Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ABUSOPOLI

 

SECONDA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

ABUSOPOLI

L’ITALIA DEGLI ABUSI SUI PIU’ DEBOLI,

OSSIA, DI ABUSI SUI PIU’ DEBOLI SI SPARLA,

NON SI PARLA

 

 

Art. 101 della Costituzione: La Giustizia è amministrata in nome del popolo. I costituenti hanno omesso di indicare che la Giustizia va amministrata non solo in nome, ma anche per conto ed interesse del popolo. Un paradosso: le illegalità, vere o artefatte, sono la fonte indispensabile per il sostentamento del sistema sanzionatorio - repressivo dello Stato.

I crimini se non ci sono bisogna inventarli. Una società civile onesta farebbe a meno di Magistrati ed Avvocati, Forze dell'Ordine e Secondini, Cancellieri ed Ufficiali Giudiziari.....oltre che dei partiti dei giudici che della legalità fanno una bandiera e dei giornalisti che degli scandali fanno la loro missione. Sarebbe una iattura per coloro che si fregiano del titolo di Pubblici Ufficiali, con privilegi annessi e connessi. Tutti a casa sarebbe il fallimento erariale. Per questo di illegalità si sparla.

Le pene siano mirate al risarcimento ed alla rieducazione, da scontare con la confisca dei beni e con lavori socialmente utili. Ai cittadini sia garantita la libera nomina del difensore o l'autodifesa personale, se capace, ovvero il gratuito patrocinio per i poveri. Sia garantita un'indennità e una protezione alla testimonianza.

Sia garantita la scusa solenne e il risarcimento del danno, anche non patrimoniale, al cittadino vittima di offesa o violenza di funzionari pubblici, di ingiusta imputazione, di ingiusta detenzione, di ingiusta condanna, di lungo o ingiusto processo.

Il difensore civico difenda i cittadini da abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico."

di Antonio Giangrande

 

 

 

ABUSOPOLI

L’ITALIA DEGLI ABUSI SUI PIU’ DEBOLI

OSSIA, DI ABUSI SUI PIU’ DEBOLI SI SPARLA,

NON SI PARLA

 

«I carcerati, i minori, gli incapaci. Chi pensa a loro?»

Dr Antonio Giangrande

 

 

 

 

 

SOMMARIO I PARTE

 

INTRODUZIONE

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

DALLA MALEDUCAZIONE AL BULLISMO/CYBERBULLISMO FINO ALLA CRIMINALITA' DELLA BABY GANG.

LE PAZZIE DISPERATE DEI PADRI CHE STERMINANO LA FAMIGLIA E LA COSCIENZA SPORCA DELLE ISTITUZIONI.

LA GUERRA TRA POVERI. L’URLO DEI PADRI E DELLE MADRI IN CERCA DI GIUSTIZIA. IN FAMIGLIA QUANDO C’E’ POVERTA’ O SEPARAZIONE? ARRIVANO I MOSTRI!

LA MAFIA DEGLI ASSISTENTI SOCIALI.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

MORIRE PER UN TSO.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

TUTTI DENTRO CAZZO!

VADEMECUM DEL CONCORSO TRUCCATO.

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

GUERRA DI TOGHE. ANCHE I MAGISTRATI PIANGONO.

COSE STRANE AGLI SPORTELLI ASL DI TARANTO? O COSI’ FAN TUTTI?

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

LA MAFIA HA CONQUISTATO IL NORD.

BENI CONFISCATI ALLA MAFIA: FACCIAMO CHIAREZZA! NON E’ COSA LORO!

IL BUSINESS DEI BEI SEQUESTRATI E CONFISCATI.

USURA BANCARIA: I MAGISTRATI STANNO CON LE BANCHE.

USURA ED ESTORSIONE: CONVIENE DENUNCIARE? RISPONDONO LORO. ANTONIO GIANGRANDE. PINO MANIACI E MATTEO VIVIANI DE LE IENE PER I FRATELLI CAVALLOTTI E L'ITALGAS. FRANCESCO DIPALO. LUIGI ORSINO. PINO MASCIARI. COSIMO MAGGIORE. LUIGI COPPOLA. LUIGI LEONARDI. TIBERIO BENTIVOGLIO. IGNAZIO CUTRO'.

MAI DIRE MAFIA. FRANCESCO CAVALLARI E LA SFIDUCIA NEI MAGISTRATI.

E POI PARLIAMO DELL'ILVA.

EQUITALIA. STROZZINI DI STATO.

CONCORSI ED ESAMI. LE PROVE. TRUCCO CON I TEST; TRUCCO CON GLI ELABORATI. 

SIAMO TUTTI PUTTANE.

OMOFOBIA E CACCIA ALLE STREGHE. CARLO TAORMINA. QUANDO L’OPINIONE E’ DISCRIMINATA.

LA SCUOLA DELL'INDOTTRINAMENTO IDEOLOGICO.

L’ISLAM, LA SINISTRA E LA SOTTOMISSIONE.

LA VERA MAFIA E’ LO STATO. E PURE I GIORNALISTI? DA ALLAM ALLA FALLACI.

INCOSCIENTI DA SALVARE? COME SI FINANZIA IL TERRORISMO ISLAMICO.

PARLIAMO DI RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI IN ITALIA.

PARLIAMO DI EMIGRAZIONE ED IMMIGRAZIONE.

IL BUSINESS DEGLI ABITI USATI.

 

SOMMARIO II PARTE

 

QUANDO IN PRIGIONE CI VANNO I BAMBINI.

QUANDO IN ESILIO CI VANNO I BAMBINI.

UNIVERSITA’. IL MISTERO DELL’AULA C OCCUPATA DA DECENNI.

CHE INGIUSTIZIA PERO'!!! DAI CARABINIERI ENTRI VIVO E NE ESCI MORTO O SCONTI LA PENA NELLA CELLA ZERO.

L'UTOPICA UGUAGLIANZA TRA I DIVERSI E LA FENOMENOLOGIA MEDIATICA TRA ABORTO, OMOSESSUALITA', FEMMINICIDIO ED INFANTICIDIO.

PARITA’ DI SESSI E FEMMINICIDIO. SLOGAN O SPECULAZIONE?

STUPRI, STOLKING E FEMMINICIDI. LA VIOLENZA SULLE DONNE.

IL SILENZIO SULLA VIOLENZA SUGLI UOMINI.

DEL MASCHICIDIO MEGLIO NON PARLARNE.

STUPRI, ABUSI E VIOLENZA SESSUALE: DUE PESI E DUE MISURE.

IL FORTE, IL DEBOLE E L’ESCLUSIONE SOCIALE.

ESCLUSIONE SOCIALE E RAZZISMO.

PARLIAMO DI INTERDIZIONE ED INABILITAZIONE.

ABUSI SUI MINORI: PARLIAMO DEI TRIBUNALI DEI MINORI.

PAS ED AFFIDO: IL MONOPOLIO DELLE MADRI FEMMINISTE.

PARLIAMO DI CONFLITTI GENITORIALI.

BIGENITORIALITA' ED AFFIDO CONDIVISO.

SULLA PELLE DEI BAMBINI: IL CASO DI LEO RIGAMONTI.

PARLIAMO DI ABUSI VERI E FALSI.

PARLIAMO DEI RAPIMENTI DI STATO. BIMBI RAPITI DALLA GIUSTIZIA.

AFFIDI. AFFARI SULLA PELLE DEI BAMBINI.

LI CHIAMANO AFFIDI. SONO SCIPPI.

PARLIAMO DI BIBBIANO.

LA BIBBIANO DEGLI ANZIANI.

PARLIAMO DI PEDOFILIA.

PEDOFILIA FEMMINILE

ACCUSA DI PEDOFILIA COME TRAPPOLA INFERNALE.

ADOZIONI INTERNAZIONALI. LADRI DI BAMBINI.

SULLA PELLE DEI VOLONTARI.

 

 

 

 

SECONDA PARTE

 

QUANDO IN PRIGIONE CI VANNO I BAMBINI.

Bambini, restate in cella, il pulmino costa troppo, scrive Luigi Lori su “Il Garantista”. In questi giorni l’Atac ci ha comunicato a sorpresa che il servizio di navetta per il trasporto dei bambini da 0 a 3 anni “detenuti” con le loro madri nella Sezione Nido della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia di cui ci occupiamo da vent’anni a questa parte con la nostra associazione, sarebbe stato interrotto a partire dal 1 gennaio 2015. La motivazione – dice la presidente Gioia Passarelli – consisterebbe nel taglio dei fondi destinati al servizio sociale di Roma Capitale da parte del Comune, tanto che l’Atac avrebbe messo in vendita le vetture destinate a questo tipo di convenzioni. La conseguenza – immediata di questa decisione che ci sconcerta e anche ci indigna – sarebbe che a partire da sabato 3 gennaio i bambini che vivono in carcere senza alcuna colpa, oltre a quella di essere nati, non potrebbero più usufruire dell’unico giorno da passare “in libertà” fuori dal carcere insieme ai volontari della nostra associazione, che da più di vent’anni li va a prendere con il pullman dell’Atac, messo a disposizione dal Comune di Roma. Oggi è stata presentata dal sindaco Marino la nuova giunta – continua la Passarelli – e la nuova assessora ai servizi sociali, Francesca Danese, presidente del Centro servizi volontariato del Lazio. Dal suo staff abbiamo avuto assicurazione che la Danese si occuperà al più presto dell’incresciosa vicenda, ma noi continueremo a vigilare fino a che il servizio non sarà ripristinato e per questo chiediamo il supporto della stampa e delle altre associazioni di volontariato che si occupano di carcere. E’ di ieri , d’altra parte, il sostegno che ci è giunto dal presidente Napolitano – ricorda la Passarelli – quando si è riferito nel suo discorso al Csm al “mancato e lungimirante impegno di tutte le Istituzioni per dare attuazione alla legge n. 62 del 2001. Una legge firmata da Anna Finocchiaro che prevedeva che i bambini non dovessero più entrare in carcere insieme alle loro madri, attraverso l’istituzione degli istituti a custodia attenuata e le case famiglia protette , per la quale – ha detto Napolitano – «non vi è forse stato un sufficiente investimento strutturale ed una visione integrata di assistenza e sostegno per i figli dei detenuti».

Quando in prigione ci vanno i bambini. Non ci sono dati certi. Ma si calcola che i minori che transitano ogni anno dietro le sbarre siano 100mila. In Europa sono 1 milione e mezzo. Le loro madri, assieme ai detenuti disabili, ai malati cronici e a quelli con disturbi psichiatrici, rappresentano un universo di cui si parla poco e a cui è negato il diritto ad una pena alternativa previsto dalla legge. Eppure sarebbe un bel risparmio per lo Stato che ogni giorno spende 80 euro per detenuto. Una realtà che rischia di peggiorare con i nuovi tagli imposti dalla spending review, scrivono Giuseppe De Bello ed Alice Gussoni su “la Repubblica”.

Per i più deboli la condanna è doppia di Alice Gussoni. Lili ha 33 anni, cinque dei quali passati tra carcere e domiciliari. A pagare per i suoi errori sono stati anche i figli, allontanati subito dalla madre. Tutti tranne il piccolo S., che all'epoca non aveva neanche un anno e l'ha seguita in cella per quasi nove mesi. Qui, probabilmente anche a causa della scarsa igiene, si è ammalato di una grave infezione respiratoria che lo ha costretto quasi sempre a letto, obbligandolo a dosi massicce di cortisone fino alla scarcerazione della mamma. S. è solo uno dei tanti piccoli detenuti, vittime dello stesso sistema che non permette a molti stranieri di usufruire delle misure alternative perché privi di domicilio. Le case famiglia sono la loro unica possibilità, ma in una metropoli come Roma si riducono a 6 unità abitative, per un totale di 36 posti disponibili per l'intera popolazione carceraria del lazio che arriva a 5mila 680 presenze, di cui 2395 stranieri (dati Dipartimento amministrazione penitenziaria al 31 ottobre 2014). Questi posti oltretutto non possono essere assegnati alle madri con minori a carico, le persone con disabilità fisiche, i malati cronici e i detenuti affetti da disabilità mentale. A Milano la situazione è leggermente diversa e a occuparsi della gestione è il privato sociale. Le case sono attrezzate per accogliere tutte le categorie di bisognosi, ma i posti sono sempre meno: dal 2003 a oggi infatti sono scesi da 60 a soli 19 a fronte di 7.697 detenuti, di cui 3.387 stranieri. Nel territorio di Napoli e Salerno invece non sono contemplati  interventi di questi tipo, quindi per i detenuti non esistono case famiglia. Stessa situazione anche in Sicilia mentre in Trentino Alto Adige il servizio è svolto dalle associazioni di volontariato cattoliche, che gestiscono 2 case famiglia per un totale di 23 posti in tutto. In mancanza di un censimento ufficiale i dati, raccolti a campione tramite interviste dirette ai comuni italiani, forniscono il quadro di un'Italia spaccata a metà ma nell'insieme ancora molto lontana dal risolvere i reali problemi del sistema carcerario. Mai come oggi questa istituzione è stata al centro di profonde riflessioni sullo stato del diritto, che al suo interno sembra essere sospeso in virtù di una legge non scritta che non risparmia neppure i più deboli. Emanuele Goddi, operatore della coop Pid, che gestisce la casa famiglia Don Puglisi di Roma, evidenzia come spesso, per mancanza di strutture ricettive adeguate, persino i disabili non riescano a ottenere l'affidamento ai servizi sociali: "Per loro si dovrebbero prevedere dei presidi medici, o comunque personale specializzato presente sul posto 24 ore su 24. Al momento invece chi soffre di handicap più o meno grave è residente in un braccio attrezzato alla bene e meglio, dove le barriere architettoniche sono enormi". In carcere sia chi ha subito un'amputazione sia i detenuti con ridotta capacità motoria sono assistiti dai così detti piantoni, ovvero altri detenuti che in cambio di un piccolo compenso, uno stipendio mensile che si aggira sui 150 euro, si prestano ad aiutare come possono i loro compagni di cella.  Il Dipartimento di amministrazione penitenziaria non ha reso disponibili dati ufficiali, ma secondo una rilevazione dell'Università di Perugia del 2012 compiuta su 7 regioni a campione, circa il 44% di loro si troverebbe in reparti con evidenti barriere architettoniche. Stessa sorte per i malati cronici, come chi è affetto da HIV (circa il 3,8% dell'intera popolazione carceraria) o da malattie allo stadio terminale: il grave stato di salute è riconosciuto come incompatibile con il regime carcerario (articoli 146 e 147 del Codice penale), ma proprio per lo stesso motivo molti vengono giudicati idonei alla detenzione. Le cure che ricevono in carcere vengono infatti considerate ottimali, quindi, anche se rimane loro poco da vivere, restano dentro. E' una legge spietata, ma il carcere, ammette lo stesso Luigi Pagano, vicedirettore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, è prima di tutto punitivo e poi rieducativo: "L'incompatibilità non è riconosciuta automaticamente, è una dichiarazione di natura giuridica che spetta al magistrato e si basa anche sulla diagnosi che viene fornita dal medico, ma in primo luogo sulla pericolosità del soggetto". Ancora oggi, a quasi due anni dal richiamo della Corte europea per i diritti dell'uomo che ha sanzionato l'Italia per le condizioni inumane e di sovraffollamento in cui vivevano i detenuti (la popolazione carceraria superava del 140% i posti disponibili), quelli che rimangono in cella sono soprattutto loro, i più bisognosi di assistenza medica e di un ambiente salubre. Eppure i dati parlano di un netto miglioramento: la popolazione carceraria è diminuita di circa 12mila unità e l'ultimo censimento, datato 31 ottobre 2014, fotografa una occupazione dei posti in carcere del 109,8%, ovvero 54.207 detenuti quando i posti sarebbero solo 49.397, anche se la disponibilità effettiva, secondo il X rapporto dell'Osservatorio Antigone, sarebbe nettamente inferiore, pari a circa 37mila unità. Dal 2011 a oggi, stando ai numeri forniti dal ministero della Giustizia, i detenuti che hanno ottenuto le misure alternative sono aumentati da 19.139 a oltre 30.000, risolvendo nel breve periodo una crisi strutturale che investiva praticamente tutti gli istituti penitenziari. Ma a sbloccare una situazione drammatica è stato soprattutto il ricorso alla detenzione domiciliare che certamente va bene per chi non deve essere seguito o necessiti di particolari cure mediche. Ottenere di scontare la custodia in casa, cautelare o definitiva che sia, resta infatti la soluzione più semplice rispetto all'assegnazione ai servizi sociali o alle comunità terapeutiche. Anche perché i fondi per queste strutture sono sempre stati pochi e con la spending review sono stati ulteriormente ridotti (Milano è l'unica città italiana ad avere un Centro di Mediazione al Lavoro, mentre a Roma nel 2013 per il lavori di pubblica utilità sono stati spesi 138mila euro, il 20% in meno rispetto ai due anni precedenti, e a Napoli la convenzione è ancora ferma allo stato embrionale). Molto scarsi anche gli investimenti delle Regioni per le case famiglia, nonostante la convenienza economica sotto questo punto di vista sia evidente: solo nel 2013 per ogni detenuto ospitato in queste strutture la spesa media sostenuta dalle casse pubbliche è stata di poco meno di 37 euro al giorno e di 40 euro quella per le comunità terapeutiche, medicine incluse, contro i 123 euro spesi all'interno delle carceri. La considerazione che il carcere sia anche un deterrente per le cattive abitudini, che spesso si associano al contagio di malattie come Aids o epatite C, fornisce la convinzione che tra le celle determinate iniziative sanitarie siano attivate con più efficacia. Ma resta il fatto che i tossicodipendenti sono ancora il 32% dei detenuti (fonte Simspe) e circa il 20% fra quelli che assumono droghe ha iniziato proprio in carcere, come indica una ricerca su base europea svolta dall'Emcdda, l'European monitoring center for drug and drugs addicted. L'affidamento alle comunità terapeutiche rimane l'ultima spiaggia, e solo un detenuto su sei riesce ad ottenere questa misura alternativa, mentre i posti rimangono vuoti a causa della paralisi del sistema, come denunciato dall'associazione Saman. Enzo Saulino, psichiatra e presidente per il Lazio del Forum Nazionale Diritto alla salute in carcere, spiega che "la discrezionalità del giudice impedisce che le nostre valutazioni siano determinanti". "Si ha paura - sottolinea - di sbagliare e di rimettere in libertà un potenziale criminale, perché un errore simile fa molto più scalpore di un detenuto che muore dietro le sbarre". Il vicedirettore del Dap Pagano precisa ulteriormente: "Si devono mettere insieme due concetti, quello di punizione e di rieducazione, che se uno li volesse sviluppare compiutamente rischiano di essere antitetici".  Il trattamento penitenziario in Italia è stato però spesso condannato dai tribunali internazionali per non essere "conforme ad umanità" né rispettoso "della dignità della persona", come promette invece l'articolo 1 dell'Ordinamento penitenziario (L.354/75). Gli stessi ospedali psichiatrici giudiziari, condannati già dalla legge Basaglia del '78, avrebbero dovuto chiudere definitivamente nel 2013, ma di deroga in deroga sono ancora in funzione. Luoghi dove si contano numerosi casi di "ergastoli bianchi": pene che si sono perpetrate oltre il limite previsto perché nessuno poteva - o voleva - assumersi il rischio di rilasciare soggetti potenzialmente pericolosi. Ancora una volta la soluzione potrebbero essere le case famiglia, ma mancano le strutture e i soldi per gestirle. Ivan Battista, coordinatore dell'Ufficio Detenuti del Dipartimento Politiche sociali di Roma, suggerisce di assegnare all'istituzione nuove case famiglia dai beni confiscati alla mafia. Un'idea che nasce anche dalle ultime cifre fornite dal Comune di Roma, secondo cui i beni immobili sottratti alla criminalità sarebbero ben 334 solo nel Lazio, di cui però finora solo uno è stato adibito a questo scopo. Pochi anche i fondi destinati alla costruzione degli Istituti a Custodia attenuata per le madri, i così detti Icam, per i quali le Regioni hanno previsto un impegno medio di 500mila euro. Finora ne sono stati realizzati solo tre in tutta Italia (Milano, Venezia e Senorbi in Sardegna), anche se in proposito le associazioni di volontariato sollevano molti dubbi. Gioia Passarelli, presidente della onlus 'A Roma Insieme', da anni impegnata a favore dei figli delle detenute, spiega perché: "L'idea di partenza era quella di rendere l'ambiente più adatto alla presenza dei minori che accompagnano le madri, ma a parte l'abolizione delle divise per gli agenti e i corridoi colorati, i bambini non potranno comunque essere portati a scuola o passare l'ora d'aria in un parco, e - in caso di emergenza sanitaria urgente - essere accompagnati dalla madre". Gli Icam sono e restano delle carceri a tutti gli effetti che sottostanno all'ordinamento penitenziario. Da gennaio 2014 inoltre l'età dei minori che potranno restare vicini al genitore è stata innalzata dai 3 ai 10 anni, con le tragiche conseguenze che si possono immaginare: "Molti di loro non hanno mai visto com'è fatto un prato - continua Gioia Passerelli - e si spaventano se devono camminarci sopra. I primi anni di vita sono fondamentali per la crescita e loro li passano reclusi negli istituti". Della stessa opinione anche Lia Sacerdote dell'associazione Bambini senza sbarre, firmataria insieme al Garante per l'infanzia e l'adolescenza e il Ministero della Giustizia di un Protocollo d'Intesa a tutela dei diritti dei 100 mila bambini e adolescenti che entrano nelle carceri italiane ogni anno. Loro l'iniziativa della creazione di uno "Spazio Giallo" a San Vittore, dove, grazie al lavoro di psicologi ed educatori si cerca di rendere comprensibile l'esperienza del carcere ai piccoli visitatori. La mancanza di strutture ricettive è un problema che tocca molti. Sempre secondo le stime fornite dall'Osservatorio Antigone, il 6,4% dei detenuti ha una condanna di scarsa rilevanza penale (inferiore a un anno), quindi assolutamente compatibile con le misure alternative, mentre la percentuale sale a 9,4% se si considerano solo gli stranieri, e addirittura arriva al 26,8% quando si considerano le donne. Il 100% dei detenuti invece ha diritto a uno spazio vitale minimo fissato sopra i 3 mq, sotto i quali viene riconosciuto lo stato di inumanità della detenzione (sentenza Torreggiani 8 gennaio 2013).

Senza cure né assistenza, ecco i casi più gravi di Alice Gussoni.

Romolo, 70 anni, rinchiuso in Opg dal 1976 fino al 2006. Nel gergo dei detenuti gli ergastoli bianchi equivalgono a un fine pena mai, senza possibilità di appello o sconti. La condanna di Romolo è stata questa. Rinchiuso in un Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) nel '76 perché dormiva in macchina, è entrato in istituto con una pena irrisoria. Sottoposto a una perizia psichiatrica annuale, la sua scarcerazione è stata rimandata di anno in anno. Nessun giudice o revisore si è mai voluto prendere la responsabilità di certificare l'avvenuta guarigione, perché questa decisione avrebbe potuto portare problemi. Problemi che sono rimasti rinchiusi insieme a Romolo per 30 anni, uscito con l'indulto del 2006, senza più alcun riferimento parentale o sociale, senza più alcuna possibilità di rifarsi una vita. Di casi simili gli ospedali psichiatrici ne sono pieni.

Claudio B., 46 anni, recluso a Regina Coeli in attesa di cure mediche urgenti. Uno dei motivi per cui viene riconosciuta l'incompatibilità con il regime carcerario (articolo 47 comm.2 ) è l'esigenza di un trattamento che non sia possibile ricevere nell'ambiente carcerario, per favorire il recupero, totale o parziale, dello stato di salute. Il 21 aprile 2014 Claudio B., detenuto a Rebibbia Nuovo Complesso, è vittima di un banale incidente. Inciampa, cade malamente, i suoi arti inferiori rimangono paralizzati. Una dinamica che ha dell'incredibile, ma il trauma subito non è irreversibile, potrebbe tornare a camminare, se solo facesse fisioterapia. Dopo due mesi finalmente ottiene il trasferimento al Centro clinico del Regina Coeli, ma anche questa struttura non è attrezzata per affrontare il suo caso. Claudio rimane qui per altri tre mesi, fino al 20 settembre, quando viene nuovamente trasferito, questa volta a Velletri. Ma ancora una volta le cure indispensabili per non perdere l'uso delle gambe non possono iniziare: i medici si dichiarano non all'altezza e così viene rimandato al Regina Coeli, dove ancora oggi è in attesa di ricevere l'assistenza adeguata.

Giacomo, 6 anni, 5 dei quali passati in carcere con sua madre. La legge 62 del 2011, entrata in vigore dal 1° gennaio 2014, prevede l'innalzamento dell'età dei bambini che possono restare con i genitori detenuti dai 3 ai 6 anni, purché la pena venga scontata in un Istituto a custodia attenuata madri, anche detti Icam. Giacomo di anni ne ha 6, e tutte le sere da quando ha 1 anno ha sentito il rumore dei cancelli che si chiudevano prima di andare a dormire. Di Icam a Firenze non ne esistono e lui ha vissuto da recluso insieme alla madre nel reparto femminile del carcere di Sollicciano, dove non c'è neanche il nido e gli orari di apertura e chiusura delle celle sono gli stessi per adulti e bambini. Giacomo è cresciuto in simbiosi con la madre. Ora che finalmente è uscito è stato affidato ai servizi sociali, ma è troppo grande per affrontare una nuova vita senza il trauma.

Lili, 33 anni, ha scontato 9 mesi nella sezione nido insieme al suo piccolo. Quando uno dei due genitori si trova in carcere ha diritto a ricevere la visita dei familiari più stretti una volta a settimana. Lili ha tre figli e per 9 mesi è stata rinchiusa a Rebibbia nella sezione Nido, insieme al piccolo S., che all'epoca aveva solo 7 mesi. Ammalatosi quasi subito di una grave forma allergica, S. ha subito una dura terapia a base di cortisone e antibiotici, durata per l'intera permanenza in Istituto. Durante tutto questo periodo Lili non è mai riuscita a incontrare gli altri due figli di 2 e 5 anni affidati allo zio. Finalmente riesce a ottenere i domiciliari e porta i figli a trovare il padre, anche lui rinchiuso a Rebibbia Nuovo Complesso. Per quasi cinque anni il giovedì diventa il giorno rituale per riunire la famiglia nell'area verde del carcere. Da due mesi a questa parte però gli agenti di custodia negano al piccolo S. il diritto a entrare per la visita settimanale. Il cognome risulta infatti diverso, anche se se ne sono accorti solo ora. Il riconoscimento da parte del padre non è stato possibile, perché arrestato prima che il piccolo nascesse. Ironia della sorte, lui che è stato ospite del nido nello stesso istituto dove si trova recluso il padre, ora è diventato un estraneo e può entrare solo una volta al mese.

Gli ergastoli bianchi degli Opg di Giuseppe Del Bello. Il disastrato panorama della psichiatria campana, e in particolare di Napoli, paradigma del disagio territoriale, oggi, rischia di diventare ancor più drammatico a causa dell'emergenza Opg, gli ospedali psichiatrici da chiudere entro il 31 marzo 2015. E i pazienti, da smistare altrove. Dove? Questo, nonostante le istituzioni parlino di ambiziosi progetti, non è stato ancora deciso. O, almeno, programmato. In tutta la regione di "ristretti" ce ne sono circa 270 e gli Opg sono due. Il primo, a Napoli, è il vecchio Sant'Eframo (chiuso nel 2008 perché fatiscente e degradato, con un'ala quasi interamente crollata) e poi inglobato nel carcere di Secondigliano, dove occupa un reparto ad hoc per 110 pazienti. Di questi, 72 sono stati avviati al Ptri (Progetto terapeutico riabilitativo individuale) nell'ottica della dimissione entro il 31 marzo. Per loro si prospetta un trasferimento in strutture Asl o riabilitative convenzionate, cioè private che lavorano per conto della Regione. Con tanti saluti al risparmio e a un'assistenza dignitosa. Ad accogliere i 38 rimanenti, invece, dovrebbero essere le uniche due Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) esistenti in Campania, a Calvi Risorta (Caserta) e a San Nicola Baronìa (Avellino). Mini-lager sotto mentite spoglie. Rinnovamento-beffa lo definiscono i medici. Nell'altro Opg, il Saporito di Aversa in provincia di Caserta, i reclusi sono circa 160, ma tranne tre o quattro (il "mostro di Posillipo" che faceva a pezzi le donne dopo averle violentate è stato rinchiuso qui per vari anni) nessuno è ritenuto pericoloso e, quindi, destinato a un regime detentivo in senso stretto. Ma le Rems, come osserva il presidente dell'Associazione "Sergio Piro" (recentemente scomparso e continuatore in Campania della scuola psichiatrica basagliana) Francesco Blasi, non andrebbero "prese in considerazione perché lo schema-carcere è lo stesso degli Opg". Quindi centri di reclusione, e non di recupero. Ergastolo "bianco". E Fedele Maurano, direttore del Dipartimento di salute mentale della Asl Napoli 1 è dello stesso avviso: "Sono contrario alle Rems e ne ho già parlato con il manager Ernesto Esposito. Anche lui è d'accordo". Servirebbe quindi una sistemazione alternativa che però ancora non si conosce nei dettagli, nonostante Esposito rassicuri sulla possibilità di sistemare i pazienti di sua competenza in centri di accoglienza tipo case famiglie. D'altronde, le condizioni in cui versa la salute mentale a Napoli non promette nulla di buono per il futuro. "In Italia si contano 600mila soggetti tra schizofrenici e bipolari", rivela Blasi, "in Campania siamo a quota 60mila. Qui a Napoli, già per questi pazienti, l'assistenza è carente". In città, si contano dieci servizi di salute mentale, in cui lavorano in media, dieci medici. In tutto, un centinaio di specialisti. Insufficienti. Ma sono gli errori di chi lo ha preceduto che adesso Esposito tenta di correggere. Come quello di eliminare i turni di assistenza notturna e festiva, ritenuti "spesa inutile, da sopprimere" e da sostituire, col 118. L'attuale manager è corso ai ripari, creando i "poli notturni" a cui afferiscono i cento medici da allertare in caso di necessità. Ovviamente, senza nessuna garanzia di continuità assistenziale: il contrario di quanto recita la legge emanata dalla stessa Regione, la 183 scritta da Piro, che sanciva il diritto all'assistenza 24 ore su 24. "Ci vorrebbero dei centri-crisi dotati di infermieri, medici reperibili, e uno o due posti letto", dice Blasi, "dove trattenere un paziente per un giorno massimo due, ma senza il ricovero". Frequenti gli episodi di malasanità. A Capri, l'ultimo allarme risale a maggio quando il dirigente del servizio avverte che sull'isola "almeno 7-8 sono le potenziali vittime di mancata assistenza". Un degrado graduale che vede i comuni di Capri e Anacapri serviti da un solo medico: una volta ogni 15 giorni, a rotazione. E le urgenze? Anche di giorno, si risolvono chiamando il 118 e l'ospedale Capilupi, sprovvisto di psichiatri e di posti-letto dedicati. Oltre a Blasi e Maurano, ci sono anche altri soggetti pronti ad alzare la voce. Per esempio, il Comitato di Lotta che la settimana scorsa ha presidiato il reparto di ricovero afferente all'ospedale San Gennaro (vedi video). "Bisogna rompere il muro di silenzio", dice la madre di un ex paziente, "Qui dentro, a maggio è morto un giovane. Tutti sanno che venivano (il personale è stato quasi totalmente sostituito dopo la tragedia, ndr) utilizzate manette, corde e farmaci che annullano la personalità". Per il comitato di Lotta, parla Enrico de Notaris, psichiatra allievo di Sergio Piro: "Combattiamo il concetto di follia come malattia organica. E anche contro la repressione che ne scaturisce. Il repartino di degenza e l'unità Salute mentale, secondo lo spirito della 180 di Franco Basaglia non erano solo strutture ambulatoriali, ma anche di raccordo col quartiere. Oggi questi luoghi sono solo dispensatori di farmaci dove non si combatte il disagio, ma si annullano le persone somministrandogli dosi inappropriate. Praticamente, una camicia di forza "'chimica'". Il Comitato (psichiatri, psicologi, familiari, specializzandi, disoccupati e volontari), opera su più fronti. Per esempio, con la creazione di una farmacia sociale: si raccolgono i medicinali inutilizzati per metterli a disposizione di chi si presenta munito di prescrizione. Poi ci sono le attività: dal gruppo di espressione (scrittura, liberi movimenti del corpo, disegni, foto e produzione video): "linguaggi creativi per imparare che il disagio può esprimersi anche in altri modi e non necessariamente attraverso il sintomo". L'ultima iniziativa, ricorda de Notaris, è stata l'istituzione dell'Osservatorio della salute mentale: "C'era anche la delibera del Comune, ma l'assessora alla sanità voleva utilizzarla per inserire personale suo, e questo avrebbe svuotato di significato il progetto. Da allora tutto è rimasto solo sulla carta". Con questi presupposti, la Campania si prepara a voltare pagina. Si accinge a riscrivere una storia che rischia di essere stata già letta troppe volte.

QUANDO IN ESILIO CI VANNO I BAMBINI.

«Venti bambini scomparsi per un’ingiustizia di Stato». Lorena Morselli racconta la sua odissea durata 16 anni. Poi l’assoluzione «Mai più visti i miei figli ma non sono gli unici “rapiti” in quell’errore giudiziario» di Alberto Setti su “La Gazzetta di Modena”. «Ci sono venti bambini della Bassa modenese scomparsi nel nulla, “rapiti” a causa di un grossolano errore di Stato. Venti bambini che le loro famiglie non hanno più visto. Neppure il genitore di Massa che venne assolto fin da subito, senza tutto il calvario che abbiamo passato noi. Ecco, il mio pensiero oggi va a quei bambini, compresi i nostri figli. Bambini che, dopo tanto tempo, hanno quasi trent’anni...». A Salernes, nella Francia del Sud dove vive da quasi vent’anni con il quinto figlio Stefano, Lorena Morselli si sfoga così. Dopo l’assoluzione del 4 dicembre in Cassazione a Roma, ha preparato il suo Natale andando e venendo dalla sua Italia, dalla sua Massa Finalese. Viaggi per incontrare i parenti che le sono rimasti, gli avvocati, o anche solo per partecipare alle trasmissioni televisive che ora, dopo tanto tempo, ne raccontano l’incredibile, drammatica vicenda. Quella di una madre accusata prima di non essersi accorta che i primi quattro figli venivano rapiti dai parenti nella notte, nel palazzone dove vivevano, in pieno centro a Massa, per essere condotti nei cimiteri, a partecipare dei più incredibili abusi pedofilo-satanisti. Poi, a fronte delle rimostranze per quelle accuse strampalate, imputata di avere assistito inerme e collaborativa al marito che abusava sistematicamente di quei figli. Fantasie senza prove, cancellate dopo 16 anni da una giustizia talmente lenta e credulona da essere comunque ingiustizia. «Ora vivo e agirò perchè quello che è accaduto a me non accada mai più ad altri», dice con convinzione Lorena. Consapevole che purtroppo non sarà così, perchè esperienze identiche ne erano accadute prima nel mondo civile e anche dopo, in Italia. Esperienze che finiscono per rivelarsi un favore di Stato enorme ai pedofili, quelli veri. L’unica, inevitabile, azione possibile non sarà il pur necessario ristoro mediatico di questi giorni, ma una controffensiva nel campo stesso - quello giudiziario - che le ha sconvolto la vita, strappandole anche il marito Delfino, deceduto di crepacuore un anno fa proprio a Salernes dove si era recato a trovare moglie e figlio. Delfino, come molti alri in questa storiaccia, è stato vinto dal dolore di una battaglia interminabile, prima di saperla vinta. Così i legali di Lorena stanno preparando una azione di risarcimento. Imbarazzante per la giustizia, un’azione temuta e tenuta lontana con certi giri di parole che si colgono nelle prime sentenze che hanno fatto crollare il muro di quella vicenda incredibile. Non tutto il muro, va detto, perchè nel frattempo, nella maturazione di una consapevolezza, c’è chi una condanna - tanto indiziaria quanto definitiva - non è riuscito a schivarla. «Alla questione del risarcimento stanno lavorando gli avvocati, in questa fase preferisco non se ne parli. Ogni volta che abbiamo lottato per la verità qualcuno si è prodigato per impedirlo, screditandoci», dice Lorena, chiudendo il discorso sul maxi risarcimento. Perchè lei, la maestra dell’asilo parrocchiale, 55 anni oggi, su certe cose vorrebbe anche mettere la pietra della rassegnazione: «Qui in Francia, dove sono stata accolta benissimo e con sincerità, me la cavo facendo le pulizie. Non ho mai pensato di tornare in Italia ad insegnare, o di farlo qui. Il trauma è stato tale che pensare di accudire i bambini di altri genitori, sapendo come è facile trovarsi in un inferno, ti toglie ogni forza». Anche quella di tornare in Italia: «Per ora la mia vita è qui, a Salernes. Lo faccio per Stefano. Per salvarlo dai Servizi Sociali sono fuggita, e lui è cresciuto qui. Gli amici, la sua vita sono qui. E io mi adeguo, perchè la gente mi ha accolto con rispetto e dignità. Un domani, vedremo, ma dovrà essere lui a decidere...». A Massa Lorena tornerà anche il 28 dicembre: «Siamo stati invitati dal parroco, don J. Jacques, alla Messa di ringraziamento che sarà celebrata domenica alle 10.30. Spero ci sarà anche don Ettore, che ci è stato sempre vicino. A Finale associazioni di genitori hanno chiesto di indicare il modo per aiutarmi», aggiunge Lorena ringraziando. A Massa ci sarà anche per salutare sua mamma Lina, che ha 81 anni e in questa vicenda si è vista sconvolgere la vita: il marito morto Enzo di dolore, la nuora morta in carcere, il genero Delfino morto a Salernes dopo uno dei suoi tanti viaggi verso la Francia... Poi la tragedia dei nipoti scomparsi. «Dei sette nipoti che ha - chiosa Lorena - l’unico rimasto è Stefano. Mia madre, che non è mai stata indagata, gli altri sei non li ha mai potuti rivedere. I regali che gli faceva recapitare venivano rispediti indietro... C’è voluta e ci vuole solo la sua immensa fede, per resistere a tutto questo». Il pensiero va così a quel 12 novembre del 1998, più di sedici anni fa. L’ultima volta che Lorena e Delfino hanno visto i loro bimbi da genitori. «Alle 5.30 del mattino ci siamo trovati la polizia in casa. C’era l’ispettore Pagano che ci leggeva stralci dell’ordinanza del tribunale, senza che capissimo nulla. Ci ritrovammo in Commissariato a Mirandola, io ero nell’anticamera con i miei bambini, Delfino era salito con la psicologa Mambrini. Nella stanza con noi c’era anche la Donati, la giovane psicologa da cui è partito tutto questo... Facevano di tutto per provocarci, per accusarmi di essere una madre insensibile in quanto non volevo separarmi dai bambini. Li guardavo, quei bambini. Ero sconvolta, capivo che non li avrei mai più rivisti. Loro piangevano, sconvolti, così vinta da quelle provocazioni salii anch’io le scale. Mi trovai davanti Delfino che piangeva e Burgoni dell’Ausl che mi leggeva il decreto del tribunale, nel quale ci accusavano di non averli accuditi, consentendo che venissero prelevati di notte e portati nei cimiteri. Avevano creduto ai racconti della mia nipotina, allontanata a sua volta dalla famiglia, a sua volta sconvolta e confusa come sarebbero stati poi tutti i bambini di questa vicenda. Chiesi per l’ultima volta di vedere i miei figli, ma mi fu negato. Il resto lo sapete». Ma da madre Lorena si preoccupa ancora. «È stato un dramma anche per loro e per quello che sono stati indotti a dire e pensare. Oggi il più piccolo ha vent’anni, la più grande 27. So che non hanno di certo avuto una vita facile, so che qualcuno sta trovando un lavoro, ma che risultano ancora studenti, ciò che consente agli affidatari di ricevere gli indennizzi. Vorrei far loro sapere che la mamma è qui, innocente e che li pensa sempre. Come il loro fratello Stefano, che aspetta di conoscerli e di riconciliarsi».

Pedofilia, trappola infernale. Il “detective” Giovanardi e l’orrore giudiziario che uccise don Giorgio, scrive Cristina Giudici su "Il Foglio". Quando il 9 giugno scorso la Corte d’appello di Bologna ha assolto Lorena e Delfino Covezzi dall’accusa di pedofilia nei confronti dei loro figli (dai quali sono stati separati dodici anni fa), il parroco di Massa Finalese, don Ettore Rovatti è andato a celebrare messa come ogni mattina. E durante l’omelia ha pianto. Ha pianto per quei quattro bambini sottratti ai loro genitori all’alba del 12 novembre del 1998, (all’inizio solo per omessa vigilanza). Ha pianto per quella coppia di coniugi di Massa Finalese, in provincia di Modena, trascinati nella polvere, dentro una storia troppo grande per loro, troppo grande per chiunque, e non potranno riavere indietro la vita che avrebbero voluto e potuto vivere. E davanti ai suoi parrocchiani ha pianto, soprattutto, per un’altra delle vittime innocenti di questo ennesimo caso di errore giudiziario legato a un caso presunto di pedofilia: don Giorgio Govoni, il sacerdote accusato di essere stato, alla fine degli anni 90, il regista di un macabro set pedo-pornografico messo in scena nelle campagne della bassa modenese. Don Giorgio è morto di crepacuore il 29 maggio 2000, il giorno dopo che i pubblici ministeri di Modena avevano chiesto di condannarlo a quattordici anni di carcere. Lo scorso 9 giugno, davanti alla sentenza di Bologna, il sottosegretario alle Politiche per la famiglia, Carlo Giovanardi, che ha seguito per dodici anni il travaglio esistenziale e giudiziario della coppia di Massa Finalese, ora riabilitata perché “il fatto non sussiste”, si è sentito come un Achille furioso dopo la morte di Patroclo. E’ furioso, mentre ripercorre le tappe di questi dodici anni, il suo è un concitato monologo, l’elenco di tutti gli episodi più grotteschi di un caso di falso abuso sessuale: fra tutti quelli raccontati fino a ora, forse il più aberrante. A colloquio con il Foglio, riassume la sua indignazione in un feroce j’accuse all’apparato giudiziario “che ritiene gli errori giudiziari fisiologici, senza far pagare a nessuno le responsabilità della propria cecità, vittima talvolta, quando si tratta di pedofilia, di una maniacale ricerca di una verità che danneggia l’individuazione dei pedofili veri”, precisa. Per chi non sa, o ha dimenticato, ecco il riassunto di questa vicenda giudiziaria. Nell’aprile del 1997 un bambino sottratto ai genitori, che don Giorgio Govoni aiutava economicamente perché vivevano di espedienti, racconta di aver subito un abuso. Seguono altre denunce, alla fine saranno due le famiglie coinvolte e sei le persone rinviate a giudizio. Due mesi dopo, una madre a cui hanno tolto il figlio si getta dalla finestra. Il primo bimbo, primo anello di una catena di accuse che si trasforma in una psicosi collettiva, parla di messe nere, orge sataniche nei cimiteri. Racconta di altri bambini sottratti a scuola di giorno con la complicità delle maestre, rapiti di notte nelle loro case con la complicità dei genitori. Bambini che vengono sodomizzati, decapitati, appesi a dei ganci, gettati nel fiume Panaro. Dove però non viene mai trovato nessun cadavere. Sempre nel 1998, una bambina coinvolge i suoi quattro cuginetti, figli della coppia Covezzi, che vengono prelevati dalla polizia all’alba. Il 19 maggio 2000, don Giorgio Govoni, il presunto “regista” della cricca pedofila muore d’infarto (verrà pienamente assolto l’anno dopo, post mortem) e le campane della chiesa di San Biagio suonano il suo lutto. Giovanardi rilegge la sua prima interpellanza parlamentare all’allora ministro della Giustizia, Oliviero Diliberto, dell’11 marzo del 1999. Giovanardi era vicepresidente della Camera e chiese al Guardasigilli di interessarsi al caso di una coppia alla quale la polizia, all’alba del 12 novembre 1998, aveva tolto i loro quattro figli per omessa vigilanza: sarebbero stati portati nei cimiteri per essere sodomizzati. “Il ministro mi promise di occuparsene e di darmi una risposta entro una settimana”, ricorda Giovanardi, “ma un giorno prima della scadenza, Valeria, una delle figlie dei Covezzi, già allontanata dai suoi genitori, dopo un colloquio con l’assistente sociale, torna a casa dalla famiglia affidataria. In lacrime. Affermando che suo padre l’aveva violentata. I genitori ricevettero un avviso di garanzia per abusi sessuali e non è stato più possibile intervenire”. Chi è la coppia che Giovanardi ha cercato di aiutare? “Lui operaio, lavorava nella ceramica, lei maestra d’asilo e insegnante di religione in parrocchia. Poi è rimasta incinta e si è rifugiata in Francia per impedire al Tribunale dei minori di toglierle anche il suo ultimo figlio. Per anni mi ha scritto lettere piene di angoscia, speranza, dolore e fede”, spiega ancora Giovanardi. E allora, quando la procura di Modena si lancia in una fuga in avanti e la macchina giudiziaria si trasforma in un carro armato, Giovanardi, avvia la sua puntigliosa contro-inchiesta. Ha visitato i luoghi nei quali si sarebbero svolte le violenze, ha rifatto i percorsi che sarebbero stati seguiti da pedofili e bambini, dalla scuola ai boschetti, dalla casa ai cimiteri. Ha cronometrato i tempi, incrociando le informazioni, e da novello detective ha capito immediatamente che “credere all’impianto dell’accusa della procura di Modena era come credere a un omicidio avvenuto sulla Luna. Ho cercato di aprire un dialogo con magistrati e assistenti sociali per capire cosa stava accadendo, dove si era inceppato il meccanismo giudiziario – dice – ma non ci sono mai riuscito”. Non conosciamo fino in fondo la metodologia utilizzata durante gli interrogatori-colloqui con i bambini, ma alcune conversazioni sono trapelate dalle relazioni dei periti. Durante l’interrogatorio a una bambina che riguardava don Giorgio Govoni le viene chiesto: “Piccola, chi era quell’uomo? Un dottore?”. Riposta: “Sì”. “Ma poteva essere anche un sindaco?”. Risposta: “Sì”. “O anche un prete?”. Risposta: “Sì”. “Poteva chiamarsi Giorgio?”. Ecco perché oggi gli ex parrocchiani di don Giorgio Govoni lo vorrebbero beatificare, per una ragione che c’entra poco forse con i miracoli, ma molto con la contemporaneità della malagiustizia. E infatti sulla sua lapide, a san Biagio, c’è questa epigrafe: “Vittima innocente della calunnia e della faziosità umana, ha aiutato i bisognosi, non si può negare che egli, accusato di un crimine non commesso, sia stato vinto dal dolore”. Incalza Giovanardi: “Ciò che più mi sconvolge e indigna è che i Covezzi non vedono i loro figli da dodici anni: hanno dovuto aspettare otto anni per una sentenza di assoluzione. Otto anni! Si rende conto? Ne parliamo dagli anni 90, e mentre rileggo la mia interpellanza del 1999 ancora non ci posso credere. Non abbiamo ancora fatto un solo passo in avanti per accorciare i tempi processuali. Non abbiamo fatto un solo passo in avanti per introdurre criteri di professionalità, trasparenza e competenza nei processi che riguardano temi delicati come gli abusi sessuali e che invece spesso vengono lasciati nelle mani di psicologi e assistenti sociali trasformati in detective. Angoscia, rabbia e speranza. Ecco la gamma dei miei sentimenti davanti a questa tardiva assoluzione. Si deve intervenire per evitare di rovinare le famiglie, per impedire ai tribunali dei minori di tenere i genitori lontani dai figli dopo l’assoluzione dei genitori. Io sono un acerrimo nemico dei pedofili, ma quelli veri”. Il copione è noto: perizie contrastanti, tronconi d’inchiesta che si dividono e si moltiplicano, sentenze di condanna che poi vengono ribaltate, smontate, quando arrivano in altre procure, o ai gradi successivi di giudizio. “E succederà così anche per il caso della scuola Olga Rovere di Rignano Flaminio di cui mi sono interessato”, conclude Giovanardi. “Anche lì ci sono stati vizi d’indagine e l’impianto dell’accusa è stato smontato dal Tribunale della libertà e dalla Corte di cassazione. E finirà, ne sono certo, nell’elenco dei falsi abusi. A Rignano davanti a dichiarazioni contrastanti con le ipotesi accusatorie, sono state esercitate pressioni sui bambini. A Modena erano assistenti sociali e psicologi a indirizzare i magistrati verso un film dell’orrore non supportato da prove. Nel frattempo delle persone sono morte e una famiglia si è disgregata per sempre. Non si può e non si deve confondere la lotta sacrosanta alla pedofilia con la caccia alle streghe”.

UNIVERSITA’. IL MISTERO DELL’AULA C. OCCUPATA DA DECENNI.

Bologna, il mistero dell'Aula C occupata da un quarto di secolo, scrive Antonio Amorosi su “Libero Quotidiano”. «L’Aula C puoi essere tu se non sei un poliziotto in divisa o un poliziotto in borghese. L’Aula C è impenitente, imperterrita, Mafalda e pure un po’ Johnny Rotten». Se ci avete capito qualcosa, questo recita il sito degli anarchici che da 25 anni occupano l’Aula C della Facoltà di Scienze Politiche - Università di Bologna, in strada Maggiore 45, proprio a ridosso del comando provinciale dei carabinieri in via dei Bersaglieri. Uno spazio prima in autogestione e poi occupato. Nato alla fine degli anni ’80, quando nell’Università e nella città praticamente non esistevano spazi di aggregazione per i giovani che diedero così vita ad una stagione di proteste ma presto tramontate. L’Aula è operativa dal 1989, un’esistenza ininterrotta e che ha visto affacciarsi generazioni di studenti con storie sempre più radicali. «Resistenti fino alla fine», c’è scritto in un angolo. I giovani la occupano e la rendono inaccessibile ad eventuali intrusi istituzionali. Si perché l’aula «sarebbe dell’Università ma in pratica non lo è», ci spiega un bibliotecario che vuole restare anonimo. «Ho paura. Abbiamo le chiavi, ma in pratica noi non possiamo entrare se non per emergenze e dentro succede di tutto. Non so se rendo l’idea», racconta. Le feste da sballo con fumo e narghilè o le cene collettive con danze fino all’alba sono la regola. «No foto, no turisti», c’è scritto all’ingresso delle stanze, uno spazio limitato ma che pullula di insegne pro «No Tav» e pro anarchia nel senso più antico del termine. A pochi metri ne campeggiano altre come «ci aggrada il degrado» o la più virulenta «si scrive giornalista si legge infame». Dietro la porta dell’Aula C si apre tutto un mondo che inneggia all’anarchico dell’Ottocento il regicida Gaetano Bresci. «Ogni tanto qualcuno ci dorme», ci spiega un altro custode della struttura. Non è atipico che al protrarsi delle feste notturne si trovi un nugolo di occupanti addormentati e che al mattino, tra bivacchi ed escrementi di ogni tipo armeggi con pentole da caserma e altri strumenti per cucinare. Sembra che fino a qualche tempo fa ci fosse addirittura un bombolone del gas, ma almeno quello è stato sfrattato. Fuori dall’aula sopravvive un cartello con la scritta “biblioteca dell’ammutinamento”. Le attività dell’aula non saranno passate inosservate ai carabinieri dirimpettai tanto che spesso i vicini di casa della Facoltà (la struttura è all’interno del centro storico ed è circondato da abitazioni), si recano proprio in quella caserma per presentare denunce di ogni genere. «Ma che non sortiscono alcun effetto», ci dice Claudio, abitante della strada adiacente. Oggi lo spazio è gestito da un gruppo di studenti iperanarchici, afferenti alla realtà di un vecchio collettivo bolognese chiamato “Fuori Luogo”. «Discuterci è impossibile», ci ripete il solito vicino di casa Claudio: «fanno quello che vogliono. Parlare di sgombero con l’Università è un tabù. Si girano dall’altra parte, tanto ci dobbiamo vivere noi mica loro. Dopo le lezioni tornano a casa a dormire», ci dice. E la strategia estremista fancazzista sembra pagare. Anche perché, di tutti gli spazi autogestiti o governati da gruppi studenteschi nell’Ateneo bolognese, l’unico rimasto in piedi è proprio L’Aula C di Scienze politiche. «Tutti gli altri o sono stati cacciati o sono stati chiusi con la forza», ci spiega il solito custode facendoci l’elenco di ogni esperienza che ha provato a dialogare. D’altronde Bologna ha una lunga esperienza in fatto di occupazione abusive. E l’amministrazione sembra tutt’altro che intenzionata a seguire la linea dura. Tanto che l’altro giorno in consiglio comunale è comparso un pupazzo identico a Merola, seduto su uno scranno e vestito in giacca e cravatta con indosso la fascia tricolore. «Non fare il fantoccio nelle mani degli estremisti, fai il sindaco!», chiedeva l’opposizione. Il caso si è scatenato perché il sindaco prima avrebbe promesso di sgomberare degli occupanti abusivi di uno stabile poi, ricevute da SEL le minacce di rottura della maggioranza che governa Bologna, ha cambiato strategia. Ha indetto un bando che è stato vinto da due associazioni di centro sinistra. Ma per terza si è classificata proprio un’associazione composta da una parte degli stessi occupanti.

CHE INGIUSTIZIA PERO'!!! DAI CARABINIERI ENTRI VIVO E NE ESCI MORTO O SCONTI LA PENA NELLA CELLA ZERO.

Varese, il tribunale riapre il caso Uva: "Processate per omicidio poliziotti e carabinieri". Il gip ha respinto la richiesta di archiviazione e ha deciso di accogliere l'istanza della famiglia dell'operaio che morì in ospedale, nel giugno del 2008, dopo essere stato trattenuto tre ore dai carabinieri, scrive Sandro De Riccardis su “La Repubblica”. Giuseppe Uva Il caso Uva non è chiuso. C'è ancora la speranza di arrivare alla verità sul decesso di Giuseppe Uva, l'operaio di 43 anni morto al pronto soccorso dell'ospedale di Varese, il 14 giugno 2008, dopo essere stato trattenuto tre ore nella caserma dei carabinieri. Il giudice delle indagini preliminari Giuseppe Battarino ha respinto la richiesta di archiviazione presentata dai pm Agostino Abate e Sara Arduini e ha deciso di accogliere l'istanza della famiglia, che tramite l'avvocato Fabio Anselmo e Alessandra Piva chiedevano nuove indagini, soprattutto sui fatti accaduti in caserma, e un nuovo processo. Il gip ha stabilito l'imputazione coatta di tutti gli imputati per omicidio preterintenzionale (più altri reati minori). Già il tribunale monocratico di Varese assolvendo il medico del pronto soccorso, Carlo Fraticelli, indagato per omicidio colposo, aveva demolito l'impianto accusatorio della Procura, chiedendo che si cercasse la verità non sul comportamento dei medici del pronto soccorso, ma nelle tre ore precedenti trascorse dalla vittima nella caserma dei carabinieri. Una pista mai battuta dal pm Abate, che non ha sentito l'unico testimone portato in caserma insieme con Uva, Alberto Biggioggero, l'amico del 'Pino'. Biggioggero è stato interrogato solo poche settimane fa da Abate, a cinque anni dalla tragedia, lo scorso 26 novembre 2013, e solo dopo che il ministero della Giustizia aveva presentato richiesta di azione disciplinare. Poi anche la Procura generale della Cassazione aveva stigmatizzato il comportamento del pm Abate, che aveva chiesto l'archiviazione degli otto fra agenti di polizia e carabinieri indagati per lesioni personali, iscritti in un nuovo fascicolo. Nella sentenza con cui aveva assolto il medico, il tribunale aveva chiesto di indagare sulla caserma "perché tuttora sconosciuti rimangono gli accadimenti all'interno della stazione dei carabinieri" e ignoti sono "i fatti nella stazione dei carabinieri al cui esito Uva, che mai aveva avuto problemi psichiatrici, verrà ritenuto necessitare di un tso", il trattamento sanitario obbligatorio. E proprio Biggioggero aveva raccontato di "un viavai di carabinieri e poliziotti, mentre udivo le urla di Giuseppe che echeggiavano per tutta la caserma assieme a colpi dal rumore sordo. Urla per circa un'ora e mezzo". Dalla caserma, Uva arriva al pronto soccorso alle 6 di mattina e prende i farmaci che - secondo la Procura - lo portano alla morte. Per il tribunale però le quantità somministrate "sono assolutamente inidonee a causare il decesso". Restano senza risposta invece i tanti interrogativi di quella notte: quali traumi hanno provocato il sangue sui jeans Rams di Uva "fra il cavallo e la zona anale"? Chi ha fatto sparire gli slip di Uva, rimasto con "un pannolone e una maglietta"? Perché le scarpe sono "visibilmente consumate" davanti - mette a verbale il poliziotto in servizio in ospedale - come per "un'estenuante difesa a oltranza dell'uomo"? Interrogativi a cui la nuova inchiesta, con tutti gli ostacoli legati al tempo trascorso, potrebbe dare una risposta.

Da tempo i familiari dell'artigiano, 43 anni, morto il 14 giugno 2008, denunciavano che aveva subito violenze in caserma. Lo scorso 3 dicembre l'allora ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri aveva avviato un’azione disciplinare nei confronti del pubblico ministero titolare dell'indagine. Il giudice: "E' stato percosso", scrive Il Fatto Quotidiano. Il giudice per le indagini preliminari di Varese Giuseppe Battarino ha ordinato l’imputazione coatta per omicidio preterintenzionale e arresto illegale degli otto rappresentanti delle forze dell’ordine, due carabinieri e sei agenti di polizia, indagati in relazione al caso di Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 all’ospedale di Varese dopo avere trascorso parte della notte nella caserma dell’Arma. Per il giudice Uva “è stato percosso da uno o più dei presenti in quella stanza, da ritenersi tutti concorrenti materiali e morali”. La morte sarebbe quindi “causamente connessa in particolare con la prolungata costrizione fisica associata a singoli atti aggressivi e contenitivi”. Il giudice nel corso dell’udienza ha respinto quindi la richiesta di archiviazione presentata del pm di Varese Agostino Abate. Secondo i familiari, Uva avrebbe subito violenze in caserma. Lo scorso 3 dicembre l’allora ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri aveva avviato un’azione disciplinare nei confronti del pubblico ministero. Uva, 43 anni, venne fermato dai carabinieri a Varese assieme a un amico perché, a detta dei militari, i due – ubriachi – stavano chiudendo una strada con alcune transenne. Accompagnati in caserma, l’artigiano venne interrogato mentre l’amico aspettava in un’altra stanza. E fu proprio lui a chiamare, di nascosto, l’ambulanza del 118 poco dopo. Perché, a suo dire, dalla camera dell’interrogatorio si sentivano le urla di Giuseppe, chiari segnali di un pestaggio. Uva giunse nel reparto psichiatrico dell’ospedale varesotto alle 5,45 del mattino, alle 10,30 morì. La famiglia denunciò subito quelle che sembravano lesioni provocate da violente percosse. Tra l’altro l’uomo indossava un pannolino sporco di sangue e dei suoi slip non c’era traccia. “Gli infermieri mi dissero che l’avevano dovuto lavare – raccontò a suo tempo Lucia –. Ma lavare da cosa, visto che mio fratello era uscito di casa pulito?”. A dare la svolta a questa vicenda è stata di fatto l’assoluzione, il 24 aprile 2012, di tre medici. Il giudice assolvendo i tre camici bianchi aveva ordinato “la trasmissione degli atti al pubblico ministero in sede, con riferimento agli accadimenti occorsi tra l’arresto dei carabinieri e l’ingresso di Giuseppe Uva nel pronto soccorso dell’ospedale”. In seguito alla decisione del gip la Procura dovrà formulare entro 10 giorni la richiesta di rinvio a giudizio. Oltre all’omicidio preterintenzionale e all’arresto illegittimo il giudice ha ipotizzato anche l’accusa di abuso di autorità contro arrestati o detenuti. La sorella di Giuseppe Uva, Lucia, assistita dall’avvocato Fabio Anselmo, ha esultato dopo la lettura dell’ordinanza. “Finalmente la verità sta venendo a galla – ha spiegato commossa – ora chiediamo che il caso venga affidato a un nuovo pm”. “Finalmente, dopo sei anni di occultamento della verità a opera del pubblico ministero, Agostino Abate, incomincia a emergere, nella maniera più nitida, la verità sulla morte di Giuseppe Uva. Il giudice per le indagini preliminari ha deciso per l’imputazione coatta nei confronti dei due carabinieri e dei sei poliziotti che si trovavano nella caserma di Varese dove, per quasi tre ore, è stato trattenuto illegalmente Giuseppe Uva” dice il presidente della commissione per la Tutela dei diritti umani Luigi Manconi. “Anni di menzogne – aggiunge – vengono finalmente ribaltate e ciò si deve all’intelligenza e alla tenacia di Lucia e degli altri familiari di Uva e alla loro fiducia nella giustizia”. “Siamo sorpresi – ha spiegato Luca Marsico, legale dei poliziotti e dei carabinieri – mi lascia perplesso la pesantezza delle accuse ipotizzate nei confronti dei miei assistiti, mai contestate in altri casi simili”. 

LA CELLA ZERO.

Poggioreale, l'incubo "cella zero". Le denunce sui pestaggi dei detenuti. Dopo l'inchiesta dell'Espresso di qualche mese fa, con il racconto di un ex detenuto su botte e minacce ricevute da un gruppo di guardie carcerarie, ora sono diventate oltre cinquanta le confessioni raccolte dai magistrati napoletani sui maltrattamenti nella famigerata "cella zero", scrive Arianna Giunti su “L’Espresso”. C’è “melella”, che si è guadagnato questo soprannome perché “quando beve le guance gli diventano rosse come due mele mature”. C’è “ciondolino”, che quando arriva nelle celle, a notte fonda, lo riconosci da lontano per via di quel tintinnio “proveniente da un voluminoso mazzo di chiavi che gli ciondola attaccato ai pantaloni”. Poi c’è “piccolo boss”. Non è molto alto di statura, è silenzioso, però “picchia forte e zittisce tutti”. Insieme sono “la squadretta della Uno bianca”. Almeno, è così che li chiamano i carcerati di Poggioreale, il carcere di Napoli. In memoria di un terribile caso di cronaca nera degli anni Novanta. Solo che in questa vicenda i protagonisti non sono feroci killer che vestono la divisa della polizia di Stato ma un piccolo gruppo di agenti della penitenziaria che – secondo le testimonianze di alcuni detenuti – si sarebbe reso responsabile di ripetuti pestaggi notturni, minacce, vessazioni e umiliazioni nei confronti dei carcerati “disobbedienti”. Rinchiusi nudi e al buio per ore intere, in una cella completamente spoglia ribattezzata la “cella zero”. Sono salite a 56 le denunce dei detenuti del penitenziario napoletano che hanno messo nero su bianco, davanti ai magistrati della Procura di Napoli, le presunte violenze subite dietro le mura di una delle carceri più sovraffollate d’Europa. La punta di un iceberg fatto di sistematiche violazioni dei diritti umani che l’Espresso aveva documentato già lo scorso gennaio , riportando tra l’altro la testimonianza esclusiva di una delle vittime, un ex detenuto di 42 anni che ha riferito di aver subito durante la sua permanenza di cella “pestaggi e trattamenti disumani in una cella con le pareti sporche di sangue”. Il corposo dossier presentato due mesi fa dal garante dei detenuti della regione Campania, Adriana Tocco, nel frattempo si è dunque arricchito di decine di altre testimonianze, sempre più drammatiche e sempre più ricche di dettagli. Per l’esattezza, si tratta di 50 nuove denunce e altri 6 esposti, contenute in due diversi fascicoli che ora sono al vaglio dei procuratori aggiunti Gianni Melillo e Alfonso D’Avino. Un’inchiesta, questa, che potrebbe far vacillare i vertici dell’istituto penitenziario partenopeo e gettare nell’imbarazzo l’intero dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, proprio alla luce dell’ennesima stroncatura ricevuta pochi giorni fa dal Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, con la quale Strasburgo ha mandato a dire al nostro Paese – senza tanti giri di parole – che i provvedimenti presi finora dall’Italia per sanare la piaga carceri (il recente decreto approvato da Camera e Senato) sono insufficienti a riabilitare il nostro sistema carcerario. E così a maggio il nostro Paese – condannato un anno fa con la storica sentenza Torreggiani – potrebbe vedersi costretto a pagare una maxi multa. Le deposizioni dei detenuti ed ex detenuti napoletani, intanto, sono già iniziate e continueranno anche nelle prossime settimane. Testimonianze ancora tutte da verificare, questo è certo, ma che per ora sembrano dipingere un abisso di soprusi e vessazioni. Nei loro racconti davanti alle toghe i carcerati ricostruiscono la punizione della “cella zero” – una cella completamente vuota che si trova al piano terra del carcere - con tanto di linguaggi in codice da parte del gruppo di agenti che avrebbe preso parte alle violenze. Un gruppo ristretto di “mele marce”, visto che a onore del vero la maggior parte dei poliziotti in forza al carcere partenopeo viene descritta dagli stessi detenuti come “sana” e composta da agenti coscienziosi e votati al sacrificio che non si risparmiano con ore e ore di straordinari in condizioni usuranti. Questa piccola squadretta, invece, avrebbe compiuto negli ultimi anni abusi di potere continui. “La punizione della cella zero”, raccontano i detenuti nelle loro denunce, “consiste nell’essere confinati in una cella isolata, completamente vuota, nudi e al buio, per intere ore, sottoposti a pestaggi e minacce”. Poi c’è qualche terribile eccezione. Uno dei detenuti che ha da poco presentato un esposto davanti ai magistrati napoletani, infatti, un ragazzo italiano di 35 anni finito in carcere per reati di droga, racconta di essere stato rinchiuso nella cella zero “tre giorni consecutivi”. La dinamica appare la stessa per tutti i detenuti. “Ci portano lì dentro di notte, quando molti di noi già dormono”, raccontano, “e ci picchiano uno per volta”. “Tempo fa”, mette nero su bianco un ex detenuto, “ci hanno portati lì in otto, ma poi il ‘trattamento’ è stato fatto uno per volta”. Già, ma in cosa consiste – esattamente – questo “trattamento”? I detenuti lo raccontano con tragica naturalezza. Innanzitutto, parte l’ordine: Scinne a ‘stu detenuto, “fai scendere questo detenuto”. In pochi minuti, il prescelto viene portato nella cella zero, e viene spogliato di tutto. La cella è umida, vuota, ha le pareti e il pavimento sporche “di sangue ed escrementi”. A questo punto secondo i racconti partirebbero le percosse. “Ci picchiano a mani nude o con uno straccio bagnato, per non lasciare segni sul corpo”, verbalizza nella sua denuncia uno dei detenuti, “alcuni di loro hanno in mano un manganello, ma lo usano solo per spaventarci”. Mentre incassano le botte, i detenuti iniziano a sanguinare. La paura di entrare in contatto con liquidi infetti è enorme. Ecco perché “tutti gli agenti mentre picchiano indossano guanti di lattice”. Ai pestaggi seguirebbero quindi le minacce. Racconta un detenuto: “Uno di loro mi ha detto: ‘ se provi a riferire quello che hai visto te la faccio pagare’”. Quindi, a botte concluse, da parte degli agenti della penitenziaria arriverebbe anche un’offerta: “Vuoi andare a farti medicare in infermeria?”. “Inutile aggiungere che nessuno di noi ha il coraggio di farsi portare dagli infermieri ma sopporta il dolore in silenzio”, racconta uno dei detenuti negli esposti, “o al limite si fa medicare alla meno peggio dai compagni di cella”. La squadretta secondo i detenuti sarebbe composta da tre o quattro agenti, ai quali i carcerati hanno assegnato appunto diversi soprannomi. Come “ciondolino”, “melella”, “piccolo boss”. Tutti riconoscibilissimi, visto che avrebbero agito a volto scoperto. Questo è il motivo per cui i magistrati napoletani vogliono proteggere con grande discrezione l’identità dei testimoni in attesa di verificare che le loro accuse siano attendibili, precise e concordanti. Anche confrontando la cronologia dei presunti pestaggi subiti dai detenuti con i fogli di turno e i registri di presenza degli agenti. Di sicuro, secondo i racconti dei detenuti, a far divampare la rabbia delle “guardie” basterebbe un pretesto. Una risposta sbagliata, un atto di disobbedienza, un banale battibecco. Ed eccoli scaraventati nell’inferno “cella zero”. Uno scenario nero che nelle prossime settimane potrebbe arricchirsi di nuove testimonianze e accuse e che quasi certamente culminerà con un’ispezione carceraria a Poggioreale.

L'UTOPICA UGUAGLIANZA TRA I DIVERSI E LA FENOMENOLOGIA MEDIATICA TRA ABORTO, OMOSESSUALITA', FEMMINICIDIO ED INFANTICIDIO.

Unione Europea, arriva la risoluzione per aborto e omosessuali. Un emendamento presentato a Strasburgo prevede "corsi nelle scuole per un'educazione sessuale pro gay, meno obiettori di coscienza , e procreazione assistita per le lesbiche", scrive di Ignazio Stagno su “Libero Quotidiano”. Corsi a scuola per l'educazione sessuale sugli omosessuali, meno obiettori di coscienza per gli aborti, e più figli per gay e single. L'Europa ci vuole così. II 21 e 22 ottobre al Parlamento europeo sarà votata una risoluzione che, in caso di approvazione, inviterà gli Stati membri a garantire a tutti aborto, contraccezione, fecondazione assistita, corsi obbligatori a scuola sull’identità di genere e contro la discriminazione delle persone omosessuali. La risoluzione, va detto non ha un effetto vincolante sugli stati membri ma resta comunque una linea guida per le politiche sociali da adottare. 

Figli per gay e single - La risoluzione 2013/2040(INI), "riconosce che la salute e i diritti sessuali e riproduttivi costituiscono un elemento fondamentale della dignità umana di cui occorre tener conto nel contesto più ampio della discriminazione strutturale e delle disuguaglianze di genere" e invita gli Stati membri a tutelare la salute sessuale e riproduttiva". Con questi "consigli di Bruxelles" gli Stati membri dovranno "offrire scelte riproduttive e servizi per la fertilità in un quadro non discriminatorio e garantire l’accesso ai trattamenti per la fertilità e alla procreazione medica assistita anche per le donne senza un partner e le lesbiche". 

Spot e aborto per tutti - La risoluzione approfondisce anche l'accesso all'aborto che dovrà "essere universale, (…) legale, sicuro e accessibile a tutti". Il testo è di fatto contro gli obiettori di coscienza. La risoluzione afferma che "l’aborto è spesso evitato o prorogato da ostacoli che impediscono di accedere a servizi adeguati, come l’ampio ricorso all’obiezione di coscienza". Per questo "gli Stati membri dovrebbero regolamentare e monitorare il ricorso all’obiezione di coscienza nelle professioni chiave". Il documento manifesta anche "preoccupazione per il fatto che il personale medico sia costretto a rifiutarsi di prestare servizi per la salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti negli ospedali e nelle cliniche di stampo religioso in tutta l’UE". L'aborto dovrà pure essere sponsorizzato: "Gli Stati membri dovranno ricorrere a vari metodi per raggiungere i giovani, quali campagne pubblicitarie, marketing sociale per l’uso dei preservativi e altri metodi contraccettivi, e iniziative quali linee verdi telefoniche confidenziali". Ma la vera rivoluzione arriva a scuola.

Corsi sui gay a scuola - Infatti secondo la risoluzione "dovranno essere obbligatori corsi di educazione sessuale nelle scuole che includano la lotta contro gli stereotipi, i pregiudizi, tutte le forme di violenza di genere e violenza contro le donne e le ragazze, fare luce sulla discriminazione basata sul genere e sull’orientamento sessuale, e denunciarla, e sulle barriere strutturali all’uguaglianza sostanziale, in particolare all’uguaglianza tra donne e uomini e tra ragazze e ragazzi, oltre che porre l’accento sul rispetto reciproco e la responsabilità condivisa". Inoltre "l’educazione sessuale deve includere la fornitura di informazioni non discriminatorie e la comunicazione di un’opinione positiva riguardo alle persone LGBTI, così da sostenere e tutelare efficacemente i diritti di giovani LGBTI". L'Europa di fatto ci impone una maschera gayfriendly. Di Stato. 

Pillola del prima possibile, scelta da donna “responsabile”. Per gli esperti è fondamentale assumerla il prima possibile adottando il farmaco più efficace. L’80% delle donne che l’ha utilizzata ha cambiato in positivo i propri comportamenti contraccettivi, scrive “Libero Quotidiano”. Ogni anno, quasi una donna su tre ha rapporti sessuali a rischio di gravidanza indesiderata, ma la contraccezione d’emergenza rimane sottoutilizzata. Quasi tre italiane su dieci tra i 16 e i 45 anni hanno avuto rapporti sessuali a rischio di gravidanza indesiderata. Malgrado ciò sono ancora tantissime le donne che non hanno valutato l’opportunità di ricorrere alla contraccezione d’emergenza. Anche perché sono spesso inconsapevoli dei rischi ai quali si sono esposte e continuano ad avere idee confuse. Inoltre circa il 45% pensa che la contraccezione di emergenza abbia un effetto abortivo e il 34% ne ignora il meccanismo d’azione. Ma c’è anche chi crede possa causare infertilità o che sia stata concepita per le adolescenti al primo rapporto sessuale. Eppure per quasi sette donne su dieci, la contraccezione d‘emergenza è una scelta responsabile per evitare una gravidanza ancora non voluta, e la possibilità di disporre di questo farmaco è considerata come “un passo in avanti” per l’universo femminile. Sono questi alcuni dei principali risultati emersi dalla prima ricerca sulla contraccezione d’emergenza (CE), presentata a Venezia nell’ambito del 15th World Congress on Human Reproduction. L’indagine, svolta dall’istituto di ricerche BVA Healthcare per HRA Pharma su oltre 7mila donne in cinque paesi europei, in Italia ha messo sotto la lente 1.234 donne sessualmente attive, equamente distribuite sull’intero territorio nazionale.

I risultati italiani. Tutte le italiane intervistate hanno dichiarato di non volere al momento figli, per questo il 78% utilizzava già un metodo contraccettivo. Eppure circa il 30% delle donne si è trovata comunque a dover gestire il rischio di una gravidanza non voluta. Le cause? Principalmente perché in quella particolare occasione non stavano utilizzando alcun metodo contraccettivo, oppure lo avevano sospeso temporaneamente (il 45%). Ed anche perché il preservativo si era rotto o era scivolato via (41%), e avevano dimenticato la “pillola contraccettiva”, il cerotto o non avevano inserito l’anello vaginale (26%). Uno scenario di fronte al quale le donne hanno reagito diversamente: ben l’80% non è ricorsa alla contraccezione d’emergenza, sulla quale ha invece puntato appena il 20% (di queste un terzo l’aveva già utilizzata in precedenza, e soltanto in un quinto dei casi appena una volta).
Insomma, si assiste a un evidente sottoutilizzo di questo strumento contraccettivo in un Paese in cui i numeri parlano di un 33% di gravidanze indesiderate che nel 50% dei casi si traducono in un’interruzione volontaria di gravidanza (Carbone - Rivista di ginecologia consultoriale 2009).

Donne tra sottostima dei rischi e incertezze. Secondo i dati rilevati dall’indagine, tra le donne regna una mancanza di consapevolezza dei rischi ai quali si espongono. A causa di un errore di valutazione, il 43% ha infatti ritenuto di non essere a rischio, così non ha utilizzato la CE. Ma gioca un ruolo importante anche l’incertezza su come ottenere la prescrizione o procurarsi il farmaco (per il 35%). Non solo, c’è anche chi è convinta che il farmaco non sarebbe stato più efficace dopo due giorni dal rapporto sessuale, e quindi ha abbandonato l’idea. Mentre, nel 27% dei casi ha giocato un ruolo determinante la paura di una futura infertilità o di utilizzare un metodo troppo aggressivo.

Le percezioni sbagliate. Esistono poi nella mente delle donne intervistate alcune idee errate. Quasi il 45% ritiene che la contraccezione d’emergenza abbia un effetto abortivo e il 34% non ne conosce esattamente il meccanismo d’azione. Il 15% crede che possa anche causare infertilità, e il 16% che sia stata concepita per le adolescenti al primo rapporto sessuale. “Queste idee appartengono al passato – chiarisce la professoressa Rossella Nappi, ginecologa, endocrinologa e sessuologa all’Università di Pavia – ormai sappiamo esattamente come e quando funziona la contraccezione d’emergenza, non è altro che un ulteriore supporto contraccettivo. Un ultimo efficace baluardo prima di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza. Un aiuto non per donne distratte o irresponsabili, ma un completamento proprio per quante già usano la contraccezione consapevole, ormonale o di barriera, che in quel particolare momento ha fallito”.

La pillola del “prima possibile”. Ma accanto a quante ignorano rischi e meccanismi d’azione ci sono anche donne consapevoli che, nell’86% dei casi hanno fatto ricorso alla CE entro le 24 ore dal rapporto in quanto coscienti che la sua efficienza è maggiore se assunta rapidamente. “È confortante vedere che ci sono donne attente nel valutare l’efficienza di una metodica di prevenzione – aggiunge la professoressa Nappi – anche se rimane ancora molto da fare. Non dimentichiamo che la contraccezione d’emergenza serve per abbassare il potenziale di fertilizzazione del ciclo, spostando o bloccando del tutto l’ovulazione. Ed è chiaro quindi come la tempestività di assunzione giochi un ruolo chiave per assicurare la riuscita dell’intervento. Rispetto al passato abbiamo fatto passi in avanti. Grazie, infatti, a molecole più innovative come l’Ulipristal acetato, da circa un anno presente anche in Italia, è possibile ridurre, nelle prime 24 ore, di ben due terzi il rischio di gravidanza indesiderata rispetto alle vecchie formulazioni con Levonorgestrel. E con un atout in più: la sua capacità protettiva è doppia rispetto al Levonorgestrel nelle 72 ore dal rapporto a rischio. Bisognerebbe perciò iniziare a parlare di “pillola del prima possibile” e non di “pillola del giorno dopo”.

Donne più responsabili nella contraccezione. C’è poi un altro dato che emerge con evidenza: dopo l’utilizzo della contraccezione d’emergenza le donne sono diventate più responsabili. Tant’è che ben il 61% delle italiane ha iniziato a prestare maggiore attenzione all’assunzione o all’uso del proprio contraccettivo. Il 22% si è rivolta al proprio medico per approfondire l’argomento e il 18% ha cambiato metodo di contraccezione. Solo il 26% delle donne ha ritenuto di essere inciampata in un caso isolato e quindi non ha ripensato al proprio comportamento contraccettivo di base. La contraccezione di emergenza sembra dunque un’occasione di educazione alla salute sessuale quando viene prescritta con una adeguata informazione.

La CE, un passo in avanti per le donne. Nonostante il sottoutilizzo della CE, il 72% delle donne ritiene che questo metodo sia un vero passo in avanti per l’universo femminile. Quasi sette donne su dieci (il 69%), credono sia una scelta responsabile per evitare una gravidanza indesiderata e che debba essere considerata come un normale contraccettivo da usare dopo il rapporto sessuale non adeguatamente protetto (il 33%). L’81% è convinto che non ci si debba vergognare di utilizzarla e non debba essere considerato come un argomento tabù. Mentre il 53% delle donne pensa sia la dimostrazione di una mancanza di responsabilità nel modo in cui si gestiscono i propri sistemi contraccettivi.

Nove donne su dieci chiedono più informazioni. Di certo le italiane hanno fame di informazioni: ben il 90% vuole saperne di più. Per questo chiedono al proprio medico e al ginecologo un ruolo più attivo. Il 42% desidera essere informata sull’esistenza della contraccezione di emergenza: come funziona, dove e come assumerla quando necessario. E sempre il 42% vorrebbe ricevere una consulenza che le aiuti a trovare un metodo di contraccezione continua più adeguato. Il 40% desidera che il medico fornisca consigli su cosa fare nel caso in cui si dimenticasse il contraccettivo e sulle situazioni a rischio di gravidanze indesiderate. Il 30% che le assista dopo l’uso del contraccettivo di emergenza per essere rassicurate. Infine il 45% vorrebbe poter ottenere un appuntamento il giorno stesso per un consulto di emergenza. “Dall’indagine emerge che seppure sia ancora molto ridotto l’utilizzo della contraccezione d’emergenza – spiega la dottoressa Nicoletta Orthmann, dell’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda) – le donne che invece l’hanno assunta comprendono pienamente l’importanza di questa opzione contraccettiva per la tutela della propria salute sessuale e riproduttiva. Dobbiamo tenere conto della loro richiesta di maggiori informazioni, che dovrebbe essere considerata come un’opportunità concreta per parlare di sessualità consapevole, di prevenzione contraccettiva stabile e di pianificazione familiare anche a quelle donne che non hanno fatto una scelta a riguardo. Nel nostro Paese purtroppo manca ancora un progetto organico e strutturato di educazione alla sessualità, alla salute riproduttiva e alla contraccezione”.

Accesso difficile per più di quattro donne su dieci. L’indagine ha infine indagato sulle esperienze vissute dalle donne nel richiedere la CE. Solo poco più della metà delle intervistate ha dichiarato di avere ottenuto il farmaco in modo tutto sommato semplice e in tempi brevi (57%) e appena il 41% ha ricevuto consigli. Mentre una su quattro ha ricevuto la prescrizioni senza alcuna informazione. E ancora, sempre una donna su quattro ha dichiarato di essersi sentita a disagio e persino giudicata o di aver subito una paternale (18%). “Di fronte a questi dati emerge la necessità – sottolinea Orthmann – e in questo senso è cruciale il ruolo del ginecologo quale interlocutore di riferimento, di favorire l’accesso alle donne a uno strumento di prevenzione che da un lato non le esponga a un’eventuale interruzione volontaria di gravidanza e dall’altro abbia il valore aggiunto di farle riflettere e prendere coscienza dei rischi nei quali possono incorrere”.

Abortisce da sola nei bagni dell'ospedale Pertini. I medici erano tutti obiettori di coscienza, scrive “Libero Quotidiano”. Valentina ha abortito nel bagno dell'ospedale Sandro Pertini di Roma tra atroci dolori senza che nessuno dei medici presenti nel reparto muovesse un dito per aiutarla. Il perché è presto detto: in servizio c'erano solo medici obiettori che mentre la giovane donna era piegata in due e vomitava per effetto dei farmaci per interrompere la gravidanza l'unica cosa che sono stati in grado di fare è stata quella di mostrare il Vangelo accusandola di infanticidio lei e suoi marito. Eppure l'aborto di Valentina non era frutto di un capriccio. Lei e il suo compagno Fabrizio avevano scoperto che la bimba che attendevano era affetta da una grave malattia genetica, di cui la madre era portatrice, per cui non c'è una prognosi di sopravvivenza, e ha deciso quindi di interrompere la gravidanza al quinto mese. Il racconto - "Mi sono rivolta la mio ginecologo", racconta la donna in una conferenza stampa organizzata dall'Associazione Cosioni, "il quale, tuttavia, si è rifiutato di farmi ricoverare perchè obiettore di coscienza. Due giorni dopo, sono riuscita a ottenere il ricovero all’ospedale Sandro Pertini. Qui, mi hanno indotto il parto (anche se viene definito aborto terapeutico, di fatto al quinto mese di gravidanza si tratta di un parto vero e proprio), ma il travaglio è durato molte ore e così, al momento del parto vero e proprio, il medico che mi aveva ricoverata (non obiettore di coscienza) non era più di turno e medici e infermieri presenti, tutti obiettori a quanto pare, non sono intervenuti, lasciandomi sola con mio marito che mi ha assistita mentre partorivo nel bagno della stanza. Troppo sconvolti da quello che era accaduto - ha concluso la donna - non abbiamo avuto neanche la forza di denunciare la struttura e gli operatori sanitari". "La legge 194", tuona il segretario dell’Associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo, "prevede che in tutti i reparti di ostetricia e ginecologia ci siano medici obiettori e non, così da garantire la continuità del servizio di interruzione volontaria di gravidanza. Dovrebbero essere le Regioni a vigilare sull'applicazione della legge ma i numeri dell’ultima relazione al Parlamento e la bocciatura dell’Italia, da parte del Consiglio d’Europa, per l’eccessivo numero di obiettori di coscienza presenti nelle nostre strutture, ci dicono che non è così". La bocciatura da parte del Consiglio d’Europa, ha ricordato Gallo, è dovuta al fatto che l’elevato numero di obiettori di coscienza rischia di mettere a repentaglio l’applicazione della legge con ripercussioni anche molto gravi.

Roma,"Io, abbandonata in bagno ad abortire". L'accusa di Valentina, affetta da una malattia genetica costretta a ricorrere all'interruzione di gravidanza al quinto mese. "In ospedale erano tutti obiettori". E la donna, complice il cambio turno resta sola, scrive Caterina Pasolini su “La Repubblica”. "Io sognavo un figlio, un bambino che avesse qualche possibilità di una vita normale. Invece mi sono ritrovata ad abortire al quinto mese sola come un cane. Abbandonata in un bagno a partorire il feto morto, con il solo aiuto di mio marito Fabrizio. E tutto questo per colpa di una legge sulla fecondazione ingiusta, di medici obiettori, di uno Stato che non garantisce assistenza". Valentina Magnanti ha 28 anni, minuta e combattiva con un filo di voce racconta la sua storia. Fotografia di un'Italia condannata dall'Europa nei giorni scorsi per violazione della legge sull'aborto, dei diritti delle donne, proprio a causa dei troppi medici obiettori.

Cosa c'entra la legge 40?

"Ho una malattia genetica trasmissibile rara e terribile, ma in teoria posso avere figli, quindi per me non è previsto l'accesso alla fecondazione assistita, alla diagnosi pre-impianto. A me questa legge ingiusta concede solo di rimanere incinta e scoprire, come poi è avvenuto, che la bambina che aspettavo era malata, condannata. Lasciandomi libera di scegliere di abortire, al quinto mese: praticamente un parto".

Quando ha deciso di abortire?

"Ci avevamo tanto sperato in quei mesi che il piccolo fosse sano, ne avevamo già perso uno per gravidanza extrauterina. È stato un colpo, ma la malattia è terribile per cui con mio marito Fabrizio abbiamo deciso..."..

E qui comincia la serie dei medici obiettori.

"Scopro che la mia ginecologa lo è, si rifiuta di farmi ricoverare. Riesco dopo vari tentativi ad avere da una ginecologa del Sandro Pertini il foglio del ricovero, dopo due giorni, però, perché soltanto lei non è obiettore".

È il 27 ottobre 2010 quando entra in ospedale.

"Incominciano a farmi la terapia per indurre il parto, a base di candelette, mi dicono che non sentirò nulla. E invece..."

Cosa accade?

"É stato un inferno. Dopo 15 ore di dolori lancinanti, tra conati di vomito e momenti in cui svengo, con mio marito sempre accanto che non sa che fare, che chiama aiuto, che va da medici e infermieri dicendogli di assistermi, senza risultato, partorisco dentro il bagno dell'ospedale. Accanto a me c'è solo Fabrizio".

Medici e infermieri?

"Venivano per le flebo, ma nessuno li ha visti arrivare quando chiamavo aiuto. Nessuno ci ha assistito nel momento peggiore. Forse perché da quando sono entrata a quando ho partorito era cambiato il turno, c'erano solo medici obiettori".

È molto amareggiata.

"Già una arriva in ospedale disperata, perché in quel figlio ci hai creduto e sperato per cinque mesi, poi ti mettono ad abortire a fianco delle neo mamme e senti i bambini piangere, uno strazio. In più, mentre ero lì stravolta dal dolore entravano degli attivisti anti aborto con Vangeli in mano e voci minacciose".

Lei però non ha denunciato.

"Quando è finito tutto non avevo più la forza di fare nulla. L'avvocato parla di omissione di soccorso, io so solo che nessuno deve essere trattato così in un Paese civile. Il responsabile è lo Stato che non garantisce un servizio sanitario adeguato. Nel Lazio quasi tutti i ginecologi sono obiettori. Pensate la desolazione che troppi devono vivere, obbligati a implorare per un ricovero, per abortire, come me, un figlio desiderato".

Adesso il tribunale le dà ragione.

"Almeno sulla legge 40 sì. Mi sono rivolta all'associazione Coscioni e abbiamo fatto ricorso perché anche chi ha malattie genetiche possa accedere alla fecondazione assistita, alla diagnosi pre-impanto, perché non ci si debba ritrovare ad abortire al quinto mese. E ora il tribunale, per la seconda volta in due mesi, ha sollevato dubbi di costituzionalità su questo punto della legge. Forse ora anch'io potrò diventare madre".

Aborto al Pertini, Zingaretti: "Verifiche in corso". Ma la Asl si difende: "La coppia fu assistita". La donna, Valentina Magnanti, era stata costretta ad abortire al quinto mese perchè affetta da una grave malattia genetica trasmissibile ma al Sandro Pertini ha raccontato di essere stata lasciata sola a espellere il feto in un bagno dell'ospedale a causa dell'alto numero di medici obiettori. La Asl: "Abbiamo verificato le dichiarazioni della signora e a noi risulta che è stata prontamente seguita", continua “La Repubblica”. "Una vicenda drammatica, su cui vanno avanti verifiche e indagini, anche se i fatti risalgono al 2010". Così il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha commentato la denuncia di una coppia che ha raccontato di essere stata lasciata sola durante un'interruzione volontaria di gravidanza all'ospedale Pertini di Roma a causa dell'alto numero di medici obiettori. Nel Lazio, va ricordato, il 93% dei ginecologi è obiettore di coscienza, su una media nazionale dell'85%. La donna, Valentina Magnanti, era stata costretta ad abortire al quinto mese perché affetta da una grave malattia genetica trasmissibile. Ma ha raccontato che all' ospedale Sandro Pertini dove avrebbe dovuto sottoporsi all'intervento accompagnata dal marito, non ha trovato medici e infermieri pronti ad assisterla nei momento più delicato e per questo l'espulsione indotta del feto sarebbe avvenuta in solitudine in un bagno del nosocomio. Il marito chiamava i sanitari e questi rispondevano "veniano, veniamo", ma nessuno si presentava. L'Asl Roma B, dal quale dipende l'ospedale Sandro Pertini, ha diffuso però una sua versione dei fatti: "La signora - afferma l'Asl - fu seguita dal personale che ha l'obbligo dell'assistenza anche nel caso di obiezione di coscienza. Nel caso specifico due medici non obiettori che fanno parte dell'équipe istituzionalmente preposta all'Ivg". E, aggiunge la nota: "Abbiamo verificato le dichiarazioni della signora Valentina  e a noi risulta che è stata prontamente assistita ed avviata alla sala parto per il 'secondamento' (l'espulsione della placenta) e per le successive procedure previste nel post parto". Ma, secondo il racconto della coppia che comunque poi decise di non presentare una regolare denuncia, più volte nelle fasi più delicate avrebbero inutilmente chiesto assistenza. Intanto la Regione, ha affermato Zingaretti, "da due mesi" ha avviato dei "tavoli tecnici sui consultori, sul Progetto nascita e la tutela della 194, come grande opportunità di prevenzione e sostegno alla donna, che non sempre, come abbiamo visto, per colpa di tante disattenzioni, è a livelli civili nel Lazio". "Fra pochi giorni presenteremo - ha aggiunto Zingaretti - le linee guida uscite da questi tavoli per il rilancio della 194 della funzione preventiva e di presenza di consultori e vedere come affrontare questo tema, di effettiva garanzia dell'offerta di un servizio che come abbiamo visto non sempre è tale". A chi gli chiedeva se la Regione avrebbe attivato un'indagine sul caso, il governatore ha spiegato: "E' un fatto drammatico avvenuto alcuni anni fa ma siamo a lavoro e siamo pronti a proporre una via d'uscita, una soluzione a questo grave problema. Adesso la cosa più importante è evitare che questa condizione limiti in forma sostanziale l'applicazione della legge".

Le "quote rosa" e le altre...E dopo le donne ecco le prossime quote: età, tendenze sessuali, credo religioso, titolo di studio, etc etc. Tutto tranne la meritocrazia. Tutti pazzi per le quote rosa. Negli Stati Uniti non esistono ma in qualche modo esiste una forma di “discriminazione positiva”. A parità di merito, pubblico e privato devono favorire esponenti delle minoranze o delle fasce tradizionalmente emarginate: donne e neri (ma anche, per dire, indiani cioè nativi americani). Non è un principio liberale la quota, di genere o razziale. Tuttavia in America ha funzionato anche perché funziona (salvo eccezioni e sacche trascurabili) il principio del merito. La “discriminazione positiva” vale pure, volendo, in negativo: qualora fosse provata una discriminazione negativa, pubblico o privato ne pagherebbero le conseguenze (devastanti). L’amministrazione USA non fa sconti, chiude i ponti con chi discrimina. Bene, detto questo in Italia è tutt’altra musica. Tutt’altra cacofonia. Perché la quota di merito è minoritaria e marginale, e il sistema di reclutamento è un altro: la “cooptazione”. Clientelare, familistica, sessista, etc. etc. Quello delle quote rosa nelle liste per la Camera è un fenomeno a parte. Mentre negli Stati Uniti gli elettori possono realmente scegliere tra candidati, in Italia l’altra faccia della cooptazione è l’imposizione del candidato. Non c’è una piena libertà di scelta. Liste bloccate, listini, nomine dall’alto sono la norma. Le quote rosa sarebbero minate dal cancro della cooptazione-imposizione. L’introduzione delle quote rosa nei Cda è servita e ha prodotto risultati concreti, al di là della coerenza liberale del principio stesso. In Parlamento la storia è tutta un’altra: a che servono le quote, se la selezione continua a farsi non in base alle preferenze dei cittadini (corrispettivo del merito nelle assunzioni di lavoro), ma per imposizione (corrispettivo della cooptazione alias raccomandazione)? In conclusione, potrei anche esser d’accordo con le quote rosa nelle liste elettorali (l’alternanza rosa-celeste), proprio perché la composizione del Parlamento sarebbe pur sempre fatta a tavolino (nelle sedi dei partiti). Ma a una condizione, che si stabiliscano altre quote anti-discriminatorie: Quote per età (giovani-vecchi, sotto o sopra i 30). Quote gay (etero-omo-bisex). Quote etniche. Quote religiose. Quote per titoli di studio. Quote per colore dei capelli (o crinierati-calvi). Quote per tipo di contratto (partite IVA, dipendenti con sotto-quota a tempo deteterminato e non). Quote per titoli di studio. Quote Sud-Nord (e Centro). Quote per amanti del calcio (e no). Quote per statura fisica (alti-bassi, grassi-magri). Per vegetariani. Per dotati di Pc (e no). Quote città-campagna. Quote per censo. Per stato civile (sposati, single, poligami). Per nonni/e. Quote Panda (minoranze minime, ad es. amanti del teatro). Continuate voi la lista.

Femminicidi e infanticidi, indignarsi non basta. Il contatore dei delitti e delle violenze nell’ambito familiare corre sempre più velocemente. Ma non bastano cinque minuti di umana compassione e scaricare la colpa sulla società, dimenticando che siamo noi la società. E’ ora di educarci al rispetto, scrive Sergio Stimolo su “Giornale Metropolitano”. Ci insegnavano: “Una donna non si colpisce neanche con un fiore”. Un principio che veniva ripetuto ovunque, dalla famiglia alla scuola. Sui bambini non c’erano aforismi o proverbi. I figli, come recita quel bellissimo assunto napoletano “so’ piezz’e core” e quindi guai a toccarli. Fin qui la “facciata”. Ma la realtà all’interno delle pareti domestiche è sempre stata diversa: donne maltrattate, picchiate, violentate. E così anche per i bambini, spesso non solo violentemente picchiati ma anche violentati dai parenti più prossimi. Tutto, però, tenuto sotto traccia con un perbenismo di facciata e la paura, da parte delle vittime, di parlare, di denunciare. Negli ultimi anni, anche grazie allo sviluppo di Facebook, molti veli sono stati squarciati. Molte donne, soprattutto, leggendo e comunicando con altre donne, hanno scoperto l’autostima e quindi trovato la forza di reagire, di denunciare i soprusi di cui erano – sono – vittime. Ma, nonostante ciò, il contatore dei femminicidi e quello degli stupri continuano a correre. Sembra che non passi giorno senza che la cronaca nera ci fornisca l’ennesimo delitto di una donna. Di solito, i motivi sono passionali, cioè follemente e biecamente stupidi. E’ assurdo uccidere per amore. Però, da qualche anno, registriamo la crescita di un altro fenomeno spaventoso: l’infanticidio. Il primo caso che inorridì il mondo fu quello del piccolo Giuseppe Di Matteo strangolato e sciolto nell’acido dalla mafia che violava platealmente il comandamento morale che “i bambini non si toccano”.  Da allora è stato un precipitare. Ricordate Cogne? E poi bimbi rapiti e ammazzati, bimbi misteriosamente scomparsi, fino ai tragici fatti degli ultimi mesi: genitori che uccidono i propri figli con le motivazioni più disparate. Di solito li sgozzano o li soffocano, altre volte si lanciano con loro nel vuoto. Ci impietosisce pensare agli agnellini sgozzati, vogliamo fermarci a pensare per un attimo anche a questi poveri bambini? Vogliamo pensare con stupore e livore a quel salvadoregno che, a Milano, ha ammazzato una donna (che lo aveva respinto) e il suo bambino davanti agli occhi del proprio figlio? E vogliamo pensare all’orrore di quelle tre bambine di 14, 11 e 4 anni, sgozzate ieri mattina dalla loro mamma a Lecco? C’è sempre chi parla di “tragedia della disperazione”. Crediamo che sia un alibi che tutti noi ci diamo per permetterci il lusso di inorridire, scrivere su FB o altro un commento indignato o di umana pietà, una civile reazione di qualche minuto e poi passare ad altro. Magari, partecipare alla rituale manifestazione serale con fiaccole alla mano e intanto chiedere alla moglie “stasera che c’è per cena?”. Purtroppo, non ci si può indignare a cronometro e non si può continuare a chiedere “ma cosa è diventata la società?”. La società siamo noi e la nostra cinica abitudine a qualsiasi tragedia non può che peggiorarla. Peggiorarci. Allora che fare? Educhiamoci al rispetto, prima di tutto in famiglia e a scuola. Usando un linguaggio attuale, facciamo diventare il rispetto “virale”. Inculchiamo nella mente di tutti, ossessivamente, che il rispetto dei familiari, del prossimo è “fichissimo”. Forse è solo una speranza, ma è un passo oltre l’indignazione.

Infanticidio. Se Dio chiude gli occhi…scrive Nino Spirlì su “Il Giornale”. Martedì 11 marzo 2014 – San Costantino – A casa, a Taurianova. Insonne. Seduto in giardino su una sedia di ferro, coperto solo da un plaid. Col Mac sulle gambe e una gran voglia di sigaretta che non ho. Non so, comunque, se la fumerei o se la masticherei per rabbia. Stanotte, sto litigando di nuovo col Cielo. Era tempo che non accadeva. Anzi, negli ultimi anni siamo andati d’amore e d’accordo, Dio ed io. Una specie di matrimonio. Io, abbondantemente immerso nella preghiera già dal risveglio mattutino e fino all’ultimo saluto della notte. Lui, dentro di me, a placare i tumulti e consolare le afflizioni. Sì, ho concesso a Dio di possedermi e governarmi. E, così, anche quando sembrava che stessi decidendo io, in realtà era Lui a dirigere le operazioni. Stanotte, no. Stanotte non sono Suo e Lui è fuori di me. L’ho allontanato per poterGli urlare la mia umana rabbia. Piccola, in confronto alle Sue, ma grande quanto un grido di dolore. Dunque, infinita. Eh, sì! Guardo il cielo semicoperto dalle nuvole e mi rendo conto che deve essere comodo stare lassù, dove non arrivano le grida dei bimbi ammazzati. Oltre quella coltre, dove tutto deve sicuramente essere sereno. Molto più sereno che su questo immondo pianeta Terra, sul quale, ogni giorno, l’infanzia viene violata, mortificata. Uccisa. Dalle foreste dell’Africa, dove i cuccioli di Uomo vestono l’uniforme e sparano col mitra, alle catapecchie dell’Asia, dove cuciono palloni e abiti firmati, o lavorano nelle cave, o nei bordelli, fino ad arrivare alle tane delle Americhe, dove impastano mattoni di fango, coltivano coca, rubano in strada o sniffano colla e mille veleni. E, poi, in casa nostra. Nella “civilissima Europa”, culla di ogni orrore digerito e reso volutamente trasparente davanti alla Legge. Qui, i bimbi vivono nelle fogne di Bucarest, nei lager chiamati orfanotrofi di mezza Europa dell’est, oppure patiscono le ansie, le paure, le perversioni e le violenze di ingordi capitalisti stressati dalla loro stessa ricchezza. Anche nel nostro Belpaese. Omertoso. Superficiale. O, peggio, complice. E, se la denuncia è costante, la condanna lo è molto meno. Ieri, erano gli educatori senza scrupoli. Oggi, l’ennesima madre assassina. Non è la sola. Anzi…E questo non giustifica, non attenua, non scolora. Non è il mezzo gaudio! Anzi. Rende più densa e forte la disperazione. Le da corpo. L’infanticidio e il maltrattamento dei bambini non sono solo reati, ma sono, insieme, IL peccato. L’unico vero peccato, mi dico. E la lacrima trova la strada. Faccio una pausa. Riprendo fiato e forza. Per denunciare l’ennesimo dramma. Una donna stanca, sfiduciata, sola, non trova la forza per lottare. Si abbandona alla paura. Ingoia il mostro e gli offre la propria carne. E “quella cosa” avviene. Pochi attimi di possessione demoniaca, durante i quali la Mente diventa una piazza vuota da invadere, occupare, dominare. Pochissimi istanti di buio divino. Di assenza di Dio. Poi, il risveglio. La coscienza. E l’irreparabile morte. Dove ha guardato Dio, in quegli attimi? Dove ha posato i suoi infiniti occhi? Non sul mondo. Non sull’Uomo. Non su tre bambine che, nel sonno, hanno pagato per colpe non loro. Per chissà quale pensiero malato, nato nella mente di chi avrebbe dovuto amarle e proteggerle dai pericoli esterni. Per la follia di una moglie abbandonata, di una donna ferita. La lunga scia di sangue innocente si fa strada fra le debolezze di certi adulti. Cresciuti male. Frettolosamente divenuti padri e madri. Disattenti ai doveri genitoriali. Superficiali, o, nel peggiore dei casi, menefreghisti. Da Gravina di Puglia a Cogne fino a Lecco, tanto per evitare l’elenco lungo, i piccoli restano vittime di assenze o furori. Dio chiude gli occhi troppo spesso, rivolto verso l’Italia. Ed è un peccato tutto Suo. Che non Gli perdono. Né stanotte, né mai. Poi, il pensiero vola ancora. A quella villa degli orrori dei pedofili belgi, ai bambini asiatici venduti ai perversi occidentali, ai niños da rua delle favelas, fatti bersaglio anche dalle pistole della polizia, ai piccoli già tossici dei tombini di Bucuresti…Dunque, non guarda proprio. Non su questa Terra. Comincio a pregare, ma mi fermo. No. Stanotte, con Te non ci parlo. Aspetto che Tu apra gli occhi e non li chiuda più. Fra me e me, sfidando il Cielo velato da troppe nubi.

Sono circa 500 i bambini uccisi dai genitori dal 1970 ad oggi, e diecimila quelli che a causa della violenza di chi li ha messi al mondo hanno subito gravi lesioni o danni permanenti: è quanto rende noto Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione degli Avvocati Matrimonialisti Italiani (Ami), che cita uno studio dell’Università La Sapienza di Roma, commentando la notizia del massacro di Lecco dove una madre ha ucciso le sue tre figlie. «L’infanticidio – afferma Gassani – è un fenomeno ancora più agghiacciante del femminicidio. «Le statistiche si concentrano troppo sulle morti degli adulti e troppo poco della mattanza dei bambini ad opera dei loro genitori. Non è vero che quando la coppia scoppia, la violenza e la furia omicida si proiettino soltanto nei confronti del coniuge o del convivente. Molto spesso il bersaglio sono i figli, che vengono uccisi per vendetta da chi non regge lo sconforto di essere stato lasciato dal partner». «Si sono fatte le leggi per combattere il femminicidio e ora – sostiene Gassani – con altrettanto vigore bisogna studiare misure per prevenire la mattanza dei bambini durante le separazioni e i divorzi. Innanzitutto non è più possibile pensare che le coppie che arrivano in Tribunale non possano usufruire gratuitamente di percorsi di psicoterapia o mediazione familiare. Ostinarsi nel ritenere che una causa di separazione sia soltanto una questione giuridica è quanto mai irresponsabile, valutando il livello di odio che può scatenarsi in una coppia che si sta disgregando». Infine, la proposta dell’Ami: «prima di arrivare davanti al giudice, i coniugi dovrebbero seguire un percorso gratuito finalizzato alla elaborazione del lutto che la fine di un rapporto può determinare. Urge pertanto una riforma processuale del diritto di famiglia e soprattutto una campagna di sensibilizzazione affinchè si prenda coscienza del fatto che i diritti dei bambini hanno una priorità su tutti gli altri».

Medea, l'assassina dei suoi figli. La tragedia di Medea e la sua sindrome perversa rivive nella follia della donna albanese che pochi giorni fa ha uccise le sue tre figlie. Pero Montanari su “Globalist”. "Le mie figlie sono tutta la mia forza" scriveva sul suo profilo Facebook la madre assassina di Lecco solo pochi giorni fa, una didascalia tenera e agghiacciante sotto una foto che ritraeva le sue tre bellissime ragazze di 3, 10 e 13 anni. E invece Edlira Dobrushi da Durazzo ha preso un coltellaccio e le ha sgozzate, come se fosse la cosa più normale del mondo. Simona, Keisi e Sidny non hanno avuto scampo: due morte accoltellate nel sonno e la terza, la più grande, dopo aver resistito lottando. L'abbandono del marito, che aveva scelto di separarsi per un'altra donna deve aver fatto scattare in lei la terribile sindrome di Medea. Medea è una tragedia di Euripide che faceva parte di una tetralogia della quale rappresentava il capolavoro assoluto del grande drammaturgo greco. La storia è questa. Moglie di Giasone, lo aiuta a conquistare il vello d'oro, per poi trasferirsi a vivere a Corinto, insieme al marito e ai due figli, abbandonando così il padre per per seguirlo. Dopo alcuni anni però Giasone decide di ripudiare Medea per sposare la figlia di Creonte, re di Corinto e mirare al trono della città. Medea dapprima simula condiscendenza, ma poi attua il suo folle piano di vendetta e gli uccide i figli, privandolo così anche della discendenza regale. La tragedia di Medea e la sua sindrome perversa rivive nella follia della donna albanese, che ci ripropone questo dramma in chiave moderna duemilacinquecento anni dopo Euripide. La donna abbandonata che uccide i figli come ultimo gesto di una terribile vendetta nei confronti del loro padre. Una profonda depressione, la totale anestesia di sentimenti materni in un cortocircuito maledetto e il distacco dalla realtà in quell'incomprensibile gesto finale.

Da Wikipedia. Medea (dal greco: Μήδεια, Mèdeia) è una figura della mitologia greca, figlia di Eete, re della Colchide, e di Idia. Era inoltre nipote di Elio (secondo altre fonti di Apollo) e della maga Circe, e come quest'ultima era dotata di poteri magici. Invece secondo la variazione del mito (Diodoro Siculo), il sole, Elio, ebbe due figli, Perse e Eeta. Perse ebbe una figlia, Ecate, potentissima maga, che lo uccise e più tardi si congiunse con lo zio Eeta. Da questa unione sarebbero nati Circe, Medea ed Egialpo. Figlia di Eeta, re della Colchide, è uno dei personaggi più celebri e controversi della mitologia greca. Il suo nome in greco significa "astuzie, scaltrezze", infatti la tradizione la descrive come una maga dotata di poteri addirittura divini. Quando Giasone arriva in Colchide insieme agli Argonauti alla ricerca del Vello d'oro, capace di guarire le ferite, custodito da un feroce e terribile drago a conto di Eete, lei se ne innamora perdutamente. E pur di aiutarlo a raggiungere il suo scopo giunge a uccidere il fratello Apsirto, spargendone i poveri resti dietro di sé dopo essersi imbarcata sulla nave Argo insieme a Giasone, divenuto suo sposo. Il padre, così, trovandosi costretto a raccogliere le membra del figlio, non riesce a raggiungere la spedizione, e gli Argonauti tornano a Iolco con il Vello d'Oro. Lo zio di Giasone, Pelia, rifiuta tuttavia di concedere il trono al nipote, come aveva promesso in precedenza, in cambio del Vello: Medea allora sfrutta le proprie abilità magiche e con l'inganno si rende protagonista di nuove efferatezze per aiutare l'amato. Convince infatti le figlie di Pelia a somministrare al padre un "pharmakòn", dopo averlo fatto a pezzi e bollito, che lo avrebbe ringiovanito completamente: dimostra la validità della sua arte riportando un caprone alla condizione di agnello, dopo averlo sminuzzato e bollito con erbe magiche. Le figlie ingenue si lasciano ingannare e provocano così la morte del padre, tra atroci sofferenze: Acasto, figlio di Pelia, pietosamente seppellisce quei poveri resti e bandisce Medea e Giasone da Iolco, costringendoli a rifugiarsi a Corinto, dove si sposeranno. Dopo dieci anni, però, Creonte, re della città, vuole dare sua figlia Glauce in sposa a Giasone, offrendo così a quest'ultimo la possibilità di successione al trono. Giasone accetta, abbandonando così sua moglie Medea. Vista l'indifferenza di Giasone di fronte alla sua disperazione, Medea medita una tremenda vendetta. Fingendosi rassegnata, manda in dono un mantello alla giovane Glauce, la quale, non sapendo che il dono è pieno di veleno, lo indossa per poi morire fra dolori strazianti. Il padre Creonte, corso in aiuto, tocca anch'egli il mantello, e muore. Ma la vendetta di Medea non finisce qui. Secondo la tragedia di Euripide, per assicurarsi che Giasone non abbia discendenza, uccide i figli (Mermero e Fere) avuti con lui. Fuggita ad Atene, a bordo del carro del Sole trainato da draghi alati, Medea sposa Egeo, dal quale ha un figlio, Medo. A lui Medea vuole lasciare il trono di Atene, finché Teseo non giunge in città. Egeo ignora che Teseo sia suo figlio, e Medea, che vede ostacolati i suoi piani per Medo, suggerisce al marito di uccidere il nuovo venuto durante un banchetto. Ma all'ultimo istante Egeo riconosce suo figlio, e Medea è costretta a fuggire di nuovo. Torna nella Colchide, dove si ricongiunge e si riappacifica con il padre Eete. Ovidio tratta del mito di Medea in due distinte opere: le Heroides e le Metamorfosi. Nel primo testo è la donna a parlare cercando di commuovere il marito, ma il racconto si interrompe prima del compimento della tragedia e il suo completamento è possibile al lettore solo attraverso la memoria letteraria. La Medea delle Metamorfosi è ben diversa: essa oscilla tra ratio e furor, mens e cupido, riprendendo, almeno in parte, la giovane tormentata dai rimorsi di Apollonio Rodio, divisa tra il padre e Giasone. Medea si dilania tra incertezza, paura, commozione e compassione. La metamorfosi avviene in modo repentino ed è possibile rintracciarla attraverso il confronto tra la scena dell'incontro con Giasone nel bosco sacro e il ringiovanimento del padre dell'amato: se nel primo caso appare come un medico antico, nel secondo utilizza esplicitamente la parola "arte" (vv.171-179) mostrandosi come una vera strega. Anche Ovidio riprende la scena del carro, presente già in Euripide e successivamente in Seneca, ma se in questi due casi l'episodio è inserito alla fine del racconto, Ovidio lo colloca a metà della narrazione: in tal modo Medea perde le sue qualità umane e il mondo reale cede il posto a quello fantastico. All'inizio della "Metamorfosi", Medea è la protagonista assoluta, ma pian piano cessa di essere un'eroina in cui il lettore può identificarsi e diviene un personaggio che appare e sparisce come per magia. La tragicità del finale non è sfruttata al massimo: Medea è divenuta una vera strega e quindi non soffre dell'infanticidio commesso né potrebbe soffrire di un'ipotetica punizione. Nella parte introduttiva Draconzio afferma di voler fondere tutti i motivi tipici del mito di Medea; lo fa invocando la Musa Melpomene e la Musa Calliope. Medea e Giasone appaiono tutti mossi dal destino e dalla volontà degli dei, legati come sono agli scontri tra Venere e Diana. Infatti la dea della caccia sentendosi tradita per il matrimonio della sua sacerdotessa scaglia una maledizione contro di lei, da cui si snoderà la morte del marito e dei figli. All'inizio Medea è descritta come una "virgo cruenta", ma viene definita maga solo a verso 343. Caratteristica di questo racconto è che è la donna a rubare il vello d'oro donandolo poi a Giasone, che appare per tutta la narrazione una figura passiva. Anche quando entra in scena Glauce l'eroe è semplice oggetto del desiderio, che la giovane otterrà anche a costo di rompere il legame matrimoniale che lo vincola. Entrambe le donne trasgrediscono così le norme morali: da un lato Medea tradisce la dea Diana, dall'altro Glauce porta al tradimento Giasone. Durante le nozze l'attenzione si concentra sulla coppia mentre Medea prepara la vendetta: sarà lei a donare a Glauce la corona da cui prenderà fuoco l'intero palazzo. Ma il punto culminante della tragedia è il sacrificio che Medea offre a Diana: i suoi figli, così che l'infanticidio non è più condotto per vendetta, ma come richiesta di perdono. Nella scena finale l'autore riprende l'episodio del carro, ma questa volta il volo della donna ha valore semantico e non narrativo: Medea si riunisce a Diana e ritorna la "virgo cruenta" dell'inizio della narrazione, lasciando a terra tutto ciò che era ancora legato a Giasone.

Madri che uccidono i figli, i casi d'infanticidio degli ultimi anni. Oggi a Lecco una mamma albanese di 37 anni ha accoltellato a morte sue tre figlie di 3, 10 e 13 anni. Poi ha cercato di togliesri la vita. Interrogata dai pm ha confessato: "Ero disperata". L'ultimo episodio di una serie di omicidi che vedono coinvolti madri e figli, scrive “Il Giorno”.

Lecco, 9 marzo 2014 - Questa mattina, a Lecco una mamma albanese di 37 anni ha ucciso a coltellate le sue tre figlie di 3, 10 e 13 anni. Poi, ha cercato di togliersi la vita. Interrogata dal pm, prima di essere operata, ha confessato tutto: "Ero disperata". Alla base del gesto, quindi, potrebbe esserci una forte depressione dopo essere stata lasciata dal marito e problemi economici. Ma questo è solo l'ultimo episodio di una serie di omicidi che vedono coinvolti madri e figli. Ecco i casi d'infanticidio degli ultimi anni.

30 GENNAIO 2002 - Il piccolo Samuele Lorenzi viene massacrato nella villetta di Montroz a Cogne, in cui vive con la madre, il padre e il fratellino. I soccorritori, chiamati dalla donna, Annamaria Franzoni, lo trovano con gravissime ferite alla testa: il piccolo morirà poco dopo. La madre viene accusata dell’omicidio ma nega e, dopo un calvario giudiziario, viene riconosciuta colpevole con sentenza definitiva dalla Corte di Cassazione.

12 MAGGIO 2002 - A Madonna dei Monti, frazione di Santa Caterina Valfurva, in Valtellina, una donna di 31 anni, Loretta Z., uccide la figlia di 8 mesi mettendola nella lavatrice alla quale fa compiere un ciclo di lavaggio. A trovare il cadavere, nel cestello della lavatrice, è il padre della bambina.

3 GIUGNO 2003 - Una peruviana di 29 anni, Helga R., strangola e poi affoga in un water dell’ospedale di Desio, in provincia di Milano, la figlia di tre mesi, che era ricoverata per una caduta dalla carrozzina.

7 LUGLIO 2004 - A Vieste, in provincia di Foggia, Giuseppina D.B., 33 anni, casalinga, uccide i suoi due figli, una bambina di 5 anni e un maschietto di quasi 2, soffocandoli con del nastro adesivo. Poi si suicida nello stesso modo.

18 MAGGIO 2005 - A Casatenovo in provincia di Lecco, Maria Patrizio, 29 anni, racconta di essere stata aggredita in casa mentre faceva il bagno al figlio di 5 anni, scivolato nell’acqua e morto. La notizia poi si rivelerà falsa: a uccidere il piccolo è stata la donna, che poi, due settimane dopo, confessa.

17 MARZO 2005 - Una neonata di due mesi viene trovata uccisa con una coltellata nella casa della Romanina, a Roma, dove vive con i genitori: anche qui la madre, 23 anni, dopo averla uccisa tenta il suicidio.

8 SETTEMBRE 2005 - A Merano un bambino di quattro anni viene ucciso a coltellate dalla madre, Christine Rainer, 39 anni, che poi tenta il suicidio gettandosi da una finestra del secondo piano del commissariato di polizia. L’infanticidio avviene in un appartamento di una palazzina di case popolari in via Wolkenstein, nei pressi dell’ippodromo di Maia. Quando gli investigatori arrivano sul posto si trovano davanti una scena agghiacciante: il bambino giace in una pozza di sangue nella cucina dell’appartamento. Sul tavolo ci sono ancora i resti della prima colazione con un panino con la marmellata appena iniziato.

20 LUGLIO 2009 - A Parabiago, in provincia di Milano, un’altra mamma uccide il figlio di 4 anni, strangolandolo con un cavo elettrico. La donna, 36 anni, soffriva di depressione ed era in cura in un centro psicosociale della zona. A trovare il piccolo, agonizzante, sono la madre e la sorella della donna, che erano andate a trovarla perchè non rispondeva al telefono. La mamma viene trovata accanto al bimbo, in stato di choc.

26 AGOSTO 2009 - Appena un mese prima, il 26 agosto a Genova, una madre di 35 anni uccide il proprio bambino di appena 19 giorni, strangolandolo nel lettino con il cavetto di alimentazione del cellulare. Poi si suicida. La donna viveva da sola con il figlio e soffriva di depressione post-partum, condizione probabilmente aggravata dalla mancanza di lavoro e dall’assenza del padre del bimbo.

24 SETTEMBRE 2009 - A Castenaso, alle porte di Bologna, una madre di 36 anni, Erika M., uccide, accoltellandoli, i due figli, un bambino di sei anni e una bambina di cinque. Poi si suicida gettandosi dalla terrazza della sua abitazione, al secondo piano di una palazzina di via Mazzini a Castenaso. I carabinieri trovano i corpi dei due piccoli sul letto matrimoniale. La donna soffriva di depressione per una separazione in vista dal marito.

19 FEBBRAIO 2010 - La tragedia si consuma in una casa di Ceggia, in provincia di Venezia: Tiziana Bragato 47 anni, uccide il figlio, un bimbo di appena sei anni, soffocandolo nel suo letto. Poi si uccide, impiccandosi. A scoprire i corpi è il marito, un 51enne.

22 OTTOBRE 2011 - A Grosseto viene arrestata la mamma di un bambino di 16 mesi morto annegato durante una gita in pedalò nelle acque della Feniglia. L’accusa è che sia stata proprio lei ad annegarlo.

25 OTTOBRE 2013 - Ad Abbadia Lariana, in provincia di Lecco, una donna uccide il figlio di tre anni. La donna , una 25 enne originaria della Costa d’Avorio, uccide il primo dei suoi due figli, Nicolò, infierendo più volte sul corpo del piccolo.

6 MARZO 2013 - Viene sottoposta a fermo Daniela Falcone, la 43enne di Rovito che ha ucciso il figlio Carmine di 11 anni con un paio di forbici. La donna aveva prelevato il figlio nella mattinata di sabato 1 marzo dalla scuola e lo aveva portato in una zona di montagna tra Cosenza e Paola uccidendolo con delle forbici. Successivamente ha tentato, senza riuscirci, di togliersi la vita. I poliziotti del commissariato di Paola e della squadra mobile hanno rinvenuto nella mattinata di lunedì 3 marzo madre e figlio in auto, e la donna è stata trasportata in ospedale.

21 APRILE 2013 -  Alessia Olimpo, dentista di 36 anni, e la figlia sono state trovate senza vita nella camera da letto della piccola: a trovarle il marito. Un omicidio-suicidio: prima la donna ha accoltellato la figlia e poi si è tolta la vita, tagliandosi la gola.

Femminicidio: un’emergenza inesistente per nascondere le emergenze reali, scrive “La Crepa nel Muro”. Il dibattito, nelle ultime settimane, si concentra sull’istituzione del reato di femminicidio, per il quale, tra gli altri, si batte in prima linea la presidente della Camera, Laura Boldrini. Un reato specifico che punisca la violenza contro le donne. Anche parte della stampa e dei media porta avanti la campagna. I dati, però, sono in netta contrapposizione con quelli ufficiali diffusi dall’Istat e dal ministero dell’Interno. Secondo l’Istituto di Statistica la violenza che sfocia nell’omicidio di una donna, negli ultimi vent’anni, è in calo. Nel 1992 le vittime erano state 186, nel 2010 (ultimo anno disponibile) 131, per un calo del 29,57 per cento. La provocazione - E’ un altro, invece, il fenomeno in sensibile aumento: l’infanticidio, nella gran parte dei casi commesso dai genitori sui propri figli. Gli ultimi eclatanti casi: quello del padre che ha sparato e ucciso al figlio a Palermo, e la donna che ha lanciato i due figli dal balcone, a Busto Arsizio (i due piccoli sono gravissimi). I dati sull’infanticidio sono quelli diffusi dal Rapporto Eurispes Italia 2011: gli ultimi numeri disponibili sono relativi al 2010, quando è stato compiuto un infanticidio ogni 20 giorni. L’anno precedente la cadenza era di uno ogni 33 giorni, nel 2008 uno di 91 giorni. In numeri assoluti i casi sono stati 4 nel 2008, 11 nel 2009 e 20 nel 2010, e il trend è in costante aumento: complice la crisi e un quadro sempre più difficile, cresce il numero delle madri che compiono il folle e disperato gesto. Ed è qui che avanziamo la provocazione: perché al posto del reato di femminicidio non si introduce quello di figlicidio? ...liberoquotidiano.it (18.05.2013). Anche qui, uno dei nostri si è occupato di smentire il farsesco e tragicomico allarme “femminicidio” mesi fa – noi arriviamo sempre prima, dettiamo i tempi – e potrete trovare dati e numeri nonché riflessioni nei suoi articoli in basso. Vorrei fare però un ragionamento. Questa intelligente provocazione di Libero è tale e come tale va presa. Infatti né il cosiddetto “femminicidio” né l’assassinio di neonati da parte della madre sono eliminabili attraverso aumento delle pene. Una madre che uccide il proprio bambino non sta certo a ragionare sulla pena che ne seguirà, è semplicemente “malata”. Per lei la pena peggiore, sempre che torni mentalmente consapevole, sarà quello che ha fatto. Nessuna pena potrà aggiungere altro peso. L’analisi di Libero è anche sbagliata dal punto numerico: partendo da numeri minuscoli – 4 omicidi l’anno – basta molto poco per avere una triste impennata, e statisticamente non è sensato trarne conclusioni, tantomeno legate con la “crisi”, a meno di non separare gli “omicidi-suicidi” che possono avere svariate motivazioni, dall’infanticidio “puro” che non può avere altri fattori se non la follia. Esempio: una madre o un padre possono uccidere se stessi e il figlio sentendosi disperati, non uccidere il figlio per questo sopravvivendo loro. Sono due cose con motivazioni diverse. E anche il “femminicidio”, se per questo intendiamo gli omicidi passionali, è qualcosa che può essere limitato da pene detentive maggiori. Chi uccide “per amore”, è anche lui “fuori di sé” e in preda a demoni che di certo, non scompaiono per la minaccia penale. Anche qui, dal punto di vista sociale, “l’omicidio passionale” e quello da estranei hanno implicazioni e cause profondamente differenti. Se il primo è, come detto, qualcosa che capiterà sempre finché esisterà l’uomo, il secondo può essere limitato. Considerando quindi l’infanticidio “puro” e il “femminicidio” come omicidio passionale, siamo in presenza di avvenimenti connaturati all’esistenza dell’uomo. Sono “ineliminabili”, perché sono “naturali”, nel senso che sono parte dell’animo oscuro dell’uomo o causati da patologie psichiatriche spesso impossibili da essere previste. Sono reati non “eliminabili”, come non lo sono l’amore e la sofferenza. Non puoi sapere quando una mamma “impazzisce” e uccide il proprio figlio, puoi invece evitare che un clandestino con piccone giri per Milano la mattina presto. Quindi. Concentriamoci sui reati che possiamo “limitare” attraverso la prevenzione. Ad esempio rimpatriando i clandestini quando vengono arrestati. O evitando che orde di immigrati con lo stupro nel sangue entrino nel nostro paese. Tutto il resto è triste propaganda buona per rintuzzare carriere di politicanti al tramonto. I numeri poi ci dicono che le emergenze sono altre. E che queste emergenze sono facilmente limitabili al minimo. Abbiamo circa 3mila stupri in un anno commessi da immigrati – numeri in costante e vertiginoso aumento – a fronte di poco più di 100 cosiddetti “femminicidi”: un rapporto di 30 a 1, di un reato che sarebbe eliminabile semplicemente bloccando l’immigrazione. Ma siccome “non si deve dire”, meglio perdere tempo con fenomeni incomprimibili sempre presenti nella storia dell’Uomo, coniando termini ridicoli per emergenze inesistenti, all’unico scopo distogliere l’attenzione da emergenze e problemi reali. In tutto questo è impegnato il sistema dei media di distrazione di massa, e siccome è una campagna che vede tutti i media in perfetto schieramento, qualcuno ha dato l’input. E’ infatti una regola mediatica che non potendo soffocare a lungo una notizia, il metodo migliore per nasconderla è “superarla” con un’altra. Fittizia e creata ad arte.

PARITA’ DI SESSI E FEMMINICIDIO. SLOGAN O SPECULAZIONE?

Il femminicidio? Un business fondato su una “emergenza” che tale non è. Parola di donna, scrive “Tempi”. La giornalista Annalisa Chirico, esperta di giustizia, conferma: la legge e il «fiorente mercato» nati intorno a questa parola d’ordine sono frutto di «un’autentica ossessione». Smentita dai dati del ministero dell’Interno. La giornalista Annalisa Chirico, militante radicale e autrice di libri sulla (mala)giustizia, riprende in esame in un articolo apparso nel nuovo numero di Panorama il «cancan politico-mediatico» cominciato qualche mese fa sul femminicidio. «Intorno a questa “emergenza” – ricorda – è divampata una martellante campagna mediatica, alla quale si è uniformata quasi tutta l’informazione», campagna che si è poi concretizzata in una legge dello Stato (seguita al frettoloso intervento del governo Letta avvenuto «in piena estate con decretazione d’urgenza») e soprattutto in «un fiorente mercato fatto di giornali, libri, spettacoli teatrali». Non si contano più gli eventi organizzati sul tema: «Accorati appelli, flash mob di scarpe e foulard rossi per “rompere il silenzio” contro la violenza di genere». Ovvio che apparentemente nessuno avesse nulla da obiettare all’operazione. «Del resto come si può essere a favore della violenza?», domanda retoricamente Chirico. Tuttavia, prosegue la cronista, basta osservare i numeri in maniera obiettiva «per rendersi conto che la presunta emergenza si è trasformata, appunto, in un’autentica ossessione». Ma «l’Italia non è un paese di maschi stupratori e assassini» e sono proprio i dati del ministero dell’Interno a dimostrarlo. Elenca Chirico: «Dai dati ufficiali apprendiamo che dal 2007 a oggi non c’è stata alcuna escalation né impennata, termini ampiamente abusati da politici e giornalisti. Nel 2007 i casi di “female assassination” sono stati 103, il picco si è raggiunto nel 2009 con 130 episodi; se ne sono registrati 115 nel 2010, 124 nel 2011, 111 nel 2012 e 115 nel 2013». È chiaro perciò che «le dimensioni del fenomeno su una popolazione di oltre 60 milioni di abitanti non lasciano prefigurare alcuna apocalisse», osserva la giornalista di Panorama. Anzi, «gli omicidi sono calati e nel 2013 hanno fatto registrare il tasso più basso degli ultimi 150 anni. Lo scorso anno si sono consumati 470 omicidi volontari e la quota totale di donne ammazzate, di cui i femminicidi sono un sottoinsieme, rappresenta poco più del 30 per cento. I maschi continuano a essere ammazzati assai più delle femmine, il rapporto è di sette a tre». Se ne faranno una ragione le «teologhe dell’apocalisse»?

Il Femminicidio è uno slogan? Si chiede Mario De Maglie su “Il Fatto Quotidiano”. Ho già avuto modo di esprimere alcune riflessioni sull’utilizzo del termine femminicidio nei post L’insostenibilie leggerezza del rapporto tra media e femminicidio e in “Femminicidio, la sostenibile pesantezza del termine. L’esistenza di donne vittime di uomini, in quanto donne, è una realtà, un fenomeno che però può assumere proporzioni e significati diversi, a seconda del luogo in cui lo si analizza (Ciudad Juarez, città messicana dove l’uccisione e la scomparsa di donne è all’ordine del giorno, ad esempio, non è l’Italia). Personalmente utilizzo con molta cautela questa espressione, oggi ancor più di ieri. Il termine ‘femminicidio’ richiama quello di ‘genocidio’, termine coniato dal giurista polacco Raphael Lemkin per definire la distruzione di un gruppo nazionale o etnico. Veniva creata una parola per racchiudere gli orrori di due delle più grandi stragi della storia recente ossia l’Olocausto e il genocidio armeno. Genocidio significa quindi negazione del diritto di un popolo o di un determinato gruppo umano a continuare a vivere. Una negazione da cui segue la repressione e l’uccisione. Il femminicidio non ha alla base il presupposto di una deliberata e chiara intenzione di eliminare il sesso femminile, sebbene innegabili siano i danni di una cultura maschilista e patriarcale e, in certi contesti, la violenza esercitata dagli uomini sulle donne abbia assunto forme aberranti. Parlando della nostra realtà attuale, in Italia, non possiamo pensare che la quantità di vittime donne sia irrilevante per poter arrivare alla definizione più conosciuta del termine. Nulla si deve togliere all’atto in sé, uccidere un essere umano, in questo caso una donna, deve ricevere una condanna unanime in una società civile, non è questo in discussione. Una disamina sul termine “femminicidio” può essere anche interessante, ma a cosa serve in termini di prevenzione e contrasto al fenomeno? Sono convinto sia più utile, in questo momento storico, osservare l’uso del termine e trarne delle serie perplessità. Il numero di donne uccise negli ultimi anni non è variato in modo sostanziale rispetto al passato, ma tutto questo sgomento e scandalo è sorto solo recentemente. A fare la differenza è l’attenzione dei media e delle campagne pubblicitarie, il cui interesse, troppo spesso, è volto a giocare con l’emotività delle persone annullandone la lucidità. Cos’è questo femminicidio o cosa sta diventando se non uno slogan o un marchio in piena concordanza con il modello consumistico? E’ un prodotto da vendere e come tale viene trattato, ad esempio con la produzione e la diffusione di magliette con scritte come “Fermiamo il femminicidio” o altri slogan simili. Chi gira con la sua bella maglietta, con il suo bello slogan, con il suo bel gadget poi può tornare a casa certo di aver dato il suo contributo contro la violenza. Chi mai direbbe esplicitamente di essere a favore del maltrattamento e dell’uccisione delle donne? Sentiamo il bisogno di esplicitare scrivendolo quanto siamo diversi dai cattivi. Noi siamo i buoni: si deve sapere e chi ci sta intorno lo deve riconoscere. L’uccisione di una donna esce inevitabilmente fuori dalle mura domestiche e quindi viene scoperta con molta più facilità, mentre la violenza sulle donne è troppo spesso condannata a rimanere intrappolata in quelle stesse mura e quindi a rimanervi nascosta. Un problema serio, drammatico e antico che riguarda i rapporti tra uomini e donne sta diventando, se non lo è già diventato, un prodotto a uso e consumo del modello capitalistico imperante. In questo modo, togliamo la dignità a tutte le donne che hanno subito e stanno subendo violenze e anche a quelle che sono state uccise. Anzi, rinnoviamo sui di loro la violenza, le uccidiamo di nuovo, se tutto si riduce allo slogan. Non ci sono motti, con o senza sorrisi, che possano rendere l’idea della violenza subita da una donna, da un uomo, o da un qualsiasi essere umano. E non ci sono slogan che possano far sentire sulla propria pelle la tragedia vissuta da un’altra persona. Inoltre, tra le conseguenze dell’uso indiscriminato del termine “femminicidio”, vedo uomini che si allontanano ogni volta che sentono parlare del fenomeno identificandolo, in toto, con la violenza sulle donne. Questo fornisce loro la scusa pronta per non mettere in discussione le disparità di potere quotidiane che possono avvenire ed essere legate al genere. Questi uomini rifiutano di essere identificati con i “violenti” o “maltrattanti” che i mass media continuano a definire “da curare” e “da guarire”, illudendo chi ascolta di non essere responsabili dei comportamenti e del loro cambiamento. Occuparsi di femminicidio è ormai una moda, ognuno vuol dire la sua e spesso basta troppo poco perché possa farlo, nel migliore dei casi con buone intenzioni, ma tanta ingenuità, nel peggiore con l’obiettivo di avere una visibilità che altrimenti non si avrebbe. Che la si voglia criticare o meno, non sono questi i motivi per cui questa parola è nata.

Femminicidio? Ma se la vittima è un nonno nessuno ci bada. Mi indigna il clamore suscitato negli ultimi tempi dai cosiddetti femminicidi. Ma chiunque subisca violenza è meritevole di pietà e di protezione, scrive Vittorio Feltri su “Il Giornale”. Premessa per placare le probabili ire dei sacerdoti del politicamente corretto. Stimo le donne quanto gli uomini, se a mio giudizio meritano. Talvolta mi è capitato di amare una signora, ma non ho mai amato un signore (e so che questo mi mette subito in cattiva luce: è un tributo che pago volentieri alla sincerità). Ciò detto, mi indigna il clamore suscitato negli ultimi tempi dai cosiddetti femminicidi. Leggendo i giornali che se ne occupano, come fosse un fenomeno sociale devastante, si ha l'impressione che gli italiani siano dediti per orrenda vocazione allo sterminio organizzato di mogli, fidanzate, amanti fisse e avventizie. Impressione che diventa certezza dopo aver seguito, tra uno sbadiglio e un altro, i talk show dedicati al tema. Tutti ci lasciamo influenzare dai media, e dalle loro campagne, cosicché formiamo le nostre opinioni non tanto osservando la realtà, bensì bevendo la descrizione che ne fanno - pur ignorandola - i giornalisti, compreso me. Si dà il caso che nell'anno in corso, 2013, siano fin qui state uccise 128 donne. Il dato non lo fornisco io, ma lo ricopio da la Repubblica, il quotidiano considerato la continuazione del Vangelo secondo Eugenio, ultimamente impegnato a colloquiare con Papa Bergoglio, avendo cessato di farlo direttamente con Dio, in cui non crede ma al quale dà del tu come se fosse suo cognato. Allora, 128 donne massacrate sono in assoluto troppe, ma relativamente ai 60 milioni di cittadini italiani, statisticamente parlando, sono pochissime. Non costituiscono motivo di allarme. Per andare giù piatti, se questi sono i numeri delle femmine vittime dei maschi, siamo nella media continentale. In effetti l'Europa non ci ha ancora multati perché accoppiamo più donne di quanto previsto da Bruxelles, notoriamente severa con noi. Va da sé che siamo contrari alla violenza, ma lo siamo sia che essa venga esercitata su quello che in altra epoca era definito sesso debole, sia che venga esercitata sugli uomini, sui vecchi e sui bambini. Chiunque la subisca è meritevole di pietà e di protezione. Di norma i prepotenti si accaniscono sugli esseri più deboli. E ad essere deboli non sono soltanto le ragazze e le ex ragazze. Tanto per fare un esempio, segnaliamo che, in pratica ogni dì, leggiamo cronache da brivido che narrano di pensionati rapinati in casa, malmenati, spesso ammazzati con raccapricciante crudeltà. Che dire poi degli anziani ricoverati negli ospizi (molti dei quali al centro di inchieste giudiziarie) i quali sono picchiati se non addirittura seviziati da infermieri privi di scrupoli? Non possiamo sorvolare sui bambini. Quanti sono quelli che nelle famiglie vengono maltrattati all'insaputa delle competenti autorità? Alcuni giorni fa un uomo ha impiccato due figli piccoli, poi si è tolto la vita, senza che nessun giornale iperdemocratico e progressista si sia stracciato le vesti. Episodi del genere sono all'ordine del giorno. Ma chi ci bada? È la moda, bellezza. Adesso è in auge il femminicidio. E giù paginate per dire che gli uomini odiano le donne. Se invece il nonno (o la nonna) crepa per le percosse della badante (magari extracomunitaria) chissenefrega. C'est la vie. Una breve a pagina 18 e via andare.

Facci: il "femminicidio è moda. C'è già chi ci vuole far soldi. In Paesi in cui la parità dei sessi è acquisita muoiono più donne che qui, scrive Filippo Facci su “Libero Quotidiano”. Quando le pazze del «femminicidio» scopriranno la verità, un giorno, questa moda - perché è una moda - sarà passata da un pezzo e il risveglio sarà amarissimo. Perché scopriranno, paradossalmente, che più questo Paese diverrà «civile» e più aumenteranno gli omicidi di donne: non il contrario. Capiranno, quel giorno, perché certi paesi evoluti come l’Austria e la Finlandia - ne citiamo due in cui la parità uomo-donna è palesemente superiore - hanno tassi di «femminicidio» tre volte superiori ai nostri. Comprenderanno, cioè, la verità innominabile: che più un paese è evoluto - e più la parità è pienamente raggiunta - e più gli omicidi tra uomini e donne tenderanno a equivalersi: non il contrario. Anche perché c’è un dato che forse non è chiaro a tutti: in Italia si uccidono meno donne rispetto a tutto l’Occidente, per cui inventarsi improvvisamente che il femminicidio sia una «vera emergenza sociale» suona quantomeno come falso. I dati sono i dati:  Istat, Onu e ministero dell’Interno dicono che il femminicidio è in calo, dunque parlare di «escalation», come fa anche la presidente della Camera Laura Boldrini, è sbagliato e punto. Quello che i dati non dicono, ma che sappiamo, è che l’Italia non brilla per emancipazione femminile: col risultato che le donne le ammazzano di meno anche per questo, perché contano meno, sicché, se le ammazzano, quando le ammazzano, spesso lo fanno specificamente perché sono donne, rapprese cioè in una visione femminile arcaica. Possiamo farci qualcosa? Possiamo o dobbiamo fare delle campagne di sensibilizzazione eccetera? Ma certo che possiamo e dobbiamo, anzi, siano benemerite. Va bene la legge sullo stalking del 2009, vanno bene le giornate contro la violenza sulle donne (se proprio piacciono) e va bene tutto, anche abolire Miss Italia, anche tuonare contro certi spot molto «latini» in cui emancipazione significa che le casalinghe lavano i pavimenti coi tacchi a spillo. Vanno bene persino le sette-pagine-sette che Repubblica ha dedicato all’argomento, ieri. Purché sia chiaro che, per una volta, il problema è davvero un altro, è davvero più complesso, e che la soluzione del problema femminicidio - termine che resta  fuorviante - sarà sempre vagone e non locomotiva, sarà sempre a strascico di un’evoluzione complessiva della società, sarà sempre la declinazione di una disparità tra generi che in Italia persiste più che altrove: è impensabile, dunque, trasformarla in una battaglia separata, che viaggi per conto suo, soprattutto ridondante autentiche e pericolose sciocchezze. Ci vuole lavoro ma anche tempo. Ieri, in un’intervista alla Stampa, Laura Boldrini ha detto che alcuni spot sono irreali: «In quale famiglie l’uomo torna a casa, si butta sul divano e aspetta di essere servito a tavola?». In moltissime, dottoressa Boldrini. «Perché usare il corpo di una donna», si è chiesta ancora, «per promuovere computer o mobili?». Perché funzionano, dottoressa Boldrini: il marketing pubblicitario soppesa le proprie campagne con attenzione maniacale, e smetteranno di farle quando non funzioneranno più, e non funzioneranno più quando il Paese sarà definitivamente cambiato: ci stiamo lavorando, ci sta lavorando anche lei, ma non accade dall’oggi al domani. Quello che non deve accadere mai, piuttosto, è che il «femminicidio» possa diventare un’aggravante dell’omicidio: c’è chi lo chiede. Altri hanno invocato che divenisse addirittura un reato a parte, introducendo una discriminazione di genere che peraltro è contro la Costituzione. Ieri Repubblica diceva che «i femminicidi costano 17 miliardi all’anno alla comunità»: ma che vuol dire? E gli altri omicidi? Lunedì c’è questa giornata contro la violenza, sarà per questo, ma i giornali di questi giorni sono scatenati. Un’associazione veronese si è costituita parte civile nel processo per l’omicidio di una donna, Lucia Bellucci: «Ogni femminicidio», hanno dichiarato, «non è fatto privato, ma fatto politico che offende non solo il diritto ad esistere della singola donna, ma di tutte le donne». Traduzione: ci sono delle donne che vogliono dei soldi perché hanno ucciso un’altra donna, anche se manco la conoscevano. L’omicidio di un uomo è meno grave, perché non è politico. Gli uomini ammazzati sono più del doppio delle donne (il rapporto è 7 a 3) ma almeno sono emancipati. Battutine inutili? Mica tanto, perché la legge sul femminicidio, appena approvata, non fa ridere per niente, e - approvata in fretta e furia, forse per ansia mediatica - contiene delle norme e delle aggravanti che paiono perlomeno discutibili. Discutibilissima, per esempio, è  l’irrevocabilità delle denunce: una volta fatte non si può più tornare indietro, quindi addio mediazioni, ripensamenti e possibili ravvedimenti; e conoscendo i livelli di conflittualità a cui può arrivare una coppia - laddove ad accuse vere se ne mischiano spesso di false, tanto per fare mucchio - il rischio di ingiustizie oggettivamente c’è. Così come un altro rischio, da Stato di Polizia, è quello per cui le forze dell’ordine possano disporre l’allontanamento dalla famiglia di un uomo (la legge parla solo di uomini) anche senza il vaglio di un giudice. Poi il decreto prevede due aggravanti in caso di violenza sessuale, una delle quali è «l’essere legato da relazione affettiva» con la donna aggredita: per esempio esserne il marito, anche separato o divorziato. In parole povere, la pur biasimevole violenza perpetrata da un marito, o ex marito, è doppiamente grave rispetto a uno stupro fatto per strada da uno sconosciuto: quest’ultimo rischia 6 anni, il marito 12. E nelle mani dei giudici abbiamo messo anche questo: stabilire le differenze tra affetto, desiderio, un misto tra i due, possessività, oppure follia, raptus, capacità d’intendere o di volere eccetera. Oltre ogni ragionevole dubbio.

Quel che non è femminicidio. Al di là del Buco. Verso la fine della guerra fredda (e pure calda) tra i sessi, scrive “Abbattoimuri”. Una femminista che è e resta femminista, che ha disertato le fila di quel che in Italia non condivide, e che è andata incontro alle fila nemiche perché curiosa di vedere se oltre il buco ci fosse qualcosa di misterioso, di strano, di interessante, di boh, qualcosa insomma…Diario di quel che c’è al di qua e al di là del buco con puntate didattico/pedagogiche su femministese e affini. Una cosa comunque la so: una volta fatto il buco… c’è vento! Entro la fine dell’anno con Bollettino di Guerra faremo una sintesi, con relativo elenco commentato, dei delitti che nel 2012 sono stati attribuiti alla categoria “Femminicidio”. E’ stato un anno pessimo, in realtà, certo anche per i delitti che è sempre bene non vi siano mai e che non hanno alcuna giustificazione, ma anche perché mai come quest’anno il tema è diventato oggetto di facili speculazioni politiche e carrieristiche che di conseguenza hanno svuotato di contenuto un termine che segnalava un fenomeno per farlo diventare un costrutto giuridico teso a realizzare una discriminazione. La stessa discriminazione che vedete perfettamente realizzata in basso. Analizzerò – di nuovo – le proposte di legge presentate sul “Femminicidio”. Terribili, rappresentative di una vera e propria deriva autoritaria, come quello di Bongiorno/Carfagna che stabilisce che ammazzare una donna sia più grave che ammazzare una qualunque altra persona, allungando i termini della carcerazione addirittura fino all’ergastolo, proposta bocciata e rispedita al mittente dalle stesse associazioni che si occupano di violenza sulle donne e che sanno perfettamente che la questione la risolvi con la prevenzione e non con la repressione. E prevenire significa analizzare il problema in ogni sua parte e significa anche smettere di creare allarmismo sociale per ricavarne una shock economy al fine di ottenere finanziamenti mirati a progetti che non sono quasi mai partecipati dal basso, i cui bilanci non sono trasparenti e che rappresentano una modalità assistenziale di riparare ad un problema che trova le sue concause nella gestione politica, culturale, sociale e soprattutto economica di uno Stato, del welfare, con divisione e attribuzione di ruoli tra uomini e donne che viene decisa dall’alto e non dal basso. Prevenire significa smettere anche di istigare al linciaggio, di fare diventare il tema di interesse delle persone più fanatiche che si trovino in giro che dalle ronde, reali e virtuali, al “salviamo le nostre donne”, al difendiamo la dignità delle donne e copriamo loro le cosce, allo strappiamo le palle a tutti gli uomini in via preventiva, riempiono oramai articoli, scritti, blog, social network, pagine facebook e ti imporrrebbero medicalizzazione e istituzionalizzazione del problema anche se tu non lo vuoi, al di là delle stesse scelte delle donne che si dice di voler difendere. Prevenire significa considerare il fenomeno in ogni sua componente e prevenire in senso antiautoritario significa fare la scelta certamente più complicata, che non ti permette di mettere in circolo cifre a casaccio così come fanno in tanti/e, ché non ci si può accapigliare sul fatto che esista o non esista il termine femminicidio, sconvolgendoci se c’è chi lo nega, come fosse un nuovo dogma, e mistificandone il contenuto per dargli maggiore consistenza e gravità. Non si può censurare e non si può neppure evitare di ragionarne in senso laico alla presenza di persone che mietono stigmi negativi, criminalizzazioni e galere virtuali per chiunque ponga un dubbio, ché di mestiere fanno i recintieri, recintiferi, piantano paletti, finanche nel cuore o nel culo a volte per stabilire i termini del discorso e definirne i confini dimodoché chiunque osi anche solo ragionarne un po’ più laicamente viene immediatamente etichettata come complice di criminali. Come si può chiamare chi ammazza il pensiero laico? Laicicida? Di fatto la discussione in Italia sta così: c’è un gruppo che ha un atteggiamento medioevale, con i propri tribunali dell’inquisizione, e che stabilisce la giustezza dei termini e degli argomenti da usare quando si parla di violenza sulle donne. Un gruppo apparentato con la peggiore estrema destra anche quando è di sinistra, giustizialista e forcaiola, ché non pensa, non ragiona, non analizza, non ammette dubbi e che non puoi neppure sussurrargli che le donne sono violente tanto quanto e che non c’è una divisione tra i generi stereotipata ché gli uomini non sono tutte merde e le donne non sono tutte sante, ché i delitti invece che dividerli per genere bisognerebbe dividerli per generi e ragioni culturali trasversali a tutti/e, perché i generi sono più di due e fare una distinzione tra maschi e femmine oramai è veramente anacronistico. Poi c’è chi se ne occupa ma assume un atteggiamento laico e vuole risolvere il problema prima che creare confini logici, discorsivi e teorici, perché tra la teoria e la pratica c’è sempre un mare di problemi da vedere quando si parla delle relazioni e le citazioni non aiutano una donna che è in difficoltà. L’aiuta la comprensione del suo sentire, per quel che è, e l’aiuta capire di che male è fatto il male che ha caratterizzato la scelta del suo assassino. Non l’aiuta la santificazione ma l’aiuta la fine della speculazione da cui traggono vantaggio per soldi, carriere e micropopolarità persone che della violenza sulle donne non sanno nulla o quel che sanno è una opinione diventata tesi priva di analisi calata nel concreto e priva di ascolto per le diversità. Conosco persone oneste, seriamente motivate e che fanno un gran lavoro quando si parla di violenza sulle donne ma queste persone spesso non fanno caciara su facebook e non si sconvolgerebbero per niente quando sottolineo il fatto che in questi giorni sono avvenuti due delitti. Un fratello ha ammazzato una sorella e Repubblica lo inserisce tra i femminicidi e una sorella ha ammazzato suo fratello e Repubblica lo inserisce in pagina locale tra i delitti per futili motivi. Entrambi i delitti, probabilmente, sono motivati da questioni di vile denaro o screzi familiari. Femminicidio non può voler dire uccisione della femmina perché se così fosse sarebbe ridicolo. Dunque vorrei capire perché Repubblica fa questa scelta e perché nessuna se ne lamenta. Qualcuna può spiegarmene la ragione? Perché so bene che il termine Femminicidio ha una sua origine e motivazione ma se qualcunasi permette di fare speculazioni irresponsabili e a qualcun altra viene il dubbio che sia calato sulle realtà a mo’ di colonizzazione epistemologica ad espressione dei fenomeni è anche per errori madornali come questi e chi non li sottolinea, mi spiace dirlo, ma non è credibile e sembra proprio che gonfi cifre non si capisce per quale ragione. Allora mentre il mondo intero si affatica a dire ciò che è Femminicidio facciamo che da ora in poi a me piacerà dire quel che Femminicidio non è. Perché, senza alcun dubbio, giacché c’è chi su questa cosa sta pensando anche di farsi campagna elettorale, sulla pelle delle donne uccise, e su questa cosa si rifà la faccia e ripulisce reputazioni, come certe ministre che tolgono lavoro anche alle donne e poi firmano vuote convenzioni che parlano di donne, giacché esiste chi al termine Femminicidio vorrebbe attribuire un’aggravante, che è più carcere, più pena, più stigmatizzazione in negativo, molto di più che per chi uccide qualunque altro essere umano, allora io sento la responsabilità di dover togliere casi di cronaca dalle grinfie di chi li brandisce come esempi per ricavarne la necessità di task force, vittimizzazione spropositata a carico delle donne e criminalizzazione a carico degli uomini. Perché essere femministe non vuol dire essere dalla parte delle donne anche quando fanno o dicono stronzate. Essere femministe e libertarie e antiautoritarie vuol dire anche non permettere che sulla pelle delle donne si realizzino e si diffondano simili mistificazioni che sono l’anticamera di altre discriminazioni, di autoritarismi ed ingiustizie.

Minori: oltre il femminicidio c’è anche il “Bambinicidio”. Più di 200 tra bambini e neonati uccisi in Italia, scrive “Impronta L’Aquila”. Non c’è solo il femminicidio, ma anche il “Bambinicidio”. Un termine che vogliamo utilizzare per indicare la strage dei bambini perpetrata spesso nel silenzio. Con 243 tra bambini e neonati uccisi – da adulti, spesso padri e madri – in Italia negli ultimi 10 anni. A ricordarlo è l’Associazione Meter Onlus di don Fortunato Di Noto con un comunicato diffuso oggi, rilanciando questo triste fenomeno alla luce dell’ultimo bambino di 11 anni ucciso dalla madre in provincia di Cosenza a Rovito e che già Meter negli scorsi anni ha fortemente denunciato. Dalle cronache non solo nazionali, ma soprattutto locali emerge un dato agghiacciante: emergerebbe che in Italia una madre o un padre ogni settimana uccidono o tentano di uccidere 3/4 figli con una media di circa (170 bambini vittime in un anno). Ovviamente sono numeri desunti dai fatti che vengono riportati dalla stampa, comunque inquietanti e da non sottovalutare. E’ in quantificabile dato che non esiste una banca dati sul fenomeno del bambinicidio, relegato soltanto a questioni di controversie familiari. In Italia accanto ai 113 bambini uccisi dai genitori (2004-2008, Eures) impressionano i numeri dell’infanticidio; nell’ultimo decennio 130 sono state le minorenni (bambine) uccise in Italia dai genitori. Se poi facciamo rientrare le violenze e gli abusi sui minori nel mondo i numeri aprono scenari drammatici: parliamo di circa 175 milioni di minori vittime di abusi sessuali. Sono stati segnalati in tutto il mondo da Meter negli ultimi 10 anni più di un milione e 500mila di siti a contenuto pedofilo e pedopornografico; parliamo di più di un milione di bambini coinvolti in abusi sessuali con adulti, di età tra i zero anni (infantofilia) e 12 anni. In media negli ospedali italiani 5/7 bambini vengono portati al pronto soccorso per vari tipi di abusi e violenze, una percentuale che non può lasciarci indifferente.

Quelli che, le donne sono violente come gli uomini. Quelli che minimizzano il femminicidio, scrive Mazzetta su “Giornalettismo”. Alcuni veri uomini e alcune donne curiose negano la strage delle donne, che invece non sarebbero meno assassine degli uomini. I femminicidi sono in calo e allora perché parlarne proprio ora? E com’è che non si parla della violenza femminile sugli uomini? E lo sapete che le donne violente sono tantissime e gli uomini loro vittime un numero sterminato? Se non lo sapevate, adesso c’è qualcuno che prova a raccontarvelo. L’anno scorso la palma di nemico delle donne l’aveva conquistata a mani basse Camillo Langone con un paio delle sue «preghiere» (così chiama i suoi pensierini) più agghiaccianti, incluso uno nel quale s’augurava una pena mite per l’assassino di una prostituta perché aveva «perso la testa», quest’anno invece la migliore candidata sembra la giovane Glenda Mancini. Subito inserita tra le beniamine di alcune associazioni maschili che si battono a favore degli uomini «vittime» di leggi che favoriscono le donne in caso di divorzio e d’affido e che spendono molte energie nel dipingere l’immagine di un’umanità al maschie vittima di feroci arpie. Arpie che esisteranno pure, ma che se non spiccano nelle statistiche è perché in effetti la violenza domestica di norma funziona con l’uomo che fa violenza sulla donna, qualche caso di segno contrario non può negare o sminuire il fenomeno, ma per certi maschietti evidentemente è propaganda lecita. Ecco allora che «L’uomo vittima di una donna carnefice», opera prima di Glenda Mancini edita da Book Sprint (un editore a pagamento), sta già riscuotendo un certo successo di nicchia ed è spesso esibito sui social network dai portatori dell’orgoglio maschio. Dice infatti l’autrice, ventiquattrenne neolaureata in Scienze dell’investigazione a L’Aquila: Lo scopo del libro é, infatti, quello di dimostrare che la violenza di genere, erroneamente da quanto spesso creduto e riportato anche dai mezzi di comunicazione, non vede sempre l’uomo nelle vesti di carnefice e la donna in quelle di vittima, ma accade frequentemente anche il contrario. «Paradossalmente», spiega l’autrice, «i dati dimostrano che i casi di violenza domestica ai danni del genere maschile sono superiori a quelli femminile, con la differenza però nel grado di ferimento che l’uomo riesce a infliggere alla donna». All’origine del mancato clamore che si crea intorno a questi casi di violenza che vedono gli uomini essere vittime delle loro aguzzine, anche un maggiore imbarazzo da parte delle persone di sesso maschile che non esternano i propri drammi, spesso familiari, per paura del giudizio del mondo esterno. «Molti di loro hanno subito una doppia umiliazione», aggiunge l’aspirante criminologa, «oltre a quella da parte delle donne, anche quella di aver trovato porte chiuse o risate in faccia da parte delle forze dell’ordine o delle persone con le quali hanno provato a confidarsi. A causa della nostra cultura maschilista, infatti, non è semplice per un uomo ammettere una simile debolezza e ad aggravare il tutto c’è anche che il 46 per cento delle querele vengono archiviate». Che gli uomini denuncino poco le violenze subite dalle donne,  può essere, ma il fatto è che è storicamente appurato che proprio le donne denunciano una percentuale minima delle violenze e persino degli stupri. Ma girando attorno a Mancini si finisce per intuire che la sua è una scelta di campo aprioristica e che tutto il suo agire si risolve nel cercare conferme a una tesi che ha già trovato un pubblico di riferimento, stanco del poter lamentare solo la terribile violenza psicologica come arma femminile in presenza di dati incontrovertibili per quella fisica. Dati che però Mancini ha trovato il modo di aggirare. Curiosa è infatti la metodologia impiegata nella ricerca condotta in prima persona da Mancini: «Così, non avendo competenze sociologiche, ho trovato un test già fatto e l’ho adattato al maschile, aggiungendo alcune domande che mi interessavano, e l’ho pubblicato su internet». Il questionario, a sorpresa della stessa promotrice, ottiene un ottimo riscontro arrivando a contare 696 anonimi partecipanti in un solo mese. Interesse che, con il sostegno di Fabio Nestola, presidente della Fondazione italiana per la bigenitorialitá, e di Paola Tomarelli presidente del centro antiviolenza uomo Dalla parte di Giasone, spingono la neolaureata a trasformare la sua tesi di laurea in un libro, pubblicato il 23 ottobre di quest’anno». In pratica quindi Mancini ha raccolto una serie di risposte a un test «adattato» e messo online, qualche centinaio di risposte «anonime» e senza alcun controllo sul campione sondato, che in teoria potrebbe essere anche stato costruito da pochissimi furboni, ma che già per come era stato concepito poteva attirare solo l’attenzione di uomini che hanno subito violenza o che hanno detto di averla subita, non stupisce l’alta densità di risposte positive, a prescindere dai dubbi sulla qualità dell’adattamento. E non stupisce che Mancini abbia a questo punto dismesso la strage di donne senza paragone maschile, come conseguenza del fatto che a parità di violenze le donne sono più fragili sotto i colpi degli uomini e meno forti nel colpirli. Normale quindi che muoiano più donne. Se poi si passa alla pagina Facebook di Glenda Mancini, ecco che la sensazione che proceda un po’ troppo selettiva nel suo cammino si rafforza decisamente. C’è persino riportata una notizia dal titolo «CASALINGHE FANNO SESSO CON RAGAZZINI 14ENNI: ARRESTATE. “LI ADESCAVANO SU FACEBOOK”» per chi non avesse chiaro dove l’autrice vuole andare a parare. Il rigore scientifico della novella criminologa spicca anche nella scelta di un post sul blog del Centro Documentazione Violenza Donne, che a dispetto del nome si propone di tenere conto della violenza che ha come protagonista le donne, «Uxoricidi – Centro Documentazione Violenza Donne – la Violenza sulle Donne è solo una parte del problema.» L’altra parte del problema sarebbe la violenza da parte delle donne, che è un po’ come dire che l’altra parte della persecuzione di ebrei, neri e zingari è che anche tra loro ci sono assassini. «L’obiettivo del blog è quello di costituire un centro di documentazione in grado di offrire stimoli e spunti di riflessione a donne e uomini liberi da concetti precostituiti. Nel condannare fermamente la violenza maschile, la collettività non può esimersi dal considerare il lato oscuro della Luna, quegli aspetti della violenza femminile costantemente ed inspiegabilmente sottaciuti». Il post indicato da Mancini con la commovente motivazione «Approfittiamo di questo giorno per ricordare anche queste vittime di violenza domestica, almeno ogni tanto», in realtà è una scombinata collezione di articoli di cronaca cominciata nel 2006 e che spazia per qualche decina di casi tra il 1973 e il 2013 e da Novosibirsk a Buenos Aires. Casi che hanno come unico comun denominatore la donna assassina, anche se poi nell’elenco compaiono anche casi abusivi nei quali gli assassini sono un uomo e una donna («Donna e amante uccidono il convivente di lei» o «Como: Ucciso imprenditore, arrestati madre e figlio»). Una robaccia malfatta e che non spiega o dimostra nulla, raccolta su un sito che si autodefinisce pomposamente “centro di documentazione” e che non fa mistero di aggrapparsi a qualsiasi cosa, pur di sostenere l’immagine di una donna assassina come strumento per sminuire la strage di donne, che poi se ci si affaccia all’estero come fa la lista, si trovano statistiche ancora più agghiaccianti. Probabile che Mancini trovi un posto al sole a breve, Costanza Miriano non basta a soddisfare la domanda che indubbiamente esise per storie del genere e Langone non è certo un’alternativa, così come poco servono le eruzioni estemporanee di qualche campione di misoginia isolato. Il suo libro ha già fato notizia ed è stato adottato come testo fondamentale da diversi veri uomini che se lo passano come una preziosa rivelazione, persino post come il commosso ricordo della violenza femminile e la buffa lista in allegato sono esibiti in giro sui social network come «prova» del fatto che il rumore sul femminicidio è un inganno e che così le donne assassine se la passano liscia a spese dei poveri uomini. Una narrazione conveniente, che anche se non potrà sovvertire la realtà diventerà un pezzettino di quella realtà alternativa nella quale uomini da poco si dipingono come vittime per non dover fare i conti con le proprie responsabilità.

L'Aquila, nasce il centro che difende gli uomini dalle donne violente, scrive “Libero Quotidiano”. Non sono solo le donne a subire violenze e maltrattamenti da parte degli uomini, ma accade spesso anche il contrario. Lo rivela uno studio dell'Università di Siena, che è stato rivolto a un campione di 1.058 uomini in un età compresa tra i 18 e i 70 anni. I dati parlano chiaro: la maggior parte degli intervistati ha denunciato violenze psicologiche o fisiche da parte del gentil sesso. Il centro - Per questo l’Associazione per i Diritti del Cittadino dell’Aquila ha annunciato l’apertura di un centro antiviolenza che aiuterà le vittime di entrambi i sessi, non solo le donne. "È emerso - spiega la coordinatrice del progetto, la dottoressa Sara Maddalena Cocuzzi - che tutti gli uomini ai quali è stato sottoposto il sondaggio abbiano dichiarato di aver vissuto almeno una volta nella vita un episodio di violenza da parte di una partner. Si tratta della prima indagine conoscitiva sul fenomeno realizzata in Italia, mentre in altri paesi il tema è oggetto di studi periodici". Vergogna - "Il motivo del mancato studio - continua la dottoressa - è da ricercare nella difficoltà dell’uomo italiano ad ammettere di aver subito violenza e di conseguenza a denunciarla. Difficoltà derivante dal non voler apparire agli occhi della società come vittima e anche dal fatto che spesso tali accadimenti si verificano all'interno delle mura domestiche e quindi ad opera di persone legate da vincoli affettivo/familiari. Di conseguenza, per anni, sia le istituzioni che le realtà scientifiche hanno ignorato il fenomeno."

Picchia e imprigiona il marito, poi riceve a casa gli amanti, scrive ancora “Libero Quotidiano”. Violenza familiare, questa volta al contrario però. Succede a Bussolengo, nel veronese. La moglie picchiava il marito, lo chiudeva in cantina lasciandolo anche senza mangiare e riceveva gli amanti. Una moglie che ha fatto passare cinque anni di inferno al marito. Dopo l'ennesima angheria, l'uomo si è deciso a denunciare la moglie, che adesso è indagata e in attesa di una perizia psichiatrica. Lei è una donna di 44 anni che secondo l'accusa dominava completamente il marito, al quale era precluso anche l'accesso al conto corrente. Il rapporto di coppia avrebbe cominciato a deteriorarsi cinque anni fa con le prime liti, passate rapidamente dalle parole ai fatti: secondo l'accusa, infatti, la donna avrebbe cominciato a picchiare il marito con calci e pugni e se osava ribellarsi lo richiudeva in cantina negandogli anche pranzo e cena. Fino all'ultima aggressione con un manico di coltello, da cui il marito è uscito con ematomi ed escoriazioni. Gli inquirenti avrebbero poi scoperto che la moglie era arrivata a imporre al marito la presenza di altri uomini, suoi amanti. Ora è indagata per maltrattamenti, ma il Gip Laura Donati ha disposto la perizia psichiatrica per accertare se la donna è capace di intendere e volere.

STUPRI, STOLKING E FEMMINICIDI. LA VIOLENZA SULLE DONNE.

Violenza contro le donne. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. La violenza contro le donne è la violenza perpetrata contro le donne basata sul genere, ed è ritenuta una violazione dei diritti umani. Termine usato molto spesso per definire la violenza contro le donne è violenza di genere. La violenza di genere riguarda donne e bambine, ma coinvolge anche minorenni come ad esempio nel caso della violenza assistita. Questa terminologia è largamente usata sia a livello istituzionale che da persone e associazioni di donne che operano nel settore. In questi ultimi anni la violenza sulle donne è aumentata ed il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. In primo luogo si osserva che «Parlare di violenza di genere in relazione alla diffusa violenza su donne e minori significa mettere in luce la dimensione “sessuata” del fenomeno in quanto […] manifestazione di un rapporto tra uomini e donne storicamente diseguali che ha condotto gli uomini a prevaricare e discriminare le donne.» e quindi come «[…] uno dei meccanismi sociali decisivi che costringono le donne a una posizione subordinata agli uomini.» La "Dichiarazione sull'eliminazione della violenza contro le donne" del 1993[8] all'art.1, descrive la violenza contro le donne come: «Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata.» La violenza alle donne solo da pochi anni è diventato tema e dibattito pubblico, mancano politiche in contrasto alla violenza alle donne, ricerche, progetti di sensibilizzazione e di formazione. Le ricerche compiute negli ultimi dieci anni dimostrano che la violenza contro le donne è endemica, nei paesi industrializzati come in quelli in via di sviluppo. Le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi sociali o culturali, e a tutti i ceti economici. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, almeno una donna su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo nel corso della sua vita. E il rischio maggiore sono i familiari, mariti e padri, seguiti dagli amici: vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro o di studio. Da diverse ricerche emerge che la violenza di genere si esprime su donne e minori in vari modi ed in tutti i paesi del mondo. Esiste la violenza domestica esercitata soprattutto nell'ambito familiare o nella cerchia di conoscenti, attraverso minacce, maltrattamenti fisici e psicologici, atteggiamenti persecutori, percosse, abusi sessuali, delitti d'onore, uxoricidi passionali o premeditati. I bambini, gli adolescenti, ma in primo luogo le bambine e le ragazze adolescenti sono sottoposte all'incesto. Le donne sono esposte nei luoghi pubblici e sul posto di lavoro a molestie ed abusi sessuali, a stupri e a ricatti sessuali. In particolare verso le lesbiche vengono praticati i cosiddetti "stupri correttivi". In molti paesi le ragazze giovani sono vittime di matrimoni coatti, matrimoni riparatori e/o costrette alla schiavitù sessuale, mentre altre vengono indotte alla prostituzione forzata e/o sono vittime di tratta. Altre forme di violenza sono le mutilazioni genitali femminili o altri tipi di mutilazioni come in un recente passato le fasciature dei piedi, lo stiramento del seno, le cosiddette "dowry death" (morte a causa della dote), l'uso dell'acido per sfigurare, lo stupro di guerra ed etnico. Va citato il femminicidio che in alcuni paesi, come in India e in Cina, si concretizza nell'aborto selettivo (le donne vengono indotte a partorire solo figli maschi, perché più riconosciuti e accettati socialmente) mentre in altri addirittura nell'uccisione sistematica di donne adulte. Esistono infine violenze relative alla riproduzione (aborto forzato, sterilizzazione forzata, contraccezione negata, gravidanza forzata. Nell'ambito del World report on violence and health l'OMS (Organizzazione mondiale della sanità), esaminando esclusivamente la violenza da parte del partner, ha pubblicato il seguente elenco di possibili conseguenze sulla salute delle donne: Fisiche; Sessuali e riproduttive; Psicologiche e comportamentali; Conseguenze mortali; Lesioni addominali; Lividi e frustate; Sindromi da dolore cronico; Disabilità; Fibromialgie; Fratture; Disturbi gastrointestinali; Sindrome dell'intestino irritabile; Lacerazioni e abrasioni; Danni oculari; Funzione fisica ridotta; Disturbi ginecologici; Sterilità; Malattia infiammatoria pelvica; Complicazioni della gravidanza/aborto spontaneo; Disfunzioni sessuali; Malattie a trasmissione sessuale, compreso HIV/AIDS; Aborto in condizioni di rischio; Gravidanze indesiderate; Abuso di alcool e droghe; Depressione e ansia; Disturbi dell'alimentazione e del sonno; Sensi di vergogna e di colpa; Fobie e attacchi di panico; Inattività fisica; Scarsa autostima; Disturbo da stress post-traumatico; Disturbi psicosomatici; Fumo; Comportamento suicida e autolesionista; Comportamenti sessuali a rischio; Mortalità legata all'AIDS; Mortalità materna; Omicidio; Suicidio. A partire dagli anni settanta del XX secolo il movimento delle donne e il femminismo in Occidente hanno iniziato a mobilitarsi contro la violenza di genere, sia per quanto riguarda lo stupro sia per quanto riguarda il maltrattamento e la violenza domestica. Il movimento ha messo in discussione la famiglia patriarcale e il ruolo dell'uomo nella sua funzione di "marito/padre-padrone", non volendo più accettare alcuna forma di violenza esercitata sulla donna fuori o dentro la famiglia. La violenza alle donne - in qualunque forma si presenti, e in particolare quando si tratta di violenza intrafamiliare - è uno dei fenomeni sociali più nascosti; è considerato come punta dell'iceberg dell'esercizio di potere e controllo dell'uomo sulla donna e si estrinseca in diverse forme come violenza fisica, psicologica e sessuale, fuori e dentro la famiglia. Già negli anni settanta le donne hanno istituito i primi Centri antiviolenza e le Case delle donne per ospitare donne che hanno subito violenza e che potevano trovare ospitalità nelle case rifugio gestite dalle associazioni di donne. I primi Centri antiviolenza sono nati solo alla fine degli anni novanta ad opera di associazioni di donne provenienti dal movimento delle donne, tra cui la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna e la Casa delle donne maltrattate di Milano. Ad oggi sono varie le organizzazioni che lavorano sui vari tipi di violenza di genere. I Centri antiviolenza in Italia si sono riuniti nella Rete nazionale dei Centri antiviolenza e delle Case delle donne. Nel 2008 è nata una federazione nazionale che riunisce 65 Centri antiviolenza in tutta Italia dal nome "D.i.Re: Donne in Rete contro la violenza alle donne". D.i.Re fa parte dell'organizzazione europea WAVE, network Europeo dei Centri antiviolenza che raccoglie oltre 5.000 associazioni di donne. Recentemente si è assistito ad un dibattito più intenso sui media italiani in seguito all'introduzione del termine femminicidio e del provvedimento in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere. Tale legge è oggetto di critiche anche da parte di molte delle associazioni che si occupano di violenza di genere. Dal 2006 anche in Italia si stanno sviluppando campagne di sensibilizzazione dirette agli uomini e, più recentemente, promosse da uomini. Nel 2006, l'ISTAT ha eseguito un'indagine per via telefonica su tutto il territorio nazionale, raccogliendo i seguenti risultati: Le donne tra i 16 e i 70 anni che dichiarano di essere state vittime di violenza, fisica o sessuale, almeno una volta nella vita sono 6 milioni e 743 000, cioè il 31,9% della popolazione femminile; considerando il solo stupro, la percentuale è del 4,8% (oltre un milione di donne). Il 14,3% delle donne afferma di essere stata oggetto di violenze da parte del partner: per la precisione, il 12% di violenza fisica e il 6,1% di violenza sessuale. Del rimanente 24,7% (violenze provenienti da conoscenti o estranei), si contano 9,8% di violenze fisiche e 20,4% di violenza sessuale. Per quanto riguarda gli stupri, il 2,4% delle donne afferma di essere stata violentata dal partner e il 2,9% da altre persone. Il 93% delle donne che afferma di aver subito violenze dal coniuge ha dichiarato di non aver denunciato i fatti all'Autorità; la percentuale sale al 96% se l'autore della violenza non è il partner. Nell'ambito di una precedente indagine ISTAT condotta nel 2004, il 91,6% delle donne che affermava di aver subito violenze dal coniuge aveva dichiarato di non aver denunciato i fatti all'Autorità. L'indagine ISTAT del 2004, a differenza di quella condotta nel 2006, distingueva tra violenze sessuali (non meglio definite) e molestie sessuali; entro queste ultime – oltre a molestie verbali, telefonate oscene, esibizionismo e pedinamenti – erano tuttavia classificati anche atti di natura prettamente fisica (donne avvicinate, toccate o baciate contro la loro volontà). Inoltre, nell'indagine ISTAT del 2006 non sono stati raccolti dati sulle molestie verbali, il pedinamento, gli atti di esibizionismo e le telefonate oscene. Per quanto riguarda specificatamente il femminicidio, l'Eures ha recentemente pubblicato un rapporto in cui si registra in Italia un aumento delle uccisioni di donne del 14% nell'ultimo anno, dalle 157 nel 2012 alle 179 del 2013.

Cos’è la violenza contro le donne, scrive “Donne in rete contro la violenza". La violenza maschile sulle donne assume molteplici forme e modalità, sebbene la violenza fisica sia la più facile da riconoscere. Non esiste un profilo della donna-tipo che subisce violenza.

VIOLENZA FISICA. Comprende l’uso di qualsiasi atto guidato dall’intenzione di fare del male o terrorizzare la vittima. Atti riconducibili alla violenza fisica sono: lancio di oggetti; spintonamento; schiaffi; morsi, calci o pugni; colpire o cercare di colpire con un oggetto; percosse; soffocamento; minaccia con arma da fuoco o da taglio; uso di arma da fuoco o da taglio. Tali forme ricorrono nei reati di percosse, lesioni personali, violenza privata, violazione di domicilio, sequestro di persona.

VIOLENZA SESSUALE. Comprende l’imposizione di pratiche sessuali indesiderate o di rapporti che facciano male fisicamente e che siano lesivi della dignità, ottenute con minacce di varia natura. L’imposizione di un rapporto sessuale o di un’intimità non desiderata è un atto di umiliazione, di sopraffazione e di soggiogazione, che provoca nella vittima profonde ferite psichiche oltre che fisiche.

VIOLENZA PSICOLOGICA. Racchiude ogni forma di abuso che lede l’identità della donna:

attacchi verbali come la derisione, la molestia verbale, l’insulto, la denigrazione, finalizzati a convincere la donna di “non valere nulla”, per meglio tenerla sotto controllo;

isolare la donna, allontanarla dalle relazioni sociali di supporto o impedirle l’accesso alle risorse economiche e non, in modo da limitare la sua indipendenza;

gelosia ed ossessività: controllo eccessivo, accuse ripetute di infedeltà e controllo delle sue frequentazioni;

minacce verbali di abuso, aggressione o tortura nei confronti della donna e/o la sua famiglia, i figli, gli amici;

minacce ripetute di abbandono, divorzio, inizio di un’altra relazione se la donna non soddisfa determinate richieste;

danneggiamento o distruzione degli oggetti di proprietà della donna;

violenza sugli animali cari alla donna e/o ai suoi figli/e.

È importante ricordare che nei momenti di rabbia tutti possiamo usare parole provocatorie, oltraggiose o sprezzanti, possiamo agire comportamenti fuori luogo ma di solito seguiti da rimorsi e pentimenti. Nella violenza psicologica invece non si tratta di un impeto d’ira momentaneo ma di un tormento costante e intenzionale con l’obiettivo i sottomettere l’altro/a e mantenere il proprio potere e controllo.

VIOLENZA ECONOMICA. Spesso tale violenza è difficile da registrare come una forma di violenza. Può sembrare normale e scontato che la gestione delle finanze familiari spetti all’uomo. Si definisce violenza economica:

limitare o negare l’accesso alle finanze familiari;

occultare la situazione patrimoniale e le disponibilità finanziarie della famiglia;

vietare, ostacolare o boicottare il lavoro fuori casa della donna;

non adempiere ai doveri di mantenimento stabiliti dalla legge;

sfruttare la donna come forza lavoro nell’azienda familiare o in genere senza;

dare in cambio nessun tipo di retribuzione;

appropriarsi dei risparmi o dei guadagni del lavoro della donna e usarli a proprio vantaggio;

attuare ogni forma di tutela giuridica ad esclusivo vantaggio personale e a danno della donna (per esempio l’intestazione di immobili).

Tale forma di controllo diretto, che limita e/o impedisce l’indipendenza economica della donna, spesso non permette la sottrazione da una relazione distruttiva di maltrattamento.

STALKING. Indica il comportamento controllante messo in atto dal persecutore nei confronti della vittima da cui è stato rifiutato (prevalentemente è l’ex partner). Spesso le condotte dello stalker sono subdole, volte a molestare la vittima e a porla in uno stato di soggezione, con l’intento di compromettere la sua serenità, farla sentire braccata, comunque non libera.

MECCANISMI DELLA VIOLENZA. La violenza più diffusa, al contrario di quanto si pensa, è quella che avviene all’interno delle mura domestiche, ovvero in ambito familiare. La violenza domestica consiste in una serie continua di azioni diverse ma caratterizzate da uno scopo comune: il dominio e controllo da parte di un partner sull’altro, attraverso violenze psicologiche, fisiche, economiche, sessuali. Il meccanismo che meglio definisce le fasi di una condizione di violenza domestica subita da una donna viene chiamato “spirale della violenza” o “ciclo della violenza” ad indicare le modalità attraverso cui l’uomo violento raggiunge il suo scopo di sottomissione della partner facendola sentire incapace, debole, impotente, totalmente dipendente da lui. Le fasi della spirale della violenza possono presentarsi in un crescendo e poi “mescolarsi”. Isolamento, intimidazioni, minacce, ricatto dei figli, aggressioni fisiche e sessuali si avvicendano spesso con una fase di relativa calma, di false riappacificazioni, con l’obiettivo di confondere la donna e indebolirla ulteriormente.

Violenza sulle donne: tema e saggio breve svolto con dati sulla violenza di genere, scrive Tommaso Caldarelli il 24 Novembre 2016 su “Studenti.it”. Tema sulla Violenza sulle donne: riflessioni e dati per scrivere un tema o un saggio breve sulla violenza di genere, purtroppo sempre attuale. La violenza contro le donne da qualche tempo - fortunatamente - è sempre più al centro del dibattito pubblico. E il perché è presto detto: persino in un'epoca che si professa civilizzata come la nostra il fenomeno sta raggiungendo dimensioni che definire barbariche è poco. Come vedremo, i dati dimostrano che la modernità è arrivata quasi in tutto: nella tecnologia, nei trasporti, nelle comunicazioni, nell'alimentazione. Ma rapporti più civili sembrano essere ancora una conquista lontana. Statistiche sicure non ce ne sono. Si potrebbero contare le sentenze di condanna per fatti di violenza contro le donne ma non sarebbe un numero attendibile perché sono pochissime le donne che denunciano di aver subito violenza, e ancora meno poi i casi che arrivano a sentenza. L'ultimo studio ufficiale risale al 2014: è una ricerca dell'Istituto di Statistica italiano, l'Istat, che ha chiesto ad un campione di 24.761 donne di raccontare se negli anni precedenti avevano subito violenze o molestie. Risultato: le stime sono terribili. Dai risultati è emerso che "6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri" e ancora "Le donne subiscono anche molte minacce (12,3%). Spesso sono spintonate o strattonate (11,5%), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,3%). Altre volte sono colpite con oggetti che possono fare male (6,1%)." Forse si può pensare che la violenza contro le donne sia soltanto lo stupro consumato, ma non è così. Quello è un reato, anche molto grave, ma non è l'unica forma di violenza contro le donne: l'associazione "Noi No, uomini contro le violenze", riassume il fenomeno in tre parole: "Minacciare, Umiliare, Picchiare": "La violenza di genere non è solo l'aggressione fisica di un uomo contro una donna, ma include anche vessazioni psicologiche, ricatti economici, minacce, violenze sessuali, persecuzioni. Compiute da un uomo contro una donna in quanto donna. A volte sfocia nella sua forma più estrema, il femminicidio": e nel solo 2016 sono morte 116 donne. Ecco che dunque bisogna ritenere violenza sessuale, o violenza di genere, qualsiasi forma di aggressione, vessazione, maltrattamento, minaccia, creazione di un clima pesante, di ricatto, di persecuzione, proveniente da un uomo e diretto ad una donna: tutti i comportamenti che non tengono conto della volontà della donna, che ha diritto a dire di sì e di no a qualsiasi idea o proposta come qualunque essere umano dotato di diritti e dignità, sono di per sé violenti. Stando ai dati, dunque, "in Italia ogni 7 minuti un uomo stupra o tenta di stuprare una donna. Ogni 3 giorni nel nostro Paese un uomo uccide una donna". Extracomunitari rabbiosi e un po' barbari? Ragazzi sbandati delle periferie? Malati di mente, tossicodipendenti, personaggi al limite della società? No: questi sono stereotipi sbagliati e pericolosi, e sono sbagliati e pericolosi perché impediscono di raccontare, affrontare e combattere la tragedia della violenza contro le donne. I dati dimostrano che i casi di violenza fra coppie che provengono da culture e paesi diversi dal nostro sono largamente minoritari e che "la prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne fra i 16 e i 44 anni in Occidente e nel mondo è la violenza subita da familiari o conoscenti"; "una ricerca Eures-Ansa del 2010 ha rivelato che le violenze familiari sono la prima causa di morte nel nostro paese e le donne sono le vittime nel 70,7% dei casi": per sottolineare ulteriormente, il punto è che le donne morte nel 2016 sono state uccise principalmente da mariti, fidanzati, partner ed ex partner, nella maggior parte dei casi italianissimi. Per non parlare dei tanti, piccoli episodi di violenza quotidiana: donne che non possono uscire a fare quel che gli pare perché il marito o compagno glielo impedisce, ragazze che vengono rimproverate perché si vestono come gli pare, adescamenti in discoteca. Secondo Giulia Bongiorno, avvocatessa e politica che ha fondato una delle più combattive associazioni italiane per la repressione della violenza, molte donne arrivano a convincersi che i maltrattamenti siano semplicemente parte della propria vita di coppia. Frustrazione, non realizzazione personale dell'uomo, difficoltà sul lavoro o nella vita, insoddisfazione, sono solamente le motivazioni superficiali di questi eventi. Più in profondità si può trovare il mancato riconoscimento dell'identità delle donne e del fatto che esse hanno, al pari degli uomini, il diritto di realizzarsi e di decidere ciò che è meglio per loro stesse. Purtroppo ancora oggi è possibile trovare uomini che ogni tanto se ne escono con frasi come "l'uomo è fatto così" o "la donna deve lavare i piatti", o anche se non lo dicono, ci scherzano su, salvo poi comportarsi esattamente così. Gli anni '40 sono finiti da un bel po', ragazzi e ragazze, e il fatto che nostro padre/nonno/zio/cugino/cognato/amico più grande si siano (sempre) comportati con questo fare da bulli non ci autorizza a prendere questa strada o ad accettare che il nostro compagno la prenda: è una strada che non porta lontano. Due parole: prevenzione, coraggio. Prevenzione: quando vediamo che con il ragazzo conosciuto a scuola, nel rapporto di coppia, nel rapporto familiare, con gli amici, in qualunque contesto qualcosa sta iniziando a non girare per il verso giusto, bisogna immediatamente agire. Far presente che quella frase, quella avance, quel modo di fare non rispetta né la persona né la donna che siamo è il primo passo per evitare brutte conseguenze: bisogna mettere dei paletti ogni volta che è possibile, perché la violenza contro le donne è un fenomeno che inizia piccolo e quotidiano, e va fermato proprio a questo livello. Coraggio: se si è subita una violenza, bisogna ricordarsi il monito che ha lanciato Luciana Litizzetto da palco di Sanremo. "Un uomo che ci picchia non ci ama, o quantomeno ci ama male. Un uomo che ci picchia è uno stronzo, sempre, e dobbiamo capirlo al primo schiaffo": bisogna quindi lasciarlo immediatamente perché, come minimo, sta fuori di testa e deve riflettere sulla sua vita, su dove sta andando e su quali sono le sue priorità, e chiedere scusa. Se la questione è seria bisogna subito rivolgersi ad un centro antiviolenza (ce ne sono in ogni città) perché da sole non è possibile uscirne. Servono sostegno, facce amiche, aiuto anche legale: ma non è tutto qui. La violenza contro le donne è colpa degli uomini: bisogna che il ragazzo o l'uomo in questione si rendano conto di cosa hanno fatto. Per questo sono disponibili anche strutture apposite, come il Centro per gli Uomini maltrattanti di Firenze. Purtroppo, per ora non è previsto che la persona in questione venga costretta ad utilizzare queste strutture.

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2016, il cambiamento parte dai singoli, scrive Mario De Maglie, Psicologo psicoterapeuta, il 25 novembre 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Non è il sentire dell’altro che può ferire, quanto le azioni che, da quel sentire, possono scaturire. Non abbiamo in dotazione manopole in grado di calibrare quel che proviamo, così le sensazioni arrivano come e quando vogliono: bisogna pur fronteggiarle e talvolta scegliamo di farlo nelle forme meno opportune. Sottolineo la possibilità di scegliere perché, se è pur vero che non si scelgono le emozioni da provare, lo si può fare in merito alla loro espressione. Non è la rabbia dell’altro o la mia che può essere lesiva, ma la sua espressione quando si vuole deliberatamente provocare un danno, ferire, punire. Agire con violenza, all’interno di una relazione affettiva, significa aver scelto di utilizzare la propria forza per intimidire e indebolire l’altro e significa aver fallito nel riconoscere dignità al proprio sentire. Se si ha necessità di imporlo, non ci si reputa in grado di farci strada da soli verso l’altro, prima vittima di un’azione violenta. Si nega la possibilità di comprendere e di comprendersi: l’altro è il nemico, cela bisogni diversi che non ci si prende il tempo di conoscere, come se ci si reputasse sbagliati solo per il fatto di avere idee, pensieri e sentimenti che possono non coincidere con quelli di chi mi sta intorno. Gli altri e quel che di loro pensiamo spesso divergono, ma ci si ostina a voler far coincidere le due cose. La violenza di genere è diffusa e trasversale, la cronaca lo ricorda ogni volta che una donna viene ammazzata, non potendo dare la stessa attenzione a tutto quello che avviene nascosto quotidianamente all’interno delle mura domestiche. Quando parlo con gli altri uomini, riscontro una grande difficoltà nel far loro capire come il maltrattamento si nutra di tutta una serie di atteggiamenti e comportamenti che noi spesso applichiamo alle donne, molte delle quali, allo stesso tempo, purtroppo sembrano pretendere quasi un determinato tipo di uomo che abbia anche quelle caratteristiche perché, dal peso della cultura patriarcale nella quale si vive, non sfugge nessuno. La violenza sulle donne è un reato, probabilmente il reato più a lungo nascosto e giustificato nella nostra storia, un numero altissimo di uomini lo commette e solo una piccola parte di questi viene perseguita e ancora meno sono coloro che si rendono conto delle conseguenze che producono sulle loro partner o ex partner. Pensare di possedere l’altro è oggettivizzarlo, la prima forma di violenza dalla quale segue tutto il resto. Se voglio bene a una persona, tengo allo stare insieme a lei, tengo al fatto che mi pensi, tengo al fatto che non dedichi, ad altri, attenzioni che vorrei fossero solo per me, ma dovrei tenere altrettanto al semplice fatto che lei sia libera di poterlo scegliere. Quando si impone il controllo, la donna può accettare e rimanere in posizione passiva, per paura o per un insano condizionamento culturale che suggerisce che così deve essere, scambiando l’insofferenza per il giusto prezzo da pagare per non rimanere sola, oppure può ribellarsi e cominciare a pensare alla fuga da un tipo di relazione, in cui i suoi spazi e i suoi tempi non vengono rispettati. Se si cerca di controllare la partner, per timore che possa andare via, si aumentano le possibilità che decida davvero di farlo, a causa di quel controllo, profezie che si autoavverano. Le aspettative sono desideri sporchi di paura. Purtroppo non è lo scrivere di queste cose che cambierà gli uomini e le donne, non è una lettura che farà la differenza, non è una giornata come il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, per quanto importante. Le donne violate e ammazzate devono costituire uno stimolo di riflessione e di cambiamento prima che vengano violate e ammazzate. Non c’è indignazione che possa competere con il reale rimboccarsi le maniche. Di indignazione siamo pieni ed è forse il motivo per cui l’azione viene rimandata sempre al domani oppure ci si convince debba riguardare gli altri e non noi. Abbiamo bisogno di una volontà, di una visione e di un’azione politica che permetta a tutti coloro che si occupano della violenza di genere di farlo senza ostacoli, a tempo pieno e con le risorse adeguate. E’ la nostra società ad avere le mani sporche di sangue, ancor prima dei singoli individui, ma è dai singoli che deve partire il cambiamento, quando la collettività non ha ancora sviluppato l’autoconsapevolezza necessaria.

Comincia dagli stereotipi la lotta alla violenza sulle donne, scrive Paola Italiano il 25/11/2016 su “La Stampa”. Un tappo così innovativo che anche una donna riesce ad aprire la bottiglia. Un’auto talmente solida che si capirà la più valida ragione per acquistarla quando la moglie la riporterà a casa dopo un incidente. Sono immagini e slogan delle pubblicità del passato che oggi farebbero gridare immediatamente allo scandalo per il loro sessismo marchiano. Ma questo è frutto di una sensibilità costruita attraverso lunghe battaglie, e non è ancora un punto di arrivo: «La pubblicità italiana è considerata tra le più sessiste al mondo. Crea, sostiene e promuove stereotipi e modelli discriminanti», sostiene il pubblicitario Massimo Gastini, ed è da questa riflessione che si sviluppa oggi il dibattito al centro del convegno «Che genere di comunicazione» al Polo del ’900, alle 15. È solo uno dei tanti appuntamenti in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Perpetuare gli stereotipi, oltre a essere una grave forma di violenza, benché meno evidente, contribuisce ad alimentare la violenza. Infanzia e adolescenza sono i momenti in cui intervenire per agire sulla formazione di modelli discriminanti, e non a caso moltissime delle iniziative di oggi e dei prossimi giorni sono rivolte ai ragazzi, come quelle organizzate dal Comune in tutti i quartieri. In via Borgo Dora, al Balon, c’è una sorta di flash mob che coinvolge anche i bambini, a cura dell’associazione culturale Tékhné, a cui è stato chiesto di portare un abito che rappresenti un momento particolare del loro vissuto. Alcuni saranno sospesi in un’installazione che rimarrà visibile fino a domenica. L’arte è veicolo di espressione, riflessione e dialogo anche nelle opere e nelle foto della mostra «Apri gli occhi. Alza Voce» al «Centro Anch’io» di via Ada Negri 8, dove per tutta la giornata i ragazzi si confronteranno sul tema dell’aggressività e della violenza. Dall’arte visiva alla poesia. È un evento completamente al femminile «Donne in versi oltre il silenzio»: in corso Casale 212 alle 18,30 otto artiste proveniente da diverse parti del mondo si alterneranno con la loro arte oratoria e poetica, per celebrare la donna sotto tutti gli aspetti, dal quotidiano, al sentimentale, al tragico, all’ironico, e lo faranno coinvolgendo il pubblico. Ed è infine uno spettacolo di denuncia «Donne di Sabbia: il femminicidio di Ciudad Juarez, scritto raccogliendo testimonianze dirette delle vittime attraverso i loro diari o dai racconti dei loro familiari (alle 19 in corso Peschiera 193). E che gli stereotipi siano duri a morire, anche quelli che passano attraverso il linguaggio, lo dimostra anche il correttore ortografico del computer, che continua a sottolineare in rosso come scorretta la parola «femminicidio». 

Per fermare la violenza sulle donne bisogna educare gli uomini, scrive Christian Raimo, giornalista e scrittore, l'1 agosto 2016 “Internazionale. Gli uomini picchiano le donne, spesso le pestano a sangue, alle volte le uccidono. Ogni tanto c’è un caso che sembra più disumano e per questo più esemplare: uno che tenta di bruciare viva la fidanzata che l’ha lasciato, un altro che ammazza insieme alla compagna i figli piccoli. A ondate sui giornali si riparla di femminicidio, o di allarme femminicidio; per il resto del tempo il conto delle morti continua regolare: negli ultimi mesi un tizio a Modena ha strangolato la sua ex e poi ha nascosto il cadavere nel frigorifero in cantina, a Novara un altro ha accoltellato a morte la moglie in strada, a Pavia un infermiere ha sparato alla moglie e alla figlia dodicenne. Quasi sempre gli uomini non accettavano la fine della relazione. Lo stigma astratto su questi uomini violenti è speculare all’incapacità di ragionare sulle motivazioni dei loro gesti e di agire di conseguenza. Negli anni recenti non sono mancate campagne sociali e addirittura una legge ad hoc sul femminicidio, ma il risultato è che nel dibattito pubblico si è verificato spesso un semplice rovesciamento: dalla minimizzazione si è passati a fasi alterne all’emergenza. La violenza degli uomini prima era invisibile, poi è mostrificata: una riflessione laica su come intervenire efficacemente è sempre laterale, una politica d’intervento sociale sui maschi violenti è difficile da programmare. Eppure, per fortuna, qualcosa si è mosso in questi ultimi anni. Sul sito della rivista inGenere si trova un elenco – indicativo, anche se non aggiornato – dei centri che in Italia si occupano di maschi maltrattanti: tre anni fa erano una quindicina, oggi sono più di trenta, sparsi a macchia di leopardo ma con significative differenze (a sud di Roma non c’è praticamente nulla). Il ruolo di questi centri è cruciale. Giorgia Serughetti lo scrive chiaramente in un articolo con molti riferimenti intitolato Smettere si può: La recidiva degli autori di violenza è straordinariamente alta: più di otto uomini su dieci rischiano di tornare a commettere gli stessi reati, se non interviene nel mezzo qualcosa o qualcuno. Ovvero se non sono presi in carico da un servizio o un centro d’ascolto per uomini maltrattanti. Il funzionamento di questi centri è eterogeneo, non c’è un coordinamento nazionale, in alcuni casi hanno rapporti più o meno strutturati con le istituzioni (le aziende sanitarie locali, il carcere), in altri i programmi di aiuto cercano di fare tesoro delle esperienze anche se recenti: il Centro di ascolto per uomini maltrattanti di Firenze, aperto nel 2009, è in piccolo il punto di riferimento. Il testo italiano che invece cerca di fare il punto, da una prospettiva teorica e fenomenologica, è Il lato oscuro degli uomini, uscito per Ediesse nel 2013 e poi varie volte aggiornate. Il libro, oltre a segnalare quanto siano in ritardo il dibattito e la politica in Italia, cerca all’interno del femminismo fin dagli anni settanta l’origine di un rilevante cambiamento di approccio: Mentre il lavoro di tutela e di sostegno per le vittime di violenza può essere considerato una conquista, l’intervento con gli uomini maltrattanti nelle relazioni d’intimità ha ricevuto, in paragone, molta meno attenzione da parte degli organismi pubblici, del terzo settore e dagli ambienti accademici. Barner e Carney, in un excursus storico sullo sviluppo dei programmi per uomini violenti negli Stati Uniti, affermano che a partire dalla fine degli anni settanta le case rifugio per le donne hanno cambiato la loro strategia di aiuto passando da un intervento d’emergenza e primario per le vittime ad una ricerca attiva di collaborazioni sul territorio con altri servizi per fornire loro migliori opportunità di empowerment all’interno della situazione di violenza con l’obiettivo della prevenzione della recidiva e lo sviluppo di un approccio di comunità. Insomma può essere utile fino a un certo punto proteggere donne e bambini dalle violenze dei maschi, se il maschio non fa nulla per affrontare il suo problema. Ma non è l’anno zero, e auspicare vagamente una presa di coscienza dei maschi italiani sessisti significa non fare tesoro delle analisi e dei risultati di chi ha cominciato a interrogarsi sul metodo oltre che sul merito della questione, e ha elaborato per esempio i programmi di training in Scozia (il programma Change) e in Catalogna (il programma Contexto). Del resto è almeno un decennio che vari gruppi di uomini hanno affiancato a questo lavoro sul campo un percorso di indagine culturale. Stefano Ciccone dell’associazione Maschile plurale me lo conferma: L’attenzione è cambiata, o meglio sta cambiando. Ma è il contesto stesso che va ripensato. Occorre individuare i comportamenti violenti, e per questo servono formazione e capacità di distinguere questi comportamenti all’interno di una cultura che è profondamente condivisa. Per cui il fenomeno più banale è quello della molteplice rimozione della responsabilità. Si passa da io non sono violento, ho avuto un comportamento violento in quell’occasione, in quella situazione alle dichiarazioni di assassini o stupratori che messi a confronto con altri uomini violenti dichiarano: Io che c’entro con questi, io quelli che violentano le donne li ammazzerei. Oltre ovviamente alla costante colpevolizzazione della donna: È stata lei. Lei mi ha fatto diventare così, lei mi ha ridotto in questo stato. L’elaborazione delle proprie emozioni può essere un cammino lunghissimo, inedito per molti adulti maschi, non abituati nemmeno a immaginare la realtà oltre che la legittimità di un’autonomia femminile. Quest’autonomia, agli occhi dei maschi che si credevano forti e fanno fatica a sentirsi limitati o impotenti, è un mostro. Il rovesciamento è pieno. Continua Ciccone: “Il sentimento di questi uomini nei confronti delle donne è di puro rancore. Le donne sono descritte come false, opportuniste, manipolatorie. ‘Io sono la vittima, io sono onesto, io sono trasparente’”. È evidente, anche dalle parole di chi lavora con i maschi maltrattanti, che il lavoro primario è quello conoscitivo e sui contesti culturali. Come si fa a essere consapevoli di essere violenti, sessisti, se il mondo intorno a te non solo tollera ma induce questi atteggiamenti? D'altra parte, parlando con Costanza Jesurum, psicoanalista e autrice di un libro sullo stalking, mi rendo conto che la sola prospettiva sociologica e culturale è tanto importante quanto insufficiente. Bisogna considerare che nei casi italiani la voce psichiatrica è forte, e non si può parlare di una patologia generalizzata come per alcuni paesi del Sudamerica dove il femminicidio è culturalizzato. Occorre impostare l’intervento a più livelli: per prima cosa ovviamente affrontare l’emergenza e dare soldi, molti, ai centri antiviolenza – mentre mi sembra che oggi in Italia la discussione sia sempre come tagliare e non come aumentare. Bisogna aprirne di nuovi, soprattutto al sud la situazione è drammatica. L’intervento psichiatrico invece è più difficile perché i maschi violenti non si vedono come tali, pensano di aver ceduto una volta – e in questo senso ovviamente la connivenza della società è pericolosa. Ma in questi casi c’è sempre un problema con il proprio femminile interno, che viene visto come angariante. Un’immagine perfetta di quest’angoscia può essere esemplificato dal film Venere in pelliccia di Polanski: ecco una femmina che solo per il fatto di essere libera è minacciosa. Come si risponde a quest’angoscia? Invece di incorporare il soggetto interno – ostile in quanto autonomo – dentro una relazione matura, si assiste a una controreattività sadica. Negli incastri fusionali patologici ci può essere una regressione provvisoria, ma appunto patologica. È vero che nella narrazione maschile la violenza sulla donna è sempre una reazione. È lei che mi ha provocato, dice lui. E spesso le vittime della violenza maschile sono le donne più autonome, che magari hanno cominciato la relazione in un momento di debolezza (la morte di un genitore, un periodo di depressione), incastrate in una relazione di dipendenza, e nel momento in cui riacquistano autonomia sono percepite come traditrici, minacciose, ostili. Sarebbe bello però che queste costanti fenomenologiche portassero anche a individuare fattori comuni da un punto di vista diagnostico. Jesurum spiega che non è così: Le patologie legate alla violenza di genere possono essere molte e molto diverse, bisogna sempre indagare sulla singola persona, il suo contesto famigliare, la sua storia. Anche se il discrimine vero nella violenza di genere è l’evidenza che in questi casi il sesso è sempre legato a un istinto di morte. Si vuole uccidere la partner. Riuscire ad avviare un percorso di psicoterapia serio con maschi violenti, stalker, stupratori, pedofili, assassini non è per niente semplice. Oltre la mancanza di strutture, oltre la rimozione, esiste uno stigma sociale molto duro (pensiamo all’interno delle carceri), ma anche non di rado tra gli stessi terapeuti, che alle volte esitano a prendere in carico questo tipo di pazienti. Ne dà un quadro molto lucido Marina Valcarenghi, psichiatra milanese, autrice di un libro che racconta la sua esperienza clinica ormai ventennale, Ho paura di me. Nel racconto di Valcarenghi si mostra come i molestatori, i maschi violenti non suscitano l’interesse di nessuno, né dei politici, né dei medici, né dei formatori, né dei criminologi: è come se fossero dei paria della società. Perché, ci si chiede, uno dovrebbe confessare pulsioni pedofile o un istinto violento, ed essere condannato per sempre? E infatti non accade, e quest’uomo, invece di tentare di capire come trasformare il suo istinto violento in altro, ci si abbandonerà come se non fosse artefice delle sue azioni: dall’immaginare violenze sulle donne o anche sui bambini, passerà a compierle. Sia Ciccone sia Jesurum sia Valcarenghi però concordano che, pure in assenza di denominatori comuni tra questi comportamenti violenti (Valcarenghi: “Né storia, né etnia, né religione, né classe sociale, né esperienze, né traumi, né temperamenti, né condizioni economiche”), occorre agire contemporaneamente sia su un piano individuale sia su uno collettivo. “La struttura psichica, quella conscia e quella inconscia, si forma all’interno della società di appartenenza: la famiglia, la scuola, la vita sessuale, il lavoro, le passioni, gli ideali, i sogni, tutte le esperienze prendono forma all’interno del tessuto sociale”, scrive Valcarenghi. E quindi il miglior modo per contrastare la violenza di genere è tutelare il welfare state: per esempio la scuola, dall’asilo nido in poi, può rivelarsi un fattore protettivo rispetto alle patologie famigliari di oggi, e domani può diventare il luogo dove intercettare ragazzi che stanno sviluppando istinti violenti. Di fronte a una società in cui le famiglie si vanno nuclearizzando, la psicoterapia non può essere solo appannaggio di una classe sociale che se lo può permettere. Questo significa immaginare una società futura dove crescere dei cittadini responsabili e non solo uno stato che, in assenza di una cultura della relazione, cerca come può di proteggere le vittime.

IL SILENZIO SULLA VIOLENZA SUGLI UOMINI.

Le donne, gli uomini e il verbo violentare, scrive Valeria Della Valle. Riceviamo da un'attenta lettrice una domanda e una riflessione sulla definizione del verbo violentare data nel Vocabolario Treccani. Visto il merito e l'interesse dell'argomento, la risposta è affidata a Valeria Della Valle, coordinatrice scientifica del Vocabolario Treccani (2008). Riportiamo, per esteso, il testo inviatoci dalla lettrice, Lea Vittoria Uva, seguito dall'intervento di Valeria Della Valle. Per caso ieri stavo leggendo la definizione che l'Enciclopedia Treccani offre del termine "violentare". Mentre all'inizio della definizione parla di "una persona", mi ha colpito in particolare come nell'ultima frase specifichi che il termine può implicare il significato di violenza "sessuale", che è assolutamente corretto ovviamente, ma lo fa specificando "v. una donna, un minore, una minorenne". Mi chiedo se non sia possibile rivedere il modo in cui la spiegazione di "violenza sessuale" è stata formulata. Al momento, illustra come questo termine abbia questo significato semplicemente associando la parola "violentare" a delle vittime. Allo stesso tempo, in questo modo, esclude e discrimina le vittime di sesso maschile, e in modo più subliminale, forse, anche le persone anziane. Come se "v. un uomo" non potesse avere il significato di violenza sessuale. A livello sociale, c'è un grande stigma associato alla violenza sessuale verso uomini e verso persone anziane. Questo porta nella maggior parte dei casi a vergognarsi, a non denunciare, a non ricevere le cure e il supporto adeguato. Anche se sicuramente questa non era la Vostra intenzione, escludere (anche involontariamente) queste categorie dalla definizione di "violenza sessuale" non può fare altro che rinforzare gli stereotipi e lo stigma. Se, come spero, siamo d'accordo che la violenza sessuale non è un problema che riguarda solo donne e minori nella qualità di vittime, mi chiedo se non sia possibile riformulare quell'ultima frase, semplicemente spiegando che "violentare" può anche (e al giorno d'oggi più spesso, credo) avere un significato sessuale, ma senza partire dalle vittime, o per lo meno senza escluderne alcune. Lea Vittoria Uva

Lea Vittoria Uva pone un quesito delicato e interessante a proposito del trattamento lessicografico del verbo violentare. Vediamo come stanno le cose. Nel Vocabolario Treccani il verbo è definito in questo modo: «Sottoporre a violenza, indurre una persona, con una coercizione di natura fisica o morale, o con la suggestione, ad atti e comportamenti contrari o comunque non consoni alla sua volontà, alle sue convinzioni». La definizione è seguita da esempi di fraseologia, cioè di frasi e locuzioni che documentano l’uso del verbo: «voglio agire come mi detta la mia coscienza, non voglio essere violentato. In partic., v. una donna, un minore, una minorenne». Da un punto di vista lessicografico, il trattamento del verbo rappresenta un notevole passo avanti rispetto alle definizioni vaghe e reticenti presenti in molti vocabolari del passato, che si limitavano a spiegare il verbo in modo elusivo con un generico «costringere uno con la violenza». Nel Vocabolario Treccani, invece, si fa riferimento a una «coercizione di natura fisica o morale» nei confronti di «una persona». In questo modo si allude senza mezzi termini a una violenza esercitata contro individui di qualsiasi sesso. Il termine “persona” ha rappresentato, nelle definizioni dei vocabolari, una scelta innovativa e coraggiosa, che ha svincolato le definizioni e le esemplificazioni dal peso del conformismo linguistico che riferiva solo alla donna, in un’ottica maschile, tutto ciò che la vedeva soggetto passivo di usi e tradizioni ormai superate (del resto, proprio la voce donna è stata definita a lungo come «la femmina dell’uomo»). Ma Lea Vittoria Uva osserva che anche questo tipo di fraseologia è discriminante. Perché alludere a una donna e non a un uomo, come possibile oggetto di violenza, e perché non citare, tra gli esempi di persone sottoposte a violenza, le persone anziane? Di fronte a problemi di questo genere, i lessicografi cercano di mantenere un giusto equilibrio tra la necessità di documentare gli usi linguistici e le sollecitazioni che vengono dalla cronaca, anche le più negative. I casi di violenza sessuale riguardano, con maggiore frequenza, le donne, ma colpiscono anche gli uomini, le persone anziane, malate, emarginate, imprigionate, psichicamente instabili, indipendentemente dal genere di appartenenza. Se accettassimo la proposta di Lea Vittoria Uva, estenderemmo il significato del verbo a nuovi soggetti, ma continueremmo a escludere categorie di persone virtualmente sottoposte a violenza, ogni giorno, nelle varie parti del mondo. Chi scrive le voci dei dizionari cerca di documentare gli usi linguistici in base alla frequenza delle attestazioni (nella stampa, nei siti, nel web), e ne registra le espressioni e le locuzioni più comuni. Può essere utile, a riprova, consultare, sempre nel Vocabolario Treccani, la voce stupro: «Atto di congiungimento carnale imposto con la violenza (corrisponde al termine giur. violenza carnale): commettere uno s.; essere accusato di s.; denunciare il colpevole dello s.; essere vittima di uno s.; processo per s.» Anche in questo caso il lessicografo (o la lessicografa) ha registrato il significato del termine senza mai alludere a un tipo di violenza esercitata solo su donna, come del resto aveva fatto quando, esemplificando gli usi del verbo violentare, aveva citato anche «un minorenne». Mi sembra che le due voci, violentare e stupro, rappresentino lo sforzo fatto dai redattori di un vocabolario contemporaneo per conciliare la rappresentazione della lingua d’uso con il rispetto delle minoranze e delle categorie svantaggiate. Ma sono anche convinta che non sarà l’eliminazione dei generi grammaticali, o l’imposizione di forme pronominali non marcate sessualmente, o l’aggiunta del riferimento a nuove categorie di vittime, a modificare le rappresentazioni simboliche interiorizzate e i comportamenti sociali. Valeria Della Valle, Coordinatrice scientifica del Vocabolario Treccani (2008)

Gli stupri contro gli uomini di cui nessuno parla, soprattutto le vittime. In molti fin dai 18 anni se non prima hanno subito violenza sessuale. Il 47% degli uomini bisessuali, il 40% degli uomini gay e il 21% degli uomini etero, scrive Mary Tagliazucchi, Martedì 29/09/2015, su "Il Giornale". Le vittime silenziose di stupri non sono soltanto, come la maggior parte delle volte accade, le donne, ma anche molti uomini. A confermarlo negli Stati Uniti un sondaggio nazionale sulle vittime di crimini a sfondo sessuale che ha rivelato un dato inaspettato. Su 40mila famiglie americane, il 38% dei casi di violenza sessuale sono avvenuti contro gli uomini. Allarmante situazione se si pensa che i casi di stupro e violenza sessuale contro gli uomini si collocavano al massimo tra il 5% e il 14%. Lara Stemple, che collabora al Progetto Salute e Diritti Umani presso l’Università della California ha incluso, nelle sue indagini, una nuova categoria di stupro, che comprende le vittime che sono state costrette a violentare qualcun altro con proprie parti del corpo, sia con la coercizione fisica, sia quando la vittima era ubriaca o altrimenti incapace di prestare consenso. Quando sono stati presi in considerazione questi casi, i tassi di stupro di uomini e donne si sono sostanzialmente equiparati, con 1 milione e 270mila donne e 1 milione e 267mila uomini che affermano di essere state vittime di violenza sessuale. La stessa ricercatrice, sostiene che l’esperienza di uomini e donne sia molto più vicina di quanto chiunque di noi creda. Questo anche per via di alcuni fattori che fano percepire meno la vittimizzazione sessuale sugli uomini. Come i detenuti in carcere, ad esempio, che vengono esclusi persino dalle statistiche, come se il fatto di essere violentati non costituisca un dato rilevante perché delinquenti. Difficilmente denunciati o registrati da statistiche ufficiali, sono quei numerosi casi di violenza sessuale perpetrata ai danni di uomini anche durante dei conflitti armati. Le testimonianze sono spesso difficili da ottenere, e chi le rilascia dirà di avere assistito a queste violenze, piuttosto che ammettere di averle subite in prima persona. Per questo, secondo Lara Stemple, c’è un reale bisogno di rivedere completamente le nostre ipotesi sulla “vittimizzazione sessuale" e in particolare la nostra convinzione per cui gli uomini siano sempre gli autori e le donne sempre le vittime. Una recente analisi dei dati del Bjs, infatti, ha rivelato che il 46% degli uomini che si sono dichiarati vittime di violenza sessuale, sono stati stuprati da una donna. È solo di qualche mese fa infatti la notizia di un tassista violentato da tre donne sulla ventina che, dopo averlo immobilizzato, legato, e drogato, hanno abusato di lui a turno per ore. Il fatto è accaduto a Nizhni Novgorod, un grosso centro nella Russia centrale. Il malcapitato, ora sotto choc, ha dichiarato che le tre ragazze l’hanno costretto a fare delle cose che mai si sarebbe immaginato. Voleva sporgere denuncia ma il codice penale russo contempla solo il reato di violenza carnale ai danni delle donne ma non degli uomini. Il rischio è che le tre violentatrici restino impunite.

Shia LaBeouf: "Sono stato stuprato da una donna", scrive “Libero Quotidiano il 30 novembre 2014. Altro giorno, altro stupro. Hollywood non conosce pace. Ma a rompere il silenzio della decenza per l’ennesima volta è un uomo. Shia LaBeouf, noto al mondo più per le sue provocazioni che per la carriera, ha rincorso una giornalista del Dazed solo per gridarle la sua indignazione. «Sono stato abusato», avrebbe detto, sciorinando dettagli raccapriccianti.  Il fattaccio, tuttora da confermare, sarebbe accaduto lo scorso febbraio, con l’attore di Nymphomaniac impegnato in un progetto artistico riassunto sotto l’hashtag #Iamsorry. Una performance al limite del reale, in cui LaBeouf non doveva far altro che stare immobile, silente al centro di una galleria di Los Angeles mentre a spettatori e curiosi era concesso pungolarlo in qualsivoglia modo. Con solletico, parole ed evidentemente molestie sessuali. «Una donna è venuta con il suo ragazzo», ha raccontato lui, «Mi ha frustato le gambe per dieci minuti, poi mi ha spogliato e stuprato. Se n’è andata via con il rossetto tutto sbavato». . Peccato solo che LaBeouf negli anni abbia abituato i media ad un «al lupo-al lupo» talmente costante da rendere quasi nulla la sua confessione odierna. (C. CAS.)

Le violenze sessuali sugli uomini, scrive “Il Post” il 14 febbraio 2014. Esistono e riguardano un numero consistente di persone, nonostante i luoghi comuni: nel Regno Unito una campagna del governo prova ad affrontare il problema. Quando si parla di violenza sessuale, e in particolare di stupro, generalmente ci si riferisce alla violenza di un uomo su una donna: è piuttosto raro, invece, pensare agli uomini come vittime di violenza sessuale, da parte di donne o di altri uomini, anche perché accade molto meno di frequente. Nel Regno Unito però se ne parla da qualche giorno, dopo che Damian Green, sottosegretario alla Giustizia, ha presentato un nuovo fondo di cinquecentomila sterline (circa seicentomila euro) dedicato al sostegno degli uomini vittime di violenza sessuale. Come ha spiegato parlando alla stampa, la decisione di istituire il fondo si deve al fatto che lo scorso anno in Inghilterra e Galles sono stati denunciati 2164 casi di violenza sessuale nei confronti di uomini dai 13 anni in su. Contestualmente all’annuncio del nuovo fondo per il supporto delle vittime di violenza Damian Green ha lanciato anche una campagna governativa chiamata #breakthesilence, “rompi il silenzio”, mirata a rendere più facile, anche per gli uomini, parlare e denunciare casi di violenza sessuale. Il fatto che comunemente la violenza sessuale si intenda come compiuta da un uomo verso una donna (perché è così nella maggior parte dei casi) costituisce uno dei principali problemi culturali nell’affrontare la violenza sessuale contro gli uomini. Fino a pochi anni fa, per esempio, la definizione stessa di stupro del dipartimento di giustizia degli Stati Uniti era tale da escludere gli uomini come possibili vittime. Come spiega un articolo pubblicato sul sito della CNN, è molto difficile per gli uomini riconoscersi come vittime di abusi sessuali. La questione era stata spiegata piuttosto chiaramente dalla psicoterapeuta Elizabeth Donovan: «Gli uomini hanno il peso aggiuntivo di dover affrontare una società che non crede che lo stupro possa succedere anche a loro». Ma c’è anche un secondo problema che rende difficile per gli uomini parlare delle violenze subite: la paura di vedere intaccata la loro mascolinità. Aver subito una violenza di questo tipo viene comunemente interpretato come un de-potenziamento della propria virilità: significherebbe insomma essere “meno uomini”, più fragili e dunque più simili alle donne (o meglio: agli stereotipi con cui vengono descritte le donne). Ma di cosa si parla? In primo luogo bisogna tenere presente che nelle varie giurisdizioni l’espressione violenza sessuale si riferisce genericamente a violenze diverse tra loro, che vanno dalla molestia fino allo stupro con penetrazione: riguardano quindi aspetti di violenza sia fisica che psicologica. In uno studio del 2009 dell’università californiana UCLA dedicato allo stupro degli uomini, Lara Stemple aveva cercato di dividere diverse tipologie di stupro sugli uomini mettendo insieme i dati disponibili. Nello studio vengono individuate tre situazioni in cui vengono perpetrate con maggiore frequenza violenze sessuali sugli uomini: nelle prigioni (negli Stati Uniti ogni anno circa il 5 per cento della popolazione carceraria subisce violenze sessuali), in regioni caratterizzate da conflitti armati (dove solo recentemente si è focalizzata l’attenzione su questo tipo di violenza sessuale) e, in generale, nei confronti dei bambini (un quarto delle violenze sessuali verso minori di 12 anni, negli Stati Uniti, è perpetrata su maschi). Tuttavia, come ha spiegato il New York Times, anche sugli studi sulla violenza sessuale verso gli uomini pesano dei pesanti pregiudizi. In primo luogo, molta della ricerca si focalizza sulle prigioni e sulla popolazione carceraria, ma «gli uomini sono anche violentati fuori dalle prigioni, normalmente da persone che conoscono, inclusi amici e partner intimi, ma occasionalmente anche da sconosciuti. Vengono stuprati durante aggressioni violente, quando sono ubriachi o drogati, durante interrogatori, durante aggressioni a sfondo omofobo o durante episodi di nonnismo, come nell’esercito». In secondo luogo, tendiamo a pensare che oltre una certa età, quando si smette di essere bambini, gli uomini non corrano più il rischio di essere violentati. C’è poi la questione degli uomini violentati dalle donne: se è piuttosto facile immaginare che una donna possa essere costretta da un uomo ad avere un rapporto sessuale, immaginare che un uomo possa essere forzato a un rapporto con una donna è più difficile. Si pensa insomma che gli uomini abbiano molto più controllo sulla loro erezione di quanto non sia vero e che comunque, essendo mediamente più forti fisicamente delle donne, potrebbero difendersi. Tuttavia i casi di uomini forzati ad avere rapporti sessuali penetrativi non sono rari – è molto comune per esempio che un’erezione venga scambiata per la volontà di avere un rapporto sessuale – e spesso si basano su un ricatto psicologico piuttosto che su quello fisico. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica JAMA Pediatrics ha mostrato come, a differenza di quello che ci potremmo aspettare e contrariamente a quello che succede tra i più giovani, per le persone con età compresa tra i 18 e 21 anni le percentuali di uomini e donne che hanno perpetrato una qualche forma di violenza sessuale almeno una volta nella loro vita sono piuttosto simili: il 48 per cento sono donne e 52 per cento uomini. Anche In Italia, come ha concluso una ricerca dell’università di Arezzo, la situazione è simile: «il fenomeno della violenza fisica, sessuale, psicologica e di atti persecutori, in accordo con la ricerca internazionale, vede vittime soggetti di sesso maschile con modalità che non differiscono troppo rispetto all’altro sesso».

Uomini stuprati dalle donne: i dettagli horror, cosa fanno ai maschi le donne predatrici", scrive “Libero Quotidiano il 2 dicembre 2016. Donne vittime ma anche donne carnefici. Che violentano sessualmente gli uomini. Una brutale (benché quasi incredibile) realtà fotografata nel questionario sulla violenza sessuale dei Centers for Disease Control and Prevention. Un articolo di Vice dà voce a Lara Stample, professoressa di diritto alla UCLA. Sono gli uomini che sono stati costretti a penetrare qualcuno - tramite la coercizione, l'uso di forza, o comunque in mancanza di consenso -: questo fenomeno entra nella categoria: "altre vittimizzazioni". Secondo la Stemple, "violenze come queste vengono minimizzate, sempre." Come riporta Dagospia, la terminologia vaga usata dal CDC per etichettare gli uomini vittime di violenze sessuali è sintomo di una tendenza preoccupante: "Il modo in cui parliamo del rapporto tra uomini e sesso deve cambiare," dice Stemple. "Con tutti questi stereotipi, è difficile per un uomo ammettere di trovarsi nella posizione di vittima". La studiosa da anni analizza il fenomeno, secondo lei sottovalutato, delle molestie sugli uomini. Nel 2014 ha pubblicato una ricerca sul tema degli uomini "costretti a penetrare". Un atto che come conseguenze negative può provocare: depressione, perdita di autostima, e difficoltà nel creare relazioni a lungo termine. Anche le donne, quindi, possono compiere abusi. "La gente pensa sia una cosa rara," dice Stemple. "Crede che possa succedere solo in contesti specifici, per esempio prof-studente. Ma è molto diffusa e, stando ai questionari, a nessuno interessa. A me sembra incredibile". Sono le "predatrici sessuali". Il 68,6 percento di uomini che dicono di essere stati vittima di violenze sessuali parlano di "stupratrici" donne. Un film con Demi Moore che "molestava" il suo subordinato, Michael Douglas, negli anni Novanta fece molto parlare su questo argomento.  Ci sono molti ostacoli per gli uomini che vogliono denunciare una violenza sessuale. Molti si vergognano, altri mentono e dicono di essere stati violentati da un uomo. Gli stereotipi non aiutano: gli uomini sono comunemente considerati "non stuprabili". Invece, a quanto pare, lo sono.

Congratulazioni al Regno Unito, che ha eliminato il problema della violenza sessuale contro gli uomini tagliando i fondi agli enti che si occupano di aiutare le vittime, scrive Mary Elizabeth Williams per “Salon” il 27 maggio 2015. “Survivors UK” è la più grande organizzazione del suo genere e ha ricevuto circa 70.000 sterline all’anno dal fondo per le vittime, stanziato dal Ministero della Giustizia, grazie ai servizi a sostegno di chi ha subito abusi sessuali, da piccolo o da adulto. Offre psicologi e specialisti nella zona di Londra e chat on line per gli individui più lontani, ma dal 31 marzo i soldi non arrivano più, cancellati dall’agenda di governo. L’organizzazione ha ora lanciato una campagna su “Change.org” chiedendo che venga riconosciuto il sostegno alle vittime maschili di violenza sessuale, dato che negli ultimi due anni, solo a Londra, sono cresciute del 120%, con 307 uomini violentati e 518 oggetto di serie molestie sessuali. A ricordarci che anche i ragazzi sono vittime di stupro c’è l’inchiesta sui 34 stupri e le 214 molestie perpetrate dal comico Jimmy Savile. Il portavoce Michael May dice che dall’ufficio del sindaco non è partita alcuna notifica sull’eventuale rinnovo dei fondi, ma l’ufficio del sindaco risponde che entro il 2016 saranno stanziate oltre 4 milioni di sterline per fornire supporto alle vittime di violenza domestica, incluse quelle maschili. Le aggressioni di uomini adulti e ragazzi da parte delle donne vengono spesso ignorate o sminuite. Anzi le vittime sono ritenute “fortunate”, come a dire che gli uomini non sono violabili e sono sempre consensuali. Lo stupro da uomo a uomo avviene spesso e le vittime, dopo il danno, vengono beffate e bullizzate. Vieni sodomizzato con una matita a scuola? Una bravata da ragazzi, rispondono i presidi. In America un detenuto su dieci viene violentato in cella, i bersagli preferiti sono gay, trans o bisessuali. Lo stesso accade negli ambienti militari. Eppure proprio non si riesce ad accettare l’idea che gli uomini possano essere offesi sessualmente. Quel giovane stuprato e picchiato così tanto da doversi sottoporre a una plastica facciale chiamò subito il centro anti-stupro per sentirsi rispondere: «Il servizio è solo per le donne». Gli hanno riattaccato. Bisogna garantire eguale trattamento a uomini e a donne. Nel 2014, tra Inghilterra e Galles, sono stati perpetrati 3.580 violenze sessuali su uomini. La vergogna è tale che solo il 2-3% dei maschi decide di denunciare, gli altri soffrono in silenzio.

Ci sono molti aspetti positivi nel questionario sulla violenza sessuale dei Centers for Disease Control and Prevention, spiega Lara Stample, professoressa di diritto alla UCLA. "Chi se ne occupa fa un sacco di domande e mette a proprio agio gli interlocutori," spiega. "In più, è un questionario che dà la possibilità di parlare apertamente del proprio corpo e stato di salute." Scrive Steven Blum per vice.com il 2 dicembre 2016. Ma nel questionario non viene data alcuna rilevanza agli uomini che sono stati costretti a penetrare qualcuno—tramite la coercizione, l'uso di forza, o comunque in mancanza di consenso: quei dati finiscono sotto la categoria "altre vittimizzazioni", insieme a esperienze un po' meno gravi come "molestie sessuali senza contatto fisico." "È inserito nella stessa categoria di un apprezzamento non richiesto, o di chi assiste a un atto di esibizionismo," dice Stemple. "Violenze come queste vengono minimizzate, sempre." La terminologia vaga usata dal CDC per etichettare gli uomini vittime di violenze sessuali è sintomo di una tendenza preoccupante, diffusa tra i ricercatori come tra chi aiuta le vittime di violenze e le forze dell'ordine, dice Stemple. L'implicazione è che "Per gli uomini, il sesso è sempre sesso." "Il modo in cui parliamo del rapporto tra uomini e sesso deve cambiare," dice Stemple. "Con tutti questi stereotipi, è difficile per un uomo ammettere di trovarsi nella posizione di vittima." Da tempo Stemple, decisa a contrastare la scarsa attenzione sul tema, studia le molestie sugli uomini. Nel 2014 ha pubblicato una ricerca sugli uomini vittime di violenza sessuale, in cui analizzava i questionari e scopriva che, se si considerano i dati sui rapporti sessuali non consensuali, gli uomini che "sono stati costretti a penetrare" non sono affatto una minoranza. La voce "costretti a penetrare" è diversa da come immaginiamo di solito una violenza sessuale, ha scritto la giornalista di Slate Hanna Rosin in un articolo sulla ricerca di Stemple. Ma può avere gli stessi effetti: depressione, perdita di autostima, e difficoltà nel creare relazioni a lungo termine. Mentre ancora non ci sono studi sufficienti per capire le conseguenze della violenza sessuale sugli uomini, la nuova ricerca di Stemple si concentra su chi compie la violenza. In un nuovo studio ha esaminato insieme ad altri due ricercatori tre sondaggi del CDC e del Bureau of Justice Statistics americani per capire il comportamento delle donne autrici di violenza sessuale, analizzando sia le vittime uomini che donne. Quello che hanno scoperto va decisamente contro l'idea che le donne non compiano abusi sessuali. "La gente pensa sia una cosa rara," dice Stemple. "Crede che possa succedere solo in contesti specifici, per esempio prof-studente. Ma è molto diffusa e, stando ai questionari, a nessuno interessa. A me sembra incredibile." La minaccia rappresentata dalle predatrici sessuali è sempre stata incompresa o minimizzata dalla comunità dei ricercatori. Anche se è dagli anni Trenta che si ipotizza che esista, studi sistematici sulla vastità e la natura del fenomeno non sono stati condotti fino agli anni Novanta. Ma anche allora sono stati limitati, e si concentravano principalmente sulle violenze sessuali ai danni di minori. Solo durante l'ultimo decennio le ricerche sul tema hanno iniziato a essere più estese. Il nuovo studio di Stemple, con la sua inclusività, interpreta gli ultimi sondaggi dei CDC facendo notare che il 68,6 percento di uomini che dicono di essere stati vittima di violenze sessuali parlano di stupratrici donne. E, tra gli uomini che dichiarano di essere stati costretti alla penetrazione—"la forma di rapporto non consensuale che gli uomini hanno più probabilità di esperire nell'arco della loro vita," secondo lo studio—il 79,2 percento fa riferimento a donne. Gli autori dello studio hanno anche cercato di individuare il modo in cui operano le donne che compiono queste violenze. Secondo i questionari del Bureau of Justice Statistics—che usano termini chiari come "pompini", cosa che secondo Stemple aumenta l'accuratezza della risposta—le detenute donne hanno più probabilità di essere violentate da altre detenute che dagli uomini del personale. Inoltre, l'80 percento delle violenze sessuali perpetrate dallo staff carcerario ha come responsabile una donna, e tra i minorenni questo numero sale addirittura all'89,3 percento. E forse il dato più sorprendente, considerato lo stereotipo della vita in carcere, è che lo stesso questionario ha rivelato che le violenze sessuali tra donne sono superiori a quelle tra uomini. Detto questo, è ancora più sorprendente il fatto che pochissime donne finiscano nel registro dei sex offender. Uno studio ha evidenziato che solo una quantità inclusa tra lo 0,8 e il 3 percento dei nomi sul registro sono di donne; altri dati sostengono che sia meno del 2 percento. È però vero che ci sono molti ostacoli per gli uomini che vogliano denunciare una violenza sessuale. Secondo lo studio di Stemple, alcuni si vergognano. Altri mentono e dicono di essere stati violentati da un altro uomo, o vengono convinti a minimizzare quello che è successo. Inoltre, gli stereotipi di genere per cui gli uomini sarebbero non stuprabili non aiutano. La maggioranza degli studenti universitari che hanno risposto a un questionario a riguardo nel 1992 non credeva che un "uomo forte e grande potesse essere stuprato da una donna", e più recentemente, nel 2012, partecipanti della stessa età hanno dichiarato che essere stuprati da una donna non sarebbe stata un'esperienza "così brutta". Le violenze attuate da donne su altre donne, poi, sono state studiate "anche di meno rispetto alle violenze sugli uomini," stando allo studio. "A causa della cultura sessista, lesbiche e bisessuali sarebbero vittime di abuso che passano quasi inosservate," si legge nello studio. "Anche se pochi centri anti-violenza hanno creato programmi orientati alla comunità LGBT, le donne lesbiche o bisessuali riportano che, in generale, le linee telefoniche, i gruppi di supporto e le organizzazioni di supporto legale sembrano indirizzate solo a casi in cui è l'uomo il colpevole." "Ho conosciuto un uomo che è stato stuprato da una donna da bambino," mi dice Stemple. "Ancora oggi, ha paura di rimanere solo in una stanza con una donna. Come puoi immaginare, non è facile per lui condividere questa paura con altre persone. Oggi ritiene di aver superato il tutto, ma è una rarità. Ed è facile capire che altri uomini condividono la sua paura ad aprirsi, soprattutto se il carnefice è una donna."

Inchiesta choc: ecco le donne che violentano gli uomini, scrive venerdì 2 dicembre 2016 "Diretta News". Da un questionario sulla violenza sessuale dei Centers for Disease Control and Prevention distribuiti in tutti gli Stati Uniti è emersa una realtà della quale si parla pochissimo, ma che invece è più diffusa di quanto si possa pensare. Gli stessi ricercatori tendono a sottovalutare il fenomeno che però ha numeri statisticamente rilevanti. Si tratta degli uomini che subiscono violenze sessuali da parte delle donne, uomini che, come spiega la Prof.ssa Lara Stample “sono stati costretti a penetrare qualcuno—tramite la coercizione, l’uso di forza, o comunque in mancanza di consenso”. Questi dati raccolti in forma anonima vengono solitamente messi sotto la categoria “altre vittimizzazioni”, insieme a esperienze meno gravi come “molestie sessuali senza contatto fisico”. “È inserito nella stessa categoria di un apprezzamento non richiesto, o di chi assiste a un atto di esibizionismo,” spiega ancora la Stemple. Secondo la professoressa che insegna diritto alla UCLA c’è “una tendenza preoccupante, diffusa tra i ricercatori come tra chi aiuta le vittime di violenze e le forze dell’ordine. Il modo in cui parliamo del rapporto tra uomini e sesso deve cambiare. Con tutti questi stereotipi, è difficile per un uomo ammettere di trovarsi nella posizione di vittima”. Gli effetti di chi viene obbligato a penetrare una donna sono simili a quelli di chi subisce violenze sessuali: depressione, perdita di autostima, e difficoltà nel creare relazioni a lungo termine. Ma chi sono le donne autrici di violenza sessuale? “La gente pensa sia una cosa rara,” dice Stemple. “Crede che possa succedere solo in contesti specifici, per esempio prof-studente. Ma è molto diffusa e, stando ai questionari, a nessuno interessa. A me sembra incredibile”. Si tratta delle cosiddette predatrici sessuali. La Stemple spiega: “Il 68,6 percento degli uomini che dicono di essere stati vittima di violenze sessuali parlano di stupratrici donne. E, tra gli uomini che dichiarano di essere stati costretti alla penetrazione—la forma di rapporto non consensuale che gli uomini hanno più probabilità di esperire nell’arco della loro vita, secondo lo studio—il 79,2 percento fa riferimento a donne”. La professoressa conclude ricordando un episodio significativo: “Ho conosciuto un uomo che è stato stuprato da una donna da bambino. Ancora oggi, ha paura di rimanere solo in una stanza con una donna. Come puoi immaginare, non è facile per lui condividere questa paura con altre persone. Oggi ritiene di aver superato il tutto, ma è una rarità. Ed è facile capire che altri uomini condividono la sua paura ad aprirsi, soprattutto se il carnefice è una donna”.

Violenza sessuale: quando ad essere stuprato è un uomo, scrive il 18 gennaio 2016 Nicola Maria Coppola su "Bossy.it". Smentiamo categoricamente che le vittime di violenza sessuale siano sempre e solo le donne. Ritenere che gli uomini siano sempre e solo gli assalitori e le donne sempre e solo le aggredite è fuorviante, tendenzioso, sessista e profondamente ingiusto. Nessuno vuole sottostimare la gravità e la drammaticità della violenza sessuale ai danni delle donne, anzi; i dati parlano chiaro, ed è cosa nota che la violenza contro le donne sia un fenomeno ampio e diffuso. Secondo l’Istat, sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subito violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subito stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri. Questi dati, che si riferiscono al solo 2015, sono agghiaccianti, e chi di competenza dovrebbe affrontare con ancora più serietà e con un progetto a lungo termine il fenomeno, al fine di porre in essere strategie di contrasto e campagne di sensibilizzazione tali da debellare questo abominio. È giusto, però, e intellettualmente corretto dire che anche gli uomini sono vittime di violenza sessuale. Sì, anche i maschi vengono stuprati, checché si pensi e si dica. E le situazioni e le dinamiche in cui avviene lo stupro sono esattamente le stesse in cui si consuma la violenza sessuale ai danni delle donne. Lo stupro non è di genere: è compiuto sia da uomini sia da donne, sia ai danni degli uomini sia ai danni delle donne, e come tale la questione dovrebbe essere affrontata. Diversamente da quanto previsto e garantito dalla legge alle vittime femminili, però, l’uomo trova oggettive ed obiettive difficoltà nel denunciare la violenza subita, poiché non esiste nessun centro di accoglienza, non è attivo nessun numero verde, non c’è nessuno sportello di ascolto pubblico o privato. Niente di niente! “Persino in commissariato – hanno fatto notare quei pochi ricercatori che si dedicano allo studio delle violenze sugli uomini – quando prova a sporgere denuncia, l’uomo che ammette di essere (stato) vittima di violenza carnale ha difficoltà ad essere creduto e si scontra con un atteggiamento di sufficienza, sottovalutazione del fenomeno, spesso anche derisione”. Gli uomini violentati, dunque, non subiscono soltanto danni psicologici e fisici, ma devono affrontare anche lo stigma di una società tendenzialmente omofoba e in cui i valori predominanti sono quelli legati al concetto di macho, di maschio, di homme viril. Gli uomini che sono stati stuprati tendono a tenere nascosta la violenza e non chiedono aiuto a nessuno perché, qualora la notizia dovesse diventare pubblica, verrebbero immediatamente bollati, additati come omosessuali, emarginati dalla comunità, e, probabilmente, abbandonati dalla famiglia. L’abuso sessuale diventa una colpa che pesa come un macigno e che fa male: molti uomini violentati finiscono addirittura per suicidarsi. È molto difficile per gli uomini vedersi – ed eventualmente accettarsi – come vittime di abusi sessuali. La questione è stata spiegata chiaramente dalla psicoterapeuta Elizabeth Donovan in un’intervista rilasciata alla CNN e ripresa dal Post: “Gli uomini hanno il peso aggiuntivo di dover affrontare una società che non crede che lo stupro possa succedere anche a loro”. C’è pure un secondo motivo che impedisce agli uomini di parlare apertamente o meno delle violenze subite: la paura di vedere intaccata la loro mascolinità. “Aver subito una violenza di questo tipo – spiega ancora la Dottoressa Donovan – viene comunemente interpretato come un de-potenziamento della propria virilità: significherebbe insomma essere meno uomini, più fragili e dunque più simili alle donne”. In una cultura come la nostra in cui l’uomo, solitamente, deve rispondere di fronte alla legge del proprio comportamento sessuale aggressivo, è assai difficile che riesca a trovare facilmente posto dall’altra parte della barricata e, quindi, come vittima. Ma la realtà è un’altra! Secondo alcuni studi, la percentuale degli stupri sugli uomini si aggira intorno al 50% del totale degli stupri, decimale in più decimale in meno. Per esempio, stando ai dati raccolti e diffusi da STIRitUP, un progetto di ricerca europeo che ha analizzato la violenza tra partner nei giovani e che è stato condotto in 5 Paesi europei, ovvero l’Italia, l’Inghilterra, la Bulgaria, Cipro e la Norvegia, in 3 Paesi su 5 (inclusa, ahinoi, la nostra amata Repubblica) il numero di vittime maschili di stupro è superiore a quello delle vittime femminili. Inoltre, un altro studio del 2015 sulla violenza tra partner realizzato in 6 Paesi europei – Portogallo, Grecia, Regno Unito, Germania, Austria ed Ungheria – ha mostrato che entrambi i sessi sono vittime di violenza sessuale in egual numero ed egual misura. Indagini effettuate in Paesi non-occidentali come l’Uganda e l’India hanno dato gli stessi risultati, mostrando chiaramente che il fenomeno non legato alla cultura locale ma è trasversale. Andando un po’ a ritroso nel tempo, uno studio del 2014 pubblicato sulla rivista dell’American Psychological Association Psychology of Men & Masculinity e riportato dettagliatamente qui, ha svelato che oltre 4 uomini su 10 (il 43%) di scuola superiore e università avevano vissuto una coercizione sessuale, che si era tradotta nella metà dei casi in un rapporto sessuale. Il 31% dei partecipanti allo studio aveva ricevuto coercizione verbale, il 18% coercizione fisica e il 7% coercizione tramite sostanze per sesso non consenziente, mentre il 26% ha riportato di aver ricevuto seduzioni sessuali non volute per lo stesso motivo. Il 95% degli intervistati ha inoltre riferito che i perpetratori di tali violenze fossero donne e l’1,6% che fossero uomini e donne contemporaneamente. Ancora, un altro studio comparso sull’American Journal of Public Health, che riprende i dati raccolti dal 2010 al 2012 dal Bureau of Justice Statistics, dai Centers for Disease Control and Prevention e dall’FBI, rivela che proprio l’FBI sostiene che le indagini federali rilevano un’elevata prevalenza di vittimizzazione sessuale tra gli uomini in molte circostanze simile alla prevalenza trovata tra le donne. “Abbiamo identificato i fattori che perpetuano percezioni errate circa la vittimizzazione sessuale degli uomini: la dipendenza dagli stereotipi di genere tradizionali, le definizioni obsolete e incoerenti, e i pregiudizi metodologici di campionamento che escludono i detenuti”. Fino a pochi anni fa, la definizione stessa di stupro del dipartimento di giustizia degli Stati Uniti era tale da escludere gli uomini come possibili vittime. Lo stupro veniva considerato e affrontato a livello legislativo come: “Conoscenza carnale – carnal knowledge – di una femmina con la forza e contro la sua volontà”. Nel 2013, però, la definizione è stata modificata, e oggi l’FBI chiarisce che lo stupro è: “La penetrazione, non importa quanto delicata, della vagina o dell’ano con qualsiasi parte del corpo od oggetto, o la penetrazione orale da un organo sessuale di un’altra persona, senza il consenso della vittima”. I pregiudizi e gli stereotipi che orbitano attorno al fenomeno dello stupro maschile toccano anche gli studi sulla violenza sessuale verso gli uomini. Innanzitutto, molta della ricerca si focalizza sulle prigioni e sulla popolazione carceraria ma, come ha fatto giustamente notare il New York Times “gli uomini sono anche violentati fuori dalle prigioni, normalmente da persone che conoscono, inclusi amici e partner intimi, ma occasionalmente anche da sconosciuti. Vengono stuprati durante aggressioni violente, quando sono ubriachi o drogati, durante interrogatori, durante aggressioni a sfondo omofobo o durante episodi di nonnismo, come nell’esercito”. In secondo luogo, si tende a pensare che superata una certa età, e quando, quindi, si smette di essere bambini, gli uomini non rischino più di essere violentati. Non è così, perché un dettagliato studio americano del 2012 su studenti universitari ha rivelato che il 51,2% era stato vittima di una qualche forma di violenza sessuale dall’età di 16 anni in poi. C’è poi la questione degli uomini stuprati dalle donne perché sì, ci sono donne che stuprano uomini. Come si può leggere in un paper pubblicato nel 2013 sulla rivista scientifica JAMA Pediatrics e ripreso qui: “Non è raro credere che un uomo non possa essere stuprato da una donna. Gli stereotipi di genere possono rendere difficile immaginare una donna dominante costringere o forzare un uomo che non vuole a fare sesso. Di conseguenza, le vittime maschili di autori femminili sono giudicate più duramente delle vittime maschili di autori maschili. Inoltre, gli stessi comportamenti percepiti come sessualmente aggressivi quando commessi da un maschio possono essere percepiti come romantici o promiscui se commessi da una femmina. Ciò nonostante, i dati fisiologici suggeriscono che gli uomini possono essere stuprati; un’erezione non significa necessariamente eccitazione sessuale e può essere riflessogenica. Gli operatori sanitari per gli adolescenti hanno bisogno di valutare il potenziale dei propri pregiudizi di genere in questo settore in modo che possano essere più efficaci nell’identificare e nel trattare autori femminili e vittime maschili quando essi si presentano”. È bene smentire, dunque, la radicata convinzione che sia impossibile per i maschi rispondere sessualmente quando molestati sessualmente da donne: è stato dimostrato, infatti, che l’erezione può verificarsi in una varietà di stati emotivi, tra cui la rabbia e il terrore. Dunque, “L’induzione di eccitazione e l’orgasmo non indicano che i soggetti vittime di violenza abbiano acconsentito alla stimolazione. La difesa dei perpetratori costruita semplicemente sul fatto che la prova di un’eccitazione genitale o dell’orgasmo dimostri il consenso non ha validità intrinseca” e deve essere ignorata quando ci si trova dinanzi a un episodio di stupro maschile. Non è questa l’occasione per parlare di stupro maschile come strumento di guerra, ma è bene notare che durante i conflitti spesso vengono commessi stupri allo scopo di seminare il terrore tra la popolazione, di disgregare famiglie, di distruggere comunità e, in alcuni casi, di modificare la composizione etnica della generazione successiva. Come scrive Kirthi Jayakumar, avvocato specializzato in diritto internazionale pubblico e dei diritti umani, la violenza sessuale contro gli uomini in situazioni di conflitto ha l’obiettivo di distruggere l’essenza del “maschio” che dovrebbe essere custode della società, i capifamiglia di famiglie in un contesto sociale, e di sbriciolare la santità legata alla loro mascolinità. Che lo stupro nella sua dimensione generale e globale sia una piaga da debellare è noto a tutti. Che lo stupro ai danni delle donne sia un abominio lo è altrettanto. Che le vittime di stupro possano essere e siano uomini, invece, è un fenomeno ancora sottovalutato e sottostimato. Uomini e donne non sono poi così diversi: sono potenziali vittime di violenza sessuale allo stesso modo. Lo stupro maschile non vale meno di quello femminile e non deve essere taciuto, né come fenomeno tangibile né come evidenza possibile. Solo quando si comincerà ad affrontare con fermezza ed onestà intellettuale il problema della violenza sessuale ai danni degli uomini potremmo dire di aver compiuto un ulteriore passo verso l’equiparazione tra uomini e donne.

Sesso e psiche: quando le donne violentano gli uomini. Sono sempre di più gli uomini che denunciano violenze fisiche e psicologiche da parte delle compagne, scrive Nadia Francalacci su “Panorama”. Uomini violentati, uomini perseguitati. Anche loro vittime di stalking. Oltre il 30% degli uomini subiscono danneggiamenti, pedinamenti, telefonate indesiderate da ex mogli o compagne. Non sono solamente le donne ad essere minacciate, violentate anche psicologicamente e ridotte in fin di vita da uomini malati d’amore e di desiderio di possesso. Dietro la violenza si nasconde anche la sofferenza di molti uomini. “La “normalizzazione” pubblica della violenza femminile attraverso messaggi pubblicitari, spettacoli  televisivi, cinema, stampa, video web sta creando assuefazione ed abbassando l’allarme sociale- spiega a Panorama.it, Sara Pezzuolo psicologa forense e autrice della ricerca “Violenza verso il maschile”- la scena di un uomo che schiaffeggia una donna in un reality suscita sdegno e scatena, giustamente, la condanna pubblica ma a ruoli invertiti, la stessa scena non suscita uguale sentimento ed uguali reazioni. Anzi, viene minimizzata diviene “normale”, perfino ironica”. Perché? Quali sono le differenze? E poi, gli episodi di violenza diventano “proponibili” anche pubblicamente, solo se ne sono vittime gli uomini? I dati della prima ricerca condotta in Italia sulle violenze sul sesso maschile sono sconcertanti, tanto quanto quelle sulle donne. Il 58,1% degli oltre mille uomini intervistati (1058), dichiara di subire violenze fisiche dalla propria partner con modalità tipiche maschili ovvero con percosse come calci o pugni. “Oltre il 63% degli uomini hanno dichiarato di subire la minaccia di violenze fisiche da parte della compagna e nel 60,5% dei casi, la violenza fisica risulta essere stata effettivamente messa in atto con modalità tipicamente femminili come graffi, morsi, capelli strappati - continua la psicologa – mentre il lancio di oggetti si attesta poco oltre il 50%”. Molto inferiore risulta la percentuale (8,4%) di coloro che dichiarano che una donna abbia posto in essere un’aggressione alla propria incolumità personale attraverso atti violenti che avrebbero potuto causare il decesso, come ad esempio il soffocamento, avvelenamento oppure ustioni. Resta però, l’utilizzo di armi proprie ed improprie che appare in circa un quarto (23,5% dei casi) delle violenze femminili. Il 15, 7% degli uomini di un’età compresa tra i 30 e i 49 anni, invece, ha dichiarato di essere stato vittima di altre forme di violenza non contemplate nella ricerca come ad esempio: tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l’auto, mani schiacciate nelle porte (in un caso nel cassetto), spinte dalle scale. Ma ad essere inquietanti per quanto sorprendenti sono i dati relativi alle violenze sessuali subite dagli uomini. Infatti, l’8,6% sono gli uomini vittime di violenza sessuale attraverso l’utilizzo della forza o delle minacce. In questi casi l’uomo denuncia di essere costretto ad avere rapporti sessuali in forme a loro non gradite come ad esempio rapporti sado-maso oppure rapporti nel periodo mestruale. Non solo, il 4,1% dei soggetti intervistati dichiara di essere stato forzato ad avere rapporti sessuali con altre persone incluso sesso di gruppo o scambi di coppia. “Ma ad essere risultate interessanti sono le note che hanno inserito negli spazi, previsti in ogni batteria di domande, per l’aggiunta facoltativa di ulteriori dettagli”, continua la psicologa. Tra le costrizioni sgradite, infatti, figurano alcune richieste “estrose”, ma vissute con disagio, vergogna o turbamento da parte degli uomini. E quali sono? La pretesa di accoppiamenti in luoghi aperti pur potendo disporre di un’abitazione, la presenza sul letto dei due gatti della partner, la richiesta da parte della moglie di solo sesso orale escludendo per 18 mesi la penetrazione. “Ed alcune richieste più “violente” in merito alle quali non sembra opportuno scendere nei dettagli - precisa Pezzuolo - ma che comunque comportano lesioni visibili, in alcuni casi permanenti come piccole cicatrici ed ustioni”. Solo il 2,2% degli uomini ha dichiarato di non aver mai subito alcun tipo di violenza sessuale. “Affrontando nella ricerca l’argomento della sessualità, risulta evidente come la difficoltà maschile nel riconoscere di aver subito violenza sessuale sia sensibilmente minore rispetto alla percezione di subire violenza fisica o psicologica - prosegue Sara Pezzuolo - infatti nessun item sulla violenza sessuale registra risposte positive in percentuali superiori al 50%”. La percentuale maggiore, il 48,7% dei casi, riguarda il rapporto intimo avviato ma poi interrotto dalla partner senza motivi comprensibili. “Gli uomini, pur riconoscendo alla donna la libertà di interrompere il rapporto sessuale in qualsiasi momento, riferiscono di rimanerne mortificati, umiliati, depressi. Nessun maschio afferma di pretendere la continuazione di un rapporto non più desiderato dalla donna, o tanto meno di costringerla a portarlo a termine; i soggetti intervistati esprimono la libertà di non essere costretti a fingere indifferenza e/o a negare la frustrazione che deriva dal rifiuto, nonché le conseguenze sul piano fisico ed emotivo.  La gamma di turbamenti riferiti va dal malessere fisico all’insonnia, dalla mortificazione nel sentirsi rifiutato al dubbio di non essere più desiderato; dal timore di non essere in grado di soddisfare la partner al dubbio che in precedenza la stessa abbia simulato un desiderio ed un piacere che non ha mai provato; dal dubbio del tradimento alla sensazione di inadeguatezza; dal timore per la stabilità della coppia al calo dell’autostima”. Insomma forme di violenza fisiche che violentano anche la mente. Ma la violenza che colpisce i 3/4 degli uomini è quella psicologica ed economica. Oltre il 75,4% dichiara di essere insultato, umiliato e di provare sofferenza dalle parole utilizzate dalla propria compagna. Ma quali sono le forme di “controllo e costrizione psicologica” più frequenti? Il 68,8% degli uomini subiscono limitazioni o impedimenti nell’incontrare i figli o la propria famiglia d’origine mentre il 44,5% per le attività esterne: sport, hobby, amicizie; il 39,5% denuncia imposizioni in merito ad aspetto e comportamento in pubblico; controllo sul denaro speso, quanto e come nel 32,9% dei casi. Ma la forma più frequente è atteggiamento ostile della donna qualora non avesse l’ultima parola sulle scelte comuni. E questo accade nel 68,2% dei casi. L’uomo è costretto a subire, a differenza delle donne, le “minacce trasversali” ovvero aggressione verso oggetti personali della vittima, persone care e persino animali domestici. “Altro fenomeno emergente rilevato dal questionario è quello delle false denunce o accuse costruite nell’ambito delle separazioni, dei divorzi e delle cessazioni di convivenza – conclude la psicologa Pezzuolo - tale problematica compare in 512 casi sul totale dei casi esaminati (48,4%) proprio ad appannaggio dei soggetti appartenenti alle categorie in questione. La domanda che ha raccolto il maggior numero di risposte positive riguarda le provocazioni fisiche e verbali nel 77,2% dei casi”.

Divorzi e paternità: ecco come la donna violenta l'uomo. False denunce e false accuse tra violenze fisiche, verbali e paternità negate. Nella coppia la donna diventa sempre più violenta. Ecco i risultati sconcertanti del questionario, scrive Nadia Francalacci su "Panorama". “Sono prive di fondamento le teorie dominanti che circoscrivono ruoli stereotipati: donna/vittima e uomo/carnefice”. Ad affermarlo è la psicologa forense Sara Pezzuolo, dopo aver condotto in Italia la prima “Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile”. “Dal questionario emerge come anche un soggetto di genere femminile sia in grado di mettere in atto una gamma estesa di violenze fisiche, sessuali e psicologiche - continua a spiegare a Panorama.it, l’esperta- che trasformano il soggetto di genere maschile in vittima”. Il fenomeno della violenza fisica, sessuale, psicologica e di atti persecutori, come è stato rilevato da numerose ricerche condotte in altri Paesi, anche in Italia vede vittime soggetti di sesso maschile con modalità che non differiscono troppo rispetto all’altro sesso. Non solo. “I dati dimostrano che le modalità aggressive non trovano limiti nella prestanza fisica o nello sviluppo muscolare - continua la psicologa - anche un soggetto apparentemente più “fragile” della propria vittima può utilizzare armi improprie, percosse a mani nude, calci e pugni secondo modalità che solo i preconcetti classificano come esclusive maschili”. Ma la maggior parte dei soggetti intervistati da Sara Pezzuolo che hanno dichiarato di avere figli, ha fatto emergere l’effettiva strumentalizzazione che i bambini hanno all’interno della coppia in crisi. “E’ proprio la separazione e la cessazione della convivenza, specialmente in presenza di bambini a costituire un terreno particolarmente fertile per comportamenti che implicano una violenza psicologica”. Quali sono le pressioni più frequenti attuate dalle donne che si trasformano in vere e proprie violenze? Il 68,4% del “gentil sesso” minaccia costantemente il compagno di chiedere la separazione, togliergli casa e risorse e di ridurlo in rovina; il 58,2% lo minaccia di portargli via i figli mentre il 59,4% di ostacolare i contatti con il proprio figli. Il 43,8% delle donne addirittura minaccia il compagno di impedirgli definitivamente ogni contatto con i figli. Ma questa violenza femminile talvolta non travolge solamente il compagno: “La violenza psicologica- continua Pezzuolo - si estende spesso all’interno ambito parentale paterno. La minaccia implica pertanto che i figli non potranno avere più alcun contatto non solo col padre, ma nemmeno con nonni, zii, cugini”. L’utilizzo strumentale dei figli come mezzo di rivalsa emerge in percentuali rilevanti, indifferentemente nelle coppie coniugate, conviventi o separate, sia prima, durante e dopo la separazione. Inoltre dall’indagine emergono tipologie di violenze psicologiche sul maschio anche nell’atto della procreazione. “La paternità imposta con l’inganno comprende perlopiù casi in cui la gravidanza non è frutto di un rapporto consolidato. La partner (114 risposte, in 21 casi la moglie o compagna stabile, in 93 casi una compagna occasionale) matura la decisione di procreare e ne tiene all’oscuro l’uomo - prosegue la psicologa - mettendo in atto strategie ingannevoli, mentendo sulla sua fertilità e/o sull’uso di anticoncezionali, per poi chiedergli di “assumersi le proprie responsabilità”. Questi atteggiamenti come vengono subiti e vissuti dagli uomini? “Tale assunzione di responsabilità, quando è frutto di una scelta unilaterale imposta all’altro con l’inganno, risulta essere vissuta - e descritta nelle domande aperte - come una grave forma di violenza e prevaricazione; va detto che in alcuni casi la descrizione avviene anche attraverso toni particolarmente aspri, rabbiosi, offensivi”. L’interruzione della gravidanza contro il parere paterno si verifica nel 9,6% dei casi, la paternità imposta con l’inganno nel 10,7% mentre l’attribuzione fraudolenta di paternità, o tentativo di attribuzione nel 2,7% dei casi presi in esame. Altro fenomeno emergente che il questionario ha rilevato è proprio quello delle false denunce o accuse costruite nell’ambito delle separazioni, dei divorzi e delle cessazioni di convivenza. Tale problematica emerge in 512 casi sul totale 1.058 casi esaminati proprio ad appannaggio dei soggetti appartenenti alle categorie in questione. E la domanda posta agli uomini da Sara Pezzuolo che ha raccolto il maggior numero di risposte positive con il 77,2% riguarda proprio le provocazioni fisiche e verbali. Ecco alcune delle domande del questionario che Panorama.it, vi mostra con il numero dei soggetti e la percentuale di risposta.

1 - è capitato che una tua partner si sia arrabbiata nel vederti parlare con un’altra donna (Risposte: 726) 68,6%.

2 - è capitato che una tua partner ti abbia umiliato o offeso di fronte ad altre persone, trattandoti da sciocco, mettendo in ridicolo le tue idee o raccontando tuoi fatti personali (99) 66,1%.

3 - è capitato che una tua partner ti abbia criticato sgradevolmente perché non riesci a guadagnare abbastanza(538) 50,8%.

4 - è capitato che una tua partner ti abbia invitato sarcastica a trovare un secondo o terzo lavoro (373) 35,2%.

5 - è capitato che una tua partner ti abbia criticato perché le fai fare una vita modesta (526) 50,2%.

6 - è capitato che una tua partner ti abbia paragonato, irridendoti, a conoscenti, colleghi, mariti di amiche etc., che godono di posizioni economiche migliori della tua (405) 38,2%.

7 - è capitato che una tua partner abbia rifiutato di partecipare economicamente alla gestione familiare in maniera proporzionale al suo reddito (511) 48,2%.

8 - è capitato che una tua partner abbia criticato e/o offeso i tuoi parenti pur sapendo che questo ti ferisce (767) 72,4%.

9 - è capitato che l'atteggiamento di una tua partner sia diventato ostile quando non era lei ad avere l’ultima parola sulle scelte comuni (726) 68,2%

10 - è capitato che una tua partner ti abbia criticato, in pubblico o in privato, per difetti fisici (bassa statura, calvizie, occhiali) (311) 29,3%.

11 - è capitato che una tua partner ti abbia criticato, in pubblico o in privato, per abbigliamento, calzature, pettinatura, barba incolta, aspetto in generale (519) 49,1%.

12 - è capitato che una tua partner ti abbia criticato per come ti occupi della casa o per come educhi i figli, ad esempio dicendoti che sei un incapace, un buono a nulla etc. (650) 61,4%.

13 - è capitato che una tua partner ti abbia ignorato, non ti abbia parlato, non abbia preso in considerazione ciò che dici o non abbia risposto alle tue domande (720) 68,1%.

14 - è capitato che una tua partner ti abbia insultato o preso a male parole in un modo che ti ha fatto stare male (798) 75,4%.

15 - è capitato che una tua partner abbia cercato di limitare i tuoi rapporti con la tua famiglia, i tuoi figli o i tuoi amici (728) 68,8%.

16 - è capitato che una tua partner ti abbia impedito o cercato di impedirti di fare sport, di coltivare un hobby o altre attività da svolgere fuori casa (471) 44,5%.

17 - è capitato che una tua partner ti abbia imposto o cercato di importi come vestirti, pettinarti o comportarti in pubblico (418) 39,5%.

18 - è capitato che una tua partner abbia messo insistentemente in dubbio la tua fedeltà e/o la tua sincerità (638) 60,3%.

19 - è capitato che una tua partner ti abbia seguito e/o abbia controllato i tuoi spostamenti (389) 36,7%.

20 - è capitato che una tua partner abbia controllato costantemente quanto e come spendi il tuo denaro (349) 32,9%.

21 - è capitato che una tua partner abbia danneggiato o distrutto i tuoi oggetti o beni personali, o minacciato di farlo (498) 47,1%.

22 - è capitato che una partner abbia fatto del male o minacciato di farlo ai vostri figli (282) 26,6%.

23 - è capitato che una tua partner abbia fatto del male o minacciato di farlo a persone a te vicine (243) 22,9%.

24 - è capitato che una tua partner abbia fatto del male o minacciato di farlo ai vostri animali domestici (85) 8,1%.

25 - è capitato che una tua partner abbia minacciato di uccidersi, o altri gesti di autolesionismo (343) 32,4%.

26 - è capitato che una tua partner abbia minacciato di chiedere la separazione e/o sbatterti fuori di casa e/o volerti vedere ridotto in rovina (724) 68,4%.

27 - è capitato che una tua partner abbia minacciato di portarti via i figli (615) 58,2%.

28 - è capitato che una tua partner abbia minacciato di non farti più vedere i figli o di farteli vedere se e quando vuole lei (631) 59,4%.

29 - è capitato che una tua partner abbia minacciato di non farti avere più alcun contatto con i tuoi figli, nemmeno telefonico, escludendo definitivamente dalla loro vita te e la tua famiglia (464) 43,8%.

30 - è capitato che una tua partner ti abbia negato la paternità, interrompendo una gravidanza che tu avresti desiderato fosse portata a termine (102) 9,6%.

31 – è capitato che una tua partner ti abbia imposto una paternità con l'inganno (114) 10,7%.

32 - è capitato che una tua partner ti abbia fatto credere o abbia tentato di farti credere che fosse tuo un figlio concepito con un altro uomo (29) 2,7%.

33 - è capitato che una tua partner abbia provato a costruire false accuse di molestie e/o percosse nei tuoi confronti, nei confronti di tuoi familiari o nei confronti dei vostri figli (512) 48,4%.

34 - hai mai avuto l’impressione che una tua partner provasse a provocarti, verbalmente e/o fisicamente, con l’intento di scatenare una tua reazione (816) 77,2%.

35 – non ho mai subito violenze psicologiche o economiche da parte di una donna (22) 2,1%. 

DEL MASCHICIDIO MEGLIO NON PARLARNE.

La strage dei qualunquisti tra jihad e femminicidi, scrive Giuseppe Marino, Venerdì 5/08/2016, su "Il Giornale". C'è la guerra del terrore, la guerra nelle famiglie e la guerra dei distinguo. Le prime due fanno vittime vere, di carne e sangue. La terza ci risparmia il dolore, ma a restare sul terreno è il buon senso. Il parallelo tra femminicidi e terrorismo jihadista, sdoganato ora anche dal Papa, è in realtà da tempo una costante dei commenti da bar o social network e ora approda pure sui giornali. Ogni volta che un uomo uccide una donna, specie se con modalità crudeli, si risveglia un fronte di commentatori pronto a rammentarci come in casa nostra sia presente una violenza in tutto e per tutto, secondo loro, paragonabile a quella dell'Isis. Questo fronte si fa forte di statistiche agghiaccianti sui femminicidi che parlano di 74 donne uccise nel primo semestre del 2016 e, su questo si può convenire, consola poco il fatto che il dato sia in netto calo rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Cifre che andrebbero scandagliate meglio, non per negare il fenomeno ma per cercare di averne un quadro obiettivo: sommano aritmeticamente delitti parimenti orrendi, e certo per chi perde una madre o una sorella poco conta che la molla sia il credo religioso, il sessismo o l'incapacità di gestire i propri sentimenti, ma anche delitti spesso molto diversi. È capitato ad esempio di veder includere negli elenchi di femminicidi la storia di una mamma e di una figlia uccise dal marito, trascurando il fatto che l'uomo in questione aveva sterminato l'intera famiglia, compreso il figlio maschio. È tutto uguale, non c'è differenza? Chi osserva dall'esterno dovrebbe restare lucido, se davvero vuole capire i due fenomeni. E invece, gli stessi commentatori che fanno fioccare i distinguo sul terrorismo islamico, diventano improvvisamente di bocca buona quando si tratta di uomini che odiano le donne. Se un giovane franco tunisino macella una folla pacifica sul lungomare di Nizza, questi «analisti» seguono un copione ormai fisso fatto di cavillosi distinguo: prima si tira fuori la cartella clinica, perché probabilmente è un pazzo. Se poi salta fuori che urlava Allahu Akbar e aveva programmato la strage nei dettagli, si precisa che in realtà era nato in Occidente, era uno di noi, l'Isis non c'entra niente. Se infine salta fuori che aveva una rete di complici e precisi ordini di morte, allora scatta l'esame di Corano: mica lo conosceva così bene, beveva pure alcol. Se invece un uomo uccide la moglie, la sorella o la figlia c'è poco da distinguere: tanto c'è una nuova voce del vocabolario creata apposta: è femminicidio. E improvvisamente anche la cartella clinico-psichiatrica non conta più. Che la religione abbia giustificato e istigato la violenza non è novità recente e non sorprende certo che il capo della più grande chiesa del mondo non ci tenga a sottolineare il nesso fede-sangue. Che a negarlo sia chi da sempre crede che la religione sia l'oppio dei popoli svela una partigianeria mentale che si rivela in tutta la sua flagranza quando poi si aggiunge che la violenza maschile è figlia della cultura cattolica. È una forma di sfruttamento delle donne a fini di polemica politica. Anche questo è cavalcare le paure, ma i populisti sono sempre gli altri.

Le donne italiane "portatrici sane" di pregiudizi maschilisti. Un’indagine rivela che spesso sono loro a coltivare stereotipi di genere su ruoli e opportunità nella famiglia e nella società, scrive Cristina Bassi, Domenica 10/01/2016, su "Il Giornale". Le donne italiane sono “maschiliste”? A quanto pare, sì. Almeno, coltivano una serie di stereotipi di genere, gli stessi e a volte persino di più dei concittadini maschi. Lo rivela un’indagine dell’Osservatorio Cera di Cupra. Alle domande dei ricercatori di Eikon Strategic Consulting il campione maschile e quello femminile hanno dato risposte spesso simili, a dimostrazione di avere visioni condivise e non antagoniste. Ma anche che le donne credono ancora in modo radicato nei tradizionali ruoli di genere, più o meno consapevolmente. L’indagine chiedeva di immaginare una storia con protagonisti un uomo e una donna che vivono varie fasi della vita. Ecco le risposte più significative. Professione: per la donna quelle citate più di frequente sono impiegata e insegnante, dal 40 per cento sia dei maschi sia delle femmine intervistate. Molto bassa la percentuale di risposte (minore nel campione femminile che in quello maschile) che assegnano alla donna un lavoro meno tradizionale, come imprenditrice, medico, informatica. Matrimonio: il desiderio di sposarsi, e quello di una famiglia tradizionale e stabile, è attribuito alla donna dalla maggioranza del campione maschile (52,8%) e femminile (43,4%). Mentre all’uomo si attribuisce di più la scelta della convivenza (la pensano così le donne nel 49,2% dei casi e gli uomini nel 53,6%). Vita domestica: sia le donne sia gli uomini intervistati credono nella collaborazione nei lavori domestici. Tranne che per lo stirare, considerato ancora prerogativa delle mogli: più dal campione femminile (76,5%) che da quello maschile (69,5%). L’eventualità che invece il marito possa fare il casalingo, cioè occuparsi da solo delle faccende, è considerata improbabile. Ancora una volta in percentuali maggiori tra le donne che tra gli uomini. Cura dei figli: nell’ipotesi immaginata dalla storia che nascano due gemelli, solo il 6 per cento del campione femminile risponde che può essere il compagno a prendersi una pausa dal lavoro per seguire i figli, contro il 14,3 per cento del campione maschile. Che sia la mamma a restare a casa per accudire i bambini è la risposta data dal 36,1 per cento degli uomini intervistati e, percentuale più alta, dal 41,2 per cento delle donne. Generazioni future: su quali saranno gli interessi dei figli della coppia sia gli uomini sia le donne indicano come scontate le preferenze “classiche” femminili per la figlia (danza, disegno, bellezza) e per il figlio quelle prettamente maschili: tecnologia, calcio, arti marziali. Gli stereotipi di genere così si trasmettono anche alle generazioni future. Sembra quindi che le stesse donne italiane non siano pronte a delegare ai compagni la cura della casa e dei figli. Ma se non si concepiscono ancora pari ruoli e opportunità in famiglia, è difficile immaginarli per l’intera società. E pare che gli ostacoli siano i pregiudizi radicati anche, e a volte di più, nelle donne. Il progetto dell’Osservatorio Cera di Cupra segue l’evoluzione del ruolo femminile. È arrivato alla sesta edizione, che per il 2015 si è occupato appunto di pari opportunità. L’indagine socio antropologica “Pari opportunità: un’educazione libera da stereotipi” si chiedeva se le donne sono pronte al cambiamento oppure sono “portatrici sane” di pregiudizi maschilisti. Il ha anche assegnato 12 borse di studio ad altrettante studentesse.

Femmine e maschi (cidio), scrive Eugenia Nicolosi su “Live Sicilia” Domenica 11 Agosto 2013. Quindi adesso in Italia il femminicidio è illegale. Mi raccomando, state attenti che mo' siete perseguibili per legge se uccidete una femmina. Ci voleva proprio una norma che finalmente spedisse di filato in galera chi le uccide, le femmine. Adesso sì che mi sento, da femmina, molto più sicura. Mica come prima, che i killer potevano andarsene in giro indisturbati a sparare o accoltellare le femmine senza rischiare nessuna pena o che il marito violento dovevamo tenercelo in casa e preparargli pure lo spezzatino, altrimenti oltre all'occhio nero dovevamo sorbirci anche la paternale del poliziotto all'antica e pro matrimonio. Le nuove norme prevedono infatti non solo che è possibile denunciare l'aggressione ma anche che, attenzione, la polizia, dietro richiesta della femmina, ovviamente, può buttare fuori da sotto il tetto coniugale il picchiatore. In effetti hanno fatto bene, è un'idea geniale definire il femminicidio emergenza nazionale. Stava diventando un Far West, questa Italia, paese in cui gli omicidi sono considerati giuridicamente diversi a seconda di chi sia la vittima. Altro che parità tra i sessi, uccidere una femmina è ormai cosa ben diversa, un vero e proprio reato. Ricapitoliamo quindi: le cose degli altri non vanno rubate, gli omosessuali non vanno offesi, le femmine non vanno uccise. Sarà difficile certo, quest'ultima è una consistente novità, ma cercheremo tutti di tenerla bene a mente. Anche se c'è un interrogativo che mi assilla, la femmina in questione è la femmina umana o hanno usato la parola 'femmina' per estendere il concetto alle femmine di qualunque specie? Nell'incertezza forse è meglio che stasera, se appiccico una zanzara al muro, mi accerti prima che sia una zanzara maschio. Comunque, facendo lo sforzo di parlare di cose serie, per una volta, e analizzando il decreto, ci sono delle falle di struttura che fanno pensare ad stesura quantomeno sbrigativa, per non dire inutile, maschilista e aggravante di una situazione religioso-culturale come quella italiana in cui la famiglia è considerata cosa sacra. Prima fra tutte è l'irrevocabilità della querela, l'irrevocabilità della querela non fa altro che dissuadere dal querelare. Sbagliato per quanto sia un qualcosa, l'aut aut non aiuta. Le donne continuano ad essere considerate diverse dagli uomini. Le donne continuano ad essere chiamate femmine dai 'maschi'. Il presupposto è che l'uomo non possa essere vittima di stalking, di violenza psicologica o fisica. Non tutti i cittadini sono pronti ad una novità simile. A volte possono essere sporte denunce prive di reali fondamenti e in quel caso, l'innocente querelato non avrebbe alcuna tutela. Non si fa cenno alla prevenzione o all'educazione alla non violenza. Parlare di punizione per il colpevole e non di aiuto per la vittima non è altro che nascondersi dietro il dito. Molte persone pensano che questa legge sia fumo negli occhi, un cavallo di Troia: sono inseriti all'interno del decreto nuove norme relative a sanzioni e pene per Ultras e No Tav. Cosa c'entra? È, dopotutto, il Decreto Sicurezza. Il mio word continua incredulo a segnarmi in rosso la parola femminicidio. Sì, esiste. Ultimo, ma più importante, punto: nel Codice Penale non si fa riferimento al maschicidio, questo significa che ho ancora tempo per risolvere quelle due cosine che c'ho in sospeso?

Femminicidio o Maschicidio? Scrive “Il Volo di Dedalo” martedì 10 agosto 2010. Si parla sempre della violenza contro le donne. Ogni omicidio o altra violenza contro le donne, raccontati dai media con morbosa enfasi, diventa sempre occasione per mettere il genere maschile sul banco degli imputati. "Gli uomini odiano le donne". A sentir parlare questi tromboni, pare chissà quale carneficina contro le donne stia accadendo in Occidente! Roba da WWF per la salvezza di una specie in via di estinzione ;-)Ma per fortuna non è così. Le donne non rischiano affatto l'"estinzione", anzi sono più numerose degli uomini e mediamente campano quasi 10 anni in più degli uomini (84 anni contro 75 anni degli uomini). Ma quante sono le donne che vengono uccise in Italia ogni anno "per mano maschile"? Vedendo i dati Istat tra il 2002 e il 2006 e facendo una media, vediamo che il numero medio di donne ammazzate ogni anno è 160, di cui 20 da altre donne. Dunque, 100 è il numero medio di donne ammazzate da uomini. Dato allarmante, certo, ma non tanto per poter affermare che la "prima causa di morte delle donne italiane è la violenza maschile". E comunque di uomini ammazzati ne sono oltre 500. Quindi: Per ogni donna ammazzata, vi sono almeno 3 uomini ammazzati. E ogni 4 morti ammazzati, 3 sono maschi. (Rapporto EURES-ANSA). Ciò significa che la "violenza maschile" uccide più uomini che donne. Tra l'altro non tutte queste 100 donne morte ammazzate mediamente ogni anno, lo sono state per motivazioni di cosiddetta "violenza di genere"(cioè ammazzate da ex mariti mollati e spennati o da ex fidanzati che non si sono dati pace della rottura non voluta del rapporto), ma anche per circostanze inerenti alla criminalità (ad es. rapine). Ma ammettiamo pure che tutte queste 100 donne ammazzate mediamente ogni anno da mano maschile lo siano state in circostanze di "violenza di genere"(che non esiste, ricordiamo), ciò non dimostra affatto i vari dogmi femministi sulla violenza maschile. Tra l'altro è assolutamente disonesto e cinico ostentare ed esibire (come fanno le femministe e simili), queste donne ammazzate dai loro ex, al fine di avvalorare questa assurda tesi sessista e femminista secondo cui gli uomini "odiano le donne" e che quindi le ucciderebbero per poter consolidare e riaffermare su di esse il "potere patriarcale e maschile". Perchè se si prova a fare una valutazione un pò imparziale e meno superficiale, si scopre che le prime vittime, in senso numerico, a seguito di una rottura di un rapporto sono proprio gli uomini. Infatti tutti parlano delle donne ammazzate dai loro ex, ma nessuno parla degli uomini che si suicidano a seguito della rottura non voluta del rapporto e di tutti i disagi e umiliazioni che ne conseguono. Se si guardano i dati, si vede che, in Occidente, il suicidio è un male maschile, cioè è molto più diffuso tra gli uomini che non tra le donne. E tra le principali cause di suicidio, oltre alla perdita (o mancanza) di lavoro(4), figura certamente quella sentimentale, cioè il non aver retto al dolore subito dall'abbandono della moglie (o fidanzata) e talvolta dalla conseguente umiliazione e disagio, in caso di divorzio, di vivere senza casa e/o di non poter rivedere i figli. Ogni anno, in Italia, mediamente, secondo i dati Istat, si suicidano circa 2500 uomini (al confronto di circa poco più di 700 donne). Quindi è assolutamente lecito pensare che almeno mille suicidi maschili siano scaturiti dall'essere stati abbandonati e soprattutto da tutti i disagi materiali (in caso di divorzio) che la separazione comporta. Certo, non si può affermare con sicurezza che ne siano almeno mille , ma di sicuro questo numero non può essere inferiore al centinaio(anche perchè tra l'altro, ed è accertato, solo il numero dei padri separati suicidi ogni anno è maggiore al centinaio, quindi mettendoci anche ex  fidanzati ed ex conviventi suicidi, si va ben oltre) Ad ogni modo, quindi, se fossero onesti, quando parlano delle donne ammazzate dai loro ex dopo la fine del rapporto, dovrebbero parlare anche e soprattutto degli uomini che si suicidano a seguito della fine del rapporto. Cioè se "L' Amore uccide", come dicono loro, e vero anche e soprattutto che "L'Amore fa suicidare". Come mai la vita spezzata di una donna ammazzata deve valere di più di quella di un uomo suicidato? Bella domanda. Molto semplice la risposta. A voi l'onore e l'onere di darla. D'altro canto, il tasso di suicidi ci dà un'informazione sul livello di sofferenza e disagio psicologico all' interno fetta di popolazione su cui è stato valutato. E il fatto che tale tasso sia fortemente sbilanciato sul genere maschile, significa che quest' ultimo, mediamente, vive in una situazione di disagio esistenziale ed interiore maggiore rispetto a quello femminile. Depressione, vagabondismo, e alcolismo sono tra le conseguenze più diffuse negli uomini che vengono lasciati dalle fidanzate e mogli. Ciò oltre a smentire la balla femministe secondo cui vivremmo in una società "androcentrica" caratterizzata da un "potere maschile sulle donne", ci dà anche un buon spunto per dare la chiave di lettura giusta al fenomeno delle tragedie post-separazione. Cioè se la maggioranza (80%) dei suicidi è maschile e una parte consistente parte di questi suicidi sono scaturiti dalla sofferenza di essere stati lasciati, ciò significa che, in genere, gli uomini vivono con dramma e profonda sofferenza, l'esperienza di una rottura non voluta di un matrimonio o fidanzamento, al punto che in taluni di essi, a volte si sfocia nel suicidio, e in casi, ancor più minoritari, nell' omicidio. E però si parla solo di questo ultimissimo, e minoritario, aspetto, trascurando tutto ciò vi è dietro. L'ideologia femminista è, evidentemente, più importante della vita di queste donne e uomini vittime, rispettivamente, di omicidio e di suicidio. Le donne, in genere, non possono capire ciò, perchè nell'ambito dei rapporti con l'altro sesso,  detengono il potere sessuale, sentimentale e legislativo: cioè sono loro che decidono con chi mettersi e a chi devono dare "due di picche"; sono loro che decidono a chi la devono dare e a chi no; sono loro che decidono di rompere il rapporto(fidanzamento o matrimonio); e infine sono loro che in caso di divorzio si vedono affidati i figli e quindi, di conseguenza, casa(anche se del marito), alimenti e mantenimenti vari, il tutto, ovviamente, a danno dell'ex marito. Però, talvolta, anche se raramente, queste situazioni possono capitare anche a parti invertite, cioè abbiamo casi in cui è lei a vedersi mollata, fregata e umiliata dal marito o fidanzato.  Ed ecco che in questi casi, anche nelle donne vediamo depressioni e strazio e suicidi, talvolta, anche casi di incallite e violente stalker. Solo che sono casi molto rari, o comunque minoritari, e pertanto non possono ingenerare nessun fenomeno esteso e generalizzato(6), come invece accade tra gli uomini. Si vorrebbe l'uomo come un robot, un giocattolo, cioè privo di sentimenti e pertanto obbligato a subire senza fiatare e senza batter ciglio lo strazio di un abbandono da quella persona con cui aveva condiviso per anni e anni sentimenti, cuore, anima e beni materiali, e spesso  l'umiliazione e la beffa-in caso di divorzio- di doversi vedere mandato via di casa(dalla propria casa, nella quale magari lei vive con la sua nuova fiamma) e di essere spennato economicamente e materialmente, nonchè essere precluso dal poter rivedere i suoi figli. Lo stato d'animo di quegli uomini che subiscono questo strazio e questa umiliazione non viene preso nemmeno in considerazione. "Gli uomini uccidono le donne per difendere il patriarcato!"  Questa è la beffarda spiegazione che ne danno tv, giornali ed "esperti". Anzichè, quindi, cercare di analizzare in modo imparziale e costruttivo questo fenomeno in modo tale da poter intervenire alla base per cercare almeno di arginare questo fenomeno, si opta per la stupidità ideologica, altrimenti poi non è possibile fare vittimismo gridando per tv e giornali e ai quattro venti che "gli uomini uccidono le donne". Ma al di là di tutto, tiriamo le somme. Prima abbiamo visto che ogni anno, in Italia, il numero medio di donne ammazzate da uomini si aggira sui 140/150. Ma abbiamo anche visto che, in generale, per ogni donna ammazzata vi sono oltre 3 uomini ammazzati e almeno (di sicuro di più) altrettanti uomini suicidatosi per non aver retto al dolore di essere stati lasciati (nonchè un esercito di milioni di depressi e distrutti moralmente e interiormente). Risultato: in Italia, per ogni donna uccisa, abbiamo almeno una decina di uomini uccisi tra omicidi e suicidi. Il rapporto è eloquente e significativo su chi tra i due generi, maschile e femminile, stia messo peggio in termini di morti violente e di disagio interiore e psichico. Ma sorge ancora un'altra questione. Ciò che molti, anzi quasi tutti, dimenticano è quello di chiedersi di quante vite di donne ogni anno, nel piccolo e nel grande, vengono salvate da uomini e quanti uomini muoiono, o comunque, si sacrificano duramente anche a scapito della propria salute, per salvare donne! Nessuno ne parla, ma per ogni donna ammazzata da un uomo, vi sono tantissime, un numero indefinito di donne salvate da un uomo, in sala operatoria, oppure in terapia, oppure tra le fiamme di un incendio (lode ai pompieri), oppure tra i rottami dell'auto distrutta dall' incidente, oppure tra le macerie di un terremoto o tra i flutti di un'inondazione, oppure tra le braccia del marito, e così via. E inoltre nessuno si chiede di quanti sono gli uomini che in guerra e nel lavoro (nella acciaierie, nelle fabbriche, nelle miniere, sulle impalcature, mentre le sculettanti e milionarie Barbara D'Urso varie si lamentano di essere "oppresse dagli uomini"), e in altre circostanze rischiose, perdono la vita al posto delle donne. I morti sul lavoro sono nella quasi totalità maschili (98%), ma ovviamente, non è politicamente corretto dirlo, altrimenti poi come si fa a parlare a vanvera descrivendo questa società come "maschilista e androcentrica"? In entrambi i casi, a parti invertite, eccetto, in pochi casi che pure ci sono e sono innegabili, non si può dire che succeda altrettanto, a meno che in questione non ci sia la propria prole (la tenerezza e lo spirito di sacrificio che può avere una madre nel sacrificare la propria vita per salvare quella della prole, è davvero grandiosa e commuovente). Quindi, in Occidente, per gli uomini, rispetto alle donne, al maggior numero di morti ammazzati e di suicidi, si aggiunge anche un numero indefinito, ma spaventosamente grande, di uomini morti e feriti per salvare donne e per svolgere ruoli e mansioni di utilità pubblica (costruire case, ponti, scavare, ecc) che nessuna donna svolgerebbe mai, oltre che uno stato di profondo abbattimento e disagio collettivo. Un vero e proprio Maschicidio, altro che Femminicidio! Tutti sappiamo come vanno le cose (anche chi fa finta di non saperle queste cose). Sin da quando è nata l'Umanità, il ruolo dell'uomo è sempre stato quello di proteggere la donna, e quindi anche morire per lei e al suo posto, a casa, come in guerra, come in situazioni di emergenza, come nel lavoro e quant'altro(8). Un ruolo che a me non piace, non mi è mai piaciuto, ma che le donne, da sempre, non solo hanno accettato, ma hanno anche voluto e recriminato con forza: richiedere la sicurezza fisica ed economica dal proprio partner uomo, e di essere dispensate dall'assumere i ruoli e mansioni più rischiosi, faticosi e usuranti, anche ai tempi di oggi, in barba alla loro tanto sbandierata "parità". Ed ecco che l'uomo ha sempre accettato questo ruolo, mai ribellandosi, ma assumendolo, a torto (secondo me), come un qualcosa di naturale, di obbligatorio, di ineluttabile. Ed ecco perchè nonostante ciò, molti uomini subiscono in modo compiacente le valanghe di infamie e calunnie che le becere femministoidi, intellettualini e intellualine da salotto, tv e giornali, lanciano contro il genere maschile, e anzi, pur di apparire "fighi" davanti alle loro mogliettine. Fidanzatine o donne da corteggiare, molti uomini sono disposti anche ad infamare, umiliare, e non poche volte, anche a massacrare e uccidere, altri uomini. Ecco, allora, che mi rendo conto che questo Maschicidio avviene anche un pò per colpa di una parte degli uomini stessi, oltre che dell'arroganza femminista.

Femminicidio meno diffuso del “maschicidio”. Anche in Italia. Scrive il 6/07/2016 "Notizie Provita". Anche Adnkronos riporta i dati cui abbiamo fatto cenno qualche giorno fa sul femminicidio. L’agenzia di informazione si concentra in modo particolare sull’Italia, dove circa 3,8 milioni di uomini hanno subito abusi da parte delle donne. Pare che anche tra i giovani, nel 2014, gli abusi (dallo stalking a reati sessuali) subiti dai maschi siano del 4%maggiori di quelli subiti dalle femmine. Tra l’altro il fenomeno dal lato maschile è più sommerso che dal lato femminile. Se i casi di violenza e femminicidio sono spesso non denunciati per vari motivi (paura, sentimenti contrastanti, debolezza, ricatto…), i maschi hanno in più una grande vergogna nel denunciare l’aver subito violenza da una donna. Prosegue Adkronos: “Su questo tema Stiritup, progetto europeo che tratta la violenza nelle coppie giovani, nel 2014 si è concentrato su cinque Paesi europei tra cui l’Italia. Il risultato è che il numero di vittime maschili di molestie supera quello femminile. I giovani uomini sembrano una categoria a rischio anche secondo la rivista dell’American psychological association che parla di 4 uomini su 10 che tra scuola superiore e università sarebbero stati costretti ad avere rapporti non consensuali. Nel 31% dei casi la coercizione sarebbe stata verbale, nel 18% fisica e nel 7% dei casi attraverso la somministrazione di droghe. Il 95% degli intervistati ha spiegato che a mettere in atto le violenze o le molestie sarebbero state delle donne”. Se dobbiamo, quindi, abbattere gli stereotipi e prevenire gli episodi di violenza, sarà forse il caso di piantarla con la “violenza di genere” e il “femminicidio”. Pensiamo ad educare al rispetto reciproco e alla pace le persone, i giovani e i meno giovani, a prescindere dal “genere”…

Maschicidio in Italia: i numeri di una strage nell’ombra, scrive giovedì 10/04/2014 Giorgio Rini su “Nano Press”. Il maschicidio in Italia rappresenta un fenomeno, di cui non si sente parlare molto e spesso, eppure gli ultimi dati a disposizione dimostrano come la questione sia sempre più in aumento, non solo nel nostro Paese, ma in tutto il mondo. Parlando di questo argomento è facile cadere negli stereotipi, perché non si fa altro che associare la violenza ad una personalità più propriamente maschile, non pensando invece che anche le donne possono essere protagoniste di fatti di sangue non meno crudeli. Una strage nell’ombra, quindi, quella delle donne che uccidono uomini. Da un certo punto di vista potrebbe rappresentare l’altra faccia della medaglia, in questo caso l’altra faccia del femminicidio. Anche da parte dei media negli ultimi tempi c’è stata molta attenzione ai casi in cui le vittime sono state donne. Anche il maschicidio, comunque, merita di ricevere la giusta considerazione, soprattutto per comprendere più in fondo la società nella quale viviamo.

I numeri. La violenza delle donne sui mariti o sugli uomini in generale, che possono essere anche conviventi o amanti, dilaga in tutto il mondo, dall’Europa all’America. Basta tenere presente alcuni dati che sono emersi nel corso degli ultimi anni, per rendersene conto. In Germania, ad esempio, il Ministero della Famiglia ha scoperto che il 25% degli uomini ha subito una violenza fisica all’interno delle mura domestiche, il 15% è stato vittima anche di violenza psicologica. In Inghilterra un uomo su sei sperimenta abusi familiari, mentre negli Stati Uniti la violenza fisica tra partner è stata attribuita per il 30% alle donne. E’ da specificare, inoltre, che spesso gli uomini non denunciano i maltrattamenti, perché provano un senso di vergogna e di colpa, per la loro “debolezza”, che li porterebbe ad essere vittime. I casi di maschicidio:

ANA TRUJILLO – Ana Trujillo era la fidanzata del professor Anderson, Alf Stefan Anderson, professore universitario di Houston. E’ stata proprio lei a colpirlo con 25 colpi di tacco in faccia, in testa e sul collo. Un tacco 14, e le scarpe sono state ritrovate accanto al cadavere. Ana è stata condannata per omicidio alla pena dell’ergastolo. Una sera di giugno la coppia era uscita e aveva bevuto. Tornati a casa, verso le due di notte, è scoppiato un litigio. Lui sarebbe caduto a terra e la donna gli si sarebbe seduta di sopra, impedendogli ogni movimento. Poi si è tolta la scarpa e ha iniziato a colpirlo con il tacco. La 45enne è stata descritta come una persona piuttosto violenta, visto che anche l’ex fidanzato ha raccontato di essere stato aggredito precedentemente. Secondo la tesi della difesa, si sarebbe trattato soltanto di legittima difesa, ma i giudici non hanno creduto a questa versione.

MARIA ANDRADA BORDEA – Maria Andrada Bordea era la moglie del muratore rumeno Dimitru Bordea, il quale è stato ritrovato morto nella sua abitazione il 2 marzo. La gola e il torace erano stati trafitti da varie coltellate. La coppia viveva il dramma della disoccupazione. All’inizio si era pensato ad un suicidio, dovuto alle difficoltà della crisi. Le indagini, invece, hanno fatto ricadere le accuse sulla moglie, che è stata arrestata per omicidio. L’autopsia dell’uomo ha rivelato l’impossibilità dello stesso di autocolpirsi. Ad inchiodare la donna sono state le testimonianze dei vicini, i quali avrebbero riferito di averla vista uscire con gli abiti sporchi di sangue.

MARIA MASCETTI – La vicenda di Maria Mascetti è accaduta a Scalea, in provincia di Cosenza. La donna ha ucciso il compagno a coltellate. La vittima è Giuseppe Ronco, di 75 anni. La donna di 69 anni avrebbe tentato il suicidio, ferendosi e poi avrebbe chiamato i soccorsi, facendo arrivare i carabinieri e i vigili del fuoco. E’ stata la donna a confessare l’omicidio del compagno, che sarebbe avvenuto in seguito ad una lite.

ANGELA BARAN – Il 25 marzo a Torino è stata ricoverata in rianimazione una donna di origine rumena. Tutto è accaduto in seguito ad una lite violenta con il marito a San Luigi di Orbassano. La donna era stata percossa. Il marito è invece morto in seguito ad una coltellata che la donna stessa gli ha praticato sull’addome con un coltello da cucina. A quanto pare la 54enne potrebbe aver reagito dopo un’aggressione dell’uomo. A trovare i genitori è stata la figlia. Secondo le ricostruzioni dei fatti i due litigavano spesso.

L'indignazione oltre la statistica. I femminicidi riempiono i giornali, i femminicidi sono in calo. Due notizie entrambe vere, due notizie in apparente contrasto. Ma forse no, scrive Andrea Cuomo, sabato 11/06/2016, su "Il Giornale". I femminicidi riempiono i giornali, i femminicidi sono in calo. Due notizie entrambe vere, due notizie in apparente contrasto. Ma forse no. Dall'inizio dell'anno sono state 59 in Italia le donne uccise in quanto donne. In quanto cioè esseri più deboli, in quanto persone che noi uomini vorremmo intestarci e invece ci sfuggono, ci lasciano, ci tradiscono, ci dicono di no, ci smentiscono. Che fanno insomma quello che ogni persona di qualsiasi sesso ha diritto di fare: scegliere. Anche quello che a noi uomini non piace. Cinquantanove donne uccise per il più diabolico alias dell'amore: la gelosia. Cinquantanove donne uccise dagli uomini sono pur sempre cinquantanove di troppo. Eppure non sono di più che negli anni precedenti, malgrado la nostra percezione ci dica il contrario e ci faccia pensare a un'epidemia di misoginia. Proiettando il dato su tutto l'anno porterebbe a 136 vittime nel 2016. Ovvero lo stesso numero di donne uccise da uomini nel 2014. Appena qualcuna in più rispetto al 2015, quando le vittime dell'omicidio di genere furono 128. Ma meno rispetto al 2013 (179) e al 2012 (157). Se poi allarghiamo il raggio temporale di indagine il dato è ancora più evidente. Nel 2003 ci furono 0,65 massacrate per la colpa di essere donne libere ogni 100mila abitanti, mentre nel 2014 il dato è sceso a 0,47. Nessun negazionismo, si badi bene. Il fenomeno resta angosciante e ingiustificabile. Ma i numeri sono numeri. I femminicidi stanno lentamente diminuendo proprio nel momento in cui sembrano aumentare. Com'è possibile tutto ciò? Questo certamente deriva dal difetto di prospettiva a cui ci induce l'orrore di alcuni episodi che - vedi quello di Roma - per le modalità raccapriccianti dell'assassinio e per l'ambiente «normale» in cui è maturato, colpiscono ciascuno di noi più di altri casi borderline, liquidati come frutto di contesti malati. La colpa naturalmente è anche di noi giornalisti, per cui a dispetto degli slogan grillini uno non vale uno. E poi purtroppo c'è una cinica legge dell'informazione, quella in base alla quale ci sono filoni di notizie che fanno tendenza, come fossero tailleur: e nella primavera-estate 2016 il femminicidio va su tutto. Ma l'emergenza non è di oggi. L'emergenza c'è da sempre. Certe cose non iniziano a esistere solo perché diamo loro finalmente un nome buono per titoli e sommari. Certe cose abitano nelle nostre teste al di là degli slogan, perché per tanti uomini ancora è inaccettabile pensare che la donna non sia come un'auto che si registra al Pra con il proprio nome, e poi guai a chi te la tocca. L'emergenza non è di oggi, dunque. Epperò è bene che ci sia questa lieve miopia per quanto parzialmente falsa. È bene urlare qualche titolo, inventare slogan, fare reportage, anche a costo di sembrare allarmisti. Perché questo non guarirà gli uomini ammalati di gelosia, ma magari aiuterà qualche donna a individuare nei comportamenti del suo uomo geloso, del suo marito mollato, del suo ex insistente i semi di ciò che oggi chiamiamo femminicidio e che un tempo chiamavamo follia. Forse così quei diminuiranno ancora. Fino allo zero.

Cinque milioni di uomini ogni anno sono vittime delle violenze femminili. È raro che uccidano. Ma ricattano, umiliano e distruggono economicamente i compagni, scrive Barbara Benedettelli, domenica 20/11/2016, su "Il Giornale". Senza nulla togliere alla gravità della violenza maschile sulle donne, credo sia giunto il momento di coniare un nuovo termine anche per il fenomeno opposto: maschicidio. Perché anche il maschio può essere vittima della violenza femminile. Di certo lo è dell'informazione unidirezionale e di una cultura dominante che procede per stereotipi e pregiudizi: la donna è sempre docile incolpevole vittima e l'uomo sempre carnefice e bastardo. Ma la verità sta sempre in mezzo. Dopo l'elezione di Donald Trump e l'apertura del vaso di Pandora sui media che nascondono, insabbiano o discreditano modificando la verità secondo ideologia (o stereotipi), è emerso il bisogno di autenticità. Di una verità tale a trecentosessanta gradi, la sola capace di darci gli strumenti per risolvere il gap culturale che permette ancora differenze sostanziali tra uomini e donne. E che può fornirci forse perfino la soluzione per diminuire il numero dei femminicidi, costante nel tempo nonostante i passi avanti anche legislativi. Non possiamo dunque non tenere conto, quando osserviamo il fenomeno del femminicidio, dell'altra faccia della medaglia: la condizione maschile, l'emancipazione psicologica dell'uomo, i pregiudizi legati al concetto di maschio e il tabù che riguarda la violenza femminile sul sesso opposto. Violenza che esiste - anche se raramente ha dinamiche omicidiarie - e che riguarda la psiche, il portafogli e perfino la sessualità. In Italia sono poche le indagini in questo senso. Una di queste - passata quasi inosservata - è stata effettuata nel 2012 da una equipe dell'Università di Siena su un campione di uomini tra i 18 e i 70 anni. La metodologia è la stessa utilizzata dall'Istat nel 2006, per la raccolta dei dati sulla violenza contro le donne e che ancora oggi vengono riportati con grande enfasi. Secondo l'indagine dell'Università di Siena, nel 2011 sarebbero stati oltre 5 milioni gli uomini vittime di violenza femminile configurata in: minaccia di esercitare violenza (63,1%); graffi, morsi, capelli strappati (60,05); lancio di oggetti (51,02); percosse con calci e pugni (58,1%). Molto inferiori (8,4%), a differenza della violenza esercitata sulle donne, gli atti che possono mettere a rischio l'incolumità personale e portare al decesso. Una differenza rilevante questa, che in parte giustifica la maggiore attenzione al femminicidio. Nella voce «altre forme di violenza» dell'indagine (15,7%) compaiono tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l'auto, mani schiacciate nelle porte, spinte dalle scale. Come gli uomini anche le donne usano forme di violenza psicologica ed economica se pur con dinamiche diverse: critiche a causa di un impiego poco remunerato (50.8%); denigrazioni a causa della vita modesta consentita alla partner (50,2%); paragoni irridenti con persone che hanno guadagni migliori (38,2%); rifiuto di partecipare economicamente alla gestione familiare (48,2%); critiche per difetti fisici (29,3%). Insulti e umiliazione raggiungono una quota di intervistati del 75,4%; distruzione, danneggiamento di beni, minaccia (47,1%); minaccia di suicidio o di autolesionismo (32,4%), specialmente durante la cessazione della convivenza e in presenza di figli, spesso utilizzati in modo strumentale: minaccia di chiedere la separazione, togliere casa e risorse, ridurre in rovina (68,4%); minaccia di portare via i figli (58,2%); minaccia di ostacolare i contatti con i figli (59,4%); minaccia di impedire definitivamente ogni contatto con i figli (43,8%). Nulla di nuovo rispetto alle ricerche sulla violenza nell'ambito delle relazioni intime condotte in altri paesi, dove c'è una maggiore propensione a studiare il fenomeno tenendo conto di entrambi i sessi. In una ricerca effettuata nel 2015 nell'ambito del progetto europeo Daphne III sulla violenza nelle dinamiche di coppia e che coinvolge 5 paesi tra cui l'Italia, analizzando un campione di giovani tra i 14 e i 17 anni: le ragazze che hanno subito una forma di violenza sessuale variano dal 17% al 41% in base all'entità dell'aggressione e i ragazzi dal 9% al 25%. Allora, tenendo conto del fatto che la violenza femminile sugli uomini è di entità più lieve, non possiamo negarla. Dobbiamo prendere atto che il problema della così detta violenza di genere va affrontato da un nuovo punto di vista. Gli sportelli antiviolenza, per esempio, sono attualmente dedicati per lo più alle donne e, come afferma Luca Lo Presti, Presidente di Fondazione Pangea, non sono sempre in grado di gestire la richiesta di aiuto del sesso opposto. «Oggi siamo al paradosso - sostiene Lo Presti - che un uomo cosciente di avere un problema legato alla mancanza di controllo della violenza e che chiede aiuto perché ha paura di ferire a morte la compagna, si trova di fronte a muri altissimi. Quando si presenta in un centro antiviolenza ci sono casi in cui viene aggredito psicologicamente e criminalizzato come se dovesse pagare per tutti, in quanto ritenuto parte di una categoria di esseri umani sempre carnefici». Oppure capita che se un uomo è vittima di una forma di violenza e trova il coraggio di denunciare - nonostante il rischio di derisione perché dimostra una fragilità non consona allo stereotipo di virilità e forza -, allora non è creduto. Perché il cliché lo vuole capace di reagire al sopruso senza fare una piega. In un caso e nell'altro non c'è soluzione. Senza la capacità di ascolto e di aiutare gli uomini concretamente a gestire gli impulsi distruttivi o a risanare una ferita dovuta ad abusi subiti da una donna, non ci sarà mai la possibilità di risolvere un problema profondo e articolato come quello della violenza domestica. Oltre il genere però. Perché il centro di tutto non siano i maschi o le femmine, ma la persona.

Toh, c’è pure il “maschicidio”. E tanto…Campagne mediatiche ben orchestrate. Ma smentite dai fatti. La verità è che siamo tutti esseri umani, a volte sfrenatamente, stupidamente, violenti…scrive Rino Tripodi. Le bugie hanno le gambe corte. Le campagne mediatiche in malafede anche. Si è inventato un neologismo, “femminicidio”, per montare un ennesimo assalto alla Bastiglia, con lo scopo di invocare nuovi diritti, nuove leggi (si pensi, tra l’altro, alle famigerate “quote rosa”), a protezione di un “genere”, quello femminile, già ultratutelato, almeno nei paesi occidentali. Per non pensare allo scopo, da parte delle promotrici di tali campagne, di arrivare a un bello scranno in parlamento o ad altre “onorificenze” per aver condotto tali “nobilissime campagne” di odio e disinformazione. A sostegno argomentazioni e dati assurdi, quali la panzana della violenza maschile «prima causa di morte delle donne italiane» (per la smentita di questo e di altri dati e argomentazioni folli, si veda, tra gli altri, Femminicidio o maschicidio?, nel blog Il Volo di Dedalo). I fatti. Nel giro di pochi giorni due donne, una signora di Villapiana (Cosenza) – dapprima considerata, col solito pregiudizio, “vittima” del “maschio” – e un’altra, residente a Livorno, hanno ucciso i propri mariti. Particolarmente efferato il secondo caso, comprendente prolungate sevizie varie, tra cui genitali maciullati e sodomizzazione con un oggetto in grado di procurare la perforazione dell’intestino. Non vogliamo indagare sui motivi che hanno spinto le due donne a far fuori i propri partner. Avranno avuto le loro “buone” ragioni, che, però, non sono mai “buone”, quando si toglie la vita a un altro essere umano. La questione è che la violenza, l’aggressività, lo scatenamento e la realizzazione di istinti omicidi sono immondo “patrimonio” dell’umanità. Tutta. Senza differenze “di genere”. Del resto, non erano necessari gli ultimi due episodi per avere un quadro meno fazioso e arrogante della realtà. La Adama – nomen omen! – senegalese “violentata” in Italia, e immediatamente eretta a simbolo della Giornata mondiale conto la violenza sulle donne, si era inventata tutto; anzi, pare sia una mezza criminale. Molteplici gli episodi di omicidi crudeli e sadici compiuti da donne sui mariti, magari con la complicità dei propri amanti. Più in generale: ci si è dimenticati delle disumane violenze commesse in Iraq dalle soldatesse statunitensi? Nei pestaggi al G8 di Genova (vedi Giuseppe Licandro, La “macelleria messicana” che bagnò di sangue Genova, nel numero 77 di LucidaMente), quante erano le poliziotte? Chi ha mai evidenziato che, tra i quattro poliziotti condannati per il bestiale pestaggio – due manganelli spezzati sul corpo di un ragazzo – di Federico Aldrovandi a Ferrara, c’è anche una “Monica”? E, persino nelle mafie, considerate terreno solo “maschile”, si scoprono donne spietate che ordinano omicidi e delitti vari. Infine, volendo fare un po’ il Bruno Vespa della situazione, che dire della simpatica combriccola matriarcale di Avetrana? Della dolcissima Erika di Novi Ligure? Della amorevole signora Franzoni di Cogne? O della pacata Rosa di Erba, col suo amato Olindo? E Amanda, a Perugia, l’ha scampata per un pelo, o perché… Usa. La verità è che siamo tutti esseri umani. Imperfetti. Spaventati. Violenti. A volte bestiali (ma forse, a dir così, si offenderebbero gli animali). Da sempre una cultura “sinistrorsa” e “politically correct” manichea divide l’umanità in buoni e cattivi. Donne e uomini. Neri e bianchi. Poveri e ricchi. Operai e borghesi. Laici e credenti. Omosessuali ed eterosessuali. Di fronte al problema – “mistero”, per chi è, “religioso” – del male, della violenza, della brutalità, che ci accomuna tutti, non sarebbe meglio un po’ di raccoglimento? Senza altre parole. LucidaMente si è già occupata più volte di “discriminazione positiva” (vedi tutto il n. 61 del gennaio 2011 e, in particolare, I tanti, troppi pregiudizi dei “progressisti” bigotti; La violenza è solo degli uomini?; Il caro femminismo iattura per tutte/i?, oppure «Io e la giustizia italiana: dalla condanna per pedofilia all’assoluzione»), nonché della questione della bigenitorialità, segnalando alcune iniziative (ad esempio, dell’Associazione Adiantum o del Comitato dei cittadini per i diritti umani-Ccdu). Rino Tripodi (LM EXTRA n. 28, 15 maggio 2012, supplemento a LucidaMente, anno VII, n. 77, maggio 2012).

Strana fine quella del fantasioso personaggio Agamennone, combatte dieci anni da eroe nella sanguinosa guerra di Troia e poi finisce morto per mano della moglie Clitennestra, scrive Rosa Mistica su Cattolici Liberi”. Doveva probabilmente sentirsi sicuro nella vasca da bagno di casa sua quando venne ucciso dalla sua consorte e dal suo amante. Ma d'altra parte Clitennestra deve cedere il passo ad Elena, molto più professionale di lei in quanto a danni sugli uomini, sulla sua coscienza la fedigrafa aveva il peso delle migliaia di vittime della guerra di Troia, però esce magistralmente dalla scena ritornando sana e incolume fra le braccia del marito becco, lasciandosi alle spalle anche la morte di Paride che muore miseramente ucciso dalle frecce di Filottete. Certo la differenza tra i due miti è abissale, Clitennetra per far fuori il marito qualche ragione umanamente comprensibile ce l'aveva, Agamennone le aveva sottratto la figlia Ifigenia per sacrificarla ad Artemide, niente di meno per la ragion di stato più ignobile: quella della guerra, e una donna, tra l'altro madre, non poteva metabolizzare una simile crudeltà. Diametralmente opposto il caso di Elena che di attenuanti ne aveva poche. Ora prescindendo dal fatto, che spesso le seduttrici la fanno franca, bisogna pensare che effettivamente Clitennestra non è molto funzionale al male come lo è Elena, questo perché l'attitudine al male nella donna è più nella seduzione che nella violenza. Dello scorso novembre 2013 è un libro dal titolo "101 modi per far soffrire gli uomini", lo stile e l'apparenza vogliono rimandare ad un saggio umoristico, ma i contenuti del testo fanno poco ridere e l'autrice prende molto sul serio la possibilità di far soffrire il sesso "concorrente" al fine di assoggettarlo. Il tentativo di satana di rovinare l'armonia che Dio aveva previsto tra l'uomo e la donna, ovviamente non è nuovo, ma i tempi attuali vedono un tentativo delle donne in satana (seduttrici e non) di distruggere antropologicamente l’'uomo in una maniera che ha caratteristiche diverse dal passato. La possibilità che offre il mondo attuale alle seduttrici è l’'immunità dalle critiche sul loro abbigliamento. In virtù del solito (e travisato) non giudicare che poi è un non giudicare di Satana, un travisamento   attraverso il quale il mondo vuol dire maliziosamente: "non ammonite i peccatori", quando invece, come ben sanno i cristiani, l'’ammonizione è opera di misericordia spirituale. Il mondo ha deciso, poi, di non condannare la smisurata voglia delle seduttrici di gestire le passioni per farsi dee in vanità, facilitando così il dominio del maligno sulla società e non quello di Dio. Tornando al paragone con la mitologia si noti che nella guerra di Troia operano come burattinai più vizi capitali e cattiverie, dalla discordia (di Eris) alla vanità (delle dee), dalla lussuria (di Paride) all’'ira (di Achille.) E' la catena ininterrotta dei vizi che si richiamano l’'un l’altro che determina lo spiegarsi delle violenze che caratterizza la guerra di Troia.  Certo stupiscono le intuizioni greche che in racconti sia pure puramente fantasiosi riescono a cogliere con grande acume l’'essenza della radice del male. In ogni caso bisogna prendere atto   che non è a breve che la condanna della seduzione femminile avverrà in una società fortemente anticristica. Per evitare, dunque, che le donne in satana creino danni, l’'uomo deve sapere che deve liberarsi dal machismo da trattoria e prendere consapevolezza di che tipo di debolezza ha nei confronti del male, quella debolezza che Dio stesso, poi, gli rivela nelle Scritture. Al di fuori dalla grazia di Dio, esiste nella donna (più che nell' uomo) il concretissimo rischio di una dolcezza in satana che cerca di ottenere spesso frutti che portano alla dannazione il proprio prossimo. Prossimo che poi magari è il marito, il fidanzato o semplicemente il ragazzo o il "maschio" che si vuole sedurre o circuire per ottenere comportamenti indotti che poi sono comodi ai propri scopi. Satana è una scimmia, uno squallido imitatore del Creatore, quindi, cerca di riprodurre perversamente la carità di Dio per veicolare le sue proposte di peccato. Le donne in satana altro non fanno che imitare quello che è il loro ispiratore comportamentale per farsi figlie di questo padre infernale loro maestro e strisciare al disotto dell'accusa formale del mondo, che condannerà sempre il visibile e mai l'invisibile, invisibile però che rimane tuttavia come macchia dell'anima e cancellabile quindi solo da Dio attraverso un percorso di conversione e pentimento come avvenne nell'adultera del Vangelo: "va e non peccare più". Tornando alla dolcezza in satana che danna: secondo San Tommaso D’aquino. Adamo pecca anche per un amore troppo accondiscendente nei confronti di Eva. Si noti che il santo non ritiene che il problema fosse l’'amore per Eva, ma quell'’amore che la fa preferire a Dio. L’'uomo cade più per la gentilezza di satana che per la sua violenza, stessa sventura infatti tocca a Sansone che imbattibile sul campo cade per mano della sua "amata" Dalida. Il cattolico non deve tanto guardare il suo nemico armato, ma deve sempre aver fisso il suo fine che è non cadere nel peccato e quindi lo sbaglio di Adamo gli deve tornare alla mente soprattutto se compagna gli è una che molto assomiglia ad Eva. Si illude l'uomo che vuole convertire la seduttrice decidendo al contempo di amarla", l'uomo deve fuggire l'occasione di peccato, perchè tenendosi vicino alla tentazione satana sempre vincerà e l'uomo perderà la sua anima. D'altra parte Berlicche che la sa lunga su come rovinare l'anima degli uomini, consiglia al diavolo Malacoda: "Poiché il matrimonio, quantunque invenzione del Nemico, ha le sue utilità. Vi devono essere diverse giovani donne nel quartiere che gli renderebbero la vita difficilissima, se tu soltanto riuscissi a sposarne una." Lewis, infatti, nel suo romanzo ci teneva a dirci che dal matrimonio, anche se consacrato, contratto con un’empia, Satana riesce a trovare molte sue utilità per rovinare l'anima del futuro marito e portarlo così alla dannazione. Questo perchè, se la dolcezza della donna non viene da Dio troppo spesso l’'uomo perde la sua anima. L'uomo, infatti, non ha tanto da temere da Clitennestra ma da Elena, con Clitennestra muore il corpo con Elena muore l’'anima.

STUPRI, ABUSI E VIOLENZA SESSUALE: DUE PESI E DUE MISURE.

Come distinguere Stupro, Abuso Sessuale e Violenza Sessuale, scrive l'Istituto Beck. Ci sono tanti modi e altrettanti termini per descrivere un comportamento sessuale non consensuale. Si può chiamare stupro, abuso sessuale o violenza sessuale. A prescindere dal nome, qualsiasi forma di violenza sessuale può influenzare negativamente la salute fisica e psichica delle vittime. Di seguito sono descritte le varie tipologie di violenza.

STUPRO. La definizione esatta di stupro differisce da paese a paese. Più in generale, lo stupro si riferisce a un atto sessuale non consensuale completo in cui l’aggressore penetra la vagina, l’ano o la bocca della vittima con il pene, la mano, le dita o altri oggetti. Presenta una o più delle seguenti caratteristiche:

manca il consenso di una delle persone che partecipa all’atto sessuale;

il consenso viene ottenuto con l’utilizzo della forza fisica, della coercizione, di inganni o minacce;

la vittima è incapace di intendere;

la vittima non è completamente cosciente (per uso volontario o involontario di alcool e/o droghe);

la vittima è addormentata o incosciente.

Uno degli elementi più critici riguardo allo stupro è il consenso. Infatti, se l’accordo di una delle due parti è forzato, coercizzato o ottenuto sotto pressione non può considerarsi consenso poiché non è stato dato liberamente. Nel tentato stupro l’aggressore tenta, ma non completa, l’atto sessuale non consensuale. La violenza che sfocia in un tentato stupro può avere sulle vittime lo stesso impatto di uno stupro con penetrazione completa. In letteratura vi è un accordo unanime nel ritenere lo stupro il crimine meno denunciato alla polizia, nonostante i tassi d’incidenza del fenomeno siano molto alti. Per esempio, negli Stati Uniti è stato stimato che 1/5 delle donne e 1/71 degli uomini ha subìto uno stupro in una fase della propria vita (Black et al., 2011). In Italia, i dati ISTAT del 2015 hanno mostrato che ben 652.000 donne hanno subìto stupri e che sono 746.000 le vittime di tentati stupri.

ABUSO SESSUALE. Per abuso sessuale si intende ogni tipo di contatto sessuale non consensuale. Le vittime possono essere donne o uomini di ogni età. L’abuso sessuale da parte del partner o di una persona intima può includere l’uso di parole dispregiative, il rifiuto di utilizzare metodi contraccettivi, causare deliberatamente dolore fisico al partner durante i rapporti sessuali, contagiare deliberatamente il partner con malattie infettive o infezioni di tipo sessuale oppure utilizzare oggetti, giochi o altre cose che causano dolore o umiliazione senza il consenso del partner. Scarica la traduzione a cura dell’Istituto A.T. Beck del capitolo “Comparative Qualification Of Health Risks. Geneva World Health Organization, 2004 (Chapter 23 Child Sexual Abuse)” autorizzata il 14 Maggio 2015. Si tratta di atti sessuali con un bambino, compiuti da un adulto o da un bambino più grande. E’ un crimine sessuale che, per essere attuato, è connotato necessariamente anche da un abuso di fiducia, potere e autorità del carnefice nei confronti del minore, che determina gravi problemi a breve e lungo termine su di esso (National Sexual Violence Resource Center, 2013). Alcuni comportamenti tipici dell’abuso su minori comprendono:

toccamenti a sfondo sessuale di qualsiasi parte del corpo, sia essa coperta da vestiti o nuda;

rapporti con penetrazione, inclusa la bocca;

incoraggiare un bambino a intraprendere attività sessuali, inclusa la masturbazione;

avere rapporti sessuali davanti a un bambino, essendo consapevoli della sua presenza;

mostrare materiale pornografico a minori o utilizzare bambini per produrre questo materiale;

incoraggiare un minore a prostituirsi.

L’abuso sessuale nei bambini non è sempre ovvio e molte delle vittime non riferiscono l’abuso che hanno subìto (Finkelhor et al., 2008). Ci sono alcuni cambiamenti comportamentali che possono indicare un abuso sessuale. Eccone alcuni:

la bambina/il bambino ha paura, in particolare, di alcune persone o di alcuni luoghi;

risposte inusuali del minore alla domanda “sei stata/o toccata/o?”;

paura irragionevole di una visita medica;

disegni che ritraggono atti sessuali;

variazioni improvvise del comportamento, come bagnare il letto o perdere il controllo degli sfinteri;

improvvisa consapevolezza dei genitali, degli atti e delle parole a sfondo sessuale;

tentativi di ottenere comportamenti sessuali da parte di altri bambini.

VIOLENZA SESSUALE. Si definisce violenza sessuale qualsiasi attività sessuale con una persona che non voglia o sia impossibilitata a consentire all’atto sessuale a causa di alcool, droga o altre situazioni. Violenza sessuale è un termine molto generico che include diversi comportamenti come:

lo stupro, anche se l’autore è il partner o il marito;

qualsiasi contatto sessuale indesiderato;

l’esposizione non gradita di un corpo nudo, l’esibizionismo e il voyeurismo;

l’abuso sessuale di un minore;

l’incesto;

la molestia sessuale;

atti sessuali su clienti o dipendenti perpetrati da terapeuti, medici, dentisti, capi, colleghi o altre figure professionali.

La violenza sessuale è un atto di potere e non sempre vengono utilizzate la forza fisica o le minacce contro la vittima, perché la violenza può essere molto sottile (come nel caso in cui l’autore dell’atto utilizzi la propria età, fisicità o status sociale per spaventare o manipolare la vittima). La violenza sessuale accade in tutto il mondo ed è presente in tutti i gruppi sociali, economici, etnici, razziali, religiosi e di età. Inoltre, gli uomini quanto le donne possono essere vittime di violenza sessuale. Per quanto riguarda il genere femminile, i dati ISTAT del 2015 hanno riportato che del 31,5% delle donne (di età compresa tra i 16 e i 70 anni), che nel corso della propria vita era stato vittima di una qualche forma di violenza, ben il 21% aveva subìto violenza sessuale.

Coro di Ratisbona, ora il Vaticano s’arrabbia: «Due pesi e due misure», scrive venerdì 21 luglio 2017 "Il Secolo d’Italia". Alla Chiesa in quanto “istituzione speciale” viene “giustamente richiesta un’esemplarità assoluta, ma questo ricorso costante a due pesi e due misure nel giudicare i suoi comportamenti e nell’attribuire responsabilità non giova a nessuno”. Lo sottolinea Lucetta Scaraffia in un suo intervento sull’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, nel quale torna sull’inchiesta legata agli abusi nel Coro di Ratisbona. “Non giova alla chiarezza delle questioni, e non giova soprattutto quando si tenta di eliminare ingiustizie, di punire i colpevoli di violenze, di impedire che queste si ripetano”, annota la storica nel sottolineare come di fronte ad altri gravi episodi di violenza avvenuti in altre istituzioni, “nonostante la gravità” dei casi non sia seguita la stessa “indignazione collettiva”. “Ben diversa – osserva Scaraffia sul quotidiano d’Oltretevere – è stata l’attenzione che i media hanno rivolto alla triste vicenda dei piccoli cantori di Ratisbona: ampio spazio e titoli che, denunciando 547 casi di violenze, hanno spesso lasciato intendere che si sia trattato di quasi seicento stupri, mentre i casi di abusi sessuali nell’arco di quasi mezzo secolo sono stati 67. E bisognava approfondire per capire che sono stati soprattutto deprecabili interventi maneschi – ma certo meno gravi degli stupri – da parte di docenti, peraltro non di rado sadici. E soprattutto per capire che non era uno scoop, ma il risultato di una rigorosa indagine voluta dal vescovo della diocesi, quindi dalla Chiesa stessa, decisa ad andare a fondo di voci e denunce su questo scandalo”. “Nessuno – osserva la storica – dubita che si tratta di atti ignobili e vergognosi, che dovevano essere puniti e soprattutto prevenuti, ma colpisce il livello di manipolazione mediatica del caso, e soprattutto la percezione diversa che l’opinione pubblica ha di episodi simili: da una parte tolleranza verso la vita militare e gli eccessi di un nonnismo che degenera in violenza, dall’altra estrema severità verso l’istituzione ecclesiastica. Del resto, l’abitudine a indicare la Chiesa cattolica come fonte di tutti i mali fa ormai parte dell’esperienza quotidiana e prepara l’opinione pubblica a considerare questo normale”.

STUPRO DOMESTICO. Stupri e femicidi, due pesi e due misure. Negli ultimi 10 anni in Italia 1.740 donne sono state uccise dal partner o dall’ex partner e 2.333 sono state stuprate. Due volti della stessa medaglia, la violenza del maschio sulla femmina, rispetto alla quale però valgono due pesi e due misure: nelle mura domestiche, dove c’è l’uomo che dovrebbe amarti, non vale la stessa indignazione provata per quanto è avvenuto a Rimini il 25 agosto scorso, scrive Natascia Ronchetti l'11 settembre 2017.

Stupro, dal latino stuprum: onta, disonore. Femicidio o femminicidio: la prima parola è un adattamento dell’inglese femicide, per la seconda dobbiamo risalire allo spagnolo parlato nel Centroamerica, che parla di feminicidio. Ma oltre l’etimologia qual è la vera e concreta differenza nelle nostre risposte alle violenze sulle donne? Certo, nel primo caso non c’è la morte. Eppure lo stupro – e ce lo insegna il caso della brutale aggressione avvenuta a Rimini nella notte tra il 25 e il 26 agosto ai danni di una giovane turista polacca e di una transessuale peruviana da parte di un gruppo di giovanissimi africani – riesce a calamitare la nostra attenzione più di quanto avviene, quotidianamente, di fronte a un femicidio, che è un omicidio di genere: la donna viene uccisa in quanto donna. Lo stupro, che mantiene di fatto inalterato nelle nostre menti il suo significato latino, ci indigna e ci impaurisce perché può essere commesso da chiunque, è il male che può colpirci in qualsiasi luogo fuori dalle mura protettive della nostra casa, mentre facciamo una passeggiata, mentre siamo in vacanza – come è accaduto alla giovane polacca -, mentre rientriamo nella nostra abitazione dopo una serata con amici o parenti. Il femicidio è invece l’estremo atto di violenza di chi conosciamo bene: il fidanzato, il marito, il convivente, l’ex partner; è qualcuno che fa parte della nostra vita, è il killer tra le mura di quella stessa casa che dovrebbe proteggerci e farci sentire al sicuro. Essendo l’omicida una persona della quale dovremmo fidarci da un lato potenzialmente respingiamo semplicemente l’idea che possa accadere a noi, dall’altro lato non ci confrontiamo pienamente con una realtà tragica: stupro e femicidio sono due facce della stessa medaglia, quella di una cultura patriarcale sopraffattrice, maschilista e misogina che continua a insinuarsi nella mente e nella vita di tutti noi, uomini e donne. Antropologi culturali e femministe potrebbero ricordarci – dandoci subito una prima risposta – che in realtà esiste una distinzione fondamentale tra femicidio e femminicidio. Il primo è uccisione, il secondo è l’insieme delle violenze di genere – fisiche, psicologiche, economiche – che vengono esercitate dagli uomini sulle donne. In base a questa distinzione è evidente che lo stupro non è altro che una delle tante drammatiche manifestazioni del femminicidio, un esercizio di potere sul corpo della donna attraverso la violenza sessuale. Un’aggressione di gruppo come quella di Rimini è capace di dare la stura, oltre alla nostra legittima indignazione, alle polemiche politiche più becere mentre di fronte a un femicidio ci spaventiamo, certo, ma non prendiamo atto fino in fondo della gravità del fenomeno come se fosse una terribile partita che si gioca in casa d’altri e non anche nella nostra casa. Titoli sui giornali e via, si passa – purtroppo – al prossimo, come dimostrano le statistiche. Negli ultimi dieci anni – i dati provengono dall’Istat e dal ministero della Giustizia – nel nostro Paese sono state uccise dal partner o dall’ex partner 1.740 donne, nel solo 2017 siamo stati costretti a contare un omicidio ogni tre giorni. Contemporaneamente nello stesso periodo, tra gennaio e luglio, sono stati commessi 2.333 stupri, in quattro casi su dieci l’autore era uno straniero. Il tema dell’immigrazione e dell’integrazione non è irrilevante rispetto al problema della differenza delle nostre reazioni. Nel caso di Rimini abbiamo potuto circoscrivere la gravità del fatto – lo stupro di gruppo è punito dal nostro ordinamento con pene che vanno da sei a dodici anni – a qualcosa che consideriamo estraneo: la violenza è stata perpetrata da quattro immigrati, di cui uno con il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Nel caso di un femicidio il nemico – il patriarcato – è semplicemente tra di noi.

Natascia Ronchetti. Vive e lavora a Bologna. È stata a lungo redattrice de "l’Unità". Ha scritto per "Diario", e ora per "Il Sole 24 Ore", "Venerdì di Repubblica", "l’Espresso", "D-Donna", "Linkiesta", "Left". Per le edizioni L’Atelier ha scritto “Finanza etica. Una rivoluzione silenziosa” (2012), con la casa editrice David and Matthaus ha pubblicato “Il rituale del femicidio” (2016). Nel tempo libero viaggia. O sogna di viaggiare.

STUPRO DI RAZZA. Stupro di Firenze, e quel garantismo di “razza”. Migranti e carabinieri trattati in maniera diversa, scrive Piero Sansonetti il 12 Settembre 2017 su "Il Dubbio". Ieri il quotidiano Libero si è schierato con passione a difesa dell’arma dei carabinieri, dopo le polemiche provocate dall’accusa di stupro rivolta contro due militari di Firenze. E ha posto una domanda dalla risposta ovvia: «Se nei carabinieri ci sono due pecore nere, vuol dire che tutti i carabinieri sono pecore nere?». Chiaro che no. E una seconda domanda, dall’altrettanto ovvia risposta: «Per dichiarare colpevoli quei due carabinieri, non occorrerebbe, prima, una sentenza?». Chiaro che sì. Persino i giornali che son stati punta di lancia di svariate campagne giustizialiste capiscono che alcuni capisaldi del garantismo vanno rispettati, sennò è la fine. Il problema è però questo: se ne ricorderanno, tra qualche giorno, quando sul banco degli accusati siederanno gli immigrati? Lo stupro di Firenze e quel garantismo di “razza”. Ieri il quotidiano Libero si è schierato con passione a difesa dell’arma dei carabinieri, dopo le polemiche provocate dall’accusa di stupro rivolta contro due militari di Firenze. E ha posto una domanda dalla risposta ovvia: «Se nei carabinieri ci sono due pecore nere, vuol dire che tutti i carabinieri sono pecore nere?». Chiaro che no. E una seconda domanda, dall’altrettanto ovvia risposta: «Per dichiarare colpevoli quei due carabinieri, non occorrerebbe, prima, una sentenza?». Chiaro che sì. Persino il quotidiano Il Fatto, forse per la prima volta nella sua storia ( a parte la vicenda- Marra) ha parlato non di colpevoli ma di “presunti colpevoli”. Possiamo esultare. Dopo una estate nella quale si è fatto strame dei principi essenziali del diritto (in particolare sulla questione migranti) si torna finalmente a ragionare. Persino i giornali che son stati punta di lancia di svariate campagne giustizialiste capiscono che alcuni capisaldi del garantismo vanno rispettati, sennò è la fine. Il problema è semplicemente questo: se ne ricorderanno, tra qualche giorno, quando sul banco degli accusati non siederanno più due ragazzi in divisa ma due “balordi” qualunque, o forse due immigrati? E se ne ricorderanno anche quando il reato del quale vengono accusati gli imputati, o gli indiziati, non sarà più stupro ma, per esempio, immigrazione clandestina, o concussione, o abuso d’ufficio? (Spesso, nel nostro giornalismo, il reato di abuso di ufficio è considerato molto più grave del reato di stupro…) Ecco, io temo che non se ne ricorderanno. L’articolo che ha scritto sul Libero il mio amico Renato Farina (al quale voglio bene soprattutto perché in passato è stato spesso linciato dalla stampa giustizialista) è inappuntabile. Un vero esempio di garantismo e io non dubito della sua assoluta buonafede. Osserva come sia indecente prendere spunto dal reato di due appartenenti a una categoria per criminalizzare la categoria (in questo caso i carabinieri), osserva come prima di condannare qualcuno occorra un processo, osserva come i due ragazzi dell’Arma abbiano, come tutti, pieno diritto alla difesa. Sottoscrivo tutto, al 100 per cento. Sottoscrivo persino il suo sospetto – che mi è sembrato di intravedere – che ci sia qualcuno che vuole speculare, per motivi di potere, e indebolire i carabinieri o alcuni settori dei carabinieri. Quel che non mi convince è la contraddizione tra questo articolo, impeccabile, e la campagna che il giornale sul quale Farina scrive ha condotto nei mesi scorsi contro, ad esempio, gli immigrati, identificandoli – sempre ad esempio – come la categoria alla quale appartenevano i quattro africani accusati di stupro a Rimini (ripeto: “accusati- di- stupro- a- Rimini”). I titoli a tutta prima pagina erano molto chiari. Dicevano: gli immigrati ci portano stupri. E cioè esprimevano una bestialità. Così come è una bestialità quella di chi dice: i carabinieri ci portano stupri. Gli stupri sono opera semplicemente degli stupratori, che non sono negri, non sono sbirri, non sono disoccupati, né ingegneri, né padri di famiglia: sono stupratori e cioè colpevoli del reato peggiore di qualunque altro reato dopo l’omicidio. Detto questo, anche stavolta abbiamo assistito a dichiarazioni politiche che fanno a pugni col diritto. Comprese qualche dichiarazione degli stessi carabinieri, smaniosi di mostrarsi inflessibili. Non è di retorica inflessibilità che abbiamo bisogno, ma solo di diritto, di legge e di giustizia. E non abbiamo nessun bisogno di sentenze né anticipate né esemplari. Non è la gravità di un reato, o di un presunto reato, a determinare la colpevolezza e dunque la durezza delle contromisure. I reati vengono puniti più o meno severamente a seconda della loro gravità (e la loro gravità dovrebbe essere stabilita dai codici penali e non dalla pressione dell’opinione pubblica e dei giornali), ma i metodi di accertamento e le garanzie di difesa sono uguali per qualunque reato, anzi, nel caso di reati più gravi (siccome sono più gravi le conseguenze in caso di colpevolezza) le garanzie devono essere più grandi. Allora delle due l’una: o i giornali (non solo Libero) che nei giorni scorsi hanno avuto atteggiamenti forcaioli nei confronti degli africani si rendono conto di avere sbagliato. E questo, francamente, farebbe fare un bel passo avanti al dibattito pubblico. Oppure dichiarano apertamente e onestamente di voler affermare una distinzione tra due modi di fare giustizia: una verso i cittadini italiani e l’altra verso gli africani. E di volerlo fare per una serie di ragioni che saranno anche fondatissime e che ora non ci interessa approfondire. Ci interessa che sia chiaro che in questo modo si afferma il seguente principio: esiste una giustizia di razza. Diversa a seconda della razza (o presunta razza) alla quale appartiene il sospettato. Questo principio, dal punto di vista scientifico (lasciamo stare le polemiche politiche o gli anatemi) si chiama “razzismo”. Possiamo anche decidere che il “razzismo”, come tante altre ideologie (spesso sciaguratissime) sia legittimo, perché ogni opinione anche la più orrenda è legittima, purché si chiamino le cose con il loro nome. Senza alzare la voce. Senza pretendere sdegno o condanne e senza esprimere senso di superiorità. Del resto la giustizia razzista è solo una delle tante varianti del “garantismo- giustizialista”. Scusate se uso questo ossimoro, ma non è un paradosso, è più o meno la normalità nella discussione politica. L’idea che solo i propri amici debbano essere garantiti. O solo i sospettati di alcuni reati. E tutti gli altri vadano presi e messi sulla graticola. Questo è il garantismo giustizialista che dilaga nella politica, nel giornalismo, nell’intellettualità. Volete qualche esempio? Date un’occhiata alla polemica feroce che si è aperta, da parte di molti giornali e anche del sindacato giornalisti, contro l’ipotesi di un decreto che limiti la possibilità di mettere alla gogna liberamente tanta gente attraverso l’uso incontrollato delle intercettazioni e la loro pubblicazione. Perché questa ira? Davvero qualcuno teme che possa essere messa in discussione in Italia la libertà di stampa? No, tranquilli, nessuno lo crede. Molti però pensano che la stampa possa essere costretta ad essere garantista, non solo con i propri amici; e ritiene che in questo modo la stampa perda la metà del suo potere. Soprattutto – credo – perda il potere di interagire con pezzi di magistratura creando una potenza che sfugge a ogni legge, a ogni controllo, a ogni meccanismo democratico. Cosa c’entra questa discussione con la polemica con Libero? C’entra. Finché non ci si convincerà che il garantismo è uno solo e che è essenziale alla democrazia, i giornali resteranno quello che in gran parte sono oggi: megafoni di faziosità, esibita e rivendicata.

Carabinieri accusati di stupro, Salvini: "Vicenda molto strana". Molti i punti ancora da chiarire. Il leader della Lega: "Se hanno fatto sesso con le due ragazze, anche se queste erano d'accordo, devono lasciare la divisa. Se si trattasse di stupro dovrebbero essere trattati come tutti gli altri infami. Ma ho dei dubbi che sia successo questo", scrive il 9 Settembre 2017 “Il Populista”. La vicenda dei presunti stupri commessi a Firenze da due Carabinieri in servizio, nei confronti di due studentesse americane, presenta ancora molti punti oscuri. Sabato uno dei due militari accusati si è presentato in Procura, con il suo avvocato, dichiarando di aver avuto un rapporto con una delle due ragazze. Precisando però che “lei era consenziente”, e che dunque “non c’è stata violenza”. “Lei mi ha invitato a casa e poi siamo stati insieme”, ha raccontato. Intanto l’Arma ha avviato le procedure per la sospensione dal servizio di entrambi. Il leader della Lega Matteo Salvini, nel tardo pomeriggio di sabato, ha commentato così su Facebook: "In Italia ci sono più di 100.000 Carabinieri che fanno bene il loro lavoro. Hanno tutta la mia stima, guai a chi li tocca. Se due di questi a Firenze, in divisa e in servizio, hanno fatto sesso con due ragazze, anche se queste erano d'accordo, hanno fatto un errore enorme e dovrebbero immediatamente lasciare il lavoro e la divisa. Se poi si trattasse di stupro, dovrebbero essere trattati come tutti gli altri infami che mettono le mani addosso a donne o bambini. Permettetemi però, fino a prova contraria, di avere dei dubbi che si sia trattato di uno "stupro", e di ritenere tutta la vicenda molto, molto, molto strana.  Sono l'unico a pensarla così?”. Il post ha ricevuto nel giro di poco tempo migliaia e migliaia di approvazioni.

Firenze, le fake news dei giornali sugli stupri inventati. Diversi quotidiani nazionali hanno pubblicato la notizia: A Firenze nel 2016 false 90% delle denunce per violenza sessuale. Il questore smentisce, scrive Domenico Camodeca, Esperto di Cronaca l'11 settembre su "it.blastingnews.com". “Tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro e a #Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90% risulta falso”. È questo il passaggio incriminato, privo di virgolette nella versione originale, di un articolo apparso il 9 settembre scorso sui quotidiani La Stampa e Il Secolo XIX, a margine di una intervista al ministro della Difesa, Roberta Pinotti, sui fatti legati all’ancora presunto stupro di Firenze [VIDEO]. Anche altre testate, tra cui Il Messaggero, Il Gazzettino e Il Mattino (o, almeno, questa la ricostruzione fatta dalla giornalista del Fatto Quotidiano Luisiana Gaita) hanno poi rilanciato la notizia che, però, si è rivelata essere una #Fake News, una bufala insomma. A smentire i Media ci ha pensato il questore di Firenze Alberto Intini: “Secondo la banca dati della polizia solo 51 denunce per#violenza sessuale nel 2016 e, nei primi 9 mesi del 2017, solo 3 da parte di ragazze americane”. Di fronte alla presunta fake news smascherata, Stampa e Secolo decidono di non mollare, virgolettano la frase da loro pubblicata e la attribuiscono a una non meglio precisata “fonte istituzionale attendibile”, anche se coperta dal segreto professionale. Dunque, a Firenze, nel 2016, ci sono state tra le 150 e le 200 denunce per violenza sessuale (reato che va dal palpeggiamento al vero e proprio stupro), oppure solo 51?. E poi, è vero che le denunce presentate dalle donne americane sarebbero false per il 90%? Sostenitori della prima tesi sono, come detto, le redazioni di Stampa e Secolo le quali, nella nota apparsa successivamente in calce al pezzo contestato, spiegano che “i dati cui fa riferimento la fonte non sono nelle statistiche ufficiali perché non sono ancora confluiti nei database Istat”. Una pezza di appoggio abbastanza fumosa che, infatti, il procuratore di Firenze Intini contraddice fornendo i numeri provenienti dalla banca dati della polizia. Per non parlare dell’altra fake news che tutte le studentesse Usa in Italia sarebbero assicurate contro lo stupro Infatti, come ha spiegato anche Gabriele Zanobini, avvocato delle due ragazze protagoniste della vicenda, l’assicurazione stipulata dalle donne americane che si recano in Italia è generica e comprende ogni tipo di incidente o aggressione in cui si può incorrere.

"Se la sono cercata", su Facebook l'odio per studentesse stuprate a Firenze, scrive il 09/09/2017 Marta Repetto su "Adnkronos.com". Bugiarde, disoneste, drogate, prostitute. Nessuna pietà per le presunte vittime: il caso di Firenze, che vede indagati due carabinieri per stupro, visto dai social mette i brividi. Nessuna empatia o quasi per le studentesse americane ma, al suo posto, un'ondata d'odio e di scherno in ogni singolo post o notizia pubblicati sull'argomento. Giovani ree, secondo gli umori dei commentatori, di aver peccato di ingenuità, di aver irretito i due appartenenti all'Arma o, nel peggiore dei casi, di essersela andata a cercare, perché "se non vuoi andarci a letto, sulla macchina dei militari non ci sali". La giuria del web, insomma, ha già emesso il verdetto: le ragazze - e "non dimenticate che sono americane e gli americani sono famosi per il vittimismo" - sono le colpevoli e saranno loro a doversi discolpare agli occhi degli italiani e degli inquirenti. Tanta, tantissima solidarietà invece per gli indagati, per molti "innocenti a prescindere". E fra le notizie trapelate finora dalle indagini in pieno svolgimento, più che colpire il fatto che siano stati trovati dei riscontri al racconto delle due ragazze - fra cui le immagini di alcune telecamere di sorveglianza che testimonierebbero l'effettiva presenza delle giovani sulla macchina dei carabinieri -, i lettori sembrano concentrarsi sul particolare dell'assicurazione contro lo stupro stipulata dalle ragazze. Un'assicurazione che, sempre secondo la giuria popolare online, certificherebbe senza ombra di dubbio la colpevolezza delle americane: "Hanno inventato tutto - sentenziano - per prendersi i soldi". E poco importa che questo tipo di assicurazioni - che riguardano ogni aspetto e ogni eventualità medica - siano pressoché la prassi per gli stranieri che risiedono in Italia per un periodo medio-lungo. Come del resto ha spiegato l'avvocato di una delle due giovani. Ma non c'è solo l'analisi minuziosa delle indagini. C'è infatti anche chi si spinge più in là, magari vestendo i panni del medico che le ha prese in carico per gli accertamenti clinici: "Se non ci sono lesioni la violenza non c'è stata", azzarda qualcuno, che evidentemente ha già il quadro chiaro pur non avendo in mano gli atti. Fra gli esperti e i giudici, colpisce come siano tante le donne che non mostrano alcun tipo di compassione, ma che invece rincarano la dose nei 'commenti tecnici' al caso: "Saranno state loro a fare le zoccole", l'opinione più diffusa. Nel mezzo, una minoranza che ricorda - o almeno prova a far ricordare - come in Italia siano previsti tre gradi di giudizio per gli imputati, "di qualsiasi colore siano" aggiungono riferendosi ai recenti fatti di Rimini, che investigatori e scientifica sarebbero forse gli unici a dover indagare sul complesso caso e che le presunte vittime siano da tutelare e proteggere fino a prova contraria. Una minoranza che purtroppo sembra avere la peggio, persa irrimediabilmente in quel girone infernale di commenti su Facebook e Twitter dove tutti diventano esperti di tutto, sostituendosi spesso e volentieri a inquirenti e tribunali.

Stupro di Firenze. Quando il web è pronto a giustificare gli aggressori. Su Internet i carabinieri indagati dopo la denuncia per stupro di due studentesse americane hanno raccolto la solidarietà di molti utenti (anche donne), che invocano il garantismo e mettono in dubbio la credibilità delle ragazze. Ma era andata molto diversamente, fin dalle prime ore, nel caso degli stupri compiuti a Rimini da quattro ragazzi di origine straniera, scrive Massimiliano Jattoni Dall'Asèn su "Io Donna" dell'8 settembre 2017. “Come sono le studentesse americane a Firenze lo sappiamo tutti…”. “L’hanno fatto apposta per i soldi”. “Sono delle bugiarde”. La fiera degli orrori social, il bar sport dell’insulto virtuale e becero, non chiude mai. Ogni occasione è buona in Italia per sfogare in rete il disprezzo verso le donne. Ma questa dilagante piaga nazionale non riguarda solo gli uomini: le frasi qui sopra riportate, per esempio, sono state scritte da due ragazze e una signora. Loro, come molti altri lettori, nelle ultime ore hanno voluto commentare così la notizia delle due studentesse americane che hanno sporto denuncia per stupro a Firenze, e che hanno indicato in due carabinieri i loro aguzzini (i militari, di 33 e 45 anni, sono stati identificati grazie a telecamere che hanno ripreso il passaggio della pattuglia e ora sono indagati per violenza sessuale). Basta scorrere i profili social di chi è accorso a commentare gli articoli online per difendere i carabinieri (qui il vero insulto, se sarà appurato, è lo stupro di due ragazze, penseremo poi al buon nome dell’Arma) per scoprire che gli stessi hanno commentato con ben altre posizioni le violenze avvenute pochi giorni fa a Rimini a una donna polacca e una trans peruviana, ancora prima di avere la certezza di chi fossero i colpevoli. In occasione di quella terribile vicenda, i quattro stupratori di origine straniera sono stati subito processati e condannati da chi invece per la vicenda di Firenze chiede “cautela prima di puntare il dito” o solleva dubbi sulla credibilità delle vittime, visto che “le americane la danno via subito”. Lo stupro che avrebbero subito le due studentesse americane non suscita dunque lo stesso sdegno, la stessa voglia di giustizia; e così i leoni (e leonesse) da tastiera hanno sentito il bisogno di difendere aprioristicamente i carabinieri e insultare le vittime, proprio a partire dal loro essere donne, giovani e – forse – sessualmente libere. In migliaia hanno condiviso la bufala creata ad hoc dai soliti mendicanti di “like” sulla polizza antistupro che le ragazze potrebbero incassare, accusando le vittime di aver architettato tutto per “farsi una vacanza gratis in Italia”. È chiaro che chi usa due pesi e due misure nel giudicare queste due storie di stupro, chi è forcaiolo e spietato se si parla di violenze commesse da stranieri, e garantista se quelle stesse violenze le hanno commessi degli italiani, non è mosso da alcun interesse per la tutela delle donne e della loro sicurezza. Le sue ragioni sono altre e sono quelle che fanno la fortuna social (e nelle urne) di alcuni politici senza scrupoli. E così, mentre si consuma la solita canea social, mentre alcuni quotidiani preferiscono dimenticarsi del ruolo culturale e sociale che dovrebbe avere la stampa in un Paese civile, per cercare di vendere una copia in più stimolando i bassi istinti della gente, le vittime vengono strattonate, usate, mercificate per un click in più e poi abbandonate in pasto agli sciacalli. Abusate una seconda volta. Del resto, lo si evince bene dal Rapporto della Commissione parlamentare “Jo Cox” sui fenomeni dell’intolleranza, della xenofobia, del razzismo in Italia: nella “piramide dell’odio” è alle donne che spetta un posto di rilievo. Sono loro «le maggiori destinatarie del discorso d’odio online», come aveva spiegato durante la presentazione del rapporto nel luglio scorso la presidente della Camera Laura Boldrini (lei che conosce purtroppo sulla sua pelle cosa significhi essere insultati, minacciati e umiliati sul web). Se le donne sono oggetto del 63% di tutti i tweet negativi rilevati all’Italia nel periodo agosto 2015-febbraio 2016, come evidenzia l’indagine dell’Osservatorio VOX, è chiaro che viviamo in un Paese dove gli uomini odiano le donne, ma dove anche le donne disprezzano le donne. E a nulla serve, per quanto giusto, far chiudere profili (che tanto poi rinascono sotto altre forme e con altri nomi), così come non basterebbe una legge capace di punire severamente certi comportamenti. Perché la verità è che prima di Internet, dei social network o dei politici delinquenti, che hanno sdoganato l’insulto e la violenza verbale pur di arraffare una sedia in Parlamento, prima di tutto questo c’è un grande vuoto umano e culturale. Perché non sono Internet e i social network il vero problema: siamo noi.

Stupro Firenze: i fanatici della ruspa, le ragazze facili e le fake news, scrive Sara Frangini il 12 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Per i fanatici del Ruspa, quello che è successo a Firenze è un dramma nel dramma. L’accusa di stupro è arrivata per due italianissimi, due appartenenti alle forze dell’ordine, due militari, per l’esattezza carabinieri. Non per “i soliti stranieri”, come si legge su Facebook nei commenti vomitati dai giustizieri da quattro soldi. Non per i “vermi che hanno aggredito la turista polacca” o hanno abusato della donna trans peruviana. Ora sono finiti sotto i riflettori coloro che avrebbero dovuto tutelarci, difenderci, darci sicurezza e protezione. Allora che si fa? Cerchiamo di screditare le ragazze, diciamo che sono facili, che avevano la gonna corta, che andavano perfino in discoteca. Ah la discoteca, che luogo di perdizione! E che ci facevano? Ballavano. Allora erano facili, sicuro. In pochi azzardano un “se la sono andate a cercare” ma lo pensano in molti, compresi gli imbecilli che hanno fatto girare sui social network la foto di una coppia di ragazze insinuando fossero le americane stuprate. Così le hanno volute rappresentare: che bevono senza remore, di facili costumi. I commentatori di quelle immagini e i “condivisori” della bufala di questa portata, soprattutto, hanno pensato più ai carabinieri che alle vittime. E sono gli stessi che hanno fatto girare la notizia dell’assicurazione contro lo stupro come se fosse stata tutta una messinscena delle vittime per poter intascare qualche soldo alla faccia dei poveri carabinieri. Le cose restano così: per parecchi ci sono presunti stupratori e stupratori da evirare. Ci sono italiani che “potrebbero aver commesso una violenza sessuale anche se sembra strano” e stranieri che “hanno violentato una ragazza”. “Irregolari che devono essere cacciati”. “Che sono degli schifosi”. Per me siete voi gli schifosi. Voi che fate i distinguo quando, per chi subisce una violenza, la nazionalità dell’aguzzino è l’ultimo pensiero. Voi che cercate ogni pretesto per scagliarvi contro gli immigrati e magari avete per anni taciuto davanti ai tantissimi casi di violenze domestiche. Voi che vedevate gli stupri dei mariti alle mogli come abusi di serie B su cui tacere. Entrare nel merito delle differenze tra violenze è una pratica che rasenta il morboso: ve la lascio volentieri. Voglio solo ricordare che non sono stati questi i soli stupri avvenuti. Che dovremmo parlare più del problema, meno dei singoli casi. Che non sono tutti sociologi né investigatori. Ma soprattutto che a fine agosto ci sono stati anche altri soprusi, e che in quei giorni di vermi ne sono strisciati parecchi. Una giovane donna, nemmeno trentenne, ha denunciato di essere stata attirata nel bosco tra Paganico e Capannori e violentata da due uomini stranieri. Come straniera è la vittima 17enne di una violenza sessuale avvenuta a Desio, in Brianza. Lo stesso giorno è stato accusato un 27enne originario di Latina per uno stupro avvenuto in Salento. A Cinisello Balsamo, poi, è stata violentata un’ottantunenne al Parco Nord, mentre due giorni prima a Jesolo è stato arrestato un 25enne vicentino, di origini marocchine, per una violenza sessuale verso una 17enne paraguaiana residente nel veronese. Di ieri, infine, la violenza a Roma di una ventenne finlandese. Un ultimo appunto, con gentilezza. Alcuni “colleghi” riportano su testate nazionali dati inquietanti quanto, a mio parere, fantasiosi e inopportuni. Come la frase che leggiamo in un articolo: “Però non si può neppure dimenticare che tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro e a Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90% risulta falso”. Guardate qui quante sono le denunce e qui quante altre volte vengono diffuse informazioni superficiali. Nel 2016 sono stati complessivamente denunciati 51 casi di violenza (non solo verso “americane”) mentre nel 2015 sono stati 57. E, per dire se sono stupri falsi o meno, c’è da aspettare davvero molto più di qualche mese, cari colleghi. Visti i tempi e le articolazioni delle indagini (e vista la burocrazia), spesso un anno nemmeno basta. Cerchiamo di essere seri, ve ne prego.

La Stampa ha deciso di ritirare una falsa notizia sugli stupri a Firenze. Un dato palesemente inventato sulle denunce di violenza sessuale era stato molto contestato su internet: il direttore ha ammesso che non aveva "le dovute conferme", scrive il “Il Post" il 12 settembre 2017. Il direttore del quotidiano La Stampa ha annunciato che il giornale ha rimosso dall’edizione online di un articolo, uscito sabato anche sul quotidiano di carta, un passaggio che era stato contestato da molti lettori soprattutto su internet nei giorni passati. L’articolo riguardava i primi sviluppi delle indagini sulle accuse di stupro contro due carabinieri da parte di due studentesse americane a Firenze. A un certo punto vi si diceva: Però non si può neppure dimenticare che tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro e a Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90 per cento risulta falso. Il dato era subito sembrato implausibile e privo di qualunque fondamento a molti lettori (tra le prime diffidenze online c’erano anche state anche quelle del Post), oltre che vergognoso e pericoloso per quello che implicava sulla presunta falsificazione delle denunce di violenza sessuale da parte delle donne che ne sono vittime. Lo stesso articolo era stato pubblicato anche su un altro quotidiano del gruppo, Il Secolo XIX, e il dato era stato riportato anche dai quotidiani Il Messaggero e Il Mattino. Dopo molte proteste online il Messaggero aveva rimosso da internet senza spiegazioni il suo articolo (in cui quel passaggio sembrava stato aggiunto a un testo originario, scritto da New York), mentre la Stampa si era limitata a mettere la frase tra virgolette e a sostenerla confermata. Intanto il dato veniva fattualmente smentito dalle indagini di alcuni lettori online, e dallo stesso questore di Firenze, mentre crescevano i sospetti sulle possibili fonti che fossero state interessate alla diffusione di quella calunnia. Martedì sera la “public editor” della Stampa Anna Masera ha pubblicato nel suo spazio online una domanda al direttore Maurizio Molinari sulla vicenda. Nella risposta Molinari – pur sostenendo contraddittoriamente che la presunta notizia fosse stata “più volte avvalorata” – dice che ulteriori verifiche hanno “preso tempo” e non hanno “trovato le dovute conferme”. Da qui la decisione di rimuovere quel falso, tre giorni dopo la pubblicazione, con scuse verso i lettori. Cara Anna, la notizia in questione è stata pubblicata da La Stampa e da altri tre quotidiani il 9 settembre. La fonte che ce l’ha fornita l’ha più volte avvalorata, su richiesta dei lettori abbiamo svolto ulteriori verifiche senza trovarne le dovute conferme. Dunque l’abbiamo tolta dalla versione online dell’articolo in questione. Come è evidente tale processo di verifica delle fonti ha preso tempo, e di questo ci scusiamo con i lettori, ma ci ha portato a rispondere in maniera corretta alle richieste di delucidazione ricevute. Confermando il rispetto che questo giornale ha per le notizie ed i lettori. La Stampa non ha ritenuto di pubblicare la risposta del direttore sull’edizione di carta del quotidiano, ma solo su internet.

Quella cosa delle fonti, scrive l'11 settembre 2017 Luca Sofri su Wittgenstein. La lezione preziosa di questa storia è che ora ci possiamo domandare: se è andata come è sospettabile, quante altre volte leggo sui giornali notizie che arrivano strumentalmente da fonti interessate? E possiamo spiegare quanto sia importante quello che a molti giornali sembra un rigido capriccio, ovvero l’attribuzione alle fonti (anche fonti anonime, ma definite, rivendicate, contestualizzate): perché chi scrive si assuma la responsabilità di un fatto e ne indichi i confini di credibilità. È il solo modo per avere un’informazione affidabile oppure per non diventare stupidamente paranoici e dietrologi e non fidarsi più di niente (che è l’ingenuità speculare a quella di credere a tutto). Il giornalismo dei “circola voce”, “pare che”, “risulta”, non è giornalismo: è fiction, o Facebook. I giornalisti e i giornali sono responsabili della credibilità di quello che pubblicano: altrimenti incollare qualunque cosa e inventare qualunque cosa è capace di farlo chiunque, e hai voglia a dire “la professionalità dei giornalisti”. Se tu lo pubblichi, ritieni di avere sufficienti garanzie che sia vero: se non lo ritieni ma pensi sia importante, allora condividi i tuoi dubbi e i limiti di quella informazione, insieme all’informazione stessa. E se decidi che quelle fonti debbano restare anonime, devi averne una ragione: che ragione di timore ci può essere per la fonte di un dato di fatto che dovrebbe essere pubblico e verificabile? (e che dovresti avere facilmente verificato prima di pubblicarlo, se non ti basta la testa a capirne l’implausibilità e la natura). A lavorare in questo modo, assumendosi responsabilità, definendo le fonti, diffidando degli interessi delle fonti – non c’entrano i singoli cronisti, ripeto: è una cultura di cui è mandante tutto il sistema dell’informazione italiana e chi ne ha maggiori responsabilità; nei giornali stranieri seri li licenziano, come approccio, e prima gli hanno insegnato che non si fa – quella notizia non sarebbe mai uscita. Ma siccome lavorare così in Italia è vissuto come un rigido capriccio (“eddai, tu non sbagli mai?”), ai lettori tocca stare all’erta ogni giorno.

STUPRO DI PARTE. "Devono tutti vergognarsi": Myrta Merlino e Laura Boldrini, la gogna in diretta a "L'aria che tira", scrive il 10 Settembre 2017 "Libero Quotidiano". Lunedì mattina Myrta Merlino torna su La7 con L'aria che tira e per l'occasione lancerà una campagna stile Laura Boldrini contro i tweet sessisti che riceve ogni giorno. "Rintracciare gli anonimi dei social è praticamente impossibile, non ho mai presentato denunce, assuefatta all'idea che non ci potevo far niente - ha spiegato la conduttrice al Corriere della Sera -. Poi, quest' estate, guardavo mia figlia Caterina, 16 anni, controllare like e faccine e mi sono accorta di essere terrorizzata: io, se ricevo un insulto, spengo e non ci penso più, ma una sedicenne no, ne soffre. Buona parte del riconoscimento della sua identità passa dai social". Da qui è nata la nuova campagna tv, "Odio l'odio". "La presidente della Camera Boldrini mi ha promesso il suo sostegno e sarà nella prima puntata, l'11 settembre. L'odio fa male a chi lo prova e a chi lo riceve. Ed è contagioso. Gli odiatori vanno stanati, segnalati, puniti". Accanto alla Merlino nella sua lotta ci sarà anche Enrico Mentana, "il primo a dire che tutti devono essere rintracciabili facilmente, anche se nascosti da un nickname. Io ho querele da persone che si sono ritenute offese da cose che ho detto, ci metto la faccia e pago dazio. Nell'era Gutenberg abbiamo imparato che non tutto si può dire in pubblico, l'era Zuckerberg deve offrire la stessa lezione di civiltà". Pronta, dunque, la gogna per gli incivili e i mazzolatori del web: "Ogni giorno, darò una grafica con i peggiori post. Che siano persone comuni, anonimi, politici, devono tutti vergognarsi. E manderemo i nostri redattori a cercarli".

Laura Boldrini dalla Merlino a La7: "Perché non ho parlato dello stupro di Rimini. Italia peggio dell'ex Jugoslavia", scrive l'11 Settembre 2017 "Libero Quotidiano". Dopo lo stupro di Rimini "non ho parlato subito perché c'erano ancora indagini in corso". Laura Boldrini torna sulla polemica successiva al suo silenzio nei giorni della violenza sessuale dei 4 immigrati alla turista polacca in spiaggia a Miramare. L'occasione, in diretta da Myrta Merlino a L'Aria che tira, su La7, è quella giusta per criticare chi l'ha accusata di indifferenza e alzare il tiro, confondendo i piani. Quelli, cioè, tra critica politica e vile insulto social: "Trovo disgustosa la strumentalizzazione. Oggi per offendere una figura istituzionale si arriva ad evocare lo stupro. Non c'è più niente da dire. Lo ho visto fare solo in guerra: in Rwanda ed in ex Jugoslavia". Frase che descrive nella maniera più brutale il livello, spesso rasoterra, dei commenti politici e non solo sui social. Una situazione che, al di là delle iperboli presidenziali, umilia l'Italia. "Io non faccio la commentatrice di professione - prosegue -. Il mio impegno a 360 gradi sulle donne è noto. Che qualcuno metta in dubbio il mio impegno dimostra tutta la cattiva fede e la volontà di strumentalizzare". Tutto vero, ma proprio perché la Presidenta della Camera non ha mai mancato un commento sulla violenza subita dalle donne, anche in caso di inchieste ancora aperte, è suonata perlomeno singolare la scelta di tacere su un atto così efferato che ha coinvolto una turista straniera e quattro immigrati. Un atto che ha messo a durissima prova l'immagine dell'Italia, il senso di sicurezza di residenti e ospiti e l'onore stesso di tanti immigrati onesti e regolari. Una parola di condanna per le bestie di Rimini avrebbe giovato non solo alle donne, ma anche a loro. 

VIOLENZA SESSUALE: QUANDO AD ESSERE STUPRATO È UN UOMO, scrive il 18 gennaio 2016 Nicolamaria Coppola. Smentiamo categoricamente che le vittime di violenza sessuale siano sempre e solo le donne. Ritenere che gli uomini siano sempre e solo gli assalitori e le donne sempre e solo le aggredite è fuorviante, tendenzioso, sessista e profondamente ingiusto. Nessuno vuole sottostimare la gravità e la drammaticità della violenza sessuale ai danni delle donne, anzi; i dati parlano chiaro, ed è cosa nota che la violenza contro le donne sia un fenomeno ampio e diffuso. Secondo l’Istat, sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subito violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subito stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri. Questi dati, che si riferiscono al solo 2015, sono agghiaccianti, e chi di competenza dovrebbe affrontare con ancora più serietà e con un progetto a lungo termine il fenomeno, al fine di porre in essere strategie di contrasto e campagne di sensibilizzazione tali da debellare questo abominio. È giusto, però, e intellettualmente corretto dire che anche gli uomini sono vittime di violenza sessuale. Sì, anche i maschi vengono stuprati, checché si pensi e si dica. E le situazioni e le dinamiche in cui avviene lo stupro sono esattamente le stesse in cui si consuma la violenza sessuale ai danni delle donne. Lo stupro non è di genere: è compiuto sia da uomini sia da donne, sia ai danni degli uomini sia ai danni delle donne, e come tale la questione dovrebbe essere affrontata. Diversamente da quanto previsto e garantito dalla legge alle vittime femminili, però, l’uomo trova oggettive ed obiettive difficoltà nel denunciare la violenza subita, poiché non esiste nessun centro di accoglienza, non è attivo nessun numero verde, non c’è nessuno sportello di ascolto pubblico o privato. Niente di niente! “Persino in commissariato – hanno fatto notare quei pochi ricercatori che si dedicano allo studio delle violenze sugli uomini – quando prova a sporgere denuncia, l’uomo che ammette di essere (stato) vittima di violenza carnale ha difficoltà ad essere creduto e si scontra con un atteggiamento di sufficienza, sottovalutazione del fenomeno, spesso anche derisione”. Gli uomini violentati, dunque, non subiscono soltanto danni psicologici e fisici, ma devono affrontare anche lo stigma di una società tendenzialmente omofoba e in cui i valori predominanti sono quelli legati al concetto di macho, di maschio, di homme viril. Gli uomini che sono stati stuprati tendono a tenere nascosta la violenza e non chiedono aiuto a nessuno perché, qualora la notizia dovesse diventare pubblica, verrebbero immediatamente bollati, additati come omosessuali, emarginati dalla comunità, e, probabilmente, abbandonati dalla famiglia. L’abuso sessuale diventa una colpa che pesa come un macigno e che fa male: molti uomini violentati finiscono addirittura per suicidarsi. È molto difficile per gli uomini vedersi – ed eventualmente accettarsi – come vittime di abusi sessuali. La questione è stata spiegata chiaramente dalla psicoterapeuta Elizabeth Donovan in un’intervista rilasciata alla CNN e ripresa dal Post: “Gli uomini hanno il peso aggiuntivo di dover affrontare una società che non crede che lo stupro possa succedere anche a loro”. C’è pure un secondo motivo che impedisce agli uomini di parlare apertamente o meno delle violenze subite: la paura di vedere intaccata la loro mascolinità. “Aver subito una violenza di questo tipo – spiega ancora la Dottoressa Donovan – viene comunemente interpretato come un de-potenziamento della propria virilità: significherebbe insomma essere ‘meno uomini’, più fragili e dunque più simili alle donne”. In una cultura come la nostra in cui l’uomo, solitamente, deve rispondere di fronte alla legge del proprio comportamento sessuale aggressivo, è assai difficile che riesca a trovare facilmente posto dall’altra parte della barricata e, quindi, come vittima. Ma la realtà è un’altra! Andando un po’ a ritroso nel tempo, uno studio del 2014 pubblicato sulla rivista dell’American Psychological Association Psychology of Men & Masculinity e riportato dettagliatamente qui, ha svelato che oltre 4 uomini su 10 (il 43%) di scuola superiore e università avevano vissuto una coercizione sessuale, che si era tradotta nella metà dei casi in un rapporto sessuale. Il 31% dei partecipanti allo studio aveva ricevuto coercizione verbale, il 18% coercizione fisica e il 7% coercizione tramite sostanze per sesso non consenziente, mentre il 26% ha riportato di aver ricevuto seduzioni sessuali non volute per lo stesso motivo. Il 95% degli intervistati ha inoltre riferito che i perpetratori di tali violenze fossero donne e l’1,6% che fossero uomini e donne contemporaneamente. Un altro studio comparso sull’American Journal of Public Health, che riprende i dati raccolti dal 2010 al 2012 dal Bureau of Justice Statistics, dai Centers for Disease Control and Prevention e dall’FBI, rivela che proprio l’FBI sostiene che le indagini federali rilevano un’elevata prevalenza di vittimizzazione sessuale tra gli uomini in molte circostanze simile alla prevalenza trovata tra le donne. “Abbiamo identificato i fattori che perpetuano percezioni errate circa la vittimizzazione sessuale degli uomini: la dipendenza dagli stereotipi di genere tradizionali, le definizioni obsolete e incoerenti, e i pregiudizi metodologici di campionamento che escludono i detenuti”. Fino a pochi anni fa, la definizione stessa di stupro del dipartimento di giustizia degli Stati Uniti era tale da escludere gli uomini come possibili vittime. Lo stupro veniva considerato e affrontato a livello legislativo come: “Conoscenza carnale – carnal knowledge – di una femmina con la forza e contro la sua volontà”. Nel 2013, però, la definizione è stata modificata, e oggi l’FBI chiarisce che lo stupro è: “La penetrazione, non importa quanto delicata, della vagina o dell’ano con qualsiasi parte del corpo od oggetto, o la penetrazione orale da un organo sessuale di un’altra persona, senza il consenso della vittima”.  I pregiudizi e gli stereotipi che orbitano attorno al fenomeno dello stupro maschile toccano anche gli studi sulla violenza sessuale verso gli uomini. Innanzitutto, molta della ricerca si focalizza sulle prigioni e sulla popolazione carceraria ma, come ha fatto giustamente notare il New York Times, “gli uomini sono anche violentati fuori dalle prigioni, normalmente da persone che conoscono, inclusi amici e partner intimi, ma occasionalmente anche da sconosciuti. Vengono stuprati durante aggressioni violente, quando sono ubriachi o drogati, durante interrogatori, durante aggressioni a sfondo omofobo o durante episodi di nonnismo, come nell’esercito”. In secondo luogo, si tende a pensare che superata una certa età, e quando, quindi, si smette di essere bambini, gli uomini non rischino più di essere violentati. Non è così, perché un dettagliato studio americano del 2012 su studenti universitari ha rivelato che il 51,2% era stato vittima di una qualche forma di violenza sessuale dall’età di 16 anni in poi. C’è poi la questione degli uomini stuprati dalle donne perché sì, ci sono donne che stuprano uomini. Come si può leggere in un paper pubblicato nel 2013 sulla rivista scientifica JAMA Pediatrics e ripreso qui: “Non è raro credere che un uomo non possa essere stuprato da una donna. Gli stereotipi di genere possono rendere difficile immaginare una donna dominante costringere o forzare un uomo che non vuole a fare sesso. Di conseguenza, le vittime maschili di autori femminili sono giudicate più duramente delle vittime maschili di autori maschili. Inoltre, gli stessi comportamenti percepiti come sessualmente aggressivi quando commessi da un maschio possono essere percepiti come romantici o promiscui se commessi da una femmina. Ciò nonostante, i dati fisiologici suggeriscono che gli uomini possono essere stuprati; un’erezione non significa necessariamente eccitazione sessuale e può essere riflessogenica. Gli operatori sanitari per gli adolescenti hanno bisogno di valutare il potenziale dei propri pregiudizi di genere in questo settore in modo che possano essere più efficaci nell’identificare e nel trattare autori femminili e vittime maschili quando essi si presentano”. È bene smentire, dunque, la radicata convinzione che sia impossibile per i maschi rispondere sessualmente quando molestati sessualmente da donne: è stato dimostrato, infatti, che l’erezione può verificarsi in una varietà di stati emotivi, tra cui la rabbia e il terrore. Dunque, “L’induzione di eccitazione e l’orgasmo non indicano che i soggetti vittime di violenza abbiano acconsentito alla stimolazione. La difesa dei perpetratori costruita semplicemente sul fatto che la prova di un’eccitazione genitale o dell’orgasmo dimostri il consenso non ha validità intrinseca” e deve essere ignorata quando ci si trova dinanzi a un episodio di stupro maschile. Non è questa l’occasione per parlare di stupro maschile come strumento di guerra, ma è bene notare che durante i conflitti spesso vengono commessi stupri allo scopo di seminare il terrore tra la popolazione, di disgregare famiglie, di distruggere comunità e, in alcuni casi, di modificare la composizione etnica della generazione successiva. Come scrive Kirthi Jayakumar, avvocato specializzato in diritto internazionale pubblico e dei diritti umani, la violenza sessuale contro gli uomini in situazioni di conflitto ha l’obiettivo di distruggere l’essenza del “maschio” che dovrebbe essere custode della società, i capifamiglia di famiglie in un contesto sociale, e di sbriciolare la santità legata alla loro mascolinità. Che lo stupro nella sua dimensione generale e globale sia una piaga da debellare è noto a tutti. Che lo stupro ai danni delle donne sia un abominio lo è altrettanto. Che le vittime di stupro possano essere e siano uomini, invece, è un fenomeno ancora sottovalutato e sottostimato. Uomini e donne non sono poi così diversi: sono potenziali vittime di violenza sessuale allo stesso modo. Lo stupro maschile non vale meno di quello femminile e non deve essere taciuto, né come fenomeno tangibile né come evidenza possibile. Solo quando si comincerà ad affrontare con fermezza ed onestà intellettuale il problema della violenza sessuale ai danni degli uomini potremmo dire di aver compiuto un ulteriore passo verso l’equiparazione tra uomini e donne.

Stupro di Rimini, la madre dei fratelli marocchini una clandestina. E il padre fu espulso ma restò in Italia, scrive il 4 Settembre 2017 "Libero Quotidiano". Lo stupro di Rimini uno stupro di Stato? L'affermazione è forte, certo, eppure andando ad analizzare a fondo la vicenda non si può non tenere conto di alcuni particolari decisivi, che mettono l'intera vicenda sotto un'altra luce. Si parla, in questo caso, dei due fratelli marocchini e minorenni, i primi ad essersi consegnati. E del loro padre, entrato in Italia negli anni '90 - come riporta Il Giornale - e si insedia in Veneto. È irregolare, ma una sanatoria del 1995 gli dà la possibilità di regolarizzare la sua posizione. Peccato che poi inciampi nella legge, tra denunce, arresti e altri precedenti: permesso revocato, lui dovrebbe essere espulso. Ma, afferma, deve accudire i suoi bimbi. Di solito è la madre a rivendicare quest'occupazione. Peccato però che la madre sia clandestina. Insomma, nessuno è regolare nella famiglia che ha allevato i due baby-stupratori. E nessuno, in Italia, ci sarebbe dovuto restare. Ma tant'è, questo il Paese in cui tutto è possibile (per gli immigrati). Ma se le leggi fossero più dure, e soprattutto applicate e rispettate, forse avremmo avuto due stupratori in meno a casa nostra.

L'ira dei vicini (marocchini): "Già denunciati, inutilmente". Nella palazzina dove vivevano i due fratelli arrestati «Furti, minacce, violenze: forse ora avremo giustizia», scrive Stefano Zurlo, Lunedì 4/09/2017 su "Il Giornale".  Una macchina sfreccia sula strada e dalla finestra aperta entra un urlo terrificante: «Andate via». Donia fa una faccia feroce: «L'Italia è un paese di m perché più processi hai, più guai combini, più ti tengono qua». Anna, la sua amica, un velo colorato in testa, conferma con un cenno. Qualcuno punta una telecamera e comincia a riprendere. Allora le due donne, rabbiose, gridano a loro volta: «Noi non c'entriamo». Ma ormai quella palazzina bianca che si affaccia sul fiume è l'edificio più fotografato d'Italia e i vicini di Donia e Anna sono sulla bocca di tutti: i loro figli di 15 e 17 anni sono in carcere dopo aver confessato le violenze di Rimini. Una manciata di gradini e un piccolo corridoio separano gli inquilini, ma Donia vorrebbe che in mezzo ci fosse il Mar Rosso. Non è per la vergogna di quello che è successo. Anzi: «Forse è la volta buona che ottengo giustizia». Donia è minuta. Ha 37 anni e lo sguardo di chi non si rassegna: «Quei due fratelli, oggi in carcere, me ne hanno fatte di tutti i colori. È anni che subisco le loro angherie e quella della madre. Lei mi ha minacciato con il coltello, loro mi hanno rubato, mi hanno spinto per terra, mi hanno fatto finire all'ospedale con un trauma cranico». Donia ha origini marocchine, è nata in Francia ma ha la cittadinanza italiana. Come Anna. Le due riprendono: «Abbiamo testimoniato in tribunale contro la madre e i due figli, ma non è servito a niente, almeno finora». Donia è inarrestabile: «È tre anni che vivo nel terrore, è tre anni che questi rubano e spadroneggiano, è tre anni che chiamo i carabinieri e sporgo denunce. È tre anni che i militari ripetono che, fosse per loro, avrebbero risolto il problema da un pezzo, ma che più di tanto non possono fare, le leggi sono queste, tocca andare avanti cosi». Fuori diluvia e dal bosco sale un assaggio di inverno. Gelido e desolato. Le case intorno si contano sulle dita di una mano: Ponte Vecchio è una frazione lillipuziana di Vallefoglia. Qui le Marche sono una cartolina da sogno: il Montefeltro carico di storia; Urbino e i tesori del Rinascimento e poi Tavullia che è sinonimo di Valentino Rossi. Invece, Donia vive il suo piccolo inferno: «Ogni giorno ho paura che mi facciano del male, anzi che mi ammazzino». C'è da stropicciarsi gli occhi: la famiglia dei fratelli che hanno terrorizzato Rimini è nell'occhio della giustizia da tempo. Piano piano saltano fuori le carte che documentano quella situazione grottesca: la mamma dei due, e di un altro fanciullo più piccolo e di una sorellina di quattro anni, è stata raggiunta da un ammonimento per stalking e nei suoi confronti è aperto un procedimento per atti persecutori. «Non può avvicinarsi a casa mia - riprende Donia - ma qui siamo tutti stretti in pochi metri». Insomma, il provvedimento è un pezzo di carta all'italiana: vale per quello che vale. «Io ho fatto l'errore di aiutarli all'inizio, poi loro non mi hanno più mollato. Furti. Botte. Ingiurie. Ma sono sempre qui, nessuno li butta fuori, nessuno li rimanda in Marocco. E non hanno rubato solo a me, no qua tutti sanno chi sono». Ma le sorprese non sono finite. Saliamo i gradini e bussiamo. Una tenda copre la porta: un mano la sposta e dall'oscurità emerge, solo in parte, il volto di un uomo sulla cinquantina. La suggestione è fortissima: sembra di stare dentro un dipinto di Caravaggio. «Sono distrutto, non voglio dire più nulla, almeno per oggi, ho già spiegato che i miei figli devono pagare». Solo che pure lui sta pagando: è blindato, in detenzione domiciliare, in quella casa popolare dal canone bassissimo. La situazione è quasi incredibile: la famiglia, in Italia dagli anni Novanta, ha messo radici ma è irregolare che più irregolare non si può. Una sanatoria nel 95, poi la revoca del permesso di soggiorno per i troppi inciampi penali, poi equilibrismi e i tanti misteri della legge italiana. Il grappolo dei figlioletti a fare da scudo. Il nucleo resiste a dispetto di tutto e tutti. Donia riassume la propria frustrazione: «Io ora sono italiana, io pago le tasse e pretendo giustizia, invece devo adeguarmi ai ritmi del tribunale e del tribunale per i minori». Si avvicina il figlioletto di Anna: «Mi ricordo quando a scuola il secondogenito, quello che oggi ha 15 anni, ha tirato un bidone in faccia alla maestra». A quanto pare, il primo di una lunga serie di episodi di bullismo. Ma nessuno è riuscito a fermarlo.

Stranieri che stuprano? Il problema esiste, scrive Tiziana Maiolo il 3 Settembre 2017 su "Il Dubbio". È vero che da un punto di vista culturale il problema dell’indisponibilità del corpo delle donne non è ancora stato risolto tra i maschi italiani. È altrettanto vero che la presenza di uomini di diverse culture e di differenti valori e disvalori come quelle dei paesi dell’est o di un mondo dove prevale lo Stato etico sullo Stato di diritto… Migranti, non tutti sono stupratori Ma non si può ignorare il problema…(come è una parte del mondo islamico) ha aggravato di molto la condizione delle donne nel nostro paese. È vero che in termini assoluti sembra che la maggior parte degli stupri avvenga a opera di italiani: dei 2.438 denunciati nei primi mesi di quest’anno, 1.534 sono italiani e 904 stranieri. Ma sono vere altre due cose. La prima è puramente matematica: millecinquecento italiani su una ventina di milioni è una percentuale un po’ diversa da novecento su qualche centinaio di migliaia. Ma la seconda è ben più rilevante: le donne che sono state stuprate sono molte di più, ma la gran parte di loro non ha sporto denuncia. Più che la paura (una componente a volte presente, specie nei piccoli centri), è la sfiducia nelle istituzioni a frenare. Noi donne sappiamo da sempre che i luoghi del potere non ci sono amici. Neanche la magistratura. Non è solo questione di pari opportunità, qualcuna ce la fa anche a infilarsi tra le cravatte, ma la questione del corpo femminile è sempre lì presente, sia quando viene usato nella complicità di alcune donne, sia quando viene insidiato dagli uomini, colleghi capoufficio eccetera. Non se ne può prescindere, anche quando non parliamo di stupri. Le donne non chiedono pene esemplari o ergastoli o castrazione chimica, ma pretendono dalle istituzioni una presa di coscienza sull’inviolabilità dei loro corpi. Se è così difficile far entrare nella testa degli uomini italiani il fatto che il corpo delle donne, di tutte le donne, non è sempre e comunque a loro disposizione, ancora più complesso è entrare in altre culture. Sia in quelle che non danno importanza alcuna alla stessa vita (come hanno dimostrato spesso alcuni cittadini albanesi o rumeni), sia in quelle a prevalenza religiosa dei paesi islamici, per i quali il corpo della donna è addirittura considerato impuro e quindi nascosto in abiti- carcere che consentono, nelle situazioni migliori, di esporre solo il viso e le mani. Non dobbiamo lasciarci ingannare dal fatto che anche nel nostro paese, prima che arrivassero le suffragette dei primi novecento e prima della rivoluzione di Mary Quant e della minigonna, il corpo delle donne era più coperto e una caviglia nuda era considerata un potente afrodisiaco. Le differenze sono due: la prima è l’assenza della questione religiosa e la seconda è la volontà delle donne che, quando hanno voluto spogliarsi lo hanno fatto e basta. Nessuno le ha lapidate. Non chiudiamo gli occhi di fronte a una realtà tremenda: le donne vengono stuprate in guerra e il loro corpo a volte diventa merce di scambio e il soggetto stupratore si fa pallottola, e le donne vengono stuprate in tempi e luoghi di pace, anche dal ragazzo della porta accanto quando non dal marito e compagno. Ma oggi in Italia abbiamo un problema in più, e non va nascosto, anzi va studiato con attenzione. Anche perché non se ne occupa nessuno, né i politici né il mondo dell’informazione, né studiosi o sociologi o psicologi. E’ il problema della solitudine di queste migliaia di ragazzi africani che sbarcano sulle nostre sponde in cerca di fortuna. Questi ragazzi arrivano qui senza famiglia né fidanzata. Sono giovani e con sani, normali appetiti sessuali, ma anche un grande vuoto affettivo. A questo aggiungiamo il fatto che nella loro mentalità, se un corpo femminile è poco coperto, cioè vestito come normalmente ci vestiamo noi, questo è sicuramente disponibile. Quindi alcuni di loro cercano di prenderselo. Non trattiamoli tutti come potenziali stupratori, ma non sottovalutiamo il problema. La violenza di una parte di loro c’è, la loro visione della donna anche, e per noi donne occidentali è inaccettabile. E il fatto grave è che il loro arrivo in massa (tutti maschi giovani sani e dannatamente soli) si inserisce in una situazione quale quella di tanti uomini italiani che non è proprio tranquillizzante nella quotidianità delle donne. Italiane e non.

"Cara Presidente Boldrini, adesso ti racconto il mio stupro". Polemiche per i silenzi della Presidente su Rimini. Così la donna violentata nella Capitale da due rom scrive alla terza carica dello Stato: "Sulle violenze sessuali dei 4 immigrati la politica dice cose folli, e quel mediatore va cacciato" di (Lettera firmata dalla ragazza violentata da due rom a Roma) Pubblicata su “Il Tempo” il 30 Agosto 2017. "Caro direttore, mi permetta l’intrusione ma a tutto c’è un limite. Le chiedo un po’ di spazio e un po’ di coraggio che so non mancarle. Ci ho pensato e ripensato ma penso che oggi serva far parlare i fatti per mettere fine a questa follia dello stupro politico-mediatico. Le voglio raccontare in diretta cosa prova una donna, di qualsiasi nazionalità o religione, quando viene violentata. Le racconto cosa significa precipitare all’inferno, sporcarsi l’anima e non rivedere mai più la luce. Non ne posso più dell’ipocrisia della politica che interviene o non interviene a seconda se lo stupratore è un immigrato oppure no (o nel caso della signora Boldrini che ha condannato lo stupro di Rimini a tre giorni dai fatti e solo dopo le polemiche sollevate dai suoi avversari) o perché qualche simpaticone, tipo quel mediatore culturale della coop, rilancia l’idea che lo stupro è tale solo all’inizio perché poi la donna si calma e gode. Ora le racconto..."

"Cara Boldrini, ti racconto il mio stupro". Sul quotidiano Il Tempo, la lettera di una ragazza vittima della brutalità due rom nella Capitale: "Ora basta col perbenismo", scrive Luca Romano, Mercoledì 30/08/2017, su "Il Giornale". "Le voglio raccontare in diretta cosa prova una donna, di qualsiasi nazionalità o religione, quando viene violentata". Inizia così una lettera pubblicata in prima pagina dal quotidiano Il Tempo e firmata da una ragazza violentata da due rom a Roma. "Non ne posso più dell'ipocrisia della politica che interviene o non interviene a seconda se lo stupratore è un immigrato oppure no (o nel caso della signora Boldrini che ha condannato lo stupro di Rimini a tre gironi dai fatti e solo dopo le polemiche sollevate dai suoi avversari) o perché qualche simpaticone, tipo quel mediatore della coop, rilancia l'idea che lo stupro è tale solo all'inizio perché poi la donna si calma e godo", scrive la ragazza. Che poi si addentra nel racconto della sua tremenda vicenda in cui è finita vittima di "esseri umani stranieri che sarebbe meglio chiamare animali". "Mentre chattavo su Facebook al telefono con il mio ex ragazzo ho visto un'ombra nera allungarsi sempre di più. Mi sono fermata per capire cosa fosse ma quando l'ho vista correre verso di me era già troppo tardi. Ho provato a strillare ma l'urlo è tornato in gola rimbalzando sulla mano pigiata sulla bocca. Quell'uomo mi ha colpita e trascinato attraverso oltre la rete fino a chiudermi in una baracca maleodorante. Due belve feroci. Non era solo, quel bastardo. Mi hanno fatto sdraiare su un materasso putrido, strappato, mi hanno bloccato le gambe e a quel punto ho chiuso gli occhi e pregato mentre mi sentivo strappare la pelle, violare nell' intimità, in balia del mostro, privata della mia libertà, carne da macello. Come se la mia vita non avesse valore. Piangevo e tremavo mentre quei maiali si divertivano a turno. Sarà politicamente scorretto, sarà non bello a dirsi, sarà che cristianamente bisogna perdonare, ma queste persone, caro direttore, non credo possano vivere in mezzo a noi. Non posso dire cosa gli farei, ma chiunque nelle mie condizioni penserebbe di fargli esattamente le stesse cose. Fatico a considerarli umani. Perversi, infami, vigliacchi, questo sono". La ragazza poi spiega di aver ripensato a quel momento quando la vicenda dello stupro di Rimini ha fatto capolino nelle cronache. Anche lì uno stupro violento nei confronti di una donna e poi di un transessuale. "Per quegli schifosi, quell'abuso sessuale era una via di mezzo tra una festa e un sacrificio. Io ero lì, loro fumavano, bevevano, ridevano, si sfogavano sessualmente, parlavano tra loro mentre io ero buttata lì. Poi, forse per eccitarsi, inframezzavano parole in italiano e discutevano ad alta voce se uccidermi o tenermi invita, ovviamente dopo aver fatto un altro giro sguazzando nella mia carne, stuprando la mia anima. E ridevano, quanto ridevano...", si legge ancora sul Tempo. Poi alla fine la ragazza è riuscita a scappare, approfittando di un momento di distrazione di uno dei rom. Un incubo finito. Un incubo che rimarrà impresso indelebilmente nella sua anima. "Sa, direttore, tanta era la vergogna che non ho detto nulla a mio papà per 4 giorni, non volevo farlo soffrire. Poi però non ce l'ho fatta e mi sono liberata di tutto. Lui è stato un papà d' oro, si sorprendeva solo del silenzio stampa intorno a questa storia che coinvolgeva dei rom (zingari non si può scrivere, vero?). Ma non si dava pace. Temeva che altre ragazze potessero fare la mia stessa fine. Sa cosa ha fatto? Ha riempito il quartiere di volantini per raccontare cos'era successo, ed è solo a quel punto che i giornali hanno cominciato a scrivere. Non voglio buttarla in politica, non mi interessa. Non sono di destra e nemmeno di sinistra. Ma da allora sono iniziate ad accadere cose assurde. Certe associazioni di sinistra non solo non hanno avuto il minimo rispetto per quanto avevo subìto, ma hanno addirittura detto per telefono a mio padre che non doveva manifestare perché i due violentatori erano dei rom e così si sarebbe alimentato il «razzismo». Quei giorni sono stati terribili, ci chiamavano «fascisti», andavano in giro per il quartiere a mettere voci in giro che io mi ero inventata tutto, che ero una puttana". Infine l'appello: "Supplico tutti a finirla con questo politichese da schifo, col perbenismo, coi due pesi e le due misure. Perché quel che è capitato a me può capitare stasera a vostra figlia. Vorrei che la signora Boldrini, che tanto si batte per i diritti delle donne, non avesse remore a parlare di immigrati se immigrati sono gli stupratori, o di italiani se un italiano fa cose del genere. La violenza sessuale non ha colori, ideologie, religioni".

Boldrini clandestina. Accusa la polizia violenta, ma tace sugli stupratori nordafricani. Poi insulta chi la critica. E a Rimini il branco è ancora libero, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 30/08/2017, su "Il Giornale".  Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, critica a modo suo Laura Boldrini per il silenzio sullo stupro di Rimini e scoppia il pandemonio. La presidentessa è poi uscita dal riserbo solo per difendere se stessa dall'attacco, ma ancora una volta non ha detto una parola sulla ragazza vittima e sui nordafricani immigrati suoi aguzzini. Piagnucola come una bambina viziata, quasi che il problema del Paese e delle donne fosse la Meloni e non i suoi amici migranti fuori controllo e spesso in combutta con la delinquenza locale. Clandestina tra i clandestini, per la Boldrini è violenta solo la polizia che pochi giorni fa ha sgomberato una casa nel centro di Roma occupata dai clandestini e che oggi si scopre essere stata pure un «ufficio» dei trafficanti di esseri umani. Vorremmo tanto che la presidentessa della Camera, terza carica dello Stato, rompesse il silenzio per fare un appello alle comunità di immigrati che da quattro giorni proteggono, aiutano e forse ospitano i nordafricani autori dello stupro, sottraendoli così alla giustizia. Avremmo voluto vederla all'ospedale di Rimini a portare la solidarietà di tutti gli italiani alla ragazza vittima dell'abuso. Avremmo voluto sentirla zittire chi in questi giorni dà a noi dei razzisti perché abbiamo osato svelare l'identità (scomoda per quelli del politicamente corretto) degli aggressori. Sarebbe stata interessante una sua riflessione sul fatto che nella cultura islamica lo stupro non è poi così grave perché la donna non ha diritti, come scritto nel Corano (anzi, come noto, un giovane mediatore culturale pakistano da noi gentilmente ospitato, e pagato, ha sostenuto nelle scorse ore che alle donne lo stupro, superato il primo impatto, piace assai). Purtroppo le nostre speranze resteranno deluse. Ci resta la speranza che le donne italiane, soprattutto le politiche di ogni partito, in questa ennesima polemica, sappiano scegliere da che parte stare. Chi sta con i silenzi della Boldrini agevolerà la voglia di immunità degli stupratori nordafricani, della loro comunità e di eventuali balordi italiani che li stanno proteggendo; chi starà con Giorgia Meloni sarà al fianco della ragazza stuprata.

Filippo Facci su "Libero Quotidiano" il 29 Agosto 2017: le stuprate godono? È ciò che pensano gli islamici in Africa e Medio Oriente. Fosse solo un demente - un cretino, un idiota, scegliete voi - sarebbe meno grave: «Lo stupro è un atto peggio ma solo all’inizio, una volta che si entra il pisello poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale». Ma non è solo un demente sgrammaticato: ad aver scritto che alle donne, in pratica, lo stupro piace - scritto su Facebook a commento della violenza di Rimini - è un 24enne che si chiama Abid Jee e che vive a Crotone anche se studia giurisprudenza a Bologna. Ma non è solo un demente sgrammaticato e immigrato che si presuppone minimamente istruito: è uno che, intanto, fa anche il «mediatore culturale e operatore sociale» in una cooperativa bolognese che gestisce migranti e che, l’anno passato, ha guadagnato 883.992 euro di utile: dunque costui, con questa mentalità progredita, sarebbe un pontiere tra la nostra cultura e un’altra. Quale? Ecco, ci siamo: perché costui non è solo un demente e un migrante istruito eccetera che viene pagato per gestire altri migranti e fa il mediatore culturale, ma la cultura che dovrebbe «mediare» è quella islamica, visto che è un pakistano di Peshawar (paese dove i musulmani sono il 98 per cento) e visto che a quanto pare frequentava una comunità islamica. Da qui, in sintesi, il giustificato sospetto che la sua considerazione della donna non sia tanto quella di un demente, ma semplicemente quella di un musulmano: quella, cioè, che la sua cultura e religione gli suggeriscono. Tipo che la donna sia inferiore, impari, sprovvista di tutti i diritti, una bambola in mano all’uomo, una a cui spetta meno quota di eredità, la cui testimonianza vale meno nei processi, una che non può decidere di divorziare, viaggiare, guidare, fumare, talvolta studiare o vestirsi senza celare il corpo. Questo è lo status femminile nei paesi più ortodossi, beninteso: laddove una 19enne saudita, per esempio, è stata violentata da un gruppo di sette uomini e però poi, a processo, è stata condannata a 200 frustate perché colpevole di trovarsi in un luogo pubblico senza un membro maschio della famiglia. Accadeva nel 2015. Ma qui per fortuna siamo in Occidente, dove esiste una «mediazione culturale» che ti permette di sostenere, al massimo, che alle donne piace essere stuprate purché abbiano la pazienza di aspettare che «entra il pisello». Ora: se per voi questa è una notiziola - come l’hanno trattata molti quotidiani online - per noi non lo è, perché sintetizza molte cose. Ovviamente è scoppiato un casino. Il mediatore culturale ha subito rimosso il suo commento da Facebook ma era comunque troppo tardi: tanto che la cooperativa Lai Momo di Sasso Marconi, nel pomeriggio, ha dovuto smarcarsi e ha detto di ritenere «gravissime» le sue dichiarazioni. Il ragazzo lavorava all’hub regionale di via Mattei dove si smistavano i migranti poi ridistribuiti in tutta la regione o in altre strutture di accoglienza della città: prima di essere assunto a tempo determinato, e di firmare il contratto, ha dovuto sottoscrivere un codice etico che a questo punto ci piacerebbe leggere. La decisione di sospenderlo è avvenuta solo dopo le polemiche politiche: non tanto quelle della consigliera comunale della Lega Nord Lucia Borgonzoni («gente così meriterebbe solo di stare in galera», mi aspetto «una presa di posizione dalla comunità islamica cittadina») ma solo dopo l’intervento dell’assessore bolognese al welfare Luca Rizzo Nervo: «Parole di una gravità inaudita da parte di un operatore sociale che opera nel campo della accoglienza dei migranti: è intollerabile». Sì, lo è. Se n’erano già accorti tutti da diverse ore. Ma l’assessore si è detto certo «che la cooperativa, che conosco per la serietà del lavoro che svolge, saprà trarre le conseguenze». Insomma, si sono telefonati. In serata sui social è poi circolato un cosiddetto «fake» (un falso) scritto da un presunto esponente del Pd, Alberto Neri: «Abid non ha detto nulla di sbagliato, a livello biologico ha ragione». Un falso, appunto. O - peggio - l’esito di una mediazione culturale.

SIAMO TUTTI CHRISTIAN RAIMO. QUELLO CHE ..., scrive il 30.08.2017 Gianmichele Laino su "Giornalettismo". È difficile reggere una trasmissione come Dalla vostra parte, in onda nel pre-serale su Rete 4, già come spettatore, figurarsi come ospite. Il coraggio di Christian Raimo, giornalista di Internazionale, si è manifestato innanzitutto quando ha accettato di essere protagonista di un collegamento con lo studio diretto da Maurizio Belpietro, ma è emerso ancor di più quando ha scelto il modo in cui portare avanti lo stesso collegamento. Raimo ha deciso di non giocare un ruolo passivo, ma di attaccare una trasmissione che – nella puntata del 28 agosto come in altre occasioni – aveva l’unico scopo di proporre agli italiani una versione dei fatti tarati su una certa opinione politica: l’attacco indiscriminato ai migranti, accusati di essere tutti stupratori, terroristi, delinquenti e artefici del declino dell’Italia. Dall’altra parte dello schermo, sempre in collegamento, c’era il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, con cui Raimo, nei giorni scorsi, aveva avuto un’altra, fortissima discussione su La7, durante la trasmissione In Onda. Proprio durante un intervento del direttore de Il Giornale, Raimo ha deciso – all’ennesimo attacco gratuito nei confronti dei migranti – di abbandonare lo studio, non prima di aver mostrato dei cartelloni – scritti al momento – con frasi provocatorie. L’ultimo diceva «Non c’avete un altro servizio sui negri cattivi?» e intendeva denunciare proprio il continuo ciclo di interventi proposti dalla trasmissione sul rapporto tra l’Italia e i migranti, caratterizzato da un forte pregiudizio nei confronti di quest’ultimo. Raimo ha poi spiegato il suo punto di vista in un lungo post su Facebook, in cui metteva in luce l’approssimazione di un certo tipo di giornalismo, che non offre dati numerici e che si basa soltanto sulle reazioni «di pancia» nei confronti di questo o di quell’argomento. «A un certo punto – scrive Raimo su Facebook -, visto che si parlava di occupazioni, ho chiesto a Belpietro, se si era preparato qualche dato sull’emergenza abitativa. Ha balbettato che glieli fornissi io. Gli ho detto: Ma come hai fatto un pezzo di trasmissione su questo e non c’hai manco un dato?, e poi glieli ho detti io. Ho detto a Sallusti che tutto ciò che stava dicendo su immigrazione e occupazioni non aveva nessuna base dal punto di vista dell’informazione. Mi ha risposto che è vero è d’accordo anche lui che i giornali dovrebbero fare più inchieste; gli ho detto che gli basterebbe leggere mezzo libro, o qualche giornale fatto appena decentemente, e ripetere quello che c’è scritto lì». Ma è proprio la trasmissione Dalla vostra parte a rappresentare una delle pagine peggiori del giornalismo in Italia. Raimo – sempre su Facebook – l’ha definita «una trasmissione orripilante, che si compone essenzialmente di servizi, girati con i piedi, su neri che stuprano, neri che rubano, neri che minacciano bambini, neri che occupano le case degli italiani, neri che sono troppi, neri che se ne dovrebbero andare, neri che è già tanto che li sopportiamo e non li facciamo affogare tutti». Il suo post ha scatenato un ampio dibattito sul social network, farcito di insulti e offese. Dalle più banali volgarità riferite direttamente alla persona, sino ad arrivare a discorsi più ampi, a sfondo populista e razzista. C’è chi scrive: «ma lo fai o ci sei? vivi su Marte? ti piacciono? la mia città è rovinata da questi spacciatori del c***o. E se questo vuol dire essere razzista, ok: IO SONO RAZZISTA E ME NE FOTTO DI QUELLI COME TE E QUANDO SARAI A PECORA CON LORO IO RIDERÒ», o ancora: «Ridiamo l’Italia agli italiani! Poi se rimane spazio qualcuno può rimanere! E voi radical chic del c***o fatela finita di fare i finti buonisti». Anche da questo punto di vista, Raimo ha avuto il coraggio di denunciare. Sempre nel suo post su Facebook ha scritto: «Oggi sulla mia bacheca ci sono commenti di insulti, minacce di stupro a donne che commentano, la feccia della feccia. Risponderò ad uno ad uno, appena avrò tempo. Ma risponderò con la stessa franca risata con cui, prima di andarmene a metà, ho opposto ieri a Sallusti che affermava che nel Corano c’è scritto di fare attentati terroristici».

La lotta di Christian Raimo contro il fascismo da talk show. Christian Raimo ha osato criticato il fronte anti-immigrazionista guidato da Sallusti e Belpietro e per tutta risposta oggi il Giornale gli dedica un attacco personale dove lo si accusa di volere vedere di essere amico degli immigrati per poter avere un posto in Parlamento. Nessuna notizia invece sul colore dei suoi calzini. Per ora, scrive Giovanni Drogo mercoledì 30 agosto 2017 su "Next". Nonostante al Giornale ci sia chi sostiene che non è deontologicamente corretto per un giornalista criticare un collega oggi sul quotidiano diretto da Alessandro Sallusti possiamo leggere un attacco a Christiam Raimo. Per il Giornale Raimo, giornalista di Internazionale è “il solone della sinistra” e “il nuovo provocatore che agita i talk show”. Cosa ha fatto di così terribile per meritarsi di essere definito “provocatore smanioso di visibilità à la Gabriele Paolini”? Semplice, non ha dato ragione ad Alessandro Sallusti e Maurizio Belpietro sullo scottante tema dei crimini dei negri.

Per il Giornale Raimo è un “aspirante profeta dell’umanitarismo”. Lunedì sera Raimo era ospite della trasmissione gentista condotta dal direttore della Verità (il giornale che qualche giorno fa ci raccontava degli esperimenti all’ossitocina per farci amare gli immigrati) dove si parlava di terrorismo, di occupazioni, di stupri commessi da parte degli immigrati e del silenzio della sinistra buonista che minimizza quanto successo a Rimini. A “Dalla vostra parte” gli italiani vengono costantemente presentati come vittime dell’immigrazione e gli immigrati sono naturalmente e culturalmente tutti votati alla violenza e alla sopraffazione. In buona sostanza il programma di “approfondimento” di Rete 4 è la versione televisiva delle vignette di Ghisberto. Perché, ha esordito Belpietro, sui giornali si tace dell’origine di questi stupratori? Non è che forse c’è la volontà di nascondere che sono di origine nordafricana e forse anche clandestini (in realtà risulterebbero essere immigrati regolari NdR)? Sallusti né è convinto, è colpa del “virus che hanno seminato per l’Italia le varie Boldrini e i vari Saviano”. È il temutissimo virus del “razzismo all’incontrario” per cui non si può dire e non è politicamente corretto dire che i nordafricani stuprano delle donne. I buonisti insomma hanno tutto l’interesse a nascondere agli italiani la verità: gli immigrati sono tutti violenti, terroristi e stupratori. Verità che invece viene raccontata ogni sera su Rete 4. La realtà delle cose è che tutti i giornali hanno parlato della presunta nazionalità degli stupratori. Così come nessun organo di stampa ha nascosto in qualche modo il fatto che a Barcellona (o a Parigi o a Bruxelles) gli attentatori fossero di fede islamica. Certo, magari non hanno titolato “bastardi islamici” come fece Belpietro quando era direttore di Libero. E di sicuro i buonisti non godono in prima pagina quando muore un razzista.

Non avete un alto servizio su negri cattivi? Ma il vero crimine di Raimo è stato un altro. Lui, con “la sua aria da letterato impegnato che si carica sulle spalle tutta la sofferenza del mondo” ha osato chiedere a Belpietro alcuni dati sull’emergenza abitativa a Roma. Era appena stato mandato in onda un servizio che contrapponeva i criminali stranieri che prendono quello che vogliono e occupano abusivamente le case alla situazione di una donna italiana costretta a vivere in auto. È la solita storia degli immigrati negli alberghi a 5 stelle e gli italiani terremotati nelle tende.

Dalla vostra parte: e gli analfabeti funzionali godono..., scrive Fabio Morasca lunedì 28 agosto 2017 "Tv Blog". Gli analfabeti funzionali sono un target appetibile. Come i vegani. Non stiamo dicendo che i vegani siano analfabeti funzionali (anche se una parte, effettivamente, lo è), stiamo solo parlando di marketing. Concentriamoci sui vegani. Ci sono aziende che, coraggiosamente, li sfottono, come il Panettone Motta, e altre aziende che, dopo aver intravisto il business, decidono di lanciare sul mercato prodotti ad hoc, come lo storico Cornetto Veggy, tanto per fare un esempio. Perché? Perché i vegani sono un target appetibile. Medesimo discorso, per i complottari dell'olio di palma. C'è chi coraggiosamente li sfida, proponendo un confronto, come la Nutella, e c'è chi, invece, stampa sulle confezioni dei propri prodotti, la scritta "SENZA OLIO DI PALMA" a caratteri cubitali. Perché? Perché i complottari dell'olio di palma sono un target appetibile. Stesso discorso, quindi, si può fare sugli analfabeti funzionali (che ci rifiutiamo di definire "pancia del paese"). Sono un target appetibile, soprattutto perché sono tanti. Se li lavorano i politici, se li lavorano i programmi televisivi. Programmi televisivi come Dalla vostra parte. Dalla vostra parte è come un Cornetto Veggy, con la differenza che quest'ultimo può anche essere buono mentre il programma di Rete 4 risulta ampiamente indigesto. Si può intuire il target della trasmissione in appena 10 secondi. E' incredibile. L'intento di certi programmi televisivi, e di certi media in generale, è palese, non si spendono neanche nello sforzo di renderlo subliminale. Definirlo giornalismo sfacciato è quasi come fare una carezza su un volto. Ma, essendoci gli analfabeti funzionali che, se ancora non vi è chiaro, sono un target appetibile, programmi come Dalla vostra parte avranno sempre senso di esistere. Il problema è di chi li guarda, non di chi li fa.

20:33. Inizio trasmissione. Maurizio Belpietro saluta gli spettatori e annuncia gli argomenti: terrorismo, sgomberi e criminalità sulle spiagge. In collegamento c'è Chiara Russo, sorella di Luca Russo, vittima dell'attentato di Barcellona.

20:36. Va in onda un servizio dedicato al terrorista arrestato a Torino. Chiara Russo: "Stiamo cercando di dare un senso a tutto ciò ma il senso non c'è".

20:39. Chiara Russo: "Bisogna pensare a come cambiare le cose. Non è concepibile una morte del genere. E' una cosa atroce. Non voglio che Luca diventi un numero".

20:42. Va in onda un servizio dedicato agli stupri avvenuti a Rimini e a Jesolo.

20:45. A Rimini, c'è l'inviato Mario Marchi: "C'è una pista specifica e sicura. Il caso si risolverà nelle prossime ore". In collegamento ci sono Alessandro Sallusti e Christian Raimo. Sallusti: "Per 2 giorni, non si è detta la nazionalità degli stupratori".

20:48. Raimo: "Tutti l'hanno detto. Avete fatto 4 servizi di questo tipo. Mai vista una tv così brutta". Raimo mostra un cartello con su scritto: "Fate una tv razzista e islamofoba". Belpietro risponde polemicamente.

20:51. Sallusti: "C'è un razzismo al contrario. Non si può dire la nazionalità". Raimo: "Ma la state dicendo!". Va in onda un servizio dedicato agli sgomberi a Roma.

20:54. In collegamento c'è l'inviato Alessio Fusco che si trova a Roma, all'interno di un palazzo occupato.

21:03. Fusco si addentra nel palazzo occupato. In collegamento c'è una donna che vive in un'automobile. Va in onda il servizio dedicato a lei.

21:06. La donna si chiama Simona: "Non ci sono possibilità su questo territorio. I servizi sociali, ci mettessero la faccia".

21:09. Nuova polemica Raimo - Belpietro. Raimo: "A casa mia, ospito due sfollati. Conosco la trafila della signora".

21:12. Sallusti: "Noi non pensiamo più ai nostri cittadini". Raimo mostra un altro cartello con su scritto: "Avete un altro servizio sui negri cattivi?". Raimo discute con Sallusti sul terrorismo. Raimo: "I terroristi non sanno nulla del Corano".

21:15. Raimo abbandona la sua postazione. Nuovo collegamento con Marchi. In collegamento c'è un bagnino picchiato da un venditore ambulante, Riccardo Bonato. Va in onda il servizio.

21:17. Bonato: "Le forze dell'ordine hanno le mani legate. Sono troppo tutelati". Fine prima puntata.

Il nuovo provocatore che agita i talk show e vede fascisti ovunque. Christian Raimo, prof di liceo, fa il solone di estrema sinistra. E magari cerca un seggio, scrive Laura Tecce, Mercoledì 30/08/2017, su "Il Giornale". «In futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti». Aveva ragione Andy Warhol, tutti vogliono apparire, tutti bramano quel breve ed effimero briciolo di notorietà. Che non si nega a nessuno. Neanche a Christian Raimo, assurto nei giorni scorsi agli agognati «onori della cronaca» per l'accanita difesa degli immigrati sgomberati dall'immobile occupato di piazza Indipendenza a Roma. Classe 1975, professore in un liceo statale della Capitale dove insegna storia e filosofia, scrittore per Minimum Fax e articolista per L'Internazionale, quest'estate la palma del provocatore smanioso di visibilità à la Gabriele Paolini, spetta dunque a Raimo. Con la sua aria da letterato impegnato che si carica sulle spalle tutta la sofferenza del mondo, si candida al ruolo di vice Saviano - causa ferie agostane di quest'ultimo - e di leader mediatico dei movimenti per il diritto alla casa. Il copione è il solito: il prof ha imparato la lezioncina e ha messo in atto con scrupolo ciò che un aspirante intellettuale di riferimento di una certa area culturale di sinistra, la cui longa manus si estende dai centri sociali ai salotti radical chic, deve fare: il cavaliere senza macchia nella difesa degli «ultimi». Dove gli ultimi, ovviamente, sono i profughi e gli immigrati come ogni aspirante star del politicamente corretto che si rispetti ben sa. Laura Boldrini docet: ci ha costruito una carriera politica. Chissà se anche Raimo non voglia fare il grande salto e dalla testa dei cortei anti sgombero planare diretto in Parlamento. L'aspirante profeta dell'umanitarismo a un certo punto però si deve essere reso conto che mancava un tassello: l'antifascismo militante in assenza di fascismo. Un cliché logoro ma che ancora racimola qualche indignato e titoli di giornale. Al via dunque il lancio della petizione su change.org «Per una Roma antirazzista, antifascista e solidale» e poi l'occasione della vita: dare del fascista in diretta tv a un direttore di un quotidiano «nemico», il Giornale, Alessandro Sallusti. «Essere comodamente fascisti in questo tempo conviene» (In Onda, La7, 24 agosto). Così parlò il filosofo illuminato Raimo. Del resto «in questo tempo» affibbiare a casaccio epiteti quali fascista, razzista, xenofobo a chi la pensa differentemente o a chi difende la legalità è un sicuro lasciapassare per l'Olimpo delle star del buonismo in salsa terzomondista. Mai domo, il nostro campione dall'alto della sua superiorità morale e culturale, il giorno dopo ha esternato nuovamente il suo fine pensiero con un post su Facebook: «Ieri ho partecipato a una trasmissione tv. C'era anche Alessandro Sallusti in collegamento da Forte dei Marmi (in prima linea in zona apericena) che biascicava dati completamente sbagliati, faceva esempi incomprensibili, e diceva cose comodamente fasciste. Non c'era nessun giornalista del suo Giornale in piazza tra l'altro, per le notizie fa direttamente Ctrl+C dalle veline della questura. Per intenderci anche, il fondatore del Giornale Indro Montanelli a suo tempo si comprò un'eritrea di dodici anni come schiava sessuale e nel 1936 rispetto alla guerra italiana in Etiopia dichiarava: Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità». Stendiamo un velo pietoso. Tutta la nostra umana comprensione agli studenti liceali che loro malgrado hanno a che fare con un insegnante che mostra di avere un tale equilibrio, tale proprietà di linguaggio e tale rispetto per la legalità.

Però nè fascisti nè comunisti parlano del fenomeno del razzismo sui meridionali.

Cori razzisti contro il Napoli. Barbari e pure ignoranti. A Verona, alcuni tifosi, oltre che barbari, sono razzisti e pure ignoranti. Un video pubblicato dal canale YouTube "Tutto Verona web 1" mostra l'inizio della prima di campionato del Napoli allo stadio Bentegodi il 19 agosto 2017. Lo speaker annuncia la formazione azzurra e la curva urla "scimmia" dopo il nome di ogni giocatore (video Tutta Verona web 1). Peccato che nella formazione del Napoli c’era solo un italiano: il napoletano Lorenzo Insigne.

Certo è che l'analisi di Sansonetti può essere condivisibile. Come certo è che i media di propensione buonista e catto comunista, con il sistema ideologico del politicamente corretto, disinformano ed influenzano la società civile.

I diritti negati che cancellano la proprietà, scrive Carlo Lottieri, Martedì 29/08/2017, su "Il Giornale". A sinistra come a destra, quando si parla di accoglienza e immigrazione si fa riferimento alla necessità che quanti arrivano da lontano riconoscano i nostri diritti e si comportino di conseguenza. In fondo, è idea abbastanza condivisa che sia più «integrato» uno straniero che non sa una parola della nostra lingua ma si guadagna onestamente da vivere rispetto a uno che, invece, ha imparato bene l'italiano, ma vive di furti e violenze. Se le cose stanno così, bisognerebbe essere chiari sul tema delle occupazioni abusive. Venire in Italia ed entrare in casa d'altri significa fin dall'inizio non voler rispettare i diritti del prossimo. In uno degli episodi più affrontati dalla stampa nel corso degli ultimi giorni, lo sgombero ha riguardato una proprietà detenuta da una società tra i cui azionisti vi sono, essenzialmente, fondi pensione. In questo caso, occupare un immobile senza pagare l'affitto significa dare pensioni più esigue agli anziani. Quando il governo ha deciso che prima di sgombrare un immobile bisognerà trovare una sistemazione agli occupanti, esso ha rinunciato del tutto all'idea che sia suo compito garantire il diritto. Dinanzi a chi viene in Italia e occupa stabili, invece che cercare abitazioni alternative bisognerebbe capire come sia possibile rispedire nel Paese d'origine queste persone. Questo non per assumere un atteggiamento punitivo, ma per affermare il principio che non si può avere convivenza senza regole e, soprattutto, senza rispetto della proprietà. Perché tutto questo non avviene? Perché il governo non è spinto dall'opinione pubblica ad adottare soluzioni drastiche di fronte agli occupanti? La ragione di tale disfatta è semplice ed è da trovare nel fatto che gli italiani, per primi, hanno perso ogni cognizione elementare del diritto. Gli abusi compiuti dagli immigrati, d'altro canto, sono assai simili a quelli compiuti da molti nostri connazionali, che senza problemi occupano case altrui e non vengono perseguiti dalle autorità. E in fondo gli stessi squatter copiano una classe politica tanto abile nel mettere le mani dentro le nostre tasche. Dobbiamo capire che se non sappiamo integrare nel nostro ordine giuridico chi viene da lontano la prima ragione sta nel fatto che noi stessi abbiamo dissolto (quasi) ogni regola e ogni rispetto del prossimo. Avendo smesso di credere nella proprietà e nel diritto, abbiamo aperto la strada alla barbarie.

Jesolo, arrestato un 25enne marocchino: "Violenza sessuale su una 17enne in discoteca", scrive il 28 Agosto 2017 "Libero Quotidiano". Una ragazza 17enne ha denunciato di avere subito una violenza sessuale dopo una notte passata in discoteca. La denuncia è arrivata ai carabinieri di Jesolo (Ve) dalla giovane, originaria del Paraguay e residente a Verona, che ha passato sabato notte alla discoteca Il Muretto di Jesolo. Lì avrebbe conosciuto un ragazzo di origine marocchina di 25 anni, residente nel vicentino. Nelle prime ore siti e tv parlavano del presunto stupratore come di "italiano", ben specificandolo nel titolo di lancio della notizia. Alle prime ore della mattina di domenica la ragazza è stata trovata dalle sue amiche sotto choc davanti all'ingresso della discoteca e ha detto di essere stata stuprata. I gestori della discoteca hanno quindi chiamato i carabinieri che domenica hanno rintracciato e arrestato il presunto violentatore che è accusato di violenza sessuale. I due giovani sabato sera, dopo una prima parte della serata trascorsa insieme a ballare, si sono allontanati dal locale mano nella mano, come evidenziato dalle telecamere di videosorveglianza del locale, ma, una volta raggiunta una zona appartata nel parcheggio, il ragazzo avrebbe costretto la 17enne a un rapporto sessuale.

Vietato dire che i ricercati sono stranieri. Neppure di fronte all'orrore di uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza il politicamente corretto molla il colpo, scrive Alessandro Sallusti, Lunedì 28/08/2017, su "Il Giornale". Neppure di fronte all'orrore di uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza il politicamente corretto molla il colpo. Lo stupro è un reato infame, chiunque lo commetta. Ma il punto è: perché non dire chi, o meglio chi si sta cercando come presunti responsabili, come sta accadendo per il caso della ragazza violentata sulla spiaggia di Rimini? I lettori della maggior parte dei giornali quotidiani di ieri e dei telegiornali, che pure hanno riservato ampio spazio al fatto, non sanno o hanno al massimo intuìto, leggendo tra le righe, che la polizia sta dando la caccia a tre immigrati maghrebini. Saranno loro i colpevoli? Non lo sappiamo, ma la notizia è che gli inquirenti stanno cercando proprio loro. E allora perché non dirlo, non fornire all'opinione pubblica l'identikit del possibile assassino, come avviene in tutti i casi di cronaca nera fin dai tempi dei tempi? Siamo certi che se la ragazza stuprata e il suo compagno ferito avessero riferito di essere stati assaliti invece che da persone di carnagione scura da italiani, non ci sarebbero state tutte queste precauzioni e omertà. E i titoli sarebbero stati più o meno: «La banda dei biondini violenta giovane turista». Ripeto, oggi nessuno sa la verità, ma gli inquirenti sanno bene chi stanno cercando, i giornalisti sanno bene la pista battuta dagli inquirenti, i direttori dei giornali sanno bene cosa sanno i giornalisti. Tutti sanno, ma nessuno osa dire e scrivere con chiarezza. Siamo al punto che gli immigrati, rispetto a noi italiani, non solo sono tutelati dal sistema quando occupano una casa ma pure quando sono sospettati di avere stuprato una ragazza. È il maledetto virus con cui le Boldrini e i Saviano hanno infettato il paese, un razzismo all'incontrario, tutelato perfino dall'Ordine dei giornalisti che indaga e punisce i colleghi che osano vaccinarsi, cioè chiamare le cose con il proprio nome. Di recente sono finito sotto processo per un titolo: «Tentano di rapire un bimbo, la polizia setaccia campo rom», che riportava fedelmente i fatti. Rivendico la libertà di informarvi che la polizia, per i fatti di Rimini, sta cercando tre immigrati, il che non vuole dire nulla di più e nulla di meno di ciò che sta accadendo in queste ore. Non saremo politicamente corretti ma professionalmente sì. E questo ci basta.

"Lo strano mistero dello stupro di Rimini", scrive Pietro Senaldi il 27 Agosto 2017 su "Libero Quotidiano". I giornali non dicono la verità sugli stupratori di Rimini. O meglio, omettono che essi siano magrebini. Pietro Senaldi, a #90secondi, spiega perché al contrario Libero lo ha rivelato subito: "Non è nascondendo la verità che si evita l'odio sociale". La nuova prassi italiana, ma forse sarebbe più appropriato definirla terzomondista, per cui i carnefici si proteggono e le vittime si offrono alla piazza, si è arricchita di un altro capitolo. Dopo la solidarietà agli immigrati che avevano occupato abusivamente un palazzo romano di proprietà dei pensionati e la condanna dei poliziotti che, presi a bombole del gas in testa, li hanno sgomberati con la forza, il circolo mediatico votato al boldrinismo più fazioso si è cimentato in un altro fattaccio di cronaca. Una coppia di turisti è stata aggredita da una banda di ragazzotti sulla spiaggia di Rimini che hanno pestato a sangue lui e violentato ripetutamente lei. Sappiamo che le vittime sono polacche, che i delinquenti hanno poi riservato lo stesso trattamento a un trans peruviano e che la testimone chiave della vicenda è una prostituta romena. I particolari sono stati riportati da tutti, in certi casi perfino con disegnini illuminanti. Ma solo Libero, il Quotidiano Nazionale e i «giornalacci» della destra hanno evidenziato che secondo la polizia gli stupratori erano sì ubriachi, come hanno scritto tutti, ma anche immigrati, particolare ritenuto irrilevante invece dagli altri, per i quali era viceversa fondamentale la nazionalità delle vittime. Cautela? Può darsi, perché i criminali sono alla macchia e il rischio figuraccia c' è, ma non ci crediamo poi tanto. Dopo la cinquantesima riga infatti qualcuno l' ha anche scritto, in un sussulto di professionalità o confidando che il caporedattore non si spingesse fino a lì nella lettura, qual è l' origine degli aggressori, il che significa che è stata confermata da più fonti. Cionondimeno, anche ieri, i tg non hanno ritenuto di calcare sull' argomento. Insomma, è fondamentale che la prostituta sia romena e le vittime polacche e peruviane ma è un dettaglio da omettere chi abbia fatto loro la festa. Forse perché nessuno vuole che le lettrici e le telespettatrici si allarmino se vengono circondate di notte da una banda di immigrati. Meglio non instillare in loro il germe del razzismo e lasciare che girino, ignare e sicure, per le nostre spiagge e strade multietniche. Tutt' altro trattamento è stato riservato invece all' italiano che, multato per aver parcheggiato sul posto riservato a un disabile e da questi denunciato ai vigili, si è vendicato affiggendo un cartello infame in cui insultava il portatore di handicap rallegrandosi per la sua condizione. Un comportamento orribile, stigmatizzato anche da Libero ma che è valso al suo autore una gogna nazionale senza eguali. Di lui sappiamo l'età, l'auto, la professione, il titolo di studio e perfino il paese. Infatti non è un immigrato ma un italiano, addirittura un truce brianzolo, a cui forse Paolo Virzì, il regista di «Il capitale umano», sta già dedicando un film. Da stigmatizzare anche il silenzio del presidente della Camera, Laura Boldrini e, al momento della stragrande maggioranza delle paladine del femminismo. Evidentemente le donne si tutelano meglio se si costringono gli italiani a chiamarle avvocata o presidenta piuttosto che se le si mette in guardia dai rischi dell'invasione. D' altronde è cosa nota che per i nostri rappresentanti, e per i nostri media, un fatto non vale tanto per se stesso bensì per il significato politico che gli si vuole dare e per l'ideologia alla quale è funzionale. Il villano brianzolo, forse vicino di casa di Berlusconi, va messo alla gogna più dello stupratore nordafricano, del quale si sottolinea lo stato di ebbrezza, a mo' di attenuante, quando invece è un'aggravante, e non solo per il Corano ma anche per il nostro codice penale. Forse questa cortina di fumo viene messa per non alzare il livello di tensione sociale, come i tedeschi che non rivelano le nazionalità di chi commette attentati per evitare episodi di linciaggio. Forse siamo noi maliziosi nel voler vedere a tutti i costi la cattiva fede altrui e a sentire odore di ordini di scuderia in redazione. Ma la verità è che siamo allarmati e che chi nasconde l'identità degli stupratori immigrati ci fa quasi paura quanto questi. Nascondere, minimizzare, relativizzare i problemi, non aiuta a risolverli ma li aggrava rapidamente, fino a farli diventare ingestibili e portarli al punto di esplosione. Non si sa quando lo scoppio avviene, perché fino a un attimo prima la situazione è immutata e immanente, ma quando accade, è incontrollabile. È successo così con il traffico di uomini agevolato dalle organizzazioni non governative, molte delle quali, in combutta con gli scafisti, facevano i soldi spacciandosi per santi. È capitato con gli occupatori abusivi di case, a cui lo Stato fino al giorno prima aveva permesso di comportarsi come proprietari, consentendo loro di dare addirittura in affitto gli alloggi che abitavano illegalmente. Succederà anche con le violenze degli immigrati che nascondiamo sotto il letto come la polvere. Un giorno, improvvisamente, per vincere le elezioni, perché colpito in prima persona o per "impazzimento" individuale, qualcuno non ne potrà più, e sarà il caos. Ci auguriamo di no, ma lo temiamo.

Vietato dire che i ricercati sono stranieri. Neppure di fronte all'orrore di uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza il politicamente corretto molla il colpo, scrive Alessandro Sallusti, Lunedì 28/08/2017, su "Il Giornale".  Neppure di fronte all'orrore di uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza il politicamente corretto molla il colpo. Lo stupro è un reato infame, chiunque lo commetta. Ma il punto è: perché non dire chi, o meglio chi si sta cercando come presunti responsabili, come sta accadendo per il caso della ragazza violentata sulla spiaggia di Rimini? I lettori della maggior parte dei giornali quotidiani di ieri e dei telegiornali, che pure hanno riservato ampio spazio al fatto, non sanno o hanno al massimo intuìto, leggendo tra le righe, che la polizia sta dando la caccia a tre immigrati maghrebini. Saranno loro i colpevoli? Non lo sappiamo, ma la notizia è che gli inquirenti stanno cercando proprio loro. E allora perché non dirlo, non fornire all'opinione pubblica l'identikit del possibile assassino, come avviene in tutti i casi di cronaca nera fin dai tempi dei tempi? Siamo certi che se la ragazza stuprata e il suo compagno ferito avessero riferito di essere stati assaliti invece che da persone di carnagione scura da italiani, non ci sarebbero state tutte queste precauzioni e omertà. E i titoli sarebbero stati più o meno: «La banda dei biondini violenta giovane turista». Ripeto, oggi nessuno sa la verità, ma gli inquirenti sanno bene chi stanno cercando, i giornalisti sanno bene la pista battuta dagli inquirenti, i direttori dei giornali sanno bene cosa sanno i giornalisti. Tutti sanno, ma nessuno osa dire e scrivere con chiarezza. Siamo al punto che gli immigrati, rispetto a noi italiani, non solo sono tutelati dal sistema quando occupano una casa ma pure quando sono sospettati di avere stuprato una ragazza. È il maledetto virus con cui le Boldrini e i Saviano hanno infettato il paese, un razzismo all'incontrario, tutelato perfino dall'Ordine dei giornalisti che indaga e punisce i colleghi che osano vaccinarsi, cioè chiamare le cose con il proprio nome. Di recente sono finito sotto processo per un titolo: «Tentano di rapire un bimbo, la polizia setaccia campo rom», che riportava fedelmente i fatti. Rivendico la libertà di informarvi che la polizia, per i fatti di Rimini, sta cercando tre immigrati, il che non vuole dire nulla di più e nulla di meno di ciò che sta accadendo in queste ore. Non saremo politicamente corretti ma professionalmente sì. E questo ci basta.

All'armi son fascisti. Repubblica e Stampa fanno a gara a nascondere i fatti di nera che vedono protagonisti gli immigrati. Vogliono imporre il pensiero unico manipolando i fatti e occultando la realtà, scrive Alessandro Sallusti, Sabato 2/09/2017 su "Il Giornale". In questi giorni mi sono sentito dare più volte del fascista per via dello spazio che stiamo dedicando sul giornale agli episodi di cronaca - occupazioni, stupri, rivolte - che vedono coinvolti gli immigrati. In effetti i giornali che rappresentano il mondo politico e culturale da cui partono queste critiche - il nuovo polo editoriale unico della sinistra salottiera tra La Repubblica e La Stampa - fanno a gara a nascondere i fatti di nera che vedono protagonisti gli immigrati. Ieri sulle loro prime pagine non c'era traccia dei nuovi casi di stupro a Rimini, Milano e Desio, solo scarni e incompleti resoconti all'interno (nell'articolo della Stampa non è citata neppure la nazionalità marocchina degli aggressori). Grande spazio i due quotidiani dedicano invece ad appelli di politici e prelati a non alimentare odio e razzismi, un'ossessione che i loro lettori, non conoscendo i fatti censurati dal giornale che stanno leggendo, potrebbero addirittura trovare eccessiva e incomprensibile.

Facciamo subito chiarezza. Primo, noi non odiamo gli immigrati, semplicemente troviamo odioso - e lo scriviamo a caratteri cubitali - che un uomo, di qualsiasi colore sia la sua pelle, stupri una donna. Riteniamo però molto pericoloso che una politica dell'accoglienza fuori controllo abbia prodotto l'effetto che, a differenza degli stupratori italiani, quelli immigrati il più delle volte non sappiamo chi siano e dove andarli a prendere per assicurarli alla giustizia, perché oltre che delinquenti sono fantasmi, spesso protetti dalla loro stessa comunità che a differenza delle nostre non considera la violenza sulle donne un reato grave e odioso.

Secondo. Non siamo razzisti, banalmente pensiamo che senza legalità non ci possa essere uguaglianza, solidarietà, democrazia e libertà. La legalità, come ha scritto di recente persino la Gabanelli, non è di destra né di sinistra, né bianca né nera. O è o non è. E se non è - come nel caso dei flussi immigratori che abbiamo subito e non governato - sono guai per tutti e dirlo è un dovere. Per intenderci, siamo fieri degli atleti di colore che vestono le maglie delle nostre nazionali e guardiamo con ammirazione e rispetto le tante ragazze straniere che studiano nelle nostre scuole e università anche se consideriamo ridicolo che una bellissima ragazza di colore vinca Miss Italia, come successo anni fa, perché sarebbe come dire che l'ottimo kebab rappresenta il meglio della cucina italiana nel mondo.

Terzo. Non siamo fascisti, e la prova sta proprio nell'accusa che ci viene mossa. Una delle architravi del fascismo fu di imporre ai giornali il divieto assoluto di pubblicare notizie di cronaca che potessero contraddire la narrazione ufficiale del regime. Cito da La stampa nel ventennio di Mauro Forno (edizioni Rubbettino): «Fin dal 1925, l'allora ministro dell'interno Luigi Federzoni, aveva ordinato attraverso apposite circolari ai prefetti di sequestrare tutti i giornali che indugiavano su delitti di sangue adulteri e simili e Mussolini stesso aveva impartito l'ordine di smobilitare la cronaca nera. Il fascismo temeva molto la cronaca nera perché poteva distrarre il lettore dalle pagine politiche e per l'intralcio che essa arrecava al processo di una tensione positiva, in grado di rafforzare la tensione sociale e il senso di appartenenza ad una grande nazione sempre in marcia verso alti ideali... Insomma per uno stato totalitario era intollerabile che la stampa si facesse portavoce di messaggi negativi diffondendo all'esterno immagini di disagio e di disgregazione sociale».

Mi sembra quindi chiaro che «fascista» è obbedire «all'ordine» del ministro della Giustizia Orlando di dire che non c'è alcuna emergenza e censurare dalle prime pagine dei giornali e dei telegiornali i fatti efferati che vedono protagonisti gli immigrati. Il pericolo di un neofascismo - cioè di un nuovo totalitarismo - non viene dai nostalgici di destra che salutano a mano tesa in ridicoli raduni ma da chi, come il gruppo La Repubblica-La Stampa, vorrebbe imporre un pensiero unico manipolando i fatti e occultando la realtà. Verrebbe da dire: all'armi, son fascisti.

Lo stupro innocente, scrive Antonella Grippo il 30 agosto 2017 su "Il Giornale". C’è stupro e stupro. C’è fallo e fallo. Quello immigrato, ad esempio, detiene un’intrinseca ragionevolezza sociologica, persino nella sua massima e ruvida erezione. Non è che puoi fare la femminista, se non c’è di mezzo un maschio di Ladispoli, di Muro Lucano o di Busto Arsizio! Come fai a prendertela con il piffero magrebino? A ben guardare, è poetico, intriso di lirismo ancestrale. Di fremiti di guerra e povertà. Si tratta di un fiotto di antropologia tribale. Va argomentato, discusso. Giammai decontestualizzato dalle braghe di riferimento. Vuoi mettere…Altro che la saccente protuberanza virile degli impiegati del catasto di Avellino, che, ancorché dimessa, si sollazza con lo stupro di suocere, colpevoli assertrici della secessione di Romagna. Per non parlare della fava dei benzinai di Matera, che quando s’ingrifa, non corrisposta, è capace di ispirare l’intera arte operaia del Femminicidio. Tutto il resto non fa dottrina. Del resto, non si può pretendere che le Damine di San Vincenzo disertino i summit settimanali sui prodigi terapeutici del ricamo ad uncinetto, per occuparsi di femmine sfigate, perdippiù polacche, incapaci di interloquire con la bestia che abita i calzoni africani, al fine di capirne i bisogni, interrogarne le aspettative, in un clima di Multimazza. Meglio falcidiare l’assioma partenopeo per eccellenza: Il cazzo non vuole pensieri. Contrordine, compagne: il pisello magrebino convoca tutta la storia del pensiero occidentale. Esige e reclama lo sguardo delle scienze umane. Chiede di essere indagato, decriptato. Accolto. In fondo, è un’innocenza analitica. Politically correct.

Stupri e immigrati, scrive Giampaolo Rossi il 31 agosto 2017 su "Il Giornale".

PREGIUDIZI E TABÙ. L’argomento è scottante e viola il rigido protocollo imposto dai talebani del politically correct. Certo, se decidete di affrontarlo, aspettatevi la solita accusa di essere i nipotini di Goebbels. Non vi preoccupate, fa parte del gioco; sopportate con santa pazienza e andate avanti perché il problema esiste e non va rimosso; e non solo sull’onda dell’emotività che la cronaca ci riserva: la giovane turista polacca stuprata a Rimini o l’anziana di Forlì violentata da un nigeriano o la 12enne di Trieste abusata da tre immigrati (solo per citare gli esempi più recenti). Quando un anno fa la piddina Debora Serracchiani, di fronte allo stupro di una studentessa italiana minorenne da parte di un richiedente asilo iracheno, dichiarò: “la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza”, un fiume in piena di scandalizzata indignazione si riversò contro di lei: colleghi di partito e immancabili intellettuali del Pensiero Collettivo. Allora proviamo ad affrontare il tema senza tabù e senza pregiudizi.

I NUMERI IN ITALIA. Stefano Zurlo, su Il Giornale, ha riportato una notizia scioccante: un’indagine di Demoskopika, realizzata elaborando dati del Viminale, ha svelato che “nel quinquennio 2010-2014, il 39 per cento delle violenze sessuali in Italia è stato compiuto da stranieri”. Un numero impressionante – nota Zurlo – se si considera “che nel 2014, solo l’8,1% dei residenti in Italia veniva da fuori”. Ovviamente Zurlo è molto cauto e sottolinea che non bisogna fare “generalizzazioni”, né “distribuire patenti di primogenitura”. Anche perché a distribuirle ci pensa il Ministero dell’Interno il giorno dopo, inviando una nota all’AdnKronos in cui spiega che nel 2016 i reati contro le donne compiuti dagli italiani sono aumentati (1.534 contro i 1.474 del 2015), mentre quelli degli stranieri sono diminuiti (904 contro i 909 del 2015, 4 in meno). Ma la stessa AdnKronos ammette che se si guardano le percentuali in rapporto alla popolazione (che è esattamente ciò che si dovrebbe controllare) le violenze commesse dagli stranieri sono maggiori. Anche perché al conteggio sfuggono ovviamente i casi non denunciati che è plausibile siano maggiori nelle comunità di immigrati perché una donna straniera (magari profuga e richiedente asilo, inserita in contesti comunitari chiusi) ha più timore a denunciare una violenza subita rispetto ad una donna italiana. D’altronde è un dato di fatto che la possibile correlazione tra l’esodo migratorio di giovani maschi e l’aumento delle violenze sessuali non sembra riguardare solo l’Italia. In tutti i paesi che hanno adottato politiche di accoglienza massiccia i reati a sfondo sessuale sono tra quelli con maggiore aumento, insieme ai furti.

I NUMERI IN GERMANIA. Il Rapporto annuale sulla “Criminalità nell’ambito della migrazione” pubblicato il 27 Aprile scorso dalla Bundeskriminalamt (BKA), la Polizia Federale tedesca, rivela che nel 2016, il numero dei reati a sfondo sessuale compiuti da stranieri è aumentato del 102%, passando da 1.683 violenze del 2015 alle 3.404 del 2016. In altre parole, da quando la signora Merkel ha aperto le frontiere ad oltre un milione di immigrati, avvengono circa 5 reati sessuali al giorno compiuti dai nuovi arrivati. Negli ultimi quattro anni, l’aumento è stato del 500%. I reati comprendono molestie, stupri e abusi sessuali su bambini e minori; quest’ultimo reato (il più odioso) è quello che ha registrato il tasso di crescita più elevato, +120%. Il 71% degli immigrati autori di violenze sessuali ha meno di 30 anni (il 17% è in età adolescenziale). Soeren Kern analista del Gatestone Institute e studioso dei problemi connessi alla migrazione in Germania l’ha definita una “epidemia di stupri”.

IL CAPODANNO DI COLONIA. Il caso più eclatante avvenne la notte di Capodanno del 2015, quando circa 1200 donne subirono aggressioni e molestie sessuali in diverse città tedesche (600 solo a Colonia e 400 ad Amburgo). Un vero e proprio assalto di massa perpetrato, “nella stragrande maggioranza da persone che rientrano nella categoria generale dei rifugiati”, come dichiarò allora il Procuratore di Colonia Ulrich Bremer. Il Capo della Polizia Holger Münch dichiarò che era evidente “la relazione tra ciò che era accaduto e la forte immigrazione avvenuta nel 2015″. La polizia tedesca denunciò i fatti di Colonia come applicazione del Taharrush, una sorta di “molestia sessuale collettiva” (che a volte si conclude con stupri di gruppo) praticata in alcuni paesi islamici e venuta alla ribalta dei media occidentali durante le manifestazioni di piazza della Primavera Araba, quando si verificarono diversi casi di violenze ai danni di giovani donne musulmane. Da sottolineare che per mesi, i media tedeschi hanno nascosto la portata dell’accaduto secondo un comportamento coerente con la volontà di manipolare l’informazione sui temi dell’immigrazione; volontà denunciata da una clamorosa ricerca scientifica che inchioda la stampa tedesca alle proprie responsabilità. La situazione è divenuta di una tale emergenza sociale che il 7 luglio 2016 il Parlamento tedesco ha dovuto approvare modifiche al codice penale proprio sui reati sessuali, ampliando la definizione di stupro per consentire più facilmente l’espulsione degli immigrati colpevoli.

SVEZIA E FINLANDIA. Il tema dell’aumento dei reati sessuali in relazione all’immigrazione è stato analizzato anche in altri paesi come la Svezia e la Finlandia dove hanno fatto scalpore episodi cruenti di violenze operate da giovani immigrati. In particolar modo nel 2016, in Svezia venne a galla lo scandalo della copertura che la polizia operò sulle violenze durante un festival musicale a Stoccolma, quando diverse adolescenti svedesi furono aggredite da giovanissimi immigrati, per lo più afghani. Uno solo caso di stupro ma decine i casi di molestie sessuali e violenze. La legislazione svedese vieta di rendere note le identità etniche e religiose di chi commette reati; è quindi impossibile capire se l’aumento oggettivo di stupri negli ultimi 10 anni sia legato al massiccio aumento di immigrati dai paesi islamici o solo a modifiche dell’apparato legislativo svedese che ha allargato la definizione di violenza sessuale (come tendono ad affermare i difensori del modello multiculturale). In Finlandia il più recente rapporto della polizia denuncia un aumento dei reati sessuali del 23% nei primi 6 mesi del 2017 ed un calo del 5% di quelli commessi da stranieri. Ma la percentuale degli abusi sessuali commessi da immigrati continua ad essere altissima, quasi il 30%.

IL PROBLEMA C’È. Tutto questo cosa significa? Che esiste un’equazione immigrato = stupratore? Certo che no e se qualcuno lo pensa è un imbecille. Ma è un imbecille anche chi nasconde l’identità di uno stupratore quando è un immigrato, per non suscitare sentimenti razzisti. È evidente che l’immigrazione a cui l’Europa si è aperta, presenta enormi criticità che mettono a rischio la tenuta sociale ed economica delle nazioni e la loro identità culturale ed il loro sistema giuridico. Alcuni punti da sottolineare: Profughi e richiedenti asilo rappresentano una minoranza di coloro che entrano in Europa. Dalle guerre fuggono in genere donne e bambini, mentre l’Europa sta accogliendo prevalentemente maschi giovani di età compresa tra i 17 e i 30 anni in piena vitalità sessuale. Quando un processo immigratorio non è governato ma subìto, come avviene (grazie all’irresponsabilità dei governi europei e alla volontà criminale delle élite globaliste), è impossibile controllare chi accogli nei tuoi paesi. Gli immigrati provengono prevalentemente da paesi con culture che hanno una visione del “femminile” e dei diritti tra uomo e donna molto diversi dall’Occidente. In queste culture (soprattutto islamiche) la condizione di sottomissione della donna rende difficile stabilire i limiti legislativi all’interno dei quali definire cos’è un abuso sessuale o una violenza

Ovviamente il problema non è se gli europei stuprano più degli immigrati o se un immigrato che stupra è più colpevole di un europeo (anche se il principio dell’accoglienza e dell’ospitalità, implica l’obbligo della reciprocità e rende più odioso un reato commesso da un immigrato, su questo ha ragione la Serracchiani); il problema è sancire l’esistenza di un problema sociale e culturale senza rimuoverlo secondo quel meccanismo paranoico proprio dell’ideologia globalista, liquidando come razzista chi lo pone; problema che deriva da un’immigrazione non più sostenibile.

IL CASO GOREN. In Germania fece scalpore il caso di Selin Goren giovane portavoce di Solid, movimento di estrema sinistra; una ragazza impegnata in politica nei movimenti a favore dell’immigrazione. Una sera di Gennaio del 2016, in un parco di Mannheim, la ragazza venne violentata da tre uomini. Alla polizia dichiarò che i tre parlavano tedesco. Solo tempo dopo, convinta da una sua amica, ritrattò e affermò che i tre erano immigrati e parlavano arabo. In un’intervista a Der Spiegel spiegò che aveva mentito per non “aumentare l’odio verso i migranti”. Dopo essere stata violentata questa ragazza imbevuta di ideologia, si è auto-violentata in nome di un buonismo che rasenta la patologia sociale. Vittima due volte: di una violenza generata da altri e di una generata da se stessa. Ecco questa è l’immagine più chiara di come l’Europa rischia di finire: auto-violentandosi per non guardare in faccia la realtà.

Stupratori, il dato choc: stranieri quattro su dieci. I non italiani sono l'8% della popolazione. I nodi: espulsioni e controllo del territorio, scrive Stefano Zurlo, Lunedì 28/08/2017, su "Il Giornale". I dati sembrano essere fatti apposta per rovinare il presepe del politicamente corretto, ma i numeri non possono essere ignorati. Le statistiche criminali, anche se incomplete e in ritardo, ci dicono che quasi 4 stupri su 10 sono commessi da stranieri. Tanti, tantissimi, ancora di più se si pensa che i non italiani rappresentano solo l'8 per cento della popolazione. Inutile voltarsi dall'altra parte e fingere di non vedere: la realtà è lì con tutto il suo peso a travolgere facili teorie buoniste, ingenue come le favole. Non si tratta di un atto d'accusa, ma di riflettere su un Paese che si sta slabbrando per tante ragioni, non ultima un'immigrazione senza griglie e controlli che sta regalando frutti avvelenati. L' indagine condotta da Demoskopika, elaborando le tabelle del Viminale, compone un quadro purtroppo inquietante: nel quinquennio 2010-2014 il 39 per cento delle violenze sessuali è stato compiuto da stranieri contro il 61 per cento opera di italiani. Dal punto di vista delle proporzioni qualcosa non quadra, anzi stride: nel 2014 risiedevano nel nostro Paese 60,8 milioni di persone e di queste il 91,9 per cento era italiano e solo l'8,1, circa 4,9 milioni, veniva da fuori. Le quote non sono in linea. Anzi. Denunce e arresti si sono moltiplicati in quella direzione. Su 22.864 casi segnalati nel quinquennio (il numero vero delle violenze resta naturalmente sconosciuto) molto spesso gli investigatori hanno messo nel mirino individui con passaporto non tricolore: romeni, anzitutto, e poi albanesi e marocchini. Sia chiaro, non si tratta di assolvere frettolosamente i nostri connazionali: sappiamo benissimo che tante donne subiscono angherie, soprusi e molestie di ogni genere fra le mura domestiche: gli autori sono mariti, fidanzati, ex che non ne vogliono sapere di alzare bandiera bianca. E sappiamo altrettanto bene che la lista degli autori di questi crimini efferati, dallo stalking fino al femminicidio, comprende nomi che suonano e ci sembrano familiari. Dunque non pericolosi, secondo un'equazione che invece non torna. Ma questo è solo un capitolo del libro nero: poi c'è l'altro che ha a che fare, gira e rigira, con la qualità di chi arriva. L'Italia è diventata, anche se non è elegante sottolinearlo, una sorta di Bengodi per ceffi e delinquenti in fuga dai loro Paesi e convinti, come ha scritto un giudice, che qui sia possibile fare quel che si vuole. Nella più completa impunità. Poi c'è il nodo di un'immigrazione fuori controllo, regolata con superficialità o peggio, come per la Romania, sottovalutando sconsideratamente le obiezioni all'ingresso di Bucarest nella Ue. Ci sono pure paesi in cui la donna vale poco o niente e questo inevitabilmente non è un elemento neutrale. Tanti problemi che si sommano, quelle cifre sconfortanti da mettere in fila. I romeni sono solo l'1,8 per cento dei residenti, ma vengono loro addebitati l'8 per cento degli stupri. Numeri pesanti anche per albanesi, tunisini, marocchini. Nessuna generalizzazione, ci mancherebbe, e nemmeno distribuzione di patenti di primogenitura. È che il nostro Paese ha una politica criminale che fa acqua: si difende poco e male e cosi tutela ancora meno le donne, italiane e non. La terribile vicenda di Rimini, la caccia al branco che viene da fuori, riapre una ferita mai chiusa. E che tocca tanti nodi: il controllo impossibile del territorio, l'effettività della pena, gli ingressi senza semaforo e le mancate espulsioni, la lentezza e la farraginosità della nostra giustizia. Non e' con qualche formuletta multietnica che si affrontano questi temi, come non è con una legge a costo zero e con la solita retorica delle buone intenzioni che si può fermare la mattanza che insanguina le nostre case da troppo tempo.

Ogni anno mille stupri commessi da immigrati: 3 casi al giorno. Gli abusi sessuali non calano mai. Ogni anno mille casi da stranieri, che sono i violentatori nel 40% dei casi. E spesso gli stupri rimangono senza denuncia, scrive Claudio Cartaldo, Venerdì 1/09/2017, su "Il Giornale". Ogni anno mille stupri commessi da migranti, regolari o clandestini. Un dato che allarma le autorità e gli italiani, sempre più spaventati dal rischio di finire vittime di un branco di stupratori come accaduto nei giorni scorsi a diverse coppie a Rimini. Le stime diffuse dall'Istati parlano chiaro e sono sempre numeri al ribasso, visto che solitamente solo il 7% degli stupri viene denunciato. L'istituto di statistica, come riporta il Corriere, spiga che nei primi sei mesi del 2017 le violenze sessuali sono state 2.333, allo stesso livello di quelle commesse nell'anno precedente, quando gli stupri furono 2.345. Tanti, anche se sottostimati. A sorprendere però sono gli autori denunciati di tali orribili atti: nel 2017 sulle scrivanie delle forze dell'ordine sono finiti i profili di 1.534 italiani e ben 904 stranieri. Divisione rimasta anche questa pressocché invariata rispetto all'anno precedente, quando gli stranieri furono 909 e i nostri concittadini 1.474. A conti fatti, dunque, ogni anno mille migranti si macchiano dell'orrendo reato dello stupro. Vi sembrano pochi rispetto agli italiani? Non è così. Perché il calcolo va fatto considerando che gli stranieri regolari in Italia sono appena 5 milioni (secondo l'ultimo dato ufficiale) oltre ad un altro milione di irregolari. Questo significa che il tasso di incidenza sulla percentuale di stupri è molto più alta rispetto a quella dei cittadini autoctoni. La "società di ricerche Demoskopica - scrive il Corriere - ha reso noto un dossier relativo agli anni 2010- 2014, secondo cui 'il 39% delle violenze sessuali è stato compiuto da stranieri contro il 61% da connazionali'". I numeri sulle violenze carnali non sono incoraggianti. Secondo le stime il 21% delle donne italiane, ovvero 4,5 milioni di individui, almeno una volta nella vita è stata costretta ad avere un rapporto sessuale e almeno 1,5 milioni sono state vittima di volenze carnali più gravi: "653mila donne vittime di stupro, 746mila di tentato stupro", scrive il Corriere. E spesso le violenze avvengono in famiglia, dove quasi il 40% delle mogli, figlie o fidanzate è stata vittima almeno una volta di aggressioni che hanno portato a ferite o lesioni.

Il dossier del Viminale: 2.438 denunciati per stupro o abusi. Secondo i dati sui primi sei mesi di quest’anno, sono 1.534 italiani e 904 stranieri, scrive Fiorenza Sarzanini il 31 agosto 2017 su "Il Corriere della Sera". È certamente uno dei reati più odiosi. Ed è anche l’unico a restare sempre uguale nel numero di segnalazioni, a fronte di un generale calo dei delitti. Segnalazioni che, peraltro, sono una percentuale minima rispetto alla realtà. Perché le stime diffuse dall’Istat dicono che appena il 7 per cento degli stupri viene denunciato, vuol dire che migliaia di episodi rimangono impuniti. Le donne hanno paura, visto che molto spesso la violenza la subiscono in famiglia. Oppure si vergognano, comunque temono le conseguenze. La conferma è nei dati forniti dal Viminale: tra gennaio e giugno del 2017 sono state commesse 2.333 violenze carnali, nello stesso periodo del 2016 furono 2.345. Basso anche il numero delle persone denunciate o arrestate: 2.438 nei primi sette mesi di quest’anno. Tra loro, 1.534 italiani e 904 stranieri. Un dato che - come chiariscono investigatori e analisti - si deve però rapportare al numero degli abitanti e dunque all’incidenza percentuale rispetto alla popolazione. Nel 2016 sono stati 2.383 con una divisione che è rimasta pressoché invariata: 1.474 italiani, 909 stranieri.

6 milioni di vittime. È proprio l’Istat a fornire una fotografia drammatica. Secondo l’ultimo rapporto ben il 21 per cento delle donne italiane - pari a 4,5 milioni - è stata costretta a compiere atti sessuali e 1 milione e mezzo ha subito la violenza più grave: 653mila donne vittime di stupro, 746mila di tentato stupro. Un intero capitolo è dedicato della relazione è dedicato agli abusi in famiglia: il 37,6% tra mogli e fidanzate ha riportato ferite o lesioni, il 21,8% soffre di dolori ricorrenti. E in una catena di orrori senza fine si scopre che nel 7,5 % dei casi a scatenare l’ira del partner è la gravidanza indesiderata. Indicativo, secondo gli analisti, è lo stato di vessazione psicologica che riguarda ben 4 donne su 10. In questo caso viene sottolineata l’incidenza sui rapporti interpersonali di quello che gli esperti definiscono l’«asimmetria di potere» che «sempre più spesso sfocia in gravi forme di svalorizzazione, limitazione, controllo fisico, psicologico ed economico. Il 40,4% delle donne, oltre 8,3 milioni, «è stata abusata verbalmente fino a sopportare gravi danni allo sviluppo della propria personalità, una su 4 ha difficoltà a concentrarsi e soffre di perdita di memoria».

Delitti in calo. I numeri forniti dal ministero dell’Interno a Ferragosto segnalano un generale calo - in alcuni casi molto evidente - dei delitti. Negli ultimi due anni c’è stata una diminuzione pari al 12 %: si è infatti passati da 1.463.156 reati denunciati nei primi sette mesi del 2016 a 1.286.862 nello stesso periodo del 2017. Scendono del 15,1% gli omicidi passando da 245 a 208; giù del 11,3% le rapine da 19.163 a 16.991; si riducono del 10,3% i furti (anche se pure in questo caso gioca soprattutto la diminuzione delle denunce) da 783.692 a 702.989. A rimanere stabile è appunto soltanto il numero degli stupri: la statistica parla di una riduzione dello 0,5% quindi, di fatto, inesistente. E a far paura è anche l’analisi di un fenomeno che coinvolge spesso anche i minorenni. Nel 2015 il ministero della Giustizia aveva in carico 532 ragazzi condannati per stupro e 270 per stupro di gruppo.

Gli stranieri denunciati. Il numero di stranieri denunciati o arrestati è basso, ma diventa indicativo se si fa un raffronto con le presenze in Italia che - secondo le ultime stime - sono di circa 5 milioni di residenti e quasi un milione di irregolari. Nei giorni scorsi la società di ricerche Demoskopica ha reso noto un dossier relativo agli anni 2010-2014, secondo cui «il 39% delle violenze sessuali è stato compiuto da stranieri contro il 61% da connazionali». L’analisi per etnie delle denunce presentate dice che dopo gli italiani «ci sono i romeni, poi gli albanesi e i marocchini». Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente del Telefono Rosa, avverte: «Più che fare una differenza di cittadinanza, dobbiamo preoccuparci visto che sta passando un messaggio tremendo di impunità. Gli stupri in Italia sono all’ordine del giorno».

"Non urla e non piange": violentatore assolto Torino diventa porto delle nebbie sugli stupri. Terzo caso in poche settimane sotto la Mole: vittime non credute o reati prescritti, scrive Luca Fazzo, Giovedì 23/03/2017, su "Il Giornale". Torino, di nuovo Torino: nelle cronache giudiziarie dei processi per stupro le sentenze che arrivano dal capoluogo piemontese hanno avuto spesso negli ultimi mesi la prima pagina dei giornali; e ogni volta si è trattato di vicende in grado di suscitare dubbi sull'operato dei magistrati chiamati a processare i responsabili di crimini odiosi. Al punto da rendere inevitabile chiedersi se esista un «caso Torino», una sorta di buco nero nella macchina della giustizia che all'ombra della Mole offre ai violentatori la scappatoia verso l'impunità. L'ultimo caso viene alla luce ieri, quando un articolo del Corriere rende note le motivazioni con cui il tribunale torinese ha assolto un infermiere accusato dello stupro di una collega, e hanno proposto alla Procura di incriminare per calunnia la presunta vittima. A rendere inattendibile la versione della donna sarebbe il fatto che durante l'aggressione non avrebbe cercato di difendersi e nemmeno gridato. «Non grida, non urla, non piange e pare abbia continuato il turno dopo gli abusi», scrivono i giudici. Non lamenta dolori, non fa neanche un test di gravidanza, e anche questo convince la corte che menta. Eppure altre sentenze di altri tribunali si guardano bene dal pretendere dalle vittime comportamenti logici e lineari durante e dopo l'aggressione. L'assoluzione dell'infermiere arriva a poche settimane di distanza da altre due notizie torinesi sullo stesso tema: e che sollevano entrambe l'aspetto dei tempi biblici che a Torino permettono a due violentatori di farla franca. Il 21 febbraio si era scoperto che uno stupratore di bambini era tornato libero, dopo essere stato condannato in primo grado a dodici anni di carcere, per il semplice motivo che in dieci anni la Corte d'appello torinese non era riuscita a fissare l'esame del suo ricorso, provocando così la prescrizione del reato. Una manciata di giorni dopo, il 3 marzo, storiaccia simile: un patrigno che stuprava la figlia della sua compagna se la cava in Cassazione con tre anni e mezzo di condanna perché gli altri capi d'accusa sono prescritti grazie alla Corte d'appello torinese ha impiegato otto anni a fare il suo lavoro. Intanto lo stupratore se n'è tornato a casa sua, in Perù, donde difficilmente verrà mai estradato; e a rendere tutto più tragico c'è il fatto che la vittima non conoscerà mai l'esito del processo perché si è ammazzata lanciandosi dalla finestra. Sui giudici che hanno lasciato prescrivere il primo caso il ministro della Giustizia ha disposto una inchiesta interna, ma il timore è che il problema sia più vasto, ovvero una sottovalutazione della gravità di questi crimini e della necessità di reprimerli severamente e rapidamente. Il Giornale ha parlato di numerosi casi di processi per stupro persi per anni nelle nebbie torinesi. E anche altre fonti confermano che - almeno fino a tempi recenti - a Torino nessuno si era mai preso la briga di garantire una corsia preferenziale ai processi per stupro, che finivano a bagnomaria nel minestrone dei furti e delle bancarotte, delle truffe e dei piccoli spacci di droga: perché indicare delle priorità vuol dire anche prendersi responsabilità e correre dei rischi. Ora l'aria sta cambiando: «Sono reati su cui indagare è delicato e complesso - dice il procuratore torinese Armando Spataro - ma i pm che qui se ne occupano lavorano tanto e bene. E col nuovo presidente del tribunale abbiamo stilato un programma che prende di petto queste esigenze». 

IL FORTE, IL DEBOLE E L’ESCLUSIONE SOCIALE.

Se non puoi sconfiggere il tuo nemico, fattelo amico. Proverbio cinese.

L'uomo forte soffre senza lagnarsi, l'uomo debole si lagna senza soffrire.  Ruggiero Bonghi (Fonte sconosciuta).

L'applauso è lo sprone degli spiriti nobili, il fine e la mira dei deboli. Charles Caleb Colton, Lacon, 1820/22.

Quando i veri nemici sono troppo forti, bisogna pur scegliere dei nemici più deboli. Umberto Eco, Il nome della rosa, 1980.

Il debole dubita prima di prendere una decisione, il forte dopo. Karl Kraus, Pro domo et mundo, 1912.

Si vede che lo sport rende gli uomini cattivi, facendoli parteggiare per il più forte e odiare il più debole. Alberto Moravia, Racconti romani, 1954.

Nell'umanità la regola − che naturalmente comporta delle eccezioni − è che i duri sono dei deboli di cui gli altri non si sono curati, e che i forti, preoccupandosi poco che ci si curi o meno di loro, sono i soli ad avere quella dolcezza che il volgo scambia per debolezza. Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, 1921/22.

L'umiltà ci rende forti, e poi sapienti; l'orgoglio, deboli e stolti. Niccolò Tommaseo, Aforismi della scienza prima, 1837.

L'uomo è debole, la donna è forte, l'occasione è onnipotente. Ivan Turgenev, Fumo, 1867.

L'uomo forte crea lui gli eventi, l'uomo debole subisce quelli che il destino gli impone. Alfred de Vigny, Diario di un poeta, 1867 (postumo).

Il mondo è dei conquistatori, perché la maggioranza è volgare e debole. Alfred de Vigny, Diario di un poeta, 1867 (postumo).

Soltanto i deboli commettono crimini: chi è potente e chi è felice non ne ha bisogno. Voltaire, Quaderni, 1952 (postumo).

I deboli vogliono talvolta essere creduti cattivi, ma i cattivi ci tengono a passare per buoni. Luc de Clapiers de Vauvenargues, Riflessioni e massime, 1746.

La storia delle donne è la storia della peggior forma di tirannia mai vista al mondo. La tirannia del più debole sul più forte. È la sola tirannia che duri. Oscar Wilde, Una donna senza importanza, 1893.

Solo i deboli hanno paura di essere influenzati.  Johann Wolfgang von Goethe.

Nulla è più pericoloso per l'anima che occuparsi continuamente della propria insoddisfazione e debolezza. Hermann Hesse.

Fragilità il tuo nome è donna. William Shakespeare

Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdonarci reciprocamente le nostre balordaggini è la prima legge di natura. Voltaire.

La fantasia è tanto più robusta quanto più debole è il raziocinio. Giambattista Vico.

Il destino è un'invenzione della gente fiacca e rassegnata. Ignazio Silone.

La debolezza di carattere è l'unico difetto che non si può correggere. François de La Rochefoucauld.

La storia delle donne è la storia della peggiore tirannia che il mondo abbia mai conosciuto: la tirannia del debole sul forte. E' l'unica tirannia che duri. Oscar Wilde.

L'amore è la più nobile debolezza dello spirito. John Dryden.

La durezza di alcuni è preferibile alla delicatezza di altri. Kahlil Gibran.

Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti o che non hanno mai inciampato. A loro non si è svelata la bellezza della vita. Boris Pasternak.

Anche l'uomo più miserabile è in grado di scoprire le debolezze del più degno, anche il più stupido è in grado di scoprire gli errori del più saggio. Theodor Wiesengrund Adorno.

Neppure Apollo sta sempre con l’arco teso. Orazio Flacco.

Il guerrigliero è un riformatore sociale, il quale impugna le armi per rispondere all’irata protesta del popolo contro l’oppressore e lotta per cambiare il regime sociale colpevole di tenere i suoi fratelli inermi nell’ombra e nella miseria. Ernesto Che Guevara.

Io sono responsabile di tutto. Tranne che della mia stessa responsabilità. Jean Paul Sartre.

L'ingratitudine è sempre una forma di debolezza. Non ho mai visto che uomini eccellenti fossero ingrati.  Johann Wolfgang von Goethe.

Chi segue gli altri non arriva mai primo. Anonimo.

Più intelligenza avrai, più soffrirai. Arthur Schopenhauer.

Non avere paura della perfezione, tanto non la raggiungerai mai. Salvador Dalì.

Per i paurosi il futuro resterà sconosciuto, per i deboli sarà irraggiungibile, per gli incoscienti offrirà nuove opportunità. Anonimo.

L'esperienza c'informa che la prima difesa degli spiriti deboli è recriminare. Samuel Taylor Coleridge.

I beni superflui rendono superflua la vita. Pier Paolo Pasolini.

L'uomo non è nulla più di un giunco, il più debole della natura: ma è un giunco pensante. Blaise Pascal.

Le persone intelligenti non disprezzano nessuno, perché sanno che nessuno è tanto debole da non potersi vendicare, se subisce un'offesa. Esopo.

La moglie è spesso il punto debole del marito. James Joyce.

Chi vi vuole bene, vi fa paura. Aristofane.

Solamente chi è forte è capace di perdonare. Il debole non sa né perdonare né punire. Gandhi.

L'amore è solo una debolezza dell'animo se non è intrecciato all'ambizione. William Congreve.

La ragione è la follia del più forte. La ragione del meno forte è follia. Eugène Ionesco.

La più grande debolezza della violenza è l'essere una spirale discendente che dà vita proprio alle cose che cerca di distruggere. Invece di diminuire il male, lo moltiplica. Martin Luther King.

Talvolta i nostri difetti ci legano l'uno all'altro tanto strettamente quanto la virtù stessa. Luc de Clapiers de Vauvenargues.

Che cosa si intende per esclusione sociale?

La situazione di esclusione sociale è riconducibile ad un complesso di situazioni di disagio, quali: forme di dipendenza, disabilità, difficoltà di integrazione, esclusione dal mondo lavorativo, violenza, solitudine o assenza di riferimenti familiari e affettivi. Tali situazioni portano l'individuo ad una perdita di legami che può incidere in maniera rilevante sulla sua esistenza: se le condizioni di esclusione si cumulano (ad esempio perdita del lavoro con assenza di legami familiari) la persona rischia di cadere in una situazione di povertà economica.

Socialmente esclusi sono quegli individui la cui capacità di partecipare pienamente alla vita sociale è fortemente compromessa. Nelle società contemporanee le categorie maggiormente vulnerabili sono: le persone senza fissa dimora, i disabili, i detenuti o ex-detenuti, le persone con dipendenza da sostanze, gli anziani, gli immigrati, i rom, le famiglie numerose o monoparentali, i minori. Dalla risoluzione del fenomeno della marginalità sociale dipende il benessere non solo dei singoli individui ma della comunità globale. L’adozione di interventi economici e sociali efficaci, in grado di arrestare il moltiplicarsi dei processi di emarginazione, è la via principale da percorrere per favorire la reintegrazione dei cosiddetti esclusi.

In Italia "la povertà e l'esclusione sociale, in particolare la forte deprivazione materiale, hanno registrato un forte incremento". E' quanto rileva la Commissione europea nel suo rapporto sugli sbilanci economici dei Paesi membri, l'Alert Mechanism Report 2014. Italiani sempre più poveri e a rischio di esclusione sociale. A dirlo è l’Istat che lancia l’allarme: nell’ultimo anno quasi il 30 % delle persone residenti in Italia ha avuto non poche difficoltà date della severa deprivazione materiale e della bassa intensità di lavoro.

«La cultura dello scarto respinge i più deboli».

"Purtroppo nella nostra epoca, così ricca di tante conquiste e speranze, non mancano poteri e forze che finiscono per produrre una cultura dello scarto; e questa tende a divenire mentalità comune". Lo ha denunciato Papa Francesco, per il quale "le vittime di tale cultura sono proprio gli esseri umani più deboli e fragili. cioè i nascituri, i più poveri, i vecchi malati, i disabili gravi, che rischiano di essere scartati, espulsi da un ingranaggio che dev'essere efficiente a tutti i costi". "Questo falso modello di uomo e di società - ha spiegato in un discorso rivolto all'Istituto Dignitatis humanae, presieduto dal cardinale Renato Raffaele Martino e dall'onorevole Luca Volontè - attua un ateismo pratico negando di fatto la Parola di Dio che dice: 'Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza". Per Bergoglio, va riconosciuta e rispettata "una dignità originaria di ogni uomo e donna, insopprimibile, indisponibile a qualsiasi potere o ideologia". Ed è proprio "la forza della Parola" sull'uomo creato da Dio "a Sua Immagine" che, secondo Papa Francesco, "pone dei limiti a chiunque voglia rendersi egemone prevaricando i diritti e la dignità altrui". Ma occorre farsi interrogare da questa Parola e non lasciarla mai nel dimenticatoio: "se lasciamo che essa interpelli la nostra coscienza personale e sociale, se lasciamo che metta in discussione i nostri modi di pensare e di agire, i criteri, le priorità e le scelte, allora - ha spiegato infatti il Pontefice - le cose possono cambiare". Essa, inoltre, "nel medesimo tempo, dona speranza e consolazione a chi non è in grado di difendersi, a chi non dispone di mezzi intellettuali e pratici per affermare il valore della propria sofferenza, dei propri diritti,della propria vita". Tuttavia, ha ammesso Bergoglio rispondendo ai discorsi del cardinale Martino e di Luca Volontè, già deputato Udc, oggi al Consiglio d'Europa, "non sono pochi i non cristiani e i non credenti convinti che la persona umana debba essere sempre un fine e mai un mezzo". Nel suo discorso, il Papa ha comunque indicato come "bussola" per un laicato impegnato in difesa della vita e dei deboli "la Dottrina sociale della Chiesa, con la sua visione integrale dell'uomo, come essere personale e sociale". "Lì - ha osservato - c'è un frutto particolarmente significativo del lungo cammino del Popolo di Dio nella storia moderna e contemporanea: c'è la difesa della libertà religiosa, della vita in tutte le sue fasi, del diritto al lavoro e al lavoro decente, della famiglia, dell'educazione". "Sono benvenute quindi - ha scandito - tutte quelle iniziative come la vostra, che intendono aiutare le persone, le comunità e le istituzioni a riscoprire la portata etica e sociale del principio della dignità umana, radice di libertà e di giustizia". Secondo Francesco, "a tale scopo è necessaria un'opera di sensibilizzazione e di formazione, affinchè i fedeli laici, in qualsiasi condizione, e specialmente quelli che si impegnano in campo politico, sappiano pensare secondo il Vangelo e la Dottrina sociale della Chiesa e agire coerentemente, dialogando e collaborando - ha insistito - con quanti, con sincerità e onestà intellettuale, condividono, se non la fede, almeno una simile visione di uomo e di società e le sue conseguenze etiche".

POLITICHE DELLA RESIDENZIALITA’. Antropologia della città e dell’esclusione sociale, scrive Letizia Bindi. Tra le prime performance sociali richieste ad un soggetto inserito in un dato contesto urbano, regionale o nazionale vi è l’esibizione dei propri documenti: carta d’identità, codice fiscale, passaporto, patente di guida, tessera sanitaria. Il cittadino cresce sapendo che in situazioni diverse della vita sociale, in particolari momenti della vita politica del paese di appartenenza, nei rituali economici annuali (dichiarazioni dei redditi, censimenti nazionali di vario genere..) gli verrà richiesto di attestare la propria qualità di cittadino attraverso tali documenti. Questi stessi documenti, questo insieme di dati mappati da diverse istituzioni delimitano e al tempo stesso definiscono la sua identità di cittadino, la sua personalità minimale da un punto di vista sociale, economico e politico. E così che questa "cartella di identità" finisce per divenire metonimia della sua stessa esistenza di cittadino, talora, diremmo, coincide con la conferma sociale della stessa sua esistenza tout court. La dichiarazione di cittadinanza inserisce il soggetto all’interno del contesto nazionale di cui viene a far parte beneficiando dei diritti e sottoponendolo ai doveri previsti dallo statuto nazionale di riferimento. Più specificamente la nazionalità lo iscrive all’interno del fascio di regole, leggi, ordinamenti cui egli viene tra l’altro educato nella maggior parte dei casi dalle innumerevoli agenzie di formazione che di volta in volta si incaricano della trasmissione dei saperi necessari al vivere comune. Tuttavia la cittadinanza definisce solo il cerchio più ampio dell’appartenenza del soggetto al complesso socio-politico e giuridico della nazione. Sul piano territoriale e socio-politico di riferimento l’elemento maggiormente qualificante dell’identità e riconoscibilità del soggetto è la residenza. Essa infatti, insieme alla identificabilità fiscale, consente alla comunità di riconoscere il soggetto, di raggiungerlo e metterlo in condizione di essere tutelato, ad esempio attraverso l’insieme dei servizi di assistenza pubblica fondamentali (sanitaria, giudiziaria, rappresentanza politica, sistemi di polizia e controllo della criminalità, ecc.). La residenza conferisce all’individuo una riconoscibilità giuridica e istituzionale che ne consente dunque il controllo così come l’assistenza e ne salvaguarda le possibilità di rappresentanza politica. La perdita della residenzialità trascina con sé d’altronde altre forme di esclusione dai processi di riconoscibilità sociale e politica del soggetto. L’individuo "errante", non collocabile, almeno formalmente, all’interno di un dato contesto spaziale si presenta infatti come uno "sradicato" che insieme ai diritti di cittadino, perde anche progressivamente un'appartenenza culturale, l’ancoraggio sociale al tessuto urbano di appartenenza. Il nome, il cognome, il luogo e la data di nascita rappresentano dei dati identitari invariabili nel tempo, entrano nella composizione automatica dei codici fiscali, identificano e distinguono da chiunque altro un individuo da un altro all’interno di uno specifico contesto nazionale; ma la residenza rappresenta un dato identitario maggiormente relazionale, diremmo, e storicamente identificante del soggetto. Essa si modifica in conseguenza delle scelte familiari del soggetto (permanenza nel nucleo familiare originario, matrimonio, separazioni, divorzi, etc.), delle scelte professionali dello stesso (spostamenti per ragioni di lavoro non necessariamente registrati dal soggetto -), dalla scelta autonoma infine dello stesso di eleggere a propria residenza ufficiale, pur nel fluttuare dei domicili più o meno occasionali, un certo luogo, una certa casa, un certo comune. E vero che oggi sempre meno la residenza dichiarata corrisponde al domicilio in cui il soggetto finisce per trascorrere fattivamente buona parte della sua vita, tuttavia essa rappresenta senza dubbio un'ancora sociale, politica e giuridica fondamentale per quanti istituzionalmente debbano rintracciarlo e per il soggetto stesso nella relazione con le istituzioni. La privazione quindi di una residenza dichiarata e stabile, di una "fissa dimora", condanna insieme, è ovvio, ad altri fattori - il soggetto allo sprofondamento in quella categoria di "non-persone" di cui ha recentemente scritto Alessandro Dal Lago, privandolo sia di un domicilio nei fatti, sia di quella rappresentatività istituzionale, resecandolo da quei circuiti virtuosi dell’assistenza, del welfare e della tutela politico-giuridica della sua personalità pubblica. Si potrebbe obiettare a quanto detto fin qui che la residenza sia solo l’epifenomeno di un fascio di problematiche che scindono ben più profondamente l’individuo dal contesto socio-culturale di appartenenza. E indubbio che i percorsi della marginalità e dell’esclusione sociale vengono da lontano e non possono catalizzarsi solo intorno alla perdita o allo smarrimento della residenza da parte di un individuo. Tuttavia si legano a questo fattore ulteriori aggravamenti della deriva imboccata da soggetti marginali già in precedenza e che ulteriormente preclude loro il recupero di una dimensione di vita attualmente sostenibile. Le "non-persone" di cui Dal Lago parla nel suo caso l’accento è spostato sulla popolazione migrante come anello estremo della negazione identitaria da parte della collettività che li percepisce come minaccia sono coloro che non possono farsi forti di alcun documento, dei "formalmente inesistenti" sia da un punto di vista della nazione di accoglienza che di quella di provenienza: esposti proprio per questo più di chiunque altro al rischio dello smarrimento nelle reti mondiali dell’emigrazione e per questo considerati potenziale minaccia per la sicurezza dei "cittadini", in quanto bacino privilegiato della microcriminalità, catalizzatori della "tautologia del razzismo". In un notevole saggio tratto da Vita Activa, Anna Arendt chiosando la struttura della pòlis greca e la costruzione reciproca degli spazi privati e pubblici al suo interno si legge: "Ciò che impediva alla pòlis di violare la vita privata dei suoi cittadini e le faceva ritenere sacri i confini di ogni proprietà non era il rispetto per la proprietà privata come la intendiamo noi, ma il fatto che senza possedere una casa un uomo non poteva partecipare agli affari del mondo, perché in esso non aveva un luogo che fosse propriamente suo". Il luogo "propriamente proprio" rappresentava dunque in questa polis arendtiana, che viene presa quasi a simbolo dell’inaugurazione delle forme classiche della politica occidentale, la base per l’esercizio della propria soggettività e quindi della propria cittadinanza, laddove essa mette in evidenza come in ogni sistema politico-sociale è la necessità a muovere l’associazione degli individui nella sfera domestica (mantenimento e prosecuzione della famiglia) e la libertà a rappresentare la base per l’esercizio politico. La mancanza dell’eudamonia, considerata nel contesto classico essenzialmente come unione di ricchezza e salute , equivaleva alla possibilità di essere individui liberi dalla necessità fisica e dall’asservimento ad altri individui. La sfera domestica restava dunque, in quest’ottica, il luogo della "più rigida disuguaglianza" (autorità del pater familias sugli altri soggetti della casa), mentre la sfera del pubblico si caratterizzava come garanzia di libertà indipendente dalle ricchezze personali, ma solo per la propria natura di cittadini. Alla radice delle democrazie moderne persiste questa idea politica dell’uguaglianza, così come si mantiene una disuguaglianza sul piano delle proprietà, delle ricchezze che potremmo assimilare oggi al sociale, ieri alla sfera del domestico. Tuttavia questa formale uguaglianza della cittadinanza politica si somma, e si sommava già nella pòlis greca, ad una disuguaglianza sul piano giuridico, che riduce di molto la natura ugualitaria del nostro esercizio libero della qualità di cittadini. Alle radici stesse della città stato antica sta una nozione di proprietà privata sganciata almeno formalmente dall’accumulazione di ricchezze nozione sempre meno concepibile nelle moderne società capitalistiche che permetteva all’individuo il riconoscimento come soggetto pubblico, "padrone" in nome di quella quota di proprietà dell’esercizio della libertà politica e della legittimazione sociale: è a questa nozione inaugurale di proprietà che dobbiamo agganciare oggi una riflessione sulla residenzialità come dato basilare della costituzione del soggetto come cittadino e dell’analisi delle diverse modalità di esclusione sociale. Perdere la "proprietà" (perdere il lavoro, la casa, la presenza sociale nella comunità di appartenenza o di accoglienza) coincide spesso oggi con l’essere poveri e concorre alla costruzione moderna della identità sociale dell’errante, del senza dimora, del migrante clandestino che in molti casi equivale ad una non-identità, ad una negazione di esistenza. Che la povertà sia assimilabile, per la comunità, ad una forma particolare della "estraneità", che il povero sia prossimo dello straniero e dei molti "nemici interni" della comunità era già stato fatto notare da Georg Simmel , che aggiungeva tra l’altro come la natura propria di povero coincidesse non tanto con una serie di privazioni rispetto all’ordine "normale" di consumi e servizi fruiti dal cittadino medio, quanto col ricorso e l'accettazione stessa dell’aiuto, dell’assistenza. Ecco dunque che il circolo vizioso dell’assistenzialismo viene a svelarsi: esso produce politicamente diremmo la categoria di povero, di errante, di straniero, di povero, ma allo stesso modo la sua stessa organizzazione, vincolata alla certificabilità (preferibilmente cartacea), alla stabilità, alla residenzialità del cittadino, rende difficile l'attivarsi delle stesse forme della assistenza perché il povero, lo straniero, l'errante mancano di quelle stesse caratteristiche che permettono la messa in atto delle pratiche assistenziali o ne frenano molto l'efficacia. "La classe dei poveri, particolarmente nella società moderna, costituisce una sintesi sociologica quanto mai singolare. Essa possiede, in base al suo significato e alla sua localizzazione nel corpo della società, una grande omogeneità che però le manca per le qualificazioni individuali dei suoi elementi. Essa è il punto finale comune di destini di specie più diverse, dall’intero ambito delle differenze sociali approdano ad essa persone; nessun mutamento, sviluppo, innalzamento o decadenza della vita sociale avviene senza depositare un residuo nello strato della povertà come in un bacino di raccolta. L’aspetto terribile di questa povertà  a differenza del semplice essere povero, con cui ognuno deve fare i conti da solo e che è soltanto una colorazione della sua situazione sotto altri versi individualmente qualificata è che vi sono uomini i quali, per la loro posizione sociale, sono soltanto poveri e nient’altro. Quando a chi riceve elemosine vengono tolti i diritti politici, questa è l’espressione adeguata del fatto che egli socialmente nient’altro che povero. Questa mancanza di qualificazione positivamente propria produce l’effetto sopra accennato che lo strato dei poveri, nonostante l'eguaglianza della loro posizione, non sviluppa da sé e in sé forze sociologicamente unificanti". Quest’ultima citazione congiunta all’osservazione che accomunava poveri, nemici interni della comunità e stranieri, ci aiuta a comprendere la negazione progressiva di cittadinanza di cui sono vittime i migranti attuali, così come tutti quegli individui che pur essendo nati all’interno di un dato territorio nazionale, siano stati spogliati della loro natura di cittadini a causa della loro progressiva sparizione sociale. La radicale diversità del povero lo rende più prossimo infatti all’alterità minacciosa del "clandestino" quando non anche le due componenti si sommano nella figura stessa del migrante che non a quella del cittadino bisognoso di soccorso e costituisce la sua identità negativamente, per privazione rispetto alle caratteristiche modulari del cittadino, dunque essenzialmente per la sua mancata cittadinanza, manifestata nella maniera più eclatante proprio dalla sua irreperibilità fiscale e domiciliare. E' pur vero che per i cittadini residenti sono presenti sul territorio dei singoli comuni i servizi e gli interventi socio-assistenziali. Più recentemente d'altronde, considerata la gravità dei problemi legata alla mobilità territoriale e al mutarsi delle condizioni dei cittadini, i destinatari dei servizi e degli interventi socio-assistenziali possono essere anche i cittadini non residenti. Il domicilio di soccorso infatti è regolato dalla legge come istituto diverso dalla residenza, dal domicilio civile e dalla dimora. Tuttavia per la prova del domicilio di soccorso è richiesta la presentazione dell’estratto di iscrizione nel registro della popolazione del Comune, o di documenti legali che provino la dimora nel Comune per un periodo di almeno di due anni. In mancanza di tali documenti si può provvedere con una dichiarazione sostitutiva di atto notarile. Tale domicilio di soccorso non può essere perso se non per trasferimento in altro comune. Questi tratti della legge in questione sembrerebbero consentire alla maggioranza dei cittadini presenti sul territorio nazionale di beneficiare di quei servizi assistenziali necessari alla salvaguardia dell’individuo anche in condizioni di estrema indigenza e disagio. Tuttavia sarà sufficiente provare a pensare alla difficoltà rappresentata per soggetti da tempo sganciati da ogni riferimento sociale e comunitario, che hanno perso qualsiasi attitudine al rapporto con le istituzioni, dal reperimento di una documentazione pur minima come quella richiesta per l'attribuzione del domicilio di soccorso o dal ricorso al notaio. E’ così che assai più spesso gli interventi socio-assistenziali vengono erogati dalle strutture pubbliche più come prestazione non ricorrente, occasionale, in vista del rientro eventuale del soggetto nella comunità di appartenenza, o presunta tale. Per i residenti senza dimora si ritiene che i servizi socio-assistenziali siano finalizzati al superamento dello stato di bisogno, che li aiuti ad andare oltre la "stagnazione assistenziale" che si presenta solo come spreco di risorse per la comunità e che come faceva notare Simmel concorre alla costruzione di una categoria di soggetto qualificato esclusivamente per la sua povertà e il suo stato di bisogno. "Se infatti la "dimora", anche alla luce della normativa comunitaria, rappresenta il requisito essenziale per la fruizione dei servizi sociali, che, ovviamente, devono essere erogati in riferimento ad un territorio e a soggetti ben individuati, è su tale obiettivo primario che vanno condotti gli interventi e inquadrate le risorse socio-assistenziali". Recuperare la "dimora", ricostituire quel nucleo primario di aggancio al territorio che consente al soggetto di riqualificarsi come cittadino, di reinserirsi, almeno inauguralmente, nel tessuto sociale di nuova o antica appartenenza, permettendogli di tessere nuovamente le reti relazionali, professionali, sociali e politiche di riferimento che costituiscono "normalmente" l’orizzonte esistenziale di ciascun soggetto. La condizione di senza dimora porta con sé tra l’altro almeno altri due elementi da tenere in considerazione: da un lato l’isolamento e dall’altro l’assimilazione alla estraneità, elementi cui faceva riferimento anche l’annotazione di Simmel riportata in precedenza. Il dato dell’isolamento è particolarmente vero per le realtà delle metropoli europee. In altri contesti, come ad esempio quello statunitense e canadese, infatti, si affacciano sempre più spesso alla ribalta sociale e dei mass media gruppi più o meno organizzati di homeless che si vengono a caratterizzare come nuovi agglomerati urbani, con i loro rappresentanti, i loro comunicatori, i loro uomini pubblici, i loro gruppi di avvocati e di associazioni determinati alla difesa dei loro diritti. E' il caso delle "subcities" e delle "contested landscapes" di cui parla Talmadge Wright nel suo testo Out of Place pubblicato nel 1997. La realtà statunitense infatti presenta una realtà di esclusione sociale in cui il dato di isolamento e di estraneità si contrae a favore di una maggiore visibilità dei soggetti senza dimora determinati a rivendicare i loro diritti. Anche Wright, infatti, parla di una esclusione istituzionale, culturale ed economica dei soggetti senza dimora, di una loro progressiva omogeneizzazione culturale e sociale al di là delle diverse origini dei soggetti, dei diversi percorsi di accesso alla condizione di estrema indigenza, all’opera di contenimento e repressione come costante amministrativa e politica di rapporto con la marginalità sociale estrema, ma a differenza di quanto siamo abituati a notare nelle città europee, ci testimonia di una mobilitazione maggiore dei gruppi di senza dimora, probabilmente proprio a causa di una loro maggiore visibilità e coesione. La realtà nordamericana infatti, per dimensioni del problema, ma anche per le sue modalità specifiche di declinazione, ha finito per assistere alla costituzione di vere e proprie comunità di homeless: gruppi di sfrattati e occupanti abusivi di immobili destinati alla distruzione, comunità di baraccati o di abitanti della strada riconoscibili per caratteristiche etniche o per modalità di sopravvivenza simili che hanno finito per divenire soggetti collettivi maggiormente visibili dei nostri senza dimora più spesso condannati all’isolamento e ad una sorta di invisibilità sociale che ne impedisce qualsiasi forma di riscatto. Nella realtà nordamericana si è assistito dunque a vere e proprie coalizioni di studenti e homeless, a indagini sistematiche da parte di dipartimenti universitari finalizzate non solo al monitoraggio del problema, ma anche all’indicazione di strategie di risoluzione dello stesso avvocati, sociologi, antropologi impegnati nello studio e nella formulazione di modalità di recupero e reintegrazione dei soggetti vittime di esclusione sociale all’interno delle maglie della società produttiva. La realtà europea al contrario è caratterizzata maggiormente da uno sforzo del volontariato, laico e confessionale, e da alcune importanti quanto limitate operazioni statali di adeguamento della legislazione alle nuove modalità del disagio e della marginalità sociale. Fa parte di questo quadro il disegno di legge per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali nel quale si parla, tra l’altro, del contributo minimo di sussistenza e di altre modalità dell’assistenza alle categorie più disagiate, che sembra andare nell’ottica di un allargamento delle stesse rispetto alla situazione precedente almeno per ciò che concerne le categorie maggiormente a rischio di povertà estrema. Tuttavia ciò non può e non deve rappresentare minimamente una soluzione ultima del problema della marginalità sociale nel nostro paese, che si presenta invece come un coacervo di componenti sociali, culturali e politiche diverse che vanno tutte adeguatamente analizzate al fine di ridurre non solo il presente epifenomeno dell’esclusione sociale in Italia, ma anche l'insorgere di nuove forme estreme di marginalità destinate altrimenti a proliferare nel vuoto informativo e nell’inadeguatezza politica e legale a riguardo, nonché nell’indifferenza dei media. Ciò che sembra risaltare maggiormente da un'analisi attenta della situazione italiana quanto a condizione dei senza dimora è quella "disattenzione civile" di cui parlava Goffman, che rappresenta tra l'altro una tecnica esemplare di riduzione delle possibilità di coinvolgimento relazionale dei soggetti, ma anche quella progressiva strutturazione della moderna metropoli in "arcipelago di fortezze, relativamente "pulite" e sgombre dall’alterità indesiderata, disseminate in un mare liminale sempre più percepite come una discarica di rifiuti". L’aspetto liminale e per lo più invisibile della condizione di povertà, di esclusione sociale all’interno delle nostre città ci riconduce alle questioni con cui si è aperto questo discorso sulle politiche della residenzialità: la condizione di perdita della cittadinanza piena, di reperibilità sociale e politica dell’individuo, la sua fuoriuscita dai circuiti classici dell’assistenza e della rappresentanza giuridica e politica coincide proprio con la perdita di quella centralità rispetto all’ordine costituito che è proprio del soggetto integrato socialmente, del polites, diremmo, riprendendo la metafora classica di Arendt, del cittadino non asservito alla necessità, al bisogno e per questo capace della libertà necessaria per l’esercizio autonomo della propria rappresentanza pubblica, pur nelle permanenti distinzioni causate dall’ineguaglianza economica e giuridica.

Carcere ed esclusione sociale. “Anche Dio è un carcerato, non rimane fuori dalla cella”. Papa Francesco affronta il tema dell’emergenza carceri. Prima dell’udienza generale in piazza San Pietro, il Pontefice parla a braccio davanti ai circa 200 partecipanti al Convegno nazionale dei cappellani delle carceri italiane promosso a Sacrofano, nei pressi di Roma, sul tema “Giustizia: pena o riconciliazione. Liberi per liberare”. Anche Dio “è un carcerato – ribadisce Francesco - dei nostri egoismi, dei nostri sistemi, delle tante ingiustizie che è facile” applicare “per punire i più deboli, mentre i pesci grossi nuotano liberamente nelle acque”.

Carcere ed esclusione sociale, scrive Marco Bonfiglioli, Educatore, Casa Circondariale di Bologna. In questi giorni stiamo preparando con un gruppo di detenuti della Dozza il progetto per un nuovo giornale. Non so ancora se riusciremo a realizzare questa idea, ma certamente uno dei titoli possibili che ci è venuto in mente per la testata può essere un buon spunto di riflessione. Abbiamo infatti pensato di chiamare il giornale «La Corte dei Miracoli». Un bel titolo se, come credo, vuole esprimere quello che rappresenta nell'immaginario collettivo di chi ci vive dentro, detenuto od operatore che sia o almeno di una parte di essi. E invece, ed è qui che volevo arrivare, mi chiedo quale sia la rappresentazione del carcere che ha l'uomo della strada, insomma la casalinga di Voghera, il piccolo imprenditore del Nordest, il pensionato con la minima o comunque chi del carcere si è fatto in genere un’idea stando fuori da questa istituzione, magari però filtrata dagli organi di informazione (più spesso dagli organi di "disinformazione") o dall’ultimo film in cui la rappresentazione dell'ambiente carcerario offre spazio agli ennesimi stereotipi. Oggi come ieri, quando senti parlare del carcere i luoghi comuni continuano ad andare per la maggiore. Si è solo determinata una progressiva evoluzione di questi luoghi comuni. Attualmente non senti più affermare solo che il carcere è un albergo a quattro stelle dove hai anche la tv in camera (o in cella come mi trovo spesso a precisare nelle discussioni in cui sempre più di rado mi faccio coinvolgere) ma che la pena deve essere certa, e che il cittadino ha bisogno di maggiore sicurezza e così via fino a discutere dei problemi, d’altra parte molto sentiti, della microcriminalità e del suo contenimento anche sul piano dell’esecuzione penale. Credo sia giunto il momento di approfondire l'analisi su ciò che l'opinione pubblica pensa sul carcere. In realtà questa percezione è molto più sfumata di quanto non si creda e condizionata certamente da un sentimento diffuso di insicurezza che sembra aleggiare in genere nelle società occidentali. E continuando ancora a ripercorrere gli interrogativi dominanti in materia di giustizia, da dove viene allora il sentimento di forte insicurezza che sembra pilotare, a destra e sinistra, e non solo in senso geografico, le politiche di tolleranza zero che sembrano andare per la maggiore, e si stanno diffondendo dai paesi anglosassoni al resto delle società occidentali in questa tarda modernità? Ma andiamo per ordine. Il buon senso e l'esperienza quotidiana di chi lavora in carcere portano a dire che il carcere non riabilita e non può neanche assolvere questo compito per come è strutturato. Forse questo significa che il carcere non può riabilitare perché buona parte delle persone che oggi vi sono ristrette, non dovrebbero in realtà starci. Mi spiego. Non voglio dire che i reati non vadano sanzionati penalmente, ma dubito fortemente che ogni forma di violazione penale debba avere come risposta sanzionatoria il carcere. In Italia ci siamo sempre applicati con poca serietà all’esercizio della misurazione dei risultati degli interventi in materia di esecuzione penale. Basterebbe avere finalmente dati reali sulla recidiva per capire che questo sistema non funziona e che di fronte a molte tipologie di reato la risposta penale del carcere non può essere efficace. Se oggi il carcere deve assolvere alla funzione di produrre sicurezza sociale, in realtà compie questo compito in modo inadeguato. È invece evidente come l'esperienza del carcere, anziché funzionare come deterrente, incentivi i fenomeni di esclusione sociale e quindi di produzione della devianza. La persona detenuta in carcere vive quotidianamente delle situazioni di deprivazione, direi un surplus di sofferenza, che non è la "sofferenza legale" determinata dalla privazione della libertà e che inevitabilmente porta alla chiusura in se stessi e a difendersi da tutto ciò che è anche offerto in chiave di aiuto, di recupero di un progetto di vita. Mi è capitato recentemente di entrare in un grande carcere del nord Italia per partecipare ad un convegno sull'affettività. Avendo dovuto lasciare all'ingresso ogni effetto personale, compresi chiavi e portafoglio, ho potuto percepire in quel momento quanto sia deprivante l'esperienza del carcere, quale barriera si sovrapponga tra la persona e tutto ciò che gli appartiene, compresi corpo e affetti. Proviamo a fare a meno, per un momento, ed è solo un piccolo esempio, delle foto dei figli, della compagna e di quegli elementi che costituiscono il nostro universo personale, che ne sono i segni, che ne richiamano il significato, e riusciremo ad avere una prova in più dei limiti dell’esperienza carceraria. Carcere allora come extrema ratio? Le nostre prigioni sono in realtà sempre più affollate da quella categoria di persone che possiamo definire gli "ultimi" e, più laicamente, gli "esclusi". In questi anni di lavoro mi sono fatto l'idea che dentro le carceri italiane ci sia un 70-80% di persone che in carcere non ci dovrebbe stare, perché appunto la penalità non può essere solo espressa dall’istituzione carcere, che è diventata sempre di più un ambiente, come dicevo prima, di esclusi, o meglio di persone la cui esclusione non rimane solo una condizione pro tempore, per il tempo della carcerazione, ma una condizione esistenziale. Dobbiamo dire queste cose con ancor più forza, far capire che siamo arrabbiati per questa situazione. Poi mi diranno che sono dalla parte dei ladri, delle prostitute e dei "tossici", non importa, perché alla fine se in galera ci finiscono soprattutto loro vuol dire che il sistema non funziona. Certo, l’attuale Presidente del Consiglio afferma che non dobbiamo più parlare di microcriminalità ma di criminalità con la "c" maiuscola e così, intanto, si parla sempre meno di criminalità organizzata e degli altri grandi fenomeni delinquenziali. Ieri ho rivisto a Padova la compagna di Horst Fantazzini, un detenuto che ha vissuto gli ultimi anni di carcerazione alla Casa Circondariale di Bologna. L'ho conosciuto dopo che lui si era fatto 30 anni di carcere. Ha ottenuto infine la semilibertà e a dicembre è tornato a fare una rapina in banca in bicicletta. In quel momento fu un colpo duro per me come operatore ma ancora di più lo è stato pensare che è riuscito a morire in carcere. Lo prendevo in giro su questo fatto, chiamandolo "dinosauro della galera" e dicendo che comunque in carcere non ci doveva morire e invece, dopo essere stato riarrestato, la vigilia di Natale, è venuto a mancare improvvisamente. Se fosse qua oggi gli direi che ha ragione la sua compagna quando scrive su un articolo apparso sulla rivista della Casa di Reclusione di Padova, «Ristretti», che il carcere tende a «sopprimere i colori, a fermare il tempo, a restringere gli spazi, ad annullare la personalità, a far regredire le persone ad uno stato di dipendenza assoluta, ad uniformare i comportamenti, ad esprimere regolamenti anche in campo affettivo, a separare gli amanti». Ecco, direi che di questo carcere non abbiamo più bisogno.

L'Italia abbandona i più deboli. Le donne, gli uomini, i bambini invalidi sono vittima dei tagli imposti alla spesa pubblica. Senza sussidi né servizi, restano affidati alle famiglie che spesso non hanno i mezzi per curarli adeguatamente. Ecco le loro storie, scrive Fabrizio Gatti su “L’Espresso”. "Il mio bimbo si chiama Loris, scusi se ho scritto Lollo nell’email, ma era il nome che lui diceva quando gli veniva chiesto come ti chiami», rivela il suo papà: «Sì, il mio bimbo, fino a quel giorno che vorrei cancellare e cioè il 23 aprile 2012, stava benissimo. Era un bimbo sanissimo di due anni e mezzo. Poi un’emorragia al cervelletto e il mondo cambia, la vita diventa difficile e tutti ti chiudono le porte». Ma uno Stato può chiudere le porte e sacrificare i suoi cittadini più deboli? L’Italia, anche quella dei pregiudicati che frodano il fisco e pretendono di continuare a sedersi in Parlamento, la risposta se l’è già data. Chiara e tonda: un sì, netto e drammatico. Non siamo ancora all’eutanasia imposta alla Grecia dall’Unione Europea per non far crollare l’euro. Ma non siamo lontani: anzi, con i recenti tagli alla spesa sociale le persone non autosufficienti sono già state sacrificate. In nome del fiscal compact, il patto di bilancio europeo. Con tutte le sue conseguenze. Basta ascoltare i racconti dei lettori che hanno partecipato a questa inchiesta dell’Espresso. E guardare il nostro Paese dagli occhi di piccoli e adulti che per vivere, studiare, lavorare hanno bisogno di aiuto. Al punto che Lollo, sopravvissuto all’emorragia, adesso non può accedere alla riabilitazione di cui ha bisogno. Mentre a Milano e in altre città ci sono bambini che frequentano la scuola dell’obbligo soltanto per 11 ore la settimana, dopo che il ministero ha ridotto le spese per gli insegnanti di sostegno. E altri ragazzi proprio in questi giorni rischiano di dover rinunciare agli studi perché i Comuni non pagano più il trasporto e i bus di linea sono barriere architettoniche con le ruote. Oppure bisogna osservare l’Italia dalle finestre di donne e uomini invalidi che, prigionieri dei loro appartamenti, sopravvivono a fatica visto che l’Inps a ogni verifica sospende l’assegno anche per diciotto mesi. O immaginarla dai letti di quelle migliaia di anziani non autosufficienti che aspettano la loro ora ingabbiati dentro istituti convenzionati a 700 euro al giorno, ingrassando i bilanci di cliniche e cooperative quando, se bene organizzata in casa, la stessa assistenza costerebbe alle casse pubbliche meno della metà. Sofferenza e affari. Se la crisi è una corrente impetuosa che erode le nostre vite e i doveri di solidarietà sanciti dalla Costituzione, i cittadini disabili e le loro famiglie sono già in caduta libera oltre la soglia della cascata. Al Nord, come al Centro e al Sud. Un paradosso se si considera la presenza così massiccia di cattolici nella politica italiana. Come ha sottolineato Margherita Hack nella prefazione al libro-inchiesta di Roberto Gramiccia e Vittorio Bonanni “La strage degli innocenti. Anatomia di un omicidio sociale” (Ediesse): «Balza agli occhi, da un lato, l’assurda contraddizione fra la difesa della vita a tutti i costi di persone in coma da anni ridotte a vegetali, fra la proibizione di usare le cellule staminali embrionali perché l’embrione si ritiene persona in fieri», ha scritto l’astrofisica scomparsa il 29 giugno, «e, dall’altro, la scarsa e inadeguata assistenza agli anziani, soprattutto ai più deboli, senza sufficienti risorse». Gli economisti di mezzo mondo discutono se i tagli siano conseguenza della crisi in Europa: o viceversa se le misure di austerità non abbiano annientato l’autonomia degli Stati nell’intervento a difesa dei più bisognosi. Non tutti la pensano come il presidente della Bce, Mario Draghi, che in un’intervista al “Wall Street Journal” ha dichiarato che il modello sociale europeo è ormai superato. O come Norbert Walter, l’economista di punta della Deutsche Bank che nel 2008 profetizzava: «In futuro alcuni di noi dovranno adattarsi a guadagnare uno stipendio insufficiente a sopravvivere». Ma ecco, quel futuro è già qui. Savino Ferrara, 42 anni, il papà di Lollo, per assistere il suo piccolo ha dovuto chiudere la sua impresa. «Prima che succedesse la mia fine del mondo», racconta, «ero un artigiano edile». I Ferrara abitano a Seregno, provincia di Monza e Brianza, una ventina di chilometri da Milano, una zona ricca, ma non per tutti. Savino ora fa l’operaio in una ditta di costruzioni. «Ho chiuso perché non avrei più il tempo che avevo da dedicare all’impresa. Mia moglie», aggiunge, «non lavora perché deve accudire il piccolo di giorno e soprattutto la notte. Ho altri due figli, una di 20 anni, uno di 18. La prima ha lasciato le superiori all’ultimo anno perché dopo che Lollo è tornato a casa dal lungo ricovero, il bisogno di un aiuto era più importante dello studio. Attualmente il nostro piccolo con l’assistenza domiciliare integrata della Asl fa tre sedute settimanali della durata di 45 minuti di fisioterapia. Io ne integro privatamente altre due alla settimana. Poi quattro sedute di logopedia per la deglutizione a settimana e io ne integro altre due. Non siamo assistiti da nessun centro neuropsichiatrico infantile. Tutto viene svolto a casa. Perché il Don Gnocchi, il centro privato convenzionato che c’è qui, ci avrebbe dato solo tre sedute di fisioterapia e una di logopedia che sono uguali a niente». Savino racconta che ogni otto mesi può richiedere una seduta intensiva in un altro centro convenzionato dove ci sono medici, neurologi, fisiatri e quant’altro: «Ma ogni otto mesi è davvero troppo poco. Per poterlo rimettere in piedi, un bimbo con tetraparesi spastica avrebbe bisogno di almeno due ore al giorno di fisioterapia e se dobbiamo anche insegnargli a deglutire e a svezzarlo con le pappe, avrebbe bisogno di almeno sei incontri al giorno di logopedia». Poi ci sono le spese: «Mille euro al mese non rimborsabili. Li spendo per colliri e alcuni farmaci che il servizio sanitario non passa e tutto l’occorrente per le medicazioni, la tracheotomia, il sondino per il nutrimento. Ci sentiamo in balia delle onde», confessa il papà di Lollo e spera nell’aiuto economico di qualche associazione privata. Sa che con il suo stipendio da operaio da solo non può farcela. Arriva quel momento che prima o poi tutti i genitori nella sua situazione devono affrontare: la consapevolezza di non riuscire a fare il necessario per salvare il proprio bimbo. Prima dell’avvento del liberismo finanziario e del disastro che sta provocando, era compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che tolgono il sonno a milioni di italiani. Ora rimangono i gesti di buona volontà. Nella regione del senatore Formigoni che in pochi anni si è mangiata 89 milioni in tangenti sulla sanità, i soldi per aiutare Lollo li raccolgono i clienti di un bar. Con spiccioli e mance. Anche M., 7 anni, seconda elementare a Milano, è una bambina sacrificata dallo Stato. Per lei, come per molti altri alunni, l’Ufficio scolastico ministeriale ha concesso 11 ore di insegnante di sostegno su 40 di presenza settimanale a scuola. Nelle altre 29 ore la piccola, che soffre di encefalopatia post natale, aveva due alternative: rimanere parcheggiata in aula o tornare a casa. La piccola M. però può dirsi fortunata. La soluzione l’ha trovata la mamma, 41 anni, impiegata. Paga lei l’educatrice in classe per le ore non coperte: 1.400 euro al mese. «Se ne va tutto il mio stipendio, unica entrata della famiglia», dice: «Ma posso permettermelo grazie all’aiuto dei miei genitori». Per tutti gli altri bambini che non possono contare sui nonni, la scuola dell’obbligo a Milano dura soltanto 11 ore alla settimana. Laura, 16 anni, anche lei milanese, con una grave sindrome autistica, non si è potuta iscrivere alle superiori: «Nei casi più gravi come quello di nostra figlia», spiega la mamma, 49 anni, «gli istituti non sono in grado di accogliere questi ragazzi con le necessarie modalità educative. E in questi ultimi anni le ore di sostegno sono state ridotte all’osso: sei o massimo nove alla settimana. Tanto che quest’anno ci siamo trovati nella condizione di dover rinunciare a iscriverla alla scuola superiore. Dove peraltro abbiamo trovato gentili ma fermi rifiuti alla sua iscrizione per l’inadeguatezza di strutture e la mancanza di personale qualificato. I dirigenti puntano sul fatto che l’obbligo scolastico finisce a 16 anni. Mentre la legge sull’integrazione scolastica prevede un insegnante di sostegno su tutte le ore per ogni studente con il 100 per cento di invalidità, fino alla quinta». In alternativa Laura e altri ragazzi nelle sue condizioni frequentano un centro di riabilitazione privato. Sono 900 euro al mese di retta. Li copre in parte il Comune, dopo una lunga trattativa con i genitori. Il trasporto, 25 euro al giorno, è tutto a carico delle famiglie. Fanno 500 euro al mese: praticamente l’intera indennità mensile di accompagnamento di 499 euro che Laura riceve dall’Inps. E che un invalido dovrebbe far bastare anche per i farmaci che il servizio sanitario non passa, gli integratori, le vitamine, le ore in più di riabilitazione e mille altri imprevisti. Tutto questo nella stessa città in cui la Regione spende milioni di euro in buoni scuola. Un modo per aggirare la Costituzione, articolo 33, e finanziare le scuole private. «Non si ha idea dello sconvolgimento, dell’impegno che riguarda tutta la famiglia ad affrontare l’assistenza», commenta Susanna Ligato, 48 anni, impiegata part-time per seguire il figlio autistico, 17 anni, il maggiore di due ragazzi, terza liceo artistico che frequenta a orario ridotto, un mutuo da 550 euro al mese, il centro di riabilitazione da pagare perché non è convenzionato: «Mi aiutano i miei genitori, 77 e 70 anni. L’angoscia più grande è pensare a cosa succederà quando non ci sarò più io». Chi può permettersi l’avvocato fa ricorso al Tar per ottenere più ore di sostegno. E di solito vince. Ma la scuola non aggiunge mai insegnanti. Per rispettare la sentenza, l’ufficio scolastico regionale si limita a togliere ore ad altri bambini o ragazzi disabili dello stesso istituto. Così i genitori che hanno vinto il ricorso finiscono con il sentirsi in colpa. Perché alla fine, altri alunni perdono l’insegnante di sostegno. Oppure scoppiano discussioni per accaparrarsi un’ora in più. Nessun preside ha la forza di opporsi alla follia di queste soluzioni. Obbediscono alla cieca. Da quando la loro carica dipende da un contratto triennale, chi protesta mette a repentaglio la sua qualifica. I tagli non risparmiano nemmeno il diritto al lavoro. A Torino il Comune ha diminuito la spesa per i buoni taxi. Un punto di eccellenza che garantiva alle persone con disabilità motoria la possibilità di andare a scuola, in ufficio, a fare visite mediche. La copertura è stata ridotta a un massimo di 4 euro a corsa. Con il traffico delle ore di punta, significa un minimo contributo su un totale di 25 - 30 euro al giorno. «È un balzo indietro di una trentina d’anni», osserva Andrea Ginestri, 47 anni: «La cosa più grave è che alcuni disabili abbiano preso in considerazione l’ipotesi di licenziarsi. Chi ha un impiego part-time, riterrebbe più conveniente licenziarsi perché gran parte del suo compenso verrebbe spesa in taxi». A Torino come nel resto d’Italia le barriere architettoniche sono fuori legge. Ma spesso al taxi non ci sono alternative. Il trasporto è ugualmente un dramma per Concetta Drago, 46 anni, insegnante, che quest’anno scolastico appena cominciato non sa come far arrivare in classe la figlia colpita da osteogenesi imperfetta, 16 anni, terza liceo linguistico: «Abitiamo in un piccolo paese della Sicilia e», racconta, «la scuola di mia figlia è a 40 chilometri, a Sant’Agata Militello. Ci hanno spiegato che con la prevista abolizione delle province, quella di Messina non ha rifatto il bando per l’appalto del trasporto. Tutti i paesi di qui sono nella stessa situazione. Intanto abbiamo cominciato a portarla noi ogni giorno. Mi sta aiutando mia madre, ma ha settant’anni e non potrà farlo sempre. Mia figlia è ben inserita, completamente dedita allo studio. Si muove su una carrozzina e no, è impossibile servirsi dei pullman di linea. Li dovrebbe vedere». A Cerignola, provincia di Foggia, la cooperativa che trasporta i disabili al centro diurno di Andria, 92 chilometri tra andata e ritorno, vanta un credito di 11 mesi di arretrati da parte del Comune e 14 mesi da parte della Asl. Pochi giorni fa si è trovata una copertura temporanea delle spese e soltanto per questo il servizio non è stato sospeso. «Per le luminarie della festa patronale però il Comune i soldi li ha trovati, per questo ci siamo arrabbiati», protestano i disabili di Cerignola e dintorni. La lista dei paesi italiani nelle stesse condizioni è lunga. Un altro esempio è Catania: il Comune ha ridotto il contributo per il trasporto scolastico degli alunni disabili dai 6,69 euro al giorno del 2006 ai 2,28 del 2012. Il resto della spesa lo devono aggiungere i genitori. Oppure Ginosa Marina, provincia di Taranto, dove Biagio, 27 anni, è bloccato a casa senza poter svolgere alcuna attività: «Utile quanto meno ad avere un lieve miglioramento nel linguaggio e nel fisico. I genitori impegnati ad accudire Biagio 24 ore su 24», racconta una parente: «sono sempre stati troppo poveri per agire privatamente e le strutture sono quasi inesistenti. A scuola non è mai stato seguito seriamente. La struttura per disabili più vicina è a 25 chilometri. Il papà, manovale saltuario, ha chiesto di poter usufruire di un servizio navetta. Ma da quel “le faremo sapere” è trascorso tanto tempo e il telefono non squilla mai». «Come risultato ai tagli», racconta Maria Simona Bellini, 56 anni, di Roma, «si è attivato un meccanismo perverso attraverso il quale ci viene consigliato di rinchiudere i nostri cari in istituto. Cioè per non sostenere i mille euro al mese di assistenza domiciliare, gli enti preferiscono spendere 700 euro al giorno in istituti privati per non autosufficienti. Dietro alla lobby delle cliniche e delle cooperative c’è un forte bacino di interessi e di voti. Il meccanismo delle cooperative è diabolico. Per mia figlia il Comune di Roma spendeva 1.500 euro al mese per 12 ore settimanali di assistenza a casa. Ora che ci occupiamo noi dei contratti, 20 ore a settimana costano al Comune 700 euro al mese. È una forma di assistenza prevista dalla legge. Ma viene concessa solo se si minacciano denunce e ricorsi. Gli uffici preferiscono far passare tutto attraverso i loro appalti con le cooperative. Immaginate voi il perché». Maria Simona ha ottenuto un contratto di telelavoro per stare accanto alla figlia di 25 anni e al marito, 57 anni, invalido dal 2007 dopo un aneurisma. «La vita non smette mai di metterti alla prova», dice lei: «Mio marito è prigioniero in casa. Ha una pensione di invalidità civile, 270 euro con cui dovrebbe vivere. L’hanno fatto rivedibile ogni due anni. A gennaio ha passato la visita. Ma a febbraio, alla scadenza, l’Inps gli ha bloccato l’indennità. Succede a tutti, giovani e anziani. Ogni due anni. Riprendono a erogartela dopo sei, sette mesi. Per qualcuno anche diciotto. Una vessazione. Per fortuna ci aiutano i suoi genitori anziani. Altrimenti non saprei come fare». Parafrasando “Germania anni Dieci”, l’ultimo libro del grande giornalista tedesco Günter Wallraff (L’Orma), sono i più anziani la stampella di questa Italia anni Dieci. Ma quanto può durare?

ESCLUSIONE SOCIALE E RAZZISMO.

Razzismo e social network, la responsabilità delle Onlus. Notizie strumentalizzate ed episodi di cronaca costruiti “ad hoc” per attaccare rifugiati, migranti e richiedenti asilo: quando i social network diventano un’arma a doppio taglio, scrivono Mattia Dell'Era, Andrea Bernardi su  non profit. Chiaramente non sono i social network che influenzano l’opinione comune, sono le persone che li utilizzano che dovrebbero avere più responsabilità e coscienza prima di condividere una notizia. Nella sua definizione più semplice, per razzismo si intende l'idea che la specie umana possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali o morali, con la conseguente convinzione che sia possibile determinare una gerarchia secondo cui un particolare, ipotetico, raggruppamento razzialmente definito possa essere definito superiore o inferiore a un altro. (wikipedia) Google+, Twitter, ma soprattutto Facebook sono i principali vettori di siti e blog pseudo informativi con l’obiettivo di rilanciare notizie su crimini presunti o reali commessi da immigrati il tutto condito con un pizzico di retorica identitaria, nazionalistica e populismo. «La crisi economica farà aumentare gli episodi di razzismo e xenofobia, e perciò i politici devono stare bene attenti a non usare le fasce più deboli come capri espiatori dei problemi sociali». Questa affermazione arriva dai tre principali organi di difesa dei diritti umani in Europa: la Fra (Agenzia europea per i diritti fondamentali), l′Odihr (Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani, dell′Osce) ed Ecri (Commissione europea contro il razzismo e l′intolleranza, collegata al Consiglio d′Europa). Uno dei punti forti di internet è sempre stata la sua capacità di diffondere rapidamente e senza blocchi qualsiasi tipo di informazione. In questo contesto, però, la mancanza di un controllo sulle informazioni veicolate tramite i social network ha reso più facile, da parte di malintenzionati, la diffusione di contenuti che – quando non lo sono dichiaratamente – incitano al razzismo. Nonostante spesso si tratti di tentativi maldestri, la scarsa propensione, da parte degli utenti, al controllo e alla verifica dell’attendibilità delle notizie riportate in rete ostacola qualsiasi processo di integrazione del diverso e  giustifica comportamenti e dichiarazioni razziste. “Io non sono razzista, ma …” quante volte avete letto questa frase tra i commenti di qualche post su Facebook, o su Twitter ? Il problema, infatti, è che gli effetti negativi di questa tendenza  negli ultimi anni sono stati amplificati dalla popolarità dei social network, che non hanno solamente cambiato enormemente il modo di informare, ma sono anche diventati il bacino di raccolta di tutto il malessere e il malcontento della maggioranza della popolazione.

L’unione di queste due tendenze ha favorito questo processo di giustificazione del razzismo, soprattutto tra le fasce più deboli della popolazione. Questo problema, però, non  è risolvibile tramite la sola moderazione dei contenuti online. Infatti, limitarsi a rimuovere e cancellare il commento razzista,  è sempre più spesso percepito come un atto di censura da parte di un gruppo di “benpensanti” e non offre alcuna possibilità di educare e ridurre le dimensioni di questo fenomeno. E le Onlus? Qual è il loro ruolo in questo contesto? Potrebbero essere il mezzo per combattere il dilagare del razzismo online? La risposta potrebbe essere affermativa, ma prima sarebbe necessario intervenire e cambiare l’attuale organizzazione delle non profit nei social network. Soprattutto negli ultimi tempi, le associazioni non profit  sono diventate oggetto  di critiche e (ancor più spesso) di veri e propri attacchi motivati dall'accusa non solo di essere dalla parte degli immigrati, ma anche di aver voltato le spalle ai propri connazionali. Potete verificarlo voi stessi aprendo la pagina di una qualsiasi onlus su Facebook. Spesso  anche la foto o l'aggiornamento di status più innocente finisce per dar luogo a commenti  che sono il palese risultato di un malessere covato da anni e sempre più difficile da contenere. "Non voglio più ricevere vostri messaggi con richieste di soldi...avete rotto le scatole....altro che sud del mondo la povertà ora c è in italia ..." No no....voi inviate messaggi in posta privata agli account...ouuuuu avete rotto le scatole..NOI SIAMO POVERI e vogliamo pensare alle nostre povertà visto che le associazioni ONLUS se ne fregano degli italiani...e poi non vi bastano i soldi che percepite dallo stato cioè da noi???? già perché onlus non significa volontariato ma abbondantemente pagato dallo stato". PENSATE SOLO AGLI ITALIANI ALMENO PER 10 ANNI,POI AIUTIAMO SE POSSIAMO!!! Prima dobbiamo sfamare il POPOLO ITALIANO ridotto alla fame per la chiusura di migliaia di fabbriche.....LO VOLETE CAPIREEEEEE?????????? Sappiamo bene come sin dalla loro nascita i social network siano diventati un importante strumento per analizzare l'umore generale di qualsiasi fascia della popolazione e post come questo offre la possibilità di riflettere sul rapporto donatori e onlus. Chiediamoci, quindi, come è possibile migliorare questa condizione? Quello che forse il non profit potrebbe rimproverarsi è il fatto che, per quanto irrinunciabili, le necessità di raccolte fondi e campagne marketing hanno un po' minato il rapporto umano e la capacità di dialogo con i sostenitori. Quello che è venuto a mancare è la capacità di dialogare, raccontare e fidelizzare i propri donatori ed è paradossale che questo sia avvenuto proprio negli anni in cui i social network sono entrati nella vita di tutti noi collegandoci a vicenda in una sorta di rete le cui maglie sono in continua espansione. "Fare la differenza", "un piccolo contributo pari al costo di un caffè" e tante altre espressioni simili sono ormai diventate formule che si ritrovano in quasi ogni campagna, ma che a poco a poco stanno perdendo il loro significato e, di conseguenza, la loro efficacia comunicativa. Se ogni intervento trova lo spiraglio per una call-to-action agli utenti, siamo davvero autorizzati a sorprenderci quando le reazioni ottenute non sono "collaborative"? I social network, Facebook e Twitter in primis, potrebbero aiutarci a porvi rimedio coltivando il rapporto con i  sostenitori e facendo sì che le associazioni umanitarie riscoprano il loro "lato umano". In futuro sarà sempre più importante investire in una comunicazione che non si basi solo sulle leggi di marketing, ma soprattutto, che sviluppi la capacità di instaurare un sano rapporto e un vero dialogo privi di secondi fini diversi dall'intento di “informare” e"raccontare". Prima di aiutare gli altri, dobbiamo pensare a noi stessi. Questo si legge ovunque, ma la verità è che in un mondo interconnesso in cui le nostre azioni hanno ripercussioni sulle vite di persone a centinaia, migliaia di chilometri di distanza, "noi stessi" SIAMO "gli altri".

Razzismo e dintorni: parla Gianantonio Stella, scrive Corona Perer. Un ministro paragonato ad un orango. Scuse goffe, ma nessuna vera presa di distanza ufficiale dal segretario di un partito verso un proprio iscritto che si rende protagonista di un atto di tale ignoranza. "La verità è che siamo razzisti" afferma Gianantonio Stella. Qualche anno fa aveva preso il toro per le corna in "Negri, Froci,Giudei & Co – L'eterna guerra contro l'altro" (ed. Rizzoli) dove il noto giornalista, firma di punta del Corriere, parlava proprio del razzismo italiano, confezionando un ricchissimo e inquietante quadro d’insieme sul rapporto fra “noi” e gli “altri”.  O, per dirla con Claudio Magris "...un potente e ilare prontuario universale di tutte le ingiurie, odi e pregiudizi nei confronti del diverso d’ogni genere". Autore di numerosi libri di successo in cui, con la vena ilare e simpatica di chiara matrice veneta (tipica di chi non le manda a dire), Stella aveva percorso l'Europa xenofoba per ricostruire i percorsi di una miseria culturale che spesso sopravvive in modi di dire e stereotipi. Nato ad Asolo ed originario di Asiago, si considera di fatto un extracomunitario: un asiaghese nato casualmente altrove orgoglioso di essere cimbro. Inviato ed editorialista, penna eccellente in politica, cronaca, cultura e costume, è autore pluripremiato. Persino “Columnistas del mundo” premio vinto in passato anche dal filosofo francese Bernard-Henri Lévy.  Di razzismo e di xenofobia (quella sofferta dagli emigrati italiani) aveva già scritto.

Una recente indagine condotta in Europa dimostra che ovunque si teme lo straniero. Come si spiega questo rinascere di piccole patrie e xenofobia?

Attenzione: non confondiamo. Un conto sono le piccole patrie e un conto il razzismo. Si può essere patriottici senza essere razzisti. Io ad esempio sono un cimbro di Asiago che tiene molto alla sua identità e cultura. Ma non sono un razzista.

Chi sono allora i razzisti?

Il vero razzismo viene dall'ignoranza, i razzisti veri fanno fatica a rapportarsi con l'altro perché essendo una nullità hanno bisogno di odiare per essere qualcuno, non sanno nulla dell' altro e perciò lo rifiutano.

Dal libro emerge che ci sono vari tipi di razzismo...

Proprio così, e in più parti d'Europa. Alcuni sono più  gravi, altri fisiologici. Nell'est europeo dove e' caduto il comunismo, i più preoccupanti.

Come se lo spiega?

Probabilmente, fallita la feroce illusione comunista dell'uguaglianza,  i più deboli fragili e ignoranti si sono aggrappati ad una identità nazionale che li porta ad avversare i rom e le minoranze. Il fenomeno è presente in modo particolare in Ungheria, dove agisce una sorta di guardia magiara di cultura e stile nazista-paramilitare, ma la situazione non è meno grave in Bulgaria o Cecoslovacchia.

Sono razzismi comuni a quelli che soffiano in Italia o Francia?

In realtà c'è una sostanziale differenza rispetto a noi: sono tutti fenomeni di movimenti all'opposizione.

Intende dire che qui da noi invece sono stati al governo?

Io non dico che la Lega sia razzista. Anzi lo sottolineo due volte: non dico che la nostra differenza stia nell’avere razzisti al governo, tuttavia affermo con toni altrettanto chiari che certamente dentro la Lega ci sono spinte razziste ed esponenti razzisti.

Siamo più o meno razzisti di paesi come Francia e Germania o Olanda?

In Francia nessun ministro, neanche Le Pen userebbe mai il termine ’bingo bongo’ per parlare di un negro o darebbe del culattone ad un gay...

Quale è allora la differenza tra noi e i principali paesi europei?

Una e determinante: I tedeschi hanno profondamente riflettuto sul loro passato e sui loro errori, è questo è un antidoto tant'è che la loro nazionale di calcio è la più multietnica d'Europa. Anche la Francia ha riflettuto sul suo colonialismo. Gli unici che continuano a ripetere, come stupidi pappagalli, che gli italiani non sono razzisti sono proprio gli italiani dimentichi di tutto l' antisemitismo e antigiudaismo coltivato anche da Santa Romana Chiesa.  Sostenere che gli italiani non sono razzisti non solo è un errore, ma un falso e non aiuta a riflettere.

Ma è davvero in atto una deriva razzista in Europa?

C'è l’ossessione feticista dell’identità. Come dico nel mio libro c'è un dagli all’immigrato, dal Tamigi al Don. Partiti etnici, milizie, giustizieri in nome dei Savoia, del duce e del dio Po, ma gli italiani si autoassolvono: mai stati razzisti.

Lei a un certo punto scrive: "L’ombelico del mondo siamo noi. No, noi". Cosa intende dire?

Che siamo tutti "noi". Ognuno è convinto di essere al centro del mondo. Il guaio è quando te ne convinci. Intendo dire: se la Padania è convinta di essere il centro del mondo questo diventa assai pericoloso, ma anche se accade in Slovacchia.

L’insopportabile puzza dell’altro, come la chiama lei nel libro, è anche pianificabile?
Ma certo! L’odio si costruisce per esempio andando a riscrivere la storia o rimuovendola. Sta accadendo ai bulgari come ai turchi, ma nel libro cito Nicomede di Amantea il quale inneggiava  "…noi, in Arcadia, siamo gli unici, i veri abitanti..."

Anche Corano e Islam non sono da meno allora...

Altroché! Dall’induismo all’islam ci sono caste dichiarate e nascoste con l'effetto collaterale della cancellazione dell’Olocausto e la rinascita dell’antisemitismo. Dalla peste nera alla crisi di Wall Street è  sempre colpa degli ebrei.

Disabili, mendicanti, clochard: lei parla di un disprezzo antico e nuovissimo. Perché nuovissimo?

Credo che Umberto Bossi abbia seminato odio, nonostante questo con altrettanta fermezza sono solidale con lui al 100% quando i razzisti di  sinistra lo apostrofano con parole come "paralitico di merda". Non posso accettare che accada e qui lo difenderei fino alla morte.

Quindi dal razzismo nessuno è indenne.

Esatto. La cosa fondamentale è capire che ogni razzismo è relativo: ognuno può essere vittima e carnefice. I Boeri ad esempio, furono i primi ad essere rinchiusi in un lager, ma poi furono carnefici dei negri.

Ma c'è anche un razzismo nel linguaggio? Dire ad esempio negri piuttosto che neri o viceversa?

Queste sono stupidaggini. Io ad esempio non sono razzista e i neri li chiamo negri. Vorrei ricordare un bellissimo testo di Orio Vergani che nel 1953 scrisse degli zingari alla fiera dei Gonzaga a Mantova in un articolo pieno di rispetto e di correttezza. Eppure non li chiamò mai rom, ma zingari che oggi sembra suona quasi offensivo. Tuttavia, un conto è dire gay e un altro dire culattoni o froci.

Lei ha compilato anche lo stupidario dei fanatici. Quale le sembra il peggio del peggio?

Guarda, sono talmente tante.... e questo perché il razzismo acceca.

Una domanda: con questo libro siamo a cavallo tra antropologia ed etnologia. Quanto tempo le ha richiesto questa indagine?

Tanto. Dico solo che è il più faticoso che ho fatto. (brani dell'intervista raccolta a Brunico anno 2011)

MAI DIRE INTERDIZIONE ED INABILITAZIONE: “MESSI A TACERE PERCHE’ RICERCAVAMO LA VERITA’….”

In questo campo, io Antonio Giangrande, mi sono imbattuto quando svolgevo l’attività forense. Professione che fatta da me in modo etico, ha portato gli operatori della giustizia ad adottare atti di ritorsione, che mi impediscono di proseguirla. La mia testimonianza sui casi di malagiustizia da me affrontati, o di cui sono venuto a conoscenza, hanno indotto i magistrati a far chiudere i miei siti web e di processarmi per diffamazione a mezzo stampa. Ad oggi, nonostante che a giudicarmi siano gli stessi magistrati criticati, nessuna sentenza di condanna ha sporcato la mi onorabilità. E quantunque fosse stato il contrario, sarebbe comunque salva la mia dignità. Il tutto ben illustrato nel dossier ingiustizia a parte. Perché il potere ti dice: subisci e taci. La Mafia ti distrugge la vita, lo Stato di uccide la speranza. In Avetrana, una mia cliente, alla morte del padre, quale unica erede, riceve centinaia di milioni di lire. Il fratellastro, che da tempo non aveva rapporti con loro, al fine di impossessarsi dell’eredità, promuove il procedimento d’interdizione per dichiarare incapace d’intendere e volere la stessa sorella. Contestualmente, presenta esposto penale, ritenendola vittima di circonvenzione d’incapace a seguito di condotta di un’altra parente. Il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, non nuovo ad abusi giudiziari, in violazione degli artt.257 e 322 c.p.p., sequestra tutti i beni, compresi quelli di sostentamento, senza notifica del decreto per poter opporre richiesta di riesame. Inoltre attiva, d’ufficio, altro procedimento d’interdizione. Nei tre procedimenti, 1 penale e 2 civili d’interdizione, per anni si impedisce il diritto di difesa all'interdicenda, perché non gli viene nominato un difensore d’ufficio, né gli viene nominato il curatore-tutore provvisorio per la nomina del difensore di fiducia. Si abbandona l’interdicenda e la si sente dopo anni, anziché dopo giorni, in procedimento d’interdizione, in udienza pubblica, alla presenza di decine di spettatori divertiti. Il sottoscritto, suo difensore, pur con regolare abilitazione al patrocinio legale, operando nell’interesse dell’assistita nei molteplici mandati extragiudiziari, sol perché è Praticante Avvocato con patrocinio legale, viene indagato per esercizio abusivo della professione e per gli effetti anche di circonvenzione d’incapace, nonostante non fossi io il denunciato dal fratellastro, e lo viene a sapere dal fascicolo del P.M., segretato per le indagini in corso, ma alla mercé pubblica del procedimento d’interdizione. Tutti gli atti richiesti al sottoscritto sono stati consegnati senza sapere di essere indagato e senza la presenza del difensore. Non si indaga in suo favore, per accertare la regolare abilitazione con il patrocinio legale, né viene sentito su fatti e circostanze. Al sottoscritto gli viene impedito di nominare un difensore, in quanto gli si impedisce l’accesso al gratuito patrocinio, perché gli viene comunicato il limite di reddito di lire 11.260.000, anziché lire 18 milioni. Così come fanno altre Procure per altri accusati. Inoltre per 3 rituali richieste di accesso al gratuito patrocinio non viene dato riscontro, nemmeno per il diniego. Il PM, ricevendo la prima richiesta, invia al GIP parere negativo, che diniega, ma non comunica. Il PM, ricevendo la seconda richiesta, inviata al GIP tramite carabinieri, la fa sparire. Il giudice del Tribunale di Manduria, nell’udienza del 4 novembre 2003, rigettando la terza richiesta impone la nomina illegale preventiva dell’avvocato, nominandolo ella stessa, in violazione della legge, che stabilisce la scelta dell’avvocato, da parte dell’imputato, solo ad ammissione avvenuta al gratuito patrocinio. Il giudice viene sostituito per altri motivi ed il successore, nonostante le illegalità e gli abusi, rigetta l’istanza di annullamento e rinvio al GIP degli atti processuali. Insomma, dopo anni è stata impedita la difesa, per una condanna scontata. Al sottoscritto indagato non gli si impedisce di reiterare il presunto reato, perché continua a lavorare per la persona offesa dallo stesso reato, abbandonata da tutti, e continua a lavorare per altri. In violazione dell’art.50 c.p.p. non si indaga sui veri responsabili, oggetto di denuncia. Inoltre, in udienza di interdizione, il Giudice, alla richiesta del sottoscritto di attivarsi, affinché l’interdicenda potesse esercitare il suo diritto di difesa, lo sbatté fuori fisicamente a spintoni, sbattendogli dietro la porta, sfiorandoli la spalla. Questo nonostante fosse stato il Giangrande stesso a portare la donna in udienza, cosa che avrebbe dovuto fare, invece, il fratello o l'autorità giudiziaria. Ad istigare il Giudice era il legale del fratellastro, che nella stessa udienza, derideva il sottoscritto, sua controparte, per essere praticante, fino a farlo cacciare dall’aula, affermando, che i Praticanti possono solo esercitare presso i Giudici di Pace. In sede di udienza preliminare, il GUP, anziché effettuare reale udienza preliminare con contraddittorio delle parti, si limita a ratificare tout cour la richiesta di rinvio a giudizio, senza dare modo di interloquire. In tale sede, pur denunciando la nullità degli atti di indagine, le cause di non procedibilità, ovvero le cause di giustificazione, il GUP, non sente ragioni. L’avvocato nominato d’ufficio per il sottoscritto, non si presenta nemmeno. L’avvocato nominato in udienza in sua sostituzione, non se ne frega niente del suo assistito. Egli è silente e inattivo. L’interdicenda, addirittura, in udienza era assente e non rappresentata per la mancanza di nomina del difensore o del curatore-tutore giudiziale provvisorio. Con questo stato di cose si è impediti, inoltre, ad essere interrogati, a conoscere gli atti del P.M. e a costituirsi nei termini, decadendo dal diritto di chiamare testi e produrre prove a discarico. La stessa cosa è nel proseguo presso il Tribunale di Manduria, dove è disattesa l’ennesima istanza di accesso al Gratuito Patrocinio e dove è impedita la nomina dell’avvocato di fiducia. Lo stesso Presidente della Camera Penale, iscritto nell’elenco degli avvocati del gratuito patrocinio, rifiuta il mandato. L’interdicenda abbandonata da parenti ed Istituzioni, impedito l’aiuto del sottoscritto e ritenuta capace da tutti, improvvisamente, viene allontanata dalla sua casa e ricoverata coattivamente presso un ospedale, presumibilmente, psichiatrico. All’uscita essa entra in uno stato di depressione senza soluzione di continuità. Non si poteva non presentare alla procura di Potenza le denunce penali contro i magistrati. Invece la Procura di Taranto dichiara in udienza che non esistono denuncie presentate presso di loro, né presso altre Procure. Dichiarazioni mendaci confermate dalla Procura di Potenza. La Procura di Potenza si affretta ad archiviare la denuncia del 02/09/03. Lo stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, denunciato, per ritorsione alle battaglie di legalità, impedisce l’accesso al gratuito patrocinio al Giangrande per due procedimenti civili. Nel primo procedimento civile era controparte lo stesso Consiglio dell’Ordine, dichiarato contumace, e l’INPS; nel secondo procedimento civile era controparte l’INPS. La seconda causa è stata tenuta da un avvocato, che per 10 anni non ha svolto fedele patrocinio, chiedendo ed ottenendo, sistematicamente, il mero rinvio, rasentando la soccombenza e decadendo dal diritto di chiamare i terzi garanti in causa, i quali erano titolari della esattoria comunale e per questo delegati dall’INPS ad incassare le somme richieste per i contributi previdenziali. Esattori che, sembra, non hanno versato al delegante le somme percepite. In seguito alla doverosa e necessaria estromissione dell’avvocato, avendone le qualità, si è attuata la difesa personale da parte dell’istante, ex art.86 c.p.c., così come è stato fatto per l’altro procedimento, fino a che non è scaduto il patrocinio legale, con conseguente indigenza e mancanza di difesa. COMUNQUE IN DATA 14 LUGLIO 2009 SI E’ PRONUNCIATO IN APPELLO IL NON LUOGO A PROCEDERE PER ANTONIO GIANGRANDE E LA CONDANNA DI CIRCONVENZIONE D’INCAPACE ED ESERCIZIO ABUSIVO DELLA PROFESSIONE E’ DECADUTA.

Questo a Taranto, nel Sud dell’Italia. Ed al Nord?

Che fine ha fatto la professoressa Borgna? Questo si chiede Alessandro Barbaglia della “Tribuna Novarese”. Tutto comincia così con una domanda che la testata torinese “Cronaca Qui” nel gennaio 2009 fa risuonare dalle proprie colonne. Che fine ha fatto? Rapita? Confinata all’ospizio? Fatta interdire da avidi parenti con l’intenzione di spartirsene l’eredità? O forse semplicemente ricoverata in una struttura adatta ad accogliere le esigenze di un’anziana 83enne resa sorda dagli anni o dai ricordi di una vita difficile, molto difficile? Le ipotesi in quel gennaio freddo sulla stampa si fanno roventi. Anche fantasiose. Salta fuori pure una lettera (autentica) firmata dai vicini di casa della professoressa che racconta quanto sia stato anomalo quel ricovero forzato eseguito per far sparire la vecchia professoressa di latino e greco definita “donna lucida e sempre presente e sé stessa, eppure è stata caricata a forza su un’ambulanza, legata e portata via: era evidente che c’era qualcosa di poco chiaro”. Ma chi è la signora Borgna? E perché ricordare oggi questa vicenda torinese e passata? Perché quella domanda, quella che poneva ai lettori “Cronaca Qui”, ha aperto un vortice di strane vicende fatte anche di minacce ed intimidazioni che ha allargato le proprie spire fino a coinvolgere un’assistente sociale novarese che si è interessata del caso, ha proposto una chiave di lettura della vicenda drammaticamente differente da quella che i giudizi ed i tutori legali stavano seguendo ed è stata radiata dall’ordine professionale con gravi accuse: aver rivelato a terzi informazioni sul conto della propria cliente; aver contattato la persona interdetta senza autorizzazione; aver effettuato attività professionale senza aver ricevuto compenso ed incarico. Radiata perché ha fatto il suo lavoro. Inoltre questa storia vede imputata un’altra donna finita in questo ciclone: la badante della professoressa Borgna accusata di circonvenzione d’incapace. Ma cosa è successo? Che storia e cosa si nasconde dietro il mistero della scomparsa professoressa Borgna e della radiazione dell’assistente sociale novarese? Proviamo a ricapitolare la vicenda, proprio con lei, l’assistente sociale Luigia Padalino, specializzata tra l’altro, in psichiatria forense. «Inizia quasi tutto per caso – spiega – Una mattina di oltre un anno fa quando mi sono imbattuta nella lettura di alcuni articoli del giornale “Cronaca Qui”. Si raccontava della sparizione, o del ricovero forzato, di un’anziana professoressa, la signora Borgna e delle accuse rivolte alla badante della donna: circonvenzione d’incapace. In quegli articoli c’era qualcosa che non mi convinceva, le modalità con cui la donna era stata prelevata dalla sua abitazione sembrava una deportazione: polizia, finanzieri ed infermieri che l’hanno addirittura legata. Tutto ciò per una pacifica donna di 82 anni.» in realtà, secondo gli atti, la donna era stata interdetta un anno prima e affidata ad un tutore. «Già, anche questo era un elemento anomalo: il nuovo tutore legale era l’avvocato che accusava la badante di circonvenzione d’incapace: mentre sulle capacità mentali della donna ci sono lettere lucidissime inviate poco prima del sequestro ad un amico di vecchia data. Una persona interdetta non potrebbe scrivere lettere tanto precise». Insomma la questione la incuriosisce e cosa fa? «Mi occupo di malagiustizia e malasanità, anche in forma privata e gratuita: quando ho letto la storia della professoressa ho inviato una mail al procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli chiedendogli di non sottovalutare il caso, presentava anomalie, mi ricordava altre vicende simili e drammatiche in cui donne anziane, e molto ricche come la Borgna, erano state fatte internare dai parenti per potersi spartire l’eredità». E lei a Caselli fa presente questa ipotesi? «No, assolutamente no, chiedo solo di prestare attenzione al caso perché poteva presentare anomalie». La mail parte ad inizio gennaio, due giorni dopo l’assistente novarese viene convocata in procura. A Torino. «Mi sono stupita molto, nemmeno credevo l’avrebbero letta quella mail, e invece nel giro di pochi giorni mi convocano, mi interrogano e mi chiedono cosa sapessi di quella storia. Il bello è che io non sapevo nulla, richiamavo l’attenzione della Procura al caso. È a quel punto che ho la conferma che tutta quella situazione è anomala: perché la procura di Torino ha voluto sentirmi? Cosa supponeva potessi sapere? Perché è scattata sull’attenti appena ho nominato il caso della ricca professoressa fatta interdire e poi ricoverare con la forza? Qui inizi il gorgo del mistero. L’assistente sociale incontra la badante della professoressa Borgna, accusata di circonvenzione di incapace ai danni della Borgna, e la versione dei fatti che la donna fornirà sarà sconcertante. «La badante era accusata in sede penale sulla base di un’unica prova: nel suo appartamento era stato ritrovato un testamento a firma della Borgna a lei favorevole. L’avvocato dell’accusa, nonché tutore della Borgna, non ha dubbi: la badante è colpevole. Senza averla mai ascoltata, altrimenti avrebbe appreso dell’altro, di un complotto ordito da persone vicine alla Borgna nei confronti della professoressa: in una lettera scritta dalla Borgna ai carabinieri, la donna racconta di persone che le si aggiravano in casa e le sottraevano mobili, oggetti preziosi e documenti … E’ per quello che la Borgna aveva chiesto alla badante di conservare il testamento: per evitare che sparisse! La Borgna collezionava mobili antichi, oggi in casa sua non ce ne è più nemmeno uno. Dove sono finiti?» questa è una sua tesi? «Questo è quanto si evince dal racconto della badante e dalla lettura della lettera scritta dalla Borgna ai carabinieri di Torino e mai considerata quel che succede poi è un “giallo”. Con regolare assunzione d’incarico svolgo tre indagini sociali per conto della badante sollevando interrogativi inquietanti corredandole di documenti e testi che nessuno aveva considerato arrivando però alla sbrigativa conclusione che la badante fosse responsabile di qualcosa. Tre indagini sociali che finiscono negli atti processuali contro la badante, privati degli allegati dei documenti dei testi». E il processo ha preso in considerazione le sue indagini? «Il processo non è ancora iniziato (la prima udienza è fissata per oggi ) ma l’accusa invia le perizie, prive degli allegati fondamentali, all’ordine degli assistenti sociali che mi ha sospeso per un anno sostenendo che, per stenderle, avevo agito in maniera deontologicamente scorretta. Un bavaglio che ha messo a tacere me e tutti quelli che, anche con intimidazioni, come dimostrato dalle mie indagini sociali, tentavano di presentare la vicenda sotto altre vesti, cercavano di sollevare dubbi sulle monolitiche verità che erano state assunte: la colpevolezza della badante, il corretto internamento della Borgna, l’affidamento del suo patrimonio ad altri. Ho cercato di fare il mio lavoro, di cercare la verità, forse ho toccato tasti o interessi che non andavano nemmeno sfiorati…». Mentre il processo sulla colpevolezza della badante è ancora tutto da dibattere, l’assistente sociale, Luigia Padalino, scusate il giro di parole, paladina della giustizia: è radiata dall’Ordine. “NESSUN COMMENTO, MA LA SANZIONE POGGIA SU MOTIVAZIONI SERIE”. La storia di Luigia Padalino è complessa e scivola in temi per cui le colonne del giornale rischiano di essere strette. Dall’ordine degli assistenti sociali di Torino, organo da cui è partita al sospensione annuale nei confronti dell’operatrice novarese, sulla questione c’è un riserbo totale. «E’ impensabile- ci spiega Povero Graziella, segretaria dell’ordine- che si possano fare commenti ad una sospensione che è un atto ufficiale e notificato su cui incide il segreto professionale e la tutela della privacy». Quindi per capire cosa ha spinto l’ordine ad assumere il provvedimento disciplinare contro Padalino, che bisogna fare? «Chiederlo a lei e attenersi agli atti. È chiaro però che se l’ordine ha deciso per la sospensione, non ha agito in maniera sconsiderata: è in possesso di atti e ragioni che lo giustificano e lo motivano chiaramente. Tutti atti e ragioni di cui non si può sapere nulla. All’interessata tutto è stato spiegato e tutte le carte che la riguardano le sono state consegnate. Se la signora dovesse avere qualcosa da ridire è libera di impugnare il provvedimento davanti al consiglio nazionale, ma noi non siamo tenuti a dare ulteriori spiegazioni».

Già! Peccato che il potere non può tacitare una verità inconfessabile e censurata dai media.

Sane di mente o psichicamente disturbate? Lucide testimoni di gravissimi atti criminali o instabili mitomani da manicomio? Pezzi di giustizia asserviti a potenti poteri criminali o casuali coincidenze? A proporre il dubbio due storie. Protagoniste due donne. Di età, città, vissuti diversi, ma con un unico filo conduttore: due cause di "interdizione," che si inseriscono in vicende per nulla chiare. Secondo il codice civile si può richiedere l'interdizione quando una persona maggiorenne si trova in situazione di abituale infermità di mente. Si applica dunque in casi di incapacità legale a compiere atti giuridici. Piera Crosignani è la prima vittima di una delle due storie ai limiti di ordinaria follia. La vicenda è clamorosa, non fosse altro per i 150 miliardi di lire che fanno da sfondo o, più propriamente, da protagonisti. L'incubo di cui parla inizia il 9 giugno 1999, quando, con una sentenza del tribunale di Milano (pubblico Ministero Ada Rizzi, giudice tutelare Ines Marini – nomi da tenere presente, perché torneranno nella seconda storia), viene stabilita l'interdizione della Crosignani su richiesta dell'ex marito, un diplomatico di nazionalità austriaca. La Crosignani, da ricchissima che era, rimane senza nulla. Si trasferisce nella provincia lucchese dove amici l'accolgono e la sostengono. La paranoica Piera, maturità classica, quattro lingue parlate correntemente, studi alla Sorbona e a Cambridge, legge Sofocle e Ibsen quando incontra lo psichiatra Gian Luca Biagini all'Asl 2 di Lucca. E Biagini contesta da subito la perizia ammessa dal tribunale di Milano. E lo psichiatra di Lucca va oltre: spedisce un esposto al Ministero della Giustizia e al Consiglio Superiore della Magistratura oltre che segnalare all'Ordine dei medici di Milano il comportamento del perito del tribunale e la validità della perizia a suo dire inspiegabile. Silenzio e ancora silenzio. Si susseguiranno perizie su perizie, finchè la Crosignani, matta per legge da anni, viene riabilitata da una revoca della sentenza di interdizione accolta nel giugno 2005. Il giudice tutelare del tribunale di Lucca impedisce alla signora di ritornare in possesso delle sue proprietà. Sana sì, ma che non tocchi il suo patrimonio (per quello ci sono i tutori, sempre). Delle due l'una: se la Crosignani proprio non è matta, allora il suo delirio paranoico diagnosticato può anche essere, al contrario, una lucida consapevolezza di essere divenuta vittima di una organizzazione truffaldina. Ancora anni fa raccontava a Il Giornale del 17 settembre 2000 le parole di un magistrato milanese «su piani orditi per impossessarsi dei beni di anziani soli e abbienti, di notai manigoldi, di avvocati conniventi». A non avere dubbio alcuno sull'esistenza di un vero racket delle interdizioni e a denunciarlo pubblicamente e in ogni sede è Claudia Mariani, un'altra vittima di quel meccanismo perverso e criminale che ha rovinato l'esistenza di Piera Crosignani e di chissà quanti come loro. Laureata in filosofia con orientamento psicologico, lucidissima e agguerrita, pronta a ripercorrere ancora una volta quei dodici anni che iniziano con la denuncia di un traffico illecito, passano per processi, minacce di morte, divorzio, lutti familiari e, non una, ma ben quattro procedimenti di interdizione. Il caso fu oggetto anche di 2 interrogazioni parlamentari. Claudia non vuol rendersi indirettamente complice degli illeciti del marito e informa Autorità pubbliche e magistratura di quanto scoperto, continuando, su loro indicazione, a raccogliere informazioni utili. E le informazioni documentali Claudia le porta copiose alla competente Procura di Tortona; ma l'inchiesta non prosegue, rallenta, si insabbia, e si ferma. Di più: il procuratore capo Aldo Cuva, che da lì a pochi mesi verrà radiato dalla magistratura per essere accusato di aver manomesso i verbali d'interrogatorio nell'inchiesta sui drammatici fatti dei sassi dal cavalcavia di Tortona, «cercò – dirà la Mariani – di farmi passare per pazza e colpevole, impedendo in tutti i modi il proseguimento delle indagini». Emblematico a questo proposito un documento, di cui siamo in possesso, redatto a mano dal dottor Cuva su carta intestata della Procura indirizzato al comandante della Guardia di Finanza di Tortona con il quale si suggerisce di «farsi carico… di elementi di giudizio utili, eventualmente, sotto il profilo della calunnia». Sembrano ora trovare conferma, nei fatti, le tante minacce rivolte dal marito e rintracciabili nelle numerose denunce depositate dalla Mariani negli anni: «Non immagini neppure chi sta dietro a sto giro!!! Abbiamo amici magistrati, finanzieri, poliziotti che lavorano per noi. Ti distruggiamo fino a farti interdire e internare in un manicomio. E quando sei lì dentro ti distruggiamo fisicamente e cerebralmente». Trasferitasi a Milano si fa pressante la condizione della madre, l'allora ottantenne Cesarina Fumagalli già affetta da patologie psichiche che peggiorano di giorno in giorno. Si rivolge dunque alle strutture sanitarie per chiedere il Trattamento Sanitario Obbligatorio e al Tribunale di Milano l'interdizione della madre. E qui i fatti si susseguiranno con una sequenza travolgente che ha dell'incredibile: il Tso viene revocato e la Mariani si ritrova una imputazione per sequestro di persona da parte del PM Ada Rizzi (la ricordate? La stessa della storia Crosignani). Ma non basta: ora il caso Mariani si riannoda indissolubilmente con il caso Crosignani. Perché manca ancora il colpo di scena: non solo la domanda di interdizione per la madre è stata rigettata ma è ora la stessa Mariani che si dovrà difendere da una richiesta di interdizione. Ad avallare la causa c'è ancora lei, il PM Ada Rizzi. E a proporla, assistita dall'avvocato Calogero Lanzafame, la stessa Fumagalli. Nel 1997 la dottoressa Mariani, sollecitata anche dai giudici tutelari della madre, denuncia Lanzafame per circonvenzione e reati connessi e presenta un ricorso urgente per la limitazione della capacità di agire della madre. Ma denuncia e ricorso, assegnate come sempre alla Rizzi, vengono naturalmente respinte. Seguono negli anni: denunce e controdenunce; perizie e controperizie (saranno addirittura 12); istanze e controistanze; citazioni in giudizio, richieste di avocazioni, richieste di sequestri cautelari, archiviazioni in un via vai di fascicoli che appaiono e scompaiono interessando tutti i piani di Procura, Tribunale e Corte d'Appello di Milano. Siamo nel 2000 quando il sostituto procuratore Gherardo Colombo, consultata la memoria presentata dalla Mariani, inoltra con urgenza per competenza alla Procura di Brescia i procedimenti aperti. Mentre quella Claudia Mariani che chiede l'interdizione della madre malata, presenta alla procura di Brescia, su suggerimento del presidente di corte d'Appello Seriani e del sostituto Colombo, una denuncia per abuso d'ufficio contro il PM Rizzi. Di rimando, la Rizzi cita in giudizio la denunciante Mariani per richiederne l'interdizione, in quanto affetta principalmente da «querulomania». Il 4 aprile 2007 presso il Tribunale di Milano all'udienza in appello per il giudizio di interdizione intentato contro la dottoressa Claudia Mariani dal pm Ada Rizzi, la corte ha preso atto della perizia del tutto favorevole redatta dal Consulente tecnico d'ufficio dottor Vittorio Boni. Claudia Mariani è ufficialmente sana di mente. Come lo è la Crosignani. Questa inchiesta sulla Crosignani e sulla Mariani è stata pubblicata sul mensile Casablanca, che rischia di chiudere per "dimenticanze" dello Stato, e perchè forse l'antimafia è concepita solo se si parla di coppole e lupara. 

ABUSI SUI MINORI: PARLIAMO DEI TRIBUNALI DEI MINORI.

Lo scandalo dei giudici minorili onorari. "Finalmente liberi" calcola che 211 magistrati su 1.083 hanno interessi nelle case-famiglia dove finiscono i bimbi sottratti alle famiglie, scrive il 15 ottobre 2015 Maurizio Tortorella su "Panorama". L’amministrazione della giustizia italiana convive (serenamente) con uno scandalo che è insieme sommerso e vergognoso: lo scandalo dei giudici minorili onorari. È sommerso, lo scandalo: perché, malgrado ogni giorno venga violata una serie di norme, è tollerato dagli stessi Tribunali dove avviene; e lo stesso Consiglio superiore della magistratura, che pure ha consapevolmente emanato una serie di circolari per evitarlo, fa finta di non vedere e, soprattutto, non fa nulla per reprimerlo. Ed è anche vergognoso, lo scandalo: perché coinvolge la vita di bambini indifesi e si verifica in un settore con un giro d’affari miliardario. Lo scandalo nasce infatti nei 29 Tribunali per i minorenni e nelle Corti d’appello minorili. Dove operano 1.082 magistrati onorari, che affiancano i magistrati di carriera. La legge (una norma del 1934 riformata nel ‘56) prevede possano diventare giudici minorili onorari solo "cittadini benemeriti" appartenenti ad alcune categorie professionali, per esempio esperti di psichiatria, psicologia, pedagogia... A nominarli è il ministero della Giustizia, su indicazione dei Tribunali. Il loro lavoro viene retribuito dallo Stato in base all’attività che svolgono: prevalentemente camere di consiglio e udienze camerali. Al contrario di quando dichiara l’aggettivo “onorario", però, ognuno di questi mille giudici ha esattamente lo stesso peso di quello dei magistrati di carriera. Ed è un peso elevato, che incide profondamente sulle decisioni dei Tribunali per i minorenni, perché i collegi giudicanti sono composti da due giudici togati e due onorari, mentre i collegi delle Corti d’appello sono formati da tre togati e due onorari. Sui giudici onorari ha lungamente indagato "Finalmente liberi onlus", un’organizzazione che si batte per la tutela dei minori, troppo spesso sottratti alle famiglie d’origine con eccessiva facilità. Facendo una scoperta preoccupante: "Abbiamo individuato 156giudici onorari nei Tribunali, più 55 nelle Corti d’appello, che operano in totale e palese conflitto d’interessi" dice Cristina Franceschini, avvocato e presidente di Finalmente liberi. Il conflitto d’interessi è grave e censurabile. Perché questi 211 giudici, che ogni giorno decidono sull’affidamento di bambini a una casa-famiglia o a un centro per la protezione dei minori, hanno contatti professionali con quelle stesse strutture: prestano loro una qualche consulenza, in alcuni casi hanno contribuito a fondarle, oppure ne sono addirittura soci, fanno parte dei consigli d’amministrazione. Sono insomma giudici "di casa", nel senso che inevitabilmente contribuiscono con le loro sentenze e ordinanze a fornire la triste "materia prima" infantile che serve a far funzionare i centri d’affido che hanno creato, o per i quali lavorano. Ed è proprio qui che lo scandalo diventa anche vergogna. Perché, se sono corretti i calcoli di "Finalmente liberi", il 20 per cento dei magistrati minorili italiani ha un qualche interesse, anche economico, a che i bambini finiscano in un centro d’affido: un centro che per quei bambini, dagli enti locali, incassa una retta giornaliera a volte elevata. L’organizzazione ha individuato casi dove la tariffa supera i 400 euro al giorno. Si tratta di un colossale business, perché in Italia i minori allontanati delle famiglie sono tanti e purtroppo gestiti senza particolare trasparenza. Nel 2010 il ministero del Lavoro e delle politiche sociali condusse il primo e unico studio approfondito sulla questione, rivelando che al 31 dicembre di quell’anno i bambini e i ragazzi sottratti alle famiglie e affidati erano 39.698. Ma la statistica è probabilmente approssimata per difetto: "Finalmente liberi" stima siano almeno il doppio e che alimentino un mercato da 1-2 miliardi di euro l’anno. Ora la onlus denuncia che questo colossale giro d’affari è governato, per una quota rilevante, da giudici non propriamente disinteressati. È evidente che non tutte le strutture dell’affido minorile hanno caratteristiche speculative. Nella grande maggioranza svolgono anzi un ruolo positivo, di reale protezione dei minori finiti in situazioni difficili: criminalizzare la categoria sarebbe quindi sbagliato e profondamente ingiusto. Resta il fatto che tra i giudici onorari i casi di conflitto d’interessi sono davvero troppi. E gettano ombre sull’intero settore. Del resto, l’esistenza di un rischio incompatibilità è ben dimostrata dallo stesso Consiglio superiore della magistratura, che per scongiurarlo ha emanato più di una circolare. Il Csm ha stabilito non possa diventare giudice onorario minorile il titolare di ogni tipo di carica elettiva (e se si è giudici non ci si può candidare, nemmeno alle elezioni amministrative). Ma il divieto riguarda soprattutto chi amministra o lavora a qualunque titolo nei centri d’affido o in strutture dove l’autorità giudiziaria inserisce i minori, e per i funzionari dei servizi sociali comunali, a meno che non "ne sia assicurata la posizione di terzietà". Le regole del Csm, insomma, sono chiare. Però restano inapplicate. Gli stessi Tribunali dei minori, che dovrebbero controllare il curriculum degli aspiranti giudici onorari, troppo spesso non lo fanno. E il ministero della Giustizia sembra indifferente al problema. Ora Finalmente liberi denuncia casi concreti, fa nomi e cognomi. Nel Tribunale minorile di Roma, per esempio, l’organizzazione ha individuato 15 giudici onorari in qualche modo collegati a centri di affido della provincia. Panorama ha posto il problema a Melita Cavallo, presidente di quel Tribunale: "A me non risulta" ha risposto il magistrato, dicendosi però disponibile a verificare i casi segnalati. A Milano i giudici onorari "incompatibili" sarebbero 16. Ai quali, sostiene Finalmente liberi, si aggiungerebbe perfino un magistrato di carriera, il quale siede anche nel comitato scientifico di una cooperativa milanese che fa assistenza ai minori. Adesso l’organizzazione farà in modo di segnalare ufficialmente i 211 casi che ha individuato a tutti i Tribunali interessati. Aspetterà le risposte, poi trasmetterà il suo dossier al Csm. A quel punto si vedrà se il Consiglio vorrà intervenire. E se il ministero della Giustizia porrà fine allo scandalo.

Lo scandalo dei giudici minorili "onorari". Nei Tribunali dei minori uno su cinque è collegato a un centro d'affido. È un conflitto d'interessi gravissimo. E nessuno fa nulla, scrive Maurizio Tortorella su "Panorama". È lo scandalo giudiziario più sommerso d’Italia, ma è anche quello che (probabilmente) sta creando i disastri peggiori. Nei nostri 29 Tribunali per i minorenni e nelle Corti d’appello minorili operano un migliaio di magistrati "onorari". Tecnicamente vengono definiti "privati": la legge (una norma del 1934 e una riforma del 1956) prevede che siano "cittadini benemeriti", esperti di psichiatria, psicologia, pedagogia, sociologia, biologia. Vengono retribuiti in base all’attività che svolgono: camere di consiglio, udienze camerali…Il ruolo dei giudici onorari, al contrario di quanto avviene nei Tribunali civili, ha esattamente lo stesso peso di quello dei magistrati di carriera. Ed è un peso elevato, perché in ogni Tribunale minorile le corti sono composte da due giudici togati e da due onorari; in Corte d’appello da tre togati e due onorari. Ed è proprio qui che si accende lo scandalo. Perché Finalmente liberi, un'organizzazione che da due anni si batte per la tutela dei minori, spesso sottratti alle famiglie d’origine con eccessiva facilità, ha lungamente indagato sui giudici onorari e ha scoperto che 151 nei Tribunali, più 54 nelle Corti d’appello, operano in totale e palese conflitto d’interessi. È così perché questi 205 giudici, che ogni giorno decidono sull’affidamento di bambini a una casa-famiglia, o a un centro per la protezione dei minori, dipendono da quelle stesse strutture. In molti casi hanno contribuito a fondarle, ne sono azionisti, fanno parte dei loro consigli d’amministrazione. Contribuiscono, insomma, a fornire la tristissima "materia prima" che serve a far funzionare i centri che hanno creato, o per i quali lavorano. È evidente l’incongruità e la gravità della situazione: il 20 per cento circa dei magistrati minorili italiani ha un qualche interesse diretto (ed economico) a che i bambini finiscano in un centro d’affido. Un centro che per quei bambini, dagli enti locali, incassa una retta giornaliera a volte elevata. Finalmente Liberi ha individuato più casi dove la tariffa supera i 400 euro al dì. Il business è davvero notevole. Perché in Italia i minori allontanati delle famiglie sono davvero molti. E sono purtroppo gestiti senza alcuna trasparenza. Nel 2010 il ministero del Lavoro e delle politiche sociali condusse il primo e forse unico studio approfondito sulla questione e scoprì che al 31 dicembre di quell’anno i bambini e i ragazzi portati via dalle loro famiglie erano 39.698. Ma quella statistica è sicuramente approssimata per difetto: Finalmente liberi stima che siano più di 50 mila. Si può pertanto ipotizzare che alimentino un «mercato» potenziale da 1 o 2 miliardi di euro l’anno. È evidente che non tutte le strutture dell’affido minorile hanno caratteristiche speculative. Al contrario, la maggioranza di loro svolge certamente un ruolo positivo, di reale protezione dei minori in situazioni difficili: criminalizzare l’intera categoria sarebbe sbagliato e profondamente ingiusto. Resta il fatto che tra i giudici onorari i casi di conflitto d’interessi sono davvero troppi, eppure nessuno sembra accorgersene. Il Consiglio superiore della magistratura ha più volte emanato circolari nelle quali indica i criteri di incompatibilità dei giudici. Ma quelle circolari restano inascoltate, come grida manzoniane. Gli stessi Tribunali dei minori dovrebbero sorvegliare, ma in realtà non lo fanno. Ora Finalmente liberi sta per denunciare i casi che ha individuato e certificato. Si vedrà se il Csm avrà il coraggio d’intervenire. Se il Garante dell’infanzia farà qualcosa. E se il ministero della Giustizia metterà fine a questo scandalo.

Li chiamano affidi, ma troppo spesso sono uno scippo. Il più osceno business italiano: il troppo facile affidamento di decine di migliaia di bambini e bambine all’implacabile macchina della giustizia, scrive  Maurizio Tortorella su “Panorama”. Sembra un uomo pensoso e forse triste, Francesco Morcavallo. Se davvero lo è, il motivo è una sconfitta. Perché, malgrado una battaglia durata quasi quattro anni, non è riuscito a smuovere di un millimetro quello che ritiene un «meccanismo perverso» e insieme «il più osceno business italiano»: il troppo facile affidamento di decine di migliaia di bambini e bambine all’implacabile macchina della giustizia. Dal settembre 2009 al maggio 2013 giudice presso il Tribunale dei minorenni di Bologna, Morcavallo ne ha visti tanti, di quei drammatici percorsi che iniziano con la sottrazione alle famiglie e finiscono con quello che lui definisce l’«internamento» (spesso per anni) negli istituti e nelle comunità governati dai servizi sociali. Da magistrato, Morcavallo ha combattuto una guerra anche culturale contro quello che vedeva intorno a sé. Ha tentato di correggere comportamenti scorretti, ha cercato di contrastare incredibili conflitti d’interesse. Ha anche denunciato abusi e qualche illecito. È stato a sua volta colpito da esposti, e ne è uscito illeso, ma poi non ce l’ha fatta e ha cambiato strada: a 34 anni ha lasciato la toga e da pochi mesi fa l’avvocato a Roma, nello studio paterno. Si occupa di società e successioni. E anche di diritto della famiglia, la sua passione.

Dottor Morcavallo, quanti sono in un anno gli allontanamenti decisi da un tribunale dei minori «medio», come quello di Bologna? Sono decine, centinaia?

«Sono migliaia. Ma la verità è che nessuno sa davvero quanti siano, in nessuna parte d’Italia. Lo studio più recente, forse anche l’unico in materia, è del 2010: il ministero del Lavoro e delle politiche sociali calcolava che al 31 dicembre di quell’anno i bambini e i ragazzi portati via dalle famiglie fossero in totale 39.698. Solo in Emilia erano 3.599. Ma la statistica ministeriale è molto inferiore al vero; io credo che un numero realistico superi i 50 mila casi. E che prevalga l’abbandono.»

L’abbandono?

«Quando arrivai a Bologna, nel 2009, c’erano circa 25 mila procedimenti aperti, moltissimi da tanti, troppi anni. Trovai un fascicolo che risaliva addirittura al 1979: paradossalmente si riferiva a un mio coetaneo, evidentemente affidato ancora in fasce ai servizi sociali e poi «seguito» fino alla maggiore età, senza interruzione. Il fascicolo era ancora lì, nessuno l’aveva mai chiuso.»

E che cos’altro trovò, al Tribunale di Bologna?

«Noi giudici togati eravamo in sette, compreso il presidente Maurizio Millo. Poi c’erano 28-30 giudici onorari: psicologi, medici, sociologi, assistenti sociali.»

Come si svolgeva il lavoro?

«I collegi giudicanti, come previsto dalla legge, avrebbero dovuto essere formati da due togati e da due onorari: scelti in modo automatico, con logiche neutrali, prestabilite. Invece regnava un’apparente confusione. Il risultato era che i collegi si componevano «a geometria variabile». Con un solo obiettivo.»

Cioè?

«In aula si riuniva una decina di giudici, che trattavano i vari casi; di volta in volta i quattro «decisori» che avrebbero poi dovuto firmare l’ordinanza venivano scelti per cooptazione, esclusivamente sulla base delle opinioni manifestate. Insomma, tutto era organizzato in modo da fare prevalere l’impostazione dei servizi sociali, sempre e inevitabilmente favorevoli all’allontanamento del minore.»

E lei che cosa fece?

«Iniziai da subito a scontrarmi con molti colleghi e soprattutto con il presidente Millo. Le nostre impostazioni erano troppo diverse: io sono sempre stato convinto che l’interesse del minore debba prevalere, e che il suo restare in famiglia, là dov’è possibile, coincida con questo interesse. È la linea «meno invasiva», la stessa seguita dalla Corte costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.»

Gli altri giudici avevano idee diverse dalle sue?

«Sì. Erano per l’allontanamento, quasi sempre. Soltanto un collega anziano la vedeva come me: Guido Stanzani. Era magistrato dal 1970, un uomo onesto e serio. E anche qualche giudice onorario condivideva il nostro impegno: in particolare lo psicologo Mauro Imparato.»

Che cosa accadeva? Come si aprivano i procedimenti?

«Nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di allontanamenti dalle famiglie per motivi economici o perché i genitori venivano ritenuti «inadeguati».»

Che cosa vuol dire «inadeguato»?

«Basta che arrivi una segnalazione dei servizi sociali; basta che uno psicologo stabilisca che i genitori siano «troppo concentrati su se stessi». In molti casi, è evidente, si tratta di vicende strumentali, che partono da separazioni conflittuali. Il problema è che tutti gli atti del tribunale sono inappellabili.»

Perché?

«Perché si tratta di provvedimenti formalmente «provvisori». L’allontanamento dalla famiglia, per esempio, è per sua natura un atto provvisorio. Così, anche se dura anni, per legge non può essere oggetto di una richiesta d’appello. Insomma non ci si può opporre; nemmeno il migliore avvocato può farci nulla.»

Tra le cause di allontanamento, però, ci sono anche le denunce di abusi sessuali in famiglia. In quei casi non è bene usare ogni possibile cautela?

«Dove si trattava di presunte violenze, una quota comunque inferiore al 5 per cento, io a Bologna ho visto che molti casi si aprivano irritualmente a causa di lettere anonime. Era il classico vicino che scriveva: attenzione, in quella casa molestano i figli. Non c’era nessuna prova. Ma i servizi sociali segnalavano e il tribunale allontanava. Un arbitrio e un abuso grave, perché una denuncia anonima dovrebbe essere cestinata. Invece bastava a giustificare l’affido. Del resto, se si pensa che molti giudici onorari erano e sono in conflitto d’interesse, c’è di che capirne il perché.»

Che cosa intende dire?

«Chi sono i giudici onorari? Sono psicologi, sociologi, medici, assistenti sociali. Che spesso hanno fondato istituti. E a volte addirittura le stesse case d’affido che prendono in carico i bambini sottratti alle famiglie, e proprio per un’ordinanza cui hanno partecipato.»

Possibile?

«A Bologna mi trovai in udienza un giudice onorario che era lì, contemporaneamente, anche come «tutore» del minore sul cui affidamento dovevamo giudicare.»

Ma sono retribuiti, i giudici onorari?

«Sì. Un tanto per un’udienza, un tanto per ogni atto. Insisto: certi fanno 20-30 udienze a settimana e incassano le parcelle del tribunale, ma intanto lavorano anche per gli istituti, le cooperative che accolgono i minori. È un business osceno e ricco, perché quasi sempre bambini e ragazzi vengono affidati ai centri per mesi, spesso per anni. E le rette a volte sono elevate: ci sono comuni e aziende sanitarie locali che pagano da 200 a oltre 400 euro al giorno. Diciamo che il business è alimentato da chi ha tutto l’interesse che cresca.»

È una denuncia grave.  Il fenomeno è così diffuso? Possibile che siano tutti interessati, i giudici onorari? Che tutti i centri d’affido guardino solo al business?

«Ma no, certo. Anche in questo settore c’è il cattivo e c’è il buono, anzi l’ottimo. Ovviamente c’è chi lavora in modo disinteressato. Però il fenomeno si alimenta allo stesso modo per tutti. I tribunali dei minori non scelgono dove collocare i minori sottratti alle famiglie, ma guarda caso quella scelta spetta ai servizi sociali. Comunque la crescita esponenziale degli affidi e delle rette è uguale per i buoni come per i cattivi. E c’è chi ci guadagna.»

Per lei sono più numerosi gli istituti buoni o i cattivi?

«Non lo so. A mio modo di vedere, buoni sono quelli che favoriscono il contatto tra bambini e famiglie. Ce ne sono alcuni. Io ne conosco 2 o 3.»

Ma, scusi: i giudici onorari chi li nomina?

«Il diretto interessato presenta la domanda, il tribunale dei minori l’approva, il Consiglio superiore della magistratura ratifica.»

E nessuno segnala i conflitti d’interessi? Nessuno li blocca?

«Dovrebbero farlo, per legge, i presidenti dei tribunali dei minori. Potrebbe farlo il Csm. Invece non accade mai nulla. L’associazione Finalmente liberi, cui ho aderito, è tra le poche che hanno deciso d’indagare e lo sta facendo su vasta scala. Sono stati individuati finora un centinaio di giudici onorari in evidente conflitto d’interessi. Li denunceremo. Vedremo se qualcuno ci seguirà.

Quanto può valere quello che lei chiama «business osceno»?

«Difficile dirlo, nessuno controlla. In Italia non esiste nemmeno un registro degli affidati, come accade in quasi tutti i paesi occidentali.»

Ipotizzi lei una stima.

«Sono almeno 50 mila i minori affidati: credo costino 1,5 miliardi l’anno. Forse di più.»

Torniamo a Bologna. Nel gennaio 2011 accadde un fatto grave: un neonato morì in piazza Grande. Fu lì che esplose il conflitto fra lei e il presidente del tribunale dei minori. Come andò?

«La madre aveva partorito due gemelli dieci giorni prima. Uno dei due morì perché esposto al freddo. Che cosa era successo? In realtà la famiglia, dichiarata indigente, aveva altri due bambini più grandi, entrambi affidati ai servizi sociali. Il caso finì sulla mia scrivania. Indagai e mi convinsi che quella morte era dovuta alla disperazione. I genitori avevano una casa, contrariamente a quel che avevano scritto i giornali, ma ne scapparono perché terrorizzati dalla prospettiva che anche i due neonati fossero loro sottratti.»

E a quel punto che cosa accadde?

«Il presidente Millo mi chiamò. Disse: convochiamo subito il collegio e sospendiamo la patria potestà. Risposi: vediamo, prima, che cosa decide il collegio. Millo avocò a sé il procedimento, un atto non previsto da nessuna norma. Allora presentai un esposto al Csm, denunciando tutte le anomalie che avevo visto. E Stanzani un mese dopo fece un altro esposto. Ne seguirono uno di Imparato e uno degli avvocati familiaristi emiliani.»

Fu allora che si scatenò il contrasto?

«Sì. Fui raggiunto da un provvedimento cautelare disciplinare del Csm. Venni accusato di avere detto che nel Tribunale dei minori di Bologna si amministrava una giustizia più adatta alla Corea del Nord, di avere denigrato il presidente Millo. Fui trasferito a Modena, come giudice del lavoro. Venne trasferito anche Stanzani, mentre Imparato fu emarginato. Nel dicembre 2011, però, la Cassazione a sezioni unite annullò quella decisione criticando duramente il Csm perché non aveva ascoltato le mie ragioni, né aveva dato seguito alle mie denunce.»

Così lei tornò a Bologna?

«Sì. Ma per i ritardi del Csm, anch’essi illegittimi, il rientro avvenne solo il 18 settembre 2012. Millo nel frattempo era andato via, ma non era cambiato gran che. Fui messo a trattare i casi più vecchi: pendenze che risalivano al 2009. Fui escluso da ogni nuovo procedimento di adottabilità. Capii allora perché un magistrato della procura generale della Cassazione qualche mese prima mi aveva suggerito di smetterla, che stavo dando troppo fastidio a gente che avrebbe potuto farmi desistere con mezzi potenti.»

Sta dicendo che fu minacciato?

«Mettiamola così: ero stato caldamente invitato a non rompere più le scatole. Capii che era tutto inutile, che il muro non cadeva. Intanto, in marzo, Stanzani era morto. Decisi di abbandonare la magistratura.»

E ora?

«Ora faccio l’avvocato. Ma lavoro da fuori perché le cose cambino. Parlo a convegni, scrivo, faccio domande indiscrete.»

Che cosa chiede?

«Per esempio che i magistrati delle procure presso i tribunali dei minori vadano a controllare i centri d’affido: non lo fanno mai, ma è un vero peccato perché troverebbero sicuramente molte sorprese. Chiedo anche che il Garante nazionale dell’infanzia mostri più coraggio, che usi le competenze che erroneamente ritiene di non avere, che indaghi. Qualcuno dovrà pur farlo. È uno scandalo tutto italiano: va scoperchiato».

Minori. Lo scandalo dei giudici onorari azionisti delle casa-famiglia, scrive “Articolo 3”. E’ uno degli scandali più sottaciuti d’Italia. Quello dei giudici onorari che operano nei Tribunali per i minorenni, centinaia  di magistrati, che vengono definiti “privati”, esperti in pedagogia, psichiatria, sociologia, ossia: non è necessaria nessuna specifica nozione giuridica. Retribuiti a gettone, in base al numero di camere di consiglio e di udienze. Il Tribunale per i minorenni ha corti composte da due giudici togati e da due onorari, esattamente con lo stesso peso e potere decisionale. Un’organizzazione che da anni si batte perla tutela e gli interessi dei minori, Finalmente Liberi, indagando proprio sui giudici onorari, ha scoperto che205 di questi, che operano nei Tribunali e nelle Corti d’Appello per i minorenni, sono nel più totale conflitto di interessi. Decidendo ogni giorno sull’affidamento di bambini a casa- famiglia o strutture similari, dipendendo dalle stesse strutture, essendone azionisti o facendo parte dei consigli di amministrazione. Un interesse economico nel far sì che i bambini finiscano in un centro piuttosto che in un altro e parliamo di rette giornaliere elevate, oltre 400 euro al giorno. Un giro d’affari importante, stante il numero dei minori allontanati dalla loro famiglie, al 31 dicembre 2010 erano 39.698, oggi si stima che siano oltre 50 mila: i conti sono presto fatti, un mercato potenziale di due miliardi di euro l’anno. Va detto che la maggior parte delle strutture di affido svolge un ruolo positivo, non si intende criminalizzare un’intera categoria, ma il conflitto di interessi è evidente, al Csm intervenire e al ministero della Giustizia porre fine a questo scandalo posto in essere sulla pelle dei minori.

Lo scandalo dei minori «affidati». Perché in Germania e in Francia, dove il numero degli abitanti è molto più elevato che in Italia, il dato degli affidi si ferma rispettivamente a 8 mila mentre da noi è 5 volte tanto? Si chiede Maurizio Tortorella su “Panorama”. È uno scandalo che meriterebbe l’intervento urgente di qualche magistrato penale. In Italia, secondo gli ultimi dati ufficiali, sono circa 39 mila i bambini tolti alle loro famiglie dai Tribunali dei minori (per presunte violenze, per indigenza dei genitori, e per altre cause): 30 mila di loro sono ospitati in case d’affido e comunità protette, e il fenomeno da anni è in forte crescita. Tutto normale? Per nulla. Le anomalie sono grandi e sospette. Perché in Germania e in Francia, dove il numero degli abitanti è molto più elevato che in Italia, il dato degli affidi si ferma rispettivamente a 8 mila e a 7.700. E poiché in Italia comuni e aziende sanitarie locali pagano per ciascun minorenne affidato una retta minima giornaliera di 200 euro (ma spesso si arriva a superare i 400). Per questo c’è chi solleva il terribile sospetto che dietro al fenomeno affidi si nasconda un colossale business della sofferenza minorile, in troppi casi basato su perizie «addomesticate», se non su veri e propri illeciti: a denunciarlo è la Federcontribuenti, che stima in 2 miliardi di euro la spesa pubblica annua destinata a sostenere gli affidamenti di minorenni. «È un’anomalia troppo grave perché possa essere ignorata da politici e magistrati penali» protesta Marco Paccagnella, che della Federcontribuenti è presidente. Per contrastare gli abusi, l’associazione ha appena dato vita a una commissione d’inchiesta intitolata «Finalmente liberi» che denuncerà i comportamenti non trasparenti. «Una delle grandi carenze del sistema italiano è proprio l’opacità» dice Cristina Franceschini, l’avvocato veronese a capo della commissione. «Da noi non è previsto nemmeno un registro degli affidamenti, attivo invece in tutti gli altri paesi, né si sa quante siano le comunità protette». La sede di Finalmente liberi è attualmente a Cerea (Verona). A coordinare il lavoro d’inchiesta, insieme con l’avvocato Franceschini, è Andrea Zorzella. Con loro fanno parte della commissione Paolo Cioni, psichiatra; Elvira Reale, piscologa; Maria Serenella Pignotti, pediatra e medico legale; Francesco Morcavallo, fino a quattro mesi fa giudice minorile a Bologna. Gli ultimi dati governativi sui minorenni sottratti alle famiglie risalgono al 2010: quell’anno ne erano stati calcolati 39.698, collocati dai tribunali dei minor in centri di affido temporaneo o in altre famiglie, il 24 per cento in più rispetto a 10 anni prima. «Abbiamo già scoperto quasi 100 casi» rivela Zorzella «nei quali i giudici minorili onorari, in gran parte psicologi, operano nelle case d’affido o compaiono addirittura tra i loro fondatori». Il conflitto d’interessi è evidente: è ammissibile che a decidere se un bambino debba essere sottratto alla famiglia sia chi ha un ruolo professionale (e retribuito) nella struttura destinata ad accoglierlo? «Stiamo facendo le ultime verifiche» dice Paccagnella. «Le prime denunce sono già pronte. E abbiamo solo cominciato».

E se l’affido fosse tutto un business? Federcontribuenti lancia un’accusa pesantissima, scrive “AIBI”. Scatena violente polemiche l’articolo pubblicato da Panorama, a firma Maurizio Tortorella, dal titolo “Troppi i bambini dati in affido: è un business?” (sul numero in edicola dal 17 ottobre). Le accuse sono pesanti. L’inchiesta parte da un confronto fra i numeri dei bambini tolti alle famiglie in Italia e all’estero. 39mila minori italiani contro 8mila in Germania e 7700 in Francia (“dove – specifica il giornalista – il numero degli abitanti è più elevato”). Di qui il grave dubbio sollevato. Le cause ufficiali per togliere un minore ai genitori sono abusi sessuali, separazioni violente, indigenza. Ma se la “vera” ragione fosse un’altra? E cioè che comuni e aziende sanitarie locali pagano per ciascun minorenne affidato a una comunità educativa una retta minima giornaliera di 200 euro (ma spesso si arriva a superare i 400). E se fosse un colossale business della sofferenza minorile, basato su perizie addomesticate? “La Federcontribuenti – continua Tortorella – stima in 2 miliardi di euro la spesa pubblica annua destinata a sostenere gli affidamenti di minorenni”. Il presidente di Federcontribuenti, Marco Paccagnella, sottolinea che si tratta di un’anomalia troppo grave per non insospettire e che è stata avviata una commissione d’inchiesta che denuncerà i comportamenti non trasparenti. Fin qui l’articolo di Panorama. A poche ore dall’uscita il dibattito fra le associazioni che si occupano di affido si è ovviamente scatenato. Le parole più ricorrenti per definire l’articolo sono state “inesatto, incompetente, ingiurioso, ideologico, falso”. E’ già stato sollecitato un intervento del Garante per l’infanzia e l’adolescenza e c’è preoccupazione per la “mala informazione”.

Fuori dal coro, Marco Griffini, presidente di Ai.Bi., invita a considerare la denuncia, pur nelle sue imprecisioni e confusioni, un’occasione per affrontare il cuore del problema affido: “Questo articolo ha scatenato un putiferio. Certo, è un attacco diretto, ma non fermiamoci allo scandalo dei benpensanti (e ben operanti!). Vediamone anche l’utilità. Serve ad innescare un dibattito importante sulla facilità con cui si mettono i minori in Comunità Educativa. Occorre – noi di Amici dei Bambini lo diciamo da anni – una riforma radicale dell’affido e occorre dire con chiarezza che le famiglie affidatarie e le case famiglia sono una forma di accoglienza totalmente diversa dalle Comunità educative”. Sono dunque indispensabili alcune precisazioni e chiarimenti. In Italia sono quasi 30mila i minori fuori famiglia, e fra questi, poco meno di 15mila vivono in comunità educative (tra loro 1626 sono bambini al di sotto dei sei anni). Quindi oltre la metà dei minori finisce nelle comunità educative, strutture che non differiscono molto dagli istituti chiusi per legge a partire dal 2006. L’unica variante è il numero: le comunità educative possono ospitare non più di 12 bambini per volta, ma questi vengono comunque affidati alle cure di figure professionali, gli educatori. Molto diverso è invece garantire al minore l’inserimento temporaneo in una famiglia affidataria o in una Casa Famiglia, gestita da una coppia sposata, che può accogliere fino al massimo di sei bambini e che offre un affetto, un accudimento e due figure di riferimento genitoriali. I bambini, infatti, hanno bisogno di accoglienza, non di assistenza. Di qui l’obiettivo promosso da Ai.Bi. di fissare la chiusura entro il 31 dicembre del 2017 di tutte le comunità educative. Questo consentirebbe anche un significativo risparmio per lo Stato, visto che il costo di un minore in affido è circa 6 volte inferiore rispetto alla soluzione della Comunità. Stando ai dati del ministero delle Politiche sociali (che differiscono da quelli dati dalla Federcontribuenti e riportati da Panorama), i minori ospitati nelle comunità costano circa sei volte di più di quelli in affido familiare: 79 euro al giorno contro 13 euro. Chiudere le comunità, con una politica di forte incentivazione dell’affido, rappresenterebbe dunque un risparmio di soldi pubblici. Oltre che un radicale miglioramento delle condizioni di accoglienza dei bambini. E’ questo uno dei punti cardine del Manifesto per una nuova Accoglienza Familiare Temporanea che punta ad arrivare ad una riforma della legge 149/2001 sull’affido. Se oggi l’affido familiare è in crisi o forse non è mai decollato, è sicuramente colpa di una cultura negativa, della gestione pubblica che ne viene fatta e dell’eccessiva solitudine delle famiglie, abbandonate a se stesse.

L'esigenza dell'affido: se non c'è si crea. E poi capitano queste cose...

Dal Corriere della Sera, maggio 2008: Sottratti ai genitori per un disegno. La decisione del Tribunale che però riconosce «rilevanti perplessità». Raffigurati rapporti tra la bimba e il fratello. Lei: lo scherzo di un'amica. Il padre: famiglia distrutta. La maestra porge il foglio alla donna. «Guardi cosa ha fatto sua figlia». Il disegno ritrae una bimba accovacciata su un ragazzino. Sopra, la scritta: «Giorgia tutte le domeniche fa sesso con suo fratello, per 10 euro. A lei piace». La mamma osserva, poi dice tranquilla: «Non è la grafia di Giorgia». La piccola, 9 anni, conferma: «Macché, quello l'ha fatto la mia compagna per farmi dispetto, perché ho i dentoni e sono povera». Pochi giorni dopo, i servizi sociali di Basiglio, ricchissimo Comune a sud di Milano, prelevano i fratellini dalla casa dei genitori e li sistemano in due comunità protette. È il 14 marzo. Giovanni, il più grande, in quel momento sta festeggiando il suo tredicesimo compleanno. È da 40 giorni che Giorgia e Giovanni (nomi di fantasia) non tornano a casa. Una famiglia spezzata. «Siamo distrutti, sconvolti», dice il padre. «Ce li hanno portati via senza dire niente, senza una spiegazione». Il giudice del Tribunale per i minorenni ha deciso così. Anche se, scrive, «esistono rilevanti elementi di perplessità». Perché fin da subito è stato chiaro che in questa storia, ambientata nel Comune con il più alto reddito pro-capite d'Italia, sono in gioco tanti fattori. «A partire da una buona dose di pregiudizio e di classismo». A spiegarlo è Antonello Martinez, l'avvocato che da oltre un mese sta combattendo per restituire i fratellini ai genitori: «I figli di due persone umili non sono visti di buon occhio. Anche la scuola si è schierata contro di loro. È bastato un sospetto». Un sospetto tante volte smentito dai protagonisti della vicenda. Il ragazzino, piangendo: «Io non ho fatto niente a mia sorella, non me lo permetterei mai». I genitori: «Il sabato e la domenica non li lasciamo soli un attimo». La piccola: «Io quel disegno non l'ho fatto». Anche la scrittura di Giorgia, confrontata con quella del foglio incriminato, confermerebbe la sua estraneità ai fatti. È lo stesso giudice a spiegarlo: «Non si può escludere che i disegni siano stati fatti solo in parte dalla bambina o addirittura che non ne abbia fatti». Tanti tasselli che vanno in un'unica direzione: Giorgia sarebbe solo vittima di un crudele atto di bullismo. «Eppure li tengono ancora lì», scuote la testa l'avvocato Martinez, che a Basiglio ci abita e non accetta la decisione del Comune. «L'articolo 403 del codice civile fa riferimento a minori allevati da persone che "per negligenza, immoralità, ignoranza" siano "incapaci di provvedere alla loro educazione". Non ci sono gli estremi per un intervento del genere». Colloqui individuali, perizie, lacrime. E una famiglia divisa. Da oltre un mese. Lo scorso venerdì il Tribunale per i minorenni di Milano ha confermato l'allontanamento cautelare dei bambini. La relazione del giudice: «Il maschio non ha mai dato problemi, ma ha importanti carenze in ambito scolastico, a conferma di una scarsa capacità dei genitori di seguirlo». Ed è a questo punto che Martinez sbotta: «E allora tutti i ragazzini che vanno male a scuola sono da chiudere in una casa protetta?». Niente da fare. Non torneranno. Non subito. Il decreto dice che è per il loro bene: «Se si tratta di falsa denuncia, il reinserirli senza spiegazioni con un dubbio così grave non risolto, potrebbe avere effetti traumatici». L'attacco dell'avvocato: «E invece tenerli lontani dai loro genitori li fa star bene?. È un'ingiustizia, un'assurda beffa». Entro pochi giorni Martinez presenterà un reclamo contro il provvedimento del Tribunale. «Mi sembra di combattere contro i mulini a vento», dice. A Basiglio, l'altro giorno, alcune mamme commentavano il fatto così: «Finalmente abbiamo bonificato la scuola dalle piattole». Il giudice «Non si può escludere che i disegni siano stati fatti solo in parte dalla bambina o che non ne abbia fatti» Annachiara Sacchi.

Don Mazzi: «Giudicano solo con le scartoffie Nessuno risarcirà quei piccoli». «I tempi della giustizia non c'entrano nulla con quelli dei bambini. Mettiamo che i fratellini di Basiglio tornino a casa domani: nessuno potrà risarcirli del male subìto». Don Antonio Mazzi riflette sul caso dei piccoli tolti alla famiglia e portati in comunità per colpa di un disegno osé trovato in classe. E punta il dito verso psicologi e assistenti sociali. Il loro lavoro è delicatissimo e di enorme responsabilità. «Nessuno lo nega. Ma i fatti dimostrano come questa gente sia troppo spesso lontana dal mondo. Giudica basandosi sulle scartoffie. Senza sporcarsi le mani con la realtà». E' la giustizia minorile a metterli in queste condizioni. «Questo è vero. La giustizia minorile impone valutazioni su criteri vecchi. E' poi è lentissima. Si parla di mesi di attesa come nulla fosse, quando un mese speso male nella vita di un bambino può comportare danni irreparabili. La verità è che psicologi e assistenti sociali andrebbero affiancati da gente con un maggior contatto con la realtà». Che riflessioni le suscita il caso di Basiglio? «Due valutazioni. La prima: non capisco perché togliere i fratellini alla famiglia sulle basi di un disegno. Avrebbe avuto più senso inviare un assistente sociale in famiglia per un certo periodo. In modo da capire la situazione. Ma la cosa non mi stupisce». Perché? «I casi come questo sono più frequenti di quanto si possa immaginare. Cercare di fare qualcosa è difficilissimo: il tribunale dei minori è un fortino blindato con meccanismi che non si arrestano nemmeno davanti all' evidenza dei fatti». E la seconda valutazione? «E' la seguente: i figli andrebbero separati dai genitori solo di fronte a fatti e motivazioni di gravità estrema. E' vero, molti bambini devono accontentarsi di genitori per molti versi scarsamente all' altezza. Ma il ruolo di padri e madri resta difficile da sostituire». Il suo giudizio è durissimo. «Non credo di esagerare. La giustizia in generale nel nostro Paese è al collasso. Per quello che riguarda i minori, la situazione, se possibile, è ancora peggiore. Bisogna intervenire al più presto per cambiare le regole. O i casi come quello di Basiglio continueranno a moltiplicarsi». Querzè Rita.

Sit-in di solidarietà per la famiglia di Basiglio. Tribunale, la perizia scagiona i fratellini: «Il disegno osé non l'ha fatto la ragazzina». I bambini sono in comunità da 54 giorni. Gli striscioni, a decine: «Senza di te la II A è vuota». I compagni della squadra di calcio: «Cosa dobbiamo fare per rivedervi?». I cori: «Resistete!». E gli applausi, scroscianti. Basiglio si raduna in piazza. Con un sit-in che mai nessuno aveva visto da queste parti. Mamme, papà e bambini a chiedere che i due fratellini — quelli del disegno osé — tornino a casa. Giorgia e Giovanni sono in comunità da 54 giorni. Eppure tanti elementi inducono a pensare che i due bimbi, 9 e 13 anni, non c'entrino nulla con questa storia. L'ultimo è arrivato ieri: anche per il consulente del Tribunale dei Minori la vignetta da cui è nato il «caso Basiglio» non è stato fatta dalla piccola Giorgia. Un tassello in più che proverrebbe l'«innocenza» dei due fratelli. Lo riferisce Antonello Martinez, legale della famiglia, riportando le parole che il grafologo nominato dal giudice ha riferito al consulente della famiglia dopo l'incontro di ieri, con le due esperte a studiare la «mano» della bimba. «Per quel che mi riguarda — riferisce l'esperta di parte — Giorgia non è autrice né dei disegni (sono 7 quelli esaminati) né della scritta hard. Non ho trovato nessun elemento che dimostri il contrario e non credo che neanche la collega lo farà». Nuove tappe per la storia che sta tenendo Basiglio con il fiato sospeso. Ieri mattina il Tribunale per i minorenni ha conferito l'incarico allo psicologo. Anche la famiglia ne ha nominato uno. «Mi pare che il giudice stia dando una accelerazione - continua l'avvocato - e confido che la vicenda si risolva al più presto. Comunque stiamo predisponendo una denuncia contro ignoti affinché la magistratura faccia chiarezza su fatti accaduti che definire inquietanti è limitativo». Una battaglia durissima. Accuse, testimonianze choc, mamme segnalate alla polizia perché appendevano volantini (per invitare al sit- in). E la manifestazione di ieri sera: gioiosa, rumorosa, carica di affetto. Con le donne di Basiglio pronte a firmare una petizione per chiedere alla preside «che Giovanni non perda l'anno scolastico». Con gli abbracci ai genitori dei due bimbi per dire «dai, ancora un po' di pazienza». Con i canti dei più piccoli pronti a gridare «I bimbi vanno ascoltati e non traumatizzati» e «Liberateci dagli incubi degli adulti». Gli assenti: il sindaco, Marco Cirillo, le maestre, il parroco. Battere di mani e voci sempre più forti. Fino alle 21 in punto, quando i carabinieri avvertono i manifestanti: «Dovete lasciare la piazza. Avevate a disposizione un'ora sola di protesta». Annachiara Sacchi.

Una Guantanamo per bambini di Chiara Rizzo su "Tempi". Le pressioni degli assistenti sociali, l’isolamento in comunità, la solitudine. La sconvolgente vicenda dei fratellini di Basiglio raccontata dai loro medici. «Lo so che tornerò a casa: mi hanno detto che se dico quello che hanno scritto, se confermo le accuse, potrò tornare da mamma e papà». «Quando te l’hanno detto, Giovanni?». «Un giorno che mi hanno accompagnato in macchina fin sotto casa. E quando mi hanno portato via, mi hanno detto di non preoccuparmi, perché mi avevano già trovato una nuova mamma e un nuovo papà. Non ho fatto niente! Voglio tornare a casa». Un gradino dopo l’altro, la discesa agli inferi di un ragazzo di 13 anni. Così Giovanni – uno dei due fratellini di Basiglio, ingiustamente accusato di abusare della sorellina Giorgia, 9 anni, poi “scagionato” dal Tribunale dei minori di Milano – ricostruisce le pressioni subìte per un assurdo errore giudiziario. Un viaggio dall’innocenza al male, in cui è stato catapultato lo scorso 14 marzo, il giorno del suo compleanno. Dopo la denuncia presentata al mattino da due maestre e dalla preside dell’Istituto comprensivo di Basiglio (oggi tutte indagate per falsa testimonianza), i servizi sociali – lo psicologo Luca Motta, l’assistente sociale Federica Micali, il responsabile dei Servizi alla persona del comune di Basiglio, Raffaele Fortunato – ottenuto il nulla osta al collocamento dei bambini in due diverse comunità protette, hanno caricato sulle auto dei vigili urbani Giorgia e Giovanni e li hanno portati via. È passato un mese e mezzo prima che i genitori avessero loro notizie. Il primo a far visita a Giovanni, è stato il pediatra Mauro Benozzi, contattato dall’avvocato della famiglia, Antonello Martinez. «Era maggio, faceva caldo – ricostruisce Benozzi con Tempi. L’indirizzo che mi avevano dato (nascosto ai genitori, su richiesta dei servizi sociali, ndr) era quello di una villetta a Lavanderie di Segrate, un piccolo comune a est di Milano. Una comunità protetta come tante altre. Mi sono presentato alle tre del pomeriggio. Mi ha aperto la porta Gianluca, uno degli educatori. C’erano circa 8 ragazzi, tra i 10 e i 15 anni. Ricordo, mentre l’educatore mi accompagnava da Giovanni, di averne visti tre sdraiati su un divano davanti alla tv. “Non guardi troppo in giro”, mi disse Gianluca. La stanza di Giovanni era al primo piano: una cameretta di 10 metri quadri, con un letto, una finestra, una libreria. Appena mi ha visto, il ragazzo con gli occhi lucidi mi ha chiesto “Sei venuto a prendermi?”». Poi è scoppiato a piangere. «Era molto dimagrito. Aveva perso 10 chili e presentava gravi segni di stress e depressione. Tic agli occhi, singhiozzo, tosse nervosa, diarrea. Per tutta la durata della visita – sarò rimasto con lui un’ora e mezza – Giovanni ha pianto. Tanto forti erano i singhiozzi, che non riuscivo nemmeno ad auscultare». Il medico ricorda anche altri particolari. «Ripeteva “Non ho fatto niente. Voglio bene a mia sorella”. Per rincuorarlo gli assicurai che presto sarebbe tornato dai suoi. E allora lui, che è un tipo molto fermo di carattere, mi ha risposto con quella frase. “Sì lo so! Mi hanno detto che se confermo quello che hanno scritto di me, mi fanno tornare. Ma non voglio dire una bugia”». Il dottore si allarma. «Gli chiesi quando era successo. Mi raccontò che una volta lo psicologo e l’assistente sociale l’avevano prelevato dalla comunità e portato sotto casa. Ricordo perfettamente le sue parole». Ma ancora. «Mi disse anche che in auto, mentre lo portavano via da casa, lo psicologo, vedendolo piangere gli ha detto: “Tranquillo, ti abbiamo trovato una nuova mamma e un nuovo papà”». Le pressioni psicologiche subìte da Giovanni sono confermate anche da testimoni, adulti, presenti in entrambi i casi. Benozzi ricorda di aver avuto una buona impressione dell’educatore, che tentava di confortare Giovanni in tutti i modi. Ma non della piccola comunità di ragazzi: «C’era un italiano, l’unico con cui aveva fatto amicizia. Gli altri erano magrebini, albanesi, rumeni. Ad un certo punto, Giovanni mi indicò un magrebino, di circa 15 anni. “Quello è il capo, fa il bello e cattivo tempo”, mi disse, raccontandomi che appena era arrivato, gli aveva rubato la playstation che aveva con sé. “Ci dobbiamo difendere dagli altri che sono arrivati prima”, mi disse Giovanni. Mi sembrò un ambiente da favelas». Le pressioni psicologiche, l’ambiente difficile e le accuse, sono calate su Giovanni come un cappuccio opprimente, che lo ha disorientato. È per questo che Marco Casonato, professore di Psicologia dinamica all’Università di Milano Bicocca, esperto di psicologia infantile, oggi terapeuta di Giorgia e Giovanni, parla di «una Guantanamo per bambini». «Hanno fatto sentire Giovanni il cattivo della storia» racconta Casonato. «Traumatizzato, ha vissuto in totale isolamento per 47 giorni, in un posto sconosciuto, senza contatti neanche con il proprio avvocato. Ai coniugi di Erba questo diritto è stato garantito. A lui no, perché è un minore. Purtroppo questa è la prassi normale che si segue per “tutelare” i minori. Non le ricorda Guantanamo? E poi quella frase sui nuovi genitori, una crudeltà gratuita, di persone incompetenti che finiscono per risultare sadici». Oggi Giovanni è in terapia con la sorella. La diagnosi del professore è “stato dissociativo” per la bimba. Depressione per Giovanni: «Quando vede un auto dei vigili si nasconde. Prima amava giocare a calcio, adesso preferisce rimanere chiuso a casa. Ha perso l’innocenza». Gli ha confidato altre angherie subìte. «Un giorno per un battibecco, un albanese lo ha minacciato con un coltellino». A Casonato, Giovanni ha consegnato anche un diario scritto durante i 70 giorni lontano da casa, oggi all’esame degli inquirenti: lettere da un inferno in cui non si spegne la speranza di giustizia. Quello stesso barlume che Giovanni ha ritrovato anche allora. «Trasferito in una nuova scuola, credendo su insistenza dei servizi sociali di essere stato abbandonato dai genitori, un giorno è stato avvicinato da una compagna di classe. Che aveva sentito parlare in tv di Basiglio e lo aveva riconosciuto: è stata lei la prima a rincuorarlo, a dirgli che alcune persone, madre e padre in testa, lottavano per lui». Dopo il ritorno a casa dei bimbi, l’avvocato Martinez ha presentato una denuncia penale, e a novembre sono arrivati i primi avvisi di garanzia. «Proseguo la mia battaglia – dice Martinez. Aspetto di capire perché preside e maestre sono ancora al loro posto. E mi fido, davvero, del pm che indaga e sta lavorando molto bene». Per l’affaire Basiglio, è stata presentata anche un’articolata denuncia contro i servizi sociali dove sono evidenziati probabili violenze psicologiche.

Un'ordinaria follia,  continua Chiara Rizzo. «Sono piombati a casa nostra e li hanno portati via». Alla fine dell’incubo parla il papà dei “fratellini di Basiglio”, tolti alla famiglia per la sciatteria di maestre e servizi sociali. «Non auguro a nessuno questo incubo». Così definisce la sua vicenda, durata oltre 2 mesi, il papà di Giorgia e Giovanni, i due bimbi di Basiglio allontanati dalla famiglia dal 14 marzo. L’uomo parla per la prima volta e a Tempi, sotto la tutela dell’ anonimato chiesta per proteggere i bambini, dell’incubo kafkiano iniziato quel 14 marzo, quando i suoi figli sono stati prelevati dai servizi sociali e condotti in due diverse comunità protette. Il motivo? Giorgia sarebbe stata l’autrice di un disegno scandaloso, che ritraeva due bimbi che facevano sesso orale. I contorni di questa assurda vicenda giudiziaria sono lì, in quel disegno di bambina dalle linee dritte e decise. E in cinque firme, che hanno materialmente portato all’allontanamento dei bambini dalla famiglia. Le firme sono quelle della dirigente del comprensorio scolastico di Basiglio, Graziella Bonello, che denuncia il racconto di una maestra, la quale a sua volta riporta le parole di altre mamme della scuola. Dell’assistente sociale del comune Federica Micali, dello psicologo Luca Motta, del responsabile dei Servizi alla persona del comune di Basiglio, Raffaele Fortunato, che da quella denuncia richiedono l’allontanamento dei bambini dalla famiglia. E del pm Maria Luisa Mazzola che, infine, «esprime il nulla osta». Cinque persone hanno firmato senza verificare i fatti, incontrare la famiglia, o almeno i bambini. Solo il 16 maggio, Giorgia, ritenuta completamente estranea alla vicenda – così come il fratello – è tornata a casa. Giovanni dovrebbe raggiungerla oggi. Il ritardo è stato causato dal traffico: il bimbo è arrivato con dieci minuti di ritardo al colloquio con lo psicologo, che doveva firmare il permesso per il rientro. L’ultima ed ennesima assurdità burocratica. Sospira il papà: «Spero che la mia vicenda serva ad altri come esempio, perché delle cose così orribili non accadano più».

Come avete vissuto questi 63 giorni, lei e sua moglie?

«Ci sono sembrati secoli. Avevamo un’amarezza, un dolore, inimmaginabili. Quando tutto è cominciato, era il giorno del compleanno di mio figlio. Pensi cosa significa per un padre e una madre vedersi strappare i figli, all’improvviso, in un momento di festa».

Cos’ è successo quel 14 marzo?

«Quel pomeriggio mio figlio era all’oratorio, festeggiava appunto con i suoi amici. Giorgia era a casa con la mamma. Io ero al lavoro, quando ho ricevuto una telefonata di mia moglie: «Ci portano via i bambini». Ero incredulo. I servizi sociali sono piombati a casa nostra all’improvviso, accompagnati dai vigili urbani. Hanno detto a mia moglie di preparare due valigie, le hanno dato giusto il tempo di mettere dentro quattro cose. Io non ho potuto nemmeno salutarli, i miei figli, prima che li portassero in comunità».

Fino a quel momento non avevate ricevuto nessun segnale allarmante?

«Assolutamente no. Una maestra di Giorgia aveva parlato con mia moglie, durante l’incontro con tutti i genitori per la consegna delle pagelle. In quell’occasione, le mostrò anche il disegno. Mia moglie le rispose subito che era certa non fosse di Giorgia. La maestra, con tono incredulo, le chiese: «E come fa ad esserne sicura?». Mia moglie rispose: «Perché non è la sua scrittura». Pensava che la cosa fosse chiusa lì. Infatti io non ne seppi niente, fino a quel venerdì».

È vero che le maestre hanno mostrato il disegno ad altre mamme della classe di Giorgia, e che una di loro, fin dall’inizio ha ammesso che il disegno era di sua figlia? Perché allora è stata accusata Giorgia?

«Sì, è vero. Bisogna fare chiarezza su questa storia. Credo che all’origine di tutta questa storia ci possano essere i pettegolezzi di alcune mamme. Io sono di origini meridionali, forse c’è stata della discriminazione nei nostri confronti. Il mio avvocato ha avviato ulteriori accertamenti. Ma abbiamo già scoperto che mia figlia era vittima di alcune compagne di classe, che la insultavano per i “denti da coniglio” e perché sarebbe “povera”. Credo che le maestre sapessero bene quello che succedeva in classe, ma mi risulta che, anziché le sue compagne, hanno più volte rimproverato Giorgia, senza motivo».

I servizi sociali non le hanno dato spiegazioni?

«Solo a tarda sera, dopo che i miei figli erano già stati portati via. Mi chiamarono alle dieci e mi dissero che purtroppo c’era questo disegno, dovevano intervenire. Una cosa assurda! Mia figlia era tranquilla, serena. E l’hanno costretta a vivere un’esperienza del genere, uno strappo disumano. Ricordo la prima volta che ci ha rivisti, me e mia moglie: ci è saltata al collo, piangeva. È stato un incubo, un incubo, un incubo».

Dopo quanto tempo avete avuto i primi contatti con i vostri figli? E cosa vi dicevano Giorgia e Giovanni?

«La prima telefonata c’è stata quarantasette giorni dopo quel 14 marzo. Più di un mese e mezzo. Giovanni è stato male. Continuava a ripetermi: «Papà, ma cos’ho fatto?». In tutti questi giorni, ha smesso di mangiare. Vomitava in continuazione. Mio figlio, quello che andava sempre a giocare a calcetto....»

Perché è accaduto tutto questo, secondo lei? Che idea si è fatto?

«Una spiegazione non so darmela nemmeno io. L’avvocato ha iniziato a verificare le responsabilità di questa vicenda e io, per il momento, chiedo solo che non accada ad altri. Non so come sia stato possibile fare un errore del genere. Come ho detto, mio figlio è un ragazzo normalissimo. Ama fare sport... Come si può accusarlo di cose così gravi?»

Come si è comportata la comunità di Basiglio nei vostri confronti, durante questi giorni? Ci sono state anche delle mamme che hanno manifestato a vostro favore…

«Sì, è vero: il comitato delle mamme di Basiglio, che ci hanno espresso la loro solidarietà. Ho notato che erano iscritte tutte le mamme della classe di Giovanni, a differenza di tutte quelle della classe di Giorgia. Il comitato, insieme al nostro avvocato è stato un grandissimo sostegno per noi. Nell’avvocato Antonello Martinez, che ha lavorato gratuitamente per noi, ho trovato davvero un fratello. Vorrei ringraziare tutte queste persone, anche i media».

Come sta Giorgia?

«Quando siamo andati a prenderla, ci è corsa incontro e ci ha abbracciati. Poi mi ha detto: «Papà, facciamo finta che sono tornata da una vacanza. Pregavo tutte le sere di rivedervi». E così abbiamo fatto. Adesso è felice, gioca, va a passeggio. Mi ha persino detto che ha voglia di rivedere presto le sue compagne di classe».

Ci sono tante altre famiglie che come la sua sono state vittime di errori giudiziari. Per la sua esperienza, chi crede abbia atteggiamenti di eccessiva leggerezza, nei casi che riguardano i minori?

«Ci hanno chiamato in centinaia di genitori, per esprimerci solidarietà, e vorrei ringraziare anche loro. Io non so di chi sia la colpa: posso dire che ho sempre avuto rispetto e fiducia nell’operato della magistratura. Non spetta a me giudicare nessuno. Sono stati i servizi sociali, la scuola, altre famiglie? Indagheremo per scoprirlo».

Cosa vi lascia quest’esperienza?

«Mi devo ancora risvegliare da questo lungo incubo. Non credo che nessuno ci potrà ripagare per quello che abbiamo passato. Chiedo solo una cosa, chi sa qualcosa, parli: se qualcuno ammettesse le sue responsabilità, se potessimo avere questa giustizia, io e mia moglie daremmo il nostro perdono. Non portiamo alcun rancore, davvero».

La legge del più isterico, continua Chiara Rizzo. Bimbi tolti ai genitori per accuse infondate, perizie approssimative. Il caso di Basiglio è solo l’ultimo di una serie di orrori giudiziari. Miriam (la chiameremo così), ha solo tre anni quando la sua folle avventura inizia. Miriam è paffutella, allegra, vivace. Abita in un appartamento nel centro di Milano, dove la mamma lavora come portinaia, mentre il papà, Marino V., fa il tassista. Ha un fratellino più grande, che ha un grave handicap, è tetraplegico: perciò i suoi genitori sono sempre molto protettivi nei suoi confronti. Sarà perché è una tipetta vispa, sarà per richiamare l’attenzione di mamma e papà, Miriam inizia a dire parolacce. Un turpiloquio da camionista più che altro buffo sulla bocca di una bimbetta. Però la mamma si preoccupa un po’, vorrebbe non trascurare quel segnale che la figlia le invia, decide di chiedere aiuto a una psicologa di un centro di aiuto ai bambini maltrattati, convenzionato col comune e vicino casa. La psicologa ascolta la storia della donna (Miriam a quel primo incontro non partecipa), poi dà il suo verdetto. Ricorda la mamma: «Mi disse: “Signora, le parolacce di sua figlia sono causate da abusi sessuali subiti dal padre. O denuncia subito lei suo marito, o lo faccio io”». Sembra una storiella tragicomica. Invece è solo l’incipit di un caso giudiziario, cominciato nel 1996 e conclusosi sei anni dopo, che ha sconvolto l’opinione pubblica. Una vicenda agli atti di un tribunale. Esattamente nei termini in cui l’abbiamo ricostruita fino ad ora. Spiega a Tempi l’avvocato Luigi Vanni, difensore del papà di Miriam, Marino V.: «La mamma della bimba si spaventò. Non sapeva cosa fare, ma su pressione della psicologa, pur non credendo alle sue accuse, denunciò il marito. I servizi sociali e il Tribunale dei minori immediatamente tolsero la custodia della piccola non solo al papà, ma anche a lei». Miriam viene portata in una comunità protetta. Per mesi nessuno della famiglia può vederla. Intanto il Tribunale dispone la perizia medica: il verdetto è inequivocabile. «“Compatibile con una violenza carnale”» ricorda a memoria ancora oggi Luigi Vanni. Marino V. è senza appello il mostro: non potrà rivedere più la figlia. Per permettere che Miriam torni almeno a vivere con la madre, i due genitori, pur amandosi ancora, sono costretti a separarsi. Marino V. si autoesilia a Bergamo. La difesa si batte per una contro-perizia, per tre lunghi anni, inutilmente. Alla fine il Tribunale accoglie l’istanza. Il ginecologo che visita Miriam non ha dubbi. La bambina non ha subito alcuna violenza, senza ombra di dubbio: la visita specialistica mostra che ha solo una piccola malformazione congenita. E il primo medico allora? «Controllammo il suo operato» ricorda Vanni. «Emerse un particolare incredibile. Aveva fatto 359 perizie per il Tribunale. Tutte identiche. Tutte con quella medesima formula: “Compatibile con la violenza carnale”». Come se un meccanismo di indagine si fosse inceppato. Non il solo, in realtà. Man mano, emergono dubbi anche sulle accuse della prima psicologa. Infine la sentenza definitiva. Nel dicembre 2000 il pm Tiziana Siciliano proscioglie da tutte le accuse Marino V. e denunzia il «meccanismo infernale» dell’indagine, fondato su «assistenti sociali, periti e poliziotti» di «un’incompetenza che rasenta lo scandalo». Qualche mese dopo il tassista può finalmente tornare insieme alla moglie. La bimba rientrerà definitivamente a casa con i genitori solo nel maggio del 2002. Sei anni dopo la separazione Miriam, a 9 anni, porta sulla sua pelle le cicatrici della malagiustizia. «Per anni ha creduto fosse per colpa sua se non poteva più stare con la sua mamma e il suo papà», prosegue l’avvocato Vanni. «La giustizia minorile si mostrò minorata – prosegue Vanni – e minorata mi sembra ancora oggi, con la vicenda di Basiglio». A Basiglio, da 54 giorni, Giorgia e Giovanni, 9 e 12 anni, sono stati separati dai genitori. Messi in una comunità protetta per un disegno “osé” attribuito a Giorgia: le maestre della bimba e i servizi sociali hanno richiesto procedure d’urgenza, per togliere i minori dalla potestà dei genitori. Senza neanche avvertirli delle accuse che muovevano nei loro confronti. Intanto da Basiglio emergono particolari inquietanti. Dopo i pettegolezzi. «Una mamma», spiega l’avvocato Antonello Martinez, che difende i genitori di Giorgia e Giovanni, «ha riferito di aver parlato con le maestre, prima che queste denunciassero il caso di Giorgia agli assistenti sociali. E aveva detto a chiare lettere che il disegno lo aveva sicuramente fatto sua figlia. Ma, non si capisce bene perché, né le insegnanti, né i servizi sociali del comune le hanno dato retta. Uno scandalo». Uno scandalo che ricorda la vicenda di Marino V., il cui avvocato, Luigi Vanni, nutre nuovi e pesanti dubbi sull’operato del Tribunale dei minori. «La vicenda di Basiglio mi pare inverosimile. Quando ci sono di mezzo i bambini sembra che magistrati e psicologi perdano completamente la testa. In questi procedimenti saltano completamente tutti i paletti che normalmente regolano la giustizia. Il punto è che poi ci vogliono anni prima che il Tribunale dei minori ammetta di aver sbagliato. Ad oggi è sempre più un luogo dove la giustizia sembra esclusa». Sono numerosi i casi in cui quest’istituzione interviene ogni anno sulla potestà dei genitori. Nel 2000 se ne contavano 10.903. Nel 2005, sempre in tutt’Italia, si parla di 14.114 casi, secondo i dati più recenti raccolti da Istat-ministero della Giustizia. Impossibile, ovviamente, stabilire quante di queste vicende siano basate su fatti reali, e quante siano il triste ripetersi dei meccanismi di indagine poco chiari della storia di Basiglio o del tassista milanese. Certo è che le segnalazioni di vicende iniziate con accuse mostruose, poi sgonfiatesi come bolle di sapone, non mancano. Dalla Lombardia al Friuli, al Lazio, alla Sicilia: la malagiustizia è un nervo scoperto che attraversa tutta la Penisola. Siamo nel 1994, a Pordenone. Qui abitano i coniugi G., Anna e Jim (i nomi sono ancora una volta di fantasia) e i loro due figli. La famiglia non è abbiente, vive nelle case popolari, a volte il lavoro manca. La signora G., in seguito ad una depressione, chiede aiuto ai vicini. Questi denunciano il caso ai servizi sociali. «I figli vennero sottratti ai genitori. L’accusa era che il maggiore era obeso, quindi voleva dire che non era abbastanza curato» ricorda Annalisa Del Col, avvocato dei G., che subito fanno ricorso al Tribunale. «Erano una famiglia con problemi economici, che non nascondeva le proprie difficoltà. Ma non c’erano storie di violenze, abusi o abbandono. Si potevano sostenere i G., anziché strappare loro i bambini», prosegue Del Col. La tesi dell’avvocato convince il Tribunale dei minori. A tutto svantaggio dei figli. I bambini tornano a casa, ma solo quattro anni dopo. Ovviamente l’inserimento in famiglia non è semplice. Di conseguenza, i servizi sociali li tolgono una seconda volta ai genitori e nel 2000 li danno in affido ad una coppia di Trieste. Nel 2004, appena diventato maggiorenne, il più grande dei fratelli ritorna a casa. Il fratellino, andato via dalla casa naturale per la prima volta all’età di due anni, non capisce più chi sia la sua vera mamma. Prosegue Del Col: «Il Tribunale dei minori è un tribunale speciale, agisce per sua natura con sistemi poco democratici. Manca il rito del contraddittorio, il diritto alla difesa. Nei procedimenti è previsto che si ascoltino i genitori, prima di prendere iniziativa. Ma questa norma, con la scusa di provvedimenti speciali, non viene mai applicata. Da avvocato che segue sempre casi del genere, dico che si lavora male. La cosa più difficile è far cambiare idea ai giudici. Passano mesi, prima che vengano revocati provvedimenti. C’è un attaccamento pregiudiziale alle proprie tesi, incredibile. Tutto ai danni dei bambini: alla famiglia non viene dato alcun aiuto, spesso». In sostegno a genitori che vivono casi del genere è nata Gesef, l’associazione dei Genitori separati dai figli, composta esclusivamente da volontari. Ha spesso lavorato a fianco di genitori, ottenendo alcune vittorie importanti. «Eclatante il caso di un bimbo romano, che chiamerò Andrea» ricorda il presidente di Gesef, Vincenzo Spavone. «Venne tolto ai genitori, che affrontavano delle oggettive difficoltà. Il papà era in carcere, la mamma spaventata di non riuscire a mantenere il piccolo. Poco dopo che Andrea venne portato in una comunità protetta, suo papà venne liberato per buona condotta. Per mesi i genitori si impegnarono: non mancavano una visita al figlio, rimisero in piedi le proprie attività economiche. Ma i servizi sociali scrissero al giudice che Andrea si rifiutava di vederli. Siamo dovuti andare a riprendere quegli incontri con una telecamera. Il bambino, appena vedeva la mamma e il papà, si divincolava dalle braccia degli assistenti sociali per correre incontro ai genitori». Il giudice ne ha preso atto. Nella sentenza del 2002 – quattro anni dopo l’inizio della vicenda – con cui si stabiliva il ritorno di Andrea a casa, il Presidente del Tribunale dei minori di Roma, Magda Brienza, segnala che «certamente non vi fu sostegno nei confronti della coppia genitoriale, ma solo atteggiamenti oppositivi». Inoltre il giudice, scrive a proposito dei problemi di Andrea a incontrare la famiglia, segnalati dai servizi sociali: “Appare di difficile lettura quanto riferito (...), considerato anche il non facile contesto di svolgimento degli incontri”. «Credo – denuncia Spavone – che dietro certe leggerezze commesse dai servizi sociali e avallate dal Tribunale dei minori, ci sia il terrore di reali abusi, ma è finita che lo Stato si è completamente sostituito alla famiglia. E gli assistenti sociali sono diventati una sorta di poliziotti di quartiere». Il tempo non si restituisce. Di questo stato di terrore che vive da anni la famiglia italiana è esemplare un recente caso di cronaca, che, pur non avendo nulla a che fare con abusi e violenze familiari, fa comprendere la mentalità delle istituzioni che dovrebbero avere cura dei minori. Lo scorso aprile, a Messina, la mamma di una sedicenne che frequenta l’istituto Tecnico Jaci della città, si è rivolta al preside della scuola, per chiedere aiuto. La figlia si rifiutava di andare a lezione, perché vittima di episodi di bullismo. Il preside, per tutta risposta, sconvolto dal vociare della mamma, si è limitato a denunciarla per interruzione di pubblico servizio. In seguito alla vicenda di Miriam, sul tavolo della Procura di Milano, arrivarono nel 2000 diverse lettere, di genitori che avevano subito ingiuste accuse. Una su tutte. «Caro signor procuratore, mi chiamo Corrado L. Sono stato ingiustamente accusato di abusi verso le mie figlie. Le allego la sentenza di assoluzione del Tribunale. Non dimentico ancora i cinque rambo in divisa che hanno perquisito la mia casa e interrogato le mie figlie. Perché infierire per quattro anni su un padre e su due bambine, per poi archiviare tutto? Chi ci rimborserà dei danni, delle spese legali, del tempo rubato, delle notti insonni, delle sofferenze inflitteci?». All’epoca quelle denunce fecero scalpore, poi sul Tribunale dei minori è caduto il silenzio. Fino alla vicenda di Basiglio.

Ora che i fratellini di Basiglio sono a casa mancano solo le scuse di chi ha sbagliato, scrive Federica Mormando. Oggi ci si scarica la coscienza monetizzando tutto, e delegando il conto ai giudici. Oggi, giovedì 22 maggio, dopo che per oltre due mesi è stato sottratto alla famiglia da solerti funzionari dello Stato, il “fratellino di Basiglio” torna a casa. Salvo problemi di traffico. Infatti, mentre la sorellina era rientrata venerdì scorso, la “riconsegna” del fratellino ai genitori è slittata di una settimana perché l’educatore incaricato di portarlo dalla psicologa per un ultimo colloquio si era perso nel traffico di Milano. Da oggi, dunque, l’ansia della famiglia può diminuire o aumentare. Chi s’è visto portar via non sarà più sicuro di poter essere sicuro. Comincia oggi la spiegazione, il racconto, il dipanarsi o incancrenirsi dei grovigli di emozioni e sentimenti. Proprio nella scuola dove è nata, si dovrebbe parlare di tutta questa storia. I fratellini e i loro compagni, con la guida dell’insegnante, dovrebbero ripercorrere l’accaduto, chiarirsi reciprocamente. E la bambina che ha fatto il disegno deve chiedere scusa. È l’unica possibilità non soltanto per la vittima di veder riconosciuto un suo diritto, ma anche per la colpevole di sopportare la propria colpa. Il dovere di tutti quelli che hanno sbagliato, che sono stati incauti e frettolosi è quello di riparare. Subito: chiedendo scusa. Oggi ci si scarica la coscienza monetizzando tutto, e delegando il conto ai giudici. Ma c’è un risarcimento che ogni vittima merita: le scuse di chi ha sbagliato. C’è una pena che non tocca le tasche ma alleggerisce l’animo: riconoscere i propri torti. Che vadano uno per uno, i protagonisti della vicenda, compreso l’educatore in ritardo; vadano dai due bimbi, spieghino e chiedano scusa. Chiedere scusa è un assegno in bianco, un deposito incorruttibile nell’infinito della piccolezza e della grandezza umana. E fa bene, a chi lo fa e a chi lo riceve, insieme sul sentiero malsegnalato che va verso la pace. Federica Mormando psichiatra. 

Mostri” a Basiglio. La strana consuetudine giudiziaria di accusare qualcuno prima di verificare i fatti. «Credo che all'origine di questa storia ci possano essere i pettegolezzi di alcune mamme. Credo che le maestre sapessero bene quello che succedeva, ma mi risulta che hanno più volte rimproverato Giorgia, senza motivo». Così confidava a Tempi (leggi l'articolo) lo scorso maggio il papà dei due fratellini di Basiglio, strappati alla famiglia per 63 giorni per colpa di un disegno scandaloso trovato dalle maestre della bimba. Il vero scandalo sono rimaste le accuse delle insegnanti, basate sul nulla, e le mancate verifiche dei servizi sociali che denunciarono presunti abusi al Tribunale dei minori. Sei mesi dopo, la preside e le maestre di Basiglio hanno ricevuto un avviso di garanzia per falsa testimonianza, ma la vicenda non è affatto conclusa. Non solo perché l’avvocato della famiglia, Antonello Martinez, intende continuare la sua battaglia anche contro i servizi sociali. Soprattutto per quello che drammaticamente insegna questa vicenda. «È un problema di natura educativa» diceva l’avvocato a Tempi, durante quei 63 giorni: «L’istituzione sociale non può arrogarsi il diritto di educare. Pensate se di punto in bianco i servizi venissero a casa vostra e vi togliessero la custodia dei figli». È successo a Basiglio, e in decine di altri casi, conclusi con un niente di fatto. Perché capita in Italia che prima si agisca per via giudiziaria, e solo poi si verifichino i fatti.

Senza giudizio, scrive Rodolfo Casadei. Il costituzionalista Simoncini e l’impasse di un sistema che «ha perso cordialità con la realtà». «I sistemi giuridici richiedono una premessa morale pregiuridica condivisa, un certo accordo sociale. Quando ciò viene meno, la domanda sul rapporto fra diritto e giustizia è estromessa financo dalle università, e la crisi si aggrava». Andrea Simoncini è ordinario di Diritto costituzionale all’università di Firenze e coautore di un denso libro a tre voci, La lotta tra diritto e giustizia. Lì per 272 pagine, insieme al sacerdote e teologo don Francesco Ventorino e al filosofo del diritto Pietro Barcellona, Simoncini si interroga sul fondamento del diritto. Un dibattito alto fra posizioni diverse che è di grande aiuto a comprendere il momento storico che stiamo vivendo: l’attualità politica e la cronaca quotidiana ci rimandano a una duplice crisi del diritto e del suo rapporto con la giustizia. Da una parte vicende come quella di Basiglio, dove il tribunale dei minori smembra una famiglia sulla base di vaghi sospetti, veicolati dagli assistenti sociali e dagli insegnanti di una bambina; dall’altra il persistente appeal politico del giustizialismo, come si evince dai successi elettorali del partito di Antonio Di Pietro e dall’affollamento delle piazze convocate da Beppe Grillo per affilare le armi in vista dei suoi referendum antitutto. Chiediamo a Simoncini di aiutarci a capire l’origine di queste patologie che ci spaventano. «Quando il fondamento delle regole della convivenza diventa incerto, riprende quota inevitabilmente il ruolo del sapiente, del giudice, del capo: il principio che il diritto coincida con la volontà di uno (il sapiente, il potente, l’inviato di Dio) prevale». Perché una famiglia può essere fatta a pezzi impunemente? «Perché oggi la famiglia non è più una realtà che preesiste al diritto; oggi il diritto interviene con la pretesa di ridurre la relazione familiare a un rapporto obbligatorio di natura giuridica. È una conseguenza del fatto che un ultimo aggancio del diritto a un criterio di giustizia si sta perdendo». Lo stesso vale per il giustizialismo: «Il successo elettorale delle posizioni giustizialiste fa leva da un lato su una condizione di illegalità molto diffusa, dall’altro sull’idea di avere finalmente un “capo” che decide al posto nostro, a cui delegare la decisione. È una deriva pericolosissima per l’idea stessa di diritto, perché il parametro su cui si misura la dignità non è più oggettivo, ma soggettivo». «Certamente la famiglia può essere luogo di delitti, ma il problema è che il diritto non trova più gli strumenti adeguati per intervenire in questi casi. In una realtà come la famiglia non si può entrare con gli stessi strumenti con cui ci si occupa delle associazioni criminali dedite all’estorsione o al narcotraffico. Fa ribrezzo l’idea che esistano strumenti giuridici universali che vanno bene per tutti i fenomeni sociali, dalla famiglia all’associazione criminale. Noi dobbiamo differenziare i modi con cui si attua il principio di giustizia a seconda delle condizioni in cui ci troviamo. Oggi, poiché non ci sono strumenti per affrontare quel mondo così delicato che è la relazione interpersonale, si innescano due fenomeni: o lo scaricabarile, cioè nessuno vuole avere l’ultima responsabilità (come a Basiglio); oppure si vuole che ci sia un capo che decide tutto, anche qual è il rapporto morale dentro a una famiglia. Oggi la legislazione sulla giustizia in Italia su questi temi è una delle più arretrate nel mondo. Non abbiamo più una sensibilità cordiale nei confronti dei fenomeni sociali, prevale la pretesa illuministica di stabilire con una lama chi ha ragione e chi ha torto davanti a un giudice».

Una pura spaventosa formalità, scrive Chiara Rizzo. Il tribunale dei minori e i servizi sociali di Basiglio hanno tolto i piccoli Giorgia e Giovanni ai genitori. Per un disegno hard. Basiglio è un piccolo centro a sud di Milano, con una popolazione di circa 8.500 persone. Un comune molto ricco, che comprende nel suo territorio il quartiere residenziale Milano 3. Un centro, a sua volta, super residenziale: parchi, laghetti, case ampie, luminose, curate. Un angolo di Svizzera. Che però dallo scorso 14 marzo è nell’occhio di un ciclone infernale. Quel giorno due bambini di 9 e 12 anni, che chiameremo coi nomi di fantasia con cui sono balzati all’onore delle cronache, Giorgia e Giovanni, sono stati allontanati dai genitori,per essere trasferiti in due diverse comunità protette. Il motivo è un disegno trovato sotto il banco della bimba dalla maestra della scuola elementare di Basiglio. Vi è ritratta una bambina accovacciata accanto a un bambino. A stampatello, una scritta cruda: “Giorgia fa sesso orale con suo fratello tutte le domeniche per 10 euro”. Da quando della vicenda ha parlato il Corriere della Sera, Basiglio è sotto l’assedio dei giornalisti. Ma quello che più ha sconvolto gli abitanti di questo tranquillo centro non è l’attenzione mediatica. Basta farsi un giro se non su quella reale, sulla piazza virtuale, il forum del quartiere Milano 3, dove vive la famiglia di Giorgia: «Non ci sono prove, non c’è stata nessuna sentenza, ma i bambini sono stati portati via dai loro genitori. Pazzesco, può succedere a chiunque, siamo proprio nel Burundi», si legge in un commento. E gli altri sono dello stesso tenore. A entrare nei meccanismi di questa vicenda, si comprende lo stupore e il dramma non solo di chi abita in queste zone, ma della stessa famiglia protagonista. Entrambi i genitori lavorano, e fino a metà marzo la famiglia conduceva un’esistenza dignitosa, tranquilla. Persone normali, di cui tutti hanno sempre parlato bene: persone come tante, come molti di noi, nel resto del paese. Dal ritrovamento del disegno a quel fatidico 14 marzo erano passate già alcune settimane. A fine febbraio (ma la data non è mai stata verificata) la maestra di Giorgia, III elementare, rimane incuriosita quando vede la bambina e un’amichetta concentrate su un quadernetto. Lo controlla, tra le pagine trova quel disegno e anche un altro, ugualmente raggelante. L’amichetta di Giorgia, proprietaria del quaderno, nega. Da una chiacchierata con le bambine, vista anche la reazione intimidita di Giorgia, la maestra deduce che sia quest’ultima l’autrice del disegno, in una sorta di terribile denuncia. Dopo di che, sulla vicenda cade il silenzio. A fine febbraio, gli insegnanti incontrano i genitori per la consegna delle pagelle. È in quella occasione che per la prima volta la maestra di Giorgia parla con la mamma della bimba: le mostra il disegno. La mamma non ha dubbi: «Non l’ha fatto mia figlia, lei non disegna così. Anche la scritta: non è la sua grafia». Per una seconda volta, cade di nuovo il silenzio. Fino a quel venerdì di metà marzo, due settimane dopo. Quel giorno, Graziella Bonello, la direttrice del comprensorio scolastico di Basiglio, la scuola di Giorgia, invia un fax ai servizi sociali del Comune. Denuncia gravi abusi ai danni della bimba, riportando le accuse della maestra. L’assistente sociale, lo psicologo e il responsabile dei Servizi alla persona del Comune, quel giorno stesso, forse solo a poche ore dal primo fax, inviano una segnalazione (preceduta da una telefonata) alla procura del tribunale dei minori. Chiedono l’allontanamento dei bimbi dalla famiglia. Poco dopo, ricevono il nulla osta firmato dal pubblico ministero. Nel giro di poche ore è già tutto risolto: davvero un’efficienza elvetica. A parte il fatto, certo, che dal primo fax al nulla osta i bambini non sono mai stati sentiti da alcun esperto, nemmeno dallo psicologo che firma la richiesta. Non viene mai contattata la famiglia, nemmeno per un chiarimento, o per dare un’occhiata ai famosi disegni. Ci risulta che lo dichiarino a chiare lettere gli stessi servizi sociali nella richiesta al pm, spiegando di non ritenere possibile un colloquio tranquillo. E che lo abbiano ribadito una seconda volta, anche tre giorni dopo, in un nuovo documento inviato al pm: si premurano di specificare, inoltre, di non aver mai ricevuto segnalazioni che evidenziassero situazioni di disagio sociale o di aver saputo, dalla scuola, di situazioni problematiche della famiglia. Intanto quel 14 marzo Giorgia, Giovanni e i loro genitori, con una scusa, sono convocati al comune di Basiglio. Lì ci sono già le forze dell’ordine, che prelevano i bambini. Quando agli inizi di aprile Giorgia ricostruisce quella giornata davanti al giudice del tribunale dei minori, ricorderà di aver visto la mamma disperata e di averla sentita minacciare di buttarsi dal balcone. Per quarantuno lunghi giorni, non saprà di avere ancora una mamma: l’ha rivista per la prima volta lo scorso 24 aprile, quando finalmente ha potuto consegnare ai genitori due disegni che aveva preparato. Raffigurano un orsetto, con le ciglia e la boccuccia aperta, circondato da cuoricini. Con una scritta: “Ti voglio bene mamma. Ti voglio bene papà”. Niente di più lontano dai due disegni al centro della vicenda. Il giudice e le «rilevanti perplessità». Sempre davanti al giudice, la bimba nega a chiare lettere di essere l’autrice. Anzi, dà, con le sue parole semplici e ingenue, una prospettiva diversa da quella iniziale. Giorgia spiega di averlo detto subito, sia alla maestra che alla mamma, che il disegno l’hanno fatto due compagne di classe: «Mi prendono sempre in giro perché ho i dentoni». La insultano perché la mamma lavora come donna delle pulizie, e perché ha una macchina vecchia e rotta. Si tratta di una Golf, non propriamente una carretta, che forse sfigura davanti a qualche Suv. Sono, anche questi, particolari che aiutano a definire meglio i contorni di questa storia. Torniamo alla vicenda giudiziaria. Dopo aver firmato il nulla osta, lo scorso 19 marzo il tribunale dei minori apre formalmente un processo per confermare il trasferimento in comunità. È in questo ambito che sono ascoltati i bambini (anche il fratello di Giorgia, Giovanni, che nega ripetutamente e con tutte le sue forze di aver mai fatto qualcosa del genere alla sorella, lui che non ha nemmeno mai visto un film o sfogliato una rivista porno, e che passa il suo tempo giocando a calcio e alla playstation) e la preside da cui è partita la denuncia. La quale, davanti al pm, spiega che nemmeno lei ha mai contattato direttamente la mamma di Giorgia, prima di fare la denuncia: si è limitata ad ascoltare quello che raccontavano altre mamme della scuola. Rispetto ai disegni, il giudice ha espresso «rilevanti elementi di perplessità» e ha ammesso che «non si può escludere che i disegni siano stati fatti solo in parte dalla bambina, o addirittura che non ne abbia fatti». I periti del tribunale che dovranno riesaminare i disegni sono stati nominati il 28 aprile, quarantacinque giorni dopo l’inizio di tutto. Le perizie della difesa. Al momento quei disegni sono già stati esaminati dai due consulenti della difesa. Laura Guizzardi, grafologa e perito calligrafo iscritto all’albo delle consulenze del tribunale di Milano, non ha il minimo dubbio. «Lavoro principalmente sulle grafie. Bene: la scrittura non è della bambina. Si capisce da numerosi dettagli. Ad esempio: la grafia di Giorgia scorre verso destra, è morbida, si espande. Quella vicino ai disegni è assolutamente diversa: è rigida. Sembra di paragonare una pera a una mela». Marco Casonato, professore di Psicologia dinamica all’Università di Milano Bicocca, esperto di psicologia infantile, ha dato il suo parere sui disegni: «Escludo che siano di Giorgia. Da alcuni tratti, anzi, ipotizzo che quei disegni li abbiano fatti piuttosto dei maschietti. Mi si obietterà: ma com’è possibile che un bimbo di otto anni possa inventarsi delle cose così morbose? Guardi: basterebbe che qualcuno in classe avesse visto una delle ultime puntate del Grande Fratello, dove si parlava diffusamente di sesso e preliminari. Avrebbe imparato tutto quello che c’era da sapere. Si è messo in moto un meccanismo che fa rabbrividire. Poniamo, per assurdo, che quei disegni fossero stati di Giorgia. Dal punto di vista psicologico sarebbe stato meglio consentire ai genitori di intervenire nell’educazione dei figli. Si dovevano informare i genitori: erano loro a dover intervenire per primi. Invece il tribunale si è arrogato il diritto di fare lui da genitore. Ma soprattutto sono i servizi sociali ad aver sbagliato: hanno agito con mano pesante per ignoranza. Mera ignoranza. È un problema di mentalità. Sono abituati a comportarsi così». «Siamo davanti a un caso dell’assurdo», secondo l’avvocato della difesa Antonello Martinez. «Anzitutto i disegni: si vede a occhio che non sono quelli soliti di Giorgia, non occorre essere periti. Si riesce a distinguere una mela da un cavolfiore anche senza una laurea in agraria. Lo stesso giudice è perplesso. Ma il punto è che questo è un problema di natura educativa. L’istituzione sociale non può arrogarsi il diritto di educare. Ci troviamo di fronte a una famiglia come tante. Pensate se di punto in bianco i servizi venissero a casa vostra e vi togliessero la custodia dei figli. Senza avervi nemmeno spiegato qual è il problema». La preside, che Tempi ha cercato per un commento, si trincera dietro un comunicato stampa: «Il consiglio d’istituto respinge con sdegno le diffamanti affermazioni» pubblicate in generale sulla stampa. Per conto dei servizi sociali del suo Comune parla il sindaco di Basiglio, Marco Flavio Cirillo, che gioca allo scaricabarile. «È un fatto grave. Io conosco la famiglia, sono persone degnissime. Ma come si può anche solo pensare che i servizi sociali siano i cattivi, che vengono a togliere i figli in modo irruento a un padre e a una madre? È stato deciso tutto dal tribunale dei minori, i servizi hanno seguito solo delle direttive. Quindi mi chiedo: perché il ministro Roberto Castelli voleva eliminare con una riforma il tribunale dei minori? È questa la domanda che dobbiamo porci». L’avvocato Martinez smentisce: «Il sindaco può pensare quello che vuole. Ma verba volant, scripta manent. Lo dicono gli atti. La richiesta di allontanare i figli dai genitori è partita proprio dai servizi sociali, che non hanno voluto fare nemmeno una verifica». Al momento in cui scriviamo, l’avvocato della difesa ha appena messo agli atti la deposizione di un genitore della scuola. Dichiara di aver ricevuto a sua volta la confessione della mamma di una compagna di classe di Giorgia: sarebbe sua figlia l’autrice del disegno. Dopo 45 giorni Giorgia e Giovanni sono ancora in comunità diverse. Il maggiore, anzi, ne ha già cambiate due. Passerà ancora del tempo prima che si concludano le varie perizie, appena commissionate. Ancora di più prima di giungere a una sentenza definitiva. Intanto i fratellini hanno incontrato i loro genitori solo una volta. Questa storia, iniziata con un disegno e un’accusa inappellabile, non può chiudersi che con una domanda. Chi pagherà per tutto il dolore dato a due bambini, alla loro mamma e al papà?

E poi, durante l'affidamento, cosa succede?

PER ESEMPIO. PARLIAMO DE "IL FORTETO".

Il Forteto, un lager protetto da magistratura e sinistra, scrive Luigi Santambrogio su “La Nuova Bussola Quotidiana”. Di solito succede il contrario. Di solito, le denunce di violenze su minori e bambini producono sentenze sommarie e condanne infernali, salvo poi, qualche anno dopo decretare il liberi tutti e senza neanche troppe scuse ai mostri presunti e innocenti di ritorno. Magari post mortem, come è successo a Modena, dove un’intera famiglia è stata decimata dai giudici con l’accusa infamante di  pedofilia e satanismo per poi scoprire che non era vero niente. Ecco, di solito accade così, ma non questa volta. Succede a Firenze, dove si sta concludendo il processo a Rodolfo Fiesoli e alla sua banda, accusati di aver per decenni violentato e tenuti come schiavi i ragazzini affidati alla comunità il Forteto. Abusi e maltrattamenti «di eccezionale gravità », li ha definiti il pm Ornella Galeotti che proprio per questo ha chiesto condanne severe (quasi 200 anni) per 21 dei 23 imputati: in testa (chiesti 21 anni di reclusione) il "Profeta" Rodolfo Fiesoli, accusato «per la sua capacità di condizionare e plagiare la vita delle persone», di maltrattamenti «praticati come regola di vita» e di abusi sessuali anche su minori. Nella requisitoria del pubblico ministero, ci sono anche sorprendenti passaggi a svelare la fortissima trama di connivenze istituzionali, giudiziarie e complicità politiche (tutte a sinistra) che hanno protetto il Forteto, dove i maltrattamenti agli ospiti della comunità erano «regole di vita». Durissimo l’attacco del pm anche alla magistratura e ai servizi sociali. «Per alcuni decenni in Toscana si è verificato un fenomeno rispetto al quale le leggi dello Stato hanno subìto una sospensione», ha accusato Galeotti. Lo scandalo, infatti, sarebbe potuto scoppiare già nel 1978 quando Gabriele Chelazzi, magistrato rigoroso, accusò e fece arrestare Fiesoli e il suo vice Luigi Gofredi, una specie di ideologo criminale, per atti di libidine: nell'85 i due furono condannati in via definitiva per alcune delle accuse. Nonostante ciò e sebbene i due si fossero spacciati per psicologi plurilaureati in Svizzera (Fiesoli ha la terza media e Goffredi non è laureato), una parte rilevante dell'opinione pubblica infamò il processo come «un complotto di cattolici integralisti». Per una sorta di «allucinazione collettiva» (sono sempre parole del pm), il Forteto ha continuato a riscuotere «fiducia incondizionata », a essere definito «una eccellenza educativa». In questi anni, le istituzioni, come i Comuni e il Tribunale dei Minori, non hanno mai cessato di affidare alla cooperativa minori in difficoltà, ignorando anche la sentenza del 2000 della Corte europea dei diritti dell'uomo che segnalava gravi anomalie dentro la comunità di Vicchio. «Questa falsificazione della realtà», ha ricordato il pm, «è costata molte sofferenze». Al Forteto c’era l'ossessione del sesso. Fiesoli, celebrato guru di teorie educative fondate sulla pedofilia e l’esercizio imposto dell’omosessualità, è stato il “Profeta”, il re, il capo, il simbolo del Forteto, ma non avrebbe mai potuto regnare sulla comunità, né attuare quello che l'accusa definisce il suo programma criminoso senza il concorso degli altri collaboratori imputati, «anime belle che credevano che avesse strane facoltà», come ha definiti il pm. Che hanno costruito un inferno popolato di ossessioni sessuali, e da ragazzini ridotti in schiavitù, obbligati a sottostare a rapporti omosessuali e pestaggi. Il momento peggiore, ha raccontato agli investigatori una delle vittime, era l’essere spediti al “forno”, cioè la stanza delle punizioni, da dove spesso, provenivano le urla delle vittime. Nessuno degli altri ospiti poteva provare a difendere il malcapitato, altrimenti, sarebbe stato sicuramente il prossimo. La sveglia per i ragazzi suonava alle quattro del mattino, ogni telefonata degli stessi veniva trasmessa da un altoparlante così che potesse essere ascoltata da tutti. Insomma, un lager. Nulla a che vedere con quel paradiso tra le colline toscane come ancora oggi la struttura del Forteto appare nelle foto. Ora toccherà agli avvocati degli imputati difendere l’indifendibile e poi il processo si potrà finalmente chiudere. E tuttavia ancora mancherà qualcosa alla piena verità e giustizia. Violenze e abusi sui ragazzini, irregolarità nella gestione, intimidazioni ai soci e operazioni finanziarie spericolate: al Forteto tutto questo è andato avanti per trent’anni in serena e imperturbabile tranquillità grazie alle coperture politiche della sinistra e al padrinaggio affaristico della potente Lega delle Cooperative. Per loro la comunità di Vicchio rappresentava una sorta di santuario dei miracoli dove il “Profeta” esercitava le sue teorie di liberazione sessuale. Big e leader di Botteghe Oscure, presidenti di Provincia, sindaci e assessori di sinistra facevano a gara ad arrivare al Mugello per baciargli la pantofola e, pur consapevoli delle condanne a carico dei gestori, hanno continuato a frequentare e a sponsorizzare la struttura. Rosy Bindi, Susanna Camusso, Livia Turco, Antonio Di Pietro, Piero Fassino, tra gli altri, son passati  da qui senza mai aver nulla da ridire. Nel gruppone dei supporter c’era anche l’attuale sindaco di Milano, Giuliano Pisapia: è stato difensore del Fiesoli nel processo conclusosi con una condanna per pedofilia e alla fine degli anni '90 entrava nel comitato scientifico della fondazione Il Forteto. Antonio di Pietro, invece, si distingue per aver scritto la prefazione al libro Il Forteto nel 1998 descrivendo la struttura come un vero paradiso terrestre. Ecco, una volta punito Fiesoli e la sua banda, si dovrà pure chiedere chiarimenti anche a questi complici che paiono aver dimenticato l’imbarazzante amico e “Profeta”.

La storia degli abusi del Forteto e dei cattivi scolari di don Milani. Come è stato possibile che per 35 anni un guru violento, odiatore della famiglia, sia stato difeso dalla sinistra, scrive Nicoletta Tiliacos su ”Il Foglio”. Molti elementi, alcuni incredibili, rendono unica la storia degli abusi consumati per decenni nella comunità e cooperativa agricola del Forteto di Vicchio, nel Mugello. Luogo che dal 1977 accoglie bambini e adulti in difficoltà e che si è rivelato una sorta di inferno dei vivi, come ora risulta anche dalla relazione – votata all’unanimità nello scorso gennaio – della commissione d’inchiesta istituita dalla Regione Toscana, oltre che dal nuovo processo tuttora in corso a carico del suo responsabile, il settantunenne Rodolfo Fiesoli, di Prato (in carcere dal 2011) e di ventidue suoi collaboratori. Unica e incredibile è la cecità di chi doveva garantire l’affidabilità del Forteto. Stiamo parlando di giudici del tribunale dei minori, di assistenti sociali, di Asl, di amministrazioni locali, regione compresa, che in trentacinque anni hanno elargito fondi alla comunità di Fiesoli, dello stesso mondo delle coop. Ma anche di politici, giornalisti, sociologi, educatori e circoli cattolici progressisti che hanno avallato il mito del Forteto. Santificato in una messe di pubblicazioni, tra cui alcuni saggi editi dal Mulino. Nel 2003 c’era stato “La strada stretta: storia del Forteto”, del ricercatore   Nicola Casanova, con prefazione dello storico Franco Cardini, mentre nel 2008 è uscito “La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, Don Milani e il Forteto”, sempre a cura di Casanova e di Giuseppe Fornari. Nella pagina di presentazione della Fondazione del Forteto, si dice che il volume traccia “un parallelismo tra l’esperienza educativa di don Lorenzo Milani e l’esperienza di solidarietà e accoglienza della comunità del Forteto: in entrambi i casi l’attenzione per i dimenticati, per gli ultimi, si è rivelata la più grande forza in grado di conferire dignità e significato all’essere umano”. Parole che spiegano perché il Forteto abbia goduto, per tanto tempo e nonostante tutto, di un’illimitata apertura di credito presso l’intellighenzia progressista italiana, laica e cattolica. Molto si deve proprio alla sua aura di depositario dell’eredità educativa e antiautoritaria di don Lorenzo Milani, cioè dell’animatore della scuola di Barbiana (siamo sempre nel Mugello) e celebrato autore di “Lettera a una professoressa”. Quell’apertura di credito, in modo ingiustificabile, non ha vacillato nemmeno dopo che Fiesoli, nel 1979, subì una condanna a due anni di carcere per atti di libidine violenta, corruzione di minorenne e maltrattamenti (sentenza passata in giudicato nel 1985). Il giudizio faceva seguito al lavoro di indagine dell’allora magistrato inquirente Carlo Casini – futuro fondatore del Movimento per la vita – e del suo collega Gabriele Chelazzi, poi sostituto procuratore all’Antimafia, morto nel 2003. Nel 1978, i due magistrati avevano acquisito le testimonianze di persone passate per il Forteto che avevano subìto abusi e avevano assistito a violenze su bambini e adulti. Era l’iniziazione alla quale Fiesoli sottoponeva i suoi ospiti, teorizzandone il valore “liberatorio”. Il guru del Forteto, che all’epoca negò tutto, uscì dal carcere nel giugno del 1979. “E proprio in quelle stesse ore – ha scritto lo scorso 20 ottobre il quotidiano la Nazione – il tribunale dei minorenni allora guidato da Giampaolo Meucci gli affida un bambino down, un segnale chiarissimo di quale parte avrebbe tenuto quell’istituzione in quel momento e negli anni successivi”. Meucci, ricorda il vaticanista Sandro Magister sul suo blog Settimo Cielo, era “grande amico di don Milani” e continuava a ritenere il Forteto una comunità “accogliente e idonea” (alla vicenda Magister ha dedicato diversi articoli, tra cui l’utile cronologia: “Cattivi scolari di don Milani. La catastrofe del Forteto”). Ma accanto a Fiesoli si sarebbe schierata anche la rivista cattolica progressista Testimonianze, fondata dal sacerdote fiorentino Ernesto Balducci. Solo due settimane fa, è tornato alla luce, dopo una lunga e misteriosa sparizione, il fascicolo processuale del 1978 con le testimonianze raccolte da Casini e Chelazzi. La Nazione cita, tra le altre, quella di una coppia di Prato: “E’ successo due o tre volte che nel corso delle riunioni egli (Fiesoli, ndr) si sia tirato giù i pantaloni e le mutande, prendendosi in mano il membro e mostrandolo, secondo lui doveva essere un gesto disinibitorio”. E’ l’inizio, prosegue il quotidiano, “di un racconto choc fatto di divieti ad avere rapporti sessuali fra coniugi, di richieste di rapporti omosessuali, di riunioni collettive per guardarsi reciprocamente i genitali, di parolacce, di insulti, di inviti a picchiare i propri genitori. E qui torna anche l’altro lato emerso nell’inchiesta di oggi: ‘Tra le cose che secondo il Fiesoli bisognava fare c’era rompere con la famiglia. A me disse che non sarei stata libera da mia madre finché non l’avessi picchiata’”. Per capire che cosa siano quelle che al Forteto erano dette “famiglie funzionali”, leggiamo anche ciò che scrive Armando Ermini sul blog fiorentino Il Covile, diretto da Stefano Borselli, che negli anni ha sempre seguito con attenzione la vicenda: “Se c’è una cosa chiara fin da subito, è l’odio totale per la famiglia nutrito dai leader della comunità del Forteto. Si faceva in modo che i ragazzi affidati non avessero più alcun contatto con la famiglia d’origine, si faceva loro credere di essere stati abbandonati nel più completo disinteresse, si incentivava in loro ogni tipo di rancore e di rivalsa affinché ogni ponte col passato fosse tagliato… le coppie affidatarie erano in realtà composte da estranei privi di legami affettivi fra di loro. E anche quando nella comunità ne nasceva uno, vi era l’assoluto divieto di costruire qualsiasi simulacro di vita di coppia. I rapporti eterosessuali erano osteggiati in ogni modo, e fra maschi e femmine esisteva una separazione assoluta. La così detta famiglia funzionale, geniale invenzione di Rodolfo Fiesoli, poteva significare qualsiasi cosa ma non aveva nulla a che fare con la famiglia naturale e nemmeno con un suo qualsiasi surrogato”. Ma allora, si chiede Ermini, “perché i giudici deliberavano di affidare i bambini alle non coppie del Forteto? Perché i servizi sociali indicavano come affidabili queste non coppie? Perché per giornalisti, scrittori, sindacalisti, politici, preti, il sistema Forteto era additato come esempio? Perché la Regione Toscana lo favoriva in ogni modo? La risposta, credo, può essere una sola… quantomeno era condivisa la concezione secondo la quale la famiglia naturale era il problema, un luogo di oppressione destinato ad essere soppiantato da altre forme di aggregazione fra individui, o comunque un istituto da modificare in profondità nel suo significato tradizionale”. Senza l’ideologia che l’ha originata, nutrita e protetta – quella della famiglia nemica, da disintegrare e neutralizzare – la vicenda del Forteto non si capirebbe (in Francia quell’ideologia nel frattempo è diventata, con il ministro Peillon, la missione della scuola). Il suo presupposto, leggiamo nella relazione della Regione Toscana sul Forteto, è che “la coppia e la famiglia comunemente intese rappresentano luogo di egoismo e ipocrisia inadeguato all’educazione dei giovani ai valori di uguaglianza, altruismo e solidarietà. Solo disaggregando l’unità familiare, secondo quanto asserito da Fiesoli… ci può essere il perseguimento di tali valori”.

Scandalo Forteto, dove si stupravano i bambini: le protezioni in Parlamento e nella Magistratura, si legge sul sito di Magdi Cristiano Allam. Dice don Stefano – ex amico del “profeta”, che Fiesoli «è un uomo affascinante e potente, consapevole del proprio carisma», capace «di percepire nelle persone i loro punti deboli», un uomo che gode di «rapporti con personaggi politici». Gli atti dell’inchiesta raccontano scene di sesso (estorto con la forza fisica o con la crudeltà psicologica), punizioni corporali, «stupri psicologici» di fronte agli altri (negli anni Novanta si ricorda il figlio di un magistrato che fu fatto mangiare a 4 zampe da una ciotola come fosse un cane: così raccontano due vittime). E parlano di controlli inesistenti dei servizi sociali. Perché questo? Per gli stretti legami che univano il Forteto alla gang politica al potere in Toscana. Un’informativa della polizia, datata marzo 2011, conferma l’esistenza di questi intrecci politici con chi doveva controllare e non ha controllato: «Fiesoli creava le famiglie a suo piacimento. I nuovi arrivati vengono affidati legalmente dal Tribunale a una coppia di genitori ma non è detto che siano poi cresciuti ed educati dalle persone a cui sono stati legalmente affidati. I servizi sociali, negli ultimi anni, si sono fidati dei soci del Forteto e anche se ogni tanto si presentavano in loco a fare delle visite non effettuavano dei veri e propri controlli. C’era spesso Fiesoli ad accoglierli e trascorreva tutto il tempo con loro». L’11 febbraio scorso è però un assistente sociale (il cui nominativo, a differenza di altri, non risulta nell’agendina telefonica sequestrata al Fiesoli) ad avvisare i carabinieri di Vicchio: «Un minore mi ha parlato di rapporti omosessuali». Nel medesimo giorno i carabinieri vengono contattati dall’avvocato Coffari che sostiene di aver presentato i primi esposti contro Fiesoli. C’è poi la storia di una famiglia che osò denunciare Fiesoli e la sua banda, e che mette in luce un inquietante sistema di connivenze e intrecci tra politica, magistratura e inquirenti: agli atti risulta l’esposto che i genitori fanno nel 2002 contro l’ex comandante della stazione di Vicchio accusato di non fare indagini sul Forteto e la coppia si ritrova indagata per calunnia dalla procura allora diretta da Ubaldo Nannucci. La cosa incredibile è che, perquisendo la sede del forteto, è stata trovata la copia dell’esposto che la coppia di coniugi aveva scritto contro Fiesoli e che era indirizzato al Comune di Santa Maria a Monte (Pisa), al prefetto di Pisa e al Tribunale dei Minori. Chi ha fornito – cosa gravissima – copia dell’esposto all’accusato? Il Prefetto? Improbabile. Il tribunale dei minori? Forse ( e poi capirete perché). Qualche politico del Comune di Santa Maria a Monte (Pisa)? Forse. E non finisce qui, nella casa del Fiesoli è stata trovata anche la copia del verbale di una denuncia che una minorenne fece all’Ufficio Minori della Questura di Firenze l’11 gennaio 1997. Nella «Fondazione Il Forteto» siedono diverse personalità. Nell’atto si legge che il comitato scientifico è stato nominato dal Cda della Fondazione Il Forteto il 9 settembre 1998 ed era allora composto tra l’altro dall’ex presidente del tribunale dei minori Gianfranco Casciano, dall’ex giudice minorile Antonio Di Matteo, dall’onorevole del Pd Eduardo Bruno, dal professore Giuliano Pisapia (oggi sindaco di Milano,che poi curerà il processo della Cassazione che condannò Fiesoli nel 1985), dall’ex pm Andrea Sodi, da Mariella Primiceri, allora a capo dell’Ufficio Minori della questura di Firenze. Nell’elenco figura anche Tina Anselmi. I nominativi appena elencati risultano nell’agendina di Fiesoli, che è stata sequestrata dai carabinieri. Di magistrati, tra cui Sodi, parlano alcune vittime nei verbali anche se l’ex pm ha spiegato di non aver mai dato informazioni a Fiesoli. Ci si domanda perché tali personalità non siano sotto indagine. Perché Pisapia facendo parte del Comitato scientifico dell’associazione, non è indagato come corresponsabile di quello che avveniva al Forteto? Cosa sapeva e ha taciuto? Scrive il Corriere Fiorentino che un riferimento all’onorevole Bruno viene trovato nelle carte sequestrate nella casa di Fiesoli: si tratta di una copia della lettera dell’ex onorevole indirizzata all’onorevole Scozzari (probabilmente Giuseppe Scozzari, eletto nell’allora Ppi). Bruno sollecita il collega a non dare credito a un’interrogazione parlamentare del 1999 contro il Forteto perché è «un compendio di falsità e di accuse infamanti nei confronti della Magistratura e della cooperativa il Forteto». Sempre in un verbale di una delle vittime si trova il nome di Di Pietro: il numero di telefono del fondatore dell’Idv risulta nell’agendina del Fiesoli e l’ex pm, che in quel momento sta correndo per vincere le elezioni nel Mugello contro Giuliano Ferrara, ha firmato la prefazione al libro «Il Forteto» scritto da Lucio Caselli. Nella richiesta di arresto la Procura parla di due realtà: quella «interna», dettagliata nei racconti delle presunte vittime, e quella «esterna» e pubblica. Una specie di doppio binario che, argomentano gli inquirenti, ha permesso di trovare credibilità istituzionale tanto che Fiesoli ha partecipato a Palazzo Vecchio all’evento TEDx lo scorso anno, e il suo intervento — registrazione compresa — è finito agli atti dell’inchiesta. Il giorno dopo l’arresto di Fiesoli, il 22 dicembre scorso, la polizia scrive «di essere stata contattata telefonicamente da (omissis, ndr) che riferiva che il presidente della cooperativa aveva contattato la Cgil invitando a riferire agli attuali lavoratori del Forteto che avevano presentato denuncia, che sarebbero stati licenziati». Agendine, numeri di politici, protezioni politiche e interventi di sindacalisti e cooperanti. Un intreccio mafioso di potere. Se Fiesoli è sotto processo, perché non lo sono i suoi protettori? Una cooperativa agricola o una setta di maniaci? Perché i politici appoggiano il Forteto? La struttura toscana è stata scenario di abusi sessuali su minori per ben trent’anni. Che cos’ha fatto il governo? Niente, anzi no, molti politici hanno reso visita al Forteto e supportato le attività del Fiesoli, capo della struttura. A far paura non sono solo le violenze subite dai bambini affidati al Forteto, ma anche il silenzio e l’appoggio del governo.

Le ultime notizie non consolano per nulla: dopo 14 mesi di ispezioni, il ministero dello Sviluppo Economico ha deciso di non commissariare la struttura. Renzi dovrebbe essere molto ben informato della vicenda che ha luogo nelle sue terre toscane. Chissà se il premier, oltre che cambiare l’Europa, prenderà dei provvedimenti anche nel caso Forteto … le vittime della cooperativa, che gli hanno spedito una lettera, lo sperano molto. Tatiana Santi de “La Voce della Russia” si è rivolta per un commento sulla triste vicenda ad Alessandro Fiore, membro del direttivo dell’associazione ProVita, che ha lanciato una petizione a sostegno delle vittime del Forteto.

Che interessi ci sono dietro al Forteto? Perché i politici a suo avviso non hanno preso provvedimenti nonostante le testimonianze delle vittime?

«Questa è la domanda centrale che ci da la chiave di tutto. In effetti, com’è possibile che dagli anni ’70 fino ad oggi siano andati avanti abusi di ogni tipo, addirittura con atti clementi da parte del tribunale dei minori e dei servizi sociali? Rodolfo Fiesoli, il cosiddetto “profeta”, era molto abile a cercare contatti anche tra persone molto potenti, parliamo di politici, magistrati e personaggi dello spettacolo. Nelle testimonianze si punta su questo problema, cioè che molti politici andavano lì, appoggiavano il Fiesoli, cantavano le lodi del Forteto, scrivevano insieme a lui dei libri. In cambio di cosa? Io direi non solo dei formaggi della cooperativa agricola, ma purtroppo anche per prestazioni di altro tipo che si possono ben immaginare».

Qual è lo stato attuale della vicenda? Sembra che la cooperativa non sarà commissariata. Il Forteto quindi è tuttora aperto?

«Il Forteto non è mai stato chiuso. Dopo che sono stati presentati all’opinione pubblica i fatti, anche grazie a diverse trasmissioni televisive, negli ultimi tempi pare non ci siano stati affidamenti di minori. La struttura però è rimasta aperta e noi sappiamo da varie fonti che all’interno ci sono ancora almeno due bambini, tra cui un disabile. Ventitre persone, tra cui Rodolfo Fiesoli, sono sotto processo per maltrattamenti, abusi, violenza sessuale di gruppo. Desta grande sorpresa che il governo non abbia voluto commissionare la struttura, quando gli ispettori stessi del governo avevano chiesto questa misura».

Quindi anche il capo del Forteto il “profeta” è ai domiciliari, non in galera?

«Era stato arrestato nel 2011, poi però messo agli arresti domiciliari».

Ora il "profeta" del Forteto fa cacciare il suo giudice. Incredibile decisione al processo contro Fiesoli per le violenze sui minori nella comunità del Mugello. Il presidente ricusato per avere usato "un tono incalzante" durante le udienze, scrive Stefano Filippi su “Il Giornale”. Qual è il segreto della comunità del Forteto, delle sue protezioni, della sua abilità nell'evitare i guai? Il fondatore, il «profeta» Rodolfo Fiesoli, fu condannato negli anni 80 per atti di libidine e maltrattamenti su minori affidatigli, eppure ha continuato indisturbato la sua attività. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato nel 2000 l'Italia per l'affidamento di due bambini con annesso risarcimento da 200 milioni di lire, ma il tribunale dei minori di Firenze ha continuato a inviare ragazzini alla comunità di «accoglienza» sul Mugello. Più di recente, il governo Renzi (in cui siede l'ex presidente di Legacoop) ha negato il commissariamento (richiesto dal precedente governo Letta) della annessa e omonima coop agricola. L'altro giorno il Profeta ha messo a segno un altro colpaccio. Dall'ottobre scorso egli è sotto processo a Firenze con altre 23 persone per reati sessuali e maltrattamenti su minori, e le drammatiche testimonianze rese in questi mesi dalle vittime del Forteto ne stanno compromettendo la posizione: a Vicchio si predicava e si praticava l'omosessualità sui minorenni in affido per «liberarli dal male», e poi violenze, lavaggio del cervello, sfruttamento. Ora Fiesoli ha ottenuto la ricusazione del presidente del collegio giudicante, Marco Bouchard, chiesta da uno dei suoi legali, Lorenzo Zilletti. La decisione è destinata ad allungare i tempi del processo e ad avvicinare pericolosamente i termini della prescrizione, che ha già ghigliottinato alcune denunce. Ma il fatto più sconcertante è che uno dei tre magistrati che ha deciso la ricusazione, Maria Cannizzaro, è stata presidente di quel tribunale dei minori fiorentino che spediva disinvoltamente i bambini al Forteto. Il giudice Cannizzaro è addirittura il consigliere relatore di questa ordinanza. Denuncia Stefano Mugnai, consigliere regionale di Forza Italia presidente della commissione d'inchiesta che ha portato alla luce gli orrori del Forteto: «Dai documenti ricevuti dalle vittime di questa vicenda, scoraggiate e umiliate dalla ricusazione, durante la sua attività presso il tribunale per i minorenni di Firenze il giudice Cannizzaro ha siglato lei stessa provvedimenti che hanno avuto come esito l'affidamento di minori» a Fiesoli e compagni. Mugnai ricorda che «il tribunale di Genova avrebbe aperto un fascicolo sull'operato dei giudici minorili fiorentini che hanno continuato imperterriti ad affidare bambini al Forteto malgrado due sentenze passate in giudicato. Da parte delle istituzioni l'ennesimo tradimento alle vittime e uno schiaffo alla verità processuale. Sono indignato». E qual è stato il grave comportamento che ha svelato la «posizione preconcetta» del giudice Bouchard verso il Forteto? La sua colpa è di avere usato l'indicativo al posto del condizionale nel porre le domande a due imputati. Nella motivazione si eccepisce che Bouchard abbia usato uno «stile colloquiale», un «tono incalzante e assertivo e a tratti insofferente» e che «le contestazioni non sono espresse in forma dubitativa». «La ricusazione è un fatto mai avvenuto prima a Firenze - dice il consigliere regionale Maria Luisa Chincarini (Centro democratico) -. Persino Berlusconi è mai riuscito a ottenerla in uno dei suoi processi. Sembra proprio che si voglia far di tutto per lasciar sole le vittime di abusi che con tanto coraggio hanno avuto la forza di denunciare quanto subito in decenni di sevizie e malversazioni. Sembra l'ennesima dimostrazione che c'è davvero qualcosa di grosso dietro la vicenda del Forteto». Di segnale «gravissimo e preoccupante» parla anche il consigliere regionale Pd Paolo Bambagioni: «Vedo la precisa volontà di proteggere in qualche modo il sistema Forteto e non andare al cuore delle responsabilità dei crimini perpetrati per anni ai danni di innocenti bambini».

Forteto, gli strani legami del giudice che ha tolto il processo al suo collega. Ecco la firma sul documento che ha ricusato il magistrati Bouchard. È della toga che affidava i minori al Profeta a giudizio per abusi, scrive ancora Stefano Filippi su “Il Giornale”. Sergio Pietracito, presidente dell'associazione vittime del Forteto, è allibito. Con un gruppo di fuorusciti dalla comunità delle violenze sul Mugello, non ha perso nemmeno una delle 50 udienze che finora si sono svolte del processo di Firenze al fondatore Rodolfo Fiesoli. Ha raccontato gli orrori visti e subiti, ne ha ascoltati molti altri. Sperava che la verità sul Forteto finalmente venisse a galla, più forte delle coperture e degli appoggi di cui gode il Profeta. Oggi si ritrova un collegio giudicante decapitato, privo del presidente ricusato dalla corte d'Appello di Firenze su istanza dei difensori di Fiesoli. Una ricusazione decisa, tra gli altri, dal giudice relatore Maria Cannizzaro, ex magistrato di quello stesso tribunale dei Minori che mandava ragazzini al Forteto. «E lei, non si doveva astenere?», si stupisce Pietracito. Porta la data del 22 aprile 2010 l'ordinanza con la quale il tribunale dei Minori di Firenze (presidente Gianfranco Casciano, giudice relatore ancora Maria Cannizzaro) tolse due ragazzini alla comunità Ceis di Pistoia incaricando i servizi sociali di Prato di collocarli altrove. Tre settimane dopo, l'11 maggio, i servizi sociali della Usl 4 notificarono al tribunale «l'accompagnamento presso la comunità Il Forteto». Nessuno ebbe nulla da eccepire. «È mancata una regia nella gestione degli affidi, i bambini non venivano affidati ma semplicemente consegnati al Forteto», ammise l'attuale presidente del tribunale dei minori, Laura Laera, quando ne prese la guida nel 2012. Negli archivi non esistevano dossier sulle famiglie, i minori e le loro destinazioni. Non contava che il Profeta fosse stato condannato nel 1985 per reati gravissimi (atti di libidine violenti continuati, lesioni aggravate continuate, corruzione di minorenne) con il suo principale collaboratore, Luigi Goffredi. Non contava che nel 2000 la Corte europea dei diritti dell'uomo avesse condannato l'Italia a risarcire 200 milioni di lire per il trattamento riservato dal Forteto ad alcuni minori ospiti. Un anno e mezzo dopo quell'affidamento, nel dicembre 2011, Fiesoli fu nuovamente arrestato con l'accusa di reati sessuali dei quali deve rispondere con altre 22 persone nel processo in corso a Firenze. Le vittime del Profeta e dei suoi accoliti sono sgomenti. «Stiamo assistendo a un dibattimento durissimo - dice una di loro, Marika Corso - non sappiamo come fare a ripetere tutti quei racconti in aula per la seconda volta». Pietracito difende il presidente della corte ricusato, Marco Bouchard: «Non si può estrapolare da un contesto più ampio poche battute per inficiare l'integrità di una persona di così alto livello. Tutto ciò è semplicemente vergognoso». A Bouchard è stato addebitato un «tono incalzante e assertivo, a tratti insofferente, con scoppi e sovrapposizione della voce», nel porre domande «non espresse in forma dubitativa». Nonostante violenze, denunce e condanne definitive, il Forteto è sempre stato considerato una comunità modello in Toscana. Tribunale dei Minori e servizi sociali hanno continuato per decenni ad affidarvi bambini in difficoltà. Il Profeta è un intoccabile, con tante amicizie giuste negli ambienti giudiziari, culturali e politici di Firenze. I big del Pci-Pds-Ds vi chiudevano le campagne elettorali. Intellettuali, magistrati e amministratori locali l'hanno sempre difeso: sette giorni prima dell'ultimo arresto Fiesoli partecipava a Palazzo Vecchio a un convegno sull'accoglienza cui era presente anche l'allora sindaco Matteo Renzi. Soltanto un mese fa la cooperativa agricola annessa alla comunità ha evitato il commissariamento chiesto dal governo Letta. La coop Il Forteto aderisce alla Legacoop di cui il ministro Giuliano Poletti è stato a lungo presidente. Con il governo Renzi-Poletti il Forteto la sfanga: è soltanto una coincidenza? E ora ecco la ricusazione del presidente del collegio giudicante che potrebbe portare ad azzerare tutto. Si allungheranno i tempi del processo e si estenderà l'ombra della prescrizione, visto che per alcuni episodi oggetto del dibattimento i termini scadono nel 2015. I deputati Massimo Parisi (Forza Italia) e Giorgia Meloni (Fratelli d'Italia) hanno presentato interrogazioni al ministro Orlando sulla regolarità delle procedure seguite nel palazzo di giustizia di Firenze. Stefano Mugnai, presidente della commissione d'inchiesta regionale che ha smascherato gli orrori del Forteto, ha chiesto al governatore Enrico Rossi di ricorrere contro la ricusazione: la Regione è parte civile nel processo.

Il governo imbosca il caso Forteto con l'aiuto del ministro ex coop, continua Stefano Filippi su “Il Giornale”. Un anno fa, il 2013, nel pieno dello scandalo del Forteto, il governo Letta mandò un'ispezione nella cooperativa agricola del Mugello. Molti minori abusati dal fondatore della comunità, Rodolfo Fiesoli (oggi sotto processo con altre 22 persone per reati sessuali e maltrattamenti sui minori), vi avevano lavorato illegalmente: c'era una promiscuità sospetta tra la comunità degli orrori e la coop, entrambe fondate dal «profeta». I quattro mesi di controlli si erano chiusi con la richiesta di commissariamento. Oggi è cambiato il governo. Il posto di Enrico Letta è stato preso da Matteo Renzi, che da sindaco di Firenze il 12 novembre 2011 ospitò il «profeta» a un convegno nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio: Fiesoli sarebbe stato arrestato pochi giorni dopo. E nell'esecutivo è entrato Giuliano Poletti, ex vicepresidente nazionale di Legacoop, la centrale delle coop rosse che si è sempre opposta al provvedimento: il Forteto ne è socio. Morale: niente commissariamento per la coop agricola che era tappa immancabile per i leader del partito che salivano al Mugello. La decisione del ministero dello Sviluppo economico, cui compete la vigilanza sulle coop, ha il sapore di una beffa clamorosa. Una vergogna. Gli ispettori avevano evidenziato gravi irregolarità nelle buste paga (niente straordinari né festivi), negli stipendi (tutti inquadrati con lo stesso contratto pur svolgendo mansioni diverse), soci costretti a «sottoscrivere inconsapevolmente strumenti finanziari», e poi «un atteggiamento discriminatorio verso i soci usciti dalla coop» dopo l'emergere degli scandali. La coop ha la «tendenza a confondere le regole e i principi della comunità con il rapporto lavorativo e societario». Il commissariamento era necessario. Nulla era cambiato nemmeno dopo un supplemento di ispezione: nel secondo rapporto si legge che «permangono le irregolarità» relative a una serie di violazioni dello statuto e del regolamento interno. «La situazione non appare al momento sostanzialmente mutata», è scritto. Ma per il governo di Renzi e Poletti è tutto in regola, in poche settimane ogni irregolarità è stata miracolosamente sanata. La decisione è grave anche per l'andamento del processo in corso contro Fiesoli e i suoi sodali. Nella comunità del Forteto sono stati commessi abusi e violenze per decenni in un silenzio complice. Il «profeta» è stato condannato negli Anni '80 per reati analoghi e una sanzione è giunta all'Italia dalla Corte di giustizia europea. Ciononostante i tribunali dei minori non hanno smesso di mandare bambini alla comunità, e la coop ha continuato a operare in questa ambiguità. Alcuni dipendenti della coop dovranno deporre al processo, ma senza un cambio del gruppo dirigente saranno sotto pressione. «E coloro che hanno denunciato vivranno in condizioni lavorative inaccettabili», accusano i consiglieri regionali toscani Stefano Mugnai (Forza Italia), Giovanni Donzelli (Fratelli d'Italia) e Maria Luisa Chincarini (Centro democratico). Mugnai è il presidente della commissione d'inchiesta regionale che portò alla luce gli orrori del Forteto: «Cala un'altra coltre di silenzio rosso», dice. Sdegno anche dal Comitato delle vittime. «Il governo Renzi si è preso una responsabilità gravissima nell'assecondare le pressioni ricevute dal Partito democratico locale, sindacati e centrali delle cooperative a difesa del Forteto - denunciano i tre consiglieri -. Gli ispettori dopo aver scelto il commissariamento sono stati nuovamente inviati al Forteto e hanno trasformato la richiesta di commissariamento in diffida non perché avevano sbagliato la prima analisi, ma solo per un cambio di atteggiamento e per la scelta del Consiglio di amministrazione del Forteto di modificare lo statuto e redigere un codice etico». Già: al governo Renzi basta un po' di autoregolamentazione per ripulire chi è sotto processo per abusi e violenze sui minori dopo essere già stato condannato per gli stessi gravissimi reati.

Lo studioso Dal Bosco: “Collegamenti tra delitti del Mostro di Firenze e Forteto”, scrive Domenico Rosa su “Imola Oggi”. Il giovane studioso Roberto Dal Bosco sarà a Firenze il prossimo martedì 20 maggio 2014 alle ore 17 all’Auditorium della Regione in via Cavour, 4 per la presentazione del libro “Il Forteto: destino e catastrofe del cattocomunismo” (Settecolori) di Stefano Borselli con la prefazione di Stefano Mugnai e i contributi di Armando Ermini e Piero Vassallo. Interverranno: Stefano Borselli, curatore del volume; Giovanni Donzelli, Capo Gruppo di FdI alla Regione Toscana; Stefano Mugnai, Presidente della Commissione regionale d’inchiesta su “Il Forteto”; Sergio Pietracito, una delle vittime de “Il Forteto”; Caterina Coralli, Capo gruppo uscente di FdI al Comune di Vicchio e il giornalista Pucci Cipriani Direttore di “Controrivoluzione”. Presiederà e modereà l’incontro l’Avv. Ascanio Ruschi, Presidente della Comunione Tradizionale. A Roberto Dal Bosco, scrittore e studioso vicentino, autore tra l’altro, dell’opera “Incubo a cinque stelle: Grillo , Casaleggio e la cultura della Morte” (Fede e Cultura), rivolgiamo alcune domande:

Dunque il Forteto è la catastrofe del cattocomunismo e del donmilanmeuccismo?

«Il caso Forteto non è solo la catastrofe del catto-comunismo. E’ un buco nero che sconvolge la realtà italiana in profondità…In questi decenni abbiamo visto a quali abiezioni si sia arrivati al Forteto. Stupri pedofili, pseudo – incesti, pratiche zoofile, l’ordine dell’omofilia obbligatoria e il divieto della procreazione: tutto questo emerge dai verbali. Penso alle povere vittime, il dolore che viene da questo “abisso” è un danno immane. Eppure questa non è la fine dell’incubo».

In che senso?

«La vera domanda è: perché nessuno ha fatto nulla? Perché anzi, tutti quei politici, magistrati, amministratori si sono mostrati con il guru Fiesoli dopo le condanne? Come è possibile che Fiesoli avesse tutte quelle coperture? Come è possibile che si inviti una persona sotto processo per pedofilia presentare il TEDx a Palazzo Vecchio?… C’è qualcosa che non si spiega… L’idea – mi rendo conto, tutta da provare – è che il Forteto possa essere stato qualcosa in più di una semplice comunità di recupero. Molti misteri di fatto sono finiti per incrociarsi lì. Nell’aprile del 2006 “La Nazione” titolava: “Un detenuto racconta di una super Loggia massonica e pedofila che avrebbe ordinato di compiere gli omicidi di Firenze”. Si dava conto che le indagini per i delitti del Mostro stavano lambendo una comunità, ma il nome del Forteto esce raramente.»

Un collegamento tra il Forteto e i delitti del “Mostro”…ho capito bene?

«Ripeto. l’idea è tutta da provare. Comunque il p.m. Giuliano Mignini parlò di un documento secretato per il quale al Forteto avvenivano orge sataniche, con ampia affluenza di VIP …mi rendo conto che pare fiction horror di basso livello , ma potrebbe esservi una logica politica in fondo a questa storia. La stessa che alimenta i sospetti su Marc Dutroux…»

Sta parlando del “mostro di Marcinelle”?

«Precisamente. Marc Dutroux, quello che lei chiama il “mostro di Marcinelle”, era il noto pedofilo assassino che sconvolse il mondo quando vennero ritrovati nel suo giardino alcuni cadaveri di bambini. Come Fiesoli, Dutroux agì indisturbato per anni, anche quando era già finito nel radar delle forze dell’ordine: riuscì anche a fuggire da un furgone-cellulare quando era agli arresti. Quel che si dice è che l’impunità di Dutroux fosse dovuta al suo ruolo di procacciatore di “carne fresca” per alcuni potentati che gravitano intorno alla UE in quella che con Firenze è detta essere la città più massonica d’Europa, Bruxelles. Oltre all’aspetto rituale che può avere l’abominio dello stupro pedofilo – siamo in piena gnosi , nell’”antinomismo”, nel tantrismo demoniaco – c’è anche una logica meramente politica: se hai partecipato a questi festini, sarai ricattabile per sempre, quindi membro affidabile di quell’élite sino alla morte. E’ un’iniziazione e al contempo un sistema di ricatto: la pedofilia come strumento politico. Il caso del “Mostro di Marcinelle” ha toccato anche il premier belga, l’omosessuale dichiaratamente massone Elio De Rupo, a cui qualcuno chiede talvolta di chiarire i suoi rapporti con Dutroux. C’è il Mostro di Marcinelle, c’è il Mostro del Forteto, nell’attesa di capire se vi sia qui anche il Mostro di Firenze. La Massoneria pare entrare in ognuno di questi casi. Piero Vassallo che reputo il più grande filosofo cattolico vivente, ha delineato perfettamente, nel libro di Borselli, la radice gnostica del caso Forteto. Va delineato inoltre che si tratta di una ulteriore insorgenza di uno spirito oscuro sui colli fiorentini in questi due ultimi secoli. Nell’Ottocento l’antropologo americano Leland scrisse: “Aradia il Vangelo delle Streghe” a Firenze. Si tratta di uno scritto dettatogli da una strega che lo rese partecipe di quella che lei chiamava la “vecchia religione”, e cioè la stregoneria. Il libro divenne strumentale nella costruzione della neo-stregoneria odierna chiamata WICCA, ora diffusissima negli Stati Uniti e perfino in Europa…»

Insomma tutto partì da Firenze…

«La terra più bella d’Italia, che mostra un lato ferale e oscuro. E’ quello che, forse, percepì De Sade, quando entrò a Firenze, eccitato dall’idea che quella fosse stata un tempo una terra vulcanica. E’ un assioma noto: il demonio si accanisce sempre sulle cose baciate da Dio…»

Allora possiamo considerare il Forteto come una vera e propria “setta”?

«Tutto da studiare. Secondo una tipologia creata dallo psichiatra americano Robert Jay Lifton, puoi definire un culto come apocalittico quando è presente una triade di caratteri. Il primo: il guru diventa oggetto di adorazione maggiore rispetto ai princìpi religiosi, che egli puo’ trasgredire senza dare scandalo. Secondo vi debbono essere elementi di Thought reform, cioè “riforma del pensiero”, di indottrinamento continuo, rituali programmati di autocritica con la confessione dei propri errori. Terzo, sfruttamento dei seguaci da parte del leader. Al Forteto abbiamo tutta la triade soddisfatta. Fiesoli fa ciò che vuole, vi sono estenuanti rituali, confessione pubblica. Lo sfruttamento è tale che vengono fatti lavorare indefessamente anche bambini più piccoli. Tutto questo sotto lo sguardo dei sindacati, del Partito ex comunista, della magistratura, degli assistenti sociali, dei sacerdoti, di intellettuali rinomati di cui ancora parleremo…»

Ed ancora....

Abusi su minori: arrestato ex giudice onorario Tribunale di Roma, scrive Luca Cirimbilla su “L’Ultima Ribattuta”. Bufera sulla Giustizia italiana. Tra le persone arrestate ieri a Santa Marinella dalla polizia, c’è il responsabile della struttura ‘Il monello mare’ Fabio Tofi che risulta aver ricoperto in passato il ruolo di Giudice Onorario presso il Tribunale per i minori di Roma. Le accuse sono pesantissime e vanno dagli abusi sessuali e violenze fisiche sui minori, alla somministrazione di farmaci e tranquillanti scaduti, fino al cibo avariato distribuito ai piccoli. A capo della struttura chiusa ieri c’era, appunto, Fabio Tofi, indagato per maltrattamenti aggravati, lesioni aggravate e violenza sessuale aggravata. Tofi, 55enne, sul sito de “Il Monello Mare” viene definito “Responsabile della comunità educativo-terapeutica per adolescenti dal 1999. Si occupa di problematiche relativa al ” crollo” di adolescenti e della famiglia”. Sul suo profilo Facebook, poi, sono leggibile alcune frasi inquietanti scritte dallo stesso Fabio Tofi: sulla didascalia della sua immagine di copertina si legge “mi sento come una foglia assetata in cerca di acqua limpida…”. Il riferimento alle giovani vittime non può che apparire immediato. Nel gruppo de “Il Monello Mare”, invece, Tofi si lascia andare con un “ilmonello mare è la mia vita”. Sempre sul sito della struttura, almeno fino a ieri, era possibile consultare il Curriculum Vitae di Fabio Tofi, ora agli arresti domiciliari: tra i vari incarichi ricoperti (“Responsabile della comunità educativo-terapeutica per adolescenti “Il Monello Mare” dal 1999 a tutt’oggi; Coordinatore del progetto adolescenti 285/97 Distretto RMF1 “vorreichiedertiqualcosa…” dal mese di dicembre 2006 al mese di gennaio 2009”) ce n’è uno che desta particolare angoscia. Tofi, infatti, risulta esser stato Giudice Onorario dal 1997 al dicembre 2009 presso il Tribunale per i minorenni di Roma con una serie di incarichi all’interno di collegi e gruppi che vanno dall’infanzia, all’adolescenza fino all’ambito scolastico. Se le accuse nei confronti di Tofi dovessero essere confermate si tratta di un’onta gravissima per la Giustizia dei minori: bambini e adolescenti – vittime di contesti sociali degradanti e ignobili – rischiano in molti casi di essere catapultati in situazioni che li dovrebbero riabilitare e invece li rendono ancora più martiri. Oltre a Fabio Tofi, sono state iscritte nel registro degli indagati le quattro collaboratrici per maltrattamenti aggravati, sottoposte alla misura cautelare del divieto di dimora nella struttura.

Parla l’Avvocato Dionisi ,il legale dei cinque indagati della casa famiglia Io Monello Mare, scrive "Tele Santa Marinella". Passa al contrattacco, l’avvocato Dionisi, legale dei cinque indagati della casa famiglia Io Monello Mare, che accusa apertamente chi ha fatto la denuncia per violenze sessuali e maltrattamenti, di aver ordito una vendetta nei confronti di chi gestiva la struttura. L’avvocato infatti, dopo che le ragazze allontanate dalla comunità di Santa Marinella, avevano riconfermato le accuse nelle audizioni di gennaio e di febbraio, intende chiarire alcuni fatti importanti a discolpa dei suoi assistiti dimostrando, con prove, che le giovani si incontravano spesso e parlavano attraverso facebook. “Dopo gli interrogatori a cui si sono sottoposti davanti al gip Chiara Gallo il dottor Fabio Tofi e i suoi collaboratori – dice l’avvocato Dionisi – sono emersi ulteriori elementi, anche documentali, i quali rafforzano la tesi della congiura e della vendetta perpetrate nei loro confronti. Infatti, nell’ordinanza emessa per la misura cautelare, contenente i fatti dei reati contestati e le motivazioni, si legge che “le dichiarazioni del gennaio e del febbraio 2015 sono state rese dopo che le due ragazze non erano più in contatto da tempo”. “Emerge però di contro una opposta verità – precisa il legale – intanto c’è da premettere che le ragazze erano state allontanate dalla comunità Monello Mare entro i primi sei mesi del 2014 e mandate, una in comunità a Manziana e l’altra a Roma. Quanto contenuto nell’ordinanza, dove si dichiara che le due giovani dal momento in cui sono state allontanata dal Monello Mare (primi 6 mesi del 2014) fino al momento in cui hanno rilasciato le dichiarazioni (gennaio e febbraio 2015) non avevano avuto più contatti tra loro, non corrisponde al vero e ampiamente smentito dai contatti attraverso i loro profili facebook dove risultano messaggi tra le stesse. Il 28 settembre 2014 una delle due cambia la sua immagine del profilo, mentre l’altra il 4 ottobre 2014 invia alle 10.15 un messaggio alla sua amica in cui dice “ma quanto pò esse bella mi sorella”. La prima quindi ringrazia del messaggio alle 10.20 dello stesso giorno l’amica con il disegno di un cuoricino. Ma c’è di più – incalza l’avvocato Dionisi – il 10 dicembre del 2014 sul profilo facebook di una delle due ragazze, appare una foto che le ritrae insieme sorridenti. Ricordo che le due giovani erano ospiti di due comunità distanti tra loro. Allora mi chiedo come è possibile che il 10 dicembre erano insieme e come hanno fatto ad allontanarsi dalle comunità dove risiedevano? – si domanda il legale – i responsabili delle due comunità erano a conoscenza che le due erano in contatto tra loro e che si frequentavano? Inoltre si nota anche un’altra immagine che mostra una delle due amiche che sta a Santa Marinella. Cosa faceva in quel posto quando invece doveva essere in comunità? Perché è venuta a Santa Marinella?. Perché gli operatori delle comunità hanno consentito alle ragazze di allontanarsi senza vigilare? Le ragazze quindi si sono sempre incontrate tacendo agli inquirenti questi particolari. E se i responsabili lo avessero taciuto per non rendersi responsabili di omessa vigilanza? “Dagli elementi che stanno emergendo – conclude l’avvocato Dionisi – traspare con forza l’ipotesi di un preordinato disegno destinato a ledere gli indagati. Comunque se confermare gli arresti domiciliari al dottor Tofi serve per avere più tranquillità per il proseguimento delle indagini a noi va bene lo stesso”.

Lazio, chiusa casa famiglia. Ecco chi fa affari con la finta solidarietà, scrive Paolo Lami su “Il Secolo D’Italia”. Violenze, abusi sessuali, aggressioni fisiche e verbali, percosse, minacce, somministrazioni di cibo scaduto, di sedativi e tranquillanti senza alcuna prescrizione medica. E’ quanto avrebbero subito alcuni ospiti della casa famiglia “Il monello mare” di Santa Marinella chiusa dalla polizia che ha arrestato il direttore, finito ai domiciliari, e 4 collaboratrici sottoposte a divieto di dimora nella struttura fra cui la moglie del direttore. Si riaccendono così i riflettori sul business, importante e redditizio, che c’è dietro la gestione delle case famiglia, strutture “riconosciute” dal ministero di Giustizia che incassano finanziamenti e fondi a pioggia. Un grumo di interessi per nulla trasparenti sui quali, «nonostante le resistenze del Pd, e dopo oltre un anno di attesa – assicurano soddisfatti i parlamentari del Movimento Cinque Stelle – finalmente è partita in Commissione Bicamerale Infanzia e Adolescenza l’indagine conoscitiva». Perché il Pd abbia opposto resistenza ad un’indagine legittima e auspicabile che vuole sollevare il velo sulle case famiglia e sul business che c’è dietro non è molto chiaro. A meno che non vi sia l’interesse di tutelare le molte associazioni di sinistra che si sono gettate sul business dei minori con situazioni personali o familiari difficili o disagiate. Proprio quei minori di cui si occupava fino ad oggi il centro “Il monello mare” di Santa Marinella, il cui direttore, un 55enne, è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di maltrattamenti aggravati, lesioni aggravate e violenza sessuale aggravata. Cinque provvedimenti cautelari per la Casa famiglia “Il monello mare”. L’uomo, secondo l’accusa, sarebbe anche responsabile delle lesioni procurate a una delle minori ospiti del centro. Le sue 4 collaboratrici, indagate per maltrattamenti aggravati, sono state sottoposte alla misura cautelare del divieto di dimora nella struttura. Le indagini, condotte dalla Squadra mobile di Roma, sono partite in seguito alla segnalazione di un’assistente sociale e di una tutrice minorile, che avevano raccolto le confidenze di una delle minorenni ospitate. A supporto delle accuse ci sarebbe anche un video, girato da una ragazza con il cellulare, delle violenze che avvenivano all’interno della casa famiglia. Nel filmato si vedrebbe un altro giovane ospite picchiato dagli operatori della struttura, gestita dall’associazione riconosciuta dai ministeri come una onlus. Le indagini della Squadra Mobile sono partite circa un anno fa dopo la denuncia di una assistente sociale che ha raccolto lo sfogo di una ragazza del centro, che ospitava ragazzi tra i 14 e i 17 anni, con situazioni personali e familiari problematiche. dimora nella struttura. Alle accuse di investigatori e inquirenti replicano i vertici della Casa famiglia: «Accuse infondate che saranno smentite». «Comunichiamo nella massima serenità, anche relativamente all’operato svolto – assicura il legale avvocato Vincenzo Dionisi – l’infondatezza delle accuse rivolte, dichiarando fin da ora che procederemo a fornire agli inquirenti tutti gli elementi anche documentali atti a smentire l’ipotesi accusatoria a nostro carico». Contributi dalla Provincia per la casa famiglia di Santa Marinella. L’Associazione “Il monello mare” che, fra l’altro, avrebbe ricevuto contributi, secondo quanto scrive sul suo sito, dalla Provincia di Roma, guidata dall’esponente di Centrosinistra Enrico Gasbarra e dalla Regione Lazio quando era presidente Piero Marrazzo, lavorava «in convenzione con il Ministero di Grazia e Giustizia» e, «dopo molti anni di esperienza con la congregazione religiosa dei “Giuseppini del Murialdo“» ha deciso «in accordo con altri professionisti del settore» di costituirsi come Associazione Onlus. Secondo il sito dell’Associazione lo staff sarebbe composto da vari professionisti fra i quali uno psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza, un Giudice Onorario psicologo-psicoterapeuta, un assistente sociale, due educatori professionali, due operatori, due volontarie del servizio civile, un mediatore culturale, un regista cinematografico, uno scenografo, un fotografo, una cantante e un educatore di strada. Registi, cantanti, giudici: ecco chi c’è dietro le case famiglia. Fra i collaboratori l’Associazione segnala sul proprio sito il 55enne Fabio Tofi, descritto come il Responsabile della Comunità educativo-terapeutica per adolescenti “Il Monello Mare” dal 1999. Tofi si occupa di «problematiche relativa al “crollo” di adolescenti e della famiglia» e, secondo il curriculum pubblicato sul sito dell’associazione, dal 1997 al 2009, è stato giudice onorario presso il Tribunale dei Minori di Roma e psicologo presso i Servizi sociali del Comune di Santa Marinella dal 1993 al 1996 nonché autore e sceneggiatore per Raitre e del cortometraggio “Pollo, pollo, pollo” presentato alla 54a Mostra del Cinema di Venezia e di cui è stato regista Ricky Tognazzi. Lungo l’elenco dei collaboratori dell’Associazione fra cui l’educatrice Annalisa Tofi che vanta, fra le sue esperienze, il progetto “Vivere e saper vivere” finanziato dalla Provincia di Roma quando la guidava il campione del Centrosinistra Enrico Gasbarra. Sempre fra i suoi collaboratori l’Associazione “Il monello Mare” vanta sul suo sito l’esperienza della dottoressa Emanuela Monti, psicoterapeuta e coordinatrice dell’associazione, dell’operatrice Melinda Edit Nagy «che si occupa del maternage dei ragazzi», dell’assistente sociale Ernesta Lombardi, anch’essa giudice onorario presso i Tribunale dei Minori di Roma, l’educatrice Silvia Malfatti che «con competenza sostiene la significazione della convivenza» e, infine, Giovanna Guidone che «oltre ad essere una cantante di talento, sa sintonizzarsi – assicurano dall’Associazione – con i bisogni dei ragazzi comunicando vitalità e speranza».

Ed ancora....

Morto il padre di Carmela, violentata dagli uomini e uccisa dalla Stato, che per 7 lunghi anni si era battuto con le compagne del mfpr di Taranto per una giustizia mai arrivata, scrive "Penna Tagliente. Ieri (16 maggio 2015) mattina è morto Alfonso Frassanito, presidente dell’Associazione “Iosòcarmela”, padre di Carmela, la ragazzina di 13 anni che nel 2007 si suicidò, in seguito agli stupri subiti da 5 uomini, rinchiusa in una casa famiglia, non creduta, trattata come una pazza, imbottita di psicofarmaci. VIOLENTATA DAGLI UOMINI E UCCISA DALLO STATO. Con queste parole, fatte proprie anche da Alfonso, noi donne del Movimento femminista proletario rivoluzionario siamo state al fianco del padre di Carmela per 7 lunghi anni presenti ad ogni udienza sostenendolo nella dura lotta per avere giustizia per Carmela: piccola donna che ha dovuto provare sulla sua pelle cosa vuol dire essere donna in una società maschilista sessista e fascista, colpevolizzata per ciò che aveva subito trattata alla stregua di una prostituta. ALFONSO FRASSANITO si è battuto con forza e con coraggio in tutti questi anni perchè la vita e la morte della figlia servissero a tante ragazze, bambine come lei, aveva per questo fondato a Napoli un’associazione, il cui titolo, “iosò carmela”, riproduceva la frase che diceva sempre Carmela, Alfonso si è battuto dal 2007 fino a pochi mesi fa contro l’ipocrisia e contro coloro che voleva trasformare i processi in accuse, offese verso Carmela e lo stesso padre. VERGOGNATEVI! Diceva Alfonso. E per questa giustissima parola aveva subito denunce e, se non fosse morto, mercoledì prossimo doveva presentarsi al Tribunale perchè accusato, lui, insieme ad una compagna del Mfpr di aver detto questa verità ad uno degli avvocati di uno stupratore, l’avv. Besio, il quale asseriva che il suo assistito si sentiva “minacciato” dai presidi del Mfpr e nelle penultima udienza aveva chiesto che un nostro volantino fosse messo agli atti del processo. In quella occasione il padre di Carmela gli disse che si “doveva vergognare”. Alfonso Frassanito, era un uomo provato dalle estenuanti lotte e dal dolore delle ingiustizie che doveva sopportare, diceva che ogni udienza  era come un coltello nella piaga che si girava ogni volta. La morte del padre di Carmela certamente è legata a filo doppio a tutto questo, a queste sofferenze, al dolore della figlia stuprata e “uccisa”, alle vessazioni di processo infiniti, alle “pugnalate” di sentenze vergognose che, come la prima verso tre minorenni, si era conclusa con il “perdono” verso gli stupratori, alle bugie e infamie che doveva sentire nelle aule del Tribunale; ma anche al silenzio in questa città che ha accompagnato questa grave violenza – come diceva Alfonso: solo le compagne del Movimento femminista proletario rivoluzionario sono sempre presenti, con presidi, iniziative, denunce, ecc.Anche questa morte va sul conto di questo sistema borghese che non può dare giustizia perchè esso stesso è l’istituzione della INGIUSTIZIA. Concludiamo con alcune sue frasi prese dal suo libro “Io sò Carmela”, in cui racconta tutta la vita della figlia: “Non voglio che mia figlia sia ricordata come una vittima. Spero possa diventare il simbolo della ribellione contro questi abusi indegni, di una umanità che si definisce civile e rispettosa dei diritti della persona”. Le compagne del movimento femminista proletario rivoluzionario TARANTO.

Il 13 giugno dell’anno 2014 il tribunale di Taranto aveva condannato a 10 anni di carcere Salvatore Costanzo e a nove anni e sei mesi Filippo Landro, entrambi di Acireale (Catania), rispettivamente di 30 e 31 anni, entrambi venditori ambulanti di Acireale, accusati di abusi sessuali ai danni della tredicenne. un altro imputato, Massimo Carnevale, era stato assolto. In precedenza un altro processo, celebrato al Tribunale per i minorenni, si era concluso con la messa alla prova di due minori che, a loro volta, avrebbero compiuto abusi sessuali sulla ragazzina. Il processo si è chiuso fra le polemiche.

TARANTO VILE DIMENTICA I SUOI FIGLI. DALLA PARTE DEI MAGISTRATI E NON DALLA PARTE DI CARMELA FRASSANITO E DI TUTTE LE VITTIME DELLA MALAGIUSTIZIA.

Coloro che santificano i magistrati dovrebbero ricordarsi del male prodotto da un certo modus operandi di amministrare la giustizia. Il male ha tante forme. E nella storia di Carmela sembra che prenda il volto della lentezza burocratica. Dell’indifferenza delle istituzioni. Di quelle forze dell’ordine che non sono riuscite a proteggerla, dei magistrati che non le hanno creduto e che hanno sottovalutato la situazione. Prima le molestie di un pedofilo poi lo stupro del branco. Carmela Frassanito si è uccisa a 13 anni dopo aver subito più volte violenza ed essere stata allontanata da casa, obbligata a vivere in un centro per minori. Lei rinchiusa e i suoi aguzzini liberi. Il 15 aprile 2007 si è gettata dal settimo piano di casa sua a Taranto. E così, con quel gesto, ha messo fine alle sue sofferenze. Carmela era «una bambina come tante, che però resterà tale per sempre». La sua storia è diventata un fumetto scritto e pensato da Alessia Di Giovanni e Monica Barengo, edito da Beccogiallo, 160 pag . Io so’ Carmela è basato sul suo diario ritrovato dopo la morte. E’ un grido di aiuto, di rabbia e di speranza. E «per trovare così la forza e il coraggio di dire basta a queste atrocità tutti insieme, con un unico obiettivo comune, che è quello della tutela del bene più prezioso per l’intera umanità: i bambini», scrive il padre Alfonso nella prefazione. Lui non vuole che sua figlia «sia ricordata come una vittima». Anzi, spera «possa diventare il simbolo della ribellione contro questi abusi indegni di una umanità che si definisce civile e rispettosa dei diritti della persona». Carmela Frassanito: uno stupro e un suicidio senza giustizia, scrive Stefania Carboni su “Giornalettismo”. Al 15 aprile 2013 se per Sarah Scazzi dopo quasi un anno e mezzo si arriva alla sentenza di primo grado  nello stesso giorno, dopo sei anni il padre di Carmela aspetta ancora il giudizio di primo grado per tre uomini che abusarono di sua figlia. Mentre lui viene invece trascinato in aula per diffamazione. Solo perché chiede giustizia. Lui così come tanti altri. Carmela Frassanito aveva solo tredici anni. Quella dannata domenica del 15 aprile 2007, disse che andava in bagno. E invece volò dal settimo piano di un edificio. Farla finita così, col dolore che portava dentro, segnato da frasi non credute e da umiliazione. Troppo pesanti per una bambina vittima di violenza sessuale. Suo patrigno Alfonso Frassanito lotta per la sua giustizia da anni. Noi la sua storia la raccontiamo attraverso le parole di Floriana Rullo scritte su “Giornalettismo”. Ma anche se il tempo vola, le cose però sembrano non cambiare.

Carmela Frassanito: morire di stupro a 13 anni. Intervista con il padre della ragazzina suicida: "Dopo quell'abuso non e' stata più la stessa". Alfonso Frassanito è un uomo che ha imparato a convivere col dolore, ma soprattutto è un padre che non si rassegna alla morte senza senso della figlia Carmela. Per questo nonostante siano ormai passati 6 anni dal suo suicidio, lui continua a lottare e a chiedere giustizia. Giustizia che puntualmente lo beffa. Perché quando si han 13 anni si è troppo piccoli per morire. Anzi, la morte non si sa nemmeno che faccia abbia, nascosta come dovrebbe da una sottile linea d’ombra tra la spensieratezza e i giochi. Ma per Carmela non é stato così. Nonostante lei fosse una giovane segnata sin da piccola dal dolore, aveva perso il papà quando aveva appena un anno, poi la mamma Luisa Maiello si era sposata con Alfonso, venditore al mercato, che a Carmelina aveva voluto sempre bene come fosse figlia sua. Per lei la sua adolescenza è finita troppo in fretta rubata da un adulto che le ha fatto del male abusando di lei ma soprattutto privandola di ogni sogno. “Perché da dopo quell’abuso Carmela non è stata più la stessa” racconta il padre. ” Era cambiata. Spaventata. Irriconoscibile. Chiedeva aiuto per quello che le era stato fatto, ma nessuno l’ascoltò”. Carmela era stata maltrattata, di lei avevano abusato, e lei aveva denunciato gli sciacalli che l’avevano braccata e umiliata. Si era allontanata da casa sua e aveva vagato per quattro giorni in giro per Taranto, dal centro storico ai sobborghi, anche di notte. Fino a quando i suoi genitori non erano riusciti a ritrovarla nelle condizioni in cui può essere ritrovato un agnello che sia uscito in compagnia dei lupi. Drogata con anfetamine e violentata. In diverse occasioni e in luoghi diversi, di lei, come poi denuncerà al pm Vincenzo Petrocelli, abusano in otto. Sette minorenni, che hanno poco meno di 18 anni, tutti identificati e indagati per violenza sessuale, e un maggiorenne di cui ancora non si conosce il nome. Quattro giorni d’inferno che segneranno per sempre la piccola già vittima in precedenza di abusi. «Tutto era iniziato qualche mese prima quando Carmela ricevette le eccessive attenzioni di un marinaio - racconta Alfonso. - Ce lo aveva raccontato lei ma nei suoi confronti la polizia non ha trovato riscontri per avviare un procedimento penale. Anche se lui aveva ammesso di aver incontrato la bambina diverse volte - continua Frassanito - salvo poi ritrattare in sede di interrogatorio. Eppure lo vedevamo davanti alla scuola media Frascolla, sempre accanto a ragazzini. Continuava a passare sotto casa nostra, per noi era una provocazione. In città era conosciuto come “il pedofilo di San Vito”. Eppure in quel momento nessuno volle credere a quella ragazzina che invece stava raccontando la verità. Anzi - continua il padre con la voce gonfia di rabbia - tutti la pensavano strana, l’apostrofarono come la spostata di testa». Le perizie all’epoca dissero che la bambina soffriva di disturbi mentali e che la storia dello stupro era inventata. Così venne allontanata dalla famiglia e mandata in due diverse case famiglia. Solo dopo mesi ottenne di tornare dai genitori. «Carmela aveva denunciato i suoi aggressori, alcuni minorenni e un maggiorenne - continua Alfonso. - Eppure nessuno credette alle sue parole. Anzi, Contro la volontà mia e di sua madre, era subito partita la procedura per affidarla al centro “L’Aurora” di Lecce. Ci dissero di fidarci, che la bambina sarebbe stata in buone mani. Notammo dopo un po’ di tempo che qualcosa non andava. Carmela in quel posto non ci voleva stare, avrebbe preferito stare a casa con noi, ma non era solo questo. I medici ci assicuravano che tutto era sotto controllo. Solo dopo avremmo scoperto che in realtà la bambina era stata sottoposta a una cura di psicofarmaci. Che da quel posto era scappata due volte. Poi dopo circa tre mesi Carmela viene trasferita al centro “Il Sipario” di Gravina di Puglia. Qui sembrava – continua Alfonso - che le cose andassero meglio. I medici ci avevano però confermato, dopo l’arrivo delle cartelle di Carmela da Lecce, che la bambina era stata sottoposta a una cura di psicofarmaci e che non si poteva smettere d’un colpo. Che avrebbero dovuto diminuire le dosi poco a poco. Nel fine settimana andavamo a prenderla e la portavamo a casa. Ero io stesso a darle i farmaci: En e Haldol.  Ma Carmela non stava bene, anzi. Si sentiva disperata, umiliata, vilipesa, martoriata, derisa dagli inquirenti. Così alla sua tenerissima età decise di farla finita con questo mondo di vigliacchi. E la domenica del 15 aprile 2007, disse che andava in bagno. E invece volò dal settimo piano di casa: Si è sempre detto che è stato un suicidio - dice Frassanito - il corpo in strada era lontano dal palazzo, il che non sarebbe accaduto se si fosse trattato di una caduta. Ma noi non escludiamo che possa anche essere cascata giù, era sempre così stordita dai farmaci che prendeva. E poi una delle sue scarpe fu ritrovata al quarto piano del palazzo. Il che fa pensare che il suo corpo possa aver urtato durante la caduta». Una morte senza un motivo per cui la mamma e il papà di Carmela non si rassegnano e per cui continuano a chiedere giustizia: «Ma le istituzioni ci hanno abbandonato – dicono - il nostro Paese ha uno strano concetto di giustizia e dopo tutto questo tempo mi ritrovo ancora qui con un pugno di mosche in mano e con le beffe che la giustizia italiana impone alle vittime, come se non bastasse il danno subito».  Un calvario iniziato sei anni fa e che ancora non sembra vedere la fine. «La mia odissea, fino ad oggi, é durata sei anni. Anni di attesa senza alcun riscontro di giustizia, quella vera, da parte delle istituzioni, dello Stato, nonostante i miei innumerevoli appelli». E mentre venerdì prossimo è prevista un’altra udienza del processo che vede imputati i tre maggiorenni accusati di aver violentato la ragazzina, lui continua a puntare il dito contro chi quel suicidio poteva evitarlo. «Magistrati e medici dovrebbero sentirsi in colpa – spiega - Senza contare che il processo dopo tutto questo tempo è ancora nella fase del primo grado. Perché anche Carmela - conclude Frassanito facendo un parallelo con l’attenzione riservata dagli organi di informazione all’omicidio della 15enne Sarah Scazzi - é stata una figlia. Non solo Sarah. Tutti i bambini hanno diritto alla loro vita, ad avere giustizia, sempre e comunque, non solo quando la città si trasforma in una piccola Hollywood per via del circo mediatico, ma soprattutto macabro, che si attiva solo quando si possono sfruttare gli aspetti morbosi di vicende a sfondo sessuale o da thriller». Perché tragedie come queste dovrebbero essere evitate. Sempre.

CARMELA FRASSANITO: IL CASO – Tutto iniziò da un marinaio in servizio a Taranto che manifestò attenzioni pericolose verso la piccola. L’uomo è stato colto in flagrante dal padre di Carmela Frassanito, con tanto di testimoni sul posto. In quell’occasione avrebbe confessato, salvo poi ritrattare in sede di interrogatorio. L’episodio si conclude con un nulla di fatto, nonostante il personaggio sia conosciuto dai ragazzini del borgo come il “pedofilo di San Vito”. Il peggio però avviene poco tempo dopo. Carmela va via di casa alle 4 del pomeriggio. Il padre si mette alla sua ricerca immediatamente, nel giro di poche ore presenta la denuncia di scomparsa. Per quattro giorni, la bimba vaga in giro per la città, anche di notte. La ragazzina verrà ritrovata dai genitori stessi: drogata con anfetamine e violentata svariate volte e in luoghi diversi. Ad abusare di lei 5 aguzzini, di cui due minorenni. Tutti gli episodi vengono denunciati al pm Enzo Petrocelli. A trascinarla nell’incubo un ragazzino, minorenne come lei, di cui la vittima sembrava fidarsi ciecamente. Carmela Frassanito ha denunciato i suoi sciacalli. Indicando nomi, volti e luoghi. «In un garage – racconta il padre – poi forzato dagli agenti, l’ambiente era rimasto intatto così come lei lo aveva descritto. Non c’era più un tavolino di cristallo scheggiato, che Carmela aveva descritto, rimosso in quei giorni dalla proprietaria dell’immobile». Ma da quell’inferno la ragazzina non si è più ripresa. Nessuno sembrava credergli, le indagini furono lente. Da anni la famiglia denuncia la superficialità da parte degli inquirenti, che provarono perfino a riconsegnare alla famiglia gli indumenti di Carmela senza che fossero state periziate le tracce biologiche. Intanto dopo quei 4 giorni la bimba non è più la stessa. Tanto che le perizie evidenziano alcuni “disturbi mentali”. La giovane viene così allontanata dalla famiglia e mandata in due diverse case famiglia. Senza il consenso dei suoi. Viene portata prima al centro Aurora di Lecce dove viene sottoposta a una cura pesante di psicofarmaci. Poi, dopo circa tre mesi, viene trasferita al centro “Il Sipario” di Gravina di Puglia: «Qui sembrava – prosegue il padre- che le cose andassero meglio. I medici ci avevano però confermato, che la bambina era stata sottoposta a una cura così massiccia non poteva smettere d’un colpo. Che avrebbero dovuto diminuire le dosi poco a poco». Le cose sembrava andassero per il meglio la coppia va a trovare la piccola ogni fine settimana. «La bambina voleva rientrare a casa – racconta Alfonso – noi la rassicuravamo. Il lunedì (il giorno dopo la tragedia) avevamo organizzato un incontro a scuola con i suoi amici a cui lei teneva tanto. Credo che questo trasferimento sia stata la molla finale. Si sarà sentita tradita anche da noi. Come se nessuno la credesse più». La morte della piccola è archiviata come caso di suicidio. «Conoscendo Carmela – racconta Alfonso – non se ne sarebbe andata via in silenzio. Ci avrebbe lasciato una lettera, un saluto. Anche se il suo gesto fosse stato volontario, è comunque una bimba che aveva subito episodi di stupro e psicofarmaci. Noi abbiamo presentato un esposto affinché vengano alla luce la dovute responsabilità». Come è andata a finire? I due più giovani hanno ricevuto l’applicazione della messa alla prova (perché all’epoca dei fatti risultavano minorenni). Un periodo di soli 15 mesi che il padre racconta: «Neppure scontato realmente in quanto la Caritas revocò la disponibilità per mancanza di disponibilità». A settembre 2013, dopo sei anni, gli altre tre maggiorenni si presenteranno in aula per una sentenza, che sarà ancora di primo grado. Paradossalmente se la giustizia è lenta da una parte, si velocizza dall’altra. Alfonso Frassanito è stato rinviato a giudizio. A trascinarlo in tribunale il 3 aprile 2013 uno degli avvocati dei minori coinvolti nella vicenda. L’accusa è diffamazione. «Io vengo portato in aula per aver osato delinearmi in un confronto tv dove ho solo espresso la mia indignazione nei confronti di un legale». La puntata in questione è quella della trasmissione “Il graffio” su TeleNorba il 19 Gennaio 2009. In quel salotto gli animi si sono scaldati. D’altronde nella testa del padre di Carmela rimbombano ancora le frasi in aula del difensore degli accusati, dove, secondo l’uomo, la bimba viene definita con parole che la delineano come una “prostituta”. In quell’occasione Alfonso si è alzato ed è andato via sbattendo la porta. Parole pesanti che nei verbali non sembrano risultare. I genitori della piccola hanno però richiesto la registrazione audio integrale della seduta. Inoltre il signor Frassanito ha presentato un esposto anche all’ordine degli avvocati, affinché vengano presi dei provvedimenti disciplinari nei confronti del legale che, secondo quanto riporta il padre, ha mostrato in studio carte “sensibili” relative ad un processo (all’epoca) ancora in corso. Adesso si dovrà presentare a quell’aula che dirà? «Che sono sdegnato che si spendano soldi pubblici in processi quando mia figlia sta ancora aspettando giustizia. Se ascoltate quella trasmissione tv io non ho detto nulla di male. L’audio dell’udienza sarà dalla mia parte – aggiunge - Forse è un tentativo per farmi abbandonare. Ma io non mollo. Ho perso mia figlia. Andrò avanti fino in fondo. Qualunque genitore lo farebbe». La vicenda di Carmela va avanti da troppi anni, talmente tanti che i genitori hanno creato una associazione per la tutela dei diritti umani e civili dei minori e della famiglia. Si chiama “Io sò Carmela”, la stessa frase che la piccola pronunciava ogni volta che cercava di attirare l’attenzione o per farsi coraggio. Lo stesso spirito che lei gettava sull’inchiostro del suo diario. Una gola profonda che racconta tutti i mostri che lei ha dovuto affrontare. Righe per ricordare a chiunque l’avrebbe letto dopo. Era solo una ragazzina che voleva esser ascoltata.

Ed a proposito dei minori in carcere...

«Mi dimetto: tenere minori in cella non ha senso», scrive Damiano Aliprandi su “Il Garantista”. Il carcere minorile non ha più senso di esistere, per questo si dimette. Un fortissimo gesto simbolico quello di don Ettore Cannavera, il cappellano del carcere minorile di Cagliari. Dopo ben 23 anni di attività ha deciso di non essere più complice di un sistema che non condivide. Una decisione sofferta e a lungo ponderata, ma ormai inevitabile, dopo il declino dell’Istituto sardo negli ultimi due anni. Ma anche un gesto simbolico, per sottolineare l’inadeguatezza del sistema penitenziario minorile italiano: «Impostato solo sulla custodia dei ragazzi e non su una visione realmente pedagogica e rieducativa», ha così spiegato il cappellano. Dimissioni che saranno, si spera, destinate a far discutere. Storico esponente del mondo del sociale e da oltre quarant’anni uno dei punti di riferimento in Italia sui temi della giustizia minorile, Cannavera è anche il fondatore della comunità “La collina di Serdiana”, in provincia di Cagliari, che permette il reinserimento dei minori che hanno avuto problemi con la legge. Le dimissioni da cappellano, sono state presentate il 12 maggio ma don Ettore continuerà il suo servizio fino a fine mese, quando sarà nominato il suo successore. «Non è stato facile per me, dopo ventitré anni, prendere questa decisione, ma ho dovuto farlo – ha spiegato -. Innanzitutto per lo stato di abbandono in cui versa l’istituto di Quartucciu da due anni, da quando, cioè, è stato allontanato il direttore Giuseppe Zoccheddu – continua – . Da allora ho deciso di diradare gradualmente la mia presenza perché non riuscivo più a riconoscervi un luogo dove si svolga quell’opera di recupero educativo e di reinserimento sociale che la nostra Costituzione attribuisce alla pena. Nel nostro carcere minorile si pratica una pedagogia penitenziaria che non riesco più a condividere». La struttura di Quartucciu, nata ai tempi della stagione del terrorismo in Italia, è secondo Cannavera «inadeguata per i minori perché troppo grande e pensata per gli adulti, ma anche perché ormai è mal gestita – continua -. Non c’è più una direzione locale, periodicamente viene un dirigente da Roma a controllare ma niente di più. Ai ragazzi non viene offerta una reale risposta educativa, sono parcheggiati lì per qualche giorno in attesa di essere affidati a una comunità». Anche i trasferimenti da un istituto all’altro derivano da « motivi disciplinari o di sovraffollamento e non da un progetto educativo – denuncia il cappellano -. I ragazzi sono trattati come pacchi da destinare a una collocazione più contenitiva, e si trascura di instaurare con loro una relazione educativa che sia di cura». Prima di arrivare alle dimissioni Cannavera aveva inviato, il 7 maggio scorso, una lettera-appello alle istituzioni: dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, alla direttrice del Dipartimento di Giustizia minorile, Annamaria Palma Guarnier fino alla presidente della Camera Laura Boldrini e alcuni senatori della Repubblica, tra cui Luigi Manconi. «Il carcere minorile in Italia è un’istituzione che non ha più senso di esistere – ha affermato don Ettore -. In molte nazioni non c’è perché si è compreso che sono altre le risposte che si devono dare ai ragazzi che hanno commesso un reato. Mentre il nostro ordinamento minorile è identico a quello degli adulti, e per questo inefficace – spiega -. Ma oltre a non servire è anche molto costoso: un minore in carcere costa 1000 euro al giorno, un minore in comunità 600 euro al mese». Secondo don Ettore dunque gli istituti minorili andrebbero chiusi. Mentre il sistema di rieducazione dovrebbe basarsi sulle comunità di accoglienza, in cui portare avanti percorsi di reinserimento sociale pensati per i ragazzi. « Solo così si potrebbe abbattere davvero la recidiva – ha aggiunto -. Sono cose che ho detto e ripetuto continuamente, ma non ho ricevuto risposta. Ho deciso di fare questo gesto simbolico, quindi, anche per chiedere un intervento delle istituzioni, innanzitutto del ministro Orlando. Sono anni che si parla di impostare in maniera diversa il sistema ma niente si muove, con la conseguenza di uno spreco di risorse finanziarie e umane». Il clamoroso gesto simbolico del cappellano si va ad aggiungere alle ultime affermazioni di Papa Bergoglio durante un udienza con i bambini delle scuole primarie. Ha evocato l’inutilità delle carceri minorili perché – secondo lui- è solamente una soluzione facile. Ma che cos’è il carcere minorile? È un luogo di detenzione dei minori condannati per un reato commesso – oppure in attesa di giudizio – ed è separato dal carcere dei maggiorenni. La struttura è resa necessaria dal fatto che soltanto il minore di quattordici anni non è penalmente punibile, mentre il tribunale per i minorenni può infliggere, a chi ha compiuto i quattordici anni e non ha ancora raggiunto la maggiore età, anche pene detentive. Con la riforma del processo minorile del 1989 si è cercato di tenere i giovani il più possibile lontani dal carcere, sostituendolo con misure alternative (affidamento a servizi sociali, istituti di semilibertà, comunità). A causa dei tagli nei confronti dei servizi sociali, comunità terapeutiche e il mancato automatismo per le pene alternative visto che sono sempre a discrezione dei magistrati di sorveglianza, la riforma non ha purtroppo raggiunto i suoi obiettivi di rieducazione che mira al completo superamento della detenzione minorile. Un ruolo fondamentale per far intraprendere una adeguata riforma l’ha giocato la convenzione europea sui diritti umani, la quale recita :«Un modello di giustizia minorile agile e veloce pensato per un contesto istituzionale di forte presenza di servizi educativi del territorio a cui fare ricorso in alternativa al giudizio. Un modello basato sulla rapida uscita dal circuito penale e sul concetto di responsabilizzazione del minore anche attraverso forme di confronto con la vittima». Un dato positivo – da quando è stato introdotto il nuovo codice di procedura penale per minorenni – però c’è stato: si è passati dagli oltre 7.000 ingressi annui del passato a una presenza media attuale di 452. Accanto a questo dato però vi sono dati sconfortanti: c’è un’accentuata discriminazione nei confronti dei ragazzi del Mezzogiorno e gli immigrati. Nel sud Italia vi è un certo numero di ragazzi e ragazze italiane con sentenza definitiva tenuti nelle carceri minorili fino al 21° anno di età per essere poi trasferiti nelle carceri per adulti. Per queste persone la giustizia minorile non prevede tentativi di ”recupero”, bensì accentua la funzione di criminalizzazione svolta dal carcere preparando un’esistenza fatta di continui ingressi nelle patrie galere. Poi c’è la carcerazione dei minori immigrati. A parità di reato, i minori immigrati sono più spesso condannati, ricevono molto più frequentemente misure cautelari detentive, rimangono per più tempo in carcere, mentre con molta meno frequenza sono destinatari di misure diverse, quali ad esempio il collocamento in comunità-alloggio o in famiglia. Il carcere minorile ha lo stesso identico problema di quello per gli adulti, e non solo per quanto riguarda la discriminazione e l’aumento della percentuale dei baby-detenuti di provenienza straniera: secondo un rapporto di Antigone, come per gli adulti, anche i detenuti minorenni reclusi, in gran parte, stanno dentro non a scontare la pena, ma in attesa di giudizio. Il 61,6% del totale è in carcerazione preventiva. Anche per i minori vale il detto giustizialista: «Meglio un innocente in galera che un presunto colpevole in libertà». Un altro motivo in più per contemplare la sua completa abolizione.

E poi ci sono loro: gli innocenti in carcere...

Lo scandalo dei bebè in cella: una delle più grandi vergogne italiane, scrive Errico Novi su "Il Garantista". Basta poco. Almeno in apparenza. Quel tanto che consentirebbe di trasformare le nostre carceri da un labirinto pieno di angoli bui a un sistema rispettoso della dignità. Un esempio, tra i più chiari e più urgenti da risolvere, è la condizione dei minori, anzi dei neonati detenuti. E sì, ce ne sono «Almeno una quarantina», segnala Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani di Palazzo Madama. Proprio il senatore si è fatto promotore di un intenso “pressing” nei confronti del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, con un obiettivo: fare in modo che ai bimbi con meno di 3 anni non capiti mai, e mai più, di trascorrere i primi mesi di vita dentro una cella. Il “basta poco”, la filosofia con cui Manconi si spende per questa specifica e particolare causa – al pari delle molte altre che, va detto, difende dentro e fuori il sistema carcerario – è in fondo anche lo spirito buono che aleggia sugli “Stati generali dell’esecuzione penale”, il « percorso semestrale di riflessione e approfondimento sulle tematiche legate al carcere per arrivare nel prossimo autunno all’elaborazione di un articolato progetto di riforma», come si legge nella nota di Via Arenula. L’iniziativa voluta dal guardasigilli e dal capo del Dap Santi Consolo sarà presentata questa mattina alle 10, al presso la Casa di reclusione di Milano Bollate. Nelle molte sessioni che da qui in poi verranno organizzate si affronteranno tutti i temi forti richiamati appunto da una possibile riforma di sistema. Certo è che un caso molto particolare come quello dei neonati in cella non avrebbe neppure bisogno di vedersi intestato un dibattito. «La necessità di risolverlo è chiarissima tanto più che non si tratta di introdurre nuove previsioni normative: quelle già ci sono», spiega Manconi, «è già previsto dalla legge che debbano esserci case famiglia protette per madri e figli minori. Ma ritardi amministrativi, intoppi burocratici, indifferenza istituzionale hanno impedito finora la cancellazione di una iniquità più oltraggiosa di tutte le altre iniquità che rivela il nostro sistema penitenziario». Il ministro della Giustizia ha oggettivamente impresso una svolta alla propria politica sulle carceri: lo dimostra la stessa convocazione degli “Stati generali”, come pure la tenacia con cui Orlando insiste sul superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari nonostante la resistenza delle Regioni. Non ha potuto sottrarsi dunque all’appello del senatore Manconi: «Il guardasigilli si è impegnato a fare della drammatica questione una priorità del suo programma», ricorda ancora il presidente della commissioni Diritti umani, «i primi segnali positivi già si manifestano: a Roma, grazie all’opera instancabile dell’assessore ai Servizi sociali Francesca Danese, un accordo tra tribunale, Comune e Dap permetterà di accogliere le detenute con figli in una casa famiglia protetta, ricavata da due palazzine dell’Eur sottratte alla criminalità organizzata. Un buon inizio». Sarà questa la strada da far seguire in tutta Italia: «In media, ogni anno, e da tre lustri, una quarantina di minori con meno di 3 anni si trovano detenuti con le proprie madri: la gran parte nelle celle e nei reparti ordinari dei nostri istituti penitenziari, con quali rovinosi effetti sullo sviluppo psicologico di quei bambini, non è difficile immaginare». Si supererà anche questo. Forse non ci sarà bisogno di convocare una serie di incontri all’interno degli “Stati generali”, appunto. Ma magari, evocare la questione qua e là nel corso dei lavori, tanto per ricordare che a volte basta poco per rendere le carceri più umane, servirà come segnale di speranza.

PAS ED AFFIDO: IL MONOPOLIO DELLE MADRI FEMMINISTE.

La proposta di legge sull'affido della Hunziker e della Bongiorno scatena la furia delle femministe, scrive “Libero Quotidiano”. Questa volta l'avvocato Giulia Bongiorno e la showgirl Michelle Hunziker hanno fatto infuriare tutti. Da tempo le due sono impegnate fianco a fianco nella battaglia per tutelare i diritti delle donne vittime di violenze e abusi. E a sorpresa questa volta ad attaccarle sono proprio le avvocatesse e le responsabili dei centri antiviolenza. Tutto è nato quando la Hunziker, durante una puntata del programma di Fabio Fazio Che tempo che fa, ha spiegato la sua proposta di legge elaborata con la Bongiorno per punire i genitori che impediscono al coniuge di vedere i figli dopo la separazione. Il punto contestato di questa proposta, che con la raccolta firme potrebbe diventare una legge di iniziativa popolare, è quello che introdurrebbe la Sindrome di alienazione parentale (Pas) nel sistema giuridico italiano. Secondo la Hunziker, del Pas soffrirebbero i bambini a cui viene inculcato il disprezzo verso uno dei due genitori, spesso il padre; a causa di questa manipolazione i figli si rifiuterebbero si passare del tempo con il genitore incriminato, condizionando la propria crescita psicologica. Peccato però che questa sindrome non abbia nessuna valenza scientifica e che non sia mai stata confermata. Così dopo la puntata le avvocatesse dei centri anti violenza hanno inviato una lettera alla presidente della Rai, Anna Maria Tarantola, per protestare della visibilità che ha avuto la proposta della Bongiorno. Da anni questi centri ribadiscono che questa “sindrome inesistente” sia stata inventata proprio dai mariti violenti per riuscire a strappare i figli alle madri durante le battaglie giudiziarie. I cori di protesta sono stati così forti da spingere la Hunziker e la Bongiorno a rispondere con una lettera: “Questa proposta non ha alcuna pretesa di normativizzare la “PAS” intesa come malattia. Non si tratta, quindi, di superare i dubbi scientifici con una proposta di legge, ma di tener conto di un allarmante fenomeno sociale che richiede attenzione da parte del legislatore”.

Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno scatenano un putiferio. Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno scatenano un putiferio con la proposta di legge che vorrebbe in carcere il genitore che denigra l'ex davanti ai figli, scrive Mariangela Campo. Proteste, manifestazioni, appelli, polemiche: ecco quello che si è scatenato sul web e fuori dal web a causa delle parole di Michelle Hunziker intervistata da Fabio Fazio a Che tempo che fa venerdì 10 maggio 2015. La Hunziker ha parlato della proposta di legge presentata dall’avvocato Giulia Bongiorno – con la quale ha ideato Doppia Difesa, fondazione che ha l’obiettivo di aiutare le vittime di abusi, violenze e discriminazioni ad uscire dal silenzio – che vorrebbe punire con il carcere il genitore che si macchia della colpa di denigrare l’ex davanti ai figli. In sostanza, secondo la Hunziker e la Bongiorno, se un genitore mette i figli contro l’altro, parlandone male e facendoglielo odiare, nei figli si scatena la temutissima PAS: la sindrome di alienazione parentale per cui il bambino non vorrà più vederlo. Il genitore che fa una cosa del genere, secondo le due donne fondatrici di Doppia Difesa, dovrebbe finire in carcere. Ed è a questo punto che è scoppiata la polemica, multimediale e non: alcuni professionisti hanno gridato alla “bufala”, dichiarando che la PAS non esiste, che non è una sindrome. C’è chi sostiene che – mettendo da parte la PAS – anche se uno dei due genitori effettivamente denigra l’altro, sarebbe una cosa orribile che finisse in prigione: immaginate una madre (o un padre) che parlano male dell’altro al proprio figlio. Questa madre (o questo padre) finisce in galera per questo. Il bambino finirà in una comunità, perché molto probabilmente lui e la madre (o il padre) erano stati abbandonati: così, con la mamma in carcere e il padre non rintracciabile (o viceversa), la vita del bambino sarebbe migliore? Dopo la puntata di Che tempo che fa e le polemiche che ne sono seguite, la Bongiorno ha cercato di mettersi al riparo: «Vorremmo che fosse chiaro dal punto di vista giuridico quel reato che oggi non ha un nome e che sta nella terra di nessuno fra la diffamazione e i maltrattamenti. Mi spiego: se un genitore prende il proprio figlio e scappa, il reato è sottrazione di minore; se usa la violenza fisica o psicologica parliamo di maltrattamenti. E se invece influisce sul bambino continuando ad autopromuoversi e a denigrare senza ritegno l’altro genitore? E se per dieci volte di fila trova una scusa per non far vedere il figlio all’altro? Come li chiamiamo questi atteggiamenti? Come facciamo a punire tutto questo ammesso che si riesca a dimostrarlo? Ecco, questo per noi è un abuso di relazione familiare o di affido. E credo che se fosse un reato, con la sua punibilità sarebbe anche un deterrente per i tanti, troppi genitori che lo commettono. Chi si occupa di questioni familiari, come me, lo sa bene che le cose vanno così spessissimo. Poi, certo, tutto è perfettibile. Ma io dico: parliamone, sediamoci attorno a un tavolo e discutiamo di ogni virgola. La sola cosa sulla quale non si può discutere è la violenza: per me non esistono forme di violenza private. La violenza riguarda tutti, anche se è una violenza psicologica di un padre o di una madre nei confronti del proprio figlio. E parlo di padre e madre non a caso, qui non è questione di genere. Non ho l’ansia da reato, semmai quella di punire condotte che non sono punite. Anche con la legge sullo stalking mi dicevano: sono fatti privati, come facciamo a metterci il naso? Mi criticarono ferocemente anche allora, dissero che volevo perseguitare i fidanzati, che ce l’avevo con il corteggiatore che mandava le rose… Si è visto com’è finita».

Affido, i danni del monopolio delle madri, scrive Eretica Whitebread su “Il Garantista". Da qualche giorno Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno, fondatrici della associazione Doppia Difesa, sono diventate il bersaglio di alcune donne che non approvano la presentazione di una proposta di legge di questo tipo: «È punito con la reclusione da sei mesi a tre anni chiunque, nell’ambito delle relazioni familiari o di affido, compiendo sul minore infraquattordicenne ripetute attività denigratorie ai danni del genitore ovvero limitandone con altri artifizi i regolari contatti con il medesimo minore, intenzionalmente impedisce l’esercizio della potestà genitoriale». E ancora: «Se il fatto è commesso con violenza o minaccia reiterata, si applica la pena della reclusione da uno a quattro anni. Se dal fatto deriva una rilevante modificazione dell’equilibrio psichico del minore, le pene sono aumentate». Michelle Hunziker, in una puntata della trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”, riferendosi alla proposta di legge, parla espressamente di Pas, sindrome di alienazione genitoriale, che viene considerata “scienza spazzatura” ed è tema di grandi conflitti volti a consolidarne o annullarne la validità scientifica. Negli ultimi anni, psicologi e altre professionalità che si occupano di separazioni e affido dei minori, parlano però solo di ”alienazione parentale” che verrebbe intesa non come sindrome ma piuttosto come violenza psicologica e maltrattamento nei confronti dei minori. C’è da dire che chi si oppone alla Pas, fin dai tempi della approvazione della legge 54/2006 sull’affido condiviso, non accetta neppure che si parli di bigenitorialità. Che, per qualcuno, sarebbe una maniera “per alimentare la violenza sulle donne”. Ogni proposta che riguarda l’affido condiviso viene avversata e considerata un attentato al sacro legame madre/figlio. La Pas diventa così un pretesto per mettere in cattiva luce un punto di vista a partire dal quale si ritiene che padri e madri genitori abbiano eguali diritti e doveri. La discussione sulla Pas, formula autoritaria tanto quanto l’istituzione di un reato contro alcuni comportamenti, è però molto poco chiara e quel che viene diffuso da chi vi si oppone è puro terrorismo psicologico. Per spiegare quel che è la Pas, si delegittima il creatore, Gardner, che la utilizzò nei tribunali, per aggirare il rifiuto del bambino quando si trovava di fronte a un genitore accusato di abusi. Da lì in poi la Pas diventa una difesa per i pedofili: chi ne parla difende i pedofili, i padri che la oppongono come strategia processuale per ottenere l’affido condiviso sono pedofili. Partendo da questo tipo di ragionamenti, che annullano la complessità e precludono ogni tipo di approfondimento, capirete con quali argomentazioni procede la discussione in questi giorni. Quel che non si spiega è che, sebbene la Pas sia da bocciare, esiste un problema che riguarda gli affidi e i nuovi modelli maschili di genitorialità. I padri non sono più quelli di una volta e chiedono di potersi occupare dei figli tanto quanto le madri. Chi si oppone all’affido condiviso punta sull’esaltazione del ruolo materno, sulla inscindibile relazione madre/figlio, su una innata propensione alla cura che non può essere ripagata con la sottrazione di doveri e responsabilità da assegnare pari merito al padre. In questa faccenda si incrociano perciò persone con pregiudizi tipici di chi crede nella sacralità della famiglia, e non approva le unioni gay e tantomeno le adozioni per i gay, perché i figli devono stare solo con le madri. L’altro contesto alleato è quello di femministe che combattono contro la violenza sulle donne. Ci sono stati uomini che hanno usato l’affido condiviso per restare in contatto con l’ex moglie maltrattata. È capitato che l’obbligo di visita da parte del padre abbia portato all’omicidio del figlio conteso. Ma è capitato, anche, che quel figlio conteso l’abbia ammazzato la madre. Da lì a generalizzare e a immaginare un complotto mondiale di uomini violenti contro le madri il passo è breve. Il pensiero ricorrente è infatti questo: se un padre è violento sono tutti violenti. Se una madre è violenta lo è solo per reazione a grandi livelli di oppressione sistemica e patriarcale. I padri sono stronzi e le madri sante. La separazione non può che risolversi con l’affido prevalente alla madre e i padri possono sbattersi quanto vogliono, ma giammai otterranno quel privilegio genitoriale che le madri hanno conquistato con il sangue. E se vogliamo aggiungere altre zone epiche a quelle già narrate bisogna dire soprattutto che le persone che si oppongono alla proposta di Hunziker/Bongiorno sono le stesse che immaginano di poter sottrarre tutti i diritti civili ai padri che dovranno essere banditi dalla vita dei figli non appena la ex moglie produrrà un’accusa. Le persone contrarie all’affido condiviso sono garantiste quando si parla di attribuzione di reati che potrebbero riguardare le donne, e diventano improvvisamente forcaiole quando si tratta di mettere in galera un uomo che non è stato neppure processato. A questo punto la retorica pro/madri si muove in una zona che attraversa stereotipi e pregiudizi sessisti. Perché un uomo accusato non dovrebbe poter vedere ancora il figlio? Perché un uomo è colpevole a prescindere e il solo fatto che una donna lo dichiari lo dimostra. Perché un uomo che, per esempio, è stato processato e assolto non dovrebbe poter vedere il figlio? Perché anche se è stato assolto sicuramente il giudice ha sbagliato. In quel caso potrete vedere una madre che indossa l’abito da martire mentre pensa di compiere una sacra crociata in difesa del bambino. Negli anni, mentre questo dibattito riempiva molte pagine del web, di cose sbagliate ce ne sono state tante. Alcuni uomini, sessisti, hanno usato la causa dei padri per sputare fango contro le donne. Alcune persone hanno perciò offerto alle madri un pretesto per poter produrre una generalizzazione a tutti i costi. I padri che chiedono l’affido condiviso dunque sono violenti, e se in compagnia di nuove compagne a costoro sono dedicati epiteti altrettanto gentili: sterili, zoccole, ladre dei figli altrui, zitelle che si sono accontentate degli scarti delle sante donne, e via di questo passo. Potete immaginare quale sia oggi il livello della discussione su Hunziker e Bongiorno. Accanto a chi esprime un parere argomentato, c’è chi insulta. Hanno insultato me che ho dedicato tempo a discutere con i padri andando oltre le demonizzazioni, e insultano chiunque non sia allineat@. Le polimiche sono andate avanti, nonostante la diffusione di un comunicato nel quale Hunziker e Bongiorno scrivono che «in particolare, ci ha colpito il dibattito, del tutto fuorviante, che si è aperto sulla Pas. Questa proposta non ha alcuna pretesa di normativizzare la “PAS” intesa come malattia. Non si tratta, quindi, di superare i dubbi scientifici con una proposta di legge, ma di tener conto di un allarmante fenomeno sociale che richiede attenzione da parte del legislatore». L’avvocato e l’attrice sottolineano che «il reato che chiediamo di introdurre sanzionerebbe cioè azioni ben modellate (ripetute attività denigratorie ai danni del genitore; indebita limitazione dei regolari contatti con il genitore mediante altri artifici), sempre che sia intenzionalmente impedita la piena espressione della responsabilità genitoriale. È lampante come oggi simili comportamenti rischierebbero di sfuggire alla repressione penale: non ricadono infatti all’interno dei maltrattamenti in famiglia né all’interno della sottrazione di minori». Il tono del “confronto” si può così sintetizzare. Della Bongiorno si scrive che avrebbe difeso persone discutibili. Alla Hunziker si dice che sarebbe: da “denunciare” (detto da chi avversa la proposta di reato per l’AP ma non disdegna di considerare un reato l’opinione della Hunziker); una che deve tornare a fare la show girl; una che «si qualifica da sé per la pubblicità degli slip Roberta». Alla divisione tra le opinioniste perbene e quelle per male si oppongono madri che cercano di spiegare che la storia del condizionamento e dell’istigazione all’odio da parte di un genitore che mette il figlio contro l’altra, riguarda anche le donne. Allora le anti/pas le mettono a tacere tacciandole di maschilismo. Come la giri e la giri, insomma, hanno sempre ragione loro. Da parte mia la più totale solidarietà a Giulia Bongiorno e a Michelle Hunziker per la gogna perenne che stanno subendo.

Sul reato di alienazione genitoriale e la proposta Hunziker-Bongiorno, scrive Marcello Adriano Mazzola su “Il Fatto Quotidiano”. “Vedrai che non ti faccio più vedere il figlio!”. Molte delle separazioni che segnano la fine di una relazione sentimentale, si concludono così. Molte e da molto tempo. Insegnano ai convegni gli studiosi del fenomeno, sin dalle origini, che l’alienazione del rapporto genitore-figlio e dunque del figlio al genitore e specularmente del genitore al figlio, sino a qualche decennio fa, venisse spesso realizzata dagli uomini in danno delle donne. Poi il fenomeno si è ribaltato ed oramai è di dominio pressoché delle donne-madri. In passato forse gli uomini tendevano ad esercitare un potere, intendendo affermare un arcaico maschilismo. Da decenni invece le donne hanno invertito il trend, implicitamente rivendicando rigurgiti di parità. Allora quanto oggi l’alienazione di un figlio in danno di uno dei genitori è non sbagliata e grave. Grave perché va ad incrinare, spesso demolire, almeno due diritti fondamentali quali quelli della bigenitorialità e della genitorialità (entrambi coperti costituzionalmente dagli artt. 2, 29, 30 Cost.). L’alienazione annulla, disintegra, svuota, disorienta, eviscera un essere umano. E ne scrivo non per sentito dire ma perché anni fa l’ho personalmente vissuta e da tempo seguo casi di alienazione. La proposta Hunziker-Bongiorno è chiara, chiedendo l’introduzione nel Codice Penale dell’art. 572 bis ((Abuso delle relazioni familiari o di affido): “Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni chiunque, nell’ambito delle relazioni familiari o di affido, compiendo sul minore infraquattordicenne ripetute attività denigratorie ai danni del genitore ovvero limitandone con altri artifizi i regolari contatti con il medesimo minore, intenzionalmente impedisce l’esercizio della potestà genitoriale. Se il fatto è commesso con violenza o minaccia reiterata, si applica la pena della reclusione da uno a quattro anni. Se dal fatto deriva una rilevante modificazione dell’equilibrio psichico del minore, le pene sono aumentate. Le pene sono aumentate da un terzo alla metà, se il fatto di cui ai commi precedenti riguarda un minore di anni dieci o con disabilità ai sensi dell ’art. 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104. Il delitto è punibile a querela della persona offesa.” La proposta ha scatenato subito una guerra santa tra negazionisti e non. C’è chi ha richiamato a sproposito la Cassazione e Richard Gardner, studioso della PAS, legittimando il proprio sdegno col richiamo tombale del manuale sui disturbi comportamentali DSM che non darebbe piena valenza alla PAS. S’impone chiarezza scientifica su un dibattito che è di straordinaria importanza poiché può coinvolgere milioni di italiani (il 45% delle coppie si separa e ciò interessa ogni volta almeno 3/7 soggetti tra genitori, figli e nonni). Il riconoscimento scientifico della PAS è solo parte del problema poiché l’alienazione non sempre si manifesta in una vera e propria sindrome patologica. Possono contrastare l’insorgenza della PAS sia la resilienza del minore, sia la durata dell’alienazione, che altri fattori. Tuttavia l’alienazione se reiterata e durevole può risultare devastante, tanto per il minore quanto per il genitore (si pensi a un genitore che non riesca a vedere il figlio o ad avare rapporti equilibrati e continuativi con lo stesso per mesi). Nel manuale DSM-5 l’alienazione è comunque oggetto di attenzione poichè quanto ai “Problemi correlati all’allevamento dei figli” [V61.20 (Z62.820) Problema relazionale genitore-bambino] è scritto che “Tipicamente, il problema relazionale genitore-bambino viene associato a una compromissione del funzionamento in ambito comportamentale, cognitivo o affettivo. Esempi di problemi comportamentali comprendono inadeguato controllo genitoriale, supervisione e coinvolgimento del bambino; iperprotezione genitoriale; eccessiva pressione genitoriale; discussioni che possono sfociare in minacce di violenza fisica ed evitamento senza soluzione di problemi. Problemi cognitivi possono comprendere attribuzioni negative alle intenzioni altrui, ostilità verso gli altri o rendere gli altri capro espiatorio, e sentimenti non giustificati di alienazione. Problemi affettivi possono comprendere sensazioni di tristezza, apatia o rabbia verso gli altri individui nelle relazioni. I clinici dovrebbero tenere in considerazione le necessità di sviluppo del bambino e il contesto culturale”. Non è vero che la giurisprudenza abbia stroncato l’alienazione genitoriale. Infatti prestano attenzione alle gravissime conseguenze tanto quella di merito (Trib. Alessandria, sent. n. 318/1999 in un caso di alienazione realizzata dall’uomo-padre; Trib. Matera 11.2.10 in un caso di alienazione realizzata dalla donna-madre) che quella di legittimità (Cass. n. 5847/2013). E’ invece critica sempre la Cassazione (Cass. n. 7041/2013) laddove debba dare ingresso alla Pas in assenza di chiarezza del manuale DSM-4. Il Papa, unica autorità morale mondiale, si è così di recente speso: “È ancora più difficile per i genitori separati che sono appesantiti da questa condizione; poverini hanno avuto difficoltà, si sono separati e tante volte il figlio è preso come ostaggio: il papà gli parla male della mamma e la mamma gli parla male del papà, e si fa tanto male. Dirò a voi che vivete matrimoni separati: mai, mai, mai, prendere il figlio come ostaggio, voi siete separati per tante difficoltà e motivi, la vita vi ha dato questa prova, ma che i figli non siano quelli che portano il peso di questa separazione. Che i figli non siano usati come ostaggi contro l’altro coniuge, che i figli crescano sentendo che la mamma parla bene del papà anche se non sono più insieme, e che papà parla bene della mamma; questo è molto importante e molto difficile, ma potete farcela”. L’alienazione parentale riassume in sé un nodo cruciale del diritto di famiglia: non affrontarlo significa legittimare (e armare) chi usa un fallimento sentimentale per compiere gravi illeciti, contando sulla impunità. E’ invece necessario disarmare entrambi i contendenti e ristabilire equilibrio e tutela di diritti fondamentali. Per il bene di tutti. Soprattutto dei minori.

PARLIAMO DI CONFLITTI GENITORIALI.

Quell'esercito di padri separati che non paga il mantenimento. Boom di cause contro gli ex inadempienti. Da gennaio il fondo di Stato in aiuto dei figli, scrive Maria Novella De Luca il 29 dicembre 2015 “Repubblica”. "Da sei mesi mio marito non ci versa più l'assegno di mantenimento. E i miei figli, Giada e Pietro, sono diventati bambini poveri. Cosa vuol dire povero? Vuol dire che abbiamo tagliato la piscina, il calcetto, la mensa a scuola, eliminato i vestiti nuovi, i libri sono un lusso già da un pezzo, e ad ogni festa di compleanno non so come comprare il regalo... Mi vergogno, ma riesco a garantire soltanto la sopravvivenza. Il mio ex scappa, fugge, dice che non ha soldi, ma intanto si è costruito una nuova famiglia...". Adachiara, maestra d'infanzia e giovane mamma separata di Udine dice che non appena il nuovo "Fondo di solidarietà per il coniuge in stato di bisogno" diventerà effettivo, sarà tra le prime a presentare la domanda. Perché d'ora in poi, come prevede la legge di Stabilità, sarà lo Stato a versare i soldi dell'assegno di mantenimento a famiglie come quella di Adachiara, rivalendosi poi sul padre inadempiente. Un passo di civiltà, spiegano gli avvocati matrimonialisti, ma anche la testimonianza di un'emergenza non più legata alla crisi ma diventata endemica, la povertà cioè che segue la fine di un amore, e dunque le separazioni e i divorzi. I dati sono impressionanti: secondo le stime dell'Ami, Associazione matrimonialisti italiani, i processi penali per il "mancato pagamento dell'assegno ai figli" sono aumentati del 20 per cento negli ultimi cinque anni, trecento in sei mesi i casi solo al tribunale di Trento. Lasciarsi, ormai è assodato, è sempre più un lusso per coppie con doppio reddito, o per chi ha soldi, per tutti gli altri la rottura di un matrimonio può diventare l'anticamera della povertà. Eppure in Italia le nozze durano sempre meno, dal 1995 a oggi sono triplicati gli addii dopo dieci anni vita in comune, e le separazioni cresciute del 70 per cento. Ma nello stesso tempo il 12 per cento degli "utenti" delle mense della Caritas sono proprio i separati e i divorziati, anzi le divorziate, visto che l'8,5 per cento sono donne con figli minori a carico. Spiega Gian Ettore Gassani, fondatore dell'Ami e grande sostenitore del Fondo varato dal Governo: "Sono anni che lo chiedevamo, anni in cui abbiamo visto la tragedia di famiglie ridotte sul lastrico dopo una separazione, e quasi sempre a pagarne il prezzo più alto sono le donne e i bambini. Nella maggioranza dei casi infatti a non pagare l'assegno di mantenimento sono i padri, in parte perché non possono, in parte perché ne approfittano. Ma il dato sociale è durissimo. Si può fare addirittura un calcolo matematico: in una coppia con due figli, un mutuo e due redditi da 1500 euro, dopo la separazione uno dei due coniugi diventerà povero...". Racconta Adachiara: "Ci siamo separati perché lui aveva un'altra storia, ma abbiamo entrambi sofferto per la fine di un matrimonio in cui avevamo creduto. All'inizio è stato presente, affettuoso con i bambini, puntuale nei pagamenti. Poi la sua "altra" famiglia è diventata più importante, ha iniziato a trascurarci, e da quando è diventato padre di nuovo è come se ci avesse dimenticati. Il mio ex è un libero professionista, io guadagno meno di mille euro al mese. Eravamo una famiglia normale, oggi i miei bambini sono poveri, ed esposti ad una doppia sofferenza, il suo abbandono e le privazioni". Aggiunge Gassani, che di tutto ciò parla nel suo libro "Vi dichiaro divorziati": "Il Fondo servirà in situazioni come queste, ma ci vuole una stretta vigilanza: temo infatti che i padri inadempienti possano approfittarne per abdicare ancora di più dalla proprie responsabilità". Mitiga Tiberio Timperi, giornalista e esponente dei padri separati, protagonista di una lunga vicenda giudiziaria con la ex moglie. "È una misura giusta, ma è anche una toppa sulle inefficienze della giustizia, dove ancora troppo spesso i giudici privilegiano d'ufficio il collocamento dei figli con le madri, e impongono ai padri assegni di mantenimento impossibili da onorare, fino a ridurli im miseria. Oltre ai soldi serve un cambio culturale nei tribunali". Per Alessandro Sartori, presidente dell'Aiaf, associazione italiana avvocati della famiglia, il vero problema è però l'impunità: "I processi aumentano, ma la realtà è che quasi mai gli "inadempienti" finiscono in carcere. E per le vittime l'unica strada è quella della battaglia legale...".

Padre accusato di abusi sessuali. I figli 15 anni dopo: «Tutto inventato». L’uomo venne condannato in via definitiva a nove anni e due mesi di carcere. «Menzogne dettate da nostra madre che si stava separando», scrive “L’Ansa” su “Il Corriere della Sera”). «Quello che io e mio fratello avevamo detto su mio padre erano invenzioni dettate da mia madre che lo voleva allontanare»: è una ritrattazione a distanza di anni quella di due ragazzi di 21 e 24 anni, Michele e Gabriele, figli di un 46enne sardo, condannato in via definitiva a nove anni e due mesi di carcere per abusi sessuali proprio sui due figli. Si tratta di una vicenda consumatasi tra la Sardegna, terra d’origine della famiglia, e Brescia, dove padre, madre e i due figli si erano trasferiti, dove hanno abitato per anni e dove sono state depositate le prime denunce nei confronti del genitore. Fatti avvenuti «nell’ambito di una separazione coniugale e in particolare segnati da un’accesa conflittualità tra genitori e un’aspra battaglia per l’affidamento dei figli», scrivono i giudici del tribunale di Oristano che hanno condannato il padre 46enne, oggi rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Sassari. Michele e Gabriele all’epoca dei fatti avevano 9 e 12 anni. «Le indagini mediche non potevano dare certezza sull’abuso», hanno scritto tre periti nominati nel tempo dai tribunali di Brescia e Oristano. Nel primo processo gli imputati erano sette; il padre dei due giovani e sei parenti paterni. Questi ultimi assolti per non aver commesso il fatto. «Agli atti ci sono solo le dichiarazioni di due bambini e nessun’altra prova contro mio padre. Nessuno ci ha mai chiesto di raccontare la nostra verità», racconta oggi il figlio più grande, Gabriele, che, come il fratello, ha alle spalle diversi anni passati in alcune comunità del Bresciano. Proprio uscendo da una comunità nel 2009 lasciò agli educatori un memoriale della sua vita dove spiegò che le accuse mosse nei confronti del padre erano state invenzioni. «Per togliere di mezzo papà, mia madre ha cominciato a imbottirci di menzogne, cose che non erano reali, cose che mio padre non ha mai fatto e non farebbe mai» è uno dei passaggi delle 42 pagine di memoriale. In quell’anno era in corso il processo in appello del genitore, ma nessun educatore portò all’attenzione il diario di Gabriele, che ora è stato invece allegato alla richiesta di revisione del processo presentata alla Corte d’appello di Roma dal legale del padre condannato, l’avvocato Massimiliano Battagliola. «La clamorosa ritrattazione a distanza di anni equivale a una nuova prova e anche il memoriale che abbiamo ritrovato è un elemento assolutamente nuovo», spiega l’avvocato bresciano, che mercoledì incontrerà nel carcere di Sassari l’uomo condannato per abusi sui figli e che ora spera di poter riscrivere la sua storia giudiziaria.

L’avvocato del "padre orco": “Dura stare in carcere da innocenti”, scrive Francesca Mulas su “Sardinia Post”. Una famiglia distrutta, un padre accusato di abusi sessuali dai figli, due bambini oggi diventati adulti che si portano dietro un’esperienza terribile: la vicenda di Saverio, oggi 46 anni, richiuso nel carcere di Bancali con la condanna a nove anni di reclusione, è stata segnata dalle accuse dei figli Gabriele e Michele, all’epoca 9 e 12 anni. A distanza di dodici anni dai fatti, e a sei dal processo, la verità decisa dai giudici potrebbe essere riscritta: secondo nuove rivelazioni quelle accuse erano completamente false e i due ragazzini avrebbero inventato tutto, spinti alla falsa testimonianza dalla mamma all’interno di una situazione familiare tesa e conflittuale. A dare la clamorosa notizia oggi è Massimiliano Battagliola, avvocato di Brescia che chiederà alla Corte d’Appello di Roma di rivedere il processo: cosa accadde veramente in quella casa di Brescia dove Saverio, emigrato sardo, viveva nel 2003 insieme alla moglie e ai due figli Michele e Gabriele, sta scritto nelle pagine di un diario che Michele consegnò qualche anno fa agli educatori della comunità dove ha vissuto fino alla maggiore età. Il memoriale non fu mai preso in considerazione mentre il processo era ancora in corso, eppure le parole di Michele, oggi 24 anni, avrebbero potuto scagionare completamente il padre: “Per togliere di mezzo papà mia madre ha cominciato ad imbottirci di menzogne – ha scritto il ragazzo – cose che non erano reali, cose che mio padre non ha mai fatto e non farebbe mai”. Una verità diversa che ora i giudici romani dovranno appurare: l’avvocato Battagliola sta preparando il dossier per la revisione del processo, sarà consegnato tra una decina di giorni. “Stiamo lavorando con grande attenzione a un copiosissimo ricorso – sottolinea l’avvocato dell’uomo – la parte integrante del fascicolo è il memoriale che Michele ha consegnato sei anni fa ai suoi educatori e mai messo agli atti del processo, ma ci saranno anche nuove indagini difensive e nuove testimonianze, in primis quelle dei ragazzi che da accusatori sono diventati testimoni. A quell’epoca ci furono indagini molto accurate, con 75 testimoni interrogati, perquisizioni, sequestri, intercettazioni, ma alla fine furono le accuse dei figli che convinsero i giudici a condannare il padre, accuse che pure tra tante perplessità vennero interpretate come vere.  Oggi invece i ragazzi riferiscono che erano stati spinti dalla mamma a dire cose mai accadute”. In quel processo ci furono sette imputati: tutti assolti i sei parenti di Saverio, unica condanna la sua, undici anni in primo grado e nove stabiliti dalla Corte d’Appello di Cagliari. Oggi Saverio, 46 anni, si trova rinchiuso nel carcere sassarese di Bancali: “Lo vedrò mercoledì – prosegue Battagliola – è un uomo di grande coraggio perché affrontare tutto questo sapendo di essere innocente non è facile. È fiducioso sulla eventualità di una revisione della condanna. I figli? Gli stanno vicino: da tempo, da quando cioè hanno compiuto 18 anni, sono corsi da lui per stargli accanto, per lui è una grande consolazione. Le vittime di questa storia sono tre: Saverio e i suoi due figli, spinti a mentire dalla madre. Oggi per fortuna la verità è venuta alla luce, non sarà facile ma speriamo di riuscire a dimostrarlo davanti a un tribunale. Se la revisione sarà accettata forse sarà davvero la fine di un incubo”.

Lo psicoterapeuta: “Il potere enorme delle madri sulla mente dei bambini”, continua Francesca Mulas. È normale che una madre riesca a condizionare due ragazzini al punto da convincerli di cose terribili, tanto terribili da mandare in galera il padre con una condanna per abusi sessuali? È quello che è successo a Gabriele e Michele, da bambini accusarono il genitore Saverio di violenza su di loro, ora che sono maggiorenni la verità che raccontano è ben diversa. Quelle accuse, dicono oggi, erano solo menzogne, instillate da una madre che cercava di metterli contro il padre. Marcello Dessena, psicoterapeuta cagliaritano, non si stupisce: è difficile trovarsi davanti a casi così gravi ma la manipolazione dei genitori verso i figli può arrivare al punto di far davvero vedere altre realtà: “Un adulto, che ci piaccia o no, ha un potere enorme sui figli, e l’adulto madre ne ha ancora di più. E non è forse attraverso la madre che i figli vedono il padre? Con lei, soprattutto durante l’infanzia, c’è un legame profondissimo, mentre nella maggior parte dei casi il padre è quasi uno sconosciuto, ed è la madre che spiega ai bambini chi è il loro padre; è attraverso lei che si costruisce la figura paterna. In questa situazione, con due genitori in pesante conflitto, i due bambini hanno ricevuto dentro di sé emozioni contrastanti: la verità che conoscevano e quella mostrata dalla madre, una condizione difficilissima da reggere cognitivamente e affettivamente”. La vicenda che ha portato in carcere Saverio, principali accusatori i suoi bambini di 9 e 12 anni, ne sarebbe la prova: da un lato un padre come tutti, dall’altra l”orco’ capace di azioni terribili nei loro confronti: “La mamma ha avuto questo potere di metterli contro l’altro genitore, facendo violenza sulla visione che i figli avevano di lui, ma alla fine la verità mostrata dalla mamma ha avuto il sopravvento: non è successo in un attimo ma in un periodo di tempo lungo, con sguardi, accenni, parole e mezze parole che hanno portato a costruire un ritratto del padre diverso da quello che era in realtà”. Difficile tornare alla vita normale, ora: Massimiliano Battagliola, legale di Saverio, 46 anni, rinchiuso nel carcere di Bancali per scontare nove anni di pena, sta preparando un ricorso per chiedere la revisione del processo che tenga conto delle nuove verità raccontate da Michele e Gabriele. Se anche la richiesta verrà accolta e se alla fine di tutto l’uomo verrà riconosciuto innocente, i due ragazzi porteranno per sempre con sé un grande senso di colpa. “A livello razionale sanno di essere stati manipolati, ma a livello emozionale è difficile accettarlo e farsene una ragione. Sono convinto che il padre e i figli potranno recuperare il rapporto, ma ci vorrà probabilmente un aiuto psicologico per i ragazzi perché da qualche parte sentiranno il senso di colpa per quello che è successo”.

Per il diritto dei bambini a non essere coinvolti in conflitti fra genitori e false accuse.

Padri separati, i genitori "invisibili". I padri, in Italia, non esistono. Non sono raccontati dalla tv e dal cinema. La loro presenza non è contemplata nemmeno dalle istituzioni. E solo 4 italiani su 100 ottengono il congedo di paternità, scrive Giovanni Molaschi su “Panorama”. Tra l’Italia e l’Europa esiste una separazione. Il continente investe sulla famiglia non contemplata dal bel paese. Il 25% dei padri, in Germania, richiede il congedo parentale e posticipa il ritorno al lavoro per accudire la propria prole. In Italia, invece, il patrimonio delle famiglie è amministrato soprattutto dalle donne di casa. Secondo una recente inchiesta condotta da Pianeta Mamma, solo 4 italiani su 100 possono provare ad essere padri a tempo pieno. Gli uomini, nel nostro paese, non hanno le possibilità. Non esiste nemmeno un immaginario. In tv nessuna fiction racconta le storie dei figli e del loro futuro gestito da un genitore maschio. Anche al cinema i padri sono centellinati. Dall’uscita di Anche libero va bene, film che raccontava la storia di una famiglia senza madre, sono passati sette anni. I padri, in Italia, non possono mettersi alla prova. La loro presenza non è prevista. «Il telefono dell’associazione Padri Separati - evidenzia la presidente Tiziana Franchi - suona nei week end, durante i festivi o in estate. Sono stata eletta nel 2010. Da vent’anni faccio parte di questa associazione fondata da quattro padri. Sono figlia di separati e ho divorziato da mio marito. Capisco i problemi delle persone che iniziano una separazione». L’associazione Padri Separati ha aiutato Paolo. “Il mio matrimonio è durato 16 anni. È stata mia moglie a chiedere la separazione. Non mi amava più. Non mi aveva mai amato”. La donna, a Paolo, ha chiesto tutto: la casa, i figli, il mantenimento. “Credeva, come molti ex mogli, di potersi permettere certe richieste. Il giudice, donna, ha previsto per me un assegno. Questo denaro serve ai miei figli (15 e 17 anni) che vivono con me. I ragazzi sono stati ascoltati da una psicoterapeuta”. La paternità di Paolo è stata promossa da possibili madri. “Anche l’avvocato che ha seguito la mia causa è una donna”. Il percorso dell’uomo è un’eccezione. “Nei tribunali, sottolinea Franchi, si pensa ancora che un figlio possa essere affidato solo alla madre. La famiglia, negli ultimi anni, è cambiata. I padri si dedicano di più ai figli. Durante la separazione, però, la storia maturata prima della rottura scompare. Improvvisamente un uomo smette di essere il buon genitore che è sempre stato”. I problemi non nascono dall’educazione. Le difficoltà vere sono prodotte dall’economia. “Si passa, racconta Paolo, da due stipendi a uno”.“Secondo alcuni padri di Aps, nota Franchi, il mantenimento previsto dal giudice non gli permette di essere dei buoni genitori. Non riescono più a fare i regali extra richiesti dalle ex mogli. La crisi, inoltre, ha complicato tutto. I risparmi dei nonni, oggi, servono per il sostentamento del singolo. Prima, invece, potevano essere utilizzati per migliorare l’alloggio dei padri. Una casa non adeguata compromette il diritto di visita”.

Il dramma della separazione dai figli: di questo parla il libro "Il Delirio e la speranza. Storie di padri separati", edito da Erga di Genova, la prima raccolta pubblicata in Italia di racconti costruiti traendo spunto dalle vive esperienze di padri vittime di separazioni conflittuali. Secondo un'indagine condotta da Gesef (Associazione genitori separati dai figli) su 26.800 soggetti, il 75% degli uomini in fase di separazione subisce mobbing giudiziario e l'89% subisce la minaccia dalla coniuge di non poter vedere i figli. Il libro nasce dall'incontro tra le associazioni Mater matuta e Voltar pagina, e prende forma con il patrocinio ed il fattivo appoggio dell'Associazione Papà separati. Le testimonianze dei padri sono state rielaborate in chiave letteraria, facendo di ogni racconto un caso esemplare. "Il Delirio e la speranza" comprende 11 racconti in 252 pagine.

Per Sos Stalking si tratta di una vera e propria piaga sociale questa, che rappresenta uno dei cavalli di battaglia delle associazioni a tutela dei padri separati che ancora oggi si battono per rivendicare la presunta disparità di trattamento di alcuni magistrati che tenderebbero ad agevolare quasi sempre la donna arrivando perfino a chiudere un occhio davanti a storie palesemente artefatte. Il teorema è semplice: "Se non mi concedi quello che chiedo, ti denuncio". Un meccanismo così collaudato è comprovato, peraltro, dall'elevato numero di mogli che, ottenuto il proprio scopo processuale, ritira la denuncia con la più assoluta noncuranza delle risorse spese dagli organi di polizia (e di conseguenza dalla collettività) per indagare su reati inesistenti. "Certo, ci si aspetta che, ricevute le rassicurazioni da una presunta vittima circa l'intervenuta riappacificazione, un pubblico ministero sia portato a chiedere l'archiviazione, ma la certezza matematica non esiste e in astratto potrebbe accadere che lo sfortunato marito venga condannato ugualmente senza alcuna colpa", conclude Puglisi su “Libero Quotidiano”.

«I padri separati sono vittime di mogli e giudici di parte», scrive Fabrizio Graffione su “Il Giornale”. «Mi hanno separato dal figlio. Mi hanno tolto la casa. Ogni mese tolgono soldi sempre e solo a me». Ogni storia di violenza sull'uomo e padre, è pressoché uguale, come si legge anche su www.papaseparatiliguria.it, il portale dei «disperati», vittime di mogli e anche di magistrati, che hanno manifestato davanti al «palazzaccio» genovese. Accuse infondate, le più abbiette. Lungaggini giuridiche. Udienze senza esito. Muri di gomma. Assistenti sociali o giudici quasi sempre di parte o negligenti. «Tutti ne parlano, ma nessuno interviene. È un male trasversale» spiegano le autrici e gli autori delle associazioni genovesi Voltar Pagina e Mater Matura, che hanno pubblicato, edito da Erga, il volume da oggi in libreria «Il delirio e la speranza», undici racconti di padri separati: 252 pagine che si leggono d'un fiato, indignano e fanno venire brividi di paura. Secondo un'indagine Gesef, il 75 per cento dei papà in fase di separazione subisce mobbing giudiziario, l'80 per cento delle denunce di maltrattamenti da subito palesemente false e strumentali, dopo anni di lotta a colpi di carte bollate risulta giuridicamente falso, il 90 per cento dei genitori maschi subisce la minaccia di non poter più vedere i figli. «È la prima, drammatica raccolta di esperienze di padri ingiustamente allontanati dai figli - spiegano alla Erga edizioni -. Nel dramma dei figli è l'uomo a giocare il ruolo del reietto allontanato da casa, costretto a versare prebende spesso insostenibili a donne garantite da una legislazione farraginosa e vetusta». C'è pure chi da anni arresta criminali e difende i genovesi, come il maresciallo dei carabinieri Fabrizio Adornato, che ieri è arrivato pure a fare lo sciopero della fame davanti al Tribunale. «Negli ultimi due anni e mezzo - racconta - ho potuto vedere mia figlia soltanto una mezza dozzina di volte. Ho denunciato i magistrati. Nessuno mi ha controquerelato. In una denuncia, l'ex moglie si lamentava che, testualmente, avevo consegnato mia figlia a mia madre. Nessun genitore dovrebbe riferire della prole come se fosse un pacco postale. La mia bambina è un essere umano che ha bisogno di amore, cure, attenzione e non è una cosa o una merce di scambio». Accanto a lui, ieri ci sono stati altri «Papà separati della Liguria». «A Genova siamo migliaia. La mia ex moglie mi ha accusato per maltrattamenti - spiega Ambrogio Barbiero, 61 anni - facevo il saldatore, ma ora sono disoccupato. Cacciato di casa come un delinquente e costretto a versare 250 euro al mese appena faccio un lavoretto. Mia sorella pensionata mi accoglie e mi dà da mangiare, altrimenti sarei stato costretto a rubare. Da taluni magistrati non ho ricevuto nessuna pietà». Ormai la tecnica usata dalle mogli è quasi sempre la stessa: denunciare l'uomo per maltrattamenti, chiedere la separazione, ottenere dal Tribunale il riconoscimento e un vantaggio economico. È la Genova dei cornuti e mazziati.

Le streghe son tornate e vanno a caccia degli ex papà separati, scrive Roberto Scafuri su “Il Giornale”. Riprende la discussione, in Senato, della legge che mira a migliorare l'"affidamento condiviso" dei minori nelle separazioni. Femministe, avvocati e giudici cerca di affossare le novità. La relatrice Gallone: "Ce la faremo". Chi ha ancora paura del maschio? Chi crede ancora al lupo cattivo? Era da tempo che la parte della sinistra più trinariciuta non riusciva a mettere in campo un'alleanza così anacronistica: attempate femministe in servizio permanente effettivo, avvocati sedicenti «democratici», giornalisti ridotti a supini megafoni di una disinformazione degna dello stalinismo applicato al diritto di famiglia. A raggruppare questo coacervo di interessi più che sospetti è una legge in discussione al Senato. Legge che pur essendo una battaglia di civiltà, viene avversata, all'unisono, dalla potente lobby degli avvocati che temono di perdere la loro gallina dalle uova d'oro, da giudici che vivono arroccati nell'eremo intangibile della propria discrezionalità assoluta, da associazioni di donne che rifiutano la realtà e sembrano inalberare il grido che le rese tristemente celebri (tremate, tremate, le streghe son tornate!). Son tornate. E con perfetta tempestività, alla ripresa della discussione sulla legge che tenta di migliorare le norme sull'«affido condiviso», si sono manifestate in due incredibili articoli ricchi di bugie, in contemporanea sui siti di Repubblica e Manifesto. Ma che cosa c'è di tanto terribilmente maschilista, nel ddl 957 che viene dibattuto (ormai da tre anni) nella commissione giustizia di Palazzo Madama? La relatrice, Alessandra Gallone (Pdl), non demorde e non si stanca di spiegare - persino di fronte alla disonestà intellettuale dei detrattori - che si tratta di una «battaglia di civiltà»: garantire il diritto dei figli a mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori, anche in caso di separazione. Si tratta, cioé, di migliorare l'applicazione della legge 54 che nel 2006, anche in Italia, ha introdotto il cosiddetto «affidamento condiviso». Negli ultimi anni, in commissione, i senatori hanno cercato di approfondire il tema attraverso un'indagine conoscitiva tra le più minuziose. Sono stati convocati e ascoltati presidenti e operatori dei tribunali per i minorenni, rappresentati della magistratura e dell'avvocatura, docenti universitari e psicologi, associazioni di genitori separati e persino di nonni bistrattati. Mai fu fatto tanto, con dispendio di risorse, prudenza e accuratezza (nonché qualche bastone fra le ruote da parte di senatori espressione delle suddette lobbies). Ma la Gallone non vuole fare dietrologie, e si spiega le resistenze con il candore di Biancaneve: «Credo che sia perché l'argomento è molto sentito a livello sociale... La legge 54 del 2006, quella dell'affido condiviso, fu approvata in tempi brevi e in maniera trasversale per adeguare il nostro ordinamento a quello europeo. Così che ha lasciato qualche imperfezione nella sua applicazione. Ed è su questo, che lavoriamo. Altro che voler reintrodurre la patria potestà, come ha scritto qualche malinformato sfidando il senso del ridicolo...». Più che malinformato, malintenzionato, diremmo: nel senso di nutrire la cattiva intenzione di boicottare la legge a ogni costo, non esitando a usare strumentalmente il tema della violenza sulle donne, che nulla ha a che vedere con l'applicabilità dell'affidamento condiviso. Le questioni in ballo sono molteplici e complesse: sintetizzando, la legge del 2006 ha superato i limiti dell'affido condiviso a un solo genitore (di solito la mamma), in base al principio ormai riconosciuto in sede giuridica, psicologica e sociale, che lo sviluppo equilibrato di un minore possa e debba essere perseguito con l'apporto di entrambi gli ex coniugi. Una «bigenitorialità» che, trattandosi spesso di parti in conflitto, finisce per essere disattesa: tanto dai giudici, quanto dai coniugi affidatari (ancora oggi, per oltre il 95 per cento, le mamme). Che cos'è che non va, nell'applicazione della legge numero 54? «I punti critici - dice la Gallone - riguardano il concetto di pariteticità del tempo che i figli trascorrono con l'una o con l'altro genitore, la possibilità di introdurre il sistema del doppio domicilio, l'introduzione del mantenimento diretto dei figli, per garantire l'effettiva partecipazione di entrambi i genitori alla vita dei figli». Già, perché se in teoria è facile dire che i diritti sono pari, nella vita quotidiana un genitore (l'affidatario) mantiene il mano il pallino (dispone del denaro, stabilisce i tempi, grazie al mantenimento della casa conta su una situazione di vantaggio oggettivo). L'altro, di solito l'ex papà, ormai in miseria (come da ultimo rilevato con dati drammatici anche dall'Istat), deve riuscire a conciliare il lavoro e le difficoltà di vita con quanto stabilito dalla ex moglie. Senza poter contare neppure sulla possibilità di gestire una quantità minima di denaro, mettiamo per fare un regalino-extra, che aiuti a costruire il rapporto con il bambino. La legge del Senato, però, va ancora oltre, essendo - una volta tanto - in sintonia con i tempi. Dunque, vorrebbe tener conto anche dell'affettività dei nonni (di solito paterni), spesso tagliati totalmente fuori dalla vita del bambino per difficoltà pratiche e tempi risicati. Ancora: vorrebbe introdurre l'obbligatorietà della mediazione familiare, uno strumento utile per prevenire e sanare le tante controversie minime, che finiscono per vedere una parte soccombere soltanto per la difficoltà a farsi valere in sede legale. Infine, punto sul quale le femministe hanno perso la trebisonda, il ddl timidamente vorrebbe riconoscere quella «sindrome di alienazione parentale» (in medicina: Pas), che spesso i padri e le loro nuove compagne hanno imparato a riconoscere. Una sindrome che vede il minore diventare man mano diffidente, taciturno, prevenuto, irritabile, incapace di costruire un rapporto con uno dei due genitori, perché l'altro persegue subdolamente una persistente e velenosa opera di denigrazione. Come si vede, nulla di trascendentale. Difesa del minore dalle subornazioni degli adulti. Nulla che possa minare quella sorta di supremazia naturale delle mamme nelle separazioni. Ma perché tanto terrore? Che cosa temono i paladini del diritto materno a senso unico? Stiamo esagerando? No. Basti l'attacco dell'articolo uscito su Repubblica.it per capire il carico da novanta messo in canna: «Donne trattate come bestie dai compagni. Bambini maltrattati dai loro padri... Due disegni di legge, in discussione oggi alla Commissione Giustizia del Senato, rendono obbligatorio il ricorso alla mediazione familiare anche in casi di padri/mariti o partner violenti... La Fondazione Pangea onlus mette sotto accusa questi due ddl, spiegando che "ricordano la patria potestà"...». Balle spaziali. Argomenti strumentali buttati lì a mazzo. E l'articolo prosegue, sull'introduzione della Pas: «L'associazione ricorda che questa "sindrome" viene spesso erroneamente utilizzata nei tribunali e dai servizi sociali in Italia per decretare il diritto dell'abusante, in casi di separazione per violenza agita dal partner sulla madre e sui figli, ad ottenere una mediazione forzata e poi l'affido condiviso dei figli". "È bene sottolineare che i bambini e le bambine che hanno un padre violento stanno bene in sua assenza: solo così possono ricostruire un futuro sereno assieme alla madre", scrive l'associazione...». Come si vede, una miscela incredibile di acredine e falsità, basata sul (falso) presupposto che le separazioni verrebbero poste in atto per violenze e maltrattamenti dei mariti nei confronti delle mogli. E che i padri violenti avrebbero accesso alla mediazione familiare. Ma quando? Ma dove? In che mondo vivono, questi giapponesi nella giungla del femminismo? La guerra però è finita. Che esista ancora il fenomeno della violenza sulle donne, c'è qualcuno che lo mette in dubbio? E che c'azzecca con la normativa che regola le separazioni (il più delle volte determinate da ben altri motivi)? Più interessante rilevare, allora, i nessi tra queste prese di posizione e, per esempio, l'interesse della lobby degli avvocati: con l'obbligatorietà della mediazione, addio cospicui assegni per le infinite beghe tra coniugi. E addio anche al dispotismo dei giudici, capaci di decidere con leggerezza e pregiudizio sulla vita di minori e papà (o mamme che siano). Senza mai pagare per le famiglie distrutte: più da loro, che da una triste separazione tra coniugi.

Le femministe per la “parità genitoriale” dalla parte dei padri separati. Intervista di Sergio Rizza su “Metronews” ad Adriana Tisselli del Movimento Femminile. Mi consenta a...Adriana Tisselli, presidente e fondatrice del Movimento Femminile per la Parità Genitoriale (donnecontro.info).

Dopo il caso del piccolo Lorenzo conteso a Padova, lei ha biasimato la disapplicazione dell'affido condiviso e le “percentuali bulgare” con cui la madre è indicata come genitore collocatario prevalente, rinunciando così a vita e lavoro. Al padre, poi, si chiede l'assegno di mantenimento anziché l'obbligo di accudire i figli... Padri deresponsabilizzati e madri sovraccariche, è così?

«Non proprio. La legge sull'affido è letta come una violazione dello status quo, quello del vecchio affido esclusivo. In tribunale si applica un'altra legge, la prassi. Quanti discorsi sui diritti dei bimbi: in realtà sono violati, se un genitore è ridotto a visitatore del weekend.»

Non sembra un derby tra padri separati e madri separate?

«Peggio, è un derby tra donne. Da un lato ci sono le ex mogli che aspirano a rifarsi una vita ma restano ingabbiate nella vecchia immagine della donna del focolare, mentre l'uomo è il cacciatore nella giungla; e dall'altro ci sono donne "per male" che si accontentano dell'assegno...»

Tifate per i padri separati...

«Li sosteniamo. Il femminismo predica l'indipendenza della donna. Chiuderla in casa con l'assegno è una finta tutela. Si arriva al giudice che chiede i redditi della nuova compagna dell'ex marito. Alla quale così tocca mantenere il nuovo compagno e la sua ex moglie!»

Quale modello per l’Italia? Il femminismo buono di Vezzetti ed il femminismo cattivo di Faldocci, scrive  Ana su “Centro anti violenza”.

Il pediatra e scrittore Vittorio Vezzetti ha descritto in un libro di successo ed in audizioni al Senato l’esperienza scandinava in materia di affido condiviso: tutelando il diritto dei bambini a venire accuditi direttamente da entrambi i genitori (e quindi doppia residenza e mantenimento diretto) si è abbattuta la conflittualità fra gli ex coniugi, con soddisfazione non solo dei papà e delle mamme che possono emanciparsi costruendo una propria carriera lavorativa. Ma soprattutto dei bambini, come dimostra lo studio in merito pubblicato su una delle più importanti riviste pediatriche mondiali, finalizzato a verificare se il coinvolgimento paterno (concettualizzato come tempo di coabitazione,impegno e responsabilità) abbia influenze positive sullo sviluppo della prole.  Gli studiosi hanno analizzato retrospettivamente 24 studi svolti in 4 continenti diversi e con durate dai 10 ai 15 anni. La conclusione è che, dopo aver depurato i dati da variabili socioeconomiche, in 22 studi su 24 si è avuta l’evidenza degli effetti benefici derivanti dal coinvolgimento di ambedue le figure genitoriali. In particolare si è visto che il coinvolgimento del padre migliora lo sviluppo cognitivo, riduce i problemi psicologici nelle giovani donne, diminuisce lo svantaggio economico e la delinquenza giovanile, riduce lo svantaggio economico nei ragazzi.  Tale affermazione è stata scientificamente validata con intervallo di confidenza statistica del 99.5%. Un vero affido condiviso è inoltre un importante fattore di prevenzione dell’Alienazione Genitoriale, nella quale il genitore prevalente fa il lavaggio del cervello al figlio fino a fargli odiare l’altro genitore, compiendo un vero e proprio stupro psichico.

Purtroppo per i bambini italiani, in Italia ha preso campo il femminismo metaforicamente simboleggiato dall’avvocata d’assalto Vajassa Faldocci, la quale prosaicamente sostiene che la donna preferisce intascare mantenimenti e farsi assegnare case per sé e per i figli piuttosto che lavorare, rendendo florida la sua attività professionale di “divorzista nel campo delle false accuse di violenza domestica”. Con questo femminismo dell’odio di genere, dal 1975 ad oggi in Italia l’affido aprioristico alla madre è salito fino al 92%, mentre la percentuale di donne nelle professioni e nella vita pubblica è rimasta bassa. Ma soprattutto, tale pratica ha devastato generazioni di bambini: su un milione di bambini italiani coinvolti in separazioni, 200mila risultano affetti da disturbi psicologici o psichiatrici: una incidenza del 130% maggiore che nei bambini non coinvolti in separazioni.  Che la colpa sia non della separazione, ma del sistema che la gestisce, è confermato dal fatto che tale incremento non si verifica nei paesi a noi vicini, che avendo introdotto il divorzio fin dal 1792 hanno imparato a tutelare i bambini: basta passare dalla Sardegna alla Corsica ed i bambini affetti da tali problemi si dimezzano. Dove il femminismo cattivo varca il confine della criminalità è con il sistema delle false accuse, ovvero delle calunnie pedo-femministe.  Le cifre sono allucinanti: ogni 100 accuse di pedofilia contro padri separati, 92 sono false, ed causano ai bambini una devastazione pari a quella degli abusi realmente esperiti, come rivelato nello studio scientifico “Disturbi psicopatologici e fattori di stress in procedimenti penali relativi all’abuso sessuale”. È naturale osservare che un sistema che per proteggere 8 bambini ne devasta 92 arricchendo avvocati e sedicenti esperti abusologi fa più danni della pedofilia. Mentre 32mila bambini italiani sono oggi detenuti in case famiglia, mentre 25mila bambini ogni anno perdono i contatti con il loro papà, mentre la depravazione umana si spinge fino a cercare di negare che l’Alienazione Genitoriale è un abuso sull’infanzia, grande successo ha avuto la manifestazione organizzata dal Movimento Femminile per la Parità Genitoriale per dire basta a tutto ciò, grande popolarità sta riscuotendo l’impegno della deputata Rita Bernardini per il femminismo buono e quindi per una riforma verso un vero affido condiviso.

GENITORI IN GUERRA, FIGLI CONTESI ED AFFIDAMENTO FORZOSO. RAPIMENTO DI STATO.

Basta costringere il genitore inadempiente a rispettare la decisione del giudice, a scanso di conseguenze penali ex art. 388 c.p.. Ma tant'è ognuno in Italia fa quello che vuole ed a pagarne le conseguenze sono sempre i più deboli: in questo caso il bambino.

Un "comportamento che non è sembrato adeguato rispetto a un contesto ambientale ostile e difficile che doveva suggerire altre condotte". Così il sottosegretario all'Interno Carlo De Stefano definisce quello tenuto dagli agenti in occasione dell'esecuzione del provvedimento del giudice minorile nei confronti del bambino di Cittadella. Mercoledì sera 10 ottobre 2012 nella trasmissione Chi l'ha visto? è andato in onda un video nel quale si vedeva un ragazzino preso dagli agenti di polizia, tenuto per le mani e le gambe mentre cerca di divincolarsi. Renato Schifani ha chiesto chiarimenti al capo delle forze dell'ordine, Antonio Manganelli, che ha espresso "profondo rammarico" e scuse ai familiari, e disposto un'inchiesta interna. "Le immagini hanno creato sgomento in tutti noi italiani. l video, trasmesso all'autorità giudiziaria, è stato girato dalla zia. Dieci anni. Il bimbo di 10 anni è stato prelevato davanti alla scuola elementare di Cittadella, nel padovano, in esecuzione di un'ordinanza della sezione Minori della Corte d'Appello di Venezia. Lui ha opposto resistenza, perché voleva restare con la madre. Il piccolo è al centro di un'aspra contesa fra i genitori separati. Dopo anni di liti e conflitti, il giudice ha deciso di affidarlo a una struttura protetta. Gli agenti sono andati alla scuola - come è stato precisato - perché i tentativi fatti in passato presso la casa materna e dei nonni, erano falliti.

Tre minuti di impotenza. Scrive “La Repubblica”. Un bambino preso dagli agenti di polizia, tenuto per le mani e le gambe mentre cerca di divincolarsi. Il video, andato in onda ieri sera nella trasmissione Chi l'ha visto? su Raitre, ha indignato l'Italia. E oggi Renato Schifani ha chiesto chiarimenti al capo delle forze dell'ordine, Antonio Manganelli, che ha espresso "profondo rammarico" e scuse ai familiari, e disposto un'inchiesta interna. "Le immagini hanno creato sgomento in tutti noi italiani. I bambini hanno diritto a essere ascoltati e rispettati - ha detto il presidente del Senato - e ogni provvedimento che li riguardi deve essere posto in essere con la prudenza e l'accortezza imposti dalla loro particolare situazione minorile. Comportamenti come quello al quale abbiamo tutti assistito, meritano immediati chiarimenti ed eventuali provvedimenti". Anche il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, ha chiesto al governo di riferire al più presto, dopo le richieste di informativa e delle interrogazioni parlamentari presentate da deputati di vari gruppi. Il video, ora trasmesso all'autorità giudiziaria, è stato girato dalla zia, che urla di lasciare stare il bimbo, di ascoltarlo. Dieci anni. Una piccola tuta celeste tra le mani degli agenti che lo portano a braccia verso un'auto, prelevandolo davanti alla scuola elementare di Cittadella, nel padovano, in esecuzione di un'ordinanza della sezione Minori della Corte d'Appello di Venezia. Lui ha opposto resistenza. Voleva restare con la madre. Il piccolo è al centro di un'aspra contesa fra i genitori separati. Anni di lotta, dissapori e il giudice ha deciso di affidarlo a una struttura protetta. Gli agenti sono andati alla scuola - come è stato precisato - perché i tentativi fatti in passato presso la casa materna e dei nonni, erano falliti. Ad agosto e settembre per non essere portato via dalla madre, il bimbo si era nascosto sotto al letto. Secondo la spiegazione ufficiale, dopo il rigetto della Corte d'Appello sul ricorso presentato dalla madre per sospendere il provvedimento di affidamento al padre, la polizia "ha individuato il plesso scolastico e deciso fosse il solo luogo idoneo all'esecuzione del provvedimento". La scuola, si legge nella nota diffusa dalla questura, è stata considerata anche su indicazione di un consulente della stessa Corte d'Appello, un posto "neutro e, quindi, idoneo all'esecuzione". Durante il prelevamento del bimbo il padre era presente. Ma l'unica difesa della zia che urla ai poliziotti di lasciarlo stare, resta il telefonino. Le immagini che lei riprende mentre urla. Tre minuti in cui il piccolo è strattonato, infilato nell'auto di servizio, piegato, tenuto con la forza. Mentre dice: "Non respiro, zia, aiutami". Tre minuti in cui tenta di divincolarsi dalla stretta di un uomo che lo tiene per le spalle e di un altro che gli stringe le caviglie. Infine la zia rivolge domande a un'altra donna, che le risponde di essere un ispettore e di non essere tenuta a darle spiegazioni: "Sono un ispettore di polizia. Lei non è nessuno". La questura di Padova in una conferenza stampa ha chiarito: "L'ispettrice si riferiva al fatto che secondo quanto previsto dalla legge il provvedimento sul minore può essere comunicato solo al padre e alla madre", inoltre "il bambino ieri è stato visitato dal pediatra, ora è sereno, gioca e sta bene". La madre è andata a trovarlo subito, ieri sera, nella casa famiglia dove è stato portato il bambino: "Mio figlio - ha spiegato Ombretta Giglione - è in comunità perché la Corte d'Appello di Venezia ha emesso un decreto sulla base del fatto che al bambino era stata diagnosticata la Pas, sindrome da alienazione parentale. Secondo la Pas, se il bambino non viene prelevato dalla famiglia materna e resettato in un luogo neutro, come una sorta di depurazione, non potrà mai riallacciare il rapporto con il padre. Tutto questo in base a una scienza spazzatura che arriva dall'America". "In Italia - ha proseguito - ci sono modi più civili per far riallacciare i rapporti tra padre e figlio. Leonardo vedeva suo padre in incontri protetti una volta alla settimana, ogni settimana". "Ieri sera sono andata nella casa famiglia nella quale è stato portato mio figlio, ma mi hanno impedito di vederlo. Ero con il pediatra e ho chiesto che il bambino venisse visitato perché, visto il modo barbaro con il quale è stato trascinato via da scuola, aveva sicuramente riportato qualche trauma, ma, soprattutto, volevo accertarmi del suo stato psicologico. Ma non mi è stato permesso", ha concluso. Insieme ai nonni e altre mamme, questa mattina Ombretta Giglione ha organizzato una protesta con dei cartelli davanti alla scuola: "I bambini non sono né bestie né criminali, liberatelo". E ancora "i bambini vanno ascoltati". Una protesta in pochi, ma le reazioni in Italia si sussegono da ore. "E' incivile che il nostro bambino sia stato portato via in questo modo", ha detto piangendo la madre mentre i nonni hanno spiegato: "Da sei anni mia figlia vive un incubo e noi con lei", ha spiegato Alfonso Giglione, 62 anni. "Mia figlia ha ricevuto 23 querele dal suo ex marito, tutte archiviate. Il bambino vive con lei e non vuole vedere il padre che è percepito dal piccolo come troppo autoritario. Quello che è successo ieri è incredibile". Secondo gli accordi della separazione, il padre poteva vederlo una volta alla settimana in colloqui protetti e trascorreva con lui due fine settimana al mese. Ma ha ottenuto recentemente dal tribunale dei minorenni un'ordinanza che stabilisce la necessità dell'allontanamento dalla casa materna del bimbo. Secondo quanto stabilito dal giudice della Corte d'Appello della sezione Minori di Venezia, il rapporto con il padre è da recuperare e per questo gli agenti ieri, con il consulente tecnico del pubblico ministero e ai tecnici dei servizi sociali, lo hanno prelevato da scuola. "Anch'io sono rimasta sconvolta e turbata da quanto ho visto ieri - ha spiegato la dirigente scolastica Marina Zanon -. Abbiamo fatto uscire dalla classe i suoi compagni solo dopo quando il bimbo è stato portato in auto. Ho visto le immagini. La situazione in cui si trova il piccolo è drammatica". "Mio figlio ora sta bene, è sereno. L'importante è questo. Ho pranzato, giocato alla playstation e poi cenato con lui e l'ho messo a letto. Era anni che non lo facevo ed è stata una bella emozione", ha raccontato spiegandoo che suo figlio è "inserito provvisoriamente in una comunità adatta al suo recupero, prima di essere affidato a me". Ha sottolineato poi che la corte d'Appello di Venezia "ha emesso un provvedimento grave che ha portato alla decisione di far decadere la patria potestà della madre e il motivo di ciò è consistito nell'aver attuato un'ostruzionismo strenuo che ha impedito la frequentazione tra me e io mio figlio. Per cui, di fatto, - ha osservato - il bambino non l'ho più visto. Anche perché il comportamento della madre e dei suoi familiari ha cagionato al bambino una psicopatologia secondo la quale mio figlio è esposto a un rischio altissimo di patire dei disturbi mentali nel corso dell'evoluzione". Il padre, avvocato, evidentemente provato, ha raccontato che prima di arrivare a questa "sofferta decisione" ci sono stati altri quattro provvedimenti giudiziari e le decisioni prese sono state "ponderate e approfondite ed avanzate tutte le possibilità per convincere la madre del piccolo a cambiare atteggiamento, di seguire dei percorsi meno incisivi di quello finale ma sono andati sempre falliti". "Il bambino - ha ribadito - necessità di un sostegni di psicoterapeuti qualificati e finora non è stato possibile". "Ho salvato mio figlio. - ha ripetuto - e inevitabilmente i momenti difficili sono stati tantissimi. Io per primo avverto una pesantezza però ho la consapevolezza di fare il bene di mio figlio. Penso come padre di aver diritto a frequentarlo come mio figlio, ancor prima, ha diritto di frequentare me e quindi di avere un padre. Io e la mia famiglia - ha ricordato - siamo stati totalmente eliminati dalla vita di mio figlio per periodi lunghissimi. E' una situazione drammatica che non auguro a nessuno". Il padre ha dichiarato che dopo il periodo in comunità non eviterà alla madre di vedere suo figlio ricordando infine che "se i genitori si comportassero bene non ci sarebbe alcun bisogno della legge".

Tutta la verità sul bambino di Padova. Le immagini non possono non indignare, ma l'uso della forza arriva dopo mesi di inutili trattative. A 10 anni non puoi lottare contro due adulti. Sono più forti di te, anche se ti dimeni, se ti aggrappi a loro, se gridi e cerchi aiuto. Chiunque abbia visto le immagini di quanto accaduto a Cittadella, provincia di Padova, con questo ragazzino di 10 anni preso a scuola dalla Polizia e portato in una comunità in rispetto di un'ordinanza del Tribunale dei Minori di Venezia, non può stabilire d'istinto chi sia il buono (il bambino, la madre e la zia che ha ripreso la terribile scena?) ed il cattivo (il padre e la Polizia?). Questo si chiede “Panorama”. Ma poi bisogna saper andare oltre, capire perché si è arrivati a tanto, facendo alcune debite premesse:

- C'era una precisa sentenza del Tribunale dei Minori da rispettare

- Per 4 volte in passato la Polizia avrebbe bussato alla porta di casa della madre del bambino ma non gli sarebbe stata data la possibilità di eseguire l'ordinanza

- I giudici avrebbero sospeso la patria potestà della madre per motivi gravissimi

- Non è pratica abituale della Polizia usare la forza verso dei minori, in pubblico

- Quanto accaduto a scuola è solo un frammento di una vicenda complessa che va avanti da anni.

Premesso questo ecco cosa sarebbe successo da quando il Tribunale dei Minori di Venezia ha disposto l'affidamento del bambino al padre. Dal 25 Agosto al 10 ottobre per 4 volte gli agenti si erano recati a casa della mamma per eseguire il provvedimento. La prima volta si era rifugiato nella sua cameretta, rimanendo aggrappato alla rete del letto per ore. Anche le altre volte aveva opposto una resistenza così energica, disperata, da far sospendere l’esecuzione. Così si è pensato che a scuola ci sarebbe stata una situazione più favorevole. Il dirigente scolastico non ha consentito agli agenti di entrare in classe. Ha chiesto al maestro di far uscire il piccolo e di portarlo in aula magna. Ma lui ha capito che erano venuti a prenderlo. Il bambino così avrebbe cominciato ad urlare, ingigantendo gli effetti dell’intervento, trasformandolo in un evento pubblico. Visto il rifiuto ad uscire di classe, il direttore didattico ha preferito far allontanare gli altri compagni della quinta elementare.

Aggrappato al suo banco è rimasto solo il bimbo, il cui comportamento scolastico viene considerato irreprensibile. Ad entrare sono stati gli assistenti sociali, il medico e il padre. Ma la reazione è stata molto violenta, l’alunno ha cominciato a piangere e ha cercato in tutti i modi di opporsi. Si è così arrivati all'uso della forza (me esisterà poi, in casi come questi, un metodo più delicato?). Il bimbo è stato letteralmente portato via da due agenti, visto che cercava di divincolarsi con altrettanto vigore dettato dalla disperazione. È a quel punto che intervengono anche un paio di agenti dell’Ufficio Minorenni della Questura. Due persone lo tengono per le gambe. Un altro lo afferra per le spalle, mentre lui tira calci. Cade a terra. Viene trascinato. Si dispera. Tutto inutile. Alla fine viene caricato su un’auto che si allontana. Il tutto quando ormai fuori dalla scuola si trovavano (un caso?) la madre e tutti i parenti di lei, avvisati forse da qualcuno dell'Istituto o che già avevano capito cosa sarebbe successo. A Cittadella sarebbero in molti addirittura a pensare che il video (la cui drammaticità resta) sia stato creato e girato "ad arte" ...Ed allora? Cosa resta? Resta l'indignazione per l'accaduto, perchè, in una maniera o nell'altra la situazione andava risolta in maniera diversa, meno traumatica (se possibile), di sicuro non nel cortile di una scuola.

"Il bambino non va mai diviso - sostiene il Prof. Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro - soprattutto perché lui per primo, per natura, ama entrambi i genitori e non vuole e non può scegliere tra uno e l'altro".

Ma lei condivide l'uso della forza?

"No, ma va anche detto che è difficile gestire una situazione come questa. Il bambino si trovava già da tempo in una situazione di conflitto, altrettanto grave. Perché interrompe, infastidisce, a volte compromette il suo normale processo di sviluppo e crescita. Anche perché lui è solo e si trova in mezzo ad una guerra che non è solo tra la mamma ed il papà ma tra due interi nuclei familiari".

Cosa fare per far superare l'accaduto al bambino?

"Innanzitutto deve trovare o nella comunità o in casa, una persona con la quale parlare, deve ritrovare l'equilibrio perduto. E c'è un'unica via per fare questo; far si che i genitori per primi trovino un loro punto di contatto e non di contrapposizione. Solo a quel punto comincerà ad uscire da quest'incubo, a ritrovare la sua tranquillità".

In Italia non si parla d'altro che del video riguardante il bambino che, in provincia di Padova, viene prelevato con la forza da scuola per essere consegnato al padre cui il tribunale lo aveva affidato; il ragazzo a dispetto di questa delibera, continuava a stare con la madre e da ciò ne deriva un'ordinanza del Tribunale di Venezia. Ad intervenire è la polizia (in maniera tutt’altro che garbata) che lo porta via dalla madre stessa avendo i giudici stabilito che la patria potestà debba andare unicamente al padre del ragazzo. – scrive Gianfranco Battaglia su “La Vera Cronaca”. Immagini di un dramma familiare che si produce in modo violento su una vittima innocente e che hanno fatto il giro dei media suscitando lo sdegno generale portando ancora una volta alla ribalta le molteplici complessità di un fenomeno ricorrente. Quello dell’affidamento dei figli, ovvero la potestà genitoriale sui figli minorenni in situazioni di non convivenza dei genitori. In base alle norme recenti modificate dalla legge n. 54 dell’8 Febbraio 2006, nel nostro ordinamento è stato introdotto il cosiddetto concetto di affidamento condiviso in base al quale, in caso di separazione o divorzio, è sempre il giudice a scegliere il coniuge a cui affidare i figli facendo esclusivo riferimento all'interesse morale e materiale di questi ultimi ma “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. In sostanza si garantisce comunque un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori e per fare ciò la norma ha stabilito che le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all'istruzione, all'educazione e alla salute siano assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la potestà separatamente. Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di un assegno periodico.

Questo per quanto riguarda l’affidamento congiunto: il giudice infatti ha anche facoltà di valutare la possibilità di affidare i figli ad uno solo dei genitori determinando i tempi e le modalità della loro presenza fissandone misura e modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento. In questo caso pur rimanendo immutati i doveri verso i figli e la titolarità della potestà genitoriale, il suo esercizio compete soltanto al genitore che ne ottiene l’affidamento. È questo il caso dell’affido esclusivo, nello stabilire il quale il giudice dovrebbe sempre fare esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale dei figli. Anche nel caso di affido esclusivo, le decisioni di maggiore interesse sono adottate da entrambi i genitori di comune accordo e, nella pratica, anche il genitore non affidatario ha il diritto e il dovere di partecipare e vigilare sull'educazione e istruzione del figlio, partecipando alle decisioni importanti che riguardano quest'ultimo. Il coniuge al quale sono affidati i figli ha diritto a percepire un contributo economico, da parte del coniuge non affidatario, per il loro mantenimento.

L’affido esclusivo era la regola prima della modifica avvenuta con la suddetta legge n. 54 dell’8 Febbraio 2006, che ha introdotto l’affido condiviso. Fin qui la parte regolamentativa: nella realtà dei fatti, come sempre, le cose prendono spesso un’altra piega. Caratterizzata da litigi, minacce, ritorsioni e figli usati come strumenti di ricatto nei confronti dell’altro coniuge; oltre che da un dato di fatto: salvo rare eccezioni, quando a prevalere non è l'affido congiunto i figli vengano quasi sempre affidati alla madre come avevamo denunciato in passato delle pagine del nostro giornale (La realtà sommersa dei padri separati senza diritti). Realtà, quest’ultima, molto diffusa ne nostro Paese al punto che la Corte Europea, in passato, aveva richiamato le istituzioni italiane per la violazione dei diritti umani perpetrata a danno dei padri separati. Nella stragrande maggioranza dei casi infatti, l’assegnazione dei figli (e della casa) va alla madre, con tutte le conseguenze che ciò implica. Il caso di cronaca del bambino di Padova da cui siamo partiti è un esempio esplicativo del dramma realtivo alla problematica dell'affidamento dei figli minori; si parla di un bambino conteso tra genitori, di battaglie a colpi di istanze, ricorsi, delibere, di un affidamento combattuto. E, soprattutto, di un esito che ha visto (e potrebbe continuare a vedere) il bambino stesso quale maggiore vittima di una folle storia e di una legge come sempre poco efficace.

Come il piccolo Leonardo: in 2 anni 30 bambini tolti di peso alle famiglie. Altro che eccezione, sempre più spesso viene diagnosticata l'alienazione parentale scrive Nino Materi su “Il Giornale”. L'auto della polizia che sgomma allontanandosi a sirene spiegate. All'interno una bimba di 4 anni. La piccola è stata appena tolta alla madre. Davanti al commissariato di Ischia la gente urla indignata: «Così si trascinano via i boss, non i bambini», «Dovete vergognarvi»; una parente accusa: «Hanno preso la bambina afferrandola per i capelli».

Divampano le polemiche per il modo in cui è stata sottratta, scrive Gennaro Savio.

ISCHIA, PER ORDINE DELLA MAGISTRATURA SOTTRATTA FIGLIA ALLA MADRE ED ESPLODE LA DURA PROTESTA DEI FAMILIARI. Sta facendo il giro di tutte le Redazioni giornalistiche italiane, la notizia dei forti momenti di tensione e di esasperazione che si sono vissuti tra i parenti di una bambina di appena 5 anni e le Forze dell'Ordine che questa mattina martedì 28 dicembre 2010 hanno eseguito l'ordine della Procura della Repubblica di Napoli, di sottrazione della piccola alla madre. Ad eseguire la sentenza, si sono recati a casa della piccola che sin dalla nascita ha vissuto con la mamma, gli agenti della Polizia Municipale di Napoli, coadiuvati dalla Polizia di Stato che hanno provveduto a trasferire la bambina in Commissariato. Secondo la ricostruzione dei parenti della bambina, la sottrazione sarebbe avvenuta con modi bruschi che avrebbero traumatizzato la piccola, di qui la rabbia esplosa proprio all'esterno del Commissariato di Polizia assediato da amici e parenti della famiglia. "Si deve sapere quello che è successo, gridavano in coro, hanno picchiato persino le donne. Hanno strappato la bambina dal proprio letto. Hanno violato i diritti umani, civili dei minori". Intorno alle ore 13,30 si è giunti all'epilogo della triste mattinata. Gli agenti della Polizia Municipale di Napoli, accompagnati dagli uomini della Polizia di Stato di Ischia, hanno lasciato il Commissariato di via delle Terme tra le urla e le proteste dei parenti della piccola che è stata trasferita a Napoli e che sicuramente ricorderà questo Natale, che per i bambini dovrebbe essere magico e gioioso, come il giorno più brutto della sua vita e che di sicuro l'ha costretta a crescere troppo in fretta. Quello che ci ha stupito e non poco, è stato vedere le macchine delle Forze dell'Ordine allontanarsi con la bambina verso il porto d'Ischia a sirene spiegate. Dopo una lunga mattinata di forti tensioni e in cui ci è stato riferito che la bambina continuava a chiedere della madre con cui è cresciuta e durante la quale all'esterno del Commissariato c'è stato anche chi è svenuto, almeno quest'ennesimo trauma dell'assordante suono delle sirene le poteva essere risparmiato.

Abbiamo letto negli occhi della madre e dei parenti della piccola, la sofferenza, la tristezza, lo strazio e la disperazione tipica di chi effettivamente ama qualcuno che ti viene sottratto. Noi non entriamo nel merito della sentenza emessa dai Giudici anche perché non abbiamo gli elementi per farlo ma anche questa mattina, così come abbiamo potuto testimoniare durante i tragici abbattimenti delle prime case di necessità della povera gente, abbiamo dovuto constatare la sofferenza di persone semplici e affettuose verso la bimba portata via e per questo ci auguriamo di cuore che sulle labbra della piccola, di sua madre e dei loro parenti possa ritornare a splendere presto il sorriso. La piccola portata via a sirene spiegate.

Il filmato è su Youtube, risale al 28 dicembre 2010, e, per certi versi, ricorda quello del «rapimento» di Leonardo davanti alla scuola di Cittadella. Un caso umano - quello di Leonardo (e dei suoi genitori) - subito diventato un tormentone mediatico, con tutte le distorsioni che ciò comporta. Merito o colpa (dipende dai punti di vista) di quel video che documenta la scena e che ha rapidamente monopolizzato i programmi della «tv del dolore», oltre ad essere cliccato in rete da milioni di persone. Ma per un dramma videodocumentato, ce ne sono decine che - orfani del traino emotivo delle immagini choc - si consumano nell'indifferenza dei media. Cos'è più grave: il troppo clamore o il troppo silenzio? Sono le due facce di un'informazione sempre più spesso «malata».

Riflettori spenti sul resto d'Italia. Leonardo e i suoi «fratelli». Almeno una trentina negli ultimi anni. Piccolissimi, più grandicelli, a volte adolescenti. E questi ultimi, forse, sono i meno sfortunati: per loro infatti il traguardo della maggiore età e più vicino; e con esso la libertà di scegliere in prima persona se stare con mamma o papà, o se mandarli al diavolo entrambi. Su tutti il trauma di allontanamenti dalle modalità a volte violente e il velo nebuloso di una patologia-fantasma: PAS, misteriosa sigla che sta per «sindrome da alienazione genitoriale». Tradotto: quando un genitore fa in mondo che il figlio odi l'altro genitore. La scienza, sull'argomento, è divisa. C'è chi dice che sia una malattia «inventata» di cui non c'è traccia in letteratura scientifica, altri sostengo che il rischio è concreto.

Tanto concreto che, da un po' di tempo a questa parte, sono sempre di più i piccoli tolti alla mamma o al padre perché considerate vittime potenziali di questa specie di lavaggio del cervello.

PAS, una sindrome che divide la scienza. Leonardo, il ragazzino di 10 anni suo malgrado protagonista del «video della vergogna», è diventato il simbolo del cortocircuito tra istituzioni e famiglia. Un braccio di ferro assurdo, con i provvedimenti del giudice sempre disattesi da una madre cui, alla fine, è stata tolta anche la potestà genitoriale. E un padre che trascina per le gambe il figlio e poi giura: «L'ho salvato dai suoi rapitori». In mezzo le urla strazianti di Leonardo e quelle inquietanti di una zia e di un nonno trasformati in guardie del corpo del nipote. Ma prima di Leonardo hanno vissuto disavventure analoghe (anche se ogni caso è una storia a sé) decine di altri bambini, soprattutto nel Nord e Sud Italia. Scorrendo i dati del sito www.alienazione.genitoriale.com si rimane senza parole: caso di Modena, caso di Thiene (Vicenza), caso di Potenza, caso in Sicilia, caso di Treviso, caso di Ivrea, caso di Pontremoli (Massa Carrara), caso di Roma, Caso di Castelfranco Emilia (Modena), caso in Veneto, caso di Torino, caso di Belluno, caso di Trieste, caso di Santa Maria al Bagno (Lecce, caso di Sezze (Latina), caso di Trento, caso in provincia di Padova, caso di Cremona, caso di Nichelino (Torino). Poi un ulteriore elenco in cui la parola PAS non viene citata espressamente, anche se i consulenti psichiati rimandano più o meno esplicitamente alle caratteristiche della Parental Alienation Syndrome: ci riferiamo ai casi di Cologno Monzese, al caso di Simona Pletto, alla sentenza della Corte d'Appello di Napoli e al caso di Ischia. Capitolo a parte per i «casi di sottrazione internazionale» nei quali la PAS viene evocata, anche se non rappresenta l'elemento determinante per la sottrazione del minore a uno dei due genitori. Numerosi gli esempi: dal caso di Marinella Colombo a quello di Alessia Ravarotto; dal caso della piccola Elise al caso Guareschi: dal caso Liam McCarty al caso Coffari; dal caso Ruben Bianchi al caso Ogliaro; per finire col caso Maoloni.

Intanto zia e nonno sono stati denunciati, così riporta ADN Kronos.

Tre in tutto le persone denunciate per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale: tra queste un genitore di uno dei compagni del ragazzo. Il sottosegretario all'Interno De Stefano riferendo nell'Aula della Camera sulla vicenda: "Comportamento Polizia non adeguato". E aggiunge: "Quanto accaduto richiede che vengano espresse le scuse del governo".  Continuano le polemiche per il caso del bimbo di 10 anni di Padova portato via con la forza dalla polizia dalla sua scuola a Cittadella, in Provincia di Padova. La questione è finita oggi alla Camera con il sottosegretario all'Interno Carlo De Stefano che, come fatto ieri dal capo della polizia Antonio Manganelli, ha chiesto scusa a nome del Governo per "la scena del trascinamento del fanciullo". Riferendo in Aula sulla vicenda, De Stefano ha aggiunto che "è stata già disposta un'inchiesta interna" sull'intervento della Polizia, "volta a verificare, con puntualità ed obiettività, le cause di un comportamento che, senza voler anticipare alcun giudizio, non è sembrato adeguato rispetto a un contesto ambientale piuttosto difficile ed ostile, che avrebbe potuto suggerire diverse modalità operative". "Del resto - ha sottolineato - la crudezza di quelle immagini offusca e rischia di far dimenticare tutte le volte che le forze di polizia, con pacatezza, sono intervenute e si sono schierate a tutela delle persone più fragili e indifese". Intanto in queste ore scatterà la denuncia per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale a carico di tre persone che hanno tentato di impedire il trasferimento del ragazzino. La segnalazione è stata fatta al Tribunale di Padova a carico della zia del ragazzino, che ha anche girato il filmato di denuncia, del nonno e di un genitore di uno dei compagni del ragazzo. Nel frattempo è stato inviato alla Procura un video, girato dalla polizia Scientifica, con le immagini del bimbo di Cittadella, prelevato a forza da scuola dal padre a cui è stata data potestà assoluta con l'aiuto di alcuni agenti. Sarà la Procura a valutare se ci sono condotte che possono integrare la resistenza e l'oltraggio a pubblico ufficiale. Insieme al video la polizia ha inviato all'autorità giudiziaria una comunicazione scritta in cui sono segnalate tutte le condotte presenti. Il sottosegretario De Stefano ha ricostruito l'episodio, a partire dalla comunicazione, inviata la mattina del 10 ottobre dal padre del bambino all'ufficio Minori della Questura di Padova, per informarlo del rigetto da parte della Corte di Appello di Padova, del ricorso con il quale la madre aveva chiesto la sospensione del provvedimento di allontanamento dall'ambiente familiare materno. Il responsabile dell'ufficio Minori ha quindi contattato i Servizi sociali del Comune, incaricati di eseguire il provvedimento, che hanno deciso di intervenire immediatamente, per evitare che la madre del minore, come già accaduto due volte in passato, rendesse impossibile dar seguito alla decisione del giudice. Si è quindi stabilito di recarsi nella scuola, ritenendo l'area antistante l'istituto "il luogo più idoneo per l'intervento", in quanto "ambiente neutro rispetto alla casa familiare, dove i precedenti tentativi erano stati vanificati dalla resistenza del bambino, fortemente supportato dai componenti la famiglia materna, in particolare la zia ed il nonno". Il personale della Polizia, dei Servizi sociali e il padre del bambino si sono quindi recati nella scuola, decidendo, dopo un contatto con la direttrice, di far uscire il minore dall'aula "per prepararlo all'accompagnamento". Questi si è però rifiutato di uscire, per cui sono stati allontanati gli altri alunni. Lo psichiatra e lo psicologo, viste le resistenze del minore, hanno chiesto l'intervento del padre, perché conducesse il figlio all'autovettura dei Servizi sociali, con la quale sarebbe stato accompagnato alla comunità di accoglienza. Nel corridoio, ha riferito ancora De Stefano, "la reazione del minore è diventata ancora più energica, sfociando in manifestazioni a carattere violento anche nei confronti del genitore e degli operatori intervenuti". Uscito dall'ingresso secondario dell'edificio scolastico, ha invocato "con urla l'intervento dei familiari della madre", giunti "muniti di telecamere". A questo punto due agenti della Polizia hanno tentato "di fronteggiare i familiari", mentre un terzo operatore ha cercato "di aiutare il padre a condurre il figlio nell'autovettura". Nonostante la resistenza "sempre più accesa dei familiari", gli agenti sono quindi riusciti "ad allontanarli dal veicolo, consentendone la partenza". Di fronte alla protesta dei familiari nei confronti della Polizia, chiedendo "l'esibizione di provvedimento di diniego della sospensiva, un ispettore capo ha replicato, con espressioni assolutamente non professionali, che il grado di parentela con il minore non giustificava la richiesta". Sul caso è arrivato anche il commento del ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri che, parlando da Palermo, ha sottolineato come ''la vicenda del bambino di Padova ha molto colpito l'emotività. Il capo della polizia ha aperto un'inchiesta per conoscere bene i fatti e prima di parlare bisognerebbe sapere bene tutto e sapere come si sono sviluppati i fatti. L'unica cosa che so è che la vera vittima è il bambino''. Per quanto riguarda i servizi sociali e il ruolo svolto dalle forze dell'ordine in casi come questi, il ministro voluto ribadire la professionalità della Polizia femminile che da sempre si occupa dei minori. "Io voglio i fatti. Per giudicare bisogna conoscere. E noi non conosciamo abbastanza per sapere. C'è un video, è vero. Ma non c'è il pregresso e il contesto, è un video parziale. Lasciamo che la magistratura faccia la sua parte e la polizia faccia la sua inchiesta''.

"Prima di esprimere giudizi, che hanno l'effetto di un vero e proprio linciaggio nei confronti degli agenti e di rimando nei confronti della Polizia - ha detto il segretario nazionale dell'Associazione funzionari di polizia (Anf) Enzo Marco Letizia -, si attenda l'esito delle indagini condotte sia dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza che dalla Magistratura, volte ad accertare la coerenza dei comportamenti con le disposizioni di legge sul caso del bimbo conteso a Cittadella". "Difendere i diritti dei bambini - ammonisce Letizia - deve rappresentare sempre e comunque un dovere e una priorità per tutti gli operatori impegnati nella tutela dei minori. Difendere i diritti dei bambini significa anche salvaguardare il loro futuro, custodendo i valori della legalità, il rispetto delle leggi, la ricerca della verità", ammonisce.

Bambini contesi. Scenata pianificata? Ascolta l'audio che imbarazza la madre di Padova. L'avvocato della signora, nel 2011, spiegava a un bimbo conteso dai genitori di "fare i capricci" in presenza della polizia, così riporta “Libero Quotidiano”. Il caso del bambino di Padova "rapito" della polizia continua ad essere al centro di dibattiti e discussioni. Smorzato l'impatto emotivo delle immagini, che sono state per quanto possibile metabolizzate, iniziano a farsi strada anche delle domande, più o meno scomode.

Il tema, quello delle separazioni con bimbi contesi, è delicatissimo. Risulta naturale, ora, interrogarsi sul perché madre e zia, nel momento dell'esecuzione del provvedimento giudiziario, fossero lì. Risulta naturale interrogarsi sul perché siano state prontissime nell'immortalare tutto con un telefonino. Certo, la scarsa umanità dei poliziotti ha colpito; hanno fatto il loro dovere, ma andando oltre quel "minimo di violenza" necessaria per raggiungere l'obiettivo. Altrettanto certo, madre e zia non volevano rispettare il provvedimento di un giudice, e hanno fatto di tutto per ostacolare i poliziotti e, di conseguenza, hanno fatto di tutto per sottoporre il loro bimbo a uno choc terrificante. Le due donne hanno sfidato le istituzioni, e i poliziotti hanno dovuto ricorrere alla violenza.

Il ruolo degli avvocati - Un'altra domanda che inizia a fare capolino è quella relativa al ruolo che possono avere gli avvocati in vicende come questa. Che fanno, i legali? Fanno da pacieri o, piuttosto, esasperano le situazioni? Ma entrando nello specifico della vicenda del bimbo di Padova si scopre che l'avvocato Andrea Coffari, che assiste la signora Ombretta, madre del bimbo, ha una storia piuttosto particolare. In giovane età accusava di pedofilia il padre, che poi fu giudicato per ben due volte innocente da un tribunale. L'avvocato Coffari ha poi subìto una pesante sconfitta nella veste di difensore delle parti civili al processo di appello per il caso dell'asilo Sorelli di Brescia: il caso fu riconosciuto del tutto insussistente (al pari della più nota vicenda di Rignano Flaminio, dove la principale accusatrice degli insegnanti era Barbara Lerici, che con Coffari ha combattuto e combatte molte battaglie sull'abuso dei minori).

Quando "imbeccava" i bambini - Inoltre, semplicemente "googlando" il nome Andrea Coffari, il motore di ricerca ci consegna molte informazioni su come l'avvocato sia stato coinvolto in diversi processi che, con sentenze definitive, hanno stabilito che i suoi assistiti avevano presentato false denunce di casi di pedofilia e maltrattamenti fisici e psicologici ai danni di minori. Certo, questo non significa nulla, però può aiutare a far luce sul contesto nel quale si è arrivati alla tragedia psicologica filmata da madre e zia. Ben più significativo, al contrario, un audio trasmesso a La Fine del Mondo, la trasmissione radio condotta da Selvaggia Lucarelli su M2o. Nella registrazione, Coffari, al teatro comunale di Sant'Orense, il 12 marzo 2011, getta una luce inquietante sulle modalità con le quali difende i suoi assistiti: il legale "imbecca" i minori contesi, li "indirizza" nei comportamenti, spiega loro che cosa fare per "dimostrare" la volontà di voler stare con un genitore piuttosto che con l'altro. Per inciso, esiste una norma deontologica che vieta agli avvocati di avere contatti con i bimbi, ed è prassi di tutti i tribunali ascoltare le testimonianze dei minori senza i legali preventi. Eppure Coffari narra la vicenda di un bambino, Matteo, una vicenda per molti versi simile a quella di Padova, e di quello che suggerì al piccolo di dire in presenza dei poliziotti che si sarebbero presentati per affidarlo al padre, come aveva stabilito un provvedimento giudiziario: "Se tu hai detto che non ci vuoi andare, devi farglielo capire. Fai i capricci, come li fai per le figurine". E i capricci li fece, "con forza, con violenza. Minacciò di buttarsi giù dalle scale. E nessuno venne a prendere questo bambino".

Su Dagospia alcune considerazioni:

1- TIBERIO TIMPERI METTE IL DITO NELLA PIAGA DI TANTI PADRI CUI VIENE NEGATO IL FIGLIO- 2- “DICIAMOCELA FUORI DAI DENTI: LA SOCIETA’ METTE LA DONNA, LA MADRE, SEMPRE, OVUNQUE E COMUNQUE, AL CENTRO DELLA FAMIGLIA. COME SE TUTTE LE MAMME FOSSERO BUONE A PRESCINDERE E I PADRI CATTIVI... CHIEDIAMOCI PIUTTOSTO, SE UN GENITORE CHE OSTACOLA I RAPPORTI CON L'ALTRO, SIA UN BUON GENITORE. CHIEDIAMOCI PERCHÉ IN ITALIA CI VOGLIANO CINQUE ANNI, COME IN QUESTO CASO, PER ATTIVARE LA SENTENZA”- 3- “E PENSIAMO A QUANTE MANIPOLAZIONI POSSANO ESSER STATE FATTE IN QUESTI CINQUE ANNI, SU UN MINORE. BISOGNA PREVEDERE IL CARCERE PER QUEI GENITORI CHE DISATTENDONO I PROVVEDIMENTI DEI GIUDICI. RISPETTARE I PADRI CHE VOGLIONO FARE I PADRI, IN NOME DELL'ARTICOLO 3 DELLA COSTITUZIONE E DELLE PARI DIGNITÀ SOCIALI”-

1- TRAGEDIA COMMEDIANTE, SINDROME MAMMISMO scrive Tiberio Timperi. La vicenda di Padova, è una vicenda dolorosa. Complessa. Vasta. Non ho volutamente visto le immagini di quanto accaduto. Pornografia vera. Scioccante. Dei sentimenti. Ancora più alti e sacri perché di un bambino. Ma non ho voglia di discutere sull'opportunità e la liceità di mandare in onda quelle immagini. I fatti: una madre decaduta dalla patria potestà da cinque anni. Ed altrettanti, inutili, tentativi di eseguire una sentenza. Un padre che lotta contro l'ostruzionismo della madre. Non sappiamo i motivi che hanno portato la Corte d'Appello ad esprimere questa sentenza. Non ci interessano. Ma li rispettiamo. Come e più del solito. Perché vanno contro l'orientamento culturale dominante. Ma sopratutto perché relativi ad un bambino. Che, secondo le parole del padre e del questore di Padova, soffrirebbe di sindrome da alienazione parentale. Anzi, diciamocela fuori dai denti: sindrome della madre malevola. Negata ed osteggiata da un certo mainstreaming che mette la donna, la madre, sempre, ovunque e comunque, al centro della famiglia. Come se tutte le mamme fossero buone a prescindere e i padri cattivi... Ma non è la lotta di genere che mi interessa. Torniamo a Padova. Andiamo oltre l'impatto emotivo delle immagini, riprese ad arte, per costruire il caso. Chiediamoci piuttosto, se un genitore che ostacola i rapporti con l'altro, sia un buon genitore. Chiediamoci perché in Italia ci vogliano cinque anni, come in questo caso, per attivare la sentenza. E pensiamo a quante manipolazioni possano esser state fatte in questi cinque anni, su un minore. Bisogna costruire alternative coraggiose. Introdurre patti prematrimoniali e divorzio immediato. Prevedere il carcere per quei genitori che disattendono i provvedimenti dei giudici. Rispettare i padri che vogliono fare i padri, in nome dell'articolo 3 della Costituzione e delle pari dignità sociali. Certi giudici, certi avvocati e certi consulenti hanno un orientamento culturale vecchio e superato che sta generando mostri. Un atteggiamento da rottamare. Adesso.

2- TIMPERI: "IN QUEI MOMENTI SI PERDE LA TESTA", scrive Francesco Maesano. In Italia c'è questo orientamento culturale. Favorisce le madri mentre i padri scompaiono", denuncia Tiberio Timperi, giornalista, da anni impegnato nella lotta per veder riconosciuti i suoi diritti da genitore.

Ha visto le immagini del bambino trascinato sul selciato dagli agenti?

Sì, e le dico: la colpa non è dei padri o delle madri ma della giustizia che arriva sempre quando è tardi.

Tardi per cosa?

Si tratta di un caso di sindrome da alienazione parentale: alla madre è decaduta la patria potestà da 5 anni. Un bambino che ha queste reazioni mostra i segni di una evidente manipolazione. Perchè la giustizia non è intervenuta prima? Sono passati cinque anni dopo aver disposto l'allontanamento. Queste cose vanno fatte subito.

E perchè non si fanno?

C'è troppa gente che mangia su queste cose. La filiera è troppo lunga. C'è un giro da un miliardo di euro. Pensi solo ai consulenti incaricati dai giudici. Dovrebbero essere super partes ma a volte si conoscono tra loro.

Qualche esempio?

Senza fare nomi. Due consulenti romani, molto bravi, molto conosciuti. Lavorano insieme da anni. Accade che uno dei due sia chiamato dal giudice come consulente della Corte e che l'altro venga assunto da una delle due parti. C'è un conflitto di interessi o sbaglio? Sono la mafietta di un ambiente che non si può toccare.

Che propone?

Per iniziare basterebbe introdurre patti prematrimoniali e velocizzare il divorzio. Poi ci vogliono leggi draconiane per il genitore che delinque che ora confida nella lentezza della giustizia. Voglio la galera per il genitore che non rispetta la legge.

Così non si rischia di esacerbare la conflittualità?

Questa è una emergenza sociale. Il problema non sono i padri o le madri, è il paese a essere impreparato. Esiste un problema giustizia e di realizzazione dell'articolo 3 della Costituzione. Quando il giudice dà il bambino al padre fa notizia. Guarda caso quelle immagini le ha diffuse la zia materna.

A prescindere da chi le ha diffuse e dai diritti dei genitori, non crede che portare via un bambino di peso sia in ogni caso eccessivo?
Ho capito! Ma cosa deve fare un genitore? O va fuori di testa e passa alla violenza fisica, che è sempre esecrabile, o non sa che fare.

3- "CHE ERRORE MANDARE GLI AGENTI MA A VOLTE UN GIUDICE È COSTRETTO", scrive Elsa Vinci. La polizia a scuola, il bimbo che scappa. Strilli, urla e pure un video-shock. Per "salvare" un bambino dalla madre bisogna farlo soffrire così? Io non credo che l'allontanamento con la forza possa avere un buon effetto. Sono momenti che si preparano con cura nel tempo ». Melita Cavallo, presidente del Tribunale per i minori di Roma, non apprezza il ricorso alla polizia e preferisce considerare «i provvedimenti eseguiti a scuola solo eventi eccezionali».

La disperazione del bambino ha fatto il giro di tv e web. Lui senza difesa contro gli agenti. Si fa così?

«Quello che si è visto è da evitare. Di solito un bambino va a prenderlo l'assistente sociale, uno psicologo con cui parla da mesi, che conosce benissimo. Una figura di cui si fida. Il ricorso alla polizia è previsto ma sconsigliato. Personalmente preferisco escluderlo. Se diventa indispensabile, deve avvenire con modi e in luoghi che rendano l'evento meno traumatico possibile».

Invece sono andati a scuola.

«Per i bambini la scuola è un luogo sicuro, un allontanamento del genere mette in crisi questo concetto. Vale per lui e per i suoi compagni. Purtroppo l'intervento in classe si sarà reso necessario perché in passato ci sono stati tentativi falliti. A volte il giudice è costretto. La madre non aveva più la patria potestà, la Corte d'appello di Venezia ha deciso per la scuola perché a casa non è stato possibile prendere il bambino ».

Il trauma dell'allontanamento da un genitore si pone in ogni caso. Il tribunale come cerca di gestirlo?

«Il ragazzino va assolutamente rassicurato: la separazione non è per sempre. Non si perde né la mamma né il papà. Il magistrato dispone percorsi psicoterapeutici adeguati, il minore viene accompagnato da un'équipe multi professionale. Di solito io nomino un giudice onorario che segue il piccolo per mesi, ci parla spesso, può andarlo a trovare a scuola, cerca di fargli capire il perché. Assistenti sociali e psicologi gli fanno comprendere che se cambierà casa questo non vuol dire che la mamma non ci sarà più.

Potrà continuare a vederla, a sentirla, a giocare con lei».

Ma se il figlio con il padre non ci vuole stare?

«Il bimbo deve fare conoscenza col papà e in questo percorso lo si accompagna. Si deve trovare lo spazio nella sua testa per far entrare il padre».

Questo bambino soffre di sindrome da alienazione parentale. Come si fa a tenere in equilibrio il diritto di tutti?

«Non vuole vedere il padre perché alienato verso di lui probabilmente dall'influenza dell'altro genitore. Si deve lavorare con personale specializzato. Tanto più adesso che ha subito un trauma, che resterà per sempre. E non dimenticherà mai».

PARLIAMO DI BIGENITORIALITA’ ED AFFIDO CONDIVISO.

SULL’AFFIDO CONDIVISO E’ GUERRA DI GENERE.

Il Matrimonio (di Paola Maffei)

Ho, ma che bel traguardo

è a quello che la giovane tende lo sguardo,

il matrimonio con l’amato

e il sogno di una vita coronato.

Con il matrimonio ci si giura eterno amore,

nella gioia e nel dolore,

di quello che nulla può separare

e ancor più bello è quando lo si dice sull’altare.

Passa il tempo, arrivano i figli

Genitori e zii, elargiscono consigli

Si stringono tutti intorno alla famiglia

Per dare un grosso aiuto al figlio o alla figlia.

Quello che si vive è magia ed incanto

Anche se poi non si sa perché, a volte viene infranto,

all’amore eterno subentrano questioni di denaro ed interesse

il matrimonio si incrina e con esso anche tutte le sue promesse.

Le motivazioni sono sempre i soliti argomenti:

i suoceri, i soldi, le proprietà, i tradimenti…

Che dispiacere per amici e parenti

Vedere che quell’amore eterno attraversa patimenti.

C’è chi si dispera per la loro separazione,

chi piange e chi prega per la loro unione.

C’è anche chi accende le questioni

Con accanimento per far conti e divisioni.

In tutta questa nuova situazione,

a chi meno si rivolge l’attenzione

è ai figli che nel silenzio o in un capriccio

nascondono le vere sofferenze di questo bisticcio.

E’ a loro che voglio dire apertamente:

voi non c’entrate in questo “incidente”.

Se si è scelto di mutilare questa famiglia

L’incoerenza non è in voi, ma in chi è immaturo da tenerne le briglia.

Paola Maffei 6 novembre 2018 ore 14.40

Lei: Voglio il divorzio e l’affidamento esclusivo del bambino!

Lui: Esclusivo, ma è anche mio!

Lei: Tuo? Io l’ho partorito, non tu! I bambini sono delle madri, li facciamo noi e solo noi, sono nostri! E voglio il mantenimento!

Lui: Ma come, è tuo ma vuoi crescerlo coi soldi miei?

Lei: E’ anche tuo, mica l’ho fatto da sola…

La sinistra politica e mediatica e le associazioni di genere sono contro ogni legge egualitaria ed equitaria.

Il ddl Pillon, spiegato bene, scrive sabato 10 novembre 2018 "Il Post". Vuole cambiare le leggi su separazione, divorzio e affido condiviso dei minori: è molto contestato da più fronti, con gli stessi argomenti. Lo scorso agosto è stato assegnato alla commissione Giustizia del Senato il disegno di legge 735, meglio conosciuto come “ddl Pillon”, che introduce una serie di modifiche in materia di diritto di famiglia, separazione e affido condiviso dei e delle minori. Il disegno di legge prende il nome dal senatore della Lega Simone Pillon, uno degli organizzatori del Family Day, uno dei portavoce delle principali battaglie dell’integralismo cattolico e il promotore del gruppo parlamentare Vita famiglia e libertà. È un progetto molto contestato da avvocati, psicologi e operatori che si occupano di famiglia e minori, dai centri antiviolenza e dai movimenti femministi che il 10 novembre manifesteranno in tutta Italia, ma anche dalle relatrici speciali delle Nazioni Unite sulla violenza e la discriminazione contro le donne che lo scorso 22 ottobre hanno inviato una lettera al governo italiano.

Il contratto di governo e l’obiettivo della riforma. Nel “contratto di governo” a cui spesso gli esponenti dell’attuale maggioranza si richiamano, cioè il documento con il quale Lega e M5S hanno definito i progetti della loro alleanza, è presente il contenuto generale del disegno di legge Pillon: equili­brio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari; mantenimento in forma di­retta senza automatismi; contrasto della cosiddetta a­lienazione genitoriale. Non è citata esplicitamente, invece, la mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti figli minorenni. Pillon ha spiegato l’obiettivo della sua legge: una «progressiva de-giurisdizionalizzazione» (il conflitto familiare non deve cioè arrivare di norma in tribunale) e la volontà di rimettere «al centro la famiglia e i genitori» lasciando al giudice il «ruolo residuale di decidere nel caso di mancato accordo». Pillon ha citato anche Arturo Carlo Jemolo, giurista e storico cattolico: «Come soleva dire Arturo Carlo Jemolo, la famiglia è un’isola che il diritto può solo lambire, essendo organismo normalmente capace di equilibri e bilanciamenti che la norma giuridica deve saper rispettare quanto più possibile». Negli ultimi anni le questioni relative all’affidamento dei figli e delle figlie minori nei casi di separazione dei genitori sono state riformate in modo significativo, soprattutto con la legge 8 febbraio 2006, n. 54. Prima del 2006, nonostante fosse comunque previsto l’affidamento congiunto o alternato, il tribunale aveva il compito di stabilire a quale genitore i figli dovessero essere affidati in via esclusiva. Nel 2006 è stato invece messo a regime il principio dell’affido condiviso in caso di separazione, salvo i casi in cui questo potesse essere dannoso per i-le minori. I dati ISTAT mostrano che la legge ha funzionato, e che nelle separazioni e nei divorzi l’affidamento condiviso ha ora percentuali decisamente prevalenti: «Fino al 2005, è stato l’affidamento esclusivo dei figli minori alla madre la tipologia ampiamente prevalente. Nel 2005, i figli minori sono stati affidati alla madre nell’80,7 per cento delle separazioni e nell’82,7 per cento dei divorzi». A partire dal 2006, in concomitanza con l’introduzione della legge numero 54, la quota di affidamenti concessi alla madre si è ridotta. Il sorpasso vero e proprio è avvenuto nel 2007 (72,1 per cento di separazioni con figli in affido condiviso contro il 25,6 per cento di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre), per poi consolidarsi ulteriormente. Pillon sostiene però che i dati non mostrino la realtà: che ci sia una «violazione di fatto della legge 54/2006 sull’affido condiviso», che sarebbe rimasta «solo un nome sulla carta». Dice che nel 90 per cento dei casi «non è cambiato nulla» e che «ci si ritrova di fronte a un affido che nei fatti è ancora esclusivo». Pillon fa probabilmente riferimento ad alcuni dati, che riguardano però soprattutto questioni economiche assimilando, di fatto, l’affido esclusivo a quello condiviso con residenza prevalente presso la madre: come scrive Valigia Blu, «per quanto riguarda l’assegnazione della casa coniugale è vero che nel 69 per cento dei casi quando c’è un figlio minore va all’ex moglie e che il 94 per cento delle separazioni con assegno di mantenimento sia corrisposto dal padre».

Il ddl Pillon. Il disegno di legge 735 si compone di ventiquattro articoli e prevede che le disposizioni introdotte, una volta entrate in vigore, si applichino anche ai procedimenti pendenti. Le riforme al diritto di famiglia che il ddl introduce sono principalmente quattro:

1 – mediazione obbligatoria e a pagamento. Il ddl Pillon, per evitare che il conflitto familiare arrivi in tribunale, introduce alcune procedure di ADR, un acronimo che vuol dire Alternative Dispute Resolution: sono metodi stragiudiziali di risoluzione alternativa delle controversie, e ne fanno parte sia la mediazione che la coordinazione genitoriale. Il ddl prevede in particolare di introdurre la mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti i figli minorenni «a pena di improcedibilità», dicendo esplicitamente che l’obiettivo del mediatore è «salvaguardare per quanto possibile l’unità della famiglia». Il ddl (all’articolo 1) istituisce quindi l’albo professionale dei mediatori familiari e precisa chi può esercitare quella professione: tra loro «anche agli avvocati iscritti all’ordine professionale da almeno cinque anni e che abbiano trattato almeno dieci nuovi procedimenti in diritto di famiglia e dei minori per ogni anno». Il mediatore familiare (articolo 2) è tenuto al segreto professionale e nessuno degli atti o dei documenti che fanno parte del procedimento di mediazione familiare «può essere prodotto dalle parti nei procedimenti giudiziali», a eccezione dell’accordo finale raggiunto. L’articolo 3 spiega come si svolge questa mediazione. Può durare al massimo sei mesi, i rispettivi legali, dopo il primo incontro, possono essere esclusi negli incontri successivi dal mediatore, e l’accordo raggiunto durante la mediazione (chiamato “piano genitoriale”) deve essere «omologato» dal tribunale entro 15 giorni. Si precisa, infine, che «la partecipazione al procedimento di mediazione familiare è volontariamente scelta», ma più avanti, all’articolo 7, si dice che per le coppie con figli minorenni la mediazione è «obbligatoria». L’articolo 4 aggiunge che è gratuito solo il primo incontro di mediazione, mentre gli altri sono a carico delle due persone che si stanno separando. Se nell’esecuzione del piano genitoriale nascono dei problemi, il ddl prevede l’introduzione di un’ulteriore procedura di ADR, affidata al coordinatore genitoriale: sempre a pagamento. Nel piano genitoriale devono essere presenti, tra le altre cose, una serie di indicazioni molto precise: luoghi abitualmente frequentati dai figli; scuola e percorso educativo del minore; eventuali attività extra-scolastiche, sportive, culturali e formative; frequentazioni parentali e amicali del minore; vacanze.

2 – equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari. Nel ddl si dice (articolo 11) che «indipendentemente dai rapporti intercorrenti tra i due genitori» il minore ha diritto a mantenere «un rapporto equilibrato e continuativo con il padre e la madre, a ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambe le figure genitoriali e a trascorrere con ciascuno dei genitori tempi adeguati, paritetici ed equipollenti, salvi i casi di impossibilità materiale». I figli dovranno dunque trascorrere almeno dodici giorni al mese, compresi i pernottamenti, con ciascun genitore, a meno che non ci sia un «motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica» dei figli stessi. Non solo: i figli avranno il doppio domicilio «ai fini delle comunicazioni scolastiche, amministrative e relative alla salute».

3 – mantenimento in forma diretta senza automatismi. Oltre che il tempo, si prevede che anche il mantenimento sia ripartito tra i due genitori. Il mantenimento diventa dunque diretto (ciascun genitore contribuirà per il tempo in cui il figlio gli è affidato) e il piano genitoriale dovrà contenere la ripartizione per ciascun capitolo di spesa, sia delle spese ordinarie che di quelle straordinarie. Si precisa che andranno considerate sempre «le esigenze del minore, il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori, i tempi di permanenza presso ciascun genitore, le risorse economiche di entrambi i genitori e la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore». Fermo il doppio domicilio dei minori presso ciascuno dei genitori, si aggiunge che il giudice può stabilire che i figli mantengano la residenza nella casa familiare, indicando in caso di disaccordo quale dei due genitori può continuare a risiedervi. Se la casa è cointestata, il genitore a cui sarà assegnata la dovrà versare all’altro «un indennizzo pari al canone di locazione computato sulla base dei correnti prezzi di mercato». Non può invece «continuare a risedere nella casa familiare il genitore che non ne sia proprietario o titolare di specifico diritto di usufrutto, uso, abitazione, comodato o locazione e che non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio».

4 – alienazione genitoriale. Il ddl vuole contrastare la cosiddetta “alienazione parentale” o “alienazione genitoriale”, intesa come la condotta attivata da uno dei due genitori (definito “genitore alienante”) per allontanare il figlio dall’altro genitore (definito “genitore alienato”). Nella scheda di presentazione del ddl al Senato si dice che «nelle situazioni di crisi familiare il diritto del minore ad avere entrambi i genitori finisce frequentemente violato con la concreta esclusione di uno dei genitori (il più delle volte il padre) dalla vita dei figli e con il contestuale eccessivo rafforzamento del ruolo dell’altro genitore». Gli articoli 17 e 18 del ddl dicono dunque che se il figlio minore manifesta «comunque» rifiuto, alienazione o estraniazione verso uno dei genitori, «pur in assenza di evidenti condotte di uno dei genitori» stessi, il giudice può prendere dei provvedimenti d’urgenza: limitazione o sospensione della responsabilità genitoriale, inversione della residenza abituale del figlio minore presso l’altro genitore e anche il «collocamento provvisorio del minore presso apposita struttura specializzata». Di alienazione genitoriale si parla anche all’articolo 9, quando si dice che il giudice può punire con la decadenza della responsabilità genitoriale o con il pagamento di un risarcimento danni le «manipolazioni psichiche» o gli «atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento». E si parla di «ogni caso ove (il giudice, ndr) riscontri accuse di abusi e violenze fisiche e psicologiche evidentemente false e infondate mosse contro uno dei genitori». In commissione Giustizia del Senato al ddl 735 sono associati altri due atti: il 45 e il 768. Nel primo, presentato da Paola Binetti, tra le altre cose si prevede la sospensione della potestà genitoriale «in caso di calunnia da parte di un genitore o di un soggetto esercente la stessa a danno dell’altro». Modifica poi l’articolo 572 del codice penale, la norma che punisce la violenza domestica: prevede che i maltrattamenti debbano essere sistematici e rivolti «nei confronti di una persona della famiglia o di un minore».

Le critiche al ddl Pillon. Il ddl presentato dal senatore Pillon (che è anche un avvocato e un mediatore familiare) è stato molto criticato e considerato non emendabile, cioè da rifiutare completamente, da diverse associazioni di avvocati, psicologi e operatori che si occupano di famiglia e minori; da giuristi, anche cattolici, da giudici minorili, dai centri antiviolenza, dai movimenti femministi e anche dalle relatrici speciali delle Nazioni Unite sulla violenza e la discriminazione contro le donne, Dubravka Šimonović e Ivana Radačić, che lo scorso 22 ottobre hanno scritto una lettera preoccupata al governo italiano. Nella lettera dell’ONU si dice che le modifiche introdotte dal ddl porteranno a «una grave regressione che alimenterebbe la disuguaglianza di genere» e che non tutelano le donne e i bambini che subiscono violenza in famiglia. Le critiche dell’ONU riprendono punto per punto quelle già avanzate in Italia da vari fronti, che sono tutti compatti e concordi nel dire che cosa nel ddl non funziona.

1 – ostacola il divorzio. Il ddl vuole rendere più complicato e oneroso l’accesso alla separazione e al divorzio, introducendo esplicitamente all’articolo 1 il concetto di “unità familiare” e rendendo di fatto separazione e divorzio procedure complesse e soprattutto accessibili solo a chi se le può permettere dal punto di vista economico. Questo, anche in caso di separazioni consensuali tra persone che hanno un figlio minore. Lo si spiega bene qui: attualmente in una situazione di separazione serena e condivisa «è sufficiente una consulenza legale per presentare istanza al tribunale e definire la pratica con dei tempi abbastanza brevi e dei costi limitati». Se passasse il disegno di legge Pillon, invece, si dovrebbe pagare obbligatoriamente un mediatore; andrebbe steso un piano genitoriale molto dettagliato (anche su amicizie e frequentazioni dei figli); ogni modifica del piano comporterebbe altro tempo e nuove spese (per esempio se il figlio smette di giocare a calcio e decide di giocare a pallavolo). Aumenterebbero, insomma, i costi delle separazioni e questo metterebbe in difficoltà soprattutto le donne, visto che sono il più delle volte la parte economicamente svantaggiata.

2 – logica adultocentrica. A differenza di quanto è stato valido fino a oggi nel diritto di famiglia (la priorità dell’interesse del minore e del genitore più debole), il ddl porta avanti un principio adultocentrico. Il principio di bi-genitorialità – già previsto da molte convenzioni internazionali – prevede che il minore abbia il diritto di avere un rapporto significativo con entrambi i genitori a meno che tale rapporto non sia nocivo per il minore stesso. Il ddl non tutela però l’interesse del minore soprattutto quando entra in gioco il concetto di alienazione parentale, come vedremo. E trasforma la bi-genitorialità in un principio dell’adulto. Non solo: dell’adulto economicamente più forte.

Ancora: il piano genitoriale redatto a pagamento durante la mediazione riduce la libertà di scelta del minore, essendo molto dettagliato e molto rigido nella sua applicazione. Viola, secondo chi lo critica, anche tutte le normative internazionali che chiedono ai legislatori, soprattutto nell’interesse dei e delle minori, di favorire la flessibilità e l’elasticità nelle regolamentazioni. La tutela e il diritto del minore alla massima continuità di vita e di abitudini anche in caso di separazione, viene poi stravolto dalla riforma sull’assegnazione della casa familiare, che mette al centro il principio di proprietà della casa stessa.

3- bi-genitorialità coatta. Sul principio di bi-genitorialità a tutti i costi come principio a favore dell’adulto, l’Unione Camere Minorili ha scritto che il ddl si occupa del minore «come di un “bene” che deve essere diviso esattamente a metà come un oggetto della casa familiare». Il Coordinamento italiano per i servizi maltrattamento all’infanzia (Cismai) ha fatto sapere poi che «la divisione a metà del tempo e la doppia residenza dei figli ledono fortemente il diritto dei minori alla stabilità, alla continuità e alla protezione, per quanto possibile, dalle scissioni e dalle lacerazioni che inevitabilmente le separazioni portano nella vita delle famiglie». Il minore da soggetto, torna ad essere un oggetto del diritto. Il ddl pretende poi un’equiparazione astratta tra genitori, in nome di falsi principi egualitari: ignora cioè le reali condizioni di squilibrio di genere che esistono tra i genitori. Non tiene conto del gap salariale e occupazionale di genere o del fatto che molte donne, come dicono i dati, o lasciano o perdono il lavoro dopo la maternità. Una donna che è anche madre riuscirà difficilmente a dare lo stesso tenore di vita che al figlio era garantito durante la convivenza e che potrà continuare ad essere garantito dal padre, causando enormi squilibri e avendo come conseguenza anche la possibilità di perdere l’affidamento. La bi-genitorialità attraverso la divisione dei tempi e il mantenimento diretto si trasforma dunque, in realtà, in un nuovo principio a vantaggio dell’adulto economicamente più forte. Il genitore che si trova nella situazione più difficile o sceglierà di non separarsi o sarà sottoposto a un ricatto economico dovendo affrontare la separazione al prezzo di una crescente precarietà.

 4 – privatizzazione della violenza. Il ddl propone soluzioni standard che non tengono conto della diversità delle situazioni, e che possono essere devastanti: il ddl introduce infatti l’obbligatorietà del ricorso un mediatore privato a pagamento nelle separazioni con figli minori, comprese quelle legate a violenza e abusi. Può svolgere il ruolo di mediatore anche un avvocato iscritto all’ordine da almeno cinque anni che abbia trattato «almeno dieci nuovi procedimenti in diritto di fami­glia e dei minori per ogni anno». La mediazione è affidata a figure che non possono essere specializzate sul tema della violenza e che dunque non possono affrontare questo tipo di dinamica. Nella lettera delle relatrici delle Nazioni Unite al governo italiano si ricorda che la mediazione familiare può «essere molto dannosa se applicata ai casi di violenza domestica» e che tale imposizione viola la Convenzione di Istanbul che l’Italia ha sottoscritto nel 2003. La mediazione, sostanzialmente, privatizza il conflitto spostandolo in un ambito in cui vale l’obbligo di riservatezza: se durante il percorso di mediazione dovessero verificarsi o emergere degli abusi, questi non risulterebbero. L’obbligo di segretezza, si dice sempre nella lettera, «limita il potere dell’autorità giudiziaria» e istituzionalizza la violenza all’interno della famiglia: sollevando i tribunali dai loro compiti e occultando la violenza per delegata giustizia. Funzionando su soluzioni standard, il ddl “dimentica” infatti i casi in cui le separazioni sono dovute a violenza domestica (psicologica, sessuale, economica o fisica) costringendo la vittima a negoziare con il proprio aggressore. Non definisce poi che cosa sia la «violenza» né la inserisce nell’intero iter giudiziario per la regolamentazione dei rapporti tra genitori. Il testo cita la violenza anche all’articolo 9 quando dice che il giudice può intervenire sull’affidamento in caso di «accuse di abusi e violenze fisiche e psicologiche evidentemente false»: secondo i centri antiviolenza, considerando la violenza come il prodotto di false accuse e sanzionandola, il ddl minaccia apertamente le donne che osano denunciare o anche solo parlare degli abusi che subiscono, ma anche i minori che manifestano paure. Non solo: poiché prevede eccezioni solo nei casi in cui la violenza domestica è “comprovata” costringerà i figli e le figlie, in nome del principio di bi-genitorialità coatta, ad avere rapporti con la figura genitoriale violenta. La giustizia penale non ha infatti gli stessi tempi di quella civile, anzi: e dunque in attesa del giudizio in sede penale i e le minori saranno costretti a frequentare la casa del genitore violento. L’atto numero 45 associato al ddl Pillon sostituisce poi l’abitualità del comportamento violento con la sistematicità affinché il reato sia punibile. Cancella così il tratto distintivo della violenza domestica stessa che si compone di un’alternanza tra abusi e momenti di pentimento e di serenità chiamati “luna di miele”: la violenza domestica, insomma, non è mai continua ma procede tra alti e bassi. Come ha spiegato Teresa Manente, avvocata di Differenza Donna che fa parte della rete DiRe e che da anni si occupa dell’ufficio delle avvocate penaliste all’interno dei centri antiviolenza, «La giurisprudenza ha stabilito che i periodi di normalità non escludono l’abitualità della violenza perché sono fatti apposta per tenere sottomessa la donna nel maltrattamento all’interno del rapporto (..) Per questo togliere l’abitualità e sostituirla con la sistematicità, significa negare il fenomeno della violenza domestica e molti uomini violenti sarebbero assolti». L’atto 45 restringe dunque il reato. Introduce poi la pena accessoria della sospensione della “potestà genitoriale” se il reato di calunnia è commesso da un genitore a danno dell’altro genitore: la modifica proposta disincentiva, di nuovo, la presentazione di denunce da parte delle donne vittime di violenza domestica.

5 – la presunta alienazione parentale. La sindrome da alienazione genitoriale o sindrome da alienazione parentale (PAS, dalla formula in inglese) è un concetto che venne introdotto per la prima volta negli anni Ottanta dallo psichiatra forense statunitense Richard Gardner. Viene descritta come una dinamica psicologica disfunzionale che si attiva nei figli minori coinvolti nelle separazioni conflittuali dei genitori. Secondo Gardner questa sindrome sarebbe il risultato di una presunta “influenza” sui figli da parte di uno dei due genitori (definito “genitore alienante”) che porta i figli a dimostrare astio e rifiuto verso l’altro genitore (definito “genitore alienato”). Fin da subito, la teoria di Gardner fu molto contestata nel mondo scientifico-accademico poiché priva di solide dimostrazioni. Per lo stesso motivo non è nominata nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5), che è la principale fonte per i disturbi psichiatrici ufficialmente riconosciuta in tutto il mondo, e non è considerata nemmeno dall’APA (American Psychological Association). Nonostante la mancanza di prove scientifiche a supporto, l’alienazione genitoriale – intesa comunque non come sindrome di cui soffrono i minori (PAS), ma come condotta attivata all’interno di una famiglia che si sta sfaldando e che viene ritenuta esistente nel momento in cui i bambini e le bambine non vogliono più vedere uno dei due genitori (AP) – viene presa in considerazione già molto spesso nelle aule dei tribunali e difesa da diverse associazioni. Soprattutto nelle situazioni di maltrattamento, l’alienazione genitoriale viene infatti utilizzata in maniera strumentale dai padri per screditare le donne che in sede di separazione richiedono protezione a favore dei figli che si rifiutano di incontrare quei padri perché traumatizzati dai loro comportamenti violenti. Il ricorso all’alienazione parentale finisce dunque per non riconoscere il trauma dei bambini e delle bambine e per colpevolizzare invece la madre (già vittima di violenza) ritenendola responsabile di comportamenti inadeguati. Un richiamo all’Italia in questo senso era stato presentato nel 2011 dal Comitato CEDAW delle Nazioni Unite. L’alienazione parentale in nome della bi-genitorialità rischia di far riferimento a un principio di bi-genitorialità a tutti i costi e di genitorialità disgiunta da tutto il resto, o meglio: a prescindere dal contesto, anche quando il contesto è violento. Tende a confondere la violenza con il conflitto interno a una coppia che si sta separando, afferma che uno dei due genitori è responsabile della qualità della relazione tra i figli e il genitore che ha agito con violenza, colpevolizza le vittime e, di fatto, non protegge i bambini che assistono ai maltrattamenti. Il ddl Pillon va oltre: prevede che quando il minore rifiuti il rapporto con uno dei genitori, il giudice sanzioni l’altro «pur in assenza di prove fattuali o legali», come dice esplicitamente il testo. Le sanzioni sono molto gravi e immediate. Considera cioè automaticamente le accuse contro il genitore violento come il risultato di un processo di alienazione messo in atto dall’altro genitore, e propone una logica punitiva nei confronti dei minori considerati – di nuovo e automaticamente – inattendibili.

In conclusione. In molte e molti hanno affermato che il ddl è una proposta maschilista, punitiva nei confronti delle madri e che porta a un arretramento dei diritti dei e delle minori. I movimenti femministi hanno a loro volta r