Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

FEMMINE E LGBTI

TERZA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

FEMMINE E LGBTI.


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

PRIMA PARTE


 

Il Sesso.

Il Maschio.

Le Femmine.

La Bellezza.

Il Reggiseno.

Le Mestruazioni.

La Menopausa.

Travestiti o Drag Queen.

I Transessuali.

Gli Omosessuali.

La Digisessualità.

La Sexsomnia.

Perversioni e Feticci.

Il Sesso Orale.

Il Sesso Anale.

Durante il sesso.

Mai dire…porno.

Mai dire…prostituzione.

Il Gang Bang.

I Poliamori.

Lo Scambismo.

San Valentino e la Monogamia.

Gelosia e Tradimento.


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)


 

SECONDA PARTE


 

La Molestia.

Il Metoo.

Il Revenge Porn.

Il Revenge Song.

Lo Stupro.

La Violenza e gli Abusi. Femminicidi e Maschicidi.

Gli Stalker.


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)


 

TERZA PARTE

Il Padre.

La Madre.

Quelli che…mamma e papà.

I Figli.

Il Figlicidio.


 


 

FEMMINE E LGBTI

TERZA PARTE


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Età.

Il Seme.

L’Onore.

Il Potere.

L’Età.

Estratto dell’articolo di Melania Rizzoli per “Libero quotidiano” l’11 marzo 2023

Le ricerche scientifiche degli ultimi anni hanno dimostrato che non c’è un calo della qualità dello sperma e quindi della fertilità maschile nemmeno in età avanzata, e la ragione biologica di ciò è che la spermatogenesi negli uomini avviene costantemente, ogni giorno e in ogni momento. […] 

 Ha fatto scalpore, la settimana scorsa, la notizia della nuova paternità, la sesta, dello stilista Roberto Cavalli, la cui compagna 38enne lo ha reso padre di Giorgio, un maschietto nato senza problemi ed in ottima salute. Mentre è noto che l’età materna influenza fortemente la possibilità di intraprendere una gravidanza, e che dopo i 35 anni le possibilità iniziano ad essere sempre meno, per non parlare dei 40, quella dei padri non influisce affatto sul concepimento nemmeno dopo gli 80 anni. 

[…] e gli spermatozoi non invecchiano come le uova, e, sebbene in età avanzata possano perdere in termini di numero, forza e mobilità, quelli prodotti in continuazione, anche se pochi e più deboli, sono sempre in grado di fecondare qualora incontrino un follicolo femminile compatibile biologicamente ed in fertile ovulazione. 

L’età del padre quindi non pesa sulla possibilità di una gravidanza, nemmeno sulla salute del bebè o sugli esiti ostetrici e perinatali, […] il concepimento con un partner maschile di età avanzata, il cui sperma, prodotto anche dopo i 70anni, non influisce nemmeno sulla salute ostetrica della donna durante la gravidanza […], nonostante il calo del testosterone che inizia a diminuire significativamente dopo i 50 anni. 

L’andropausa degli uomini infatti, a differenza della menopausa femminile, non chiude affatto le porte ad una potenziale riproduzione. Le cause dell’infertilità maschile sono dovute solo ed esclusivamente a patologie dei genitali, come il varicocele o Il criptorchidismo (mancata o incompleta discesa dei testicoli nello scroto) oppure ad anomalie ormonali, infettive o genetiche, che possono causare una scarsa o nulla produzione di spermatozoi, ma se un uomo è sano e in buona salute ha la possibilità di riprodursi in qualunque periodo della sua vita, anche con una qualità o quantità di sperma non ottimale. 

[…] oggi, anche grazie alla enorme diffusione dell’ uso dei farmaci contro la disfunzione erettile, si diventa sessualmente vecchi molto più tardi, e il desiderio sessuale resta sempre alto, naturalmente se in presenza di un oggetto del desiderio, nonostante il lento declino degli ormoni sessuali della riproduzione. Inoltre il rapporto tra salute ed attività sessuale è scientificamente riconosciuto come indice di un elisir di lunga vita, in quanto indicato come produttore di benessere psico-fisico e di essere il miglior anabolizzante e antidepressivo naturale. 

[…] a guardare la forma fisica e la felicità dello stilista Roberto Cavalli nell’annunciare la sua nuova paternità bisogna proprio rammentare la veridicità di una legge medica ormai riconosciuta scientificamente: “Il Sesso è Terapeutico”.

Papà più vecchi delle mamme? Sin dalla nascita dell’Homo Sapiens. Silvia Turin su Il Corriere della Sera il 23 Gennaio 2023.

Gli uomini hanno da sempre concepito i bambini con in media circa sette anni in più delle donne. Un’analisi sulle mutazioni genetiche permetterebbe di risalire all’età dei genitori fino a 250mila anni fa

Dalla notte dei tempi i padri sono stati più anziani delle madri, o meglio da quando la nostra specie è emersa per la prima volta, oltre 250mila anni fa. Lo suggerisce una ricerca condotta dal team di Richard Wang, un genetista evoluzionista dell’Università dell’Indiana a Bloomington (Usa), pubblicata su Science Advances . Le stime precedenti erano limitate a circa 40mila anni fa.

L’analisi delle mutazioni

Come hanno fatto, in mancanza di documenti, lui e i suoi colleghi a determinare le età dei genitori di generazione in generazione? Rintracciando le mutazioni che si verificano spontaneamente nel DNA umano moderno. Tutti i bambini hanno nuove mutazioni che i loro genitori non hanno, un tipo di fenomeno che abbiamo imparato a conoscere con i virus e le varianti genetiche. Queste mutazioni emergono quando il DNA viene danneggiato prima del concepimento oppure si producono a causa di errori casuali durante la divisione cellulare. La ricerca suggerisce che sono i genitori più anziani a trasmettere più mutazioni rispetto ai genitori più giovani.

La messa a punto di un software

Così Wang ei suoi colleghi inizialmente hanno condotto lo studio su un gruppo di islandesi (che da 25 anni stanno procedendo al sequenziamento del genoma di tutti gli abitanti dell’isola): usando un software hanno analizzato i dati di una ricerca del 2017 effettuata su circa 1.500 islandesi e i loro genitori, che aveva monitorato l’età del concepimento e i cambiamenti genetici intercorsi in 3 generazioni. Il programma ha imparato ad associare determinate mutazioni e le loro frequenze all’età e al sesso dei genitori.

Messo a punto lo strumento informatico, gli scienziati l’hanno applicato ai genomi di 2.500 persone moderne (prese in tutto il mondo), per identificare le mutazioni emerse in vari momenti della storia umana. Datando quando sono emerse queste mutazioni, il team è stato in grado di mappare l’età media di mamme e papà nel corso dei millenni.

I risultati finali

I ricercatori hanno scoperto che 26,9 anni era l’età media complessiva del concepimento negli ultimi 250.000 anni. Ma la scomposizione per sesso ha mostrato che gli uomini avevano una media di circa 30,7 anni quando hanno concepito il primo figlio, rispetto ai 23,2 anni delle donne. I numeri hanno oscillato nel tempo, ma il modello ha suggerito che gli uomini hanno costantemente avuto figli più tardi nella vita rispetto alle donne.

L’età maggiore dei padri si può spiegare biologicamente: gli uomini sono in grado di avere figli più tardi nella vita rispetto alle donne, ma potrebbero essere in gioco anche fattori sociali, ad esempio la pressione sugli uomini nelle società patriarcali per costruirsi uno status prima di diventare padri.

Le critiche

Le critiche allo studio dicono che il modello informatico non tiene conto a sufficienza di altri fattori (inclusa l’esposizione ambientale) che potrebbero aver avuto un ruolo nella comparsa delle mutazioni. Ricostruire con sicurezza l’età di concepimento durante i millenni richiederà il campionamento di più popolazioni, ma questo studio, sostengono gli autori, fornisce «stime ragionevoli» che possono aiutare i ricercatori a ottenere informazioni sulla vita dei primi umani.

Il Seme.

Estratto da lastampa.it il 29 aprile 2023.

Il tribunale dell'Aia ha chiuso il caso del musicista Jonathan Meijer, balzato alle cronache nel 2017 in quanto donatore di sperma “seriale”. Il giovane aveva infatti donato il suo seme in diverse cliniche nei Paesi Bassi e in altri 13 paesi contribuendo così a fare nascere, nell’arco di 15 anni, 550 bambini. 

L’uomo da adesso in poi non potrà più continuare con la sua attività perché rischia una multa di 100mila euro per ogni nuovo nato. […]

In base alle regole stabilite in Olanda, un donatore non dovrebbe contribuire a far nascere più di 25 neonati distribuiti in non più di 12 famiglie. […] 

Secondo il tribunale distrettuale dell'Aia «il donatore ha deliberatamente disinformato i futuri genitori sul numero di figli che aveva già generato in passato e adesso questi genitori si trovano di fronte al fatto che i loro bambini fanno parte di un'enorme rete famigliare, con centinaia di fratellastri, che non hanno scelto».

Estratto da open.online il 15 aprile 2023

Fuori programma al tribunale di Treviso, dove il giudice ha abbandonato frettolosamente la postazione dopo aver ricevuto un messaggio che lo avvisava che sua moglie era sul punto di partorire la loro secondogenita.

 […]  Mentre si stava trattando, al cospetto dei tre giudici del collegio, un caso importante e sensibile: una donna di 35 anni era stata denunciata dal marito (i due poi si erano riappacificati) per avere picchiato i due figli, un ragazzo di 14 anni e una bambina che al tempo dei fatti, nel 2020, ne aveva 7.

L’uomo era proprio intento a raccontare i messaggi in cui il ragazzino chiedeva aiuto, quando il giudice Alberto Fraccalvieri ha mostrato il telefono al presidente Umberto Donà, per poi correre via. «Scusate ma il collega deve andare via perché è arrivata un’ottima notizia: sta per diventare papà per la seconda volta», lo ha giustificato Donà. Il collega ha raggiunto l’ospedale in tempo per assistere al parto, avvenuto dopo una mezz’ora. Tutti i processi in programma, nel frattempo, sono stati rinviati. […]

Da leggo.it il 3 Gennaio 2023.

Buone notizie per chi nel 2023 è alla ricerca della genitorialità. Futuri mamme e papà, dall'università di Catania una scoperta importante, che potrebbe essere un valido aiuto per chi ha problemi di fertilità, e nel caso specifico, gli uomini. I ricercatori dell'ateneo siciliano, infatti, hanno scoperto che in un rapporto sessuale, la seconda eiaculazione consecutiva, in seguito ad un periodo di astinenza molto breve, rispetto alla prima, potrebbe rappresentare una strategia semplice ed economica per ottenere spermatozoi di migliore qualità, che potrebbero aiutare a raggiungere l'obiettivo di un figlio. 

Dettagli importanti

Una scoperta, rivolta in particolare ai pazienti con parametri spermatici alterati, secondo i risultati dello studio del gruppo di ricerca di Endocrinologia dell’ateneo catanese, che potrebbero avere importanti implicazioni nella riproduzione naturale e assistita. 

«L’analisi ha mostrato un significativo incremento della concentrazione spermatica e della motilità totale e progressiva nella seconda raccolta rispetto alla prima, soprattutto nei pazienti con parametri spermatici alterati» hanno spiegato gli autori dello studio. Il lavoro pubblicato sulla rivista scientifica, Journal of Clinical Medicine, rappresenta la prima revisione sistematica che indaga l’impatto di un periodo di astinenza molto breve sui parametri spermatici convenzionali e sul tasso di frammentazione del DNA spermatico.

Astinenza rafforza fertilità

«L’esame del liquido seminale rappresenta, ad oggi, una pietra miliare nella diagnosi della fertilità maschile – continuano gli studiosi -. Tra i parametri che possono influenzare l’esame del liquido seminale, l'astinenza sessuale è spesso trascurata, sebbene sia stato ampiamente dimostrato che la durata dell'astinenza sessuale influenzi i parametri spermatici. 

Il manuale dell’Oms per l’analisi e il trattamento del seme umano raccomanda che l’esame del liquido seminale debba essere eseguito dopo un minimo di 2 giorni e un massimo di 7 giorni di astinenza sessuale».

L’Onore.

Onore ai padri coraggiosi di cui è pieno il mondo. Uno spirito di sana abnegazione deve esserci per questo difficile mestiere. ROSSELLA PALMIERI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 19 marzo 2023.

Lo definì il «Cristo della paternità» per le sofferenze che gli procurarono le figlie insensibili. Lui, Père Goriot, uscito dalla magistrale penna di Balzac e inserito nel più composito affresco della Comédie Humaine, fa fare più di una riflessione il 19 marzo, festa del papà che cade nel giorno della morte del santo protettore Giuseppe. Un grande intellettuale, non romanziere ma saggista, Giacomo Debenedetti, individuava la crisi della modernità nella perdita dei modelli di riferimento. Orfani di padre, e non solo in senso biologico – ma simbolico e metaforico – sono i grandi personaggi dei romanzi modernisti, da Zeno («sono io buono o cattivo?» Si chiede nel piangere il padre che in punto di morte gli assesta un vigoroso schiaffo) a Mattia Pascal e Vitangelo Moscarda, rispettivamente figli di un capitano che ha fatto fortuna nel gioco ma il cui patrimonio, alla sua morte, è insidiato dall’insipienza filiale e di un banchiere, meglio detto usuraio.

Come entrino questi antipodi del padre sofferente e dell’assenza del padre-modello nel nostro scorcio di mondo è presto detto: da una parte la piaga del femminicidio, e quindi padri che lasciano i loro figli orfani, ma dall’altra quella stragrande maggioranza di uomini che ricoprono il loro ruolo con coraggio e operosità, facendosi carico di un’educazione non sempre facile nelle scelte e consentendo ai loro figli di studiare, eccellere in uno sport, dedicarsi a un hobby. Nei giorni in cui Carlantino (e non solo) piange Petronilla, uccisa con decine di fendenti senza potersi difendere – non c’è difesa che tenga quando a colpire sono le mani di chi diceva di amare – onoriamo allo stesso tempo quei padri silenti, come il Goriot del romanzo di Balzac che mette fine ai suoi giorni ormai privo di tutto. «Meglio per lui che sia morto! Pare che il pover’uomo abbia avuto parecchi dispiaceri, durante la sua vita», si legge nel romanzo.

Non immaginiamo certo questi eccessi, ma uno spirito di sana abnegazione che deve esserci per questo difficile mestiere. E quindi onore a quei padri che, dando una gradevole immagine d’insieme, aspettano i loro figli all’uscita della scuola. O quei padri sui campi di calcio e nelle palestre, a esultare per le vittorie dei figli. O ancora; quei padri creativi che sanno sempre trovarne una, come quel Giuseppe, il falegname silente e operoso che mette in gioco il suo «possibile» e affronta il pericolo di morte del Figlio appena nato sul dorso di un asinello.

Indicare la rotta: ecco il ruolo (dimenticato) del padre. Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto di Padri e figli. I sentieri della paternità di Mariolina Ceriotti Migliarese (Edizioni Ares). Mariolina Ceriotti Migliarese il 21 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tutti partiamo da una posizione infantile nella quale ciò che prevale è il senso di onnipotenza, e ciò che ci muove è soprattutto il desiderio di rispondere ai nostri bisogni: il bambino è naturalmente egocentrico e prepotente, perché gli strumenti di cui dispone lo rendono poco capace di porsi da un punto di vista diverso dal suo.

L’evoluzione cognitiva, con il progressivo accesso al pensiero astratto e capace di cogliere più punti di vista, è un prerequisito indispensabile per questa evoluzione, ma da sola non sarebbe sufficiente: per decidere in merito alle priorità e ai valori che ispireranno la sua vita, l’essere umano ha bisogno che qualcuno gli indichi la via da seguire, che lo aiuti a riflettere su ciò che è più importante, che sostenga in lui la fatica di rinunciare all’onnipotenza, insegnandogli ad accettare il pensiero della morte come naturale compagna di viaggio. Qualcuno che, pur nel dubbio e nella fatica, tenga aperta la porta alla speranza che il futuro non si chiuderà sul buio della morte.

È necessario che qualcuno faccia strada, perché su quella strada si è incamminato e cammina un po’ più avanti: qualcuno che sia credibile e del quale ci si possa fidare.

Per orientare il proprio comportamento, il cucciolo d’uomo guarda a suo padre: alla sua onestà o disonestà, alla sua fedeltà o infedeltà, alla sua tenacia o al suo scoraggiamento; intuisce nel modo di agire del padre qual è il valore che il padre stesso dà alle cose e qual è il rispetto che riserva alle persone.

Non si tratta di considerazioni astratte: il bambino guarda al modo in cui il papà tratta lui e la mamma, a come parla del suo lavoro; si accorge se papà ama i libri o se ama lo sport; se aiuta in casa o si siede in poltrona; registra anche senza saperlo il modo in cui il papà vive l’amicizia, come si relaziona con le persone che incontra e in che modo parla di loro tra le mura domestiche. Tutto questo il figlio osserva e trattiene dentro di sé, sarà per lui un punto di partenza, un riferimento positivo o negativo: qualcosa da imitare o da contrastare una volta che sarà diventato più grande. Abbiamo dunque una grande responsabilità, che non deve però spaventarci, ma piuttosto stimolarci: sapere che i piccoli guardano a noi con fiducia è solo un invito a non rimanere fermi e seduti nel nostro modo di essere, ma a imparare a metterci in discussione e a considerarci sempre in cammino.

Non dobbiamo pensare che i figli ci vogliano perfetti: tutti i ragazzi che ho ascoltato portano nel cuore amore per i genitori, anche quando esprimono critiche aspre nei loro confronti. Tutti desiderano un rapporto buono. I figli, quando sanno di essere amati, accettano e perdonano i limiti che scoprono nei loro genitori, soprattutto quando, divenuti a loro volta adulti, imparano a comprenderli.

Alex, uccise il padre per difendere la madre. Il pm chiede 14 anni: «Scuote le coscienze, ma serve il coraggio di condannare». Simona Lorenzetti su Il Corriere della Sera il 22 marzo 2023

In primo grado Alex era stato assolto per legittima difesa. La Corte d’Assise aveva stabilito che il ragazzo si stava difendendo da un padre violento e aggressivo che quella sera avrebbe potuto sterminare la famiglia

«È chiaramente un caso che scuote le coscienze. Ma questo è un omicidio e ci vuole coraggio. Il coraggio di condannare». Con queste parole il pubblico ministero Alessandro Aghemo ha chiesto una pena di 14 anni per Alex Cotaia, il 21enne che nel 2020 uccise il padre Giuseppe Pompa colpendolo 34 volte con sei coltelli differenti. In primo grado il giovane, difeso dagli avvocati Claudio Strata e Giancarla Bissattini, era stato assolto per legittima difesa: la Corte d’Assise aveva stabilito che Alex si stava difendendo da un padre violento e aggressivo che quella sera avrebbe potuto sterminare la famiglia.

Una ricostruzione fortemente stigmatizzata dall’accusa, che nel processo di fronte alla Corte d'Assise d'Appello — presieduta da Maria Cristina Domaneschi — ha messo in evidenza le tante contraddizioni che emergono dalle dichiarazioni dell'imputato e dei due unici testimoni presenti la sera del 30 aprile 2020 nell'alloggio di Collegno: la mamma e il fratello di Alex. Per il magistrato il «pericolo non era attuale». 

Se è pur vero che Giuseppe Pompa era un uomo violento e aggressivo (come raccontano centinaia di audio su cui sono incise le sue sfuriate di gelosia nei confronti della moglie), è anche vero che è stato aggredito dal figlio in un momento in cui era disarmato. Alex ha sempre ammesso le proprie responsabilità — fu lui dopo il delitto a chiamare i carabinieri e a dire di aver ucciso il padre —, ma ha anche spiegato che quella sera il padre era furioso come non lo aveva mai visto e che ha dovuto reagire per difendere la madre dell'ennesima aggressione.

 Dichiarazioni che, secondo l'accusa, non trovano corrispondenza negli elementi di fatto che aiutano a ricostruire la dinamica dell'omicidio. «Alex ha giocato d'anticipo. È lui che per primo afferra il coltello e si scaglia contro il padre, che in quel momento era disarmato». Da qui la richiesta di condanna a 14 anni. Un calcolo della pena obbligato che tiene conto dell'attenuante della seminfermità mentale. Ma il pm ha proposto alla Corte, così come aveva fatto in primo grado, di valutare la possibilità di sollevare la questione di legittimità costituzionale sulle norme che impediscono il bilanciamento tra attenuanti e aggravanti: nel caso di Alex, l'aggravante è di aver ucciso un congiunto e questo impedirebbe di applicare le attenuanti generiche legate al fatto che ha confessato e al clima di violenza che si respirava in casa.

Uccide il padre per difendere la madre: assolto il 20enne. Valentina Dardari il 24 Novembre 2021 su Il Giornale.

Il 20enne è stato assolto perché il fatto non costituisce reato. La difesa aveva chiesto la piena assoluzione per legittima difesa

Alex Pompa è stato assolto. Il 20enne che il 30 aprile del 2020 a Collegno, comune in provincia di Torino, uccise il padre con 24 coltellate per difendere la madre e il fratello dalle violenze del genitore, è stato assolto perché il fatto non costituisce reato. A stabilirlo è stata una sentenza pronunciata dalla corte di Assise di Torino dopo una camera di consiglio durata poco meno di sei ore.

Assolto perché il fatto non sussiste

Alessandro Aghemo, il pubblico ministero che si è occupato del caso, al termine della sua requisitoria si era detto costretto a chiedere 14 anni di carcere chiedendo alla Corte d’Assise di "sollevare una questione di legittimità costituzionale sulla norma che impedisce di concedere la prevalenza delle numerose attenuanti". Mentre il legale del ragazzo, l’avvocato Claudio Strata, aveva chiesto la piena assoluzione invocando per il suo assistito la legittima difesa. La sentenza è arrivata dopo le 18 al tribunale di Torino. Presenti in aula ad ascoltare la lettura del verdetto anche la madre Maria Cotoia e il fratello Loris. L’avvocato del giovane ha così commentato quanto deciso:"Questa assoluzione è la cosa più giusta, speravo in una sentenza giusta e credo questa lo sia. Ci ho creduto dal primo giorno, da quando ho sentito i primi due o tre audio e il racconto di Alex. Non ho mai avuto un dubbio, la speranza di arrivare a questo risultato non ci ha mai abbandonato". Il legale aveva fino all’ultimo insistito sulla legittima difesa del suo assistito e ha avuto ragione.

Alex: "Devo ancora metabolizzare"

Ancora incredulo il 20enne che, con accanto la mamma in lacrime, ha ammesso:"Sono senza parole, non me l'aspettavo, devo metabolizzare, sono straniato, scusate". Il fratello Loris ha asserito di averci sempre creduto e ha aggiunto: “Sappiamo quello che abbiamo vissuto, abbiamo visto l'inferno e la morte in faccia e quando diciamo che Alex ci ha salvato la vita è perché è così. Ringraziamo questa Corte che ci ha creduto. La chiave di tutto stava negli audio, sentendoli con le minacce di morte, i vari insulti a mia madre, allora si capisce tutto". Per loro, madre e due figli, inizia adesso una nuova vita, come sottolineato dal fratello di Alex che, dopo aver ringraziato la gente che li ha supportati ed è stata loro vicino in questi mesi, spera che “adesso forse sarà una vita vera, con mia madre e con un fratello, come nelle altre famiglie".

In primo grado il 21enne fu assolto per legittima difesa. Uccise il padre violento, il pm chiede 14 anni di carcere per Alex Pompa: “Si abbia il coraggio di chiamarlo omicidio”. Redazione su Il Riformista il 22 Marzo 2023

Uccise il padre, aggressivo e ossessivo nei confronti della madre, nel tentativo di difendere il genitore nel corso dell’ennesima lite in famiglia. Per questo il pg della Procura di Torino Alessandro Aghemo ha chiesto una condanna a 14 anni di reclusione per Alex Pompa, che il 30 aprile del 2020 uccise il padre Giuseppe Pompa a coltellate a Collegno, nel Torinese.

Il padre 52enne fu ucciso dal figlio 21enne con 34 coltellate con sei coltelli da cucina differenti nel tentativo di difendere la madre: l’ennesima lite era scoppiata quando l’uomo accusò la moglie di aver sorriso ad un collega. In particolare nel giorno in cui fu ucciso l’uomo cercò di contattare la moglie per telefono e via WhatsApp un centinaio di volte solo perché l’aveva vista salutare un collega sul posto di lavoro, dove era impiegata come cassiera, e cominciò a gridarle contro prima ancora che varcasse la porta di ingresso dell’appartamento.

Alex, che nel frattempo ha cambiato da cognome da Pompa a Cotoia, in primo grado era stato assolto per legittima difesa. Nell’appello l’accusa ha chiesto di riconoscere la semi infermità, quindi con una riduzione di pena a 14 anni, confermando in pieno la sua impostazione già evidenziata in primo grado, ovvero che Giuseppe Pompa “non è mai passato dalle minacce ai fatti”.

Aghemo ha respinto nuovamente la tesi della legittima difesa perché Alex “ha agito in anticipo, si è armato e ha colpito una persona disarmata, sferrandogli il primo colpo alla schiena. Il primo di trentaquattro. C’è stato uno scontro tra uno che aveva un coltello e uno che non aveva nulla. Alex non si è difeso, ma ha aggredito”. “E’ un caso che scuote le coscienze – ha aggiunto il pg – ma bisogna avere il coraggio di dire che è stato un omicidio“.

Il pm ha infatti evidenziato, senza sollevare formalmente, tema dell’impossibilità di operare ulteriori riduzioni di pena per altre attenuanti, come le attenuanti generiche, che dal 2019 non possono più consentire riduzioni di pena per reati nei confronti di un congiunto.

Il prossimo 12 aprile la parola passerà alla difesa del ragazzo, che chiederà la conferma della sentenza di primo grado. Il suo legale, l’avvocato Claudio Strata, si è detto “non sorpreso” nel sentire le conclusioni del pm Aghemo “perché ricalcavano ciò che aveva già scritto nel suo atto d’appello”. I familiari di Giuseppe Pompa avevano cominciato a registrare di nascosto le frequenti sfuriate dell’uomo, che sono state fatte ascoltare in aula nel corso del processo: novecento pagine di trascrizioni e 250 file audio, registrati tra la fine del 2018 e l’inizio del 2020, per un totale di 9 ore e 47 minuti.

Il caso di Alex interessò l’allora ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, poiché il giovane pochi mesi dopo il delitto avrebbe dovuto sostenere la maturità, cosa che gli fu concessa in presenza nonostante si trovasse ai domiciliari.

Estratto dell'articolo di Irene Famà per “La Stampa” il 5 maggio 2023.

Mamma Maria prega, il fratello Loris osserva con rabbia, Alex prova a restare impassibile. Segue parola per parola il discorso della giudice, nella maxi aula 6 del Palagiustizia di Torino. È stato omicidio, non c'è stata legittima difesa. Quattordici anni però sono troppi. 

Stralci della lunga ordinanza della Corte d'assise d'appello, che sulla vicenda di Alex, il ragazzo che la notte del 30 aprile 2020 a Collegno, nel torinese, ha ucciso il padre Giuseppe Pompa al culmine di una lite, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale. Il verdetto, dopo una camera di consiglio durata sei ore, non è arrivato: gli atti verranno trasmessi alla Corte Costituzionale. Perché la norma introdotta dal cosiddetto 'Codice Rosso', nei casi di omicidio aggravato dal vincolo di parentela vieta di dichiarare la prevalenza di alcune attenuanti […]

Questione giuridica per sviscerare un dramma familiare complesso. Che è riassunto lì, in quel biglietto che Alex, nel maggio 2020, quando era in carcere su misura cautelare, scrisse e consegnò al suo avvocato Claudio Strata: «A causa di un padre violento non ho potuto vivere la mia adolescenza, se ora passerò la mia giovinezza in carcere potrò dire veramente di avere vissuto?». 

Alex, come il fratello Loris e mamma Maria, per anni è stato sottoposto alle angherie del padre, ha assistito e subito minacce e insulti. Quella sera, quando la madre torna a casa dal lavoro, con il marito si innesca l'ennesima litigata. Dai toni violenti, accesi: l'uomo la accusa di aver sorriso a un collega di lavoro. Alex lo colpisce: trentaquattro coltellate, sei coltelli differenti.

«Ho agito per difenderci. Mio padre stava andando in cucina a prendere un coltello e io l'ho anticipato. Ci avrebbe ammazzati tutti», aveva detto ai carabinieri.  Ed ecco il nodo della questione: la legittima difesa. I giudici di primo grado l'avevano assolto. La Corte d'assise d'appello fornisce un'altra interpretazione. 

[…] A giudizio dei magistrati, però, non si trattava di una situazione di pericolo «concreta, effettiva e specifica» da configurare la legittima difesa. È vero, Alex e i suoi famigliari hanno subito maltrattamenti per anni, «ma queste innegabili sofferenze non possono incidere» sul giudizio di responsabilità. 

Per i giudici dell'appello, il ragazzo, all'epoca dei fatti appena diciottenne, è colpevole. La pena, però, «dev'essere proporzionata e calibrata al fatto e alla personalità dell'imputato». E «quattordici anni contrastano con la finalità rieducativa».

L'avvocato difensore Claudio Strata non nasconde la delusione: «A questo punto l'esito è scontato, Alex verrà condannato. Certamente faremo ricorso per Cassazione per cercare di arrivare a quello che noi sosteniamo, e cioè che il mio assistito non è un assassino». 

[…] 

La madre si sfoga: «Mio figlio non è assolutamente un delinquente, cosa dovevamo fare per farlo capire, basta guardarlo negli occhi. Se non fosse per lui, io ora non sarei qui».

Pavia, padre a processo per violenze sessuali sulla figlia. Dopo sei anni lei ritratta: «Ho inventato tutto per stare con il mio fidanzato». Eleonora Lanzetti su Il Corriere della Sera il 23 marzo 2023.

La giovane aveva raccontato di aver subito continue vessazioni, botte e abusi sessuali. La vicenda è stata ricostruita tramite testimonianze e messaggi. I giudici hanno stabilito che il padre è innocente

Sei anni di calvario terminati con l'assoluzione per un padre accusato dalla figlia di averla violentata. Al processo la ragazza ha ritrattato, spiegando di aver denunciato il padre per poter essere libera di vivere la sua relazione. «Volevo stare con il mio ragazzo senza limitazioni e mi sono inventata gli abusi. Non credevo che denunciando mio padre ci fossero queste conseguenze». 

La vicenda giudiziaria, iniziata nel 2017, ha avuto come protagonista un 48enne di origini romene che abita in un rione popolare di Pavia, ritenuto innocente dopo anni di processi ed accuse. Il pubblico ministero aveva chiesto 8 anni di carcere per violenza sessuale nei confronti della figlia e maltrattamenti contro la moglie. Per la Procura, in un primo momento, la ragazza era stata costretta dal padre a ritrattare.

La giovane, che nel 2018 era scappata di casa per andare a vivere con il fidanzato, aveva raccontato di aver subito continue vessazioni da parte del genitore che le impediva di vestire in un certo modo o di frequentare amiche italiane. I maltrattamenti, a suo dire, erano anche fisici: botte e cinghiate. Agli investigatori la giovane aveva riferito anche di episodi di abusi sessuali, cosa che aveva fatto scattare l'immediato arresto. 

La vicenda è stata ricostruita grazie a diverse testimonianze, intercettazioni telefoniche e messaggi scambiati tra padre e figlia e ora il collegio dei giudici ha ritenuto genuino il comportamento del genitore che si è sempre proclamato innocente e che chiedeva alla figlia di tornare a casa. «Quando papà è stato arrestato ho capito di averla fatta grossa», ha raccontato lei. La difesa del 48enne potrebbe agire per l'ottenimento del ristoro per ingiusta detenzione.

Estratto dell’articolo di Eleonora Lanzetti per corriere.it il 25 marzo 2023.

«La mia forza è il sapere di essere innocente, di non aver fatto nulla a mia figlia, la cosa più preziosa che ho. Nei mesi di carcere ero sconvolto, ma non ho mai provato rancore nei suoi confronti. Ho sempre cercato di proteggerla».

 A parlare è Rubin, il padre di 48 anni, che nel 2017 era stato accusato dalla figlia, oggi 23enne, di averla picchiata e violentata. Si sono conclusi con l’assoluzione piena i sei anni di calvario che l’uomo ha dovuto subire.

 Al processo la ragazza ha ritrattato, spiegando di aver denunciato il genitore per poter essere libera di vivere la sua relazione con un ragazzo. «Volevo stare con lui senza limitazioni, o essere controllata, così ho inventato quella storia. Non credevo che denunciando, mio padre potesse finire in carcere».

La vicenda giudiziaria inizia nel 2017, quando il 48enne di etnia rom, che vive in un rione popolare di Pavia, viene accusato di violenza sessuale nei confronti della figlia e di maltrattamenti alla moglie.

 La giovane, desiderosa di fare le proprie esperienze sin da adolescente, senza il controllo dei genitori (era già fuggita anche qualche tempo prima, poco più che quindicenne), scappa nuovamente da casa, e trova ospitalità da una lontana parente che, a suo dire, le avrebbe consentito di frequentare il compagno senza problemi.

[…] «I messaggi che per la Procura erano persecutori, in realtà avevano un contenuto protettivo nei confronti della figlia da parte del mio assistito -commenta l’avvocato Fabrizio Aronica - In merito alle violenze subite, poi, non ci sono stati riscontri di nessun tipo: referti medici o testimonianze.

 Anche la moglie che, stando a quanto denunciato dalla figlia subiva maltrattamenti dal marito, ha sempre difeso il coniuge, così come i sei familiari che condividono lo stesso bilocale. Per questo chiederemo il ristoro per ingiusta detenzione per il primo periodo trascorso in carcere».  […]

Il Potere.

Nella Bergamasca. Nembro, furia omicida: 35enne uccide il padre, la madre prova a difendere il marito dalle coltellate. Lombardini aveva problemi psichici. Redazione su Il Riformista il 29 Ottobre 2023

Dramma familiare a Nembro, nella Bergamasca: un uomo di 35 anni, Matteo Lombardini, ha ucciso il padre Giuseppe Lombardini, di 72, e ferito gravemente la madre, di 66, colpendo entrambi a coltellate ieri sera nella loro casa. A dare l’allarme, attorno all’ora di cena, i vicini di casa. L’uomo era già in cura per problemi psichiatrici e già in passato aveva aggredito i genitori. Il padre è morto per le ferite riportate, mentre la madre è stata ricoverata in gravissime condizioni. Le indagini sono condotte dai carabinieri. Il figlio, arrestato, è in ospedale, sotto controllo medico e tenuto in osservazione dai militari.

La madre di Matteo Lombardini avrebbe tentato di difendere il marito: di qui le coltellate inferte dal figlio anche a lei. Quando i residenti della palazzina di via Rossini hanno sentito le urla, ieri sera dopo cena, hanno chiamato il 112 e all’abitazione sono giunti i mezzi del 118.

Per il padre non c’era più nulla da fare, mentre la moglie non sarebbe in pericolo di vita. La vittima era in pensione dopo aver lavorato all’ufficio personale della Bas, società di servizi di Bergamo. Matteo Lombardini ha anche una sorella, non presente in casa al momento dell’aggressione. I litigi pare fossero frequenti, proprio per via dei problemi psichiatrici del trentacinquenne.

Essere padri in Italia è una traversata nel deserto, soprattutto per quelli separati. Francesco Colonnese, Comunicatore & anti-avvocato, su Il Riformista il 24 Marzo 2023

Le donne in Italia devono costantemente fare i conti con discriminazioni di diversa forma e natura. Sono infiniti i progetti di legge, le iniziative, gli eventi e le associazioni concepite per la loro tutela; a livello teorico, essere uomini in Italia rappresenta una sorta di “privilegio”. Per certi aspetti è così, ma non per tutti perché le discriminazioni sanno essere anche molto eque e soprattutto generano altre diseguaglianze. Esiste un importante caso di “discriminazione” maschile in Italia. Un elefante nella stanza, anzi un mammuth.

Gli uomini quando diventano padri. È difficile immaginare una discriminazione più silenziosa e sottovalutata di quella che affrontano i padri in Italia. Il motivo è semplice: spesso sono i padri stessi ad esserne i primi complici, i primi ad avallarla. Se è vero che la maternità è un processo biologico ed un’esperienza umana per la donna molto diversa rispetto alla paternità, è altrettanto vero che gli squilibri sociali causati dalla presunta subalternità del padre rispetto alla madre, soprattutto nella prima fase di vita dei figli, rappresenta un danno incalcolabile per la società, per i figli, per i padri stessi ed ancor di più per le madri che non possono nei fatti contare su un supporto neanche lontanamente equiparabile al loro.

Tutti i “padri coraggiosi” che, nonostante l’attuale “inverno demografico”, decidono di andare contro-tendenza, di ribellarsi alle statistiche e di allargare con mogli/compagne le proprie famiglie, devono essere preparati non solo all’incalcolabile sentimento di affetto che i figli restituiscono, non solo all’esperienza di crescita umana e personale rappresentata dall’esperienza della paternità, (l’esperienza di donare tutto a qualcuno, di anteporre la vita di un altro essere umano alla propria, di vedere una pianta crescere ed immaginare un albero). No, non solo questo. Devono anche essere preparati al peggio: devono essere preparati ad una società in cui i padri, nella prima fase di vita dei figli, vengono spesso nei fatti percepiti come oggetti di design, come quelli che non li hanno messi al mondo quindi non possono capire, quelli che hanno unicamente il ruolo di accompagnarli a scuola o all’asilo e poco altro, quelli che non sanno preparare da mangiare, che non li sanno accudire come si deve (anche perché una società tragicamente maschilista come la nostra non lo ha mai preteso), insomma quelli che non hanno “l’istinto materno” quindi sono fuori dalla partita.

Icastico in tal senso è quel mostro giuridico chiamato “congedo di paternità”, un insulto quotidiano a tutte le famiglie italiane. In Italia, il congedo di maternità obbligatoria dura cinque mesi suddivisi in genere in tre di pre-parto ed in due di post-parto. Le madri hanno tuttavia la facoltà di lavorare anche l’ottavo ed il nono mese di gravidanza, usufruendo dunque di un congedo di cinque mesi interamente dopo il parto. I padri invece? Dieci giorni. Come dei conoscenti qualsiasi. Come se, in una famiglia che ha appena generato un figlio, un padre a conti fatti non serva più dopo dieci giorni. Ovviamente non proveniamo da Marte e sappiamo che l’esperienza umana e biologica della gravidanza sia esclusivamente femminile ma, proprio per questo, immaginare che una donna possa contare sul proprio compagno di default solo per dieci giorni è profondamente ingiusto e dannoso.

Detto ciò, facciamo attenzione: esiste anche il congedo parentale ovvero entrambi i genitori hanno diritto ad un periodo complessivo di dieci mesi (per entrambi) di congedo lavorativo spalmabile nei primi 12 anni di vita dei figli. Il padre, tecnicamente, può anche decidere di usufruirne ma, a differenza dei cinque mesi di maternità, per la madre non è un diritto esclusivo perché spetta ad entrambi i genitori. Ciò significa che la madre può contare sia su un congedo di maternità che su un congedo parentale consono, mentre il padre solo sul secondo e questo ha come ulteriore effetto che la famiglia nel suo complesso non possa contare sull’equo supporto di entrambi i genitori. Ma dobbiamo fare uno sforzo in più nel ragionamento perché il nocciolo della questione in realtà è che un congedo di paternità così strutturato finisce non solo per svantaggiare i padri ma anche e soprattutto le madri. Spesso surrettiziamente i datori di lavoro, a scapito del merito, per determinati ruoli preferiscono assumere uomini invece che donne proprio perché il congedo di maternità viene percepito come un enorme peso/ostacolo rispetto agli eventuali dieci giorni del padre. Se invece il congedo di paternità venisse il più possibile equiparato a quello di maternità questa discriminazione si scioglierebbe come neve al sole e magari anche la natalità ne gioverebbe.

Tuttavia, quello appena delineato è solo il quadro iniziale, quando “le cose vanno bene”. Perché, quando a livello sentimentale inizia ad incrinarsi il rapporto con le madri o addirittura si arriva alla separazione e al divorzio, lì comincia tutto un altro capitolo, anzi una cantica. L’inferno, appunto. La vita condotta dai padri separati o divorziati nel nostro Paese è una delle dinamiche più borderline dello stato di diritto. La legge italiana prevede che l’affidamento dei figli minorenni possa essere sia esclusivo ad uno dei genitori (minoranza dei casi) sia “condiviso” ovvero i genitori possono trascorrere il tempo con i figli ed educarli in misura pari, condividendo equamente tutte le scelte nell’interesse della prole. L’intenzione del legislatore, con questo quadro normativo, è quella di tutelare la crescita dei figli ed i diritti di entrambi i genitori.

Chi è giurista, e ancor di più chi è divorziato, sa benissimo tuttavia che l’affidamento condiviso (a livello teorico ineccepibile) cela anche un altro tipo di realtà: quella del genitore “collocatario”, ovvero quel genitore presso cui “in via prevalente” viene collocata la prole. In sintesi, parliamo del genitore che de facto convive con il figlio nella casa coniugale che il giudice, come è noto, nella maggior parte dei casi, assegna alla madre, “maternal preference”. Ciò significa che in Italia, a torto o a ragione, dopo una separazione il figlio può vedere il padre regolarmente ma quasi sempre convive con la madre che, per forza di cose, ne influenza la vita, il pensiero e le scelte in misura estremamente maggiore rispetto al padre. Nell’interesse del minore non avrebbe senso costringere figlio/figlia a dividere la settimana in eguale misura tra madre/padre, perlomeno a livello di convivenza, anzi al contrario questa quotidianità finirebbe per destabilizzare il figlio che si vedrebbe sballottato da una parte all’altra con la conseguente mancanza di un’abitazione stabile che assolva a punto di riferimento della sua vita, senza considerare i disagi su resa scolastica, stanchezza e stress.

A livello meramente teorico, fin quando da parte di entrambi i genitori c’è razionalità, buon senso e cooperazione l’affidamento condiviso è la soluzione più giusta per entrambi. La cronaca però dimostra che, non di rado, dopo la rottura di un rapporto sentimentale (a volte consensuale, altre volte meno), l’epilogo più comune è che il padre (anche sulla scia dell’inconscio retaggio culturale a cui abbiamo fatto riferimento inizialmente) decida autonomamente di lasciare la casa coniugale. I figli si trovano dunque da un giorno all’altro a convivere e crescere solo con la madre, intraprendendo un processo educativo ed una quotidianità non di perfetto equilibrio tra i due come la legge sancisce, auspica ed impone. Non solo: spesso e volentieri, in una situazione familiare già delicata come può essere quella di una coppia separata/divorziata, il padre si trova ad aver a che fare con il versamento dell’assegno (legittimo) di mantenimento dei figli e del coniuge (se privo di reddito) ed a sostenere contemporaneamente doppie spese di affitto o mutuo, spese condominiali, IMU sia per la casa in cui si trova ad abitare da separato sia per la casa assegnata a figli e madre.

L’accumulo di queste spese, porta spesso padri comuni (che non possono contare su disponibilità immobiliari/ed economiche privilegiate o sul supporto delle famiglie) a vere e proprie situazioni di indigenza. Separazione e divorzi rappresentano quasi sempre uno tsunami personale/finanziario anche per donne/madri ma, in merito alla prospettiva di continuare a vivere e convivere liberamente con i propri figli, una delle due parti nella prassi giuridica e nella concretezza è molto più debole, quella paterna. Soprattutto nel caso in cui i due genitori non vivano nello stesso Comune. Indimenticata la drammatica scena del Sig. Nicola De Martino che, intervistato in diretta al Tg2 da Maurizio Martinelli il 7 dicembre 2006, si cospargeva di benzina minacciando di darsi fuoco nel caso in cui il conduttore non avesse letto la sua lettera riguardante la triste storia del figlio Luca che minorenne era stato portato dalla moglie in Australia e da anni non poteva vederlo. Ovviamente questo è un caso limite, però fa un po’ specie notare che il tema nel dibattito generale non venga quasi mai tirato in ballo.

Moltissime sono le occasioni di confronto nelle università, sui media, in Parlamento ed in tutte le sedi per affrontare il tema del sostegno alla maternità oppure la lotta alla denatalità ma dei padri (e soprattutto dei padri separati) se ne parla troppo poco e per merito di poche lodevoli mosche bianche come l’Associazione dei Padri Separati. Si da per scontato che in quanto uomini sono “quelli forti” (ancora retaggio) ed è anche per questo motivo che il congedo di paternità di dieci giorni viene tacitamente accettato, perché gli uomini devono tornare a lavoro (che le donne non lavorino non solo è concesso ma, per la nostra società incompiuta, è addirittura auspicabile).

Qualcuno ha mai chiesto ai padri se davvero si sentono forti? Se per loro è giusto ricominciare a lavorare dopo pochi giorni e lasciare le mogli da sole invece di sostenerle in quella che, ormai da tutti gli analisti, è riconosciuta come la fase di vita più delicata di una donna? È però evidente che la società italiana è tuttora drammaticamente patriarcale ma non per questo a misura di papà. Una società in cui l’abitudine al doppio-cognome per i nuovi nati stenta a decollare (in primis per la riluttanza degli uomini), in cui “auguri e figli maschi” è ancora un’espressione diffusa, una società in cui i padri vengono in molti casi abbandonati a loro stessi.

Per essere madri in Italia ci vuole coraggio; per decidere liberamente di non esserlo forse ce ne vuole di più. Ma lo stesso discorso vale per i padri. Altroché. Con questo non si vuole mettere in dubbio la gratitudine atavica ed eterna alle madri, non si vuole sminuire l’importanza della genitorialità, l’affetto per i figli, la soddisfazione di vederli crescere, di riscoprire attraverso i loro occhi le piccole cose. Soprattutto, non si vuole scappare dal sacrificio, un valore che da tempo la contemporaneità ha perso di vista. Ma una cosa sono i sacrifici, altra le ingiustizie. Nell’Italia del 2023 gli aspiranti padri devono essere preparati ad una traversata nel deserto. In solitaria. Un deserto in cui però nascono i fiori.  I fiori non hanno colpe.

Il sogno del padre.

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'autore, un estratto del libro Il sogno del padre (Edizioni Tramedoro) di Massimiliano Fiorin. Massimiliano Fiorin il 27 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Prima ancora che iniziasse il Novecento, Friedrich Nietzsche aveva preconizzato l’imminenza di una spietata guerra tra i sessi che avrebbe travolto la società europea. A suo dire, questo conflitto permanente sarebbe stato dovuto alla degenerazione di quello che Goethe aveva chiamato l’eterno femminino.

Le sue furono parole profetiche, che oggi i pregiudizi correnti tentano di liquidare con l’accusa di misoginia, di per sé nemmeno la più grave tra le tante che sono state rivolte al filosofo dello Zarathustra. L’origine di tanto livore verso l’altro sesso, secondo i superficiali, si spiega semplicemente con la delusione amorosa che Nietzsche patì per opera di Lou von Salomé, una donna intrigante, colta e intelligente, che fin da giovanissima si era sforzata di filosofeggiare sull’esistenza di Dio e anche per questo aveva immediatamente affascinato l’inquieto pensatore tedesco.

Gli studiosi di Nietzsche ben conoscono una fotografia scattata a Lucerna nel 1882, che ha ispirato una parte della storia che segue. In essa, la giovanissima Lou, pur senza saperlo, ha simbolicamente anticipato temi oggi scontati, ma all’epoca ancora esecrati dai salotti borghesi, come la liberazione sessuale della donna, il libero amore e il ménage a trois, che quasi un secolo più tardi sarebbero dilagati e si sarebbero colorati di femminismo, entrando a far parte dell’esperienza comune e contribuendo in modo decisivo alla odierna crisi del matrimonio.

La Salomé in quel periodo si era accompagnata a Nietzsche e a Paul Rée, all’epoca il migliore amico di quest’ultimo, e aveva addirittura formulato l’intenzione di convivere con entrambi, stabilendo tra di loro una relazione assai più cerebrale che non erotica. Tant’è che, per ispirazione della giovanissima intellettuale di origine russa, il loro triangolo volle rappresentarsi addirittura come una trinità filosofica, blasfema parodia della Trinità cristiana. Nello stesso tempo, tuttavia, la von Salomé rifiutò le appassionate proposte di matrimonio del grande filosofo, che di questo soffrì profondamente.

I tre amici figurano insieme nella sopra citata fotografia, dove Lou maneggia un frustino alle spalle dei due uomini, che così appaiono idealmente come due servitori che trainano il carro sul quale si trova assisa la loro padrona. Un’immagine di tormento e delizia che dimostra come quella intercorsa tra i tre pensatori sia stata una storia privata densa di temi e di simboli psicoanalitici di valore universale. Per contrasto, essa ci ricorda che – quando si tratta della nuova disciplina nata nel secolo scorso con Freud e Jung – è quanto mai decisivo saper «vagliare ogni cosa e trattenerne il valore», per dirla come San Paolo ai Tessalonicesi.

Infatti, a centoquarant’anni di distanza da quei fatti, non si può negare che la guerra tra i sessi prevista da Nietzsche sia ormai divenuta conclamata, e pure cruenta, in tutto il mondo occidentale. Essa ha comportato evidenti fenomeni di disgregazione familiare e sociale, di malessere psicologico diffuso, di impoverimento collettivo e, notoriamente, pure di violenza fisica. La rivoluzione sessuale ha parte di responsabilità per quanto è accaduto, ma per trovare una via d’uscita non sarà mai sufficiente puntare il dito su di essa. Infatti, non solo per reazione al fenomeno, troppi uomini dei nostri giorni hanno iniziato – depressione e violenze fisiche a parte – a non essere più all’altezza del loro compito di custodi dei propri cari, così come del bene comune dell’intera società. Si può dire che essi abbiano perso il contatto con quello che il protagonista di questo romanzo definisce come lo sguardo del padre. È questo il problema più urgente tra i tanti che il nichilismo e il relativismo postmoderno, pure profetizzati dalle opere di Nietzsche, ci hanno lasciato in eredità.

La storia che segue, surreale e anche cinica quanto si vuole, è quindi dedicata a tutti coloro che hanno nostalgia del padre. Non soltanto di quello che non hanno potuto avere, ma anche di quello che, spesso non per colpa loro, vorrebbero diventare senza riuscirci.

A Primavalle a Roma. Uccisa e nascosta in un armadio, confessa il figlio: “Troppo cattivo odore, non sapevo cosa fare”. Il cadavere sarebbe rimasto in casa per dieci giorni. Forse un debito dietro il delitto. L'omicidio nello stesso quartiere sconvolto dai femminicidi della 17enne Michelle Maria Causo e dell'infermiera 52enne Rossella Nappini. Redazione Web su L'Unità il 30 Settembre 2023 

Dopo una decina di giorni ha raccontato tutto ai carabinieri. Avrebbe ucciso la madre, messo il cadavere in un sacco sigillato e messo tutto in un armadio. Si trova in stato di fermo un uomo di 59 anni, al momento al carcere di Regina Coeli a Roma. La vittima è una donna di 88 anni. La vicenda tragedia familiare si è verificata a Primavalle, quartiere nella zona nord-ovest di Roma da poco sconvolto dai femminicidi della 17enne Michelle Maria Causo e dell’infermiera 52enne Rossella Nappini.

La scorsa notte intorno alle 2:00 è arrivata una chiamata ai carabinieri. I militari della Stazione di Roma Montespaccato e del Nucleo Operativo della Compagnia Roma Trastevere hanno ascoltato l’uomo e ne hanno seguito le indicazioni fino ad arrivare in via Pietro Gasparri. Sul posto è intervenuto il medico legale, il magistrato di turno ed i Carabinieri del Nucleo Investigativo per i primi rilievi.

I carabinieri hanno effettivamente trovato il cadavere della donna uccisa sigillato in un sacco all’interno di un armadio in una camera da letto. L’omicidio risalirebbe ad almeno una settimana fa secondo i primi rilievi medici, la donna sarebbe stata colpita da diverse coltellate che hanno raggiunto la donna alle spalle. Il sacco era chiuso quasi ermeticamente. Stando alle prime informazioni l’uomo, che non lavorava, non avrebbe mai dato segni di debolezza o di difficoltà psichiche.

“C’era troppo cattivo odore, non sapevo cosa fare. Non sapevo più come tenerla nascosta”, avrebbe dichiarato l’uomo secondo Repubblica. Il pentimento sarebbe arrivato mentre i carabinieri lo portavano via da casa. “Avevo un debito col condominio di tremila euro e non riuscivo a confessarglielo”. L’uomo aveva sempre vissuto con la madre. I vicini non avrebbero avvertito urla ma hanno raccontato di aver percepito quel cattivo odore, senza pensare a una tragedia del genere. Redazione Web 30 Settembre 2023

A Sirmione. Uccide la madre a calci e pugni, arrestato il figlio: la lite per un viaggio in Ucraina con la compagna. Redazione su L'Unità il 16 Settembre 2023

L’ha uccisa, massacrata di botte con calci e pugni dopo un litigio nell’appartamento di famiglia a Sirmione, in provincia di Brescia. Così il 45enne Ruben Andreoli ha ammazzato la madre Nerina Fontana, 72 anni, morta nella notte dopo essere arrivata in condizione disperate in ospedale.

L’uomo, che viveva nell’appartamento assieme alla madre e alla compagna, una donna di origini ucraine che ha assistito alla brutale aggressione, è un magazziniere in una azienda di Desenzano, appassionato di rally e runner di una polisportiva locale.

Andreoli, incensurato, ha aspettato l’arrivo dei carabinieri sul posto:  è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio e, dopo la notizia della morte della donna, l’ipotesi di accusa si è trasformata ovviamente in omicidio.

Restano ancora da chiarire i motivi della lite e del successivo pestaggio mortale, anche se secondo alcune indiscrezioni alla base del litigio sembrerebbe esserci un viaggio in Ucraina che l’uomo stava organizzando con la compagna, che voleva tornare nel paese d’origine pur in una fase così delicata del conflitto con la Russia. A chiamare i soccorsi sarebbero stati i vicini di casa, spaventati dalle urla provenienti dall’appartamento in cui vivevano Andreoli, la madre Nerina Fontana e la compagna del primo.

Sul posto oltre ai carabinieri è intervenuta la scientifica, che ha posto i sigilli all’appartamento per poter effettuare i rilievi e ricostruire così il “teatro” del delitto.

Come riferisce l’Ansa, Andreoli non ha risposto alle domande degli inquirenti nella notte dopo il fermo con l’accusa di omicidio colposo: l’uomo si è chiuso nel silenzio. Redazione - 16 Settembre 2023

Estratto dell’articolo di Gianluigi Nuzzi per “Specchio – la Stampa” lunedì 14 agosto 2023

Il popolare quotidiano spagnolo El Mundo per intenerire i suoi lettori scriveva che alla piccola Lina avevano dato un nome che fa rima con vita. In effetti, l'incredibile storia che state per leggere racchiude mistero, stupore e orrore ma anche nascita e fascino dell'esistenza. La peruviana Lina Marcela Medina, nata a Paurange il 27 settembre 1933, nella regione di Huancavelica, è in letteratura medica la più giovane mamma mai conosciuta nella storia del nostro pianeta. 

Siamo in una zona all'epoca assai poco sviluppata del Perù, tra il Pacifico e le foreste, Lina vive in una famiglia numerosa, è la penultima di ben otto figli: cinque maschi e tre femmine. Lei diventerà una mamma bambina dall'età talmente acerba da lasciare interdetti, tanto da pensare a una fake news sopravvissuta a controlli e verifiche. Ancora oggi è giusto nutrire dubbi su questo caso visto che Lina partorì nel 1939 alla tenerissima età di soli cinque anni, sette mesi e tre settimane di vita.

Un tragico caso umano, una storia contronatura che avrebbe dovuto determinare la caccia al pedofilo che aveva lasciato incinta questa bambina. […] l'unica persona sospettata venne poi scagionata. La storia inizia quando la piccola Lina vive inconsapevolmente i mesi della sua gravidanza e i genitori, Tiburcio Medina e Victoria Loza, non riescono a comprendere i dolori al ventre che la bimba accusa […] i Medina decidono di portare la piccola all'ospedale […] per i necessari accertamenti. 

[…] i dottori non faticarono a scoprire che Lina era incinta: la gravidanza era entrata nel settimo mese e sebbene i camici bianchi fossero di fronte a qualcosa di unico, assurdo e incredibile, tutto stava procedendo nella normalità. […] il medico che seguiva il caso, il dottor Gerardo Lozada Murillo di Arequipa, decise di portare la bimba nella capitale per farla visitare e confrontarsi con i colleghi del maggior nosocomio di Lima. […] si prospettavano dei rischi sia per lei stessa, sia per il suo piccolo. 

E così i medici […] decisero […] di procedere […] con il cesareo. Si costituì così un gruppo medico dedicato a seguire la baby mamma senza agitarla […] […] così, il 14 maggio 1939, nasce un bel maschietto, pesa due chili e 700 grammi. Diventa un caso e intenerisce i cuori visto che viene al mondo proprio nel giorno della mamma in Perù. Si chiamerà Gerardo Alejandro in onore del capo equipe e del suo aiuto […] L'intervento venne eseguito senza difficoltà […] Da quel momento il caso venne approfondito a livello internazionale, aprendo un dibattito tra esperti e scienziati.

C'era chi dubitava – e ancora oggi comprensibilmente dubita – della veridicità della storia stessa, chi invece cercava ragioni scientifiche alla risposta di fondo: a che età l'essere umano può procreare? Una foto dell'aprile del 1939 documenta la vicenda: riprende Lina in piena gravidanza, la bambina era al settimo mese e mezzo. Lo scatto la ritraeva a piedi nudi e mani incrociate dietro la schiena […] 

Sulla prestigiosa La Presse Médicale, escono diversi articoli a iniziare dal 13 maggio 1939, il dottor Edmundo Escomel affrontò il caso, sostenendo che già a otto mesi si può assistere alla comparsa del menarca, il primo ciclo mestruale, mentre altri colleghi indicavano i due, tre anni di età. E il seno? Può svilupparsi già a quattro anni.

Nel caso specifico, questa neomamma aveva un bacino ampliato già a cinque anni con uno sviluppo osseo sicuramente più avanti rispetto alla sua tenera età. […] ci fu anche una parte investigativa. I medici cercarono di capire chi potesse essere il padre. In tal senso, purtroppo, la bimba non forniva risposte che potevano in qualche modo aiutare all'identificazione. […] Lina nemmeno aveva consapevolezza di quanto accaduto […] Le indagini si svilupparono su voci e chiacchiere. A finire in manette fu il padre accusato di violenza sessuale e incesto. Ma alla fine l'indagine indiziaria non riuscì a formulare accuse motivate da prove solide. Tiburcio Medina venne prosciolto.

[…] Impossibilitata Medina a mantenere il figlio, le autorità del Perù decisero di costituire un'apposita a commissione che si occupasse del neonato e delle incombenze per la sua cura. Gli anni passavano e Lina prese consapevolezza della situazione e della genitorialità. E così il piccolo che scoprì solo a dieci anni che la ragazza che riteneva sua sorella maggiore in realtà era sua madre. 

A Lima, di giorno lavorava nella segreteria dell'ospedale del suo dottore di fiducia, Lozada, poi rientrava a casa per accudire il piccolo figlio. Una seconda foto testimonia il periodo e ritrae Gerardo alla vigilia del suo primo compleanno. La figura di Lozada fu centrale nell'esistenza della giovane mamma. Grazie a lui, Medina poté studiare, grazie alla generosità di questo medico il figlio poté frequentare e terminare le scuole superiori.

La ragazza era diventata una brava impiegata nemmeno quarantenne quando conobbe e si innamorò di Raúl Jurado, e con lui ebbe il suo secondo figlio nel 1972. Era una famiglia povera ma felice […] 

Purtroppo, la salute del primogenito era fragile tanto che Gerardo sette anni dopo morì a soli quarant'anni per una neoplasia cronica, la mielofibrosi. In Perù diversi saggi hanno ricostruito la vicenda anche se la donna, oggi ancora in vita a 89 anni, ha sempre rifiutato ogni richiesta di intervista […] Né Lina ha mai svelato il nome dell'uomo che abusò di lei. Ha preferito rimanere in silenzio […] 

Una storia simile a quella di Lina si registrò agli inizi del'900 in Brasile, nello stato di Bahia, dove una bimba, Inacia da Silva, partorì prematuramente a sette anni un feto già morto. […] a metà degli anni'80 ben il 15 per cento dei neonati era partorito da madri tra i dodici e i sedici anni non compiuti. […]

Un po’ la Franzoni la capisco”: sui social è polemica per la tazza gadget per la Festa della Mamma. Cristina Cucciniello su Il Riformista il 12 Maggio 2023 

A ridosso della ricorrenza che celebra le mamme, una nuova polemica infiamma i social. Una tazza-gadget artigianale, pensata per essere un irriverente regalo per le mamme, ha provocato accese discussioni su Twitter.

Perché? Il motivo è la frase impressa sulla tazza dagli artigiani che l’hanno realizzata, ovvero “un po’ la Franzoni la capisco”. Il riferimento al delitto di Cogne è chiaro.

L’idea è della coppia barese che anima la pagina Instagram chiamata “Piattini Davanguardia”, che propone in vendita oggetti di ceramica dal chiaro sapore irriverente, con, come in questo caso, un certo gusto per lo humour nero.

La tazza al centro delle polemiche è la classica mug bianca, ma la scritta sovrimpressa rimanda al celebre caso di cronaca avvenuto in Val d’Aosta: la storia di Annamaria Franzoni, condannata per l’omicidio del figlioletto Samuele, deceduto a soli due anni nel 2002.

Un riferimento incomprensibile per tanti utenti dei social. “Dopo questa, non vi sosterrò più”, scrive più di un utente. L’intenzione, si difende l’autrice della tazza, Annagina Totaro, non era quella di scherzare su una tragedia, ma quella di “una riflessione”, non necessariamente condivisibile, sui momenti in cui le madri, in preda all’ira, pensano “ora lo ammazzo”. Ma, come fanno notare gli utenti, la pezza è peggio del buco: la risposta della ceramista non convince.

Cristina Cucciniello

«La mamma non si tocca. O forse sì»: la pubblicità di Control «bloccata da un privato». Storia di Benedetta Boldrin per il “Corriere della Sera” l'11 maggio 2023.

Un sex toy, una donna fotografata in un momento di piacere e una parola: «Mamma». L’insieme non è piaciuto a chi avrebbe dovuto affiggere il cartellone pubblicitario nei propri spazi e la campagna di Control quindi non si vede in giro. Circola però sui social, con migliaia di like, condivisioni e commenti pro e contro: «La mamma non si tocca. O forse sì», è lo slogan che si legge nella foto-fake di un mega poster lungo un ipotetico viale alberato. «Non c’è stato permesso di far vedere quelle affissioni, allora abbiamo fatto una provocazione - spiega Fabio Padoan, co-fondatore di Together, l’agenzia che ha ideato la campagna -. Abbiamo detto: usiamo le persone. E la campagna l’abbiamo messa lo stesso, sui social. Vogliamo avere la possibilità di parlare di certe cose». Niente contenuti sponsorizzati - che sui social sarebbero comunque stati vietati da Meta in quanto contenenti riferimenti sessuali espliciti - ma influencer contattati e poi la risonanza del botta e risposta online. Ma chi ha bloccato la pubblicità di Control pensata per la Festa della mamma? «Non è stata fermata dall’organo di disciplina pubblicitaria - fa sapere Federica Conte, marketing manager di Control -. È stato un ente privato con cui c’era già un accordo su tempistica e budget». Ma che poi, quando ha visto la campagna, ha chiesto di cambiare immagine, di togliere quel sex toy così esplicito e di eliminare quella parola, «mamma». Legare la maternità al piacere, alla ricerca del piacere fine a sé stesso, è stato considerato troppo forte. Di più, su chi non ha voluto le affissioni, da Control non vogliono dire. «Non vogliamo scatenare la battaglia contro i fornitori degli spazi. E poi crediamo che il problema non sia di quel circuito specifico ma culturale», dice anche Padoan. Sia lui sia Control, parte del gruppo Artsana, hanno interesse a fare ancora pubblicità in futuro, certo. Ma non c’è modo così di verificare se il fatto sia vero oppure no e non c’è modo di sentire l’opinione di chi ha detto «no» a quel contenuto. Se fosse tutta una (furba) campagna di comunicazione? Non siamo in grado di dire se il blocco alle affissioni sia cosa certa. Ma c’è un tema - piacere, autoerotismo e maternità - su cui la polemica è partita, rimbalzando sul web. E allora forse questi pubblicitari hanno centrato un argomento che stimola riflessioni: come parlare di quello che è ancora un tabù? Sperando di sentirne discutere anche dopo domenica.

La mamma non si tocca. I figli che regalano vibratori e altri trucchi del capitalismo vittimista. Assia Neumann Dayan su L'Inkiesta l'11 Maggio 2023

Una azienda si inventa una campagna pubblicitaria per convincere le madri che è bello ricevere un sex toy per la festa della mamma. Ma vi sembra normale che qualcuno ci dica quali desideri dovremmo avere per essere emancipate?

A quel punto, come il ragionier Fantozzi quando apre tutti gli armadietti e credenze e cassetti della cucina pieni di pane, venimmo colte da un leggero sospetto: ci stanno forse prendendo in giro? Cosa lecita, per carità, è solo pubblicità. 

L’azienda Control – azienda che produce giochi erotici, vibratori, profilattici e altro – ha deciso di realizzare una campagna pubblicitaria per la Festa della Mamma il cui slogan è: «La mamma non si tocca. O forse sì». La gente inizia a dire: «Genio!» e quando la gente inizia a dire: «Genio!», lo sappiamo tutti poi come va a finire. 

In questo cartellone mai affisso perché la gente è bigotta e loro sono degli innovatori sotto c’è scritto: «Quest’anno falle un regalo che le farà davvero piacere. Regala Soul Vibes». Sto facendo pubblicità alla pubblicità? Inizierò a cercare Google su Google? Vale ancora il motto che la cattiva pubblicità è pur sempre pubblicità nell’epoca del politicamente corretto? In generale no, ma in questo caso sì, perché ci hanno messo il pretesto dei diritti delle donne, diritti delle donne che andrebbero affrontati con una dignità maggiore, e non certo per abbattere (va beh) gli stereotipi con altri stereotipi. 

Partirei da un punto fermo: una donna è mamma solo se ha figli, se no non è una mamma, anche se ogni anno, ogni seconda maledetta domenica di maggio, spunta il superclassico dei classici: un augurio per la Festa della Mamma anche a chi mamma non è. Ma perché? Ma in nome di cosa? È per via dei cani? O per i romanzi nel cassetto? 

Quindi, una donna è mamma se ha figli. Seguitemi, non perdetevi anche se so che è un ragionamento complesso. Durante la Festa della Mamma si festeggia la mamma, e chi la festeggia la mamma? Esatto, i figli. I papà non fanno il regalino, gli amanti non fanno il regalino, non lo fanno i suoceri, non lo fanno i vicini di casa, non lo fanno i rappresentanti classe, non lo fanno gli amici: sono i figli che fanno il regalino alla mamma. Perché? Perché è la Festa della Mamma. 

Non è la Festa della Donna, non è il compleanno, non è l’onomastico, non è la festa delle pari opportunità, non è la Festa della Repubblica, non si fa ponte perché cade di domenica: è proprio la Festa della Mamma, festa che esclude tutte le altre donne che mamme non sono, donne che non è che valgono di meno, donne che sono certa si siano fatte una ragione nel non ricevere un cuore di rafia e colla ogni anno. Scrivere come ha fatto Control: «Quest’anno falle un regalo», presuppone che si rivolgano ai figli, perché nessun altro fa il regalino alla mamma. E se vostro figlio vi regala un vibratore, chiamate immediatamente qualcuno che possa metterlo in una stanza con le pareti imbottite. 

Aveva ragione Carmelo Bene: voi sputate sul miglior Freud, voi applaudite l’ovvio. «Siamo convinti che il più bel regalo che possiamo fare a tutte le mamme sia una società priva di pregiudizi, non credi anche tu?», risponde Control a un uomo che trova la pubblicità inadeguata, l’utente poi dice che insomma è più un regalo che lui farebbe a sua moglie che non suo figlio a sua madre, e qui l’azienda scrive: «Esatto! Non devono per forza essere soli i figli a fare i regali alle mamme possono anche essere amici/partner». 

Ora, va bene la pesca a strascico, ma se un amico mi regala un vibratore chiamo immediatamente i carabinieri, e se mio marito mi fa un regalo per la Festa della Mamma forse non chiamo i carabinieri ma un tre stelle per la notte sì. Perché nostro marito dovrebbe farci un regalo per la Festa della Mamma? Perché gli abbiamo donato un figlio? Ma dov’è la parità genitoriale quando serve? Ma non vi viene in mente l’immagine plastica del patriarcato sotto forma di uomo che fa un regalo a sua moglie per la Festa della Mamma? A me sì. 

C’è in classifica da mesi Miley Cyrus che canta «I can buy myself flowers», ma il vibratore ce lo deve regalare nostro marito, mica possiamo comprarcelo da sole. Deve sempre esserci un uomo che ci regala ciò che lui pensa possa essere un nostro desiderio? E questo sarebbe sfatare i tabù? Poi cosa, le bambine possono vestirsi di azzurro? È svilente per le mamme perché non è tanto uno stereotipo sociale questo, ma una dinamica familiare. 

Il corpo cambia, cambiano i desideri, cambia pure la percezione del desiderio, e non è nemmeno colpa della società patriarcale, non è colpa di nessuno, si chiama matrimonio dopo i figli, cosa di cui nessuno vuole parlare e quindi si è reso necessario venderla come problematica sociale. Tutto questo non fa che riversare aspettative sulle donne: da un lato non ne possono più di essere chiuse nel ruolo di madri, dall’altro si vedono spinte verso desideri che magari non hanno e pensano che non averli le renda beghine. 

«Questa affissione non è mai uscita e il motivo non vi piacerà. Per la Festa della Mamma volevamo rompere un tabù che da troppo tempo esiste e dire a chiare lettere che, sì, anche le mamme possono provare piacere. Ma proprio come dice il nostro messaggio, l’immagine stereotipata e anacronistica della mamma non si tocca, tanto che la nostra campagna non si può promuovere sui canali social e non è potuta diventare una vera affissione», scrive Control su Facebook, in nostalgica polemica contro Antonio Zequila. 

Ora, a me piace sempre molto quando le persone si percepiscono Martin Luther King perché si sono tagliate con le forbici a punta arrotondata, ma mi piace ancor di più quando lo fanno le aziende. Il capitalismo vittimista non sarà quello che vende, ma è quello che si fa notare. Far passare per “tabù” un meccanismo psicanalitico che evita che ci buttiamo dal balcone non solo è pretestuoso, ma è anche in malafede, e hai voglia a scrivere che il vibratore possono regalartelo amici e parenti e non solo i figli se parli della Festa della Mamma. 

Amiche della brigata Giorgia Soleri che fanno atti politici mentre schiacciano un pisolino, a questo punto non siete anche voi colte da quel sentimento di leggero sospetto? Quel sospetto che ci fa pensare che adesso le aziende per vendere si intestino le nostre battaglie rivendicando cose a nostro nome, che ci dicano quali desideri dovremmo avere per essere donne emancipate? Perché dovremmo credere che le istanze di un’azienda che ci sta dicendo cosa dobbiamo desiderare siano vere se hanno un ritorno economico? 

La verità è che le buone cause non si vendono né si comprano, e questo vale per tutti gli attivismi sponsorizzati. Una settimana fa Control ha postato su Instagram un meme con un pupazzo, ora io non è che mi metto a descrivere i meme, comunque ha come didascalia: «Io che mi immagino mia madre che si masturba». Nessuno ha detto niente, perché era appunto un meme con la faccia di un pupazzo. Se volete fare la rivoluzione sessuale con i meme accomodatevi, io a questo punto preferisco avere il mal di testa.   

Nove figli, un menu unico per tutti: pasta e carne nella dieta della famiglia extra large. GIOVANNI VIGNA su Il Corriere della Sera il 12 Aprile 2023

Chi non mangia va a letto senza cena. Sono le regole di casa Prejalmini-Colombo. E cioè di Luca e Valentina, rispettivamente 36 e 32 anni. Due genitori come tanti altri e un numero di figli come pochi altri. Nove per l’esattezza. Dalla spesa alla gestione dei pasti, ecco come si organizzano ogni giorno

Nove figli, un menu unico per tutti. Chi non mangia va a letto senza cena. Sono le regole della famiglia Prejalmini-Colombo. Papà e mamma, Luca e Valentina, hanno rispettivamente 36 e 32 anni e abitano a Genova. Per accudire e sfamare i nove bambini, vanno a fare la spesa ogni giorno. «Spendiamo in media 20/30 euro a botta — spiega Valentina Colombo —. Andiamo principalmente nei supermercati e, a volte, nei discount, che però sono più distanti da casa nostra, a Sestri Ponente. Acquistiamo in base alle offerte. Quando siamo tutti a casa arriviamo a spendere più di 30 euro al giorno. Diversamente, cioè quando i ragazzi sono a scuola, arriviamo al massimo a 30 euro».

La grande famiglia

Valentina si dedica a tempo pieno alla famiglia mentre Luca è tornitore in una ditta di materiale plastico. Cucinano entrambi: «Di solito, tranne rare eccezioni, non prendiamo piatti pronti — afferma lei —. Il nostro, poi, è un gioco di squadra. Quando ci siamo tutti ci alterniamo ai fornelli: io, il mio compagno e mia madre. Scegliamo un menu e quello è. Cucino cose che piacciono a tutti. Se i ragazzi mangiano, bene, altrimenti significa che non hanno fame. In alternativa bevono un po' di latte. Ma non capita mai».

Il menu preferito

La piccola tribù di bambini ama particolarmente la pasta: condita con il sugo, il pesto alle genovese, il burro, al tonno o alla carbonara, accontenta un po’ tutti. «Non sono bambini che mangiano piatti elaborati — spiega la mamma —. Oltre alla pasta, mangiano una fettina di pollo o di carne impanata, prediligono piatti semplici a base di manzo, vitello, tacchino e pesce, oltre a insalata e contorni di verdura vari. A volte mangiano anche la carne di cavallo». La loro dieta comprende anche frutta e uova, in particolare minestroni e frittate, ricette che invogliano i bambini a mangiare. «Non consumano tanti dolci: ne compro pochi, non sono necessari — puntualizza Valentina —. In genere acquisto razioni limitate di biscotti, merendine, brioche, fette biscottate da mangiare con della crema al cioccolato o della marmellata. MA davvero capita poche volte. Le caramelle? Eccezioni».

L’incontro sui social

Luca e Valentina si sono conosciuti su Netlog, social network che ha anticipato l'era Facebook. «A nemmeno 20 anni ero incinta — ha raccontato Valentina al quotidiano Il Secolo XIX—. Se sognavo una famiglia numerosa? Avevo idea di fare magari tre figli, comunque almeno un maschio e una femmina». Ne sono arrivati nove, cinque maschi e quattro femmine, il più grande (Nicholas) ha quasi 12 anni, il più piccolo (Emanuele) meno di sei mesi. A completare il nucleo familiare, oltre alla nonna materna che è spesso presente per dare una mano, anche tre cani, un gatto, una tartaruga e un criceto.

Come ha detto papà Luca, è una famiglia in cui non ci si annoia mai. «La quotidianità è scandita da ritmi precisi — prosegue il giornale genovese —. La prima a svegliarsi, alle 5.30, è mamma Valentina. E da lì, poco dopo, inizia il valzer». La routine prevede che al mattino tutti si alzino in tempo: «Perché un conto è dire che li ho svegliati tutti, un altro è vederli effettivamente in piedi», conclude Valentina. Poi tutti a scuola e inizia la giornata.

La storia del piccolo e della disperazione di una madre. Enea, il neonato abbandonato con una lettera: “La mamma mi ama ma non può occuparsi di me”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 10 Aprile 2023

Chissà quanto dolore deve aver portato una madre a lasciare il suo neonato di pochi giorni nella “Culla per la Vita”. Una sorta di moderna “ruota degli esposti” attivata dal Policlinico di Milano nel 2007 e che consente di dare accoglienza e assistenza immediata ai neonati lasciati dalle loro mamme in anonimato. Enea è il terzo accolto da quando è attivo il servizio. E’ successo la domenica di Pasqua. La struttura si è attivata alle 11.40 e ha segnalato al presenza del piccolo di 2,6 kg. Nella culla insieme a lui è stata trovata una lettera piana di affetto scritta dalla mamma: “Ciao mi chiamo Enea. Sono nato in ospedale perché la mia mamma voleva essere sicura che era tutto ok e stare insieme il più possibile. La mamma mi ama ma non può occuparsi di me”.

Il piccolo è ora accudito dagli specialisti della Neonatologia alla clinica Mangiagalli del Policlinico, dove sta seguendo i controlli di routine, come spiegato da Repubblica. “E’ una cosa che pochi sanno – commenta Ezio Belleri, direttore generale del Policlinico di Milano – ma in ospedale si può partorire in anonimato, per la sicurezza di mamma e bambino. Inoltre esistono le Culle per la vita: la nostra si trova all’ingresso della Clinica Mangiagalli e permette di accogliere in totale sicurezza un bimbo che i suoi genitori non possono purtroppo tenere con sé. E’ una decisione drammatica, ma la Culla consente di affidare il piccolo ad una struttura dove gli sono garantite cure immediate e che preserva l’assoluto anonimato per i genitori”.

Secondo quanto riportato dal Corriere, la Culla per la Vita del Policlinico di Milano è attiva da 16 anni e questo è il terzo caso registrato. I primi due sono stati nel 2012 e nel 2016: due bimbi maschi che sono stati chiamati rispettivamente Mario e Giovanni. Il neonato sta bene, spiega Fabio Mosca, direttore della Neonatologia e della Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico di Milano: “Vivo questo evento anche come una sconfitta a livello sociale, perché in qualche modo non siamo stati in grado di intercettare una madre in grande difficoltà. Madre che, qualora ci ripensasse, siamo pronti ad accogliere e ad assistere”.

Appena la mamma ha appoggiato il neonato nel vano della “culla” e ha schiacciato il pulsante che chiude la piccola cella allarmata, è arrivato l’alert nel reparto di Neonatologia e i sanitari sono subito andati a recuperarlo. Come spiegato a Repubblica dai sanitari, il piccolo è di carnagione bianca, avrà circa una settimana, era pulito e ben vestito, in buona salute e dal tono della lettera la mamma potrebbe essere una giovane donna italiana.

E’ coccolatissimo, prende il latte col biberon senza alcuna fatica, latte materno della nostra Banca del latte – ha detto a Repubblica Mosca – Gli abbiamo fatto tutti gli esami clinici necessari per capire il suo stato di salute, che sembra molto buono. Adesso starà con noi qualche tempo fino a quando le istituzioni non decideranno il suo futuro. Ma mi preme dire che questa giovane mamma è ancora tranquillamente in tempo per ripensarci e tornare a prenderlo, senza conseguenze. Noi non abbiamo capito che aveva bisogno ma adesso non si sentirà sola, sapremo aiutarla. Non deve preoccuparsi, comunque il suo gesto, lasciare questo bimbo in un luogo sicuro, già denota l’amore che ha avuto per suo figlio. Siamo noi del mondo sanitario, sono le istituzioni, sono i servizi sociali a non aver saputo cogliere i segnali di disagio. Ma c’è il tempo per recuperare”.

Ora il piccolo è stato affidato dal Tribunale per i minorenni all’ospedale Policlinico, come da prassi. Per il momento la sua famiglia sono i medici e gli infermieri. Poi dopo alcune settimane, il giudice potrebbe individuare una famiglia affidataria, dopo l’iter previsto per legge, dopo un tempo abbastanza lungo, perché la madre potrebbe ripresentarsi. “Il biglietto che questa mamma ha lasciato nella culla vicino a Enea racconta tutta la sua sofferenza. Sono parole scritte col cuore – aggiunge il professor Mosca – Si percespisce il dispiacere, il dolore che l’ha portata a fare questa scelta, che non è scriteriata, ma dettata dalla convinzione, evidentemente di non potercela fare da sola. E’ un appello alla società intera, siamo noi che dobbiamo chiederci perché questa mamma si è sentita così abbandonata da fare un gesto così disperato. Deve sapere che qui lei troverà una porta aperta se volesse tornare sui suoi passi. Siamo qui per aiutarla. Il problema è la sordità delle istituzioni di fronte a problemi sociali di questa gravità, non il suo senso di difficoltà di fronte a questa nuova vita. E se non se la sente, stia tranquilla, qui il bambino è in mani sicure”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Estratto da ilgazzettino.it il 16 gennaio 2023.

Curiosa e gioiosa coincidenza al Cardarelli: mamma e figlia hanno partorito a distanza di poche ore. «Io, in anticipo, ho rotto le acque e dato alla luce Futura, 3 chili e 850 grammi», racconta Mara Barone, biologa, diventata madre per la seconda volta e, subito dopo, anche nonna. Paola, la primogenita avuta a 15 anni, ha messo al mondo Giovanni, 3 chili e 400 grammi. «Una emozione immensa», dice la ragazza ancora dolorante.

Le due donne hanno vissuto assieme anche tutta la gravidanza perché abitano nella stessa casa, nella palazzina di famiglia a Melito di Napoli. «Al piano di sopra c'è mia mamma, Lucia, per questi bambini preziosa nonna e bisonna contemporaneamente: il suo aiuto è stato decisivo già nella scelta di portare avanti la gravidanza, quando frequentavo ancora la scuola», sorride Mara, 35enne, ricordando con orgoglio le lezioni fino a 15 giorni prima della nascita e riprese due settimane dopo il fiocco rosa. […]

Enea abbandonato alla Mangiagalli: «Una famiglia entro un mese». Gli altri bambini che nessuno vuole adottare. Elisabetta Andreis su Il Corriere della Sera il 12 Aprile 2023

Valanga di richieste da aspiranti genitori, ma sono inutili: solo chi ha completato l'iter verrà considerato.  Poche invece le domande per piccoli con disabilità

Mentre centinaia di migliaia di occhi sono puntati sul piccolo Enea lasciato dalla mamma nella «culla della vita» alla clinica Mangiagalli e sull’onda del discutibile clamore mediatico le domande di adozione, per lui, si moltiplicano, ci sono altri bambini che faticano a trovare una famiglia. C’è ad esempio Fabio (nome di fantasia), «bello e affettuoso, nato prematuro nel settembre del 2021. A causa di alcune sofferenze perinatali riscontra un certo ritardo psico-motorio al momento non quantificabile ma è socievole, vivace e reattivo», raccontano dagli uffici del Tribunale per i minorenni guidato da Maria Carla Gatto. Aspettano i «loro» genitori un neonato portatore della sindrome di Down e un altro di sette mesi, Carlo, che ha la stessa sindrome e problematiche complesse legate all’alimentazione ma cresce regolarmente ed è curioso, aperto.

«Se qualcuno si propone per questi bambini con bisogni speciali che non hanno ancora trovato famiglia siamo pronti ad aprire subito l’iter con tutti gli approfondimenti necessari», sottolinea la presidente. Il supporto a chi adotta deve essere concreto a maggior ragione in casi come questi ma per tanti di questi bambini le storie di buona riuscita, a distanza di tempo, emozionano.

Intanto numerose offerte di disponibilità che continuano ad arrivare per il piccolo Enea, trovato la mattina di Pasqua nella Culla per la vita della clinica Mangiagalli, sono inutilizzabili: «Gli aspiranti genitori che si candidano adesso non possono essere presi in considerazione perché non hanno già completato l’iter con tutta la documentazione e le indagini psico sociali necessarie a perfezionare la domanda», spiega Gatto.

È un iter che dura circa un anno e anche chi lo ha concluso non può certo influire sulle scelte dei giudici onorari che compareranno tra loro le cinque candidature ritenute «migliori» nell’interesse del bambino e ne discuteranno in Camera di consiglio con anche i giudici togati e la stessa Gatto in qualità di presidente. «Oggi verrà aperto il procedimento di adottabilità e nel giro di un mese verrà selezionata la famiglia più idonea a crescerlo ma prima di procedere bisogna aspettare dieci giorni, ovvero il termine di legge utile per il riconoscimento dei genitori», precisano ancora dal Tribunale.

Al piccolo, che non dovrebbe poter essere riconosciuto, il nome verrà conferito dall’ufficiale di stato civile che formerà l’atto di nascita. Probabilmente non sarà Enea, ma la lettera che gli aveva scritto la mamma biologica accompagnerà sempre il suo fascicolo di adottabilità.

Molte associazioni, da Ai.Bi. al Ciai, polemizzano sulla gestione mediatica di questi giorni e su questo si esprime anche il procuratore capo del Tribunale per i minorenni Ciro Cascone: «C’è una curiosità eccessiva, troppo è stato detto. Bisogna far calare un velo di silenzio e rispettare la scelta dolorosa che questa mamma ha preso senza lanciare appelli che potrebbero suonare quasi come un colpevolizzante giudizio — dice Cascone —. L’opinione pubblica dovrebbe essere cauta e delicata, a maggior ragione quando si parla di maternità e di bambini».

Estratto dell'articolo di f.d.v per “la Stampa” l’11 aprile 2023.

 Ogni anno sono circa 300 i bambini abbandonati e non riconosciuti in Italia […] un fenomeno che riguarda circa 1 minore su 1.000 nati. La Società italiana di neonatologia (Sin), […] stima che la metà delle mamme che abbandona sia compresa tra i 18 e i 30 anni. «In base all'ultimo report (2022, ndr), il 37% delle donne sono italiane; circa la metà sono nubili. Il 58,9% ha un'abitazione fissa, l'84% partorisce in una città diversa dalla propria».

La motivazione che spinge verso questa decisione è per il 37,5% riconducibile a un disagio psichico e sociale, la paura di perdere il lavoro o le difficoltà economiche, invece, influiscono per 19,6%. Incide anche la preoccupazione che il nascituro abbia problemi di salute.

 […] La «Culla della vita» è un progetto del 1995 che consente alle mamme di lasciare i bambini in incubatrici riscaldate e monitorate h24 dai medici.  Il fatto di essere situate in luoghi nascosti, ma facilmente raggiungibili e nei pressi degli ospedali, garantisce alla madre la privacy e al bambino l'immediata presa in carico da parte dei sanitari. Appena il bambino viene appoggiato nella culla, infatti, scatta un sensore collegato con l'ospedale più vicino che allerta i medici che a loro volta possono far partire l'iter giuridico per l'affidamento attraverso il Tribunale dei minori.

[…] Nei 16 anni dall'installazione di questa culla sono stati solo tre i casi. L'ultimo proprio quello del piccolo Enea. Il «parto in anonimato», questo il termine burocratico specifico, rientra, invece, nel quadro del Dpr 396 del 2000 ed è una norma pensata per contrastare l'abbandono dei bambini appena nati e l'infanticidio. Una volta in ospedale, al momento del parto, le madri possono chiedere di «non essere nominate», cioè dichiarano di non voler riconoscere il bambino. […]

Estratto dell’articolo di Francesco Rigatelli per “la Stampa” l’11 aprile 2023.

Una piccola di otto mesi abbandonata nel 1965 a Villa Borghese a Roma ricorda il caso attuale di Enea.

 Quella bambina oggi è Maria Grazia Calandrone, 58 anni, candidata al Premio Strega con il libro Dove non mi hai portata (Einaudi), in cui ricostruisce la storia dei suoi genitori, che dopo averla lasciata si suicidarono buttandosi nel Tevere.

 Si sente un po' Enea?

«Forse sì, anche se abbiamo età diverse. Ci accomunerà probabilmente nel corso dell'esistenza il bisogno di capire, il dover rovesciare il tavolo dell'abbandono. Io ci ho messo quasi sessant'anni. Auguro il meglio a Enea, che tra l'altro ha un nome tutto un programma, carico di responsabilità».

 Rovesciare il tavolo, cioè?

«Nel libro ci ho messo molte pagine a spiegarlo, ma in pratica significa sostituire il risentimento dell'abbandono da parte dei genitori con la compassione per chi ha compiuto un simile gesto.

 A meno di specifici problemi non credo ci possa essere chi fa una scelta del genere a cuor leggero. Lo dico da donna realizzata con due figli, che sono la cosa più preziosa della mia esistenza.

Ho letto del medico che ha chiesto alla madre di tornare da Enea e temo che le abbia girato il coltello nella piaga, mentre lei probabilmente si sta strappando un pezzo di corpo. Quella donna ha tutto il mio rispetto».

 La storia di Enea le conferma che non prova più rabbia?

«Solo una grande tenerezza ormai. Il lavoro che ho fatto sulla storia dei miei genitori mi ha portato a comprendere cosa significhi un gesto del genere.

 Va considerato che l'abbandono può essere un atto d'amore estremo. Succede quando non si ritiene di poter offrire ai figli una vita accettabile. Per esempio per i miei genitori, Giuseppe e Lucia, io ero la figlia illegittima di due migranti interni.

 Il loro è stato un atto generoso […] I giornali dell'epoca insistettero sull'ipotesi dell'omicidio-suicidio, ma tutto porta a un doppio suicidio.

 Certo non li ho visti, però li ho talmente immaginato che mi pare di averlo fatto. E forse pure Enea un giorno vedrà sua madre dentro di sé».

 […] Insomma, conta solo l'amore che si riceve?

«Conta la prassi. Chi è presente, ti accudisce e ti dimostra affetto diventa il tuo genitore.

 Poi resta sempre una domanda sull'origine, ma nel mio caso non è stata ossessiva». […]

Estratto da corriere.it l’11 aprile 2023.

Dopo l’appello del professor Fabio Mosca alla mamma di Enea, il bambino abbandonato la mattina di Pasqua all’ospedale Mangiagalli di Milano, arriva anche quello di Ezio Greggio: «Torna ti prego, questo bambino è fantastico. Non è giusto che sia abbandonato, ti daremo una mano».

Il conduttore […]  invita la mamma di Enea a tornare alla Mangiagalli a riprendere il suo bimbo, garantendole anonimato e sostegno. «C’è tutto il reparto che ti sta aspettando nell’anonimato, nessuno dirà nulla… nomi, cognomi. Avere un bambino è una grande fortuna – ricorda Greggio -. Ci metteremo in tanti a darti una mano. […]».

Dagospia l’11 aprile 2023. Dal profilo Instagram di Selvaggia Lucarelli

Sto leggendo gli articoli (ovunque) su questa madre che avrebbe lasciato il proprio neonato in quella che oggi si chiama Culla per la vita e prima si chiamava Ruota dell’abbandono. Un luogo sicuro collegato ad un ospedale in cui lasciare un bambino che non si vuole o non si può crescere.

 Un servizio giusto, se non fosse che nel momento in cui tu offri quel servizio per evitare che una madre, magari incapace di gestire la situazione, magari spaventata all’idea di doversi rivelare o dover dare spiegazioni, sarebbe cosa opportuna rispettare il silenzio. Il silenzio di chi ha preso una decisione cercando l’anonimato.

 Il chiasso di questi giorni è indelicato e profondamente sbagliato. Il Policlinico ha diffuso la notizia, ha condiviso con la stampa il testo della lettera lasciata dalla madre, ci si è lanciati in identikit parlando di giovane età visto lo slang “giovanile” della lettera. Il primario, addirittura, ha rilasciato un’intervista parlando di sconfitta della società e invitando la madre a ripensarci, se vorrà. Ecco. Se io decidessi di non tenere mio figlio vorrei tutto tranne questo.

Leggere sui giornali i titoli sulla mia scelta, il nome del bambino, i giudizi altrui, il testo della mia lettera spiattellato, il primario che ritiene la mia decisione una sconfitta per tutto il paese che non ha saputo ascoltare il mio grido di dolore (ma chi l’ha detto, poi?). Insomma. Non sbandierate queste opportunità come prova di grande civiltà se poi la scelta di una madre anonima la gestite come un lancio stampa di Sanremo. E non stupitevi, soprattutto, se la prossima madre, magari spaventata dall’eventuale clamore, il neonato lo lascia in un cassonetto. P.s. Ora abbiamo anche Greggio che fa l’appello perché la donna ci ripensi. Ovviamente il padre non pervenuto, lui ha il diritto all’oblio.

Estratto dell’articolo di Flavia Amabile per “La Stampa” il 12 aprile 2023.

Ventiquattro ore di parole in libertà invece del silenzio che dovrebbe accompagnare la scelta di una donna. Da quando la clinica Mangiagalli ha deciso di pubblicizzare l'arrivo di una madre alla "Culla per la vita" presente nella struttura per lasciare il figlio appena nato, in tanti hanno deciso di dare consigli, lanciare appelli, esprimere opinioni di cui di sicuro la donna non aveva bisogno dopo aver trascorso nove mesi a pensarci su.

 Il primo a lanciare un appello è stato Fabio Mosca, primario di Neonatologia del Policlinico di Milano. Dopo aver trovato il neonato la domenica di Pasqua insieme ai medici della clinica Mangiagalli, aveva invitato la donna a cambiare idea offrendo sostegno e aiuto. Poi c'è stato il comico Ezio Greggio - che si è definito «zio Ezio» - a promettere alla donna che non sarebbe stata sola se fosse tornata a prendere il bambino. P

Per provare a convincerla ha usato argomenti e termini che hanno fatto inorridire chiunque si occupi di questioni legate all'infanzia. «Il bimbo è bellissimo e sta bene», ha assicurato, come se il canone estetico avesse un ruolo nella decisione. Poi, ha aggiunto: «Prenditi il tuo bambino che merita una mamma vera, non una mamma che poi dovrà occuparsene ma non è la mamma vera».

 Forse voleva provare a far sentire alla madre l'importanza del suo ruolo, aggiungendo un ulteriore carico di senso di colpa. In realtà è riuscito a offendere migliaia di genitori e figli titolari di affido e di adozione.

[…] Sommerso dalle critiche, il giorno dopo l'appello, Ezio Greggio ha provato a fare una lieve marcia indietro scrivendo che non c'era alcuna «polemica verso quelle fantastiche mamme e famiglie che adottano i bimbi abbandonati», ma ha rilanciato il suo appello: «Mamma di Enea se ami il tuo bimbo e il tuo desiderio è tenere il tuo bimbo siamo in tanti pronti ad aiutarti, sei ancora in tempo a ripensarci».

 In tanti, sui social, si chiedono perché questi appelli non vengono rivolti anche al padre del bambino senza pensare che potrebbe anche non sapere di essere diventato padre.

Oppure si chiedono, in modo più corretto, a che cosa serva la culla della vita se poi non si rispetta la privacy di chi decide per qualsiasi motivo di lasciare il neonato.

Anche perché di fronte alla risonanza avuta dal gesto, alle polemiche, agli appelli, in futuro una donna nella stessa situazione potrebbe scegliere di non portare avanti fino alla fine la gravidanza o di lasciare il bambino in luoghi meno protetti dove la sopravvivenza del bambino sarebbe a rischio.

[…]

Cortocircuito solidale. Nel gran baccano milanese intorno al piccolo Enea è andato tutto male. Assia Neumann Dayan su Linkiesta il 12 Aprile 2023

La donna che ha partorito alla Mangiagalli aveva un desiderio e non è stato accolto, non è nemmeno stato protetto il suo anonimato, non è stato protetto il bambino, e alla fine ci si è messo in mezzo pure Ezio Greggio a fare la morale

Poteva succedere ovunque, e invece è successo proprio a Milano. È successo alla Mangiagalli, l’ospedale dove nascono i veri milanesi, la fabbrica della futura classe dirigente, dove si narra che se vai in solvenza al Santa Caterina viene Cracco a prepararti un toast, dove ci sono le sale parto con la cromoterapia e le casse stereo con i suoni della natura, e soprattutto dove c’è la ruota per la vita, l’ultimo chiodo nella bara del diritto all’anonimato.

La verità è che nella storia di Enea tutto è andato male. La sua mamma lascia il bambino al sicuro insieme con una lettera, dice che ha partorito in ospedale per stare più tempo con il neonato che è «super sano», e che gli vuole bene, ma non può tenerlo.

La gente questa cosa non la accetta, perché l’unico concetto che abbiamo imparato e che consideriamo valido è: dove si mangia in due si mangia anche in tre. Quindi la gente, che comprende il primario, le mamme, le nonne, Ezio Greggio, non ci sta: i soldi te li diamo noi, non devi lasciare tuo figlio visto che hai scritto una lettera tanto caruccia. Inizia quindi il cortocircuito: non devi abortire, però attenta, se lo dai in adozione ripensaci, ti aiutiamo noi, noi che non abbiamo problemi di soldi.

Insomma, questi figli li dovete tenere, è finita la farsa che i figli sono di chi li cresce, i figli sono di chi li fa: aggiungete un posto a tavola che c’è un bambino in più, che volete che sia. Viviamo in un’eterna elemosina dove possiamo solo sentirci migliori, datemi un senso di colpa e vi solleverò il mondo.

La mamma di Enea avrà letto tutti gli appelli, i social, avrà guardato i telegiornali, si sarà vista in prima pagina su tutti i quotidiani: era questa dunque la garanzia dell’anonimato? Non è stato protetto l’anonimato della madre, non è stata protetta la madre, non è stato protetto il bambino, le donne che vorranno portare a termine una gravidanza dando il bambino in adozione ci penseranno due volte prima di farlo, e poi arriva pure Ezio Greggio a farti la morale da Abu Dhabi, che mi sembra il salto dello squalo che possiamo permetterci.

Le mamme di Milano su Facebook si sono subito prese per mano in una gara di solidarietà, cosa che di solito fanno con la domestica, la tata fuori sede, la cugina povera, e di certo non con tutto questo entusiasmo.

Magari la mamma di Enea si sarà detta che era meglio abortire, o magari sta pensando che davvero può riprendersi il figlio visto che tanta gente la vuole aiutare, e che tutti i suoi problemi in questo modo finiranno. È tuttavia curioso che quando una donna dichiara di avere difficoltà economiche e di non riuscire a mantenere i figli le si dica «potevi pensarci prima», mentre in questo caso tutti sembrano portatori di specchiata solidarietà.

Fabio Mosca, direttore del reparto di Neonatologia e Terapia intensiva neonatale del Policlinico, ha detto: «Se ci ripensasse, l’ospedale è pronto ad accoglierla e ad assisterla. È una lettera che la consapevolezza di non poter offrire il meglio al proprio bambino. Una donna in una condizione di profondo disagio che non abbiamo colto e che, nella ricca Milano, dovrebbe fare riflettere tutti». Ma non è che Milano non è poi così ricca? Chi mai a Milano si è accorto del disagio di qualcuno? È evidente che se Fabio Mosca parla di difficoltà economiche, e lui ha letto la lettera e noi no, di quello si tratta. Dove si mangia in due si mangia anche in tre, ma non a Milano.

Poi la gente ha iniziato a dire: ma il padre di Enea? Perché nessuno chiede al padre di riprenderselo? Forse perché anche questa è una scelta, insindacabile, della madre? Forse perché a partorire sono le donne? Forse perché il papà aveva finito il congedo parentale? Abbiamo sempre detto che l’interruzione volontaria di gravidanza è una scelta delle donne, e adesso la scelta di partorire e dare in adozione il bambino diventa una scelta condivisa? Sono davvero tempi strani.

Questa, però, è anche una storia sulla letteratura. Se la mamma di Enea non avesse scritto una lettera così bella e struggente non ci sarebbero stati nessun racconto e nessuna storia da prima pagina. Le parole sono pericolose perché esprimono desideri, e i desideri una volta che vengono esauditi, non ci sopravvivono.

La madre avvelenata con le penne al salmone: "Un figlio non ce l'ho più". Alessandro Leon Asoli, il 21 enne che nell’aprile del 2021 avvelenò sia lei che il suo patrigno, uccidendolo. La donna ancora non riesce a perdonarlo: "Ha provato a soffocarmi quando ha visto che non morivo". Valentina Dardari il 14 Gennaio 2023 su Il Giornale.

"Non riesco a perdonarlo per quello che ha fatto. Quando ha visto che non morivo ha cercato di soffocarmi". Aveva solo 19 anni suo figlio Alessandro Leon Asoli, quando ha ucciso il patrigno Loreno Grimandi, e tentato di uccidere la madre Monica Marchioni, con un piatto di penne al salmone a cui aveva aggiunto del nitrato di sodio. E' la donna a parlare dopo mesi, dopo l'omicidio del 56enne avvenuto il 15 aprile dello scorso anno a Ceretolo di Casalecchio, in provincia di Bologna. E dopo la condanna a 30 anni per il giovane da parte della corte d'Assise di Bologna. La donna si era salvata, solo perché aveva mangiato meno rispetto al marito. Il giovane si è sempre dichiarato innocente, gettando invece la colpa sulla madre e accusandola di essere l’unica responsabile di quanto avvenuto.

Ecco come vive adesso

Marchioni, assistita dal suo legale, l’avvocato Marco Rossi di Modena, come riportato dal Corriere di Bologna ha raccontato come sta vivendo adesso. Ha fatto sapere che sta seguendo un lungo percorso di elaborazione con una psicoterapeuta e una psichiatra e che ha venduto la casa in cui è avvenuta la tragedia. Parlando del ragazzo ha ammesso: "A oggi non lo ritengo più mio figlio. Sì facevamo tanti viaggi, uno degli ultimi era stato a New York, io e marito ci prendevamo sempre cura di lui. Provavamo a dargli sempre le cose migliori, non so se sia stato questo l’errore. Di certo lui è molto cambiato quando abbiamo deciso di chiudergli i rubinetti delle disponibilità economiche e infatti tutto quello che ha fatto era finalizzato a non dover studiare né lavorare quindi a trovare la via più breve, ad avere il nostro lascito prima del tempo".

Il ricordo di quella tragica notte

La donna si sente divisa in due: da una parte c’è la madre che ha sempre amato suo figlio, mentre dall’altra c’è la vittima di un reato. "Ha provato a uccidermi provando a soffocarmi e urlandomi cose cattive dopo che ero stata avvelenata. Sono cose che sto provando a superare, ma non è semplice. In quei drammatici momenti gli dicevo “Chicco ma cosa fai? Sono la mamma, lasciami andare". Lo chiamavo così “Chicco”, ma anche in quelle frasi in lui non ci fu la minima esitazione. Come si fa a sopravvivere a questo ricordo?", ha ammesso la donna. Per quel figlio, che non ha più sentito, continua ogni giorno a pregare.

Ma ancora non pensa di riuscire a perdonarlo, soprattutto perché dal processo è emersa la premeditazione delle sue azioni. Voleva l’eredità e aveva cercato su internet, utilizzando l’iPad della madre, i veleni da utilizzare. Usava sempre l’apparecchio indossando i guanti, per non lasciare impronte che potessero rimandare a lui. Alessandro era cambiato, dopo aver concluso con difficoltà gli studi si era preso un anno sabbatico e aveva detto di voler andare a vivere da solo. Per questo gli era stata presa una casa in affitto a Bologna dove avrebbe dovuto trasferirsi quindici giorni dopo. La donna ha ricordato che il figlio "era attratto dalla capacità di influenzare la personalità e i comportamenti delle persone. Una volta ci disse che voleva fare un rito con un amico per diventare potente ma ovviamente gli dicemmo di non permettersi a farlo. Oppure spesso diceva con noncuranza “Tanto a breve mi suiciderò”, comportamenti che a me preoccupavano tantissimo, ma al tempo stesso ritenuti a Loreno atteggiamenti detti in modo leggero".

Come ha fatto a salvarsi

La Marchioni si è salvata solo per il fatto di aver mangiato meno di suo marito, che si è subito sentito male, perché si era accorta che la pasta aveva un sapore strano. "Quando ha visto che non morivo ha cercato di soffocarmi e per fare tacere le mie grida mi dava dei pugni. Una lotta interminabile, ho pensato che non avrei più visto il giorno e non sarei riuscita ad aiutare mio marito. Si è fermato solo quando ha sentito i vicini che urlavano e calciavano la porta e forse i carabinieri, ero sotto choc. Lui mi ha detto "Vedi cosa hai combinato? Ora vai lì e devi dire che va tutto bene”. Invece ne approfittai per aprire la porta e trovare così la salvezza".

La donna è certa che se adesso andasse a trovare il figlio non riuscirebbe a essere sincera e sa di non poterlo aiutare perché adesso ha bisogno lei stessa di aiuto. A coloro che pensano che un genitore debba sempre saper perdonare un figlio, la donna ha affermato: "Credo che nessuno possa giudicarmi per questo. La mia vita è stata completamente distrutta. Ho perso la persona che amavo e anche un figlio, che a sua volta è il responsabile di tutto questo. Chi vive la mia esperienza non dimentica, impara a convivere con il suo dramma".

Il Matrimonio.

Il Divorzio.

Il Cognome.

Il Nome.

La Paternità.

La denominazione.

Il Matrimonio.

Il modello dominante. Il concetto di famiglia secondo la destra: etero, bianca e procreativa. Ecco quindi la contrarietà alle famiglie arcobaleno e alla loro genitorialità, allo jus soli, gli ostacoli alla procreazione assistita, il reato universale di gestazione per altri: insomma, il rifiuto della declinazione plurale di famiglie. Andrea Pugiotto su L'Unità il 25 Ottobre 2023

1. Il privato che si fa pubblico per un fuori-onda televisivo e un fatto personale che diventa politico tramite un tweet. In sintesi, è questa la dinamica del “caso” che vede protagonisti la premier e il suo (ex) compagno di vita. Il linguaggio da trivio e la postura da maschio-alfa di Giambruno sono stati diffusamente stigmatizzati, mentre la reazione di Meloni ha avuto commenti misti per tutti i gusti.

Con un riquadro in prima («Chapeau. Se invece volete gossip leggete un altro giornale»), L’Unità ha scelto di non occuparsene. Non credo di rompere l’embargo se di questa vicenda segnalo la cultura politica che veicola e la trascende. Sta tutta in un interrogativo: quando i leader del centrodestra alzano le loro insegne («Dio, Patria, Famiglia»), a quale famiglia fanno riferimento?

2. Non è quella tradizionale affermatasi nella storia italiana, a lungo costitutiva della cultura nazionale. Richiamarsi ad essa sarebbe anacronistico (e politicamente controproducente), perché i suoi caratteri un tempo irrinunciabili si rivelano, oggi, regressivi e inaccettabili.

L’indissolubilità del matrimonio. Una struttura familiare gerarchica a subordinazione femminile.

Un diritto di famiglia che – prima della riforma del 1975 – ammetteva il delitto d’onore e l’estinzione del reato di violenza carnale con nozze riparatrici. La responsabilità penale del marito limitata ai casi di «abuso» nei mezzi di correzione della moglie. Il reato del solo adulterio femminile, inizialmente salvato dalla Corte costituzionale proprio richiamando il «tradizionale concetto della famiglia, quale tuttora vive nella coscienza del popolo» (tranne, anni dopo, rimuoverlo con sent. n. 126/1968). Fino a l’altro ieri, questo era il modello familiare di casa nostra. Nessuno, al governo, credibilmente lo rimpiange.

3. Non è neppure la «società naturale fondata sul matrimonio» (art. 29 Cost.), la famiglia sbandierata dal centrodestra. Sarebbe contraddittorio: i suoi leader passati e presenti (Berlusconi, Fini, Casini, Salvini, Meloni) sono divorziati o non sono sposati o hanno finto di esserlo (pensando all’inedito berlusconiano delle “nozze” simulate con l’ultima “moglie”). Sarebbe anche un uso improprio di quella formula costituzionale che non incorpora un modello familiare fondato sul diritto naturale. Lo scopo dell’art. 29 è ben altro, come spiegò Costantino Mortati in Assemblea costituente: indicare nella famiglia una realtà preesistente allo Stato, con «una sua autonomia originaria, destinata a circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua regolamentazione».

I Costituenti intesero così marcare il confine tra autonomia familiare e sovranità statale. In ciò, ammaestrati dalla storia patria che aveva conosciuto obbrobri come l’obbligo di improntare l’istruzione e l’educazione dei figli al sentimento nazionale fascista; il divieto (per gli ebrei) di sposarsi in territorio italiano; il divieto di nozze con stranieri per non contaminare la razza. Nessuna prescrizione di un modello, dunque, tantomeno confessionale. Semmai, uno scudo a difesa della libertà di scelta, a cominciare da quella del proprio partner.

4. Forse il centrodestra difende la famiglia monogamica, quale unione tra un solo uomo e una sola donna? Lo si può realisticamente escludere. Le biografie dei suoi leader raccontano di più relazioni e di più figli, di primo e secondo letto. Nulla di illegittimo, anzi: è il nostro ordinamento a non elevare la monogamia a cardine dell’istituto familiare. La sopravvenuta depenalizzazione dei reati di adulterio e di relazione adulterina. L’introduzione del divorzio per scelta legislativa, poi confermata dal referendum popolare. La conseguente possibilità di creare nuove famiglie – anche legittime – senza il passaggio obbligato della vedovanza.

I doveri costituzionalmente imposti ai genitori verso i figli, legittimi o naturali che siano. Sono tutti tasselli che hanno ridefinito il paradigma monogamico dei tempi andati. Oggi, «non si può avere più di un coniuge per volta, ma se ne possono avere più di uno in sequenza» (Chiara Saraceno). Oggi, non solo si consente, ma addirittura si ammette l’esistenza di rapporti poligamici di fatto, riconoscendone gli effetti giuridici tra le generazioni.

5. A cosa alludono allora i leader di centrodestra? Quando invitano a difenderla, pensano a una famiglia trinitaria: etero, bianca, procreativa. È questa che vogliono tutelare legislativamente, agevolare con specifiche misure economico-sociali, culturalmente difendere e diffondere. Nella loro visione, le tre componenti devono suonare in stereo: l’assenza anche di una sola, infatti, cambia la musica e giustifica un diverso spartito. Serve esemplificare? La contrarietà alle famiglie arcobaleno e alla loro genitorialità, di cui si vieta la trascrizione.

Il rifiuto di una legge sulla cittadinanza improntata allo jus soli (per quanto temperato), perché favorirebbe successivi ricongiungimenti familiari da paesi extraeuropei. Le agevolazioni per le famiglie a prole numerosa, purché italiane. Gli ostacoli legislativi alla procreazione assistita. Il divieto penale universale della gestazione per altri, anche quando solidale (così, se ieri nascevano i figli del peccato, oggi nasceranno i figli del reato). È la declinazione plurale di famiglie che non piace e che, dunque, va avversata. Tutto si tiene. Purché si resti entro il perimetro della famiglia etero-bianca-procreativa, nella propria vita privata ogni altra possibile combinazione è tollerata. Lo testimoniano le loro biografie, da questo punto di vista per nulla incoerenti.

6. Senonché, il diritto (costituzionale, in particolare) parla un lessico familiare diverso. Quanto alla nostalgia per la famiglia «granaio della Nazione», contrarre matrimonio non è mai stato un diritto esclusivo di chi è idoneo a procreare naturalisticamente. Può sposarsi la coppia di anziani. Lo può fare il transessuale con il partner del suo sesso originario. Si celebrano nozze in punto di morte.

Dentro o fuori dal matrimonio, avere figli è una libera scelta individuale: infatti, la sterilizzazione volontaria non è più reato; quello di propaganda delle pratiche contraccettive è stato dichiarato incostituzionale (sent. n. 49/1971); la legge sull’aborto riconosce il diritto soggettivo alla procreazione cosciente e responsabile (art. 1, legge n. 194 del 1978). Sono tutti esempi di come, giuridicamente, sia stato da tempo tagliato il cordone ombelicale che univa famiglia e funzione procreativa. È vero: il calo demografico rappresenta un problema nazionale. Lo si potrebbe affrontare con una politica migratoria inclusiva. Se non lo si fa è perché ne uscirebbe divelto uno dei tre picchetti (la famiglia bianca) che si vuole ben piantato a terra.

Quanto al paradigma eterosessuale, resiste solo nell’istituto matrimoniale, come ha confermato la Consulta con una sentenza (n. 138/2010) tra le più discusse in dottrina. Ma non permea di sé le formazioni sociali a vocazione familiare che vediamo intorno a noi: unioni civili, coppie di fatto, famiglie unipersonali, allargate, omo-genitoriali, monoparentali. Famiglie che tali sono (non per il diritto, ma) per la vita, perché capaci di inedite e autentiche relazioni di cura: «è così difficile capirlo? Quello che fa davvero la differenza è la legge dell’amore» (Massimo Recalcati). Non la legge della natura o del codice civile.

7. Se le cose stanno così, l’opposizione farebbe bene allora ad abbandonare il moralismo di chi addita l’ipocrisia altrui. Irridere i leader di centrodestra perché amano così tanto la famiglia da averne più d’una è inutile ed anche sbagliato: infatti, le loro sono – tutte – unioni etero, bianche, procreative.

La posta in gioco è molto più alta. Voler imporre, attraverso il diritto, un modello dominante di famiglia implica narrare le altre come marginali e devianti, esponendone i componenti al pregiudizio sociale. Serve forse ricordare che, nella storia, sono sempre iniziate così tutte le discriminazioni peggiori? Andrea Pugiotto 25 Ottobre 2023

Il Bestiario, il Gossipigno. Il Gossipigno è un animale leggendario che approfitta delle vicende familiari personali per attaccare la "famiglia tradizionale". Giovanni Zola il 26 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Il Gossipigno è un animale leggendario che approfitta delle vicende familiari personali per attaccare la "famiglia tradizionale".

Il Gossipigno è un essere mitologico nato dal dio Presunzione e dalla dea Arroganza che, convinto di essere dalla parte della ragione, si erge a paladino della morale, sempre pronto a puntare il dito dimenticando quel minimo di empatia di circostanza propria degli esseri umani e assente negli animali leggendari. Così il Gossipigno, approfittando della separazione dell’anno, sulla quale non ha molto da dire, si scaglia sul concetto di "famiglia tradizionale" che la protagonista della stessa rottura famigliare avrebbe tradito, dimostrando grave incoerenza morale. Di questo si nutre il Gossipigno, dimostrando scarsa intelligenza e pessimo buon gusto.

Il Gossipigno infatti grugnisce frasi sconnesse. Il Gossippigno della specie Zan ha affermato: "Almeno lasciate in pace le famiglie che vogliono stare insieme", come se difendere la "famiglia tradizionale" impedisca ad altre tipologie di coppie di vivere insieme. Anche "l’incoerenza con l’avvocato del popolo intorno" ha detto la sua: "Invito la destra a evitare di elaborare modelli culturali che poi si vogliono imporre a tutti i cittadini, modelli culturali impregnati di forte ideologia costruita su modelli astratti come la famiglia del Mulino Bianco che poi si rivelano poco rispettosi delle scelte di vita personale che poi loro stessi non riescono a tradurre in pratica". Infine l’immancabile Selvaggia giornalista, ma anche giudice, ma anche influencer, produttrice in proprio di acido muriatico e simpatia, ha affermato: "Dio, Patria, Famiglia? Speriamo che abbia capito che la famiglia è imperfetta".

Ma di cosa parla il Gossipigno quando parla d’amore? Tralasciando la famiglia delle prime lettere Lgbtq+, che tecnicamente non è una famiglia, ma una coppia e che onestamente oramai crea poco interesse, vi sono nuove forme "familiari" più stuzzicanti e progressiste. Si chiama "Non-monogamia etica" e definisce i rapporti con più di un partner con il consenso di tutte le parti coinvolte. All’interno del poliamore il numero di componenti è variabile e una famiglia poliamorosa può vivere insieme e avere dei figli senza rinunciare ad altre relazioni. Talvolta le cose si complicano, soprattutto all’interno di famiglie poliamorose composte da un uomo eterosessuale e una donna bisessuale. Può capitare che l’uomo (maledetto patriarcato), pretenda dalla partner una "one penis policy" ("politica dell’unico pene"), chiedendole di avere relazioni soltanto con donne. D’altra parte ogni famiglia ha i suoi guai.

Dunque è vero che la "famiglia tradizionale" sia imperfetta, ma questo non vuol dire che in quanto imperfetta sia sbagliata. Il Gossipigno critica chi difende la "famiglia tradizionale" perché incoerente, quando non è la coerenza a rendere vera la realtà. Se giudicassimo l’uomo dalla sua coerenza chi si salverebbe? Ciò che conta è la tensione ideale al vero. Viceversa, per evitare l’incoerenza, certa ideologia demolisce le regole naturali della famiglia, confezionando verità relative comode ad ogni esigenza. 

Maschi bianchi, etero e cattolici: perché la sinistra woke ci incolpa di tutto. In Maschio bianco etero & cattolico. L'uomo colpevole di tutto (Il Timone) Giuliano Guzzo ripercorre le più folli tesi di un'ideologia che ci vorrebbe affibbiare tutti i mali del mondo. E fornisce anche una via di uscita. Matteo Carnieletto il 26 Ottobre 2023 su Il Giornale.

"Sono maschio bianco eterosessuale e cattolico. Insomma, sono pericoloso". Lo scrive Giuliano Guzzo nel suo ultimo libro che, ovviamente, si intitola Maschio bianco etero & cattolico. L'uomo colpevole di tutto, pubblicato per i tipi del Timone. Lo scrive lui, ma potremmo scriverlo tutti noi perché noi tutti, almeno una volta nella vita, lo abbiamo pensato. Anzi: lo abbiamo provato. Tutti, o quasi, ci siamo sentiti guardati in cagnesco solamente perché incarnavamo queste caratteristiche. Meglio: questi valori. Solamente perché eravamo, e siamo, certamente bianchi ed eterosessuali e - anche se forse non siamo degli stakanovisti dell'acquasantiera, per dirla alla Giovannino Guareschi - cattolici. Lo siamo però con il dito puntato addosso. Con il faro che ci illumina la schiena, come dei galeotti qualsiasi che, da un momento all'altro, potrebbero commettere chissà quali atrocità. Tipo dire che il divorzio è male, che l'aborto è pure peggio e che i bambini hanno il diritto di avere un padre ed una madre. E non due padri o due madri. E nemmeno una famiglia allargata all'americana, corredata da Labrador e polpettone domenicale d'ordinanza, ovviamente preocotto.

Per l'ideologia liberal e woke, che oggi va per la maggiore, noi uomini bianchi, eterossessuali e cattolici siamo i colpevoli di tutto. E lo siamo come categoria, non come singoli individui che possono scegliere tra il bene e il male. Che hanno, in poche parole, il libero arbitrio. Siamo noi i colpevoli di ogni femminicidio. Siamo noi i portatori (in)sani della "mascolinità tossica". Esagerazioni? Non proprio. Pensate all'omicidio della povera Giulia Tramontano, brutalmente ammazzata insieme a suo figlio Thiago da un compagno e padre criminale. C'è chi ha scritto che il killer non è solo un uomo - quello che l'ha uccisa e che ha un nome e un cognome (Alessandro Impagnatiello) - ma "il maschio bianco". Che è come dire: anche io che sto scrivendo queste parole sono colpevole. Anche tu che le stai leggendo lo sei. Tutti i maschi lo sono.

Ovviamente non è così. Anche perché gli uomini sono forti, non violenti. O almeno dovrebbero esserlo. E se oggi non lo sono più è anche colpa di un certo femminismo che, negli ultimi decenni, ha puntato a picconare e disgregare l'istituto familiare, facendo crescere generazioni di orfani di padri. Esagerazioni da reazionari? Non proprio. Cito Guzzo: "Se da un lato i giovani che crescono col padre presente hanno più probabilità di vivere una crescita equilibrata - imparando anche a elaborare l'esperienza del fallimento, in una prospettiva di resilienza, per dirla con un termine ultimamente in voga - dall'altro quando invece il papà manca sono danni e dolori". E qui arrivano i dati, tremendamente puntuali e corredati da riferimenti alle fonti: "I ragazzi abbandonati dai padri hanno più difficoltà accademiche, un quoziente intellettivo più basso e la metà dei bambini ricoverati per malattie psichiatriche hanno precisamente questo in comune: l'assenza paterna. Tra gli adolescenti senza papà si manifestano più facilmente comportamenti aggressivi e sono più alti i tassi di consumo di marijuana. Tra i bambini coi padri biologici assenti aumenta inoltre il rischio di subire abusi e la presenza di patrigni da questo punto di vista non aiuta, anzi".

Siamo quindi sotto attacco ed è bene che iniziamo a rendercene conto. Anche perché è arrivato il momento di reagire. Non con la violenza che tutto distrugge (come vorrebbero le femministe), ma con la forza che fa scudo e che allontana il male. Per questo, al termine del libro, c'è spazio per la speranza. Perché l'uomo bianco e etero è anche, e soprattutto, cattolico. E dalla sofferenza, anzi dal sangue, fa germogliare la resurrezione. La rinascita. Da quest'incubo mischiato di sentimenti pelosi e politicamente corretto, noi uomini possiamo uscirne. E possiamo farlo nell'unico modo possibile per un uomo: rimboccandoci le maniche ed essere uomini veri. Come san Giuseppe (e temo che se qualche femminista che scrive su Repubblica o qualche attivista Lgbt è arrivato fin qui potrebbe svenire). "Lui è davvero nella penombra, dato che non ci viene riferito alcunché di quanto abbia detto, non una sillaba, nulla di nulla. Ciò nonostante, egli può essere ritenuto un esempio, anzi per gli uomini l'esempio. Per quale motivo? Semplice: per ciò che ha fatto. (...) Ha saputo mettere in salvo la sua famiglia, crescendo peraltro un figlio eccezionale". Impariamo da lui. Orgogliosi di essere maschi bianchi eterosessuali e cattolici.

Da “Posta e risposta – la Repubblica” sabato 2 settembre 2023.

Caro Merlo, c’ero anch’io in piazza a Bologna quando, nel giugno scorso, lei e Filippo Ceccarelli ci avete raccontato le avventure di “casa Meloni”, prevedendo e persino anticipando l’escalation di trovate del fidanzato d’Italia Andrea Giambruno e del cognato d’Italia, Francesco Lollobrigida, i due maschi ad alto rischio del governo Meloni. 

Ma in fondo Giambruno può essere visto come una piccola vittoria del femminismo. Anche il familismo si è emancipato: non la moglie di Cesare combina guai, ma il marito di Cesare.

Lilly Rosano - Bologna 

Risposta di Francesco Merlo:

Solo a prima vista c’è un bel progresso del costume in questo malcostume che rovescia lo stereotipo: la moglie “ingravida” il marito, e il marito (o compagno), nella dimensione parassita del macho che traffica nel nome della moglie, ne mette a rischio la carriera. L’Italia che, come lei acutamente nota, è stato il Paese della moglie di Cesare, rischia di diventare il Paese del marito di Cesare. 

Tra le tanti mogli che inguaiarono Cesare ricordo, senza ordine, la moglie di Crispi, la prima moglie di Fanfani, la signora Leone, la signora Dini, la moglie dell’ex presidente della Banca d’Italia Fazio, e poi tutte le mogli e le compagne che i grandi scrittori italiani imposero come scrittrici. E ci sono ovviamente le Mulieres di Berlusconi. A guardar bene, però, con Giambruno e Lollo non siamo alla versione maschile della moglie di Cesare, ma allo svampitello che imbarazza la moglie e tuttavia la gratifica: è la debolezza che ne certifica la forza.

Nella famiglia politica più familistica che l’Italia abbia mai avuto al potere, comandano le due sorelle e gli ometti a rimorchio, con le loro poche e maschiette trovate, alla fine confermano e persino esaltano il potere della Padrina, della Godmather, come una volta accadeva, all’inverso, con “la bionda del capo”. 

La maggiorata svampita al maschile diventa il palestrato svampito. Non mi pare che il femminismo italiano, che si incantò davanti alla Meloni, meriti questo finale da commedia buffa. Quel genio misogino di Carmelo Bene, arrestato perché aveva picchiato la moglie, disse ai carabinieri: “Sono io la moglie di me stesso”.

Estratto dell’articolo di Gianluca Nicoletti per “la Stampa” il 17 luglio 2023.

Ho sperimentato l'unione sologama. Ora sono marito di me medesimo, anche moglie però. Per non negarmi nulla ho attraversato anche la terza opzione, sono diventato così anche compagn* di me stess*. 

L'officiante di questa mia plurima esperienza matrimoniale solitaria è stata la performer digitale Elena Ketra, che al Gazometro di Roma in questi giorni ha installato una postazione dove è possibile coronare la propria storia d'amore autarchico, con marcia nuziale in chiave sologamy. La pratica, pare che abbia origini giapponesi. 

A Kyoto un'agenzia specializzata offrirebbe pacchetti per matrimoni "self-wedding", a cui sarebbero interessate soprattutto donne alla ricerca del proprio benessere interiore. La cerimonia matrimoniale sologamica da me celebrata è però stata austera, algida e tecnologica.

Tutto si è svolto davanti al touchscreen di un totem che riproduce uno smartphone grande quanto una persona, nulla è stato concesso allo sfarzo pacchiano, a cui ci ha abituati la classica iconografia barocca del wedding planning di cultura mediterranea.

[…] 

Tutto questo però è sicuramente parte del messaggio dirompente dell'installazione: «Filo conduttore della ricerca di Elena Ketra è l'empowerment femminile e l'inclusione sociale, ponendo come centro della riflessione il sé come persona, oltre stereotipi di genere». Proprio in forza di questo non mi sono limitato all'autosposalizio nella mia banale collocazione anagrafica, per farlo però sono stato costretto al triplice adulterio nel giro di un paio di minuti. Il problema di coscienza che questo mi ha provocato ancora debbo elaborarlo. […]

È comprensibile un'assegnazione civile di condivisione tra chi dovrà fare un mutuo, spartirsi oneri familiari, convivere e sostenersi quando possibile, ereditare. È pure parte delle libertà individuali scommettere sull'esistenza di un principio superiore e metafisico, che si farà garante del carattere imperituro di tale unione. Ammettiamo pure che a certe latitudini le convinzioni sociali impongano, in nome del quieto vivere, che questo passaggio avvenga in parchi a tema appositamente costruiti, con un esercito di parenti e amici agghindati e speranzosi di potersi satollare a fronte di denaro gettato in liste di nozze o rimpolpamento di bustarelle, acquisto di abbigliamento, scarpe trucchi e parrucchi da bruciarsi in una sola giornata.

Potrà pure esserci una via alternativa allo sprezzante raccapriccio da parte di chi si sente superiore a tutto questo? Ogni pretesa di originalità sponsale è tracimata velocemente nella burinate del tipo matrimonio in masseria, officiato da un Masai, del banchetto etnico-vegano, della sposa con le sneakers. Si scorra a proposito l'illuminante rassegna on line "case pacchiane" e se ne avrà ampia documentazione. […]

Come anticipato io per strafare ho seguito tre volte la stessa procedura, per ognuno dei miei tre matrimoni con la mia persona. Ogni volta quindi ho promesso di amarmi e prendermi cura di me, di non permettere a nessuno di ferirmi o di farmi del male (se a qualcuno però questo desse un po' di gusto? Si può derogare? È ammesso il cilicio e l'autoflagellazione? Non vorrei fosse discriminatorio verso le minoranze che amano tali pratiche catartiche). 

Ho anche promesso che mi batterò sempre per difendere le mie idee e la mia libertà (lo sto dimostrando in questo mio perculaggio benevolo). Ho infine promesso che mi basterò e non mi lascerò mai solo (anche sola e sol* naturalmente). 

Purtroppo tra le tre opzioni di rilascio della certificazione degli avvenuti matrimoni ho scelto quella più micragnosa: il rilascio gratuito di un pdf spedito per mail.

Una signora attempata chiedeva se avessero valore legale, tutto oggi è credibile e questo è il segno della contemporaneità. Forse avrei potuto anche permettermi l'opzione intermedia: «Certificato di matrimonio firmato a mano dall'artista in cartoncino bianco 40X40», al costo di euro 85,40. Mai avrei però potuto ambire all'offerta premium: sempre firmato a mano da Elena Ketra ma con sontuosa «stampa su alluminio specchiato 70x70, certificato e numerato» per cui alla fine 732,00 euro sembrano persino pochi […]

La lunga battaglia dei comunisti in Parlamento e nel paese per rinnovare il diritto famigliare. Paolo Persichetti su L'Unità il 24 Giugno 2023

Il 19 maggio 1975 il parlamento approva il nuovo diritto di famiglia, una legge che ha cambiato profondamente la vita delle donne italiane e quella delle bambine e dei bambini nati da rapporti extraconiugali, considerati per questo illegittimi. Nuovi figli di coppie separate che non potevano essere riconosciuti o peggio figli della «colpa», nati da un adulterio, celati, nascosti, marchiati.

Kant in una pagina della Metafisica dei costumi, dove affronta il regime giuridico della famiglia, del matrimonio e della donna, scrive pagine terribili sui figli nati da adulterio, paragonati a merce avariata che subdolamente si infiltra nella società corrompendola. Un male da tenere fuori della vita civile e giuridica. Dei minus habens, semplicemente «bastardi» nel linguaggio popolare e le loro madri delle poco di buono. Quello che oggi nelle grandi metropoli occidentali viene vissuto come un segno distintivo di emancipazione, la famiglia monoparentale, fino a pochi decenni fa era uno stigma sociale che segnava profondamente la vita delle «ragazze madri», giovani donne senza compagno, abbandonate o che avevano allacciato rapporti con uomini sposati.

Guardate con disapprovazione, poste sotto tutela, rischiavano di perdere i figli da un momento all’altro, sottratti e rinchiusi in istituti dove si allevavano neonati illegittimi o abbandonati, i brefotrofi. Chi scrive è stato uno di quei bambini «illegittimi» divenuti improvvisamente «naturali» col nuovo diritto di famiglia. Avevo 13 anni e la definizione «naturale» per molto tempo ancora ha suscitato in me un certo divertimento, l’illegittimo infatti sembrava d’improvviso divenuto più genuino e vero del figlio regolare anche se la nuova legge, che assicurava «ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale», non eliminava tutte le differenze.

La riforma giungeva al termine dopo un iter molto travagliato lungo nove anni. Un contributo notevole al suo compimento era venuto del referendum dell’anno precedente che aveva confermato la legge sul divorzio. La sconfitta delle istanze reazionarie del fronte «clerico-fascista», come veniva definito all’epoca, aveva liberato energie trasformatrici. La rivoluzione entrava in famiglia, spariva la plurimillenaria figura del pater familias tramandata dal diritto romano, un arcano giuridico del patriarcato. Venivano modificati gli articoli del codice civile del 1942, adeguandoli al dettato costituzionale, in particolare all’articolo 29 secondo il quale «il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi».

La moglie non seguiva più la condizione civile del marito, “assumendone il cognome con l’obbligo di accompagnarlo ovunque questi crede opportuno di fissare la sua residenza”, come recitava l’art. 144 del codice civile e non perdeva più la cittadinanza se sposava uno straniero. Vale la pena sottolineare, perché la memoria non è mai neutra, che a questo salto di civiltà, oggi patrimonio comune, si oppose ferocemente la destra, la stessa che oggi governa questo paese. Una destra che si è emancipata malgrado se stessa, grazie ad una legislazione sui diritti che aveva sempre osteggiato.

Bisogna ricordarsene soprattutto oggi che altre forme di relazioni tra persone si sono affermate, dando vita a famiglie omoparentali che nuovamente la destra osteggia in nome di una visione della famiglia che pochi decenni prima combatteva. La famiglia «naturale» di cui la destra favoleggia oggi altro non è che la famiglia nata con la legge del 1975.

***

L’Unità 23 aprile 1975

La riforma del diritto di famiglia è legge dello Stato. L’ha approvata in via definitiva, ieri pomeriggio a conclusione di un dibattito assai serrato, la commissione Giustizia della Camera che, a grande maggioranza, ha votato la legge nel testo modificato dal Senato.

Sul provvedimento, che il ministro della giustizia Reale si è impegnato a pubblicare immediatamente sulla Gazzetta Ufficiale – appena gli giungerà il «messaggio» della Camera – al termine di battaglie che hanno caratterizzato tre legislature, sia a Montecitorio che Palazzo Madama vi è la stata la convergenza dei consensi della grandi forze popolari – comunista, socialista, cattolica – e di quelle repubblicane e socialdemocratiche, per contro, si è registrata l’emarginazione della estrema destra fascista, attestata su posizioni reazionarie e conservatrici.

La legge innova profondamente la normativa sui rapporti fra coniugi, sulla contrazione del matrimonio, sul regime patrimoniale, sulla separazione. In definitiva «salta» il vecchio impianto della legislazione familiare, pur se non è stato possibile evitare taluni limiti.

Il voto favorevole dei deputati comunisti è stato annunciato dalla compagna Nilde Jotti, la quale ha anzitutto rilevato, dopo aver ricordato polemicamente le tenaci resistenze di una certa Dc di dieci anni fa, che la riforma attua finalmente principi fondamentali della costituzione. La legge risponde ai mutamenti intervenuti nella società, nella quale è cresciuto il senso della parità fra uomo donna e della pari responsabilità di fronte alla famiglia e alla società. Ed è cambiato anche col cambiare del mondo, il rapporto fra gli esseri umani, per cui è andata accentuandosi la necessità della solidarietà e della tolleranza.

La compagna Jotti ha quindi posto in rilievo gli elementi più qualificanti della riforma, quali la parità fra i coniugi e la eguale responsabilità nella conduzione della famiglia e nei confronti dei figli, la comunione dei beni, il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio ed ha affermato che i comunisti sono lieti di essere stati «parte creatrice» della riforma. Non si tratta qui di calcolare – ha sottolineato la dirigente comunista – quanto ognuno di noi abbia dato alla elaborazione della riforma. Si tratta piuttosto di rilevare come, pur attraverso momenti travagliati – lo scontro sulla legge di divorzio e nel referendum abrogativo – che hanno visto divise e su opposte sponde le grandi forze popolari e democratiche, il processo di affermazione unitaria per un nuovo diritto di famiglia sta avanzando e sia stato, alla fine, vittorioso contro tutte le posizioni conservatrici e reazionarie.

Questo sottolineiamo – ha detto la compagna Jotti – anche se non perdiamo di vista che le posizioni arretrate hanno lasciato nella legge il loro segno. Respingiamo infatti la parte della legge che impone come obbligo la fedeltà coniugale mentre alla Camera avevamo stabilito che questo deve essere un impegno partecipe dei coniugi. E critichiamo non tanto la surrettizia introduzione tramite il dispositivo della sentenza del concetto di colpa nella separazione, quando le conseguenze che da esse si fanno derivare in modo particolare nel rapporto con i figli.

Tuttavia – ha concluso la compagna Jotti – il nostro voto è favorevole e convinto sicuro, perché al di là di taluni limiti i principi fondamentali della riforma restano e liquidano finalmente dalla nostra legislazione, a trent’anni dalla Liberazione, un ciarpame ingiusto, violento e arcaico che era un disonore per il nostro paese

[…]

Una riforma che «non costa» allo Stato, ma che «rende» molto a tutti componenti della famiglia sul piano dei princìpi e sul piano pratico, nella vita quotidiana e in prospettiva. Questo è il valore del nuovo diritto familiare che scalza il vecchio codice civile, con tutte le sue regole dettate da una concezione del nucleo familiare risalente a Napoleone. La famiglia con la legge approvata ieri, non è più vista come una piramide che ha al vertice il marito «capo» e monarca assoluto, padre e padrone nello stesso tempo.

Riconoscendo i diritti delle donne e accogliendo i principi costituzionali, la riforma innanzitutto pone la parità tra i coniugi e colloca in primo piano gli interessi morali e materiali dei figli. L’unità della famiglia trova d’ora in poi la sua vera forza e la sua ragione d’essere nel consenso, non più nell’autoritarismo, mentre viene riconosciuta l’autonoma personalità (e i diritti-doveri) di ciascuno dei suoi componenti, il marito, la moglie, i figli.

La legge non imponendo un «modello», riconosce la mutata realtà della famiglia italiana e nello stesso tempo è aperta al suo sviluppo: da questa conquista sul piano giuridico emerge infatti l’urgenza di altre conquiste sul piano politico e sociale per dare una risposa a tutte le esigenze del nucleo familiare, dei cittadini d’oggi. Da questa riforma, dunque, viene la sollecitazione per altre riforme: dalla famiglia rinnovata viene la spinta al rinnovamento della società.

Paolo Persichetti 24 Giugno 2023

DAGONEWS il 2 maggio 2023.

Alzi la mano chi non ha avuto una storia non per amore o per solitudine. È successo anche a Tracey Cox che rivela: «Ancora oggi mia sorella è perplessa perché ho avuto una relazione con un ragazzo di 15 anni più giovane quando avevo 40 anni. Non era per sesso. La risposta è che mi sentivo sola. Scrivevo libri e colonne, facevo programmi TV e lavoravo sette giorni su sette. Non avevo il tempo o l'energia per trovare un uomo che fosse mio pari e gettare le basi per un amore sano e a lungo termine. Ma ogni tanto desideravo qualcuno da coccolare. Quindi, ho preso una soluzione comoda e poco stressante: un ragazzo simpatico che chiedeva poco, ma riempiva un vuoto. Non mi vergogno e nemmeno tu dovresti farlo se hai fatto lo stesso.

Avere una relazione per smettere di sentirsi soli è un motivo valido. È sicuramente più valido che mettersi con qualcuno per i suoi soldi. Come esseri umani, siamo programmati per desiderare connessione e compagnia. Le donne più degli uomini, perché diamo maggiore enfasi all'intimità emotiva rispetto agli uomini. Ma non sono solo le donne».

In un recente studio statunitense, il 45% degli uomini e il 52% delle donne ha affermato di rimanere nella loro relazione perché si sentono soli e non hanno un supporto emotivo altrove. Un altro motivo per cui si rimane insieme quando non siamo innamorati è la paura. Paura di restare soli, paura di ricominciare, paura di non riuscire a trovare qualcun altro. È una tendenza umana comune e ci spinge ad aggrapparci a ciò che è familiare, anche se non ci rende felici.

È solitudine o amore? Ecco i cinque campanelli di allarme per capirlo.

Temi di rimanere in una relazione per i motivi sbagliati? Fai questo test. 

1. I tuoi amici non "capiscono" la tua relazione. La ricerca dimostra che i nostri amici sono i migliori giudici: capiscono chi è giusto per noi. Meglio dei nostri genitori o di noi stessi. 

2. Sei te stesso con questa persona? Se hai una relazione motivata dalla solitudine, hai paura di perdere il partner. Diventi la persona che pensi voglia che tu sia, non chi sei. Immaginati con il tuo migliore amico. Sei la stessa persona che sei con il tuo partner? O ti stai modificando per paura di perderlo?

3. Sei felice di stare da solo con il partner? Va bene essere estroverso e godersi la compagnia. Altro è non riuscire a stare solo con lui. 

4. Diventi geloso facilmente? La gelosia irrazionale è radicata nella nostra paura dell'abbandono. Pensa al tuo passato. È successo qualcosa che ti ha fatto sentire come se qualcuno di significativo ti avesse lasciato quando ne avevi più bisogno?

5. Cosa ti ha fatto scegliere questa persona? Hai pensato: “Farei meglio a sistemarmi con qualcuno o non rimarrà nessuno?” O “Forse la mia lista dei desideri era un po' irrealistica?”. Su quali aspetti ritieni di essere sceso a compromessi? Sono cose grandi, importanti o cose superficiali?

Estratto da ilfattoquotidiano.it il 16 aprile 2023.

Prima sposa un pupazzo poi rimane incinta due volte, ma niente paura: dopo il lieto annuncio nascono dei pupazzini. La storia della 37enne brasiliana Meirivone Rocha Morales è uno di quei casi socio psicologici dove non comprendi realmente se chi hai di fronte “ci fa o ci è”, come si suol dire. 

Pensate, qualche tempo fa la ragazza aveva sposato ufficialmente un pupazzo, tal Marcelo. Sì: vestito bianco, anello, giuramento, bouquet lanciato tra le pupazze single. Insomma tutto come in ogni cerimonia nuziale che si rispetti. Solo che il coniuge di Meirivone è un pupazzo di pezza a grandezza naturale con pizzetto e riccioli neri. 

[…] la 37enne felice e contenta del suo nuovo marito comincia a documentare su Instagram e TikTok la vita quotidiana con il coniuge. Tanto che a un certo punto si paventa pure una crisi matrimoniale perché lui l’avrebbe tradita con una pupazza (o no?). Il tradimento porta con sé dolorosi strascichi, tutti documentati online con 56mila follower che impazziscono per le vicende di coppia dei due.

A un certo punto però Meirivone perdona il marito birichino perché è incinta. Fermi tutti. La manfrina è la solita, con tanto di esame ufficiale, ma alla fine a nascere è un pupazzetto simile a papà. La nostra signora dei turchi gli fa il bagnetto, gli dà la pappa e siamo da capo. 

 […] E anche stavolta alla crisi segue la solita “ricompensa” per le corna subite: lui, il pupazzo, rimette incinta la moglie, non pupazza. Meirivone è felice come una pasqua e pubblica un video con il solito test di gravidanza che risulta positivo. “[…] Questo nuovo bambino salverà il nostro matrimonio”, ha spiegato Meirivone. In attesa di capire se è di pezza anche questo, l’indirizzo della signora per le autorità sanitarie è visibile e pubblico.

DAGONEWS il 28 gennaio 2023.

I dati dell'Ufficio nazionale di statistica mostrano che il 2021 è stato il primo anno in cui sono nati più bambini fuori dal matrimonio che nel matrimonio.

 Questo dato segue una tendenza a lungo termine di diminuzione dei tassi di matrimonio e di aumento del numero di coppie conviventi registrata negli ultimi decenni.

Per spiegare questo declino, il dottor Max Blumberg, psicologo delle relazioni e membro della British Psychological Society, afferma che il matrimonio non offre più quello che offriva un tempo.

Di seguito spiegati i motivi per i quali l'istituzione tradizionale è in via di estinzione.

 1. LE RAGIONI TRADIZIONALI DEL MATRIMONIO NON HANNO PIÙ IMPORTANZA

Tradizionalmente, le donne avevano bisogno della stabilità economica e della mobilità sociale del matrimonio.

Anche fino agli anni '60 o più tardi, uomini e donne avevano ruoli ben definiti. Ma le strutture sociali moderne rendono questo aspetto sempre meno importante e la vita delle donne è ora molto più flessibile.

 Lavorano, fanno carriera, hanno figli e si occupano della casa, che siano sposate o meno. Anche gli uomini stanno diventando più flessibili nei loro ruoli, ma non allo stesso ritmo delle donne.

 2. LE PERSONE SI SPOSANO QUANDO SONO FELICI (E NOI SIAMO MENO FELICI)

Le persone più felici hanno maggiori probabilità di sposarsi rispetto a quelle infelici, semplicemente perché le persone infelici hanno difficoltà ad avere relazioni e sono più  difficili da gestire.

 Quindi un declino della salute mentale e della felicità si collega a un declino del matrimonio.

 3. CRESCENTE ACCETTAZIONE DELLA CONVIVENZA

La convivenza è sempre più accettata dalla società, con crescenti richieste di protezione legale.

Spesso si crede che vivere con qualcuno prima del matrimonio possa ridurre l'impatto di un successivo divorzio.

 In realtà, la convivenza può comportare più rischi del matrimonio in caso di rottura della coppia. Eppure è sempre più diffusa, forse semplicemente perché è più facile e i genitori non la disapprovano più.

 4. GLI ALTI TASSI DI DIVORZIO DIPINGONO UN QUADRO NEGATIVO

Si stima che il 42% dei matrimoni nel Regno Unito finisca con un divorzio. Spesso uno dei motivi principali sono le discussioni sulle finanze.

 5. NON CI SONO PROVE CHE DIMOSTRINO CHE IL MATRIMONIO RENDA PIÙ FELICI E PIÙ SANI (SOPRATTUTTO PER LE DONNE)

I benefici del matrimonio per gli uomini sono piuttosto evidenti.

Gli studi hanno dimostrato che gli uomini sposati hanno una salute e una felicità migliori. Hanno meno malattie ed una migliore salute mentale.

 Ma non è così chiaro per le donne.

 Nel suo libro del 2020 Happy Ever After: A Radical New Approach to Living Well, lo scienziato comportamentale Paul Dolan della London School of Economics ha analizzato dati globali.

Ha scoperto che le donne single senza figli spesso dichiarano di essere più felici di quelle sposate.

 Inoltre, vivono più a lungo. 

 Le ricerche dimostrano che le donne single possono avere maggiori legami sociali e svolgere più attività sociali, il che è un indicatore chiave della felicità.

 6. COSTO DEI MATRIMONI

Secondo il National Wedding Survey di Hitched, il costo medio di un matrimonio nel 2021 è stato di 17.300 sterline.

 Si tratta di un aumento del 90% rispetto all'anno precedente, in cui i costi erano di 9.100 sterline.

 In una situazione di crisi del costo della vita, molte coppie potrebbero semplicemente pensare che un matrimonio sia troppo costoso e non sia in cima alla loro lista di priorità.

7. LIBERAZIONE SESSUALE E PILLOLA

Il mondo è ormai pieno di siti di incontri. Allo stesso modo, la pillola ha permesso alle donne di liberarsi e di avere un maggiore controllo sul proprio corpo.

 Le donne e gli uomini sono liberi di fare ciò che vogliono e non hanno bisogno di far parte di un'istituzione come il matrimonio.

 8. LE DONNE NON HANNO PROBLEMI A VIVERE LA MATERNITÀ DA SOLE

Oggi c'è meno stigma sul ricorso a donatori di sperma o sull'essere una madre single.

 E se una donna può permetterselo, come sempre più spesso accade, questa sembra essere un'opzione.

 Allo stesso modo, se una coppia rimane incinta ma uno dei due non vuole avere il bambino, l'altro potrebbe scegliere di crescerlo da solo.

 9. LE PERSONE NON VOGLIONO INVESTIRE

Quando una persona valuta se sposarsi o meno, valuta quanto investirà emotivamente e finanziariamente e quale sarà il ritorno che ne ricaverà.

 Il matrimonio implica inevitabilmente la necessità di scendere a compromessi su alcune cose. Non avrete la libertà di fare ciò che volete.

 Allo stesso modo, potreste scoprire che le vostre finanze si riducono, perché finiscono in una piscina condivisa e non avete più la possibilità di decidere come spendere i vostri soldi.

 Le persone guardano al ritorno che ottengono dal loro investimento e, se non sembra sufficiente, non si sposano. Il valore e i benefici devono essere superiori al costo.

10. NASCERE FUORI DAL MATRIMONIO NON È PIÙ UNA VERGOGNA SOCIALE

Chi ha più di 50 anni può ancora alzare un sopracciglio su un bambino nato fuori dal matrimonio. Ma la maggior parte delle persone non lo farà.

 Questo è probabilmente legato al calo di potere della Chiesa.

 Gran parte del tradizionale stigma sociale derivava da una visione religiosa. Ma un recente censimento ha mostrato che sempre meno persone sono affiliate a una chiesa nel Regno Unito.

 Non è una coincidenza che l'aumento dei bambini nati al di fuori del matrimonio cresca in concomitanza con il declino della frequentazione delle chiese.

 11. FLUIDITÀ SESSUALE

Le giovani generazioni sono molto più inclini ad avere una mentalità aperta rispetto alle generazioni più anziane. 

Un numero crescente di persone è gay, lesbica o pansessuale, oltre ad avere una fluidità di genere.

 Se le persone vogliono frequentare persone di sesso diverso e variegato, anche in questo caso il matrimonio è meno probabile che sia un'opzione, soprattutto perché la Chiesa non sostiene ancora il matrimonio gay.

 12. MANCANZA DI MODELLI DI PERSONE SPOSATE

Siamo ormai alla seconda generazione di persone che scelgono di non sposarsi.

 Molti di loro sono cresciuti senza genitori sposati. Allo stesso modo, i media non si concentrano più sulle coppie sposate. Quindi ci sono sempre meno modelli sposati a cui guardare.

Il Divorzio.

Il Bestiario, il Divorzigno. Il Divorzigno è un animale leggendario che non vuole ammettere che i figli possano soffrire per la separazione dei genitori. Giovanni Zola il 27 Settembre 2023 su Il Giornale.

Il Divorzigno è un animale leggendario che non vuole ammettere che i figli possano soffrire per la separazione dei genitori.

Il Divorzigno è un essere mitologico che nasce alla fine degli anni Sessanta dalle ceneri della cultura cattolica e che protesta per la raffigurazione di figli che desiderano vedere i genitori stare insieme. Così il Divorzigno salta sulla sedia quando si imbatte in uno spot che non solo rappresenta la famiglia come una coppia tra un uomo e una donna, ma li induce a sentirsi in colpa di fronte alla loro bambina che li vorrebbe ancora insieme. Sia ben chiaro: per Divorzigno non s’intende colui e colei che si separano tout court, ma chi afferma che sia una scelta normale e senza conseguenze per i più piccoli.

D’altra parte sono cinquanta anni che il Divorzigno finanzia studi e ricerche di mediocri psicologi e sociologi per far dire loro che la “felicità” dell’adulto viene prima di ogni cosa, anche prima dei figli. L’ombra del patriarcato aleggia su tutti noi come il male assoluto. Così gli scienziati esperti si sono sforzati così tanto di dimostrare che l’”amore” passa e se ne va e che sia giusto inseguire l’emozione del momento, che hanno deciso che i figli non hanno diritto di soffrire. I sociologi, amici del Divorzigno, ci hanno insistentemente spiegato che non siamo responsabili delle nostre azioni perché siamo il prodotto di circostanze che non abbiamo scelto. Il Divorzigno, quando si separa, si giustifica, per alleggerire il peso a sé stesso, dicendo che i suoi figli non sono né i primi, né gli ultimi ad essere figli di divorziati, come se l’alto numero di separati dimostrasse che il dolore procurato alla propria progenie sia cosa normale e facilmente superabile. Così fan tutti!

Il grande senso di libertà che il Divorzigno esercita nel perseguire i propri “desideri”, parola chiave per comprendere la riduzione della ragione nell’epoca contemporanea, pretendendo che le sue scelte non rechino danno a coloro che lo circondano, non riesce a nascondere un enorme egoismo. Così crescono e sono cresciute generazioni di figli, poi divenuti adulti, di una fragilità straordinaria grazie a genitori che per non colpevolizzarsi hanno fatto sentire in colpa i propri figli convinti di essere la causa della separazione dei genitori. Il Divorzigno è il re dei nichilisti, il principe del relativismo, toglie le certezze a chi dovrebbe proteggere con conseguenze devastanti.

Il Divorzigno se ne faccia una ragione. Se i genitori si separano, sentirsi in colpa per i figli è assolutamente normale perché è umano. Giovanni Zola

Io sono Oriana. Il mestiere di moglie, l’adulterio istituzionalizzato e la retorica scarsa della sinistra. Guia Soncini su L'Inkiesta il 24 Ottobre 2023

Cinquant’anni fa la Fallaci scriveva che il divorzio rafforza le unioni: può tornare utile a Meloni per ribattere a quelli che le rinfacciano «e allora, come la mettiamo con la famiglia tradizionale»

«A me dà fastidio questo senso del possesso che c’è nel matrimonio: questa palla al piede che ti impedisce di correre e saltare e arrampicarsi sugli alberi. Ed è inutile che io berci tanto contro i padroni, il padrone Stato, il padrone Chiesa, il padrone capitale, se poi accetto un individuo padrone che si chiama marito».

È il 1974. Oriana Fallaci ha 45 anni: ha già intervistato Kissinger e Golda Meir, già fatto i reportage di guerra, già scritto il libro che l’anno dopo ne farà la beniamina del ceto medio dolente, “Lettera a un bambino mai nato”. È più che mai Oriana Fallaci, quando butta giù questi appunti sul matrimonio che verranno pubblicati nel secolo successivo, in “Solo io posso scrivere la mia storia”.

«Non mi sono mai vista chiusa a chiave nella famiglia. Il mestiere di moglie mi inorridiva». Fallaci era nata nel 1929, un anno di ribelli agli schemi del loro tempo (Natalia Aspesi è sua coetanea), che era un tempo con un vantaggio: offriva schemi ai quali ribellarsi.

Oggi che facciamo finta che il mestiere di moglie non esista, che queste parole non vogliano dire niente, che i ruoli non siano più cristallizzati, oggi che vantiamo come conquiste di civiltà i padri che cambiano i pannolini (invece di scandalizzarci perché andiamo su Marte ma i neonati se la fanno ancora addosso e dove diamine è il progresso), oggi per fortuna che c’è Giorgia Meloni che fa ciò che sua nonna non si sarebbe potuta permettere – separarsi – e nel farlo dà modo alla parte retoricamente più scarsa della sinistra di dire: ah, e allora la famiglia tradizionale.

Qualche anno fa, credo di averlo già raccontato, un giornale americano m’intervistò su un libro che avevo scritto, una storia sociale dell’adulterio, che poi era una ricognizione del matrimonio all’italiana, così diverso da quell’isteria statunitense del divorziare e risposarsi cento volte.

Raccontai all’intervistatrice le storie che gli italiani conoscono a memoria: Marcello Mastroianni che non lascia mai la moglie nonostante con Catherine Deneuve faccia perfino una figlia; Vittorio De Sica e la sua doppia vita; Eugenio Scalfari e il suo secondo matrimonio sospeso per decenni, provvisoriamente adulterio fino alla vedovanza e alla celebrazione di nozze senili che era come fossero già avvenute molti decenni prima.

Prima della pubblicazione, la giornalista mi scrisse preoccupata: l’ufficio legale temeva querele per le cose diffamatorie che dicevo di questi uomini, attribuendo loro una doppia vita, doppia morale, doppi obblighi coniugali. Ridendo molto, le mandai pagine di autobiografie e interviste e qualunque possibile prova del fatto che mica erano pettegolezzi: era la tradizione italiana, l’adulterio istituzionalizzato.

Prima perché non avevamo proprio il divorzio, e poi, anche dopo averne avuto la disponibilità legale, perché non si fa, non sta bene, non è buona creanza: mica siamo Donald Trump, noialtri. Noialtre i mariti ce li tenevamo con relazioni doppie, triple, occulte e note a tutti, e senza che neppure fossero Mastroianni o pari figo: gli uomini con cui le nostre madri e le nostre nonne restavano saldamente sposate perlopiù erano ragionieri con la forfora.

La cosa meno americana che abbia fatto Hillary Clinton è stata tenersi un marito che non sapeva tenersi il cazzo nei pantaloni: avrà dei prozii italiani, minimo. Però almeno lei si è tenuta Bill Clinton: se un marito ti mette in imbarazzo, che almeno poi sia un figo, che faccia la storia, che tu abbia una foto con Rabin e Arafat per l’album di famiglia.

Ogni volta che qualche figura italiana collocata a destra si separa, tradisce, viene tradita, va a mignotte, e qualche retore scarso di sinistra beghineggia «e allora la famiglia tradizionale», io mi chiedo in che tradizione siano cresciuti quelli che non riconoscono la tradizione trovandosela di fronte: come si fa a non sapere proprio niente del paese che si ambisce a governare?

«Per quanto celebrati, a volte, e stimati, quegli uomini non valevano un granché. Anzi, capitava sempre il giorno in cui dimostravo d’avere più coglioni di loro. […] Forse il mio tipo di donna è strangolato dal dramma d’esser divenuto, a forza di lacrime, più forte d’un uomo». Sì, a rileggerla ora sembra che Fallaci parli di Giambruno, sembra che Fallaci abbia scritto un monologo per Meloni. Ma non ero andata a cercare queste pagine per questo (è solo che poi la vita è sceneggiatrice).

«Una famiglia può essere composta anche da due omosessuali, cioè due pederasti o due lesbiche. E molti sociologi americani d’oggi accettano questa tesi: che a me sembra un po’ discutibile. Non molto discutibile ma un po’ discutibile».

Nel mondo reale, nessuno parla della famiglia queer. Nessuno mai. È una formula che esiste solo sui giornali e sui social, come il patriarcato o la mascolinità tossica o i pareri perentori su Israele e Palestina o il dualismo tra i film di Scorsese e quelli di fumetti.

Però una settimana fa, prima che il dibattito pubblico venisse monopolizzato da Bellicapelli, stavo ascoltando una tavolata di busoni che spiegava che tutte quelle cose che una volta caratterizzavano la vita degli invertiti, rimorchiare sconosciuti e scoparseli dietro i cespugli senza neanche dirsi come ci si chiama (per chi ha fatto inglese alle medie: cruising), tutta quella modalità lì non esiste più.

Ho detto: chi glielo doveva dire, a Paolo Poli, ad Arbasino, che la frociaggine avrebbe avuto una deriva piccoloborghese in cui ambire al mutuo, ai figli, alla normalizzazione. A questo punto cosa siete froci a fare. Loro hanno preso in considerazione la domanda senza trovare una risposta, e io non pensavo che mi sarebbe poi arrivata dalla sinergia tra l’Oriana e Bellicapelli.

C’è un punto di quegli appunti di cinquant’anni fa in cui Fallaci dice che, quando passa da casa del suo compagno, le viene da rassettare. Era una donna nata quasi cent’anni fa, ed è già estremo e rivoluzionario che scelga di non sposarsi e di non farsi ridurre a massaia quotidiana: sarebbe troppo pretendere che si fosse davvero liberata delle mansioni dell’accudimento.

Mansioni di cui, in quella che i polemisti chiamano «famiglia tradizionale» e io «modo in cui la società ha organizzato la disperazione di gente che se restasse sola con sé stessa si butterebbe dalla finestra», bisogna pure che qualcuno si faccia carico.

Il mestiere di moglie qualcuno deve farlo, pure se siete due uomini, pure se siete un uomo e una donna ma la moglie è lui. Quella che la moglie di Spencer Tracy chiamava «la mole del matrimonio» qualcuno deve sobbarcarsela.

L’uomo si aspetta che anche la donna che ha una carriera più impegnativa della sua si sorbisca i suoi malumori e la sua biancheria sporca, annotava Fallaci cinquant’anni fa, e forse le cose sono un po’ cambiate (con «l’uomo» oggi intendiamo: chi guadagna di più), ma non del tutto.

C’è ancora qualcuno che spignatta, e qualcuno che non sa neanche dove siano le pentole in questa casa. Non ci saranno relazioni paritarie mai, anche perché a caricare la lavatrice si fa prima che a investire energie nell’impegno politico di suddividere tra generi sessuali i compiti domestici.

Le uniche famiglie che hanno risolto lo sbilanciamento dei compiti domestici sono quelle in cui nessun familiare fa niente perché ci si può permettere di stipendiare personale di servizio (e anche lì: ci sarà sempre uno più emotivo, più con tormenti esistenziali, più con deficit di accudimento dei due. Uno più impegnativo d’una lavatrice da caricare. In confronto alla possibilità della parità, lo scioglipancia di Wanna Marchi era razionale).

«Il divorzio rende il matrimonio più forte: autorizza il matrimonio. Se uno si sposa vuol dire che è sposato. E io non voglio essere sposata, tutt’al più divorziata». (A volte non so se Fallaci stia parlando a Meloni o ai detrattori di Meloni, a Pillon o agli oppositori di Pillon).

Quando avevo poco più di trent’anni, chiesi conto a Nora Ephron d’una frase che aveva scritto sul fatto che bisognava scegliersi un marito da cui non sarebbe stato tragico divorziare. Lei si mise paziente a spiegarmi che, se non sei una ragazzina scema condizionata dalla mistica del romanticismo, sai che le storie finiscono, e che è molto importante che finiscano civilmente, e se ciò sia possibile lo capisci subito, quando incontri un potenziale nuovo amore.

(Poiché avevo poco più di trent’anni, non solo mi sembrava scandaloso mettere in conto di lasciarsi, ma inconcepibile farlo senza psicodrammi, senza attaccarsi alle tende, senza catastrofi e minacce e porte sbattute e ripicche d’ogni sorta. Ora so che Ephron aveva ragione: ero il marito che una non dovrebbe prendersi).

«Quando dico infatti che non sono mai stata sposata, avverto come la sensazione di dire una menzogna. Senza l’intervento del prete o del sindaco, lo sono stata e lo sono. In senso morale, affettivo. Poi magari ho divorziato e mi sono risposata».

Lo scriveva Oriana Fallaci prima e dopo aver rivendicato la propria condizione di scapola, che però era una condizione burocratica, che non le sedava l’istinto di raccogliere da terra i calzini di Panagulis, sebbene la razionalità le facesse mantenere una residenza separata che la tutelasse dall’essere una che a tempo pieno raccoglieva calzini.

Lo appoggio qui casomai a Giorgia Meloni servisse una risposta per quelli che «e allora, come la mettiamo con la famiglia tradizionale».

Separazione e divorzio assieme, una scelta che complica e non semplifica. Daniela Missaglia su Panorama il 18 Ottobre 2023

Separazione e divorzio assieme, una scelta che complica e non semplifica La Rubrica - Lessico Familiare L’Italia ha un dono, quello di complicarsi sempre tremendamente la vita. Proprio non ce la facciamo a ragionare in modo lineare, semplice, diretto. Siamo avvinti in una storica, ancestrale maledizione, quella che poi ha coniato il detto popolare, valido solo nel Belpaese, per cui “fatta la legge, trovato l’inganno”. Possiamo ragionare anche sulle origini latine di questo motto (“facta lex inventa fraus”) e dare la colpa ai nostri predecessori, gli antichi romani, che – evidentemente sfaccendati - spendevano molto tempo in Senato per ordire complotti, tradimenti, sistemi per aggirare le leggi, ma questo è un altro discorso che lascio agli storici.

Torniamo al tema: la Riforma Cartabia sul diritto di famiglia ha sdoganato – con uno specifico articolo di legge (di cui vi risparmio l’improbabile numerazione) – la possibilità di proporre separazione e divorzio assieme, con un unico atto. Evviva, tutti felici, grande innovazione. Macché. Ci han pensato bene alcuni solerti Tribunali, come Firenze e Treviso, che si sono messi ‘di traverso’ e posto un altolà, ritenendo che la legge fosse sbagliata, inattuabile, bloccando – di fatto – questa possibilità. I giudici trevigiani hanno addirittura rimesso la questione alla Corte di Cassazione che, quindi, ha dovuto pronunciarsi sulla questione, occupando tempo e risorse per dire che, al contrario, la riforma è corretta e va applicata, sia per le separazioni e divorzi contenziosi, sia per quelli congiunti, dove i coniugi hanno già trovato l’accordo e lo sottopongono al Tribunale. C’era n’era proprio bisogno, mi chiedo? I più ottimisti vi leggono una corretta interlocuzione fra poteri dello Stato, legislativo e giudiziario, io solo una gran perdita di tempo sulle spalle dei cittadini che già da otto mesi, in determinati mandamenti, si sono visti precludere la possibilità di regolare separazione e divorzio assieme, con tutti i danni conseguenti per il portafoglio.

Alessandro Manzoni diceva: “all’avvocato bisogna contare le cose chiare; a lui poi tocca di imbrogliarle” ma, nel caso di specie, questa volta la mia categoria proprio non centra, per una volta. Andiamo nel concreto: ipotizziamo che il matrimonio entri in crisi e decidiamo di separarci. Un tempo, trovata l’intesa con l’altra parte, occorreva depositare ricorso per separazione, aspettare l’omologa da parte del Tribunale, attendere tre lunghi anni e poi procedere con il divorzio. La ‘libertà di stato’, insomma, si faceva attendere, costringendo i coniugi a duplicare i costi legali e di giustizia per promuovere due distinti procedimenti a distanza di anni. A tacer del fatto che, puntualmente, dopo tre anni, molto spesso l’altro coniuge cambiava magicamente idea e si ricominciava a litigare. Poi è intervenuta la riforma del ‘divorzio breve’, nel 2015, che riduceva a sei mesi (o un anno, se il procedimento di separazione era contenzioso) i tempi per promuovere divorzio: ma sempre due procedimenti bisognava pagare e seguire. La Riforma Cartabia, consapevole dell’unicità dell’Italia su questo fronte (la stragrande maggioranza dei paesi occidentali consente alle coppie in crisi di giungere direttamente al divorzio, senza passare dalla separazione), ha introdotto la simultaneità dei giudizi. In pratica, dal 1° marzo 2023 si può depositare, con un unico atto, pagando un’unica imposta, sia separazione che divorzio. Non c’era quindi bisogno di scomodare la Cassazione per applicare ciò che è scritto, nero su bianco, sul nuovo codice di procedura civile, nemmeno volendo ‘temperare la punta delle matite’ e trovare i cavilli interpretativi per frapporsi a questa innovazione. Vi risparmio le elucubrazioni della Suprema Corte, conta solo l’esito finale: si può fare, sempre, ovunque. Con un unico procedimento potremo separarci e divorziare, assomigliando sempre di più ai nostri competitor europei o d’oltreoceano, in cui le trafile giudiziarie per dirsi addio sono molto più svelte. Forse questo promuoverà le fratture matrimoniali, non lo so, ma poco importa: personalmente ho sempre ritenuto che l’Italia avesse impostato un sistema quasi punitivo, disincentivante, così complesso e burocratico, che molti vi rinunciavano e preferivano vivere da eterni separati di fatto piuttosto che consumare tutte le proprie risorse in lunghi e costosi giudizi. Ora che si può risolvere tutto ‘one shot’, forse anche i più restii potranno adire i Tribunali e ufficializzare la recisione del vincolo matrimoniale. A tacer del fatto che, finalmente, non si potrà più negare la validità dei patti matrimoniali. Bene, quindi, una buona notizia per tutti indistintamente, senza differenze di censo.

Divorzio e separazione nello stesso giorno, la sentenza della Cassazione semplifica gli addii. Il Domani il 18 ottobre 2023

Ok al ricorso congiunto per separazione e divorzio. Una novità che farà risparmiare tempo e denaro ai coniugi che hanno deciso di lasciarsi

Via libera al ricorso congiunto per separazione e divorzio con un unico atto. Lo ha deciso la Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza numero 28727 su una questione sollevata dal tribunale di Treviso.

La riforma Cartabia del processo civile aveva introdotto la possibilità del ricorso congiunto ma le interpretazioni dei giudici sembravano limitare notevolmente questa possibilità. La sentenza della Cassazione ora rende possibile questo ricorso sia ai divorzi consensuali sia a quelli giudiziali, offrendo sia un risparmio di tempo sia una limitazione dei costi per le parti.

Questo nuovo approccio mira a stabilizzare gli accordi, prevenendo futuri sconvolgimenti e incertezze economiche. La recente decisione della Cassazione fornisce chiarezza in merito a questa pratica, affermando il principio per cui «in tema di crisi familiare, nell’ambito del procedimento di cui all’art 473 bis 51 cpc è ammissibile il ricorso dei coniugi proposto con domanda congiunta e cumulata di separazione e di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio».

I coniugi pronti al divorzio dovevano prima avviare una procedura di separazione, cioè trovare un accordo, pagare la parcella all’avvocato, versare un contributo unificato e poi, se volevano proseguire con il divorzio dovevano ricominciare tutto daccapo. Due cause per raggiungere lo stesso obiettivo. Da adesso sia per i casi consensuali sia per quelli giudiziali, si anticipa l’istanza di divorzio. Il giudice, decorsi sei mesi per le consensuali e 12 mesi per le giudiziali, può emettere la sentenza.

L'Organismo congressuale forense ha accolto con favore questa decisione, elogiando la Corte di Cassazione per aver risolto le divergenze interpretative e ristabilito un criterio uniforme di applicazione dell'art 473 bis n.49 cpc. Questo verdetto è stato emesso in seguito a una richiesta di chiarimento avanzata dal Tribunale di Treviso, che ha invocato l'art 363 bis cpc2 per ottenere indicazioni in sede di legittimità su una questione di diritto particolarmente complessa.

Dopo l'entrata in vigore della riforma Cartabia, si era registrato un proliferare di pronunce contrastanti in vari Tribunali italiani, da Treviso a Firenze, da Genova a Milano, da Vercelli a Lamezia Terme, da Bari a Padova. L'Organismo congressuale forense aveva quindi sollecitato il Ministero a intervenire con una norma per chiarire la disciplina. Ora, grazie alla decisione della Cassazione, si è giunti a un’interpretazione chiara.

L’invidia della pèsca. Pillon, lo spot dell’Esselunga e l’isteria del ceto medio divorzista. Guia Soncini su L'Inkiesta il 27 Settembre 2023

Volevo parlarvi di Martin Scorsese, ma ho visto gente infuriarsi per la trama di uno spot di un supermercato (e non per la dizione sbagliata dell’attrice che interpreta la mamma)

Quest’estate più o meno la metà delle coppie che conosco si sono separate. Se fosse statistica invece che aneddotica, ci sarebbe già un allarme famiglie in disfacimento nei nostri televisori; invece, c’è solo uno spot dell’Esselunga.

Quest’estate l’ho passata a ridere in faccia a quel luogo comune che è «i bambini sono più felici se i genitori sono separati e sereni», ripetuto come fosse il rosario da gente che ha appena finito di dire «tua madre è una stronza» o «tuo padre è un puttaniere» a piccini finalmente sereni in transito tra una casa genitoriale e l’altra. 

La conversazione è sempre finita con «certo, non diremmo mai in pubblico che i bambini preferiscono che i genitori stiano comunque insieme, mica vogliamo passare per retrogradi». Mica siamo l’Esselunga, avremmo dovuto dire. 

Le separazioni dell’estate 2023 tra i miei conoscenti hanno caratteri diversi (alcuni erano primi matrimoni, altri erano già al secondo giro); caratteri sovrapponibili (tutti hanno degli screenshot dell’ex da farti vedere: l’interpretazione dello screenshot speravamo di averla scansata non avendo vent’anni in questo secolo, ma poi sono arrivate le separazioni senili); e tutte sono foriere di ciò di cui da sempre sono foriere le separazioni: la grande domanda «ma come ho fatto a starci insieme finora?».

Forse anche gli amici di Pillon si sono lasciati, e anche lui come me non riesce a essere consolatorio: a ogni «ma come ho fatto», io non riesco a trattenermi e confesso che io me lo chiedo ancora rispetto a tizi che mi sono scopata una volta trent’anni fa, figuriamoci se penso che tu ci possa mettere meno di centodue anni a smettere di pentirti del tizio che hai sposato.

Forse Pillon era esasperato dagli screenshot, dai «ma secondo te cosa intendeva quando mi ha detto che», allorché, due settimane fa, ha spiegato che «il divorzio facile è la prima ragione che tiene i giovani lontani dal matrimonio» e che «lo stato dovrebbe prevedere, per chi lo vuole, una forma di matrimonio indissolubile».

Io l’avevo sentito fratello, Simone Pillon, che all’ennesimo separato che si lamenta perché l’ex gli chiede troppi soldi, all’ennesima divorzianda che gli dice non sai, quello dice ai bambini che sono una zoccola, all’ennesimo guarda qui gli ho trovato delle foto di tette sul telefono, all’ennesima banalità di coppia spacciata per insormontabile tragedia, io l’avevo capito, Pillon, che sbottava auspicando l’abolizione delle separazioni, o almeno una multa che poi lo stato girerà a noialtri amici di famiglia costretti a sorbirci le recriminazioni dei separandi.

Quel che non avevo capito era che Pillon costituiva una prova tecnica di trasmissione. Cosa succede, si era domandato il grande algoritmo che ci governa, se usiamo la separazione per verificare ciò che già sappiamo, ovvero che non esiste più il gusto, il giudizio contestuale, il merito delle cose, ma esiste solo una gigantesca sindrome paranoide applicabile a tutto?

Poiché Pillon è un politico di destra col farfallino che nessuno di noi – noi del cinquanta per cento di separazioni in un’estate sola, noi del ceto medio divorzista, noi che abbiamo molto tempo libero e lo usiamo per gli screenshot – ha mai votato, le reazioni alla sua uscita erano state tutto sommato pacate.

Ma l’Esselunga. L’Esselunga non si deve permettere. Con tutto quel che abbiamo speso in focaccine. Con tutti i punti fragola che abbiamo raccolto. Con tutta la fedeltà che le abbiamo riservato, che se fossimo monogami con le persone come lo siamo con un supermercato allora altro che indissolubilità. E lei, l’Esselunga, ci tradisce così.

Quando, lunedì sera sul tardi, ho ripreso il telefono mollato ore prima, avevo i social pieni di «ah, quindi l’Esselunga è contro il divorzio». Ohibò, cosa sarà mai successo: ti chiedono di controfirmare i desideri di Pillon prima di passare la Fìdaty sul lettore? Macché: era andato in onda uno spot.

Lo spot è fatto così. Dentro al supermercato, una madre cerca la figlia. È uno spot del supermercato, quindi è improbabile che finirà con la bambina rapita da un bruto: il messaggio è forse che i supermercati sono luoghi sicuri? Non so, andiamo avanti a guardare.

Finalmente la trova: è vicina alle pesche (ma siamo a fine settembre: vi era avanzato lo spot girato per l’estate?). La madre pronuncia «pésca», sembra un dettaglio da niente ma non lo è: il messaggio dello spot è forse che bisogna inserire ore di dizione nei programmi scolastici? Non so, proseguiamo.

La bambina è evidentemente una di quelle che da grandi si scriveranno nelle bio social «neurodivergente»: la madre le chiede come le sia venuto in mente di scappare, se voglia una pesca, ma lei non risponde mai, non risponde niente, fissa la pesca forse interrogandosi sulla stagionalità e il chilometro zero. Il messaggio dello spot è dunque che l’Esselunga non è mica Farinetti? Che il mutismo selettivo si cura come suggerisce Checco Zalone? Non so, ma intanto siamo arrivati alla cassa.

Dove la pesca passa sul rullo senza che nessuno le abbia appiccicato su il codice a barre della bilancia, e qui la sospensione dell’incredulità se ne va a meretrici (cioè: a mogli divorziate): dov’è lo spot che tutti attendiamo, quello in cui la cassiera cazzia madre e figlia ed entrambe si mettono a piangere? Il messaggio dello spot è forse che l’Esselunga ha deciso di fare i prezzi a occhio?

In macchina la muta selettiva continua a tacere, la madre dice quelle cose stucchevoli che dicono i genitori di questo secolo terrorizzati di rovinare i figli non trattandoli abbastanza da geni, poi arrivano a casa ed entriamo nel vivo del plot che ha scandalizzato gli osservatori social: il padre separato va a prendere la muta selettiva.

In macchina con lui, ella infine favella: gli dà la pesca, e gli dice che gliela manda la mamma. E lui dice «mi piacciono le pèsche», con la «e» aperta, e dice che la chiamerà, la mamma, per ringraziarla, e a questo punto ci sono due interpretazioni possibili del messaggio dello spot.

La mia è che il matrimonio tra una che pronuncia il frutto come se fosse l’attività del pescare e uno che invece sa quali vocali aprire e quali chiudere non può durare e neppure può finire senza rancori, e che se davvero lui la chiamerà per ringraziarla lei gli chiederà indietro i soldi della pesca (che però non potrà dimostrare d’aver pagato, non avendo il codice a barre).

Quella del collettivo isterico di Twitter è che l’Esselunga ci stia dicendo che il divorzio è sempre colpa delle donne (eh?), che siano degli orridi reazionari che colpevolizzano la madre (eh??), che sia uno schifo, una vergogna, una regressione agli anni Cinquanta, un attentato ai diritti e una sottovalutazione dei problemi miei di donna.

Lo spot è brutto, per carità, ma non ricordo spot belli di supermercati. È più lunare di quello in cui il marito si alzava di notte per andare a controllare le merci dentro alla Conad? Non mi pare, ecco. È tanto diverso da quello della Barilla in cui il papà all’estero trovava il maccherone che gli aveva messo in tasca il figlio? Macché, però quello era nel Novecento: quando uno spot era solo uno spot, e non un pretesto per l’isteria collettiva.

Mi pare che il delirio paranoide proietti su quella pesca e quella muta e quei due dalla dizione incompatibile tutto quel che vediamo nelle separazioni intorno a noi, e quel che temiamo delle (nella migliore delle ipotesi: imminenti) nostre.

Qualche ora prima di vedere gente isterichirsi per uno spot di supermercato, avevo letto un’intervista strepitosa a Martin Scorsese, che è quel di cui avrei voluto parlare oggi qui, ma ancora una volta la stronzata del giorno ha vinto su una cosa bella. Però c’è un dettaglio, tra le cose che dice quel gran figo di Scorsese all’edizione americana di GQ, che forse c’entra con la pesca.

Racconta Martin che non sapeva come avrebbe fatto a controllare il montaggio dei suo film nuovo, che dura tre ore e venti: ha una famiglia, non ce le ha tre ore e venti in cui lo lascino tutti in pace. Ho annuito fortissimo, perché la cosa che chiedo più spesso alle amiche non ancora separate è: come fai a concentrarti?

Ho amiche che, quando vanno fuori città per lavoro, poi mi descrivono per interi minuti con sollucchero e incredulità la beatitudine di avere il silenzio tutto per sé, il letto tutto per sé, l’attenzione tutta per sé. Cerco di non rispondere «ah, la mia vita quotidiana da trent’anni, mi chiedevo giusto quando avresti scoperto come si sta senza rotture di coglioni», perché francamente sarebbe bullismo.

Però è chiaro che il punto che viene fuori con le separazioni non è «come ho fatto a stare con questo specifico cretino», ma: come ho fatto a mettermi un estraneo in casa? Come ho fatto a cedere al ricatto dei metri quadri condivisi, alla truffa della solitudine come problema e non come lusso?

Il problema delle mie amiche, e forse persino di Martin Scorsese, è l’invidia della pesca. Come si fa a non invidiare quel padre che domani la figlia la riporta alla tizia che se la sorbisce tutti i giorni, e avrà la sua casa per sé, la sua vita per sé, la sua pesca per sé? Come si fa a pensare che non avere estranei dentro casa non sia una vittoria? Ma, soprattutto, come abbiamo fatto a ridurci così annoiati e famelici d’indignazione da attaccarci pure al pretesto dello spot dell’Esselunga?

 Estratto dell’articolo di Pietro De Leo per “Libero quotidiano” mercoledì 27 settembre 2023.

E così Esselunga, con questo dibattito nato attorno allo spot, conquista la scena del dibattito pubblico. Di nuovo, come tante altre volte avvenuto in passato. Perché Esselunga è un'impresa intrecciata con la storia del nostro Paese, ha catalizzato parte di un immaginario collettivo che ama le dinastie, i patriarchi e le loro storie di pionerismo e ruvidezza. 

Quella dei Caprotti, e soprattutto di Bernardo, che ha lasciato questo mondo al 2016 a 91 anni, risponde a questi requisiti. È una storia che parla di una dinastia, certo, ma anche della nascita di un colosso della grande distribuzione che portò in Italia un pezzo di sogno americano.

[…] Caprotti, e il suo socio Brunelli, vennero a sapere, ascoltando una conversazione in un hotel, che il magnate americano Nelson Rockefeller voleva aprire alcuni supermercati in Italia. Fanno di tutto per incontrarlo, ci riescono battendo sul tempo la Rinascente e parte il mito. Scandito dallo sbarco in Italia dei “supermarket” costruiti, allestiti e organizzati rispettando fedelmente il modello americano. 

Però è noto che, in Italia, ogni corpo estraneo, che guarda oltre, azzarda e vince, ha vita difficile. E qui si entra nel lungo racconto dello scontro che Caprotti ebbe con le Coop, anch'esse ben piazzate nella grande distribuzione. Lui le accusò costantemente di aver ostacolato l'approdo di Esselunga nelle regioni rosse e di varie irregolarità. Ne nacquero infinite guerre legali, accuse di abuso di posizione dominante, carte bollate e una lunga pubblicistica giudiziaria. Ma ne nacque anche un libro nel 2007, “Falce e Carrello”.

Nel volume, Caprotti denuncia pratiche scorrette a suo danno da parte delle Coop, e delinea l'intreccio di quest'ultime con varie ramificazioni del potere politico della sinistra. Quel libro non fu soltanto il racconto di genesi e sviluppo di una lunga storia d'impresa (in cui non vengono risparmiati neanche i rapporti difficili con i sindacati), ma anche la summa di uno scontro culturale. […] 

D'altronde, erano pur sempre gli anni del berlusconismo, e Caprotti, che al Cavaliere guardava con simpatia come prima aveva guardato a Bossi, portava acqua al mulino di quel racconto lì, del coraggio dell'outsider che lotta con tutte le tue forze contro il groviglio rosso tra potere politico e tessuto economico. Il libro fu bersagliato da denunciare, per diffamazione e concorrenza sleale. A volte Caprotti esce vincitore, altre no.

Il libro fu ritirato dal mercato per poi farvi rientro, qualche anno più tardi, in un'edizione aggiornata. Ma la selva di carte bollate non soffocò per nulla il cuore vero della questione: il messaggio all'opinione pubblica era arrivato, forte e chiaro. E quelle pagine avevano ben disegnato il dualismo tra Esselunga-Coop, specchio di un Paese spaccato in due come una mela, con Caprotti ben piazzato dalla parte dei liberi. 

Il personaggio, poi, aiutava: favella spontanea, pochi fronzoli e parole lapidarie, da imprenditore del Nord. Insomma, il mito era ben solido e, come racconto, avrebbe parlato anche dopo la morte di chi ne aveva scritto il primo tratto. Avrebbe continuato a raccontare: dalla segretaria destinataria, nel testamento, di ben 75 milioni di euro, metà dei risparmi personali dell'imprenditori fino alle cronache sul riassetto societario. Oggi, anche una vicenda effimera come quella dello spot ci riporta lì, al simbolo di un'Italia tenace e laboriosa.

Troppo rumore per una pesca e uno spot. Daniela Missaglia su Panorama il 27 Settembre 2023

La Rubrica - Lessico Familiare. E brava Esselunga. Il coraggioso spot/cortometraggio della ‘pesca’ inverte la retorica della famiglia felice e patinata del Mulino Bianco, dove tutti sono belli, sorridenti, armonici, squarciando il velo di ipocrisia che c’è dietro questi provocatori siparietti. Ma quale famiglia ‘normale’ si siede a tavola di prima mattina già vestita, truccata, imbalsamata nel vestito della festa, radiosa, litigandosi bonariamente una confezione di brioches, scoppiando in fragorose risate e sguardi di ammiccamento fra madre e padre, con tanto di baci e abbracci?

E questa sarebbe una scena di quotidiana vita vissuta? Ma non scherziamo. Esselunga ha voluto essere più realista del re e, con disarmante semplicità, ha fotografato la società attuale, dove i matrimoni non reggono alla prova degli anni, e dove i figli si ritrovano invischiati nelle separazioni dei loro genitori. Non viviamo su Marte, le crisi coniugali sono in continua crescita e hanno raggiunto i livelli pre-covid, dopo una breve pausa dovuta solamente alla difficoltà di accedere ai Tribunali durante la pandemia. Questa è l’Italia e questo è il mondo occidentale, che piaccia o no agli ideatori delle pubblicità. Anche se la polemica dei media su questo spot non mi appassiona, è stato furbamente e volutamente studiato per imprimere nello spettatore un caleidoscopio di emozioni, senza volerlo necessariamente condurre a prendere una posizione, perché non c’è un messaggio politico o sociologico, solo la rappresentazione di una famiglia come tante, dove mamma e papà non stanno più insieme. E’ una solo una breve storia, come quelle di Carosello con Calimero o l’omino coi baffi, dove l’apparente protagonista è una pesca, che segue i personaggi e passa di mano in mano, un po’ come la piuma fluttuante all’inizio del film Forrest Gump.

Il frutto racchiude l’innocente strategia di una bambina per fare riavvicinare i genitori, l’illusoria speranza che, attraverso una mezza bugia, si possa ricostituire quel legame che si è spezzato. La pesca è il mezzo, il testimone olimpico, ma la vera protagonista è la bambina, con il suo mutismo forzato, forse segno degli strascichi di patimento per ciò che ha vissuto, un mutismo interrotto solo quando porge il suo transfert succoso al padre e gli dice “te la manda la mamma”. E’ in quel momento che il padre sussulta di sorpresa, sorridendo imbarazzato e sbirciando verso la finestra dove immagina l’ex moglie che segue la scena a distanza, promettendo infine alla figlia che l’avrebbe chiamata per ringraziarla. Ma insomma, dove sta la polemica di chi si è diviso sul web e sui giornali? Ognuno ci veda quel vuole vedere. Io leggo un riportare i bambini al centro di quell’isola che, per lo storico giurista Arturo Carlo Jemolo, può essere solo lambita dal mare del diritto: la famiglia. La bambina dello spot sa, in cuor suo, che deve abituarsi a una nuova realtà di passaggi fra un genitore e l’altro, lo accetta, ma ugualmente prova a creare le basi per migliorare i rapporti fra mamma e papà, per far rigenerare quell’antica fiamma di cui parlava Virgilio nell’Eneide. Nulla di più, nulla di meno. Perché alla fine il messaggio è uno soltanto: ogni spesa è importante (sottinteso: fatela nei nostri supermercati). In fondo anche l’omino coi baffi sponsorizzava le caffettiere Bialetti e Calimero, piccolo e nero, il detersivo Ava. L’obiettivo quindi è unicamente commerciale. E se poi la gente sgomita e si accapiglia fra favorevoli e contrari, beh, ancor meglio. Questo perché, come disse Oscar Wilde per bocca del suo straordinario personaggio Dorian Grey: “C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé.”.

Un tempo si litigava su Pasolini e Lolita, oggi ci accapigliamo su uno spot...Le polemiche sulla famiglia tradizionale generate dalla pubblicità di Esselunga sono il sintomo di una società che ha ucciso la cultura. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 27 settembre 2023

C’è qualcosa di distopico nell’uragano di polemiche provocato dallo spot della “pesca” di Esselunga, qualcosa che racconta e fotografa la nostra società, la qualità del suo dibattito pubblico, dei suoi riferimenti culturali.

Dividersi con toni così feroci e apocalittici su un piccolo filmato commerciale che utilizza la patina emotional di una bambina figlia di genitori separati come espediente narrativo, e il cui scopo è soltanto quello di vendere ortaggi, carni, detersivi e altri articoli, più che il segno di una collettività vigile e impegnata sembra una forma di nevrosi collettiva. Paladini della famiglia tradizionale contro difensori della famiglia moderna, psicologi dell’infanzia contro femministe, sociologi contro prelati, tutti che si azzuffano nell’esasperata e inutile esegesi di uno spot. Di sicuro gli indignati e i rabbiosi, coloro che accusano la Esselunga di veicolare un messaggio retrivo e di vittimizzazione secondaria della coppia separata fa una figura peggiore di chi, al contrario, ne ha apprezzato la “sensibilità” e la “delicatezza”, ma si tratta di dettagli perché il problema di fondo sta nel cercare un messaggio che non c’è.

Queste polemiche giustamente trovano piena cittadinanza e risonanza nel ring che più di tutti ne è diventato l’emblema: i social network. Il mezzo è il messaggio diceva oltre mezzo secolo fa Marshall McLhuan, con l’irruzione dei social la fusione è diventata totale. Tutta la nostra comunicazione è oggi scandita dalle quelle logiche mitomani, dall’indignazione pavloviana, dall’opinionismo diffuso, lo stesso stile letterario con cui ci esprimiamo pubblicamente è figlio di quel medium. Ognuno con il suo format: i cinquanta, sessantenni sul prolisso Facebook che ormai sembra una casa si cura per vecchi rancorosi e sconfitti dalla vita; i più giovani attraverso la brevità dello storie Istagram e dei reels di Tiktok. Entrambi intrappolati nella stessa realtà virtuale che invade e allaga anche il mondo delle cose e delle persone in carne e ossa.

Che anche la premier Giorgia Meloni si sia poi sentita autorizzata a dire a sua sulla questione -per lei lo spot sarebbe «bello e toccante» - non può che chiudere mestamente il cerchio. Come è possibile che la reclame di un supermercato possa generare una simile contrapposizione?

Un tempo non troppo lontano si discuteva e ci si divideva sulle opere degli artisti, dei registi, dei romanzieri, dei cantautori, degli intellettuali omnibus; oggi quel ruolo è interpretato dai creativi delle agenzie pubblicitarie, dai draghi del marketing. I quali, bisogna sottolinearlo, non hanno alcuna colpa; la responsabilità semmai ce l’hanno gli altri, chi non riesce più a concepire e realizzare film, libri, album musicali capaci di suscitare dibattito.

Quando nell’immediato dopoguerra Vittorio De Sica realizzò Ladri di biciclette mostrando la miseria sociale in cui versava il nostro paese, la commissione censura presieduta da un giovane Giulio Andreotti provò a bloccare il film, spiegando che parlava di «cenci e di stracci», i quali per abitudine «si lavano in famiglia». La discussione fu accesa ma e alla fine i moralizzatori persero su tutta la linea e il neorealismo sbocciò nel suo splendore. Si litigava spesso sulla letteratura, ad esempio su Lolita, il perturbante capolavoro di Nabokov, accusato addirittura di giustificare la pedofilia, sui Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini con l’autore accusato di pornografia e censurato per «oscenità». Anche il compianto Pier Vittorio Tondelli finì nel mirino della procura per il suo Altri Libertini che venne sequestrato in quanto «blasfemo». E che dire del film di Bernardo Bertolucci Ultimo Tango a Parigi letteralmente condannato al rogo nel 1976 sempre per oscenità?

Per rimanere tema del divorzio e delle sue conseguenze sui figli il lungometraggio Kramer contro Kramer (1979) oltre a vincere cinque oscar suscitò grandi discussioni (ma poche polemiche) e allo stesso tempo illuminò con realismo la difficile condizione dei genitori separati. Quando la nostra vita era accompagnata da grandi film e grandi romanzi, mai una pubblicità di una catena di supermercati avrebbe ricevuto tanta attenzione mediatica.

A difesa dello spot di Esselunga c’è da dire che è stato realizzato e recitato molto meglio del 90% dei film italiani, ma questo non fa che confermare l’assunto di fondo.

Estratto da today.it mercoledì 4 ottobre 2023.

Non sembra volersi spegnere il dibattito sullo spot di Esselunga. A infiammare di nuovo gli animi - che nelle ultime ore sembravano essersi assopiti - ci ha pensato questo weekend Matteo Salvini, postando una foto nel parcheggio del supermercato, appena finito di fare la spesa nella nota catena finita al centro della polemica. Una provocazione che ha riacceso i riflettori sulla vicenda. 

A parlarne ieri sera nel programma di Massimo Gramellini su La7, "In altre parole", è stato Roberto Vecchioni. "Sarebbe stato molto più originale, ma molto più originale, se la bambina avesse trovato nella macchina un'altra donna. Un'altra madre" ha detto il cantautore, che ha immaginato anche un altro possibile scenario: "Oppure il padre e con la bambina avessero salutato insieme un altro padre alla finestra". 

Le parole di Vecchioni hanno ovviamente spaccato a metà il pubblico, esattamente come la pubblicità. Nei suoi riguardi, però, c'è stato un attacco personale. Come è noto, la figlia di Roberto Vecchioni, Francesca, ha avuto due figlie insieme a un'altra donna, dalla quale si è separata, e il papà ha sempre portato avanti la loro battaglia su diritti e famiglia. "Molto originale! Che barba" commenta un utente su Twitter, e un altro:

"Guarda Roberto ormai tua figlia con figli l'ha capito che gli vuoi bene, ma non è un nostro problema se si è già separata dalla moglie". A tuonare anche Hoara Borselli: "Una storia di normale divorzio dove ci sono solo due genitori è antico? Troppo démodé? Fuori dai tempi? Mettere i figli al centro è obsoleto?". Infine il commento più gettonato: "Ma lui non era quello che voleva una donna con la gonna?".

La pesca bipolare. Storia di Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 28 settembre 2023. 

Alla Esselunga staranno facendo le capriole perché l’Italia intera parla dello spot di una bimba che, nel tenero tentativo di riconciliare i genitori separati, si fa comprare una pesca dalla madre e poi la regala al padre, spacciandogliela per un pensierino dell’ex-moglie nei suoi confronti. Sui social si trovano recensioni persino sul perché la pesca non sia stata portata alla cassa avvolta nell’apposito sacchetto biodegradabile e su quale dei due genitori abbia lasciato l’altro: probabilmente la madre, a giudicare dallo sguardo bastonato di lui, che però chissà cosa doveva averle combinato. Ma il tema centrale del dibattito è lo stesso che divide la politica, con la destra che esalta lo spot come manifesto dell’indissolubilità della famiglia e la sinistra che lo contesta, a conferma che di spazio per un Terzo Polo in Italia non se ne trova nemmeno al supermercato.

Non vorrei guastare la rissa, però mi pare che poggi su presupposti sbagliati: ricordare che le separazioni procurano dolore ai bambini non significa negare l’istituto del divorzio. Della storia di un’esistenza, quella pubblicità ci restituisce solo un frammento: una bimba di cinque anni che legittimamente desidera che mamma e papà stiano insieme. Ma la vita non finisce a cinque anni e molte coppie divorziano proprio per evitare che i figli crescano tra le tensioni. Magari nel prossimo spot ci sarà un’adolescente che la pesca la spiaccica in testa ai genitori perché continuano a scannarsi invece di separarsi.

Meloni e lo spot della pesca di Esselunga: «Bello e toccante». Storia di Daniela Polizzi su Il Corriere della Sera mercoledì 27 settembre 2023.

«Leggo che questo spot avrebbe generato diverse polemiche e contestazioni. Io lo trovo molto bello e toccante».lo spot «La pesca» che Esselunga manda in onda da lunedì in tv. È la storia di una bimba, figlia di genitori che solo alla fine si scopre che sono separati. Compera una pesca al supermercato insieme alla mamma e la regala poi al papà, dicendo però che gliela manda la mamma.

Esselunga è tornata a fare parlare di sé e questa volta è entrata nel vissuto quotidiano delle persone alle prese con l’evoluzione dei modelli di famiglia. Sui social lo spot ha suscitato apprezzamenti e polemiche che hanno portato a 38 mila le menzioni del gruppo della grande distribuzione su X, l’ex Twitter. La politica è in prima fila nei commenti, con il vicepremier e ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, che ha sottolineato come «trasformare uno spot in uno splendido messaggio di amore e famiglia merita solo sorrisi».

Critico verso la campagna l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che considera «davvero sbagliato, in questo ed altri casi, mettere in mezzo la sofferenza dei bambini su temi delicati per scopi commerciali». Carlo Calenda, segretario di Azione, sostiene che la politica dovrebbe occuparsi di altri problemi, per esempio quello della sanità, non di uno spot. Mentre la leader del Pd, Elly Schlein dice di non averlo guardato. Positiva Michela Vittoria Brambilla, presidente della Commissione parlamentare per l’Infanzia, secondo la quale il disagio psicologico dei bambini figli di coppie separate è «troppo spesso dato per scontato. Esselunga accende i fari su questo disagio». Sullo spot più visto in Italia Esselunga va oltre le polemiche. «La spesa — dice Roberto Selva, Chief marketing & customer officer — non è solo un atto d’acquisto, ha un valore simbolico molto più ampio».

"Spacca" lo spot della pesca. Meloni: "Bello e toccante". Ma la sinistra dà i numeri. "È bello e toccante". "No, colpevolizza tutti". Lo spot della "pesca" sta spaccando il Paese. Sui social non si parla d'altro, in ufficio si dibatte, nei capannelli dei genitori all'uscita di scuola è l'argomento del giorno. Alberto Giannoni il 28 Settembre 2023 su Il Giornale.

«È bello e toccante». «No, colpevolizza tutti». Lo spot della «pesca» sta spaccando il Paese. Sui social non si parla d'altro, in ufficio si dibatte, nei capannelli dei genitori all'uscita di scuola è l'argomento del giorno.

Qualcuno cavalca l'onda emotiva che impazza da quando (martedì mattina) Esselunga ha lasciato questa mini-storia da un minuto, subito diventata «trend topic». E alla fine anche la politica si sente in dovere di dire la sua. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni interviene in tarda mattinata: «Leggo che questo spot avrebbe generato diverse polemiche e contestazioni - twitta - Io lo trovo molto bello e toccante». Pure il suo vice, Matteo Salvini, è entusiasta: «Trasformare uno spot in uno splendido messaggio di Amore e Famiglia - dichiara - merita solo sorrisi». A sinistra, in effetti non la prendono bene. Qualcuno giura che è retrogrado e pericoloso, altri danno i numeri, Carlo Calenda «calendeggia» («siamo un branco di decerebrati e meritiamo l'estinzione») ed Elly Schlein come di consueto non sa che pesci prendere e non dice nulla: «Non vorrei deludere nessuno ma non ho ancora visto gli spot di cui si sta parlando».

In realtà sono in pochi a non aver visto lo spot prodotto dallo storico marchio milanese della grande distribuzione. Protagonista Emma, la figlia triste di due genitori separati che al supermercato con la mamma prende una pesca per il papà, e poi gliela porta facendola passare per un regalo: «Te la manda la mamma» dice, sperando in una riconciliazione dei due.

Lo spot spacca, nel senso che divide. Da una parte i «pro-pesca», affezionato a un'idea tradizionale della famiglia, e dall'altra gli «anti-pesca», che parlano di colpevolizzazione e farneticano di un attacco ai diritti. Spacca, la clip, anche nel senso che funziona: è un piccolo film ben riuscito, delicato («retorico», per gli anti) - e coglie qualcosa di autentico. Sono passati decenni dai caroselli che profilavano un'idea idilliaca della famiglia, come quella proverbiale «del Mulino bianco». Poi ha iniziato a passare l'idea di modelli diversi e «alternativi», comunque positivi. Questo spot, invece, dopo aver conquistato la ribalta della cronaca potrebbe passare alla storia perché sdogana la verità: la separazione (il divorzio, principe fra i diritti civili) è dolorosa. Lo è di certo per la piccola protagonista, ritratta nel suo tentativo di rimettere insieme i genitori, a loro volta addolorati ma civili. Un tentativo semplicistico certo, infantile: è una bambina. E i bambini - spiega Antonella Costantino, past president di Sinpia, Società italiana di neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza - «in qualunque situazione hanno dei loro pensieri e delle loro ipotesi. Alcuni vogliono rimettere insieme i genitori, altri invece sono contenti che si siano separati perché litigavano». Per Michela Vittoria Brambilla, presidente della commissione per l'Infanzia e l'adolescenza, lo spot accende un faro «sul disagio psicologico di bambini e adolescenti». «Andrebbero evitate interpretazioni monodirezionali», aggiunge Costantino.

«Mi sembra davvero sbagliato mettere in mezzo la sofferenza dei bambini su temi delicati per scopi commerciali» attacca Pierluigi Bersani (Pd). Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana la butta sull'inflazione: «Meloni commenta lo spot di una nota catena di supermercati ma non dice nemmeno una parola sul carrello della spesa di milioni italiani, separati e non. Per loro anche una pesca rischia di diventare un lusso - esagera - L'Italia attende risposte».

Nel frattempo, se voleva far parlare, il colpo di marketing è perfettamente riuscito. Sul piano del costume si vedrà, ma stavolta non c'è aria né di retromarce né di scuse. «Urge uno spot della Coop con una famiglia non etero con figli felici della separazione» ironizza qualcuno mettendo nel mirino i fautori del politically correct. Una pesca li seppellirà.

Esselunga, cosa c'è dietro alla guerra della sinistra a Caprotti. Pietro De Leo su Libero Quotidiano il 28 settembre 2023

E così Esselunga, con questo dibattito nato attorno allo spot, conquista la scena del dibattito pubblico. Di nuovo, come tante altre volte avvenuto in passato. Perché Esselunga è un’impresa intrecciata con la storia del nostro Paese, ha catalizzato parte di un immaginario collettivo che ama le dinastie, i patriarchi e le loro storie di pionerismo e ruvidezza. Quella dei Caprotti, e soprattutto di Bernardo, che ha lasciato questo mondo al 2016 a 91 anni, risponde a questi requisiti. È una storia che parla di una dynasty, certo, ma anche della nascita di un colosso della grande distribuzione che portò un pezzo di sogno americano in Italia.

Spesso capita che le epopee inizino da un felice miscuglio tra il rocambolesco e il fortuito. Per Esselunga, siamo alla fine degli anni ’50, fu così, non c’è dubbio. Lo prova il modo in cui Caprotti, e il suo socio Brunelli, vennero a sapere, ascoltando una conversazione in un hotel, che il magnate americano Nelson Rockefeller voleva aprire alcuni supermercati in Italia. Fanno di tutto per incontrarlo, ci riescono battendo sul tempo la Rinascente e parte il mito. Scandito dallo sbarco in Italia dei “supermarket” costruiti, allestiti ed organizzati rispettando fedelmente il modello americano. Però è noto che, in Italia, ogni corpo estraneo, che guarda oltre, azzarda e vince, ha vita difficile. E qui si entra nel lungo racconto dello scontro che Caprotti ebbe con le Coop, anch’esse ben piazzate nella grande distribuzione. Lui le accusò costantemente di aver ostacolato l’approdo di Esselunga nelle regioni rosse e di varie irregolarità. Ne nacquero infinite guerre legali, accuse di abuso di posizione dominante, carte bollate e una lunga pubblicistica giudiziaria.

Esselunga, Porro non si tiene: "Spot fluidi" e opposizione all'angolo. Il Tempo il 27 settembre 2023

Lo spot di Esselunga sta facendo discutere molto. Nel video pubblicitario diffuso dalla catena di supermercati c'è una bambina, figlia di genitori separati, che porta una pesca al papà e gli dice che è da parte della mamma per tentare di riunire la famiglia. Sul tema si è espressa oggi il premier Giorgia Meloni che ha definito il filmato "molto toccante". Il caso ha aperto l'ultima puntata di Stasera Italia, il programma di approfondimento giornalistico di Rete 4, ed è stato oggetto dell'editoriale di Nicola Porro. Il conduttore e giornalista ha ricordato alle opposizioni, che oggi hanno gridato allo scandalo, quanto sia poco lungimirante parlare di strumentalizzazione dei sentimenti dei bambini. 

"I social si conoscono, si infiammano per poco però si sono infiammati anche i politici. Il presidente del Consiglio, dopo aver visto le reazioni, ha detto 'Mi è piaciuta moltissimo questa pubblicità e la trovo molto toccante'. Evidentemente questa frase di Meloni su Twitter non è piaciuta all'opposizione, all'opposizione su uno spot, su una bambina che dà una pesca al papà e cerca di riunire una famiglia separata", ha detto Porro. Poi è andato dritto al punto e ha tirato in ballo Pier Luigi Bersani: "Abbiamo visto spot di tutti i tipi: fluidi, non fluidi. aperti, alti, bassi. Ma questo, evidentemente, non andava bene a Bersani che ha detto 'Mi sembra davvero sbagliato, in questo e in altri casi, mettere in mezzo la sofferenza dei bambini su temi delicati per scopi commerciali'".  

Quindi ha continuato: "Mi viene un po' da ridere perché la memoria è corta, come quella del pesciolino Nemo perché se uno ricordasse come chiusero la campagna elettorale Bersani con una bambina di quattro anni, abbracciandola e dicendo 'Questa bambina è il nostro futuro'. Una bambina ghanese. Non saranno scopi commerciali ma forse politici", ha concluso. 

Esselunga, lo spot scatena il delirio: "Questa pesca da mamma? Stanno con la Meloni". Libero Quotidiano il 26 settembre 2023

Esselunga ha perfettamente raggiunto il suo obiettivo con lo spot da due minuti che sta andando in onda in televisione. Protagonisti una bambina e due genitori separati, alcuni vedono in questo spot l’esaltazione della famiglia tradizionale, una sorta di "assist" al governo Meloni. Altri invece apprezzano la rappresentazione di una “famiglia reale”, quella alle prese con le difficoltà legate a un divorzio.  

La trama dello spot è la seguente: una bambina è all’Esselunga a fare la spesa con la madre, ma a un certo punto si allontana e prende una pesca. Una volta tornata a casa, la bambina appare malinconica. A un certo punto bussa alla porta il padre, al quale la figlia regala la pesca, dicendo che è da parte della madre. Uno spot che è una sorta di rottura col passato: è quanto di più lontano dalla famiglia del Mulino Bianco, dato che i protagonisti sono una coppia separata e la loro figlia che soffre per la situazione.  

L’opinione pubblica si è spaccata a metà. C’è chi si è addirittura commosso per lo spot di Esselunga. “Rimette al centro i bambini, i loro desideri e le loro fragilità. Solo questo mi sembra già una cosa molto apprezzabile”, si legge sui social. Dall’altro lato c’è chi critica lo spot: “Un bambino figlio di genitori separati non ha sofferto già abbastanza? No, serviva Esselunga a continuare a mettere il dito nella piaga. Io sono separata e spero che i miei figli non vedano mai questo spot”. Poi, come detto, chi punta il dito contro la catena di supermercati, "rea" di sostenere le politiche del governo: un discreto delirio. Ma pur di dar contro al centrodestra...

Lo spot delle polemiche. Pubblicità Esselunga, la pesca della “pacificazione” e i genitori separati: perché il cortometraggio fa discutere. Redazione su L'Unità il 26 Settembre 2023

Mandato in onda sui principali canali televisivi nella serata di lunedì 25 settembre, l’ultimo spot di Esselunga, la nota catena di supermercati di proprietà della famiglia Caprotti, è diventato un “trending topic” su X (l’ex Twitter, ndr).

Lo spot è un piccolo cortometraggio di due minuti dal titolo ‘La Pesca‘ con protagonisti una bambina e due genitori separati, realizzato dall’agenzia creativa Small di New York con la regia del francese Rudi Rosenberg. La scena è diversa dalla classica immagine della famigliola felice intenta a fare colazione: siamo in un supermercato Esselunga, protagonista è la bambina che scappa dalla madre (separata dal padre) per andare a scegliere con grande attenzione una pesca. Quindi torna a casa dove, più tardi, viene a prenderla il papà. Quando la bimba sale in auto con il padre gli regala il frutto, fingendo che sia stata la mamma a comprare la pesca per lui, con l’intento di farli riappacificare. “Non c’è una spesa che non sia importante“, è il claim finale dello spot.

Spot che ha spaccato la comunità di X tra coloro che hanno apprezzato la pubblicità firma Esselunga, vista “ in una valle di lacrime” per la scelta di aver messo “il divorzio dal punto di vista dei figli piccoli“, e chi invece l’ha bocciato senza pietà considerandolo una “strumentalizzazione” e chiedendosi se “tra i pubblicitari ci sono Adinolfi, Pillon o altri psicologi e terapeuti familiari“. “Torniamo ai vecchi valori di una volta quando non si poteva divorziare”, con la pubblicità definita” festival dei pregiudizi sulle coppie separate“, scrivono altri utenti critici.

Ma c’è anche ci la mette più sul pratico, facendo notare come “la frutta va messa nel sacchetto e pesata“, “non va presa con le mani e messa nel carrello e sul nastro senza essere imbustata e prezzata“.

Redazione - 26 Settembre 2023

"Spot contro il divorzio". La pubblicità di Esselunga infiamma i social. C'è chi parla di vicinanza alla linea del premier Meloni e chi denuncia la presunta strumentalizzazione di una bambina: il dibattito è rovente. Massimo Balsamo il 27 Settembre 2023 su Il Giornale.

Una spesa vista attraverso gli occhi e il vissuto di una bimba, una storia ricca di tenerezza che arriva al cuore e commuove con delicatezza lo spettatore. Ma anche uno spot capace di scatenare un dibattito infuocato con tanto di connotazioni politiche. Nelle ultime ore è diventata virale la nuova pubblicità dell'Esselunga, trasmessa lunedì sera sulle principali reti televisive. "La pesca", il titolo dello sport, un cortometraggio cinematografico con un messaggio chiaro: "Non c'è una spesa che non sia importante".

Le polemiche sullo spot Esselunga

Una giovane mamma non trova più la figlioletta al supermercato (Esselunga, naturamente), ma scopre poco dopo che la piccola è sfuggita alla sua attenzione per prendere una pesca. Una volta pagata la spesa, tornano a casa. Mentre giocano e sorridono insieme, suona il citofono: è il papà. I genitori sono divorziati, la bimba saluta la mamma e scende dal papà. Una volta salita in auto, la piccola estrae la pesca e la regala al padre, dicendogli che è da parte della madre. Questa la trama del corto firmato dall'agenzia creativa di New York Small, girato a Milano dal regista francese Rudi Rosenberg e prodotto da Indiana Production. E tanto è bastato per sollevare un polverone, con i soliti soloni pronti a tutto per attaccare il centrodestra.

Sui social network c'è grande divisione: c'è chi lo ha apprezzato, ma anche chi lo ha criticato aspramente. Diversi utenti hanno trovato il racconto toccante, tanto da emozionare. Ma le polemiche sono legate soprattutto all'altra fazione, tra chi parla di strumentalizzazione dei bambini e chi denuncia un approccio retrogrado su divorzio e separazioni. Quelli che cercano ancora più attenzione, invece, accusano Esselunga di voler accontentare l'elettorato del premier Giorgia Meloni. Follia allo stato puro.

Tra filippiche e attacchi scomposti, non manca un po' di sana ironia. Così l'utente Klevis su X:"Chi vede nella pubblicità di Esselunga qualcosa che non sia amore nel senso più puro del termine, è semplicemente arido. Che poi è la base dell’essere comunisti". Molto più concreta Maddalena:"Bambina della pubblicità Esselunga sei coraggiosissima e dolcissima, ma vedi se puoi fare qualcosa anche per abbassare i prezzi delle pesche per favore". Infine, la perla di Genio78 citando un'altra celebre pubblicità: "Pazzesco si indignano per una pubblicità sul divorzio quando abbiamo visto per anni Banderas che da sposato ci provava con una gallina". Una cosa è certa: Esselunga ha centrato l'obiettivo.

Esselunga, lo spot è un caso. Lucarelli: "Stereotipo delle separazioni infelici". Il tempo il 26 settembre 2023

Lo spot di Esselunga è finito sotto i riflettori più del previsto e sta facendo discutere parecchio. Il motivo? Il video promozionale, che prima è stato lanciato in tv e che poi è stato riproposto sul web dagli utenti, racconta con poche immagini la storia di una bambina che è figlia di due genitori separati. La piccola, mentre fa la spesa insieme alla mamma, decide di prendere una pesca e, alla fine, la regala al papà dicendogli: "Questa te la manda la mamma". Se una parte del pubblico ha ritenuto che la pubblicità della catena di supermercati abbia strumentalizzato i sentimenti dei bambini, l'altra fazione ha apprezzato il tentativo di narrare il divorzio dal punto di vista dei figli. Sullo spot, che è già un caso, è intervenuta Selvaggia Lucarelli che, senza mezzi termini, l'ha stroncato.  

"Lo spot di Esselunga con la bambina che prende la pesca al supermercato e la dà al papà separato fingendo che sia un regalo da parte della mamma è un tentativo piuttosto riuscito di pubblicità emozionale, un Mulino con schizzi di fango in cui la famiglia separata è terreno fertile per la lacrimuccia facile. In cui il tavolo delle colazioni felici è sostituito da una finestra e un’auto parcheggiata davanti a un portone. Un mulino che ruota in senso contrario rispetto alla corrente della famiglia felice, eppure vittima anch’esso di uno stereotipo": così ha esordito la giornalista. Quindi ha continuato: "Non quello della famiglia felice, questa volta, ma della famiglia infelice. Che non è necessariamente quella in cui i genitori sono separati. Che non è necessariamente quella in cui i bambini sono in trincea con genitori divorziati. Che non è per forza quella in cui i bambini, figli di separati, finiscono adultizzati e risolutori di conflitti con una pesca in mano". 

Lucarelli ha spiegato che, secondo lei, ciò che non funziona è soprattutto il tentativo di cercare a tutti i costi un approccio moderno al tema del divorzio: "Non c’è nulla di male nella pubblicità di Esselunga, ma non è contemporanea, illudendosi però di essere contemporanea. Non è l’anti Mulino bianco, è anch’essa un mulino, ovvero una famiglia che vive in un posto in cui non abita più nessuno (a parte forse qualche olandese bucolico e le ballerine del Moulin Rouge). Così come i matrimoni non sono tutti felici, le separazioni non sono necessariamente campi di guerra, soprattutto in un momento storico in cui i matrimoni non sono più prigioni, in cui rifarsi una vita è la normalità, in cui tanti genitori riescono a condividere la genitorialità anche senza condividere il letto".  

La giornalista, per avvalorare la sua tesi, ha proposto un esempio concreto: "Nella mia famiglia non tradizionale abbiamo tre esperienze diverse: Lorenzo è figlio di genitori separati e non ha vissuto traumi, è stato un ragazzino felice. Leon è figlio di genitori separati, non ha sofferto, ha due genitori che si vogliono bene. Io ho avuto due genitori che sono stati insieme tutta la vita, nel conflitto costante. Indovinate chi di noi tre, da piccolo, è cresciuto con una pesca in mano? Insomma, apprezzo lo sforzo pubblicitario nell’affrancarsi dalla melassa delle famiglie perfette, ma forse bisogna affrancarsi anche dallo stereotipo delle separazioni infelici".  

Forse stiamo un po' esagerando con lo spot dell'Esselunga. La bambina, la pesca, la coppia separata. Il popolo del web attacca la narrazione che criminalizzerebbe i divorziati. Ma se si trattasse solo di un prodotto superficiale che affronta il reale per la prima volta? Beatrice Dondi su L'Espresso il 26 settembre 2023

Tutte le famiglie felici sono uguali. Ogni famiglia infelice mangia una pesca a modo suo. A guardare con l’attenzione che merita lo spot Esselunga, che è sempre uno spot e quindi in quanto tale andrebbe rigorosamente visto di sfuggita, viene da pensare che persino il dorato mondo descritto dalla pubblicità ha scoperto che le coppie scoppiano, i bambini vengono trasportati come buste della spesa da una casa a un’altra ma spesso e volentieri senza alcun dramma in corso. O forse sì, dipende dalle coppie, dipende dai piccoli, dipende dagli avvocati e da quante urla sono state riversate prima di uscire di casa con le valigie. Insomma, dipende dalla vita vera.  

Siamo stati male educati da decenni in cui un padre e una madre, rigorosamente eterosessuali e possibilmente con figli pari e di genere diverso, si ostinavano a ridere appena svegli per il piacere di vedere uno straccio di merendina che si tuffava in una tazza di latte. E all’improvviso viene fuori un micro film in cui seppur di una virgola cambia la prospettiva.  

La mamma fa la spesa con la bambina, la bambina scappa per comprare una pesca perfetta nel supermercato dove non serve neppure pesarla, le due tornano a casa, giocano, ridono e poi la piccina prende lo zainetto perché è arrivato il padre separato per portarla a casa propria. A quel punto, mentre la musica strappalacrime avanza, la bambina sale e in macchina, offre al padre la famosa pesca neanche fosse la mela di Biancaneve e gli dice: «Questa te la manda la mamma». Musica, lacrime, atmosfera triste, gomitate di sottintesi, fine. Perché come recita il claim, «Non c’è una spesa che non sia importante».  

Ora non è una grande idea quella di questo spot firmato dal  regista francese Rudi Rosenberg e prodotto da Indiana . Ma non c’è dubbio che una coppia separata sia una rarità del mondo promozionale patinato per sua stessa essenza, e un po’ lo sforzo andrebbe apprezzato.  

Invece il popolo del web ha emesso il suo verdetto, accusandolo di essere uno spot governativo contro il divorzio. Ma al di là della sceneggiatura buttata un po’ a caso non sembra certo più pericoloso del celebre rigatone che un’altra bambina metteva di nascosto nella giacca del padre che andava al lavoro come ogni buon maschio che si rispetti. E poi, visto il sistematico attacco all’aborto di questi tempi forse sarebbe bene non suggerire nuovi appigli a cui aggrapparsi…

 Rivoluzione spot: la famiglia è normale. La pubblicità Esselunga è un inno alla realtà: una coppia separata e niente "arcobaleni". Luigi Mascheroni il 27 Settembre 2023 su Il Giornale.

Forse, per stare nel campo della pubblicità, le famiglie del Mulino Bianco non esistono. Ma è bello pensare che almeno quelle normali, sì. A proposito: quando Barilla puntò troppo sulle tradizioni italiane - un Paese tutto casa, mamma, papà, bimbe e fusilli - poi dovette fare marcia indietro, direzione gay friendly, per recuperare un po' di reputazione aziendale. Che noia. Quella che è invece gioiosa, commovente, amorevole e vera, e vorremmo implementare l'aggettivazione per innervosire ulteriormente il popolo arcobaleno, è la nuova pubblicità Esselunga.

Più di uno spot, un cortometraggio. Più di un cortometraggio, un sogno. Più di un sogno, la realtà. Una campagna pubblicitaria - in una società che vive la diversità come la norma - fieramente rivoluzionaria. Dura due minuti, s'intitola «La pesca» (frutto originario della Cina, vabbè, ma percepito come mediterraneo, romano, sovranista) e racconta una storia di ordinaria semplicità del quotidiano. Una mamma in un supermercato non trova più la figlia, scappata in un'altra corsia per comprare una pesca. Tornano a casa e quando il papà suona al citofono - i genitori sono separati - la piccola scende in strada, sale in auto con lui e gli regala la pesca, fingendo che sia un regalo da parte della madre. «Questa te la manda lei». Momenti di altissima commozione. Claim: «Non c'è una spesa che non sia importante». Forse manca un appello, sui titoli di coda, a firmare per un referendum abrogativo del divorzio, ma non si può chiedere tutto a un'azienda.

Ora, la cosa è molto delicata oltre che rivoluzionaria. Nell'ordine: la bambina non è di colore. A occhio non sembra frutto di una maternità surrogata. I due genitori sono separati sì, ma etero. Quindi stiamo parlando di una minoranza solitamente discriminata. La pesca non è biologica (Olè!). La cassiera non è né musulmana né di etnia sinti. Fra gli scaffali non si aggirano travestiti, ed è strano. Né mamma né papà hanno tatuaggi tribali sul collo. Ma soprattutto, ed è l'aspetto meno credibile della pubblicità (purtroppo), entrambi, lei e lui, usano - in centro a Milano, zona via Solari - un'automobile a testa. E non elettrica! Vorremmo che lo sceneggiatore fosse eletto sindaco al posto di Beppe Sala. Capite che tutto ciò non è accettabile. E infatti lo spot Esselunga è diventato subito oggetto di feroci attacchi sui social.

Apprezzatissima dall'area politico-sociale che fa riferimento a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, uno divorziato e l'altra convivente, sorta di super spot-regalo per il primo anniversario del governo sovranista - Dio, Patria, frutta italiana, cibi sani e Famiglia la pubblicità Esselunga, azienda che in passato ha subito la guerra delle cooperative rosse in mezza Italia, ha infastidito il popolo arcobaleno, quello viola, i piddini della corrente Elly Schlein e l'universo Lgbtq.

Domanda: cosa ne pensa la famiglia queer delle murge? Loro, in effetti, sono sempre andati alla Coop. Falce, carrello, tartine, papaya e monopattini. Reazioni: «La pubblicità Esselunga toglie diritti!». «Ci carica di sensi di colpa!». «Perché alla cassa non c'era l'onorevole Zan?». Esselunga è una azienda italianissima, fondata nel 1957, con 180 negozi tra superstore e supermarket, 25mila dipendenti e un fatturato di 8,8 miliardi di euro. La campagna pubblicitaria è dell'agenzia creativa americana «New York Small» (dove lavorano diversi italiani, che sanno cosa succede da noi), firmata da un regista francese, Rudi Rosenberg, e prodotta da Indiana Production. Forse Pro Vita&Famiglia diventerà presto loro cliente. In realtà lo spot di Esselunga non sembra voler ledere alcun diritto al divorzio, racconta di una bambina che soffre per la separazione dei genitori e dimostra che oltre all'orgoglio Woke ci sia il Paese reale. Sui social non si contano i like e i commenti tipo «Da stasera spesona all'Esselunga». E così la più bella sinistra libera e dem, per una volta, è dovuta uscire dalla Ztl. Per andare alla Conad.

Esselunga e lo spot della pesca, l’attore nei panni del papà: «Solo per riflettere. La scena finale girata 20 volte». Storia di Maria Volpe su Il Corriere della Sera giovedì 28 settembre 2023.

«Lo spot della Esselunga? Ho ricevuto tanti messaggi di solidarietà, tante pacche sulle spalle. Io e la mia collega interpretiamo una coppia che si è divisa e lo spot, che dura quasi due minuti, è questo. È quasi un atto rivoluzionario: due minuti è un tempo rarissimo per una pubblicità, è quasi un cortometraggio e grazie a questa durata consente di riflettere su quel che si vede». Queste le parole di Mauro Santopietro, l’attore che, nel ruolo di un papà separato, recita nell’ormai celebre spot della Esselunga di cui si parla da giorni, tra favorevoli e contrari. Ospite a Rai Radio1, nel programma «Un Giorno da Pecora», Santopietro ha risposto alle domande dei conduttori Giorgio Lauro e Geppi Cucciari, in modo molto ironico, con la voce di chi certo non si aspettava controversie politiche tra destra e sinistra per un semplice uno spot, con protagonista una pesca.

Visto che lei parla di cortometraggio, crede che questo spot avrà un sequel? hanno chiesto i conduttori. «Sto cercando di proporlo: potrebbe prevedere che io vada alla Esselunga a comprare una busta intera di pesche. Non so se me lo faranno mai fare…». E poi: Nello spot chi tra moglie e marito ha deciso di ‘rompere’ con l’altro? «Non si sa…ma quello che vuole trasmettere lo spot è il diritto per una bambina di fare dei tentativi di far riappacificare i propri genitori, anche attraverso una semplice pesca». E poi: Quante volte avete girato la scena della pesca finale? «Una ventina di volte perché si voleva inquadrare la pesca in un certo modo, tanto che è stata montata poi al contrario».

Poi i conduttori hanno voluto sottolineare l’aspetto politico del dibattito, chiedendo a Santopietro: politicamente lo spot è stato apprezzato dal centro destra mentre il centro sinistra è stato più critico. Cosa ne pensa? «Mi spiace per entrambe le posizioni, lo spot è prodotto culturale che dovrebbe far riflettere e non spingere a giudicare». Lei nella vita invece è single, separato o sposato? «Sono impegnato…», ha concluso l’attore.

Emanuela Minucci per la Stampa - Estratti giovedì 28 settembre 2023.

Professor Crepet, ha visto che tsunami ha sollevato lo spot dell’Esselunga?

«Sì, ed era ora che qualcuno ponesse gli italiani di fronte a una realtà speculare a quella del Mulino bianco. E chi dice che il Mulino nero è a sua volta uno stereotipo, sbaglia, perché si tratta semplicemente di una verità statistica.

(…)

Lo spot ha anche molto diviso.

«Ha diviso perché non è facile arrendersi a una realtà dolorosa. Vale a dire che la separazione è sempre un lutto, e che i bambini abbiano due camere da letto non può essere considerata una soluzione felice e ancor peggio è quando si delega anche involontariamente, per incapacità, il ruolo di paciere ai bambini: questa, purtroppo, è la massima sconfitta».

In effetti la pesca da regalare al babbo è un’idea della bambina…

«Sì, e questo è un messaggio realistico, ma molto triste. Stupisce però lo stupore. Venga una mattina al tribunale dei minori, e capirà perché la metafora della pesca è un dettaglio ”light” rispetto a quello che succede nella famiglie con figli che si separano con la massima e più cinica nonchalance». 

(...)

Quindi a lei questo spot è piaciuto.

«L’ho trovato fatto molto bene. Ma è sempre triste assistere a una storia di disfatta e di incomunicabilità che coinvolge i bambini e, anzi, delega loro qualcosa che gli adulti non sono capaci di fare».

Più che uno spot una seduta psicoanalitica.

«Una grande seduta psicoanalitica collettiva, direi, che parla ai sensi di colpa degli italiani».

(...)

Qualcuno dice che è diseducativo, però.

«Guardi, mi ricorda le critiche che ricevette il neorealismo che raccontava l’Italia vera, quella con le pezze al sedere. Ci fu chi insorse, ma quella era la realtà e anche lì era inutile girarci intorno».

La Meloni ha detto che in questo spot ha trovato una grande poesia.

«Più che poesia, ripeto, quel messaggio era un messaggio di puro neorealismo».

Nadia Terranova per la Stampa giovedì 28 settembre 2023. 

Sono figlia di genitori che si sono separati poco dopo la mia nascita e ho vissuto tutta l’infanzia nell’indicibile e dolorosa convinzione che la mia famiglia non esistesse.

(…) 

Se quarant’anni fa avessi visto la pubblicità dell’Esselunga, avrei tirato un sospiro di sollievo: allora esistevo. Allora il mio desiderare follemente, sconsideratamente, che due persone che a malapena si rivolgevano la parola tornassero ad amarsi trovava diritto di cittadinanza. 

(…) Oggi sono un’adulta grata a genitori che non le hanno inflitto la loro infelicità di coppia. Ieri ero una bambina che invidiava tutte le altre famiglie, tranne quelle dove i genitori si trattavano così freddamente o litigiosamente da non farla star male al pensiero di tornare nella sua casa monca, pure se riempita dall’amore di una madre. Che era l’amore di una persona sola. Quando passavo i pomeriggi con mio padre, ne ricevevo altrettanto. Ma due amori separati non ne facevano uno, ed era tutto ciò che m’importava. 

(…)

Mi dispiace per chi si sente offeso dalla pubblicità dell’Esselunga, ma quello che rappresenta è il linguaggio dell’infanzia, tale e quale, ed è un grave errore confonderlo con la difesa della famiglia tradizionale. 

(…)

Estratto dell’articolo di Francesco Moscatelli per “la Stampa” giovedì 28 settembre 2023.

«Ci aspettavamo che il nostro lavoro avrebbe fatto parlare, non ci aspettavamo che avrebbe fatto parlare così tanto». Luca Lorenzini, 46 anni, italiano trapiantato a New York e cofondatore insieme a Luca Pannese della società di comunicazione "Small The Agency", è la mente creativa dietro l'ormai celebre pubblicità «della pesca» di Esselunga. In questi giorni il suo telefono, la sua mail e i suoi account social sono intasati di messaggi. Un risultato che vale quanto i numerosi premi vinti negli anni al Festival di Cannes.

Lorenzini, com'è nato lo spot? Che storia volevate raccontare?

«Siamo partiti dal concetto "non c'è una spesa che non sia importante" e abbiamo raccontato una storia che comunicasse questo messaggio». 

[…] Chi lo apprezza ci vede la capacità di affrontare un tema delicato come quello del divorzio dalla prospettiva dei bambini. Anche per voi è così? Come va interpretato?

«Per noi è una piccola storia in cui una bambina si affida a un trucco (ingegnoso e ingenuo allo stesso tempo) per provare a migliorare i rapporti tra due genitori che, come si vede nello spot, hanno un rapporto distante e freddo. Tutto qui». 

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta apposta sui social definendolo «bello e toccante». Vi ha fatto piacere?

«Noi guardiamo le cose dal punto di vista del nostro lavoro. Se la premier italiana decide di parlare del nostro lavoro e lo apprezza per noi è sicuramente un bel risultato».

In Italia la famiglia è spesso al centro di scontri ideologici e giuridici. Pensiamo ai diritti dei figli delle coppie arcobaleno. Voi vivete a New York. Che idea vi siete fatti del dibattito italiano?

 «Non siamo sicuri che in America se ne sarebbe parlato così tanto. Chi accende la televisione qui noterà quasi subito come, rispetto all'Italia, si raccontino storie più variegate. In Italia, in generale, c'è paura di fare qualcosa di diverso».

I critici invece si dividono in due categorie: chi parla di strumentalizzazione […] e chi sostiene che passi un messaggio datato […]. Cosa rispondete ai primi?

«[…] che abbiamo ricevuto decine di messaggi di persone ormai adulte che ci hanno detto: "Io facevo la stessa cosa, mi sono rivisto in quella bambina". Quindi pensiamo di aver raccontato una storia verosimile». 

E […] ai secondi?

«Con i messaggi ricevuti da coppie divorziate che ci hanno detto: finalmente qualcuno che parla di noi».

Estratto dell’articolo di Oriana Liso per “la Repubblica” giovedì 28 settembre 2023. 

Lo spot del Mulino Bianco?  «Era l’esempio di famiglia perfetta di quel tempo in cui è stato girato. Noi raccontiamo un altro tipo di famiglia». 

Luca Lorenzini […] il Mulino Bianco: un riferimento da capovolgere?

«Noi siamo partiti dal concetto che il nostro cliente ci ha chiesto, “Non c’è una spesa che non sia importante”, abbiamo pensato di mettere al centro del racconto i consumatori, chi sono, le loro vite, e di farlo con una narrazione diversa da quella tipica delle pubblicità italiane, forse perché viviamo a New York, lavoriamo con clienti di tutto il mondo e vediamo un altro modo di raccontare la quotidianità».

Ma la pesca, perché?

«Siamo partiti da una idea con il nostro cliente e da una richiesta, abbiamo pensato a come sviluppare un racconto molto cinematografico e lungo - due minuti sono fuori dai canoni classici della pubblicità - e abbiamo pensato alla pesca come spunto di un racconto. Potevano esserci molti altri spunti e molte altre storie, magari ce ne saranno».

C’è chi vi critica anche per l’ambientazione borghese e milanese.

«Esselunga è nata a Milano, il punto vendita di via Solari dove abbiamo girato è uno di quelli più conosciuti e riconoscibili, tutto qui».

Parlando di spot, il vostro viene paragonato a uno di Ikea che parla sempre di famiglie con genitori separati. Cosa ne pensa?

«L’ho visto, certo, e visto che si parla di una azienda che fa mobili il messaggio di far sentire il bambino sempre a casa è bello». 

Ma alla fine il messaggio che volevate dare qual è?

«Sin dalla fase creativa ci eravamo detti che volevamo fosse una storia che potesse avere molte e diverse interpretazioni, che poi è quello che sta succedendo. E abbiamo volutamente lasciato aperto il finale della storia: ci si vede passato, presente e futuro».

Modugno, piange il telefono e la ferita del divorzio. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera giovedì 28 settembre 2023.

Caro Aldo, certo che ce ne vuole di fantasia, da parte della sinistra, per creare un caso legato ad uno spot televisivo commovente in cui una bambina, con lo stratagemma della pesca, cerca di far riavvicinare i propri genitori separati: cosa c’è di strano? Non è il sogno di tutti i figli, tranne coloro che hanno assistito a scene di ripetuta violenza? Stefano Casadei Sono sempre più incredulo. Davvero il ceto intellettuale italiano preferisce interrogarsi sulla pubblicità di un supermercato piuttosto che dar vita finalmente a un serio dibattito pubblico sullo stato comatoso della scuola italiana? Leonardo Eva, Firenze

Cari lettori, E’ davvero sorprendente come storie all’apparenza laterali accendano la discussione pubblica provocando financo l’intervento del capo del governo e dei capi dell’opposizione. Non dico ci si debba confrontare ogni giorno su denatalità, migrazioni, cambio climatico, proliferazione nucleare, intelligenza artificiale, biotecnologie, crollo del lavoro intellettuale e del potere d’acquisto; sono le grandi questioni del nostro tempo da cui dipende il futuro dell’umanità; ma sono considerate noiose, e quindi nella piazza digitale della Rete si parla d’altro. La discussione sulla bimba del supermercato ha un precedente. Nel 1975 Domenico Modugno portò in Italia «Piange… il telefono», remake di una canzone che aveva spopolato in Francia. Era un terrificante dialogo tra un padre si presume divorziato e una bambina che non sa di essere sua figlia. L’uomo tenta invano di convincere la sua ex donna a venire al telefono; poi nella versione francese si suicida, in quella italiana si limita a piagnucolare. Ma in Francia nessuno protestò; il divorzio era stato introdotto dai rivoluzionari nel 1792, abolito con la Restaurazione ma ristabilito nella Repubblica laica di fine ‘800. L’Italia era invece ancora lacerata dalla battaglia del referendum del 1974. I divorzisti criticarono la canzone, che rinfrancò invece gli anti-divorzisti. L’Italia resta ancora oggi, anche dopo la tardiva riforma del divorzio breve, uno dei Paesi in cui rompere un matrimonio è più complicato. In Svizzera, ad esempio, il giudice non ha alcun obbligo di provare a riconciliare i coniugi, formalità inutile ma penosa. In Germania non esiste il divorzio con addebito di colpa: se un matrimonio finisce non c’è un solo colpevole. Da noi all’evidenza il divorzio è una ferita aperta. Anche se le giovani coppie si separano facilmente, forse troppo: come se fosse impossibile perdonarsi, attendersi, ritrovarsi.

Estratto dell'articolo di Giuliano Ferrara per “Il Foglio” giovedì 28 settembre 2023.

Il contemporaneo se ne frega dei sentimenti, del senso di abbandono, della nostalgia, del bisogno di tenerezza da parte dei figli che pretendono l’unione dei genitori invece della loro separazione, il contemporaneo considera tutto ciò che genera senso di colpa uno sfregio al modo di vita libero, alla famiglia che funziona o non funziona come dettano le regole sregolate di un matrimonio fallito eccetera. 

Quindi fa scandalo un video promozionale dell’Esselunga in cui una bambina un po’ smarrita prende una pesca o persica durante la spesa al supermercato con la madre e quando è affidata al padre, che la va a prendere sotto casa senza incontrare la moglie separata con cui è in freddo, gliela regala dicendo che gliela manda mamma. 

La presidente del Consiglio, madre non sposata, trova che lo scandalo non ha ragione di esistere […]

Quanta inutile confusione. Evidente che lo spot è inusuale ma indiscutibilmente bellino nella sua sincera ingenuità commerciale, esprime un sentimento ultranormale, dolcemente ricattatorio nella speranza di un lieto fine che forse non ci sarà, e tutti ce ne faremo una ragione, compresa la bambina, ma intanto una pesca è una pesca, una pesca, una pesca (o al massimo una persica), nel mondo reale e nell’immaginazione targata Esselunga. 

[…]

Ma qui bisogna ribadire che l’amore non è abbastanza, love is not enough, come scriveva nel 1967 lo psicologo Bruno Bettelheim, a proposito dei disturbi affettivi dei bambini. Secondo lo psichiatra e umanista e moralista quieto Francesco Montanari, di cui l’editrice Roccantica pubblica una raccolta postuma di scritti (“Un suono che la memoria può ricordare”), Bettelheim […] sapeva che il freudismo ha un limite, perché “l’Io ha delle prerogative e delle funzioni autonome che la psicoanalisi aveva trascurato. Ne conseguiva una concezione in cui l’uomo si configurava non più solo come individuo realizzato affettivamente (Love is not enough) ma anche come individuo socialmente integrato (…)”. 

Così dobbiamo pensare che la bambina dello spot ha un’idea strutturata su principi emotivi fondamentali, non coincidenti con libido e colpa freudiana. Quando fa di un dono una proposta di riconciliazione, più o meno consapevolmente, il suo superIo adopera uno strumento di integrazione sociale e lo propone a una coppia di adulti-bambini soddisfatti o insoddisfatti di un matrimonio per sé, e si presume per altri, condotto a una crisi che potrebbe essere solo provvisoria, agli occhi della figlia in comune.

Quella bambina con quel frutto comune, da supermercato, si muove senza saperlo sulla scia di una nuova letteratura matrimonialista, fiorente in America, in cui anche saggisti liberal assumono come un’ovvietà l’idea solo in apparenza conservatrice che un buon matrimonio con educazione in comune dei figli e un giusto grado di integrazione sia in fondo una buona cosa, perfino testimoniata dagli onnipresenti numeri della sociologia del contemporaneo. 

L’amore non è abbastanza, e non è forse nemmeno quella la tenerezza emozionale in questione. In una ragione del cuore che la ragione non conosce, forse il problema è che la bambina Esselunga sa stare al mondo appena un po’ meglio dei suoi smarriti genitori. Uno scandalo? Giudicate voi. 

Spot Esselunga messaggio velenoso: la bimba (bugiarda e disobbediente) come la strega di Biancaneve. Vladimir Luxuria su Il Riformista il 28 Settembre 2023 

Nel Si&No del Riformista spazio allo spot dell’Esselunga e alle polemiche che ha suscitato la storia della famiglia separata con la bambina che cerca di ricongiungere i genitori con l’acquisto di una pesca. Favorevole allo spot lo scrittore Andrea Venanzoni, secondo cui nella pubblicità “è solo il mondo con la sua varietà, rassegnatevi, sarà una pesca a seppellirvi”. Contraria Vladimir Luxuria. L’ex parlamentare considera “velenoso” il messaggio lanciato dallo spot dell’Esselunga. Un messaggio che fa male a tutti i genitori“.

Qui il commento di Vladimir Luxuria:

Quando ho visto lo spot dell’Esselunga mi è venuta in mente una favola, in particolar modo il momento in cui la strega di Biancaneve ha una mela in mano e cerca di convincere Biancaneve a mordere quella mela. Anche qui la bambina dà una pesca al papà ma è una pesca avvelenata. Avvelenata perché il messaggio è un messaggio velenoso, soprattutto per i genitori separati. Non c’è più la famiglia del Mulino bianco, per riprendere un’altra metafora famosa che riguarda il mondo della pubblicità, ma esistono tanti tipi di famiglie. Non solo famiglie eterosessuali ma anche famiglie arcobaleno, non solo famiglie con papà e mamma che continuano a vivere insieme ma famiglie che vivono insieme sia sposate sia non sposate ma anche tante famiglie ricomposte, quindi madre o padre che si sono risposati e ancora tante famiglie separate. Ora, il messaggio di questo spot pubblicitario è quello di una bambina triste, addolorata e che vive male perché i genitori si sono separati.

I bambini stanno male quando i genitori si separano male, cioè quando cercano di far pesare sui bambini tutti i malumori o quando peggio ancora li utilizzano come arma di ricatto o anche per delle vendette, o quando cercano di parlare male dell’altro al bambino tentando di renderlo partecipe, tifoso, addirittura nel tentativo di far odiare il padre o la madre. Sicuramente un bambino può starci male se due genitori si lasciano e bisogna saper spiegare il momento della separazione, ma per fortuna da un po’ di anni in Italia esiste il divorzio e che a parlare di indissolubilità del matrimonio sia ancora solo la chiesa e Simone Pillon che ultimamente aveva fatto un post nel quale proponeva alcuni tipi di matrimonio indissolubili. Per fortuna esiste il divorzio perché tanti bambini sono stati male e hanno vissuto male per le continue liti che avvenivano dentro le mura domestiche. Certo, questo è uno spot che può piacere oppure no, sicuramente ha centrato l’obiettivo di far parlare di sé ma sicuramente non è rappresentativo di tutte le realtà italiane e soprattutto è uno spot che fa male a tutti i genitori separati che quotidianamente cercano di non far pesare ai figli la propria separazione ma che al contrario cercano di garantirgli comunque un futuro. È vero che questa pubblicità sta facendo molto parlare e chi ha fatto lo story telling sapeva benissimo a cosa andava incontro ma secondo me questo è l’effetto a breve perché alla lunga tiene fuori i single, i genitori separati, tutti gli altri tipi di famiglie e quindi credo che al ungo andare sia controproducente perché i soldi non hanno colore e dovrebbero interessare anche i genitori tranquillamente separati e i bambini che continuano a giocare, a vivere, a studiare anche quando si tratta di figli di genitori separati: anche loro fanno la spesa.

Inoltre, questa non è proprio una bambina modello, disobbedisce alla mamma e se ne va in giro da sola per il supermercato. E poi c’è l’esaltazione della bugia perché sarà pure a fin di bene ma la bambina mente quando dà la pesca al papà dicendo che è la mamma che gliela aveva voluta regalare.

E c’è anche un’altra considerazione da fare: in questo spot la parte della cattiva della coppia la fa la donna. Lui, il papà, timidamente citofona e fa un cenno di saluto con la testa, lei invece arcigna lo guarda dalla finestra con uno sguardo severo e neanche gli permette di salire a casa. E poi il finale dello spot (finale che non fanno vedere) sarebbe stato questo: il padre sale a casa senza citofonare con la pesca in mano e ringrazia la mamma per il pensiero gentile. Lei si arrabbia prima con l’ex marito perché avrebbe solo dovuto citofonare poi rimprovera la figlia per la bugia. Vladimir Luxuria

Spot Esselunga è il mondo con la sua varietà: rassegnatevi, sarà una pesca a seppellirvi. Andrea Venanzoni su Il Riformista il 28 Settembre 2023 

Nel Si&No del Riformista spazio allo spot dell’Esselunga e alle polemiche che ha suscitato la storia della famiglia separata con la bambina che cerca di ricongiungere i genitori con l’acquisto di una pesca. Favorevole allo spot lo scrittore Andrea Venanzoni, secondo cui nella pubblicità “è solo il mondo con la sua varietà, rassegnatevi, sarà una pesca a seppellirvi”. Contraria Vladimir Luxuria. L’ex parlamentare considera “velenoso” il messaggio lanciato dallo spot dell’Esselunga. Un messaggio che fa male a tutti i genitori“.

Qui il commento di Andrea Venanzoni:

Siamo passati da ‘I dieci giorni che sconvolsero il mondo’, il volume di John Reed sulla Rivoluzione d’ottobre, ai ‘due minuti che hanno sconvolto la Rete’, lo spot di Esselunga che ha incrinato le già fragili certezze di tutti gli indignati in servizio permanente che presidiano gli anfratti più nebulosi del dibattito politico e culturale, i quali se ne sono andati, letteralmente, in frantumi davanti la storia di Emma e della sua pesca.

Quella che è semplicemente, linearmente, una garbata storia che veicola un suo messaggio, prima di tutto promozionale, è diventata, nel coro polifonico dei commentatori, un attacco ai diritti, un affronto, una esibizione muscolare reazionaria.

Decostruzionisti, divenuti celebri e istituzionalmente rispettati per aver dimostrato come esista la libertà di essere riconosciuti dallo Stato e di identificarsi quali armadilli o lemuri, verranno a parlarvi di quanto biecamente conservatrice sia quella pesca e di quanto intrinsecamente malvagia sia la bambina.

Poltergeist retrivo che cerca, con il suo nostalgismo magari clericale, di incrinare la sacrosanta autodeterminazione divorzile, e giù di sberleffi e preoccupazione e linguaggi da collettivo maoista anni Settanta.

Gente uscita frettolosamente fuori dal suo baccello da Politburo coi capelli fucsia si azzarda in languide e verbose disamine per dimostrarci quanto scorretto, sbagliato, intrinsecamente violento questo spot sia, perché osa narrare una storia, una storia in cui appaiono soltanto un uomo, una donna, una bambina e una pesca. E un supermercato, già.

Sceneggiato dal Generale Vannacci, penseranno gli indignati che con orrore analizzano ogni singolo fotogramma nemmeno fosse Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman, perché è incredibile, incredibile e indegno, che uno spot di un supermercato osi addirittura parlare di acquisti in un supermercato, e non magari di un musicista eroinomane di colore che tra un’orgia e l’altra combatta per i diritti della comunità transgender, e cerchi di vendervi una auto elettrica, come potrebbe andare di moda in una campagna pubblicitaria di una marca di scarpe da ginnastica.

Non posso che essere favorevole, graniticamente favorevole a uno spot che in due soli minuti sconvolge una parte di opinione pubblica, fa montare un caso politico, diventa fenomeno culturale, con spirito pour épater le bourgeois nonostante non volesse sconvolgere proprio nessuno, limpidamente mette a nudo la strutturale ipocrisia di una parte che vorrebbe spot insensati di qualunque ordine e grado e respinge l’indignazione altrui come bieco oscurantismo e poi pratica la medesima indignazione per una storia del genere.

Esiste anche questo mondo. Che no, non è il mondo al contrario.

E’ semplicemente il mondo, con la sua varietà, le sue famiglie occidentali composte da una mamma, un papà e una bambina, famiglie che a volte si separano e che i figli vorrebbero veder riconciliarsi, nella loro scomoda e sovente dolorosa posizione.

Invece no, tutti figli felicissimi, contentissimi, gioiosissimi di coppie separate, divorziate, meno male che si sono lasciati mamma e papà, ma che scherzi.

I Generali Vannacci, santa pace, ve li meritate, li costruite voi, generando queste polemiche del tutto insensate su quello che è e rimane uno spot con un suo messaggio, totalmente scevro di qualunque violenza e di qualunque esagerazione.

Prendiamone atto: viviamo ormai in un’epoca nella quale la mancanza di violenza, di oscurità, di opacità viene presa essa stessa per violenza. La violenza stigmatizzata, a parole, da chi adesso sputa fiele in preda a grande isteria su mamma, papà, bambina e pesca.

La rivolta contro il mondo moderno passa per la pesca di Emma? A questo davvero siamo arrivati?

Siamo giunti infine nel ventre di un momento storico che similmente all’Atto III dell’Amleto shakespeariano vede la virtù inginocchiata ai piedi del vizio, intenta a chiedergli il permesso di fargli del bene.

Un’epoca di melassa, in cui una narrazione lineare, senza sbavature, senza eccessi di retorica o spirito di conflitto, che ci mostra uno spaccato di vita quotidiana e un guizzo malinconico finale, in quella piccola epifania rappresentata da una pesca è vissuta, percepita, sentita fin nel midollo come una aggressione ai diritti.

Rassegnatevi: sarà una pesca a seppellirvi. Andrea Venanzoni

Giulio Meotti per “il Foglio” - Estratti giovedì 28 settembre 2023. 

(...)

Ora il libro di economia più atteso dell’anno sostiene che avere genitori sposati fa bene ai figli. Banalità? 

“Per anni, gli accademici che studiano la povertà, la mobilità e le strutture familiari hanno evitato questa verità evidente”, scrive l’economista Melissa Kearney in “The Two-Parent Privilege”, pubblicato questa settimana e recensito da tutti i grandi quotidiani che contano. Un tentativo di spiegare l’importanza del matrimonio ai colleghi intellettuali. 

Purtroppo, Kearney ha il suo bel da fare. L’autrice è un’economista formatasi al Mit e scrive: “L’assenza di un padre dalla casa di un bambino sembra avere effetti diretti sui risultati dei figli – e non solo a causa della perdita del reddito genitoriale”. Per questo dobbiamo “ripristinare e promuovere la norma di una casa con due genitori per i bambini”. Daniel Patrick Moynihan lo disse nel suo rapporto del 1965 sulla famiglia. George Gilder ci ha scritto “Sexual Suicide” (1973) e “Men and Marriage” (1986). E Charles Murray, che ne aveva parlato nel suo studio fondamentale, “Losing Ground” (1984), ha avanzato argomentazioni simili in “Coming Apart” (2012).

“Le prove sono schiaccianti: i bambini provenienti da famiglie monoparentali hanno più problemi comportamentali, hanno maggiori probabilità di finire nei guai a scuola o con la legge, raggiungono livelli di istruzione più bassi e tendono a guadagnare redditi più bassi in età adulta” scrive ancora Kearney. “I ragazzi che vivono in famiglie senza papà sono particolarmente inclini a finire nei guai a scuola o con la legge”. 

In un’intervista-podcast con il collega economista Stephen Dubner, Kearney dice anche che scrivere il libro è stato correre “un grosso rischio” a livello professionale, perché i suoi colleghi tendono a evitare di affrontare il ruolo della struttura familiare nelle discussioni sulla disuguaglianza sociale e a guardarli dall’alto in basso. Sfida “le conversazioni progressiste sul benessere dei bambini”. Nel 1960, negli Stati Uniti solo il cinque per cento dei bambini nasceva da madri non sposate. Nel 2019 era quasi il 50 per cento. 

Abbiamo fatto il vuoto e lo abbiamo chiamato progresso.

Tutti parlano dello spot della pesca, nessuno dello sfruttamento in Esselunga. Gloria Ferrari su L'Indipendente sabato 30 settembre 2023.

Vi sarà capitato in questi giorni di vedere o (almeno) di sentire parlare della famiglia e della pesca protagoniste dello spot pubblicitario di Esselunga. Un piccolo cortometraggio realizzato dalla nota catena milanese di supermercati che nel giro di poche ore ha stimolato sul web un copioso dibattito fatto di commenti, opinioni e analisi. Un flusso che, se ve lo stavate chiedendo, non vogliamo ulteriormente alimentare. Lascia infatti sconcertato l’effetto che un frutto, una bambina e una coppia di genitori divorziati hanno avuto su giornalisti e lettori (e pure sulla nostra Premier, che ha gradito la scenetta): tre elementi narrativi in grado di catalizzare l’attenzione e spostarla dal resto. Viene da chiedersi se forse l’intento di Esselunga non fosse proprio quello di sviare il dibattito pubblico e spegnere i riflettori su una questione che la riguarda e che l’ha posta anche al centro dell’attenzione di magistratura e guardia di finanza: le pessime condizioni di lavoro cui sottopone i propri lavoratori.

Solo tre mesi fa la Guardia di Finanza di Milano ha effettuato un maxi sequestro di circa 48 milioni di euro ai danni della catena, con l’accusa di “somministrazione illecita di manodopera” con conseguenti “ingentissimi danni all’erario”. Comportamenti che secondo i pm, in possesso di numerose testimonianze, si sarebbero protratti per diversi anni (tra il 2016 e il 2022). Lasso di tempo durante il quale la società avrebbe allestito un sistema di “sistematico sfruttamento dei lavoratori di carattere fraudolento”. Un vigilante ha per esempio raccontato di essere riuscito ad ottenere tre giorni di ferie «solo al momento in cui mio padre stava per morire», mentre in un altro verbale si legge «mediamente effettuo 80 ore di straordinario al mese».

In pratica Esselunga – così come già accaduto in altre grandi aziende – sarebbe riuscita ad ottenere “tariffe altamente competitive appaltando manodopera” in maniera irregolare. Reclutando lavoratori cioè da cooperative, consorzi e altre società, per cui contrattualmente risultavano dipendenti mentre in realtà svolgevano mansioni per Esselunga. Questi serbatoi di manodopera, come li chiama Unione Sindacale di Base, «hanno emesso fatture false per un importo stimato di oltre 221 milioni di euro con una equivalente frode fiscale di circa 48 milioni di euro. Un risparmio di cui si sarebbe avvalsa Esselunga». Ma «non si tratta solo di tasse evase. Ben più tartassati risultano i lavoratori a cui sono stati fregati i contributi previdenziali, il TFR e quant’altro».

Quello di Esselunga non è un caso isolato. A luglio di quest’anno, per esempio, la società Mondialpol, una delle aziende leader nei servizi di vigilanza privata, è stata sottoposta a controllo giudiziario per caporalato e sfruttamento dei lavoratori. Il commissariamento è stato deciso dal pm di Milano Paolo Storari con un decreto d’urgenza, nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Guardia di finanza. I lavoratori sarebbero stati pagati 5,37 euro lordi all’ora e minacciati di trasferimento in caso di mancata accettazione delle condizioni. Una situazione di forza che avrebbe fatto leva sullo stato di bisogno dei dipendenti, costretti di fatto ad accettare retribuzioni ben al di sotto della soglia di povertà e comunque sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato.

E pochi mesi prima, a marzo, BRT (ex Bartolini) e Geodis, due aziende leader nelle spedizioni internazionali e nei servizi di logistica, sono finite nei guai per lo stesso motivo. La procura di Milano, tramite un’inchiesta condotta dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza, ha disposto per entrambe l’amministrazione giudiziaria per un anno con l’accusa di caporalato e truffa fiscale realizzata attraverso l’impiego di manodopera priva di tutele, fornita da cooperative in subappalto.

Per il fatto che episodi di questo tipo continuino ad accadere c’è da indignarsi ma non da meravigliarsi. Se una pesca è in grado di totalizzare la nostra attenzione, come possiamo accorgerci di un lavoratore sottopagato, sfruttato e senza diritti? Tuttavia basterebbe cambiare prospettiva: non è sbagliato creare una discussione attorno ad una pesca, a patto che ci si chieda, per esempio, come è arrivata sugli scaffali di quel supermercato, e per quanti chilometri abbia guidato quel lavoratore e per quanti pochi spiccioli l’abbia condotta fino a lì.

[di Gloria Ferrari]

Quanto è dura essere figli con gli adulti fuori controllo. Rissa tra genitori a una gara di ballo per i pochi posti liberi. LISA GINZBURG su La Gazzetta del Mezzogiorno il 25 febbraio 2023.  

A Guidonia, una piccola località vicino a Roma, domenica scorsa, in occasione di una gara di hip hop organizzata per giovani danzatrici e danzatori, c’è stata una rissa tra adulti, ovvero tra i genitori dei giovanissimi in procinto di esibirsi. Posti a sedere mancavano, dai molti rimasti in piedi veniva insinuata l’idea di soprusi nell’aver preso quei posti, qualche parola di troppo che è volata; ed ecco in un battibaleno hanno incominciato a volare anche gli insulti, certe signore vestite bene per onorare la bella occasione dei loro figli hanno cominciato a prendersi a borsettate in faccia, mentre altri adulti, anche uomini, i padri delle povere danzatrici e danzatori, loro anche hanno preso a spintonarsi, offendersi, lacerare relazioni mai nate ma importanti, perché di quotidiana prossemica.

Ci si trova vicini come adulti perché pronti ad assistere a uno spettacolo in stesso ruolo di genitori, ovvero nel solco del più normale condividere uno spazio, ovvero tutto quanto dovrebbe mantenersi nei termini di arginata e veicolata convivenza tra le sponde ordinate di un salubre, moderato, ordinario civismo.

Invece no, scoppia una bagarre violenta. A leggere dell’incredibile fatterello (non fatto, intendiamoci) di cronaca, mi sono figurata i giovanissimi: i figli. Non so se di lì a poco impediti a danzare il loro amato hip hop, se non questo, di sicuro costretti a farlo in condizioni di assoluto disagio generalizzato.

Cosa si deve provare a vedere la propria madre o il proprio padre accanirsi contro un altro adulto, perdere del tutto il controllo di sé, diventare violento come una furia? Che madre e padre è, uno che rovina quella che dovrebb’essere una giornata felice dei figli, tirando fuori il lato più becero e oscuro di sé stesso?

Molto difficile, essere preadolescenti e adolescenti in un mondo dove gli adulti mancano del tutto di saggezza, e di quella competenza naturale che si chiama autocontrollo. Perché i figli innanzitutto ci vogliono persone, e nulla sfugge loro del nostro modo di stare al mondo, nel mondo.

Devono vederci e trovarci persone belle, ovvero sane, limpide, educate: capaci di coabitare con gli altri, le altre persone, anch’esse adulte e non solo. Equilibrati nei riguardi di tutti. Possono sembrare distratti, solitari, selvatici, egoriferiti, ma adolescenti e preadolescenti sono invece sempre molto attenti a considerare i nostri comportamenti. E non è mera, retorica questione di dare loro l’esempio: sapranno elaborare altri modi, loro, i nostri figli, autonome maniere di vivere su questa terra.

La questione è invece quella di avere la loro stima, che implica in via diretta la loro fiducia. La loro approvazione, anzitutto dei nostri comportamenti. Povere ragazze e ragazzi, come stentato e anche penoso dev’esser stato il loro pomeriggio sul palco di Guidonia.

Che imbarazzo e che gigantesca delusione, vedere quelle madri e padri accanirsi, picchiarsi, spintonarsi. Un adulto è le sue scelte, i suoi comportamenti, e prima ancora i suoi valori di convivenza civile. Siamo, esistiamo a partire da come siamo con gli altri, e questo vale dall’infanzia alla fine, senza passare da nessun punto intermedio.

Dovremmo saperlo noi, consapevoli di quanto chiunque ci accada di incontrare osserva da subito i nostri modi di fare, anche nelle sfumature attento a ogni nostro gesto. Tutti, e i nostri figli per primi. Se è vero (ed è vero) che destino è carattere, quale destino mai assumono agli occhi dei loro figli quelle donne e uomini, madri e padri che si sono accapigliati per motivi da nulla, in attesa che cominciasse uno spettacolo che doveva essere festoso, gioioso, una domenica allegra e piena di musiche, danze, bellissime lavoratissime coreografie? Adulto, parola desueta, che evoca saggezze inusitate ma il cui valore è inesauribile, in ogni istante del nostro quotidiano stare. E adulti lo si diventa, ogni giorno, non una volta per tutte: anche pensando e ripensando di continuo a cosa voglia dire – cosa implichi, quale impegno da parte nostra. In ogni sfida, a ogni occasione: anche le più semplici, ordinarie, normali, le più e meno eccezionali. Stare al mondo con misura, in equilibrio.

Tra le molte ragioni, perché più giovani ci guardano, nulla sfugge loro.

Baby sitter per adulte. L’assistente materna e la normale inadeguatezza dei genitori. Assia Neumann Dayan su L'Inkiesta il 29 Settembre 2023

Presto le mamme si vedranno entrare in casa persone che non hanno alcuna laurea sanitaria, ma che hanno fatto un corso di sei-nove mesi per dire la loro su come lavare i bambini e accudirli. Cioè: una suocera pagata dai contribuenti

Siccome non è nemmeno lontanamente pensabile dire pubblicamente che ce la possiamo fare a metter su l’acqua a bollire senza pagare una seduta di psicoterapia, ci siamo dovuti inventare un lavoro dove troviamo accettabile far venire a casa nostra un’estranea che ci dica che l’acqua sta bollendo con l’aiuto di un termometro. L’Ansa ha riportato questa notizia: il Governo introdurrà la figura dell’assistente materna che aiuterà la mamma nei sei mesi dopo la nascita del bambino. La aiuterà nel fare il bagno al neonato, «nel fasciarlo», potrà capire se è in atto una depressione post partum. La mia inguaribile fiducia nel genere umano mi fa dire che possiamo farcela a lavare nostro figlio: magari non riusciremo a farlo dormire, ma a lavarlo sì. Parto dal principio base che regola la mia vita: se un lavoro posso farlo anch’ io dopo un corso di qualche mese, c’è qualcosa che non va. 

Dobbiamo innanzitutto risolvere una questione: o diciamo che la salute mentale delle mamme è importante e va trattata dai medici, o non è poi così importante e allora va bene uscire e fare una passeggiata con un’amica. Nel dubbio, chiamerei un dottore. Poi vorrei dire che sentirsi inadeguate è perfettamente normale, non normale sarebbe sentirsi a proprio agio con un essere inerte che piange, non dorme, non cammina, non parla e che se lo appoggi da qualche parte cade e si rompe. La graduale estinzione dell’istinto, e anche del rischio, mi sembra pericolosa: se a casa usi sempre un coltello di plastica non saprai mai che una lama taglia. 

Tutti sembrano vivere in funzione del non voler provare più nessun tipo di ansia o di tristezza: umanissimo, comprensibilissimo, ma è come se l’unico scopo della vita fosse quello. Le donne che tornano a casa con un neonato non sanno come si fa, cosa si fa, ma sanno il perché. Non sai se è giusto, se è sbagliato, cosa vuol dire quel pianto, tu non lo sai, ma non lo sa nemmeno una che fa un corso, e io quella responsabilità lì di dire che un pianto è normale quando magari non lo è non me la prenderei mai. 

Le assistenti materne non sono figure sanitarie, faranno un corso della durata di sei-nove mesi e poi potranno entrare in casa delle mamme a dire la loro. Cioè: è tua suocera pagata dai contribuenti. Questo non è un punto banale: non c’è donna che non dica che dopo aver avuto un figlio son spariti tutti. Spariscono gli amici, spariscono i parenti, Federica Sciarelli è a tanto così da due nuove rubriche: una dove si cercano i mariti spariti nei corridoi, l’altra per ritrovare i pediatri che non rispondono al telefono da dieci anni. L’unica cosa che non sparisce è Internet, che ha sostituito il famoso villaggio dove si crescono i figli, ma siamo sicuri che per crescere un bambino serva un villaggio se quel villaggio sono i social? 

Le reazioni alla notizia sono state perlopiù: ah ma da anni c’è nel Nord Europa, nei Paesi Bassi, in Francia, e lì le cose sì che funzionano. Credo che ci sia un tic culturale che ci fa dire che tutto quello che viene dal Nord Europa sia avanguardia, lo capiamo dal fatto che abbiamo le case piene di mobili infiammabili e di cucine di legno per bambini. 

Il servizio che fa l’assistente materna esiste: non ovunque, ma esiste, e andrebbe annaffiato di soldi. Esistono i consultori, esistono in alcuni ospedali linee telefoniche dedicate alle neomamme dove si può chiamare per chiedere a che temperatura bolle l’acqua, esistono diversi corsi gratuiti dove si va per sentirsi meno sole e meno inadeguate, se una donna vuole allattare le consulenze sono perlopiù gratuite e domiciliari. Non credo ci sia niente, ma proprio niente, di più importante dell’uscire di casa quando hai un bambino. Uscire di casa significa parlare con adulti, sentire voci che sai non essere solo nella tua testa, fare una cosa normale. E poi, quali direttive seguiranno queste assistenti? Quelle dell’OMS? Adesso ti mettono pure la gente in casa? 

Questa assistente segue la mamma e non il bambino, diciamo che è una baby-sitter per adulti, e onestamente mi sembra l’idea più geniale e in linea con lo spirito del tempo che l’essere umano abbia mai avuto. Mai nella vita avrei creduto di poter dare ragione alle ostetriche, ma la Federazione Nazionale degli Ordini della Professione di Ostetrica ha scritto le sue considerazioni, piuttosto condivisibili: «Restiamo sconcertate e indignate di fronte al fatto che il decisore possa immaginare di poter creare nuove figure professionali che vanno tra l’altro a sovrapporsi per competenze a quelle già esistenti». Sarà come per le consulenze dell’internet dove è tutto un fiorire di abuso di professione? 

Questi cento, centocinquanta milioni di euro si dovevano spendere per inventare l’ennesimo lavoro che nessuno sarà in grado di fare? Sono contenta almeno che nessuno se ne sia venuto fuori che c’è bisogno di un’assistente per i neopapà, nonostante qualcuno pensi che i ruoli siano assolutamente intercambiabili, però so che la realtà può sempre stupirmi. Questa proposta è stata fatta per alleggerire i pediatri, per alzare l’occupazione femminile o per aiutare davvero le neomamme? Ma soprattutto, quanto è brutta la parola «neomamma»? 

La risposta è che questa estate ho letto una notizia: una pediatra bolognese, Paola di Turi, aveva scritto un monologo teatrale dal titolo: “Dottoressa, mio figlio si muove, è normale?”. Boh, direi che dipende da come si muove, ma intanto immagino la felicità dei pazienti di essere finiti in uno spettacolo teatrale. Chissà a questo punto quanto venderanno le assistenti materne con le loro uscite editoriali.

Il Cognome.

Estratto dell'articolo di Sarina Biraghi per “La Verità” il 31 gennaio 2023.

I notai lanciano l’allarme: il doppio cognome per i figli genera soltanto confusione. È il Consiglio nazionale del notariato a denunciarlo in uno studio, pubblicato su Italia Oggi, con cui ha commentato la sentenza della Corte costituzionale numero 131 del 2022 dello scorso aprile che ha giudicato incostituzionale l’attribuzione dell’unico cognome paterno, aprendo la possibilità di dare ai figli un cognome o due [...]

 Se la sinistra ha accolto la norma con entusiasmo perché «l’ingiustizia del cognome singolo viene superata a favore della parità», secondo i notai la regola del doppio cognome (materno e paterno) per i figli mette in crisi la certezza dell’attribuzione dell’identità, con il rischio di lungaggini nella formazione dell’atto di nascita, contenzioso tra genitori in disaccordo sulla scelta, cognomi lunghissimi o fratelli con cognomi diversi. [...]

Ora, a parte che dopo quasi un anno il doppio cognome è un flop visto che 9 coppie su 10, hanno scelto per il figlio il solo cognome del padre, l’ipotesi di seguire la sentenza genera un caos non facile da gestire.

 [...] I genitori, dunque, decidono e in caso di disaccordo sull’ordine dei cognomi o sulla scelta di un solo cognome, deciderà un giudice. Questo è il primo «nodo» che, però, si collega con altri due dubbi che si erano posti già all’indomani della sentenza della Corte: il rischio nel succedersi delle generazioni, di un meccanismo moltiplicatore di cognomi che disperderebbe totalmente la funzione identitaria del cognome e il rischio del figlio di vedersi attribuito, con il sacrificio della identità familiare, un cognome differente rispetto a quello di eventuali altri fratelli. [...]

 Le altre criticità, secondo il Consiglio notarile, sono gli inevitabili ritardi nella formazione dell’atto di nascita e l’ipotesi che nelle more di un procedimento giudiziale, il minore, privo della formazione dell’atto di nascita, non appare poter essere iscritto in anagrafe e i genitori non possono ottenere certificazioni che lo riguardino.

[...] Insomma, come sottolineano i notai, il doppio cognome fa nascere ritardi e contenziosi ma la sentenza stessa della Corte costituzionale genera dubbi di «costituzionalità». L’aveva già sottolineato Pietro Dubolino, presidente di sezione a riposo della Corte di cassazione, in un articolo su La Verità: «In questo modo la Corte non si è limitata ad espungere dall’ordinamento una norma ritenuta incostituzionale ma si è, di fatto, sostituita al legislatore per creare, al suo posto, una norma del tutto nuova, di sua esclusiva creazione: proprio ciò che nelle precedenti occasioni in cui era stata chiamata ad occuparsi dello stesso problema, aveva escluso di poter fare». [...]

Il Nome.

Nuovi nati, ecco i nomi vietati in Italia. Dario Murri il 2 Settembre 2023 su Il Giornale.

Nonostante le statistiche parlino di un “ritorno al classico”, per i nomi dei bambini si fanno sempre più strada scelte originali, se non bizzarre, o addirittura non consentite dal nostro ordinamento. Ecco cosa dice la legge in proposito

Tabella dei contenuti

 I nomi vietati in Italia

 Eccezioni e nomi composti

 Nomi storici “pesanti”

 Nomi stranieri

 Quando la realtà supera l’immaginazione

 Nomi ritenuti ridicoli o vergognosi

 Dare un nome vietato a un figlio. Cosa succede

 Nel resto del mondo

 Fra classicità e originalità

Mentre la notizia di un giovane calciatore di origini ghanesi chiamato Silvio Berlusconi (nome) Boahene (cognome) in onore dell'ex presidente del Consiglio, suscita un certo clamore, c’è chi si chiede se sia lecito dare nomi così “impegnativi” al proprio figlio. Di precedenti, nella nostra storia recente ce ne sono a bizzeffe, e senza scomodare la politica: da Diego Armando in onore di Maradona, a Ridge e Sue Ellen, in omaggio a protagonisti di soap opera e saghe televisive ancora attuali o di qualche decade fa. Senza dimenticare slanci di fantasia più recenti, soprattutto fra i Vip nostrani, con Chanel, o casi ancora più “estremi”, come quello di una bambina chiamata Prima Internazionale Socialista, qualche tempo fa. Ma quali sono i nomi vietati in Italia, e con quali motivazioni? Scopriamolo insieme, non senza qualche sorpresa.

I nomi vietati in Italia

La legge italiana ha fissato delle regole per capire quali siano i nomi "vietati", che non possono essere dati ai propri figli, introdotte con l’articolo 34 del decreto del Presidente della Repubblica 396/2000. Il decreto non fornisce un elenco completo di tutti i nomi vietati, ma esclude alcune tipologie. È vietato, ad esempio, dare al figlio il nome del padre, quello di un fratello o di una sorella viventi, a meno che non siano seguiti da Maria (ad esempio, nome del padre Giorgio, nome del figlio Giorgio Maria), così come non è possibile aggiungere al nome paterno il termine Junior o, abbreviato, Jr, come si fa in America. Non si possono dare nomi femminili a un bambino, o maschili a una bambina. Tornando a Maria, nel caso di un maschietto è l'unico consentito, ma come secondo nome, ad esempio Francesco Maria, o composto (Giammaria o Gianmaria).

Eccezioni e nomi composti

Caso a parte per Andrea, considerato unisex. L'eccezione trova origine in una sentenza della Corte di Cassazione del 2012, con la motivazione che in molti altri Paesi il nome Andrea può essere usato per entrambi i sessi. I nomi composti non possono avere più di tre nomi singoli. Dunque, è valido il nome Anna Laura Maria, ma non il nome Anna Laura Maria Angela. Il fatto che i nomi siano scritti separatamente non è rilevante ai fini del conteggio. Per cui non si potrebbe usare come nome Annalaura Maria Angela, perché il primo nome sarebbe composto da due e quindi si andrebbe oltre il limite massimo dei tre nomi singoli.

Nomi storici “pesanti”

Tra i nomi vietati ve ne sono alcuni storici, associati a dittatori che hanno caratterizzato la storia in negativo quali Benito Mussolini, Adolf Hitler, Napoleone Bonaparte, Iosif Vissarionovich Stalin, Lenin, Osama Bin Laden.

Nomi stranieri

Chi apprezza i nomi stranieri deve comunque rispettare l’alfabeto italiano, ampliato alle lettere J,K,X,Y e W. Sono validi, ad esempio, i nomi Jolanda al posto di Iolanda, Katia e non Catia, Walter anziché Valter, e così via. Ammesso anche, dove possibile, l’uso dei segni diacritici (ç, ñ, ô, ü, etc.) propri dell’alfabeto della lingua di origine del nome. Si tratta di segni uniti ad una lettera per modificarne la pronuncia, che vengono riportati anche nel Codice Fiscale. Limitazioni anche per quanto riguarda i bambini i cui genitori siano sconosciuti: non è possibile dare loro un nome che faccia capire l’origine naturale, o cognomi di importanza storica o di personaggi particolarmente conosciuti nel luogo in cui è stato firmato l’atto di nascita.

Quando la realtà supera l’immaginazione

Anche i personaggi (o meglio, l’utilizzo dei loro cognomi come nome proprio) del mondo dello spettacolo o dello sport, come per esempio il già citato Maradona, così come quelli dati agli animali protagonisti di note serie, tipo Rex, sono vietati.

Non sono consentiti, inoltre, i nomi di fantasia inventati dai genitori, o quelli tratti da libri, serie TV, film e anime, fra cui Joey Tribbiani (da Friends), Doraemon, Pollon, Goku o Vegeta (da Dragon Ball), Laura Palmer (da Twin Peaks), Jon Snow (da il Trono di Spade); Moby Dick (dal romanzo di Melville), Ken (e qui viene da chiedersi perché, visto che è anche un nome straniero, che dunque sarebbe “regolare”); e ancora, Conte Dracula (dal romanzo di Bram Stoker), Frankenstein (dal romanzo di Mary Shelley), Ajeje Brazorf (Aldo, Giovanni e Giacomo); non è neanche possibile (e capiamo bene il perché) chiamare i propri figli Satana, Lucifero, IKEA, Nutella.

Nomi ritenuti ridicoli o vergognosi

Bizzarrie a parte, è bene tenere presente che si parla di divieti non perché, ribadiamo, esista una lista appositamente stilata dalla normativa vigente, ma perché alcuni nomi sono stati nel tempo oggetto di rettifica da parte di Tribunale, Corte d’Appello o di Cassazione, per varie motivazioni, o più semplicemente perché considerati lesivi della dignità del minore. La legge prevede infatti che, al fine di proteggere la dignità del nascituro, i genitori non possano attribuirgli un nome che rischi di procurargli in futuro un pregiudizio morale.

Un nome viene considerato ridicolo o vergognoso qualora possa diventare oggetto di scherno da parte di altre persone. Si pensi a parolacce, ingiurie, o perfino ai nomi di alcuni colori. Per esempio Blu è accettato, mentre Giallo no. Accettati i nomi di nazioni come Europa, America, Asia, ma anche brand, come Chanel (ne abbiamo parlato), ma senza simboli numerici alla fine del nome, perché andrebbero ad evocare, come il 5, il nome di un prodotto. Oggetto di ironia potrebbero dimostrarsi anche alcuni nomi che, affiancati al cognome, rischino di creare giochi di parole, come nel caso di abbinamenti tipo (chiediamo scusa ad eventuali possessori) Santo Campo o Addolorata Zampetta.

Dare un nome vietato a un figlio. Cosa succede

Nell’eventualità in cui si dovesse scegliere un nome non consentito dalla legge, l’Ufficiale dello Stato Civile dovrà darne subito informazione ai genitori. Se questi dovessero insistere, sarà tenuto a formare comunque l’atto di nascita e a dare successivamente notizia dell’accaduto al Procuratore della Repubblica, il quale potrà disporre un giudizio che porti alla rettifica del nome.

Nel resto del mondo

E nel resto del mondo, come funziona? Vediamo qualche esempio, a partire da alcuni paesi europei. In Francia, sono considerati lesivi della dignità del bambino i nomi Nutella, Fragola, Principe William e Mini Cooper, ma anche Enrico e Ludovico, in Germania i nomi di genere neutro, un cognome usato come nome, appellativi di oggetti, o umilianti per il nascituro, come Adolf Hitler e Osama Bin Laden; in Danimarca nomi quali Scimmia e Pluto, accettati soltanto quelli approvati in un registro di circa 7.000 appellativi, mentre in Svezia bando a nomi offensivi e inadatti, come Superman, IKEA e sequenze tipo Brlrmhyjakòffgxxjgjsdroèjkq11111; in Islanda, no a nomi con lettere che non compaiono nell’alfabeto locale, quali C, Q e W, mentre nomi come Giuda e Chanel sono considerati dannosi o offensivi in Svizzera.

Guardando fuori dal Vecchio Continente, troviamo che in Malesia non si possono dare ai figli nomi di animali, o insulti, numeri, appellativi reali e cibo, e non si può chiamare il proprio figlio Woti (cioè rapporto sessuale); vietati in Messico circa 60 nomi, ritenuti imbarazzanti, offensivi o senza senso, tipo Facebook, Robocop, Rambo o Batman; in Giappone, proibito il nome Akuma (che significa diavolo), in America Babbo Natale, Messia, Misteri Nigger, mentre un paio di anni fa erano di grande tendenza Armani, Dior, Maybelline e Sephora, e ancora Nivea, Hermes, Fendi, etc.; vietati in Arabia Saudita almeno 50 nomi ritenuti inappropriati o blasfemi, così come anche Alice, considerato troppo esotico, mentre in Nuova Zelanda sono banditi i nomi Lucifero, Fat Boy, quelli offensivi e che assomigliano a titoli di canzoni.

Fra classicità e originalità

Secondo l’ultimo rapporto Istat disponibile su "Natalità e fecondità della popolazione residente", redatto nel 2021, i nomi preferiti per i neonati in Italia sono, per i maschi, Leonardo, Alessandro, Tommaso, Francesco, Lorenzo, per le femmine Sofia, Aurora, Giulia, Ginevra, Beatrice. In generale, le scelte dei neo genitori sembrerebbero improntate ad una certa classicità, anche se, come abbiamo visto, per alcuni la tentazione dell’originalità ad ogni costo è forte. Ai nomi classici, si affianca quindi la tendenza a chiamare i figli come i personaggi famosi, che si tratti di star del calcio, del cinema, o della musica, mentre crescono i nomi stranieri.

I tempi sicuramente cambiano, e anche in maniera veloce. Decisamente lontani quelli in cui si guardava il calendario per vedere il santo del giorno e dare ad un bimbo quel nome, o quelli in cui si facevano tanti figli e si ricorreva all’ordine cronologico con cui erano nati, chiamandoli Primo, Secondo, Tersilio, Quarto, Quinto etc.

Ad oltre vent'anni dal Dpr 396/2000, anche la giurisprudenza si è evoluta e i confini non sono più netti come allora. La stessa sentenza sul nome Andrea, cui abbiamo accennato, ha aperto le porte ad una maggiore elasticità su questo argomento, così come su tanti nomi neutri, che ci arrivano da altre culture. Se dunque da un lato a legislatori e ufficiali dell’anagrafe è richiesta una maggiore “elasticità”, sarebbe consigliabile per i genitori, considerato che il nome accompagnerà una persona per tutta la vita, usare il buon senso.

Il bimbo deve avere il nome del nonno”, neo papà litiga con moglie e incendia l’auto della suocera. Redazione su Il Riformista il 13 Gennaio 2023

Moglie e suocera negano ‘supponta‘ e la lite con il neo papà finisce nel peggiore dei modi. E’ accaduto a Brusciano, in provincia di Napoli, dove un giovane di 22 anni, dopo aver litigato con la consorte e la madre di quest’ultima, si sarebbe vendicato dando fuoco al furgone della suocera e all’auto parcheggiata nelle vicinanze di una donna che totalmente estranea alla lite familiare.

In dialetto napoletano si chiama “supponta” ma il termine ha origini antiche. Per i latini la parola “sub-punctare” indicava sostegno. Nella tradizione partenopea, invece, quel sostegno assume un’accezione più familiare: sostenere, tramandare un nome per mantenere viva la memoria dei genitori. Soprattutto quella dei nonni del nascituro.

La pensava così il 22enne di Brusciano, tradizionalista al punto da minacciare moglie e suocera affinché accettassero per il figlio prossimo nascituro il nome del nonno paterno. Di diverso avviso le due donne, determinate nel caldeggiare un nome più moderno. L’uomo avrebbe avvisato la suocera: accetta il nome di mio padre o ti incendio il furgone.  La minaccia deve aver sortito scarsi risultati perché dopo qualche ora il veicolo della donna è finito in cenere, distrutto in un incendio. A subirne le conseguenze anche l’auto di una casalinga totalmente estranea alla famiglia, sfortunatamente parcheggiata a pochi passi.

I carabinieri della stazione di Brusciano hanno immediatamente avviato le indagini. Quando hanno svelato e documentato il retroscena è stato facile identificare e denunciare il padre scontento. Dovrà rispondere di danneggiamento seguito da incendio. Resta ancora da sciogliere il nodo del nome…

La Paternità.

Estratto dell’articolo di Marianna Grazi per luce.lanazione.it il 12 febbraio 2023.

È ormai una pratica comune fare un servizio fotografico dei futuri genitori durante la gravidanza. Ma come reagireste se i ruoli si invertissero e a portare in grembo il bambino fosse l’uomo? È accaduto in India, dove una coppia transgender – che ha interrotto la terapia ormonale per avere un figlio – ha diffuso alcune foto dai propri profili social, che hanno fatto velocemente il giro sui social media diventando subito virali. Il loro bambino è nato mercoledì 8 febbraio […]

 Ziya Paval, 21 anni, che dice di aver sempre voluto diventare mamma, è stata registrata come maschio alla nascita ma ora si identifica come femmina. Il signor Zahad, 23 anni, che usa solo il nome per identificarsi, è invece stato registrato come femmina all’anagrafe e ora si riconosce come maschio. […]

 Si stima che nel Paese vi siano circa due milioni di persone trans, anche se gli attivisti sostengono che il numero sia più alto. Nel 2014 la Corte Suprema indiana ha stabilito che i transgender hanno gli stessi diritti delle altre persone. Tuttavia questi fanno ancora fatica ad accedere all’istruzione e all’assistenza sanitaria e spesso devono affrontare pregiudizi e stigma. 

 Quando la signora Paval e il signor Zahad si sono incontrati tre anni fa, erano entrambi lontani dalle loro famiglie. “Vengo da una famiglia musulmana conservatrice che non mi ha mai permesso di frequentare la danza classica”, racconta Ziya Paval. “I miei genitori erano ortodossi al punto che mi tagliavano i capelli per evitare che ballassi”.  […]  

Zahad, che ha una formazione da contabile e attualmente lavora in un supermercato, proviene da una famiglia cristiana della comunità di pescatori della città di Thiruvananthapuram, che ha lasciato dopo aver fatto coming out come transgender. Dopo aver saputo della gravidanza, i genitori hanno accettato la coppia e hanno deciso di sostenerla.

 È stata la madre di Zahad a chiedere inizialmente ai due ragazzi di non rendere pubblica la gravidanza, ma la scorsa settimana l’hanno annunciata sulla loro pagina Instagram dopo che lei ha dato il permesso. Mamma Paval dice che la sua famiglia, invece, non si è ancora rassegnata e non vuole ancora accettare la loro unione né la nuova identità della figlia. “Una volta terminata la gravidanza, potranno riprendere la terapia ormonale sessuale”, afferma il dottor Mahesh DM, un endocrinologo di Bangalore che ha lavorato con diverse persone transgender. […]

SE QUESTA È FIGLIOFOBIA. Redazione L'Identità su L’Identità il 12 Gennaio 2023.

Di FABRIZIO MARRAZZO PORTAVOCE PARTITO GAY

Gentile Ministra,

mi permetto di intervenire nel dialogo fra lei e l’ex ministro Giovanardi, spero per portare un pò di chiarezza.

La gestazione per altri, che è praticata da oltre il 95% di coppie eterosessuali, come dichiarano i centri medici autorizzati che si occupano di tali pratiche, non è l’utero in affitto, ossia lo sfruttamento della donna come avviene in India, in Russia ed in molti altri paesi, che peraltro escludono da tale pratica le coppie LGBT+. Infatti, anche noi come Partito Gay LGBT+, Solidale, Ambientalista, Liberale, condanniamo tale pratica, che ricordiamo è ad uso esclusivo delle coppie eterosessuali.

La gestazione per altri che avviene ad esempio in Canada o in Inghilterra è totalmente gratuita e la madre gestante in alcuni casi è anche un parente, che lo fa solo come gesto altruistico, quindi senza alcun sfruttamento.

Il divieto di trascrizione automatica degli atti di nascita, ossia il riconoscimento di entrambi i genitori di fatto alla nascita, dei bambini nati tramite gestazione per altri all’estero, recentemente ribadito dalla Corte di Cassazione, non è punitivo solo per i genitori, ma discriminatorio per i figli, i quali anche ad avviso della Suprema Corte, devono rimanere nel limbo sino all’adozione tramite “step child”.

E di qui la discriminazione nella discriminazione, solo le famiglie più abbienti e con tempo a disposizione possono ricorrere ad un lungo procedimento presso il Tribunale dei minori, ma anche in quei casi, ad esempio la morte prematura del genitore non biologico, comporterebbe la perdita dei diritti successori. A quei bambini vengono negati diritti, come l’assistenza in ospedale, o altro che possono essere determinanti anche da un punto di vista del danno economico, si immagini l’aspetto ereditario, il minore in quel caso sarebbe un estraneo per il genitore non biologico con ogni conseguenza sulla quota e le tasse della successione.

Pertanto se la “Step Child” venisse reintrodotta con una legge ad hoc, dopo lo “scippo” più che stralcio dalla legge sulle unioni civili, si dice che aprirebbe la strada alla gestazione per altri (GPA) in Italia, ma se questa restasse reato, un suo utilizzo fraudolento per coprire una GPA occulta sarebbe comunque un reato ed in quanto tale punibile. Sarebbe come dire che aboliamo il matrimonio perché spesso viene utilizzato, a pagamento, per ottenere la cittadinanza? O lasciare l’eredità alla badante? Nessuno penserebbe che questa possa essere una soluzione. Non ci sono soluzioni preconfezionate o basate su precetti e ideologie, ma sono sicuro, che l’interesse dei bambini sia quello di concedergli pari diritti sin dalla nascita.

La soluzione che abbiamo portato anche alle scorse elezioni politiche, e condiviso con il Movimento 5 Stelle che ci ha candidato, è stata quella del pieno riconoscimento delle figlie e dei figli. Il prezzo non può essere pagato dai tanti minori che oggi si trovano privi di tutela e legami familiari.

Anche su questo tema, si è espressa la Corte Costituzionale nelle sentenze 32/2022 e 33/2022, riconoscendo a questi minori il diritto a due genitori e a tutta la rete di relazioni e affetti familiari come ogni altro bambino e bambina.

Ministra Roccella se vuole un confronto non ideologico, ma in linea con i tempi e le evoluzioni che molti paesi occidentali ci portano come esempi positivi, siamo pronti al dialogo.

Quei bimbi dai diritti “sospesi” perché nati da surrogate. La Cassazione rigetta la domanda di trascrizione dell’atto di nascita del figlio nato in Canada da due papà: in Italia è riconosciuto solo il genitore biologico. Chiara Lalli su Il Dubbio il 3 gennaio, 2023 • 01:39

Le Sezioni unite della Corte suprema di Cassazione hanno rigettato “la domanda di riconoscimento del provvedimento straniero”, cioè la trascrizione di un atto di nascita di un bambino nato in Canada e figlio di due uomini.

Ovviamente solo uno dei due è genitore biologico e il bambino è nato da maternità surrogata nel 2015. Nel certificato canadese ci sono entrambi i padri, ma quando hanno chiesto la rettifica del certificato italiano, l’ufficiale di stato civile italiano ha rifiutato.

Salto alcuni passaggi per arrivare alla sentenza recente. «Il compito di adeguare il diritto vigente alle esigenze di tutela degli interessi dei bambini nati da maternità surrogata non può che spettare, in prima battuta, al legislatore» (ove l’interesse del minore dovrebbe essere il primo interesse), ma in assenza è necessario valutare gli strumenti normativi esistenti per valutare un eventuale ostacolo insuperabile al divieto di surrogata.

Perché la Corte ha rifiutato la trascrizione? Dopo alcune ovvietà, come l’aggiramento del divieto in Italia da parte di chi può e l’eterogeneità delle leggi degli altri paesi, ecco la questione principale: lo stato del nato da surrogata. Possiamo riconoscere lo stato di figlio per il genitore intenzionale?

Il divieto della legge 40 nulla dice al riguardo. E il conflitto è tra la salvaguardia dell’ordinamento giuridico italiano e gli interessi del minore. Nella parte dedicata alla prima “esigenza” c’è un passaggio che è forse il più discutibile: «Ci sono donne usate come strumento per funzioni riproduttive, con i loro diritti inalienabili annullati o sospesi dentro procedure contrattuali». È un pensiero comune che difetta di una premessa fondamentale: la volontà della diretta interessata. È davvero difficile inoltrarsi nella discussione, morale e normativa, della surrogata con tale dimenticanza. Il fatto che ci «sono bambini esposti a una pratica che determina incertezze sul loro status» è la causa di un divieto eccepibile e non un destino inevitabile.

Rispetto al nato ci sono tante cose importanti che purtroppo però non bastano: la necessità di tutelarlo, il fatto che non ha colpe e responsabilità e che non può essere usato per «conseguire esigenze general- preventive», cioè lo scoraggiamento della pratica.

Può un principio calpestare le persone? E a cosa servono le leggi? Questo bambino nato in Canada e che ha due genitori lì, come va considerato in Italia? Figlio di un solo padre? Con i suoi diritti “infinitamente sospesi”?

I difetti dell’adozione in casi particolari sono stati perfettamente elencati della sentenza 33 del 2021 della Corte costituzionale: la mancata parentela con il resto della famiglia (zia, nonni, fratelli), il necessario assenso del genitore biologico e, aggiungo, la pratica lunga e burocratica (in modo ingiustificabile e causa una discriminazione tra i nati in coppie di sesso diverso e quelli in coppie dello stesso sesso).

A rimediare dovrebbe essere il legislatore, ma il legislatore fa finta di essere morto e al più immagina un irrealizzabile reato universale. Nonostante le Sezioni unite riconoscano la possibilità che una donna scelga liberamente sembrano concordare con il senso del divieto assoluto: prevenire abusi e sfruttamento (che però sarebbe come dire che per prevenire i litigi vietiamo le amicizie). E, nonostante alcune aperture, rifiutano la possibilità di trascrizione automatica per tre ragioni.

Uno: questo rifiuto ha un fine di disincentivare (un valore simbolico a scapito dei diritti reali?) la maternità surrogata che, nonostante gli sforzi di evitare condanne intrinseche e insensate, rimane qualcosa che «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane, assecondando un’inaccettabile mercificazione del corpo». Il riconoscimento automatico, inoltre, non è «funzionale al miglior interesse del minore» (il non riconoscimento però mi pare perfino meno funzionale).

Due: nonostante la centralità del consenso e della intenzionalità genitoriale per fondare i rapporti di filiazione, non basterebbe nel caso della surrogata (per l’eterologa sì, perché?).

Tre: il riconoscimento della genitorialità non può essere automatico (ma la trascrizione di un atto straniero dovrebbe). «Una diversa soluzione porterebbe a fondare l’acquisto della genitorialità sulla sola scelta degli adulti, anziché su una relazione affettiva già di fatto instaurata e consolidata». Però è già così in altre condizioni, perché nel caso della surrogata dovrebbe essere diverso? L’“accertamento sulla idoneità dell’adottante” dovrebbe valere per tutti o per nessuno. Ci sono vari modi attraverso i quali si diventa genitori, nessuno a priori garanzia di nulla, e lo stato del nato da maternità surrogata sembra essere troppo fragile e troppo diverso da chi nasce diversamente“. L’ordinamento italiano mantiene fermo il divieto di maternità surrogata e, non intendendo assecondare tale metodica di procreazione, rifugge da uno strumento automatico come la trascrizione, ma non volta le spalle al nato”. Ma gli rende la vita più complicata e arriva a una conclusione ingiusta e incoerente: sei padre in Canada, non lo sei in Italia.

Conchita Sannino per “la Repubblica” il 31 Dicembre 2022.

Nessuna trascrizione in automatico dell'atto di nascita per i bambini italiani nati da maternità surrogata. Ma i figli di coppie omosessuali che hanno fatto ricorso alla Gestazione per altri (Gpa) - pratica che nel nostro ordinamento resta vietata - siano tutelati, la legge deve mettere al centro i loro diritti. Come? Con gli strumenti di cui disponiamo: la procedura di «adozione in casi particolari» dinanzi al Tribunale per i minori. Un passo avanti, nella cultura giuridica dell'accoglienza per il soggetto più fragile. Ma anche uno stop, nel rigoroso rispetto della norma, per le tante coppie gay che puntavano a un inizio di "normalizzazione".

Così la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione, la numero 38162 depositata in serata, respinge l'istanza dei due padri veneti, Fabio e Simone, che chiedevano di registrare all'anagrafe il loro piccolo di quasi 8 anni, nato in Canada da uno dei due genitori, ma grazie a due donne: la donatrice dell'ovocita e la "madre" che ha portato quel bimbo in grembo. «La sentenza mi dà torto - dice l'avvocato Alexander Schuster - ma devo apprezzare che valorizzi la centralità dei diritti del figlio. Nel cui interesse supera anche, nel caso di separazioni conflittuali, l'eventuale opposizione del genitore biologico al legame con l'altro genitore, per motivi personali». 

Intanto Carolina Varchi, deputata di Fdi e già relatrice del provvedimento che, con testo base di Giorgia Meloni nella scorsa legislatura, proponeva la Gpa come reato universale, commenta con Repubblica : «Bene ha fatto la Corte a decidere in questo senso. Mi riservo di leggere le motivazioni. Resto convinta che la maternità surrogata sia un crimine».

La decisione fa giurisprudenza: da oggi, in Comune si registra il padre o la madre biologica, mentre a trascrivere anche il genitore "intenzionale", per i figli delle coppie gay nati all'estero con la Gpa, non basterà l'intraprendenza di un ufficiale di stato civile. In compenso, i diritti di quei bimbi saranno prioritari. Perché, come scrivono il primo presidente Curzio, con i giudici Amendola, Manna, De Masi, Sestini, Manzoni, Patti, Mercolini e Giusti relatore, è pacifico che «l'ordinamento italiano non consente il ricorso a operazioni di maternità surrogata. L'accordo con il quale una donna si impegna ad attuare e a portare a termine una gravidanza per conto di terzi, rinunciando a "reclamare diritti" sul bambino che nasce, non ha cittadinanza nel nostro ordinamento (...)».

Ma, sottolineano gli ermellini, «le istanze di genitorialità, nondimeno, si rivelano difficilmente comprimibili ». Quindi, è la rigorosa conclusione: «Il divieto di gestazione per altri non argina il progetto di diventare genitori». Che dovrà passare comunque attraverso la valutazione e il percorso delle toghe minorili. 

Un esito accolto con «grande dispiacere » dai due padri. Il verdetto di ieri cancella infatti la decisione della Corte di appello di Venezia che aveva accolto il ricorso della coppia contro il Comune, deciso a non trascrivere i due padri, e decretando l'accoglimento del provvedimento con cui la Suprema Corte della British Columbia, nel 2017, aveva stabilito che sia Fabio sia Simone dovevano figurare come genitori. 

«La via indicata obbliga a procedure costose e ai tempi dilatati della giustizia minorile», sottolinea ancora Schuster, che ha seguito la famiglia in tutti i gradi di giudizio e in Corte costituzionale l'ha difesa insieme al professor Antonio Saitta. Tuttavia, «un progresso è compiuto». Per Schuster, «le Sezioni unite hanno dato prova di avvicinarsi alla questione della gestazione per altri con grande rispetto e delicatezza.

Bene che sia stato confermato anche come l'orientamento sessuale non assuma alcun peso quando si parla di figli e genitorialità: affermazione ovvia, ma ancora necessaria».

Il futuro? «Sta ai legislatori offrire uno strumento migliore, come richiesto dalla Consulta nel 2021. Anche se, confesso, ho poca fiducia che il nostro Parlamento sappia discutere e arrivare a sintesi su temi così complessi».

La pronuncia sul caso di due padri e del figlio nato in Canada. Maternità surrogata all’estero, la storica sentenza della Cassazione sulla Stepchild Adoption. Redazione su Il Riformista il 30 Dicembre 2022

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 38162 depositata oggi ha stabilito che i bambini nati all’estero con la maternità surrogata potranno e dovranno essere riconosciuti in Italia come figli di entrambi i genitori con l’adozione in casi particolari, che richiede l’approvazione di un giudice. La decisione della Suprema Corte sulla cosiddetta Stepchild Adoption vale sia per coppie etero che per coppie gay.

La pronuncia della Cassazione si è basata sulla giurisprudenza della Corte Costituzionale che nel 2021 aveva chiesto al parlamento di riconoscere i figli delle coppie omosessuali e su quella della Corte Europea dei diritti umani. La decisione è arrivata sul caso di due padri gay che avevano avuto un figlio tramite maternità surrogata in Canada. La Corte d’Appello di Venezia aveva ordinato il riconoscimento di entrambi i padri tramite la trascrizione dell’atto di nascita canadese. La Suprema Corte ha annullato quella decisione e dichiarato che da questo momento in poi i figli delle coppie gay nati all’estero con la surrogata dovranno essere sempre riconosciuti tramite l’adozione in casi particolari.

E quindi non con la trascrizione diretta all’anagrafe dell’atto di nascita straniero (come avviene di solito per tutti gli altri bambini e come è successo spesso anche per i figli delle coppie gay) ma attraverso l’apertura di un procedimento davanti al Tribunale dei minori per dimostrare l’esistenza di un legame di filiazione tra il bambino e il secondo padre, quello cosiddetto “intenzionale” perché non ha legami col figlio.

Le coppie che ricorrono alla genitorialità surrogata all’estero non sono punibili. Non è più possibile il riconoscimento diretto all’anagrafe dove si iscriverà un solo genitore. Il primo genitore riconosciuto non potrà inoltre opporsi all’adozione da parte del secondo, quello che compare sull’atto di nascita straniero.

Per l’avvocato di Trento Alexander Schuster, che ha parlato a Il Corriere della Sera, la sentenza segna comunque una svolta anche se la coppia di padri sperava in un riconoscimento direttamente all’anagrafe per i tempi e i costi della Giustizia italiana, compresa quella minorile: “Le sezioni unite hanno dato prova di avvicinarsi alla questione della gestazione per altri con grande rispetto e delicatezza. È bene che sia stato confermato anche come l’orientamento sessuale non assuma alcun peso quando si parla di figli e genitorialità: un’affermazione ovvia, ma sfortunatamente ancora necessaria. E vi è un’importante passo avanti in questa decisione: il genitore biologico non potrà più bloccare le domande di adozione e mettere alla porta il genitore intenzionale, un potere che viene superato se contrario all’interesse del minore”.

Ovvero se il secondo padre dovesse morire prima della conclusione dell’adozione o nel caso in cui lo stesso volesse rifuggire alla responsabilità.

La denominazione.

L'arcobaleno va in soffitta. Tornano "mamma" e "papà". Il governo chiarisce: ok la direttiva Salvini del 2019, niente diciture "genitore 1" e "genitore 2". Patricia Tagliaferri su Il Giornale il 28 Dicembre 2022.

Sulla carta d'identità resta la dicitura madre/padre. Non ci sarà scritto genitore 1/genitore 2, come stabilito da una recente sentenza del Tribunale di Roma che ha dato ragione a due mamme sconfessando il Viminale e invitando il ministero a correggere il software per garantire l'inclusione dei genitori gay. Una modifica che non avverrà, hanno stabilito ora i ministeri dell'Interno e della Famiglia, decisi a blindare il decreto firmato da Matteo Salvini nel 2019 per impedire qualifiche «neutre» sui documenti delle famiglie Lgbtq+. Il ministro delle Infrastrutture e leader leghista ha accolto con entusiasmo la scelta dell'esecutivo, rimarcando la sua posizione con un tweet: «Mamma e papà, le parole più belle e dolci del mondo, non si toccano».

Come ha spiegato a Repubblica la ministra della Famiglia Eugenia Roccella, la decisione dei giudici riguarda infatti il singolo caso, dunque per la coppia che ha fatto ricorso, non per tutte quelle formate da due mamme e due papà. Chi non vorrà vedere scritto madre/padre sui documenti dei propri figli dovrà fare ricorso, come hanno fatto un mese e mezzo fa le due donne della sentenza «pilota» rimasta però sulla carta visto che - come hanno denunciato - l'Anagrafe del Comune di Roma non può iscriverle finché il Viminale non cambierà i moduli e il software per la carte d'identità elettronica. Del resto già a novembre l'esecutivo aveva espresso forti perplessità sulla sentenza, ponendo l'accento su «evidenti problemi di esecuzione», che avrebbero tra le altre cose potuto mettere a rischio il sistema di identificazione personale.

La strada del ricorso, denuncia l'Arcigay, rischierebbe però di discriminare le famiglie che non hanno possibilità economiche per rivolgersi al giudice. Per Rosario Coco, presidente di Gaynet, così «il governo mette alla gogna i figli e le figlie delle famiglie arcobaleno». «In pratica - sostiene - per evitare un documento falso ai loro figli e figlie, le famiglie arcobaleno devono passare da un tribunale spendendo migliaia di euro. Sembra di commentare un film distopico ma purtroppo è la realtà. La maggioranza rimane incollata a un familismo grottesco e fuori dal mondo, visto che in Italia secondo l'Istat le persone che vivono da sole superano le coppie con bambini. Prima di stracciarsi le vesti per l'inverno demografico, Roccella e Meloni riconoscano subito gli stessi diritti a tutti i bambini e le bambini e le stesse responsabilità a chi vuole essere genitore». Soddisfatte le associazioni che difendono le famiglie tradizionali, come Pro Vita&Famiglia Onlus. «Accogliamo con favore - dice il portavoce, Jacopo Coghe - il chiarimento del governo che, con le parole dei ministri Piantedosi e Roccella, ha ribadito che sui documenti rimarrà la dicitura madre e padre, anziché l'aberrante e ideologico genitore 1 e genitore 2. Il decreto del 2019 dell'allora ministro dell'Interno Salvini non va toccato perché è una decisione di civiltà che tutela le famiglie e soprattutto i bambini, che hanno diritto ad avere una madre e un padre. La legge, infatti, riconosce che i figli nascono solo da un uomo e da una donna, sbarrando la strada a derive ideologiche e anti-scientifiche, che vorrebbero legittimare le adozioni per coppie omosessuali o pratiche disumane come l'utero in affitto. Ci auguriamo che il governo mantenga questa linea, senza però cedere ad eventuali aperture individuali, come ipotizzato. La legge va rispettata sempre e in ogni caso. Riconoscere termini diversi da madre e padre solo sulla base dei ricorsi delle coppie omogenitoriali significherebbe, al contrario, aprire spiragli di legittimazione che metterebbero a repentaglio i bambini e quanto di buono fatto finora per tutelarli».

Sfrattati.

Comandano loro.

Quanto costano.

Tardoni.

Mai nati.

Platonic co-parenting.

Congelati.

Selezionati.

Eterologhi.

Surrogati.

Adozioni.

Nascite.

Sfrattati.

Bamboccione a chi? Storia di Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera l'1 novembre 2023.

Siamo la foto d’apertura della Faz, il giornalone di Germania, e incredibilmente non con le succose polemiche sul premierato forte, ma con una sfilza di barattoli di pomodoro sotto il titolo «Di mamma ce n’è una sola». A stimolare la curiosità dei tedeschi è stata quella pensionata di Pavia che ha vinto la causa per far sloggiare di casa non uno, ma ben due figli quarantenni. I Blues Estoril Brothers si erano incastrati in modalità ostrica allo scoglio materno senza alcuna intenzione di scollarvisi, nonostante avessero un reddito fisso. Confesso d’essermi avvicinato all’articolo con il pregiudizio di chi si aspetta i soliti stereotipi mandolinistici. Invece ho trovato un’analisi controcorrente: se gli italiani non lasciano il nido, scrive la Faz, è perché a differenza dei coetanei del Nord Europa ricevono stipendi troppo bassi per potersi permettere un appartamento decente. Un calcio benemerito alla retorica dei bamboccioni condita dall’immancabile «ai miei tempi…».

Ai miei tempi (vent’anni fa) in Lombardia un quarantenne guadagnava di più e le case costavano meno. C’è però un altro aspetto della vicenda, anche se la Faz è così gentile da non rimarcarlo, ed è quando la signora di Pavia racconta che i suoi inamovibili eredi non sparecchiano mai la tavola e si guardano bene dal rifare i letti. Difficile che quest’andazzo abbia a che fare con l’abbassamento degli stipendi e l’aumento degli affitti. Tra noi italiani possiamo dircelo: quei due, un po’ bamboccioni lo sono davvero. Corriere della Sera

Federica Zaniboni per “il Messaggero” - Estratti venerdì 27 ottobre 2023.

La mamma è sempre la mamma, si sa. Casa sua è il luogo per eccellenza in cui poter tornare bambini, con i piatti cucinati da lei, il bucato che profuma del suo ammorbidente e la sensazione costante di essere amati e coccolati. A un certo punto, però, arriva per tutti il momento di abbandonare il nido. 

E se a più di quarant'anni, e con un lavoro stabile, decidi di rimanere a vivere ancora con la mamma, lei potrebbe sfrattarti da un momento all'altro. E il Tribunale le darebbe pure ragione. È quanto accaduto a Pavia, dove una signora di 75 anni ha fatto causa ai figli che non volevano saperne di andare via di casa. Il giudice pavese Simona Caterbi ha riconosciuto l'ingiustizia nei confronti della madre e, con una sentenza depositata nei giorni scorsi, ha condannato i due fratelli a lasciare l'abitazione entro il 18 dicembre.

L'assurda vicenda, che lascia tanto pensare al film francese Tanguy, divenuto noto proprio per il protagonista che non voleva staccarsi da mamma e papà, comincia anni fa, quando i genitori hanno deciso di separarsi. 

(...)

Secondo quanto stabilito dal giudice Simona Caterbi, entro meno di due mesi i due eterni adolescenti dovranno abbandonare la casa della 75enne e trovarsi finalmente un nuovo alloggio. Nella sentenza si legge che se «la permanenza nell'immobile agli inizi poteva ritenersi fondata» in quanto si basava «sull'obbligo di mantenimento gravante sulla genitrice, non appare oggi più giustificabile» dato che «i due residenti sono soggetti ultraquarantenni».

Stando al Tribunale di Pavia è dunque venuto meno l'obbligo di ospitalità nell'abitazione, in quanto non è presente «nell'Ordinamento alcuna norma che attribuisca al figlio maggiorenne il diritto incondizionato di permanere nell'abitazione di proprietà esclusiva dei genitori, contro la loro volontà e in forza del solo vincolo familiare». 

(…)

Comandano loro.

Estratto dell'articolo di Federico Mellano per lastampa.it sabato 9 settembre 2023.

«I figli si fanno in modo classico con un uomo e una donna che vivono insieme e fanno famiglia». Parla chiaro la ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella, intervenendo in collegamento video agli «Stati generali della Basilicata: summer school» di Fratelli d'Italia a Potenza. Per la ministra, famiglia e natalità «sono connessi anche con la questione delle pari opportunità, di natalità», dei quali «non si poteva quasi più parlare. ll problema dell'inverno demografico, che io definisco "inferno” - continua -, era leggibile da 15 anni, ma non se ne poteva parlare. Rimettere il tema al centro ha fatto sì che oggi il tema sia rientrato nel dibattito pubblico».

[...]

La ministra, poi si scaglia contro quella che definisce «una cultura dell'antifamiglia»: per Roccella c’è «un attacco all'idea di famiglia come se tutti i mali nascessero da lì, la famiglia intesa come luogo di soppressione, ma la famiglia è in realtà è la custodia della nostra individualità, la famiglia è nido che ci custodisce e ci permette di formarci. Oggi cominciamo a porci - continua la ministra - il problema che se non si fanno figli. C’è un problema di sostenibilità di welfare, di sanità e di pensioni, ma anche di vitalità e di speranza delle nostre società». 

Gli aiuti per il secondo e il terzo figlio

Roccella, proseguendo nell’intervento, sostiene che il criterio di favorire la famiglia e la natalità debba diventare uno dei criteri fondamentali su cui muoversi. «Questo impegno noi lo continueremo con la nuova finanziaria che è alle porte. Quindi, ci saranno sicuramente - ne stiamo discutendo - impegni importanti per il secondo e il terzo figlio, perché il punto fondamentale è la possibilità anche per chi ha fatto un figlio di avere il famoso secondo figlio che pare desiderino e poi non riescono a fare. C'è la possibilità attraverso l'aiuto economico e sociale di creare davvero delle condizioni di facilitazioni per chi desidera i figli».

Annalisa Chirico: è ufficiale, l'uomo non conta più nulla. Annalisa Chirico su Libero Quotidiano il 27 luglio 2023

È ufficiale: il maschio non conta più nulla. Cari uomini, siete un pisello e niente più, un iniettore di spermatozoi, necessario alla riproduzione, va bene, ma non a un progetto genitoriale. Neanche Mary Plard, l’avvocato femminista francese autrice di un saggio di qualche anno fa, dal titolo “Paternités imposées”, avrebbe immaginato un tale epilogo. A far discutere è una decisione della Corte costituzionale che, di fatto, obbliga l’uomo a una paternità differita con una donna che non è più moglie né compagna. Una coppia ricorre alla fecondazione assistita e, a distanza di ben sette anni dalla crioconservazione degli ovuli, la donna richiede l’impianto dell’embrione nel proprio utero, con un dettaglio: i coniugi non sono più tali, si sono separati e l’uomo, “fornitore” dei gameti maschili, non ha alcuna intenzione di diventare padre.

Non siamo più una coppia: perché dovremmo diventare genitori insieme? La Consulta ribadisce il principio, contenuto nella legge 40 sulla fecondazione assistita, che sancisce l’irrevocabilità del consenso prestato dall’uomo. Si sostiene che tale sarebbe l’“investimento fisico ed emotivo della donna in funzione della genitorialità” da non poter più arrestare il processo una volta avviato. Il divieto di ripensamento vale solo per il maschio: se la potenziale madre recede il problema non sorge ma se l’uomo cambia idea - per esempio, perla non trascurabile circostanza che i potenziali genitori non sono più una coppia che si ama e vuole stare insieme - la sua volontà vale meno di quella femminile. Anzi, non vale nulla. Anche in tempi di demolizione della mascolinità dovremmo riconoscere che noi donne abbiamo l’inestimabile privilegio di poter decidere se e quando diventare madri. La maternità si può rifiutare, la donna può accedere a diversi strumenti per non diventare madre, ma l’uomo no, non può, per lui la paternità è una condizione più o meno imposta. Si dirà: è la natura, bellezza. Guai a rinnegare questa differenza che una volta tanto non ci penalizza, anzi ci fortifica, ma una legge dello stato che fissa il principio ribadito dalla Consulta suscita perplessità insuperabili.

Forse rivalutare il contributo decisionale dell’uomo e il suo diritto di dire no a una paternità differita, tanto più in casi di Pma e con un coniugio interrotto, restituirebbe dignità al principio di autodeterminazione che non può valere solo per le donne. Un progetto genitoriale si costruisce in due, il maschio non può ridursi a mero distributore di spermatozoi né il nascituro può diventare merce fai-da-te da ritirare in clinica. Il divieto di ripensamento solo maschile, fissato da una legge che andrebbe modificata, ci lascia spaesati rispetto al significato stesso della procreazione che sembra ormai piegarsi a un piano esclusivamente individuale, ai limiti di un approccio egoistico per cui, nella società contemporanea, se desidero diventare genitore devo poterlo diventare, a qualunque costo, anche se la natura non me lo consente, anche se sono single o gay, anche se quell’uomo che sette anni fa si era prestato adesso non vuole più vedermi neanche in fotografia. Io diventerò madre e lui contribuirà alle spese di mantenimento del figlio non voluto, forse un giorno si rassegnerà a essere padre, suo malgrado, e saremo tutti felici. Separati e felici.  

Estratto dell'articolo di Francesco Grignetti per “la Stampa” il 25 luglio 2023.  

L'uomo deve sapere che intraprendere il percorso della fecondazione assistita assieme alla sua compagna è una via da cui non si torna indietro, anche se il tempo scorre e magari la coppia si è dissolta con sogni e speranze. […] Così stabilisce la legge n. 40 del 2004: il consenso del partner maschile è irrevocabile al momento della fecondazione. Così conferma la Corte costituzionale. 

Chiaramente è una scelta dura, quella di imporre la paternità a chi non la vuole. […] la sentenza della Consulta ribadisce che l'irrevocabilità del consenso maschile è però funzionale a salvaguardare quelli che sono da ritenere gli interessi preminenti. E in questo caso è prevalente l'interesse della donna su quello dell'uomo, come anche «la dignità dell'embrione». 

È la donna, infatti - argomenta la Consulta - che si sottomette a cure invasive, lei che si sobbarca il pesante onere «di mettere a disposizione la propria corporalità, con un importante investimento fisico ed emotivo in funzione della genitorialità che coinvolge rischi, aspettative e sofferenze, e che ha un punto di svolta nel momento in cui si vengono a formare uno o più embrioni». Scrive il redattore di questa sentenza, il giudice Luca Antonini, […]

Se l'uomo a un certo punto non ci crede più, come è nel caso concreto alla base di questa sentenza, e ritiene di non voler più condividere un figlio con la donna che pure ha amato, ma da cui ormai è lontano emotivamente e legalmente, secondo la Corte costituzionale non è però suo diritto fermare tutto il processo. Il caso è complesso, drammatico. «Non sfuggono a questa Corte la complessità della fattispecie e le conseguenze che la norma oggetto del presente giudizio, in ogni caso, produce in capo all'uomo, destinato a divenire padre di un bambino nonostante siano venute meno le condizioni in cui aveva condiviso il progetto genitoriale».

Stavolta i supremi giudici sono stati chiamati a dirimere una questione familiare, anzi una disputa da ex. Solo che non è facile scegliere quando c'è di mezzo un embrione fecondato ben 7 anni fa, nel frattempo marito e moglie si sono separati, lei vuole portare avanti la gravidanza e lui si oppone. 

Lui si oppone da anni, ha ritirato il consenso precedentemente prestato, ritiene di non poter essere obbligato a diventare padre. Il giudice ha girato la questione alla Consulta e ieri è arrivata la decisione: l'irrevocabilità del consenso è compatibile con i principi costituzionali.

[…]

Estratto dell’articolo di Alessandra Arachi per il “Corriere della Sera” il 25 luglio 2023.

È una sentenza destinata a fare storia, non solo giurisprudenza. Tutela la donna […] E stabilisce che una volta creato l’embrione con la fecondazione assistita, se la madre lo desidera l’embrione deve essere impiantato, anche se il padre del futuro bambino è deciso a revocare il suo consenso. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale e Luca Antonini, il giudice che ha redatto la sentenza (la numero 161 del 2023), non ha negato di essersi trovato di fronte ad una «scelta tragica», ma poi non ha esitato ad assecondare la volontà della futura madre stabilendo che con la fecondazione assistita aveva certamente messo in gioco un suo «investimento fisico ed emotivo».

La Corte ha così conferito legittimità all’articolo 6 (comma 3) della legge 40 del 2004, una norma che rende possibile, per effetto del congelamento degli embrioni, la richiesta dell’impianto non solo a distanza di tempo ma anche quando sia venuto meno l’originario progetto di coppia. La storia che ha dato vita a questa sentenza della Consulta comincia come una delle tante storie di coppie che faticano a mettere al mondo figli.

La legge 40 permette di usare il metodo della fecondazione assistita, per risolvere questo problema. Marito e moglie decidono quindi di rivolgersi ad una clinica specializzata.

Il progetto è di coppia […] tutti e due […] firmano i documenti che certificano il loro consenso alla fecondazione assistita e quindi all’impianto del futuro embrione. […] 

Dopo, la fecondazione avviene con successo e gli embrioni vengono creati. Ma al momento dell’impianto la futura mamma ha qualche complicazione di salute. Si decide quindi di congelare gli embrioni […] Passa il tempo […] Il papà e la mamma di quegli embrioni congelati […] si separano. Ed è in questo momento che l’uomo, che a quel punto è diventato l’ex-marito, revoca il suo consenso. Non voleva più diventare padre.

Si finisce in tribunale. Dal tribunale si arriva davanti alla Corte Costituzionale. È la prima volta che la Consulta si trova ad affrontare una vicenda come questa. […] Il giudice ammette: «È impossibile soddisfare tutti i confliggenti interessi coinvolti nella fattispecie».

Ma è la donna che alla fine viene tutelata, in maniera inequivocabile. 

Scrive il giudice della Consulta: «L’accesso alla procreazione medicalmente assistita comporta per la donna il grave onere di mettere a disposizione la propria corporalità, con un importante investimento fisico ed emotivo in funzione della genitorialità che coinvolge rischi, aspettative e sofferenza e che ha un punto di svolta nel momento in cui si vengono a formare uno o più embrioni».

[…] «Corpo e mente della donna sono inscindibilmente interessati nel processo di creazione dell’embrione che culmina nella concreta speranza di generare un figlio», scrive il giudice che rivolgendosi all’ex marito che non voleva più diventare padre usa ben altri toni. Davanti «alla tutela della salute fisica e psichica della madre, e anche la dignità dell’embrione» l’uomo non può agire a suo piacimento. […] «Non è irragionevole la compressione della libertà di autodeterminazione dell’uomo in ordine alla prospettiva di paternità».

Elena Tebano per il “Corriere della Sera” il 25 luglio 2023.  

1. Cosa dice la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita?

«Prevede che prima di fare la pma uomo e donna firmino un consenso informato da cui dipende lo status di figlio del bambino che nascerà. Se un uomo consapevolmente ha deciso di intraprendere una procedura medica per avere un figlio non può più tirarsi indietro dalla responsabilità che ha assunto. Questa sentenza ribadisce che l’irrevicabilità del consenso è funzionale a “sottrarre il destino giuridico del figlio ai mutamenti di una volontà che (...) rileva ai fini del suo concepimento”. Ed è per questo che passano per legge 7 giorni tra la firma del consenso e la fecondazione: si dà al futuro padre il tempo di ripensarci» risponde la professoressa dell’Università di Perugia Stefania Stefanelli, docente di diritto privato e diritto di famiglia. 

2. Vale la stessa cosa per la donna?

«Di fatto no. L’uomo resta vincolato al consenso dato all’inizio, mentre la donna può sempre rifiutare l’impianto dell’embrione, in base agli stessi principi costituzionali che permettono di opporsi a qualsiasi terapia. E dopo l’impianto può interrompere la gravi-danza entro i limiti della legge sull’aborto». 

3. Perché questa differenza?

«Per i ruoli diversi che hanno nella gravidanza, che incide in modo del tutto predominante sulla saluta fisica e psichica della donna. È lo stesso motivo per cui l’uomo non ha nessun diritto di scelta sulla decisione di interrompere o meno una gravidanza. Non è una questione di genere: in un Paese come il Belgio che regola la filiazione delle coppie lesbiche, le stesse differenze previste in Italia per gli uomini si applicano alla mamma che non porta avanti la gravidanza».

4. Però in questo caso il consenso era stato dato sei anni fa e la coppia è separata da cinque...

«La legge 40 originariamente prevedeva il divieto di crioconservazione e l’impianto immediato di tre embrioni. La Corte costituzionale ha tolto queste limitazioni, che comportavano gravi rischi per la salute della donne, permettendo di conservare gli embrioni anche per anni. Ma questo non cambia la responsabilità dell’uomo, che oltretutto tocca diritti fondamentali della donna e la dignità dell’embrione». 

5. Quali diritti sono in gioco?

«Il consenso alla fecondazione dato dall’uomo incide sull’integrità psicofisica della donna, che secondo i giudici, deve essere “protetta dalle ripercussioni negative che su di lei produrrebbe l’interruzione del percorso intrapreso e giunto alla fecondazione”. La donna ha iniziato la pma perché c’era quel consenso e se l’uomo potesse revocarlo in ogni momento, lei non avrebbe la necessaria serenità e integrità psicofisica per andare avanti. Poi c’è la dignità dell’embrione. I giudici scrivono che l’irrevocabilità del consenso da parte dell’uomo protegge anche la dignità umana riconosciuta all’embrione in quanto “ha in sé il principio della vita”».

6. Che differenza c’è rispetto alla procreazione naturale?

«Il padre genetico in una procreazione naturale non può sottrarsi alla responsabilità di essere padre: se anche non vuole riconoscere il nascituro una sentenza può dichiarare la paternità e costringerlo ai suoi doveri. Qui il principio è analogo, ma mentre nella procreazione naturale è la discendenza genetica a fondare la paternità, nella pma è il consenso a fondare la paternità. E quel consenso vale anche a distanza di tempo».

Quanto costano.

Quanto costa avere un figlio in Italia. Secondo dati Istat e Banca d’Italia, nel nostro Paese mantenere un figlio fino al compimento dei 18 anni costa più di 600 euro al mese. Tra le voci di spesa più importanti, gli asili nido. Resta il divario fra Nord e Sud. Dario Murri il 25 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Sempre meno figli e sempre più “cari”

 I costi da Nord a Sud

 Primo anno di vita

 Voci che incidono

 Trend costante

645 euro al mese. Tanto costerebbe ad ogni famiglia italiana un figlio, dalla nascita fino al compimento dei 18 anni. A dirlo è la Banca d'Italia, sulla base di una rielaborazione di dati Istat raccolti tra il 2017 e il 2020 su nuclei composti da due adulti e uno o più minori, cioè una famiglia italiana standard. La cifra comprende acquisti di beni e servizi destinati esclusivamente ai figli, fra cui spese alimentari, per i trasporti e per la casa. Buona parte dei costi riguarda il tempo libero come hobby e sport, seguiti da istruzione (cioè nidi e scuole), abbigliamento e salute, per un totale che si attesta ad un quarto del reddito medio delle famiglie. Quasi una rata del mutuo, verrebbe da dire, se non fosse che anche quelle continuano a crescere, proprio come i figli.

Nel 2020 la spesa è stata leggermente inferiore, 580 euro, ma solo per le restrizioni dovute alla pandemia, che hanno comunque limitato spostamenti e spese relative al tempo libero. Per il resto, le voci più “pesanti” sono legate ai prodotti dell'infanzia come i pannolini e, soprattutto, gli asili nido, tuttora insufficienti.

Sempre meno figli e sempre più “cari”

Crescere un figlio nel nostro Paese diventa sempre più costoso. Secondo Moneyfarm, il mantenimento di un figlio da 0 a 18 anni comporterebbe una spesa tra i 96.000 e i 183.000 euro. Cifre cui fanno eco quelle dell'Osservatorio di Federconsumatori, che ha stimato un costo medio di 175.642 euro, con una media di oltre 7.000 euro l'anno. Analizzando circa 150 voci, lo studio ha rilevato come, con l’aumentare dell’età, crescano anche le spese. Se fino ai tre anni si spendono per un figlio tra i 10.000 e i 25.000 euro, dai 4 ai 5 anni la cifra va dai 10.000 ai 27.000, dai 6 agli 11 si aggira tra i 28.000 e i 48.000 euro e dai 12 ai 18 anni varia tra i 45.000 e i 74.000 euro.

Entrando più nel dettaglio, per ogni fascia di età ci sono tipologie di spese che incidono più di altre. Tra i 6 e gli 8 anni, ad esempio, pesano attività sportive, mensa scolastica, campi estivi, ma anche le visite mediche (con importi fra 420 e 900 euro) e attività doposcuola (fra 510 e 5.400 euro). Per la fascia d’età 15-18 anni salgono le spese sportive (8.000 euro), cui vanno ad aggiungersi trasporti (600 euro), lezioni di lingua, abbigliamento, vacanze, dispositivi elettronici, libri scolastici, paghette (1.164 euro), etc.

I costi da Nord a Sud

Tornando a dati più macro, la spesa per crescere un figlio può variare a seconda dell’area geografica, sulla base del diverso costo della vita: il costo mensile è più alto al Nord, mentre è più basso al Sud e nelle isole. I numeri parlano chiaro: se la media italiana riporta 645 euro al mese, al Nord siamo a 714, per il Centro a 707, al Sud 512, con una forbice molto ampia fra famiglie abbienti e famiglie povere: 688 euro contro 198 al mese per figlio.

Primo anno di vita

Se il quadro potrebbe essere già esauriente con i dati appena elencati, altri elementi si aggiungono analizzando quanto costa un figlio nel primo anno di vita. Sempre secondo lo studio Moneyfarm, fra i costi di mantenimento di un figlio nel primo anno di vita bisogna considerare anche quelli che riguardano la preparazione alla nascita che vanno dai i 5.600 ai 19.300 euro. Questa tipologia dispese presenta molte variabili, differenti a seconda di quanto una famiglia voglia e possa sostenere determinate spese.

Pur considerando che, a differenza di altri paesi europei, in Italia l’assistenza medica negli ospedali pubblici è coperta dal Sistema Sanitario Nazionale, una coppia può decidere di sostenere privatamente alcune visite, per cui il volume di spesa stimato dipende anche dalle soluzioni che ogni famiglia decide di adottare. Dai test prenatali al corso preparto, dal corredo agli accessori, le spese possono subire variazioni notevoli in base alle diverse scelte. Tra le prime spese che i neo genitori devono sicuramente sostenere, ci sono quelle necessarie nei primi mesi di vita di un bambino, fra cui, ad esempio, passeggino (o culla portatile, o ancora passeggino e seggiolino auto), biberon, vaschetta per bagnetto, fasciatoio, tutine, body o intimo (che va cambiato ogni tre mesi circa), pannolini, salviette e altro.

Voci che incidono

Un raffronto interessante tra i diversi costi di un figlio nelle le varie regioni d’Italia si può realizzare prendendo come riferimento altre due voci di spesa significative nei primi anni di vita di un bambino, come l’asilo nido e la baby-sitter. Incrociando tali dati con quelli dell’Unione Nazionale Consumatori relativi all’aumento del costo della vita nel 2022, si ha la conferma di come nel Nord la spesa per un figlio risulti maggiore che in altre parti d’Italia.

Secondo altri dati, provenienti da una ricerca di Altroconsumo, il costo medio di un asilo privato a tempo pieno si aggira in Italia attorno ai 620 euro mensili, arrivando a Milano a 756 euro al mese (con un aumento rispetto alla media nazionale del 22%, che scende al 21% per i nidi di Bologna). Gli asili meno cari si trovano al Sud: a Palermo per un’ora nel nido si pagano circa 2,09 euro per 10 ore settimanali, a Napoli ci si attesta sui 2,75 euro, contro i 3,84 euro di Milano).

Trend costante

Alla luce di quanto visto, possiamo anche capire come non sia un caso che in Italia si facciano sempre meno figli. Nel 2020 sono nati 404.892 bambini, 15.000 in meno rispetto al 2019. Secondo il bollettino Istat “Natalità e fecondità della popolazione residente 2020”, poi, il trend della denatalità è proseguito anche nel 2021. C’è da dire comunque che la fase di calo in Italia è iniziata nel 2009. Da allora e fino al 2019 si è registrato un calo medio costante annuo del 2,8%.

Tardoni.

DAGONEWS domenica 9 luglio 2023.

Cosa hai pensato quando hai letto che Al Pacino ha avuto un altro figlio all'età di 83 anni?

Una meravigliosa dimostrazione che l'età non ha barriere quando si tratta di dare la vita? Ancora un altro esempio dell'ingiustizia che uomini che non hanno un orologio biologico?

Oppure, ecco altro vecchio che cerca di aggrapparsi alla sua giovinezza?

La risposta di Tracey Cox è stata tranchant: “Povero Bambino”. La sexperta non discute i vantaggi di avere come padre la star, ma il piccolo potrebbe non avere mai il ricordo di un padre. Qui troverai i contro di fare un figlio tardi.

I papà sono importanti

Viviamo in un'epoca in cui molti bambini vengono cresciuti perfettamente da un solo genitore. Ma pochissimi fanno questa scelta: di solito è una situazione di vita che viene loro imposta.

È certamente vero che la maggior parte degli uomini che generano un figlio dopo gli 80 anni sono famosi o ricchi: la maggior parte delle donne non andrebbe per un uomo così vecchio altrimenti. 

Questi bambini saranno protetti dal denaro e dai privilegi. Ma questo non succede a bambini nati in famiglie normali.

Non ho nulla contro i padri più anziani, anzi, penso che tendano a diventare padri migliori. Ma forse varrebbe la pena tracciare una linea oltre la quale sarebbe bene pensarci due volte. 

Anche gli uomini hanno un orologio biologico

Per anni si è pensato che l'avanzare dell'età contasse solo per le donne quando si trattava di fare figli. Ma ora sappiamo che anche gli uomini hanno un orologio biologico: un'età dopo la quale avere figli comporta notevoli rischi per il bambino, sia psicologici che fisici. 

Papà molto più grandi fanno sentire i bambini vulnerabili

«Sono sempre stata perseguitata dall'ombra della sua morte», così una donna ha descritto cosa voleva dire avere un padre più anziano. (Suo padre aveva 51 anni quando è nata.) «Ha avuto un infarto a 55 anni; ha avuto il cancro a 62 anni - ha detto - Tutti i miei amici davano per scontato che i loro padri sarebbero stati presenti quando avrebbero avuto figli. Sapevo che non sarebbe mai successo e mi ha spezzato il cuore». 

Un altro uomo ha detto che quando la sua vita stava iniziando, suo padre era agli sgoccioli: «Era difficile non sentirmi geloso degli amici che avevano papà fisicamente più attivi. Mio padre era fragile, il pensiero di lui che prendeva a calci un pallone con me era ridicolo».

L'imbarazzo e la vergogna sono comuni

«Da bambino vuoi essere come tutti gli altri. Non vuoi un papà che sembri e si comporti in modo diverso dagli altri papà: chi non mi conosceva pensava fosse mio nonno» è stato un commento che ha riassunto i sentimenti di molte persone. Ci si vergognava a sentirsi diversi. 

La differenza generazionale rende la vita più difficile

«Un divario di due generazioni crea un enorme abisso culturale. Mio padre non ha mai mostrato i suoi sentimenti, non mi ha mai detto che mi amava. Era l'uomo di casa che portava a casa la pagnotta. Le coccole erano delegate a mia madre».

Mai nati.

Antonio Giangrande: Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo?

Estratto dell’articolo di Simonetta Sciandivasci per “la Stampa” sabato 11 novembre 2023.

[…] nel corso di un conflitto si muore moltissimo e si nasce pochissimo. Il calo demografico si registra durante e dopo, anche molto dopo, tanto nei Paesi in cui si combatte, quanto altrove, nel mondo intorno. «Le guerre stanno indebolendo la propensione ad avere figli: tutti i rapporti che abbiamo lo dicono. E questo riguarda i giovani italiani, spagnoli, tedeschi: la visione positiva del futuro, già molto provata, viene ulteriormente minata, e condiziona le decisioni più impegnative e responsabilizzanti, come è quella di costruire una famiglia», dice a La Stampa Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia all'Università Cattolica di Milano.

[…] Sarà sempre più difficile assistere a un "babyboom" come quello italiano degli anni Sessanta, quando l'euforia della ripresa dalla Seconda guerra mondiale incrementò le nascite: all'epoca, sul mettere al mondo un bambino non gravavano le incertezze strutturali del nostro tempo e, soprattutto, la voglia di creare una famiglia era robusta, indiscussa, nella maggior parte dei casi indiscutibile.

[…] 

«In guerra si nasce pochissimo. Non ci sono le condizioni per formare una famiglia, gli uomini sono al fronte e si vive una condizione di disagio perenne che affievolisce e spegne la sessualità. Ma il punto più rilevante è quello che succede dopo: in passato, dopo un grande trauma, di solito, si assisteva a una ripresa rapida e molto vivida: i matrimoni e le unioni riprendevano, così come le nascite. Oggi è molto diverso: formare una famiglia non è più scontato e, anzi, è una scelta molto debole, riflettuta, indagata.

E il rischio è quindi che, dopo le ferite della guerra, anziché ripartire di slancio, i Paesi che l'hanno subita si ritrovino a fronteggiare un andamento demografico indebolito, e in sofferenza cronica. L'Ucraina era già un paese con una natalità molto bassa e con molti flussi migratori in uscita: è molto probabile che la guerra abbia accelerato ulteriormente tanto l'uscita di popolazione quanto il declino della natalità. In sostanza, le condizioni che in passato consentivano di recuperare un declino demografico dopo una guerra, oggi si ripropongono assai più faticosamente[…]».

Gaza può fare eccezione, visto quanto è giovane la sua popolazione?

«A Gaza la natalità è particolarmente elevata: è una forte dimostrazione identitaria. Nel fare figli la comunità trova il mezzo migliore di esprimere il desiderio di venire riconosciuta e, naturalmente, di esistere. 

La guerra è andata a incidere su questa popolazione che ha una base demografica ampia, difficilmente riscontrabile altrove, anche in Medio Oriente, e che però adesso viene fortemente colpita, ma gli effetti futuri dipenderanno dal modo in cui si deciderà di risolvere la crisi attuale».

A pesare sulle fragilità persistenti che un conflitto crea rispetto alla demografia, sono di più gli aspetti economici o quelli psicologici?

«[…] I ragazzi di tutto il mondo si sentono minacciati da quello che succede a Gaza: per tutti si tratta dell'ennesimo segnale di futuro fosco, insicuro, insondabile. Le nostre società sono abitate da chi considera prioritario fare figli e, quindi, non bada alle difficoltà oggettive, e li fa comunque.

Non sono pochi, però, quelli che a fare figli sono poco interessati e, pertanto, li farebbero solo in presenza di condizioni oggettivamente adeguate».

Quali sono queste condizioni?

«La sicurezza economica e la garanzia di un benessere inteso nel senso più ampio, su vasta scala: di un tenore di vita che renda possibile la felicità.

Se ci confrontiamo con Paesi come Francia e Svezia, la sensibilità rispetto al cambiamento climatico pesa su tutti e riduce la natalità. 

In Italia, dove ci sono condizioni oggettivamente peggiori per fare una famiglia, quella sensibilità ha un peso maggiore. La fecondità è bassa tanto in Italia quanto in Francia, ma in Italia è dell'1,2 figli per donna, in Francia dell'1,8. Quella differenza è legata a condizioni oggettive e carenza di politiche pubbliche adeguate».

Perché gli immigrati che arrivano in Italia smettono di fare figli?

«Perché si scontrano con le stesse difficoltà che hanno le donne e le famiglie italiane: la vita è molto più complessa, accedere ai servizi non è scontato e non si può far affidamento alla propria rete familiare. Poi, cambiano gli orientamenti di valori. Nonostante questo, la fecondità delle italiane è 1,2: quella delle straniere di 1,9». […]

Culle vuote. Le guerre stanno indebolendo la propensione ad avere figli. L'Inkiesta il 10 Novembre 2023

In una intervista a La Stampa il demografo Alessandro Rosina spiega che rispetto al passato formare una famiglia non è più scontato, ma una scelta debole, riflettuta, indagata

«Le guerre stanno indebolendo la propensione ad avere figli: tutti i rapporti che abbiamo lo dicono. E questo riguarda i giovani italiani, spagnoli, tedeschi: la visione positiva del futuro, già molto provata, viene ulteriormente minata, e condiziona le decisioni più impegnative e responsabilizzanti, come è quella di costruire una famiglia». Così in una intervista a La Stampa, il professore ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano, Alessandro Rosina, spiega le ragioni del preoccupante calo delle nascite.

Una rilevante inversione di tendenza rispetto ai decenni passati in cui si assisteva di solito a una ripresa dei matrimoni e delle nascite dopo un grande trauma. L’esempio più vivido è ciò che accadde dopo la seconda guerra mondiale quando per circa venti anni nacquero tantissimi bambini in Occidente. Quella esplosione demografica che durò dal 1946 al 1964 fu la cosiddetta stagione dei baby boomer. «Oggi è molto diverso: formare una famiglia non è più scontato e, anzi, è una scelta molto debole, riflettuta, indagata. E il rischio è quindi che, dopo le ferite della guerra, anziché ripartire di slancio, i Paesi che l’hanno subita si ritrovino a fronteggiare un andamento demografico indebolito, e in sofferenza cronica», spiega Rosina. «Le condizioni che in passato consentivano di recuperare un declino demografico dopo una guerra, oggi si ripropongono assai più faticosamente. Così un Paese si ritrova a fare i conti con una fragilità persistente dal punto di vista demografico».

Come ricorda oggi un articolo de Linkiesta sul problema demografico che sta affrontando l’Ucraina, anche Rosina fa capire che per Kyjiv il momento è difficile: un paese già di bassa natalità è stato stravolto dall’invasione russa che ha portato a deportazioni forzate, soprattutto di bambini, e un imponente esodo di rifugiati verso l’Europa occidentale.

Per Rosina mancano la sicurezza economia e la garanzia del benessere inteso come un tenore di vita che tenda alla felicità. Due condizioni imprescindibili in Occidente per pensare di metter su famiglia: «Se ci confrontiamo con Paesi come Francia e Svezia, la sensibilità rispetto al cambiamento climatico pesa su tutti e riduce la natalità. In Italia, dove ci sono condizioni oggettivamente peggiori per fare una famiglia, quella sensibilità ha un peso maggiore. La fecondità è bassa tanto in Italia quanto in Francia, ma in Italia è dell’ 1,2 figli per donna, in Francia dell’ 1,8. Quella differenza è legata a condizioni oggettive e carenza di politiche pubbliche adeguate». 

Una tendenza che rischia di colpire anche le persone migrate in Italia dall’estero che si scontrano con le stesse difficoltà dei giovani italiani con il problema aggravante di non potersi appoggiare alla propria rete familiare. Nonostante questo, la fecondità delle italiane è 1,2: quella delle straniere di 1,9».

Più figli per la patria? In realtà il mito fascista è fasullo: in Italia siamo troppi. L’invito del governo Meloni a fare bambini è pressante. Ma già negli anni Settanta si analizzava il problema di una società troppo allargata: dal traffico all’inquinamento, dalla distruzione degli ambienti naturali ai conflitti sociali. Franco Corleone su L'Espresso l'8 agosto 2023.

La costruzione del regime si fonda su miti e menzogne che devono diffondere paura e orgoglio. Un impasto di glorificazione del passato e di accanimento contro stili di vita e comportamenti del presente. Una paccottiglia di mediocre ideologia, legata alla concezione dello Stato etico e all’approvazione di leggi che devono punire il diverso, con l’ambizione di imporre una nuova egemonia culturale.

Il decreto anti-rave e la crociata antidroga sono due esempi eclatanti, ma altre scelte del governo Meloni sono ancora più eloquenti per il loro legame con la retorica del fascismo.

Il ministero dell’Agricoltura ora è stato ribattezzato con la dizione della Sovranità alimentare, che non può che richiamare teoria e prassi dell’autarchia: almeno il ministro Francesco Lollobrigida potrebbe riconquistare il nome Tocai per il vitigno autoctono costretto, per compiacere l’Ungheria, a chiamarsi Friulano con grave danno d’immagine!

Eugenia Roccella, dopo un passato radicale e di militante abortista, è a capo del ministero per la Famiglia e la Natalità. Non ha stupito, quindi, la convocazione degli “Stati generali della natalità” sulla scia dei tanti “Family day” per diffondere l’incubo delle culle vuote. L’invito a fare bambini è pressante, ma ovviamente rispettando le regole tradizionali, pena la cancellazione dei genitori.

La campagna per l’incremento demografico della «nazione» sotto il fascismo aveva come motto «il numero è potenza» e nel 1927 fu istituita l’imposta sul celibato. Ancora non è stata ideata la tassa sui single, ci si limita a produrre norme di agevolazione per famiglie numerose.

Molti statistici hanno seminato il terrore per le sorti dell’Italia (tra questi l’ex presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo) per il preteso basso numero di nascite; terrorismo che si è tradotto rozzamente nella paventata sostituzione etnica.

Come appaiono lontani gli anni Settanta, quando un grande scienziato come Adriano Buzzati Traverso, di cultura laica, sul Corriere della Sera scriveva un’inchiesta su “I figli che l’Italia non può mantenere” e articoli con il titolo “La tessera per avere figli” e “Bisogna evitare un baby boom”. Non era solo a esprimere questa preoccupazione: sulle stesse colonne, Cesare Zappulli icasticamente affermava l’esistenza di «dieci milioni d’italiani di troppo».

La tesi di Buzzati Traverso era che l’Italia aveva una popolazione di 56 milioni di abitanti e, calcolando il territorio montuoso, si manifestava una densità di popolazione assai preoccupante. Elencava i problemi assillanti, dal traffico all’inquinamento, dalla distruzione degli ambienti naturali alla deturpazione delle città, dai conflitti sociali alla violenza nelle case e nelle strade, e poneva l’interrogativo: «È mai possibile che nessuno o quasi si renda conto che se invece di essere 56 milioni fossimo 35, tali problemi non esisterebbero o si presenterebbero in termini ben più facilmente controllabili?».

Davvero stimolante l’appello al governo per promuovere ricerche per stabilire quale potesse essere la popolazione sostenibile per l’Italia senza realizzare un irreparabile scempio. Buzzati Traverso concludeva con l’auspicio che ai cittadini di domani si garantisse un tenore di vita magari inferiore in termini consumistici, ma «più piacevole, umano e compatibile con la libertà».

Le culle vuote che spaventano l'Europa: i numeri dell'emergenza. Massimo Balsamo il 9 Agosto 2023 su Il Giornale.

Il trend horror dell’Italia, ma non solo: la Francia ha registrato il più basso numero di nascite dal 1994. Germania e Spagna non se la passano molto meglio

L’Italia ha il tasso di natalità più basso in Europa, ma gli altri Paesi non se la passano molto meglio. Il trend horror di Roma è in corsa dal 2008 e si è purtroppo confermato nel 2022 e nei primi mesi del 2023. Il 2022 si è chiuso con 392.598 nuove nascite, quasi 8 mila in meno rispetto al 2021. I dati diffusi dall’Istat a fine luglio hanno invece evidenziato un ulteriore calo dell’1,4 per cento: come evidenziato dal Messaggero, procedendo a questo ritmo il 2023 dovrebbe fare registrare circa 387 mila nascite. In altri termini, un altro minimo storico. Italia cenerentola d’Europa, ma – come anticipato – anche gli altri Stati devono fare con un vero e proprio crollo. Le grandi capitali europee stanno affrontando cali ancora più vistosi di quelli di Roma.

Il crollo delle nascite in Francia

L’inverno demografico ha scosso la Francia. Secondo uno studio diffuso dall’Insee – l’omologo transalpino del nostro Istat – la natalità è calata in proporzione del 7% nel primo semestre del 2023 rispetto ai dati registrati nel 2020 pre-pandemia. Si tratta del livello più basso registrato dal 1994. Entrando nel dettaglio delle rilevazioni, dal 2015 è iniziato un costante calo del tasso di fertilità, che era oscillato intorno a 2 figli per donna tra il 2006 e il 2014. I dati del primo semestre del 2023 sono preoccupanti: tra gennaio e giugno 314 mila nuove nascite, appena mille in più dei decessi. Già nel 2022 era stato annotato un record minimo, paragonabile alla situazione dell’immediato dopoguerra: nati circa 723 mila bambini, 19 mila in meno rispetto al 2021, una riduzione intorno al 2,5%, simile a quella dell’Italia. Nel mirino l'emergenza economica, ma anche la precarizzazione del mercato del lavoro, la crisi sanitaria, la guerra in Ucraina e la minaccia nucleare.

I dati di Germania e Spagna

Nonostante l’impatto dei robusti flussi migratori, la Germania nel 2022 ha affrontato un crollo notevole di nascite, vicino all’8%. La tendenza di questo 2023 lascia pensare a un nuovo segno meno sul dossier natalità. Stesso discorso per la Spagna, già da tempo su una traiettoria discendente: tra il 2021 e il 2022 la diminuzione è stata del 2%, per un totale di 330 mila nascite. Nei primi mesi del 2023 è stata confermata la tendenza. Madrid “vanta” anche il record negativo del tasso di fecondità, ovvero il numero medio di figli per donna. Insomma, l'Italia ha molta strada da fare ma non è l'unico Paese a dove porre rimedio a un'emergenza che ha assunto ormai tratti internazionali.

 Emancipazione interrotta. Le donne di questo secolo meno hanno figli e più hanno la mistica della maternità. Guia Soncini su L'Inkiesta l'1 Giugno 2023

Pensavo che dedicare tutte le proprie aspirazioni al matrimonio o al fare figli fossero pezzi di modernariato. Ma non è niente rispetto al dibattito delle scrittrici italiane sulle madri senza prole 

La miglior notizia marginale dell’ultima settimana stava in una delle mille interviste intorno alla fine di Succession, e faceva più o meno così: poi Sarah è rimasta incinta, e quindi abbiamo incorporato la gravidanza nella storia.

Era un dettaglio che ci diceva che quella telefonata sull’amniocentesi della quarta puntata, quel dettaglio che poi per molte puntate era stato accantonato, quella rivelazione che avevamo voluto leggere come fondamentale e determinante nella scelta finale di Shiv, quella era una soluzione di sponda, una scena girata in fretta e furia e appiccicata alla storia dopo che un’attrice era rimasta incinta senza avvisare.

Era, nel ventunesimo secolo, qualcosa che ci diceva cosa dovrebbe essere una gravidanza in questo secolo: un cascame di quando le donne non potevano fare altro che riprodursi, un accidente marginale, un hobby che si può o no scegliere tra milioni di possibilità.

Poi viviamo nel mondo, e sappiamo che non è così. Sappiamo che l’emancipazione è in un momento di risacca, e la mistica del femminile è tornata agli anni Cinquanta, e le ragazze hanno nei confronti del matrimonio e dei figli un atteggiamento che avrebbe fatto rabbrividire non solo le loro madri ma pure le loro nonne (madri e nonne che ora assecondano figlie e nipoti perché hanno il terrore di non essere in sintonia col presente, ma ai loro tempi erano assai più emancipate, probabilmente perché avevano il patriarcato vero da cui liberarsi, mica dovevano inventarsi problemi quali l’identità di genere).

Quando mi voglio deprimere rispetto all’andamento del presente, vado a guardare le storie Instagram d’una trentenne romana sposata con un militare americano. Sposati già negli Stati Uniti, e ottenuta lei finalmente la carta verde, c’è ora da eseguire quella che sarebbe una formalità: la replica delle nozze in Italia.

Solo che la formalità è totalizzante quanto lo sarebbe stata in un secolo in cui il matrimonio era l’unica ambizione e possibilità per una femmina. Una ragazza cresciuta in una capitale occidentale, che si è laureata, che è andata a vivere all’estero, che dovrebbe avere tutte le caratteristiche che ci parlano di apertura mentale, è da mesi monotematicamente isterica circa la scelta del fiorista e simili amenità.

Spiega per minuti e minuti che deve fare tutto in soli tre mesi (ci vuole meno tempo e dedizione per la pace in medioriente), e che sì, ha lasciato per ben tre mesi solo in America l’inutile pezzo di carne con cui è sposata, ma è un sacrificio che deve fare per realizzare questa cosa importantissima per loro. Cosa importantissima per loro: scegliere i canapé.

Prima dei social, io credevo che questo pezzo di società non esistesse più. Credevo che l’ultima donna adulta a non avere una carriera (solo se non hai una carriera, ma neanche un impiego qualunque, puoi andartene tre mesi in un altro continente a organizzare una cerimonia di nozze) fosse stata mia madre, che però era nata in Molise durante la seconda guerra mondiale e insomma nessuno si aspettava fosse Gloria Steinem o Miuccia Prada. Credevo che la mistica della maternità e quella del matrimonio fossero pezzi di modernariato. Com’ero ingenua.

Due settimane fa era la festa della mamma, e la scrittrice Melissa Panarello ha scritto su Facebook alcune ovvietà. «Un cane, un gatto, un’amica, un amico, una persona amata, un libro da scrivere o uno da leggere, un’idea, un progetto, non potranno mai essere figli e questo puoi saperlo solo se i figli li hai […] Quindi buona festa della mamma a tutte le donne che hanno figli, perché madre alla fine è solo questo, per le altre meravigliose esperienze umane esistono altri nomi».

Se avessi letto questo post appena era stato pubblicato, avrei pensato che Panarello delirava: come sarebbe, puoi saperlo solo se i figli li hai? Per saperlo non basta essere madrelingua? Sì, certo, esistono disturbate che si definiscono mamme dei loro cani (che loro chiamano: pelosoni, bambini pelosi, e altre disturbatezze), ma per il resto siamo tutte piuttosto consapevoli che madre è una che ha dei figli.

Poiché il post l’ho letto solo dopo che ne era nata una polemica infinita, con infiniti post di infinite scrittrici e infinite risposte (se la letteratura fosse viva quanto la determinazione a dirsi madri, vivremmo a Bloomsbury), sono stata costretta a prendere atto che le donne del ventunesimo secolo meno hanno figli e più hanno la mistica della maternità.

«Il padre dei miei figli è molto materno ma non è la loro madre. Mia madre è una stronza ma è mia madre», scriveva Panarello il giorno dopo, con l’esasperato ennui con cui tocca ripetere ovvietà in questo secolo. Le donne non hanno il cazzo, le madri hanno i figli, se lascio cadere questo bicchiere la forza di gravità lo sfracella a terra. E invece.

«La tua posizione è violenta nei confronti, ad esempio, di tutte le donne che non sono riuscite a fare figli ma avrebbero voluto, e poi sono state madri in altri modi. Non hai nessun diritto di sminuirle, né di sminuire chi […] ha adottato animali in difficoltà che sarebbero morti». Lo scrive, in risposta a uno dei post della Panarello, Viola Di Grado, anch’ella scrittrice e, desumo, disposta a definirmi étoile per non essere violenta nei confronti del mio desiderio di ballare sulle punte.

«Che diritto ti toglie chi è madre di un canarino», vibra una finalista allo Strega, e non capisco bene se il riferimento letterario siano le madri dei draghi di quel fumettone recente, o Rhett Butler che dice a Rossella «una gatta è miglior madre di te». Volevamo il pane e le rose, abbiamo ottenuto la via veterinaria alla maternità umana.

Due settimane più tardi, il dibattito ancora non si è sedato (l’eccesso di tempo libero è la più gran piaga sociale di questo secolo: spero che l’inventore della lavasciuga si senta in colpa). Lunedì, un’altra scrittrice (dell’eccesso di scrittrici non saprei invece a chi dare colpa) spiegava senza mettersi a ridere che Jane Austen in una lettera si riferiva a “Orgoglio e pregiudizio” come «il bambino».

Ma tu pensa. Una donna nata nel 1775 non aveva, per le opere d’ingegno d’una donna, altro riferimento che non fosse l’unica cosa che le donne potevano fare nel 1775, cioè partorire. E noialtre, duecento e spicci anni dopo, soffriamo della stessa povertà lessicale. (Con quella di cento e spicci anni dopo che diceva che le donne «o fanno figli, o fanno libri» come la mettiamo? Fateci sapere: vi percepite più madri o scrittrici, dovendo scegliere?).

Nel frattempo Sarah Snook, che non usava Instagram da cinque anni, ha postato una foto di lei che guarda la puntata finale di Succession. Si vede la nuca d’un bambino in braccio a lei. Non può avere un anno, giacché Snook era incinta alla première, tre mesi fa. Ma potrebbe avere due mesi. Quale che sia la sua età, non costituisce una notizia: era visibilmente incinta, abbiamo studiato alle elementari (se le abbiamo frequentate prima che la biologia divenisse percezione soggettiva) che non si resta incinte a vita, prima o poi quel feto diviene bambino. E invece.

E invece ieri tutti i giornali americani titolavano breaking news, Sarah Snook ha partorito. Ha fatto una cosa che fanno anche le gatte, e noi ce l’eravamo persa. Meno male che c’è Instagram, a colmare le lacune del giornalismo contemporaneo.

L’Italia cadrà, se non ci saranno più italiani. La fiera sulla fertilità e i reportage a senso unico dei giornalisti: il vero bersaglio sono i bimbi in provetta? Vicsia Portel su Il Riformista il 29 Maggio 2023 

Si chiacchiera tanto di Wish for a baby, la “fiera sulla fertilità” tenutasi a Milano. Attivisti, femministe e partiti di centro destra si sono azzuffati: picchetti all’esterno, articoli di giornale, blitz di Fratelli d’Italia all’interno. Ma una grande, ingombrante domanda resta aperta. Qual è stato il vero oggetto delle proteste? La maternità surrogata? Giusto, è una pratica illegale. Eppure non era una fiera della maternità surrogata. La maggior parte delle cliniche erano spagnole, paese dove l’utero in affitto è fuorilegge. Non è che il vero obiettivo era aggredire la procreazione assistita tout court?

Sui giornali, reportage di fuoco scritti da giornalisti infiltrati. Li riconoscevi immediatamente, all’interno del padiglione, nel ruolo di coppie o singoli in cerca di un bambino. Seduti dritti davanti agli esperti dei vari stand, raccontavano storie di improbabili infertilità, alla ricerca spasmodica che qualcuno proponesse loro la parola magica: “maternità surrogata”. E se restavano a bocca asciutta, li vedevi comunque indignati, a sentir parlare di ovuli congelati, donatori di sperma e ovociti impiantati.

Poi però c’erano gli altri, le persone vere: occhi lucidi, spesso nelle donne, alla fine dei colloqui. Non coppie strambe con le piume in testa, per lo più eterosessuali, spesso con un bambino piccolo. Erano quelli che, se ne ascoltavi con attenzione gli scarni discorsi durante le attese, si salutavano fra loro tutti con un sussurro, un misto di speranza, pudore, tristezza: “Auguri”, “In bocca al lupo”. “Buona fortuna”. Una lenta processione laica di persone che cercano, senza riuscirci, di fare solo una cosa – la più preziosa, in questo momento, per la nostra cara Nazione-: mettere al mondo un bambino. Ma su loro, nei reportage, solo qualche riga.

Anzi, li hanno presentati, sotto sotto, come i “cattivi” della storia. Quelli che vogliono un figlio “a tutti i costi”. E non c’entra, qui, la maternità surrogata. Chi protesta, chi si indigna, sembra scagliarsi proprio contro l’idea che si possa intervenire, con la tecnologica e la medicina, dove la “natura” fatica ad arrivare. Nel 2023. Eccola, la grande domanda: il vero bersaglio sono, sotto sotto, i “bambini in provetta”, termine gelido per definire i bambini nati attraverso tecniche di riproduzione medicalmente assistita?

In Italia, anche con donatori esterni alla coppia, è legale dopo sentenza della Corte Costituzionale del 2014. E’ questo che non va bene? “GPA (gestazione per altri) E PMA (procreazione medicalmente assistita)= EUGENETICA”, recitava infatti un grande striscione dei manifestanti all’esterno. “Le donne devono capire che i figli si devono fare da giovani, se poi è troppo tardi e non ci riescono più, se ne devono fare una ragione, potevano pensarci prima”, dice il Popolo della Famiglia.

Attivisti e partiti di governo vogliono dare una spallata alla legislazione sulla procreazione medicalmente assistita? Proprio adesso che l’Italia si sta preparando ad affrontare la sfida più drammatica della sua storia: il venir meno della sua popolazione? Perché il mondo della politica, invece di sbraitare per proibire l’evento, non si è imposto per entrarci, per inserire nel programma i “suoi” stand? Quelli del ministero della Salute, degli ospedali della Regione Lombardia. Perché non intervenire per regolamentare e collaborare, se si può? Perché lo stato se ne disinteressa?

Nel solo 2020 quasi il 3% dei bambini nati, sono venuti al mondo grazie all’aiuto delle provette della PMA. Con un crollo demografico vertiginoso e con dati dell‘OMS che parlano di 1 cittadino su 6 con problemi di infertilità, possiamo davvero farne a meno e voltare le spalle alla scienza, alla medicina, anche applicate alla riproduzione umana? Noi, la Terra di Galilei, Fermi, Spallanzani, che hanno contribuito a costruire la scienza mondiale? Il nostro Pico della Mirandola, lo scriveva già nel suo “De dignitate hominis”, nel 1486: la caratteristica dell’uomo è “saper utilizzare la tecnica”. Lo ricordava spesso, questo passaggio, Bertrando Spaventa, maestro di Giovanni Gentile.

Ora che nessuno vuol fare più figli, ha davvero senso mettere sulla graticola questi quattro gatti che vogliono ricorrere a tecniche mediche avanzate per provarci? Se l’Italia cadrà, non sarà per l’arrivo di orde di immigrati o perché i cinesi comprano i nostri porti. L’Italia cadrà, se non ci saranno più italiani. Vicsia Portel

Demografia: di chi è la colpa se la popolazione invecchia? Il “caso Italia”. Anna Meldolesi e Chiara Lalli su Il Corriere della Sera il 28 maggio 2023.

Dobbiamo invertire la rotta con politiche intelligenti e continuative per l’indipendenza economica dei giovani, il lavoro femminile e la parità di genere. Ma non basterà. Per i demografi «nella nostra situazione non c’è alternativa a un’immigrazione consistente»

Questo doppio articolo, pubblicato su «7» in edicola il 26 maggio, fa parte della rubrica del magazine del Corriere «Due punti». Intesi come due punti di vista che qui troverete pubblicati online in sequenza: prima l’articolo di Anna Meldolesi, poi quello di Chiara Lalli. Buona lettura

UNA POPOLAZIONE PIÙ ANZIANA SARÀ ANCHE MENO APERTA ALLE NOVITÀ E MENO CAPACE DI INVENTARE? IL RISCHIO C’È

di ANNA MELDOLESI

Se rappresentasse veramente l’Italia, la Venere influencer dovrebbe avere 48 anni, assai più di quelli che dichiara. Questa infatti è la nostra età media ed è la più alta dell’Unione europea, una delle più alte al mondo. Che la demografia italiana sia un grosso problema è noto a tutti e a tutte: le culle si svuotano, la popolazione invecchia, pensioni e sanità non possono continuare a reggersi sulla ricchezza prodotta da una base troppo ristretta di lavoratori e lavoratrici. Dobbiamo invertire la rotta, con politiche intelligenti e continuative per l’indipendenza economica dei giovani, il lavoro femminile, la parità di genere. Su questo dovremmo essere tutti d’accordo, ma non basterà comunque. Il demografo Massimo Livi Bacci lo ha detto chiaramente: nella situazione italiana non c’è alternativa a un’immigrazione consistente.

E MENTRE LE TECNICHE DI PROCREAZIONE ASSISTITA SI FANNO PIÙ SOFISTICATE, IL CAMBIAMENTO PIÙ RILEVANTE RIGUARDA IL SIGNIFICATO CHE DIAMO AL CONCETTO DI FAMIGLIA, GENITORIALITÀ E FILIAZIONE

Al di là dei record nazionali negativi, oltretutto, esiste un problema di ordine generale che vale per i paesi ad alto reddito. Leggo che in tutto il mondo industrializzato, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, fra trent’anni ci saranno 100 milioni di anziani in più ma la popolazione in età lavorativa conterà 143 milioni di persone in meno. Insomma noi imbianchiamo rapidamente, mentre l’Africa subsahariana si conferma il serbatoio di giovinezza del pianeta. Le politiche migratorie, dunque, sono la base su cui costruire un futuro migliore per tutti. Non so se l’economia sia davvero la più triste delle scienze, ma la demografia probabilmente è la meno divulgata. Una popolazione sempre più vecchia sarà anche meno aperta alle novità e meno capace di inventare? Il rischio c’è, anche se il progresso non è solo una questione di quante persone creative abbiamo, ma anche di quanto ne coltiviamo il potenziale con le politiche per l’istruzione, la cultura e l’innovazione.

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Come diventerà l’Italia: anziani, donne senza lavoro, effetti e rischi della crisi demografica di Federico Fubini

La crisi demografica in Italia? Non c’è al Nord, è drammatica al Sud di Federico Fubini

BIO-ETICA DOMANDE & RISPOSTE - OGNI DUE SETTIMANE CHIARA LALLI E ANNA MELDOLESI SCRIVONO DI UN ARGOMENTO TRA FILOSOFIA MORALE E SCIENZA, TRA DIRITTI E RICERCA. DUE PUNTI DI VISTA DIVERSI PER DISCIPLINA MA AFFINI PER METODO

Una popolazione in declino demografico, almeno, sarebbe più sostenibile dal punto di vista ecologico? Di certo le risorse planetarie sono finite ed è un bene che la bomba demografica sia stata disinnescata dallo sviluppo. Ma meno persone con consumi in crescita (nei paesi emergenti la tendenza è questa) non sono una buona notizia per l’impronta ambientale dell’umanità. Insomma va bene ragionare su come riempire le culle, purché sia chiaro che non c’è solo una piramide demografica da provare a raddrizzare. Il futuro si costruisce lavorando sugli assi portanti - dalla scuola fino all’integrazione - e sempre nella cornice di un’emergenza ambientale di scala epocale. Proprio la crisi climatica, tra l’altro, è destinata a cambiare profondamente la geografia umana del pianeta. Migrare sarà sempre più la soluzione, anziché un problema, come spiega Gaia Vince nel suo Il secolo nomade, fresco di stampa per Bollati Boringhieri.

DESIDERARE DI FARE UN FIGLIO È PUR SEMPRE UN DESIDERIO, DESIDERIO NON È UN OBBLIGO, MA LA NOSTRA LIBERÀ PERSONALE HA DELLE IMPLICAZIONI CHE RIGUARDANO ANCHE GLI ALTRI

di CHIARA LALLI

Fare o non fare un figlio è una scelta personale. È difficile sostenere qualcosa di diverso, è difficile dimostrare che sia un destino o la destinazione d’uso delle femmine degli animali umani. Quanto c’entra l’averlo capito con il fare meno figli? Credo moltissimo. Al fatto che sempre più la maternità sia una scelta e non qualcosa che accade e che deve accadere ripenso ascoltando Giorgia Meloni agli Stati Generali della Natalità lo scorso 12 maggio, quando ha detto «se le donne non avranno una possibilità di realizzare il proprio destino di… desiderio, chiedo scusa, di maternità senza dover rinunciare alla realizzazione professionale». Un desiderio non è un obbligo, ovviamente, ma la nostra liberà personale ha delle implicazioni che riguardano anche gli altri. E questo mica vuol dire che dovremmo avere meno libertà ma che ci sono delle conseguenze che non dovremmo ignorare.

LA CONTRACCEZIONE HA PERMESSO DI CONTROLLARE LA RIPRODUZIONE E DI FARE SESSO SENZA IL RISCHIO DI UN EFFETTO COLLATERALE

Considerare la detanalità come una questione da affrontare non significa obbligare le donne ad avere quattro figli, come ricordare che dopo una certa età è più difficile rimanere incinte non significa che dobbiamo ricominciare a fare figli a vent’anni. Significa provare a essere più razionali e a capire come ci siamo arrivati. Per moltissimo tempo il sesso e la riproduzione sono stati profondamente e misteriosamente intrecciati: per fare un figlio era necessario avere un rapporto sessuale e il sesso poteva causare una gravidanza. Capire come e perché e capire come evitarlo sono stati processi lenti e che hanno poi causato una vera e propria rivoluzione.

La contraccezione ha permesso di controllare la riproduzione e di fare sesso senza il rischio di un effetto collaterale indesiderato. Poi è stato il sesso a non essere più necessario per avere un figlio: la prima bambina nata grazie alle tecniche riproduttive si chiama Louise Brown ed è nata nel 1978. Da allora la riproduzione naturale è stata affiancata da quella artificiale e questo ha comportato non solo la possibilità di rimediare alla sterilità o di evitare patologie genetiche, ma ha cambiato il concetto di famiglia, di genitorialità, di filiazione e ha sollevato molte domande che prima erano solo domande teoriche o fantascientifiche.

È giusto modificare la natura? Che cosa è la natura? Che cosa significa essere madri e quante madri possono esserci? Fare un figlio è una scelta? La maternità è un destino oppure un desiderio? La declinazione al femminile è dovuta al fatto che esiste una disparità biologica importante tra uomini e donne, ed è ovviamente determinata dalla gestazione - almeno fino a quando non esisterà l’utero artificiale. Il cambiamento più rilevante non è solo tecnico ma riguarda i significati e il mondo in cui viviamo.

Nell’Italia senza figli chiudono le scuole: meno 2.600 in 10 anni. "Mancano gli studenti". Corrado Zunino su La Repubblica il 29 maggio 2023. 

Il dossier di Tuttoscuola: nel 2033 gli alunni totali saranno 6 milioni: erano 7,4 nel 2021. Il record negativo al Sud. Vecchione (Svimez): "Contro la denatalità serve investire proprio in istruzione: così all’estero hanno invertito la rotta"

L'Italia chiude le sue scuole, e continuerà a chiuderle nelle prossime stagioni con frequenza crescente. Il crac di un Paese, il suo fallimento ontologico, è tutto qui, nei dati elaborati da Tuttoscuola, da quarant'anni sentinella editoriale del mondo scolastico italiano: nell'ultimo decennio sono stati definitivamente sbarrati i portoni di 2.621 istituti.

Le 393.000 nascite del 2022, minimo storico nella storia del Paese all'interno di un autunno demografico iniziato nel 2009, sono il segnale dell'inaridimento della comunità intera e la sua prima istituzione - la scuola, al centro di una nazione secondo il pensiero di Piero Calamandrei - subisce l'impatto più forte e visibile.

Quanto costa un figlio nel primo anno di vita? Tra i 7 e i 17 mila euro: i conti. Valentina Iorio su Il Corriere della Sera il 28 maggio 2023.

 I dati di Federconsumatori

Durante il primo anno di vita, il costo di un figlio va dai 7.065,07 euro fino a un massimo di a 17.030,33 euro. Rispetto al 2021 i costi minimi sono aumentati del 5%, quelli massimi dell’8%. Per latte e pappe le famiglie spendono tra il 5 e il 7% in più rispetto allo scorso anno. Per un passeggino l’aumento può arrivare fino al 27% in più, per una culla fino al 14%. Anche il costo dei pannolini è lievitato (+10% per i prodotti più economici): la spesa annua nel 2023 oscillerà tra i 547,50 e i 1.277,80 euro. Aumenta anche il costo delle visite mediche (+4% per la spesa minima, +8% per la massima), per le quali si spenderanno tra i 962,5 e i 1.781,6 euro. A fare il punto dei rincari è l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, che ha aggiornato il consueto monitoraggio sui costi per mantenere un bambino nel primo anno di vita.

L’Iva al 5% e i bonus sono insufficienti

«Il ministero delle Imprese e del Made in Italy, nei giorni scorsi, ha dato mandato a Mr Prezzi di convocare al più presto una riunione della nuova Commissione di allerta rapida sui rincari dei prodotti per l’infanzia. «Appare evidente, infatti, che, nonostante la riduzione dell’Iva al 5%, i benefici per i consumatori sui prezzi di latte in polvere, pannolini e simili sono pressoché inesistenti», afferma l’associazione in una nota. Anche i bonus disposti dal governo, a detta di Federconsumatori, sarebbero «ancora insufficienti» e non rappresenterebbero «una soddisfacente certezza per fare programmi stabili».

Usato e acquisti online per risparmiare

Per risparmiare molte famiglie ricorrono all’usato o agli acquisti online. Comprando in rete il risparmio sull’importo minimo di spesa per il mantenimento di un bimbo nel primo anno di vita è del 29%, mentre su quello massimo del 34%. I margini di risparmio legati all’acquisto online si sono ridotti rispetto al 2021, quando si attestavano rispettivamente al 31% per i costi minimi e al 47% per i costi massimi, evidenzia lo studio. Il canale dell’usato, che consente di risparmiare da un minimo del 55%, fino ad un massimo del 62%, risulta il più conveniente per molte famiglie.

Animalisti in rivolta: "Perché si chiama Francesco?" Papa Francesco sgrida una signora: “Mi dice “benedica il mio bambino”, ma era un cagnolino”. Redazione su Il Riformista il 12 Maggio 2023. 

“All’udienza mercoledì passavo ed è arrivata una signora, cinquantenne come me. Lei apre una borsa e dice “benedica il mio bambino”, ma era un cagnolino. Lì non ha avuto pazienza. Io ho sgridato la signora”. A raccontarlo è Papa Francesco nel corso del suo intervenuto, in mattinata, agli Stati Generali sulla Natalità, dove era presente anche la premier Giorgia Meloni.

L’episodio riferito dal Pontefice si è verificato “quindici giorni fa” con Bergoglio che ha liquidato la signora con un “tanti bambini hanno fame e lei col cagnolino”. Esternazioni che non sono piaciute all’Ente nazionale protezione animali, con la presidente Carla Rocchi che a LaPresse ha così commentato la vicenda: “Chi non ama gli animali non ama neanche i bambini perché chi è capace d’affetto lo dà agli animali e ai bambini. Siamo sicuri che se il Papa ci riflette un po’ si convincerà anche lui. Quella del Papa è un’affermazione che il Papa potrebbe riconsiderare perché laddove c’è amore, c’è amore per tutti. Del resto lo dice anche la Chiesa che l’amore di Cristo è illimitato”.

Rocca prosegue: “Mi domando molte volte perché il Papa si è voluto chiamare di Francesco“, in riferimento a San Francesco d’Assisi e al rapporto che aveva con gli animali. “Il Papa dovrebbe capire che l’amore per gli animali non prescinde dall’amore per i bambini. Una persona può volere bene e gli animali. Non si capisce per quale ragione il Papa debba vedere in maniera antitetica l’amore per i bambini con quello per gli animali” aggiunge.

Un caso curioso quello che ha visto protagonista il capo della Chiesa, non nuovo a siparietti del genere. Nel gennaio 2022 infatti criticò la scelta di alcune famiglie di preferire gatti e cani ai figli: “Oggi la gente non vuole avere figli, almeno uno. E tante coppie non vogliono. Ma hanno due cani, due gatti. Sì, cani e gatti occupano il posto dei figli”.

Parole che provocarono la reazione delle organizzazioni ambientaliste con Gianluca Felicetti, a capo della Lega anti vivisezione, che aveva così replicato alle esternazioni di Bergoglio: “E’ brutto mettere sempre in alternativa umani e altri animali. Peraltro la maggior parte di cani e gatti vivono in famiglie con figli! E questo fa bene ai piccoli umani, e ai quattrozampe tanto più se adottati dalla strada o da un rifugio”.

La verità sul perché non facciamo più figli. ELEONORA VOLTOLINA – THE WHY WAIT AGENDA su Il Domani il 01 maggio 2023

Ecco la prima puntata della nuova inchiesta sostenuta dai lettori di Domani: per approfondire e dare luce al tema del fare (o non fare) figli oggi in Italia

Se facciamo sempre meno figli, vuol dire che il desiderio di essere genitori è sempre meno diffuso? Non è così: infatti il fertility gap, il divario tra figli desiderati e figli avuti, è sempre più ampio

Una delle cause del calo delle nascite è l’aumento dei casi di infertilità: una persona su sei ne soffre. E se ne parla troppo poco.

Facciamo sempre meno figli. In tutta Europa, specie in Italia. Allarme culle vuote. Allarme equilibri pensionistici. Allarme demografia. «E vabbè, fare bambini è una scelta personale!», dirà qualcuno: se non ne facciamo, vorrà dire che non ne vogliamo.

Che la gente ha altre priorità, altri desideri: mica si può imporre alle persone di voler diventare genitori. Verissimo. La libertà di scelta è fondamentale. Ma i dati raccontano che in quasi tutti i paesi avanzati le persone desiderano fare due figli, in media. E però poi ne fanno un numero molto inferiore. In Italia, a fronte di quei due desiderati, il numero effettivo di figli per donna è ormai sceso a 1,25.

Si chiama “Fertility gap”. È il divario tra figli desiderati e figli avuti, ed è una potente rappresentazione statistica di quanto la lettura “Se non ne facciamo, vorrà dire che non ne vogliamo” sia fuori fuoco. A volte sì, certo: esistono i “child-free” per scelta. Ma molte persone invece non fanno figli perché non possono, non riescono, perché trovano troppi ostacoli: e restano “child-less”. Nel primo caso c’è una realizzazione personale che passa per la scelta consapevole di non fare figli; nell’altro un senso di frustrazione, e mancanza, e sofferenza nel non aver potuto realizzare il proprio progetto di famiglia.

UN’EPIDEMIA INVISIBILE

Una persona su sei, al mondo, soffre di infertilità. L’ha ribadito di recente l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), spiegando in un report che «comprendere l’ampiezza del fenomeno dell’infertilità è essenziale per poter sviluppare interventi appropriati, monitorare l’accesso a trattamenti per la fertilità di qualità, e per limitare i fattori di rischio e le conseguenze dell’infertilità».

Non si può parlare dunque di calo delle nascite senza considerare tutte le persone che vorrebbero figli ma che non riescono a farne per motivi legati alla sfera medicale. Ciascuno di noi può guardarsi intorno e contare.

Il 17 per cento della popolazione in età, come si dice, “fertile”. Può essere un amico, un collega. Un familiare. «Ma no, dai, lo saprei, me l’avrebbe detto!». No. Lo stigma è ancora potente, e tante persone non ne parlano apertamente, tengono nascosti gli esami, le terapie, gli eventuali tentativi di procreazione assistita. Gli aborti spontanei. Il dolore fisico, quello psicologico.

«Ma no, dai, quelli hanno già un figlio, mica possono essere sterili…». Ancora, no. C’è l’infertilità primaria, quando non si riesce a concepire mai: il limite è tracciato, nella definizione scientifica, a 12 mesi di rapporti sessuali completi non protetti senza ottenere una gravidanza.

Ma c’è anche quella secondaria, ancor più invisibile: famiglie con un figlio unico non per scelta, ma perché qualcosa impedisce nuove gravidanze. O anche con più figli – perché l’infertilità secondaria è subdola, può sopraggiungere in ogni momento, e impedire l’arrivo di quel “figlio in più” che si desiderava.

LE SOLUZIONI DELLA MEDICINA

Sfatiamo qualche mito. Solo in un terzo circa dei casi la “responsabilità” dell’infertilità è della donna: in altrettanti casi è dell’uomo, e poi c’è un 25-30 per cento di infertilità “sine causa”. Nelle donne l’infertilità può essere causata da problemi alle ovaie, all’utero, alle tube, al sistema endocrino, oppure a condizioni come menopausa precoce, endometriosi e così via.

Negli uomini molte delle cause ruotano intorno al liquido seminale: quanto si è in grado di produrne e di emetterne, oppure la forma e la performance di velocità degli spermatozoi. Nella maggior parte dei casi si arriva a fare esami specifici solo quando il figlio cercato tarda a venire: così la diagnosi arriva tardi.

Oggi la medicina, per fortuna, aiuta molte persone infertili: inseminazione artificiale e fecondazione in vitro sono le più frequenti procedure di pma, la procreazione medicalmente assistita. Ma la percentuale media di successo è soltanto del 30 per cento. Un sogno che si realizza, per alcuni. Per molti altri, una speranza frustrata e il grande dilemma: fin quanto andare avanti? Quando fermarsi?

L’Oms nel suo report ricorda che tra i diritti umani c’è anche quello di decidere quanti figli fare e quando farli, e sottolinea che l’infertilità può negarne la realizzazione: «Perciò occuparsi di infertilità è un elemento importante per realizzare il diritto degli individui e delle coppie di fondare una famiglia».

SEMPRE PIÙ TARDI

L’incremento dell’infertilità registrato negli ultimi decenni dipende anche dalla perdita di fertilità legata all’avanzare dell’età. Questo riguarda specialmente (ma non solo) le donne. Le principali organizzazioni mediche concordano nell’indicare il momento più fertile, per una donna, nella decade tra i venti e i trent’anni, e un calo repentino della fertilità dopo i 35-37. «Ma non è vero, io ne ho avuti due di fila senza problemi alle soglie dei quaranta. E mia cugina è rimasta incinta per sbaglio a 44! Con un solo ovaio funzionante!». Certo, possibile. La statistica però dice che è meno probabile. Che tra i 35 e i 40, e ancor più dopo i 40, restare incinta, riuscire a portare a termine la gravidanza e mettere al mondo un bebè sano è, dati alla mano, più difficile. Più raro.

Nessuno dice che bisognerebbe precipitarsi a fare figli a 25 anni. I figli si dovrebbero fare solo quando (e se) se ne sente il desiderio e si ha voglia di prendersi quella responsabilità. Ma conoscere i fatti della fertilità è fondamentale per poter soppesare i pro e i contro e fare le proprie scelte riproduttive liberamente, a qualsiasi età.

Rispetto alla natalità l’Europa è messa male, e l’Italia peggio. La media registrata per il 2022 dall’Eurostat, l’istituto di statistica europeo, è di 1,53 figli per donna: il Paese che dove si fanno più bambini è la Francia con 1,84. La Germania sta a 1,58, il Regno Unito a 1,61. L’Italia ha uno dei tasso di fecondità peggiori dell’intero continente: peggio del nostro 1,25 fanno solo la Spagna con 1,19 e Malta con 1,13.

Inoltre, l’Italia detiene il primato assoluto dell’età media delle donne al primo figlio: 31 anni e mezzo, la più alta d’Europa. La media europea è 29 anni e sette mesi e in Francia, che come visto è il Paese con i dati più rosei sulla fertilità, è appena sopra i 29. E che sarà mai, dirà il solito qualcuno. Le italiane fanno figli tre anni più tardi delle francesi, mica sarà una tragedia.

SENZA FRATELLI

Non è una tragedia, forse, ma fare figli tardi porta conseguenze. Per esempio il fatto che più tardi si comincia, meno tempo si ha a disposizione per affrontare eventuali problemi nel concepimento e nella gravidanza, e una volta nato un figlio, per metterne in cantiere altri.

Lo scarto di età tra genitori e figli fa sì che gli anni da passare insieme siano sempre meno; che si diventi nonni sempre più tardi, con meno energie per “viversi” i nipoti; e che i bisnonni si stiano praticamente estinguendo. E ancora, andiamo verso una società senza più fratelli, senza più zii. Il tasso di fecondità sotto il 2,1 – il cosiddetto “tasso di sostituzione”: per ogni due genitori che muoiono, due figli li rimpiazzano – vuol dire anche quello.

E dunque qualche domanda bisogna farsela. Se le persone, in Italia, vorrebbero in media due figli. Se i dati dicono che cominciano a (cercare di) farne ad un’età sempre più avanzata, quando ormai è assodato che più si va avanti con gli anni più aumenta la probabilità di affrontare problemi di infertilità. Se alla fine le donne in Italia si ritrovano, in media, a fare praticamente la metà dei figli che desidererebbero. E’ evidente che qualcosa, nel meccanismo, si è inceppato.

Ma non è “qualcosa”, in realtà. E’ una complessa somma di fattori tra loro molto differenti, a volte sovrapposti e intersecati, che crea un ambiente ostile al fare figli. Al tema dell’infertilità si affianca quello della “fertility awareness”, cioè di quanto le persone – specie le più giovani – conoscano (poco) il proprio corpo e siano effettivamente (in)consapevoli di come funziona la fertilità, dei suoi tempi, di cosa può metterla a rischio, di cosa può invece favorirla.

Una minaccia

C’è anche il tema legato al lavoro. Quanto il mercato italiano è accogliente e inclusivo per le persone, o meglio, per le donne con figli? Poco. Già il tasso di occupazione femminile generale è drammaticamente basso, intorno al 50% per la fascia in età lavorativa, venti punti percentuali sotto la media UE. Una donna su due non lavora e quindi non ha un reddito proprio, con conseguenze nefaste sull’autonomia e la possibilità di autodeterminazione.

Se poi si va a scandagliare la situazione delle lavoratrici madri si scopre che danno le dimissioni con frequenza tripla rispetto ai lavoratori padri (quasi 38mila sulle 52mila dimissioni di persone con figli del 2021 secondo l’Ispettorato nazionale del lavoro), e che molto spesso danno come motivazione per queste dimissioni l’impossibilità di conciliare le attività di madri con il lavoro a causa della mancanza di servizi. Motivazione che non ricorre pressoché mai nel caso di dimissioni di padri lavoratori, che anzi si dimettono soprattutto per cambiare azienda. Cioè: gli uomini con figli si dimettono per fare carriera. Le donne con figli si dimettono rinunciando alla loro carriera.

I dati sono tanti. Gender pay gap: le donne guadagnano in media, anche a parità di mansioni, meno degli uomini, quindi se uno dei due genitori deve restare a casa, si sceglie di solito di rinunciare allo stipendio più basso.

Gli stereotipi di genere scoraggiano ancor oggi le donne dall’intraprendere studi tecnico-scientifici, che sono quelli che però garantiscono maggiori opportunità di lavoro e stipendi più alti. Il soffitto di cristallo impedisce alle donne, salvo rare eccezioni, di diventare top manager. In troppe affrontano ancora demansionamenti, mobbing e stop ai loro percorsi di carriera quando rientrano dal congedo maternità; e se per fortuna le dimissioni in bianco sono state rese illegali, e non possono essere più usate per licenziare una lavoratrice che comunica la sua gravidanza, il percorso per chi vuole il pane e le rose, e non si rassegna a una vita dicotomica in cui o sei madre o lavori, è ancora in salita.

I DANNI DEL PATRIARCATO

In tutto questo, c’è poi l’altra metà del cielo. Perché i figli, almeno nella maggior parte dei casi, si fanno in due. Gli uomini come categoria hanno beneficiato e tuttora beneficiano del sistema patriarcale della società italiana, di un mercato del lavoro tutto sbilanciato in loro favore, e nella visione stereotipata del lavoro di cura come “una cosa da donne”. Ancor oggi dedicano ai lavori di casa una frazione del tempo delle donne, e in generale il loro contributo alla cura dei bambini, degli anziani e dei familiari non autosufficienti è molto minore di quello delle loro compagne.

Ma bisogna anche ammettere che quegli uomini che invece credono nella cosiddetta “genitorialità condivisa”, nell’essere genitori in maniera paritaria, spartendosi fifty-fifty oneri e onori, diventando interscambiabili per i propri figli e costruendo con loro rapporti intensi basati sulla cura quotidiana, non hanno vita facile.

Fin dalla partenza: il congedo di maternità in Italia dura 5 mesi, e si può estendere fino a 12 con una riduzione dello stipendio. Mentre il congedo di paternità esiste solamente da un decennio, e ci sono volute battaglie e presidi e raccolte di firme per far sì che quell’unico, misero giorno di congedo paternità introdotto nel 2012 come misura sperimentale non venisse cancellato e anzi crescesse fino ad arrivare agli attuali dieci giorni. Ma cosa sono dieci giorni di fronte a cinque mesi? Qui lo stereotipo di genere è benedetto perfino dalla legge: tu padre non conti, non importa che ti occupi del bebè, quello è compito della mamma.

NUOVI PADRI

Tra l’altro i padri – non essendo l’attesa di un figlio evidente, nel corpo, come quella delle madri – troppo spesso nemmeno lo richiedono, quel congedo di paternità per il quale si è tanto lottato (fino a portare, con Titti di Salvo, Riccarda Zezza e molti altri, alle più alte cariche dello Stato appena prima che scoppiasse la pandemia una raccolta di firme che chiedeva di assicurare il rifinanziamento della misura). Forse perché non lo considerano importante? A volte.

Ma più spesso non prendono il congedo perché si vergognano a chiederlo; perché la cultura patriarcale li incatena al ruolo di maschi breadwinner che non si devono interessare ai cambi di pannolino. Devono restare focalizzati e dimostrare che il fatto di essere diventati padri non li distrarrà – come è normale che accada alle madri! – e non li renderà meno efficienti sul lavoro – di nuovo, quello succede alle madri! Devono confermare il paradosso che numerosi studi hanno ribattezzato “motherhood penalty vs fatherhood bonus”. E cioè che i datori di lavoro tendono a credere che gli uomini con la paternità migliorino, diventando più affidabili; e che invece le donne peggiorino, perdano concentrazione e motivazione – come se il ruolo di madre si mangiasse, nel loro cervello, tutti gli altri. Insomma, un gigantesco stereotipo che danneggia tutti.

RIDURRE IL FERTILITY GAP

In più la mancanza di servizi adeguati, di posti negli asili nido (e con rette ragionevoli), di orari e calendari scolastici compatibili con quelli lavorativi, la crescente difficoltà a trovare servizi di babysitting, il fatto che i nonni talvolta non vivano vicini, e non sempre siano in condizione di occuparsi dei nipoti (o vogliano farlo), sono tutti fattori che scoraggiano la scelta di fare un figlio, o un figlio in più.

Qui la politica può fare la differenza, in un senso o nell’altro. Può incentivare o disincentivare le nascite, può semplificare la vita ai genitori o complicargliela. Può rendere più o meno sostenibile la spesa da affrontare per ogni figlio, venire incontro ai genitori creando una rete di servizi che permetta loro di gestire la famiglia senza dover abbandonare il lavoro… oppure no.

Il caso della Francia insegna: il loro tasso di fecondità – quello che si avvicina di più, in tutta Europa, all’agognato 2 – è il frutto di decenni di politiche di incentivi alla natalità, di servizi all’infanzia diversificati e diffusi sul territorio (gli asili nido di condominio, le maman de jour…) e di possenti sgravi fiscali per le famiglie con figli. Si può fare una verifica empirica in ogni località turistica, mettendosi a origliare la conversazione delle famiglie in vacanza in cui i figli siano tre. Parlano quasi sempre francese, e non è un caso.

In Italia, invece, non abbiamo mai avuto più che qualche “bonus bebè” random, e molte promesse non mantenute. Chi sceglie di far figli si deve arrangiare. E così non sorprende che sempre più coppie scelgano di mettere in sordina il desiderio di diventare genitori.

La scelta individuale diventa poi trend collettivo se sempre più persone rinunciano a fare figli, o cominciano a cercarli alle soglie dei quarant’anni. Senza contare tutti coloro che a priori non hanno scelta, dato che la normativa italiana vieta l’accesso alla pma a chi non sia in una coppia eterosessuale stabile: dunque escludendo di netto coppie lesbiche e donne single.

Partiremo alla scoperta di questo mondo sommerso attraverso una inchiesta a puntate che può essere finanziata direttamente da voi lettori, se lo vorrete. Per capire perché oggi le persone, e specialmente le donne, alla domanda «Quando farai figli?» rispondano «Non certo domani. Forse, un domani…».

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ELEONORA VOLTOLINA – THE WHY WAIT AGENDA

O fai figli o fai carriera, per gli italiani diventare madre è un rischio per il lavoro: il sondaggio sulla denatalità. Redazione su Il riformista il 17 Aprile 2023

Per la prima volta nella storia dall’Unità d’Italia, nel 2022 i nati in un anno sono scesi sotto la soglia delle 400mila unità. È minimo storico. Denatalità, politiche per la natalità, la scelta di diventare genitori, le possibilità di avere un figlio, le ripercussioni di tale cambiamento nella vita di ognuno. È su questi temi che ragiona il sondaggio Quorum/Youtrend per SkyTg24 che oltre alle solite rilevazioni sullo stato dei partiti, il gradimento dei leader e l’efficacia del governo ha posto all’attenzione degli italiani una serie di quesiti su uno dei temi più caldi e sentiti del momento.

Dall’indagine risulta che il 62% degli italiani è preoccupato per il tema denatalità. È l’elettorato dei partiti al governo la fetta di italiani che sembra essere più preoccupata dal tema, oltre alle fasce più anziane di popolazione e ai residenti al Nord. Secondo il 25% degli intervistati è la crisi economica a causare la denatalità, per il 22% “mancano le prospettive per i giovani”, per il 15% è il “poco sostegno alle famiglie”. Il 42%, potendo, farebbe un figlio ma pesano timori per stabilità economica e assenza di prospettive di crescita per i giovani. Il 30% invece dice che probabilmente non farebbe un figlio.

Tra chi sceglierebbe di non avere figli il 44% argomenta parlando dell’insicurezza economica, il 24% sottolinea come manchino prospettive per i giovani, il 13% dice di non voler avere figli. Oltre un italiano su due, il 55% degli intervistati, ritiene che avere dei figli rischia concretamente di danneggiare seriamente la carriera di una donna. Al contrario, l’84% non sostiene che la stessa cosa succeda agli uomini. Nel Meridione, tra gli elettori di FdI e tra chi non ha figli, l’idea maggioritaria è che non siano danneggiate nemmeno le donne.

Per contrastare la crisi della natalità in Italia il provvedimento principale indicato è l’approntare misure economiche che diano ai giovani la possibilità di crearsi una vita stabile molto prima di quanto succeda oggi. Lo ha detto il 42% delle persone intervistate, molto più di quanti vorrebbero la creazione di nuove strutture a sostegno della genitorialità (24%) o l’ideazione di più bonus monetari come quelli già presenti (15%).

Il sondaggio è stato svolto con metodologia CAWI tra il 12 e il 13 Aprile 2023 su un campione di 802 intervistati rappresentativi della popolazione maggiorenne residente in Italia, indagata per quote di genere ed età incrociate stratificate per titolo di studio e ripartizione ISTAT di residenza.

Un Paese che ha smesso di fare figli L’Istat: è record negativo delle nascite. Maurizio Zoppi su L’Identità l’8 Aprile 2023

Cercasi neonati in Italia. Questo potrebbe essere l’annuncio che lo Stivale dovrebbe usare in questi tempi. I numeri sciorinati dall’Istat rispetto alla Natalità del Bel Paese sono davvero terrificanti. L’ultimo rapporto Istat descrive una situazione demografica allarmante. Dal 1861 a oggi non era mai successo, neppure in tempo di guerra. Il 2022 è stato il primo anno dall’unificazione della penisola nel quale i nuovi nati si sono attestati al di sotto delle 400mila unità, soglia finora mai violata. Nel corso dello scorso anno i nascituri sono stati 393mila, dando vita a un dato che riflette l’emergenza che la popolazione italiana deve necessariamente affrontare con molta attenzione. La mortalità si conferma elevata, con più di 12 morti e meno di 7 neonati ogni 1000 abitanti. Le speranze di ottenere un bilancio positivo nei prossimi anni, a meno di interventi strutturali da parte dello stato, sembrano essere riposti unicamente nel bilancio netto tra immigrazione in entrata ed immigrazione in uscita. L’unica regione con un tasso di fecondità molto alto (1,51 per donna) è il Trentino Alto Adige, luogo in cui Il 69,4% della popolazione appartiene al gruppo linguistico tedesco, al gruppo italiano appartiene il 26% degli altoatesini, mentre i ladini sono circa il 4%. In aggiunta ai 3 gruppi linguistici storici vivono attualmente in Alto Adige circa 46 mila stranieri, 31 mila dei quali provenienti da altri paesi dell’Unione Europea. Insomma gli altoatesini, sono tecnicamente italiani, essenzialmente “sulla carta”. Liguria, Friuli-Venezia Giulia e Umbria si confermano le regioni più anziane. Oltre il Trentino-Alto Adige che vince la medaglia d’oro per indice di natalità, ci stanno anche la Campania e la Sicilia. Anche gli ultracentenari riscrivono un altro record, sfiorando la soglia delle 22mila unità, 2mila in più dell’anno precedente. Nel corso degli ultimi 20 anni, nonostante un temporaneo calo tra il 2015 ed il 2019, il loro numero è triplicato, confermando l’Italia tra le nazioni più longeve al mondo. Dal 2014 in poi la forbice tra nascite e morti si è allargata a tal punto da non poter essere più compensata dai fenomeni migratori. Tra le cause di questo perpetuo calo spiccano non solo le condizioni economiche e sociali delle famiglie, ma anche il progressivo invecchiamento della popolazione femminile nell’età solitamente considerata riproduttiva (dai 15 ai 49 anni).Un fatto è certo: la popolazione italiana sta invecchiando e si sta riducendo al ritmo più veloce dell’Occidente, costringendo il paese ad adattarsi a una popolazione di anziani in forte espansione che lo pone in prima linea in una tendenza demografica globale che gli esperti chiamano “tsunami d’argento”. Ma lo Stivale, deve affrontare un doppio colpo demografico, con un tasso di natalità in drastico calo che è tra i più bassi d’Europa. La premier Giorgia Meloni ha dichiarato ai giornalisti, tempo fa, che l’Italia è “destinata a scomparire” a meno che non cambi. Nel febbraio scorso, il governo guidato da Fratelli di Italia, ha approvato un nuovo “Patto per la terza età”, che dovrebbe gettare le basi per il risanamento sanitario e sociale per la crescente popolazione di anziani in Italia. “Rappresentano il cuore della società, e un patrimonio di valori, tradizioni e saggezza preziosa”, ha detto la Meloni, aggiungendo che la legge impedirebbe l’emarginazione e il “parcheggio” degli anziani negli istituti. “Prendere cura dei vecchi significa prendersi cura di tutti noi”, ha detto. Se l’Italia non si impegna seriamente a incoraggiare le giovani famiglie e le donne che lavorano ad avere figli, “rimarrà e sarà per sempre un paese che invecchia”, ha affermato Alessandro Rosina, uno dei principali demografi italiani e autore di una “Storia demografica d’Italia. “La combinazione di bassa occupazione, fuga di giovani professionisti e famiglie, bassi tassi di natalità e aspettativa di vita radicalmente aumentata, è stato un disastro demografico” Ha esclamato il docente universitario. La realtà del nuovo mondo grigio rappresenta un test decisivo per l’Italia, rendendola un laboratorio per molti paesi occidentali con popolazioni che invecchiano. Alcune regioni italiane sperano di ritardare quella bomba ad orologeria demografica, prolungando il periodo in cui gli anziani possono lavorare, essere autosufficienti e contribuire alla società. Quindi, non rappresentare un salasso finanziario. Anche il fondatore di Tesla, Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, tempo fa ha commentato le terribili prospettive italiane. “L’Italia non avrà popolo se queste tendenze continuano”, ha twittato. La crisi demografica non è solo un problema sociale ma soprattutto delle imprese presenti sul territorio. Gli economisti avvertono che se l’Italia non invertirà la tendenza, la sua già debole crescita economica diminuirà e diventerà impossibile finanziare un welfare adeguato e pensioni statali. Ma le imprese si stanno cooptando nella politica familiare per cercare di colmare le lacune, ei politici locali sembrano felici di passare loro il testimone. Un esempio? Il costruttore navale, Fincantieri, con sede a Trieste, tempo fa ha inaugurato il primo di una serie di asili nido che sta costruendo e finanziando nelle città in cui opera. L’asilo ci sta. Adesso, si spera, arrivano i bambini.

Natalità ai minimi storici. L’Italia è sempre più un Paese per vecchi. Panorama il 07 Aprile 2023

Secondo l’Istat 2050 avremo 5 milioni di abitanti in meno. Papa Francesco: “Calo natalità impoverisce il futuro di tutti”

Italia Paese per vecchi. E non più solo per modo di dire. Come ha illustrato il presidente dell'Istat Gian Carlo Blandiardo durante gli Stati Generali della Natalità, “se non verrà invertita la rotta della natalità con misure strutturali nel 2050 l'Italia avrà 5 milioni di abitanti in meno”. Di questi, 2 milioni in meno saranno giovani. Secondo i numeri illustrati dall’Istat, nel 2050 solo poco più di una persona su due sarà in età da lavoro, con un 52% di persone tra i 20 e i 66 anni e le nascite annue potrebbero scendere nel 2050 a 298mila unità contro le 500mila previste come obiettivo per il Paese. A intervenire con un appello dal Vaticano anche Papa Francesco. “Il tema della natalità rappresenta una vera e propria emergenza sociale” ha commentato il pontefice “Non è immediatamente percepibile, come altri problemi che occupano la cronaca, ma è molto urgente: nascono sempre meno bambini e questo significa impoverire il futuro di tutti; l'Italia, l'Europa e l'Occidente si stanno impoverendo di avvenire.È una povertà tragica, perché colpisce gli esseri umani nella loro ricchezza più grande: mettere al mondo vite per prendersene cura, trasmettere ad altri con amore l'esistenza ricevuta".

 Estratto dell’articolo di Luca Cifoni per “il Messaggero” il 21 aprile 2023.

«Non si possono tassare in modo uguale i singoli e le famiglie con figli». In Parlamento per riferire sul Documento di economia e Finanza, Giancarlo Giorgetti torna sulla strategia per tentare di arginare la denatalità. Il ministro parla della necessità di «immaginare un'azione choc» ma allo stesso tempo sembra voler fare un esercizio di realismo quando osserva che certamente gli incentivi fiscali da soli non bastano e che servono misure su vari fronti. 

Per di più le politiche devono essere «costanti nel tempo» perché «si tratta di un processo lungo e graduale, che per poter dare frutti richiede anche un notevole grado di condivisione politica».

Insomma - sembra voler dire il ministro smarcandosi dalle polemiche di questi giorni - il sostegno alla natalità e alla genitorialità non dovrebbe essere un tema di divisione tra maggioranza e opposizione, visto che l'orizzonte temporale va ben al di là di quello di una legislatura. 

Giorgetti vuole anche precisare quel che ha in mente: «Non è nemmeno il caso di parlare di incentivi, ma piuttosto di disincentivi da eliminare». Tra i disincentivi rientrano quelli legati all'occupazione, per cui bisogna «incentivare il tasso di partecipazione al lavoro in particolare femminile» e certamente anche quelli di tipo economico; che possono essere rimossi sia con il potenziamento dell'Assegno unico e universale (Auu), sia con un intervento specifico sulla tassazione. […]

L'idea intorno alla quale si ragiona, che richiede però un'attenta verifica finanziaria, sarebbe ripristinare una detrazione d'imposta o una deduzione dal reddito uguali per tutti i contribuenti, in modo da sottolineare la valenza sociale di paternità e maternità. La detrazione d'imposta se molto sostanziosa e soprattutto se relativa a più figli avrebbe lo svantaggio di beneficiare solo parzialmente i redditi bassi, che pagano un'imposta troppo bassa rispetto allo "sconto" teorico. 

Mentre la deduzione dal reddito (si è parlato di 10 mila euro ma è un importo tutto da verificare) avrebbe un effetto più favorevole sui redditi più alti, sottoposti ad un prelievo maggiore. Al momento resta decisamente sullo sfondo l'ipotesi di una rivoluzione più drastica come quella che porterebbe all'introduzione del quoziente familiare sul modello francese (che comunque non sarebbe facile da trasferire nell'ordinamento italiano).  […]

Estratto dell’articolo di Francesco Bisozzi per “il Messaggero” il 21 aprile 2023.

«In Italia una famiglia spende in media per ogni figlio minorenne circa 740 euro, mentre prima del Covid e della fiammata dell'inflazione l'asticella si posizionava a quota 645 euro». 

A fare i conti è Adriano Bordignon, presidente del Forum delle Associazioni Familiari. «Le spese obbligate sono aumentate esponenzialmente, pesano soprattutto quelle per la casa, per il carrello della spesa e per i trasporti, che da sole assorbono più di 400 euro per ogni figlio minorenne». Più caro fare figli al Nord, dove sempre stando ai calcoli del presidente del Forum delle Associazioni Familiari la spesa mensile per un figlio minorenne oggi come oggi arriva a superare la soglia degli 820 euro.

Al centro è necessario invece un budget pari a circa 810 euro, che diventano 580 euro al Sud e nelle isole. Per effetto dell'inflazione, che ha in parte risparmiato le spese ricreative e culturali e quelle per i servizi in generale, le famiglie meno abbienti hanno visto crescere in misura più accentuata la spesa per i figli rispetto a quelle agiate. Nel caso dei nuclei in condizione di povertà, infatti, il carrello della spesa rappresenta un terzo della spesa per un figlio. […] 

Va in questa direzione la proposta del sottosegretario al Made in Italy, Massimo Bitonci, e del presidente della commissione Bilancio e Finanze del Senato, Massimo Garavaglia, che puntano a introdurre una deduzione monstre per i figli a carico, di 10 mila euro a figlio (a prescindere dal livello della dichiarazione dei redditi).

«Se il governo imboccherà questa strada con decisione, le famiglie potranno finalmente tornare a progettare. Investire sulla natalità è strategico e improrogabile. La variabile incide in via diretta su pil, occupabili, produttività, oltre che sulla sostenibilità del welfare, del sistema pensionistico e di quello sanitario», continua Bordignon. […]

Estratto dell'articolo di Margherita De Bac per il "Corriere della Sera" il 23 aprile 2023.

Prima del passaggio istituzionale definitivo, le polemiche sulla gratuità degli anticoncezionali irrompono nella politica. Il consiglio di amministrazione dell’agenzia del farmaco Aifa sarà chiamato presto a ratificare la decisione del comitato prezzi dello stesso ente, il Cpr, per portare a termine l’iter burocratico ed è assai improbabile che cambierà rotta.

Però dalla destra si alzano già esortazioni a tornare indietro. Lavinia Mennuni, senatrice di Fdi, riassume la posizione del partito: «Sono entrati in un ambito di pertinenza non tecnica ma politica. Si fermino, tanto più che è un organismo in scadenza. Oggi la priorità è un’altra, investire le risorse a favore della natalità». Plaude il Pd: la deputata Michela Di Biase esclama «finalmente. Da anni aspettavamo questa svolta che libera da un carico di spesa milioni di cittadine».

Aifa ha stimano in 140 milioni il peso economico legato alla rimborsabilità delle pillole anticoncezionali, in tutto 12 principi attivi suddivisi in tre generazioni in ordine di uscita sul mercato. Il presidente della federazione degli ordini dei medici Filippo Anelli chiarisce però che il medicinale si può avere solo presentando la ricetta medica rossa.

Con la bianca si resta soggetti al pagamento. «È un farmaco da usare con attenzione perché ha effetti collaterali», avverte Giovanna Scroccaro, di Aifa. Maria Rachele Ruiu, di Pro Vita, scorge un pericolo per la salute delle donne: «Non è una panacea». Sconcerto in casa Family Day: «Così andiamo in direzione opposta rispetto al problema della denatalità». Dal ministero della Salute nessuna dichiarazione ufficiale e il sottosegretario Marcello Gemmato, Fdi, si riserva di commentare dopo il sì definitivo dell’agenzia presieduta dal virologo Giorgio Palu.

[…]

La pillola anticoncezionale aumenta del 20% il rischio di cancro al seno, ma protegge da altri tumori. Vera Martinella su Il Corriere della Sera il 3 Maggio 2023 

Un nuovo studio ha indagato anche i più moderni contraccettivi ormonali a base di soli progestinici, che risultano molto simili a quelli «tradizionali» contenenti sia estrogeni che progestinici. Le spiegazioni dell'esperto

Anche la pillola anticoncezionale a base di soli progestinici, più recente rispetto a quella «tradizionale» contenente sia estrogeni che progestinici, aumenta leggermente il rischio di sviluppare un tumore al seno. La notizia arriva da un nuovo studio condotto dai ricercatori dell’Università di Oxford e pubblicato sulla rivista scientifica Plos Medicine , ma non c’è motivo di allarmarsi: si tratta di un’informazione in gran parte attesa, in linea con quanto già conosciuto sui medicinali contraccettivi disponibili e che aggiunge un tassello nel quadro dei rischi e dei benefici che ogni donna deve valutare prima di iniziare ad assumere la pillola.  

Valutare pro e contro con ogni donna

Come riportato anche dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC),  finora sono state raccolte molte prove sul fatto che l’assunzione delle normali pillole anticoncezionali per un determinato numero di anni riduca le probabilità di ammalarsi di diverse neoplasie (endometrio e ovaio), ma potrebbe aumentare il rischio di altre (seno, cervice e fegato). «L'incremento del rischio non è clamoroso, ma modesto (circa del 20% in più rispetto a una donna che non usa contraccettivi ormonali) e presente soprattutto per chi ha preso la pillola per molti anni – sottolinea Massimo Di Maio, segretario nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) —. La cosa importante è una: che le donne discutano bene con il proprio medico benefici e rischi dell'assunzione della pillola anticoncezionale. Sicuramente vanno discussi con la diretta interessata i risultati degli studi che documentano un effetto protettivo su alcuni tumori e un modesto aumento del pericolo di altri (come appunto il carcinoma mammario). Il medico che conosce la storia della paziente, le sue eventuali altre patologie, l'eventuale storia familiare di cancro può consigliarla nel modo migliore».  

Il nuovo studio

Nella recente indagine i ricercatori britannici hanno analizzato i dati relativi a 9.498 donne con una diagnosi di cancro al seno invasivo prima dei 50 anni e li hanno confrontati con quelli di 18mila coetanee sane. Il 44% delle pazienti con tumore aveva assunto contraccettivi ormonali, prescritti in media tre anni prima della scoperta della neoplasia, rispetto al 39% delle partecipanti sane. Le conclusioni degli autori indicano che il pericolo di sviluppare cancro al seno risulta accresciuto di circa il 20-30%. «In termini relativi il dato può sembrare allarmante, ma in realtà si tratta di un numero di casi abbastanza basso — spiega Di Maio, che è direttore dell’Oncologia all’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino —. Gli autori stessi, concludendo che anche i contraccettivi più “nuovi” a base di soli progestinici, come le altre formulazioni tradizionali, comportano un modesto aumento del rischio di sviluppare un tumore della mammella, ma invitano esplicitamente a non allarmarsi leggendo questi risultati, perché il beneficio del ricorso agli anticoncezionali può essere superiore a questo rischio».

La differenza fra le varie pillole anticoncezionali

I contraccettivi ormonali contengono ormoni sessuali femminili. Le formulazioni tradizionali contengono sia estrogeni che progestinici, determinando, tra gli altri meccanismi, un blocco dell'ovulazione. «Proprio su queste formulazioni è disponibile la maggior parte degli studi su benefici e rischi della contraccezione, sia in termini oncologici che in termini di altri effetti (per esempio rischio cardiovascolare e di tromboembolia venosa) — dice l’esperto —. La cosiddetta “minipillola” contiene solo progestinici e non estrogeni. L'assunzione di dosi basse di progesterone tutti i giorni provoca l'addensamento del muco a livello della cervice uterina, rendendolo meno permissivo per il passaggio degli spermatozoi. Inoltre i progestinici alterano l'endometrio, in maniera tale da rendere difficoltoso l'impianto dell'ovulo fecondato. Al pari delle formulazioni tradizionali, anche quelle a base di soli progestinici possono inibire (con efficacia variabile) l'ovulazione».

Evitabile un tumore su tre

In pratica, come devono regolarsi le ragazze? Innanzitutto la scelta deve basarsi su una valutazione approfondita del profilo di rischio della singola persona. «Poi non bisogna dimenticare che pro e contro della pillola non si limitano all'aumento o diminuzione del rischio di alcuni tumori — conclude Di Maio —: questo aspetto va conosciuto, ma non è l'unico da discutere con il medico. La seconda è che ci sono altri fattori di rischio per i tumori molto importanti e spesso associati a una modifica del rischio maggiore rispetto alla pillola: fumo, sovrappeso (collegato spesso a dieta scorretta e sedentarietà), in alcuni casi la predisposizione ereditaria. Contro il cancro anche stili di vita e fattori modificabili hanno un grande peso, così si potrebbe evitare un caso su tre».

 Estratto dell’articolo di Annarita Briganti per repubblica.it il 26 aprile 2023.

La pillola anticoncezionale, ora gratis anche in Italia, viene da lontano. Dal femminismo, da una stagione politica e culturale in cui le donne di ieri hanno lottato per i diritti delle donne di oggi, come racconta Lidia Ravera. 

Scrittrice con più di trenta libri all'attivo, l'ultimo dei quali, Age Pride (Einaudi) parla di come liberarsi dai pregiudizi sull'età, Ravera evoca medici che non prescrivevano la pillola e viaggi all'estero per abortire. E invita a una riflessione su cosa significhi essere o non essere madri sottolineando l'importanza di poter prendere questa decisione liberamente, non perché costrette da divieti o diritti negati. 

Ravera, com'era vissuta la pillola quando lei iniziava a prenderla?

"Era tutto difficilissimo. Doveva prescrivertela un medico. Si tiravano indietro e soprattutto trattavano da puttana chi voleva vivere il sesso scisso dalla procreazione, il sesso come godimento non come mettere su famiglia, non come riproduzione della specie. Le ragazze che chiedevano la pillola erano considerate ragazze di facili costumi, da punire, perseguitare, boicottare".

Quali soluzioni trovava, trovavate?

"Mi feci aiutare da un mio compagno di classe e di lotta nel movimento studentesco, Paolo H. Suo padre, di sinistra, era un progressista ed era un medico, scriveva ricette per tutte le ragazze che glielo chiedevano. Era una scelta politica di cui gli sono ancora grata. Non ricordo se la pagavamo o meno ma ricordo l'imbarazzo in farmacia. M'imbarazzava anche comprare gli assorbenti. Siamo una generazione educata alla vergogna. Avevo sedici anni ed era il '68".

Com'erano le prime pillole?

"Non innocue per il corpo, facevano ingrassare e molte di noi smettevano di prenderla. Ti facevano sentire pesante, ma secondo la nostra idea romantica di rapporto sessuale, tipica dei giovani e forse anche dei vecchi, interrompere per infilarsi quello che chiamavamo "il guanto" rovinava quei momenti". 

(...)

Cosa pensa della pillola gratis?

"È una buona notizia. Un passo verso il riconoscimento del valore sociale della maternità. Le donne hanno questo compito gigantesco: perpetrare la razza umana. Vanno aiutate dal punto di vista economico, dal punto di vista psicologico, e poi ancora, dopo che i figli sono nati, perché non debbano rinunciare alle loro ambizioni per occuparsi dei bambini. Se il dottor Pincus non avesse inventato la pillola, la metà abbondante del mondo sarebbe composta da persone non libere, le donne non sarebbero libere di vivere come gli uomini, d'impegnarsi nel lavoro, di scegliere se farsi una famiglia oppure no. Questa piccola cosa della pillola gratuita Giorgia Meloni la difenderà dagli attacchi dei suoi? Possiamo aspettarci che faccia qualcosa per le altre donne? Magari senza accorgersene?".

La decisione dell'Aifa. Fratelli d’Italia considera le donne oggetti, no alla pillola gratis. Angela Azzaro su Il Riformista il 25 Aprile 2023 

La decisione dell’Agenzia italiana del farmaco, decisione che peraltro va ancora confermata da un consiglio di amministrazione che è in scadenza, ha stabilito la gratuità della pillola anti concezionale. Stiamo parlando di 140 milioni di euro all’anno che adesso vengono sborsati dalle donne. La notizia è stata accolta da un netto no da parte di Fratelli d’Italia con una motivazione che la dice lunga e bene sulla cultura politica di chi ci governa. Per il partito di Giorgia Meloni la gratuità non sarebbe un diritto perché il problema vero secondo loro è – parole testuali – “combattere la denatalità”.

Dopo la frase suprematista sulla sostituzione etnica, ecco una nuova dichiarazione che lascia basiti. Gli esponenti di Fratelli d’Italia contrappongono natalità e contraccezione gratuita cancellando completamente la questione della libera scelta e dell’autodeterminazione sul proprio corpo. E’ un discorso che considera le donne solo come contenitori e che ha come conseguenza quella di mettere in discussione anche la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Il partito della prima premier della Repubblica (nata dalla lotta antifascista) avalla l’idea che le donne non sono esseri senzienti ma uteri al servizio della società. Non importa se la gravidanza è voluta o meno, l’importante è sfornare figli. E non si dica che il discorso non voleva essere questo. Sta accadendo troppo spesso che prima si lancia il sasso, poi si fa finta di nulla dicendo di essere stati fraintesi. Non c’è nessun equivoco e il messaggio è chiaro e grave.

C’era da aspettarselo. Da quando si discute della crisi delle nascite, proprio la maggioranza di governo ha spostato tutti i ragionamenti fuori dalla libertà femminile. Si sono elencate e sommate tutte le varie motivazioni che secondo loro impedirebbero alle donne di fare figli, fuorché citare le tre questioni chiave: il rapporto uomo-donna e la mancata condivisione del lavoro di cura; il fatto che molte donne non vogliano fare figli a qualsiasi condizione; ma se anche volessero fare figli non c’è un welfare adeguato che consenta loro di poter anche lavorare. La proposta di Elly Schlein di approvare maggioranza e opposizione insieme il congedo parentale paritario al momento resta lettera morta. Eppure Meloni si era detta disponibile.

Le proposte spot che abbiamo sentito elencare in questi giorni hanno questo insormontabile limite. Un limite che però diventa un baratro quando si dice no alla pillola gratuita perché lo scopo è fare figli. In questi mesi di attacco costante alla comunità lgbtquia+, la destra-destra ha usato il tema della maternità per altre/altri. Hanno detto che va contrastata perché oggettivizzerebbe le donne, le tratterebbe da merce, negando la possibilità – dimostrata da migliaia di storie – che una donna possa invece acconsentire liberamente e spesso (a seconda delle leggi) gratuitamente a portare avanti una maternità per altre coppie, al 90 per cento eterosessuali. Oggi il re è nudo.

La questione delle donne di cui si farebbero paladini è usata per attaccare la comunità lgbtquia+ e in particolare i figli delle coppie omogenitoriali. Altrimenti, se così non fosse, non si opporrebbero mai alla pillola gratuita per combattere la denatalità. Si userebbero altre argomentazioni. Si direbbero altre parole. Quelle pronunciate sono gravi e non vanno fatte passare sotto silenzio.

Angela Azzaro. Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografi

Ce sta o’puccettone fuori. Il dramma di aver fatto credere alla gente che avere un figlio non deve cambiare le abitudini di vita. Assia Neumann Dayan su L'Inkiesta il 26 Aprile 2023

Il popolo di Twitter si è messo in testa di doversi lamentare sempre dei bambini degli altri, ai concerti, al ristorante o in aereo, e spesso ritiene anche di avere idee progressiste su come si faccia il genitore. L’unica verità è che se hai un neonato non puoi far finta di non averlo

Un paio di settimane fa sono andata a vedere un concerto al Forum, ma non è questa la notizia. Qualche posto più in là c’era una coppia di genitori con un bambino che avrà avuto sei o sette mesi. Era il ritratto dell’artista Apple Martin da giovane in braccio a sua madre Gwyneth Paltrow durante un concerto di suo padre Chris Martin, mentre qua si stava al secondo anello in un palazzetto ad Assago in provincia di Carrefour.

Questo bambino non ha sentito mezza nota, e con lui nemmeno mamma e papà: facevano a turno per tenerlo in braccio e fare avanti e indietro, tra sessantenni ubriachi che suonano nella tribute band dei Pink Floyd, nuovi ceppi di streptococco nell’aria e un altissimo rischio che il bambino volesse buttarsi di sotto per prendere il maiale gonfiabile.

Perché portare un bambino così piccolo che non sa, non sente e non parla in mezzo a dei sosia di Roger Waters? La mia risposta è: per farsi le foto. Ora, siccome l’eterno ritorno dell’uguale non è un concetto filosofico ma la natura di Internet, sono due o tre giorni che sui social si parla dei bambini che escono di casa e si permettono di andare in vacanza, in treno o al ristorante.

Incredibile, non è vero? Questa polemica è più ridicola delle altre perché, guarda un po’, i neonati andranno lo stesso nei ristoranti, piangeranno ugualmente in aereo, vi sposteranno i nervi anche se non lo vorrete: non li potete arrestare, ce sta o’puccettone fuori, spiace.

Ci sono molte cose da dire: innanzitutto, è un caso che questi bambini dei miracoli cresciuti dal Maligno li incontrino solo quelli di Twitter? Io credo di no. La verità è che dovrete subire sempre, comunque e dovunque: subirete, ma continuerete a postare la foto della biblioteca nel Vermont dove c’è anche un recinto per tenerci i bambini e a dire quanto sono bravi, quanto sono illuminati, che grande aiuto per le mamme, e a retwittare gli articoli con il professore che durante la lezione tiene in braccio il figlio di una studentessa, che bravo professore, che civiltà, per non parlare di quelle e quelli che si portano il neonato in Parlamento o all’Onu, quelli sono i più bravi di tutti, un esempio, dei visionari, è proprio così che ci daranno gli asili gratis.

L’importante è sentirsi giusti e progressisti, far finta che tutte queste cose vadano bene mentre una famiglia che porta un bambino al ristorante no. Ecco, adesso provate a fare lo stesso discorso mettendo “cani” al posto di “bambini”: la gente verrà a mangiarvi la faccia se provate a dire che i cani non dovrebbero stare al ristorante.

Forse c’è l’inverno demografico per colpa di Twitter e di quelli che non vogliono i bambini nei ristoranti? O è colpa dei cani? In questa polemica è stato tirato in mezzo di tutto: la depressione post partum, il femminismo, i diritti dei lavoratori, la psicologia, la neurologia, l’astrofisica.

Parte della rovina è stata far credere che avere un figlio non deve cambiare le tue abitudini di vita: non è vero, perché se hai un neonato non puoi far finta di non averlo. A qualcosa si rinuncia sempre, e viverlo come se ci stessero privando dei diritti civili è una cosa totalmente imbecille. Ci sono tre grandi filoni narrativi: quelli che non bisogna rinunciare a niente, quelli che ti dicono che devi rinunciare a tutto, quelli che a loro non capiterà mai, a cui do appuntamento tra un paio d’anni sempre su Twitter. È che niente di tutto questo è vero perché è un gioco delle parti, è la stessa cosa del chiedere chi deve pagare tra l’uomo e la donna a cena o quante volte si cambiano le lenzuola a settimana. Purtroppo, la premessa è sempre stata che nessuno ha il diritto di giudicare, ma pare che questa regolina valga solo se la persona in oggetto è d’accordo con noi, altrimenti può pure crepare.

Ci sono quelli che dicono che mettono i bambini davanti a un tablet, che è legittimo, però poi arrivano quelli che anche quando i bambini non rompono i coglioni non va bene, e non si capisce con quale diritto uno si mette a dire «eh ma il tablet no, eh ma si rovina il cervello, eh ma ai miei tempi c’erano i pastelli di legno».

E tutti i discorsi sulla libertà che inizia dove finisce la tua o la mia o qualcosa del genere? Mica vorrete giudicare? Ah già. Qualche giorno fa qualcuno ha fatto circolare il video TikTok di una mamma che elencava le dieci cose che non avrebbe comprato al suo neonatino: il mangiapannolini, il ciuccio, il biberon, il baby monitor, le salviettine e credo anche il motorino. La signora è stata irrisa e si è messa in piedi una Norimberga come se di questo bambino dovessimo occuparcene noi.

Ah già: questi sono i danni incalcolabili che sono stati fatti nel prendere in giro le “pancine”, bollarle come povere sceme e non come delle donne a cui qualcuno, che sia un pediatra, un’ostetrica o la nonna, ha detto che era meglio così. Però mi raccomando, che si continui a scrivere che per crescere un figlio ci vuole un villaggio: la verità è che io non vi darei in mano nemmeno una bambola, o un cane.

C’è una cosa, però, che andrebbe detta: le mamme devono uscire di casa. Negli ultimi anni si dice loro di dormire quando dorme il bambino, di allattare a richiesta, di essere genitori ad alto contatto, e questo fa sì che ci si chiuda in casa. Ci si chiude in casa perché si ha paura che il bambino pianga in strada o al bar, o di dover allattare in pubblico, e allora tanto vale stare in salotto. Per carità di Dio, uscite.

Se incontrate uno di quelli di Twitter che vi guarda male perché il bambino piange potete sempre tirarlo sotto col passeggino. Uscire di casa ha salvato più mamme della penicillina, e se il bambino piange, ad un certo punto smetterà.

L’altro giorno mio figlio in mezzo alla strada ha fatto una sceneggiata che nemmeno Anna Magnani, piangeva, e un’anziana signora gli è andata vicino e ha iniziato: ma guarda che lacrimoni, ma non piangere, ma che cos’hai. Invece che filmarla, invece che fare la telecronaca su Twitter, le ho detto, testuale: «Signora, ma lei lo sa che chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni?». Mio figlio, sgomento, ha smesso di piangere e l’anziana signora se n’è andata, verso una luminosa e lunghissima aspettativa di vita. Come vi dicevo, quello che vi salverà è avere un brutto carattere, mica i buoni di Twitter.

L’INGRANDIMENTO – FARE FIGLI COSTA TROPPO MA NON FARLI SARÀ GRATIS. Eleonora Ciaffoloni su L'Identità il 24 Aprile 2023 

Tutta Italia si è adeguata. La pillola anticoncezionale sarà gratuita per tutte le donne. Il Comitato prezzi e rimborsi dell’Agenzidia italiana del farmaco (Aifa) ha approvato la decisione di rendere gratuita la pillola per contraccezione orale per le donne di tutte le fasce d’età. E quindi a Puglia, Toscana, Emilia-Romagna, Piemonte e la Provincia autonoma di Trento, si accoderanno tutte le altre Regioni del Paese. Un cambiamento storico, che andrà ad aiutare tutte le donne che già ne fanno uso e anche quelle che per motivi economici non hanno potuto finora farlo. Perché in Italia c’è uno scarso ricorso alla contraccezione e proprio per questo motivo potremmo definire la decisione dell’Aifa “inclusiva”. Una decisione necessaria, presa nonostante gli alti costi che avrà per l’economia del Paese. Il rimborso dei farmaci anticoncezionali avrà un costo per le casse dello Stato stimato in circa 140 milioni di euro l’anno. In concreto, per rendere la contraccezione gratuita in Italia, spiega la presidente del Cpr dell’Aifa Giovanna Scroccaro: “sono stati valutati, all’interno di tre categorie di farmaci contraccettivi individuati e divisi per ‘generazione’, i prodotti meno cari che sono stati resi gratuiti. È stata in particolare la commissione tecnico-scientifica a suddividere la grande platea di contraccettivi disponibili a oggi per componente progestinica, raccomandando di rendere disponibili gratuitamente un certo numero di prodotti per ogni diversa ‘generazione’ di medicinali, garantendone una certa sovrapponibilità”. Una notizia accolta con entusiasmo dalle donne che ne fanno – o che vorrebbero farne – uso. Di diverso avviso, un’altra donna, Maria Rachele Ruiu, portavoce della Onlus Pro Vita e Famiglia: “Come è possibile conciliare la pillola contraccettiva ‘libera e gratuita’ come panacea di tutti i mali senza sottolineare i gravi effetti collaterali fisici e psicologici che possono portare fino a depressione e istinti suicidari?”. Effetti collaterali per cui abbiamo modo di credere che l’Aifa abbia fatto le proprie considerazioni. Ma l’accusa continua: “Non c’è nulla di più pericoloso per la salute delle donne che banalizzare temi che impattano sulla loro pelle come aborto, contraccezione, gender e prostituzione”. Insomma, la decisione dell’Aifa è “grave e pericolosa”. Tornando alla decisione dell’Agenzia, il Cpr ha dato il via libera alla rimborsabilità anche per la Prep, la profilassi pre-esposizione anti Hiv. “La decisione di renderla gratuita è stata più facile” spiega la presidente Scroccaro. “Il prezzo pagato dagli ospedali che acquistano questi farmaci ha un impatto di spesa minimo, di qualche centinaio di migliaia di euro. Ma poiché esistono ormai importanti evidenze che dimostrano come possa dare un grande contributo in termini di prevenzione dell’infezione e se pensiamo anche a quanto è importante la spesa farmaceutica per gli antiretrovirali, stiamo facendo un investimento in termini di salute”. Questa pillola verrà distribuita ai soggetti a rischio attraverso gli ospedali con prescrizione da parte dell’infettivologo e quindi tramite la precedente valutazione di uno specialista.

Farmaci e terapie. La svolta dell'Aifa: pillola contraccettiva gratis per tutte le donne. Il costo è 140 milioni l'anno. Federico Garau il 21 Aprile 2023 su Il Giornale.

Una decisione importante quella dell'Agenzia che punta a rendere disponibile la contraccezione orale per tutte le donne 

Il 22 aprile si celebra la Giornata nazionale della salute della donna e in occasione della ricorrenza l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha fatto un enorme passo in avanti, decidendo di rendere gratuita la pillola anticoncezionale per le donne di ogni fascia d'età.

La svolta

Si tratta di una scelta non da poco. Una simile svolta, infatti, avrà un costo di circa 140 milioni di euro l'anno per le casse dello Stato. Il primo a dare la notizia è stato Quotidiano Sanità, che ha riportato l'intervista alla presidente del Cpr dell'Aifa Giovanna Scroccaro. La decisione della pillola gratis, fra l'altro, si accompagna anche alla rimborsabilità dei farmaci per la Prep, ossia la terapia necessaria per prevenire l'infezione da Hiv. Anche questa sarà a carico dello Stato.

"Si tratta di due temi che sono da tempo all'attenzione dell'agenzia, che hanno richiesto tempi tecnici per arrivare a una valutazione completa", ha spiegato a Quotidiano Sanità Giovanna Scroccaro.

Come si è arrivati alla decisione

Si è agito per rendere gratuita la contraccezione in Italia. Ciò è stato possibile grazie alla valutazione su tre categorie di farmaci contraccettivi divisi per generazione e costi: "È stata in particolare la Commissione tecnico-scientifica a suddividere la grande platea di contraccettivi disponibili a oggi per componente progestinica, raccomandando di rendere disponibili gratuitamente un certo numero di prodotti per ogni diversa 'generazione' di medicinali, garantendone una certa sovrapponibilità".

È stato poi compito di Aifa analizzare i farmaci con i prezzi più bassi, stimando la spesa finale che andrà a incidere sulle casse dello Stato. In questo modo si è cercato di accrescere la platea di donne che potranno ricorrere al contraccettivo, un tempo preso poco in considerazione a causa del costo troppo elevato. "È difficile peraltro dire, non essendoci stata alcuna contrattazione di prezzi per questi prodotti, che una pillola da 25 euro sia migliore di quelle che costano 10 euro", ha precisato Scroccaro.

Aifa, diventa gratis la pillola che evita il contagio da Hiv

Rendere gratuita la Prep

Non solo contraccezione orale gratuita, ma anche terapia anti-Hiv gratuita. Un passo, se possibile, ancora più importante. La Prep, terapia a base di farmaci antiretrovirali (tenofovir ed emtricitabina) da effettuare prima e dopo l'esposizione a rischio, era prima a pagamento.

I prezzi si aggiravano attorno i ai 50-60 euro a confezione. “La decisione di renderla gratuita è stata più facile", ha dichiarato Giovanna Scroccaro. "Il prezzo pagato dagli ospedali che acquistano questi farmaci ha un impatto di spesa minimo, di qualche centinaio di migliaia di euro. Ma poiché esistono ormai importanti evidenze che dimostrano come possa dare un grande contributo in termini di prevenzione dell'infezione, e se pensiamo anche a quanto è importante la spesa farmaceutica per gli antiretrovirali, stiamo facendo un investimento in termini di salute", ha aggiunto.

Le compresse saranno quindi distribuite dagli ospedali, mediante prescrizione dell'infettivologo.

Riparazione economica. Cronaca di come sono diventata la peggior prenditrice di pillola nella storia della contraccezione. Guia Soncini su L'Inkiesta il 24 Aprile 2023

Ragazze, date retta alla zia Guia, invece della pillola coi punti fragola di stato, spendete diciannove euro per l’anello vaginale, sono stati i soldi meglio spesi prima della menopausa. Altrimenti pretendo 35 anni di arretrati

Quando hai vent’anni, la cellulite ti sembra la più grave disgrazia che possa capitarti. È abbastanza ovvio che sia così: hai vent’anni, non sai cosa sia un problema vero; hai vent’anni, non sai fare conversazione, essere decorativa è l’unico patrimonio che tu abbia.

Quindi, racconta qualunque ginecologa, le ragazze la pillola non la vogliono prendere: sono convinte che faccia ingrassare. Io, che l’ho presa per trentacinque discontinui anni, non ho idea della veridicità di questa leggenda: certo che sono stata abbastanza giovane da pensare che due chili fossero tutto ciò che mi separava dalla felicità, ma non sono stata mai abbastanza osservatrice da notare se quando la smettevo mi calasse il girocoscia.

Non sono neanche stata, fin verso i quarant’anni, abbastanza sensata da capire che, avendo l’endometriosi, assumere una certa quantità di ormoni faceva la differenza tra morire dissanguata ogni mese e fare una vita normale.

Quando mia madre mi portò dal ginecologo, all’inizio del liceo, non lo fece perché avevo l’endometriosi: non lo sapeva, giacché all’epoca per quella malattia per cui il rivestimento dell’utero se ne va in giro per il corpo facendo danni non c’era un nome.

Adesso che se ne parla più che del cancro, adesso ogni volta che sento una giovane smaniosa cianciare di diagnosi tardive e di invisibilizzazione, io vorrei darle un coppino per ognuna delle volte in cui in gioventù sono stata invitata a non rompere i coglioni, ché le mestruazioni le hanno tutte: sarebbero moltissimi coppini.

Quando mia madre mi fece dare la pillola, me la fece dare per la stessa ragione per cui la prendeva lei: era del sud, era piena di complessi, non aveva una carriera né una personalità. Tutto quel che aveva era l’ostentazione dell’emancipazione. Prendo la pillola, quindi sono Mata Hari, sono Gloria Steinem, sono Edie Sedgwick. Mia madre prendeva la pillola come oggi ci si cambiano i pronomi nelle bio sui social.

Io, che non avevo niente da dimostrare ma non avevo neanche nessuna capacità di attenzione continuativa, sono stata la peggior prenditrice di pillola nella storia della contraccezione orale. Le volte che ne prendevo tre perché l’avevo dimenticata per tre giorni. Le volte che decidevo di fare un mese di pausa e ovviamente restavo incinta.

(Il mese di pausa era uno di quei consigli da Cioè, il giornaletto dell’epoca sul quale le ragazze chiedevano se andasse bene come contraccettivo il bidè con la Coca Cola: ogni volta che una della mia generazione si chiede come sopravviveranno i suoi figli senza educazione sessuale nelle scuole, penso che noialtre siamo sopravvissute a «caro Cioè, ho dato un bacio con la lingua e ho un ritardo»).

Le volte in cui perdevo il blister nel disordine della mia cameretta. Uno dei miei aneddoti preferiti è quello sulla farmacia notturna di piazza Maggiore, a Bologna, una volta che a mezzanotte non trovavo il blister, e andai a cercare di comprarla ma non avevo la ricetta, e il farmacista diede la fiala d’acqua e la siringa da insulina a quello prima di me (che mi rise in faccia) ma non la pillola a me, e pensa oggi i titoli cui avrei diritto sul giornale, «Liceale discriminata dal patriarcato e sbeffeggiata da un eroinomane».

Tra l’altro: a me (e alle disorganizzate come me) la vita l’ha salvata, in questo secolo, l’invenzione dell’anello vaginale, per la quale mi risulta inspiegabile non siano stati attribuiti non solo il Nobel per la medicina ma anche quello per la pace. Te lo infili e gli ormoni li rilascia lui e non ci devi pensare per tre settimane, invece di ricordarti di prendere ventuno pillole. Non ne ho visto cenno negli articoli sulla gratuità, e quindi mi chiedo: come sempre ciò che è gratis sarà peggiore, e cioè queste poverine saranno condannate alla pillola invece che all’anello? Ragazze, date retta alla zia Guia: invece della pillola coi punti fragola di stato, spendete diciannove euro per l’anello, sono stati i soldi meglio spesi prima della menopausa.

Ma, tornando alla questione della cellulite (che immagino venga anche con l’anello: gli ormoni sono gli stessi), vorrei chiedere: dare la pillola gratis a una generazione che la pillola non la vuole prendere non sarà come dare incentivi per la natalità a generazioni che i figli proprio non li vogliono fare? I figli li facevano le nostre nonne sotto le bombe senza asili o bonus: forse non è questione di soldi. La pillola costa dieci euro al mese: forse non è questione di soldi.

Ciò detto, siccome invece tutto è questione di soldi (tranne i soldi: quelli sono questione di potere), io rivorrei i miei. Capisco finalmente le battaglie culturali americane. Quella sulle rette universitarie, in cui chi si è indebitato per pagarsi le sue ai tempi suoi si chiede perché ora la fiscalità generale debba farsi carico del debito dei giovani piscialetto troppo fragili per rateizzarsi gli studi come han fatto i loro genitori. Quella dei discendenti degli schiavi che chiedono una riparazione economica dei soprusi subiti dai loro avi (i soprusi li han subiti gli avi, gli eventuali bonifici li incassano loro).

Nell’anno duemilaventitré di nostra vita io, Guia Soncini, condannata a prendere la pillola dalla natura matrigna che fa sì che i feti attecchiscano nei corpi delle femmine e non in quelli dei maschi impedendoci di delegare la contraccezione (ma certo, caro, ci hai pensato tu, ma siccome poi l’eventuale gravidanza me la sobbarco io non ti offenderai se non mi fido); io, condannata a ingerire ormoni da una biologia di merda che mi faceva staccare pezzi di endometrio e sanguinare come vitella sgozzata e contorcere dal dolore, e meno male che non eravamo ancora nell’epoca in cui è transescludente dire che l’endometrio ce l’hanno solo le donne, sennò avrei preso a testate sul naso qualcuno; io, giovane in anni in cui se ti rifiutavano la pillola del giorno dopo non fregava niente a nessuno; io, Guia Soncini, lettrice di Camille Paglia e consapevole che il patriarcato e il capitalismo abbiano fatto per la liberazione femminile più del femminismo e persino di Instagram; io rivoglio i miei soldi.

Se pillola gratuita è, pretendo che sia retroattiva. Voglio trentacinque anni di rimborsi. Non pensate di cavarvela dicendomi che dovevo conservare gli scontrini.

Platonic co-parenting.

Estratto dell’articolo di Paolo Mastrolilli per repubblica.it l'11 giugno 2023.

Si chiama "platonic co-parenting" ed è la nuova frontiera per chi vuole diventare genitore, senza formare una famiglia tradizionale. In altre parole persone adulte, etero o omosessuali, che mettono al mondo figli insieme, attraverso donatori, oppure si accordano per crescere in comune bambini già nati, vivendo nella stessa casa o in case diverse, senza avere relazioni di natura sessuale. 

Per molti versi somiglia a quello che fanno già da tempo le coppie divorziate, senza però passare attraverso la fase del matrimonio, la separazione e il divorzio, con tutti i costi emotivi e materiali che questo comporta.[…] 

Patti chiari...

In questi casi, come già avviene in quelli dei genitori divorziati, il bambino divide il suo tempo tra il padre e la madre, ma in alcune occasioni si vedono insieme, ad esempio per i compleanni o altre feste. Altri invece optano per vivere sotto lo stesso tetto, ma senza avere alcun rapporto fisico. […] 

Il fenomeno si sta così diffondendo, da avere ormai servizi che lo favoriscono. Siti come Modamily o Pollentree ormai hanno migliaia di membri, uniti dallo stesso obiettivo, ossia diventare padri o madri senza formare famiglie tradizionali. Alcuni cercano solo i donatori o le donatrici per concepire, in certi casi conservando poi un rapporto di amicizia o condivisione delle responsabilità genitoriali. 

Altri cercano altri genitori con cui crescere insieme i figli, oppure single che vogliono averne senza poi restare insieme. […]. Tutto è possibile in sostanza, a patto che si tratti di scelte libere, coscienti e condivise.

Congelati.

Estratto dell'articolo di Caterina Stamin per “La Stampa” lunedì 28 agosto 2023

[…]

Serve un modo per fermare il tempo e la medicina, fortunatamente, tende la mano. Sono sempre di più le donne che decidono di ricorrere al social congelamento, letteralmente "congelamento sociale". Un termine che alla professoressa Laura Rienzi, embriologa e direttrice scientifica del gruppo Genera, non piace: «Abbiniamo quasi sempre la parola "social" al divertimento, mentre qui parliamo di un problema importantissimo che riguarda la società».

Si tratta di una pratica diffusa all'estero e sempre più ricercata anche in Italia, che permette di preservare la propria fertilità attraverso la crioconservazione degli ovociti. Nessuna assicurazione di gravidanza, come spesso erroneamente viene descritta, ma un'importante opportunità in più. 

[…] La capacità riproduttiva si può perdere per diversi motivi, primo fra tutti un trattamento oncologico sia nell'uomo sia nella donna. […] Il social congelamento, la crioconservazione per motivi non medici ma personali, permette a chiunque di scegliere quando "fermare" le lancette. «Si procede prima con una piccola confezione farmacologica ormonale controllata, della durata di 10-12 giorni, per far maturare il più possibile i follicoli; poi si esegue un intervento chirurgico in sedazione profonda – aggiunge l'embriologa –. Non restano né cicatrici né tagli. Attraverso una sonda ecografica transvaginale e un ago si pungono i follicoli che contengono gli ovociti dopo la confezione. Poi in laboratorio queste cellule vengono crioconservate e possono rimanere così, ferme nel tempo, senza un limite».

I rischi I rischi dell'intervento sono minimi. Il problema è piuttosto legato al pericolo ostetrico di una gravidanza troppo in là nel tempo. È per questo che le linee guida nazionali consigliano di ricorrere al congelamento degli ovuli tra i 25 ei 37 anni e di cercare una gravidanza entro i 50. 

[…] Riguardo ai costi, la crioconservazione è prevista all'interno di un percorso pubblico se vi sia indicazione medica, come per la chemioterapia, mentre il desiderio di una donna di congelare gli ovociti per avere l'opportunità di avere figli anche dopo la fine dell'età fertile non passa attraverso la sanità pubblica ma bisogna rivolgersi a un centro privato. «Il costo varia a seconda delle strutture, in genere è tra i 2. 500 ei 3. 500 euro per il prelievo e la conservazione degli ovociti, poi c'è il costo dei farmaci per la patologia, che può variare tra 1. 000 ei 1.500 euro». A questi si aggiunge la custodia degli ovociti all'interno di una bio banca, che oscilla tra i 100 ei 200 euro l'anno.

I numeri Sulla scia degli altri Paesi, anche in Italia il numero di donne che scelgono di preservare la loro fertilità aumenta di circa il 20% di anno in anno. Stando ai dati di Genera, specializzato in procreazione assistita, nel 2021 ci sono stati 189 trattamenti, saliti a 226 nel 2022.

Quest'anno, fino al 30 aprile, sono stati 105, più o meno il doppio rispetto allo stesso periodo 2022.

[…]

Nessuna assicurazione Una possibilità in più, quindi.

«La crioconservazione – specifica l'esperta – non è un'assicurazione di gravidanza perché non è detto che quel lotto di ovociti conservato sia efficace. La possibilità di avere una gravidanza dipende da diversi fattori: in primis il numero di uova che congeliamo. In America, per esempio, si tende a fare tre o quattro cicli di crioconservazione ovocitaria per mettere da parte tanti ovociti. Poi, incide l'età biologica in cui sono stati prelevati gli ovociti, ma anche la qualità del seme del partner. In più, la natura ci riserva sempre sorprese».

In merito al numero delle pazienti che hanno avuto figli dopo la pratica, «i risultati ottenuti con ovociti di donne che preservano la fertilità per un social frozen o per un problema oncologico hanno la stessa resa: con meno di 35 anni, conservando 15 uova, si stima un 85% di possibilità di successo dopo la fecondazione in vitro, che con 10 uova si riduce al 60%. A 39 anni queste percentuali si dimezzano: un dato che fa capire il declino della qualità degli ovociti con l'avanzare dell'età».

[…]

Selezionati.

Da ansa.it il 15 Giugno 2023.

Ottenuti embrioni umani sintetici utilizzando cellule staminali in un progresso rivoluzionario che elude la necessità di ovuli o spermatozoi.

Lo riporta un'esclusiva del Guardian che riprende l'annuncio della biologa Magdalena Zernicka-Goetz, dell'Università di Cambridge e del California Institute of Technology, intervenuta ieri all'incontro annuale dell'International Society for Stem Cell Research a Boston.

"Possiamo creare modelli simili a embrioni umani riprogrammando le cellule (staminali embrionali)", ha detto la ricercatrice all'incontro.

Nel 2022 il suo gruppo di ricerca aveva ottenuto il primo embrione sintetico di topo con un cuore che batte. Le strutture ottenute dalle cellule staminali, scrive il quotidiano britannico, non hanno un cuore pulsante o l'inizio di un cervello, ma includono cellule che normalmente andrebbero a formare la placenta, il sacco vitellino e l'embrione stesso.

I dettagli completi dell'ultimo lavoro, del laboratorio Cambridge-Caltech devono ancora essere pubblicati su una rivista scientifica. Ma, parlando alla conferenza, Zernicka-Goetz ha descritto la coltivazione degli embrioni a uno stadio appena superiore all'equivalente di 14 giorni di sviluppo per un embrione naturale. 

Gli scienziati affermano che questi embrioni modello, aggiunge il Guardian, potrebbero fornire una finestra cruciale per studiare sia le malattie genetiche, sia le cause biologiche degli aborti ricorrenti. Tuttavia, rileva ancora il quotidiano britannico, il lavoro solleva anche seri problemi etici, legali e legislativi. 

Sono stati creati i primi embrioni umani ottenuti da cellule staminali. Roberto Demaio su L'Indipendente il 22 Giugno 2023

Un gruppo di scienziati del Regno Unito ha ottenuto “embrioni umani sintetici” a partire da cellule staminali, evitando quindi di usare cellule uovo e spermatozoi. Il termine “sintetici” è un po’ fuorviante: si tratta di embrioni creati a partire da cellule staminali, le quali però sono state prelevate da embrioni veri e propri. Si tratta di un obiettivo che diversi team di ricerca perseguivano da tempo e che non era mai stato raggiunto per l’uomo. Lo scopo del lavoro sarebbe creare embrioni somiglianti a quelli “veri” per comprendere meglio l’impatto di alcune malattie genetiche e le cause biologiche degli aborti spontanei ricorrenti. Nonostante il risultato sia ancora lontano e i ricercatori non abbiano posto l’obiettivo tra quelli perseguiti, potenzialmente gli embrioni derivati potrebbero essere utilizzati a fini riproduttivi, e il fatto che non siano ancora regolamentati da una cornice legislativa potrebbe dare origine a importanti interrogativi etici nel prossimo futuro.

L’annuncio è arrivato dal Congresso della Società per la ricerca sulle cellule staminali, a Boston, dove Magdalena Zernicka Goetz, biologa del CalTech e dell’università di Cambridge, ha illustrato il lavoro, dichiarando: «Possiamo creare modelli simili a embrioni umani riprogrammando le cellule (staminali embrionali)». Nel 2022 il suo gruppo di ricerca aveva ottenuto il primo embrione sintetico di topo con un cuore che batte. La ricercatrice ha specificato inoltre che la ricerca è stata accettata da un’importante rivista scientifica ma non è stata ancora pubblicata. Come precisato dal The Guardian, che ha riportato la notizia in esclusiva, gli embrioni sintetici sono stati fatti sviluppare fino alla fase in cui, se si trovassero in un vero apparato riproduttivo, si impianterebbero nell’utero, l’equivalente dei giorni 7/8-14 dopo la fecondazione, che corrisponde anche al limite legale permesso.

Il motivo del grande interesse è la possibilità di studiarli per ottenere informazioni sulle prime fasi dello sviluppo della vita. In particolare sul periodo, definito “scatola nera”, che va dai 14 giorni oltre i quali nella maggior parte dei Paesi non è più possibile far crescere embrioni in laboratorio. Come iniziano a svilupparsi gli organi umani? Da cosa sono provocati i casi di aborto ricorrente? La scienza può fare qualcosa per evitarli? Sono queste alcune delle domande a cui gli scienziati come Żernicka-Goetz sperano di rispondere. Questi “embrioni derivati” non nascono dalla fecondazione di una cellula uovo da parte di uno spermatozoo, ma vengono ricavati in laboratorio a partire da cellule staminali, ovvero cellule non specializzate capaci di differenziarsi in diversi altri tipi di cellule del corpo, le quali però vengono prelevate da embrioni veri e propri. Sono ancora troppo poco maturi per avere un cuore che batte o cellule cerebrali. Sono composti principalmente da cellule che formeranno la placenta, il sacco amniotico e le cellule precorritrici dei gameti. Il vantaggio tecnico, secondo gli scienziati, è la maggiore facilità nel modificare geneticamente le cellule staminali mentre crescono e si differenziano piuttosto che ricorrere agli embrioni residui dei percorsi delle fecondazioni in vitro donati alla ricerca.

Tuttavia, questa scoperta comporta l’analisi di importantissime questioni legali ed etiche. Questi embrioni ricavati da cellule staminali non sono ancora regolamentati da una cornice legislativa. Al contrario degli embrioni ricavati dalle fecondazioni in vitro, è possibile farli sviluppare anche oltre i 14 giorni canonici e legali (per ora). Gli stessi autori dello studio ritengono che una regolamentazione sia necessaria e stanno partecipando a un gruppo di lavoro per coinvolgere le autorità sanitarie britanniche sui paletti legali per questo tipo di pratica. Una possibilità è che anziché su un limite di tempo, ci si accordi su un limite basato sullo sviluppo dell’embrione. L’esperimento solleva anche domande e perplessità bioetiche che dovranno essere inevitabilmente affrontate. Gli stessi scienziati non sono in grado di dire se questi embrioni sintetici abbiano la capacità di diventare una creatura vivente completa. Finora gli esperimenti su cavie hanno dato risultati non univoci.

L’indipendente ha chiesto un commento ad Alberto Carrara, professore di Antropologia e Neuroetica dell’Ateneo Regina Apostolorum e membro della Pontificia Accademia per la Vita, il quale ha dichiarato: «Per farci un’idea più chiara serviranno sicuramente altri studi a riguardo. Ciò che è certo invece è che chiamarli sintetici è decisamente fuorviante: queste strutture sono biologiche e non sintetiche. L’unica cosa sintetica è la riprogrammazione di cellule che derivano però da embrioni umani. Piuttosto, assomiglia più ad una clonazione fatta ad hoc per non permettere lo sviluppo. I problemi sono principalmente due. Il primo è l’estrazione: il prelievo di cellule danneggia gravemente l’embrione d’origine, portando spesso alla sua distruzione. Il secondo è la modifica: ho visto diversi articoli cercare di rassicurare sul fatto che il sistema nervoso e il cuore non verranno sviluppati. Ma ciò che è fondamentale è il modo in cui si giunge a questo risultato. La riprogrammazione di queste cellule estratte solleva questioni etiche non indifferenti. Nel giudizio etico non deve essere giusto solo il fine, ma anche il modo con cui viene perseguito». [di Roberto Demaio]

La rivoluzione in provetta. Creati embrioni umani sintetici, prodotti da cellule staminali: serviranno a studiare le malattie genetiche. di Redazione Web su L'Unità il 15 Giugno 2023

“Possiamo creare modelli simili a embrioni umani riprogrammando le cellule (staminali embrionali)”. Con questa affermazione, la biologa Magdalena Zernicka-Goetz, dell’Università di Cambridge e del California Institute of Technology, ha annunciato una vera e propria rivoluzione per la ricerca: Gli scienziati hanno ottenuto embrioni umani sintetici utilizzando cellule staminali in un progresso rivoluzionario che elude la necessità di ovuli o spermatozoi. Una svolta che sembra quasi fantascientifica ma che potrebbe far fare in breve tempo passi da gigante alla ricerca scientifica soprattutto per le malattie genetiche e le cure che ancora non sono state trovate.

A raccontare questa svolta è il Guardian in un’esclusiva. Le strutture ottenute dalle cellule staminali, scrive il quotidiano britannico, non hanno un cuore pulsante o l’inizio di un cervello, ma includono cellule che normalmente andrebbero a formare la placenta, il sacco vitellino e l’embrione stesso. I dettagli completi dell’ultimo lavoro, del laboratorio Cambridge-Caltech devono ancora essere pubblicati su una rivista scientifica. Ma, parlando alla conferenza, Zernicka-Goetz ha descritto la coltivazione degli embrioni a uno stadio appena superiore all’equivalente di 14 giorni di sviluppo per un embrione naturale.

Gli scienziati affermano che questi embrioni modello, aggiunge il Guardian, potrebbero fornire una finestra cruciale per studiare sia le malattie genetiche, sia le cause biologiche degli aborti ricorrenti. Tuttavia, rileva ancora il quotidiano britannico, il lavoro solleva anche seri problemi etici, legali e legislativi. Se gli interrogativi in merito sono tanti, gli scienziati spiegano che questo tipo di embrioni non potrebbero mai essere impiantati nell’utero di una paziente ad esempio, sarebbe illegale. E inoltre per come sono strutturate non è ancora chiaro se sono in grado di continuare a maturare e crescere oltre le prime fasi di sviluppo. Inoltre come riportato da Repubblica, non c’è alcuna prospettiva a breve termine che gli embrioni sintetici vengano utilizzati in clinica.

Redazione Web 15 Giugno 2023

«Embrioni sintetici per creare la vita? Siamo ancora lontani...». Il genetista Novelli dopo l’annuncio della scienziata di Cambridge Magdalena Zernicka-Goetz sulla creazione del primo modello umano a partire da cellule staminali, senza l’impiego di ovuli e spermatozoi. Il Dubbio il 15 giugno 2023

Per ora è soltanto un’anticipazione, ma si presenta già come una rivoluzione in campo scientifico: si tratta della creazione di embrioni umani sintetici a partire da cellule staminali, senza la necessità di impiegare ovuli e spermatozoi. Un modello che replica le primissime fasi dello sviluppo umano e che potrebbe aprire un nuovo capitolo nello studio delle malattie genetiche e delle cause biologiche degli aborti ricorrenti. Ad annunciarlo in esclusiva è il Guardian, che riporta i primi dettagli forniti dalla scienziata Magdalena Zernicka-Goetz dell’Università di Cambridge e del California Institute of Technology in occasione del meeting annuale dell’International Society for Stem Cell Research che si è tenuto mercoledì a Boston.

«Possiamo creare modelli simili a embrioni umani riprogrammando le cellule (staminali embrionali)», ha annunciato la scienziata. Che ha descritto la coltivazione degli embrioni ad uno studio appena superiore all’equivalente di 14 giorni di sviluppo per un embrione naturale. I dettagli completi della ricerca condotta dal laboratorio di Cambridge-Caltech devono ancora essere pubblicati. Ma già sorgono i primi interrogativi di natura etica e normativa.

Gli embrioni sviluppati non hanno un cuore pulsante o un cervello, ma includono cellule che normalmente andrebbero a formare la placenta, il sacco vitellino e l’embrione stesso. Al momento non c’è alcuna possibilità perché siano utilizzati clinicamente nel breve termine: sarebbe illegale impiantarli nell’utero di un paziente e non è ancora chiaro se queste strutture possano continuare a maturare oltre le prime fasi di sviluppo. «L'idea è che se si modella davvero il normale sviluppo embrionale umano utilizzando le cellule staminali, è possibile ottenere un'enorme quantità di informazioni su come inizia lo sviluppo, cosa può andare storto, senza dover utilizzare embrioni precoci per la ricerca», spiega Robin Lovell-Badge, responsabile dell’unità “Stem cell biology and developmental genetics” al Francis Crick Institute di Londra.

A chi si chiede se queste strutture abbiano il potenziale per diventare una creatura vivente, risponde il genetista italiano Giuseppe Novelli, per il quale «siamo ancora molto lontani dal pensare che con questo metodo nasceranno bambini». «Questo esperimento potrà fornire, delle prime informazioni sulle fasi iniziali dello sviluppo, che ancora non abbiamo, su come si sviluppa un embrione, informazioni biologiche, biochimiche e molecolari», spiega Novelli. «Come sempre accade nella ricerca scientifica - avverte l’esperto - quando si presentano o si annunciano dei risultati ad un convegno si deve attendere la pubblicazione dell’articolo in cui i ricercatori devono illustrare esattamente l’esperimento e da dove sono partiti e quali sono stati i risultati ottenuti; queste informazioni non sono ancora disponibili, e quello che possiamo dire da quanto è trapelato che i colleghi britannici hanno ottenuto attraverso la nota tecnica di rigenerazione tissutale, cioè la riprogrammazione di cellule per ottenere cellule staminali, quelle che sono le cellule primordiali o totipotenti, cioè le cellule, che all’inizio danno origine appunto agli embrioni, che normalmente si ottengono dalla fecondazione tra uno spermatozoo e un ovocita». «Le prime cellule che si sviluppano dopo la fecondazione normale - continua Novelli - danno origine alla placenta e all'embrione stesso che poi formerà tutti gli organi; ecco, gli scienziati sono riusciti ad ottenere in laboratorio cellule primordiali senza fecondazione. L'esperimento non è non è potuto proseguire in tutte le fasi dello sviluppo perché c'è il limite», conclude il genetista.

Un confine imposto per legge agli scienziati, ai quali è consentito coltivare embrioni in laboratorio solo fino a 14 giorni. Per studiare lo sviluppo dell’embrione in seguito oggi si possono solo osservare le immagini di una gravidanza e studiare gli embrioni donati per la ricerca. In passato, il team di Zernicka-Goetz e un altro gruppo di ricerca presso l'Istituto Weizmann in Israele hanno dimostrato che le cellule staminali dei topi potrebbero essere incoraggiate ad autoassemblarsi in strutture embrionali precoci con un tratto intestinale, l’inizio di un cervello e un cuore pulsante. Da allora, è in corso una gara per tradurre questo lavoro in modelli umani e diversi team sono stati in grado di replicare le primissime fasi di sviluppo. La scienza si muoverà più in fretta della legge?

Estratto dell'articolo di Melania Rizzoli per “Libero quotidiano” il 9 maggio 2023.

Il concepimento naturale che tutti conosciamo, con la casualità, durante l’ovulazione e la fecondazioni, di incrocio dei cromosomi materni e paterni e la prevalenza degli stessi, che produrranno un essere unico e irripetibile, più somigliante alla madre o al padre, e distinto da ogni altro umano, sta per essere superato da un concepimento artificiale, prodotto da un algoritmo creato dall’ Intelligenza Artificiale (AI), il quale, applicato alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), selezionerà per i genitori l’embrione più idoneo ed ottimale da trasferire in utero, quello che avrà la percentuale più alta di nascere vivo, sano, a scelta maschio o femmina, con le caratteristiche desiderate, senza la possibilità di errori umani o naturali, e con dati clinici e genetici predefiniti, su un modello predittivo fino ad oggi ignorato o trascurato dall’operatore sanitario.

PRECISIONE […] Con l‘Intelligenza Artificiale è stato creato un algoritmo che analizza le fasi iniziali della fecondazione, dello sviluppo embrionale, il suo contenuto cromosomico, il suo livello di attività cellulare e la sua vitalità, calcolando matematicamente quello con più probabilità di impiantarsi (fono al 90%) e di arrivare senza pericoli al termine di gravidanza. In pratica questo sistema classifica automaticamente gli embrioni più idonei all’impianto in utero, scegliendone anche la morfologia, e a richiesta il sesso, attraverso nuovi e precisi indicatori e protocolli personalizzati, individuando anche il momento migliore, dal punto di vista ormonale, per l’impianto dell’embrione finalizzato ad ottenere una gravidanza sicura.

Lo studio sull’Intelligenza Artificiale applicata alla PMA è stato presentato a Malaga al Congresso Internazionale sulla Medicina Riproduttiva, ed ha rivelato come, attraverso l’uso delle reti neuronali artificiali (ANN), il sistema sia in grado di individuare con precisione gli embrioni che si espandono e crescono più velocemente e precocemente rispetto agli altri, che hanno la migliore morfologia e vitalità, e che hanno la migliore percentuale di successo di evoluzione riproduttiva, evitando così alle madri il rischio di ulteriori iperstimolazioni ovariche.

[…] È bene sottolineare che le nuove tecnologie non sono da criticare o demonizzare a priori, poiché non ostacolano il lavoro dei professionisti della medicina, semmai lo agevolano per ottenere risultati migliori per gli obiettivi prefissati, per rivelare molti aspetti cellulari che l’occhio umano ancora non riesce ad individuare con i metodi tradizionali, ed è evidente che si tratta di grandi opportunità scientifiche per eliminare le inefficienze in termini di valutazione, troppo spesso legate alla soggettività dell’operatore umano.

Il progresso scientifico, si sa, è inarrestabile, e ci sarà qualcuno che obietterà che con queste tecniche non nasceranno più bambini con la sindrome di Down o con malattie cromosomiche e genetiche rare, ma è proprio questo il compito della scienza, quello di studiare e possibilmente evitare tutte quelle patologie che possono essere fonte di sofferenza, se non di letalità. […]

Eterologhi.

La Procura di Padova ha cambiato idea sulla cancellazione delle famiglie arcobaleno. Dopo aver impugnato i certificati di nascita di 37 figli di coppie lesbiche registrati all'anagrafe dal Comune, ora chiede in Tribunale il parere della Corte Costituzionale. E il giudice rinvia la decisione. Simone Alliva su L'Espresso il 14 Novembre 2023

La Procura di Padova che ha impugnato tutti e 33 gli atti di nascita di figli di coppie di due donne, registrati dal sindaco Sergio Giordani dal 2017, ha cambiato idea. E, dopo aver trascinato le coppie di mamme in Aula, chiede al Tribunale di mandare gli atti alla Corte costituzionale.  

È una storia che inizia nel mese di giugno: 33 coppie omogenitoriali si sono viste recapitare delle notifiche firmate dalla Procuratrice facente funzioni di Padova Valeria Sanzari con cui, in base al decreto del ministro Piantedosi, si chiedeva nei fatti la rettifica degli atti di nascita, dunque la cancellazione del cognome della mamma non biologica. «Togliere un genitore legale a minori anche a distanza di sei anni dalla nascita: un atto vergognoso e indegno di un paese civile», aveva commentato a L’Espresso Alessia Crocini, Presidente di Famiglie Arcobaleno. 

Del perché, a distanza di 6 anni, la Procura che era già in possesso di questi atti abbia deciso di impugnarli resta materia da analisti politici. Postuma, la storia dirà. L’Espresso aveva già raccontato a metà marzo della direttiva del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, che aveva fatto pressione sulle Procure italiane affinché togliessero diritti e doveri ai figli e ai genitori delle famiglie arcobaleno. Eppure qui la procura si era spinta oltre, o meglio a ritroso nel tempo.  

Una questione politica favorita da un’opportunità giuridica, quella del vuoto legislativo. La giurisprudenza infatti è vaga e una legge non c’è: «Le coppie madri non accedono alla gestazione per altri, ricorrono alla Procreazione medicalmente assistita all’estero». La premessa, fondamentale, è di Stefano Chinotti, Avvocato di Bergamo, membro della Commissione diritti umani del Consiglio Nazionale Forense e socio di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford. Questa decisione, infatti, non ha nulla a che fare con il discusso ddl sul reato universale di gestazione per altri.   

«Se il bambino nasce all’estero la giurisprudenza è ormai pacifica nel dire che il certificato dei nati all’estero con due mamme possa essere trascritto in Italia perché non si tratta di azione contraria all’ordine pubblico (non c’è la Gpa). La questione che si pone è un’altra: è possibile iscrivere nei nostri registri dello Stato civile dei bambini che nascono non all’estero da due donne ma in Italia? Il tema è ancora oggetto di un dibattito giurisprudenziale. Ci sono sentenze della Cassazione che ci dicono che non è possibile ma ci sono anche pronunce di merito che dicono che è possibile».  

Il cambio di passo della Procura sorprende anche l'associazionismo arcobaleno: l'avvocatura Lgbti Rete Lenford nell'appello "Affermazione costituzionale" pubblicato il 23 giugno scorso, oltre a indicare che l’illegittimità della cancellazione di figli delle Famiglie Arcobaleno da parte delle Procure, aveva sollecitato ogni autorità a investire nuovamente la Corte costituzionale della tutela delle famiglie omogenitoriali. In udienza, il giudice "si è riservato", cioè la decisione è stata rinviata a un successivo momento: il tribunale potrebbe decidere di togliere i bambini alle loro mamme, rendendo 37 figli legalmente orfani di un genitore, oppure rinviare la questione alla Corte Costituzionale.  

Intanto, si apprende dall'associazione di genitori omosessuali Famiglie Arcobaleno, il Comune di Padova ha proseguito in questi mesi a registrare i figli di mamme lesbiche, nonostante l'impugnazione degli atti da parte della Procura. Si tratta di altre 4 coppie omogenitoriali, che hanno visto il bimbo e la bimba della mamma biologica venire alla luce all'ospedale di Padova. L'ultimo caso di registrazione è stato una quarantina di giorni fa. Difficile dire se, alla luce della giravolta della Procura di Padova, arriverà anche per loro lo stesso tipo di impugnazione già deciso dalla Procura per le precedenti 33.

Noi mamme arcobaleno alla sbarra”. Maria Novella De Luca su L'Esprresso il 14 Novembre 2023

Inizia a Padova il processo contro 33 coppie lesbiche e i loro 37 bambini. La colpa è aver ottenuto la trascrizione dei figli, vietata dalla circolare Piantedosi e impugnata con effetto retroattivo dalla Procura. Ecco le loro storie: tra vite sconvolte e il rischio per i piccoli di restare orfani per decreto

Saranno in piazza ogni martedì fino alla alla vigilia di Natale, per difendere i loro figli. Con le bandiere di arcobaleno e la solidarietà di un’intera città. Trentatré coppie di madri e 37 bambini, dagli 8 anni ai 40 giorni, per i quali il tribunale di Padova dovrà decidere se renderli legalmente orfani di una madre. O lasciare che vengano cresciuti dalle due donne che insieme li hanno desiderati.

Madri alla sbarra: non era mai accaduto in Italia. Inizia oggi infatti a Padova il maxiprocesso civile contro le coppie lesbiche i cui figli sono stati riconosciuti alla nascita dal 2017 a oggi dal sindaco Sergio Giordani. Nel giugno scorso, in seguito ad una circolare del ministro Matteo Piantedosi, la Procura ha impugnato tutti i certificati di bambini nati in famiglie omogenitoriali. «La Procura non si è limitata, come a Milano, ad impugnare le ultime registrazioni, ma è andata indietro nel tempo, fino al 2017, decidendo di annullare i certificati anche di bimbi che oggi hanno 7 anni», spiega l’avvocato Michele Giarratano, che difende 15 delle 33 coppie. «La Giustizia è chiamata a decidere se da domani a questi figli va cancellata per decreto una delle due mamme, quella che non li ha partoriti. La Giustizia però è del preminente interesse del minore che si dovrebbe occupare e mi chiedo se togliere una madre ad un bambino, senza tenere dei legami, degli affetti, quindi renderlo di fatto orfano di una delle due genitrici, sia un’azione davvero nel suo interesse. Sarà una battaglia lunga». Se davvero il tribunale rettificherà gli atti di nascita, le mamme non biologiche perderanno qualunque diritto ma anche qualunque dovere nei confronti dei loro figli. Diventeranno, semplicemente, delle genitrici fantasma.

Oggi dunque una folla di mamme e bambini invece di incontrarsi davanti al cortile della scuola, si ritroverà in un’aula di tribunale. Perché nell’Italia che torna indietro e si ripiega su se stessa è ancora vietato essere figli di due donne o di due uomini. Ecco le loro storie, tra vite sconvolte e speranze tradite.

Elisa Barbugian e Sara Quinto: “Siamo la famiglia più numerosa ci spetta un premio, non la gogna”

«Siamo la famiglia arcobaleno più numerosa del Veneto — scherza Elisa — dovrebbero darci un premio perché incrementiamo la natalità, invece lo Stato vuole punire i nostri figli». Eccole: Elisa Barbugian, 38 anni e Sara Quinto, 35 anni, mamme di Carlo, 7 anni e mezzo, Cesare, 4 anni e le piccolissime Clelia e Caterina, nate soltanto un mese e mezzo fa. Una villetta a schiera, il gatto Mimì e il cane Totò, più nonni e vicini di casa che danno una mano. «Nonostante il divieto il sindaco Giordani ha registrato Clelia e Caterina, come impegno civile. Infatti a tempo di record è arrivata l’impugnazione da parte della procura», dice amara Elisa, che oggi sarà in tribunale insieme a Sara, tra le prime coppie a essere convocate. «Sapete cosa mi ha detto Cesare quando a giugno sono arrivate le notifiche e le nostre famiglie sono state sconvolte? “Perché vogliono togliermi mamma Sara?”. Come si può cancellare per decreto una madre dalla vita di un bambino di 4 anni o ancora peggio di 7 anni? Non avremmo mai immaginato che ci sarebbero venute a cercare, come ladre, per escludere dalle vite dei nostri figli quella di noi due che non li ha partoriti, ma desiderati e accuditi fin dal rimo istante». Se il tribunale ordinerà la rettifica Carlo e Cesare perderebbero Sara, mamma intenzionale e Clelia e Caterina perderebbero Elisa. «A scuola, al parco ci fermano dicendo: lottate, siamo con voi, i nostri figli sono inseriti, amati, fanno addirittura catechismo. La società è anni luce avanti ai tribunali, Una cosa è certa: non ci fermeremo, avremo giustizia».

Sabrina Meggiato e Barbara Girotto: “Gabriele felice dei due cognomi con che coraggio toglierne uno?”

«Gabriele ha cinque anni. Se gli viene chiesto: come ti chiami? Lui risponde orgoglioso: Gabriele Meggiato Girotto. Vi sembra umano che sulla notifica in cui ci viene annunciato che la sua mamma non biologica, cioè mia moglie Barbara, dovrà essere cancellata dalla sua vita, ci sia scritto che data la tenera età del bambino questo non influirà sul suo benessere psicologico e sulla sua identità? Provate a chiederlo a Gabriele». Sabrina Meggiato, 38 anni, mamma di Gabriele insieme a Barbara Girotto, 45 anni, è preoccupata e non lo nasconde. «È stato come essere colpite da una coltellata. Chi mai avrebbe potuto pensare che la Procura ci venisse a cercare casa per casa, dopo cinque anni, per sconvolgere la vita di nostro figlio? Dopo la registrazione eravamo rimaste in allerta, temendo che il certificato di nascita venisse impugnato. Non era successo nulla e credevamo che Gabriele fosse al sicuro, in un’Italia che magari iniziava a cambiare». Poi, l’estate scorsa, la doccia fredda. «Barbara non ha partorito, dovrà diventare un genitore fantasma? Che ingiustizia. Sapete cosa vuol dire? Per ogni passo di Gabriele dovrà avere una mia delega, non potrà accompagnarlo a scuola, dal medico, da nessuna parte. Per fortuna noi andiamo d’accordo, ci amiamo, non importa cosa dice la legge, Barbara è e resterà mamma di Gabriele. Però siamo umane e i rapporti si possono rompere, con il rischio che se non c’è accordo la mamma non tutelata dalla legge venga esclusa dalla vita dei figli».

Vanessa Finesso e Cristina Zambon: “Vittoria ha il Dna di entrambe vinceremo in tribunale”

«Sono stata operata per un tumore osseo. Adamatinoma si chiama. Da quasi un anno cammino con le stampelle, soltanto adesso mi sto riprendendo. Per tutta la vita dovrò restare sotto controllo. Se mi accadesse qualcosa cosa ne sarà di Vittoria? Se la procura di Padova cancellerà mia moglie Cristina dalla vita di nostra figlia, chi si occuperà di una bambina che ha soltanto un anno e 4 mesi?». Ha la voce accorata Vanessa Finesso, 33 anni mentre tiene in braccio la piccola Vittoria, accanto a sua moglie Cristina Zambon, 34 anni. Entrambe operaie vivono con i tre figli che Vanessa ha avuto da un compagno prima di conoscere Cristina. «Mi sembra di vivere un incubo. Fino a pochi mesi fa nostra figlia aveva due mamme, due cognomi, avevamo fatto una festa, il battesimo, adesso per la legge Cristina non avrà più alcun legame con lei semplicemente perché non l’ha partorita. Forse i giudici hanno dei sassi sul cuore. Ma Cristina è biologicamente madre di Vittoria e lo proveremo». Sì perché nel maxiprocesso contro le mamme arcobaleno che si apre a Padova ci sono coppie i cui figli sono nati con il metodo “Ropa”. «Abbiamo fatto una fecondazione eterologa in Spagna, a Bilbao. L’ovocita di Cristina è stato fecondato con il seme di un donatore e impiantato nel mio utero. Io l’ho partorita, ma Vittoria ha il dna di Cristina. Non conta nulla questo? Noi non faremo una stepchild adoption, siamo troppo povere. Vinceremo in tribunale. Per Vittoria e tutti gli altri bambini».

Anna Girelli e Caterina Minozzi: “Il nostro amore più forte nessuna sentenza ci separerà”

Quello che colpisce parlando con Anna Girelli e Caterina Minozzi, farmacista la prima, rappresentante farmaceutica la seconda, è la determinazione a non farsi abbattere. «Con due figli devi guardare la vita con ottimismo, se sarà necessario porteremo la nostra battaglia fino alla Corte Costituzionale», dice Anna Girelli, mamma insieme a Caterina di Ettore, nato nel 2018 e di Adele, nata nel 2022. «Entrambi i certificati di nascita dei nostri figli sono stati impugnati quando ormai pensavamo di essere al sicuro. Se in tribunale dovessimo perdere, per lo Stato mia moglie Caterina che non è la mamma partoriente dovrebbe scomparire dalle loro vite. Naturalmente non avverrà, qualunque sia il verdetto, ma quale impatto potrebbe avere una scelta del genere su Ettore ad esempio, che ha già 5 anni, cui verrà tolto un cognome? A scuola potrà continuare a chiamarsi Girelli Minozzi? Troveremo alle elementari quel clima di inclusione che ci ha accompagnato finora?». Anna e Caterina abitano in provincia di Padova, Ettore e Adele frequentano la scuola parrocchiale. «C’è stata una solidarietà fortissima, incontravamo gente che ci abbracciava dicendoci “vincerete”, ci sentivamo i Ferragnez», dice Anna con ironia. Ma il timore è che dopo questo processo il vento cambi. «L’Italia è un paese ancora omofobo, non abbiamo fatto nulla di illegale, ci occupiamo dei nostri bimbi come tutte le famiglie. Però siamo coppie lesbiche ed è la nostra libertà che vogliono colpire, colpendo i nostri figli».

Michela Vedovato e Sofia Zamboni: “La nostra Mia ha tre nonni ed è amata da tutto il paese”

È un amore nato all’università quello di Michela Vedovato e Sofia Zamboni, 34 e 35 anni, entrambe psicologhe. Un amore da cui è nata dieci mesi fa Mia, dopo una fecondazione eterologa in una clinica svizzera. «Fin da subito abbiamo capito che volevamo la stessa cosa, una famiglia e dei figli e alla fine ci siamo riuscite», racconta Michela, mamma intenzionale di Mia. «Abbiamo vissuto a lungo in Spagna dove i figli delle coppie omosessuali hanno identici diritti di chi nasce in famiglie eterosessuali. Pensavamo che anche in Italia piano piano le cose sarebbero cambiate. Invece no, Mia è stata legalmente figlia di entrambe soltanto per pochi mesi, poi è arrivata la doccia fredda. Io sono la mamma intenzionale mentre Sofia ha partorito Mia: se verrò cancellata dal suo certificato di nascita perderò non soltanto i miei diritti di genitrice, ma anche i miei doveri. È davvero incredibile». Perché invece tutto il clan familiare e così l’ambiente intorno a loro ha festeggiato l’amore di Michela e Sofia e soprattutto l’arrivo di Mia, felicemente accudita da tre nonni. «Quella contro di noi è una vera e propria persecuzione, il cui unico fine è togliere a dei bambini il diritto ad avere due genitori. È una mossa politica per dire che famiglie come le nostre non possono esistere, perché siamo una coppia lesbica. Dopo Mia avremmo voluto adottare un altro figlio. Figuriamoci. Se sarà necesario per tutelare nostra figlia faremo la stepchild adoption, ma non prima di aver dato battaglia fino in fondo».

Franca Chiarello e Ilaria Quadri: “Sono venuti a cercarci a casa per casa questo clima d’odio fa paura”

«Ci sono venute a cercare casa per casa. Facendosi dare i certificati di tutti i bambini nati negli ultimi sette anni. Cosa vi ricordano queste liste? Anche a Milano sono state impugnate le trascrizioni, ma soltanto le ultime. A Padova no, sono venuti a bussarci, hanno guardato gli archivi per trovarci tutte. Capite?» Franca Chiarello e Ilaria Quadri, 51 e 48 anni, sono mamme di Matilde, nata a luglio del 2019. Vivono in campagna in provincia di Padova, insieme a Bianca, la nonna di Matilde, due cani, due gatti e una gallina. Ora sono preoccupate. «Ilaria e io ci siamo conosciute da grandi — racconta Franca — non è stato facile diventare madri, ci sono voluti più tentativi, ma desideravamo fortemente costruirci una famiglia. Matilde è la più grande gioia della vita, è serena e solare. A volte unisce i nostri cognomi e dice: mi chiamo Matilde Quadrello. Abitiamo in un piccolo comune, all’inizio tutti ci guardavano con una certa curiosità, qualche difficoltà c’è stata, soprattutto sul piano burocratico, sulla carta d’identità mi sono dovuta rassegnare a firmare nella casella “padre”. Piano piano però ci siamo inserite bene nel tessuto sociale, Matilde è amata da tutti, frequenta anche un nido di orientamento cattolico». Qualcosa è cambiato però, ammette Franca con amarezza. «Da quando c’è questo governo chi riteneva illegittime le nostre famiglie ma taceva, oggi si sente libero di mostrare la propria omofobia. Pazienza. Se sarà necessario faremo la stepchild per Matilde, ma non prima di essere andate fino in fondo in tribunale».

La dottrina della fede, i registri battesimali e la mancata risposta sui bimbi nati da utero in affitto. La mancata risposta del dicastero per la dottrina della fede ad una precisa domanda sui registri battesimali apre scenari inaspettati. Nico Spuntoni il 12 Novembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Padrini e madrine omosessuali? C'erano anche prima

 Il battesimo e l'utero in affitto

 Il dicastero contraddice se stesso

A chi pensava che l'avvicendamento al dicastero per la dottrina della fede non avrebbe comportato alcun cambiamento sono bastati pochi mesi per ricredersi. Il cambio di rotta con l'approdo del cardinal Víctor Manuel Fernández al Palazzo del sant'Uffizio c'è stato ed è sotto agli occhi di tutti. Non solo in termine di stile per la loquacità del nuovo prefetto con i giornalisti, ma anche per il contenuto dei documenti che escono da quello che è stato per secoli il dicastero più importante della Curia. Dopo aver adottato la risposta del Papa ai dubia dei cardinali Walter Brandmüller, Raymond Burke, Juan Sandoval Íñiguez, Robert Sarah e Joseph Zen - con quest'ultimo convinto che li abbia ispirati proprio il nuovo prefetto - ed aver risposto a quelli sulla comunione ai divorziati risposati avanzati dal cardinale Dominik Duka, Fernández ha conquistato l'attenzione di tutto il mondo con la diffusione di un nuovo documento, approvato dal Papa, che dà il via libera al battesimo delle persone transessuali e dei bambini di coppie omosessuali, anche se nati attraverso la pratica dell'utero in affitto e all'accettazione di persone transessuali ed omosessuali conviventi come padrini o madrine. Lo ha fatto nelle risposte fornite ad alcune domande inviate al suo dicastero da monsignor José Negri, vescovo di Santo Amaro, sulla possibile partecipazione ai battesimi e ai matrimoni di persone transessuali e omosessuali.

Padrini e madrine omosessuali? C'erano anche prima

Il documento del dicastero, approvato dal Papa al termine di un'udienza del 31 ottobre, ha delle novità importanti e che hanno suscitato proteste pubbliche e private all'interno della Chiesa. Ma, a dispetto dei titoli, non è una novità che un omosessuale possa fare il padrino o la madrina di battesimo. Anche prima delle risposte di Fernández alle domande di monsignor Negri, infatti, la Chiesa non discriminava gli uomini e le donne con tendenze omosessuali. Il codice di diritto canonico, a proposito dei padrini, stabilisce tra i requisiti per colui che è ammesso all'incarico che "sia cattolico, abbia già ricevuto la confermazione e il santissimo sacramento dell'Eucaristia, e conduca una vita conforme alla fede". Dunque, da sempre può fare il padrino o la madrina una qualsiasi persona omosessuale che conduca una vita retta, rimanendo continente. Chi convive non può essere padrino o madrina a prescindere dalla tendenza omosessuale perché questa viene giudicata una condizione non coerente con la missione che è chiamato ad assumere. Il gesuita Francesco Bersini in uno scritto di fine anni Settanta sull'ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti e anche al ruolo di padrini, spiegava d'altra parte che "i sacramenti sono stati istituiti da Cristo ed affidati alla Chiesa, perché essa li custodisse e li amministrasse, ma non secondo la propria volontà" e che quel 'no', che nulla ha a che vedere con l'accoglienza pastorale, lo motiva con la "fedeltà a Cristo e non a un vuoto legalismo". Il Catechismo si pronuncia chiaramente sulle persone con tendenza omosessuale, insegnando che "devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza" e condannando "ogni marchio di ingiusta discriminazione".

Il battesimo e l'utero in affitto

Le domande di monsignor Negri presentano una realtà che esiste nella società odierna ma non sempre ottengono risposte univoche. Ad esempio, il vescovo brasiliano chiede come "le persone omoaffettive possono figurare come genitori di un bambino, che deve essere battezzato, e che fu adottato o ottenuto con altri metodi come l’utero in affitto". Dal dicastero di Fernández non arriva una risposta ma si ribadisce soltanto che "perché il bambino venga battezzato ci deve essere la fondata speranza che sarà educato nella religione cattolica". Quello che però Negri voleva sapere era chiaro: gli omosessuali che formano una coppia con un bambino adottato o ottenuto tramite la pratica dell'utero in affitto possono essere inseriti entrambi come genitori nel registro battesimale? Se il dicastero per la dottrina della fede preferisce lasciare in sospeso la domanda, limitandosi ad affermare - come è sempre stato anche nei casi di figli di coppie non sposate - quanto già previsto dal diritto canonico e cioè che è lecito battezzare il bambino se c'è la "fondata speranza che sarà educato nella religione cattolica" , c'è chi ha già elaborato delle linee guida. E' il caso delle Orientações pastorais e canônicas della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile in cui si afferma - come spiegato dal canonista don Marcio Fernando França in un lavoro scientifico dedicato proprio a questo tema - che "non sarà lecito adottare la terminologia utilizzata dal diritto civile quando contraria al Diritto divino". La risposta che i vescovi brasiliani è quindi 'no', non si possono trascrivere entrambe le persone dello stesso sesso come genitori nei registri battesimali. Ma la Conferenza nei suoi orientamenti propone delle soluzioni: si propone, infatti, di utilizzare il termine di "adottanti" e di aggiungere, laddove compaiono nel registro civile, i nomi dei genitori biologici. Quindi la Conferenza - di cui lo stesso Negri fa parte - invita ad utilizzare "differenze terminologiche tra i registri civili ed ecclesiastici" sulla base di quanto sostenuto dal canonista don José San José Prisco per il quale "in nessun caso il nome di due padri o di due madri dello stesso sesso deve essere scritto nel libro dei battesimi".

Il dicastero contraddice se stesso

Una delle risposte a monsignor Negri, invece, contraddice quanto affermato in un documento uscito dallo stesso dicastero solamente solamente otto anni fa. Infatti, Fernández risponde che “a determinate condizioni, si può ammettere al compito di padrino o madrina un transessuale adulto che si fosse anche sottoposto a trattamento ormonale e a intervento chirurgico di riattribuzione di sesso”. L’allora congregazione per la dottrina della fede, rispondendo alla stessa domanda avanzata dal vescovo di Cádiz e Ceuta monsignor Rafael Zornoza Boy, aveva sentenziato “l’impossibilità che sia ammessa” quest’opzione motivandola col fatto che “lo stesso comportamento transessuale rivela pubblicamente un atteggiamento contrario all’esigenza morale di risolvere il proprio problema di identità sessuale secondo la verità del proprio sesso” e dunque ritenendo “evidente che questa persona non ha il requisito di condurre una vita secondo la fede e l'incarico di padrino e non può quindi essere ammessa all'incarico di madrina o padrino”. Questa interpretazione viene confermata anche in un lavoro scientifico del 2016 del canonista argentino don Javier E. González Grenón sul tema coerenza tra fede e vita per essere padrini di battesimi o cresime. Nell'articolo, entusiasta per Amoris laetitia, il canonista cita proprio la risposta a monsignor Boy ed osserva che "è chiaro che chi ha una sessualità disordinata, non essendo conforme con la fede e la morale che ciò implica, non dovrebbe essere padrino". Nelle conclusioni che fanno appello al discernimento del pastore proprio sulla base di Amoris laetitia, Grenón riconosce però che "ci sono condizioni che escludono automaticamente un credente dalla possibilità

di fare il padrino o la madrina" e vi include anche i transessuali.

Nel giro di otto anni, nell’arco dello stesso pontificato, il dicastero chiamato a custodire l’ortodossia cattolica ha fornito due risposte diverse alla stessa domanda. Una circostanza che inevitabilmente potrebbe provocare confusione.

Estratto dell’articolo di Michele Bocci per “la Repubblica” il 27 marzo 2023.

Sono sempre di più le coppie che si affidano all’eterologa. I bambini venuti al mondo grazie alle strutture che utilizzano questa tecnica in Italia hanno raggiunto quasi l’uno per cento del totale dei nati. I figli della fecondazione tra il 2019 e il 2021 sono aumentati addirittura del 64%. E, tra l’altro, i dati non tengono conto di coloro che continuano a scegliere di andare all’estero.

 Chi ha bisogno della procreazione medicalmente assistita (pma) con donazione di ovocita, però, è quasi sempre costretto a pagare. Sono pochissime infatti le Regioni che hanno messo insieme un’offerta di attività pubblica accettabile. Quasi tre quarti delle procedure avviate nel nostro Paese avvengono così in centri privati, che chiedono dai 5 ai 9 mila euro per ogni ciclo di pma.

[…]

 L’incremento delle culle

I numeri, inediti e gli ultimi disponibili, sull’attività dei centri di pma nel 2021, raccontano di un boom di procedure di eterologa e soprattutto di nascite. Due anni fa sono stati fatti 13.461 cicli contro gli 8.995 del 2019 (+49 per cento). I nati sono stati ben 3.608, cioè oltre 10 al giorno e addirittura il 64 per cento in più rispetto al 2019, e anche al 2020, anno nel quale tutta l’attività sanitaria si è ridotta a causa della pandemia da coronavirus. Mai si era registrata una crescita così importante in solo dodici mesi: oltre 1.400 nati. Negli anni precedenti si aumentava al massimo di 2-300 parti alla volta.

 […]

Il business dei privati

In Italia ci sono ben 83 centri privati che fanno la fecondazione eterologa. Presso di loro vengono effettuati quasi il 73% dei cicli, cioè 9.767. Le coppie arrivano soprattutto dal Sud, ma non solo.

 La Regione dove vengono effettuate più procedure a pagamento è il Lazio, che ha appena due centri pubblici (dove nel 2021 sono stati fatti appena 71 cicli) e ben 17 privati, che ne hanno effettuati 3.000. Se poi si scende più a sud, è il deserto. Ci sono due strutture pubbliche in Campania. E poi basta.

A certe latitudini anche i privati scarseggiano. Ce ne sono solo nella stessa Campania, in Puglia e in Sicilia. Da certe realtà, come Molise, Basilicata e Sardegna, le coppie sono costrette giocoforza a emigrare, visto che non hanno alcun centro dove si fa l’eterologa.

[…] La Regione con il sistema pubblico più forte, compresi i convenzionati, è la Toscana, dove si fanno 2.400 cicli l’anno con il sistema sanitario. Infatti, oltre due terzi delle coppie arrivano da fuori.

Fecondazione eterologa e maternità surrogata: i figli delle coppie dello stesso sesso e la legge che non c’è, chi sono e perché.  Milena Gabanelli ed Elena Tebano su Il Corriere della Sera il 29 Marzo 2023.

Lo scontro esploso sui riconoscimenti dei figli delle coppie gay è una conseguenza del fatto che la legge italiana non li prevede e quindi non li riconosce, ma loro esistono e da decenni chiedono tutela, appellandosi ai giudici o — più di recente — ai sindaci. In questo vuoto normativo sono nate le famiglie arcobaleno. Nessuno può negare a una coppia dello stesso sesso di aspirare a diventare genitori. Una strada è l’adozione di un bambino abbandonato. Questo è possibile in Portogallo, Spagna, Francia, Regno Unito, Irlanda, Islanda, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, Germania, Svizzera, Austria, Slovenia, Croazia e Malta, ma non in Italia. La nostra legge consente l’adozione solo alle coppie eterosessuali sposate. Le coppie lesbiche, a partire dall’inizio degli anni duemila, hanno cominciato a ricorrere alla fecondazione eterologa nei Paesi dove era permessa. Dapprima in Svezia, poi Spagna, e poi nel resto dell’Europa occidentale. I loro figli più grandi hanno ormai vent’anni. E infatti oggi la stragrande maggioranza delle famiglie omogenitoriali, nove su dieci, sono formate da madri lesbiche.

La fecondazione eterologa

La fecondazione eterologa è una tecnica inizialmente sviluppata per aiutare le coppie eterosessuali con problemi di fertilità: si chiama così perché uno o entrambi i gameti (seme o ovulo) provengono da donatori esterni alla coppia in cui la donna porta avanti poi la gravidanza. In Italia la fecondazione eterologa era vietata dalla legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Divieto che poi la Corte costituzionale ha abrogato a partire dal 2014. E così oggi tutte le coppie eterosessuali sposate o conviventi possono accedere all’eterologa senza più viaggiare per mezza Europa. Prima di iniziare la procedura firmano un consenso informato vincolante: una volta che un uomo acconsente ad avere un figlio con la moglie o compagna grazie al seme di un donatore, o viceversa, non può più disconoscere il nascituro e il bambino viene subito registrato alla nascita con un semplice modulo depositato all’anagrafe. Si chiama «genitorialità intenzionale»: un modo di essere genitori che non passa dal legame di sangue, ma dall’impegno morale a far nascere un bambino, a crescerlo e prendersene cura. L’Italia pone però un limite alla genitorialità intenzionale: per legge i genitori devono essere un uomo e una donna.

Se la coppia è lesbica

In Spagna, Portogallo, Francia, Regno Unito, Irlanda, Islanda, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Germania, Svizzera, Austria e Malta il sesso dei genitori non conta: anche le coppie di donne sposate o conviventi possono ricorrere alla fecondazione assistita eterologa e avere un figlio con il seme di un donatore, esattamente come succede per le coppie eterosessuali. La compagna della donna che porta avanti la gravidanza (chiamata madre intenzionale) firma il consenso informato alla fecondazione eterologa, alla nascita è riconosciuta come secondo genitore e non può più disconoscere il figlio. In tutti i Paesi sopra menzionati, il bambino che nasce con l’eterologa da una coppia di donne viene registrato come figlio di entrambe con un semplice modulo, esattamente come succede per tutti gli altri bambini. Fa eccezione la Germania, dove la legge attualmente prevede che la seconda madre riconosca il figlio con la stepchild adoption (l’adozione del figlio del partner), ma i partiti di governo stanno lavorando per introdurre una legge simile a quelle degli altri Paesi europei, perché ritengono che adottare il figlio che si è contribuito a far nascere sia un processo troppo lungo e discriminatorio.

Italia: un solo genitore per legge

In Italia i bambini concepiti all’estero con la fecondazione eterologa vengono registrati come figli di una madre single. Davanti alla nostra legge perdono la mamma intenzionale che si è impegnata a farli nascere e a prendersene cura quando ha firmato il consenso alla fecondazione eterologa. Infatti, i bambini più grandi delle coppie lesbiche sono cresciuti con una madre legale, quella che li ha partoriti, e una che doveva avere la sua delega anche solo per andarli a prendere a scuola. A partire dal 2014, le famiglie arcobaleno hanno iniziato una battaglia legale chiedendo di volta in volta ai tribunali dei minori di vedere riconosciuto il rapporto delle madri intenzionali con i loro figli, perché il Parlamento non ha mai affrontato questo tema, anzi, ha deciso di togliere gli articoli sulla genitorialità anche dalla legge sulle unioni civili del 2016 perché troppo divisivi. I giudici, per dare una tutela legale minima al rapporto tra la seconda mamma e i suoi figli, hanno dunque usato una legge già esistente: quella sulla «adozione in casi particolari». È una forma di adozione che si usa per dare la responsabilità genitoriale a un adulto che non è il genitore dei bambini, ma è loro legato e se ne prende cura di fatto.

In Italia i bambini concepiti all’estero con la fecondazione eterologa vengono registrati come figli di una madre single.

Cos’è l’adozione particolare

Per ottenere l’adozione in casi particolari serve un procedimento fatto davanti al Tribunale dei minori, che incarica i servizi sociali di redigere, dopo colloqui con entrambi le mamme e almeno una visita a casa, una relazione sulla situazione familiare, sul legame affettivo della seconda mamma con il bambino o la bambina, sulla sua capacità genitoriale, sulle condizioni di vita del minore. La mamma che chiede di essere riconosciuta come tale deve inoltre presentare documenti che attestino il suo reddito e patrimonio. Alcuni tribunali, come quello di Milano, chiedono persino le analisi del sangue con test Hiv e dell’epatite. Sulla base di questi documenti il Pm minorile esprime il suo parere e lo inoltra al giudice, che autorizza o nega l’adozione. I tribunali più veloci, come quello di Roma, riescono a concludere la procedura in 9-12 mesi, ma in media ci vuole un anno e mezzo. Se in quel periodo la mamma adottiva disgraziatamente muore — è successo — il legame non viene perfezionato e il bambino non ha il diritto di ereditare. Durante il lungo procedimento può succedere che la coppia si rompa — ed è già successo molte volte — e che la madre legale ritiri il consenso all’adozione, oppure che la seconda mamma rifiuti di prendersi la responsabilità legale. In tutti questi casi i bambini hanno sempre perso la seconda mamma.

La Corte costituzionale (…): «Il legislatore dovrà al più presto colmare il denunciato vuoto di tutela, a fronte di incomprimibili diritti dei minori»

I sindaci in ordine sparso

Per evitare tutti questi problemi alcuni sindaci, a partire da Chiara Appendino a Torino, nel 2017, seguita poi dai sindaci di Milano, Bologna, Padova e molte altre città, hanno iniziato a fare delle «Dichiarazioni di riconoscimento» per via amministrativa subito dopo la nascita, sul modello di quelle previste per i padri non sposati, e basandosi sul fatto che le madri intenzionali avevano dato il consenso alla fecondazione eterologa. In questo modo la seconda mamma veniva annotata sull’atto di nascita del bambino diventandone genitore a tutti gli effetti. Siccome la giurisprudenza è incerta, non tutti i Comuni ovviamente seguono questa strada, tant’è che mentre ben 9 tra tribunali e Corti d’Appello hanno autorizzato i riconoscimenti alla nascita, la Cassazione si è pronunciata 7 volte contro. A chiarire una volta per tutte, a gennaio 2021 è arrivata la sentenza della Corte Costituzionale.

La maggioranza dei Paesi europei che per ragioni etiche hanno vietato la surrogata riconoscono comunque i bambini che nascono all’estero con questa tecnica, perché i figli non devono pagare le colpe dei genitori.

Il monito della Corte Costituzionale

Scrivono i giudici: «I nati a seguito di procreazione medicalmente assistita eterologa praticata da due donne versano in una condizione deteriore rispetto a quella di tutti gli altri nati, solo in ragione dell’orientamento sessuale delle persone che hanno posto in essere il progetto procreativo. Essi, destinati a restare incardinati nel rapporto con un solo genitore, proprio perché non riconoscibili dall’altra persona che ha costruito il progetto procreativo, vedono gravemente compromessa la tutela dei loro preminenti interessi». La Corte quindi chiede al Parlamento di fare una legge che equipari questi bambini a tutti gli altri: «Il legislatore dovrà al più presto colmare il denunciato vuoto di tutela, a fronte di incomprimibili diritti dei minori». Quella legge non è mai stata neppure discussa.

La maternità surrogata

Cosa c’entra con tutto questo il dibattito sulla maternità surrogata che sta occupando la politica italiana? Nulla. Innanzitutto, riguarda una minoranza delle famiglie arcobaleno (una su dieci, si stima). Si tratta della pratica, chiamata anche gestazione per altri (gpa) o in modo dispregiativo utero in affitto, con la quale una donna porta avanti la gravidanza di un bambino concepito con gameti esterni alla coppia oppure l’ovulo di una donatrice e il seme del padre o di uno dei padri, nel caso delle coppie gay. Alla nascita il bambino diventa figlio dei genitori che l’hanno incaricata, con contratto, di metterlo al mondo. In Italia, come nella maggior parte dei Paesi europei, la maternità surrogata è vietata. Le uniche eccezioni sono Regno Unito, Paesi Bassi, Danimarca, Portogallo e Belgio. La pratica però è possibile solo in forma altruistica, come per la donazione di organi, e di fatto vietata agli stranieri non residenti. In Ucraina, Grecia e Georgia invece la maternità surrogata a pagamento non è né regolata né vietata. E questi Paesi sono così diventati le destinazioni principali per le coppie eterosessuali, anche italiane. I genitori gay italiani invece possono fare la maternità surrogata solo in Canada (altruistica) e Stati Uniti (a pagamento), dove è legale per una donna portare avanti una gravidanza per altri, e i bambini vengono registrati con il nome dei due padri sull’atto di nascita.

La maggioranza dei Paesi europei che per ragioni etiche hanno vietato la surrogata riconoscono comunque i bambini che nascono all’estero con questa tecnica, perché i figli non devono pagare le colpe dei genitori. Germania e Austria, per esempio, trascrivono il certificato di nascita con due padri. Spagna e Francia prevedono l’adozione per il secondo padre. Finora l’Italia trascriveva i figli delle coppie eterosessuali nati con la surrogata (la maggioranza) per via del fatto che essendo etero non li «vedeva», mentre i figli delle coppie gay, a seconda delle città e dei tribunali, li trascriveva o imponeva l’adozione in casi particolari. Il 30 dicembre la Corte di Cassazione ha vietato la trascrizione automatica e indicato l’adozione in casi particolari, perché ritiene la surrogata «contraria all’ordine pubblico». A quel punto il Prefetto di Milano, su mandato del ministero dell’Interno, ha messo sullo stesso piano maternità surrogata ed eterologa, fermando anche le trascrizioni alle coppie lesbiche. Il centrodestra però ha spostato tutta l’attenzione sull’utero in affitto proponendo una legge che lo renda reato universale, cioè perseguibile in Italia pure se «consumato» in un Paese dove la pratica è legale. Per i giuristi la norma ha profili di incostituzionalità. Nel pollaio politico e di conseguenza mediatico, si continuano a ignorare i richiami della Corte Costituzionale sul vero punto: quello di tutelare i bambini venuti al mondo.

Surrogati.

Il Bestiario, l'Uterigno. Giovanni Zola l'8 Giugno 2023 su Il Giornale.

L’Uterigno è un animale leggendario che si batte perché i cuccioli dell’orsa non vengano separati dalla madre, ma poi difende l’utero in affitto

L’Uterigno è un animale leggendario che si batte perché i cuccioli dell’orsa non vengano separati dalla madre, ma poi difende l’utero in affitto.

L’Uterigno è un essere mitologico con una spiccata sensibilità nei confronti dei diritti dei più deboli, degli emarginati, dei migranti, dei “diversi” e, coma già detto, degli animali. L’Uterigno s’indigna quando i poveri migranti sono costretti, per guerre e povertà, ad allontanarsi dalla propria terra e non vengono accolti, perché essere strappati dalle origini di appartenenza è una cosa ingiusta e disumana. L’Uterigno difende i poveri costretti ad umiliarsi per sopravvivere obbligati ad accettare lavori sottopagati e con turni e orari disumani a cui è stato tolto il “reddito di cittadinanza” perché strappare all’uomo la dignità del lavoro è una cosa ingiusta e disumana. L’Uterigno si batte per i diritti delle minoranze, soprattutto per la comunità LGBTQ, perché non vengano stigmatizzati, odiati e discriminati sul lavoro – sebbene ci siano più omossessuali nel mondo del cinema, della televisione e della moda che parlamentari ex Movimento 5 Stelle nel Gruppo Misto, perché essere strappati dalla propria indole sessuale è una cosa ingiusta e disumana.

L’Uterigno scende in piazza a favore degli animali, soprattutto quelli a rischio d’estinzione, costretti a convivere con l’uomo, più bestia delle bestie, che li sfrutta e li uccide come fossero animali, perché essere strappati dal proprio habitat naturale è una cosa ingiusta e disumana anche se si tratta di animali. L’Uterigno combatte per la natura contro il “cambiamento climatico” per salvare la terra dalla apocalisse provocata dall’uomo – fine del mondo che sarebbe dovuta avvenire proprio quest’anno, ma che è stata posticipata al 2025 – e per salvaguardare l’esistenza dei nostri figli a cui è stata strappata l’adolescenza in modo ingiusto e disumano.

L’Uterigno grida vendetta quando non si rispetta il “diritto al desiderio” di coppie eterosessuali e omosessuali che non potendo avere figli propri, i primi per questioni di salute, i secondi per questioni tecniche, si affidano alla GPA o gestazione per altri o più volgarmente all’utero in affitto, pagando donne in grave difficoltà economiche che ospitano embrioni scelti dal catalogo dei desideri per ottenere il figlio con le caratteristiche preferite. Perché strappare il figlio alla madre non è considerata una pratica ingiusta e disumana.

(ANSA giovedì 31 agosto 2023) - Lo Stato italiano ha violato i diritti di una bambina, nata nel 2019 in Ucraina con il ricorso alla maternità surrogata, impedendo il riconoscimento legale del rapporto di filiazione con il padre biologico, e facendo di lei un'apolide. L'ha stabilito la Corte europea dei diritti umani giudicando l'Italia colpevole di aver violato il diritto alla vita familiare e privata della bambina di cui non svela le generalità. La Corte ha inoltre stabilito che le autorità italiane dovranno versare alla bimba 15 mila euro per danni morali e 9.536 per le spese legali sostenute dal padre biologico e la madre intenzionale.

A portare il caso alla Corte di Strasburgo nel settembre del 2021 sono stati il padre biologico e la madre intenzionale della bambina, entrambi cittadini italiani, e di cui nella sentenza non vengono indicate le generalità. Il ricorso a Strasburgo è stato introdotto dopo che i due si sono visti rifiutare ripetutamente dagli uffici dell'anagrafe e dai tribunali italiani il riconoscimento legale del legame con la bimba.

Nel ricorso si specifica che "il rifiuto delle autorità nazionali di riconoscere il padre biologico e la madre intenzionale come suoi genitori, da un lato, e il fatto che non avesse la cittadinanza, dall'altro, la ponevano in uno stato di grande incertezza giuridica". La piccola, afferma l'avvocato della coppia, Giorgio Muccio, non ha documenti d'identità, né tessera sanitaria, o accesso alla sanità e istruzione pubblica. Nella sentenza la Corte di Strasburgo riconosce che la piccola, che ha 4 anni, "è stata tenuta fin dalla nascita in uno stato di prolungata incertezza sulla sua identità personale", e conclude che "i tribunali italiani hanno fallito nell'adempiere all'obbligo di prendere una decisione rapida per stabilire il rapporto giuridico della bimba con il padre biologico".

Tiziano Ferro delude la sinistra arcobaleno. Alberto Busacca su Libero Quotidiano il 04 ottobre 2023

Che delusione, per la sinistra. Tiziano Ferro era il testimonial ideale per attaccare il governo sui diritti e per criticare la solita “destra bigotta” che se ne frega delle famiglie arcobaleno. E invece lui, Tiziano, si è tirato indietro. E la sua storia, dolorosamente privata, non potrà più essere utilizzata da dem e progressisti vari. Il cantante, si sa, è in fase di divorzio dal marito, Victor Allen. E, come succede a tante coppie che scoppiano, bisogna pensare anche (e soprattutto) ai bambini. Che in questo caso sono due: Margherita e Andres. Annunciando la separazione, a metà settembre, Ferro aveva spiegato: «I miei due meravigliosi figli trascorrono la maggior parte del tempo con me. In questo momento non posso lasciarli, e non posso portarli in Italia». Già, «non posso portarli in Italia». Apriti cielo. Questa frase aveva fatto sobbalzare la sinistra e i giornali progressisti...

La Stampa, per dire, era andata all’attacco a testa bassa. Con questo titolo: «Il divorzio di Ferro e i figli arcobaleno senza tutele in Italia». Anche Repubblica aveva preso la stessa strada: «Qui non c’è una legge che protegga i bambini delle coppie omogenitoriali: restano senza diritti del tutto o si vedono riconosciute le tutele solo a metà. Le parole del cantautore accendono di nuovo i riflettori sulle mancanze dell’Italia». E ancora: «Da quando è in carica, il governo ha usato questo tema, delicato e divisivo, come passepartout per attaccare i diritti di molte altre minoranze. Attuando una stretta che ha complicato ancora di più le cose». Insomma, i problemi di Tiziano Ferro sarebbero colpa del governo di Giorgia Meloni...

Ma le cose stanno davvero così? No, assolutamente. E a chiarirlo ci ha pensato lo stesso Ferro, intervistato da Candida Morvillo sul Corriere della Sera. Domanda: come mai non può portare i bambini in Italia? Risposta: «Questa frase ha scatenato gli odiatori seriali e ha dato pane ai cretini, specie considerando che i miei figli erano con me in tour in Italia questa estate. Ora, non poter partire coi bimbi è dovuto non alle leggi italiane, ma a un tecnicismo noioso e fastidioso: avendo un divorzio in corso, non posso lasciare lo Stato della California coi miei figli». Toh, non c’entrano le leggi italiane e non c’entra la Meloni. È solo la sinistra che se la canta e se la suona. Ma alla fine, guarda un po’, stecca sempre... 

Tiziano Ferro e la via crucis per i figli di coppie gay. Il cantante annuncia il divorzio: “Non potrò portare i bimbi in Italia”. Nel nostro paese due uomini non possono adottare, e se ricorrono alla maternità surrogata il riconoscimento è solo per il genitore biologico. Francesca Spasiano su Il Dubbio il 19 settembre 2023

Questa volta non è soltanto una questione di gossip. Se la notizia del divorzio tra Tiziano Ferro e suo marito Victor Allen continua a rimbalzare in rete è anche perché la loro storia rimette al centro il dibattito su una fetta di diritti che in Italia sono ancora negati. E lo saranno sempre di più, soprattutto alla luce della nuova legge, già approvata alla Camera, che rende la maternità surrogata un reato universale.

«Qualche giorno fa, davanti al mio mare, di fronte al mio monte, il mio uomo e io ci siamo sposati. La cosa è molto più grande di Victor e di me. Riguarda tutti», spiegava la pop star di Latina quattro anni fa, dopo la doppia cerimonia a Los Angeles e a Sabaudia nell’estate 2019. Da allora la coppia ha sempre mantenuto alta la “soglia” della privacy, soprattutto dopo l’annuncio nel febbraio del 2022, quando in famiglia sono arrivate «due meraviglie di 9 e 4 mesi», Margherita e Andres.

Tiziano Ferro diventa papà e vuole gridarlo al mondo, ma sa di doverne parlare con discrezione. «Comprendiamo e accettiamo la curiosità che regna intorno a noi - spiegava - ma vi chiediamo di rispettare la riservatezza» dei due bimbi: saranno loro, quando e se vorranno, a raccontare la loro storia. La stessa riservatezza è stata invocata anche oggi, quando Ferro ha annunciato che il suo matrimonio è finito. Il cantante ha voluto condividere sui social la «dolorosa separazione da Victor», spiegando ai fan che dovrà rinunciare al tour di presentazione del suo primo romanzo, La felicità al principio (Mondadori), per potersi occupare dei figli negli Stati Uniti.

«È un momento delicato, in cui tutta la mia attenzione è concentrata sulla tutela dei miei due meravigliosi figli, che attualmente trascorrono la maggior parte del tempo a casa con me. In questo momento non posso lasciarli e non posso portarli con me in Italia», ha scritto il cantante nel messaggio postato su Instagram. Dal quale, senza azzardare ipotesi, è possibile trarre almeno un’evidenza: in Italia le coppie omogenitoriali e i loro figli non hanno tutele. Soprattutto se quella coppia è composta da due uomini che desiderano diventare papà: nella migliore delle ipotesi, cioè al termine di un percorso di gestazione per altri all’estero con annesso certificato di nascita del bimbo, è su di loro che grava il maggiore “sospetto”. Perché? Facciamo un po’ di ordine.

In Italia due uomini che vogliono un figlio hanno soltanto una scelta: andare via. Adottare è impossibile per una coppia omosessuale (e anche per i single), e la maternità surrogata da noi è già reato: ciò che il centrodestra ora chiede è di perseguire il cittadino italiano anche all’estero. Ma c’è di più.

Nonostante il monito della Consulta, il legislatore fino ad ora non ha trovato una risposta utile a garantire le necessarie tutele ai minori già nati e che nasceranno: a regolare la materia è la giurisprudenza. La cosiddetta stepchild adoption, l’adozione da parte del partner, è stata stralciata dalla legge sulle unioni civili del 2016, come “sacrificio” necessario per ottenerne il via libera al testo. Nel quadro attuale normalmente sono i singoli comuni ad interpretare le norme, a decidere se trascrivere gli atti di nascita formati all’estero, e se riportare sul documento i dati di entrambi genitori, quello biologico e quello “intenzionale”. Se arriva un rifiuto la coppia può ricorrere al tribunale, ma ciò che il giudice deciderà è una lotteria. Lo confermano le decisioni a macchia di leopardo di cui si ha notizia su tutto lo stivale, in uno scenario complicato lo scorso gennaio dallo stop del Viminale ai sindaci.

Il ministero ha imposto la sospensione sulla base di una sentenza della Cassazione dello scorso dicembre, secondo la quale - in caso di maternità surrogata, considerata “contraria all’ordine pubblico” - il genitore di intenzione può ricorrere all’adozione in casi particolari. Un istituto regolato dalla legge numero 184 del 1983, che apre una “corsia” speciale per questi casi, ma solo se il genitore biologico presta il consenso, che a differenza dell’adozione “normale” si può revocare in seguito.

Ecco perché, se il comune si rifiuta di trascrivere il nome di entrambi i genitori sull’atto di nascita, la via è obbligata, ma anche parecchio lunga e accidentata. Che succede se il genitore biologico si ammala, o peggio, muore? Che succede se la coppia si separa? La risposta spesso è affidata alle sentenze, e può variare di volta in volta, fino a generare situazioni paradossali: come nel caso di una bambina nata in Ucraina e rimasta “apolide” fino a 4 anni, quando sulla vicenda si è espressa la Cedu. Un po’ diverso è il caso dei bimbi nati da due mamme tramite fecondazione eterologa: sul punto la giurisprudenza è abbastanza concorde, e le trascrizioni (normalmente) procedono spedite.

«Oggi, se voglio far entrare i miei figli in Italia, so che avrebbero diritto a metà del presidio genitoriale anche se ci sono due persone che possono prendersi cura di loro. Se stanno male, solo io posso andare al pronto soccorso perché Victor non risulta sul passaporto, il che è una cosa aberrante. Al di là dell’essere d’accordo o meno, della morale, di un senso di colpa costruito a tavolino, ho sempre pensato che i miei diritti non tolgono nulla a quelli degli altri. Quando poi questa cosa prende una faccia, che è quella dei tuoi bimbi, è allora che ti ferisce. Per questo non gli ho ancora fatto il passaporto italiano anche se ne hanno diritto, forse lo farò più avanti, o lo faranno loro. Tanto a farli entrare col passaporto italiano avrebbero solo svantaggi, mentre da americani son tranquillo, so che se vengo in tour Victor può prendersi cura di loro… È una cosa che può sembrare stupida, e invece mi fa soffrire da morire», spiegava  Tiziano Ferro in un’intervista a Rolling Stones del 2022. Un riassunto efficace di quanto sia complicato, se non impossibile per due uomini, diventare papà in Italia.

Estratto dell’articolo di Carlo Bertini per “la Stampa” giovedì 27 luglio 2023.

Dunque per la Camera dei deputati la maternità surrogata deve essere un reato universale, non solo nazionale come lo è dal 2004: quando la legge passerà al Senato, chiunque lo commetta fuori dai patri confini (nei paesi dove è consentita la gestazione per altri), sarà punito al suo rientro con il carcere da tre mesi a due anni. Pure se avrà un neonato in braccio al quale la legge varata ieri in prima lettura non concederà la possibilità di essere registrato sul suolo italiano, come avevano chiesto le opposizioni. [...] 

La maggioranza si compatta sotto questa bandiera, le deputate FdI danno vita davanti Montecitorio ad un flash mob insieme alla ministra della Famiglia, Eugenia Roccella, con lo striscione "Utero in affitto reato universale. Difendiamo il corpo delle donne".

E il Pd porta a casa la pelle, riuscendo a non spaccarsi di fronte ai colpi dei più liberal, come il radicale Riccardo Magi, segretario di +Europa: che scodella un emendamento-trappola per i dem, provando a sdoganare la gestazione solidale, ovvero quella senza fini di lucro dove alla gestante viene riconosciuto solo un rimborso spese.

I dem si sottraggono al voto ed evitano lo show down, che avrebbe fotografato le diverse sensibilità, malgrado alla vigilia le premesse ci fossero tutte. Con una sola defezione al regime d'aula imposto dalla segretaria: quella dell'ex ministra Paola De Micheli, che vota contro la proposta Magi. Il quale reagisce agli attacchi, denunciando «lo schiaffo in faccia alle famiglie e alle persone che hanno nella gestazione per altri l'unica alternativa per avere figli». E puntando il dito sul Pd dove «persiste un'anima conservatrice su questi temi che ogni volta blocca tutto». 

L'animosità della discussione in aula e i toni accesi svelano quanto il tema scaldi gli animi, e ancor di più lo svelano i silenzi degli assenti: tanti in entrambi gli schieramenti: 15 della Lega, 12 di Forza Italia, 5 di FdI, 15 dem, tra cui Elly Schlein; 14 di M5s, tra cui Giuseppe Conte e tre di Az-Iv. Il Terzo Polo, che ha lasciato libertà di coscienza, si è frantumato: quattro a favore - tra cui Carfagna e Rosato - sette contro - tra cui Boschi, Costa, Richetti - quattro astenuti - tra cui Elena Bonetti. [...]

Estratto dell’articolo di A. Ar. per il “Corriere della Sera” giovedì 27 luglio 2023.  

Cosa prevede la proposta di legge sulla maternità surrogata come reato universale?

La maternità surrogata (chiamata anche gestazione per altri o utero in affitto) oggi è già vietata in Italia, ma con questa proposta di legge viene previsto l’obbligo per i magistrati di perseguire un cittadino italiano anche se effettua questa pratica all’estero. 

Cambia qualcosa se il Paese dove viene effettuata la maternità surrogata considera lecita questa pratica?

No. Il reato è, appunto, universale e il cittadino italiano viene perseguito ovunque. 

Quali sono le sanzioni a cui va incontro chi viola questa legge?

Si rischia la reclusione da tre mesi a due anni e una multa da 600 mila euro a un milione. Questa è la stessa pena già prevista dalla legge esistente. 

[…] 

Con questa approvazione la proposta è diventata legge?

No, con questo passaggio c’è stata soltanto l’approvazione di un ramo del Parlamento, la Camera, e adesso il testo dovrà passare il vaglio del Senato. 

È la prima volta che arriva in Parlamento una simile proposta di legge?

No nella scorsa legislatura era stata Giorgia Meloni a presentare un testo assolutamente identico che, però, non era arrivato nemmeno alla discussione in commissione.

Maternità surrogata, la capogruppo Verdi-Sinistra la stronca: "Mercifica il corpo". Il Tempo il 31 luglio 2023

Nella discussione della gestazione per altri, anche detta maternità surrogata, uno degli interventi più applauditi è stato quello di Luana Zanella, la capogruppo dell'Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera. Il motivo? La deputata si è schierata contro la proposta di Roberto Magi che introduceva l'alternativa della gravidanza per altri solidale e altruistica. In un'intervista rilasciata a Il Giornale, Zanella è tornata ad affrontare l'argomento con chiarezza. Seppur ecologista e femminista da sempre, la capogruppo di Verdi e Sinistra ha rivendicato il suo intervento alla Camera contro la Gpa solidale e approfondito il suo ragionamento sul tema.

"Questa proposta delinea un concetto di maternità che non ha nulla a che vedere con la maternità che si è affermata nel corso dei millenni. La maternità non può essere ridotta a un mezzo di produzione a vantaggio di altri": così Luana Zanella aveva raccolto l'entusiasmo del centrodestra, facendo implodere la sinistra e contribuendo a respingere l'emendamento proposto dal deputato di +Europa alla Camera. Ora, in un'intervista concessa a Il Giornale, Zanella ha spiegato meglio le sue idee. "Rivendico le mie parole. Perché non dovrei? Quell'intervento non è stato improvvisato. È frutto di una lunga militanza eco-femminista e di una cultura politica che si è formata nel femminismo della differenza. Le mie parole sono anche espressione di elaborazioni teoriche di grande spessore, che contestano la gestazione per altri come pratica che mercifica il corpo della donna", ha affermato.

Poi Zanella ha commentato lo scenario di un centrosinistra spaccato che non trova accordi su molti argomenti di discussione: "Purtroppo non sono sorpresa da queste divisioni, forse dispiaciuta. In ogni caso, sarà indispensabile affrontare una riflessione su questioni così cruciali, come l'origine della vita umana e la relazione madre-creatura". Alla domanda sul modo attraverso cui battere il centrodestra, la capogruppo Verdi-Sinistra ha risposto: "Con una coalizione che assuma su di sé la questione ecologica come bussola per le proprie azioni. Non solo per la sua urgenza, negata dalla premier Meloni in persona, ma anche perché è il buco nero che comporterà terribili disparità economiche e sociali". E sul dialogo con Azione e Italia Viva ha ammesso: "Nel lavoro parlamentare quotidiano io mi trovo molto bene con le donne di Azione e Italia Viva, a partire dall'ex ministra Elena Bonetti. Dunque sì al dialogo, ma ci dividono le opzioni del nucleare e delle trivelle, inaccettabili per noi ambientalisti".

 

Scontro sui diritti civili. Cos’è l’emendamento Magi sulla maternità surrogata e perché è stato bocciato alla Camera. Così come per il voto sulla mozione di sfiducia in Senato per il Ministro Santanché, anche per quello alla Camera sulla Gpa come reato universale, le opposizioni si sono divise: Partito democratico e M5s poco 'radicali' (rispettivamente non ha partecipato e si è astenuto dal voto), Italia Viva, Verdi e Sinistra favorevoli. Redazione Web su L'Unità il 26 Luglio 2023

È iniziato oggi alla Camera l’iter relativo alla proposta di legge del centrodestra, volta a introdurre il reato universale per la maternità surrogata. L’Aula ha bocciato tutti gli emendamenti, compreso quello presentato da Riccardo Magi di +Europa. Ma Cos’è l’emendamento Magi sulla Gpa e perché è stato bocciato? Il deputato di scuola radicale avrebbe voluto regolamentare la Gestazione per altri (Gpa) invece di criminalizzarla, istituendo un Registro nazionale delle gestanti. Sul tema, il Partito democratico non ha partecipato alla votazione. Il Movimento 5 Stelle si è astenuto. L’alleanza Verdi e Sinistra ha votato a favore. Il testo è stato sostenuto da Ivan Scalfarotto di Italia Viva. Anche sui diritti civili le opposizioni si sono dunque divise.

Cos’è l’emendamento Magi sulla Gpa e perché è stato bocciato

“Essere femminista per me ha sempre significato una cosa: rendere le donne, tutte le donne, libere di scegliere perché consapevoli delle loro scelte, senza alcuna imposizione o limite imposto da parte degli uomini e neppure da altre donne. Per questo, quando leggo di alcune femministe che si schierano contro la Gestazione per Altri e pretendono che il loro parere si faccia verbo per tutte le altre persone, sorrido amaro. La loro opinione, legittima, è la loro – aggiunge Bonino -. La mia è la mia, quella di ciascuna donna è solo e soltanto quella di quella donna. Così come non lottavamo perché tutte le donne abortissero, oggi non lottiamo affinché tutte le donne possano liberamente scegliere se essere portatrici. Lottiamo semmai affinché il confine tra lo Stato che tende a farsi etico e il corpo di ogni donna si fermi alle sue decisioni, rispettandole e accompagnandole. Alle donne che oggi voteranno in Parlamento sul Dl Varchi sul reato universale chiedo, ancora una volta, di tenerlo bene in mente“, ha scritto Emma Bonino sui social.

La questione ha invece ricompattato, almeno nelle dichiarazioni pubbliche, il ‘fronte radicale’ che per diritti civili si è sempre storicamente speso in tante battaglie politiche. Hanno dichiarato Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriere del Partito Radicale: “Nell’ambito dei referendum che il Partito Radicale si appresta a presentare, sulla giustizia, sull’antiproibizionismo, ci sarà anche quello per abrogare il reato universale sulla gestazione per altri“. Gli ha fatto eco l’Associazione Luca Coscioni, attraverso le parole dell’avvocato e Segretario Filomena Gallo: “Con la votazione di oggi si è persa un’occasione per una buona regolamentazione della gravidanza per altri solidale, unica vera alternativa al proibizionismo che la maggioranza propone. Apprendiamo che il PD non ha partecipato alla votazione dell’emendamento Magi basato sulla proposta di legge dell’Associazione Luca Coscioni; mentre si è astenuto il M5S e solo AVS ha votato a favore.

Ci dispiace che sia la maggioranza sia l’opposizione non abbiano voluto cogliere questa possibilità di concreta regolamentazione. Noi, insieme con le tantissime persone che per una malattia o per una condizione hanno bisogno di accedere alla gravidanza per altri, non perdiamo la speranza che ci possa essere una valutazione diversa al Senato e continueremo con la mobilitazione in corso. Confidiamo che il ceto politico voglia ascoltare la voce dei tanti cittadini investiti da questo tema. Ringraziamo Riccardo Magi e Ivan Scalfarotto che alla Camera e al Senato hanno depositato il testo elaborato dall’Associazione Luca Coscioni con altri per una buona legge sulla gravidanza per altri solidale e ci auguriamo che altri colleghi vogliano sottoscrivere il testo“. Redazione Web 26 Luglio 2023

La Camera approva il “reato universale” di maternità surrogata. E l’opposizione si spacca. Zanella di Alleanza Verdi e Sinistra incassa un minuto di applausi dalla destra. Paola De Micheli e Bruno Tabacci votano in dissenso del Pd. “L’obbrobrio giuridico” ora passa al Senato. Simone Alliva su L'espresso il 26 Luglio 2023

Un pateracchio, un mostro, un obbrobrio giuridico a rischio pernacchia. La Camera approva. Accompagnato da questi giudizi espressi da parlamentari e giuristi, l’Aula di Montecitorio dà il via libera al progetto di legge Varchi di Fratelli d’Italia che modifica il reato di maternità surrogata, rendendolo universale, ovvero perseguibile anche se commesso all'estero. I sì sono stati 166, i contrari 109. Una giornata fatta di chiacchiere, polemiche, scontri interni e silenzi. La soglia di attenzione sull’Italia che arde, letteralmente o che finisce sott’acqua, in Aula è scarsa. Lo fanno notare in apertura i deputati di opposizione.

Il primo a intervenire è per il Partito Democratico, Alessandro Zan: «È evidente a tutti che questo obbrobrio giuridico è una grande arma di distrazione di massa», messa in campo nel momento in cui «l'Italia brucia al Sud e subisce nubifragi senza precedenti al Nord con un negazionismo vergognoso. Allora perché oggi lo si approva? Perché c'è un disegno preciso di questa destra, un attacco sistematico alle famiglie arcobaleno e ai loro figli» ha aggiunto. Un'offensiva che per Zan è cominciata con la circolare del ministro Piantedosi ai sindaci che impedisce le trascrizioni all'anagrafe dei figli delle coppie omogenitoriali nati all'estero. «Poi c'è la questione del regolamento europeo sui figli, bocciato dal Senato, e l'appoggio dato da Meloni alle norme discriminatorie di Orban in Ungheria». 

«Sotto il profilo giuridico» continua il deputato di +Europa, Riccardo Magi, «è una scemenza che contrasta con il codice penale e sorprende il silenzio del ministro della Giustizia. Nessuno cittadino europeo può essere condannato per un'azione che non sia reato o nel Paese in cui viene commessa o per i trattati internazionali. Questa legge ci porrà in contrasto con altri paesi sovrani. Questa maggioranza e questo governo vogliono rendere un reato universale ciò che altrove è nei fatti realtà. E allora saranno le istituzioni di queste democrazie a farvi una pernacchia». 

Tutti gli interventi sottolineano i pareri degli esperti auditi nelle commissioni e riportati anche da L’Espresso: il reato universale nel linguaggio giuridico non esiste, la legge avrà difficoltà di applicazione quando in altri Stati, a determinate condizioni, la maternità surrogata è consentita. Sulle coppie omogenitoriali il giudice su segnalazione potrà aprire dei fascicoli ma come dovrà procedere? Sia la Corte Costituzionale che quella di Cassazione hanno dichiarato che sì, la pratica della maternità surrogata costituisce una violazione dell’ordine pubblico (perché da noi è penalmente punita) eppure bisogna attivare la procedura di adozione dei casi speciali, e tutelare soprattutto il minore.

Dalla maggioranza silenzio. Nessuno deputato si iscrive per un intervento. Dai banchi della destra solo sorrisi, sguardi obliqui e ironici. 

Ed è un silenzio a presa rapida, come il cemento, una tecnica che si stringe in due parole: divide et impera. Diventa visibile quando la discussione plana sull’emendamento Magi che propone di consentire e regolamentare la cosiddetta maternità surrogata solidale, cioè non a fini di lucro (la gestante riceve pagamenti in forma di rimborsi spese). 

Il gruppo Alleanza di Verdi, Sinistra si divide con Sinistra Italiana che voterà a favore e i Verdi contro. Nel Pd l'equilibrio si raggiunge con la non partecipazione al voto, fatta eccezione per Paola De Micheli e Bruno Tabacci che votano contro. Il M5s sceglie l'astensione. Mentre il Terzo Polo opta per la cosa più semplice per un tema sensibile, vale a dire la libertà di voto. Ma è l’intervento della capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera Luana Zanella a rompere e aprire uno scontro tutto interno, tra mondi e tra epoche, tra femminismi di seconda e terza ondata: «La maternità non può essere ridotta a un mezzo di produzione a vantaggio di altre e altri», ha chiarito Zanella, in un intervento che pronuncia in quanto «nonna e mamma». «Con il contratto proposto la donna rinuncia al proprio corpo. Questa proposta delinea un concetto di maternità che non ha nulla a che vedere con la maternità che si è affermata nel corso dei millenni».

Dai banchi della maggioranza si solleva un applauso che dura un minuto intero. Pro-Vita l’associazione anti-abortista e anti-scelta riprende subito l’intervento di Zanella e lo rilancia sui social. Elisabetta Piccolotti della segreteria nazionale di Sinistra Italiana, parlamentare dell'Alleanza Verdi Sinistra gela Zanella: «Tutelare le donne significa tutelare la libertà di scelta sul proprio corpo mai scegliere al loro posto e per loro. La mia esperienza di madre non può mai assurgersi a modello di vita per tutte le altre. Non siamo uno Stato etico». Per Laura Boldrini «La definizione più frequente sarà obbrobrio giuridico. Fermatevi, perché l'impatto che avrà sulla vita di questi bambini sarà devastante, potete immaginare cosa vuol dire sapersi figli di un reato universale. Perché vi volete accanire sulla vita di questi bambini?». 

Anche il dem Alessandro Zan, risponde senza citare direttamente Zanella, parla di «intervento reazionario» pronunciato da una «collega dell'opposizione» applaudito dalla maggioranza. «Stiamo parlando di persone di bambini e di famiglie che non meritano questo sciacallaggio quotidiano. Chiedo un linguaggio rispettoso alla vita di queste persone».

La discussione procede ma è un soliloquio solo dell’opposizione. Elon Musk accolto con giubilo dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e che ha avuto un figlio tramite maternità surrogata, è il grande protagonista degli interventi dell'opposizione. Con lui citate anche le famiglie arcobaleno, che si vorrebbero tutelare ma tutte le proposte emendative volte a garantire diritti ai figli che già esistono delle coppie omogenitoriali vengono respinte dalla relatrice Carolina Varchi.  Non serve a nulla l'invito dell'opposizione a ripensarci. «Mi vergogno per voi. Un comportamento totalmente disumano e crudele», si sfoga Zan. 

L'emendamento Montaruli di Fratelli d’Italia è l’unico a passare:  esclude la commercializzazione dei gameti dalla punibilità all’estero. E salva dunque la procreazione medicalmente assistita che era minacciata dal pdl Varchi e che rischiava di punire la pma fatta all’estero. «Una svista» dicono da Fdi. «La prova plastica della loro inettitudine e incapacità» rispondono dall’opposizione.

Ma l’affondo arriva a fine giornata. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove (Fdi) da parere favorevole all'ordine del giorno di Zanella (Avs) che impegna il governo ad adottare iniziative diplomatiche perché l'Onu imponga «il divieto globale nei riguardi della maternità surrogata». Il testo, sottoscritto anche da Augusta Montaruli (Fdi) impegna il governo «a intraprendere ogni iniziativa utile a livello internazionale affinché l'Assemblea Generale dell'Onu adotti una risoluzione con il divieto globale nei riguardi della surrogazione di maternità», sul modello di quella per l'eliminazione delle mutilazioni genitali femminili. 

A fine giornata il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Tommaso Foti gongola: «L'ennesima profonda crepa all'interno del centrosinistra». Mentre Carolina Varchi rassicura: «Con questa legge nessun bambino sarà discriminato». Purché non siano figli di coppie omogenitoriali. 

Estratto dell'articolo di corriere.it il 19 Giugno 2023.

La procura di Padova ha chiesto formalmente al tribunale di rettificare i 33 atti di nascita chiesti da coppie di mamme e registrati dal sindaco della città, Sergio Giordani, a partire dal 2017. 

Le raccomandate - in cui si chiede al tribunale di «cancellare» il nome della madre non biologica e di «rettificare» il cognome attribuito alla figlia, tramite la cancellazione di quello della seconda mamma - sono già state inviate alle famiglie interessate e ai loro legali.

[…]

L'11 aprile scorso, obbedendo a una circolare sul tema del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, del mese precedente, la procura aveva chiesto al Comune di Padova di trasmettere tutti gli atti di nascita di coppie omogenitoriali, prefigurando le successive richieste di annullamento al tribunale. 

Natalia Aspesi tra sviste, offese e manipolazioni: ecco il metodo Repubblica. Nella rubrica che tiene su “Il Venerdì” la giornalista mi attribuisce posizioni che non mi appartengono condendo il tutto con notazioni velenose sul mio conto. Ma dai vertici solo silenzio. Fabrizio Mastrofini su L'Unità l'11 Luglio 2023

Cara collega Natalia Aspesi, perché approfitti della tua rubrica su Il Venerdì e mi fai dire quello che non ho detto? Perché attraverso di me manipoli i tuoi lettori, facendo confusione, facendo finta di non capire la questione che ho sollevato? Eppure è semplice: rispondendo a una tua lettrice anonima (anonima! Ancora a questo punto siamo, come nell’Ottocento?), che solleva interrogativi a partire da una mia lettera, tu interpreti quello che ho scritto e mi metti in bocca (o sulla carta…) concetti che non mi sono mai sognato di esprimere (neppure di pensare).

E poi siccome ho reagito, della mia reazione citi quello che ti pare, per non fare capire più niente a nessuno, passare te per povera vittima e sferrare il più classico e inutile degli attacchi. Quello “ad hominem”, prendendo una mia foto in rete (delle molte) e commentandola. Complimenti per la lezione di alto giornalismo. E adesso facciamo capire un po’ meglio ai lettori de l’Unità di cosa parliamo. Il 9 giugno Il Venerdì, nella rubrica di N. Aspesi, pubblica una mia considerazione sul tema del ruolo dei padri, in relazione a due lettere di una signora che raccontava la sua esperienza di fecondazione eterologa.

Si noti: la mia era in riferimento ai temi trattati dalla signora – la questione di una donna che per avere un figlio ricorre, appunto, alla fecondazione eterologa e lo cresce da sola. Il 23 giugno, la stessa rubrica pubblica la lettera di una signora (anonima!) che mi cita esplicitamente, criticandomi, e risponde sulla sua esperienza di crescere un figlio da sola perché maltrattata dal marito, che ha (giustamente) lasciato. E fin qui la ‘cosa’ sarebbe pacifica. Il punto è che la nostra Aspesi non ha avuto (non ha voluto avere?) la prontezza di rispondere spiegando alla seconda che la mia lettera trattava di un tema completamente diverso. Chiarito questo, la Aspesi poteva rispondere alla sua lettrice come credeva più opportuno. Invece, legando la lettera del 9 giugno a questa del 23, che riguarda una situazione diversa, la Aspesi è partita con fantasiosi fuorvianti riassunti dei contenuti da me espressi.

Ecco gli esempi, per capire meglio. Dicevo il 9 giugno: “Non dovrebbe essere la relazione tra due persone a dare valore e valori ad una nuova vita? Certo, dirà, ci sono molti fallimenti nelle coppie e tante situazioni monogenitoriali (…) O dobbiamo rassegnarci a descrizioni di solitudini esistenziali fatte di padri assenti e madri (sempre) presenti? E in ogni caso, dovremmo sempre chiederci se davvero il “bene” di uno o dell’altro genitore, diventi automaticamente anche il bene del figlio/a?”. Scrive l’anonima del 23 giugno: “Ho cresciuto una figlia da sola, tanto dolore per solitudine alle feste scolastiche e compleanni (…). Non capisco cosa voglia dire il lettore Mastrofini, mi aiuti lei. Forse che anche avendo un padre biologico la fatica e la solitudine e talvolta la disperazione sono travolgenti?”.

E qui arriva il colpo di scena (il primo!). La Aspesi non dice che sono due temi diversi. Si mette a fare l’esegesi della mia lettera, e parte per la tangente. E così afferma sicura: “Il signor Mastrofini dice quel che gli uomini sostengono, che un padre “biologico” è meglio di un padre anonimo”; “Sempre che la nuova destra ce lo consenta, anche le donne potranno, volendo, avere figli senza padre, come del resto abbiamo avuto per secoli, con i padri fuggiti e del tutto indifferenti e lontani” e termina: “temo che gli uomini che in questo momento sono i più portati a sperare nelle nascite, in realtà temano di essere esclusi dalla procreazione, con l’idea terrorizzante di qualcosa di, forse, spaventoso”.

Faccio notare che non ho mai detto (e non penso) che “un padre biologico è meglio di un padre anonimo”. In nessun passaggio di quello che ho scritto si può avallare questa affermazione. E i riferimenti alla “nuova destra” o “l’idea terrorizzante” di essere esclusi dalla procreazione, non c’entrano con la mia lettera e le mie considerazioni. Invece diventa tutto un guazzabuglio indistinto. È una attribuzione di idee penalmente rilevante (se ci fosse una giustizia veloce, e se La Repubblica avesse un Garante dei Lettori!). Ma arriva il secondo incredibile colpo di scena. La rubrica del 7 luglio della Aspesi è dedicata a me. Quale onore. Prima un lettore (non anonimo) mi cita in positivo. Ma subito dopo la Aspesi prende la parola e per tre colonne e mezzo mi fa passare per uno che fa passare lei per una svampita manipolatrice poco di buono (ma quando mai!). E poi ci va giù con la perla delle bugie. La trascrivo.

Nota la Aspesi il 7 luglio che lei, poverina, il 23 giugno “in tutto il mio sproloquiare (il suo cioè, ndr) mai, dico mai, il signor Mastrofini viene citato”. E invece non è vero, visto che scrive proprio “Il signor Mastrofini dice quel che gli uomini sostengono che un padre ‘biologico’ è meglio di un padre anonimo”. Caspita che memoria corta! E poi, dai, ma che bisogno c’è di usare un tono astioso, commentare una foto trovata in rete e dire che non sapeva che fossi un collega giornalista? Cerca di ridicolizzarmi e non si accorge che nel descrivermi cita due libri che ho pubblicato, ne fa la pubblicità (anche l’Editore ringrazia per mio tramite!). Libri che siccome si occupano di Chiesa, mi fanno diventare automaticamente “di parte”. E già perché invece lei da che parte sta?

Questo è il giornalismo che ci meritiamo? Questo è il trattamento da infliggere ai lettori? In tutto questo discutere, chi capisce più da dove eravamo partiti? E invece eravamo partiti da un tema serio: adulti, rapporti di coppia, diritti dei figli, tecnologia che interviene sul desiderio di maternità e paternità. Temi seri, “incianfrusagliati” da ipotetiche fantasiose sbagliate esegesi di quello che i lettori non dicono. Qui agisce l’ideologia e il disordine informativo (tema di un mio libro che la Aspesi non cita mentre farebbe bene a leggere). Scopo: evitare di discutere per davvero. Come direbbe una scrittrice più famosa di me (e della Aspesi, temo), “niente e così sia”. Ho scritto a Direttore e vicedirettori de la Repubblica. Nessuna risposta, ovviamente. Scrivo una Lettera aperta, perché la vicenda è emblematica di un giornalismo arrogante, irrispettoso e alla lunga fallimentare. Fabrizio Mastrofini 11 Luglio 2023

Di gestante ce n’è una sola. La strana fissazione del sangue del mio sangue non è solo fascista, ma anche di sinistra. Guia Soncini Linkiesta il 27 Giugno 2023

In un’epoca in cui il dubbio viene considerato un gesto di ostilità, sarebbe interessante discutere del desiderio di fare figli senza madri

Quand’ero piccina, il fratello di mio padre s’innamorò d’una vedova, la sposò, ne adottò i figli. Mi ritrovai con due cugini un po’ più grandi di me, che potevano fare tardi la sera quando io ancora no.

Un’estate in Grecia, io avevo quindici anni e mio cugino diciannove, era appena tornato dall’aver fatto il militare nei parà, ogni tanto si buttava per terra annunciando che avrebbe fatto cento flessioni, Full Metal Jacket al bar sulla spiaggia.

A un certo punto sparì per tre giorni, aveva conosciuto una ed era andato a scopare senza avvisare nessuno (mica c’erano i cellulari); me ne ricordo solo perché, nella stessa vacanza, la vacanza in cui il maschio poteva star fuori tre giorni senza che nessuno si turbasse, mio zio una sera disse alla figlia che doveva tornare a mezzanotte «perché non sta bene che una ragazza faccia troppo tardi».

Fu la prima volta che pensai «che antiquato, che buffo», che era quel che nel Novecento pensavamo di molte delle cose di cui adesso diremmo disinvoltamente «fascista»: mio zio era nato negli anni Quaranta, certo che pensava che le femmine dovessero portarsi pubblicamente con più compostezza dei maschi.

Qualche anno dopo, forse rassegnato al fatto d’aver generato un’egoista che tutta la vita sarebbe stata troppo concentrata a occuparsi di sé per fare figli, o più plausibilmente così nato negli anni Quaranta da non concepire che i figli prendessero il cognome materno, mio padre sospirò: con te finisce il cognome Soncini.

Dissi che no, c’era mio cugino, lui magari i figli li faceva e si sarebbero chiamati Soncini. Mio padre mi guardò come una che non sa che dal rubinetto rosso l’acqua esce già calda e disse: ma non avranno il nostro sangue. Pensai la solita cosa: che antiquato, che buffo.

Mi è tornato in mente quando, all’ultima puntata di “Succession”, Roman Roy dice al fratello Kendall che il padre i suoi figli adottati non li ha mai considerati veri nipoti. Su Twitter è partita una polemica sul razzismo di quella frase, giacché la figlia di Kendall è indiana, e a me è venuto da ridere: io uno più bianco e di destra di quello che si buttava per terra a far le flessioni non l’ho mai visto, eppure mica bastava per passare la prova del sangue.

«Non mi viene in mente niente di più fascista del sangue. Il sangue che stabilisce parentele, gerarchie, eredità, tradizioni» ha scritto su Repubblica Chiara Valerio in uno strano articolo. Strano perché parlava delle coppie di lesbiche che a Padova erano registrate come madri di bambini che ora si ritrovano con una madre di meno. Strano perché sceglieva proprio quei casi lì per inveire contro il primato della biologia.

Ma quelli di madri lesbiche sono perlopiù casi in cui le madri sono entrambe madri biologiche: una ci ha messo l’ovulo, l’altra la gestazione. L’anagrafe registra solo una come madre biologica perché il modo in cui la società ha organizzato le famiglie risale a prima che un’operazione del genere fosse possibile; ma è innegabile che, nascendo tutti noi da un ovulo, quella che ci mette l’ovulo sia la tua madre biologica pure se non ti ha partorito; è innegabile che tu abbia il suo sangue.

Non voglio dire che mio padre non fosse fascista, mica pratico il revisionismo autobiografico per il quale gli italiani son tutti figli di partigiani e nessuno di evasori fiscali. Dico però che io, il sospetto che la fissazione per il sangue vigesse anche a sinistra, l’ho iniziato ad avere ormai un secolo fa, le prime volte in cui ho visto amiche assai democratiche e con problemi all’apparato riproduttivo non provare neanche ad adottare, perché il figlio doveva essere comunque loro, e con loro s’intende: col loro sangue. E pazienza se questo comportava una gamma di problemi che andava dalle cure per la sterilità al rischio di morire di parto, come nei film in costume.

Di solito a insistere per il sangue del mio sangue e le piume delle mie piume erano i mariti, giacché la trasmissione del sangue è una fissazione maschile stratificata nei secoli in cui la madre era certa e il padre no. Ma comunque le mie amiche li assecondavano molto più di buon grado di quanto avrebbero fatto, chessò, se quelli avessero richiesto che la moglie restasse a casa invece d’avere una carriera.

Che cos’è la maternità surrogata (già utero in affitto, poi derubricata a definizione offensiva, e ora anche maternità surrogata viene considerato scortese, per ora va bene gestazione per altri ma aggiorniamoci presto sulle sfumature lessicali) se non un modo di assecondare la fissazione della trasmissione del sangue?

Certo che l’adozione in Italia è assurdamente complicata, e non prevista se sei un uomo senza una moglie o una donna senza un marito, ma non se ne discute quanto della surrogata, perché con l’adozione il figlio non ha il tuo sangue, e negli anfratti più impresentabili della nostra formazione risuona un: se lo adotto poi non ha il mio sangue.

Mi dispiace molto vivere in un’epoca incapace di considerare il dubbio in modo diverso da un gesto d’ostilità, e non poter quindi discutere delle coppie di uomini gay che vanno all’estero a farsi fare un figlio da quelle che, non potendole più chiamare madri surrogate, potremmo forse definire collaboratrici familiari. Se se ne potesse parlare senza venire accusate di qualcosafobia, non m’interesserebbe tanto il ruolo delle gestanti e il potenziale di sfruttamento (sono perché ognuna faccia ciò che le pare, anche le cose più degradanti quali prendere un cane, lavorare nelle pubbliche relazioni, andare a correre: figuriamoci se non sono per la libertà di prestare il proprio utero a scopi riproduttivi).

Mi piacerebbe che qualcuno con gli strumenti della psicanalisi studiasse il fatto che gli uomini gay, che perlopiù (è un cliché, ma i cliché diventano tali perché hanno fondamento nella realtà) hanno rapporti strettissimi e di dichiarato grande amore con le madri, poi appena la società gliel’ha permesso si sono adoperati a mettere al mondo figli programmaticamente senza madri.

Chissà se c’entra il fatto che quel grande amore in realtà non è tale, o se invece sì, di mamma ce n’è una sola, come cucina mia mamma nessuna, però scusa tanto, mio figlio deve avere il mio sangue.

Una mamma è di troppo. La Procura di Padova cancella sei anni di atti. Gpa, la manifestazione a Roma contro il "reato universale". LISA DI GIUSEPPE su Il Domani il 19 giugno 2023.

Il dibattito sulla gestazione per altri arriva in aula alla Camera, dove la discussione generale si chiude tra banchi vuoti tipici del lunedì e la maggioranza si compatta su un tema che i partner condividono. Ma anche le opposizioni trovano l’accordo nella battaglia contro l’istituzione del reato universale.

Il centrodestra impone un’accelerazione al dibattito in attesa della possibilità di contingentare i tempi, che scatterebbe già a luglio. 

L’opposizione prende posizione contro il testo e promette iniziative fuori e dentro il parlamento. Più Europa spinge per la regolamentazione anche in Italia, il Pd si oppone al reato universale. 

A Montecitorio sono rimasti per tre ore in un’aula semivuota a dibattere di gestazione per altri e di reato universale. A Padova la Procura ha impiegato qualche giorno per impugnare 33 atti di nascita registrati dal sindaco Sergio Giordani dal 2017 a oggi, quegli atti che riconoscevano ai figli delle coppie omogenitoriali gli stessi diritti degli altri bambini. Un decreto con cui è stata cancellata la dicitura di “genitore 2” dallo stato di famiglia, nella scia della circolare inviata a metà marzo dal ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. Non è la prima applicazione della stretta del governo Meloni, qui la specificità consiste nella retroattività, la cancellazione di atti firmati sei anni fa.

«Va contro le leggi e i pronunciamenti della Cassazione, un atto di nascita registrato con due mamme» è la posizione della procura. Una coppia di donne gay si è vista notificare un atto giudiziario che cancella il nome della madre non biologica e rettifica il cognome attribuito alla bambina di 6 anni, con la cancellazione di quello della seconda mamma. Un ricorso sarà discusso in tribunale il 14 novembre.

L’AULA

È questo il clima in cui è partito l’iter parlamentare della legge che vuole rendere la gestazione per altri un reato universale. Tre ore di parole. Il seguito dell’esame di un testo arrivato in commissione già blindato dal governo, verosimilmente sarà rimandato a luglio, quando sarà più facile portare a casa il provvedimento: la maggioranza potrà utilizzare lo strumento del contingentamento dei tempi a causa della scadenza ravvicinata. L’opposizione promette mobilitazioni in parlamento e fuori: il deputato e relatore di minoranza Riccardo Magi sfoggiava in aula un cartello che recitava «genitori, non criminali», mentre fuori dal palazzo si raccoglievano i difensori della gpa.

In difficoltà a trovare l’accordo su temi economici e giuridici, in rotta sulle nomine e in balia delle conseguenze della morte di Silvio Berlusconi, la destra ha bisogno di misure di bandiera da approvare. Agita spauracchi come quello dell’opportunità di scegliere i tratti somatici dei bambini (Stefano Candiani, Lega) o quello di strappare bambini dal grembo della madre per assecondare «il desiderio egoistico delle coppie omosessuali» (Grazia Di Maggio, FdI).

A sinistra si sommano i riferimenti alla recente visita di Elon Musk a palazzo Chigi e a sua figlia, nata dalla gestazione per altri, e alle critiche, non pervenute, di Meloni all’imprenditore sudafricano. A sottolineare che la gpa viene utilizzata soprattutto da coppie eterosessuali sono sia Laura Boldrini del Pd che Chiara Appendino del M5s. Alessandro Zan, responsabile Pd per i diritti, parla di «un attacco pesantissimo alle famiglie arcobaleno. Di quei bambini a FdI non frega assolutamente nulla». Sulla stessa lunghezza d’onda Andrea Grimaldi di Avs, che accusa la destra di essersi «sentita minoranza nel paese dopo le piazze arcobaleno che chiedevano gli stessi diritti per tutte e tutti».

Ma nonostante gli approcci differenti, le opposizioni – almeno Pd, Più Europa, M5s e Alleanza Sinistra e Verdi – trovano una quasi inedita unità sull’opposizione all’istituzione del reato universale. Fa eccezione il Terzo polo, che va in ordine sparso. Tra Italia viva e Azione, lo spettro va dalla posizione del senatore Ivan Scalfarotto, che a titolo personale ha presentato la proposta di legge firmata dall’Associazione Luca Coscioni sulla gestazione per altri solidale, a quella di Mara Carfagna, che invece ha contribuito alla stesura del testo in discussione. All’epoca portava la firma dell’ex ministra e di Meloni, in questa legislatura è stato riproposto dalla deputata FdI Carolina Varchi.

Più Europa spinge per la regolamentazione della gpa solidale (Riccardo Magi ha depositato lo stesso testo di Scalfarotto alla Camera), ma su questa posizione le sensibilità si dividono. Il Pd, che ha dovuto fare i conti con le prese di posizione di alcuni esponenti dell’ala cattodem, come quelle di Graziano Delrio e Valeria Valente, si ferma all’opposizione al reato universale. Elly Schlein ha già espresso la sua posizione personale favorevole, ma spingersi a un’ulteriore liberalizzazione rappresenta ora un azzardo eccessivo: più facile lasciare le cose come stanno, con il divieto, sancito dalla legge 40 del 2004, che vale in Italia ma offre la libertà di rivolgersi a medici all’estero.

I BAMBINI

Le opposizioni in commissione hanno votato compatte a favore degli emendamenti che tutelano la trascrizione dell’atto di nascita, messa in discussione dalla circolare Piantedosi. Secondo opposizioni e associazioni di settore, l’«obbrorio giuridico» presenta un profilo di conflitto con le norme internazionali: la Carta dei diritti Ue prevede che non si possa essere condannati per un reato se è una pratica legale nel paese in cui è stata portata a termine.

Andrea Quartini del M5s ha sollevato il rischio di scontri diplomatici con altri paesi. L’«estate militante» lanciata da Schlein è appena cominciata. Contro l’aria che soffia da Padova.

LISA DI GIUSEPPE. Scrivo di politica, economia ed esteri (soprattutto Germania). Ho lavorato per Reuters, La7, Corriere della Sera e Public Policy.

Mattia Feltri per “La Stampa” il 21 giugno 2023.

Giuristi titolati e altri più improvvisati prendono le misure alla decisione della procura di Padova di impugnare l'iscrizione nei registri comunali di trentatré bambini nati da coppie omogenitoriali. Si tratta di tutti e trentatré i casi di figli di due mamme in cui il sindaco di Padova, Sergio Giordani, si è imbattuto dal 2017, sei anni fa. 

Ora dovrà decidere il tribunale, ma nel frattempo non è trascurabile il dibattito fra chi ritiene fondata e chi no la scelta dei magistrati, il cui effetto, se l'impugnazione verrà accolta, sarà di dichiarare quei trentatré bambini figli di una sola madre, e non di entrambe.

Non è facile districarsi perché per esempio, secondo il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, i pm hanno semplicemente applicato le leggi, quando la Corte costituzionale ha spesso invitato il medesimo Parlamento, con cui Ciriani dovrebbe intrattenere i rapporti, a votare una legge che ancora non c'è. 

Così tocca slalomeggiare fra sentenze della Consulta, della Cassazione e della Corte europea dei diritti dell'uomo (per la quale è obbligatorio garantire il legame di filiazione con entrambi i genitori), senza che il nostro farfallone potere legislativo si scomodi a fare ordine.

Dentro questo "quadro giuridico", dice Giancarlo Coraggio, presidente emerito della Corte costituzionale, la procura non poteva fare altrimenti. Eppure la scienza giuridica, che di solito mi appassiona molto, stavolta mi appassiona poco, perché continua a risuonarmi in testa la banale traduzione: stiamo dicendo a una mamma che quello non è più il suo bambino, e a un bambino che quella non è più la sua mamma.

 Estratto dell’articolo di Alessandra Arachi per il “Corriere della Sera” il 21 giugno 2023.

Ministra Eugenia Roccella, cos’è successo a Padova? La Procura ha impugnato gli atti di nascita di trentatré bambini figli di due mamme, atti costituiti a partire dal 2017, perché far passare tanto tempo?

«Non entro nel merito delle decisioni dei magistrati. Mi pare chiara però la cornice in cui questa vicenda si inserisce: in Italia si diventa genitori solo in due modi, o per rapporto biologico o per adozione. Lo ha ribadito anche la Cassazione». 

Di quale sentenza parla?

«Di quella del dicembre 2022 dove per le coppie omogenitoriali viene indicata la strada dell’adozione in casi particolari, un’adozione semplificata. Che ci sia il vaglio di un tribunale, quando non c’è un legame naturale, per i bambini è una garanzia in più. La genitorialità per contratto in Italia non esiste». 

A marzo il prefetto di Milano ha intimato al sindaco Sala di non trascrivere più i certificati di bimbi nati da due mamme. È stato il ministro Piantedosi a mandare una circolare in proposito a tutti i prefetti.

«II ministro Piantedosi ha richiamato al rispetto di tutti la sentenza della Cassazione. Il governo non ha cambiato di una virgola le norme o le regole. Sono stati i sindaci, per scelta politica, a compiere atti in contrasto con quella sentenza, sapendo che avrebbero potuto essere impugnati». 

E adesso che possono fare le coppie omogenitoriali?

«Seguire la procedura adottiva. E bisogna essere chiari: dopo le ultime sentenze della Consulta e della Cassazione, l’adozione in casi particolari immette pienamente il bambino nella rete di parentela del genitore adottivo, assicurandogli quindi nonni, zii, cugini e pieni diritti patrimoniali, e non richiede nemmeno il consenso obbligatorio del genitore biologico. Stiamo parlando della stepchild adoption, che qualche anno fa veniva richiesta a gran voce. Perché adesso non va bene più? Non è una procedura discriminatoria». 

Cosa intende dire?

«Che la stepchild adoption viene seguita da sempre dalle coppie eterosessuali, quando il nuovo compagno di una vedova con figli o di una mamma single vuole diventare padre dei suoi figli e non ha con loro un rapporto biologico».

La legge in Italia consente la fecondazione eterologa alle coppie eterosessuali e non a quelle omogenitoriali. Pensa sia il caso di intervenire su questa differenza?

«La legge 40, che non a caso parla di procreazione “assistita”, era stata pensata in coerenza con un quadro normativo fondato sulla filiazione naturale. Il senso era aiutare chi non poteva avere figli per motivi di infertilità, senza alterare questa impostazione. Quello che bisogna chiedersi è altro».

 Cosa?

«Se vogliamo mantenere un impianto fondato sulla filiazione naturale o vogliamo arrivare alla filiazione per contratto. Se consideriamo il figlio una persona autonoma, frutto di una relazione, o un diritto dell’adulto ottenuto attraverso un contratto.». 

[…] 

Quando si annulla un certificato di nascita di un bambino nato da due mamme una delle due mamme perde il diritto di essere genitore. Nel caso di Padova è già successo in una famiglia con un bimbo di sei anni: che fare?

«Di nuovo: c’è la stepchild adoption». 

Ma nel caso di una famiglia già costituita una mamma perde la genitorialità e ne rimane senza fino all’adozione: che conseguenze ci sono?

«È sicuramente un disagio e un dispiacere per l’adulto, ma non credo che i bambini si accorgeranno del cambiamento che probabilmente durerà pochi mesi. E nel frattempo nessuno escluderà la persona che hanno conosciuto come genitore dall’accompagnamento a scuola e dalle normali attività del bambino». […]

Estratto dell'articolo di repubblica.it il 22 giugno 2023.

Vale per tutti, coppie omosessuali ma anche eterosessuali. La decisione dell’Italia di non trascrivere all’anagrafe gli atti di nascita di bambini nati all’estero con maternità surrogata è legittima. 

Così ha deciso la Corte europea dei diritti umani che ha dichiarato inammissibili una serie di ricorsi contro l'Italia di coppie dello stesso sesso che chiedevano di condannare il Paese perché non permette di trascrivere all'anagrafe gli atti di nascita legalmente riconosciuti all'estero per bambini nati usando la maternità surrogata. 

[…]

"Il desiderio delle coppie di veder riconosciuto un legame tra i bambini e i loro genitori intenzionali - osservano i giudici di Strasburgo - non si è scontrato con un'impossibilità generale e assoluta, dal momento che avevano a disposizione l'opzione dell'adozione e non l'avevano utilizzata". 

Una pronuncia che irrompe in Italia a pochi giorni dalla decisione della Procura di Padova che ha impugnato le 33 iscrizioni all’anagrafe di bambini di coppie gay registrate dal sindaco anche con il nome della mamma non biologica […]

(ANSA il 22 giugno 2023) - "Dovremo pensare a una soluzione legale per i bambini nati fin qui". Lo ha detto la ministra alla Famiglia e alle Pari Opportunità Eugenia Roccella riferendosi alla maternità surrogata durante la registrazione de La Confessione di Peter Gomez, in onda sul Nove venerdì 23 giugno. 

"Dovremo pensare a una sorta di sanatoria - ha spiegato - una volta che ci sarà la nuova legge per la perseguibilità dell'utero in affitto, anche per chi lo fa all'estero, visto che in Italia è già vietato per fortuna. Io penso che sia utile introdurre una soluzione legale che non sia un modo di aggirare le leggi per i bambini nati fin qui".

Sui “figli di due donne” la Procura di Padova ha applicato la Legge. Jacopo Coghe su Panorama il 20 Giugno 2023

Ci sono leggi e sentenze della Cassazione sul tema; non si tratta del capriccio oltranzista di un giudice 

Sinistra e progressisti pensavano di avere in pugno la giurisprudenza e le procure d’Italia e di fare il brutto e il cattivo tempo quando si tratta di “figli” di coppie dello stesso sesso. Ieri, però, fortunatamente, hanno ricevuto una doccia fredda che li ha fatti ritornare alla realtà dei fatti e soprattutto a vedere qual è davvero la natura delle cose. Stiamo parlando della decisione della Procura di Padova di impugnare ben 33 atti di nascita formati dallo stesso Comune fin dal 2017 e che recavano l’indicazione di “due madri”. Promotore di questi atti illegittimi, era stato il sindaco tuttora in carica, Sergio Giordani, eletto per due volte come indipendente ma nell’orbita del centrosinistra e sostenuto da coalizioni formate da Partito Democratico, Socialisti, La Sinistra e liste civiche. Una decisione, quella della Procura retta dal procuratore Valeria Sanzari, che ha delle motivazioni chiare. «Va contro le leggi, e i pronunciamenti della Cassazione, un atto di nascita registrato con due mamme», i motivi riportati anche dalla stampa nazionale. E non potrebbe essere altrimenti perché, lo sappiamo, i bambini non possono essere figli di due mamme (così come non possono esserlo di due papà), ma nascono e hanno diritto a vivere, crescere e conoscere una mamma e un papà. Appare sempre più inequivocabile, dunque, come le anagrafi italiane non siano e non debbano essere trattate come il laboratorio per le sperimentazioni sociali delle Famiglie Arcobaleno e dei sindaci di centro sinistra. La Procura lo ha fatto capire impugnando gli atti e dunque semplicemente facendo il proprio dovere: difendere lo Stato di Diritto e la realtà delle cose. Ad aver messo quei bambini in una situazione di disagio sociale non è stata la Procura che, appunto, fa rispettare la legge richiamando la giurisprudenza della Cassazione (in particolare la sentenza 38162/22), ma le coppie che hanno deciso di privarli per sempre del papà che avevano il diritto di conoscere e dei sindaci che hanno manipolato ideologicamente i loro atti di nascita per gratificare un loro segmento elettorale. E’ giunta l’ora - e a Padova lo si è dimostrato - di guardare in faccia la realtà e dire una volta per tutte basta con la pratica immonda di mettere al mondo bambini orfani di padri e madri vivi; basta uteri in affitto; basta commercio di gameti umani; basta mercato dei figli. L’azione della Procura è stato dunque uno schiaffo che ha fatto tornare alla realtà il sindaco e la sua amministrazione e a livello nazionale ha scardinato ancora di più le ideologiche pretese dei cosiddetti “sindaci arcobaleno ribelli”, ovvero quel manipolo di primi cittadini che, in barba al loro ruolo di pubblici ufficiali, cercarono lo scorso maggio di sfidare la legge e la direttiva del ministro Piantedosi, con una loro assemblea Lgbtqia+ a favore delle trascrizioni anagrafiche a Torino, tra loro anche i sindaci Roberto Gualtieri (Roma), Beppe Sala (Milano), Gaetano Manfredi (Napoli), Stefano Lo Russo (Torino), Matteo Lepore (Bologna), Dario Nardella (Firenze) e Antonio Decaro (Bari).

Commercio di bambini: il mercato aperto in Australia e il mercato nero globale. Dee McLachlan il 10 giugno 2023 su gumshoenews.com.

Tutti abbiamo sentito e letto dei rapporti sul "traffico di bambini" in tutto il mondo. Si va da bambini senza certificato di nascita oggetto di traffico transfrontaliero; al prelievo di organi, all'adrenocromo e al sacrificio di bambini. E alla fine dell'articolo, includo di seguito il video (redatto) di Clayton Morris sulla nuova serie di documentari di Mel Gibson che espone Hollywood. Questo è il mercato nero.

Ma in questo articolo scriverò del mercato aperto , in bella vista, del commercio di bambini in Australia. È un business enorme e redditizio. Dal mio lavoro e dalle mie indagini degli ultimi anni sulla "protezione" dei minori ho prodotto un rapporto intitolato: “Un rapporto sullo sfruttamento dei bambini in Australia”

L'obiettivo del rapporto è avviare indagini sull'attività di trarre profitto dal commercio o dalla tratta di bambini (non quei casi in cui è richiesta la legittima protezione dei bambini). Questo è un breve estratto del rapporto:

Potrebbe essere difficile capire come questo sia possibile in Australia. Ci sono state 8.000 vittime di abusi istituzionali [la Royal Commission in Institutional Responses into Child Sexual Abuse] ma molti credono che questo rapporto (riferendosi allo sfruttamento) sia una macchia maggiore per il paese. Alcuni stimano che potrebbero esserci più di quindicimila bambini sottratti illegalmente o del tutto ingiustificatamente ai loro genitori per guadagno finanziario. A vantaggio delle leggi sulla segretezza, questa è una brutale realtà nascosta in bella vista.

Materie in Avviso

Il commercio di bambini (vale a dire, tratta di bambini)  è definito come la “rimozione” illecita o illegale o lo sfruttamento di bambini per guadagno finanziario o compenso… mediante il continuo sfruttamento delle loro vittime.

The  Conspiracy to Defeat the Course of Justice  per ostacolare, prevenire, pervertire o sconfiggere il corso della giustizia nei Tribunali dei Minorenni in tutta l'Australia.

L'AFP ha la responsabilità primaria delle forze dell'ordine per indagare su frodi e corruzione gravi o complesse contro il Commonwealth , compreso l'uso illegale di materiale o servizi, la causa di una perdita, l'uso improprio dei beni del Commonwealth e la condotta del cartello.

Questo avviso descrive in dettaglio come alcune agenzie governative, dipendenti pubblici e appaltatori esterni stanno utilizzando il sistema di protezione dei minori per facilitare e incentivare l'allontanamento illegale e ingiustificato dei bambini australiani dalle loro case. Questi bambini vengono “processati” attraverso i tribunali minorili e la loro rimozione da una madre e/o un padre affettuosi attraverso pratiche segrete e ingannevoli è criminale. Queste persone hanno cospirato, consapevolmente o inconsapevolmente, per sconfiggere il corso della giustizia e danneggiare i bambini. Le conseguenze dei tre crimini summenzionati sono che stanno danneggiando generazioni di bambini australiani e i loro protettivi genitori e famiglie.

Panoramica del danno

Il processo e le conseguenze dell'allontanamento di un bambino da una relazione d'amore e da un genitore è una delle peggiori forme di abuso psicologico nei confronti del bambino . La scienza dimostra che altera il cervello del bambino e non è solo un disgregatore della società, ma può distruggere la famiglia e spezzare il sacro legame biologico della maternità. …queste azioni possono essere considerate calamitose e catastrofiche. …Sir James Munby ha spiegato la gravità dei casi familiari o di un bambino sottoposto a procedimenti di cura… e il professore di pediatria alla Harvard Medical School, Charles Nelson – sulla separazione di un amorevole legame genitore-figlio – come riportato dal Washington Post, ha detto: “ L' effetto è catastrofico… Ci sono così tante ricerche su questo che se le persone prestassero attenzione alla scienza, non lo farebbero mai”.

Comprensione della protezione dell'infanzia in Australia

 “ I bambini e i giovani in Australia hanno il diritto di crescere sicuri, connessi e supportati nella loro famiglia, comunità e cultura. Hanno il diritto di crescere in un ambiente che consenta loro di raggiungere il loro pieno potenziale. " ( Fonte )

Il mantra del governo è uno sforzo ambizioso per proteggere i bambini. Tuttavia, la soluzione predefinita per la "protezione" sembra essere quella di "allontanamento dei bambini" con attualmente oltre 60.000 bambini in custodia statale - vale a dire, Out-of-Home-Care (OOHC)... È anche quasi impossibile ottenere dati fattuali grezzi su i bambini in affidamento mentre l'industria ei tribunali per i minori operano in SEGRETO; ma aneddoticamente le agenzie di protezione sono in molti casi l'antitesi di questo messaggio. I bambini affidati alle cure del governo hanno maggiori probabilità di subire danni; le loro famiglie sono state distrutte e il potenziale del bambino stentato. è generazionale...

Decine di migliaia di persone beneficiano finanziariamente dell'allontanamento dei bambini da case non sicure e sicure … I mezzi di sussistenza di molte persone dipendono dalla cosiddetta protezione dei bambini (cioè allontanati). Più bambini vengono rimossi dai tribunali in OOHC, maggiori diventano i budget... Una conseguenza naturale dell'economia comportamentale...

L'impatto della rimozione ingiustificata dei bambini dalle loro case legittime per incentivi finanziari sta corrodendo il tessuto stesso della società e sta provocando fratture sociali. …l'impatto delle loro azioni sulla società australiana è epocale, dannoso e di vasta portata.

Gli abusi sui minori e il business dei traslochi di minori

C'è una negazione collettiva degli abusi sui minori e questo è in parte dovuto all'ignoranza e all'apatia. È emerso che il PROTOCOLLO della polizia prevede di nascondere le prove di abusi sessuali su minori, a meno che non sia impossibile farlo. Quando un genitore protettivo denuncia un abuso sessuale del proprio figlio, il risultato più probabile è che perda il figlio.

Queste azioni vanno contro la scienza. Un documento ben documentato, di Collin-Vézina, De La Sablonnière-Griffin, Palmer & Milne, 2015 p.123, avviato dall'Office of the Children's Guardian (OCG) del NSW ha presentato uno studio che rilevava che l'Australia, sorprendentemente, ha il più alto tasso riportato di abusi sessuali su bambine a livello internazionale al 21,5% ( Stoltengorgh, van Ijzendoorn, Euser, & Bakersman-Kranenburg, 2011)...

La Commissione etica legislativa australiana (ALECOMM) ... dimostra che le decisioni dei tribunali aumentano il rischio per i bambini ... I cosiddetti avvocati indipendenti per bambini e esperti di tribunali per la famiglia spesso incoraggiavano i tribunali a rimandare i bambini che avevano rivelato abusi sessuali a vivere con il loro aggressore e che il contatto con cessa il genitore protettivo.

È ovvio che alcuni bambini devono essere tenuti al sicuro da una casa danneggiata o pericolosa, ma con oltre 60.000 bambini in OOHC; il numero di questi bambini che rientrano in questa grave categoria a rischio non è noto. Tuttavia, molti sostenitori e ricercatori stimano che forse il 50% dei bambini in OOHC sia stato allontanato ingiustificatamente/illegalmente.

Comprensione dell'industria del "commercio di bambini" in Australia

Certo, ci sono alcuni bambini che hanno bisogno di essere salvati, ma questo dovrebbe avere un'adeguata supervisione giudiziaria civile o penale - e non attraverso i  fronti della camera stellare del 1692 Oyer e Terminer chiamati Tribunali dei bambini e della gioventù.

La segretezza nei tribunali minorili avrebbe lo scopo di proteggere la privacy di un bambino, ma viene utilizzata per proteggere gli autori e mascherare il dannoso "business dei traslochi". C'è una cultura della segretezza e una cultura dell'occultamento degli abusi sessuali sui minori. Esistono vari metodi utilizzati per sabotare il legame genitoriale protettivo del bambino e i vulnerabili, spesso attraverso la stesura di rapporti di opinione psicologica in cui una frase può essere usata per maledire un buon genitore. Queste opinioni di "esperti" vengono spesso acquistate per facilitare la rimozione dal tribunale. Sarebbe più corretto dire: "La questione è davanti alla camera delle stelle". E una volta che questi bambini vengono rimossi dalle cure statali, diventano beni (unità) o "beni mobili" per un'industria che offre enormi incentivi finanziari nel settore OOHC.

Anche quando viene denunciata la criminalità dei dipendenti pubblici, le agenzie di protezione e i dipendenti pubblici sembrano incapaci di invertire il "commercio" e riparare un torto. I bambini trafficati dalle agenzie governative statali hanno, in effetti, una "Politica di non ritorno".

Comprendere lo sfruttamento

La parola "traffico di bambini" evoca immagini di bambini africani di età compresa tra gli 8 ei 14 anni caricati con la forza su camion e portati oltre il confine con la Liberia per lavorare nelle piantagioni di cacao della Costa d'Avorio. Ad esempio, il valore di ogni bambino è determinato dalla produzione lavorativa del bambino nell'arco di diversi anni, che potrebbe essere dell'ordine di 8-10 dollari australiani al giorno. I guadagni del commercio dei bambini derivano dalla vendita del cacao. Un bambino vittima di tratta (adolescente) potrebbe essere "valutato" circa A $ 3.000 ogni anno per il "sindacato"...

Al contrario... ogni bambino inserito nel sistema in Australia, diventa una "unità", una risorsa, [e] equivale all'incirca a $ 90.000 a $ 150.000 per unità (bambino) in cura ogni anno. Si dice che i bambini con bisogni speciali "costino" (in servizi) fino a $ 350 - 450.000 all'anno; questo è ulteriormente supportato dall'NDIS. Più bambini sono sotto tutela... più soldi (tasse) sono richiesti, con conseguenti salari, tasse e profitti sempre crescenti. In Australia, il denaro che sostiene coloro che beneficiano finanziariamente di traslochi illegali proviene dall'inganno (frode) del contribuente.

Sono in atto molti meccanismi per facilitare i trasferimenti ingiustificati... [e] non hanno senso – a meno che non si consideri che questi bambini sono semplici “beni” per un'industria che beneficia dell'ottenimento e del commercio di bambini – dove i bambini hanno un valore e dove i profitti sono aumentati da l'espansione del "traffico" di prodotti... [e] altro denaro viene trasferito per finanziare l'industria della giustizia nelle camere stellari dei tribunali dei minori e dei giovani. Enormi guadagni finanziari vengono ottenuti attraverso processi giudiziari quando questi trasferimenti illegali vengono contestati nei tribunali. Questo rientra nel dipartimento del procuratore generale ed è un'ulteriore frode al Commonwealth.

[Estratto di fine rapporto. Il rapporto delinea i meccanismi e gli esempi di denaro speso e scambiato.]

Domande: Quanto vale il settore Out of Home Care per l'Australia? Quanti soldi vengono spesi per la famiglia e poi per i tribunali dei minori in Australia? Un caso che cito dimostra che forse $ 2 milioni di dollari sono stati spesi e guadagnati solo perché un agente di polizia donna ha nascosto orribili abusi sui minori, scrivendo nelle sue note di ingresso "nessuna divulgazione". Il bambino è stato rimosso perché l'ufficiale ha mentito. È una vergogna nazionale. E ci sono centinaia di casi simili.

E ora al mercato nero...

Fratelli d’Italia condannata a pagare 25mila euro per la foto con la coppia di padri. L’immagine fu usata dal partito di Giorgia Meloni in una violenta campagna contro la gestazione per altri nel 2016, senza chiedere autorizzazioni e travisandone il senso. L’avvocata Cathy La Torre: «Non si può fare politica in questo modo sul corpo e sulle vite delle persone». Simone Alliva su L'Espresso il 9 giugno 2023.

Siamo nel 2016. Anno di piena discussione sulle unioni civili. Campagne contro la comunità Lgbt, scontri di piazza, governi in bilico per una manciata di voti. E, soprattutto, l’approvazione del ddl Cirinnà l’11 maggio 2016 sulle Unioni civili.

Il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, aveva realizzato una campagna contro le coppie dello stesso sesso, accanendosi, ieri come oggi, contro una questione che poco aveva a che fare con l’oggetto della discussione: la gestazione per altri.

Sui social, sui siti, affissa a lungo per le strade e nelle piazze di tutta Italia compare un’immagine: una coppia di uomini canadese in sala parto con il loro neonato. Scattata nel 2014, ritraeva l’istante della nascita del piccolo Milo e la gioia dei suoi due papà Frank e Rosario BJ Barone per il suo arrivo, nonché quella della donna che lo aveva dato alla luce.

L’immagine, coperta da copyright, era stata pubblicata sull’account professionale della fotografa Lindsay Foster che l’aveva realizzata accompagnata da una nota che sottolineava il rapporto di profondo amore e rispetto fra i padri e la donna gestante.

Fratelli d’Italia decise di utilizzarla per portare avanti la sua campagna, senza richiedere alcuna autorizzazione né all’autrice dell’immagine – detentrice dei relativi diritti – né ai soggetti ritratti nella foto (fra cui un minore). E oggi il partito di Giorgia Meloni viene condannato a risarcire Frank e Rosario BJ Barone «per il danno loro cagionato» ed anche a rifondere le spese processuali.

Una sentenza frutto di un procedimento lunghissimo, durato sette anni e portato avanti dagli avvocati Michele Giarratano e Cathy La Torre di Gay Lex: il Tribunale condanna Fratelli d’Italia a risarcire più di 25mila euro la coppia per «il disagio per la diffusione di una immagine rivelatrice della loro intimità, la riprovazione espressa pubblicamente nei riguardi del loro stile di vita e della loro condizione familiare, il timore di essere oggetto di attenzione indesiderata nel caso si fossero recati in Italia».

Una strategia precisa quella di Fdi che ricalca le dinamiche su cui si fondano i crimini d’odio, cioè la disumanizzazione: l’attacco sistematico a forme non eteronormate di identità sortisce l’effetto di trasformare in oggetto ridicolo o degradato chiunque non corrisponda agli standard e alle aspettative del gruppo. L’avvocata e attivista per i diritti umani, Cathy La Torre spiega così l’importanza della sentenza: «Non è rivolta soltanto al partito di Fratelli d’Italia ma a chiunque nel mondo della politica utilizza le vite altrui a volte calpestandone la dignità o arrecandogli danni morali o alla loro reputazione o alla loro vita. Si faccia politica, ma non sul corpo e sulle vite delle persone. E questo vale per tutti i partiti».

Una sentenza che arriva in un tempo in cui è proprio la gestazione per altri al centro del dibattito politico italiano come ricorda Michele Giarratano, esperto in diritto delle famiglie e tutela antidiscriminatorie: «Mentre alla Camera, in questi giorni, si discute della proposta di legge dell’onorevole Varchi (Fratelli d’Italia) che approderà in aula il 19 giugno e che vuole punire penalmente la gestazione per altre/i anche quando effettuata all’estero, il Tribunale di Roma condanna il partito della premier Giorgia Meloni per una violenta campagna d’odio contro le famiglie omogenitoriali e la maternità surrogata: è un segnale importante alla politica, un invito a fermarsi e mettere davvero al centro i bambini e le bambine, le famiglie e l’amore con cui vengono create».

Estratto dell’articolo di Francesco Grignetti per “la Stampa” l'1 giugno 2023.

Un passo avanti deciso e senza tentennamenti, verso il reato universale di maternità surrogata. Dopo l'accelerazione dei lavori alla commissione Giustizia della Camera, da ieri c'è un testo unico della maggioranza di destra-centro che verrà discusso e sicuramente approvato senza modifiche dall'Aula della Camera il 19 giugno. […]

Quando infatti la maternità surrogata, che a sinistra chiamano asetticamente Gpa (gestazione per altri) e a destra con disvalore «utero in affitto», sarà un reato da perseguire anche se materialmente i fatti accadono all'estero, non solo sarà impossibile trascrivere all'anagrafe i figli di coppie omogenitoriali (cavallo di battaglia dei sindaci del Pd), ma addirittura si profila il caso che quelle coppie, al rientro in Italia con un neonato, si vedano denunciate, incriminate e sottratte di ogni potestà genitoriale. 

Il risultato non può logicamente che essere uno, anche se per il momento non è dichiarato: affidamento del bebé ad altre coppie su decisione della magistratura. È questo il senso sottinteso della legge che, a firma di Carolina Varchi, FdI, finirà in Aula tra un paio di settimane.

Unica limatura tecnica dell'ultima ora: il reato sarà universale, cioè senza lo scudo dei confini geografici, ma potranno essere perseguiti solo i cittadini italiani che ne siano ritenuti responsabili. […] Anche se il Pd è spaccato in materia, perché c'è la posizione a favore di Elly Schlein, o anche dei deputati Alessanfro Zan e Rachele Scarpa, contro quella dei cattolici del partito. […] 

Sta crescendo, intanto, una terza via, quella che chiede la messa al bando internazionale della maternità surrogata. E che dilanierà ancor di più il Pd. Ci sono già centinaia di firme, infatti, in calce a una petizione che chiede al Parlamento italiano di operarsi per arrivare a una Convenzione delle Nazioni Unite contro la maternità surrogata. 

La prima firma è di Aurelio Mancuso, ex Arcigay. La seconda è di Cristina Gramolini, presidente di ArciLesbica. O la scrittrice e sociologa trans Neviana Calsolari. Dietro ci sono femministe storiche di sinistra come Adriana Cavarero, Francesca Izzo, Alessandra Bocchetti. […]

(ANSA venerdì 7 luglio 2023.) - La corte europea dei diritti dell'uomo ha dichiarato irricevibili i ricorsi proposti contro l'Italia relativi al rifiuto di trascrizione di atti di nascita formati all'estero con il ricorso della pratica della gestazione per altri, sia al rifiuto di una seconda madre nel caso di bambini nati in Italia con la tecnica della procreazione medicalmente assistita. 

È quanto si legge in una circolare del dipartimento per gli affari interni del Viminale diramata oggi, secondo cui la corte di Strasburgo, pur confermando la necessità del riconoscimento del rapporto tra il minore e il "genitore d'intenzione", ha ribadito che rientra nell'ambito della discrezionalità di ciascuno Stato la scelta dei mezzi con cui pervenire a tale risultato, tra i quali si annovera il ricorso all'adozione del minore.

Coppie gay, sono inutili i ricorsi a Strasburgo. Luca Fazzo il 3 Luglio 2023 su Il Giornale.

Con tre sentenze fotocopia la Cedu dà ragione al governo: "Inammissibili 2 mamme o 2 papà"

«Sono ricorsi all'utero in affitto sapendo perfettamente che era contrario all'ordine pubblico italiano» così come sancito dalla Cassazione, e proibito dalla legge italiana che rientra «negli ampi spazi di discrezionalità» di cui ogni nazione europea gode. È questo uno dei passaggi chiave delle tre sentenze-fotocopia depositate il 22 giugno dalla Corte europea dei diritti dell'Uomo in risposta ai ricorsi di una decina di coppie italiane omosessuali. La richiesta era sempre la stessa: ottenere la trascrizione all'anagrafe italiana di entrambi i partner, sia il genitore biologico che il cosiddetto «genitore intenzionale». Ricorsi che la Corte di Strasburgo respinge senza neanche entrare nel merito, dichiarandoli inammissibili. A decidere all'unanimità è stato un collegio presieduto dall'ungherese Péter Paczolay e di cui faceva parte per l'Italia il giudice Raffaele Sabato.

Quando le decisioni della Corte sono arrivate in Italia, sono state lette con attenzione al ministero dell'Interno, nello staff di Matteo Piantedosi: cioè del ministro cui compete dare le indicazioni alle prefetture sui riconoscimenti di figli di due genitori dello stesso sesso, chiesti da coppie gay che hanno utilizzato all'estero la fecondazione assistita o la maternità surrogata. Piantedosi è stato accusato spesso - da ultimo dal sindaco di Milano Beppe Sala - di avere forzato la mano per motivi ideologici, bloccando riconoscimenti che erano possibili. Le tre sentenze della Corte non solo danno ragione al ministro, ma - bloccando i ricorsi come «inammissibili» prima ancora di aprire la causa, escludendo che ci fosse anche un "fumus" di buone ragioni - di fatto sconsigliano ad altre coppie gay italiane di seguire lo stesso esempio ricorrendo in massa a Strasburgo. Le speranze di vincere la loro battaglia dovranno concentrarsi in Italia, sulla legge che prima o poi il Parlamento dovrà varare. Va notato che il giudice italiano che ha bocciato i ricorsi gay non è sospettabile di essere un ottuso conservatore: Raffaele «Lello» Sabato è da sempre una toga progressista, legato alla corrente centrista di Unicost ma applaudito, al momento della nomina alla Corte europea, dal plenum di Area, la corrente di sinistra.

Le decisioni di Strasburgo bocciano allo stesso modo ricorsi di coppie maschili e coppie femminili. In questo modo vanno oltre la recente decisione del tribunale civile di Milano che ha annullato solo le trascrizioni di figli di due papà, mentre ha lasciato aperta la porta alle registrazioni di due mamme per un motivo semplice: nel primo caso i figli vengono prodotti con maternità surrogata, ovvero utero in affitto; nel secondo si ricorre alla procreazione assistita. Non è affatto la stessa cosa.

Per la Cassazione italiana le due pratiche vanno considerate in modo distinto, e a essere del tutto intollerabile per l'ordine pubblico è solo la prima. Ad affrontare il delicato tema nello stesso modo, due giorni fa, un giurista del calibro di Giuliano Amato, ex presidente della Corte Costituzionale, che in una intervista a Repubblica dichiara di ritenere possibili e legittime le due mamme («non vedo ostacoli al riconoscimento della genitorialità piena anche della madre non biologica») ma chiude seccamente la porta all'utero in affitto, quindi ai due papà. E quando gli chiedono se così non si discriminano i figli dei gay maschi risponde secco: «É una conseguenza inevitabile».

La Corte europea, come si è visto, è ancora più rigida. Alle mamme e ai papà «intenzionali» che vogliono riconoscere il figlio biologico del loro partner, Strasburgo indica la stessa strada indicata dalla Procura di Milano: adottateli. 

Utero in affitto? "Degradante": se anche la Cassazione smonta il Pride. Corrado Ocone su Libero Quotidiano il 09 giugno 2023

La cosiddetta “maternità surrogata” non ci piace perché è una pratica che, oltre a prestarsi a turpi mercimoni, tende ad allentare quei naturali rapporti familiari che vigono tra gli umani e che hanno permesso alla nostra civiltà di svilupparsi e crescere nel tempo. Lo ripetiamo, su queste pagine e poche altre simili, da diversi giorni. Sarebbe però un errore limitarsi a una critica solo contenutistica. Quel che sta succedendo in questi giorni in Italia, ad esempio attorno alla vicenda connessa al patrocinio prima concesso e poi negato della Regione Lazio al Gay Pride, porta infatti in luce un problema più vasto e più serio, che è un problema di libertà. Un problema metapolitico, o di civiltà democratica e liberale, prima ancora che politico. Chi rappresenta, o dice di rappresentare, le “minoranze” che sono al centro di questi episodi non si sta preoccupando infatti semplicemente di promuovere le proprie idee, e casomai di affermarle nell’agone pubblico con la forza della persuasione e dell’argomentazione razionale. Vuole di più. Esige, più radicalmente, che quelle opinioni vengano considerate a stregua di “verità” assolute e indiscutibili. E che quindi ogni idea o convinzione contraria, sia isolata, silenziata, censurata, o addirittura condannata per mezzo della legge. 

CONVERSAZIONE DEMOCRATICA

Dal punto di vista della “conversazione democratica” chi sfila in un Gay Pride e chi, al contrario, lo fa sotto le bandiere del Family Day pari sono e di un pari diritto all’espressione delle proprie idee devono godere. La proposta di legge presentata nella passata legislatura da Alessandro Zan, e poi per fortuna bocciata, rappresentò quasi plasticamente questa volontà intollerante e liberticida di zittire i diversamente pensanti e opinanti e di indottrinare i giovani nelle scuole prima ancora che maturi in loro un auspicabile spirito critico. È una idea che è agli antipodi della democrazia liberale: una idea da “Stato etico” tutto proteso a realizzare una “verità di Stato”. Quello che sempre più succede è che l’ambito della politica diventi, ipso facto, quello istituzionale, il quale non viene più visto come la garanzia del pluralismo delle idee di tutti ma viene fatto coincidere senza scarti con le idee di una parte, spesso fra l’altro minoritaria nella società. A ben vedere, Francesco Rocca, il presidente del Lazio, concedendo il patrocinio, aveva chiesto agli organizzatori solo questo: di non strumentalizzare e politicizzare la concessione dimenticando che le istituzioni dello Stato non sono appannaggio di una sola parte politica. 

CONTROCORRENTE

E che, quindi, non ci si servisse del patrocinio stesso per avallare una pratica, quella dell’ “utero in affitto”, che comunque è in Italia, allo stato attuale, illegale e che la stessa Cassazione ha definito “degradante”. Non solo gli organizzatori non hanno ottemperato a questo impegno ma hanno preteso con protervia ed arroganza che Rocca non ritirasse il patrocinio. E spiace che il Pd, che pure sa vendersi (soprattutto all’estero) come “partito delle istituzioni”, sia intervenuto ancora una volta a difesa dell’indifendibile, quasi a calcare quella deriva antidemocratica che caratterizza ormai la segreteria di Elly Schlein. Probabilmente la più parte di gay e trangender si riconoscono in queste idee democratiche e non desiderano affatto che le loro idee siano “riconosciute” con il metodo della violenza e dell’arroganza. Sarebbe forse giunto il momento che si liberino di certi leader. Non è discriminando a propria volta che si combattono le vere o presunte discriminazioni dell’oggi e del passato. Il giorno in cui questa consapevolezza sarà diffusa sarà un bel giorno per la nostra democrazia. 

Da “la Stampa” l'1 giugno 2023.

[…] Il testo approvato ieri in commissione giustizia alla Camera conferma multe da 600 mila a un milione di euro e pene di carcere da due mesi a tre anni. Il via libera formale della commissione arriverà la prossima settimana con il mandato al relatore a illustrare il testo in Aula, dove dovrebbe approdare il prossimo 19 giugno.

Estratto dell'articolo di Massimo Basile per “la Repubblica” l'1 giugno 2023.

«Nessun governo dovrebbe entrare nella camera da letto di una persona», dice Deepak Gulati, seduto nella sala riunioni al piano terra di un palazzo art decò di dodici piani, al numero 1148 sulla Fifth Avenue, a Manhattan. […] Alla fine del corridoio ci sono gli uffici di Surrogacy4All, clinica che dal 2006 offre servizi di maternità surrogata a single, gay, lesbiche, coppie etero. Molti americani, ma anche europei, soprattutto tedeschi, e italiani. 

Laurea in tecnologia a Madras, India, master in ingegneria a Berkeley e a Chicago, Gulati è presidente e volto di questa organizzazione con sedi a New York, California, Ghana e India. «[…]ci sono donne anziane che hanno mariti giovani e vogliono un figlio per diffondere il loro Dna. Cosa facciamo? Neghiamo loro la realizzazione di un sogno? ».

«Poi ci sono le persone Lgbtq — continua […]». La parola magica è immortalità. «Se dovessi morire domani — continua — posso andare in paradiso, o all’inferno, non so, ma attraverso il nostro dna continuiamo a vivere, così il bambino diventa un vascello per l’immortalità ». 

Salire a bordo di questo vascello può essere semplice, ma costoso. Gli Stati Uniti sono un riferimento da anni: tra il 1999 e il 2013 sono nati con la “surrogata” 18 mila bambini. È anche un grande business: nel 2022 sono stati mossi 14 miliardi di dollari nel mercato globale. Entro il 2032, secondo l’istituto di ricerca Global Market Insights, arriveranno a 129 miliardi. […] 

Il costo medio va da 120 a 140 mila dollari, in cui vanno compresi screening, consulenza psicologica, congelamento embrioni, compenso alla gestante e spese sanitarie. Si diventa genitori in 15-18 mesi. Se si vive fuori, all’inizio neanche c’è bisogno di mettere piede a New York. In quel caso Gulati presenta il piano via Zoom o Skype. Al “genitore” manderanno a casa il kit per il prelievo dello sperma, da consegnare alla banca locale del seme per rilevare eventuali malattie trasmissibili. Ricevuto il via libera, la clinica si occuperà di prelevare il campione, portarlo a New York e sottoporlo a procedimento con ovuli e congelamento dell’embrione.

[…] più la donatrice è giovane, più aumentano le possibilità di successo. «Il modo migliore — spiega Gulati — è avere una donatrice tra i 21 e i 25 anni, le chance aumentano del 72 per cento. Tra i 35 e 40 scendono al 50 e così via». Accoppiati sperma e ovuli, si passa al congelamento. «Se hai un buono sperma, una donatrice di ovuli giovane e una madre surrogata giovane, le possibilità di successo sono tra l’80 e il 95 per cento».

[…] Per ogni donazione ricevono ottomila dollari. Le madri surrogate, invece, 60 mila, e possono avere fino a tre gravidanze. Firmano documenti, assistiti dall’avvocato, in cui rinunciano a eventuali ripensamenti. […] Come vengono selezionate?

«Attraverso inserzioni pubblicitarie su Google», spiegano. Sono più di mille. Devono avere tra i 21 e 40 anni, essere non fumatrici, avere portato avanti almeno una gravidanza con successo, niente precedenti per droga, niente crimini, niente malattie mentali. L’aspirante genitore sceglie la madre da un gruppo di cinque-sei candidate inserite in un data base con centinaia di nomi. La gestante verrà seguita dal proprio medico e dalle ostetriche del centro. 

Una settimana prima del parto, madre e genitore, assistiti dai rispettivi studi legali, firmano davanti al giudice i documenti finali di “cessione volontaria” del bambino. A quel punto vengono avviate le pratiche per il passaporto americano. Il nuovo genitore uscirà dall’ospedale con il figlio. […]

Utero commissariato pro vita. Le argomentazioni da Family Day contro la gestazione per altri non stanno in piedi. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 2 Giugno 2023

Ci sono tanti motivi, tutti più o meno condivisibili, per avversare la maternità surrogata. Ma quelli basati sulla difesa della donna da non ridurre a fattrice o incubatrice non hanno senso

Ci sono tanti motivi, tutti più o meno condivisibili, tutti più o meno contestabili, per avversare la pratica della cosiddetta gestazione per altri. Ci sta anche che a qualcuno (presente!) non piaccia per ragioni pur soltanto estetiche, e cioè perché non sopporta il lamento da mancata soddisfazione genitoriale né l’affanno a porvi rimedio.

Ma l’avversione ex Family Day articolata sulla difesa della donna da non ridurre a fattrice, no, quella proprio no. Perché tra le ragioni opposte alla locazione uterina da parte confessionale c’è appunto che quel commercio farebbe della femmina un’incubatrice: e appunto non si può sentire. Non risulta infatti che per quella cultura sia un problema, anzi è un destino benedetto, che la donna adempia al proprio ruolo natural-costituzionale di donare figli al marito e alla nazione, e che in quel cimento si celebri e si risolva la meglio essenza dell’altra metà del cielo in versione tridentina. Dunque una bestia da figli, ma nel quadro presidiato dalla liturgia e dai ruoli familisti anziché nel disordine patologico e mercantile della coppia contro natura.

La donna va bensì protetta, quindi, dalla degradazione a recipiente di seme e ad apparato di scodellamento di creature, ma a patto che vi sia sottoposta nel mondo che va a rotoli perché i carabinieri si sposano e la Spectre Gay si insinua nelle scuole a pervertire le naturalità infantili: se invece quell’inquadramento riproduttivo avviene nell’accettabilità del modulo calabro-sudanese che tiene la donna dove deve stare, allora va bene e non si fa più questione del suo corpo adibito a macchinario di procreazione.

A questi ripugna la condizione corporale e spirituale della donna che partorisce il pargolo in favore della coppia gay ma non la condizione dell’altra, la versione aggiornata della sposa bambina che ne sforna dodici per la felicità del marito e la soddisfazione del prete. Dall’utero in affitto all’utero commissariato pro vita.

Maternità surrogata reato universale: c'è il via libera della Commissione. Marco Leardi il 31 Maggio 2023 su Il Giornale.

Approvato un emendamento della maggioranza che dichiara l'utero in affitto perseguibile anche se praticato all'estero: saranno puniti solo i cittadini italiani. A giugno il provvedimento in Aula

La Commissione Giustizia della Camera ha detto "sì" al riconoscimento della maternità surrogata come reato universale. Si è concluso da poco il voto degli emendamenti alla proposta di legge presentata dalla maggioranza, che dichiara la gestazione per altri un illecito perseguibile anche se commesso all'estero. In particolare, a quanto si apprende, è stato approvato un emendamento del centrodestra che prevede la punibilità dei soli cittadini italiani. Prosegue dunque in modo spedito l'iter per l'arrivo in Aula del provvedimento.

Le opposizioni hanno votato contro, ribadendo una posizione già nota e manifestata in passato. Alla vigilia del voto, il segretario di +Europa aveva parlato di "oscena concezione del diritto". A prevalere è stata però la linea della maggioranza, intenzionata a perseguire quella che la deputata di Fratelli d'Italia, Carolia Varchi (prima firmataria e relatrice della proposta di legge), aveva definito "un esempio esecrabile di commercializzazione del corpo femminile e degli stessi bambini". Una linea chiaramente condivisa anche dal governo, in particolare dal ministro per le Pari opportunità e la Famiglia, Eugenia Roccella, e da molte associazioni impegnate in ambito sociale.

Surrogata reato universale, il testo in Aula il 19 giugno

Per il via libera formale mancano ancora i pareri delle commissioni competenti e il mandato al relatore, ma il provvedimento è atteso in Aula per il prossimo 19 giugno, così come previsto dall'ultima calendarizzazione e auspicato dalla stessa maggioranza. "Grazie al testo come riformulato noi estendiamo la punibilità a tutte le condotto commesse all'estero e questo disincentiverà il ricorso a questa pratica, con ciò fermando il turismo procreativo e più in generale quel mercato che si è formato, di cui la recente fiera a Milano è testimonianza", ha affermato la relatrice Carolina Varchi.

"Sul metodo seguito vorrei sottolineare che la sapiente organizzazione dei lavori su un tema così delicato ha evitato che si giungesse al contingentamento dei tempi, quindi come relatrice ringrazio il presidente Ciro Maschio che ha evitato il ricorso a questi strumenti che, pur previsti dal regolamento, avrebbero inasprito il dibattito", ha aggiunto la deputata della maggioranza. Diversa e polemica l'opinione di Riccardo Magi (+Europa). "La riformulazione del testo con l'emendamento della maggioranza prova a mettere una pezza sull'abnormità della pretesa di punire in Italia un cittadino straniero per una condotta commessa in un Paese dove la Gestazione per altri è legale, magari in forma solidale, ma rimane una assurdità giuridica", ha affermato il parlamentare.

Diversamente, a esprimere soddisfazione è stata la Lega. "L'approvazione è una pagina di buona etica e di reale civiltà", ha dichiarato il deputato del Carroccio, Davide Bellomo, componente della Commissione Giustizia. "Ancora una volta - ha proseguito - con il significativo voto contrario dell'opposizione, è emersa plasticamente tutta la differenza con una sinistra che identifica il progresso con una pratica che sfrutta il corpo femminile e ne fa squallidamente merce di scambio. Grazie alla Lega e al centrodestra si è posto un argine a una sicura deriva che in altri Paesi, dove si organizzano addirittura fiere per promuovere l’utero in affitto, stanno già vivendo".

Poi la nota polemica sul centrosinistra: "Non oso neppure immaginare cosa accadrebbe in Italia con la Schlein e i suoi compagni di cordata alla guida del nostro Paese. Per fortuna, però, è una pura ipotesi di scuola, destinata a restare tale. Il centrodestra andrà avanti per la sua strada per restituire veri diritti a chi ne ha diritto, nell’interesse primario dell’infanzia e di chi rappresenta il nostro futuro". Il tema certo è di quelli che da tempo infiammano il dibattito. Nelle scorse ore, ad esempio, alcuni esponenti dem di area riformista avevano firmato una petizione per dire no alla gestazione per altri, in dissenso rispetto alla personale posizione aperturista espressa dal segretario Elly Schlein.

Il reato universale di maternità surrogata va alla Camera. Ma per i giuristi è una legge “finta”. La norma voluta da Fdi arriverà il 19 giugno in Aula: il reato però non esiste giuridicamente, mentre le opposizioni si spaccano anche per regolare conti interni. La preoccupazione di Famiglie Arcobaleno: «Carnefici. Aspetteranno negli aeroporti per arrestare i genitori e mettere i bambini nelle case famiglia?» Simone Alliva su L'Espresso Sera il 31 Maggio 2023

Il “reato universale” contro la maternità surrogata, fortemente voluto da Giorgia Meloni, criticato dall’opposizione e irriso dai giuristi, ha concluso l'esame degli emendamenti in Commissione Giustizia e si prepara ad approdare in Aula alla Camera il 19 giugno.

«La commissione - ha detto la relatrice Carolina Varchi (Fdi) - ha concluso il voto degli emendamenti alla proposta di legge. Grazie al testo riformulato noi estendiamo la punibilità a tutte le condotte commesse all'estero e questo disincentiverà il ricorso a questa pratica, con ciò fermando il turismo procreativo e più in generale quel mercato che si è formato, di cui la recente fiera a Milano è testimonianza».

Di parere opposto Riccardo Magi (+Europa): «Una proposta da Stato di Polizia etico, per cui si incriminano i genitori e nessuno si chiede che effetto possa avere sui bambini. Nemmeno nelle peggiori dittature del passato, e oggi forse solo nell'Iran degli Ayatollah o nell'Afghanistan dei talebani. La riformulazione del testo con l'emendamento della maggioranza prova a mettere una pezza sull'abnormità della pretesa di punire in Italia un cittadino straniero per una condotta commessa in un Paese dove la Gestazione per altri è legale, magari in forma solidale, ma rimane una assurdità giuridica. Quindi con la riformulazione non viene arrestato il medico canadese che viene in vacanza in Italia insieme al bimbo avuto con la Gpa, ma si arresta il medico italiano che ha avuto anch'egli un bimbo con la Gpa in Canada e torna a trovare i genitori in Italia».

Una grana, insomma, anche solo sotto il profilo giuridico. Come già aveva spiegato a L’Espresso Marco Pelissero, ordinario di diritto penale presso l’Università degli Studi di Torino: «Possiamo parlare di reati come crimini di guerra o contro l’umanità, cioè reati che la comunità internazionale ritiene presentino una criminosità manifesta che giustifica una repressione ad ampissimo raggio. Ma qui non vedo i presupposti per costituire un reato universale della maternità surrogata quando in altri Stati, a determinate condizioni, la maternità surrogata è consentita». 

Insomma nel linguaggio giuridico la forma “reato universale” non esiste, ma non solo: «Non ci troviamo né di fronte a quei crimini contro l’umanità che ovunque e da chiunque sono commessi sono repressi – dice il professor Pelissero - né fatti che presentano una dimensione di una gravità tale su quale c’è condivisione della comunità internazionale (come la tutela del minore rispetto al traffico della prostituzione). Qui la norma penale interverrebbe a sanzionare comportamenti che tenuti in Ucraina piuttosto che in Canada sono leciti secondo quel sistema. Questa è l’abnormità».

Abnorme, fantapolitica, follia sono gli aggettivi che si stringono intorno a questa proposta che vorrebbe vietare in Italia ciò che è già vietato (la legge 40/2004) ma che punta ad allargare la punibilità del reato anche se compiuto da un italiano all’estero. «La priorità della destra è limitare i diritti. Pnrr, alluvione, asili, inflazione vengono dopo, forse. Ora la loro urgenza è attaccare le famiglie arcobaleno e i loro figli», sottolinea il deputato del Partito Democratico, Alessandro Zan. Perché è qui la vera questione, mentre dalla maggioranza a ritmi regolari e sonoramente, si parla di “difesa delle donne”, “mercato” e “sfruttamento”, nascosta sotto i banchi è la tutela dei figli delle famiglie arcobaleno che il governo Meloni non ha intenzione di concedere anzi ostacola, dopo il divieto di trascrizioni imposto ai Comuni tramite circolare del ministero dell’interno. E sono i deputati M5S nella commissione Giustizia della Camera a tirarla fuori, agitarla di fronte alla Commissione e chiedere “fate qualcosa”. Due emendamenti a firma Stefania Ascari, Federico Cafiero De Raho, Valentina D'Orso e Carla Giuliano: «Con il nostro pacchetto di proposte, snello ma estremamente curato dal punto di vista giuridico, avremmo potuto stabilire una volta per tutte che ogni bambino ha il diritto ad avere due genitori e tutta la rete parentale. Proponevamo, e riproporremo in aula, un ventaglio di soluzioni tutte pensate nel prevalente interesse dei bambini. Peraltro con i nostri emendamenti il Parlamento potrebbe accogliere in pieno il monito della Corte Costituzionale rivolto proprio al legislatore. Ma l'Italia è in mano a una maggioranza irresponsabile che pur di seguire il suo furore ideologico calpesta i diritti delle persone e la responsabilità istituzionale». Emendamenti bocciati dunque, bambini ancora senza tutele. 

Nel frattempo nell’opposizione riemergono i nomi di chi cerca di riposizionarsi contro una pratica già illegale in Italia: Goffredo Bettini, Pierluigi Castagnetti, Emma Fattorini sono le firme di punta in calce all'appello  'La maternità surrogata è una pratica che offende la dignità delle donne e i diritti dei bambini'. L’appello sembra spaccare Italia Viva, con Ivan Scalfarotto che parla di «mostro giuridico» e Elena Bonetti che promette «farò la mia parte».

Dal fronte dem l’appello è condiviso da Valeria Valente, senatrice e già presidente della commissione sul femminicidio: «Non posso firmare l'appello visto che i parlamentari sono i destinatari ma lo condivido pienamente. Una violenza brutale contro le donne». E strattona la segreteria del suo stesso partito Elly Schlein: «Ha detto di essere favorevole alla Gpa a titolo personale e si è impegnata con tutti noi a fare una discussione sul tema. Sono certa che manterrà l'impegno».

Dal Nazareno non si espongono ma qualcuno azzarda: «Quella della maternità surrogata è un terreno assai scivoloso, perché sempre le questioni così delicate sui diritti sono state da noi usate come pretesto per attaccare il segretario in carica».

Un pretesto, un’arma politica dunque, tuttavia qualcosa di nebuloso, fatto per colpire i figli delle famiglie arcobaleno (nonostante il 90% delle coppie italiane che ricorrono alla maternità surrogata all'estero siano eterosessuali). E mentre Andrea Delmastro delle Vedove, deputato di Fratelli d'Italia e Sottosegretario di Stato alla Giustizia festeggia «Il testo sulla maternità surrogata licenziato pone l'Italia all'avanguardia», Alessia Crocini, presidente di Famiglie Arcobaleno entra nel concreto della questione: «Un’avanguardia liberticida. L'Italia sarà il primo paese che andrà a colpire altri paesi molto più avanti di noi su libertà e diritti civili. Una legge strumentale: sanno che non è applicabile e costringerà le persone ad andare nei tribunali per anni, fino a che la Consulta non riconoscerà l’incostituzionalità già palese. Quello che mi chiedo è cosa faranno nel concreto? Aspetteranno le famiglie negli aeroporti per arrestare i genitori e mettere i bambini nelle case famiglia? Se l’applicazione non è ancora chiara, a livello simbolico l’aspetto più grave è lo stigma che stanno rovesciando su bambini e ragazzi nati da gestazione per altri: saranno considerati figli di un reato, così come venivano considerati quelli nati da uno stupro. Questo è il delitto politico che porta avanti il governo insieme a chi firma appelli strumentali per avvicinarsi alla destra al potere: la condanna a vita dei bambini cresciuti in famiglie (etero o omosessuali) e nati con queste tecniche che un domani saranno guardati dagli altri come frutto di un reato. A prescindere dalle proprie idee sulla GPA, chi oggi sta dalla parte di questa legge è alla stregua di un carnefice e apre una porta molto pericolosa».

«I veri Stati Generali della Natalità sono qui». 300 sindaci a Torino in difesa delle Famiglie Arcobaleno. Al Teatro Carignano la convention dopo il pressing del governo Meloni per cancellare i figli delle coppie omogenitoriali. I sindaci a una voce sola: «Questo è il momento del matrimonio egualitario». Simone Alliva su L'Espresso il 12 maggio 2023.

È nelle città che si capiscono con grande nitore ed esattezza le dinamiche che muovono la politica. Quello che agita la gente, abita le loro vite. Un interesse spesso reso opaco dai grandi scenari romani dove tra predellini e papi tutto può diventare uno show, anche gli Stati Generali della Natalità.

Così, in purezza, si possono vedere a Torino oltre 300 sindaci da tutta Italia riempire Teatro Carignano per chiedere più diritti per le famiglie omogenitoriali. A rispondere all'appello del sindaco Stefano Lo Russo fra gli altri i primi cittadini di Roma, Milano, Napoli, Bologna, Firenze e Bari: gli stessi che recentemente hanno scritto al governo chiedendo un intervento per cancellare la disparità di trattamento in materia di diritti civili. A far partire la mobilitazione, è stato lo stop - per Torino arrivato nel giugno scorso e per Milano nel marzo di quest'anno come raccontato da L’Espresso - alle trascrizioni all'anagrafe dei figli delle coppie dello stesso sesso. Divieto che ha spinto i sindaci alla mobilitazione.

Sul palco della convention “La Città per i diritti” con Lo Russo c’è il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, in collegamento video da Milano Giuseppe Sala, da Bologna Matteo Lepore, da Firenze Dario Nardella, da Napoli Gaetano Manfredi, e da Bari Antonio Decaro. È l’opposizione dei sindaci al governo Meloni che tra provvedimenti e pressioni soffia sull’omotransfobia del paese e nega diritti e doveri alle coppie omogenitoriali.

La distanza tra Roma e Torino è insieme millimetrica e abissale ed è Vladimir Luxuria, attivista Lgbt e direttrice del Lovers Film Festival a misurarla in apertura: «Benvenuti alla festa della natalità. Essere a favore della natalità significa non mettere dei paletti a persone che sono famiglia e che desiderano essere genitori. Significa consentire la possibilità di avere dei bambini che altrimenti non ci sarebbero».

Ma è l’unità dei sindaci sui diritti delle famiglie arcobaleno a mandare messaggi precisi e inequivocabili alla politica romana. «Chiediamo al Parlamento di colmare un vuoto, così come ha fatto presente anche la Consulta: serve un quadro normativo per i figli delle coppie omogenitoriali». Dice Stefano Lo Russo, sindaco di Torino e racconta le difficoltà di chi, da primo cittadino, esercita in prima persona la responsabilità: «Come sindaci ci siamo ritrovati in molti casi a dare una risposta alle famiglie che si rivolgevano a noi per ottenere una cosa che in Europa è scontata, e cioè il riconoscimento della doppia genitorialità, quella biologica e quella intenzionale. I tribunali del nostro Paese dicevano una cosa e il suo esatto contrario», ha sottolineato.

Interviene in collegamento anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala che ci tiene a precisare: «Non vogliamo disobbedire bensì ottenere leggi giuste» e sembra rispondere così, con pacatezza, all'invito alla disubbidienza civile fatto dallo stesso palco dal giurista Gustavo Zabrelsky. «Purtroppo - ha continuato Sala - la Corte costituzionale si è già espressa, non è quella la strada. E non mettiamola sulla mancanza di coraggio: ci sono sindaci che si stanno battendo. Ma non so se trasgredire alla legge sia il percorso giusto: vogliamo che sia il Parlamento a esprimersi. Alcune coppie ci stanno chiedendo la registrazione del padre biologico. Bisogna capire sulla base di quale documento poterlo fare, poiché non figura sull'atto di nascita del bambino, ma sarebbe già un piccolo passo».

Come fare? Proprio questo è il punto intorno cui gira l’intera convention. «Il Parlamento si deve assumere le sue responsabilità, non si possono decidere i diritti dei bambini nei tribunali. I sindaci hanno sempre avuto coraggio e continueranno ad averlo, ma non vogliamo portare i bambini nei tribunali, vogliamo tutelarli con la legge. Il matrimonio egualitario può essere la soluzione», suggerisce il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi.

A queste parole sembra fargli eco il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, «C'è una maggioranza di italiani e italiane - ha sottolineato Gualtieri - che è matura per fare ciò che in Europa è normale. Ma c'è anche purtroppo una parte fosca - ha aggiunto - che punta a rimestare su sentimenti che nel Paese stanno scomparendo. Tali figli, senza le trascrizioni, si trovano in una situazione di oggettivo svantaggio e discriminazione. Speriamo di essere ascoltati sia dal Parlamento che dal Governo».

Fuori dal teatro pochi attivisti di Pro-Vita agitano dei bambolotti in un carro della spesa. "I bambini non sono prodotti” urlano, ma la mobilitazione è fiacca mentre il Teatro Carignano esplode in un applauso alle parole del sindaco di Bari, Antonio Decaro. «C'è una certa classe politica che dimostra un pregiudizio, quello verso l'omosessualità» e quasi a rispondere ai contestatori fuori ricorda: «l’80 percento della maternità surrogata è fatta da coppie eterosessuali all'estero, a cui nessuno chiede niente al momento della trascrizione dei figli. C'è un pregiudizio rispetto al quale non possiamo stare fermi».

Il punto è proprio questo: fermi non si può stare. Non più. Questa volta a dirlo sono i sindaci: volto della politica nelle città e nei paesi. Quelli che la gente ferma per strada per chiedere soluzioni e aiuto: «Noi sindaci - osserva Decaro - siamo stati chiamati a guardare oltre lo stretto contenuto di una norma e abbiamo sentito forte la necessità di tutela i diritti dei più deboli, l'abbiamo già fatta per tanti anni la disobbedienza, e sempre tenuto al primo posto i diritti dei bambini. Ora è tempo di legiferare».

"Destino oscurantista". Torna la carica dei sindaci arcobaleno. Marco Leardi il 12 Maggio 2023 su Il Giornale.

A Torino la manifestazione dei sindaci progressisti per chiedere il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali. Parte il solito attacco al governo "oscurantista". Ma la replica non si fa attendere

Si sono presentati in fascia tricolore. Ma l'obiettivo era arcobaleno. Da tutta Italia, oltre 300 sindaci si sono riversati a Torino per perorare la causa delle famiglie omogenitoriali. Il tema è quello controverso e ormai noto ai più: i primi cittadini in questione, in ampia maggioranza d'estrazione progressista, chiedono infatti che il Parlamento legiferi al più presto sulle coppie gay e sui loro figli, lamentando un grave vulnus in materia. L'inghippo, tuttavia, lo avevano creato proprio quelle amministrazioni che, con una fuga in avanti di natura ideologica, avevano effettuato registrazioni all'anagrafe pur in assenza di una normativa che lo consentisse. Poste di fronte all'illegittimità dei suddetti provvedimenti, ora quei politici buttano la patata bollente contro il governo accusandolo - con uno scaricabarile strumentale - di essere retrogrado e di non volere i diritti civili.

L'adunata de sindaci arcobaleno

A far partire la mobilitazione torinese era stato lo stop - avvenuto proprio nella città sabauda, ma anche a Milano - alle trascrizioni all'anagrafe dei figli delle coppie dello stesso sesso. Il sindaco del capoluogo piemontese, Stefano Lo Russo, aveva fatto scattare l'appello arcobaleno e i suoi colleghi favorevoli a quelle istanze sono tornati così alla carica. A rispondere al suo invito sono stati, tra gli altri, i primi cittadini di Roma, Milano, Napoli, Bologna Firenze e Bari: gli stessi che recentemente hanno scritto al governo chiedendo un intervento per cancellare la disparità di trattamento in materia di diritti civili. Facile dunque intuire il carattere politico della manifestazione e degli interventi pronunciati sul palco.

"Disobbedienza civile". Ma Zabrelsky non convince Sala

"Non vogliamo disobbedire bensì ottenere leggi giuste", ha rilanciato il sindaco di Milano Giuseppe Sala, intervenuto in videocollegamento. E dal palco è arrivato anche l'invito alla disobbidienza civile del giurista Gustavo Zabrelsky. La discutibile proposta di quest'ultimo, però, non ha convinto il primo cittadino del capoluogo lombardo. "Purtroppo la Corte costituzionale si è già espressa, non è quella la strada. E non mettiamola sulla mancanza di coraggio: ci sono sindaci che si stanno battendo. Ma non so se trasgredire alla legge sia il percorso giusto: vogliamo che sia il Parlamento a esprimersi", ha affermato Sala. "Alcune coppie - ha poi aggiunto - ci stanno chiedendo la registrazione del padre biologico. Bisogna capire sulla base di quale documento poterlo fare, poiché non figura sull'atto di nascita del bambino, ma sarebbe già un piccolo passo".

"Destino oscuro". L'attacco di Lepore al governo

Certo, che le insistenze della sinistra arrivino proprio ora - quando a guidate il Paese c'è un governo prudente sulla tematica - è quasi surreale. La maggioranza di centrodestra, infatti, ha sempre sostenuto la propria contrarietà a riconoscimenti che (più o meno direttamente) rischiassero di legittimare pratiche controverse come quella dell'utero in affitto. Ma il messaggio non è stato recepito dai progressisti. "Serve il coraggio della politica in Parlamento, ma noi ci siamo e ci saremo sempre: continueremo a combattere questa battaglia contro il destino oscuro e oscurantista verso il quale ci vuole spingere il governo di Giorgia Meloni", ha tuonato il sindaco Pd di Bologna, Matteo Lepore, sferrando uno schiaffo politico all'esecutivo. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, sostenuto dal centrosinistra, ha parlato di matrimonio egualitario come soluzione e da Firenze Dario Nardella ha ribadito la propria convinzione che vada colmato il "vuoto normativo sulle garanzie dei diritti dei figli di coppie omogenitoriali".

Fdi replica ai sindaci arcobaleno

La risposta alle rivendicazioni politiche della kermesse progressista non si è fatta attendere dalla maggioranza. "Torino purtroppo, prima con il sindaco Appendino poi con Lo Russo, è stata trasformata nella città dei diritti negati: ha negato il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà con il registro e poi al governo il ministro Lamorgese, dovendo interrompere quell'abuso politico li ha gettati in un limbo senza precedenti che adesso non sanno come risolvere", ha ricordato la parlamentare Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, circostanziando l'argomento al di là delle strumentalizzazioni di parte.

"Utero in affitto sia reato universale"

"Nell'imbarazzo di questa situazione si stanno strumentalizzando le aspettative, che provavano a soddisfare, con un escamotage amministrativo sapendo benissimo che non ne avevano alcuna competenza. Sono stati al governo 10 anni, se avessero voluto avrebbero coinvolto il Parlamento su quelle che oggi chiamano famiglie arcobaleno. Potevano ma evidentemente non volevano farlo neanche loro", ha aggiunto Montaruli, spiegando come "la migliore risposta a quei sindaci" progressisti sia arrivata da Giorgia Meloni - oggi agli Stati Generali alla presenza del Papa - e da Fratelli d'Italia in Parlamento con la proposta che trasforma l'utero in affitto reato universale. "Questa pratica non può essere mai legittimata. In troppi, a prescindere dalle questioni di genere, aggirano le leggi facendo prevalere il sentimento di maternità e paternità sul diritto dei minori e sul diritto della donna che non può mai essere sfruttata", ha concluso l'onorevole del partito meloniano.

Estratto dell'articolo di Daniele Priori per “Libero quotidiano” il 14 aprile 2023.

«Le femministe che chiedono alla Schlein di rivedere le proprie posizioni sulla gestazione per altri non sono 100 ma 101. Non vedo come si possa sostenere che quella sulla maternità surrogata sia una battaglia di sinistra e di uguaglianza. È una pratica schiavistica dove il ricco compra il povero. Non mi vengano a dire che è un atto di amore.

 Ci crederò quando una miliardaria farà figli per la sua domestica o le americane per le africane. Vorrei piuttosto che uno di questi governi si mettesse la mano sulla coscienza e permettesse alle coppie gay di adottare i bambini».

A rincarare la dose dopo l’appello delle 100 femministe è Barbara Alberti, scrittrice, volto noto della tv, da sempre attenta narratrice del mondo femminile. […]

 È serena ma anche determinata su un tema come la gestazione per altri, ci par di capire...

«Sentire la sinistra che sostiene lo schiavismo mi fa male al cuore. Mi auguro che la Schlein ascolti l’appello delle cento femministe più una».

 Recentemente l’abbiamo anche sentita esprimersi con durezza sullo schwa che dovrebbe essere una sorta di linguaggio al di sopra dei generi, salvo seguire spesso il filone della cosiddetta cancel culture...

«Le donne sono state bruciate come streghe, non possiamo essere noi adesso a praticare la censura e accendere i roghi […]».

Lei ha detto: compio 80 anni senza nessun merito. Allora partiamo dalle colpe. Se il mondo va come va, secondo lei le colpe sono più degli 80enni che hanno sbagliato o dei più giovani che non hanno capito?

«Non mi faccia queste domande del cazzo. Che ne so! (Ride) L’uomo è stolto. Dove siamo? Sull’orlo della guerra. Siamo nel medioevo. Non abbiamo imparato nulla. La scienza ha raggiunto vette importanti. Mio marito si ruppe un femore a trent’anni e dovette fare sette mesi di riabilitazione, oggi in un mese ti rimettono in piedi. Ma l’uomo è un animale suicida. Di cui scienza e tecnologia hanno anche moltiplicato la stupidità.

L’unica cosa che ci consola è dare la morte. Pensi a Putin che ha riportato in Europa la guerra che la mia generazione aveva avuto la fortuna di non ricordare […] ».

 Non mi ha detto però se c’è una generazione più colpevole di un’altra...

«Penso che la responsabilità se c’è sia nella natura umana. […] Giovani, vecchi siamo tutte piccole formiche in balìa del mercato. La morte è stata censurata dalle coscienze perché i morti non comprano. […] Stanno edulcorando il linguaggio perché deve finire tutto come nelle pubblicità.[…] questa censura sulla verità, sul linguaggio e sui fatti umani diventa una camicia di forza incredibile».

Vittorio Sgarbi facendole gli auguri si è rivolto a lei come a una donna che potrebbe essere anche un uomo. Lei, Barbara, si sente fluida?

«Non ho mai calcolato di che sesso fosse la persona che mi suscitava amore quando mi è capitato questo sommovimento del pensiero capace di metterti il terzo occhio! Quando ami hai un’audacia intellettiva oltre che fisica. Solo l’amore te lo da. E tu vai a guardare se è maschio o femmina? Sarebbe una bestemmia.

[…]

Torniamo alla politica. Giorgia Meloni e Elly Schlein. Improvvisamente l’Italia ha scoperto non una ma due donne leader. Che ne pensa?

«Da un punto di vista puramente antropologico in entrambe vedo una vitalità, una sincerità, una voglia di fare. Qualcosa che molto raramente ho visto in politica. Non so cosa ne verrà fuori. Con tutte le facce da morti o da volpi che hanno attorno, in loro vedo due persone sincere e con grande voglia di lavorare». […]

Nichi Vendola: «Mio figlio Tobia nato grazie a Sharline, madre surrogata: le abbiamo pagato un anno di lavoro». Claudio Bozza su Il Corriere della Sera il 15 Aprile 2023.

L’ex governatore della Puglia parla del marito Ed e del figlio Tobia e della proposta del governo di sanzionare come «reato universale» la gestazione per altri. Gli scontri con D’Alema: «Anche a me hanno proposto di fare il lobbista. No, grazie»

Nichi Vendola, a destra, 64 anni, con il marito Edward Testa e il figlio Tobia Antonio che la coppia ha avuto nel 2016 grazie alla maternità surrogata (foto Mario Amura)

A Campo de’ Fiori c’è un filo di vento . Splende il sole. E frotte di americani sono già in déshabillé agostano. Nicola Maria Vendola (dai genitori ribattezzato “Nichi” in onore del presidente Urss Nikita Krusciov) qui ha casa da 25 anni. Il fioraio gli mette la mano sulla spalla: «Ahò, daje!». Al caffè sotto casa, una donna rincara: «Grazie per quello che ha detto ieri in tv». E lui - uno dei pochi leader della sinistra alternativa capace di vincere - si vede che gongola. Eppure ha lasciato da anni il palco della politica. Un esilio auto-imposto a causa di un processo, quello sull’Ilva, che gli procura «dolore immane» a un cuore un po’ malconcio. Così ha scelto di fare un passo di lato, per tutelare la sua famiglia: suo marito Ed e il piccolo Tobia Antonio. Ma nel frattempo, il governo Meloni ha annunciato una legge che sanzioni come “reato universale” la gestazione per altri. Così sono successe due cose: Vendola è tornato su giornali e tv a difesa delle famiglie arcobaleno e, di conseguenza, i suoi sostenitori sono tornati ad abbracciarlo.

Vendola, il momento in cui ha detto basta?

«Quando è nato mio figlio, dinanzi alla virulenza della polemica politica e mediatica scatenata in Italia, ho dovuto comprendere quanto la mia esposizione pubblica potesse riverberarsi negativamente sulla vita dei miei cari. Dovevo innanzitutto proteggere il bambino. Per me è stato un momento emotivamente molto impegnativo, anche perché avevo perso mia madre. Insomma avevo addosso una morte e una nascita: ero passato dallo stringere la mano di mamma agonizzante ad accarezzare quella di Tobia appena nato».

«IL FATTO CHE SI POSSA FAR RIVIVERE L’ESPERIENZA DEI COSIDDETTI “FIGLI ILLEGITTIMI” E DI DIRITTI DISEGUALI PER I BAMBINI, A SECONDA CHE SIANO DI UN CERTO TIPO DI FAMIGLIE O DI UN ALTRO, È MOSTRUOSO»

Nel 2016, grazie alla maternità surrogata, è nato in California Tobia. Oggi, se la stretta della ministra Roccella andasse in porto, lei e suo marito Ed Testa non potreste più farlo. O meglio: potreste, ma se tornaste in Italia con il bambino rischiereste l’arresto. Che ne pensa?

«Ma del bambino poi che farebbero? Lo renderebbero orfano nel nome dei suoi diritti? Sono incredulo dinanzi a questa bolla ideologica e al suo grave profilo di incostituzionalità. La destra vuole definire “crimine universale” una pratica che in gran parte del mondo è legale. È una crociata, una postura da “polizia morale”, che crea soprattutto ansia e angoscia, che può molestare e intimidire. Ma che non può fermare il cambiamento in atto».

L’allora governatore della Puglia Vendola e il vicepresidente del Consiglio D’Alema a Bari nel 2008: tra loro ci sono stati forti scontri

La ministra, e molti da destra, contestano: «C’è un problema etico e serve una legge per rendere l’utero in affitto un reato universale». Dall’altra parte, le famiglie come la sua chiedono una legge che riconosca i vostri bambini. Cosa deve fare la politica adesso?

«Innanzitutto separare le due questioni. Il fatto che si possa far rivivere l’esperienza mostruosa dei cosiddetti “figli illegittimi” e di diritti diseguali per i bambini, a seconda che siano di un certo tipo di famiglie o di un altro, è mostruoso. Il regolamento europeo, viceversa, afferma il diritto dei nostri figli bambini a non essere discriminati e a poter godere della pienezza della vita familiare. Poi c’è il tema della maternità surrogata, che in Italia è già vietata. Cosa significa renderla un “reato universale”? Non sarebbe più saggio e più realistico regolamentarla solo come pratica solidale ed altruistica, così eliminando a monte il rischio dello sfruttamento delle donne più povere? E non sarebbe ora di consentire l’adozione per i single e per le coppie gay?».

Oggi due gay possono avere un figlio all’estero con la gestazione “altruistica” o “commerciale”. Per la destra è comunque mercimonio dell’utero. Ma la donna che ha tenuto Tobia in grembo perché l’ha fatto?

«Fondamentalmente lei era curiosa, una sua cugina aveva partorito per una coppia gay ed era stata una esperienza molto bella. Noi abbiamo incontrato molte donne, ma con Sharline è subito scattato l’amore. Ci ha chiesto: ma quando Tobia sarà nato potrò tenere la sua foto in casa mia? Aveva già tre figli suoi. Il guadagno che lei cercava era starsene a casa con i suoi bambini per un anno senza lavorare».

La gestazione per altri è una pratica «da ricchi» è la constestazione. Ci potrebbe dire quanto vi è costata?

«Il ristoro di un anno di lavoro mancato per Sharline. Poi molto, in Usa, pesano le spese sanitarie e la clinica. Non le so dire, davvero. Abbiamo pagato molte cose, mai fatto un conto definitivo».

Avere un figlio è un diritto?

«No. Non è un diritto. È una esperienza, un desiderio, un progetto. Non è un diritto, ma neanche un delitto».

Tobia ha conosciuto le donne che lo hanno fatto nascere?

«Aveva solo tre anni quando siamo andati per conoscere Britney (che ha donato l’ovulo) e Sharline (che lo ha portato in grembo). Poi siamo rimasti imprigionati per il Covid. Oggi ha sei anni: gli spiegheremo tutto, intanto ha fatto il paggetto al matrimonio di Britney».

Lei ha raccontato che avere un figlio è stata la scelta più difficile della sua vita. Come gli avete spiegato che ha due papà?

«Intanto non ha mai percepito la sua condizione come una stranezza, bensì come qualcosa di speciale. A un certo punto gli abbiamo raccontato che un bambino può nascere solo dalla pancia di una donna, ma che io ed Ed ci volevamo bene e avevamo bisogno di un uovo: così abbiamo chiesto a una donna di donarcelo e a un’altra di portarlo nella sua pancia. Poi gli abbiamo anche letto un fumetto molto tenero, che racconta una storia vera. Allo zoo di Central park a New York ci sono due pinguini maschi e sono tristi perché non hanno figli: uno prova a covare una pietra, poi il custode se ne accorge e gli porta un uovo abbandonato, che covano. Alla fine nasce un pinguino e sono felicissimi».

Che difficoltà ha e avete incontrato?

«Tobia è un bambino sereno, gioioso, socievole, curioso. Un giorno la cassiera di un bar gli ha detto: “Ti posso offrire un cioccolatino?”. Lui ha risposto che non gli piace la cioccolata. “Lo puoi portare alla tua mamma!”. E Tobia ridendo: “Ma io ho due papà, lo porto a loro”. Ecco, un figlio non è una scelta che fai a cuor leggero. Noi per anni abbiamo studiato, ci siamo interrogati, siamo entrati in tante famiglie omogenitoriali per capire come stessero quei loro figli».

«SONO SORPRESO DA QUANTE PERSONE MI STIANO CHIEDENDO DI CANDIDARMI ALLE EUROPEE. NON SO RISPONDERE. POI È CHIARO CHE IO SENTA IL RICHIAMO DELLA FORESTA, MA...»

Una foto dall’album di famiglia di Nichi Vendola, scattata nel 2021 a casa del fratello maggiore Gianni (in prima fila, il secondo da destra) qualche settimana prima della sua morte: era malato di cancro. Vendola tiene in braccio il figlio Tobia Antonio, al centro con la maglia bordeaux c’è il marito Ed Testa. Gli altri sono parenti e amici

Ora che Elly Schlein è diventata segretaria, è la volta buona che si iscriverà al Pd?

«Non credo accadrà. Il mio giudizio sul Pd resta molto severo. Elly tuttavia è una speranza vera: la sento congeniale ai miei sentimenti per la sua cultura e il suo linguaggio. Il Pd è stato inquinato dal moderatismo, dal governismo, da un cattivo realismo: e spesso è prigioniero di cacicchi e di tessitori di clientele. Schlein ha un compito fondamentale: smantellare tutto questo. E spero ovviamente in un’evoluzione che possa portare all’incontro di tutte le sinistre».

In molti dicono che tornerà in campo per le Europee del prossimo anno...

«Sono rimasto molto sorpreso da queste reazioni e dalle tante persone che me lo stanno chiedendo. Sinceramente non ci avevo pensato. Non so rispondere. Poi è chiaro che io senta “il richiamo della foresta”, ma ora non ho in conto un rientro per la porta delle istituzioni».

Eppure alla sinistra, specie al Sud, i suoi voti farebbero comodo. È proprio certo del suo no?

«Non ho mai considerato i voti come “miei”. Di certo, con la mia gente del Sud, con la mia Puglia, è rimasta viva una relazione forte, direi una connessione sentimentale».

Nel 2010 Massimo D’Alema le chiese di rinunciare al suo bis per la Puglia. Oggi l’ex premier fa il lobbista, anche nel mercato della Difesa. Che ne pensa?

(lungo silenzio) «In quegli anni ci fu uno scontro virulento con D’Alema. Lui ci parlava come se fosse ancora il segretario della Fgci e noi dei sottoposti ribelli. E allora ci ribellammo davvero. Anche a me, quando sono uscito dal ruolo istituzionale, era giunta qualche proposta di fare il lobbista... Ho risposto: “No, grazie”. Io la scelta di D’Alema non l’avrei fatta».

Nel 2018 ha avuto un infarto mentre era a Montecitorio. Come sta oggi?

«Come sta una persona di 64 anni, che vede crescere la propria Spoon river. Ho il cuore segnato da lutti e congedi definitivi. Fortunatamente sono molto felice delle cose che imparo da mio figlio. Anche se patisco il fatto di essere appeso da 10 anni a un processo che ritengo offensivo del senso della mia vita: e questa è una sofferenza che il mio cuore non è riuscito a sopportare, come poi si è visto».

Checco Zalone nella parodia di Vendola: la carriera del comico iniziò su Telenorba, imitando l’allora governatore

La carriera di Checco Zalone iniziò a Telenorba, facendo proprio l’imitazione del governatore pugliese. Vi sentite ancora?

«Ho sempre ammirato l’assoluta serietà con cui fa il mestiere di far ridere. Lui mi ha studiato, mi ha vivisezionato e ricostruito come un prodotto comico. Lo ha fatto con grande intelligenza. Gli sono molto grato per avermi coinvolto nel suo film Tolo Tolo , dove interpreto me stesso. Sì, capita che ci sentiamo ancora».

«HO CONOSCIUTO ED NEL 2004: ERA LA PRIMA VOLTA CHE ANDAVO IN UN LOCALE GAY A ROMA. LUI SI EMOZIONAVA PER IL BUON CIBO, SBAGLIAI IL PRIMO RISTORANTE, POI FU UN TRIONFO»

Nel frattempo Ed, grafico e organizzatore di grandi eventi, è rientrato a casa. Chiedergli su cosa litiga con Vendola viene spontaneo.

«Nichi è disordinato» risponde lui. «Ma nelle sue cose, la scrittura, è ordinatissimo (ride, ndr )».

Il momento preciso in cui vi siete conosciuti?

Nichi Vendola: «Settembre 2004. Era la prima volta in vita mia che andavo in un locale gay a Roma. Quella sera ero già in pigiama, non volevo nemmeno uscire».

Ed Testa: «Avevo 25 anni: ero appena arrivato dal Canada per studiare. Quella sera volevo scoprire un po’ la vita notturna a Roma, ma c’erano solo americani».

Ma alla fine ha incontrato un pugliese. E come attaccaste discorso?

Nichi Vendola: «Questo cuba libre fa proprio schifo, eh? Ed si emozionava per il buon cibo e i posti belli di Roma. Quando l’ho portato a vedere via Giulia, vicino all’arco avvolto dall’edera, stava quasi per piangere. Sbagliai il primo ristorante, poi fu un trionfo. Insomma, lo presi per la gola».

Estratto dell’articolo di Antonio Noto per “la Repubblica” il 31 marzo 2023.

Nelle scelte che appartengono alla sfera dei temi etici, l’opinione pubblica segue solo parzialmente i riferimenti politici. A pesare sono più gli stili di vita che l’ideologia ed è per questo che il posizionamento sulle tematiche sociali è particolarmente insidioso per i leader politici. Spesso si creano divisioni anche nello stesso partito. È quanto emerge dalle risposte degli italiani sulle questioni legate alla famiglia che hanno animato il dibattito degli ultimi giorni.

Infatti la pratica della maternità surrogata, con o senza pagamento in danaro, divide esattamente a metà la popolazione fra favorevoli e contrari. Ma la polarizzazione non ricalca fedelmente gli schieramenti politici. Si registrano, infatti, percentuali fino al 40% a favore anche in partiti di centrodestra come Lega e Forza Italia così come risulta contrario il 38% dei votanti Pd.

Ciò si manifesta ancor di più sulla proposta di rendere la maternità surrogata reato universale. Solo 1/3 è favorevole. Tra questi la quota maggiore è costituita dagli elettori di FdI (51%) […] Altro tema […] è lo stop ai sindaci che avevano scelto di iscrivere all’anagrafe i bambini nati all’estero da coppie omogenitoriali. Anche in questo caso l’opinione degli italiani va controcorrente: il 75% si dice favorevole in quanto la priorità è difendere i diritti dei bambini e questa possibilità è condivisa anche dagli elettori del centrodestra con punta del 83% tra i votanti FI.

 In generale, non è un tabù pensare che le famiglie arcobaleno abbiano figli. Per la maggioranza (56%) la diversità di sesso dei genitori non è un peso sulla crescita dei bambini e non determina danni psicologici o discriminazioni (52%). Anche in questo caso l’elettorato di FI sembra avere posizioni un po’ diverse rispetto ai partiti della coalizione.

Nella formazione dell’opinione riguardo alla tematica bambini- coppie omogenitoriali, gli italiani pensano più ai benefici del minore che agli aspetti legali e amministrativi.

 È così che il 59% è favorevole a che il partner adotti il figlio naturale dell’altro, e il 60% concorda sull’eventualità che una coppia omosessuale possa ricorrere all’adozione. […]

Estratto da fanpage.it il 30 marzo 2023.

L’attrice e conduttrice televisiva spagnola Ana Obregon è diventata mamma a 68 anni grazie alla maternità surrogata. La notizia arriva dalla rivista ¡Hola! che ha fotografato l’attrice all’esterno di una clinica privata di Miami – il Memorial Regional Hospital – mentre teneva in braccio una bambina appena nata. Obregon era arrivata in Florida solo qualche giorno fa ed era rimasta in attesa del parto.

 L’arrivo della bambina apre una nuova pagina nella vita dell’attrice spagnola che, nel maggio 2020, aveva perso il primogenito Alejandro Lecquio Garcia a causa di un cancro. La bimba sarebbe nata il 20 marzo 2023. Obregon avrebbe lasciato la struttura insieme alla neonata due giorni dopo il parto. Secondo quanto riporta Europa Press, l'attrice avrebbe portato avanti il processo per diventare madre attraverso la maternità surrogata nella più totale discrezione. Pare che nemmeno le sorelle Celia e Amalia fossero state informate della decisione di Obregon.

(…)

 Estratto da rainews.it il 30 marzo 2023.

Il caso di Ana Obregon, mamma a 68 anni con la maternità surrogata, riapre il dibattito in Spagna su questa tecnica di procreazione assistita. Il governo è stato molto chiaro sulla posizione: "E' una forma di violenza contro le donne". Lo hanno sottolineato i ministri delle Pari opportunità, Irene Montero (Podemos), e delle Finanze, Maria Jesus Montero (Psoe)

 (…)

"Mi è parsa un'immagine dantesca", ha contestato Pilar Alegria, ministro dell'Istruzione e portavoce del Partito socialista del premier, Pedro Sanchez, "Questo si chiama utero in affitto, non gravidanza surrogata". L'opposizione a destra è apparsa più aperta al dibattito: la questione "merita un dibattito profondo e sereno, perché tocca molte questioni morali, etiche e religiose", ha osservato Cuca Gamarra, 'numero due' del Partito popolare, dove sono convinti che la 'linea rossa' è che la maternità surrogata sia a pagamento.

Estratto dell’articolo di Giuliano Guzzo per “la Verità” il 7 aprile 2023.

«Rifarei tutto, magari per un maschietto, anche se non è possibile scegliere il sesso dei bambini. Mio figlio voleva avere cinque figli». Ana Obregòn non si ferma. Dopo essere diventata «madre», grazie all’utero in affitto, della piccola Ana Sandra Lequio Obregòn, l’attrice spagnola lascia intendere di non escludere nuove gravidanze conto terzi.

 Potrebbe, così, avere un seguito la vicenda che la vede discussa protagonista, in questi giorni, delle cronache di mezzo mondo. Il che è comprensibile, visto che non capita tutti i giorni di apprendere che una signora di 68 anni abbia ottenuto, via maternità surrogata, la nascita di colei che, biologicamente, è sua nipote.

[…] è una bimba ottenuta con un procedimento che vede coinvolte complessivamente quattro persone: l’attrice spagnola nella veste di «genitore intenzionale», la madre surrogata, una donatrice di ovuli e Alejandro Lecquio García, il figlio della Obregòn, deceduto per un tumore il 13 maggio 2020 a 27 anni di età, il cui seme è stato appunto impiegato nell’iter.

[…] «La gente non sa che questa era l’ultima volontà di Alejandro, quella di far venire al mondo suo figlio. Lo ha confessato lui stesso una settimana prima di morire a me e a suo padre».

A proposito del padre del giovane morto, attorno alla sua figura si sta addensando un piccolo giallo. Pare, infatti, che il signor Lequio, divenuto nonno a 62 anni, sia irreperibile. Tutte le testate spagnole sono vanamente sulle sue tracce. Secondo il quotidiano La Vanguardia, l’uomo sarebbe rimasto colpito, anzi sconvolto da questa vicenda.

 Al punto che, pur di sottrarsi alle telecamere, avrebbe lasciato il Paese insieme all’attuale moglie, Maria Palacios, e la figlia Ginevra, nata dal loro matrimonio. Oltre che sconvolto, l’uomo sarebbe anche assai amareggiato. Stando alle ricostruzioni della testata Diez Minutos, infatti, Lequio era a conoscenza dei piani «di maternità», per così dire, dell’ex compagna e avrebbe fatto di tutto pur di farla desistere, senza successo.

[…]

 La notizia della nascita […]ha subito sollevato delle severe critiche da esponenti del governo. A destare indignazione, da parte di un esecutivo che comunque è di sinistra, è stato in particolare il ricorso alla maternità surrogata. «È una forma di violenza contro le donne», hanno dichiarato i ministri delle Pari opportunità, Irene Montero di Podemos, e delle Finanze, Maria Jesus Montero, di Psoe.

[…] l’attrice non nasconderà la verità alla bambina: «Le dirò: “Tuo papà è in cielo e che tu arrivassi era ciò che più desiderava al mondo, e tua mamma è una donatrice”, e basta. Che problema c’è?». Invece un problema esiste e pure enorme: è quello d’una signora che, pur distrutta dal dolore, ha scelto di usare la propria ricchezza per trasformare in pretese dei desideri.

L’attrice Ana Obregón, mamma a 68 anni con surrogata: «Il seme è di mio figlio morto». Virginia Nesi su Il Corriere della Sera il 6 Aprile 2023

L’ultima intervista di Hola ad Ana Obregón segna un prima e un dopo sul caso della seconda maternità dell’attrice, presentatrice e produttrice spagnola. Prima, il 30 marzo, la Spagna e il mondo intero vedono nella foto di copertina della celebre rivista di gossip, l’artista 68enne cullare una neonata fuori da una clinica statunitense. Titolo dell’esclusiva: «Ana Obregón madre di una bambina per maternità surrogata a Miami».

Dopo, il 5 aprile (passati solo sette giorni), Obregón ricompare sulla copertina della stessa rivista per raccontare un’altra verità: «Quella bambina non è mia figlia, ma mia nipote biologica». Perché Ana Sandra Lequio Obregón è nata dal seme congelato del figlio dell’attrice, Aless Lequio, morto nel 2020, a 27 anni, per il sarcoma di Ewing.

Racconta Obregón nell’intervista: «Ho preso la decisione di iniziare il processo di maternità surrogata, che come è noto implica la partecipazione di una donatrice di ovulo e di una gestante, il giorno stesso in cui lui è volato in cielo. È stata l’ultima volontà di Aless». Quel desiderio, precisa l’attrice, suo figlio lo ha espresso davanti a lei e al padre, Alessandro Lequio. Loro hanno ricevuto il suo testamento olografo, «un documento legale». E tutto il procedimento per arrivare alla nascita della bambina è stato in piena norma, assicura.

Così spiega: «Quando gli hanno diagnosticato il cancro, i medici avevano raccomandato ad Aless di conservare campioni di sperma per assicurarsi di poter avere figli. Questi campioni sono stati conservati a New York. Un giorno in cui Aless stava già molto male, ci ha detto che se gli fosse successo qualcosa voleva che sapessimo che lui voleva lasciare degli eredi in questa vita, anche se lui non ci sarebbe più stato».

Il 20 aprile Ana Sandra Lequio Obregón compirà un mese, ma la sua nascita ha già suscitato aspre polemiche anche nelle istituzioni spagnole (ne aveva parlato il 30 marzo la Rassegna Stampa del Corriere). In Spagna la maternità surrogata, sia commerciale sia altruistica, è illegale dal 2006. La ministra dell’uguaglianza spagnola Irene Montero (Podemos) aveva detto: «Non dimentichiamoci delle donne che ci sono dietro questi casi, vittime di una chiara discriminazione per povertà».

Uno dei punti introdotti con la nuova legge sull’aborto, voluta proprio da Podemos e approvata lo scorso febbraio, definisce questa pratica «una forma di violenza contro le donne» e proibisce ogni «pubblicità tramite agenzie di intermediazione». Ma, mentre in Italia il ministero dell’Interno ha detto stop al riconoscimento dei figli delle coppie dello stesso sesso, la Spagna non pone veti sulle iscrizioni e nel caso dei bambini avuti tramite maternità surrogata all’estero prevede l’iscrizione del figlio o della figlia nel registro del Consolato spagnolo del Paese di nascita e poi l’adozione.

Negli Stati Uniti Obregón è la madre legale della bambina. Prima di lasciare il Paese, l’attrice dovrà registrare Ana Sandra. Se ne prenderà cura lei, anche se in Spagna la legislazione non consente di adottare bambini appena nati a chi ha più di 45 anni: la differenza tra adottante e adottato deve essere almeno di 16 anni e non può superare i 45 anni. Il caso lascia aperti degli interrogativi giuridici, sociali ed etici.

Il seme del figlio. Storia di Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 6 aprile 2023.

Ci sono notizie da cui puoi difenderti solo con la nostalgia. Nella tragedia greca un figlio sposava la madre e ci faceva quattro figli per la gioia degli psicanalisti. Nelle telenovelas il figlio morente affidava le proprie creature a sua madre, cioè alla loro nonna, e per fortuna che sul più bello arrivava la televendita dei materassi. Altri tempi. Adesso la scienza ingloba tragedia e telenovela, proponendo uno scenario distopico: l’attrice spagnola Ana Obregòn promette al figlio morente Aless di eternarlo in un erede e, dopo averlo pianto e sepolto, munita del seme congelato di lui vola in Florida per procedere a tutte quelle costosissime e da noi vietatissime pratiche di maternità surrogata che oggi, a 68 anni, le consentono di stringere fra le braccia una figlia che in realtà è sua nipote. Che cosa pensi la donna che ha messo al mondo la bambina non ci è dato sapere, e neanche che cosa penserà la bambina, una volta raggiunta l’età della ragione (benché lo si possa immaginare). Dobbiamo farci bastare cosa ne pensano loro, il fu Aless e sua madre Ana: lui voleva un figlio anche da morto, e lei una figlia che assomigliasse al figlio morto. A guardarla in controluce può persino sembrare una storia d’amore. E allora perché lascia dentro un retrogusto indefinibile? Ammetto di non riuscire a dare un nome al mio disagio. Posso solo condividerlo con chi legge. Non trovando risposte, mi concedo il lusso di una domanda: davvero tutti i desideri sono diritti? 

"Il seme è di mio figlio morto". Ana Obregón, l'attrice mamma a 68 anni. Storia di Federico Garau su Il Giornale il 5 aprile 2023.

"Il seme è di mio figlio morto". Ana Obregón, l'attrice mamma a 68 anni© Fornito da Il Giornale

La sua scelta aveva suscitato forti polemiche in Spagna, anche a livello politico nazionale, riportando alla luce il dibattito sulla surrogazione di maternità, ma quanto rivelato di recente sulla vicenda dalla stessa diretta interessata, l'attrice madrilena Ana Obregón, fornisce ulteriori dettagli sul perché di una decisione del genere. Il seme utilizzato nella pratica è proprio quello del figlio morto nel 2020, cosa che la renderebbe quindi "nonna" della neonata.

"Utero in affitto"

La celebre conduttrice spagnola, dato che nel proprio Paese è fatto esplicito divieto di ricorrere alla maternità surrogata, si era rivolta al Memorial Regional Hospital, clinica privata di Miami (Florida). La sua nuova voglia di maternità, così si era pensato inizialmente, era emersa dopo la grande sofferenza per la perdita del figlio Aless Lequio, scomparso a soli 27 anni nel 2020 a causa di un tumore. Giunta in Florida qualche giorno prima del parto, Ana Obregón era stata "pizzicata" da un fotografo proprio mentre usciva dalla clinica con la bimba in braccio: immagine pubblicata in copertina dalla celebre rivista madrilena ¡Hola!.

La foto era stata poi utilizzata dalla stessa diretta interessata per commentare la notizia sul proprio profilo Instagram: "Ci hanno beccate! È arrivata una luce piena d'amore nella mia oscurità. Non sarò mai più sola, vivo di nuovo", aveva commentato sul social l'attrice spagnola, attirando le critiche di numerosi utenti. A ciò era anche seguito un dibattito politico nazionale, dato che in Spagna la pratica della surrogazione di maternità è vietata per legge. "Mi è parsa un'immagine dantesca", aveva dichiarato il ministro dell'Istruzione nonché portavoce del Partito socialista del premier Sanchez Pilar Alegria, "questo si chiama utero in affitto, non gravidanza surrogata".

La rivelazione

Durante un'intervista concessa a ¡Hola!, Ana Obregón ha svelato altri dettagli della vicenda, spiegando che in

"Legalmente è mia figlia, e così viene indicato sul suo passaporto", ha spiegato l'attrice. "La registrerò presso il Consolato spagnolo e così potrò portarla a casa". Una scelta nata dalla volontà di esaudire l'ultimo desiderio del figlio. "Ho preso la decisione di iniziare il processo di maternità surrogata, che come è noto implica la partecipazione di una donatrice di ovulo e di una gestante, il giorno stesso in cui lui è volato in cielo", ha spiegato la 68enne, la quale assicura che sarà lei a prendersi cura della bambina, occupandosi anche di spiegarle in futuro chi era il padre, senza mai nasconderle nulla."Le dirò: 'Tuo papà è in cielo e che tu arrivassi era ciò che più desiderava al mondo, e tua mamma è una donatrice, e basta. Che problema c'è?", ha aggiunto, annunciando la sua intenzione di scrivere un libro sulla vicenda.

Il Parlamento europeo condanna il governo Meloni: «Discrimina le famiglie arcobaleno. Revochi la decisione». Approvato un emendamento che, in riferimento allo stop al riconoscimento delle coppie omogenitoriali, parla di «decisione che si iscrive in un più ampio attacco contro la comunità Lgbtqi+ in Italia». Sul voto si spaccano anche i Popolari Europei. Simone Alliva su L’espresso il 30 Marzo 2023

L’idillio sembra finito tra l’Europa e Giorgia Meloni. Dopo la preoccupazione di Bruxelles per un rischio “orbanizzazione” dell’Italia, arriva dal Parlamento europeo la condanna «le istruzioni impartite dal governo italiano al comune di Milano di non registrare più i figli di coppie omogenitoriali».

L'Eurocamera ha approvato l'emendamento al testo della Risoluzione sullo Stato di diritto che «ritiene che questa decisione porterà inevitabilmente alla discriminazione non solo delle coppie dello stesso sesso, ma anche e soprattutto dei loro figli; ritiene che tale azione costituisca una violazione diretta dei diritti dei minori, quali elencati nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza del 1989».

L’emendamento a una risoluzione sulla "Situazione dello Stato di diritto nell'Unione europea", inoltre, «esprime preoccupazione per il fatto che tale decisione si iscrive in un più ampio attacco contro la comunità Lgbtqi+ in Italia e invita il governo italiano a revocare immediatamente la sua decisione».

Una condanna politica che mette all’angolo la fase iniziale di rassicurazioni e pragmatismo, tra l’Europa e il governo Meloni con ampia disponibilità a cooperare

Il Partito popolare diviso

Il voto spacca anche il Ppe, passato per alzata di mano e con una maggioranza così solida da non richiedere conteggio elettronico, fonti interne al gruppo dei Popolari confermano che la delegazione di Forza Italia ha votato compattamente in difesa del governo, ma le delegazioni dei Paesi nordici e quella portoghese, invece, hanno fatto sapere di volersi schierare a difesa delle famiglie arcobaleno.

Benifei: «Tutti tranne Meloni hanno capito che una violazione di diritto comunitario»

«Dopo il dibattito in cui abbiamo condannato le politiche del governo italiano contro le famiglie arcobaleno e i loro figli, oggi il Parlamento Europeo nella risoluzione sullo Stato di Diritto in Europa invita il governo a ritirare immediatamente la decisione” commenta a L’Espresso Brando Benifei, capodelegazione degli eurodeputati Pd: “È chiaro a tutti, tranne al governo Meloni, che queste misure sono una palese violazione del diritto comunitario».

Surrogacy underground”, la gestazione per altri vista da chi l’ha vissuta. Online il documentario di Rossella Anitori e Darel Di Gregorio, che racconta la maternità surrogata dal punto di vista delle gestanti e delle coppie che vi fanno ricorso. Un viaggio dall’Italia all’Inghilterra, passando dalla Grecia. “Un invito a riflettere, senza la pretesa di dare risposte”. Francesca Spasiano su Il Dubbio il 29 marzo 2023

«È come fare la babysitter, solo che il bambino è dentro di me». Chi si domanda perché (e se) una donna scelga di portare avanti una gravidanza per altri trova qualche risposta nel documentario “Surrogacy Underground” di Rossella Anitori e Darel Di Gregorio, presentato in anteprima il 14 marzo a Milano nell’ambito della rassegna “Sguardi Altrove. International Women's Film Festival” e ora disponibile on demand su wildmovieproduction.com.

A prendere parola sono le gestanti, le coppie che hanno avuto bisogno di una mano per avere un bambino, e anche una ragazza nata tramite gestazione per altri. In Inghilterra capita spesso che facciano parte di una stessa famiglia “allargata”. C’è la “mamma di grembo” e c’è la mamma intenzionale, che poi è solo mamma: quando Gee Roberts, oggi adulta e testimonial della Gpa, le disegna entrambe a scuola per la prima volta la maestra non riesce a capacitarsi. Allora ne parla con i genitori, va a casa loro, e comincia a capire. Succede un po’ lo stesso con questo film, che getta uno sguardo su un fenomeno “sommerso” e quasi del tutto ignorato in Italia, dove il ricorso alla maternità surrogata è illegale. Frutto di tre anni di ricerca, arriva nel bel mezzo di un dibattito infuocato. Ma senza la pretesa di dare risposte o giudizi definitivi, sottolinea Anitori, giornalista e autrice del doc. «Questo film mostra la complessità del reale, che non è riducibile - spiega -. È un invito a riflettere e a conoscere le vicissitudini personali di ognuno prima di giudicare». In ballo infatti ci sono un sacco di cose. Considerazioni etiche e culturali, ma soprattutto la tutela di quei minori i cui diritti rischiano di essere compressi. Perciò entrare nelle case di queste persone aiuta a farsi un’idea su ognuna di queste questioni, compreso il nodo adozioni, che si intreccia alle riflessioni sul tema.

Il film contempla tre scenari: l’Italia, l’Inghilterra e la Grecia. Il nostro paese è il punto d’arrivo: quando le coppie fanno ritorno con un bambino nato all’estero bisogna trascrivere l’atto in nascita che riporti entrambi i genitori come tali. Qui cominciano i guai, soprattutto se ad aver avuto un figlio sono due papà, sui quali preme il “sospetto” della Gpa. Non dappertutto, però, le cose stanno così. Normalmente una coppia italiana che non riesce ad avere figli intraprende un percorso di gestazione per altri come ultima possibilità. E decide di andarsene all’estero, generalmente in Grecia, in Inghilterra oppure in Ucraina. Anche il Canada è un’opzione, seppure lontano. La scelta non è mai casuale, perché Grecia e Gran Bretagna hanno due sistemi normativi ben diversi, che «producono due fenomeni differenti», spiega Anitori.

In Grecia, dove la maternità surrogata è legale anche per gli stranieri dal 2014, la legge “privilegia” il genitore intenzionale alla gestante, che in nessun caso è riconosciuta come madre e non figura nel certificato di nascita. Possono ricorrere alla Gpa le coppie eterosessuali o le donne single a cui siano stati diagnosticati problemi di infertilità. In Gran Bretagna, dove la Gpa altruistica è legale dal 1985, invece è madre colei che porta avanti la gravidanza, anche quando l’ovulo è donato dalla madre intenzionale. La gestante può ripensarci per i sei mesi successivi alla nascita, e riceve un rimborso spese. «Non si paga per il bambino - sottolinea Kim Cotton, la prima ad aver fatto da gestante in Inghilterra - ma per il tempo che una donna mette a disposizione».

Nella maggior parte dei casi si creano relazioni sane, di amicizia, che vanno avanti per tutta la vita. Anitori racconta di un elemento ricorrente: molte delle gestanti intervistate avevano un storia di infertilità in famiglia, che le ha spinte a riflettere sulla Gpa. Tutte avevano almeno un figlio, e tutte attribuivano un grande valore alla famiglia e alla maternità. «Inizialmente mi sono approcciata al tema con molta criticità, proprio per le dinamiche di potere che una relazione del genere crea tra una donna e l'altra - spiega Anitori -. Poi ho conosciuto queste persone, sono entrata nelle loro case, e mi sono resa conto che c’era una grande volontà di autodeterminarsi. C’erano tutte le ragioni, le proprie ragioni, per scegliere un percorso di Gpa».

Maternità surrogata: cos'è e dove è legale. Storia di Redazione Tgcom24 il 27 marzo 2023

"Un mercato di bambini", "Connotazioni razziste sulla scelta degli ovociti": le ultime dichiarazioni della ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Eugenia Roccella, hanno alimentato il dibattito sulla già (ampiamente) discussa maternità surrogata. Ma di cosa si tratta, esattamente? Per maternità surrogata si intende un percorso di fecondazione assistita nel quale una donna porta avanti una gravidanza, fino al parto, per un'altra persona o una coppia. Si definisce anche, per questo motivo, gravidanza o gestazione per altri (GPA) ed è entrato nel linguaggio comune anche il termine di "utero in affitto".

La madre surrogata  Si tratta della donna che ha deciso di portare avanti una gravidanza per conto di persone che, per diversi motivi tra cui anche patologie rare come la sindrome di Rokyitansky, caratterizzata dall'assenza congenita della vagina e dell'utero, tumori all'utero, malformazioni, forme gravi di endometriosi, non sono in grado di concepire o avere figli. Ma come avviene il percorso di maternità surrogata?

La fecondazione  Se possibile, si utilizzano i gameti (quindi ovociti e spermatozoi) della coppia di persone che ha fatto richiesta. Ma è possibile utilizzare gameti di donatori estranei alla coppia stessa e alla donna che porterà avanti la gravidanza oppure ancora utilizzare ovociti della madre surrogata e liquido seminale di quelli che saranno gli aspiranti genitori. Dal punto di vista della genetica, non sempre madre biologica e madre surrogata coincidono.

Il riconoscimento dei bambini concepiti all'estero  In base a una circolare del Ministero degli Esteri, le coppie eterosessuali presentano un certificato di nascita che attesti che sono state rispettate le procedure dello Stato in cui ci si trova e il funzionario consolare deve accettare gli atti al comune competente, informandolo contestualmente sulle particolari circostanze della nascita, insieme alla Procura della Repubblica. Si trascrive l'atto e la Procura accertato che sia stata rispettata la legge del Paese di provenienza, archivia il procedimento. Per le coppie dello stesso sesso, invece, la trascrizione non è effettuata in modo uniforme.

In Italia la Legge 40 e le nuove proposte E' vietata con l'articolo 12, comma 6, che recita: "Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro". Una proposta di legge per la regolamentazione della gravidanza per altri solidale elaborata dall'Associazione Luca Coscioni con esperti e altre associazioni è stata depositata alla Camera dei Deputati il 13 aprile 2021. In Parlamento, con l'attuale legislatura, è invece iniziato da pochi giorni l'iter di due proposte di legge, di Lega e Fdi, che mirano a dichiarare la pratica un reato perseguibile anche se commesso all'estero.

Dove è legale, le due forme: altruistica e retribuita In Europa la maternità surrogata è consentita in forma altruistica in Regno Unito, Paesi Bassi, Danimarca, Portogallo (ma non il ricorso da parte di stranieri non residenti). Anche in Belgio è praticata solo in forma altruistica e solo per i residenti, mentre Ucraina, Grecia e Georgia sono diventate alcune delle prioritarie destinazioni per la maternità surrogata commerciale per le coppie eterosessuali. Nello specifico, ad esempio, la legge ucraina consente l'accesso solo a coppie eterosessuali sposate, che per problemi documentati di salute non possono portare avanti una gravidanza; prevede inoltre che almeno il 50% del patrimonio genetico sia della coppia e che il gamete donato non sia della gestante. La gestazione per altri infine è legale anche in alcuni Stati degli Stati Uniti in forma gratuita e in altri anche in forma retribuita. In Canada solo in forma altruistica, anche se è previsto un rimborso spese per la madre surrogata.

Estratto dell'articolo di Nando Pagnoncelli per il "Corriere della Sera" il 25 marzo 2023.

Nelle ultime settimane il tema dell’omogenitorialità ha fatto irruzione nel dibattito radicalizzando le posizioni di leader e partiti. Si tratta di un tema che investe la sfera etica rispetto alla quale le opinioni dei cittadini sono solitamente meno influenzate dall’orientamento politico. […] La maternità surrogata, vietata in Italia e nella stragrande maggioranza dei Paesi, suscita reazioni diverse a seconda che avvenga a fronte di un corrispettivo in denaro o meno.

Nel primo caso, infatti, prevale nettamente la contrarietà (due italiani su tre, il 65,4%), i favorevoli sono il 19,7%, gli altri non rispondono. Nel secondo i contrari, pur prevalendo, diminuiscono al 40,3%, i favorevoli salgono al 34,6, mentre il 25,1% non si pronuncia.

 I giudizi Il sondaggio odierno evidenzia che il 45% degli italiani si dichiara favorevole al fatto che i figli nati a seguito di maternità surrogata nei Paesi in cui questa pratica è consentita, vengano registrati nei comuni di residenza della coppia dopo il loro rientro in Italia, perché ritengono che sia un dovere dello Stato concedere anche a questi figli gli stessi diritti di tutti gli altri.

Viceversa, uno su quattro (26%) è contrario perché registrarli significherebbe dare il via libera alla maternità surrogata anche in Italia e il 29% non prende posizione. La contrarietà prevale solo tra gli elettori di FdI (49%) e della Lega (41%), tra i quali però si registra una minoranza numericamente molto rilevante di favorevoli, rispettivamente il 28% e il 37%.

[…]la possibilità di adottare un figlio da parte delle coppie omosessuali vede prevalere i favorevoli (47%) sui contrari (32%). Peraltro, gli atteggiamenti di apertura sono in aumento di 5 punti rispetto al 2021. Si conferma un atteggiamento di maggiore contrarietà tra gli elettori di FdI (58%) e Lega (48%), pur in presenza di una quota pari al 30% e al 39% di favorevoli. Un italiano su due (53%) è convinto che la politica in Italia su questi temi stia arrancando rispetto alla società, mentre uno su quattro (25%) si mostra più benevolo, ritenendo che su un tema così complesso, l’assenza di una legislazione chiara per le famiglie omogenitoriali sia preferibile piuttosto che avere una legge «di parte».

L’idea di famiglia E a proposito dei cambiamenti della società, va osservato che gli italiani sono sempre meno legati ad una visione tradizionale di famiglia, dato che il 43% ritiene che la famiglia sia l’unione che nasce tra un uomo e una donna uniti in matrimonio civile o religioso (20%) oppure che convivano senza essere sposati ma semplicemente uniti da un legame affettivo (23%), mentre il 45% considera famiglia l’unione che nasce tra due individui anche dello stesso sesso che hanno un legame affettivo e decidono di convivere sotto lo stesso tetto uniti civilmente (15%) o meno (30%, ossia la maggioranza relativa). E va osservato che tra i cattolici praticanti oltre uno su tre consideri famiglia anche le coppie omosessuali, e questo la dice lunga sui cambiamenti che attraversano la Chiesa.

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Airbnb delle gravidanze. L’inutile dibattito sull’utero a equo canone nel paese dei più scarsi polemisti della storia. Guia Soncini su L’Inkiesta il 28 Marzo 2023

La discussione pubblica sulla gestazione per altri si arena su una destra che vorrebbe renderla un reato universale e una sinistra che accusa la controparte di omofobia. In una società evoluta, matura, civilizzata non esisterebbero gestazioni se non a pagamento, perché è un lavoro di fatica

Questo articolo non contiene soluzioni. Non solo perché le soluzioni non le trova chi è pagato per trovarle, figuriamoci se le trovo io. Soprattutto perché la questione della riproduzione della specie in un’epoca in cui essa attiene ai desideri e non all’ineluttabilità è una questione che non si può risolvere.

I figli sono figli, dicono quelli che citano Filumena Marturano come fosse stata un’illuminata pensatrice e non una popolana analfabeta. I figli sono anche, elenco non esaustivo: ingombri; accessori; segni di normalità; ambizioni; accidenti – eccetera.

Ognuna di queste cose genera problemi etici, dall’aborto volontario a quella che, con espressione orrenda, viene chiamata «gestazione per altri». Non «per altre»: per «altri». Il che apre a una questione che mi sta a cuore: se gli «altri», cioè quelli coi gameti sbagliati, hanno diritto a una protesi d’utero per ovviare alla mancanza di modi d’ottemperare al loro desiderio di generare, le altre, cioè io, hanno diritto a che la scienza s’occupi del mio desiderio di pisciare in piedi?

Subaffittare il tuo sistema riproduttivo non è accettabile, dicono le une, perché la maternità mica è un lavoro qualunque che si fa col corpo, come sono quasi tutti i lavori: dall’edilizia alle pulizie, dalla corsa a ostacoli al balletto classico. La maternità ha implicazioni filosofiche, giurano citando immancabilmente qualcuno che l’ha detto prima di loro, perché la mistica della femminilità non è superata ma quella del liceo classico ancora meno, e restiamo convinte che se una cosa sta in un libro non possa essere del tutto una cazzata.

Non mi sembrano maturi i tempi per dire l’indicibile, che infatti non dicono neanche quelli che sono a favore del comprarsi i figli, avendo preso meno sul serio degli altri Filumena Marturano.

L’indicibile è che in una società evoluta, matura, civilizzata non esisterebbero gestazioni per sé stesse, a parte quelle di qualche pervertita per cui partorire è uno spasso. La gestazione sarebbe solo a pagamento, giacché l’unica ragione di farsi ingravidare in proprio è avere sudditi così tonti da voler vedere l’erede al trono nella pancia, e in quella società ideale quei sudditi non esisterebbero più: saremmo tutti abbastanza evoluti da riconoscere la gravidanza come il lavoro di fatica che è.

Ma quella società lì arriverà tra troppi secoli perché io possa avere la soddisfazione di dire «ve l’avevo detto». In quella società lì si potrà anche discutere dell’elemento che mi pare più interessante e più taciuto: gli uomini gay, coi loro rapporti strettissimi con la figura materna, pianificano prole accuratamente priva di madri. In questa società qui non oserei mai proporre di dibatterne: mica voglio sentirmi dare dell’omofoba.

In questa società qui la mistica della maternità è ancora fortissima (non si compensano millenni a partorire nelle grotte con pochi decenni di sale operatorie sterili), e i gruppi Facebook di mamme sono pieni di donne che scrivono di non voler fare l’epidurale per non perdersi l’esperienza, e quando lo racconti tra interlocutori alfabetizzati c