Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

LE RELIGIONI

PRIMA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 


 

LE RELIGIONI

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Natale.

La Befana.

La Pasqua.

Vaticano e Tasse.

Gli Abusi.

Il Battesimo.

La Confessione.

La Chiesa, i Gay, i Trans, le Donne.

La Politica.

Miracoli e Prodigi.

I Misteri.

Le Omelie.

Il Papa Emerito.

Padre Georg: il Padre molesto.

Il Papa Comunista.

Il Papa Santo.

Il Papa dimenticato.

Il Papa Buono.

Il Papa silente.

I Santi.

I Santi Laici.

Suore e Preti.

I Padrini.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Comunione e liberazione.

La Fine della Cristianità.

Il Cristianesimo e gli Scismi.

Il Diavolo.

L’Esoterismo e l’Occultusmo.

La mattanza dei cristiani.

I Templari.

Gli Atei.

I Guru.

Il Karma.

Il New Age.

I Cibi sacri.

Le Sette Religiose.

La Massoneria.

I Buddisti.

L’Ebraismo.

L’Islam.
 


 

LE RELIGIONI

PRIMA PARTE


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ideologia.

La Nascita di Gesù.

La rappresentazione artistica.

I Simboli.

Babbo Natale.

Il Malumore e la depressione.

Le Tradizioni.

L’Ideologia.

La "sinistra cancella il Natale", caso a Verona: il sindaco Tommasi nella bufera. Luca De Lellis su Il Tempo l'11 novembre 2023

In nome del politicamente corretto anche un simbolo del Natale può venire meno. È quanto sta accadendo a Verona con la giunta del Partito Democratico, guidata dal sindaco Damiano Tommasi, che sta per sacrificare la stella cometa di Natale piantata da quasi 40 anni in piazza Bra in favore dell’installazione di lucette laser ormai un po’ convenzionali e prive di valore tradizionale. Lo riporta l’indiscrezione di Libero, secondo la quale “la trattativa con la ditta che fornirà le luci” sarebbe nella sua “fase conclusiva”, anche perché ormai non manca molto al periodo delle feste natalizie. La giustificazione del sindaco? “E’ rotta, e non c’era il tempo né la possibilità di ripararla”. In effetti nel gennaio scorso si era sgretolato il sostegno che la teneva sorretta, ma a settembre la cometa a due passi dall’Arena era stata liberata dal sequestro e sembrava potesse tornare alla normalità.

Invece non sarà così. Anzi, l’ex calciatore della Roma, ora nelle vesti di primo cittadino, sta già “pensando alle alternative” per sostituire uno degli emblemi della tradizione a cui i cittadini veronesi erano tanto affezionati. La grande stella cometa non solo rappresentava un punto turistico, ma anche un luogo di aggregazione tra diverse generazioni. E, secondo il retroscena del quotidiano, poteva essere salvata, con la ditta di presagomatura e posa dell’acciaio Iron Beton che si era offerta per sistemare tutto, sostenendo la fattibilità temporale del progetto di riparazione “del basamento che poggia sui gradoni dell’Arena, anche in collaborazione con qualche ingegnere o architetto specializzato in sicurezza, per riprogettare le fasi di montaggio e smontaggio con un protocollo più moderno e condiviso”.

La questione sembra non esser andata giù a molti cittadini, inclusi quelli appartenenti alla maggioranza che nel giugno 2022 aveva eletto Tommasi nuovo sindaco di Verona. In fin dei conti, è passata come una presa di posizione non necessaria l’eliminazione di un simbolo risalente al 1984 nella piazza più importante della provincia veneta. Intanto sono arrivate anche le critiche della giunta di centrodestra, secondo la quale sono state accampate solo delle scuse per togliere un elemento appartenente alla tradizione cristiana. E, unito ad altre politiche rivedibili attuate durante l’ultimo anno e mezzo di amministrazione, i Dem rischiano di veder vacillare il proprio consenso in una delle poche conquiste delle ultime elezioni amministrative.

La politica insorge contro i negazionisti del Natale. L'ira del centrodestra contro l'istituto. La Lega: "Dittatura delle minoranze". E il rettore fa un parziale dietrofront. Pier Francesco Borgia il 26 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Parziale retromarcia da parte del rettore dell'Istituto universitario europeo di Fiesole. Uno scarno comunicato arriva a parziale rettifica: «Nessuna intenzione di abolire le feste religiose di fine anno». Comunicato che però sottolinea come l'istituto accogliendo «un numero crescente di studenti del mondo intero», necessiti «di una politica di inclusione delle diverse culture». Ecco quindi il perché dell'adozione di un «Piano per la parità etnica e razziale».

L'idea degli amministratori dell'istituto universitario (tra l'altro ospitato nella badia di San Domenico) di sostituire il Natale con una generica «festa d'inverno» non è piaciuta a gran parte del mondo politico. «Altro che inclusione! - afferma l'europarlamentare della Lega Susanna Ceccardi (foto) - Questa è la dittatura delle minoranze!» La Ceccardi oltre a ricordare che i finanziamenti dell'istituto arrivano da Bruxelles lamenta che si sta diffondendo, anche grazie a Bruxelles, una «propaganda negazionista e falsificazionista, negli istituti scolastici di ogni ordine e grado, La deputata di Azione, Daniela Ruffino, accusa direttamente il rettore Renaud Dehousse di «intolleranza poco laica», mentre il vicepremier Antonio Tajani «sorpreso» dalla decisione del rettore dell'Istituto. «Siamo fieri del rispetto delle nostre radici cristiane - sottolinea il ministro degli Esteri -, l'Europa è basata su questo. Non è un caso che l'Italia abbia scelto la Badia fiesolana come sede dell'Istituto». Ora la Lega, per voce del consigliere regionale Giovanni Galli, minaccia di togliere i contributi regionali allo Iue, mentre il deputato di Fratelli d'Italia Antonio Baldelli annuncia la presentazione di un'interrogazione parlamentare: «Non si possono pestare sotto i piedi del politicamente corretto - dice - secoli e secoli di tradizione nazionale».

La Nascita di Gesù.

Quando è nato davvero Gesù? La vera data in una pergamena. Tante le speculazioni in merito alla nascita di Gesù. È davvero nato il 25 dicembre, oppure si tratta di una data convenzionale? Ecco cosa ci dicono i rotoli di Qumran. Federico Garau il 25 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Nella tradizione comune si è soliti credere che Gesù sia nato il 25 dicembre, motivo per cui festeggiamo il Natale. Nella realtà, tuttavia, sono in molti a ritenere che il 25 dicembre sia una data convenzionale, decisa dall’Imperatore Costantino per sostituire il culto del Sol Invictus, che vigeva all'epoca, con una festività cristiana.

Allora quando è nato veramente Gesù?

La scoperta dai rotoli di Qumran

Scoperti nel secolo scorso, i manoscritti di Qumran hanno confermato che Gesù è veramente nato a dicembre. Notizia che ha modificato la convinzione secondo cui la data del 25 dicembre fosse solo una convenzione per mettere d'accordo cristiani e fedeli di altre religioni presenti a quel tempo nell'impero romano.

Gli antichi papiri, rinvenuti a Qumran (Cisgiordania) nel 1947, a poca distanza dal Mar Morto, avrebbero fornito alcune importanti prove che si sono rivelate d'aiuto per gli studiosi. Fondamentali, in tal senso, il cosiddetto Calendario liturgico di Qumran e il Libro dei Giubilei, risalente al II secolo a.C.

A ragionare sulle date e a fornire qualche risposta circa il mistero della nascita di Gesù è stato Shemarjahu Talmon, docente presso la Hebrew University di Gerusalemme. Talmon ha inoltre ricavato dal Nuovo Testamento delle informazioni che, se incrociate, potrebbero fornire ulteriori conferme sulla data del 25 dicembre.

La conta dei mesi grazie al Vangelo di Luca

Nel Vangelo di Luca si parla delle due annunciazioni dell'Arcangelo Gabriele, la prima a Zaccaria, padre di Giovanni il Battista, la seconda a Maria, madre di Gesù.

A Zaccaria, l'angelo annunciò la nascita di un figlio malgrado l'età avanzata e la sterilità della moglie Elisabetta. L'annunciazione a Zaccaria, riferiscono le scritture, avvenne quando questi era sacerdote della classe sacerdotale di Abia e stava svolgendo le sue funzioni nel Tempio. Nel Libro dei Giubilei trovato a Qumran viene rivelato che la classe di Abia accedeva al Tempio nella settimana fra il 23 e il 30 settembre. Contando i 9 mesi necessari per una comune gravidanza, il Battista nacque dunque intorno al 24 giugno, e sarebbe dunque confermata la data indicata dalla chiesa.

Si arriva quindi all'annunciazione a Maria, che si verifica quando la cugina Elisabetta è incinta di 6 mesi. Sarebbero dunque confermate la data dell'Annunciazione (25 marzo) e della nascita di Gesù, venuto al mondo 6 mesi dopo Giovanni il Battista, il 25 dicembre.

Estratto dell'articolo di Maurizio Bettini per “la Repubblica” il 23 Dicembre 2022.

«E questo chi è?» domandò Seneca vedendosi alla porta quello strano tipo. «Ma come, non mi riconosci?» rispose l'altro «sono Felicione, il figlio del fattore Filosito, ero il tuo cocco. Mi regalavi sempre i sigilla quando ero un bambinello». Che cosa sono i sigilla[…]? Si trattava di statuine che venivano donate ai bambini durante i Sigillaria,[…]. La cosa interessante però è che questa festa si celebrava ogni anno proprio alla fine di dicembre: ossia nel periodo che corrisponde al nostro Natale.

[…] L'invenzione del calendario, […] non solo permette di dare un'organizzazione condivisa alla nostra vita collettiva; ma suggerisce l'illusione che il tempo non sia in perenne fuga […] È inevitabile, però, che il periodo in cui il tempo "di prima" si interrompe per lasciare il passo al tempo "di dopo", sia percepito come un momento di passaggio, dal carattere eccezionale, che chiede di essere celebrato. Ed è appunto qui, all'interno di questa frattura fra calendari, che si collocano le nostre feste di Natale e fine d'anno; così come nello stesso periodo si festeggiavano a Roma i Sigillaria in concomitanza con un'altra importantissima celebrazione romana: i Saturnalia.

Questa festa si teneva in onore del dio Saturno e coinvolgeva tutti gli abitanti della Città. Sotto il segno del vecchio dio tornava a rivivere un mito, quello dell'età dell'oro, di cui Saturno era stato appunto il signore. Si era trattato di un periodo felice per l'umanità, quando non c'era bisogno di lavorare la terra per goderne i frutti e tutti vivevano in un regime di pace e giustizia. Sul modello di questa età felice, i Saturnalia erano caratterizzati dalla cancellazione rituale dello scarto che sussisteva fra liberi e schiavi.

In quei giorni, infatti, i liberi abbandonavano la toga, […] per indossare altre vesti; e mettevano sulla testa il copricapo tipico dei liberti, ossia gli schiavi liberati. […]. La festa poteva addirittura prevedere un rovesciamento dei ruoli fra liberi e schiavi. I padroni servivano cibo ai propri schiavi e si permetteva addirittura che i servi facessero il verso ai patrizi, prendendoli in giro.

[…] Del resto, la nostra tradizione vorrebbe che a Natale tutti si sentissero "più buoni" - che poi questo accada davvero, naturalmente, è un altro discorso. […] Ed eccoci tornati ai Sigillaria, la festa delle statuine. Queste "piccole immagini", i sigilla da cui abbiamo preso spunto, erano dedicate al dio Saturno ed erano poste in vendita nel mercato annuale che si teneva per la circostanza. 

[…] questi mercatini dei Sigillaria, con i loro teloni messi su alla fine di dicembre e in cui si vendevano statuine di terracotta, come quella che Seneca regalava al piccolo Felicione, somigliano molto ai nostri mercatini di Natale. 

 Nei quali, almeno in certe regioni d'Italia, dove ancora si pratica la tradizione del presepio, si vendono proprio statuine da collocare intorno alla grotta o nella capannuccia. Le botteghe di San Gregorio Armeno, a Napoli, con la loro meravigliosa offerta di sacre famiglie, pastori o personaggi bizzarri, sembrano dunque trovare in Roma antica un precedente abbastanza inatteso[…]

Anche nella Roma antica, infatti, il periodo di fine dicembre era caratterizzato dallo scambio dei doni, proprio come avviene in occasione del nostro Natale. Naturalmente in queste occasioni non si trattava semplicemente di esternare generosità o bontà. In qualsiasi società, infatti, la pratica del dono è inserita in realtà in un complesso sistema di relazioni sociali, che possono talora dar vita a vere e proprie forme di obbligazione. […] 

La cosa forse più interessante, però, è che le "statuine" dei Sigillaria venivano donate in particolare ai bambini, come Seneca usava fare con il piccolo Felicione. Le si donava addirittura ai più piccoli, "quelli che non camminano ancora", come giocattoli. Ora, se c'è una cosa che caratterizza il nostro Natale, è proprio l'attenzione dedicata i bambini. È a loro che sono destinati i regali che si fanno in famiglia, sono loro i piccoli eroi delle feste natalizie.

Lo si vede perfino dalle pubblicità che passano in televisione. Del resto, nel Natale cristiano il personaggio principale non è forse un bimbo adagiato in una mangiatoia? Un bambino divino, la cui nascita è salutata da un coro di angeli e che, per coloro che credono, è addirittura destinato a salvare il mondo.

La rappresentazione artistica.

Nella "Natività" di Giotto nasce la pittura moderna. La marginalità di Giuseppe, la cura di Maria per il figlio. Finezza e geometria s'incontrano. Vittorio Sgarbi il 24 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Perché Giotto è il primo pittore moderno? È utile la parola «moderno» a definirlo? Chi è stato una volta nella Cappella degli Scrovegni a Padova ha provato una emozione irripetibile, perfino più forte di quella che suscita la Cappella Sistina. Negli Scrovegni c'è un'immersione, percepibile illusivamente anche nella riproduzione ambientale all'entrata della mostra «Giotto e il Novecento», al Mart di Rovereto. Si entra nel profondo azzurro di un cielo stellato e si assiste, d'un solo fiato, alle storie della vita di Cristo.

Nessun film ci darebbe questa emozione. Tutto è lì, davanti a noi, tutto vive, si muove, con una sorprendente presenza. La differenza, rispetto al cinema, è nel fatto che siamo noi a muoverci. Le storie sono immobili, il nostro corpo, i nostri occhi le seguono in un piano-sequenza. Tutto era nella mente di Giotto, tutto era in un eterno presente che si manifesta con una serie di istanti che i nostri occhi seguono nella serie di storie illustrate nei singoli riquadri.

La Natività è uno degli episodi più rappresentati dagli artisti. E proprio fermandoci davanti al riquadro degli Scrovegni che la illustra, ci rendiamo conto della assoluta modernità di Giotto. La storia è semplice, la raccontano i Vangeli. Luca scrive: «Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia. E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama. Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere. Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro».

Tutto è davanti a noi, in una composizione perfetta. Il paesaggio è montuoso, pronto ad accogliere una capanna provvisoria, come una pensilina, per riparare, sotto il suo tetto, la Madonna distesa all'antica, come su un triclinio. Intorno si muove un mondo. Seduto a terra, stanco, accoccolato nel suo mantello, Giuseppe dorme. È consapevole di non essere essenziale, e Giotto ce lo mostra estraneo al rapporto sentimentale che unisce la madre e il figlio. Poi ci sono i pastori. Non possono mancare. Ma sono distratti, di spalle. Mentre il loro gregge di pecore e capre è fermo e raccolto, loro sono attratti da un messaggio del cielo. Il gruppo di angeli che sta sopra il tetto rassicura della benedizione divina di cui gli angeli sono garanti. I pastori li guardano curiosi come si assiste ai fuochi d'artificio, a una apparizione imprevista ed eccezionale.

Tutto è perfettamente coerente e naturale, e proprio la distrazione dei pastori o l'assenza di Giuseppe ci sospingono a concentrare la nostra attenzione sul dialogo amoroso tra la madre e Gesù. Lì è il senso della storia: nell'amore materno, nell'infinita dolcezza della madre, con il volto bianco e luminoso, che stringe il bambino in fasce, amorevolmente, e pensa al suo conforto, aiutata da un'ancella, per porlo, con grande delicatezza, nella mangiatoia, e avere il soffio dell'alito caldo del bue e dell'asinello.

Giotto, in un colpo d'occhio, racconta la varietà delle condizioni umane. Il suo non è un teatro: è la vita. E la Natività è una storia di affetto materno, di tenerezza, di grazia. Nel ritmo perfetto della composizione ci colpisce la verità delle emozioni, la cura. Nella concentrazione su quell'episodio centrale, con gli sguardi assorti, la leggerezza dei gesti e delle mani di Maria e dell'ancella che spostano il bambino con infinita dolcezza, noi avvertiamo il sentimento profondo della maternità che è fatto di amore, e non ha bisogno di altro che di dedizione, ancora più intensa della devozione.

Giotto, come nessuno prima di lui, esprime affetti e delicatezza umana, come se Maria interpretasse le parole di Battiato nella canzone La cura: «Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza/ Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza./ (...) Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto/ Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono/ Supererò le correnti gravitazionali/ Lo spazio e la luce per non farti invecchiare/ Ti salverò da ogni malinconia/ Perché sei un essere speciale/ Ed io avrò cura di te/ Io sì, che avrò cura di te».

Se dalla rappresentazione di Giotto ci spostiamo alle tante successive rappresentazioni della Natività, non troveremo in nessuna di esse tanta esattezza nella descrizione dei sentimenti, un esprit de finesse che si esprime attraverso l'esprit de géométrie di una composizione perfetta, dove ogni elemento racconta una condizione umana, dallo stupore all'amore. Non si può fare di più, non si può dire di più.

Film, tutti i classici di Natale da vedere almeno una volta nella vita. Nel mese di dicembre è ormai tradizione guardare film di Natale. Ecco allora una lista dei classici da non lasciarsi scappare durante il mese delle festività natalizie. Erika Pomella il 23 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Una delle tradizioni più in voga durante le feste di Natale è quella di vedere pellicole a tema: film e classici di Natale ambientati durante le festività natalizie o che comunque ne rispecchiano i valori e la ricerca di un lieto fine a ogni costo. Da decenni, ormai, la settima arte si premura di produrre annualmente pellicole a tema natalizio da vedere nel mese di dicembre: una strategia di marketing che coinvolge ogni lato della produzione cinematografica, compresa quella che passa sulle ormai insostituibili piattaforme streaming.

Ci sono, quindi, dei film - più o meno vecchi - che sono diventati dei veri e propri classici di Natale, storie da vedere e rivedere durante il periodo più bello dell'anno, che vengono aggiunti ai palinsesti dei canali in diretta o aggiunti nei cataloghi sempre più ricche delle piattaforme on-demand come Netflix, Prime Video o Disney+.

Una poltrona per due

Non è Natale senza Una poltrona per due. Se c'è una tradizione ormai collaudata negli anni è quella di trasmettere, la sera della Vigilia, il film di John Landis su Italia 1 e il 2022 non fa eccezione. Per i pochi che ancora non conoscessero questo cult degli anni Ottanta con Eddie Murphy e Dan Aykroyd è una sorta di rivisitazione comica del classico Il principe e il povero. La trama, infatti, ruota intorno a un ricco uomo di Wall Street che, a seguito di una scommessa fatta ai suoi danni dai suoi due annoiati datori di lavoro, perde tutto. Al contrario, Billy Ray Valentine (il personaggio di Murphy) passa dall'essere un senzatetto ad avere più soldi di quanti ne abbia mai potuti vedere. Quando però i due capiscono di non essere altro che un gioco nella vita di due anziani con troppo tempo libero, decidono di prendersi la loro vendetta. Come ogni anno, da circa venticinque anni, l'appuntamento con Una poltrona per due è per il 24 dicembre su Italia 1.

La vita è meravigliosa

Un altro classico - non solo di Natale, ma della storia del cinema nella sua interezza, è La vita è meravigliosa, la pellicola di Frank Capra con James Stewart nei panni del protagonista. La trama ruota intorno alla figura di George Bailey, un uomo dal cuore buono che è costretto a rinunciare ai suoi progetti di vita quando accetta di portare avanti l'azienda di famiglia. Sempre altruista, generoso e pronto a sacrificarsi per gli altri, con una moglie innamorata di lui, George comincia a dubitare di sé e di ogni cosa quando gli eventi cominciano a virare verso difficoltà sempre maggiori. Arrivato al punto di rottura, George medita il suicidio, ma prima che abbia l'occasione di gettarsi nelle fredde acque del fiume viene raggiunto da un angelo custode che gli dimostrerà quanto la sua vita sia importante e, di fatto, meravigliosa. Il film di Frank Capra, che ha ispirato anche il brano Meraviglioso, è disponibile su Sky e Now Tv, ma non è da escludersi un canonico passaggio sui canali in chiaro.

SOS Fantasmi

Diretto da Richard Donner SOS - Fantasmi è una rilettura di Il canto di Natale di Charles Dickens. La storia ruota intorno al giovane presidente di un'emittente televisiva (Bill Murray) che vede il Natale come un'occasione per fare soldi e non crede in niente che non sia la sua pura ambizione. Ma, con l'avvicinarsi delle Feste, Frank riceverà la visita di tre fantasmi, che gli faranno rivivere i suoi Natali passati e che cercheranno di aprirgli gli occhi sul futuro che lo attende se non riprende in mano la sua vita. Disponibile su Prime Video.

Il piccolo Lord

Un altro classico di Natale è Il piccolo lord, il film degli anni Ottanta ispirato all'omonimo romanzo per ragazzi. La storia è quello di un bambino americano, orfano di padre, che scopre di aver ereditato un titolo nel Regno Unito ed è invitato a passare del tempo con il nonno burbero, che non ha mai voluto sapere nulla di lui, dal momento che non aveva visto di buon occhio il matrimonio di suo figlio con una donna americana di umili origini. L'incontro con il bambino, però, è destinato a cambiare l'indole del vecchio, che non potrà fare a meno di lasciarsi sedurre dal bambino. Anche Il piccolo lord è disponibile su Prime Video.

Mamma ho perso l'aereo

Non è Natale senza Mamma ho perso l'aereo, il film cult degli anni Novanta che recentemente è stato anche omaggiato nel film Una notte violenta e silenziosa. La storia è quella di Kevin (Macaulay Culkin) un bambino di otto anni che, durante le vacanze di Natale, viene accidentalmente lasciato a casa da solo dalla sua famiglia ed è costretto non solo a prendersi cura di se stesso senza averlo mai fatto prima, ma soprattutto a tenere testa a un duo di criminali (interpretati da Joe Pesci e Daniel Stern) che derubano le case lasciate vuote per le Feste. Diventato negli anni un vero e proprio cult, con delle scene intramontabili come quelle legate alla "caccia al ladro", Mamma ho perso l'aereo è davvero un titolo imperdibile. Disponibile su Disney+, dove c'è anche il sequel, Mamma ho riperso l'aereo: mi sono smarrito a New York

Nightmare Before Christmas

Sebbene sia diretto da Henry Selick Nightmare Before Christmas è una pellicola che porta impresso il marchio del suo autore e creatore, Tim Burton. Si tratta di un lungometraggio d'animazione realizzato con la tecnica dello stop-motion, che si ottiene creando ventiquattro frame al secondo. In più la pellicola ha una natura ibrida, che lo rende perfetto sia per Halloween sia per Natale. Questo perché il protagonista della storia è Jack (doppiato in italiano da Renato Zero), il re delle zucche che porta lo spavento nella Città di Halloween. Dopo le ultime celebrazioni, però, Jack comincia ad avere una sorta di crisi di identità e durante una sua passeggiata finisce nella Città del Natale. Colpito da questo mondo nuovo, Jack decide di portare il Natale anche nel suo mondo d'origine, con risultati tutt'altro che rosei. Disponibile su Disney+.

Una promessa è una promessa

Una promessa è una promessa è una rocambolesca e divertente avventura di Natale che vede un padre alle prese con la disperata ricerca del regalo per il figlio. Il protagonista è interpretato da Arnold Schwarzenegger, un uomo d'affari così impegnato col suo lavoro da mancare sempre alle promesse fatte al piccolo Jamie. Alla Vigilia di Natale l'uomo scopre che il giocattolo che suo figlio aveva chiesto per Natale, un modellino dell'eroe televisivo Turbo Man, è pressoché introvabile. Determinato a non rovinare le Feste al figlio e a dimostrare di essere un uomo di parola, il protagonista farà di tutto per ottenere il giocattolo. Anche a sfidare un postino disperato quanto lui. Questo classico di Natale è disponibile su Disney+

Un amore tutto suo

Sempre su Disney+ è disponibile un altro titolo che rientra nella lista dei classici di Natale: si tratta di una commedia romantica davvero deliziosa da vedere durante le feste di Natale. Un amore tutto suo racconta la storia di Lucy (Sandra Bullock), una donna che lavora alla biglietteria della metropolitana e che, durante il suo servizio la mattina di Natale, salva la vita a uno sconosciuto per cui si è presa una cotta. A causa di un'incomprensione durante il trasferimento in ospedale, i medici si convincono che Lucy sia la fidanzata del malcapitato e quando arriva la famiglia dell'uomo tutti sono pronti ad accoglierla come eroina e fidanzata. L'unico ad avere dei sospetti è il fratello della vittima, Jack (Bill Pullman), che finirà suo malgrado per provare qualcosa per la ragazza.

L'amore non va in vacanza

L'amore non va in vacanza è una commedia romantica con un cast eccezionale. La storia ruota intorno a due donne, Iris (Kate Winslet) e Amanda (Cameron Diaz), entrambe alle prese con il cuore spezzato e la difficoltà a trovare il vero amore. Davanti all'ennesima delusione d'amore, le due - che non si conoscono - accettano di partecipare al programma di scambio casa. Iris parte per Los Angeles e a casa di Amanda conosce Miles (Jack Black). Amanda, invece, va a nascondersi in Gran Bretagna, nel Surrey, dove incontra il fratello di Iris, Graham (Jude Law). Con un cast che include anche Rufus Sewell ed Eli Wallach, L'amore non va in vacanza è il classico film di Natale adatto a chi cerca nelle Feste un po' di romanticismo. Il film è disponibile sulla maggior parte delle piattaforme e passa spesso anche nei canali in chiaro.

The Family Man

Un altro titolo da inserire tra i classici di Natale disponibili su Netflix è The Family Man, il film del 2000 diretto da Brett Ratner che vede come protagonisti gli attori Nicolas Cage e Téa Leoni. La trama ruota intorno a un sotterfugio narrativo simile a quello di Sliding Doors: un uomo di successo (Nicolas Cage, appunto) ma dalla vita solitaria, si trova ad avere la possibilità di "sbirciare" in un'esistenza alternativa, osservando come sarebbero potute andare le cose se avesse preso decisioni differenti. Sebbene non sia interamente incentrato sul periodo natalizio, The Family Man rimane un titolo imperdibile nel mese di dicembre.

Il Grinch

La lista dei consigli sui classici di Natale si chiude con Il Grinch, pellicola degli anni '90 e firmata da Ron Howard che vede Jim Carrey vestire i panni della creatura verde che odia il Natale ed è determinato a rovinarlo per tutti gli abitanti del paese di Chinonsò, che invece non vedono l'ora di celebrare le festività natalizie. Al pari di Una poltrona per due, Il Grinch è un titolo che passa ogni anno nel palinsesto televisivo e anche quest'anno Italia 1 non si lascerà sfuggire l'occasione di portare sul piccolo schermo la storia di un Grinch pronto ad aprire il suo cuore. L'appuntamento, infatti, è per il 17 dicembre.

Tu scendi dalle stelle. Tra miracoli e presepi, così nacque la canzone natalizia più antica. Francesco Lepore su L’Inkiesta il 24 Dicembre 2020.

Sette strofe composte nel 1754 che, insieme a “Quanno nascette ninno”, costituiscono un piccolo canone di melodie tradizionali. Mescolano elementi biblici a ispirazione popolare, accompagnando la speranza dell’avvento di un mondo migliore

«Questo Natale si è presentato come comanda Iddio». Oltre 5 milioni di persone hanno riascoltato due giorni fa la nota battuta eduardiana, che Sergio Castellitto ha interpretato nel riadattamento Rai di “Natale in Casa Cupiello”. E non poche avranno pensato all’attinenza dell’amara ironia di quelle parole a un 25 dicembre 2020, che difficilmente potremo dimenticare.

Ma il remake della più celebre opera teatrale di De Filippo ha fatto anche risuonare nelle case italiane le note di “Tu scendi dalle stelle”, sia pur nella versione tragicomica della consegna dei doni a Cuncetta Cupiello come da copione, e di “Quanno nascette ninno”. Quest’ultimo scelto da Enzo Avitabile come colonna d’apertura con l’aggiunta del tamburo al tradizionale suono dolce e malinconico delle zampogne.

A restituire una parvenza di clima natalizio in tempi di Covid-19 sono proprio questi due brani di un musicista, letterato, artista e napoletano doc come sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Soprattutto il primo, «senza di cui – come osservava quasi cent’anni fa Costantino Petrone – Natale non sembrerebbe Natale». Concetto espresso in tempi più recenti da Andrea Bocelli, secondo il quale «il brano che incarna lo spirito del Natale è “Tu scendi dalle stelle”. Ricordo che se non veniva cantato alla messa di mezzanotte, ci rimanevo malissimo».

D’altra parte la pastorale, che, scritta da Alfonso a Nola (Na) nel 1754, è il più antico canto popolare italiano ancora universalmente in uso, è intonata non solo in chiese e contesti familiari. Oltre a Bocelli si potrebbero infatti menzionare Luciano Pavarotti, Claudio Villa, Nini Rosso, Lucio Dalla, Alex Baroni, Mina tra gli artisti più celebri che l’hanno interpretata in un recente passato.

Le sette strofe di “Tu scendi dalle stelle”, in cui temi biblici s’intrecciano a quelli mistici, non potrebbero però essere valutate appieno senza correlarle alle 26 strofe in napoletano di “Quanno nascette ninno”, forse scritte precedentemente anch’esse a Nola o a Deliceto (Fg). Di esse, interpretate da nomi dal calibro di Eugenio Bennato, Peppe e Concetta Barra, Pina Cipriani, Enzo Avitabile e Mina, Giovanni Getto scrisse che sono «il vero capolavoro della poesia alfonsiana». Mentre, secondo il grande poeta partenopeo Ferdinando Russo, «costituiscono il primo contributo alla rinascita del nostro moderno dialetto; ed entra trionfalmente nella storia della canzone popolare».

In “Quanno nascette ninno” Alfonso utilizza linguaggio, simboli e immagini delle masse popolari a lui care per offrire alle stesse, in un crescendo poetico, il messaggio centrale del mistero del Natale: il rinnovamento integrale dell’uomo e del cosmo in un piano di rivolgimento totale. Non a caso l’autore canta: «Se rrevotaje nsomma tutt’o Munno», (“si rivoltò insomma tutto il mondo”).

È l’inveramento delle parole del profeta Isaia e l’anticipo di quanto avverrà con l’apocatastasi: alla nascita del bambino «arravugliato, e dinto a lo Presebbio curcato» (“in fasce e coricato nella mangiatoia”) i fiori, pur essendo inverno, sbocciano, la paglia si riempie di germogli, non ci sono più nemici sulla terra, la pecora pascola con il leone, il leopardo gioca col capretto, l’orso e il vitello sono insieme, il lupo è in pace con l’agnello: «Co tutto ch’era vierno, Ninno bello, nascetteno a migliara rose e sciure. Pe ‘nsì o ffieno sicco e tuosto che fuje puosto sott’a Te, se ‘nfigliulette, E de frunnelle e sciure se vestette. […] No nc’erano nemmice pe la terra, la pecora pasceva co lione; co o caprette se vedette o liupardo pazzeà; l’urzo e o vitiello e co lo lupo ‘n pace o pecoriello».

È quel mondo ideale di cui il Presebbio è immagine plastica. Non a caso, quando sant’Alfonso compose i due canti – ma furono anche altri i brani natalizi da lui scritti, come, ad esempio, Fermarono i cieli – il presepe aveva raggiunto a Napoli la sua piena espressione artistica sulle orme di Francesco Solimena.

Dai quartieri più poveri alla corte di Carlo di Borbone e di Maria Amalia di Sassonia non c’era abitazione in cui non si rappresentasse la scena della natività con pastori e ambienti dagli accentuati dettagli realistici. In un colpo d’occhio complessivo, in cui diseguaglianze e divisioni sembravano scomparire, almeno una volta, definitivamente. Un mondo migliore che, pur sempre auspicato, si spera tale col lasciarci alle spalle quest’annus horribilis.

Estratto dell’articolo di Orazio La Rocca per “la Repubblica” l’1 gennaio 2023.

Jingle Bells è sicuramente la melodia natalizia tra le più popolari. Ma non tutti sanno che fu composta per prendere in giro gli afroamericani. Un motivo dunque razzista. […] E che Last Christmas[…] fu scritto da George Michael nel 1984 per ricordare la perdita di un amore omosessuale avvenuta casualmente nell'ultimo Natale. Senza nessun riferimento religioso. 

Queste ed altre storie, genesi e apparenti "controsensi" che caratterizzano le radici delle più celebri canzoni natalizie raccontate nel libro Last Christmas (e le altre) scritto da Enzo Romeo, caporedattore-vaticanista del Tg2. […] l'autore seleziona dieci motivi natalizi tra i più popolari[…] cantati sia per celebrare la nascita del Bambino che per motivi non espressamente sacri e tanto meno teologici, ma legati alla «vita ed alle esperienze personali degli stessi autori ».

Ecco quindi che si viene a scoprire che le dolci note di Jingle Bells vedono la luce nel 1857 per mano di un autore, James Pierpoint, costantemente in bolletta, che le compone solo per soldi, prendendo spunto dalle slitte che in inverno negli Usa venivano guidate dagli afroamericani, munite di sonanti campanelli per segnalare la loro presenza agli incroci delle strade. Il motivo ebbe successo, specialmente negli spettacoli chiamati Minstrel Show dove gli attori si dipingevano il volto di nero per prendere in giro gli africani mentre cantavano, appunto, Jingle Bells tra sberleffi e battute. […]

Storia simile ad un altro grande successo natalizio, Happy Christmas composta da John Lennon nel 1971 per celebrare le tematiche più care ai movimenti pacifisti dell'epoca, come il no alla guerra, la pace universale, l'uguaglianza, il libero amore. […]

Alcuni motivi, pur composti per le chiese protestanti e presbiteriane siano stati "adottati" anche dai cattolici. Come Joy to the World composta nel 1719 dal pastore inglese Isaac Watts, «non per celebrare la nascita di Gesù, ma - ricorda Romeo - per cantare la gioia per la Parusia, ovvero la seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi...». […] 

Estratto dell’articolo di Katia Ippaso per “il Messaggero – Cronaca di Roma” il 2 gennaio 2023.

Questa è una storia antica che si rinnova continuamente, in cui il profano si intreccia con il sacro, e dove il teatro diventa origine e fine di tutte le cose. A raccontarcela è Peppe Barra, 78 anni, figura storica della grande tradizione canora (e teatrale) italiana che trova nella città di Napoli il suo «nutrimento terrestre» (per usare un'espressione del premio Nobel André Gide) […]

 Cosa c'è all'origine della Cantata dei Pastori?

«L'abate Perrucci (si fece chiamare Casimiro) a cui alla fine del Seicento i gesuiti commissionarono un'opera che aveva il compito di contrapporsi a tutti gli spettacoli blasfemi dell'epoca. Dobbiamo immaginare una Napoli sensuale e blasfema, dove la gente disertava la messa di mezzanotte della vigilia di Natale per andare a vedere spettacoli da baraccone». 

Quale è la prima grande metamorfosi?

«Inizialmente, la cantata durava cinque ore. Che cosa fa il popolo tra Settecento e Ottocento? La trasforma in un glorioso e gustoso pasticcio di sentimento religioso e teatro comico».

 E poi, nel Novecento, arriva Roberto De Simone.

«Per tanti anni, la cantata era rimasta appannaggio del clero e si rappresentava solo nelle sagrestie. Nel 1974 De Simone la disseppellisce e la mette in scena con la Compagnia di Canto Popolare. Per poi riscriverla nell'88. Prima con lo stesso De Simone, e poi con mia madre Concetta, tengo viva questa tradizione da più di quarant' anni».

 Cosa dobbiamo aspettarci dalla nuova versione?

«Nuove scene e musiche. Tutto è ancora più favolistico».

Quale è il tratto principale della maschera di Razzullo che lei indossa e come si relaziona al Sarchiapone di Lalla Esposito?

«Razzullo è uno scrivano ladro, un po' malinconico ed eternamente affamato. Sarchiapone invece è un assassino. Questi due poveracci napoletani si ritrovano catapultati in Palestina, proprio nei giorni dello scontro titanico tra Angeli e Demoni, mentre Maria e Giuseppe cercano un riparo per la nascita del Figlio di Dio. L'interpretazione che ne dava mia madre Concetta era sconvolgente: è stata la prima donna a cambiare per sempre la storia di Sarchiapone. Con Lalla Esposito ormai collaboro da diversi anni, è un grande talento». […]

I Simboli.

La Sindone. Estratto dell'articolo da msn.com martedì 26 settembre 2023.

L’intelligenza artificiale ha rivelato quella che potrebbe essere l’immagine più chiara del volto di Gesù attraverso l’analisi della Sacra Sindone di Torino. Proprio 90 anni fa, il 24 settembre del 1933 fu la prima volta che il tessuto è stato esposto al pubblico attirando una folla di oltre 25.000 persone nella Cattedrale di San Giovanni Battista a Torino. Alcuni sostengono che l’oggetto misterioso e controverso mostri il vero volto di Gesù dopo che è stato avvolto al termine della crocifissione. 

Il Daily Star ha voluto “dare in pasto” l’antica reliquia alla intelligenza artificiale. Con l’aiuto di Midjourney è stato creato quello che potrebbe essere il volto realistico di Gesù. L’Ia mostra un uomo con i capelli lunghi e la barba con gli occhi aperti che guarda direttamente fuori. Si può vedere anche una parte del suo corpo. 

La Sindone di Torino è un lenzuolo di lino che si ritiene abbia avvolto il corpo di Gesù dopo la sua morte. Sul lenzuolo è impressa l’immagine di un uomo che presenta segni di flagellazione, coronazione di spine, perforazione delle mani e dei piedi e ferita al costato. La Sindone è conservata nel Duomo di Torino e viene esposta al pubblico solo in rare occasioni. La sua autenticità è oggetto di dibattito tra credenti e scienziati, che hanno condotto diversi studi sul tessuto, sull’immagine e sulle presunte tracce ematiche. 

Tra questi, il più noto è l’esame del carbonio-14, che ha datato la Sindone tra il 1260 e il 1390, mettendo in dubbio la sua origine evangelica. Tuttavia, alcuni studiosi contestano la validità di tale datazione, sostenendo che la Sindone abbia subito contaminazioni nei secoli […]

Riflessioni cristiane. Il teologo commenta il Vangelo della domenica. Oggi inizia il tempo dell’Avvento. Che vuol dire attesa. Attesa del cambiamento. Che però dipende da noi. Un teologo commenta il Vangelo di Marco.  Armand Puig e Tarrech su L'Unità il 2 Dicembre 2023

Per i cristiani inizia domenica il tempo di Avvento, che si conclude con il giorno di Natale, giorno della nascita di Gesù.

Avvento è una parola antica, che si usa raramente, ma potente. I cristiani la usano non perché sono antiquati, ma perché siamo sempre dentro un tempo di attesa, perché la creazione non si è conclusa e dipende da noi, e la storia non è conclusa e dipende anche da noi, e il mondo attende cambiamento. 

Il brano del Vangelo è molto concreto. C’è un mondo intero, le proprietà che i servi amministrano e gestiscono, che hanno ricevuto come noi riceviamo il mondo in cui viviamo.

E c’è “un uomo che è partito dopo avere dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito” e che lascia un consiglio che conviene ascoltare: “Vegliate”, perché “non sapete quando il padrone di casa ritornerà”. 

Il nostro è il tempo del “tutto e subito”, non fa piacere aspettare, è il tempo della fretta. Verso dove non si sa, ma abbiamo disimparato la lentezza, tempi e pensieri lunghi, ognuno, a ogni livello, anche la politica e chi guida e influenza pensieri e comportamenti, che si trova ad amministrare per un po’ e ad avere più potere – e responsabilità – degli altri.

Per questo c’è un grande bisogno di questo tempo, bisogno di Avvento, davvero. Ma in un tempo di incertezza non fa piacere aspettare, perché non si sa cosa aspettarsi. 

Ci chiediamo come affrontare la realtà, i fatti ordinari e straordinari, apparentemente impotenti di fronte a quello che ci arriva addosso all’improvviso, senza sapere dove ci porterà. Per qualcuno è invece stimolante, l’incertezza. 

Altri vorrebbero conoscere prima tutti i dettagli, ma altri ancora si difendono dai cambiamenti con l’indifferenza, convinti che tanto, come si dice, “andrà tutto bene”. C’è un forte istinto, preventivo, per ridurre il rischio di ferirsi o di soffrire. Anche per questo perdiamo l’empatia con gli altri. E questo è incoraggiato socialmente.

La realtà, quella vera, però, non si lascia addomesticare facilmente. Le parole di Gesù sono più realiste della nostra “concretezza”: cosa vale la pena fare di più di fronte alla realtà? Essere vigili o dormire? Vivere le cose con attenzione o lasciarsi trasportare dalla sonnolenza? La realtà non può essere ignorata. C’è un invito a rifiutare di essere i parenti poveri del nostro istinto di conservazione o di possesso.

Accade spesso che mascheriamo un po’ la realtà per non doverla affrontare, come se parlarne possa diventare contagioso e toglierci quel po’ di benessere, anche interiore, che abbiamo. Mascherare, relativizzare la realtà, tenerla a distanza. O trasformarla? O impegnarsi per trasformarla, facendo dell’attesa il tempo del cambiamento?

La parabola del portinaio che vigila parla di un uomo a cui è stato affidato il compito di essere guardiano di una tenuta agricola. Deve controllare gli accessi, le entrate e le uscite delle persone, chi lavora e vive all’interno e chi viene da fuori. Deve capire chi arriva, farlo entrare o aspettare.

Tra i compiti che il padrone ha assegnato andandosene è menzionato solo il ruolo del portiere. Stare alla porta e accertarsi che nessuno abbia cattive intenzioni, o, anche, come può essere più utile all’interno.

Ovviamente la responsabilità aumenta durante la notte, perché è allora che il Tesoro, la proprietà diventa più vulnerabile. In quel momento, quando tutto è più buio e si vede poco, quel portiere ha più responsabilità. Ma non c’è niente che dica che il pericolo venga da fuori. Anzi.

L’invito a vegliare è rivolto a tutti e a ciascuno, vale per chi lì ci abita, in primo luogo al portiere stesso. “Vegliate!”. E’ un antidoto all’abuso di potere, all’appropriarsi di quello che si amministra e che non è proprio, escludendone altri, visto che il padrone di casa ha lasciato tutto a quei servi diventati amministratori a pieno titolo. 

Il portiere si gioca molto accettando quel lavoro. Può succedere che il padrone ritorni all’improvviso, quando il guardiano non se lo aspetta, in un tempo senza luce solare: di sera, a mezzanotte, in piena notte o all’alba.

Chi smette di vegliare, il portiere che dorme per primo, non avrà scusanti. Avrebbe dovuto essere sveglio e si è addormentato. 

Ecco il problema: dormire invece di svegliarsi. Quando ci addormentiamo diventiamo vulnerabili, come il portiere della parabola di Gesù. Rischiamo di non essere più al nostro posto, e di non vedere la realtà che ci circonda. Se mezzi addormentati siamo facilmente manipolabili. 

Il Vangelo di Marco entra in una delle grandi tentazioni contemporanee: quella di eliminare e allontanare da sé le sofferenze degli altri e del mondo, l’abitudine a cercare anestetici, la corresponsabilità di ognuno a costruire e vivere in un mondo anestetizzato, dove i rumori di guerra arrivano ovattati e non ci riguardano, il dolore degli altri, la domanda di essere presi sul serio, diventa brusio confuso. 

Gesù dice: “Vegliate, perché non sapete quando sarà il momento”. Vegliare non è solo stare attenti a evitare i pericoli, ma anche la capacità di cogliere quello che non ci si aspetta, riaprirsi alla sorpresa, alle sorprese della storia e a quelle nella vita attorno a noi.

Non c’è niente di impossibile, anche in pieno inverno, anche nella neve, possono nascere fiori. Forse la durezza si trasformerà in tenerezza, forse la rabbia lascerà il posto alla pace del cuore. Tutto è possibile, tutto può cambiare.

Ma dipende anche da noi. Intanto non dobbiamo gettare la spugna, non ritirarci nelle nostre insoddisfazioni, non chiuderci nel nostro mondo ristretto, dove l’arrivo di altri, anche delle buoine notizie, “vangelo”, preoccupa.

Può essere, se non lo lasciamo scivolare via, il tempo dello stupore e del cambiamento: perché da una vergine nascerà un bambino, e quando nasce un bambino la natura ritorna alla vita, e la vita riempie ogni cosa, compresi i cuori addormentati che hanno bisogno di svegliarsi e rinascere. Armand Puig e Tarrech - 2 Dicembre 2023

Il 25 dicembre, l'albero e il presepe: la vera storia del Natale. Natale rappresenta per i cattolici il giorno della nascita di Gesù, ma affonda le sue radici in altre tradizioni, e nel tempo si è evoluto moltissimo. Angela Leucci il 25 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Che cosa rappresenta il Natale e perché lo si festeggia? Molti potrebbero non essersi posti questa domanda, ritrovandosi a rispondere semplicemente che il Natale rappresenta e ricorda la nascita di Gesù Cristo. Ma questa ricorrenza è l’unione di grandi tradizioni, in cui quella cattolica è forse la più nota e valorizzata in Italia, ma non è la sola.

Le tradizioni legate a questo periodo dell’anno sono quindi tante ma sono per lo più a carattere religioso o comunque spirituale. Lo stesso Cattolicesimo in fondo si innesta su esperienze pregresse: prima della sua diffusione, in Europa c’erano religioni naturali e politeiste che poi sono parzialmente confluite trovando punti di contatto nelle “convenzioni ambientali” e nel messaggio ultimo del Cristianesimo: l’amore, la solidarietà, la fratellanza.

Cosa è accaduto a Natale

Per capire cos’è il 25 dicembre, bisogna fare un passo indietro. Tutte le religioni prevedono usanze e abitudini che dipendono dal retroterra culturale e dal luogo da cui si diramano: basi pensare al fatto che la cucina kosher o il divieto di bere alcolici per i musulmani sono legati più a questioni igieniche che non strettamente spirituali.

E la data del 25 dicembre per la Chiesa di Roma è una data molto speciale. Se Sheldon Cooper di The Big Bang Theory preferisce che si ricordi la nascita di sir Isaac Newton, quando il Cristianesimo iniziò a diffondersi liberamente a Roma, dopo la fine della persecuzione dei suoi fedeli, si dovette iniziare a decidere una serie di ricorrenze importanti. Una di queste era la nascita di Gesù: secondo alcuni c’è una teoria, e cioè che il 25 dicembre sia stato scelto perché molto vicino al solstizio di inverno e quindi alle festività del Sol Invictus. Ma si tratta appunto solo di una teoria, dato che il Natale, secondo altri studiosi, avrebbe avuto una genesi indipendente che nulla ha a che fare con il culto del Sole.

Secondo la storia raccontata da Luca nel suo Vangelo, questa è la nascita di Gesù:

"In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell’albergo".

Il 25 dicembre è inoltre una data importantissima nella religione ebraica, che poi era quella di Gesù, di Giuseppe e della Madonna. In questo giorni si festeggia infatti Chanukkàh, ovvero la Festa delle luci: con essa viene ricordata la consacrazione del nuovo altare nel Tempio di Gerusalemme dopo l’emancipazione dagli Elleni. La sera del 24 dicembre, si accendono le candele che devono ardere per oltre una settimana.

Come nasce la tradizione

La tradizione del Natale nasce a Roma, e si stima risalga alla metà del III secolo (nel 354 papa Liberio fissò la data del 25 dicembre per la nascita di Cristo), anche se tuttavia esistono delle testimonianze scritte che la retrodatano di circa 50 anni. Nella stessa epoca sorsero comunque tradizioni natalizie ad Alessandria d’Egitto, per poi giungere in altri luoghi come Cipro, l’Armenia, l’Anatolia e poi Israele.

Molto più recenti sono invece le consuetudini relativi al presepe e all’albero di Natale. Il primo presepe lo si fa infatti risalire al patrono d’Italia, san Francesco d’Assisi, che nel 1223 realizzò quello che è oggi il celeberrimo presepe di Greccio con le raffigurazioni del bue e dell’asinello.

Se il primo presepe è umbro, furono però i napoletani a renderlo un fenomeno di massa folkloristicamente interessante. Le prime raffigurazioni napoletane risalgono infatti al XVI secolo: per questa ragione ancora oggi molti presepi riproducono le fattezze di uomini e donne italici cinquecenteschi, e gli ambienti ricordano Napoli, con tanto di montagne e talvolta anche il golfo. Nel XVIII secolo invece sorsero altre tradizioni regionali in Italia ugualmente interessanti, da Roma a Bologna.

Il primo albero di Natale dovrebbe essere invece stato addobbato a Tallin in Estonia nel 1441. Si stima che l’usanza sia legata anche in questo caso a culti pregressi, come quello germanico di Odino, dato che in effetti la diffusione degli abeti natalizi è avvenuta in maniera massiva nella Mitteleuropa.

Ecologico, provocatorio, artistico la tradizione dei presepi da Nord a Sud. Nicola Santini su L’Identità il 28 Dicembre 2022

Una tradizione secolare, che fa da trait d’union tra l’uomo e il divino. La rappresentazione della nascita di Cristo che si completa con l’arrivo dei Re Magi da sempre scatena la creatività e l’inventiva di artigiani e appassionati di ogni epoca. Piazze, chiese, spazi espositivi trasformano la loro vocazione naturale per accogliere paesaggi, pastori, case rurali, pecore e simboli che talvolta lasciano spazio a messaggi di attualità da mescolare con la storia, la cultura e il momento. Una macchina del tempo che muove visitatori da ogni dove, pellegrini, fedeli e semplici curiosi. Fino al 7 gennaio i presepi sono esposti in ogni città rappresentando una visione della natività di Gesù bambino reinterpretata di anno in anno. L’Identità ha selezionato tre installazioni per originalità, gusto e posizione geografica che meritano un viaggio da nord a sud, per un itinerario di fede, artigianato, creatività. A Frigento, in Irpinia, il grande Presepe della Misericordia domina la piazza Frontespizio (a sinistra). Non un semplice Presepe, ma un capolavoro artigianale già commissionato dall’Abbazia di Montevergine e allestito in piazza San Pietro a Roma nel 2017, l’anno della misericordia voluto da Papa Francesco. Artefici delle opere presepiali gli artigiani della Bottega Cantone e Costabile di Napoli, che hanno preso ispirazione da uno dei più grandi capolavori di arte barocca: “le sette opere di misericordia” del Caravaggio. Provocatorio, e al contempo un invito alla riflessione, il presepe ambientato a Bucha, la città ucraina al centro dei conflitti, così vicina a noi. Si trova a Firenze negli spazi del Rivoli Boutique Hotel (foto al centro). Aperta al pubblico a ingresso gratuito, per la 11a edizione, la Mostra dei Presepi quest’anno si arricchisce di nuovi simboli e di un messaggio di pace negli oltre 30 presepi di varia grandezza. Questa mostra, fortemente voluta da Gianni Caridi, classe 1933, albergatore di lungo corso, fiorentino doc, invade gli spazi comuni dell’Hotel, che nasce come convento delle suore Canossiane. Caridi si innamora dei presepi originali, ognuno un pezzo unico, come vuole la tradizione dell’artigianato, realizzati da un altro giovane, come lui, oltre 10 anni fa. Da lì l’idea della mostra, che, di anno in anno, chiama sempre più visitatori.

Ecologico, con richiami storici, che inneggia all’operosità del Carso e alla bellezza della sua natura aspra e vorace, quello allestito ad Aurisina (foto a destra), nella chiesa di Slivia, realizzato in totale ecosostenibilità, senza l’ausilio di materiali acquistati. Le figure sono tratte da pietre di calcare carsiche grezze dalle forme antropomorfe o che richiamano gli animali. E poi pezzi di legno, ceppaie, muschio, rami di pino dei boschi del luogo con i quali sono riprodotte figure come lo zopolo, antica imbarcazione locale.

Sara Ricotta per “La Stampa” il 24 dicembre 2022.

Non c'è bisogno di essere presepisti militanti per regalare e ricevere un libro come questo. Certo, si intitola Il presepe (Il Mulino, pp. 290, 16) e ha un inserto di foto a colori che portano subito a san Gregorio Armeno e al suo megaminimondo, ma il testo di Marino Niola e Elisabetta Moro lo racconta come un personaggio e fa di questa lettura un vero romanzo del presepe.

Che nasce in povertà a Greccio, cresce elegante nelle corti del Rinascimento e si fa sontuoso in quelle barocche; fino a diventare status symbol nelle dimore borghesi dove crea miti domestici e consente di mostrare gusto e ricchezza nelle scenografie e nello sfarzo di statuine come i re Magi. Il presepe è storia sociale, dunque, ma anche «teologia in dialetto». Napoletano, s' intende, visto che la sua «domesticazione» che lo ha portato dalle chiese alle case è iniziata nel Settecento nel Regno del Vesuvio.

È lì che è partita anche la sua «folklorizzazione», quando accanto a Sacra famiglia, pastori e Magi compaiono personaggi come il dormiente, lo stupefatto e, dalla Spagna, il «cagador» che non necessita di traduzione. Non a caso - ricordano gli autori - Papa Francesco nella sua Admirabile signum parla del presepe come di un «Vangelo vivo dove si intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c'è spazio per tutto ciò che è umano». 

Quindi negli anni si aggiungono i politici (Bassolino il primo), calciatori e star (ultimi i virologi), tanto che comparire sulle bancarelle di san Gregorio Armeno è un po' come essere persona dell'anno su Time. Niola e Moro entrano con seria ironia in questo teatro profano del sacro e ci fanno notare l'acribia «miracolosa, ai limiti del trompe-l'oeil» con cui sono riprodotti oggetti, verdure, animali, montagne e fiumi come quelli di Eduardo-Luca Cupiello «che, come un Vanvitelli in minore, arricchisce il suo presepe di una cascata "come Dio comanda".

Salvo il particolare che ad alimentare le rapide è un clistere...». Tantissime le citazioni e mai banali, ma qui c'è spazio per pescarne solo due: dello storico Gregorovius che definisce i figurinai «creatori di divinità per il popolo»; e di Manganelli per cui «il divino miniaturizzato ha la medesima statura della sua totalità». E alla fine di quasi 300 pagine dotte e divertenti, i ringraziamenti vanno «A Gesù, Giuseppe e Maria: senza di loro tutto ciò non sarebbe mai nato».

Serena Coppetti per “il Giornale” il 26 Dicembre 2022.

Sono passati esattamente 799 anni, da quando San Francesco d'Assisi allestì quello che è diventato il primo presepe della storia. Una mangiatoria, un po' di paglia, la grotta con il bue e l'asino e tutt' intorno le fiaccole e gli abitanti di Greccio, il borgo di pastori (reali) in provincia di Rieti. Era la notte di Natale del 1223. Francesco era appena tornato da un pellegrinaggio in Terra Santa e s'era messo in animo di «far memoria del Bambino che è nato a Betlemme e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi per la mancanza delle cose necessarie a un neonato», come scrisse fra Tommaso da Celano nella prima biografia del santo approvata nel 1229. Francesco a novembre aveva ricevuto la bolla pontificia per la sua «regola», motivo in più per «osare» nella richiesta a Papa Onorio III di poter inscenare la rappresentazione della natività in quella grotta a Greccio che gli ricordava Betlemme. 

Da allora sono trascorsi otto secoli e il Presepe è entrato nelle case di tutti gli italiani, ha oltrepassato i nostri confini toccando tutte le latitudini, si è popolato di personaggi, belli, brutti, buoni e meno buoni, veri, finti, antichi e contemporanei, si è vestito di carta e cartapesta, di stagnola, di fontane, fiumi, stelle, angeli, pastori e decine di animali. Ed è mutato non solo nella sua messa in scena, ma nella sua essenza: da rappresentare la natività è diventato la rappresentazione dell'umanità. 

«Da oggetto esclusivamente religioso, la rappresentazione della nascita di Cristo è diventato un teatro del sacro, una scenografia di moltitudini dove si fondono e si confondono soggetti sacri e soggetti profani», come sottolineano nel libro appena uscito «Il Presepe» scritto a quattro mani da Marino Niola, docente di Antropologia dei simboli e Antropologia della contemporaneità all'Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e da Elisabetta Moro, professore di Antropologia culturale nella stessa università. 

Un libro che è un viaggio che parte da Betlemme, tocca Greccio e il suo presepe immortalato da Giotto nella Basilica Superiore di Assisi e scolpito 70 anni dopo da Arnolfo di Cambio, nel 1291, in quelle prime otto «statuine» che sono il più antico presepe tridimensionale giunto fino a noi, oggi visitabile nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, dove sono conservate tra l'altro anche alcune reliquie della mangiatoia in cui sarebbe venuto alla luce Gesù. 

Da lì si allarga nel centro Italia, si allunga nel Cinquecento con le Natività Rinascimentali dei fratelli della Robbia (nel Duomo di Volterra, in San Marco a Firenze e Santo Spirito a Siena) o quella di Rosellino ora al Metropolitan Museum. La lista sarebbe ancora lunga ma ha sempre una caratteristica comune: sono tutte rappresentazioni «del nucleo sacro della Natività che escludono ogni scena di carattere mondano», precisano gli autori nel libro. Tant' è vero che sono tutte opere collocate fino a questo punto della storia in luoghi di culto. Sono presepi «noti soprattutto ai devoti nonché alla ristretta cerchia dei conoscitori d'arte». Ed è così finché non arriva a Napoli. 

E lì, nel '700 avviene la sua «domesticazione». Il presepe esce dalle chiese, scende nelle strade, si sporca le mani con la vita di tutti i giorni e la capanna del Bambin Gesù diventa il centro di una scena in continua mutazione. La «dimensione sociale» a poco a poco finisce per soverchiare quella religiosa.

Nel 1765 Napoli è ormai nota in tutta Europa come la capitale dei presepi. E tale è rimasta. Calzolai, falegnami, re neri, donne di malaffare, osti, venditori ambulanti, giocolieri, biscazzieri, pizzaioli, angeli, monacelli sopravvivono accanto ai vari Maradona, Totò, Madre Teresa di Calcutta, Lady Diana e, ora, persino ai Maneskin. C'è il passato e il presente. C'è il bene e c'è il male «perché questo significa far entrare la vita di Gesù nelle nostre vite - commenta Marco Ferrigno che costruisce i pastori da una vita -. Non ci sono persone o luoghi che non possono stare dentro al presepe». Questa è la vera rivoluzione partenopea che finisce per contagiare tutta Europa. In Spagna ad esempio uno dei personaggi più amati è il cagator conosciuto anche come el cagòn del belén cioè «il cagone del presepe». Di sottinteso c'è poco: pantaloni abbassati, posizione accovacciata, deiezioni in bella mostra, con l'angelo celestiale che guarda tutti dall'alto. 

E da noi? Ogni luogo trasforma la Galilea a sua immagine e somiglianza. Ogni paese ne fa lo specchio di se stesso. Ma in continua mutazione, con accostamenti anche azzardati che però, tra muschio e montagne di carta mai risultano non tollerabili. Fianco a fianco tra una pecora e l'altra ci sono soggetti che neanche stanno nello stesso tempo né nello stesso spazio. Personaggi appartenenti a epoche diverse come il prete che celebra la messa, il cacciatore con il fucile quando ancora non era sta neanche inventata la polvere da sparo, il pizzaiolo con la pala, la dama vestita alla moda parigina. Il presepe va sempre avanti, alimentando le contraddizioni, con la sua umanità indifferente, nelle sue faccende affaccendata, e i poveri pastori in adorazione.

Oggi, accanto a quelli della tradizione ci sono volti dell'attualità ma ora è possibile anche farsi fare il pastore con la propria faccia e posizionarsi accanto ai personaggi senza i quali un presepe non è un presepe. Quali? Primo fra tutti «Benino», il dormiente che non può essere svegliato perché sta sognando proprio il presepe. E guai a destare questo sogno. Sparirebbe la magia del presepe e forse anche il presepe stesso... Viene rappresentato un po' infreddolito, sotto una piccola capannina, chi lo fa giovane, chi più vecchietto, chi di mezza età, ma sempre circondato da 12 pecorelle bianche che rappresentano i 12 mesi dell'anno, «cioè il presepe nella sua interezza annuale», racconta il presepaio Ferrigno.

Benino c'è sempre stato, fin dal '700, c'era già nel presepe di Cuciniello, il più «colto» e il più famoso al mondo, conservato nella Certosa di San Martino a Napoli. Benino è così importante, ed è così fondamentale che non si svegli che vicino a lui non può mancare Armenzio, il vecchio padre, che veglia sul sonno del figlio. Immancabile è anche il cosiddetto «Pastore della meraviglia», l'unico che va a far visita alla Madonna a mani vuote, senza un dono, solo con una lanterna e la bocca spalancata.

Ma Maria, come spiega Ferrigno, secondo la tradizione, si rivolgerà a lui dicendo che il mondo sarà meraviglioso finché ci saranno persone come lui in grado di meravigliarsi. Nel presepe napoletano la tradizione vuole anche «Ciccibacco», seduto su un carro di buoi che trasporta il vino ed è un po' il dio del vino che ha la funzione di collegare il mondo dei viventi al mondo divino. Per questo sta su un ponte, altro oggetto imprescindibile, così come la taverna con l'oste dalla faccia arcigna, la personificazione del Male, tra carni appese, donne che ballano, uomini che suonano, in un luogo dove sono rappresentati tutti i vizi, dove il «materiale» si contrappone allo spirituale, dove l'oste vuole impedire agli uomini di accorgersi di quello che sta accadendo poco più in là.

Più in là dove invece non può non esserci «Stefania» che sarebbe riuscita ad arrivare al cospetto della Madonna, anche se la visita era consentita solo alle donne sposate e con figli e lei non era né l'una né l'altra. «Stefania - racconta Ferrigno - raccoglie un sasso, lo fascia come fosse un neonato, e non solo raggiunge Maria ma è lei a soccorrerla nei primi momenti dopo il parto. È talmente brava e talmente gentile che il giorno dopo il sasso starnutirà... Da lì la tradizione di Santo Stefano il giorno dopo Natale». Poi c'è Donna Carmela con pane, vino e uova, simboli della prosperità, e ci sono i 12 mestieri, che rappresentano i 12 mesi dell'anno, come il castagnaro a simboleggiare novembre e il pescivendolo agosto. C'è e continuerà ad esserci la storia e l'attualità, in un intreccio che non relega mai il presepe nel passato.

Ierofanie borghesi. L’obbligo estetico e affettivo del Presepe nel nostro panorama domestico. Marino Niola e Elisabetta Moro su L’Inkiesta il 24 Dicembre 2022

La cosiddetta “media nobiltà” era solita esibirlo allo scopo di competere con le famiglie del vicinato o di esibire i gioielli di famiglia. Rappresenta a tutti gli effetti un’eredità materiale e immateriale. Elisabetta Moro e Marino Niola illustrano la storia, le usanze, i costumi, i vizi legati a questo rito antichissimo

«Il presepe era, in specialità, una devozione ed una magnificenza della nostra borghesia» [Proto 1889, 55]. È un passo tratto dalla prolusione letta da Francesco Proto, duca di Maddaloni, grande collezionista nonché esperto di arte presepiale, all’Accademia Pontaniana il 3 gennaio 1889 e dedicata alla storia di questa tradizione.

In effetti, lo stretto legame del presepe con la svolta della devozione tardoseicentesca in senso intimistico, familiare, domestico è uno dei riflessi del nuovo protagonismo sociale e culturale della borghesia. Gli storici sono generalmente concordi nel considerare quella presepiale una tradizione prevalentemente borghese. Le collezioni più celebri, di cui ci restano le descrizioni ammirate dei viaggiatori, costituivano il vanto delle ricche dimore dei particulari.

Sono valori tipicamente borghesi come la domesticità, come il culto della famiglia, come l’orizzonte sociale e religioso che determinano l’affermarsi del presepe inteso come fatto privato, come intimità parentale, al punto da dar vita a una forma collettiva, un’espressione obbligatoria del sentimento, destinata ad avere lunghissima durata.

Una sorta di altare domestico, un larario familiare. È nell’investimento affettivo ed economico sulla casa da parte della nascente borghesia e della media nobiltà (quella per nomina e non per stirpe) che si pongono le basi della completa affermazione del presepe casalingo. A partire dalla seconda metà del Seicento, infatti, è lo spazio domestico a costituire la cornice rappresentativa dell’ascesa sociale ed economica dei ceti emergenti [Borrelli 1970, 46].

Ogni casa e palazzo «gareggia di rappresentare il detto Mistero della Sacra Nascita in varie fogge espressive e tal volta per la materia splendente e sontuosa» [ibidem]. Nelle parole del padre Presepio Presepi si riflette, oltre alla crescente e trasversale diffusione della tradizione, anche un indiscutibile primato napoletano.

Tra i grandi borghesi si instaura una competizione suntuaria, la cui posta è la costruzione di un presepe sempre più sfarzoso al fine di accrescere il soft power della famiglia. Molti collocano la scenografia della Natività sulle terrazze dei palazzi, perché l’inserimento nel paesaggio reale della scenografia costruita crei effetti illusionistici.

In una bella pagina del Viaggio in Italia Goethe parla di un sontuoso presepe allestito su un terrazzo, un vero spettacolo «cui conferisce una nota di grazia incomparabile lo sfondo, in cui s’incornicia il Vesuvio coi suoi dintorni» [Goethe 1980, 339; Richter 2012]. E Samuel Sharp nel 1766 descrive il presepe di «un commerciante che ha in casa uno di quei presepi il quale, aperto da un lato, finge così bene la prospettiva che il paese e le montagne che si vedono in distanza ne divengono una continuità e sembrano far davvero parte del presepe stesso [Sharp 1911, 107].

Particolarmente cospicuo è l’investimento economico e d’immagine sugli abiti e sugli oggetti preziosi di cui molti ricchi borghesi sogliono ornare i pastori, soprattutto i Re Magi con il loro sontuoso seguito di mori, circassi, georgiane. Con l’effetto di trasformare la visita al presepe in un’occasione per esibire i gioiellidi famiglia. Non è casuale che un tale confronto ostentatorio tra i gruppi della borghesia emergente avvenga proprio a Napoli che, nel Settecento, è la città europea dove maggiore era l’investimento in oro e argento lavorati e in pietre preziose.

Il conte Giuseppe Gorani, avventuriero milanese al servizio del governo rivoluzionario francese, rileva con accenti illuministicamente moralisti il lusso stravagante quanto eccessivo delle collezioni, che egli giudica senza ombra di dubbio le più belle di tutto il mondo cattolico. E conclude: «questo gioco da cappella eccita la cupidigia; e le spese che si fanno a tale scopo, lungi dall’essere perdute, costituiscono dei profitti notevoli per il costruttore» [Gorani 1793, 22].

In effetti, l’aristocratico coglie perfettamente, nella pratica, una spesso sottostimata ratio calcolante – in cui Theodor Adorno scorge un tratto tipicamente borghese – che dà al gioco della devozione le forme profonde di un tempo e di un ceto sempre più mobili. In tal senso va letta la considerazione dello storico del Rinascimento Romeo De Maio, secondo cui il presepe settecentesco ha sempre meno in comune con l’intensa e drammatica pietà delle rappresentazioni rinascimentali della Natività, come quelle di Pietro e Giovanni Alamanno in San Giovanni a Carbonara, di Antonio Rossellino in Sant’Anna dei Lombardi o di Giovanni da Nola in Santa Maria del Parto.

Perché, in realtà, nella spettacolare macchina festiva partenopea, più che il cammino del Verbo verso gli uomini e degli uomini verso il Verbo – ovvero il mistero dell’Incarnazione – si esprimono i temi, i tipi e perfino le mode della vita sociale del tempo. Nella proliferante folla di statuine sono ravvisabili le tracce di fenomeni culturali e sociali come «l’opera buffa, il nuovo ordine cavalleresco di S. Gennaro, la moda dello “struscio”, ben evidenti nelle vesti dei Re Magi e delle dame, l’iconografia controriformistica e gli scavi di Ercolano» [De Maio 1971, 378].

Tale diffusione indica, di fatto, una secolarizzazione, almeno parziale, del presepe nel secondo Settecento. In effetti, lo scopo degli artisti era quello di porre in evidenza la vita cittadina «accantonando l’episodio natalizio» [Mancini 1983, 184]. Sta di fatto che il dinamismo sociale proprio della borghesia è una delle ragioni culturali, sociali ed economiche della sempre più larga diffusione del presepe. Anche per un effetto di emulazione. Come testimonia Samuel Sharp, a Napoli non solo i signori fanno il presepe: «tutta la povera gente che non ha un presepe ne compra di questi mesi uno di picciol conto e a buon prezzo: se lo mette in casa, lo conserva con tutte le cure e lo fa durare per secoli» [Sharp 1911, 105].

Siamo nel 1765 e Napoli è ormai nota in tutta Europa come la capitale dei presepi. In un secolo la città delle liquefazioni miracolose, che nel 1632 le valgono l’appellativo di urbs sanguinum da parte dello scrittore e diplomatico francese Jean-Jacques Bouchard, cambia radicalmente. E la città dei sangui diventa la città dei presepi. Di fatto, l’immaginario europeo elabora una nuova convenzione rappresentativa dell’identità religiosa partenopea. Se in età barocca la fama del sangue dei santi, rosseggiante nelle teche, tingeva di bagliori vividamente penitenziali l’immagine della città, nel secolo delle Utopie la nascita gloriosa del «Dio Infante» getta sulla capitale di Carlo III il chiarore solare dei Lumi.

In realtà, come diceva il duca di Maddaloni, non si videro mai tanti presepi a Napoli come nel secolo della Filosofia. Ogni casa ha il suo. La modesta borghesia, il paglietta, ossia l’avvocaticchio, l’artigiano, il pescatore si accontentano di pochi pastori raggruppati su un minuscolo scoglio gelosamente custodito dietro il vetro verdognolo della scarabattola, la modesta vetrinetta poggiata sul cassettone o appesa al muro a guisa di tabernacolo.

Molto spesso la scarabattola è il più bel mobile di quelle case modestissime. Fatto di casa e fatto di famiglia, di luogo e di tempo, sullo sfondo del presepe si disegna e si conserva la memoria genealogica delle grandi stirpi come delle famiglie comuni. Si afferma cioè l’idea del presepe come posta di un’eredità materiale e immateriale, come deposito dei sacra familiari che si accresce con le generazioni, con l’effetto di una progressiva ancestralizzazione della macchina mitico-rituale in cui la Natività diventa paradigma sacro della continuità del gruppo, del suo farsi e disfarsi attraverso le nascite e le morti, ma anche del suo rifarsi come ricordanza.

Che è poi l’essenza di un’architettura della durata come è quella della festa, che intreccia sempre irreversibilità e reversibilità. E all’immagine del tempo che scorre sovrappone quella del tempo che ricorre. Lo testimoniano le parole di Antonio Perrone, un ricco commerciante che nel 1896 stende un’importante rassegna dei presepi più famosi della città, compreso il proprio, dove racconta di come esso abbia preso l’avvio dalla piccola collezione costituita dai suoi antenati e sia stato gradualmente ampliato dalle generazioni successive [Perrone 1994, 36-37]. Dal racconto del facoltoso collezionista emerge l’idea di una stratificazione temporale e familiare, di una storia cumulativa del presepe.

Il presepe, Marino Niola, Elisabetta Moro, Il Mulino, 240 pagine 16 euro

Te piace ‘o Presepe? Report Rai. PUNTATA DEL 09/01/2023 di Giorgio Mottola

Collaborazione di Norma Ferrara

Una vera e propria faida tra due Comuni in provincia di Rieti per l'allestimento del presepe più prestigioso.

In provincia di Rieti è nata una vera e propria faida tra due comuni per l’allestimento del presepe più prestigioso di tutti: quello in piazza San Pietro in Vaticano. Per il presepe del 2023, Governatorato e Segreteria di Stato avevano inizialmente scelto il comune reatino di Contigliano, che si era proposto nel 2019. Ma due anni dopo si è sollevato il paese confinante, Greccio, che ha reclamato il diritto a occuparsi dell’allestimento in quanto patria del primo presepe a cui diede vita San Francesco d’Assisi nel 1223. Ne è nata una contesa senza esclusione di colpi che ha contrapposto sindaci contro altri sindaci, vescovi contro giunte comunali e cardinali costretti a schierarsi con l'una o l'altra parte. Uno scontro diventato particolarmente aspro dopo l'approvazione di un finanziamento ministeriale di quasi 4 milioni di euro per le celebrazioni dell’ottavo centenario del primo presepe di San Francesco.

Te piace “‘o presepio”? di Giorgio Mottola collaborazione Norma Ferrara immagini di Carlos Dias montaggio di Giorgio Vallati

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il presepe è il Vangelo tradotto in dialetto, secondo l’antropologo Marino Niola. Sarà per questo che a Napoli, dove il dialetto è ancora lingua vivissima, la tradizione dei presepi è più forte che in qualsiasi altra parte d’Italia. Qui operano i più grandi maestri presepisti viventi, come Salvatore Scuotto, che insieme alle sue sorelle e ai suoi fratelli da quasi trent’anni costruisce alcuni tra i presepi più belli del mondo.

GIORGIO MOTTOLA Per lei che cos’è il presepe?

SALVATORE SCUOTTO - MAESTRO PRESEPISTA È un mezzo di espressione potentissimo, è lo strumento che può consentire di raccontare la vita così com’è, tutta insieme, con il bene e con il male.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E bene e male, vizi e virtù coesistono nel presepe donato alla Basilica del rione sanità di Napoli dalla bottega del maestro Scuotto. Si chiama presepe favoloso ed è la sua opera più importante. La natività annunciata da un angelo nero è circondata da scene di osteria, mostri e figure mitologiche tratte dalle favole napoletane.

SALVATORE SCUOTTO - MAESTRO PRESEPISTA Lei è mamma sirena, una gorgonia cattiva, tra virgolette, che rapisce le vergini che osano mettere il piede nelle acque incantate.

GIORGIO MOTTOLA Nel presepe favoloso non può mancare Maradona vestito da scugnizzo, accanto a scorci di vita quotidiana come questo: una donna raffigurata nell’attimo sospeso della natività, mentre si fa il bagno. Una statua che quando venne esposta in una chiesa di Roma generò un grande scandalo tra le gerarchie ecclesiastiche.

SALVATORE SCUOTTO - MAESTRO PRESEPISTA Ahimè, il parroco poi tolse la scultura.

GIORGIO MOTTOLA Addirittura, venne censurata la statua.

SALVATORE SCUOTTO - MAESTRO PRESEPISTA Venne censurata, lui al telefono mi disse che si precipitavano in chiesa tante persone che a un certo punto dovevano chiamare i carabinieri per farli uscire fuori perché non riuscivano ad officiare e quindi fu costretto a togliere questo elemento diciamo di confusione.

GIORGIO MOTTOLA Come nella canzone di De André, Bocca di rosa, i carabinieri vennero e si portarono via di peso la statua della donna nuda…

SALVATORE SCUOTTO - MAESTRO PRESEPISTA Esatto.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il presepe consente di raccontare i personaggi e la vita nella sua rappresentazione anche del bene e del male. Ma anche quello che ruota intorno alla realizzazione di un presepe, personaggi compresi, può essere raccontato nella rappresentazione del bene e del male. Buonasera, “Te piace ‘o presepe?" era la domanda che Lucariello poneva ossessivamente al figlio Tommasino che rispondeva “no, non me piace”, per non dare soddisfazione al padre. Era l’indimenticabile commedia “Natale in casa Cupiello” dell’indimenticabile Edoardo De Filippo. Ora invece la storia che raccontiamo questa stasera, anche se reale, sfiora la commedia: ed è quella che hanno messo in scena due comuni, Greccio e Contigliano, entrambi della provincia di Rieti, che hanno aperto una vera e propria faida per realizzare il presepe più prestigioso al mondo, quello di piazza San Pietro in Vaticano, quello del 2023. Nel 2019 la Segreteria di Stato e il Governatorato hanno dato l’ok a Contigliano, anche perchè aveva presentato un presepe dall’idea della povertà ed era piaciuto molto. Poi però si è infilato dentro Greccio. Greccio si è ingelosito anche se fino a quel momento non si era occupato della vicenda, poi però ha calato il jolly. Perché a Greccio, nel lontano 1223, San Francesco ha realizzato il primo presepe della storia, il presepe vivente, proprio 800 anni fa. In occasione dell’Ottavo Centenario si è istituito anche un comitato a Greccio che è stato finanziato dal ministero dei Beni Culturali per 3 milioni e 900 mila euro. Questi soldi pubblici hanno anche alimentato il desiderio di Greccio di realizzare il presepe. In mezzo si è messo un vescovo famoso a cui piace il presepe, forse anche troppo, e il maestro presepista che è diventato il pomo della discordia. Il nostro Giorgio Mottola.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Come tutti gli anni, subito dopo l’Epifania, le decorazioni natalizie insieme ai presepi vengono riposte nelle scatole e messe da parte. Una tradizione rispettata anche in Vaticano, dove stamattina è stato smontato il presepe più prestigioso di tutti, quello ospitato in piazza San Pietro. Vista la sua enorme importanza simbolica, ogni anno centinaia di comunità cattoliche di tutto il mondo provano ad aggiudicarsi il suo allestimento. Se nel 2021 furono selezionati presepisti provenienti addirittura dal Perù, lo scorso Natale è toccato al comune friulano di Sutrio il privilegio di donare al Papa un presepe intagliato nel legno della Carnia.

MANLIO MATTIA - SINDACO DI SUTRIO (UD) - 3 DICEMBRE 2022 Questa sera ho il grandissimo onore di rappresentare la comunità di Sutrio e le vallate della Carnia a cui è stata concessa l’opportunità di allestire il presepe qui in questa piazza, simbolo della cristianità nel mondo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Le comunità locali si propongono innanzitutto per devozione nei confronti del Santo Padre, ma gli alti rappresentanti istituzionali, soprattutto se politici, mettono volentieri in conto anche la visibilità e il prestigio internazionale che deriva dal vedersi assegnato un così alto compito in grado di attirare munifici e volenterosi sponsor privati.

MASSIMILIANO FEDRIGA - PRESIDENTE REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA - 3 DICEMBRE 2022 Prima di tutto voglio portare i ringraziamenti della Regione Friuli Venezia Giulia a sua eminenza presidente del Governatorato per averci fatto l’onore di poter esporre un’opera frutto dell’ingegno e della manualità della nostra terra.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ed è quindi impresa assai ardua comprendere se si celi un eccesso di sincera devozione o qualche interesse molto più terreno dietro la contesa nata per l’allestimento del presepe in piazza San Pietro nel 2023, che in provincia di Rieti ha scatenato sindaci contro altri sindaci, vescovi contro giunte comunali e opposte fazioni di monsignori e porporati a tifare per l’una o per l’altra parte in causa.

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) La provincia di Rieti non aveva mai partecipato a questa rappresentazione. E quindi mi hanno detto perché non chiedi. Ho fatto questa richiesta al Governatorato della Santa Sede e un mese dopo, nel fine settembre 2019, la Segreteria di Stato ha designato Contigliano per il presepe di Piazza San Pietro dell’anno 2023.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Nel 2019, il Governatorato, vale a dire l’organismo che si occupa degli affari interni della Città del Vaticano, ha scelto per l’allestimento del presepe del 2023 il comune di Contigliano. Un paese di ottomila anime della provincia di Rieti, situato nel cuore di quella che viene definita la Valle Santa per la presenza di quattro importanti santuari dedicati a Francesco d’Assisi, che in questa zona si stabilì per diversi anni. Qui dispensò miracoli e scrisse la Regola, sui cui si fonda l’ordine francescano.

GIORGIO MOTTOLA Che tipo di presepe avevate in mente?

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) Il verde, innanzitutto, con degli alberi veri e le acque. Un progetto che fosse rappresentativo esteticamente di quelli che sono i valori principali della provincia di Rieti. GIORGIO MOTTOLA Ma questo presepe quanto sarebbe costato al suo comune e ai contiglianesi?

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) Al comune niente. Si pensava a una realizzazione fatta mediante sponsorizzazioni ma anche a una realizzazione diciamo povera, nel senso che, per esempio, questa grande composizione di verde sarebbe stata prestata da un vivaio.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il comune di Contigliano presenta presto un bozzetto ufficiale del presepe al Governatorato e stima intorno ai 40mila euro il costo complessivo dell’opera. La raccolta fondi tra gli sponsor procede spedita ma l’assegnazione non va affatto giù al comune confinante, vale a dire Greccio, che è per antonomasia il paese del presepe. Qui, nella grotta situata all’interno di questo santuario, ottocento anni fa San Francesco diede vita al primo presepe della storia con figuranti in carne e ossa. Per questa ragione Greccio vive l’investitura vaticana di Contigliano come un affronto.

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) Per qualche motivo sempre che mi sfugge a nessuno era venuto in mente nei decenni precedenti di chiedere di fare ‘sta rappresentazione a piazza San Pietro, avrebbero potuto farla in qualsiasi anno.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Due anni dopo la designazione Vaticana di Contigliano, il comune di Greccio si solleva e fa presente che il 2023 ricorre l’ottavo centenario del primo presepe realizzato da San Francesco, proprio nel comune reatino. E quindi, il più titolato ad organizzare l’istallazione presepiale in piazza San Pietro non può che essere Greccio. In questo modo nasce una guerra tra campanili, senza esclusione di colpi.

GIORGIO MOTTOLA È nata una faida tra il suo comune e quello di Contigliano per allestire questo presepe?

EMILIANO FABI - SINDACO DI GRECCIO (RI) E PRESIDENTE COMITATO GRECCIO 2023 Oddio, addirittura? Non pensavo. Sicuramente non è la parola che assocerei di più al presepe, soprattutto al presepe di pace che è il presepe di Francesco.

GIORGIO MOTTOLA Però anche questi litigi per un presepe di pace non sono così adatti.

EMILIANO FABI - SINDACO DI GRECCIO (RI) E PRESIDENTE COMITATO GRECCIO 2023 No, io penso che a non farci una bella figura è chi ritiene il presepe un bene, diciamo, di proprietà di qualcuno.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il problema però è che anche Greccio sembra ritenersi proprietaria del presepe e così, dopo mesi di schermaglie e attraverso i giornali locali, il sindaco di Contigliano tende un ramoscello di olivo in segno di pace al primo cittadino di Greccio.

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) Io mi sono anche rivolto anche ufficialmente all’intero comitato eccetera dicendo di far diventare questo presepe un patrimonio diciamo così di tutti.

GIORGIO MOTTOLA Lei era disposto a mettere da parte il nome di Contigliano e dice facciamolo insieme con un’etichetta comune?

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) Assolutamente sì, assolutamente sì.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma il sindaco di Greccio rifiuta la proposta della giunta contiglianese e a mezzo stampa ribadisce: spetta a noi fare il presepe.

GIORGIO MOTTOLA Non potevate farlo insieme a Contigliano questo presepe?

EMILIANO FABI - SINDACO DI GRECCIO (RI) E PRESIDENTE COMITATO GRECCIO 2023 Guardi, in realtà il presepe… qui non è un problema di Greccio, né un problema di Contigliano.

GIORGIO MOTTOLA Il sindaco di Contigliano ha detto: io faccio un passo indietro, non è più il presepe di Contigliano, diventa il problema di tutti quanti, però voi avete detto: no, deve essere il comitato Greccio.

EMILIANO FABI - SINDACO DI GRECCIO (RI) E PRESIDENTE COMITATO GRECCIO 2023 Ho detto semplicemente che il comitato mesi prima aveva, diciamo, deliberato e deciso o accettato, mettiamo così, la proposta della diocesi di chiedere una collaborazione del comitato che è appunto il comitato Greccio 2023.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il comitato Greccio 2023, presieduto dal sindaco Fabi, è stato istituito due anni fa dal ministero dei Beni Culturali per le celebrazioni dell’ottavo centenario del primo presepe di San Francesco. A questo scopo, con emendamento alla manovra finanziaria del 2021, sono stati stanziati al comitato tre milioni e 900mila euro e da quel momento la contesa si è fatta più aspra. La scorsa estate, sebbene Contigliano avesse la benedizione del Vaticano, il Comitato Greccio scrive in un documento ufficiale di aver ricevuto l’incarico di co-produrre il presepe in piazza San Pietro dal vescovo di Rieti, Domenico Pompili.

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) Il vescovo mi chiamò per dirmi che si era rivolto al Governatorato, me lo disse lui, con una lettera nella quale chiedeva che fosse revocata la designazione di Contigliano.

GIORGIO MOTTOLA Quindi il vescovo in Vaticano chiede la revoca a voi per assegnarla a Greccio?

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) Esatto, per assegnarla Greccio. Quindi io mi trovo da quel momento in poi in una situazione di grande imbarazzo perché da un lato continuo ad avere questa designazione a fare il presepe, d’altra parte non ho più o forse non ho mai avuto l’assenso e la partecipazione attiva che io avevo chiesto naturalmente al vescovo in modo particolare.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Alla richiesta del vescovo di Rieti di revocare la nomina di Contigliano, il Governatorato oppone inizialmente un diniego. Ma monsignor Pompili non si dà per vinto e per mesi continua a fare pressione sui cardinali della città del Vaticano, comportandosi come se spettasse a lui organizzare il presepe del 2023.

GIORGIO MOTTOLA Il presepe di Francesco è il presepe di pace, giusto?

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Infatti.

GIORGIO MOTTOLA Però è scoppiata una piccola guerra, lì in provincia di Rieti.

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Quale sarebbe il problema?

GIORGIO MOTTOLA Inizialmente era stato assegnato a Contigliano l’allestimento di questo presepe,e poi però è nata una piccola polemica, che diciamo nasce un po’ anche da lei, perché inizialmente lei si complimenta con il sindaco poi però chiede la revoca.

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 In realtà il comune di Contigliano aveva preso questa iniziativa in solitaria per quello che io ne so, invece io mi sono limitato…

GIORGIO MOTTOLA E la segreteria di Stato aveva dato l’assegnazione.

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Le polemiche però come le ripeto nascono da una situazione di chi ha voluto, non si capisce per quale ragione, intestardirsi a fare una proposta che secondo me non era nella logica delle cose.

GIORGIO MOTTOLA Che però ha accettato la segreteria di Stato, mi scusi monsignore.

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Ok, io penso che si sarebbe potuto gestire diversamente se non ci fosse stato qualcuno che si fosse messo in testa di fare cose che non erano…

GIORGIO MOTTOLA Quindi la colpa è del sindaco di Contigliano che in realtà…

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 No, no, no, no… io non sto dicendo adesso, di questa dinamica che si è prodotta.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Monsignor Pompili ne prende le distanze ma inizialmente sembrava aver espresso grande entusiasmo e felicità per la designazione di Contigliano.

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) Mi disse che era insomma una notizia importante, una cosa molto bella.

GIORGIO MOTTOLA Non le ha posto qualche dubbio sul fatto che fosse Contigliano?

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) No, no. All’inizio lui mi scrisse e mi disse che andava valorizzata al massimo e che l’avremmo fatto insieme e quindi aspettare il momento giusto per darla al pubblico per poi costruirci sopra tutto un cammino per poi arrivare chiaramente fino al 2023.

GIORGIO MOTTOLA Lei all’inizio dice al sindaco di Contigliano bellissimo, facciamo la conferenza stampa insieme, giusto?

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Ma assolutamente no.

GIORGIO MOTTOLA Perché lui così ci ha raccontato e che però i rapporti si incrinano quando lei consiglia...

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Avrà avuto qualche perdita di memoria.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma in questa conversazione con il sindaco Lancia risalente al 2019, a proposito della designazione di Contigliano, il vescovo scrive: “è una bella notizia, vediamo di costruirla insieme”, acconsentendo alla richiesta del primo cittadino di comunicare pubblicamente la benedizione del vescovo all’iniziativa. Come mai il monsignore ha poi cambiato idea?

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) Successivamente lui mi disse che avrebbe visto per una realizzazione del genere questo artigiano che fa presepi che si chiama Artese mi pare e che evidentemente gli stava a cuore.

GIORGIO MOTTOLA Il rapporto si incrina quando lei indica, suggerisce come artista Francesco Artese e lui è un po’ freddino rispetto a questa proposta.

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Ma no, il problema vero è che…

GIORGIO MOTTOLA È vero che lei aveva proposto subito Artese al sindaco?

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Ma no, io ho sempre detto che la questione del presepe non competesse a lui.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Francesco Artese è un maestro presepista proveniente dalla Basilicata che nel 2018 per la diocesi di Rieti ha realizzato nell’atrio del vescovado una quadrilogia di presepi che hanno come tema la figura di San Francesco e le sue gesta nella provincia di Rieti.

FRANCESCO ARTESE - MAESTRO PRESEPISTA Don Domenico Pompili che ha avuto l’intuizione di mettere sotto gli archi, di posizionare questa quadrilogia.

GIORGIO MOTTOLA Quindi è stato monsignor Pompili a chiamarla a realizzare questo presepe.

FRANCESCO ARTESE - MAESTRO PRESEPISTA Sì, sì, a realizzare questo presepe… e io poi subito sono accorso e quindi ho collaborato in questo progetto.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO I presepi sono stati realizzati nell’ambito della Valle del primo presepe, un progetto della diocesi di Rieti finanziato con quasi 300mila euro in quattro anni dalla fondazione della Cassa di Risparmio di Rieti e con circa 100mila dalla Regione Lazio a cui si sono aggiunti altri contributi dei comuni reatini.

GIORGIO MOTTOLA Quanto è costato realizzare questi…

FRANCESCO ARTESE - MAESTRO PRESEPISTA Questo non lo so. Questo non lo so di preciso quanto è costato. Il maestro si contenta di poco, quel poco che basta per vivere, me lo insegna San Francesco. A me piace realizzare il presepe perché ritorno bambino. Se mi danno mille, duemila euro non mi interesse.

GIORGIO MOTTOLA Cifre così basse? Non si butti così giù.

FRANCESCO ARTESE - MAESTRO PRESEPISTA E da mangiare, lasagne al forno!

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Per il presepe di piazza San Pietro in ballo c’era però ben più di un piatto di lasagne. La scorsa estate, senza avvertire il comune di Contigliano che sulla carta era l’assegnatario ufficiale del Vaticano, il vescovo di Rieti prende l’iniziativa e scrive al comitato Greccio 2023. All’organismo ministeriale chiede di finanziare la realizzazione del presepe in piazza San Pietro e di riconoscere al maestro Artese un compenso di 175mila euro.

GIORGIO MOTTOLA Ne realizzerà un altro in piazza San Pietro l’anno prossimo?

FRANCESCO ARTESE - MAESTRO PRESEPISTA No.

GIORGIO MOTTOLA Come no? So che in piazza San Pietro il Comitato Greccio l’ha incaricata di progettare il nuovo presepe?

FRANCESCO ARTESE - MAESTRO PRESEPISTA Non ancora, praticamente. Cioè voglio dire… ancora…

GIORGIO MOTTOLA Ancora non le è stato detto?

FRANCESCO ARTESE - MAESTRO PRESEPISTA Ancora non se ne parla assolutamente. Se mi inviteranno, glielo farò senz’altro, ci mancherebbe.

GIORGIO MOTTOLA Il comitato Greccio ha già fatto una determina di 175mila euro per…

FRANCESCO ARTESE - MAESTRO PRESEPISTA No.

GIORGIO MOTTOLA Come no, lei non ne sa niente?

FRANCESCO ARTESE - MAESTRO PRESEPISTA No… un attimo…

GIORGIO MOTTOLA Ho detto qualcosa di sbagliato?

FRANCESCO ARTESE - MAESTRO PRESEPISTA No, no, assolutamente, ci mancherebbe, io non so niente, voglio dire.

GIORGIO MOTTOLA Ma lei sa che deve fare questo presepe l’anno prossimo?

FRANCESCO ARTESE - MAESTRO PRESEPISTA No, no… aspetta un attimo.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO La nostra domanda crea un grande imbarazzo al maestro e ai suoi collaboratori. Ci chiedono di interrompere l’intervista e ci passano al telefono una funzionaria della Diocesi di Rieti.

GIORGIO MOTTOLA Stavo appunto facendo un’intervista al Maestro Artese.

FUNZIONARIA DIOCESI DI RIETI Artese? Sul nostro presepe? Sulla nostra quadrilogia?

GIORGIO MOTTOLA Esatto. E anche su quello dell’anno prossimo che si terrà in piazza San Pietro.

AL TELEFONO FUNZIONARIA DIOCESI DI RIETI E però è top secret, lei comprenderà.

GIORGIO MOTTOLA È top secret?!

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Tuttavia, non è uno dei segreti meglio custoditi al mondo. Basta andare infatti sul sito del Comitato Greccio 2023 e scaricare la determina dello scorso 5 agosto in cui l’organismo ministeriale annuncia di aver accontentato le richieste del vescovo Pompili assegnando la costruzione del presepe al maestro Artese, per il quale viene contestualmente stanziato un compenso di 175mila euro. Un’assegnazione che viene fatta senza alcun bando pubblico, sebbene sopra i 150mila euro sia prevista una gara.

GIORGIO MOTTOLA È una cosa un po’ anomala questa di fare un’assegnazione senza almeno vedere altri nomi, almeno vedere altri progetti, cioè voi comprate quell’artista a scatola chiusa senza nemmeno sapere che cosa avrebbe fatto.

EMILIANO FABI - SINDACO DI GRECCIO (RI) E PRESIDENTE COMITATO GRECCIO 2023 Diciamo a scatola chiusa non… cioè… non è che a scatola chiusa. Un bozzetto era stato comunque, come posso dire, rappresentato rispetto al contenuto.

GIORGIO MOTTOLA Ah, quindi il maestro aveva presentato un bozzetto per San Pietro?

EMILIANO FABI - SINDACO DI GRECCIO (RI) E PRESIDENTE COMITATO GRECCIO 2023 No, un bozzetto, un disegno, nel senso che.

GIORGIO MOTTOLA Un disegno?

EMILIANO FABI - SINDACO DI GRECCIO (RI) E PRESIDENTE COMITATO GRECCIO 2023 Sì.

GIORGIO MOTTOLA Cioè, lo aveva già presentato il maestro?

EMILIANO FABI - SINDACO DI GRECCIO (RI) E PRESIDENTE COMITATO GRECCIO 2023 No, non è che lo aveva presentato, però il tema…

GIORGIO MOTTOLA Ma c’era o no un disegno, un progetto, presentato da Artese?

EMILIANO FABI - SINDACO DI GRECCIO (RI) E PRESIDENTE COMITATO GRECCIO 2023 C’era un disegno… cioè… o meglio.

GIORGIO MOTTOLA Voi avete valutato un disegno?

EMILIANO FABI - SINDACO DI GRECCIO (RI) E PRESIDENTE COMITATO GRECCIO 2023 Noi non abbiamo valutato, noi in sede di comitato non abbiamo valutato.

GIORGIO MOTTOLA Niente.

EMILIANO FABI - SINDACO DI GRECCIO (RI) E PRESIDENTE COMITATO GRECCIO 2023 Abbiamo valutato che c’era stata una richiesta rispetto al fatto che… avevamo appunto…

GIORGIO MOTTOLA Vi siete fidati ciecamente di Pompili, del vescovo!

EMILIANO FABI - SINDACO DI GRECCIO (RI) E PRESIDENTE COMITATO GRECCIO 2023 Ci siamo fidati.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO E pare il Comitato bene abbia fatto a fidarsi del vescovo. Lo scorso novembre, Pompili ha infatti annunciato con una conferenza stampa di aver ottenuto dal Governatorato l’incarico ufficiale di occuparsi dell’allestimento del presepe conteso al posto di Contigliano.

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 - CONFERENZA STAMPA 17 NOVEMBRE 2022 Ho ricevuto in data 9 novembre questa lettera del Governatore del Vaticano, il cardinale Fernando Vergez. Come da questa lettera si ricava, nell’anno centenario il presepe che tutti vedranno in tutto il mondo ha come suo focus il presepe di Greccio.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Ma l’annuncio del vescovo non è bastato a portare quiete nella vicenda del presepe di piazza San Pietro. Dopo che monsignor Pompili ha dato la notizia sono sorte frizioni con il comitato Greccio 2023, a causa di dissidi sulle modalità di finanziamento dell’opera. E così la Diocesi ha dovuto, per ora, rinunciare alla collaborazione con il comitato.

GIORGIO MOTTOLA Come mai avete chiesto la revoca?

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Perché dovendo portare a casa questo risultato ci sembrava che il comitato avesse diciamo una complessità interna.

GIORGIO MOTTOLA Delle spaccature interne diciamo?

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Una complessità.

GIORGIO MOTTOLA Ecco delle spaccature.

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Però ti ripeto.

GIORGIO MOTTOLA Perché è un tema sensibile finanziare con soldi pubblici un presepe?

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Mah, diciamo che è un’iniziativa questa di carattere culturale.

GIORGIO MOTTOLA Con quali soldi verrà finanziato quindi questo presepe?

DOMENICO POMPILI - VESCOVO DI RIETI 2015-2022 Faremo una raccolta fondi.

GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO Il vescovo, tuttavia, non esclude che tali fondi possano essere comunque almeno in parte pubblici. Ma i soldi potrebbero non essere l’unico problema. Perché la contesa sul presepe non è ancora formalmente chiusa.

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) La segreteria di Stato a tutt’oggi, non ci ha ancora revocato da questo mandato ma insomma io mi ritengo naturalmente libero ormai dall’impegno che avevamo assunto con la Segreteria di Stato. Per noi penso sia una storia che deve considerarsi conclusa.

GIORGIO MOTTOLA Il presepe se lo fa a casa sua l’anno prossimo e basta?

PAOLO LANCIA - SINDACO DI CONTIGLIANO (RI) Certamente, lo faccio fare ai bambini, che è meglio, che sono gli innocenti e quindi sono i più titolati o gli unici titolati.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Quello che doveva essere il presepe di Francesco, della pace, è diventato il presepe della discordia, delle divisioni, degli egoismi, degli esercizi di potere. Qualche frizione l’ha causata anche in Vaticano, tra Segreteria di Stato e Governatorato. All’inizio anche monsignor Dario Viganò aveva supportato l’idea del presepe di Contigliano perché era un presepe povero, nella linea della povertà francescana. E per questo il sindaco Lancia aveva proprio ipotizzato un presepe quasi biologico, bio, con acqua, verde e con 40mila euro raccolti dai privati e il Governatorato aveva accolto con un certo imbarazzo l’intrusione di Greccio, per questo aveva provato anche ad offrire una soluzione salomonica e aveva detto: al presepe, in piazza San Pietro, lo fa Contigliano. Quello invece nella prestigiosa aula Nervi lo fa Greccio. Ma ha dovuto fare i conti con l’intransigenza di monsignor Pompili che poi ha insistito tanto per due anni al punto di spuntarla. Ora però Pompili ha rotto anche con il comitato di Greccio che è quello che ha la cassaforte del denaro pubblico per le celebrazioni del presepe, in particolare si è finiti in una situazione di stallo per i finanziamenti che dovevano riguardare la realizzazione del presepe, in particolare poi, quel compenso da 175mila euro che il vescovo aveva chiesto per il maestro Artese, lui dice a sua insaputa, lui che francescanamente si sarebbe accontentato di un piatto di lasagne. Ora però siccome si trattava di uno stanziamento di denaro pubblico, ispirato del resto da un vescovo e per una cifra che avrebbe richiesto una gara pubblica, ci si è trovati in una situazione di stallo. E con questa anche i comuni di Contigliano, oltre che Greccio, e anche se volete il Vaticano, perché la Segreteria di Stato ancora non ha revocato a Contigliano il mandato di realizzare il presepe. Come se ne esce? Visto che siamo nell’ottavo centenario della realizzazione del Primo Presepe di San Francesco, ma perché non mettere, realizzare questo presepe tutti insieme, Contigliano e Greccio, un presepe vivente dove dentro come personaggi ci sono anche i sindaci, il monsignore, monsignor Pompili e anche il maestro presepista. Tutti a partecipazione gratuita. C’è miglior modo per incarnare lo spirito francescano dell’amore nella sua gratuità? E a proposito di presepe, insomma capita spesso di vedere i polli che razzolano davanti alla grotta della natività però purtroppo non è sempre quella la realtà.

A me piace il presepe ma se c’è «u’ sckandat». È, costui, un singolare visitatore che staziona davanti alla grotta fatidica con un’espressione sgomenta. Michele Mirabella su La Gazzetta del Mezzogiorno l’11 Dicembre 2022.

In tanti ricordiamo un personaggio di «Natale in casa Cupiello», capolavoro di Eduardo, per una battuta pronunciata con sciatto cinismo dal giovinotto Tommasino: «A me non mi piace il presepio». Più che pronunciata, era borbottata con livore screanzato. Quello dello scansafatiche accidioso e parassita che vuole rovinare la festa a Luca, il «presepiaro» protagonista.

E lo sprezzo del Presepio riassumeva iattanza e pigrizia mentale. Sotto l’egida di queste si arruolano da sempre molti stupidi sfiancati da uno snobismo attivato dal complesso dei provinciali che non riescono a capire che la Provincia è il sale della cultura italiana. «A me non mi piace il presepio». Avvertono i caporali di tutte le estrazioni sociologiche quando pretendono di altezzosamente di infliggerci il loro ego frustrato. Ma, per fortuna ci sono caporali e ci sono uomini. A me i caporali, quelli in uniforme che servono il Paese, piacciono come mi piace, moltissimo, il Presepio e l’ho messo in opera. Quest’anno l’assetto strutturale è pianeggiante e solo qua e là collinoso, un poco brullo con qualche zona sabbiosa e solo un laghetto con inevitabile fontana con vasca circondata da palme noncuranti della presenza, poco più in là, di abeti dolomitici che non ci azzeccano niente ma fanno tanta scena come le arance che danno colore gioioso.

Ho portato un cambiamento sostanziale nella regìa: la sacrosanta capanna non è più posta contro la parete, no. Tale dislocazione costringeva i pastori ad offrire le terga ai fedeli spettatori privandoli delle espressioni del viso che contano, e come! E, dunque, la capanna sta al centro del tavolo e i pastori, i pellegrini dall’incontenibile stupore, accerchiando la sacra famiglia e provenendo da l’ogni dove del mondo, mostrano il volto a noi che c’incantiamo. Non manca niente in un tripudio sincretistico di figure d’ogni provenienza: tutta la gamma dei pastori, da quello tradizionale con pecore e abbacchio regolamentare sulle spalle, al porcaro con maialini e scrofa premurosa, alla donna con formaggi e caciocavalli, allo zampognaro, si mescola allo scrivano ottocentesco, al venditore di libri usati, al fiaccheraio e al cantiniere. Da un pezzo ho esiliato il cacciatore dietro un albero e gli ho messo un fiore nel fucile. Ora non spara più agli uccellini e io gliene ho messi tre sulle spalle. La lavandaia esibisce vicino alla grotta una generosa scollatura che mostra grazie di Dio e che si prodiga lavando i panni ruvidi della Luce del mondo. Sono sicuro che Questa non rinnegherà la pia governante. Nel presepio non sono graditi i bacchettoni.

A me il presepio piace. Chi vede il teatro che «faccio» se ne accorge. Lo inventò San Francesco come una pièce teatrale e Giotto a Greccio lo testimoniò, figuriamoci. Ma amo anche il presepio regolamentare, s’intende, con tutti i personaggi e i requisiti che la tradizione impone: Sacra Famiglia, bue, asinello, angelo annunciatore di pace, lavandaia, pastore semplice e pastorella con caciotte, guardiano di porci, pescatore, suonatori di cornamuse, vagabondo addormentato. Animali in quantità.

Ho nostalgia di tutto questo e pratico con testardaggine la minuscola e tenerissima edilizia del presepio anche a casa mia, la casa di un adulto pensieroso. Ogni anno lo aggiorno con nuovi santi pastori vagabondi, con pecorelle devotissime, con magi in buona fede, ma anche con ospiti pellegrini dell’attualità e della cronaca. Devo ammettere che m’era più facile prima e, infatti, ancora annovero davanti alla capanna una «band» di suonatori di Jazz, un duo di scrivani somiglianti a Totò e Peppino e uno zampognaro tale e quale al mio dolce amico Massimo Troisi. Oggi, stante nella cronaca la penuria di nuovi candidati, candidati nel senso del candore dell’innocenza, in grado di assumere un ruolo in pianta stabile tra le pecorelle, scelgo come protagonista il pastore dei pastori: «u’ sckandat». Letteralmente, nel dialetto nostro, sta per «lo spaventato». È, costui, un singolare visitatore che staziona davanti alla grotta fatidica con un’espressione sgomenta, orante, con gli occhi sbarrati, le braccia spalancate e la bocca semichiusa in un fonema intelligibile, solo dai puri di cuore che sembra esprimere l’atterrita gioia della salvazione annunciata. È povero, non porta niente, né caciotte, né agnellini, né vino, né uova, né, tanto meno stoffe preziose o spezie: «u sckandat» porta al Dio vivente solo il suo stupore di fede e la sua letizia di speranza. E la mostra sul volto che, finalmente si vede nella nuova struttura della regìa. Nel Presepe di oggi, «u’sckandat» è il cittadino onesto, generoso, prodigo con gli ultimi e che offra, magari, le risorse utili a far presepi dovunque. Presepi fatti di altruismo, civismo, giustizia, rispetto per l’ambiente, la cultura, la scuola, la ricerca. Dovrebbe promuoverli lo Stato, questi Presepi. In attesa, diamoci da fare col candore dello «sckandat» che mi piace e mi commuove. Chi vorrà negarsi alla peregrinazione alla grotta, sarà libero di farlo e nessun pastore gli toglierà il saluto, ma se ne assuma la responsabilità. Chi vorrà ubbidire all’«Adoremus» potrà farlo con gioia. A me piace il Presepio.

Alchimisti, fattucchiere e magia dei nodi. L'anti presepe 2022 di Bergoglio in Vaticano. Andrea Cionci Libero Quotidiano il 04 dicembre 2022

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Anche quest’anno la falsa chiesa antipapale di Bergoglio ha proposto il solito anti-presepe, con infilati di soppiatto elementi esoterici, pagani, eretici, magici e anticristiani.

Questo è il prezzo da pagare quando non si difende il vero Papa e si permette a un ecclesiastico privo del Munus petrino, l’investitura papale di origine divina, di ricoprire la carica di Pontefice romano.

Ricordiamo il presepe 2020, con le statue in ceramica di Castelli di epoca conciliare: figure con braccia incrociate, tipiche del mondo rosacroce ed egizio, con il guerriero cornuto col teschio sulla fronte, un simbolo demoniaco inserito nel presepe per la solita dottrina esoterica dell’unione degli opposti.

Clamorosamente evidente, poi, il presepe etnico 202,  proveniente dal villaggio di Choppca, il villaggio dove sopravvive nel modo più sentito il culto per la Pachamama, che per la dottrina cattolica, non può non essere considerato altri che un demone. Si ricordi a tal proposito il sacrificio umano svoltosi il 5 agosto scorso a El Alto in Bolivia, in onore della madre terra incaica QUI  .

Quest’anno c’è voluta qualche ricerca in più per scoprire cosa si nasconde dietro al presepe ligneo proveniente dal paese di Sutrio in CARNIA (Friuli).

Realizzato in legno di cedro, anche con legname proveniente dai tronchi abbattuti durante la tempesta Vaia del 2018, evoca dei concetti apparentemente innocui e banalmente demagogici di ecosostenibilità e valorizzazione delle tradizioni locali.

NON FIDATEVI.

Occorre un poco di studio per scoprire cosa si nasconde sotto, ma siamo andati a colpo sicuro.

I personaggi dell’antipresepe non sono molti, ma fra questi ve ne sono due estremamente significativi. Il “CRAMAR” e la TESSITRICE che sono accuratamente evitati dalla maggior parte delle riprese foto-video disponibili sul web. La tessitrice è poi quasi introvabile, perché collocata in secondo piano.

Ci siamo documentati sui testi di due autorevoli studiosi delle tradizioni friulane, Elio Varutti e Paolo Paron e abbiamo appreso che la Carnia costituisce una sorta di piccolo cuore magico-esoterico dell’Europa che si allarga fino a coinvolgere altre aree del mondo ladino e a lambire i Grigioni svizzeri. Zone di montagna che sono rimaste molto isolate nell’arco dei secoli, dove sono sopravvissuti una lingua antichissima e un sapere antico di radice pagana, i cui riti nel periodo del Solstizio d’inverno, come i grandi falò epifanici, vengono allestiti ancora oggi come tradizione locale.  Documentatevi pure su “Streghe, eretici e benandanti del Friuli Venezia Giulia. Processi, rituali e tradizioni di una terra magica”  (Intermedia ed. 2021) di Monia Montechiarini. 

La Carnia in particolare, affascinantissima e misteriosa, è stata nei secoli passati, regione popolata di questi personaggi, duramente combattuti dalla Chiesa cattolica.

Fatta questa premessa, si comprende il ruolo del cramar, o cramaro: si trattava di un venditore ambulante che portava sulle spalle una specie di armadio-zaino pieno di cassettini il quale faceva la spola tra Venezia e il mondo slavo-tedesco. Generalmente era una persona istruita, che sapeva leggere e far di conto e commerciava in spezie e sostanze rare. Lo studio del ricercatore prof. Elio Varutti “Pedlars and Alchemists in Friuli” ha evidenziato come i cramari praticassero spesso e volentieri l’ALCHIMIA, sia manipolando erbe e sostanze naturali di cui facevano commercio, sia fondendo i metalli alla ricerca della pietra filosofale, tanto che alcuni di loro, poi, a Lubiana diverranno anche campanari. Entrando in contatto col mondo tedesco, spesso e volentieri assorbivano altre visioni del mondo, luterane, non-cattoliche e/o magico-esoteriche legate a culti precristiani. Erano esperti dell’arte della tessitura, e profondi conoscitori dei nodi, tanto da lasciare in famiglia dei manuali per tramandare queste capacità.

E qui veniamo all’altro personaggio inserito nell’antipresepe bergogliano: la tessitrice.

In Carnia, le donne, quasi tutte tessitrici, ovviamente, erano depositarie di saperi antichi e, tra questi, l’arte magica della legatura o slegatura.

Scrive Paolo Paron: “Le donne conoscevano le proprietà delle piante, delle essenze, ma anche dei cicli lunari, i tempi di raccolta in concomitanza con il massimo potere terapeutico di foglie, cortecce, radici, erbe […] Dietro le cure e le terapie delle donne di campagna, l’Inquisitore scorgeva qualcosa che andava al di là della semplice superstizione, un qualcosa di più temibile e pericoloso: un patrimonio di conoscenze naturali, di esperienze, di cultura medica tramandata dalle donne per le donne, attraverso le generazioni, da tempo immemorabile. Faceva paura questo legame con il passato, questa continuità della carità e della solidarietà femminile, che attraverso i secoli, giungeva dal campo oscuro del paganesimo […] I doni di guarigione che a, volte, erano attribuiti a queste massaie rurali erano detti preenti che “potevano essere trasmessi solo in una particolare notte all’anno: la notte della Vigilia di Natale, notte magica come la notte di san Giovanni del 24 giugno”.

Apprendiamo anche come le antiche donne della Carnia raccogliessero “l’acqua della RUGIADA della notte di San Giovanni, utile e necessaria per molte azioni che riguardavano, la bellezza, la salute e la magia”.

La guaritrice carnica “agisce misurando, annodando, snodando fasce, cinture, nastri, legacci, passanti, stringhe, frange, fili e cordelle […] Utilizza conoscenze simboliche che vengono da lontano, come il rituale della misura e la magia dei nodi, sfruttando per intero lo spazio ambivalente esistente fra le polarità del legare/slegare, la pratica del misurare/rimisurare. Sa interpretare i legamenti come malefìci, scoprendone la natura di armi d’offesa di streghe e stregoni; utilizza però i nodi, allo stesso tempo, come mezzo di difesa contro i sortilegi altrui, come efficaci contro-farmaci”.

Come leggete, dietro il nuovo presepe in Piazza San Pietro, ritorna quindi tutto il solito armamentario anticattolico del Bergogliesimo: Sincrestismo, Misericordismo, Neoluteranesimo, Neoarianesimo, Neognosticismo, Neopaganesimo, una specie di micidiale cocktail di eresie e apostasie.

Come scrisse il Santo Padre Benedetto XVI, in puro codice Ratzinger, rifiutando di recensire i libri della sua pseudo-teologia: “I PICCOLI volumi mostrano, a ragione, che papa Francesco ha una PROFONDA formazione teologica e filosofica”. Essa infatti attinge alle più oscure profondità ctonio-misteriche. 

Torna infatti – per l’ennesima volta, e in modo estenuante - la MAGIA DEI NODI, già propagandata in tutto il mondo da Bergoglio, a partire dagli anni ’80, con l’idolo pseudomariano della “Maria che scioglie i nodi” e della sua novena, citata nel libro “Pillole di magia” di Michela Chiarelli in merito al rito magico dei nove nodi. Torna la RUGIADA, il nettare dei Rosacroce, elementale alchemico che è stato inserito di soppiatto nella preghiera eucaristica della messa. Tornano i culti precristiani legati alla Grande Madre,  o Madre Terra, l’ammiccamento all’alchimia,  all’esoterismo, al mondo pagano, all’unione degli opposti alla “conoscenza” alchemica, al tema ossessivo della guarigione del corpo, anche a costo della dannazione dell’anima.

(A proposito: provate ad annodare qualche cordicella, magari il sito vaticano del Codice di Diritto Canonico  dopo il presunto attacco hacker subito giorni fa riuscirà anche a ripristinare la pagina coi canoni dal 332 al 335, proprio quelli che parlano di rinuncia al munus e di sede papale totalmente impedita. Si aprono quasi tutte le altre pagine, ma non quella. “Tanto chi se ne accorge”: abbastanza ridicolo).

Insomma: ve lo stiamo ripetendo da due anni che Bergoglio non è il papa, questo perché il Santo Padre Benedetto XVI non ha mai abdicato, ma si trova in sede impedita. la spiegazione “for dummies”. Purtroppo, la censura assoluta imposta dall’informazione mainstream, il silenzio del clero consapevole, l’ottusa cecità “preternaturale” dei cattoconservatori una cum, (che pur additando Bergoglio come “malvagio” e “diabolico” si ostinano a considerarlo legittimo papa), le strategie "politiche" fallimentari di Mons. Viganò, che invece di invocare un sinodo provinciale per pronunciarsi sulla sede impedita del vescovo di Roma, con ogni probabilità mira alla propria candidatura come prossimo antipapa, fanno sì che un miliardo e 285 milioni di cattolici continuino ad andar dietro a un Pifferaio di Hamelin che partecipa a riti negromantici in mondovisione e li sta portando a venerare alchimisti, fattucchiere, divinità pagane, Grandi Madri, Nonne Ragno, Gesù serpente-diavolo  Streghe dei Nodi e così via. Pensate solo ai bambini che andranno a vedere quel falso presepe…

Viene da piangere, ma più che dirvelo, non possiamo fare. Buon Anti-Natale a tutti.

Natale, il sogno della sinistra: un 25 dicembre senza religione. Renato Farina su Libero Quotidiano il 25 dicembre 2022

Vicino alla basilica di San Petronio, dove tra poche ore si celebra la Notte Santa, le luminarie compongono i versi che annullano il Natale, il suo senso, la sua storicità. Niente Gesù. Lo privano di carne e ossa, nessun vagito di bimbo. L'amministrazione comunale di Bologna scandisce con le lampadine nella strada centrale dei negozi le due frasi di John Lennon (ispirate dalla sua musa e moglie, Yoko Ono) che affermano la religione del post cristianesimo: «Imagine there' s no heaven... and no religion too», cioè «immagina che non ci sia il paradiso e non ci sia neanche la religione». Il senso è: sarebbe fantastico, allora sì nascerebbe il mondo nuovo. Non ci sarebbero nazioni, nessuna identità particolare, ma un cosmopolitismo che darà all'uomo la pace senza bisogno di cercare Dio.

LA PROTESTA

Informato della faccenda per fortuna un vescovo si è inalberato. Monsignor Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia, ha qualificato questa operazione come «insulsa provocazione anticlericale». E lo ha fatto su Avvenire, con ogni evidenza con la benedizione del cardinale Matteo Zuppi, che da questa città capeggia i vescovi italiani, e ha personalmente voluto evitare la polemica. C'è un problema. Qui non si tratta da parte dei citazionisti di Lennon di un uso distorto e fedifrago di «un meraviglioso Inno alla pace», come sostiene il prelato siciliano, il quale trasforma il fondatore dei Beatles in una sorta di precursore di Papa Francesco. Su, un po' di lealtà con gli autori, chieda pure alla artista giapponese che a 89 anni opera ancora tra noi: quelle frasi vogliono dire proprio quel che dicono. Nascono da un'opera di Yoko Ono, non c'è bisogno di nessun Salvatore per arrivare a pace e felicità.

Trattiamo perciò la faccenda per quello che è: non un tradimento del vero Lennon, il quale ha già miliardi di cultori del suo mito, ma un episodio nostrano e sfacciato di cancel culture. Il quale rivela di quale ideologia si nutra la sinistra anche oggi, soprattutto adesso: un'ideologia dove si mescolano ateismo e panteismo, nichilismo e utopia, negando l'essenza stessa della nostra identità di popolo e nazione.

Abbiamo rintracciato un antecedente. La Grande Enciclopedia Sovietica, che a Bologna negli anni '50 valeva più della Bibbia. Essa evidentemente fa ancora scuola. Ovvio, senza le rudezze della propaganda staliniana, ma il concetto è lo stesso: a Natale non è nato nessuno. Nella prima edizione, della colossale opera in 65 volumi, tra le 65mila voci, c'era infatti pure quella dedicata a Gesù Cristo. Tutto un fuoco d'artificio di scienza e di cultura marxista per arrivare alla verità-tà-tà: Gesù detto il Nazareno non è nato in alcun luogo, il personaggio narrato nei Vangeli è un'invenzione, un mito creato per abbindolare le masse popolari. I comunisti pur di impedire che qualcuno osasse porsi la domanda su chi fosse Gesù, troncarono il problema alla radice, negandone non solo morte e resurrezione (come il Corano) ma pure la nascita. Stalin fece insomma con Cristo un lavoro di sbianchettamento come se i Vangeli fossero il dossier Mitrokhin.

ADDIO AL FESTEGGIATO

E così siamo al Natale 2022. Per festeggiare il compleanno di Gesù niente di meglio che far sparire il festeggiato. Idea geniale del Minculpop del soviet municipale: niente Bambinello, zero stella cometa, figuriamoci Madonna e San Giuseppe.

Non che li si neghi apertamente. Non siamo davanti a gente volgare, ma a creature acculturate come volpini - direbbe Ezio Greggio - : fini lettori dei tempi. Nessuno striscione dunque tipo: «Gesù? No grazie». Neppure ci si sogna di emulare anche solo pallidamente la militante di Femen. (Nessun giornale o tg lo ha raccontato: nella chiesa di santa Maddalena a Parigi questa signora del movimento ceco ha mimato l'aborto del Messia, indi orinato sull'altare. Condannata in Francia, è stata considerata vittima dalla Corte europea dei diritti dell'uomo come eroina della libertà di espressione: sul serio, ottobre scorso). L'amministrazione degli Asinelli (nessuna allusione al presepe per carità, è il caso ci querelino) ha deciso, in occasione di quell'evento che pure conta qualcosa nella storia dell'umanità, forse addirittura più di Yoko Ono, di appendere luminarie dove Gesù è consegnato alla muffa degli spettri scaduti. Come voleva il compendio della cultura comunista sopra citato, si tratta di un mito superato, una leggenda ingannevole. Il titolo del Natale post-comunista e post-cristiano di Bologna, ma in piena aderenza all'idiozia dominante (citazione di Lars von Trier), potrebbe essere: dimenticare Betlemme. Noi ci ricordiamo, alla faccia vostra.

Vittorio Feltri per Libero Quotidiano il 27 dicembre 2022.

Una confessione involontariamente un po’ blasfema, di cui mi scuso coi ferventi cattolici. A me il Natale non piace perché commemora la nascita di un grande uomo morto quasi duemila anni fa, quindi lo conosciamo per sentito dire. Ma non è con lui che ce l’ho, ci mancherebbe. Prima lo crocefiggono senza un vero perché, e si tratta di una atroce tortura, poi lo festeggiano. Un minimo di coerenza sarebbe gradita. Il problema è che il Natale non serve a ricordare Gesù (che meriterebbe una riflessione). 

Cosa c’entrano i cenoni della vigilia, con relative abboffate di cibo, col sacrificio di un martire che si dice addirittura essere stato figlio di Dio? Non capisco la relazione tra un tragico decesso col consumo smodato di panettoni e bottiglie di spumante. Sarò scemo ma me ne sfugge il senso. Anche a casa mia, che non è un tempio pieni di intelligentoni, ad eccezione di me, il Natale è vissuto come l’occasione per radunare in sala da pranzo un numero elevato di parenti (sinonimo di rompicoglioni) che spazzolano quantità enormi di cibo, tra chiacchiere insensate e tediose.

Personalmente durante la cena non riesco a dire una parola per il semplice fatto che la stanza è resa rumorosa a causa delle discussioni senza soluzione di continuità dei presenti. Meglio così. Risparmio il fiato. A una certa ora non potendone più del frastuono, me ne vado in camera mia, al piano superiore, dove però l’eco delle ciance giunge imperioso impedendomi di chiudere occhio. Prendo una pastiglia che mi rimbambisce, come non fossi già abbastanza intontito di mio, e finalmente mi addormento incazzato nero. L’indomani mattina, dopo regolamentare doccia, scendo per fare colazione e vedo la tavola disseminata di avanzi del pasto e di vettovaglie sozze. 

Vorrei togliermi dai piedi e andare a lavorare per trovare un minimo di ordine, ma ricordo che a Natale e il giorno dopo non escono i giornali, e di conseguenza anche Libero è chiuso. Che esco a fare? Le edicole hanno abbassato le saracinesche, idem quasi tutti i negozi e pure i bar che sono il refugium peccatorum. Devo rassegnarmi a leggere i giornali del giorno prima che già li ho imparati a memoria.

Non ho di meglio da fare che recarmi in salotto e sprofondarmi in poltrona a fissare il soffitto arricchito da mille crepe provocate dal tempo. Non mi rimane che avviare il televisore, che rimarrà acceso tutto il giorno benché le trasmissioni siano una più cretina dell’altra. I film che vanno in onda hanno almeno mezzo secolo di anzianità e li hai visti mille volte, da “Via col vento” al “Gattopardo” più durevole di una penosa agonia. Stendiamo un velo pietoso sui notiziari, fotocopie l’uno dell’altro e noiosi come rosari della nonna.

Poi a scassare l’anima definitivamente il piccolo schermo offre programmi di cucina, dove due o tre deficienti ti insegnano a fare la frittata come se tu non l’avessi mai mangiata. Non bastasse ciò a renderti nervoso, le varie emittenti attaccano con salotti, ospiti cantanti sull’orlo della pensione che ripropongono brani che avevano già stufato all’epoca di Nilla Pizzi. Meno male che il Natale dura un giorno solo, come le farfalle che alle sei di sera ne hanno già piene le palle. Meglio comunque il 2 novembre, più vario.

Andrea Morigi per “Libero quotidiano” il 27 dicembre 2022.

 «Venite, adoriamo», andrà bene per i personaggi del presepe, ma Michela Murgia e Roberto Saviano pretendono di avere l'ultima parola anche davanti alla grotta di Betlemme. Ce lo spiegano loro com' è andata 2022 anni fa. E all'improvviso, è come se vagonate di opere dei padri della Chiesa si estinguessero di fronte a tanta sapienza.

È la giusta punizione terrena per noi cristiani, che non abbiamo ancora capito che l'Italia è una terra di missione dove ormai la predicazione va fatta come nei Paesi di prima evangelizzazione, cioè in partibus infidelium. 

Come penitenza non ci si può sottrarre nemmeno a una meditazione sul significato del Natale così come ci viene proposta sulle pagine della Stampa e su Twitter, anche se affrontare le omelie degli intellettuali laici sulle pagine evangeliche significa prepararsi a riedificare dalle fondamenta l'edificio di una cultura esegetica di cui ormai si è perduta la consapevolezza in larga parte dell'Occidente ex cristiano.

IL MISTERO

Per spiegare il mistero dell'Incarnazione, e della conseguente Natività di Gesù Cristo, si dice che molti bambini siano diventati re, ma che nell'arco di tutta la storia umana solo un re è diventato bambino. In più occorrerebbe premettere che la scelta di incarnarsi in un infante è unicamente frutto della volontà di Dio. 

Così come anche la decisione di vivere nel nascondimento, rimandando l'inizio della vita pubblica fino all'età di trent' anni. Negli Esercizi spirituali di sant' Ignazio, il prologo della vicenda è spiegato in tre scene: «Le tre divine Persone osservano tutta la superficie o rotondità di tutto il mondo piena di uomini»; «vedendo che tutti scendevano all'inferno, decidono nella loro eternità che la seconda Persona si faccia uomo, per salvare il genere umano»; «e così, giunta la pienezza dei tempi, inviano l'angelo san Gabriele a nostra Signora».

Alla Murgia, critica nei confronti della tradizione cattolica e della «infantilizzazione» di Dio, a suo modo di vedere non fondata sulla Sacra Scrittura, non si può peraltro contestare, come fanno molti commentatori delle sue parole, di non essere in possesso di una formazione teologica. 

Qualsiasi contadina analfabeta sarda del Medioevo, abituata però a pregare tanto, ne avrebbe saputo più di lei, che sembra avere studiato parecchio pur non avendo capito nulla. Ne sarà sorpresa, ma ci sono anche altre fonti della divina rivelazione, come la tradizione della Chiesa. E anche il magistero, cioè l'insegnamento dei Papi e dei vescovi.

D'altra parte, malgrado lo scetticismo della scrittrice, non è nemmeno necessario conoscere a fondo la Parola di Dio per avere qualche informazione in più sull'attesa che traspare in molti passi dei profeti - nei confronti di un Messia. Tant' è che ci sono ebrei messianici convinti che il Salvatore debba ancora arrivare. 

IL CONDOTTIERO

Alcuni nel popolo d'Israele speravano perfino che si trattasse di un condottiero che li avrebbe affrancati armi in pugno dalla dominazione dell'impero romano. 

A loro, e a quanti s' immaginano un Cristo-Guevara, eroe della lotta o della teologia della liberazione, si presenta un neonato inerme, che non vuole scatenare una Rivoluzione facendo leva sulle contraddizioni sociali, ma sanare ciò che le causa. Eppure, allo scrittore Roberto Saviano è parso di dover ricordare «a chi blatera in loro nome» che «Maria, Giuseppe e Gesù sono stati profughi».

Quel che lo «emoziona» è «che si cerchi redenzione in una famiglia stretta intorno a un bambino la cui innocenza lo proclama re». Innanzitutto, la genealogia del Redentore degli uomini, rintracciabile dalla prima riga del primo libro del Vangelo di San Matteo, spiega che proviene da una stirpe di monarchi risalente al re Davide, che decisamente non fu sempre innocente. 

E poi, siccome insegnare agl'ignoranti è una meritoria opera di misericordia spirituale, l'autore di Gomorra merita di essere corretto almeno su un altro punto. Quello che lui definisce «un bambino perseguitato» e «costretto alla fuga insieme alla sua famiglia per salvarsi la vita», non fu mai «respinto ai confini» o «arrestato insieme a chi lo avesse aiutato ospitandolo». Nacque in una provincia dell'Impero romano, la Giudea, poi si spostò in un'altra, l'Egitto, per evitare la strage degli innocenti voluta da re Erode nei confronti dei figli del suo stesso popolo. Infine fu crocifisso, certamente non in quanto straniero, ma in quanto Dio. Poi risorse. Ma ne riparleremo a Pasqua con Murgia e Saviano.

La banalità di Michela Murgia. Francesco Giubilei su Il Giornale il 28 Dicembre 2022.

Provo un certo stupore non tanto per le tesi volutamente provocatorie quanto per la banalità con cui scrive e il livello davvero scarso del ragionamento complessivo

Negli ultimi anni i cristiani si sono abituati a subire attacchi di tutti i generi in ogni ambito della società. Dalla famiglia ai temi etici, dal rispetto delle tradizioni alla difesa dell'identità. Un tentativo di delegittimare la religione cristiana avvenuto a più livelli e con varie sfumature che vanno dai crescenti episodi di cristianofobia alla volontà di cancellare le radici cristiane dell'Europa fino alla delegittimazione dei simboli cristiani. Tale delegittimazione colpisce in ogni momento il crocifisso e, nel periodo natalizio, si rivolge al presepe e alla rappresentazione della natività. Si cerca così di ridurre il Natale a una generica “festività” privandolo di ogni valore e riferimento cristiano. Ultima in ordine di tempo è stata la scrittrice Michela Murgia, non nuova ad articoli o prese di posizione fuori luogo e radicali. Il giorno della vigilia di Natale, l'autrice sarda ha pubblicato su “La Stampa” un articolo dal titolo emblematico I cattolici amano un Dio bambino perché rifiutano la complessità aggiungendo nel sommario: “la Sacra Famiglia è una storia di migranti, schiavi, povertà, ma è stata semplificata Non potremo mai assomigliare alla divinità. È umano soffrire, sbagliare, perdere”. Un testo che, oltre ad essere errato nel merito, lo è anche nei tempi, essendo stato pubblicato il 24 dicembre.

La Murgia afferma che il cattolicesimo sia “l'unica tra le confessioni cristiane a infantilizzare il suo Dio” sostenendo che “nelle altre chiese di derivazione evangelica la devozione per Gesù neonato - o per Maria bambina, di sponda - è praticamente inesistente”. Già dalle premesse emerge un'affermazione falsa poiché nell'iconografia ortodossa il bambino Gesù viene raffigurato con grande frequenza tra le braccia della Madonna. Ma il suo articolo è un crescendo di banalità davver sconcertanti come il passaggio in cui scrive “nelle Scritture il racconto della nascita di Gesù somiglia infatti più alla trama di un film drammatico, sebbene cominci da un innesco piuttosto banale, di quelli in cui potremmo presto o tardi incappare tutti: si parte da un viaggio scomodo intrapreso per obbligo burocratico imposto dal governo”.

Confesso di non aver mai letto un libro della Murgia (è peccato?) e l'articolo in questione è uno dei pochi in cui mi sono imbattuto dovendolo leggere per lavoro e non certo per piacere poiché in passato titoli come God save the queer. Catechismo femminista non avevano attirato la mia attenzione. Terminata la lettura ho provato un certo stupore, non tanto per le tesi volutamente provocatorie quanto per la banalità con cui è scritto e il livello davvero scarso del ragionamento complessivo. Esistono altre figure del mondo culturale di sinistra che, pur nella fallacia delle loro tesi, espongono però ragionamenti di alto profilo ma questo articolo di Michela Murgia mi ha colpito in negativo. Come può una figura che esprime concetti del genere “per secoli abbiamo giudicato torvamente gli albergatori di Betlemme, ma alla fine la loro sola colpa, se tale la vogliamo considerare, era di essere sold out”, aver acquisito spazi, visibilità, posizioni nel mondo culturale?

Eppure sarebbe errato derubricare articoli di questo genere come una semplice provocazione poiché è qualcosa di più profondo, ovvero il tentativo di banalizzare e ridicolizzare la religione cristiana raccontando la natività come fosse una storiella.

Don Angelo Citati, in un illuminante articolo sulla vicenda, scrive: “la disamina della Murgia diventa contestabile quando si spinge fino a dire che è l’idea stessa di rivolgere la propria devozione a Gesù bambino ad essere un segno di immaturità, di «rifiuto della complessità». Un Dio che si fa bambino le sembra una cosa semplice? Nella sua storia plurisecolare, la cultura occidentale non ha affatto recepito il mistero dell’incarnazione del Verbo in questo modo, come qualcosa di semplice”.

Lecito chiedersi in conclusione a cosa serva la teologia, leggere Sant'Agostino, San Tommaso d'Aquino, approfondire secoli di studi teologici, se c'è Michela Murgia che può spiegarci il senso del Natale con analisi così profonde e complesse?

Alberto Dandolo per Dagospia il 27 dicembre 2022.

E grazie a Dio anche ‘sto Natale ce lo siamo tolti dalle palle. Solo un altro piccolo sforzo: una volta deragliati i trenini di fine anno sarà tutto davvero finito. Intanto i soliti morti di fama durante questi santi giorni non hanno perso occasione per celebrare quel che resta di sé 

Ecco una carrellata di video ultracafonal e delle istantanee più iconiche di questo trucidissimo Natale.

Epico il video-messaggio postato dalla mitologica Ornella Vanoni e dalla sua barboncina birichina Ondina. La sua improvvisata canzoncina natalizia e le candele che faticavano a spegnersi per assenza di fiato hanno infiammato la rete. Poi c'è il gruppo delle regine del giornalismo. 

Dalla effervescente Vittoriana Abate che nei giorni pre festivi ha postato una foto in cui mirava le stelle del cielo di Roma con una naturalezza da far impallidire persino le protesi delle tette della neo sposa Francescona Cipriani, a una Myrta Merlino fresca di comunicato stampa sindacale che in un video casalingo si è mostrata in tutta la sua docile semplicità a piedi nudi nel tinello del suo attico romano.

Ma la più gettonata è stata la conturbante Monica Setta. Lei è apparsa sulla sua pagina per-vestita da un tubino dorato assai succinto scatenando l'ammirazione delle mejo drag queen milanesi. Alcune di loro, una tra tutte la famosa La Vanda Gastrica, è già all'opera per ricreare un abito identico a quello della giornalista per la sua performance di Capodanno. Monicona ha anche eccitato la rete con una sua performance ballerina in tv assieme a Carmen Russo. Milly Carlucci è avvisata! 

Memorabile il video postato dalla ex senatrice Pezzopane e dal suo aitante fidanzato Simone. Augurano buon Natale dalle trincee della "Casa del soldato" (che vor di'?). Loredana Lecciso discetta a mo' di tutorial sulle ricette per essere felici nella vita. 

Mauro Coruzzi e il suo amico del cuore conquistano invece il titolo di MIGLIOR  VIDEO STRA CUL. Indimenticabili mentre travestiti da Babbo Natali si mettono a pecorina sul pavimento canticchiando hit festive. E poi quelli freschi di mummificazione: Donatella Versace, Rosanna Lambertucci e Roby Facchinetti.

Ma il numero uno è sempre lui: il Banana. La sua foto di auguri con la moglie per mancanza di matrimonio Marta Fascina e quel che resta del barboncino Dudu' resterà nei libri di storia.

Vandali e luminarie anti-clericali. La natività cristiana è sotto attacco. Francesco Giubilei il 24 Dicembre 2022 su Il Giornale.

A Bologna citazioni atee da "Imagine": il fastidio della Chiesa. Presepi vietati a scuola e distrutti in piazza. Altro che bravate

Il Natale è sotto attacco. Non si tratta purtroppo di una novità ma di un tentativo che va avanti da tempo di delegittimare, riscrivere, cancellare la principale festività cristiana. Ogni anno la situazione peggiora e si aggiungono nuovi episodi di cronaca che testimoniano come in Occidente (l'Italia purtroppo non è da meno), l'assalto ideologico sia sempre più profondo e radicato.

Il primo passo è negare il senso del Natale e il suo valore cristiano, sostituendolo con generiche festività prive di ogni carattere religioso in un delirio di negazione delle proprie tradizioni e di oikofobia (odio verso noi stessi). È il caso di Bologna, dove nella centralissima via d'Azeglio (a pochi metri dalla Basilica di San Petronio), per le luminarie sono state scelte le parole della canzone Imagine di John Lennon che recitano «immagina che non ci sia il paradiso» e «immagina che non ci sia neanche la religione». Una decisione che ha suscitato l'ira dei vescovi e, secondo monsignor Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia, è «un'insulsa provocazione anticlericale», mentre per Avvenire «ci eravamo abituati da tempo a vedere il Natale spogliato delle sue origini religiose. Ma un Natale antireligioso ancora mancava».

Si tratta di fenomeno più ampio che mette in discussione i simboli cristiani del Natale e, a farne le spese, è soprattutto il presepe che, quando non viene fatto scomparire dalle celebrazioni natalizie, è vandalizzato o distrutto. Ha fatto discutere quanto avvenuto a Belmonte del Sannio, in provincia di Isernia, dove le insegnanti della scuola elementare «Tonino Trapaglia», in accordo con la preside, hanno deciso di rimuovere la natività dalla recita scolastica «per non offendere la sensibilità delle famiglie di cinque alunni musulmani». Una decisione che ha provocato la reazione del parroco Don Francesco Martino: «Tutti i simboli del Natale sono cristiani. Come io rispetto le tradizioni islamiche, così loro devono rispettare le mie». Non va meglio a Roma nel quartiere Cornelia dove, come racconta il giornalista Emanuele Mastrangelo, all'asilo della figlia gli insegnanti prima si sono rifiutati di realizzare il presepe poi, dopo che lui stesso lo ha portato a scuola, lo hanno fatto sparire. Complice l'attenzione sollevata, è poi stato esposto. Sempre nel Lazio a Ferentino, la responsabile cittadina di Cultura Identità Claudia Angelisanti, denuncia ''assenza del presepe in città a fronte delle tanti luci installate dal comune.

Se i casi in cui il presepe non viene realizzato sono numerosi, non si contano gli episodi di vandalismo. A Saronno è stato vandalizzato il presepe allestito dai residenti al Villaggio Frau. Ad Aci Sant'Antonio (Catania) è stato invece preso di mira il presepe realizzato di fronte alla chiesa arrivando perfino a decapitare la statua di San Francesco presente in piazza da ormai tredici anni. A Vercelli i vandali hanno distrutto le sagome del presepe che avevano allestito i bambini delle Scuole Cristiane, oltre alle statue del bue e dell'asinello in cartapesta, è stata rovinata con il lancio di sassi anche la cassetta delle lettere per Gesù Bambino. A Sora sono stati danneggiati e imbrattati i personaggi del presepe.

Atti di vandalismo che si vorrebbero derubricare a semplici bravate, ma che in realtà rappresentano qualcosa si più profondo, ovvero la volontà di scristianizzare il Natale e i suoi simboli. L'ennesimo schiaffo alla nostra storia e identità.

Da leggo.it il 27 dicembre 2022.

Nella notte di Natale a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso, in molti hanno pensato al peggio. Monsignor Corrado Pizziolo, il vescovo del comune, avrebbe dovuto celebrare la messa di mezzanotte, ma non si è presentato. Fedeli e preti hanno temuto che fosse accaduto qualcosa di grave, ma si è trattato di un banale errore. A far saltare l'importante appuntamento, infatti, è stata una sveglia impostata nel modo sbagliato. 

La storia

A raccontare l'accaduto è stato lo stesso vescovo. Il giorno successivo, infatti, mentre era sull'altare per la messa del giorno di Natale si è scusato con i presenti scatenando l'ilarità dei fedeli. «Ringrazio don Graziano e gli chiedo scusa perché gli ho fatto prendere quasi un colpo», ha detto monsignor Pizziolo rivolto al parroco della cattedrale di Sacile dove, come di consueto, il vescovo avrebbe dovuto celebrare la messa della notte di Natale. 

L'errore

«C'era la messa alle 24 e alle 9 io avevo finito di mangiucchiare qualcosa. Ho detto 'mi metto un po' sul divano in attesa' e ho messo la sveglia ma, invece di metterla alle 22.50, l'ho messa alle 10.50 del giorno dopo e quindi non ha suonato», ha raccontato tra le risate e gli applausi. «Ad un certo punto ho sentito bussare alla porta.

Ed era la direttrice, fatta venire da Don Graziano preoccupato che mi avesse preso un colpo, come era immaginabile» ha aggiunto monsignor Corrado Pizziolo ridendo. Sfortunatamente, però, a quel punto era tardi per celebrare la messa e a sostituire il vescovo ci ha pensato il direttore dell’ufficio liturgico diocesano, don Mirco Miotto, annunciando che il prelato aveva avuto un imprevisto. «Ringrazio don Mirco che mi ha sostituito e ha celebrato la messa di Mezzanotte - ha aggiunto -. Non merito proprio l'applauso ma cosa volete, sono cose che capitano».

Il vescovo che ha saltato la messa di Natale perché dormiva: «Pensavano fossi morto. I fedeli si sono preoccupati perché mi vogliono bene». Monsignor Corrado Pizziolo, vescovo di Vittorio Veneto, non ha officiato la messa perché ha sbagliato a mettere la sveglia e non si è alzato: «Un errore ma anche noi vescovi siamo umani».  Matteo Riberto su Il Corriere della Sera il 27 dicembre 2022

Monsignor Corrado Pizziolo

«So che in molti si sono preoccupati che mi fosse successo qualcosa, che potessi essere morto: confesso che un po’ mi ha fatto piacere, vuol dire che ci sono tante persone che mi vogliono bene». Monsignor Corrado Pizziolo, il vescovo di Vittorio Veneto (Treviso) che non si è presentato alla messa di Natale che avrebbe dovuto officiare perché stava dormendo, sorride pensando a quanto successo.

Monsignore, ci racconta l’accaduto?

«Il 24 dicembre, durante la giornata, ho avuto molti appuntamenti, ho partecipato a diversi incontri. Dopo mangiato, ho fatto una cena leggera, ho quindi deciso di riposarmi un paio d’ore per non essere troppo stanco durante la messa di Mezzanotte che avrei dovuto celebrare nella Cattedrale di Vittorio Veneto. Dovevo mettere la sveglia alle 22.45, anche perché era previsto che prima andassi a salutare la comunità ucraina, ma per errore l’ho messa alle 10.45. La sveglia non ha quindi suonato. Sono arrivati a bussarmi che ormai era troppo tardi».

Non c’era qualcuno con lei che potesse svegliarla prima? Lavora da solo?

«No non lavoro da solo. Solitamente mi affiancano sempre il segretario e il direttore dell’ufficio liturgico. Ma quella sera, ovviamente, erano previsti diversi appuntamenti. Il segretario non era con me e il direttore dell’ufficio liturgico era nella Cattedrale per concludere alcuni per preparativi per la messa che avrei dovuto celebrale. Ero quindi da solo in quel momento».

L’agenda degli appuntamenti a cui ha partecipato il 24 è fittissima. Immagino l’abbiano stancata, non sarebbe opportuno che i preti avessero più aiuto in queste giornate?

«Probabilmente sì, ma sappiamo che da tempo c’è una crisi di vocazioni e quindi mancano figure che possano dare supporto. Comunque, come detto, io ho chi mi dà una mano. E poi va specificato che le funzioni di un vescovo non possono essere fatte da qualcun altro».

Visti gli impegni e l’età di molti preti non sarebbe opportuno anticipare la messa di Mezzanotte? Il prossimo anno la farà prima?

«La possibilità è contemplata, lo stesso Papa l’ha anticipata. Sinceramente io il prossimo anno la farò comunque a Mezzanotte. Non mi era mai successa prima una cosa del genere, anche perché solitamente dormo poco. Le prime ore di sonno sono però quelle più profonde. Mi hanno tradito queste nuove sveglie tecnologiche dei telefonini».

Sui social, dopo che si è diffusa la notizia, molte persone le hanno espresso solidarietà. Sono stati pochissimi i commenti negativi. La maggior parte delle persone ha visto un semplice errore umano in quello che le è accaduto..

«Alla messa del giorno dopo, che ho celebrato, sono stato io stesso a raccontare l’accaduto ai fedeli. Credo che sia un fatto che suscita simpatia: gli scandali sono altri. Ho esposto la mia umanità: tutti possono fare degli errori, è proprio dell’uomo. Ma questo mio errore ha fatto trasparire la mia umanità, credo avvicinando la gente a una figura, quella del vescovo, che a volte viene percepita come lontana. E invece siamo umani anche noi. Per quello credo che le persone abbiamo reagito bene a quanto accaduto. La messa di Mezzanotte, poi, è stata celebrata egregiamente al mio posto da don Mirco Miotto»

Molti fedeli si erano spaventati e preoccupati nel non vederla arrivare alla messa di Mezzanotte.

«E’ vero, qualcuno credeva che mi fosse accaduto il peggio. Un po’ mi ha fatto piacere: significa che c’è chi mi vuole bene».

Babbo Natale.

Barbara Costa per Dagospia il 26 Dicembre 2022.

Da quando esiste Babbo Natale? Di sicuro non da poco. Ed è da quando esiste la pornografia, specie cinematografica, che Babbo Natale è stanato nelle più lerce pose! Che sesso e Babbo Natale stessero d’incanto insieme, chi fa porno lo ha capito all’istante, e infatti si giura che, tra i primissimi girati cinematografici, vi sia Babbo Natale che sc*pa e si fa sc*pare.

Un filmato degli anni '20 del Novecento, giusto un secolo fa, è fruibile sui siti porno free: se sia autentico o no è questione dibattuta, quel che è certo è che Santa Claus le donne non vedono l’ora di averlo tra le gambe, per scartare altri doni, per ricevere ben altro "pacco"! È quello porno un Babbo Natale senza candore, che reclama potenza virile, e se oggi, Babbi Natale e più Mamme, ci tentano in natalizia offerta speciale sulle app hot, pronte/i previo pagamento a offrirci focosi virtuali sollazzi, in tempi pre app il cinema porno sotto le Feste si scatenava a sfornare Babbi Natali e i più arrapati, sfoderanti sacche di sperma letizia. 

Non c’è pornoattore acclamato (passato, ma pure del presente) che una volta l’anno non abbia indossato – e subito dismesso – divisa rossa e barba bianca per omaggiare la più cedevole fanciulla o – ma solo all’inizio – la più ritrosa.

Fin troppo ovvio oggi tacciarli di maschilismo, ma sono stati gli anni '70, se non di più gli '80, a regalarci i Babbi Natali pornografici migliori, e mi si permetta l’onta di mettere sotto le natalizie luci della ribalta il divenuto innominabile Ron Jeremy (e a proposito: magari col nuovo anno ci daranno sue nuove, lo faranno uscire di galera o sanciranno di farlo marcire tra le sbarre perché è come dice l’accusa, Jeremy è un vecchiaccio stupratore, e di minorenni, e merita di finire la sua vita in prigione), Ron Jeremy, sottolineo, che, col suo panzone, era un Babbo Natale credibilissimo, e porno primeggiante su colleghi stalloni a pene messi pure meglio di lui. I porno di Natale con Jeremy si trovano in rete, e alcuni sono serial. 

Le cosce e i seni vieppiù se pompati e il fisico tutto delle attrici porno sono stati sotto Natale chiamati agli straordinari, fin dalla notte dei porno tempi. Non c’è pin-up che a Natale non abbia "dato" il meglio di sé e colmato le Sante Feste di urli e ansimi i più deliranti. È "Hustler" che come al solito frantuma ogni tabù e il vischio l’infila dritto nella f*ga (vischio masturbatore!), come sì che infila un Babbo Natale alticcio, reduce da gozzovigli ma per niente stanco a letto, con l’ennesima femmina atta a prendergli il pene in bocca a compiacerlo compiaciuta di un Babbo Natale che sa in acrobazie soddisfarla, e a ripetizione.

Sarà per la patina glamour che fu, o per il vello femminile non depilato e nemmeno piallato e assolutamente non minato da fotoritocchi, ma le f*ghe dei '70 sono per me irresistibili e irripetibili. Fresca, vergine del volgare barocco degli 80s e della grandeur dei 90s, la Seventies Pussy a Natale si prende licenza di e su ogni cosa, dalla stecca di pan di zenzero spinta al clitoride, alla mano che in primo piano spinge e affonda nei peli bagnati. 

Perdendo niente in grazia. Il Natale porno vintage libera gli ardori di lotte LGBT+ nascenti, e culturisti affogati di anabolizzanti – e non tutti gay – gaiamente folleggiano su riviste omoerotiche camuffate da stampa trattante salute e benessere. Vi sono poche esitazioni: a Natale i porno più aizzanti rimangono quelli a orgia. Di femmine!!! Tolgo qualcosa alle f*ghette le più a Natale glabre e luccicanti sui social, e con i video e le foto a richiesta sonanti, se dico che Bettie Page, nuda, anche sotto Natale, e massimamente sotto Natale, ti annega la bocca di saliva, e ti allaga tra le cosce, pari a nessuna?

Natasha Pearl Hansen per “Men’s Health” il 26 Dicembre 2022.

Quanto fa male lo stress da vacanza? Così tanto che, come abbiamo già scritto, in molti durante Natale smettono di fare sesso. E se invece riuscissimo a ridurre le preoccupazioni per lasciare intatta la nostra vita intima? Be’, è più facile di quando si pensi, basta mettersi nudi. 

Mia nonna diceva che i vestiti implicano prendere decisioni, e le decisioni sono fonte di stress, quindi liberarsi dei vestiti significa liberarsi dallo stress. Le nonne hanno sempre ragione. Più ci liberiamo di elementi della routine, più ci liberiamo emotivamente.

Natasha Turner, dottoressa in naturopatia, è convinta che stare nudi elimini lo stress. I migliori risultati si ottengono condividendo la nudità con un’altra persona. I bambini appena nati non sono gli unici a godere del contatto pelle a pelle, ne godiamo tutti perché riduce il cortisolo, l’ormone dello stress. Inoltre stare nudi aiuta la circolazione e ad eliminare le tossine, previene infezione fungine, riduce i rischi di irritazione 

Come affrontare un Natale “nature”? Con il vostro partner decorate l’albero, uno dei due dovrà mettere quell’angelo in cima e finirete come già sapete, rotolati a terra, ma pieni di brillantini e con qualche ornamento distrutto. Invece di andare in giro a fare i cori natalizi, restate in casa, nudi, versatevi un buon bicchiere di whiskey e ballate in intimità. Cucinate nudi, sarà un incontro particolarmente piccante. Niente è meglio che sdraiarsi nudi sul divano e godersi un po’ di televisione, il lieto fine è assicurato.

Babbo Natale, ecco la vera storia. Che inizia 1752 anni fa. Marino Niola su La Repubblica il 23 Dicembre 2022

Da San Nicola, un santo orientale nato a Mira, nell’odierna Turchia. Al signore in rosso che tutti i bimbi aspettano oggi

Babbo Natale ha 1752 anni ma non li dimostra. Anche perché in tutto questo tempo non ha mai smesso di ritoccarsi. Ha cambiato i connotati e anche le generalità. Il risultato è che a furia di trasformarsi è diventato un altro, pur restando sé stesso. Di fatto, il vecchio con la veste rossa e la barba bianca, il viso rubizzo e lo sguardo bonario, non somiglia per niente al Babbo Natale dell’origine. Che peraltro si chiama San Nicola, un santo orientale nato a Mira, nell’odierna Turchia, duecentosettanta anni dopo la nascita di Cristo e conosciuto per essere particolarmente vicino ai bambini. Addirittura, secondo la leggenda, ne resuscita tre fatti a pezzi da un orco cattivo. E per di più, salva anche tre ragazzine dalla prostituzione, regalando loro dei giocattoli d’oro.  Così si conquista la fama di amico dell’infanzia, oltre che la nomea di portadoni.

Nell’Europa del Nord dopo la conversione al cristianesimo la sua figura si fonde con quella del dio germanico Odin che nei giorni del solstizio d’inverno, corrispondenti al nostro periodo natalizio, va in giro volando su un cavallo alato a portare regali ai bambini. Nel Seicento, questa tradizione approda negli Stati Uniti con i migranti tedeschi e scandinavi. Ma soprattutto con quelli olandesi che, sulle rive dell’Hudson, fondano la città di New Amsterdam, l’odierna New York. E così dalla fusione del tedesco Sankt Nikolaus e dell’olandese Sint Niklaas nasce Santa Claus. Che incarna lo spirito del Natale americano e diventa popolarissimo tra i ragazzi. Anche perché il 6 dicembre, giorno della sua festa, lui a portare i regali a quelli che si sono comportati bene. Insomma, è una nuova metamorfosi di questo personaggio favoloso e generoso, ma non l’ultima. 

Perché fino agli inizi del Novecento il suo abito è verde, la sua barba è scura e la sua taglia non è ancora quella extra large che ormai lo identifica in tutto il mondo, perfino in quello non cristiano. A dargli il viso e il profilo attuale è la Coca Cola Corporation. Che all’esordio in commercio della sua bibita ha il problema di salvare l’immagine del suo marchio sotto attacco da parte dei moralisti dell’epoca, capeggiati dal chimico Harvey Wiley, che considerano la bevanda con le bollicine un pericolo per la salute. Ma anche per la morale, perché secondo i suoi denigratori provocherebbe nei più piccoli una insidiosa sovraeccitazione dei sensi. Il risultato è un processo in piena regola, celebrato nel 1911, da cui la bevanda esce assolta. Ma la sentenza vieta ogni pubblicità in cui siano presenti bambini che la bevono. La conseguenza è una bella fetta di mercato in meno. 

La mossa vincente arriva nel 1931, quando la compagnia di Atlanta affida al disegnatore Haddon Hubbard Sundblom una nuova campagna per avvicinare la Coca ai bambini, ma senza dirlo esplicitamente. Il geniale Haddon ricorre a un testimonial insospettabile come Santa Claus, ma gli dà il volto gioviale e rassicurante del suo vicino di casa Lou Patience. Lo dota di una soffice barba bianca come la neve e lo veste con i colori del marchio. Ma la vera furbata consiste nel disegnarlo mentre beve con sommo piacere una Coca circondato da bambini adoranti. Così il divieto è aggirato. 

Di fatto grazie a questa campagna pubblicitaria nasce il nuovo patrono della società dei consumi. Di lui il mondo dell’advertising non è più riuscito a fare a meno, perché nell’arco di poco tempo è diventato il dio del Natale di oggi. In un certo senso è il vecchio che ha detronizzato il bambino Gesù, ma si fa perdonare a forza di regali. Insomma, Babbo Natale è il moderno simbolo dei consumi natalizi, proprio perché incarna l’antico spirito del dono, della gratuità festiva e spesso anche festosa, in grado di cambiare di segno alla logica dell’interesse che regge la vita quotidiana. Che poi tutto questa girandola di doni e controdoni faccia anche economia e che imprima un’accelerazione vorticosa alla corsa agli acquisti non deve stupire, visto che ormai il consumo è la forma profonda del presente.

E in ogni caso, perfino nel nostro mondo, dominato dalla legge dell’utile, dove nessuno ti dà niente per niente, in certi momenti lo spirito della gratuità si fa strada tra le aride pieghe della domanda e dell’offerta e fa balenare la possibilità di un diverso algoritmo della vita.  È proprio quel che succede a Natale, quando un brivido dolce accarezza la schiena della società. E si mette in moto quella inarrestabile girandola di pacchetti e contropacchetti che prende tutto e tutti. È un intreccio ormai inestricabile tra celebrazione religiosa e sacralizzazione del mercato, tra fede ed economia. Fra altruismo e desiderio. Che divide in parti eque quel che è di dio e quel che è mio.

Barbara Carbone per "il Messaggero" il 26 Dicembre 2022.

Nelle commedie romantiche i giorni che precedono il Natale sono un susseguirsi di abbracci, doni, camini scoppiettanti e bambini arrampicati sulla scala per aggiungere l'ultima pallina all'albero di Natale. Ma nelle famiglie, quelle vere, funziona proprio così? Pare di no. La magica attesa della festa più bella dell'anno (come la festa stessa) mette in realtà a dura prova anche le relazioni più solide. Lo stress dei preparativi, l'ansia dei regali, le cene di auguri, i figli a casa e, per finire, i parenti. Sono loro i principali responsabili delle liti tra moglie e marito. Ma anche tra fratelli, cognati, amici. Perché il Natale ha un suo risvolto: tanta voglia di intimità e famiglia ma anche nostalgia, irritazione, insofferenza.

L'AMORE

Sarà, appunto, che le festività natalizie sono un amplificatore dei nostri stati d'animo o che il collante di tante coppie non è l'amore quanto piuttosto il vedersi poco. Non è possibile sottovalutare queste dinamiche se si vuole superare (quasi) indenni la cena della Vigilia come il pranzo di Natale con i parenti. Un vero e proprio esercizio per non rovinarsi le giornate in un'epoca che non ha certo bisogno di altre ansie e conflitti. Dicembre è un mese tutt' altro che facile e non sono poche le coppie che, proprio in questo periodo, scoppiano. 

A ben guardare il Natale perfetto esiste solo negli spot pubblicitari. Per gli esperti, però, esistono delle strategie per mantenere l'armonia. Secondo Costanza Marzotto, docente di Teorie e tecniche della mediazione familiare all'Università Cattolica di Milano, tra coniugi si parla poco. I silenzi si trasformano in litigi.

«L'aggressività nasce perché la comunicazione è scarsa. Bisognerebbe nominare i propri sentimenti, in qualche modo autorizzarli. Dialogando si scopre che mentre io temo le critiche della suocera, mia moglie ha paura del confronto con la cognata magra e che può indossare abiti aderenti- spiega Marzotto - Molti soffrono proprio la costrizione di trovarsi a Natale. Si tratta di un evento nel quale c'è un'aspettativa diversificata. 

I bambini sono felici per i doni e per il senso di appartenenza ad una stirpe, gli anziani attendono questo periodo per trasmettere tradizioni e godersi i nipoti invece, la generazione di mezzo, ha una serie di fonti di stress enormi. Tanti hanno perso il lavoro, altri hanno paura di riunirsi per il Covid, alcuni temono il giudizio della parentela. C'è troppa aspettativa verso i festeggiamenti e questo rende tutto più complicato. Le attese spasmodiche portano come conseguenza la paura. Bisognerebbe ridare più centralità alla nascita di Cristo e meno alle cose accessorie come i regali o la preparazione di piatti molto elaborati». 

L'OBBLIGO

A bene vedere sono essenzialmente due i motivi che, davanti a torrone e panettone, scatenano gli scontri generando grande malessere generale. Uno è legato al livello di intimità è molto alto perché il Natale viene condiviso con le persone a cui siamo più legate. E sappiamo che l'intimità spesso apre le porte a possibili conflitti basati sull'eccesso di conoscenza dei reciproci difetti, storie di vita, segreti. 

L'altro è strettamente legato all'obbligo sociale (e culturale) di condividere la festa. Che, per molti, è difficile, soprattutto di questi tempi, da accettare. La nuova ondata di Covid 19 certamente non aiuta a stemperare gli animi. Si discute se vaccinare o meno il figlio e se andare a cena dal cugino no vax. Tanti, troppi, devono anche fare i conti con i problemi economici e hanno davvero poca voglia di brindare. «Il Covid ha levato i freni alla violenza. La risposta alla coercizione che abbiamo subìto è stata l'aumento della disinibizione rispetto alla comunicazione violenta - commenta la psicologa e psicoterapeuta Annamaria Mandese - Questa reazione si è vista sia a livello sociale che familiare.

Oggi nelle relazioni vige l'intolleranza. E poi diciamolo, le festività sono un amplificatore dei doveri, se devo fare i preparativi, i regali, la spesa e poi anche preparare i tortellini a mano è chiaro che non posso farcela e mi aspetto che il partner mi dia una mano. L'aspettativa genera poi frustrazione. Il Natale dovrebbe essere letizia non la somma di tanti doveri». Ma, allora, come fare a salvare il Natale? Per Mandese dovremo introdurre nelle nostre case il divertimento. Chiedere meno a noi stessi ma divertirci di più. La felicità, o almeno la serenità, sono raggiungibili più facilmente di quello che immaginiamo.

Il Malumore e la depressione.

Sindrome del Grinch: cos'è e come superare il "malumore" per le feste. Durante il periodo natalizio, molte persone diventano tristi e irritabili. Gli psicologi identificano questo stato d'animo con la "sindrome del Grinch". Ecco quali sono i sintomi e qualche suggerimento per stare meglio. Rosa Scognamiglio il 24 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Il Natale non è sempre sinonimo di gioia e armonia o, almeno, non per tutti. Ne sa qualcosa chi, con l'arrivo delle festività, si lascia sopraffare dalla malinconia. Anzi, a dirla tutta, si tratta quasi di depressione: un mix di "odio" e tristezza che viene identificata come sindrome del Grinch. Prende il nome dal protagonista di un film d'animazione per bambini, un elfo verde - il Grinch, per l'appunto - che "ruba" il Natale.

"Il Natale è un periodo teoricamente felice, dove sembra che la tristezza non riesca a trovare spazio - spiegano gli esperti di Guidapsicologi.it - Tuttavia, molte persone, in queste date non si sentono in linea con i sentimenti di gioia e armonia. Il primo passo è riconoscere e accettare il proprio stato d'animo, senza giudizi".

Cos'è la sindrome del Grinch

Nota anche come Christmas blues - dall'inglese "malinconia di Natale" - la sindrome del Grinch si verifica quando le persone manifestano avversione per il Natale. Al punto da diventare suscettibili anche solo in presenza di elementi decorativi (luminarie, addobbi, eccetera) o canzoni che rimandino al periodo festivo. Chi ne è affetto prova una sensazione di profonda inadeguatezza rispetto al contesto circostante. Talvolta, assumendo un atteggiamento scontroso nei confronti di chi, invece, si rallegra dell'atmosfera natalizia.

"A volte le persone non sono consapevoli del disagio provocato a livello profondo e inconscio delle loro emozioni. - continuano gli esperti - Inoltre, si trovano a soffrire doppiamente quando vedono il contrasto tra ciò che provano rispetto alla gioia prevalente nell'ambiente esterno, che è solito produrre un senso di frustrazione". Questa frustrazione "può diffondersi e riversarsi su altre persone, soprattutto verso tutti coloro che sembrano godersi le feste e l'allegria".

Quali sono i sintomi

I motivi per cui una persona percepisce negativamente l'arrivo delle festività natalizie possono essere molteplici. La perdita prematura di un caro o eventuali conflittualità familiari, condizionano inevitabilmente lo stato d'animo di chi sta già attraversando un momento di vulnerabilità personale.

Senza contare, inoltre, che anche l'attuale situazione di precarietà economica e instabilità sociale rappresentano una non trascurabile aggravante. "L'inflazione ha un grande peso sulla maggior parte degli italiani. - chiariscono i professionisti di guidapsicologi.it - che si trovano a dover sostenere spese extra tra banchetti e regali".

Ma quali sono i sintomi della sindrome del Grinch? "I più comuni sono un turbamento emotivo che ci assale prima di Natale, includendo tutto ciò ad esso relazionato. - precisano gli esperti - Molto spesso si tratta di emozioni come tristezza e rabbia. Inoltre, c'è una tendenza all'isolamento, perché anche la folla, lo shopping, le luci e i canti natalizi sono fastidiosi per queste persone. Questa sindrome è sofferta prevalentemente in età adulta, a seguito di eventi negativi che hanno portato a respingere questa tipologia di festività e di buon umore collettivo dettato dal calendario".

Suggerimenti utili per superare la depressione natalizia

Così come suggeriscono gli esperti, è fondamentale che la persona affetta da sindrome del Grinch riconosca ed accetti il disagio che sta vivendo. "Bisogna capirlo, - spiegano - senza giudizi" rivendicando il "diritto" di essere tristi e nostalgici in un momento in cui gli altri non lo sono.

Ciò detto, vi sono una serie di attività a cui ci si può dedicare per superare il cattivo umore. Alcuni suggerimenti:

Viaggia. Se stare a casa durante le feste aumenta la sensazione di malinconia, perché non trovare un'alternativa che consenta di stare bene?

Dedica un tempo limitato agli impegni formali. Occorre stabilire un limite agli impegni natalizi. Non c'è nulla di sbagliato a declinare qualche invito.

Premia la tua resistenza. Un regalo, un momento per sé e un po' di consapevole autocompiacimento non hanno mai fatto male a nessuno.

Rifiuta senza sentirti in colpa. Perché mai? Talvolta un "no" è liberatorio.

Cerca di vedere il lato positivo delle cose. C'è sempre il rovescio della medaglia, qualcosa di buono in ogni situazione contraria della vita.

Fai yoga, mindfulness o esercizi di rilassamento. La meditazione, in particolar modo, aiuta a scaricare la tensione accumulata. Perché non provarci?

Fai qualcosa di socialmente utile. Mettersi al servizio della comunità o di chi ha più bisogno placa sicuramente il cattivo umore e aiuta a ricollocare tutto nella giusta dimensione.

Prenditi del tempo per te stesso. Non c'è momento più azzeccato del Natale per staccare dalla routine e dedicarsi alle attività di svago in totale libertà.

Infine, è molto utile ricordare che la sindrome del Grinch è solo un fenomeno transitorio. Il Natale passerà e la vita tornerà al suo ritmo naturale. Magari, con un pizzico di entusiasmo in più che, si sa, non guasta mai.

Sindrome del Grinch: come sopravvivere al Natale e godersi le vacanze. Malinconia, rabbia, fastidio: molte persone nel periodo delle Feste si trovano a fare i conti con uno stato d'animo tutt’altro che sereno.  Ecco da cosa dipende e qualche dritta utile per chi affronta il Natale in 'modalità Grinch'. FRANCESCA GASTALDI su Io Donna il 25 Dicembre 2022.

Lucine, addobbi, regali: se per alcuni il periodo di Natale porta un’incontenibile gioia, altri si trovano invece a fare i conti con emozioni come malinconia, tristezza e rabbia. Si tratta della Sindrome del Grinch, il cui nome prende spunto proprio dal celeberrimo racconto per bambini. Il protagonista infatti è una creatura verde, scontrosa e burbera, il Grinch appunto, che  infastidito dalle celebrazioni natalizie, decide di rubare il Natale.

Favole a parte, non è poi così raro vivere le festività provando tristezza e in qualche caso persino rabbia che finisce per riversarsi su chi sembra godersi in assoluta serenità questo periodo dell’anno.

Perché dunque a Natale ci sono persone che provano sentimenti di questo tipo? Che cos’è davvero la sindrome del Grinch? E quando questa tristezza si trasforma in odio? 

Sindrome del Grinch: da cosa ha origine

Tradizionalmente quello di Natale viene indicato come il periodo più felice dell’anno, un periodo in cui si pensa che tutti siano portati ad essere più sereni e in cui sembra che la tristezza non possa avere spazio. Trovarsi a sperimentare stati d’animo opposti quindi può non essere facile da gestire. Per questo il primo passo da fare è riconoscere e accettare le proprie emozioni, senza giudizi.

«In questo periodo, in cui tutti i messaggi che ci arrivano sono di felicità e armonia familiare, in quelle famiglie dove vi sono conflitti o dove recentemente è avvenuto un decesso, si crea una sensazione di profondo disagio, esattamente a causa del contrasto che si genera tra come ci si sente e come invece la società richiede che ci si dovrebbe sentire. – spiega la dottoressa Patrizia Mattioli, Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale, collaboratore del Comitato di GuidaPsicologi.it –  Ci si sente fuori posto, sbagliati, come se il proprio stato d’animo fosse illecito, come se in questi giorni il diritto di essere tristi e nostalgici fosse sospeso. E questo fomenta il malessere interno».

Sindrome del Grinch: dalla rabbia alla frustrazione

«Le cause che danno origine alla sindrome del Grinch possono essere molte e diverse – spiega ancora la psicoterapeuta – questa condizione può riguardare chi è stato lasciato dal partner, chi sta vivendo una difficoltà economica a seguito della perdita del lavoro… Si tratta in generale di situazioni che possono essere vissute come un’ingiustizia e che scatenano, anche comprensibilmente, delle sensazioni di avversione e di rabbia. Sensazioni che poi possono riversarsi su chi non ha le stesse problematiche. In quei momenti la gioia che appartiene alla dimensione delle feste si sente molto distante».

Spesso non si è consapevoli del disagio provocato a livello profondo e inconscio dalle proprie emozioni e ci si trova a soffrire ancora di più quando si nota la differenza con gli altri. Questo provoca un senso di frustrazione che può riversarsi su altre persone, in primis verso tutti coloro che sembrano godersi le feste. 

Può succedere a tutti

Ma attenzione: parlare di sindrome fa pensare ad una condizione che riguarda per lo più persone maggiormente predisposte, quando in realtà non è cosi.

«Nel corso della vita può capitare a chiunque di fare i conti con la sindrome del Grinch – precisa ancora la dottoressa Mattioli – poiché a chiunque può capitare di vivere momenti difficili che non sono per nulla coerenti con il clima dei festeggiamenti».

Sindrome del Grinch: come si manifesta?

«Questa sindrome è sofferta prevalentemente in età adulta, a seguito di eventi negativi che hanno portato a respingere questa sorta  di buon umore collettivo dettato dal calendario – sottolinea ancora la psicologa –  I sintomi più comuni sono un turbamento emotivo che assale prima di Natale. Molto spesso si tratta di emozioni come tristezza e rabbia. Inoltre, c’è una tendenza all’isolamento, perché anche la folla, lo shopping, le luci e i canti natalizi sono estremamente fastidiosi per queste persone».

Quanto incide la situazione economico-sociale

Senza contare che a tutto questo si aggiunge oggi anche il peso del periodo che stiamo vivendo e degli ultimi eventi sociali e mondiali a cui stiamo assistendo.

«Molte persone provano comprensibilmente tristezza davanti alle notizie quotidiane. – precisa la psicoterapeuta – Inoltre, l’inflazione ha un grande peso sulla maggior parte degli italiani, che si trovano a dover sostenere spese extra tra regali e banchetti. Anche se in misura minore, poi, rispetto agli altri anni, alcune persone non sono ancora in grado di ricongiungersi con le loro famiglie nei giorni designati a causa del Covid. Tutto ciò influisce sul nostro stato d’animo e sul modo in cui percepiamo le festività natalizie».

E come comportarsi allora se nel gruppo degli amici più cari o in famiglia c’è qualcuno che vive le Feste con la classica Sindrome del Grinch?

«Non è facile stare accanto a una persona se non si vivono le sue stesse difficoltà – risponde la dottoressa Mattioli – Il primo passo è certamente cercare di capire quali sono i vissuti della persona che soffre e provare a entrare più in empatia, trovando uno spazio comune dove poter offrire sostegno. Non bisogna però forzare o pensare di poter in qualche modo modificare la sofferenza. Per fare un esempio concreto, se in famiglia c’è qualcuno che sta attraversando un momento difficile, che non gli consente di vivere il Natale con serenità, si può trovare una misura condivisa nel festeggiamento. Magari attraverso modalità più contenute che siano compatibili con la sofferenza di chi sta attraversando una difficoltà.

Quanto è diffusa la Sindrome del Grinch?

Bisogna inoltre considerare che provare malinconia, rabbia o tristezza nel periodo di Natale, sembra essere una condizione più comune di quanto si creda.

Almeno secondo quanto emerge da una recente indagine di MioDottore che ha voluto indagare le sensazioni che le festività generano negli italiani, osservando anche come queste si siano modificate nel corso degli anni.

I dati mostrano che, mentre il 42% degli italiani vive con felicità il periodo natalizio, un altro 40% sembra tenere ben presente i pro ma anche i contro delle festività e un restante 18% non riesce proprio a sopportare lo spirito natalizio che si respira in ogni angolo. A prescindere dalle differenti vedute, quello che emerge dall’indagine, però, è che questo momento dell’anno rappresenta una fonte di stress per il 78% degli italiani.

Cosa stressa di più gli italiani

Le ragioni? Quasi 2 italiani su 5 (39%) attribuiscono il malessere a una situazione familiare delicata che non permette loro di godere appieno delle feste e una percentuale simile (36%) soffre le classiche dinamiche legate ai “parenti serpenti” con i quali ci si sente obbligati a condividere la stessa tavola. In parallelo, anche l’avvicinarsi della fine dell’anno lavorativo genera ansia, tanto che il 39% degli intervistati lamenta una maggiore preoccupazione causata dai numerosi impegni sul luogo di lavoro, tra bilanci, scadenze e pianificazioni per il nuovo anno.

E se le questioni familiari e lo stress da lavoro pesavano anche prima della pandemia, dal 2019 sembra essere cresciuta la percentuale di chi si dichiara stressato dalla socialità allargata tipica delle feste.  Il tour de force di aperitivi pre-natalizi, cene aziendali e brindisi fa entrare in ansia il 36% degli italiani, precisamente il 16% in più rispetto al 2019. 

Sindrome del Grinch: come superarla

Numeri e statistiche a parte, quello che è utile sapere è che, anche se sembra impossibile, la Sindrome del Grinch può essere superata. O meglio, è possibile superare indenni le feste anche quando il proprio stato d’animo è decisamente simile a quello del verde mostriciattolo che voleva rubare il Natale.

Prima regola: tenere a mente che si tratta di un fenomeno temporaneo. Le Feste passeranno e la vita tornerà al suo ritmo naturale. Meglio concentrarsi allora su quelli che possono essere gli aspetti positivi del periodo.   

Io Donna

Le Tradizioni.

Natale da Nord a Sud. Pasta ripiena, ragù con carne, impasti con farina e piatti di recupero: la tradizione di Natale in cucina è piena di gusto da nord a sud, isole comprese. Angela Leucci il 25 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Il Natale in Italia è un trionfo di tradizioni e di gusto. Esistono infatti da Nord a Sud, isole comprese, tantissimi piatti tipici delle feste che è impossibile prescindere. Spesso si inizia molto presto e tutti insieme a preparare da mangiare per le grandi tavolate, dove ad attendere i commensali ci sono cibo e vino, ma anche risate, abbracci ed eterne tombolate. Qui di seguito una selezione di alcuni piatti tipici della tradizione natalizia italiana: e sono solo alcuni perché servirebbe un libro intero per includerli tutti.

Il Nord della pasta ripiena

Che sia la vigilia della festa o la festa stessa, al nord Italia la pasta ripiena la fa da padrone. In Emilia Romagna per esempio un must è rappresentato dai tortellini in brodo: una tenera sfoglia racchiude un ripieno a base di carne, e il tutto viene bollito nel brodo.

In Piemonte sono invece tradizionali gli agnolotti del plin, che sono fatti con un ripieno a base di carne arrosto (nel Monferrato) o di carne d’asino (nell’Astigiano). Questo particolare tipo di raviolo è perfettamente quadrato e viene condito con brodo, ragù di carne oppure con i classici burro e salvia. Tipici della Bergamasca sono invece i casoncelli, il cui ripieno è fatto di salame e manzo (ma anche altri ingredienti, dal pangrattato alla noce moscata).

In Valle d’Aosta i pranzi e le cene delle feste natalizie si aprono con antipasti a base di motsetta, un salume di carne magra che viene realizzato con manzo, pecora, capra, maiale o selvaggina: la particolarità è che la carne viene insaporita, nel processo di produzione, da erbe di montagna che crescono sulle Alpi.

Tra i primi piatti natalizi del nord è necessario segnalare i canederli, che sono gnocchi di pane raffermo del Trentino Alto Adige preparati in brodo, e il risotto alla trevigiana, che prevede un condimento di speck e radicchio. In Liguria si usa invece un piatto unico davvero consistente, ovvero il cappon magro: è un piatto di recupero che si prepara per lo più a Pasqua, ma la sua realizzazione è diventata pian piano anche natalizia. Consiste in un insieme di pesce, frutti di mare, verdure e talvolta anche uova, che vengono acconciati in un piatto interessante dal punto di vista scenografico, per colori e forma.

Il Centro del ragù

Se al nord brodo, preparazioni leggere e ripieno appaiono quasi una costante a Natale, al centro Italia invece non si può fare a meno dell’abbondanza e del ragù. Così sulle tavole di Roma e del Lazio non possono mancare i cannelloni con il ragù di carne macinata e la besciamelle, mentre nelle Marche si realizzano i vincisgrassi. Questi ultimi consistono in una pasta al forno con lasagne all’uovo e besciamelle: nel ragù si usa la carne tritata grossolanamente, rigaglie di pollo, spezie come chiodi di garofano e perfino un po’ di vin cotto.

In Umbria invece il ragù è a base di cinghiale e condisce le pappardelle, con l’aiuto anche di ottimi funghi porcini raccolti in loco. Questo piatto è comune anche a altre zone, come per esempio in Toscana. Dove ogni pranzo o cena natalizia che si rispetti si apre con i crostini farciti con paté di fegatini di pollo.

Il Sud e le isole del “falso magro”

Le cene delle vigilie al sud e alle isole è “di magro”: significa che ci si astiene dalla carne e si ripiega sul pesce e sui frutti di mare. Per modo di dire, perché digiuno e astinenza sono parole della tradizione che si traducono in lauti banchetti per nulla leggeri, in cui ci si scambia affetto e amicizia condividendo un piatto.

In Campania, sulla tavola delle feste, non può mancare il capitone ma anche il baccalà. Quest’ultimo viene preparato in vari modi: scottato in padella e condito con verdure sottaceto, pastellato, in versione polpetta e così via. In Calabria e Sicilia sono invece tipici gli spaghetti con le alici e la mollica di pane raffermo, mentre in Trinacria si cuociono anche in forno le sarde a beccafico: uno dei piatti più amati dal commissario Montalbano prevede che le sarde siano preparate con un composto di aglio, pangrattato, prezzemolo, pinoli, uvette e olio di oliva, oltre che naturalmente sale e pepe.

I carboidrati sono all’insegna degli impasti del sud. Si va dalle scacce ragusane, sottili focacce farcite con pomodoro, alle pittole (o pettole) pugliesi, che consistono in un impasto lievitato di farina e acqua che viene fritto nell’olio bollente. Simili alle pittole sono diverse ricette di frittelle in tutto il sud Italia e in Sardegna: tra quelle notevoli ci sono le frittelle di alghe tipiche della Campania.

In Campania, nei giorni di vigilia, si prepara tra l’altro la minestra maritata, una zuppa che contiene diversi tipi di carne, diversi tipi di verdure a foglia, pecorino locale grattugiato e spezie. Tra le carni utilizzate c’è la gallina, la salsiccia e il manzo, mentre le verdure di solito sono scarole, cicorie selvatiche (laddove diffuse), biete (che vengono chiamate per estensione menesc’), borragine, cavoli e verze.

Chiudono questa lista due ricette tipiche della Sardegna. Su questa isola si preparano a Natale i culurgiones, una pasta ripiena dall’aspetto molto suggestivo perché è chiusa a formare una sorta di spiga. È preparata con diversi ripieni: pecorino sardo, patate, aglio e menta, ricotta di pecora capra, spinaci o altro. C’è infine il porceddu al mirto, che consiste nel cuocere allo spiedo un maialino intero aromatizzato con rami di mirto e insaporito con il lardo.

Quesiti linguistici. Panettone, pandoro, panforte e gli altri: i nomi dei dolci di Natale spiegati dalla Crusca. Accademia della Crusca su L’Inkiesta il 24 Dicembre 2022

Il pane, elemento centrale dell’alimentazione in numerose culture, nelle festività natalizie diventa dolce in numerose varianti. Ma oltre la divisione tra “panettonisti” e “pandoristi”, la lista dei pani dolci in Italia è lunghissima

Tratto dall’Accademia della Crusca

Per augurare ai nostri lettori un felice periodo festivo, pubblichiamo una golosa lista di nomi di dolci natalizi.

Risposta

Il pane è elemento centrale dell’alimentazione in numerose culture, spesso caricato di particolare sacralità: si pensi solo che la tradizione suggerisce di non infilzarci il coltello e di non posarlo sulla tavola capovolto, e che vige quasi il divieto di gettarlo: non a caso, esistono infinite ricette per riciclare il pane raffermo. A Natale, questo alimento così simbolico si agghinda per le feste: in altre parole, diventa un pane dolce, che in molti casi conserva il richiamo all’alimento da cui deriva quasi solo nel nome.

I due “pani” più rappresentativi del Natale in Italia sono sicuramente il panettone di Milano e il pandoro di Verona, che dividono letteralmente il paese in “panettonisti” e “pandoristi”. Anche all’interno di questi schieramenti possiamo individuare ulteriori categorie: tra gli amanti del panettone abbiamo chi apprezza l’uvetta ma non i canditi o viceversa, tra gli appassionati del pandoro i “puristi”, che non ne vogliono sapere di farciture e glasse, e coloro che invece apprezzano le sperimentazioni: un vero scontro all’ultima fetta.

La storia del panettone, il dolce natalizio più famoso d’Italia (e più esportato nel mondo), appare indissolubilmente legata a Milano: già in un glossario dei primi del Seicento del dialetto milanese, il Varon milanes de la lengua de Milan, si fa cenno a un «pan grosso, qual si suol fare il giorno di Natale», come ricordato da Giuseppe Sergio (Il panettone, ovvero Milano alla conquista del Natale, in Massimo Arcangeli [a cura di], Peccati di lingua. Le 100 parole italiane del Gusto, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015, pp. 201-203). Si trattava, ancora, semplicemente di un grosso pane preparato per le feste. La tradizione di preparare un grande pane (dal che panettùn) da dividere con i propri cari nelle festività pare risalire al Medioevo. Solo nel XIX secolo il panettone diventa il dolce di Milano, arricchendosi via via di ingredienti golosi e cambiando anche forma: da quella tonda e piatta di focaccia a quella di cupola. Giuseppe Rigutini, nell’Appendice al Vocabolario italiano della lingua parlata (1876), lo definisce «sorta di pane fatto con farina, burro, zafferano e lievitato con birra. Lo fanno assai bene a Milano», a ulteriore prova del fatto che la tradizione del panettone è da considerare milanese. Alberto Cougnet (L’arte cucinaria in Italia, Milano, Società tipografica Successori Wilmant, 1911), nel breve trafiletto che precede la ricetta della leccornia, scrive:

È il dolce più caratteristico d’Italia […]. Andate in qualsiasi città del mondo – vecchio e nuovo – e troverete che il panettone troneggia fra i grossi pezzi della pastellaria dulciaria. Infatti sono convogli intieri di cassette di panettone che partono verso la fine di novembre da Milano per avviarsi verso le lontane Americhe, specialmente, portando colà, ed in altre regioni divinate e scoperte dal genio di Cristoforo Colombo, di Amerigo Vespucci, di Caboto e di Pigafetta, e persino in quelle asiatiche percorse per la prima volta da un europeo, il veneziano Marco Polo, un ricordo folkloristico per la cena tradizionale del “ceppo”, il panettone di Natale, che ai buoni Ambrosiani, al di là dei vasti mari e dei continenti infiniti, rammenta l’antico rito che formava la gioia dei loro anni infantili, quando accomunati al domestico banchetto, trionfava, dopo il tacchino o pollin, farcito di mele, di marroni e di tartufi, il colossale panettone.

Pellegrino Artusi, dal canto suo, nell’edizione del 1911 del suo celebre volume La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene. Manuale pratico per le famiglie (Firenze, Tipografia Landi), a p. 417 riporta la ricetta (la 604) della versione del panettone preparata dalla sua governante, Marietta Sabatini, chiamata in suo onore proprio “Panettone Marietta”. In fondo alla ricetta, Artusi esprime la sua preferenza: «È un dolce che merita di essere raccomandato perché migliore assai del panettone di Milano che si trova in commercio, e richiede poco impazzamento»: all’epoca, insomma, esisteva già una produzione industriale di questa golosità.

La cerimonia del ceppo nominata dal Cougnet viene descritta nei particolari sulla pagina di Academia Barilla in questi termini:

All’inizio di questa sorta di cerimonia il capofamiglia si faceva il segno della croce, quindi metteva nel camino un grosso ceppo di quercia e lo faceva bruciare con un fascio di rami di ginepro. Una volta acceso il fuoco, riempiva un calice di vino e ne gettava qualche goccia sul fuoco, quindi ne beveva un sorso, per poi passarlo agli altri membri della famiglia perché ne bevessero tutti. Una volta terminato il vino, gettava una moneta sempre nel fuoco e ne distribuiva una a testa ad ogni familiare. A questo punto si portavano in tavola i panettoni, di solito tre. Da essi il capofamiglia tagliava una fetta da mettere da parte per farla benedire il giorno di San Biagio, a febbraio, per poi conservarla fino al Natale successivo come portafortuna.

Il nome panettone, dunque, deriverebbe semplicemente dalla sua natura originaria di “grande pane”. A questo etimo così disadorno si sono sovrapposte mille leggende, delle quali dà conto Stanislao Porzio in un volume del 2007 (Il panettone. Storie, leggende e segreti di un protagonista del Natale, Milano, Guido Tommasi). Secondo una di queste, il nome deriverebbe da “pane di Toni”: alla fine del XV secolo, alla corte di Ludovico Sforza, durante un lungo banchetto, un giovanissimo garzone di panetteria si addormenta mentre doveva sorvegliare il forno in cui cuoceva il dolce. Il dolce si brucia e lui, per riparare al guaio, improvvisa un dolce con la pasta di pane avanzata e tutte le leccornie che trova in giro per la cucina: burro, uvetta, canditi. Questo dolce nato per caso sarebbe piaciuto così tanto al duca da far sì che da lì in poi il pane di Toni venisse servito ogni Natale. In un’altra leggenda è quella di Ughetto della Tela che arricchisce via via la semplice pagnotta per risollevare le sorti della panetteria del padre della ragazza di cui si era innamorato. Si noti, peraltro, che in milanese l’uvetta si chiama proprio ughetta. Questa storia è stata anche usata molti anni fa dall’azienda Motta come pubblicità nel 1949 (foto dall’Archivio Alinari).

Nei libri di cucina dal Novecento in poi possiamo trovare infinite ricette del panettone, qualora volessimo prepararlo (con molta fatica) in casa. Esiste, però, un disciplinare di produzione di questo dolce che prevede l’uso dei seguenti ingredienti: farina, zucchero, uova, burro (almeno il 16% del prodotto), uvetta e scorze di agrumi canditi (almeno il 20% del prodotto), lievito naturale e sale. Gli altri ingredienti sono opzionali; il procedimento per la realizzazione è assai complicato, come si evince dalle molte ricette in circolazione.

Il pandoro viene, invece, da Verona. La storia sembra più recente, tanto che possiamo rintracciare con relativa certezza il “papà” del soffice dolce, che si distingue dal panettone per la mancanza di ingredienti aggiuntivi al suo interno (solo una morbida e burrosa pasta dorata). Si tratta di Domenico Melegatti, che, a fine Ottocento, avrebbe creato il Pan d’oro partendo dalla ricetta del tradizionale dolce veronese del Natale, il nadalin, cotto proprio in uno stampo a forma di stella a otto punte (ma molto più basso rispetto a quello dell’odierno pandoro) e aromatizzato anche con pinoli e anice. Alcune fonti riportano una possibile discendenza da un altro dolce veronese tipico delle feste, il levà (‘lievitato’), preparato con ingredienti semplici quali farina, latte e uova. In base al nome, si è data l’ipotesi che il dolce fosse invece nato ai tempi della Repubblica Veneta come Pan de Oro, seguendo l’uso rinascimentale che prevedeva di decorare i dolci con foglie di oro zecchino. Alcuni ritengono probabile anche l’influsso del pane di Vienna (Wienerbrot), un dolce della tradizione mitteleuropea preparato con una pasta tipo brioche (cfr. ad es. A. Lo Russo [a cura di], Dolce Natale: panettone e pandoro. Una tradizione italiana, Firenze, Alinari, 2004). In ogni caso, il Melegatti modifica le precedenti ricette, alleggerendole, e decide di cuocere il pandoro in uno stampo metallico a forma di stella a otto punte, come già quello del nadalin, ma, come dicevamo, più alto.

Il 14 ottobre 1884, Melegatti chiede la registrazione della ricetta del Pandoro (dolce speciale). Assieme alla ricetta, Melegatti registra anche lo stampo in cui l’impasto viene cotto, disegnato per lui dall’artista e pittore veronese Angelo Dall’Oca Bianca (1858-1942). Una forma così iconica da essere stata anche immortalata sulla facciata di Palazzo Melegatti-Turco-Ronca in corso Porta Borsari 21 a Verona, sede originaria del laboratorio di pasticceria omonimo. accademia della crusca

Luca de Gennaro per “la Stampa” il 26 Dicembre 2022.

Che la protagonista femminile del Natale si chiamasse Maria era fuor di dubbio fin da quella notte a Betlemme, ma nel 1994 la storia ha aggiunto una «h» al nome e da allora la «Queen Of Christmas» è lei, Mariah Carey, che scrisse, con Walter Afanasieff, e cantò All I Want for Christmas is You. Un brano che ogni anno a dicembre scala le classifiche, imprescindibile in ogni playlist natalizia, veglione o cenone, che il New Yorker ha definito «una delle poche moderne aggiunte di valore al canone musicale delle canzoni natalizie».

Forse l'altra canzone di Natale scritta nell'era moderna che si può paragonare a lei è Last Christmas degli Wham!, uscita dieci anni prima, talmente inevitabile che vi è stato creato attorno il buffo contest globale detto «Whamageddon», che consiste nel cercare di evitarne l'ascolto per tutto dicembre, e autodenunciarsi sui social nel momento in cui ti capiti accidentalmente di ascoltarla, in un negozio, alla radio o ovunque. Una gara difficilissima che in pochi riescono a portare a termine.

 Ma si scherza, ovviamente, e intanto Mariah e gli Wham! sono di nuovo ai primi posti della classifica globale delle canzoni più ascoltate. Ma la storia delle canzoni di Natale è lunga e nobile, e chiunque ci si è cimentato, da Bob Dylan a Bruce Springsteen, da Elvis Presley a Aretha Franklin. C'è chi ci ha costruito un pezzo di carriera, come Michael Bublè, il cui Christmas (2011) è il suo best seller assoluto, e che viene considerato una sorta di contraltare maschile alla regina Mariah.

Perché il Natale funziona anche commercialmente, tanto che centinaia tra le maggiori stazioni radio americane, ogni anno, dal giorno dopo Halloween, adottano il formato musicale All Christmas e per due mesi trasmettono esclusivamente canzoni natalizie. Ce n'è per tutti i generi. Il primo disco rap di successo fu Christmas Rappin'di Kurtis Blow, nel 1979, stesso anno in cui la ventenne Kate Bush (protagonista delle classifiche nel 2022 grazie al rilancio clamoroso di Running Up That Hill) pubblicava la deliziosa December Will be Magic Again.

Anche il rock progressivo inglese si era lasciato affascinare dalle atmosfere bucoliche delle festività: il Christmas Album dei Jethro Tull è un classico, ma nel genere la canzone più bella fu I Believe in Father Christmas di Greg Lake (1975), che malgrado la melodia tradizionale e i campanelli era una invettiva contro la commercializzazione del Natale. In Inghilterra è sempre stata tradizione (finché si vendevano i dischi) la lotta per la prima posizione in classifica nella settimana di Natale, quando le famiglie dopo pranzo si raccoglievano davanti alla tv per la puntata natalizia di Top Of The Pops.

Nel 1973, anno d'oro del «glam rock», la battaglia fu vinta dai tamarrissimi Slade, che con Merry Xmas Everybody scrissero uno dei più longevi inni britannici al Natale. Anche una band simbolo del punk come i Ramones, lontanissimi dalle melodie zuccherose, registrarono la loro Merry Christmas (I Don't Wanna Fight Tonight) , e i paladini del rock celtico alternativo, i Pogues, incisero nel 1987 la struggente Fairy Tale of New York, la canzone di Natale più trasmessa del secolo scorso dalle radio inglesi e da molti considerata la più bella di sempre. 

E se Paul McCartney si avvicinò al genere con la spensierata Wonderful Christmastime, John Lennon la prese più sul serio e fece della sua Happy Xmas (War is Over) un inno pacifista di protesta contro la guerra in Vietnam.

Perché se a Natale si è tutti più buoni allora anche le canzoni possono essere un veicolo per far del bene. Dal 1987 uscirono regolarmente quattro album della serie A Very Special Christmas cui le più grandi popstar del mondo, come Sting, U2 e Madonna, contribuivano con canzoni natalizie (le copertine erano firmate da Keith Haring) ad un progetto benefico per ragazzi con disabilità. In questo, il punto più alto nella storia delle canzoni di Natale venne raggiunto il 3 dicembre 1984, giorno in cui uscì Do They Know It' s Christmas, che le maggiori stelle della musica inglese, convocate da Bob Geldof, avevano cantato per aiutare la condizione di estrema povertà in Etiopia.

Vendette tre milioni di copie in un mese, record di velocità, e raccolse otto milioni di sterline per la causa africana. Una canzone può servire anche a questo, non solo come sottofondo allo spacchettamento dei regali sotto l'albero, può farci pensare a cosa succede nel mondo, a chi il Natale non può permettersi di festeggiarlo, e a far riflettere con versi spietati come quello urlato da Bono in quella canzone: «Questa notte ringrazia Dio che sono loro e non sei tu».

Dileggio di un corpo”. La Rai fa la guerra al “medievale” tacchino. Il tweet del consigliere di amministrazione della Rai dalla mensa di Saxa Rubra: “È offensivo”. Nicola Porro il 24 Dicembre 2022,

Facciamo questo gioco. Anziché scrivere un commento più o meno intelligente su quello che stiamo per raccontarvi, vi segnaliamo una notizia e poi penserete voi a dirci la vostra (commentate qui sotto, possibilmente senza esagerare coi toni).

Allora: siamo in Rai, viale Mazzini. Nella mensa della tv di Stato viene cucinato un bel tacchino arrosto che neppure al Giorno del ringraziamento americano. Il volatile abbrustolito se ne sta lì, meravigliosamente adagiato su un piatto di insalata finché in mensa arriva Riccardo Laganà. Il membro del consiglio di amministrazione Rai lo vede, indignato, scatta una fotografia e pubblica l’immagine sui social. Corredata dal seguente commento: “Presso mensa Rai di Saxa Rubra si torna al medioevo nel nome del rispetto di sedicenti ‘tradizioni’. Il dileggio di un corpo che voleva vivere crea disagio e offende sempre più persone. Nel 2023 occorre rispetto per gli animali, ambiente e le sensibilità di chi non mangia animali”. 

Ora, ognuno la pensa come gli pare. Quindi il discorso vale anche per Laganà, che è stato eletto consigliere nel 2018 e confermato nel 2021 e che, stando a quanto scritto sul sito della tv di Stato, è anche un “attivista e volontario nel campo della tutela e della salvaguardia degli animali e dell’ambiente”. Occupandosi insomma di “formazione” e degli “aspetti divulgativi per lo sviluppo di una cultura del rispetto di animali e ambiente”, si è sentito di condividere con i follower di Twitter questa intemerata contro il tacchino. Ovviamente i social si dividono tra chi lo prende un po’ in giro e chi lo difende, ricordando che “1500 studiosi del clima dell’Intergovernmental Panel on Climate Change” ci chiedono di “ridurre drasticamente il consumo di carne” per “salvare tutti”. Va bene, ok. Però voglio dire: manco a Natale?

Oggi brindiamo alla faccia delle virostar rompipalle. Max Del Papa su Nicolaporro.it 25 Dicembre 2022

Che sensazione di leggera follia/Sta rovinando la festa mia/Non ho neanche finito con la meringa e qualcuno/Stasera arriva qualcuno/Brandisce una siringa/La gioia la dura minga…

Per due Natali siamo andati così. Con certi loschi figuri, promossi a virustar, che regolavano cenoni e raduni con fanatico impeto statalista: come mangiare, cosa mangiare, come vestire, come distanziare, aerare, augurare, aprite le finestre al nuovo gelo, e soprattutto bucatevi, bucatevi, bucatevi.

Il bucato di Natale. Il Pregliasco, che mi hai dato tu, più fa fiasco, e più ne vuol di più. Ci volevano sigillati in casa. Senza aprire ai non sierati. Senza parlarci e senza baci sotto il vischio, anche se ormai si è estinto prima dei ghiacciai. Senza regali, “che sono focolai” (pure queste bestialità ci toccò sentire). Senza mangiare vicini: un commensale, un tavolino, come all’osteria. Senza effusioni. Tra moglie e marito, non metterci un candito. Al posto del salmone, infilaci un tampone. Nella televisione, un bombardamento da ufficio facce (chi ricorda Beppe Viola ed Enzo Jannacci, sa di cosa parlo): da Burioni, da Galli, da Pregliasco, da Lopalco, da Capua, da Viola, da Abrignani, da Ricciardi, da Rezza e da…

E poi, di colpo, il vuoto o quasi. Diciamocelo: non siamo più abituati. Senza il virompicoglioni che ti annuncia disgrazie, ci sentiamo persi. Anche se i telegiornali insistono. Anche se le solite facce non cedono. Anche se la mascherina non è più la regina della tavola, e non ce la ritroviamo al posto del tovagliolo. Due Natali e tre Pasque così, e siamo diventati sudditi. Frigidi. Incapaci di tornare alla normalità di prima. Di tanta libertà natalizia, si fa per dire, non sappiamo che fare. Ce l’hanno fatta, e ce l’hanno fatta – è il caso di dirlo – sotto il naso, anzi sopra. Adesso dobbiamo ricominciare tutto da capo, a vivere, a festeggiare questo straccio di Natale che rimane e già ti azzannano: se non per il Covid, almeno per l’influenza, per la sifilide, per la rogna ma almeno un buco fattelo, vaccìnati, drògati. Che abbiamo un miliardo di dosi da smaltire ancora. Che non bastano i centenari e neanche i feti. Che se no il presidente quadridosato e quadrinfettato ci rimane male (vedrete che nel pistolotto di fine anno non rinuncerà alla solita propaganda…).

C’è già qualche coglione che esulta: io sono alla quinta! Restano i disperati in giro con la mascherina, alla cinese. Il Tg1, sempre in prima linea, è arrivato a criticare la Cina che allenta le restrizioni dittatoriali sotto le proteste di un miliardo e mezzo di schiavi, a conferma che il regime sanitario non muore, passa come una staffetta da sinistra a destra ma resta, al limite lo congelano ma è lì, pronto a tornar fuori alla prossima ragion politica spacciata per esigenza sociale. Siamo come i carcerati che escono dopo 40 anni, come i deportati in un certo modo: non sappiamo bene come muoverci, tutto ci pare diverso, nutriamo latenti sensi di colpa, e se poi tossisco e infetto il nonno? E se quel malessere potevo curarlo meglio, con una raffica di shot? Ci hanno instillato il senso del pericolo e il senso di colpa, la ragione dice una cosa ma l’istinto ormai tira altrove.

Anche in chiesa resistono i preti oltranzisti che negano il segno di pace fisico e l’acqua benedetta; il clero in questa temperie ha dato il peggio da ottant’anni, ha rinnegato Cristo peggio di Giuda, ha sposato i trenta sicli, o disaggi, come voleva il regime. Che sensazione di leggera follia: abbiamo vissuto, celebrato per anni, una guerra, come in un incubo, ridotti a zombie e adesso, che abbiamo conferma di come tutto fosse inutile, una parte di noi si rifiuta di crederci: ma allora mi avete preso per il culo tutta la vita, come esclamava Fantozzi, disperato. E già ci impongono di non dirci “buon Natale” ma buone feste, più inclusivo, ma non per il Bambinello. E i piddini ci guardano in cagnesco, ah, voi credete di cavarvela ma ritorneremo! E i viropolitici si vendono al migliore offerente, mendicano candidature, sempre a sinistra, ecco dove finiva “la scienza”, ecco per cosa hanno messo in scena l’orrore. Ma non gli importa, una faccia non ce l’hanno, per questo insistono a coprirsela con la mascherina.

Sono un po’ tutti come il sardina Mattia, passato con la disinvoltura di un lancio di frisbee dal “Pd partito tossico” alla tessera con tanto di maglietta indossata. Poi dice che questi sono contro il merito: ma per forza, il Santori aspira, oltre le canne, anche ad un posto di vice Elly. E questa, attenzione, non è la meglio gioventù (sui 38 anni) che vuol rilanciare il partito con le armi petalose della “inclusione”, sono carognette, piranha che sognano il potere per ripristinare il regime a trazione cinese. Se si pensa che per prima cosa la candidata Schlein ha arruolato Francesco Boccia, quello con gli occhialini gelidi, alla Gramsci. E cosa diceva Boccia? “Serve l’obbligo vaccinale, la terza dose è scontata, riapriremo solo dopo che tutti gli over 60 si saranno vaccinati, o si vaccina il 90% della popolazione minimo o li faremo vaccinare con la forza, i novax sono irresponsabili, i dubbiosi vanno rieducati, via con la quarta dose, massimo rigore o chiusura totale”.

Il funzionario del Politburo fu uno dei più feroci, di lui si ricorda l’agghiacciante uscita “Molti italiani non ci saranno più nel prossimo Natale”. E riparte da Schlein. E a destra non dicono niente. E la tanto pompata commissione d’inchiesta sui crimini&misfatti della strategia sanitaria si è persa nell’oblio e nessuno ne vuole più parlare. In compenso, parlano, come prima, con l’arroganza di sempre, i falliti che hanno sfigurato la scienza, le facce truci del terrore sono le stesse, e le loro voci sembrano ancora uscire dall’oltretomba, annunciano stragi, nemesi: l’Apocalisse.

Ecco perché non siamo tranquilli neanche quest’anno. Sappiamo che questa normalità è fragile come vetro, può rivelarsi un miraggio, una crudele presa in giro. Ancora temiamo di sentire un colpo che non è il tappo dello spumante che salta, ma un asettico bussarci alla porta. Max Del Papa, 25 dicembre 2022

Natale, il sogno della sinistra: un 25 dicembre senza religione. Renato Farina su Libero Quotidiano il 25 dicembre 2022

Vicino alla basilica di San Petronio, dove tra poche ore si celebra la Notte Santa, le luminarie compongono i versi che annullano il Natale, il suo senso, la sua storicità. Niente Gesù. Lo privano di carne e ossa, nessun vagito di bimbo. L'amministrazione comunale di Bologna scandisce con le lampadine nella strada centrale dei negozi le due frasi di John Lennon (ispirate dalla sua musa e moglie, Yoko Ono) che affermano la religione del post cristianesimo: «Imagine there' s no heaven... and no religion too», cioè «immagina che non ci sia il paradiso e non ci sia neanche la religione». Il senso è: sarebbe fantastico, allora sì nascerebbe il mondo nuovo. Non ci sarebbero nazioni, nessuna identità particolare, ma un cosmopolitismo che darà all'uomo la pace senza bisogno di cercare Dio.

LA PROTESTA

Informato della faccenda per fortuna un vescovo si è inalberato. Monsignor Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia, ha qualificato questa operazione come «insulsa provocazione anticlericale». E lo ha fatto su Avvenire, con ogni evidenza con la benedizione del cardinale Matteo Zuppi, che da questa città capeggia i vescovi italiani, e ha personalmente voluto evitare la polemica. C'è un problema. Qui non si tratta da parte dei citazionisti di Lennon di un uso distorto e fedifrago di «un meraviglioso Inno alla pace», come sostiene il prelato siciliano, il quale trasforma il fondatore dei Beatles in una sorta di precursore di Papa Francesco. Su, un po' di lealtà con gli autori, chieda pure alla artista giapponese che a 89 anni opera ancora tra noi: quelle frasi vogliono dire proprio quel che dicono. Nascono da un'opera di Yoko Ono, non c'è bisogno di nessun Salvatore per arrivare a pace e felicità.

Trattiamo perciò la faccenda per quello che è: non un tradimento del vero Lennon, il quale ha già miliardi di cultori del suo mito, ma un episodio nostrano e sfacciato di cancel culture. Il quale rivela di quale ideologia si nutra la sinistra anche oggi, soprattutto adesso: un'ideologia dove si mescolano ateismo e panteismo, nichilismo e utopia, negando l'essenza stessa della nostra identità di popolo e nazione.

Abbiamo rintracciato un antecedente. La Grande Enciclopedia Sovietica, che a Bologna negli anni '50 valeva più della Bibbia. Essa evidentemente fa ancora scuola. Ovvio, senza le rudezze della propaganda staliniana, ma il concetto è lo stesso: a Natale non è nato nessuno. Nella prima edizione, della colossale opera in 65 volumi, tra le 65mila voci, c'era infatti pure quella dedicata a Gesù Cristo. Tutto un fuoco d'artificio di scienza e di cultura marxista per arrivare alla verità-tà-tà: Gesù detto il Nazareno non è nato in alcun luogo, il personaggio narrato nei Vangeli è un'invenzione, un mito creato per abbindolare le masse popolari. I comunisti pur di impedire che qualcuno osasse porsi la domanda su chi fosse Gesù, troncarono il problema alla radice, negandone non solo morte e resurrezione (come il Corano) ma pure la nascita. Stalin fece insomma con Cristo un lavoro di sbianchettamento come se i Vangeli fossero il dossier Mitrokhin.

ADDIO AL FESTEGGIATO

E così siamo al Natale 2022. Per festeggiare il compleanno di Gesù niente di meglio che far sparire il festeggiato. Idea geniale del Minculpop del soviet municipale: niente Bambinello, zero stella cometa, figuriamoci Madonna e San Giuseppe.

Non che li si neghi apertamente. Non siamo davanti a gente volgare, ma a creature acculturate come volpini - direbbe Ezio Greggio - : fini lettori dei tempi. Nessuno striscione dunque tipo: «Gesù? No grazie». Neppure ci si sogna di emulare anche solo pallidamente la militante di Femen. (Nessun giornale o tg lo ha raccontato: nella chiesa di santa Maddalena a Parigi questa signora del movimento ceco ha mimato l'aborto del Messia, indi orinato sull'altare. Condannata in Francia, è stata considerata vittima dalla Corte europea dei diritti dell'uomo come eroina della libertà di espressione: sul serio, ottobre scorso). L'amministrazione degli Asinelli (nessuna allusione al presepe per carità, è il caso ci querelino) ha deciso, in occasione di quell'evento che pure conta qualcosa nella storia dell'umanità, forse addirittura più di Yoko Ono, di appendere luminarie dove Gesù è consegnato alla muffa degli spettri scaduti. Come voleva il compendio della cultura comunista sopra citato, si tratta di un mito superato, una leggenda ingannevole. Il titolo del Natale post-comunista e post-cristiano di Bologna, ma in piena aderenza all'idiozia dominante (citazione di Lars von Trier), potrebbe essere: dimenticare Betlemme. Noi ci ricordiamo, alla faccia vostra.

Marino Niola per “la Repubblica” il 6 gennaio 2023.

L'Epifania tutte le feste porta via. Questo vecchio adagio ha rovinato le vacanze di intere generazioni. Perché sulla gioia per i giocattoli ricevuti dalla Befana si allungava subito l'ombra minacciosa del ritorno a scuola. Insieme a quella malinconia senza origine apparente che si associa da sempre alla sera del dì di festa. In realtà la ricorrenza di oggi è intimamente legata al sentimento del tempo, alla fine di un ciclo annuale, a un passaggio stagionale che proprio nella "dodicesima notte", come la chiama William Shakespeare, trova il suo magico epilogo. Quando col favore delle tenebre la vecchia volante si infila nelle case per saldare i conti con i bambini.

 Dispensando doni a quelli buoni, cenere e carbone a quelli cattivi. Ma in realtà la buona megera che svolazza a cavallo della sua scopa è come l'araba fenice, che ci sia ciascun lo dice cosa sia nessun lo sa. Non esiste eppure c'è. Nel senso che la sua antica magia è frutto di un equivoco.

La parola Befana, infatti, nasce dalla corruzione popolare del termine greco Epifania, che significa manifestazione. E indica la rivelazione della doppia natura di Cristo, umana e divina, ai Re Magi giunti a Betlemme per rendere omaggio al divino Infante. E soprattutto per portargli i fatidici doni. Oro, incenso e mirra. Il primo simbolo della regalità, il secondo della divinità, la terza della morte e della resurrezione.

 Ma nel corso di un morphing durato duemila anni, le tradizioni popolari hanno trasformato un termine astratto come l'Epifania in pifania, poi in bifania, poi ancora in befania e alla fine in Befana. Così il nome comune è diventato un nome proprio. E il dogma si è trasformato in una persona. Una vegliarda decrepita che rappresenta la senescenza del tempo, la personificazione di Madre natura al termine del suo ciclo annuale.

In fondo, la Befana che vien di notte con le scarpe tutte rotte è il risultato di una fusione tra i riti calendariali precristiani che celebravano il passaggio dal vecchio al nuovo anno e il ciclo cristiano del Natale con i suoi simboli. Ecco perché nelle credenze popolari europee, i dodici giorni tra Natale e l'Epifania erano considerati uno dei periodi dell'anno in cui più forte si avvertiva la presenza delle streghe. In particolare nella "dodicesima notte", quando la comunicazione con il soprannaturale si faceva più intensa.

Forse proprio per questo carattere così simbolico, il sei gennaio ha finito per essere dedicato a questa figura generosa e inquietante, amata e temuta, un po' fata e un po' strega. Perché in fondo la Befana non è che il "doppio benefico" delle streghe delle fiabe, infatti i bambini li ama e non li mangia. Ma al pari delle sue perfide colleghe vola di casa in casa a cavallo di una scopa, oggetto cui la mitologia ha sempre attribuito poteri straordinari.

Ma tutto questo armamentario di simboli non basterebbe a fare la Befana. Per trasformare una semplice rider dei cieli antenata di Amazon nella portadoni più celebre di sempre, ci è voluto un logo millenario come la calza. Un indumento dagli infiniti significati, che risale addirittura alle antiche divinità femminili del mondo mediterraneo.

Le arcane custodi del tempo, quelle che garantivano l'ordine delle stagioni e l'abbondanza dei raccolti. Tra queste signore del calendario spicca la ninfa Egeria, tutor soprannaturale del secondo re di Roma, Numa Pompilio. Il successore di Romolo avrebbe sviluppato la sua proverbiale saggezza grazie proprio ai consigli di Egeria, che alle calende di gennaio, in corrispondenza con la nostra Epifania, gli faceva trovare una calza piena di dolcetti contenenti previsioni e suggerimenti sul futuro. E accanto alla ninfa, operava anche Strenia, da cui discende la parola strenna. Che in origine era il regalo che i genitori romani facevano ai bambini, sempre nei primi giorni dell'anno nuovo, durante la festa delle sigillaria, cioè le statuette. Bamboline e animaletti, spesso commestibili.

Ma anche fave. Perché quest' umile legume veniva usato per pronunciare a scrutinio segreto condanne e assoluzioni. Fave bianche sì, fave nere no. Educare e castigare, sorvegliare e punire. E in fondo, persino nella società che ha abolito la bocciatura la calza della Befana resta a suo modo una pagella, uno scrutinio di fine anno.

 La vecchia dei regali viene insomma da molto lontano. Anche per questo resiste alle mode e non si è lasciata esodare da altri vettori, come Babbo Natale o la nordica Santa Lucia. Anche perché, come tutti i classici è sempre attuale. E si presta a recepire perfino le istanze civili del nostro tempo. Diventa una calza green, piena di gadget a energia solare come quella di minimoimpatto. com. O solidale, come quella di Save the Children. O quella zero waste, dove tutto è riciclato, contenente e contenuto. Calze etiche per un mondo in cerca di futuro. Numa lo trovava nei favolosi calzerotti di Egeria.

Noi lo cerchiamo ansiosamente in quelli eco-friendly. A ciascuno il suo.

Chi è la Befana: la vera storia del giorno dell'Epifania. La Befana è un personaggio fantastico la cui tradizione è solo italiana. Non tutti conoscono però la vicenda dietro al nome della Befana e la leggenda che la portò a incontrare i Re Magi. Angela Leucci il 6 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Il 6 gennaio è l’Epifania, ed è la festa della Befana, oltre che una ricorrenza della religione cattolica. Non tutti conoscono però la vicenda dietro a questo nome, la leggenda che la portò a incontrare i Re Magi e perché questa vecchina voli in pieno inverno per far visita a tutti i bambini italiani. Questa è la sua vera storia.

Da dove viene il termine

Un po’ di etimologia e storia della lingua italiana, per capire come questa parola romanza (ovvero neolatina) si è trasformata. Il termine Befana viene dal latino epiphanĭam, che a propria volta viene dal greco, in cui aveva il significato di “manifestazione” o, in senso lato, di “nuova consapevolezza”. Dopo la classica caduta della -m dell’accusativo e l’aferesi della e- iniziale, con il passare del tempo, la i breve che proveniva in realtà da una i lunga accentata in iato è passata dall’essere un simbolo anche fonetico a un simbolo meramente grafico, e progressivamente sparire. La prima sillaba ha quindi accolto un suono vocalico più aperto (ma non troppo, perché la e di Befana è una e chiusa), passando inoltre da una labiale sonora a una sorda.

Chi è la Befana

La Befana è un personaggio fantastico la cui tradizione è solo italiana. Si tratta di una vecchina dall’aspetto bonario che, a cavallo di una scopa, vola di casa in casa per portare doni ai bimbi che sono stati buoni, mentre a chi è stato capriccioso porta solo cenere e carbone. Un tempo questi doni erano rappresentati da piccoli dolcetti o frutta candita, ma oggi vengono regalati oltre a caramelle e cioccolatini anche giocattoli e libri per bambini. Dal proprio canto, i bambini lasciano sulla tavola biscotti e latte caldo per la Befana, in modo che si possa ristorare nel suo lungo tragitto.

Com’è vestita la Befana? Solitamente viene ritratta con un cappellaccio vecchio e uno scamiciato con grandi tasche. Ha i capelli grigi ed è trasandata, però il suo aspetto non è spaventoso, ma scatena l’empatia nei bambini. Come recita la filastrocca: “La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte, con la cuffia alla romana, viene viene la Befana”. Tuttavia ci sono anche diverse versioni in merito.

La Befana e i Re Magi

L’Epifania è il giorno della “manifestazione” dei Re Magi al cospetto di Gesù bambino. Secondo la tradizione cristiana, tre Re Magi, provenienti dalla Nubia, la Godolia e Tharsis, partirono dai rispettivi territori per incontrare Gesù Bambino e offrire al Re dei Re oro, incenso e mirra. Si chamavano Gaspare, Baldassarre e Melchiorre e si incontrarono a Gerusalemme per poi essere guidati dalla stella verso Betlemme: parlavano lingue diverse, ma si intesero ugualmente e immediatamente.

Lungo la strada però incontrarono una vecchina, che li aiutò indicando loro il cammino. Loro la invitarono a seguirli, ma la donna rifiutò, cambiando però idea poco dopo. Mise insieme un sacco pieno di dolci e cercò i Re Magi, senza però trovarli, vagando di casa in casa a incontrare bambini, nella speranza di trovare anche lei la strada per il Salvatore.

Caccia ai tre Re Magi. Antonio Rocca su La Repubblica il 6 Gennaio 2022. Viaggio nell’iconografia segreta dei sapienti venuti la notte di Epifania. Tra Pisano, Stefano da Verona, Gentile da Fabriano e i tarocchi. Tra gli evangelisti il solo a fornire informazioni sui magi fu Matteo, che descrisse l’arrivo a Gerusalemme di alcuni magi senza specificarne il numero, il nome o le caratteristiche fisiche. In realtà quasi tutto ciò che sappiamo di questi sapienti ci deriva dai vangeli apocrifi e dalla tradizione popolare che, nel corso dei secoli, ne ha definito il ruolo di re, ha elencato i doni e ha stabilito che Melchiorre abbia tratti europei, Gaspare orientali e Baldassarre sia invece nero.

IL SIMBOLO PIÙ MISTERIOSO. Nella mirra portata dai Magi si incontrano amore e morte. Bruno Giurato su editorialedomani.it il 5 gennaio 2022. L’epifania non è uno stato di cose, è un evento. L’etimo (greco: epi-faino) segnala la ripetizione di una manifestazione. La manifestazione si ripete non in modo identico – sarebbe semplice compulsione – ma in un modo ogni volta diverso. Il Vangelo di Matteo parla di tre doni: oro, incenso, mirra. Quest’ultima sarebbe stata offerta proprio dal “Black magus”. L’oro sarebbe il simbolo della regalità, l’incenso di divinità, la mirra di morte. Nella narrazione dell’Epifania i simboli, in particolare quelli meno frequentati manifestano oscillazioni imprevedibili. Sono appunto contenitori di narrazioni non concordi, non stereotipate, non riducibili a formule. 

BRUNO GIURATO. Laurea in estetica. Ha scritto per Il Foglio, Il Giornale, Vanity Fair e altri. Ha lavorato a Linkiesta.it e al giornaleoff.it. Ha realizzato trasmissioni di cultura e geopolitica per La7 e Raidue. È anche musicista (chitarrista) e produttore di alcuni dischi di world music.

Epifania e Befana 2022, significato e curiosità del 6 gennaio. Chiara Barison su Il Corriere della Sera il 6 Gennaio 2022. Una ricorrenza religiosa ma anche tradizione legata alla calza donata ai bambini da una vecchia signora che vola su una scopa. Anziana, rugosa, vestita di stracci, accompagnata da un gatto (preferibilmente nero) e il cui unico mezzo di trasporto è una scopa volante. Stiamo parlando di chi, se non della Befana? L’arrivo della vecchietta dai modi gentili, ma che a tratti incute timore, segna il momento più malinconico delle festività natalizie. Il 6 gennaio si celebra infatti l’Epifania (dal greco «manifestazione», «rivelazione improvvisa» riferita alla visita a Betlemme dei Re Magi in adorazione di Gesù): albero e addobbi scintillanti tornano negli scatoloni, mentre la maggior parte degli studenti italiani fa i conti con il rientro a scuola. Se è vero che non ha nulla da invidiare a Babbo Natale quanto a popolarità, è altrettanto vero che le sue origini restano misteriose e sconosciute.

Befana, dal culto della dea Diana

Secondo storici e antropologi l’antesignana di quella che oggi chiamiamo Befana è la dea Diana, divinità romana della natura selvaggia, della caccia, dei cicli lunari e delle coltivazioni che, armata di arco e frecce, frequentava i boschi in compagnia delle ninfe. Per sapere quando sarebbe passata la dea bisognava contare 12 giorni partendo dal 25 dicembre. La tradizione voleva che la divinità si manifestasse la dodicesima notte volando sui campi in compagnia di altre donne con l’obiettivo di rendere fertile la terra per le semine imminenti. L’avvento del cristianesimo però tenta di mettere fine al culto della dea Diana e dà inizio alla persecuzione delle donne considerate streghe. Il testo più antico in cui si possono trovare tracce della criminalizzazione del mito di Diana è il Canon Episcopi dell’abate Reginone di Prûm che fa riferimento a «talune scellerate donne, rivoltesi a seguire satana, credono e professano di cavalcare nelle ore notturne sopra certe bestie, insieme a Diana dea dei pagani» e invita a trattarle come delle «infedeli».

L’incontro con i Re Magi

Il cattolicesimo dà un’altra versione della leggenda legata alla Befana, narrando che si tratti di un’anziana signora in cui i Re Magi si imbattono mentre seguono la stella cometa che li guida verso Betlemme. Fermandosi a chiederle informazioni la esortano a unirsi a loro per fare visita alla grotta in cui nascerà Gesù. Lei declina l’invito ma si pente quasi subito: scende in strada con un carico di dolci da donare a tutti i bambini che incontra sul suo cammino proprio nella speranza che si tratti di Gesù. In cambio, i piccoli le donano scarpe e calze di cui potrebbe avere bisogno nel corso della sua traversata.

I suoi simboli: la scopa, la notte, il camino

Oltre alla calza piena di dolciumi o carbone, ci sono simboli legati alla leggenda della Befana altrettanto poetici, ma meno conosciuti. L’anziana viene infatti raffigurata a cavallo di una scopa di saggina che simboleggia l’atto di spazzare via le fatiche dell’anno appena trascorso in vista di quello nuovo. La notte e il buio rappresentano invece il lungo inverno in cui Madre Natura, ormai esausta dopo aver dispensato tutte le sue forze durante l’anno, si prepara a morire per rinascere in primavera. Posata la sua scopa in cima al tetto della casa, la Befana si cala poi all’interno delle abitazioni scivolando attraverso la canna fumaria. Il camino rappresenta la connessione tra i due mondi, il cielo (magico) e l’ambiente domestico (reale).

La Befana nel mondo

Non tutti i bambini del mondo nella notte tra il 5 e il 6 gennaio aspettano la Befana. Quelli spagnoli ad esempio aspettano i Re Magi, ai quali scrivono una letterina spiegando quali regali vorrebbero ricevere. La sera prima del Dìa de los Reyes Magos, puliscono le scarpe e le collocano in un punto della casa che sia ben visibile, cosicché i Magi capiscano a chi devono lasciare i doni. Inoltre, si preoccupano di mettere a disposizione acqua e cibo in modo che i tre astronomi e i loro cammelli possano rifocillarsi durante il viaggio tra una casa e l’altra. In Ungheria invece sono proprio i bambini che vanno di casa in casa vestiti da Re Magi e in cambio ricevono qualche spicciolo. Così come in Romania, dove i bambini girovagano per le abitazioni raccontando storie. In Francia si prepara la galette des rois, un dolce di pastasfoglia ripieno di crema alle mandorle all’interno del quale viene nascosta la fève (che può essere una mandorla o un cece, così come un piccolo oggetto prezioso o una statuina di porcellana) e chi la trova viene proclamato re per un giorno con tanto di corona dorata di cartone posata sulla testa. Anche in Germania il 6 gennaio rappresenta l’arrivo dei Magi a Betlemme ma da calendario non si tratta di un giorno festivo.

6 gennaio, arriva la Befana! La nonnina che si divide il cielo con Santa Claus. Emma Brancati su Il Quotidiano del Sud il 6 gennaio 2022.

E se provassimo a salire sulla scopa della Befana e a fare con lei il giro del mondo nella notte tra il 5 e il 6 di gennaio? Le sorprese non mancherebbero.

L’amata vecchina che si porta via tutte le feste e in Italia mette nella calza il carbone per i discoli o i dolcetti per i più meritevoli porta con sé riti e tradizioni. Basta fare anche solamente un giro sui vari siti internet e scoprire che la nonnina è attesa e festeggiata non ovunque e non allo stesso modo, però.

Si scopre così che in alcuni Paesi il 6 gennaio è ritenuto un festivo, mentre in altri coincide con un qualunque giorno lavorativo. In tal caso – che si tratti di Re Magi o di Befana – si resta a secco di doni. Non solo, Paese che vai tradizione che trovi perché le Befane non sono tutte le stesse.

Andiamo, ad esempio, dai cugini d’Oltralpe: in Francia, ai bambini in particolare per la Befana è riservato un dolce speciale che si chiama Galette des Rois. Al suo interno c’è una fava. Il motivo è presto detto: chi trova la fava diventa re o regina per un giorno.

Spostiamoci in Spagna, ai piccoli spagnoli più che attendere la Befana tocca attendere i Re Magi ed è per questo che si mettono tre bicchieri d’acqua all’uscio così che i loro cammelli possano dissetarsi.

In Islanda il 6 gennaio coincide con la festa del tredicesimo Babbo Natale – la conta inizia l’undici dicembre – che partecipa alla festa della Befana in compagnia di elfi e folletti. La magia è assicurata.

Si chiama, invece, Padre Gelo è protagonista del Natale Ortodosso che in Russia si festeggia proprio il 6 gennaio mentre alla vecchietta che lo accompagna è stato dato il nome di Babuschka.

Ancora, il 6 gennaio non è un giorno festivo nel Regno Unito, anche se la chiesa lo celebra ancora. Anche di là della Manica, troviamo un dolce dedicato. Si chiama Twelfth Night Cake e al suo interno ha un semino di fagiolo: come per le Galette des Rois chi lo trova sarà incoronato re o regina.

In Germania, il 6 gennaio è conosciuto con il nome: Heilige Drei Könige, Dreikönigsfest o Dreikönigstag e viene celebrato soprattutto nella chiesa cattolica ma è anche presente nel calendario della chiesa evangelica.

Nella maggior parte degli stati federati è un giorno lavorativo. Solo in tre di essi il 6 gennaio viene commemorato come il giorno della  venuta dei Re Magi e sulla porte delle case compaiono le lettere C + M + B + ad indicare i nomi di Magi o un’abbreviazione del latino Christus mansionem benedicat (Cristo benedica questa casa).

In America poi le calze si appendono al camino solo a Natale e a riempirle ci pensa Santa Claus e della Befana non vi è traccia.

La bellezza viene di notte. Ti so vecchietta, bruttina e con un senso profondo di giustizia. Antonio Staglianò su Il Quotidiano del Sud il 6 gennaio 2022.

Cara Befana, stavolta scrivo a te! anche tu sei frutto dell’immaginazione umana e sei diventata un tratto simpatico della nostra cultura popolare. Esisti così, come personaggio fantastico e non devi crucciarti troppo se sei un po’ bruttina e vecchia.

Si, lo so, assomigli a una strega, piuttosto che a una fatina. Fattene una ragione, perché rispetto al tuo omologo natalizio – l’anziano omone con le renne, chiamato Babbo Natale – , tu, a uno sguardo meno superficiale, manifesti una “grande bellezza”. Non ci credi? È la sacrosanta verità invece.

Certo, gli umani devono poter riconoscere la bellezza là dove splende, non rimanendo irretiti dalle apparenze effimere dello sfondo lussureggiante delle pubblicità che rendono “ciechi” per poter meglio consumare. In occasione del centenario della nascita di Dostoevskij sono tanti a ripetere (un po’ maldestramente) quella frase dell’Idiota: “la bellezza salverà il mondo”.

Leggendo il romanzo si sa che Ippolit (un giovane nichilista morente) domandò al principe (=l’Idiota), senza alcuna risposta: “è vero principe che un giorno voi diceste che la bellezza salverà il mondo?”. Il principe fece silenzio, come Gesù alla domanda di Pilato: “cosa è la verità?”. E Ippolit incalzò: “Si, ma quale bellezza?”.

Se i piccoli fossero educati alla “grande bellezza” (oh, scusa, mi pare giri un bel film di Paolo Sorrentino con questo titolo), magari potrebbero scoprire la tua. Con il nome che porti riesco a pensarti quasi fossi una persona vera: pare derivi dal greco Epifania.

Da Vescovo gioisco perché mi rimandi all’autentico Natale di Gesù. Non si capisce bene chi ti abbia immaginata per primo. Tante storielle raccontano del tuo casuale ritrovarti sui passi di quei Magi in cerca del Bambino di Betlemme. Alcuni raccontano che portasti proprio a Gesù la prima calza coi doni. Questa immaginazione ti rende in qualche modo “viva”: l’accetto, perché non ha la presunzione di confezionare un Natale senza Gesù bambino.

Ti confido l’amarezza di vedere come tutto si sia ridotto a “clima natalizio” o a “magia” di un Natale consumistico e falso- l’ha detto l’altro ieri papa Francesco. Natale dice che “qualcuno è nato per noi”. È la festa di Gesù e noi facciamo festa senza il festeggiato (don Tonino Bello). E qual sarebbe la bellezza del Natale, se si sono perduti totalmente i valori umani della solidarietà, della fraternità e della giustizia e ognuno pensa solo a sé stesso e ai regali che deve ricevere? Tu un po’ di giustizia la pratichi però: ecco la tua bellezza.

La tua figura non mente: ti so vecchietta, bruttina, su di una scopa volante e con un senso profondo di giustizia. Tu porti doni solo ai bambini che lo meritano. E per quelli che non lo meritano, non solo non porti doni, ma lasci il carbone come ammonimento per ravvedersi. Sei una “bella” vecchietta, perché rappresenti l’anno appena trascorso: è quindi come se l’esito del tuo viaggio notturno, nei primi giorni del nuovo anno, riveli il bilancio di come ci si è comportati.

Sai, mi affascina pensarti in volo di notte, tra i comignoli fumiganti dei caldi focolari. Tu con la tua scopetta di paglia, in compagnia delle silenziose stelle che, da buone amiche, ti confidano le complesse strade dei desideri umani. In fondo siamo “polvere di stelle”, noi esseri desideranti. Già il Leopardi qualche tempo fa cantava “… e quando miro in cielo arder le stelle; dico fra me pensando: a che tante facelle?” È anche questo che fanno le stelle: parlano con te, perché tu possa giudicare saggiamente e con giustizia i comportamenti, i sogni e le aspirazioni dei cuccioli dell’uomo. Potrai premiarli se sono buoni o eventualmente ammonirli, se reputi che siano stati dannosi per il loro progetto di vita. Tu “dai a ciascuno il suo”, per la giustizia. E ora ti chiedo, come e a partire da cosa tu giudichi “quale sia il suo di ciascuno”? A partire dalla legge morale che è dentro di te e in ciascuno di noi (I. Kant), senza però dimenticare il “cielo stellato sopra di noi” che tu giri in lungo e in largo con la tua scopa di paglia. Magari hai incontrato “Colui che scende dalle stelle” e si dirige alla grotta di Betlemme, dove hai intravisto direttamente quanta è bella la sua umanità. Anzi hai considerato che solo in quella umanità si trova davvero la grande bellezza. In quella umanità c’è tutto il sogno bello di Dio per ogni essere umano: un potenziale immenso di bellezza d’amore.

Ecco allora altri due motivi perché mi stai a genio: perché voli e perché lo fai ecologicamente, senza inquinare. Mi piace perché voli: d’altronde ogni uomo che coltiva bontà e bellezza di vita dovrebbe concepirsi sempre in volo, immerso nelle altezze del pensiero contemplativo, disponendo così di quella vista d’aquila che permette di mirare lontano e in profondità. E la tua umile scopetta di paglia, anche quella mi piace: mi ricorda che la povertà, l’essenzialità, permette all’uomo di librarsi in alto con libertà, senza far rumore e senza recare danni a nessuna cosa creata. Insomma sei ecosostenibile e carbonfree.

E sì cara Befana, anche se sei frutto di immaginazione, mi sei simpatica per la giustizia, la povertà – “vieni di notte, con le scarpe tutte rotte”, dice una nenia dedicata -, la libertà e l’altruismo che rappresenti.

Allora anche quest’anno immagino che tornerai a visitarci la notte tra il 5 ed il 6 Gennaio, nel giorno in cui la Chiesa celebra l’Epifania di Nostro Signore, cioè la manifestazione a tutti i popoli di Gesù salvatore. Tornerai a riempire secondo il tuo giudizio le calze che tutti i bambini ti faranno trovare appese o sul caminetto, o ai piedi del loro letto, o sulla porta di casa. Raggiungici cara Befana con i tuoi doni. Magari a te concederemo anche stavolta di offrirci doni più dimessi di quelli che a Natale i nostri piccoli avranno già ricevuto. Sola una cosa ti chiedo: diversamente da quello che l’omone con le renne ci ha educato ad attendere (diseducandoci l’anima alla voglia di “cose”, di regali costosi), magari io gradirei che ti fermassi a distribuire solo “dolcetti e caramelle” perché tutti i nostri bambini siano educati alle gioie semplici e senza pretese, ai sorrisi che non hanno prezzo e che fanno maturare il cuore. Perciò, vai da tutti e non solo da alcuni, come Gesù Bambino che è venuto per tutti, in particolare per i più poveri.

Vieni pure, dunque, cara Befana e rammenta a tutti noi, piccoli e grandi, il viaggio di quei Magi cercatori, anche loro confidenti di una stella: indicò loro il desiderio di tutta la creazione (e di tutti i tempi) di vedere il vero volto di Dio. Unisciti nel tuo viaggio a quei Magi e ai loro doni per il bambino Gesù: l’oro e l’incenso per compiacersi di quel bambino tutto buono e tre volte santo; la mirra per indicare il sacrificio necessario per la salvezza di tutti noi, talvolta così meritevoli di carbone perché imbruttiti dal nostro peccato, ma comunque sempre amati da Dio.

Ciao, cara Befana, magari riuscirò a vederti in volo, se nel cuore della notte mi ritroverò in preghiera a scorgere il cielo – per “riveder le stelle, bisogna togliersi fuori dall’inferno” (cfr. Dante Alighieri) -, chiedendo a Dio che, in Gesù, l’Amore si manifesti ancora per tutti e per ognuno, come l’unica luce per la mente e la vera pace per il cuore.

La scopa torna a volare con Bettino. LA BEFANA, ABOLITA DA ANDREOTTI IL POLITICO CRESCIUTO IN VATICANO, RIABILITATA DAL LEADER SOCIALISTA DOPO I PATTI CON LA CHIESA. Cleto Corposanto su Il Quotidiano del Sud il 6 gennaio 2022.

C’è la Befana e c’è la festa dell’Epifania. Le due cose coincidono nella data, che è quella tradizionale del 6 Gennaio. Ma ci sono alcune differenze. O, meglio, il discorso è un po’ più complesso.

L’origine dell’Epifania è antichissima: pare risalga addirittura al II secolo d.C. e serviva per ricordare il battesimo di Gesù. Era celebrata, sembra, dalla setta degli gnostici seguaci di Basilide, maestro religioso di origine greca e probabilmente fra i primi commentatori dei Vangeli. Questi credevano che l’incarnazione di Cristo fosse avvenuta al suo battesimo e non alla sua nascita.

In seguito, eliminati gli elementi gnostici, la Festa dell’Epifania fu adottata dalla Chiesa Cristiana Orientale. Solo verso il IV secolo l’Epifania  si diffuse in anche in Occidente, e fu quindi adottata anche dalla Chiesa di Roma nel V secolo. Da allora, l’Epifania è la festa cristiana  che celebra la rivelazione di Dio agli uomini nel suo Figlio, il Cristo ai Magi: il termine di origine greca “epiphàneia” significa  appunto “apparizione” o “rivelazione”.

a Befana, invece, pare abbia un’età molto più avanzata:  è vecchia di secoli e la sua origine, folkloristica e pagana, precede di molto la stessa affermazione del cristianesimo. Dipende quasi certamente anche da questo la curiosa mescolanza di elementi che ancora oggi la caratterizzano, pur se del tutto assimilata all’interno delle festività religiose. Non è facile neanche per gli studiosi risalire al momento esatto in cui è nata la tradizione folkloristica della Befana: qualcuno ipotizza di potersi spingere fino al X secolo a.C., ma la tesi è dibattuta e non paiono esserci fonti sufficienti per dirimere definitivamente la questione.

I ricercatori invece concordano nell’identificare il VI secolo a.C. come quello in cui la figura della Befana è  entrata stabilmente nei riti propiziatori pagani. All’epoca si trattava quasi certamente di un rito propiziatorio personificato dell’avvicendamento delle stagioni (e più in generale del ciclo di mutamento della stessa natura): in questa prospettiva, le feste in suo onore sarebbero quindi legate alla speranza che alla stagione fredda, l’inverno, potesse far seguito un raccolto abbondante.

Anche la stessa iconografia che la rappresenta come  una vecchia dalle vesti logore, andrebbe letta nella direzione appunto di un rito di passaggio fra differenti cicli naturali. In seguito, nell’antica Roma i riti pagani preesistenti furono inglobati a quelli dell’epoca, in una sorta di integrazione nel proprio pantheon politeista; spesso la Befana veniva anche identificata con  la dea Diana, e forse è nata in quel momento l’idea che volasse, con la scopa sui campi coltivati, in una sorta di atto benaugurante.

Oltre al 25 dicembre, quindi, data scelta come giorno di Natale pare dalla festa pagana del Sol Invictus, quando il sole vince sul giorno più lungo dell’anno, il solstizio d’inverno, era tradizione festeggiare 12 giorni dopo la dea Diana, dea dell’abbondanza e della cacciagione.  Dodici giorni dopo il solstizio d’inverno si celebrava la morte e la rinascita – l’Epifania, appunto – di Madre Natura.

Festeggiare l’Epifania, insomma, rientra a pieno titolo in quelle che i sociologi chiamano azioni macro-rituali, che hanno la precisa funzione di favorire la coesione interna e la continuità delle forme sociali collettive.

Émile Durkheim e Randall Collins si sono occupati a lungo dello studio dei rituali religiosi, arrivando a definire il rituale come una sorta di vera e propria batteria, in grado di produrre energia sociale. Secondo questa interpretazione, attraverso determinati rituali si verifica il passaggio tra l’essere in forma individuale e l’essere in forma collettiva e, appunto, colui il quale aderisce al rito diventa polo di questa batteria.

Il rito permette insomma la creazione di un “noi”, attraverso la fusione delle identità sociali che vanno a formare un’identità collettiva. Tale fusione risulta più o meno durevole a seconda delle modalità e della frequenza con cui il rituale viene riprodotto e consolidato nel tempo.

I rituali avrebbero quindi un ruolo importante sui singoli – e sui gruppi – in quanto favoriscono l’operazione di uscita dalla routine quotidiana per essere elevati al contatto con qualcosa di sacro che essi stessi contribuiscono a creare.

Il tutto permette ai membri del gruppo di sentirsi parte di una comunità morale con la conseguente trasformazione dei sentimenti individuali in collettivi. Ogni rito ha degli effetti: ricarica la forza e l’energia dei partecipanti mentre questi venerano i simboli del gruppo ed esaltano il legame che li unisce. Non è quindi forse un caso che la festa dell’Epifania – la Befana, nella sua duplice veste – sia diventata così popolare, soprattutto fra i più piccoli: richiama infatti la tradizione religiosa di Santa Lucia, che dispensava doni ai bambini prima della Befana, come faceva San Nicola prima dell’avvento di Babbo Natale. E non è un caso neanche che in Italia fu il fascismo, a partire dal 1928, a rinvigorire la festività della Befana intesa come un momento di attenzione alle classi più povere.

L’idea e l’organizzazione furono di  Augusto Turati, che sollecitò commercianti, industriali e agricoltori a dare risorse per i bambini più poveri. La gestione dell’evento fu curata dalle organizzazioni femminili e giovanili fasciste ed ebbe un successo straordinario, tanto da entrare nel modo di dire: il detto “befana fascista” rimase per molti anni anche dopo la guerra e le aziende continuarono per molti anni, sino ai giorni d’oggi, a prevedere pacchi-dono per i figli dei rispettivi dipendenti. Sino ad oggi ma con una parziale interruzione.

Nel 1977 una apposita legge, emanata il 5 Marzo, abolì una serie di festività previste nel calendario fino ad allora: erano anni di austerity per la crisi petrolifera, anni di domeniche a piedi per gli italiani quando il governo del cattolicissimo Giulio Andreotti abolì con un colpo di spugna Epifania  (forse anche per un legame proprio con il fascismo), San Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini, Ss. Pietro e Paolo (ma non a Roma), mentre slittarono alla prima domenica di Giugno e alla prima di Novembre la celebrazione della Festa della Repubblica e quella dell’Unità. Austerity anche nel calendario, insomma. Ci furono cenni di rimostranze per tutte le cancellazioni, naturalmente; ma le critiche maggiori vennero proprio per l’abolizione della festa dell’Epifania, anche da parte della Santa Sede. L’allora Pontefice Paolo VI arrivò a dichiarare che “l’Epifania è più importante liturgicamente della Pasqua”, ed è rimasta famosa la battuta che il Premier avrebbe fatto al commesso Navarra: «Forse – chiosò Andreotti – aveva ragione Mussolini quando disse che governare gli italiani non è difficile: è inutile». 

Mugugni e proteste ufficiali andarono avanti per qualche anno; toccò quindi a Bettino Craxi, che nel frattempo era succeduto ad Andreotti nella carica di Presidente del Consiglio dei Ministri, fare un passo indietro.

Nel 1985, il  governo Craxi  ripristinò la Befana, in  attuazione dell’intesa con la Santa Sede per i nuovi Patti Lateranensi. Un’assenza di sette anni come festività ufficiale sui calendari, insomma. Poi, appunto, il ritorno al colore rosso della festività, per il piacere dei più piccoli; e forse anche per un rituale, uno dei tanti, che serve a ciascuno di noi a figurarci e viverci come una comunità. 

L’attesa vana dei semprescalzi. Angelo Gaccione su Il Quotidiano del Sud il 6 gennaio 2022. Per Allegra… A casa sua non aspettavano alcuna Befana; in verità non l’aspettava quasi nessuno nel quartiere; sapevano per certo che da lì non sarebbe passata. Come avrebbe fatto, del resto, ad orientarsi in quell’intrico di vicoli tanto stretti, fra quei budelli così poco illuminati, in mezzo a quelle case sbilenche addossate le une alle altre, a restare in equilibrio su quell’acciottolato sconnesso? E potevano chiamarsi comignoli quei miseri mozziconi di malta sbrecciata, quei poveri tubi di lamiera arrugginiti che si alzavano sui tetti? Non era mai passata dai loro padri, non era mai passata dai loro nonni, e non sarebbe passata da loro. Non ricordava di aver mai visto un regalo tra le mani degli altri bambini del rione: erano poveri come lui e la Befana si teneva lontana da quartieri come il loro. Solo i ricchi sono buoni, e solo i ricchi ricevono regali, questo lo aveva imparato presto. Era vecchia dicevano gli adulti, una vecchia stanca e affaticata, e non possedeva gambe per andare dappertutto, giungere in tutte le case. Di vecchie stanche e oppresse dalla fatica ce n’erano in ogni casa, con le mani raggrinzite, le dita stortate, le gonne fino ai piedi, i fazzoletti neri fra i capelli. Le insultavano chiamandole brutte befane, ed era certo che la Befana fosse brutta e vecchia e non avrebbe mai potuto essere generosa.

“Questa notte passerà” annunciò sua madre cogliendo tutti di sorpresa una gelida sera di gennaio in cui la neve aveva spento ogni voce, attutito ogni rumore, seppellito sotto una spessa soffice coltre bianca, vicoli, slarghi, tetti, ballatoi, davanzali, tanto da rendere il paesaggio un’unica massa informe luccicante e immota. “La calza è già sospesa al ferro del camino” aggiunse, ed era vero. Una robusta calza di lana grezza che mani sapienti avevano lavorato ai ferri, pendeva vuota, sotto la misera cappa del focolare che il fumo aveva reso di un nero infernale. Aveva la sinuosa forma del piede e allungava verso l’alto il cilindro del gambale. Le anziane sferruzzavano in tutte le case, spesso scucendo e recuperando lana da vecchie maglie per farne calze, berretti, mutandoni, che i nipoti si passavano l’un l’altro.

Com’era possibile che proprio quell’anno la Befana sarebbe passata dal loro quartiere per giungere alla loro casa? E come avrebbe potuto una vecchia priva di forze muoversi con un pesante sacco sulle spalle in tutta quella neve in cui si sprofondava quasi fino al bacino? L’avrebbe riconosciuta sommersa da tanta neve? E perché sua madre era così sicura di quella visita? Cos’era accaduto di particolarmente straordinario perché si compisse il miracolo? Lui non ricordava nulla, e se c’era stata qualche buona azione non se ne aveva avuta notizia. Provava a pensarci ma non affiorava che qualche frammento sbiadito, qualche brandello evanescente.

“Se ha proprio deciso di passare, io la sorprenderò” disse fra sé, e si ripromise di restare sveglio tutta la notte, fino a quando non avesse sentito il chiavistello della porta sollevarsi. Perché dal loro comignolo la Befana non avrebbe giammai potuto calarsi, di questo era fin troppo certo.

Guadagnato il letto infilò la testa sotto un risvolto di coperta e finse di dormire. Restò immobile per un lasso di tempo che a lui parve interminabile e solo quando si accorse che la casa era piombata nell’oscurità e nel sonno, si tirò su e sbarrò gli occhi. Era buio pesto e non si distingueva neppure un’ombra. Non restava che mettersi in ascolto, disporsi ad una paziente e vigile attesa. Man mano che la notte avanzava il silenzio diveniva sempre più denso e più solido. Infine si era fatto così totale, che se un topo avesse osato uscire dal nascondiglio, l’eco del suo zampettare gli sarebbe arrivato nitido e preciso fino al giaciglio. Arrivò invece l’eco dei passi di sua madre, un eco che si era impresso dentro di lui da un tempo lontano e che vi risuonava. Un eco che avrebbe saputo riconoscere fra mille, in qualunque luogo e in qualunque tempo, ad occhi chiusi, al buio come ora, e come gli era poi accaduto nell’età adulta quando ogni innocenza muore.

Nella calza aveva trovato due mandarini, dei fichi cotti al forno intrecciati a crocetta, una noce, una manciata di lupini, due mele piccole e sode dalle guance rosse e gialle, dei mostaccioli a forma di pesce, di alberelli, di comete. Si vergognava di tanta abbondanza e non fece parola con nessuno, non rivelò nulla neppure ai compagni del quartiere. Non gli avrebbero creduto se avesse detto loro che era arrivata ed era stata generosa, lo avrebbero preso per un bugiardo. Preferì tenersi tutto per sé: come convincerli che la sua era stata una Befana giovane e bella?

“Passerà la Befana quest’anno, nonno?”

“La tua sì, la mia non più”. 

Desiderio di meraviglie. Sogni, cioccolato e la lettera a mio figlio nascosti nel fondo della calza. Domenico Dara su Il Quotidiano del Sud il 5 gennaio 2022. Figlio mio non immaginavi di trovare questa lettera stamattina in fondo alla calza nascosta dalle barrette di cioccolato e da una banconota di 20 euro.

Ma ogni tanto qualche sorpresa fa bene che ci dimentichiamo spesso del nostro bisogno di stupore.

Queste parole non esistevano ancora ieri sera quando ci siamo dati la buonanotte.

Sono nate stanotte all’improvviso che non riuscivo a dormire e sono venuto qui sul divano a fissare tra le luci intermittenti dell’albero di Natale le calze appese al mobile.

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Quand’ero bambino non sapendo ancora nulla di Numa Pompilio e della ninfa Egeria mi chiedevo perché non un cestino o un secchio ma proprio una calza con quella forma insolita stretta insidiosa che la mano deve far fatica ad arrivare fino in fondo che ero sempre convinto che qualche parte del dono rimanesse impigliato tra i fili della cucitura.

Una forma strana che definisce i tuoi desideri puoi volere tutto ciò che vuoi purché possa stare lì dentro e così da bambino nei giorni prima della festa cercavo nei cassetti la calza più grande che anche un paio di numeri in più sarebbero bastati a dilatare i desideri e non importava se tutte le calze fossero rammendate.

Poi non ricordo l’anno preciso quella festa cominciò a mettermi tristezza.

La Befana è un epilogo uno strascico viene sempre dopo è la porta che si chiude e io non volevo chiuderla e allora c’erano volte che avrei voluto dire a mia madre ti prego stanotte non appendiamo la calza ti prego stanotte non facciamolo non facciamo finire tutto questo ma non riuscivo a dirlo e così quando la preparavo la sera prima avrei voluto mettermi a piangere e lo facevo dopo ma attendevo aspettavo di andare nel mio letto e spegnere la luce ed essere solo.

Stanotte all’improvviso ho sentito tutto il peso di questa tristezza crollarmi addosso e mi sento come quella calza appesa e vuota e se scrivo a te proprio a te solo a te stanotte è perché tu un poco quella calza l’hai riempita ci hai infilato dentro una moneta l’hai impreziosita ma la calza continua a rimanere appesa desolante.

Scrivo a te perché mi somigli ed è come se scrivessi a me stesso mi confessassi allo specchio mi somigli negli occhi abbassati negli scatti rabbiosi nell’ira incontrollabile e inarginabile che irrompe a segno del suo continuo e clandestino rodimento mi somigli nella ritrosia del passo strascicato nel chiedo scusa rintoccato a battiti regolari nella parola zoppicante e sussurrata agli altri inudibile e mi somigli anche in ciò che non mostri al mondo perché è legge umana di uniformare al nostro sentire le persone che amiamo e io ti amo e ti uniformo a me somigliante nei silenzi nei pensieri negli affanni e vorrei scoprire cosa nascondi sapere la tua vera vita dove la vivi con chi e cosa aspetti anche tu perché anche tu aspetti tutti aspettiamo l’obolo lasciato nella calza vorrei scoprirlo perché tu non me lo dirai mai come mai io l’ho detto perché non ci fidiamo della parola non ci fidiamo del mondo.

Scrivo a te perché mi somigli e io non avrei voluto che fosse così la mia irrequietezza specchiarsi in te che me la ricordi ogni giorno e perdonami se non sono stato come avrei voluto l’ultimo anello e me la ricordi amplificandola come quegli specchi che ingigantiscono i nei i pori le rughe che alla fine dimentichi finanche cosa stai realmente guardando.

Siamo gli stessi anche se piantati in terreni diversi che pensavo il mio malo seme dipendesse dalla mancanza di concime di acqua di sole ma poi la vita non è questione di presenze o assenze è solo questione di porzioni giuste dosi corrette quantità misurate.

Non ho sbagliato vita ho semplicemente errato nel suo dosaggio confondendo ettolitri e decigrammi.

Mi somigli in tutto quello che fai per questo scrivo a te in questa notte e non so se sto veramente scrivendo o solo immaginando nella luce che vive e muore nel buio che vive e muore di scrivere queste parole non so nemmeno se esistono queste parole o sono solo l’eco della triste visione di calze appese di feste passate senza che accadesse il miracolo atteso che questa a pensarci è la vera tristezza di questa notte l’ultima possibilità persa per sempre l’attesa disattesa la speranza spezzata che quando sotto l’albero non troviamo ciò che volevamo non disperiamo fino in fondo perché c’è ancora una possibilità non disperare se quello che aspettavi non è arrivato tra soldatini e pastelli a cera perché c’è ancora la calza, la calza piccola ma vuota, la calza che va riempita, la calza che ha macinato chilometri e chilometri e salite e pendii solo per essere appesa e riempita e allora aspettiamo la Befana l’ultima speranza che mi porti quello che voglio ma che non ho scritto nella letterina di Natale nemmeno come postilla perché certe cose non si chiedono per iscritto e nemmeno per voce.

Certe cose si aspettano e basta.

Che poi come fai la mattina quando infili la mano nella tasca e togli fuori la prima caramella e poi la seconda e poi il carbone che si mangia e poi la moneta e poi poi poi continui a frugare fino in fondo e poi continui ancora come se non fosse una calza quella che stai esplorando ma l’universo intero infinito o la luna la luna dove ritrovare quello che abbiamo perso la luna che tu continui a scavare scavare e infilare la mano e vorresti che non finisse mai quella calza mai come fai come alla fine a toglierla fuori vuota vuota vuota.

Solo stanotte avrei potuto scriverti questa lettera che forse nemmeno esiste ma solo stanotte non il giorno del tuo compleanno o la sera di Natale o qualunque altra festa solo stanotte avrei potuto perché io non ho mai dimenticato quella mano vuota ma tu si tu puoi figlio dimenticarla tu che mi somigli come fossi io stesso in te dentro di te tu che mi somigli tu puoi dimenticare la mano vuota e puoi farlo adesso immediatamente appena queste parole finiranno e avrai svuotato la calza ti basterà indossarla ecco si fai questo per me alla fine di questa lettera che forse nemmeno esiste prendi la calza e infilaci dentro il piede e cammina per il mondo come se io non ci fossi e non dirmi niente quando i nostri occhi s’incroceranno non dirmi niente come se queste parole non fossero mai esistite 

Più adulti con le mani nere. Trovavo il carbone vero dentro la calza anche se ero stata buona. Elvira Fratto su Il Quotidiano del Sud il 5 gennaio 2022. In pochi ci pensano, in tanti lo ignorano, ma la Befana è il primo richiamo alla responsabilità delle nostre vite. 

Io l’ho capito quasi subito. Del resto, l’Epifania è “epì-fàinomai”, che dal greco significa “ciò che si manifesta”: l’Epifania è manifestazione. E ogni sei gennaio, grandi o piccoli che siamo, veniamo richiamati alle nostre responsabilità proprio da quest’ultima festa, quella che forse sotto sotto è anche la più odiata e che si porta appresso il fardello di essere l’incompresa e bistrattata fautrice della fine dei giochi, delle vacanze e della leggerezza. 

“Tutte le feste si porta via”, e lo diciamo col piombo tra le labbra, colpevolizzando questo sesto giorno del nuovo anno che già solo per il fatto che arriva per toglierci qualcosa, parte male. 

Però manifesta il nostro dovere, la nostra responsabilità. 

Quando da bambina toccava a me fare i conti con la responsabilità e il dovere, lo facevo con baldanzoso orgoglio. Non ero certo una bambina problematica: ero, piuttosto, il corrispettivo umano di un comodino.

ducata, composta, gentile, quasi fatata. Una specie di San Francesco d’Assisi in scala che tutti adoravano incontrare. Sotto sotto, sapevo di non meritare il carbone che trovavo puntualmente, ad ogni Epifania, dentro la calza appesa al camino eppure, sepolto sotto i cioccolatini e i torroni, era sempre lì che mi aspettava, a gonfiare il fondo della calza e sporcarmi le mani. 

Sì, famiglia tradizionalista, la nostra: talmente tradizionalista che all’epoca non esisteva il carbone in versione dolce, ma neanche un suo qualsiasi palliativo: la “mia” Befana era così intellettualmente onesta che il mio carbone era vero, verissimo, proprio preso dal camino e buttato nella calza. 

La mia Befana era anche la Befana dei regali stimolanti, intelligenti, al contrario di Babbo Natale che invece era il bonaccione barbuto che rimetteva tutti i peccati e dimenticava di buon grado le marachelle infantili, lasciando al loro posto dei bei pacchi regalo perfettamente corrispondenti a quanto richiesto nella rituale letterina: l’Amazon del 1998, potremmo dire. Ogni nostro desiderio, mio e di mio fratello, era un ordine. 

La Befana no. La Befana non guardava in faccia nessuno: mia madre e mio padre, a volte, per rendere il tutto più veritiero, ci raccontavano di plausibilissime discussioni tra Babbo Natale e la Befana, dibattiti in cui la bilancia pendeva tra un doveroso pizzico di rigidità e la rituale bontà del Re indiscusso del 25 dicembre. 

“Perché devi essere così arcigna?” si narra che Babbo Natale chiedesse alla severa collega, “non possiamo soltanto lasciar loro i regali e basta? A che serve il carbone?”

“Non capisci!” ribatteva duramente la Befana, “ci vogliono i regali, ma ci vuole anche il carbone!”

La trovavo una cosa di un’idiozia infinita. Babbo Natale aveva ragione su tutta la linea: i regali e il carbone non c’entravano niente! Non erano correlati, giocavano in due campionati diversi. E a me sarebbe tanto servito un Sindacato dei Bambini Delusi che mi tutelasse davanti al Giudice dei Giocattoli. 

Perciò io, creaturina così dedita allo studio, alla lettura e decisamente inoffensiva rispetto al mio vulcanico fratello, molto più vivace e amante delle sfide già in tenera età, assimilavo la prima, grande ingiustizia della mia vita: il carbone nella calza, anche se non lo meritavo. 

Ad ogni modo, i regali della Befana me li godevo tutti: libri, giochi di società, cose utili per la scuola. “È cattiva, ma ha buon gusto”, dicevo tra me e me, armata di quella stessa presunzione che nascondeva il mio disappunto, per mostrare alla Befana di essere una sua degna avversaria. E però continuavo a non spiegarmi quel carbone. 

Con il passare degli anni, la Befana è passata sempre meno da casa mia. Io crescevo, i libri li compravo da sola, i giochi di società li avevo ormai quasi tutti. Mio fratello aveva nettamente ridotto il suo potenziale distruttivo, era diventato un ragazzo gentile, posato e dall’animo nobile: non c’era più niente da aggiustare, o almeno così pareva. 

Io, invece, all’alba di ogni nuova Epifania, aspettavo sempre più la resa dei conti, aspettavo che si manifestasse di nuovo la mia responsabilità. Paradossalmente, più gli anni passavano e più andava a finire che il carbone me lo sarei meritato. 

Ci ho pensato tanto e alla fine ho capito cosa volesse dire la Befana a Babbo Natale, quando lo rimproverava dicendogli: “ci vogliono i regali, ma ci vuole anche il carbone!”

Ho capito che il carbone ti tiene con i piedi per terra, che i regali ingigantiscono una bontà che lui ridimensiona. Quando tocchi un regalo non ti segna la pelle, e questo contiene un sottotesto importante: il regalo, come viene, se ne va. Il carbone, invece, ti macchia, si fa ricordare. “Sì, sei stato buono”, dicono i regali, “ma c’è sempre qualcosa che puoi migliorare”, aggiunge il carbone. 

Mia madre questo lo sapeva bene. Il carbone che la mia mano piccola e contrariata trovava puntualmente sul fondo di quell’ingrata calza non era una punizione: era uno sprone. Un incentivo, un rilancio, piume nuove per ali più solide e piene, ché da bambini si ha più bisogno di incertezze che di certezze. 

Secondo i greci l’Epifania era il modo con cui la volontà divina si manifestava con segni potenti, significativi. 

A me l’Epifania invece ha sempre dato l’idea che tutto tornasse su un piano incredibilmente umano dopo le feste che imbellettano tutto: modi di fare, cortesie, sorrisi forzati. La Befana ha il grande pregio di portarmi davanti ai miei limiti ogni anno, ad inizio anno, come a dirmi: “guardali bene e abbi cura di loro, durante il tuo viaggio”.

All’Epifania si azzera tutto. Noi non siamo i regali che riceviamo, ma il carbone che ci rimane sulle mani e nel fondo della calza, lì dove nessuno guarda. E forse, alla fine, pure noi stessi abbiamo un fondo, dentro, in cui non guardiamo mai e che facciamo finta che non esista. 

Da bambina il mio lato migliore era tutto ciò che avevo: troppo acerba per commettere errori, ma già abbastanza grande da sapere cosa fossero. 

Col tempo quegli errori li ho fatti e forse la Befana non è più passata perché, finalmente, si è accorta che ci sono arrivata, che ho finalmente capito che col carbone si può fare tutto, perfino disegnare, e che i disegni di quel tipo sono di un’intensità che qualunque matita può soltanto sognare. Il carbone sa cosa significa essere disprezzati, oh, eccome se lo sa; eppure ciò che scaturisce da esso ha un valore che, seppur colto a scoppio ritardato, ha effetto permanente. 

Adesso non guardo più la Befana con lo sdegno cavalleresco che fermava il tremolìo del mio mento di fronte a quel l’immeritato carbone. Adesso la Befana l’aspetto alla finestra con una tazza di the caldo e qualche biscotto e ci facciamo grandi risate sul tempo, la stranezza folle della gente, le grandi domande della vita che alla fine invece sono piccole, talmente piccole che le perdi nel fondo delle tasche e poi le devi rifare da capo. 

E quando il suo tempo è finito e se ne va, mentre trascina la scopa di saggina per terra, così leggera che pare un sussurro, la richiamo indietro, tendo la mano e le dico: “dammi il carbone che mi spetta”. 

I doni appesi al soffitto di nonna. Una caccia al tesoro per tutta la grande casa, poi alzammo gli occhi…Edvige Vitaliano su Il Quotidiano del Sud il 5 gennaio 2022.

La neve fuori ad imbiancare i giorni delle feste e il fuoco dentro, nella casa di mia nonna. Sempre acceso, anche d’estate.

La grande fornace rivestita di piccole piastrelle bianche e lucenti a casa di mia nonna serviva a scaldarsi ma anche a cucinare lentamente pietanze antiche ; serviva ad accompagnare le ore pigre delle letture e dei giochi ma anche ad accogliere chi arrivava e far ritrovare chi ci abitava.

Scaldarsi, cucinare e raccontare. Era quello il cuore della casa di mia nonna; quello il luogo in cui lei incantava me e le mie sorelle – e poi via via i fratelli e i cugini che arrivarono negli anni – con le sue storie fantastiche ma anche con la magia dell’uovo cotto sotto la cenere mentre in una sorta di “soffitta-piccionaia” i colombi volavano liberamente e capitava che te li ritrovassi zompettare anche in cucina. Colombi ma anche conigli.

Mia nonna era una incantatrice: anche della grande fatica in campagna condivisa con mio nonno, lei sapeva fare un dono trasformandola in racconti mirabili che seguivano il mutare delle stagioni. L’incantesimo di un dono fatto di parole, di quelli che poi – negli anni a venire – torna puntualmente a manifestarsi in certi momenti della vita. Sapeva fare tutto, ma dico proprio tutto mia nonna: persino i cestini intrecciati, i mestoli di legno intagliato, ogni tipo di provvista comprese le amarene sotto spirito che io ci andavo matta. Sapeva riparare le scarpe rotte, lavorare a maglia, cucinare sapientemente, fare il vino e l’olio, tessere al telaio che era una meraviglia o farci monili con qualunque cosa le capitasse tra le mani.

Bella – così io la ricordo – con gli occhi di un grigio azzurro sempre acceso e di una rigidità tale che guai a dirle che il pane del giorno prima era troppo duro o che ti eri attardata a giocare o a passeggiare ed eri arrivata col fiatone corto a tavola apparecchiata: semplicemente saltavi il pranzo e mangiavi il pane tutto, anche quello del giorno prima e del giorno prima ancora…

«Il pane non si butta», diceva mentre affondava nel latte quello più duro trasformandolo in una zuppa da mangiare a colazione.

Una combattente che ti pigliava il cuore anche con certi scherzi architettati ad arte. Come quando mi faceva credere che il rumore degli zoccoli dei muli che stavano nelle stalle al piano terra erano le catene di un nobile fantasma che non prendeva pace, o quando s’inventava storie di spettri e ombre. Io, del resto – sempre dietro alle fantasticherie alimentate dalle letture di libri e libricini – ero perfetta per cadere nel tranello di quei racconti dello spavento che una volta appurata la verità finivano tutti con una risata.

Mia nonna era questo e molto di più.

Da lei bambina insieme alle mie sorelle trascorrevo spesso le feste di Natale: una gioia che ora – come una madeleine di Proust – ha il sapore della scirubetta fatta con la neve soffice e pulita che lei raccoglieva sul balcone e aromatizzava con amarene, mandarini o arance.

E da lei l’anno in cui miei zii – praticamente due ragazzi – tornarono da Torino dove lavoravano in Fiat e Pirelli, trascorsi anche un’Epifania indimenticabile. L’attesa carica di aspettative non andò delusa.

Io e le mie sorelle sapevamo in cuor nostro che quella sarebbe stata una Befana speciale: due zii che tornavano da Torino con i primi stipendi in tasca non potevano che aver parlato con la Befana per farci recapitare doni favolosi. A rendere tutto ancor più speciale ci pensò mia nonna. Buttate giù dal letto prestissimo – ma con lei era praticamente impossibile restare a poltrire – mangiato l’uovo cotto sotto cenere, indossati i vestiti della festa, raccolti in code, trecce e treccine i capelli quel 6 gennaio cominciammo a fare il giro della casa per trovare i regali della Befana.

Ora, siccome la casa di mia nonna era piuttosto grande, con le camere nelle camere e un “passetto” – così si chiamava il corridoio – che le collegava era facile perdersi e sperdersi dietro i suoi indovinelli: «guardate sotto i letti», «forse sono in cucina, nella credenza», «no, saranno nel salottino, sotto i divani», «sopra in soffitta, tra le scartoffie», «sotto, dove ci sono le botti di vino, chissà che non li abbia messi là…». Insomma fu tutto un andare e venire, sbirciare e ri-sbirciare, scendere e salire per le scale… ma dei giochi nessuna traccia. Sconsolate e ormai sul punto di mollare la caccia al tesoro, non ricordo se a venirci in soccorso fu mia madre o mia zia con un piccolo segno del capo verso l’alto.

Come non pensarci prima?! Poteva mai una nonna come la mia farci trovare i regali nei posti consueti o dentro la calza? Signornò! Alzammo gli occhi verso il soffitto che era piuttosto alto e meraviglia delle meraviglie là dove nessuno di noi avrebbe mai cercato, appese alle travi c’erano delle piccole, fiammanti biciclette che la Befana aveva comprato per noi naturalmente a Torino… Fu un attimo di gioia e luce la Befana torinese si materializzava davanti ai nostri occhi di bambine. La domanda all’unisono fu una e una sola: «Ma allora la Befana esiste veramente?».

La favola diventava realtà e portava con sé una lezione per la vita.

Alzare gli occhi, non rinunciare a sognare ma restare con i piedi per terra: ecco la lezione di quella caccia al tesoro inventata da mia nonna. Io non l’ho dimenticata neanche ora che mi son portata a casa le sue cose: i pettini del telaio, i fusi, e quei tesori di lino, cotone e seta che lei ha tessuto per me negli anni e che uso quotidianamente. La Befana torinese è ancora viva in certi “ti ricordi?” che si fanno con la famiglia al completo riunita a Natale.

“Ti ricordi quando nonna appese le biciclette al soffitto?” …

La Pasqua.

Le Palme.

Il Primo Processo politico.

I Sacrifici.

I Film.

Lunedì dell'Angelo.

Le Palme.

Perché si chiama Domenica delle Palme? Storia e origine della Festa. Alessandro Ferro il 2 Aprile 2023 su Il Giornale.

Il 2 aprile è la Domenica delle Palme: ecco il significato di questo giorno che ogni anno cambia data

Tabella dei contenuti

 Perché si chiama così

 Il perché della scelta dell'asino

 Perché la data cambia sempre

La Domenica di Pasqua di quest'anno sarà il 9 aprile, il giorno in cui i cristiani cattolici celebrano la Resurrezione di Gesù. La Domenica delle Palme, che segna l'inizio della Settimana Santa, cade sette giorni prima e quest'anno è il 2 aprile: ci troviamo ancora in pieno periodo di Quaresima che finirà soltanto giovedì prossimo, ossia i 40 giorni che Gesù ha trascorso nel deserto dopo essere stato battezzato nel fiume Giordano.

I riti della Settimana Santa in Italia

Perché si chiama così

Il nome che si rifà alla celebre pianta si deve a quando Gesù fece il suo ingresso trionfale a Gerusalemme (ne parlano tutti e 4 i Vangeli) con le ali di folla che sventolavano ramoscelli di alberi mentre il solo Vangelo di Giovanni parla espressamente di palme. L'episodio ricorda il Sukkot, conosciuto anche come "Festa delle Capanne" dove i fedeli in pellegrinaggio salivano in processione al Tempio portando in mano un piccolo mazzo composto da palme (che simboleggia la fede), mirto (ricorda la preghiera) e il salice (i fedeli in silenzio di fronte a Dio).

Per celebrare l'evento critiano, tradizione vuole che la Santa Messa domenicale inizi all'esterno della chiesa con il sacerdote che benedice palma e ulivi per poi proseguire con la liturgia all'interno della chiesa. Rispetto a tutte le altre domeniche di Quaresima, il sacerdote indossa paramenti rossi (gli stessi del Venerdì Santo). Come detto, alla fine delle celebrazioni liturgiche ai fedeli in chiesa vengono consegnati anche dei ramoscelli d'ulivo benedetti che simboleggiano la pace.

Il perché della scelta dell'asino

In segno di umiltà, Gesù fece il suo ingresso a Gerusalemme non a cavallo ma sul dorso di un'asina: nel primo caso la simbologia rimanda ai re che spesso combattevano le battaglie, l'asia rappresenta invece mitezza e umiltà. Sui Vangeli c'è scritto che una volta giunto con i suoi discepoli nei pressi di Gerusalemme, a Betfage, inviò due di loro per prendere un’asina legata a un puledro e portarli da lui: se qualcuno ne avesse chiesto il motivo, la risposta dei discepoli sarebbe stata che servivano al Signore ma che sarebbero subito stati riportati indietro. Quanto accaduto era già stato annunziato dal profeta Zaccaria: "Dite alla figlia di Sion: Ecco il tuo re viene a te mite, seduto su un'asina, con un puledro figlio di bestia da soma".

Perché la data cambia sempre

A differenza di altre date cristiane che da calendario non cambiano mai (si pensi al Natale), il giorno della Domenica delle Palme è diverso ogni anno perché è legato al giorno di Pasqua che segue il calendario lunare: ecco perché è compreso nell'arco di un mese, dal 22 marzo al 25 aprile e varia rispetto alla prima luna piena successiva all’equinozio di primavera. Questa domenica viene anche definita "Domenica della Passione del Signore" perché apre la Settimana Santa che porterà, sette giorni dopo, alla Pasqua di Resurrezione.

Il Primo Processo politico.

La storia del Venerdì Santo: perché Gesù fu processato e crocifisso? Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera il 7 Aprile 2023

Il Venerdì Santo è il giorno in cui si ricorda il processo e la condanna a morte di Gesù. Quali furono i capi d’imputazione? Cosa aveva fatto il rabbi di Nazareth, secondo i suoi accusatori? E di che cosa è stato giudicato colpevole?

Gerusalemme, aprile dell’anno 30, mattina. Il procuratore romano Ponzio Pilato non ha fatto una gran carriera, se si trova a governare una regione, la Giudea, ai confini dell’Impero guidato allora da Tiberio. Non proprio hic sunt leones, ma quasi. La scena, probabilmente, ha luogo nel Palazzo di Erode il Grande, sulla collina occidentale, vicino all’attuale porta di Giaffa.

Davanti al «pretorio», perché il procuratore lo giudichi, hanno trascinato un predicatore trentenne ebreo della Galilea, un rabbì di Nazaret, forse un rivoltoso, vai a sapere. Tale Yehoshua ben Yosef, nella forma abbreviata Yeshùa. Un’altra sentenza, una delle tante.

Pilato, in carica da quattro anni, non capisce quel popolo che disprezza, ricambiato. E non può immaginare che da quel giorno la sua scelta e il suo nome saranno legati al caso giudiziario più celebre e clamoroso della storia dell’umanità, da fare impallidire pure Socrate.

n processo che si chiude in poche ore con la condanna alla pena capitale, nella forma più crudele e infamante: la crocifissione. Ma cos’ha fatto, per i suoi accusatori, Gesù? Quali sono i capi d’imputazione? Di che cosa viene giudicato colpevole?

Le fonti storiche e l’accusa falsa di deicidio

Duemila anni di analisi, migliaia di libri e interpretazioni spesso nefaste. La Chiesa cattolica ha le sue responsabilità, e sono enormi. Fino al Concilio Vaticano II è stata fatta gravare sul popolo ebraico l’accusa, insensata, di «deicidio», matrice dell’antigiudaismo che ha provocato secoli di persecuzioni e pogrom.

Come premette il cardinale Gianfranco Ravasi nel suo libro Biografia di Gesù, è bene anzitutto citare la dichiarazione conciliare Nostra Aetate del 28 ottobre 1965, che ha finalmente segnato la svolta della Chiesa: «Se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi né agli ebrei del nostro tempo». Accusa insensata, anche perché in questa vicenda sono tutti ebrei: Gesù come i suoi accusatori, quelli che gridano «crocifiggilo!» come Maria, i discepoli, gli evangelisti (solo su Luca c’è qualche dubbio, la tradizione parla di origini pagane, ma si ritiene più probabile fosse un ebreo ellenista di Antiochia), la comunità cristiana primitiva. A parte Pilato: che era l’unico, in quanto procuratore romano, a poter decidere la pena di morte.

E poi la ricostruzione storica non è facile. Il processo è attestato nelle Antichità giudaiche (XVIII) dallo storico ebreo Giuseppe Flavio, che in un passo cita Gesù e scrive: «Dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo, lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo avevano amato». Anche lo storico romano Tacito, negli Annali (XV), scrive dei «tormenti atroci» inflitti da Nerone ai cristiani e spiega che questi «prendevano il nome da Cristo, condannato a morte dal procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio».

Per il resto, le sole fonti sono i quattro Vangeli, che tuttavia non sono stati scritti con un intento storico, leggono gli eventi alla luce della fede nella resurrezione di Gesù e si rivolgono a comunità particolari (Marco a un ambiente di origini pagane, Matteo a giudeo-cristiani della diaspora ellenistica, Luca al mondo greco-romano, Giovanni a quello greco) che spesso hanno rapporti difficili e polemici con l’ambiente ebraico dal quale si sono distaccati.

Ne è un esempio la relativa indulgenza con la quale è descritto Pilato. Filone d’Alessandria, grande filosofo ebreo dell’epoca, ne offre nel De Legatione ad Caium un ritratto un po’ diverso: «Un uomo per natura inflessibile e, in aggiunta alla sua arroganza, duro, capace solo di concussioni, di violenze, rapine, brutalità, torture, esecuzioni senza processo e crudeltà spaventose e illimitate».

Giuseppe Flavio sempre nelle Antichità giudaiche, racconta le stragi di popolo ordinate da Pilato ai suoi soldati.

L’accusa e il primo processo davanti al Sinedrio

Comunque, nel racconto degli evangelisti i processi sono due. Il primo si celebra davanti al Sinedrio, parola greca che significa consesso, assemblea. Ad Atene era il collegio costituito da un magistrato e dai suoi assessori. Nella Gerusalemme del tempo era l’organo politico-religioso responsabile della amministrazione giudaica, molto relativamente autonoma, riconosciuto ma dipendente dall’autorità del potere romano occupante. Era composto da settanta membri più il sommo sacerdote che lo presiedeva. Vi erano rappresentate tre classi: i sacerdoti, gli anziani che appartenevano ad una sorta di aristocrazia laica e terriera e come in sacerdoti erano sadducei, di orientamento conservatore; e infine gli scribi, gli studiosi farisei, più aperti e progressisti, a dispetto della rappresentazione che ne fanno i Vangeli.

Nella notte del tradimento di Giuda, Gesù era stato arrestato nel podere detto Getsemani, «frantoio per olive», da una «folla con spade e bastoni» mandata dalle autorità del Sinedrio. Viene condotto davanti all’ex sommo sacerdote Anna e poi dal genero Caifa, sommo sacerdote in carica e quindi capo del Sinedrio. È a casa di Caifa che avviene la prima assise. I quattro Vangeli variano nel racconto, ma la sostanza non cambia. All’inizio lo accusano di aver detto «distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere», frase che peraltro Gesù aveva riferito a se stesso e «al tempio del suo corpo», nota Giovanni. Ma il momento decisivo è quando Caifa gli chiede: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Il Vangelo più antico, quello di Marco, che si ritiene scritto prima della distruzione del Tempio nel 70 d.C., riporta la risposta dell’imputato: «Io lo sono. E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». È a questo punto che il sommo sacerdote si straccia le vesti e esclama: «Che bisogno abbiamo di altri testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E l’assemblea del Sinedrio risponde: «È reo di morte!».

Quella di Caifa non è una reazione isterica, lo stracciarsi le vesti è un gesto rituale davanti a un’ignominia. Ma che ha detto Gesù di così grave? Ha risposto di essere il Messia atteso da Israele (Mashiah, «unto» con l’olio sacro e quindi consacrato: in greco Christós, Cristo) e, quel che è peggio agli occhi del Sinedrio, lo ha fatto citando un passo del profeta Daniele (7) che presenta nel «Figlio dell’uomo», una figura non solo terrena che partecipa misteriosamente alla natura divina. Ma c’è di più. Il testo originale greco di Marco riporta come risposta di Gesù «egò eimi», che in genere viene tradotto «io lo sono» ma alla lettera significa «io sono»: la stessa risposta di Dio quando Mosé ne chiede il nome, rivolto al roveto ardente sul monte Oreb, il tetragramma YHWH (Jod, He, Waw, He) che gli ebrei non pronunciano. «Il vangelo sfocia in questa sua autotestimonianza, che risolve ogni mistero e sarà causa della sua condanna», scrive il grande biblista gesuita Silvano Fausti nel suo commento a Marco: «Gesù sarà condannato non per testimonianza altrui, ma per questa sua rivelazione».

Lo nota pure Joseph Ratzinger-Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret: «Non vi risuona forse Esodo 3,14?». In effetti. Per il Sinedrio ce n’è abbastanza, ma l’assemblea non ha il potere di emettere sentenze. Così Gesù viene portato da Pilato.

Il secondo processo davanti a Pilato

Dal Sinedrio al praetorium, il luogo del giudizio. Nel Vangelo di Luca si dice che Pilato, diffidente, cercò invano di scaricare il giudizio su Erode, procuratore della Galilea, che rimandò indietro l’imputato. In ogni caso, per ottenere la condanna, al procuratore romano della Giudea viene presentata dai rappresentanti dell’assemblea un’accusa più politica: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re». Sarà la motivazione finale della condanna, che veniva apposta sul braccio verticale della croce come monito per chiunque volesse ribellarsi al potere romano: «Il re dei Giudei», l’acronimo INRI che nella lingua latina dell’impero si ritrova in innumerevoli dipinti e sculture: «Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum».

La versione di Marco è la più asciutta. Pilato chiede: «Sei tu il re dei giudei?». Gesù risponde: «Tu lo dici». Pilato insiste, Gesù non risponde più nulla. Ma a Gerusalemme sono i giorni della Pasqua ebraica, per la festa il procuratore «era solito rilasciare un prigioniero» e in quel momento c’è anche tale Barabba, «si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio», insomma un rivoluzionario politico vero, probabilmente uno zelota. La scena è celeberrima: Pilato si rivolge alla folla, «volete che vi rilasci il re dei Giudei?», ma la folla «sobillata dai sommi sacerdoti» invoca invece Barabba. E a Pilato che domanda cosa fare di Gesù, «che male ha fatto?», la folla risponde: «Crocifiggilo!».

Il «crucifige!»

E qui c’è un problema serio: chi invoca Barabba e chiede la crocifissione di Gesù? Marco, il testo più antico, parla di «óchlos», in greco la «folla» o «massa», appunto, un gruppo di persone formato probabilmente da sostenitori di Barabba. È il solo Vangelo di Matteo a parlare di «laós», che significa «popolo» o «nazione». Tutti i maggiori biblisti e teologi sono d’accordo: è un’esagerazione di Matteo. Anzi, «un’amplificazione fatale nelle sue conseguenze», nota Joseph Ratzinger, che nel suo Gesù di Nazaret chiarisce: «Matteo sicuramente non esprime un fatto storico: come avrebbe potuto essere presente in tale momento tutto il popolo a chiedere la morte di Gesù? La realtà storica appare in modo sicuramente corretto in Giovanni e in Marco».

Se Marco parla di folla, Giovanni indica i «giudei» nel senso dell’ «aristocrazia del tempio», Benedetto XVI è definitivo: «Il vero gruppo degli accusatori sono i circoli contemporanei del tempio e, nel contesto dell’amnistia pasquale, si associa ad essi la “massa” dei sostenitori di Barabba». Resta, storicamente, la tendenza dei primi cristiani «ad attenuare le responsabilità di Pilato e a marcare quelle giudaiche», come nota Ravasi. Matteo soprattutto, il più polemico con i suoi connazionali, il quale riporta la scena del procuratore che se ne lava le mani e dice: «Non sono responsabile di questo sangue, vedetevela voi!». E aggiunge - anche qui, solo lui tra gli evangelisti - la risposta del «popolo», cui arriva a far dire: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli».

Resta soprattutto il fatto che la responsabilità della sentenza di morte è del procuratore romano, Marco scrive: «Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso».

L’esecuzione

Gesù viene consegnato alla guarnigione romana per essere flagellato. È il racconto della Passione che in buona parte del mondo, il Venerdì Santo, scandisce la Via Crucis. I romani usavano un flagrum a corde grosse con pezzi di osso e di metallo. La derisione, le torture. Nella salita al Golgota, i soldati fermano un tale Simone di Cirene perché porti il patibulum, l’asse trasversale della croce. Quello verticale è già piantato sul luogo dell’esecuzione. Il condannato viene appeso alla croce, inchiodato per i polsi. La parola greca agonía significa lotta, per un crocifisso è lunga e dolorosa. Alla fine, un soldato tende a Gesù agonizzante una spugna intrisa di «aceto», in realtà un vino mescolato con acqua che soldati e mietitori usavano per dissetarsi: quello che popolarmente appare come l’ultimo gesto di scherno potrebbe essere invece un gesto estremo di pietà. «Tetélestai», è l’ultima parola di Gesù riportata da Giovanni: «“Tutto è compiuto”, disse. E, chinato il capo, spirò».

«Arrestate quel Gesù che pretende di essere un re». Ecco il primo processo politico della storia. Un'immagine di Jesus Christ Superstar, film del 1973 dove Gesù è interpretato da Ted Neeley

La catena di eventi che ha portato al martirio del Nazareno e alla successiva nascita del Cristianesimo passa attraverso un grande errore giudiziario. Ma la procedura non fu né illegale né arbitraria. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 3 aprile 2023

Come indica il Vangelo secondo Luca Gesù di Nazaret inizia la sua predicazione che aveva «circa trent’anni», subito dopo aver ricevuto il battesimo da Giovanni Battista lungo le sponde del fiume Giordano.

La sua attività non durerà più di 36 mesi, concentrata in una zona di pochi chilometri quadrati e con un seguito molto ristretto, le sue gesta avrebbero potuto in tal senso rimanere confinate nel piccolo circolo dei suoi seguaci e non arrivare mai nelle orecchie dei legislatori ebraici. Peraltro all’epoca la Giudea viveva un periodo di grande prosperità e pace sociale: gli ultimi movimenti rivoluzionari risalgono infatti all’anno 6 quando si compie il passaggio all’amministrazione romana e riappariranno solo dopo il 54 con la nascita del partito zelota e dei suoi violenti sicari.

Lo stesso movimento battista nel quale i vangeli collocano Gesù, pur predicando un giudaismo radicale e ascetico, è caratterizzato dalla mitezza e dalla moderazione politica dei suoi adepti che partecipano tranquillamente alla vita pubblica e prestano servizio nell’esercito di Roma. Lo storico ebreo Flavio Giuseppe descrive Giovanni come «un uomo buono e pietoso» a differenza di altri profeti contestatori che lo precedettero paragonati a «banditi».

Gesù al contrario di Giovanni non era un asceta, dopo il ritiro dei quaranta giorni nel deserto ritorna in Galilea tuffandosi in una predicazione itinerante e carismatica. È probabile che l’entrata nel tempio di Gerusalemme con la proverbiale cacciata dei mercanti e dei cambiavalute abbia attirato l’attenzione sul “nazareno” oltre la sua reale influenza, causandone l’arresto nella celebre “scena” dell’orto dei Getsemani. Per il tribunale ebraico, il Sinedrio, quel predicatore che pretende di essere il figlio di Dio e di fare miracoli è un eretico pazzoide, un marginal jewish come lo definì lo storico biblista americano John P.

Meier, ma soprattutto un bestemmiatore, e la blasfemia è un peccato gravissimo che va punito con la pena di morte. Su questo c’è unanimità assoluta nel tribunale ebraico.

Autoproclamarsi re equivaleva a un atto di ribellione nei confronti del potere imperiale di Roma. E la violazione della lex Iulia de maiestate portava spesso alla sentenza di morte tramite crocifissione, per questo il prefetto Ponzio Pilato non poteva ignorare quelle accuse e aveva il dovere interrogarlo anche se controvoglia e con l’intenzione di lasciar correre. Gesù non è un usurpatore, non ha alcuna intenzione di ambire alla sovranità terrestre, il suo “regno dei cieli” non compete con l’autorità di nessun Cesare con nessun potere mondano.

Sarebbe bastato ricordare a Pilato questa ovvietà per venire scagionato dal reato di lesa maestà, ma Gesù sceglie il silenzio che lo porta diritto dritto verso la croce. «Sei il re degli Giudei?», chiede il prefetto, aspettandosi una risposta negativa per archiviare il caso. «Sei tu che lo dici» è però la sola risposta che riceve.

Nel codice romano un imputato che rifiuta di difendersi è infatti considerato colpevole: «Non ci può essere nessun processo se l’accusato tace» scrive il maestro di retorica Quintiliano nella Institutio oratoria: restando zitto Gesù manda in corto circuito il suo processo per compiere il volere divino e diventare così il Cristo salvatore.

Senza dubbio fu un processo politico e molto speditivo, ma non un’iniziativa illegale o arbitraria, in ogni caso del tutto conforme alle norme giuridiche dell’epoca e alla complessità della procedura. Perché Gesù ha dovuto rispondere a due convocazioni distinte, una dei giudici ebrei e l’altra della giustizia romana? Se la sentenza di morte poteva essere comminata soltanto da un tribunale romano che senso aveva il passaggio davanti al Sinedrio? I vangeli ci dicono che il Sinedrio lo aveva condannato per reati di natura religiosa dopo una breve istruttoria, ma se non aveva diritto di far eseguire la pena capitale qual era il senso di una condanna che solo i romani potevano sostanziare?

Nella tradizione cristiana si pone molto l’accento sulla decisione del Sinedrio, ovvero sulla volontà degli ebrei di sbarazzarsi di quel profeta ingombrante, e sulla loro crudeltà (i maltrattamenti subiti da Gesù durante gli interrogatori) il che è andato ad alimentare nel corso dei secoli lo stereotipo odioso del popolo deicida.

Ma la competenza penale e quindi la decisione definitiva spettava ai funzionari dell’impero romano. Ossia al prefetto Pilato il quale, per il principio della cognitio extra ordinem, esercitava allo stesso tempo il ruolo di procuratore e di giudice, (altro che separazione delle carriere!). Pilato da parte sua è convinto dell’innocenza di Gesù e lo “rinvia” dall’eccentrico Erode Antipa, sovrano tetrarca del piccolo regno di Galilea sotto il protettorato di Roma, episodio citato soltanto dall’evangelista Luca. Erode (responsabile della condanna a morte di Giovanni Battista) chiede a Gesù se è in grado di compiere miracoli e di darne una dimostrazione, ma di fronte al silenzio, lo irride rispedendolo ancora una volta davanti Pilato, dimostrando scarso interesse per la sorte di quel bizzarro predicatore che di certo non riteneva particolarmente pericoloso.

A quel punto Pilato tenta un ultimo stratagemma: vuole farlo liberare tramite il cosiddetto “privilegio pasquale”, ovvero l’amnistia di un carcerato in prossimità della Pasqua, proponendo alla folla di scegliere tra Gesù e Barabba, un «prigioniero famoso» dicono i Vangeli, che però divergono sulla sua descrizione, «un ribelle» vicino al movimento zelota responsabile di tumulti politici, «un brigante», un «assassino». Ma tutti convergono sul fatto che la folla, aizzata dai sacerdoti del Sinderio e dai partiti religiosi più radicali, sceglie di far liberare Barabba, destinando Gesù al martirio tramite la crocifissione. A quel punto il prefetto cede alle pressioni popolari, ignorando il suggerimento della moglie Claudia Procula che lo invita comunque a liberare Gesù.

Nell’immaginario collettivo è passata l’immagine di Pilato che “si lava le mani” affermando di non essere responsabile della sorte che attende il prigioniero, emblema e antonomasia dell’ipocrisia e vigliaccheria umana. Episodio probabilmente inventato, però funzionale sacrificio di Cristo e alla sua ascensione divina. Ma qui l’analisi e l’anatomia dell’istruttoria contro Gesù, la catena di eventi che lo ha portato alla morte (conseguenza perfettamente evitabile in quel contesto) si fermano. E il racconto entra in una dimensione tutta teologica e deterministica per la quale il più celebre errore giudiziario della Storia era un evento necessario e che ha gettato le fondamenta per la salvezza dell’intero genere umano. 

Gesù in croce tra i ladroni senza nome. ANTONIO STAGLIANÒ, Vescovo e presidente della Pontificia Accademia di Teologia, su Il Quotidiano del Sud il 2 Aprile 2023

«QUANDO furono giunti al luogo detto “il Teschio”, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra» (Luca 23,33). I vangeli, che raccontano l’evento della crocifissione di Gesù di Nazareth, non danno nomi ai due ladroni, diversamente dal Vangelo arabo dell’infanzia, un apocrifo del VI secolo, che affibbia ai due ladroni i nomi di Tito e Dimaco e aggiunge un racconto di come Tito (Disma) impedì ad altri ladroni della sua banda di derubare Maria e Giuseppe durante la loro fuga in Egitto.

È proprio ai vangeli apocrifi si rifà De Andrè per narrare della vicenda di Gesù in La Buona Novella, del 1970, in piena rivoluzione sessantottesca, ritenendo Gesù l’unico vero e autentico rivoluzionario di tutti i tempi. Così ne Il testamento di Tito, fa parlare il ladrone buono, mettendogli in bocca una esegesi (poeticamente controintuitiva) dei dieci comandamenti «Il settimo dice: “Non ammazzare”, se del cielo vuoi essere degno. Guardatela oggi, questa legge di Dio, tre volte inchiodata nel legno: guardate la fine di quel nazareno e un ladro non muore di meno».

Faber non crede (essendo agnostico) nella divinità di Gesù, ma ne apprezza la sua umanità, soprattutto perché sta dalla parte dei poveri, degli immiseriti, dei “maledetti della storia”, gli umili e gli straccioni, in una parola di quegli scartati iniquamente dalla società (ingiusta), ai quali rivolge l’attenzione di tutte le sue canzoni. Tutta l’opera è una critica a certe interpretazioni maldestre della religione (qui è in gioco il cattolicesimo) che con norme e prescrizioni (false) avrebbero snaturato l’insegnamento autentico di Gesù. Nell’ultima canzone dell’LP intitolata Laudate hominem, fa la sua confessione di fede nel Figlio dell’uomo – «Non voglio pensarti figlio di Dio, ma figlio dell’uomo, fratello anche mio» – e denuncia l’infamia più grande del potere che si fa Dio per esercitare la sua violenza uccidendo gli altri: «il potere che cercava il nostro umore […] nel nome di un dio uccideva un uomo, nel nome di dio si assolse poi […] poi chiamo dio quell’uomo e nel suo nome, nuovo nome, altri uomini, altri uomini uccise». Nella sua lezione magistrale a Regensburg, Benedetto XVI lo aveva detto, commentando alcune Sure del Corano: “agire con violenza è contro la natura dell’anima e di Dio”. Lo stesso Papa Francesco ha più volte insistito su questo: “uccidere in nome di Dio è satanico”.

Perciò il messaggio di De Andrè coincide con l’insegnamento degli ultimi due papi cattolici, nonostante una lunga storia di sciagurate vicende nelle quali il volto del Dio di Gesù Cristo – “Dio-agape, solo e sempre amore- è stato mascherato da improbabili tratti del Dio guerriero che uccide popoli e nazioni, un Dio partigiano che ancora oggi viene invocato come “il Dio che sta dalla nostra parte” nella guerra in Ucraina (vedi la posizione del patriarca Kirill). In verità, morendo sulla croce, Gesù fa morire – una volta per tutte- il Dio Signore degli eserciti e dichiara l’eterna comunione di amore di Dio in Dio. Se Pilato aveva profeticamente dichiarato, davanti alla folla che grida “crocifiggilo, crocifiggilo”, “Ecce homo” (=ecco l’uomo), Gesù con il suo silenzio muto invece dichiara: Ecce Deus (= ecco Dio). Nella condizione dell’assoluta impotenza di Dio, inchiodato a un legno e morente, Dio – in Gesù, il Figlio suo- si mostra assolutamente potente nell’amore. Egli che è onnipotente nell’amore, è anche assolutamente impotenza nel fare il male: può solo elargire misericordia e perdono.

Perciò De André può chiudere la sua “buona Novella”, avendo recepito l’autentico messaggio cristiano: «io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore». Una mossa di sapienza che supera ogni logica della ragione umana. La croce di Gesù resta follia per i greci e scandalo per tutti. Eppure svela il fondamento del tutto, rifondando (cioè mettendo sulle sue basi solide) la vita degli uomini sulla Giustizia. Il crocifisso, infatti, “giudica” il mondo con misericordia e chiede a tutti di interrogarsi: “come deve essere l’amore per essere come deve? Come deve essere la giustizia per essere come deve? Come deve essere la verità per essere come deve e così via?”. Interrogativi che potranno trovare risposta autentica, solo se trasmetteranno la “sapienza della croce”, nella quale si manifesta Dio-agape e l’uomo vero, in “qualità divina” che rende l’animale “umano” e gli impedisce di trasformarsi in bestia: la partecipante sensibilità al dolore e alla sofferenza degli altri. “Divino” non è Dio – perché, se Dio esiste, è Dio non divino-, divino è l’uomo che è creato a sua immagine e somiglianza (perciò è divino) e questa sua qualità divina lo porta ad autotrascendersi nell’amore, con empatia, immedesimazione, capace di “inaltrarsi” (A. Rosmini) con compassione.

È l’affezione originaria dell’umano-che-è-comune, questo istinto dell’animale-uomo che vuole aver cura degli altri, fino alla possibilità estrema di morire per amore, così solo amando davvero: “amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”. È il comandamento di Gesù, testimoniato sulla croce. Questa potente “mossa sapienziale” è stata ben colta dall’anticristiano F. Nietzsche: per lui l’unico cristiano vero morì sulla croce. Dopo la morte di Cristo la croce venne ideologizzata fino a produrre il concetto cristiano di Dio, il quale riassumerebbe sinteticamente tutte le menzogne di questa religione: «Dio degenerato fino a contraddire la vita invece di esserne la trasfigurazione e l’eterno si! In Dio è dichiarata inimicizia alla vita, alla natura, alla volontà di vivere! Dio, la formula di ogni calunnia dell’ “al di qua”, di ogni menzogna dell’ “al di là”! In Dio è divinizzato il nulla, è consacrata la volontà del nulla».

Tutto questo insegnerebbe il vangelo della croce ideologizzato da Paolo. Su un solo punto qui Nietzsche ha ragione: la croce dice la qualità cristiana di Dio. Dunque: ecce Deus, e non solo ecce homo. La pazzia della Croce, invece, genera una sapienza superiore, soprannaturale, aperta e disponibile a una sua declinazione in “saggezza filosofica”, capace di ridare slancio all’esercizio della ragione, per una risposta profonda ai tanti interrogativi emergenti dalla considerazione della massa enorme di sofferenza umana, dalla diffusa realtà di eventi dolorosi nella vicenda del singolo o dell’intera umanità: che senso ha la vita se è così penosa? Perché il dolore? Come si mostra lo sconfinato amore di Dio? Perché il male mondo non viene impedito da Dio? La Croce è anche “pensiero”, scientia crucis, evento rivelativo come sapere su Dio, sull’umanità storica e contiene dentro la sua folle sapienza una concezione generale della realtà: una metafisica che occorrerebbe enucleare o una ermeneutica dell’esistenza che bisognerebbe riproporre oggi.

Pensare intensivamente, criticamente, a partire dalla Croce, “filosofare con la Croce”, non è una idea peregrina, ma è un compito indispensabile per il terzo millennio allo scopo di rifondare una cultura della pace, della solidarietà, la sola che possa permettere un vero incontro tra etnie diverse, tra popolazioni più disparate nella società multirazziale e multireligiosa. D’altra parte, la tradizione filosofica abbonda di “esperti della croce” (Pascal, Kierkegaard, Edith Stein e tanti altri) testimoni della possibilità di filosofare con la Croce, di coniugare la sua sapienza in un pensiero filosofico, autenticamente tale, pur nel rispetto del carattere eccedente e non razionalizzabile della croce: qui il pensiero si lascia guidare dalla Croce, ma non riduce la Croce in uno schema logico, in un simbolo laicizzato, secolarizzato, in una cifra della legge del divenire del mondo, come accada nel “Venerdì santo speculativo” di Hegel. Si tratta infatti di filosofare con la croce, di produrre una spiegazione filosofica orientata dalla fede e non invece una spiegazione filosofia della fede, una razionalizzazione dei suoi misteri: la “croce speculativa” (Schelling).

La Croce resta dunque “pazzia” per la ragione, in quanto evento del manifestarsi salvifico della gloria di Dio all’uomo: in questa eccedenza – che deve essere mantenuta e non dissolta- essa irradia di sé con la sua luce la storia degli uomini, informa sapientemente anche sulla vicenda umana e sul suo significato, aprendo gli orizzonti della ragione sul quel legame tra Dio e l’uomo che non può essere eluso se si vuole cogliere realmente la verità sull’uomo. La Croce non è un geroglifico dell’umanità, un segno universale dell’uomo universale (René Guénon), ma è comunicazione sapiente di Dio alla domanda di significato che inquieta il cuore dell’uomo. Il dialogo tra i due ladroni diventa allora importante, perché designa “due tipi di umanità”.

Perciò, nei vangeli non hanno bisogno di avere “nomi”, essendo come delle “personalità corporative”, rappresentanti di due modi essenziali di essere umani difronte alla morte: il primo – provoca Gesù e lo incita a liberare se stesso e loro-, è l’uomo che utilizza strumentalmente il soprannaturale per le proprie faccende umane, perché non accetta la morte e ha paura di morire, così vivendo di una idea di Dio, molto vicina alle divinità delle tragedie greche, a uso e consumo delle proprie necessità materiali; è un egoista, nemmeno si accorge che l’altro soffre, coglie quel momento opportunisticamente, pensando solo a se stesso; il secondo – quello che riceve la promessa d’ essere “oggi stesso in paradiso con Gesù”- non è meno “ladro” del primo, ma riconosce le proprie colpe e accetta il giudizio e, diversamente, ha “occhi per il dolore e le sofferenze dell’altro”, guarda al morire crocifisso di Gesù come diverso dal suo stesso morire, perché riconosce Gesù “innocente”; così dicendo, il ladrone è “buono”, semplicemente perché è “rimasto umano”, il suo cuore non si è indurito per la sofferenza della condanna, non ha perduto la sensibilità al dolore degli altri e, pertanto, è gà entrato nel Paradiso di Gesù: il non-luogo e il non-tempo in cui l’umano spende in tutta bellezza nell’agape di Dio, solo e sempre amore.

«Quell’accusa di deicidio ha scatenato l’antisemitismo fino alla Shoah». Parla Moni Ovadia: «La “colpevolezza” degli ebrei, più che basarsi su fatti storici, fu strumentale per la diffusione del nuovo credo. Si trattò di una scelta geopolitica». Massimiliano Di Pace su Il Dubbio il 7 aprile 2023

È stata colpa del sommo sacerdote giudaico Caifa, il quale, strappandosi le vesti di fronte a Gesù, che confermava di essere il figlio di Dio, ha deciso che era giusto condannarlo a morte? O è stata colpa dei membri del Sinedrio che hanno condotto Gesù da Ponzio Pilato per farlo giustiziare, oppure della folla di giudei che di fronte al Pretore romano ha preferito liberare Barabba invece di Gesù?

La colpa a cui si fa riferimento non è quella della morte del fondatore della religione cristiana, bensì quella che ha determinato l’antisemitismo. Ma è vera questa suggestione che il sentimento antigiudaico trovi le sue radici nel racconto evangelico della morte di Gesù? Lo chiediamo a Moni Ovadia, noto musicista e uomo di teatro ebreo, oltre che attivista dei diritti civili e sociali, oggi direttore del Teatro Comunale di Ferrara.

«Indubbiamente questa accusa è alla base delle origini dell’antisemitismo, ma è il caso di precisare che, al di là del racconto del Vangelo sulla morte di Gesù, che ha una finalità religiosa, e non storica, vi sono diverse ragioni che spiegano questo addebito immeritato. Va però segnalato in primo luogo che gli storici del tempo, come Giuseppe Flavio, un ebreo romanizzato, nato poco dopo la morte di Cristo, che scrisse “Le guerre giudaiche”, fanno un riferimento solo molto vago e impreciso alla figura di Gesù.

Inoltre gli storiografi riportano che Ponzio Pilato non era affatto quel personaggio dubbioso e misericordioso, come risulta nel Vangelo, essendo al contrario feroce, e inviso perfino agli stessi romani. Ma il vero motivo per cui gli ebrei furono incolpati dell’uccisione di Cristo era più geopolitico che altro. Infatti, mentre Pietro, il principale discepolo di Gesù, era orientato a diffondere il verbo di Cristo solo all’interno della comunità ebraica, Paolo, che non ha mai conosciuto Gesù, fu il primo a rendersi conto che l’insegnamento di quest’ultimo poteva essere diffuso a tutti i popoli (da qui la parola katolikos, ossia cattolico, che in greco significa universale), e per riuscirci bisognava partire dalla capitale dell’impero, ossia Roma. A quel punto, fu gioco forza addebitare l’uccisione di Cristo agli ebrei, non potendo essere incolpati i romani.

D’altronde, non bisogna dimenticare che i primi seguaci di Cristo erano ebrei, così come lo era Gesù stesso, il quale si esprimeva in aramaico, che era la versione volgare dell’ebraico, che a quei tempi era usato solo in ambito religioso. Per di più, non vi è evidenza che Gesù volesse fondare una nuova fede, apparendo, per contro, che intendesse rinnovare la religione ebraica. A questo si aggiunge il fatto che le condanne a morte erano rare nella Giudea di allora, e avvenivano per lapidazione, e non per crocifissione, che era il metodo romano per giustiziare i condannati.

Insomma la “colpevolezza” degli ebrei, più che basarsi su fatti storici, fu strumentale per la diffusione del nuovo credo, che in appena 3 secoli divenne, con Costantino, la religione ufficiale dell’impero romano». Se il “peccato originale” fu la presunta responsabilità del popolo ebraico nell’uccisione di Gesù, vi furono poi diverse circostanze che alimentarono l’antisemitismo nel mondo occidentale, come spiega Ovadia: «Lo stereotipo dell’ebreo colpevole dell’uccisione di Gesù, che ha dato luogo a numerose ondate di persecuzioni, le quali, va detto, furono di gran lunga molto più numerose nei paesi cristiani, piuttosto che in quelli di fede islamica, non fu alimentato solo dalla chiesa cattolica, il cui antigiudaismo era esclusivamente di natura religiosa, considerando tra l’altro l’ebreo convertibile al credo cristiano, e quindi redimibile, quanto invece dalle teorie sulla razza, nate nella seconda metà del 800, ad opera dell’inglese Houston Stewart Chamberlain (il cui libro “I fondamenti del diciannovesimo secolo” fu alla base dell’antisemitismo nazista, ndr) e del francese Joseph Arthur de Gobineau (che scrisse il “Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane”, ndr), che considerarono l’ebreo una razza a parte, e soprattutto dalla diffusione agli inizi del 900 del libercolo “I protocolli dei savi di Sion”, che descriveva un presunto progetto ebraico di dominio del mondo, prodotto in realtà dalla polizia segreta dello zar per suscitare l’odio verso gli ebrei nell’impero russo, allo scopo di giustificare i pogrom, ossia gli attacchi alle comunità ebraiche in Russia a cavallo del XX secolo. In questo secolo l’antisemitismo ha poi raggiunto il culmine con la follia nazista, e la conseguente Shoah, che trovava però fondamento in questo background storico, del quale facevano parte anche gli attacchi agli ebrei di Lutero e di Torquemada, l’inquisitore spagnolo di fine 400».

Se queste sono le ragioni dello sviluppo storico dell’antisemitismo, va detto che tuttora persistono alcuni luoghi comuni sugli ebrei, che spiegano (senza giustificarla) una certa antipatia attribuita ad essi. Tra questi vi è la nota attitudine agli affari di alcuni esponenti dei discendenti di Abramo: «Se è vero che ci sono ebrei che hanno avuto successo nel mondo del business – ammette Ovadia – è altrettanto vero che non è l’unico popolo ad avere questa prerogativa. Per esempio, a fondare le prime banche sono stati i fiorentini nel XV secolo, ma non per questo sono oggi antipatici. L’accumulazione capitalistica è stata un fenomeno inizialmente anglosassone, e non certo ebreo, e non per questo inglesi e americani sono invisi. In realtà, dato che fin dall’antichità le comunità ebraiche erano sottoposte a divieti e obblighi, per cui poteva essere necessario spostarsi con una certa rapidità, fu naturale specializzarsi in quelle professioni che non legavano alla terra, come il commercio, la finanza, la sartoria. Da una lunga tradizione si svilupparono talenti, che hanno consentito, anche nella recente storia economica, storie di successo, in particolare in America, come, ad esempio, il caso dei jeans Levi-Strauss».

Un altro aspetto degli ebrei che a volte viene evidenziato in modo critico, è la chiusura della comunità giudaica nei confronti delle altre persone che vivono nella stessa città. «Questa circostanza – riconosce Ovadia – che oggi è molto meno marcata di un tempo, trova la sua spiegazione nel fatto che, fino all’emancipazione degli ebrei da parte di Napoleone, molte nazioni obbligavano i giudei a vivere in appositi quartieri, noti come ghetti. Certamente, soprattutto in Israele, vi è oggi una componente della società civile, ossia gli ebrei ortodossi, che sono a loro volta una galassia composita, che tuttora favorisce i matrimoni tra persone della stessa comunità, ma nel resto del mondo questo è ormai del tutto venuto meno, e i matrimoni misti sono all’ordine del giorno».

Le proteste di queste ultime settimane in Israele, sorte a seguito della tentata riforma della Suprema Corte di Giustizia, hanno evidenziato come il popolo ebraico, dopo decenni di relativa calma, è tornato a mostrare un impegno civico finora inedito: «Le recenti manifestazioni – conclude Ovadia – sono un segnale di indubbia vitalità della società civile ebraica, e spero che in un domani non troppo lontano, una nuova generazione di cittadini israeliani proponga l’unica soluzione possibile per porre fine al conflitto con i palestinesi, ossia uno Stato binazionale con 2 popoli».

«Impossibile accusare Gesù di sedizione». Parola di avvocato. Il penalista Alessandro Traversi: «Considerata la gravità delle imputazioni sarebbe stato forse opportuno cercare di rendere il giudice “docile”, “attento” e “benevolo”, mediante la captatio benevolentiae». Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 7 aprile 2023

Il Dubbio ha dedicato un ampio approfondimento al processo a Gesù nell’edizione del 3 aprile. Un fatto storico che nei secoli ha interessato e appassionato studiosi di ogni tipo, giuristi compresi.

«Nessun altro procedimento criminale della storia – scrive Massimo Miglietta, ordinario di Istituzioni di diritto romano nell'Università degli Studi di Trento -, si pensi, ad esempio, al cosiddetto processo a Socrate, o quello intentato contro i Templari o a Galileo, soltanto per far cenno ad alcuni, è stato oggetto, sin dal momento della sua conclusione, a continui fenomeni di interpretazione e reinterpretazione. Si potrebbe dire, in estrema sintesi, che esso costituisca un “processo costante”, ossia contro l'imputato Gesù, contro il magistrato romano Pilato, contro le autorità ebraiche e Caifa, in particolare. Persino contro l'intero popolo ebraico, laddove si voglia rievocare, prima ancora di esprimere una valutazione sulla sua attendibilità storica, l'emblematica affermazione dei Giudei racchiusa in Matteo: “Il suo sangue ricada su di noi e suoi nostri figli!”».

Ma come sarebbe stato difeso il Nazareno, se avesse avuto modo di beneficiare dell’assistenza di un avvocato? Lo abbiamo chiesto al penalista Alessandro Traversi del Foro di Firenze, autore, tra gli altri di un interessantissimo libro intitolato “Tecniche argomentative e oratorie” (Giuffrè Francis Lefebvre). «Considerata la gravità delle imputazioni – dice al Dubbio l’avvocato Traversi -, sarebbe stato forse opportuno cercare, innanzitutto, di rendere il giudice “docile”, “attento” e “benevolo”. In quale modo? Seguendo gli insegnamenti dei Maestri dell’arte retorica, mediante la captatio benevolentiae. Come nella celebre arringa pro Cluentio nella quale Cicerone si rivolgeva al giudice con questa bella apostrofe: “Un giudice assennato deve pensare di aver ricevuto dal popolo romano una facoltà di agire commisurata al compito che gli è stato assegnato e ricordare non solo che gli è stato conferito un potere, ma che è anche stata riposta in lui della fiducia. Ed è questa la vera prerogativa di un uomo grande e saggio, allorché è chiamato ad esprimere un giudizio, quella di avere come consiglieri la legge, la scrupolosità, l’equità, la buona fede e allontanare invece l’ostilità e ogni altra passione”».

A questo punto Traversi si addentra nella fase della costruzione della strategia difensiva in favore del suo illustre assistito. «Per quanto riguarda la confutazione delle accuse – evidenzia -, segnatamente quella di sedizione, avrei preso spunto da quel che Gesù, a detta di tutti, soleva ripetere. Ad esempio: “Beati i miti”, nella parabola delle beatitudini. E così pure: “A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra” e “a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica”. Parafrasando Shakespeare, la sedizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa.

Per ultimo, in conformità all’ordine nestoriano raccomandato dagli antichi retori, l’argomento più forte: quando “uomini subdoli”, verosimilmente mandati dai sacerdoti del Sinedrio per coglierlo in fallo, chiesero a Gesù se fosse lecito pagare il tributo a Cesare.

Come rispose Gesù? “Mostratemi la moneta del tributo”. Gli presentarono un denaro ed egli chiese loro: “Di chi è l’immagine sulla moneta?”. Risposero: “Di Cesare”. E allora: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Fu questo un atto di sedizione?». Su questo punto l’avvocato Traversi non ha dubbi.

«Siamo quindi di fronte ad un “tipo d’autore” – afferma - addirittura antitetico a quello del ribelle o sobillatore politico. Al più, si tratta di un predicatore visionario o, come lo descrive Bulgakov, in una splendida pagina del suo “Il maestro e Margherita”, un semplice “vagabondo”, che va sostenendo che tutti gli uomini sono buoni. “Anche il centurione Marco? Anche Giuda?”, chiede Ponzio Pilato nella rielaborazione letteraria del racconto evangelico di questo celebre romanzo: “Sì, sono uomini buoni”».

Interpellato dal Procuratore romano della Giudea, Gesù diede dimostrazione del suo modo di fare mai incline alla sfida, ma improntato alla ragionevolezza. «Né d’altra parte – conclude Alessandro Traversi - può essere ritenuto un elemento a sfavore il fatto che alla domanda Quid est veritas?, postagli da Ponzio Pilato, Gesù sia rimasto in silenzio, poiché sarebbe stato invece segno di arroganza fornire una risposta ad una questione che ancor oggi si ripropone irrisolta nella sua assolutezza.

Nell’arringa difensiva, sarebbe stato forse opportuno utilizzare un argomento ad metum di questo tipo: confidiamo nella assoluzione, ma, se così non fosse, non c’è dubbio che un’eventuale sentenza di condanna sarà ricordata come caso esemplare di errore giudiziario, in secula seculorum».

Sappiamo come è andata a finire. L’uccisione e la morte sulla croce - da innocente - del figlio di Dio, cancellate poco dopo dalla Resurrezione, hanno cambiato la storia dell’umanità.

I Sacrifici.

Pasqua: il sacrificio dell’agnello di Dio “che toglie i peccati del mondo”. Raffaele De Luca su L'Indipendente l’8 aprile 2023.

Con l’arrivo della Pasqua molti italiani, come da tradizione, passeranno il pranzo in famiglia. Secondo le stime di Coldiretti su oltre 4 tavole su 10 non mancherà la carne di agnello, un dato che si prevede in aumento del 13% rispetto allo scorso anno. Proprio in occasione della Pasqua viene infatti acquistata la “gran parte dei circa 1,5 chili di carne di agnello consumati a testa dagli italiani in tutto l’anno“. Una tradizione ebraica fatta propria anche dal cattolicesimo, il cui sacrificio – secondo il Nuovo Testamento – “leva i peccati dal mondo”. L’agnello, secondo i testi sacri, è chiamato al sacrificio per la redenzione dell’umanità. E quello che passa un agnello, nella moderna filiera industriale dell’alimentazione, è effettivamente un sacrificio estremo e poco conosciuto: fatto di trasporti inadeguati, macellazioni inumane e maltrattamenti costanti.

Innanzitutto, però, bisogna fornire alcune informazioni di base. Come riportato dall’associazione Essere Animali nell’ambito di un’inchiesta, la produzione di carne di agnello è strettamente collegata a quella del latte di pecora, per il cui ottenimento le pecore devono aver partorito gli agnelli: se sono femmine, saranno allevate per il latte, mentre se sono maschi a soli 30 giorni dalla nascita verranno uccisi per diventare carne. Ma come vengono allevati gli agnelli? Stando a quanto riportato in un vecchio articolo dell’organizzazione Compassion in World Farming (CIWF) Italia, “come un po’ ovunque” anche nel nostro Paese gli agnelli “hanno accesso al pascolo”, con la loro breve vita che viene trascorsa in “allevamenti non intensivi”. Un modus operandi che ad oggi sembra sostanzialmente confermato: in Italia gli allevamenti di pecore allo stato brado sono quelli prevalenti, mentre nelle immagini della sopracitata inchiesta condotta da Essere Animali in Sardegna – la regione italiana con il maggior numero di ovini allevati – si vedono gli animali pascolare. Niente di cui preoccuparsi dunque? Assolutamente no. La notizia emersa dall’inchiesta, infatti, non è certo quella del pascolo riservato agli agnelli, bensì quella delle violenze sugli stessi.

Grazie all’ispezione di venti allevamenti, dall’inchiesta è emerso “un sistema diffuso di illegalità e maltrattamenti”, con gli investigatori che hanno filmato confessioni di allevatori che “ammettono di uccidere gli agnelli nei periodi di bassa richiesta di carne, perché antieconomico allevarli”, nonché “pratiche vietate perché causa di sofferenza per gli animali”. L’illegale pesatura per sollevamento, ad esempio, “viene effettuata prima del trasporto al macello”, mentre “gravi irregolarità sono state riscontrate anche in un grande macello nonostante la presenza dei veterinari”. Gli animali “assistono alla morte dei loro simili”, con alcuni che “subiscono due volte la scarica elettrica di stordimento, perché gli operatori attendono troppo a iugularli e nel frattempo si svegliano”, ed altri che “sono uccisi ancora coscienti”.

Prima di morire, però, a volte gli agnelli devono sopportare “viaggi estenuanti che durano anche 30 ore”: a riportarlo è sempre Essere Animali, precisando come 1 agnello su 3 di quelli macellati in Italia provenga dall’estero. Un dato preoccupante, soprattutto poiché secondo un’inchiesta diffusa recentemente da Animal Equality il trasporto risulta caratterizzato da “violazioni delle norme sul benessere animale e condizioni di viaggio pessime”, con gli animali schiacciati uno sull’altro. A soffrire prima di morire, dunque, oltre agli agnelli italiani sono anche, e forse in maniera maggiore, quelli stranieri. Ad essere sicuro, però, è il destino comune riservato a tutti loro: la morte. Ogni anno in Italia vengono macellati oltre 2 milioni di agnelli, di cui 375mila solo a ridosso delle festività pasquali: certo, dal 2010 al 2016 le loro macellazioni sono diminuite quasi del 50%, ma da allora risultano sostanzialmente stabili.

Sarà forse anche per questo che la tradizione in passato è stata criticata anche dal mondo cristiano. Famiglia Cristiana, ad esempio, già nel 2017 si era schierata contro di essa, con l’ex direttore don Antonio Rizzolo che l’aveva definita come «un’abitudine alimentare superabile», aggiungendo che non rispettandola sarebbero state evitate «inutili stragi e maltrattamenti sia nell’allevamento che nel trasporto». Al momento, tuttavia, non si registrano cambiamenti significativi, e tantissimi agnelli devono ancora fare i conti con una sanguinosa tradizione.

[di Raffaele De Luca]

Ammassati, affamati, feriti: i viaggi dell’orrore degli agnelli che arrivano in Italia per Pasqua. Francesco De Augustinis CorriereTv su Il Corriere della Sera il 5 Aprile 2023

L’inchiesta sul campo di Essere Animali evidenzia le inaccettabili condizioni di trasporto di centinaia di migliaia di capi importati vivi dai Paesi dell’Est europeo e destinati ai macelli di casa nostra. I controlli della polizia stradale. Le proposte di modifica delle regole da parte della Ue e le resistenze di alcuni Stati (tra cui l’Italia)

Teste incastrate tra sbarre di ferro, sovraffollamento, nessun accesso all’acqua, animali in viaggio senza essere stati neanche svezzati. Sono queste le condizioni in cui viaggiavano migliaia di agnelli stipati in alcuni camion provenienti dall’Est Europa, denunciati negli ultimi giorni alle autorità dall’associazione animalista Essere Animali.

«Sono messi male, ce ne sono diversi incastrati! Se guarda nello schermo della telecamera, si vede che è incastrato», sono le parole di un attivista che mostra a un agente della polizia stradale la situazione dentro un camion sovraccarico di agnelli, fermato in autostrada per le condizioni irregolari in cui trasportava gli animali. «I nostri investigatori sono riusciti a fare fermare un camion in arrivo dalla Romania all’altezza di Altedo Bolognese — racconta Simone Montuschi, presidente dell’associazione —. Vi erano 200 agnelli in più del numero che il mezzo poteva trasportare, gli animali nel mezzo si calpestavano praticamente tra di loro. Abbiamo allertato la polizia che a sua volta ha allertato l’Asl locale, e il veterinario una volta sopraggiunto ha deciso di sopprimere tre agnelli per porre fine alle loro sofferenze. È una cosa gravissima».

Nel corso di pochi giorni di monitoraggio, Essere Animali ha segnalato alle forze dell’ordine sette camion di più piani che arrivavano da Romania, Ungheria e Slovacchia, di cui sei sono stati sanzionati. L’associazione svolge ogni anno un’attività di monitoraggio dei carichi di animali in arrivo dall’Est Europa proprio nei giorni prima di Pasqua, quando i viaggi si moltiplicano per l’impennata della domanda e del consumo di carne di agnello. «Nel 2022, su un totale di 2.199.832 agnelli macellati nel nostro Paese (fonte Istat), ben 653.303 animali (fonte Eurostat Comext) provenivano dall’estero, principalmente da Ungheria e Romania», riferisce l’associazione. «Si tratta di animali spesso ancora non svezzati, strappati alle loro madri a pochissime settimane di vita e costretti a sopportare viaggi della durata anche di 30 ore all’interno di camion che possono essere inadeguati e sovraffollati. Nell’Unione europea, l’Italia è il primo importatore di agnelli vivi, davanti a Francia e Grecia».

Secondo Montuschi, «nel 2019, 1,6 miliardi di animali hanno viaggiato, o tra Paesi dell’Unione Europea o verso Paesi Terzi. Parliamo solo di animali che viaggiano per scopi di allevamento, riproduzione, ingrasso. Animali allevati a scopo alimentare».

Trasporti fuori controllo Il dibattito sul trasporto degli animali vivi tra Paesi europei e verso Paesi extra UE tiene banco da alcuni mesi a Bruxelles, dove la Commissione Europea è alle prese con la stesura di una proposta di revisione della normativa UE sul benessere animale, nell’ambito della strategia «Farm to Fork». «Il trasporto e l’abbattimento degli animali sono due aspetti estremamente importanti della normativa sul benessere animale, su cui sono determinata a sollecitare sostanziali modifiche», ha detto nei giorni scorsi la Commissaria europea per la salute e la sicurezza alimentare Stella Kyriakides, in occasione di una conferenza sul benessere animale a Bruxelles. «Diverse iniziative dei cittadini europei sulla protezione degli animali hanno dimostrato l’interesse dell’opinione pubblica sul tema del benessere animale — ha aggiunto —, vorrei quindi assicurarvi che stiamo ascoltando molto attentamente questi appelli in vista della revisione della normativa».

Il lavoro della Commissione Europea è basato su alcuni pareri scientifici, tra cui quelli dell’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa), che ha pubblicato delle raccomandazioni rispetto alle principali problematiche legate al benessere animale nel trasporto di animali vivi. «Ogni anno vengono trasportati circa 4 milioni di bovini tra stati membri Europei — afferma Denise Candiani, esperta scientifica del team benessere animale di Efsa —. Numeri simili si osservano per i suini, mentre sono numeri minori per cavalli e piccoli ruminanti e numeri enormi quando parliamo di polli, si parla di miliardi di polli». A questi numeri, precisa l’esperta, vanno aggiunti i dati degli animali vivi trasportati verso Paesi extra UE, su cui i dati sono meno puntuali. «Ci sono tre o quattro aree comuni a tutte le specie animali, che chiamiamo raccomandazioni chiave — afferma Candiani —. La verifica dell’idoneità al trasporto è un passaggio chiave, perché spesso vengono trasportati animali che non sono in condizione. Quindi bisogna evitare di trasportare animali che siano feriti, che presentino lesioni, presentino zoppie o animali nel terzo periodo di gestazione».

Un’altra raccomandazione riguarda le temperature massime a cui far viaggiare gli animali: «Soprattutto in Sud Europa nei mesi estivi gli animali sono sottoposti a quello che si chiama lo stress termico, in questo caso stress da caldo — spiega ancora l’esperta —. Il caso più eclatante è quello del caldo dei mesi estivi, parliamo di viaggi in Spagna, in Italia, le temperature salgono molto in certi mesi». C’è poi il tema della densità e la raccomandazione di garantire spazi minimi per ogni capo: «Gli animali spesso viaggiano con molto poco spazio disponibile, sono quasi ammassati». Infine c’è il tema della durata del viaggio: «Gli animali sono tenuti a digiuno prima di un viaggio anche per 12 ore prima di essere trasportati, e questo viene fatto per questioni igieniche durante il viaggio. Però immaginiamo un animale digiuno da 12 ore, parte per un viaggio di 4 ore e fa già 16 ore di digiuno, l’animale inizia a aver fame. Se questo viaggio diventa di 8, 10, 12, 16 o 20 ore, la fame diventa sempre più severa».

La posizione dell’Italia

Una proposta di regolamento da parte della commissione è attesa per l’autunno, e darà poi vita a un dibattito tra la stessa Commissione e il Parlamento Europeo che potrebbe durare ancora un paio d’anni. «E proprio lì che i decisori italiani dovranno dare il proprio peso», afferma Montuschi, che parla di «un’occasione un po’ unica, perché questo processo di revisione non viene fatto tutti gli anni. Per questo dobbiamo cercare di ottenere il più possibile». Per quanto riguarda il governo italiano sul tema trasporti animali, nelle scorse settimane il ministero della Salute ha diramato una nota in cui ha chiesto di «intensificare i controlli su strada e a destino sulle partite di agnelli diretti ai macelli nel nostro Paese» in vista delle feste di Pasqua. Analogamente, la scorsa estate il governo ha diramato una nota per vietare i trasporti di animali con temperature oltre i 30 gradi - sebbene gli animalisti abbiano denunciato frequenti violazioni. Di contro l’Italia finora ha tenuto una posizione conservativa in Europa. In particolare in una riunione del Consiglio Agricoltura e Pesca lo scorso 30 gennaio il ministro Italiano Francesco Lollobrigida ha sostenuto una mozione presentata dal Portogallo e altre otto delegazioni, che - pur ammettendo la necessità di nuove norme - chiedeva regole meno stringenti per il trasporto animale, definito «un’attività fondamentale per i sistemi di produzione animali in Europa e nel mondo».

I Film.

Dalla Passione al Re dei Re: tutti i film da vedere in tv a Pasqua 2023. Dal Venerdì Santo al Lunedì dell'Angelo: ecco tutti i film da vedere in tv per celebrare il weekend della Pasqua. Erika Pomella il 7 Aprile 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 I film di Pasqua da vedere in tv

 Killing Jesus

 Jesus Christ Superstar

 La passione di Cristo

 Il re dei re

 La Bibbia: Barabba

Come ogni anno i palinsesti televisivi si sono organizzati per trasmettere film a tema da vedere in tv durante il weekend di Pasqua. Si tratta di pellicole che, per la maggior parte, tendono a raccontare soprattutto il miracolo della resurrezione o, comunque, il periodo in cui Gesù camminò per le strade di Gerusalemme con il suo messaggio di amore e perdono. Le pellicole a tema andranno avanti per tutto il weekend, a partire già dalla sera del Venerdì Santo.

I film di Pasqua da vedere in tv

Killing Jesus

Killing Jesus è un film della tv pensato e realizzato da National Geographic Channel che va in onda venerdì 7 aprile alle 22.30 su Tv2000. Tratto dall'omonimo romanzo di Bill O'Reilly e Martin Dugard il film prende il via quando, sotto il regno di Erode, Gesù comincia a diffondere il suo Verbo. Il film, in generale, punta a raccontare la figura chiave della Pasqua attraverso le lotte che ha dovuto affrontare e gli ostacoli, sia divini che sociali, che sono stati messi sulla strada del Messia e che lo hanno condotto poi a morire in croce.

Jesus Christ Superstar

Sempre venerdì viene trasmesso - come ogni anno - il musical televisivo diretto da Norman Jewison, Jesus Christ Superstar. Uscito al cinema nell'ormai lontano 1973 questo musical porta sullo schermo l'ultima settimana della vita di Cristo (Ted Neely), prima della morte per crocefissione. Si tratta di un film, dunque, che racconta un viaggio personale e comunitario, che serve a svelare anche il peso che Cristo ha avuto nelle persone che hanno deciso di seguirlo nel suo percorso di fede e cristianesimo.

La passione di Cristo

Immancabile, nel palinsesto televisivo dedicato ai film di Pasqua, La Passione di Cristo, la pellicola diretta da Mel Gibson che va in onda sabato 10 aprile alle 20.25 su Nove. La pellicola, girata in una lingua che ricalca l'aramaico antico per dare maggior verosimiglianza al racconto, si concentra sulle ultime dodici ore di Cristo (interpretato magistralmente da Jim Caviezel) che lo hanno portato poi a morire sulla croce e a cambiare così la vita a migliaia di fedeli. Nel cast del film c'è anche Monica Bellucci, che interpreta il personaggio di Maria Maddalena, mentre Rosalinda Celentano interpreta il diavolo.

Il re dei re

Sabato sera, alle 21.30 su Rete 4 va invece in onda un classico tra i kolossal cinematografici. Uscito nel 1961 Il re dei re è un cult della settima arte, firmato da Nicholas Ray. Si tratta di una pellicola che, al pari di film come Ben Hur, riuscì a far coesistere il tema religioso con lo spettacolo hollywoodiano, pur peccando di una ricostruzione storica non sempre precisa. Il film si apre con un preambolo in cui viene narrata la dominazione romana sul trono di Giudea, passando per l'editto di Erode che costrinse due sposi a cercare la fuga per non veder perire il figlio di Dio. Dopo il prologo, con alcuni salti temporali, il film comincia a raccontare la vita di Gesù (Jeffrey Hunter) fino alla crocefissione e alla successiva resurrezione.

La Bibbia: Barabba

Nata come miniserie per la tv, La Bibbia viene trasmessa nella sua forma completa la sera di Pasqua, alle 22.50 sul canale TV2000. La vicenda si apre con il criminale Barabba (Billy Zane) che vive una vita fatta di furti e violenze. Dopo aver portato il caos alle nozze di Cana, l'uomo si reca a festeggiare in un bordello dove conosce Ester (Cristiana Capotondi), che gli farà conoscere gli insegnamenti di Gesù Cristo (interpretato da Marco Foschi). A quel punto la vita di Barabba non sarà mai più la stessa.

Lunedì dell'Angelo.

Pasquetta, perché si chiama Lunedì dell'Angelo? La storia della Festa. Per tutti gli italiani è un giorno di festa ma non da sempre: ecco i significati del Lunedì dell'Angelo nel nostro Paese e le ricorrenze a esso associate. Alessandro Ferro il 9 Aprile 2023 su Il Giornale.

Ancora pochi giorni e celebreremo la Pasqua 2023 che quest'anno cadrà domenica 9 aprile. Il giorno successivo è da sempre segnato in rosso sul calendario ed è Pasquetta, anche conosciuta con il nome di Lunedì dell'Angelo. Si chiama in questo modo non a caso: nella tradizione cattolica, in questo giorno si celebra l’incontro tra l’Angelo e le donne che si sono recate al sepolcro dove Gesù era stato seppellito dopo essere stato crocifisso.

Cosa dice il Vangelo

Conosciuto anche con il nome di "Ottava di Pasqua" e secondo giorno del tempo pasquale, il Vangelo di Marco racconta dell'arrivo di Maria di Magdala, Salomé e Maria (madre di Giacomo e Giuseppe) nella tomba dove si trovava Gesù per cospargere il suo corpo con alcuni olii aromatici. All'improvviso, preoccupandosi, notarono che l'accesso al sepolcro invece di essere chiuso era aperto perché un grande masso era stato spostato: si ritrovarono smarrite mentre cercavano di comprendere chi potesse aver compiuto quel gesto quando all'improvviso un angelo apparve rassicurandole: "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto", aggiungendo di andare dagli Apostoli per annunciare la lieta notizia.

Quando è stato introdotta

Non sempre il giorno dopo Pasqua è stato festivo per gli italiani: è soltanto dal 1947 che in Italia si celebra e festeggia la Pasquetta, quindi dal dopoguerra in poi. Il vezzeggiato "Pasquetta" deriva dal fatto che questa giornata allunga la precedente domenica di Pasqua ricordando i fatti avvenuti nel Vangelo. Si può forse considerare il primo giorno festivo (non domenica) dell'anno in cui ci si organizza per le prime gite fuoriporta dal momento che il Lunedì dell'Angelo cade sempre tra marzo e aprile quando le giornate si allungano ed è più facile stare all'aria aperta (meteo permettendo). È importante sottolineare che la dicitura "Lunedì dell'Angelo", non fa parte del calendario liturgico della Chiesa cattolica che lo chiama "Ottava di Pasqua".

Le celebrazioni in Italia

Sono numerosi i Paesi nel mondo che come noi festeggiano anche il lunedì dopo Pasqua. In Italia, ad esempio, sono ricorrenti soprattutto nei piccoli centri commemorazioni religiose come la festa della Madonna dei Miracoli di Nocera Inferiore o il pellegrinaggio verso un santuario che viene organizzato a Sarno. A Busto Arsizio, invece, è il giorno in cui vengono benedetti i trattori di chi lavora nell'agricoltura come buon auspicio per i raccolti e mesi a venire. Da nord a sud del nostro Paese, infine, sono numerosi gli eventi reiligiosi che fanno rivivere la resurrezione di Cristo.


 

Estratto dell’articolo di Giuseppe Colombo per “la Repubblica” il 4 marzo 2023.

Bussare al portone della Chiesa. E riscuotere. Un incasso che per l’Anci, l’associazione nazionale dei Comuni, può valere fino a 3,5 miliardi. È un ordine puntuale quello che Bruxelles ha impartito al governo italiano: deve recuperare l’Ici, la vecchia imposta comunale sugli immobili, che la Chiesa non ha versato, tra il 2006 e il 2011, per le attività «di natura economica» all’interno delle proprie strutture.

Nulla da eccepire per i luoghi di culto e per gli oratori; il problema nasce per quella parte del patrimonio immobiliare adibita ad affittacamere, scuole e cliniche. In questo caso, spiega la Commissione europea, gli aiuti di Stato concessi sono da considerare «illegittimi». Per questo, ora, bisogna passare all’incasso del pregresso.

 […] A Roma l’indicazione è stata recepita con molti dubbi. Palazzo Chigi aveva messo in conto l’ordine di Bruxelles. E quindi anche la risposta, che a caldo è la stessa di quella approntata dopo il richiamo dell’Ue sulla proroga delle concessioni balneari: non mettersi di traverso, ma non per questo agire con urgenza.

Anzi, si ragiona in ambienti di governo, l’obiettivo è avviare una trattativa con la Commissione europea su due punti, che sono di fatto la sostanza del richiamo: come calcolare le cifre da riscuotere e con quale strumento procedere. Quesiti che puntano a prendere tempo perché la materia è delicata. Non solo nei rapporti con la Chiesa, ma anche con i Comuni. […] In ballo, secondo l’Anci, ci sono fino a 3,5 miliardi di mancati introiti, ma l’ammontare va depurato dalle somme che i Comuni sono riusciti a recuperare nelle aule dei tribunali. I contenziosi che hanno generato i recuperi hanno riguardato, tra gli altri, immobili religiosi ubicati a Roma, Milano e Genova. Sono però eccezioni. […]  Ma è il governo che deve decidere se e quando bussare al portone della Chiesa.

Mancato gettito. Perché la Commissione europea ordina all’Italia di recuperare l’Ici esentata (anche) al Vaticano. Europea su L’Inkiesta il 3 Marzo 2023.

La decisione segue la sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue che ha contestato all’esecutivo comunitario la rinuncia al recupero, anche solo parziale, da parte del nostro Paese degli «aiuti di Stato illegali» alle attività non commerciali tra il 2006 e il 2011

La Commissione europea riconosce le «difficoltà per le autorità italiane nell’individuare i beneficiari», ma non le ritiene sufficienti a motivare la rinuncia a recuperare «gli aiuti di Stato illegali concessi ad alcuni enti non commerciali sotto forma di esenzione dall’imposta sugli immobili».

Il tributo in questione è l’Imposta comunale sugli immobili (Ici), che tra il 2006 e il 2011 non hanno dovuto versare gli enti non commerciali che «esercitavano determinate attività sociali di natura economica». Tale esenzione riguardava gli «enti ecclesiastici» in senso lato, come la Chiesa Cattolica, che è stata tra i maggiori beneficiari, ma anche le altre confessioni e, in generale, gli enti no profit o con scopi filantropici.

La condizione (prevista dal decreto legge del 1992 che ha istituito l’imposta, sostituita nel 2012 dall’Imu) era che la destinazione dei locali fosse «esclusivamente allo svolgimento con modalità non commerciali di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, di ricerca scientifica, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive».

Il terzo governo Berlusconi, nel 2005, aveva fissato come discrimine solo la natura non «esclusivamente commerciale» delle attività. Anche se orientate al profitto, quindi, era il loro legame con finalità di religione o di culto a dar diritto all’esenzione. Mario Monti avrebbe sanato l’ambivalenza, escludendo appunto solo gli immobili dove viene svolta un’attività con modalità «non commerciale».

La Commissione ora ordina all’Italia di recuperare gli «aiuti illegali», di cui nel caso più emblematico della Chiesa non esiste una stima precisa. La decisione arriva dopo la sentenza del 2018 della Corte di Giustizia dell’Ue che annullava parzialmente un altro provvedimento dell’esecutivo comunitario, risalente al 2012.

Nel 2012, Bruxelles dichiarava l’esenzione fiscale incompatibile con le norme europee sugli aiuti di Stato, ma senza prescrivere al nostro Paese di rintracciare gli arretrati «in quanto le banche dati, fiscali e catastali non consentivano di individuare i beneficiari». Nel 2018, come detto, la Corte ha poi parzialmente annullato la decisione della Commissione, chiedendole di verificare invece se esistessero metodi alternativi per recuperare le somme, «anche se solo parzialmente».

Nella decisione di stamattina la Commissione riconosce «l’esistenza di difficoltà per le autorità italiane nell’individuare i beneficiari dell’aiuto illegale, ma conclude che tali difficoltà non sono sufficienti per escludere la possibilità di ottenere almeno un recupero parziale dell’aiuto». Quanto alle tecniche per farlo, l’esecutivo comunitario suggerisce di «utilizzare i dati delle dichiarazioni presentate nell’ambito della nuova imposta sugli immobili (l’Imu, ndr) e integrarli con altri metodi, comprese le autodichiarazioni».

C’è un’eccezione: non andranno recuperati gli aiuti concessi per le attività non economiche e quelli «de minimis», cioè quelli di modesto importo, la cui cifra massima è pari a duecentomila euro «per ciascuna impresa, nell’arco di un periodo di tre anni». Come riporta Pagella Politica, il passaggio dall’Ici all’Imu, tra il 2011 e il 2012, è valso un aumento del gettito complessivo per lo Stato da 9,2 miliardi di euro a 23,7 miliardi di euro.

Come tutti i provvedimenti di Bruxelles, anche questo è impugnabile. L’Italia, volendo, potrebbe fare appello alla Corte di Giustizia dell’Ue, ma – come spiegano a Linkiesta fonti della Commissione – la decisione di oggi arriva proprio sulla scia di una sentenza dei giudici del Lussemburgo, gli stessi ai quali Roma dovrebbe rifare nuovamente ricorso.

Abusi immobiliari.

Abusi Finanziari.

Abusi culturali.

Abusi sessuali.

Abusi immobiliari.

Il Vaticano fa sempre più soldi con il mattone: + 31 milioni di utili. Stefano Baudino su L'Indipendente venerdì 8 settembre 2023.

Non è soltanto uno stereotipo: il valore delle ricchezze controllate dalla Chiesa cattolica continua ad essere, anche di questi tempi, estremamente rilevante. Ad attestarlo è l’ultimo bilancio dell’Apsa, il dicastero vaticano che gestisce il complesso dei beni della Santa Sede. Che, nel 2022, sul versante del patrimonio immobiliare, ha chiuso con una rendita di 52,2 milioni (+31,4 milioni), vedendo invece una perdita di 6,7 milioni su quello del patrimonio mobiliare. In Italia, il Vaticano ha gestito lo scorso anno ben 4.072 unità immobiliari, versando direttamente o indirettamente nelle casse pubbliche appena 6,05 milioni di Imu e 2,91 milioni di Ires: imposte dalle quali continuano a rimanere esentati non solo i luoghi di culto (chiese, abbazie, ecc.), ma anche tutti quegli immobili che ruotano attorno alle attività religiose e ritenuti “no profit”.

Non è un mistero che, nel patrimonio della Santa Sede – che, al netto delle passività, ammonta in tutto a 2,8 miliardi -, si contino sontuosi palazzi nel centro della Capitale, nonché terreni e palazzi nell’area delle zone residenziali. Dal computo, vanno tolti gli immobili strumentali inalienabili come le basiliche e le sedi dei dicasteri, che non sono valutabili. Tra le oltre 4mila unità immobiliari gestite dal dicastero in territorio italiano (per circa un milione e mezzo di metri quadrati), 2.734 sono sue, mentre 1.338 appartengono ad altri enti. Complessivamente, 1.389 unità risultano ad uso residenziale, 375 ad uso commerciale, 253 sono a redditività ridotta e 717 sono pertinenze. All’estero, il Vaticano gestisce invece più di 1.100 unità immobiliari. Dai dati emerge che soltanto il 19% di questo patrimonio complessivo è locato a condizioni di libero mercato: il 12% lo è a canone agevolato, il 69% a canone nullo.

Passando alla voce di bilancio riferita al patrimonio mobiliare, si registra invece una  flessione, seppur di minore entità. Gli investimenti finanziari gestiti dall’Apsa ammontano, al 31 dicembre 2022, a circa 1,777 milioni di euro e sono comprensivi sia della gestione della proprietà che della gestione di terzi (enti della Santa Sede o ad essa collegati). Se alla fine del 2021 essi avevano portato a un risultato positivo (+19,85), al termine dello scorso anno si è assistito a un disavanzo di 6,7 milioni di euro, con una differenza di -26,55 milioni rispetto al 2021. A crescere sono stati anche i costi di gestione, da 10 a 13 milioni di euro. Lo scorso anno, Apsa ha poi contribuito con 32,27 milioni di euro alla copertura del fabbisogno della Curia, in leggero calo rispetto al 2021 (38,1 milioni).

L’arcivescovo presidente dell’Apsa, Nunzio Galantino, nella lettera che accompagna il bilancio parla di numeri che raccontano di «un’amministrazione che, come tutti, ha dovuto e continua a fare i conti con gli effetti della crisi pandemica e dall’incertezza derivante dai conflitti in atto», le cui «conseguenze negative finanziarie ed economiche» hanno fisiologicamente influenzato l’esercizio 2022. Inoltre, come già «si intuiva dai primi mesi, si sono verificati fenomeni di spinta inflattiva e di notevole rialzo dei costi per l’energia che hanno avuto ripercussioni negative sui risultati gestionali delle varie aree di attività dell’Apsa». In merito agli ottimi risultati legati alla gestione del patrimonio immobiliare vengono spese meno parole, ma l’arcivescovo tiene a sottolineare come l’Ufficio investimenti dell’Apsa operi non per perseguire finalità speculative, bensì a «contenuto tasso e a comprovato impatto sociale», in vista della conservazione e del consolidamento del patrimonio. Che in realtà, come nitidamente fotografato dai dati, continua a crescere e non di poco. [di Stefano Baudino]

Manuela Tulli  per l’ANSA domenica 20 agosto 2023.

Oltre 4mila immobili, la maggior parte dei quali sono ubicati a Roma. Ma alcune unità sono anche in Francia, Svizzera e Regno Unito. La metà sono ad uso residenziale ma ci sono anche locali, per lo più affittati, ad uso commerciale, garage e biblioteche, conventi e catacombe, stalle e cabine elettriche. E' la fotografia degli immobili del Vaticano così come emerge dall'ultimo bilancio dell'Apsa, l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. Un bilancio che nel 2022 ha visto complessivamente un peggioramento del risultato operativo, a causa delle incertezze causate dal conflitto in Ucraina come l'aumento dei prezzi dell'energia.

La flessione però ha interessato il comparto mobiliare mentre quello degli immobili ha tenuto e in parte compensato il calo. Questo grazie anche ai primi frutti della nuova politica nel settore. Si cominciano ad archiviare i tempi nei quali la 'casa in Vaticano' era sinonimo di privilegio assoluto; l'Apsa oggi, grazie alle novità volute da Papa Francesco, ha cominciato per esempio a porre un freno sugli affitti gratuiti, gli spazi degli uffici esagerati, gli immobili lasciati sfitti perché privi di manutenzione. Proprio sul fronte dei locali sfitti è stata fatta una massiccia operazione, divisa in maxilotti, di ristrutturazione per metterli sul mercato.

Come anche sono stati destinati alla locazione gli spazi liberati grazie al ridimensionamento dei mega uffici, dove in alcuni casi sono state ridimensionate finanche le scrivanie. Ma ecco la fotografia aggiornata degli immobili vaticani. Il numero di unità è pari a 4.072 con una superficie commerciale di circa 1,47 milioni di mq. 

Per quanto riguarda la distribuzione territoriale in Italia, il 92% delle superfici degli immobili è localizzato nella Provincia di Roma, il 2% è collocato nelle province di Viterbo, Rieti e Frosinone, il restante 2% a Padova (Basilica del Santo), il 2% ad Assisi e il restante 2% distribuito in altre 25 provincie Italiane. Nel dettaglio della città di Roma, la maggiore concentrazione riguarda le zone immediatamente adiacenti lo Stato Città del Vaticano. Il 19% degli immobili è affittato a libero mercato, il 12% a canone agevolato, il 69% a canone nullo. L'ultimo bilancio rileva tuttavia un aumento dei ricavi immobiliari, a partire dai canoni di affitto, "grazie ad un sostanziale ritorno alla normalità dopo la fine degli effetti della pandemia".

Fino al 2021 l'Apsa per sostenere le attività commerciali che erano in affitto in locali della Santa Sede ha accordato uno sconto sui canoni tra il 30% ed il 50% e ha concesso dilazioni nel pagamento di una ulteriore parte variabile tra il 20 ed il 30%. Infine il capitolo tasse: per l'anno d'imposta 2022 sono stati versati allo Stato italiano 6,05 milioni di euro per Imu e 2,91 milioni di euro per Ires; di cui, per la sola Apsa, 4,65 milioni per Imu e 2,01 milioni per Ires.

Al tal proposito il presidente dell'Apsa, mons. Nunzio Galantino, sottolinea: "La trasparenza di numeri, risultati conseguiti e procedure definite è uno degli strumenti che abbiamo a disposizione per allontanare, almeno in chi è libero da preconcetti, infondati sospetti riguardanti l'entità del patrimonio della Chiesa, la sua amministrazione o l'adempimento dei doveri di giustizia, come il pagamento di imposte dovute e di altri tributi".

Estratto dell’articolo di Carlo Marroni per il “Sole 24 Ore” il 18 agosto 2023. 

Il Vaticano e il suo patrimonio immobiliare. Per i vertici della Santa Sede la percezione dell’opinione pubblica sull’immensità delle ricchezze papali è una leggenda ma i numeri, in effetti, sono abbastanza consistenti. Palazzi di pregio nel centro storico di Roma, palazzine nelle zone residenziali, terreni. Valori importanti, da cui vanno tolti gli immobili strumentali inalienabili – le sedi dei dicasteri in Piazza Pio XII o il complesso di San Calisto a Trastevere e naturalmente le basiliche - e quindi non valutabili.

L’Apsa – il dicastero del “patrimonio”, che al netto delle passività ammonta a 2,8 miliardi da bilancio - complessivamente gestisce in Italia 4.072 unità immobiliari per un totale di quasi un milione e mezzo di metri quadrati. Fra queste 2.734 sono sue, e 1.338 di altri enti. Tra le unità dell’Apsa 1.389 sono ad uso residenziale, 375 ad uso commerciale 717 sono pertinenze e 253 sono quelle a redditività ridotta. Anche all’estero i numeri sono tutt’altro che irrilevanti: oltre 1.100 unità immobiliari, mentre in Italia il 92% degli immobili è in provincia di Roma, e in particolare nelle aree adiacenti lo Stato.

Ma quanto frutta questo patrimonio? Nel 2022 ha reso bene, 52,2 milioni di euro, in crescita di 31,4 milioni, e un dato importante deve essere tenuto presente: solo il 19% è locato a condizioni di libero mercato, il 12% a canone agevolato e il 69% a canone nullo. Meno bene è andata per la gestione del patrimonio mobiliare: gli investimenti finanziari gestiti dall’Apsa ammontano al 31 dicembre 2022 a circa 1,777 milioni di euro, e comprendono sia la gestione della proprietà che la gestione di terzi (enti della Santa Sede o ad essa collegati, tra cui la Segreteria di Stato, a seguito della nota vicenda del palazzo di Sloane Avenue): questo comparto ha visto una perdita di 6,7 milioni di euro, rispetto a quello positivo realizzato nel 2021 di 19,85. […]

[…]

Chiese ad uso “fantasioso”, ecco il festival degli orrori. Pio Daniele Mizzau su culturaidentita.it il 29 Aprile 2023 il 29 Aprile 2023 su Il Giornale.

Chiese ed edifici religiosi, i più neanche sconsacrati, chiusi o riconvertiti ad altre fantasiose destinazioni. Il programma Report a fine 2022 denunziava il creativo utilizzo di numerose chiese nel centro di Napoli, chiuse o abbandonate. Il portavoce della diocesi dichiarava ironico che “… In città ci sono talmente tante chiese che neanche il Padre Eterno lo sa!”. Invero solo nel centro storico ve ne sono 203: delle quali 79 attive, 75 chiuse, in restauro o abbandono e ben 49 ridotte ad uso privato-profano. Sulle proprietà: 113 edifici appartengono a Enti Ecclesiastici, 20 al Fec, 15 al Comune, 11 al Demanio, 17 a Enti privati ed infine 26 risultano di nessuno!

Da questa canea di numeri non poteva che fiorire l’estro del popolo partenopeo. Ma facciamo un passo indietro, perché il cardinale Sepe nel 2010 concesse in usufrutto gratuito alcune strutture ad enti ed associazioni senza fine di lucro ma con l’obbligo al rispetto di chiari parametri: flatus vocis, parole al vento! E dal balcone apparso sulla facciata della chiesa di Sant’Arcangelo parte il festival degli orrori: parcheggio privato con terrazza e solarium, palestra, falegnameria con deposito, sale congressi per meeting, mostre e festeggiamenti di compleanni, sono solo alcuni dei nuovi dissacranti utilizzi delle povere chiese affidate ai privati. Dalla chiesa di Sant’Agostino alla Zecca con dimensioni da cattedrale e chiusa da ben 40 anni, sono state magicamente cedute le sacre cripte, poi adibite ad officine; nella Chiesa di San Francesco alle Monache un artista cileno con fanciulla mezza nuda sulle gambe, dissertava su sesso, masturbazione, esoterismo e tarocchi (nel 2013 la chiesa ospitò la conferenza di Alejandro Jodorowsky, il drammaturgo cileno le cui opere sono intrise di sesso, esoterismo, sciamani e tarocchi. Un caso che allora fece molto discutere, n.d.r.). Il tutto davanti ad un bel crocifisso, in luogo probabilmente non ancora sconsacrato, sfidando la misericordia di Dio che per fortuna del sudamericano risulta essere “ancora” infinita! Anche i frati del monastero di Santa Chiara per far quadrare i conti offrono un pacchetto matrimoniale con Santa Messa più ricevimento in antico refettorio, intendiamoci l’utilizzo dell’ambiente sarebbe anche coerente, l’opportunità di farlo meno! Ma il cardinale si difende riconducendo alla Curia solo il 15% dei sacri palazzi.

Secondo un censimento dell’Ufficio Nazionale dei Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto, in Italia ci sono oltre 200.000 edifici sacri, di cui solo 77.000 di proprietà delle parrocchie, il resto è di Regioni, Comuni, Ordini religiosi, privati cittadini e Ministero dell’Interno, che ne detiene oltre 800 gestiti dal Fec (Fondo edifici di culto), il quale deve assolvere ai quattro compiti indicati nella norma istitutiva: conservazione, restauro, tutela e valorizzazione.

Secondo il Wall Street Journal la Chiesa anglicana chiude in media 20 edifici religiosi all’anno, in Germania negli ultimi anni hanno chiuso centinaia di chiese e lo stesso accade anche nei Paesi cattolici come Italia e Francia, rispettivamente prima e seconda nazione per numero di edifici religiosi in Europa.

I monasteri abbandonati in Italia si stima siano oltre 800: edifici storici, unici, ricchi di tesori d’arte, spiritualità e cultura che rischiano di scomparire. Coagulano storia, tradizioni religiose e costruttive, divenendo rappresentativi presidi identitari. Quali le cause di tale abbandono? Aspetti meramente economici? Mancano prelati? Anche se la secolarizzazione ha un effetto diretto sul numero delle ordinazioni sacerdotali e quindi sul mancato incremento del clero, tuttavia la distribuzione dei sacerdoti segue criteri pastorali connessi alla densità degli abitanti e non a quella degli edifici di culto. Sovente le chiese, costruite e abbandonate, seguendo la parabola del loro uso liturgico, trovano oggi un’intera popolazione che vorrebbe adottarle e difenderle in ragione del loro valore iconico-identitario.

L’appello al Governo per la conservazione di queste architetture non si deve solo a ragioni intra-ecclesiali, piuttosto alla nuova sensibilità culturale di vincolo e difesa di beni rappresentativi del paesaggio.

Al novello ministro quindi, lo spunto per censire, accorpare, riordinare e pianificare una gestione unica del vasto patrimonio degli edifici di culto che storia, tradizioni e fede ci hanno generosamente tramandato e che affoga disperso tra enti e soggetti vari disordinati tra loro. Che “Giuliano SanGennaro” illuminato dall’omonimo patrono partenopeo possa rilanciare il nostro nazionale petrolio bianco.

Andate in pace. Report Rai. PUNTATA DEL 24/04/2023 di Danilo Procaccianti

Collaborazione di Goffredo De Pascale e Andrea Tornago

A Napoli una parrocchia cinquecentesca è stata occupata da anni abusivamente.

Una parrocchia cinquecentesca in pieno centro storico occupata da anni abusivamente da una famiglia, una parte della quale ha scontato lì anche gli arresti domiciliari; Il borbonico Cimitero monumentale delle 366 fosse che è stato ampliato, seppur vincolato dalla Soprintendenza… Prosegue così l’inchiesta sulla gestione dei beni della Curia di Napoli, tra assenza di controlli, singolari attività imprenditoriali e cospicui lasciti gestiti senza tenere conto delle volontà testamentarie come è accaduto per il maestoso complesso immobiliare che domina la collina di Posillipo, lasciato alla Curia purché destinato a scopi di beneficenza, istruzione ed educazione, ma messo in vendita con il nulla osta dell’Arcivescovo Emerito di Napoli Crescenzio Sepe. 

ANDATE IN PACE Di Danilo Procaccianti Collaborazione: Goffredo De Pascale, Andrea Tornago Immagini Carlos Dias, Marco Ronca, Andrea Lilli Montaggio e grafiche Monica Cesarani

DA REPORT DEL 7/11/2022 LA MESSA È FINITA DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Il centro storico di Napoli ha un numero di chiese elevatissimo e forse anche per questo moltissime sono chiuse o adibite ad altro uso rispetto al culto. Una situazione di cui anche la Curia non ha contezza

VINCENZO DORIANO DE LUCA – PORTAVOCE ARCIDIOCESI NAPOLI Neppure il Padreterno sa quante chiese sono concentrate nel centro storico di Napoli. Proprio nel centro storico ce ne sono 203. Di queste 203, 79 sono aperte al culto

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Proprio perché sfuggono al controllo nelle chiese di Napoli succede di tutto e addirittura abbiamo un record mondiale: un caso di abuso edilizio sulla facciata di una chiesa, quella di Sant’Arcangelo a Baiano, sede di un’arciconfraternita dove gli appartamenti confinanti si sono allegramente allargati

DANILO PROCACCIANTI Ma lei quindi ci abita là?

UOMO Sì

DANILO PROCACCIANTI E come è possibile che si fatto l'appartamento dentro la chiesa?

UOMO E perché quello poi gli appartamenti sono adiacenti, si vede che facendo qualche lavoretto interno…

DANILO PROCACCIANTI Si sono allargati

UOMO Hanno visto che ci stava la stanza a fianco…perché non è solo quella, ci sta anche il terrazzino sopra

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO L’utilizzo delle chiese di Napoli è fuori controllo, tante sono quelle trasformate in garage a pagamento…abbiamo poi la chiesa venduta ai privati e trasformata in palestra, così come la chiesa diventata negozio e la chiesa che si affitta per eventi, mentre San Gennariello a Spogliamorti oggi è diventata una vera e propria falegnameria

DANILO PROCACCIANTI Un’informazione: ma questa prima era una chiesa?

FALEGNAME Sì

DANILO PROCACCIANTI Quindi oggi ci state voi, una falegnameria…

FALEGNAME Un deposito, questo è un deposito

DANILO PROCACCIANTI Voi pagate l’affitto a un privato?

FALEGNAME Da 70 anni

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Nessuna traccia della chiesa che fu ma basta alzare gli occhi al cielo ed ecco che emerge il tesoro che abbiamo perso.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Il cavaliere Giacomo Onorato controlla che le chiese affidate in comodato d’uso gratuito non diventino fonte di speculazione

DANILO PROCACCIANTI Se poi ci faccio spettacoli teatrali faccio pagare il biglietto. Non pago Imu, non pago Tari. È un vantaggio…

GIACOMO ONORATO Un grandissimo vantaggio. Che non pagano il dovuto allo Stato. D'altronde dovrebbero essere così onesti da cambiare lo stato d'uso, ma è possibile cambiare lo stato d’uso di un luogo sacro, luogo pubblico sacro? DANILO PROCACCIANTI FUORICAMPO Quello che vedete è un concerto di Patty Smith e si è tenuto all’interno della basilica di San Giovanni Maggiore, affidata all’Ordine degli Ingegneri di Napoli a titolo gratuito. Il biglietto però costava 56 euro. Poi c’è la chiesa di San Gennaro all’Olmo, affidata sempre gratuitamente all’associazione Giambattista Vico, che nel 2018 ha pensato bene di organizzarci una festa di Halloween ritenuta pericolosa dalla Chiesa per il carattere occulto e per la visione distorta del culto dei morti

DANILO PROCACCIANTI A San Gennaro all'Olmo una festa di Halloween nel 2018…

VINCENZO DORIANO DE LUCA – PORTAVOCE ARCIDIOCESI NAPOLI E difatti qui è avvenuto la risoluzione del comodato lì, rispetto a quella festa, in maniera proprio istantanea

DANILO PROCACCIANTI Però l'associazione Giambattista Vico mi sa che gestisce altre chiese…

VINCENZO DORIANO DE LUCA – PORTAVOCE ARCIDIOCESI NAPOLI Perché ne ha due in comodato d'uso

DANILO PROCACCIANTI Se sono stati cattivi là…

VINCENZO DORIANO DE LUCA – PORTAVOCE ARCIDIOCESI NAPOLI Ma in quell’altra chiesa non è capitato nulla DANILO PROCACCIANTI Se tu hai sbagliato, ai miei occhi non sei affidabile

VINCENZO DORIANO DE LUCA – PORTAVOCE ARCIDIOCESI NAPOLI Perché si condanna il peccato, ma non il peccatore. E questo lo dovrebbe ricordare molto

DANILO PROCACCIANTI Ah, devo ricordarmi io…

VINCENZO DORIANO DE LUCA – PORTAVOCE ARCIDIOCESI NAPOLI C’è un’opera di misericordia, eh…

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO E di opere di misericordia ne hanno fatte tante. La chiesa di San Francesco delle Monache è stata addirittura affittata a un’associazione. Un caso unico, perché loro pagano un affitto di 1500 euro

DONNA Questa non è sconsacrata, se vuoi sapere delle notizie. Facciamo la media di un 50, 60 concerti all'anno

DANILO PROCACCIANTI E la proprietà di chi è, della Curia?

DONNA Dell'Istituto diocesano per il sostentamento del Clero

DANILO PROCACCIANTI Che l'ha affidata a voi?

DONNA Sì, noi facciamo cose di grande qualità voglio dire, di spessore

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Tutte cose di spessore, non abbiamo dubbi, eccetto perlomeno una volta. Nel 2013 la chiesa ospitò la conferenza di Alejandro Jodorowsky, il drammaturgo cileno le cui opere sono intrise di sesso, esoterismo, sciamani e tarocchi

GIACOMO ONORATO Che cosa mi sono ritrovato? Uno pseudo mago! Alejandro Jodorowsky

DANILO PROCACCIANTI Jodorowsky

GIACOMO ONORATO Jodorowsky, sì, con una donna seduta tra le sue braccia, seminuda con tutto il seno da fuori. E addirittura, lungo la navata, ha raccontato come si masturba un clitoride

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Proprio così. Questa è la foto della ragazza a seno nudo sulle gambe di Jodorowsky, e questa è la testimonianza della ragazza: “Le chiese sono piene di nudi dipinti alle pareti e scolpiti nel marmo – scrive - e se davvero avessero a cuore il futuro dell’umanità dovrebbero insegnare la masturbazione della clitoride da ogni pulpito”

DANILO PROCACCIANTI In quella chiesa, qualche anno fa, ci fu….

VINCENZO DORIANO DE LUCA – PORTAVOCE ARCIDIOCESI NAPOLI E siamo intervenuti

DANILO PROCACCIANTI Aspetti! Ancora non ho fatto la domanda…

VINCENZO DORIANO DE LUCA – PORTAVOCE ARCIDIOCESI NAPOLI Eh sì, perché sono domande...torniamo a una cosa… da dieci anni, siamo intervenuti

DANILO PROCACCIANTI E qui come siete intervenuti?

VINCENZO DORIANO DE LUCA – PORTAVOCE ARCIDIOCESI NAPOLI Siamo intervenuti chiedendo garanzie che questo non avvenisse più

DA REPORT DEL 21/11/2022 “QUESTI FANTASMI” DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Questa è la chiesa di San Biagio ai Taffettanari, un gioiello del Cinquecento nel centro storico di Napoli, chiusa e abbandonata ormai da diversi anni a differenza della sua canonica: un palazzo di quattro piani occupati dalla famiglia Macor. Al primo piano vive Margherita Macor, condannata per usura aggravata ed estorsione, sta scontando la pena proprio qui, insieme al marito Antonio Cortese, agli arresti domiciliari per vari reati tra cui rapine. Al secondo piano vive il figlio Salvatore Cortese, anche lui ha scontato gli arresti domiciliari per varie rapine. Al terzo e quarto piano altri membri della famiglia Macor.

DANILO PROCACCIANTI Scusa, scusa

DANILO PROCACCIANTI Qual è il profilo criminale di questa famiglia?

ARNALDO CAPEZZUTO – GIORNALISTA Tutto nasce da Giuseppe Macor, un associato al clan di Giuliano di Forcella. Tutte le zone a ridosso del centro storico di Napoli per anni sono stati sotto al verbo della famiglia Macor, con la gestione dei parcheggi abusivi, piazze in cui le forze dell'ordine neppure c'entravano e avevano un gettito di 10-12 mila euro al mese. Ma Macor si caratterizza anche per rapine, estorsioni associazione camorristica.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Lo spessore criminale della famiglia Macor emerge quando entrati nel palazzo sfrattano con la forza i legittimi inquilini e occupano gli appartamenti. Tutto avviene nell’inerzia di padre Emanuele Casole che pure ha gestito la chiesa per anni ed ha assistito in silenzio.

DANILO PROCACCIANTI Quel palazzo a fianco ci risulta che è occupato da anni

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI Innanzitutto la chiesa di San Biagio ai Taffettanari non è della Curia.Abbiamo fatte ricerche su ricerche, tutto, ma non siamo riusciti.

DANILO PROCACCIANTI Il palazzo affianco sì però?

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI No nemmeno, difatti è occupato da persone quindi non…

DANILO PROCACCIANTI Lei sa che questi hanno diversi procedimenti penali.

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI Questo poi non lo so.

DANILO PROCACCIANTI Che non pagano le utenze non pagano nulla.

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI Non lo so.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Il parroco non interviene nemmeno quando i Macor, per anni hanno disposto a loro piacimento del tetto della chiesa con a fianco il campanile. Il lastrico della chiesa negli anni è stato utilizzato come solarium, per il tiro con l’arco, come area per cani, per fare bagni in piscina.

ARNALDO CAPEZZUTO – GIORNALISTA Per me passa un messaggio devastante per questa città: che un immobile viene occupato con la forza intimidatrice…nessuno interviene, è tranquillo! È la città del mare, il Vesuvio, il Napoli vince e siamo tutti quanti contenti.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Ci eravamo occupati delle chiese e dei beni lasciati in donazione gestiti dalla Curia di Napoli. Avevamo visto che due chiese su tre nel centro storico erano sostanzialmente abbandonate per via dei costi di gestione. Proprio per questo nel 2010 l’Arcivescovo di Napoli il Cardinale Sepe, di allora, le aveva date in comodato d’uso gratuito molte di queste chiese ad alcune associazioni, con l’impegno di svolgere delle attività che però mantenessero il decoro di un luogo di culto. Invece che cosa avevamo scoperto che in molte di queste chiese erano finite con l’ospitare eventi un po’ eccentrici: la festa di Halloween o congressi con donne con seno nudo teorizzavano la pratica della masturbazione. Poi avevamo visto anche che su alcune facciate, la chiesa di Sant’Arcangelo a Baiano, era addirittura spuntato un abuso edilizio, un balcone. E poi eravamo stati in via dei Taffettanari, in un’ex canonica che fa parte di un complesso, la chiesa di San Biagio, che era stata occupata abusivamente da una famiglia in odore di camorra, che aveva sfrattato gli inquilini che c’erano precedentemente e utilizzava questo palazzo e anche il tetto della chiesa a proprio piacimento. Tanto che ci siamo chiesti: ma di chi è questo bene? L’ex parroco don Emanuele Casole ha detto: “Non è sicuramente della Curia”, e l’Arcivescovo attuale, don Battaglia, ha detto: ”Se Report ha dei documenti sarebbe interessante, vederli. prendere in visione perché ci aiuterebbe a dipanare una intricata vicenda”. Ora il nostro Danilo Procaccianti è tornato in via dei Taffettanari, ha trovato un imponente schieramento di forze dell’ordine ha detto: Questa è la volta buona. Ha pensato.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Quando siamo tornati davanti la chiesa di San Biagio ai Taffettanari, un gioiello del Cinquecento chiuso e abbandonato con la canonica occupata da una famiglia in odore di camorra abbiamo trovato uno schieramento di forze della polizia municipale…ma non erano lì per il palazzo occupato, erano lì solo per portar via le auto in divieto di sosta. Per la storia del palazzo occupato non è intervenuto nessuno: né la Curia né il Comune né la Soprintendenza… Sulla vicenda l’onorevole Francesco Emilio Borrelli ha scritto un’interrogazione parlamentare.

FRANCESCO EMILIO BORRELLI – DEPUTATO - ALLEANZA VERDI E SINISTRA Questa zona è terra di nessuno e in buona parte è gestita da questa famiglia che io combatto da sempre. Purtroppo per ora ho perso questa battaglia. Io ho fatto un'interrogazione parlamentare, mi batterò affinché questa quest'area torni alla città di Napoli e che la Curia, il Comune o qualsiasi altro ente preposto si assuma le proprie responsabilità. Non puoi tenere occupato un bene monumentale. Ma stiamo scherzando?

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Proprio mentre intervistiamo l’onorevole Borrelli arriva un membro della famiglia Cortese/Macor che ci fa salire all’interno del palazzo occupato

EMANUELE CORTESE Clan camorrista. Ma di camorrista cioè, per curiosità, ha visto qualcosa lei?

DANILO PROCACCIANTI Vabbè non è che c’è scritto camorrista, ho ricordato le vicende.

EMANUELE CORTESE Ed è normale

DANILO PROCACCIANTI …di vostra madre anche cose del passato, di estorsione etc., c'è una condanna quindi non è che è l’ho inventata io.

EMANUELE CORTESE Sì e l'ha pagata

DANILO PROCACCIANTI E vostro padre invece abita pure qua.

DONNA Mio padre abita qua, qua. Però non c’è, sta in carcere.

EMANUELE CORTESE Non risiede al momento qui

DANILO PROCACCIANTI Certo

DONNA Mio padre è tossico, mio fratello è tossico, cioè… non penso che possono fare un clan. È così? O mi sbaglio?

EMANUELE CORTESE È vero che i più grandi clan si drogavano tutti quanti però noi non abbiamo mai fatto…cioè mio padre è sempre andato a rubare, mio fratello altrettanto. Cioè non c'è un marchio di camorra. Per voi chi va a rubare è camorrista?

DANILO PROCACCIANTI C'è un figlio di Macor che dice io mi sono rifatto una vita, adesso faccio il pizzaiolo.

FRANCESCO EMILIO BORRELLI – DEPUTATO - ALLEANZA VERDI E SINISTRA Pure la famiglia Macor si sono fatti anni… decenni di galera per associazione camorristica, anche per omicidio e non mi risulta che qualcuno ricordi i nomi delle vittime. Quindi io vorrei partire sempre dal fatto che ci sono delle vittime cioè non è che sono delle persone che hanno sbagliato così, sono delle persone ho fatto del male che hanno fatto girare la droga, che hanno fatto sopraffazione azioni violente e hanno anche ucciso. Adesso tutti hanno diritto ad avere nuove possibilità seguendo la legge. Non è che se li si vuole mettere a posto può tenere occupata una casa abusivamente che è un bene pubblico dei cittadini e in questo caso un bene monumentale

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Rimane il mistero di come un’intera famiglia con evidenti problemi con la giustizia abiti una canonica di una chiesa cinquecentesca dove fino a poco tempo fa padre Emanuele Casole celebrava messa, possibile che lui non si sia accorto di nulla?

DANILO PROCACCIANTI Ma lei la usava però… visto che non è della Curia come la usava lei?

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI Noi...

DANILO PROCACCIANTI C’è qualcosa che non mi torna

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI Innanzitutto, l’informazione dovrebbe essere precisa

DANILO PROCACCIANTI E infatti stiamo cercando di capire, sto chiedendo a lei..

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI E allora le sto dicendo, non è della Curia

DANILO PROCACCIANTI Mi sembra una situazione un po’ poco chiara.

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI No, no, no! Siete voi un po’ annebbiati con la testa!

DANILO PROCACCIANTI No, e perché annebbiati?

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI No, dovete dare delle risposte veritiere.

DANILO PROCACCIANTI E certo, ma infatti sono venuto a chiedere

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI Allora se voi siete un reporter che vuole indicare alla gente delle verità e cose, dite la verità.

DANILO PROCACCIANTI Lei dice che quello non è della Curia

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI No.

DANILO PROCACCIANTI Tanto questo lo verifichiamo.

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI Sì, verificate, a me che me ne importa DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO E noi abbiamo verificato. Sul sito della Curia stessa la proprietà della Chiesa San Biagio ai Taffettanari viene attribuita ad una confraternita, se così fosse, in punta di diritto canonico, a vigilare sul bene sarebbe appunto la Curia. Poi c’è la delibera del 2005 della Regione Campania che eroga dei contributi per i luoghi di culto, e a chiederli per la chiesa di San Biagio sarebbe stato proprio don Emanuele Casole. E ancora un ex dipendente della Curia, ci ha inviato un foglio excel in cui compaiono i locatari morosi degli immobili della Curia, e compare almeno fino al 2008 proprio Margherita Macor indicata come inquilina morosa abitante al primo piano di via dei Taffettanari…

DANILO PROCACCIANTI Qual è il rapporto con la Curia? Se c'è un contratto se in passato l'avete avuto.

DONNA Allora noi in passato l'abbiamo avuto il contratto però abbiamo anche richiesto il contratto di nuovo e non ci è stato dato a noi perché si dice che queste case non sanno di chi sono.

EMANUELE CORTESE Come non avessero padrone. Però noi per vent'anni a chi l'abbiamo pagato?

DANILO PROCACCIANTI Qualcuno vi ha fatto entrare, vi ha dato..

EMANUELE CORTESE Ma anche mia madre ha i domiciliari, io minorenne ho avuto i domiciliari anche lo Stato non credo che ci mettesse qua dentro mi state capendo se non avevamo un contratto

DANILO PROCACCIANTI Anche la Curia dovrebbe fare chiarezza, se ha percepito dei soldi.

FRANCESCO EMILIO BORRELLI – DEPUTATO - ALLEANZA VERDI E SINISTRA Io sono assolutamente convinto che l'attuale arcivescovo per come sta impostando la sua azione, farà piazza pulita. Perché non se ne sono occupati prima d'oggi? Perché purtroppo molto spesso è più facile girare la faccia dall'altra parte che far rispettare le regole.

DANILO PROCACCIANTI Sono di Report, si ricorda?

DONNA Un’altra volta?

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI Mi dispiace…adesso

DANILO PROCACCIANTI Solo perché…si ricorda che noi avevamo detto che avremmo verificato, abbiamo verificato che lei aveva chiesto un contributo per Taffettanari… ci aveva detto che non ne sapeva niente

PADRE EMANUELE CASOLE – CHIESA SANT’ONOFRIO E SAN BIAGIO AI TAFFETTANARI Andate…

DANILO PROCACCIANTI Perché ci fa così?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Don Casole ci sbatte la porta in faccia, eppure si tratterebbe di un complesso monumentale del Cinquecento di grande interesse pubblico, tuttavia quando poniamo il problema dell’occupazione abusiva nessuno ne vuol sentir parlare. Fanno tutti finta di niente. Ora la patata bollente passa nelle mani del ministro dell’Interno, Piantedosi, che dovrà rispondere all’interrogazione dell’onorevole Borrelli che chiede di ripristinare la legalità in quel palazzo, visto che né il Comune - che con noi non vuole parlare - né la Prefettura sono intervenuti né don Salvatore Fratellanza che è il presidente della Commissione amministrativa permanente per la gestione dei beni delle arciconfraternite commissariate, da cui dipenderebbe appunto proprio la chiesa di San Biagio ai Taffettanari. Don Fratellanza è stato nominato a capo della commissione proprio dal cardinale Sepe. Anche lui non vuole parlare con Report. Certo che aprire il capitolo dei beni gestiti dalla Curia napoletana e anche quelli delle arciconfraternite è un po' come aprire il vaso di Pandora. I nostri Danilo Procaccianti e Goffredo de Pascale hanno trovato altre anomalie, che definire eccentriche è un eufemismo.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Sull’uso anomalo che si fa delle chiese napoletane, sembra che le nostre inchieste non abbiano sortito nessun effetto. All’interno del complesso monumentale di Santa Chiara si continuano a fare i banchetti per i matrimoni tanto che di recente proprio lì ha fatto il suo ricevimento nuziale l’ex assessora al Comune di Napoli Alessandra Clemente. Proprio accanto a Santa Chiara nel complesso monumentale di Santa Maria la Nova, invece, continuano i concerti a pagamento, a breve ci sarà l’omaggio a Mina, dopo che ci sono stati quelli a Lucio Battisti e a Edoardo De Crescenzo

DANILO PROCACCIANTI Tutto a pagamento. GIACOMO ONORATO – CAVALIERE DELLA REPUBBLICA Tutto a pagamento. Attenzione a pagamento sì, però c'è diversificazione, c'è per i ricchi e per i meno ricchi. Cioè dipende dalla scelta dei biglietti che si vuole acquistare. Abbiamo il silver che costa 25€, poi abbiamo il gold 30 euro. Ahimè per i più ricchi ci sta il premium 35€. Ma che andiamo a teatro?

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Di fronte alla sede della curia napoletana c’è la sede del museo diocesano e lì durante le feste natalizie hanno pensato bene di fare il tarantella show. Nella chiesa Stella Maris, invece, gioiello in stile neogotico ci hanno fatto addirittura una mostra con i cimeli di Maradona.

DANILO PROCACCIANTI Capisco che Maradona per voi è come un santo però addirittura una mostra dentro una chiesa

MASSIMO VIGNATI – COLLEZIONISTA No, questa è una cappella perché qua c’era un conte tanti anni fa…è tutto regolare

DANILO PROCACCIANTI No, non ho dubbi che è regolare.. però dico è un po’ strano

MASSIMO VIGNATI – COLLEZIONISTA Ma strano

DANILO PROCACCIANTI Siamo d’accordo, meglio che essere chiusa

MASSIMO VIGNATI – COLLEZIONISTA No strano, io dico le istituzioni, perché questa l’hanno affidata a un’associazione di amici e mi hanno chiesto di fare questa mostra e tutto…

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Non è successo nulla nemmeno per il balcone abusivo sulla facciata della chiesa di Sant’Arcangelo a Baiano appartenente a una confraternita e non ci risulta che padre Salvatore Fratellanza indicato dalla Curia come commissario per la gestione dei beni delle confraternite ne abbia chiesto l’abbattimento.

DANILO PROCACCIANTI Don Fratellanza buonasera S

ALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Buonasera

DANILO PROCACCIANTI Sono di Report, Raitre

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Male…

DANILO PROCACCIANTI Ogni volta non ci vuole incontrare..

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE No, non vi voglio incontrare

DANILO PROCACCIANTI Ma perché non ci dà delle spiegazioni

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Perché siete scorretti…scusi perché sta riprendendo?

DANILO PROCACCIANTI Perché siamo scorretti? Le abbiamo chiesto l’intervista un sacco di volte

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Le ho fatto rispondere, ha risposto l’Arcivescovo per tutti, anche per me quindi vi prego

DANILO PROCACCIANTI Però ci sono delle cose delicate..adesso su

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Vi prego, vi prego, ha risposto l’Arcivescovo anche per me

DANILO PROCACCIANTI Lei non vuole dire nulla?

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Niente.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Di recente abbiamo scoperto anche un altro business che si stava provando a fare nella chiesa Santa Maria della Luce. La chiesa fino a qualche anno fa era stata affittata come officina di restauro, il nuovo prete però ha cacciato gli affittuari e con una società di Padova ha provato a trasformarla di fatto in un cimitero: Un luogo della memoria, un deposito con 400 urne cinerarie. A pagamento ovviamente. Stranamente però dopo la messa in onda delle nostre inchieste il progetto è stato bloccato per non meglio precisati problemi burocratici. Peccato però che come dimostrano queste immagini già avevano cominciato a portare dentro la chiesa le ceneri.

GIACOMO ONORATO – CAVALIERE DELLA REPUBBLICA Infatti, attualmente in quella chiesa si contano 40 morti 40 urne diciamo così che contengono le ceneri. Però ahimè è tutto bloccato per la burocrazia ma quale burocrazia tutto bloccato allora i morti adesso rimangono là?

DANILO PROCACCIANTI Sequestrati?

GIACOMO ONORATO – CAVALIERE DELLA REPUBBLICA Sequestrati. In una chiesa, una chiesa antica come si fa a modificarla a mettere queste strutture di 400 urne di due pannelli scorrevoli…ma come si fa.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Il cavaliere Giacomo Onorato, detto Giacomino da tempo denuncia quelle che secondo lui sono le anomalie nella gestione delle Chiese e dei beni da parte della Curia partenopea.

DANILO PROCACCIANTI A proposito di loculi e di cimiteri, lei ha denunciato più volte la speculazione che starebbe facendo Don Fratellanza.

GIACOMO ONORATO – CAVALIERE DELLA REPUBBLICA Lei non deve dimenticare io sono Giacomino pane e pane e vino al vino. Io gliel'ho detto io l'ho scritto con un report fotografico perché lui, don Fratellanza lei deve immaginare nella cappella dove sono i miei genitori io ho due loculi, questi loculi io l'ho pagati 6.000€ al primo piano attenzione. Lui lo vende lo stesso loculo al terzo piano senza ascensore, perché io non so una persona anziana come fa ad arrampicarsi al terzo piano, lo stesso loculo lo vende a 12.000 euro…ahimè al 100%.

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Io vi dico solo questo e poi chiudiamo, quelli ai quali voi attingete notizie sono quelli che fanno più danno perché non sanno le cose, chiaro?

DANILO PROCACCIANTI Però alcune cose le abbiamo scoperte, viste noi con i nostri occhi

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Ma che avete scoperto?... Vabbè continuate a scoprire

DANILO PROCACCIANTI Non abbiamo scoperto niente? E’ tutto a posto

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Continuate a scoprire, grazie per le indagini che fate.

DANILO PROCACCIANTI Però capisce che così non ci aiutate a fare chiarezza…anche sul fatto che adesso loculi costano 12.000 euro.

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Ma non andate dietro alle cretinate che dice quella persona, ma l’avete visto in faccia a quella persona? Su questo vi screditate, vi state screditando.

DANILO PROCACCIANTI Però lei lo ha denunciato per diffamazione ed è stata archiviata.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Don Salvatore Fratellanza è commissario anche della confraternita proprietaria del cimitero delle 366 fosse, il primo cimitero per i poveri voluto da Ferdinando IV di Borbone nel 1862. Il cimitero è un complesso monumentale di importanza storica ma nonostante questo a maggio del 2019 a una scuola alberghiera fu consentito di fare un banchetto proprio sul terreno che ospita le fosse cimiteriali come testimoniano queste foto. Eppure, già nel 2001 era dovuta intervenire la soprintendenza per scongiurare alterazioni del già degradato complesso che aveva subito violente manomissioni.

ANTONIO DE GREGORIO – CUSTODE CIMITERO 366 FOSSE 1996-2019 Nel 2000 interviene la Soprintendenza si accorge di questo abusivismo enorme e chiude il cimitero e lo riapre soltanto dopo sei mesi, per una gestione ordinaria, per consentire a chi aveva già i morti qua al cimitero di fare visita ai propri cari. Invece l'amministrazione ha continuato.

DANILO PROCACCIANTI Cioè la confraternita?

ANTONIO DE GREGORIO – CUSTODE CIMITERO 366 FOSSE 1996-2019 La confraternita, l’arciconfraternita, con i vari commissari hanno continuato a costruire abusivamente loculi assegnandoli, vendendoli praticamente.

DANILO PROCACCIANTI Entra in gioco lei? Che cosa le chiede dell'Arciconfraternita?

ANTONIO DE GREGORIO – CUSTODE CIMITERO 366 FOSSE 1996-2019 Mi chiede di fare da tramite, assegnare questi loculi alle persone che ne avessero voluto usufruirne e però dicendomi a chiare lettere di incassare soltanto soldi in contanti. Facendomi intendere chiaramente che questi loculi erano abusivi senza nessun permesso di costruzione né da parte del Comune di Napoli né da parte della Sovrintendenza.

DANILO PROCACCIANTI Quindi lei prendeva i soldi e li portava in arciconfraternita?

ANTONIO DE GREGORIO – CUSTODE CIMITERO 366 FOSSE 1996-2019 Io prendevo i soldi dalle famiglie che ne facevano richiesta e li portavano in Arciconfraternita.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO L’Arciconfraternita incassava dai loculi costruiti abusivamente pure le bollette della luce e le quote condominiali che inviava direttamente a casa dei familiari dei defunti.

DANILO PROCACCIANTI Lei perché si prestava a fare questa cosa che era illegale… no? Farsi dare i soldi in contanti, un loculo abusivo.

ANTONIO DE GREGORIO – CUSTODE CIMITERO 366 FOSSE 1996-2019 Io mi prestavo per la salvaguardia del posto di lavoro.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Antonio De Gregorio ci è nato in quel cimitero, la sua famiglia lo gestisce da sempre e lui era il custode storico, a un certo punto però si mette paura perché la gente non vuole pagare più in contanti ma con gli assegni che lui stesso avrebbe dovuto versare sul proprio conto personale. Capisce che rischia lui in prima persona e allora si rifiuta di incassare altri soldi e protesta con il commissario dell’arciconfraternita.

DANILO PROCACCIANTI All’epoca il commissario dell’arciconfraternita era don Fratellanza.

ANTONIO DE GREGORIO – CUSTODE CIMITERO 366 FOSSE 1996-2019 Era Padre Salvatore Fratellanza. Ho fatto le mie rimostranze e dalle mie rimostranze hanno incominciato nel giro di pochi mesi a trovare delle scuse per farmi, cioè per licenziarmi.

DANILO PROCACCIANTI Oltre al danno la beffa. Perché la Arciconfraternita invece poi ha denunciato lei

ANTONIO DE GREGORIO – CUSTODE CIMITERO 366 FOSSE 1996-2019 Sì.

DANILO PROCACCIANTI Oggi lei si ritrova sotto inchiesta.

ANTONIO DE GREGORIO – CUSTODE CIMITERO 366 FOSSE 1996-2019 Allora l’arciconfraternita ha denunciato me dicendo che io praticamente ho costruito un cimitero intero in venti, trent’anni, l’'assurdità che loro non erano a conoscenza di questo cimitero e di queste costruzioni ma è un boomerang che gli torna indietro perché si sono succedute diverse amministrazioni, diversi commissari che comunque ogni qual volta che cambiavano diciamo commissario venivano a fare i sopralluoghi.

DANILO PROCACCIANTI Per venti anni non si sono accorti di niente.

ANTONIO DE GREGORIO – CUSTODE CIMITERO 366 FOSSE 1996-2019 Anche lo stesso…

DANILO PROCACCIANTI Ha fatto tutto lei di nascosto

ANTONIO DE GREGORIO – CUSTODE CIMITERO 366 FOSSE 1996-2019 Anche lo stesso Fratellanza col suo gruppo il suo direttore eccetera sono venuti a fare i sopralluoghi.

DANILO PROCACCIANTI E mai sono andati a denunciare prima per dire sono abusivi, hanno incassato i soldi.

ANTONIO DE GREGORIO – CUSTODE CIMITERO 366 FOSSE 1996-2019 Hanno denunciato sei mesi dopo che mi hanno licenziato.

DANILO PROCACCIANTI È stato un custode a fare tutti i loculi del cimitero, possibile che voi non sapevate nulla?

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Posso chiedervi di…

DANILO PROCACCIANTI Sì, sì ma io con educazione le sto chiedendo un punto di vista.

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Con educazione vi ho detto che io mi sono consultato con l’arcivescovo DANILO PROCACCIANTI Visto che comunque lei ha molti incarichi.

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Io sono rappresentante del vescovo e quindi il vescovo…basta, siate corretti.

DANILO PROCACCIANTI Però dico tutti questi incarichi …

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE No no, ma non sono tutti questi..

DANILO PROCACCIANTI Prevedono anche la responsabilità di trasparenza

SALVATORE FRATELLANZA – PRESIDENTE COMMISSIONE GESTIONE BENI DELLE CONFRATERNITE COMMISSARIATE Certo, certo, è l’arcivescovo che risponde per me.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO L’arcivescovo di Napoli all’epoca era il cardinal Sepe che con noi non vuole parlare. Ce l’aveva fatto capire chiaramente quando avevamo chiesto del perché la cittadella apostolica che don Cascella aveva lasciato alla curia napoletana con finalità caritatevoli, era finita in usufrutto a un imprenditore che l’aveva trasformata in un hotel di lusso. All’epoca il cardinale emerito Crescenzio Sepe ci aveva gentilmente invitato ad andare in altri luoghi

CRESCENZIO SEPE – ARCIVESCOVO EMERITO DI NAPOLI Se vuole fare polemica facciamo pure polemica e io poi vi dirò qualche cosa però però... adesso lasciatemi

DANILO PROCACCIANTI Eh no ce lo dica

CRESCENZIO SEPE – ARCIVESCOVO EMERITO DI NAPOLI Ma andate a farvi fottere

DANILO PROCACCIANTI Un albergo a 4 stelle

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Quello di don Cascella però non sarebbe l’unico testamento tradito dalla curia napoletana. In via Vittorio Emanuele, per esempio, in questo enorme palazzo tantissimi appartenenti erano di proprietà della signora Maria Laino che nel suo testamento aveva disposto che una parte di quelle abitazioni andassero alla curia di Napoli per fini di culto e religione e in una successiva lettera chiarisce addirittura che vanno utilizzati come ricovero per i sacerdoti poveri. La curia per un periodo mantiene fede al testamento ma con l’avvento del cardinale Michele Giordano, decide di trasformarli in un residence.

PIERGIUSEPPE DI NOLA - AVVOCATO Da un certo momento in poi l'utilizzo di quegli immobili dalla parte della Curia è per come dire a finalità commerciali, nel senso che erano stati frazionati in miniappartamenti ognuno dotato di bagno e cucinino.

DANILO PROCACCIANTI E questo appunto quindi in contrasto totale con le volontà testamentarie.

PIERGIUSEPPE DI NOLA - AVVOCATO Si stava avviando un'attività che era assolutamente diversa diciamo da una attività diciamo chiaramente direttamente a fini di culto religione e a fini caritatevoli com'era quella tenuta fino a quel momento.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Per questa ennesima storia paradossale si sta celebrando un processo da ben 25 anni, la curia ha perso in primo grado e in appello ma adesso la Cassazione ha rimandato tutto in appello.

DANILO PROCACCIANTI L'idea di trasformarlo in attività commerciale, io semplifico, fu dell'allora cardinale Giordano ma con il cardinale Sepe le cose non cambiano.

PIERGIUSEPPE DI NOLA - AVVOCATO Non c'è stata diciamo… la situazione non ho avuto nessun cambiamento negli anni.

DANILO PROCACCIANTI Cioè non è che il cardinale Sepe è arrivato e ha detto guardate troviamo un accordo ci facciamo veramente l'albergo per i poverelli oppure lo doniamo al Comune che ci fa qualcosa per beneficenza.

PIERGIUSEPPE DI NOLA - AVVOCATO No.

DANILO PROCACCIANTI Da un certo punto in poi la Curia si è comportata come un semplice privato qualunque.

PIERGIUSEPPE DI NOLA - AVVOCATO Non ha più destinato ai preti poveri quegli immobili.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Stesso copione per un immobile di pregio sulla collina di Posillipo di proprietà della congregazione delle religiose dei sacri cuori di Gesù e di Maria, le suore lo hanno avuto in donazione con la prescrizione di utilizzo a scopi di beneficienza, istruzione ed educazione, cosa che avviene, visto che per anni questo palazzo ha ospitato una scuola gestita dalle suore che però a un certo punto decidono di vendere tutto ma c’è un problema.

FLAVIO D’ECCLESIIS – AGENTE IMMOBILIARE Abbiamo scoperto che innanzitutto la donazione da cui derivava la proprietà era una donazione per fini religiosi, non quello che ci si chiedeva cioè di venderla comunque. E poi urbanisticamente non ci siamo.

DANILO PROCACCIANTI Quindi, se ho capito bene, le suore provano a vendere un immobile che non si sarebbe potuto vendere perché era stato donato per scopi di beneficenza e religiosi. E ve lo fa vendere anche che per più della metà abusivo.

FLAVIO D’ECCLESIIS – AGENTE IMMOBILIARE Un terzo circa un terzo, non sano urbanisticamente.

DANILO PROCACCIANTI Però è ancora in vendita.

FLAVIO D’ECCLESIIS – AGENTE IMMOBILIARE È ancora in vendita, è ancora in vendita come se fosse un edificio sano e come se fosse un edificio adibibile a qualsiasi destinazione.

DANILO PROCACCIANTI Lei però ha trovato anche un altro incartamento, queste suore per vendere hanno chiesto autorizzazione a chi e chi gliel'ha data?

FLAVIO D’ECCLESIIS – AGENTE IMMOBILIARE Al cardinale Sepe che ha… io ho sia la domanda delle suore sia la risposta firmata dal cardinale che ha dato autorizzazione.

DANILO PROCACCIANTI FUORI CAMPO Ed eccolo il documento, le suore chiedono al Cardinale Sepe di alienare l’immobile e lui risponde che non ha nulla in contrario ad accogliere la richiesta.

DANILO PROCACCIANTI Eminenza buongiorno, si ricorda di Report che ci ha mandato a quel paese l’altra volta però dice che non è vero CRESCENZIO SEPE – ARCIVESCOVO EMERITO DI NAPOLI Eh, sì.

DANILO PROCACCIANTI Ma ci può chiarire meglio quella cosa?

CRESCENZIO SEPE – ARCIVESCOVO EMERITO DI NAPOLI Adesso ho da fare, salve

DANILO PROCACCIANTI Però ne abbiamo trovati altri casi di testamenti non rispettati…solo questa cosa eminenza. CRESCENZIO SEPE – ARCIVESCOVO EMERITO DI NAPOLI Andiamo, andiamo.

DANILO PROCACCIANTI Lei ha detto che ci voleva parlare e poi quando veniamo non ci parla.

CRESCENZIO SEPE – ARCIVESCOVO EMERITO DI NAPOLI Andiamo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Niente, con noi il cardinale non vuole proprio parlare. Chi affida, in punto di morte, i propri beni alla Curia napoletana, è proprio perché spera che venga rispettata la sua volontà di aiutare i più poveri e i più fragili. Ora, vedendo queste scene, ci sarà ancora chi avrà voglia di donare? Per quello che riguarda il cimitero borbonico delle 366 fosse specifichiamo che l’unico indagato oggi è il custode, proprio in seguito a una denuncia dei frati, secondo i quali il custode avrebbe approfittato del suo ruolo per aggirare gli anziani e vendere loro i loculi abusivi. Ma siamo certi che i frati non sapessero nulla? Il dubbio viene perché c’è una nota del 18 giugno del 2001, in cui la Soprintendenza ha inviato ai frati, e ricordava che “si chiedeva la sospensione di ogni attività all'interno del cimitero per scongiurare il pericolo di ulteriori e magari irreversibili alterazioni del già degradato complesso monumentale che ha subito violente manomissioni frutto di interventi illegittimi". Da allora l'Arciconfraternita non ha fatto alcuna azione per ripristinare i luoghi, inoltre ci risulta che incassasse anche lei dalla vendita dei loculi fatta dal custode e inoltre dai suoi uffici amministrativi sono partite le bollette della luce e del condominio da pagare ai poveri familiari dei defunti che sono sepolti nei loculi.

 Segnali divini. Report Rai. PUNTATA DEL 17/04/2023 di Chiara De Luca

Collaborazione di Marzia Amico

L’Italia è nota come il paese dei 1000 campanili. ​​​​​

Per la loro altezza e la posizione centrale dagli anni 2000 sono stati scelti dalle aziende di telecomunicazione che vi hanno installato le antenne telefoniche. L’ente ecclesiastico incassa un affitto di locazione dal gestore telefonico: questo comporterebbe l’uso del campanile per finalità commerciali e la perdita dell’esenzione fiscale dedicata agli immobili della chiesa destinati al culto. Come si sono comportate le diocesi italiane?

Segnali divini Di Chiara De Luca Collaborazione Marzia Amico Immagini Dario D’India – Andrea Lilli – Fabio Martinelli Montaggio Andrea Masella Montaggio e grafica Michele Ventrone

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO In Sicilia, ai piedi dell’Etna, affacciata sul mare, si trova Acireale. Sullo sfondo ci sono i cento campanili che l’hanno resa storicamente famosa.

ANTONIO RASPANTI - VESCOVO DI ACIREALE (CT) La skyline si denota non certo per i grattacieli ma appunto per questi campanili che sono le grandi costruzioni di un tempo.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO L’Italia è nota come il paese dei mille campanili. Per la loro altezza e la posizione centrale fanno gola alle aziende di telecomunicazioni, che dagli anni 2000 c’hanno piazzato le loro antenne.

MARZIA MINOZZI - RESPONSABILE NORMATIVA E REGOLAMENTAZIONE ASSOTELECOMUNICAZIONI Quello che guida l’installazione delle antenne è l’obiettivo di creare una rete performante su tutto il territorio italiano.

CHIARA DE LUCA I campanili essendo alti…

MARZIA MINOZZI - RESPONSABILE NORMATIVA E REGOLAMENTAZIONE ASSOTELECOMUNICAZIONI Assolutamente. Detto questo, un campanile o un altro edificio è la stessa cosa

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Per far istallare le antenne sui campanili, l’ente ecclesiastico incassa l’affitto di locazione dal gestore telefonico. Questo, però, comporta l’uso del campanile per finalità commerciali.

DARIO CAPOTORTO – AVVOCATO - ESPERTO IN CONTRATTUALISTICA PUBBLICA Gli immobili destinati al culto non possono essere utilizzati per finalità commerciali, la locazione implica invece l’utilizzo del bene per finalità commerciali.

CHIARA DE LUCA Lei affitterebbe il campanile di una chiesa di Acireale?

ANTONIO RASPANTI - VESCOVO DI ACIREALE (CT) No, non ce la vedo questa cosa, assolutamente. Innestare un ripetitore significa un po’ violare, violentare un tipo di architettura che rappresenta soprattutto una cultura, insomma, un’epoca. Lì devi comunque pagare l’Imu perché cambia la natura dell’istituzione, dell’ente che sta usufruendo di quel bene. Poi si innescherebbero meccanismi impropri per un luogo di culto, secondo me.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora. Le compagnie telefoniche da decenni guardano con appetito i campanili per installare le loro antenne e non sempre trovano un baluardo come il vescovo di Acireale che è sensibile al patrimonio artistico e architettonico nonché alla natura giuridica della Chiesa. Infatti, i luoghi di culto che vengono utilizzati per un esercizio commerciale dovrebbero pagare le imposte. Anche la Conferenza Episcopale Italiana ha inviato una nota ai vescovi dicendo: non installate le antenne, rispettate la sacralità dei luoghi di culto. Insomma, come l’hanno presa i vescovi questa nota? La nostra Chiara De Luca

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO A Pontedera, il parroco, con l’approvazione dell’arcidiocesi di Pisa, ha acconsentito all’installazione di due antenne della telefonia mobile sul campanile del duomo, prima nel 2000 e poi nel 2016.

MICHELE ROSATI - ECONOMO ARCIDIOCESI DI PISA Viene pagato un affitto mensile, il contratto è regolarmente registrato all’Agenzia delle Entrate e il parroco paga le tasse, cioè l’Irpef sul… Credo che per quanto riguarda Pontedera si aggiri grosso modo, lordo, su una cifra mensile di poco più di 300 euro al mese.

CHIARA DE LUCA E paga anche l’Imu?

MICHELE ROSATI - ECONOMO ARCIDIOCESI DI PISA Certo, come tutte le parrocchie che hanno, che fanno attività commerciale.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO In Italia, infatti, sugli immobili destinati alla sola attività di culto, la chiesa non è tenuta al pagamento delle tasse

STEFANO CAPACCIOLI – COMMERCIALISTA – REVISORE LEGALE nel momento in cui quel fabbricato non è più destinato esclusivamente all’esercizio del culto ma viene utilizzato anche per altre attività non rientra più all’interno delle esenzioni

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO E dunque quando viene prodotto un reddito, come nel caso dell’installazione di antenne della telefonia mobile.

MICHELE ROSATI - ECONOMO ARCIDIOCESI DI PISA Se io fossi stato presente nel 2016, avrei sconsigliato di firmare un contratto per le antenne sul campanile, assolutamente

CHIARA DE LUCA Come mai?

MICHELE ROSATI - ECONOMO ARCIDIOCESI DI PISA È più diciamo quello che si paga di tasse, di Imu, ecc., di manutenzione eccetera eccetera, che di entrata per la parrocchia.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO E se nel piccolo borgo toscano i conti non tornano, a Treviso la diocesi il modo per farli tornare lo ha trovato. Nella città veneta Tim, Vodafone, Wind3 e Illiad hanno installato, attraverso Inwit e Cellnex, le società di telecomunicazioni proprietarie dei dispositivi, le antenne della telefonia mobile su ben cinque campanili: quattro di proprietà della diocesi e uno di proprietà comunale.

PERSONA 1 Sono bellissimi i campanili

CHIARA DE LUCA i campanili sì

PERSONA 1 fino a dieci anni fa dopo hanno cambiato con tutte queste antenne

CHIARA DE LUCA Le antenne!

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Dei cinque campanili su cui sono state installate le antenne, quattro sono vincolati dalla soprintendenza e tra questi c’è anche quello del duomo.

FABRIZIO MAGANI – SOPRINTENDENTE ARCHEOLOGIA BELLE ARTI E PAESAGGIO PROVINCIA TREVISO 2019 - 2022 Io ritengo che, di volta in volta, va valutato il progetto di installazione. Quindi, se dovesse essere troppo invasivo, la risposta sarebbe negativa.

CHIARA DE LUCA La tutela, comunque, si sposa bene con l’installazione di queste antenne?

FABRIZIO MAGANI – SOPRINTENDENTE ARCHEOLOGIA BELLE ARTI E PAESAGGIO PROVINCIA TREVISO 2019 - 2022 ma io questo non l’ho detto, anzi, non lo penso proprio

CHIARA DE LUCA Se lei non è d’accordo con l’installazione di queste antenne perché la Soprintendenza ha dato l’autorizzazione all’installazione?

FABRIZIO MAGANI – SOPRINTENDENTE ARCHEOLOGIA BELLE ARTI E PAESAGGIO PROVINCIA TREVISO 2019 - 2022 No, io ho detto, non ho detto che non sono d’accordo dico che sconsiglio, come ha fatto la Cei, di proseguire in questa direzione

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO La Conferenza Episcopale Italiana in una nota del 2000, confermata nel 2021, invita i parroci a rifiutare le antenne telefoniche per tutelare l’esclusività del luogo sacro, ma anche perché non conviene: l’installazione implica il pagamento di Imu e imposta sul reddito

CHIARA DE LUCA Qual è la cosa che proprio non tollera?

PERSONA 1 che la chiesa, a dispetto del Codice civile e del diritto canonico, si possa mettere in commercio con i gestori telefonici

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Sul tema la diocesi di Treviso ne sa una più del diavolo: le parrocchie hanno ceduto i campanili in comodato d’uso al comune, che a sua volta ha stipulato il contratto di affitto con le società proprietarie delle antenne. Il comune incassa ma il 60% lo gira nelle casse delle parrocchie. Dal 2015 a oggi il comune ha versato agli enti ecclesiastici più di 350mila euro.

CHIARA DE LUCA Ma perché non avete firmato voi come chiesa il contratto di locazione con il gestore?

MAURO MOTTERLINI – VICARIO GENERALE - DIRETTORE UFFICIO AMMINISTRATIVO DIOCESI DI TREVISO Appunto perché sarebbe un’entrata diretta, proprio un commercio diretto. Allora l’amministrazione comunale dice beh facciamo un comodato d’uso gratuito.

CHIARA DE LUCA Quindi la chiesa non riceve nulla dal comune

MAURO MOTTERLINI – VICARIO GENERALE - DIRETTORE UFFICIO AMMINISTRATIVO DIOCESI DI TREVISO con il comodato d’uso gratuito no eh

CHIARA DE LUCA perché da contratto a me risulta, ho letto il contratto, insomma, che la chiesa in realtà riceva un 60 per cento della somma che poi il gestore…

MAURO MOTTERLINI – VICARIO GENERALE - DIRETTORE UFFICIO AMMINISTRATIVO DIOCESI DI TREVISO È un libero ristoro che l’amministrazione dà

CHIARA DE LUCA E non è libero però

MAURO MOTTERLINI – VICARIO GENERALE - DIRETTORE UFFICIO AMMINISTRATIVO DIOCESI DI TREVISO Non è libero nel senso che è un accordo

CHIARA DE LUCA È calcolato

MAURO MOTTERLINI – VICARIO GENERALE - DIRETTORE UFFICIO AMMINISTRATIVO DIOCESI DI TREVISO no, eh sì, calcolato

CHIARA DE LUCA Non è scritto che è un canone di affitto però è un accordo, una somma dovuta su un canone d’affitto

MAURO MOTTERLINI – VICARIO GENERALE - DIRETTORE UFFICIO AMMINISTRATIVO DIOCESI DI TREVISO È un accordo

CHIARA DE LUCA Sembra quasi un miracolo!

MAURO MOTTERLINI – VICARIO GENERALE - DIRETTORE UFFICIO AMMINISTRATIVO DIOCESI DI TREVISO Non sapevamo di essere così capaci, insomma. È una possibilità che viene data questo sì, però

CHIARA DE LUCA Conveniente comunque perché

MAURO MOTTERLINI – VICARIO GENERALE - DIRETTORE UFFICIO AMMINISTRATIVO DIOCESI DI TREVISO Conveniente… Il sacrifico del Signore in croce è un sacrificio conveniente sì perché ci ha salvati tutti

 STEFANO CAPACCIOLI – COMMERCIALISTA – REVISORE CONTABILE Il contratto di comodato è un contratto gratuito. Stipulare un contratto con il nome di comodato quando, in realtà, comodato non è, è già qualche cosa che genera qualche perplessità, qualche dubbio

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Citando papa Pio XI a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina. Sembrerebbe un modo per aggirare il fisco. E infatti a margine dell’intervista il Monsignor Motterlini si fa scappare qualcosa…

MAURO MOTTERLINI – VICARIO GENERALE - DIRETTORE UFFICIO AMMINISTRATIVO DIOCESI DI TREVISO E non potevamo dire di no

CHIARA DE LUCA Eh beh, sì. Però se vi chiedevano l’Imu dicevate di no

MAURO MOTTERLINI – VICARIO GENERALE - DIRETTORE UFFICIO AMMINISTRATIVO DIOCESI DI TREVISO Eh beh, per diana

CHIARA DE LUCA Quindi se la sono studiata bene

MAURO MOTTERLINI – VICARIO GENERALE - DIRETTORE UFFICIO AMMINISTRATIVO DIOCESI DI TREVISO Eh, scusa… Va ben becchi ma non bastonati!

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Ma il comune, invece, a che titolo incassa il 40 per cento restante dell’affitto dell’antenne sui campanili?

DARIO CAPOTORTO – AVVOCATO - ESPERTO IN CONTRATTUALISTICA PUBBLICA Non si capisce proprio a che titolo il comune percepisce quella somma così importante perché gli enti pubblici, quando stipulano dei contratti, anche di diritto privato, hanno l’obbligo di chiarire quali sono le finalità che stanno perseguendo

MARIO CONTE - SINDACO DI TREVISO Ma quale è il problema? Non riesco a capire. Cioè, due privati si siedono a un tavolo, ricevono un canone da parte della compagnia telefonica e due privati decidono che il 60 per cento va alla parrocchia il 40 rimane al comune di Treviso

CHIARA DE LUCA però non stiamo parlando di due privati, parliamo di un ente pubblico

MARIO CONTE - SINDACO DI TREVISO Sì, ma c’è un accordo tra il comune di Treviso e la parrocchia

CHIARA DE LUCA nel momento in cui la chiesa produce un reddito, perde l’esenzione fiscale. Avrebbe poi dovuto pagare le tasse al comune

MARIO CONTE - SINDACO DI TREVISO Verifichiamo insieme ai commercialisti delle singole parrocchie se è oggetto o meno di tassazione

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il Comune di Treviso continua a sostenere che, essendo luoghi di culto, non dovrebbero pagare imposte. Non è così. A Pontedera, l’arcidiocesi di Pisa, che ha autorizzato l’installazione delle antenne, incassa un canone e paga le tasse, perché così dovrebbe funzionare. Se metti delle antenne e incassi, dovresti pagare l’Imu e poi anche le imposte sul reddito. Ora, invece, la Diocesi di Treviso cosa si è inventata? Un meccanismo diabolico. Ha affidato in comodato d’uso gratuito i campanili al Comune di Treviso, il quale ha stretto poi degli accordi con le aziende telefoniche e poi gira il 60% di quello che incassa alla diocesi di Treviso. Oltre 350mila euro dal 2015 al 2022. Insomma. E la diocesi non ha pagato un euro di tasse. Alleluia

Abusi Finanziari.

Contro Becciu accuse contraddittorie, ma l'assoluzione non è scontata. Nico Spuntoni il 10 Dicembre 2023 su Il Giornale.

La sentenza sul processo per lo scandalo londinese è attesa in settimana. In dibattimento la difesa del cardinale si è fatta valere, ma basterà?

Tabella dei contenuti

 Un processo che scuote la Curia

 Le accuse

 Le stranezze del memoriale Perlasca

 Che ne sarà di Becciu?

I giorni della prossima settimana sono segnati in rosso in tanti dei calendari della tipografia vaticana appesi alle pareti di case ed uffici in Vaticano. Da martedì 12 a sabato 16, infatti, ogni giorno potrebbe essere quello buono per la sentenza nel processo per la gestione dei fondi della Segreteria di Stato. Nonostante gli imputati siano dieci, l'attenzione di tutti è concentrata sul destino del cardinale Giovanni Angelo Becciu che si ritrova davanti al tribunale presieduto da Giuseppe Pignatone a seguito di una modifica ad hoc dell’ordinamento giudiziario dello Stato della Città del Vaticano voluta dal Papa nell'aprile del 2021.

Un processo che scuote la Curia

Il processo nasce dall'indagine dell'ufficio del promotore partita dopo la denuncia dello Ior e del revisore generale sull'ormai famoso investimento immobiliare fatto dalla Segreteria di Stato a Londra ai tempi in cui l'allora monsignor Becciu era sostituto. Le complicate operazioni finanziarie relative al palazzo di Sloane Avenue, però, si concentrano anche dopo l'estate del 2018, in un periodo in cui Becciu non era più in Segreteria di Stato ma alla guida della congregazione per la causa dei santi. Gli affari economico-finanziari, si è difeso il cardinale in dibattimento, venivano seguiti dall'ufficio amministrativo della Segreteria di Stato. Il responsabile di quell'ufficio, ai tempi di Becciu così come in quelli del suo successore Edgar Peña Parra, era monsignor Alberto Perlasca. Quest'ultimo è stato il grande protagonista dell'inchiesta e poi del processo che si avvia alla conclusione: tra i primi sei indagati dall'ufficio del promotore di giustizia nel 2020, ha clamorosamente evitato il rinvio a giudizio nel 2021 dopo essere diventato il teste chiave dell'accusa.

Le accuse

Monsignor Perlasca, spostato dal Papa in Segnatura Apostolica pochi mesi prima che lo scandalo del palazzo divenisse pubblico, è stato il grande accusatore del cardinale Becciu in fase di indagine. Le rivelazioni dell'ex funzionario della Segreteria di Stato iniziarono il 31 agosto 2020 durante un interrogatorio durante il quale depositò all'ufficio del promotore anche un memoriale sulle presunte malefatte del suo ex superiore: non solo Londra, ma anche i bonifici destinati alla società della sua ex collaboratrice - anch'essa imputata - Cecilia Marogna e quelli alla cooperativa sarda riconducibile al fratello del cardinale. Accuse, però, che in udienza lo stesso Perlasca in parte ritratta. Ad esempio sui soldi alla cooperativa Spes di cui era rappresentante legale il fratello di Becciu, Perlasca chiarì al pg vaticano Alessandro Diddi di aver inviato un bonifico di 100 mila euro al conto della Caritas di Ozieri e non a quello della Spes. Il vescovo della diocesi sarda, monsignor Corrado Ozieri, ha testimoniato in udienza l'attività a scopo sociale della cooperativa Spes per trovare occupazione ad ex tossicodipendenti ed ex carcerati, confermando di fatto la versione della difesa del cardinale.

Le stranezze del memoriale Perlasca

La solidità dell'impianto accusatorio contro l'ex sostituto ha dovuto fare i conti nel processo con le non poche contraddizioni del teste chiave e del contesto che lo circondava. In fase di dibattimento, infatti, lo stesso pg Diddi ha ammesso che "monsignor Perlasca ha ricevuto un’imbeccata per redigere quel memoriale". Il monsignore ha confessato che qualcuno gli mandò le domande da cui partì per scrivere il famoso memoriale contro Becciu, tirando in ballo la sua amica Genoveffa Ciferri che lo avrebbe convinto spiegandogli di avere un'interlocuzione in corso con un consulente giuridico. Questa donna è diventata protagonista del processo al punto da inviare, circa un anno fa, un messaggio Whatsapp al promotore di giustizia descrivendo un quadro di forte condizionamento del monsignore. Il messaggio-confessione di Ciferri è passato inosservato nell'opinione pubblica, ma non può essere considerato un dettaglio in un'inchiesta in cui Becciu è finito alla sbarra soprattutto grazie alla testimonianza di Perlasca. La gravità del contenuto ha spinto lo stesso promotore ad aprire un fascicolo ad hoc per ricostruire le ambigue origini del memoriale anti-Becciu del monsignore.

Che ne sarà di Becciu?

Il processo a Becciu, voluto ed autorizzato dal Papa che poi si è augurato di saperlo innocente, si potrebbe concludere con un'assoluzione del porporato sardo? L'andamento della fase dibattimentale farebbero propendere per quest'ipotesi ma inutile dire che quest'esito rappresenterebbe una sconfessione del lavoro della giustizia vaticana, particolarmente attiva sotto Bergoglio. Il primo obiettivo, tuttavia, specialmente per uno Stato in cui ad essere regnante è colui che è anche capo della Chiesa cattolica dovrebbe essere quello di perseguire la verità. Becciu sta scontando una "condanna" già da tre anni: Francesco, infatti, al termine di un'udienza quando l'ex sostituto non era ancora indagato lo indusse a dimettersi da prefetto della "fabbrica dei santi" e a rinunciare ai diritti del cardinalato. Infatti, nonostante abbia 75 anni, il porporato risulta ancora nell'elenco dei non elettori. Se venisse assolto, potrebbe riavere il privilegio di entrare in Conclave? Non è automatico perché così come la punizione non era direttamente legata al processo, anche un'eventuale riabilitazione non lo sarebbe. Inoltre, è stato il cardinale a rinunciare - sia pur su richiesta del Papa - ai diritti del cardinalato: con una sentenza favorevole in mano avrebbe la possibilità di chiedere a Francesco di restituirgli quanto perso nella drammatica udienza del 24 settembre 2020. Nico Spuntoni

(ANSA giovedì 28 settembre 2023) - Al termine della prima delle udienze del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato dedicata alle richieste delle parti civili, l'avvocato Roberto Lipari, che assiste lo Ior, ha chiesto "la condanna degli imputati e l'accertamento delle loro responsabilità penali" e la loro "condanna alla restituzione di quanto illecitamente sottratto". 

"Il soggetto offeso dalle condotte degli imputati è in primo luogo il Santo Padre" essendo stata vanificata la destinazione al Papa dei 700 milioni di euro erogati negli anni dall'Istituto per le finalità del Pontefice e accantonati dalla Segreteria di Stato. Per quanto riguarda il danno subito in proprio dallo Ior, il legale ha inoltre chiesto la liquidazione equitativa del danno morale (plurimo) e di quello reputazionale, quest'ultimo stimato da una perizia in 287.494 euro.

"Sono state distratte somme destinate al Santo Padre per impiegarle in investimenti speculativi - ha denunciato l'avvocato Lipari nelle sue conclusioni -, quindi occorre restituire i fondi al vincolo che avevano e rimetterli nella piena disponibilità del Pontefice per le necessità della Chiesa". "Questi fondi siano depositati presso lo Ior", ha inoltre chiesto il legale. 

"In questo processo abbiamo visto tentativi di arricchimento personale, progetti di estrazione petrolifera in Angola, abbiamo visto il ricorso a strumenti finanziari nei quali l'amministratore di beni ecclesiastici perdeva ogni possibilità di controllo e l'impiego del denaro della Chiesa senza alcun controllo e accuratezza - ha elencato il difensore della parte civile Ior nelle sue quattro ore di arringa -, tutto in gestito in modo autoreferenziale da un monsignore esperto in diritto canonico e un commercialista privo di qualsiasi esperienza in investimenti finanziari. Abbiamo visto l'impiego di soldi senza due diligence, abbiamo visto ricatti estorsivi, abbiamo visto interni solidarizzare con gli estorsori, abbiamo visto ingenti risorse economiche gestite senza tenere conto dei vincoli imposti dai donanti".

Lipari ha ricordato che lo Ior - la cui denuncia al promotore di giustizia, insieme a quella del revisore generale, fece partire l'inchiesta sulla compravendita del palazzo di Londra - si è costituito parte civile per tutti i capi d'imputazione e per tutti gli imputati. Si è quindi soffermato sui vari reati, come il peculato, che "ha offeso il sacrificio di chi ha fornito le offerte alla Chiesa". 

Peculato, tra l'altro, che ha riguardato non solo le offerte dei fedeli, ma anche gli utili messi a disposizione ogni anno dallo Ior e accantonati dalla Segreteria di Stato per la disponibilità del Papa e della Santa Sede. "Non era solo l'Obolo di San Pietro, che non dura - ha spiegato -: quindi o i fondi dello Ior o i lasciti posti a riserva. Questi sono i fondi intaccati dal card. Becciu e da Fabrizio Tirabassi per indebitarsi". 

A proposito del palazzo di Londra, il legale ha parlato di un "investimento incompatibile col diritto canonico". "Quell'investimento nel fondo Athena di Raffaele Mincione non era in linea col profilo dell'investitore - ha sottolineato -. Non solo quello ipotizzato nel petrolio, ma non lo era anche investire in un fondo chiuso in cui tutto il potere è in mano al gestore. La Segreteria di Stato non poteva fare un investimento speculativo, non era un investitore qualificato". Lipari ha anche contestato l'aver ipotizzato l'investimento petrolifero in Angola, considerando "i danni all'ambiente, il fatto che fosse un Paese accusato di mancato rispetto dei diritti umani, e anche i presunti rapporti tra la Falcon Oil e un trafficante d'armi francese, Pierre Falcone".

Sulla corruzione, Lipari si è soffermato sui rapporti tra Mincione ed Enrico Crasso. Sulla truffa, l'ha ricondotta alla "manipolazione del valore dell'immobile, aumentati di 101 milioni di sterline nell'arco di un anno e mezzo" (ha ricordato due perizie stilate lo stesso giorno in cui c'era una differenza di prezzo di 49 milioni di sterline). 

"Perché la Segreteria di Stato doveva pagare 230 milioni, quando Mincione ce l'aveva in bilancio a 208 milioni?", ha chiesto. Infine ha parlato dell'estorsione, relativa alla trattativa con Gianluigi Torzi perché uscisse dalla proprietà, con in questo caso anche il ruolo dell'allora vertice dell'Aif, il presidente René Bruhlart e il direttore Tommaso Di Ruzza, accusati di abuso d'ufficio, "che non hanno solo violato la legge, ma hanno asservito il loro ruolo, ha asservito la funzione pubblica dell'Aif per un fine non lecito". E in definitiva "hanno portato al ridicolo il sistema finanziario vaticano", ha affermato l'avvocato Lipari.

Mario Nanni per beemagazine.it il 3 ottobre 2023.

Il processo in Vaticano al cardinale Giovanni Angelo Becciu, già Sostituto alla Segreteria di Stato poi cardinale e Prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, è entrato nella fase finale, con i primi interventi delle parti civili. Poi seguiranno le arringhe dei difensori, per ultimi parleranno i difensori del cardinale, Maria Concetta Marzo e Fabio Viglione. La sentenza, prima di Natale. 

La ripresa del processo ha segnato un cambio di atmosfera, di toni e di comportamenti processuali. La parte civile che rappresenta per voce dell’avv. Paola Severino la Segreteria di Stato in sei ore di discorso ha dedicato solo dieci minuti alla posizione del cardinale.

La parte civile che rappresenta APSA per voce dell’avvocato Giovanni Maria Flick, ex ministro della Giustizia e presidente della Corte Costituzionale, su uno dei capi di imputazione – operazione liberazione della suora – non h chiesto la condanna di Becciu. Si registra insomma, rispetto al furore inquisitorio del promotore di giustizia nella prima parte del processo, un cambio di atmosfera e di atteggiamento verso il cardinale, che fin dall’inizio di questo processo ha respinto tutte le accuse e ha protestato la propria innocenza. 

Sentiamo su questo processo dalla voce autorevole di un sacerdote, ex docente di diritto canonico, oltre che esperto in utroque jure e giornalista, che conosce come pochi le dinamiche interne al Vaticano e il mondo ecclesiastico che idea si è fatto di questo processo. Don Filippo Di Giacomo, la sua esperienza, i suoi titoli, la sua conoscenza del mondo ecclesiastico mi fanno ritenere prezioso un suo contributo per gettare un fascio di luce sul processo che si sta svolgendo in Vaticano al cardinale Giovanni Angelo Becciu. Le vorrei chiedere intanto: può darci un giudizio complessivo su questo processo?

“In questo momento, il processo è nella fase in cui si ascoltano le parti civili. Poi ci saranno le varie arringhe delle difese e quindi si spera che avremo un giudizio finale entro Natale, come ha auspicato anche il presidente del Tribunale Vaticano, Giuseppe Pignatone. 

Forse, solo allora comprenderemo quale codice procedurale è stato applicato, visto che tra leggi vaticane ad personam, leggi italiane mai recepite nell’ordinamento vaticano e improvvisazioni estemporanee, più che un processo, che qualcuno si ostina a definire “del secolo”, sembra una sceneggiata, con interpreti mediocri, dell’Ottocento”. 

Quali le principali anomalie di questo processo?

«Prima di tutto, il processo ha visto l’intervento del Santo Padre con quattro rescritti che hanno, tra le altre cose, aumentato il potere discrezionale del Promotore di Giustizia e ampliato lo spettro delle investigazioni. La seconda anomalia è che si tratta di un processo che in realtà ne include almeno tre al suo interno (la vicenda del palazzo di Londra, quella della cooperativa SPES in Sardegna, quella della sedicente esperta di intelligence, Cecilia Marogna), e dunque si tratta di un processo che rischia di creare confusione su chi sia imputato di cosa e quali siano i capi di accusa. Poi, per quanto riguarda i capi di accusa, sarebbe da definire se alcuni di questi capi di accusa, validi per la normativa vigente in Vaticano, erano validi anche al tempo in cui si sono svolti i presunti fatti.

Come valuta il comportamento processuale del promotore di giustizia e la costruzione delle accuse? 

La cosa che colpisce di più della requisitoria del promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, è che sembra sia stata scritta tre anni fa, a procedimento avviato, e senza aver per niente tenuto in considerazione le testimonianze che sono emerse nel corso del dibattimento. 

Secondo il promotore di Giustizia, il suo impianto accusatorio regge. Si può notare, però, che diverse cose sono cambiate in questi mesi di dibattimento, a partire dal ruolo di monsignor Perlasca, considerato una sorta di “super testimone” e ora quasi scomparso dalla scena dopo che alcune testimonianze avevano messo in luce che era soggetto a varie pressioni.

La Segreteria di Stato si è costituita parte civile nel processo contro Becciu, e altri imputati. Ma fu il segretario di Stato cardinale Parolin a dare l’ok per l’operazione compravendita del palazzo di Londra. Come spiega questa contraddizione? 

La Segreteria di Stato ritiene di essere stata danneggiata dalla presunta estorsione del broker Emanuele Torzi e prima ancora dal fatto che il broker Raffaele Mincione, il primo gestore del palazzo, non avesse comunicato che sull’immobile gravava un mutuo. Dunque, al di là dell’ok dato all’operazione di recupero, la Segreteria di Stato ritiene si possa quantificare un danno pecuniario e di avere diritto a un risarcimento. 

Di contraddizioni ce n’è anche un’altra ed è clamorosa: il Santo Padre ha invitato il cardinale Becciu a partecipare al Concistoro e al Sinodo, ritenendolo evidentemente degno. Viceversa, la Segreteria di Stato, il governo centrale della Chiesa fa chiedere dai suoi avvocati di parte civile la condanna del cardinale. Che succede in Vaticano? Siamo alla doppia verità, a un imbarazzante gioco delle parti? 

La Segreteria di Stato non chiede la condanna di Becciu, chiede un risarcimento e non è detto che sia a Becciu, dato che il cardinale è entrato solo all’inizio dei fatti nell’operazione di Londra, per poi scomparire dalla scena quando il suo incarico da sostituto era cessato.

 Ognuno sta cercando di massimizzare il “guadagno”, se così possiamo chiamarlo, del processo. E non è detto che la verità processuale sia la verità dei fatti. Verrebbe da dire: al posto di far portare il cappello a un sostituto solo marginalmente coinvolto nell’affare, andassero a chiedere i danni a chi ha consigliato al Pontefice di chiudere il caso, spiegandoci perché sono stati così pavidi da non opporsi. Probabilmente, si ritroverebbero loro nella necessità di mettere le mani in tasca. 

In questo processo, le 65 udienze finora svolte lo hanno mostrato, sono comparsi personaggi, anche di genere femminile, purtroppo noti alle cronache anche giudiziarie, piuttosto inquietanti, che si sono aggirati in un certo sottobosco vaticano tramando vendette e manovre alle spalle del cardinale Becciu. Com’è possibile che in Vaticano siano lasciati circolare personaggi pregiudicati e di dubbia credibilità, che millantano, e forse anche hanno, frequentazioni delle somme sfere vaticane?

“Il mondo vaticano è un mondo piccolo, dove spesso i sacerdoti fanno i sacerdoti e sono facilmente raggirabili. Molte volte la presenza di personaggi di dubbia provenienza riguarda banali situazioni umane e fiducia mal riposta, non necessariamente una mala fede. Poi quando certe avventuriere, e certi avventurieri del Nuovo e Vecchio mondo, sono chiamate direttamente dal Papa a portare fango dentro le mura leonine…” 

Una domanda questa volta all’avvocato versato in utroque jure: come giudica il comportamento del promotore di giustizia che ha posto gli omissis su oltre cento messaggi whatsapp e mail, che probabilmente avrebbero scoperchiato un vaso di Pandora facendo emergere manovre, maldicenze, spifferi perfino alle orecchie del Papa, sempre contro il cardinale Becciu? 

È la conferma della recita a soggetto, su un copione scritto in anticipo. E comunque va detto che al momento della sua nomina a sostituto, la compagnia di giro che spolpava le casse vaticane era già all’opera, onnipotente, onnipresente e garantita da tutto il cucuzzaro. Il cardinale Becciu ne è stato vittima, non il regista come dice Diddi che oltretutto, per cultura, appartenenza e sensibilità oltre a non sapere cosa sia la Santa Sede ha anche dimostrato ampiamente di essere incapace di distinguere un’Ostia consacrata da un uovo al tegamino.

Sull’animo del credente quale effetto potrà avere lo spettacolo di questo processo, su cui è stata costruita una bolla mediatica, che si è poi sgonfiata ma ha fatto tanti danni e non solo al cardinale? 

Causerà un’enorme confusione tra Vaticano, istituzione strumentale per garantire la libertà del Papa, e la Santa Sede che per sua natura è lo strumento attraverso il quale il Sommo Pontefice esercita il Ministero petrino. Vedere la Santa Sede vaticanizzata, sottomessa cioè ad uno sbrindellato ordinamento statale, è come se il Papa stesse segando il ramo sul quale è seduto. Come sommo pastore della Chiesa, attraverso la Santa Sede, ente morale internazionale, ha rapporti praticamente con il mondo intero. Come capo di uno stato di 46 ettari, con poche centinaia di abitanti, una forma di governo quasi metafisica, senza economia e interscambio commerciale, chi lo prenderà in considerazione?

Nel corso delle 65 udienze le accuse al cardinale Becciu sono giorno dopo giorno miseramente cadute, con carte e testimonianze. E tuttavia il promotore di giustizia è stato insolitamente duro e ha chiesto sette anni. 

Più che altro, direi che quello che colpisce è il fatto che il promotore abbia chiaramente detto che l’unico per cui ha chiesto la pena massima è il cardinale perché il cardinale stesso non si sarebbe pentito ma anzi si sarebbe difeso durante il processo. In pratica, se uno si proclama innocente e cerca di difendersi non ha diritto, secondo questa argomentazione, nemmeno alle attenuanti generiche. Se non facesse piangere, farebbe ridere: un pubblico ministero che secreta le probabili prove favorevoli alla difesa che definisce “brutta persona” un vescovo cardinale della Chiesa davanti al tribunale vaticano. Il bue che dice cornuto all’asino. 

Ci può dare un sintetico profilo del Cardinale Becciu, dell’uomo e del religioso? 

Lo conosco dal 1980 e l’ho sempre considerato un figlio fedele, obbediente e operoso della Chiesa.

Non Le domando come andrà a finire, ma Le faccio una domanda forse irrituale: in tutto questo il Papa, vedendo il disdoro che una vicenda costruita sul nulla sta portando all’immagine della Chiesa, che cosa può fare? O cosa potrebbe fare? 

Una cosa molto semplice: visto che tiene tanto ad essere considerato innanzitutto “Vescovo di Roma”, ci spieghi perché nel caso Becciu, Pell, Barbarin, Aupetit, Voelki e tanti altri, essere cardinali di curia, di un’importante diocesi australiana, primate di Francia, arcivescovo di Parigi, primate di Germania non è mai contato nulla di fronte ad umiliazioni ingiuste e mediaticamente amplificate. Essere Vescovi della Chiesa Cattolica oggi è come ci insegna il Vaticano II oppure dobbiamo aggiornarci al ribasso e al dileggio?

Vaticano, la richiesta a Becciu e ai broker: «Danno d'immagine per 138 milioni». Virginia Piccolillo su Il Corriere della Sera il 28 settembre 2023.

La consulenza sul palazzo di Londra e il colpo alla reputazione della Santa Sede: oggi l'udienza  

C’è una perizia che quantifica il danno di immagine subìto dal Vaticano nella compravendita fallimentare del Palazzo di Sloan Avenue a Londra: un affare—patacca che ha fatto sperperare almeno un centinaio di milioni di euro dell’Obolo di San Pietro, destinato ai poveri. Per ripristinare la reputazione della segreteria di Stato serviranno 138,145 milioni. Cifra che la relazione tecnica desume da un calcolo medio dei costi da sostenere con una «campagna reputazionale mirata a riabilitare l’onore intaccato dai reati commessi dagli esponenti dell’istituzione». Costi quantificati in una forchetta fra 98,473 milioni di euro e un massimo di 177, 818. I 138 milioni sono, per gli analisti, la giusta mediazione.

Il Vaticano ne chiede conto a monsignor Angelo Becciu, ex prefetto della Congregazione delle cause dei Santi che, all’epoca, era sostituto per gli Affari Generali della segreteria di Stato. E che ora, dopo la richiesta di condanna da parte del promotore vaticano Alessandro Diddi per abuso d’ufficio, peculato e subornazione di testimone, rischia 7 anni e 3 mesi di reclusione, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la multa di 10.329 euro e la confisca di 14 milioni di euro. Ma anche ai broker, ai prelati e ai mediatori con lui imputati: monsignor Mauro Carlino, René Brülhart, Enrico Crasso, Tommaso Di Ruzza, Cecilia Marogna, Raffaele Mincione, Nicola Squillace, Fabrizio Tirabassi, Gianluigi Torzi.

Il danno

Oggi l’avvocato di parte civile, Paola Severino, chiederà per conto della Santa Sede il risarcimento di quel danno di immagine che nella consulenza viene analizzato nel dettaglio «su 50mila contenuti stampa, web e audio video, usciti tra il 1 ottobre 2019 e il 13 Aprile 2023 e la pianificazione di linea di intervento per contrastarli». Secondo i periti questa strategia «dovrebbe basarsi sulla divulgazione delle fasi del processo durante il quale non è mai stato messo in dubbio che la Segreteria di Stato — deputata a gestire le risorse, tra cui l’Obolo — è parte lesa. Vittima della condotta spregiudicata di chi ha sperperato milioni in operazioni rischiose e affidate a consulenti che avevano di mira soltanto i loro interessi».

Tra questi l’accusa indica due personaggi che in una chat del 3 dicembre 2018, finita agli atti del processo, ironizzano sull’inganno subito dal Vaticano. «Mi sto domandando, ma questa operazione come c... l’ho pensata???». «Ahahaha e chi c... lo sa!!! Probabilmente hai avuto un’ispirazione ...DIVINA».

L’intrigo

A parlare sono Gianluigi Torzi titolare della società Gutt S.A. sospettato di aver tirato un «pacco» alla Segreteria di Stato «cedendo 4mila azioni dell’immobile e tenendone per sé le 1000 che avevano diritto di voto nel consiglio di amministrazione della società che aveva la proprietà dell’immobile londinese». E di aver approfittato della situazione «esponendo a forti rischi l’investimento al punto che il nuovo sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, Monsignor Edgar Pena Parra, per seguire l’input di Papa Francesco di voltare pagina al più presto e ricominciare da capo fu costretto a sborsare altri 15 milioni per la restituzione del Palazzo». L’interlocutore è l’avvocato Squillace che al monsignore era stato presentato come legale di parte della Segreteria di Stato, dal successore di Becciu e suo predecessore Perlasca. Salvo però scoprire che quell’avvocato lavorava in realtà per Torzi, tramite lo studio Libonati-Jaeger.

Il pagamento 

Un’altra chat conferma il legame tra Torzi e Mincione. Il 20 settembre 2018 alle 7.26 Torzi scrive Mincione: «Qualunque sia l’esito e lo sforzo che questa avventura ancora richiederà ti volevo ringraziare. Le avventure fatte con questo spirito sono divertenti e vanno nella profondità delle persone che molte volte in questo lavoro non riusciamo a percepire!» E Mincione replica: «È con queste avventure che si cimentino (sic) le amicizie e io ti considero già un grande amico». Il 29 novembre la «avventura» per i due volge al bello. Torzi invia a Mincione la prova del pagamento ricevuto di 40 milioni di sterline. Mincione esulta: «Sti c...». Torzi gli fa eco: «Boooooom, ahahaha». L’altro soggiunge: «Non sembrano pochi». E giù altre risate con Torzi che rincara: «Oh, so veri. Ahahahaha».

Da “il Giornale” martedì 12 settembre 2023 

Caro Direttore Feltri, mi permetto anzi di chiamarla Vittorio, dato che in tanti anni l’ho sentita in confidenza con i miei pensieri e sentimenti, anche e soprattutto quando mi pareva di essere in minoranza anche in famiglia. 

Volevo domandarle, visto che se n’è occupato negli scorsi anni, del cardinale Becciu e se lo ritiene ancora innocente dopo due anni di processo. Dopo che era stato trattato da tutti, tranne che da lei, come un mostro, il coro tace. È morto e non ce lo dicono? Se fossi capace di farlo con il computer, a questo punto aggiungerei una faccina con lacrime che simboleggiano le risate...

Arcangelo

Risposta di Vittorio Feltri

Caro Arcangelo, mi risulta che il cardinale Becciu, che di nome fa Angelo, e pertanto inferiore a lei nella gerarchia celeste, sia vivo vivissimo. Ed è un fatto miracoloso, che papa Francesco dovrebbe far valutare dalla commissione dei medici di Lourdes. Tanto più che il prelato sardo è riuscito a sopravvivere alla mazzata che improvvisamente gli diede lo stesso Pontefice argentino, nel settembre del 2020 senza neppure dargli la possibilità di difendersi, cosa che non si usa neppure in Italia. 

In diretta mondiale la reputazione di quest’uomo fu appesa al pennone più alto della barca di Pietro, con i corvi a cavargli gli occhi. Questa unanimità pelosa mi indusse subito a dubitare della colpevolezza dell’oggetto di un trattamento tipico dei linciaggi nel Far West. Esaminai le notizie, risalii alle presunte prove, e mi resi conto della loro inconsistenza, bugie frutto di invidia, dalle quali si era fatto ingannare Bergoglio, nel caso molto assistito da consiglieri pelosi ma poco dallo Spirito Santo. 

Credo che l’ex arcivescovo di Buenos Aires abbia avuto modo di rendersi conto della sua troppo umana precipitazione, e abbia manifestato segni di aver recuperato stima e affetto per il suo collaboratore. E che però dopo aver dato via libera alla macchina della tortura non abbia più trovato il modo di fermarla. In compenso Becciu è, dicevo, vivo.

A essere morta è piuttosto tutta la schiera di fucilatori che i primi tempi si schierarono in plotone compatto sparandogli alla schiena, e trattandolo da ladro della peggior specie. Il contrario cioè di Robin Hood e nel caso specifico di Frate Tuck, che fungeva da cappellano dell’allegra brigata. Infatti l’Eminenza cui furono lasciati il titolo e la porpora, ma - quasi a sottolineare la beffa e lo sfregio - senza alcun potere, tra cui quello importantissimo di entrare in conclave, era stato accusato e immediatamente condannato dal Vicario di Cristo per aver rapinato i soldi destinati da Sua Santità ai poveri. Il tutto per ingrassare sé stesso e i suoi parenti.

Dopo tre anni dalla esibizione della sua testa tagliata e due dall’inizio del processo, siamo alla fase finale, e non credo ci sia nessuno che osi pensarlo colpevole, dopo aver assistito allo spettacolo indecente e volgare dei (delle!) testimoni d’accusa e alla violenza verbale da tribuno della plebe del pubblico ministero. 

Il 27 settembre – se sono bene informato – riprenderà il dibattimento, e avranno voce le parti civili. Sarebbe tragico proprio per la credibilità del Pontefice e del suo tribunale che la Segreteria di Stato, che è espressione diretta del Papa, chiedesse la condanna del Cardinale, con ciò sottoponendo il Tribunale ad una pressione tale da inficiarne in qualsiasi sede internazionale la credibilità. Infine toccherà alla difesa.

L’accusa, dopo aver ottenuto dal Papa di cambiare le regole in corso di indagine, per incastrare più facilmente l’imputato, non ha trovato un solo centesimo nelle tasche di Becciu, e i centomila euro destinati alla Caritas di Ozieri dall’allora sostituto alla Segreteria di Stato, restano lì intatti, pronti per essere usati a fin di bene dal vescovo. 

Eppure c’è una richiesta di condanna a sette anni e tre mesi di carcere, francamente troppo poco se davvero ritenesse Becciu un traditore del Papa a scopo di lucro, ma adeguata a marchiarlo come capro espiatorio per il cattivo uso delle finanze vaticane, tra l’altro consumatosi a Londra quando ormai Becciu non aveva più alcun potere in materia.

Il mio timore è che accada come capitò a Enzo Tortora.

Condanna in primo grado, assoluzione in appello, e morte dell’innocente. Gli esperti di affari di curia mi dicono che un contentino alla turba famelica dei colpevolisti, se non altro per giustificare l’enorme risonanza del caso, sia inevitabile sia data. Un piccolo graffio, come premessa della grazia papale. Sono certo, conoscendo il carattere sardo dell’uomo, in questo somigliante al mio carissimo amico Francesco Cossiga, che il cardinale si consegnerebbe serenamente ai carcerieri non so se dotati di alabarda svizzera o schiavettoni da gendarmi di Torquemada.

Mi ero ripromesso, davanti all’uso sfacciato della vicenda e del nome di Enzo, di non citarlo più. Ma chiedendo scusa ai suoi cari, e confidando nei sentimenti anticlericali ma laicamente cristiani del grande perseguitato che sono certo mi avallerebbe, faccio appello nella memoria di Tortora al sentimento di giustizia che di certo anima il presidente del Tribunale Vaticano, dottor Giuseppe Pignatone. Se lo Spirito Santo c’è, me Lo saluti.

(ANSA il 19 luglio 2023) - Secondo quanto è stato conteggiato, l'operazione dell'acquisto del Palazzo di Sloane Avenue 60, a Londra, "ha determinato un danno alla Segreteria di Stato fra i 139 milioni e i 189 milioni di euro, a seconda degli scenari da prendere in considerazione". 

Lo ha detto il promotore di giustizia Alessandro Diddi nella seconda giornata (su sei) della sua requisitoria al processo in corso in Vaticano. "Questo è il risultato di questa brillante operazione - ha ironizzato -: una voragine enorme, per di più fatta in spregio alle regole della costituzione apostolica Pastor Bonus sulla Curia romana e alle norme del Codice canonico".

Diddi ha voluto ricordare anche il discorso di papa Francesco sulla gestione dei beni ecclesiali che invitata alla "parsimonia", che richiamava alla "cautela nella gestione delle cose altrui" e all'atteggiamento "da buon padre di famiglia". Nel corso della requisitoria, il pg vaticano ha ricostruito come si è arrivati a investire nell'immobile di Londra e a "sperperare da 139 a 189 milioni di euro delle risorse della Segreteria di Stato".

E ha ricordato che "questa vicenda ha una data di inizio ben precisa , il 12 ottobre del 2012, quando arrivò in Segreteria di Stato la lettera della Falcon Oil dell'imprenditore Mosquito che proponeva l'investimento petrolifero in Angola". "Ci sono tante richieste di contributi che arrivano in Segreteria di Stato - ha osservato Diddi -. Ma questa non era un'opera di carità. Era di per sé un'operazione speculativa, e l'Obolo di San Pietro non può essere impiegato per finanziare operazioni di questo genere".

Mosquito era persona conosciuta dal cardinale Angelo Becciu almeno da 14 anni, da quand'era nunzio in Angola, e successivamente finanziò anche attività del fratello. in ogni caso, "la Falcon Oil non era una delle normali operazioni di conservazione dei beni della Segreteria di Stato". Tant'è vero che la svizzera Ubs non diede il finanziamento 'Lombard' richiesto. Lo diede invece il Credit Suisse, grazie a i buoni auspici dell'ora co-imputato Enrico Crasso. 

"Ma a che serviva un'operazione di credito Lombard se i soldi li hai già e così vai a pagare un mutuo? E' questa la diligenza da buon padre di famiglia?", ha chiesto il promotore di giustizia. "Era un'operazione rischiosissima - ha aggiunto - tant'è vero che otto mesi dopo stavano già sotto di mezzo milione di euro".

Come è noto, anche con la consulenza del broker Raffaele Mincione, l'investimento nella Falcon Oil non andò in porto per lo sfavorevole rapporto rischio-rendimento, e al suo posto si decise di mettere i soldi nel palazzo di Sloane Avenue, accogliendo la proposta proprio di Mincione. 

La valutazione fu di 230 milioni di sterline, e tanto pagò la Segreteria di Stato per sottoscrivere il fondo Gof di Mincione, che però quel palazzo lo aveva acquisito appena un anno e mezzo prima per 129 milioni di sterline, quindi secondo Diddi era chiaramente "sopravvalutato". Inoltre, "è stata fatta la scelta di investire in un immobile che si sarebbe dovuto rivalutare (fino a 489 milioni si euro, ndr) con l'immissione di altri capitali della Segreteria di Stato: e questa era un'operazione commerciale, e totalmente al di fuori delle norme del Codice canonico".

Per il magistrato dell'accusa, tra l'altro, "la parte più esilarante del processo - così l'ha definita - è quella della difesa da parte di Mincione dei numeri con cui ha venduto per due volte l'immobile di Londra". E qui è stato elencato un vero e proprio balletto di cifra sulle valutazioni del Palazzo fatte nel corso degli anni, anche con notevoli alti e bassi.

La verità sul processo a Becciu è nei verbali. Così è stato imbeccato il superteste Perlasca. Sette anni e tre mesi di reclusione all'ex sostituto della Segreteria di Stato monsignor Giovanni Angelo Becciu per aver eseguito gli ordini. Felice Manti il 7 Settembre 2023 su Il Giornale.

Sette anni e tre mesi di reclusione all'ex sostituto della Segreteria di Stato monsignor Giovanni Angelo Becciu per aver eseguito gli ordini. Presumibilmente entro fine anno sapremo se il presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone darà ragione al Promotore di giustizia vaticana Alessandro Diddi o se il sedicente «processo del secolo» sui fondi della Segreterie di Stato si sgonfierà definitivamente. Presto parleranno le parti civili: staranno con lui o contro? Vedremo.

Dai verbali delle 67 udienze è emersa l'assoluta innocenza del cardinale, sia per la compravendita dell'ex magazzino di Harrod's a Londra, sia per la cattiva gestione di una parte dei soldi destinati alla liberazione di una suora. Becciu ha fatto sottoscritto decisioni prese da altri, portate avanti senza dinieghi dal Vaticano e senza conseguenze per i successori. La colonna portante dell'accusa era il famoso memoriale del grande accusatore di Becciu, monsignor Alberto Perlasca, che si è scoperto essere stato «suggerito» dall'amica di famiglia Genoveffa Ciferri e da Francesca Chaouqui, l'ex consigliera di Papa Francesco finita alla sbarra (e graziata) per il caso Vatileaks.

Basta leggere i tanti balbettii di Perlasca dalle trascrizioni del controesame, come nell'udienza del 25 e del 30 novembre 2022. Solo sei dei 126 messaggi tra le due donne, inviati a Diddi dopo il controesame di Perlasca, è stata risparmiata dagli omissis. Perché? Nel suo primo interrogatorio 29 aprile 2020 si capisce che pressione aveva subito dall'Ufficio del Promotore, tra minacce di sequestri e revoca della cittadinanza vaticana.

Un altro capitolo lo meritano i contributi erogati alla Diocesi di Ozieri per la cooperativa Spes che distribuisce il pane e che da lavoro a sessanta persone in un contesto di importante disagio economico e occupazionale, di cui si è dimostrato l'utilizzo solo per finalità di natura solidale e caritatevole (100mila euro sono ancora sul conto della Caritas). Durante le indagini a carico di Antonino Becciu (fratello del cardinale) nel territorio dello Stato italiano, è intervenuta la Gendarmeria vaticana. A quale titolo? Lo Stato ha autorizzato i Gendarmi a prendere parte alle procedure di perquisizione eseguite a Ozieri? Non ci risulta. Il fratello di Becciu è stato citato senza il rispetto delle procedure rogatoriali, un prete è stato sanzionato e incriminato per rifiuto di atti legalmente dovuti a fronte di una citazione illegittima. Ma il colpevole deve essere uno solo.

(ANSA il 19 luglio 2023) - "Il cardinale Becciu è stato l'ispiratore dell'operazione Falcon Oil in Angola, un'operazione che già di per sé aveva il carattere del peculato, e soprattutto era l'antefatto di un unico disegno". Ma in particolare, poi, "quella del Palazzo di Londra era la 'sua' operazione, prese le mosse da lui".

Lo ha detto il promotore di giustizia Alessandro Diddi nella seconda giornata della sua requisitoria nel processo in corso in Vaticano. Secondo il Pg, c'era anche la "regìa" del card. Becciu anche nell'offerta per l'acquisto dell'immobile londinese presentata dal fondo americano tramite la cordata dell'ex sottosegretario Giancarlo Innocenzi Botti e dell'ex ambasciatore Giovanni Castellaneta, accompagnata da "una ricostruzione totalmente falsa per far costringere la magistratura che stava operando a fermarsi e risolvere la questione sul piano extragiudiziale".

Estratto dell’articolo di sardiniapost.it il 23 luglio 2023.

“Il Promotore continua a raccontare fatti sul mio conto totalmente lontani dalla realtà, che respingo con forza cosi come respingo ogni singola accusa. Nessuna esclusa. E lo faccio per amore di verità”. Così il cardinale, Angelo Becciu, in una lunga dichiarazione spontanea all’inizio della 64° udienza del processo in corso sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato in Vaticano, la seconda dedicata alla requisitoria dell’accusa.

“Ancora, mi si accusa con veemenza di aver impedito che il cardinale Pell e la Segreteria per l’Economia (Spe) effettuassero dei controlli sull’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato: ribadisco che il denaro amministrato dalla Segreteria di Stato costituiva il Fondo sovrano del Papa dai tempi di Paolo VI (e da allora mantenuto riservato), non rientrava nel bilancio consolidato della Santa Sede e di esso si rendeva conto solamente al Pontefice e al segretario di Stato ogni sei mesi”.

“Il cambiamento delle prerogative della Segreteria di Stato che la ponevano al di sopra degli altri Dicasteri non poteva deciderlo il sostituto, come fatto intendere da Diddi, ma solo e soltanto il Santo Padre. La prova? È stato necessario un ‘motu proprio’ per mutare natura e competenze della Segreteria di Stato”, ha proseguito Becciu. 

“Il professor Diddi insiste innanzitutto sui 50 milioni annui donati dallo Ior al Papa per le necessità della Sede Apostolica e depositati nei conti della Segreteria di Stato, manifestando dubbi sul loro utilizzo”, ha spiegato l’ex sostituto per gli Affari generali, aggiungendo: “Quando arrivai in Segreteria di Stato questa tradizione era già consolidata e ricordo che la somma era ripartita tra Radio Vaticana, Osservatore Romano e Nunziature Apostoliche“.

“Sugli investimenti, è come se il promotore di giustizia mi avesse scambiato con il capo ufficio dell’Amministrazione della Segreteria di Stato, mentre ho svolto il ruolo di sostituto”, ha fatto notare. Infatti, “tutte le attività che Diddi ha attribuito a me le doveva svolgere e la ha svolte il capo ufficio, monsignor Perlasca. Nessuno tra chi ha avuto a che fare con il Palazzo di Londra ed è intervenuto in questo processo ha fatto il mio nome. 

Il promotore mi ha attribuito responsabilità che non avevo: mi sono sempre uniformato ai dossier preparati dall’ufficio e controfirmati da mons. Perlasca, e così anche per il Palazzo di Londra, semplicemente perché mi era stato presentato calorosamente come un affare vantaggioso per la Santa Sede. Se mi avessero presentato un minimo di svantaggi avrei certamente bocciato la proposta. L’autorizzazione a investire le somme depositate nell’Ubs di Lugano mi fu comunque data dall’allora segretario di Stato, card. Bertone”.

“Circa l’investimento nella Falcon Oil – ha detto ancora Becciu -, mi sono limitato a parlare a mons. Perlasca di questa proposta, affinché ne verificasse eventuali vantaggi, precisando che nel rispondermi non avrebbe dovuto guardare la mia faccia e tantomeno la mia amicizia con chi proponeva il progetto”. Quella proposta fu infatti poi bocciata, “a riprova che gli investimenti venivano decisi dall’Ufficio amministrativo e da me solo ratificati”. 

“Il promotore più volte mi ha accusato di non essermi comportato da ‘padre di famiglia’ nell’amministrazione dei beni della Santa Sede, ma respingo con fermezza anche questa accusa. Ne è prova quanto accaduto con il card. Pell, sebbene mi spiaccia menzionare un defunto: mentre molti pensavano che i nostri rapporti talvolta aspri fossero causati dalla mia opposizione alle sue riforme, in realtà cercavo solo di far notare che queste comportavano costi esorbitanti per la Segreteria di Stato. Ciò dimostra che quando vedo cose errate non ho paura di affrontare le persone e di far correggere le storture, perché per me viene prima il bene della Chiesa e della Santa Sede, nel cui esclusivo interesse ho sempre operato”, ha aggiunto il cardinale.

“Immaginate – ha quindi concluso su Pell – che al segretario personale fatto venire dall’Australia assegnò 25 mila euro al mese, alla sua segretaria 12 mila euro, come pure fece venire un funzionario dall’Apsa dove prendeva 2.500-3.000 euro e gli assegnò 9 mila euro. Non potevo stare zitto, perché il segretario di Stato aveva emanato una circolare in cui si bloccavano scatti di anzianità e assunzioni del personale vaticano”. […]

Estratto dell’articolo di Silvia Stucchi per “Libero quotidiano” lunedì 14 agosto 2023

Dici “IOR” e subito in chi ascolta si fanno strada una serie di luoghi comuni, dicerie di torbidi intrighi e ricchezze smisurate della “Banca del Papa”. Ma, per chi vuole saperne davvero di più, in modo storicamente fondato, c’è ora il bel saggio di Francesco Anfossi, IOR. Storie, vizi e virtù della Banca vaticana dagli inizi a Marcinkus, (Edizioni Ares, 232 pp., 16,80 euro), con prefazione di Agostino Giovagnoli. 

Anfossi, caporedattore di Famiglia Cristiana, fin dal suo lavoro di tesi in Storia si occupa delle finanze vaticane, e nel volume ricostruisce la storia dell’Istituto per le Opere Religiose (questo il senso dell’acronimo IOR), a partire dalla sua fondazione.

Infatti, dopo i Patti Lateranensi, il neocostituito Stato vaticano aveva bisogno, e diritto, come tutti gli Stati, di disporre di un istituto per regolare i suoi affari finanziari senza ricorrere ai servizi di banche estere. 

Anfossi smentisce anche un’altra parte della “leggenda nera” che ammanta lo Ior: non si tratta nemmeno di una banca munificente, dato che, in una ipotetica classifica delle prime 100 banche italiane per attivo patrimoniale, lo Ior si collocherebbe agli ultimi posti, sesta dal fondo. 

La “colossale ricchezza”, con cui si riempie la bocca chi si accoda a una certa “leggenda nera” goticheggiante, spesso alimentata dalla stampa anglosassone, sta tutta in questa dimensione: parafrasando Papa Francesco, potremmo definire lo Ior una banca “povera per i poveri”. 

Certo, parte dell’aura leggendaria che lo avvolge viene anche dalla sua sede, a partire dal 1938: il Torrione di Niccolò V, la fortezza rinascimentale che sorge davanti al Palazzo Apostolico, scelta perché in quella sede i furti erano pressoché impossibili.

Il libro è basato non solo sulla vastissima bibliografia esistente, ma anche su documenti inediti reperiti grazie alla desecretazione dell’Archivio di Stato di Parma, che custodisce le carte del Fondo Casaroli, oltre a conversazioni con economisti, consulenti, dipendenti e dirigenti dell’Istituto vaticano [...] 

Cuore del saggio sono però, i capitoli 7-10: il settimo capitolo è dedicato a Monsignor Marcinkus attraverso documenti inediti, in ordine ai legami con Sindona e Calvi; mentre i capitoli 8-10 ripercorrono le vicende del crack dell’Ambrosiano, visto dall’interno del Vaticano.

Come afferma Agostino Giovagnoli, storico di comprovata obiettività, agli occhi dell’opinione pubblica appare «sovradimensionato il carattere “criminale” di molte azioni compiute da uomini che hanno gestito le finanze della Santa Sede. Il caso del Banco Ambrosiano è eloquente: non sembra che Marcinkus partecipasse davvero alle trame criminali di Calvi, e non è impossibile che la sua fiducia sia stata tradita» (p. 16). 

 Ma certo, conclude Giovagnoli, questo non è affatto un titolo discolpatorio giacché «fidarsi di personaggi inaffidabili è stato un errore che chi amministra i soldi delle Chiesa non può permettersi. L’allora presidente dello Ior ha comunque esposto la Santa Sede e più in generale la Chiesa a pericoli molto grandi e ne ha danneggiato fortemente la credibilità, come sottolineò il Cardinal Martini. E dal profilo di Marcinkus emerge una forte componente di mondanità, che secondo Papa Francesco è, nella Chiesa, il più grave dei peccati»

[…] L’undicesimo capitolo, attraverso le carte del Fondo Casaroli, ricostruisce i fatti sfociati nel cosiddetto “accordo di Ginevra”, l’indennizzo di 250 milioni di dollari alle banche creditrici dell’Ambrosiano. Dopo l’accordo di Ginevra, a salvare con la sua liquidità lo Ior e le casse Vaticane fu nientemeno, pochissimi lo sanno, che Madre Teresa di Calcutta. 

Le origini delle Ior sono state legate alle urgenze della carità e della evangelizzazione, specialmente durante la Seconda Guerra Mondiale e il dopoguerra. Purtroppo, guerre ed emergenze umanitarie non sono finite: e ciò spiega, annota Giovagnoli, perché l’autonomia finanziaria della Santa Sede e una gestione che spesso non può rispondere a regole rigidamente prefissate in anticipo rappresentino una necessità, se si vuole che sia possibile operare azioni straordinarie in situazioni straordinarie e non prevedibili. [...]

Cosa c'è di vero nella "leggenda nera" di Marcinkus. Lo Ior nacque per garantire autonomia finanziaria alla Chiesa. Ma la percezione cambiò quando la banca finì coinvolta nel crac Ambrosiano. Un libro aiuta a fornire una lettura particolare agli 80 anni dell'istituto e del più noto Monsignor Paul Casimir Marcinkus. Nico Spuntoni il 16 Luglio 2023 su Il Giornale. 

Nel racconto mediatico prevalente non c'è Vaticano senza mistero. E non c'è mistero vaticano senza Ior. Queste tre lettere hanno assunto dagli anni '80 ad oggi un'accezione negativa per l'opinione pubblica mondiale che le associa al potere, alla ricchezza e alla scarsa trasparenza. Ma è davvero così?

Perché lo Ior?

Una risposta ha provato a darla, con una seria ricostruzione storica, Francesco Anfossi nel suo libro Ior. Luci e ombre della Banca vaticana dagli inizi a Marcinkus (Edizioni Ares). Il volume contiene delle curiosità finora inedite che hanno conquistato in questi giorni l'attenzione dei giornali e che hanno testimoniato come nelle stesse gerarchie ecclesiastiche dell'epoca non ci fosse una difesa granitica della storica dirigenza della banca di fronte agli scandali che la travolsero negli anni '80.

Ma al di là di questi particolari più pruriginosi, il libro riesce proprio a smontare e ridimensionare tante leggende nere sullo Ior. Partendo dall'origine e dalle finalità.

L'Istituto per le Opere di Religione - questo il nome completo - venne fondato il 27 giugno 1942 da papa Pio XII. Non è una banca pur essendo chiamato a svolgere servizi bancari. Lo Ior non ha azionisti e l'utile ricavato va appunto in favore di Opere di religione. Quest'organismo finanziario venne pensato proprio, nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, proprio per mettere la Chiesa al riparo dagli scossoni internazionali e garantirle autonomia. A questa logica risponde la decisione di connotarlo sin dall'inizio come ente centrale della Chiesa cattolica e dunque da non confondere con la Curia Romana da cui è distinto.

Le finanze vaticane in generale riuscirono ad avere un margine di libertà in quegli anni difficili come sottolinea il professor Agostino Giovagnoli ricordando il ruolo di Bernardino Nogara, storico capo della Speciale, l'antesignana dell'odierna Apsa, nata per gestire i soldi sborsati dallo Stato italiano all'indomani della firma dei Patti Lateranensi come risarcimento. "Fu l’ingegnere Nogara, presumibilmente su sollecitazioni di Pio XII, a trovare i lingotti mancanti ai 50 chili d’oro richiesti dai nazisti alla comunità ebraica romana, pena la deportazione di duecento ebrei", scrive Giovagnoli nella premessa.

La figura di Marcinkus

Monsignor Paul Casimir Marcinkus è forse uno dei prelati più noti al grande pubblico. Il suo nome viene abitualmente ricondotto agli scandali del crac del Banco Ambrosiano e alla parabola di Michele Sindona, il finanziere siciliano che finì la sua vita in carcere dopo aver bevuto un caffè al cianuro. La fama di Marcinkus ha fatto sì che spesso il suo nome finisse anche in cronache giudiziarie che nulla c'entrano con lui. Nel libro di Anfossi emerge un ritratto caratteriale già conosciuto, seppur senza gli eccessi circolati per metterlo in connessione con fatti di cronaca.

Chi lo ha visto a lavoro negli anni della presidenza dello Ior racconta di ricordarselo con i "piedi sulla scrivania e la bottiglietta di Coca Cola in mezzo alle carte". Trovano conferme le voci sulla sua passione per sigari cubani e per il golf, a cui si aggiungono anche gli stornelli romani e le canzoni del reuccio Claudio Villa. Di Marcinkus risultano i legami con Calvi e Sindona e il coinvolgimento dell'Istituto nelle operazioni dei due come dimostrano le partecipazioni nella Banca Privata e nel Banco Ambrosiano.

Tuttavia, vengono sfatate alcune leggende nere: ad esempio viene derubricata a millanteria di Sindona la rivendicazione di aver avuto un ruolo nel far nominare Marcinkus alla guida dello Ior nel 1971. Il finanziere di Patti, in effetti, aveva già rapporti con l'Istituto avendo dato consulenze strategiche per liberarsi di alcune partecipazioni non più redditizie.

Chi lo volle in quel ruolo dove, pare, l'arcivescovo americano non voleva andare? Don Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI, è uno dei sospettati di aver aiutato la carriera di Marcinkus ma lui stesso anni dopo sostenne che Montini non avrebbe voluto nominarlo e che ad insistere fu l'allora potentissimo sostituto alla Segreteria di Stato, il futuro cardinale Giovanni Benelli che però dopo il crac Ambrosiano scrisse al suo superiore, il cardinale Agostino Casaroli, per chiederne le dimissioni.

Ad avvicinare Calvi e Sindona allo Ior è l'ambizione di dare un profilo internazionale alle loro rispettive banche sfruttando l'immagine del Vaticano. Fu Sindona a presentare Marcinkus a Calvi, ma quest'ultimo a un certo punto ne divenne l'interlocutore privilegiato a dispetto del finanziere di Patti caduto in disgrazia. Non a caso, nel processo americano pr il crac della Franklin Bank, l'allora presidente dello Ior si rifiutò di testimoniare in favore di Sindona. Più tardi, quando i guai giudiziari toccarono a Calvi, i dirigenti dell'Istituto chiusero le porte ai nuovi vertici dell'Ambrosiano che tiravano in ballo le lettere di patronage concesse dallo Ior a Calvi a garanzia della situazione debitoria di alcune società estere controllate dal Banco, facendo leva su delle altre lettere firmate dal banchiere milanese che esonerava da ogni responsabilità l'Istituto.

La vicenda del crac Ambrosiano fu all'origine anche di uno scontro tra Italia e Santa Sede con la dura reprimenda dell'allora ministro del Tesoro, il cattolico Beniamino Andreatta. Quest'ultimo chiese 1.159 milioni di dollari allo Ior. Ma dal Vaticano si contestò la responsabilità attribuita allo Ior e alla fine, senza il consenso di Marcinkus, si decise di versare 250 milioni di dollari come contributo volontario e non come risarcimento. Giovagnoli nella sua premessa al libro di Anfossi rileva come "il caso del Banco Ambrosiano è eloquente: non sembra che Marcinkus partecipasse davvero alle trame criminali di Calvi e non è impossibile che la sua fiducia sia stata tradita dal 'padrone' dell’Ambrosiano". Tuttavia non si nasconde la responsabilità dell'arcivescovo americano di essersi fidato di figure come il banchiere milanese e Michele Sindona.

La leggenda dei soldi a Solidarnosc

Solidarnosc è il sindacato anticomunista di Lech Walesa fondato negli anni Ottanta in Polonia che trovò l'appoggio del connazionale più famoso, Giovanni Paolo II. Da anni, proprio questa vicinanza con il Papa santo è stata all'origine della leggenda di finanziamenti arrivati dallo Ior nelle casse dell'organizzazione clandestina ai tempi del blocco sovietico. Tuttavia, sia Marcinkus che il segretario di Karol Wojtyla, il cardinale Stanislao Dziwisz, hanno negato questa circostanza. Lo stesso Lech Walesa ha, sì, affermato che la Chiesa polacca probabilmente finanziava il sindacato, ma ha anche precisato di ignorare da dove arrivassero quei soldi. Angelo Caloia, successore di Marcinkus alla presidenza dello Ior, ha detto all'autore del libro che "in realtà non c’è traccia che i finanziamenti a Solidarnosc siano passati dallo Ior".

Marcinkus, in ogni caso, smentendo l'invio di finanziamenti al sindacato ci tenne a dire "se l’avessi veramente fatto, meriterei, vista la piega degli avvenimenti poi presa, una medaglia d’oro". Il presidente più chiacchierato della storia dell'Istituto terminò i suoi giorni terreni a Sun City, in Arizona, dove celebrava messa la domenica per gli emigrati lituani come lui. L'epilogo fu senza medaglie d'oro: Marcinkus percepiva una pensione dal valore di 2000 euro nostrani e fu costretto a chiedere una donazione di 10mila dollari all'Istituto di cui fu presidente per potersi sottoporre ad un'operazione chirurgica in vecchiaia.

(ANSA il 13 luglio 2023) - "Un rinnovo al vertice dello Ior nel silenzio di questi anni non avrebbe significato ammissione di colpevolezza, ma semplicemente la volontà di riportare l'opera nei suoi fini iniziali". 

A scrivere queste parole per chiedere la rimozione del presidente della banca vaticana Paul Casimir Marcinkus dopo il crack dell'Ambrosiano è l'arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini in una lettera datata 6 marzo 1987 all'allora segretario di Stato della Santa Sede Agostino Casaroli.

La lettera inedita, conservata nell'archivio personale dell'allora segretario di Stato Agostino Casaroli, è uno dei documenti tratti dal volume di Francesco Anfossi "Ior, luci e ombre della banca vaticana", edito da Ares, di cui Famiglia Cristiana pubblica un'anticipazione. 

Si parla anche di un'altra missiva inedita, quella dell'arcivescovo di Firenze Giovanni Benelli, che cinque anni prima, a pochi mesi dalla morte, aveva scritto la stessa richiesta a Casaroli: "Lungi da me giudicare. Ma, anche ammesso che monsignor Marcinkus sia del tutto esente da colpa e abbia anzi compiuto con diligenza il suo ufficio, esiste oggi, ed è molto forte, l'odium plebis, che colpisce certi comportamenti, forse innocui in altri tempi, ma non più oggigiorno, e non risparmia né le persone né le istituzioni a ogni livello. È insomma un aspetto pastorale grave che mi permetto di sottoporre alla sua più alta e illuminata considerazione".

 Nell'articolo anche un'altra importante rivelazione tratta dal volume: l'accordo sull'indennizzo da parte del Vaticano alle banche creditrici del Banco Ambrosiano di 250 milioni di dollari fu avallato da Giovanni Paolo II in una riunione segreta che si tenne a Castel Gandolfo nell'agosto 1983 alla presenza del Pontefice, del segretario di Stato Agostino Casaroli, del sostituto alla Segreteria di Stato Eduardo Martinez Somalo, dell'allora assistente di Wojtyla Stanislav Dziwisz e dello stesso Marcinkus. 

 L'Istituto vaticano si riprese presto da quello "shock" finanziario grazie anche alla liquidità garantita dai conti di Madre Teresa di Calcutta, prima depositante per entità. Dunque tre anni dopo l'accordo detto di Ginevra (la città dove venne firmato), anche Martini, sconcertato, si domanda come mai Marcinkus fosse ancora al suo posto.

"In particolare il 'cristiano medio' dell'area milanese - scrive il cardinale - nella quale molte persone hanno perso i loro risparmi a causa della bancarotta del Banco Ambrosiano per la quale viene ora asserita dalla pubblica accusa la complicità di monsignor Marcinkus, si chiede se sia opportuno che persone colpite dal mandato di cattura debbano ancora occupare i loro posti di responsabilità, col rischio di una condanna per imputazioni gravissime (molti detenuti oggi nelle carceri italiane per fatti valutari lo sono per cause assai minori)".

Estratto dell’articolo di Agostino Giovagnoli per “Avvenire” il 13 luglio 2023.

Nel volume “Ior”, edito da Ares, Francesco Anfossi firma un’articolata indagine sull’istituto vaticano basata anche su documenti inediti Il ruolo di Marcinkus e i suoi rapporti con Sindona e Calvi La prefazione è dello storico Giovagnoli 

Quando si parla di Ior si pensa soprattutto alle vicende che più lo hanno esposto all’attenzione mediatica, negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso o più recentemente. Ma questo singolare istituto finanziario ha una lunga storia: fondato nel 1942, ha raccolto in realtà un’eredità che affonda le sue radici negli ultimi decenni dell’Ottocento. Con efficace stile giornalistico Francesco Anfossi ne racconta le vicende, intrecciando con vivacità il racconto degli eventi e le leggende che ne accompagnano il ricordo, gli scandali presunti e quelli veri. […] 

La comparsa di monsignor Paul Marcinkus ai vertici dello Ior aprì invece un’altra stagione, molto più turbolenta. Il prelato americano «è stato persino accusato di aver ordito l’assassinio di Giovanni Paolo I e di essere coinvolto nel rapimento di Emanuela Orlandi». 

La strada dello Ior si intrecciò anzitutto con quella di Michele Sindona, di cui questo libro tratta ampiamente. Ma è soprattutto ai rapporti con Roberto Calvi e con il Banco Ambrosiano che Francesco Anfossi dedica la sua attenzione, utilizzando una documentazione inedita conservata nelle carte del cardinale Agostino Casaroli. 

La vicenda del Banco Ambrosiano si concluse tragicamente con il suicidio della segretaria di Calvi e la morte a Londra dello stesso banchiere, che venne trovato impiccato a un’impalcatura sotto il Blackfriars Bridge. Fu una vicenda oscura, in cui entrarono – nota Anfossi – Licio Gelli e la loggia P2, Umberto Ortolani, Francesco Pazienza e Flavio Carboni. 

Si trattò della «più grave deviazione di un’importante istituzione bancaria rispetto alle regole della professione verificatasi in un grande Paese industriale in questi ultimi quarant’anni», disse allora il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta.

Questi divenne uno dei principali protagonisti degli sviluppi che ne seguirono, tra cui uno scontro inedito tra lo Stato italiano e la Santa Sede. 

Il ministro democristiano, infatti, prese nettamente posizione contro quest’ultima e affermò che esisteva una corresponsabilità dello Ior nella mala gestione della più importante banca privata italiana, chiedendo al Vaticano di pagare l’ingente cifra di 1.159 milioni di dollari. Tutto ciò mise in seria difficoltà la Santa Sede e Casaroli avviò un’approfondita indagine interna per chiarire che cosa fosse effettivamente avvenuto. 

[…] Marcinkus respinse le accuse, spiegando che l’Istituto aveva concesso alcune “lettere di patrocinio” a Calvi per frenare ulteriori debiti e ulteriori finanziamenti alle società. Invece Calvi aveva utilizzato tali lettere per scopi ben diversi, tradendo la fiducia di Marcinkus. Il nome dell’Istituto «era stato utilizzato per la realizzazione di un progetto occulto, che all’insaputa dell’Istituto stesso collegava ad un unico fine operazioni che, se considerate singolarmente, avevano l’apparenza di essere regolari e normali» (...).

Casaroli, però, non si accontentò dell’autodifesa di Marcinkus e accettò di creare una commissione mista italo-vaticana. Per tutta la prima metà del 1983, all’interno della Santa Sede si svolse un’approfondita discussione. 

Venne anche effettuata una missione per visitare le sedi delle società collegate all’Ambrosiano a Lima, nelle Bahamas, in Nicaragua e per parlare con i diretti interessati, esaminare i bilanci, capire gli intrecci della rete che aveva fatto capo a Calvi.

Il 17 agosto i tre membri vaticani della commissione mista, Pellegrino Capaldo, presidente del Banco di Roma, monsignor Renato Dardozzi, brillante ingegnere divenuto sacerdote in età adulta, e l’avvocato Agostino Gambino, già difensore della Banca Privata di Sindona, inviarono al Segretario di Stato un promemoria, informandolo che difficilmente si sarebbe giunti «ad un univoco consenso nell’accertamento della verità». 

Ma prefigurarono notevoli danni d’immagine per la Santa Sede a causa di quella vicenda e sollecitarono Casaroli a un componimento amichevole della questione. Il segretario di Stato accolse questi suggerimenti e, nonostante il parere contrario di molti cardinali, si convinse che fosse necessario trattare con lo Stato italiano pur senza ammettere responsabilità dell’Istituto. Nello stesso mese di agosto 1983 si svolse a Castelgandolfo una riunione alla presenza del Papa, Giovanni Paolo II. A parte Marcinkus, tutti i partecipanti si espressero per l’indennizzo proposto da Casaroli e il Papa approvò la decisione.

Nell’autunno successivo, la Commissione presentò un documento finale con le differenti conclusioni dei sei commissari: due dei tre esperti italiani concludevano per una responsabilità da parte dello Ior, mentre il terzo non espresse un giudizio altrettanto netto; i tre consulenti vaticani espressero invece una posizione favorevole allo Ior. 

Ma ormai la decisione era già stata presa. La questione Ambrosiano-Ior venne chiusa il 25 maggio del 1984, a Ginevra, quando le parti stabilirono di addivenire a un accordo «in uno spirito di reciproca conciliazione e collaborazione». 

Lo Ior si impegnò a pagare 250 milioni di dollari, non a titolo di risarcimento ma coatto di «contributo volontario». Benché conclusa con un accordo, la vicenda segnò una sorta di spartiacque nelle relazioni tra Santa Sede e Stato italiano, influenzando molto anche le vicende successive delle finanze vaticane. 

La documentazione utilizzata da Anfossi spinge a ritenere che le responsabilità dello Ior fossero meno evidenti di come le aveva ritenute Andreatta presentando la banca vaticana come “un socio di fatto” dell’Ambrosiano (...). 

La vicenda ebbe uno strascico giudiziario nel 1987 quando i giudici istruttori di Milano spiccarono un mandato di cattura contro Marcinkus, Mennini e Pellegrino De Strobel accusati di concorso in bancarotta fraudolenta nel crac dell’Ambrosiano. 

La Segreteria di Stato chiese al cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, di informarsi discretamente sulle ragioni di quella decisione. Martini riferì senza commenti che per i giudici era un “atto obbligato” e riportò i dubbi di tanti circa l’opportunità che «persone colpite da mandato di cattura [continuassero a occupare] i loro posti di responsabilità, col rischio di una prossima condanna per imputazioni gravissime» e lamentò che non fossero già state sostituite in precedenza (...).

Probabilmente Casaroli non fu del tutto insensibile alle argomentazioni di Martini, ma gestì in modo soft il cambiamento ai vertici dello Ior. Li “congelò”, infatti, nel timore che un avvicendamento brusco sarebbe stato interpretato come un’implicita ammissione di responsabilità. 

Ma contemporaneamente fece passare le leve del comando a una Commissione di cardinali e a un Consiglio di Sovrintendenza di laici competenti, preparando così una successione che avrebbe sancito la fine dell’epoca dei prelati alla sua guida. […]

I “forzieri” della Chiesa sono generalmente sovradimensionati, perché intorno alle “ricchezze del Papa” tendono sempre a svilupparsi molte fantasie e leggende. Sovradimensionato appare spesso anche il carattere “criminale” di molte azioni compiute da uomini che hanno gestito le finanze della Santa Sede. 

Non va ovviamente escluso che ci sia stato tra di loro chi ha effettivamente avuto comportamenti criminali. Ma spesso ci si trova davanti ad altri problemi. Il caso del Banco Ambrosiano è eloquente: non sembra che Marcinkus partecipasse davvero alle trame criminali di Calvi e non è impossibile che la sua fiducia sia stata tradita dal “padrone” dell’Ambrosiano (...) Il caso Marcinkus suscita però altri comportamenti anch’essi molto gravi. Fidarsi di personaggi inaffidabili come Sindona o Calvi è stato un errore che chi amministra i soldi della Chiesa non può permettersi. 

Anche la pervicacia di Marcinkus nell’escludere qualunque sua responsabilità, anche involontaria, non depone a suo favore. L’allora presidente dello Ior ha comunque esposto la Santa Sede e più in generale la Chiesa cattolica a pericoli molto grandi e ne ha danneggiato fortemente la credibilità, come sottolineava il cardinale Martini […]

Negli ultimi decenni si è cercato di ovviare alle difficoltà che venivano così a crearsi attraverso una sorta di “normalizzazione” delle finanze vaticane, uniformandole il più possibile a standard internazionali. È una tendenza comprensibile, che rischia però di sacrificare le peculiari finalità di tali finanze. […] 

Quei 655 milioni di euro che l’Italia regala alla Chiesa cattolica grazie a una clausola dell’8 per mille. Grazie a una norma del Concordato i finanziamenti dello Stato italiano sono superiori a quanto decidono i contribuenti con l’8 per mille. Ma il Vaticano si è sempre rifiutato di cambiarla. Sergio Rizzo su La Repubblica il 23 marzo 2023.

Con 655 milioni di euro si possono fare un sacco di cose. Come aumentare di mille euro all’anno lo stipendio di tutti gli insegnanti delle scuole statali. O finanziare l’acquisto di 3 milioni di tablet per i nostri studenti. Oppure coprire abbondantemente per un anno intero la spesa sanitaria della Regione Molise e dei suoi 305 mila abitanti. Invece quella somma la regaliamo tutti gli anni al Vaticano. Conosciamo l’obiezione dei diretti interessati: “Regalare” non è il termine esatto. Non lo è per il semplice fatto che lo prevede una legge dello Stato italiano. Una legge approvata dal parlamento nel maggio 1985, governo di Bettino Craxi. È il provvedimento che ha recepito nel nostro ordinamento la revisione dei Patti Lateranensi firmati da Benito Mussolini e Pietro Gasparri, segretario di stato di Pio XI, nel 1929.

Con quella legge targata Craxi il finanziamento della Chiesa cattolica è stato affidato alla libera scelta dei contribuenti. Con l’8 per mille delle loro tasse. Tutto chiaro, all’apparenza. Quando si presenta la denuncia dei redditi basta esprimere la scelta compilando un piccolo modulo con il quale la somma viene destinata a una delle diverse confessioni religiose ormai riconosciuta, la Chiesa ovviamente in cima a tutte, oppure in alternativa allo Stato.

C’è però nell’articolo 47 una clausola diabolica: aggettivo non esattamente consono alla materia, ma che rende bene l’idea. «In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse», stabilisce il terzo comma.

Ecco in concreto come funziona e attenti ai numeri, anche se vi gira la testa. I contribuenti che compilano il modulo per assegnare l’8 per mille sono da sempre una minoranza. I dati del 2022, che si riferiscono alle dichiarazioni dei redditi del 2018 parlano di circa 17 milioni, cioè il 41,2 per cento del totale. Ed è ovvio che in un Paese cattolico come il nostro chi decide di finanziare la Chiesa ne rappresenti la maggioranza. Sono circa 13 milioni, il 77,5 per cento di quel 41,2 per cento di contribuenti.

Il gettito complessivo dell’8 per mille nello stesso anno ha raggiunto un miliardo e 434,3 milioni. Ne discende, sempre se la matematica non è un’opinione e supponendo un valore medio delle denunce dei redditi, che al Vaticano dovrebbe andare con l’8 per mille una somma di 456,5 milioni, cioè il 77,5 per cento del 41,2 per cento. Che sarebbe, a conti fatti, meno di un terzo del totale. La Chiesa ha incassato invece un miliardo 111 milioni 579.111 euro, pari a oltre i tre quarti dell’intero gettito.

Come si spiega? Con il fatto che grazie a quel comma anche la parte dell’8 per mille che nessuno ha destinato, ed è la fetta più grossa (oltre il 58 per cento), va comunque ripartita. E si ripartisce in proporzione delle «scelte espresse». Ciò significa che pure il 77,5 per cento di chi non ha deciso di finanziare la Chiesa cattolica sarà costretto a farlo a sua insaputa. Sono ben 19 milioni di contribuenti, moltissimi dei quali probabilmente convinti che non esprimendo alcuna scelta i soldi sarebbero rimasti all’Erario. Come la logica suggerirebbe. Ma qui la logica è diversa. E il Vaticano ovviamente ringrazia per i 655 milioni l’anno in più garantiti da quel comma del nuovo Concordato. Alla faccia del libero arbitrio.

Di tanto in tanto si leva qualche flebile voce per far presente l’assurdità di quel comma della legge approvata dal parlamento al tempo del governo Craxi. Ma cade regolarmente nel vuoto. L’ha fatto la Corte dei Conti, ripetutamente, senza successo. Alcuni politici, soprattutto i radicali, con il medesimo risultato. Nel dicembre del 2015 il Fatto quotidiano chiese al futuro capo delle finanze vaticane, monsignor Nunzio Galantino, se non fosse arrivato il momento di accettare di lasciare allo Stato la quota dell’8 per mille non sottoscritta. «Non sono d’accordo. La Chiesa restituisce quei fondi decuplicati in termini di vicinanza, servizi e solidarietà», rispose lui risoluto.

Nessun dubbio. A parte il fatto che ogni tanto salta fuori qualche sgradevole caso di piccole malversazioni, e qui i vertici dell’attuale papato si mostrano risoluti. «Quando sento di casi di religiosi che si intascano soldi destinati alla carità, provo il vivo prurito di costituirmi parte civile in un processo a loro carico: non si possono calpestare né i poveri né i fedeli in questo modo, che getta fango su vescovi e preti esemplari. La Chiesa deve chiedere i danni», è la tesi di monsignor Galantino.

E per non parlare del ruolo degli intermediari delle denunce dei redditi che qualche volta si sostituiscono al contribuente nella scelta, circostanza sgradevole e niente affatto isolata. Una indagine condotta dall’Agenzia delle entrate sulle dichiarazioni del 2014 e 2015 ha riscontrato, racconta una relazione della Corte dei Conti, «casi di interferenza nel processo decisionale dei contribuenti e un numero significativo di infedeli trasmissioni dei dati da parte dei Centri di assistenza fiscale». Si è scoperto che per prassi consolidata alcuni Caf “consigliavano” semplicemente ai contribuenti che si rivolgevano a loro la destinazione dell’8 per mille alla Chiesa cattolica.

Il fatto è che anche senza questi presunti condizionamenti i soldi sono diventati davvero tanti. Ormai il doppio, o giù di lì, rispetto a 25 anni fa. Nel 1994 si toccò il record di 702 miliardi di lire, pari a 675 milioni di euro attuali, mentre da un decennio a questa parte si supera, e talvolta di slancio, il tetto del miliardo di euro. E questo nonostante la quota dell’8 per mille destinata dagli italiani alla Chiesa tenda a diminuire sempre più.

Lo Stato sa bene che quei soldi sono decisamente troppi. Anche in considerazione dello stato non certo esaltante dei nostri conti pubblici. L’ha fatto anche presente, più d’una volta, al Vaticano. Chi negoziò con la Chiesa all’inizio degli anni Ottanta, pur concedendo quella clausola folle in contrasto con il principio della libertà individuale stabilito dalla nostra Costituzione, si rendeva però conto dei rischi che avrebbe comportato. Infatti l’articolo 49 stabilisce che ogni tre anni una commissione paritetica debba procedere a una revisione del meccanismo. Peccato che da quando la commissione ha debuttato niente è mai cambiato.

Il verbale dell’ultima riunione di questo comitato di cui si abbia notizia è allegato a una relazione della Corte dei conti del 2018. Ma risale al 19 ottobre 2016, ed è assolutamente istruttivo.

Il capo delegazione del governo italiano è il luminare delle relazioni fra Stato e Chiesa Francesco Margiotta Broglio, già componente della commissione che mise a punto il nuovo Concordato, affiancato dal professor Carlo Cardia e dalla direttrice delle Finanze Fabrizia Lapecorella. E prova a saggiare la resistenza della controparte. «Tenuto conto degli anni trascorsi dall’entrata in vigore della legge del 1985 ritiene di dover proporre che venga concretamente discussa l’opportunità di una revisione della quota dell’otto per mille in vista di una sua riduzione quantitativa», fa mettere a verbale. Ma monsignor Galantino, che capeggia la delegazione vaticana, risponde cortesemente picche: «Considerato il risultato ampiamente positivo del sistema (…) non si ravvisano ragioni per valutare positivamente la proposta». Amen. Risponde picche anche alla richiesta di non utilizzare più i soldi dei contribuenti italiani per finanziare alcune attività, come i tribunali ecclesiastici e i «mezzi di comunicazione sociale». Cioè, banalmente, l’impiego di quelle risorse anche per la pubblicità.

E la cosa finisce così, più di sei anni fa. Nel frattempo gli incassi dell’8 per mille continuano a galoppare. Ingrossando i rivoli di denaro che dallo Stato italiano contribuiscono a mantenere gli apparati ecclesiastici. Non parliamo dei finanziamenti ai giornali, come i 2,7 milioni di contributi pubblici al quotidiano della Conferenza episcopale Avvenire, o i 3 milioni a Famiglia cristiana delle Edizioni Paoline: sono cifre perfino modeste, in rapporto ai fiumi di soldi dei contribuenti che vanno a pubblicazioni assai meno socialmente utili.

C’è poi la questione dell’imposta comunale sugli immobili della Chiesa, che si trascina da tempo immemore con il contributo della Commissione europea, che ci ha messo oltre un decennio per intimare allo Stato italiano di recuperare le somme dovute all’Erario. Ma solo per il periodo dal 2006 al 2011.

E quanti sanno che dal 1973 l’Inps paga anche le pensioni dei preti? All’Istituto nazionale di previdenza c’è un fondo apposito creato da un governo democristiano. Esattamente il secondo presieduto da Giulio Andreotti, e la legge istitutiva porta la firma del cattolicissimo Dionigi Coppo, uno dei fondatori del sindacato cattolico Cisl. Si chiama Fondo clero e perde decine di milioni l’anno. A fronte di entrate contributive per 31 milioni, le pensioni ne costano ogni anno 74. Ragion per cui il fondo ha accumulato un disavanzo patrimoniale di 2,3 miliardi: aumentato in 25 anni dell’89 per cento. Nel 2015 una verifica interna ha consentito di appurare non senza sorpresa che il 72 per cento dei circa 11.900 religiosi pensionati gode anche di una seconda pensione. Nessuno però è ancora riuscito a risolvere il mistero per cui gli iscritti al Fondo clero siano esentati dalle restrizioni previste dalla legge Fornero.

Da open.online su La Repubblica il 23 marzo 2023.

La Diocesi di Bologna ha incassato 71,3 milioni di euro. Ma non si tratta di elemosine. Si tratta degli utili della Faac, multinazionale bolognese dei cancelli automatici. Nella seduta che ieri ha approvato il bilancio, il cda ha preso atto delle dimissioni dell’amministratore delegato Andrea Marcellan per seguire un’altra opportunità professionale e ha deciso di attribuire tutte le deleghe al presidente Andrea Moschetti che sarà affiancato da un nuovo assetto organizzativo al vertice della società.

La Faac ha chiuso il 2022 con ricavi consolidati di 657 milioni (+12,2%) e le previsioni per il 2023 sono di ulteriore crescita, anche sulla base di un solido portafoglio ordini già acquisito. L’azienda è stata donata alla Curia in punto di morte dall’imprenditore Michelangelo Manini. Oggi alla guida della Chiesa di Bologna c’è il capo dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, noto anche come il vescovo dei poveri perché viene dalla comunità di Sant’Egidio. Quest’anno i poveri di Bologna non avranno problemi di cibo.

Estratto dell'articolo di Iacopo Scaramuzzi per “la Repubblica” il 16 marzo 2023.

Rassicurazioni puntuali e circostanziate, scritte ed evidenziate in rosso. Ma false. È su questa base che monsignor Edgar Peña Parra, successore di Angelo Becciu come Sostituto della Segreteria di Stato, alla fine accettò di rilevare il 100% della proprietà del palazzo di Londra al centro del processo in corso in Vaticano.

 Una strada, poi rivelatasi un vicolo cieco, imboccata dopo aver sollevato molti dubbi, chiesto molti chiarimenti, e averne ricevuti da chi gli era stato presentato come avvocato della Segreteria di Stato ma rappresentava, al contempo, la controparte, il broker Gianluigi Torzi, oggi imputato nel tribunale dello Stato pontificio.

 Quando l’arcivescovo venezuelano, che oggi viene ascoltato in aula come testimone, arriva a Roma, a ottobre del 2018, la Segreteria di Stato ha già acquistato una quota del palazzo di Sloane avenue 60 e lo gestisce tramite una società del finanziere Raffaele Mincione. Un’eredità pesante.

Una manciata di settimane dopo il suo arrivo, il 22 novembre, il capo dell’ufficio amministrativo, monsignor Alberto Perlasca, lo avverte dell’«alto rischio di perdita totale dell’investimento» e gli prospetta di rilevare l’intera proprietà. Operazione, secondo Perlasca, da realizzare nel giro di una settimana.

 Peña Parra vuole vederci chiaro. Chiede la documentazione e scopre – prima sorpresa – che Perlasca ha già firmato, lo stesso 22 novembre, due contratti, un “Framework Agreement” e uno “Share Purchase Agreement”, con la società Gutt Sa di Torzi. I dubbi del nuovo Sostituto si infittiscono. Prende carta e penna e invia ai sottoposti una lunga serie di obiezioni su entrambi i contratti.

L’attenzione di Peña Parra si appunta su due aspetti: il ruolo di Torzi e la curiosa decisione di attribuire al broker molisano mille azioni della Gutt Sa, mentre la Segreteria di Stato è titolare delle altre 30 mila senza diritto di voto.

 Il 27 novembre gli arrivano le risposte, dattilografate in rosso. I due documenti, che sono agli atti del processo e che Repubblica ha potuto visionare, sono prodighi di rassicurazioni. A Torzi, «saranno conferiti i poteri di ordinaria ma non di straordinaria amministrazione »; il broker «continuerà ad essere amministratore di Gutt ma non rappresentante della Santa Sede». Quanto alle mille azioni, esse «hanno la mera funzione di consentire da parte del soggetto terzo l’amministrazione della società Gutt Sa. Tutti i diritti economici sono della Segreteria di Stato». I diritti di amministrazione «saranno condivisi con il Consiglio di amministrazione nel quale è rappresentata la Segreteria di Stato».

Confortato da queste rassicurazioni, Peña Parra procede. Informa i suoi superiori, ossia il cardinale Pietro Parolin e il Papa, e paga. Firma, spiega il monsignore in un memoriale a sua volta depositato agli atti il 13 aprile 2021, «esclusivamente in ragione delle rassicurazioni ricevute».

 Ma qualcosa non quadra. Passa meno di un mese e monsignor Perlasca, senza spiegazioni, vuole rescindere il contratto. Monsignor Peña Parra lo convoca, ma Perlasca è inspiegabilmente partito per le vacanze di Natale. Il Sostituto convoca allora un suo sottoposto, Fabrizio Tirabassi, che a sua volta chiede chiarimenti a un esperto della materia, l’ingegner Luciano Capaldo. Viene fuori — ed è la seconda, grossa sorpresa — che la Segreteria di Stato, come scrive Peña Parra a posteriori, «aveva di fatto acquistato una scatola vuota».

Torzi aveva trasformato la natura delle azioni: «In realtà la Segreteria di Stato aveva acquisito 30 mila azioni senza diritto di voto, rimettendo l’esercizio di tale diritto esclusivamente in capo al Torzi». Che arriva a espellere il rappresentante della Segreteria di Stato dal cda. Perlasca aveva offerto a Torzi la proprietà del palazzo «su un piatto d’argento».

 A stilare le rassicurazioni a Peña Parra era stato l’avvocato Nicola Squillace, «che all’epoca la Segreteria di Stato vedeva come il proprio legale», nota Peña Parra, ma più tardi si scopre che «lavorava in effetti per Torzi». È la terza sorpresa.

Il seguito della vicenda è noto: il Papa suggerisce di «voltare pagina e ricominciare da capo», viene pagato Torzi, gli avvocati consigliano alla Segreteria di Stato di riacquistare in proprio il palazzo, Peña Parra chiede uno stanziamento straordinario allo Ior che, insospettito, denuncia la vicenda alla magistratura vaticana. Si apre il processo. Il danno complessivo è stimato tra i 65 e i 135 milioni di euro. […]

(ANSA il 9 marzo 2023) - Nella 50/a udienza del processo in Vaticano sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, è stato ascoltato oggi, tra gli altri, come testimone d'ufficio citato dal Tribunale il comandante della Gendarmeria Gianluca Gauzzi Broccoletti.

 Il capo dei Gendarmi vaticani ha risposto in particolare sull'incontro da lui avuto insieme al commissario Stefano De Santis, la sera del 3 ottobre 2020 in casa del cardinale Angelo Becciu. "Fu lui a chiamarmi prima tramite messaggio e poi a invitarmi perché preoccupato per gli articoli di stampa che stavano uscendo e, dopo una riunione in Segreteria di Stato, lo raggiunsi a casa sua insieme a De Santis - ha riferito -. In quei momenti la stampa era molto assidua e pressante sul caso del Palazzo di Londra e altre vicende.

C'erano articoli che parlavano anche della possibilità di dazioni di denaro della Segreteria di Stato ai testimoni che accusavano il cardinale George Pell in Australia di abusi sessuali".

 "Ma io, con l'obiettivo di aiutare e sostenere il card. Becciu - ha proseguito Gauzzi - sentiii la necessità di esporgli la situazione riguardante Cecilia Marogna, perché erano arrivate carte dalla Slovenia su un utilizzo diverso e improprio delle somme che le erano state trasmesse".

"Ora - ha continuato -, sulla vicenda di Pell o sui soldi alla cooperativa Spes di Ozieri il cardinale parve molto distaccato, non particolarmente turbato. Ma quando toccai l'argomento Marogna si piegò, si mese quasi in ginocchio, con le mani sul viso. 'Se uscirà questo argomento provocherà un grave danno per me e per i miei familiari!', disse. E anche in altre occasioni sostenne. 'se fossero uscite quelle notizie mi avrebbero ucciso'".

 Secondo Gauzzi, "il cardinale espresse la volontà di rifondere il denaro utilizzato dalla Marogna tramite una sua dazione volontaria". Alla domanda del difensore da Becciu, avvocato Fabio Viglione, se il cardinale aveva detto ai due dirigenti della Gendarmeria che potevano parlare di quell'incontro, Gauzzi ha risposto che "non si è parlato del fatto che il colloquio dovesse rimanere riservato. Tra l'altro, all'epoca il cardinale non era neanche oggetto d'indagine".

Al termine dell'udienza, il card. Becciu, però ha replicato con una dichiarazione spontanea. "Certamente le affermazioni del comandante Gauzzi non mi hanno soddisfatto, sono rimasto piuttosto amareggiato - ha detto -. Gauzzi mi disse di tenere riservato l'incontro, me lo disse. Io non ne parlai con nessuno. Egli mi disse che il truffato ero io, e che non era giusto che ripagassi io le spese della signora Marogna".

"Io chiesi anche - ha continuato - del perché mi accusavano di peculato per i 100 mila euro alla cooperativa Spes e i 600 mila euro giunti dalla Cei. 'Perché lei ha condizionato la decisione della Cei, mi fu risposto. Io non parlai solo della Marogna. Se mi scaldai è perché quello era un segreto. Me lo disse pure il Papa e mi dispiaceva che ne potesse parlare tutto il mondo".

 "Non fu solo quello il problema per cui mi scaldai - ha ribadito il card. Becciu -. Il comandante mi disse 'lei è il truffato'. Sono rimasto amareggiato per quanto ha detto oggi. Sono certo che il Tribunale saprà pensare anche a queste prospettive, quando dovrà stabilire qual è la verità. Devo ammettere con grande rammarico che si è incrinata la mia fiducia nel comandante Gauzzi. Ma, pur nella sofferenza, non gli porterò rancore. Sono sacerdote, e portato a comprendere le debolezze altrui. E sempre a perdonare".

Fausto Gasparroni per l’ANSA il 9 marzo 2023.

Con una lettera del 24 luglio 2021 - la stessa data in cui fu registrata la telefonata col Pontefice - il cardinale Angelo Becciu chiese a papa Francesco di firmargli due dichiarazioni essendo "accusato dai magistrati di aver imbrogliato Lei sia per la vicenda della Suora colombiana, sequestrata in Mali, sia per la proposta di acquisto del Palazzo di Londra che Le presentai a nome di un Fondo Americano".

Alla lettera allegò anche due dichiarazioni con la richiesta al Papa di firmarle, cosa che però Francesco si è rifiutato di fare. Il carteggio è stato letto oggi nell'aula del processo dal promotore di giustizia Alessandro Diddi, riferendo di averlo ottenuto in un colloquio con la "Suprema autorità". Nonostante l'opposizione di alcune difese, il carteggio è stato ammesso dal Tribunale, presieduto da Giuseppe Pignatone, agli atti del processo. "Io dovrei citarLa come Testimone nel Processo, ma non mi permetterei mai di farlo, tuttavia ho bisogno di due Sue dichiarazioni che confermino come siano avvenuti i fatti (vedi Allegati)", scriveva Becciu al Papa nella lettera.

 "Circa la questione della liberazione della Suora colombiana io mi sento legato al Segreto di Stato per ragioni di sicurezza internazionale, mi dica Lei però se devo ritenerlo tale o se mi scioglie da esso e mi rende libero di rispondere a qualsiasi domanda che mi verrà fatta in Tribunale".

Nel primo allegato, dal titolo "Liberazione ostaggio", il Pontefice secondo la richiesta di Becciu avrebbe dovuto sottoscrivere "dichiaro che S.E. Mons. Angelo Becciu, allora Sostituto della Segreteria di Stato, fu da me autorizzato a procedere per la liberazione di Suor Goria Narvaez Argoti, di nazionalità colombiana. A tal fine egli fu autorizzato a recarsi a Londra per contattare un'agenzia specializzata in intermediazione. Dichiaro di aver approvato la somma necessaria per pagare gli intermediari e quella fissata per il riscatto.

 Per l'intera operazione ho richiesto assoluto riserbo e segretezza e nel momento in cui S.E. Mons. Pena Parra entrò in funzione di Sostituto, provvidi ad informarlo e ad autorizzarlo a seguire la pratica". Col secondo allegato, "Offerta Palazzo di Londra", il Papa avrebbe dovuto dichiarare "che nel giugno 2020 il Card. Angelo Becciu venne da me a riferire una proposta, ricevuta da parte dell'On. Giancarlo Innocenzi Botti, relativa alla Proprietà Immobiliare sita in Londra.

Ritenendo la proposta interessante, chiesi al cardinale di riferirla al Rev. Padre Guerrero Alves, Prefetto della Spe, e a S.E. il Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, per le valutazioni di rispettiva competenza, rimettendosi al loro giudizio". Ma Francesco, nella sua risposta via lettera del 26 luglio 2021 - vigilia dell'inizio del processo -, spiega a Becciu che in una precedente lettera del 21 luglio sperava "di aver chiarito la mia posizione negativa sulle dichiarazioni che intende farmi sottoscrivere" sulla liberazione dell'ostaggio e sull'offerta per il palazzo di Londra da parte di Innocenzi Botti, "Evidentemente sono stato da Lei frainteso".

 Inoltre, aggiunge il Pontefice, "in particolare, circa l'opposizione del vincolo di segretezza, ribadisco che l'affidamento di denaro ad un intermediatore, per gli aspetti opachi emersi secondo la tesi accusatoria, non può essere coperto da Segreto di Stato per ragioni di sicurezza, né suscettibile di apposizione del segreto pontificio".

D'altra parte, nella precedente lettera del 21 luglio - che Becciu chiedeva al Papa di dichiarare "nulla" in vista del processo - Francesco scriveva che la proposta presentata da Innocenzi Botti per rilevare il palazzo di Londra "mi parve subito strana per i contenuti, le forme e i tempi scelti", e "la mia originaria perplessità si rafforzò ulteriormente quando compresi che l'iniziativa in questione era, tra l'altro, indirizzata ad interferire, con effetti ostativi, con le indagini dell'Ufficio del Promotore di Giustizia.

 La complessiva valutazione di tali elementi mi indusse ad esprimermi in senso negativo sul proseguimento dell'iniziativa". Per quanto riguarda invece le somme di denaro inviate dalla Segreteria di Stato alla società slovena di Cecilia Marogna, il Papa ne parlava come di "estemporanei ed incauti affidamenti di risorse finanziarie distratte dalle finalità tipiche e destinate, secondo le tesi accusatorie, a soddisfare personali inclinazioni voluttuarie. In tal contesto comprenderà bene come non sia possibile l'apposizione di alcun segreto pontificio".

Estratto dell’articolo di Francesco Capozza per “Libero quotidiano” il 10 febbraio 2023

Ieri mattina il Papa ha ricevuto in udienza ufficiale, nel suo studio di rappresentanza al Palazzo Apostolico, il cardinale Angelo Becciu.

 […] non tanto per l’eccezionalità dell’evento – i due si erano già visti varie volte negli ultimi due anni – ma per l’ufficialità del luogo. Una vera e propria riammissione a Palazzo che il cardinale ha voluto in qualche modo sottolineare parlando con le agenzie di stampa che, come prevedibile, lo hanno immediatamente contattato dopo l’incontro: “Sì, stamattina ho incontrato il Santo Padre. Abbiamo avuto un colloquio molto cordiale e sereno. Il Papa mi ha rinnovato la Sua stima e fiducia come accade ormai da tempo. Ogni incontro con lui per me è motivo di grande gioia».

Ed in effetti, come si diceva, non è la prima volta che il porporato, imputato per peculato nell’ambito dell’inchiesta legata allo scandalo finanziario per la compravendita del famigerato palazzo londinese, s’incontra con Francesco dopo che questi lo aveva privato, il 24 settembre del 2020, da tutti i diritti e le prerogative proprie di un cardinale elettore (Becciu ha 74 anni).

 Vari erano stati gli incontri che il Pontefice aveva concesso al presule sardo negli ultimi due anni, ma si erano svolti sempre a Santa Marta o, come nell’aprile del 2021, addirittura a casa del porporato.

Incontri, tuttavia, sempre privati e a cui non era mai stata data la pubblicità e l’ufficialità come invece è accaduto in questo caso, con la calendarizzazione nell’agenda quotidiana del Papa e l’annuncio dato dal Bollettino della Sala stampa […].

 Non più tardi di tre settimane fa, Becciu era tornato nell’aula del Tribunale vaticano, presieduto dal magistrato Giuseppe Pignatone, per una dichiarazione spontanea al processo che vede imputate Francesca Immacolata Chaouqui e Genoveffa Ciferri per la gestione dei fondi della Santa Sede, per rendere una dichiarazione spontanea.

In quell’occasione il cardinale aveva affermato, smontando totalmente le tesi di entrambe, che «io ho fatto il Sostituto alla Segreteria di Stato, ma non avevo la facilità di imporre al Papa delle decisioni come viene affermato», ma soprattutto Becciu ha smentito categoricamente di essere stato lui a dare l’ordine di arrestare la Chaouqui. […]

 L’udienza ufficiale di ieri con il Papa è solo l’ultimo tassello di una strategia difensiva o un primo passo verso la riabilitazione definitiva? Sono in molti ora ad aspettarsi che Francesco possa fare un ulteriore passo reintegrandolo a pieno titolo nel collegio dei cardinali e, quindi, tra gli elettori in un futuro Conclave.

Da iene.mediaset.it il 17 gennaio 2022.

 Stasera, martedì 17 gennaio, in esclusiva e per la prima volta in tv Antonino Monteleone intervista il Cardinale Angelo Becciu, al centro del processo in Vaticano per lo scandalo dell’acquisto del palazzo di Londra che, secondo l’accusa, sarebbe stato un investimento non redditizio effettuato utilizzando i soldi dell’obolo di San Pietro. Di seguito domande e risposte tra Monteleone e Becciu:

A. Monteleone: Eminenza buonasera, mi chiamo Antonino Monteleone. Sono un giornalista di un programma che si chiama Le Iene. Come sta? Bene?

 Cardinale Becciu: Bene, bene, però siete Le Iene.

 A. Monteleone: Lei è il primo cardinale nella storia della Chiesa processato dalla giustizia vaticana, non si era mai visto.

 Cardinale Becciu: No, no, no.

 A. Monteleone: Perché proprio lei?

Cardinale Becciu: No, io non intendo fare interviste.

 A. Monteleone: Lei sente di avere responsabilità sull'acquisto del palazzo di Sloane avenue?

 Cardinale Becciu: Ma che… Dico che già nel processo ne viene tutto fuori.

 A. Monteleone: Quando l'hanno accusata di aver approfittato dei soldi finiti ai familiari del Cardinale Becciu, cosa ha provato?

Cardinale Becciu: No, no, questo è falso, è falso. È falso. Io non ho mai usato i danari per i miei familiari, anzi. E poi, se volete andate lì e intervistate il vescovo e lui vi dirà come quei soldi sono e saranno utilizzati…in una casa che devono costruire per la carità, ma ai familiari no. Anzi, ho fatto un prestito dei miei soldi personali e ne ho lasciato metà a loro. Ho fatto centomila per l'opera, che stanno facendo per gli emigranti, per i disoccupati, di ragazze con problemi sociali. Quindi è falso.

 A. Monteleone: Senta, lei è stato accusato per i soldi del pagamento di un riscatto sui quali qualcuno ci avrebbe messo in mezzo degli interessi personali. La dottoressa Marogna è accusata. Lei ne era al corrente?

Cardinale Becciu: Allora, quello è un argomento che ho già trattato nel processo, ed è un argomento molto delicato. E quello non lo voglio toccare per niente. Lì c’è una materia di segreto e non doveva essere per niente toccato.

 A. Monteleone: Una cosa che ha colpito tutti è stato sapere che lei aveva registrato il Santo Padre e uno si chiede ma era l'unico modo per avere traccia del pensiero del Papa, di quello che lui le aveva chiesto di fare?

 Cardinale Becciu: Allora, ho già ha dato spiegazioni al Papa. Il Papa mi ha capito e tutto finisce lì.

A. Monteleone: Ha scritto in una chat “Papa Francesco mi vuole morto”.

 Cardinale Becciu: No, no.

 A. Monteleone: Ma in senso figurato o veramente?

 Cardinale Becciu: Ma no. Anzitutto queste chat perché sono state tolte dal loro contesto ma soprattutto perché sono state pubblicate? Queste erano delle chat di famiglia, private.

A. Monteleone: Che sono finite in un'inchiesta della Guardia di Finanza in Sardegna.

 Cardinale Becciu: Si ma queste non hanno nessuna rilevanza penale. Questa è stata una brutalità enorme, una violenza della privacy enorme. E non capisco perché in Italia succedono cose.

 A. Monteleone: Secondo lei perché erano utili nel processo in Vaticano sono state fatte circolare?

Cardinale Becciu: Servivano solo a mettere in cattiva luce me e la mia famiglia. E questo è stato un gesto davvero incomprensibile e che condanno.

 A. Monteleone: E lei cosa voleva dire quando dice “Ho paura che Papa Francesco mi voglia morto”?

 Cardinale Becciu: No, questo ve lo dico, per noi c'è una prova, è sempre una morte. Ma per poter resuscitare. Il Papa alla fine mi vuole bene. Abbiamo un rapporto speciale. Di tanto in tanto vado, parliamo, e…con la morte di Papa Benedetto. Ecco, adesso abbiamo un Papa e questo è il Papa della Chiesa e noi dobbiamo amare questo Papa. Non possiamo sognare un Papa del futuro o rimpiangere chi c'era prima. Per dire che il rapporto con il Papa è bello.

 A. Monteleone: C'è stato un momento in cui lei ha pensato di avere perso definitivamente la fiducia del Papa?

Cardinale Becciu: Beh, è chiaro. Non è facile sentirsi dire dal Papa ci sono queste accuse nei tuoi confronti. Però io l'ho presa come un figlio che si vede non capito dal proprio padre e viene mandato via dalla propria casa ma che non perde la speranza che il padre prima o poi capisca che ci sono state delle accuse false e che lo riabbracci.

 A. Monteleone: Li ha sentiti gli audio di Perlasca?

 Cardinale Becciu: Ma no, ma che audio, sono…non c'è niente di vero.

 A. Monteleone: È stato usato Perlasca secondo lei?

 Cardinale Becciu: Eh beh, l’ha detto lui, l'ha ammesso lui.

A. Monteleone: Lei quando ha saputo che dietro le accuse, parte delle accuse, che le vengono mosse ci fosse anche Francesca Chaouqui, che cosa ha pensato?

 Cardinale Becciu: Lei mi tocca un tasto doloroso. Guardi, sto venendo proprio ora dalla chiesa, ero lì a confessare. Dobbiamo avere sempre un cuore misericordioso, io, questa signora, io ho pietà di lei. Misericordia.

 A. Monteleone: Lei è infuriatissima con lei. Ma perché?

Cardinale Becciu: Mah…quando successe la pubblicazione di documenti riservati e furono accusati di questo reato sia la signora come un prete, la signora è stata processata, è stata condannata. Se poi ha cambiato vita, se tutto gli è crollato, non è colpa mia. Eh, se la prenda con i giudici. Ma mi dispiace che lei l’abbia presa così e abbia fatto tutte queste cose contro di me.

 A. Monteleone: Lei sa cos’ha detto? “Grazie a me Becciu non diventerà Papa”.

 Cardinale Becciu: Ma chi ci pensa a diventare Papa? Solo un irresponsabile, ma chi desidera diventare Papa? Grazie.

 A. Monteleone: Lei potrà mai dimenticare tutto questo tritacarne dove è finito?

 Cardinale Becciu: Certo che una sofferenza, però alla fine perdoniamo per dimenticare. Non è che non sempre può vivere in questo peso. E soprattutto sono prete e come prete dobbiamo dimenticare e perdonare.

 A. Monteleone: Glielo chiedo come consiglio per un giovane, tutto quello che ci portiamo dentro dove lo buttiamo?

 Cardinale Becciu: Ti sto dicendo che sto venendo da confessare. Ci si confessa se hai fatto del male. Se poi gli altri ti hanno fatto del male, li perdoni questo è. Gesù Cristo ci ha dato questa bella lezione ed è una bella libertà, credimi. Ed è il bello di fare il prete.

Dal “Corriere della Sera” il 14 gennaio 2023.

 «Convinse il Papa a mandarmi a processo mentre ero incinta. Adesso sono io che entro nel processo al cardinal Becciu, sarò ascoltata su tutti i capi di accusa di tutti gli imputati. E chiedo anche la revisione del processo Vatileaks». Francesca Chaouqui torna nel Tribunale Vaticano, stavolta come testimone nel processo per lo scandalo finanziario della segreteria di Stato vaticana che ha travolto Becciu. Lo attacca per aver mentito al Papa. E in aula sono scintille.

Lui contrattacca «lei, lo avrete capito, ha qualcosa contro di me. Anzi, molto contro di me. E una delle accuse che smentisco in pieno è quella di aver dato io ordine di arrestarla e di non aver avuto pietà del suo stato di donna incinta. È una bugia, falso, avvenne ai primi di novembre 2015». «Io ero nel mio paese, in Sardegna - ha ricordato Becciu -. Chi la interrogò fu il comandante Giani e mi telefonò: ho arrestato la signora Chaouqui. Gli dissi: "Ma sei matto?". "No, avevo tutte le ragioni per farlo". Poi disse in seguito che era in stato interessante, era di pochi mesi. Come si fa a vedere a tre mesi? La respingo totalmente».

(ANSA il 13 Gennaio 2023) - "Ho avviato un processo di revisione in questo Stato perché ho subito una condanna di dieci mesi per non aver usato la prudenza del buon padre di famiglia nel presentare ai giornalisti il monsignore che poi ha rivelato i segreti", "in quello che depositerò nel fascicolo di Emanuela Orlandi si capirà perché ho presentato quei giornalisti".

  Lo dice Francesca Chaouqui prima di fare ingresso in Vaticano per essere sentita come testimone al processo sui fondi della Segreteria di Stato vaticana. Alla domanda se abbia manipolato monsignor Perlasca, risponde: "Non mi sono mai finta un anziano magistrato, sono sempre stata Francesca Chaouqui con Genevieve Ciferri, è Genevieve Ciferri che non voleva che monsignor Perlasca sapesse che era Francesca Chaouqui quella che stava cercando di fargli partorire la verità.

 A me non interessava la verità processuale perché quel momento lì era il 2020, non esisteva un processo ai danni del cardinale, a me interessava una cosa esclusiva, ovvero che Papa Francesco sapesse la verità e la sapesse dal principale collaboratore del cardinale che lo aveva usato, manovrato, mentito e truffato". "Io non sono alla ricerca di una riabilitazione - perché nel momento in cui Papa Francesco nel 2018 mi ha richiamato e ha saputo come erano andate le cose io in quel momento lì ho già vinto", conclude

(ANSA il 13 Gennaio 2023) - "A me del processo non importa nulla quando sono venuta a conoscenza di questi fatti si parlava di indagini, io non capisco perché la Ciferri possa aver pensato che ci possa essere stata una qualunque forma di interposizione tra me e il tribunale, è tutto assurdo".

 Lo dice Francesca Chaouqui prima di fare il suo ingresso in Vaticano dove oggi sarà sentita come testimone nell'ambito del processo sui fondi della Segreteria di Stato. Alla domanda se ci sono rapporti tra lei e Maria Giovanna Maglie, risponde: "certo che ci sono rapporti con Maria Giovanna Maglie, è una persona che mi è molto vicina, mi ha presentato Geneviève Ciferri ed ha scritto un memoriale per spiegare che cosa Genoveffa Ciferri voleva, cioè Ciferri riteneva che Monsignor Perlasca avesse subito un tentativo di omicidio all'interno della casa Santa Marta". Da parte di chi? "Non lo sappiamo".

(ANSA il 13 Gennaio 2023) - "Ho avviato un processo di revisione in questo Stato perché ho subito una condanna di dieci mesi per non aver usato la prudenza del buon padre di famiglia nel presentare ai giornalisti il monsignore che poi ha rivelato i segreti", "in quello che depositerò nel fascicolo di Emanuela Orlandi si capirà perché ho presentato quei giornalisti".

  Lo dice Francesca Chaouqui prima di fare ingresso in Vaticano per essere sentita come testimone al processo sui fondi della Segreteria di Stato vaticana. Alla domanda se abbia manipolato monsignor Perlasca, risponde: "Non mi sono mai finta un anziano magistrato, sono sempre stata Francesca Chaouqui con Genevieve Ciferri, è Genevieve Ciferri che non voleva che monsignor Perlasca sapesse che era Francesca Chaouqui quella che stava cercando di fargli partorire la verità.

 A me non interessava la verità processuale perché quel momento lì era il 2020, non esisteva un processo ai danni del cardinale, a me interessava una cosa esclusiva, ovvero che Papa Francesco sapesse la verità e la sapesse dal principale collaboratore del cardinale che lo aveva usato, manovrato, mentito e truffato". "Io non sono alla ricerca di una riabilitazione - perché nel momento in cui Papa Francesco nel 2018 mi ha richiamato e ha saputo come erano andate le cose io in quel momento lì ho già vinto", conclude

(ANSA il 13 Gennaio 2023) - "A me del processo non importa nulla quando sono venuta a conoscenza di questi fatti si parlava di indagini, io non capisco perché la Ciferri possa aver pensato che ci possa essere stata una qualunque forma di interposizione tra me e il tribunale, è tutto assurdo".

 Lo dice Francesca Chaouqui prima di fare il suo ingresso in Vaticano dove oggi sarà sentita come testimone nell'ambito del processo sui fondi della Segreteria di Stato. Alla domanda se ci sono rapporti tra lei e Maria Giovanna Maglie, risponde: "certo che ci sono rapporti con Maria Giovanna Maglie, è una persona che mi è molto vicina, mi ha presentato Geneviève Ciferri ed ha scritto un memoriale per spiegare che cosa Genoveffa Ciferri voleva, cioè Ciferri riteneva che Monsignor Perlasca avesse subito un tentativo di omicidio all'interno della casa Santa Marta". Da parte di chi? "Non lo sappiamo".

Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it il 13 Gennaio 2023. 

Il processo Becciu continua a riservare sorprese. L'imprenditrice Francesca Immacolata Chaouqui è stata sentita stamattina in dibattimento, dove ha ammesso di essere stata lei a contattare monsignor Alberto Perlasca nell'agosto del 2020 tramite una sodale di lui, l'ex analista del Dis Genevieve Ciferri.

 Anche quest'ultima è stata chiamata a testimoniare in merito ad alcune chat mandate due mesi fa al promotore di giustizia dove denunciava allo stesso di essere stata manipolata da Chaouqui.

La lobbista ha detto di aver solo “suggerito” le domande sull'ex sostituto a Perlasca, che poi confluiranno nel memoriale anti-Becciu scritto dall'ex braccio destro del cardinale.

 Accuse in merito a presunti peculati a vantaggio suo, dei fratelli e di Cecilia Marogna che daranno poi il via all'inchiesta dei promotori di giustizia e della gendarmeria.

Se gli avvocati delle difese gridano al complotto, Chaouqui, come anticipato giovedì da Domani, ha spiegato anche di aver chiesto al prelato di registrare alcuni audio (nei quali Perlasca di fatto legge alcune parti del dossier) affinché potessero essere ascoltati da papa Francesco.

Audio registrati in effetti il 26 agosto 2020, e che saranno ascoltati dal papa in anteprima. Chaouqui dice che li ha fatti pervenire lei direttamente, mentre Ciferri chiarisce che ogni documento e registrazione di Perlasca veniva sì mandato a Chaouqui, ma anche al papa.

 Le accuse di Perlasca (i cui temi come lui stesso ha dichiarato sono stati suggeriti dalle due donne) saranno fondamentali per convincere Francesco a punire Becciu prima ancora dell'inizio del processo. Domani ne pubblica alcuni in forma integrale

Emiliano Fittipaldi per “Domani” il 12 gennaio 2023.

 Sono giorni difficili per papa Francesco. Il dolore per la morte di Benedetto XVI e il cardinale George Pell, in primis. Le tensioni crescenti tra bergogliani e conservatori. Poi gli attacchi personali dell’arcivescovo Georg Ganswein, per decenni segretario particolare di Ratzinger. Infine le denunce contro il teologo gesuita Marko Rupnik, amico di Francesco accusato da alcune suore di averle abusate sessualmente.

Ma c’è un altro fronte delicato che si riaprirà domani, e che potrebbe portare in Vaticano ripercussioni assai spiacevoli. Si tratta del processo contro il cardinale Angelo Becciu, ex braccio destro del papa finito nella polvere nel 2020 a causa di un’inchiesta della magistratura della città santa. L’udienza di venerdì promette novità importanti. Visto che saranno depositati dieci audio segreti del grande accusatore del cardinale, monsignor Alberto Perlasca, e alcune chat e conversazioni inedite – alcune di esse visionate da Domani - che potrebbero evidenziare il ruolo di due donne che, secondo gli avvocati della difesa, avrebbero «macchinato» contro Becciu costruendo accuse false.

Ora, è cosa nota che i promotori di giustizia Alessandro Diddi e Gian Piero Milano – indagando sulla compravendita di un palazzo a Londra per la quale sono alla sbarra anche finanzieri come Raffaele Mincione e Gianluigi Torzi – hanno individuato nell’ex sostituto alla segreteria di Stato uno dei responsabili principali della presunta truffa milionaria.

 Soprattutto, indagini parallele lo indicherebbero come un prelato infedele, che si sarebbe appropriato di centinaia di migliaia di euro della segreteria di Stato per favorire se stesso, una cooperativa dei suoi fratelli e un’amica, l’analista Cecilia Marogna. Indagato per associazione a delinquere, peculato, subornazione di testimone e abuso d’ufficio, Becciu è stato indicato dalla stampa di tutto il mondo come sicuro colpevole quando, prima ancora dell’inizio del processo, Francesco gli tolse ogni diritto cardinalizio e lo licenziò da prefetto della Congregazione delle cause dei santi.

Su queste pagine abbiamo già evidenziato possibili responsabilità degli imputati e alcune contraddizioni evidenti dell’accusa. Oltre ai dubbi sulla reale terzietà della giustizia d’Oltretevere. Dal momento che dal papa, monarca assoluto dello stato, dipendono direttamente sia i promotori sia la nomina del collegio giudicante, ora presieduto da Giuseppe Pignatone. Mentre è storia che lo stesso Francesco abbia modificato d’emblée leggi e regolamenti attraverso “rescripta” ad hoc, che hanno permesso ai magistrati inquirenti poteri pressoché illimitati nelle indagini sul cardinale e gli altri imputati.

Un mese e mezzo fa, però, c’è stato una svolta nello sviluppo della trama processuale. Protagonista del colpo di scena è stato Alberto Perlasca, ex fedelissimo di Becciu diventato testimone chiave dell’accusa, fatto che secondo i malpensanti gli ha garantito di non entrare nel processo come imputato.

 Il 30 novembre in un drammatico interrogatorio il monsignore ha infatti ammesso che il memoriale che ha dato l’innesco, il 31 agosto 2020, all’inchiesta dei pm su Becciu non è stato integralmente farina del suo sacco, come aveva invece giurato sul vangelo solo il giorno prima.

 Ma che temi e domande contro l’ex sostituto «mi sono state in effetti suggerite da un anonimo magistrato, che poi ho scoperto essere solo due giorni fa Francesca Immacolata Chaouqui». Cioè la lobbista voluta da Francesco nella commissione per la trasparenza finanziaria Cosea nel 2013, poi condannata nel 2017 a 10 mesi per rivelazione di notizie riservate nel processo Vatileaks II (chi vi scrive fu imputato e poi prosciolto).

 L’ammissione di Perlasca è stata susseguente alla scelta improvvisa di una sua sodale. La misteriosa Genoveffa “Genevieve” Ciferri, che il 26 novembre scorso, dopo che Perlasca era stato messo alle strette dai legali di Becciu sulla genuinità del suo j’accuse, decide di inviare a Diddi alcune chat tra lei e la Chaouqui.

«Professor Diddi» scrive la Ciferri al promotore «i suggerimenti di quel memoriale a cui oggi Perlasca non ha saputo rispondere in merito a chi li avesse sono stati suggeriti dalla signora Chaouqui a me, come provenienti da lei». Cioè da Diddi stesso. Che, dopo aver depositato i messaggi (omissandoli quasi tutti), prima ha negato di conoscere o di aver avuto alcun contatto diretto con la lobbista, poi ha aperto un nuovo fascicolo penale su un ipotetico inquinamento della sua indagine.

Le due donne sono state convocate venerdì 13 in tribunale vaticano per raccontare la loro verità dei fatti. Domani, però, è in grado già ora di raccontare alcuni retroscena del primo processo della storia contro un principe della Chiesa.

Intervistando alcuni protagonisti chiave della vicenda (che per ora preferiscono rimanere anonimi), analizzando chat inedite e audio segreti che più testimoni dicono essere stati ascoltati anche da papa Francesco e forse determinanti per lo “scardinalamento” di Becciu, si disegnano le tappe controverse che hanno portato all’incriminazione del prete di Pattada.

 Partiamo dall’inizio. Per capire l’intrigo bisogna tornare al luglio 2017. Quando la Chaouqui viene condannata insieme a monsignor Angel Vallejo Balda nel secondo processo Vatileaks, inchiesta voluta da Francesco e dallo stesso Becciu, allora sostituto della segreteria di Stato. L’ex commissario Cosea è furiosa dell’esito, perché crede di essere innocente, e che ogni sua azione, anche nei rapporti con i media, sia stata fatta sempre con l’autorizzazione sottintesa dei vertici ecclesiastici.

L’imprenditrice, oggi a capo di un’agenzia di comunicazione (la View Point Strategy) con una ventina di dipendenti e di una onlus di beneficenza, nel 2018 prova così a riabilitarsi. Provando a chiedere la grazia a Bergoglio.

 Per farlo chiede aiuto all’arcivescovo di Siena Paolo Lojudice che l’anno successivo diventerà cardinale: è quest’ultimo a dare a Becciu la lettera di scuse della Chaouqui affinché la porti al papa. Il 16 aprile arriva la risposta di Becciu: «Sua Santità, pur apprezzando il ravvedimento spirituale, non intende contraddire l’equa e clemente sentenza». Niente grazia, insomma.

Chaouqui non crede che Bergoglio, di cui si dice amica e confidente, possa aver davvero opposto un tale diniego. Qualcuno racconta che l’astio per il cardinale sardo si sia trasformato in ossessione dopo un contatto segreto avuto con Francesco in persona, che le avrebbe detto che lui non aveva mai usato le parole scritte da Becciu.

 Fonti vicine al cardinale però negano a Domani di aver inventato nulla: «Il sostituto esegue fedelmente le indicazioni del suo superiore, così come comunicato nella lettera di non concessione della grazia, facoltà esclusiva del Sommo Pontefice». Sia come sia, l’obiettivo della Chaouqui da quel momento in poi è dimostrare al papa che Becciu è un bugiardo, se non peggio.

Passa più di un anno, e la lobbista ha una sua prima grande occasione. A fine settembre 2019 la gendarmeria perquisisce infatti gli uffici della segreteria di Stato. L’indagine vede coinvolti alcuni funzionari (lo stesso Perlasca, il laico Fabrizio Tirabassi, i vertici dell’Aif, i businessman Torzi e Mincione) con l’accusa di aver favorito la truffa del secolo. Cioè la compravendita da parte del Vaticano di un palazzo a Sloane Avenue con i soldi dell’Obolo di San Pietro destinati alla beneficenza.

 Becciu, che autorizzò l’investimento di 200 milioni di dollari nel fondo Athena di Mincione, da tempo aveva lasciato la segreteria di Stato e non era inizialmente finito nel mirino degli inquirenti. Il 30 ottobre 2019 Chaouqui si presenta in gendarmeria con il suo avvocato Alessandro Sammarco, e rilasciando spontanee dichiarazioni chiarisce di come da commissario Cosea «su esplicita richiesta del Santo Padre» avesse scoperto che Becciu aveva provato anche ad investire in una piattaforma petrolifera in Angola, affare poi saltato. Poi, l’affondo contro il nemico: «Il banchiere Enrico Grasso incaricò Mincione (per investire) 146 milioni dei 160 per procedere agli investimenti di cui sopra, facendo perdere in tal modo la tracciabilità dei 14 milioni mancanti. Apparrebbe lecito ipotizzare che parte di quest’ultima somma possa essere destina a Becciu, imprenditore edile, fratello del monsignore». Accuse pesanti che però non vengono suffragate da prove, tanto che Becciu querela.

 Passano i mesi, e ad aprile 2020 Perlasca viene sentito in un primo interrogatorio da Diddi. È sulla carta l’uomo dei conti della segreteria, è il monsignore che firma il contratto di acquisto definitivo del palazzo londinese. È il prete che meglio conosce Becciu essendo stato suo numero due per undici anni. Perlasca si difende con forza, dice di essere stato indotto in errore dai tecnici dell’ufficio amministrativo, e nega pure di essere a conoscenza di responsabilità dei suoi superiori. Becciu compreso.

L’inchiesta va avanti a rilento. Arriva l’estate 2020, e l’ex sostituto diventato cardinale e prefetto è ancora fuori dal raggio di azione dei magistrati. Perlasca intanto è isolato, stremato dallo stress, e da tempo chiede consigli a una sua confidente, la Ciferri. Con la donna, oggi 73enne, il prelato ha instaurato da tempo un sodalizio strettissimo, tanto che “Genevieve”, come preferisce essere chiamata Genoveffa, decide di regalargli la nuda proprietà di una villetta a Greccio in provincia di Rieti, tenendosi l’usufrutto.

 Anche Ciferri, che non ha figli né eredi, è angustiata per la sorte di Perlasca. È certa della sua innocenza, e crede che Becciu non stia facendo abbastanza per aiutarlo. Non è una sprovveduta: qualche giornale l’ha definita una «presunta» analista dei servizi segreti italiani, ma in realtà alcuni documenti letti da Domani evidenziano che la donna ha davvero lavorato, dal 2005 al 2012, per il Dis, il dipartimento che coordina i nostri agenti. Prendendo in qualità di «analista strategica» uno stipendio mensile da quasi seimila euro (ritirati sempre in contanti come d’uso in questi casi) più tredicesima, per scrivere dossier su paesi stranieri inerenti la nostra sicurezza nazionale. Report che, si legge in una nota del 2008 inviata dall’allora sottosegretario con delega ai servizi Gianni Letta a Ciferri in persona, dimostrerebbero «l’impegno» con cui la donna si era dedicata «al suo lavoro».

 La sodale di Perlasca entra in azione solo a partire dal 3 luglio 2020. Quando Perlasca gli riferisce che un medico non chiamato da lui lo ha raggiunto nel suo appartamento a Santa Marta per dargli delle goccine. A processo Perlasca ammette di aver preso solo 10 goccine di Valium volontariamente, ma al tempo Ciferri teme che dietro possa esserci un tentativo di avvelenamento da parte di Becciu.

 Così Genevieve prima scrive un messaggio su Messanger, sotto il falso nome di Augusta Piccolomini, alla giornalista Maria Giovanna Maglie che aveva visto in tv criticare il cardinale. «Gentile signora, si è cercato di eliminare fisicamente una persona scomoda residente nella Domus...un medico ha somministrato un potente tranquillante mettendolo a rischio di arresto cardiaco».

Il 10 luglio va ad affrontare il cardinale faccia a faccia bussando alla sua porta dell’appartamento in Vaticano. Dove gli consegna parole irriferibili poi riportate in alcune interviste (Becciu ha fatto causa civile a lei e a Perlasca per danni, ma ha perso e deve rimborsare le spese legali, stessa sorte per la causa dell’Espresso, il primo – come vedremo – a riportare le accuse di Perlasca).

La Maglie ricevuti gli strani messaggi chiama subito la sua amica Chaouqui, perché è certa che la stessa sia ancora vicina al papa e possa indagare meglio di lei su quanto detto dalla misteriosa donna. È la “papessa” a capire subito si nasconde dietro il nom de plume.

Con la logica «il nemico del mio nemico è mio amico», decide dunque di contattare Ciferri. In modo di convincere Perlasca, attraverso la sua sodale, a cambiare strategia processuale. E ha raccontare finalmente a lei e al pontefice le presunte malefatte di Becciu.

 Siamo agli inizi di agosto 2020. Le due donne cominciano a sentirsi al telefono e su Whatsapp. La Chaoqui secondo la ricostruzione fatta dalla Ciferri (e che Chaouqui nega) spiegherebbe all’amica di Perlasca che lo scenario è cambiato, e che i promotori rispetto ai tempi del primo interrogatorio del monsignore avrebbero hanno altre cose in mano contro Becciu. Sempre secondo Ciferri la Chaouqui nel corso delle settimane le descriverebbe con precisione l’andamento dell’inchiesta. «Lei millantava una stretta collaborazione con lei, professor Diddi, con Milano, la gendarmeria e il papa stesso. I riscontri che forniva e le indicazioni su di lei e gli atri erano così puntuali e dettagliati che non facevo fatica a crederle», spiega a Diddi.

La Ciferri inoltra al magistrato come prova di quello che denuncia una serie di messaggi (omissati da Diddi, altri l’ex analista li avrebbe conservati in una pennetta consegnata a un notaio) in cui Chaoqui farebbe spesso riferimento ai pm, ai vertici della gendarmeria guidata da Gianluca Gauzzi, e suggerirebbe come Perlasca debba finalmente collaborare e smettere di difendere Becciu, unica via per salvarsi dal processo e riconciliarsi con il papa.

 È questo quello che dovrebbe ribadire la donna in tribunale. Secondo Chaouqui però lei non ha mai parlato di promotori o di gendarmi con Genevieve, e che eventuali messaggi potrebbero essere stati creati ad arte. Si vedrà chi delle due antagoniste dice la verità. È certo però che le due donne concordano al telefono che l’intervento della Chaouqui deve rimanere ignoto a Perlasca: Ciferri deve riferire al sodale che li sta aiutando «un anziano magistrato in pensione». Sarà sempre l’imprenditrice che suggerirà alla nuova amica l’avvocato giusto per Perlasca, cioè il suo legale Sammarco.

L’operazione ha successo. Perlasca si convince a rispondere, mediante un memoriale, anche alle domande che «la Chaouqui mi manda attraverso Ciferri». I temi a cui Perlasca deve rispondere sono vari: i soldi dati da Becciu alla diocesi di Ozieri per favorire il fratello, quelli dati alla Marogna per il pagamento di un riscatto di una suora ma finiti in parte in abiti e borse firmate, i rapporti tra Becciu e i giornalisti e i presunti dossieraggi contro il nuovo sostituto Edgar Pena Parra, i lavori di falegnameria appaltati a un altro fratello.

 Il 26 agosto il dossier è pronto. Perlasca, prima di consegnarlo ai magistrati, registra però con il suo cellulare una decina di audio in cui legge i punti più importanti delle sue accuse contro Becciu. Audio – scopre Domani - che arrivano subito alla Chaouqui, e che – secondo più di una fonte - il giorno dopo vengono fatti sentire direttamente a papa Francesco.

Il 31 agosto Perlasca entra in tribunale e consegna a Diddi il memoriale. Becciu viene ufficialmente indagato dopo pochi giorni. La gendarmeria intanto verifica il bonifico fatto da Becciu alla Caritas di Ozieri e i soldi (circa mezzo milione) quelli mandati a una società slovena della Marogna. Controlli che secondo qualche maligno sono stati fatti prima ancora delle confessioni di Perlasca: «Fungendo anche da servizi segreti interni gli uomini di Gauzzi avrebbero potuto scandagliare i conti correnti quando volevano, e mettere solo dopo l’innesco dell’inchiesta le risultanze nel fascicolo su Becciu», spiega una fonte del tribunale.

Infine, qualcuno decide che le accuse ormai formalizzate debbano finire anche alla stampa. È a questo punto che appare sulla scena un altro personaggio: Fabio Perugia, portavoce italiano del Congresso mondiale ebraico. Chi è Perugia? Un esperto di finanza che era stato sentito a sommarie informazioni in Vaticano il 3 luglio 2020, perché nel 2017 – quando era consulente di Valeur, gruppo svizzero specializzato in asset management - aveva denunciato con un appunto a un gendarme alcuni comportamenti di Tirabassi, a cui Perugia aveva rappresentato alcune possibilità d’investimento che Valeur voleva incardinare con la segreteria di Stato, e che però non erano andate in porto.

Perugia era stato sentito dalla gendarmeria proprio su questo vecchio episodio. Ma sarà poi lui, risulta a chi scrive, il tramite per consegnare a un giovane collaboratore dell’Espresso le notizie criminis su Becciu e i suoi fratelli contenute nel memoriale. Nello scoop del settimanale tra le fonti viene citato un ex consulente di Valeur, ma Perugia smentisce che sia lui.

 Quando il giornale è ormai stampato, papa Francesco chiama Becciu per annunciargli l’indagine per peculato contro di lui, costringendolo a lasciare seduta stante la prefettura e i diritti cardinalizi.

Chaouqui esclude di aver operato, come oggi sospettano la Ciferri e gli avvocati difensori di Becciu, di comune accordo con gli inquirenti. Fatto che sarebbe secondo i legali di Becciu gravissimo, perché vorrebbe dire che l’accusa istruiva quello che al tempo era un indagato: il processo sarebbe fatalmente pregiudicato.

 Ma allora perché la donna avrebbe messo in piedi questa campagna in solitaria? La comunicatrice giura di non aver mai imbeccato le risposte di Perlasca ma di aver solo posto alcune domande a risposta libera. Con l’unico obiettivo di dare una mano alla ricerca della verità, e soprattutto dimostrare a Bergoglio che su Becciu lei aveva sempre avuto ragione.

Possibile che una volta avuto gli audio di Perlasca contro Becciu l’imprenditrice li abbia fatti pervenire al papa? Possibile, dicono fonti vicine a Santa Marta. Seppure la Ciferri, agli amici, spiega che non c’era audio o documento di Perlasca che prima di andare ai magistrati o altri non sia prima stato spedito al Santo Padre.

 Per la cronaca, abbiamo chiesto al portavoce del Vaticano Matteo Bruni se il pontefice abbia avuto rapporti con la Chaouqui dopo la condanna del 2017 e se il papa abbia mai davvero ricevuto il memoriale e gli audio di Perlasca contro Becciu e da chi, ma non abbiamo ricevuto repliche.

Se è ormai acclarato che il memoriale di Perlasca è effettivamente suggerito, le risposte sono del tutto genuine? L’imprenditrice e il monsignore negano qualsiasi manipolazione, ma in udienza gli avvocati chiederanno probabilmente alla donna come faceva a conoscere i temi investigativi a cui il monsignore doveva poi rispondere.

 Tra questi citano, per esempio, l’esistenza di un birrificio dell’altro fratello del cardinale Mario, notizia scoperta dagli inquirenti ad agosto 2020 grazie ad alcuni messaggi sequestrati tra Becciu e l’ex fedelissimo di Tarcisio Bertone Marco Simeon. Perlasca ha sostenuto prima di aver letto la notizia sui giornali, usciti però solo tre settimane dopo il memoriale. Poi di averlo saputo dalla Ciferri.

Soprattutto, Becciu è certo che nelle chat tra Chaouqui e l’ex analista del Dis in merito al ristorante “Scarpone” ci sarebbe la prova provata del legame tra Chaouqui e gli inquirenti. Nei messaggi a Diddi, Ciferri dice che è stata la lobbista a prenotare un tavolo e spingere Genevieve a persuadere Perlasca, nonostante quest’ultimo avesse già consegnato il memoriale ai promotori, a invitare Becciu il 4 settembre a cena. «Per farlo parlare e riferire al riguardo», modello agente provocatore.

 La Ciferri e Perlasca alla fine si erano convinti, ma il monsignore aveva fatto un passaggio preventivo in gendarmeria per avvertirli dell’appuntamento in trattoria. «Io dissi, forse a De Santis: “Guardate che io questa sera farò questa cosa qui”...Pensavo che un’azione di intercettazione avrebbero potuto farla» dice Perlasca «Mi risposero: “Buongiorno, va bene, grazie”. E andai».

Per i fan di Becciu la vicenda dello Scarpone non sarebbe una mera coincidenza, ma la prova regina della macchinazione contro di lui. Per i promotori invece non c’è nulla di strano, e la storia collaterale delle due donne non inficerebbe nessuna delle prove schiaccianti che avrebbero raccolto contro il cardinale in mesi di indagini. Di una cosa siamo sicuri: in questo guazzabuglio in pochi vorrebbero stare nei panni di Pignatone.

Abusi culturali.

Franca Giansoldati per “il Messaggero” l’8 gennaio 2023.

Lo hanno ritrovato l'altra sera alcuni prelati, insospettiti perché per tutto il giorno non aveva risposto al telefono. Era riverso sul letto, privo di vita, in pigiama, con i piedi a penzoloni e, ad un primo sguardo, sembrava forse intento ad alzarsi. Monsignor Michele Basso, anziano canonico di San Pietro, è morto all'improvviso nel suo appartamento a ridosso della basilica vaticana, presumibilmente colpito da un attacco cardiaco. 

 Da tempo accusava malesseri e acciacchi dovuti all'età avanzata. L'uscita di scena di questo singolare collezionista d'arte trascina con sé nella tomba i misteri legati a un incredibile e favoloso giacimento di opere di sua proprietà.

 Decine e decine di pezzi antichi sui quali pesano forti sospetti, inchieste interne e naturalmente silenziosi imbarazzi da parte delle autorità vaticane perché ad oggi non si è mai saputo l'origine di quei lasciti. Il cardinale Mauro Gambetti, francescano, neo arciprete della basilica da poco più di un anno, eredita una gatta da pelare che prima di lui aveva tentato di gestire il suo predecessore, il cardinale Angelo Comastri, pensionato velocemente da Francesco dopo una serie di pasticci amministrativi.

 La favolosa collezione Basso era stata impacchettata e messa al sicuro all'interno di una trentina di casse ignifughe collocate in un luogo super sicuro. Vennero sigillate con l'autorizzazione della Segreteria di Stato e sistemate in un locale sotto la Cupola. Dentro si contano una settantina di pezzi tra materiale archeologico, statue in marmo e di legno, dipinti su tela, tavole incise su rame e schizzi su carta. Probabilmente il reperto più scottante tra tutti è una meravigliosa copia risalente agli inizi del Novecento del famosissimo Cratere di Eufronio, il cui originale etrusco è conservato nel Museo di Villa Giulia. 

Il Cratere dopo che venne trafugato dai tombaroli nel 1971, esportato illegalmente negli Usa e acquistato dal Metropolitan di New York, era stato al centro di un braccio di ferro diplomatico con l'Italia. La copia nelle mani del Vaticano rischia di rimettere tutto in discussione perché confuterebbe la data del rinvenimento dell'originale che il Metropolitan ha dovuto restituire. Se il vero Cratere è stato ritrovato solo nel 1971 in uno scavo clandestino vicino a Cerveteri, come è possibile che in Vaticano vi sia una copia fatta alla fine del Novecento? Un giallo nel giallo che dovrà essere prima o poi essere sbrogliato dalla Segreteria di Stato. 

 Il tesoretto chiuso a chiave nelle voluminose casse verdi e di diverse dimensioni era stato visionato a suo tempo dal Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. Poi la questione era stata messa sotto silenzio mentre monsignor Basso continuava a ripetere, a chi gli chiedeva lumi sulla provenienza di quel ben di Dio, che tutto era regolare.

Quei beni facevano parte di collezioni private ereditate da Basso? Erano regolari acquisti fatti nel tempo, o ancora, lasciti di conventi, istituti religiosi, regali ricevuti da benefattori o da beni ecclesiastici mai catalogati? Esistono tele della scuola di Mattia Preti, bozzetti di Pietro da Cortona, tavole lignee del Guercino, di Golzius, di Pasqualotto, oltre che sculture lignee del Seicento e persino una scultura in marmo bianca ispirata ai Prigioni di Michelangelo. 

 Tele autentiche mescolate però anche a diversi falsi, realizzati da falsari molto abili che operavano a Roma. Tra gli oggetti anche diverse copie di vasi etruschi, e romani riprodotti talmente bene da sembrare autentici compresa la famosa copia del Vaso di Eufronio del valore commerciale di 15 mila euro. A Roma verso la fine dell'Ottocento era quasi una moda quella di riprodurre manufatti romani o etruschi in ogni piccolo particolare. 

Si trattava di una abilità di alcuni maestri artigiani che ha dato vita a falsi talmente straordinari da avere anch' essi un mercato internazionale fiorente. Due anni fa Papa Francesco aveva dato disposizioni di avviare una ispezione interna sulla gestione della Fabbrica di San Pietro affidandola ad un ecclesiastico di sua stretta fiducia. 

 Il canonico don Michele Basso interpellato sui quadri, al Messaggero, raccontava: «Io ho donato tutto alla Fabbrica di San Pietro. Ora non sono più il proprietario. Non ne so più niente». Ma come ha fatto ad accumulare questo tesoro? «È come ritrovarsi con tante scarpe nell'armadio. Alcune sono state comprate e altre sono state regalate».

Chi era Don Michele Basso, la morte e il mistero della collezione in Vaticano: 30 casse di opere d’arte nel Cupolone. Elena Del Mastro su Il Riformista l’8 Gennaio 2023

Don Michele Basso era un grande appassionato di storia dell’Arte, aveva scritto pagine e pagine sulla Basilica di San Pietro e sulle Grotte vaticane in cui da giovedì riposa anche il papa emerito Benedetto XVI. Era anche un grande collezionista d’arte: nella sua vita aveva raccolto una intera collezione di sculture, reperti archeologici e dipinti chiusi in 30 casse ignifughe e sistemate in un locale sotto il cupolone. Il Monsignor Basso è stato trovato morto nelle sue stanze a ridosso della basilica vaticana, colpito da un attacco cardiaco. Da tempo accusava malesseri e acciacchi dovuti all’età avanzata. Si porta dietro una serie di misteri legati a quella incredibile collezione che già nel passato aveva scatenato curiosità e qualche grattacapo per la Santa Sede.

Come aveva messo insieme quel tesoretto? “È come ritrovarsi con tante scarpe nell’armadio. Alcune sono state comprate, altre regalate”, disse al Messaggero che oggi riporta alla luce la misteriosa storia tra le stanze vaticane. Secondo quanto riportato dal quotidiano la favolosa collezione conta di una settantina di pezzi tra materiale archeologico, statue in marmo e di legno, dipinti su tela, tavole incise su rame e schizzi su carta. Si tratterebbe di tele della scuola di Mattia Preti, bozzetti di Pietro da Cortona, tavole lignee del Guercino, di Golzius, di Pasqualotto, oltre che sculture lignee del Seicento e persino una scultura in marmo bianca ispirata ai Prigioni di Michelangelo. Tele autentiche mescolate però anche a diversi falsi, realizzati da falsari molto abili che operavano a Roma soprattutto all’epoca del Gran Tour, quando la città era meta obbligatoria per gli appassionati di storia dell’Arte di tutto il mondo che spesso volevano portare a casa copie fedeli di quelle opere. E si sviluppò una vera e propria tradizione tra gli artigiani che riuscivano a riprodurre copie fedelissime. Tra gli oggetti della collezione ci sarebbero anche diverse copie di vasi etruschi, e romani riprodotti talmente bene da sembrare autentici compresa la famosa copia del Cratere di Eufronio.

Ed è proprio quest’ultimo ad essere avvolto nel mistero. Si tratta di una copia molto fedele del grande vaso etrusco risalente a 600 anni prima di Cristo. L’originale è al Museo d’arte etrusca di Villa Giulia a Roma, restituito nel 2006 dal Metropolitan Museum di New York, perché frutto di esportazione illegale. La copia di Monsignor Basso sarebbe stata realizzata nei primi del ‘900, nonostante ufficialmente il ritrovamento sia avvenuto nella necropoli di Cerveteri nel 1971. Come poteva esistere a quell’epoca una copia di un oggetto non ancora ritrovato? Un esperto come il Monsignor Basso potrebbe non essersene accorto? Un giallo nel giallo. Scrive il Messaggero che il Cratere dopo che venne trafugato dai tombaroli nel 1971, esportato illegalmente negli Usa e acquistato dal Metropolitan di New York, era stato al centro di un braccio di ferro diplomatico con l’Italia.

Sulla collezione, come scrive sempre il Messaggero, fu aperta all’inizio di questo secolo persino un’inchiesta della Procura di Roma, che fu poi archiviata, Basso donò tutto al Vaticano e la polemica si chiuse. E durante tutta la sua vita continuò a ripetere a chi glielo chiedeva che era tutto regolare, frutto di una certosina opera di dedizione e ricerca iniziata negli anni ’90. Una storia da romanzo tra misteri, opere d’arte e stanze vaticane.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Abusi sessuali.

(ANSA giovedì 16 novembre 2023) Sono 54 le vittime di presunti abusi da parte di persone della Chiesa segnalati nel 2022 (che si riferiscono anche al passato). E' quanto emerge dal secondo report della Cei. I presunti abusatori sono 32. La maggior parte delle segnalazioni fa riferimento a casi reali (29), meno ad episodi via web (3). La maggior parte dei casi di abuso si è verificata in parrocchia (17 su 29).

L'età delle presunte vittime all'epoca dei fatti si concentra nella fascia 15-18 anni (25 su 54) e sono in prevalenza ragazze (44) rispetto ai ragazzi (10). I dati sono stati presentati ad Assisi, all'assemblea della Cei. Analizzando i casi segnalati per tipologia di abuso, si nota la prevalenza - spiega la Cei nel report - di comportamenti e linguaggi inappropriati (offese, ricatti affettivi e psicologici, molestie verbali, manipolazioni psicologiche, comportamenti seduttivi, dipendenze affettive), pari a 20 casi in totale su 74.

Nel 2022 il numero complessivo di contatti (ossia il numero di persone che hanno contattato il Centro di ascolto di una diocesi a vario titolo e per varie motivazioni, ad esempio, allo scopo di avere informazioni, non necessariamente per segnalare un abuso) risulta pari a 374. 

Un dato in netta crescita rispetto al primo e secondo anno di rilevamento (rispettivamente 38 contatti nel 2020 e 48 nel 2021). Il trend in aumento è confermato anche dal dato relativo ai Centri che hanno dichiarato "1 o più contatti" passati da 16 nel 2020 a 24 nel 2021 e a 38 nel 2022, cui corrisponde, di conseguenza, la diminuzione dei Centri che hanno avuto "0 contatti".

Nel 2022 la maggioranza dei contatti è avvenuta tramite persone terze rispetto alle vittime (87,7% non vittime, 12,3% presunte vittime), situazione molto differente rispetto al 2021, quando il numero dei contatti da parte di persone terze e quelli di presunte vittime erano pressoché uguali (47,7% e 52,3% rispettivamente). 

Per quanto riguarda il motivo del contatto, in oltre la metà dei casi, nel 2021 il motivo principale era rappresentato dalla denuncia all'autorità ecclesiastica (53,1%). Nel 2022 la situazione appare molto diversa, con l'81,9% di contatti avvenuti per richiedere informazioni; solo nel 18,1% si è contattato il Centro d'ascolto della diocesi per denunciare l'autorità ecclesiastica (18,1%).

Vaticano, 54 casi di abuso denunciati alle diocesi italiane nel 2022: 35 ai danni di minori. Storia di Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera giovedì 16 novembre 2023

Sono 54 i casi di abuso denunciati nel 2022 alle diocesi italiane, 35 dei quali a danno di minorenni: due di questi sono bambini con meno di quattro anni. Si tratta di casi denunciati l’anno scorso ai 108 «centri di ascolto» aperti dai vescovi, attraverso i servizi per la tutela dei minori, in buona parte (160 su 206) delle diocesi italiane.

Gli abusatori («presunti»: approfondimenti e indagini sono in corso) sono 32, quasi tutti maschi (31), divisi tra preti secolari, religiosi e laici, due dei quali sposati. Avvenuti per lo più in parrocchia (58, 6 per cento), i casi denunciati si riferiscono a 3 rapporti sessuali e per lo più «toccamenti» (14), molestie sessuali (11) e abusi di coscienza (9).

È il secondo «report» che la Cei presenta da quando il cardinale Matteo Zuppi, divenuto presidente dei vescovi a maggio dell’anno scorso, aveva annunciato una ricerca sui casi di abuso «custoditi dalla Congregazione per la Dottrina della Fede tra il 2000 e il 2021» e insieme un aggiornamento annuale.

Il primo «report», presentato un anno fa, segnalava 89 casi di «presunte vittime» e 68 «presunti autori di reato» in base ai dati segnalati da 30 dei 90 centri di ascolto istituiti nelle diocesi. Nel frattempo i centri di ascolto sono arrivati a 108, alcuni dei quali servono più diocesi (in Basilicata, ad esempio, ce n’è uno per tutta la regione), ma ne restano ancora 46 che non lo hanno ancora fatto per problemi organizzativi o difficoltà a trovare personale competente, dicono alla Cei. Dipende anche dalle dimensioni e dalle risorse delle diocesi: la maggior parte dei centri è stata aperta al Nord (46), seguono il Sud (35) il Centro Italia (27). Il fatto che l’anno scorso ci siano stati 54 casi denunciati non significa che siano stati commessi nel corso del 2022: i casi del passato (56 per cento) prevalgono rispetto agli attuali (44 per cento), anche se al Nord prevalgono gli abusi recenti (55 per cento). Le «presunte» vittime all’epoca dei fatti avevano per lo più tra i 15 e i 18 anni (25 su 54), con una prevalenza di femmine (44) rispetto ai maschi (10).

La Chiesa italiana ha scelto la strada dell’indagine interna, diffidando delle commissioni indipendenti che in alcuni casi, come in Francia e di recente in Spagna, hanno elaborato i dati in base a proiezioni statistiche che non vengono considerate attendibili dalla Cei. Il cardinale Zuppi insiste sui passi avanti compiuti: «È difficile che oggi uno insabbi. Ci sono talmente tanti meccanismi, le linee guida, l’attenzione della Santa Sede, che il rischio è quasi il contrario: che uno, per evitare problemi, avvii dei procedimenti giuridici forse anche solo per verifica». Del resto, il presidente della Cei fa notare che «la prescrizione, nella Chiesa, non c’è: chiunque, anche a distanza di anni, viene ascoltato. Ci sono casi di persone che vogliono denunciare soltanto all’autorità ecclesiastica, ma la nostra spinta è andare a denunciare alle autorità civili. Facciamo sempre un procedimento interno. In molti casi non c’è il rimando al penale per la scadenza dei termini, ma per noi no».

L’associazione di vittime italiane “Rete L’Abuso” ha bocciato la rivelazione della Cei: «Oltre a non denunciare i casi alle autorità civili, non fornisce alcun dato su fatti, luoghi, eccetera, e di conseguenza è inverificabile. I dati sono decisamente meno rispetto alle segnalazioni pervenute alla “Rete L’Abuso” durante lo stesso anno e che la Cei non vuole recepire».

Estratto dell’articolo di Clemente Pistilli per “La Repubblica – Edizione Roma” venerdì 3 novembre 2023

«Si comportava con me come un ragazzo che cerca di approcciare, cercandomi e cercando di attendere il momento in cui stavo da solo, lontano dai miei amici». Mentre proseguono le indagini sul prof di religione e diacono arrestato a Latina, con l’accusa di violenza sessuale sui suoi studenti e su altri minori, emergono i racconti shock fatti dalle vittime agli inquirenti. 

«Guardate, mi ha mandato una sua foto», ha detto uno dei giovani agli investigatori, mentre scorreva le chat con l’insegnante. «È disteso sul letto, in mutande, a gambe divaricate...». Una situazione pesantissima, che sta preoccupando particolarmente magistrati e carabinieri e che sembra destinata ad allargarsi ulteriormente, andando anche oltre l’indagato.

Il caso è esploso a gennaio. La garante dell’infanzia e dell’adolescenza, Monica Sansoni, raccolte alcune confidenze da degli studenti del liceo scientifico ‘Majorana’ di Latina, e viste anche le chat tra i ragazzi e il prof, si è rivolta alla Procura. 

Il contenuto di quelle conversazioni era pesantissimo e l’insegnante, Alessandro Frateschi, diacono permanente e impegnato attivamente anche in una casa famiglia e in parrocchia a Terracina, la sua città, è stato subito bloccato. Il vescovo Mariano Crociata a febbraio gli ha revocato l’idoneità all’insegnamento e l’ha sospeso come diacono permanente, anche se da allora non risultano altre iniziative e accertamenti da parte della Diocesi.

Accertamenti ci sono però stati dalla Procura che, ipotizzando abusi a carico di cinque ragazzi, a luglio ha arrestato Frateschi, disponendo per il 50enne i domiciliari. Poi, a settembre, una seconda ordinanza di custodia cautelare, con l’accusa per l’ex prof di aver abusato anche di un altro ragazzino, che all’epoca dei fatti non aveva ancora 14 anni: «Quando sono arrivato ha spento la televisione e mi ha fatto spogliare. Io tentennavo e gli dicevo: sono troppo piccolo per queste cose. Ma lui mi diceva di stare tranquillo». […]

Gli studenti che hanno denunciato abusi sostengono che all’inizio i messaggi inviati tramite Instagram da Frateschi «erano normali», ma poi diventavano di tenore ben diverso. Per non parlare della pratica del sexual stage, che consiste nel cingere i fianchi e le gambe delle vittime. «Quando ho capito cosa stava facendo ho provato a stare lontano da lui - ha denunciato uno degli studenti - anche perché sapeva che i fianchi erano una parte che non volevo mi si toccasse.

Lui continuava a toccarmeli e a stringerli. Questa cosa mi infastidiva terribilmente». […] Il dubbio degli inquirenti? Che la vicenda vada oltre il diacono e ben oltre la provincia di Latina.

(ANSA venerdì 3 novembre 2023) - Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo davanti al Tribunale di Enna con l'accusa di violenza sessuale aggravata su minori, ha denunciato un'altra giornalista. Salgono così a tre i cronisti denunciati dal sacerdote. Dopo Pierelisa Rizzo e Manuela Acqua, ora è la volta di Federica Tourn, giornalista indipendente di Torino, che da freelance si è occupata soprattutto di migranti, diritti umani, lotta alla mafia e femminismo e che da oltre un anno, conduce un'inchiesta, finanziata dai lettori, sul Domani, che riguarda le violenze nell'ambito clericale.

Tutte le giornaliste denunciate sono accusate di diffamazione e diffusione di atti procedurali. Don Rugolo ha anche querelato Antonio Messina, il giovane che aveva denunciato il sacerdote tre anni fa, e Francesco Zanardi, presidente di Rete l'Abuso, associazione che riunisce le vittime di violenze clericali. Sia la Procura di Enna che quella di Savona, dove ha sede l'associazione di Zanardi, hanno dichiarato infondate le querele disponendo l'archiviazione ma i legali di Rugolo di sono opposti. 

Non si conosce ancora l'esito dell'ultima querela presentata alla Procura di Ferrara, trasmessa a Savona e approdata ora ad Enna. La sentenza del processo al sacerdote è prevista per il 10 gennaio 2024, mentre il prossimo martedì 7 novembre è prevista la requisitoria del pm Stefania Leonte e le arringhe conclusive delle parti civili.

Gabriella Mazzeo per fanpage.it il 13 maggio 2021

Voleva rientrare in Sicilia nonostante il divieto imposto dalla diocesi dopo le accuse di violenza sessuale. Don Giuseppe Rugolo era finito ai domiciliari per abusi nei confronti di un giovane della sua parrocchia. A dicembre aveva addirittura fatto irruzione durante una diretta Facebook del vescovo Rosario Gisana con i giovani di "Progetto 360".

"Non ha saputo evitare di fare casino – diceva a gennaio il vicario di Gisana, monsignor Antonio Rivoli -. Era via ma ha continuato ad essere qui ed è stato proprio questo il danno". Il tutto emerge dalle intercettazioni effettuate dalla squadra mobile di Enna, disposte dalla procura sul principale indagato e sui testimoni della vicenda di abusi sessuali ai danni di un minore.

"Nella sua stupidità ha coinvolto pure il vescovo – continuava il vicario – senza che lui ne sapesse niente. Per cui il suo gruppo gli dice dell'incontro e spunta lui. Così sembrava che il vescovo sapesse tutto". 

Il sacerdote stava cercando di rientrare in Sicilia da Ferrara, lì dove era stato trasferito dopo le denunce. Con monsignor Pietro Spina si lamentava per quanto accaduto. "Ora basta. C'è da aspettare maggio? Che passino dieci anni? Che questi non possano fare più niente?".

Le domande pressanti riguardavano il suo rientro sull'isola: sperava nella prescrizione, ma la vittima aveva già presentato una denuncia alla squadra mobile visto che la Chiesa non si era mossa dopo la prima segnalazione del 2014. Il ragazzo si era rivolto in prima battuta a monsignor Spina, che però aveva difeso Rugolo. "Tu sei stato punito senza processo" gli diceva al telefono.

L'indagato però insisteva. "Io dirò al vescovo che sono stato nell'obbedienza, che il 10 maggio il ragazzo compie gli anni e scattano 10 anni da quando ha fatto i 18 anni. Il 10 maggio è San Cataldo, è il giorno giusto perché io rientri" continuava Rugolo.

"Poi andrò dall'avvocato e gli dirò che non ho alcuna intenzione di aspettare, che io voglio procedere in qualsiasi modo. Il vescovo sotto ricatto si è fatto fregare, ma io certe volte arrivo a pensare che forse devo fare il cattivo per ottenere un minimo di verità". 

Il ragazzo vittima di abusi si è rivolto al Papa per ottenere giustizia dopo una prima denuncia nel 2014. Il parroco era stato mandato per due anni in un'altra diocesi. "Come dovevo comportarmi?" dice il vescovo Gisana in un'intercettazione. "Lui lo ammette, ma lo ha fatto da seminarista, dunque fuori dalla giurisdizione della Chiesa"

La vicenda

Il sacerdote delle Diocesi di Piazza Amerina era stato arrestato dalla squadra mobile di Enna per violenza sessuale e atti sessuali con minorenni commessi nel periodo da seminarista, oltre che dopo la sua ordinazione. 

L'aggravante, secondo la procura, era anche quella di aver approfittato delle vittime a lui affidate per ragioni di istruzione ed educazione religiosa. Le denunce fatte dal giovane nel mese di dicembre avevano dato il via alle indagini. La vittima aveva già tentato un approccio con la Diocesi nel 2014. Don Giuseppe Rugolo, 40 anni, era molto noto in città per il suo impegno con i giovani. 

L'arresto gli è stato notificato a Ferrara, lì dove era stato trasferito dopo la segnalazione.

Dopo la denuncia della vittima 27enne, il Papa aveva chiesto informazioni sul caso del seminarista al vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana. La Chiesa non aveva mai segnalato la vicenda alla magistratura. Il sacerdote sotto accusa è stato allontanato a fine 2019 ma la scorsa estate sarebbe tornato ad Enna per una messa. Poi l'incursione nella diretta facebook con il vescovo Gisana.

Tiziana Lapelosa per "Libero Quotidiano" il 28 aprile 2021

È stato quando ha saputo che il don che gli ha segnato l'esistenza era tornato nella sua città, Enna. Era l'estate dell' anno scorso. Quelle mani scivolate addosso, quell'ansimare che preannuncia il peggio e quella forza per bloccare la preda e abusarne, li avrà immaginati addosso ad altri adolescenti, in una replica infinita. 

Così come era successo a lui. La prima volta quando aveva sedici anni. Era il 2009. L'ultima quando ne aveva 20 ed era il 2013. Sarà stato il timore che altri ragazzi come lui potessero essere marchiati a vita da quel sacerdote votato a Cristo ma con l'anima venduta al diavolo a fargli prendere la decisione più sofferta della sua vita.

Così don Giuseppe Rugolo, 40 anni, è stato arrestato, a Ferrara, dove ora è ai domiciliari. Violenza sessuale e abusi su minori che modeste e umili famiglie affidavano a lui per istruirli e avviarli al credo cattolico, è l'accusa al don mossa dalla procura di Enna.

E se è successo è soltanto perché il ragazzo abusato, che oggi ha 27 anni, a dicembre dell'anno scorso ha deciso di denunciare l'inferno iniziato dall'abuso psicologico poi diventato fisico.

Ci sono le prove, dicono gli inquirenti, documenti, chat, sms che confermano l'operato del prete della diocesi di Piazza Armerina. Prove alle quali si è arrivati grazie alle indagini della squadra mobile di Enna che, con gli uomini della polizia postale, hanno "spiato" nel cellulare del religioso con l'attività "extra" iniziata quando ancora vestiva i panni da seminarista. 

E che, nominato prete, quando le cose hanno iniziato a girare male, ai fedeli ha detto che si sarebbe trasferito al Nord, a Ferrara, per motivi di salute. Una decisione non sua, ma frutto della Diocesi di Enna, alla quale la vittima si era rivolta per fare luce su quegli incontri affatto sacri.

In cambio, dicono i suoi legali, gli sono stati offerti 25 mila euro, mentre il Tribunale ecclesiastico chiudeva il procedimento a carico di don Giuseppe per "difetto di competenza".

Gli abusi, in pratica, sarebbero avvenuti quando il don era seminarista e senza mai ascoltarlo se non attraverso una dichiarazione resa al vescovo Don Rosario Gisana, che oggi esprime «vicinanza alla comunità ecclesiale di Enna», assicura di pregare «per le presunte vittime» e dice di confidare nella magistratura.

La vittima aveva pure scritto a Papa Francesco per evitare che l'orrore si ripetesse. Ma niente. La procura parla di «un riscontro dell'attività investigativa, a conferma della piena genuinità dei fatti denunciati» dalla vittima. 

Fatti che si accompagnano ad altri abusi, nei confronti di due minori, quando don Rugolo si vestiva da prete. E il timore è che possano non essere gli unici casi dal momento che il 40enne, con il suo fare amichevole e con la gestione di una associazione nei cui locali sarebbero avvenuti gli abusi, era molto seguito.

Le famiglie si fidavano di lui con un volto che non tradiva misteri. «Quanti non lo sappiamo», dice il procuratore Massimo Palmeri, «pensiamo che possano esserci, e quasi certamente ci saranno, altre vittime di queste condotte reiterate nel tempo, iniziate quando i tre erano ancora minorenni e andate avanti a lungo». 

E invita, chi non l'ha fatto, a farsi coraggio e a parlare, a denunciare. «La mia dolorosa storia sia la testimonianza che anche dopo dodici anni dalle violenze si può denunciare», le parole della vittima che nelle forze dell'ordine ha trovato la fiducia tanto cercata. Quindi, l'appello: «Invito chi ha subito abusi a denunciare, un atto che impone coraggio, ma che ti rimette in pace con te stesso».

Il prete accusato di violenza sui minori denuncia la giornalista Federica Tourn per gli articoli su Domani. Giuseppe Rugolo su Il Domani il 03 novembre 2023

Tourn da un anno conduce un'inchiesta su queste pagine, finanziata dai lettori, che riguarda le violenze nell'ambito clericale. L’avvocato ha anche segnalato la giornalista all’ordine. Salgono così a tre le croniste denunciate dal sacerdote, che ha anche querelato chi lo ha denunciato

Giuseppe Rugolo, il sacerdote a processo davanti al Tribunale di Enna con l’accusa di violenza sessuale aggravata su minori ha denunciato la giornalista Federica Tourn, perché ha scritto del suo caso sulle pagine di Domani. Da freelance Tourn si è occupata soprattutto di migranti, diritti umani, lotta alla mafia e femminismo e per Domani ha condotto un’inchiesta, sostenuta dai lettori, su Domani, che riguarda le violenze e gli abusi nella chiesa.

Tourn era già stata segnalata anche all’ordine dei giornalisti dall’avvocato di Rugolo. Il prete non è nuovo a queste azioni, aveva già denunciato altre due giornaliste: Pierelisa Rizzo e Manuela Acqua, le croniste salgono così a tre. Non solo: ha querelato anche la presunta vittima che lo ha denunciato.

«DIFFAMAZIONE»

Tutte le giornaliste denunciate sono accusate di diffamazione e diffusione di atti procedurali. Rugolo avrebbe abusato di tre ragazzi, come Tourn ha scritto su Domani il 3 luglio del 2022. Il vescovo competente, quello di Piazza Armerina, Rosario Gisana, venuto a conoscenza della condotta dubbia di Rugolo avvertito da un altro parroco, di fronte al racconto della vittima, che dichiara di aver subito violenze fisiche e psicologiche, il vescovo si limita ad avviare un procedimento ecclesiastico e un trasferimento a Ferrara del prete presunto molestatore. Senza rivolgersi alla giustizia.

In sede processuale è poi emerso che per la sua difesa vengono utilizzati i fondi dell’8x1000. E dopo questo nuovo articolo scritto da Tourn è partita la querela.

Don Rugolo ha anche querelato Antonio Messina, il giovane che aveva denunciato il sacerdote tre anni fa, e Francesco Zanardi, presidente di Rete l'Abuso, associazione che riunisce le vittime di violenze clericali. Sia la Procura di Enna sia quella di Savona, dove ha sede l'associazione di Zanardi, hanno dichiarato infondate le querele disponendo l’archiviazione, ma i legali di Rugolo di sono opposti.

Non si conosce ancora l'esito dell’ultima querela presentata alla Procura di Ferrara, trasmessa a Savona e approdata ora ad Enna. La sentenza del processo al sacerdote è prevista per il 10 gennaio 2024, mentre il prossimo martedì 7 novembre è prevista la requisitoria del pm Stefania Leonte e le arringhe conclusive delle parti civili.

Enna, storia del prete pedofilo tenuto coperto da due vescovi. FEDERICA TOURN su Il Domani il 03 luglio 2022

Don Giuseppe Rugolo è stato arrestato il 27 aprile 2021 e il processo a suo carico si è aperto a Enna il 7 ottobre scorso. A porte chiuse. La prossima udienza sarà il 7 luglio. È accusato di violenza sessuale su tre minori, secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale.

Soltanto nel 2016 il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana viene informato dei fatti, iniziati sette anni prima. E decide di spedire il prete pedofilo nella diocesi di Ferrara, ufficialmente per motivi di salute. Lì viene nuovamente incaricato di seguire i ragazzi della parrocchia.

Intercettato, il vescovo ammette il suo coinvolgimento: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!».

A novembre 2018 a Enna è tutto pronto per il solenne insediamento nella chiesa di San Cataldo. Ma qualcosa manda a monte la festa per il nuovo parroco Giuseppe Rugolo: la presa di possesso avviene in sordina per decisione del vescovo e don Giuseppe per il dispiacere finisce addirittura in ospedale.

Quello che sembra soltanto un intoppo nella brillante carriera di un prete molto popolare, leader indiscusso di un gruppo giovanile che conta più di duecento ragazzi, è invece il preludio di uno scandalo che culminerà più di due anni dopo nell'accusa di violenza sessuale su tre minori, secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale.

A denunciare è un giovane, Antonio Messina, all'epoca dei primi abusi appena sedicenne; durante l'inchiesta vengono individuati altri due minorenni vittime del prete. La gip Luisa Maria Bruno dispone gli arresti domiciliari per il rischio della reiterazione del reato e la tendenza dell'indagato «a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata».

UN LEADER PER I GIOVANI

Nell'estate del 2009 don Giuseppe ha ventotto anni, è ancora seminarista e si occupa della pastorale giovanile. Antonio Messina invece è uno degli animatori del gruppo estivo di cui Rugolo è responsabile; vorrebbe entrare in seminario ma è in una fase di confusione sulla sua identità sessuale.

Ne ha parlato proprio con don Giuseppe che con il suo modo di fare incoraggia le confidenze dei ragazzi. Secondo quanto racconta Antonio, Rugolo approfitta di un momento in cui sono soli per costringerlo a masturbarlo: «Non c'è niente di male», gli avrebbe detto il prete per calmarlo, lo stava solo aiutando «a comprendere le sue inclinazioni». Gli approcci vanno avanti fino al 2013, quattro anni in cui il ragazzo subisce una vera persecuzione, braccato in chiesa e controllato al telefono, blandito in privato e umiliato davanti a tutti se cerca di prendere le distanze.

Quando Antonio instaura una relazione con un suo coetaneo, don Rugolo si oppone dicendo che commette peccato perché deve fare sesso solo con lui. Spaventato, soggiogato dalla personalità manipolatrice del prete, il ragazzo viene aggredito in canonica, in sagrestia, dietro l'altare prima della messa: «Sentivo di non avere via di scampo», dice agli inquirenti.

Dopo Messina, il prete continua la caccia. Nel 2015 fonda l'associazione giovanile 360, nuovo bacino di pesca per le sue conquiste: sceglie cinque o sei ragazzi, il suo “cerchio magico”, con cui instaura un rapporto informale fatto di battute sessiste, toccatine sui genitali e ritiri notturni in canonica. A uno di loro, con cui divide il letto e la doccia, regala soldi e manda messaggi pieni di cuoricini e “ti amo”, “notte principessa mia”, “amore mio”.

Il ritratto di Rugolo che emerge dall'ordinanza di custodia cautelare è di una “prima donna”: egocentrico e permaloso, distribuisce favori e punizioni a seconda dell'umore. Anna (nome di fantasia), parrocchiana sua coetanea, ricorda: «Lo trovavi nei locali a tutte le ore, beveva e fumava canne coi ragazzi, li apostrofava con “ciao puttanella, ciao coglioncello”, li chiamava al telefono per chiedergli di raggiungerlo in piena notte. Un megalomane».

UNA FRENESIA MAI NASCOSTA

Rugolo non era discreto nella sua frenesia, ma le autorità ecclesiastiche sembravano non accorgersene, anche se il vizio di don Giuseppe era noto.

Nel 2014 Messina si era deciso a raccontare tutto al parroco che lo aveva visto crescere, Pietro Spina, che non gli aveva creduto.

L'anno successivo si era confidato con l'attuale vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico Vincenzo Murgano il quale gli aveva consigliato di non denunciare l'accaduto e tirare avanti senza nemmeno avvertire il vescovo. Soltanto nel 2016 il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, finalmente avvertito da un altro parroco, convoca Rugolo che però in un primo tempo nega. Gisana temporeggia, in attesa di parlare con Messina: incontro che si concretizza dopo altri due anni.

Di fronte al racconto della vittima, che dichiara di aver subito violenze fisiche e psicologiche, il vescovo richiama il prete che, proprio alla vigilia del suo ingresso ufficiale in San Cataldo, «dopo pianti e disperazione», ammette (almeno in parte) l'abuso.

La reazione del vescovo di fronte all'evidenza rappresenta bene l'atteggiamento della Chiesa: innanzitutto il silenzio. Da un lato avvia l'indagine sulla condotta del prete, dall'altro offre alla famiglia del ragazzo 25 mila euro purché non risulti da nessuna parte che si tratta di un risarcimento per un abuso sessuale.

«Dovevano essere in contanti, il vescovo disse ai miei genitori che li avrebbe presi dai fondi della Caritas», dice Messina. «Mi chiesero di firmare una clausola extragiudiziale di riservatezza in cui, in cambio di questa somma, io mi impegnavo a non parlare più con nessuno di quanto mi era successo. Ho avuto la sensazione di essere comprato». «Il riserbo era una richiesta della famiglia – dichiara invece l'avvocato della curia vescovile Gabriele Cantaro – Non è stata fatta alcuna offerta di denaro con l'intento di comprare il silenzio della parte offesa.

Anzi, la trattativa parte proprio dalla famiglia, in un primo momento come sostegno per le spese sostenute e poi a titolo risarcitorio». L'accordo economico in ogni caso non si conclude e Antonio non viene nemmeno informato sull'esito dell'inchiesta ecclesiastica, un nulla di fatto.

A FERRARA “PER CURARSI”

Intanto Gisana decide di mandare il prete pedofilo nella diocesi di Ferrara, ufficialmente per motivi di salute. Oggi il vescovo di Ferrara Gian Carlo Perego (presidente della commissione CEI per le migrazioni e della Fondazione Migrantes) sostiene che la permanenza del prete ennese «è stata concordata con la finalità del completamento degli studi presso l'ateneo di Padova».

Perego sapeva che Rugolo aveva precedenti pedofili? «Ero stato informato dal vescovo Gisana di un procedimento a carico di don Giuseppe per un episodio precedente la sua ordinazione, ma mi mostrò che tale vicenda era già stata valutata dalla Congregazione della Dottrina della Fede, e che non costituiva assolutamente una limitazione alla sua presenza da noi». Infatti Rugolo, nella parrocchia di Vigarano Mainarda in provincia di Ferrara, nell'estate 2020 organizza addirittura un campo per adolescenti.

Il suo cuore però è rimasto ad Enna, dove continua a seguire i “suoi” ragazzi e ogni tanto compare senza avvertire il vescovo: «Nell'estate del 2020 ha addirittura celebrato un matrimonio – ricorda Anna – lo si vedeva girare in centro, prendeva l'aperitivo con i ragazzi con un atteggiamento strafottente».

Lo confermano gli stralci delle intercettazioni citate nell'ordinanza di custodia cautelare: Rugolo si sente punito ingiustamente e fa pressioni sulla curia per tornare a casa. «Io voglio fare il Grest con i ragazzi! Perché sennò li perdo tutti questi ragazzi!», si lamenta con padre Spina a gennaio 2021, salvo disperarsi giorni dopo quando sui social si diffonde la notizia che un prete di Enna è stato denunciato per abusi: Messina, infatti, dopo aver scritto invano anche al papa, si è rivolto alla polizia.

IL VESCOVO INTERCETTATO

Se Rugolo piange, monsignor Gisana certo non ride. In un'intercettazione pubblicata integralmente dal Mattino, il vescovo ammette il suo coinvolgimento: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!». Ma i fedeli firmano petizioni di solidarietà per il prete pedofilo e il vescovo che lo protegge, solidali con dei sacerdoti attenti a coprirsi le spalle l'un l'altro, e pazienza se a venire sacrificati sono i ragazzini. Significativo il commento del vicario generale don Antonino Rivoli che, interrogato dagli inquirenti, ammette: «Nessuno di noi pensò di dover informare l'autorità giudiziaria dato che gli abusi erano stati commessi su un minore».

Giuseppe Rugolo è stato arrestato il 27 aprile 2021 e il processo a suo carico si è aperto a Enna il 7 ottobre scorso. A porte chiuse. La prossima udienza sarà il 7 luglio. Nel frattempo gli sono stati revocati gli arresti domiciliari. Nell'ordinanza si legge che in Emilia ha avuto rapporti con due diciannovenni del luogo e incontrato in un albergo di Ravenna un suo ex allievo di Enna. Dall'analisi del suo pc sono emersi innumerevoli download di foto di uomini nudi; fra marzo 2020 e gennaio 2021 si sono registrati accessi a siti porno con la chiave di ricerca “teen” a qualsiasi ora, con una media di almeno 60 al giorno.

Per il vescovo Perego «durante il periodo trascorso in arcidiocesi, non è accaduto nulla di mia conoscenza che facesse dubitare della sua condotta sacerdotale». Don Murgano, il prete che aveva suggerito ad Antonio di dimenticare la violenza, è dal 2019 referente del servizio per la tutela dei minori della diocesi di Piazza Armerina. FEDERICA TOURN

Dossier choc in Spagna: 440mila abusi nella Chiesa. Oltre l'1% degli adulti spagnoli ha denunciato di aver subito violenza. Il Papa dà l'ok al processo a Rupnik. Serena Sartini il 28 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Il caso era già scoppiato da tempo e le critiche per una mancata pronuncia da parte del Papa non erano mancate. Ora la svolta. Francesco ha stabilito che padre Marko Rupnik, l'ex gesuita sloveno noto per i suoi mosaici, accusato di aver commesso abusi psicologici e sessuali su diverse religiose della Comunità di Loyola a Lubiana, di cui era il padre spirituale, sia processato in Vaticano. «Nel mese di settembre riferisce un comunicato della Santa Sede - la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori ha segnalato al Papa gravi problemi nella gestione del caso di padre Marko Rupnik e la mancanza di vicinanza alle vittime». Per questo, il Pontefice «ha chiesto al Dicastero per la Dottrina della Fede di esaminare il caso e ha deciso di derogare alla prescrizione per consentire lo svolgimento di un processo». Le accuse verso Rupnik sono emerse nel dicembre 2022. La Compagnia di Gesù confermò che il procedimento era stato condotto dal Dicastero per la Dottrina della Fede e si era concluso con la prescrizione dei delitti contestati. L'ex Sant'Uffizio riconobbe che da parte del religioso c'era stata l'assoluzione del complice, e quindi Rupnik era incorso nella scomunica, poi revocata per via del suo «pentimento». Nel frattempo, però, erano emersi nuovi casi. La Compagnia di Gesù chiese nuovamente alla Dottrina della Fede di svolgere un processo, ma il dicastero decise di non procedere. Molti «accusarono» il dicastero vaticano e il Papa in primis di voler coprire un gesuita. Fu invece il superiore generale della Compagnia di Gesù a imprimere una svolta nel caso, decidendo di «dimettere» Rupnik a causa del suo «rifiuto ostinato» di obbedire alle restrizioni impostegli, e invitò le vittime a farsi avanti. Infine la decisione tanto attesa di Francesco, ovvero di «derogare alla prescrizione». Rupnik che proprio negli ultimi giorni è stato incardinato nella diocesi slovena di Capodistria dovrà rispondere delle sue azioni.

Intanto, un altro dossier ha scosso la chiesa universale. Il difensore civico spagnolo ha presentato al Congresso dei Deputati il rapporto sui casi di abusi ai danni di minori commessi in ambienti della Chiesa cattolica. Si tratta del primo resoconto ufficiale sul fenomeno: un rapporto shock che parla di 440mila casi di abusi (la metà a danno di minori). Di questi lo 0,6% ha subito violenze da parte di sacerdoti o religiosi, il resto da parte di laici in ambienti cattolici. Il responsabile del rapporto, Ãüngel Gabilondo, ha anche proposto un fondo di risarcimento statale per le vittime, denunciando, in particolare, «il silenzio di chi avrebbe potuto fare di più per prevenire» il tragico fenomeno della pedofilia nella Chiesa. Immediato il commento del premier ad interim spagnolo Pedro Sanchez: «Oggi il nostro Paese è diventato migliore». Serena Sartini

Scagionato l'ex vescovo "dimissionato" dal Papa. Cosa farà Francesco? Archiviata l'indagine per violenza sessuale su mons. Michel Aupetit, ex arcivescovo di Parigi. Nel frattempo, però, Francesco lo ha sostituito. Nico Spuntoni il 17 Settembre 2023 su Il Giornale. 

Se non si parlasse di un uomo di Chiesa a cui è imposto il precetto cristiano del perdono, si potrebbe dire che quella di monsignor Michel Aupetit è una di quelle storie per cui vale la pena utilizzare l'espressione "che grida vendetta". E d'altra parte, come sosteneva C.S. Lewis, il perdonare i propri nemici è l'unica virtù cristiana più impopolare della castità.

Un vescovo in disgrazia

I guai di monsignor Aupetit, arcivescovo di Parigi dal 2017 nonostante il profilo conservatore, sono iniziati nel novembre del 2021 con un'inchiesta del settimanale Le Point che lo accusava di aver avuto una relazione con una donna nel 2012. Due giorni dopo l'uscita della rivista, pur smentendo quanto vi si sosteneva, l'allora primate di Francia inviò le sue dimissioni in Vaticano. E Francesco, a sorpresa, le accettò. Paradossalmente, però, il Papa difese il presule sul volo di ritorno dalla visita apostolica in Grecia e Cipro sostenendo che era stato condannato dall'"opinione pubblica" e dal "chiacchiericcio".

Bergoglio, inoltre, rivelò dettagli non noti dell'accusa rivolta ad Aupetit, dandoli per assodati: "E' stata una sua mancanza contro il sesto comandamento, ma non totale. Le piccole carezze, i massaggi che faceva alla segretaria". Infine, sostenne che "un uomo al quale hanno tolto la fama così non può governare" e pur ritenendola "un'ingiustizia" annunciò di aver accettato le dimissioni "non sull'altare della verità, ma sull'altare dell'ipocrisia".

L'indagine

Ma i problemi per l'ex arcivescovo di Parigi non sono finiti con le dimissioni. Dopo il clamore della pubblicazione di Le Point e delle parole del Papa, Nel dicembre 2022, infatti, la procura parigina ha aperto su di lui un'indagine preliminare con l'ipotesi di violenza sessuale ai danni di una persona vulnerabile.

I magistrati si sono mossi dopo aver ricevuto dall'arcidiocesi di Parigi la segnalazione di una lettera arrivata alla sede arcivescovile in cui si faceva riferimento ad una presunta aggressione avvenuta diversi anni fa. Fu proprio Aupetit, ai tempi del suo mandato, ad adottare questa procedura all'insegna della tolleranza zero nei casi di potenziali abusi commessi. La presunta vittima sarebbe stata una donna sotto protezione legale proprio perché riconosciuta persona vulnerabile.

Nessun reato

Nei giorni scorsi è arrivata la notizia che la procura ha chiuso il fascicolo perché "non c'è alcun reato". D'altra parte, la donna in questione ha negato la violenza sessuale e non ha presentato alcuna denuncia. Lo stesso Aupetit aveva smentito ai magistrati l'esistenza di qualsiasi relazione sentimentale con la donna tirata in ballo nella lettera inviata all'arcidiocesi. Indagine chiusa, dunque, con soddisfazione dell'avvocato che lo difendeva, Jean Reinhart che ha spiegato come il religioso ha vissuto la vicenda "con serenità perché era certo che non sarebbe stato possibile concluderla senza alcuna azione".

Tuttavia, la notizia della chiusura dell'indagine per assenza di reato è passata molto in sordina sulla stampa francese.

Le conseguenze del "chiacchiericcio"

Ma non tutto è bene quel che finisce bene. Michel Aupetit a soli 72 anni e dopo essere stato primate di Francia si ritrova a riposo nonostante un curriculum che all'indomani della sua nomina a Parigi, con la previsione di una porpora che poi non sarebbe arrivata, aveva fatto finire il suo nome tra i possibili papabili in un futuro Conclave. Matteo Matzuzzi su Il Foglio ha osservato che due anni dopo quelle dimissioni prontamente accettate dal Papa "l'accusa più grave e infamante è caduta. In compenso, un vescovo assai sgradito a certi settori della cultura parigina è stato pensionato anzitempo 'sull'altare dell'ipocrisia' 'per il chiacchiericcio'". Il chiacchiericcio che non ha colpito solo il presule ma anche le donne vicine a lui: le parole del Papa sull'aereo di ritorno da Atene avevano attirato l'attenzione sulla segretaria che avrebbe ricevuto carezze e massaggi dall'arcivescovo.

In realtà, come ha avuto modo di chiarire Aupetit, Francesco ha fatto confusione perché la segretaria - sposata e con famiglia - non c'entrava assolutamente alcunché con il comportamento che avrebbe potuto generare ambiguità e per il quale l'arcivescovo ha preferito dimettersi allo scoppio delle polemiche. Il massaggio, infatti, fu fatto ad una sua amica che soffriva di mal di schiena. Bisogna ricordare che Aupetit prima di essere ordinato sacerdote era un dottore con 11 anni di professione medica alle spalle ed anche per questo è molto legato alla figura di Jérôme Lejeune, il pediatra francese che scoprì la sindrome di Down ed è riconosciuto Venerabile dalla Chiesa cattolica (per la sua storia "Jérôme Lejeune. La libertà dello scienziato", Cantagalli, di Aude Dugast).

La segretaria, avendo accesso alla casella mail dell'arcivescovo, è entrata nella vicenda solo perché aveva potuto leggere la mail tra Aupetit e quella donna in cui probabilmente si faceva riferimento al massaggio.

La morbosità sulla vita privata dell'arcivescovo si è poi concentrata sulla teologa belga e vergine consacrata, Laetitia Calmeyn a lui legata da un rapporto di stima e di amicizia. Sebbene non avesse alcun legame con la vicenda della mail che aveva portato al passo indietro dell'arcivescovo, la donna è finita sui giornali francesi e la foto di una loro passeggiata è stata pubblicata dal settimanale The Paris Match col titolo "Monsignor Aupetit perduto per amore".

L'ingiustizia

Francesco aveva detto di considerare "un'ingiustizia" le dimissioni di Aupetit e di accettarle "sull'altare dell'ipocrisia" perché "un uomo al quale hanno tolto la fama così non può governare". La lista di vescovi su cui è forte il chiacchiericcio ma rimasti in ruoli di governo non è breve. In ogni caso, ora che la giustizia francese ha ripristinato la fama di Aupetit chiudendo l'unica indagine finora aperta su di lui, ci sarà un risarcimento "sull'altare della verità"?

Francesco è stato il Papa che ha avuto il coraggio, nel bel mezzo di una campagna mediatica ostile sul tema, di dedicare una meditazione della Via Crucis al racconto di un sacerdote ingiustamente accusato di abusi e rilasciato dopo dieci anni di detenzione. Questo tipo di ingiustizia è una forma di martirio dell'età contemporanea ed il rosso del sangue dei martiri è proprio ciò che si trova simboleggiato dal colore della porpora. Il cardinalato ad Aupetit, mancato ai tempi del mandato a Parigi, non sarebbe un bel segnale contro il chiacchiericcio diretto a danneggiare la Chiesa, le sue donne e i suoi uomini e che spesso parte proprio dall'interno della Chiesa?

Estratto da today.it martedì 22 agosto 2023.

L'Arcidiocesi di San Francisco, in California (Stati Uniti), è stata costretta a dichiarare istanza di fallimento per bancarotta a causa delle troppe cause per abusi sessuali risalenti anche a decenni fa. A darne notizia ai fedeli, sul sito dell'Arcidiocesi, è mons. Salvatore J. Cordileone: 

"Qualche settimana fa - si legge nella lettera aperta - vi ho scritto riguardo all’impatto di oltre 500 cause civili che sono state intentate contro l’arcidiocesi ai sensi della legge statale AB-218, che ha consentito a singoli individui di avanzare denunce per abusi sessuali su minori che altrimenti sarebbero state respinte a causa di la scadenza dei termini di prescrizione.

Oggi vi informo che, dopo molte riflessioni, preghiere e consultazioni con i nostri consulenti finanziari e legali, l'arcidiocesi di San Francisco ha presentato istanza di riorganizzazione fallimentare ai sensi del Capitolo 11". 

"Riteniamo che il processo di fallimento sia il modo migliore per fornire una soluzione compassionevole ed equa per i sopravvissuti agli abusi, garantendo nel contempo la continuazione dei ministeri vitali ai fedeli e alle comunità che fanno affidamento sui nostri servizi e sulla nostra carità - aggiunge Cordileone - l'arcidiocesi di San Francisco si unisce ad un elenco crescente di diocesi negli Stati Uniti e in California che hanno presentato istanza di protezione ai sensi delle leggi sulla bancarotta" […]

Cordileone sottolinea "che la stragrande maggioranza dei presunti abusi si è verificata negli anni ’60 e ’70, e negli anni ’80, e ha coinvolto sacerdoti deceduti o che non erano più in servizio" e ricorda come oggi si utilizzino "processi rigorosi per selezionare volontari, dipendenti e sacerdoti". […]

Troppe cause per abusi su minori. E la diocesi va in bancarotta. Storia di Massimo Balsamo su Il Giornale martedì 22 agosto 2023.

Lunedì l’arcidiocesi cattolica di San Francisco, in California, ha presentato istanza di bancarotta. Una mossa necessaria data l’impossibilità di gestire gli oneri determinati dalle oltre cinquecento cause giudiziarie per abusi sessuali su minori. Il numero di dispute legali è aumentato esponenzialmente ai sensi del California Assembly Bill 218 approvato nel 2019 che ha esteso il termine di prescrizione per le azioni civili nei casi di abusi sessuali su minori.

La diocesi di San Francisco dichiara bancarotta

L'istanza è stata presentata a nome dell'arcivescovo Salvatore J. Cordileone alla Corte fallimentare del Distretto settentrionale della California: “Crediamo che sia il modo migliore per fornire una compensazione giusta ed equa ai sopravvissuti innocenti e a quanti hanno subito danno, garantendo nel contempo la continuazione dei ministeri vitali per i fedeli e per le comunità che fanno affidamento sui nostri servizi e sulla nostra carità”.

L’istanza di fallimento fermerà tutte le azioni legali contro l’arcivescovo cattolico di San Francisco, mentre l’arcidiocesi metterà nero su bianco un piano di riorganizzazione basato sui beni e sulla copertura assicurativa disponibile da utilizzare per risolvere i reclami con i sopravvissuti agli abusi. L’arcivescovo Cordileone ha aggiunto: “La triste realtà è che l'Arcidiocesi non ha né i mezzi finanziari né la capacità pratica per discutere individualmente tutte queste denunce di abuso, e quindi, dopo molte considerazioni, ha concluso che il processo di fallimento era la soluzione migliore per fornire un risarcimento giusto ed equo ai sopravvissuti innocenti che sono stati feriti".

Gli altri casi

La strada intrapresa è la migliore, ha sottolineato l’arcivescovo, ponendo l’accento sulla necessità di proseguire la sacra missione verso fedeli e bisognosi: “Dobbiamo cercare la purificazione e la redenzione per guarire, soprattutto i sopravvissuti che hanno portato contro di loro il peso di questi peccati per decenni”. In base a quanto ricostruito dalla stampa statunitense, la stragrande maggioranza delle accuse di abusi sessuali su minori risale agli anni Settanta e Ottanta e riguardano sacerdoti che nel frattempo sono morti o sono stati privati dell’ordine.

Come evidenziato dal New York Times, quella di San Francisco è la terza arcidiocesi dello Stato a presentare istanza di fallimento nel 2023: quelle di Oakland e Santa Rosa hanno presentato istanza in primavera, citando come causa il numero di cause legali per abusi sessuali su minori intentate contro di loro. La diocesi di San Diego, una delle più grandi dello Stato, ha annunciato a maggio che intende presentare domanda entro la fine dell’anno. Secondo quanto riferito dalla professoressa Marie T. Reilly, circa una dozzina di arcidiocesi negli Stati Uniti sono attualmente in procedura di fallimento.

Abusi: archiviazione per Ratzinger. Video su ZDF: Bergoglio difese il pedofilo Grassi. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 05 maggio 2023

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Parlare contro la pedofilia nella Chiesa è il sistema più facile per raccogliere consensi, ma alle parole devono corrispondere i fatti, altrimenti è PURA DEMAGOGIA.

Ratzinger è stato, sia da cardinale che da papa, il vero MARTELLO dei preti pedofili, tanto da farne spretare circa 400. Questo è stato riconosciuto mesi fa, unanimemente, perfino dai suoi nemici, dopo l'aggressione mediatico-giudiziaria orchestrata dal clero tedesco. Lo hanno attaccato, 94enne, per presunte “sviste” di 40 anni fa. “Non aveva saputo ben vigilare”: bufale conclamate, tanto che dopo la sua morte, il procedimento è stato ARCHIVIATO, ovviamente con notizie minime comparse sui giornali, che prima avevano dato un enorme risalto alla montatura.

Un trafiletto minimo sull’Ansa, QUI per rendere giustizia al vero papa, a fronte dei fiumi di inchiostro che parlavano delle accuse, getta un'ombra davvero inquietante sull'informazione nostrana. 

Ma intanto, del fango era stato gettato sulla sua figura, così come del fango è stato gettato pochi giorni fa su Giovanni Paolo II da recenti dichiarazioni di Pietro Orlandi, abilmente manipolate dalla stampa, che sono state smentite da Bergoglio il 16 aprile, con un clamoroso ritardo, solo dopo che lo aveva fatto già il 13 il cardinale Stanisław Dziwisz, storico segretario di papa Wojtyla.

La banale strategia di Francesco, ormai scoperto non essere stato canonicamente eletto, come apprenderete  è quella di convogliare consenso su se stesso e, al contempo, di far denigrare abilmente la memoria dei veri pontefici.

Ecco, infatti, cosa ha appena dichiarato: «L’abuso sessuale di minori da parte del clero e la sua cattiva gestione da parte dei LEADER ECCLESIASTICI sono stati una delle sfide più grandi per la Chiesa del nostro tempo».

E chi sarebbero questi LEADER ECCLESIASTICI? Nella categoria leader figurano inevitabilmente anche i papi precedenti, ci avete fatto caso? Bergoglio avrebbe dovuto specificare qualcosa sull’opera eccezionale di papa Benedetto XVI contro la pedofilia. E INVECE NO.

Quindi, per la percezione comune, anche Ratzinger è infilato nel calderone dei leader che hanno gestito malamente la questione. 

E così viene spontaneo riproporvi un documentario sconvolgente di Martin Boudot intitolato “Il Codice del Silenzio”, mai arrivato in Italia nonostante fosse stato trasmesso sulla ZDF tedesca e sulla tv di stato francese. Il documentario ha vinto il miglior programma europeo di attualità 2017 al Prix Europa. Grazie a questo documentario, Martin Boudot è stato tra i finalisti 2017 dell'Albert Londres Prize .

Ora, il canale Youtube Domina Tv Multilingual ha provveduto a sottotitolarlo in italiano e ve lo riproponiamo.

 per vedere il filmato. 

Il video afferma che Bergoglio, da Arcivescovo di Buenos Aires, non solo ha del tutto ignorato e rifiutato di ricevere sette persone abusate da preti, ma ha anche PROMOSSO – tentando di orientare il giudizio della Corte d’Appello argentina - una potente difesa del prete pedofilo Julio Caesar Grassi, condannato a 15 anni di reclusione per abusi su minori dai 9 ai 17 anni di età. Grassi è tuttora recluso in Argentina.

Fino ad oggi, nonostante il documentario e una petizione, Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente.

Questo Grassi, personaggio mediatico sempre sotto i riflettori, gestiva un enorme orfanotrofio finché dei bambini presentarono denuncia contro di lui per abusi sessuali.

La Conferenza episcopale argentina si mobilitò in difesa del sacerdote abusatore e, come spiega l’avvocato difensore dei bambini, Gallego, nel 2010 questa commissionò al famoso avvocato Sancinelli di Buenos Aires una mega controinchiesta in 4 volumi dalla copertina accattivante, per un totale di 2800 pagine, PER DIFENDERE PROATTIVAMENTE IL PEDOFILO. Nei quattro tomi del lavoro, intitolato “Studio sopra il caso Grassi” i bambini venivano accusati di bugia, inganno, falsificazioni, di dubbio orientamento sessuale e quindi il prete doveva essere assolto in appello.

Un paragrafo parla chiaro sui quattro volumi: "Il lavoro fu commissionato nel 2010 "per iniziativa della Conferenza episcopale argentina, in particolare dal suo allora presidente S.E.R. il card. Jorge M. Bergoglio, oggi Sua Santità Papa Francesco”. 

Quindi il papa – prosegue il documentario - ha commissionato una controinchiesta per far assolvere un prete che era stato condannato per pedofilia e Bergoglio, il futuro papa, l’ha inviata con astuto tempismo poco prima delle varie udienze di appello di padre Grassi”.

La cosa viene confermata dall’ex magistrato della corte d’appello Carlos Mariquez, oggi giudice della corte suprema, che ammette: “Sì ho ricevuto questa controinchiesta. E’ una sorta di romanzo poliziesco, parziale in alcune aree ed estremamente parziale in altre, chiaramente a favore di Padre Grassi. Stavano cercando di esercitare una subdola forma di pressione sui giudici”.

Uno dei ragazzi vittima di abusi afferma: “Non scorderò mai quello che diceva padre Grassi al processo:  «Bergoglio non mi ha lasciato la mano». Ora Bergoglio è papa Francesco, non è mai andato contro le parole di Grassi, quindi sono certo che non ha mai lasciato la mano di Grassi”.

Per otto mesi i documentaristi cercano di essere ricevuti da Bergoglio, senza successo, così lo vanno a incontrare direttamente in Piazza San Pietro, durante un’udienza pubblica. Gli chiedono: “Santità, ha cercato di influenzare la giustizia argentina sul caso Grassi? Perché ha commissionato una controinchiesta?”.

Para nada”, risponde Bergoglio negando tutto e tirando dritto.

L’anima nera della Chiesa. Le Iene presentano – Inside: anticipazioni e ospiti del programma di Italia 1, 16 aprile 2023. Anton Filippo Ferrari su TPI il 16 Aprile 2023 

Le Iene presentano: Inside è il nuovo programma della domenica sera di Italia 1 a cura della redazione de Le Iene. In ogni puntata un argomento trattato in precedenza dalla trasmissione viene approfondito con ulteriori dettagli ed elementi inediti. “Inside significa dentro, e dentro il tema della serata è esattamente dove vogliamo portare le persone che ci seguiranno – spiega Davide Parenti, ideatore del programma -. A Le Iene ci siamo occupati praticamente di tutto ciò che è successo negli ultimi 25 anni in Italia, e con questo background possiamo mettere in fila le tante storie che abbiamo approfondito e, spesso, riportato all’attenzione che meritavano.” Di seguito le anticipazioni della puntata di stasera, 16 aprile 2023.

L’anima nera della Chiesa. Sarà questo il tema della nuova puntata di “Le Iene presentano Inside” con Gaetano Pecoraro e Riccardo Festinese. Partendo dalle novità del caso dei presunti abusi sessuali sui chierichetti del Papa all’interno del Vaticano di cui vi il programma ha già parlato e che ha occupato le prime pagine di tutto il mondo, il programma farà un viaggio nel lato oscuro della Chiesa che ben poco si concilia con la dottrina di Papa Francesco. Le Iene News il 15 aprile 2023

L'anima nera della Chiesa: stasera dalle 20.30 su Italia1 non perdetevi la nuova puntata di "Le Iene presentano Inside" con Gaetano Pecoraro e Riccardo Festinese. Partiamo, con elementi mai emersi e interviste inedite, dalle novità del caso dei presunti abusi sessuali sui chierichetti del Papa all'interno del Vaticano

Stasera, dalle 20.30 su Italia1, il quinto appuntamento stagionale con “Le Iene presentano Inside” è “L’anima nera della Chiesa”. L’inchiesta di Gaetano Pecoraro e Riccardo Festinese parla di scandali finanziari, morti sospette e rapimenti, storture difficilmente conciliabili con la dottrina della Chiesa Cattolica, con un approfondimento particolare su uno degli scandali più profondi che hanno investito la cristianità negli ultimi anni e che ha portato al primo processo della storia per i presunti abusi sessuali, avvenuti all’interno delle mura vaticane, sui chierichetti del Papa.

Nel 2019 sono stati rinviati a giudizio un seminarista diventato poi sacerdote, Don Gabriele Martinelli, e un monsignore, Enrico Radice, all’epoca dei fatti rettore del preseminario San Pio X, l’istituto frequentato da giovanissimi il cui scopo è orientare le vocazioni di chi lo frequenta. Le accuse erano pesantissime: violenze sessuali, abusi, favoreggiamenti. Il primo era accusato di aver compiuto le presunte violenze, il secondo di averle coperte. Vi racconteremo questo primo processo.

Abbiamo cominciato a parlarvi di questa terribile e delicata vicenda il 12 novembre 2017, ponendo il primo tassello di questa inchiesta grazie alla sconvolgente testimonianza di Kamil, il ragazzo che per primo denunciò pubblicamente, con un'eco mediatico mondiale che è arrivata fino a due procedimenti giudiziari non ancora del tutto conclusi.

Kamil aveva deciso di raccontare alle telecamere de Le Iene la propria versione, sostenendo di essere stato testimone oculare di violenze sessuali che il suo compagno di stanza, Marco (nome di fantasia) avrebbe subìto da ragazzino. Arrivò anche la testimonianza di Marco stesso che, esattamente come Kamil, aveva puntato il dito contro il seminarista Martinelli. Poi ci fu anche quella di Lucio (nome di fantasia), infine quella di Carlo (nome di fantasia): le accuse erano sempre le stesse e tutte nei confronti di Don Gabriele Martinelli e di Don Enrico Radice.

Gaetano Pecoraro riavvolge il nastro e ripercorre l’intera vicenda mostrando elementi nuovi e mai emersi fino a oggi. Dalle dichiarazioni inedite degli ex chierichetti del Papa alle interviste a tutti i principali protagonisti che, in questi anni, avrebbero direttamente o indirettamente delle responsabilità per quanto sarebbe accaduto.

Estratto da liberoquotidiano.it il 12 aprile 2023.

[…] Ma in questa vicenda a colpire sono state le parole di Pietro Orlandi pronunciate a Di Martedì ai microfoni di Giovanni Floris: "Sono convinto che Wojtyla, Ratzinger e Papa Francesco siano a conoscenza". E nel corso della trasmissione viene fatto ascoltare un audio che lo stesso Pietro Orlandi avrebbe consegnato alle autorità vaticane.

Nell'audio a parlare è un uomo vicino alla banda della Magliana: "Papa Giovanni Paolo II se le portava in Vaticano quelle, era una situazione insostenibile. E così il Segretario di Stato a un cero punto è intervenuto decidendo di toglierle di mezzo. E si è rivolto a persone dell'ambiente carcerario".

Sono tutte parole che ovviamente finora non hanno trovato alcun riscontro. Ma la frase con cui Pietro Orlandi commenta le parole dell'uomo della Magliana sono piuttosto inquietanti: "Mi dicono che Wojtyla ogni tanto la sera usciva con due Monsignori polacchi e non andava certo a benedire le case...".

Estratto dell’articolo di Stefano Vladovich per “il Giornale” il 20 aprile 2023.

Parola d’ordine: «chiarire». Per il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, la Santa Sede non vuole altro che la verità sul caso Orlandi. «Lo dobbiamo alla mamma di Emanuela che soffre molto». 

Ieri alla Camera dei Deputati Parolin ha tenuto un incontro con i giornalisti sull’apertura dell’inchiesta della Santa Sede sulla scomparsa della 15enne cittadina vaticana il 22 giugno del 2023 e sulle accuse su Papa Wojtyla, oggi Santo, giunte come una bomba sull’intera vicenda. «Siamo molto sorpresi che non vi sia stata collaborazione - spiega Parolin-, perché questo avevano chiesto. Allora perché adesso tirarsi indietro in maniera così brusca? Non capisco...Il nostro intento è quello di arrivare veramente a chiarire».

Parolin si riferisce alla convocazione in Vaticano del legale della famiglia Orlandi, l’avvocato Laura Sgrò, che ha scelto di opporre il segreto professionale. […] 

È una vecchia intervista di un giornalista, Alessandro Ambrosini ideatore del blog Notte Criminale, a un personaggio vicino a Renatino de’ Pedis, Marcello Neroni, a scatenare il caso sulla figura di Papa Wojtyla negli anni della scomparsa della Orlandi. L’uomo, oggi ultra ottantenne, nel 2009 racconta delle strane passeggiate fuori dalla cittadella vaticana di Giovanni Paolo II e dell’intervento di due cappellani del carcere: 

«Wojtyla (...) pure insieme se le portava a letto, se le portava, non so dove se le portava, all’interno del Vaticano». Secondo quello che racconta Neroni, intervenne l’allora segretario di Stato Agostino Casaroli. «Essendo un esperto del carcere, perché faceva il cappellano al riformatorio (Casal Del Marmo ndr), si è rivolto ai cappellani del carcere, uno era calabrese, un certo Luigi, un altro un furbacchione, un certo padre Pietro». 

I due, sempre secondo il ricordo del testaccino, non fanno altro che rivolgersi a de’ Pedis, il «presidente». «Gli hanno detto: sta succedendo questo, ci puoi dare una mano?». […]

Verissimo, Pietro Orlandi: "Wojtyla? Lo dicevano tutti". La pista del ricatto. Il Tempo il 30 aprile 2023

Pietro Orlandi torna sulle accuse e sui sospetti su Papa Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, nell'ambito della scomparsa della sorella, Emanuela Orlandi, caso tornato d'attualità anche per la volontà del Vaticano di scrivere finalmente la parola fine sulla vicenda e trovare la verità. "Quella cosa che Wojtyla uscisse di nascosto la sera era una frase che dicevano tutti quanti. Io non ho offeso nessuno e per questo non mi sono mai scusato. Ho riportato le parole di un audio, non mie, in cui si fanno dichiarazioni pesanti su Papa Wojtyla e sulla questione di Emanuela. Ho ritenuto opportuno farle ascoltare al promotore di giustizia affinché sentano questa persona", ha detto Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, a Verissimo su Canale 5. Il riferimento è all'audio che riporta le parole di Marcello Neroni, che negli anni 80 era vicino al boss della Banda della Magliana Enrico De Pedis, detto Renatino. 

"Non so come siano andate le cose, se lo sapessi...", precisa il fratello di Emanuela Orlandi, ma "secondo me, Emanuela è stata presa per ricattare qualcuno e De Pedis è stato utilizzato come manovalanza". "Sono sempre stato convinto che Wojtyla sapesse cosa era successo a Emanuela; quando ci venne a trovare 6 mesi dopo la scomparsa mi parlò di terrorismo internazionale, ma lui permise che calasse il silenzio e che il silenzio rimasse su questa vicenda anche dopo. Papa Francesco ci ha messo 11 anni a riaprire il caso e mi auguro ci sia la volontà di fare chiarezza", ha spiegato Pietro.

Nel corso dell'intervista viene toccato anche il tema degli abusi: "Se la pedofilia ha avuto un ruolo è perché qualcuno l'ha utilizzata per dare più forza all'oggetto del ricatto che non può essere una ragazzina, anche se cittadina vaticana. Emanuela non poteva avere questa enorme importanza. Magari Emanuela è stata messa in una situazione per creare poi l'oggetto del ricatto nei confronti di qualcuno - argomenta Orlandi - se il Vaticano da 40 anni fa di tutto per evitare che la verità possa uscire evidentemente la verità tocca qualcosa di molto pesante".

Da ansa.it l'1 maggio 2023.

"Io non mi sono mai scusato perchè non ho offeso mai nessuno, ho ritenuto opportuno fare ascoltare un audio, poi che io abbia detto quella frase, che Wojtyla usciva di nascosto, è una frase che dicevano tutti quanti, non era considerata una cosa grave, però qualcuno ha voluto legare questa situazione alle parole di questo componente della banda della Magliana".

Lo dice Pietro Orlandi, intervistato da "Verissimo", tornando sulla bufera innescata dalle sue dichiarazioni sulle uscite notturne di san Giovanni Paolo II.

Orlandi ha parlato anche di Wojtyla accostandolo alla figura del padre e affermando che uno era una figura "negativa", cioè Wojtyla, e l'altra "positiva", il padre.

"Mio padre è morto nel 2004 - ha raccontato - è stato un altro momento buio, nel giro di un anno sono morte due persone, nel 2004 mio padre, nel 2005 Wojtyla, sono le due persone che mi tenevano legato a questa vicenda, Wojtyla in negativo perchè io sono sempre stato convinto che lui sapesse che cosa era successo a Emanuela, ricordo quando venne a casa da noi e ci parlò di terrorismo internazionale, ci assicurò che avrebbe fatto il possibile ma poi permise al silenzio e all'omertà di calare su questa vicenda, ha mantenuto il silenzio fino alla fine, così è successo per Ratzinger e Papa Francesco lo ha fatto per dieci anni, forse ora hanno capito che il silenzio non è servito, questi 40 anni passati non posso però dimenticarli e la parola perdono l'ho cancellata dal vocabolario".

"Quando sento la dichiarazione del segretario di Stato, Parolin - ha aggiunto - sono contento che dica che con questa inchiesta dobbiamo fare chiarezza per una madre che soffre, ma questa madre adesso ne ha 93 di anni e in questi 40 anni non mi sembra che nessuno si sia stracciato le vesti per lei". 

"Quando sono usciti quei documenti tutti li hanno bollati come falsi, ridicoli, anche in Vaticano però non mi hanno mai risposto alla domanda come mai stavano in una cassaforte della Prefettura degli Affari economici. Non ho abbandonato quella pista, credo che Emanuela sia stata portata là e più che la Banda della Magliana c'entra Renatino De Pedis, Emanuela è stata presa per ricattare qualcuno, De Pedis è stato utilizzato come manovalanza", ha proseguito, a  proposito della pista di una Emanuela rapita e poi trasferita in un convento in Inghilterra.

"Io ci credo al passaggio raccontato dalla Minardi - continua sulle dichiarazioni di Sabina Minardi nella serie documentario di Netflix "Vatican girl" -, in quel momento era stata consegnata al Vaticano, poi se un abuso abbia avuto luogo potrebbe essere stato per creare l'oggetto di un ricatto". Orlandi ha esordito nella trasmissione affermando che per lui Emanuela "è viva", "la sento viva".

"Il Vaticano - ha infine accusato - da 40 anni fa di tutto per evitare che la verità possa uscire, altrimenti non mi posso spiegare tutti i comportamenti di questi 40 anni". L'inchiesta aperta dai pm d'Oltretevere, comunque, "io l'ho presa come cosa positiva - afferma -, da qualche parte dovrà portarci, questa inchiesta secondo me potrebbe durare pochissimo perchè io l'ho sempre detto, con un po' di buona volontà potrebbero farla durare pochissimo".

La cassetta "sadomaso" e la pornostar: il mistero sulla registrazione di Emanuela Orlandi. Angela Leucci l'11 Maggio 2023 su Il Giornale.

Un audiocassetta misteriosa e due documenti che potrebbero rappresentare un depistaggio: sono ancora molti i punti oscuri nella scomparsa di Emanuela Orlandi

Tabella dei contenuti

 L’audiocassetta

 La pista inglese

Tutto falso oppure no? Il caso della scomparsa di Emanuela Orlandi presenta da sempre contorni foschi a causa dei numerosi presunti depistaggi. Alcuni si sono rivelati solo atti di mitomania, altri potrebbero essere indagati, dato che oggi il Vaticano ha aperto un’inchiesta sul caso. La trasmissione “Chi l’ha visto?” ha preso in esame alcuni di questi presunti depistaggi: dalla cassetta lasciata all’Ansa nel luglio 1983 alla cosiddetta pista inglese.

L’audiocassetta

Nel giallo di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983 c’è un’audiocassetta che potrebbe rivelarsi cruciale. Questa audiocassetta è in realtà la seconda che fu lasciata alla famiglia della giovane, la prima pare sarebbe stata abbandonata e prelevata da membri del Vaticano: il condizionale in questi casi è d’obbligo, perché questa prima cassetta non è mai stata trovata. Tanto più che secondo gli inquirenti la seconda cassetta, ricevuta nella sede Ansa di Roma, conteneva solo spezzoni di film porno, mentre la famiglia è convinta che in alcuni punti la voce potrebbe essere quella di Emanuela Orlandi.

A “Chi l’ha visto?” i telespettatori si sono lanciati diverse ipotesi, come tale Axel, che si è occupato di ripulire l’audio e quindi sostituire la verosimiglianza della frase “Dio che mi lasci dormire adesso” contenuta nella cassetta in “Dove mi lasci dormire adesso?”. Un altro spettatore ha affermato di avvertire nel nastro un uomo che parla con intonazione napoletana dire: “Chi è questa poveretta?”.

Il giornalista Francesco Paolo Del Re ha ascoltato i pareri di due esperti. La prima è la pornostar, oggi produttrice, Jessica Rizzo, che è apparsa molto turbata mentre veniva riprodotto l’audio: “A me non sembrano tanto grida di piacere. O è un film sadomaso… Io ho fatto 250 film, ma c’erano più grida di piacere, poi mentre si gioca, ci si diverte, scappano anche delle parole, a volte spinte. Qui avverto qualcosa di lugubre, non di eccitante”. Si trattava di un video sadomaso - o meglio uno snuff movie - oppure la cassetta è autentica?

È stato intervistato inoltre il critico cinematografico Marco Giusti, che ritiene che il sonoro di un film porno dell’83 dovrebbe essere più chiaro, ed esclude si tratti di un horror. Piero Orlandi, presente in trasmissione, ha ricordato che secondo gli analisti del Sismi la seconda cassetta sarebbe autentica e ci sarebbe un’altissima probabilità che la voce sia di Emanuela Orlandi.

La pista inglese

Ci sono due documenti che potrebbero rappresentare un presunto depistaggio ma che fanno interrogare l’opinione pubblica: Emanuela Orlandi è rimasta viva dopo la sua scomparsa e ha soggiornato in Inghilterra?

"Emanuela e l'altra 'zozzetta'": violenza choc sul giornalista che indaga su Orlandi

Uno di questi documenti è una lettera in cui l’arcivescovo di Canterbury dal 1991 al 2002 George Carey avrebbe chiesto un incontro al cardinale Ugo Poletti - lo stesso che approvò la sepoltura a Sant’Apollinare per Enrico “Renatino” De Pedis della Banda della Magliana - per parlare di Emanuela Orlandi. Ma questo documento non è su carta intestata e un parente di Carey ha sottolineato come sia scritto in un pessimo inglese, impossibile che l’arcivescovo si sia espresso così.

L’indirizzo in cui Poletti avrebbe soggiornato, secondo quanto riportato in questo documento, assomiglia a un’altro che compare in una presunta nota spese. In questa nota spese sarebbero attestati dei costi di soggiorno per Emanuela Orlandi, con tanto di parcelle mediche (tra cui quella di un ginecologo), e un’ultima voce che lascerebbe pensare al trasporto di una salma da Londra in Vaticano. Il Vaticano ha smentito la veridicità della nota spese e in effetti, in base ad alcuni refusi presenti, sembra un falso prodotto in epoca successiva all’adozione dell’euro.

"Si sono tirati indietro". L'accusa di Pietro Orlandi al Comune di Roma per l'anniversario. Pietro Orlandi ha raccontato del passo indietro del Comune di Roma nell'organizzazione del quarantennale della scomparsa della sorella Emanuela Orlandi. Angela Leucci l'11 Maggio 2023 su Il Giornale.

Il Comune di Roma, dopo aver espresso entusiasmo per le iniziative dedicate al quarantennale della scomparsa di Emanuela Orlandi, avrebbe fatto un passo indietro. La cittadina vaticana scomparve il 22 giugno 1983 e attualmente il Vaticano ha aperto un’inchiesta ascoltando, ad aprile 2023 il fratello della giovane Pietro Orlandi.

Le successive dichiarazioni di quest’ultimo alla trasmissione DiMartedì avrebbero sollevato un polverone: Pietro Orlandi riportò in quel caso alcune chat, consegnate al promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi, in cui un ex esponente della Banda della Magliana aveva espresso delle parole forti nei confronti di papa Giovanni Paolo II, mettendolo tra l'altro in relazione con la scomparsa di Emanuela Orlandi. L’indignazione è costata a Pietro Orlandi anche la ricezione di una lettera minatoria.

“Io in questi 40 anni sono sempre stata una persona corretta e onesta - ha chiarito il fratello della scomparsa a ‘Chi l’ha visto?’ - Adesso qualcuno mi vuol far passare per una persona non corretta e non onesta. Per anni chiedo un incontro, di essere convocato per verbalizzare, finalmente vengo chiamato, si apre questa inchiesta: sto 8 ore là dentro, sono contento di stare 8 ore là dentro e alla fine dico ‘Chiamatemi quando volete, giorno, notte, in qualunque momento’. Per sicurezza porto anche un memoriale, in cui scrivo tutte le cose che avrei detto a voce, con le fotografie dei WhatsApp, tutti i documenti, i nomi di 28 persone. Sentirmi dire il giorno dopo, un voltafaccia, che noi ci rifiutiamo di andare avanti, di collaborare, perché ci rifiutiamo di fare i nomi di persone… Io sono rimasto così: sono impazziti qua dentro?”.

"Emanuela e l'altra 'zozzetta'": violenza choc sul giornalista che indaga su Orlandi

Pietro Orlandi ha inoltre lamentato che il Comune di Roma abbia cambiato idea a seguito del polverone. “Stavo per organizzare per il quarantennale della scomparsa di Emanuela, come nel 2012 - ha raccontato ancora l’uomo - mi sarebbe piaciuto fare questo sit in al Campidoglio e poi, come nel 2012 andare all’Angelus. Con la fotografia. Avevo chiesto al Comune: entusiasti, mi aveva dato pure appuntamento il sindaco di Roma il 26 aprile per incontrarci per organizzare. Appena esplode questa cosa qua, hanno fatto un passo indietro, mi hanno detto: ‘No, il Comune di Roma riguardo al quarantennale ha deciso di soprassedere per via del Giubileo del 2025’. E poi mi hanno detto: ‘Le motivazioni sono quella situazione che è successa con il Vaticano’. Quindi, quando io qualche anno fa, qualche mese fa, ho detto: finalmente mi sono accorto che da parte delle istituzioni non c’è più quella sudditanza psicologica nei confronti del Vaticano, purtroppo mi sto rendendo conto invece che c’è quella sudditanza psicologica, c’è chi fa un passo indietro”.

"Emanuela portata a Londra". Pietro Orlandi e la lettera che cambia tutto. Pietro Orlandi rivela una delle prove in grado di corroborare tale ipotesi: fondamentale anche il riferimento a Clapham Road. Federico Garau l'11 Maggio 2023 su Il Giornale.

Emanuela potrebbe essere stata portata a Londra: Pietro Orlandi racconta a Sky Tg24 della lettera, consegnata al promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi, che potrebbe corroborare tale ipotesi.

"In Vaticano lo dicevano tutti...": Orlandi rincara la dose contro papa Wojtila

Una missiva datata 1993 nella quale l'allora Arcivescovo di Canterbury invitava esplicitamente il cardinale Ugo Poletti, in quegli anni Arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore, con l'obiettivo di "discutere personalmente la situazione di Emanuela Orlandi di cui sono a conoscenza". Si tratta, pertanto, di un episodio avvenuto dieci anni dopo la scomparsa di Emanuela, avvenuto il 22 giugno del 1993, e che potrebbe risultare fondamentale nella ricostruzione di cosa sia accaduto in realtà alla ragazza. La pista Londra, rivela durante l'intervista Pietro Orlandi,"non l'ho mai abbandonata. Ho motivo di credere che Emanuela, aldilà di questa lettera, sia stata portata là". "Sicuramente di questa lettera io non ho abbastanza la certezza che sia autentica, per quanto riguarda le altre cose sto verificando", aggiunge.

Cosa dice la lettera

"Cara Eminenza, sapendo che sarà per qualche giorno qui a Londra, mi sento in dovere di invitarla a farmi visita nei prossimi giorni per discutere personalmente la situazione di Emanuela Orlandi di cui sono a conoscenza", si legge nella missiva scritta dall'allora Arcivescovo di Canterbury e indirizzata al Cardinale Ugo Poletti. "Dopo anni di corrispondenza, penso sia giusto discutere di una situazione di tale importanza personalmente", prosegue lo scritto. "Mi faccia sapere se può servirle un traduttore personale o se nel caso la porterà con lei. Attendo la sua risposta nei prossimi giorni", conclude l'arcivescovo.

La vicenda

"È del 1993", precisa Pietro Orlandi,"Poletti già non era più vicario di Roma, era Arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore, e questa lettera viene intestata dall'arcivescovo George Carey di Londra proprio a 'Sua Eminenza il Cardinal Poletti Arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore'". Quindi la data e il ruolo sarebbero in effetti congrui.

"Ma la cosa strana è che viene spedita in quel luogo, a Londra, che fa riferimento anche ai cinque fogli, a Clapham Road". I cinque fogli menzionati sono quelli nei quali il cardinale Antonetti contattava i monsignori Giovanni Battista Re (allora sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato della Santa Sede) e Jean-Louis Tauran (segretario per i rapporti con gli Stati) per riferire un "resoconto sommario delle spese sostenute dallo stato città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi", tra cui, esplicitamente si citavano, le "rette vitto e alloggio 176 Clapham Road Londra". Tutti elementi, anche questi che emersero nel 1998, in grado di spingere verso tale ipotesi.

Consegnata la lettera a Alessandro Diddi, la speranza è che finalmente si faccia luce sulla vicenda: "Mi auguro che il Vaticano, da quando ho consegnato questa lettera, abbia ascoltato l’Arcivescovo, perché è ancora vivente", conclude Orlandi. Federico Garau

Emanuela Orlandi e la commissione d'inchiesta: il voto slitta, durata ridotta. Gualtieri nega la piazza al fratello. Fabrizio Peronaci su Il Corriere della Sera l'11 Maggio 2023

Al Senato emendamento di Fratelli d'Italia per ridurre a due anni (massimo 3) la durata delle indagini. Il sindaco Gualtieri nega a Pietro Orlandi la piazza per i 40 anni dalla scomparsa, il prossimo 22 giugno

L'intrigo più lungo della storia repubblicana - 40 anni di depistaggi e misteri  sul mancato ritorno a casa di due quindicenni - e un emendamento brevissimo, telegrafico: soltanto 21 parole, dietro le quali si celano tutte le cautele nate nella maggioranza di centrodestra nell'ultimo mese, da quando Pietro Orlandi ha iniziato a attaccare pesantemente il papa Santo. Quale sarà la durata della commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Orlandi-Gregori? La Camera dei deputati il 23 marzo, all'unanimità, aveva fissato in almeno 4 anni l'operatività dell'organismo d'indagine. Non erano ancora arrivate, però, le accuse televisive del fratello di Emanuela che, in un contesto nel quale si parlava di pedofilia, aveva alluso alle «uscite serali di Karol Wojtyla con due monsignori, non certo per benedire le case». Parole che hanno suscitato sdegno e sconcerto ai vertici della Chiesa (qui la replica di papa Francesco all'Angelus) e che, adesso, hanno una prima ricaduta politica: il senatore Costanzo Della Porta, di Fratelli d'Italia, ha presentato un emendamento alla proposta di legge in discussione nella commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, con l'obiettivo di ridurre a due anni la durata della commissione. 

L'emendamento accorcia-tempi

Un intervento di cesello, semplicissimo. La modifica al testo base già approvato a Montecitorio, qualora la maggioranza decidesse di dare l'ok ( i numeri sono larghi), si realizzerà così: «Al comma 1, sostituire le parole: "per la durata della XIX legislatura" con le seguenti: "per la durata di due anni"». A scanso di levate di scudi dell'opposizione, in ogni caso, il senatore Della Porta ha previsto un piano B, presentando un secondo emendamento pressoché identico con una durata di 3 anni. Come dire: conta il segnale, la commissione deve avere tempi certi, possibilmente non lunghissimi. Il che rimanda alle perplessità espresse dal senatore Matteo Renzi dopo le esternazione di Pietro Orlandi («Io sono stato un Papa boy, il Parlamento non si presti a strumentalizzazioni contro Giovanni Paolo II») e a quelle esplicitate in un gesto silenzioso ed eloquente da un altro elemento del Terzo Polo, Mariastella Gelmini, che nelle ore di polemiche più accese aveva tolto la sua firma alla proposta di legge. La durata dell'organismo di indagine si accorcia, quindi, e contestualmente i tempi della nascita si allungano: il presidente della commissione Alberto Balboni, anche lui FdI, calendarizzerà il voto sui due emendamenti non prima dell'ultima settimana di maggio, per smaltire altri provvedimenti in attesa da tempo, come la riforma delle Province. L'ok definitivo, ammesso non emergano ulteriori prese di distanze, arriverà insomma a giugno, se non dopo l'estate.

Il no dei Cinquestelle

In allerta le opposizioni: «Le notizie secondo le quali nella maggioranza si starebbe pensando di modificare al Senato il testo per dare il via libera alla commissione d'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori sono un pessimo segnale per le loro famiglie e per il Paese. È impensabile che i correttivi allunghino l'iter per l'approvazione della commissione al fine di mozzarne la capacità di arrivare a verità e giustizia. Le storie di Emanuela e Mirella hanno minato la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Dare risposte su quanto accaduto è un dovere al quale il Parlamento non deve sottrarsi», ha dichiarato il capogruppo M5S alla Camera, Francesco Silvestri, presentatore del testo ora a Palazzo Madama. 

Pietro Orlandi: Gualtieri non mi ha ricevuto

«Ho il timore che ci sia la volontà di rallentare le cose», è stata invece la reazione di Pietro Orlandi (qui la lettera anonima a lui indirizzata giorni fa in Vaticano), il quale ha reso noto anche un altro fronte aperto nelle scorse settimane con il primo cittadino della capitale: «Il 26 aprile avrei dovuto incontrare il sindaco di Roma Roberto Gualtieri - ha dichiarato a LaPresse -  per organizzare una manifestazione in Campidoglio per i quarant'anni dalla scomparsa di mia sorella Emanuela (avvenuta il 22 giugno 1983, ndr). Poi mi è stato detto che l'appuntamento era stato rinviato, e mi hanno fatto sapere dalla segreteria del sindaco che "per quanto riguarda il quarantennale, il Comune ha deciso di soprassedere in vista del Giubileo", anche se sarà nel 2025. Alla fine, dopo mie richieste, amichevolmente mi hanno spiegato che lo stop era dovuto a quelle dichiarazioni che mi erano state attribuite su Giovanni Paolo II». Chiosa del fratello della "ragazza con la fascetta": «Non ho offeso Wojtyla, l'ho spiegato numerose volte. Le mie parole sono state strumentalizzate. Fino a qualche tempo fa sentivo vicine le istituzioni e ora spero che questa storia non rallenti la ricerca di una verità che io e la mia famiglia aspettiamo da 40 anni».  (fperonaci@rcs.it)

Cittadini che guardano Netflix a bocca aperta. Emanuela Orlandi moneta di scambio di Agca, basta fango su papa Wojtyla: “Va screditato o eliminato fisicamente”. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 10 Maggio 2023

Devo dire di aver provato un tale ribrezzo e sconcerto e istinto di ribellione vedendo frammenti del filmato sulla povera Emanuela Orlandi, da non riuscire a vedere tutto. Lo farò, ma devo placarmi perché avevo capito dai primi accenni e clip dove questa pretesa inchiesta andava a parare: la Orlandi? Una povera adolescente adescata nientemeno che dal Papa polacco. Quello che ha fatto cadere il comunismo? Sì, si vantava di questo ed era un brutto tipo… e seguono testimonianze balbettanti, tutte al condizionale allusivo mormorato, qui lo dico e qui quasi lo nego. E ho pensato: ben scavato, vecchia talpa. Stiamo assistendo alla degradazione come quella del capitano Dreyfuss nel quadrato militare. Oggi siamo nel 2023. Sono passati più di quarant’anni e abbiamo di fronte una platea di cittadini che poco o nulla sanno e che guardano Netflix a bocca aperta, milioni di giovani che non sanno nulla di questa storia e questo stupor della memoria in cui si ficca la banda della Magliana prêt-à-porter, la banca vaticana dello Ior dove il Pci cambiava i dollari di Mosca in lire italiane, e poi lo stupro.

Tutto avviene in televisione e – sorpresa incredibile – il Parlamento se ne fa carico e promuove una Commissione parlamentare d’inchiesta. Bravissimi. È così che si compie la direttiva secondo cui quel papa andava possibilmente ammazzato (per motivi di contesa territoriale) e comunque distrutto nel discredito, arso sul rogo per essere stato lui, l’agente Woytjla ad aver fatto crollare l’impero dell’Est. Quando fu eletto quel Papa, che era stato per anni arcivescovo di Cracovia e un osso durissimo per Mosca, il più longevo e lungimirante (e più crudele capo del Kgb) emise una direttiva per tutti i capi delle “residenture” (stazioni) del Kgb specialmente europee: “Caro compagno, è stato eletto Papa del Vaticano il pericolosissimo e famigerato Karol Wojtyla, nemico dei sistemi socialisti, per cui sarà necessario screditarlo o distruggerlo come immagine pubblica, oppure eliminarlo fisicamente”.

Una direttiva simile fu presa dal Presidium e del Comitato Centrale, firmata anche da Michail Gorbaciov in cui si raccomandava l’uso di misure attive vale a dire prima di tutto discredito, derisione, accuse infamanti atte a distruggere l’immagine, e in caso estremo l’assassinio. Tutto ciò è avvenuto già, la parte che riguarda l’omicidio, ma adesso stiamo assistendo con sadico candore alla “character assassination” dell’uomo che ha abbattuto il regime comunista in Polonia costringendo l’Urss a dare forfait, ridotta allo stremo dissanguata dall’inutile corsa agli armamenti. Come Presidente di una Commissione d’inchiesta, nel 2006 dalla cella del suo carcere in Turchia, Ali Agca, l’attentatore del Papa, mi scrisse una lettera manoscritta: “Se lei, Presidente Guzzanti, mi farà uscire da questo carcere, io le prometto di consegnarle viva Emanuela Orlandi”. Curiosamente, quella lettera non fu recapitata a me ma al quotidiano Repubblica che la pubblicò fotografata e ben leggibile.

Agca usava il rapimento della Orlandi come moneta di scambio per la sua liberazione e lo faceva sia con l’allora Cardinale Ratzinger che con lo stesso Wojtyla. Intanto, arrivò la notizia che l’ostaggio promesso dai generali bulgari era stato effettivamente catturato. E questo semplice e tragico fatto permise al mancato assassino di distruggere tutto quanto aveva confessato fingendosi pazzo, dichiarandosi Gesù Cristo tornato in terra e rendendo giudiziariamente inservibili le sue dettagliate confessioni. Poi l’ha usata come offerta di scambio: la mia libertà in cambio di Emanuela Orlandi. La Orlandi per avere la libertà.

Tutti sapevano che Emanuela Orlandi era stato l’asso nella manica dell’attentatore. Appena arrestato, aveva vuotato il sacco raccontando per filo e per segno, con nomi date e circostanze del suo addestramento per uccidere il Papa e come era fatta la squadra che lo accompagnava: Agca era un killer a pagamento e aveva assassinato da poco un famoso giornalista turco. Mentre era a Rebibbia, due sedicenti giudici militari bulgari erano andati a trovarlo e, come lui stesso raccontò più tardi, gli intimarono di ritrattare tutto sia minacciando i suoi familiari, sia rassicurandolo che presto sarebbe avvenuto un rapimento in Vaticano che avrebbe fatto da merce di scambio. Da quel momento Emanuela Orlandi diventa ostaggio, rendendo molto bene come investimento terroristico. Nella primavera del 1982, un anno dopo l’attentato, il giudice Ferdinando Imposimato indagando sulle Brigate Rosse, scoprì attraverso l’agente bulgaro Ivan Tomov Dontchev, che i bulgari volevano nel gennaio 1981 far saltare in aria sia Lech Walesa, in visita a Roma, che il Papa. Dontchev spiegò di essere stato personalmente in contatto con Ali Agca (il turco che sparò al papa il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro) e sostenne che un unico filo univa il caso Moro e l’attentato al Papa, di cui – sottolineò – il sequestro di Emanuela Orlandi fu “l’inevitabile sviluppo”. Di un certo Tomov e del caso Walesa aveva parlato anche Ali Agca, per conto proprio, al giudice Ilario Martella.

Il giudice Priore ricorda che nel 1986, si svolse un incontro fra tre polizie a Parigi per la ricerca della casa ove sarebbe stata Emanuela Orlandi. I servizi francesi non sbagliano. La Orlandi fu prigioniera anche a Parigi. Il giudice Imposimato confermò che Agca ritrattò tutto dopo il rapimento avvenuto il 22 giugno 1983 e fu colpito dal fatto che Agca aveva messo in relazione il rapimento Orlandi con la sigla “Turkesh”, utilizzata dai rapitori di Emanuela Orlandi perché molte delle loro lettere recavano la sigla Turkesh. Il servizio segreto della Germania Est Stasi (il film “Le vite degli altri”) si era certamente occupato della corretta gestione del rapimento Orlandi. E infine l’agente tedesco orientale Günther Bohnsack disse a Imposimato che dopo l’attentato al Papa, Yuri Andropov capo del Kgb, intimò al Ministro dell’Interno della Germania Est, Erich Mielke “fate tutto ciò che è necessario per dimostrare lo zampino della Cia e per distruggere le prove. Tutti i mezzi sono consentiti. Bisogna seminare tracce contro la Cia con disinformazione, aggressione, terrore, sequestri, omicidi”. Abbiamo avuto il sequestro di Emanuela Orlandi, che rappresenta uno di quei fatti misteriosi, ma connessi a questa vicenda e a quella dell’altra ragazza, Mirella Gregori. Emanuela Orlandi aveva la cittadinanza vaticana, invece Mirella Gregori era cittadina italiana. Come mai non se ne parla?

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà. 

La vulgata “luciferina”. Caso Orlandi-Gregori, la commissione parlamentare d’inchiesta e la lotta di potere nel Vaticano: l’asse Meloni-Papa Francesco. Nicola Biondo su Il riformista il 22 Aprile 2023 

La commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Orlandi-Gregori influenzerà a lungo i rapporti tra Roma e Città del Vaticano e avrà un riflesso sullo stesso pontificato di Papa Francesco. I motivi sono molteplici e così legati tra loro che è facile immaginare un impatto geopolitico dell’indagine della Commissione. Certo non sarebbe la prima volta che gli affari di uno stato estero finiscono al centro di un indagine del Parlamento: ma rispetto a quanto avvenuto in Commissione Stragi o in quella sul dossier Mitrokhin in questo caso la scomparsa delle due adolescenti pur avvenuta sul suolo italiano è da ricondursi -qualsiasi movente si voglia contemplare- al Vaticano.

Partiamo da un dato di fatto: la commissione è stata richiesta solo da esponenti dell’opposizione, del Pd, del Movimento e di Azione, primo firmatario Roberto Morassut storico esponente della sinistra romana. Nel febbraio scorso la questione ha investito i piani alti del governo che aveva chiesto al Parlamento un rinvio per non meglio chiariti “approfondimenti”.

Sembrava uno stop, una pietra tombale. E invece a sorpresa direttamente da Giorgia Meloni è arrivato un semaforo verde. Fonti vicine al governo sostengono che il dossier commissione è stato attentamente valutato da Alfredo Mantovano che ricopre un ruolo chiave a Palazzo Chigi, quello di autorità delegata per la sicurezza, vale a dire interfaccia del governo con i servizi segreti. Mantovano, già magistrato di punta e con una vasta esperienza in tema di intelligence, ha incontrato nei mesi scorsi anche Pietro Orlandi.

Secondo altre fonti Giorgia Meloni ha personalmente tenuto a comunicare a Papa Francesco dell’avvio delle indagini parlamentari: nulla di scandaloso ovvio ma è un ulteriore spia che segnala l’importanza della questione. Tra i compiti della Commissione ci sarà quello di indagare e valutare le azioni compiute da apparati dello stato e dalla magistratura e se vi siano stati omissioni o depistaggi: ciò significa accendere un faro sulle modalità di contrasto a fenomeni criminali come la Banda della Magliana, se vi siano state protezioni con l’utilizzo di fonti interne e confidenti e di cosa è fatta quella terra di mezzo in cui Stato e crimine si fanno la guerra. E come non immaginare ampio il dibattito, anch’esso non privo di possibili riflessi internazionali, sulla incredibile messe di informazioni immesse nelle inchieste e nei media da Ali Agca, l’uomo che ha sparato a Karol Wojtyla. La domanda nell’aula di Palazzo S. Macuto ritornerà ad essere centrale: fu solo il gesto di un killer isolato o un network lo condusse nella primavera del 1981 armato a Piazza S.Pietro? 

Insomma, comunque la si voglia vedere la commissione parlamentare indagherà su uno dei periodi  più importanti, turbolenti e misteriosi nella storia del Vaticano e di riflesso dello Stato italiano. La cronologia è da brividi: 1981, attentato contro Wojtyla; 1982, morte di Roberto Calvi che poco prima di essere ucciso scrive una lettera minacciosa al Papa; 1983 sparizioni di Orlandi e Mirella Gregori, 1984, emersione dei legami della banca vaticana con i faccendieri Flavio Carboni (a sua volta legato a mafia e banda della Magliana) e Francesco Pazienza.

Per chi non lo dovesse ricordare il contesto è quello degli anni di piombo dell’alta finanza con i “banchieri di Dio” Sindona e Calvi, con fiumi di denaro di provenienza “sospetta” che affluivano nelle casse Vaticane e da qui finivano in mezzo mondo. Tutto questo però in fondo riguarda il passato. Non sfugge a nessuno che qualche riflesso l’indagine potrà avere sulla lotta di potere all’interno del Vaticano e più in generale della chiesa cattolica.

La storia, le opere e la geopolitica di Francesco sono totalmente opposte alla visione che fu di Wojtyla. Uno gesuita, l’altro conservatore, il primo che guarda a Oriente e al Sudamerica con una forte critica al capitalismo, l’altro tra i protagonisti della lotta al comunismo, legatissimo ai circoli americani e cattolici più oltranzisti, infine lontanissimi sul piano della dottrina. Per dirla tutta, Wojtyla ha fatto la storia della chiesa spingendosi oltre, Francesco in questo campo è ancora a distanza siderale come “leader” politico. Il Papa polacco ha archiviato il ‘900 delle ideologie, il Papa argentino lavora ad un nuovo ordine mondiale, per semplificare al massimo.

È in questo contesto di messa in discussione degli equilibri consolidati che affiora, maligno è il caso di dire, il sospetto che agita più di un porporato, e cioè che per affermare la visione “francescana” occorre mettere in ombra, magari “sporcare”, quella del predecessore e i suoi innegabili successi politici. La Commissione di inchiesta sarebbe l’occasione perfetta per un’operazione del genere, secondo questa vulgata “luciferina”.

Retro-pensiero che paradossalmente sembra essere stato confermato proprio da Papa Francesco quando tre giorni fa, con inusitata asprezza, ha contestato alcune ricostruzioni sulla vita di Wojtyla avanzate da Pietro Orlandi sulla scorta delle incredibili rivelazioni provenienti dagli interna corporis della Magliana. Un passo che va valutato attentamente: perché è per decisione di Francesco che si è aperta ufficialmente e per la prima volta una inchiesta vaticana sul caso Orlandi-Gregori e forse è proprio per non dare adito a quel retropensiero che di fronte alle parole di Orlandi si è dovuto intervenire.

Il cortocircuito a mezzo stampa è solo l’antipasto di ciò che vedremo con l’avvio dei lavori della Commissione, un circo mediatico che si attiva sempre e si polarizza intorno alle varie figure di questo intrigo internazionale: un tempo era Ali Agca poi i pentiti della Magliana oggi le dichiarazioni di Pietro Orlandi e l’emersione di nuove e sconvolgenti piste.

La cronologia aiuta l’analisi: l’11 aprile scorso Pietro Orlandi viene ascoltato dal Promotore di giustizia Alessandro Diddi per otto ore. Il giorno precedente Diddi aveva affermato che, “sul caso Orlandi papa Francesco e il Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, vogliono che emerga la verità senza riserve e senza condizionamenti”.

Nel corso dell’audizione Orlandi affronta la questione Wojtyla, porta con sé il famoso nastro con la verità alternativa che coinvolge il papa polacco e accenna alle voci ricevute sulle sue uscite notturne con alti prelati “non certo per benedire le case”. Il giorno dopo in tv Orlandi ripete le stesse cose e poche ore dopo arrivano le prime note di “censura”: a dare l’avvio è Stanisław Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia, vero uomo ombra del papa polacco. Subito seguito dall’agenzia di stampa Vatican.news che addirittura accusa l’avvocato Laura Sgrò, legale di Orlandi, di tacere particolari fondamentali agli investigatori del Vaticano.

Per ultima arriva la durissima replica del Papa. “Certo di interpretare i sentimenti dei fedeli di tutto il mondo, rivolgo un pensiero grato alla memoria di San Giovanni Paolo II, in questi giorni oggetto di illazioni offensive e infondate”. Strana casualità: queste parole sono state pronunciate proprio in uno dei possibili “teatri” dove si sarebbe decisa la sorte della Orlandi, vale a dire Regina Coeli il carcere romano dove, secondo le rivelazioni del “magliaro” Marcello Neroni, due cappellani avrebbero dato l’incarico alla fazione di De Pedis di rapire la giovane romana.

Pietro Orlandi e il suo legale finiscono così sul banco degli accusati, ma la verità è semplice. Le uscite “segrete” in incognito di Wojtyla non sono un segreto per nessuno, tantomeno per il cardinale Dziwisz che le ha rivelate proprio nel suo libro, “Una vita con Karol”, e che lui stesso ideava e organizzava. Insomma una tempesta mediatica che ha ribaltato i ruoli esponendo Orlandi e la Sgrò negli inediti panni di mestatori e reticenti. E nella quale pare essere caduto lo stesso Papa Francesco la cui volontà è stata espressa per bocca del Procuratore Diddi, “massima libertà d’azione per indagare ad ampio raggio senza condizionamenti di sorta e con il fermo invito a non tacere nulla”

Di certo anche nel Parlamento italiano si è indebolito il fronte dell’insabbiamento del caso e si è preferita la trincea. Ma cosa potrebbe succedere se di fronte alle richieste documentali che la Commissione avanzerà al Vaticano o di audizioni di protagonisti importanti dell’epoca, come il cardinale Dziwisz, arrivasse una risposta negativa?

Chi farà da mediatore da Roma e la Santa Sede? Quante dosi di verità sul caso Orlandi-Gregori gli equilibri politici, nazionali e non solo, potrebbero sopportare? Nicola Biondo

La signora Pezzano vive ancora in Vaticano. Emanuela Orlandi e il dolore di mamma Maria, la pizza, la partita dell’Italia e le parole a Papa Wojtyla: “Quando torna mia figlia apriamo regalo”. Riccardo Annibali su Il Riformista il 21 Aprile 2023

Maria Pezzano è la mamma di quattro figli, compresi Emanuela e Pietro Orlandi che ha rilanciato in tv (dicendosi poi “dispiaciuto”) un audio e pesanti insinuazioni su presunti giri di pedofilia ai massimi livelli del Vaticano. All’indomani del monito di papa Francesco il Segretario di Stato Pietro Parolin ha detto: “La Santa Sede vuole chiarire, arrivare alla verità. Credo che lo si debba innanzitutto alla mamma, che è ancora viva e soffre molto”.

La signora Pezzano è anche nonna, e per i suoi nipoti – soprattutto le tre ragazze di Pietro che sono in prima fila nella battaglia per la verità -, è una figura importante soprattutto dopo la perdita nel 2004 del capofamiglia, il messo pontificio Ercole Orlandi, che morì di crepacuore per non essere riuscito a trovare la sua Emanuela. Ancora oggi nonna Maria risiede in Vaticano, nello stesso appartamento di via Sant’Egidio dal quale “Lellè”, come lei la chiamava, uscì la sera del 22 giugno 1983 e non tornò più.

Nonostante l’età avanzata – come ricorda il Corriere della Sera – non ha mai mancato di far sentire la sua voce, ribadendo nelle interviste di continuare a sperare “nel miracolo di riabbracciare Emanuela” e indossando ai sit-in anche lei la maglietta bianca con il volto stilizzato della figlia e la scritta La verità rende liberi. La signora Maria è una donna del Sud, sorretta da una tempra forte e animata da un proposito: “Non voglio morire senza sapere dove sia Emanuela”.

Scomparsa Emanuela Orlandi, il fratello Pietro e l’incontro in Vaticano: “Il Papa vuole piena verità, non nasconderemo nulla”

Il figlio Pietro racconta come sua madre, nata in casa in un paesino dell’Irpinia negli anni ’30, sia venuta a Roma a 18 anni per fare l’infermiera ed abbia conosciuto così suo padre Ercole: “Si conobbero nell’Italia del dopoguerra, quando la felicità erano le corse in Lambretta fino alla