo, Stefano e Giuseppe, chiediamo giustizia per:

Carlo Giuliani, 2001.  Sono le 17.27 del 20 luglio del 2001, Carlo Giuliani, un ragazzo di 23anni, viene raggiunto da un proiettile durante le manifestazioni del G8. A sparare è un carabiniere da una vettura blindata, un defender, Mario Placanica. Carlo è un ragazzo molto esile, si trova lì in mezzo all’assalto nel giorno peggiore del g8. Viene lasciato lì per terra e il defender, mentre tentava di allontanarsi, sale per due volte sull’esilissimo corpo di Carlo. Sin da subito i carabinieri che si trovarono in quel momento sul posto tentano di dare la colpa ad altri manifestanti, affermando che qualcuno di loro lo avrebbe colpito con un sasso. Il carabiniere che sferra i due colpi viene indagato per omicidio e poi prosciolto per legittima difesa dalla giustizia italiana. La Corte europea dei diritti dell’uomo, alla quale la famiglia Giuliani aveva fatto ricorso accoglie la ricostruzione italiana. Qualche anno dopo, nel 2009, lo stesso carabiniere viene accusato e denunciato per violenza sessuale su minore e maltrattamenti nei confronti di una bambina, figlia della sua compagna, che all’epoca dei fatti avvenuti ha 11 anni. Gli abusi sulla bambina sarebbero durati circa un anno. Il processo per scoprire la verità è ancora in corso: il 3 luglio del 2012 il giudice dell’udienza preliminare di Catanzaro lo rinvia a giudizio. Il 28 giugno 2013 il tribunale rigetta la richiesta della difesa di improcessabilità per disturbi mentali.

Marcello Lonzi, 2003. Marcello Lonzi muore in carcere all’età di 29 anni. Le cause del decesso vengono attribuite a un infarto, nonostante il referto dell’autopsia e le foto del corpo rivelerebbero tutt’altro. Infatti, dopo anni di lotte, nel 2006 viene riesumata la salma e si scopre che il corpo presenta ben 8 costole rotte, 2 buchi in testa e un polso fratturato.

Riccardo Rasman, 2006. Riccardo Rasman muore nella propria casa di Trieste dopo l’intervento di due pattuglie della polizia, semplicemente perché ha sparato dei petardi per festeggiare il nuovo lavoro. Ha 34 anni e muore per “asfissia da posizione”, dopo aver subito lesioni e violenze da quattro poliziotti. E’ affetto da “sindrome schizofrenica paranoide” dalla leva militare, durante la quale subisce numerosi episodi di “nonnismo”. Da lì inizierà a vivere con la paura delle divise.

Gabriele Sandri, 2007. L’11 novembre del 2007 Gabriele Sandri, un ragazzo di 28 anni che si trova in macchina con alcuni amici per andare a vedere una partita di calcio, viene raggiunto dal proiettile sparato da un poliziotto che si trova dall’altra parte della carreggiata, in una stazione di servizio. Gabriele viene colpito al collo e muore. Il poliziotto accusato di omicidio volontario viene condannato il 14 luglio 2009 in primo grado per omicidio colposo a una pena di 6 anni di reclusione. In appello la condanna viene aggravata ad omicidio volontario con una pena di 9 anni e 4 mesi, successivamente confermata anche in Cassazione.

Michele Ferrulli, 2011. Michele Ferrulli muore il 30 giugno del 2011 durante un controllo di polizia. La polizia viene chiamata da un abitante del quartiere dove è accaduto il fatto, forse perché infastidito dalla musica che Michele Ferrulli stava ascoltando con due amici mentre bevevano qualche birra. L’intervento della polizia degenera all’improvviso per motivi poco chiari e Michele Ferrulli si ritrova a terra con i 4 agenti sopra. A riprendere questi momenti c’è un video, un po’ sgranato, girato con un telefonino da alcune decine di metri, ma è evidente che l’uomo sia a terra e i 4 agenti attorno: uno di questi che lo mantiene, un altro che lo colpisce con dei pugni all’altezza del collo, e lui che continua ad invocare aiuto. Nessuno lo aiuterà, morirà poco dopo all’ospedale per arresto cardiaco.

Rosa, 2012. Rosa studentessa universitaria di 21 anni, viene ritrovata fuori da una discoteca a Pizzoli (Aq) seminuda e coperta di sangue. Viene portata in ospedale in stato di incoscienza e con un grave shock emorragico, il medico che la opera dichiara : “In trent’anni di attività non avevo mai visto nulla del genere”Le lacerazioni interessano oltre che l’apparato genitale anche altri organi che sono stati completamente ricostruiti. Rosa è stata stuprata e abbandonata in fin di vita in mezzo alla neve. Vengono indagati tre caporali del 33/o reggimento Acqui, ma rientrano in servizio dopo un breve congedo nel giorno in cui lo stesso reggimento prende il posto degli Alpini nei servizi di pattugliamento del centro storico nell’ambito dell’operazione “Strade Sicure”. Serve la pressione del comitato 3e32 de L’ Aquila perché questa notizia venga fuori e perchè sia chiesto a gran voce l’allontanamento degli indagati per stupro dal ruolo di tutori dell’ordine nell’ambito di un’operazione chiamata tra l’altro proprio “Strade Sicure”. Qualche giorno dopo, a febbraio 2012, viene arrestato Francesco Tuccia, il 21enne militare della provincia di Avellino, principale sospettato della vicenda. Al giovane militare, volontario del 33/o reggimento Artiglieria Acqui, vengono contestati i reati di tentato omicidio e violenza sessuale. Secondo il pm David Mancini, non c’è stato rapporto sessuale ma una violenza sessuale anche con l’utilizzo di un corpo estraneo. Il processo si svolge con rito immediato, si prova da subito a non lasciare sola Rosa e la sua voglia di giustizia. Sit in di donne, femministe, accompagnano il lungo percorso fino alla condanna a 8 anni di carcere per il militare. Il Tribunale condanna Tuccia anche alla pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici e a quella dell’interdizione legale per la durata della pena principale inflitta. I giudici, inoltre, condannano l’imputato al risarcimento dei danni cagionati alle parti civili, da liquidarsi in separato giudizio. Tuccia viene condannato anche al pagamento di una provvisionale di 50mila euro in favore della parte civile (la studentessa universitaria di Tivoli) e altri 2mila in favore del Centro Antiviolenza per le Donne dell’Aquila. Quando il collegio fa ingresso in aula, Tuccia e la famiglia abbandonano subito l’aula, uscendo da una porta laterale.

Magherini come Aldovrandi?  Si chiede Silvia Mari su “Altre notizie”. “Freddo non gli prende perché ha due carabinieri sopra”. E’ la notte in cui Magherini muore a Borgo San Frediano. “Ragazzo immobilizzato dai carabinieri. Trenta anni. Stanno rianimando. Per ora metti droga, poi vediamo”. Questa la sequenza delle telefonate del soccorso medico e i carabinieri, tra tutte quelle dei cittadini del posto che svegliati dalle urla di Riccardo chiamano le forze dell’ordine per segnalare che qualcosa di grave sta accadendo sotto le loro finestre. I fatti di quella notte, 3 marzo scorso,  sono affidati alla ricostruzione degli amici di Riccardo che lo vedono per ultimi, del taxi, dell’amico del bar che lo accoglie spaventato, quasi terrorizzato ma inoffensivo fino all’arrivo dei carabinieri che lo immobilizzano brutalmente e che dichiarano che il ragazzo è ubriaco, nudo e spacca macchine. Ma il video amatoriale rubato da un testimone alla finestra con il telefonino che ha già fatto il giro del web non mostra un uomo pericoloso e minaccioso, non documenta alcun atto vandalico, ma un ragazzo accerchiato da tanti uomini, che lo comprimono a terra, gli danno un bel calcio per farlo tacere con qualche sarcastica battutina d’accompagnamento, mentre il giovane Riccardo non fa che gridare “aiuto” e dire che “sta morendo”. Queste le sue ultime parole. L’autopsia ha certificato che la morte di Magherini, ex calciatore del Prato di 40 anni, in realtà è sopraggiunta dopo lunga e dolorosa agonia. La causa principale della consulenza medica viene addebitata ad uno stupefacente assunto da Riccardo, ma c’è una parte residuale (su cui si farà battaglia) dovuta a complicanze asfittiche e cardiologiche. Per ora si escludono traumi di tipo lesivo dovuti a percosse, ma ancora una volta le foto del corpo dopo il decesso mostrano segni e lividi che vanno ben oltre la morte per soffocamento. Non è difficile ipotizzare che il balletto di telefonate con i soccorsi e l’accerchiamento brutale e la compressione sul corpo di Riccardo non abbiano aiutato il giovane a superare la crisi, ma lo abbiano definitivamente condannato a morte. Sono quattro i carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale, cinque operatori e due centralinisti del 118 per omicidio colposo. Viene in mente, per analogia di cronaca, il caso del diciottenne Aldovrandi. La famiglia chiede di far luce sulle responsabilità. Non è chiaro e non è legalmente tollerabile che un uomo che grida, fosse pure in preda ad una crisi per droga, che non ha colpito o danneggiato niente e nessuno, invece di essere tempestivamente soccorso, sia accerchiato, sbattuto a terra anzi schiacciato quando già gridava di soffocare,  preso a calci, come sentono i cittadini in quella notte, anche con un sarcasmo orribile da branco e con tanta sottovalutazione da parte degli uomini del soccorso, che arrivano per “sedare” un uomo che è a faccia in giù sull’asfalto, ammanettato e senza respiro. Un controsenso, un’errata valutazione delle sue condizioni fisiche, un’overdose di violenza di gruppo su un uomo terrorizzato, visibilmente fuori di sé e in preda al panico, ma non aggressivo come tutti coloro che incontrano e sentono Riccardo quella notte sono pronti a testimoniare. Ancora una volta c’è, aldilà degli esiti giudiziari anche facili da immaginare, una sproporzione evidente tra l’azione delle forze dell’ordine - in questo caso carabinieri - e la persona per la quale sono chiamati ad intervenire. Nel caso di Riccardo un uomo destabilizzato da qualche stupefacente che teme di essere accusato di rapina per non aver pagato il taxi, che scappa e chiama aiuto, che non “spacca macchine”,  che non aggredisce alcuno. Nel caso di Aldovrandi un ragazzetto che tornava a casa, pestato a morire e soffocato, per cui tutte le istituzioni sono scese in campo a processo concluso e dopo l’orrore degli applausi agli agenti assassini. E ancora Stefano Cucchi, anche lui tumefatto di calci e lasciato morire dentro un ospedale dello Stato. La giustizia che come al solito salva gli uomini in divisa a priori e nonostante i fatti, quelli che proprio per onore di ciò che rappresentano – giustizia, legalità e sicurezza - dovrebbero pagare più degli altri quando ledono la legge e i diritti umani fondamentali, lasciano soprattutto un altro interrogativo sui corpi di queste vittime. Non si sa se sia stato per incompetenza, impreparazione o per un’odiosa esaltazione accompagnata da rivalsa ideologica contro chi ha il peccato di essere più fragile, magari di essere o esser stato un tossicodipendente, di chi vive nella marginalità o nel disagio. Un debole contro cui è facile e barbaro essere forti e scatenare campagne di odio sociale. Lo stesso che vediamo quando vengono affrontati i cortei degli studenti. Mentre indisturbati i delinquenti, drappelli di barbari a piede libero, riempiono gli stadi ogni domenica con la scusa del tifo calcistico e assediano città per ore e ore, lasciando i cittadini perbene in balia e in ostaggio degli incappucciati delle tifoserie. Qui non c’è uso sproporzionato della forza, qui tutto avviene al cospetto di divise imbarazzate, prudenti e obbedienti ad ordini che, evidentemente, considerano la vita di un delinquente allo stadio di maggior valore di quella di un uomo isolato e spaventato che grida di essere aiutato.

Caso Magherini, "omicidio colposo in concorso: indagati anche gli operatori del 118. Altri due sanitari nei guai. e ora le persone coinvolte sono undici, scrive  di Gigi Paoli su “La Nazione”. E siamo ad undici. Tante sono le persone che il sostituto procuratore Luigi Bocciolini ha iscritto nel registro degli indagati per l’ancora misteriosa morte di Riccardo Magherini, il quarantenne colpito da un malore fatale dopo aver avuto una colluttazione con i carabinieri che lo stavano arrestando nella notte fra il 2 e il 3 marzo scorso in San Frediano. E’ infatti notizia di ieri che gli inquirenti hanno deciso di procedere anche nei confronti dei due centralinisti della centrale operativa del 118 che materialmente ricevettero le telefonate di richiesta di intervento: uno è colui che parlò con i carabinieri, l’altro è colui che smistò le ambulanze per dirigerle, prima una con tre volontari e poi l’altra con medico e infermiere, in borgo San Frediano. Per entrambi l’accusa è omicidio colposo in concorso ed è la stessa che viene avanzata nei confronti dei cinque sanitari intervenuti sul posto. Una ben più grave contestazione di omicidio preterintenzionale colpisce invece i quattro carabinieri che fisicamente bloccarono Magherini, in evidente stato di alterazione psico-fisica, fino a spingerlo a terra ammanettato pancia a terra. In questa posizione rimase bloccato fino a quando non ci si accorse che l’uomo non respirava più. Al centro dell’inchiesta c’è sia il presunto eccesso di violenza dei militari al momento del fermo sia il modo in cui lo stesso Magherini venne immobilizzato: secondo l’esposto presentato dai familiari dell’uomo, il quarantenne «risulta essere stato immobilizzato con un uso della forza non previsto e contemplato nelle tecniche di immobilizzazione delle forze dell’ordine, fra cui: presa e stretta del collo con le mani; calci quantomeno ai fianchi-addome anche nel momento in cui era già steso prono a terra; prolungata pressione di più agenti sul suo corpo, compreso il tronco, in posizione prona sull’asfalto». E ancora: «Nel lungo arco temporale iniziato ‘qualche minuto prima’ che arrivasse la prima ambulanza fino a quando è arrivata la seconda ambulanza con l’avvio delle manovre di soccorso (almeno 15 minuti), Riccardo era già divenuto totalmente silenzioso e immobile». Nonostante questo «i quattro militari intervenuti hanno invece deciso di continuare a tenere Riccardo immobilizzato nella medesima posizione, continuando a esercitare pressione sul dorso».

Magherini, le chiamate di quella notte, scrive “La Nazione”. Le telefonate dei testimoni e quelle tra polizia, 118 e  carabinieri nella notte del 2 marzo quando in Borgo San Frediano, a Firenze, è morto Riccardo Magherini, l'ex calciatore della Fiorentina durante un concitato arresto da parte dei carabinieri. Sono le una del mattino, quando alla centrale del 112 arriva la prima richiesta di intervento: “ci siamo svegliati, si sentiva urlare delle persone che chiedevano aiuto”, racconta un residente. Nel giro di pochi minuti da Borgo San Frediano partono altre chiamate dello stesso tenore. Poco dopo l'arresto, la centrale dei carabinieri avverte i colleghi della questura: “l'abbiamo trovato, è uno ubriaco, a petto nudo, che spaccava macchine”. Un particolare poi smentito da tutti i testimoni, secondo i quali Magherini quella notte non appariva né violento o pericoloso, ma solo terrorizzato. La prima chiamata al 118 parte alle 1,21. Arrivati sul posto, gli operatori della prima ambulanza chiedono l'intervento di un medico. “dicono che ha tirato le manette in testa a un carabiniere adesso ne ha due sopra per tenerlo fermo e fino a quando non arriva il medico non lo lasciano più”. All'inizio gli operatori della centrale non capiscono la gravita della situazione e ci scherzano su: “Freddo non gli prende perché ha due carabinieri sopra”. E' il medico intervenuto con la seconda ambulanza che fa partire l'allarme, annunciando il trasferimento di urgenza all'ospedale di Santa Maria Nuova: “paziente trovato immobilizzato in asistolia, sto massaggiando”. Quando l'operatore del 118 chiede se il ragazzo ha preso droga, il medico risponde con la voce spezzata dalla tensione: “Per ora digli così, poi ne riparliamo”.

Le telefonate tra carabinieri e 118 con tono tranquillo: "C'è uno a petto nudo in mezzo alla strada", poi la situazione che precipita, fino alla telefonata del medico del 118 che comunica alla centrale che "il ragazzo è in acr (arresto cardio respiratorio, ndr)". E' tutta in una decina di telefonate la vicenda di Riccardo Magherini, il quarantenne morto dopo essere stato bloccato dai carabinieri in Borgo San Frediano a Firenze in seguito a una crisi di panico che lo aveva portato alla perdita del controllo. Telefonate tra il 118 e i carabinieri e tra il 118 e l'equipaggio dell'ambulanza chiamata a soccorrere l'uomo. Una vicenda che ha fatto dibattere l'opinione pubblica e che ora rivive in quelle telefonate. La prima, intorno alle 1.20, è proprio dei carabinieri, che segnalano al 118 che "c'è un uomo completamente di fuori, a petto nudo. Ci sono già due mie autoradio che stanno cercando di calmarlo". I carabinieri dunque si rivolgono direttamente al 118 e chiedono di intervenire. Le telefonate continuano. L'ambulanza inviata sul posto all'inizio sembra, da quello che si capisce dalle telefonate, non riuscire a trovare il luogo dove i carabinieri hanno immobilizzato Magherini. "La mia pattuglia - dice un carabiniere - riferisce che l'ambulanza gli passa vicino ma non si ferma". Il disguido viene risolto e l'ambulanza arriva. In altre telefonate il 118 chiede all'equipaggio dell'ambulanza "quanti maschietti ci sono?", sottolineando che la persona da soccorrere, Magherini appunto, è in forte stato di agitazione. "E' mezzo nudo e ha tirato le manette in faccia a un carabiniere". I colloqui sono quasi scherzosi in alcuni punti. Sono tutte telefonate che avvengono tra le 1.20 e le 2. E la situazione sembra comune a tante altre che riguardano ubriachi o persone fuori controllo nel centro storico. Il tono delle telefonate cambia completamente dopo le due. Quando il medico del 118 inviato sul posto avverte la centrale. "Sto massaggiando, il ragazzo è in acr, sono per la strada", dice il medico con voce molto preoccupata.  "Io direi che lo metto sopra (ovvero nell'ambulanza, ndr) e avvisi Santa Maria Nuova (l'ospedale) che sto arrivando massaggiando". La centrale del 118 avvisa a quel punto l'ospedale. Riccardo Magherini non riaprirà mai più gli occhi. 

Le ultime grida di Magherini arrestato: ''Aiuto, sto morendo''. "Aiuto aiuto, sto morendo". Sono le ultime, strazianti parole di Riccardo Magherini, 40 anni, l’ex giocatore delle giovanili viola morto la notte tra il 2 e il 3 marzo in Borgo San Frediano, a Firenze, durante l'arresto dei carabinieri. La richiesta di aiuto è stata registrata con un telefonino da un residente affacciato alla finestra. Pochi minuti prima Magherini era stato bloccato mentre vagava in stato confusionale: "Aiuto, vogliono uccidermi", gridava. Arrivati sul posto i carabinieri lo immobilizzano al termine di un parapiglia, davanti a decine di persone affacciate alle finestre e a un gruppo di passanti. Sono le 1,25: un residente si affaccia alla finestra e gira il video, mentre Riccardo si trova ammanettato a terra in posizione prona, con quattro carabinieri che lo tengono fermo sull'asfalto. Nelle immagini non si vede niente, ma si sentono le invocazioni di aiuto: "Mi sparano","ho un figlio", "sto morendo". Poi, all’improvviso, Riccardo smette di urlare e di dimenarsi. Per chiarire le cause della tragedia la magistratura ha aperto un’inchiesta, al momento senza indagati. L'autopsia ha escluso che la morte sia stata provocata da percosse. Sono in corso gli esami istologici e tossicologici che dovrebbero indicare la causa della morte e chiarire se un intervento tempestivo avrebbe potuto salvarlo. Chi l'ha visto ricostruisce la cronologia delle telefonate tra residenti e soccorsi. Chiamate di soccorso ancora sotto accusa, quella dell'opinione pubblica. Così potrebbero essere riassunte le telefonate di quella tragica notte fiorentina che ha visto Riccardo Magherini in San Frediano scappare da una presunta minaccia di morte, entrare e uscire dai locali, rompere alcune vetrine e finire la sua corsa tra le braccia dei carabinieri. La trasmissione di Rai 3 ha riproposto le conversazioni tra residenti allarmati e forze dell'ordine. Ma anche le chiamate avvenute tra gli stessi addetti ai lavori e proprio queste hanno suscitato imbarazzo e polemiche anche e soprattutto a Firenze. Al centralino qualcuno prende le notizie con leggerezza, altri se la ridono. "Un uomo a torso nudo.. rompe delle auto in sosta" non è una bella immagine quella che arriva attraverso l'etere a chi deve intervenire e non ha modo di valutare personalmente la scena. I cittadini sono preoccupati per le urla che provengono dalla strada, sollecitano l'intervento dei soccorsi. Quando l'ambulanza non trova le pattuglie dei carabinieri accade l'incredibile: "I carabinieri dicono che state passando ma non vi vedono" è la segnalazione del centralino alle ambulanze. Tra gli indagati ci sono i carabinieri, a causa del modus operandi sul fermo, ma anche alcuni dei soccorritori per presunte irregolarità commesse nel corso dell'intervento. Il quadro che ne esce non mette in buona luce gli operatori, rischia anzi di compromettere il rapporto di fiducia tra soccorso pubblico e cittadinanza.

Magherini, la difesa dei volontari:"Le manette ostacolarono l'intervento". "Quel video, quelle urla: quanto dolore...": parla il padre di Riccardo Magherini. Guido Magherini, padre di Riccardo, racconta la sua battaglia cominciata il 3 marzo dopo il fermo e la morte del figlio: "Ricky chiedeva aiuto, non aveva aggredito nessuno, scrive Selene Cilluffo su “Today”. Riccardo Magherini era un ex calciatore della primavera della Fiorentina. Nella notte tra 2 e il 3 marzo subisce un fermo da parte di alcuni carabinieri. Poco dopo è morto. Sul caso ancora tante le ombre. Ma ciò che è sicuro è l'impegno della sua famiglia per chiedere verità e giustizia. Per questo abbiamo parlato con suo padre, Guido Magherini.

Lei e Andrea, fratello di Riccardo, avete spesso sottolineato che il nonno della famiglia faceva parte dell'Arma dei carabinieri. Ha mai ricevuto solidarietà da parte di qualcuno dell'Arma dei carabinieri? Personale o pubblica?

"No, assolutamente, mai. A parte il primo giorno dove ci hanno mostrato vicinanza perché sono amico di alcuni di loro. Ma da quella volta lì, basta, nulla più".

Pochi giorni fa centinaia di persone hanno partecipato al Flash Mob per Ricky. Quanto è importante per Lei sentire la vicinanza di questa gente che vuole come la sua famiglia verità e giustizia?

"Un affetto così non pensavamo neppure di averlo. Abbiamo avuto la conferma che Riccardo era amato da tutti in un modo davvero bello, pulito. Le porto un esempio: siamo stati a "Chi l'ha visto" e Andrea ha detto che volevamo rispetto anche dall'avvocato che difende i carabinieri, che è pagato con soldi pubblici, come i suoi assisti. Poco dopo sulla pagina facebook gli amici del Maghero è arrivato un messaggio di una ragazza che lanciava l'idea di raccogliere fondi per le nostre spese legali. Noi l'abbiamo ringraziata, ma non vogliamo niente. Quello che abbiamo capito però è quello che stava dietro a questa proposta: un affetto davvero immenso".

Avete reso pubbliche immagini, video e molto materiale sul caso. Perché è importante che la storia della morte di Riccardo si conosca?

"E' importantissimo: la gente deve capire che la Ricky ha subito un'ingiustizia. Io all'inizio neppure volevo sentirle le urla di Riccardo e non volevo vedere il video. Sono stati l'avvocato Fabio Anselmo e il senatore Luigi Manconi a convincermi. Quando ho sentito quella voce mi si è aperto e sanguinato il cuore. Continua a chiedere aiuto ma lo fa in maniera educata e lo ha fatto fino all'ultimo respiro. Se fosse successo a me gli avrei detto di tutto ai carabinieri e lui mentre veniva torturato non lo ha fatto. Noi non ce l'abbiamo con l'arma anzi vorremmo che chi fa bene il proprio lavoro prendesse le distanze da chi quella divisa non la merita".

Quindi anche Lei come Patrizia Moretti, Lucia Uva e Ilaria Cucchi pensa che chi porta una divisa e sbaglia deve togliersela?

"Quella divisa ha un senso di onore e chi si comporta male non deve indossarla. Ricky chiedeva aiuto, in più non aveva aggredito nessuno. I testimoni lo hanno smentito. Pensi che pure io all'inizio credevo a quello che mi era stato detto nonostante sia stato io a chiamare il brigadiere dei carabinieri per sapere cosa era successo a Riccardo. Lui mi rispose che era morto per infarto, che aveva fatto il pazzo, che aveva aggredito una donna. Poi c'è stato un momento in cui ho capito che qualcosa non andava. Fino a che noi non abbiamo denunciato i militari e i paramedici l'unico indagato era Riccardo, mentre lui era una brava persona, onesta, leale ed educata. Adesso sappiamo la verità e andremo fino in fondo".

Patrizia Moretti è ancora impegnata dopo più di otto anni nella battaglia per chiedere verità e giustizia per Federico. La sua battaglia è appena cominciata. Fino a quando durerà?

"Ho 63 anni, sono in buona salute e posso andare avanti fino a che non vivo. Quando morirò io c'è Andrea, suo fratello. Poi ci sono i nostri nipoti Duccio e Brando. Fino a quando non avremo giustizia non ci fermeremo. Riccardo era una brava persona, hanno voluto farlo sembrare un delinquente. Noi siamo dalla parte della ragione, siamo noi la verità".

I legali dei soccorritori della Croce Rossa indagati: "Massaggio cardiaco mentre era ancora ammanettato", scrive Luca Serrano su “La Repubblica”. “Riferendo i militari di una situazione altamente pericolosa, non è stato possibile prestare soccorso. Le reiterate richieste di togliere le manette o cambiare posizione al paziente, provenienti dai volontari della Croce Rossa, sono rimaste tutte vane. Il giovane è stato liberato dalle manette solo a massaggio cardiaco già iniziato”. E' la difesa dei legali dei tre volontari della Croce Rossa indagati per il caso Riccardo Magherini, morto la notte del 2 marzo in Borgo San Frediano durante un fermo dei carabinieri. I volontari sono indagati per omicidio colposo insieme a due operatori del 118 che coordinarono le operazioni di soccorso e al medico e all'infermiere che tentarono di rianimare Riccardo. Sul registro degli indagati anche i 4 militari intervenuti sul posto accusati di omicidio preterintenzionale. Sono le 1,32 quando l'ambulanza con i tre volontari arriva in Borgo San Frediano. “Mentre i volontari cercavano di avvicinarsi alla persona immobilizzata- dicono gli avvocati Massimiliano Manzo e Andrea Marsili Libelli- un carabiniere è andato loro incontro chiedendo in maniera vistosamente agitata, quasi aggressiva, se fra di loro vi fosse un medico, in quanto la persona era pericolosa, violenta e necessitava di essere sedata. Diversi militari si alternavano nel tenere le mani ammanettate e dietro al schiena del soggetto: chi a cavalcioni, chi con un ginocchio, chi con le mani. Una delle volontarie chiedeva al caposquadra di informare la centrale operativa del 118 circa il fatto che i carabinieri impedivano qualsivoglia valutazione del paziente”. Tempo pochi minuti e sul posto arriva anche il medico chiamato per sedare Riccardo. “Il medico chiedeva di togliere immediatamente le manette, giacché, diversamente, qualsiasi manovra di soccorsa sarebbe stata del tutto inefficace, se non impossibile- spiegano ancora. Tuttavia i militari riferivano di non trovare le chiavi delle manette, per cui i primi soccorsi (finalmente autorizzati dai militari) sono stati posti in essere con Magherini ancora ammanettato”. Chiusura, infine, sulle dichiarazioni dei tre volontari rese poche ore la tragedia davanti agli stessi carabinieri. Una testimonianza che sarebbe stata viziata da un pesante condizionamento psicologico: “Alle tre di notte due militari già presenti in Borgo San Frediano hanno sentito a sommarie informazioni uno dei volontari, nella stessa stanza con il corpo di Magherini, con comprensibile sgomento della stessa. Ed in un simile contesto, la volontaria, ancora tremante per la morte del giovane avrebbe potuto dichiarare qualunque cosa, decidendo lo stesso militare come e cosa inserire nel verbale. Tali accertamenti - concludono gli avvocati - sono viziati da assoluta nullità, del tutto inutilizzabili”. La Replica. "Leggo, oserei dire, con stupore il comunicato stampa dei difensori dei volontari della Croce Rossa che contiene la segnalazione di svariati profili di indagini tuttora in corso di accertamento". Lo dice in una nota l'avvocato Francesco Maresca, difensore dei quattro carabinieri indagati con l'accusa di omicidio preterintenzionale. "Nello stigmatizzare ancora una volta la scelta di utilizzare i giornali per presentare le proprie valutazioni processuali - continua Maresca - sono costretto a ricordare che i carabinieri intervenuti, come risulta agli atti, hanno reiteratamente richiesto e sollecitato l'intervento del 118, e quindi che gli stessi abbiano poi ostacolato gli accertamenti dei sanitari appare oggettivamente incomprensibile". E questo "sia in riferimento al caso specifico ma, ancor più, in riferimento in generale a tutti gli interventi svolti dagli operatori dell'Arma dei carabinieri" aggiunge. "Peraltro, le sommarie informazioni assunte da una dei volontari della Cri risultavano, evidentemente, prassi di indagine nell'immediatezza del decesso di una persona, così come sempre vengono svolte dagli operatori di polizia giudiziaria in seguito a un episodio del genere" prosegue la nota dell'avvocato. "Dichiarazioni poi confermate nel loro tenore dalla stessa operatrice successivamente davanti alla polizia giudiziaria delegata dal pubblico ministero e riscontrate nel contenuto circa lo svolgimento dei fatti anche da quelle degli altri volontari anch'essi sentiti nell'immediatezza e successivamente. Quale difensore dei carabinieri indagati, resto in attesa della conclusione delle indagini preliminari, ritenendo che l'intervento degli stessi è stato realizzato secondo protocollo". "Aumentano le persone da querelare per il collega Francesco Maresca". Lo dice l'avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia di Riccardo Magherini, il 40enne fiorentino morto in strada nella notte tra il 2 e il 3 marzo, dopo l'arresto, commentando il comunicato stampa dei difensori dei tre volontari della Cri, indagati insieme ai carabinieri, a 2 sanitari e a 2 operatori del 118 nell'inchiesta sulla morte dell'uomo. "Prendo atto di quanto accadde durante l'intervento - conclude l'avvocato Anselmo riferendosi alla ricostruzione dei legali dei volontari dell'ambulanza intervenuti sul posto -: presto decideremo cosa fare con la famiglia Magherini".

RICCARDO MAGHERINI, DOV’E’ LA VERITA’ TRA LE TANTE VERITA'? NUOVA VITTIMA DI MALAPOLIZIA?

Morte di Magherini, la Procura: «Processate militari e soccorritori». Si tratta di quattro carabinieri e tre volontari accusati di omicidio colposo. Il fratello della vittima: «Non finirà come il caso Cucchi, qui ci sono stati testimoni», scrive Antonella Mollica su  “Il Corriere della Sera”. La Procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio per sette persone per la morte di Riccardo Magherini, l’ex calciatore di 39 anni morto durante l’arresto la notte tra il 2 e il 3 marzo scorso mentre era in preda a una crisi di panico scatenata dalla cocaina. Nella richiesta inviata al gip il pm Luigi Bocciolini e il procuratore capo Giuseppe Creazzo contestano in reato di omicidio colposo per quattro carabinieri e tre volontari che quella notte intervennero in Borgo San Frediano con l’ambulanza del 118 dopo che Magherini era stato fermato. A uno dei militari viene anche contestato il reato di percosse per alcuni calci che sarebbero stati sferrati mentre Magherini era a terra, già immobilizzato e ammanettato. Magherini, secondo la ricostruzione dei consulenti medico legali della Procura, morì per la excited delirium syndrome causata dalla cocaina e dall’asfissia determinata dalla posizione in cui venne tenuto quella notte: per oltre 20 minuti in posizione prona, con le braccia ammanettate dietro la schiena. La famiglia: nostro avversario è la prescrizione. «Le richieste di rinvio a giudizio sono una bella notizia. E ciò che differenzia la vicenda di Riccardo dalle altre, penso a quella di Cucchi, è che è successo tutto in una strada, con testimoni alle finestre», commenta Andrea, fratello di Riccardo Magherini. «Il nostro avversario è la prescrizione - ha aggiunto il padre Guido - Siamo contenti di andare a processo, è già un ottimo risultato, visto anche come vanno a finire altre vicende, come quella di Stefano Cucchi».

Secondo quanto dichiarato dall'Asl di Firenze alle 1.23 del 4 marzo 2014 il 118 di Firenze riceveva la chiamata dei carabinieri per un uomo in forte stato di agitazione. Alle 1.33 il personale paramedico è intervenuto sul posto trovando però l'uomo in un fortissimo stato di agitazione e hanno chiesto l'intervento di un medico per la sedazione arrivato alle 1.44. Secondo quanto comunicato dall'azienda all'arrivo del medico l'uomo si sarebbe già trovato in arresto cardiaco. Dopo vari tentativi di rianimazione è stato deciso il trasporto alle 2.12 verso l'ospedale di Santa Maria Nuova dove l'ambulanza è giunta alle 2.25. Alle 2.45 è stato dichiarato il decesso.

Riccardo Magherini, nuova vittima della malapolizia? Si chiede “Articolo 3”. Lo conoscevano, nel capoluogo toscano. Era stato una giovane promessa del calcio fiorentino e, proprio con la Primavera viola, vinse il torneo di Viareggio del '92, vetrina per giovani campioni. Il suo nome tra i "big" sembrava già scritto, se non che, proprio in quell'occasione, un infortunio gli costò la rottura dei legamenti e la distruzione di un sogno. Riccardo Magherini: si chiamava così, quel giovane campione che vide le sue ambizioni spazzate via, 22 anni fa. Tentò ancora fortuna nel calcio australiano, ma inutilmente. Tornato in Italia poco tempo dopo, disse semplicemente addio al mondo nel pallone, per ricominciare una vita nuova, lasciando che la sua passione restasse un ricordo, il suo nome ricordato dai più fedeli appassionati. Certo non poteva immaginare che il suo stesso nome sarebbe finito sulle pagine dei giornali, nella cronaca nera, per una morte tanto controversa quanto misteriosa. Perché Magherini è deceduto così: inspiegabilmente, nella notte tra il 3 e il 4 marzo, mentre i carabinieri tentavano di arrestarlo. Il suo cuore ha smesso di battere, probabilmente per infarto, e le ricostruzioni di quei momenti sono contrastanti, poco chiare. Magherini si trovava a Firenze, in pizzeria, ieri sera. Era con un gruppo di amici, una serata in compagnia forse organizzata per sollevargli il morale: da pochi giorni si era separato dalla moglie, con la quale aveva avuto anche una figlia, ora di due anni, ed era tornato a vivere con la madre, a quarant'anni. Una pausa, quella cena, anche dal suo lavoro, che alcuni hanno definito stressante: curava i rapporti economici della famiglia di uno Sceicco degli Emirati Arabi in Toscana. Durante la cena era parso iperattivo, ma non aveva dato alcun segno di una crisi imminente. Quella che, invece, lo ha colpito nel momento in cui i suoi amici l'hanno lasciato solo. "Qualcosa di imprevedibile è scattato nella sua testa", riferiscono fonti del comando provinciale dei carabinieri, riportate da Repubblica. Ha iniziato ad agitarsi: ha tentato di sfondare alcune vetrine e ha sottratto un cellulare ad un cameriere del locale "Borgo la pizza". "Mi vogliono sparare", aveva denunciato, "fammi chiamare la polizia". E poi la frenesia: in strada si è messo a correre e urlare, svegliando tutti. Ha rincorso addirittura un'automobile, per poi introdursi nell'abitacolo. "Ho frenato e gli ho chiesto di scendere, lui l’ha fatto subito senza dire una parola", ha spiegato la proprietaria, interpellata sempre da Repubblica. A quel punto sono giunti i carabinieri, allertati dalla cittadinanza. In due. Con le mani alzate, si sono avvicinati all'ex campione che, però, ha reagito con violenza: spintoni e pugni. Immediatamente, sono giunti i rinforzi: altri due uomini in divisa hanno raggiunto Magherini e l'hanno bloccato. Immobilizzato in terra dai quattro militari, sull'asfalto di Borgo San Frediano, l'uomo è morto. Era da poco passata l'1 di notte, la chiamata al 118 è partita infatti all'1.23. Alle 2.45, Magherini è stato dichiarato deceduto, stroncato dall'arresto cardiaco. Ma i dubbi sono tanti. Chi era in strada, ieri sera, offre versioni discordanti. C'è chi parla di un intervento legittimo e regolare, chi, invece, getta ombre pesanti sul modo di operare dei 4 militari. Magherini "era su un fianco, ho visto chiaramente tre di loro che lo colpivano con alcuni calci in pancia", ha raccontato una giovane al quotidiano di De Benedetti. "Non credo sia morto per questo, ma sono cose che non devono succedere." Il pm Luigi Bocciolini ha disposto l'autopsia: si vuole chiarire se le denunce di violenza possano essere attendibili. "Ci diranno perché il suo cuore ha ceduto", ha chiosato il padre, Guido, a sua volta ex calciatore di Milan e Palermo, intervistato da La Nazione. "Per me, è morto dalla paura. L’ho visto, Riccardo: ha il viso pieno di ematomi." A dimostrarlo, ci sarebbero delle fotografie, scattate dal fratello della vittima. Il volto, in effetti, presenta alcune escoriazioni, che potrebbero, però, essere state causate dall'attrito con l'asfalto. Resta da chiarire anche cosa possa aver scatenato la crisi. Secondo le prime ricostruzioni, si sarebbe trattato di un violento attacco di panico, dovuto all'assunzione di farmaci antidepressivi e alcool.

Riccardo Magherini: la strana morte durante l’arresto dei carabinieri, scrive Alberto Sofia su “Giornalettismo”. Correva per strada urlando, forse vittima di un attacco di panico: «Vogliono spararmi», aveva gridato. Ha perso la vita, stroncato da un infarto sull'asfalto di San Frediano, a Firenze, immobilizzato per terra mentre cercavano di arrestarlo. Contrastanti le ricostruzioni: alcuni testimoni hanno denunciato presunte violenze. Correva per strada urlando, forse vittima di un attacco di panico: «Vogliono spararmi», aveva denunciato Riccardo Magherini, ex giovane promessa della Fiorentina. Poi, dopo aver sfondato delle vetrine e rubato un cellulare, ha perso la vita. Stroncato da un infarto, mentre veniva immobilizzato per terra da quattro carabinieri che cercavano di arrestarlo. Non mancano le perplessità sulla controversa morte dell’ex calciatore, oggi 40enne, deceduto sull’asfalto di una strada di Borgo San Frediano, a Firenze. Tra i testimoni c’è chi ha denunciato di aver visto gli agenti colpire l’uomo con calci all’addome. E chi, al contrario, ha spiegato come tutto sia avvenuto in modo regolare. Attesi per oggi i risultati dell’autopsia, che potranno svelare maggiori dettagli sulla vicenda. Nonostante le discordanze, in base al racconto di alcuni testimoni si è tentato di ricostruire il caso. Repubblica ha riportato la versione del comando provinciale dei carabinieri:  «L’uomo aveva passato la serata insieme con un gruppo di amici in un ristorante della zona, senza mostrare i segni di un’imminente crisi ma apparendo “iperattivo”. Una volta rimasto da solo, qualcosa di imprevedibile è scattato nella sua testa e gli ha fatto perdere il controllo. Forse un attacco di panico, forse una crisi dovuta all’assunzione di farmaci antidepressivi. Correva per strada, Riccardo Magherini. Chiedendo aiuto, urlando, in forte stato confusionale. «Mi vogliono sparare», gridava, denunciando di essere inseguito e di voler chiamare la polizia. Forse vittima di un violento attacco di panico, aveva sfondato alcune vetrine e rubato un telefonino a un lavoratore del locale «Borgo la Pizza». Per poi cominciare a rincorrere un’automobile, riuscendo a entrare nella vettura. «Ho frenato e gli ho chiesto di scendere, lui l’ha fatto subito senza dire una parola», ha raccontato a Repubblica la proprietaria. All’arrivo degli agenti, avrebbe reagito con urla e spintoni. In quattro l’hanno immobilizzato. L’uomo ha cercato di resistere, poi ha smesso di dimenarsi, vittima di un infarto. Inutili sono stati i tentativi di rianimarlo. Ma sulla strana fine non mancano i dubbi: non sono ancora emerse responsabilità dei carabinieri intervenuti, ma è stato il pm Luigi Bocciolini a disporre per oggi l’autopsia, nel tentativo di verificare se le denunce di presunte violenze siano attendibili.  Sposato e padre di una bambina di 2 anni, era andato a vivere dalla madre, dopo la separazione dalla moglie, soltanto pochi giorni fa. Il padre Guido, a sua volta ex calciatore di Milan e Palermo, ha spiegato alla Nazione di voler aspettare l’autopsia per capire come comportarsi: «Ci diranno perché il suo cuore ha ceduto. Per me, è morto dalla paura. L’ho visto Riccardo: ha il viso pieno di ematomi», ha denunciato. Il fratello di Riccardo ha fotografato il corpo. Secondo un primo esame esterno, il volto presenta alcune escoriazioni. Come spiega il quotidiano del gruppo QN, il familiare ha tentato di ripercorrere le ultime ore del figlio.  «Ricky non era un bandito, e non aveva nemmeno bisogno di rapinare nessuno. Si è sentito male, aveva bisogno di qualcuno e purtroppo, a quell’ora, non ha trovato nessuno dei suoi tanti amici», ha spiegato. Giovane promessa del calcio fiorentino, Riccardo Magherini aveva anche vinto con la Primavera viola allenata da Mimmo Caso il torneo di Viareggio del 1992. Ma un grave infortunio – nella semifinale di quel torneo – gli costò la rottura dei legamenti, contribuendo a spezzare le sue ambizioni. Aveva tentato anche fortuna nel calcio australiano, per poi tornare in Italia e abbandonare il mondo del calcio. Per il 40enne il calcio era ormai il passato: dopo aver passato diversi anni a Palermo, era tornato a Firenze, dove curava i rapporti economici della famiglia di uno Sceicco degli Emirati Arabi, così come ha riportato il Corriere fiorentino. Forse è stato proprio il nuovo lavoro a procurargli dello stress. Avrebbe preso una tachipirina, dopo aver bevuto,  secondo il racconto di alcuni amici. Un mix che potrebbe avergli causato un violento attacco di panico. Poi, la fuga per strada, le urla, la vetrina sfondata. E, dopo l’arrivo degli agenti e la colluttazione, l’infarto e la morte sull’asfalto di San Frediano.  Tutto in attesa dell’autopsia attesa dai familiari.

La scomparsa di Riccardo Magherini, il padre Guido: "E' morto dalla paura...". "È morto d'infarto in circostanze da chiarire", ha concluso il padre, che non sa trovare una spiegazione a quanto accaduto. "Abbiamo già preso contatto con un medico legale che prenderà parte all'autopsia. Solo dopo decideremo se presentare una denuncia", scrive Stefano Brogioni su La Nazione.

La Nazione (Stefano Brogioni) ha raccolto il dolore di Guido Magherini, padre di Riccardo, scomparso prematuramente l'altra notte sui cui le dinamiche devono ancora essere chiarite... Alla Famiglia Magherini le più sentite condoglianze dalla redazione di Fiorentina.it e dai tifosi viola per la scomparsa di Riccardo. «Ricky non era un bandito, e non aveva nemmeno bisogno di rapinare nessuno. Si è sentito male, aveva bisogno di qualcuno e purtroppo, a quell’ora, non ha trovato nessuno dei suoi tanti amici». Ma Guido Magherini, ex calciatore di Rondinella, Milan, Lazio e Palermo, vuole vederci chiaro sulle cause dell’infarto che avrebbe stroncato la vita, ad appena quarant’anni, di suo figlio Riccardo. All’autopsia, disposta oggi dal pm Luigi Bocciolini, parteciperà anche un perito nominato dalla famiglia. «Ci diranno perché il suo cuore ha ceduto. Per me, è morto dalla paura. L’ho visto Riccardo: ha il viso pieno di ematomi». Assieme a Massimiliano Papucci, l’attuale allenatore della Rondinella e amico di vecchia data della famiglia, Guido ha ripercorso le tappe dell’ultima sera di Riccardo. Ha parlato con chi l’ha visto arrivare, delirante, confuso, e con chi ha tentato di aiutarlo prima che fosse troppo tardi. Ma gli interrogativi sono tanti. Troppi, davanti alla morte di uno sportivo amato e benvoluto. Il calcio, però, era ormai il passato di Magherini. Adesso, era concentrato — forse persino in ansia — per il suo nuovo lavoro: era diventato l’art designer di un ricchissimo arabo. In questo periodo, questa persona era venuta ad affrontare un’operazione chirurgica a Firenze. Riccardo stava curando questa sua trasferta nei minimi dettagli. «Questo gli aveva procurato dello stress», ammettono gli amici. Domenica sera, Magherini ha cenato in borgo San Frediano con il fratello dell’arabo, poi è rientrato in un hotel di Borgognissanti, dove aveva alloggiato anche lui per stare vicino al gruppo. «Riccardo non si era sentito bene, aveva preso una tachipirina. Ma ha anche bevuto», hanno ricostruito. Un mix che gli avrebbe scatenato una crisi. Quando si è ritrovato da solo, prima di andare a letto, avrebbe avuto un attacco di panico, forse addirittura delle allucinazioni. Smarrito, anzichè salire in camera, ha cominciato a vagare, senza il telefono che i carabinieri stanno ancora cercando. Ha attraversato il ponte, è arrivato in San Frediano. Casa sua. «Urlava ’aiuto, aiuto, mi vogliono ammazzare’», riferisce il padre, dopo aver parlato con i titolari dei locali visitati da Riccardo nel delirio. Infine, la colluttazione con i carabinieri. «Ne ha ferito uno quando aveva già il bracciale delle manette a un polso, colpendolo in fronte». E poi? «Quando è arrivata l’ambulanza, mio figlio era già morto». Per le risposte, quelle ufficiali, parola dunque all’indagine della procura. Riccardo, sanfredianino doc, dopo il calcio aveva gestito un negozio di abbigliamento nel suo rione. Non aveva problemi economici, nemmeno di droga, e, dice chi gli è stato vicino, anche la separazione dalla moglie «era una pausa di riflessione». Su Facebook, la bacheca dell’ex calciatore è intasata dagli addii di chi gli voleva bene. «Era un trascinatore, un leader, nel calcio e nella vita», dice Massimiliano Papucci. E scende una lacrima. Quella che hanno versato i tanti amici del Maghero.

E’ morto in circostanze strane l’ex biancazzurro Riccardo Magherini. Un pensiero di commozione affidato a Facebook dall’amministratore delegato dell’Ac Prato, Paolo Toccafondi che lo ricorda come un “imperdonabile splendido diverso”, scrive Pasquale Petrella su “Il Tirreno”. «Ciao Riky.....ti voglio ricordare così....un imperdonabile splendido diverso....!!!» Sono queste le parole di commiato affidate a Facebook da Paolo Toccafondi, amministratore delegato dell’Ac Prato - società di calcio che milita in Prima Divisione - per Riccardo Magherini, giocatore biancazzurro nella stagione 1998/99, morto in circostanze alquanto strane il 3 marzo a Firenze all’età di 40 anni. "Era un bravissimo ragazzo, estroso, un pò naif - così Paolo Toccafondi - L'ultima volta che l'ho visto è stato circa un anno fa. So che faceva l'arredatore e che aveva fra i suoi clienti soprattutto dei facoltosi arabi. Ma il mio ricordo di Riccardo è legato soprattutto al periodo in cui abbiamo giocato insieme nel Prato nel 1998-99. Era la prima stagione da allenatore di Ciccio Esposito e abbiamo raggiunto anche la finale playoff. E ancora prima, quando sono stato una stagione a Foggia, abbiamo condiviso una parte del ritiro". "Sono estremamente dispiaciuto per lui e per la sua famiglia. Il Maghero, come lo chiamavamo, era un buono, fuori dagli schemi del calciatore tradizionale. Era di una grande semplicità. Era capace di dormire in una cantina come in un Grand Hotel con la stessa disinvoltura".

È morto dopo essere stato arrestato. Riccardo Magherini, vagava seminudo e in stato confusionale in Borgo San Frediano a Firenze. Dopo aver creato non pochi problemi in un paio di pizzerie e ad un’automobilista costretta a scappare dalla propria auto, i carabinieri lo hanno immobilizzato e chiamato il 118. I volontari della croce rossa, arrivati su una prima ambulanza, visto lo stato di agitazione del quarantenne, hanno chiesto l'intervento di un medico che, dieci minuti dopo, ha trovato l'uomo in arresto cardiaco. Un'ora più tardi Magherini è morto in ospedale, dopo ripetuti tentativi di rianimazione.

4 marzo 2014, muore Riccardo Magherini: ecco le versioni date dai giornalisti.

Magherini jr, tragica fine, scrive “Sportal". Nel 1992, neanche diciottenne, era una promessa della Fiorentina di Mimmo Caso, tanto da vincere un Torneo di Viareggio. Nel 2014, a quarant'anni, ha trovato la morte dopo essere stato arrestato. E' tragica la storia di Riccardo Magherini, figlio dell'ex attaccante di Milan e Lazio Guido Magherini. Secondo quanto riferito da 'Il Tirreno', il 40enne era stato fermato in località Borgo San Frediano in stato confusionale mentre vagava seminudo. Dopo averlo immobilizzato, i carabinieri hanno chiamato il 118. I volontari della Croce Rossa hanno trovato l'uomo in stato di agitazione, tanto da richiedere l'intervento di un nuovo medico che però, accorso sul luogo dieci minuti dopo, ha trovato Magherini già in arresto cardiaco. Inutili i tentativi di rianimazione, l'ex promessa si è spenta in ospedale un'ora dopo. Secondo la ricostruzione de 'Il Tirreno', Magherini prima dell'intervento dei militari aveva sfondato la porta di una pizzeria con una spallata e portato via il cellulare al pizzaiolo, al quale aveva chiesto aiuto dicendo di essere inseguito da qualcuno che voleva ucciderlo. In seguito era salito sul sedile posteriore di un'auto, spaventando la donna che si trovava al volante, che ha abbandonato la vettura. La scena si è ripetuta in seguito in un'altra pizzeria. All'arrivo dei carabinieri Magherini si era scagliato contro di loro, costringendoli a chiamare un'altra pattuglia.

Muore in strada mentre lo arrestano. La Procura di Firenze apre un’inchiesta. Al momento del fermo il 40enne vagava in evidente stato confusionale.  Si pensa a un attacco cardiaco. Pochi giorni fa la separazione dalla moglie, scrive “La Stampa”. È morto dopo essere stato arrestato. Riccardo Magherini, 40 anni, fiorentino, ieri vagava seminudo e in stato confusionale in Borgo San Frediano a Firenze. Dopo averlo immobilizzato, i militari hanno chiamato il 118. I volontari della croce rossa, arrivati su una prima ambulanza, visto lo stato di agitazione del quarantenne, hanno chiesto l’intervento di un medico che, dieci minuti dopo, ha trovato l’uomo in arresto cardiaco. Un’ora più tardi Magherini è morto in ospedale, dopo ripetuti tentativi di rianimazione. Il pm Luigi Bocciolini ha aperto un’inchiesta, affidando gli accertamenti a un pool di carabinieri e poliziotti e disponendo l’autopsia, che sarà eseguita domani. Non ci sono indagati. Stamani i familiari del quarantenne sono stati all’istituto di medicina legale per vedere la salma. Sposato, fino a poco tempo fa titolare di un negozio nel centro di Firenze, da alcuni giorni Magherini si era separato dalla moglie ed era andato a vivere con la madre. Il padre, Guido Magherini, è stato un calciatore di serie A.  La scorsa notte, prima dell’arrivo dei militari, Magherini aveva sfondato la porta di una pizzeria con una spallata, portando via il cellulare al pizzaiolo, al quale aveva chiesto aiuto, dicendo di essere inseguito da qualcuno che voleva ucciderlo. Poi era salito sul sedile posteriore di un’auto: al volante c’era una donna, che era fuggita impaurita dalla vettura. Uscito dall’auto, era entrato in un’altra pizzeria, sempre gridando aiuto. All’arrivo della pattuglia dei carabinieri, si era scagliato contro di loro, costringendoli a chiedere l’intervento di un secondo equipaggio. I quattro militari erano riusciti a immobilizzarlo a terra e ad ammanettarlo.  

Muore in strada mentre i carabinieri lo arrestano. Testimonianze contrastanti: “Preso a calci”, “Lo tenevano solo a terra”, scrive Luca Serrano su “La Repubblica”. E’ morto sull’asfalto di Borgo San Frediano, circondato dai carabinieri e dai volontari del 118 che avevano invano cercato di rianimarlo. Riccardo Magherini aveva 40 anni, una moglie e un figlio piccolo di due anni. Nella notte tra domenica e lunedì ha perso la vita dopo essere stato arrestato: completamente fuori di sé, forse per un violento attacco di panico, ha sfondato la vetrina di una pizzeria e strappato il cellulare ad un dipendente: «Mi vogliono sparare, devo chiamare la polizia», ha detto. I carabinieri l’hanno bloccato in strada dopo un lungo parapiglia (4 militari sono stati curati con ferite guaribili tra i 2 e i 10 giorni), sotto gli occhi di decine di persone affacciate alle finestre e di alcuni passanti. Poi, mentre si trovava bloccato a terra, ha smesso di dimenarsi e di urlare. Stroncato da un infarto. La vicenda ha fatto scattare gli accertamenti da parte della procura, con il pm Luigi Bocciolini che ha disposto l’autopsia per chiarire con esattezza le cause della morte. Al momento non sono emerse responsabilità da parte dei carabinieri intervenuti, tanto che l’esame autoptico è stato fissato senza alcuna iscrizione nel registro degli indagati. Sei persone hanno dichiarato che l’intervento è stato regolare, ma altri testimoni parlano di violenze. Secondo la ricostruzione del comando provinciale dei carabinieri, l’uomo aveva passato la serata insieme con un gruppo di amici in un ristorante della zona, senza mostrare i segni di un’imminente crisi ma apparendo “iperattivo”. Una volta rimasto da solo, qualcosa di imprevedibile è scattato nella sua testa e gli ha fatto perdere il controllo. Forse un attacco di panico, forse una crisi dovuta all’assunzione di farmaci antidepressivi. Fatto sta che ha cominciato a vagare nel quartiere di San Frediano in stato confusionale, con urla così forti da essere sentite a centinaia di metri di distanza: «Si è presentato con l’aria sconvolta — racconta un lavoratore della pizzeria Borgo la Pizza — diceva che qualcuno voleva sparargli. Gli ho detto di calmarsi e che avrei chiamato la polizia, ma lui ha tirato una spallata alla vetrina, mi ha strappato il cellulare di mano ed è corso fuori». Pochi secondi e poi ha cominciato a rincorrere un’auto: «Ho visto che cercava di affiancarsi, ho accelerato ma è riuscito ad aprire la portiera e a salire in corsa — racconta la donna al volante — lo conoscevo di vista, non sembrava pericoloso ma era fuori di sé. Ho frenato e gli ho chiesto di scendere, lui l’ha fatto subito senza dire una parola». L’arrivo delle gazzelle pochi istanti più tardi, dopo che l’uomo era entrato e uscito da un’altra pizzeria della zona (da Gherardo). I primi due carabinieri si sarebbero fatti avanti con le mani alzate nel tentativo di tranquillizzarlo, ma Riccardo avrebbe reagito con urla e spintoni. Sono arrivati i rinforzi e in quattro l’hanno immobilizzato dopo un lungo parapiglia. I primi soccorsi sono stati quelli dei volontari della Croce Rossa (la chiamata al 118 è delle 1.23), che hanno trovato l’uomo in gravi condizioni tanto da richiedere l’intervento di un medico. Poi le disperate operazioni di rianimazione, terminate alle 2.45 a Santa Maria Nuova con la constatazione di morte. Bianca Ruta, una studentessa di 26 anni che ha assistito alla scena dalla finestra, chiama in causa l’operato dei militari: «La prima pattuglia non è riuscita a fermarlo, così sono arrivati altri due carabinieri e alla fine ci sono riusciti. Era su un fianco, ho visto chiaramente tre di loro che lo colpivano con alcuni calci in pancia. Non credo sia morto per questo, ma sono cose che non devono succedere. Andrò alla polizia a denunciare i fatti». Un altro testimone dà una versione opposta: «Hanno fatto quello che dovevano, l’uomo era completamente fuori controllo e loro si sono limitati a tenerlo a terra. Nessuno ha alzato le mani».

Riccardo Magherini è morto la notte tra 3 e 4 marzo 2014 per una crisi cardiaca che lo ha colpito durante l’arresto a Firenze, scrive “Blitz Quotidiano”. Magherini, 40 anni, era in forte stato confusionale e di agitazione dopo aver rubato un cellulare e distrutto alcune vetrine. “Mi vogliono uccidere, aiutatemi”, gridava ai negozianti e alle auto di passaggio. All’arrivo dei carabinieri di Borgo San Frediano l’uomo li ha aggrediti: è stato immobilizzato a terra e ammanettato, poi ha accusato il malore. Secondo alcuni testimoni però gli agenti non si sarebbero limitati ad immobilizzarlo, ma lo avrebbero picchiato mentre era giàò a terra. Per determinare le cause della morte il pm Luigi Bocciolini ha disposto l’autopsia sul corpo dell’uomo. Secondo una prima ricostruzione, all’1 di notte del 4 marzo Magherini si aggirava a torso nudo in borgo San Frediano gridando in evidente stato di agitazione, dicendo che volevano ucciderlo e chiedendo aiuto. Prima dell’arrivo dei militari, in base alle testimonianze raccolte dagli investigatori, avrebbe sfondato la porta di una pizzeria facendo saltare la serratura con una spallata e ha chiesto aiuto al pizzaiolo, il solo rimasto all’interno, dicendo che era inseguito e che qualcuno voleva ucciderlo, quindi è uscito portandogli via il cellulare. Poi è salito sul sedile posteriore di un’auto in transito: la conducente, una ragazza, è scesa impaurita dalla vettura. Uscito dall’auto, è entrato in un’altra pizzeria, sempre gridando aiuto, e ne uscito subito dopo urtando violentemente contro una porta a vetri e danneggiandola. All’arrivo della pattuglia dei carabinieri si è scagliato contro di loro, costringendoli a chiedere l’intervento di un secondo equipaggio. I quattro militari intervenuti sono riusciti a immobilizzarlo a terra e poi ad ammanettarlo. A chiamare il 118 proprio i carabinieri, ma all’arrivo dei sanitari circa 10 minuti dopo la chiamata hanno trovato Magherini in arresto cardiaco e dopo 40 minuti di tentativi di rianimazione l’uomo è stato dichiarato morto.  Non escluso, sempre secondo quanto spiegato dai carabinieri, che l’uomo avesse fatto uso di sostanze stupefacenti. Sposato, padre di una bimba di 2 anni, da alcuni giorni si era separato dalla moglie e era andato a vivere con la madre. In base a quanto accertato dai carabinieri, fino a poco tempo fa era titolare di un negozio nel centro di Firenze. Ora il pm ha disposto l’autopsia sul corpo di Magherini, soprattutto dopo la dichiarazione di Bianca Ruta, studentessa di 26 anni, ha dichiarato a Repubblica di aver visto i militari picchiare l’uomo già a terra: “«La prima pattuglia non è riuscita a fermarlo, così sono arrivati altri due carabinieri e alla fine ci sono riusciti. Era su un fianco, ho visto chiaramente tre di loro che lo colpivano con alcuni calci in pancia. Non credo sia morto per questo, ma sono cose che non devono succedere. Andrò alla polizia a denunciare i fatti. Hanno fatto quello che dovevano, l’uomo era completamente fuori controllo e loro si sono limitati a tenerlo a terra. Nessuno ha alzato le mani»”.

Polizia violenta?

Buffon accusa "Picchiato dalla polizia". Il portiere della Nazionale: "Sono stato aggredito da agenti in divisa dopo la partita di Firenze. Mi hanno tirato giù dall'auto. Poi le botte. Nessuno mi ha dato una spiegazione". A sentirlo raccontare, viene quasi da non crederci, ma Gigi Buffon non ha l'aria di chi ha voglia di scherzare, scrive il 14 giugno 2001 “La Repubblica”. Il portiere del Parma e della Nazionale spiega quello che gli è accaduto mercoledì sera dopo la finale di Coppa Italia e sembra incredulo pure lui: "Dopo la sconfitta con la Fiorentina mi è stato consigliato di incolonnarmi con la mia auto dietro i pullman che riportavano in Emilia i tifosi gialloblu. Giunti al piazzale del casello di Firenze Sud li ho superati ma sono stato fermato da una decina di poliziotti. Dopo essere stato tirato giù dalla macchina ho passato quindici secondi veramente infernali, nei quali ho preso anche dei calci e degli schiaffi. Non mi spiego il motivo per il quale sia successo tutto ciò e, d'altro canto, nessuno dei militari mi ha dato una spiegazione". Parla tutto d'un fiato, poi aggiunge: "Ho cercato di difendermi, poi ho sentito uno di loro che gridava, ma questo è Buffon, altri hanno però continuato a picchiarmi". Il portiere ripete che non riesce a spiegarsi cosa possa essere successo: "Mi hanno scambiato per un ultras all'inseguimento del pullman del Parma? Un ultras in Porsche? Davvero non capisco". Sin qui lo sfogo, poi Buffon però si ferma. Controlla gli aggettivi e dal suo vocabolario tira fuori il termine che gli sembra più appropriato: "E' stata una vaccata, anche loro se ne sono accorti. Fondamentalmente credo sia stato un po' eccessivo, anche se nulla di grave. Però credo che se avessi parlato subito dopo, i miei toni sarebbero stati diversi". Farà denunce? "No, dopo tanti casini che ho avuto, ho voglia di stare tranquillo". Il riferimento è alle polemiche sulla scritta "Boia chi molla" stampigliata sulla sua maglia, sulla scelta del numero 88, poi sostituito dal 77 dopo le proteste di esponenti della comunità ebraica (in entrambi i casi il portiere ha detto di essere stato all'oscuro dei significati politici delle due questioni) e al diploma di maturità falso che lo hanno portato al centro della cronaca non sportiva: "Ho avuto tanti casini che poi, addirittura quando non c' entro, mi buttano dentro. Questa volta credo di no". La chiusura è con battuta per sdrammatizzare: "Tutti tifosi giallorossi? Ma se erano quindici...mica potevano essere tutti della Roma....".

Il caso di Magherini mi ricorda tanto altri casi analoghi.

La morte di Luigi Marinelli. Da notare l’atteggiamento della stampa che parla subito di ordinaria violenza familiare e di tossicodipendenza e sottace le colpe degli operatori di pubblica sicurezza e di pronto soccorso sanitario. L’avv. Vittorio Marinelli, noto presidente dell’associazione “Europeanconsumers”, mai presentato come tale, denuncia le anomalie del caso su “La Repubblica”.

IL CASO. Eur, picchia la madre e poi muore "Da autopsia varie costole rotte". A riferire un primo riassunto del verbale è uno dei due avvocati del 49enne morto dopo aver aggredito la donna mentre la polizia lo bloccava: "Fratture forse provocate da pressione. Analogie con caso Aldrovandi". Pesanti le accuse del fratello.

"Varie costole rotte'': queste le prime informazioni che arrivano dall'autopsia di Luigi Marinelli, il 49enne morto lunedì 5 settembre in seguito a un malore dopo una lite con la madre mentre la polizia tentava di bloccarlo. A riferire un primo riassunto del verbale di autopsia è uno dei due avvocati della famiglia, Giuseppe Iannotta.

''Le piccole fratture - puntualizza il legale - potrebbero essere dovute a una pressione o a un massaggio cardiaco effettuato male. Dal verbale emerge anche una piccola emorragia al fegato, che però non è correlata all'episodio di lunedì. Per un quadro clinico completo - conclude Iannotta, che segue il caso insieme con l'avvocato Antonio Paparo - Per comprendere le cause della morte di Luigi, comunque, dovremo attendere il deposito della consulenza medica". E' infatti di quaranta giorni il termine assegnato dal pm Luca Tescaroli, titolare dell'inchiesta, agli esperti dell'istituito di medicina legale dell'università La Sapienza chiamati a far luce sulla morte di Marinelli. L'uomo è morto mentre lo stavano trasportando in ospedale. Il malore era sopraggiunto a seguito di una lite per motivi economici con la madre che aveva poi chiamato le forze dell'ordine. Arrivati sul posto gli agenti lo avevano immobilizzato in attesa del Tso perché l'uomo dava in escandescenza.

''Ci sono molte analogie con il caso di Federico Aldrovandi''. A sostenerlo è Antonio Paparo, l'altro legale che sta seguendo il caso di Luigi Marinelli che fa riferimento allo studente ferrarese che morì nel 2005 dopo una colluttazione con gli agenti di polizia, condannati in primo grado a tre anni e sei mesi. ''Il quadro clinico che emerge dai primi risultati dell'autopsia non è compatibile con la ricostruzione di quanto avvenuto lunedì scorso'', osserva Paparo. ''Le costole fratturate sono 12 - precisa il legale - ed inoltre dagli esami emerge una lesione alla milza con una piccola emorragia interna''. L'avvocato non nasconde che qualcosa sia andato storto nell'appartamento dell'Eur. ''C'è il rischio che gli agenti abbiano sbagliato molte cose - sottolinea - sicuramente sono andati sopra le righe nelle procedure di arresto''.

Pesanti le accuse di Vittorio Marinelli, fratello di Luigi: ''L'hanno ammazzato i poliziotti, lo dimostra anche l'autopsia: Luigi aveva alcune costole rotte''. La famiglia ha annunciato che procederà legalmente contro gli agenti. ''Vogliamo giustizia, le cose non sono andate come abbiamo letto sui giornali'', afferma Marinelli precisando più volte che il fratello Luigi ''era uscito dal giro della droga ormai da 20 anni - da quando era in cura al Sert - e che faceva uso di hashish o cocaina solo sporadicamente. Era schizofrenico ma non tossicodipendente'', afferma. ''Lunedì scorso, dopo la chiamata di mia madre, si sono presentati tre agenti di polizia - dice Marinelli, di professione avvocato - che erano riusciti a calmare Luigi conquistandosi la sua fiducia. Ma quando mio fratello voleva uscire di casa per raggiungere la fidanzata lo hanno bloccato, e direi giustamente dato che era ancora su di giri''. Proprio quel gesto ha scatenato l'ira di Luigi che ha provato a divincolarsi. ''I tre agenti non riuscivano a tenerlo così hanno chiamato rinforzi - ricorda il fratello - Poco dopo è arrivato un quarto agente, un vero energumeno, che è saltato addosso a mio fratello ammanettandolo e bloccandolo violentemente contro la porta spingendo con il ginocchio contro la sua schiena''. ''Mi sono subito accorto che qualcosa non andava e ho gridato immediatamente di togliergli le manette, ma non avevano le chiavi'', continua. ''Solo con l'arrivo di altri agenti con le chiavi, i poliziotti sono riusciti a liberare mio fratello che però era ormai esanime a terra. Inutile l'arrivo del 118. Ormai era morto - sottolinea Vittorio Marinelli - gli operatori dell'ambulanza, arrivati in ritardo di un'ora, non dovevano portare via il corpo. E pensare che gli agenti non sono stati capaci neanche di fare la respirazione bocca a bocca, l'ho dovuta fare io - conclude - Poi loro hanno provato inutilmente a fare un massaggio cardiaco''. Per il momento non c'è alcuna notizia di reato, né alcuna denuncia nei confronti degli agenti. Per avere un quadro più completo di quanto accaduto lunedì e per capire anche le cause del decesso bisognerà attendere la conclusione dell'autopsia, in particolare dell'esame del cuore, affidato ad un'equipe di esperti.

Sul Corriere della Sera, il 10 settembre 2011, è uscito questo articolo: "Picchia la madre e muore. La famiglia accusa la polizia. La denuncia. Il fratello: gli sono state rotte 12 costole, lo ha dimostrato l'autopsia. Aveva lesioni al fegato.

"Una lite tra madre e figlio esce dalle mura domestiche per concludersi con un morto. Era lunedì scorso ma solo ora, con i risultati dell' autopsia in mano, i familiari denunciano. Sostengono che Luigi Marinelli, 49 anni, malato di schizofrenia, invalido civile (con pensione d' infermità), un passato da tossicodipendente, è stato pestato «dalla polizia come Cucchi e Aldrovandi». Dice il fratello Vittorio: «Quel giorno Luigi era su di giri. Per la prima volta ha alzato le mani su nostra madre, è vero. Ma dico che contro di lui gli agenti hanno usato metodi violenti». Chiamati a spegnere la lite fra una madre di ottant' anni e un figlio di quasi cinquanta (litigio per soldi: lui aveva speso diecimila euro in tre settimane e ne chiedeva altrettanti, lei rifiutava), quattro poliziotti del commissariato di zona rischiano ora una denuncia per omicidio colposo. Vittorio Marinelli, avvocato civilista, uno dei fratelli della vittima, quel lunedì c' era. Arrivato a discussione già iniziata. Quando sua madre aveva telefonato al 113 per evitare il peggio e gli agenti erano in salotto. «Due volanti. In casa c' erano tre poliziotti parlavano con mio fratello tranquillamente. Cercavano di farlo ragionare. Ho apprezzato. Gli dicevano: "Ma come, noi guadagniamo 1.300 euro al mese e tu ne butti via diecimila in pochi giorni?" Ma poi, quando Luigi ha detto di voler uscire di casa, con in mano l' assegno che a quel punto mia madre gli aveva firmato, loro lo hanno bloccato. Sono arrivati i rinforzi. È subentrato un quarto agente dai modi bruschi. Lo hanno ammanettato con la forza spingendogli il viso contro la porta. Lui era cianotico: "Toglietegli le manette", gli abbiamo detto, ma non si trovavano le chiavi e il tempo passava. Mio fratello stava soffocando». La procura ha aperto un fascicolo, ma sarà la consulenza medica a stabilire le eventuali responsabilità. Intanto l' esito dell' autopsia, secondo il legale di famiglia, Antonio Paparo, parla di dodici costole toraciche rotte. Grossolano tentativo di rianimazione? Possibile, filtra dalla procura. «Chiedevano: "Come si fa?, come facciamo?"», racconta Marinelli. In attesa dei risultati della perizia madre e fratello dell' uomo sono stati già ascoltati dal pm Luca Tescaroli. Ma il legale Paparo dice che il verbale dell' autopsia è già di per se sufficiente: «È stato picchiato e qui c' è il referto. Lesioni al fegato e un' emorragia interna. Marinelli è stato pestato»."

Vittorio Marinelli rettifica l’articolo sul gruppo facebook “Verità per Luigi Marinelli”: «Ci sono delle imprecisioni, in questo articolo, ma, rispetto ai primi articoli, che parlavano di un tossico che aveva aggredito la madre per poche decine di euro e di una morte in ospedale, è già un passo avanti.

LUIGI FEDERICO, INFATTI, E’ DECEDUTO DURANTE LE OPERAZIONI DI IMMOBILIZZAZIONE E L’APPOSIZIONE DELLE MANETTE EFFETTUATO DAGLI AGENTI DELLA PUBBLICA SICUREZZA INTERVENUTI SUL POSTO e non MENTRE UN’AMBULANZA LO STAVA TRASPORTANDO AL SANT’EUGENIO.

Gli agenti si sono comportati in modo umano e amicale con il povero Luigi per l’intero periodo durante il quale si sono trovati all’interno della sua abitazione IN ATTESA CHE ARRIVASSE LA GUARDIA MEDICA PER UN EVENTUALE TSO.

Luigi Federico Marinelli, invero, era schizofrenico, e non tossicodipendente, pur essendolo stato in passato, in quanto assumeva stupefacenti, in particolare hascisc, e cocaina non in modo tale da essere dipendente. Non era neanche pericoloso.

NON E', INFATTI, VERO, CHE ABBIA PICCHIATO LA MADRE. E', invece, vero, che l'ha spintonata.

Allo stesso tempo, occorre precisare che Luigi aveva ottenuto un risarcimento danni da un'assicurazione per 20.000 euro e che, in 20 giorni, offrendo a destra e manca, in quanto affetto da prodigalità, aveva sperperato 10.000 euro.

Per questo, aveva chiesto alla madre, salvo poi cambiare idea, di custodirgli i 10.000 euro rimasti salvo poi cambiare idea.

Una volta ottenuto l'assegno, è andato alla porta di casa e ha preteso di uscire per recarsi a un appuntamento con la fidanza senonché, giustamente, stante lo stato comunque di ipercitazione, gli agenti gli hanno impedito di uscire, dapprima con le buone e solo dopo che Luigi si è inalberato, immobilizzandolo in tre, trattenendolo al suolo, in modo energico e con delle tecniche di immobilizzazione che sono sembrate subito essere eccessive.

A questo punto, un quarto poliziotto ha apposto le manette alla schiena di Luigi il quale si è subito arrestato, forse proprio perché è morto in quel momento divenendo subito nero in volto.

A nulla è servita l'implorazione agli agenti di chi ha assistito all'evento: “levategli le manette, non lo vedete che sta male?” ricevendo, questi, per tutta risposta, l’affermazione che sapevano come si fa o cose del genere.

Dopo pochi minuti, che in quel caso sono un'eternità, mentre, gli agenti si sono resi conto della gravità della situazione e hanno tentato di levargli le manette, inutilmente perché non trovavano le chiavi dimodoché sono stati costretti a chiedere di intervenire ai colleghi di sotto, che aspettavano davanti al citofono.

Saliti al terzo piano, non riuscivano a entrare in quanto la porta era bloccata da chiavistelli.

Solo una volta entrati, un agente aveva la chiave delle manette appesa con un laccio al collo ed è riuscito ad aprire le manette.

A quel punto, la respirazione bo