Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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IL MOVIMENTO 5 STELLE...CADENTI

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

IL MOVIMENTO 5 STELLE...CADENTI

LA MAFIA TI UCCIDE, TI AFFAMA, TI CONDANNA

IL POTERE TI INTIMA: SUBISCI E TACI

LE MAFIE TI ROVINANO LA VITA. QUESTA ITALIA TI DISTRUGGE LA SPERANZA

UNA VITA DI RITORSIONI, MA ORGOGLIOSO DI ESSERE DIVERSO

 

 

SOMMARIO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA CASTA DEGLI ITALIANI. LA CASTA SIAMO NOI.

POLITICHE 2018: VINCE LA RIBELLIONE, L’ASSISTENZIALISMO O IL POPULISMO?

PENTASTELLATI? SONO SOLO I NUOVI COMUNISTI EVOLUTI...

GLI SPIN DOCTOR. PERSUASORI DEI GOVERNI.

5 STELLE: PAROLE, PAROLE, PAROLE...

LE SOLITE FAKE NEWS DEI MEDIA DI REGIME.

LA SOLITA FAZIOSITA'.

L'AGIT-PROP, OSSIA, "L'AGITAZIONE E LA PROPAGANDA".

TAROCCO CASALINO.

CHI FINANZIA I 5 STELLE?

L’IPOCRISIA DEL VAFFANCULO…

DIFFIDATE DEI 5 STELLE.

DUE PESI E DUE MISURE.

LA SETTA DEI 5 STELLE.

LE SVOLTE DI GRILLO.

STADIO CAPITALE.

IL MORALISMO DI LUIGI DI MAIO.

I MORALISTI MANETTARI SOMMERSI DALL’INCHIESTE.

INTRODUZIONE. IN QUESTO MONDO DI LADRI.

ESIBIZIONISMO. LA SINDROME DELL'APPARIRE. QUESTI POLITICI: COMMEDIANTI NATI?

FENOMENOLOGIA DEL TRADIMENTO E DELLA RINNEGAZIONE.

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO.

LA DEMOCRAZIA A MODO MIO.

I PARAGURI DELL’ANTICASTA.

SUPER NOVA E L'OMICIDIO DEL MOVIMENTO PENTASTELLATO.

IL WATERGATE GRILLINO, OSSIA IL M5SGATE.

ONESTA’ E DISONESTA’.

IL GIUSTIZIALISMO GIACOBINO E LA PRESCRIZIONE.

POTERE A 5 STELLE.

I FORCAIOLI SI DELEGITTIMANO DA SOLI.

TUTTI I GUAI DI BEPPE GRILLO.

SCHADENFREUDE: PERCHE’ SI GIOISCE DELLE DISGRAZIE ALTRUI?

I MORALISTI DEGLI AFFARI ALTRUI.

I FRIGNONI ED I VOLTAGABBANA.

IL NUOVO CHE AVANZA.

ANCHE I MANETTARI PIANGONO.

TRAVAGLIO. DELINQUENTE A CHI?

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

GIUDICI IMPUNITI.

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

ED I 5 STELLE...STORIE DI IGNORANZA.

POPULISTA A CHI?!?

PARLIAMO DEI GRILLINI A 5 STELLE.

V-DAY PER TUTTI.

GRILLO, L’ARCANGELO DELLA LEGALITA’ TRA CONDANNE E CONDONI.

IL PARTITO DEI MAGISTRATI.

GOGNA E MANETTE. I 5 STELLE: IL PARTITO DELLE TOGHE. PRIMA DEI PM E POI DI TUTTI GLI ALTRI MAGISTRATI.

GRILLOPOLI: OMERTA’, OMERTA’.

  

 

 

 

 

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori.

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Poema di Avetrana di Antonio Giangrande

Avetrana mia, qua sono nato e che possiamo fare,

non ti sopporto, ma senza di te non posso stare.

Potevo nascere in Francia od in Germania, qualunque sia,

però potevo nascere in Africa od in Albania.

Siamo italiani, della provincia tarantina,

siamo sì pugliesi, ma della penisola salentina.

Il paese è piccolo e la gente sta sempre a criticare,

quello che dicono al vicino è vero o lo stanno ad inventare.

Qua sei qualcuno solo se hai denari, non se vali con la mente,

i parenti, poi, sono viscidi come il serpente.

Le donne e gli uomini sono belli o carini,

ma ci sposiamo sempre nei paesi più vicini.

 

Abbiamo il castello e pure il Torrione,

come abbiamo la Giostra del Rione,

per far capire che abbiamo origini lontane,

non come i barbari delle terre padane.

 

Abbiamo le grotte e sotto la piazza il trappeto,

le fontane dell’acqua e le cantine con il vino e con l’aceto.

 

Abbiamo il municipio dove da padre in figlio sempre i soliti stanno a comandare,

il comune dove per sentirsi importanti tutti ci vogliono andare.

Il comune intitolato alla Santo, che era la dottoressa mia,

di fronte alla sala gialla, chiamata Caduti di Nassiriya.

Tempo di elezioni pecore e porci si mettono in lista,

per fregare i bianchi, i neri e i rossi, stanno tutti in pista.

Mettono i manifesti con le foto per le vie e per la piazza,

per farsi votare dagli amici e da tutta la razza.

Però qua votano se tu dai,

e non perché se tu sai.

 

Abbiamo la caserma con i carabinieri e non gli voglio male,

ma qua pure i marescialli si sentono generale.

 

Abbiamo le scuole elementari e medie. Cosa li abbiamo a fare,

se continui a studiare, o te ne vai da qua o ti fai raccomandare.

Parlare con i contadini ignoranti non conviene, sia mai,

questi sanno più della laurea che hai.

Su ogni argomento è sempre negazione,

tu hai torto, perché l’ha detto la televisione.

Solo noi abbiamo l’avvocato più giovane d’Italia,

per i paesani, invece, è peggio dell’asino che raglia.

Se i diamanti ai porci vorresti dare,

quelli li rifiutano e alle fave vorrebbero mirare.

 

Abbiamo la piazza con il giardinetto,

dove si parla di politica nera, bianca e rossa.

Abbiamo la piazza con l’orologio erto,

dove si parla di calcio, per spararla grossa.

Abbiamo la piazza della via per mare,

dove i giornalisti ci stanno a denigrare.

 

Abbiamo le chiese dove sembra siamo amati,

e dove rimettiamo tutti i peccati.

Per una volta alla domenica che andiamo alla messa dal prete,

da cattivi tutto d’un tratto diventiamo buoni come le monete.

 

Abbiamo San Biagio, con la fiera, la cupeta e i taralli,

come abbiamo Sant’Antonio con i cavalli.

Di San Biagio e Sant’Antonio dopo i falò per le strade cosa mi resta,

se ci ricordiamo di loro solo per la festa.

Non ci scordiamo poi della processione per la Madonna e Cristo morto, pure che sia,

come neanche ci dobbiamo dimenticare di San Giuseppe con la Tria.

 

Abbiamo gli oratori dove portiamo i figli senza prebende,

li lasciamo agli altri, perché abbiamo da fare altri faccende.

 

Per fare sport abbiamo il campo sportivo e il palazzetto,

mentre io da bambino giocavo giù alle cave senza tetto.

 

Abbiamo le vigne e gli ulivi, il grano, i fichi e i fichi d’india con aculei tesi,

abbiamo la zucchina, i cummarazzi e i pomodori appesi.

 

Abbiamo pure il commercio e le fabbriche per lavorare,

i padroni pagano poco, ma basta per campare.

 

Abbiamo la spiaggia a quattro passi, tanto è vicina,

con Specchiarica e la Colimena, il Bacino e la Salina.

I barbari padani ci chiamano terroni mantenuti,

mica l’hanno pagato loro il sole e il mare, questi cornuti??

Io so quanto è amaro il loro pane o la michetta,

sono cattivi pure con la loro famiglia stretta.

 

Abbiamo il cimitero dove tutti ci dobbiamo andare,

lì ci sono i fratelli e le sorelle, le madri e i padri da ricordare.

Quelli che ci hanno lasciato Avetrana, così come è stata,

e noi la dobbiamo lasciare meglio di come l’abbiamo trovata.

 

Nessuno è profeta nella sua patria, neanche io,

ma se sono nato qua, sono contento e ringrazio Dio.

Anche se qua si sentono alti pure i nani,

che se non arrivano alla ragione con la bocca, la cercano con le mani.

Qua so chi sono e quanto gli altri valgono,

a chi mi vuole male, neanche li penso,

pure che loro mi assalgono,

io guardo avanti e li incenso.

Potevo nascere tra la nebbia della padania o tra il deserto,

sì, ma li mi incazzo e poi non mi diverto.

Avetrana mia, finchè vivo ti faccio sempre onore,

anche se i miei paesani non hanno sapore.

Il denaro, il divertimento e la panza,

per loro la mente non ha usanza.

Ti lascio questo poema come un quadro o una fotografia tra le mani,

per ricordarci sempre che oggi stiamo, però non domani.

Dobbiamo capire: siamo niente e siamo tutti di passaggio,

Avetrana resta per sempre e non ti dà aggio.

Se non lasci opere che restano,

tutti di te si scordano.

Per gli altri paesi questo che dico non è diverso,

il tempo passa, nulla cambia ed è tutto tempo perso.

 

 

La Ballata ti l'Aitrana di Antonio Giangrande

Aitrana mia, quà già natu e ce ma ffà,

no ti pozzu vetè, ma senza ti te no pozzu stà.

Putia nasciri in Francia o in Germania, comu sia,

però putia nasciri puru in africa o in Albania.

Simu italiani, ti la provincia tarantina,

simu sì pugliesi, ma ti la penisula salentina.

Lu paisi iè piccinnu e li cristiani sempri sciotucunu,

quiddu ca ticunu all’icinu iè veru o si l’unventunu.

Qua sinti quarche tunu sulu ci tieni, noni ci sinti,

Li parienti puè so viscidi comu li serpienti.

Li femmini e li masculi so belli o carini,

ma ni spusamu sempri alli paisi chiù icini.

 

Tinimu lu castellu e puru lu Torrioni,

comu tinumu la giostra ti li rioni,

pi fa capii ca tinimu l’origini luntani,

no cumu li barbari ti li padani.

 

Tinimu li grotti e sotta la chiazza lu trappitu,

li funtani ti l’acqua e li cantini ti lu mieru e di l’acitu.

 

Tinimu lu municipiu donca fili filori sempri li soliti cumannunu,

lu Comuni donca cu si sentunu impurtanti tutti oluni bannu.

Lu comuni ‘ntitolato alla Santu, ca era dottori mia,

ti fronti alla sala gialla, chiamata Catuti ti Nassiria.

Tiempu ti votazioni pecuri e puerci si mettunu in lista,

pi fottiri li bianchi, li neri e li rossi, stannu tutti in pista.

Basta ca mettunu li manifesti cu li fotu pi li vii e pi la chiazza,

cu si fannu utà ti li amici e di tutta la razza.

Però quà votunu ci tu tai,

e no piccè puru ca tu sai.

 

Tinumu la caserma cu li carabinieri e no li oiu mali,

ma qua puru li marescialli si sentunu generali.

 

Tinimu li scoli elementari e medi. Ce li tinimu a fà,

ci continui a studià, o ti ni ai ti quà o ta ffà raccumandà.

Cu parli cu li villani no cunvieni,

quisti sapunu chiù ti la lauria ca tieni.

Sobbra all’argumentu ti ticunu ca iè noni,

tu tieni tuertu, piccè le ditto la televisioni.

Sulu nui tinimu l’avvocatu chiù giovini t’Italia,

pi li paisani, inveci, iè peggiu ti lu ciucciu ca raia.

Ci li diamanti alli puerci tai,

quiddi li scanzunu e mirunu alli fai.

 

Tinumu la chiazza cu lu giardinettu,

do si parla ti pulitica nera, bianca e rossa.

Tinimu la chiazza cu l’orologio iertu,

do si parla ti palloni, cu la sparamu grossa.

Tinimu la chiazza ti la strata ti mari,

donca ni sputtanunu li giornalisti amari.

 

Tinimu li chiesi donca pari simu amati,

e  donca rimittimu tutti li piccati.

Pi na sciuta a la tumenica alla messa do li papi,

di cattivi tuttu ti paru divintamu bueni comu li rapi.

 

Tinumu San Biagiu, cu la fiera, la cupeta e li taraddi,

comu tinimu Sant’Antoni cu li cavaddi.

Ti San Biagiu e Sant’Antoni toppu li falò pi li strati c’è mi resta,

ci ni ricurdamo ti loru sulu ti la festa.

No nni scurdamu puè ti li prucissioni pi la Matonna e Cristu muertu, comu sia,

comu mancu ni ma scurdà ti San Giseppu cu la Tria.

 

Tinimu l’oratori do si portunu li fili,

li facimu batà a lautri, piccè tinimu a fà autri pili.

 

Pi fari sport tinimu lu campu sportivu e lu palazzettu,

mentri ti vanioni iu sciucava sotto li cavi senza tettu.

 

Tinimu li vigni e l’aulivi, lu cranu, li fichi e li ficalinni,

tinimu la cucuzza, li cummarazzi e li pummitori ca ti li pinni.

 

Tinimu puru lu cummerciu e l’industri pi fatiari,

li patruni paiunu picca, ma basta pi campari.

 

Tinumu la spiaggia a quattru passi tantu iè bicina,

cu Spicchiarica e la Culimena, lu Bacinu e la Salina.

Li barbari padani ni chiamunu terruni mantinuti,

ce lonnu paiatu loro lu soli e lu mari, sti curnuti??

Sacciu iù quantu iè amaru lu pani loru,

so cattivi puru cu li frati e li soru.

 

Tinimu lu cimitero donca tutti ma sciri,

ddà stannu li frati e li soru, li mammi e li siri.

Quiddi ca nonnu lassatu laitrana, comu la ma truata,

e nui la ma lassa alli fili meiu ti lu tata.

 

Nisciunu iè prufeta in patria sua, mancu iù,

ma ci già natu qua, so cuntentu, anzi ti chiù.

Puru ca quà si sentunu ierti puru li nani,

ca ci no arriunu alla ragioni culla occa, arriunu culli mani.

Qua sacciu ci sontu e quantu l’autri valunu,

a cinca mi oli mali mancu li penzu,

puru ca loru olunu mi calunu,

iu passu a nanzi e li leu ti mienzu.

Putia nasciri tra la nebbia di li padani o tra lu disertu,

sì, ma ddà mi incazzu e puè non mi divertu.

Aitrana mia, finchè campu ti fazzu sempri onori,

puru ca li paisani mia pi me no tennu sapori.

Li sordi, lu divertimentu e la panza,

pi loro la menti no teni usanza.

Ti lassu sta cantata comu nu quatru o na fotografia ti moni,

cu ni ricurdamu sempri ca mo stamu, però crai noni.

Ma ccapì: simu nisciunu e tutti ti passaggiu,

l’aitrana resta pi sempri e no ti tai aggiu.

Ci no lassi operi ca restunu,

tutti ti te si ni scordunu.

Pi l’autri paisi puè qustu ca ticu no iè diversu,

lu tiempu passa, nienti cangia e iè tuttu tiempu persu.

Testi scritti il 24 aprile 2011, dì di Pasqua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

LA CASTA DEGLI ITALIANI. LA CASTA SIAMO NOI.

Rendiconti addio: così tramonta il mito della trasparenza a Cinque Stelle. Il sacro principio degli scontrini archiviato. Le spese aumentate. I bilanci insensatamente moltiplicati. E il Movimento diventa Associazione. Meno stelle, più Rousseau, scrive Susanna Turco il 18 luglio 2018 su "L'Espresso". Alla faccia della sua pur notevole carica istituzionale, Paola Taverna ti accoglie nel suo video con l’aria nasale e compiaciuta di una annunciatrice: «Sabato e domenica ci sarà una nuova tappa di Rousseau City Lab. Il mouse di Rousseau arriva a Livorno, alla rotonda di Ardenza». È vicepresidente del Senato, sembra un navigatore satellitare, una signorina buonasera, la voce del supermercato: «Entra su Rousseau alla voce Activism. Scopri l’evento che è più vicino a te». L’incredibile video non è isolato: è pieno trend a Cinque stelle. Meno movimento, più Associazione Rousseau. Meno vaffa, più azienda. Riguarda un po’ tutti i volti noti: dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli che si dedica con passione ai video della “Rousseau open Academ” - la più recente creatura del team di Davide Casaleggio- fino al Guardasigilli Alfonso Bonafede, intento a spiegare tutto de «lo scudo della rete», cioè il pool di avvocati cui rivolgersi, come grillini. Così, anche così, col salto al governo il mito dell’anticasta si è tradotto, più che in politica, in tecnica, strategia mediatica e opacità. Slittamenti che si svolgono su vari livelli. La famosa trasparenza diventa qualcosa di sempre più rarefatto, la piazza viene rinchiusa e stipata nel mega mouse gonfiabile della Associazione Rousseau, il tecnoaziendalismo sopravanza insieme con la macchina di Casaleggio. Le Cinque stelle diventano sempre più Rousseau: c’è anche un dominio che lo esemplifica, l’indirizzo web «rousseau.movimento5stelle.it», che porta dritto nel futuro. E ci sono significative mosse mediatiche: a giugno, per distogliere l’attenzione dal caso di Luca Lanzalone – che fra l’altro aveva incontrato Davide Casaleggio a una cena poco prima del suo arresto - Luigi Di Maio ha dato grande spolvero alla pubblicazione del bilancio dell’Associazione Rousseau. Non una parola su quello (rimasto peraltro riservato) della Associazione Gianroberto Casaleggio che pure aveva organizzato l’evento al centro delle polemiche. E, soprattutto, Di Maio non ha dato alcuna pubblicità - come avrebbe fatto fino a poco tempo fa - al mero conto finale delle spese del comitato elettorale presieduto da suoi fedelissimi, che pure aveva raccolto «64 mila euro nei primi due giorni», «quasi cinquecentomila» all’inizio di febbraio e alla fine boh (nel 2013, le polemiche per la mancata pubblicazione partirono a neanche due settimane dal voto – e Grillo si precipitò a raccontare dove stavano i soldi). Ci sono mosse giudiziarie: è la Rousseau e non il Movimento ad aver tirato fuori, in febbraio, i soldi per risarcire una causa persa da M5S. Mosse commerciali: il sito tirendiconto.it ha addosso tutti i segni di un prossimo smantellamento, mentre è già statuito che i 331 deputati e senatori eletti con M5S verseranno ciascuno 300 euro al mese all’Associazione di cui Casaleggio jr è socio fondatore, tesoriere, dominus (totale: quasi 6 milioni in un quinquennio). E ci sono mosse politiche: il più recente bilancio presentato in Parlamento alla Commissione preposta non è quello del partito, ma quello di una Associazione che, per quanto definita «cuore del Movimento», non è quella che ha presentato le liste e depositato il contrassegno elettorale, né nel 2013 né nel 2018; così, i rendiconti non sono più firmati nemmeno da Beppe Grillo, ma da Davide Federico Dante Casaleggio e Pietro Dettori. Sembrava fosse un partito, invece era un calesse. Ma conviene cominciare terra terra, dagli scontrini. Nel M5S non se ne vede più uno da un pezzo. Gli ultimi risalgono alla fine del 2017. Bisogna andare nella preistoria grillina, per ricordare che la scorsa legislatura era cominciata addirittura con espulsioni comminate ai parlamentari per carenze sul fronte della presentazione delle prove di spesa. In piena campagna elettorale 2018, l’esplodere del caso dei finti bonifici ha fatto il resto. E la nuova legislatura è cominciata con il presidente della Camera Roberto Fico che si è visto rinfacciare i rimborsi taxi, quando si è fatto fotografare sull’autobus. Perché mai continuare a prestare il fianco a tutto ciò? Cade così il mantra degli scontrini. I parlamentari saranno tenuti a restituire 2 mila euro al mese, oltre ai 300 destinati alla Rousseau, e avranno diritto a un forfait per le spese di soggiorno, vitto e trasporto di tremila euro, senza dover presentare prove. Non proprio da buttar via, visto che nel 2013 la regola era tenere al massimo tremila euro, non limitarsi a restituirne 2 mila (a «i nostri terranno 2500 euro al mese», proclamava Grillo al tempo dello Tzunami tour). Nel partito mugugnano, ma intanto il famoso “tirendiconto” è in disarmo. Fermo alla scorsa legislatura: ancora col faccione di Alessandro Di Battista, che invece è a zonzo per l’America, o dello stesso Di Maio, che ormai sta a via Veneto tra i ministeri dello Sviluppo economico e del Lavoro. I rendiconti ancora fermi alla scorsa legislatura, a Dicembre 2017: ma nel 2018 li hanno presentati in due. Insieme agli scontrini, faremo più fatica ad avere i minuziosi rendiconti che - soprattutto al Senato - i gruppi parlamentari M5S fornivano. C’è da dire, anzi, che il gruppo Camera si è già aggiornato. Tutt’ora, in ritardo vistoso, non ha ancora fornito il link ufficiale al bilancio 2017, si è limitato a dare anticipazioni all’agenzia di stampa Adnkronos: e in effetti sono bastati a far venire i brividi. Non volevano i soldi pubblici, anzi lo scrivono tutt’ora sul sito: «Non riceve alcun finanziamento pubblico». Ma attraverso i contributi di Camera e Senato ne hanno presi eccome. E tanti: 32 milioni di euro, complessivamente, in un quinquennio. Soldi incassati dal movimento, attraverso i gruppi parlamentari, e poi spesi. Tutti. Tanto da finire in rosso. Osservando l’andamento, si vede che nel quinquennio le spese sono esplose, a partire dal 2015. E hanno finito per rosicchiare i soldi messi da parte nel primo biennio, più virtuoso. Il gruppo della Camera ha certificato un quasi un milione in rosso per il 2017, 803 mila euro per la precisione. Il francescanesimo, totalmente abbandonato. E dove sono andati questi soldi? Oltre che nella sempre crescente numero di dipendenti, in collaborazioni, consulenze e incarichi esterni. Per la “comunicazione” e non solo. Già nel 2016, solo il comparto era lievitato del 375 per cento, superando il mezzo milione di euro di spese. Per il 2017, il caso più notevole è anche il più curioso: quello Domenico De Masi, il sociologo forse più amato - e di certo più pagato - dai Cinque stelle (almeno prima che passasse nel comitato promotore di Leu). Le due ricerche da lui svolte (insieme con un team di 14 persone, ha poi precisato), sono la voce più pesante della spesa di 183 mila euro devoluti in servizi (il restante è andato alla Ipsos, per due sondaggi). Un’enormità. Nella nota al rendiconto, si precisa che i risultati della prima ricerca sono stati presentati, quelli della seconda mai, perché dovevano essere il cuore di un convegno organizzato per febbraio 2018, e «successivamente rimandato a causa delle imminenti elezioni» (evidentemente non preventivabili). La spesa sempre crescente - a fronte di donazioni degli attivisti grillini che si aggirano attorno a una media fissa di 27-29 euro a testa - è del resto un dato comune nei molti bilanci presentati dai Cinque stelle. E si dice “molti” non a caso. Pur non volendo accedere ai contributi pubblici (cioè ai rimborsi elettorali e al meccanismo del 2 per mille), infatti, il Movimento Cinque stelle ha presentato almeno il triplo dei bilanci necessari, in una moltiplicazione di numeri che (per paradosso) si traduce in mancata chiarezza. Secondo quanto risulta pure alla commissione per la Trasparenza, detta Commissione Calamaro dal nome del suo presidente, e alla quale i partiti debbono presentare i loro rendiconti, il Movimento sembra essere uno e trino: cioè per ognuno dei primi tre anni della scorsa legislatura (unici dati finora disponibili) ha presentato tre bilanci. Quello del Comitato elettorale per le elezioni politiche 2013, quello per le europee del 2014, e infine, quello dell’Associazione MoVimento Cinque stelle che si è presentata alle elezioni (si tratta dell’Associazione tra Grillo, suo nipote e il commercialista Nadasi, costituita nel 2012; quella che si è presentata alle ultime elezioni e che ha Di Maio come capo politico ancora non ha presentato bilanci). A tutti questi bilanci si aggiungono i due dell’Associazione Rousseau (nata a metà 2016). Il risultato complessivo rasenta un Picasso nel periodo cubista. Ci sono molti più bilanci di quelli che dovrebbero esserci, perché per la legge l’obbligo a trasmettere i rendiconti è di chi ha ottenuto il 2 per cento dei voti o ha almeno un eletto (ma non hanno obblighi i comitati elettorali, e tanto meno le Associazioni come la Rousseau che formalmente si occupa solo della piattaforma on line di M5S). E si finisce per avere un quadro incongruo: l’unico organismo che dovrebbe aver soldi, cioè il Movimento cinque stelle, non li ha. In compenso, in tutte le sue molteplici incarnazioni, finisce in passivo: non c’è n’è uno che nel giro di un paio d’anni non abbia almeno 4 mila euro di rosso. Per converso, in tanta moltiplicazione, mancano tasselli che logicamente sarebbero fondamentali: manca ad esempio il primo rendiconto del comitato elettorale 2013, cioè quello dei fondi raccolti per le politiche che videro per la prima volta M5S diventare titolare di un quarto dei voti degli italiani. Qualcosa si ricava nel rendiconto successivo, quello del 2014, nel quale si dichiara che l’anno prima c’erano stati un totale di 737 mila euro di contributi (di cui 41 mila dall’estero), e uscite per complessivi 626 mila euro. In compenso, il Movimento vero e proprio conta nello stesso periodo sulle sole quote associative: 600 euro, poi 800, poi mille. Il suo massimo di spesa riguarda la registrazione del simbolo (4 mila euro). Molti più soldi si ritrova a gestire il comitato per le elezioni europee del 2014. Parte con 617 mila euro di contributi (di cui 39 mila dall’estero) ne spende per la campagna elettorale 413 mila. I restanti 200 mila circa vengono in parte girati alla causa del mai celebrato referendum no euro (45 mila nel 2014, 30 mila nel 2015), altri in spese per lo più non specificate. Intorno ai soldi raccolti per le europee si verifica peraltro un caso di strani conteggi: nel counter collocato sul sito del Movimento, in alcuni momenti aumenta il numero dei contribuenti senza che aumenti il totale, in altri momenti accade l’inverso. Come se fossero numeri a caso, il che quantomeno non è estetico: ufficialmente vale alla fine il rendiconto (dove il numero dei contribuenti non c’è). Nel quale si segnala come quello di Beppe Grillo, 54 mila euro circa, sia in pratica l’unico ad aver superato i 10 mila euro. Il tutto, comunque, è niente rispetto ai 32 milioni che arrivati via Parlamento, e ancor meno rispetto a quelli che arriveranno: basti pensare che i parlamentari sono più che raddoppiati da 126 a 331. In questo delirio di bilanci, ecco sorgere l’Associazione Rousseau. Fondata l’8 aprile 2016 da Davide e Gianroberto Casaleggio (quattro giorni prima della sua morte), alla fine di quell’anno era in attivo di 79 mila euro, nel 2017 è già in passivo secondo la solita tendenza: 135 mila euro il disavanzo di gestione. Dice Davide Casaleggio che la maggior parte dei soldi (89 mila euro) sono serviti a rendere i dati degli iscritti più sicuri, dopo che il sistema è stato bucato più volte dagli hacker. Di certo, 31 mila e spicci la Rousseau li ha messi a bilancio nel 2017 prevedendo che le sarebbero serviti, al centesimo, nel febbraio 2018, per pagare una causa persa contro espulsi romani da M5S. Più ancora che i soldi, tuttavia, è il sistema in crescita a dover essere messo sotto la lente. Alcuni fattori mostrano infatti come il sistema Casaleggio sia sempre più attivo ed operante. Il Rousseau City lab che si citava all’inizio ne è un tassello. Casaleggio e i suoi soci girano l’Italia per mostrare come funziona il sistema della democrazia diretta. La tecnodemocrazia. Dentro un bianco mouse gonfiabile, spiegano il futuro. E a illustrarlo, non c’è Luigi Di Maio, capo politico di M5S. C’è Enrica Sabatini, socia di Rousseau. Che parla di «nuovi modelli di partecipazione», «democrazia diretta, invece che delegata», una «rivoluzione culturale» rispetto alla quale «in Italia ci sono pregiudizi», anche se «i risultati ci danno ragione, essendo arrivati al governo di questo Paese». Eccolo, il link, persino spudorato: è la Rousseau, ad essere arrivata al governo. I risultati le danno ragione. Lo stesso Casaleggio, parlando durante la serata de “il mio voto conta” l’ha detto ancora meglio: «La consapevolezza dei propri diritti di cittadinanza digitale si sta alzando, un nuovo tipo di diritti e di strumenti. Oggi gli strumenti per esercitare questi diritti non sempre accessibili, ma quando lo diventano poi si pretendono, proprio come quelli che abbiamo creato con Rousseau». Insomma l’accesso alla rete è «un diritto», persino sancito nel contratto di governo tra lega e cinque stelle, e questo è «un primo passo verso il riconoscimento di nuovi diritti, che stiamo cominciando a costruire anche grazie a Rousseau». Ecco Davide che recupera il padre, le sue direttrici, e le porta su nuovi orizzonti. Senza dimenticare pure l’aggancio con il mito olivettiano: «In un certo senso siamo figli di Adriano. E oggi la sua idea di comunità è il faro che ci indica la strada al centro di Rousseau», scrive Davide su Facebook a inizio luglio. Il mondo che gli gira attorno, del resto, funziona in maniera sempre più integrata. Tra echi olivettiani, e gli approdi più contemporanei. Come quello di Edoardo Narduzzi, amico di Gianroberto Casaleggio, che lavorò con lui alla WebbEgg e costruì la Netikos, esperto di startup, criptovalute e blockchain, è stato uno degli investitori di Pipero, ristorante nel quale si sono incontrati Davide Casaleggio e Luca Lanzalone, pochi giorni prima del suo arresto. Un’altra società di Narduzzi, la Mashfrog, è nella partnership degli organizzatori del master sulle criptovalute organizzato dalla Link University, l’ateneo privato che ha un rapporto privilegiato coi Cinque stelle. L’università che adesso sta per aprire una nuova sede a Napoli. Proprio nell’area della ex Olivetti, ma sarà certamente un caso.

Da Raggi ad Appendino, non c'è pace per gli staff delle sindache. A Roma arriva Foti, l'ennesimo aspirante braccio destro (due suoi predecessori sono finiti in galera). A Torino finisce nei guai Pasquaretta, il portavoce che si fece consulente (ma non pensava fosse un problema), scrive Susanna Turco il 18 luglio 2018 su "L'Espresso". Non c’è pace per gli staff delle sindache grilline. Mentre a Roma Virginia Raggi si ritrova l’ennesimo Mr Wolf in Lorenzo Foti, ex collaboratore di Tamburrano, esperto di criptovalute, vicinissimo a Beppe Grillo (ne ha curato il nuovo sito) e adesso nuovo super consulente al Campidoglio dopo la non gloriosa fine di Raffaele Marra prima, e di Luca Lanzalone poi, a Torino il momento difficile riguarda il principale collaboratore di Chiara Appendino, Luca Pasquaretta, detto “Pitbull”. Ruspante portavoce della sindaca, nulla con lei in comune a parte la Juventus - mondo per il quale lei ha lavorato (lato vertici) e del quale lui scriveva (lato ultras) da cronista sportivo del Messaggero - atteggiamento coi media in pieno stile Casaleggio & Associati (buoni rapporti, peraltro, con l’uomo chiave della Rousseau Pietro Dettori), Pasquaretta assurse per la prima volta agli onori delle cronache perché un giorno volle allontanare un giornalista di Raitre che doveva intervistare Appendino, con l’argomento che per farlo non serviva chi ponesse le domande, bastava la sola telecamera a riprendere le risposte (preparate da lui). Già indagato per una fornitura di maxischermo per la tragica finale di Champions League, ora Pasquaretta si ritrova di nuovo indagato, per peculato. Lo scorso anno, pur da portavoce della sindaca di Torino, svolse una consulenza (5mila euro, poi restituiti) per il Salone del libro di Torino guidato da Massimo Bray. Ma tutt’ora non capisce perché se ne parli tanto: «Non ho mai pensato che tale collaborazione potesse suscitare tanto clamore», è la sua linea.

Assia, segretaria rampante pagata come un primario. I confronti: dall'avvocato al docente universitario, nessuno al primo incarico guadagna così tanto, scrive Giuseppe Marino, Giovedì 19/07/2018, su "Il Giornale". Da «uno vale uno» a «qualcuno vale 70mila euro». La parabola del Movimento 5 Stelle verso la trasformazione in ordinaria casta compie un altro passo con l'assunzione come segretaria particolare di Luigi Di Maio di Assia Montanino, compaesana di 26 anni con nel curriculum una mancata elezione alle comunali. La difesa del ministro che la definisce «onesta e leale» non può far breccia, almeno finché non arriverà il «reddito di onestà». Su twitter, tra i tanti commenti indignati, quello di un medico: «Non faccio un'assenza da 11 anni e sono onesto anch'io, mi date 70mila euro?». In effetti un chirurgo ospedaliero alla prima esperienza (che per un medico richiede comunque una lunga pratica) non arriva a guadagnare 38.000 euro lordi l'anno, poco meno della metà di quanto percepirà Assia Montanino per il suo lavoro. L'emolumento assegnatole grazie all'amicizia con Luigi Di Maio si avvicina invece ai circa 75.000 euro che guadagna un qualunque primario con un posto da dirigente ospedaliero. Normale che scattino i confronti, visto che il Movimento ha spesso attizzato l'odio sociale per chi guadagna grazie alla politica. E la giovane predestinata a 5 stelle può ben dirsi fortunata. Un primo incarico da segretaria di direzione in un'azienda le avrebbe fruttato al massimo un terzo della somma, dai 18 ai 25mila euro. E la fortuna della giovane laureata in economia emerge anche nel confronto con un incarico analogo al suo, capo di una segreteria di direzione, che presuppone però ben altra esperienza: in questo caso la retribuzione mediamente è di 58.400 euro, 15mila in meno di quanto percepirà lei. La comparazione con altre categorie professionali è ancora più impietosa e mostra in modo ancor più chiaro come la conoscenza con un politico possa proiettare la propria carriera oltre l'aspettativa di chi non ha questo tipo di relazioni. Un avvocato, una delle professioni più depauperate negli ultimi anni, fino ai 30 anni in media può aspettarsi un reddito intorno ai 10mila euro lordi annui e dovrà aspettare i 45 per sfondare il tetto dei 40mila, ben al di sotto del «reddito di onestà» di Montanino. Per non parlare di cosa sarebbe successo se la fortunata concittadina di Di Maio avesse perso il treno della politica per salire su quello dell'insegnamento, come fanno migliaia di giovani. A inizio carriera avrebbe portato a casa appena 20mila euro lordi. Solo dopo 35 anni in cattedra in una scuola superiore (nei gradi di istruzione inferiori va ancora peggio) avrebbe potuto ambire a guadagnare 31.325 euro lordi l'anno. Se poi avesse deciso di lanciarsi nella carriera universitaria all'inizio avrebbe dovuto sudare da ricercatrice con 1.300-1.700 euro netti al mese al massimo. E se avesse avuto la fortuna di proseguire fino alla posizione più ambita, quella di professore ordinario, sarebbe rimasta comunque al di sotto dei 72.000 che le pioveranno in tasca grazie alla posizione fiduciaria al ministero. Dove dovrà fare i conti con tanti colleghi che guadagnano meno. Lo stipendio medio a ministeriale è di 29.000 euro, 57mila a Palazzo Chigi. Certo, Assia Montanino è stata ingaggiata legittimamente, sia chiaro: niente di diverso da quanto accaduto in passato con altri ministri. Ma dove sono finiti i curriculum, le selezioni on line, la meritocrazia a ogni costo usati come clava dai Cinque stelle contro gli avversari politici? Fonti M5s provano a replicare che lei ha dalla sua «disponibilità h24, 7 giorni su 7». Ma come, si osserva in Rete, Di Maio non vuole limitare il lavoro domenicale?

Ed è giallo anche sul suo incarico: segretaria o capo, scrive Giovedì 19/07/2018 "Il Giornale". C'è un piccolo giallo anche sull'incarico che Assia Montanino ricopre al Mise (e, forse, al ministero del Lavoro). La 26enne di Pomigliano D'Arco, infatti, sul sito del Mise è indicata chiaramente come «Segretario particolare» di Di Maio, tra i responsabili degli uffici di diretta collaborazione del ministro. Capo della segreteria è invece, sempre secondo il sito del ministero, Salvatore Barca, che era stato al seguito di Luigi Di Maio anche quando il leader M5s era stato vicepresidente della Camera. Eppure, ieri, il Movimento ha pensato bene di precisare, dettando un comunicato alle agenzie di stampa, quale sarebbe il vero incarico di Assia Montanino, anche per giustificarne gli emolumenti non proprio popolari che le spettano per quella poltrona. «Non è una segretaria. Assia è capo segreteria del Ministro del Lavoro e poi sarà anche capo segreteria del Mise. Con lo stesso stipendio. Lavora ed è disponibile h24 sette giorni su sette». Dunque la ragazza di Pomigliano si occuperebbe del doppio lavoro di capo della segreteria di Di Maio sia al Mise che al ministero del Lavoro (sul cui sito, in effetti, non è ancora indicato un nome per il capo della segreteria). Ma perché allora la pagina web del Mise, aggiornata a fine giugno, indica per la Montanino un incarico differente?

L'ira della base M5s: "Sembrate il Pd". Il ministro Di Maio: "Il Giornale si vergogni", ma sui social tanti grillini lo criticano, scrive Domenico Di Sanzo, Giovedì 19/07/2018, su "Il Giornale". «A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura». La frase è di Pietro Nenni, e oggi più che mai il destinatario è Luigi Di Maio. La trasparenza, il merito, l'idolatria per i curriculum e il dogma della «purezza» stanno diventando un boomerang per il Movimento Cinque Stelle. Dopo la rivelazione del Giornale sull'incarico come «segretaria particolare» dato da Di Maio alla giovanissima e misconosciuta concittadina Assunta Montanino, senza apparenti meriti certificati da Cv, molti tra gli stessi grillini stanno attaccando la scelta del capo politico. La strategia pentastellata, propagata dal profilo Facebook del leader, è sempre la stessa: dare addosso ai giornali e ai giornalisti, ma i fan non sempre abboccano. Di Maio, ieri mattina, legge la nostra prima pagina e sputa tutta la sua indignazione. «Lo schifo che leggo sul quotidiano il Giornale - scrive il vicepremier - va messo nella categoria della stampa spazzatura». Poi racconta: «La dottoressa Assia Montanino l'ho conosciuta 5 anni fa. È la figlia di un commerciante che ha denunciato i suoi usurai e ho avuto modo di conoscerla quando sono stato a far visita al padre per portargli la mia solidarietà». Prosegue la testimonianza: «Era una giovane universitaria alla quale (lui scrive a cui) decisi di dare un'opportunità di tirocinio presso la mia segreteria di vice presidente della Camera. Negli anni si è distinta per la sua capacità di gestire situazioni complesse di segreteria. E posso assicurarvi che non ho mai conosciuto una persona più onesta e leale di lei». Infine la chiosa, volta a scatenare l'ira dei supporter della pagina: «Vergognatevi». Non tutti, però, ci cascano. In tanti non abboccano all'amo del facile sdegno. Giulio Olleia commenta: «A vergognarsi dovrebbe essere lei, fosse anche questa persona la più retta e onesta dell'universo non avrebbe dovuto nemmeno presentarla come possibile candidata». Tutti possono, ma i portabandiera dell'onestà no: «L'onestà tanto sbandierata è minata da azioni come queste, se ne ricorderanno i veri onesti che continuano a fare la fame», conclude l'utente. Maurizia Maffezzoli chiede trasparenza: «Sono d'accordo sull'assunzione e l'opportunità data, ma vorrei sapere se è veramente questo il compenso, 72mila euro all'anno. Se non è questo vorrei sapere a quanto ammonta». Marco Weber centra il punto: «Il problema è che se qualcuno, il Pd per esempio, avesse fatto una roba del genere, lo avreste massacrato. A me non può che far piacere se una persona per bene è valorizzata. Per voi non è così: è per bene solo se è simpatizzante M5s». Denise Lancia, dissente e si scusa: «Questa volta, mi dispiace, ma dissento. Tutti vorrebbero avere una possibilità». Marco Ravenna rimarca il concetto: «Non si mette in discussione l'onestà della ragazza, ma la modalità con cui è stata assunta. L'avessero fatto gli altri sareste con la bava alla bocca». Intanto, per paura di altre critiche, il Blog delle Stelle resta in silenzio. E sulla pagina di Di Maio continua l'antologia di commenti. Nabila Ferrari: «Anche io sono onesta e leale, posso avere la stessa retribuzione?» Il simpatizzante Roberto Vecchione non ci sta: «Per la prima volta dopo un mese e mezzo non sono più contento di voi. E non giustifico più i ragionamenti all'italiana. Né chiunque li metta in atto. Sia che siano i vecchi politici o chi ho votato». In molti dicono di non voler dare più il loro voto al Movimento Cinque Stelle. La pietra tombale la mette Carlo Clavini: «Hai fatto bene Gigi! Tra l'altro è anche bona! Ricordati anche di me». Ogni partito è paese.

"Io fortunata con Di Maio. Ma mi merito due stipendi". La 26enne ammette: da stagista al ministero perché sono sua compaesana e lavoro molto. Però minaccia querele, scrive Pasquale Napolitano, Giovedì 19/07/2018, su "Il Giornale". Nascere a Pomigliano D'Arco è un dono. Una fortuna, che Assia Montanino (all'anagrafe Assunta), l'attivista grillina di 26 anni, reclutata a capo della segreteria particolare del ministro del Lavoro e Sviluppo economico Luigi di Maio, non nasconde. Ammettendo come il legame territoriale con il capo politico del M5S abbia pesato sulla scelta. La neosegretaria particolare del ministro Di Maio attende l'intera giornata prima di uscire allo scoperto per fornire la propria versione dei fatti sul contratto avuto con Mise e ministero del Lavoro: «Vengo dallo stesso paese del ministro Di Maio e questa è stata senza dubbio una fortuna: perché così lui ha conosciuto diversi anni fa mio padre, che si era appena ribellato contro gli usurai, e mi ha dato un'opportunità, come l'ha data ad altri studenti universitari per uno stage presso la vicepresidenza della Camera. Mi sono guadagnata stima e fiducia di tutti lavorando sodo per anni. E così continuerò a fare con grande serenità». Montanino prova a chiarire compenso e incarichi che avrà al fianco di Di Maio: «Lavoro al ministero del Lavoro come capo segreteria. Stesso ruolo ricoprirò a breve al ministero dello Sviluppo economico. Due ministeri, uno stipendio solo, pur avendo diritto a due stipendi. La cifra netta che prendo mensilmente - pari a circa tremila e trecento euro - copre un impegno che va ben oltre i tempi previsti nel contratto e che si protrae 7 giorni su 7, senza limiti di orario. E con responsabilità importanti. Il fatto di avere solo 26 anni credevo fosse un elemento positivo e non di demerito in un Paese in cui non si fa altro che dire largo ai giovani». Un trucchetto dialettico, il suo, perché le critiche non sono all'età ma all'inesperienza, tanto più che continua a non fornire alcuna informazione sul curriculum. A differenza di chi l'ha preceduta, non è possibile conoscere il percorso professionale della segretaria particolare Di Maio. Si sa che possiede una laurea in Economia e che ha avuto un'esperienza come consulente del Lavoro. Tematiche che Di Maio sarà chiamato ad affrontare sia al Mise che al ministero del Lavoro. Il capo politico del Ms5 ha spiegato di averla scelta per la poltrona di segretario particolare, dopo un tirocinio alla Camera dei Deputati. E anche in questo caso sul portale della Camera non c'è traccia del curriculum, inoltrato per partecipare allo stage. Il nome della Montanino è sconosciuta anche a molti parlamentari della Campania. A Pomigliano la considerano un'attivista della prima ora, vicina al cerchio magico di Di Maio. Di Maio, Montanino e il M5s fanno quadrato, dopo le polemiche, senza ovviamente far alcun cenno al curriculum. Un silenzio che non evita all'ex candidata del M5S di consegnare in un lungo post su Facebook minacce di querele: «Le illazioni sulle mie competenze le ritengo inaccettabili e gli autori ne dovranno rispondere in tribunale. È triste notare come un giovane in Italia debba costantemente difendersi dalle accuse di incompetenza, solo per un fattore legato all'età anagrafica. Pensavo che i tempi bui in cui un ex ministro del Lavoro accusava i giovani di essere dei buoni a nulla fossero passati, invece noto che è una mentalità diffusa, sia in ambienti che si definiscono di destra, sia in ambienti che si professano di sinistra. Come donna osservo anche che in questi articoli e nelle foto private che sono state pubblicate, c'è un sessismo nemmeno troppo velato, e mi chiedo: se il capo segreteria fosse stato un uomo cosa sarebbe successo?» Evidentemente alla neosegreteria sarà sfuggito che le pagine dei giornali sono piene di articoli che svelano incarichi e consulenze. Senza distinzione di sesso.

Assia Montanino, la segretaria 26enne assunta da Di Maio: "Ho diritto a 2 stipendi". Assia Montanino, 26 anni catapultata dal vicepremier al ministero: "Avrei diritto a due stipendi". E minaccia querele, scrive Luisa De Montis, mercoledì 18/07/2018, su "Il Giornale". Il caso di Assia Montanino, 26 anni, portata da Luigi Di Maio alla guida della sua segreteria al Ministero con uno stipendio di 72mila euro continua a tenere banco. Dopo la difesa a spada tratta a opera del vicepremier, adesso anche la diretta interessata dice la sua. E lo fa con un post su Facebook: "Lavoro al ministero del Lavoro come capo segreteria. Stesso ruolo ricoprirò a breve al Ministero dello Sviluppo economico. Due ministeri, uno stipendio solo, pur avendo diritto a due stipendi. La cifra netta che prendo mensilmente — pari a circa tremila e trecento euro — copre un impegno che va ben oltre i tempi previsti nel contratto, e che si protrae 7 giorni su 7, senza limiti di orario. E con responsabilità importanti. Il fatto di avere “solo” 26 anni credevo fosse un elemento positivo e non di demerito, in un Paese in cui non si fa altro che dire “largo ai giovani”". E ancora: "Vengo dallo stesso paese del ministro e questa è stata senza dubbio una "fortuna". Mi sono guadagnata stima e fiducia di tutti lavorando sodo per anni. E così continuerò a fare con grande serenità" (...) Pensavo che i tempi bui in cui un ex Ministro del lavoro accusava i giovani di essere dei buoni a nulla fossero passati, invece noto che è una mentalità diffusa, sia in ambienti che si definiscono di destra, sia in ambienti che si professano di sinistra". Come donna, ha poi osservato, che in molti articoli e fotografie private pubblicate «c’è un sessismo nemmeno troppo velato. Purtroppo certi media contribuiscono non solo a diffondere falsa informazione, ma anche a inchiodare l'Italia a un medioevo culturale".

LA CASTA SIAMO NOI!, scrive Antonia Briuglia. Le inchieste e i “linciaggi mediatici”. Quindici Regioni italiane sotto inchiesta, dove consiglieri regionali, indifferenti alle inchieste e ai primi arresti per gli stessi reati che colpivano altri, ormai quasi per “tradizione”, continuavano a sperperare soldi pubblici, quelli dei rimborsi ai gruppi di partito. Senza limiti al ridicolo, senza vergogna, rasentando il tragicomico pagavano, con i soldi dei cittadini, dalle spese del matrimonio al suv, dalla collezione di Diabolik alle mutandine o ai vini pregiati. Un male che, naturalmente non ha risparmiato la nostra Regione, dove esponenti prima dell’UDC e poi dell’Italia dei Valori hanno prelevato, prima 200 mila euro poi 70 mila per spese personali. Per non parlare di altri consiglieri che facevano a gara per depositare scontrini delle più svariate e ingiustificabili spese da farsi rimborsare. Curioso il fatto che appartenessero al gruppo Italia dei Valori nato proprio per inaugurare un nuovo corso della politica, e ancora più curioso come molti di loro abbia formato un nuovo gruppo denominato “Diritti e libertà”, dando a questi due concetti interpretazioni a dir poco spregevoli. Questo male, però, non fa alcun tipo di differenza, né politica, perché le inchieste delle Regioni toccano tutti i partiti, nessuno escluso; né geografica, perché tocca, ad esempio, il Piemonte come la Sicilia.

Ci siamo, così, abituati anche in Liguria a vedere indagati, se non finire in manette, Presidenti di Consiglio regionale o Vice Presidenti della Giunta, come fosse un male inevitabile. Lo stesso che giornalmente sembra colpire quella che chiamiamo “casta”, che ogni giorno “onora” trasmissioni d’inchiesta televisive, o salotti del conduttore di turno dove parlamentari e ministri guadagnano spazi invidiabili per controbattere pubblicamente alle accuse di malaffare, oggetto di continui “linciaggi mediatici” nei loro confronti. Lì, l’accusato di turno per appalti, favoritismi e strumentali controlli all’Asl di Benevento, come la Di Girolamo, si scopre una semplice mamma, costretta a organizzare riunioni ufficiali a casa dove è costretta da una mastite, con la sola colpa di abbandonarsi spesso al turpiloquio e che minaccia, per le gravi offese ricevute, di pagarsi il mutuo della sua semplice casa di 100 metri quadrati, con i proventi delle accuse diffamatorie.

Insomma, un Paese d’ingiustizie il nostro. Un Paese, dove giornalmente la classe politica, mentre si dedica con abnegazione al bene pubblico, dal Comune al Governo nazionale, è ingiustamente bersagliata da false accuse. Accade per avere usato aerei di Stato per scopi personali, per aver pagato con soldi pubblici ingiustificati affitti d’oro, per finanziamenti pubblici quadruplicati mentre s’inventano nuove tasse e si chiedono sacrifici alla gente, per auto blu concesse come caramelle anche per usi personali come la spesa, oppure per "Rimborsi" elettorali 180 volte più alti delle spese realmente sostenute o per le spese del Quirinale molto più alte di quelle della Regina d’Inghilterra. Dipendenti regionali moltiplicati per tredici volte in venti anni e spese di rappresentanza dei Governatori che arrivano a essere dodici volte più alte di quelle del presidente della Repubblica tedesco. Candidati "trombati" e inesorabilmente consolati da cariche in enti, alcuni dei quali arrivano a sommare cinque buste paga e che per incompetenza e inadeguatezza al ruolo, aumentano i loro costi per le inevitabili consulenza esterne.

Solo esempi. Ma mentre i media hanno abbondante materia per occupare le pagine o i palinsesti, sarebbe maturo ormai il tempo perché si faccia una seria riflessione. Smettiamolo di fare dell’ironia, di buttarla sull’italianità dei comportamenti come se il nostro Paese fosse fatalmente destinato a morire nell’indifferenza di chi crede che non ci sia nulla da fare o nell’impotenza e nella depressione di chi vorrebbe combattere questa realtà, senza aspettare che di volta in volta lo faccia la Magistratura. Se i comportamenti delle Caste locali o romane, suscitano rabbia e sdegno verso tutta la classe politica, rischiamo spesso, arrendendoci a questa realtà di credere che non ci sia soluzione, di fatto, assolvendola. I commenti sulla rete sono spesso sovrapponibili “sono tutti uguali non si salva nessuno, chiunque vada là poi si sporca! È inevitabile” "tutte cose sapute e risapute", "mi vergogno di essere italiano, perché all’estero queste cose finirebbero diversamente!". Ma mentre ci vergogniamo, di essere italiani, non facciamo scelte diverse. Dimentichiamo che tutti quelli che ricoprono incarichi politici, dall’ente locale al Senato e al Parlamento erano, prima, cittadini come noi, che arrivati al potere hanno pensato che aggirare la norma, sfruttare il privilegio, trarre profitti illeciti fosse  un loro incontestabile diritto, per l’impunibilità giuridica che, col tempo , fa passare tutto in cavalleria ma soprattutto per la scarsa memoria dei cittadini che li hanno eletti che poi finiranno per accettare che tutto si possa perpetrare, senza capire che il consigliere occupato a raccogliere scontrini o il politico a curare i suoi privilegi o intascare illeciti profitti, non può che “distrarsi” dalla cura del bene comune. Per far approvare una legge occorre il voto favorevole di entrambe le camere e mentre se ne attendono molte che andrebbero a beneficio della collettività, velocemente e nel silenzio, passano col voto di tutti quelle che riguardano i benefici della classe politica, non ultimi gli aumenti di stipendio, dimenticandosi, solo in quel frangente, dei problemi che affliggono il Paese.

Cos’è veramente la politica? Cos’è la democrazia? Chiediamoci, una volta per tutte, cos'è veramente la politica? Cos’è la democrazia? Quella sovranità popolare che richiede rappresentanti eletti per prendere decisioni in nome proprio. Gli interessi del popolo sono scesi in secondo piano, e ciò era inevitabile se la maggior parte dei rappresentanti non agisce perseguendo i valori dell’onestà, indispensabili al ruolo che ricoprono, tanto che alcuni, se non fosse per l'immunità parlamentare, sarebbero già finiti in carcere e invece continuano a definirsi rappresentante del popolo.

Forse è vero, i rappresentanti sono il riflesso, l'immagine dei rappresentati. Forse non siamo ancora europei, non ne abbiamo le caratteristiche. Siamo lontani dall’essere cittadino come lo sono i tedeschi, gli inglesi, svedesi e olandesi. Ci vuole ancora molto tempo per rieducarci ai valori di cittadinanza e legalità, quelli persi per troppo tempo e non solo a causa del berlusconismo che ha intriso la società tutta, senza distinzione politica e geografia.

 Forse non servirà neanche rottamare i vecchi per capire che non esiste libertà senza doveri, che le battaglie di una società non possono fondarsi sulla diseducazione, sull’assenza di valori e di etica che caratterizza la politica attuale.

Le nostre colpe. Mentre si parla sempre di crisi economica, la società italiana, è ferma sotto il profilo della cultura e della politica, quella vera, perché in tutti questi anni sono mancati i padri della politica. I politici erano intenti a fare altro e la responsabilità è stata anche nostra, di cittadini elettori colpevolmente distratti o indifferenti. Mentre i politici diventavano mercanti, ci siamo abituati a non chiederne conto. La polemica contro la casta s’indeboliva quando si presentava il politico di turno e ci spiegava come aggirare la norma, come evitare una multa, com’era inevitabile che il politico godesse di benefici. Così non ci siamo ribellati neanche quando l’amministrazione del nostro Comune non lavorava per ottimizzare la raccolta dei rifiuti facendoci incorrere in multe, quando non risolveva i problemi di viabilità e non migliorava il trasporto pubblico, troppo intenta a elargire poltrone ai trombati di turno, nell’equa spartizione del potere politico dei partiti. Quali riferimenti guida abbiamo avuto da chi negava di nascondere tangenti o chi camuffava i piani regolatori per favorire profitti di gruppi immobiliari, danneggiando inesorabilmente il nostro territorio? Come può un nuovo gruppo dirigente lottare contro questo sistema senza stravolgerlo dalla base? Senza creare una nuova condizione di cultura che rieduchi alla democrazia?

Sostiene Vittorino Andreoli “Se l’Italia ha politici immorali è perché gli italiani sono immorali, se hanno eletto politici ladri è perché sono ladri, se usano la politica per interessi personali è perché non hanno idea di cosa sia lo Stato. Quanti cittadini, ad esempio, non chiedono lo scontrino fiscale, quanti non chiedono la fattura all’idraulico per pagare di meno…?". Vittorino Andreoli dice anche che "se gli italiani si svegliassero e scegliessero politici onesti, educati e capaci, l’Italia sarebbe un Paese straordinario.”

LA CASTA NON ESISTE PERCHE’ LA CASTA SIAMO NOI, scrive il 3 maggio 2014 Fulvio Scaglione. A proposito della polemica del Primo Maggio su Renzi e gli 80 euro: chiunque, cantante come Piero Pelù o taxista, cuoco o acrobata, può dire ciò che vuole quando vuole a proposito della politica. A una condizione: che non cediamo alla tentazione di credere che abbia ragione chiunque parli di politica senza essere un politico, proprio perché non è un politico, perché non è della casta. Due miti, in Italia, hanno fatto e stanno facendo danni gravi. Mi verrebbe da dire, esagerando sullo slancio: danni assai peggiori della peggiore classe politica. Il primo è il mito della cosiddetta “società civile”, il secondo proprio quello della “casta”. Uno tiene in piedi l’altro: se c’è una società civile buona e virtuosa dev’esserci anche un casta che la mortifica e le impedisce di fare il bene del Paese. Altrimenti, come potremmo andare così male? Società civile e casta sono diventate parole d’ordine indispensabili, ormai, nella narrazione collettiva di quanto succede in Italia.

Società civile uguale casta. Ecco allora qualche statistica. Nella legislatura scorsa (2008-2013), le due Camere del Parlamento risultavano così composte. Camera dei deputati: 84 avvocati, 82 dirigenti, 74 imprenditori, 63 giornalisti, 44 docenti universitari, 30 impiegati, 29 medici, 22 insegnanti, 17 commercialisti… Un’infima percentuale, al confronto, i funzionari di partito: 42.  E al Senato: 51 dirigenti, 46 avvocati, 38 imprenditori, 30 amministratori locali, 28 docenti universitari, 28 insegnanti, 26 giornalisti, 23 medici, 11 impiegati, 10 magistrati, 9 ingegneri… e solo 13 funzionari di partito. Impiegati, medici, avvocati, commercialisti, giornalisti, dirigenti, imprenditori… E che cos’è, questa, se non la società civile? Perché, dunque, la chiamiamo casta? Le virtù benefiche della società civile sono così labili da dissolversi non appena questi stimati professionisti e dipendenti varcano la soglia del Parlamento? O non è piuttosto vero il contrario, e cioè che essendo la società civile italiana poco seria (vedasi evasione fiscale da record, lavoro nero alle stelle, corruzione imperante, inefficienza come norma…), diventa poco seria anche la politica quando è appunto detta società civile, diventata casta, a tirarne i fili? Il problema non sta nelle categorie di comodo, come appunto società civile e casta, con cui cerchiamo di imprigionare una realtà complessa e sfuggente. Il problema sta nella politica, che è un’attività importante e difficile, che bisogna saper svolgere. Evviva i politici di professione, se sono professionisti seri. E abbasso la società civile in politica se è fatta di cialtroni e dilettanti. Cioè la casta.

POCHE STORIE, LA VERA CASTA SIAMO NOI. I consigli regionali e il Parlamento sono pieni di professionisti usciti dalla cosiddetta "società civile". E' l'idea, tipicamente italiana, che la "cosa di tutti" è "cosa di nessuno", scrive l'1/10/2012 "Famiglia Cristiana". I casi delle ultime settimane, dallo straordinario magna magna della Regione Lazio (straordinario non per le dimensioni, invero piuttosto "normali", ma per l'eccezionale volgarità) alle piccole e grandi porcherie che saltan fuori in ogni ente pubblico al minimo controllo, confermano, a dispetto delle apparenze, che il famoso discorso sulla "casta" è un ottimo spunto per le indagini giornalistiche ma non ha molto fondamento sociologico e nemmeno politico. E non ci avvicina di un metro alla risoluzione del problema. 

Anzi: giusto per coerenza, verrebbe da dire che la casta, in realtà, non esiste. Quando si parla di casta, infatti, il pensiero si organizza automaticamente intorno all'idea del politico di professione, di colui che campa a spese del denaro pubblico. Selezionato dai partiti e con l'unico merito della militanza fedele. O qualcuno di simile. Bene. 

I consiglieri regionali in Italia sono 1.111. Se avessimo tempo e modo di fare un censimento, scopriremmo che i "politici politici" sono tutt'altro che maggioranza. D'altra parte, senza troppi sforzi, pensiamo ai protagonisti più rinomati e alle vicende più recenti: citando un po' a caso, un'igienista dentale in Lombardia, una sindacalista alla Regione Lazio, un attivista di movimento religioso di nuovo in Lombardia. E che dire del famoso Trota, preclaro esempio di incapacità totale a mostrare una qualunque attitudine professionale, proprio uno dei famosi giovani che "non studiano e non lavorano", in Italia ormai prossimi al 30% del totale? 

Altro che casta: questo è un perfetto ritratto dell'Italia. Questa è la famosa "società civile" che dal 1994 della famosa "discesa in campo" berlusconiana avrebbe dovuto disperdere le cattive abitudini della politica politicata, ormai lontana dai cittadini e indifferente alle loro sorti. D'altra parte anche Berlusconi, l'imprenditore per eccellenza, era a sua volta parte della società civile. O no? Nel frattempo, sarà un caso, le Regioni sono riuscite a incrementare le loro spese del 74% in dieci anni, mentre nello stesso periodo l'inflazione aumentava del 24%.

Vogliamo parlare del Parlamento? Abbiamo 630 deputati e 315 senatori. Ben 133 sono tra loro gli avvocati, liberi professionisti per eccellenza. Poi ci sono 23 commercialisti, 13 architetti, 20 ingegneri, 53 medici, 4 notati e 4 farmacisti. Siamo già così a 250 (più di un quarto del totale dei parlamentari) esponenti della società civile, gente che non ha certo potuto fare la scalata interna ai partiti, visto che ha dovuto studiare e avviare importanti attività professionali. A questi andrebbero aggiunti tutti coloro che arrivano alla politica da attività meno "illustri". Che so, commercianti, impiegati (29), insegnanti (21), giornalisti (51), magistrati (7), imprenditori, sindacalisti, dirigenti. O da diversi mestieri mal esercitati come il mitico Umberto Bossi, anche lui frammento tipico della nostra società.

Quindi parlare di casta non ha senso. Bisognerebbe fare un discorso più antipatico e complesso. E cioè che è diffusa nel popolo italiano tutto la convinzione che la cosa di tutti sia cosa di nessuno. E che appena arrivati nel luogo ove la cosa di tutti viene amministrata, sia occasione imperdibile quella di ritagliarsene una fetta. E pazienza per tutti gli altri. La casta siamo noi una volta arrivati nel posto dove si può rubare (quasi) impunemente, ecco tutto. 

La casta siamo noi, scrive il 27 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore" Christian Rocca. La casta siamo noi, nessuno si senta offeso. Siamo noi questo piatto di grano. Francesco De Gregori mi scuserà, ma siamo proprio noi che desideriamo i privilegi, il parcheggio gratuito allo stadio, la pensione baby. Siamo noi che scavalchiamo la fila, lavoriamo in nero, evadiamo il fisco. Siamo noi che aspiriamo alla vip lounge, vogliamo il pass per il centro e ci riempiamo di lei non sa chi sono io. Siamo noi che abbiamo un cugino che conosce tutti e un conoscente che è cugino di qualcuno. Anche questa è casta; e la casta, cari professionisti dell'anticasta, siamo noi. Siete anche voi, specializzati nel ditino alzato. Prendersela con quei pochi eletti è tropo facile e inutile. Vogliamo tutti godere dei privilegi, far parte del club, esserne cooptati. Adoriamo la casta, altroché. La odiamo soltanto quando le iscrizioni sono chiuse, i posti occupati, i benefici ridotti. Quando i conti saltano. Ecco che qui spuntate voi, i professionisti dell'anticasta. Fate credere che sia sufficiente un bel repulisti chirurgico e mirato, ma è una presa in giro. Senza alcuna indulgenza nei confronti di chi fa meno del proprio dovere, ma siamo davvero un Paese fondato sulla casta, costruito sul più casta per tutti, prosperato sulla fruizione democratica dei privilegi. Ci siamo inventati la spintarella, la raccomandazione è diventata un'arte, il «non-c'è-problema» è il nostro motto. La casta siamo noi, insomma. Oppure è un'invenzione (sei anni fa, per esempio, abbiamo votato contro la riduzione del numero dei parlamentari, approvata addirittura dalla casta dei parlamentari in doppia lettura bicamerale). La politica è da sempre animata da movimenti anticasta che poi si fanno casta. I sindacati nascono anticasta ma sono diventati casta. Gli ordini professionali, i magistrati, i tassisti sono piccole e grandi caste. I grandi mezzi di informazione fotografano questa realtà, la perpetuano, interpretano alla perfezione questo sentimento diffuso: sono proprio loro che ciclicamente inaugurano le stagioni anticasta, prima di rabbuiarsi accigliati per l'esplosione incontrollata, signora mia, dell'anti-politica, e poi di prostrarsi davanti ai Masaniello che loro stessi hanno contribuito a creare. Non so se avesse ragione Antonio Gramsci a sostenere che in Italia c'è il sovversivismo delle classi dirigenti o, ancora di più, Mario Missiroli quando scherzava sul fatto che in Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti. So, però, che la casta siamo noi. Nessuno si senta offeso.

LA CASTA SIAMO NOI (E FINIAMOLA CON L’ACCUSARE SEMPRE I POLITICI), scrive Michele Fusco il 19 febbraio 2015. Avrete forse letto in queste ore della voracità di certi tizi di medio o notevole calibro che, invitati a premi letterari di una certa sostanza, ne ricaverebbero benefici di pari sostanza, tipo viaggi aerei planetari, soggiorni sette stelle, pagamenti tutti in nero e altre “miserabilia”, in realtà non nuovissime come cattive abitudini ma ancora in grado di destare nel cittadino un certo senso di smarrimento. L’interrogativo più immediato, che sale in superficie come gas di acqua frizzante, pone subito in rilievo quel dislivello grossolano tra posizione sociale e mancanza di stile, per cui sorprendersi ancora se un signore di chiara fama e di buona/buonissima condizione economica si riduce mestamente ad arraffare l’arraffabile. Questo, la gente comune, la gente perbene, non lo capirà mai. Ma nemmeno “loro” capiranno mai perché la gente comune continua a sorprendersi. Cosa porta un uomo noto, che non avrebbe necessità di ulteriori privilegi se non quello d’esser riconosciuto come tale, a inabissare il proprio decoro sino a profondità insospettabili? Non le necessità impellenti, questo è evidente, e neppure l’occasione di cambiar vita, giacchè qui parliamo di circostanze in cui, al massimo, ci si può divertire per qualche giorno a spese dell’organizzazione (il tutto per qualche migliaio di euro). Dunque c’è dell’altro, se la cosa regolarmente accade. Quel senso di arraffo onnipotente è parte dell’esercizio del Potere. Parte di una riconoscibilità sociale che, per un perverso paradosso, esercita la sua forma pubblica non nel modo virtuoso che tutti immagineremmo per persone di quella fatta, ma esattamente nel suo contrario, in cui l’elemento erotizzante è un’oscena sfida al comune senso del pudore: mostrare tutta la propria indecenza con sguardo fiero e protervo e attendersi, come massimo godimento di ritorno, un sentimento di timore e rispetto. Quando si parla di impunità, dunque, dovremmo essere da queste parti.

In quale categoria inserire persone di questo tipo? Ci siamo abituati a puntare il dito contro la politica, un obiettivo facile, di pronta beva, esercizio che ci è venuto facile anche in virtù di una classe dirigente che ha fallito e che si è fatta maledire dall’universo mondo. Ma le miserie che leggiamo quotidianamente e che avvengono fuori dai Palazzi, fuori anche da Roma per intenderci, hanno strettissima parentela con quella Casta, ne sono appendice diretta, radice comune. Parola evocativa come nessun’altra, «Casta» racchiude miserie che vanno ben oltre la semplice classe politica per sconfinare nell’umanità corrente. Dire che Casta siamo anche noi e non solo quelli di Roma sarebbe buona cosa, e se qualcuno vuole ribellarsi a questa indegna classificazione, padronissimo. Si prenderà le sue pene, gli toccherà una vita così virtuosa da sembrargli insopportabile, dovrà gestire il suo perenne moralismo con la santità del giusto, a cui non si potrà nemmeno rinfacciare di non avere chiesto la fattura all’idraulico. Dovrà gestire con cura la sua indignazione, distribuendola con l’equilibrio necessario perché nessuno possa valutarla come troppo interessata, esagerata o troppo flebile per non destare sospetto. Dovrà parcheggiare impeccabilmente per tutta la vita, per tutta una vita, e non pensare di mandarla in vacca neppure per un istante, come ha fatto per esempio, regalandoci finalmente un friccico di speranza, Alfonso Sabella, Assessore alla Legalità del Comune di Roma, il quale comprendendo perfettamente le pene di un semplice cittadino che deve fare una cinquantina di giri dell’intero quartiere prima di trovare uno strapuntino dove infilare la Panda, ha messo letteralmente a cazzo il suo Suvvone Bmw sopra il marciapiede davanti all’assessorato.

Da altre parti d’Europa ci sono gli sguardi. Non serve molto altro per farti sentire qualcosa meno di un discreto cittadino, da altre parti non fanno scene madri, non urlano, non sdottoreggiano di moralità ma sempre quella degli altri, non devono minacciare di chiamare la forza pubblica perché la forza pubblica sono esattamente loro, le società civili che vivono su una convivenza acquisita nel tempo, in cui i meccanismi che regolano i rapporti tra umani sono piuttosto semplici e definiti sin dai primi anni di vita: questo si fa, questo non si fa, se fai questo ti tolgo la patente e non guidi più, se fai quest’altro butto la chiave. Eccetera, eccetera. Da altri parti ci sono anche le leggi, come da noi, ci mancherebbe. Ma vengono dopo, sono, come dire, un simpatico corollario a qualcosa di più definitivo come la decenza umana.

La Casta siamo noi. Una sera a Roma per il decennale del manifesto dell'antipolitica di Rizzo e Stella, all'Auditorium di Renzo Piano, tempio laico del ceto medio riflessivo, scrive Francesco Cundari il 20 marzo 2017. Ed eccoci qui, dieci anni dopo la pubblicazione del manifesto del partito qualunquista, La Casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, a celebrarne l’anniversario in quello che fu il tempio delle buone amministrazioni di centrosinistra, il monumento più duraturo del bronzo che le giunte Rutelli e Veltroni eressero a se stesse e alla propria idea di governo illuminato: l’Auditorium di Renzo Piano. Non sarà come leggere Lolita a Teheran, ma dà parecchio da pensare anche discutere della Casta all’Auditorium. Qui, infatti, è dove il fior fiore dell’elettorato democratico viene a passeggiare e a elevarsi, a svagarsi e a sensibilizzarsi sulle più importanti questioni artistiche e internazionali, tra un concerto di Capossela e una presentazione di Carrère, in quel breve spazio di tempo sospeso tra il brunch e l’apericena. Qui è dove il ceto medio riflessivo della Capitale viene per ascoltare e per riflettere, ma soprattutto per riflettersi. Qui è il regno di quelle che a Oxford chiamerebbero forse le chattering classes, e a Roma Nord la classe dei chiacchieroni, numerosa combriccola che in Italia è divenuta da tempo, questa sì, una casta. In una parola: noi.

Noi che scriviamo e voi che leggete. Noi che eravamo lì ieri sera e voi che avreste potuto esserci. Tutti noi che per mestiere o semplicemente perché possiamo permettercelo passiamo la maggior parte del nostro tempo a parlare e a sentirci parlare, a leggerci e a scriverci addosso, sempre trovando il modo di riattizzare l’interminabile chiacchiericcio che rappresenta il nostro biglietto da visita di opinionisti a trecentosessanta gradi, virtuosi della nullafacenza, accolita di dolenti eruditi costantemente impegnati a riversare sul mondo il profluvio delle nostre idee su come si dovrebbe riformarlo. Chattering Casta. No, non stiamo divagando. Se una cosa ci ha insegnato, infatti, questo decennale e praticamente ininterrotto dibattito sui prezzi del barbiere di Montecitorio e la deducibilità della biancheria intima nella Regione Piemonte, è che non devi chiederti di cosa parla la Casta. La Casta parla di te. E pensare che non avrebbero nemmeno voluto chiamarlo così, il libro, dice Stella dal palco. Volevano chiamarlo I bramini, che sarebbe stato anche più corretto (anche gli intoccabili sono una casta). «Ma era troppo complicato, troppo snob, troppo elitario». E quindi «decidemmo che era meglio andar giù dritto». Tremendous, chioserebbe qualcuno alla Casa Bianca. Tutto parte dalla legge finanziaria 2007 (cioè del 2006, insomma, la prima finanziaria del secondo governo Prodi). Lo spiega Sergio Rizzo, esponendo il seguente paradosso: essendo il governo Prodi appena partito, i dati su cui si fondava la Casta erano «la radiografia dei governi Berlusconi», eppure lo stesso Prodi, chissà perché, è convinto che la campagna nata intorno al libro – rectius: da cui il libro è nato – abbia avuto un ruolo nella caduta del suo esecutivo.

A rovesciare l’ordine dei fattori è invece Enrico Mentana, anche lui sul palco insieme agli autori, al padrone di casa del Festival che li ospita (il direttore di Radio3 Marino Sinibaldi), al presidente del Pd Matteo Orfini e al deputato Cinque stelle Roberto Fico (questi ultimi in qualità di membri della casta, nonché «a occhio e croce, quelli che guadagnano meno tra i presenti», puntualizza Orfini). Premesso che giornali e tv non condizionano i fenomeni – esordisce il direttore del TgLa7, seminando un certo sconcerto sul palco e in platea – il successo del libro dipende dal «timing». Il 2007. Vale a dire il momento in cui, dopo un anno di governo Prodi, cade l’antica autorappresentazione della sinistra come la parte migliore del Paese. Con quel governo rissoso, dai cento sottosegretari, con ben due partiti comunisti che ne fanno parte e arriva fino ai centristi di Mastella, si vede che la vecchia favola secondo cui tutti i mali dell’Italia sono colpa di Berlusconi, dice Mentana, non regge. Le differenze si appiattiscono, la sinistra si appiattisce e così il malcontento popolare si indirizza contro la politica nel suo complesso. La casta, appunto.

Si potrebbe discutere se a determinare questo esito, oltre alla rissosità e al numero dei sottosegretari, non abbia contribuito un filino anche la tanto celebrata politica economica di quel governo, a cominciare dalla suddetta finanziaria. Ma ciò nulla toglie alla sostanziale verità dell’affermazione. E tantomeno alla verità della seconda tesi esposta dallo stesso Mentana a fine serata, sia pure in evidente contraddizione con la precedente (la verità, del resto, è quasi sempre contraddittoria), e cioè che questa legislatura è nata dalla ferita dei centouno franchi tiratori che impallinarono Prodi, di cui nessuno ha mai saputo niente, che Mentana paragona addirittura ai candidati grillini buttati fuori da un giorno all’altro dal blog di Grillo. Tralasciamo l’assurdità del paragone, che mette sullo stesso piano la più consolidata previsione costituzionale a tutela della libertà dei parlamentari nell’elezione del capo dello Stato e la più palese violazione di tutti i principi costituzionali di qualunque Paese democratico occidentale, e restiamo alla sostanza. Che sta tutta nella verissima contraddizione involontariamente segnalata da Mentana, e cioè che le due più potenti ondate di contestazione anticasta sono nate a sinistra, una volta come reazione rabbiosa di fronte allo spettacolo dato dal governo Prodi – che in un impeto retorico Mentana sembra addirittura considerare responsabile «dell’appassimento e della morte della politica» – e una seconda volta come reazione alla mancata elezione dello stesso Prodi a capo dello Stato. Due affermazioni tanto indiscutibilmente vere, almeno dal punto di vista storico, quanto evidentemente contraddittorie, salutate dall’applauso scrosciante del ceto medio riflessivo in platea, tutte e due le volte.

Come si esce dalla contraddizione? Non ne abbiamo la minima idea. Al massimo, in via di provvisoria conclusione, possiamo avanzare un sospetto che da qualche tempo ci tormenta, ed è che ogni discussione sulla casta sia in fondo un circolo vizioso. Dunque, al tempo stesso, inutile e dannosa (se fatta in questi termini, si capisce). Quando lo sciocco indica la casta, il saggio guarda il dito.

La casta degli italiani. La parola d’ordine del principale movimento populista del paese nasce dieci anni fa grazie a un libro trasformato dall’establishment italiano in una bibbia, scrive Francesco Cundari su "Il Foglio" il 3 Aprile 2017. Dicono che i giornali non li legga più nessuno, che i libri anche meno dei giornali, che edicole e biblioteche faranno presto la fine dei rivenditori di videocassette. Dicono che viviamo nell’era della disintermediazione. E che di tutte le mediazioni ormai anacronistiche, la più superflua di tutte sia proprio questa che avete adesso sotto gli occhi: il giornalismo politico. Perché c’è internet. Perché ci sono i social network. Perché il politico ormai si racconta da solo, con i tweet al posto delle agenzie e le dirette facebook al posto delle interviste. Dicono che ormai giovani e meno giovani si informino così, in tempo reale, direttamente dal telefonino. Ed è tutto vero.

La più riuscita campagna di opinione degli ultimi decenni è nata da un articolo di giornale. Eppure. Eppure la più riuscita campagna di opinione degli ultimi decenni è nata esattamente come ai tempi di Emile Zola: da un articolo di giornale. O meglio, da una serie di articoli, pubblicati da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sul Corriere della Sera. Articoli che sono poi diventati un libro: La casta. Misurare ampiezza e diffusione dell’operazione è praticamente impossibile. Di sicuro va ben oltre il milione e trecentomila copie vendute in dieci anni, a partire da quella prima, prudente edizione da 35 mila esemplari, pubblicata il 2 maggio del 2007 e andata subito a ruba. Non per niente, “casta” è diventato uno dei termini più diffusi del lessico giornalistico e politico. “La frase costi della politica – annotano soddisfatti gli autori nell’introduzione alla nuova edizione aggiornata del 2008 – era stata citata nell’archivio Ansa 482 volte in ventisette anni dal 1980 al maggio 2007: poco più di una volta al mese. Da allora alla fine di settembre 2008 è stata al centro di 1931 notizie d’agenzia. Più di tre al giorno”. Ma ovviamente è il titolo – La casta – la parola-chiave di questa storia. Lo slogan più ripetuto, capace di varcare persino i confini nazionali: dall’estrema destra del Front National, con la stessa Marine Le Pen che oggi tuona contro “la caste politico-médiatique”, agli anarco-cazzari di Podemos in Spagna (che tuttavia, forse proprio per marcare la distanza dall’estrema destra, negli ultimi tempi hanno cercato di sostituire il concetto di “casta” con quello di “trama”, a loro parere più utile per indicare il nesso “tra la corruzione e il fallimento di un modello di sviluppo”).

A mettersi controvento, tra i politici di prima fila, sono in pochissimi. Praticamente uno: Massimo D’Alema. Qualcuno ha detto che un classico è un libro che viene citato anche da chi non lo ha letto. Se è così, La casta merita il titolo di classico anche più della Divina commedia, perché non citarlo è diventato praticamente impossibile. Perché, già a pochi mesi dalla sua prima uscita, poteva vantare più tentativi di imitazione della settimana enigmistica. E perché ha inventato un genere letterario a sé, che nelle librerie occupa interi scaffali. Ce n’è per tutti i gusti: c’è la “casta bianca” sugli scandali della malasanità e la “casta rossa” sulle malefatte della sinistra, la casta delle regioni e quella delle province, la “casta della monnezza” e la “casta del vino”. La “santa casta” della chiesa e la laica casta dei radical chic. Dal 2007 a oggi, la casta e i suoi derivati sono stati l’oggetto pressoché esclusivo di talk-show e trasmissioni di approfondimento politico. Ci hanno costruito sopra canzoni e movimenti politici. Le hanno intitolato alberghi e ristoranti, e persino un porno. La casta, prima e più di ogni altra cosa, è un brand. “Non siamo un partito, non siamo una casta, siamo cittadini punto e basta”, canta l’inno del Movimento 5 stelle. Non a caso, tra i primi a saltare sul carro, con un’intervista agli autori del libro pubblicata sul blog di Beppe Grillo il 25 maggio 2007. Ma il primissimo è Enrico Mentana, che il giorno stesso dell’uscita, a Matrix, ci fa un’intera puntata, con gli autori in studio e quasi un servizio per capitolo: dal Quirinale che costa più di Buckingham Palace agli sgravi fiscali per le donazioni ai partiti superiori a quelli per chi si occupa di bimbi lebbrosi. Per mesi, il Corriere della Sera non fa più un titolo che non contenga la parola “casta” almeno nell’occhiello. Ben presto imitato da tutta la stampa italiana. Il fatto è che quel libro, e prima di tutto quel titolo, è entrato non solo nel dibattito politico, ma nel costume, nella letteratura, nel modo di parlare – e quindi di ragionare – di ciascuno di noi. E pensare che all’inizio non volevano nemmeno chiamarlo così. Il titolo doveva essere I bramini. Anche perché “casta” è un termine generico, che vale per tutti: dal vertice della piramide sociale alla sua base. Ma alla fine, come ha spiegato Stella, prevalse un’esigenza di “chiarezza”. Insomma, I bramini sarebbe stato più corretto, ma “era troppo complicato, troppo intellettuale, troppo snob”. Tre aggettivi che sono già un programma. A mettersi controvento, almeno tra i politici di prima fila, sono in pochissimi. Praticamente uno: Massimo D’Alema. Nel 2011 arriva a dire che chi usa l’espressione “casta” dovrebbe pagare il copyright alle Brigate rosse. “Purtroppo D’Alema non ha letto abbastanza su questo tema, o ha letto i libri sbagliati, perché il primo a usare questo termine è stato don Sturzo nel 1950”, replica Stella. Ma se è per questo, ben prima di Sturzo, lo aveva fatto anche Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, quando scriveva che “la fonte della debolezza del liberalismo” era la burocrazia, “cioè la cristallizzazione del personale dirigente che esercita il potere coercitivo e che a un certo punto diventa casta”. E prima ancora sarà capitato pure a Mazzini, Cavour o Garibaldi di dire che politici e amministratori non devono comportarsi come una casta. Ma è chiaro che la battuta di Stella sui “libri sbagliati” ha un altro bersaglio. La tesi di una filiazione politico-culturale delle campagne contro la casta direttamente dall’estremismo di sinistra degli anni Settanta è contenuta infatti in due libri, scritti da Miguel Gotor, dedicati rispettivamente alle lettere e al memoriale di Aldo Moro (Lettere dalla prigionia e Il memoriale della Repubblica, entrambi pubblicati da Einaudi). Va detto però che lo storico, successivamente eletto senatore con il Pd e oggi passato a Mdp, non si riferiva soltanto a generiche invettive contro “la casta”, quanto a un processo più generale di interessata riscrittura del passato da parte dei terroristi, ma anche di tanti intellettuali in qualche modo contigui, dunque cointeressati ad accreditare una versione sostanzialmente autoassolutoria dei fatti. Versione secondo cui tanto il presidente della Dc quanto i suoi sequestratori e assassini, ad esempio, sarebbero stati vittime della “partitocrazia”, del “Palazzo”, di quella “casta” democristiana e comunista di cui pure Moro era uno dei massimi rappresentanti. Breve e certamente carente elenco delle piccole e grandi cose che se quel libro non fosse uscito, o non fosse uscito in quel momento, o non fosse uscito con quel titolo, forse, non sarebbero accadute (e di sicuro non avrebbero avuto lo stesso impatto):

1) Il passaggio del tema “costi della politica” da trafiletto tappabuchi a titolo di prima pagina su tutti i giornali.

2) L’evoluzione del Movimento 5 Stelle da gruppuscolo semiclandestino a partito più votato entro i confini nazionali.

3) L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

4) La chiusura del ristorante del Senato, quello del dentice al vapore da 5 euro e 20, oggi sostituito da una tavola calda con menu a prezzo fisso (10 euro, e niente dentice).

5) La legge sul tetto ai compensi dei dirigenti pubblici.

6) La conseguente controversia, ancora aperta, sull’applicazione del tetto, in Rai, anche alle star dei programmi di maggiore ascolto e soprattutto delle fiction (secondo notizie di questi giorni, a causa del tetto, Don Matteo e Montalbano rischierebbero di fare la fine del secondo governo Prodi).

7) La caduta del secondo governo Prodi.

Brevissimo elenco delle manovre che secondo gli osservatori più ostili l’uscita del libro avrebbe dovuto propiziare, e che, se anche ciò fosse vero, non ce l’hanno fatta lo stesso: 1) La discesa in campo di Luca Cordero di Montezemolo.

“Tutto parte alla vigilia della legge finanziaria 2007”, ha spiegato Sergio Rizzo. Dunque alla fine del 2006. Tutto parte da “quelle tabelle” che il giornalista continuava a rigirarsi tra le mani, notando che le uniche voci del bilancio dove non si tagliava mai erano quelle relative agli “organi costituzionali”. Ne parla con Stella e gli propone di farci un articolo. L’altro rilancia: un’inchiesta. Eppure, stando al racconto dei due protagonisti, la campagna non sembra incontrare il successo sperato. Poco dopo la pubblicazione degli articoli, ricorda Rizzo, nel bel mezzo di una riunione, il direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, gli domanda: “Come mai nessuno ci è venuto dietro?”. Un problema destinato a rivelarsi presto del tutto infondato. Il libro esce il 2 maggio dell’anno successivo. In fondo, si tratta della raccolta – riscritta, ampliata e approfondita – di quegli stessi articoli usciti sul finire del 2006. E questa, la tempistica, è anche la principale ragione per cui nessuno toglierà mai dalla testa di Romano Prodi (e di molti altri) che la campagna contro la casta sia stata lo strumento con cui un pezzo dell’establishment ottenne la caduta del suo governo, entrato in carica nell’aprile di quell’anno. E’ tutta una questione di tempi. Libri dedicati agli stessi temi, e ai quali La casta non manca di attingere, erano già usciti. Da L’Italia degli sprechi (Mondadori), pubblicato quasi dieci anni prima dal liberale Raffaele Costa, ministro della Sanità nel primo governo Berlusconi, a Il costo della democrazia (sempre per Mondadori), pubblicato da due parlamentari della sinistra, Cesare Salvi e Massimo Villone, nel 2005. Appena due anni prima del bestseller di Stella e Rizzo.

Tutto parte alla vigilia della legge finanziaria 2007, da “quelle tabelle” che Sergio Rizzo continuava a rigirarsi tra le mani, notando che le uniche voci del bilancio dove non si tagliava mai erano quelle relative agli “organi costituzionali”. C’è poco da fare: il tempismo è tutto. E tutto sembra destinato ad accadere proprio allora, nel 2007. L’anno che comincia con la solenne riunione della coalizione che sostiene il governo, l’interminabile Unione che va da Marco Pannella a Clemente Mastella, nei saloni della reggia di Caserta. A pensarci oggi, scappa da ridere: a maggio di quell’anno sarebbe uscito La casta, a settembre si sarebbe tenuto il primo “Vaffa Day”, e l’11 gennaio di quello stesso anno il governo Prodi che fa? Quel governo che aveva vinto le elezioni per un soffio e si reggeva grazie al voto dei senatori a vita, quello dei cento sottosegretari e delle delegazioni al Quirinale che in tv facevano l’effetto del comitato centrale del Pcus, dov’è che decide di tenere il suo conclave programmatico, in cui gettare finalmente le basi del suo rilancio politico e di immagine? Alla Reggia di Caserta.

Enrico Mentana ha sostenuto che la vera ragione del successo della Casta sia tutta qui: nello spettacolo del secondo governo Prodi, che avrebbe fatto cadere l’illusione che la cattiva politica fosse solo quella di Silvio Berlusconi. Un gigantesco livellamento verso il basso delle aspettative, che produce una reazione di repulsione verso la politica nel suo complesso, senza più distinzioni. E’ una tesi certamente troppo severa, che contiene tuttavia un grano di verità (grano che seminiamo qui, con timida fiducia, per tutti quelli che vorrebbero tornare a una legge elettorale basata sulle coalizioni pre-elettorali). Per la cronaca: l’anno si chiuderà con una battuta destinata a non passare inosservata: “Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima”. A dirlo è il ministro delle Finanze Tommaso Padoa-Schioppa, ospite della trasmissione di Lucia Annunziata, il 7 ottobre. Meno di un mese prima, l’8 settembre, con spirito piuttosto lontano da quell’orgogliosa rivendicazione del piacere di contribuire al bene pubblico, Beppe Grillo ha riempito le piazze di mezza Italia. E’ l’urlo del Vaffa Day.

Il Movimento 5 stelle è diventato un fenomeno politico nazionale. Ma il merito non è solo di Grillo. “E’ la ‘visione’ della piazza gremita rilanciata da Sky e dalle prime pagine dei quotidiani on line – scrive su Repubblica Ilvo Diamanti il 27 settembre – ad aver fatto tracimare l’iniziativa, che ha invaso, a cascata, i principali media”. I dati sono inequivocabili: “La serata di ‘Ballarò’ di martedì scorso, dedicata ai privilegi e ai privilegiati della politica: 4 milioni e mezzo di audience. Ospiti di primo piano: Gian Antonio Stella, l’autore, insieme a Sergio Rizzo, della Casta. La Bibbia dei cultori del genere. E soprattutto Mastella. Il bersaglio immobile, su cui sparare a colpo sicuro. Una settimana fa: Anno Zero, il programma di Michele Santoro, dedicato a Grillo, al Vaffa Day e all’antipolitica: è andato oltre i 5 milioni. Clou della serata: la requisitoria di Marco Travaglio. Contro Clemente Mastella. Sempre lui. Ancora, pochi giorni fa, lo stesso menu su Matrix. D’altronde, Mentana è stato fra i primi a scoprire la forza di attrazione dell’argomento”.

A pensarci oggi, scappa da ridere: l’11 gennaio di quello stesso anno che fa il governo Prodi, che aveva vinto le elezioni per un soffio? Dov’è che decide di tenere il conclave in cui gettare le basi del suo rilancio? Alla Reggia di Caserta. In breve, la situazione precipita. A sinistra, Walter Veltroni accelera la fondazione del Partito democratico e poco dopo annuncia che il Pd correrà da solo alle successive elezioni. Annuncio che certo avrà un peso nelle decisioni del ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che a gennaio toglierà la fiducia al governo, dopo essere stato costretto alle dimissioni da una inchiesta giudiziaria che lo vede coinvolto insieme alla moglie. E a destra? Il grande ritorno della polemica contro i partiti, in pieno spirito del ’92, non risparmia neanche Forza Italia, il partito del nuovo per eccellenza, il movimento nato proprio all’indomani della crisi del ’92, sulle rovine dei partiti tradizionali. In questo caso, però, la contestazione degli apparati non viene dal basso, ma dall’alto. E’ infatti lo stesso Berlusconi a usare la rete dei “Circoli della libertà”, fondati dall’imprenditrice Michela Vittoria Brambilla, per fare la sua personale rivoluzione culturale contro i vecchi dirigenti che ostacolerebbero il rinnovamento. In estate già si comincia a parlare di un appuntamento di Berlusconi e Brambilla dal notaio per registrare il simbolo del nuovo partito: Pdl. Per un po’ si pensa di chiamarlo “Partito della libertà”, ma ben presto lo spirito del tempo ha la meglio, e il nuovo logo reciterà “Popolo della libertà”. Il 18 novembre del 2007, a Milano, in piazza San Babila, Berlusconi sale sul predellino di un’auto e annuncia alla folla la nascita della sua nuova creatura: “Anche Forza Italia si scioglierà in questo movimento. Invitiamo tutti a venire con noi contro i parrucconi della politica in un nuovo grande partito del popolo”. Una tipica mossa del Cavaliere, che ancora una volta lascia spiazzati alleati, avversari e possibili concorrenti. Tra questi, probabilmente, c’è anche Luca di Montezemolo. Pure lui, come Berlusconi, è stato dal notaio per registrare il suo logo: Italia futura. Più volte è sembrato sul punto di annunciare la sua discesa in campo, con discorsi e manifesti sempre più radicali. Maoismo confindustriale, nutrito dai suoi stessi mezzi di comunicazione, dove gli esperti in materia certo non mancano. “Ho lavorato fino al 2012 al Corsera che ha avuto il merito di denunciare con le grandi inchieste dei Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sprechi, malversazioni e privilegi. Fu, quella, un'intuizione giornalistica penetrante dell'allora direttore, Paolo Mieli”, ha raccontato l’ex vicedirettore del quotidiano di via Solferino, Massimo Mucchetti, in un'intervista del 2013, poco dopo essere passato dall'altra parte della barricata, come senatore eletto nel Pd. “Quelle inchieste – proseguiva Mucchetti – si accompagnavano a una campagna politica che, mettendo in luce le debolezze reali del governo Prodi, puntava sui tecnici che avrebbero dovuto avere alla loro testa Montezemolo. Una grande idea giornalistica, una piccola idea politica. E alla fine, complice una politica cieca, la guerra alla casta senza la capacità di proporre alternative reali ha generato il Movimento 5 stelle”. Una tesi simile si ritrova anche nel libro di Filippo Astone, Il partito dei padroni (Longanesi), che pure non rinuncia a mettere anch’esso la parola magica nel sottotitolo: “Come Confindustria e la casta economica comandano in Italia”. La tesi si può riassumere così: nonostante i vantaggi ottenuti proprio dalla finanziaria 2007, a cominciare da quel famoso taglio del cuneo fiscale che per i lavoratori si traduce in circa 8 euro in più al mese, ma per grandi imprese come la Fiat significa cifre ben più consistenti, il leader degli industriali decide di abbandonare Prodi al suo destino. “Montezemolo – scrive Astone – cavalca l’onda e commissiona al centro studi di Confindustria una ricerca sui costi della politica italiana”, che gli offre materiali per decine di interventi pubblici. Il presidente della Fiat coltiva l’idea di promuovere “un governo dei migliori”, una sorta di “rassemblement centrista che raduni i tecnici più esperti e offra una soluzione diversa ai mali italiani”. A questo, dunque, servirebbe la campagna contro la casta: “A seminare l’idea che la politica, di ogni schieramento e tendenza, è ormai del tutto inefficiente… Deve essere sostituita da chi le cose le ‘sa fare’. Come gli imprenditori, i manager, i tecnici…”. La campagna finisce però per alimentare “l’ondata berlusconiana, vista come alternativa a una classe politica parolaia, corrotta e inconcludente che gli elettori identificano soprattutto nel centrosinistra… E così, nell’aprile 2008, Silvio Berlusconi vincerà trionfalmente le elezioni politiche, mandando in soffitta le fantasie dei governi tecnici e dei migliori”. Quando però la crisi del governo Berlusconi esploderà, nell’autunno del 2011, quelle fantasie faranno presto a tornare in campo, e ad andare a tirarle fuori dalla soffitta sarà tra i primi proprio il Corriere della Sera. Del resto, la retorica anticasta è un ingrediente essenziale della campagna a favore dei tecnici: gli unici, proprio perché fuori dai partiti, giudicati all’altezza dell’indispensabile opera di risanamento finanziario e morale ormai improcrastinabile. L’episodio rivelatore del clima che si respira è forse quello che va in scena alla Borsa di Milano, durante una visita del presidente del Consiglio Monti, a pochi mesi dal suo insediamento. “Roberta Furcolo – riporta il Corriere del 21 febbraio 2012 – va dritta al tema: Nell’agenda di governo si prevede di attaccare la casta, ridurre il peso della macchina dello Stato e cercare meno il consenso delle parti sociali?. L’ex dirigente di Intesa Sanpaolo e moglie di Alberto Nagel (amministratore delegato di Mediobanca) lo chiede a Mario Monti…”. C’è poco da fare, la casta sono sempre gli altri. Del resto, proprio uno degli indubbi risultati ottenuti dalle campagne di Stella e Rizzo, e cioè la meritoria scelta del governo Monti di mettere on line i redditi dei ministri, permetteva di inquadrare assai meglio il tema. Qualche esempio? Come avvocato, Paola Severino aveva guadagnato, l’anno precedente, 7 milioni di euro; come ministro della Giustizia ne avrebbe incassati poco meno di duecentomila. Corrado Passera, ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, prima di diventare ministro dello Sviluppo economico aveva guadagnato tre milioni e mezzo di euro (ma disponeva di un patrimonio ovviamente ben superiore a quello dello stesso avvocato Severino). E così via. Non per niente, giusto un mese prima della crisi che avrebbe portato alla caduta di Silvio Berlusconi e all’ascesa di Mario Monti, come l’allodola che annuncia il mattino, sul Corriere della Sera era apparso l’annuncio a pagamento di uno dei suoi editori di maggior spicco, Diego Della Valle: “Politici ora basta”. Questo il severo incipit: “Lo spettacolo indecente e irresponsabile che molti di voi stanno dando non è più tollerabile da gran parte degli italiani e questo riguarda la buona parte degli appartenenti a tutti gli schieramenti politici”. Il manifesto, non meno solenne che involuto, era seguito pochi giorni dopo da un analogo ultimatum – “Politici, il tempo sta per scadere” – sempre nella singolare forma dell’appello rivoluzionario a pagamento, firmato questa volta dalla signora Gigliola Ibba.

“Una grande idea giornalistica, una piccola idea politica. E alla fine, complice una politica cieca, la guerra alla casta senza la capacità di proporre alternative reali ha generato il M5s” (Massimo Mucchetti nel 2013). Certo non può stupire che gli argomenti dell’editore del Corriere della Sera e quelli di una sua facoltosa lettrice coincidessero alla perfezione con quello che il Corriere della Sera scriveva ogni giorno sulla casta e sui costi della politica. Semmai, questo improvviso bisogno di scrivere di proprio pugno sul giornale che pure si possedeva (nel caso di Della Valle), questo ennesimo rifiuto della mediazione (nel caso specifico giornalistica) da parte del mondo imprenditoriale, segnalava ancora una volta un disagio, una difficoltà con il circuito della rappresentanza democratica. A cominciare dal linguaggio con cui Della Valle, peraltro vecchio amico e sostenitore proprio di Mastella, si scagliava contro quei politici, “di qualunque colore essi siano”, che si erano “contraddistinti per la totale mancanza di competenza, di dignità e di amor proprio per le sorti del paese”, ai quali “saremo sicuramente in molti a volergli dire di vergognarsi”. Parole da cui traspariva un disprezzo per la politica persino superiore a quello che mostrava per grammatica e sintassi della lingua italiana. A dimostrazione di quanto labile fosse divenuto il confine, nella società dell’informazione-spettacolo, tra vittime e detentori del potere persuasivo dei media, tra aristocrazia e plebe, tra burattinai e burattini. La campagna contro la casta, infatti, è stata in questi anni anche un gioco di ruolo, ma soprattutto un gioco di specchi. “L’egemonia culturale del Pci fu voluta e ricercata da gente di qualità (i dirigenti comunisti di allora), i Cinquestelle potrebbero beneficiare di una egemonia culturale non per meriti propri ma per dabbenaggine altrui, perché altri ne hanno creato le condizioni”, ha scritto Angelo Panebianco sulla prima pagina del giornale da cui nel 2007 era stata lanciata la campagna contro la casta. Dieci anni dopo. Di sicuro, a pensarci oggi, è un bel paradosso. Il giornale della borghesia, il giornale delle banche e della Fiat, il “salotto buono”, che lancia la campagna che diverrà la parola d’ordine del principale movimento populista e anti-establishment del paese. Quel Movimento 5 stelle che fino ad allora, con la sua battaglia per allontanare dal Parlamento i condannati e per cambiare la legge elettorale, partita nel 2005, stentava a trovare cinquantamila firme. E che solo pochi mesi dopo l’uscita del libro, con il primo Vaffa Day, ne raccoglierà più di trecentomila. E in effetti, dieci anni dopo, questa è la vera peculiarità italiana che salta all’occhio. Perché corruzione e scandali, familismo e clientelismo ci sono ovunque, contrariamente alla pessima retorica su tutte le cose che capiterebbero “solo in Italia”. Alla Casa Bianca i più stretti familiari del presidente hanno pure l’ufficio. Il candidato dei gollisti alle presidenziali francesi, François Fillon, è da mesi sui giornali per avere assunto e fatto pagare per anni la moglie come assistente parlamentare. Quello che davvero accade “solo in Italia” è che le parole d’ordine dei populisti vengano non dall’equivalente italiano di Breitbart, ma dall’equivalente del New York Times o del Washington Post. Cioè dal Corriere della Sera, in questo subito imitato da tutti i più grandi giornali che dovrebbero rappresentare l’informazione di qualità.

Quello che accade “solo in Italia” è che le parole d’ordine dei populisti vengano non dall’equivalente di Breitbart, ma dall’equivalente del New York Times o del Washington Post. Cioè dal Corriere della Sera. Nel frattempo, dal 2007 a oggi, molta acqua è passata sotto i ponti, molti tagli sono stati fatti, ma non è che sia cambiato granché. A ogni aggiornamento, i segugi dell’anticasta hanno avuto buon gioco a dire che sì, qualcosa di buono si era fatto qui e là, ma c’era sempre qualcos’altro di ben più grosso e di ben più serio che non era stato fatto per niente. Oppure, aggiungendo al danno anche la beffa, che era stato fatto fin troppo. Perché poi: chi ve l’aveva detto di cancellare del tutto il finanziamento pubblico ai partiti, che c’è praticamente in ogni paese democratico del mondo? Non è solo il gusto di fare gli schizzinosi o i bastian contrari. Il problema è reale. C’è poco da discutere: se si vuole intervenire seriamente su quei famosi “organi costituzionali” da cui tutto era partito, occorre, evidentemente, riformare la Costituzione. E sappiamo com’è andata l’ultima volta. D’altronde, anche quello che è stato fatto di concreto, non si vede. Non passa. Per esempio: ammesso che non ci fossero buoni argomenti per agevolare maggiormente le donazioni ai partiti, tanto più dopo l’abolizione del finanziamento pubblico, sta di fatto che gli sgravi fiscali per le donazioni ai partiti sono stati equiparati agli sgravi per le onlus. Ma questo non alleggerisce di un grammo il peso dell’immagine che Stella e Rizzo avevano messo addirittura nel titolo di un capitolo: “Meglio a noi che a Madre Teresa – Più sconti fiscali per le donazioni ai partiti che ai bimbi lebbrosi”. Ai pochi che nel corso di questi anni si sono permessi di criticarli, gli autori hanno sempre risposto di essersi limitati a denunciare sprechi e raggiri, nel modo più asettico possibile. Mai, hanno ripetuto spesso, abbiamo fatto ricorso a espressioni quali “magna-magna”, “papponi” o simili. E’ vero. Ma accostando gli sgravi per le donazioni ai partiti a quelli per i bimbi lebbrosi, obiettivamente, hanno fatto di peggio. Con il gioco delle false equivalenze, ricordando puntualmente quanti infermieri per curare bambini malati o poliziotti per salvare vecchiette si sarebbero potuti pagare con i soldi destinati ad altro, non c’è riforma, non c’è taglio, non c’è austerità che basterà mai. Con i soldi che ognuno di noi in un anno spende per il sapone per i piatti o il detersivo con cui lava i vetri delle finestre si potrebbero salvare chissà quanti esseri umani dalla morte per fame: questo fa di noi degli assassini? Mettere tutti i partiti e tutti i politici sotto una stessa etichetta – la casta – per caricare sulle spalle di ognuno, indistintamente, il peso di ogni singola malefatta, ogni piccolo o grande malcostume verificatosi in Italia negli ultimi trent’anni, è molto più efficace, molto più grave e molto più discutibile dell’usare l’espressione “magna-magna”. E ha un effetto molto più profondo sulla società italiana. Perché l’altra faccia di simili campagne contro la casta, se non si fosse ancora capito, è la gogna. La continua ricerca del capro espiatorio. Il gusto del linciaggio, virtuale e non solo. Però è buffo. Prendiamo le tabelle che aprono l’appendice del libro di Stella e Rizzo. “L’esercito degli eletti”, per esempio, con l’elenco di tutti i parlamentari, regionali, comunali, provinciali. Oppure: “Costo degli organi costituzionali”, con tutte le spese del Quirinale, della Camera e del Senato, e pure del Cnel. Che dite, non avete anche voi l’impressione di leggere un volantino dell’ultima campagna referendaria? Proprio su questo, lo sappiamo, Matteo Renzi ha impostato tutta la partita: il taglio delle poltrone, la cancellazione delle province, la riduzione dei compensi dei consiglieri regionali. Paradossalmente, però, i suoi più accaniti avversari sono stati proprio i principali sostenitori di quelle battaglie. E sulla base di un argomento fortissimo, e anche pienamente condivisibile, pure da chi al referendum ha votato Sì. E cioè che quando si tratta dell’equilibrio dei poteri, delle istituzioni e della democrazia, e quindi della libertà di tutti, non si fa questione di prezzo. Ecco, appunto. 

POLITICHE 2018: VINCE LA RIBELLIONE, L’ASSISTENZIALISMO O IL POPULISMO?

La risposta la danno i vari partigiani prezzolati dallo Stato e dalla Finanza.

L'Italia del Quinto Stato. Dopo anni di assenza di rappresentanza, le elezioni del 4 marzo le hanno vinte gli intrusi, i non invitati al ballo di corte. E ora si preparano a entrare nel Palazzo: un ingresso ambiguo, scrive Marco Damilano il 13 marzo 2018 su "L'Espresso". Attesa, temuta, forse sperata, come l’arrivo dei barbari di Costantino Kavafis, «almeno sono una soluzione», l’Onda elettorale è alla fine arrivata, più potente del previsto. Ha spazzato via, nel breve periodo, i due partiti protagonisti della Seconda Repubblica: il centrodestra raccolto attorno alla leadership carismatica di Silvio Berlusconi e il PdR, il Pd di Matteo Renzi, ultima trasformazione della formazione egemone del centrosinistra, dopo la Cosa di Achille Occhetto, l’Ulivo (che non è mai stato l’erede del Pci, ma creatura nuova, più complessa e purtroppo mai davvero nata), il Pd. Dieci anni fa, alle elezioni del 2008, i due partiti insieme avevano raccolto oltre il 70 per cento dei voti, 25 milioni di elettori su 36 milioni di votanti. Il Pd appena nato e guidato da Walter Veltroni aveva conquistato dodici milioni di voti, risultato mai più superato in termini assoluti, neppure dal Pd di Renzi del 40 per cento alle elezioni europee del 2014. «Vi accorgerete presto di quanto sia stato importante», disse Veltroni amareggiato al momento di lasciare la segreteria un anno dopo, sfiancato dalle polemiche e dalle divisioni interne. Fu sbeffeggiato e invece aveva ragione lui. La nascita del Pd nel 2008 aveva messo in sicurezza la sinistra italiana, nel mezzo di una tempesta che stava per travolgere gli altri partiti socialisti europei, in tutte le versioni possibili: il Ps francese, il Psoe spagnolo, la Spd tedesca, il Labour inglese, il Pasok greco. E invece, in tre anni, si è dilapidato il patrimonio. Oggi il Pd si allinea alla catastrofe della sinistra continentale: sei milioni di voti, la metà esatta di dieci anni fa, e 18,8 per cento. Si lotta per la sopravvivenza, per salvarsi dall’estinzione. L’ultimo rovescio ha il volto del leader indiscusso di questi anni, Matteo Renzi. Il rottamatore doveva allargare il perimetro della sinistra e l’ha ridotto a un’area archeologica abbandonata, un panorama di rovine, doveva fondare il partito della Nazione ed è sparito dal Nord e dal Sud e perfino in larga parte del Centro del Paese, nelle cartine elettorali i puntini rossi sembrano il villaggio di Asterix assediato e senza pozione magica per difendersi dagli assalti avversari, per di più. Ma non c’è un solo responsabile, quando un partito perde mezzo elettorato per strada e finisce al minimo storico da settant’anni, peggio del 18 aprile 1948, peggio dell’esordio del Pds di Achille Occhetto nel 1992 in termini assoluti, peggio di sempre. Così giù nessuno mai. Senza voler infierire sul risultato imbarazzante dei transfughi di Liberi e Uguali: con milioni di voti in uscita dal Pd non ne hanno raccolto mezzo, sono risultati respingenti perfino per l’elettorato che la pensava come loro, ma non ha voluto votare per loro. C’è da rovesciare l’angolo visuale, come sarebbe obbligatorio fare sempre per politici, studiosi, analisti, giornalisti. Voltare lo sguardo dal palco dei capi, capetti, capicorrente, con le loro liti, beghe, manovre, e seguire l’esempio di Gianni Cipriano, il giovane maestro che per L’Espresso ha raccontato in queste settimane con le sue foto la campagna elettorale. Puntare l’obiettivo sugli elettori. I volti, le bocche, le mani, le espressioni. E, più in profondità ancora, le rabbie, le paure, le speranze.

Da molti anni in Italia la parola rappresentanza è caduta in disuso, è stata sostituita dalla rappresentazione. La politica come spettacolo mediatico, la teoria della fine dei corpi intermedi e la ricerca di un consenso senza più territorio che è stata il vero punto di contatto tra Renzi e Berlusconi. Entrambi hanno pensato che le campagne elettorali si vincono e si perdono con la comunicazione, gli spot del 1994 di Forza Italia e i social del 2018, la personalizzazione del comando, il messaggio affidato al leader carismatico. Tutti aspetti fondamentali, sia chiaro. Ma è curioso che entrambi abbiano dimenticato la lezione delle origini. Berlusconi negli anni Ottanta non era soltanto un imprenditore televisivo, ma il portatore di una visione del Paese: un’ideologia. Renzi, quando è entrato sul palcoscenico della politica nazionale, era un sindaco che si confrontava ogni giorno con i problemi quotidiani della sua città. Era un capo politico con i piedi ben piantati per terra, non un giocoliere virtuale senza contatto con la realtà. Con il voto del 4 marzo la realtà si è presa la rivincita sul reality, si potrebbe dire, cogliendo una parte di verità, ma non tutta. Perché c’è molto reality nella costruzione del Movimento 5 Stelle, e non solo perché l’uomo comunicazione di M5S è quel Rocco Casalino che fu protagonista della prima serie del “Grande fratello” su Canale 5 nel 2000 (mentre il direttore di allora, Giorgio Gori, è stato il candidato sconfitto del Pd in Lombardia).

Ci sono i meccanismi del reality nella formazione del cast delle candidature, nell’esclusione dei candidati, nella compilazione dei buoni e dei cattivi, nell’indicazione del nome di ministri senza ministero. C’è il reality anche nella nuova Lega di Matteo Salvini, che vanta le sue radici sul territorio ma che si allontana sempre di più dalle sue origini padane. Ma il reality per la televisione italiana è stato anche il momento di capovolgimento degli attori protagonisti: dai vip, dalle star dell’intrattenimento al protagonismo della gente comune. Ragazzi qualsiasi, destinati a diventare eccezionali perché sottoposti all’occhio delle telecamere. Dall’anonimato alla celebrità alla popolarità, senza aver dimostrato prima di saper fare qualcosa di particolare, senza competenze e senza conoscenze, intese anche come portafoglio di rapporti familiari o amicali, ereditati, ricevuti per censo o per grazia. Berlusconi ha accusato Luigi Di Maio di non aver mai lavorato e di poter aspirare al massimo a fare lo steward al San Paolo «per vedersi gratis le partite del Napoli», ed è incredibile che a farlo sia stato proprio lui, che Silvio B. abbia dimenticato che di ragazzi così sono stati popolati per decenni i suoi studi televisivi, è stato composto il suo pubblico, il suo elettorato. La novità degli ultimi anni, non solo in Italia, è che i Di Maio d’Italia non si limitano più ad applaudire la rappresentazione degli altri, le rockstar, i competenti. Vogliono rappresentarsi da soli. I parlamentari del Sud di M5S sono questo: un piccolo notabilato emarginato che non delega più, prende la parola da solo. Il Nord ha votato Lega per la flat tax, il Sud ha votato Movimento 5 Stelle per il reddito di cittadinanza, il discorso potrebbe concludersi qui. Di più, c’è questa voglia di auto-rappresentazione. Gli steward, gli occasionali, i lavoratori di Amazon, i disoccupati del Meridione, i forgotten men del Sud, sono già abituati a muoversi in un deserto di rappresentanze politiche e sociali. Rifiutano le mediazioni, i sacerdoti del sapere, della cultura, della competenza, considerano gli intellettuali come gli alti prelati della Chiesa cattolica prima dell’invenzione della stampa e della Riforma protestante: le scritture si leggono da soli, senza più un clero che si arroghi il diritto di interpretarle per conto degli altri, e la scoperta di Gutenberg, ieri, e la Rete e i social network oggi, offrono una straordinaria possibilità di intervento e di visibilità, in prima persona, senza deleghe. Come fece il Terzo Stato rivoluzionario (Che cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cos’è stato finora? Nulla...) e il Quarto Stato di inizio Novecento, il Quinto Stato avanza per conquistare spazi, con il suo carico di ambiguità e di pericolo (per gli abitanti del Palazzo). Non si supera questa distanza se non si torna a occupare il vuoto tra rappresentati e rappresentanti. Per questo, oggi, è più difficile di prima fare maggioranza. Maggioranza sarà la parola chiave delle prossime settimane: come raggiungere il numero magico che consente di governare alla Camera e al Senato in una situazione senza precedenti, con due schieramenti su tre costretti a stare insieme e il terzo pronto a sparare addosso agli altri due. È il dilemma della politica, del presidente della Repubblica, del Pd. Un pezzo di sistema ha già fatto la sua scelta. Costituzionalizzare il Movimento 5 Stelle, includere i suoi principali esponenti ai vertici almeno delle istituzioni, alla presidenza della Camera, era la strada ipotizzata dal Quirinale, ma ora non basta più.

Si ritorna al punto di partenza: la pagina bianca indicata da Sergio Mattarella nel suo messaggio agli italiani del 31 dicembre 2017. I primi a scriverci sopra sono stati gli elettori del 4 marzo: più che una nuova pagina hanno cambiato libro. Ora, come prevede la Costituzione e come ha ricordato il Capo dello Stato, tocca ai partiti e al Parlamento. Gli sconfitti devono consumare la resa dei conti, i vincitori devono esaurire i festeggiamenti. Poi arriverà il momento della politica, che è trattativa, compromesso. E si vedrà se regge lo scambio di ruoli di questi primi giorni: Di Maio con l’aplomb britannico che cita Alcide De Gasperi e Renzi che minaccia l’opposizione a oltranza e si blinda nell’integralismo di sigla, lui che in nome della governabilità si era portato in casa nella passata legislatura gli amici di Denis Verdini. O se i due mondi si incroceranno in qualche modo. E allora toccherà al Movimento 5 Stelle, nemico del costituzionale divieto di vincolo di mandato, fare affidamento sul tradimento degli altri parlamentari rispetto al patto stipulato con gli elettori: mai alleanze spurie con gli estremisti. Il capo politico dei 5 Stelle appare agli occhi delle cancellerie europee meno preoccupante e più rassicurante di Salvini. In fondo, in ogni paese (Germania, Francia, Olanda, Austria, Polonia, Ungheria) c’è un omologo del leader leghista che troverebbe nuovi motivi di forza dalla conquista del governo da parte del Carroccio. Mentre Di Maio è un’incognita, un’equazione che ognuno può pensare di riscrivere a suo piacimento. Si può immaginare la tsiprasizzazione del giovane capo di M5S, la sua trasformazione in Tsipras, il premier greco che ha cominciato sfidando Bruxelles con il referendum e ha finito per omaggiare le misure della Troika. Su questa metamorfosi potrebbe scommettere anche la Bce, con il suo presidente Mario Draghi, come hanno già cominciato a fare la Confindustria in Italia e Sergio Marchionne. Qualcuno va ancora più in là e vede in Di Maio un paradossale Macron italiano, né destra né sinistra, nonostante le differenze abissali che dividono il presidente che viene da Ena e Rothschild dal Giggino di Pomigliano d’Arco. La Repubblica dei cittadini vagheggiata da Di Maio (ha per caso letto Pietro Scoppola?) non assomiglia in nulla alla Repubblica dei citoyens francese, ma ne copia l’ambizione e forse il ruolo storico: superare il bipolarismo del Novecento e far nascere una nuova dialettica. In cui M5S, però, come in un ritorno al punto di partenza, finirebbe per occupare lo spazio lasciato disabitato da chi l’ha occupato storicamente: la sinistra. Se tutto dovesse fallire, infatti, non resterebbero che nuove, immediate elezioni anticipate, magari con legge elettorale ritoccata. E allora sì che Pd e Forza Italia non ci sarebbero più. Superate, egemonizzate e alla fine conquistate dai new comers, gli intrusi, gli esclusi, i non invitati al ballo di corte: la Lega di Matteo Salvini a destra, il Movimento 5 Stelle a sinistra. Perché, alla fine, le ideologie, le differenze, le identità sono destinate a ritornare. E, a quel punto, bisognerà tornare a volgere lo sguardo. E capire come usciranno da questa trasformazione gli elettori del 4 marzo.

Il Mezzogiorno si crede Luigi Di Maio. Il voto del Sud per il M5S (e la Lega) non è di rabbia ma di identificazione. Con i leader sentiti più vicini, “più uguali a noi”, scrive Roberto Saviano, L'antitaliano, l'8 marzo 2018 su "L'Espresso". Esiste una parte d’Italia dove spesso quello che accade all’intero Paese si riesce a leggere con maggiore chiarezza. È quella parte di Italia dove tutte le forze politiche amano dragare voti, ma che in campagna elettorale, nel dibattito pubblico, è evitata come la peste, come questione irrisolta e irrisolvibile. È il sud Italia, che un tempo consideravamo feudo di Berlusconi e, allo stesso tempo, luogo di un forte consenso al Pd retto da ras locali capaci, per decenni, di portare valanghe di voti, creando gruppi di potere anche oltre i confini del proprio partito. Francesco Piccinini, direttore di Fanpage.it, a commento del primo video pubblicato dal suo quotidiano online sui legami tra politica, faccendieri, camorra e gestione del ciclo dei rifiuti, si chiedeva come fosse possibile che la Sma Campania, società in house di una regione a guida Pd, che si occupa di questioni cruciali come lo smaltimento rifiuti, potesse avere ai vertici esponenti di Fratelli d’Italia, partito di colore opposto a quello del presidente della Regione. Ma era una domanda retorica, perché sul territorio si va avanti per consorterie che significano mutuo sostegno. Dall’inchiesta di Fanpage.it è emerso un quadro sconfortante (ma chi conosce le dinamiche al Sud non fatica a ritenerlo veritiero) di corruzione, malcostume, familismo e conflitto di interessi: è stata la conferma per molti italiani che i partiti sono solo centri di potere marci e da loro nulla di buono ci si può aspettare. Naturalmente non concordo con questa generalizzazione; i partiti sono composti da persone e ciascuno risponde della propria onestà, del proprio lavoro e del proprio impegno. Ma qui non si tratta di ciò che penso io, quanto piuttosto del sentimento che hanno provato gli italiani di fronte a questa ennesima conferma sull’inadeguatezza dei partiti “tradizionali”. È evidente che la fase della rottamazione di Matteo Renzi è stata sepolta dall’unico modo che Renzi ha trovato per occuparsi di Sud: la promessa della ripresa del progetto del ponte sullo Stretto di Messina (cavallo di battaglia del più becero berlusconismo) e spacciando la Apple Developer Academy di Napoli come il primo segnale di una ripresa economica sul territorio. Un corso per sviluppatori Apple, un unico corso e per giunta calato in un contesto economicamente depresso avrebbe dovuto fruttare a Renzi, secondo la sua squadra di comunicazione, il bollino di “amico del Sud”. Forse il Pd ha comunicato molto peggio di come ha lavorato, ma non si discute su un punto: ha abbandonato il Sud Italia che rappresenta una porzione di Paese molto ampia, una porzione di Paese che per anni ha voluto credere alle boutade di Berlusconi e che quindi oggi non crede più a niente, e pretende un cambiamento. Ma analizziamolo questo cambiamento, per capire in che direzione si è mosso l’elettorato. L’elettorato è alla ricerca di riscatto? Forse. Ma credo che più di ogni altra cosa abbia bisogno di attenzione, un’attenzione concreta. Gli italiani a digiuno di prassi politiche vogliono sapere come il loro voto cambierà la loro quotidianità, in modo semplice e senza retorica; e se le aziende continueranno a delocalizzare il lavoro, se il lavoro resterà una speranza frustrata, vogliono la certezza che chi vince le elezioni si occuperà di loro (o forse dovrei dire noi? Sono francamente confuso). Molti diranno: ecco che nasce il partito della rabbia. Ma di che rabbia stiamo parlando? Ancora di una rabbia cieca? Ancora di un voto di ribellione? No, non lo credo. Il voto al M5S e alla Lega non solo di ribellione, ma è un voto ormai ragionato che, tra le altre cose, avrebbe il merito di aver asciugato (e molto) il voto di scambio. Ora non c’è più la volontà di ribaltare il tavolo senza ben sapere a cosa si vada incontro. Questa volta l’elettorato è stato coeso nel dare consenso a due partiti che sono specchio fedele dei loro elettori. Il voto non è stato di protesta o di opinione, ma di identità: sono ciò che voto, mi identifico in ciò che voto, o almeno in quello che conosco e vedo. Mancano gli strumenti per andare più a fondo: come i leader politici che ho scelto (Di Maio e Salvini) si identificano in me, io mi identifico in loro. Tra me e loro nessuna differenza. Questa adesione, oggi, è pressoché totale e non avviene per nessun’altra forza politica.

Non solo reddito di cittadinanza: ecco perché il Sud abbandonato dai partiti ha votato M5S. Il Pd ha abbandonato le periferie e lasciato in mano solo a potentati locali che hanno trasformato il Mezzogiorno in un deserto. Che oggi occupano però i pentastellati, scrive Bruno Manfellotto il 12 marzo 2018 su "L'Espresso". Il 13 febbraio, anniversario numero 157 della capitolazione della fortezza di Gaeta, estremo rifugio di Franceschiello, ultimo re delle due Sicilie, il Movimento neoborbonico, il Sacro militare Ordine di San Giorgio, i Cavalieri costantiniani, i Comitati Due Sicilie e la Real Casa di Borbone hanno celebrato con musiche, discorsi, grande commozione e molta nostalgia la Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia. Istituita l’anno prima con tanto di decreto da tutte le Regioni del Sud. Su proposta, poi largamente condivisa, del Movimento Cinque Stelle.

Allora la campagna elettorale era lontana, ma in quella battaglia apparentemente minore c’era già, tutto sommato, il nucleo della strategia politica del Movimento, il passo decisivo verso la conquista del Mezzogiorno clamorosamente sancita dalle elezioni del 4 marzo. Prima ancora, tra il 2011 e il 2012, nelle strade e nelle piazze del sud era nato il Movimento dei forconi: stavolta blocchi stradali e ferroviari, presìdi, cortei, ancora rotear di forconi, storico simbolo delle sommosse contadine e di popolo. E parole d’ordine che paro paro, guarda un po’, hanno scandito quest’ultima campagna elettorale: no alla globalizzazione che cancella posti di lavoro, all’Europa “matrigna”, alla casta dei nominati in Parlamento; e no all’austerità, alla moneta unica, a Equitalia, strumento di oppressione fiscale. Vi ricorda qualcosa? Evidentemente il borbonismo di ritorno - che corre sotterraneo da sempre, ma non si era mai manifestato con tanta baldanza - è fenomeno assai sentito. Una sorta di leghismo sudista che cozza con quello del nord. Tocca corde profonde dell’animo meridionale, come la convinzione di un Sud sfruttato ieri a favore dell’Unità d’Italia, oggi del ricco Nord. E però non basta a spiegare la travolgente affermazione dei grillini che il 4 marzo si sono impadroniti di mezza Italia, da Roma in giù, isole comprese. Con cifre da capogiro. Nelle sfide uninominali, gli scontri diretti tra candidati, i ragazzi di 5S hanno fatto l’en plein in Puglia, Molise, Basilicata, Sardegna, Sicilia (dove Berlusconi nel 2001 aveva vinto 61 a 0) e ci sono andati vicini pure in Calabria e in Campania abbattendo potentati politici e umiliando cacicchi che si credevano eterni. Come accompagnare alla porta un’intera classe politica.

Certe percentuali sono illuminanti: a Scampia, quartiere ghetto di Napoli, teatro di Gomorra in tv, Di Maio ha portato a casa il 65 per cento; a San Giovanni a Teduccio popolare ed ex operaia, dove nel 1976 Berlinguer prese il 63 per cento dei voti, i 5S hanno superato quota 60; a Bagnoli, dove sorgeva la cattedrale dell’Italsider, oggi dismessa e sul cui futuro si sono spesi invano governi e amministrazioni, per i grillini ha votato il 57 per cento degli elettori, oltre il 50 che premiava il vecchio Pci. Non si sorprende Domenico De Masi, napoletano, sociologo, che nel Movimento, al cui programma ha contribuito, vede assonanze proprio con il Pci di Berlinguer popolare e operaio. Ad altri, però, sembra proprio che la nuova geografia politica ricalchi altri imperi, come quello democristiano, che proprio dal Sud traeva grande linfa, e per alcuni estremismi peronisti perfino quello laurino che per qualche anno impazzò a Napoli. A conferma di una trasversalità che sembra il dato caratteristico del postgrillismo, specie di quello meridionale. Se questi sono i nuovi attori, la scena che calcano è spesso quella di campagne avvelenate da discariche abusive, di violenza, di periferie segnate da scheletri di cemento come nelle fiction di camorra. Dopo secoli in cui lo Stato è apparso estraneo, i governi sono visti lontani e indifferenti. Alle rituali litanìe sul Sud della Prima Repubblica, è via via subentrata la rimozione. Eppure qui vive un terzo degli italiani, si produce un quarto della ricchezza nazionale, ma si registra anche la metà della disoccupazione totale, quattro giovani su cinque non lavorano, addirittura due terzi degli abitanti versano in condizioni di povertà o di miseria. Nonostante decenni di “questione meridionale”, il divario nord-sud si è allargato: dalle parti di Salvini si compete con la Germania (sognando la flat tax), quaggiù si intravede una prima, lenta inversione di tendenza. E ci meravigliamo se esplode la rabbia, o se promesse assistenzialiste (reddito di cittadinanza) sono benedette come manna dal cielo?

In quanto al Pd, ha da tempo rinunciato a una presenza capillare in quella periferia delle periferie che è il Sud delegando l’incombenza a uno sparuto gruppo di cacicchi locali (come Emiliano, De Luca and Sons, Crocetta) spesso più attenti alle loro sorti che a quelle generali e in guerra con lo stesso Pd. Sabino Cassese, giurista e intellettuale, è convinto che il divario nord-sud sia figlio anche di un diverso “rendimento” delle istituzioni, e degli uomini che le dirigono: la macchina pubblica, costruita allo stesso modo in tutto il Paese, è stata consegnata qui a classi dirigenti locali senza pretendere che esse rispondessero non alle camarille, ma allo Stato. È successo anche con le Regioni che prima hanno avocato a sé l’intervento straordinario, poi lo hanno vanificato con spietate logiche di potere. Scrivevamo due anni fa: si sono presi il Sud e ne hanno fatto un deserto. Oggi lo hanno occupato altri.

5 stelle al Sud: la ribellione e le radici della protesta. Un’ondata di rancore attesa e temuta. E destinata ad abbattersi sulla nave ammiraglia e sul timoniere della flotta che a novembre governava ancora non solo a Roma ma in tutte le Regioni del Sud: dalla Puglia alla Sardegna, dalla Calabria al Molise, dalla Basilicata alla Sicilia, scrive Gian Antonio Stella il 5 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". «Avimmo ‘a sfucà tutt’ ‘o tuosseco ca tenimmo ncuorpo»: ecco l’aria che annusavi al Sud. Una collera tossica per l’impoverimento, la disoccupazione, i bambini (uno su sei) afflitti dalla miseria assoluta, il degrado delle periferie, stava lì lì per sfogarsi. Unico dubbio: chi avrebbe premiato? La risposta, salvo sorprese, si è profilata nella notte. Successo dei grillini. Trascinati dal Masaniello in giacchetta e cravattina. E più cresceva l’impressione di uno sfondamento della destra al Nord, più aumentava la probabilità parallela, se non proprio la certezza, di un analogo sfondamento del M5S nel Sud. Segno appunto di quello «sfogo» atteso nella scia di un malessere economico, sociale, sanitario sempre più diffuso. Lo aveva spiegato a novembre il rapporto Svimez: «L’occupazione è ripartita, con ritmi anche superiori al resto del Paese, ma mentre il Centro-Nord ha già superato i livelli pre crisi, il Mezzogiorno che pure torna sopra la soglia “simbolica” dei 6 milioni di occupati, resta di circa 380 mila sotto il livello del 2008, con un tasso di occupazione che è il peggiore d’Europa (di quasi 35 punti percentuali inferiore alla media UE a 28)». Lo aveva ribadito poco dopo il Censis ricordando che sì, l’Italia va meglio ma dopo il «vero tracollo» delle aree metropolitane meridionali «non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore». Un’ondata di rancore attesa e temuta. E destinata ad abbattersi sulla nave ammiraglia e sul timoniere della flotta che a novembre governava ancora non solo a Roma ma in tutte le Regioni del Sud: dalla Puglia alla Sardegna, dalla Calabria al Molise, dalla Basilicata alla Sicilia. Perduta male, ma proprio male, da un Matteo Renzi che alle Europee aveva preso il 35% e in tutta la campagna per le regionali si è fatto vedere solo di sfuggita, «’na’ffacciata, currennu currennu»…Dice tutto un sondaggio del dossier Eurispes 2018. Alla domanda «quali di questi elementi rappresentano un vero pericolo per la vita quotidiana sua personale e della sua famiglia?» le risposte degli italiani erano centrate (più che sull’immigrazione!) su tre temi legati (soprattutto) al Mezzogiorno: la mafia, la corruzione e «i politici incompetenti». Colpevoli di aver buttato via per decenni decine e decine di miliardi di fondi europei. Pochi dati: usando meglio quei soldi sprecati in regalie clientelari a pioggia (alla macelleria Ileana di Tortorici, alla trattoria «Don Ciccio» a Bagheria…) tutte le regioni della Repubblica Ceca hanno oggi un Pil pro capite superiore a tutto il nostro Sud e così l’intera Slovenia e l’intera Slovacchia. La regione bulgara Yugozapaden, poi, ci umilia: nel 2000 aveva un Pil al 37% della media europea e in tre lustri di rincorsa ha sorpassato tutto il Mezzogiorno, arretrato fino a un disperato 60% della Calabria, mangiando 50 punti alla Campania, 56 alla Sicilia, 64 alla Sardegna. Insomma, han fatto di tutto le classi dirigenti del Sud, per guadagnarsi (salvo eccezioni, ovvio) la disistima se non il disprezzo dei cittadini. Aggravando la crisi. Destra e sinistra, sia chiaro: dal 2008 al 2014 il Mezzogiorno, accusa un’inchiesta del Mattino, ha perso 47,7 miliardi di Pil, 32 mila imprese e 600 mila posti lavoro. E tra il 2010 e il 2013 la classifica del European Regional Competitiveness Index ha visto ruzzolare di 26 posti la Campania, 29 la Puglia, 30 la Sicilia. Al punto che il divario Nord-Sud si è ancor più allargato. Sinceramente: cosa ha fatto la politica per scrollarsi di dosso la mala-reputazione? Manco il tempo d’insediarsi all’Ars e Gianfranco Micciché si tira addosso le ire dei vescovi siciliani dicendosi «assolutamente contrario al taglio degli stipendi alti» che quando passano i 350.000 euro valgono 24 volte quello di un agrigentino. Manco il tempo di aprire la campagna elettorale e nelle liste, da Marsala al Volturno, spuntano impresentabili, figli di papà e (sintesi) figli di papà impresentabili. Per non dire della scelta di candidare qua e là notabili dal passato fallimentare legato alla clientela. C’era poi da stupirsi se nella pancia del Mezzogiorno, quella da cui erano già uscita tra le altre la sommossa dei forconi, covava un sentimento di rivolta? Quanti errori hanno fatto, i partiti tradizionali dell’una e dell’altra parte, per accendere un simile falò?

Hanno vinto gli antisistema. I dem spogliati dal M5s. L'emorragia di voti in fuga da Renzi ha premiato i grillini. L'assistenzialismo a 5 stelle piace al Sud, scrive Renato Mannheimer, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale". L' Italia è rimasta in buona misura sconvolta dai risultati delle elezioni che si sono appena effettuate, specie perché le percentuali che sono emerse dalle urne hanno, da molti punti vista, modificato fortemente il quadro politico, con esiti spesso inaspettati (anche se molti dei risultati erano stati correttamente previsti dai sondaggi riservati effettuati da Eumetra Mr nei giorni precedenti al voto). I veri vincitori delle elezioni sono in realtà i partiti che più di altri si sono distinti per una comunicazione antisistema: il Movimento 5 Stelle e la Lega. L'exploit maggiore è stato certo quello dei grillini, che hanno superato nettamente la soglia «psicologica» del 30%. E costituiscono, in assoluto, la prima forza politica del Paese, specialmente nel Sud. È utile, al riguardo, ricordare la composizione sociale dei votanti per il partito di Di Maio. Come si sa, l'elettorato grillino era costituito sino a poco tempo fa prevalentemente da giovani, spesso in condizioni di disagio sociale o di non occupazione. Quest'ultimo risultato elettorale mostra che a costoro si sono aggiunti elettori di tutte le età, frequentemente animati da un rancore più o meno esplicito verso le istituzioni, ma anche, in particolare nelle aree meridionali del Paese, attratti dall'ipotesi delle politiche proposte dal Movimento 5 Stelle, che rafforzano più o meno esplicitamente il ruolo dello Stato e dell'assistenzialismo. Temi che sono sempre piaciuti a fasce consistenti di elettori meridionali. L'analisi dei flussi elettorali dalle precedenti elezioni del 2013 ad oggi, condotta anch'essa da Eumetra Mr, ci mostra come i voti del M5S provengano in buona misura da chi aveva già votato per Grillo in passato. E anche da chi si era astenuto (non a caso al Sud si è registrato un aumento della partecipazione). Ma che l'incremento sostanziale ottenuto in queste elezioni è frutto soprattutto di un apporto consistente di chi aveva votato Pd nel 2013. Il partito di Renzi è il principale «fornitore» di nuovi voti al M5s. Anche se quest'ultimo riceve, sia pur in misura minore, consensi da tutto l'arco politico. È indicativo al riguardo che verso i 5 Stelle si rilevi anche un flusso, di dimensioni assai più modeste di quello proveniente dal Pd, di ex elettori del Pdl. Uno dei motivi del successo del Movimento 5 Stelle è anche l'atteggiamento di ostilità verso la politica e le sue istituzioni. Una recente ricerca di Eumetra Mr evidenzia come solo il 3% della popolazione nel suo insieme manifesti fiducia verso i partiti politici e come tra l'elettorato del M5s questa percentuale si riduca all'1%. Il vero sconfitto di queste elezioni è, come si sa, il Partito Democratico. L'analisi dei flussi mostra un volume assai modesto di nuovi voti «in entrata». In altre parole, il Pd è stato rivotato quasi solo da una parte di coloro che l'avevano votato nel 2013. Viceversa, sono molti i flussi in uscita. Il principale, come si è detto, è verso il Movimento 5 Stelle, che raccoglie quindi tutto lo scontento della gestione Renzi del partito. Con una capacità attrattiva molto maggiore di quanto riesca a fare Liberi e Uguali, che riceve dal Pd una porzione molto minore di voti di quanto non accada per l'M5s. Ma, sia pure in proporzioni inferiori, il Pd cede voti un po' a tutti, dalla Bonino ai partiti del centrodestra, specie Forza Italia. È l'espressione dello sfilacciamento in tante direzioni della forza politica condotta da Renzi. Nel centrodestra la grande vincitrice è la Lega. È il partito che ha il maggior tasso di riconferma del voto già ottenuto nel 2013. Oltre a questo, il flusso in entrata maggiore per il partito di Salvini è costituito da molti che nel 2013 avevano votato Pdl. Ma, come si è detto, il leader leghista riceve anche una parte di consensi ex PD. Tuttavia, anche la Lega deve sopportare dei flussi in uscita. Una parte, seppure non ampia, dei voti che il partito aveva ricevuto nel 2013, è finita infatti anch'essa nel bottino del M5S. Il risultato di Forza Italia è dunque condizionato dal flusso in uscita verso la Lega di chi aveva votato Pdl nel 2013, ma anche verso il Movimento 5 Stelle. Tutto ciò ha contratto la dose di consensi di Berlusconi che può tuttavia registrare, oltre alla conferma di molti voti che erano del Pdl, anche un flusso in entrata proveniente dal disfacimento del PD. Tra le forze di minor peso, si può rilevare l'esito modesto di +Europa (che stanti i dati attuali non raggiunge la quota del 3%) e che riceve tutti i suoi voti da elettori che nel 2013 avevano votato PD e, anche, da qualcuno che aveva votato Sel. Gli stessi flussi in entrata si confermano anche per Liberi e Uguali, la cui performance, considerando le aspettative, (i leader avevano previsto «un risultato a due cifre») è forse ancora più deludente. Infine, si può sottolineare il buon successo relativo di Fratelli d'Italia che raddoppia comunque la percentuale di voti che aveva ottenuto nel 2013, con flussi provenienti in larga misura dal Pdl. Nell'insieme, si tratta di uno scenario confuso e, da un certo punto di vista, pericoloso. A causa principalmente di due motivi. Primo: la possibile scarsa stabilità dei governi, legata specialmente alla eterogeneità delle coalizioni di maggioranza che si potrebbero formare. Che sono, almeno in questo momento, le più varie, talvolta formate da partiti che, in linea di principio, sarebbero distanti tra di loro. E che, di conseguenza, darebbero luogo inevitabilmente ad aspri conflitti interni all'esecutivo. Secondo: le relazioni con l'Europa, che sono rese difficili da alcuni contenuti programmatici dei partiti vincitori che sono più o meno esplicitamente anti-Ue. E che potrebbero dare luogo a forti tensioni con le istituzioni comunitarie. Speriamo che i prossimi giorni ci aiutino a chiarire questo quadro nebuloso.

La faida Renzi-D'Alema è l'omicidio-suicidio che ha ucciso gli ex Pci. La sinistra italiana è la più debole d'Europa dopo quella francese: è la vendetta di Baffino, scrive Roberto Scafuri, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale". Parlandone da vivi, i due s'assomigliavano come gocce d'acqua. Correva la primavera 2009 e in un'accaldata sala di militanti il presidente della Provincia fiorentina, Matteo Renzi, ancora si rivolgeva al «caro Massimo, punto di riferimento del passato, del presente e del futuro». Il caro Massimo, lì da presso, mani giunte a mo' di preghiera, era assorto come inseguendo sfuggenti presagi. Renzi è uno di quei giovani - ebbe a dire benedicendone l'approdo a Palazzo Vecchio - «dei quali ci si può chiedere solo se batterà il record della pista oppure no». Sorrisi, applausi. Ma anche cordialità pelosa: diffidenza a pelle, senza motivo, tra animali che fiutano il pericolo. Il partito (ancora) c'era, la sinistra italiana non era, come oggi, la seconda più debole d'Europa dopo quella francese (studio Cise-Luiss). Che cosa inquietava D'Alema? Gli avevano già parlato di Matteo, il fiorentino. In particolare Lapo Pistelli, che l'aveva portato a Roma come portaborse nel '99, fatto promuovere segretario provinciale e, tre anni dopo, accompagnato nella scalata alla presidenza della Provincia. Qui il capo della segreteria di Matteo sarà Marco Carrai; i suoi cugini Paolo e Leonardo pezzi grossi della ciellina Compagnia delle opere. Ce n'è quanto basta e avanza per alimentare la diffidenza di chiunque, figurarsi D'Alema. Alle primarie per sindaco, nel febbraio '09, il giovanotto ha surclassato Pistelli (40% contro 26), poi ha infierito con un foglio di sfottò lasciatogli sulla porta di casa. L'ambizione sbandierata di Matteo è ciò che stuzzica il vecchio, la mancanza di buon gusto ciò che lo repelle. L'omicidio perfetto di Renzi giungerà a maturazione qualche anno dopo; dopo gli anni buoni da sindaco, quando l'ambizione incontrollabile (più sponsor influenti) suggeriscono che il partito erede della tradizione catto-com può essere scalato. Occorre un «simbolo», il gesto eclatante e dimostrativo, il parricidio che renda dirompente il cambio di stagione. È la nascita della «rottamazione»: D'Alema si vede tirato in ballo a ogni pie' sospinto, sempre più attonito di fronte a quella rottura imprevista delle vigenti regole di bon ton. L'attacco alla classe dirigente berlingueriana è scientifico, ma si concentra molto sul togliattiano D'Alema per salvare il prodiano Veltroni («il più comunista di tutti noi», ha detto di recente Bettini). D'Alema reagisce come elefante ferito. Quando Renzi gli farà lo sgarbo definitivo, facendogli credere prima di poterlo sostenere come commissario alla politica estera Ue per poi umiliarlo nominando l'inesperta Mogherini, l'ex leader è pugnalato al cuore. La vendetta è pietanza fredda, però. Di fronte alle pulsioni suicide di Renzi, plateali durante la roulette russa del referendum, D'Alema torna ad annusare il buon sapore della vendetta. La minoranza bersaniana, dopo anni di derisioni e umiliazioni, è ormai cotta a puntino. Gianni Cuperlo, che ben conosce l'insidiosa persuasività di quel Grillo parlante che li convince uno a uno, non riesce a trattenere la diga. Ultimo dei sedotti Bersani, per il quale l'uscita dalla ditta di una vita è un evento tragico. La sgangherata parabola di Mdp e Leu è sotto i nostri occhi, quella del Pd storia che finalmente s'azzera. Ma Berlusconi dovrebbe ripartirne i meriti dando a Cesare ciò che è di Cesare. Se Renzi ha fatto fuori i comunisti, l'ultimo martire dell'orgoglio comunista non ha esitato a sacrificarsi nel vecchio bunker di Nardò pur di vedere l'usurpatore schiacciato dal macigno del 18% dei voti. Per poi cadere a sua volta trafitto da 10.552 schede pietose: il 3,9 per cento. Più che una percentuale, un epitaffio.

La sinistra cadavere, scrive il 5 marzo 2018 Augusto Bassi su "Il Giornale". Seguire la maratona Elezioni 2018 di Enrico Mentana a volume alzato è stato superfluo. Si sarebbe rivelato sufficiente osservare i volti del ricco parterre per comprendere con vividezza l’andamento degli exit poll. Già torvi e un po’ scrofolosi per natura, si facevano tesi, poi allarmati, quindi sconsolati, infine sepolcrali. Il pensiero levogiro, antiorario al senno, testimone in diretta della propria morte. Che macabra pagina di televisione verità! E via via che i dati si facevano indiscutibili, i malcapitati sono stati chiamati a riconoscerne il cadavere. Gente che ha sempre capito nulla, per lustri e fino a pochi minuti prima dei risultati elettorali, come Annunziata, Giannini, Sorgi, Cerasa, in diretta a commentare il trapasso delle proprie stesse sentenze. Ma se il piglio di Mentana – in grandissima forma per tutta la nottata, fino a dragare la venustà della Dragotto con aria da stracciamutande emerito – si è mantenuto friccicarello malgrado il cordoglio in studio, il volume è servito per intercettare i flebili aliti dei traumatizzati ospiti. La chiacchiera tremolante di Giannini, fino a ieri sprezzante verso i populismi, intraprende l’operazione di riabilitazione dell’insulto, affrancandolo in «popolarismi»; Marco Damilano, aggrappato a una conversione pro-sistema dei 5Stelle, si dichiara sorpreso dall’avanzare della Lega nelle periferie metropolitane; Sorgi scompare inghiottito dal suo tablet, per poi riemergere con il titolo «Vince Di Maio, Italia ingovernabile». Cazzullo, dall’inflessione sua, ci ricorda dell’esistenza dei mercati, della grande Europa, mentre gli elettori italiani hanno appena risposto con meno Europa e un eloquente sticazzi! dei mercati. Per il bene della stabilità, gli scambisti non vorrebbero si votasse; malauguratamente per loro, una volta ogni tanto anche da noi si va alle urne… e può succedere che un pernacchione elettorale li destabilizzi. Irriverente Benedetto Della Vedova, intervenuto a commentare la sciagura della Bonino, che si vende come coraggioso ambasciatore anti-mainstream. Irresistibile osservare l’Annunziata che prende appunti con il lapis sull’agendina di una disfatta scolpita nella pietra con una verga di boro, e imperterrita commenta con il tono di chi la spiega. Lucia bacchetta addirittura Marine Le Pen, festante su Twitter per una consultazione italiana aculeo nel culo flaccido di Bruxelles, suggerendole di star buona perché trombata a casa propria e aggiungendo: «Ci vorrebbe un po’ di sale in zucca sulle previsioni e chi le fa». Se l’inclemente conduttrice applicasse a se stessa i parametri che riserva agli altri, oggi venderebbe carciofi e zucchine a Osci e Sanniti. Per fortuna arriva Alessandra Sardoni, in diretta dalla sede del Partito Democratico, che sembra balbettare in un regime di quarantena, coraggiosa inviata sulla scena di una terrificante pandemia. «Siamo un grande partito», «A Renzi e alla classe dirigente del PD non c’è alternativa credibile per gli italiani», erano soliti tuonare da quelle stanze e dalle testate assoldatine. Mecojoni! Il Bomba, futuro senatore del Senato che voleva abolire, dopo aver accusato gli avversari di scappare dal confronto, assorbe con il medesimo ardimento il tracollo, arrivando per commentare a caldo la sconfitta con la baldanza di un coniglio palomino. L’indispensabile, la necessaria classe dirigente – dei Gentiloni, dei Minniti, dei Gori, dei Franceschini, dei Rosato, dei Martina, dei Poletti, delle Fedeli – è stata trattata dai votanti come pattume pronto per l’inceneritore. L’eredità culturale dell’assemblea costituente ha uno scatto d’orgoglio solo nel padre nobile del partito, nell’immarcescibile campione della sinistra di governo, Pier Ferdinando Casini, che trionfa disdegnoso nella sua Bologna. Nel frattempo, la marea nera che doveva investire l’Italia, gli inquietanti rigurgiti neofascisti pronti a deflagrare, i temibilissimi blitz di Forza Nuova e Casa Pound raccontati sulla stampa dai GEDI, via radio da Vittorio Zucconi e in tv da Corrado Formigli, stanno sotto l’1%: perché “la realtà è la loro passione”. Di Stefano si vede per la prima volta in un salotto di Mentana, benché in collegamento, e si lamenta di essere stato trascurato dai media durante tutta la campagna elettorale. Risposte piccate in studio, specie da una Lucia molto indispettita. I sobillatori di mestiere che hanno tirato la volata ai propri campioncini di triciclo fino a un traguardo di paracarri, oracoleggiano ora sui futuri scenari, sugli equilibri di domani, sulla temperie a venire, smarcandosi dalla putrefazione con guizzi alla Margheritoni. E sempre indietro come la coda del maiale. In chiusura, un minuto di silenzio per Morti e uguali, come anticipato l’11 febbraio in questi quaderni. Boldrini, Bersani, D’Alema, Grasso… dal regno della pace e della serenità veglieranno sui propri cari.

Salvini e Di Maio, che trionfo! L’ondata “populista” non è affatto finita, a dispetto delle élite e dei media, scrive Marcello Foa il 5 marzo 2018 su "Il Giornale". Quella del 4 marzo è stata un’elezione storica per tre ragioni.

La prima: l’establishment si era illuso che con la vittoria di Macron, la cosiddetta onda “populista”, alzatasi in occasione della Brexit e della vittoria di Trump, avesse esaurito la sua forza propulsiva. Il simultaneo successo del Movimento 5 Stelle e della Lega dimostra che non è così per una ragione molto semplice: quando il malcontento sociale è profondo e duraturo non basta un po’ di cosmesi per controllare l’elettorato. I calcoli sono presto fatti: M5S 32%, Lega 18%, Fratelli d’Italia quasi 5%. Totale: 55% ovvero la maggioranza degli italiani ha votato contro le forze che hanno governato fino ad oggi l’Italia, contro i Monti, i Letta, i Renzi, i Gentiloni ma anche contro Berlusconi, che, a quasi 82 anni, si è illuso di poter sedurre l’elettorato. Non è un voto di protesta; è, sulla carta, una maggioranza schiacciante.

La seconda ragione riguarda il ruolo dei media, che hanno abdicato ancora una volta al proprio ruolo di cani da guardia della democrazia, prestandosi invece a manovre strumentali a sostegno dell’establishment. Durante tutta la campagna elettorale, le grandi testate si sono prodigate da un lato ad alimentare lo spettro di un inesistente rigurgito fascista, dall’altro a screditare il Movimento 5 Stelle, soffiando sul fuoco dello scandalo dei rimborsi e a oscurare l’incredibile seguito popolare di Matteo Salvini, che per due mesi ha riempito le piazze senza che i media lo dicessero; media che invece si sono scoperti improvvisamente e incredibilmente filoberlusconiani, perché il Cavaliere era indispensabile per realizzare il progetto di una “Grosse Koalition” tra Pd e Forza Italia. Il disegno era: fuoco sui 5 stelle, oscurare Salvini, esaltare Berlusconi; poi, quando il declino di Renzi, è parso evidente, hanno giocato la carta Bonino, sostenuta da ingenti quanto oscuri finanziamenti, peraltro tardivamente. Tutto inutile: i media mainstream sono i grandi sconfitti, al pari di Forza Italia e del Pd. Non c’è propaganda che tenga quando il malessere è davvero profondo.

La terza: Salvini ha vinto perché ha saputo moderare i toni, dimostrando di non essere un pericoloso estremista, ma un vero leader politico anche per la precisione e la concretezza con cui ha saputo interpretare le preoccupazioni reali di un’Italia moderata, che fino a ieri si identificava solo in Berlusconi e che oggi si riconosce in lui. Anche Di Maio ha cambiato la percezione del Movimento, che non spaventa più l’italiano medio, cementando il percorso iniziato cinque anni fa, sebbene la sua dimensione politica sia profondamente cambiata.

Tutto questo ha conseguenze strategiche sui nuovi assetti politici italiani. Si realizza lo scenario che avevo delineato in un post di una decina di giorni fa (vedi screenshot qui a fianco) ovvero quello di un’Italia polarizzata tra un nuovo centrodestra moderato guidato da Salvini e una nuova sinistra guidata dal Movimento 5 Stelle che, lo ribadisco, ha cambiato pelle e sebbene oggi vinca sotto la spinta della protesta populista, in realtà non è più davvero rivoluzionaria e da mesi fa di tutto per accreditarsi presso l’establishment. Questo complica gli scenari per le coalizioni di governo. A mio giudizio è improbabile un’alleanza Salvini-Di Maio, che, se non sostenuta da un programma di governo davvero innovativo, nuocerebbe a entrambi e verrebbe osteggiata dal Quirinale e da Bruxelles ovvero dalle istituzioni a cui guarda il leader del Movimento. Molto più verosimile mi sembra un’alleanza fra 5 Stelle, Bonino, Leu e un Pd guidato da un nuovo segretario. Vedremo. Di certo una pagina politica straordinaria è stata girata ieri: l’era dei Berlusconi e dei Renzi è finita per sempre.

D'Alema eletto leader (degli esclusi), scrive Andrea Cuomo, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale". I sommersi e i salvati. Le elezioni che hanno messo a soqquadro l'Italia hanno anche costituito la personale caporetto di un bel po' di politici appartenenti soprattutto all'establishment governativo. Molti di loro hanno perso la sfida diretta nel proprio collegio uninominale, spesso in modo netto e senza l'uso della Var. In qualche caso il paracadute dei collegi plurinominali, quelli soggetti al meccanismo proporzionale, ha consentito un atterraggio morbido nell'emiciclo di Montecitorio o di Palazzo Madama. Ma altre volte questo salvagente si è rivelato sgonfio e il candidato è affogato con tutta la sua prosopopea. Il principe di tutti i trombati è Massimo D'Alema, il regista occulto del maggiore flop di questa tornata elettorale. L'ex Baffino è arrivato addirittura quarto nel suo collegio uninominale del Senato a Nardò, nella sua Puglia. D'Alema ha ottenuto appena 10.552 voti, ovvero il 3,90 per cento, distanziatissimo dal candidato eletto, la pentastellata Barbara Lezzui (39,87 per cento) ma anche dall'uomo del centrodestra Luciano Cariddi (35,19) e perfino dall'attapiratissima candidata del Pd, Teresa Bellanova (17,35). Difficile immaginare uno smacco maggiore per l'ex premier, che non potrà contare nemmeno sul repêchage con il plurinominale, perché il seggio in quel collegio non scatta. Quindi facciamocene una ragione: D'Alema non farà ritorno a Palazzo Madama dopo un quinquennio di assenza. Quello che sembrava un periodo di riflessione inizia ad assomigliare a un prepensionamento. Liberi, uguali e trombati. La scheggia della sinistra gruppettara, piena di volti noti e povera di voti, è la compagine nella quale si conta il maggior numero di desaparecidos. Se qualcuno si salverà per il rotto della cuffia, qualcuno è già con la testa dentro il cappio: Pippo Civati, ad esempio, ha fatto male i suoi conti e nel suo collegio, quello plurinominale di Lombardia 2 a Bergamo, il seggio per i liberisti-ugualisti non è scattato. Arrivederci duenque al leader di Possibile. Possibile, mica certo. Ancora in Leu potrebbero restare a casa Arturo Scotto in Campania e Nico Stumpo, quest'ultimo capolista di entrambi i collegi del proporzionale alla Camera in Calabria. Nel Pd quasi tutti i big usciti con le ossa rotte dal derby uninominale si sono rifatti con la poltrona quasi sicura del plurionominale. Una delle poche vittime illustri è Stefano Esposito, vicepresidente della commissione trasporti, terzo per un soffio, con il 29,41 per cento dei voti, nel suo collegio uninominale al Senato a Collegno, vicino a Torino, dietro alla candidata eletta del centrodestra Roberta Ferrero (32,41 per cento) e alla grillina Elisa Pirro (29,79). Esposito non l'ha presa benissimo: «Con queste elezioni - ha detto - si chiude il mio impegno politico a tempo pieno. Tornerò al mio lavoro in prefettura. Gli elettori hanno dato il loro responso. Ho perso». Châpeau. Nel Pd fuori anche Lucia Annibali, la donna fatta sfregiare con l'acido dall'ex fidanzato: la sua prova è stata più che onorevole nel collegio uninominale di Parma alla Camera: il suo 30,37 è stato superato dal 35,13 della candidata del centrodestra Francesca Cavandoli. Si tolgono il grembiule pure Francesca Barra, Gianni Pittella e Riccardo Illy. La bella giornalista nel collegio uninominale di Matera, in Basilicata ha preso solo il 17,55 per cento dei voti, asfaltata dal pentastellato Gianluca Rospi (46,29) e superata anche da Nicola Giovanni Pagliuca del centrodestra (26,14). Fuori. Sempre in Lucania Pittella, parte di quel sistema familistico della «Basilicata rossa», è stato eliminato con il 21,37 per cento, che gli sono valsi il terzo posto nel collegio uninominale al Senato che ha visto il successo del pentastellato Saverio De Bonis. Fuori anche lui. Come l'ex sindaco di Trieste e vicepresidente del colosso del caffè Riccardo Illy. Candidatosi come indipendente sotto le insegne dem nel collegio uninominale del capoluogo giuliano al Senato, ha preso il 26,48 per cento finendo dietro Laura Stabile di Forza Italia (39,40). Qualche escluso eccellente c'è anche nel centrodestra. Il più noto è Roberto Formigoni, ex presidente della Regione Lombardia, capolista nel plurinominale a Milano, Monza-Brianza e Bergamo-Brescia per Noi con l'Italia, che non ha raggiunto la soglia del 3 per cento. E sorprendentemente anche nel Movimento 5 Stelle ci sono trombati eccellenti. Uno è la «iena» Dino Giarrusso, battuto nel collegio romano del gianicolense da Riccardo Magi (centrosinistra). L'altro è Gregorio De Falco, il capo della sala operativa della Capitaneria di Porto di Livorno celebre per il cazziatone telefonico a Salvatore Schettino, comandante della Costa Concordia naufragata: con il 27,05 per cento è stato superato, superato da Roberto Berardi (centrodestra, 33,21 per cento) e da Silvia Velo (centrosinistra, 30,52). Scenda da quello scranno, comandante, cazzo.

E Minniti guida l'accozzaglia dei ripescati (e miracolati), scrive Matteo Basile, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale". Guai a buttarsi nel vuoto senza paracadute. No, non c'entrano gli sport estremi a meno di non considerare anche la candidatura un'impresa ad alto rischio. Non lo è quando in ogni caso si può cadere in piedi. Ti candidi all'uninominale e perdi? Non c'è problema, c'è un collegio plurinominale pronto a salvarti e a portarti comodamente in Parlamento. Ma ci sono anche casi contrari. L'importante, alla fine, è garantirsi la poltrona. Sono tanti i big caduti ma in piedi. A partire dal presidente del Senato Piero Grasso, leader di Liberi e Uguali. L'ex magistrato è andato malissimo nel collegio uninominale del Senato di Palermo, dove ha preso solo il 5,8 per cento, superato abbondantemente dai candidati di M5s, Centrodestra e Centrosinistra. Stessa débâcle anche per la «presidenta» Laura Boldrini, ultima con il 4,6 per cento nel collegio Milano centro dove vince il candidato di centrosinistra Bruno Tabacci. Entrambi però sperano nel paracadute proporzionale, dipenderà dalla ripartizione dei seggi con Leu che ha di poco superato la soglia del 3 per cento che dovrebbe garantire loro la poltrona. In casa Leu, nonostante i pessimi risultati dovrebbe salvarsi anche Nicola Fratoianni, uno dei fautori della nascita di Liberi e Uguali. Non mancano le batoste morbide anche in casa Pd a partire dallo «sceriffo» Marco Minniti. Il ministro dell'Interno ha perso al collegio di Pesaro, dove è arrivato soltanto terzo, battuto clamorosamente dal già espulso grillino Andrea Cecconi, al centro dello scandalo rimborsi elettorali farlocchi. Ma anche per lui le porte del Parlamento dovrebbero aprirsi comunque grazie al plurinominale in cui era candidato come capolista. Stessa sorte per un altro big del governo uscente, il titolare dei Beni Culturali Dario Franceschini è stato sconfitto nel collegio uninominale di Ferrara per la Camera dalla candidata di centrodestra Maura Tomasi. Franceschini non tornerà a casa, grazie alla candidatura anche nel listino proporzionale e farà parte del prossimo Parlamento. Così come un'altra trombata di lusso, la responsabile della Difesa Roberta Pinotti, che nella sua Genova è arrivata soltanto terza dietro M5s e centrodestra nel collegio uninominale in cui correva. Ma anche lei si salverà quasi certamente grazie al proporzionale. Altro giro, altro ministro reduce da un fallimento ma miracolato. Valeria Fedeli, contestatissima titolare del dicastero dell'Istruzione, è finita seconda a Pisa, battuta dal candidato del centrodestra ma in attesa della certezza di un elezione grazie al caro, vecchio e sicuro plurinominale. Finita qui? No perché il filotto di ministri caduti in piedi annovera anche il Guardasigilli Andrea Orlando che dopo la sconfitta all'uninominale, si salverà grazie al proporzionale dove era capolista nel comodo collegio Parma-Piacenza-Reggio. Tra i silurati che sperano c'è anche Claudio De Vincenti, ministro per la Coesione territoriale e Mezzogiorno, sconfitto nell'uninominale di Sassuolo. In casa Pd sono tanti i big che contano di tornare in Parlamento nonostante una sconfitta. Dalla governatrice del Friuli Debora Serracchiani, al presidente del partito Matteo Orfini fino al figlio del governatore campano Piero De Luca, tutti quanti bocciati all'uninominale ma in piena corsa per un seggio grazie al plurinominale. In Campania asfaltato ma ripescato anche Paolo Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra e uomo simbolo del Pd renziano. Ci sono dei salvati dal plurinominale anche in casa centrodestra, primo tra tutti Vittorio Sgarbi che ha perso il collegio uninominale contro Di Maio in Campania ma quasi certamente sarà eletto grazie al plurinominale, così come Sandra Lonardo Mastella, e Renata Polverini, bocciate nel testa a testa ma ripescate dal plurinominale. Un nome noto anche nel Movimento Cinque Stelle può esultare grazie alla doppia candidatura. È l'ex presentatore Gianluigi Paragone che ha perso nel collegio uninominale di Varese, dove era candidato al Senato. Battuto da Candiani del centrodestra ma graziato dal proporzionale che gli permetterà di passare dallo sgabello de La7 a uno scranno in Parlamento. La sua elezione in Parlamento è praticamente certa. Ci sono poi casi contrari, ovvero di chi ha avuto un risultato di partito pessimo, non sfiorando nemmeno la soglia minima del 3 per cento che al proporzionale vuol dire niente elezione ma si è salvato grazie all'uninominale. Qui si deve registrare l'exploit di due big, entrambe donne. In primis Emma Bonino che nonostante il flop di +Europa è riuscita a vincere il collegio uninominale al Senato nel quartiere di Roma Gianicolense con quasi il 39 per cento dei consensi. Stesso successo che può vantare il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, leader della fallimentare lista Civica Popolare. Eppure alla Camera, dov'era candidata all'uninominale di Modena, ha vinto a mani basse conquistandosi il ritorno in parlamento. Ah, questo Rosatellum. Tanto criticato quanto apprezzato da chi, alla fine, avrà una bella e comoda poltrona.

7 motivi per cui in Italia ha vinto il populismo. Dalle ragioni economiche a quelle politiche alla tendenza delle classi dirigenti ad assecondare le forze anti sistema per addomesticarle, scrive Stefano Cingolani il 6 marzo 2018 su "Panorama". Perché qui, perché in Italia i populisti hanno riportato quel successo elettorale che è mancato in Francia, in Germania, in altri paesi europei? Perché altrove le forze politiche contrarie si sono difese e talvolta hanno rilanciato, spiazzando tutti e mettendo con le spalle al muro gli anti-sistema come ha fatto Emmanuel Macron, e in Italia invece non hanno trovato un comune terreno d’incontro? Perché le istituzioni e le classi dirigenti nel resto d’Europa (persino in Grecia dove sono più deboli, per non parlare della Spagna) hanno immesso anticorpi che in Italia mancano? Proviamo solo a mettere insieme alcune motivazioni di fondo.

1- Ci sono innanzitutto ragioni economiche. L’Italia ha pagato un prezzo più caro degli altri paesi. Nessuno ha attraversato un intero decennio in recessione. Oggi il prodotto lordo è ancora inferiore a quello del 2007, i redditi pro capite sono più bassi. Tutti gli altri paesi europei hanno recuperato quel che avevano perso in termini di crescita e benessere, l’Italia ancora no.

 2- Ciò ha provocato un terremoto in una società già scossa da mutazioni strutturali. L’apertura dei mercati, la rivoluzione tecnologica permanente, oltre ai due terribili shock (2008 e 2011) hanno inciso nella carne viva del paese, rimescolando se non proprio ridisegnando categorie, ceti, classi. Ha fatto irruzione il nuovo proletariato digitale, mentre i gruppi un tempo garantiti hanno perso le vecchie protezioni e oggi vogliono recuperarle, non a caso hanno vinto i partiti neo-protezionisti. Lo stesso modello italiano, quello della piccola impresa sostenuta dalla famiglia e dalla rete locale che faceva perno sul comune e sulle banche popolari, viene rimesso in discussione, forse per sempre.

3- Così, una gran parte della popolazione si sente minacciata, mentre l’Italia sta realizzando solo adesso quella trasformazione tecnologica che è avvenuta molto prima negli Stati Uniti e nel resto dell’Europa occidentale. I piccoli imprenditori nella manifattura e soprattutto nei servizi, chiusi finora nelle nicchie protette dei mercati nazionali, capiscono che il mondo sta erodendo le loro posizioni di rendita, ma, per reagire, dovrebbero attuare profonde riorganizzazioni che mettono in pericolo il loro controllo. I manager delle grandi imprese pubbliche sanno che le loro posizioni si stanno esaurendo; tuttavia la libera concorrenza riduce gran parte del loro potere. I banchieri grandi e, soprattutto, piccoli e medi, vedono che le nuove tecnologie erodono il loro quasi-monopolio nella gestione della ricchezza finanziaria delle famiglie e nel finanziamento alle imprese; però non comprendono quale modello realizzare senza perdere la centralità che hanno avuto nel modello italiano. Il costo di una burocrazia inamovibile e radicata nei suoi privilegi è troppo elevato, se ne rendono conto gli stessi dipendenti pubblici, eppure resistono duramente al cambiamento. 

4 - Anche sul mercato del lavoro privato, emerge chiaramente che una parte degli occupati non sa fare quello di cui avrebbe bisogno una economia moderna e competitiva, e ciò vale in modo particolare per chi esce dalle scuole secondarie e dalle stesse università (buona parte della disoccupazione giovanile dipende da questo), tuttavia pochi hanno il coraggio di accettare il cambiamento; del resto manca una vera politica di aggiornamento, riqualificazione, riconversione della forza lavoro. E proprio questo è l’aspetto più debole del Jobs act. In un tale scenario, i migranti e non solo quelli irregolari diventano l’incarnazione di una guerra tra poveri, per strapparsi il lavoro che c’è e spesso anche quello che non c’è. Tutto ciò spiega in gran parte perché sono stati premiati i partiti che hanno promesso di resistere, proteggere, assistere, in sostanza di chiudere le porte alla globalizzazione e riesumare vecchie debolezze. Promesse da marinaio perché non ci vuole uno scienziato spaziale per capire che non saranno mantenute, ma tant’è.

5 - Le ragioni socio-economiche sono importanti, ma non chiariscono tutto. Nel voto e ancor prima nell’intera campagna elettorale si è manifestata di nuovo la debolezza delle istituzioni. Gli anticorpi in grado di difendere l’impalcatura costituzionale in Italia sono troppo flebili. In Francia contro i movimenti neofascisti o populisti è sempre scattato il patto repubblicano che induce i singoli partiti, di volta in volta i socialisti o i gaullisti, a rinunciare alle proprie posizioni particolari in nome di un interesse generale. In Italia non succede. Ed è impensabile che possa accadere come in Spagna dove lo stato centrale è sceso in difesa dell’unità nazionale contro la secessione della Catalogna con l’appoggio di tutti i partiti, compreso Podemos, pur non rinunciando a criticare gli errori commessi dal governo Rajoy. Una tale solidarietà e fermezza in Italia sarebbe impensabile.

6- A tutto ciò si aggiungono motivi squisitamente politici. Tra gli errori commessi dalle forze anti populiste c’è il rifiuto di riformare l’architettura istituzionale per favorire la governabilità, così come una legge elettorale fatta apposta per impedire la formazione di una maggioranza. Aggiungiamo poi la voglia di rivincita di Matteo Renzi dopo la sonora sconfitta al referendum sulla costituzione, che gli ha impedito di avere uno sguardo di lungo periodo e lo ha fatto chiudere nel suo fortino assediato, o le incertezze di Forza Italia e i cedimenti a Salvini sia nei programmi sia, ancor più, nella composizione delle liste, come ha sottolineato Gianni Letta. 

7 - Detto questo, bisogna considerare una caratteristica, anzi una vera e propria tara, che non si ritrova in nessun altro paese democratico: la tendenza delle classi dirigenti, in particolare quelle economiche, ad assecondare, spesso coccolare se non proprio alimentare, le forze anti sistema allo scopo di addomesticarle. Una speranza che, dal fascismo in poi, si trasforma sempre in una grande illusione. Questo sovversivismo dall’alto è impensabile nei paesi più forti e nelle democrazie mature, là dove il sistema si difende, anche riformando se stesso, senza chiudersi nel proprio passato. Magari perde, come è successo più volte nella storia, ma combatte. In Italia troppo spesso si arrende senza nemmeno metter mano alla fondina.

Da Tangentopoli alla Casta, da Grillo alle fake news, il gentismo ci ha seguiti come un’ombra». Intervista su "Il Dubbio" il 3 marzo 2018 a Leonardo Bianchi news editor di Vice Italia, autore di “La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento”. «Il gentismo non rappresenta una sottomarca scadente del populismo, e nemmeno una malattia letale della democrazia o il suo definitivo scadimento. Si tratta invece di un fenomeno complesso e sfaccettato, dotato di una sua specificità, che ha accompagnato la seconda Repubblica come un’ombra». L’analisi di questo fenomeno socio-politico, condotta con rigore e obiettività e cadenzata da svariati reportage e dovizia di dettagli, costituisce il nucleo fondante di La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento (Edizioni minimum fax) del giornalista, blogger e news editor di VICE Italia.

Leonardo Bianchi. Bianchi, quando iniziò a diffondersi il termine ‘gentismo’, quali caratteristiche lo contraddistinguono e cosa lo divide dal populismo?

«Il periodo storico in cui compare per la prima volta il termine gentismo corrisponde agli inizi degli anni Novanta – precisamente nel ’94-’95 –, sullo sfondo di quel cambiamento epocale rappresentato da Tangentopoli e Mani Pulite. Le prime occorrenze al riguardo sono giornalistiche, mentre la sua prima teorizzazione si deve al libro chiamato La sinistra populista. Equivoci e contraddizioni del caso italiano (Castelvecchi, 1995), una raccolta di saggi a cura di Sergio Bianchi che risulta, per certi versi, valida ancora oggi: definisce il gentismo un’evoluzione del populismo, anche se il populismo ha come base fondante il popolo ed è quindi maggiormente legato a grandi ideologie e grandi partiti politici mentre il gentismo è correlato alla cosiddetta gente, intesa come soggetto politico contrassegnato dal consumo di informazioni, merce e offerta politica. Se, inoltre, fra le caratteristiche principali del populismo si annovera la presenza di un leader o comunque di un partito politico che fa appello al popolo, delineando con ciò un fenomeno verticale, il gentismo costituisce invece un fenomeno orizzontale in quanto promana dal basso e rifiuta qualunque forma di mediazione politica. Il termine ‘gente’ comincia a sostituire il termine ‘popolo’ nella grande politica e nei dibattiti anche in seguito alla discesa in campo di Silvio Berlusconi che, fin dall’inizio, considerava la gente, piuttosto che il popolo, categoria di riferimento e fonte di legittimazione primaria. Il termine evolve – compare nei primi anni Duemila in associazione al berlusconismo – per imporsi definitivamente negli ultimi anni, presentando connotazioni politologiche – Nadia Urbinati, ad esempio, lo associa in particolar modo ai Cinquestelle – e contraddistinguendo un certo modo di vivere la Rete, attraverso post con immagini artigianali, commenti sgrammaticati, ecc… L’enciclopedia Treccani definisce il gentismo “atteggiamento politico di calcolata condiscendenza verso interessi, desideri, richieste presuntivamente espressi dalla gente, considerata come un insieme vasto e, sotto il profilo sociologico, indistinto”».

Secondo lei, è giusto considerare in termini negativi il fenomeno del gentismo?

«Per me è principalmente un fenomeno da conoscere e investigare, quindi di per sé non necessariamente connotato in maniera negativa, nonostante certe sue declinazioni siano indubbiamente discutibili. Mi concentro in particolar modo sulle interazioni fra gentismo e politica e su come la politica cerchi di recuperare istanze gentiste».

A suo avviso, quali sono le formazioni politiche più vicine al gentismo e come si comportano i partiti tradizionale in relazione a esso?

«Il partito che più di ogni altro da un lato incarna e dall’altro rincorre il gentismo è senza dubbio il MoVimento 5 Stelle. Vi sono poi tentativi – a volte goffi – di recupero di uno stile gentista da parte del Partito Democratico, che negli ultimi mesi ha cercato di utilizzare, seppure in chiave opposta – quindi calata dall’alto – la potenza comunicativa del gentismo per inserirsi in ambiti che i messaggi governativi difficilmente riescono a intercettare».

La pubblicazione de La casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo ha influito non poco…

«La pubblicazione de La casta di Stella e Rizzo rappresenta il big bang di questo fenomeno: giornalisticamente inappuntabile, il libro ha messo in fila in modo chirurgico e impietoso una serie di privilegi e sprechi inaccettabili e ormai anacronistici. Ciò che risulta problematico è a mio avviso il discorso sorto non tanto intorno al libro quanto al concetto di «casta», diventato un refrain che permette una totale deresponsabilizzazione e divide la società in due categorie ben distinte: un ipotetico Noi – la Gente – e il Loro, ovvero la Casta, categoria che può attagliarsi a chiunque possieda privilegi o si percepisca come privilegiato. Tale suddivisione comporta che una classe o un soggetto politico si riconosca come del tutto incorrotto mentre all’altro vengano attribuiti tutti i vizi e i difetti. Questo tipo di pensiero ha ormai esaurito qualsiasi funzione costruttiva – che poteva coincidere con una riforma seria della politica – mentre ne è sopravvissuta solo la carica distruttiva: gli stessi partiti politici hanno assunto una postura anti-casta proprio per evitare di essere travolti. Da qui la creazione e l’attecchimento dei 5 Stelle: non dimentichiamo che il primo V-Day ricorse qualche mese dopo l’uscita de La casta e sul blog di Grillo comparve una delle prime interviste a Stella e Rizzo. È un fenomeno da maneggiare con molta cura, perché da un lato permette di attingere a una forma di legittimazione continua – malversazione e corruzione sono purtroppo delle costanti nella politica italiana – mentre dall’altro può travolgere in pochissimo tempo chi lo cavalca, come è successo all’Italia dei Valori, che più di tutti ha investito in politiche anti-casta per poi essere spazzato via quando sono cominciate a filtrare notizie circa una gestione non proprio trasparente dei conti del partito».

Nel suo libro esamina manifestazioni che si vorrebbero spontanee, apartitiche e apolitiche, mentre in realtà vi si registrano cospicue infiltrazioni politiche, principalmente di estrema destra…

«Prendo in considerazione la nuova categoria del cittadino indignato ed esasperato, che si vuole per forza slegato da qualunque partito: in certi casi è realmente così mentre in molti altri è una maschera dietro cui si trincerano partiti politici di destra e spesso di estrema destra. Faccio esempi molto concreti – come Tor Sapienza a Roma – per desumere modelli di protesta contro i migranti in cui è sempre presente una qualche forma di tutela politica che oscilla tra la strumentalizzazione e la direzione. Le rivolte delle periferie romane, caratterizzate da scoppi di risentimento anti-migranti, sono espressione di una strategia nella quale rivestono un ruolo fondamentale i comitati di quartiere, manovrati, quando non proprio creati ad hoc, da partiti di estrema destra: vi è in ciò un preciso riferimento a un modus operandi adottato in Grecia dal partito neo-nazista Alba Dorata, che consiste nell’impostare una certa relazione intorno a un quartiere che si vuole assediato dagli immigrati, in preda al degrado più totale, veicolando messaggi, istanze e pratiche politiche che si concludono tendenzialmente in aggressioni o scontri».

Lo sgombero del centro per migranti di viale Morandi, nel quartiere di Tor Sapienza a Roma, e altri episodi consimili, potrebbero venire considerati come una vittoria della gentocrazia sulla democrazia?

«Di vittoria in realtà non si può parlare perché, dopo lo svuotamento del centro migranti, la situazione del quartiere non è cambiata e i problemi sono rimasti gli stessi, in quanto non avevano nulla a che fare con quel centro di accoglienza specifico. Si tratta di cause strutturali che, specialmente per quanto concerne Tor Sapienza, si trascinano da trent’anni a questa parte e sottolineano un’assenza totale della politica. In questo vuoto si sono infilate le strumentalizzazioni di certi partiti. Le indagini giudiziarie non hanno mai trovato riscontro riguardo una eterodirezione della protesta e, a mio avviso, si potrebbe piuttosto parlare di una sorta di cappello politico e strumentale: è innegabile come una parte del quartiere abbia pensato che colpire l’ultimo anello della catena fosse una strategia funzionale a risolvere problemi di lungo corso. Dopo lo svuotamento non è cambiato nulla, quindi non la si può considerare una vittoria, se non per quei partiti che hanno segnato un precedente, un modello esportabile».

Permane una percezione sbagliata secondo cui destiniamo un numero maggiore di abitazioni agli immigrati piuttosto che agli italiani in difficoltà…

«Rappresenta, questo, un nuovo fronte di strumentalizzazione: formazioni come Roma ai Romani, costole di Forza Nuova, hanno iniziato a fare picchetti al Trullo o altrove e a impedire che i legittimi assegnatari, che avevano l’unica colpa di non essere nati in Italia, usufruissero della casa a loro regolarmente assegnata, a favore di italiani che invece occupavano abusivamente».

Cosa pensa riguardo al tema delle ronde?

«Le ronde sono state un cavallo di battaglia della Lega Nord, istituzionalizzate da un decreto Maroni del 2009: fu un flop clamoroso. Assistiamo oggi a diverse forme di ronde, che non consistono nel mandare cittadini armati a farsi giustizia da soli ma in qualcosa di più sfumato: i partiti di estrema destra – e non solo – le chiamano ‘passeggiate per la legalità’. Un vero paradosso, in quanto svolgono una funzione che non compete a dei normali cittadini. È chiaramente un tema da prendere molto sul serio, perché interroga un grande cambiamento avvenuto nelle società occidentali durante gli ultimi 50-60 anni, con il venire meno della promessa dello Stato di riuscire a garantire sicurezza a tutti. Uno Stato democratico, tuttavia, non può delegare la sicurezza ai privati, perché eromperebbe dagli argini dello stesso tracciato democratico. Bisogna capire come uscirne, non certo adottando la soluzione avanzata da alcuni sindaci del Pd in Emilia Romagna, che hanno lanciato una sorta di ronda di sinistra. Bisogna ripensare nella sua interezza il sistema di sicurezza di uno Stato democratico».

Cosa ne pensa del contributo dato dalla televisione e dal web alla diffusione di fake news e messaggi strumentali?

«Il dibattito sulle cosiddette fake news è stato impostato male fin dall’inizio già negli Stati Uniti. Nello shock generalizzato successivo alla vittoria di Trump si sono cercate spiegazioni immediate, di facile comprensione; una di queste è stata: “Trump ha vinto perché su facebook giravano delle falsità”. Non è stato così, come ha confermato anche una ricerca dell’Università di Stanford e ciò adesso ha permesso a Trump di invertire il senso del dibattito e usare il termine fake news come una clava da agitare contro i media e i suoi avversari politici. In Italia si sono ventilate al riguardo proposte di legge dal sapore liberticida: ancora oggi, si tende a considerare Internet un mondo a parte rispetto al generale ecosistema mediatico e a spingere verso l’adozione di specifici strumenti normativi. È invece alla politica e ai media che dobbiamo le notizie false di maggiore consistenza e portata. La strategia editoriale, se così possiamo chiamarla, dei siti di fake news è molto semplice: prendono articoli o notizie già uscite su agenzie, giornali e media, vi aggiungono un titolo di forte impatto, una foto shock e poi li pubblicano sui loro canali. Esiste un grande problema di fondo: la fonte deve essere legittimata come avviene per i media tradizionale. Sarebbe auspicabile maggiore giornalismo, più cultura, più etica e soprattutto più verifica delle fonti, in primis da parte dei giornalisti».

Si può considerare il gentismo come un fenomeno solo italiano o è presente anche a livello internazionale?

«Lo definisco un fenomeno specificatamente italiano, perché possiede dei caratteri presenti solo in Italia, e lo considero una sorta di evoluzione di altre forme politiche: l’Italia è infatti sempre stata un’avanguardia nella creazione di nuovi fenomeni politici che poi prendono piede nel resto del mondo. Allargando tuttavia il discorso a un livello globale, documentandomi ho trovato delle occorrenze anche in Spagna, in Sudamerica o comunque nei Paesi latini, tuttavia di segno opposto: alcuni oppositori di Podemos, ad esempio, parlano di gentismo. Si possono rinvenire forme di gentismo anche all’estero, però si tratta di un fenomeno tipicamente italiano: il trend è globale, le declinazioni sono locali e molto diverse tra loro».

Il Nord vota per il lavoro e il sud per l'assistenzialismo...

Vittorio Feltri il 3 Febbraio 2018 su "Libero Quotidiano": "Luigi Di Maio vincerà al sud. Vi spiego perchè". La politica si è intorcinata. Destra, sinistra e grillini si sono già spartiti il territorio elettorale e nessuno dei tre gruppi avrà la maggioranza, cosicché difficilmente avremo un governo che non sia frutto di alleanze improbabili. Ma non è questo il punto. Tutti sappiamo che nel nostro futuro si profila una cronica instabilità, come del resto accade in vari Paesi europei dove mancano partiti egemonici. Il Nord e il Centro voteranno secondo tradizione. Il primo sarà orientato a dare la preferenza alla Lega e in parte cospicua a Berlusconi, il secondo penderà a sinistra nelle sue varie declinazioni. Mentre il Sud, cronicamente in bolletta, affiderà le proprie speranze al Movimento 5 Stelle, per un motivo banale: il reddito di cittadinanza che i grillini si sono inventati, a prescindere dalle risorse per garantirlo (i soldi pubblici non ci sono). La promessa di Di Maio e dei suoi scherani di stipendiare mensilmente gli sfigati privi di una occupazione ha sedotto i meridionali. I quali, dal loro punto di vista, giustamente sono contenti di poter ricevere del denaro senza lavorare. Sarebbero cretini a non esserlo. Non sono sicuri che i pentastellati saranno di parola e riusciranno a retribuire i nullafacenti, però essi si illudono lo stesso di intascare in massa l'obolo. Pertanto è naturale che preferiscano dare il loro suffragio a chi dice loro: tranquilli, ragazzi, se comanderemo noi vi riempiremo di bigliettoni, piuttosto che ad altre forze politiche abituate ad aumentare le tasse a tutti senza preoccuparsi di mantenere i terroni esclusi dalla paga. Ecco perché il Movimento fondato, e abbandonato, dal comico genovese non faticherà ad avvicinarsi o addirittura a superare il 30 per cento delle schede contenute nelle urne. Il Mezzogiorno è costituito da regioni perennemente povere nelle quali, all' infuori dell'impiego statale, non esistono molte opportunità di lavoro. Le industrie sono poche né hanno lo spazio per moltiplicarsi a causa della mancanza di infrastrutture. La depressione è endemica. Quindi partenopei, pugliesi, calabresi eccetera hanno bisogno di essere soccorsi dallo Stato per campare. Se arriva un Di Maio da Napoli, affamato pure lui, e giura di elargire, una volta al potere, quattrini a poveracci e lazzaroni di ogni specie da qui all' eternità, è fatale sia accolto quale salvatore della Patria e della pancia, e portato in trionfo. Il Movimento 5 Stelle ha fallito ovunque abbia comandato, ma questo non incide nel giudizio popolare del Sud, che aspetta soltanto di essere finanziato e se ne fotte della buona amministrazione. Ai tempi di Lauro, sotto il Vesuvio accaddero cose turche: l'armatore dava una scarpa a ciascun elettore, al quale consegnava la seconda a spoglio delle schede avvenuto, se i conti quadravano. Non è cambiato molto da Roma in giù. Sono però cresciute le aspettative: non bastano più le calzature, si pretende il reddito di cittadinanza, cioè una sorta di pensione a vita per chiunque si gratti il ventre, come tutti i grillini finiti già in Parlamento. In effetti, lavorare stanca e rompe i coglioni.

Feltri: anche gli “dei” prendono cantonate, scrive giovedì 8 febbraio 2018 Cristofaro Sola su "L’Opinione". Lo scorso 3 febbraio il quotidiano “Libero” ha pubblicato on-line un editoriale di Vittorio Feltri dal titolo: “Soldi che non ci sono a tutti i lazzaroni: M5S al Sud vincerà”. A proposito del voto del 4 marzo, il “Maestro” lancia un pronostico alquanto bizzarro: la vittoria dei Cinque Stelle nelle regioni del Sud grazie al voto a valanga degli sfigati che popolano le remote lande del Mezzogiorno d’Italia. La ricetta magica che spingerebbe alle urne masse di nullafacenti sarebbe: reddito di cittadinanza. Per dei perdigiorno intenti a grattarsi il ventre come unico sforzo quotidiano, cosa desiderare di meglio che sostenere un politico, Luigi Di Maio, fatto della loro medesima pasta? “...partenopei, pugliesi, calabresi eccetera hanno bisogno di essere soccorsi dallo Stato per campare. Se arriva un Di Maio da Napoli, affamato pure lui, e giura di elargire, una volta al potere, quattrini a poveracci e lazzaroni di ogni specie da qui all’eternità, è fatale sia accolto quale salvatore della Patria e della pancia, e portato in trionfo”. Vittorio Feltri, indiscusso pilastro del giornalismo, ha preso una colossale svista imboccando, nel suo argomentare, la strada scivolosa del più frusto “luogocomunismo” su ipotetiche, ancestrali idiosincrasie dei meridionali per il lavoro. Il ritratto del Sud che viene fuori dal pennello di Feltri non esiste, è solo una caricatura di moda tra la gente di spettacolo. Non c’è un popolo di “fancazzisti” dedito all’ozio. I tempi di lavoro al Sud, nella media, sono come quelli del Nord. Il guaio è che una parte significativa della massa occupata è costituita da invisibili. Cioè da lavoratori irregolari che alimentano una coriacea economia del sommerso. Non è questa la sede per indagare le ragioni del fenomeno che interroga molteplici aspetti: economico, sociale, storico. Finanche filosofico. Resta il fatto che i numeri del lavoro “nero” sono da brividi. L’Istat ritiene che il “sommerso” rappresenti un asset strategico dell’economia nazionale. Sul dato del 2015 l’Istituto di statistica ha stimato un valore del sommerso pari al 12,6 per cento del Pil, la maggior parte del quale si produce nelle regioni meridionali. Un recentissimo focus del Censis, redatto in collaborazione con Confcooperative, dal titolo: “Negato, Irregolare, Sommerso: il lato oscuro del lavoro”, rileva che il fenomeno del “sommerso”, articolato nelle due principali componenti della sotto-dichiarazione del valore aggiunto e dell’impiego di lavoro irregolare, assuma nelle regioni meridionali un carattere strutturale andando a incidere sul valore aggiunto territoriale con percentuali molto significative. Sempre in riferimento al 2015, Calabria, Campania, Puglia, Molise, Sicilia hanno superato la soglia d’allarme del 15 per cento. Per chiarire la comparazione: la più alta in graduatoria è la Calabria al 17,5 per cento; la più bassa la provincia autonoma di Bolzano all’8,3 per cento. È del tutto evidente che questi dati spieghino del perché i numeri sul tasso effettivo di disoccupazione in Italia siano inattendibili. Il livello massimo di disoccupazione registrato nel Mezzogiorno (54,1%), nel 2015, si rapporta al solo lavoro regolare. D’altro canto, sarebbe mai immaginabile una tenuta della coesione sociale in un territorio nel quale metà dei potenziali attivi censiti stiano a bighellonare tutto il giorno senza produrre reddito di qualsiasi natura? Se non per il nobile ideale dell’emancipazione dalla miseria le ribellioni sarebbero scoppiate da un pezzo anche soltanto per tedio. La verità è che esiste un esercito d’invisibili, sfruttati ogni oltre decenza. Gente che lavora per 10/12 ore al giorno nelle “fabbrichette”, occultate nei sottoscala dei palazzi, per una paga da fame. Senza diritti e senza protezioni. I nuovi schiavi fanno di tutto e lo sanno fare molto bene. Dall’abbigliamento, all’agroalimentare, alle manifatture artigianali, non ci sono soltanto africani e cinesi, ma anche meridionali trattati da africani e cinesi. E poi c’è la piaga della criminalità organizzata, l’antistato che dà lavoro e protezione. Ciò non vuol dire che tutti i reclutati finiscano nei circuiti della droga e del racket. Nel Meridione le organizzazioni malavitose assicurano anche l’ingresso nel mercato dei lavori legali, dal momento che esse, da tempo, hanno esteso la sfera d’influenza sulla cosiddetta economia regolare. E se qualcuno pensa che un povero cristo possa avere la forza di fare valere i propri diritti in imprese inserite in quel circuito s’illude. Su di una cosa però il Maestro ha ragione: nel Sud non si è persa la vocazione al posto fisso nel “pubblico”.  Tuttavia, non si tratta, come sospetta Feltri, di velleitaria aspirazione al dolce-far-niente, ma della naturale ambizione a percepire retribuzioni dignitose e regolarmente pagate, a godere di diritti previdenziali e ad avere un futuro assicurato. Il Maestro, a questo riguardo, resterà sorpreso dagli esiti elettorali. I campioni che promettono assistenzialismo à gogo più dei Cinque Stelle sono i vertici locali del Partito Democratico. E quelli non scherzano. Il 12 novembre 2016, all’Assemblea nazionale del Pd sul Mezzogiorno, il governatore campano Vincenzo De Luca ha annunciato un piano straordinario di assunzioni nella Pubblica amministrazione per 200mila giovani, caratterizzato da un meccanismo scalare delle retribuzioni per i nuovi assunti nell’arco di un triennio. Perciò, nelle regioni meridionali più disastrate non saranno i grillini a fare il pieno di scanni parlamentari ma i sodali di Matteo Renzi. E anche quel centrodestra del Sud che non sempre ha avuto idee chiarissime sulla lotta al clientelismo.

I giornalisti in ogni dove, ormai, esprimono opinioni partigiane del cazzo. In relazione alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 alcuni di loro dicono che il movimento 5 stelle ha sfondato al sud con i voti dei nullafacenti per il reddito di cittadinanza: ossia la perpetuazione dell’assistenzialismo. Allora dovrebbe essere vero, anche, che al nord ha stravinto il razzismo della Lega di Salvini, il cui motto era: "Neghèr föra da i ball", ossia immigrati (che hanno preso il posto dei meridionali) tornino a casa loro. La verità è che l’opinione dei giornalisti vale quella degli avventori al bar; con la differenza che i primi sono pagati per dire stronzate, i secondi pagano loro la consumazione durante le loro discussioni ignoranti.

Elezioni, al Sud il reddito di cittadinanza ha battuto la «flat tax». Nei due modi diversi di concepire politica economica e welfare, nel Mezzogiorno prevale l’idea dei Cinquestelle dove povertà e disoccupazione sono più alte, scrive Paolo Grassi il 6 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". Il risultato delle urne fotografa un’Italia praticamente divisa in due. Con un centrodestra, a trazione leghista, predominante al Nord e i pentastellati guidati da Luigi Di Maio padroni (quasi) assoluti nel Mezzogiorno e nelle Isole. Una spaccatura che, peraltro, a ben vedere, significa anche due modi diversi di concepire la politica economica e il welfare. Da una parte, infatti, c’è la coalizione ora condotta da Matteo Salvini che ha puntato tutto, facendone il vero cavallo di battaglia della campagna elettorale, sull’introduzione della flat tax, strumento in grado «rimettere in moto il Paese, perché più denaro in tasca a famiglie e imprese genera più consumi»; dall’altra c’è M5S, che ha promesso un reddito di cittadinanza per oltre 9 milioni di connazionali. In buona parte, stando agli indicatori sulla povertà e sulla disoccupazione (soprattutto giovanile), residenti proprio nelle regioni meridionali.

Il calo della pressione fiscale. Ma cosa prevedono, nello specifico, le proposte in questione? Partiamo da quella del centrodestra, che è peraltro diversificata all’interno della medesima coalizione. Se Forza Italia ha lanciato l’idea di una sola aliquota del 23%, «compatibile con la tenuta dei conti pubblici», la Lega vorrebbe scendere addirittura al 15. In linea generale, comunque, il calo della pressione fiscale sarebbe introdotto «man mano che le condizioni dell’economia lo consentiranno». L’iniziativa, su cui si è speso a più riprese personalmente Silvio Berlusconi, non prevede, passando ai meno abbienti, «il pagamento di tasse sui primi 12.000 euro di reddito: chi guadagna poco, in pratica, non verserebbe nulla, mentre i redditi medi pagherebbero solo su una quota limitata dei loro introiti». Inoltre la flat tax, sempre secondo i suoi estimatori, «semplificherebbe il sistema, tagliando la selva di detrazioni, deduzioni e adempimenti». Come dire: un’idea programmatica che inciderebbe su diverse fasce sociali, dalle più basse alla media borghesia, per finire ai più ricchi e alle aziende. Con la possibilità dichiarata che «maggiori disponibilità economiche per le famiglie, ossia consumi in crescita, potranno generare la necessità di più produzione e nuove assunzioni. Insomma, (anche) più entrate nelle casse dello Stato».

Famiglie in condizioni disagiate. Di contro la proposta di Di Maio & Co. andrebbe a intervenire principalmente su chi un reddito non ce l’ha per niente. L’obiettivo è allineare tutti (quantomeno) sopra la soglia di povertà. Come? «Una famiglia di quattro persone, per esempio, in particolari condizioni disagiate, può arrivare a percepire anche 1950 euro al mese. Naturalmente esenti da tasse e da pignoramenti». Un nucleo di tre, con genitori disoccupati e figlio maggiorenne a carico potrà invece contare su 1.560 euro. Nel caso di «due pensionati con assegno minimo da 400 euro ciascuno», ancora, l’aiuto «sarà pari ad altri 370 euro per la coppia, come integrazione». Se invece siamo di fronte a un lavoratore part-time, «il salario sarà adeguato fino ad arrivare a 780 euro». Che equivale, appunto, alla fatidica soglia di povertà. «Se potrai percepire il reddito — annunciano i pentastellati — per conservarlo ti verrà richiesto di adempiere ad alcune regole: dall’iscrizione ai centri per l’impiego (e bisognerà accettare una delle prime tre occupazioni che saranno eventualmente offerte) alla disponibilità per progetti comunali utili alla collettività (8 ore settimanali)».

Sgravi alle imprese. Posto che sarebbero previsti sgravi pure per le imprese disposte ad assumere chi percepisce l’indennità, dove si trovano le coperture? I 16 miliardi annui necessari «non verrebbero da sanità, scuola o nuove tasse: abbiamo — spiega M5S — preferito cercare risorse da gioco d’azzardo, banche, compagnie petrolifere, etc.». Flat tax o reddito di cittadinanza? Il voto ci dice che al Sud ha vinto la proposta grillina. Ora, però, tutto dipende da chi andrà al governo.

Il Sud più povero ha votato per il reddito garantito. La promessa dell’assegno di cittadinanza ha favorito la vittoria pentastellata nel Meridione. Minore è il benessere economico, maggiore il consenso per il movimento, che segna il minimo in Trentino, scrive Roberto Petrini su La Repubblica il 6 marzo 2018. L'Italia "gialla" della politica si sovrappone esattamente a quella "nera" dell'economia. Lo sfondamento grillino nel Meridione è evidente, ma la corrispondenza dei dati elettorali a quelli del basso reddito pro capite e dell'alta disoccupazione aggiunge una chiave di lettura inequivocabile: M5S vince dove il disagio e la rabbia sono più forti. Presumibilmente perché lo Stato lì non risponde su temi come occupazione e criminalità...

La vittoria dei grillini nel Sud: non solo reddito di cittadinanza, ma tante battaglie sociali, a cominciare dal grano duro, scrive "I Nuovi Vespri" il 6 marzo 2018. Come può un quotidiano come il Corriere della Sera semplificare la straordinaria vittoria alle elezioni politiche del Movimento 5 Stelle nel Sud, etichettandola come una sorta di attesa generalizzata per il reddito di cittadinanza (che peraltro è una cosa importante)? E il civismo? E la grande battaglia per la difesa del grano duro del Mezzogiorno e per la pasta priva di contaminanti? Perché il Movimento 5 Stelle ha stravinto le elezioni politiche nel Sud? Il Corriere della Sera ha già trovato la risposta: il reddito di cittadinanza. Lo ha affermato lunedì sera, durante la trasmissione di RAI 1 di Bruno Vespa, Porta a Porta, il vice direttore di questa testata, Antonio Polito. E lo ribadisce in un editoriale il direttore di questo giornale, Luciano Fontana: “I Cinque Stelle sfondano nel Mezzogiorno cavalcando la rivolta contro le vecchie classi dirigenti e offrendo il reddito di cittadinanza come soluzione alla disoccupazione di massa, soprattutto giovanile”. Certo che il Corriere della Sera ne ha fatto di passi in avanti: passi da gigante! Altro che il Corriere di Piero Ottone che, per capire le trasformazioni dell’Italia degli anni ’70 del secolo passato, apriva le pagine a firme che, con dal giornale della borghesia milanese, sembrano lontani anni luce: per esempio, Pier Paolo Pasolini. Oggi il Corriere, per capire che cosa succede al Sud, non ha bisogno di aprire ad alcunché: basta il grande acume del direttore e del vice direttore! Insomma, qui nel Mezzogiorno la maggioranza, a tratti quasi assoluta, di elettori che si è recata a votare, secondo direttore e vice direttore del Corriere della Sera, avrebbe tributato il successo al Movimento 5 Stelle per avere, in cambio, il reddito di cittadinanza! Ora, a parte il fatto che il reddito di cittadinanza è uno strumento importante che non va certo etichettato – peraltro con atteggiamento snobistico – come assistenzialismo, va detto che non può certo essere questa la sola unità di misura per spiegare una vittoria elettorale di ampia portata. A meno che nella Lombardia un po’ leghista, un po’ berlusconiana, quasi sempre snob non abbiano deciso che qui al Sud siamo tutti degli accattoni! Ma è proprio così? E il civismo portato avanti da migliaia di cittadini in tanti piccoli e grandi centri del Sud grazie al Movimento 5 Stelle? L’amore per i luoghi in cui si vive? Le mille battaglie di questi anni contro l’abbandono del mare, delle spiagge, delle periferie? E ancora: le battaglie per la valorizzazione delle energie alternative? Le battaglie contro le discariche e gli inceneritori, in favore della raccolta differenziata dei rifiuti? Le battaglie per la tutela del verde pubblico? Queste cose non contano, vero? E che dire dell’inquinamento provocato dalle industrie che lavorano gli idrocarburi presenti nel Sud, dalla Basilicata alla Sicilia? Ne vogliamo parlare? E che dire delle trivelle che ‘infestano’ il Canale di Sicilia? Siccome non ne parla spesso la RAI – che al massimo va a fare le ‘bucce’ alla sindaca di Roma, Virginia Raggi, per scovare le pecche, comprese quelle che poi svaniscono nel nulla – e siccome non ne scrive il Corriere, questi fatti non esistono? Non ci sembra. Insomma, secondo questi signori, qui al Sud, dopo la vittoria di Di Maio e del Movimento 5 Stelle, siamo tutti in fila ad aspettare il reddito di cittadinanza? Poi magari scopriamo che il Movimento 5 Stelle, o meglio, che i parlamentari nazionali del Movimento 5 Stelle sono stati gli unici a seguire e ad appoggiare la battaglia portata avanti, nelle Regioni del Sud, da GranoSalus: battaglia sposata da questo blog per la difesa del grano duro, eccellenza dell’agricoltura del Mezzogiorno d’Italia. Battaglia durissima, contro le navi che continuano a scaricare in tanti porti italiani grano estero che arriva da chissà dove, anche dal Canada: e, in questo caso, grano duro maturato, magari, a colpi di glifosato, magari impreziosito dalla presenza di Micotossine DON. Sapete, direttore e vice direttore del Corriere della Sera? I parlamentari nazionali grillini si sono anche impegnati a far approvare dal Parlamento la legge sulla CUN, la Commissione Unica Nazionale che dovrebbe porre fine alla vergognosa speculazione al ribasso che danneggia il grano duro del Sud Italia. Certo, poi il Governo nazionale del PD – quello di Renzi, di Gentiloni e del Ministro delle Risorse agricole, Maurizio Martina – si è guardato bene dall’applicare questa legge: e infatti il Partito Democratico, nelle Regioni del Mezzogiorno dove si produce il grano duro, dalla Puglia alla Basilicata alla Sicilia – ha preso tanti voti… Questi signori che da Milano pontificano sul voto nel Sud hanno mai sentito parlare della Capitanata, del pane di Matera, della Valle del Dittaino in Sicilia? Lo sanno che i protagonisti di GranoSalus – con in testa Saverio De Bonis, ma non solo lui – e l’editore di questo blog, Franco Busalacchi, sono stati citati in Tribunale, a Roma, dalle grandi multinazionali che producono pasta in Italia? Cioè da quelle multinazionali che non riescono proprio a ‘digerire’ – è il caso di dirlo – la battaglia in favore del grano duro del Sud, per una pasta senza contaminanti? Lo sanno che, per ben due volta, il Tribunale ha dato ragione a GranoSalus e a I Nuovi Vespri? E’ un caso che Saverio De Bonis sia stato candidato nel collegio del Senato della Basilicata, nel Movimento 5 Stelle, e sia stato eletto? Dietro la vittoria dei grillini al Sud – in tutto il Sud Italia – c’è solo il reddito di cittadinanza o ci sono tante altre cose che, magari, stando seduti dietro una scrivania a Milano, o dagli studi della RAI, non si vedono?

Basta sminuire il voto del Sud. Il successo 5stelle non c’entra col reddito di cittadinanza, scrive il 7 marzo 2018 Alessandro Cannavale, Ingegnere e blogger, su "Il Fatto Quotidiano". Per l’ennesima volta, il voto dei cittadini italiani del Sud viene marchiato da certi analisti che puntano a sminuire la gravità del senso politico che esso sottende. Si tende a delegittimarlo, privandolo di senso, con una spiegazione artefatta e semplicistica e, contemporaneamente, offensiva e razzista. Vado al sodo: alcuni commentatori hanno sostenuto, ancora in piena maratona elettorale, che il successo abnorme del Movimento 5 Stelle al Sud si spieghi, prioritariamente, con il sostegno belluino e incondizionato di milioni di nullafacenti, disoccupati, sottoccupati ed evasori incalliti, che avrebbero così votato soltanto per garantirsi il lauto bonifico del reddito di cittadinanza. Consentitemelo: è la solita narrazione becera e distorta del Sud, costruita in fretta e furia per nascondere tonnellate di polvere (anni di errori e fallimenti) sotto il tappeto dell’ipocrisia. Che offende, senza neanche cogliere l’enormità di certe affermazioni. Non intendo sostenere il Movimento Cinque Stelle, al quale neanche appartengo, ma solo manifestare la personale insofferenza verso questo modo stereotipato di rapportarsi al Sud del paese. Una lettura banalizzante, dal fondamento tanto discriminatorio quanto banale. Che dimostra, ancora una volta, quanto gli “esperti della politica” siano tronfi e lontani anni luce dal paese che vive e lavora nell’Italia del 2018, ridotti a illustrare una miope percezione dalla comoda poltrona di un salotto televisivo. Simili considerazioni potrebbero forse trovare spazio in una conversazione da bar, o tra amici, in una stanza. Ma sarebbero assolutamente indegne di trovare albergo sulle reti televisive generaliste. Davanti a milioni di spettatori. Senza un bel bollino rosso. Per la vergogna. Analoghi tentativi di mistificazione, se ricordate, furono fatti dopo il tracollo della riforma costituzionale, che ebbe al Sud lo stesso indiscutibile responso dalle urne. Eppure, in quel caso, il colpo alla nuca della riforma fu dato senza neanche un ritorno economico. Come mai? Cosa spinse questi loschi meridionali a difendere la Costituzione senza neanche un bonifico, che so, o almeno 80 euro in busta paga? E allora, perché sottrarre a un voto liberamente espresso la dignità di una piena espressione della volontà degli elettori? Peraltro, val la pena di ricordarlo, i Cinquestelle parlano da anni di reddito di cittadinanza, ma solo quest’anno il risultato politico è così eclatante. In verità, gli analisti, i commentatori e tutti coloro che col proprio mandato politico hanno tradito la rappresentanza di istanze sociali di milioni di persone, oggi cercano un’impudica foglia di fico per giustificare una debacle che ha ben altre spiegazioni: i meridionali si devono quotidianamente confrontare con i disagi di servizi sanitari sempre più scadenti, servizi ferroviari in dismissione, università sempre più sottofinanziate, reddito pro capite da post-conflitto mondiale (in termini di rapporto col centro nord). Chi si parla addosso nei salotti dimentica colpevolmente che la metà dei poveri (in crescita anche nell’ultimo biennio) si trova al Sud. Se a questi signori si avvicinasse un povero vero, forse reagirebbero vaporizzando una nuvoletta di profumo francese. L’elettorato, tutto questo, lo vive e lo sente sulla propria pelle, con buona pace di certi personaggi. Torno a ribadirlo, anche stavolta: il Sud ha un ruolo importante nel futuro di questo paese. E i propugnatori del ritardo antropologico studino bene i dati del paese reale prima di propalare idiozie d’ispirazione tardo-lombrosiana.

Elezioni e reddito di cittadinanza, Prestigiacomo: “I siciliani etichettati come un popolo di un fannulloni”. Elezioni, Prestigiacomo: “Sbagliato a dire che al nord ha vinto il centrodestra per la flat tax e al sud i grillini per il reddito di cittadinanza”, scrive il 6 marzo 2018 Serena Guzzone su "Stretto Web". “Sta passando su molti media e nelle analisi di alcuni politici una lettura “sociologica” del voto di domenica che trovo sbagliata nella sostanza, ingiusta e anti meridionalista nei toni. Mi riferisco a chi dice che al nord ha vinto il centrodestra per la flat tax e al sud i grillini per il reddito di cittadinanza. Chi racconta così l’esito delle elezioni di fatto omologa tutto il sud in un popolo di fannulloni che vogliono essere pagati per non lavorare. Se si vive nell’Italia meridionale, se si è fatta, come me, la campagna elettorale nei collegi della Sicilia si è consapevoli invece di una realtà molto diversa. I cinque-stelle hanno vinto, con le percentuali bulgare che conosciamo, non per una adesione diffusa al loro programma, non per la chimera del reddito di cittadinanza. Il voto grillino al sud, massacrato dagli ultimi cinque anni di governi nazionali e regionali di sinistra, è stato un voto di protesta secco, senza se e senza ma. E senza nemmeno conoscere candidati e contenuti della politica dei pentastellati. E’ stato il voto di chi ha messo nello stesso calderone tutta la politica e tutti i politici ed ha espresso il “vaffa” generico nel suo contenitore naturale: il movimento di Grillo. Ignorare questo dato di fatto, questa condizione di disperazione e di rigetto della politica, che chi vive al sud conosce perfettamente, significa non capire cosa è successo da Roma in giù. Significa cercare attenuanti, scuse, motivazioni di comodo e sbrigative per un risultato elettorale che invece deve spingerci tutti ad una riflessione profonda- è quanto dichiara in una nota la neo eletta con Forza Italia, Stefania Prestigiacomo.

Pino Aprile: «Il Sud ha votato in blocco i Cinque Stelle perché si è rotto i coglioni». «Il confine geografico del successo Cinque Stelle è esattamente lo stesso dell’ex Regno delle due Sicilie». Lo scrittore Pino Aprile, esperto della questione meridionale, non pare stupito dal voto. «È il risultato di 150 anni di saccheggi. Voteremmo anche belzebù pur di mandare via questi politici», scrive Marco Sarti su "L’Inkiesta" il 6 Marzo 2018. «Credo che il Sud non poteva mandare un messaggio più chiaro di così. Che dice, stavolta l’avranno capito?». Giornalista e scrittore, Pino Aprile commenta il risultato elettorale senza stupirsi troppo. L’ondata grillina che ha travolto il Mezzogiorno se l’aspettava. E dire che l’argomento lo conosce bene: sul Meridione ha pubblicato una lunga serie di successi editoriali. Da Terroni a Il Sud puzza. Storia di vergogna e di orgoglio. Fino agli ultimi Terroni ’ndernescional e Carnefici.

Stavolta il Sud ha votato in blocco per i Cinque Stelle. Un risultato incredibile: in alcune regioni si sfiora il 50 per cento, in qualche città si va persino oltre. In Puglia, Sicilia e Sardegna i grillini fanno cappotto, conquistando tutti i collegi disponibili. Davvero si aspettava un’affermazione simile?

«Sì, me l’aspettavo. È la stessa risposta che il Sud ha dato al referendum costituzionale, già allora invitai ad analizzare quel dato. C’è un Mezzogiorno all’opposizione. E questo perché negli ultimi anni ha subito un saccheggio sfrenato. Alcuni numeri fanno spavento. In dieci anni, solo sulla spesa ordinaria, lo Stato italiano ha sottratto al Meridione 850 miliardi di euro. Sono circa 130-140 ponti sullo Stretto. Ogni anno i governi centrali assegnano al Sud, rispetto al Nord, 6 miliardi e mezzo in meno per gli investimenti. È in corso un saccheggio epocale, anche di risorse umane. Ogni anno vanno via almeno 50mila giovani meridionali che qui sono nati, cresciuti, hanno studiato e si sono formati: un impoverimento di uomini e valori. E queste sono le risposte».

In queste ore c’è un’immagine che colpisce. La rappresentazione cromatica dei risultati elettorali, regione per regione, dipinge un’Italia spaccata in due. A Nord il blu del centrodestra, da Roma in giù il giallo dei Cinque Stelle. Il nostro è davvero un Paese diviso?

«Ma l’Italia non è mai stata unita, oggi è solo più chiaro. Questa è la rappresentazione del Paese fin dal giorno successivo alla dichiarazione dell’unità. Basta vedere quello che scriveva Francesco Saverio Nitti, grandissimo economista, docente universitario e presidente del Consiglio: il saccheggio delle risorse meridionali è avvenuto dal 17 marzo 1861. Da allora non è cambiato nulla. Sono cambiati solo i trucchi con cui i governi ci nascondono questi furti. Sapete come vengono calcolati i finanziamenti per la manutenzione stradale nelle città? Non in base ai chilometri o al numero delle auto che le percorrono. Ma in base al numero dei dipendenti di aziende private sul territorio. E così Napoli, che ha il doppio delle strade rispetto a Milano, riceve la metà dei fondi. E i finanziamenti per gli asili nido? Vengono garantiti in base al numero degli asili già presenti. Così si aiuta chi ha già le strutture, ma non chi ha più bambini».

Si parla di elezioni ed ecco riemergere la vecchia questione meridionale.

«Il confine geografico del successo Cinque Stelle è esattamente quello dell’ex regno delle Due Sicilie. Non è mica un caso. Quando nel 1720 il Piemonte acquisì la Sardegna grazie ad alcuni trattati internazionali, venne stilato un piano per la colonizzazione dell’isola. La Sardegna è stata spogliata di tutto. I sardi non avevano neppure il diritto di occupare posti nella pubblica amministrazione. Quando nel 1860 i piemontesi sono arrivati al Sud, hanno applicato lo stesso piano. Da quel momento le nostre terre sono state private di porti, strade, infrastrutture. È un disegno politico che ha un secolo e mezzo di storia, il voto di domenica lo rende solo più visibile. Ma noi nel Mezzogiorno lo conosciamo da tempo. E adesso ci siamo rotti i coglioni. E adesso lei si stupisce perché il Mezzogiorno vota Cinque Stelle? Voterebbe anche belzebù pur di non votare quelli che già ci sono. E si dovrebbe ringraziare che questo è un Paese civile, altrove sarebbero già andati prenderli con i forconi».

Ma perché avete votato proprio i Cinque Stelle, cosa lega i grillini al Meridione? O si tratta solo di un voto antisistema?

«Tutte le persone a cui lo chiedo mi dicono: “Peggio di quelli che ci sono adesso, non possono essere”. In questi anni abbiamo visto fondi europei rastrellati dai governi di centrodestra e portati al Nord. Un miliardo destinato alla ricerca finito a finanziare le compagnie di navigazione del lago di Garda, l’illuminazione del Veneto e le industrie d’armi del bresciano. Le multe per i truffatori delle quote latte, nel Nord, sono state pagate con i soldi destinati al Sud. Si parla di almeno 4 miliardi. Poi è arrivato il centrosinistra e sono riusciti a fare anche peggio. I famosi ottanta euro di Matteo Renzi sono una follia. Li hanno stanziati per aiutare le famiglie in difficoltà, ma li prende solo chi ha già uno stipendio medio basso. Chi non ce l’ha muore di fame. Così i sottopagati e i disoccupati del Meridione sono stati esclusi e gli ottanta euro sono finiti tutti al Nord. Adesso lei si stupisce perché nel Mezzogiorno si vota Cinque Stelle? Voterebbero anche belzebù pur di non votare quelli che già ci sono. E si dovrebbe ringraziare che questo è un Paese civile, altrove sarebbero già andati prenderli con i forconi».

Non si arrabbi. Però qualcuno dice che al Sud la gente ha votato M5S perché invogliata dal reddito di cittadinanza.

«Ma questa è solo una carognata da disonesti. Fino ad oggi il reddito di cittadinanza lo hanno preso solo le ricche industrie del Nord, che sono assistite da sempre con i soldi pubblici. Le faccio un esempio: nel 2015 solo l’Expo di Milano è stato finanziato con una quindicina di miliardi, ed è stato uno dei più grandi flop di sempre. Ci sono voluti nove anni per la realizzazione, e quando è stato inaugurato non erano ancora ultimati il 40 per cento dei padiglioni. Bene, esattamente un secolo prima veniva progettato dall’ingegner Camillo Rosalba l’acquedotto pugliese, il più lungo del mondo. Anche allora ci vollero nove anni per la costruzione. Ma nel 1915 l’acqua del fiume Sele già zampillava nella fontana di piazza Umberto a Bari. Ecco, queste sono le differenze. E non parliamo del Mose di Venezia, uno dei principali scandali italiani. Oppure del Tav in Piemonte: nella tratta italiana la realizzazione di ogni chilometro ci costa 10-13 volte in più di quanto avviene in Francia. Chi sa il perché? Un governo tra Cinque Stelle e Lega non sarebbe un tradimento delle istanze meridionaliste. Sarebbe semplicemente un suicidio. Conosco bene qualche bravo psichiatra: se i grillini vogliono stringere un’intesa con Salvini posso aiutarli».

Torniamo al reddito di cittadinanza dei grillini…

«Il reddito di cittadinanza proposto dai Cinque stelle non significa regalare soldi. Il denaro è vincolato alla formazione professionale, l’assegno viene sospeso se si rifiutano tre offerte di impiego. E non prevede aiuti specifici al Sud, ma ovunque ci sia una persona senza lavoro. È un modo per rimettere l’economia in moto. In Francia è stata introdotta una misura simile per sostenere le famiglie numerose, e in pochi anni l’investimento è tornato con gli interessi. Se tantissimi usufruiranno di questa misura al Sud, non è certo per scelta loro. Ma perché, per tutto quello che abbiamo già detto, dopo anni di saccheggio oggi si trovano in quella condizione. Forse con il reddito di cittadinanza i giovani potranno rimanere qui, senza essere costretti a trasferirsi al Nord».

Nel Mezzogiorno non ci sono solo i Cinque Stelle, però. Stavolta è arrivata anche la Lega di Matteo Salvini. Le percentuali sono interessanti: in alcune regioni del Meridione il Carroccio arriva al sette per cento. Che ne pensa?

«È un dato normalissimo. Intorno al progetto politico di Salvini ci sono biechi opportunisti, che cercano solo un partito per ricandidarsi. E poi ci sono gli elettori affascinati dal messaggio di destra della Lega, considerata il partito lepenista d’Italia. Ma c’è anche un altro gruppo di persone. La dinamica è stata bene analizzata dallo psicanalista Luigi Zoja, che ha studiato le società latinoamericane dopo la colonizzazione. Bene, si è scoperto che le popolazioni sottomesse maturano uno stato di dipendenza dal proprio carnefice quasi istantaneo. Quando si è investiti da una violenza troppo grande, la mente umana si difende negando se stessa. Si diventa oggetto nelle mani dell’oppressore. Vede, nella specie umana c’è una pulsione, tra le più forti, definita “ipotesi del mondo giusto”. Ognuno si convince di avere quello che merita: il povero, la povertà. La donna maltrattata, le botte del marito. Nel Mezzogiorno la nostra condizione è stata indotta da un’aggressione e un genocidio di un secolo e mezzo fa. E non uso parole a caso. Il genocidio consiste proprio nella cancellazione dell’identità di un popolo».

Adesso però c’è il rischio di un governo tra Cinque Stelle e Lega. Sarebbe l’unico ad avere una maggioranza in Parlamento. Quello dei grillini sarebbe un tradimento delle istanze meridionali?

«No, sarebbe semplicemente un suicidio. Conosco bene qualche bravo psichiatra. Se i Cinque Stelle hanno in mente di dare vita a un governo con la Lega posso metterli in contatto con questi medici».

PENTASTELLATI? SONO SOLO I NUOVI COMUNISTI EVOLUTI...

Il decreto Dignità? Di Maio l'ha copiato dal saggio comunista scritto da Rodotà. Di Maio ha copiato il saggio "La rivoluzione della dignità" di Rodotà. Il testo? Un mix di dirigismo e assistenzialismo, scrive Alessandro Gnocchi, Martedì 17/07/2018, su "Il Giornale". Una volta al potere, il Movimento 5 stelle, che si chiamava fuori dalle vecchie categorie della politica, ha dovuto prendere una direzione. E quindi avanti tutta a sinistra. In base a quali ideali? Qual è la fonte d'ispirazione? Forse il nome del decreto Dignità, bandiera di Luigi Di Maio, può offrire qualche indicazione utile. Ricapitoliamo le mosse del ministro del Lavoro e dei sodali di partito, pardon Movimento. Il decreto Dignità ha mandato in bestia artigiani e imprenditori: rischia di far perdere posti di lavoro. Il taglio delle pensioni si abbatterà su chi incassa dai 4mila euro in su. La lotta contro la casta si è ridotta all'atto demagogico di tagliare i vitalizi a pochi ex parlamentari. La proposta di chiudere i negozi alla domenica ha già scatenato la reazione dei commercianti. La prossima battaglia annunciata da Roberto Fico, presidente della Camera, è sui cosiddetti beni comuni, come l'acqua, che devono restare pubblici anche se allo Stato non conviene. Il tutto in attesa del reddito di cittadinanza, provvedimento all'insegna del puro assistenzialismo. La Lega, per ora, si «accontenta» di incassare il consenso ottenuto con la lotta all'immigrazione selvaggia e per il resto lascia mano libera all'alleato. Ma presto finirà l'estate, gli sbarchi diminuiranno e Matteo Salvini rischia di restare col cerino in mano, visto che in campo economico la Lega ha dato l'impressione di non toccare palla. La rivoluzione della dignità (La scuola di Pitagora, pagg. 38, euro 4,5) è titolo di un breve ma intenso saggio del giurista Stefano Rodotà. Uscito nel 2013 è la trascrizione di un discorso pronunciato tre anni prima. Rodotà (1933-2017) era stato designato dai 5 stelle alla carica di presidente della Repubblica ed è tuttora considerato un maestro dalle alte sfere del Movimento. Anche per questo, il suo pensiero merita attenzione. Nella prima parte del saggio, Rodotà ripercorre il cammino della parola «dignità» nelle carte costituzionali. Si va dalla Rivoluzione francese e si approda alla Carta dei diritti fondamentali emanata dall'Unione europea, passando per la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, il Codice di Napoleone, la Costituzione italiana, quella tedesca, il preambolo della Dichiarazione dell'Onu. Secondo Rodotà, la dignità, unione di libertà e uguaglianza, deve essere il faro che illumina il cammino della politica nel terzo millennio. La piena realizzazione della dignità è ostacolata «da una logica di mercato che, in nome della produttività e degli imperativi della globalizzazione, prosciuga i diritti». Il lavoro è il campo principale in cui operare in nome della dignità. Lo Stato deve vigilare «sulla compatibilità dell'attività d'impresa con la dignità» e creare «un contesto all'interno del quale le decisioni possano essere effettivamente libere». È dovere pubblico rimuovere tutti «gli ostacoli di fatto». L'imprenditore «non può svolgere la sua attività in contrasto con la dignità». In generale, il datore di lavoro deve corrispondere «la retribuzione necessaria per un'esistenza libera e dignitosa». Si possono individuare casi limite (tipo i rider citati da Di Maio) e partire da quelli. Anche l'attribuzione dei diritti avviene in nome della dignità intesa come «fondamento concreto della nuova accezione di cittadinanza» che appartiene «alla persona quale che sia la sua condizione e il luogo dove si trova». Le istituzioni hanno il dovere di mettere in atto «innovazioni legislative» anche in campo sociale, ad esempio riconoscendo pari diritti «alle unioni di fatto, anche tra persone dello stesso sesso». Non sappiamo se il pamphlet sia alla base delle mosse pentastellate. Di certo, le idee sono assai simili. Statalismo, dirigismo, clima ostile all'impresa, rifiuto totale delle logiche di mercato, moltiplicazione dei diritti gentilmente concessi dalle istituzioni. Unite al cocktail le teorie sulla decrescita felice e il giustizialismo. Shakerate. Ed ecco servito il comunismo a 5 stelle in nome della dignità, cioè dell'ordine morale deciso per legge da Luigi Di Maio.

Berlusconi avverte Salvini: i grillini sfasciano l'Italia. L’ex premier avverte il ministro dell’Interno: "Per guidare il Paese bisogna saper affrontare i problemi con sobrietà". E sul ritorno in campo: "Il vulnus alla democrazia che ha impedito di candidarmi va sanato", scrive Alessandro Sallusti, Domenica 15/07/2018, su "Il Giornale".

Presidente, tempi duri. Che effetto le ha fatto vedere Ronaldo andare alla Juve?

«Da milanista un effetto terribile. Ma in verità, l’arrivo nel campionato italiano di un campione assoluto come Cristiano Ronaldo è una buona notizia non solo per la Juventus, ma per l’intero calcio italiano. Mi congratulo quindi con la Juve, con i suoi dirigenti e con i suoi tifosi».

Davvero ha deciso di candidarsi alle prossime elezioni europee?

«Ritengo che il vulnus alla democrazia che ha impedito per sei anni agli elettori di Forza Italia di votare per il loro leader vada assolutamente sanato. La mia incandidabilità, basata su una sentenza assurda e pessima e su una legge vergognosa, ha gravemente penalizzato Forza Italia in questi anni, e soprattutto alle ultime elezioni, che sono state un confronto diretto fra i leader».

Sta nascendo un nuovo asse tra Italia, Germania e Austria, un asse sostanzialmente populista e uno dei soci è il suo alleato Salvini. Cosa ne pensa?

«Mi sembra una semplificazione. Parliamo di due paesi solidamente democratici, guidati da partiti politici che come noi fanno parte del Ppe. Il populismo è un’altra cosa. Va detto però che i nostri interessi, in materia di immigrazione, non è affatto scontato coincidano con quelli di paesi che pensano a bloccare la loro frontiera nazionale, più che ad aiutarci a gestire quello che succede nella frontiera meridionale dell’Europa».

Leggo alcuni retroscena secondo cui la Lega si starebbe organizzando per rompere l’alleanza e correre da sola già dalle prossime elezioni amministrative. È una possibilità realistica?

«Sarebbe realistica solo se la Lega avesse deciso di perdere. E Matteo Salvini non mi sembra sia un leader a cui piace perdere».

Forza Italia. Si riparte da Tajani. Qual è la rotta?

«Tajani non è soltanto un mio amico e uno dei fondatori di Forza Italia. È uno dei leader politici più rispettati d’Europa e - come presidente del Parlamento europeo - guida l’unica istituzione d’Europa espressione diretta dei cittadini. Cominciare da lui il processo di rinnovamento di Forza Italia ha un significato politico preciso: siamo in Europa e vogliamo restarci, siamo orgogliosamente nel Ppe, però chiediamo all’Europa un profondo cambio di passo».

Ad esempio?

«Vogliamo un’Europa solidale al suo interno e non prigioniera degli egoismi, un grande spazio di libertà e non una gabbia governata dalle burocrazie di Bruxelles, una comunità di popoli basata su valori condivisi, con una politica estera e di difesa comune che le permetteranno di esercitare un ruolo importante nel mondo».

Con un Matteo Salvini in costante campagna elettorale qual è lo spazio che vede possibile rioccupare, in parlamento e fuori?

«Questo è forse il principale errore di Salvini: continua a parlare e ad agire come se fosse in campagna elettorale. Governare è qualcosa di diverso: richiede di saper affrontare problemi complessi, con sobrietà, concretezza, senso delle istituzioni. La voglia di fare notizia troppo spesso prevale. Questo alla lunga non paga, neppure in termini di consenso. Comunque non ci interessa contendere i voti ad una forza politica del centrodestra».

Cosa intendete fare?

«A noi interessa parlare ad un’altra Italia, quella che chiede soluzioni concrete e non slogan, competenza e non effetti speciali, risultati e non semplici annunci: l’Italia fattiva, sobria, laboriosa, concreta, l’Italia liberale, moderata, equilibrata, l’Italia che lavora e che crea lavoro. Un’Italia, quella alla quale ci rivolgiamo, che nelle ultime elezioni si è distratta, che ha sbagliato le scelte, che non è andata al voto ma che non è affatto scomparsa».

Pensa che Salvini si stia facendo carico, come promesso, anche degli interessi di tutto il centrodestra?

«Dai primi provvedimenti del governo non sembrerebbe. Lo capiremo presto: vedremo se la Lega vorrà e saprà bloccare o almeno cambiare radicalmente il cosiddetto Decreto Dignità, che è letale per chi lavora e per chi crea lavoro, per tutte le categorie produttive».

Crede che la flat tax vedrà mai la luce con questo governo?

«Ho seri dubbi: la flat tax è incompatibile con i programmi pauperisti dei Cinque Stelle, come il cosiddetto reddito di cittadinanza. Intendo naturalmente una flat tax vera, che per funzionare deve rivolgersi a tutti, famiglie e imprese, e deve consistere in una sola aliquota».

L’Europa insiste che non abbiamo i conti in ordine e abbassa le nostre previsioni di crescita. Preoccupato?

«Vorrei che l’Europa avesse un atteggiamento meno giudicante e più solidale con il nostro Paese, ma un dato è innegabile: una nazione che non ha i conti in ordine è molto più debole nei confronti dei partner europei. Il fatto è che non si capisce chi governa davvero, chi deciderà il futuro dei conti pubblici italiani: mentre il premier Conte sembra scomparso, il ministro Tria si sforza di rassicurare tutti, ma i programmi dei Cinque Stelle sono fatti per aprire una voragine nei conti che si potrà colmare solo a colpi di nuove tasse. Una ricetta che l’Italia non può assolutamente permettersi».

Il decreto Dignità l’ha fatta infuriare....

«Il decreto Dignità è la dimostrazione che Di Maio non conosce nulla del mondo del lavoro. Non avrei mai creduto, nell’Italia del 2018, di trovarmi di fronte a idee che sembrano uscite dall’archivio polveroso della storia, dall’ideologia comunista fallita nel ’900. Di Maio è giovane solo anagraficamente, politicamente risulta vecchissimo. O forse semplicemente non sa di cosa parla, non si rende conto delle conseguenze di quello che dice».

Forza Italia voterà un eventuale decreto sul taglio delle pensioni della classe media?

«Tagliare le pensioni sarebbe semplicemente una follia. Ma il fatto stesso che se ne parli dimostra che avevamo ragione, quando dicevamo che i Cinque Stelle hanno come unico collante ideologico il pauperismo, l’invidia sociale, l’odio di classe, a cui si aggiunge un giustizialismo inquietante per i diritti e la libertà di tutti. Tagliare le pensioni significa rubare ai cittadini una parte dei redditi guadagnati in una vita di lavoro, e percepiti in modo differito in età avanzata».

E sulla chiusura festiva dei negozi? 

«Altra misura dirigista: io comprendo si possa auspicare che vi sia un’organizzazione degli orari e dei giorni di apertura dei negozi per garantire il diritto al giusto riposo e per non disunire le famiglie. Ma questi obiettivi non vanno realizzati con un provvedimento che limita la libertà di tutti e che rende molto più difficile per cittadini e turisti l’accesso alle attività commerciali. Oltre tutto, in un momento nel quale la domanda interna stenta a decollare, deprimere i consumi non mi sembra un buon modo per far ripartire l’economia».

Lei ha contribuito in modo fondamentale a sconfiggere il comunismo. Pensa che stia rientrando in gioco dalla finestra sotto mentite spoglie?

«I Cinque Stelle si dipingono come un movimento apolitico, ma in realtà hanno raccolto tutti i peggiori cascami delle ideologie di sinistra, dalla cultura anti-industriale all’invidia sociale al giustizialismo e all’indifferenza per le libertà del cittadino. Il blocco delle grandi opere, la ventilata chiusura dell’Ilva, i provvedimenti contro la flessibilità dell’impiego, la misura assistenziale del reddito di cittadinanza sono solo i primi esempi: un nuovo disastroso ’68 che con cinquant’anni di ritardo si sta abbattendo sul nostro paese».

In questi giorni sono rispuntate sue vecchie foto che la ritraggono mentre si commuove davanti agli sbarchi dell’esodo albanese. Qual è la sua posizione su quello che sta accadendo oggi nei nostri porti?

«Io credo che un cambio di passo in materia di immigrazione sia necessario. Ma la linea della fermezza va applicata senza mai perdere di vista i principi di umanità che sono nella nostra cultura».

Cioè?

«Il destino di esseri umani che sono vittime di un infame traffico e che rischiano la vita aggrappandosi ad un’illusione di un domani migliore per sé e per i propri figli merita rispetto. La vita e la dignità delle persone vengono prima di tutto. Il cinismo davanti ai lutti e alle sofferenze non è tollerabile. Lo dice chi ha guidato l’unico governo che era riuscito davvero a bloccare gli sbarchi».

Lei ha sempre governato con un occhio ai sondaggi. Oggi i sondaggi dicono che la linea Salvini paga...

«Credo stia beneficiando della “luna di miele” della quale tutti i governi godono nei primi mesi di lavoro. Poi però gli elettori si aspettano risultati concreti, e i risultati concreti non si ottengono con le promesse né con le esibizioni muscolari. Ben presto saranno i fatti e non gli annunci a orientare gli umori dei cittadini: quello sarà il nostro momento».

Prendiamo i tagli dei vecchi vitalizi. Lei è d’accordo?

Sono un imbroglio ai danni degli italiani, tipico dei Cinque Stelle. I vitalizi dei parlamentari erano già stati aboliti dalla nostra maggioranza nel 2011. Oggi si sono solo cancellati i diritti di chi, essendo stato in Parlamento prima del 2011, godeva, come è logico, del regime precedente. Questo è un principio giuridico fondamentale in uno stato di diritto, in ogni paese civile: non si possono fare leggi retroattive, non si possono cambiare le regole del passato, sulle quali le persone hanno impostato la loro vita. In uno Stato di diritto i diritti acquisiti non si possono toccare».

Giudizio negativo, insomma.

«Il provvedimento preso dalla Camera dei deputati è allo stesso tempo inutile, perché antigiuridico e quindi destinato ad essere cancellato dalla Corte costituzionale o dalla Cedu, e ignobile, meschino, perché riduce la pensione, anche dell’80%, a persone di novant’anni o a vedove che non hanno altro sostentamento. Non tocca affatto invece i privilegi dei politici in carica oggi. Per questo Forza Italia si è astenuta: giusto combattere i privilegi, vergognosa la formula adottata per farlo».

Di Maio non ha fatto mistero di volere mettere mano alla Rai e pure a Mediaset. Preoccupato?

«Più che preoccupato: se accadesse davvero l’Italia cesserebbe di essere un paese libero e una vera democrazia».

Faccia una previsione: quanto dura il governo Cinquestelle-Lega?

«Durerà fino a quando Salvini non si renderà conto che permettere a Di Maio di massacrare l’Italia produttiva non è solo dannoso per il paese, ma anche elettoralmente disastroso per la Lega e per i leghisti».

Programmi zero. Ideologia cento. E quindi la differenza, in politica, la fa solo la capacità di governare, scrive Piero Sansonetti il 18 Aprile 2018 su "Il Dubbio". Pare che Di Maio abbia cambiato il programma del suo movimento. Cioè che abbia sostituito quello che era stato approvato dal piccolo “esercito rousseau” – la cosiddetta base del partito – con un programma più compatibile con quello del Pd ma anche con quello della Lega. Del resto di Maio aveva già detto che per lui Lega e Pd pari sono, e che allearsi con l’una o con l’altro avrebbe cambiato poco. Si possono usare queste informazioni per costruire nuove polemiche oppure per ragionare. Proviamo a ragionare. Come mai i programmi contano sempre di meno nella politica italiana di oggi? Qualcuno dice: perché destra e sinistra non ci sono più, non ci sono più le ideologie. Se i programmi valgono zero quel che conta è l’ideologia. E quindi la differenza, in politica, la fa solo la capacità di governare. Non è così. Per due ragioni. La prima è che i risultati elettorali degli ultimi anni, non solo in Italia, dimostrano che a venir premiato non è mai chi governa ( a prescindere dai risultati del suo governo), persino in Germania, dove la Merkel resiste, chi governa perde voti e il potere logora chi ce l’ha, a differenza da quello che succedeva venticinque anni fa. E poi c’è la seconda ragione, che è quella fondamentale: non è vero che destra e sinistra non ci sono più e non è vero che le ideologie sono morte. Destra e sinistra continuano ad esistere, e come in passato si caratterizzano per il giudizio diverso che danno sul capitalismo e sulla necessità – o no – di riformarlo. Continua ad esistere – anche se è molto debole in questa fase – un’idea e uno spazio riformista che esprime la necessità di riformare il capitalismo e di ridurre il potere del mercato. E questa è la sinistra. Così come continua ad esistere una destra, che invece pensa che il capitalismo possa prevedere delle riforme, ma non possa essere riformato esso stesso, perché è un recipiente che contiene tutto: modernità, democrazia, diritto, sviluppo. E che tutto questo tutto possa vivere solo se accetta di essere subordinato al mercato e alle sue regole. A me qui non interessa dire se sia meglio l’idea della destra o quella della sinistra (magari un pochino si possono indovinare le mie simpatie, ma questo non conta nulla) solo vorrei provare a spiegare che dare per morte destra e sinistra è una moda, e talvolta può anche essere uno strumento utile per rafforzare il dialogo, e superare vecchi pregiudizi, ma non è la verità delle cose. E’ la verità, invece, che destra e sinistra non sono più ideologie ma semplici programmi politici. Tuttavia le ideologie non sono morte: sono trsmigrate. Ecco qui sta il punto: proclamare la fine di destra e sinistra è utile e necessario – per azzerare l’importanza dei programmi, ma in questo modo si azzera anche la politica, e in ultima analisi la democrazia. E si trasforma il tutto in pura e semplice lotta per il potere. Siccome però una pura e semplice lotta per il potere ha le gambe corte, se non ci sono idee, emozioni, sentimenti, allora vengono resuscitate le ideologie. Ma non più quella antiche, fondate su ipotesi, studi, teorie, conoscenze. Per esempio il comunismo, o il fascismo, o il patriottismo o l’internazionalismo. Le ideologie si trasformano in semplici aspirazioni di comportamento. L’ideologia diventa, ad esempio, la xenofobia, che è un surrogato del patriottismo. Un surrogato rovesciato al negativo. Ideologia è l’odio, l’ostilità, intesa come prova di fedeltà e di forza. Ideologia è l’onestismo, se posso inventare questa parola, che è una forma di giustizialismo appena un po’ meno cruenta. Prendete 5 Stelle e Lega. Sui programmi magari sono lontani. Ma quelli, appunto, contano poco. Sulle ideologie invece si incontrano, si assomigliano. Anche se c’è sempre un solco, che non sarà facile colmare: la Lega resta una forza politica assolutamente devota alla democrazia e alle sue regole. I 5 Stelle no. Non sarà facile risolvere questo problema. E’ il macigno che blocca la politica italiana.

La sinistra ora è in prestito ai Cinque Stelle. Dalle battaglie sociali alla partecipazione. Il Movimento Cinque Stelle, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni interne, si è impadronito di un'eredità. Per adesso o per sempre? Scrivono S. Borghese, V. Fabbrini, L. Newman il 18 aprile 2018 su "L'Espresso". Dopo l'intervento di Paola Natalicchio della scorsa settimana, prosegue il dibattito sul destino della sinistra. Gli autori sono tre giovani ricercatori.

Essere di sinistra può assumere tante connotazioni: estetiche, industriali, clientelari, campanilistiche, e di policy. In modi diversi sono identificabili come di sinistra le scarpe Camper, le cooperative, il sistema di relazioni che girava attorno alla Monte dei Paschi di Siena, il Livorno calcio e la legge Cirinnà. Nozioni di cosa è non è di sinistra possono però cambiare con il tempo. Che Guevara è un’icona della sinistra, ma è riverito anche da CasaPound. Fondamentalmente, però, essere di sinistra vuol dire credere in un ideale di giustizia sociale in favore dei meno abbienti. Quest’accezione moderna di sinistra nasce nell’immediato post rivoluzione francese quando, durante l’assemblea degli Stati Generali, le forze rivoluzionarie occuparono la parte sinistra dell’emiciclo. Nel solco di questa tradizione, secondo il filosofo italiano Norberto Bobbio, chi è di sinistra vede l’eguaglianza come il valore più importante. Il mezzo attraverso il quale si persegue l’ideale egualitario cambia però a seconda delle dottrine politico-economiche. Il socialismo offre il mezzo della collettivizzazione. Si tratta di una dottrina che è stata a lungo dominante e spesso identificata tout court con l’ideale di sinistra, ma non è l’unica. Il keynesismo, ad esempio, rientra nel paradigma economico capitalista, ma è generalmente considerato di sinistra perché prevede un sostegno alla domanda interna durante i cicli economici recessivi. A prescindere da dottrine economiche, marche di calzatura e sistemi di potere, l’essere di sinistra significa senz’altro avere a cuore le condizioni di vita di chi sta peggio. È innanzitutto un’attitudine, qualcosa che si fa tutti i giorni, prima ancora di declinarsi in una posizione politica. Dopo Tangentopoli e la caduta del muro di Berlino, si è presentata in Italia una classe dirigente nuova, che in tante aree non è mai cambiata. Sono gli anni in cui a destra emergono i berlusconiani e a sinistra i dalemiani e i veltroniani – forze sociali che hanno visto il loro tramonto solo con il risultato delle politiche del 2018. L’establishment di sinistra, dai partiti ai sistemi di potere privato e pubblico che li circondano, è quindi rimasto sostanzialmente immutato in quest’ultimo quarto di secolo. L’elettorato, invece, no. I dati elettorali più sofisticati, disponibili dalle politiche del 2008 in poi, dimostrano come quello che era il bacino elettorale di riferimento della sinistra ha visto cambiare radicalmente le proprie condizioni e prospettive socio economiche in questi anni. Quella classe operaia che aveva sempre votato a sinistra si è progressivamente impoverita, invecchiata o precarizzata. Anche la classe media ha visto ridursi drasticamente il proprio reddito pro-capite, in maniera talvolta vertiginosa. Continuano a votare a sinistra soprattutto coloro che continuano a sentirsi rappresentati da una leadership anziana che focalizza la propria offerta politica su tematiche tradizionalmente affini ai più anziani e chi da loro dipende: immigrazione, rigore fiscale, pensioni, tutti temi tradizionalmente di destra. I dati più recenti evidenziano proprio come il bacino elettorale di riferimento sia cambiato, diventando anziano e arroccandosi nei centri borghesi delle grandi città. Già nel 2013 infatti il voto al PD era stato quasi direttamente proporzionale all’età, restando sotto il 20 per cento tra chi aveva meno di 40 anni e salendo al 37 per cento tra gli over 65 (dati ITANES); una dinamica che si è ripetuta anche nel 2018, quando il PD ha ottenuto più del 20 per cento solo tra chi ha più di 55 anni, e il 28 tra gli ultra 65enni, secondo i dati del sondaggio Quorum/YouTrend per Sky Tg24. Lo stesso istituto ha calcolato come il PD abbia fatto registrare la migliore tenuta, in un contesto di arretramento generale, proprio nei grandi centri urbani con più di 300 mila abitanti, mantenendo il 70% dei propri elettori 2013, a fronte di una tenuta del 65-66 per cento nei comuni inferiori; ancora più indicativo il dato in voti assoluti, dove si nota che il PD (e il centrosinistra “tradizionale” nel suo complesso) va meglio solo nei comuni di maggiori dimensioni, superando il 20 per cento (e il 30 per cento considerando tutta l’area progressista) soltanto nelle città con più di 100 mila abitanti. Il consenso trasversale nelle regioni rosse (che lo sono sempre meno) ha resistito fintanto che c’è stato un ricambio della classe dirigente locale, capace di una buona gestione economica a favore della propria la base, portando avanti un’agenda progressista, egualitaria. Le elezioni del 4 marzo hanno visto crollare questa certezza: per la prima volta dal 1946, in Emilia-Romagna la sinistra non è stata la prima forza politica. Qui, come altrove in Italia, Il grosso del bacino elettorale ha sofferto tutte le conseguenze del declino macroeconomico, senza paragoni nel mondo occidentale, patito dall’Italia dal 2000 in poi. I pochi investimenti e la mala-gestione della globalizzazione hanno decimato gli ecosistemi produttivi da cui dipendeva l’impiego degli elettori di sinistra. L’establishment di sinistra, come quello di destra, non ha saputo rispondere a questa sfida, se non a livello pratico sicuramente non a livello di retorica, cultura e capacità di ascolto. Il bacino elettorale di riferimento ha quindi buone ragioni per aver perso fiducia, ed è tra questi delusi che i Cinque Stelle hanno trovato la loro più importante fonte di consenso. Gli studi sui flussi elettorali confermano che sia nel 2013 che nel 2018 una parte consistente dell’elettorato del M5S aveva votato, in precedenza, per uno dei partiti progressisti “tradizionali”: PD, IDV o sinistra. Nel 2013 tale quota era pari al 42% dell’elettorato complessivo dei Cinque Stelle (dati ITANES), mentre la principale destinazione – ad eccezione dell’astensione – degli elettori che sia nel 2013 che nel 2014 avevano votato il PD (quindi, guidato sia da Bersani che da Renzi) è stata, nel 2018, il Movimento (secondo il sondaggio Quorum/YouTrend per Sky TG24). L’elettorato di riferimento della sinistra sembra aver trovato nel Movimento qualcosa che il suo establishment di riferimento ha perso. Si può capire cosa esattamente analizzando le battaglie identitarie del Movimento. Analizzando i media, queste sono principalmente il richiamo all’onestà e il sostegno ai poveri. L’onestà è predicata attraverso la battaglia sui vitalizi, il giustizialismo sommario verso i politici indagati e una retorica distruttiva nei confronti di qualsiasi autorità sospettata di corruzione. Il reddito di cittadinanza – una proposta, per quanto fiscalmente discutibile, di normale social welfare – è invece l’espressione più concreta della battaglia contro la povertà. Anche la lotta all’immigrazione, perlomeno a livello di cornice ideologica, gioca un ruolo. La battaglia contro il disagio sociale è al centro della cultura dei Cinque Stelle, che hanno nella restituzione della voce alle persone comuni uno dei loro valori fondanti. I sondaggi confermano che le battaglie a cui gli elettori Cinque Stelle tengono maggiormente sono proprio queste. Sono temi che hanno una presa naturale su chi ha un profilo sociodemografico più giovane, tendenzialmente disagiato o comunque caratterizzato dall’aver subito le conseguenze della stagnazione economica che dura dal 2000. Il rapporto di fiducia tra l’elettorato dei Cinque Stelle e il suo nascente establishment passa per questa condivisione di obbiettivi. È importante anche precisare che l’opposizione ai vaccini, il razzismo becero, l’anti-intellettualismo sono posizioni minoritarie tra i seguaci del Movimento.

La vera proposta del Movimento però non risiede nei suoi contenuti ma nei processi rappresentativi. I Cinque Stelle teorizzano infatti la nascita di una democrazia digitale diretta, in cui internet consente la formazione di un consenso su posizioni trasversali. Le primarie digitali, battezzate parlamentarie, e i referendum online su decisioni cruciali del Movimento, per quanto amatoriali o manipolative nella loro esecuzione, sono prassi fondanti. Consentono all’ex-elettore di sinistra di sentirsi nuovamente ascoltato da un establishment. Si tratta di idee tipiche della sinistra radicale. La genesi intellettuale della democrazia diretta digitale risale infatti ai campus universitari americani di sinistra. Discende intellettualmente dal sogno collettivista di Marx, attuato poi attraverso la Comune di Parigi del 1871, nei primi Soviet e nei kibbutz israeliani. Alcune scelte lessicali adoperate dai Cinque Stelle – direttorio, Rousseau – sembrano voler ricondurre idealmente i processi di governance del Movimento allo spirito della rivoluzione francese. Poche settimane fa, Luigi Di Maio è stato deriso dal New York Times per aver lasciato la casa dei genitori solo cinque anni prima. Le statistiche dimostrano che la vicenda personale di Di Maio, e di tanti altri quadri del Movimento, è simile a quella di molti dei loro elettori. L’inesperienza professionale e il disagio vissuti da Di Maio, Fico e altri sono asset politici. Riassumendo, il nascente establishment del Movimento è uno in cui un elettorato mediamente giovane, che normalmente tenderebbe a sinistra, si riconosce. I processi partecipativi proposti dal Movimento sono, almeno filosoficamente, di sinistra. Le loro battaglie identitarie – onestà e sostegno ai poveri – sono di sinistra. Il bacino elettorale della sinistra – inteso sia come vecchi elettori che come profilo socio-demografico degli elettori del 2008 – è in buona parte defluito ai Cinque Stelle. Se la sinistra istituzionale paga l’aver tentato a lungo di offrire soluzioni al malcontento senza doverlo ascoltare e rappresentare, il Movimento, al contrario, nei suoi primi nove anni ha potuto sia ascoltare che rappresentare il malcontento egregiamente. Il Movimento Cinque Stelle è, con tutti i suoi difetti e con tutte le sue contraddizioni interne, il nuovo partito di sinistra italiano. Le battaglie politiche dei Cinque Stelle sono le stesse che l’establishment e i partiti di sinistra hanno smesso di fare, almeno a livello comunicativo. Se i governi di sinistra hanno attuato misure di contrasto al disagio sociale come il reddito d’inclusione, raramente questa questione è stata al centro della loro retorica. La lotta alla corruzione e alle clientele, elementi centrali nell’identità dei Cinque Stelle, è avvenuta concretamente attraverso provvedimenti del PD quali l’istituzione dell’ANAC e il nuovo codice degli appalti. Eppure non sono diventati elementi identitari dei partiti di sinistra. In tempi più recenti, scandali minori come quello di Banca Etruria sono stati gestiti male sul piano comunicativo, accrescendo l’impressione che l’establishment di sinistra sia un sistema di potere più che l’espressione di un consenso politico. Tutto ciò è vero non solo a livello partitico madi classe dirigente in senso lato e di cultura politica. Al calo continuo del numero degli iscritti dei partiti di sinistra negli ultimi 25 anni si è accompagnato il declino delle cooperative, dei centri sociali e delle banche e aziende con consigli direttivi espressi dai partiti di sinistra. La cultura di sinistra si è evoluta di pari passo. Nella percezione mediatica, i suoi simboli odierni sono diventati confusi e autoreferenziali: il cashmere, i film in lingua originale, Capalbio. Si tratta di ossessioni da élite che non verrebbero così derise se la sinistra istituzionale avesse mantenuto una capacità di ascolto e rappresentanza propria delle élite politiche in una democrazia rappresentativa, come insegna Bernard Manin. Più che il fallimento di un leader, Renzi o D’Alema o Bersani, è un fallimento di leadership. Renzi è solo l’espressione finale di un declino pluridecennale. Il suo tentativo di eversione è stato l’ultimo respiro dell’ultima classe dirigente giovane dell’ultima regione rossa. Questo scollamento dalla base è stato così lento da essere ignorabile dall’establishment di sinistra. Fino al risultato del 4 marzo. Storicamente, nel mondo occidentale, l’asse sinistra-destra non scompare. Cambiano semplicemente i partiti e le loro identità. E le ragioni per cui i partiti cambiano ideologia sono spesso legate alle loro strutture di potere. In America, fino agli anni ’50, il partito Repubblicano era la forza progressista e il partito Democratico quella conservatrice. In passato questo bipolarismo è stato interpretato dai Whigs, i Federalisti e altri. Nel Regno Unito vi è stato un percorso simile. Gli odierni partiti progressisti del Regno Unito e degli USA nascono da frange insoddisfatte dei partiti progressistiche c’erano prima. In Italia molti attribuiscono l’emergere del proto-fascismo di ispirazione socialista alla perdita di contatto con la base della Sinistra Storica e alla frustrazione del primo Mussolini con l’establishment socialista. Similmente, spesso i quadri grillini sono persone che hanno rinunciato a permeare l’establishment, spesso quello di destra, ma più spesso quello di sinistra. Se Di Maio e Di Battista hanno vissuto le delusioni dei padri, dirigenti locali delle destre sociali, Virginia Raggi e Roberto Fico sono dei delusi dalla leadership di sinistra. Da ragazzo, anche lo stesso Di Battista si è definito di sinistra. La rosa di ministri proposta per il governo dai Cinque Stelle è composta da persone relativamente giovani, relativamente di sinistra, rimaste però ai margini dell’establishment progressista.

Questo è l’altro specchio della medaglia degli elettori grillini, che sono appunto più spesso vecchi elettori delusi della sinistra che della destra. I tanti delusi tra le aspiranti classi dirigenti del post‘92, soprattutto ma non solo di sinistra, stanno formando un nuovo establishment che, per quanto possa essere poco qualificato, sta sostituendo quello precedente. È verosimile che delle componenti dell’attuale o aspirante classe dirigente di sinistra si lascino cooptare dai Cinque Stelle pur di sopravvivere o avere la propria occasione di ribalta. In alcune frange della società civile, questo sta già avvenendo. La destra in Italia non è cambiata in questi anni, rimanendo sostanzialmente reazionaria, nonostante la tentata evoluzione berlusconiana. Per l’elevata età anagrafica della sua leadership, e a causa della centralità di Silvio Berlusconi, Forza Italia e la rete di relazioni che la circonda sono irriformabili. L’ha scoperto Gianfranco Fini proprio come lo sta scoprendo Matteo Renzi con il PD. Molti vedono però nell’avventura di Matteo Salvini un altro percorso: un tentativo di superare Forza Italia sostituendola, piuttosto che cambiandola dall’interno. I quadri della Lega salviniana sono infatti più giovani dei berlusconiani, ma molti sufficientemente moderati da essere ideologicamente ascrivibili a Forza Italia se volessero. Queste nuove destra e sinistra sono protagoniste di un nuovo bipolarismo geografico. Un Settentrione che esce dalla crisi, più che schierarsi contro l’Europa o la migrazione, ha semplicemente votato un partito che propone una misura pro-crescita: la flat tax, ovvero un’aliquota IRPEF unica. Si tratterebbe di una riforma, per quanto utopica nell’attuale contesto fiscale italiano, essenzialmente di destra. Il Meridione, che non ha visto la ripresa economica, ha sostenuto con maggioranze schiaccianti un partito, il Movimento Cinque Stelle, che propone una misura assistenzialista altrettanto inverosimile, ma fondamentalmente di sinistra. L’emergere della Lega e dei Cinque Stelle tra le principali forze politiche ha più a che vedere con un ricambio di establishment che con un superamento ideologico. Con la fine della cortina di ferro, si afferma il Washington Consensus. È la convinzione, nel seno della sinistra istituzionale americana, che le soluzioni economiche tipicamente liberali – globalizzazione, competizione – rappresentino l’unica ricetta credibile per la crescita macroeconomica. La sempre minor attenzione all’egualitarismo che vediamo oggi nella sinistra italiana nasce qui, traducendosi per la prima volta in politiche pubbliche con la Terza Via di Bill Clinton. Il primo ad adottare la Terza Via in Europa è Tony Blair, seguito via via da altri colleghi europei. Il principale punto di riferimento estero di Renzi, sia dal punto di vista ideologico che per come ha riformato il proprio partito, è proprio Tony Blair. E fino al duplice trauma dell’elezione di Trump e la Brexit, molte sinistre occidentali hanno più o meno continuato su questa scia. Oggi, non avendo saputo tradurre la Terza Via in una dottrina egualitaria e credibile per le proprie basi, i partiti di sinistra tornano alle loro origini, come Corbyn nel Regno Unito e Sanders negli USA, oppure rischiano di scomparire a causa della concorrenza di un’offerta politica più innovativa, come è avvenuto con i socialisti in Francia o il PASOK in Grecia. La sinistra istituzionale italiana dovrebbe cambiare radicalmente visione politica per trovare o ritrovare una base. Potrebbe farlo in direzione centrista oppure tornando a valori di sinistra tradizionale. In entrambi i casi, l’establishment di sinistra e l’elettorato che gli è rimasto fedele dovranno partire dal riconoscimento che il Movimento Cinque Stelle si è impadronito delle loro battaglie storiche. I meme sul reddito di cittadinanza, condivisissimi nei giorni del post-voto, suggerirebbero che questo non stia avvenendo. Un cambio di paradigma potrebbe arrivare da un cambio di leadership in seno ai partiti. Molti sperano che un Nicola Zingaretti o un Carlo Calenda abbiano il carisma per dare una nuova identità politica alla sinistra. Ma il problema è di classe dirigente e non solo quella dei partiti. Un cambio di visione difficilmente può essere imposto univocamente dall’alto come ha provato a fare, nel bene e nel male, Renzi. Strutturalmente e storicamente, infatti, è molto raro che un establishment sostanzialmente anziano e diffuso viva grandi cambi di rotta. Non a caso Potere al Popolo, ovvero la parte della sinistra radicale che più aveva avvertito la distanza tra sinistra istituzionale ed elettorato, ha una leadership e una base giovane. Se altri giovani dirigenti che si identificano nella sinistra percepiscono di avere maggiori chance di emergere altrove, appunto tra i Cinque Stelle, è giusto essere scettici chela sinistra istituzionale per come la conosciamo possa sopravvivere a questa legislatura. Il 18,7% registrato dal PD il 4 marzo potrebbe essere stata un’ultima resistenza. La sinistra è viva, ma non lotta insieme a noi. Gli autori:

Lorenzo Newman è Principal Consultant di Learn More, una società di consulenza. Ha scritto su istruzione, politica nazionale ed internazionale per Slate, Aspenia, Pagina99, Linkiesta e altri. Nel 2017 ha pubblicato il suo primo libro, Paura e Rischio in Italia, edito da Castelvecchi.

Salvatore Borghese è caporedattore di Youtrended è stato tra i fondatori di Quorum, un istituto di ricerca demoscopica. I suoi pezzi di analisi elettorale sono apparsi su Slate, Il Fatto Quotidiano, Il Mattino, La Stampa, e altri. Commenta spesso gli ultimi sondaggi su Rai 3 e La7.

Valeria Fabbrini è una ricercatrice economica specializzata nel monitoraggio e valutazione degli investimenti e della spesa pubblica. Su questi temi ha collaborato per sei anni la Presidenza del Consiglio dei Ministri e pubblicato numerosi articoli, saggi e una monografia. 

Così l'Imperatore Davide Casaleggio controlla il Movimento 5 Stelle. L'universo pentastellato è come una piramide: ci sono gli elettori militanti, i politici di Roma affamati di potere e il capo-azienda che nella penombra fa girare tutto. Tre livelli, non comunicanti fra loro, scrive Susanna Turco il 17 aprile 2018 su "L'Espresso". L'Imperatore per diritto dinastico non siede mai. Resta in piedi, nella penombra, appoggiato al muro al lato della platea delle Officine H di Ivrea, per l’intera durata dell’evento in memoria del padre, riceve la fiumana di gente che viene a rendergli omaggio. Pochi alla volta, ma per ore. Attivisti, amici, conoscenti, bambini, lobbisti, parlamentari. I più timidi approfittano del fatto che si trova lungo la traiettoria verso la toilette: andavo innocentemente in bagno e ops, ecco mi trovo davanti Davide Casaleggio, che sorpresa. Come folgorati sulla via di Damasco, comunicatori e piccoli imprenditori si alzano di scatto dalla poltroncina, startupper emergono dalla folla, inventori scartano di lato, si avvicinano e fanno il loro numero. C’è chi giunge le mani in segno di preghiera («dieci secondi soltanto»), chi consegna chiavette, biglietti da visita, raccomandazioni («con questi dovete parlarci»), strette di mano. Matteo si raccomanda per il suo caso personale, Giovanna vuol «ringraziare per tutto questo». Il formicaio è in piena attività. L’Imperatore annuisce, sorride, svia. Spegne qualsiasi domanda o assalto giornalistico, scatta soltanto quando vede una telecamera o macchina fotografica che lo stia puntando: solo allora fa passi veloci, allunga la mano a coprire l’obiettivo. Niente riprese, niente immagini. Non ne circolano, in effetti. Quando non è impegnato coi fan - o con l’esclusione ignobile di giornalisti scomodi - Davide Casaleggio chiacchiera coi pochi ammessi a dialogo: Luca Eleuteri, cofondatore e braccio destro in Casaleggio Associati, Enrica Sabadini, trentacinquenne astro in ascesa e new entry nell’associazione Rousseau dopo l’uscita di David Borrelli, qualcun altro che rifiuta esplicitamente di dichiarare anche solo il proprio nome di battesimo - alla faccia della trasparenza. Erano queste le scene della kermesse di Ivrea del 7 aprile per ricordare Gianroberto Casaleggio, il Fondatore. Un mondo a parte: mentre il magistrato Nino Di Matteo tra gli applausi scroscianti chiedeva si facesse chiarezza sulle stragi, Casaleggio jr confrontava la propria cover del telefonino con i più fidi (hanno tutti la stessa: chiara, con il disegno stilizzato di un palloncino rosso, dettaglio identitario-familiar-aziendale). Clap clap destinati dall’Imperatore all’ospite più atteso dagli attivisti grillini: tre. Più interessato alla psicologa Maria Rita Parsi e ai suoi video coi bambini. Alla fine della giornata ringrazierà soprattutto «il mio circolo subacqueo, che si è riversato in massa». Il sospetto è che delle analisi e tattiche sulle alleanze, o le dosi di antiberlusconismo più appropriate al momento storico, il giorno per giorno della scalata al governo, lo lascino integralmente indifferente. Il che è tutt’altro che un dettaglio, trattandosi del padrone del primo partito d’Italia.

Il formicaio. Ci sono luoghi in cui le cose si svelano. Ivrea è uno di questi. E l’esatta disposizione piramidale, stratificata, non comunicante del potere a Cinque stelle è la vera domina, l’elemento più rilevante, di Sum02, l’evento annuale organizzato dalla Associazione Gianroberto Casaleggio per commemorare il fondatore dell’Impero (oltre a tutto il resto, Gianluigi Nuzzi, che il Cielo lo perdoni, presenta dal palco chiamandolo «Sam», come si trattasse di inglese). Una visione d’insieme è impossibile - più che un mondo ordinato un formicaio in cui ciascuno ha a cuore un pezzettino, che gestisce in modo distinto, ma non scoordinato rispetto agli altri. Ci sono almeno tre livelli, in ordine non intercambiabile: l’Imperatore e la sua azienda, la politica e il circo che le gira intorno, gli iscritti e gli attivisti. E che è il capo - e non il leader politico - l’unico a contare davvero. L’evidenza è palmare. Ancora meglio adesso, che Beppe Grillo, il volto su cui una volta poggiava tutto, il nume tutelare del blog omonimo (che adesso si è ripreso), interviene giusto ogni tanto, in funzione di rassicurazione, selfie e grigliate - perfetto nei panni del Garante, così come da nuovo statuto M5S. Mentre a chi dagli ambienti di Forza Italia lo cerca - in virtù di passate collaborazioni - per trovare una interlocuzione finalizzata alla formazione del governo, il comico risponde: «Non ho idea di chi sia stato eletto, ti mando un contatto», e rinvia direttamente a Luigi Di Maio. Fine della fiera.

Il circo della politica. Conta Davide, dunque. Conta l’azienda, la rete d’intorno, e al limite la comunicazione che ad essa fa capo, cioè Rocco Casalino, intoccabile e intoccato trait d’union con i Palazzi di Roma. Il resto è avvolto in una vaghezza opaca che è una cifra costante: sono vaghi i rendiconti, sono vaghi i ruoli, resta vago persino il numero di iscritti alla Associazione Gianroberto Casaleggio, che pure si annuncia «raddoppiato rispetto allo scorso anno» (raddoppiato rispetto a che cifra? «Non è un dato pubblico», rispondono le ragazze addette alla raccolta fondi). Anche se poi M5S ha preso il 32 per cento con il nome di Di Maio, anche se è lui e non l’Imperatore quello in piena trattativa per il governo, nessuno a Ivrea si sogna di presentarsi alla corte dell’eventuale premier, che pure sta piantato in prima fila, pettinato e illuminato dai riflettori come uno che sia già premier. Di Maio, qui dentro, è uno dei tanti. È come Alfonso Bonafede, l’annunciato ministro ombra della Giustizia capace di ammettere candidamente di non avere potere di manovra nemmeno sul proprio accredito per l’ingresso («mi hanno dato questo badge, con il QrCode, se ne occupa una società esterna»). O come Paola Taverna, spigliatissima, persuasa a spostarsi nel più protetto retropalco dopo aver svolto davanti ai giornalisti una serie di dialoghi più adatti a un film di Verdone che al suo neoruolo di vicepresidente del Senato (ad esempio quello con la Iena trombata alle elezioni Dino Giarrusso: «Jaa famo, co ’sto governo?», domanda lui. «Jaaa famo, jaaa famo» risponde lei). O come Vincenzo Spadafora, potentissimo consigliori di Di Maio che però, giunto al cospetto dell’Imperatore, gli stringe la mano con timida cortesia e stop.

L’unico che comanda. Vanno tutti da Casaleggio, per forza. È lui il presidente della Casaleggio Associati (oltreché dell’Associazione Gianroberto Casaleggio) ed è presidente, amministratore unico e tesoriere della Associazione Rousseau - come ha notato il Foglio. Cioè ha le chiavi del cuore del Movimento, e dell’azienda che, fra le altre cose, gli ha sviluppato la piattaforma: gli iscritti, i dati, le decisioni, i soldi che arrivano al Movimento Cinque stelle. Che già non sono pochi e che saranno sempre di più: finora quasi 600 mila euro alla Associazione Rousseau (per non parlare dei contributi pubblici che pioveranno sugli sterminati gruppi parlamentari), e adesso la manna dei 300 euro al mese che dovrà versare ciascuno dei 339 parlamentari eletti (227 alla Camera, 112 al Senato), per un totale di 1,2 milioni l’anno, 6 per l’intera legislatura. Un elemento da non sottovalutare, quando si parla di possibile e imminente ritorno alle urne: «Chi glielo fa fare, a Casaleggio, di rinunciare a tutti quei soldi per tornare a votare? In nome di che, della difesa di Di Maio premier?», è una delle riflessioni che si sentono più spesso tra i volponi di Palazzo. Questo tema, intrecciato alle prospettive del futuro non immediato, è alla base dell’indicibile (e, infatti, negata) tensione che si è sviluppata in queste settimane tra l’ala Casaleggio e quella che gli sta subito sotto, il variopinto mondo di Luigi Di Maio. Se Casaleggio, al di là dell’incontro furiosamente smentito con Salvini solo un anno fa, ha comunque intessuto un filo con la Lega - e si tratta di una tradizione familiare, vista la simpatia che Gianroberto aveva per Umberto Bossi - e se a Ivrea la platea degli iscritti era più incline a sintonie con la Lega che con i dem, è vero che Di Maio è costretto a fare valutazioni diverse. La regola dei due mandati, per ora, ha resistito a tutti gli assalti, persino all’ultimo, recentissimo: la chance di Giggino è dunque unica, questa qui. Mentre Davide, l’Imperatore, ha tutta una vita davanti. E un sacco di altri nomi su cui puntare.

Il sottogoverno. Si capisce dunque, il sovraffollamento attorno. È il Cinque stelle che si prepara al sottogoverno, ancor più che al governo. È nelle liste di nomine con le quali raccontano giri il fedelissimo Stefano Buffagni, l’uomo del Nord che tiene i rapporti con i ceti produttivi e che si è confezionato una specie di schedina del Totocalcio dei prossimi collegi sindacali in scadenza. È nei lobbisti e addetti alle relazioni istituzionali che cominciano a circolare attorno all’evento di Ivrea (l’anno scorso non c’erano). È nel formicolare di interlocutori trasversali, che testimoniano l’attenzione da parte di mondi finora tutt’altro che scontati. Se il fan del lavoro gratis Domenico De Masi e il sovranista Diego Fusaro sono felici di farsi i selfie insieme con lo sfondo di Sum02, un ex ministro del governo Letta come Massimo Bray stenta a trovare la voce per raccontare in pubblico di aver dibattuto di globalizzazione «con Luigi» alla Treccani, dopo che Di Maio l’aveva chiamato appositamente per approfondire. Mondi che, in perfetto modello a Cinque stelle, spesso e volentieri nemmeno si conoscono tra loro. Sul punto si danno casi estremi: come quell’ospite che, alla vista di Andrea Scanzi, impegnato sul palco della Casaleggio in un monologo - curiosamente serio - sul fatto che «l’intellettuale non può fare il tifoso», e che il giornalista ha «il ruolo sacro» della «sentinella», abbia domandato candido al proprio vicino: «Ma questo chi è?». Gente che non si conosce e a volte nemmeno si stima: il direttore dell’Istituto italiano di tecnologia, Roberto Cingolani, è ad esempio inconciliabile con i profili no vax del Movimento. Come fanno a conciliarli? Già, come fanno? Un mistero. Che però è alla base del funzionamento dei Cinque stelle. Secondo la teoria formiche-formicaio raccontata dallo stesso Davide Casaleggio nel giovanile “Tu sei rete”, ed evidenziata nel suo libro su M5S da Iacoboni (il giornalista che l’Imperatore ha messo alla porta) come chiave per significare il funzionamento di M5S: «I formicai rappresentano il miglior esempio di auto-organizzazione. Le formiche seguono una serie di regole applicate al singolo, attraverso le quali si determina una struttura molto organizzata, ma non centralizzata», è la teoria casaleggiana. Affinché questo sistema resista è necessario che le formiche non sappiano mai quali sono le regole: «Una formica non deve sapere come funziona il formicaio, altrimenti, tutte le formiche ambirebbero a ricoprire i ruoli migliori e meno faticosi, creando un problema di coordinamento». Nel formicaio, le cerchie nobili sono pronte a governare. La terza, quella di militanti e attivisti, resta un po’ indietro, avvinta ma perplessa per la piega che hanno preso gli eventi. «Per la velocità soprattutto, ci voleva più tempo per costruirci», dice un militante storico di Roma. La base, in fondo, è ancora quella più grillina, capace di discutere per ore di come si arriva all’obiettivo rifiuti zero. O di inceneritori, alberi, vetro, buche. «Andare al governo? Beh è chiaro che la prospettiva schiaccia tutto questo. Lo sappiamo, ma siamo cresciuti vorticosamente, persino oltre le aspettative», dice una attivista di Milano: «Che alternativa c’era?». 

Votati, postati, rimossi. I programmi del M5s. Storia di una truffa. Ahi. Di Maio ha fatto sparire il programma votato dagli iscritti e l’ha sostituito in segreto con uno diverso e non votato da nessuno. Venti pdf scovati dal Foglio riscrivono la storia del M5s (e mettono nei guai il capo grillino), scrive Luciano Capone il 17 Aprile 2018 su "Il Foglio". Luigi Di Maio ha incaricato il prof. Giacinto della Cananea di esaminare i programmi di Lega e Pd per indicare il più compatibile dei due con quello del Movimento 5 stelle. Ma esattamente quale programma del M5s? Quello pre o quello post elezioni? Perché la versione del programma elettorale attualmente disponibile sul sito del movimento è completamente diversa da quella che c’era a febbraio. Qualcuno al vertice del partito, probabilmente Di Maio che ne è il capo politico, con il placet di Davide Casaleggio che attraverso l’Associazione Rousseau gestisce il sito, ha sostituito il programma votato dagli iscritti con un altro completamente differente. “In Italia è nato il primo e unico programma politico basato sulla partecipazione e sulla democrazia diretta online grazie al Sistema Operativo Rousseau”, si legge sul sito del M5s. Ma non è così. I venti pdf che componevano il programma votato online – creati materialmente dall’agenzia di comunicazione Web Side Story – sono stati sostituiti da venti pdf diversi, a cui ne sono stati aggiunti quattro su temi mai proposti né votati su Rousseau (Smart nation, Sport, Editoria, Unione europea). Una manipolazione della volontà degli iscritti, una presa in giro degli elettori, una violazione delle regole del partito (democrazia diretta e trasparenza), la negazione della retorica sul cittadino vero “sovrano” e il politico semplice “portavoce”. Per recuperare il vecchio programma basta andare su “Internet Archive” – la più grande biblioteca della rete – e utilizzare la funzione “Wayback Machine”, che consente di risalire alle pagine web modificate o cancellate. Fino al 2 febbraio sul sito del M5s c’era un programma, il 7 marzo – tre giorni dopo le elezioni – ce n’era un altro. Totalmente diverso e spesso diametralmente opposto. E’ il caso del “programma Esteri”, un tema che, viste le vicende che riguardano la Siria, è di fondamentale importanza e stringente attualità. Gli iscritti avevano votato per un’impostazione radicale, terzomondista, filo russa e anti atlantica. Il nuovo “programma Esteri” è stato bonificato: tolte le contestazioni alla Nato e agli Stati Uniti, addolcite le critiche all’euro e all’Ue, smussati gli elogi alla Russia. Il capitolo su “Sovranità e indipendenza” si apriva così: “Il caos che regna in Libia dimostra che l’unilateralismo dell’intervento umanitario è fallito”. E ancora: “Ripudiamo ogni forma di colonialismo, neocolonialismo e ingerenza straniera”. Tutto sparito. Nella nuova versione si parla di “affrontare insieme in Europa” le sfide del domani “come stati sovrani liberi e indipendenti” nel mondo multipolare. Un’altra musica, più soft.

Il capitolo sul “Ripudio della guerra” partiva secco: “Iraq, Somalia, ex Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Ucraina, Siria. L’elenco dei paesi distrutti dall’unilateralismo occidentale potrebbe essere molto più lungo”. E proseguiva catastrofico: “Le guerre di conquista dell’ultimo periodo hanno portato il mondo a un passo dall’Apocalisse e hanno prodotto centinaia di migliaia di morti, feriti, mutilati e sfollati. Territori devastati, smembrati, economie fallite, destabilizzazioni estese a intere regioni e milioni di persone”. Tutto cancellato. Ora il tono è più posato e burocratico, si parla di “ricerca del multilateralismo, della cooperazione e del dialogo tra le popolazioni” e si ribadisce che “le operazioni per il mantenimento della pace debbano svolgersi in stretta ottemperanza ai principi della Carta dell’Onu”. Il passaggio dall’“Apocalisse” alla “stretta ottemperanza” è niente rispetto alla metamorfosi della posizione sulla Nato: “Il ‘sistema di sicurezza occidentale’ non solo non ci ha reso più sicuri, ma è il primo responsabile del caos odierno. Dall’invasione della Libia fino alla distruzione pianificata della Siria – c’era scritto – il sistema di sicurezza occidentale ha registrato una serie di fallimenti che hanno portato alle popolazioni dei paesi membri, miliardi di euro di perdite, immigrazione fuori controllo e destabilizzazione di aree fondamentali per la sicurezza e l’economia dell’Europa”. L’Alleanza atlantica veniva descritta come la causa principale dell’instabilità globale, arrivando a vagheggiare una rottura del patto: ci sarebbe ormai “una discordanza tra l’interesse della sicurezza nazionale italiana con le strategie messe in atto dalla Nato”. Per questo il M5s proponeva un “disimpegno da tutte le missioni militari della Nato in aperto contrasto con la Costituzione”. Tutti gli attacchi alla Nato sono stati eliminati. Nella nuova versione, cambiata poco prima o poco dopo le elezioni, il passaggio più duro parla dell’“esigenza di aprire un tavolo di confronto in seno alla Nato”. Anche la parte sul “medio oriente” era una dura accusa all’occidente: “I nostri governi hanno distrutto intere popolazioni, come quella siriana, seguendo l’interventismo occidentale della Nato, cui l’Italia ha colpevolmente prestato il fianco rompendo le relazioni diplomatiche con Damasco”. Ora è stato tolto ogni riferimento al regime di Assad e compaiono le responsabilità dei paesi arabi, che hanno “un sistema di governo a dir poco inadeguato agli standard universali”.

Analogamente sono state riviste le critiche all’euro (da “La situazione italiana nella zona euro è insostenibile. Siamo succubi della moneta unica” a “Questo non significa abbandonare perentoriamente la moneta unica”). Il capitolo sulla Russia è stato emendato da alcune critiche sulle sanzioni. “L’Ue, adeguandosi agli Usa – c’era scritto –, ha gradualmente imposto misure restrittive nei confronti della Russia” e si aggiungeva che le “azioni di Mosca” in Crimea e Ucraina erano “volte al mantenimento della sua sfera di influenza nello spazio ex sovietico a fronte del progressivo allargamento della Nato”. Tutto sparito.

Questi esempi riguardano solo le dieci paginette del “programma esteri”, ma vanno moltiplicati per le altre diciannove aree tematiche più le quattro aggiunte senza alcuna votazione. Nel “programma Banche” sono state inserite proposte mai votate, dal “programma Lavoro” è stato rimosso il capitolo sui “Sindacati senza privilegi”. Ci sono programmi stravolti come quello sullo “Sviluppo economico” sceso da 92 a 9 pagine e altri rielaborati da capo a piedi come quello sull’Agricoltura. Chi ha scritto il nuovo programma e deciso di sostituirlo a quello votato dagli iscritti? Probabilmente Di Maio e la sua cerchia ristretta. Ma di certo il ruolo di Davide Casaleggio, che materialmente attraverso Rousseau ha cambiato i documenti, mostra come chi si è posto al di sopra di tutti non sia il “garante” della democrazia diretta ma il suo “manipolatore”. Questa manovra, che riguarda il principio più sacro (la democrazia diretta) e lo strumento più importante (il programma) della vita politica del partito, svela la grande finzione del M5s e la potenza totalitaria del suo meccanismo. La storia è piena di partiti che hanno tradito il programma elettorale, non è la prima volta e non sarà l’ultima. Ma qui si fa un passo ulteriore: il programma viene stravolto in segreto per far credere a militanti ed elettori che è quello che loro hanno sempre voluto e consacrato con il voto. Più che la volontà generale di Rousseau, è un sistema che ricorda la fattoria degli animali di Orwell.

E ora Casaleggio spiega la "tecnocrazia" del M5S. Davide Casaleggio racconta sul Washington Post la tecnocrazia alla base del M5S. Sbandierando la solita trasparenza che non c'è, scrive Chiara Sarra, Martedì 20/03/2018, su "Il Giornale". Ora Davide Casaleggio - sulle orme del padre Gian Roberto - si erge a "guru" e guida del Movimento 5 Stelle. Così scrive il suo discorso programmatico direttamente sulle colonne del Washington Post. "Il MoVimento 5 Stelle è un vento inarrestabile che continuerà a crescere, perché appartiene al futuro", scrive Casaleggio, "I cittadini chiedono una vera democrazia, esprimono direttamente la loro voce e non sono più ostacolati dall'establishment". Pouii snocciola il "successo storico" del movimento, raggiunto "grazie all'utilizzo di Internet": "Il MoVimento è oggi la prima grande compagine politica digitale al mondo", spiega, "È nato e cresciuto in Rete, sostenuto esclusivamente dalle donazioni dei comuni cittadini. I suoi obiettivi sono definiti dai cittadini, non dai vecchi partiti moribondi, con la missione di porre fine alla corruzione, combattere l'evasione fiscale, ridurre le tasse, proteggere l'ambiente, migliorare l'istruzione e accelerare l'innovazione". Per il cofondatore del M5S, i partiti sono ormai "obsoleti e diseconomici", tanto che "ogni singolo voto ci è costato 8 centesimi di euro". E ancora tutte le teorie alla base del movimento, dall'uso di Rousseau alla tanto sbandierata trasparenza. Senza nessun accenno alle candidature scelte direttamente dallo staff, ovviamente. La "tecnocrazia" a 5 Stelle non si ferma qui, promette ancora Casaleggio: "Stiamo già lavorando a nuovi progetti", assicura, "Uno su tutti: quello di applicare tecnologie di blockchain al voto: ciò consentirà una certificazione distribuita di tutte le votazioni online e un meccanismo di voto più solido. Ma immaginiamo anche un percorso di selezione meritocratico attraverso la Rousseau Open Academy che ci assicura di schierare candidati di altissima qualità. L'Accademia si propone di educare alla cittadinanza digitale in tutta Italia attraverso corsi sul territorio e online".

La democrazia diretta di Casaleggio e di Rousseau. Le parole del guru del M5S al Washington Post hanno un fondo di verità. Ma per crederci bisogna avere grande fiducia nella bontà della natura umana, scrive Marco Ventura il 21 marzo 2018 su "Panorama". “La democrazia diretta, resa possibile da Internet, ha dato una nuova centralità ai cittadini e porterà definitivamente alla decostruzione delle attuali organizzazioni politiche e sociali. La democrazia rappresentativa – la politica per delega – sta gradualmente perdendo significato”. Questo il nocciolo di quanto Davide Casaleggio, motore della piattaforma Rousseau cuore digitale del Movimento 5 Stelle, ha scritto sul Washington Post.  Un vero e proprio manifesto di filosofia politica proiettato verso un futuro sempre più vicino. Rousseau, il filosofo, credeva nel progresso e nella natura buona dell’uomo. Era un utopista, che però in nome delle idee di eguaglianza (uno uguale uno?) abbandonò i suoi cinque figli nell’Istituto dei trovatelli di Parigi. Era illuminista ma con tratti romantici. Visionario, geniale e controverso. Ondivago rispetto alla religione. Nome più allusivo non si poteva scegliere per la piattaforma dei Casaleggio. E sicuramente il futuro delineato sul Washington Post non è inverosimile, anzi. Del resto, l’utopia della democrazia diretta è sempre stata nelle corde di ideologi e rivoluzionari che finora, per la verità, hanno spesso imposto in nome di quella utopia forme di governo che poco avevano a che fare con la somma delle volontà dei singoli. Perché c’è sempre qualcuno pronto a cancellare la libertà di scelta degli individui sostituendola con una propria selezione, contrabbandata per diretta e popolare. Non è il caso di Casaleggio e dei 5 Stelle, visto che circa 11 milioni di italiani hanno votato i candidati pentastellati, ancorché “nominati” dalla Rete attraverso Rousseau, come propri delegati a rappresentarli nelle Camere, cioè nel tempio della democrazia rappresentativa. Certo, nulla vieta di immaginare che in futuro i processi di selezione dei rappresentanti o addirittura di espressione delle preferenze (non solo dei voti) su temi di governo specifici passino attraverso Internet. Senza mediazioni (almeno in apparenza). Un po’ come nei test di facebook. Ma, primo, bisognerebbe capire il ruolo delle piattaforme, chiedersi se siano le piattaforme i nuovi mediatori neutrali del processo democratico e della selezione della classe dirigente. E se questo sia giusto. E poi se non vi siano rischi, visto che in Rete passano le moderne tecniche di persuasione di massa, per esempio con la girandola di like e condivisioni, con la riproduzione virale dei post e l’operato altamente specializzato degli “influencer”, gli “influenzatori” o condizionatori delle opinioni degli internauti, o tramite le incursioni degli hacker produttori di fake news (bufale digitali) se non addirittura ladri di dati personali in violazione della privacy. Certo, si può sempre sostenere che le bufale appartengono alla retorica politica dai tempi di Atene in poi. Certo, ci si può chiedere quanto oggi la democrazia rappresentativa sia realmente lo specchio delle preferenze dei cittadini (e non invece delle scelte di palazzo favorite da opportune leggi elettorali o, addirittura, da lobby nascoste). E c’è pure da chiedersi come sia possibile che negli ultimi 7-8 anni l’Italia sia stata governata da presidenti del Consiglio non scelti dagli elettori ma frutto di complesse e spesso imperscrutabili manovre di Palazzo. Che la democrazia “per delega” abbia ormai i suoi limiti è un fatto. Che i cittadini si sentano sempre più lontani dalle istituzioni, anche. E lo è pure che le nuove generazioni siano ben distanti dall’idea stessa di democrazia tradizionale e vivano molto di più sul web che nelle sezioni di partito (non ci sono più le sezioni, presto non ci saranno più i partiti). Insomma, molte sono le domande che dobbiamo porci. L’intervento di Casaleggio sul WP ha almeno il pregio della chiarezza nell’indicare il M5S come “la prima grande organizzazione politica digitale al mondo”. Che poi accanto alla selezione in Rete c’è un’altra utopia, quella di poter scremare i candidati garantendone l’adeguatezza su basi meritocratiche (non clientelari o di potere). Lo slogan dei 5 Stelle, rilanciato da Casaleggio Jr., è “partecipa, non delegare!”. L’intento dichiarato, quello di “rinnovare la democrazia restituendola ai cittadini”. Ma per crederci davvero bisogna avere la stessa fiducia nella bontà della natura umana e nell’inarrestabile progresso verso il Paradiso Perduto che rende tanto suggestivo il pensiero di Rousseau il filosofo, il cui cervello era una curiosa e esplosiva miscela di illuminismo romantico, una contraddizione in termini. Poesia in prosa.

Perché Casaleggio è un pericolo. Quanta democrazia c'è in un sistema informatico dove nessuno controlla? Così la democrazia della rete rischia di essere una nuova forma di oligarchia, scrive Sara Dellabella il 21 marzo 2018 su "Panorama". “La nostra esperienza è la prova di come la Rete abbia reso obsoleti e diseconomici i partiti e più in generale i precedenti modelli organizzativi”. A scriverlo è Davide Casaleggio figlio di Gianroberto la mente grigia del Movimento 5 stelle scomparso due anni fa. Casaleggio junior ha spiegato dalle colonne del Washington Post il successo storico del movimento e la sua visione sul futuro della democrazia digitale dove la rete è chiamata a giocare un ruolo preponderante. Ma quanta democrazia c'è in un sistema informatico dove nessuno controlla?

Il ruolo del referendum. Un bel libro di Ilvo Diamanti e Marc Lazar “Popolocrazia” spiega senza pregiudizi i motivi del successo dei movimenti populisti che hanno preso piede in alcuni momenti storici in Italia, come in Europa. Prolificano, secondo gli autori, nei momenti di difficoltà economica e quando c'è una forte percezione della crisi tra la classe media; nasce in contrasto con i partiti tradizionali che hanno tradito le aspettative e fondano tutto sulla rappresentazione diretta della volontà di un popolo che decide direttamente. I populisti usano il referendum come strumento di decisione collettiva, proprio come ipotizzava il filosofo francese Rousseau. Guarda caso, la piattaforma gestita dalla Casaleggio per le decisioni affidate agli iscritti prende proprio il nome del filosofo, anche se gli iscritti sono appena centomila e i membri attivi appena un decimo. Lo stesso informatico ha spiegato che alle ultime parlamentarie sono state espresse 40 mila preferenze per gli 8 mila aspiranti candidati. Una semplicissima divisione mostra che a ogni partecipante sarebbero bastate 6 preferenze per prevalere sugli altri. Si tratta chiaramente di una semplificazione estrema che mostra però quanto sia esiguo il numero di quelli che partecipano alle scelte decisionali dentro al movimento e quanto esse siano poco espressive di una maggioranza. Inoltre, bisogna considerare che decide Casaleggio quando, cosa e chi votare su una piattaforma informatica gestita da una società fondata da suo padre.

Una fake news. Quella della democrazia del web rischia di diventare così la più grande fake news che ci stanno propinando. A gennaio, il Garante della Privacy dopo l'indagine sugli attacchi hacker alle piattaforme grilline ha rilevato che la piattaforma Rousseau non garantisce neppure la segretezza del voto dei singoli utenti, corollario della libertà politica e democratica di ogni paese civilizzato. Insomma, la democrazia della rete è piena di bug e nessuno controlla quello che accade dentro la Casaleggio e Associati. Perché non esistono un organo di controllo, un'assemblea, regole per un congresso all'interno del Movimento 5 stelle. Non esiste nessuno in grado di spodestare Casaleggio e Beppe Grillo dai propri ruoli, così come anche la nomina di Luigi Di Maio a capo del Movimento non è stata scelta da alcuna base elettorale.

Si decide, ma non a Roma. Non bisogna cadere però nella tentazione di considerare questa una "gestione dittatoriale" perché fino ad oggi, storicamente, i dittatori si sono sempre impegnati nella costruzione di una classe dirigente e nella costruzione di un popolo “puro”. La regola dei due mandati che attualmente vige tra i grillini sembrerebbe andare esattamente nella direzione opposta riducendo i gruppi parlamentari dei meri esecutori delle decisioni prese altrove, con un ricambio continuo. Tant'è che personalismi e colloqui con la stampa non sono ammessi, se non concordati preventivamente con il deus ex machina della comunicazione Rocco Casalino e il gruppo grillino è quello che ha contato più espulsioni nel corso della scorsa legislatura. Così dichiarazioni, candidature e votazioni da sottoporre a Rousseau sono tutte studiate a tavolino da un gruppo ristrettissimo di persone che non siedono in parlamento, ma magari a Milano o Genova. Con tanti saluti agli elettori e alla democrazia parlamentare.

I Cinque Stelle sono il nuovo Partito Comunista (e il Pd rischia davvero l’estinzione). Costruire una comunità politica, imporre una nuova egemonia culturale, promuovere la democrazia diretta e l'elevazione delle masse: il Movimento Cinque Stelle, nei metodi, è la fotocopia del vecchio Pci. E con le sue armi sta distruggendo il Partito Democratico. Altro che Cambridge Analytica, scrive Francesco Cancellato il 21 Marzo 2018 su "linkiesta.it". “La prima grande compagine politica digitale al mondo”. Così Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto, erede al trono della Casaleggio Associati, definisce il Movimento Cinque Stelle di cui è deus ex machina in un editoriale sul Washington Post. E forse vale la pena di fermarsi cinque minuti e leggersele, queste righe. Perché nel mare di chiacchiere e noia sul successo di questa formazione - gli analfabeti funzionali, le fake news, la domanda di assistenzialismo, il voto di protesta, finanche Cambridge Analytica - forse ci stiamo perdendo dietro il dito, dimenticando la Luna. Che dietro al successo del Movimento c’è un tentativo, finora brillantemente riuscito, di costruzione di una nuova comunità politica post ideologica, fatta delle macerie di altre ideologie, e - in una forma del tutto destrutturata e post-moderna - di una nuova egemonia culturale. E che l’unica differenza con chi era riuscito a fare altrettanto in passato, i partiti di massa del novecento, primo fra tutti quello comunista, sta nei mezzi usati per raggiungere il proprio scopo. Premessa: non stiamo dicendo che il Movimento sia di sinistra, né tantomeno sia comunista. Diciamo che dei comunisti italiani eredita la capacità di avvicinarsi ai ceti in difficoltà ad esempio, e ne sono testimonianza i voti raccolti nelle periferie delle grandi città, nei distretti in declino del centro-nord Italia, nelle aree interne del sottosviluppo meridionale. Anche la democrazia diretta, a ben vedere, è figlia di una storia di sinistra, più precisamente del mutualismo ottocentesco, bianco o rosso che fosse. Lo ricordiamo agli smemorati: uno vale uno non nasce su Rousseau, ma nelle assemblee con voto capitario delle società cooperative e delle banche popolari, archetipi della democrazia economica italiana. Ed è singolare che il Movimento Cinque Stelle raccolga per terra pure loro - così come i ceti popolari del resto - proprio mentre la sinistra decideva di abolire il principio “una testa, un voto” con la riforma delle banche popolari. Non si tratta solo di metodo, tuttavia. Il Movimento Cinque Stelle è l’unica forza politica che ha la visione di una società nuova, incardinata sul digitale, e di un uomo nuovo, incardinato sulla fine del lavoro. Può piacere o meno, ma il neo-radicalismo accelerazionista di sinistra, quello di Paul Mason, così come di Williams e Srnicek, si fonda proprio sulla piena automazione e sulla pretesa di un reddito universale di nascita. Ci sarebbe molto da discutere su alcune derive trans-umaniste, amata più dai miliardari come Bill Gates ed Elon Musk che dal popolo, ma a quanto pare le sinistre laburiste si sono prese un decennio di vacanza. Nel frattempo, sempre per bocca di Casaleggio, il Movimento Cinque Stelle sta portando avanti la Rousseau Open Academyuna specie di scuola delle Frattocchie che “si propone di educare alla cittadinanza digitale in tutta Italia attraverso corsi sul territorio e online” e offre servizi di e-learning sul suo portale “su percorsi di politica e pubblica amministrazione”. Elevare (o almeno informare) le masse, insomma, laddove gli altri - a partire dal Partito Democratico - non trovano di meglio da fare che difendere il ruolo delle élite nella società. Se fossimo il Pd, anziché abbaiare alla Luna, come sta facendo più o meno ininterrottamente da cinque anni, cominceremmo a prendere appunti. Il passato insegna: destra e la sinistra storiche sono già state spazzate via una volta dai nuovi partiti di massa socialisti e popolari e allora come oggi eravamo nel bel mezzo di una rivoluzione tecnologica. Buon ultimo, il Movimento è l’unico partito che ha l’ambizione di diventare di massa. I Cinque Stelle, sempre per bocca di Casaleggio, vogliono superare il milione di iscritti, circa 600mila in più delle attuali tessere del Partito Democratico, che invece ha deciso anzitempo che fosse più sensato destrutturarsi diventando una specie di comitato elettorale, o se preferite, un partito liquido, all’americana. Forse, quando si racconta che la sinistra ha perso il suo popolo, bisognerebbe partire dalla "solidità", invece che dalla liquidità. Tutto questo non è esente da lati oscuri, intendiamoci, così come non ne era esente lo stesso Pci. Che impegnava le masse in eterne discussioni, ad esempio, mentre prendeva le decisioni importanti nelle segrete stanze di via Botteghe Oscure, un po’ come si fa dalle parti della Casaleggio Associati. Che predicava la democrazia, la partecipazione e la dialettica, ma emarginava gli eterodossi, un po’ quel che succede ai Cinque Stelle che provano a votare secondo coscienza in Parlamento.Che ha finito per generare un ceto politico autoreferenziale e imbevuto di cinquant’anni di pretesa di superiorità morale, tanto quanto quelli del Movimento se la suonano e se la cantano di essere gli unici onesti e vicini ai cittadini. Può piacere o meno, ma questo è. E se fossimo il Pd, anziché abbaiare alla Luna, come sta facendo più o meno ininterrottamente da cinque anni, cominceremmo a prendere appunti. Il passato insegna: destra e la sinistra storiche sono già state spazzate via una volta dai nuovi partiti di massa socialisti e popolari e allora come oggi eravamo nel bel mezzo di una rivoluzione tecnologica. A buon intenditor poche parole.

Il comunismo latente del M5S. Il comunismo e il MoVimento 5 Stelle. Così i grillini hanno ereditato geograficamente i consensi del Pci, ma non solo. Ecco tutte le analogie, scrive Francesco Boezi, Sabato 03/02/2018, su "Il Giornale". L'associazione tra comunismo e MoVimento 5 stelle farà sorridere i grillini. La questione, però, è politologica e merita un'analisi approfondita. Il populismo promosso da Luigi Di Maio e compagni, infatti, è definito dalla letteratura "undefined populism", populismo indefinito. Una tipologia di stile politico che non calvalca né le issues sovraniste di Marine Le Pen né l'ecosocialismo alla Hugo Chavez. In Italia, però, le mappe elettorali dimostrano l'esistenza di una sovrapposizione storica del consenso tra M5S e Partito Comunista Italiano. Luigi Pietroselli, sindaco comunista di Roma, capitale da sempre politicamente sperimentale, e Virginia Raggi, la rossa Livorno e Filippo Nogarin, Stefano Lavagetto e Federico Pizzarotti a Parma, la "Pietrogrado d'Italia", cioè Torino, e il sindaco Appendino: non a caso, insomma, i grillini hanno espugnato città italiane erette a simbolo del comunismo. Anche Napoli, almeno inizialmente, era a trazione grillina: Luigi De Magistris, che vuole essere ricordato come il Che Guevara partenopeo, ha sempre flirtato con le istanze pentastellate. " Il movimento - ha scritto un anno fa il vicedirettore de Il Giornale Del Vigo - muove i primi passi, e raccoglie i primi consensi, a cavallo tra gli orfani dell'antiberlusconismo più violento, del popolo viola e del movimentismo da centro sociale: no global, no tav, no tap, no vax e chi più ne ha più ne metta". Il cosiddetto "Popolo Viola" e il giustizialismo alla Di Pietro, del resto, hanno rappresentato "i cavalli di Troia" tramite i quali i grillini si sono palesati sulla scheda elettorale. Il Movimento non è riuscito a sfondare nelle zone rosse: il sistema delle coop tosco-emiliano e l'eredità organizzativa del Pd non consentono, almeno per ora, di raggiungere grossi risultati. Il consenso raccimolato in passato dai grilllini al Sud può essere interpretato come un voto di protesta, ma Grillo ha fatto breccia soprattutto tra gli isolani, dove anche il Partito Comunista Italiano raggiungeva picchi di consenso. E i candidati "selezionati" dalle primarie supportano questa tesi. Prendiamo la Toscana: Alfonso Bonafede, ex legale dei NoTav, è candidato a Firenze; Gianluca Ferrara, blogger de Il Fatto Quotidiano, capolista al Senato per la Toscana nord, è - secondo quanto scritto da Il Tirreno - un antimilitarista e in qualche modo un simpatizzante di Maduro; Laura Bottici ha "radici nella Carrara anarchica"; Riccardo Ricciardi, capolista alla Camera a Massa Carrara, è soprannominato il "Guevara" del meet-up; Chiara Yana Ehm, candidata nel proporzionale con Bonafede, è una volontaria delle ong; I candidati toscani dei grillini, quindi, dieci anni fa si sarebbero trovati a loro agio nelle liste da post-comunismo di Rifondazione. A Torino Di Maio ha arruolato Paolo Biancone, che in passato ha organizzato un forum per costruire una città a misura di Sharia. E sempre nell'ex capitale d'Italia, poco dopo l'ultimo G7, era emersa la presenza di amministratori grillini "che strizzano l'occhio ad autonomi e centri sociali". Anche in Piemonte, quindi, ideologia postcomunista e cinque stelle sembrano andare a braccetto. Di giacobinismo e purghe interne, poi, non vale la pena parlare. Le rimostranze di alcuni iscritti, le stesse di cui si interessa da mesi l'ormai celebre avvocato Borrè, sono lì a testimoniare l'esistenza di una tendenza a non tollerare troppo il pensiero dissidente, lo spirito dialogico e il confronto interno. Il giustizialismo, ancora, è sempre stato il paradigma del comunismo italico prima e dell'essere grillini ora. "A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura", sottolineava Pietro Nenni. E così, persino il MoVimento, dopo aver appreso che avere a che fare con la politica senza essere interessati dalle indagini della magistratura risulta difficile, ha deciso di cambiare le regole per candidarsi. Il "comunismo digitale", ancora, è l'unico fenomeno politico che continua a paventare l'eventualità di un'imposta patrimoniale ordinaria. Il Leviatano di Hobbes ha trovato un nuovo alleato in questo atipico centro sociale del web. La Casaleggio Associati, poi, è la "Botteghe Oscure" del nostro tempo. L'atto notarile pubblicato da Il Foglio qualche giorno fa dimostra come il centralismo sia la direttrice partitocratica di un'organizzazione politica che vorrebbe apparire come diversa dai partiti. Il Partito Comunista Italiano, però, aveva una piattaforma valoriale, nel campo della bioetica ad esempio. I grillini no. Il MoVimento 5 Stelle spazia dalla proposta di estendere il concetto di famiglia tradizionale dando la possibilità a più di due soggetti di contrarre un matrimonio a posizioni ondivaghe su migranti e vaccini. Il comunismo pentastellato ha tratto geograficamente i consensi, ma non la preparazione. Una versione camaleontica, che del comunismo ha ereditato la dottrina e le formulazioni teoriche, ma non la tensione intellettuale e l'uniformità ideologica.

Berlusconi: "M5S più pericolosi dei comunisti nel '94". Il Cav dalla D'Urso in pieno transfert. E torna venditore di sogni: "Flat tax, pensioni per le mamme e reddito di dignità", scrive Huffington Post il 14/01/2018. Luci scintillanti, trucco effetto mat, parole ben scandite per arrivare meglio nelle case degli italiani. Silvio Berlusconi è tornato nel salotto di Barbara D'Urso per lanciare la sfida all'unico partito che riconosce come competitor: M5S. E ricordare agli elettori/spettatori che nessuno è convincente ed efficiente come lui. "Nel '94 scesi in campo perché altrimenti il partito comunista sarebbe andato al potere, solo con la mia discesa in capo e la creazione di Forza Italia riuscimmo a evitare questo gravissimo pericolo. Oggi c'è in campo il M5S, una formazione più pericolosa dei post comunisti di allora", che somiglia più a una "setta" che a un partito. È un Berlusconi in pieno transfert psicologico quello che, a Domenica Live, trasferisce sui 5 Stelle tutte le terribili qualità che nella sua storica narrativa erano dei comunisti. Il Movimento 5 Stelle, per Berlusconi, è anche peggio: "è quasi una setta, che prende ordini da un vecchio comico e dal figlio sconosciuto dell'altro socio del comico, adesso defunto". I pentastellati, secondo l'ex premier, "porterebbero l'Italia verso un vero disastro", imponendo "una morsa letale sul ceto medio, con un'imposta di successione vicina al 50% e con un'imposta patrimoniale". E poi, ha aggiunto Berlusconi, "potrebbero portare al governo i peggiori rappresentanti della magistratura militante". Per il Cav insomma quella pentastellata è una forza incompetente che porterebbe l'Italia alla rovina. Mantra questo che lo accomuna all'altra grande forza di sistema che vede negli accoliti di Grillo il peggior pericolo per la democrazia italiana e cioè il Pd. In mattinata a Milano sia Renzi che Calenda hanno insistito su questo spartito, definendo i 5 stelle come "incompetenti orgogliosi". E il ministro Padoan - che si candiderà con i dem - ha addirittura parlato di "pericolo per la stabilità del paese".

Berlusconi ridiventa il miglior venditore di sogni. A differenza di Berlusconi però finora i dem non hanno lanciato promesse elettorali altisonanti quanto irrealizzabili. Invece nel confortevole salotto della D'Urso il leader forzista si è mostrato pronto a indossare nuovamente i panni del venditore di sogni. Nel giro di qualche minuto è arrivato a proporre: flat tax, pensioni minime di mille euro al mese, estensione alle mamme senza contributi della pensione minima, reddito di dignità. "Vogliamo operare una vera e propria rivoluzione fiscale, la flat tax, con un'unica aliquota pari o inferiore alla più bassa di quelle attuali, al 23%", ha detto, spiegando che la misura sarà coperta con la "minore evasione e minore elusione per almeno 40 miliardi". Non solo. "Aumenteremo tutte le pensioni minime a 1.000 euro al mese. Daremo questa pensione anche alle mamme che non hanno mai versato i contributi". Berlusconi ha promesso di "debellare la povertà in Italia". "Riteniamo che uno Stato moderno e civile debba trovare il modo di dare alle famiglie e ai cittadini quanto loro manca per passare una vita dignitosa e arrivare alla fine del mese. Sono 1,2 milioni le famiglie in Italia in cui lavora solo la donna. Complimenti, ma bisogna che anche gli uomini si diano da fare. Se queste donne percepiscono un reddito di 700 euro, lo Stato verserà la differenza tra 700 e 1550 euro", ha promesso. Dove si trovano questi soldi? Semplice: "[...] facendo funzionare l'economia e creando nuovi posti di lavoro". Il magico mondo del Cav si basa "sull'equazione della crescita e del benessere: meno tasse sulle famiglie, sulle imprese, sul lavoro, in modo che le famiglie possano consumare di più, le imprese produrre di più e ci possano essere più posti di lavoro. Questa è la nostra ricetta applicata in tanti Stati dove la povertà è assolutamente residuale rispetto alla nostra. La povertà è qualcosa che va cancellata. Al governo non politici di professione ma persone oneste, capaci, che abbiano raggiunto obiettivi e vengano dalle imprese e dalle università". Dunque l'appello ad andare a votare, a conclusione dello show. "In questa situazione non andare a votare è come suicidarsi. "Questa volta - ha ribadito il Cav - dall'altra parte c'è qualcuno di più pericoloso della sinistra. Ci sono questi signori che pensano di non andare a votare ma se a causa della loro assenza dalle urne vincessero" i 5 Stelle "si troverebbero tasse altissime. È nel loro preciso interesse, per non dare l'Italia non solo a chi non è preparato ma che porta invidia e odio verso chi è ricco".

Sotto le 5 stelle il rosso: sono uguali ai comunisti. Traditi dal programma di sinistra, dall'odio per i capitalisti al pauperismo, scrive Francesco Maria Del Vigo, Sabato 11/11/2017, su "Il Giornale". Cinque stelle rosse si agitano nel cielo della politica italiana. E non serviva un meteorologo di grande esperienza per prevederlo. Era naturale. Perché la congiunzione astrale tra i grillini e i compagni erranti (nel senso che vagano senza meta, ma pure che sbagliano) che hanno imboccato la strada alla sinistra del Pd era logica e naturale. Non tanto per una questione umana - Bersani e soci nell'immaginario pentastellato sono pur sempre parte della casta - quanto per una questione ideologica e programmatica. Chiunque si sia avventurato nella soporifera lettura del programma dei grillini non ha dubbi: sono di sinistra. E hanno tutti i tic politici e intellettuali di quei cespugli della sinistra radicale che ora non sanno dove attecchire. Volete qualche esempio? La loro storia politica è chiarissima, il loro programma ancor di più. Il movimento muove i primi passi, e raccoglie i primi consensi, a cavallo tra gli orfani dell'antiberlusconismo più violento, del popolo viola e del movimentismo da centro sociale: no global, no tav, no tap, no vax e chi più ne ha più ne metta. Sono quelli che ancora oggi si divertono a decapitare i fantocci di Renzi e lanciare sassate alla polizia, con lo scudo dei politici grillini che ne chiedono subito la scarcerazione (vedi G7 di Venaria). Dietro il completo blu di Di Maio si nascondono eskimo e kefiah. Il programma gestato e partorito in rete è ancora più chiaro e sembra la versione 2.0 di un vecchio manifesto marxista. Le multinazionali? Delle macchine di morte da imbrigliare e sconfiggere a ogni costo, poco importa che diano lavoro a migliaia di persone. Gli Stati Uniti? Il burattinaio cattivo che gestisce di nascosto i destini universali. Il liberismo? Beh, l'ossessione dei Cinque Stelle per il liberismo è quasi patologica. Ogni stortura, ogni giustizia, ogni cosa che non va al mondo - fosse la lampadina bruciata di una periferia di Roma o la crisi idrica in Burkina - è sempre colpa del neoliberismo, madre e padre di tutti i mali. Ne consegue che la ricchezza è una colpa, un difetto di fabbrica, un peccato originale. Emendabile solo con un bel bagno (di sangue) nel lavacro fiscale. Magari con una patrimoniale. Ma i destini di grillini e sinistra radicale si incontrano più di una volta: dal giustizialismo estremo all'ecologismo più spinto, dal mito del pauperismo e della decrescita felice all'odio per il mondo della finanza, senza alcuna distinzione. Esattamente come gli ex Pci preferiscono lo Stato al singolo cittadino, il pubblico al privato. E poi il pacifismo «onirico», quello che, senza fare i conti con la geopolitica, immagina un mondo nel quale le relazioni diplomatiche si possano fare solo con pacche sulle spalle e buffetti. E forse il punto di saldatura più evidente tra grillismo e comunismo è proprio questo: il fondamentalismo ideologico, l'idea che si possa far aderire la realtà ai propri ideali; il desiderio di cambiare e non la società in cui vive. Un delirio messianico che ha seminato solo danni. D'altronde Gianroberto Casaleggio, nel suo ultimo visionario libro Veni Vidi Web, profetizzava un mondo di downshifter (persone che decidono volontariamente di guadagnare di meno per vivere meglio), senza Tv che distrae e costa troppo, senza centri commerciali, con una proprietà privata limitata e le grandi aziende smantellate. Questo è il mondo che sognava il fondatore dei Cinque Stelle. A lui sembrava un paradiso, ma ha più i tratti un inferno sovietico. A lui pareva una nuova ricetta per cambiare il mondo, a noi sembra la solita brodaglia rancida in salsa marxista. È il comunismo digitale.

Quei legami tra la Casaleggio e Soros che i grillini bollano come fake news. Spunta un documento nel quale appare che la società ricevette dal 2017 248mila dollari per controllare militanti e candidati, scrive Fabrizio Boschi, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale".  Hai voglia a prendere il 33%. Del peccato originale non ci si libera mai. E non stiamo parlando di uno come Rocco Casalino a capo della comunicazione o dei soldi in nero pagati al milionario Grillo. Ma della vera anima nera dei 5 Stelle: la Casaleggio Associati Srl. Adesso spunta qualcosa di grosso che rende bene l'idea delle astuzie della Casaleggio Associati, ben avvezza a certi stratagemmi. Un documento della discussa Open Society Foundations (una delle più grandi fondazioni private al mondo che supportano gruppi per i diritti umani, con un budget annuale di oltre 900 milioni di dollari), la società che fa capo all'87enne miliardario americano George Soros (nato a Budapest in una famiglia ebraica, ha un patrimonio di 25,2 miliardi di dollari, una delle trenta persone più ricche del mondo), molto chiacchierato per le sue attività speculative (condannato per insider trading) e di una filantropia sospetta (ha spostato 18 miliardi di dollari alla Open Society Foundations per pagare meno tasse in quanto le donazioni sfuggono alle imposte), dimostra che la Casaleggio Associati ha incassato dalla Open Society Foundations di Soros, 248mila dollari dall'agosto 2017 al marzo 2018 per un progetto volto «a cambiare, a spingere gli elettori e i candidati alle elezioni politiche del 2018 a cambiare strategia su migrazioni ed euroscetticismo». E viene indicato pure un referente, Luca Elauteri, socio fondatore e amministratore dal 2004 della Casaleggio Associati con tanto di e-mail (info@casaleggio.it). Elauteri si occupa di Content e Social Media Strategy nell'ambito di editoria digitale e dei new media. Questo documento è stato scoperto da Alessandro Cerboni, bioingegnere di Arezzo, vice presidente di Assocompliance, per anni vicino al M5s che conosce tutti gli scheletri negli armadi della Casaleggio, una persona troppo intelligente e qualificata per restare con la banda Di Maio (infatti lo segarono alle «parlamentarie»). La Open Society Foundations ha iniziato a lavorare in Italia nel 2008, proprio un anno prima della fondazione del M5s. Ovviamente la Casaleggio Associati bolla la notizia come una fake news, ma il dubbio resta. Sarà per questo che per tutta la campagna elettorale il M5s non è stato più antieuro come lo era invece agli inizi e non si è più scagliato contro gli immigrati? Chi c'è al servizio delle lobby estere o viene influenzato dalle stesse? Ad avvalorare questo documento, la notizia che gli «uomini di Soros» avrebbero contribuito a scrivere il programma di governo del Movimento 5 stelle sui migranti: la denuncia, pubblicata a gennaio, fu fatta da Francesca Totolo che, su Il Primato Nazionale, scrisse un articolo dove dimostrava i legami tra la Open Society Foundations e il M5s. «Il ricollocamento dei richiedenti asilo» è stato redatto da Maurizio Veglio, noto avvocato tra i membri di Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione), associazione fondata e finanziata dalla Open Society Foundations. L'Asgi ha aderito a numerose campagne pro-immigrazione volte a favorire l'accoglienza dei migranti e pro-ius soli e c'è un collegamento diretto tra alcune parti del programma sui migranti del M5s e l'Asgi, associazione che spesso fa causa ai sindaci di centrodestra. Del resto i legami tra i grillini e Soros esistono da sempre. Lorenzo Fioramonti, ministro ombra dello Sviluppo Economico per il cinquestelle, ha lavorato per la Fondazione Rockfeller e scrive su Open Democracy, sito legato alla Open Society Foundations. E due anni fa Di Maio pranzò coi vertici della Commissione Trilaterale, la somma dei poteri forti dell'Occidente fondata dal banchiere Rockefeller, che insieme a Soros era considerato uno dei due burattinai del mondo. Onestà.

M5s, dal Garante della privacy 32mila euro di multa al blog delle Stelle. Dall'Authority sanzione all'associazione Rousseau: sul sito non sarebbe stato indicato chi tratta i dati personali degli utenti che accedono ai vari portali. Era stato proprio il presidente Casaleggio a indicare la società Wind al Garante come gestore delle funzioni sistemistiche. L'istruttoria nata da una denuncia della stessa associazione pentastellata che aveva denunciato attacchi hacker, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 15 marzo 2018. Una multa da 32mila euro. È la sanzione emessa dal Garante della privacy all’associazione Rousseau, responsabile del trattamento dati del sito del Movimento 5 stelle e notificato martedì scorso dai militari della guardia di finanza al presidente Davide Casaleggio nella sede milanese dell’associazione. A raccontare la vicenda è Gianluigi Nuzzi su La Verità. La sanzione amministrativa nasce dall’istruttoria aperta nell’agosto scorso, quando il blog del M5s aveva subito alcuni attacchi hacker. L’associazione aveva presentato denuncia alla polizia postale e il Garante aveva colto l’occasione per disporre accertamenti sul trattamento dei dati delle persone che accedono al blog. Il 21 dicembre, dunque, ecco il primo provvedimento che segnalava come “la mancata designazione delle società Wind Tre Spa e Itnet Srl quali responsabili del trattamento dei dati personali degli utenti dei diversi siti riferibili al Movimento 5 stelle configura l’illiceità del trattamento medesimo in ragione della comunicazione dei dati a soggetti terzi, in mancanza del consenso degli interessati”. Era stato proprio Casaleggio a indicare la società Wind al Garante come gestore delle funzioni sistemistiche. Su questa presunta violazione si era aperto sul web un dibattito, perché in realtà chi gestisce i servizi di housing ovvero gli spazi del server – Aruba o Wind in questo caso – non accede ai dati personali delle singole piattaforme che ospita né, mancando rapporti professionali tra la Casaleggio associati e la stessa Wind, si potevano ipotizzare altri scenari più negativi. Adesso i legali dell’associazione Rousseau valuteranno se impugnare il provvedimento e fare ricorso. Visto anche che da un rapido monitoraggio sulle varie norme della privacy alle quali esprimere il proprio consenso per iscriversi ai blog non risulta quasi mai indicato il gestore dei servizi di housing. Un approfondimento che potrebbe servire da base dell’impugnazione dei difensori di Rousseau. Su questo aspetto della protezione dei dati personali, infatti, non sempre le norme sono precise, la giurisprudenza univoca e, tantomeno, la prassi consolidata. Come dire: dire se questo tipo di attività ispettiva fosse estesa ai tanti blog di partiti, movimenti e associazioni, produrrebbe analoghi esiti. E dunque multe a tappeto.

Il comunista Peppone ha votato Lega e M5S. Viaggio a Brescello, il comune sciolto per mafia dei film di don Camillo. Dove la storia “rossa” è arrivata al capolinea, scrive Giovanni Tizian il 20 marzo 2018 su "L'Espresso". Brescello, elezioni del 1948. Il Fronte popolare democratico di Palmiro Togliatti e Pietro Nenni registra il 52,59 per cento dei consensi. Alla vigilia della caduta del muro di Berlino il Pci è al 41. Soglia abbondantemente superata dal Pds nell’anno della prima discesa in campo del Cavaliere nero Berlusconi. Poi, il 2008 è l’anno del Pd. Inizia una lenta e drammatica emorragia di elettori. Fino al 4 marzo, giorno della disfatta nazionale per il centrosinistra. Che nell’Emilia, intellettuale e operaia, diventa evento drammatico, storico, da raccontare alle future generazioni. La regione rossa per eccellenza stinta e ridipinta di verde leghista e giallo grillino. Due tonalità nuove per la roccaforte della sinistra, modello sociale e culturale, ora in mano ai conquistatori populisti e sovranisti. Di questa capitolazione del Pd esistono luoghi simbolici. Microscopiche realtà, che racchiudono in sé ogni elemento per comprendere il cammino suicida di un partito che avvitandosi su se stesso ha lasciato al proprio destino le classi medie, le periferie, i lavoratori, i giovani. C’era una volta il mondo piccolo di Brescello dove la realtà era condita di poche e solide certezze. Il partito e la chiesa, punti di riferimento della comunità. Chi si aspettava, però, che quel granitico consenso rimanesse tale dopo il ciclone populista è rimasto deluso. Anche su Brescello, il paese di 5 mila anime nella bassa reggiana al confine con la Lombardia mantovana dove Giovannino Guareschi aveva ambientato le sue storie, soffia un vento diverso. Alle 8 di mattina la piazza è deserta. Il Burian siberiano dei giorni pre elettorali ha lasciato posto a un tepore inaspettato. Come del resto inatteso è stato il risultato del voto. Il Pd nel municipio di Peppone, il sindaco comunista interpretato da Gino Cervi nell’adattamento cinematografico dei racconti di Guareschi, ha incassato una sonora sconfitta. Terzo partito. Primi i Cinquestelle e subito dopo con oltre il 21 per cento la Lega sovranista di Matteo Salvini, la vera sorpresa. Perché i grillini rispetto alle scorse politiche hanno totalizzato appena 30 voti in più, con il Pd che aveva retto piazzandosi comunque al primo posto. Questa volta per i democratici il crollo è stato notevole, meno 13 per cento. Ecco, se solo potesse parlare la statua di Peppone, lì immobile sotto il palazzo del Comune, gliene canterebbe quattro agli eredi che hanno rottamato il partito. E, di certo, troverebbe un alleato nel suo storico avversario, don Camillo, che lo guarda smarrito dall’altra parte della piazza. Messe da parte le statistiche, le percentuali, i dati, il vero cambiamento da queste parti è tangibile volgendo lo sguardo verso il palazzo comunale. La sedia del sindaco è vuota da un anno e mezzo. Commissariato per il condizionamento della ’ndrangheta, cosca Grande Aracri. Il sindaco deposto si chiama Marcello Coffrini. Avvocato e figlio di Ermes, il Peppone per moltissimi anni alla guida del paese. Coffrini è stato per il Pd emiliano una sciagura di proporzioni enormi. Un grosso guaio da cui è uscito con le ossa rotte. Già, perché Coffrini sarà ricordato come il primo sindaco emiliano sciolto per infiltrazioni mafiose, grave danno di immagine per il Pd nella sua terra eletta. Ciò ha prodotto conseguenze che oggi l’intero partito paga. Del resto, però, c’era da aspettarselo. Intervistato dai cronisti di Cortocircuito, Coffrini si lasciò sfuggire una sua opinione personale sul boss del paese. Parole che poi hanno fatto il giro delle televisioni: «Persona perbene, gentile».

Quell’elogio ingenuo sancì l’inizio della fine per Brescello e per il partito, molti giovani elettori che contribuirono al 40 per cento delle Europee solo quattro mesi prima decisero che non avrebbero sopportato oltre. Anche perché a distanza di un anno a intorbidire le acque della Val Padana è arrivata anche la valanga di arresti con la maxi inchiesta ribattezzata Aemilia. Centinaia in manette, indagati anche politici e imprenditori locali. Ma soprattutto l’antimafia di Bologna ha indicato in Brescello il cuore della ’ndrangheta emiliana, al pari di San Luca per quella calabrese. Da quel momento i brescellesi hanno dovuto fare i conti con dati non più giornalistici ma giudiziari. Elementi che hanno portato, poco più tardi, alla decisione del Viminale di affidare il comune ai commissari con il compito di ripulire l’ente dalle scorie criminali. Fine di un’epoca, insomma. «La storia di Peppone e don Camillo è ai titoli di coda, non c’è più attaccamento ideologico e i giovani ragionano in tutt’altro modo», riflette don Evandro Gherardi, «il tracollo del partito è dovuto anche allo sfilacciamento del tessuto, alla solidarietà fagocitata dall’individualismo».

Il parroco di Brescello, moderno don Camillo senza più validi concorrenti, ritiene lo scioglimento per mafia una vera ingiustizia: «Ha spaccato la comunità, e anche i miei parrocchiani. Divisi dalle tensioni e da attriti scaturiti dopo le dimissioni dell’ex sindaco». Il prete è figlio di comunisti di Cavriago, paesone poco distante dove in piazza resiste al tornado Cinquestelle il busto di Lenin, nonostante, persino qui, la sinistra sia ai minimi storici. «Brescello viene usata dai partiti per farsi pubblicità sulla lotta alla mafia. Oggi viviamo in un paese sfibrato, cittadini gli uni contro gli altri, chi avrà il coraggio di amministrare in futuro?», si chiede don Evandro. E in effetti la domanda è legittima, i commissari andranno via tra pochi mesi, possibile che si voti a giugno, se non a maggio. In paese gira voce che l’unica lista in caldo e pronta a buttarsi nella mischia sia quella degli ex amministratori della giunta Coffrini caduta per mafia. Scenario simile, dunque, ai tanti comuni del sud che addirittura dopo lo scioglimento non riescono a rieleggere un sindaco per mancanza di candidati. E la Lega o i Cinquestelle? Con i fuochi d’artificio delle ultime politiche in questi seggi, più di qualcuno si aspetta una lista dei due partiti. Eppure non è scontato, benché un’ipotetica assenza alle comunali possa apparire priva di ogni logica. Ma è la politica postmoderna. I voti si raccolgono senza neppure muoversi da casa. In campagna elettorale da queste parti, in uno dei pochi comuni sciolti per mafia al Nord, non si è visto nessuno. Né Salvini, né Di Maio, né Di Battista, né Renzi.

Prendiamo la Lega. Qui ha vinto per il marchio mediatico di Salvini, ma non esiste più. L’immigrazione tra l’altro non ha mai creato problemi di ordine pubblico. Però anche a Brescello la retorica razzista salviniana ha fatto presa: sarà per quel centinaio di rifugiati che vivono nell’hotel quattro stelle “Don Camillo” alle porte del paese? Probabile, intanto girando per le viuzze del centro di stranieri che bivaccano nemmeno l’ombra. «La mattina si alzano presto e vanno a lavorare in provincia», ci spiega una dipendente dell’hotel. Ma dove dormono? «In una dépendance», dice sbrigativa alla fine. L’immagine del paradosso del Carroccio che cresce senza un radicamento sul territorio è Catia Silva. «Qui la Lega non ha più sede e militanti», racconta Silva, leghista della prima ora, che ha abbandonato il partito dopo la svolta sovranista di Salvini. Non solo, «in realtà ho lasciato soprattutto per la gestione scriteriata che ha portato nelle Lega personaggi equivoci, penso a tutti i riciclati del Sud», spiega Silva, che in questi anni quando ancora indossava la camicia verde ha subito decine di minacce per le battaglie antimafia portate avanti. Ha vinto pure un processo contro alcuni sgherri del clan per le intimidazioni subite. Tuttavia dal partito nazionale silenzio assoluto. «Salvini non si è mai degnato di venire in paese, né tantomeno di spendere parole di sostegno e appoggio nei miei confronti. Per non parlare dei candidati che ha messo in lista, per me la legalità è un punto fermo, per questo ho tolto il disturbo». Salvini qui a Brescello ha comunque fatto un exploit notevole. La Lega è andata molto bene anche nei seggi in cui vanno a votare le famiglie di “Cutrello”, la piccola Cutro, il paese della provincia di Crotone da cui proviene il clan Grande Aracri che ha conquistato questo pezzo dell’Emilia. Anche chi ha votato Movimento Cinquestelle l’ha fatto sulla fiducia, senza poter vedere all’opera alcun meetup o gruppo attivo sul territorio. Ufficialmente non esistono grillini a Brescello.

A differenza della Lega, però, qui i dirigenti del Movimento si sono fatti vedere e non in campagna elettorale, ma nei momenti di massima tensione. La parlamentare Maria Edera Spadoni ha sempre sostenuto le denunce di Silva e lei stessa si è battuta in prima linea contro la ’ndrangheta emiliana, per lo scioglimento del Comune e per le dimissioni dell’ex sindaco Pd. Tuttavia neanche i Cinquestelle hanno intenzione di mettersi in gioco per le prossime comunali. Lo ritengono un rischio troppo elevato. Temono - raccontano fonti interne al movimento - che l’apparato burocratico sia ancora contaminato. Intanto l’appuntamento con il voto si avvicina. Ma nessuno pare abbia grande voglia di metterci la faccia nonostante lo storico risultato ottenuto che ha trasformato il Pd in una forza con percentuali inferiori ai Cinquestelle di un lustro fa. «A Brescello il partito democratico non ha più un segretario da quando mi sono dimesso», racconta Saverio Bonini, 24 anni, studente di Scienze politiche che tre anni fa aveva preso in mano il partito in piena bufera mediatica: «Mi sono dimesso perché c’è stata una frattura, chi stava con il sindaco Coffrini e chi con me. Così ho preferito farmi da parte per non essere divisivo». Bonini ci guida lungo le stradine del centro, ci mostra la vecchia sede del Pci: un palazzo a due piani ora di proprietà di una nota azienda. «Era sproporzionata anche ai tempi d’oro per un paese di queste dimensioni», sorride. Un tempo si facevano le cose in grande. Oggi gli eredi di quel pezzo di storia si ritrovano in un appartamento al piano terra di una palazzina residenziale. Una grande sala con i quadri di Che Guevara, di Berlinguer, i funerali di Togliatti di Guttuso e poi libri a non finire, da Marx e Engels a numerosi saggi di storici e intellettuali. «Io sono renziano convinto, però non rinnego il patrimonio ideale del passato. Le nostre radici sono queste». Bonini non è affatto stupito dal balzo della Lega nel feudo rosso: «Sicuramente una parte di voti di chi non ha digerito lo scioglimento per mafia si è disperso, un po’ ai Cinquestelle un po’ alla Lega». Una forma di punizione per il partito che ha cacciato l’amatissimo sindaco che tanto imbarazzo ha creato con le sue uscite sulla mafia. Bonini oggi è un semplice militante con due sole certezze. La prima è che non sarà lui il candidato del Pd alle prossime elezioni locali. La seconda è che sarebbe assurdo ritrovare gli amministratori dello scioglimento di nuovo in lista. Anche perché giunti al termine del commissariamento il lavoro da fare non è esaurito. I tre commissari -Antonio Giannelli, Antonio Oriolo e Giacomo Di Matteo - si limitano a dire che in questi mesi il loro obiettivo è stato quello di ripristinare la legalità. In realtà hanno lavorato a pieno ritmo e a differenza di quanto avviene in altri Comuni sciolti per mafia loro sono presenti ogni giorno della settimana. È recente la notizia della chiusura dell’ex bocciodromo comunale. Merito loro, troppe anomalie nell’iter autorizzativo e parentele ingombranti degli interessati. Il rapporto tra i cittadini e i commissari non è mai facile. Ma chi si aspettava una storia diversa solo perché siamo nella civile Emilia e non in Calabria si sbagliava di grosso. Anche qui per la triade di funzionari prefettizi è stato complicato. Hanno lavorato pressoché isolati. Hanno provato in qualche modo a coinvolgere la comunità con attività culturali. Per esempio organizzando il cinema sotto le stelle in piazza. Con molta ironia hanno deciso di proiettare “L’ora legale” di Ficarra e Picone.

La storia incredibile, cioè, di quel sindaco onesto che alla fine con la sua onestà radicale mette in crisi l’intera comunità, affezionata in fondo a quel po’ di illegalità che in alcune circostanze fa comodo. Tuttavia, i commissari, con esperienze in municipi del Sud infettati dal malaffare, hanno riscontrato un forte clima di silenzi e omertà. E non sono mancate le critiche, come in occasione dell’alluvione di dicembre. Chi li accusava però si sta ricredendo. Perché nell’inchiesta in corso su eventuali responsabilità, il Comune risulta parte offesa. E gli stessi commissari hanno chiesto di effettuare i carotaggi lungo la sponda bucata dal fiume Enza. Qualcuno ha fatto il furbetto a spese della collettività? Se così fosse poco può fare il “Cristo parlante” di don Camillo per fermare il grande fiume. Il Cristo - quello originale dei film - è ancora custodito da Don Evandro nella parrocchia. Ogni settembre lo porta in processione sul Po. L’ultima volta al posto del sindaco c’era uno dei commissari. Don Evandro e il commissario. E poi il Cristo, l’unico cimelio intatto di un mondo piccolo volato via.

Il Movimento 5Stelle è un partito come tutti gli altri, scrive il 29 novembre 2016 Andrea Viola, Avvocato e ex consigliere comunale Pd, su "Il Fatto Quotidiano". Gesù diceva: “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”. E questa frase oltre a valere in generale nella nostra vita, in politica ha tanti significati. Quando un partito si erge a paladino della giustizia e si autoproclama il più onesto al mondo commette il solito grande errore ma soprattutto la solita grande demagogia fatta di vecchi e populistici slogan. Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno creato il loro consenso facendo la parte degli antisistema e accusando tutti i restanti politici di essere delinquenti e corrotti; si sono elevati a grandi onesti e si sono auto-attribuiti la facoltà di rilasciare attestati di legalità ai propri seguaci. Il Movimento 5Stelle era nato su alcuni principi ben chiari: niente programmi televisivi, uno vale uno, massima trasparenza nelle decisioni con riunioni in streaming, via gli indagati, ecc. ecc. Tutto questo era facilissimo quando i grillini non avevano alcun incarico politico, quando, però, sono entrati in Parlamento e nel governo di alcune città i primi dogmi sono caduti velocemente. Dal divieto assoluto di partecipare ai talk show si è passati ad presenziare costantemente alcuni programmi amici; dall’uno vale uno si è passati al direttorio e alla Casaleggio associati e a Rocco e i suoi fratelli; dalla massima trasparenza si è passati a nessuna ulteriore riunione in streaming. E soprattutto si è passati da zero indagati a molti indagati nel Movimento 5Stelle. L’ultimo caso emblematico è quello di Palermo: parlamentari e consiglieri regionali indagati per firme false e reati collegati. Insomma, per una cosa del genere, Di Maio e Di Battista avrebbero chiesto a reti unificate le dimissioni dei parlamentari indagati; ma si dà il caso che non siano del Pd. Perché ormai è chiaro che se un indagato è del Pd allora tutti i militanti e i rappresentanti del Pd sono piddini corrotti, mentre se l’indagato è del Movimento 5Stelle allora bisogna prima vedere le carte e poi comunque gli indagati del Pd sono di più. Ma a prescindere da questo il concetto è un altro. Il Movimento 5Stelle ha basato tutto su un punto essenziale: noi siamo tuttionesti. E questo ormai è chiaro che non esiste più. Dopo questo il passo successivo è anche peggiore se dopo essersi vantati di essere i più puliti ed onesti poi si crolla davanti alla realtà. E a quel punto bisogna capire se la regola vale anche l’indagato è del tuo partito. Ad oggi è successo a Livorno, passando per Bologna, Roma, Bagheria e arrivando a Palermo. Il Movimento 5Stelle è un partito come tutti, dov’è la grande differenza con gli altri? Naturalmente togliendo le bufale e i siti di disinformazione di massa per finire con la riforma costituzionale: una riforma epocale che elimina per sempre il vecchio Senato, elimina enti inutili e fa risparmiare più di 55 milioni l’anno; per non parlare della semplificazione dello Stato e della chiara ripartizione delle competenze. Insomma una riforma che un vero grillino della prima ora voterebbe ad occhi chiusi. Invece no, arriva Grillo e dice di votare di pancia, ossia votare senza neanche leggere il testo della riforma e capirla con la propria testa. Insomma votare sempre e solo No per andare contro a prescindere su tutto. Addirittura anche contro la legge sulle unioni civili il Movimento ha votato no. Una grande tristezza. Ad oggi, quindi, il partito di Grillo non si differenzia più in nulla: ha i suoi indagati, ha i suoi privilegi, ha i suoi fallimenti, ha i suoi alleati impresentabili, ha le proprie case a Roma pagate con i fondi pubblici, partecipa ai talk show, ha un solo uomo al potere condannato. Insomma dov’è la grande novità? Nessuna. Forse si differenzia in una cosa: un blog e una società privata che inondano la rete di una marea di bufale e falsità che attirano l’ignoranza spesso incolpevole di tanti utenti ignari. La storia ci dirà ragione.

GLI SPIN DOCTOR. PERSUASORI DEI GOVERNI.

Ma Cambridge Analytica e Facebook non hanno eletto Trump. Le manipolazioni e l'uso dei dati del social non è detto siano così efficaci politicamente. E non dovrebbero diventare un alibi per le difficoltà elettorali del liberalismo e dei difensori delle società aperte, scrive Luigi Gavazzi il 21 marzo 2018 su "Panorama". È il caso di ribadirlo. Donald Trump e la Brexit non dovrebbero essere spiegati solo con la manipolazione dei dati sottratti a Facebookda Cambridge Analytica (CA). L'azione di quest'ultima, sicuramente preoccupante per la democrazia e le libertà individuali, compreso l'incubo per l'abuso dei dati conferiti a Facebook dagli utenti, difficilmente è stata davvero efficace come sostengono sia i dirigenti di CA, sia Christopher Wylie, il whistleblower che ha rivelato all'Observer e al New York Times il lavoro fatto per Steve Bannon - stratega della campagna elettorale 2016 di Donald Trump - e per il Leave in Gran Bretagna. Indagare e scoprire violazioni di legge e pericoli politici di questa attività è doveroso. Sarebbe meglio però non venisse usata da partiti, gruppi sociali e culturali sconfitti da Trump e dalla Brexit come alibi per ignorare le proprie debolezze e l'inefficacia degli argomentiusati a favore della società aperta e del liberalismo. Insomma, evitiamo di rispondere alle minacce e alle sfide del populismo parlando solo di social network.

Se Cambridge Analytica fosse inefficiente e avesse venduto fumo. I signori di CA da anni - come ricorda David Graham su The Atlantic - cercavano di piazzare i propri servizi, dicendo che avrebbero fatto cose miracolose. Nel 2015 Sasha Issenberg di Bloomberg scrisse di CA e delle promesse della loro profilazione “psicografica”, oggi alla ribalta, con una certo scetticismo, per esempio perché il profilo ricavato dal test sullo stesso Issenberg era risultato molto diverso da quello prodotto dal Psychometrics Centre dell’Università di Cambridge (il test originale sul quale si basava l'app di usata da Aleksandr Kogan per raccogliere i dati per Ca). Del resto, Cambridge Analytica, era stata ingaggiata nel 2015 sia da Ted Cruz che da Ben Carson, due candidati repubblicani alla nomination per le elezioni presidenziali. Ebbene, il contributo di CA è risultato nullo, e le campagne hanno avuto esiti disastrosi. Le persone che dirigevano quella di Cruz hanno ben presto deciso di lasciar perdere il contributo di CA, perché irrilevante. Nel comunicare la decisione si lamentarono del fatto che stessero pagando un servizio che non esisteva neppure. C’è poi il fatto che dietro CA ci fosse, come investitore, Robert Mercer e la sua famiglia, fra i principali sostenitori e finanziatori dei repubblicani. Per Cruz era importante avere i soldi di Mercer, a costo di ingaggiare la creatura CA che Mercer finanziava.  

Mercer, come noto, passò poi a Trump, convinto anche da Bannon e da Breitbart. La cosa interessante è che, d’altra parte, la stessa campagna di Trump, dopo aver abbracciato CA, l’ha successivamente abbandonata. A sostegno della tesi di Cambridge Analytica come un bluff che ha venduto più che altro fumo, ci sarebbe anche il video registrato dai reporter di Channel 4, presentati sotto la falsa identità di politici dello Sri Lanka interessati a comprare i servizi dell'azienda. Ebbene, se questi servizi fossero così efficaci come i manager di CA sostengono, che bisogno ci sarebbe stato, per venderli ai politici interessati, di proporre anche manovre per intrappolare gli avversari di questi ultimi, screditandoli con possibili scandali sessuali, sospetti di corruzione e cose del genere? Più in generale, gli osservatori citati da Graham sono da tempo assai dubbiosi dell’efficacia di queste tecniche “psicometriche”, fino a qualche anno fa chiamate di “microtargeting”.

La democrazia liberale deve comunicare meglio i pregi della società aperta. Detto questo, i democratici negli Stati Uniti, chi voleva che il Regno Unito restasse nell'Unione Europea, i partiti sconfitti dall'onda populista in Italia, chi teme l'autoritarismo sovranista e illiberale di Ungheria e Polonia, dunque, tutti coloro ai quali sta a cuore la democrazia liberale e la società aperta dovrebbero concentrarsi più sugli argomenti politici, i linguaggi, le proposte, la comunicazione per convincere gli elettori. In questo modo sarebbe più facile e probabile rendere innocuo chi cerca di manipolare le opinioni pubbliche in questi paesi, siano manovratori nell'ombra, gli hacker di Putin o di chi altro (che, vale la pena ricordarlo, sono comunque preoccupanti per la democrazia).

Facebook, ecco come Obama violò la privacy degli americani, scrive il 22 marzo 2018 Giampaolo Rossi su "Gli Occhi della Guerra" su "Il Giornale". Carol Davidsen è stata il capo Dipartimento “Media Targeting” dello staff di Obama nelle elezioni del 2012 ed è considerata un’esperta di campagne elettorali online in America. In una conferenza pubblica, tre anni dopo l’elezione di Obama, rivelò qualcosa che allora passò sotto silenzio ma che oggi è dirompente alla luce dello scandalo Cambridge Analityca: “Noi siamo stati capaci di ingerire l’intero social network degli Stati Uniti su Facebook”. Nello stesso intervento affermò che i democratici acquisirono arbitrariamente i dati dei cittadini americani a cui i Repubblicani non avevano accesso; e questo avvenne con la complicità dell’azienda americana che lo consentì tanto che la Davidsen è costretta ad ammettere che “ci fu uno squilibrio di acquisizione informazioni ingiusto” (nel video dal minuto 19:48). Nei giorni scorsi su Twitter, la Davidsen è tornata sulla questione confermando che a Facebook furono sorpresi quando si accorsero che lo staff di Obama aveva “succhiato l’intero social graph” (vale a dire il sistema di connessioni tra gli utenti) “ma non ce lo impedirono una volta capito cosa stavamo facendo”. In altre parole Facebook consentì ad Obama di rubare i dati dei cittadini americani e di utilizzarli per la sua campagna presidenziale, in quanto azienda schierata dalla parte dei democratici. D’altro canto già nel 2012, sul Time, un lungo articolo di Michael Scherer spiegava come Obama si era impossessato dei dati degli americani su Facebook con lo scopo d’intercettare l’elettorato giovanile. Esattamente nello stesso modo in cui lo ha fatto Cambrdige Analytica per la campagna di Trump: attraverso un app che carpì i dati non solo di chi aveva autorizzato, ma anche della rete di amicizie su Facebook ignare di avere la propria privacy violata. Solo che allora la cosa fu salutata come uno dei nuovi orizzonti delle politica online e descritta da Teddy Goff, il capo digital della campagna di Obama, “il più innovativo strumento tecnologico” della nuove campagne elettorali.

Zuckerberg e democratici. La stretta connessione tra Facebook e il Partito Democratico Usa è continuata anche nelle ultime elezioni come rivelano in maniera implacabile le mail di John Podesta, il potente capo della campagna elettorale di Hillary Clinton, pubblicate da Wikileaks. È il 2 gennaio del 2016, quando Sheryl Sandberg, Direttore esecutivo di Facebook e di fatto numero due dell’Azienda, scrive a Podesta una mail di augurio di Buon Anno, affermando: “Sono elettrizzata dai progressi che sta facendo Hillary”. È il periodo in cui si stanno completando i preparativi per la designazione alla primarie del Partito democratico che partiranno a febbraio; e la risposta del Capo Staff di Hillary non lascia adito a dubbi: “Non vedo l’ora di lavorare con te per eleggere la prima donna presidente degli Stati Uniti”.

Sheryl Sandberg (oggi una delle dirigenti Facebook al centro dello scandalo) è la donna che Zuckerberg volle fortemente nella sua azienda strappandola nel 2008 al diretto concorrente Google. La manager, da sempre democratica, aveva lavorato nell’amministrazione di Bill Clinton come capo staff di Larry Summers il Segretario del Tesoro, voluto proprio dal marito di Hillary. Il rapporto tra Podesta e la Sandberg è di vecchia data. Nell’agosto del 2015 lei scrive a lui per chiedergli se fosse disposto ad incontrare direttamente Mark Zuckerberg. Il grande capo di Facebook è interessato ad incontrare persone che “lo aiutino a capire come fare la differenza sulle questioni di politica a cui lui tiene maggiormente” e “comprendere le operazioni politiche efficaci per far avanzare gli obiettivi” tematici a cui lui tiene, come “immigrazione, istruzione e ricerca scientifica”. E chi avrebbe potuto farlo meglio del guru della campagna elettorale di colei che erano tutti convinti, sarebbe diventata il successivo presidente degli Stati Uniti?

Conclusione. Lo scandalo Cambridge Analytica che doveva essere l’ennesimo attacco contro Trump e la sua elezione si sta trasformando in un boomerang per Democratici e sopratutto per Facebook; l’azienda è oggi al centro del mirino delle polemiche per un modello di business che si fonda proprio sull’accaparramento e la cessione dei nostri dati di privacy che possiede nel momento in cui noi inseriamo la nostra vita, le nostre immagini, le amicizie e la nostra identità all’interno del social media. Ma la questione è sopratutto politica: quello che oggi è scandalo perché fatto per la campagna elettorale di Trump, fu ritenuta una grande innovazione quando lo fece Obama. Con in più un particolare di non poco conto: che nel caso di Obama, Facebook ne era a conoscenza e consentì la depredazione dei dati degli americani. Forse, all’interno del suo “mea culpa”, è di questo che Zuckerberg e i vertici di Facebook dovrebbero rispondere all’opinione pubblica.

Cambridge Analytica gate: il dito e la luna, scrive Guido Scorza il 21 marzo 2018 su "L'Espresso". Se esisteva ancora qualcuno al mondo che non conosceva Facebook ora lo conosce certamente. Lo scandalo che ha travolto il più popolare social network della storia dell’umanità è, da giorni, sulle prime pagine dei media di tutto il mondo. Il “diavolo” è nudo. Se non è già avvenuto, presto qualcuno titolerà così uno dei tanti feroci j’accuse all’indirizzo di Zuckerberg. Ma si commetterebbe uno dei tanti errori dei quali la narrazione mediatica globale – in alcuni Paesi tra i quali il nostro più che in altri – è piena zeppa. Vale la pena, quindi, di mettere nero su bianco qualche punto fermo in questa vicenda e provare anche a trarne qualche insegnamento senza rischiare di perder tempo a fissare il dito, lasciando correre via la luna. La prima necessaria considerazione è che nessuno ha rubato né a Facebook, né a nessun altro i dati personali dei famosi 50 milioni di utenti. Non in questa vicenda. Quei dati – stando a quanto sin qui noto – sono stati acquisiti direttamente da 270 mila utenti che hanno deliberatamente – per quanto, naturalmente, si possa discutere del livello di reale consapevolezza – scelto di renderli disponibile al produttore di una delle centinaia di migliaia di app che ciclicamente ci offrono la possibilità di velocizzare il processo di attivazione e autenticazione a fronte del nostro “ok” a che utilizzino a tal fine i dati da noi caricati su Facebook e a che – già che ci sono – si “aspirino” una quantità più o meno importante di altri dati dalla nostra vita su Facebook. Basta andare su Facebook, cliccare su “impostazioni” – in alto a destra – e, quindi, su “app” per rendersi conto di quanto ampio, variegato e affollato sia il club dei gestori di app ai quali, dalle origini del nostro ingresso sul social network a oggi abbiamo dato un permesso, probabilmente, in tutto e per tutto analogo se non identico a quello che i 270 mila ignari protagonisti della vicenda hanno, a suo tempo, dato al gestore dell’app “This is Your Digital Life”. E basta cliccare sull’icona di una qualsiasi delle app in questione per avere un elenco, più o meno lungo, delle categorie di dati che, a suo tempo, abbiamo accettato di condividere con il suo fornitore. E’ tutto li, a portata di click, anche se per aver voglia di arrivare a sfogliare le pagine in questione, forse, è stato necessario che scoppiasse uno scandalo planetario perché, altrimenti, nel quotidiano la nostra navigazione su Facebook sarebbe proseguita si altri lidi, come accaduto sino a ieri e, probabilmente, come succederà nelle prossime settimane. La seconda considerazione – direttamente correlata alla prima – è che Facebook non è stata vittima di nessun breach, nessuna violazione dell’apparato di sicurezza che protegge i propri sistemi, nessun attacco informatico di nessun genere. Non in questa vicenda, almeno. Sin qui, quindi, tanto per correggere il tiro rispetto a quello che si legge sulle prime di centinaia di giornali, nessun furto, nessuno scasso, nessun furto con scasso.

E allora? Come ci è finito Facebook sul banco degli imputati del maxi processo più imponente e severo della sua storia?

La risposta è di disarmante semplicità anche se difficile da conciliare con quanto letto e sentito sin qui decine di volte. Facebook viene portato alla sbarra proprio perché non ha subito nessun furto scasso e questa vicenda ha semplicemente confermato – non certo per la prima volta – che la sua attività – che è la stessa di milioni di altre imprese di minor successo in tutto il mondo – è pericolosa ed espone ad un naturale e ineliminabile rischio alcuni tra i diritti più fondamentali degli uomini e dei cittadini. Attenzione, però: espone a un rischio tali diritti ma non li viola. Al massimo, come accaduto nel Cambridge Analytica gate, facilita l’azione di chi tali diritti voglia consapevolmente violare. Ed è esattamente questo che accaduto nella vicenda in questione: una banda di sicari delle libertà – perché ogni definizione diversa non renderebbe giustizia al profilo dei veri protagonisti negativi della vicenda – assoldati da mandanti nemici dell’A,B,C della democrazia ha furbescamente approfittato della debolezza del sistema Facebook a proprio profitto e in danno della privacy e, forse, della libertà di coscienza di milioni di persone.

E’ la debolezza del suo ecosistema la principale colpa di Facebook. L’aver reso possibile una tragedia democratica che – ammesso che le ipotesi possano trovare una conferma scientifica – ha condizionato l’esito delle elezioni negli Stati Uniti d’America e il referendum che ha portata l’Inghilterra fuori dall’Unione Europea. E guai a dimenticare che sono queste ipotetiche conseguenze ad aver reso una vicenda che in realtà non fa altro che confermare che un uovo sodo ammaccato a una delle due estremità può stare in piedi da solo. Il famoso uovo di Colombo. Perché se la stessa tecnica – egualmente fraudolenta ed egualmente figlia dell’intrinseca debolezza dell’ecosistema Facebook – fosse stata utilizzata, come sarà stata utilizzata milioni di volte, per vendere qualche milione di aspirapolveri, oggi, evidentemente, non saremmo qui a parlarne e non sarebbe accaduto che le Autorità di mezzo mondo si siano messe in fila davanti alla porta di Menlo Park, bussando per chiedere audizioni e ispezioni, rappresentando possibili sanzioni e conseguenze salate. Guai a dire tanto rumore per nulla. E guai anche a suggerire l’assoluzione di Facebook che, tra le sue colpe, ha – ed è forse la più grave – quella di esser stato a conoscenza da anni dei rischi che 50 milioni di propri utenti stavano correndo ma di aver scelto di non informarli. Ma, ad un tempo, se si vuole evitare di lasciarsi trascinare e travolgere dall’onda lunga della sassaiola mediatica val la pena di trovare il coraggio di fissare in mente questa manciata di considerazioni di buon senso prima che di diritto. Anche perché, a condizione di trovare la necessaria serenità di giudizio e una buona dose di obiettività, da questa vicenda c’è, comunque, molto da imparare. Bisogna, però, esser pronti a non far sconti a nessuno, a mettersi in discussione in prima persona e resistere alla tentazione di dare addosso a Facebook con l’approssimazione emotiva che connota la più parte degli attacchi che si leggono in queste ore. In questa prospettiva sul banco degli imputati, accanto a Facebook, dovrebbe salirci un sistema di regole che, evidentemente, ha fallito, ha mancato l’obiettivo e si è rivelato inefficace: è quello a tutela dei consumatori, degli interessati, degli utenti basato sugli obblighi di informazione e sulle dozzine di flag, checkbox e tasti negoziali. Le lenzuolate di informazioni che Facebook – e naturalmente non solo Facebook – da, per legge, ai suoi miliardi di utenti non servono a nulla o, almeno, non sono abbastanza perché questa vicenda dimostra plasticamente che gli utenti cliccano “ok” e tappano flag senza acquisire alcuna consapevolezza sulla portata e sulle conseguenze delle loro scelte. Anzi, a volercela dire tutta, questo arcaico e primitivo sistema regolamentare produce un risultato diametralmente opposto a quello che vorrebbe produrre: anziché tutelare la parte debole del rapporto finisce con il garantire alla parte forte una prova forte e inoppugnabile di aver agito dopo aver informato a norma di legge la parte debole ed aver raccolto il suo consenso.

Così non funziona. E’ urgente cambiare rotta. Basta obblighi di informativa chilometrici e doppi, tripli e quadrupli flag su improbabili check box apposti quasi alla cieca, su schermi sempre più piccoli e mossi, esclusivamente, dalla ferma di volontà di iniziare a usare il prima possibile il servizio di turno. Servono soluzioni più di sostanza. Servono meno parole e più disegni. Servono meno codici e più codice ovvero informazioni capaci di esser lette direttamente dai nostri smartphone e magari tradotte visivamente in indici di rischiosità, attenzione e cautela.

La vicenda in questione è una storia di hackeraggio negoziale. Se si vuole per davvero evitare il rischio che si ripeta è in questa prospettiva che occorre leggerla. E sul banco degli imputati assieme a Facebook dovrebbe, egualmente, salire chi, sin qui, ha sistematicamente e scientificamente ridimensionato il diritto alla privacy fino a bollarlo come un inutile adempimento formale, un ostacolo al business o un freno al progresso. Perché non ci si può ricordare che la privacy è pietra angolare delle nostre democrazie solo quando, violandola, qualcuno – a prescindere dal fatto che riesca o fallisca nell’impresa – si mette in testa di condizionare delle consultazioni elettorali o referendarie. In caso contrario le conseguenze sono quelle che oggi sono sotto gli occhi di tutti: utenti che considerano la loro privacy tanto poco da fare il permesso a chicchessia di fare carne da macello dei propri dati personali, disponendone con una leggerezza con la quale non disporrebbero delle chiavi del loro motorino, della loro auto o del loro portafogli e Autorità di protezione dei dati personali con le armi spuntate e costrette a registrare episodi di questo genere leggendo i giornali quando non i buoi ma i dati personali di decine di milioni di utenti sono ormai lontani dai recinti.

Anche qui bisogna cambiare strada e cambiarla in fretta. E’ urgente tracciare una linea di confine netta, profonda invalicabile tra una porzione del diritto alla protezione dei dati personali che è giusto e indispensabile che resti appannaggio del mercato e una porzione che, invece, meriterebbe di entrare a far parte dei diritti indisponibili dell’uomo come lo sono le parti del corpo umano, sottratta, per legge, al commercio, agli scambi e al mercato a prescindere dalla volontà dei singoli utenti. Ed è urgente investire sulle nostre Autorità di protezione dei dati personali perché non si può, al tempo stesso, scandalizzarsi di episodi come quello della Cambridge Analytica e pretendere che un’Autorità di poche decine di professionisti e finanziata con una percentuale infinitesimale del bilancio dei nostri Stati garantisca protezione, regolamentazione e vigilanza su quello che è ormai diventato il più grande, proficuo e per questo attaccabile mercato globale. Facciamo tesoro di quello che è accaduto. Leggiamo i fatti con obiettività e, soprattutto, facciamo quanto possibile per cambiare rotta perché il problema non è Facebook e, in assenza di correttivi importanti, se anche domani la borsa condannasse Facebook all’estinzione, non avremmo affatto risolto il problema.

Dal Lago: «La disinformazione è diventata un’arma per vincere in politica», scrive Giulia Merlo il 22 Marzo 2018 su "Il Dubbio". «I social ci condizionano come facevano i manifesti della Dc nel 1948 e per questo sono diventati uno strumento decisivo sul piano della propaganda politica». «I social ci condizionano come facevano i manifesti della Dc nel 1948 e per questo sono diventati uno strumento decisivo sul piano della propaganda politica». Per Alessandro Dal Lago, sociologo e studioso dei fenomeni del web, lo scandalo che ha investito Facebook ha fatto venire alla luce lo sfruttamento illegale di informazioni che, però, già da tempo sono diventate uno strumento politico.

L’inchiesta contro Cambridge Analytica ha aperto il vaso di Pandora del lato oscuro dei social?

«Ha rivelato che i nostri dati, sia pubblici che privati come le reti di amicizia su Facebook, possono essere usate per campagne di profilazione e per la creazione di modelli di utenza. In seguito, questa mole di informazioni può essere usata per campagne di marketing e di propaganda politica. Così, il cittadino della lower class americana esasperato dalla mancanza di lavoro e che odia i vicini di casa neri diventa personaggio medio, utilizzabile come modello per studiare una propaganda mirata. Considerando che i dati analizzati hanno permesso alla Cambridge Analytica di profilare 50 milioni di utenti, si capisce la portata del fenomeno».

E questo quali problemi solleva?

«Da una parte c’è il tema della tutela della privacy e le ipotesi sono due: o Facebook sapeva dell’indebita profilazione e dunque è connivente, oppure non sapeva e questo significa che il sistema è penetrabile. Tutto sommato, questa seconda prospettiva mi sembra la più grave».

I dati sono stati usati per fare campagne politiche.

«Il rilievo politico della vicenda porta in primo piano l’esistenza di società di big data, che puntano a controllare l’opinione pubblica e che fanno parte di un mondo pressochè sconosciuto alla collettività. Basti pensare che, prima di qualche giorno fa, nessuno conosceva Cambridge Analytica, e come questa esistono altre centinaia di società analoghe. Senza complottismi, è evidente come esistano ambienti che, attraverso la consulenza strategica, sono interessati a orientale la politica globale. Altro dato, la presenza nell’inchiesta di Steve Bannon – noto suprematista bianco e stratega di Trump – mostra come la capacità di influenzare l’opinione pubblica attraverso la manipolazione dei dati sul web è più forte nella destra globale che non nella sinistra».

Davvero un post pubblicitario su Facebook è in grado di condizionare l’elettorato fino a questo punto?

«E’ più che normale che sia in grado di farlo. La comunicazione si è evoluta: partiamo dal manifesto elettorale, e penso alla geniale trovata di propaganda anticomunista della Dc del 1948, con il manifesto dei cosacchi che si abbeverano a una fontana davanti a una chiesa. Poi sono arrivati i media generalisti come la televisione e la stampa, in cui la propaganda si faceva attraverso i modelli culturali. Penso alla Rai, in cui si propagandava un modello familiare che indirettamente finiva per legittimare la Dc. Oggi la propaganda è molto cambiata: il web e i social creano un pubblico universale, che accede alla stessa sfera comunicativa. Questo permette ai manipolatori intelligenti di arrivare istantaneamente a un pubblico enorme, influenzandoli a un livello impensabile solo fino a qualche anno fa».

In Italia esistono fenomeni simili di sfruttamento del web?

«La Casaleggio Associati è un esempio di questo. La società gestisce un’enorme rete di pagine Facebook e siti collegati al blog delle Stelle e indirettamente a quello di Beppe Grillo».

E come funziona, praticamente, il meccanismo?

«Le faccio un esempio. Esiste una pagina appartenente a questa galassia che si chiama “Alessandro Di Battista presidente del consiglio”, che contiene messaggi di propaganda in stile mussoliniano del tenore di: «Ringraziamo il guerriero Di Battista, eroe nazionale». Ora, si puo dire che queste parole suonino ridicole, ma bisogna leggerle in chiave social e in base al target degli elettori che si vogliono calamitare: giovani elettori del sud Italia, con una scolarità medio bassa. A questi soggetti si propone una propaganda che da una parte martella sull’odio per la casta e dall’altra propone un eroe nazionale. Considerando che pagine come queste hanno centinaia di migliaia di follower, è facile immaginare gli effetti».

Nulla di tutto questo, però, è illegale.

«Certo che no, però esiste un problema di profonda manipolazione della realtà contro la quale non esistono strumenti di difesa adeguati. Le fake news, infatti, non sono solo le notizie inventate ma per la maggior parte si tratta di manipolazioni di notizie verosimili, che vengono caricate di retorica per diventare virali e, nello stesso tempo, nessuno verifica che si tratta di falsi».

Si può parlare di un modello politico?

«E’ certamente un modello. Politicamente, io credo sia inquietante che i parlamentari del Movimento 5 Stelle abbiano sottoscritto un contratto ridicolo nel quale tuttavia si impegnano a versare 300 euro al mese alla Casaleggio Associati, che non è un partito ma un’azienda privata di comunicazione».

Si può dire che, oggi, vince le elezioni chi sa usare meglio questi strumenti del web?

«Diciamo che i social non sono lo strumento esclusivo, ma sono diventati quello decisivo. Difficile dire quanti milioni di voti abbia spostato la campagna di Cambridge Analytica però, se si pensa alle elezioni americane, anche un milione di voti in più o in meno può garantire l’elezione alla Casa Bianca. Insomma, la propaganda sul web è in grado di spostare le decisioni».

Il web, quindi, condiziona la realtà?

«Il web ne condiziona la percezione, e questo è decisivo. La realtà e i conflitti continuano ad esistere, ma il modo in cui vengono percepiti e il luogo in cui si propongono le soluzioni è deciso dalla propaganda sul web. In questo modo la sfera di comunicazione virtuale decide l’orientamento dei settori critici dell’elettorato. Tornando ai 5 Stelle: il loro sistema di comunicazione prevede di generare un cortocircuito tra l’abile uso delle news sul web e la sistematica disinformazione».

Che ipocrisia indignarsi se le nostre vite sono in vendita, scrive Francesco Maria Del Vigo, Giovedì 22/03/2018, su "Il Giornale". Ma siamo sicuri che quello di Cambridge Analytica sia uno scandalo con la esse maiuscola? È davvero una notizia sconvolgente o è una notizia di dieci anni fa? Ricapitoliamo: molti di noi, dal 2007, quotidianamente passano ore a caricare foto, scrivere post, fare giochi, installare app e seminare like su Facebook. Cosa stiamo facendo in quel determinato momento? Stiamo perdendo tempo, dice qualcuno. Ci stiamo divertendo e stiamo socializzando, dice qualcun altro. Stiamo cedendo una mole incredibile di dati sulla nostra vita, dice Mark Zuckerberg. E lo dice chiaramente. Perché vendere, ovviamente in modo anonimo, le nostre informazioni - che poi sono i nostri gusti, i nostri hobby, i luoghi che amiamo o la marca del nostro dentifricio preferito - è la ragione sociale di Facebook. È il suo business, il suo mestiere. Cadere dalle nuvole è surreale, è come stupirsi che un calzolaio lustri le scarpe. Vi siete mai chiesti come ha fatto una matricola di Harvard a racimolare un patrimonio da 70 miliardi di euro? Coi vostri status, le foto dei vostri gatti e i vostri «mi piace». E noi tutti, iscrivendoci al social network, abbiamo accettato, più o meno consapevolmente, questo mercimonio. Ti diamo un po' di noi in cambio di quindici like di notorietà, abbiamo barattato la nostra privacy con una vetrina dalla quale poterci esporre al mondo virtuale. Dunque qual è il problema? Il problema è che in questo caso un'azienda terza ha utilizzato le «nostre» informazioni all'insaputa di Facebook. Grave, certo. Ma nulla di particolarmente sconvolgente. Un traffico che, abbiamo ragione di immaginare, accade molto spesso per scopi commerciali. Il problema è che l'opinione pubblica è disposta ad accettare di vedere comparire sulla propria bacheca la pubblicità della propria maionese preferita, ma se entra in ballo la politica la questione cambia. Se poi, come in questo caso, entrano in ballo la Brexit e gli impresentabili Trump e Bannon allora la faccenda precipita. Possibile che le anime belle della Silicon valley, quelli che per mesi ci hanno detto che Trump era un pazzo scatenato, lo abbiano lasciato giocherellare coi nostri dati? Sì, perché pecunia non olet. Nemmeno per i nerd di San Francisco. E, per loro, la nostra opinione politica è un dato come un altro, masticato e sputato dagli algoritmi per poi essere rivenduto. È l'era dei big data e della data economy. Che prima piacevano tanto agli intelligentoni à la page, ma che ora, sembra andargli di traverso. Ma è anche l'era della data politics. E, al netto delle ripercussioni giudiziarie che ci saranno su questo caso, le campagne elettorali si sposteranno sempre di più sulla profilazione degli utenti del web e sulla psicometria. Così sui nostri social, accanto alla pubblicità delle nostre cravatte preferite, compariranno anche informazioni e annunci politici. È manipolazione? No, è solo un'altra forma di marketing. Elettore avvisato...

Come si manipola l’informazione: il libro che ti farà capire tutto, scrive Marcello Foa il 17 marzo 2018 su "Il Giornale". Ci siamo: il mio saggio “Gli stregoni della notizia. Atto secondo”, pubblicato da Guerini e Associati, è in libreria da quattro giorni e i riscontri sono davvero incoraggianti, sia sui media (ne hanno parlato con ampio risalto il Corriere del Ticino, La Verità, il Giornale, Libero, Dagospia), sia da parte dei lettori. Alcuni mi hanno scritto: ma cosa c’è di nuovo rispetto alla prima edizione del 2006? C’è molto: le tecniche usate dai governi per orientare e manipolare i media, che descrissi 12 anni fa, sono valide ancora oggi e vengono applicate ancor più intensamente, per questo le ripropongo anche in questo secondo atto ma attualizzate, ampliate e, nella seconda parte del libro, arricchite da capitoli completamente nuovi, che permetteranno al lettore di entrare in una nuova dimensione: quella, sofisticatissima ma indispensabile per capire le dinamiche odierne, dell’informazione quale strumento essenziale delle cosiddette guerre asimmetriche, che vengono combattute senza il ricorso agli eserciti ma i cui effetti sono altrettanto poderosi e che raramente vengono spiegate dai media. Attenzione: non riguardano solo il Vicino Oriente o l’Ucraina, ma anche le nostre democrazie, molto più esposte di quanto si immagini. Non mi dilungo, ovviamente.   Sappiate che in questo saggio approfondisco l’uso (e l’abuso) del concetto di frame dimostrando come sia stato impiegato per “vendere” al popolo l’euro e impedire per anni un dibattito oggettivo sugli effetti della moneta unica o per costruire il mito del salvataggio della Grecia e quello dell’autorazzismo nei confronti della Germania. Ne “Gli stregoni della notizia. Atto secondo” riprendo alcuni documenti governativi, noti solo agli specialisti, sull’impressionante influenza del Pentagono su film e produzioni di  Hollywood, spiego il ruolo opaco degli spin doctor e delle società di PR negli allarmi sanitari (dalla Mucca Pazza all’influenza suina, da Ebola a Zika) e quale ruolo hanno avuto le Ong e le loro sorelle maggiori (le quango ovvero le Ong quasi autonome, sconosciute ai più) nelle rivoluzioni colorate e nelle operazioni di destabilizzazione di Paesi, che un tempo erano opera  esclusiva dei servizi segreti. Accendo un faro sugli aspetti poco noti dell’ascesa di Macron, sull’altro volto di Obama, dedico molte pagine all’Italia, in particolare spiegando le tecniche di spin che sono state decisive nell’ascesa e nella caduta di Matteo Renzi e denuncio le ipocrisie sulle fake news, dimostrando come servano a rendere l’informazione non più trasparente ma più docile e, possibilmente, sottoposte a censura. E’ un libro che ho scritto a cuore aperto, documentatissimo, rivolto a lettori che hanno voglia di capire e di scavare oltre le apparenze, come Giorgio Gandola, che lo ha recensito su La verità, ha capito perfettamente. Spero, di cuore, che vi piaccia. Ne parlo anche nella bella intervista che mi ha fatto Claudio Messora per Byoblu e che trovate qui sotto. Vi lascio ricordandovi la presentazione che si svolgerà lunedì 19 a Milano, alla libreria Hoepli, ore 17.30 con Nicola Porro e lo stesso Gandola. Altre seguiranno in diverse città italiane. Grazie a tutti voi e, naturalmente, buona lettura!

Ecco come lavorano i persuasori (non) occulti al servizio dei governi. Gli spin doctor sfruttano le convinzioni diffuse fra il pubblico. E agitano lo spettro complottista, scrive Marcello Foa, Giovedì 15/03/2018, su "Il Giornale". Le insidie che avevo individuato nel 2006, preconizzandone le derive si sono, purtroppo, puntualmente verificate. Allora scrivevo che il fatto che i giornalisti non conoscessero le tecniche per orientare e all'occorrenza manipolare i media, avrebbe non solo reso molto più fragili le nostre democrazie, generando un sentimento di crescente sfiducia verso la classe politica, ma anche danneggiato la credibilità dell'informazione. È il mondo in cui viviamo oggi. Quelle tecniche, come allora, restano ampiamente sconosciute ai media e, naturalmente, al grande pubblico. Eppure comprenderle è indispensabile se si vuole cercare di decodificare l'attualità senza limitarsi all'apparenza, come dovrebbe fare ogni giornalista e come dovrebbe esigere ogni lettore. Certo, il mondo mediatico nel frattempo è cambiato. Un tempo la cosiddetta grande stampa aveva il monopolio dell'informazione, oggi non più e subisce la concorrenza, a mio giudizio salutare, dei siti e dei blog di informazione alternativi. Oggi il mass media è sostituito dal personal media che ognuno si costruisce attraverso la propria rete sui social. Oggi si guarda meno la tv e si passa molto più tempo a «chattare» su Whatsapp, a pubblicare foto e a tessere relazioni su Instagram. Oggi, naturalmente, la diffusione di notizie false è ancora più facile benché, come vedremo, non sia affatto una prerogativa della nostra epoca. Ma gli spin doctor sono ancora tra noi, più influenti, più informati, più pervasivi che mai. E non hanno modificato il loro obiettivo, che resta quello di condizionare noi giornalisti e, in fondo, te, caro lettore; con la decisiva complicità del mondo politico. Lo spin doctor non ha bisogno di contare sul controllo dei media, perché sa che per orientare i giornalisti è sufficiente conoscere le loro logiche. E da buon persuasore è convinto che la propaganda sia davvero efficace solo quando non è facilmente riconoscibile. Infatti opera avvalendosi di:

- una comprensione perfetta dei meccanismi che regolano il ciclo delle informazioni;

- il ricorso a sofisticate tecniche psicologiche, che gli consentono di condizionare le masse.

Tra queste ultime il concetto più importante in assoluto è quello del frame, che è stato elaborato dal linguista americano George Lakoff, il quale sostiene che ognuno di noi ragiona per cornici di riferimento costituite da una serie di immagini o di giudizi o di conoscenze di altro tipo (culturali, identitarie). Ogni giorno noi elaboriamo continuamente, senza esserne consapevoli, dei frame valoriali, che possono essere effimeri o profondi se associati, su temi importanti, a una forte emozione e ai nostri valori più radicati. La nostra visione della realtà e il nostro modo di pensare ne risultano condizionati, perché una volta impressa una larga, solida cornice, il nostro cervello tenderà a giudicare la realtà attraverso questi parametri. Tutte le notizie coerenti con il frame saranno recepite ed enfatizzate facilmente dalla nostra mente, rinforzando la nostra convinzione. Al contrario, tutte quelle distoniche tenderanno a essere relativizzate o scartate come assurde e, nei casi più estremi, irrazionali, folli o stupide. Alla nostra mente non piacciono le contraddizioni e questo spiega perché per un militante di destra gli scandali che colpiscono politici di sinistra sono percepiti come gravissimi e veritieri, mentre quelli che colpiscono la propria parte derubricati come delegittimati, irrisori o faziosi. E naturalmente viceversa. Un abile spin doctor riesce, calibrando le parole, a indirizzare l'opinione pubblica nella direzione voluta. La tecnica del frame viene usata non solo per forgiare un giudizio su notizie contingenti, ma anche per stabilire nell'opinione pubblica dei valori di fondo e dunque il confine tra politicamente corretto e politicamente scorretto; tra ciò che è conveniente o non conveniente dire su un argomento; tra ciò che l'opinione pubblica «moderata» deve considerare ragionevole o deve respingere come scandaloso, ponendo di fatto le premesse per screditare le opinioni che travalicano quel confine invisibile e che possono pertanto, all'occorrenza, essere etichettate come estremiste, complottiste o fasciste.

A proposito di cospirazionismo, sapevate che il termine fu inventato dalla Cia ai tempi dell'omicidio Kennedy per screditare le tesi di coloro che contestavano la versione ufficiale stabilita dalla Commissione Warren? Lo spiega il professor Lance Dehaven-Smith, osservando come gli effetti di quell'operazione, circostanziati nel dispaccio 1035-960, sorpresero persino i vertici di Langley. Da allora è diventato un metodo: quando vuoi screditare qualcuno lo accusi di essere complottista. Facendo così ottieni due scopi: screditi le sue tesi agli occhi della massa e lo costringi ad assumere un atteggiamento difensivo, ovvero a dimostrare di non essere cospirazionista e dunque, sovente, a moderare i toni delle sue denunce, pena l'autoghettizzazione. Che poi le sue accuse siano plausibili o fondate diventa inevitabilmente secondario; anzi, colpendo l'autorevolezza di chi critica, delegittimi in toto le sue idee. E se costui persiste lo fai apparire sacrilego. Impedisci che anche sulle critiche fondate si apra una vera riflessione pubblica. Una volta stabilito, il frame resiste nel tempo e può essere scacciato solo da un altro equivalente che abbia pari o superiore legittimità. Un esempio? La fine politica di Antonio Di Pietro. Come ricorderete a screditarlo fu un'inchiesta di «Report» sul suo (presunto) impero immobiliare, accumulato approfittando anche dei fondi del partito. Quelle accuse non erano nuove, poiché erano già state formulate da alcuni giornali come il Giornale e Libero, ma non avevano scalfito l'immagine dell'ex pm rispetto al suo elettorato, perché ritenute faziose e dunque almeno parzialmente false. Quando però sono state avanzate da Milena Gabanelli, dunque da una fonte autorevole e super partes, il leader dell'Italia dei Valori è stato travolto. Ovvero il frame Gabanelli ha scacciato il frame Di Pietro sul terreno su cui entrambi si erano costruiti la reputazione, quello dell'onestà.

5 STELLE: PAROLE, PAROLE, PAROLE...

Bufera per la frase di Grillo sugli autistici: “Non li capisce nessuno, fanno esempi che non c’entrano un c...”. Scrive il 22 ottobre 2018 "La Stampa". «Chi siamo? Dove siamo? Siamo pieni di malattie nevrotiche, siamo pieni di autismi. L’autismo è la malattia del secolo, signori, e l’autismo non lo riconosci. Per esempio, la sindrome di Asperger: c’è pieno di questi filosofi in televisione che hanno la sindrome di Asperger che è quella sindrome di quelli che parlano in un modo e non capiscono che l’altro non sta capendo e vanno avanti e magari fanno esempi che non c’entrano un cazzo. con quello che stanno dicendo, hanno quel tono sempre uguale. Abbiamo bambini violentati da anziani, come Macron. Ci danno dei lebbrosi. Io a sentirmi dire da uno psicopatico così che sono un lebbroso dico: in fondo della lebbra chi cazzo. se ne frega». Ecco le parole di Beppe Grillo dal palco di Italia a 5 Stelle che al momento hanno suscitato le risate del pubblico e che da ore continuano ad agitare i social ma non solo. «Insultare un bambino autistico è peggio di insultare un presidente. Beppe Grillo, fai schifo», il commento di Matteo Renzi su Twitter.

Quando Di Maio diceva: “Se trovate una mia proposta di legge di condono su Ischia mi iscrivo al Pd”, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 23 ottobre 2018. Il terremoto aveva colpito l’isola di Ischia da 48 ore, provocando il crollo di diverse case e la morte di due persone. E Luigi Di Maio, all’epoca deputato del M5s, in un comizio, datato 23 agosto 2017, diceva: “Chiedo a tutti i parlamentari della Repubblica e tutti i giornalisti italiani di andare a vedere se esiste una proposta di legge di condono, a firma Luigi Di Maio, che riguarda Ischia o qualsiasi altra Regione. Se la trovano, mi iscrivo al Pd”. Nella notte i relatori Gianluca Rospi (M5s) e Flavio Di Muro(Lega) hanno presentato un emendamento all’articolo 25 del decreto Genova, votato in commissioni Ambiente e Trasporti alla Camera, in cui si legge che “il contributo (alla ricostruzione post terremo per gli edifici, ndr) non spetta per la parte relativa a eventuali aumenti di volume oggetto al condono”. Per tutti gli altri casi, secondo la lettura di Legambiente, sì. Per il presidente Stefano Ciani, infatti, è prevista “una sanatoria tombale secondo la quale si devono concludere i procedimenti ancora pendenti per gli immobili distrutti o danneggiati dal sisma del 2017, facendo riferimento alle sole disposizioni del primo condono, ossia la legge 47/1985 approvato dal governo Craxi. Una norma che consentirebbe di sanare edifici che perfino i due condoni approvati successivamente dai governi Berlusconi nel 1994 e 2003 vietavano, proprio perché posti in aree pericolose da un punto di vista idrogeologico e sismico, oltre che vincolate paesaggisticamente”. L’emendamento all’articolo 25 “è un imbroglio – afferma Ciafani – perché aggiunge un passaggio, il nulla osta paesaggistico, già previsto nella normativa del 1985, e conferma i contributi pubblici per gli edifici abusivi, escludendoli solo per gli aumenti di cubatura”. La richiesta di Legambiente, dunque, rivolta a Di Maio e M5s, è di cancellare quella che viene definita una norma “salva abusi”, perché “se per la Lega non è una novità, considerato che ne ha già approvati due nelle scorse legislature”, per i 5 stelle “lo sarebbe”. Per Rospi, al contrario, non ci sarebbe nessun condono, ma solo la volontà di sbloccare la ricostruzione delle abitazioni colpite dal terremoto”. Il video di Di Maio è stato pubblicato su Twitter dal presidente del Pd Napoli, Tommaso Ederoclite.

Ora a Di Maio tocca iscriversi al Pd. Il leader grillino in un comizio del 2017: “Cercate una mia proposta di legge di condono che riguarda Ischia o qualche altra regione: se la trovate mi iscrivo al partito democratico”, scrive il 23 Ottobre 2018 Il Foglio. Lo si dice sempre: "Internet non dimentica". Questa volta è stato Tommaso Ederoclite, il presidente dell'assemblea metropolitana del Pd Napoli, a ripescare dal web un comizio del 23 agosto 2017 del leader politico del M5s nel quale Di Maio diceva: "Cercate una mia proposta di legge di condono che riguarda Ischia o qualche altra regione: se la trovate mi iscrivo al Pd". Scrive Ederoclite su Twitter: “Ti aspetto in Federazione Luigi”. 

Tommaso Ederoclite: Era il 23 agosto 2017 e @luigidimaio urlava dal palco "cercate una mia proposta di legge di condono che riguarda Ischia o qualche altra Regione: se la trovate mi iscrivo al Pd". Ti aspetto in Federazione Luigi.

15:06 - 23 ott 2018. Sulla questione del condono edilizio extra large di Ischia, Valerio Valentini ha parlato con la senatrice grillina Elena Fattori che conferma: “È molto grave, tutto ciò. Non lo nego. I nostri deputati sono sconcertati: non si capacitano di come una simile misura sia potuta essere avanzata dal M5s”. Pare sia arrivato da molto in alto, l’ordine: si dice che Di Maio in persona sia molto interessato a quel decreto. “Non so dire di chi sia la manina, stavolta. Ma di certo è una manina che non fa onore al Movimento: spero che alla fine si trovi il modo di correggere quell’emendamento al decreto Genova. Che, come nel caso della soppressione degli Sprar, non era previsto né nel nostro programma elettorale né nel contratto di governo”.

Salvini e Di Maio, che figuraccia per l'Italia. Post, manine e complotti: i giorni in cui Moody declassa l'Italia e la Ue boccia la manovra gialloverde, scrive Sara Dellabella il 22 ottobre 2018 su "Panorama". “Conte leggeva, Di Maio scriveva” così Matteo Salvini racconta il dettato governativo del decreto fiscale che in queste ore sta infiammando il dibattito politico. Una scena degna di Totò e Peppino, del celebre "punto e punto e virgola".

Manine e complotti dell'era Di Maio. Però Di Maio non ci sta. Lo scrivano del consiglio dei Ministri, in quanto ministro più giovane, accusa che la norma sullo scudo fiscale sarebbe stata inserita da una “manina”, perchè ha affermato in un talk show,”il sistema è vivo e lotta contro di noi”. Ovviamente di fronte al complotto della manina il web si è scatenato in parodie e battute che vanno avanti da giorni. Ma se il complotto è dietro l'angolo non si capisce perchè i due vicepremier da giorni siano impegnati a lanciarsi invettive via social network, anziché vedersi, risolvere il problema e lottare uniti contro i mostri che si annidano nell'amministrazione pubblica.

Nella farsa spunta Conte. Giuseppe Conte, premier ufficiale di questo contratto di governo, ha finito per dover alzare il dito e ricordare a tutti che “il capo sono io”, richiamando i due vice ad un consiglio dei ministri per trovare una soluzione al pasticcio e per preparare la lettera che la Ue attende per lunedì dopo una durissima lettera di richiamo all'Italia. All'invito, Salvini inizialmente ha risposto “se serve vengo” e poi dopo alcune ore “carico mia figlia in aereo e vengo”. Dopo giorni di dibattito politico al limite della farsa e da commedia dell'assurdo, comunque finisca da questa “crisi” di contratto, più che di governo, di certo l'Italia ne esce con una figuraccia. L'immagine dei due vicepremier che si attaccano a distanza e pubblicamente come due scolaretti, un premier costretto a battere il pugno sulla cattedra per richiamare tutti all'ordine e qualcuno che preferirebbe entrare alla seconda ora pur di non rinunciare a qualche ora di campagna elettorale in Trentino ha fatto il giro dei giornali europei. Intanto Moodys ha declassato il rating dell'Italia e in chiusura di settimana lo spread è sempre stato sopra i 300 punti, con la Borsa di Milano che ha chiuso con segno meno, dopo una settimana complicata.

E' andato in scena il primo atto delle europee. Intanto però, l'impressione è che superato questo ostacolo sullo scudo penale per chi fa rientrare i capitali dall'estero, il governo abbia ancora molti mesi di fronte a sé. Il decreto fiscale, il braccio di ferro con l'Europa e i suoi commissari è solo il primo atto dei toni della campagna elettorale delle europee che di fatto è già iniziata. Salvini e Di Maio si presenteranno compatti di fronte a Moscovici, spiegheranno le “ragioni dell'Italia” nel fare deficit, perchè come ha già detto Di Maio con uno slogan vincente “serve a ridare diritti alle persone”, lasciando sottintendere che l'Unione Europea è una matrigna che in questi anni è andata contro gli interessi dei suoi cittadini. Ancora una volta, il populismo contro l'eurocrazia, i masanielli contro i burocrati. Questo rischiano di diventare le europee, un referendum tra due modelli, sovranisti contro europeisti convinti. Una sfida alla quale i partiti di maggioranza, una volta passata la burana, si presenteranno compatti. D'altronde anche nei migliori matrimoni ogni tanto si litiga.

Tutte le bugie e fake news di Luigi Di Maio da quando è al governo. Una lista dei tanti proclami, promesse a affermazioni del leader del Movimento 5 Stelle rivelatesi non vere. Dal no all'alleanza con la Lega e al premier "non eletto" fino a condoni e flat tax, scrivono Mauro Munafò e Susanna Turco il 16 ottobre 2018 su "L'Espresso".

Io sono del Sud, io sono di Napoli. Faccio parte di quella parte d’Italia cui la Lega diceva ‘Vesuvio lavali col fuoco’. Non ho nessuna intenzione di far parte di un Movimento che si allea con la Lega Nord. Luigi Di Maio a Porta a Porta (19/01/17) 

Noi non pensiamo ad alleanze con la Lega Nord o altri [...] Sono persone inaffidabili con cui non si può avere a che fare. Luigi Di Maio In un comizio in Sicilia (01/11/17) 

Salvini è un traditore politico. Salvini fa più schifo di Renzi e Berlusconi insieme. Blog delle Stelle (01/10/17). 

Il primo giugno giura il governo Conte sostenuto da M5S e Lega.

Al primo Consiglio dei ministri dimezziamo stipendi ai deputati e 30 miliardi di sprechi: bastano 20 minuti. Luigi Di Maio durante un comizio (02/02/18) 

In 22 Consigli dei ministri il taglio degli stipendi dei parlamentari o di 30 miliardi di sprechi non è mai stato affrontato.

La mia posizione è molto semplice: basta premier non votati da nessuno. Blog delle Stelle (03/04/18) 

Il premier Conte non è stato soggetto ad alcuna operazione di voto individuale.

Con pensione e reddito di cittadinanza che introduciamo con questa legge di Bilancio avremo abolito la povertà. Luigi Di Maio a Porta a Porta (26/09/18) 

Abbiamo eliminato la povertà per la prima volta nella storia. Movimento 5 Stelle su Facebook (28/09/18) 

Purtroppo no.

Il Movimento 5 Stelle al governo istituirà un ministero del Turismo che si dedicherà totalmente alle politiche del turismo in Italia. Luigi Di Maio su Facebook (25/05/17) 

Il ministero del turismo non è stato istituito.

Se l’Unione Europea si ostina ad avere il suo atteggiamento io e tutto il Movimento 5 Stelle non saremo disposti a dare più 20 miliardi di euro all’Unione Europea ogni anno, ce ne prendiamo una parte. Luigi Di Maio in un’intervista (24/08/18) 

L’Italia versa alla Ue più di quanto riceve, ma il saldo tra entrate e uscite è negativo in media di una cifra tra i 2 e i 4 miliardi.

La flat tax è una bufala ed è incostituzionale: meglio chiamarla flop tax. Scasserebbe i conti dello Stato e applicarla sarebbe una pura follia. Blog delle Stelle (01/02/18) 

Il 14 maggio 2018 M5S firma un contratto di governo con la Lega che prevede la flat tax.

È previsto l’adeguamento della disciplina dei permessi di soggiorno agli altri paesi europei. Solo in Slovacchia e in Italia c’è quello umanitario ed è per questo che viene abolito. Luigi Di Maio (25/09/18)

Sono 25 i Paesi europei a prevedere il permesso di soggiorno umanitario. Tra questi, 21 sono parte dell’Unione Europea (fonte: Pagella Politica)

Sull’intervento in Afghanistan siamo sempre stati chiari. Per noi quello è un intervento che per la spesa pubblica italiana è insostenibile. Il ritiro è nel nostro programma. Luigi Di Maio (14/11/17) 

La ministra della difesa trenta nel luglio 2018 Conferma che la missione resterà e parla di una riduzione del contingente da 900 a 700 persone solo “quando e se si trovassero altri alleati”.

Tagli alle spese militari relativi ad investimenti pluriennali per sistemi d’arma. Con questo taglio si destinano al reddito di cittadinanza le risorse prima destinate all’acquisto degli F35. Luigi Di Maio su Facebook (21/04/15) 

La ministra della difesa Trenta in un’intervista a luglio conferma che l’Italia resta nel programma F35, E aggiunge l’obiettivo di arrivare al 2 per cento di pil in spese militari. Oggi spendiamo l’1,4 per cento del pil.

Il Movimento non è disponibile a votare nessun condono. Quindi se noi stiamo parlando di pace fiscale, di saldo e stralcio, quello che avevamo anche noi nel programma, siamo d’accordo. Se invece parliamo di condoni non siamo assolutamente d’accordo. Luigi Di Maio (18/09/18) 

“Il condono fiscale consente di definire in modo agevolato i rapporti tributari, mediante la corresponsione di una somma di denaro inferiore al quantum a titolo di tassazione ordinaria, con contestuale abbandono della pretesa sanzionatoria” (fonte: Treccani)

L’Italia ha importato dalla Romania il 40 percento dei loro criminali. Mentre la Romania sta importando dall’Italia le nostre imprese e i nostri capitali. Che affare questa UE! Luigi Di Maio su Facebook (12/04/17)

Bufala del tutto campata in aria nata da un'interpretazione errata di una vecchia dichiarazione del procuratore di Messina (Fonte: Pagella Politica).

Diverse migliaia di poliziotti risultano positivi al test di Mantoux sulla tubercolosi, un regalino del Ministero dell’Interno che li mandava a soccorrere gli immigrati senza dotazioni di sicurezza. Luigi Di Maio su Facebook (17/09/14)

Bufala: si trattava di poche decine di agenti. Le analisi mostrarono che nessuno aveva contratto la malattia (Fonte: Pagella Politica).

Fateci fare il governo e lo spread scenderà. Luigi Di Maio durante un comizio (29/05/18) 

A ottobre, dopo 4 mesi di governo, lo spread supera i 300 punti.

Lo spread è colpa di Forza Italia, Pd e dei loro giornali che fanno terrorismo mediatico. Luigi Di Maio alla stampa (29/09/18)

Abbiamo trovato i 17 miliardi (cioè il 2 per cento della spesa pubblica) che servono a restituire dignità e garantire 780 euro al mese a 10 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Luigi Di Maio su Facebook (09/07/16)

I punti salienti del nostro programma, Reddito di cittadinanza incluso, valgono a regime una spesa annua intorno ai 75 miliardi (con coperture di 70 miliardi). Il Movimento 5 Stelle può arrivare a coprirli senza dover fare i salti mortali. Anzi. Programma M5S sul Blog delle Stelle (01/18) 

Banca d’Italia, Corte dei conti, Commissione Ue e ufficio di bilancio del parlamento esprimono pesanti critiche per la mancanza di coperture della nota di aggiornamento al Def

Tav opera inutile e vergognosa. Luigi Di Maio su Facebook (20/12/16)

La tav è una montagna di merda, La Tav è un’opera inutile, anche un imbecille, se informato, lo capirebbe. Beppe Grillo sul Blog (2012) 

Ora e sempre NOTav, continuiamo e continueremo per sempre a dire NO al Tav. E saremo sempre al fianco dei cittadini della Valsusa! Blog delle Stelle (1/12/16) 

“Il nostro obiettivo sarà quello di migliore la Tav. Non vogliamo fare nessun tipo di danno economico all’Italia ma vogliamo migliorare un’opera che è nata molto male" dichiara il ministro 5 Stelle alle infrastrutture Danilo Toninelli il 23 luglio.

Con Il M5S al governo bloccheremo il Tap in due settimane. Alessandro Di Battista (2/4/2017) 

“Abbiamo le mani legate, lo stop avrebbe un costo troppo alto” dichiara il Ministro per il Sud del M5S Barbara Lezzi il 16 ottobre.

LE SOLITE FAKE NEWS DEI MEDIA DI REGIME.

«Ha vinto il M5S, dateci il reddito di cittadinanza». L'assalto ai Caf del barese. Succede nel piccolo comune di Giovinazzo. Cittadini in fila per ottenere i moduli, centralini tempestati dalle telefonate al servizio di Comune e Regione, scrive l'8 marzo 2018 “L’Espresso. "Ha vinto il M5S, ora dateci i moduli per Reddito di Cittadinanza": accade in alcuni Comuni della Puglia, anche a Bari, dove numerose persone fra ieri e oggi si sono presentate ai Caf locali e, nel capoluogo, anche a Porta Futuro, il centro servizi per l'occupazione. Gli episodi, già resi noti dal sindaco di Giovinazzo (Bari), Tommaso Depalma, che ha parlato di file davanti ai Caf della città, si stanno verificando anche in queste ore. A Porta futuro a Bari, racconta il responsabile, Franco Lacarra, "sono una cinquantina le persone che tra ieri e oggi hanno chiesto i moduli per ottenere il reddito di cittadinanza, si tratta soprattutto di giovani". "A noi sindaci - afferma Depalma - piacerebbe poter comunicare ai cittadini che il problema della disoccupazione è risolto e che per tutti quelli che non hanno lavoro c'è un Reddito di Cittadinanza, ma credo che i cittadini siano stati ammaliati da spot elettorali". «Ovviamente - aggiunge Franco Lacarra   - non si tratta di folle oceaniche, ma comunque è certo che molta gente è alla ricerca dei moduli per ottenere il reddito di cittadinanza e ci chiede informazioni». «Sono soprattutto i giovani - aggiunge - che ci chiedono informazioni, naturalmente anche i Caf potranno dare una descrizione su quello che sta accadendo».

"Ha vinto M5S, dateci i moduli per il reddito di cittadinanza". Numerose richieste ai Caf da Bari e Palermo. A Giovinazzo e nel capoluogo pugliese decine di richieste. A Palermo un Caf costretto a mettere un avviso all'esterno. Ma i Cinque Stelle della Puglia attaccano: "Una mistificazione", scrive l'8 marzo 2018 "La Repubblica". "Ha vinto il M5S, ora dateci i moduli per il reddito di cittadinanza": accade in alcuni Comuni della Puglia, anche a Bari, dove numerose persone dopo l'esito del voto si sono presentate ai Caf locali. A Bari e a Giovinazzo - ma anche a Palermo dove gira anche un falso formulario - decine di cittadini hanno chiesto informazioni sulla modulistica per accedere al reddito di cittadinanza promesso in campagna elettorale dal Movimento 5 Stelle. Nel job center di Porta Futuro a Bari, per esempio, in tre giorni sono pervenute da persone di età compresa tra i 30 e i 45 anni una cinquantina di richieste di accesso alla modulistica. "A chi si è affacciato chiedendo se fossero già disponibili i moduli per richiedere il reddito di cittadinanza, abbiamo dato una risposta tecnica, dicendo che non c'è al momento nessun provvedimento che codifica questo strumento", ha chiarito Giovanni Mezzina, responsabile dei servizi di orientamento di Porta Futuro Bari. Anche a Palermo le richieste iniziano ad arrivare. Una decina di persone si sono presentate al Caf Asia di Piazza Marina. E al patronato dell'Ente nazionale di assistenza sociale ai cittadini (Enasc), per frenare il via vai di chi chiedeva informazione hanno affisso un foglio con la scritta in italiano e in arabo: "In questo Caf non si fanno pratiche per il reddito di cittadinanza". In Puglia, dal Comune di Giovinazzo, l'assessore alle Politiche Sociali, Michele Sollecito, racconta che le domande su questo specifico provvedimento si aggiungono, ma in termini di curiosità, a quelle che da tempo i cittadini pongono per accedere al Reddito di dignità (Red) della Regione Puglia e al Reddito di Inclusione (Rei) del Governo. "Non c'è nessuna nuova frenesia per il reddito di cittadinanza proposto dai 5Stelle, ma curiosità sì. Ma nessun pugno sul tavolo o nessuna rivendicazione animata. Perché Giovinazzo non è una città di indolenti parassiti". Dal canto suo il sindaco di Giovinazzo, Tommaso Depalma (lista civica), ritiene "che i cittadini siano stati ammaliati da spot elettorali. La vittoria del M5S c'è stata, netta e inconfutabile, ma per il reddito di cittadinanza la vedo dura". Ma in Cinque Stella della Puglia parlano di mistificazione della realtà. E raccontano che anche il direttore di Porta Futuro, Franco Lacarra, "che per dovere di cronaca è il fratello del neoeletto deputato renziano Marco Lacarra del Pd ha confermato in maniera molto schietta che non vi era stato alcun assalto". Il comunicato di Porta Futuro, però, non smentisce: "Alcuni cittadini sono passati dal nostro sportello per chiederci informazioni e approfondimenti su questo tema. Vogliamo chiarire che tutto ciò è normale nel nostro Paese: succede ogni volta che vengono divulgate notizie rilevanti per le politiche del lavoro e per la vita dei cittadini, come è avvenuto per altre proposte legislative promosse negli ultimi mesi".

La Fake news contro il Movimento Cinque Stelle delle richieste di massa di reddito di cittadinanza, scrive il 9 marzo 2018 "Positano News". Da questa mattina in Puglia politici e giornali hanno lanciato una nuova bufala: FIUMI di persone avrebbero preso d’assalto alcuni CAF e centri per l’impiego per richiedere il reddito di cittadinanza. A lanciare l’allarme per primo il sindaco di Giovinazzo (BA) (che ha appoggiato il PD in campagna elettorale) che, commentando un articolo di una testata locale, ha parlato di “file davanti ai Caf della città”. La notizia è stata poi ripresa da “La Repubblica” che ha raccontato di “RAFFICHE DI RICHIESTE” anche per “Porta Futuro” il centro per l’impiego di Bari. UNA FOLLIA GENERALE CHE CI E’ APPARSA QUANTOMENO “SOSPETTA” ad appena 4 giorni dal voto, con un Governo nemmeno insediatosi in attesa che si sblocchi la situazione tra le varie forze politiche e dunque nessuna possibilità di legiferare. ABBIAMO DUNQUE DECISO DI ANDARE CONTROLLARE LA SITUAZIONE IN PRIMA PERSONA. Dopo aver girato alcuni CAF senza scorgere neanche lontani tentativi di “assalti”, abbiamo deciso di recarci direttamente a “Porta futuro”. Ingresso vuoto. Corridoi vuoti. (Dell’assalto e delle file interminabili mattutine, neanche un superstite). All’ingresso alcuni addetti ci hanno subito spiegato che “in realtà noi non abbiamo visto quasi nessuno, questa notizia ha lasciato di stucco anche noi”. Ci hanno dunque fatto parlare con il direttore Franco Lacarra (per dovere di cronaca sottolineiamo essere il fratello del neoeletto deputato renziano MARCO LACARRA (PD)) che in maniera molto schietta e onesta ci ha confermato che rispetto agli articoli letti non vi era stato alcun “assalto” ma che è solo capitato, come gli capita sempre per qualsiasi provvedimento compresi quelli regionali, che alcune persone NEGLI ULTIMI 3 GIORNI si siano recate a chiedere informazioni generiche sul reddito di cittadinanza. Abbiamo dunque chiesto al direttore di riportare la realtà dei fatti specificando di come si sia trattato di un fenomeno assolutamente normale e quotidiano per loro. Il direttore, d’accordo con noi, ha dunque richiesto al suo ufficio comunicazione di scrivere una smentita sul canale Facebook di Porta Futuro. Non sappiamo bene come sia potuto accadere ma solo pochi minuti dopo lo stesso direttore è stato contattato telefonicamente, davanti a noi, dallo staff del sindaco renziano ANTONIO DECARO (PD). Abbiamo ascoltato dunque il direttore costretto a “giustificarsi” spiegando che con questa smentita avrebbe voluto solo raccontare la verità dei fatti (a suo parere, testualmente, “una cazzata”). Nel frattempo, mentre eravamo ancora in loco, sono arrivati altri giornalisti del TG RAI, di Repubblica e pare che il direttore sia stato contattato anche dalla CNN. Tutto quanto vi abbiamo raccontato sopra è cronaca, ora traete voi le vostre conclusioni. Dal canto nostro, vorremmo solo dirvi una cosa: è evidente che la lezione di queste elezioni politiche a qualcuno non sia bastata. A questo punto vi preghiamo: se davvero avete così poca considerazione per l’intelligenza dei cittadini italiani continuate pure a diffondere falsi “scandali” e fake news, vorrà dire che alle prossime consultazioni elettorali il Movimento 5 Stelle volerà, da solo, oltre il 41%. A riveder le stelle…

I non detti di Ghouta, scrive Sebastiano Caputo il 22 febbraio 2018 su "Il Giornale". Tutto ciò che accade in queste ore nella periferia di Damasco, di preciso a Ghouta, è filtrato da una sconcertante quanto irresponsabile narrativa. In Siria c’è la guerra da oltre sette anni eppure i grandi e autorevoli mezzi d’informazione sembrano accorgersene solo ora perché gli ingredienti per la mistificazione della realtà non mancano affatto. La meccanica comunicativa è più o meno sempre la stessa: una produzione di notizie scollegate fra loro e confezionate dentro un frame, cioè la cornice giornalistica da cui è impossibile sfuggire, in questo caso “la mattanza di Ghouta perpetuata dall’aviazione del governo siriano”. Seguono immagini scioccanti – in larga parte riportate dai “White Helmets”, il braccio umanitario e mediatico dei gruppi terroristici- che mostrano le tragiche conseguenze “dell’offensiva”, intere abitazioni rase al suolo, cadaveri sulla strada, donne in lacrime, ambulanze, soccorritori in cerca di cadaveri tra le macerie. Le riprese sono di qualità, il logo con l’elmetto bianco appare di continuo, le fotografie vengono scattate con cura. Nell’album emerge un’istantanea che diventa il simbolo di un assedio: una bambina col pigiama rosa – la scelta del pigiama non è casuale e richiama di riflesso i campi di concentramento nazista – che viene tratta in salva da casa sua. Esattamente come ad Aleppo, quando il piccolo Omran Daqneesh fu immortalato coperto di sangue e polvere nell’ambulanza, peccato che poco tempo dopo il padre svelò la tecnica dei White Helmets i quali presero il bambino ancora sporco e scosso dai bombardamenti e lo gettarono in mondovisione sul loro profilo Twitter certi che le agenzie occidentali lo avrebbero alzato come trofeo. Alla sequenza di immagini trasmesse a ripetizione – peraltro sempre le stesse – seguono i dati. A contare i morti ci pensa il generatore di notizie diretto da un solo uomo che vive in Inghilterra: l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani. Ad accodarsi a questo macabro spettacolo del dolore sono le organizzazioni non governative occidentali – Unicef, Save The Children, Médecins Sans Frontières – che mentre mettono in primo piano i cadaveri putrefatti di donne e bambini raccolgono donazioni – tramite squallidi banner pubblicitari – dai lettori distratti e travolti da un flusso ininterrotto di lacrime.  Nessuno vuole negare le conseguenze immonde della guerra, il problema, ancora una volta, sono i non detti dell’offensiva di Ghouta.  Chi vive nel sobborgo di Damasco? Chi sono questi ribelli (che se ci fate caso non vengono più nemmeno definiti “moderati”)? Come agiscono? E come fa un’enclave, senza sbocchi autostradali, a fornirsi di armi e munizioni? Questo spazio geografico si è ritagliato nella contorta mappa militare nel lontano 2012 e si colloca sul lato nord-orientale, alle porte della capitale. Quasi 400mila civili sono tenuti praticamente in ostaggio da tre fazioni jihadiste legate a doppio filo con Al Qaeda - Faylaq al Rahman, Tahrir al Sham e Jaysh al Islam – che da anni attaccano i quartieri centrali di Damasco – non lontani dal Suk – a colpi di mortai. L’offensiva dell’esercito siriano è stata rafforzata per rispondere agli attacchi contro i damasceni che si sono intensificati proprio in questi giorni. Molti di loro hanno perso la vita ma se ne parla poco perché la narrativa occidentale è monodirezionale e classifica i civili siriani in due categorie: alcuni sono più vittime di altri. Ghouta è anche quel luogo in cui vengono fabbricate e utilizzate armi chimiche come dimostrò l’attacco del 21 giugno del 2013 in cui inizialmente furono lanciate accuse contro il governo di Bashar al Assad, poi smentite dal premio Pulitzer Seymour Hersh e rispedite al mittente fornendo le prove che invece incolparono proprio quei ribelli “angelizzati” dalla stampa occidentale, i quali le utilizzarono per trascinare l’amministrazione Obama in guerra. Ecco, fin quando i grandi esperti con i loro look confortevoli o i commentatori isterici non vi risponderanno a queste domande precise vorrà dire che sono alimentatori inconsapevoli di questa grande macchina della disinformazione, o furbetti che coprono per chissà quali interessi veri e propri gruppi terroristici complici dei peggior crimini che loro stessi denunciano. 

Erdogan tuona sui civili di Ghouta, ma quelli di Afrin sono “terroristi”, scrive il 27 febbraio 2018 Lorenzo Vita su "Gli Occhi della Guerra" su "Il Giornale". In questa guerra di Siria tutto assume connotati incredibili, anche Erdogan che si erge a paladino del diritto internazionale e umanitario. Parlando della tragedia umanitaria della Ghouta orientale, il portavoce del presidente turco ha scritto che “il regime sta commettendo massacri” e che “il mondo dovrebbe dire stop a questo massacro insieme”. Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, venerdì scorso ha invitato la Russia e l’Iran, alleati della Siria di Assad, a “fermare” le bombe su Ghouta Est, parlando del bombardamento del sobborgo damasceno come qualcosa che passerà alla storia come la “Srebrenica siriana”. Il presidente turco ha deciso di sposare, in questi giorni, una linea fortemente negativa nei confronti dell’avanzata di Damasco nel sobborgo della Ghouta orientale. Rompendo quasi definitivamente il patto di Astana con Putin e Rohani, Erdogan ha deciso di intraprendere una campagna assolutamente contraria al governo facendo tornare indietro le lancette dell’orologio ai tempi delle prime rivolte contro Assad, quando Ankara sosteneva il rovesciamento del leader siriano e le milizie che si ergevano in tutta la Siria. E ovviamente sfrutta la questione della Ghouta orientale per colpire il governo siriano e imporre la propria linea nello scacchiere settentrionale siriano. Erdogan è così: chi lo tutela ha la sua collaborazione e chi non lo tutela diventa nemico. E sono sempre i curdi dell’Ypg l’ago della bilancia. Quando gli Stati Uniti hanno deciso di sostenere le milizie del Rojava e del nord dell Siria, il presidente turco ha abbandonato nella sostanza l’alleanza con Washington schierandosi con Mosca e sostenendo il piano delle de-escalation zones con l’Iran e la Russia. Adesso che ha intrapreso l’operazione “Ramoscello d’ulivo” e ha scatenato le forze armate contro i curdi di Siria, ottenendo il confronto diretto con la Siria, eccolo di nuovo andare contro il governo di Damasco e provare a riallacciare i rapporti con gli Usa. Nel frattempo, ha intrapreso contro i curdi una campagna militare cruenta, che sta tenendo sotto scacco intere città e dove ci sono già le prime accuse di uso di gas contro i villaggi. Soltanto che, secondo Ankara, c’è una differenza. Mentre per Erdogan la risoluzione Onu sulla tregua è giusta per fermare il massacro della Ghouta orientale, la stessa cosa non vale per Afrin, Manbij. La Turchia ha accolto positivamente l’approvazione della tregua umanitaria in Siria, ma ha subito messo le mani avanti, dicendo che questo non avrà alcuna conseguenza su Afrin e l’offensiva di terra nel nord della Siria perché “resterà risoluta nella battaglia contro le organizzazioni terroristiche che minacciano l’integrità territoriale e l’unità politica della Siria”. Non c’è discussione sul fatto che questa decisione” del Consiglio di Sicurezza dell’Onu “non abbia alcun effetto sulla operazione che la Turchia sta portando avanti”, ha confermato il vice premier turco, Bekir Bozdag, mentre Erdogan ha sottolineato che l’offensiva “continuerà fino a che l’ultimo terrorista sarà distrutto”. “Sembra che sarà una estate dura e calda per i terroristi e per i loro sostenitori. Prima ripuliremo Manbij, poi tutta l’area a ovest dell’Eufrate”, così si è espresso Erdogan. Parole non troppo dissimili da quelle rivolte dal blocco a sostegno di Assad nei riguardi dell’offensiva contro Ghouta Est e altre sacche. Eppure, se per Erdogan questi sono massacri sui civili, quella che ha intrapreso la Turchia è solo un’offensiva contro il terrorismo. Un interessante punto di vista che fa riflettere su quanto sia importante l’uso del linguaggio in un conflitto che si svolge anche con le definizioni.

Ghouta Est: quando i ribelli mettevano i civili in gabbie, scrive "Piccole note" il 27 febbraio 2018 su "Il Giornale". La Russia ha stabilito che da oggi, ogni giorno, ci sarà una tregua umanitaria per Ghouta Est, dalle 9 alle 14 e chiesto l’apertura di vie di fuga per i civili che vi abitano. La pressione internazionale per fermare l’attacco dell’esercito siriano diretto all’enclave di Damasco controllata dai cosiddetti ribelli ha sortito un primo effetto. Vedremo gli sviluppi: anche la campagna per la riconquista di Aleppo Est fu uno stillicidio di stop and go, a causa da una pressione internazionale diretta a contrastare le operazioni dell’esercito siriano.

La Caritas siriana denuncia lo squilibrio dell’informazione. Esattamente quanto accade adesso, grazie una fortissima campagna mediatica che dipinge l’operazione contro Ghouta Est come brutale e i ribelli come eroi in lotta contro il sanguinario regime di Assad. La guerra è brutta, anche quelle giuste (quella di liberazione dal nazifascismo, ad esempio, conobbe ombre terribili: Dresda, Cassino, Hiroshima e Nagasaki…). Ma questa sembra più brutta di altre. E i ribelli che la combattono più umanitari di altri: ecco che foto e video li immortalano mentre, premurosi, soccorrono i feriti e altro e più stucchevole. Nessuna notizia di quanto da essi perpetrato a Damasco in questi giorni. Tanto che anche la Charitas siriana, in un raro comunicato, ha sbottato: «La maggior parte dei reportage giornalistici si concentra sui bombardamenti effettuati dalla Siria e dalla Russia su Ghouta Est». Nulla si dice invece di quanto avviene a Damasco, martellata ogni giorno «dall’inizio del 2018» da «colpi di mortaio» sparati da quel quartiere (vedi anche Piccolenote). Come anche nessuna notizia sul raid degli Stati Uniti a Deir Ezzor compiuto in questi stessi giorni: 25 i civili uccisi (Xinhua). D’altronde tale silenzio è in linea con quanto accaduto a Raqqa, città coventrizzata dagli Stati Uniti per scacciarne l’Isis (questa la narrazione ufficiale).

Le gabbie umanitarie degli eroi di Ghouta Est. Resta che se il quartiere di Ghouta Est non viene liberato, gli altri quartieri di Damasco resteranno preda dei bombardamenti dei ribelli cari ai circoli che stanno perpetrando il regime-change siriano. A meno che i loro sponsor internazionali non li fermino, cosa che non hanno alcuna intenzione di fare. Gli servono perché sono fonte di destabilizzazione permanente della capitale siriana. Così anche le campagne umanitarie servono a uno scopo prettamente bellico: a evitare che Ghouta Est cada ed essi perdano un tassello prezioso nella prospettiva di portare al collasso il governo di Damasco, logorandone la resistenza.

Ma chi sono gli eroi di Ghouta Est? Si tratta di alcune milizie jihadiste, subordinate ad al Nusra (al Qaeda), la più forte e organizzata. Istruttivo un report di Human Rights Watch, organizzazione non certo filo-Assad, del 2015: «I gruppi armati siriani mettono in pericolo i civili, incluse le donne» che espongono «in gabbie di metallo in tutta Ghouta orientale». Un crimine di guerra, spiega HRW, che i miliziani hanno usato per evitare gli attacchi del governo siriano. Importante quel cenno a «tutta Ghouta orientale» contenuto nel testo: indica che le gabbie dell’orrore sono state usate da tutte le milizie presenti a Ghouta, non dalla sola al Nusra. Nel report di HRW un cenno a un altro video che immortala «camion che trasportano gabbie, ciascuna contenente da quattro a otto uomini o donne». I «ribelli di Ghouta hanno distribuito 100 gabbie, ogni gabbia contiene circa sette persone e il piano è quello di produrre 1.000 gabbie da distribuire nella Ghouta orientale». Il bello è che lo sanno anche loro: anche la Cnn, infatti, aveva ripreso quel video (cliccare qui). Allora, quelle terribili immagini servivano per denunciare la brutalità dell’estremismo islamico. E così giustificare un intervento americano in loco. Oggi non servono più, anzi. Così sono semplicemente obliate. La guerra siriana, come anche altre (Yemen ad esempio), è «disumana», come ha detto papa Francesco all’Angelus di domenica. Quelle immagini lo documentano nella maniera più agghiacciante. Come disumana è la cortina fumogena che intossica le informazioni su quanto realmente sta avvenendo in quel martoriato Paese.

LA SOLITA FAZIOSITA'.

Talk show: così il populismo ha vinto grazie alla tv, scrive Angela Azzaro l'11 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Anni di tv fondata sulle urla e sull’emotività hanno favorito il passaggio dal popolo al populismo. Aldo Grasso, il critico televisivo e di costume del Corriere della sera, ha scritto sul ruolo che i talk show hanno avuto in questa ultima tornata elettorale. Secondo il professore della Cattolica di Milano i programmi di politica, che in questi anni hanno perso molti consensi, avrebbero favorito principalmente il Pd e Forza Italia, mentre l’assenza dalla tv avrebbe avvantaggiato i Cinque stelle. Il Pd, in realtà, ha avuto contro quasi tutte le tramissioni a cominciare da quelle che in teoria, ma appunto solo in teoria, dovrebbero essere amiche come Carta Bianca su Rai3. Pochissimi partiti al governo sono stati così osteggiati. I Cinque stelle invece hanno potuto contare su quasi tutto il palinsesto di La7: anche quando non erano presenti per- sonalmente in studio, erano rappresentati dai giornalisti ospiti, schierati molto spesso con il loro movimento. La Lega, pur con una strategia comunicativa in parte differente, ha potuto contare sulle trasmissioni di Del Debbio e Belpietro su Rete4. Ma la questione è molto più strutturale di un appoggio che potremmo definire “esterno” alle forze populiste che poi hanno vinto le elezioni. I talk show sono parte del “populismo”, per alcuni versi lo hanno creato, condizionando la percezione della realtà e gli schieramenti, ancora prima che partitici, ideologici e identitari. In questi anni siamo stati abitutati a una tv urlata, che ha dram- matizzato qualsiasi problema, dall’arrivo dei migranti alla sicurezza nelle città. Sono state davvero poche le trasmissioni che non abbiano alimentato la paura, creato l’odio per il diverso, fatto credere che i diritti degli uni ( chi arriva in Italia in fuga da fame e povertà) siano opposti ai diritti degli altri ( gli italiani). È una tv basata non sulla ragione e sui dati, ma sulle emozioni non mediate, sulla cosiddetta pancia, sull’irrazionalità. È una tv che ha creato un suo pubblico, lo stesso pubblico che ha poi votato Cinque Stelle e Lega che usano da questo punto di vista la stessa cifra comunicativa. Pier Paolo Pasolini, parlando prima di tutti in Italia di quel fenomeno che poi avremmo chiamato globalizzazione, teorizzava un mutamento antropologico degli italiani. Era il rimpianto delle lucciole, che aveva un certo sapore reazionario, ma che coglieva un cambiamento profondo della società. Oggi quel mutamento è diventato ancora più radicale e ha avuto come campo di battaglia proprio un modo di intendere la televisione e l’informazione. Il passaggio da popolo a populismo, dal conflitto all’odio, avviene dentro un format televisivo che vive tutto come una guerra, un processo mediatico, uno scontro. Le forze politiche che non hanno questo approccio alla politica hanno pagato un prezzo molto alto, non solo perché la loro voce risalta di meno, ma perché meno rispondono alla trasformazione antropologica e sociale avvenuta in questi anni. Il presidente del Censis De Rita, che ha fotografato la società del rancore, vede nuovi segni di cambiamento. Comunque sia questo cambiamento non può non passare anche attraverso una riflessione sui mezzi di comunicazione di massa, dalla tv a internet.

Sembrava il talk di Kim, ma era la Tv italiana, scrive Piero Sansonetti il 16 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". Ho visto in Tv, l’altra sera, un talk show dedicato al pasticcio- rimborsi dei 5 Stelle, e sono rimasto senza parole. Per come era organizzato, per le cose che si dicevano, per i protagonisti. Lo conduceva Enrico Mentana. Mentana, ma come fai un talk? Solo 5stelle a processare i 5stelle? Mentana è sicuramente è uno dei giornalisti italiani più bravi. Ed è un professionista di grandissima esperienza, ha lavorato ai massimi livelli in Rai a Mediaset e ora alla Sette. Eppure la sensazione netta era quella non di assistere a un dibattito ma ad una rappresentazione di regime. Scusate se uso questa parola così aspra, ma è quella giusta. Sia chiaro, non sono mai stato un fanatico della par condicio, anzi penso che sia una pessima cosa. Penso che l’informazione non la si possa fare col bilancino: deve godere di spazi di libertà, e professionali, che le norme della par condicio mortificano. Però una cosa è la discrezionalità della rete, o del conduttore, un’altra cosa è condurre una trasmissione sui 5 Stelle in difficoltà per i rimborsi spariti, con la partecipazione (nella prima parte) del capo dei 5 stelle, di un conduttore simpatizzante dei 5 stelle, del fondatore del giornale dei 5 stelle e basta. E nella seconda parte con l’intervento di altri due giornalisti decisamente simpatizzanti dei 5 stelle (o comunque molto ostili al Pd e a Forza Italia) e di un terzo bravo e giovane giornalista, indipendente, al quale però non si concede, o quasi, di esprimere il suo punto di vista.

I protagonisti della trasmissione ai quali mi riferisco sono, nell’ordine, lo stesso Enrico Mentana, Antonio Padellaro (che, paradossalmente, è stato sicuramente il più serio e anche il più critico verso il movimento di Grillo), Mario Sechi ( tifoso oltre ogni immaginazione dei 5 stelle, a sorpresa per me che lo avevo lasciato tempo fa berlusconiano e poi sapevo che era diventato montiano), Alessandro De Angelis, dell’Huffington Post (il quale ha il merito di avere rivolto a Di Maio l’unica domanda ragionevole, e però il demerito di non avere preteso una risposta) e infine, isolatissimo e, giustamente, un po’ intimidito, Ilario Lombardo, della Stampa. Il risultato di tutto questo è stato paradossale. Diciamo che tutti si aspettavano una specie di processo ai 5 stelle (come sarebbe capitato a qualunque altro partito nelle stesse condizioni), beccati dalle jene con le mani nel sacco e messi di fronte all’evidenza che il loro grado di trasparenza e di onestà non è superiore a quello degli altri partiti. Invece è successo esattamente il contrario. A parte Padellaro (che ha provato a illustrare alcune critiche anche abbastanza graffianti ai ragazzi di Di Maio e a Di Maio), per il resto la trasmissione ha affermato le seguenti verità indiscutibili.

Prima, che i 5 stelle sono e restano il primo partito e che tocca a loro lo scettro del principe e palazzo Chigi.

Seconda, che gli altri partiti sono molto peggio dei 5 stelle e devono solo starsene zitti ed eventualmente garantire in parlamento ai 5 stelle i voti per governare.

Terza, che i parlamentari a 5 Stelle sono gli unici che restituiscono parte dei loro stipendi anche se non proprio tutti lo fanno. (In realtà verso la fine della trasmissione è stato mandato in onda un servizio che dimostrava il contrario, ma nessuno si è sentito in dovere di dire: “ohibò, ma allora stavamo sbagliando tutto…”).

Quarta, che le liste elettorali di tutti i partiti che non siano i 5 Stelle sono piene di inquisiti, cioè di impresentabili.

Quinto, che di conseguenza i 5 Stelle restano il partito dell’onestà, anche se fanno sparire un po’ di quattrini, e che questa caratteristica non viene per niente intaccata dal fatto che un bel gruppetto di parlamentari ha falsificato i bonifici e un altro bel gruppetto di dirigenti del movimento (ma di questo neanche se ne è parlato) ha falsificato le firme. Personalmente penso che nessuna di queste cinque verità sia vera. Si tratta delle classiche verità non vere.

1) Che i 5 Stelle siano e restino il primo partito è un ottimo slogan elettorale, ma è circostanza tutta da verificare. Chi ha vinto si stabilisce dopo le elezioni, non prima. Oltretutto si tratterà di vedere come si calcola la consistenza delle forze politiche: per coalizione o per liste? Per percentuali o per seggi? Per risultati all’uninominale o al proporzionale? Mi chiedo: è compito di un talk show sostituire le analisi politiche con uno slogan a favore di un partito? Può darsi di sì, però è una novità nell’etica giornalistica.

2) Perché mai gli altri partiti sono peggio dei 5 Stelle? E’ una verità rivelata, un teorema che non ha bisogno di dimostrazione? E poi, a nessuno viene il sospetto che se gli altri partiti non hanno linciato i 5 Stelle dopo il pasticcio rimborsi è perché sono più civili e hanno un rispetto maggiore dello Stato di diritto? Certo, è facile immaginare cosa sarebbe successo se le parti fossero state invertite, e se a finire sotto accusa fossero stati il Pd o Forza Italia. Ci sarebbe stata l’ordalia. E’ una colpa – e non un merito – evitare l’ordalia?

3) Non è assolutamente vero che i 5 Stelle sono gli unici a donare. Lo fanno quasi tutti i partiti. Alcuni, come Sinistra Italiana, in misura molto maggiore ai 5 Stelle. Loro però dicono: ma noi li doniamo alle imprese, voi ai partiti. Non ho capito dove sia scritto che donare i soldi a una impresa (senza nessun controllo) sia moralmente più nobile che donarli al proprio partito (nelle cui idee, si suppone, uno crede; e del quale si fida ed è in grado di controllare democraticamente l’amministrazione). Ci siamo tutti convinti che Dio ha stabilito che un imprenditore è un sant’uomo, un missionario, e un partito politico (tranne il proprio) è letame?

4) Inquisiti e colpevoli non sono parole intercambiabili. Possibile che Mentana e Sechi e De Angelis non lo sappiano? Possibile che non conoscano la Costituzione italiana? Un inquisito non è impresentabile. Ognuno poi stabilirà nell’urna se lo considera meritevole o no e se considera meritevole o no un candidato che ammette di avere contraffatto un bonifico e di essersi gloriato di avere donato soldi che ha intascato. Cioè: lo stabiliranno gli elettori, perché tocca a loro questo compito.

5) Può un partito con una percentuale abbastanza alta di disonestà accertata nel suo gruppo dirigente presentarsi con la parola d’ordine (unica): onestà? Devo dire che questa domanda – l’unica vera domanda politica – l’ha posta con una certa insistenza Padellaro, ma non molto ascoltato. Ha chiesto: sicuri che un elettore possa fidarsi del rigore di un partito che non è capace neppure di controllare il suo gruppo parlamentare? Infine vorrei raccontarvi della domanda (a cui accennavo all’inizio) di De Angelis a Di Maio. Gli ha chiesto se accetterà il duello con Renzi in Tv. Di Maio ha preso tempo e ha iniziato a dire che a lui non è chiaro chi sarà il candidato premier del Pd e neanche quello della destra, e dunque finché non saprà questi nomi non può fare nessun duello. Qualunque giornalista un po’ scafato, e in particolare un giornalista “drastico” e bravo come Mentana, avrebbe commentato: «Ho capito, lei non vuole partecipare a nessun duello». Un giornalista un po’ più cattivo avrebbe detto: «Ho capito, lei ha paura di Renzi». Mentana ha detto: «Ho capito, tutto dipende dalla soluzione dei problemi negli altri schieramenti». Beh.

Dire che Grillo è un evasore per i giudici non è reato. Assolto Barbareschi che chiese controlli fiscali sui compensi del comico. Le toghe: "Notizie mai smentite dall'interessato", scrive Luca Fazzo, Domenica 18/02/2018, su "Il Giornale". Finora erano voci insistenti, chiacchiere dell'ambiente, interviste giornalistiche: che ronzavano tutte intorno allo stesso tema, ovvero l'insofferenza di Beppe Grillo verso i suoi doveri di contribuente. Ma ora si scopre che nel febbraio 2015 del singolare rapporto tra Grillo e le tasse si sono dovuti occupare anche i carabinieri. In una caserma di Santa Margherita Ligure, i militari interrogano un signore che con il leader dei 5 Stelle ha avuto a lungo rapporti d'affari. Il testimone mette nero su bianco: Beppe Grillo prendeva i soldi in nero. Un'evasione fiscale in piena regola, da parte del comico trasformatosi nell'alfiere dell'onestà-onestà-onestà. Grazie a quel verbale, d'ora in avanti chiunque potrà dare a Grillo dell'evasore senza venire condannato per diffamazione. Lo ha stabilito, con una sentenza riportata ieri dal Foglio, il giudice per le indagini preliminari di Genova, Massimo Cusatti, assolvendo con formula piena l'attore Luca Barbareschi, che da Grillo era stato querelato. Legittimo diritto di critica, scrive il gip, basato su fatti reali come la testimonianza raccolta dai carabinieri. A sollevare le ire di Grillo era stata una dichiarazione a Radiodue, in cui Barbareschi diceva: «Faremo la verifica fiscale a Grillo dove ci racconterà tutte le volte che è stato pagato in nero, per vent'anni della sua vita». Querela immediata, con l'avvocato di Grillo (ovvero suo nipote Enrico) che accusa l'attore di avere usato un «tono gratuitamente offensivo». Per difendersi, Barbareschi aveva depositato le interviste pubblicate nel 2011 dal Secolo XIX e nel 2014 dal Giornale al re della Milano by night degli anni Ottanta, l'impresario Lello Liguori, creatore anche del Covo di Nord Est a Santa Margherita. «Detesto Beppe Grillo perché va in giro a fare il politico, a sputtanare tutti quanti, ma quando veniva da me, carte alla mano, si faceva dare 70 milioni: dieci in assegno e 60 in nero». Episodi di questo tipo, spiegava Liguori, si erano ripetuti varie volte, sia in Liguria che a Milano. Quasi una prassi costante. Forse sarebbero bastati quei ritagli a fare assolvere Barbareschi. Ma il pm sul cui tavolo è approdata la querela di Grillo, il sostituto procuratore Francesco Cardona Albini, decide di vederci ancora più chiaro. I giornali potrebbero avere forzato le dichiarazioni di Liguori. E così il pm incarica i carabinieri di Santa Margherita di convocare l'uomo: e quello non si tira indietro. È un personaggione, il vecchio Liguori. Per anni nei suoi locali notturni si incrociava di tutto, dai politici ai boss della criminalità organizzata. Lui stesso è stato arrestato per le dichiarazioni del pentito Angelo Epaminonda, processato e infine assolto. Un'autorità nel suo campo: astuto, navigato, e abituato a non parlare a vanvera. Il 21 febbraio 2015, davanti ai carabinieri, mette a verbale: «Beppe Grillo in quegli anni non era molto famoso e io avevo organizzato circa 4/5 serate nei miei locali, sia al Covo di Nord Est che allo Studio 54 di Milano. Per le serate gli accordi erano che io personalmente pagavo nelle mani del comico Beppe Grillo un assegno di dieci milioni delle vecchie lire e i 60 milioni in nero e in cotanti. Ribadisco che tutto ciò avveniva tra me e il comico». Nelle interviste, Liguori era stato ancora più dettagliato e colorito: «Una sera al 54 c'era molto più afflusso del previsto, c'era gente fuori. A un certo momento Grillo mi ha preso da una parte e mi ha detto: guarda che voglio 10 milioni in più altrimenti non lavoro. Naturalmente io non sono l'ultimo arrivato, l'ho preso per le orecchie, l'ho portato in camerino e ha fatto la serata». Ma basta la dichiarazione messa a verbale perché il pm Cardona Albini chieda il proscioglimento di Barbareschi. Grillo viene avvisato, e presenta atto formale di opposizione all'archiviazione. Si tiene l'udienza preliminare. Ma il giudice dà ragione al pm, torto al leader pentastellato e assolve Barbareschi: vista «la circostanza già riferita dal Liguori, confermata direttamente dalla fonte della notizia», e considerati «la dimensione pubblica del personaggio e l'obiettivo interesse che può riconoscersi a tali fatti», va riconosciuto all'indagato il diritto di critica, «essendosi questi limitato al riferimento di circostanze che erano già state rese pubbliche, di obiettiva rilevanza sociale e mai smentite direttamente dall'interessato».

L'AGIT-PROP, OSSIA, "L'AGITAZIONE E LA PROPAGANDA".

Le parole degli agit- prop, scrive Piero Sansonetti il 2 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Molti di voi non sapranno neanche che vuol dire quella parolina che ho scritto nel titolo: «agitprop». Era il modo nel quale, nel partito comunista, si chiamavano gli attivisti che si occupavano delle campagne elettorali e in genere dell’attività di propaganda del partito. Agit- prop era l’abbreviazione di “agitazione e propaganda”, e “agitazione e propaganda” era la denominazione di un dipartimento, molto importante, che aveva una sua struttura nazionale e poi nelle singole regioni, nei Comuni, e in tutte le sezioni di partito. Il dirigente che aveva il compito di coordinare questo dipartimento era uno dei personaggi che più contavano nel partito. I capi nazionali degli agit- prop sono stati nomi molto famosi nel Pci, a partire da Amendola e Pajetta e in tempi più recenti il giovanissimo Veltroni. Mi è venuto in mente questo termine perché mi sembra che torni attuale. Questa campagna elettorale ricorda un po’ le origini, gli anni 40 e 50. Molta agitazione e molta propaganda. E non nel senso migliore di questi due termini. Tutta la campagna elettorale si è sviluppata su due direttrici: la prima è stata quella del fango sugli avversari, azione condotta con la partecipazione attiva, o addirittura sotto la guida di alcuni giornali. La seconda, quella della presentazione di programmi, o addirittura di risultati, del tutto improbabili o forse anche impossibili. Proviamo a dare un’occhiata alle parole chiave di questa campagna elettorale.

Cinque Stelle. Il partito nuovo, o se volete il movimento, non ha dato grande importanza al suo programma elettorale. Che in buona parte, peraltro, ha copiato un po’ dal Pd, un po’ da Wikipedia, un po’ dai giornali. L’unica proposta comprensibile è stata il reddito minimo garantito, ma i 5 Stelle non hanno spiegato come renderlo possibile, anche perché il reddito minimo è immaginabile solo aumentando la pressione fiscale, e questa è una cosa che – salvo la Bonino – nessuno osa prospettare. I Cinque Stelle hanno puntato tutto sulla squadra di governo. Che hanno presentato ieri, cioè quasi alla fine della battaglia, ed è composta interamente da nomi assolutamente sconosciuti all’elettorato (e non solo) tranne un nuotatore un po’ più famoso degli altri. Il problema però non è la qualità della squadra (che nessuno, nemmeno Di Maio, è in grado di valutare) ma la assoluta certezza che nessuno, o quasi nessuno, di quei nomi farà parte del futuro governo. Per la semplice ragione che il futuro governo sarà di coalizione e dunque andrà negoziato da vari partiti e i nomi dei ministri dovranno rappresentare diversi partiti. Compresi, eventualmente, i 5 Stelle. Diciamo pure che anche questa trovata della squadra di governo è un po’ una presa in giro. La squadra di governo la si può presentare in un sistema politico presidenziale, come quello americano. Non certo in un paese dove Costituzione e legge elettorale prevedono che sia il Presidente della Repubblica a scegliere il premier e a concordare con lui una coalizione in grado di sostenerlo.

Inciucio. La seconda grande bugia. Che accomuna tutti. Tutti dicono: l’inciucio mai. Inciucio – lo abbiamo scritto qualche settimana fa – è un modo dispregiativo per indicare un’intesa politica tra forze distinte. Cioè è la base della democrazia parlamentare italiana. L’inciucio fu inaugurato nel 1943, dopo l’armistizio, da democristiani, socialisti, comunisti e liberali, e poi è proseguito senza soluzione di continuità, escluso il breve periodo del bipolarismo, nel quale un sistema elettorale maggioritario, o a premio di maggioranza, permise il governo di uno solo dei due schieramenti. La fine del sistema a premio di maggioranza, la sconfitta di Renzi al referendum, e la nascita del tripolarismo, hanno reso di nuovo indispensabile una intesa tra forze diverse, cioè l’inciucio. Tutti i partiti ne sono consapevoli, e tutti fingono di essere fieramente contrari.

Immigrazione. È stato il tema chiave della battaglia politica. I partiti del fronte populista (in particolare la Lega e Fdi, un po’ meno i 5Stelle), ne hanno fatto il loro cavallo di battaglia. Il centrodestra moderato è stato costretto, almeno in parte, a inseguire o ad adattarsi. Il centrosinistra ha trattato il tema con più prudenza, ma comunque senza denunciare la falsità del problema. Tanto che, alla vigilia delle elezioni, si è rifiutato di approvare lo Ius Soli, e ancora in questi giorni (per le stesse ragioni, e cioè il timore della propaganda populista) ha rinviato la riforma dell’ordinamento carcerario. Il ritornello dei populisti è stato: «È in corso un’invasione, la quantità di immigrati sta aumentando in modo esponenziale, l’immigrazione porta delinquenza e questo è il motivo dell’aumento continuo della criminalità. Fermiamo l’immigrazione, cacciamo i clandestini, riprendiamoci l’Italia, impediamo la “sostituzione etnica”». Non è vero che è in corso un’invasione, visto che gli immigrati sono ancora largamente al di sotto del 10 per cento della popolazione. L’immigrazione è in aumento ma è assolutamente sotto controllo. Non è vero che la delinquenza è in aumento, anzi da quindici anni è in continua e progressiva diminuzione. Tanto che gli omicidi sono scesi, dalla fine degli anni novanta, dalla cifra di quasi 2000 a meno di 400 all’anno. E non è vero neanche che l’aumento dell’immigrazione aumenta la criminalità. I detenuti stranieri nel 2007 erano il 32 per cento della popolazione carceraria. Oggi sono ancora il 32 per cento, sebbene il numero degli immigrati sia quasi raddoppiato. L’uso della paura dell’immigrato come strumento di campagna elettorale ha prodotto una gigantesca disinformazione di massa. Giornali e Tv si sono sottomessi. Sarà difficilissimo correggere questa disinformazione.

Economia. Di economia si è parlato pochissimo. I partiti di opposizione non ne hanno voluto parlare soprattutto perché i dati ultimi sono positivi per l’economia italiana. Il partito di governo ne ha parlato di sfuggita, forse perché non ha molte proposte concrete per intervenire. Forza Italia è l’unica che si è occupata della questione, ma con la proposta della Flat Tax e cioè di una soluzione che nessun grande paese occidentale ha mai adottato, e che anzi, tutti, hanno considerato irrealizzabile.

La Giustizia. È stata la grande assente. Nessuno osa parlare di giustizia. Lega e 5Stelle hanno in serbo un programma di stretta e di riduzione drastica dello Stato di diritto. Non hanno mai nascosto di considerare lo Stato di diritto un orpello ottocentesco. Però in campagna elettorale hanno evitato di parlarne troppo. Persino Il Fatto ha messo la sordina. Forza Italia e Pd, partiti più garantisti, non hanno trovato il coraggio di porre seriamente la questione sul tappeto, perché temono di perdere voti. Mi fermo qui. Credo di avere spiegato perché questa campagna elettorale mi porta al tempo degli agit-prop. Con una differenza: allora i partiti avevano anche dei programmi politici, ed erano programmi politici alternativi e chiari. Oggi no.

D’Alema è la causa della crisi Pd. Il Dio della politica lo ha punito, scrive Sergio Carli il 5 marzo 2018 su "Blitz Quotidiano”. D’Alema è la causa principale della crisi del Pd. Il Dio della Politica, o il Dio che atterra e suscita di Manzoni, insomma proprio quel Dio là, l’ha severamente e giustamente punito. La punizione divina si è manifestata con la clamorosa sconfitta nel suo collegio di casa, in Puglia, dove non ha raccolto nemmeno il 4 per cento dei voti e è arrivato ultimo in graduatoria. Così cade chi peccò di superbia. E dire che motivò la sua candidatura come la risposta a un imperativo categorico, una richiesta che saliva dalla piazza italiana che lo voleva ancora in politica, impegnato a salvare l’Italia. Quella bella Italia di pseudo sinistra che pensa ai poveri invece che alla crescita, a ridistribuire quello che non è stato accumulato, a proteggere i privilegi della casta, di cui lui e i suoi compagni di partito sono colonna. Come nella Unione Sovietica, che lui frequentò da ragazzo come pioniere. Giusto che questa sinistra, un po’ salottiera e un po’ saccente, sia finita come è finita, sotto il 4 per cento, altro che il 10. Come l’Unione Sovietica, appunto. Fu Massimo D’Alema a fermare Matteo Renzi sulla strada delle riforme. Fu lui il grande vecchio che orchestrò la campana contro il referendum costituzionale, scatenando i suoi agit prop. È stato lui la mente della scissione a sinistra del Pd che è finita come è finita ma che, nel processo, ha trascinato quasi nel baratro il Pd stesso. Il Pd è una forma di miracolo italiana. L’unico caso al mondo di un partito comunista che, attraverso successive mutazioni nonché lo sterminio di avversari a catena (Psi, Dc, Forza Italia e Craxi e Berlusconi), è riuscito a sopravvivere alla caduto del muro di Berlino e ottenere, quasi 30 anni dopo, un bel quasi 20 per cento dei voti. Ma quel vizietto tutto comunista che consentì la vittoria di Franco grazie alla strage operata nella sinistra non comunista, alla fine ha prevalso. Così D’Alema e il suo gregario Pierluigi Bersani non hanno resistito e hanno portato al disastro. C’è una forma di perversità crudele nel Destino dell’ex Pci, manifestazione tangibile della volontà divina. Nella sua prima mutazione, il Pds guidato prima da Achille Occhetto e poi soprattutto da Massimo D’Alema, guidò la lotta a Bettino Craxi e al Psi e alla Dc. Il risultato fu che all’Italia fu riservato il regalo di essere guidata da Silvio Berlusconi. Poi il Pd, nuova mutazione, guidò la guerra senza quartiere a Berlusconi. Il risultato fu Beppe Grillo. In questi 20 anni che tanti hanno definito età Berlusconiana, in realtà l’Italia è diventata sempre più un paese di Socialismo reale. Metà di noi non pagano tasse, non perché evasori ma perché esonerati dalla legge. La propaganda pauperistica del Pd, accompagnata dai disastrosi errori di Mario Monti e l’inefficacia delle sue poche iniziative positive (pensate al ritardo biblico dei pagamenti della PA) hanno fornito argomenti e brodo di cultura alla protesta grillina. Se non sarà ripescato per qualche miracolosa procedura. D’Alema finalmente uscirà di scena. Finalmente, ma forse troppo tardi.

Agit-Prop. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Agitprop è l'acronimo di отдел агитации и пропаганды (otdel agitatsii i propagandy), ossia Dipartimento per l'agitazione e la propaganda, organo del comitato centrale e regionale del Partito comunista dell'Unione sovietica il quale fu in seguito rinominato «Dipartimento ideologico». Nella lingua russa il termine «propaganda» non presentava nessuna connotazione negativa, come in francese o inglese, significava «diffusione, disseminazione, d'idee». Attività e obbiettivi dell'Agitprop erano diffondere idee del marxismo-leninismo, e spiegazioni della politica attuata dal partito unico, oltre che in differenti contesti diffondere tutti i tipi di saperi utili, come per esempio le metodologie agronome. L'«agitazione» consisteva invece nello spingere le persone ad agire conformemente alle progettualità d'azione dei dirigenti sovietici.

Forme. Durante la Guerra civile russa l'Agitprop ha assunto diverse forme:

La censura della stampa: la strategia bolscevica fin dall'inizio è stata quella di introdurre la censura nel primo mezzo di comunicazione per importanza, ovvero il giornale. Il governo provvisorio, nato dalla rivoluzione di marzo contro il regime zarista, abolì la pratica secolare della censura della stampa. Questo creò dei giornali gratuiti, che sono sopravvissuti con il loro proprio reddito.

La rete di agitazione orale: la leadership bolscevica capì che per costruire un regime che sarebbe durato, avrebbero avuto bisogno di ottenere il sostegno della popolazione russa contadina. Per farlo, Lenin organizzò una festa comunista che attirò i soldati smobilitati (tra gli altri) ad assumere un'ideologia e un comportamento bolscevico. Questa forma si sviluppò soprattutto nelle zone rurali e isolate della Russia.

L'agitazione di treni e navi: per espandere la portata della rete di agitazione orale, i bolscevichi usarono i mezzi moderni per raggiungere più in profondità la Russia. I treni e le navi effettuarono agitazioni armate di volantini, manifesti e altre varie forme di agitprop. I treni ampliarono la portata di agitazione in Europa orientale, e permisero la creazione di stazioni di agitprop, composte da librerie di materiale di propaganda. I treni furono inoltre dotati di radio e di una propria macchina da stampa, in modo da poter riferire a Mosca il clima politico di una determinata regione, e di ricevere istruzioni su come sfruttare al meglio ogni giorno la propaganda.

Campagna di alfabetizzazione: Lenin capì che, al fine di aumentare l'efficacia della sua propaganda, avrebbe dovuto aumentare il livello culturale del popolo russo, facendo scendere il tasso di analfabetismo.

L'AGIT-PROP. Questa pagina è tratta da: La Turbopolitica, sessant'anni di comunicazione politica e di scena pubblica in Italia: 1945/2005 (riassunto) di Anna Carla Russo. L’agit-prop (Agitazione e Propaganda). I militanti costituiscono l’esercito dei partiti di massa e le caratteristiche del militante sono la spinta ideologica, dedizione alla causa, rispetto della disciplina interna, ampia disponibilità e proprio su questo si fonda l’organizzazione e la sua presenza sul territorio, vivacità e visibilità. L’attività del militante è molto preziosa, ma non ha un prezzo il militante infatti dedica la sua esistenza alla causa politica ed è sempre attivo in qualsiasi luogo, è l’anima dell’organizzazione e delle associazioni, circoli, polisportive, dopolavori, insomma tutto ciò che coinvolge la vita dell’iscritto. La campagna elettorale per le elezioni del 1948 trasforma i partiti in giganti macchine propagandistiche che coinvolgono migliaia di militanti; la Dc mobilita tutte le province giungendo a 90.  Attivisti; più estesa è la macchina propagandista dei Comitati civici che coinvolgono anche i fedeli arrivando a 300.000 volontari, anche Pci e Psi uniti nel Fronte democratico popolare nel 1948 hanno oltre due milioni di iscritti al partito di Togliatti organizzati in 10.000 sezioni che sovrintendono oltre 52.000 cellule; anche i numeri del Psi sono notevoli, il partito infatti si afferma nel 1946 con oltre quattro milioni e mezzo di voti come secondo partito italiano e primo nel Nord-Italia. Secondo il Pci la crescita politica deve procedere di pari passo con la crescita dell’individuo e con il raggiungimento di un suo maggior livello di istruzione e quindi lo sforzo educativo- organizzativo del partito richiede modalità diverse, tra il 1945 e il 1950 coinvolgono 52.713 partecipanti. Anche per i socialisti e le organizzazioni cattoliche i militanti devono crescere sia nel numero che nella preparazione; nel 1948 i Comitati civici improvvisano un corso per migliaia di volontari e dieci anni dopo nasce l’Unione Nazionale degli Attivisti Civici ossia una rete ben organizzata che nel 1958 raduna a Roma 1500 responsabili di una capillare attività di formazione svolta mediante corsi zonali e rurali. I corsi sono tenuti da Dirigenti della URA Campania che sviluppano argomenti quali: l’antimarxismo; al dottrina sociale della Chiesa: gli enti di Previdenza e Assistenza in Italia e la struttura e l’inserimento nella vita italiana del Comitato Civico. La stessa Azione cattolica intensifica l’opera di apostolato e formazione dando vita in tutta Italia a missioni religioso-sociali i cui responsabili vengono preparati in tre corsi nazionale di aggiornamento. Anche la Dc si occupa di formare i militanti organizzando 31 corsi provinciali; secondo Fanfani i contatti instaurati tramite le sezioni non erano efficaci quanto il colloquio personale, la riunione familiare o il dibattito amichevole al circolo e quindi il contatto personale e l’azione assidua dei militanti ricopriva un ruolo centrale. Alla metà degli anni ’60 i militanti dei due fronti sono coloro che dedicano tempo ed energie all’animazione del partito e aderiscono a un ideale politico applicandosi per la sua realizzazione. Le basi militanti cattolica e comunista differiscono per il significato che attribuiscono alla militanza e nel loro gradi di politicizzazione. Per gli attivisti del Pci la partecipazione militante coinvolge l’intera sfera degli interessi e delle attività individuali; per gli attivisti democristiani l’integrazione con il partito coinvolge solo in parte la vita privata del singolo; il militante comunista basa la sua azione sulla fedeltà al partito e non esistono al di fuori del partito altre autorità se non sovranazionali, mentre l’azione del militante democristiano è sostenuta dalla convinzione di essere l’unico depositario di una verità a cui gli altri si devono convertire e oltre al partito esistono altre sorgenti autoritarie a cui fare riferimento. Ci sono differenze profonde che vedono un Pci più attivo. Anna Carla Russo

Agit-Prop. Scrive Massimo Lizzi il 24 ottobre 2015. Agit-prop: Dipartimento per l’agitazione e la propaganda, organo del comitato centrale del partito comunista dell’Urss. In russo, dice Wikipedia, propaganda, significa diffusione di idee e di saperi utili, senza la connotazione negativa che ha in francese, inglese e in italiano; una connotazione che credo influenzi molto la percezione di sé dei nostri propagandisti. Agit-prop definisce bene un certo modo di fare opinione e informazione al servizio di un leader, un partito, uno stato, una chiesa, una causa. Fabrizio Rondolino, nel confronto con Marco Travaglio, da Lilli Gruber, ha definito agit-prop il Fatto Quotidiano, giornale allarmista per una democrazia sempre messa in pericolo e per una politica sempre corrotta e impunita. Ha ragione. I toni del Fatto erano, secondo me, adeguati contro Silvio Berlusconi, non solo capo, ma padrone del centrodestra, non solo leader e premier, ma padrone della TV commerciale, disposto a commettere reati, ad usare la politica per tutelarsi da inchieste e processi, a delegittimare la magistratura e la stampa. Oltre e dopo Berlusconi, il Fatto si è rivelato monocorde. Stessi toni nei confronti dei leader del centrosinistra e dei successori al governo del cavaliere. Toni che consistono nel rappresentare i politici avversari come dei disonesti o degli imbecilli, o entrambi. Più la simpatia per Beppe Grillo. Agit-prop definisce bene anche il giornalismo di Fabrizio Rondolino. Poco importa che abbia cambiato riferimenti nel corso della sua carriera professionale, da D’Alema, a Mediaset, al Giornale, ad Europa e ora all’Unità a sostegno di Renzi, perché si può cambiare idea o mantenere la stessa idea e vederla di volta in volta incarnata in soggetti diversi. Conta lo stile che si mantiene uguale: l’enfasi con cui sostiene il suo leader, la violenza con cui contrasta gli avversari del suo leader. Tweet oltre il limite della provocazione contro i meridionali, perché il rapporto Svimez mette in difficoltà il governo, o contro le insegnanti, per le proteste contro la riforma della scuola; un blogper bastonare la minoranza PD; una rubrica sull’Unità per dileggiare il Fatto tutti i giorni. Anche Rondolino in fondo dice dei suoi avversari che sono dei disonesti o degli imbecilli. A me piace il conflitto, lo scontro, la polemica, però resto perplesso di fronte ad un modo di confliggere che nega alla controparte rispetto, autorevolezza, valore, e conduce una dissacrazione totale e permanente nei confronti di chiunque sia fuori linea: politici, giornalisti, magistrati, costituzionalisti, intellettuali. Lilli Gruber ha chiesto conto a Marco Travaglio di una didascalia molto evidente a lato di una foto di Maria Elena Boschi, pubblicata sul Fatto. “La scollatura di Maria Elena Boschi è sempre tollerata. Magari non il giorno della legge che porta il suo nome e stravolge la Costituzione”. Travaglio non ha saputo darne una giustificazione sensata e ha riproposto il solito ritornello, per cui non si può criticare una donna senza essere accusati di misoginia, per poi aggiungere che se una donna si veste in un certo modo, non deve lamentarsi dei commenti che riceve. Come se la critica ad una scollatura sia pertinente con la critica all’attività di una donna in politica e come se l’abbigliamento di una donna sia di certo concepito per compiacere lo sguardo maschile, sempre autorizzato a commentare, anche a sproposito. Rondolino ha paragonato Travaglio ai personaggi di Lino Banfi, che guardano nelle scollature, come a dargli dello sfigato, ma quella didascalia per la quale Lillì Gruber ha manifestato il suo fastidio, non è solo sfigata, è anche molesta e viene pubblicata su un giornale che ha nel sessismo il suo più importante punto debole.

ItaliaOggi. Numero 231 pag. 6 del 29/09/2009. Diego Gabutti: Non è il pluralismo che riesce a garantire l'obiettività. L'opinione pubblica, cara a tutti, è stata liquidata col colpo alla nuca della propaganda. Non è libertà di stampa e d'opinione, e non è neppure disinformazione (ci mancherebbe) ma pura e semplice indifferenza per la realtà, quella che ha corso da noi, nell'Italia delle risse da pollaio tra direttori di giornale, del conflitto d'interesse e di Michele Santoro che, credendosi un santo, si porta in processione da solo (i ceri li paga Pantalone). È una libertà di stampa in stile agit-prop: votata, in via esclusiva, all'agitazione e alla propaganda. Apposta è stata coniata l'espressione «pluralismo»: voce da dizionario neolinguistico se ce n'è mai stata una. Con «pluralismo», parola rotonda, non s'intende l'obiettività famosa (sempre che esista e c'è da dubitarne). Il «pluralismo dell'informazione» non garantisce l'informazione ma soltanto il «pluralismo». Vale a dire unicamente il diritto, assicurato a tutte le parti politiche, d'esprimersi liberamente e senza rete attraverso stampa e tivù. Non è in questione, col «pluralismo», la qualità dell'informazione, se cioè l'informazione sia attendibile e non manipolata, ovvero falsa o vera, ma soltanto la sua spartizione, affinché a tutte i racket politici sia riconosciuto il privilegio di lanciare messaggi a proprio vantaggio. Come in una satira illuminista, la libertà di stampa s'identifica con la libertà di dedicarsi anima e corpo alla propaganda: una specie d'otto per mille da pagare a tutte le chiese, sia a Bruno Vespa che a Marco Travaglio. È un concetto stravagante, ma più ancora grottesco e deforme: il «pluralismo» complicato e trapezistico sta alla libertà di stampa propriamente detta come la donna barbuta e l'uomo con due teste del luna park stanno a Naomi Campbell e a Brad Pitt. Non allarga il raggio delle opinioni ma è un guinzaglio corto che lascia campo libero soltanto alle idee fisse. Attraverso il «pluralismo» si stabilisce inoltre il principio dadaista che la sola informazione che conta è quella politica. Tutto il resto è pattume e tempo sprecato: l'occhio del giornalista, sempre più addomesticato e deferente, s'illumina soltanto quando il discorso finalmente cade sulle dichiarazioni del capopartito o sulle paturnie dell'opinion maker, cioè sul niente. È in onore del niente che da noi si esaltano le virtù del «pluralismo». Se ne vantano i meriti, lo si loda, e presto forse lo si canterà negli stadi sulle note dell'Inno di Mameli, o di Va' pensiero, come se davvero l'opinione pubblica fosse la somma di due o più opinioni private, utili a questo o quel potentato economico, a questa o quella segreteria di partito. Ascoltate con pazienza tutte le campane, ci dicono i maestri di «pluralismo», quindi fatevi un'opinione vostra, scegliendo l'una o l'altra tra quelle che vi abbiamo suonato tra capo e collo, nella presunzione che non ci sia altra opinione oltre a quelle scampanate per lungo e per largo dai signori della politica e dell'economia. Suprema virtù dell'informazione è diventata così l'equidistanza: l'idea, cioè, che il buon giornalismo illustri senza prendere partito tutte le opinioni lecite, e che non ne abbia mai una propria, diversa da quelle angelicate. In ciò consisterebbe, secondo chi se ne vanta interprete e campione, l'opinione pubblica famosa, il cui fantasma viene evocato ogni giorno (esclusivamente per amore della frase a effetto) proprio da chi l'ha liquidata col colpo alla nuca della propaganda e dell'agitazione di parte e di partito: gl'intellettuali snob che celebrano messa nelle diverse parrocchie ideologiche, le star miliardarie dei talk show, i fogli di destra e di sinistra che hanno preso a modello la «Pravda» (e, per non farsi mancare niente, anche la stampa scandalistica inglese).

Il falso allarme antifascismo: l'onda nera è una pozzanghera, scrive Francesco Maria Del Vigo, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale". Più che un'onda alla fine si è capito che era una pozzanghera. Quella nera. Vi ricordate la campagna ossessiva che per quasi un anno ci ha tambureggiato nelle orecchie? «All'armi tornano i fascisti!». Giornali e media di sinistra avevano scoperto un filone sempreverde, garanzia di perenne polemica: cioè terrorizzare l'opinione pubblica convincendola del ritorno delle squadracce di Benito Mussolini. Ora, per smontare questa fake news, sarebbe bastato un po' di buon senso. Non sembra che negli ultimi anni si siano impennate le vendite di orbace, fez, manganelli e olio di ricino. Certo, come coraggiosamente svelato da Repubblica, in Veneto c'era un bagnino che aveva tappezzato il suo stabilimento di cimeli (di pessimo gusto) del Ventennio. Ma anche in questo caso il buonsenso non è stato reperito. Fino a quando un giudice ha derubricato l'episodio all'innocua categoria del folclore. E poi, decine e decine di accorati articoli sull'irresistibile ascesa delle tartarughe di Casapound e sui camerati di Forza Nuova. Sociologi e psicologi in campo per spiegare questo ritorno al passato: disagio sociale, periferie, mancata scolarizzazione, emarginazione. Persino la stampa estera - abbindolata da quella nostrana - si era interessata allo strano morbo passatista che sembrava aver infettato lo Stivale, nella memoria del celeberrimo portatore di stivali rigorosamente neri. Ecco, ora possiamo dire che dove non è arrivato il buonsenso sono arrivate le urne. Perché se ci fosse stata una proporzione tra lo spazio mediatico concesso al «pericolo fascista» e il successo elettorale dello stesso, Casapound sarebbe dovuta essere almeno il terzo partito in Parlamento e Simone Di Stefano avrebbe dovuto stappare bottiglie di autarchico prosecco. E invece, la maiuscola deriva mussoliniana si è scoperta soffrire di nanismo. Con il suo 0,9 per cento di preferenze raccolte, Casa Pound smonta la più grande balla della campagna elettorale. Una manciata di mani tese si sono abbassate per infilare la loro scheda nell'urna. Si sgonfia e precipita l'aerostato, pompato ad arte, della marea nera. Il ritorno del fascismo era solo un maldestro tentativo di tenere insieme una sinistra fratturata e scomposta. Il babau non esiste. O, quanto meno, esiste ma non è certo una marea. Si è trattato solo di un procurato allarme. Il paradosso è che a questo giro non solo non sono entrati in Parlamento i nipotini del Duce, ma non è entrato nemmeno un partito che porti la parola sinistra nel nome e nella ragione sociale. Uno scherzo della storia. Un bello scherzo.

Elezioni, il boom di Matteo Salvini sporcato dai sospetti. Successo del leader leghista che ha trasformato il Carroccio in forza nazionale. Per riuscirci ha dovuto sfondare al Sud imbarcando riciclati di ogni tipo e candidati con parentele scomode. Pronti a entrare in Parlamento. Intanto dal quartiere di Scampia a Napoli giungono le prime segnalazioni di clan interessati al voto padano, scrive Giovanni Tizian il 5 marzo 2018 su "L'Espresso". È il giorno di Matteo Salvini. “Il Capitano” che ha conquistato il centrodestra. E poco importa in questa giornata di giubilo leghista se incombe già un'ombra decisamente inquietante. Ombre che si allungano dal Sud, proprio il territorio dove Salvini ha scommesso di più in questa campagna elettorale. Si tratta della denuncia di un rappresentante di lista di Potere al Popolo presente al seggio della scuola Levi-Alpi del quartiere Scampia di Napoli. Rione che non ha bisogno di molte presentazioni, roccaforte di clan spietati e potenti. Ebbene proprio qui, durante la giornata elettorale alcuni sgherri della camorra avrebbero fatto mercanzia di voti. L'esponente del partito di sinistra ha segnalato la vicenda alla digos di Napoli. Nella sua denuncia ha spiegato nei dettagli quanto accaduto e la leader Viola Carofalo lo conferma all'Espresso: «Il nostro rappresentante ha assistito a una vera e propria compravendita fin alla mattina, ma è continuata anche dopo. Lui ha segnalato il fatto alle autorità competenti presenti al seggio ed è stato minacciato da questi personaggi con atteggiamento camorristico. Purtroppo non ci stupiamo, sono dinamiche che si ripetono ad ogni elezione». Stupore no. Ma i fatti riportati dal rappresentante della lista sono gravi. E meritano di essere approfonditi. Anche perché proprio nelle zone da cui proviene la segnalazione la Lega sfiora il 3 per cento al Senato. Un successo se confrontato allo 0,15 del 2013 nel comune di Napoli. Intanto Matteo Salvini si gode il successo. L'exploit elettorale è certamente frutto di voto nordico, ma le percentuali al Sud che queste prime ore di scrutini ci restituiscono sono decisamente notevoli per un partito che fino all'altro ieri era d'origine padana al 100 per cento. Con la Lega primo partito, la coalizione con Silvio Berlusconi vira decisamente a destra. Anche perché se si aggiungono i voti raccolti da Giorgia Meloni, Lega e Fratelli d'Italia insieme sfondano quota 20 per cento. Tra sovranismo, toni razzisti, antieuropeismo, la coppia Salvini-Meloni è una forza paragonabile al Front National di Marine Le Pen. Tanto che proprio Le Pen è stata una delle prime a congratularsi con l'amico Matteo, l'ex padano doc. La ricetta di Matteo Salvini ha funzionato. Togliere dal simbolo il “Nord” e trasformare il Carroccio in un partito nazionale sta dando i primi frutti. Non solo. Si rafforza anche in territori in cui il Pd era abituato a raccogliere consensi bulgari, vedi Emilia Romagna. Salvini ha costruito una Lega nazionale. Ha archiviato il periodo degli scandali e dei processi creando nuove alleanze strategiche sotto Roma. Lo ha fatto imbarcando nel partito politici navigati del Sud. Ha pescato al centro, tra gli autonomisti siciliani, e a destra in Calabria e Campania. Elezione quasi certa, per esempio, per Angelo Attaguile, candidato al Senato con la Lega, Attaguile è stato esponente di punta della Dc, poi del Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo, presidente dell’istituto case popolari e del Catania calcio, assolto dalla corte d’appello di Messina per una tentata concussione. Con l'ex governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, sono compaesani, entrambi del paesone di Grammichele, feudo elettorale del primo e ancor prima del padre di Angelo Attaguile, Gioacchino, che dell’ex governatore è stato padrino politico. L’esponente della Lega di Sicilia si porta dietro una gloriosa eredità politica: il babbo è stato tre volte senatore Dc, sottosegretario alle Finanze nei governi Rumor e Colombo, infine ministro della Marina Mercantile. Angelo ha dato il massimo per non tradire la storia politica di famiglia. Da ragazzo è stato presidente dei giovani democristiani, nel 2005 Giuseppe Pizza lo nomina suo vice nella nuova Dc. Poi milita con gli autonomisti e nel 2013 viene eletto alla Camera grazie a un posto sicuro in quota Lombardo nelle fila del Pdl, due settimane dopo migra nel gruppo Lega Nord-Autonomie. Alcuni giorni fa, quasi alla vigilia del voto, Attaguile si è lasciato andare a una battuta: «Se vince il centrodestra potrei fare il ministro». Di padre in figlio. Insomma, un leghista scudocrociato. Altro seggio quasi sicuro per Alessandro Pagano, da San Cataldo, provincia di Caltanissetta. Berlusconiano della prima ora, assiduo pellegrino a Medjugori, fedele ultratradizionalista della congrega Alleanza cattolica. Il primo incarico di rilievo è del ‘96, assessore alla Sanità nel governo regionale del chiacchierato Giuseppe Provenzano. Quattro anni più tardi si alternerà tra Finanza e Beni Culturali nella prima giunta Cuffaro. Nel 2013 da deputato Pdl transita con Angelino Alfano nel Nuovo centro destra, da cui divorzia per giurare amore eterno alla Lega-Noi con Salvini. E da quel momento per i nisseni Pagano diventa “Il Padano”. Più dura l'elezione per Filippo Drago, anche se non impossibile. Il sindaco di Aci Castello l’ha seguito. Udc, Noi Sud, Pdl, Mpa, e infine candidato numero due per la Lega in uno dei collegi plurinominale del Catanese. Suo padre, Nino Drago è stato otto volte sottosegretario oltreché sindaco di Catania. Un fuoriclasse del consenso, andreottiano, all’epoca di Salvo Lima. Uscito indenne da un’inchiesta. Come il suo erede, Filippo, assolto per la voragine di bilancio lasciata nelle casse del comune di Catania dalla giunta Scapagnini. «Nun semu tutti i stissi». Non siamo tutti gli stessi, slogan che nel 2008 ha reso celebre il rampollo di Nino. Pure in Calabria, la Lega, rischia di elegere parlamentari. Per esempio Domenico Furgiuele, candidato al primo posto al proporzionale. Su di lui, uomo della destra sociale, pesa una parentela ingombrante: il suocero è sotto i riflettori dell'Antimafia, che gli ha sequestrato i beni. Non solo. Lo stesso Furgiuele è finito, non da indagato, in un'informativa della polizia relativa a un caso di omicidio del 2012: i killer hanno dormito gratis nell'hotel del suocero di Furgiuele, a pagare le stanze sarebbe stato proprio il leghista calabrese. In Campania tra chi probabilmente verrà eletta con la Lega c'è Pina Castiello di Afragola. Inizia in Alleanza nazionale, poi passa al Pdl, casa politica in cui ha stretto un solido rapporto sia con Nicola Cosentino che con la famiglia Cesaro, due saghe politiche inquinate dai clan. A Napoli seggio quasi certo per Gianluca Cantalamessa. Napoletano e candidato alla Camera nel collegio uninominale Campania 11. Le simulazioni danno la sua elezione pressoché certa. La Lega è stata per lui un approdo, ma casa sua resta la destra sociale. E finchè suo padre era ancora in vita guai a parlare di autonomia e secessione. Antonio, il papà, era un nostalgico del Duce, della patria indivisibile. Antonio Cantalamessa, infatti, è stato tra i più importanti esponenti dell’Msi. E forse oggi si troverebbe anche lui a sposare il sovranismo padano di Matteo Salvini, detto “il Capitano”. Tuttavia anche su Cantalamessa junior incombe un'ombra del passato: da imprenditore è stato socio, fino al 2004 in un'azienda in cui tra i consiglieri compariva Valerio Scoppa. Il fratello di Scoppa ha sposato la figlia del boss Angelo Nuvoletta, morto nel 2013, mentre stava scontando l’ergastolo per l’omicidio del cronista del Mattino Giancarlo Siani.

Trasformisti, fascisti, impresentabili e ras delle clientele: ecco le liste al Sud di Matteo Salvini. La rete del consenso nel meridione si fonda su figure spesso note e di lungo corso. Con non poche ombre. Ecco regione per regione i casi più interessanti, scrivono Giovanni Tizian e Stefano Vergine il 13 febbraio 2018 su "L'Espresso". «Se hanno preferito gli uomini di Lombardo e Cuffaro lasciando fuori noi mi hanno fatto un favore...». Così parlò Matteo Salvini, detto il Capitano, all’indomani della presentazione del governo siciliano di Nello Musumeci. Il neo governatore ha lasciato ai margini della giunta il deputato di Salvini. Il leader della Lega si aspettava quantomeno un assessorato per celebrare il risultato storico ottenuto in Sicilia che ha consacrato la vocazione nazionale del partito di Salvini. Tuttavia, il capo del Carroccio - nella sua stizzita analisi - omette di rivelare il profilo del primo leghista della storia a palazzo dei Normanni: è un riciclato e per di più indagato per appropriazione indebita. Si chiama Tony Rizzotto, 65 anni, chioma folta e improbabile, fan di Mimmo Cavallo autore della hit anni ‘80 “Siamo meridionali” e dipendente pubblico del comune. Si è fatto le ossa con l’ex governatore Totò Cuffaro condannato per favoreggiamento alla mafia. Il salto di qualità, però, avviene da deputato all’Ars col Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo, il successore di Cuffaro anch’egli finito nei guai ma per voto di scambio. Il Carroccio nazional-popolare è una salsa fatta in casa, come nelle migliori tradizioni meridionali, mistura di democristiani, estrema destra e figure equivoche. Fascioleghismocrociato, una truppa organizzata da Matteo Salvini per conquistare un pezzo d’Italia che fino a ieri era a lui pressocché sconosciuto. Da Andreotti ad Almirante, ipotetico pantheon ideale. Il regista del casting della classe dirigente della Lega del Sud è Raffaele Volpi, scelto da Salvini. La selezioni sembra aver seguito tre rigide regole: godere di uno spiccato carisma clientelare, possedere uno spirito politico camaleontico, essere il referente di un blocco elettorale tramandato di padre in figlio, a prescindere dalla sigla del partito.

Quel palazzo nel centro di Roma. Un palazzo signorile al centro di Roma. In uno dei quartieri dell’upper class della Capitale. In via Federico Cesi, a due passi dal Lungotevere, c’è l’incarnazione dello sposalizio tra democristiani e leghisti. Qui al secondo piano si trova la sede ufficiale di “Noi con Salvini”. Almeno questo dicono gli atti ufficiali. «In realtà da quattro mesi, si sono traferiti per le regionali siciliane», precisa il portiere dello stabile. Una sede fantasma, quindi? Un documento svela l’arcano. Gli appartamenti al secondo piano sono divisi tra la famiglia Attaguile. E la sezione si trova proprio in quello di proprietà di Angelo Attaguile. Segretario nazionale di Noi con Salvini, coordinatore del movimento in Sicilia, e candidato al Senato con la Lega, Attaguile è stato esponente di punta della Dc, poi del Movimento per l’autonomia di Raffele Lombardo, presidente dell’istituto case popolari e del Catania calcio, assolto dalla corte d’appello di Messina per una tentata concussione. Con Lombardo sono compaesani, entrambi del paesone di Grammichele, feudo elettorale del primo e ancor prima del padre di Angelo Attaguile, Gioacchino, che dell’ex governatore è stato padrino politico. Eh sì, l’esponente della Lega di Sicilia si porta dietro una gloriosa eredità politica: il babbo è stato tre volte senatore Dc, sottosegretario alle Finanze nei governi Rumor e Colombo, infine ministro della Marina Mercantile. Angelo ha dato il massimo per non tradire la storia politica di famiglia. Da ragazzo è stato presidente dei giovani democristiani, nel 2005 Giuseppe Pizza lo nomina suo vice nella nuova Dc. Poi milita con gli autonomisti e nel 2013 viene eletto alla Camera grazie a un posto sicuro in quota Lombardo nelle fila del Pdl, due settimane dopo migra nel gruppo Lega Nord-Autonomie. Un sostegno indispensabile che ha permesso all’aggregazione parlamentare di avere il numero necessario per sopravvivere. Lunga vita ad Attaguile, dunque, che due anni dopo verrà incoronato segretario nazionale di Noi con Salvini, embrione del Carroccio nazionale. Il movimento entra così all’interno di Montecitorio e alla sigla Lega Nord-Autonomie si aggiunge Noi con Salvini, che da allora ha iniziato a usufruire della quota dei rimborsi ai gruppi: quasi 1,8 milioni negli ultimi due anni, a cui si è aggiunto un contributo liberale di 500mila euro dal gruppo Lega Nord Padania, in auge nella legislatura precedente dei governi Berlusconi e Monti. Che sia questione anche di affari la liason con gli autonomisti siciliani è evidente dal sostegno economico ricevuto da questi ultimi negli anni passati: circa un 1,4 milioni fino al 2010. Sebbene Attaguile sia un recente acquisto di Salvini, con i leghisti c’è sempre stata un’intesa. Lo scopriamo tornando in via Cesi. Tra il ‘93 e il ‘99 la proprietà dello stesso appartamento era suddivisa tra Attaguile e Michele Baldassi di Udine, leghista, manager in aziende pubbliche in quota Carroccio e sposato con Federica Seganti, pezzo grosso del partito friulano, ex assessora regionale, alla cui campagna elettorale è cresciuto un giovanissimo Massimiliano Fedriga, astro nascente della Lega versione Salvini. Un leghista e un democristiano a Roma. Negli anni in cui si raccoglievano le macerie della prima Repubblica, con il partito di Bossi che si scagliava contro le clientele della Dc e i tangentari di Mani pulite, per non parlare dei meridionali. Tuttavia Baldassi per pochi mesi nel periodo di comproprietà ha ottenuto anche un incarico nell’Ast, la società del trasporto pubblico della Regione Sicilia. Uscito Baldassi dalla proprietà, mai Attaguile avrebbe immaginato che 16 anni più tardi in quel di via Cesi avrebbe riabbracciato altri leghisti.

Il Drago e Il Padano. Attaguile non è il solo, con un papà potente Dc, a salire sul Carroccio di Salvini. Filippo Drago sindaco di Aci Castello l’ha seguito. Udc, Noi Sud, Pdl, Mpa, e infine candidato numero due per la Lega in uno dei collegi plurinominale del Catanese. Suo padre, Nino Drago è stato otto volte sottosegretario oltreché sindaco di Catania. Un fuoriclasse del consenso, andreottiano, all’epoca di Salvo Lima. Uscito indenne da un’inchiesta. Come il suo erede, Filippo, assolto per la voragine di bilancio lasciata nelle casse del comune di Catania dalla giunta Scapagnini. «Nun semu tutti i stissi». Non siamo tutti gli stessi, slogan che nel 2008 ha reso celebre il rampollo di Nino. Nel club dei Salvini boys della Trinacria si è iscritto anche Alessandro Pagano da San Cataldo, provincia di Caltanissetta. Berlusconiano della prima ora, assiduo pellegrino a Medjugori, fedele ultratradizionalista della congrega Alleanza cattolica. Il primo incarico di rilievo è del ‘96, assessore alla Sanità nel governo regionale del chiacchierato Giuseppe Provenzano. Quattro anni più tardi si alternerà tra Finanza e Beni Culturali nella prima giunta Cuffaro. Nel 2013 da deputato Pdl transita con Angelino Alfano nel Nuovo centro destra, da cui divorzia per giurare amore eterno alla Lega-Noi con Salvini. E da quel momento per i nisseni Pagano diventa “Il Padano”. Lo ha seguito il cugino, dipendente del centro di accoglienza per migranti. Chi è rimasto fuori, ma lo sosterrà, sono il cognato, Raimondo Torregrossa, in passato sindaco di San Cataldo, e la cognata Angela Maria Torregrossa, amministratrice della rinomata clinica Regina Pacis, convenzionata con la Regione. Torregrossa fa il suo ingresso nella struttura sanitaria di San Cataldo nel periodo in cui Pagano guidava la Sanità. Il cognato, invece, è stato primo cittadino di San Cataldo quando lui era deputato all’assemblea regionale. Poi, quando Pagano va Montecitorio, Torregrossa va a palazzo dei Normanni. I maligni hanno definito questa alternanza sancataldese “Operazione Montante”, perché voluta da Antonello Montante, l’imprenditore, cavaliere del lavoro, fino a un anno fa capo degli industriali sicialiani e sotto indagine per concorso esterno in associazione mafiosa. Montante come Pagano è di San Cataldo, fino al 2009 i rapporti erano ottimi. Poi tra i due è sceso il gelo.

Ombre nere sullo Stretto. Superato lo Stretto, da Reggio Calabria in su, i Salvini boys non hanno nulla a che spartire con la tradizione democristiana. Qui prevale il nero degli eredi politici del Movimento sociale. Giuseppe Scopelliti, per esempio, sosterrà Salvini con il suo nuovo Movimento nazionale per la sovranità fondato insieme a Gianni Alemanno, sotto processo per finanziamento illecito in un filone scaturito da Mafia Capitale. Scopelliti non si candiderà, per non creare imbarazzo al Capitano. Ha una condanna in appello a cinque anni per abuso e falso per la vicenda del dissesto milionario del municipio che governava. E poi è in attesa di capire l’evoluzione di un’inchiesta dell’antimafia sul livelo occulto della ‘ndrangheta, in cui è indagato. Ma l’ex governatore e già sindaco di Reggio lavorerà dietro le quinte, metterà, cioè, a disposizione il suo blocco elettorale mobile che fa gola a molti. A Salvini quei voti sicuri fanno comodo. Dal canto suo Scopelliti non rinuncia certo a piazzare sue pedine nelle liste. Una su tutte: Tilde Minasi, fedelissima fin dalla prima giunta comunale. Dalla destra sociale proviene anche il segretario sezione calabrese della Lega-Noi con Salvini. Si chiama Domenico Furgiuele, un passato nella Destra di Storace, e, ora, candidato alla Camera. Di mestiere fa il geometra, a tempo perso lavora nella tv locale di famiglia. Le sue passioni, il calcio e la storia. Quando era un ultras del Sambiase ha collezionato un Daspo, che la Questura affibbia solo ai tifosi più agitati. Sulla storia recente ha le sue idee. Ritiene, per esempio, il neofascista Stefano Delle Chiaie, fondatore della fuorilegge Avanguardia nazionale, «più una vittima che un carnefice». E su questo sarà in sintonia con Scopelliti, visto che Delle Chiaie - un legame fraterno con la frangia più torbida della Calabria - è stato protagonista del fronte nero nei moti di Reggio negli anni Settanta. Una delle prime apparizioni di Matteo Salvini in Calabria è del 2015, quando insieme a Furgiuele hanno organizzato una conferenza stampa all’Aerhotel Phelipe, di proprietà della famiglia dell’imprenditore Salvatore Mazzei, suocero di Furgiuele. Il parente del candidato di Salvini a Lamezia ha i beni sotto sequestro dall’antimafia. Lui rigetta ogni accusa, sostiene di essere una vittima, forte anche di un assoluzione da un processo per concorso esterno. Di certo, però, Mazzei è sfortunato nella scelta dei partner: un suo vecchio socio, imprenditore delle sale bingo, è stato pizzicato di recente dalla guardia di finanza di Lamezia per una presunta bancarotta fraudolenta. Dettagli per Furgiuele, fiero di aver portato la Calabria a Pontida, incluso il gazebo con l’insegna della regione. Così tra un “Va, pensiero”, vichinghi in delirio e mutande verdi, ha ormai quasi cancellato dalla memoria quel passaggio di un informativa della polizia in cui viene tirato in ballo per aver offerto alle persone sbagliate due stanze dell’hotel di famiglia, lo stesso in cui Salvini è stato ospite tre anni fa. I detective che indagavano su un caso di omicidio del 2012, infatti, scoprono che i sicari dopo la spedizione hanno alloggiato nel quattro stelle senza pagare alcunché. «Erano ospiti del signor Domenico Furgiuele, genero del signor Mazzei, proprietario dell’Hotel», si legge nel documento. L’episodio non ha avuto alcun rilievo penale, Furgiuele non poteva immaginare che quelli fossero gli autori del grave delitto. Si era fidato di un amico, a sua insaputa coinvolto con quella gentaglia. Una storiaccia, insomma, da dimenticare. Furgiuele, ora, è concentrato sulla campagna elettorale. Nella sede leghista di Lamezia campeggia un celebre motto di Codreanu: «Per noi non esiste sconfitta o capitolazione...». Il fascista rumeno, per i camerati d’Europa semplicemente “Il Capitano”.

Lo chiamavano ‘o Criminale. Tra Napoli e Caserta nessuna nostalgia del passato. Si vive alla giornata, elezione dopo elezione. E qui il Capitano Salvini ha ben altri pensieri. Primo fra tutti l’ingombrante presenza di Vincenzo Nespoli nella composizione delle liste della Lega in Campania. Nespoli è stato tre volte deputato, sindaco della sua città, Afragola, e condannato in secondo grado a cinque anni per bancarotta fraudolenta. Seppur nell’ombra, come Scopelliti in Calabria, anche lui offre la merce migliore che ha disposizione, i voti. Sporchi, volendo dar credito a un pentito di camorra nuovo di zecca: «È amico intimo della famiglia Moccia... quando è stato al potere al Comune, là erano tutti schiavi... è un SS, lo chiamano o’ Criminale». Nespoli, quindi, meglio che resti dietro le quinte, in attesa. Palco libero per la front woman di Salvini in Campania, Pina Castiello, anche lei di Afragola e legata a Nespoli da militanza comune e da solida amicizia. Inizia in Alleanza nazionale, poi passa al Pdl, casa politica in cui ha stretto un solido rapporto sia con Nicola Cosentino che con la famiglia Cesaro, due saghe politiche inquinate dai clan. La copertina dell'Espresso in edicola dal 11/2Ma di Afragola è anche un altro candidato pro Salvini. Ciro Salzano, imprenditore, patron dell’Aias, l’associazione per la cura dei disabili. Non c’è che dire, tornata elettorale fortunata per Afragola. Con l’Aias del neoleghista Salzano ha collaborato il medico no vax radicale Massimo Montinari, sospeso per sei mesi dall’Ordine dei Medici. Non è nota la posizione di Salzano sui vaccini, mentre quella di Salvini sì: «Con noi al governo via l’obbligo». Chissà, magari è stata questa la molla che ha spinto Salzano a correre con il Capitano.

Salvini alle pendici del Vesuvio. Alla fine, quindi, quel “Napoli colera”, urlato a squarciagola, era solo una goliardata da tifoso. Il presente è un selfie con il fuoriclasse azzurro Lorenzo Insigne. Insomma, i tempi sono ormai maturi per issare lo stemma di Alberto da Giussano nella capitale del Regno delle due Sicilie. Il segretario regionale campano è Gianluca Cantalamessa. Napoletano e candidato alla Camera nel collegio uninominale Campania 11. Le simulazioni danno la sua elezione pressoché certa. La Lega è stata per lui un approdo, ma casa sua resta la destra sociale. E finchè suo padre era ancora in vita guai a parlare di autonomia e secessione. Antonio, il papà, era un nostalgico del Duce, della patria indivisibile. Antonio Cantalamessa, infatti, è stato tra i più importanti esponenti dell’Msi. Il figlio l’ha seguito come meglio ha potuto, per esempio organizzando incontri nel ricordo di Almirante. Il giorno del funerale del papà dichiarò: «Grazie a mio padre ho capito cosa significa essere un uomo, che cos’è la destra, che cosa sono i valori». Su questo nessun dubbio. Il 28 aprile 2003 Cantalamessa senior aveva partecipato a una messa in onore di Mussolini e dei caduti della repubblica sociale italiana. Cinque anni più tardi viene nominato presidente di Equitalia Polis, l’agenzia di riscossione che il capo del Carroccio promette di abolire. Il figlio si è limitato a fare l’imprenditore, in ambito assicurativo e immobiliare. In passato anche nel settore farmaceutico. Socio, per esempio, fino al 2004 della New.Fa.Dem di Giugliano. Ai tempi in cui Cantalamessa era azionista, tra i consiglieri c’era Valerio Scoppa. Famiglia importante la sua, papà radiologo di fama, zio generale dei carabinieri in pensione legato alla curia, il fratello sposato con la figlia del boss Angelo Nuvoletta, morto nel 2013, mentre stava scontando l’ergasotlo per l’omicidio del cronista del Mattino Giancarlo Siani. Storie passate. Oggi Cantalamessa è un Salvini Boy, impegnato a contrastare l’invasione straniera.

Fuori dal cazzo! di unità nazionale, scrive il 9 marzo 2018 Augusto Bassi su "Il Giornale". Chiedo scusa a chi ama un giornalismo in punta di penna per il titolo volgare, populista, estremista, financo sessista. Ritengo tuttavia necessaria un’eloquenza pane e mortazza poiché l’incertezza sul nuovo governo sta oscurando l’esisto elettorale. Il mostro contro cui si è ribellata la cittadinanza sta fagocitando il voto, per poi digerirlo e cacarlo. La vita dopo la consultazione per il popolo italiano somiglia alla vita dopo la morte dei personaggi della Commedia di Samuel Beckett: «Credevamo che sarebbe stata una liberazione, che ci avrebbe portato la pace… perché allora le cose continuano, perché tutto continua?». Per ben valutare il reale ci sono due strade: la prima è quella di allenare la facoltà di giudizio, osservare, riflettere… e quindi deliberare; la seconda porta ad ascoltare la posizione ufficiale dei filistei fasulli, con la consapevolezza che il contrario di ciò che dicono si avvicina al vero e al giusto. Prendiamo a modello il reddito di cittadinanza. Indipendentemente dalle riserve che suscita, legittime se non doverose, è ributtante ascoltare gli stessi che ci hanno insegnato moralità sul bisogno di accogliere, sfamare, mantenere, integrare i più sfortunati del mondo… ora ridicolizzare chi vorrebbe garantire un sussidio a 4.7 milioni di italiani disintegrati sotto la soglia della povertà assoluta, accusandolo di populismo, di demagogia e di assistenzialismo. Il Caffè di Gramellini dà una svegliata costituzionale – velata da una punta di razzismo – a quegli zotici italiani del Sud che ingenuamente speravano in un aiuto economico, parlando di bignamini, di sue tasse, ma dimenticando che sono mie tasse quelle che vengono caritatevolmente offerte ai sempre più numerosi ed esigenti migranti economici, che di bignamini avrebbero forse ancor più bisogno degli anziani siciliani. Malgrado questi cortocircuiti procedurali, in queste ore è tutto un florilegio di ammiccamenti alla possibile alleanza di governo fra 5Stelle e PD. Da Scalfari a Confindustria, dal Foglio a Bernard Guetta, si tifa per una convergenza a sinistra. Ad accompagnare questa possibile transizione che escluda il Centrodestra, l’esercito impiegatizio dell’atlantismo, che con i soldatini della subcultura econometria insiste nel puntare le cerbottane contro i populismi e gli estremismi. Populismi ed estremismi che, usciti vittoriosi dalle elezioni, prendono ora il nome di volontà popolare e possono urinare ambrosia sulla testa degli automi a molla.

Stefano Feltri pubblica l’indispensabile “Populismo Sovrano” e da Corrado Formigli ci addottora sui severi vincoli che ci impone l’Europa; La Sibilla Cumana di Algebris, Davide Serra, non può che divinare la preoccupazione dei Mercati, spaventati dall’instabilità e dai massimalismi (i voti all’estero hanno premiato il PD, quindi mi auguro che la fuga di cervelli continui); Maurizio Molinari ci segnala come la Commissione Europea “punti il dito” sul debito italiano e parla di spillover, di rischio contagio su altri Paesi; Mario Monti, che è un contagio reificato, torna a farsi piuttosto ciarliero, sottolineando che «sarebbe auspicabile un governo 5Stelle-Pd se servisse a spartire le responsabilità di eventuali scelte impopolari che dovessero rendersi necessarie». Il sottotitolo a tutte queste odiose prese di posizione… che si rifanno ad una autorità ontologicamente superiore credibile quanto il dio del tuono azteco, è il mero auspicio di poter continuare a rapinare le moltitudini, oltraggiando il decoro e il messaggio lanciato dalle urne. Questa gente è stata azzittata dal voto del 4 marzo, annullata, eppure ancora blatera in cerca di consenso. Ancora alita zolfo e spread. Ma il suffragio è arrivato con una potenza reboante e comanda: Andate in culo! Andate fuori dai coglioni! Per questo serve un governo di unità nazionale che concretizzi la potestà degli elettori. Che consacri la democrazia rappresentativa.

Il rigurgito di orgoglio ha preso due direzioni, ha assunto due forme, due colori; ma è cementato da un disgusto comune verso questo apparato. La complicità fra i due vincitori delle elezioni – il Centrodestra a trazione salviniana e i 5Stelle – fiacca sul piano dei programmi e sull’idea di buona vita, è del tutto naturale su quello della priorità: estirpare il tumore che affligge il Paese. Populisti d’Italia unitevi!, questo il grido dell’arme che si è levato dai seggi. Il vile nemico usa tutte le risorse a sua disposizione anche in regime di cessate il fuoco. Usa lo spaventacchio del debito pubblico raffigurato in perenne agguato sul futuro delle nuove generazioni per suscitare inquietudine negli intelletti indifesi. Solletica le corde delle anime melliflue per far entrare il cavallo di Troia della manodopera a basso costo sotto la bandiera umanitaria. Mette le mimose alle sbarre della prigione globalista con il femminismo, l’europeismo, il cosmopolitismo di maniera. E la banalità del male si nota proprio dalla prevedibilità e dalla monotonia delle scemenze dinamitarde che vengono esplose – sempre uguali nel pre-Brexit, nel pre-Referendum, alla vigilia delle Politiche – che vaticinavano cataclismi economici e inondazioni nazifasciste. Scemenze a tal punto ricandidate da fare ormai sull’opinione pubblica l’effetto di fialette puzzolenti. E questa è la galvanizzante presa di coscienza degli ultimi mesi. Le democrazie occidentali, e quella italiana su tutte, hanno avuto lo scatto di scetticismo necessario alla loro sopravvivenza. Un’epoché salvifica, una ribellione gloriosa. Ora la politica trionfante deve utilizzare il voto per diradicare ciò che rimane di una metastasi che ha infettato la stampa, la televisione, i teatri, la giustizia, le scuole, le università. La sinistra liberista, atlantista, massonica, cripto-fascista e finto-corretta, va sbriciolata. Nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ Principi … si guarda al fine … I mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati. I grillini pasticcioni, che hanno il merito di averne nasato il fetore, saranno i mezzi onorevoli per il fine ineludibile. Non è più il momento di essere attendisti, di fare i puristi, i fighetti. Lo squalo che sente l’odore del sangue… attacca. Altrimenti è un pesce gatto.

Il politicamente corretto odia l’Immigrazione sana, la dimostrazione è Toni Iwobi, scrive il 9 marzo 2018 Andrea Pasini su "Il Giornale". Mario Balotelli e Cécile Kyenge che cosa hanno in comune? Sono il volto dell’integrazione, mal riuscita, all’ombra del tricolore. Esempio di uomini e donne arroganti e spacconi che vogliono spiegarci, a tutti i costi, che l’immigrazione ha un colore, possibilmente arcobaleno, avvolto nella bandiera dei diritti, senza doveri, sventolata dalla sinistra. Quella sinistra politicamente corretta che si è indignata per l’elezione del primo senatore con la melanina scura della storia della Repubblica italiana: Toni Iwobi. Qual è il problema? Il problema è che Toni Iwobi rappresenta la Lega. Il senatur rappresenta, per il movimento capitanato da Matteo Salvini, il responsabile federale del Dipartimento Immigrazione e Sicurezza. Un verde, come lo ha definito Vittorio Feltri un “negro bergamasco”. Nel suo editoriale la penna della città dei Mille, sulle colonne di Libero, scrive: “Il suo motto è ‘REALISMO, NON RAZZISMO’. Per questo egli dice: migrazione solo se c’è lavoro, e siccome oggi c’è ‘soprassaturazione dell’occupazione’ (usa questa parola accademica, ma va bene lo stesso), vanno bloccati i flussi. Come? Svelando l’inganno a quelli che sono invogliati a partire dai buonisti bugiardi. (…) Vanno ‘aiutati a casa loro’, con investimenti governati da aziende nostre, che possano prosperare loro e far prosperare i locali. Fornisce qui altre ricette, a cui mi inchino, e che so costituiscono il programma di Matteo Salvini su questo tema che non è un’emergenza ma ci assedierà per decenni (se riusciremo a sopravvivere)”. Realista proprio come piace a noi. Realista quel tanto che basta per sorpassare, senza voltarsi, i cattocomunisti da strapazzo che voglio farci invadere senza possibilità di difesa. Forse sono cieco io o forse non gliel’hanno detto ancora che è nero. Ma vergogna!”. Le polemiche ai tempi dei social network. Le parole arrivano dal profilo Instagram di Mario Balotelli. Il viziato centravanti del Nizza. Il bizzoso talento sprecato ai tempi dell’Inter, appassito in quel di Manchester, sfiorito a Milano sponda Milan e timidamente riapparso in Costa Azzurra. Dall’alto della sua sapienza apostrofa, con un tackle impreciso e rozzo, il leghista con toni poco lusinghieri. Eccolo il nodo cruciale. L’ideologia politica ha un colore, soprattutto quello della pelle. Una follia, figlia di questo tempo malato, dove il senno è un diritto arrogato, unicamente, dalle sinistre. Adriano Scianca, direttore de Il Primato Nazionale scrive: “Secondo il nuovo Sartre, ovvero Mario Balotelli, se un nero si candida con la Lega è perché è cieco di fronte al colore della propria pelle. Applausi a scena aperta dalle sinistre. Ora, senza entrare nel merito della questione Iwobi, mi interessa molto questo ragionamento di Balotelli. Quindi esistono posizioni politiche che discendono direttamente dal colore della pelle? Ma questo vale solo per un certo tipo di pigmentazione oppure è valido anche per me? È possibile pensare, votare e schierarsi in quanto nero ma non è possibile farlo in quanto bianco? Eppure avevo capito che le razze non esistessero. Sono curioso, spiegatemi”. Spiegatelo al nuovo governatore lombardo, Attilio Fontana, che per una frase sulla “razza bianca” è stato crocifisso sull’altare di Giorgio Gori. Con i risultati delle urne che stridono rispetto alla realtà, patinata, del mondo irreale dei media. Mai un giorno nell’illegalità per il neo senatore Toni Iwobi. Quarant'anni nel nostro che è diventato, anche, il suo Paese. Una condotta esemplare, un esempio vincente di integrazione, di lavoro al servizio della comunità. La dimostrazione che non tutti gli extracomunitari appartengono alla cerchia del PD e della politica fatta sulle pelle, è il caso di dirlo, delle minoranze etniche. Il rapper Tommy Kuti, anche lui originario della Nigeria, in un suo brano dal titolo #Afroitaliano canta: “Quando tutta sta gente non mi conosceva/ Fanculo i razzisti, quelli della Lega/ Ogni 2 Giugno su quella bandiera/ Mando una foto ai parenti in Nigeria / Mangiando una fetta di pizza per cena”, chi glielo racconta ora che ha sbagliato bersaglio nelle sue liriche? Senza citare chi paragona Iwobi ad un maggiordomo, ad un novello zio Tom, allo Stephen, interpretato da Samuel L. Jackson, capo della servitù, negriero tra i negri, del film Django Unchained. Come sostiene Scianca una contraddizione in termini, fortissima, laddove la RAZZA esiste solo a comando. Anzi di razza ne esiste solo una quella bianca, con cui diventa impossibile scendere a patti, scendere a compromessi, anche solo semplicemente confrontarsi per ottenere risultati concreti. Figuriamoci per un nigeriano che ha deciso di investire le proprie competenze con la Lega, follia. Nicola Porro definisce Roberto Saviano un minus habens, perché suggerisce a Matteo Salvini di bere la propria urina. Quando Gomorra diventa realtà. Quando l’astio verso Iwobi, verso la trionfante Lega, i dati elettorali parlano chiaro, diventa motivo di acredine incontrollata. Serve, a questo punto, citare il Vate Gabriele D’Annunzio per apostrofare gli amici politicamente corretti. Il poeta abruzzese definì, al culmine di una lite, Filippo Tommaso Marinetti un “cretino fosforescente”. Ecco cosa sono codesti minus habens: cretini fosforescenti. Perché esaltano il proprio livore rendendosi visibili, anche dalla Luna, in tutta la loro cafonaggine. Si legge sulle pagine del Giornale: «“Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno condiviso le manifestazioni di sostegno per Mustafa”, ha scritto ieri pomeriggio Mohamed Ali Arafat, sindacalista a Piacenza, per annunciare l’avvenuta scarcerazione del compagno di lotta. “La liberazione di Moustafa è solo il primo di una serie di passaggi necessari a liberare tutti i protagonisti di quella grande giornata di lotta antirazzista – si legge nella pagina Facebook di Si Cobas Piacenza – Chiediamo con forza la liberazione di tutti i compagni arrestati per i fatti di Piacenza e una piena assoluzione per loro e per i compagni piacentini colpiti da denunce e perquisizioni. La necessità di lottare contro il razzismo e le sue sedi è sotto gli occhi di tutti: quotidianamente si succedono gli atti di terrorismo a matrice fascista e leghista contro immigrati o le intimidazioni contro esponenti delle lotte sociali e sindacali. Per noi la dimostrazione empirica della debolezza propria delle argomentazioni razziste continua a risiedere nei risultati che giornalmente otteniamo nei luoghi di lavoro, dove solo lottando uniti, italiani e immigrati fianco a fianco, si può ottenere ciò che padronato governo provano a sottrarci”». C’è una classe dirigente, meglio… una conventicola, meglio… una cosca nazionale avida di avidità sovranazionali… che ha permesso tutto questo. Che tutto questo difende e promuove. Una cosca che dopo il 4 marzo barcolla tragicamente, che si attacca alle corde, che prova a legare. Adesso va messa al tappeto. Dopo le consultazioni Mattarella dovrà contarla e decretarne il k.o. tecnico alzando il braccio a un governo Centrodestra-5Stelle. I nodi da sciogliere saranno tanti. Il parlamento dovrà parlamentare. Il destino del Paese resterà incerto e le scie di condensazione aleggeranno su di noi. Ma avremo scongiurato, forse per sempre, le magnifiche sorti e progressive. Questa è la mia immodesta opinione sul da farsi; ora ditemi la vostra!

Balotelli insorge contro il leghista nero, scrive Lanfranco Caminiti l'8 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Il calciatore contro il senatore di origini africane: “Forse ancora non gliel’hanno detto che è nero!” Hiram Rhodes Revels entrò al Senato degli Stati Uniti nel 1870. All’epoca i senatori venivano eletti dal parlamento dello Stato, e siccome uno dei due rappresentanti del Mississippi si era dimesso restava un posto vacante. Revels era il rappresentante della contea di Adams, e quindi ne aveva i titoli. Per la verità, non tutti ne erano convinti: ci fu un’opposizione insistente. Perché il punto era che Revels era nero. Non proprio nero nero. Era di sangue misto, nato da un uomo a sua volta di sangue misto e da una donna bianca di origini scozzesi: solo che lui era venuto nero. Efu questa la tesi che vinse: Revels sembrava un nero ma non era un nero nero, e perciò era americano di nascita. Così, Hiram Rhodes Revels fu il primo nero a entrare nel Senato degli Stati Uniti. Da repubblicano. Perché Revels era un repubblicano convinto – e democratici invece, quelli che si erano opposti alla sua elezione. Revels era del “partito di Lincoln”. Quello che pur di eliminare la schiavitù aveva fatto la guerra civile. Non so se questa storia la conosca, il signor Toni Iwobi, 62 anni, diventato primo senatore nero con la Lega di Salvini. Non è il primo italiano di origini africane a entrare in parlamento: alla Camera, da deputati, ci sono stati, in schieramenti diversi, Dacia Valent, Khaled Fouad Allam, Souad Sbai, Magdi Allam, Khalid Chaouki, Cécile Kyenge e Jean- Léonard Touadi. Ma certo, è il primo senatore e, soprattutto, ci entra con la Lega. Proprio l’ex deputato Jean- Léonard Touadi ha commentato: «Mi ha sempre colpito la sindrome di Stoccolma del senatore Iwobi che ha fatto da cassa di risonanza ai proclami antiafricani dei suoi carcerieri». A chi non è andata proprio giù l’elezione di Iwobi è Mario Balotelli che su Instagram scrive: «Forse sono cieco io o forse non gliel’hanno detto ancora che è nero. Ma vergogna!!!». L’attaccante del Nizza, da sempre in prima linea nella lotta contro il razzismo, contro i buuu e le banane gettate in campo dagli spalti, e che pochi giorni fa nella partita contro il Digione è stato ammonito per avere zittito i cori razzisti, si è anche congratulato con la sua terra madre, il Ghana, nel giorno del 61esimo anniversario dell’Indipendenza del Paese: «Prometto sul mio onore di essere fedele e leale alla mia terra madre. Mi dono al servizio del Ghana con tutta la mia forza e tutto il mio cuore… Felice 61esimo compleanno dell’Indipendenza!». Chissà se Balotelli ha pensato a George Weah, grandissimo calciatore, anche lui ex campione del Milan e unico pallone d’oro africano, che è stato da poco eletto presidente della Liberia. Ma per il signor Iwobi, la terra madre è la Lombardia. Dopo l’elezione ha dichiarato: «Io appartengo alla patria, ma anche ai territori che mi hanno eletto. Non bisogna dimenticare da dove si viene». E non c’è dubbio che non intendesse la Nigeria, dove è nato il 26 aprile del 1955, ma la Lombardia, dove risiede a Spirano in provincia di Bergamo, responsabile immigrazione della Lega e nel Carroccio da 25 anni. Giunto in Italia con un visto da studente nel 1976, Iwobi, di madrelingua inglese, si è diplomato a Manchester in economia aziendale con specializzazione in marketing, sales & business management e ha poi ottenuto un diploma di analista contabile a Treviglio, Bergamo. Ottenuta una prima laurea in Computer information science, in Italia si è laureato in Scienze dell’informazione. Dal 2001 è amministratore delegato della Data Communication labs Srl con sede proprio a Spirano e che si occupa di servizi informatici, tra cui la progettazione di software gestionali, la gestione di reti locali e sistemi di sicurezza, la realizzazione di siti Internet, oltre a un servizio di provider per la Carta regionale dei servizi. In precedenza, Iwobi aveva lavorato come direttore tecnico e commerciale in una ditta che opera nel settore informatico. Nel 1995 è diventato consigliere comunale a Spirano, e da lì la sua carriera politica nella Lega. Nei suoi ringraziamenti sui social, Iwobi ha scritto: «Dopo oltre 25 anni di battaglie nella grande famiglia della Lega, sta per iniziare un’altra grande avventura. I miei ringraziamenti vanno a Matteo Salvini, un grande leader che ha portato la Lega a diventare la prima forza di centrodestra del paese!» D’altronde, nei santini elettorali aveva inserito lo slogan leghista “stop invasione” (e nei comizi indossava la maglietta con questa scritta). A chi gli ha fatto notare che dall’ultimo rapporto di Amnesty International risulta che il 95 percento delle frasi xenofobe proviene dal centrodestra e che tra i leader politici Salvini guida la classifica, lui risponde: «Lo spauracchio infondato di un ritorno del fascismo e del razzismo è quello che ha penalizzato la sinistra a queste elezioni. Vuole dirmi che Salvini è razzista? Io non vedo niente di tutto questo, come non vedo che sia contro gli immigrati. Un immigrato regolare è suo fratello ed è stato lui a mettermi a capo del Dipartimento immigrazione della Lega. Sono tutte cose inventate che non esistono. Il problema reale non è il fascismo o il razzismo, ma il lavoro che non c’è». A Balotelli, questo politico argomentare forse interessa poco. A lui interessa il colore della pelle. E solo un nero poteva dire a un nero guardati allo specchio, un po’ come nei film americani solo un nero può dare del “nigger” a un altro nero. A meno che l’abuso del politically correct non abbia sbiancato i vecchi dialoghi, come quello di Samuel Jackson in Pulp fiction che alla notizia che arriverà il signor Wolfe che risolve i problemi dice a Marcellus, il nero più cattivo che c’è: «Shit, negro, thats all you had to say – Merda, negro, dovevi dirmi solo questo». Politically correct si mostra anche il neosenatore Iwobi, che a proposito di Balotelli dice: «Non mi interessa rispondergli, ci sono problemi molto più importanti in questo Paese». Più sciocco – va da sé – il Gran Capo Salvini che dichiara: «Balotelli non mi piaceva in campo, mi piace ancor meno fuori dal campo». Peccato, perché invece di questo dovremo discutere e tanto – dopo l’assassinio “per caso” di un nero innocente a Firenze e “la rivolta delle fioriere” dei senegalesi. I neri stanno qui, sono fra noi, sono parte della nostra vita ormai. Anche politica. In fondo, l’elezione del signor Iwobi ci dice anche questo.

Mafiosi, massoni, maiali, Pdioti, ebeti, “lo stato delle cosce”: così il mondo M5S ha costruito le premesse per chiedere oggi l’alleanza al Pd. Dagli insulti alle possibili diffamazioni alla violenza verbale antisemita: un crescendo di odio che adesso sfocia, paradossalmente, nella richiesta di alleanza, scrive il 7 marzo 2018 di Jacopo Iacoboni su "La Stampa". Alla fine di due anni nei quali una delle ragioni costitutive del Movimento Cinque stelle – l’esperimento politico di Roberto Casaleggio – è sempre più manifestamente stata abbattere il Pd, il candidato premier Luigi Di Maio, in una polemica con Matteo Renzi, arrivò a dire: “Renzi ci dice che noi abbiamo candidato nelle nostre liste un amico degli Spada. Rispondo io: ma lo dici proprio tu che hai preso i soldi da Buzzi e da Mafia capitale per le elezioni?”. La frase è testuale. Renzi rispose che l’avrebbe querelato, e non sappiamo se ciò sia avvenuto. Forse la frase “prendi i soldi da Mafia capitale” non era esattamente la frase di due potenziali alleati. Magari era una dichiarazione d’amore non capita. Ora che il Movimento cinque stelle cerca i voti (anche, se non soprattutto) del Pd e del centrosinistra, e Renzi è rimasto uno di quelli (pochi?) avversi a questa bizzarra offerta, è forse utile passare in rassegna alcune delle cose che la propaganda M5S ha detto del Pd in questi anni. Alessandro Di Battista si fece fotografare davanti a un grafico a forma di piovra (simbolo neanche tanto velato della Piovra, la mafia) nel quale venivano elencati tutti i democratici che – a detta del Movimento – avevano problemi di vario genere con la giustizia. Sorvoliamo sul fatto che quel grafico contenesse anche degli errori nelle attribuzioni di presunti reati, fatto sta che i tre hashtag erano #mafiacapitale, #gomorraPd e #trivellopoli. Non esattamente un viatico all’amicizia, o alla non belligeranza post voto. Il Pd “è morto”, disse Di Maio quando cancellò all’improvviso un confronto con Renzi; ora il Movimento cerca i voti dei morti. E sarebbe il meno. Persino le scelte lessicali dell’aspirante premier cinque stelle non sono apparse precisamente predisposte al dialogo, in questi mesi. “Noi – disse sempre Di Maio – abbiamo restituito oltre 23 milioni di euro, quelli del Pd hanno intascato oltre 40 milioni di finanziamenti pubblici in questa legislatura, hanno ricevuto 9 milioni di euro non si sa da chi e si sono tenuti pure i soldi sporchi di Buzzi. Il mariuolo Mario Chiesa in confronto era un dilettante. A questa gente, che in queste ore starnazza, dico semplicemente: non c’è nulla di cui possiate vantarvi, dovete solo vergognarvi e tacere”. Dovete “vergognarvi”, “starnazzate“, “tacete“, siete “peggio dei mariuoli“. Grandi complimenti politici, sicuro segno della volontà di avviare un confronto programmatico dopo le elezioni. E questo è Di Maio in persona, l’uomo più moderato del Movimento. Perché se poi foste andati per sbaglio nei luoghi più potenti della propaganda non ufficiale pro M5S – ma col nome del candidato premier – per esempio il “Club Luigi Di Maio”, su Facebook, avreste trovato cose come la foto di un maiale accostato al deputato democratico Emanuele Fiano, di religione ebraica. Sul Fatto Quotidiano apparve – tra le varie – una vignetta contro la Boschi intitolata “lo stato delle cosce”: parve un disegno di chiara natura civil-progressista, ispirato alla volontà di confronto aperto, e al rispetto delle corpo delle donne: insomma, le sicure premesse per alleanze col centrosinistra. La Boschi stessa (tuttora eletta col Pd) fu definita “incostituzionale”, ma ora il problema parrebbe di minore gravità, per il Movimento, che ci si alleerebbe senza particolari tormenti. Durante le dichiarazioni di voto sulla riforma costituzionale al Senato, l’allora capogruppo del Movimento 5 Stelle disse, rivolgendosi sempre a “Maria Etruria”: “Avete demolito la carta costituzionale con la vostra superficialità e con una prepotenza autoritaria sulla base di indicibili accordi massonici” (e Boschi, di cui qualcuno azzardò la lettura del labiale, avrebbe risposto sussurrando: “massone lo dici a tua sorella”). In definitiva un grande leit motiv della propaganda grillina sui social è stato appunto “Pd massoni”, “deviati”, complici dei crac bancari. Ora nel Movimento si vogliono alleare con i massoni, forse per via delle candidature di massoni scoperte, a sorpresa, nel M5S, e non nel Pd. I democratici, in questi anni, non sono stati democratici, per i cinque stelle, ma “Pdioti”, “ebeti”, o – nei casi di maggior gentilezza – “ladri”. Appare dunque un po’ curioso che “la meglio gioventù grillina” ora sia così disposta a intrupparsi con siffatta gentaglia. Forse è solo opportunismo, normalissimo da che mondo è mondo; come le sparate euroscettiche, il referendum per uscire dall’euro, i flirt anti-immigrati contro le ong definite “taxi del Mediterraneo”. Forse, anche qui, volevano dire che sono per l’Europa, e a favore di una società aperta agli immigrati. Insomma, che “i loro temi in fondo sono più vicini al centrosinistra”.

Talk show: così il populismo ha vinto grazie alla tv, scrive Angela Azzaro l'11 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Anni di tv fondata sulle urla e sull’emotività hanno favorito il passaggio dal popolo al populismo. Aldo Grasso, il critico televisivo e di costume del Corriere della sera, ha scritto sul ruolo che i talk show hanno avuto in questa ultima tornata elettorale. Secondo il professore della Cattolica di Milano i programmi di politica, che in questi anni hanno perso molti consensi, avrebbero favorito principalmente il Pd e Forza Italia, mentre l’assenza dalla tv avrebbe avvantaggiato i Cinque stelle. Il Pd, in realtà, ha avuto contro quasi tutte le trasmissioni a cominciare da quelle che in teoria, ma appunto solo in teoria, dovrebbero essere amiche come Carta Bianca su Rai3. Pochissimi partiti al governo sono stati così osteggiati. I Cinque stelle invece hanno potuto contare su quasi tutto il palinsesto di La7: anche quando non erano presenti personalmente in studio, erano rappresentati dai giornalisti ospiti, schierati molto spesso con il loro movimento. La Lega, pur con una strategia comunicativa in parte differente, ha potuto contare sulle trasmissioni di Del Debbio e Belpietro su Rete4. Ma la questione è molto più strutturale di un appoggio che potremmo definire “esterno” alle forze populiste che poi hanno vinto le elezioni. I talk show sono parte del “populismo”, per alcuni versi lo hanno creato, condizionando la percezione della realtà e gli schieramenti, ancora prima che partitici, ideologici e identitari. In questi anni siamo stati abitutati a una tv urlata, che ha dram- matizzato qualsiasi problema, dall’arrivo dei migranti alla sicurezza nelle città. Sono state davvero poche le trasmissioni che non abbiano alimentato la paura, creato l’odio per il diverso, fatto credere che i diritti degli uni ( chi arriva in Italia in fuga da fame e povertà) siano opposti ai diritti degli altri ( gli italiani). È una tv basata non sulla ragione e sui dati, ma sulle emozioni non mediate, sulla cosiddetta pancia, sull’irrazionalità. È una tv che ha creato un suo pubblico, lo stesso pubblico che ha poi votato Cinque Stelle e Lega che usano da questo punto di vista la stessa cifra comunicativa. Pier Paolo Pasolini, parlando prima di tutti in Italia di quel fenomeno che poi avremmo chiamato globalizzazione, teorizzava un mutamento antropologico degli italiani. Era il rimpianto delle lucciole, che aveva un certo sapore reazionario, ma che coglieva un cambiamento profondo della società. Oggi quel mutamento è diventato ancora più radicale e ha avuto come campo di battaglia proprio un modo di intendere la televisione e l’informazione. Il passaggio da popolo a populismo, dal conflitto all’odio, avviene dentro un format televisivo che vive tutto come una guerra, un processo mediatico, uno scontro. Le forze politiche che non hanno questo approccio alla politica hanno pagato un prezzo molto alto, non solo perché la loro voce risalta di meno, ma perché meno rispondono alla trasformazione antropologica e sociale avvenuta in questi anni. Il presidente del Censis De Rita, che ha fotografato la società del rancore, vede nuovi segni di cambiamento. Comunque sia questo cambiamento non può non passare anche attraverso una riflessione sui mezzi di comunicazione di massa, dalla tv a internet.

Sembrava il talk di Kim, ma era la Tv italiana, scrive Piero Sansonetti il 16 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". Ho visto in Tv, l’altra sera, un talk show dedicato al pasticcio- rimborsi dei 5 Stelle, e sono rimasto senza parole. Per come era organizzato, per le cose che si dicevano, per i protagonisti. Lo conduceva Enrico Mentana. Mentana, ma come fai un talk? Solo 5stelle a processare i 5stelle? Mentana è sicuramente è uno dei giornalisti italiani più bravi. Ed è un professionista di grandissima esperienza, ha lavorato ai massimi livelli in Rai a Mediaset e ora alla Sette. Eppure la sensazione netta era quella non di assistere a un dibattito ma ad una rappresentazione di regime. Scusate se uso questa parola così aspra, ma è quella giusta. Sia chiaro, non sono mai stato un fanatico della par condicio, anzi penso che sia una pessima cosa. Penso che l’informazione non la si possa fare col bilancino: deve godere di spazi di libertà, e professionali, che le norme della par condicio mortificano. Però una cosa è la discrezionalità della rete, o del conduttore, un’altra cosa è condurre una trasmissione sui 5 Stelle in difficoltà per i rimborsi spariti, con la partecipazione (nella prima parte) del capo dei 5 stelle, di un conduttore simpatizzante dei 5 stelle, del fondatore del giornale dei 5 stelle e basta. E nella seconda parte con l’intervento di altri due giornalisti decisamente simpatizzanti dei 5 stelle (o comunque molto ostili al Pd e a Forza Italia) e di un terzo bravo e giovane giornalista, indipendente, al quale però non si concede, o quasi, di esprimere il suo punto di vista.

I protagonisti della trasmissione ai quali mi riferisco sono, nell’ordine, lo stesso Enrico Mentana, Antonio Padellaro (che, paradossalmente, è stato sicuramente il più serio e anche il più critico verso il movimento di Grillo), Mario Sechi ( tifoso oltre ogni immaginazione dei 5 stelle, a sorpresa per me che lo avevo lasciato tempo fa berlusconiano e poi sapevo che era diventato montiano), Alessandro De Angelis, dell’Huffington Post (il quale ha il merito di avere rivolto a Di Maio l’unica domanda ragionevole, e però il demerito di non avere preteso una risposta) e infine, isolatissimo e, giustamente, un po’ intimidito, Ilario Lombardo, della Stampa. Il risultato di tutto questo è stato paradossale. Diciamo che tutti si aspettavano una specie di processo ai 5 stelle (come sarebbe capitato a qualunque altro partito nelle stesse condizioni), beccati dalle jene con le mani nel sacco e messi di fronte all’evidenza che il loro grado di trasparenza e di onestà non è superiore a quello degli altri partiti. Invece è successo esattamente il contrario. A parte Padellaro (che ha provato a illustrare alcune critiche anche abbastanza graffianti ai ragazzi di Di Maio e a Di Maio), per il resto la trasmissione ha affermato le seguenti verità indiscutibili.

Prima, che i 5 stelle sono e restano il primo partito e che tocca a loro lo scettro del principe e palazzo Chigi.

Seconda, che gli altri partiti sono molto peggio dei 5 stelle e devono solo starsene zitti ed eventualmente garantire in parlamento ai 5 stelle i voti per governare.

Terza, che i parlamentari a 5 Stelle sono gli unici che restituiscono parte dei loro stipendi anche se non proprio tutti lo fanno. (In realtà verso la fine della trasmissione è stato mandato in onda un servizio che dimostrava il contrario, ma nessuno si è sentito in dovere di dire: “ohibò, ma allora stavamo sbagliando tutto…”).

Quarta, che le liste elettorali di tutti i partiti che non siano i 5 Stelle sono piene di inquisiti, cioè di impresentabili.

Quinto, che di conseguenza i 5 Stelle restano il partito dell’onestà, anche se fanno sparire un po’ di quattrini, e che questa caratteristica non viene per niente intaccata dal fatto che un bel gruppetto di parlamentari ha falsificato i bonifici e un altro bel gruppetto di dirigenti del movimento (ma di questo neanche se ne è parlato) ha falsificato le firme. Personalmente penso che nessuna di queste cinque verità sia vera. Si tratta delle classiche verità non vere.

1) Che i 5 Stelle siano e restino il primo partito è un ottimo slogan elettorale, ma è circostanza tutta da verificare. Chi ha vinto si stabilisce dopo le elezioni, non prima. Oltretutto si tratterà di vedere come si calcola la consistenza delle forze politiche: per coalizione o per liste? Per percentuali o per seggi? Per risultati all’uninominale o al proporzionale? Mi chiedo: è compito di un talk show sostituire le analisi politiche con uno slogan a favore di un partito? Può darsi di sì, però è una novità nell’etica giornalistica.

2) Perché mai gli altri partiti sono peggio dei 5 Stelle? E’ una verità rivelata, un teorema che non ha bisogno di dimostrazione? E poi, a nessuno viene il sospetto che se gli altri partiti non hanno linciato i 5 Stelle dopo il pasticcio rimborsi è perché sono più civili e hanno un rispetto maggiore dello Stato di diritto? Certo, è facile immaginare cosa sarebbe successo se le parti fossero state invertite, e se a finire sotto accusa fossero stati il Pd o Forza Italia. Ci sarebbe stata l’ordalia. E’ una colpa – e non un merito – evitare l’ordalia?

3) Non è assolutamente vero che i 5 Stelle sono gli unici a donare. Lo fanno quasi tutti i partiti. Alcuni, come Sinistra Italiana, in misura molto maggiore ai 5 Stelle. Loro però dicono: ma noi li doniamo alle imprese, voi ai partiti. Non ho capito dove sia scritto che donare i soldi a una impresa (senza nessun controllo) sia moralmente più nobile che donarli al proprio partito (nelle cui idee, si suppone, uno crede; e del quale si fida ed è in grado di controllare democraticamente l’amministrazione). Ci siamo tutti convinti che Dio ha stabilito che un imprenditore è un sant’uomo, un missionario, e un partito politico (tranne il proprio) è letame?

4) Inquisiti e colpevoli non sono parole intercambiabili. Possibile che Mentana e Sechi e De Angelis non lo sappiano? Possibile che non conoscano la Costituzione italiana? Un inquisito non è impresentabile. Ognuno poi stabilirà nell’urna se lo considera meritevole o no e se considera meritevole o no un candidato che ammette di avere contraffatto un bonifico e di essersi gloriato di avere donato soldi che ha intascato. Cioè: lo stabiliranno gli elettori, perché tocca a loro questo compito.

5) Può un partito con una percentuale abbastanza alta di disonestà accertata nel suo gruppo dirigente presentarsi con la parola d’ordine (unica): onestà? Devo dire che questa domanda – l’unica vera domanda politica – l’ha posta con una certa insistenza Padellaro, ma non molto ascoltato. Ha chiesto: sicuri che un elettore possa fidarsi del rigore di un partito che non è capace neppure di controllare il suo gruppo parlamentare? Infine vorrei raccontarvi della domanda (a cui accennavo all’inizio) di De Angelis a Di Maio. Gli ha chiesto se accetterà il duello con Renzi in Tv. Di Maio ha preso tempo e ha iniziato a dire che a lui non è chiaro chi sarà il candidato premier del Pd e neanche quello della destra, e dunque finché non saprà questi nomi non può fare nessun duello. Qualunque giornalista un po’ scafato, e in particolare un giornalista “drastico” e bravo come Mentana, avrebbe commentato: «Ho capito, lei non vuole partecipare a nessun duello». Un giornalista un po’ più cattivo avrebbe detto: «Ho capito, lei ha paura di Renzi». Mentana ha detto: «Ho capito, tutto dipende dalla soluzione dei problemi negli altri schieramenti». Beh.

TAROCCO CASALINO.

Io, che ho raccontato la casta, vi spiego la differenza dalle élite, scrive il 19 settembre 2018 Sergio Rizzo su "La Repubblica". Serve una classe dirigente onesta, capace e consapevole del proprio ruolo di tutela dell’interesse pubblico. Con meccanismi di selezione trasparenti e credibili. Non serve l’ondata di epurazioni e nomine eseguite dal nuovo Governo seguendo il medesimo metodo della cooptazione acritica che ha innescato la mediocrazia. Il manifesto della rivoluzione sovranista è la seguente frase attribuita a Matteo Salvini: “Non esistono destra e sinistra, esiste il popolo contro le élite”. Dice molto, al proposito, il curriculum del perito elettronico Simone Valente, sottosegretario grillino alla Presidenza incaricato di gestire il dossier Olimpiadi, che si definisce “dipendente pubblico” (in quanto parlamentare?). Eccolo: uno stage alla Virgin active, un secondo stage alla scuola calcio della Juve, tre mesi da venditore a Decathlon. Valente contro il sindaco milanese Giuseppe Sala, già dirigente della Pirelli, direttore generale di Telecom Italia, direttore generale del Comune di Milano, amministratore delegato dell’Expo 2015. L’immagine plastica del popolo (Valente) contro le élite (Sala). La tesi che i Paesi sviluppati non soltanto possano ormai fare a meno delle “élite intellettualoidi” (formula coniata da Luigi Di Maio), ma che le stesse élite vadano necessariamente spazzate via in quanto nemiche del popolo e amiche dello spread, ormai dilaga ovunque. Anche se qui la guerra si serve di un’arma ancor più micidiale. L’idea che si va affermando è che le élite si identifichino con ciò che viene ormai comunemente definita la casta. Ovvero, quella consorteria politica ingorda, autoreferenziale e incapace di risolvere i problemi della società, ripiegata sui propri interessi personali e di bottega e concentrata sulla difesa di inaccettabili privilegi. Che è cosa, però, ben diversa dalle vere élite, le quali dovrebbero coincidere con l’intera classe dirigente. Burocrati, imprenditori, professionisti, manager, medici, artisti, politici: indipendentemente dalle colorazioni, ciascun Paese democratico ha le proprie élite. E la storia dimostra che la crescita e lo sviluppo di ogni società civile è direttamente proporzionale alla loro qualità. Per questo ci sono nazioni, come la Francia, che hanno sempre dedicato risorse importantissime alla formazione delle classi dirigenti. Anche durante le rivoluzioni, quando una élite sostituiva quella precedente, rivelandosi spesso più efficiente. L’Europa ha dato il meglio di sé nei momenti in cui le oggi tanto vituperate élite erano formate da veri statisti, peggiorando poi in modo radicale quando il loro posto è stato occupato da personaggi via via sempre più modesti. Un processo lungo ma inesorabile, rivelato dai politologi Andrea Mattozzi e Antonio Merlo, che nel 2007 hanno sviluppato la teoria della mediocrazia: il meccanismo che ha determinato il degrado delle nostre classi dirigenti politiche, dove il processo di selezione meritocratica è stato sempre più rapidamente soppiantato dalla cooptazione. Al posto dei capaci, i fedeli. Nella politica, nella burocrazia, nelle aziende pubbliche e private, nelle banche, perfino nelle istituzioni in teoria più impermeabili, come le autorità indipendenti. Fermando l’ascensore del merito, si è fermato anche l’ascensore sociale e il ricambio di sangue. Il risultato è stato il calo verticale delle competenze in tutti i gangli cruciali, dall’amministrazione alle professioni. Gran parte dei problemi del nostro Paese sono strettamente legati al fallimento delle élite. Ma per tentare di risolverli in modo strutturale non c’è che una strada: ricostruire una classe dirigente, onesta, capace e consapevole del proprio ruolo nella tutela dell’interesse pubblico. Con meccanismi di selezione trasparenti e credibili. La missione spetta ora a chi occupa la stanza dei bottoni e fa parte, volente o nolente, proprio di una élite. Anche se questa è diversa da tutte le altre: una élite che ha l’obiettivo di distruggere il concetto stesso di élite. L’argomento dunque non è all’ordine del giorno della maggioranza gialloverde, né è previsto dal contratto di governo. Emerge invece una preoccupante avversione ideologica per la scienza, dimostrata in modo plateale dal caso vaccini. Con la verità della Rete che sovrasta quella della competenza, dello studio faticoso e della preparazione. Coerentemente, stiamo assistendo a un ulteriore impoverimento della qualità di chi è investito del compito di decidere. Abbiamo avuto un primo assaggio con la formazione del governo, dove accanto a residui della seconda Repubblica e figure improvvisate non manca un sottosegretario agli Esteri convinto che l’uomo non sia mai andato sulla Luna. Quindi un secondo assaggio con l’ondata di epurazioni e nomine eseguite seguendo il medesimo metodo della cooptazione acritica che ha innescato la mediocrazia. Esattamente come la politica italiana ha sempre fatto, con rare eccezioni. Senza verificare qualità e attitudini, ma solo appartenenza e fedeltà. E sorvoliamo, per carità di patria, sul curriculum.

Rocco Casalino, Luca Morisi e gli altri: ecco chi gestisce il "ministero della Propaganda". Una gigantesca macchina acchiappa consenso. Anzi, due: quella di Salvini e quella di Di Maio. Che lavorano divise per colpire unite. Vi raccontiamo chi c’è dietro e quali strategie mediatiche usa. «Oggi noi costruiamo la realtà più credibile», scrive Emiliano Fittipaldi il 3 settembre 2018 su "L'Espresso". Dopo la tragedia di Genova, anche coloro che hanno in antipatia Lega e M5S non possono più negare che nel governo c’è un ministero che funziona bene. L’unico che porta a casa risultati eccellenti e in tempi rapidi. Un dicastero modello che dà linfa quotidiana all’esecutivo. Ecco: il ministero della Propaganda, seppure non ha un vero e proprio titolare, è il fiore all’occhiello del gabinetto grilloleghista, con un obiettivo prioritario: quello di accrescere il più possibile i consensi da raccogliere poi nelle urne. In questo senso, l’ovazione riservata ai due vicepremier da parte della folla che assisteva ai funerali di Stato delle vittime del crollo del Ponte Morandi e le bordate di fischi contro il mite segretario del Pd Maurizio Martina segna uno spartiacque, anche politico, della Terza Repubblica appena cominciata. Piaccia o meno, la compagine governativa s’è mossa davanti alla catastrofe come mai nessun governo aveva fatto prima: promettendo di colpire duramente - prima ancora che magistratura o i tecnici imbastissero un’indagine sulle cause del crollo - Autostrade per l’Italia e i Benetton (assurti a simbolo di tutte le odiate élite che si sono ingrassate ai danni del popolo); indicando gli avversari politici (il Pd su tutti) come complici dei potenti, e dunque correi della sciagura. Una strategia comunicativa forte, un mix di prese di posizione sensate, di forzature ipocrite e anche dichiarazioni del tutto irrazionali, che ha però efficacemente trasformato il governo, agli occhi della maggioranza degli italiani, in un “giustiziere” senza macchia e senza paura. Un disegno mediatico collaudato durante la campagna elettorale, che stavolta s’è avvantaggiato delle mosse scriteriate dei Benetton (incredibili i comunicati in burocratese con cui la società ha ricordato che in caso di revoca della concessione lo Stato avrebbe dovuto risarcire gli azionisti con miliardi di euro, surreali le grigliate ferragostane della casata) e degli esponenti del Pd e di Forza Italia, che non possono negare di aver concesso a Ponzano Veneto la gestione della rete autostradale con contratti che hanno favorito enormemente la famiglia veneta a danno dei veri proprietari dell’infrastruttura. Cioè i cittadini. Il primo giorno al Viminale il ministro dell'Interno ha assunto come collaboratori tutti i membri dello staff di comunicazione, incluso il figlio di Marcello Foa. Aumentando a tutti lo stipendio (tanto non sono soldi suoi). E sull'Espresso in edicola da domenica, l'inchiesta su come funziona la propaganda grilloleghista. Ma, al netto degli eventi genovesi, come funzionano gli ingranaggi dell’organismo pentaleghista? Innanzitutto il Ministero della Propaganda, come tutti gli altri, ha capi, luogotenenti e sottoposti; ma è l’unico che non chiude mai i battenti. Quelli che contano davvero si contano su una mano, ma gli addetti e i collaboratori esterni sono centinaia e lavorano 24 ore su 24 senza concedersi pause. Sabati e domeniche compresi. Anche se diviso in due direzioni teoricamente concorrenti (quella affidata agli architetti della comunicazione leghista Luca Morisi, Andrea Paganella e Ida Garibaldi; l’altra capeggiata dai grillini Pietro Dettori e Rocco Casalino), al ministero fantasma M5S e Lega lavorano per ora di comune accordo, spalla a spalla, monitor a monitor. La strategia è basata su diversi campi d’azione. In primis sullo sfruttamento capillare di Facebook, di Twitter, di YouTube, piattaforme conquistate con software sofisticati che moltiplicano i messaggi promozionali e monitorano minuto per minuto il “sentiment” degli utenti, in modo da capire cosa vuole la gente e cosa darle per accontentarla. Il ministero, dunque, sforna a getto continuo campagne e video su Internet che muovano indignazione verso i nemici del “cambiamento”, oltre a tonnellate di news (vere, verosimili o fasulle poco importa) in grado di esaltare i leader. Le tecniche di Morisi e di Dettori, potenti social manager di Lega e M5S, sono diverse, ma sulla personalizzazione del messaggio propagandistico hanno idee simili: se Salvini s’è posto fin dall’inizio come capo indiscusso del partito, da un po’ anche la Casaleggio Associati ha abbandonato “l’uno vale uno”, e investe ogni sforzo strategico su pochissimi soggetti politici. Oltre al web, al ministero presidiano militarmente anche le televisioni: deputati e senatori della maggioranza vengono indottrinati in modo da usare, nei tg e nei talk, solo slogan semplici e comprensibili a tutti, studiati per smuovere emozioni basiche come rabbia, rivalsa, paura. Nessun sottoposto può rilasciare dichiarazioni senza il permesso dei due “sottosegretari” in pectore del ministero, in cui imperano Rocco Casalino - portavoce di Conte e gran visir di tutta la comunicazione del Movimento, e Iva Garibaldi, la zarina di Matteo. Loro compito è pure quello di convincere - con le buone o le cattive - conduttori e giornalisti a trattare gli ospiti spediti negli studi con il guanto di velluto, in modo da fare sempre bella figura. Chi non sta alle regole, rischia di andare in onda senza i politici che fanno share. I risultati del lavoro indefesso del ministero sono evidenti: lo strano governo ircocervo vive con il Paese una luna di miele senza precedenti, con sondaggi che oggi regalano ai due partiti percentuali di consenso bulgare (a metà agosto tutti gli istituti di ricerca davano a M5S e Lega circa il 65 per cento delle preferenze totali, equamente divise). Dati mostruosi, soprattutto se confrontati con l’immobilismo dell’esecutivo, che nei primi cento giorni ha fatto in verità poco o nulla di concreto. A parte il “decreto dignità” ed escludendo la guerra ai migranti e l’abolizione dei vitalizi (operazioni gestite sempre dal ministero della Propaganda), sfogliando il registro delle cose fatte dal gabinetto Conte ci si imbatte in pagine immacolate. «Non siamo affatto preoccupati dall’arrivo dell’autunno e dai lavori sulla Finanziaria. Sappiamo che difficilmente potremo realizzare subito le promesse su flat tax e reddito di cittadinanza», dice un alto dirigente del ministero, sponda Salvini. «Ma al tempo della post-verità e dei fatti alternativi (copyright Donald Trump, ndr) il principio di realtà è un paradigma sopravvalutato. La realtà è una “percezione”, un “racconto” ben fatto. Oggi noi e quelli della Casaleggio siamo quelli che costruiscono le realtà più credibili. Renzi e Berlusconi, che pure sono stati due maestri dello storytelling, sono rimasti indietro. Le loro tecniche sono antidiluviane. Non hanno nemmeno capito che ormai le campagne elettorali non finiscono mai. Se non stai sul pezzo 24 ore su 24, scompari». Andiamo con ordine, partendo da una delle stanze più segrete del ministero virtuale. È il regno di Luca Morisi, che se per molti è un perfetto sconosciuto, in realtà è oggi uno degli uomini più influenti d’Italia. Insieme a uno staff di una decina di persone, è lui ad aver condotto le operazioni mediatiche che hanno portato in tre mesi Salvini dal 17 per cento dei voti al 30 per cento delle preferenze segnalato in questi giorni dai sondaggi. Mantovano, laurea e dottorato in filosofia, 44 anni ma faccia da eterno ragazzino, Morisi è una via di mezzo tra Casaleggio e Steve Bannon, ed è la mente (o l’anima nera, secondo i critici) dietro le mosse comunicative (e dunque politiche) del capo del Carroccio. Ex consigliere provinciale della Lega nella sua città, ideatore nel lontano 2004 di un sito che solidarizzava con il ministro Giulio Tremonti appena cacciato dal secondo governo Berlusconi, Morisi ha conosciuto Salvini tra il 2012 e il 2013, e ne ha di fatto accompagnato tutta la scalata a via Bellerio. Morisi dal 2009 è titolare della srl Sistema Intranet, una srl che ha firmato un contratto da 170 mila euro l’anno con la Lega; in passato ha fatturato centinaia di migliaia di euro con le Asl di mezza Lombardia, secondo i malpensanti grazie alle entrature con i direttori sanitari in quota Lega. Inizialmente s’offre a Matteo solo come esperto del web. Ma ben presto Salvini ne intuisce il talento e lo promuove a suo principale consigliere mediatico. Oggi Luca analizza il flusso dei dati sulla rete, attraverso un sistema informatico personalizzato che lui stesso chiama «la Bestia», e imbecca il frontman del Carroccio sulla polemica o la dichiarazione che può diventare virale sui social. È lui ad inventare il nomignolo “Il Capitano”, con cui tutti i leghisti chiamano oggi il capo, ed è sempre lui a spingerlo a mettersi felpe e a posare a torso nudo per “Oggi”, vendendo poi le foto originali su eBay. È ancora lui a ordinare con una email, nel settembre del 2015, ai parlamentari leghisti di non fare auguri pubblici di compleanno a Bossi, grande rivale di Salvini. Il guru è il primo a spiegare al Capitano che deve concentrare tutte le sue energie non solo in tv e sul territorio, ma soprattutto girando video da diffondere sui social. Non solo su Twitter, il social per addetti ai lavori amato anche da Matteo Renzi, ma soprattutto su Facebook, dove gran parte degli italiani passa intere giornate guardando filmati e condividendo messaggi e informazioni. «In cassa non c’è un euro, come facciamo con le sponsorizzazioni?», gli chiede Matteo. «Nessun problema, con “La Bestia” moltiplicheremo i tuoi contatti a dismisura spendendo poco o nulla», gli risponde Morisi. Detto fatto: a dicembre 2014 i like di Salvini sono già 518 mila, ma in tre anni e mezzo Luca li porta a quasi 3 milioni, quintuplicandoli. Morisi “forza” l’algoritmo di Facebook per far apparire la faccia e le ruspe di Salvini anche sulle pagine di persone che mai avrebbero visitato la sua. Inventa concorsi come il “VinciSalvini” promettendo che con un like veloce a un post del Capitano si può vincere una foto, una telefonata o un incontro con il leader, e adesso qualcuno teme che Morisi sia riuscito a creare un enorme database di informazioni sensibili di tutti coloro che si sono iscritti al concorso. «Nulla di illegale», spiegano dalla Lega. È un fatto che oggi nessun politico in Europa abbia un seguito social paragonabile a quello del leader leghista, che può ostentare anche un impressionante “engagement”, ossia il tasso che misura l’interazione online dei seguaci. Su Facebook Salvini ha quasi tre milioni di fan, Di Maio è sui due milioni (ma negli ultimi sei mesi è cresciuto di ben 800 mila follower), mentre Renzi e Berlusconi sono bloccati a poco più di un milione, con tassi di crescita ridicoli: 13 mila fan in più per l’ex segretario del Pd, 23 mila per il Cavaliere di Arcore, che probabilmente avrebbe dovuto seguire prima i consigli che gli imbeccava il suo media manager, Antonio Palmieri. Morisi però non è solo uno smanettone. Anche se lo nega con vigore, il “digital philosopher” e “social megafono”, come si autodefinisce, suggerisce a Salvini anche qual è il contenuto politico migliore da veicolare: dai cartelloni sessisti contro Alessandra Moretti alle dirette Facebook sui tetti del Parlamento, fino al cambio di colore del partito (dal “verde” padano al più moderato “blu” fregato ai presunti alleati di Forza Italia), Luca tutti i santi giorni dice a Salvini quali sono i messaggi politici che funzionano meglio. Analizzando i video sulla pagina Fb di Salvini dal 4 marzo a oggi, con decine di milioni di visualizzazioni complessive, lo schema è ancora più chiaro. Morisi propaganda soprattutto filmati di reati commessi dagli immigrati (da quando è ministro dell’Interno abbiamo contato oltre una decina di “video choc” su neri e clandestini, contro appena due dedicati a criminali italiani), esalta il corpo del capo (il film di Salvini che fa il bagno nella piscina della villa sequestrata ad un boss è stato visto da quasi un milione di persone, i selfie a torso nudo a Milano Marittima da oltre 1,6 milioni), ridicolizza avversari politici, come Renzi, Boldrini, finanche il disegnatore Vauro o i «radical chic buonisti di Capalbio che non portano i migranti a casa loro». Milioni di like e visualizzazioni premiano anche fake news, come quella che due settimane fa raccontava come a Vicenza fosse scattata una protesta di alcuni richiedenti asilo arrabbiati perché «volevano vedere Sky». Una balla già smentita dalla prefettura, ma che la coppia Salvini-Morisi ha cavalcato ugualmente. Sperando forse di rinnovare il successo di un filmato dello scorso febbraio intitolato «Spero che questo video lo veda Renzi», in cui Salvini, tornato giornalista, affermava che alcuni immigrati avevano organizzato un picchetto davanti a un centro profughi perché pretendevano di vedere le partite di calcio sulla tv satellitare. Il video era finito per settimane sulla homepage di YouTube. Altri pezzi forti sono stati postati da Morisi nella giornata campale del 4 marzo, nelle ore in cui bisognava convincere gli ultimi indecisi. Ci sono le immagini di una donna a Siena sfrattata dalla sua casa («prima gli italiani!», dice il sottopancia del video da 12 milioni di visualizzazioni; la notizia era vecchia di quattro mesi), o quelle su presunti clandestini «che buttano il cibo e distruggono il centro». Cronache locali del lontano 2016, ma ottime per la propaganda anche due anni dopo: ad oggi contano la bellezza di 30 milioni di visualizzazioni. Al dipartimento leghista del ministero della Propaganda i dati della “Bestia” e i modi per usare al meglio l’algoritmo di Mark Zuckerberg vengono esaminati anche dalla Garibaldi (i due vivono di alti e bassi), dal socio di una vita Paganella, da big come Giorgetti e Siri, dai ragazzi dello staff di Morisi come Andrea Zanella, Daniele Bertana e Leonardo Foa. Quest’ultimo è il figlio di Marcello, il giornalista sovranista e putiniano che i leghisti vorrebbero senza se e senza ma come nuovo presidente Rai o, in second’ordine, come direttore di un tg. Ma alla fine della fiera è Salvini che decide la sintesi finale. Nel piano occupato dal Minculpop grillino, invece, non sempre è il capo politico ad avere l’ultima parola. I “sottosegretari” alla Propaganda Dettori e Casalino hanno infatti un rapporto strettissimo anche con Davide Casaleggio, presidente della società omonima e dell’associazione Rousseau, la piattaforma operativa del M5S. Figlio di Gianroberto, l’uomo che prima di tutti aveva compreso le enormi potenzialità della rete, è proprio Davide a dare l’ok definitivo alle strategie propagandistiche del “grillo magico” di Di Maio. Dettori, unico dipendente di Rousseau, è un ragazzo schivo e silenzioso, e meno esuberante dell’ex Grande Fratello Casalino, beccato a fare spin a favore del movimento persino durante i funerali delle vittime del crollo del ponte Morandi. Ma in realtà è Pietro l’artefice principale del successo mediatico del M5S: ha curato per anni il blog di Grillo, ha realizzato i siti moltiplicatori di notizie (e di bufale) come “La Fucina” e “Tze-Tze”, ha scritto lui stesso post non firmati che davano la linea su decisioni legate alle votazioni o alle espulsioni. Mentre Beppe Grillo faceva il “passo di lato” aprendo un nuovo blog sganciato dai Cinque Stelle, Dettori ha costruito quasi da solo il nuovo hub del partito sui social, lavorando sugli algoritmi per diffondere il verbo attraverso decine di siti ufficiali e ufficiosi, e realizzando, dal nulla, il successo delle pagine social delle star del movimento, come quelle di Di Maio, di Di Battista, di Virginia Raggie, più di recente, del premier Giuseppe Conte (già seguito da 800 mila persone). Se Morisi lavora verticalmente quasi solo per i profili di Salvini, Dettori e la Casaleggio preferiscono una rete con più siti e pagine che si rimandano l’un l’altra. Qualcuno racconta persino che sia stato proprio Dettori - dopo il gran rifiuto di Sergio Mattarella a nominare il no euro Paolo Savona come ministro dell’Economia - a suggerire ai vertici l’ipotesi da fine mondo, quella dell’avvio dell’iter di impeachment del presidente della Repubblica. Al ministero della Propaganda giurano invece sia stato Di Maio in persona, aiutato dal fido Casalino, a realizzare l’operazione finora più fruttuosa messa in piedi dal dipartimento grillino, quella che aveva al centro la cancellazione del contratto da 150 milioni di euro per il cosiddetto “Air Force Renzi”. Per annunciare la notizia urbi et orbi Di Maio ha deciso di girare lo spot direttamente dentro la carlinga dell’aereo da 300 posti (voluto dal vecchio esecutivo Pd per scarrozzare ministri e imprenditori nelle missioni istituzionali all’estero, il veicolo è stato sfruttato pochissimo, uno spreco evidente anche al piddino più sfegatato). Ebbene, il video ha ottenuto in pochi giorni oltre 5 milioni e mezzo di visualizzazioni sulla pagina di Di Maio, ma - come segnala Luca Ferlaino di SocialcomItalia - «prendendo in esame tutte le pagine grilline si superano ormai i 10 milioni di spettatori. Sono numeri da finale di coppa del Mondo». La risposta di Renzi, messa a punto insieme al social media manager del partito Alessio De Giorgi, evidenzia bene la differenza tra la capacità di fuoco dell’apparato propagandistico del governo e quello dell’opposizione: nel video, che conta su un flusso di visualizzazioni dieci volte minore rispetto a quello di Di Maio e Toninelli, il leader dem si difende assiso dietro a una scrivania, mostrando in bella vista proprio il modellino dell’Airbus: l’effetto finale è quello di un autogol, di una pilotina contro un incrociatore. Dettori e Casalino sono anche gli uomini che hanno spinto di più per far approvare subito l’abolizione dei vitalizi dei parlamentari, festeggiata dal vicepremier con un live-Facebook seguito e applaudito da milioni di italiani. «Noi attacchiamo i giornali per creare una contrapposizione funzionale, ma sappiamo che non contate più nulla nella formazione del consenso», concludono dalle stanze del ministero. «Di Maio e Salvini, Dettori e Morisi, hanno capito che la gente le notizie, vere o fasulle che siano, ormai non le vuole più “leggere”, ma le vuole solo “vedere”. In tv, certo, ma ancor di più sullo smartphone. Quanti pensano che leggeranno l’articolo che stai scrivendo? Se sei fortunato qualcuno si soffermerà sul titolo, al massimo sulle prime righe. E se metti questa mia dichiarazione alla fine del pezzo, puoi stare sicuro che non la leggerà quasi nessuno».

Il super stipendio di Rocco Casalino: guadagna più di Conte. I costi dello staff di Palazzo Chigi. In ritardo rispetto a quanto prescritto dalla legge sulla trasparenza (e dopo varie richieste dell'Espresso), il governo pubblica finalmente i nomi e gli emolumenti dei collaboratori della Presidenza del Consiglio. I più fortunati? Il capo della comunicazione 5 Stelle e tutti i Casaleggio boys, scrive Mauro Munafò il 20 settembre 2018 su "L'Espresso". Meglio fare il portavoce che fare il premier. Si potrebbero riassumere così i dati sugli stipendi dello staff della presidenza del Consiglio del governo Conte che l'Espresso è ora in grado di rivelare. Sì, perché il portavoce e capo ufficio stampa del presidente del Consiglio Rocco Casalino, già numero uno della comunicazione dei 5 Stelle e partecipante alla prima edizione del reality show “Grande Fratello”, con i suoi 169mila euro lordi annui è di gran lunga il dipendente più pagato tra quelli che lavorano negli “uffici di diretta collaborazione” di Palazzo Chigi. Lo stipendio di Rocco Casalino si compone di tre voci: 91mila euro di trattamento economico fondamentale a cui si aggiungono 59mila euro di emolumenti accessori e 18mila di indennità. Per un totale, appunto, di poco inferiore ai 170mila euro annui. Una cifra assai più alta di quella che spetta allo stesso Presidente del Consiglio Giuseppe Conte il quale, non essendo deputato, deve accontentarsi di 114mila euro lordi all'anno. Una gigantesca macchina acchiappa consenso. Anzi, due: quella di Salvini e quella di Di Maio. Che lavorano divise per colpire unite. Vi raccontiamo chi c’è dietro e quali strategie mediatiche usa. «Oggi noi costruiamo la realtà più credibile». Questa curiosa disparità di trattamento non è però un inedito. Anche nel caso del governo Renzi infatti l'allora presidente del Consiglio, non ancora parlamentare, si ritrovò a guadagnare meno del suo portavoce, e oggi deputato del Pd, Filippo Sensi. Anche in quella circostanza le cifre erano le stesse previste dal governo Conte: 114mila euro per Renzi e 169mila per Sensi. Il "governo del Cambiamento" spende però di più per il totale degli addetti alla comunicazione, come spiegheremo più avanti.

I Casaleggio boys all'incasso. Secondo solo a Casalino, ma comunque meglio remunerato di Conte, è Pietro Dettori, altro big della comunicazione 5 Stelle e fedelissimo di Davide Casaleggio. Per lui, assunto nella segreteria del vicepremier Luigi Di Maio come “responsabile della comunicazione social ed eventi” ci sono 130 mila euro annui. Vicecapo di quella stessa segreteria è Massimo Bugani, 80 mila euro all'anno, altro nome di rilievo della galassia pentastellata. I due sono infatti tra i quattro soci dell'associazione Rousseau che gestisce le piattaforme del Movimento 5 Stelle ed è diretta emanazione della Casaleggio associati (il fondatore è Gianroberto Casaleggio e l'attuale presidente è il figlio Davide). Il primo giorno al Viminale il ministro dell'Interno ha assunto come collaboratori tutti i membri dello staff di comunicazione, incluso il figlio di Marcello Foa. Aumentando a tutti lo stipendio (tanto non sono soldi suoi). E sull'Espresso in edicola da domenica, l'inchiesta su come funziona la propaganda grilloleghista. Non mancano nell'elenco altri nomi di ex dipendenti della Casaleggio che da anni compongono gli staff dei deputati e senatori 5 stelle: uno tra tutti Dario Adamo, responsabile editoriale del sito e dei social di Conte, pagato 115mila euro l'anno. Quanto conta la comunicazione. La pubblicazione degli stipendi permette di fare anche un primo confronto tra le spese di questo governo e quelli precedenti quando si parla di staff. Un confronto che tuttavia, è importate specificare, può essere solo parziale per due ragioni: non sono ancora noti tutti gli stipendi dei collaboratori (alcuni sono ancora in fase di definizione, come quelli della segreteria di Salvini) e va inoltre precisato che ogni governo tende sempre con il passare dei mesi e degli anni ad aggiungere ulteriore personale e relativi costi. Detto questo, le cifre più interessanti e significative sono quelle alla voce comunicazione, su cui questo governo sta spendendo più di tutti gli altri esecutivi di cui sono reperibili i dati. L'ufficio stampa e del portavoce di Giuseppe Conte ha in organico 7 persone per un costo complessivo di 662 mila annui, di cui 169 mila vanno come già detto al portavoce Rocco Casalino. Secondo in classifica il governo Letta, che contava 7 persone nello staff comunicazione per un costo totale di 629mila euro annui e con il portavoce pagato 140mila euro. L'esecutivo di Paolo Gentiloni poteva invece contare su una struttura di sette persone per un costo di 525 mila euro. Più complesso il calcolo per il governo di Matteo Renzi: appena insidiato il team dell'ufficio stampa si basava su 4 persone tra cui il già citato Filippo Sensi come portavoce e un costo complessivo di 335mila euro. Ma alla fine del mandato i costi erano saliti fino ai 605mila euro per un organico di sette persone. Trasparenza a passo di lumaca. La pubblicazione dei dati sui collaboratori della presidenza del Consiglio si è fatta attendere ben oltre i limiti previsti dalla normativa. La legge sulla trasparenza 33/2013 prevede infatti che le pubbliche amministrazioni aggiornino le informazioni sui titolari di incarichi dirigenziali o di collaborazione entro 3 mesi dal loro insediamento, termine rispettato da quasi tutti i ministeri dell'attuale esecutivo. A dare il cattivo esempio è stata proprio la presidenza del Consiglio, che ha invece impiegato 110 giorni e nell'ultima settimana è stata "pungolata" da due richieste di accesso civico avanzate dall'Espresso affinché venissero pubblicati i dati in questione.

In difesa di Rocco Casalino (ma il M5S e lui stesso si facciano un esame di coscienza), scrive il 21 settembre 2018 Mauro Muunafò su "L’Espresso". Sono l'autore dello scoop pubblicato dall'Espresso sui costi dello staff di Palazzo Chigi, che includono anche la retribuzione del portavoce del premier Conte e capo ufficio stampa Rocco Casalino. E oggi, il giorno dopo, mi ritrovo incredibile ma vero a dover difendere lo stesso Casalino. L'articolo in questione ha avuto infatti un'enorme eco mediatica ed è finito anche su altri siti, giornali e nelle trasmissioni tv. L'indignazione di molti lettori per le cifre percepite da Casalino è stato il sentimento principale emerso dai commenti sui social e dalle chiacchierate in giro. Casalino oggi, in un'intervista sul Corriere della Sera, difende il suo stipendio: «Ho una paga alta ma è una questione di merito dice». Se la prende ovviamente con i giornali che hanno riportato la notizia («stanno giocando sporco») e prova ad abbozzare una debole linea di difesa: «Sono ingegnere elettronico e giornalista professionista, parlo 4 lingue. Ho diretto per 4 anni l'ufficio comunicazione M5S del Senato e sono stato il capo comunicazione di una campagna elettorale al termine della quale il Movimento ha preso quasi il 33%. Se parliamo di merito e lo confrontiamo con lo stipendio dei miei predecessori non ho nulla di cui vergognarmi...anzi». Tra gli altri spunti interessanti dichiara anche: «Dopo 20 anni - aggiunge - ancora si parla di me come di quello che ha partecipato a un reality (il Grande Fratello ndr), come se nella mia vita non avessi fatto altro. E invece per arrivare dove sono ho sempre studiato e lavorato tanto e onestamente». Lo dico senza tanti giri di parole: Rocco Casalino ha ragione su tutta la linea. E, visto che sono quello che gli è andato a fare i conti in tasca, lo posso dire senza che a nessuno venga il sospetto che lo faccio per ingraziarmi le simpatie del potente di turno (se cercate sul blog o sull'Espresso troverete tanti miei articoli molto critici nei confronti dei 5 Stelle). Casalino si porta dietro chiaramente il pregiudizio legato alla sua partecipazione al Grande Fratello e certe sue uscite folli dette in quel periodo della sua vita (tipo che i poveri hanno un odore da poveri). Tuttavia si tratta di un'esperienza del passato: nel frattempo ha contribuito non poco al successo di quello che oggi è, piaccia o non piaccia, il primo o secondo partito italiano. Lo stipendio che oggi percepisce per il suo lavoro alla presidenza del Consiglio secondo me è davvero meritato e non mi scandalizza affatto che si tratti dello stesso emolumento percepito in passato da chi lavorava per altri esecutivi (cosa che ho scritto io stesso nell'articolo diventato virale, riportando cifre e facendo confronti che a oggi nessuno ha ancora smentito). Trovo inoltre surreale che a cavalcare la protesta e l'indignazione per il suo stipendio ci siano esponenti di quegli stessi partiti che retribuivano allo stesso modo i loro collaboratori. Ma... E arriviamo al sodo della questione...Davvero Rocco Casalino e il partito per cui lavora credono di essere innocenti di fronte alla gazzarra che si è scatenata alla notizia del suo stipendio? Fanno finta o non si rendono davvero conto che le folle urlanti e indignate a comando che oggi si lanciano sul suo portafoglio sono le stesse che negli ultimi anni hanno cavalcato e fatto crescere con le loro campagne ad alzo zero contro chiunque non la pensasse come loro? Urlare continuamente contro la Casta fino a far credere che tutto è Casta, additare sempre gli oppositori come "servi di qualcuno" prezzolati per esprimere il loro dissenso, svilire qualsiasi tipo di professionalità buttando sempre tutto sul piano economico (certo con la complicità del mondo dell'informazione di cui io stesso faccio parte). Scegliere come unica stella polare il pauperismo, parlare solo di scontrini, biglietti in economy, autobus e pizze al posto dei ristoranti. Ecco, alla fine si arriva qua, alla totale e generica incapacità di capire che le competenze si devono pagare perché sono frutto di lavoro e fatica. Benvenuto nella Casta, Rocco. 

Casalino minaccia i funzionari del Mef: “Trovino i soldi o li cacciamo…”. Il Pd insorge: “Conte lo cacci”, scrive il 22 Settembre 2018 "Il Dubbio". Bufera sull’audio del portavoce del premier: “Il problema non è Tria ma i pezzi di m… che lo circondano”. Il Movimento lo difende. “Se non tirano fuori i soldi, al ministero dell’economia salteranno molte teste”. Parole e musica di Rocco Casalino, il potente portavoce del Movimento 5Stelle che è stato registrato da un giornalista mentre si sfogava contro i burocrati del Mef. E si perché secondo Casalino il problema non è il ministro Tria: “Lui c’entra il giusto”, spiega al suo interlocutore. Il vero problema sarebbe il sottobosco di funzionari e burocrati che, sempre secondo Casalino, “bloccano il reddito di cittadinanza perché vogliono bloccare il cambiamento, vogliono proteggere il vecchio sistema”. Ma poi Casalino promette: “Se non si trovano 10 miliardi, che in una manovra da 30 miliardi non sono nulla, passeremo il 2019 a cacciare tutti questi pezzi di m…”. Inutile dire che l’audio di Casalino ha mandato in fibrillazione l’opposizione. A cominciare dal segretario del Pd, Maurizio: “Le parole del portavoce del premier Casalino sono inaudite. Se Conte ha un minimo di senso delle istituzioni lo allontani immediatamente. Decenza”. “Da Casalino l’arroganza del potere contro le persone, a difesa di un partito e non dei cittadini. Vergognatevi, chiedete scusa e andate a casa perché non vi permetteremo di uccidere l’Italia”, aggiunge il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti. Ma i 5Stelle fanno quadrato. Alcuni esponenti M5S di peso contattati dall’Adnkronos difendono a spada tratta il portavoce del presidente del Consiglio, spiegando che l’obiettivo del suo sfogo erano i dirigenti del ministero “che si oppongono al cambiamento”. Casalino, è il commento che trapela dai parlamentari interpellati, “stava semplicemente facendo dello spin per difendere il ministro Tria”. Serafico il sottosegretario leghista Giorgetti: “Non credo che il portavoce abbia il potere di cacciare i tecnici. E poi basta non avere il portavoce, come non ce l’ho io”. Le dichiarazioni arrivano dopo giorni di scontri e polemiche proprio sul reddito di cittadinanza. Più volte il vicepremier Di Maio ha infatti chiesto al ministero del Tesoro di trovare i fondi necessari per far partire il reddito di cittadinanza, vero e proprio cavallo di battaglia del Movimento fondato da grillo, tema sul quale hanno impostato la scorsa campagna elettorale e sul quale, oggi, si giocano la credibilità davanti a chi li ha votati. Di qui il crescente nervosismo di Di Maio, che ha esplicitamente chiesto a Tria di lavorare in deficit, e oggi di Casalino che ha individuato “il vero nemico”: i funzionari del ministero dell’economia.

Casalino, audio contro i tecnici Mef. Tria: "Al ministero lavorano per il governo". Ma Di Maio: "C’è chi rema contro". Il messaggio vocale registrato il 18 settembre è stato pubblicato da Repubblica. All'interno si parla della posizione dei 5 stelle sul ministro Tria e i dipendenti del dicastero. "Megavendetta" se non trovano le risorse per il reddito di cittadinanza. Il portavoce del premier si difende: "Violata la mia privacy, nessun proposito concreto". Fonti vicine ai dirigenti del dicastero: "I tagli sono decisi dalla politica". Mistero sui destinatari del messaggio: accuse ai giornalisti dell'Huffington post che negano. Il vicepremier: "Strategia contro i nostri dipendenti della comunicazione". Conte: "Fiducia in Casalino", scrive il 22 settembre 2018 "Il Fatto Quotidiano". Meno di due minuti di audio diffuso via Whatsapp in cui il portavoce del premier Giuseppe Conte parla di “una mega vendetta” contro i tecnici del Mef se non si dovessero trovare i soldi per il reddito di cittadinanza. È polemica per le parole di Rocco Casalino contenute in una registrazione diffusa da Repubblica: nella nota vocale inviata ad alcuni giornalisti, l’ex capo della comunicazione grillina al Senato e ora nello staff del presidente del Consiglio parla dei rapporti con il ministro dell’Economia Giovanni Tria e con lo staff del dicastero. “Si tratta di una conversazione privata”, è la difesa di Casalino, “non c’era nessun proposito concreto. È stata violata la mia privacy”. In suo sostegno è intervenuto il presidente del Consiglio Conte: “La diffusione dell’audio è una violazione gravemente illegittima che tradisce fondamentali principi costituzionali e deontologici. Chiarito che trattasi di un messaggio privato, mi rifiuto finanche di entrare nel merito dei suoi contenuti. Ribadisco la piena fiducia nel mio portavoce”. Sul fronte opposto, fonti del ministero dell’Economia hanno confermato la fiducia di Giovanni Tria “ai dirigenti e alle strutture tecniche del Mef e apprezzamento per il lavoro che stanno svolgendo a sostegno dell’attuazione del programma di governo, come peraltro evidenziato dal presidente del Consiglio”. I tecnici avevano poco prima specificato che “stanno lavorando attivamente per valutare costi e effetti delle varie proposte politiche, comprese le possibili modalità di copertura degli interventi. Ma le decisioni sulla scelta delle soluzioni competono alla politica”.

In serata il vicepremier Luigi Di Maio ha pubblicato sul Blog delle stelle il contenuto di una lettera inviata a tutti i parlamentari M5s. Un testo in cui non solo difende Casalino, ma ascrive l’intera vicenda della pubblicazione di questo audio a una strategia per colpire gli uomini della comunicazione M5s più ancora degli eletti: “Ciò che ritengo inaccettabile – scrive Di Maio – è che adesso il bersaglio siano diventati i nostri dipendenti della comunicazione. Chiunque vive il Movimento conosce bene l’importanza delle nostre strutture di comunicazione. Sono i migliori perché, in tutti questi anni, si sono inventati ogni giorno metodi alternativi alle tecniche tradizionali per far arrivare i nostri contenuti a milioni di italiani. Qualcuno dice che diamo troppa importanza agli uffici comunicazione e ai loro dipendenti. Qualcuno ci critica dicendo che li paghiamo troppo, (poi quegli stessi sono pronti a massacrarci se li paghiamo poco)”. Di Maio poi è entrato nel merito dell’audio di Casalino, che risale proprio ai giorni della polemica tra il vicepremier e il ministro dell’Economia sulle risorse per la manovra economica. E anche in questo caso la linea non cambia: “C’è chi rema contro, ovvero una parte della burocrazia dei ministeri. Ogni volta che facciamo provvedimenti dobbiamo riguardarci sempre bene il testo, perché a volte tra un passaggio e un altro viene cambiato, si modifica, viene stravolto. Quando vi dico che c’è da preoccuparsi, credetemi. Abbiamo vinto le elezioni del 4 marzo, ma il sistema è vivo e vegeto e combatte contro di noi. Al Governo ci siamo noi e c’è la Lega. Ma se partiti, lobby e burocrati devono scegliere chi combattere, sono tutti d’accordo con il “dagli addosso al Movimento 5 Stelle sempre e comunque”. Chi ha chiesto che Casalino lasci l’incarico sono le opposizioni, dal Pd a Forza Italia. I 5 stelle compatti lo hanno invece difeso: “È la nostra linea”. Prudente la posizione del presidente della Camera Roberto Fico: “Assurdo che i giornalisti facciano uscire le proprie fonti”. E Alessandro Di Battista, su Facebook, è andato oltre: “Casalino ha sbagliato. Non si mandano audio del genere in privato ai giornalisti, certe cose vanno dette pubblicamente e con orgoglio. Se i tecnici nei ministeri ci mettono i bastoni tra le ruote prendendosi poteri che non gli competono vanno cacciati all’istante”. Del governo è intervenuto il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti: “Non credo abbia il potere di cacciare nessuno”, ha detto.

I destinatari dell’audio messaggio. Rimane il mistero su chi fossero effettivamente i destinatari della conversazione: i 5 stelle sul blog per primi hanno messo sotto accusa due giornalisti dell’Huffington post, Pietro Salvatori e Alessandro De Angelis. Che però hanno replicato poco dopo: “Noi non lo abbiamo diffuso. Il problema non siamo noi, ma i metodi di lavoro di Casalino”, hanno scritto. E in serata la direttrice Lucia Annunziata ha ribadito la posizione e difeso i due cronisti, dicendo che la stessa versione era su tutti i giornali la scorsa settimana. Ad ogni modo, ha concluso: “Portiamo il tutto davanti a un giudice, o all’ordine dei giornalisti se volete, e vediamo. Basta acquisire i tabulati di un po’ di telefonini e avremo chiarito tutto”. Casalino era finito al centro delle polemiche il 20 settembre scorso, dopo la diffusione dei dettagli sullo stipendio dello staff del premier che è rimasto invariato rispetto a quello del governo Renzi.

Audio: “Se non dovessero uscire i soldi, il 2019 sarà dedicato a far fuori una marea di gente del Mef”. L’audio messo sotto accusa oggi risale a martedì 18 settembre, anche se Repubblica non specifica la data. “Nessuno mette in dubbio che il ministro Tria non sia serio”, si sente nella nota vocale probabilmente in riferimento alle parole di Luigi Di Maio che aveva detto “un ministro serio deve trovare le risorse”. “Domani se vuoi uscire su una cosa simpatica”, continua Casalino, “è che nel Movimento 5 stelle è pronta una megavendetta, lo metti come fonte parlamentare però. C’è chi giura che se poi non dovessero all’ultimo uscire i soldi per il reddito di cittadinanza tutto il 2019 sarà dedicato a far fuori una marea di gente del Mef. Non ce ne fregherà veramente niente, ci sarà veramente una cosa ai coltelli. Nel senso che… Ormai abbiamo capito che Tria c’entra il giusto, c’entra relativamente, ma il problema è che ci sono lì al ministero dell’Economia una serie di persone al ministero dell’Economia che stanno lì da anni, da decenni, hanno in mano tutto il meccanismo e proteggono il solito sistema e non ti fanno capire tutte le voci di bilancio nel dettaglio e in modo che si possa tagliare. Non è accettabile che non si trovano 10 miliardi del cazzo. Non è che stiamo parlando di 200 miliardi, stiamo parlando di 10 miliardi. Quindi. Una manovra di 10, 20 miliardi la fanno tutti i governi. Non è niente di straordinario. Il fatto che c’è questa resistenza fa capire che c’è qualcosa che non va. Se per caso. Noi crediamo che andrà tutto liscio, ma se dovesse venire fuori all’ultimo ‘ah i soldi non li abbiamo trovati’, nel 2019 ci concentreremo soltanto a far fuori tutti questi pezzi di merda del Mef”. Inoltre dà indicazioni sul clima politico specificando: “Metti però che sono fonti parlamentari”. Un dettaglio importante perché Casalino ora cura la comunicazione di Palazzo Chigi e non quella degli eletti.

La replica di Casalino: “Violata la mia privacy”. Il portavoce del premier, dopo che per tutta la mattina si sono susseguiti attacchi e tentativi di difesa da parte dei suoi, ha deciso di diffondere una nota ufficiale sul caso. “Sta circolando un messaggio-audio che riproduce la mia voce”, si legge. “Una mia conversazione assolutamente privata avuta con due giornalisti. La pubblicazione viola il principio costituzionale di tutela della riservatezza delle comunicazioni e, se fosse accertato che sia stata volontariamente diffusa ad opera dei destinatari del messaggio, viola le più elementari regole deontologiche che impongono riserbo in questa tipologia di scambi di opinioni”. Casalino quindi ha specificato che la minaccia contro i tecnici del Mef non nasce da nessun provvedimento concreto, ma sarebbe semplicemente l’interpretazione di un clima all’interno del Movimento 5 stelle: “Il delicato incarico che ricopro mi impone di chiarire che i contenuti della conversazione“, il cui audio è stato diffuso dai media, “sono da considerare alla stregua di una libera esternazione espressa in termini certamente coloriti, ma che pure si spiegano in ragione della natura riservata della conversazione, che non c’era nessun proposito da perseguire in concreto ma più una sensibilità presente all’interno dei 5 Stelle e che era mia premura rappresentare”.

La difesa dei 5 stelle: “C’è chi ci rema pesantemente contro”. Ma la senatrice Fattori: “Parole orribili, il problema è il suo strapotere”. Poche ore dopo la pubblicazione dell’audio su Repubblica, i 5 stelle sono intervenuti per difendere l’operato del portavoce del premier: “Quello che è stato ripetuto per l’ennesima volta ai giornalisti De Angelis e Salvatori da Rocco Casalino, e che oggi campeggia su tutti i giornali, era la linea del Movimento 5 stelle detta e ridetta in tutte le salse”, si legge. La nota fa riferimento a due giornalisti dell’Huffington post che sarebbero stati i destinatari del messaggio vocale. “Siamo assolutamente convinti (ed è sotto gli occhi di tutti)”, continua il post sul blog, “che nei ministeri c’è chi ci rema pesantemente contro: uomini del Pd e di Berlusconi messi nei vari ingranaggi per contrastare il cambiamento, in particolare il reddito di cittadinanza che disintegrerà una volta per tutte il voto di scambio. La spalla di questi uomini del sistema sono i giornali del sistema. Difendono tutti gli stessi interessi: i loro. Il Movimento 5 stelle difende quelli dei cittadini”. Ma non tutti dentro il Movimento condividono la posizione ufficiale esposta sul Blog delle Stelle. “Io personalmente da libera cittadina trovo orribili le sue parole, ma sono le sue”, ha scritto in un lungo blog pubblicato sull’Huffington post la senatrice Elena Fattori. “Il problema dello strapotere di chi si occupa di comunicazione nel Movimento 5 stelle non è di Rocco Casalino o chi per lui, è di chi questo grande potere glielo lascia. E su questo occorrerebbe interrogarsi come molti di noi stanno chiedendo da anni senza risultati apprezzabili”. Prudente è stata invece la posizione di Roberto Fico, presidente della Camera: “A me sembra assurdo che i giornalisti che ricevono un messaggio facciano uscire le proprie fonti. E’ decontestualizzato, io non conosco la questione, contesto soltanto il fatto. Voi chiamate sempre anche me e, se io vi mando un messaggio, credo che voi non dobbiate farlo uscire”.

Le opposizioni: “Se ne vada”. L’opposizione chiede ora che Casalino sia allontanato e non svolga più il ruolo di portavoce. Il segretario Pd Maurizio Martina su Twitter ha scritto: “Le parole del portavoce del premier, Rocco Casalino, sono inaudite. Se Conte ha un minimo di senso delle istituzioni lo allontani immediatamente”. Mentre l’ex premier Matteo Renzi, sempre in rete, ha attaccato la difesa di Fico: “Il problema per lui non è Casalino che minaccia vendette, il problema sono i giornalisti. E questo sarebbe quello bravo dei 5 stelle”. Per Forza Italia è intervenuto il presidente del Parlamento Ue Antonio Tajani: “I Cinque Stelle stanno facendo di tutto per avere il reddito di cittadinanza. Avete sentito cosa sono disposti a fare… avete sentito il portavoce del governo? Purghe per tutti i funzionari che osassero non trovare i dieci miliardi voluti da Di Maio. Le purghe mi fanno pensare a Stalin, mi ricordano il comunismo. Mi preoccupo se la Lega non riesce a fermare questa avanzata degli eredi di Renzi. Lui aveva gli 80 euro, loro il reddito di cittadinanza”. In replica alla rinnovata fiducia di Conte per Casalino, ha parlato invece il deputato Fi Giorgio Mulè: “Insultare l’intelligenza degli italiani è un crimine che un premier, per giunta non eletto, non può permettersi. L’avvocato – ahinoi presidente del Consiglio – Giuseppe Conte sprofonda nel ridicolo quando derubrica a messaggio privato le minacce del suo ‘portacroce’ Rocco Casalino. Quelle parole costituiscono un’indicazione precisa a due giornalisti, da pubblicare col metodo dell’indiscrezione non attribuita a una persona fisica. Non è affatto un messaggio ‘privato’, ma un’indicazione precisa fatta da Casalino per conto dei grillini. Il ‘portacroce’ dei 5 Stelle Casalino – pagato dagli italiani 169mila euro cioè con l’equivalente di oltre 200 redditi di cittadinanza – abbia dunque almeno il coraggio delle sue azioni perché Conte si è dimostrato ciò che è: un avvocaticchio che pensa di poter prendere giro il popolo”.

Rocco, dalla "puzza dei poveri" all'odore dei soldi. Quell'intervista choc alle «Iene» contro indigenti e immigrati: anche se si lavano sono diversi, scrive Patricia Tagliaferri, Domenica 23/09/2018, su "Il Giornale". Non è solo questione di soldi, ma anche di naso. Perché se sei povero, c'è poco da fare, hai un odore diverso da chi se la passa bene. Almeno così la pensa (o almeno la pensava) il grillino Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, che prima ancora dell'audio choc con le minacce al ministro Tria e al suo staff, regalava ai suoi fan pillole di saggezza in un'intervista alle Iene che continua a rimbalzare sul web e adesso aiuta ad inquadrare il personaggio di uno che da allora ne ha fatta di strada, fino a diventare il boss della comunicazione di Palazzo Chigi con stipendio più alto del premier. Era uscito da poco dal Grande Fratello quando, in mutande e stravaccato su un divano con i piedi in mano, Casalino rispondeva alle domande della iena Marco Berry senza filtri, con toni più da militante di estrema destra che di uno in procinto di cominciare la sua ascesa nel Movimento Cinque Stelle. «Il povero ha un odore molto più forte del ricco, più vicino a quello del nero», diceva, chiedendo all'intervistatore se avesse mai provato a portarsi a letto un romeno o uno dell'Est: «Anche se si lava o si fa dieci docce continua ad avere un odore agrodolce, non so che cavolo di odore è, però lo senti». Toni decisamente lontani dal politicamente corretto. Parlando dei migranti, poi, il portavoce del premier diceva che il «loro vero problema è quello dei meno ambienti (testuale, ndr) che vivono in zone invase dagli extracomunitari». Per concludere con il Casalino-pensiero sull'immigrazione: «Investiamo tantissimi soldi per rendere gli italiani civili e invece poi abbiamo sta gente che non ha questo tipo di preparazione di base, sta gente è tutta gente senza istruzione. Noi li stiamo facendo entrare, è un pericolo». Dismessi gli abiti del concorrente di reality e cominciata la sua scalata al potere, Casalino ha sentito l'esigenza di spiegarlo il contenuto di quella vecchia intervista divenuto nel frattempo imbarazzante. E lo ha fatto pubblicando la sua versione dei fatti sul blog di Beppe Grillo. Una spiegazione decisamente creativa, la sua: in quell'intervista, in pratica, stava recitando. Interpretava un personaggio snob, classista, xenofobo e omofobo che gli era stato affidato dal corso di recitazione che stava frequentando. «Per sbeffeggiare l'ipocrisia di molti personaggi pubblici - spiegò - interpretai questo ruolo politicamente scorretto utilizzando lo studio fatto nel corso».

Era una finzione, dunque, o almeno così Casalino ha cercato di metterci una toppa adesso che certe affermazioni sarebbero decisamente inappropriate per il portavoce del presidente del Consiglio.

Mal di pancia grillino: "È un sopravvalutato e anche strapagato". I colleghi contro Casalino: non è il primo errore che commette. La paura di ritorsioni, scrive Domenico Di Sanzo, Domenica 23/09/2018 su "Il Giornale". Casalino contro tutti. Tutti contro Casalino. Nel giorno in cui salta fuori un audio del portavoce del Presidente del Consiglio che minaccia ritorsioni nei confronti dei tecnici del ministero dell'Economia, evocando scenari da notte dei lunghi coltelli, il M5s si riscopre meno monolitico del solito. In chiaro la posizione ufficiale dei pentastellati, espressa in un post sul Blog delle Stelle, è di rivendicazione della linea Rocco Casalino. «La linea del MoVimento non è mai cambiata - scrive lo Staff - siamo assolutamente convinti che nei ministeri c'è chi rema pesantemente contro: uomini del Pd e di Berlusconi messi nei vari ingranaggi per contrastare il cambiamento». Sottotraccia, l'ennesima «forzatura» dell'ex concorrente del Grande Fratello, ha scatenato mal di pancia sopiti da tempo. Soprattutto tra i colleghi di Casalino, dislocati nelle varie strutture che si occupano della comunicazione M5s. Sia nei gruppi parlamentari, sia nei ministeri. Il portavoce di Conte, nonostante l'incarico istituzionale, è ancora il dominus della comunicazione politica dei Cinque Stelle. E l'atteggiamento mostrato nella conversazione «rubata» e consegnata ai cronisti da una «manina» sconosciuta ne è la prova. Proprio quel «mettetela come fonte parlamentare» che si ascolta nell'audio, ha fatto saltare sulla sedia più di qualche collaboratore dei grillini. Il concetto espresso dagli spin doctor malpancisti suona più o meno così: «Casalino è un accentratore, guadagna una cifra spropositata, viene considerato più bravo di come è in realtà e non è la prima volta che commette degli errori gravissimi». Non tutti, nello stesso staff parlamentare grillino, condividono i metodi «muscolari» di Rocco. Chi, invece, sfugge alle domande, è imbarazzato e lascia trasparire la paura di ritorsioni da parte dei massimi vertici politici del Movimento, tutti compatti intorno a Casalino, a partire dal vicepremier Luigi Di Maio. Mentre nelle chat dei parlamentari, non mancano le voci critiche. L'unica a metterci la faccia è la senatrice Elena Fattori, con un articolo sul suo blog ospitato dall'Huffington Post. La Fattori parla di Casalino come di «un professionista della comunicazione eccezionalmente brillante», salvo poi dire che «personalmente da libera cittadina trovo orribili le sue parole». In conclusione una stilettata a Di Maio: «Il problema dello strapotere di chi si occupa di comunicazione nel M5s non è di Rocco Casalino o chi per lui, è di chi questo grande potere glielo lascia. E su questo occorrerebbe interrogarsi, come molti di noi stanno chiedendo da anni senza risultati apprezzabili». Ma, a quanto pare, tra i comunicatori non tutti hanno lo stesso strapotere di Casalino. Giudicato «sopravvalutato» e super pagato dai colleghi critici. Con le obiezioni che si concentrano su tre episodi specifici, avvenuti negli ultimi mesi. La pubblicazione del video in cui il portavoce di Conte invia un sms a Enrico Mentana, dandogli la notizia in diretta tv del raggiungimento dell'accordo di governo tra Lega e M5s. Con annesso sberleffo al direttore del Tg di La7, un po' lento nel leggere l'importante velina. A giugno, al G7 in Canada, c'è stato lo strattonamento del premier Conte, portato via quasi di forza da Casalino durante un punto stampa con i giornalisti. Un mese dopo, la frase al cronista del Foglio Salvatore Merlo: «Adesso che il tuo giornale chiude, che fai?». Così Rocco è finito in nomination.

Dall'ufficio piccolo alle minacce al "Foglio". Gaffe e incidenti del manipolatore Rocco. Già nel 2014 polemiche sul suo stipendio e sulla casa pagata dal gruppo M5s Quando regalò in anteprima lo scoop a Mentana e poi lo bacchettò: «Lento», scrive Domenico Ferrara, Domenica 23/09/2018, su "Il Giornale". La meritocrazia si paga cara. Soprattutto se riguarda Rocco Casalino. I tagli alla casta? Un mantra che vale per gli altri. E che smette di valere quando l'anticasta sale al potere. Perché, al netto delle giustificazioni che il portavoce del premier ha sciorinato in merito ai 169mila euro lordi all'anno che incassa, c'è poco da fare: se hai tuonato contro i privilegi, ci sarà sempre qualcuno che storcerà il naso quando passi dall'altra parte della barricata. Rocco Casalino, dall'alto della sua esperienza e del suo curriculum (laurea in Ingegneria elettronica, giornalista professionista, conoscenza di 4 lingue) dovrebbe saperlo. Anche perché ormai dovrebbe essere abituato alle critiche. E non solo per i trascorsi nella casa del Grande Fratello, sulla cui esperienza ha dichiarato: «Ho gestito tutte le nomination, infatti non sono mai stato nominato fino all'ultimo giorno. Spiegavo agli altri concorrenti come votare e loro eseguivano». Insomma, era già un «manipolatore». Già nell'ottobre del 2014, alcuni senatori chiesero maggiori lumi sullo stipendio del capo della Comunicazione pentastellata e l'allora capogruppo in Senato Vito Petrocelli provò a fare chiarezza: «Rocco Casalino come responsabile comunicazione percepiva 2100 euro netti. Quando è stato nominato Capo Comunicazione ha avuto un aumento di 800 euro sullo stipendio. La cifra di 8mila euro lordi, riportata da agenzie di stampa, include anche tutti i rimborsi spese su taxi, viaggio Roma-Milano-Roma, e le spese per il vitto su cui ovviamente si pagano le tasse. Ma lo stipendio reale che mette in tasca Rocco Casalino corrisponde a circa 2900 euro netti». Adesso ha praticamente raddoppiato il suo stipendio, non male per Rocco. A proposito di spese poi, un anno dopo, venne fuori la polemica sull'affitto della casa di Casalino pagato dal M5s. L'Espresso sollevò il caso scatenando l'ira di Beppe Grillo che scese in campo: «Il contributo erogato dal gruppo parlamentare del M5s per gli appartamenti dei dipendenti della Comunicazione è un beneficio accessorio previsto dal contratto di lavoro del singolo dipendente e con oneri fiscali a suo carico». Polemica che non cessò di esistere e che anche il Pd utilizzò tempo dopo per attaccare i grillini. Nel novembre 2016, il comitato Basta un Sì tuonava: «Grillo e il M5s usano i fondi di Palazzo Madama per pagare l'affitto dell'ex concorrente del Grande Fratello. Caro Beppe, che ne dici se anziché pagare la casa di Casalino, i soldi non li ridiamo agli italiani? Non è difficile, basta un Sì». C'è poi il capitolo che dovrebbe stargli più a cuore: quello della comunicazione. E anche qui, lui che è considerato il deus ex machina, il regista di tutte le esternazioni, le comparsate tv e persino l'abbigliamento, la dizione e le cure dentistiche degli esponenti del M5s spesso non ha brillato in efficacia, soprattutto nel rapporto con la stampa. Come non ricordare la frase intimidatoria che rivolse al giornalista del Foglio Salvatore Merlo: «Adesso che il Foglio chiude, che fai? Mi dici a che serve il Foglio? Non conta nulla...perché esiste?". Ne scaturì una bufera che lo portò a minimizzare e a chiedere scusa: «Era una semplice battuta». Stessa motivazione usata con Enrico Mentana dopo averlo prima bacchettato perché «colpevole» di aver dato con eccessiva lentezza la notizia dell'accordo raggiunto tra Salvini e Di Maio, notizia che lui aveva dato a Mentana in anteprima. Nel video si vedeva Casalino «costruire» uno scoop, scegliere il giornalista cui regalare la notizia e compiacersi della riuscita dell'operazione. «Era un video goliardico che doveva rimanere privato» e nel quale «non c'era nessun intento offensivo». Scuse accettate da Mentana e pace fatta. Nella lista degli "incidenti" di Rocco c'è poi il caso del finto master americano finito (per colpa di un hacker dirà Casalino) nel suo profilo Linkedin e le chat con i giornalisti su WhatsApp. Come quella volta in cui ai cronisti che gli chiedevano un parere del premier sulla proposta di hotspot avanzati fatta da Macron lui rispose con una emoticon abbastanza chiara: il dito medio (cancellato quando ormai era troppo tardi). In pieno stile Vaffa. D'altronde Rocco può permettersi tutto, anche lamentarsi perché la stanza del portavoce del premier è «un po' piccolina». Perché uno vale uno, a patto che l'uno non si chiami Rocco.

Chi è Pietro Dettori, l'uomo simbolo del governo Casaleggio. Non c'è solo Rocco Casalino nella squadra dell'esecutivo Conte. Sbarca a Palazzo Chigi anche il dipendente (e fedelissimo) di Davide che ha le chiavi dell'Associazione Rousseau. E che scriveva i post per conto di Grillo, scrive Susanna Turco l'11 giugno 2018 su "L'Espresso". Il suo mestiere è fare da tramite. La sua ascesa è avvenuta tutta nell’ombra. Lenta, costante. Nel segno della continuità assoluta, senza ripensamenti. Da un appartamentino sui Navigli fino alle porte di Palazzo Chigi. Sempre alle spalle del leader, mai davanti. Dai post di Beppe Grillo, comico e frontman di M5S, ai discorsi di Giuseppe Conte, premier-frontman dell’alleanza tra Cinque stelle e Lega. Dalla Casaleggio Associati al governo. Pietro Dettori è il talentuoso e spregiudicato simbolo della compenetrazione opaca tra azienda, partito e, adesso, governo. Occhi e orecchie di Davide Casaleggio a Roma, decisivo nel consolidamento del figlio del fondatore di M5S così come nell’ascesa di Luigi Di Maio al suo interno, pronto a lavorare accanto al presidente del Consiglio a 32 anni appena compiuti - classe 1986, come il capo M5S - è l’altra faccia dell’universo che adesso sbarca al governo sfoderando perenni sorrisi alle telecamere. L’anima riservata e spregiudicata che giocherà direttamente dalle stanze della presidenza del Consiglio. Quella più lontana dai riflettori, per istinto e per calcolo, amica della riservatezza, indifferente al lisergico dilagare dei conflitti di interessi e, anzi, persino irritata verso chi lo ricorda. Quella che la popolarità non interpreta come un attore, bensì costruisce come un suggeritore. Giorno dopo giorno, mossa dopo mossa, post dopo post. Limatura dopo limatura. Prima ancora che si spalancassero le porte di Palazzo Chigi è stato Pietro Dettori ad aver scelto le parole del neo premier, sin dalla dichiarazione dopo il primo incontro con il capo dello Stato Sergio Mattarella. All’inizio della girandola, Giuseppe Conte si era addirittura recato nel suo appartamento, stesso indirizzo della sede romana della Casaleggio associati, di fronte a Castel Sant’Angelo, per «buttare giù nero su bianco il discorsetto». Una circostanza che ha lasciato «molto perplesso» l’ex senatore di Forza Italia Augusto Minzolini che l’ha rivelata. E che, in realtà, è terribilmente fisiologica nel sistema pentastellato. Dove è consuetudine che ci sia qualcun altro a occuparsi delle cose che devi dire: anche per un incastro non casuale tra le attitudini degli eletti e il controllo della comunicazione, infatti, spesso e volentieri la parola pubblica - dai profili social alle dichiarazioni - è affidata a staff e ghostwriter. In blocco, strafalcioni compresi. Pressoché senza il controllo finale dell’interessato. Tanto che, a seconda degli errori, si è persino in grado di risalire al ghost di turno. La faccenda, nel caso di Dettori, è alla sua apoteosi. Al livello massimo: prima di diventare presenza fissa alle spalle di Di Maio, lui era il ghostwriter di Beppe Grillo ed era l’unico che avesse accesso diretto al Sacro Blog quando ancora Gianroberto Casaleggio trattava il sito come una sua esclusiva creatura, di cui era gelosissimo. Non è un caso che una parlamentare di peso come Laura Castelli, ai tempi in cui con Roberto Fico faceva ancora la guerra interna a Di Maio, lo avesse descritto come un «servo d’oro di Milano». Nato a Cagliari, laureato in comunicazione a Bologna, assunto dalla Casaleggio nel 2011 e social media manager dal 2012, Dettori è stato colui che faceva da filtro attorno a Grillo durante tutto lo Tsunami Tour, e (dopo Marco Canestrari) ha ricoperto il ruolo di cinghia di trasmissione tra i Meet up e Gianroberto Casaleggio. Significa che aveva potere di vita e di morte su tutti gli «uno vale uno» d’Italia: bastava pubblicare su www. beppegrillo.it lo status di Facebook di uno sconosciuto, per farne un eroe - o magari un eletto. È stato per anni, Dettori, colui che scriveva - tutt’altro che di rado - i post di Grillo. Quelli del blog, ma anche quelli dei profili social Facebook e Twitter. Profili dei quali aveva le chiavi d’accesso, un altro potere assoluto. Tanto da esibirsi, come ricorda chi ci ha avuto a che fare nella scorsa legislatura, in gelidi scherzi del tipo: guarda cosa ho scritto, se lo invio adesso diventiamo la prima notizia sui siti. Modalità piuttosto aggressive e abbastanza simili a quelle viste nel video diffuso da M5S nei giorni scorsi, in cui Rocco Casalino, responsabile della comunicazione, si atteggia a imperatore della notizia e sultano della sua diffusione: «L’accordo c’è, giro adesso il messaggio a Mentana, e poi anche alle agenzie, vediamo che succede», dice mostrando alla telecamera lo schermo del telefono (si intravede il dialogo, la prima riga è, per l’appunto: «PietroDettori»). Intendiamoci: Casalino resta il semidio della comunicazione stellata, con la conseguente promozione a portavoce del presidente del Consiglio, ora che si sta al governo. Però nel caso di Dettori il passo - meno visibile - è persino ulteriore. Casalino, con tutta la sua mole di potere, di arbitrio, di visibilità, il fidanzato cubano portato al ricevimento del Quirinale e la mamma portata all’ispezione nella nuova (per lui deludente) stanza a Chigi è - almeno questo - sempre stato un dipendente dei gruppi parlamentari dei Cinque stelle: il suo rapporto con i Casaleggio passa per relazioni personali, così come quello con Grillo, provenendo dal vasto mondo di Lele Mora. Dettori, al contrario, è una pura creatura di via Morone 6. Un dipendente di aziende private: la Casaleggio Associati prima, l’associazione Rousseau poi, entrambe allocate allo stesso indirizzo e guidate dallo stesso capo. Con lui sbarca quindi al governo direttamente una società privata. Una filiazione senza intermediari, di cui peraltro Dettori ha tutte le chiavi, avendo ricoperto l’intero cursus: quando tutti i dati di simpatizzanti ed eletti M5S erano custoditi dalla Casaleggio Associati, e adesso che sono nella Associazione Rousseau - associazione di cui Dettori è responsabile editoriale oltreché socio. Un sapere e una sapienza che con lui traslocano al governo. Con tutte le ambivalenze del caso. Il rafforzamento dell’osmosi, bisogna dire, era già nel programma. Ora fa un passo in più, e non da poco: dal Parlamento al Governo. Dettori, infatti all’indomani del voto del 4 marzo, aveva lasciato l’appartamento a Milano per sbarcare a Roma. Nel programma di riordino pensato da Davide Casaleggio, infatti, era già destinato a diventare in pianta stabile il suo uomo di riferimento per Camera e Senato. L’idea era quella di farlo assumere dai gruppi parlamentari, come responsabile del Blog delle stelle (che è il nome del Blog del movimento dopo il divorzio da Grillo) che a sua volta adesso è finanziato dai 331 parlamentari pentastellati a botte di 300 euro ciascuno da versare a Casaleggio ogni mese (fa circa 6 milioni di euro per l’intera legislatura). Non era ancora chiaro se lui sarebbe stato pagato attraverso l’Associazione Rousseau, o direttamente coi soldi dei contributi pubblici versati ogni anno ai gruppi di Camera e Senato (come appunto il caso di Casalino). Preoccupazioni a quanto pare ormai alle spalle. Resta invece intatta la domanda circa l’orizzonte entro cui ci si muove. Anche lasciando perdere lo straordinario pezzo di teatro dell’assurdo che avvenne quando Grillo spiegò ai giudici che non era lui l’autore del post sull’ex ministro Federica Guidi pubblicato sul sito beppegrillo.it (il post non era firmato, quindi non era «riconducibile al sottoscritto»: questo il geniale argomento del comico) a Dettori, infatti, fanno capo alcuni episodi che nel Movimento nessuno ha dimenticato. È ad esempio suo il tremendo titolo al video sull’allora presidente della Camera, che recitava «Cosa fareste in macchina con la Boldrini?» che nel 2014 scatenò i peggiori istinti della rete. Ancora prima, e sempre a proposito di alte cariche. Di suo pugno è il post in cui Beppe Grillo parlava di «golpe» a proposito della rielezione di Napolitano nel 2013: il frontman M5S in quel momento dormiva nel suo camper, si limitò a un assenso assonnato a quelle poche righe, in ore nelle quali la tensione era altissima - come è ben raccontato in “Supernova” da Nicola Biondo, che allora era il capo della comunicazione M5S, e Marco Canestrari che lavorava nella Casaleggio Associati. Adesso, sempre per la serie presidenti della Repubblica, nel lungo travaglio prima della nascita del governo c’è ancora Dettori, con Casalino che segue a ruota, dietro la scelta sconsiderata di agitare il fantasma dell’impeachment contro il capo dello Stato Sergio Mattarella dopo che le trattative tra i legastellati e il Quirinale, si erano bloccate sul nome di Paolo Savona per l’Economia. Di Maio, in quel momento, si ritrova sospinto nell’ombra, stretto tra la rinuncia di Conte e la rapidità killer di Matteo Salvini. Non sa come fare, gli arriva il suggerimento per rientrare nel dibattito, lui lo cavalca. Una operazione per lo meno spregiudicata, nella quale il capo M5S brucia i buoni rapporti coltivati con il Colle e rischia, per un momento, di finire stritolato per sempre. Ma è proprio questo in realtà uno dei tratti di Dettori: la spregiudicatezza. Che supera persino quella dell’ambizioso Di Maio, e porta il tutto a un indescrivibile livello in cui il rilancio è continuo, instancabile, implacabile. Descritto da chi lo conosce come intelligente, furbo, riservato, Dettori è il tipo che dice: che ti frega cosa sia, l’importante è che tiri sul web. Si tratti dei giornalisti da «masticare e vomitare» oppure dei pannelli fotovoltaici. Pare che abbia fatto lo stesso ragionamento su Vladimir Putin, discusso oggetto del desiderio della politica pentastellata. Comunque, è un tipo capace di stare giorni interi a studiare i trend di viralità dei post. Ed è, in questo, del tutto simile a Marcello Dettori, fratello con 4 anni in meno, anche lui specialista del web marketing, anche lui per un paio d’anni alla Casaleggio associati, una esperienza di lavoro persino a Praga - città per così dire all’avanguardia nel genere, dove peraltro vive il presidente di Publy, concessionaria di pubblicità per la Casaleggio. Marcello, comunque, da gennaio è amministratore unico di una società, la Moving fast Media srl con sede a Cagliari, diecimila euro il capitale sociale, che fra l’altro gestisce il sito Silenzi e falsità, già filoputiniano e adesso concentrato soprattutto sulla propaganda pro M5S e governo. Tutta questa sapienza - quasi un tratto familiare: si dice che il padre di Dettori fosse amico del padre di Casaleggio - la grande capacità di profilazione degli utenti della rete mescolata ad una accurata riservatezza, si riversa sul web nel suo esatto opposto: è Pietro Dettori che inventa ad esempio «ebetino», è lui a portare nel blog e quindi nel movimento il costante eccitamento verbale, come anche il dilagare del click-baiting, ossia la pubblicazione di notizie civetta, che fino al suo arrivo servivano soprattutto a fini commerciali, e invece poi diventano un genere a parte. Questo modo di fare, una volta, faceva anche imbestialire gli onorevoli a Cinque stelle, che si ritrovavano magari la mozione parlamentare faticosamente studiata e scritta, che finiva pubblicata sul blog accanto al telefonino che frigge l’uovo. Adesso, al contrario, nessuno ha più niente da ridire: in quanto maggioranza, M5S interpellanze e interrogazioni quasi nemmeno le farà più.

Il ricatto mafioso. Qui non siamo di fronte a una gaffe o a una frase dal sen sfuggita. Quello annunciato da Casalino in segreto è un progetto politico, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 23/09/2018, su "Il Giornale". Mi immagino di vedere la scena. Siamo nella primavera del 1992, Totò Riina, capo indiscusso della mafia, al termine di una cena con i suoi picciotti, annuncia: se queste merde dei ministeri non aboliscono il carcere duro noi li andiamo a prendere con il coltello, con le pistole, se il caso con la dinamite, come poi in effetti avvenne con Falcone, Borsellino e tanti altri. Veniamo a oggi. Il boss dei Cinque Stelle, Rocco Casalino, un bullo ex Grande Fratello, al termine di una cena riservata annuncia come svelato ieri da questo giornale: «Noi quelle merde del ministero delle Finanze se non mollano i quattrini per il reddito di cittadinanza l'anno venturo li andiamo a prendere uno a uno con il coltello». Le analogie sono impressionanti, e non sono solo formali. I Cinque Stelle come la mafia, Casalino - braccio destro del premier Conte - come Riina a minacciare organi dello Stato che non si piegano al suo volere. Qui non siamo di fronte a una gaffe o a una frase dal sen sfuggita. Quello annunciato da Casalino in segreto è un progetto politico condiviso dai suoi superiori, da Di Maio al primo ministro Conte, che infatti ieri hanno difeso il loro uomo che continua a stare a Palazzo Chigi come se niente fosse. Se Casalino non esce immediatamente dal palazzo degli italiani - che come noto gli pagano uno stipendio più alto di quello del premier - vuole dire che oggi è in corso una trattativa simile a quella che avvenne tra lo Stato e la mafia. Se a questo punto il ministro Tria molla un euro in più di quelli promessi (sforamento all' 1,6) vuole dire che ha paura, che il governo cede al ricatto di un ex Grande Fratello. Ma non basta Casalino. Abbiamo un problema serio di tenuta della democrazia. Perché se i vertici Cinque Stelle non lo mollano vuole dire che anche loro sono sotto ricatto del bullo. Se Conte non lo licenzia significa che abbiamo un premier ostaggio di chissà quali segreti inconfessabili. Se il presidente Mattarella non impone al governo una operazione di pulizia c'è il serio sospetto che anche il Quirinale non sia più un palazzo libero e impermeabile. Il problema non è Casalino, il problema sono i Cinque Stelle, la loro omertà sul caso e la loro complicità ostentata con questo signore. Signor ministro Tria, signor presidente Mattarella: se Rocco Casalino la sfanga e voi gli aprite i cordoni della borsa, questa volta l'impeachment lo chiediamo noi a nome degli ancora tanti italiani che non intendono cedere ai ricatti e sottostare alle minacce del portaborse di un primo ministro fantoccio.

"Vi spiego il metodo Casalino. Così manipola giornali e tv". Biondo ha lavorato coi grillini: «Quando si prova a metterlo da parte arriva il veto di Casaleggio e Di Maio», scrive Paolo Bracalini, Lunedì 24/09/2018, su "Il Giornale". «Ho appena parlato con un importante parlamentare del Movimento che mi ha detto: Guarda che noi abbiamo provato mille volte a buttarlo fuori ma non c'è stato mai verso, ogni volta arrivava il veto di Luigi e di Davide. Casalino è intoccabile perché è il custode della trasformazione del M5s da movimento a partito di Di Maio e Davide Casaleggio. La leadership di Luigi durerebbe mezz'ora senza Casalino. Perciò si sente potentissimo e parla come se fosse il Movimento. Una scalata al potere realizzata con metodi feroci». Nicola Biondo conosce bene il «codice Rocco», il metodo di lavoro di Casalino, avendo lavorato con lui all'inizio della scorsa legislatura: Biondo era capoufficio stampa del M5s alla Camera, Casalino responsabile comunicazione del M5s al Senato. Nel maggio 2014 si andò vicini al licenziamento di Casalino. «Chiesi a Gianroberto Casaleggio di togliermelo dalle scatole, lui si arrabbiò: che ti importa di lui, sarai tu il capo della baracca, qualcosa a Grillo dobbiamo lasciargliela, mi disse. Uscì un'agenzia che parlava di un imminente cambio nello staff comunicazione del Senato. Mi chiamò Vito Crimi tutto contento: bene, ti aspettiamo in Senato. Però Casalino restò al suo posto, fui io che me ne andai. Venni così a sapere che, appena capito che volevano farlo fuori, Rocco si era messo a piagnucolare al telefono con un direttore di tg, uno con un rapporto forte con Beppe Grillo. E poi con un famoso direttore di quotidiano. Insomma aveva smosso due pezzi da novanta per cercare protezioni. In questo Casalino è stato molto abile. Lui non esisterebbe se una larga fetta dell'informazione italiana non obbedisse ai suoi diktat». Cosa che invece avviene, sotto forma di messaggini o audio Whatsapp, in cui Casalino detta la linea da seguire negli articoli e nei servizi sul M5s. Chi sgarra entra nella black list e viene tagliato fuori dalle informazioni. È uno degli elementi del «codice Rocco», il metodo con cui l'ex Gf ha acquisito potere dentro e fuori il movimento. «L'ho vissuto sulla mia pelle. Quando è uscito Supernova (il libro-verità sul Movimento Cinque Stelle, ndr) la Annunziata ci chiamò per intervistarci a In mezz'ora. Eravamo già d'accordo, quando le comunicazioni si interruppero improvvisamente. Venimmo a sapere che Casalino aveva posto il veto: se inviti loro non ti mandiamo più nessuno. E infatti non fummo invitati. In cambio, la puntata dopo c'era Alessandro Di Battista ospite della Annunziata. Questo è il metodo Rocco». Chi si oppone al codice viene punito, chi lo asseconda premiato con la notizia o con il big M5s in esclusiva. È Casalino che decide quale parlamentare va in tv, come si deve vestire, se ha bisogno di un corso di dizione o di uno sbiancamento dentale. «Così ha guadagnato un grande potere anche tra i parlamentari. Ha il potere di favorirne le comparsate o meno, di parlarne male o bene. Qualsiasi parlamentare che non si sottomette alla sua volontà di dominio e di controllo inizia ad avere problemi. Ce l'ha raccontato chiaramente Laura Castelli». Biondo ci mostra una chat Whatsapp del 2015 con l'attuale sottosegretaria all'Economia, in cui la Castelli si lamenta che Casalino è «diffamatore di brutto nei miei confronti, dice che i giornalisti gli raccontano che io mi sfogo con loro dei miei malumori, cosa falsa. Altri giornalisti mi dicono che è lui a chiamarli e sparlare su di me». Anche il coautore di Supernova, Marco Canestrari, racconta questo metodo da casa del Grande Fratello per accentrare potere e mandare in nomination i parlamentari che non gli vanno a genio. «Casalino è diventato depositario di tutti i malumori, confidenze, sfoghi dei parlamentari, utilizzati sapientemente per consolidare ed accrescere la propria influenza. Chi sgarra, tra i parlamentari, è fuori, a meno di non possedere un patrimonio di informazioni tale da contrastare quello di Rocco, come ad esempio Laura Castelli». Conclude l'ex capo della comunicazione M5s: «Chi chiede le sue dimissioni non ha capito il Movimento. Finché Di Maio sarà al governo, Casalino starà a Palazzo Chigi».

Casalino attacca Il Foglio…Rocco Casalino prova a difendersi per aver aggredito una delle firme del quotidiano diretto da Cerasa: «Adesso che il Foglio chiude, che fai? Non conta nulla…», scrive Rocco Vazzana il 14 luglio 2018 su "Il Dubbio". «Chi mi conosce sa bene che sono solito fare battute. E una battuta era anche quella rivolta al giornalista del Foglio» Salvatore Merlo. Il portavoce grillino del presidente del consiglio, Rocco Casalino, prova a difendersi dalle accuse di arroganza che gli piovono addosso da ogni parte, sminuendo quanto accaduto in piazza Montecitorio giovedì scorso. Davanti alla Camera, i parlamentari 5 Stelle festeggiano con champagne e palloncini gialla l’abolizione dei pochi vitalizi ancora attivi. L’ex concorrente del Grande fratello si congeda un attimo dal suo datore di lavoro, Giuseppe Conte, per dirigere la coreografia della “manifestazione” e renderla indimenticabile. Ma tra i cronisti in piazza nota proprio Salvatore Merlo, firma politica del Foglio, non arruolabile tra le penne entusiaste del nuovo corso giallo- verde, con cui più volte il comunicatore pentastellato ha avuto modo di polemizzare. Casalino si avvicina e pronuncia queste parole: «Adesso che il Foglio chiude, che fai? Mi dici a che serve il Foglio? Non conta nulla… Perché esiste?». Il problema, per il portavoce del premier (giornalista a sua volta), è che Merlo non si limita ad ascoltare quella che somiglia parecchio a una minaccia, ma la racconta sul giornale e diventa di dominio pubblico. In poche ore, contro Casalino si schierano quasi tutti i partiti d’opposizione e la Federazione nazionale della stampa. A quel punto l’uomo che decide se e quando Conte può parlare è costretto a intervenire, lanciando la palla in tribuna: era solo una battuta. «Sono certo che Salvatore Merlo ne fosse ben consapevole, considerando che ho specificato anche con lui che stavo scherzando», prova a difendersi l’ex Grande fratello, poche settimane fa protagonista di un video in cui si vanta “far dire” in diretta a Enrico Mentana le veline che gli invia per sms. «Credo fortemente nella libertà di stampa e nel pluralismo dell’informazione, sono il primo a volere che ci siano più mezzi di informazione possibili, ovviamente abolendo finanziamento pubblico», dice Casalino, parlando più da politico che da comunicatore. Peccato che il giornalista non abbia afferrato il tono scherzoso del comunicatore. «Casalino fa ridere sempre, tranne quando dice di fare le battute», risponde su Facebook il giornalista. A dare manforte al portavoce di Conte ci pensa però Elio Lannutti, senatore cinquestelle, che forse non si rende conto del momento e rilancia su Twitter: «Il Foglio per pochi intimi ha succhiato oltre 50 milioni di euro di pubblici finanziamenti. Predicano il mercato coi soldi nostri? Bravo Rocco Casalino: basta parassiti!». Messa così la minaccia non ha bisogno di ulteriori chiarimenti, il partito di governo avverte i giornali non allineati: sui finanziamenti pubblici all’editoria – di cui anche il quotidiano di Cerasa usufruisce decide il Movimento 5 Stelle. Le parole di Lannutti non contribuiscono ovviamente a rasserenare il clima e il portavoce di Palazzo Chigi diventa bersaglio delle opposizioni. «Il ministro del Lavoro vuol licenziare i lavoratori e il sottosegretario alla Giustizia denunciare i deputati, ci mancava il portavoce del premier che minaccia i giornalisti bevendo champagne al party “bye bye vitalizi”», ironizza su Twitter la vice presidente forzista della Camera, Mara Carfagna, prima di solidarizzare col cronista per «le intimidazioni» di Casalino. Solidarietà anche dal Pd, con Lorenzo Guerini che scrive sui social: «Intimidazioni e arroganza non spaventano la stampa libera. Se poi si prova a derubricarle a battuta, non fa nemmeno ridere». Il sindacato dei giornalisti diffonde una nota durissima contro il comunicatore grillino «non nuovo a proclami e minacce nei confronti di suoi colleghi giornalisti». L’atteggiamento e le parole utilizzate da Casalino, per l’Fnsi, «danno l’esatta dimensione della concezione che lui e i suoi danti causa hanno della democrazia e delle istituzioni», si legge nel testo diffuso da Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario e presidente del sindacato. «Purtroppo per lui e per quelli come lui, la Costituzione italiana riconosce fra i propri valori la libertà di espressione e la libertà di stampa, valori ai quali, se non lo hanno ancora fatto, Casalino e chi come lui sogna l’affermazione del pensiero unico dovranno abituarsi. La chiusura dei giornali da parte delle autorità richiama regimi e tempi che, per l’Italia, sono fortunatamente lontani». La querelle, per ora, si chiude qui. Ma per i grillini il Foglio è finito “nomination”.

La risposta un po' razzista antimeridionalista non si fa attendere.

Adesso che il Foglio chiude, che vuoi che facessimo, Casalino? Scrive il 14 luglio 2018 "Il Corriere del Giorno". Imperdibile risposta satirica-ironica del FOGLIO. “Che doveremmo fare ce lo dovrebbi chiedere tu a Giggino, che noi la cittadinanza ce l’abbiamo e ci cacasse il reddito lui, che nel patto sta scritto”.

(Antefatto) Rocco Casalino, responsabile della comunicazione del Movimento 5 Stelle e portavoce del premier Giuseppe Conte, si è rivolto così a Salvatore Merlo del Foglio, colpevole di aver descritto in maniera non estasiata le iniziative del suo gruppo di comunicazione e di aver in passato spesso criticato il Movimento. “Adesso che il Foglio chiude che fai? Mi dici a che serve? Perché esiste?”. Il Foglio è una delle testate che percepisce un finanziamento pubblico, la cui abolizione è da sempre uno dei cavalli di battaglia dei 5 Stelle, di recente ribadito anche dal sottosegretario all’editoria Vito Crimi. In difesa di Merlo si sono esposti su Twitter sia esponenti di destra che di sinistra, da Andrea Romano (Pd) ad Guido Crosetto (FdI) che ha twittato: “Per quanto non condivida parte della linea editoriale del Foglio e molte delle posizioni di Claudio Cerasa, questa mattina sono corso a comprarne una copia ed oggi pomeriggio farò l’abbonamento on-line. Mi hanno convinto a farlo le parole di Rocco Casalino”. Il dem Michele Anzaldi sollecita l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia (dove Casalino è iscritto) ad aprire un’istruttoria, chiedendo al presidente della Camera Fico cosa ne pensa, visto che “siamo di fronte ad un atteggiamento inaccettabile da parte di chi viene pagato con i soldi degli italiani per occuparsi della comunicazione ufficiale del governo e invece utilizza il suo potere per indirizzare minacce contro la libera informazione”. L’ex ministra Valeria Fedeli sbotta: “Ora anche intimidazioni. Fermatevi!”. La forzista Maria Stella Gelmini twitta: “Gli uccelli del malaugurio allungano la vita. Auguri al Foglio”. La collega senatrice Anna Maria Bernini fa eco: “Basta tolleranza verso gli intolleranti”. E la piddina Alessia Rotta conia l’hastah #vergogna. Questa non è la prima volta che le uscite di Casalino, entrato nel 2013 nell’ufficio stampa grillino di Palazzo Madama fino a diventarne il capo indiscusso, guadagnano l’onore delle cronache. L’uomo che allora si firmava “Dott. Ing, Coordinatore della Comunicazione Nazionale, Regionale e comunale del Movimento 5 Stelle, Portavoce e Capo-comunicazione del Gruppo M5S al Senato”, una volta diventato portavoce del premier giallo-verde s’era illuso di poter conquistare qualche benefit. Al punto da rimanerci malissimo quando scoprì che lui non aveva diritto a un appartamento a Palazzo Chigi come il capo del governo e che il suo studio era ben al di sotto delle aspettative: “Un po’ piccolina per essere la stanza del portavoce del presidente”, osservò entrandoci. Lo scorso giugno scorso al G7 di Charlevoix, in Canada, Casalino portò via di forza il premier Giuseppe Conte che stava rispondendo alle domande dei cronisti, con una mossa più da body-guard che da portavoce. E non è passato inosservato neppure l’emoticon con il dito medio alzato digitato sulla chat WhatsApp della Rappresentanza italiana in risposta ai giornalisti che chiedevano un commento alla proposta francese sugli hotspot. L’icona maleducata fu subito rimossa, ma non abbastanza in fretta per non essere resa pubblica da chi l’aveva ricevuta. Una gaffe che il prode Rocco commentò sfogandosi, sempre via WhatsApp: “Lavoro 18 ore al giorno. Ho 73 chat diverse. Se anche sbagliare chat e cancellarlo dopo 30 secondi diventa una notizia io mi arrendo. È stato un piacere», scrisse lasciando il gruppo. Comportamenti questi non sempre graditi al premier Conte, con cui sarebbero registrati alcuni dissapori.

Questa la risposta del Foglio di Andrea Marcenaro. Adesso che il Foglio chiude, che vuoi che facessimo, Casalino? Ce ne staressimo qua. Ce ne andressimo a travagghiare all’Ilva. Ci leggerebbimo un poco di televisione, accendiamo due libri, chi potesse scopasse, ma che vuoi che faceremmo, Casalino, adesso che il Foglio chiude? E mica tutti a casa del dottor Mainetti ce ne avevamo potuto andare, che quello sai com’è, la pazienza la portasse quando scriveremmo, ma pure quando non scriveremmo la dovesse portare, questa benedetta di pazienza? Poi te com’hai faciuto, Casalì? Ce l’hai domandato a Conte, che il Fogliochiude, o ce l’hai domandata a Giggino? Se ce l’hai domandata a Conte, nun te fida’, Casalì, quello è un’idea. Quello è spirito puro. Quello col tavolino a tre gambe e coi mignoli uniti, lo puoi ascoltare, lo domandassi a Giggino tuo, che lui sicuro se li ricorda, “Certi fantasmi”. Se invece proppio Giggino te l’aveva detto, che il Foglio chiude, proppio lui in persona, allora chiude vero. Ma da capo a dodici, stiamo. Che doveremmo fare ce lo dovrebbi chiedere tu a Giggino stesso, che noi la cittadinanza ce l’abbiamo e ci cacasse il reddito lui, che sta scritto nel patto. Che poi a me, ma questo te l’avessi detto comunque, Casalì, , lo sai cosa mi piacerei, a me, se il Foglio chiude? Mi piacerei due mesi con Di Battista, laggiù nelle Langhe sterminate dell’America. Che vedi un grattacielo, un coccodrillo del Micipisci, o come cazzo si chiama il grande fiume, e vaffanculo Casaleggio, ti scapperesse pure a te. Ne saressi convinto. Quello Junior, oh! Che poi diciamocela, Casalì: se il Foglio chiude è una tragedia. Meterebbiti comodo. E pensarebbiti una sola cosa: chi se la faresse una pippa, se il Foglio chiude? Tombola: il barbaro. Quel là che vi dice: casseula! E voi sulla Cassa depositi e Debiti, vi precivitate. La casseule si beve, Casalì, mica è una banca, diccelo a Tria. E se tu ci avrebbi capacità d’ascolto, credimi Casalì, i piccioli ci dovrebbi dare. La smetteressi di minacciare Merlo. L’ho chiamata, dai. Sul versante economico, la professoressa Fornero non soltanto è d’accordo, m’ha detto pure che vi daresse una mano. Sempre che l’Editore, Dio lo benedica, ci stasse. E quanto ai negri in ingresso, questa considerala una promessa, già m’avevano garantito che allo Sceriffo in carriola, se il Foglio non chiudeva, ci avresse pensasse Cerasa in persona.

Tarocco Casalino. Nel curriculum del Capo della comunicazione del M5s c’è un master in America. Ma l’Università smentisce, scrive Luciano Capone il 16 Marzo 2018 su "Il Foglio". In questi giorni Rocco Casalino, capo comunicazione del M5s e portavoce dei “portavoce” del movimento, sta passando al setaccio gli oltre mille candidati che si sono presentati alla selezione per trenta posti da addetto stampa del M5s. E sicuramente starà esaminando il loro curriculum più attentamente di quanto il movimento abbia fatto con il suo. Perché Casalino dichiara di aver conseguito un master, ma non è vero. Sul suo profilo Linkedin – il social network utilizzato per i contatti professionali e la diffusione del proprio curriculum vitae – il capo comunicazione dei grillini dichiara di aver conseguito nel periodo “2000-2000” un Master of Business Administration (Mba) alla Shenandoah University negli Stati Uniti. Ma ci sono alcune questioni che fanno dubitare della veridicità del titolo. Il primo è che l’Mba è un titolo per le carriere manageriali nel mondo dell’economia e della finanza, e infatti per accedere si richiedono anni di esperienza professionale. Inoltre è molto costoso – anche decine e decine di migliaia di euro – e per questo motivo spesso viene pagato dalle aziende per valorizzare i propri migliori dipendenti. Ma Rocco Casalino nel 2000 non aveva alcuna esperienza professionale, era neolaureato in Ingegneria elettronica (“Doctor of Law, Electrical and Electronics Engineering 1993-2000” all’Università di Bologna, scrive). C’è poi un secondo problema, che è di tipo temporale. Il 2000 è per Casalino un anno molto denso. Si laurea – ipotizziamo nei primi mesi dell’anno – e in autunno partecipa come concorrente al primo “Grande Fratello” della storia, restando recluso nella casa più vista d’Italia per quasi 100 giorni, dal 14 settembre al 21 dicembre. Pertanto avrebbe frequentato la Shenandoah University e ottenuto l’Mba nella parte centrale dell’anno, in 5-6 mesi. Il problema è che un Mba dura fino a 3 anni, ma mai meno di un anno. Risulta pertanto altamente improbabile che in soli dodici mesi, il periodo che a un manager altamente preparato serve per prendere un MBA, Casalino si sia laureato, abbia preso un master in America, fatto i provini per il reality show e passato 3 mesi nella casa del “Grande Fratello”. La conferma definitiva che il master di Rocco sia tarocco arriva dall’università americana. Contattato dal Foglio, il Registrar’s office della Shenandoah University dice: “Non abbiamo traccia di uno studente con quel nome (Rocco) e quel cognome (Casalino) che abbia frequentato la Shenandoah University o che abbia conseguito un diploma MBA”. Casalino, interpellato dal Foglio conferma di non aver mai preso alcun master in America e dice che il profilo Linkedin non è il suo. (“Non ho mai avuto Linkedin, qualcuno avrà creato quel profilo. Ora lo segnalo come fake”). E qualche ora dopo la telefonata il profilo è stato effettivamente rimosso. Ma il problema non è solo il curriculum su Linkedin. Quando Casalino si è candidato nel 2012 alle primarie del M5s per le regionali in Lombardia, sulla sua pagina personale ha pubblicato i suoi dati, la sua video candidatura e un curriculum, in cui viene citato un “Master in economia negli Stati Uniti”. E questo titolo di studio è presente in molti articoli di giornale del novembre del 2012 che descrivono la candidatura di Casalino e il suo profilo curriculare. Questo punto, a differenza del presunto hacker di Linkedin, Casalino non è riuscito a spiegarlo e a spiegarselo. “E’ strano, devo chiedere alla Casaleggio questa cosa qua – dice al Foglio –. Ma non è che c’è una manina magica che è intervenuta dopo? Sicuro che non è collegata a te?”.

Rocco, pr a cinque stelle con il master tarocco. Il capo della comunicazione grillina vanta studi negli Usa. L'università: «Casalino chi?», scrive Roberto Scafuri, Sabato 17/03/2018, su "Il Giornale". Delle avvincenti biografie rintracciabili sul Web di Rocco Casalino, nuovo e temutissimo Capo Supremo della comunicazione grillina, risaltano alcuni scampoli di vita faticosa e non certo agiata. Nato in Germania da famiglia di origini pugliesi, padre operaio (sul profilo wikipedia, si presume setacciato e autorizzato, se non dal diretto interessato, almeno dalla Casaleggio Associati, viene definito addirittura «autoritario e alcolista»), con il giovane Rocco che assiste a scene di vita familiare non edificanti che lo costringeranno a seguire un percorso «psicoterapico». Casalino risulta «laureato in ingegneria elettronica con specializzazione in ingegneria gestionale». E quindi, prima di spiccare il coerente balzo con la partecipazione al Grande fratello e ai talk tv più accreditati con Platinette e Solange, c'è scritto che «ha conseguito un master's degree in economia negli Usa». Non accontentandosi, il Fatto online ieri è andato a pescare anche il profilo Linkedin di colui che, proprio in questi giorni, vaglia i curriculum degli aspiranti addetti alla comunicazione M5S. Filtro «severo e insuperabile», a detta degli stessi deputati e senatori grillini che a volte si sentivano controllati persino nelle loro faccende private. A insospettire Il Foglio sul reale conseguimento di questo Master in Business Administration (Mba) alla Shenandoah University, nel corso del 2000, una nutrita serie di circostanze. Anzitutto la natura del Master, assai costoso e non facilmente accessibile a uno studente privo di esperienze lavorative com'era Casalino nel 2000. Anno, peraltro, fatidico, visto che è pure quello della laurea nonché dell'approdo al Grande Fratello (100 giorni di «reclusione» in appartamento). Il Master americano, invece, dura fino a 3 anni e mai meno di un anno. Spinti da implacabile curiosità, i cronisti del Foglio sono arrivati così a contattare il Registrar's office della succitata Università. Risposta: «Non abbiamo traccia di uno studente con quel nome e quel cognome che abbia frequentato la nostra Università e che abbia conseguito un diploma Mba». Non restava che chiamare Casalino. Sorprendentemente, Rocco è caduto dalle nuvole: «Confermo di non avere quel master, il profilo Linkedin non l'ho mai avuto, qualcuno avrà creato quel profilo, ora lo segnalo come fake». Peccato che il Foglio avesse ripescato pure il curriculum presentato da Casalino alle primarie per le regionali 2012 in Lombardia. Anche qui è citato il master negli Usa. Seconda caduta dal pero. «È strano, devo chiedere alla Casaleggio questa cosa qua... Ma non c'è una manina magica che è intervenuta dopo? Sicura che non è collegata a te?», ha detto al cronista che lo intervistava.

P.S. per la serenità del Casalino. Possiamo personalmente testimoniare di aver consultato il tuo curriculum wikipedia la settimana scorsa e anche ieri: la storia del master c'era e c'è ancora. Se esiste complotto, complottano da tempo. Occhio.

Chi è Rocco Casalino, l'uomo che prepara lo staff del Movimento 5 stelle. L'ex del Grande Fratello seleziona il personale destinato all'ufficio comunicazione della Camera dei deputati a dimostrazione che questa istituzione sarà il vero fulcro dell'attività politica del M5S, scrive Sara Dellabella il 16 marzo 2018 su "Panorama". A una settimana dalla prima seduta del nuovo parlamento, le Camere e i gruppi parlamentari si stanno riorganizzando. I trombati fanno gli scatoloni e liberano gli uffici che saranno destinati ai nuovi eletti e anche i dipendenti dei gruppi parlamentari sono pronti a sgomberare. Al Pd i dipendenti riassunti saranno solo uno su tre, essendo più che dimezzata la compagine degli eletti, mentre il Movimento 5 stelle ha il problema inverso. Tanto che la Casaleggio Associati nei giorni scorsi ha pubblicato un annuncio per avviare assunzioni per il gruppo comunicazione della Camera dei deputati, istituzione che diventerà per il Movimento 5 stelle il vero fulcro dell’attività politica, soprattutto se dovesse portarne a casa la presidenza.

Rocco Casalino, l'uomo macchina del M5S. A dirigere tutte le operazioni e anche i casting degli aspiranti comunicatori è Rocco Casalino, che in questi anni si è confermato l’uomo macchina della comunicazione grillina. Sempre presente negli appuntamenti importanti e a fianco di Beppe Grillo, l’ex ingegnere della trasmissione tv Grande Fratello ha traghettato e creato uno stile comunicativo per un Movimento che all’inizio dell’avventura parlamentare rifiutava ogni partecipazione ai talk show politici. Non che il rapporto con la stampa oggi sia sereno, ma anche il Movimento ha imparato a sfruttare le potenzialità dei media e ora più che mai ha bisogno di una squadra operativa e affidabile che possa dare supporto ai 300 eletti, molti dei quali completamente digiuni di qualunque esperienza politica.

La testimonianza di un candidato allo staff. “Non si capisce bene se stiano cercando gente con esperienza o persone da plasmare secondo le loro necessità” racconta uno degli aspiranti comunicatori che nei giorni scorsi ha partecipato alle selezioni con Rocco Casalino. Come altri mille ragazzi provenienti da tutta Italia, anche lui ha partecipato ad un colloquio di gruppo, dieci per volta, direttamente con l'ex grande fratello. A quanto ammonta il reddito di cittadinanza; cosa è la soglia del 3 per cento; con quali maggioranze vengono eletti i presidente delle due camere, questi sono solo alcune delle domande che Casalino ha rivolto ai candidati ai quali però non è stata indicata la retribuzione per l’incarico in caso di assunzione. Sarà anche grazie all’esperienza televisiva, ma Casalino in questi anni è riuscito a tenere la barra dritta anche quando l’inesperienza di alcuni parlamentari ha messo in cattiva luce il Movimento. Tant’è che tra i grillini vige il motto “chiedi prima a Casalino”. Quella che si aprirà tra una settimana è la partita decisiva del movimento che in soli 5 anni oggi si candida a governare il Paese. È vero che i risultati usciti dalle urne lo scorso 4 marzo non sono sufficienti, ma sicuramente quello riservato a Di Maio in questa partita è un ruolo di primo piano e non sono consentiti passi falsi. Per questo è arrivato Casalino alla Camera a gestire tutto in prima persona.

CHI FINANZIA I 5 STELLE?

Perché la campagna elettorale 2018 sarà un evento storico per l'Italia. Per la prima volta senza finanziamento pubblico e con i social network determinanti, il voto del prossimo anno segna il passaggio finale verso una politica privatizzata e senza regole. Ecco quali sono i rischi, scrive Marco Damilano il 30 novembre 2017 su "L'Espresso". Chi paga e chi manipola, sono le due domande che attraversano sotterraneamente la vigilia elettorale italiana, mentre in superficie si discute e si litiga di coalizioni, alleanze, candidati premier. Spettacoli scontati per l’elettore che ne ha già viste tante e che sa già come andrà a finire: con la nascita di schieramenti che si fingeranno uniti e indivisibili fino al giorno del voto, per poi separarsi un istante dopo. La novità della campagna elettorale va cercata altrove, in quello che ti raccontano agenzie di comunicazione, aspiranti spin doctors, sondaggisti, addetti all’immagine. Chi paga?, si chiedono (sottinteso: chi ci paga?). E chi manipola? Quella del 2018 sarà la prima campagna senza finanziamento pubblico dei partiti, neppure sotto forma di rimborso elettorale, l’ingegnoso marchingegno per aggirare il divieto di elargire soldi pubblici ai partiti inventato nel 2002 dagli allora tesorieri dei principali partiti, Ugo Sposetti per i Ds, Rocco Crimi per Forza Italia, Maurizio Balocchi per la Lega, Luigi Lusi per la Margherita, oggi condannato in appello a sette anni di carcere per appropriazione indebita dei fondi del partito. Zero soldi per una campagna elettorale che per la prima volta da anni, seconda novità, fa risorgere il collegio uninominale, e dunque la necessità per i candidati di chiedere il voto con manifesti, volantini, pranzi, cene, comizi, convegni: tutte cose costose. Infine, terza novità, l’indispensabilità di internet e dei social network per raggiungere l’elettorato, con il rischio però di favorire le manovre di chi sulla rete diffonde fake news, manipolazioni della realtà, tentativi di influenzare il risultato finale, com’è successo negli Stati Uniti e in Francia. Queste novità, in fondo, si tengono. Siamo alla fine di una legislatura che ha segnato il definitivo passaggio dalla politica vecchio stile, tutta territorio e rappresentanza, a una politica aerea, leggera, libera dai fardelli del passato, almeno in apparenza. Uno dei primi atti della legislatura 2013-2018 è stato il decreto del governo di Enrico Letta che aboliva i rimborsi elettorali dei partiti, nelle settimane in cui il Parlamento europeo faceva la scelta opposta e approvava un regolamento per finanziare i partiti Ue e le loro fondazioni. Era il momento del mito della politica a costo zero, ad aggiornamento automatico come un sistema operativo, richiesta a gran voce dai nuovi arrivati, i parlamentari del Movimento 5 Stelle e il candidato alla segreteria del Pd Matteo Renzi che l’abolizione dei rimborsi elettorali l’aveva inserita nel programma in cento punti uscito dalla riunione della stazione fiorentina Leopolda nel 2011. Punto numero 7: abolizione finanziamento pubblico, finanziamento privato con il cinque per mille. Punto numero 8: via la stampa di partito perché «con internet chiunque può produrre a costo zero il suo bollettino o il suo house organ». E almeno questo punto è stato attuato, a giudicare da quanto successo: oggi L’Unità non esce più e il Pd di Renzi sponsorizza il bollettino on line Democratica. Nel frattempo, cinque anni dopo, le casse dei partiti sono desolatamente vuote. Il due per mille che doveva sostituire i rimborsi ha avuto un avvio stentato e ha toccato quota 12 milioni di euro versati dai cittadini, appena il 2,7 per cento dei contribuenti. Calano anche le donazioni e i contributi privati ai partiti: per le persone fisiche da 21 a 12,4 milioni di euro. Aumenta il contributo dei gruppi parlamentari. E le difficoltà di partiti come il Pd che rivendica di essere l’unico soggetto radicato e democratico, e che dunque avrebbe bisogno di soldi per sostenere le sue attività. Con il due per mille nel 2016 il Pd ha incassato 6,4 milioni, ma nel bilancio del Pd al 31 dicembre 2016 si legge che il partito guidato da Renzi ha accumulato 9,5 milioni di debito, avendo speso quasi 12 milioni di euro per la campagna referendaria sulla nuova Costituzione di un anno fa, più altri due milioni da addebitare ai gruppi parlamentari. Dal primo settembre ci sono 140 dipendenti del partito in cassa integrazione, cui andrebbero aggiunti i giornalisti dell’Unità. Negli stessi anni in cui la fondazione Open, che organizza il raduno della stazione Leopolda riunito a Firenze per l’ottava volta dal 24 al 26 novembre, ha triplicato le entrate: da 672mila euro a 1,9 milioni. Il Pd e la fondazione Open hanno in comune il leader: come segretario del Pd Renzi stringe, taglia, chiude, con il fedelissimo tesoriere Domenico Bonifazi, come punto di riferimento della fondazione Open, presieduta dal potente avvocato Alberto Bianchi (tra gli altri incarichi, consigliere di amministrazione Enel, consulente Consip) e dal board di cui fanno parte Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Marco Carrai, prospera, attrae risorse, attira finanziatori. Una fondazione privata guidata da personaggi con incarichi pubblici e di governo, un boiardo di Stato, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, un ministro e chi sembrava destinato a occupare il vertice della struttura sulla cyber-security. Con uno scopo ripetutamente affermato: «La Fondazione supporta le attività e le iniziative di Matteo Renzi, fornendo il suo contributo finanziario, organizzativo e di idee alle attività di rinnovamento della politica italiana, in particolare quelle articolate intorno alla figura di Renzi. Tramite i componenti del Consiglio direttivo ed altre personalità della cultura, dell’economia, del diritto, del mondo dell’impresa e del lavoro da essi coordinate, la Fondazione ha fornito supporto culturale e di idee alla formazione del programma», se non si fosse ancora capito, di lui, «di Renzi». Il rosso del Pd e gli utili della Open sono il doppio volto e il doppio destino della nuova politica: declino dei partiti come strutture della democrazia meritevoli di aiuto economico da parte dello Stato, ascesa delle formazioni personali con i leader trasformati in fund raiser, procacciatori di finanziamenti in arrivo dai privati. Il modello della fondazione renziana, ma anche di Silvio Berlusconi per Forza Italia e di Beppe Grillo e di Davide Casaleggio per il Movimento 5 Stelle. La campagna elettorale 2018 rappresenterà da questo punto di vista il passaggio decisivo da un regime all’altro. Dal servizio pubblico alla politica privatizzata. Una caccia al voto affidata ai candidati nei collegi che hanno la responsabilità di tirare su anche il voto di lista (nel Rosatellum non c’è il voto disgiunto tra il nome che corre nel collegio e la lista o la coalizione di liste che lo sostengono in quel territorio), ma che non possono godere del finanziamento pubblico e dell’appoggio economico del partito di appartenenza. E dunque, chi paga? Chi finanzierà il partito? Chi finanzierà i singoli candidati? Chi salderà il conto di manifesti, volantini, tipografie, agenzie di comunicazione, le sale e i teatri affittati per un incontro, i sondaggi, gli staff, gli alberghi e la benzina per affrontare una sfida che riguarda collegi grandi come città, da 400mila elettori per la Camera? Come se non bastasse, incombono sui candidati i reati introdotti dalle ultime riforme, dal voto di scambio politico-mafioso al traffico illecito di influenze. A complicare la ricerca di fondi e finanziamenti privati. A tutte le domande, naturalmente, si può dare una risposta diversa. Che non c’è più bisogno di finanziare una campagna sul territorio vecchio stile, con i comizi nel ristorante o i convegni negli scantinati di cemento armato degli alberghi vicini alle stazioni. Perché basta la rete per raggiungere il consenso (e anche i fondi). Il social power, il potere di raccogliere amici, followers, soldi e voti tramite le campagne che di virtuale non hanno più nulla. O anche scatenando e indirizzando il flusso del discredito e dello scandalo addosso agli avversari politici. L’allarme è già stato lanciato, a proposito di presunte interferenze straniere e delle pressioni della Russia di Vladimir Putin sui movimenti italiani ostili all’Europa e alla Nato, come il Movimento 5 Stelle e la Lega. La manipolazione e il traffico di fake news saranno i convitati della prossima campagna elettorale, la più social della storia. Ma sarebbe un errore pensare a M5S come un partito incapace di affrontare la sfida territoriale. Le ultime elezioni regionali siciliane dimostrano il contrario: Stefano Zito a Siracusa ha raccolto 18mila voti, Matteo Mangiacavallo a Agrigento 15mila voti, Angela Foti e Gianina Ciancio a Catania 11mila e 10mila. E anche per i loro colleghi candidati alle politiche, i post-grillini, bisognerà vedere chi paga e chi manipola.

Ecco chi sono gli imprenditori che danno soldi ai politici e ai partiti. Il più generoso è Berlusconi (con se stesso). Poi Moratti, Bonsignore, Caltagirone e anche il palazzinaro multipartisan che offre denaro e appartamenti a quasi tutti. L'Espresso vi mostra la mappa dei finanziamenti privati dal 2008 a oggi, scrivono Giovanni Tizian e Stefano Vergine il 28 novembre 2017 su "L'Espresso". Una legislatura può costare cara. Specie se ti chiami Silvio Berlusconi e gestisci il partito come un’azienda. Coadiuvato dai suoi figli, negli ultimi dieci anni il Cavaliere è stato il principale finanziatore della politica italiana. Ha sborsato di tasca propria la bellezza di 109 milioni di euro. Come lui nessuno mai. Alle sue spalle, sebbene distanziata, c’è però una lunga fila di imprenditori che ama fare regali alla politica. Industriali, armatori, ras degli appalti pubblici, re delle cliniche private, signori dell’accoglienza migranti, nomi noti dell’alta borghesia e della finanza. C’è persino qualche grande evasore, imprenditori bancarottieri e altri con frequentazioni malavitose. Gente di fede politica dichiarata, ma anche donatori laici che preferiscono fare un regalo a tutti per evitare di puntare sul cavallo perdente. L’Espresso, grazie a documenti ufficiali, ha analizzato le donazioni private arrivate a partiti e politici italiani dal 2008 a oggi. Emerge una radiografia del passato per immaginare il futuro. Perché le prossime elezioni saranno le prime senza il finanziamento pubblico ai partiti. Le prime in cui, per effetto di una legge varata a furor di popolo dal governo Letta, i partiti dovranno affidarsi completamente alle donazioni. Ecco perché è utile sapere chi ha già le spalle coperte.

Ripartiamo da Berlusconi, di gran lunga la testa di serie numero uno tra i finanziatori della politica. Che cosa sarebbe oggi Forza Italia senza i soldi del suo fondatore? Un partito poverissimo. Se infatti consideriamo solo le donazioni private ricevute da FI negli ultimi dieci anni (escludendo i denari giratigli dal Popolo delle Libertà) il totale arriva a 117 milioni. Dei quali 106 sono stati regalati da Silvio e famiglia. Berlusconi è l’unico dei big spender italiani ancora ufficialmente in gioco. Gli altri due uomini piazzati sul podio delle donazioni hanno infatti smesso da qualche anno di finanziare la cosa pubblica. Con motivazioni diverse.

Gian Marco Moratti, patron delle raffinerie Saras, nel solo 2011 ha messo sul piatto 12 milioni di euro per la campagna elettorale della moglie Letizia a sindaco di Milano. Investimento andato in fumo, dato che alla fine a spuntarla è stato Giuliano Pisapia. Diverso il profilo dell’altro grande finanziatore. Costruttore, editore e finanziere, Francesco Gaetano Caltagirone ha regalato all’Udc oltre 3 milioni di euro in dieci anni: quasi due terzi di quanto ricevuto in totale dal partito guidato dall’ex genero Pier Ferdinando Casini. Ex, appunto. E infatti, da quando i due non sono più parenti, il finanziamento si è improvvisamente bloccato.

Francesco Gaetano Caltagirone. Se Berlusconi e Moratti hanno preferito fare donazioni personali, Caltagirone - così come tanti altri - ha spesso usato le sue società per sostenere la politica. Particolare rilevante se si considerano i vantaggi fiscali. La vecchia legge prevedeva una detrazione del 19 per cento limitata ai primi 109 mila euro donati. Regola valida sia per i cittadini che per le aziende. Non a caso i grandi finanziatori hanno spesso scelto la taglia da 100 mila.

Da un paio d’anni le cose sono però cambiate. Oltre all’abolizione del finanziamento pubblico e alla possibilità di devolvere ai partiti il 2 per mille, il parlamento ha modificato le regole per chi dona. La detrazione è stata alzata al 26 per cento, ma il limite su cui viene calcolata è sceso a 30mila euro. Traduzione? Oggi il risparmio fiscale non può andare oltre i 7.792 euro, quasi un terzo rispetto al passato. Le soglie restano uguali per cittadini e aziende, ma c’è una novità: sia le persone che le società possono finanziare al massimo 100 mila euro. O meglio, le prime possono superare la fatidica soglia solo donando a più partiti. Insomma, la nuova legge cerca di mettere un freno alle maxi elargizioni, avvantaggiando quelle diffuse e di piccola entità. Ma la sostanza non cambia: le donazioni private diventeranno fondamentali per la politica.

Renzi chi? All’appello c’è tutto il giglio magico. Il grande assente nella lista dei donatori del Pd è lui, Matteo Renzi. Dal 2008 a oggi non c’è traccia di un suo versamento nelle casse del partito né in quelle delle sezioni locali. È vero, l’ex premier non è mai stato parlamentare: non vale dunque per lui la prassi, comune a quasi tutte le forze politiche, di girare parte dell’indennità al partito. Ma che dire allora di Giancarlo Muzzarelli, sindaco di Modena, che ha regalato all’organismo nazionale quasi 10 mila euro? Altra scuola. Basta guardare quanto fatto dai membri storici del centro sinistra. Gente come Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo e Rosy Bindi: dal 2012 a oggi hanno speso più di 280 mila euro per mantenere la “Ditta”. C’è però anche un’altra particolarità che riguarda il Pd: il partito nazionale conta pochissime donazioni private. C’è ad esempio quella di Patrizio Bertelli, proprietario di Prada insieme alla moglie Miuccia, che nel 2013 ha regalato 100 mila euro. E quella del produttore cinematografico, Aurelio De Laurentis, che l’anno scorso, attraverso la Filmauro, ha staccato un assegno da 50 mila euro (50 li aveva versati al Pdl nel 2013). La maggior parte dei benefattori privati del centro sinistra si annida però in provincia. È lì che gli imprenditori preferiscono versare il loro contributo. Così per esempio nella sezione di Cesena troviamo la donazione di una società del gioco legale, la HippoGroup. Senza dimenticare le elargizioni delle cooperative, rosse e bianche, dei consorzi e delle cliniche private. E i regali ricevuti dai singoli parlamentari. Come Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia, che attraverso l’associazione AReS ha ricevuto 17 mila euro dalla British American Tobacco e 7 dalla Cisl. Sindacato oggi impegnato a discutere con il governo la riforma delle pensioni.

Chi invece ha dato poco utilizzando canali ufficiali sono i grillini. Grillo Giuseppe, comitato elezioni europee 2014: 54 mila euro. Un po’ pochini. Beppe e i suoi seguaci, si sa, non copiano i partiti tradizionali. Nei documenti pubblici si contano in tutto poche decine di migliaia di euro di donazioni. Ma allora come fanno i 5 Stelle a finanziarsi? E dove finiscono i soldi di deputati e senatori? Innanzitutto, ricordano dal movimento, abbiamo rinunciato a 42 milioni di rimborsi elettorali. E poi ci sono i soldi versati dai parlamentari in due fondi, il più ricco dei quali è quello dedicato al microcredito per le imprese (22,3 milioni di euro). E la propaganda elettorale? Le varie feste organizzate a Rimini, Roma o Palermo? Un parlamentare grillino che preferisce non essere citato racconta che per questi eventi vengono aperti dei conti correnti sui quali tutti, potenzialmente anche degli imprenditori, possono versare soldi. Un sistema difficilmente tracciabile, insomma. Proprio come per le fondazioni politiche, il grande buco nero del finanziamento ai partiti, che continuano a restare opache grazie alla possibilità di non dover dichiarare l’identità dei donatori. È il caso della misteriosa fondazione “1000 nomi”, che ha versato 100 mila euro all’ex ministro Giulio Tremonti. O della Kairos di Vicenza, quasi 50 mila euro a Alessandra Moretti per le regionale del Veneto.

Tornando alla lista pubblica dei finanziatori della politica, ci si imbatte in un paio di casi particolari. Partiti praticamente inesistenti, ma con entrate rilevanti. Sono le creature personali di Giampiero Samorì e Corrado Passera. Manager di successo che hanno investito alla grande nei propri partiti personali. Senza però aver ottenuto particolare fortuna. Al suo Mir, acronimo di Moderati in rivoluzione, Samorì ha regalato più di 2 milioni di euro in cinque anni. Parecchio, visto lo 0,24 per cento ottenuto alle ultime elezioni. Ha speso più o meno la stessa cifra Passera, ma anche qui sono stati soldi buttati al vento dato che alla fine l’ex ministro ha scelto di appoggiare Stefano Parisi nella corsa a sindaco di Milano.

C’è poi chi finanzia tutti, da destra a sinistra passando per il centro. Categoria variegata. C’è Sergio Scarpellini, immobiliarista sotto processo per corruzione (avrebbe pagato tangenti a Raffaele Marra, ex braccio destro di Virginia Raggi), che negli ultimi dieci anni ha sborsato 222 mila euro per finanziare un po’ tutto l’arco parlamentare, da La Destra di Storace al Pd passando per Verdini e Baccelli. Se le donazioni di Scarpellini si traducono spesso in appartamenti offerti gratuitamente al partito di turno, Gianfranco Librandi punta tutto sui bonifici effettuati dalla sua Tci Telecomunicazioni Italia, azienda del varesotto che produce luci a led. Partito da Forza Italia e approdato nel Pd dopo una parentesi da tesoriere con Scelta Civica, Librandi si è dimostrato trasformista anche nei finanziamenti politici. Per dire: negli ultimi due anni è riuscito nell’impresa di sostenere contemporaneamente Fratelli d’Italia, Pd, Mariastella Gelmini e gli ultimi due candidati-sindaco di Milano, Beppe Sala e Stefano Parisi. Trascende la dicotomia destra-sinistra anche il gigante della carne Cremonini, proprietario delle catene di ristoranti Roadhouse Grill e Chef Express. Negli ultimi dieci anni ha donato circa 120 mila euro: soldi andati a Forza Italia e Ncd, ma anche a due volti noti del centro sinistra come gli ex ministri Cécile Kyenge e Paolo De Castro. Stessa strategia per l’ex presidente del Palermo, Maurizio Zamparini, che attraverso le sue imprese ha finanziato al contempo il senatore del Pd Nicola Latorre, l’Mpa di Raffaele Lombardo e il Grande Sud di Gianfranco Micciché. Profili nazionali, ma espressioni dei territori dove Zamparini ha investito in progetti commerciali.

I re degli appalti. Portatori di interessi economici concreti sono anche i ras degli appalti. Le cui donazioni, ora che i finanziamenti pubblici sono stati aboliti, rischiano di risultare ancor più cruciali per i partiti. Prendiamo Vito Bonsignore. Partito dalla Dc, passato per il Pdl e approdato oggi al Nuovo centro destra di Alfano, il politico siciliano è titolare della società di ingegneria Mec. L’impresa ha finanziato soprattutto lo stesso Bonsignore, regalandogli 4,5 milioni di euro all’epoca in cui sedeva sui banchi del Parlamento europeo in quota Pdl. Ma dalle casse aziendali sono partiti bonifici diretti anche ad altri parlamentari: 20 mila euro a Fabrizio Cicchitto e altri 20 mila al sottosegretario Ncd Giuseppe Castiglione, mentre ad Angelino Alfano è stato offerto lo spostamento aereo durante la campagna elettorale del 2013 al costo di 8.400 euro. Il metodo Bonsignore funziona. Perché prima o poi l’appalto arriva. Come nel 2010, quando il Cipe - governo Berlusconi in carica - concede il via libera alla superstrada Ragusa-Catania: della cordata di aziende che si aggiudica l’appalto fa parte proprio la Mec.

Anche il gruppo Gavio, interessato al business di strade e autostrade, contribuisce al finanziamento della politica nazionale. Nel 2008 ha elargito 400 mila euro a Forza Italia. Cinque anni più tardi ha regalato 50 mila euro a Ugo Sposetti, storico tesoriere dei Ds. Ha speso invece un po’ meno il colosso delle costruzioni Astaldi, in lizza per la realizzazione del Ponte sullo Stretto. Nel 2008 l’azienda ha staccato un assegno da 100 mila euro a Forza Italia. Alle elezioni successive ne ha dati altri 10 mila a Linda Lanzillotta, eletta con Scelta Civica e moglie di Franco Bassanini, all’epoca presidente di Cassa Depositi e Prestiti e dunque potenziale finanziatore dell’opera. Un ruolo da donatore (70 mila euro in totale) se lo è ritagliato anche Gemmo, l’azienda vicentina che ha realizzato le parabole del sistema Muos a Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Opera contestatissima. Forse per questo il gruppo veneto nel 2008 ha donato 15 mila euro al Movimento per l’Autonomia dell’allora governatore siciliano Raffaele Lombardo, che tre anni dopo firmerà il via ai lavori.

Alfredo Romeo. Nel balletto dei finanziamenti privati non poteva mancare Alfredo Romeo. L’imprenditore campano, finito di recente al centro del caso Consip, gestisce appalti in tutta Italia. Pubblici, molto spesso. Chi ha finanziato? All’amico Italo Bocchino - che dopo la fallimentare avventura in Futuro e Libertà diventerà suo consulente personale - alle ultime politiche Romeo ha donato 25 mila euro, ma è con il centro sinistra che l’imprenditore si è rivelato più generoso: con la sua Isvafim ha distribuito equamente altri 75 mila tra Nicola Latorre, Massimo Paolucci (ora Mdp) e il Centro democratico di Tabacci.

Tra le cooperative rosse più attive c’è invece la Cpl Concordia. Nei due anni precedenti allo scandalo in cui è finita per presunti accordi con la camorra (a ottobre i vertici sono stati assolti) ha contribuito alla causa del Pd con 53 mila euro: piccole somme suddivise tra Sposetti, l’ex ministra Kyenge, la lista per Ambrosoli presidente della Regione Lombardia e due sezioni locali del partito.

Do ut des. I signori dell’accoglienza-migranti non sono da meno. Anche loro, come i ras degli appalti, vivono di politica. Perché devono mantenere buoni rapporti con chi gestisce flussi e decide strategie. Bastano pochi spiccioli per farlo. La cooperativa La Cascina, area Comunione e Liberazione, ha interessi nel più grande centro per richiedenti asilo, quello siciliano di Mineo. Una gestione messa sotto la lente d’ingrandimento dalla magistratura.

Nell’indagine che ha coinvolto i vertici della coop bianca è rimasto impelagato anche il sottosegretario Giuseppe Castiglione del Nuovo centrodestra, il partito di Alfano e Lupi. E proprio a Lupi nel 2013 arriverà una mancia da 5 mila euro da Salvatore Menolascina, all’epoca amministratore delegato de La Cascina. L’ex ministro ne riceverà altri 5 mila da Camillo Aceto, ras dell’accoglienza con la sua Senis Hospes, ma comunque legato al mondo della coop La Cascina. Senis Hospes ha foraggiato anche il Pdl per un totale di 15 mila euro, mentre la cooperativa vicina a Cl ha distribuito offerte anche a sinistra. Nel 2013 10 mila euro finiranno infatti al “Comitato provvisorio città di Roma” del Pd, che nello stesso periodo registra un’entrata di identico importo dalla cooperativa 29 giugno. Esattamente quella di Salvatore Buzzi, il boss dell’accoglienza condannato nel processo Mafia Capitale.

Cemento, servizi, migranti. E sanità. Tutti settori in cui l’aggancio politico aiuta. Nel caso delle cure private il vero business ruota attorno agli accreditamenti presso le aziende sanitarie locali, garanzia di introiti sicuri. Per questo gli imprenditori della sanità privata dedicano parte del loro budget a sostenere i politici. Tra i più generosi c’è Federfarma, che rappresenta le farmacie private convenzionate con il servizio sanitario. L’Aiop, che raccoglie circa 500 case di cura in tutta Italia. Ma soprattutto Multimedica, colosso lombardo dei poliambulatori privati, che negli ultimi dieci anni ha versato 190 mila euro ai partiti: quasi tutti finiti a Forza Italia, ma anche alla Lega Nord. Proprio i partiti che hanno governato in Lombardia. Ora, con le elezioni regionali in arrivo, l’azienda sanitaria controllata da Daniele Schwarz ha messo una fiche da 15 mila euro su Lombardia Popolare, il nuovo movimento dell’ex ministro Lupi, espressione di Comunione e Liberazione e da sempre sensibile al mondo delle cure private.

Giovanni Arvedi. In classifica non potevano mancare i big dell’industria italiana. Il più generoso è Giovanni Arvedi, fondatore dell’omonimo gruppo siderurgico, che ha concentrato i suoi regali nel 2008, alla vigilia delle elezioni poi vinte da Berlusconi. Attraverso le sue società, l’imprenditore ha donato 300 mila euro a Forza Italia. Scommessa vinta solo a metà. Per diversificare il rischio, infatti, Arvedi ha regalato 200 mila euro anche al Pd Lombardia, dove hanno sede quasi tutti i suoi stabilimenti.

Ancor più variegata la lista dei beneficiari del gruppo Maccaferri. La multinazionale bolognese dell’ingegneria meccanica ha usato una tattica particolare: donazioni piccole, suddivise con estrema imparzialità. Il risultato è che i 200 mila euro investiti da Gaetano Maccaferri, membro di Confindustria e del consiglio superiore della Banca d’Italia, sono finiti in mille rivoli: dal Pd a Renato Brunetta, da Scelta Civica agli autonomisti siciliani di Lombardo. Ha scelto invece una strada opposta l’ex presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. Attraverso Mapei, la sua azienda, l’imprenditore emiliano ha puntato tutto su un unico cavallo. Sbagliato. Squinzi ha infatti investito 60mila euro per finanziare la campagna elettorale a sindaco di Milano di Stefano Parisi, infine sconfitto da Sala.

Dalla Turchia a Cuffaro. Che cosa lega la fedelissima di Berlusconi, Licia Ronzulli, a uno degli uomini più ascoltati dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan? Un bonifico da 20 mila euro datato 2014. La donazione in favore dell’allora europarlamentare di Forza Italia, oggi considerata vicinissima al Cavaliere, è firmata Hasan Cuneyd Zapsu. Imprenditore di successo basato a Istanbul, consulente di gruppi globali come Coca Cola e Rosatom, fondatore del partito turco Akp e consigliere speciale di Erdogan, Zapsu ha un solo legame noto con l’Italia: un ruolo da «senior advisor» per il gruppo Ferrero, quello della Nutella, che proprio nel 2014 ha ottenuto dalla Commissione europea l’ok alla contestata fusione con l’azienda turca Oltan, uno dei principali produttori di nocciole al mondo. Perché Zapsu ha regalato 20mila euro alla Ronzulli? Contattato da L’Espresso, il consulente di Erdogan non ha risposto. La Ronzulli ci ha invece spiegato di conoscere l’imprenditore dal 2012. Tra noi c’è «una buona amicizia», per questo gli ho chiesto «un aiuto per la mia campagna elettorale». C’è un legame con la Ferrero? Nessuno, garantisce l’ex parlamentare, che dice di aver appreso da L’Espresso della consulenza di Zapsu.

Leopolda, boom di incassi per la fondazione Open di Renzi. Mentre il Pd perde donatori. Da quando l'ex sindaco di Firenze è diventato segretario, le elargizioni private ricevute dal partito sono calate di un terzo. Ma sono cresciute quelle al giglio magico. E tra i finanziatori persino fiduciarie dal nome misterioso. Ha chiarito la sua posizione anche Salvatore Cuffaro, beneficiario di una donazione particolare. Nel 2013 il politico siciliano si trova infatti in carcere a Rebibbia. La condanna per favoreggiamento aggravato dall’aver agevolato Cosa nostra è diventata ormai definitiva. Eppure, proprio quell’anno, secondo i documenti ottenuti da L’Espresso, Cuffaro riceve un versamento di 220 mila euro da Forza Italia. Perché? «È quanto mi dovevano per la campagna elettorale del 2006, quando diventai presidente della Regione», ci ha risposto l’ex governatore siciliano. «L’Udc saldò subito la sua parte. Forza Italia, nel frattempo diventato Pdl, chiuse invece il debito sette anni dopo. Ma io ci tengo a precisare che di quella cifra non ho mai visto un euro, del resto mi trovavo in carcere. I soldi sono serviti a estinguere il debito contratto all’epoca con la banca per la campagna elettorale».

Caso risolto, dunque. Ma Cuffaro, che mastica politica da quando è nato e sa che forma assumono i poteri forti, cosa pensa della fine del finanziamento pubblico? «È stata una garanzia di libertà», dice, «ora il rischio è che i partiti finiscano in mano ai privati. Del resto danno un contributo perché hanno delle speranze, mentre il partito che non ha bisogno di denaro non crea alcuna aspettativa nei privati». Seguendo il ragionamento di Cuffaro, viene da pensare che Giovanni Toti di aspettative ne abbia create parecchie. D’altronde la campagna elettorale dell’attuale presidente della Liguria, scelto da Berlusconi per violare la storica roccaforte della sinistra, è stata lunga e dispendiosa. Per fortuna sono arrivati in suo soccorso un po’ di denari privati. Certo, da un pezzo grosso dell’imprenditoria come Aldo Spinelli - ex patron del Genoa e del Livorno - c’era da aspettarsi qualcosa in più dei 15 mila euro donati. Ma tant’è. L’aiuto simbolico è comunque servito: dopo l’elezione di Toti, Spinelli ha acquistato insieme a Msc il Terminal Rinfuse di Genova. La maggior parte delle donazioni per Toti sono però arrivate dalla Fondazione Change: impossibile dunque conoscere l’origine del denaro. Tra i pochi ad aver fatto bonifici diretti c’è l’imprenditore Giovanni Calabrò, sponsorizzato dallo stesso Toti per l’acquisto del Genoa calcio. Non proprio una mossa felice, visto che quest’anno la Cassazione ha condannato Calabrò a sei anni per bancarotta.

Meloni e mattoni. «C’è l’Italia colpevole di Angiola Armellini, che non paga di ereditare un impero senza aver fatto nulla, nasconde due miliardi di euro al fisco». Parola di Giorgia Meloni, che durante la campagna elettorale per diventare sindaco di Roma descriveva così la grande ereditiera da sempre in affari con il Comune capitolino (incassava più di 4 milioni all’anno per l’affitto di suoi appartamenti usati come case popolari). I documenti analizzati da L’Espresso permettono di raccontare un inedito retroscena sul rapporto tra la Meloni e la donna accusata di evasione fiscale. La leader di Fratelli d’Italia ha infatti ricevuto donazioni da quattro società che fanno capo alla Armellini, per un totale di 20 mila euro. Spiccioli- ma sempre ben accetti- per “lady no tax”, che col mattone ha guadagnato miliardi. Ai quali si aggiunge una mancetta dei costruttori romani, i Mezzaroma. Una donazione da 1.500 euro attraverso una società del gruppo. Imprenditori che hanno sempre avuto simpatie per la destra: nel 2010 hanno versato 100 mila euro al partito di Berlusconi, nel quale la Meloni era ministro. Tra i finanziatori della leader di destra alle elezioni comunali - 210 mila euro in totale - c’è anche la società Corallobeach. Il titolare è Claudio Balini, ras dei lidi del litorale e parente di Mauro Balini, a cui la magistratura ha sequestrato beni per 50 milioni di euro. Mauro Balini, per gli investigatori, ha legami con la malavita locale. Insomma, pecunia non olet. Neppure per l’erede di Almirante.

"Trasparenza su chi finanzia i blog". Il Pd vuol cancellare Grillo dal web. Proposta di Anzaldi per stanare i conflitti d'interesse del M5s, scrive Paolo Bracalini, Lunedì 04/12/2017 su "Il Giornale". Il blog di Beppe Grillo torna nel mirino del Pd. Questa volta sotto forma di una proposta di legge depositata dal mastino renziano con delega alle comunicazioni, il deputato Michele Anzaldi. Nella bozza di legge dal titolo «Disposizioni in materia di conoscibilità degli assetti proprietari e dei soggetti finanziatori dei siti internet», il nome del blog del leader M5s non viene mai menzionato, ma l'obiettivo è chiaramente lui. Il grimaldello usato per colpire il blog beppegrillo.it ruota attorno alla richiesta di totale trasparenza del sito internet, un dogma grillino la trasparenza però totalmente assente dal blog che ha dato forma al movimento. Per esplicita ammissione dello stesso comico che dopo aver rivendicato nel 2012 la piena titolarità del blog, di fronte alla recente denuncia del tesoriere Pd Francesco Bonifazi («dietro il blog ci sono aspetti fiscali tutti da chiarire») ha smentito tutto, asserendo sostanzialmente che Beppe Grillo non è responsabile del blog di Beppe Grillo («Grillo non è responsabile, né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio, del Blog e non ha alcun potere di direzione né di controllo sul Blog tanto meno su ciò che ivi viene postata»). Insomma non è chiaro chi diriga il blog, chi ne sia responsabile, chi lo finanzi, quanti introiti generi, chi ci collabori, se esistano potenziali conflitti di interesse tra Grillo, la Casaleggio associati che lo gestisce e le materie di cui si occupano i parlamentari pentastellati. Non si sa nulla, pur essendo di fatto l'organo di uno dei principali movimenti politici italiani. E proprio su questo interviene la proposta di legge targata Pd. Nel testo, ora depositato presso la presidenza della Camera per l'assegnazione alla commissione di merito, si propone di regolamentare i siti o blog che «raccolgano pubblicità o finanziamenti superiori a 100.000 euro», una cifra che il blog di Grillo supera ampiamente (dalle stime ufficiose, perché i dati ufficiali non vengono comunicati). Questa categoria di siti devono essere oggetti degli stessi obblighi che valgono per carta stampata e tv, ovvero l'iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione (ROC), che «ha le finalità di garantire la trasparenza e la pubblicità degli assetti proprietari, la tutela del pluralismo informativo e il rispetto dei limiti previsti per le partecipazioni di società estere». Cioè un identikit completo, e obbligatorio per legge, del blog di Grillo, così «da consentire a ogni utente di disporre di informazioni aggiornate e facilmente accessibili su chi sia l'effettivo titolare, proprietario e finanziatore, anche per interposta persona», così da «valutare l'attendibilità delle informazioni veicolate, oltre che la sussistenza di eventuali conflitti di interesse». Grillo sarebbe un problema? «Con questa legge se rifiutasse di rendere il suo blog completamente trasparente, sarebbe costretto a chiuderlo ci spiega Anzaldi - Ma visto che si discute di fake news, sarebbe utile anche per lui sapere chi c'è dietro un finanziamento, magari la Russia, o qualunque altro finanziatore interessato. Ricordo che il M5s in questi giorni sta facendo degli incontri coi grandi fondi di investimento...». Per fortuna di Grillo, la legislatura è al termine il tempo corre, anche per la legge anti-blog di Grillo.

Da dove prende i soldi per fare politica il M5S. Formalmente il Movimento 5 Stelle rinuncia ai contributi di Stato, come nel caso dei 42 milioni dei rimborsi pubblici. Ma ha creato un sistema di introiti pulviscolari pieni di anonimi, sigle, voci opache e fittizie spesso difficili da ricostruire, scrive Susanna Turco il 27 novembre 2017 su "L'Espresso". L’altra volta, aprile 2013, Beppe Grillo se la cavò con un post: abbiamo raccolto 774 mila euro, ne abbiamo spesi 348 mila, il restante andrà ai terremotati dell’Emilia, saluti e ringraziamenti. A occhio, nella prossima campagna elettorale, sventolare il vessillo della casa di vetro non sarà altrettanto semplice. Troppe cose sono cambiate: l’M5S non è più un movimento di sconosciuti, ciascun ex pulcino vorrà coltivare il proprio orto per essere rieletto. Serviranno più soldi, ci saranno più rivoli, e il meccanismo di auto-finanziamento che nel frattempo è stato costruito si rivelerà per quel che è: un impasto colloso. Trasparente nei dettagli, opaco nel suo complesso. Tutto sommato e per paradosso, M5S è all’avanguardia su questo: gestione dei soldi e manipolazione del consenso sui social. Due fronti che i Cinque stelle sono arrivati a maneggiare prima e meglio di altri, dando ad entrambi lo stesso indecifrabile marchio di vischiosa sineddoche: te ne mostro una parte, e la spaccio per il tutto. Onestà! Per quel che riguarda il denaro, in effetti, i Cinque stelle hanno anticipato i tempi, rinunciando al finanziamento pubblico prima che venisse abolito, cioè a “42 milioni di euro” come amano ripetere ovunque. Non accedono al meccanismo che l’ha sostituito, il due per mille. Ufficialmente, tutt’oggi dicono di non volere soldi pubblici. Eppure ormai non è più così. Rinunciare a quegli introiti ha portato ad attivare altri meccanismi. Non è politica a costo zero. I soldi servono, anche al M5S. Ma da dove vengono, dove vanno, come sono conteggiati? Si può rispondere solo a una parte di queste domande. Le entrate sono svariate, a partire dalle sottoscrizioni per singoli eventi, ma per grandi linee: ci sono quelli raccolti dall’Associazione Rousseau; i contributi ai gruppi di Camera e Senato; gli stipendi dei parlamentari; le sottoscrizioni per singoli eventi, come la kermesse annuale; e quelli - ma quest’ultimo è più un postulato che un numero - che provengono dall’intreccio blog-rete-Casaleggio Associati, e che danno luogo a una domanda tanto frequente quanto inevasa: gli introiti per la pubblicità per i link che rimandano al sito beppegrillo.it che fine fanno? Lo chiese pure l’amata Milena Gabanelli, nel lontano 2013, ottenendo come risposta un laconico e offeso “non vanno a finanziare M5S”. Nel complesso, chi se ne intende per aver frequentato a lungo il Movimento, parla di “polverizzazione” delle entrate. Come a dire che i soldi sono diventati una polvere di stelle, frazionata, inintercettabile. Un esempio, locale ma emblematico. Per la corsa al Campidoglio, Virginia Raggi nel 2016 ha raccolto circa 225 mila euro. Ma ne ha dichiarato la provenienza solo per un terzo, 70 mila euro, trincerandosi per il resto dietro la privacy che copre i contributi di privati sotto i 5 mila euro. Cioè non si potrà mai dire chi l’ha finanziata. La tendenza Raggi fa scuola. L’Associazione Rousseau, il sistema di interfaccia tra eletti e militanti di cui Davide Casaleggio è presidente e amministratore unico dichiara circa 485 mila euro di fund raising, e pubblica anche la lista dei circa 16 mila donatori. Ma sono anonimi: a sfogliarla, ci si trova davanti a ben 373 surreali pagine di iniziali. Si parte da “A. A.” e si arriva a “Z.W.”. Non propriamente un inno alla trasparenza. Dal rendiconto 2016 sempre Rousseau (+ 76 mila euro) vien fuori che 30 mila euro provengono da “soggetti esteri”: 8.500 li ha messi Filippo Pittarello, responsabile comunicazione M5S al Parlamento europeo ed ex dipendente della Casaleggio Associati; gli altri 22 mila risultano come “contributi ricevuti dall’estero da altre persone fisiche”, senza ulteriori precisazioni. Si obietterà che sono 22 mila euro, mica miliardi: ecco, proprio in casi come questi, che sono svariati, sta la “polverizzazione” opaca. Anche nella campagna 2013, del resto, Grillo finì per dichiarare soltanto alcune spese, e per di più in modo generico (esempio: 140 mila euro per consulenze legale/tributaria, senza chiarire a chi erano andati i soldi). Fornì, soprattutto, un rendiconto parziale che, come ha sottolineato all’epoca l’associazione Casa della Legalità di Genova, non tenendo conto di entrate e uscite al livello locale per sostenere le 87 tappe dello Tsunami Tour: l’affitto e il montaggio dei palchi, l’elettricità, la Siae eccetera. Il tutto moltiplicato per quasi cento incontri. Non pochi soldi. Nel resoconto sul blog, fu specificato solo il costo del palco montato a Piazza San Giovanni a Roma: 50 mila euro. Per il resto, Grillo ringraziò chi aveva fornito gratis l’attrezzatura: ma non sempre era stata gratis. E anzi più di un neo-eletto rimase sbigottito nello scoprire - solo allora - che non avrebbe riavuto indietro i soldi prestati per mettere in piedi questa o quella serata. Del resto, neanche le attrezzature acquistate per gli streaming sono entrate poi a disposizione degli eletti per svolgere la comunicazione a Palazzo. Agli atti rimase invece quella cifra, 348 mila euro dei quali anche Gianroberto Casaleggio poté vantarsi nel suo intervento a Cernobbio nel 2013. Quando portò M5S ad esempio dimostrando che nel rapporto tra soldi raccolti e voti presi era stato virtuosissimo: “4 centesimi a voto” contro i “4,87 euro” di un partito tradizionale. Per concludere: «I partiti hanno ricevuto più di 100 volte la spesa sostenuta dal M5S Stelle per partecipare alle elezioni». La cifra di riferimento era però quella dimagrita, non quella totale. La versione ufficiale non arrivava a misurare la realtà che ne è rimasta fuori. Nello stesso modo, sul sito tirendiconto.it campeggia il counter con i versamenti fatti dai 123 parlamentari M5S in favore dei fondi per il microcredito: «Ad oggi abbiamo restituito 24.014.613,22 euro». Quel che non c’è scritto è però che vengono ormai disattese almeno due regole volute da Grillo e Casaleggio: il tetto di tremila euro che ciascun parlamentare poteva tenere per sé; il divieto a finanziare attività politica nei territori. Di fatto, spendendo gli 8-10 mila euro di rimborsi cui ogni parlamentare ha diritto, c’è chi paga i propri collaboratori come Roberta Lombardi, e chi «eventi legati al territorio come Luigi Di Maio. Anzi, il candidato premier del M5S in tre anni ha totalizzato 108 mila euro di spese “territoriali”, per poi specificare trattarsi di “una dicitura fittizia”. Ed ecco il sistema colloso. Non è difficile ipotizzare che a breve tutte queste “diciture fittizie” potrebbero sostenere la campagna elettorale. Si pensa male? Il fatto è che la consuetudine col Palazzo ha portato ad aggirare i proclami sulla politica a zero euro. Caso lampante: si è rinunciato a 42 milioni di euro, ma via gruppi parlamentari in una legislatura i Cinque stelle ne hanno incassati comunque 31 (3,8 alla Camera, 2,5 al Senato, media annua). Al gruppo M5S di Montecitorio si è registrata nel 2016 una impennata di spese per la comunicazione: + 375 per cento, per un totale di 522 mila euro (più della campagna elettorale 2013). È invece diminuita la quota dedicata alle consulenze per l’ufficio legislativo. Meno leggi, più video. Sempre a Montecitorio, vi sono fatture mensili dal totale fisso di quasi 15 mila euro, indirizzate alla comunicazione/web, ma senza che vi sia modo di sapere a chi sono destinate (per legge si può omettere). E, dei 3,8 milioni di trasferimenti del 2016, ben 354 mila sono andati a finanziare la causa del no al referendum costituzionale, mentre 35 mila circa sono finiti come contributo alla festa annuale del Movimento. D’altronde, da dove dovrebbe prendere i soldi il Movimento? Anche la Casaleggio Associati ha problemi economici. Il che rende ancor più fitto il mistero. Per il terzo anno consecutivo, infatti, la società fondata dal guru ha chiuso i conti in rosso (-48 mila), con un bilancio che nemmeno questa volta chiarisce snodi essenziali: quanto rendano gli intrecci politico-finanziari con il partito, se tra i ricavi ci sia anche la pubblicità, e se il Movimento paghi per il supporto che riceve. Buio fitto. Come del resto nel complesso sistema di siti, banner e scatole cinesi che fa del sistema M5S-Casaleggio una cyber costellazione dagli intrecci davvero sfuggenti. Ma questa è un’altra storia.

L’IPOCRISIA DEL VAFFANCULO…

A DIECI ANNI DA QUEL "Vaffa" CHE LE TV VOLEVANO IGNORARE. Di Marco Travaglio del 6 Settembre 2017 su “Il Fatto Quotidiano”. Dieci anni fa, l'8 settembre 2007, Beppe Grillo lanciava a Bologna il primo "V-Day". La "V" era presa a prestito dal film V per vendetta, ma anche dall'iniziale del Vaffanculo con cui amorevolmente accompagnava i nomi dei 24 parlamentari pregiudicati. Ieri, nel ricordare l'anniversario, un povero smemoratello di Repubblica ha scritto che quel giorno "ha cambiato la politica italiana", ovviamente "in peggio". Perché "inaugurò l'era dell'insulto permanente": prima invece la politica era roba per educande; poi calarono i barbari e fu la fine. Non s'è accorto, il pover'uomo, di tante cose accadute da allora a oggi. Nemmeno del paradosso grillino: i predatori hanno leggermente migliorato la specie predata. Costringendo i partiti a risparmiarci qualcuna delle tante indecenze che avevano in serbo: non perché siano diventati virtuosi, ma perché "se no vince Grillo". Senza quel V-Day, non avremmo avuto la legge Severino del 2012: B. sarebbe ancora senatore e potrebbe ricandidarsi per la settima volta alla presidenza del Consiglio. Anche i piccolissimi tagli ai costi e ai privilegi della Casta (titolo del best seller di Stella e Rizzo uscito proprio nel 2007) non avrebbero mai visto la luce, se Grillo e i suoi ragazzi non avessero fatto una bandiera della sobrietà, della democrazia dal basso e della politica senza soldi. La fine del finanziamento pubblico ai partiti (almeno nelle sue oscene forme dirette) è figlia di quella stagione. Così come le vittorie democratiche nei referendum del 2011 su nucleare, lodo Alfano e acqua pubblica e del 2016 sulla Costituzione. Al V-Day io c'ero, a parlare di legalità, senza neppure immaginare gli sviluppi di quel movimento nascente. Ma nemmeno Grillo e Gianroberto Casaleggio avevano in mente un partito. Il V-Day era l'estrema conseguenza dello sdegno sfogato da Grillo in anni di spettacoli, già pienamente politici, anche a sua insaputa: energie alternative, nuove politiche dei rifiuti, ambientalismo spinto, crac bancari (quello della Parmalat l'aveva anticipato lui d'un paio d'anni), invettive contro malapolitica, malafinanza, malainformazione. Comico e "difensore civico". Tutt'altro che anti-sistema: sperava ancora di indurre il sistema, a calci in culo, ad autoriformarsi. Nell'estate 2007, sul suo blog (nato nel 2005, uno dei più letti al mondo), lanciò le primarie programmatiche online, discusse per otto mesi da 800 mila persone su proposte di insigni esperti (anche il Nobel Joseph Stiglitz). Poi andò dal premier Romano Prodi a consegnargli il dossier finale: energie rinnovabili, wi-fi gratis, rifiuti e cemento zero. Il Prof lo ascoltò per qualche minuto, sprofondato nel divano di Palazzo Chigi, poi socchiuse gli occhi. "Mi stavo solo concentrando", disse poi. "Encefalite letargica", sentenziò Beppe. L'8 settembre, ricorrenza del tragico armistizio, ecco il V-Day. Sottotitolo: "Parlamento pulito". Almeno 100 mila persone in piazza Maggiore, più dieci volte tante collegate da altre 200 piazze. Sul palco giornalisti, scrittori, artisti, docenti. Sotto, gli attivisti dei Meetup raccolgono firme su tre leggi di iniziativa popolare: incandidabilità dei condannati in Parlamento, tetto massimo di due legislature, abolizione del Porcellum per tornare a scegliere deputati e senatori. In mezza giornata, 350 mila adesioni. Una cosetta da niente, infatti i tg Rai, Mediaset e La7 non mandano una sola telecamera né un inviato (ci sono solo i cameramen di Sky e di Annozero). Basta non parlarne e il V-Day non esiste. Le agenzie di stampa inventano "attacchi", "insulti", "offese a Marco Biagi", anche se in dieci ore nessuno l'ha mai citato. Si è solo criticata in un filmato la legge 30 perché aumenta il precariato. Il Tg1 delle 20 diretto da Gianni Riotta non inserisce neppure il V-Day nei titoli, e gli dedica 29 secondi da studio: "S'è svolto a Bologna e in altre città italiane il Vaffa Day del popolare comico genovese...". Il direttore del Tg2 Mauro Mazza (quota An) legge un editoriale dal titolo "Grillo e grilletti". E col volto terreo, come se fossero tornate le Br, ammonisce Grillo col gesto della pistola: "Che accadrebbe se qualcuno, ascoltati gli insulti di Grillo, premesse il grilletto?". Peccato che Grillo non abbia mai evocato né pistole né fucili, diversamente da Bossi. La stampa intuisce subito la minaccia incombente per i poteri marci e scatena i suoi esperti, quelli che capiscono sempre tutto: Grillo è "antipolitico", "qualunquista", "populista", "giustizialista", "fascista", "terrorista" e soprattutto "volgare". Montezemolo alza il ditino ammonitore: "A risolvere i problemi dell'Italia con i vaffanculo non ci credo". Eugenio Scalfari, su Repubblica, scomunica il movimento grillino come fenomeno "anarcoide e individualista", "anacronistico", "antipolitico": "invasioni barbariche... del law & order nei suoi aspetti più ripugnanti; ci vedo dietro la dittatura... slogan della peggiore destra, quella populista, demagogica, qualunquista... piazza pulita per il futuro dittatore". Andrea Romano, dalemiano dell'Einaudi di B. e della Stampa di Agnelli, non ancora evolutosi in deputato montiano e poi renziano, trova che in un Paese normale il V-Day "verrebbe recensito nelle pagine dello spettacolo". Riotta si rifà con uno Speciale Tv7. "Ora vediamo chi è davvero Grillo", dice lanciando un servizio-scoop: a una festa dell'Unità del 1981, il comico pretese addirittura che gli pagassero il cachet, tanto perché sia chiaro che "non esistono vergini". Le indagini del Tg1 sui crimini di Grillo proseguono senza sosta nei giorni seguenti: i segugi di Riotta scoprono addirittura che, fra i 3 mila commenti giornalieri sul blog, ce n'è uno negazionista e filonazista (subito cancellato). Intanto le tre leggi popolari vengono imboscate in un cassetto del Senato e lì riposeranno in pace per sempre, nonostante una tragicomica convocazione di Grillo davanti alla commissione Affari costituzionali del Senato. Il 25 aprile 2008, secondo V-Day, stavolta a Torino, dedicato alla malainformazione. In piazza San Carlo 100 mila persone, più altri 2 milioni collegati da tutta Italia. Oltre 500 mila firme raccolte su tre quesiti referendari per abolire l'Ordine dei giornalisti, la legge Gasparri e i finanziamenti pubblici ai giornali. Grillo si appella al Pd: "Copiate il nostro programma, ve lo regalo". Ma la risposta di partiti e giornali al seguito è sempre la stessa: fascista, qualunquista, antipolitico, volgare. Nell'estate 2009 Grillo si iscrive alla sezione del Pd di Arzachena per correre alle primarie e diventare segretario. Piero Fassino, ultimo leader Ds, gli nega l'accesso perché è "ostile" e lo sfida a farsi un partito. Di lì a poco verrà accontentato: la prima di una serie di brillanti profezie. "Se Prodi e Veltroni - ci dirà Casaleggio pochi mesi prima di morire - avessero accolto le nostre proposte, avrebbero dato la svolta al Pd e al sistema politico e il M5S non sarebbe mai nato. Ma dopo i due V-Day i giornali, soprattutto di sinistra, ci trattarono come una via di mezzo fra dei mangiatori di bambini e una setta satanica. E così raccogliemmo la sfida che ci aveva lanciato, pensando di prenderci in giro, Fassino. E fondammo il Movimento 5 Stelle". Che, dopo 10 anni e 8,5 milioni di voti, per chi non vuol vedere né sentire, è ancora una parolaccia.

Il tramonto del vaffa che fu, rivoluzione lessicale a 5 stelle. Ma la base? Non si torna indietro nei fatti e neanche nel lessico: adesso che è “svolta epocale” (copyright Beppe Grillo) come fare? la natura di “movimento del vaffa” non è facilmente inscatolabile dall’oggi al domani. Problematiche, scrive Marianna Rizzini il 21 Giugno 2016 su “Il Foglio”. “La descrizione di un attimo”, diceva la canzone dei Tiromancino, ed è dalla sera della presa del potere romano e torinese che, con parole diverse, i Cinque stelle e i non Cinque stelle provano a descriverlo, l’attimo da cui non si può tornare indietro: o vai di qua (consolidamento e istituzionalizzazione) o vai di là (inseguimento della pancia del web e movimentismo a oltranza, anche a costo dell’inconcludenza). Non si torna indietro nei fatti e neanche nel lessico: se fino a qui la memoria delle scatole di tonno, dei redditometri, dei giorni del giudizio, degli zombie, delle scie chimiche e dei Bilderberg poteva convivere, nei discorsi e nei post a cinque stelle, con i toni assennati (addomesticati?) di Luigi Di Maio, adesso che è “svolta epocale” (copyright Beppe Grillo), l’intendenza deve conformarsi al tramonto del vaffa che fu. Primo problema: come far combaciare immagine e sostanza, un’immagine che si vorrebbe ancora rivoluzionaria e una sostanza che si vorrebbe far già percepire al cittadino come non minacciosa e vagamente ecumenica. Ed è nell’anticamera della “svolta epocale” che si annida la metamorfosi dell’eloquio. Imbattersi in un discorso a cinque stelle la sera della vittoria, a Torino come a Roma, infatti, voleva dire imbattersi in un’uniformità quasi millimetrica di adeguamento lessicale all’abito “alternativa di governo”, e in espressioni di edulcorata combattività di parlamentari e neo sindaci, peraltro diversissimi tra loro (come il neo sindaco di Torino Chiara Appendino, il neo sindaco di Roma Virginia Raggi e il deputato e membro del Direttorio Alessandro Di Battista). Ed era tutto un pensare a come “ricucire” i tessuti sociali delle città prese in carico, a come salvaguardare i “bene comuni” (che tanto piacciono anche alle sinistre di area “Rodotà-tà-tà” e di credo antirenziano); tutto un dire e dirsi, alla maniera del nonno di famiglia, che “chi semina raccoglie” e chi raccoglie ora inizia “a lavorare”. Di più: chi lavora è “pronto” a “governare” anche in nome “degli altri”, quelli che i Cinque stelle non li hanno votati. E pazienza se all’uniformità di lessico non corrispondeva l’uniformità di toni (c’era infatti un mondo tra il “tutti noi siamo Torino” di Chiara Appendino, detto con cortesia sabauda e onore delle armi all’ex sindaco e avversario Piero Fassino, e il più ombroso “sarò il sindaco di tutti” di Virginia Raggi, detto con accenno non proprio distensivo al voler “mettere un punto” alle polemiche della vigilia). E quando un Di Battista serafico si affacciava dagli schermi de La7 per promettere che il M5s mai avrebbe “tradito la fiducia” accordata dall’elettorato e per parlare dell’“umiltà” necessaria al compito (umiltà finora poco praticata nel frasario politico a cinque stelle), la descrizione dell’attimo virava verso la sanzione ufficiale del cambio di marcia. E però la natura di “movimento del vaffa” non è facilmente inscatolabile dall’oggi al domani. Accadeva così, nelle piazze festeggianti, che gli slogan continuassero a descrivere l’attimo passato: quello del M5s che dice “tutti a casa” con ancoraggio-ossessione al grido “onestà, onestà”. Hai voglia a mostrare, come faceva Appendino, lo stile ingentilito del vincitore: la piazza in tripudio era ancora settata sulla modalità “o noi o loro”. E il senatore piemontese Alberto Airola, intervistato da La7, dimenticava per un attimo di essere nella “nuova èra” di cui intanto Raggi parlava a Roma, e si lasciava andare alla sottolineatura non ancora ammorbidita del “momento storico” nella “roccaforte” torinese, espugnata da “giovani ragazzi liberi” informatisi in rete nonostante la presenza di “media piegati al regime” – e tanto appariva vintage l’enfasi di Airola, dal punto di vista della nuova immagine a cinque stelle, che il direttore del Tg7 Enrico Mentana faceva notare che i casi Appendino e Raggi non erano “un 25 aprile”, ma una vittoria alle elezioni. Ma il senatore, come molti dei militanti in strada, era già parso fuori sincrono rispetto al vertice (direttorio e neoletti), sintonizzato ormai sull’esigenza di calmierare gli eccessi di veemenza movimentista. Ha cominciato Beppe Grillo: ex comico rifattosi comico (ritorno in teatro) con tanto di “passo di lato” (solo “garante” del M5s), e da ieri anche profeta dell’ascesa al governo, ma senza le truculenze che avevano reso “tsunami” la sua campagna elettorale 2013: ieri Grillo, casaleggianamente parlando, alludeva alla “meravigliosa missione impossibile” compiuta, e il “tutti a casa” d’antan prendeva la forma di un più comprensivo “costringeremo i nostri avversari a diventare persone perbene”.

Figa per tutti. Piano segreto grillino: disavanzo al 7 per cento per dieci anni, stipendio e lavoro statale a tutti. Renzi fuori gioco. Imbarazzo del Cavaliere, scrive Giuseppe Turani il 3 settembre 2017. Non si sa ridere o piangere. Ma forse conviene ridere. Si è capito quale è il piano segreto dei grillini per mantenere, caso mai dovessero davvero arrivare al governo con l’aiuto di Salvini e di Bersani, le loro mirabolanti promesse. E’ un piano semplicissimo, elementare e che non può fallire. Si tratta di portare il disavanzo pubblico annuale non al 2,9 per cento, come propone Renzi, ma a più del doppio, cioè al 7 per cento. E non per cinque, ma per dieci anni. Basta fare due conti per capire che si va oltre i mille miliardi di nuovi debiti, da aggiungere ai 2 mila e 200 che già abbiamo. Si va, in sostanza, oltre i tre mila miliardi di debiti. Ammesso che si trovi qualcuno che li finanzi. Ma che cosa ci faranno con tutti questi soldi, presi a debito? Due cose:

1- Intanto esaudiranno la loro grande promessa: il reddito di cittadinanza, uno stipendio per tutti, fine del lavoro. Paga lo Stato (con i soldi altrui);

2- Uno Stato socialista. Lo Stato farà tanti investimenti, soprattutto in nuove tecnologie e darà lavoro a tutti, inutilmente, visto che tuti avranno già il reddito di cittadinanza. Ma da gente che crede nelle sirene e nei matrimoni fra specie diverse queste sottigliezze non contano.

Di fatto, nell’universo grillino, saremo tutti due volte statali. La prima perché lo Stato ci passerà il reddito di cittadinanza.   La seconda perché, chi vorrà, avrà un impiego in un impianto pubblico (finanziato sempre con debiti, come il reddito da cittadinanza). Renzi, con la sua proposta di un disavanzo del 2,9 per cento per cinque anni a questo punto fa la figura del pitocco e forse gli conviene farsi da patte. In campo c’è gente che è già molto più avanti. Non si capisce che cosa potrà inventare, allora, Berlusconi, di solito primatista in fatto di promesse. Suv Cayenne e figa per tutti? Tre mesi alle Maldive? Una villa in Sardegna?

Smart (o la nation del post-vaffa). In una parola, scrive Alberto Leiss il 4.9.2017 su "Il Manifesto". «La parola smart è oggi tra le più in voga nel mondo del lavoro. Come spesso accade, si tratta di un prestito dalla lingua inglese. Nello specifico, si tratta di un aggettivo che può essere tradotto in rapido, veloce, abile, acuto, brillante, sveglio, intelligente, ma anche alla moda ed elegante». Ho copincollato questo capoverso dal sito Leonardo.it, il primo che mi si è aperto tra i molti digitando la parola smart. Ho trovato altri significati un po’ meno positivi: un signorino «in ghingheri», o anche che «si crede molto furbo», se riferito a un tipo umano (esempio dal dizionario Garzanti on-line). Smart sono anche quelle macchinette molto piccole ma piuttosto lussuose, che riescono a posteggiarsi di traverso dentro le strisce dei parcheggi. Scagli la prima pietra chi non ha provato sentimenti di rancore e di invidia, specialmente se al volante di vecchia city-car un po’ scassata ma maledettamente più ingombrante nella metropoli congestionata dalle doppie file. Senza dire poi di quando una Smart ti sbuca da destra e ti taglia la strada sgommando e sorpassando come fosse una motocicletta. Il golden-boy dei 5stelle ha detto tra i manager incravattati di Cernobbio che lui e il suo movimento vogliono che l’Italia «diventi una smart nation, cioè un paese più efficiente, più veloce, che si basa sull’innovazione e sullo sviluppo tecnologico». Cosa che presuppone la collaborazione «con i portatori di interesse». E chi saranno mai? Non sarà ognuno di noi e di voi a nutrire qualche legittimo (o anche illegittimo) interesse? Ecco perché il giovane Di Maio ha suscitato in me una certa antipatia linguistica. Come qualcuno che ti supera sulla destra e ti frega il posteggio. Intendiamoci, è altamente positivo che egli indichi come modelli i «Paesi del Nord Europa» e rinneghi i recenti furori anti Euro e anti Europa. Ma come fidarsi di chi poco fa – e forse anche adesso in contesti meno incravattati – inneggiava ai vaffa… del suo capo? Quando Emanuele Buzzi sul Corriere della sera gli domanda con quale squadra di governo intenderebbe operare in caso di vittoria la risposta è, all’osso, «vi sorprenderemo». Io la leggo come una minaccia. In ogni caso, ammesso e non concesso che sia desiderabile vivere in una smart nation, l’Italia sembra ancora molto lontana dal presentarsi come un paese brillante e in ghingheri. Sfogliando lo stesso quotidiano ci si imbatte nelle cronache sulle vite dei giovani figli di immigrati arrestati per gli orribili stupri di Rimini. Dice la madre dei due fratelli minorenni che si sono costituiti: «Hanno lasciato la scuola e i libri, per pensare solo a scarpe e vestiti, a bere e fumare… Ma non erano così». Verrebbe la tentazione di chiedersi: volevano essere almeno un po’ smart? L’orrore continua voltando pagina, dove si narra dell’uomo ucciso di botte dai buttafuori di una discoteca. Degli autori del pestaggio non viene menzionata la nazionalità o il colore della pelle, ma il fatto che lavorano per una società di security di Ostia. (Security starebbe per sicurezza). La vittima invece è un imprenditore cinquantenne, nato a Catania ma residente a Roma. Era forse un «portatore di interesse». I testimoni, tra cui il titolare della discoteca, dicono che stava per nascere una rissa con un altro uomo perché sarebbe stata importunata una donna. «Era uno che dava fastidio alle donne», si afferma con poco riguardo per la persona trascinata a forza fuori dal locale e picchiata senza pietà. Sembra prevalere il marchio made in Italy. Mi accontenterei di un paese un po’ più umano.

Cinque Stelle, un vaffanculo lungo dieci anni. L’8 settembre 2007 Beppe Grillo lanciava a Bologna il V-Day. Da quell’esperienza è nato il Movimento Cinque Stelle, fenomeno particolarissimo che ha trasformato per sempre la politica italiana. La lunga metamorfosi da movimento antisistema a partito che aspira al governo, scrivono Marco Sarti ed Alessandro Franzi su “L’Inkiesta” il 5 Settembre 2017. Potevano continuare a chiamarlo comico, come avevano sempre fatto. Al massimo spingersi a definirlo blogger, perché all’epoca andava di moda così. Ma che Beppe Grillo potesse diventare anche uno dei principali leader politici del Paese, in pochi potevano immaginarselo. Almeno fino a quando non è salito su quel canotto arancione in Piazza Maggiore, a Bologna, sospinto dalle mani dei cinquantamila sostenitori arrivati da tutta Italia per urlare il loro vaffanculo al nemico, la casta. Dieci anni. Sono passati esattamente dieci anni dal V-Day che l'8 settembre del 2007 ha anticipato la nascita del Movimento 5 Stelle. Un movimento di irregolari uniti dal web, poi dalla voglia di cambiare il Paese, quindi dalle piazze e, infine, dalle urne. Un decennio più tardi i Cinque Stelle sono diventati un movimento di massa. Raccolgono milioni di voti, contano 123 fra deputati e senatori, i sindaci di Roma e di Torino. E a fine settembre esprimeranno anche un candidato premier, puntando per la prima volta a Palazzo Chigi.

«Prima di quel V-Day, i grillini erano totalmente ignorati, il giorno dopo tutti sapevano che potevano riempire le piazze», ricorda Roberto Biorcio, sociologo che ha studiato la cavalcata dei 5 Stelle nella politica italiana. Era proprio così. Convinto che si trattasse di un fenomeno passeggero, in quei giorni Eugenio Scalfari scriveva su Repubblica: «La forma, specie nella vita pubblica, è sostanza, e chi inneggia al “vaffanculo” partecipa consapevolmente a quelle invasioni barbariche che connotano gran parte della nostra mediocre e inselvaggita attualità». Quello che stava succedendo era qualcosa di nuovo e inspiegabile per molti osservatori. Una rivoluzione, comunque la si pensi, che ha cambiato la politica italiana. «Quel giorno - continua Biorcio - i Cinque Stelle raccoglievano firme per reintrodurre le preferenze, introdurre un limite a due mandati e impedire che i condannati sedessero in Parlamento. Progressivamente questi sono diventati temi inseguiti da tutti i partiti, almeno a parole». Quell’8 settembre Grillo e i suoi raccolsero più di 300mile firme. Ma forse neppure loro si immaginavano la reale portata di quell’iniziativa. «Dare voce al malcontento dei cittadini nei confronti della politica, utilizzando le parole e il modo di pensare della gente comune - continua Biorcio - ha trasformato il M5S in un partito che ha messo fine al bipolarismo e alla tradizionale alternanza fra centrodestra e centrosinistra».

Esattamente dieci anni fa Bologna ospitava il V-Day. Quello che stava succedendo era qualcosa di nuovo e inspiegabile per molti osservatori. Una rivoluzione, comunque la si pensi, che ha cambiato per sempre la politica italiana. Quell’8 settembre Grillo e i suoi raccolsero più di 300mile firme. Ma forse neppure loro si immaginavano la reale portata di quell’iniziativa. Dieci anni dopo è già tempo di bilanci. «I Cinque Stelle rappresentano un fenomeno molto interessante, un’altra grande eccezionalità italiana», racconta Edoardo Novelli, docente di comunicazione politica all’Università Roma Tre. Quando Grillo si presenta a Bologna, il sistema politico italiano cambia per sempre. Da questo punto di vista il V-Day può essere paragonato alla discesa in campo di Silvio Berlusconi, tredici anni prima. Le due esperienze accompagnano un più generale processo di trasformazione della politica italiana. Una fase caratterizzata, tra le alte cose, dall’avvento di nuove forme di comunicazione, dalla personalizzazione e dalla spettacolarizzazione del messaggio, soprattutto dal tramonto dei partiti tradizionali. «I Cinque Stelle si legano a questo processo, non a caso sono un movimento fondato da un comico che sfida il sistema politico dall’esterno. Sfruttando la popolarità che si è creato in tv e nei teatri». Non solo antipolitica, però. Tra le grandi innovazioni portate dai grillini c’è ovviamente l’uso sistematico della Rete. Per incontrarsi, per organizzarsi e per mobilitare il consenso. «Sono i primi a presentarsi come il partito della democrazia digitale», sottolinea Novelli. «Grillo ha l’intuizione del blog, sotto cui unifica una serie di soggetti già attivi a livello locale: i meetup». Una rivoluzione riuscita? Il dibattito è apertissimo. «Eppure mi sembra che in tutte le esperienze di governo, penso ad esempio a Roma, i Cinque Stelle non siano ancora riusciti a portare avanti percorsi di democrazia diretta». Lo scorso anno Novelli ha pubblicato con Carocci un libro dal titolo “La democrazia del talk show”. In questi giorni sta scrivendo un testo sulle campagne elettorali italiane che uscirà all’inizio del prossimo anno. Sono proprio le elezioni del 2013, racconta il docente, a rappresentare una svolta importante nell’esperienza dei Cinque Stelle. È una campagna paradossale, per certi versi. «Grillo stravince profetizzando l’avvento della Rete, ma lo fa grazie alle televisioni che gli danno grande visibilità. È una vittoria conquistata con una lunga serie di comizi nelle piazze, come nella più antica tradizione politica italiana».

A sentire il deputato epurato Massimo Artini il progetto dei Cinque Stelle è fallito. Una bella promessa non mantenuta. «Ormai ai progetti si preferiscono gli slogan: anche sui territori non viene premiato chi merita, ma chi urla di più. Ecco, quella davvero tradita è la voglia di cambiamento. Intanto la struttura orizzontale degli esordi si è trasformata in un movimento gerarchico, fortemente controllato dai vertici». Le prime trasformazioni arrivano dopo l’ingresso in Parlamento. Anche quelle mediatiche. Se agli inizi evitano i talk show come la peste, in poco tempo i grillini scoprono la televisione. «Il momento di grande rottura - insiste Novelli - si consuma quando Grillo accetta di partecipare a una puntata di Porta a Porta. Quando anche lui capisce che senza tv non si vincono le campagne elettorali». Non è l’unica metamorfosi. Da movimento antisistema, i Cinque Stelle diventano una forza politica che oggi ambisce a governare l’Italia. Un passaggio evidenziato dal debutto del probabile candidato premier Luigi Di Maio, domenica scorsa, al workshop Ambrosetti di Cernobbio. Le opinioni divergono. Secondo Biorcio, «il M5S nei punti essenziali non è cambiato. La differenza rispetto al passato, semmai, è rappresentata proprio dall’accesso alle posizioni istituzionali e di governo, che in questi anni hanno formato un personale politico relativamente esperto». In sostanza, è il contesto in cui i seguaci di Grillo si muovono a essere cambiato rispetto ai tempi del primo Vaffanculo. «Quello che stanno facendo ora, a partire da Di Maio - osserva ancora il sociologo - è in continuità con quello che è successo a Roma e Torino. I 5 Stelle hanno mantenuto una spinta critica verso i politici e la politica, tanto che continuano a non volere alleati. Ma nello stesso tempo devono dimostrare di poter governare ascoltando le esigenze dei cittadini». Un equilibrio di lotta e di governo sempre difficile, come dimostrato dal caso precursore, la Lega Nord di Umberto Bossi. «Da una parte - conclude Biorcio - c'è un elettorato che si è in parte consolidato ed è fedele al Movimento, dall’altra c’è un livello di attivisti che si sono professionalizzati, anche se a loro non piace dirlo».

Intanto qualcuno si è perso per strada. I primi dieci anni del Movimento sono caratterizzati anche da una lunga serie di epurazioni ed allontanamenti. Spesso tutt’altro che spontanei, perché fra i grillini c’è un'ortodossia ferrea da rispettare. A Parma è stato cacciato Federico Pizzarotti, il primo sindaco a Cinque Stelle di una grande città. In Parlamento tanti deputati e senatori sono stati via via espulsi per dissidi con i vertici. Tra loro c’è Massimo Artini, toscano, vicepresidente della commissione Difesa a Montecitorio. Oggi è il portavoce di Alternativa Libera, un movimento creato proprio da una pattuglia di ex grillini. Il progetto dei Cinque Stelle? A sentire lui è fallito, una bella promessa non mantenuta. Il dispiacere si accompagna alla nostalgia degli esordi, le prime esperienze amministrative sui territori: «All’epoca la base contava ancora». Artini entra alla Camera nel 2013, ma il sogno dura poco. Un anno e mezzo dopo viene cacciato dal M5S. «Ufficialmente per una questione legata ai rimborsi - dice - In realtà un deputato capace di raccogliere consenso e non eterodiretto da Milano era troppo scomodo per il Movimento». Milano è la sede della Casaleggio. Ma il bilancio del fenomeno Cinque Stelle? «Una forza che aveva il 25 per cento non è riuscita a portare a casa nessun risultato - risponde l'ex -. Ormai ai progetti si preferiscono gli slogan: anche sui territori non viene premiato chi merita, ma chi urla di più. Ecco, quella davvero tradita è la voglia di cambiamento. Intanto la struttura orizzontale degli esordi si è trasformata in un movimento gerarchico, fortemente controllato dai vertici».

Fenomeno complesso, i Cinque Stelle. Una realtà politica ormai radicata, eppure, sondaggi alla mano, ancora in ascesa. Per fare una sintesi a dieci anni dall’esordio, Novelli ricorre a una citazione di Pietro Nenni. «Mettiamola così, una volta archiviata la fase pirotecnica e innovativa dei “vaffa”, quando sono entrati nella stanza dei bottoni non si sono dimostrati all’altezza». La parola agli elettori.

Il prof grillino demolisce i 5 Stelle: "Abbandonano la democrazia diretta". Il prof Aldo Giannuli silura l'M5s: "Primarie bulgare, Di Maio non ha nessun vero concorrente". E critica pure il programma stellato, descritto come confuso ed impreciso, scrive Ivan Francese, Mercoledì 6/09/2017 su "Il Giornale". "La democrazia diretta è stata abbandonata dal MoVimento 5 Stelle": il professor Aldo Giannuli non ha dubbi. Il docente di Storia contemporanea da sempre considerato vicino ai grillini questa volta non fa sconti e attacca il partito che fu di Gianroberto Casaleggio in un'intervista a Repubblica. La disamina è impietosa: secondo Giannuli il M5S ha perso ogni tracca residua di democrazia interna, organizzando primarie per il candidato premier che avrebbero senso solo sulla carta, dal momento che "sono primarie bulgare e non so nemmeno se ci sarà qualcuno disposto a candidarsi" contro il candidato in pectore Luigi Di Maio. "L'unico che avrebbe potuto sfidarlo era Di Battista - ragiona Giannuli - Ma facendo il tour della Sicilia col vicepresidente della Camera ha perso credibilità". "Vogliono andare al governo, per fare cosa non importa. È lì che è scattata la scelta di Di Maio, il più rassicurante - chiosa - Sono state abbandonate le grandi battaglie, come quella sull'euro, il Jobs Act, la legge elettorale, le riforme. Resta quella sui vitalizi: poca roba." L'ex consigliere di Grillo e Casaleggio, che appena ad aprile era sul palco del grande raduno grillino di Ivrea, dei pentastellati non promuove nemmeno il programma elettorale, descritto come "pieno di buchi" e "scritto per tenere insieme questo e quello", come si potrebbe vedere dalla posizione su Europa ed euro

Il MoVimento ritratto da Giannuli è insomma al tempo stesso dirigista e confuso, determinato nella scalata al potere ma senza molte idee chiare su come gestirlo una volta ottenuto: "Da quando è morto Gianroberto Casaleggio non mi sembra si sia più votato su questioni calde come fu per il reato di immigrazione clandestina. Ad esempio - conclude - non si è votato sullo us soli".

Da Fico a Di Battista, ecco chi contende a Di Maio la premiership dei 5 Stelle. A meno di venti giorni dalla proclamazione del candidato premier del Movimento di Beppe Grillo mancano ancora regole e data del voto online. L'unica certezza è la candidatura del vice presidente della Camera, scrive Lucrezia Clemente il 5 settembre 2017 su "La Repubblica". In corsa alle primarie del Movimento 5 stelle "ci saranno più candidati". Lo aveva assicurato Alessandro Di Battista ai microfoni della Versiliana. Ma a meno di venti giorni dalla kermesse di Rimini, dove il 24 settembre verrà annunciato il candidato premier, sul blog a cinque stelle mancano ancora regole e nomi. L'unica certezza è la partecipazione di Luigi Di Maio, volto istituzionale del Movimento con alle spalle cinque anni da vicepresidente della Camera. Chi sfiderà dunque il favorito? Se a giugno il popolare Dibba escludeva la possibilità di candidarsi, ora, di ritorno dalla campagna elettorale per le regionali in Sicilia, non si sbilancia e annuncia "a tempo debito, saprete". Nel toto-nomi, quello del deputato romano trentanovenne è il più quotato. Con alle spalle un tour in moto in giro per l'Italia e un viaggio in Sud America, il garibaldino del Movimento strizza l'occhio all'ala più radicale dell'elettorato mentre Di Maio ha debuttato a Cernobbio per convincere banchieri e imprenditori della sua affidabilità come leader di governo. Disinvolto sui palchi come uno showman, Di Battista promette abolizione di privilegi e vitalizi per i politici di professione, fa quadrato attorno alla sindaca di Roma Virginia Raggi e approva la stretta su accoglienza e Ong. Nel toto-nomi c'è anche l'ipotesi della candidatura di Roberto Fico, l'ortodosso del Movimento, attuale presidente della commissione di Vigilanza Rai. Ad accreditarla, le recenti prese di posizione del deputato napoletano in materia di accoglienza e immigrazione, distanti dalla dottrina Di Maio. E se sulla vicenda dei rifugiati sgomberati a Roma in via Curtatone, Di Maio esprime solidarietà alle forze di polizia, Fico pubblica un lungo post su Facebook accusando di mala gestione ministero degli Interni e prefettura. "E' uno Stato che non mi rappresenta" scrive. In lizza per la premiership potrebbero esserci anche il senatore Nicola Morra, attualmente membro della commissione Affari Costituzionali, e Barbara Lezzi, passata agli onori della cronaca per il video, diventato virale, in cui motiva la crescita del Pil italiano con il gran caldo estivo. Tra le quote rosa si fa il nome anche di Paola Taverna, la pasionaria del Movimento che lotta contro vaccinazioni obbligatorie e lobby farmaceutica. Per lei si pensa anche ad una poltrona da ministro della Salute in una possibile futura squadra di governo a cinque stelle. Una sfida dunque incerta quella per la premiership, ma il ritardo nelle candidature non sembra preoccupare i grillini. Da Di Battista a Toninelli assicurano: l'importante è il programma che è stato deciso e votato in rete, chiunque vinca non cambia niente: del resto, nel Movimento "uno vale uno".

"Rivoluzionari? E quando mai". Per vincere in Sicilia il Movimento 5 Stelle fa come la Dc. Più concorsi pubblici per tutti. Tolleranza sugli abusi. E al popolo, selfie e sorrisi. La metamorfosi del trio grillino Cancelleri-Di Maio-Di Battista: meno "Vaffa", più Balena Bianca, scrive Susanna Turco il 4 settembre 2017 su "L'Espresso". Promette più posti di lavoro, borse di studio a centinaia, nuovi concorsi pubblici, comprensione per chi vive in case abusive. La sua parola chiave è “buonsenso”. La sua voglia di governare grondava già un anno fa: «Il nostro non è un movimento di protesta, ma di governo», ebbe a dire passeggiando con il leader supremo. Insomma, non è ancora ufficiale che Luigi Di Maio sia il candidato premier del M5S: ma di certo Giancarlo Cancelleri è il suo profeta. Abbastanza scaltro da annunciare in comizio di aver firmato una scrittura privata con la quale rinuncia «irrevocabilmente» alla pensione da deputato dell’Ars - anche se sa benissimo che ha un valore relativo, dal punto di vista legale. Sufficientemente elastico da chiarire: «Se il mio peggior nemico proponesse qualcosa di buono per i cittadini perché dovrei dire di no?». Non a caso lo definiscono “un Luigi delle zolfatare”. E la campagna d’agosto per la Sicilia, in tre con Alessandro Di Battista, per la conquista di Palazzo dei Normanni l’ha squadernato oltre ogni dubbio. Insieme con una precisa immagine della metamorfosi gattopardesca che, a dieci anni dal primo V day, si è compiuta nel Movimento. I grillini non sono più le nuove promesse dell’anti-sistema che aspettano sulla riva siciliana che il loro leader attraversi lo Stretto di Messina a nuoto, per fare la campagna elettorale in camper, come nel 2012. Non sono più, di sicuro, gli entusiasti delle autopresentazioni on-line e delle riunioni in streaming. Non più, soprattutto, i “terminali” o portavoce della volontà del popolo grillino. Altro che uno vale uno. Dopo la rupture dell’epoca del direttorio, ormai ci si vanta di attirare giornalisti: «La mia presenza qui ha contribuito a portare un po’ di telecamere, diciamolo anche», ha puntualizzato Di Maio, circondato dall’establishment in uno dei templi dell’establishment, il Centro studi americano di Palazzo Caetani. L’orgoglio delle telecamere puntate addosso: chiave di volta di un’epoca che ha lasciato alle spalle i dictat “no tv”. Nel tour per l’isola, vistosamente senza il fianco di Beppe Grillo, si è manifestata così l’ultima versione del movimento. Di Maio, Di Battista e Cancelleri tra i banchetti delle sagre o sopra un palco, più o meno accompagnati dalle rispettive fidanzate e mogli, che ridacchiano a sfondo cartolina, in giro per le rovine di Selinunte, coi grembiuli all’antico forno Santa Rita, intenti a caricare nel portabagagli alcune cassette di pesche nettarine. Tre fratelli Wright - così si sono soprannominati - che portano avanti l’idea semplice (e molto pro Di Maio) di una conquista progressiva del potere, quella già proposta per la corsa al Campidoglio: prima vinciamo in Sicilia, poi in Italia. E il Movimento appare ormai confezionato in un modo per cui il vasto campionario umano dei Cinque stelle risulta pressato, intruppato, in una specie di lavorazione in linea a flusso continuo, la produzione in serie di un certo tipo di messaggio, di un certo tipo di immagine, di un certo tipo di leader. Luigi Di Maio appunto, e i suoi fratelli più o meno pro tempore. Nel caso in specie: Alessandro Di Battista per il coté avventura&zazzera. Giancarlo Cancelleri per la declinazione Sicilia&responsabilità. Ormai è superata, in favore di un sincretismo molto prima Repubblica, anche quella specie di dualità che pure c’era l’anno scorso. Quando Di Maio faceva i suoi incontri e viaggi di accreditamento e Alessandro di Battista girava l’Italia per il no al referendum. Piazza contro grisaglia, ha pagato di più la piazza: dunque ora Di Maio s’è fatto piazza. Con la maglietta a nido d’ape, come di Battista (diversa solo la marca: Fred Perry contro Lacoste) e con tutta l’allegra paccottiglia delle campagne elettorali open air. Anche sul palco, comunque, i grillini sono garbati, abili, democristiani. Specie di rockstar del Parlamento che si presentano sul palco, in piazze più o meno affollate (dalla mezza vuota Alcamo al pieno di Marsala), in giro per sagre e orchestrine. A farsi vedere, stringere mani: come i politici di una volta. Sempre però circondati - ecco un’altra vistosa metamorfosi - non più da attivisti, ma da fan: cioè da persone che più che controllare l’attività degli eletti, proporre e risolvere problemi (era così in origine), fanno ormai volentieri la fila per il selfie o per l’autografo del tale personaggio tante volte visto in tv. Anche voi potete diventare come noi, è non a caso uno dei messaggi al popolo: come a ridurre una distanza che però c’è, tra politico e non politico. Insomma sono lontani i tempi in cui, il grillino candidato governatore si presentava così: «Piacere, Cancelleri, geometra» (in una azienda di serbatoi di benzina). O entrava per la prima volta con gli M5S a Palazzo dei Normanni in corteo: davanti gli eletti, dietro i cittadini, a mo’ di Quarto stato di Pellizza da Volpedo». A luglio scorso, nel giorno della sua consacrazione di candidato M5S attraverso il voto della sacra Rete - i risultati erano scontati da un pezzo - Cancelleri è andato ad accogliere in aeroporto, a Palermo, Grillo e Davide Casaleggio con un completo giacca e cravatta scura che lo rendeva indistinguibile da un Di Maio qualsiasi. Ma non è solo questione di tagli sartoriali. Dimenticato il tranchant delle origini, nel grillino che si fa governo, nell’M5 che si incarna in Di Maio, la distinzione diventa ragione di vita. Occasione di voto. Si può chiarire ad esempio che esiste un abusivismo edilizio di necessità, da distinguere dall’abusivismo selvaggio (l’ha fatto soprattutto Cancelleri, per la traduzione pratica rivolgersi al comune di Bagheria). Così come nell’ultimo anno si è voluto distinguere tra lobbies buone e lobbies brutte e cattive (l’ha fatto di Maio, tra una mattinata con gli ambasciatori Ue, un viaggio a Londra, un pranzo all’Ispi col presidente del ramo italiano della Trilateral). D’altra parte non si può dire sempre no. Dopo aver aperto la scatoletta di tonno, nell’olio di conserva bisogna poi navigarci. Anche mostrando una speciale abilità - già vista nella campagna elettorale per il comune di Roma - di procedere come in tondo con gli affondi e le critiche, riuscendo così nel capolavoro di attaccare l’azione, ma non chi la compie. Vale per l’abusivismo come per le amministrazioni che non funzionano. La colpa è dei politici, non dei proprietari; degli amministratori e di chi li ha scelti, non dei dipendenti. Un pezzo del grillopardismo sta proprio qua: va bene propugnare il cambiamento, ma senza mettere nei guai chi ci deve votare. In questo senso, gli “abusivi di necessità” della Sicilia sono come i dipendenti dell’Atac a Roma: incolpevoli. Ecco di tutto questo mood Cancelleri è perfetto interprete. Sopravvissuto con grande abilità al disastro per l’inchiesta sulle firme false a Palermo, di solidissimi e antichi rapporti con Di Maio, fedele fin sulla bordo della cecità, ma capace anche di condurre, da capogruppo a Palazzo dei Normanni, una memorabile trattativa travestita da non trattativa per le poltrone: «Noi non chiediamo nulla, solo perché sappiamo quello che ci spetta. Però certe logiche di spartizione a noi non interessano. Ma vogliamo ricoprire, con ruoli importanti, posizioni che ci consentano di portare avanti i nostri programmi politici», diceva (al Foglio). Solo, però, ma: ebbe così per i grillini una vicepresidenza di Assemblea. Ma senza chiederlo. Proprio come Di Maio.

Elezioni siciliane, ma il programma dei Cinque Stelle l’ha scritto Checco Zalone? Concorsi pubblici, assunzioni, reddito di cittadinanza, investimenti in sanità e infrastrutture: la ricetta dei Cinque Stelle per la Sicilia fa impallidire la Democrazia Cristiana degli anni d’oro. E anche oggi, il cambiamento lo facciamo domani, scrive Francesco Cancellato il 7 Agosto 2017 su “L’Inkiesta”. Non ci saranno i cosmetici mutabili, né i castelli ad equo canone, né tantomeno un concorso per allievo maresciallo da seimila posti a Mazara del Vallo, nel programma del candidato presidente a Cinque Stelle per la Regione Sicilia Giancarlo Cancelleri. Non ci saranno, ma quel che dovrebbe esserci, stando a interviste e indiscrezioni, potrebbe ispirare una nuova canzone a Checco Zalone. Già, perché la Prima Repubblica non si scorda mai, in Sicilia. E nemmeno il Movimento fa eccezione. Premessa doverosa: per tutti gli altri - destra, sinistra e centro - parlano il passato e il presente, e non è un bel parlare. Se l’Assemblea Regionale Siciliana costa 165 milioni di euro, contro i 68 milioni del Consiglio Regionale Lombardo, epicentro di una classe politica che stando alla Corte dei Conti è la più costosa d’Europa - un terzo dei dirigenti regionali italiani si trovano in Sicilia - non è certo colpa della Casaleggio Associati. E non sarà certo Beppe Grillo a fare dell’Isola l’idealtipo dell’assistenzialismo, delle clientele e dei posti pubblici elargiti come caramelle a ogni campagna elettorale. Cari grillini nostri, non bastano i tuffi in paracadute di Di Maio e Dibba, così come non bastava la nuotata di Grillo nello stretto di Messina per cambiare le cose in Sicilia. Basterebbe - è una parola, ce ne rendiamo conto - dire le cose come stanno. Ed evitare di sparare fuochi d’artificio assistenzialisti e clientelari come una Democrazia Cristiana (o una Forza Italia o un Partito Democratico) qualsiasi.

E però, cari grillini nostri, non bastano i tuffi in paracadute di Di Maio e Dibba, così come non bastava la nuotata di Grillo nello stretto di Messina per cambiare le cose in Sicilia. Basterebbe - è una parola, ce ne rendiamo conto - dire le cose come stanno. Ed evitare di sparare fuochi d’artificio assistenzialisti e clientelari come una Democrazia Cristiana (o una Forza Italia o un Partito Democratico) qualsiasi. Già, perché magari hanno capito come si vincono le elezioni siciliane, i nostri ragazzi meravigliosi. Ma promettere contemporaneamente il reddito di cittadinanza, e investimenti in personale sanitario e infrastrutture, concorsi pubblici con assunzioni di giovani e prepensionamenti dei dipendenti anziani vuol dire non aver capito nulla delle condizioni in cui è la Sicilia, una Regione che nel 2016 ha approvato il bilancio solo il 19 luglio, dopo che un lungo tira e molla con la Procura della Corte dei Conti, secondo cui il rendiconto era irregolare. E che è riuscita a non andare in default l'anno prima - il passivo era di 6 miliardi e rotti - solo grazie a un accordo con il Governo che ha concesso 1,2 miliardi di gettito Irpef aggiuntivo, in cambio della promessa di tagliare la spesa corrente del 3% a partire dal 2017. E non parlateci di new deal, per cortesia: la malsana idea che un po’ di welfare differito possa, in Sicilia, tramutarsi magicamente in sviluppo è roba da far rivoltare nella tomba persino Keynes e far saltare di gioia Cetto La Qualunque e Checco Zalone. Del resto, è la ricetta del disastro di settant'anni di malgoverno siciliano. Spiace non l'abbiano capito gli unici che, in quel contesto, potevano davvero cambiare qualcosa. Sarà per la prossima volta, se mai ci sarà.

La sinistra ora lancia accuse di assistenzialismo. Da che pulpito viene la predica! Scrive Alessandro Catto il 29 maggio 2017 su “Il Giornale”. Dopo l’uscita di Papa Francesco a favore del lavoro e contro il reddito di cittadinanza (questione eminentemente teologica, ndr) non sono mancati gli elogi da parte del mondo democratico e il continuo attacco, da parte di molti ambienti di centrosinistra, alla proposta avanzata dal Movimento 5 Stelle. Quest’ultima, nonché le presunte coperture volte a renderla possibile, sono certamente da prendere con le pinze. Una idea che in ultima istanza appare di difficile applicazione in un paese, l’Italia, che col deficit non ha un buon rapporto e che rischierebbe con ogni probabilità di non potersela permettere. Tutt’altro valore invece hanno le resistenze morali, o presunte tali, verso la misura. In primis perché è veramente giunta l’ora di aprire un dibattito serio sul rapporto tra avanzamento della tecnologia e riduzione dei posti di lavoro, inerente soprattutto il concetto di occupazione per come siamo stati abituati ad intenderlo, valutando se davvero il rischio sia presente o se è tutto frutto di sensazionalismo, pure slegandoci da un certo feticismo per il lavoro in salsa novecentesca che poco ha a che fare con un progresso degno di questo nome. Ha davvero senso, nel 2017, parlare di lavoro come se ne parlava cinquant’anni fa? Risulta davvero così stupido chiedersi se la globalizzazione, la modernizzazione e la tecnologia non impongano, laddove la loro presenza è più forte, una discussione sulle prospettive del lavoro salariato, specialmente nelle posizioni più umili? E in tutto questo, è davvero così fuori dal mondo provare a valutare assieme una proposta, quella del reddito di cittadinanza, che oltretutto potrebbe permettere di spezzare molte situazioni di ricatto che si creano quando si è costretti ad accettare un lavoro a qualsiasi condizione pur di portare a casa qualcosa?

Non sono certo un elettore pentastellato, ma mi sembra quantomeno sospetta questa repulsione a priori verso il tema, specialmente quando fatta da sinistra. Già, perché in tutto questo notiamo critiche urbi et orbi da parte di una porzione politica che ha il coraggio di lamentare il presunto assistenzialismo insito nella norma, quando per anni ci ha abituati a veder sciorinare il peggior assistenzialismo su misura. I fedelissimi che lavorano nello Stato senza che spesso ce ne sia alcun bisogno, le persone “sistemate” in qualche ministero, le assunzioni ad cazzum nella ricerca, il finanziamento di corsi prettamente inutili, gli sprechi, i burocratifici difesi a spada tratta dal sindacato del non-lavoro, le associazioni e associazioncine parastatali spesso finanziate da chi oggi si batte contro questa proposta, non hanno forse l’odore di un assistenzialismo ancora peggiore, perché mascherato da lavoro e capace oltretutto di appesantire ancor più il funzionamento del paese? Non è ridicolo sentir parlare di ciò una porzione politica che per decenni ha fatto del peggior assistenzialismo uno dei propri tratti di riconoscibilità, che dietro ad un distorto concetto di statalismo, divenuto spesso improduttivismo statale e culto della burocrazia, oggi si riscopre rappresentante del lavoro duro, vero, utile e retribuito?

Non fa rabbia vedere un sindacato e pure un papato che tacciono spesso e volentieri sulle storture di una immigrazione completamente deregolamentata, esporsi oggi contro chi cerca di rimediare al danno della concorrenza al ribasso causata proprio dai tanti silenzi avuti in decenni di battaglie pressoché inutili o molto, molto comode da condurre, spesso più politiche che lavorative o spirituali? Non fa rabbia questo totale scollamento dalla realtà fatto da pulpiti improbabili? Io lo trovo un cortocircuito pazzesco e dai tratti ridicoli. Nel tutto critiche alla proposta ce ne possono essere a bizzeffe. Ma le eviti chi sull’assistenzialismo ha costruito il proprio bacino elettorale per decenni.

Io, la sinistra, Grillo, i cretini. A pranzo con Michele Serra. Giornali, politica, satira e vaffa. “La mia lotta è non diventare cinico. Uno è moralista da giovane, poi diventa disilluso, infine rischia di diventare cinico”, scrive Salvatore Merlo su “Il Foglio” il 23 Settembre 2016. “Uno dei miei più antichi corrispondenti, di destra, una volta mi ha scritto così: ‘Mi spieghi perché non ti piace il web? Internet è puro comunismo. Merda gratis per tutti’”. E le parole “mio mondo e mio partito” forse un po’ gli bruciano in gola. “Non ci siamo più”, dice con una malinconica ironia. Estinti: come il bue primigenio, come il ghiro gigante di Minorca, come la tigre del Caspio. “E pure ognuno di questi pareva inestirpabile”. Qualche fossile ancora riemerge, tuttavia, qua e là. “Ma bisogna avere l’umiltà di accettare le cose nuove, anche quelle che non ti prevedono”. Come Matteo Renzi? “Mi capita di ricevere missive irose dei miei lettori: Ah, ma come fai?, Questo orribile provinciale fiorentino…, Bisogna fare qualcosa…. Ecco, io invece penso che non dobbiamo rompere i coglioni. Se la nostra sinistra diventa una mummia, noi possiamo anche diventare delle mummie noi stessi, ma non possiamo mica pretendere che anche tutto il resto del mondo si mummifichi”. E a questo punto lo sguardo fisso, che prima somigliava a un pugno chiuso, si scioglie in un ridere degli occhi, “bisogna avere uno sguardo non stupidamente arreso, ma nemmeno accigliato e corroso dal catastrofismo”. Così abbassa il tono di voce, stringe le palpebre, prende una voce non sua, che potrebbe essere quella dell’avaro di Moliére, o la caricatura fumettistica di un vecchio pessimista: “Ahhh, il mondo è diventato una merda! Non c’è più Berlinguer… Che palle!”. Ride, Michele Serra, con occhi che colgono senza riguardi il paradosso delle situazioni, e la comicità. Anche amara. E forse un po’ evoca “i compagni” volenterosi e tristi di Mario Monicelli, quei pasticcioni sconfitti e dolenti della commedia. “La mia famiglia d’origine ha perso”, dice, “ma il mondo continua anche senza di me”. E insomma esprime lo smarrimento dell’uomo di sinistra, la cui simmetria dei principi è stata scompigliata da un vento che spira da regioni che forse lui in tutta innocenza credeva non esistessero, fino a ieri, o fino all’altro ieri, o comunque fino all’incrinarsi delle certezze di un mondo al quale sente d’essere appartenuto – di appartenere? – “non solo da militante, ma da funzionario”. Strano dove le nostre passioni ci conducono, incalzandoci sferzanti, costringendoci a sogni indesiderati, a destini malaccetti. “Alle primarie votai Bersani. Poi mi sono pentito. A un certo punto mi sono accorto che votavo Bersani perché in realtà votavo per me stesso, mentre avrei dovuto votare contro me stesso, cioè avrei dovuto votare per Renzi”. In una delle sue rubriche, in un’Amaca, qualche settimana fa, aveva scritto: “Piuttosto che essere governato da uno come Di Maio, che non sa niente ma se la tira come se sapesse tutto, sopporto, anche se non la supporto, Maria Elena Boschi”. Che ti ha fatto la Boschi? “Niente”, risponde lui, con il suo sorriso arabo. “Mi sembra volenterosa… in Italia ci sono due modelli di quarantenne, quello renziano e quello grillino. Almeno quelli come la Boschi provano a dare un’impronta, a fare qualcosa”. I bamboccioni che il ministro Padoa Schioppa esortava a lasciare la casa genitoriale l’hanno fatto. “E invece cosa abbiamo fatto noi sessantenni di sinistra per dire di ‘no’?”. Ecco. Al referendum come voti? “Io voto per il ‘sì’, anche se vincerà il ‘no’. E vincerà il ‘no’ perché l’aria che tira è quella del disfacimento. E poi guardati intorno: mezzo Pd vota ‘no’, la destra vota ‘no’, la sinistra vota ‘no’, i grillini votano ‘no’…”. Il Naviglio Grande è nitido, largo e lindo, sembra la guancia ben rasata di Milano (mi dirà “Lui” tra poco: “Tutta questa zona aveva un suo fascino anche prima, ma un fascino malinconico, mentre adesso è un luogo allegro”).

La mattina è stata ansimante e boccheggiante, con scrosci di pioggia a tratti torrenziale. Da qualche minuto un sole malaticcio ravviva il cielo bianco, mentre dall’imboccatura di porta Ticinese ecco arrivare, dondolando appena, un signore dall’aria pensosa, ma allegra: pantaloni marroni, camicia chiara, una ciocca di capelli spettinata, e brizzolata, un filo di barba. E’ lui, Michele Serra. “Hai visto, ci sono i pesci nel Naviglio”, dice, indicando quelle acque che non sono più “perplesse”, come le descriveva Giuseppe Marotta negli anni Sessanta, ma che dopo il grande recupero dell’Expo hanno assunto un tocco attraente, adesso sembrano raccontare favole levigate. “Qui i sindaci sono stati bravi, anche quelli di destra. Ma soprattutto è stato bravo Giuliano Pisapia, che se volesse potrebbe diventare il vero avversario di Renzi… Solo adesso Milano palpita davvero di vita, di vita civile e di bellezza, quella stessa città che fu lugubre quando ero ragazzo e che invece mi scorreva attorno così estranea e rampante negli anni Ottanta”. E la città lugubre era quella in cui si spaccavano teste a sprangate, la città che negli Anni di piombo subiva attonita la bomba di Piazza Fontana, la violenza ideologica e il terrorismo. “In via Scaldasole frequentavo un circolo anarchico, del Movimento socialista libertario. Andavo lì con tre amici di scuola, Mario Ferrandi, Guido Salvini, ed Enrico Mentana. Il primo è finito all’ergastolo per terrorismo, il secondo è il giudice che ha riaperto le indagini su Piazza Fontana, il terzo è il direttore del Tg di La7. Pensa un po’”. La città che invece gli scorreva estranea, era la Milano di Bettino Craxi, quella da bere. Lo disprezzavi Craxi? “Lo consideravo un nemico. Credevo che avesse ragione Berlinguer, e lui torto. Ero abbastanza comunista, e abbastanza moralista”. A un certo punto però, qualsiasi cosa si faccia, le carte dei motivi e delle conseguenze si imbrogliano maledettamente, e quando gli anni passano nessuno sa più se ha agito bene o male. “Era facile essere moralisti all’epoca, forse c’erano anche delle esagerazioni, ma il sacco della città ci fu davvero. C’era un ceto emergente e spregiudicato, odioso”.

Dunque il Pci, la militanza, un intrico di pulsioni e intenzioni risalenti a tempi immemorabili ormai informi, forse senza scopo. “Entrai nel partito credo a diciotto anni, sezione ‘martiri di Modena’, in via Caccialepori. Entrai per autodifesa, forse anche per paura. Era il ’73 o il ’74 e la gente si apriva la testa a bastonate. Poi un giorno un mio amico andò a fare il militare e mi disse: ‘Vuoi il mio lavoro?’. E che fai? ‘Faccio il dimafonista all’Unità’”. Cioè lo sbarbatello al quale gli inviati dettavano i pezzi al telefono. “Così presi una vecchia Olivetti Lettera 22 di mia madre e mi esercitai nella dattilografia, ero imbranato ovviamente, ma dissi a quelli dell’Unità che ero un professionista. Mi presero. Facevo le notti. A quei tempi i giornali rombavano, erano fabbriche: la colata a piombo, la linotype, gli odori. I tipografi erano individui neri, inchiostrati, che bevevano latte per combattere l’avvelenamento da piombo (ma più spesso bevevano Campari Soda). Era vera classe operaia. Si parlava solo dialetto milanese, che per me, io che venivo da una famiglia borghese, era come una porta sbattuta in faccia, un fragoroso abbassarsi di saracinesca, dovevo farmelo tradurre”. Poi lentamente il passaggio alla scrittura, al giornalismo. Supremo, prezioso dilettantismo o capriccio. Almeno all’inizio. “Adesso sono venticinque anni che scrivo tutti i giorni. Una follia, un’ossessione. Ho scritto su Panorama, l’Espresso, Repubblica, Telesette, il Monello, l’Illustrazione italiana… Chissà quante stronzate ho scritto!”. Ricordane qualcuna, dai. “Per fortuna mi dimentico tutto, e per fortuna la carta va al macero”. C’è internet, ti avverto. “Ma mi hanno spiegato che per fortuna anche le memorie elettroniche hanno una loro obsolescenza”. Sì, ma credo di millenni. “Cazzo!”.

Giornalista, sbarbatello, squattrinato. Tuo padre – “era un vecchio liberale che lavorava in banca, al Banco di Roma” – non ti considerava un vagabondo, un perdigiorno, che faceva il giornalista? “Era un uomo pragmatico, guadagnavo qualcosa ed era contento così. E fuori c’era l’inferno, si sparava. Con mia madre invece, di destra e cattolica, era diverso… Era una lettrice di Gianna Preda e del Borghese, era una che scriveva lettere al re in esilio a Cascais. Alla fine dei suoi giorni divenne persino berlusconiana”. Tua madre era berlusconiana? Impossibile. “Eccome, no. Diceva: Finalmente con Berlusconi buttiamo a mare i comunisti’”. E tu? “E io le dicevo: Guarda, mamma, che tra questo burino e il re a Cascais c’è una bella differenza. Mio padre invece, che votava Malagodi, quando vedeva Berlusconi in televisione inveiva”. E a questo punto Serra racconta un episodio abbastanza comico. “Una volta Montanelli venne a Sanremo, dove allora abitavano i miei genitori. In casa mia c’era il mito di Montanelli, di Montanelli e di Ricciardetto, pseudonimo di Augusto Guerriero, un giornalista molto conservatore la cui risposta tipo ai lettori, su Epoca, era: ‘Lei è un cretino’. E insomma un giorno arriva Montanelli per un incontro pubblico, e allora mia madre ovviamente ci va. Si avvicina a Montanelli, lo ferma, erano gli anni in cui io cominciavo a farmi notare sull’Unità: ‘Sono la mamma di Michele Serra’, dice allo spilungone accigliato. E lui: E con ciò?. E lei: Ma è comunista! Che devo fare?. Ecco, questo siparietto me lo raccontò il vecchio Montanelli, moltissimi anni dopo, e ancora rideva”.

Ma a te Montanelli non piaceva. “Il mio modello giovanile era Fortebraccio, uno che lasciò la Dc e aderì al Pci per questioni di stile. Era asciutto, fazioso, feroce ed elegante. E poi Stefano Benni, con i suoi corsivi sul Manifesto. Quando ero ragazzo per noi Montanelli era un fascista. E ovviamente non capivo niente, ma l’età è una scusante. Una volta lo feci oggetto di un articolo di satira, dove lo prendevo in giro, lo facevo parlare come un vecchio conservatore polveroso e fuori dal tempo, forse anche un po’ rimbambito. Così un giorno mi squilla il telefono, in redazione. Voce imperiosa: Pronto, sono Montanelli! Sospensivo imbarazzo. Poi, ridendo: ‘Ma tu come fai a sapere che il Totocalcio io lo chiamo ‘Sisal’, e il frigorifero lo chiamo frigidaire?”. E allora io, alquanto sollevato: ‘Lo so perché anche mio padre e mia madre parlano così’. Da allora diventammo amici. Per un po’ ci siamo anche frequentati. Così quando Montanelli ruppe con Berlusconi e lasciò il Giornale, Walter Veltroni, che dirigeva l’Unità, mi disse: ‘Montanelli viene alla festa dell’Unità di Modena. Devi andarlo a prendere e moderare il dibattito’. Mi ritrovai in questa incredibile bolgia, a Modena. Montanelli era emozionatissimo: stava in mezzo ai comunisti, in mezzo ai nemici di una vita, che invece di fischiarlo lo abbracciavano. Ricordo che passammo con questo vegliardo, elegante e altissimo, tra due ali di folla che lo applaudiva. Fu una cosa un po’ edipica, per me. Era il mito di mia madre, ma anche una persona che io avevo già accettato da tempo e che ora veniva accettata dal mio mondo e dal mio partito”.

Il suo “mondo” e il suo “partito”, rieccoli. L’atmosfera spirituale di un’epoca forse trova la sua massima espressione non negli avvenimenti ufficiali, ma nei piccoli episodi personali. Una volta Maurizio Ferrara, direttore dell’Unità, deputato e dirigente del Pci, il papà di Giuliano, disse che Serra era il “capo del partito trasversale delle teste di cazzo”. Allora ricordo questa definizione a Serra, mentre ci siamo accomodati in un ristorante spalancato sul Naviglio e mentre lui continua a becchettare il prosciutto e melone, con gesti precisi, sorridendo e parlando. “Credo avesse ragione Maurizio Ferrara. Erano anni in cui c’era uno scontro forte tra la destra e la sinistra comunista, io ero ingraiano e Ferrara era amendoliano. E poiché ero anche irrequieto e movimentista, avevo preso, oltre a quella del Pci, anche la tessera dei Radicali, dei Verdi e degli antiproibizionisti. Insomma, forse, partito trasversale delle teste di cazzo era giusto”.

E com’erano i comunisti romani rispetto ai milanesi? “Erano romani. Dunque spiritosi, talvolta grevi. Scanzonati. Antonello Trombadori scriveva dei sonetti in romanesco, ispirati a Gioachino Belli. Una volta pubblicai degli apocrifi di questi sonetti, su Tango, la rivista satirica che dirigeva Sergio Staino, allegata all’Unità. Erano volgarissimi. Trombadori un po’ s’incazzò e un po’ rideva”. Giuliano Ferrara ti ha chiamato “umoralista”, invece, che ne dici? “E’ una definizione che non mi dispiace. Umore e umorismo appartengono alla stessa origine semantica”. Forse però ti dava anche del moralista, in realtà. “La mia lotta adesso è non diventare cinico. Uno è moralista da giovane, poi diventa disilluso, infine rischia di diventare cinico”.

Allora adesso sei disilluso? “Non proprio. Ora ho il senso del relativo. Faccio i conti con l’imperfezione, la mia e quella del mondo”. E dunque sei in grado di accettare Renzi, la nuova sinistra. “Tento di non farmi imprigionare dalla mia biografia”. E Massimo D’Alema invece? “Il suo è un rancore generazionale. Fa il vino… è così bello… faccia quello… anche io ho una campagna… ma capisco che lasciare la politica è difficile”. Però Walter Veltroni ha lasciato, senza strascichi di rancore, almeno evidenti. “Veltroni è diverso. Forse conta il carattere. Mollare è difficile. Ma è un passaggio che capita a tutti. Bisogna prepararsi a queste cose, credo. Il momento prima o poi arriva, e se non hai altre risorse sono cazzi. Perché non te ne fai una ragione”. C’è quella canzone di Jacques Brel… com’è che fa? “Ci vuole del talento / per invecchiare senza diventare adulti”. Ecco. E certo forse fa impressione la sfrontatezza giovanile di Renzi, ma in fondo non è molto differente da quella che, ciclicamente, dice Serra, si ripropone quando si cambia generazione, quando il vecchio inevitabilmente s’apparta (o più spesso viene fatto appartare). “Questi ragazzi un po’ garbatamente innovano e un po’ sgarbatamente forzano. Ma ci sono, e fanno. La legge Cirinnà è passata”. Bastava vedere il banco del governo, quando si compose, per la prima fiducia parlamentare, nel 2014: carte e smartphone e tablet e chincaglieria varia, che preciso preciso faceva venire in mente la cameretta del figlio “sdraiato” di Serra, quello del romanzo. [“a proposito, lo sai che è stato tradotto in polacco? Il mese scorso ha superato le quattrocentomila copie vendute”].

Qualche anno fa Serra diceva così: “Certe cose che dice Grillo sono sacrosante, e la sua non è antipolitica”. Ma lo pensi ancora? “Lo penso sempre, e penso che ‘antipolitica’ sia una definizione di comodo. E’ una scorciatoia. Grillo fa politica. Quanto al giudizio sul Movimento cinque stelle, ciò di cui diffido è quella patina lugubre che si diffonde dai volti delle persone. Le sedizioni hanno sempre avuto ospitalità nella storia. Ma lo sguardo sospettoso, meschino, non lo sopporto. Per fare le rivoluzioni, e per fare politica, ci vuole generosità. E invece questi del Movimento cinque stelle hanno una visione gretta delle cose: il mondo visto come una gigantesca macchinazione di certa gente per fottere altra gente. Nella vita viene premiata la generosità, a volte persino l’ingenuità, la grettezza mai”. Nel 1990 hai scritto uno spettacolo per Grillo, si chiamava “Buone notizie”. Siete amici? “Siamo stati molto amici, ho lavorato con lui per cinque anni. Quello era uno spettacolo tutto sull’informazione, sui giornali, i media… Mai avrei pensato che quelle cose potessero diventare programma politico”. Sei colpevole anche di questo? Serra ride. “Scrivevo satira, che sta su tutto un altro piano rispetto alla politica. Sono cose diverse: il linguaggio, il pubblico, il fine che ti proponi. Io già mi preoccupavo quando Sabina Guzzanti faceva questa confusione. Non si capisce più niente: stai facendo un comizio o mi fai pagare un biglietto? E il mio, guarda, è un rilievo tecnico”.

Il “vaffanculo” come programma di governo, insomma. C’è una grammatica deviata che rimanda ad altri tempi, quasi senza memoria, a mondi di pensatori gretti e di babbuini in stivaloni militari? “Capisco che il momento storico sia assai confuso, ma insomma, ‘vaffanculo’ nella satira va bene, però se diventa programma politico è insignificante, non vuol dire nulla, un po’ inquieta”. Se dici “vaffanculo” puoi anche pensare che Pinochet fosse in Venezuela, e non in Cile, chi se ne importa: tanto con vaffanculo hai spiegato tutto. “L’unica cosa per la quale mi sento vecchio è quando dico che c’è un arretramento culturale forte. E generalizzato. Che sdogana un po’ tutto e un po’ tutti. E’ un dato qualitativo, non quantitativo. Nel Pci ho conosciuto contadini che erano colti, nel senso che sapevano collegare la loro condizione di subalternità al fatto che sapevano poco e dunque volevano mandare i figli all’università. Io in questo rimango vecchio ex comunista. L’idea che l’ignoranza fosse qualcosa da cui emendarsi era tutto: il Pci era la favola, l’apologo di Di Vittorio che a dodici anni studia il dizionario della lingua italiana a memoria”. [Lampo ironico: “Mi rendo conto che ti sto facendo un discorso da Frattocchie, da scuola di partito”]

E Serra sta all’incirca dicendo che esiste una differenza oggettiva tra Norberto Bobbio e Matteo Salvini, par di capire. “Una volta un leghista, Speroni, al termine di una trasmissione, e spente le telecamere, mi disse: ‘Si ricordi che io sono maleducato perché rappresento elettori maleducati. E’ la democrazia’. Ecco, Speroni aveva ragione. Però anche io ho ragione se dico che Hegel e Carlo Sibilia non sono precisamente uguali. Sibilia è l’ignoranza rivendicata, quella che individua ogni professionalità, anzi la tecnica in sé come ‘casta’. La frustrazione sociale è fisiologica, però bisogna governarla, individuare dei percorsi… Io ho conosciuto operai del Pci che erano dei prìncipi: aplomb e dignità. Erano classe dirigente. Non riesco a credere a una classe dirigente che pensa che la mediocrità possa sostituirsi all’eccellenza, persino all’eccellenza castale. Nel Pci la rabbia, che è benzina del mondo, stava dentro una cultura, una gerarchia e un ordine dove ‘sapere’ e ‘saper fare’ contavano”.

E qui, con fraseggio godurioso, mentre arriva un risotto alla milanese, Michele Serra comincia a parlare con l’accento di Genova: sta imitando Beppe Grillo. E’ identico: “’Lascia stare, belìn… l’idraulico te lo vuole solo mettere nel culo… Dai retta a me… C’è il cugino del cognato di mia moglie che non è idraulico, e dunque ti sa riparare i tubi molto meglio…’. Questa è la filosofia di Grillo”, dice Serra. “E’ un modo di pensare che interpreta la più generale crisi della delega, cioè quell’idea piuttosto normale secondo la quale tu affidi a dei professionisti le mansioni che non sei ovviamente in grado di svolgere da solo. Grillo la ribalta: i tecnici ti vogliono solo fottere, stai attento. Il Movimento cinque stelle nasce così: nessuno si fida più di nessuno. Specialmente non ci si fida di quelli che hanno un sapere tecnico di qualche genere. Prendi questa frase Grillo: Tutto quello che scrivono i giornali è falso. E insomma il cittadino, bordeggiando bordeggiando, secondo lui si informa da solo sul web… Ma che cazzo stai dicendo?”.

Intanto i giornali non li comprano. Dieci anni fa Repubblica e Corriere viaggiavano intorno al milione di copie, oggi saranno poco più di duecentomila. “Perché c’è internet, ma anche perché in Italia i quotidiani sono oggettivamente bruttini. Gli editori hanno deciso che i giornali non li fanno i giornalisti ma i manager e gli uffici marketing. E poi una volta il quotidiano era identitario, la gente lo teneva sotto braccio per farlo vedere”. E adesso? “Io penso che i giornali, alla fine, diventeranno come i sigari cubani. Pochi, e spero buoni. Per pochi. Tutti gli altri si informeranno sul web. Uno dei miei più antichi corrispondenti, uno che mi scrive da anni delle lettere, e che è di destra, una volta mi ha scritto così: ‘Mi spieghi perché non ti piace il web? Internet è puro comunismo. Merda gratis per tutti’”. Sono in tanti a scriverti? “Ho una decina di corrispondenti affezionati. Con quasi tutti era iniziata con uno scontro, ma se poi le fai ragionare le persone cambiano tono”. E quando ti insultano? “Me ne infischio. Non rispondo, e ti assicuro che nemmeno mi arrabbio più. E’ come un rumore di fondo. Gli imbecilli, i mediocri, i poveretti… c’è di meglio da fare che andargli dietro”. C’è molta violenza verbale in giro. “C’è malanimo, frustrazione, sembriamo una società abbastanza infelice. Poco serena. Ci tocca. E’ così. La cifra costante della società di massa è la mediocrità”. Lo penso anche io, ma non è una cosa un po’ snob da dire? “Guarda, oggi va così. Se uno tira una scorreggia e tu glielo fai notare, quello è capace che ti risponde: Ehhh, quanto sei snob!. Io non mi sento snob, anzi credo proprio di essere il contrario, sono pop semmai. Niente è più snob di pensare che la massa meriti la merda. Anche otto milioni di mosche possono avere torto a convergere su un escremento. Se poi magari gli fai vedere che c’è anche dell’altro, che c’è una cosa che si chiama cioccolata, che è fatta con il cacao, che è buona… chissà magari li convinci. Questo significa essere snob?”.

A proposito di mosche: ce ne sono un paio che si avvicinano al nostro tavolo ormai vuoto di vivande, ma se ne vanno subito, con un brivido d’ali che esprime delusione. “Ti accompagno al taxi”, dice Serra, che intanto stabilisce che il conto lo paga lui (solo che invece di firmare la ricevuta della carta di credito, firma lo scontrino fiscale. Poi per un pelo non lascia anche la carta di credito alla cassa). Ma è vero che ti sei messo a produrre profumi, “Serra e Fonseca?”. E lui, con un sorriso arabo: “Fa tutto mia moglie. Io sono tifosissimo suo, ma non sono nemmeno socio. Tuttavia, guardandola, ho capito una cosa, e cioè che fare impresa in Italia è difficilissimo. Metà del tempo che uno dovrebbe impegnare per il prodotto, te lo toglie la burocrazia”. Non è che diventi di destra? Berlusconi sarebbe d’accordo. “Ma anche Renzi”.

DEFICIT SPENDING A 5 STELLE, scrive Claudio Romiti il 10 agosto 2017 su “L’Opinione". Il giornale digitale “Linkiesta”, in un articolo firmato da Francesco Cancellato, si chiede, in merito alle prossime elezioni siciliane, se il programma del Movimento Cinque Stelle non l’abbia scritto Checco Zalone. Analizzando infatti il corposo fardello di promesse elettorali con cui i grillini intendono conquistare la patria dell’assistenzialismo italiano, il nostro esprime una critica durissima nei loro confronti, associandoli nei metodi alla vecchia Democrazia Cristiana: “... promettere contemporaneamente il reddito di cittadinanza, e investimenti in personale sanitario e infrastrutture, concorsi pubblici con assunzioni di giovani e prepensionamenti dei dipendenti anziani vuol dire non aver capito nulla delle condizioni in cui è la Sicilia, una Regione che nel 2016 ha approvato il bilancio solo il 19 luglio, dopo che un lungo tira e molla con la Procura della Corte dei Conti, secondo cui il rendiconto era irregolare”. Una Regione perennemente sull’orlo del baratro che, come sottolinea ancora Cancellato, nel 2015 ha evitato il default, con un passivo di oltre 6 miliardi, solo in virtù di corposi aiuti finanziari concessi dallo Stato centrale. Ma ora arrivano i “ragazzi meravigliosi” di Beppe Grillo a sistemare le cose. Incuranti delle leggi della fisica, e soprattutto della matematica, questi nuovi campioni della cosiddetta democrazia acquisitiva, quella che per capirci ottiene il consenso con alte dosi di spesa pubblica e di debiti, anche in Sicilia ripropongono il loro modello di assistenzialismo integrale. Da questo punto di vista si può dire che la cultura politica dei grillini, se tale la vogliamo definire, rappresenta una sorta di estremizzazione a tutti i livelli di quel collettivismo strisciante che ha caratterizzato, senza soluzione di continuità, l’evoluzione politica italiana a partire dal boom economico dei primi anni Sessanta. Una lunga fase che, per l’appunto, ha sempre avuto negli aspetti legati all’assistenzialismo pubblico un elemento politico dirimente. In questo senso, i grillini interpretano una diffusa convinzione secondo la quale, presumendo che il potere politico possegga quantità illimitate di risorse da redistribuire, è solo a causa di amministratori disonesti che non si riesce a raggiungere il paradigma marcusiano di una società opulenta in cui tutti possono godere di un reddito adeguato ai loro bisogni, “lavorando” al massimo un paio di ore al giorno. Ovviamente laddove un simile, dissennato modello è stato in parte raggiunto per ampie fasce di popolazione, come appunto accade in Sicilia da decenni grazie agli enormi trasferimenti che viaggiano sempre da Nord a Sud, il M5S ha buon gioco nel proporre ulteriori camionate di onestissimi pasti gratis. Nel Paese dei balocchi era inevitabile che prima o poi arrivasse un non-partito fondato e diretto da un comico genovese a piantare ovunque copiose quantità di alberi degli zecchini d’oro.

Di Maio va a Cernobbio e rinnega il populismo. Il vicepresidente della Camera partecipa ai lavori del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Di Maio smussa gli angoli più spigolosi del programma del Movimento 5 Stelle, scrive Luca Romano, Domenica 3/09/2017 su "Il Giornale". Non ci sono più i populisti di una volta. Pensate cosa succede a Cernobbio, al Forum Ambrosetti che ogni anno ospita i leader della politica e dell'economia. Il vicepresidente grillino della Camera, Luigi Di Maio, fa sapere che loro non sono estremisti, populisti ed anti europeisti. Nel suo intervento Di Maio prova a correggere le posizioni del suo movimento sull'Europa: "Noi vogliamo restare nell'Ue e discutere alcune delle regole che stanno soffocando e danneggiando la nostra economia. Anche i soldi che diamo al bilancio dell'Ue ogni anno devono essere uno dei temi da sottoporre alle altre nazioni". Critiche sì, ma toni decisamente più sofft verso Bruxelles. E rivendica un merito: "Sulla politica monetaria - osserva Di Maio - noi abbiamo avuto il merito di scatenare il dibattito e a questo è servito il tema che abbiamo posto del referendum sull'euro come peso contrattuale, come extrema ratio e via di uscita nel caso in cui i paesi del Mediterraneo non dovessero essere ascoltati, ma noi non siamo contro l'Ue". Sembrano lontani anni luce i tempi del "Vaffa Day", con Grillo che in piazza, a Bologna, battezzò il Movimento 5 Stelle mandando tutti a quel Paese. Oggi, dopo quattro anni dallo sbarco in parlamento, il Movimento 5 Stelle soga in grande: vuole andare al governo. E per questo fa i conti coi "poteri forti". Non solo dialogando, ma indossando l'abito buono, quelle delle cerimonie. "Sono qui per dire che non vogliamo creare un'Italia populista, antieuropeista, estremista". Di Maio dà il meglio di sé per dare un'immagine rassicurante del M5S al mondo economico-finanziario. Alcuni imprenditori che hanno partecipato al dibattito con Di Maio, Matteo Salvini e Giovanni Toti, spiegano che Di Maio ha molto annacquato la carica antisistema dei pentastellati: "Creare e non distruggere", sottolinea Di Maio. Incalzato dal finanziere Davide Serra, vicino al Pd di Renzi, Di Maio ridimensiona persino l'importanza del referendum per uscire dall'euro. Ne parla come di "extrema ratio". "Sono molto scettico - prosegue Di Maio - sulla possibilità di fare una nuova legge elettorale. Se dovessimo arrivare primi alle prossime elezioni - aggiunge - chiederemo il mandato al presidente della Repubblica e chiederemo a tutte le forze politiche di darci fiducia per realizzare questa idea del paese". Salvini e Di Maio non sono stati sdoganati dalla partecipazione al convegno di Cernobbio "ma dagli elettori". Lo afferma il ministro della Giustizia Andrea Orlando al seminario Ambrosetti. "Lo sdoganamento lo hanno fatto gli elettori - ha detto il Guardasigilli - penso sia giusto prendere atto di queste realtà politiche per le quali però è difficile fare i conti con la realtà". Più distaccato il giudizio di Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria. "Noi valutiamo i partiti e la politica dai provvedimenti non dalle persone. Per noi in teoria sono tutti credibili. Dipende poi dalle proposte in termini di politica economica. Li valuteremo in funzione delle proposte".

Aiuto, sono spariti i populisti! Scrive Carlo Fusi il 5 Settembre 2017 su "Il Dubbio". Salvini e Di Maio cambiano abito e strategia politica, spiazzando Renzi e il Cav. Omamma: e adesso? Compulsando le cronache da Cernobbio, amena località in riva al lago di Como dove annualmente il Gotha imprenditoriale italiano si assiepa, un solo grido di dolore erompe dai petti: aiuto, mi si sono ristretti i populisti. Anzi, altro che ristretti: semplicemente spariti. Così, infatti, da un giorno all’altro, succede che i campioni di un fenomeno che sembrava avesse espugnato il cuore ( e la pancia) degli italiani Santo Graal capace di trasformare in inafferrabile purosangue lanciato verso il potere perfino il più imbolsito dei ronzini – annunciano la resa. «Non siamo populisti», fanno sapere all’unisono Luigi Di Maio, candidato premier non ufficiale dei Cinquestelle, e Matteo Salvini, ufficiale competitor di Silvio nella campaign raceverso palazzo Chigi che è cominciata e finirà nel 2018. Appunto: e ora che si fa? Secondo logica, bisogna per prima cosa avvertire quelli che ancora non lo sanno. O non lo hanno capito. Per esempio gli elettori dei due partiti, sciaguratamente cullati nelle certezze che furono. A partire dal numero uno dei grillini, il Garante del MoVimento, quel Beppe Grillo che era abituato a chiudere i suoi comizi rivolgendosi con smorfioso scherno alle telecamere dei Tg gridando: «Populistiiii!». Ben sapendo che rimpiazzare quell’urlo di guerra con l’altro appena coniato da Di Maio. «Smartistiiii!» non produce lo stesso risultato. Poco male: Grillo è uomo di palcoscenico e s’inventerà qualcosa. In alternativa può sempre chiedere aiuto ai levigati algoritmi di Casaleggio jr. Quanto a Salvini, nessun problema: è noto che i tanti che si riunivano sul pratone di Pontida indossando gli elmi con le corna tutto erano tranne che populisti: al massimo prosecutori delle gesta del Longobardi. Un po’ come i centurioni farlocchi che a Roma stazionano davanti al Colosseo per gli immancabili selfie con i turisti. Poi, proseguendo, sarebbe d’uopo scuotere gli avversari. A cominciare da Matteo Renzi che da dopo il referendum aveva elaborato una sottile quanto fondamentale strategia politico- comunicativa proprio sul quel punto basata: ossia il Pd unico argine contro il populismo di leghisti e grillini. Squassato dal terremoto grillino- leghista, come riparare? Urge Leopolda ad hoc cui magari invitare Angelino Alfano come guest star. Per non parlare di Berlusconi. Il vecchio e saggio ex Cav aveva costruito il suo ritorno al centro dell’agone politico puntando a diventare il baluardo moderato per frenare gli eccessi di Matteo, alleato senz’altro infido e soprattutto ingeneroso. Beh, cambiare all’improvviso le carte in tavola non si fa: non è carino confondere gli ottantenni. Ok, adesso però basta con il sarcasmo: com’è noto, infatti, il gioco è bello solo se dura poco. E poi se è certo che non è sufficiente il discorsetto ad un convegno e qualche dichiarazione ai Tg per cambiare la percezione che i cittadini hanno di un partito, è altrettanto sicuro che l’uscita del duo Di Maio- Salvini risulta tutt’altro che estemporanea o casuale. Fanno così per accreditarsi come forza di governo, è la spiegazione più gettonata. Senz’altro. Ma a parte che già il fatto che entrambi siano percepiti come possibili premier testimonia del vento che tira nel Paese, tanta resipiscenza non ha il medesimo effetto per l’uno e per l’altro. Nel contenitore di centrodestra improvvisamente – vero o falso che sia tornato maggioritario Salvini rappresenta la parte più dinamica. Logico che chi guida le imprese ( ma non solo loro) sia desideroso di misurarne la stoffa e le ambizioni. Ben sapendo che in caso di vittoria elettorale al Matteo 2 sarà necessario rivolgersi perché Salvini è l’uomo che agli occhi di molti appare il più adeguato a drenare in libera uscita consensi dai Cinquestelle, rovesciando lo schema che fin qui a destra è andato per la maggiore. Per quel che riguarda Di Maio, al contrario, il nodo è un altro e si chiama trasversalismo. Come è evidente da tempo, la forza dei Cinquestelle risiede nel fatto che pescano voti sia a destra che a sinistra: hanno funzionato e funzionano in un riflesso “contro” che tuttavia va in tilt nel momento in cui, arrivati al potere, è necessario prendere decisioni e inevitabilmente si finisce con lo scontentare una parte della propria costituency. Il problema, dunque, non riguarda il vicepresidente della Camera in quanto tale: riguarda il Movimento tout court. Chiunque sarà il candidato premier dei grillini avrà il medesimo problema da affrontare. Con il rischio che risulti irrisolvibile. Poi, appunto, ci sono gli altri. Berlusconi farà di tutto per stabilizzare a proprio favore la leadership ma è zavorrato dal fatto che non possiede una strategia valida nel confronto con la Lega salviniana: oscilla tra impennate autonomistiche e costrittive subalternità. Il nervo più scoperto, in quanto rappresenta un polo a sè e il competitor numero uno, è quello del Pd e di Renzi. Se è vero che l’ex premier volutamente gioca a schiacciare Silvio su Matteo convinto in questo modo di calamitare meglio i voti moderati del centrodestra, con la sua mossa Salvini rischia di tagliargli l’erba sotto i piedi: se cade il totem del populismo, infatti, i consensi moderati potrebbero restare dove sono, senza grande fatica. E del resto se davvero Renzi vuole ammantarsi dell’usbergo di unico e solo scudo al populismo, mal si comprendono certi suoi ammiccamenti dei mesi scorsi e di adesso: dal taglio delle poltrone come asset privilegiato nello scontro referendario all’abolizione dei vitalizi contro cui alla fine si è schierato perfino il capogruppo al Senato, Luigi Zanda, accusando la legge di incostituzionalità. Per ultimo c’è anche un gioco tanto machiavellico quanto, per alcuni, inconsistente. Quello cioè per cui l’abbandono del populismo sarebbe nient’altro che l’uovo di Colombo per giustificare, una volta chiuso lo scontro elettorale magari senza vincitori acclarati, una possibile alleanza di governo tra Cinquestelle e Carroccio. Fondato o meno che sia, si tratta comunque di un orizzonte che più passano i giorni più si dimostra oneroso per il centrodestra e politicamente assai poco redditizio. In caso di risultato elettorale deludente, infatti, sia che Berlusconi si rivolga a Renzi sia che Salvini vellichi i Cinquestelle, si tratterebbe in ogni caso di intese siglate non nella veste di protagonisti bensì a rimorchio.

«Il compito della magistratura? Sottomettere la politica», scrive Piero Sansonetti il 6 Settembre 2017, su "Il Dubbio".  Ho letto con molto interesse – e qualche apprensione… – il resoconto stenografico degli interventi del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, e del sostituto procuratore della Dna (Direzione nazionale antimafia) Nino Di Matteo, pronunciati qualche giorno fa alla festa del Fatto Quotidiano, in Versilia. Li ha pubblicati ieri proprio il Fatto considerandoli, giustamente, documenti di grande interesse giornalistico e politico. Potrei scrivere per molte pagine, commentandoli. Mi limito invece a pochissime critiche e soprattutto a una osservazione (alla quale, contravvenendo a tutte le regole del giornalismo, arriverò alla fine di questo articolo) che mi pare essenziale. Essenziale per capire l’Italia di oggi, per decifrare il dibattito pubblico, e per intuire a quali pericoli sia esposta la democrazia. Innanzitutto voglio subito notare che sebbene il Fatto pubblichi i due interventi, intervallando brani dell’uno e brani dell’altro, quasi fossero un unico discorso, si nota invece una differenza, almeno nei modi di esposizione, molto netta. Roberto Scarpinato dà l’impressione di avere una conoscenza approfondita dei fatti e anche della storia (italiana e internazionale) nella quale vanno inquadrati. Nino Di Matteo sembra invece soprattutto travolto da una indubbia passione civile, che però lo porta a scarsa prudenza, sia dal punto di vista formale sia nella ricostruzione storica. La tesi di fondo dei due interventi però è un’unica tesi. La riassumo in cinque punti. Primo, la mafia nel 1992, dopo la caduta del muro di Berlino, decise di intervenire nella politica italiana perché terrorizzata dall’idea che – finite le ideologie e i veti, e il famoso fattore K che escludeva i comunisti dal governo – potesse prendere il potere una coalizione composta da sinistra democristiana (ex zaccagniniana) ed ex Pci, all’epoca Pds. «Condannare i criminali? No, il compito della magistratura è sottomettere la politica». Secondo punto, in questa ottica, dopo le stragi del 1993, si svolse una trattativa tra lo Stato e la mafia e questa trattativa, pare di capire, coinvolse essenzialmente elementi dell’ex sinistra dc (Mancino, Mannino, forse De Mita) e dell’ex Pci (Giorgio Napolitano). Terzo punto, è stato proprio Giorgio Napolitano a delegittimare il processo sulla trattativa tra Stato e mafia che si sta spegnendo a Palermo tra assoluzioni e prove mancate: e la cattiva sorte di quel processo è da imputare non a una cattiva impostazione delle indagini e delle tesi di accusa, ma all’intervento dell’allora capo dello Stato. Quarto, la mafia da allora ha cambiato pelle, ha rinunciato ad usare la violenza e l’omicidio per condurre la sua strategia, e questo la rende ancora più pericolosa, perché riesce a crescere semplicemente usando lo strumento della corruzione e addirittura, in certe occasioni, senza neppure commettere reati formali. Il quinto punto lo accenno appena, perché ci torniamo alla fine – è il punto chiave – riguarda il compito e la missione della magistratura. Naturalmente i primi quattro punti sono in forte contraddizione l’uno con l’altro. Ad esempio non si capisce come facesse la mafia, quando ha iniziato l’attacco allo Stato (che Scarpinato e Di Matteo datano con l’uccisione di Salvo Lima del marzo 1992), a prevedere il crollo del potere politico italiano, che allora era ancora saldamente nelle mani del pentapartito, e non certo del Pci, che viveva un nerissimo periodo di crisi. Nessun analista politico previde Tangentopoli (neppure dopo l’arresto di Mario Chiesa) che esplose clamorosamente dopo l’uccisione di Falcone, né tanto- meno le conseguenze di Tangentopoli, eppure l’attacco della mafia iniziò prima di Tangentopoli. E non si capisce molto bene neanche perché la mafia uccidesse Lima ( destra Dc), e poi Falcone ( che era legato ai socialisti di Craxi) se voleva colpire la sinistra Dc e l’ex Pci, che di Lima e Falcone erano nemici; né si capisce perché furono Napolitano e Mancino ( ex Pci e sinistra dc) ad aiutare la mafia che era terrorizzata – se capiamo bene – perché temeva che Napolitano e Mancino andassero al potere…Fin qui, diciamo con un po’ di gentilezza, è solo un bel pasticcio, che certo non si regge in piedi come atto d’accusa. Né giudiziario, né politico, né tantomeno storico. E si capisce bene perché il processo Stato- mafia stia finendo a catafascio. Scarpinato e Di Matteo da questo punto di vista hanno avuto la fortuna di parlare, in Versilia, ad una platea amica che non aveva nessuna voglia di fare obiezioni (così come, in genere, non ne ha quasi mai il giornalismo giudiziario, e non solo, italiano). Ma il punto che mi interessa trattare è il quinto. L’idea di magistratura che – temo – va affermandosi in un pezzo di magistratura. Cito alcuni brani, testuali, di Di Matteo, che sono davvero molto istruttivi. In un crescendo. «Oggi si sta nuovamente (sottinteso, la politica, ndr) mettendo in discussione l’ergastolo, l’ergastolo ostativo, cioè l’impossibilità, per i condannati per mafia, di godere dei benefici. Si sta cominciando a mettere in discussione, attraverso anche, purtroppo, un sempre più diffuso lassismo nell’applicazione, l’istituto del 41 bis, il carcere duro (….)». E più avanti: «I fatti sono fatti, anche quando vengono giudicati in sentenze come non sufficienti per condannare qualcuno… Adesso la partita è questa: vogliamo una magistratura che si accontenti di perseguire in maniera efficace i criminali comuni (…) o possiamo ancora aspettarci che l’azione della magistratura si diriga anche nel controllare il modo in cui il potere viene esercitato in Italia? Questa è una partita decisiva per la nostra democrazia». La prima parte di questo ragionamento è solo la richiesta di poteri speciali, non nuova, tipica del pensiero reazionario (e non solo) da molti anni. In realtà i magistrati prudenti sanno benissimo che il 41 bis è carcere duro (e dunque è in contrasto aperto e clamoroso con la nostra Costituzione) ma stanno attenti a non usare mai quella definizione. Quando, intervistando qualche magistrato, ho provato a dire che il 41 bis è carcere duro, sono sempre stato contestato e rimproverato aspramente: «Non è carcere duro – mi hanno detto ogni volta – è solo una forma diversa di detenzione…». Di Matteo, lo dicevo all’inizio, è trascinato dalla sua passione civile (che poi è la sua caratteristica migliore) e non bada a queste sottigliezze, dice pane al pane, e carcere duro al carcere duro. Non so se conosce l’articolo 27 della Costituzione, probabilmente lo conosce ma non lo condivide e non lo considera vincolante. Così come non considera vincolante l’esibizione delle prove per affermare una verità, e questo, da parte di un rappresentante della magistratura, è un pochino preoccupante. Quel che però più colpisce è la seconda parte del ragionamento. E cioè le frasi che proclamano in modo inequivocabile che il compito della magistratura è mettere sotto controllo la politica (sottometterla, controllarla, dominarla, indirizzarla), cancellando la tradizionale divisione dei poteri prevista negli stati liberali, e non può ridursi invece a una semplice attività di giudizio e di punizione dei crimini. E’ probabile che siano pochi i magistrati che commettono la leggerezza di dichiarare in modo così chiaro ed esplicito la loro idea di giustizia, del tutto contraria non solo alla Costituzione ma ai principi essenziali del diritto; però è altrettanto probabile che il dottor Di Matteo non sia il solo a pensarla in questo modo. E siccome è anche probabile che esista una vasta parte del mondo politico, soprattutto tra i partiti populisti, ma anche nella sinistra, che non disdegna le idee di Di Matteo, e siccome non è affatto impossibile che questi partiti vincano le prossime elezioni, mi chiedo se esista, in Italia, il rischio di una vera e propria svolta autoritaria, e antidemocratica, come quella auspicata da Di Matteo – non so se anche da Scarpinato – o se esita invece una tale solidità delle istituzioni e dell’impianto costituzionale da metterci al sicuro da questi pericoli.

DIFFIDATE DEI 5 STELLE.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

I nostri politici sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti. 

#90secondi, Pietro Senaldi il 28 Dicembre 2017 su "Libero Quotidiano": "Auguri alla Costituzione: se siamo messi male è anche colpa sua". Lo scorso 27 dicembre c'è chi ha festeggiato il settantesimo anniversario della Costituzione italiana. Un testo fondamentale, quando è nato, ma che oggi ha bisogno di una radicale svecchiata, se vogliamo salvare l'Italia.

Contro gli "eletti illegittimi" in difesa della Costituzione. Il prossimo Parlamento sarà eletto con una legge elettorale immorale e truffaldina e dunque incostituzionale. Parola di Zagrebelsky e di Montanari, scrive Massimo Bordin il 29 Dicembre 2017 su "Il Foglio".  Gli eletti illegittimi non cambino la Carta. A leggere ieri questo titolo, nella pagina dei commenti del Fatto, veniva da chiedersi se il giornalaio si fosse confuso ritirando fuori una vecchia copia del quotidiano ai tempi della riforma costituzionale. Effettivamente una polemica del genere ci fu all’epoca del voto del Parlamento, poi contraddetto dal referendum, ma non c’è stato nessun errore e nessuna ristampa. L’articolo intendeva riferirsi alla stretta attualità e non agli eletti del Parlamento ormai al capolinea ma a quelli ancora da eleggere. Tomaso Montanari ha inteso mettersi avanti col lavoro, intimando ai candidati di impegnarsi solennemente almeno a non modificare la Costituzione, considerato che la loro elezione avverrà attraverso una legge elettorale immorale e truffaldina e dunque incostituzionale. Qui il ragionamento, per così dire, di Montanari ha un’impennata, necessaria per superare un ostacolo. Il professore non può non convenire sul fatto che la Corte costituzionale non si sia neppure sognata di pronunciarsi in quei termini sulla nuova legge elettorale, ma non è questo il punto. Quello che conta, scrive il professore, è che molti insigni costituzionalisti l’abbiano fatto e che fra essi in particolare spicchi il parere, per di più espresso sulle pagine del Fatto, di Gustavo Zagrebelsky. Tanto deve bastare a decretare l’illegittimità preventiva degli eletti. Per fermare un Parlamento una volta era necessario un monarca, oggi può bastare un principe ucraino.

Questa è la peggior legislatura di sempre? Non avete ancora visto la prossima. Nel 2013 c’erano tre poli, ora ce ne sono cinque. Non c’era una legge elettorale, non ci sarà nemmeno ora. Almeno però Renzi aveva una strategia, allora, ora non c’è nemmeno quella. Il peggio deve ancora venire? Probabilmente sì, scrive Francesco Cancellato su “L’Inkiesta" 12 Maggio 2017.  Se vi piacciono le metafore calcistiche, questa legislatura sembra il campionato del Milan o dell’Inter. Iniziata sotto pessimi auspici, proseguita con sorprendenti refoli di speranza - nonostante lo scarso materiale tecnico - grazie alle doti di un bravo timoniere, terminata peggio di com’era iniziata, tra continue sconfitte, scandali e senza alcuna apparente prospettiva che domani possa in qualche modo andare meglio. Perché, bisogna dirlo, finisce peggio di com’era iniziato, il diciassettesimo giro di giostra della politica italiana. C’eravamo svegliati con tre poli, all’indomani delle elezioni del 24 e 25 febbraio e oggi ne abbiamo cinque, con la destra spaccata in due tronconi equipollenti, la sinistra lacerata dalla faida tra renziani e anti-renziani e il Movimento Cinque Stelle che aspetta sulla riva del fiume, sgranocchiando popcorn. Non avevamo una legge elettorale, all’indomani del pronunciamento della Consulta del 4 dicembre 2013 che aveva dichiarato incostituzionale il Porcellum. Non siamo riuscita a darcene una nuova, tre anni esatti dopo, bocciando la riforma costituzionale su cui poggiava l’Italicum, comunque incostituzionale pure quello. Difficilmente riusciremo a darcene una prima che scada il tempo - sia essa il Mattarellum annacquato, il Tedesco corretto, l'Italicum consultellato - poiché a nessuna forza politica conviene. Renzi vuole mostrare al mondo che senza di lui è il diluvio, i Cinque Stelle che la politica fallisce un’altra volta, mentre a Berlusconi e ai piccoli partiti servono proporzionale, capilista bloccati, sbarramenti più bassi possibili e premi di maggioranza impossibili da raggiungere, per evitare la tentazione del voto utile e continuare a contare qualcosa. Perché, bisogna dirlo, finisce peggio di com’era iniziato, il diciassettesimo giro di giostra della politica italiana. C’eravamo svegliati con tre poli, all’indomani delle elezioni del 24 e 25 febbraio e oggi ne abbiamo cinque, con la destra spaccata in due tronconi equipollenti, la sinistra lacerata dalla faida tra renziani e anti-renziani e il Movimento Cinque Stelle che aspetta sulla riva del fiume, sgranocchiando popcorn. In questo marasma tattico, la strategia va a farsi benedire. Allo stato attuale sappiamo solo che Matteo Renzi, rieletto segretario, sarà il candidato premier del Partito Democratico, ma non sappiamo cosa voglia fare, visto che ha passato gli ultimi mesi a cercare di sopravvivere, più che a immaginare il futuro. Prova ne è una sintesi congressuale di tre parole - lavoro, casa, mamma - che nemmeno nei peggiori incubi di chi lo sostenne nel 2012, quando ancora si parlava di Europa, di merito e di futuro. Sintesi che peraltro è stata travolta dall’ennesimo scandalo bancario, vera e propria croce del renzismo, almeno in questa sua prima era. Il resto è commedia dell’assurdo: nella Lega si è aperta la frattura, da tempo sotto la cenere, tra nordisti e nazionalisti, coi primi - guidati dal governatore lombardo Maroni - che promuovono i referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto, per costruire l’Europa delle Regioni e i secondi che vogliono l’Italia fuori dall’Euro. Poco più in là, Berlusconi aspetta la sentenza della Corte Europea di Strasburgo che dovrebbe riabilitarlo e traccheggia, incerto e malandato, alla guida di un partito in bancarotta. A sinistra non si capisce nemmeno chi stia con chi, figurarsi se esiste un programma o un leader. Ciò che sarà dei Cinque Stelle, in spregio alla democrazia diretta, è ancora nella testa di Beppe Grillo e Davide Casaleggio. Qualunque esito daranno le urne, in ogni caso, non sarà possibile governare. In un contesto tripolare lo sarebbe stato, forse. Se non altro perché il centrodestra a trazione berlusconiana e il centrosinistra a trazione Renzi non sono due entità inconciliabili. La mela è divisa in cinque, però: nessuna accoppiata è in grado di ricomporla per metà. E nessuna alleanza a tre è realisticamente possibile. Il tutto, proprio mentre il Quantitative Easing arriva alle ultime curve, mentre l’Europa sembra avere ripreso la sua marcia verso un percorso di ricostruzione, mentre una nuova rivoluzione tecnologica alle porte. Che sì, la diciassettesima legislatura è stata un disastro. Ma solo perché non abbiamo ancora visto la diciottesima.

Odio ad personam, scrive Francesco Maria Del Vigo, Giovedì 2/11/2017, su "Il Giornale". Caccia all'uomo. Il nemico che i grillini vogliono abbattere è prima di tutti uno: Silvio Berlusconi. L'antiberlusconismo ossessivo non è una meteora, nel firmamento dei Cinque Stelle. L'odio per il leader di Forza Italia è una delle prime ragioni sociali del Movimento. E ora, alla vigilia delle elezioni siciliane e all'antivigilia di quelle politiche, con un Cavaliere sempre più forte, tirano fuori le loro vecchie cartucce. Ma la polvere da sparo ormai è bagnata. Tutto è iniziato a metà degli anni Novanta, Berlusconi non aveva fatto in tempo a mettere un piede nell'arena politica che Grillo lo aveva già messo nel mirino. Prima lo faceva dai palchi dei propri show portando a casa una lauta ricompensa. Poi ha deciso di passare all'incasso elettorale. Lo ha dipinto come un imprenditore sull'orlo del crac finanziario (ma l'unica cosa che è fallita è stata la sua previsione), un capitalista senza scrupoli e un mafioso. Ma era solo l'inizio di una campagna contra personam che sarebbe proseguita per anni, passando dalle minacce agli insulti fisici, dagli auguri di sventure ai nomignoli dispregiativi. Un odio viscerale che dal copione del comico sarebbe poi entrato anche nei programmi del politico. Gli attacchi si fanno sempre più personali, morbosi e violenti. Grillo è sempre in prima linea contro il leader di Forza Italia: nel 2002 porta in giro uno spettacolo di 150 minuti monopolizzato dalla figura del Cavaliere, nel 2003 aderisce a un'azione di boicottaggio contro i prodotti che fanno pubblicità sulle reti Mediaset. Lo scopo? «Difendere la libertà di informazione». Danneggiando un'azienda che offre occupazione a migliaia di persone. Ma era l'Italia dell'antiberlusconismo con la bava alla bocca, del nemico da abbattere a tutti i costi. Quando può, Grillo si accoda a tutte le manifestazioni anti Cav da piazza Navona al Popolo viola, e se ha bisogno di una platea maggiore va in tv, dal suo amico Santoro. Il giorno in cui il Cavaliere viene condannato in via definitiva il leader dei Cinque Stelle brinda «a un evento storico come la caduta del muro di Berlino». Si sa, lui ama sconfiggere i nemici per via giudiziaria più che elettorale. È un'ossessione ai limiti dello stalking. Grillo odia Berlusconi e tutto quello che fa riferimento a lui. A partire da Fininvest: nel 2004 scrive su Internazionale che il colosso di Cologno Monzese ha accelerato il declino del Paese. Non si sa su quali basi. Ma non c'è da stupirsi: Grillo è anche quello che diceva che l'Aids non esiste e che i vaccini sono inutili. Nel 2012 viene condannato per diffamazione a risarcire 50mila euro al Biscione. Ma la persecuzione verso il patrimonio della famiglia Berlusconi (e non solo, nel sedicente francescanesimo grillino i ricchi sono tutti dei pericolosi nemici) arriva anche nella prima bozza del programma dei pentastellati sull'informazione, nel quale è scritto nero su bianco che con un loro ipotetico governo non potrà esistere nessun canale televisivo nazionale posseduto a maggioranza da alcun soggetto privato con più del 10 per cento. Vi viene in mente qualcuno in particolare? Ecco, appunto. Praticamente un esproprio di Stato. Una misura sartoriale fatta per spegnere Mediaset. E poi - insulto dopo minaccia - arriviamo fino agli ultimi mesi, con il tentativo di far fuori Berlusconi dalla vita politica con un emendamento ad hoc da infilare nel Rosatellum. Per chiudere con la ridicola indagine, aperta a Firenze, sulle stragi di mafia, che ricalca uno dei refrain grillini e porta in calce la firma di Nino Di Matteo, amico e grande ispiratore del Movimento 5 Stelle. E siamo solo all'inizio di una lunga campagna elettorale.

Beppe Grillo e il fascismo sessantottino, scrive di Fabio Cammalleri su "Lavocedinewyork.com" il 28 Febbraio 2014. Qualsiasi espressione di dispotismo evoca Mussolini, ma nel caso del Movimento Cinque Stelle bisogna guardare agli anni ’70. Il popolo grillino sa più di assemblearismo scolastico e di fabbrica. Ma la memoria a breve termine è troppo scomoda. È comprensibile che generalmente si tenti di spiegare il Movimento 5 Stelle senza il Movimento 5 Stelle. Perché l’Italia è un Paese antico e perciò i paralleli, le analogie, le suggestioni rampollano dal suo vastissimo passato con naturale facilità. E, nonostante non manchi mai il dubbio “sull’utilità e il danno della storia per la vita”, resta questa facilità di evocazione e di confronto. Meno comprensibile che l’indagine nel tempo susciti risonanze obbligate. Se Grillo si muove in modo dispotico e plebiscitario, a chi si pensa? Al fascismo, naturalmente, sia pure al fascismo in statu nascendi. È una suggestione. Ma se anche non fosse, è l’unico paragone possibile? Forse no. Forse se ne può svolgere un altro più stringente, più comprensibile. Per farlo, però, bisogna uscire da quelle risonanze obbligate. Proviamo. Secondo lo storico Arthur Schlesinger Jr., che fu anche consigliere di John Kennedy, per comprendere i caratteri e le aspirazioni di una realtà politica, sia essa una singola personalità o un gruppo, bisogna considerare gli anni della sua giovinezza, quelli in cui coloro che gli diedero anima e sangue si affacciarono al mondo: gli anni dell’università o del primo lavoro. Espose questa teoria in un saggio, significativamente intitolato: I cicli della storia americana. I giovani di Roosevelt sarebbero stati la società adulta di JFK, la Nuova Frontiera, figlia del New Deal; e il ritenuto conservatorismo degli anni di Reagan, sarebbe derivato da quello degli anni di Ike, della Guerra Fredda entrata a regime. E così via. S’intende che è uno schema molto generale, ed anche generico, ma rende l’idea. Seguendo questa traccia, per capire Grillo non ci serve Mussolini, ci serve l’Italia repubblicana, ci servono gli anni ’70. Si potrebbe obiettare che molti dei “cittadini” non hanno vissuto quel periodo, e non ne potrebbero avere ereditato i caratteri. Se è per questo, non hanno vissuto neanche il fascismo, come nessuno di noi. E poi, essendo il Movimento smaccatamente personalistico, è sulla persona del Capo che occorre soffermarsi, proprio e mentre più protesta la sua fungibilità, la sua non indispensabilità. Perciò, il criterio gioventù-maturità, stretto all’arco della “generazione”, appare quanto mai appropriato. Giacché costringe a soffermarsi sulle persone in carne ed ossa, senza cedere alle comode vie di fuga di un’astrazione che, di fronte ad un quadro, guarda solo alla figura e mai all’autore. Così, il popolo casaleggesco del web, sa più di assemblearismo scolastico e di fabbrica in sedicesimo che di “adunate oceaniche”; più di una compulsione petulante e narcisistica, solo preoccupata di sé e col solo problema di lasciare il segno della parola più forte, della frase più figa, che di uno stazionamento attonito e ammutolito sotto un balcone oracolante; emana un monadismo delle coscienze chiuso nella mera contiguità, sazia e galleggiante, di abitudini inerti e modaiole, più che la tragica comunione di un’autentica povertà che, sperando di superarsi, si inabissa. E non è un caso che il paradigma-Mussolini sia così ampiamente sponsorizzato. Ora che Occupy-Parlamento mima indimenticate occupazioni universitarie e di fabbrica; ora che le espulsioni on line tradiscono il lezzo settario dei “venduti” e “servi del sistema”; ora che la violenza verbale tende sempre più frequentemente a concretarsi, come accadde con l’affabulazione esaltata della “controinformazione”, fattasi poi “lotta continua”, quindi “salto di qualità nella lotta”, e infine “lotta armata” e tutto il resto; ora che i “Poteri Forti” sembrano assolvere alla stessa funzione già attribuita al “terrorismo di stato” e all’ “imperialismo capitalistico”, l’infame funzione di cui ogni deliquio massificato, facinoroso e irresponsabile ha sempre bisogno, la funzione di autogiustificarsi; ora che siamo a questo, che c’entra Mussolini? C’entra, secondo quelle risonanze obbligate. Infatti, per parlare di un secolo fa, per la memoria a lungo termine, c’è sempre spazio. Ma il rispecchiamento imbarazzante, quello che si potrebbe subire appena passando da una stanza all’altra, estraendo il cassetto del comodino e avendo il coraggio di sfogliare il diario del liceo, no; la memoria a breve termine, mai. Meglio la luna. Perché lì, così vicino, c’è tutta la violenza, tutta la viltà, tutta la rozzezza, tutta la miseria, tutto il trasformismo che si attribuiscono all’Orco fascista. Solo che l’Orco fascista, dopo il liturgico richiamo di giornata, sfuma inevitabilmente in una rarefazione fiabesca, in una comoda inattualità. Mentre quel sordo rancore, quella truce disposizione d’animo, possono riprendere a gonfiarsi, ad agire, ad offendere dicendosi offesi, a colpire dicendosi colpiti. E ad inseguire palingenesi e carriere.

Così Beppe Grillo lascerà il Movimento 5 Stelle. Il comico fa i bagagli: sta per riprendersi il dominio del blog, che andrà in mano a una srl. Le scelte di Luigi Di Maio «gli stanno strette» e «non è mai scattato l'innamoramento» con Casaleggio jr. Lo anticipa L'Espresso in edicola da domenica 14 gennaio, scrivono Giovanni Tizian e Susanna Turco l'11 gennaio 2018 su "L'Espresso". Sarà una scissione invisibile, ed è già cominciata. Beppe Grillo, il Movimento delle origini, la visione di Casaleggio senior di qua. Luigi Di Maio, Casaleggio junior e le nuove regole di là. Magari si trasformerà in una guerra, ora ha la forma di una marea: più che un'esplosione, è un discreto ritirarsi. Lo ha già fatto Alessandro Di Battista annunciando di non candidarsi. Il prossimo sarà Beppe Grillo, come racconta l'Espresso in edicola domenica 14 gennaio, con un ampio servizio dal titolo: “Grillo non abita più qui”. È questo che dice chi al comico genovese è vicino davvero. Lo fanno trapelare anche a Milano, dalla Casaleggio Associati, dopo che le nuove regole hanno previsto per la prima volta che il Garante, cioè Grillo stesso, possa dare addio al Movimento. La discreta ritirata doveva effettuarsi già un mese fa, ora si parla di gennaio ma i più dicono che sarà prudente spostarla a dopo le elezioni. Dopo averci pensato per mesi, il comico genovese ha infatti chiesto di riavere indietro la proprietà del blog, che ora è formalmente in mano a un militante di fiducia e sostanzialmente gestito dalla Casaleggio. Il dominio, secondo i piani, dopo lo switch off dovrà finire in mano a una srl unipersonale, cioè a socio unico. Insomma Grillo fa i bagagli. La versione più benevola del racconto sostiene che voglia tornare a fare il comico impegnato, l’attivista, il giramondo alla scoperta di tecnologie destinate a cambiare il futuro del pianeta; secondo un’altra, meno benevola - non a caso proveniente dall’area della Casaleggio - è stufo di beghe, polemiche, lotte fratricide e soprattutto querele. Il vero motivo è nascosto nelle pieghe. Chi conosce bene il comico sa infatti che alcune scelte del nuovo leader Luigi Di Maio «gli vanno un po’ strette» (a esser gentili), mentre con Davide Casaleggio «non c’è mai stato l’innamoramento» che invece era scattato con il padre Gianroberto. Per lui, ormai, più che una passione, l'M5S è diventato l'assolvimento di un patto d'amicizia con il guru della Casaleggio. Il presente gli sta stretto. È per questo che nell'illustrare come sarà il futuro, si usa come esempio proprio Di Maio: «Tutto quello che riguarda il partito sarà sul sito a Cinque stelle, mentre beppegrillo.it tornerà ad essere un laboratorio di idee che guarda fuori dal perimetro del partito. Il video di Luigi, che oggi va sul blog, domani andrà sul sito dei Cinque stelle». Insomma Di Maio finirà da un’altra parte. È questo il punto finale di una strategia che il front man storico dei grillini ha perseguito negli ultimi mesi, facendo «in modo che l’attività del Movimento fosse via via più slegata dalla sua figura». E quindi più autonoma, a partire dagli argomenti del blog. E non è l'unica spina per il Movimento 5 Stelle, giunto ormai alla versione 3.0. Come racconta all'Espresso l'avvocato Lorenzo Borré, nel delineare uno scenario di un Movimento che si sdoppia: «Adesso i vertici hanno fatto una scissione dall'alto, creando una nuova Associazione. Ma la prima non è estinta, conta ancora degli iscritti: quindi al momento ci sono due Movimenti». Che potrebbero finire in lotta fra loro.

I giornalisti e la politica, scrive Augusto Bassi il 3 febbraio 2018 su "Il Giornale". Gianluigi Paragone, Tommaso Cerno, Giorgio Mulè, Emilio Carelli, Francesca Barra, Primo Di Nicola sono i più illustri giornalisti che saranno candidati alle elezione del 4 marzo prossimo, trasversalmente, fra partiti e movimenti, fra forze conservatrici e riformiste. Una presenza in quantità e di qualità che non rappresenta tuttavia una rottura con il passato, quanto piuttosto la conferma di una interscambiabilità naturale fra l’impresa giornalistica e quella politica. Prima di loro c’erano stati, fra gli altri, Eugenio Scalfari, Michele Santoro, Dietlinde Gruber, Antonio Polito. E su questo tema mi era capitato di ascoltare una tavola rotonda del Parlamento Europeo dove intervenivano Antonio Tajani, David Maria Sassoli e Silvia Costa, anch’essi autorevoli ex giornalisti in seguito protagonisti ai più alti livelli di istituzioni sovranazionali. In questi giorni ho seguito con attenzione le testimonianze degli ex colleghi pronti al governo della comunità, invitati nei salotti televisivi a raccontare le ragioni di questa scelta. Così come ho letto le opinioni dei futuri elettori, ondeggianti fra convinto supporto e accuse di servilismo premiato. Ora, premetto che non ritengo deprecabile che un giornalista scenda, o salga, in politica. L’esercizio dell’obiettività, della neutralità, dell’imparzialità… è già di per sè ideologia. Ne abbiamo avuto manifesta testimonianza nell’ultima puntata di Piazza Pulita, dove Corrado Formigli – campione di quel giornalismo che pretende di raccontare i fatti, la realtà, senza filtri – ha mostrato una volta di più faziosità subdola quanto palmare. Vittorio Sgarbi gli ha levato la pelle con nevrosi chirurgica, lasciando all’osservatore il macabro spettacolo della crudité di un filisteo. Ma se è facile togliere la maschera al sedicente super partes, più difficile è prendere coscienza dell’inevitabilità di una dichiarazione, anche nel momento in cui la si rifiuta. Il giornalista non è un aruspice che legge le interiora degli animali, ma neppure un reporter. Il suo compito, in particolare nel tempo dell’immediatezza universale, non è quello di scattare l’istantanea del reale, che è comunque irriducibilmente parziale e soggettiva anche in un reportage. Non serve impegnarsi nel vano sforzo della terzietà. Deve piuttosto essere in grado di abdurre: ovvero di osservare i fatti come qualcosa di correlato, ipotizzandone le cause al fine di prevedere altri fatti, di scommettere sulle conseguenze, di condurre chi legge da ciò che è a ciò che sarà. Di pensare in maniera non lineare e post-convenzionale allargando l’orizzonte critico. Mentre il mondo è pieno di giornalisti che dopo sapevano tutto prima. Quando si parla un poco pretenziosamente di “ricerca della verità”, si intercetta la volontà buona di chi intende abdurre solo dopo essersi ripulito da incrostazioni ideologiche, farisaiche, opportunistiche. Questo è il massimo della professionalità che ci è concesso. Da lì in avanti si procede rendendo sempre maggiormente manifesta la propria idea di buona vita, chiarendo che cosa si ritiene auspicabile e che cosa nocivo. E in quel momento si fa politica, ovvero si interviene sulla realtà nella speranza di modificarla. I lettori rappresentano gli elettori e si conquistano con la lealtà e la lucidità. Escludendo i solipsismi, ogni pubblica rivendicazione morale è un’affermazione politica. Se un editorialista racconta i mali dell’Italia, dolendosene, fa politica, perché esprime implicitamente la sua idea di come l’Italia dovrebbe essere. Se in buona fede intercetta i responsabili, fa politica, perché costringe la politica stessa a correggersi. Per questo esiste un continuum naturale fra le due funzioni, fra le due dimensioni, e un equilibrio necessario. Ciò che si evince, per converso, è la buffoneria di quei colleghi che ostentano neutralità, obiettività, quasi come se le loro opinioni cadessero direttamente dalla navicella spaziale di John Rawls, per poi ritrovarli anni dopo schierati in una lista a sventolare bandierine. Paragone ha dichiarato: «Sono sempre stato un giornalista di parte, quindi non credo di presentarmi in una veste diversa. Ero già un attore politico. Non escludo dunque neppure di tornare a fare il giornalista. Mi considero come una sorta di inviato speciale nel Palazzo…». Vero. Anche se la parte è cambiata. Ma qui è possibile osservare il percorso di ciascuno e pesarne l’integrità. Nulla vieta di rimanere delusi da un partito e trovare comunanza di vedute con un altro, magari nuovo. Cerno confessa: «Ero stanco di fischiare dalle tribune, volevo scendere in campo e provare a segnare». Poi aggiunge: «L’imparzialità nasce dal pluralismo delle voci, non da una singola voce. Mi piace la parola partito perché significa prendere parte». Tutto legittimo. Anche quando si sceglie tragicamente di prendere parte al Partito Democratico. Cionondimeno, vorrei chiarire che cosa mi ha spinto a commentare. Nella totalità di questi interventi, testimonianze, confessioni, di oggi e di ieri, da ex colleghi e possibili riferimenti istituzionali, non ho sentito una sola parola sul futuro dell’informazione. Non una riflessione sulla professione che lasciano. Sull’epocale transizione digitale, fra i media intesi come medium circoscritto e regolamentato e il riconoscimento di ogni smartphone come strumento di comunicazione di massa. Sul delirante dibattito relativo alle fake news. Su come garantire l’indipendenza dell’informazione dalla politica proprio in virtù di una così stretta affinità di inclinazioni e intenti. E dall’economia sovranazionale, verso cui la politica nazionale stessa è in posizione sempre più ancillare. Silenzio. Compito del giornalismo oggi, urgente come mai prima, è la negazione dell’automatismo. La negazione di una verità immediatamente alienata. La negazione di una verità immediatamente manipolata. La negazione di ogni superstizione ideologica e del pensiero mercantile di dominio. La negazione dell’inevitabilità del reale. Il giornalista fa politica sorvegliando la politica. Vigilando sulla politica. Pungolando la politica. Potendo avvalersi di quella distanza dal potere rivendicata da Montanelli. Ma se i migliori giornalisti abbandonano la propria funzione per diventare politici stricto sensu, quis custodiet ispos custodes?

M5s, la deputata Di Benedetto se ne va: “Non mi riconosco più in un movimento che è la sua più volgare negazione”. La parlamentare uscente di Palermo, 30 anni, è ricandidata in un listino proporzionale ma difficilmente sarà rieletta: "Mi trovo in una forza politica che avrebbe dovuto cambiare il sistema e ci si è adagiato sopra, dove i candidati vengono scelti perché amici di qualcuno. Si organizzano cordate per i voti online, infangando gli avversari, mentendo e poi imbarcando ex del Pd e di altri partiti", scrive il 2 febbraio 2018 "Il Fatto Quotidiano". Chiara Di Benedetto, deputata e ricandidata alle Politiche, lascia il Movimento Cinque Stelle. “Non posso riconoscermi – scrive la parlamentare su facebook – in ciò che viene spacciato per Movimento, ma che si pone come la sua più volgare negazione”. La Di Benedetto, trent’anni, palermitana, è definita appartenente all’ala cosiddetta “ortodossa”. “Mi trovo all’interno di una forza politica che avrebbe dovuto cambiare il sistema e, invece, ci si è adagiato sopra, si è conformato a questo” aggiunge. “Mi ritrovo candidata – prosegue la Di Benedetto – con un simbolo che parla da sé. Mi ritrovo un leader, una struttura di partito e accanto a me, in lista, riciclati di altri partiti, o candidati con precedenti esperienze politiche di cui il M5s sembra vantarsi”. La Di Benedetto è stata ricandidata alle Politiche nel collegio Bagheria-Marsala-Trapani-Monreale, al quarto posto del listino proporzionale e quindi con poche chance di tornare a sedere alla Camera. Capolista, per effetto del successo alle Parlamentarie, è Antonio Lombardo, alcamese, avvocato e ex assistente di una deputata regionale. A seguire Caterina Licatini, finora presidente dell’Azienda Multiservizi di Bagheria, e un consigliere comunale di Casteldaccia, Davide Aiello. “Nei prossimi giorni – annuncia Di Benedetto – invierò la richiesta, tramite raccomandata, per uscire dalla nuova associazione del Movimento 5 Stelle”. La Di Benedetto va anche più a fondo: “In questo movimento i candidati da mettere in lista vengono scelti perché sono amici di qualcuno, perché un portavoce ha garantito per loro. Chi può, chi è vicino ai vertici, cerca di garantire l’elezione dei propri fedeli uomini, organizzando cordate per le votazioni online, denigrando e infangando altri candidati, mentendo spudoratamente, dimostrando tutta l’ipocrisia di un partito che inneggia alla trasparenza ma che poi muove le carte sottobanco. Tutte le persone che, in questi anni hanno davvero cercato di contrastare questa deriva sono state messe alla porta, me compresa; altre, si sono adeguate in fretta alla nuova forma, un po’ per furbizia, un po’ per inerzia. Io – osserva la deputata del M5s – sono stata isolata ed emarginata sia all’interno del mio gruppo Parlamentare, sia sul territorio, sia dai vertici della ‘comunicazione’ che mi hanno impedito, anche fisicamente, di partecipare ai lavori e riunioni, ad esempio, sul programma”. Per la deputata “è evidente che questo nuovo movimento non voglia me, unica portavoce uscente a Palermo, e neanche tanti altri validissimi attivisti che sono stati epurati senza alcuna motivazione. Questo movimento preferisce candidare ex assessori Pd, ex uomini di segreterie politiche, ex qualsiasi cosa, piuttosto che candidare chi, nel bene e nel male, ha sempre cercato di tutelare l’integrità del Movimento stesso”.

La morale dei 5Stelle: «Picchiare un romeno è ok, ma l’affitto pagalo!», scrive Piero Sansonetti il 3 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". Il candidato al Senato “processato” dal Movimento per l’affitto ma assolto per le botte agli immigrati. Una volta se dicevi Dessì ti riferivi a uno scrittore sardo di grande talento e forte impegno intellettuale. Si chiamava Giuseppe Dessì. Era uno studioso, un narratore, un pacifista. È morto una quarantina di anni fa. Temo che non lo conosca più quasi nessuno. Oggi se dici Dessì ti riferisci a questo celebre candidato dei 5 stelle. Pugile, non molto studioso, per niente pacifista. Famoso per tre ragioni: è amico degli Spada (la famiglia di Ostia recentemente indicata all’opinione pubblica come mafiosa e origine di tutti i mali del litorale laziale), ha preso a pugni tre rumeni («ho dovuto», ha scritto su facebook), paga un affitto troppo basso alle case popolari. Meno di 8 euro al mese.Il Movimento 5Stelle non ha avuto nessuna reazione quando si è saputo che Dessì era abituato a prendere a pugni i romeni. I garanti avranno pensato: «beh, se erano rumeni…». Ieri invece è successo l’iradiddio quando si è saputo dalla televisione che Dessì paga otto euro, o forse sette, per l’affitto. Lui si è difeso. Ha detto: ma io sono un nullatenente, o almeno risulto tale perché non pago le tasse. E dunque ho diritto alla casa. E poi ha gridato ancora più forte: si, ho mandato alla malora una piccola impresa messa su coi soldi di mia moglie, sì, probabilmente sono un incapace: ma disonesto no. Chissà se questa giustificazione sarà sufficiente alla Lombardi e a Di Maio, che in mattinata avevano avvertito che l’M5S non fa sconti: «Se sarà confermato che l’affitto è così basso – hanno proclamato – fuori!». Probabilmente Di Maio e Lombardi prenderanno atto dell’attenuante («sono un incapace»). Nel Movimento 5 Stelle essere incapaci non è un intralcio alla carriera. Anzi talvolta può aiutare. Però l’affitto è l’affitto… Naturalmente su una storia così si può ridere anche parecchio. Il problema è che l’affermarsi di certe idee e di certe gerarchie di valori nell’opinione pubblica, e in gran parte dell’establishment politico e giornalistico, non è una cosa sulla quale scherzare molto. L’idea che prendere a pugni uno che ti chiede una sigaretta per strada sia un bel gesto, o comunque sia molto, molto meno grave di una furbata sull’affitto, è una idea che prefigura un certo modello di società. Violento, totalitario, ispirato alla legge della giungla. Dove la religione della legalità non si fonda su una esaltazione delle regole e dello Stato di diritto, ma solo su una forte aspirazione totalitaria. Non è mica una novità. Ai tempi della prima Repubblica, Giorgio Almirante (che pure era un leader politico di notevole statura) ogni tanto, usando le sue straordinarie capacità retoriche, tirava fuori questa battuta ad effetto: «Quando appesero Mussolini per i piedi, a piazzale Loreto, non uscì neanche un centesimo dalle sue tasche». Per dire: ditegli quel che volete, al Duce, ma era onesto. Il fascismo non conosceva corruzione. Naturalmente non è vero: il fascismo alimentò ampi fenomeni di corruzione. Solo che non se ne parlava. Però Almirante aveva ragione, nella sostanza: non fu certo un eccesso di corruzione il male maggiore del fascismo. Fu piuttosto l’abolizione della libertà, della democrazia parlamentare, l’arresto di centinaia di dissidenti, e poi la guerra, la persecuzione degli ebrei, l’alleanza coi nazisti… Ecco, ho paura che rischi di tornare quel tipo di logica. Quando ti dicono che non contano le idee, le capacità, i programmi, i diritti. L’unica cosa che conta è l’onestà. E quando ti dicono che i grandi valori per una società non sono la libertà, l’uguaglianza, la fratellanza, il benessere, ma solo l’onestà. Talmente conta l’onestà che un candidato alle elezioni preferisce dichiararsi incapace pur di rivendicare la sua onestà. E tanto conta che i suoi capi non si preoccupano in nessun modo che questo candidato faccia propaganda al movimento prendendo a cazzotti gli immigrati (forte delle sue capacità professionali di pugile) ma fanno scattare l’allarme sul problema dell’affitto. Come finirà questa storia? Tranquilli: Dessì – che sia o no espulso dal movimento – sarà eletto, perché ormai è in lista in un collegio abbastanza sicuro. Magari a quel punto lo costringeranno a pagare un affitto un po’ più alto, forse anche due o trecento euro, ma potrà indisturbato continuare a pestare per strada gli immigrati, e a gloriarsene su facebook. Io francamente avrei preferito il contrario: va bene – gli avrei detto – paga sette euro al mese, ma giù le mani.

IL PERICOLOSO MORALISMO A 5 STELLE, scrive Dimitri Buffa il 2 febbraio 2018 su “L’Opinione". Un moralismo ad usum delphini, pericoloso e inquietante. Oltre che non trasparente. Il partito che grida “onestà onestà” nei comizi di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista con Beppe Grillo nel doppio ruolo di garante e “bravo presentatore”, non si perita di farci conoscere il risultato delle cosiddette parlamentarie né tantomeno di quanti hanno votato on-line. E questo ormai a tre giorni dalla presentazione ufficiale dei candidati alle elezioni politiche del 4 marzo. In compenso, il sedicente candidato premier Luigi Di Maio fa la Madonna pellegrina di tutti i talk-show, specie de “La7” dove le interviste in ginocchio si sprecano. E domande imbarazzanti se ne se sentono pochine. Nessuno gli ha ancora chiesto conto della clamorosa esclusione del vincitore delle primarie on-line a Torino, tale Marco Corfiati che, a suo dire, sarebbe stato escluso in quanto frequentatore assiduo di siti di incontri per gay, con coloratura a luci rosse. E nella motivazione si legge, lo riporta Paolo Madron in un articolo per Lettera 43, che “frequentava siti di escort per omosessuali”. Una maniera furbetta per escludere un gay senza farsi accusare di omofobia. In compenso si può parlare di moralismo all’iraniana, quello della famigerata polizia per la repressione del vizio e per la promozione della virtù. E c’è chi pensa che queste assurde discriminazioni siano una sorta di riflesso condizionato in omaggio a Grillo, noto per avere moglie e suocero di origine persiana e militanti pro regime. Speriamo che qualche sperticato ammiratore di questo partito e qualche assai incauto candidato - che credendo di essere un fiore all’occhiello rischia invece di trasformarsi nella classica foglia di fico - si renda presto conto che nei criteri di esclusione di questo fantomatico regolamento dei grillini si è nel tempo aggiunta la discriminante sessuale, quella moralista e quella complottista che vede nella massoneria il male di ogni zona del mondo. Scrive giustamente Paolo Madron sul sito di Lettera 43 che “se la sola frequentazione di siti porno costituisse un capo d’accusa dirimente, tre quarti della popolazione italiana non sarebbe candidabile”. Almeno tra i Cinque Stelle. Si comincia escludendo gli inquisiti, anche quelli denunciati ad hoc da specialisti del settore, proprio perché le varie procure siano costrette a inserirli nel registro degli indagati, si continua escludendo gli omosessuali troppo attivi nei siti di incontri gay nonché i massoni e, alla fine, magari in futuro – chissà – anche gli ebrei non saranno più candidabili nel Movimento Cinque Stelle. Tanto l’ostilità anti-israeliana di certo non manca loro. Il passo dall’odio anti-israeliano all’antisemitismo notoriamente è breve.

LA SVOLTA GOVERNISTA DEL M5S, scrive Claudio Romiti il 3 febbraio 2018 su “L’Opinione". Molti segnali indicano che il Movimento 5 Stelle stia rapidamente tentando di cambiare pelle. L’inaspettato allontanamento di Beppe Grillo, con tanto di creazione di un suo nuovo blog, la decisione di non ricandidarsi da parte di Alessandro Di Battista, il più ortodosso dei grillini di vertice, unita alla scelta di non entrare in un futuro governo a Cinque Stelle, il nuovo statuto e la sostanziale introduzione del metodo delle cooptazioni nella selezione di candidati alle elezioni del 4 marzo sembrano andare nella direzione di una svolta governista di questo partito. Svolta che continua a trovare conferme, nonostante le parziali smentite di Luigi Di Maio al riguardo, nelle recenti dichiarazioni del capo politico dei grillini espresse di fronte ad alcuni importanti investitori della City di Londra. Se così fosse, tutto ciò rientrerebbe nella normale evoluzione politica e organizzativa di qualunque partito o movimento rappresentato in Parlamento. Evoluzione, si badi bene, che si basa sui principi più elementari che regolano da sempre la natura umana e che, soprattutto per gente miracolata che dalla strada si è trovata catapultata su un comodo scranno parlamentare, spinge qualunque paladino del popolo, o presunto tale, a seguire con logica inesorabile il seguente motto attribuito al grande Thomas Hobbes: “Primum vivere, deinde philosophari”. Ciò significa, per dirla molto sinteticamente in soldoni, che la naturale e assolutamente comprensibile inclinazione di ogni individuo sano di mente ad anteporre i propri interessi a quelli dell’indistinta collettività, non poteva non prevalere anche dentro il M5S, portando i suoi cosiddetti portavoce a rinsaldare la propria indubbia posizione di privilegio raggiunta attraverso una rocambolesca quanto fortunosa selezione. Da qui ne consegue, osservando la questione in rapporto alla confusa situazione politica italiana, che se l’appena consolidato establishment pentastellato ambisce ad avere un futuro che vada oltre la demagogica regola dei due mandati, non può che fare di tutto per fornire al Paese, e in primo luogo a se stesso, una sorta di copertura assicurativa contro la sciagurata possibilità di tornare rapidamente alle urne. Al di là delle chiacchiere e dei distintivi ancora ostentati, l’unica possibilità che Di Maio e soci hanno per restare in pianta stabile e da protagonisti nel teatrino della politicaccia italiota è quella, all’occorrenza, di tenere a galla il prossimo Parlamento il più a lungo possibile. Costi quel che costi!

Adesso Ricci accusa Beppe Grillo: "Si fingeva autore di canzoni non sue". Antonio Ricci, nella sua autobiografia 'Me tapiro', racconta gli aneddoti più stravaganti che lo hanno visto protagonista insieme a vip come Paolo Villaggio e Beppe Grillo, scrive Franco Grande, Sabato 28/10/2017, su "Il Giornale". Me tapiro. Si intitola così l’autobiografia di Antonio Ricci di cui il Corriere della Sera ha pubblicato alcune parti in cui l’ideatore di Striscia racconta vari episodi sui vip che ha incontrato durante la sua carriera.

Gli aneddoti su Paolo Villagio. Ricci racconta che, durante i funerali di Fabrizio De André, Paolo Villaggio gli abbia sussurrato: “Antonio, sono molto invidioso. Secondo te riuscirò mai ad avere funerali di questo tipo?” e che lui abbia risposto: “Secondo me il comico ai funerali funziona molto meno; il funerale è più da cantautori”. Villaggio, sconsolato, profetizzò: “Ho deciso di morire d’estate; d’estate succedono meno cose e c’è più spazio sui giornali e nei palinsesti tv”. Ricci, poi, smentisce per la prima volta che De Andrè, dopo aver perso una scommessa, lo abbia costretto a mangiare un topo crudo, così come raccontò Villaggio alla Dandini. “Solo un cretino farebbe un comunicato stampa per dire: ‘Contrariamente a quanto sostenuto dal signor Villaggio su Rai 2, non sono stato io ad aver fatto mangiare il topo crudo a De André’”, scrive Ricci.

Beppe Grillo, falsario e burlone. Beppe Grillo invece lo conobbe su un campo di calcio e, poi, lo rivide in una “baleraccia”, il Jolly Danze dove il comico genovese gli confidò di essere l’autore di alcune canzoni dell’epoca come L’isola e di Kzar che, in realtà, erano di Duilio Del Prete. “Mi spiegò che suo fratello, lavorando come rappresentante di una casa discografica, gli forniva in anteprima i brani, di cui lui si impadroniva. Era come un gioco, un modo per farsi grande con gli amici... Era anche solito frequentare gli spettacoli degli altri comici e appuntarsi le migliori battute su un’agenda, detta “il librone”, per riciclarle nei suoi spettacoli”. Quando, poi, Grillo fu chiamato da Pippo Baudo si rivolse proprio a Ricci perché lo aiutasse a scrivere i suoi pezzi. Un’altra volta “a Beppe venne in mente di fare il test dell’Ultimo Samurai. Completamente nudo, si era coperto con una specie di mutandozzo, creato con un asciugamano e la cintura dell’accappatoio”. “La mia camera era di fianco all’ascensore; quando arrivava, verificavo che i clienti fossero manager americani, poi, - racconta Ricci - telefonavo a Grillo per avvertirlo. Beppe si fiondava in corridoio e, caricando gli americani a testa bassa, gridava: “Yankee! Samurai! Kamikaze!”. Vedendosi arrivare addosso quella furia gli americani facevano dietrofront e scappavano dentro l’ascensore”. “Purtroppo, - conclude Ricci - poi, Beppe si ammalò: il suo corpo nudo e sudaticcio non aveva retto alle glaciali temperature dell’aria condizionata giapponese. Ritenemmo tutto questo un segno di Dio e decidemmo di non fare più Te lo do io il Giappone”. Ricci, insieme a Grillo, fu protagonista di uno scherzo fatto ai dirigenti dell’allora Fininvest e a Silvio Berlusconi. I due fecero credere loro che il comico genovese avrebbe sostituito Johnny Dorelli alla conduzione del varietà Finalmente venerdì soltanto dopo che avesse avuto le prove che Dorelli fosse stato effettivamente licenziato.

Antonio Ricci su Beppe Grillo: "Mi ha detto che voleva lasciare il M5s anche prima, la morte di Casaleggio ha cambiato tutto", scrive il 2 Febbraio 2018 "Libero Quotidiano". "In gioventù ho fatto lo scrutatore in quota Psiup. Diciamo che mi posso ritenere uno in area Pd. Sono sempre stato contrario a tutti i partiti carismatici con un uomo solo al comando", dice Antonio Ricci durante la conferenza di Striscia la notizia. Parla poi di Beppe Grillo: "E quindi sono contrario anche al Movimento 5 Stelle. Beppe Grillo l'ho sentito una settimana fa. Lui pensava di mollare già qualche anno prima, poi la morte di Casaleggio lo ha costretto a rimanere. Comunque non so se il Movimento 5 Stelle ci perde se lui si ritira", ha concluso tagliente.

Cosa ci fa capire il nuovo blog di Beppe Grillo (che si è stufato del Movimento 5 Stelle). Il comico e fondatore del M5S si è ripreso il suo spazio digitale. E ritorna ai temi visionari delle origini, abbandonando la politica e mostrando indirettamente quanto fosse stanco delle beghe dei pentastellati. Da cui si allontana in maniera drastica, scrive Mauro Munafò il 23 gennaio 2018 su "L'Espresso". E Beppe Grillo alla fine si è ripreso il suo blog. L'anticipazione dell'Espresso si è trasformata in realtà martedì 23 gennaio, e ha mostrato in maniera quanto mai evidente quanto il comico fosse stufo di essere rinchiuso nei confini del Movimento che lui stesso ha co-fondato. Il nuovo blog è, infatti, tutto quello che il precedente non era più da anni: pulito graficamente, libero da pubblicità, senza riferimenti alla cronaca politica e giudiziaria, senza titoli urlati, polemiche e proclami elettorali. Di più, il nuovo blog di Grillo, nel momento in cui ne scriviamo, non ha neppure lo spazio per i commenti: una funzione che, nel vecchio sito (ora diventato Il blog delle Stelle) permetteva di cogliere l'umore dello zoccolo duro del Movimento, con toni spesso assai critici, dove non offensivi. Una piccola rivoluzione per chi ha fondato parte del suo successo sulla "democrazia dal basso". Scorrendo i primi articoli del nuovo blog di Grillo sembra di rivedere il progetto editoriale lanciato anni fa dal comico e da Gianroberto Casaleggio: focus su innovazione e tecnologia, dalle smart city alla blockchain, con interviste a premi Nobel ed esperti, articoli su temi legati al futuro, videoreportage sulle fiere dell'hi-tech: uno sguardo verso il domani insomma ("inseguo il futuro, ma quando arrivo già non c'è più" spiega Grillo), seppure in certi casi piuttosto ingenuo ed eccessivamente concentrato sui lati positivi. Un tecno-entusiasmo che già si leggeva nella prima fase del blog di Grillo ma che negli anni si era affievolito. Tanti i video e i brevi reportage del comico che intervista personaggi e protagonisti dell'innovazione, guidati da un intento divulgativo più che politico. Se grafica, contenuti e articoli non fossero abbastanza, è il video di presentazione del blog che segna con maggiore forza la distanza dal passato e chiarisce ogni dubbio sugli effettivi sentimenti del comico. In dieci minuti Grillo non cita mai il Movimento 5 Stelle e in tutto il nuovo sito, se si escludono un paio di link, non c'è mai un rimando ai pentastellati. Il genovese parla solo della nuova avventura, volta alla ricerca di sognatori, artisti e pensatori da raccontare. Senza citarlo Grillo critica Silvio Berlusconi che lo ha definito "pauperista", ma si lamenta anche dei politici che, mentre il mondo cambia, parlano solo "di abbassare le tasse". Una curiosa critica se si considera che solo ieri Luigi Di Maio, candidato premier del Movimento 5 Stelle, ha elencato i venti punti del suo programma tra cui anche l'eliminazione dell'Irap per le pmi e la riduzione dell'Irpef per il ceto medio. La distanza dal Movimento emerge anche dal progetto grafico del sito, affidato all'agenzia romana HappyGrafic, che ha curato anche l'ultimo spettacolo teatrale di Grillo a Roma, e non più in mano alla Casaleggio associati. Difficile definire tutto questo come qualcosa di diverso da un divorzio.

Grillo si riprende il blog e continua il suo distacco dal M5S. È l'ultimo passo di un allontanamento sempre più evidente tra il Movimento e l'uomo che lo ha fondato. Il suo sito, che adesso è formalmente in mano a un militante di fiducia, verrà gestito da una Srl a socio unico. E la precisazione dopo il nostro articolo non smentisce nulla, scrivono Giovanni Tizian e Susanna Turco il 15 gennaio 2018 su "L'Espresso". La scissione invisibile è già cominciata. Beppe Grillo, il Movimento delle origini, la visione di Casaleggio senior di qua. Luigi Di Maio, Casaleggio junior e le nuove regole di là. La mozione dei lealisti contro quella dei realisti. Potrebbe essere una separazione consensuale, o trasformarsi in una guerra giudiziaria. Dopo le elezioni si vedrà. Per ora ha la forma di una marea: più che una esplosione, è un discreto ritirarsi.  Lo ha già fatto Alessandro Di Battista - lui invariabilmente così opportuno - che annunciando di non candidarsi ha inaugurato una indecifrabile stagione di “ci vediamo più tardi”. Il prossimo sarà Beppe Grillo. Lo dice chi al comico genovese è vicino davvero. Lo fanno trapelare anche a Milano, dalla Casaleggio Associati. E mentre il nuovo M5S dominato dal «capo politico» Luigi Di Maio, in tandem con Casaleggio jr, muove i primi passi dentro la Associazione a Cinque stelle numero tre (quella che in teoria è chiamata a sussumere le prime due superandone le aporie), le nuove regole dello statuto scontentano il Movimento delle origini, quello che proviene dai Meet up e che è sempre più sfilacciato, scorato, demotivato. Già gli incontri organizzati sotto le feste sono stati un flop. Giusto per fare un esempio alla cena di auguri dei Meet up della provincia di Modena, laddove di solito a Natale si incontravano due trecento persone, stavolta erano una cinquantina al massimo, ha raccontato uno dei partecipanti. Poco dopo sono arrivati quelli che qualcuno chiama «i fatti di Capodanno»: la nascita della nuova associazione che, se partiranno i ricorsi, potrebbe portare a uno sdoppiamento del Movimento. Se questa è la costellazione grillina con cui si apre il 2018, bisogna cominciare a raccontarla a partire proprio da Beppe Grillo, il «Garante» del quale le nuove regole hanno previsto per la prima volta il possibile addio.

Addio house organ. La discreta ritirata doveva effettuarsi un mese fa, è stata realisticamente spostata a dopo le elezioni. Nessun «abbandono», come ha chiarito anche Grillo sul Fatto quotidiano. Dopo averci pensato per mesi, il comico genovese ha infatti chiesto di riavere indietro la proprietà del blog, che ora è formalmente in mano a un militante di fiducia. Il dominio, secondo i piani, dopo lo switch off dovrà finire in mano a una srl unipersonale, cioè a socio unico. La versione più benevola del racconto sostiene che Grillo voglia tornare a fare il comico impegnato, l’attivista, il giramondo alla scoperta di tecnologie destinate a cambiare il futuro del pianeta; secondo un’altra, meno benevola - non a caso proveniente dall’area della Casaleggio associati - è stufo di beghe, polemiche, lotte fratricide e soprattutto querele. Di certo, come racconta chi lo conosce bene, il front man storico dei grillini negli ultimi tempi ha «fatto in modo che l’attività del Movimento fosse via via più slegata dalla sua figura». E quindi più autonoma. Ormai Grillo non riempie più di contenuti il sito come accadeva quando ad esempio faceva le campagne a sostegno delle energie alternative. Oggi il suo blog coincide con l’house organ del partito, come del resto era prevedibile viste le norme e le linee di indirizzo che i grillini si sono dati negli anni. Non sarà più così quando Grillo ne tornerà titolare. La divisione è già chiaramente delineata da chi se ne sta occupando: «Tutto quello che riguarda il partito sarà sul sito Movimento5stelle.it, mentre beppegrillo.it tornerà ad essere un laboratorio di idee che guarda fuori dal perimetro dei Cinque stelle». Per nulla casuale l’esempio che viene fatto per chiarire il futuro: «Il video di Luigi, che oggi va sul blog, domani andrà sul sito dei Cinque stelle». Insomma Di Maio finirà da un’altra parte, anzitutto. Chi conosce bene Grillo sa infatti che alcune scelte del candidato premier a Cinque stelle «gli vanno un po’ strette» (a esser gentili), mentre con Davide Casaleggio «non c’è mai stato l’innamoramento» che invece era scattato con il padre Gianroberto.

Il leader che fu. Può sembrare questa del blog una questione meramente tecnica. Invece è sostanziale, oltreché simbolica. Nell’ultima campagna elettorale, quella dell’inverno 2013, accadeva infatti l’opposto. Grillo parlava come un vero leader politico, girava le piazze, rivendicava cose come: «Ho incontrato migliaia di persone, i pescatori di Mazzara, i produttori di formaggio valdostani, gli agricoltori della pianura di Forlì, per questo ho il polso della situazione di una certa Italia dimenticata dai sistemi di informazione». Era l’unico volto riconoscibile per gli spettatori-elettori prima che, dopo due ore di monologo, si decidesse a introdurre per cinque minuti «alcuni dei nostri ragazzi fantastici». Quando non era in piazza, Grillo parlava attraverso il blog: leggerlo era come decifrare l’oracolo, la sua legge. Quel che accade adesso è facile a riassumersi: per le regionali siciliane, dopo il giro dell’isola da parte del frizzante trio Cancelleri-Di Maio-Di Battista, Grillo si è fatto vedere giusto per le tappe più importanti, Catania e Palermo, con interventi limitati a tradizionali endorsement. Il pathos di un tempo, evaporato. Per le prossime Regionali del Lazio, Roberta Lombardi ha chiesto un suo intervento per la chiusura, e lui «avrebbe detto di sì». Gli interventi sul blog sono ridotti a tredici in sei mesi: annunci di manifestazioni, chiamate al voto, auguri di fine anno. E c’è un altro fenomeno interessante: le pagine social dei militanti grillini ribollono sì di video del comico, ma si tratta di interventi vecchi. Per esempio quelli tratti dallo spettacolo del 2005 quando lo «psiconano» era al governo. Oppure la conferenza stampa dopo l’incontro con Giorgio Napolitano, allora presidente della Repubblica. Era luglio 2013, e proprio in quell’occasione Grillo sentenziava: «La rivoluzione l’abbiamo già fatta». Parole perfette per raccontare il suo stato d’animo di oggi, quelle di un personaggio che ritiene esaurito il proprio compito. E che, al limite, sta apparecchiando il tavolo per poter dire un giorno: non siete più quelli che eravamo. E magari far nascere un «Movimento 4 ottobre 2009», a celebrazione del primo statuto grillino (idea che circola già tra i dissidenti).

Un regno per due. Non è detto che ciò accada, anzi è più probabile che a un punto di clamorosa rottura non si arriverà: è considerata l’opzione migliore per tutti. La piccola cordata che d’intesa con Davide Casaleggio ha conquistato il vertice del Movimento ha tutto l’interesse a presentarsi in blanda continuità col passato. Blanda, ossia non sostanziale, come dimostrano le nuove regole che di fatto tradiscono i principi ispiratori del Movimento prima maniera. «Hanno stabilito che gli eletti debbano versare 300 euro al mese, quando invece il movimento è sempre stato contro il finanziamento pubblico: se me lo avessero chiesto avrei risposto di no», è lo sfogo di un militante romano: «Ma non decide più la base, la base ormai è Davide Casaleggio più altri due o tre, il Movimento è finito». È vero che il mito dell’uno vale uno era già stato infranto con la nascita del direttorio, all’epoca in cui Grillo aveva annunciato voler fare un «passo di lato». Adesso però, dopo un periodo di relativo ritorno ai vecchi assetti, quello schema ha ripreso ancora più forza: la Casaleggio Associati gestisce le stanze dei bottoni, Di Maio ne articola il lato più politico garantendo in cambio che gli equilibri non vengano stravolti. È in fondo uno degli insegnamenti che Casaleggio jr ha ereditato dal padre, quello di dare a ciascuno ciò che cerca, senza lasciare che debba procurarselo da solo. Dunque: a Davide il controllo, a Luigi il potere. Resterà chi può fedelmente contribuire a questo assetto. I riottosi, via.

Meet up e scissioni. Eh già. Perché dall’Emilia al Lazio, passando per Lombardia, Toscana e Liguria, la base a Cinque stelle freme. Militanti cresciuti nel mito della democrazia diretta attraverso la rete, manifestano stavolta tutta la loro insoddisfazione. «Ci hanno ridotto a ratificatori delle scelte dei capi, si è persa l’idea che possiamo decidere qualcosa», dice un attivista dei castelli romani. Ma c’è di più. Con l’arrivo delle nuove regole, rotti gli argini della prudenza, lo scontento straripa e ormai lasciare il M5S sembra ad alcuni una conseguenza naturale. «Torno a fare l’informatico», ha detto l’ex capogruppo Riccardo Nuti. Sono anche le nuove regole, ad agevolare l’uscita. Per poter partecipare alle parlamentarie infatti bisogna iscriversi alla nuova Associazione Cinque stelle, la terza nella storia grillina (parentesi per i maniaci: la parola MoVimento ha la V maiuscola, come nelle origini). Ma non sono pochi quelli che hanno ugualmente rinunciato a iscriversi, mentre altri sono pronti a lasciare un minuto dopo aver votato. Altri ancora - ed è questa la novità più dirompente - sono pronti a fare ricorso per proclamarsi loro il Movimento Cinque stelle autentico. Un centinaio di persone, tra cui almeno un parlamentare, si sono già rivolte all’avvocato Lorenzo Borrè, ormai una specie di autorità nella tutela di espulsi ed emarginati M5S. «C’è stata una sorta di scissione dall’alto, da parte dei vertici del Movimento: hanno creato una nuova associazione che è in conflitto di interessi con quella originaria, perché si muove con principi opposti e però si chiama nello stesso modo. Ma la prima associazione non è estinta, conta ancora degli iscritti: quindi al momento ci sono due Movimenti», sottolinea. Sottinteso: la reductio ad unum non è scontata. Anzi già si scaldano i motori: «Arriveranno sorprese», aggiunge Borrè.

Sulla scia di Pizzarotti. Insomma, la miscela ha ingredienti esplosivi e ormai sembra un dialogo tra sordi. Un esempio del cortocircuito che ha mandato in fumo l’ambizioso progetto grillino è nella vicenda che ha visto protagonista Antonello Livi, iscritto al movimento di Tivoli. «Sono stato querelato dalla senatrice Elena Fattori», racconta all’Espresso, «per aver criticato alcuni prese di posizione del movimento nel mio territorio, senza mai fare il suo nome. Mi è arrivata una denuncia e dovrò difendermi per aver fatto semplicemente politica. Nel frattempo avevo presentato la mia candidatura per le prossime regionali del Lazio. Nessuno si è degnato di fornirmi una risposta, eppure sono attivo nel Meet up da anni. Non vorrei che la mia candidatura fosse sgradita, ma è impossibile saperlo, visto che nessuno sa chi si occupa di selezionare i curriculum». C’è da dire che i numeri sono da paura. Sono arrivate 15mila candidature, in pratica gli addetti dell’ufficio controllo del Movimento devono verificarne 500 al giorno. Lo sfilacciamento della base non è una questione local. C’è grossa crisi anche al Nord. Stanno nascendo formazioni post-grilline sulla scia dell’esperienza eretica di Federico Pizzarotti come sindaco di Parma (prima legislatura come Cinque stelle, seconda come indipendente). In Liguria si contano circa 200 attivisti che hanno lasciato i Meet up per creare liste civiche che dovrebbero coagularsi al livello nazionale in un coordinamento con simpatie a sinistra. Esperienze simili hanno preso forma a Livorno, Lucca, Comacchio, La Spezia. In Lombardia, invece, il bubbone è scoppiato la settimana scorsa a Paderno Dugnano: due consiglieri comunali hanno lasciato il movimento, sempre per protestare contro la costituzione della terza Associazione. «Questo cambiamento snatura tutto ciò che era il Movimento nella sua essenza, a partire dal fatto che può essere solo accettato così come è stato presentato: non accettarlo significa che la propria posizione sulla piattaforma Rousseau verrà disattivata automaticamente», hanno spiegato. È l’inizio della valanga, appunto. Lo si capisce anche intercettando la posizione di uno degli scontenti della accoppiata Di Maio-Casaleggio junior: Andrea Tosatto, un tempo cantautore organico al movimento, ideatore fra l’altro dell’inno “Italia a Cinque stelle” e altre hit grilline del tipo l’indimenticata “Cosa resterà di questi euro Ottanta”. Tosatto ha chiarito con una frase come la definizione di ortodossi ed eretici sia questione di punti di vista. «Chi esce non può cacciare chi resta», ha scritto infatti l’artista no vax in polemica con il nuovo corso. È un vortice del “chi caccia chi”, l’alba di una divaricazione i cui confini curiosamente si cominciano a vedere proprio quando il Movimento è chiamato alla sua seconda prova alle elezioni politiche, forse la più importante della sua storia. 

Perché Grillo si fa un nuovo blog alla vigilia delle elezioni? Ha preferito rendersi autonomo in senso organizzativo e dopo le elezioni potrà decidere se appoggiare o no la svolta governista, scrive Rinaldo Mattera l'1 febbraio 2018 su Agi. Il blog beppegrillo.it è stato, a partire dai primi anni 2000, un potente mezzo di aggregazione per il mitologico “popolo della rete”, il nuovo soggetto politico che viene ufficialmente sdoganato in occasione del referendum abrogativo del 2011. Nel lontano gennaio 2005 il comico genovese dichiarava: “Sono un partigiano della terza guerra mondiale, quella dell'informazione”, iniziando a interagire online col pubblico dei suoi spettacoli itineranti di città in città e favorendo la formazione di gruppi di cittadini, futuri nuclei delle Liste Civiche e dei Meetup Amici di Beppe Grillo, confluiti nel M5S nel 2009. Nello stesso anno di nascita il blog viene premiato da testate giornalistiche prestigiose come TIME e IlSole24Ore. Tra il 2006 e il 2009 è uno dei portali digitali più influenti del mondo, poi lentamente scivola nelle retrovie, sia per l'esplosione dei social media che per la decadenza della blogosfera in generale. Decine di migliaia di utenti e centinaia di migliaia di visualizzazioni sono numeri comunque grossi, specialmente se rapportati al sistema Italia, piuttosto che al mondo intero. Il dominio beppegrillo.it è registrato sin dal 2001 a nome di Emanuele Bottaro, amico del comico e la gestione è stata, di fatto, della Casaleggio Associati fino a poco tempo fa. Laddove IlSole24Ore già nel 2013 parlava di ricavi tra i 5 e i 10 milioni di euro, i diretti interessati non hanno mai rilasciato dati consultabili, anzi a sentire loro non ci avrebbero mai guadagnato. Ma non è questo il punto d'interesse, quanto piuttosto l'interruzione della collaborazione con la Casaleggio Associati, società di marketing e comunicazione e la definitiva separazione di beppegrillo.it e ilblogdellestelle.it. Gianroberto Casaleggio così parlava nel 2012, poco prima del boom elettorale che avrebbe portato il M5S in Parlamento: "ho scritto io le regole del Movimento 5 Stelle. Sono in sostanza cofondatore di questo movimento insieme a lui. Con Beppe Grillo ho scritto il «Non Statuto», pietra angolare del MoVimento 5 Stelle prima che questo nascesse". Questa lettera al Corriere della Sera è essenziale per capire come si è strutturato, politicamente ma non solo, il M5S durante gli anni del grande sodalizio tra i due fondatori; il comico e lo stratega di rete, sono stati il cuore e la mente del primo partito digitale italiano. Con la morte di Gianroberto Casaleggio nel 2016, Beppe Grillo annuncia il famoso “passo di lato” e parte con lo spettacolo Grillo Vs Grillo, dichiarando: "non avrei mai pensato di essere l'artefice di un movimento politico. Si è creata una confusione di ruoli. Io non sono il leader dei 5 Stelle". Molto interessante, ma in netto contrasto con quanto affermato dagli statuti del M5S, che all'epoca erano solo due, scritti in seguito allo sbarco in Parlamento per adeguare la struttura organizzativa, quantomeno dal punto di vista formale. Oggi cercando il Non Statuto si rischia di finire in un deludente Error 404, in quanto il nuovo Blog di Beppe Grillo non ne ospita alcuna versione consultabile. L'ultimo codice etico approvato a fine 2017 per riorganizzare il M5S in vista delle imminenti elezioni, designa Beppe Grillo ancora come Garante, egli detiene gran parte del potere in condivisione col Capo Politico, Luigi Di Maio. Certamente, la cancellazione del divieto di alleanze, la parziale rimozione del divieto dei due mandati, la progressiva introduzione di quadri intermedi, designano un M5S ormai ben diverso da quello preconizzato dai fondatori e dagli attivisti della prima ora. Principi come la trasparenza assoluta, lo streaming, i processi decisionali aperti, l'uno vale uno, sembrano ormai chiaramente messi da parte, a favore di un pragmatismo governista, dettato dalla necessità di adeguarsi a nuovi obiettivi, diversi dall'opposizione tout court. Luca Eleuteri, uno dei soci fondatori di Casaleggio Associati, ha rilasciato al Corriere della Sera un’intervista in cui liquida il rapporto con Beppe Grillo adducendo anche motivazioni economiche: "Posso sentire la mancanza di una grande intuizione come quella del blog se non ne venissero altre, di un amico che l’aveva avuta e non c’è più, ma come imprenditore non della gestione di un blog di cui difficilmente ripagavi i costi". Eleuteri sembra inoltre voler smarcare l'azienda dalla gestione del M5S, elemento contraddittorio rispetto all'utilizzo di Rousseau, piattaforma digitale sulla quale si sono svolte le recenti Parlamentarie e per la cui gestione i prossimi eletti pentastellati dovranno versare un obolo mensile di 300 euro. «Il primo grande passo è stato fatto quando Gianroberto ha donato la nostra creatura Rousseau all’omonima Associazione. E ora c’è la separazione definitiva con la consegna del brand beppegrillo.it, e i social media da milioni di utenti a Beppe Grillo. Il tutto senza prendere un euro. Non so quante società lo avrebbero fatto: il nostro è un gesto di amicizia». Ci sono in questo passaggio delle affermazioni assolutamente decisive, a partire dalla definizione di beppegrillo.it come brand, il richiamo al capitale relazionale formato dall'utenza digitale e all'amicizia che fu il principio generatore del sodalizio tra Grillo e Casaleggio. Resta nell'ombra il dato fondamentale: di chi sono i server su cui girano le piattaforme, chi gestisce il database degli utenti, ovvero i dati sensibili, utili a profilare ed estrarre valore, economico e politico. “Ciascun parlamentare italiano, europeo e Consigliere Regionale eletto all’esito di una competizione elettorale nella quale si sia presentato sotto il simbolo del MoVimento 5 Stelle, si obbliga ad utilizzare la cd. ‘Piattaforma Rousseau’ come principale mezzo di comunicazione per uniformarsi agli obblighi di trasparenza e puntuale informazione dei cittadini e degli iscritti al MoVimento 5 Stelle delle proprie attività parlamentari”: così recita uno degli articoli del nuovo codice pentastellato, nonostante Eleuteri dichiari: "Spero che con questo chiarimento d’ora in poi le forze politiche e i giornalisti la smettano di dire che la Casaleggio associati si occupa ancora del Movimento". Le elezioni 2018 sono le prime in cui il M5S si presenta con un comitato elettorale non presieduto da Beppe Grillo, perché personalizzato da Di Maio con i nomi di Dario De Falco, storico amico del candidato di Pomigliano, Pietro Dettori, collaboratore di Davide Casaleggio e responsabile editoriale dell'Associazione Rousseau, infine Vincenzo Spadafora, mentore politico e tessitore di relazioni istituzionali. Quando è stato presentato il nuovo simbolo pentastellato, dove non c'è più il richiamo a beppegrillo.it ma al nuovo ilblogdellestelle.it, Garante e Capo Politico sono sembrati in disaccordo su alcuni temi: il primo ammetteva la possibilità di errori durante le Parlamentarie su Rousseau, il secondo smentiva categoricamente; il primo chiudeva a ogni possibile alleanza post elettorale con altri partiti, il secondo per niente. Nel frattempo a Genova prosegue la causa di diversi iscritti della prima associazione M5S, che vogliono rivalersi sulla seconda grazie alla consulenza dell'avvocato Lorenzo Borrè. Nelle sue stesse parole, il "ricorso è stato presentato da 33 membri originari del Movimento, rappresentativi di tutta Italia e di centinaia di iscritti della prima ora". L'associazione costituita nel 2009 aveva richiesto la nomina di un curatore per promuovere azione giudiziaria contro Beppe Grillo. Il legale che assiste i 33 militanti storici: "Di fatto è stato commissariato il M5s originario". Le grane giudiziarie non sono finite qui, anzi con le Parlamentarie sono decisamente aumentate, in parte a causa dei disguidi informatici della piattaforma, in parte per la scrematura dei candidati, eseguita manualmente, anche se non si sa da chi e in base a quali specifici criteri. Un mix di vecchio e nuovo, tra partecipazione digitale e vecchi metodi politici con luci e ombre, che si risolverà con lo scontro a colpi di carte bollate tra la seconda e la terza associazione del M5S. Beppe Grillo già nel 2015 si dichiarava “un po' stanchino” e nel mentre dava spazio al Direttorio, composto da Di Maio, Fico, Di Battista, Ruocco e Sibilia, votati sul suo blog da una percentuale brezneviana del 97,1%, corrispondenti a 34.050 utenti. Per capire cosa sta succedendo oggi bisogna guardare proprio a questo momento decisivo per l'evoluzione del M5S. Di Battista si è chiamato fuori da tempo, lasciando spazio alla corsa solitaria Di Maio, ma al contempo portando avanti una propria campagna parallela, per contenuti e per modi. Senza gaffe, senza toni esasperati, senza sbagliare congiuntivi, talvolta esprimendo pensieri diversi dalla linea ufficiale. Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza Raie considerato un ortodosso grillino della prima ora, resta dalla parte di Beppe Grillo, chiudendo alle alleanze elettorali con una dichiarazione perentoria: «Salvini è geneticamente diverso dal M5s perché si è alleato con uno che si è tenuto per un anno in casa un mafioso». Fico sarà ricandidato, ugualmente alla Ruocco e a Sibilia, rappresentando un sicuro segno di continuità per la politica del M5S. Nelle parole di Fico “c'è il blog di Beppe Grillo che finalmente si separa da quello delle stelle"», tutto diventa più chiaro. Da un lato resta la Casaleggio Associati, da un altro nasce Beppe Grillo srls”, che persegue una mission aziendale identica, in continuità con l’asset commerciale Grillo-beppegrillo.it. Così le parole di Eleuteri iniziano ad avere ancora più senso, perché la nuova società del comico intende perseguire lo "sviluppo di piattaforme online, blog, web, applicazioni mobile ecc.", ma anche la "vendita e intermediazione di spazi pubblicitari online e offline". Dulcis in fundo, Grillo vuole anche occuparsi di "ideazione, creazione, sviluppo, implementazione e gestione di sistemi e piattaforme informatiche accessibili attraverso anche internet"; praticamente tutto quanto sinora aveva fatto in tandem con Casaleggio. Un'azione del genere somiglia al decentramento dell'infrastruttura, ovvero la replica in scala del sistema centrale, spostato altrove: una clonazione del sistema, riprodotto in maniera indipendente e rinnovata rispetto all'originale. È come se Grillo avesse replicato il M5S nella sua interezza, tanto è vero che la nuova società intende anche perseguire "l’ideazione e la gestione di attività editoriali ivi incluse le attività di pubblicazione di contenuti informativi via internet nonché la creazione e la gestione di periodici" e "parteciperà a consorzi e appalti sia pubblici che privati". D'altro canto, Eleuteri sostiene che "noi come Casaleggio Associati stiamo spostando il nostro focus dal settore dell’editoria digitale a quelli dell’Intelligenza Artificiale, dell’Internet delle cose e dell’integrazione tra punti fisici e digitale". Le stesse identiche cose che professa Grillo nel suo nuovo blog, celebrando un tecno utopismo che non si vedeva da anni. Tutto ciò rafforza l'idea che dopo le elezioni ci potrebbe essere una vera scissione, tra i governisti capeggiati da Di Maio e gli intransigenti legati al progetto originario. Una corrente che potrebbe raggrupparsi intorno a Fico e Di Battista, con Grillo che al contempo riprenderebbe il controllo dell'associazione originale, magari patteggiando coi ribelli, con gli espulsi e con coloro che sono rimasti fuori dalle varie transizioni associative, chiudendo in tal modo cause e ricorsi e tornando protagonista. Dopo la chiusura del ciclo originario con Gianroberto Casaleggio, Grillo ha preferito rendersi autonomo in senso organizzativo e dopo le elezioni potrà decidere se appoggiare o no la svolta governista. Intanto Di Maio sta giocando il tutto per tutto, come i tentativi palesi di seduzione verso la Lega di Salvini, alla ricerca di accordi sotterranei che potrebbero essere favoriti da teste di ponte come Alberto Bagnai, esponente del fronte sovranista e antieuropeista, un tempo nelle grazie del M5S e oggi candidato col Carroccio. 

Dagospia: “Beppe Grillo fonda un nuovo movimento, il leader sarà Alessandro Di Battista”, scrive la Redazione di Blitz il 1 febbraio 2018. Beppe Grillo, secondo Dagospia, avrebbe intenzione di creare un nuovo movimento. Un partito che nascerebbe per far fronte a quella che viene definita la “democristianizzazione” del M5s, simboleggiata in modo perfetto da Davide Casaleggio e da Luigi Di Maio che, ora, aprirebbe ad alleanze con chiunque. Grillo, sempre secondo il sito diretto da Roberto D’Agostino, vorrebbe a capo del nuovo soggetto politico Alessandro Di Battista, e questo spiegherebbe la sua mancata candidatura. L’obiettivo sarà giocarsela alle ipotetiche nuove elezioni che arriveranno nel caso in cui dal 4 marzo non dovesse uscire alcun governo. E – Grillo ne sarebbe convinto – la seconda tornata elettorale dovrebbe arrivare addirittura entro la fine del 2018. Il programma? Addio Euro, addio Europa, sinergie con Vladimir Putin, graduale allontanamento dalla Nato, sostenere la battaglia No-Tav. E sarebbero proprio le insistenti voci su questo nuovo movimento ad aver spinto Di Maio ad aprire a governi di larghe intese, così da evitare che in caso di nuove elezioni una fuga di massa dei pentastellati ortodossi verso il nuovo movimento grillino.

M5s shock, altro che francescano! In un anno Grillo sestuplica il reddito. Beppe Grillo dichiara un reddito sei volte maggiore rispetto al 2016. Mentre Luigi Di Maio, Matteo Renzi e Giorgia Meloni..., scrive Venerdì, 16 marzo 2018, "Affari italiani". Il francescano Beppe Grillo sestuplica il suo reddito rispetto all'anno scorso, e nel 2017 dichiara un imponibile di oltre 400 mila euro. Rispetto all'anno precedente, si tratta quindi di 350 mila euro in più, come si evince dalle dichiarazioni dei redditi del 2017 facilmente riscontrabili sui siti di Camera dei Deputati e Senato. Scrive La Stampa: "Il cofondatore del Movimento 5 stelle, Beppe Grillo, dichiara nel 2017 420.807mila euro, a fronte dei 71.957mila del 2016. Un reddito, quindi, sei volte maggiore nel giro di un solo anno. Cifra che lo riporta quasi ai livelli del 2015, quando aveva dichiarato 355.247mila euro". La Stampa riporta anche i redditi di Luigi Di Maio, leader politico del Movimento 5 stelle, che in maniera peculiare risulta per lo stesso anno consecutivo il medesimo. " La cifra dichiarata nel 2017 da Di Maio è identica a quella dichiarata nel 2016 e nel 2015, pari a 98.471,04". Matteo Renzi, ex segretario del Pd, ha invece dichiarato nel 2017 un imponibile di 107.100 mila euro e Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, si arricchisce rispetto al 2016 dichiarando 98.421mila euro.  

Grillo politico d'oro In un anno guadagni moltiplicati per sei. Nel 2013 vantava il 730 a zero euro, ora è a 400mila. E Boldrini è più ricca di Padoan, scrive Patricia Tagliaferri, sabato 17/03/2018, su "Il Giornale". La curiosità di sapere quanto guadagnano i nostri politici e di confrontare i loro conti in banca c'è sempre. Ed anche quest'anno la pubblicazione dei redditi dei parlamentari sui siti di Camera e Senato riserva qualche sorpresa. A cominciare dalla costatazione che Beppe Grillo, il fondatore del Movimento Cinque Stelle fuori dai palazzi ma costretto da una norma inserita nella legge sul finanziamento ai partiti a rendere pubblici i suoi possedimenti, è sempre più ricco. I suoi redditi si sono addirittura sestuplicati rispetto allo scorso anno. Con un imponibile di 400mila euro nel 2017, quasi 350mila euro più del 2016, il comico genovese è ormai proiettato anni luce di distanza da quanto diceva in un'intervista a Enrico Mentana nel 2013 sul suo 730 pari a zero. Resta al palo invece Luigi Di Maio. Il capo politico del Movimento, infatt