Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

ANNO 2023

FEMMINE E LGBTI

SECONDA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 


 

FEMMINE E LGBTI.


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

PRIMA PARTE


 

Il Sesso.

Il Maschio.

Le Femmine.

La Bellezza.

Il Reggiseno.

Le Mestruazioni.

La Menopausa.

Travestiti o Drag Queen.

I Transessuali.

Gli Omosessuali.

La Digisessualità.

La Sexsomnia.

Perversioni e Feticci.

Il Sesso Orale.

Il Sesso Anale.

Durante il sesso.

Mai dire…porno.

Mai dire…prostituzione.

Il Gang Bang.

I Poliamori.

Lo Scambismo.

San Valentino e la Monogamia.

Gelosia e Tradimento.


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)


 

SECONDA PARTE


 

La Molestia.

Il Metoo.

Il Revenge Porn.

Il Revenge Song.

Lo Stupro.

La Violenza e gli Abusi. Femminicidi e Maschicidi.

Gli Stalker.


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)


 

TERZA PARTE

Il Padre.

La Madre.

Quelli che…mamma e papà.

I Figli.

Il Figlicidio.

 


 

FEMMINE E LGBTI

SECONDA PARTE


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le discriminazioni.

Il caso Joe Formaggio.

Le discriminazioni.

Estratto da lastampa.it il 23 Febbraio 2023.

Il giornalista australiano JohnPaul Gonzo ha ricevuto un bacio in diretta da una passante, durante la registrazione di un servizio in Moldavia per il canale australiano 10 News First. […] Fuori programma che ha fatto sorridere molti follower di Gonzo, ma non sono mancate le polemiche: alcuni commenti hanno infatti evidenziato che se i ruoli fossero stati invertiti si sarebbe parlato di molestie sessuali.

Estratto dell’articolo di Camilla Mozzetti per “il Messaggero” il 10 febbraio 2023

Si doveva controllare, verificare se quell'allenatore avesse i requisiti, non soltanto tecnici, per stare a contatto con dei minori. Lo sancisce la legge e, a meno che questa non sia carta straccia, dovrebbe essere rispettata.

 Perché se è vero che la responsabilità penale è sempre personale, chi sa e non parla, chi ipotizza e non accerta né fa nulla per dipanare dei dubbi voltandosi invece dall'altra parte, quantomeno potrebbe essere ritenuto complice.

 Ed è per questo che la Federazione italiana pallacanestro ha aperto un'inchiesta interna per chiarire la posizione della società di basket capitolina "Stella Azzurra" e il suo operato di verifica nei confronti dell'allenatore Paolo Traino, 55enne, arrestato con l'accusa di molestie sessuali compiute almeno su un ragazzino di 13 anni nel 2020 quando ricopriva il ruolo di "coach" nella giovanile della società.

L'uomo al termine di una lunga indagine è stato arrestato dagli agenti di polizia della IV sezione della Squadra Mobile di Roma, stava rientrando in Italia da un viaggio in un paese asiatico. Non ha opposto resistenza ma ieri, nell'interrogatorio di garanzia, si è avvalso della facoltà di non rispondere. «Tutto ha una spiegazione - avrebbe detto l'uomo - quando mi sentirò meglio riuscirò a parlare».

 […]

L'uomo già nel 2018 era stato condannato dal gup di Perugia (in rito abbreviato) a due anni per molestie e abusi su minori. All'imputato era stato impedito di svolgere lavori che prevedessero contatti con i minori. Prima ancora della condanna nel 2015 Traino si dimise dalla società perugina "Basket academy" (che pure contribuì a realizzare unendo tante piccole società di zona) ma un anno dopo trovò un nuovo impiego nella "Stella Azzurra".

 La condanna è divenuta definitiva lo scorso dicembre ma il 55enne, nel mentre, ha continuato ad allenare. E in base alla legge chiunque «intenda impiegare al lavoro una persona per lo svolgimento di attività professionali o attività volontarie organizzate che comportino contatti diretti e regolari con minori» deve richiedere, prima dell'assunzione, il certificato del casellario giudiziale della persona in questione.

Ovvero deve controllare la sua fedina penale. Questo controllo non è dovuto in caso di assenza di contratto ma Traino era un collaboratore regolare con l'ultimo contratto scaduto il 30 giugno 2022, al termine della fine della precedente stagione sportiva.

[…] L'allenatore ha preso parte al camp estivo a Montalto di Castro. Giusto qualche lezioni, nulla di più, precisano dalla società […] Due collaboratori della società di basket nel 2020 segnalarono dei comportamenti non opportuni che, stando all'indagine della Mobile, si sarebbero consumati dentro alla foresteria dove risiedeva sia l'allenatore che molti ragazzi fuori sede. […]

 Estratti dell’articolo di Riccardo Caponetti Marco Carta per la Repubblica – Roma il 10 febbraio 2023

Otto anni dopo una condanna di due anni per molestie su minori, l’allenatore di pallacanestro Paolo Traino, fino all’estate scorsa sotto contratto con la Stella Azzurra, viene arrestato di nuovo. Con una grave accusa: violenza sessuale e continuata su atleti minorenni. La vittima, un ragazzo che oggi ha 17 anni, all’epoca dei fatti ne aveva 13, ma nel corso delle indagini sono diversi i ragazzi molestati dall’allenatore.

(..)

« Fai come ti dico io e vedrai che ce la fai » . Secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti, Traino carpiva la fiducia dei giovani cestisti nella foresteria della Stella Azzurra con scuse di ogni tipo, dal ripasso di alcuni schemi a massaggi fisioterapici, nonostante non avesse alcun attestato a riguardo. Una volta in casa, da soli, esercitava il proprio potere su di loro. Ragazzi spesso stranieri, venuti a Roma per giocare a basket senza la famiglia. Sfruttava l’assenza dei genitori per assumere una figura paterna. Anche attraverso minacce: «Se denunci o ti rifiuti, non giochi».

(...) L’inchiesta è partita nel 2020, in seguito ad alcune segnalazioni di collaboratori della Stella Azzurra, insospettiti da strani comportamenti di Traino, da molto tempo nel mondo del basket italiano: nel 2013 ha ricevuto premi e targhe in qualità di Presidente della Commissione Regionale Umbria e formatore nazionale di giovani istruttori. Poi, nel 2015, la condanna di due anni per molestie - scontata in parte ai domiciliari prima di ritrovare la libertà - quando ricopriva il ruolo di presidente della Perugia Basket Academy.

« Non sono un pedofilo, sono solo molto affettuoso » , si era difeso l’uomo nel corso del processo in cui era stato condannato a due anni. Una pena che non ostacolato la sua carriera. Lascia Perugia e va a Roma, dove inizia a darsi da fare sul parquet della Stella Azzurra a Corso Francia. Qui trova lavoro presso la prestigiosa società romana, che vanta circa 400 tesserati e 50 atleti ospitati nella foresteria. « Lui ha iniziato a lavorare qui 9 o 7 anni fa. Abbiamo appreso la notizia questa mattina, non sapevamo nulla e non abbiamo notato mai nulla di strano», dicono da Corso Francia, sottolineando di non essere a conoscenza del passato giudiziario di Traino e dei suoi comportamenti, nonostante le segnalazioni siano partite proprio dai collaboratori della scuola.

 L’allenatore, però, sarebbe stato licenziato a inizio anno « per divergenze tecniche » . Un dettaglio non indifferente secondo gli inquirenti: l’uomo era stato condannato nel 2018 per molestie a Perugia. E la condanna era divenuta definitiva lo scorso dicembre: la pena prevedeva l’inibizione perpetua dal lavorare a contatto coi minori. Da dicembre Traino, insomma, non poteva più allenare. Ma nessuno dei genitori era stato avvisato.

Da tgcom24.mediaset.it il 21 dicembre 2022.

La pacca sul sedere è violenza sessuale, ma non se viene data con il dorso della mano e se la "durata del contatto" è "fugace". Lo stabilisce il Tribunale di Lecce, che ha archiviato il procedimento penale nei riguardi di un 51enne di Spongano accusato di aver toccato il fondoschiena di una commessa di 25 anni. 

La vicenda, raccontata dal "Giorno", si riferisce a un episodio avvenuto il 22 giugno 2022, per il quale l'uomo venne denunciato dalla giovane ai carabinieri. Se la pacca sul sedere viene qualificata come violenza sessuale secondo l'orientamento della Cassazione, esistono infatti eccezioni già chiarite dagli "ermellini" nella loro sentenza numero 35.473 del 2016. Tra le "variabili" ci sono proprio la durata del contatto e il modo in cui la mano tocca il sedere della vittima.

La giudice del Tribunale di Lecce, Simona Panzera, ha optato per l'archiviazione proprio per questi due dettagli della vicenda. Nel fascicolo dell'inchiesta finirono i filmati ripresi dalle telecamere del negozio che immortalarono l'azione: si vede il cliente che, mentre percorre la corsia dei prodotti frigo, poggia il dorso della mando sul sedere della donna, che lui conosceva, intenta in quel momento a sistemare la merce su uno scaffale. 

Gesto fulmineo e dorso della mano - I video hanno consentito ai magistrati di stabilire con certezza che il gesto fu fulmineo: durò soltanto una frazione di secondo. Dopo la chiusura delle indagini preliminari, la difesa aveva chiesto e ottenuto un interrogatorio con il magistrato. In seguito al confronto il pm, condividendo le argomentazioni della difesa, aveva chiesto l'archiviazione, pur definendo quel gesto immorale, volgare e irrispettoso.

"Non si tratta di un palpeggiamento, facendosi in tal caso riferimento al toccamento con il palmo delle mani, e non si tratta neppure di un toccamento lascivo, facendosi in tal caso riferimento a quei toccamenti che manifestano libidine", ha notato il pubblico ministero, che ha chiarito: "Sul punto la giurisprudenza appare univoca nel ricondurre al sintagma 'atti sessuali', in virtù del principio di oggettività e tassatività della fattispecie, non ogni contatto corporeo con zone erogene della persona offesa, ma solo quei palpeggiamenti o quei toccamenti a connotazione lasciva. Pertanto non può qualificarsi come lascivo il toccamento del gluteo attuato con il dorso della mano".

Da “Libero quotidiano” il 21 dicembre 2022.

La pacca sul sedere? È violenza sessuale, ma non sempre. Gli ermellini nel 2016 avevano chiarito che molto dipende dalla durata del contatto, se prolungato o fugace, e dal modo in cui la mano tocca il lato B della vittima, se col palmo o col dorso. Così, giorni fa, la giudice del Tribunale di Lecce Simona Panzera, come riporta il sito Lecceprima, ha archiviato il procedimento penale nei confronti di un 51enne di Spongano accusato di aver toccato il fondoschiena di una commessa lo scorso giugno. 

L'uomo aveva poggiato in modo fulmineo il dorso della mano sulla zona intima di una ragazza intenta a sistemare della merce sullo scaffale. Il tocco, della durata di meno di una frazione di secondo, e il fatto di aver usato il dorso della mano, ha fatto concludere che non era un palpeggiamento. Da qui l'archiviazione del caso.

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 21 dicembre 2022.

Niente è peggio che far parte di una maggioranza, e andò esattamente così quando la telecronista Greta Beccaglia si prese una pacca sul sedere fuori dallo stadio Castellani di Empoli (27 novembre 2021) e da queste parti scrivemmo che era stata solo una volgare bravata, una cronaca minore scappata di mano, qualcosa che non meritava un serio dibattito sulla violenza sessuale e, tantomeno, la crocifissione di un «paccatore» alla «Amici miei» (un ristoratore) che divenne un perseguitato mentre la telecronista vincolava per sempre la sua carriera a una pacca sul sedere di cui parlò in trecento trasmissioni televisive.

Ora, come allora, tocca far parte di una maggioranza: quella che giudica abnorme la decisione dei giudici di condannare il «violento sessuale» a un anno e sei mesi con sospensione del carcere (il pm voleva 6 anni di galera) a patto che risarcisca decine di migliaia di euro ai più vari soggetti, ma, soprattutto, segua «percorsi di recupero» in compagnia di simpaticoni che la violenza sessuale l'hanno praticata sul serio. Che cosa resta? Un padre di famiglia rovinato (nonostante si sia scusato cento volte nelle maniere più umilianti), una tragedia prettamente giornalistica, la piccola rivalsa sociale di una cronista vestita da pin up e, personalmente, la sospensione da un social network con accuse di «victim blaming» che non so ancora che cazzo sia.

Da areanapoli.it il 21 dicembre 2022.

Il tifoso che palpò la giornalista Greta Beccaglia dopo Empoli-Fiorentina è stato condannato a una pena di un anno e sei mesi per violenza sessuale. Di tale decisione se ne è parlato nel corso della puntata odierna de La Zanzara in onda su Radio 24. Sull'argomento è intervenuto Giuseppe Cruciani: "La vicenda della palpata a Greta Beccaglia. Questo signore è stato condannato oggi a un anno e 6 mesi e dovrà anche risarcire la giornalista. Secondo voi uno può essere condannato a un anno e 6 mesi per una cosa del genere?".

Cruciani ha poi aggiunto: "La palpata a Greta Beccaglia può essere giudicata una violenza sessuale ? Ha commesso un errore, ha dato un buffetto veloce che non è una violenza sessuale. Qualsiasi cosa ormai è un pericolo anche una bravata diventa un anno e 6 mesi. Io dico solo Vergogna! Questo qua è stato condannato per un semplice motivo, per dare un esempio, non c'è altro motivo". 

Sull'argomento è intervenuto anche David Parenzo con tesi opposte a quelle di Cruciani: "Al pubblico ludibrio si è messo lui. E' lui che davanti a milioni di persone ha deciso palpeggiare il sedere di una persona che stava lavorando e quindi è giusto che venga condannato!".

Da “la Zanzara - Radio 24” il 23 dicembre 2022.

Il Sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi, a La Zanzara su Radio 24, attacca la sentenza del Tribunale sul caso Greta Beccaglia: “Ci sono le multe pecuniarie per dei reati degni di attenzione. Basta che uno sappia che se tocchi il culo a una donna senza volontà di modestia, questo atteggiamento strafottente diventa una multa da 500/1000/2000 euro. A quel punto troverai tanti culi in offerta per avere questi soldi” 

E ancora attacca: “Il paradosso è che una ragazza intelligente può indignarsi ma se questa viene risarcita ne hai di culi che si offrono. Io sono uomo se mi toccano il culo non denuncio nessuno” 

A me gli omosessuali - continua Sgarbi a La Zanzara - mi hanno toccato le palle. Lui (Serrani ndr) non l’ha attaccata, era una ingiuria, un atteggiamento di disprezzo. Non c’era molestia ne attacco. Se un gay mi tocca le palle lo fa per dire che siamo uguali. Non è una molestia e nemmeno una violenza, è una volgarità” 

Poi commenta ancora la sua proposta: “Cinque anni di rieducazione come dice lei  - continua Sgarbi -nemmeno nel nazismo. Quello è un cretino che ha fatto un gesto beffardo e di spregio. Se a una donna gli dici che i soldi vanno a te con una pacca ne puoi indurre molte a dire 500 euro valgono uno schiaffo sul culo. Le donne sono umiliate in lavori dipendenti molto peggiori rispetto a quel gesto. Una che fa le pulizie è umiliata perché fai cose che tu non faresti” 

E infine il Sottosegretario conclude: “L’omosessuale che mi è simpatico, come Cerno, mi tocca le palle ma non lo denuncio. Alle donne che mi hanno toccato il culo ho sorriso. Se dico a uno stronzo, pago una multa. È una ingiuria. Lei non può dirsi molestata ma disprezzata, preferirei una multa rispetto al carcere e avremmo 

Se dico a uno stronzo, mi fanno pagare una multa. È una ingiuria. Non facciamo la morale, quello è un cretino che ha voluto lei non può dirsi molestata ma disprezzata. Preferirei una multa rispetto al carcere e avremmo persone con 500/1000 euro che offrono il culo”

Da lanazione.it il 21 dicembre 2022.

È di 1 anno e 6 mesi per violenza sessuale la condanna inflitta al termine del giudizio in abbreviato al ristoratore marchigiano Andrea Serrani, accusato di avere molestato la giornalista Greta Beccaglia. Il giudice ha disposto la sospensione della pena per 5 anni subordinandola alla partecipazione dell'imputato a percorsi di recupero. La reporter era impegnata in una diretta al termine del match Empoli- Fiorentina, all'uscita dallo stadio Castellani di Empoli la sera del 27 novembre 2021.

Serrani dovrà risarcire la giornalista, ma intanto verserà una provvisionale di 15mila euro. Indennizzi, per 10mila euro complessivi sono stati stabiliti anche a favore dell'Ordine nazionale dei giornalisti e all'Associazione della stampa nazionale e toscana.

Marco Gasperetti per il “Corriere della Sera” il 21 dicembre 2022.Greta ha vinto la sua battaglia. «Che non è soltanto mia ma di tutte le donne. Nessuno ha il diritto di violare i nostri diritti, di considerare il nostro corpo come un trofeo; nessuno deve più umiliarci, denigrarci, considerarci un oggetto. Nessuno», dice e quasi si commuove.

 «Nessuno», stavolta, ha anche un nome: si chiama Andrea Serrani, 47 anni, ristoratore della provincia di Ancona. È stato appena condannato a 1 anno e mezzo di carcere per violenza sessuale (pena sospesa con obbligo di frequentare un corso di riabilitazione psicologica) nei confronti di Greta Beccaglia, 28 anni, giornalista sportiva che lo scorso anno durante una diretta tv al termine della partita tra Empoli e Fiorentina fu palpeggiata da Serrani, tifoso viola.

Lei non riuscì neppure a difendersi. Umiliata e mortificata, con il microfono in mano e la videocamera che aveva filmato la violenza, disse all'uomo che questa cosa proprio non la doveva fare. 

Il tribunale di Firenze, con rito abbreviato, ha anche condannato il tifoso a pagare 10 mila euro di provvisionale alla giornalista e 5 mila euro all'Ordine dei giornalisti e Fnsi (il sindacato dei giornalisti) che si erano costituiti parte civile. È una sentenza innovativa che, dicono gli esperti, farà giurisprudenza.

Soddisfatta della sentenza?

«Sì, sono contenta, non solo per me ma per tutte le donne. Però i soldi non li voglio, neppure un centesimo. Andranno a una onlus che combatte per i diritti violati delle donne in tutto il mondo. C'è da fare moltissimo e sarà un piccolo ma sincero contributo».

Lei l'ha perdonato?

«Non è importante che io lo perdoni. È lui stesso che deve perdonarsi. Mi ha sorpreso alle spalle, ha sputato sulla sua mano e mi ha palpeggiato, un atto terribile, di estremo maschilismo. Spero che abbia capito il male che mi ha fatto, e che questa condanna sia di esempio. Confido che finalmente una donna possa essere libera di fare il suo lavoro senza essere molestata. Non provo odio nei suoi confronti, solo tristezza».

Le ha chiesto scusa?

«Non personalmente, non ci ho mai parlato. So che lo ha fatto in televisione, ma non mi interessa. Vorrei invece che ciò che è successo serva a far capire a lui e a tanti altri che toccare, oltretutto con violenza, il sedere a una donna, è un gesto abominevole e non un atto goliardico. Non c'è niente di allegro, nulla di carnevalesco. È solo un atto di terribile umiliazione. Una violenza». 

C'è chi non lo ha ancora capito?

«Tanti, un esercito. Continuo a ricevere messaggi, anche in questo momento, di persone, anonime, che mi accusano di aver rovinato una persona, di essere una ragazza cattiva, senza cuore. Dicono che la colpa è mia perché mi sono messa troppo in mostra, scrivono che lui voleva scherzare. Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo. La colpa è sempre delle donne». 

Ha ricevuto anche minacce?

«Sì, purtroppo, molte e odiose. Anche contro la mia famiglia. In una missiva era stata allegata la foto di un uomo nudo. Ne ricevo continuamente ancora oggi. Ma resisto, non mi piego. Sono forte, come mia mamma Ingrid». 

Che le ha detto la mamma?

«Mi ha abbracciato. Mi ha detto di essere felice e di stare serena dopo aver sofferto tanto. "Brava Greta non hai avuto paura e hai dato un buon esempio alle donne che lottano", mi ha sussurrato. Ma io non voglio essere considerata una paladina. Ho fatto solo il mio dovere di donna e di giornalista. Ho avuto anche la fortuna di avere un compagno fantastico, mi ha aiutato molto, mi ha dato ancora più forza». 

E lui come l'ha presa?

«Mi è sempre stato vicino, ha capito che la mia battaglia non era per odio e peggio per soldi che, ripeto, andranno tutti la beneficienza. Lui non toccherebbe mai una donna. Penso che sia l'esempio di un nuovo inizio».

Mondiali, giornalista palpato da una tifosa in diretta tv: "Mi ha toccato il c..." Il Tempo l’08 dicembre

Una sorta di caso Greta Beccaglia, la giornalista toscana molestata in diretta tv davanti allo stadio mentre era in collegamento, ma al contrario e che alla fine si è risolto tra grasse risate. Il protagonista è Tancredi Palmeri, giornalista di SportItalia inviato ai Mondiali in Qatar per l'emittente televisiva. Durante un collegamento da Doha una tifosa passa alle sue spalle e gli palpa il sedere mentre l'inviato aggiorna in diretta sulle notizie dal mondiale. La reazione del giornalista è tutt'altro che risentita. “Mi ha appena toccato il c***”, afferma e comincia a chiamare la ragazza per farla intervenire davanti alle telecamere: "Come here!". Poco dopo chiama anche la sua amica, con cui inizia una piccola intervista.

Si scopre che quella che gli ha toccato il fondoschiena è neozelandese, mentre l’amica proviene dal Regno Unito. Palmeri ha preso la curiosa situazione sul ridere, con il conduttore da studio che chiede il Var per isolare il momento esatto della palpata in diretta. Il video del siparietto è stato diffuso dallo stesso Palmieri che ha commentato: "Niente da vedere quì. Solo una ragazza neozelandese in bikini a Doha che mi stringe il sedere mentre sono in diretta, chiedendo poi supporto alla sua amica gallese, per concludere infine il segmento sorseggiando birra dalla spiaggia di Doha".

Qatar 2022, Palmeri palpato in diretta: "Me lo ha appena toccato". Libero Quotidiano l’08 dicembre 2022

Tancredi Palmeri è l’inviato in Qatar per Sportitalia. Durante un suo collegamento da Doha, una tifosa è passata alle sue spalle e per la sorpresa di tutti gli ha palpato il sedere. Un gesto goliardico che il giornalista ha trasformato in un simpatico siparietto: ha infatti invitato la ragazza ad avvicinarsi e poi ha fatto lo stesso con una sua amica, facendo una rapida “intervista” a entrambe. 

La “palpatrice” è neozelandese, mentre l’amica proviene dal Regno Unito. La dinamica è stata curiosa, con la ragazza che è passata rapidamente alle spalle di Palmeri e quest’ultimo che ha fatto una faccia stranita per poi fermarsi ed esclamare: “Mi ha appena toccato il c***”. La ragazza allora è scoppiata a ridere e gli ha chiesto con chi stesse parlando, scoprendo poi che era in collegamento diretto con la televisione italiana. Palmeri non ha dato troppo peso all’accaduto, ci ha scherzato su e poi ha salutato le due donne, tra l’altro pure attraenti.  

In studio si è poi riflettuto come in passato siano accaduti episodi spregevoli in cui giornaliste sono state molestate: “In passato è successo un atto da condannare - ha ricordato Michele Criscitiello - quando c'era una giornalista bravissima, che mentre faceva il collegamento, un tifoso un po' volgarotto ha messo la manina. Questa volta è successo al contrario, è una notizia secondo me”. 

CULO NON VALE CULO – IL “CORRIERE DELLA SERA” CI SPIEGA CHE LA PALPATA SUL SEDERE A TANCREDI PALMERI E QUELLA A GRETA BECCAGLIA NON SONO PARAGONABILI: “BASTA RICORDARE IL CONTESTO IN CUI È SUCCESSO TUTTO, E LA DIVERSA FORZA CHE AVEVANO I DUE PROTAGONISTI”. MA IL VERO MOTIVO NON È IL CONTESTO, NÉ LA FORZA, MA IL GENERE: SE TI DANNO UNA STRIZZATA ALLE CHIAPPE E SEI DONNA, È MOLESTIA. SE SEI UOMO, T’ATTACCHI AL CAZZO (RICORDATE IL CASO BLANCO 

Elvira Serra per il “Corriere della Sera” il 12 dicembre 2022.

Tancredi Palmeri è un giornalista sportivo. Ha 42 anni ed è una persona autoironica e divertente, che sa prendere con leggerezza le cose che sono leggere e con gravità quelle più serie. 

Come ha fatto qualche giorno fa a Doha, da dove sta seguendo per SportItalia i Mondiali di calcio. Nel bel mezzo di una diretta sulla spiaggia, una ragazza neozelandese gli ha assestato soavemente una pacca su sedere, lui ha strabuzzato un poco gli occhi e in mezzo secondo le ha chiesto di avvicinarsi alla telecamera, invitando anche l'amica gallese, riuscendo così a trasformare l'inconveniente in un siparietto da avanspettacolo.

Poche ore dopo sul web, dove lui stesso aveva rilanciato il video spiegando che non era successo niente di più di quello che mostrava il filmato (una tifosa in bikini che fa quel che fa, con il finale di una birra sotto l'ombrellone), è diventato l'eroe dei due mondi, con il merito di aver reagito all'imprevisto «con spirito, mica le solite fregnacce da femministe racchie e baffute». 

Il rimando era al caso di Greta Beccaglia, quando poco più di un anno fa, fuori dallo stadio di Empoli-Fiorentina, il ristoratore marchigiano Andrea Serrani le aveva dato uno schiaffone su sedere (l'uomo, accusato di violenza sessuale, ha chiesto il rito abbreviato: la prossima udienza al Tribunale di Firenze sarà il 20 dicembre). Lo stesso collega di Palmeri in studio aveva ricordato subito quanto successo alla «bellissima», poi per fortuna «bravissima anche », giornalista di Toscana Tv, condannando naturalmente il gesto.

Da lì, sui social, è partita la domanda delle domande: perché le femministe adesso, a ruoli invertiti, non dicono nulla? Ma poiché ogni risposta nasconde un'insidia, che richiederebbe una controreplica ancora più insidiosa, forse basta ricordare il contesto in cui è successo tutto, e la diversa forza, che in quel momento avevano, i due protagonisti. 

Chiediamolo a Tancredi: si è sentito molestato? «No, e non perché lei fosse una bella ragazza, ma perché il clima era scherzoso. Mi è capitato, dopo il caso di Greta Beccaglia, che un tifoso mi desse una pacca sul sedere. Voleva fare il simpatico, ma fu solo sgradevole e inopportuno. Con le molestie non si scherza. Sonia, la tifosa di Doha, non è una sexual offender. Lo spirito del gesto era lo stesso di un baffo con la vernice rossa. Altrimenti la mia reazione sarebbe stata diversa».

Il caso Joe Formaggio.

La mano morta di Joe Formaggio. Ivano Tolettini su L’Identità il 10 Marzo 2023

Lo sceriffo de noialtri Joe Formaggio ama far parlare di sé. Nella buona come nella cattiva sorte. L’importante, questa è la sua filosofia, che se ne parli. Anche se in questa occasione ha esagerato. Fin da quand’era sindaco di Albettone, piccolo comune del Basso Vicentino al confine con la provincia di Padova, allorché si industriava per regalare un titolo ai cronisti che lo sfruculiavano e così alzare le sue quotazioni nella politica locale. Dalla battaglia per la legittima difesa, a tutela del benzinaio Graziano Stacchio che aveva ucciso con una fucilata un bandito durante un assalto a una oreficeria, alla rivendicazione di esporre il busto di Benito Mussolini. A forza di spararle grosse, si è beccato anche una condanna per istigazione all’odio razziale. Ma stavolta il 45enne consigliere regionale di Fratelli d’Italia si è messo in fuorigioco. A “denunciarlo” di avere oltrepassato il limite dell’educazione e del galateo, in poche parole di averla palpeggiata, è la collega della Lega Milena Cecchetto, vicentina pure lei, amica di vecchia data, anche perché è stata sindaca per dieci anni del comune di Montecchio Maggiore, che lo accusa di averla molestata. Il fatto sarebbe avvenuto niente meno che alla buvette del palazzo della Regione, a Venezia, la vigilia della festa delle donne davanti ad altri consiglieri regionali. All’origine del caso un abbraccio un po’ troppo insistito con sospetto di annessa manomorta. Forse Joe avrà modo di approfondire il suo articolato punto di vista nell’assise radiofonica dove viene spesso invitato, La Zanzara, dove con Cruciani e Parenzo si diverte a recitare con astuzia il ruolo del politicamente scorretto. Ma siccome ad additarlo al ludibrio dell’opinione pubblica è stata una donna notoriamente forte, una che certo non si impressiona, Formaggio è stato subito sospeso dal suo partito. E da Zaia ai vertici della politica regionale, di qualsiasi colore, è partito un coro di genuina solidarietà a sostegno di Cecchetto per il comportamento inaccettabile del collega. “La verità è che quello che è successo non è stato certo goliardia, anche perché sono rimasta pietrificata”, spiega per una giornata ai cronisti la leghista dura e pura, ribadendo che se è rimasta impressionata pure lei, donna “strutturata”, la battaglia culturale contro ogni violenza di genere, anche di fronte ad episodi in un tempio istituzionale della politica, è ancora molto lunga. Joe Formaggio, per chi non conoscesse la sua biografia, è tutt’altro che uno sprovveduto, una persona rozza come potrebbe superficialmente apparire. Sposato e padre di tre figli, laureato in ingegneria, manager commerciale di alto profilo del colosso dell’acciaio Valbruna, uomo di fiducia degli Amenduni, nel fine settimana lo potete trovare anche nella trattoria di famiglia a servire ai tavoli con simpatica teatralità. Come quella volta che affisse sulla porta del ristorante, all’indomani del crac della Banca Popolare di Vicenza guidata dal vignaiolo Gianni Zonin, il seguente cartello: “Si avvisa la gentile clientela di non chiederci vini del gruppo Zonin perché non li vendiamo”. I paesani lo amano per la sua veracità al limite dell’autolesionismo, come in questa vicenda davvero poco edificante con la collega Cecchetto. Insomma, sulla carta è un uomo di spessore, ma ama fare il guascone per arruffianarsi l’opinione pubblica, perché un po’ ci fa e un po’ ci è, cui piace vellicare i sentimenti del veneto medio, con sparate contro zingari, gay e neri, e che non più tardi di un mese fa alla fiera delle armi a Verona si è fatto fotografare imbracciando una mitraglietta. “Mi scuso con la collega Milena Cecchetto se c’è stata qualche incomprensione verbale o un gesto male interpretato, respingo però ogni accusa di molestia fisica”, sottolinea Formaggio all’indomani che il caso è diventato di dominio pubblico e che si è meritato anche il Caffè di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera. Ripetiamo, per lui questa volta sarà più complicato uscirne indenne sul piano politico perché da Roma è sceso in campo anche Giovanni Donzelli, che annuncia che il caso Formaggio finisce alla Commissione disciplina del partito. Del resto, la premier Giorgia Meloni non l’ha certa presa bene, perché sulla violenza di genere, di qualsiasi livello sia, ma a maggior ragione se in ambito istituzionale, non si scherza. Com’è giusto che sia. Al di là degli eventuali profili giudiziari che al momento non paiono profilarsi perché Cecchetto non avrebbe intenzione di passare dalla denuncia etico-politica a quella penale. “Certo stavolta è stato superato il segno, ed ho deciso di parlarne pubblicamente perché tutte le donne devono sempre segnalare ogni forma di violenza”, chiosa Cecchetto. Delusa e ancora arrabbiata.

«Il meloniano Joe Formaggio mi ha molestata»: la denuncia della consigliera della Lega in Regione Veneto. Il politico e consigliere regionale per Fratelli d’Italia in Veneto, spesso al centro delle polemiche, accusato di aver palpeggiato Milena Cecchetto fuori dall’aula consiliare. Unanime la condanna dal mondo politico. Simone Alliva su L’Espresso l’8 marzo 2023.

È proprio nella giornata mondiale nata per ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche raggiunte dalle donne che esplode il caso tutto interno alla destra.

Il consigliere regionale del Veneto, Joe Formaggio (Fdi) viene accusato di aver compiuto atti molesti nei confronti di una collega, la leghista Milena Cecchetto, durante una pausa all'esterno dell'aula consiliare.

L'episodio, riferiscono i quotidiani locali, sarebbe avvenuto nel pomeriggio di mercoledì a Palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio regionale, nell'anti-aula, in un divanetto dove i due si sono seduti e hanno parlato per qualche momento. In quel frangente Formaggio avrebbe palpeggiato platealmente la collega.  L'esponente di Fdi è noto per esternazioni e atteggiamenti provocatori, come una recente visita a una fiera di armi dove si è fatto ritrarre mentre imbracciava un mitra. «Nella mia vita, politica e personale - ha dichiarato la consigliera leghista - sono sempre stata in grado di difendermi. Conosciamo tutti il carattere esuberante di Joe Formaggio: quello che è successo oggi è però inqualificabile ed inaccettabile. Sono molto delusa e amareggiata da un comportamento del genere: essere stati colleghi da sindaci prima e oggi da consiglieri non giustifica un comportamento così aggressivo ed irruento. Ogni donna ha un proprio confine del rispetto e della sensibilità: oggi sono sconcertata perché quel limite il collega con me lo ha superato».

Da parte sua Formaggio ha sostenuto di aver «spinto giù sul divano» Cecchetto, «ma era tranquilla, ho preso il suo posto. Poi sono andato via, un bacio sulla guancia, come sempre. Manate sul sedere? Falso».

Sulla vicenda il presidente del Consiglio regionale Roberto Ciambetti ha chiesto delucidazioni ai due capigruppo, Alberto Villanova (Lega) e Enoch Soranzo (FdI).

Mercoledì il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Roberto Ciambetti ha convocato l'Ufficio di presidenza «che esaminerà la vicenda». Intanto, «a titolo personale, esprimo la mia vicinanza e solidarietà alla collega Cecchetto e a tutte le donne vittime di una perversa cultura anacronistica, che può esprimersi anche in atteggiamenti o attenzioni non richieste, solo in apparenza innocue, ma purtroppo ugualmente violente per chi le subisce».

Intanto arriva netta la presa di posizione delle consigliere regionali delle opposizioni: «I fatti si configurano come gravemente lesivi: chiaramente ed in primo luogo nei confronti di Milena Cecchetto. Ma, in parallelo, vanno anche a danno della credibilità e della dignità del Consiglio regionale del Veneto. Ci attendiamo le dovute verifiche e le eventuali, conseguenti azioni sanzionatorie» scrivono in una nota le dem Vanessa Camani, Anna Maria Bigon, Francesca Zottis, assieme a Cristina Guarda (Verdi), Elena Ostanel (Veneto che vogliamo), Erika Baldin (M5s), assieme ai colleghi Giacomo Possamai, Jonatan Montanariello, Andrea Zanoni (Pd) e Arturo Lorenzoni. «Esprimiamo totale vicinanza e solidarietà alla collega Milena Cecchetto, vittima di un episodio che, secondo quanto ricostruito dalla stampa, è di gravità assoluta». A commentare l’episodio all’Ansa anche il presidente del Veneto, Luca Zaia: « Esprimo vicinanza alla consigliera, che ho sentito questa mattina presto. Giunti a questo punto è bene che i fatti vengano chiariti fino in fondo, nell'interesse di tutti».

Joe Formaggio, una vita sull’onda delle polemica.

Risalgono al 2015, in qualità di sindaco di Albettone, in provincia di Vicenza, le sue controverse uscite spesso a sfondo omofobo o razzista. Quell’anno arrivò alla ribalta delle cronache nazionali per il sostegno di Graziano Stacchio, uomo che aveva sparato in una gioielleria contro un rapinatore, poi morto. Risale al 2018, la condanna a 12mila euro per alcune frasi razziste pronunciate durante la trasmissione La Zanzara. «Dimmi cosa viene a fare un immigrato ad Albettone che rischia la pelle. Lo devono capire che siamo razzisti», aveva detto. Erano seguiti altri commenti, come: «Esportiamo cervelli e importiamo n*gri, pensa dove andremo», e "facciamo il più grande allevamento d’Europa di maiali se dovesse essere che vogliono aprire una moschea ad Albettone», oltre a «i nomadi delinquono. Loro ce l’hanno nel Dna. Io ho già preparato delle delibere che prima di mandarmi qualsiasi profugo il prefetto deve dirmi come si chiama e che malattie ha avuto nella sua vita e noi ti aspettiamo col fucile in mano».

Stesso anno, stessa trasmissione radiofonica, Formaggio attaccò l'allora ministra Cecile Kyenge: «Ditemi a che cazzo serve un partito come l'Afro Italia Power della Kyenge», in Italia «non c’è razzismo, non c’è odio razziale. Una come la Kyenge è stata persino ministro e ha preso 80mila preferenze alle europee». Anzi, «siamo anche troppo democratici, consentiamo tutto. Casomai c'è razzismo al contrario contro gli italiani». Se si continua «con queste puttanate», aveva detto, «qualcuno farà il partito dei bianchi, il White Power». Convinto che il partito fascista non avrebbe dovuto essere cancellato: «Una puttanata che abbiano vietato il Partito nazionale fascista, non dovrebbe essere al bando. Io al ristorante ho un bel busto di mezzo metro di Mussolini. Me l'hanno regalato e lo tengo lì. La maggior parte della gente che viene al mio ristorante si fa un selfie con la testa di Mussolini. Sono tutti deficienti allora?». Formaggio è anche un sostenitore appassionato di Vladimir Putin, presidente della Russia, «un bel figo» che avrebbe visto bene «come podestà d'Italia».

Milena Cecchetto e le molestie di Joe Formaggio: «Ero pietrificata ma tornerò ad essere forte». Silvia Madiotto su Il Corriere della Sera il 9 marzo 2023.

La consigliera leghista ha accusato il collega di Fratelli d'Italia di averla molestata: «È stata dura ma alla fine ho deciso: le donne devono sempre denunciare»

Di lei dicono che è una donna forte, una che non molla. Temprata dall’impegno amministrativo, capace, piena di energia. Eppure, martedì sera, ha ammesso di sentirsi «pietrificata». Ripete quella parola lentamente, quasi scandita, perché è la prima volta che le capita di riferirla a se stessa. «Pietrificata». Milena Cecchetto, consigliera regionale leghista, 51 anni, ha deciso di non tollerare più le intemperanze del collega di Fratelli d’Italia Joe Formaggio. Fuori dall’aula del Consiglio, nel foyer, martedì pomeriggio ha subito molestie e l’ha denunciato. Un bacio improvviso e non voluto, un’aggressione fisica inaccettabile in qualsiasi situazione, figuriamoci in un palazzo delle istituzioni. 

«Ho fatto il sindaco per 10 anni a Montecchio Maggiore - racconta - Tante volte, presentando le iniziative sul territorio, anche per l’8 marzo, ho dato battaglia per le donne, dicendo “se non denunciamo noi non lo farà nessuno”. E l’altra sera mi sono ritrovata a dover dire “no comment” per quella paura che ci coglie all’improvviso in situazioni come quella. Sì, uso il plurale, ci coglie. E ho capito che è una paura atavica, non riusciamo a parlare, ad andare avanti».

 Martedì sera però poi ha deciso di farlo.

 «Sì, ma il difficile è sempre il dopo. Parlare è difficile. Il giorno dopo è difficile». 

Molte persone le hanno espresso solidarietà, nel suo partito e nell’opposizione. Le ha dato un po’ di serenità, questo?

«Assolutamente sì, ho trovato una incredibile forza in quelle parole. Sappiamo che queste battaglie spesso sono solitarie, sono solo di chi subisce, e per certi versi deve cercare di trasformare in forza una l’esperienza negativa. Mi hanno fatto bene». 

Lei ha definito quello del collega un gesto «inqualificabile ed inaccettabile, ogni donna ha un confine del rispetto e della sensibilità, è stato superato». Formaggio l’avrebbe palpeggiata davanti a tutti, dandole un bacio. Che cosa è successo nel foyer? 

«Preferisco non parlare di questo. Ma sono convinta che sia necessario far emergere certi comportamenti inadeguati. Se non siamo noi donne a pensare a noi, non lo farà nessuno». 

Ha deciso di denunciare? 

«Ci sto seriamente pensando». 

Qual è stata la sua prima reazione, l’altro giorno? 

«Ero impietrita, pietrificata, uno choc totale. E mi sono chiesta: se io che sono forte, strutturata, io che non sono una che non si spaventa facilmente, mi sono trovata spiazzata, bloccata, cosa succederebbe a una donna più fragile, più mite di me? Che reazione può innescare un fatto simile? Che a volte arriva dopo molestie continuative, verbali, quasi quotidiane». 

Formaggio respinge ogni accusa di molestie ma le ha chiesto scusa, dice di essere stato male interpretato. Per lei è sufficiente? 

«Sinceramente, mi sarei aspettata scuse senza giustificazioni e tanti giri di parole, e molto prima di quando sono arrivate. Il fatto di conoscerci da anni, fin da quando eravamo sindaci, non esclude forme di rispetto e dignità, che invece non sono state prese in considerazione. Non può essere derubricato a goliardia. So distinguere cosa lo è e cosa non lo è. Però quello che è successo mi fa pensare di voler fare qualcosa di più per le donne, per contrastare ogni forma di violenza». 

Le istituzioni si mobilitano da anni contro la violenza e le prevaricazioni. Che ulteriore contributo vorrebbe dare? 

«Le iniziative, spesso, sono legate ai momenti dell’anno che ci portano a ricordare quali siano i problemi, ma sono confinate in quelle date. Dobbiamo parlarne di più, tutto l’anno. E iniziare dalle famiglie, dal nucleo più piccolo delle nostre comunità. Partire dai bambini, non dai ragazzi. Bisogna cominciare subito a parlare di rispetto e dignità delle donne». 

Come si sente oggi? 

«Sono una donna forte, strutturata caratterialmente, ho avuto molte esperienze nella vita. Riesco sempre a rielaborare e scaricare i problemi. Ma questo è uno tsunami. Sto lentamente superando lo sconforto, sto passando alla delusione e alla rabbia. Ma tornerò ad essere forte. Ne sono sicura».

Il mistero di Joe Formaggio. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 9 marzo 2023.

Joe Formaggio non è reale, fin da quel nome che sembra uscito da un album di fumetti. Il consigliere regionale veneto di Fratelli d’Italia è il parto di un comico, di un radical-chic fazioso che gli ha versato addosso tutti i luoghi comuni sulla destra dei suoi incubi: l’odio per i rom, i gay e i migranti, che lui chiama con nomi ben più coloriti; l’amore per la carne di maiale (in funzione antislamica), le armi, Putin e Mussolini, di cui possiede un mezzobusto di mezzo metro che fa sembrare lillipuziano quello di La Russa; la passione sfrenata per la legittima difesa e per qualche illegittima offesa.

L’ultima sul suo conto è che avrebbe festeggiato l’otto marzo palpeggiando una consigliera leghista, Milena Cecchetto, nel palazzo del Consiglio Regionale, anche se lui sostiene di essersi limitato a darle una cameratesca manata sui fianchi per farla scendere dal bracciolo di un divano: affettuosità tra alleati. Comunque sia, con l’accusa di molestie il quadro è quasi completo: gli manca di assaltare Montecitorio vestito da Sioux.

Poiché però Joe Formaggio - lo ribadiamo - è palesemente un attore di simpatie progressiste che recita la parte del reazionario becero per alimentare false dicerie sulla presenza nel nostro Paese di parecchia gente che la pensa ancora in un certo modo, resta da capire chi siano, e che cosa pensino, quei mattacchioni che sono riusciti a inserirlo nelle liste di Fratelli d’Italia e quelli, persino più numerosi, che gli hanno poi dato il loro voto.

Lo si vede in ogni dove.

I Talebani del Metoo..

Le agenzie pubblicitarie.

Il caso Emmanuelle Béart.

Il caso Lizzo.

Il caso Kevin Spacey.

Il caso Valentina Selvaggia Mannone.

Il Caso Trump.

Il caso Rudy Giuliani.

Il Caso Barbareschi.

Il caso Ron Jeremy.

Il Caso Nathan Chasing Horse.

Il Caso Marilyn Manson.

Il Caso Tyson.

Il Caso Epstein.

La Pretestuosità.

Il Caso Aerosmith.

Il Caso Weinstein.

Lo si vede in ogni dove.

Quasi tutte le donne ricevono avance e messaggi inappropriati anche su LinkedIn. L’app pensata per i contatti di lavoro, a vent’anni dalla nascita, viene spesso usata a scopo non professionale. E uno studio rivela che il 91 per cento delle utenti ha ricevuto almeno una volta attenzioni inopportune. Marco Gemelli su L'espresso il 31 ottobre 2023.

Quando nel 2003 un’intuizione di Reid Hoffman portò alla nascita di LinkedIn, il suo ideatore aveva ben chiaro l’obiettivo della piattaforma: sfruttare l’onda lunga dei principali social media per crearne una versione business-oriented, in cui a fare rete e a confrontarsi nel mondo virtuale fossero soprattutto professionisti. Ma perché ciò funzionasse era necessario mantenere la fruibilità e una certa dose di informalità intrinseca ai social. Ecco, quindi, che nel modellare LinkedIn non sono stati intaccati molti degli strumenti mutuati da Facebook, come il profilo personale con foto e bio, la formula del feed, la possibilità di chiedere il contatto di altri utenti, l’uso di una chat diretta e così via. Ma, a distanza di vent’anni, uno studio rivela che questa piattaforma non è esente dai rischi degli altri social e viene utilizzata come strumento per rivolgere attenzioni inopportune alle utenti, fino alla richiesta di appuntamenti online o all’invio di messaggi espliciti. 

Secondo il report di Passport-Photo Online, che ha intervistato un campione di oltre un migliaio di donne, circa il 91 per cento degli utenti di genere femminile su LinkedIn ha ricevuto almeno una volta avance o messaggi inappropriati in privato. Nella maggioranza dei casi si tratta di proposte d’incontri romantici o a sfondo sessuale; nel 25 per cento dei casi, poi, ciò avviene con frequenza quotidiana oppure ogni due giorni, mentre in un altro 20 accade settimanalmente. Il 43 per cento delle professioniste contattate su LinkedIn, inoltre, si è trovato a dover affrontare il mittente informandolo di aver oltrepassato il limite, magari segnalandolo agli amministratori della piattaforma. Non si tratta di semplici tentativi di flirtare su LinkedIn, perché – sempre secondo lo studio – quasi il 74 per cento delle donne diventate almeno una volta oggetto di attenzioni indesiderate ha preferito ridurre la propria attività sulla piattaforma appunto a causa di un comportamento inappropriato. In un contesto in cui la parità di genere sul posto di lavoro è lungi dall’essere raggiunta, vedersi costrette a sparire virtualmente – con tutto ciò che comporta in termini di discriminazione e opportunità perse – per le molestie è un’ulteriore zavorra. In fondo, LinkedIn può fornire una grande quantità di informazioni sulle tradizionali metriche di successo di una persona, come il titolo di studio, la qualifica o il potenziale stipendio. 

«È divertente come la mia casella di posta sia invasa da messaggi di ragazzi che cercano di flirtare con me più che da quelli di persone che cercano di fare networking», racconta un’utente con una punta d’ironia. «A volte iniziano chiedendo di poter fare una videochiamata, oppure invitandomi a pranzo in località come Venezia o Monte Carlo – racconta un’altra utente, attiva nel settore della comunicazione – ma su cinque approcci tutto sommato innocenti ce n’è stato uno più sgradevole. È successo lo scorso autunno, il mittente si è presentato come imprenditore con toni molto seri. Mi ha fatto una proposta lavorativa, ha chiesto il numero di cellulare e ha iniziato a scrivermi su WhatsApp. Sin dai primi messaggi ho capito che c’era almeno un altro tipo di interesse: sono stata tempestata di domande personali, poi ha iniziato a inviarmi sue foto di ogni genere, persino in accappatoio». Ancora una testimonianza, dal Nord Est: «Un paio di persone mi hanno contattata e il loro profilo era anche il linea con il mio settore. Hanno iniziato ringraziandomi per il collegamento, ma dal momento in cui ho risposto con gentilezza hanno cominciato a darmi del tu e a chiedermi cosa facevo di bello, se fossi sposata e via dicendo». Che l’approccio professionale nasconda altri interessi è una prassi sempre più diffusa: «Un tizio con cui avevo lavorato anni prima – racconta un’altra imprenditrice – mi ha contattata su LinkedIn e invitata a pranzo con una scusa. Mi ha fatto una lunga proposta, molto concreta, ma appena ha capito che sono sposata e ho un figlio ha iniziato a tagliare corto e poi è letteralmente sparito. L’ho anche incrociato in un ristorante dove pranzavo con mio marito e ha fatto finta di non conoscermi». 

Ma non ci sono soltanto richieste di appuntamenti online o d’incontri sessuali a definire il lato oscuro di LinkedIn: un altro 30 per cento delle intervistate ha subìto richieste di informazioni personali o intime e oltre una su dieci si è vista inviare contenuti espliciti non richiesti. Nata per il business, ora la piattaforma rischia di avvicinarsi sempre più a Tinder. Al punto che alcuni anni fa è nata addirittura un’applicazione ad hoc, BeLinked, che consente di trovare singleproprio attraverso LinkedIn. Ovviamente l’app appartiene a un’azienda diversa dal colosso americano della piattaforma, ma si aggancerebbe a quest’ultima per scovare profili interessanti da incrociare, prendendo come parametri gli interessi professionali, le ambizioni e gli obiettivi lavorativi futuri degli utenti. Dal canto suo, LinkedIn è ben consapevole del fenomeno e cerca di limitarne la portata: ormai da qualche anno, infatti, invia un promemoria agli utenti per ricordare loro l’opportunità di effettuare conversazioni di livello professionale e tenere toni adeguati in post, commenti e messaggi. Inoltre, invita tutti gli utenti a segnalare «qualsiasi atteggiamento o contenuto inappropriato», in modo da arginare i comportamenti inadatti e recuperare l’uso per cui la piattaforma era stata pensata in origine.

I Talebani del Metoo.

Woody Allen, Besson e Polanski nel mirino dei nuovi talebani. Polemiche per la partecipazione dei registi al festival di Venezia: «Sono dei predatori sessuali». Francesca Spasiano su Il Dubbio il 31 agosto 2023

Qui non si tratta nemmeno di distinguere “l’uomo dall’artista” citando per la milionesima volta Caravaggio, pittore sublime nonché violento omicida oppure l’antisemita Céline, il razzista Conrad e così via. Il livello è persino più sconfortante.

Stiamo parlando del Festival del cinema di Venezia, del suo direttore Alberto Barbera e di tre cineasti: Woddy Allen, Roman Polansky e Luc Besson ospiti con le loro ultime opere nella rassegna lagunare. Il giornalista Scott Roxborough, firma di punta e responsabile della redazione europea di The Hollywood reporter, attacca frontalmente Barbera, ritenendo inopportuno aver invitato «tre uomini problematici». In un articolo di fine luglio era stato ancora più esplicito, definendo i registi «tre predatori sessuali».

Roxborough cita le parole della francese Ursula Le Menn, attivista del gruppo Oser le feminisme, che lo scorso maggio aveva lanciato appelli per boicottare il festival di Cannes a causa della presenza di Johnny Depp, anche lui accusato di abusi sessuali. «Solo il fatto di averli invitati sembra una celebrazione dei colpevoli!», tuona Le Menn per poi scagliarsi contro i giornalisti: «Sembrano degli avvocati difensori e fanno di tutto per mettere questi figuri in una buona luce». Ma colpevoli di cosa? Sarebbe il caso di riavvolgere il nastro dell’indignazione pavoloviana e tornare ai fatti.

Cominciamo da Woody Allen, accusato dall’ex moglie Mia Farrow di molestie sessuali nei confronti della figlia Dylan quando lei aveva sette anni. Due diverse inchieste hanno stabilito la completa estraneità del regista newyorkese che non è mai stato nemmeno indagato. L’indagine dei servizi sociali infantili dello Stato di New York concluse al contrario che la bambina avrebbe vissuto in un ambiente «disturbato», subendo l’influenza della madre che l’ha spinta ad accusare Allen. Ma la macchia di “pedofilo” è rimasta appiccicata al regista che negli scorsi anni ha avuto serie difficoltà per la distribuzione dei suoi film.

Anche Besson è stato prosciolto lo scorso giugno dalle dalla giustizia francese per le accuse di violenza sessuale lanciate dall'attrice belga-olandese Sand Van Roy. Un fatto che non è andato giù alla signora Le Mann il cui fervore accusatorio è pari solo all’ignoranza dello Stato di diritto: «Si dice che Besson è stato dichiarato non colpevole nel caso di stupro, il che semplicemente non è vero. Non è mai stato processato, quindi come potrebbe essere ritenuto colpevole o non colpevole?». Presunzione di innocenza questa sconosciuta.

Diverso il caso di Polansky il quale ha effettivamente ammesso di aver avuto rapporti sessuali sotto l’effetto di droga con la 13enne Samantha Geimer nel 1977 (lui ne aveva 44) ed è attualmente un ricercato per giustizia degli Stati Uniti. Ma è stata la stessa Geimer, che negli anni ha costruito persino un rapporto epistolare con Polansky a voler spegnere i riflettori sulla vicenda intimando ai giornalisti di smetterla di rimestare nel torbido.

Eppure per i corifei del processo mediatico permanente, le sentenze di tribunale e gli stessi sentimenti delle loro amate vittime non contano nulla: «È necessario distinguere tra giustizia e persecuzione» ha ricordato Barbera in una bella intervista a Le Monde in cui ha rivendicato tutte le sue scelte.

Ancora ieri però sul quotidiano Libération è apparsa una disarmante petizione a firma ADA, un’associazione di attrici e attori dal titolo “No alla cultura dello stupro” che chiede l’isolamento di chiunque sia finito nell’obiettivo del #metoo criticando aspramente i direttori dei festival e tutta l’industria cinematografica, colpevole di offrire loro una immeritata vetrina.

Da ilnapolista.it martedì 5 settembre 2023.

Woody Allen difende Luis Rubiales. Il regista 87enne, che fu accusato di abusi sessuali dalla figlia adottiva Dylan Farrow, intervistato dal Mundo in occasione della prima del suo nuovo film “Coup de chance” alla Mostra del Cinema di Venezia, sostiene il boss della Federcalcio spagnola, sospeso dopo aver imposto un bacio alla giocatrice Jenni Hermoso.

Allen dice di non capire: “È difficile immaginare che una persona possa perdere il lavoro ed essere penalizzata in questo modo per un bacio in pubblico. Baciare quella calciatrice è stato un errore, ma non ha bruciato una scuola. Non l’ha rapita e baciata in un vicolo buio. Non l’ha violentata, è stato solo un bacio e lei era un’amica. Cosa c’è che non va?“. 

L’Adn Kronoso racconta che Woody Allen ieri è stato contestato sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia 2023. Una trentina di persone, soprattutto ragazze, assiepate dietro le transenne, hanno accolto il passaggio del regista sul tappeto rosso con urla di contestazione. “Stupratore!”, hanno urlato le contestatrici mentre il regista attraversava il tappeto soffermandosi davanti ai flash dei fotografi. La vigilanza ha poco dopo allontanato il gruppo, che allontanandosi ha gridato anche “Abbasso il patriarcato!”. Woody Allen probabilmente non si è neppure accorto della contestazione perché nel momento in cui avveniva era appena sceso dall’auto è stava parlando con lo staff.

La protesta è legata alle accuse di molestie sessuali dalle quali il regista è stato totalmente scagionato per due volte. A fronte del gruppo di contestatori, Allen è stato accolto con applausi e urla da oltre cinquecento fan che lo attendevano già da un paio d’ore. Tanti anche i giovani che hanno chiesto un autografo al celebre regista che prima di entrare nella Sala Grande per la proiezione del suo film ‘Coupe de Chance’ si è avvicinato per accontentarli. All’ingresso della sala, altre 300 persone circa attendevano il regista per salutarlo prima dell’entrata.

(LaPresse martedì 5 settembre 2023)  – Woody Allen contestato lunedì sera sul red carpet della Mostra del cinema di Venezia. Un gruppo di persone ha inscenato una protesta al momento dell’arrivo del regista americano. I contestatori dietro le transenne lo hanno accolto al grido di “spegnete i riflettori sugli stupratori” e “il patriarcato non lo vogliamo”, prima di essere allontanati dagli addetti alla sicurezza.

Estratto dell'articolo di Gloria Satta per “il Messaggero” martedì 5 settembre 2023.

La stampa internazionale accoglie Woody Allen con una standing ovation. Gabriele Salvatores lo incrocia e s'inchina al suo passaggio. Lungo il red carpet i fan lo acclamano. E poi spuntano una trentina di ragazze (qualcuna si denuda il seno) che, subito allontanate dalla sicurezza, lo contestano al grido di «Stupratore!», «Abbasso il patriarcato» diffondendo un volantino che rinfaccia alla Biennale di aver invitato il regista, Luc Besson e il film di Roman Polanski accusati di abusi. 

E poco importa che Woody sia stato scagionato da ben due inchieste dall'accusa di aver molestato la figlia adottiva Dylan. Anche in America è stato ostracizzato. «Se sei "cancellato", questa è la cultura da cancellare», ha dichiarato a Variety.

Contestazione a parte, a Venezia il regista, 87 anni, ha conquistato tutti con il suo 50mo film Coup de Chance, girato a Parigi con attori francesi che parlano la loro lingua (Lou de Laâge, Melvil Poupaud, Valerie Lemercier, Niels Schneider) […] 

[…] È vero che "Coup de Chance" sarà il suo ultimo film?

«Non credo. La voglia di lavorare è sempre tanta, le idee ci sono ma è faticoso trovare i finanziamenti. Mi arrivano proposte da tutti i Paesi d'Europa. Aspetto il progetto giusto, girerei un film anche in Islanda».

Tornerebbe ad ambientare una storia nella sua New York?

«Non lo escludo affatto. Ho già un'idea bellissima e, se qualche folle avrà voglia di finanziarmi, sarò felicissimo di girare ancora una volta a Manhattan». 

È cambiato, negli anni, il suo modo di lavorare?

«Il mio obiettivo numero uno è sempre stato lo stesso: non essere noioso. Oggi continuo a seguire la solita routine: mi alzo, faccio qualche esercizio, poi colazione, quindi mi sdraio sul letto per buttare giù a penna quello che poi copierò con la macchina per scrivere. Con il tempo non ho imparato chissà cosa, è sempre questione di ispirazione». 

Preferisce scrivere i personaggi femminili o maschili?

«I ruoli maschili migliori li ho scritti 30 anni fa, quando ero io stesso a interpretarli. I personaggi femminili mi vengono meglio, forse perché le donne hanno avuto molta importanza nella mia vita». 

Lei è stato ostracizzato in America, eppure ha dichiarato a Variety di appoggiare il movimento #MeToo. Perché?

«Ogni movimento che faccia qualcosa di positivo per le donne è una buona cosa. Quando diventa estremo è sciocco. Io potrei essere un modello per il #MeToo: ho sempre creato bei ruoli femminili, ho pagato le donne come gli uomini, ho diretto centinaia di attrici e nessuna si è lamentata».

Che rapporto ha con il destino?

«Mi considero molto fortunato. Ho avuto una vita meravigliosa, un matrimonio fantastico, due figlie, il rispetto e l'ammirazione. Non sono mai stato in ospedale e non mi è successo nulla di tremendo. Spero continui così». 

L'umorismo può servire ad esorcizzare l'idea della morte?

«La morte è una brutta cosa ma non c'è modo di contrastarla né una via di fuga. Basta non pensarci».

Le agenzie pubblicitarie.

Sex and the spot, esplode un nuovo #MeToo nelle agenzie pubblicitarie. Ecco tutti i nomi. Battute, foto, ammiccamenti e avances. Sessismo e omofobia dilaganti. Da Milano a Roma a Torino, i racconti di ex dipendenti e le chat delle maggiori aziende creative rivelano che il clima di prevaricazione non è affatto un ricordo. Così si allarga lo scandalo. Rita Rapisardi su L'Espresso il 3 Ottobre 2023 

Se domani non mi arrestano, tutto bene». A giugno scorso, quando è esploso il Me Too della pubblicità, con la divulgazione della “Chat degli 80” dell’agenzia milanese “We are social”, molti hanno iniziato a dubitare. I big del settore si sono affrettati ad arginare lo scandalo confinando i reprobi nel recinto della «sparuta minoranza», allontanando il sospetto di un andazzo diffuso, ribattendo a colpi di codici etici e campagne su «inclusivity e diversity».

Uno che ha cominciato a interrogarsi è Vincenzo Gasbarro, già fondatore e ceo della M&C Saatchi Milano, agenzia simbolo dell’advertising che chiude contratti milionari, ingaggiando anche star di Hollywood. Gasbarro ha iniziato a chiamare allarmato ex colleghi, uomini non donne, per chiedere: «Secondo voi ho avuto atteggiamenti non consoni?». Insieme con Carlo Noseda, altro ceo e fondatore dell’agenzia, a fine giugno, è comparso a un aperitivo di ex colleghi di M&C Saatchi, un evento di solito precluso ai dirigenti. «Come va?», gli hanno chiesto. «Se domani non mi arrestano, tutto bene», ha detto all’ex collega cui aveva inflitto una pacca sul sedere alla presenza dei clienti, come racconta un testimone a L’Espresso. 

Durante l’occasione conviviale capita che, tra l’altro, le donne del team vengano sottoposte a un giudizio di valutazione, stile concorso di bellezza trash con categorie molto particolari. «Le fasce da assegnare sono “la più porca” o “la più scopabile”. E per raccogliere i punti bisogna rispondere a domande tipo "la migliore per fare la pecorina sulle stampanti". Alla fine si elegge la vincitrice», racconta un insider. Nulla di troppo segreto, visto che chi ottiene il titolo viene avvisata il giorno dopo. La celebrazione dell’evento richiede preparazione. I partecipanti vi dedicano un anno, durante l’orario di lavoro, creando delle moodboard, di solito usati nei progetti, album fotografici delle ragazze con scatti appositi o tratte dai social. Tutte le neoassunte passano per la selezione con tanto di avviso alle interessate dell’avvenuta inclusione. 

«La partecipazione alla cena è volontaria, ma in molti, anche padri di famiglia, partecipano. La vivono come un momento di team building maschile, ma se rifiuti di partecipare sei espulso dalla chat», riferisce un’ex dipendente: «Un giorno smetti di essere una collega e diventi carne da macello, un oggetto sessuale. Ogni giorno pensavo a come vestirmi per sfuggire a tutto questo». Stando ai testimoni la cosa va avanti da anni. «Della chat ci sono prove già nel 2012, si è sempre fatto così e te la fai andare bene, anche per paura». 

Resta aperta invece la chat analoga di Across, una web agency di medie dimensioni con sede nel centro di Torino. È su Whatsapp e si chiama esplicitamente “Scopareeee”. Lo spirito è sempre lo stesso: commentare le colleghe, mandare foto di donne mezzo nude, rubare scatti alle più carine dell’ufficio. E con spirito analogo esiste pure la squadra di calcetto che, creativamente, si chiama Ss Orca. Volendo, è anche l’anagramma di Across. 

In passato ce n’era un’altra su Skype, “Amici di figa” e, a differenza dell’altra, viaggiava sui computer dell’ufficio. La chat aziendale è stata chiusa nel 2020 poco prima del Covid. Determinante l’iniziativa di una stagista che ha segnalato la cosa non senza prima averne chiesto la cancellazione. Con una reputazione in ascesa e cento dipendenti, Across ha accolto il consiglio della responsabile delle risorse umane Silvia Virginia Di Liberto: così all’improvviso, dalla chat sono scomparsi i capi ed è caduta nell’oblio. Ma senza alcuna conseguenza per i responsabili. Nessuna iniziativa invece per la comunità che si ritrova su Whatsapp.In entrambe figurava il fondatore e ceo dell'azienda, Sergio Brizzo, che nel 2011, a 22 anni, ha dato vita a quella che si definisce una realtà «giovane e dinamica» ed esibisce sul proprio sito una montagna di riconoscimenti che ne potenziano il valore. 

«Guarda, si vede il perizoma sotto il vestito bianco», ha comunicato al gruppo Brizzo riferendosi a una collega. «Basta mi dimetto, non si può lavorare così», ha commentato il direttore commerciale Edoardo Marrone riferendosi a un’altra di cui si vedevano i segni dell'abbronzature. A un terzo, in ferie, che chiedeva prove, è subito arrivato un video. 

«Essere oggetto di quella chat appena arrivati in agenzia legittimava tutti, anche l’ultimo degli stagisti a trattarci con meno riguardo e a prendersi libertà», dice a L’Espresso una che è passata per oggetto di quelle conversazioni. 

Perché se in altre realtà le chat erano riservate a una selezione di dipendenti, in Across tutti sapevano, perché, come in un rito di iniziazione, i maschi venivano aggiunti già a partire dal periodo di formazione. E c’era poco da nascondere visto che il ceo ne faceva parte e la finestra rimaneva aperta sui computer aziendali. 

Anche qui «sondaggi sulla più scopabile, sulle più belle tette e culo dell’azienda», riferisce un’ex interna. Voti su una scala da uno a dieci e foto. Di tutte, tranne di chi era legato a membri dello staff. Così erano circolate anche le foto intime di una collega che aveva una storia con un dipendente di Across. Ma lei era di un’altra agenzia. A fine estate, una galleria di colleghe in costume, scavando sui profili social. Racconta ancora al nostro settimanale una che c’è passata: «Per anni, proprio per sfuggire a quelle attenzioni, mi sono vestita come un sacco di patate, ho smesso di truccarmi e di andare dal parrucchiere. Un cambiamento radicale che le mie amiche non hanno fatto a meno di notare. D’altra parte, tutto era all’insegna del sessismo. Se qualcosa non andava bene era colpa di noi frigide che dovevamo prendere più cazzi». La chat su Whatsapp ancora oggi attiva, comprende dipendenti che non lavorano più in Across. 

E per gli Lgbt era anche peggio: «Tu non sei come noi, sei frocio». Così il direttore commerciale di Across a un dipendente che ha accettato di parlare con L’Espresso.  

Con una lunga nota, Across ha ribattuto alle tesi sostenute dalle fonti, prendendo le distanze da chat e iniziative svolte da dipendenti al di fuori dell'azienda. Il ceo Brizzo chiarisce anche «che in passato era stato aggiunto alla chat (di whatsapp, ndr) da persone terze, ne è uscito volontariamente condannando e dissociandosi da quel genere di contenuti e affermazioni».   

«Across - spiega la nota - ammette con trasparenza e profondo dispiacere l’esistenza in passato di una chat presente sui sistemi aziendali – la piattaforma Skype, precisamente – in cui venivano condivisi commenti inappropriati». Secondo Brizzo la faccenda non sarebbe caduta nell'oblio ma «ha convocato una riunione ufficiale con tutti gli appartenenti alla chat in cui ha comunicato la chiusura e ha diffidato chiunque a reiterare quel generare di comportamenti sul luogo del lavoro». Across nega inoltre episodi di discriminazione o sessismo citando anche un'indagine interna alll'azienda sul gradimento da parte dei dipendenti.  

Brizzo conclude: «Come fondatore e ceo di Across voglio scusarmi profondamente per quanto accaduto in passato nella chat aziendale, è stato un grave errore di cui mi sono già assunto le responsabilità e di cui mi scuso. Dalla comprensione della gravità di quanto accaduto, ho impegnato tutte le energie e le risorse della società per costruire un luogo di lavoro sano, positivo e inclusivo». 

Gli episodi che hanno riguardato Across non sono diversi da quelli verificatisi in altre aziende: «Tanto tu conosci tutti i cazzi della provincia», ha detto il ceo di un’azienda del Veneto. Nell’ex Radzorfish, ora Nurun del gruppo Pubblicis, è accaduto invece che durante il colloquio di ingresso si investigasse sui gusti sessuali degli esaminati perché l’agenzia teneva a essere «l’unica agenzia di Milano senza omosessuali». Così si è vantato il capo dell’ufficio dell’epoca Marco Barbarini. «Una manifestazione piena di froci e lesbiche, cosa hanno da mostrare?», è sbottato un giorno, racconta un suo ex collaboratore. E durante una notte di lavoro in agenzia ha dato i voti a suo modo alle neoassunte: «Che bona, glielo infilerei qui, quell’altra è un cesso non la scoperei neppure con un sacchetto in testa». A una collega che ha obiettato avrebbe ribattuto: «Tranquilla, tanto sei tu che hai il culo più bello dell’agenzia». 

In Leo Burnett un’agenzia tradizionale, vecchia scuola, con sede a Milano e Torino, il client director amava far comparire peni sul desktop delle stagiste mentre erano in bagno. Talvolta venivano mandati film porno sul pc a tutto volume durante l’orario di lavoro. Goliardate? Non dal punto di vista delle donne. E anche molestie verbali a raffica: «Quando facciamo sesso io e te?», pacche sul culo, commenti continui alle account, le più tartassate. E tanta allegria disinibita alle feste, a beneficio dei clienti. «Dal primo giorno capisco, mi sento subito fare dei commenti sulla gonna corta e reagisco. Il terzo giorno ricevo un messaggio da uno dei colleghi, uno del digitale che chiama le ragazze prosciuttine riferendosi alla linea. Se continui a essere così ruvida, mi scrive, rimarrai da sola, se la gente fa certi commenti, lo fa per scherzare. Per un periodo ho smesso di mangiare», rievoca con il nostro settimanale una ex dipendente. 

Uno dei manager più influenti nell’industria della comunicazione italiana è Giorgio Brenna, già ceo di Leo Burnett, una collezione inarrivabile al festival della creatività di Cannes. I suoi modi rudi sono proverbiali nella ricostruzione a L’Espresso di chi ha potuto stargli vicino: «A una collega con un braccio fasciato chiese: “Cos’è successo? Ti ha menato il fidanzato? Ha fatto bene”. Il superiore le ha detto: “Lui ci paga lo stipendio, bisogna stare zitti, magari copriti di più, sorridi, l’azienda cresce”. Molte hanno lasciato, firmando accordi di riservatezza e ricevendo una buonuscita». Sudditanza. Che qualcuno come Gianpietro Vigorelli, teorizza. Si dice che non assumesse donne perché non avrebbe potuto picchiarle. Ma su un’intervista passata per YouTube ha corretto: «Le donne le picchiavo, ma solo quelle brutte». E, in un’altra: «Anche lo stagista lo umiliavo subito, così capiva, altrimenti andava a fare il parrucchiere». E a sentire lui ha funzionato: «Oggi infatti sono tutti direttori creativi». E tutti maschi. 

L’Espresso ha contattato le agenzie coinvolte ma nessuna ha voluto confrontarsi nel merito delle ricostruzioni degli ex dipendenti, disconoscendole. Sulle cene, Havas precisa che non rientrano nelle attività aziendali. Tanto M&C Saatchi che Gasbarro hanno inviato, separatamente, una diffida alla pubblicazione. L’agenzia ricorda di aver adottato un codice etico e messo al lavoro una task force contro le discriminazioni, Gasbarro si dice pronto a esibire le testimonianze di quanti hanno lavorato con lui e non hanno mai eccepito nulla sul suo comportamento. Nè, tantomeno, è mai stato raggiunto da alcuna comunicazione giudiziaria. Come, del resto, sostengono anche gli stessi testimoni, interessati a raccontare un clima e non reati. Con l’obiettivo di promuovere un cambiamento di passo nelle relazioni di lavoro. Anche nel mondo patinato della réclame.

«Sei fidanzata ma presto sarai single, questa è la tua vita»: così si lavora nelle agenzie pubblicitarie. Assenza di orario, straordinari non pagati, mobbing, vessazioni continue. Lo scandalo emerso dalla nostra inchiesta non riguarda solo sessimo e omofobia. Rita Rapisardi su L'Espresso il 06 ottobre 2023 

«Oggi mezza giornata?», la battuta è un classico quando, dopo ben oltre le otto ore di lavoro, ci si prepara ad andare via. Fare le notti in agenzia, anche per una settimana di seguito, non è cosa rara. «Una sera, all’ennesima nottata, ho detto: non posso restare, non ho neanche le mutande di ricambio. La mia responsabile è uscita, è tornata con un sacchetto e me lo ha lanciato addosso: “Ecco le mutande, ora puoi rimanere”. Era andata a comprarmele», ricorda a L’Espresso una creativa. Quando si arriva in agenzia tutto è chiaro sin dal colloquio: «Sei fidanzata? Perché presto sarai single, questa è la tua vita». «Lavorare in pubblicità è come fare la suora». «Dopo la maternità ho subito mobbing pesante, alla fine me ne sono andata», racconta una lavoratrice. Che l’andazzo sia questo lo si percepisce durante i corsi nelle prestigiose e costose scuole milanesi Ied, Naba, Accademia di comunicazione (che tiene a precisare di non aver mai registrato episodi di sessismo) tenuti dagli stessi director e ceo che poi selezionano gli stagisti. «Quindicimila per entrare nella scuola, ma poi te li rifai in un anno dopo in agenzia», è il tormentone. Si entra invece in un meccanismo che ti può tenere in tirocinio anche tre anni a 500 euro al mese (prima dell’obbligatorietà in Lombardia si arrivava anche a 300). Il trucco è rinnovare lo stage, ma cambiare agenzie (anche solo sul contratto): nei grandi gruppi c’è la capofila e le satelliti. 

Nel 2021 quattro giovani, tre ex di We are social, lanciano un questionario online. Chiamano il progetto Be Okay Creativity (Boc), raccolgono mille testimonianze, età media 32 anni. Ne viene fuori che solo il 12% degli straordinari è pagato, al Sud lo stipendio medio è 13 mila euro più basso, le donne, a parità di ruolo, guadagnano il 12% in meno. E poi ci sono i resoconti: attacchi di panico, ansia, burnout, (a Milano l’87% degli intervistati ne soffre) assenza di orari, straordinari a go go. C’è chi ha denunciato l’azienda per 800 ore non pagate. Una volta fuori si finisce dallo psicologo o dallo psichiatra per il troppo stress, alcuni si isolano non riuscendo più a uscire di casa per mesi e pagano le conseguenze per anni. Ci sono poi mobbing e vessazioni: urla in ufficio, attacchi fisici e psicologici continui. Minacce a chi pensa di andare via: «Tanto so dove vai, conosco tutti, non lavorerai più». È successo più volte in Publiciss ora guidata da Cristiana Boccassini e il compagno Bruno Bertelli, due creativi di livello, noti per i modi spicci: «Se parlano male di noi, meglio così - ha detto più volte Bertelli - almeno gli sfigati non vengono». E intanto durante il Covid sfornava una campagna contro il duro lavoro. 

Gli over 50 sono i grandi assenti delle agenzie perché a certi ritmi non si può resistere. Se non si finisce ai vertici si opta per le consulenze private, altrimenti le droghe stimolanti aiutano, più diffuse tra i senior che tra gli junior. 

Lo screening dei quattro apre un piccolo spiraglio, ma dura poco. Le vertenze sono rare e sconsigliate. 

Velvet Media di Treviso è finita in bancarotta dopo il Covid, con un passivo di oltre sette milioni di euro (di cui cinque allo Stato). Era diventata nota per «aver abolito l’orario di lavoro». Il ceo Bassel Bakdounes manteneva un clima da caserma. Urla, lanci di oggetti, attacchi fisici, scenate e frasi sessiste («Vorrei passare il 25 aprile tra le tue gambe»). E il direttore creativo non era da meno: «Ho dato il tuo numero a un collega, si vede che non scopi da tanto. Così mi ha detto: ero entrata da appena due mesi», riferisce a L’Espresso una ex collaboratrice. Tante donne assunte e Bakdounes se ne vantava. Quando la situazione ha iniziato ad andar male ha minacciato alcuni dipendenti che volevano sindacalizzarsi: « Ha detto: vi vengo a cercare a casa», riferisce la fonte. 

Il mondo dell’advertising oggi è una piramide la cui base è sorretta da migliaia di stagisti e junior: la pubblicità paga meno e tutto si sostiene con le ore gratis. Un anno fa un gruppo di giovanissimi mette su una protesta chiamata “Gentilissima rivolta”. L’occasione sono i prestigiosi Adci Adwards. Apre una pagina Instagram: in meno di una settimana 11mila persone iniziano a seguirla, pubblica oltre cento testimonianze dettagliate. Partono le diffide: «Guardate che il pezzo grosso ha chiamato gli avvocati di Berlusconi». I giovani chiudono tutto e scompaiono, ora vivono nell’ombra, sperando un giorno di ritornare.

Il #MeToo della pubblicità scuote il settore: «L'impatto dell’inchiesta Sex and the Spot è stato enorme, ma troppi restano in silenzio». Il lavoro dell'Espresso su sessismo e discriminazioni nel mondo dell'advertising continua a far parlare. E molte società si espongono. Across: «Sbagliammo, ora ambiente inclusivo». Tonetti, ex Was: «Denunciai io l’esistenza della chat». E il nostro lavoro non finisce qui, inviateci le vostre segnalazioni. Rita Rapisardi e Chiara Sgreccia su L'Espresso il 12 Ottobre 2023

La copertina che L’Espresso ha dedicato la scorsa settimana a un’inchiesta esclusiva su sessismo e discriminazioni nel mondo dell’advertising italiano ha scosso l’intero settore: le reazioni non mancano e, per quanto possibile, si corre ai ripari. 

«La condivisione online dell’inchiesta è stata enorme, ma ha fatto breccia solo nei profili di junior, stagisti e middle. Nessun ceo o direttore ha speso una parola su quanto è stato rivelato e questo denota l’ambiente malato. Nessuna agenzia, da quello che sappiamo, ha fatto qualcosa, anche i clienti tacciono», fa sapere Tania Loschi, del collettivo Re:B, che continua a raccogliere segnalazioni. 

Una delle aziende citate nell’articolo, Across, di Torino ha inviato a L’Espresso una lunga nota, per ribattere alle tesi sostenute dalle fonti, prendendo le distanze da chat e iniziative svolte da dipendenti al di fuori dell’azienda. Il ceo Sergio Brizzo chiarisce anche «che in passato era stato aggiunto alla chat (su WhatsApp, ndr) da persone terze, ne è uscito volontariamente condannando e dissociandosi da quel genere di contenuti e affermazioni». «Across –  spiega la nota –  ammette con trasparenza e profondo dispiacere l’esistenza in passato di una chat presente sui sistemi aziendali – la piattaforma Skype, precisamente – in cui venivano condivisi commenti inappropriati». Secondo Brizzo la faccenda non sarebbe caduta nell’oblio ma lui stesso «ha convocato una riunione ufficiale con tutti gli appartenenti alla chat in cui ha comunicato la chiusura e ha diffidato chiunque a reiterare quel generare di comportamenti sul luogo del lavoro». Across, che si dichiara «parte lesa» in relazione all’esistenza di altre chat, cita anche un’indagine interna sul gradimento da parte dei dipendenti. Brizzo conclude: «Come fondatore e ceo di Across voglio scusarmi profondamente per quanto accaduto in passato nella chat aziendale, è stato un grave errore di cui mi sono già assunto le responsabilità e di cui mi scuso. Dalla comprensione della gravità di quanto accaduto, ho impegnato tutte le energie e le risorse della società per costruire un luogo di lavoro sano, positivo e inclusivo». 

Attraverso i propri legali, l’ex account manager di Was, Paola Tonetti, pur confermando i contenuti della vicenda, si ritiene chiamata in causa in modo inesatto e tiene a precisare di avere avuto un ruolo attivo nel denunciare la vicenda ai piani alti dell'azienda. A quanto risulta a L’Espresso, in effetti, Tonetti ha comunicato nel 2017 per mail l’esistenza della chat ai tre ceo di We are social, Gabriele Cucinella, Stefano Maggio e Ottavio Nava. Da quel momento in poi, però, la segnalazione non avrebbe avuto seguito. Del resto, è lo stesso Cucinella in un’intervista rilasciata a Repubblica il 23 giugno 2023, pur non nominando Tonetti, a confermare la ricostruzione. Il ceo racconta di aver ricevuto la segnalazione della collega, non controllando però in prima persona i contenuti della chat sessista. Lui e gli altri due ceo non presero provvedimenti nei confronti dei membri del gruppo. La chat, come raccontato da un partecipante a L’Espresso, si svuotò una mattina all’improvviso ma solo dei big. Il testimone sentito da L’Espresso aveva attribuito la soluzione precipitosa ai rapporti tra Tonetti e uno dei membri della chat. Un’ipotesi che Tonetti, sempre tramite i legali, smentisce seccamente ritenendo lesiva della sua onorabilità anche solo l'idea che possa avere avuto un interesse a silenziare il caso. Come testimoniato dalla mail con cui sollevò la questione davanti ai responsabili dell'azienda. Anche Was si è rivolta a un legale, sostenendo che i comportamenti descritti dalle fonti a L’Espresso non corrispondono al vero e contestando presunti comportamenti sessisti attribuiti a Nava.

Le segnalazioni di molestie sui luoghi di lavoro continuano ad arrivare anche a #lavoromolesto, lo spazio anonimo di denuncia de L’Espresso con lo scopo di combattere ogni genere di discriminazione sui luoghi di lavoro. «Avevo 28 anni e lavoravo in una gioielleria. Il capo un giorno è arrivato all’improvviso. Mi ha abbracciata da dietro, sfiorandomi il seno. Mi ha messa al muro. “Perché?”, mi chiedevo: “Perché fa così?”, “Non sono brava abbastanza?”. Quando ho chiesto spiegazioni, lui si è giustificato dicendo che erano coccole. Come quelle che dava al suo cucciolo di cane. Io me ne sono andata». Così racconta una lettrice. E un’altra: «Ricordo un collega che mi disse: “Se hai voglia di provare qualcosa di nuovo perché non vieni qui sotto al tavolo?». 

Molestie e non solo. «Ho 43 anni, un dottorato, e 16 anni di esperienza. Ora, di certo non mi faccio chiamare “dottore”, nemmeno “dottoressa”, ma non accetto “dolcezza”, “tesoro”, “ciccia”, “bella di casa”. Non accetto neanche che venga invaso il mio personale spazio fisico con mani sulle spalle che fanno un “massaggino” perché ho sbuffato per lo stress. Non accetto nemmeno che a una collega di 55 anni dicano: “Ma metti i fuseaux all’età tua? C’hai er culo che fa provincia!”. E giù sghignazzi mentre la collega con una risata avalla un comportamento becero», racconta una lavoratrice che è rientrata in Italia dopo un lungo periodo negli Usa. 

#lavoromolesto ha preso forma il 25 novembre del 2021, con l’obiettivo di promuovere un cambiamento con un occhio di riguardo a lavoratrici e lavoratori vittime del pensiero maschilista dominante. Per condividere le vostre esperienze scrivete a dilloallespresso@lespresso.it e noi pubblicheremo tutto. Perché è ora di rompere il silenzio.

Il caso Emmanuelle Béart.

Estratto dell’articolo di Stefano Montefiori per Il Corriere della Sera mercoledì 6 settembre 2023.

Emmanuelle Béart rompe 45 anni di silenzio e nel documentario presentato in anteprima ieri a Parigi (sarà trasmesso in tv il 24 settembre) rivela di essere stata vittima di incesto, dagli 11 ai 15 anni. Non indica il colpevole — «questo non è un regolamento di conti», dice — e si limita a scartare immediatamente l’ipotesi della madre e del padre, Guy Béart, cantante molto amato in Francia, morto nel 2015.

L’attrice oggi sessantenne di Un cuore in inverno e Nelly e Mr. Arnaud ha lavorato per tre anni al documentario Un silenzio così rumoroso assieme alla regista franco-ucraina Anastasia Mikova. Nel film la si vede commuoversi per le testimonianze di Norma, violentata dal nonno tra i 3 e 12 anni; Pascale, stuprata dal padre a 12; Sarah, la cui figlia è stata aggredita dal marito tra i 4 e gli 8 anni; e Joachim, molestato da entrambi i genitori.

[…] Béart racconta anche che a salvarla è stata la nonna, Nelly, l’unica della famiglia ad avere capito, che poi ha vissuto a casa con lei fino alla morte, nel 2011, a 107 anni. «Se mia nonna non fosse intervenuta, e non mi avesse messa in un treno per farmi raggiungere mio padre quando avevo 15 anni, forse non sarei riuscita a vivere. È stato davvero violento fino a questo punto, reale fino a questo punto». Fino ad allora la futura attrice aveva vissuto con la madre e i quattro fratelli e sorelle a Cogolin, non lontano da Saint Tropez, mentre il padre Guy dopo il divorzio viveva alla periferia di Parigi. Non ha mai presentato denuncia, «per la paura di sentirsi dire che quei fatti non erano mai accaduti».

Ma dice di averne parlato alle persone care, «l’ho detto a tutti, ma non c’è mai stata una risposta. Passi da una persona all’altra rivelando un segreto che ti devasta ma è come se la verità non attecchisca, niente rimane».[…] «Mi sono chiesta spesso perché avessi deciso di fare questo mestiere, e di farlo in questo modo. Esibirsi fino all’eccesso, dare un’immagine sessualizzata di se. Credere di non potere essere amata se non per il proprio corpo, questa è finalmente una risposta».

Il caso Lizzo.

Dagospia mercoledì 2 agosto 2023. Diana Dasrath e Tim Stelloh - nbcnews.com mercoledì 2 agosto 2023.

Tre ex ballerini di Lizzo hanno e di aver creato un ambiente di lavoro ostile. Sostengono anche di aver fatto pressioni su uno di loro per toccare un artista nudo in un club di Amsterdam e di aver sottoposto il gruppo a un'audizione "straziante" dopo aver mosso false accuse secondo cui stavano bevendo sul posto di lavoro. 

I ballerini hanno accusato Lizzo - un'artista nota per abbracciare la positività del corpo e celebrare il suo fisico - di richiamare l'attenzione sull'aumento di peso di un ballerino e successivamente rimproverare, quindi licenziare, quel ballerino dopo aver registrato un incontro a causa di una condizione di salute.

La causa, depositata presso la Corte Superiore di Los Angeles e fornita a NBC News dallo studio legale dei querelanti, accusa anche la responsabile della squadra di ballo di Lizzo, Shirlene Quigley,  di fare proselitismo con altri artisti e deridere coloro che hanno avuto rapporti prematrimoniali condividendo fantasie sessuali oscene, simulando sesso orale e discutendo pubblicamente della verginità di uno dei querelanti. 

La causa nomina Lizzo, il cui vero nome è Melissa Viviane Jefferson, la sua società di produzione e Quigley come imputati. Oltre alle accuse di ambiente di lavoro ostile e molestie sessuali, la causa porta denunce per molestie religiose e razziali, falsa detenzione, interferenza con potenziali vantaggi economici e altre accuse.

"Il modo come Lizzo e il suo team hanno trattato i loro artisti sembra andare contro tutto ciò che Lizzo rappresenta pubblicamente, mentre in privato fa vergognare i suoi ballerini e li umilia in modi non solo illegali ma assolutamente demoralizzanti", ha detto l’avvocato Zambrano in una dichiarazione. 

Il viaggio allo strip club di Amsterdam, Bananenbar, è avvenuto dopo un'esibizione in città all'inizio di quest'anno. La causa afferma che gli afterparties di Lizzo erano di routine e non obbligatori, ma sostiene che coloro che vi partecipavano erano favoriti dal cantante e avevano una maggiore sicurezza sul lavoro.

Al club, Lizzo avrebbe "iniziato a invitare i membri del cast a toccare a turno le performer nude, afferrando dildo lanciati dalle vagine delle performer e mangiando banane che sporgevano dalle loro vagine", dice la causa. "Lizzo ha quindi iniziato a fare pressioni su una ballerina affinché toccasse il seno di una delle donne nude". 

Una settimana dopo, dopo uno spettacolo a Parigi, Lizzo ha invitato i suoi ballerini in un club in modo che "potessero imparare qualcosa o essere ispirati dallo spettacolo". "Ciò che Lizzo non ha menzionato quando ha invitato i ballerini a questa esibizione è che si trattava di un cabaret bar per nudisti".

Nel frattempo, Lizzo continua a ispirare i fan. In una recente clip circolata sui social media, si può vedere la cantante raccontare a una giovane donna che partecipa a un concerto in Australia quanto sia bella e speciale e come "potrebbe essere la più grande ballerina del mondo". 

Lizzo denunciata dalle sue ballerine per molestie. Andrea Pascoli su La Repubblica il 2 Agosto 2023 

La cantante è stata accusata di creare un ambiente di lavoro “ostile”, inclusi episodi di body shaming e razzismo da Arianna Davis, Crystal Williams e Noelle Rodriguez, parte della sua crew 

Molestie sessuali e ambiente di lavoro ostile: questa le accuse ricevute dalla popstar Lizzo da parte di tre ballerine del suo corpo di ballo. Comportamenti “sessualmente denigratori” e “pressing a partecipare a inquietanti spettacoli di sesso” quanto si legge nella denuncia depositata alla Corte Suprema della Contea di Los Angeles da Arianna Davis, Crystal Williams e Noelle Rodriguez, parte della crew della cantante trentacinquenne nel periodo 2021-2023. 

Le querelanti hanno accusato la popstar, vero nome Melissa Viviane Jefferson, di aver violato il Fair Employment and Housing Act (FEHA) della California non garantendo un’adeguata protezione da molestie, aggressioni e discriminazioni. Nello specifico durante uno show tenuto in un nightclub di Amsterdam Lizzo avrebbe fatto pressioni per coinvolgere in atteggiamenti disdicevoli con alcuni performer le ballerine, che avrebbero acconsentito per paura di ripercussioni sulle loro carriere. A ciò si aggiungono inoltre accuse di molestie religiose, razziali e pure “body shaming”. Da sempre icona della “body positivity”, Lizzo è infatti accusata assieme alla sua coreografa Tanisha Scott di aver fatto commenti a Davis circa la sua forma fisica dopo uno show, commenti che “hanno dato a Ms. Davis l’impressione di dover giustificare il suo aumento di peso e rivelare dettagli personali sulla sua vita al fine di mantenere il suo lavoro”. 

“Come Lizzo e il suo management hanno trattato il suo team sembra andare contro tutto ciò che la popstar rappresenta pubblicamente” le parole di Ron Zambrano, avvocato delle ballerine, “In privato umilia i suoi performer in modi che non solo sono illegali, ma assolutamente demoralizzanti”. Dalla diretta interessata e dai suoi rappresentanti, per il momento, ancora nessun commento, ma il popolo social sta già provvedendo a chiederle pubblicamente spiegazioni.

Lizzo si difende dalle accuse di molestie: «Tutto falso, sono devastata». Redazione Spettacoli su Il Corriere della Sera giovedì 3 agosto 2023.

La popstar, paladina della body positivity, da sempre orgogliosa delle sue forme extralarge, è stata citata in giudizio da tre sue ex ballerine. Accusano la cantante e il suo staff di molestie a sfondo sessuale, religioso e razziale, fat shaming, discriminazioni 

Si dice «sconvolta» dalle accuse mossale da tre sue ex ballerine la popstar Lizzo (al secolo Melissa Viviane Jefferson» che, martedì scorso, ha ricevuto notizia dell’azione legale intentata alla Corte Superiore di Los Angeles. Tre ex danzatrici del corpo di ballo della popstar, Arianna Davis, Crystal Williams e Noelle Rodriguez, hanno citato in giudizio Lizzo insieme al suo capitano di ballo e alla sua società di produzione Big Grrrl Big Touring (Bgbt). Le accuse sono molto gravi: molestie sessuali, religiose e razziali, discriminazione, aggressione e falsa detenzione. Tra gli episodi più gravi denunciati, anche alcuni momenti in cui le ballerine sarebbero state costrette a partecipare a spettacoli di sesso e ad interagire in atteggiamenti «hot» con altri ballerini tra il 2021 e il 2023.

In un post su Instagram, Lizzo interviene nella vicenda, dicendosi estranea alle accuse: «Questi ultimi giorni sono stati incredibilmente difficili e incredibilmente deludenti — scrive Lizzo —. La mia etica del lavoro, la morale e il rispetto sono stati messi in discussione. Il mio carattere è stato criticato. Di solito scelgo di non rispondere a false accuse, ma queste sono incredibili come suonano e sono troppo oltraggiose per non essere affrontate. Sono devastata dopo aver sentito queste affermazioni inventate fatte contro di me». Tra le accuse contro Lizzo, il cui vero nome è Melissa Viviane Jefferson, c’è quella di aver «fatto pressioni sulla signora Davis perché toccasse il seno» di un’artista in una discoteca di Amsterdam. La signora Davis, dopo aver resistito, alla fine ha acconsentito «per paura che potesse compromettere il suo futuro nel team» se non l’avesse fatto.

Lizzo attacca le sue accusatrici: «Queste storie sensazionalistiche provengono da ex dipendenti che hanno già ammesso pubblicamente che gli era stato detto che il loro comportamento in tournée era inappropriato e poco professionale» e poi difende il suo lavoro: «Come artista sono sempre stata molto appassionata di quello che faccio. Prendo sul serio la mia musica e le mie esibizioni perché alla fine della giornata voglio solo esprimere la migliore arte che rappresenta me e i miei fan. Con la passione arrivano il duro lavoro e standard elevati. A volte devo prendere decisioni difficili, ma non è mai mia intenzione far sentire qualcuno a disagio o come se non fosse considerato una parte importante della squadra».

Lizzo, sempre in prima linea contro il bodyshaming è anche accusata, insieme alla coreografa di danza Tanisha Scott, di aver fatto vergognare una delle ex ballerine, Arianna Davis, in tournée per un presunto aumento di peso. L’accusa sostiene inoltre che il capitano della squadra di ballo, Shirlene Quigley, abbia fatto pressioni delle sue convinzioni cristiane sugli artisti e deriso coloro che facevano sesso prima del matrimonio. È anche accusata di aver discusso apertamente della verginità di una delle ex ballerine e di averla postata sui social media. Accuse, inclusa la discriminazione razziale, sono rivolte anche al team di gestione di Bgbt, secondo le quali i membri neri della compagnia di ballo sarebbero stati trattati in modo discriminatorio rispetto agli altri membri del team. I querelanti affermano anche che Lizzo e il team della società di produzione non li avrebbero pagati in modo equo durante alcune parti del tour europeo della pop star. Ai ballerini sarebbe stato offerto solo il 25 per cento della loro retribuzione settimanale come acconto durante il periodo in cui non si esibivano nel tour, affermando inoltre che Lizzo e la società preferivano che non svolgessero altri lavori durante queste pause.

Due delle tre ballerine, Davise e Williams, sono state licenziate da corpo di ballo, mentre Rodriguez si è successivamente dimessa . Le prime reazioni al caso sono arrivate da Beyoncé quando durante un concerto a Boston, martedì, in alcuni video sembra aver omesso il nome di Lizzo mentre si esibiva in Break My Soul (Queen’s Remix) brano che celebra le donne nere nell’industria dell’intrattenimento e nel cui testo appare il nome di Lizzo insieme a quelli di Nina Simone, Lauryn Hill e Nicki Minaj

Estratto dell’articolo di Massimo Basile per “la Repubblica” giovedì 3 agosto 2023.

Tre ballerine hanno denunciato Lizzo per molestie sessuali, discriminazione e body shaming.

Il caso non è nuovo nel mondo dello spettacolo, ma è inaspettata la persona al centro delle accuse: Lizzo, pseudonimo di Melissa Viviane Jefferson, 35 anni, di Detroit […] 

[…] Arianna Davis, Crystal Williams e Noelle Rodriguez dipingono la cantante come un’arpia, una despota che non si fermava davanti a niente, pronta a umiliare i suoi collaboratori e a farli lavorare in condizioni “intollerabili”.

Una delle tre, Davis, ha accusato Lizzo di averla costretta, in un night club ad Amsterdam, a toccare il seno di una performer nuda e a prendere in mano dildo e banane. Al momento i legali dell’artista non hanno commentato. Due delle ragazze erano state ingaggiate da Lizzo dopo averla conosciuta durante uno dei tanti reality tv. La terza era stata assunta a parte. Tutte e tre hanno lavorato alle coreografie di scena per due anni, dalla primavera del 2021 all’inizio di quest’estate. 

Lizzo è accusata di aver dedicato “troppa attenzione, e non richiesta,” al fatto che le danzatrici avessero messo su peso. Una di loro, Williams, sarebbe stata licenziata davanti a tutti da un agente della cantante, una settimana dopo una lite scoppiata tra lei e Lizzo.

Davis, a cui è stato diagnosticato un disturbo dell’alimentazione, era stata cacciata per aver registrato un incontro con la cantante. Quell’episodio aveva spinto l’amica, Rodriguez, ad andarsene. 

[…]

I fan sono rimasti spiazzati. La cantante è stata a lungo vittima di bullismo quando era giovane: durante gli anni scolastici era stata più volte offesa e presa in giro dai suoi compagni. Adesso che è diventata una persona di potere, hanno commentato alcuni suoi fan, Lizzo «dovrebbe mostrare più empatia verso gli altri e invece si è trasformata lei stessa in bulla».

Il caso Kevin Spacey.

Kevin Spacey, il caso “zero” del linciaggio hollywoodiano. L’attore, vittima del populismo giudiziario internazionale, è stato assolto sia negli Usa che in Gran Bretagna. Ma dopo sei anni…Valentina Stella su Il Dubbio il 16 ottobre 2023

«Il mio mondo è esploso», ha testimoniato Kevin Spacey in tribunale a Londra. «C'è stata una corsa al giudizio e prima che la prima domanda venisse posta o si rispondesse, ho perso il mio lavoro, ho perso la mia reputazione, ho perso tutto nel giro di pochi giorni». Adesso chi ripagherà il due volte premio Oscar, uno dei più grandi attori della sua generazione, visto che è stato assolto sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna? Quando all’inizio di gennaio di quest’anno ha ricevuto, tra mille polemiche, un premio alla carriera dal Museo Nazionale del Cinema in una cerimonia a Torino l’attore ringraziò il museo per aver avuto «il coraggio, le palle, di invitarmi». Adesso che non serve più il coraggio qualcuno tornerà a farlo recitare sui grandi schermi? Sembrerebbe di no.

Come racconta inews.co.uk verso la fine di luglio, il New York Times ha contattato 15 importanti manager del teatro britannico. Il giornale americano ha voluto tastare il polso a Londra: potrebbe Kevin Spacey tornare alla ribalta? La loro risposta è stata il silenzio. Nessuno era disposto a commentare. Solo Alistair Smith, redattore del giornale di settore The Stage ha parlato della questione. Il ritorno di Spacey, ha scritto, «è altamente improbabile», così come un suo ritorno ad Hollywood. Insomma l’ostracismo continua a essere la sua punizione lavorativa. Come società, finora non siamo riusciti a sviluppare un approccio sano per riabilitare coloro che cadono in disgrazia e vengono soprattutto assolti.

Da quando era stato accusato di molestie e abusi sessuali, Spacey aveva smesso di lavorare come attore: nel 2017 era stato addirittura sostituito nel film di Ridley Scott “Tutti i soldi del mondo”, le cui riprese erano già state completate. Era stato poi escluso anche dal cast di “House of Cards”, la serie di Netflix di cui era stato protagonista per cinque stagioni. Intanto da allora la vera giustizia, quella delle Corti e non della piazza, ha fatto il suo corso: nel 2019, quando la presunta vittima si è improvvisamente rifiutata di testimoniare, i pubblici ministeri del Massachusetts hanno ritirato le accuse contro di lui in un procedimento penale in cui era accusato di aver aggredito sessualmente un uomo di 18 anni a Nantucket nel 2016. Un altro caso in California, intentato da un massaggiatore, è stato archiviato dopo la morte della presunta vittima.

L’anno scorso una giuria di New York lo ha assolto nella causa civile da 40 milioni di dollari che gli aveva intentato Anthony Rapp, l'attore di “Star Trek: Discovery” che l'aveva accusato di averlo molestato quando era ancora adolescente. A luglio di quest’anno un tribunale londinese lo ha assolto nel processo in cui era accusato di aver aggredito sessualmente quattro uomini. Le lacrime sono scese sul suo volto durante la lettura del verdetto finale di non colpevolezza. Il premio Oscar ha guardato la giuria, ha messo la mano sul petto e ha detto «grazie» ai nove uomini e tre donne che gli hanno restituito l’onore nel giorno del suo 64° compleanno.

Quello concluso tre mesi fa era l’ultimo processo pendente nei suoi confronti. Questi sono i fatti: cosa possiamo trarne? Senza dubbio questa sequela di assoluzioni è la prima vera crepa nel movimento del #metoo di cui Kevin Spacey era stato uno dei maggiori simboli. Il reietto è stato messo al bando dall’industria cinematografica, contro di lui si sono alzati i pugni delle femministe, è stato processato e giudicato colpevole dalle tricoteuse del nuovo millennio. Nessuno ha avuto la pazienza di attendere i verdetti del tribunale. L’epurazione doveva essere repentina, senza lasciare minimamente spazio alla presunzione di innocenza, inghiottita dal populismo giudiziario internazionale. Eppure Philip Roth, anch’egli travolto post mortem da questa ondata con accuse generiche e poco sostanziate, in poche parole è riuscito a dare senso a tutto questo: «Io presto ascolto al grido delle donne offese e ferite (nel caso di Spacey, uomini, ma non fa differenza, ndr). Non provo altro che solidarietà per il dolore e la loro richiesta di giustizia.

Ma mi rende ansioso la natura del tribunale che si sta pronunciando su quelle loro accuse. Mi rende ansioso, in quanto libertario e sostenitore dei diritti civili, perché non mi sembra un vero tribunale. Quello che invece vedo sono accuse rese istantaneamente pubbliche e subito seguite da un castigo perentorio. Vedo che all’accusato viene negato il diritto all’habeas corpus, il diritto a un confronto con chi lo accusa, e il diritto a difendersi in qualcosa che somigli a una vera corte di giustizia, dove possono essere fatte distinzioni rigorose riguardo alla gravità del crimine riportato» (Blake Bailey, Philip Roth – La biografia, Einaudi, pagine 1030, euro 26). Ecco, il grande scrittore americano con un perfetto equilibrismo tra le giuste pretese delle presunte vittime a farsi ascoltare e il diritto degli imputati ad essere giudicati nelle sedi opportune è riuscito a rappresentare tutti gli elementi in gioco del #metoo.

Quest’ultimo ha avuto sicuramente un impatto significativo sulla nostra cultura. Ad esempio la questione del consenso è cambiata grazie ad esso, con più persone che ora capiscono che «no» significa «no». Tuttavia nel 2018, Amber Heard si era dichiarata un «personaggio pubblico che rappresenta gli abusi domestici», e ha portato a un processo di alto profilo contro il suo ex marito, Johnny Depp. L’assoluzione di quest’ultimo ha rivelato che l'opinione pubblica è diventata meno amichevole nei confronti degli accusatori. Addirittura la violenza domestica continua a essere sottostimata, con solo il 41% dei casi denunciati alla polizia nel 2020, in calo rispetto al 47% del 2017, secondo il Dipartimento di giustizia americano.

Dagospia giovedì 27 luglio 2023. OGNI TANTO UNA BUONA NOTIZIA: FORSE POSSIAMO ARCHIVIARE QUEL PROGETTO POLITICO DI “REGIME CHANGE” NEI POSTI DI POTERE (TOGLIERE UOMINI E METTERCI DONNE) CHE SI CHIAMA “ME TOO” - L’ASSOLUZIONE DI KEVIN SPACEY E LE FALSE ACCUSE CONTRO JOHNNY DEPP DA PARTE DI AMBER HEARD, SENZA CONTARE LE INFAMANTI “RIVELAZIONI” CONTRO WOODY ALLEN, DIMOSTRANO CHE LA NEO-INQUISIZIONE ANTI-MASCHIO, INIZIATA (GIUSTAMENTE) CON IL CASO WEINSTEIN, E’ ANDATA FUORI CONTROLLO - “REPUBBLICA”: “IL METOO HA TRAVOLTO CINEMA, FINANZA E POLITICA, CON DECINE DI UOMINI IN POSIZIONI DI POTERE RIMOSSI DAI LORO INCARICHI. MA È STATO ACCOMPAGNATO DA FORTI POLEMICHE PERCHÉ SPESSO LA RESPONSABILITÀ DEGLI ACCUSATI VENIVA SANCITA SENZA UNA REALE DIMOSTRAZIONE DELLA VERIDICITÀ DEI FATTI”

Alba Parietti: «Il MeToo? Quello italiano è stato una barzelletta». Cosa insegna l’assoluzione di Kevin Spacey? Parla l’opinionista tv: «Io mi sono stufata di sentire inutili lamentele. La verità è che i veri potenti non si denunciano mai. E alla fine ci si accanisce contro una singola persona, senza mai cambiare le cose». Francesca Spasiano su Il Dubbio il 28 luglio 2023

Cosa resta del MeToo? È la domanda che si pone all’indomani dell’assoluzione di Kevin Spacey, diventato suo malgrado il simbolo di un movimento che ha sconquassato il mondo dello spettacolo in ogni parte del mondo. Cadute le accuse, svanisce anche la gogna. E forse l’attore americano potrà riprendersi la carriera che gli è stata sottratta. Ma cosa è cambiato, intanto, dentro quel sistema che si voleva smantellare? Per quel che riguarda l’Italia «assolutamente nulla», risponde Alba Parietti. «Il MeToo interessa soprattutto perché riguarda personaggi famosi, è il gusto del gossip - aggiunge la conduttrice e opinionista tv -. Ci siamo limitati a guardare la punta dell’iceberg, senza badare a quello che c’era sotto. E senza prendere coscienza di ciò che accade nel mondo, dove ogni giorno alle donne sono negati i diritti fondamentali. Ecco perché bisognerebbe estendere la nostra visione e smettere di piangersi addosso. Altrimenti facciamo le Elkann sul treno per Foggia».

Il MeToo italiano: caccia alla streghe o una rivoluzione mancata?

In America tutto è partito da due casi eclatanti, Weinstein ed Epstein, vicende documentate e arcinote. In Italia, il MeToo è stata un po’ una barzelletta: si è parlato di un unico caso, il caso Brizzi, assunto come capro espiatorio. Intanto il sistema è rimasto intatto. Tanto nel mondo dello spettacolo, quanto negli altri ambiti lavorativi dove ci sono tante situazioni che non hanno la stessa risonanza mediatica. Se c’è stata una caccia alle streghe? Prenda il caso di Roman Polanski, che ha pagato un prezzo altissimo per le accuse che gli sono state rivolte. Accuse che mi hanno molto stupita, e nelle quali non rivedo la persona che ho conosciuto per anni.

Ritiene che nel suo ambiente alcune vicende siano state strumentalizzate?

Bisogna imparare ad essere intellettualmente onesti. Io non giudico nessuna donna. Qualsiasi persona ha diritto di sognare la più fantastica delle carriere, senza accettare compromessi. Ma sono altrettanto convinta che questo sia possibile in pochissimi casi. Perché per ogni persona di talento, ce ne sono altrettante pronte a tutto per fare carriera. E bisogna ammettere che è la regola del gioco.

Accettare compromessi?

Scardinare questo tipo di sistema è molto - molto complicato. Perché c’è una grande capacità in questo lavoro di scavalcare gli altri senza alcun tipo di scrupolo morale. Io posso permettermi di dire che in 46 anni di carriera non ho mai accettato un compromesso.

Le è capitato di trovarsi in situazioni spiacevoli?

Due in particolare, molto inquietanti. Ho avuto la forza di reagire e di uscirne senza grosse conseguenze. Ma anche senza vantaggi per la mia carriera. Una volta, quando avevo 18 anni, ho ricevuto delle avances da parte di una persona che si trovava in una posizione di potere. Sono rimasta paralizzata, ma per fortuna avevo di fronte una persona non violenta che ha capito la situazione. E io purtroppo l’ho considerato un episodio normale. Il meglio che potessi sperare è che questa persona non mi perseguitasse lavorativamente per un rifiuto.

Ci ha più ripensato negli anni?

Ho cercato di limitare i danni. Non l’ho raccontato a nessuno, non volevo farne un caso. S’immagina un mondo in cui nessun produttore o regista importante ci prova con un’attrice? Crede che possa succedere? Dovrebbe, ma è un’utopia. Un giorno un grosso dirigente disse al mio agente: “Ricorda che la Parietti che non ha santi in paradiso”. Vede: certamente si può fare carriera anche senza accettare compromessi, ma facendo cento volte più fatica. E questo non è un lavoro per persone deboli. Ci sono i lupi e gli agnelli, ma gli agnelli devono imparare a diventare dei falchi ed essere capaci di difendersi.

Si potrebbe obiettare che non sono le donne a doversi difendere, ma gli uomini a dover cambiare.

Mi creda, nessuno è più femminista di me. Però io mi sono stufata di sentire inutili lamentele. La verità è che i veri potenti non si denunciano mai. E alla fine ci si accanisce contro una singola persona, senza mai cambiare le cose.

Come le si potrebbe cambiare, a suo parere?

Le donne devono imparare a difendersi culturalmente. Certo gli uomini devono cambiare per primi, ma anche le donne devono appropriarsi del diritto di non stare al gioco. E di sottrarsi a questo schema di scambio. Oggi si è perso il senso della morale e della vita. Vedo un analfabetismo totale dei sentimenti, un mondo mercificato e brutto da vedere.

E al contempo siamo diventati “puritani”, come sostiene qualcuno?

Se parla del politicamente corretto, ci siamo tolti soltanto il gusto della battuta. Un’ipocrisia totale. Perché non si può più dire nulla, ma sul piano dei diritti non è cambiato nulla.

Ma tornando al discorso precedente, per una donna che trova il coraggio di denunciare le cose non sono mai semplici. Il rischio è di finire sul banco degli imputati, fuori e dentro i tribunali.

Quando una donna denuncia viene sempre giudicata, lo abbiamo visto nei casi più eclatanti, come nella vicenda Genovesi. Si diceva: “Ah, ma queste ragazze facevano le escort”. Come se significasse che sono schiave. Il problema è il giudizio, che spesso viene proprio dalle donne. Una donna che fa la escort e viene violentata, è una donna violentata. Punto. Bisogna sempre distinguere tra una scelta consapevole da parte delle donne, che possono accettare dei compromessi e non vanno giudicate per questo. Ma quando non c’è una scelta, si tratta di violenza. A qualunque livello.

Che idea si è fatta del caso LaRussa Jr? Il presidente del Senato ha ricevuto duri attacchi per le parole pronunciate in difesa del figlio, ed è diventato anche un bersaglio delle femministe che hanno affisso dei manifesti in segno di protesta.

Credo che abbia ragione Meloni, quando dice che se fosse stato suo figlio avrebbe scelto di restare in silenzio. Sono abituata a non giudicare mai prima di conoscere i fatti. E questo deve valere anche per il presidente La Russa. Ma non mi piace fare la forcaiola, i processi si fanno in tribunale.

CASO KEVIN SPACEY, GIUSTO ROVINARGLI LA CARRIERA? Si & No

Il Sì&No del giorno.

Caso Kevin Spacey, giusto rovinargli la carriera? “Sì, bisognava proteggere le vittime e difendere l’integrità del cinema”. Veronica Cereda su Il Riformista il 28 Luglio 2023 

Nel Sì&No del giorno ci occupiamo del caso dell’attore Kevin Spacey, accusato di molestie sessuali, assolto nelle ultime ore da tutte le accuse. Dalle accuse a Spacey, mosse i primi passi il movimento #Metoo, mentre Spacey vide la sua carriera sostanzialmente stoppata. Abbiamo chiesto se sia stato giusto rovinare la carriera all’attore all’attivista Veronica Cereda, che è favorevole, e al parlamentare ed avvocato Francesco Bonifazi, che è contrario.

Qui il parere di Veronica Cereda.

L a decisione di interrompere la carriera di Kevin Spacey è stata giustificata dalle gravi accuse di molestie sessuali che sono state mosse nei suoi confronti. Le accuse, rese pubbliche nel 2017, coinvolgevano numerose persone che avevano lavorato con lui o che avevano avuto incontri personali. Queste affermazioni hanno scosso l’industria cinematografica e hanno avuto un impatto significativo sulla reputazione di Spacey come attore e figura pubblica. Le accuse di molestie sessuali sono estremamente serie e possono avere un profondo effetto sulle vittime coinvolte. Esse non solo causano un trauma emotivo e psicologico, ma possono anche influenzare negativamente la vita e la carriera delle vittime. È fondamentale ascoltare e sostenere le vittime, garantendo che le loro storie siano ascoltate e che ricevano giustizia.

Le accuse contro Kevin Spacey hanno ricevuto un’attenzione significativa da parte dei media e dell’opinione pubblica, mettendo in luce l’importanza di affrontare seriamente i problemi legati agli abusi sessuali nell’industria dell’intrattenimento e oltre. Questi eventi hanno innescato un’importante discussione sulla cultura del silenzio e dell’impunità che ha a lungo caratterizzato l’industria cinematografica e spettacolare. Le azioni prese per interrompere la carriera di Spacey sono state intraprese da istituzioni e produttori cinematografici sulla base delle accuse e delle prove disponibili. Queste azioni possono includere il licenziamento da progetti in corso o il rifiuto di lavorare con lui in futuro. Tale reazione può essere vista come una misura preventiva per proteggere l’immagine e l’integrità dell’industria, ma soprattutto per proteggere le vittime e garantire che non si sentano emarginate o ignorate. È importante sottolineare che la presunzione di innocenza è un principio fondamentale nei sistemi giuridici democratici.

Tuttavia, quando si affrontano casi di molestie sessuali, spesso può essere difficile ottenere prove concrete e la verità può risultare complessa da stabilire. Pertanto, mentre il sistema giuridico può trattare il caso in base alle leggi vigenti, la società e l’industria del cinema devono prendere decisioni basate sul rispetto e sulla protezione delle vittime. Un altro aspetto importante di questo dibattito riguarda il messaggio inviato alla società. Quando una figura pubblica Veronica Cereda / Attivista accusata di abusi sessuali continua a lavorare senza conseguenze, ciò potrebbe trasmettere il messaggio che tali comportamenti sono tollerati o ignorati. Al contrario, interrompere la carriera di un individuo accusato di molestie sessuali può inviare un segnale forte che tali comportamenti sono inaccettabili e non saranno ignorati o minimizzati.

In conclusione, la decisione di interrompere la carriera di Kevin Spacey dopo le accuse di molestie sessuali è stata giustificata dal bisogno di proteggere e sostenere le vittime, mantenere l’integrità dell’industria cinematografica e inviare un messaggio chiaro contro gli abusi sessuali. È importante continuare a lottare contro la cultura dell’impunità e lavorare verso un ambiente più sicuro e rispettoso per tutti. Veronica Cereda

Il Sì&No del giorno

Caso Kevin Spacey, giusto rovinargli la carriera? “No, una vita spezzata, per anni sotto la scure di una giustizia sommaria e mediatica”. Francesco Bonifazi su Il Riformista il 28 Luglio 2023 

Nel Sì&No del giorno ci occupiamo del caso dell’attore Kevin Spacey, accusato di molestie sessuali, assolto nelle ultime ore da tutte le accuse. Dalle accuse a Spacey, mosse i primi passi il movimento #Metoo, mentre Spacey vide la sua carriera sostanzialmente stoppata. Abbiamo chiesto se sia stato giusto rovinare la carriera all’attore all’attivista Veronica Cereda, che è favorevole, e al parlamentare ed avvocato Francesco Bonifazi, che è contrario.

Qui il parere di Francesco Bonifazi.

Un grido di dolore e di vergogna dovrebbe levarsi dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti per ciò che è accaduto a Kevin Spacey. Ma più in generale dovrebbe levarsi un grido di dolore per l’insensata e, ahimè, colpevole compressione dei princìpi di Giustizia che si è verificata in questi due Paesi, caratterizzati storicamente dal sistema di Common Law da sempre antesignano nel riconoscimento dei diritti e nell’esercizio della Giustizia.

Questa assoluzione mi auguro serva a far comprendere che la Giustizia, quella vera, quella che incide sulla vita di ciascuno di noi, si forma solo e soltanto nel Processo, nel contraddittorio tra le parti. La Giustizia non può essere quella emersa dalle parole di improbabili accusatori o, peggio, quella descritta nei caratteri e nelle parole di qualche spregiudicata testata giornalistica, impegnata più nello sciacallaggio mediatico che non nel rispetto del diritto di cronaca. Un sistema, quello della giustizia sommaria, che trova infine sublimazione nel mare magnum, privo di regole e di morale, dei social network. Sempre più spesso, purtroppo anche in Italia, la verità processuale cede il passo alla verità mediatica frutto di una cronaca giudiziaria (per fortuna non tutta) priva di scrupoli e più impegnata ad additare il colpevole che non a ricercare criticamente la verità. Una vita spezzata, anzi correggo, tante vite spezzate; quella di Kevin Spacey, quella della sua famiglia e quella di chi gli vuole bene.

Per anni sotto la scure di una giustizia sommaria, mediatica, Spacey è stato designato dai media come il colpevole di efferati reati che in verità non ha mai commesso. Da carnefice oggi ci accorgiamo che è stato vittima di una giustizia ingiusta, che lo ha leso irreparabilmente nella sua reputazione, nel suo onore, nella sua dignità, oltre ad avergli distrutto la vita professionale. È bene ripetercelo: per tutto il mondo egli è stato, per oltre quattro anni, il “predatore seriale, viscido e spregevole” (così gli atti d’accusa), e oggi, grazie alla Giustizia vera, quella che si esercita davanti ai giudici nel Processo, torna finalmente ad essere Kevin Spacey, un uomo vittima di una distorsione e di un arretramento culturale che sta colpendo tutto l’Occidente e che vede negli Stati Uniti un negativo anticipatore. Per ironia della sorte si potrebbe affermare che Kevin Spacey in questi anni fosse stato confuso col suo personaggio più famoso, quello del politico corrotto, privo di scrupoli e morale. Egli però non lo era, era invece il grande attore che con grande capacità e con grande professionalità ha interpretato il suo carnefice, metafora (il politico corrotto) dello scadimento dei valori essenziali delle nostre società.

Le deriva giustizialista, lo sciacallaggio mediatico, il massimalismo giudiziario rappresentano un’aggressione profonda alla nostra cultura, ai nostri valori giuridici, una vera involuzione. Permettere che la nostra cultura giuridica ceda il passo alla rabbia giustizialista, significa non solo mortificare la nostra storia, ma indietreggiare verso sistemi sommari che abbiamo sempre e giustamente contrastato. Siamo l’Occidente, siamo i figli di culture democratiche, siamo fermi sostenitori dello stato di diritto, per questo dobbiamo reagire con forza a questa spinta verso l’anticultura massimalista, giustizialista, che minaccia ahimè non solo gli Stati Uniti, ma anche la nostra Europa e la nostra Italia. Francesco Bonifazi

Estratto dell’articolo di Arianna Farinelli per “la Repubblica” giovedì 27 luglio 2023.  

Kevin Spacey è stato assolto ieri a Londra dall’accusa di aver abusato sessualmente di quattro uomini. Durante il processo il suo avvocato ha dichiarato che chi lo accusava ha mentito solo per ottenere dei benefici finanziari. Già l’anno passato, Spacey era stato assolto in un altro processo per abusi sessuali a Manhattan. Non è questo il primo processo dell’era del MeToo che finisce in questo modo. Lo scorso anno l’ex moglie di Johnny Depp, Amber Heard, era stata condannata per aver ingiustamente accusato il marito di violenza.

E già allora il New York Times scriveva che quel processo aveva decretato una volta per tutte la fine del MeToo, il movimento diventato globale dopo le accuse di abusi sessuali al produttore Harvey Weinstein. In questi anni il MeToo ha finito per travolgere il mondo del cinema, della finanza e della politica, con decine di uomini in posizioni di potere rimossi dai loro incarichi. Ma è stato accompagnato anche da forti polemiche perché spesso la responsabilità degli accusati veniva sancita senza una reale dimostrazione della veridicità dei fatti. 

E ci sono stati casi famosi, come quello di Woody Allen, che hanno diviso l’opinione pubblica e decretato la fine della carriera del regista, almeno negli Stati Uniti. Quest’anno il film di Allen e quelli di registi come Luc Besson e Roman Polanski, anche loro accusati di abusi, verranno presentati alla Mostra di Venezia, segno che forse i tempi sono davvero cambiati rispetto al MeToo.

Quello che invece non è cambiato, e anzi è in crescita, è la violenza di genere: più 33% di casi di violenza sessuale nel 2022, secondo il ministero dell’Interno. Pertanto, il punto vero non è se il MeToo è morto come movimento, ma se la battaglia per i diritti delle donne è viva. Nel nostro Paese, poi, come hanno dimostrato i casi di cronaca delle ultime settimane, è sempre più radicato il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita. Il 12 luglio il Parlamento Europeo ha approvato una direttiva per combattere più efficacemente la violenza di genere negli Stati dell’Unione.

[…] Forse, invece di occuparci dei processi alle celebrità, dovremmo impegnarci in un profondo cambiamento culturale, oltre che giuridico, affinché si crei maggiore consapevolezza e rispetto attorno al tema del consenso.

Estratto dell’articolo di Caterina Soffici per “la Stampa” giovedì 27 luglio 2023.

Kevin Spacey non è più un mostro. L'hanno assolto ieri a Londra da tutti e nove i capi d'accusa, tra cui violenza sessuale e induzione di attività sessuali senza consenso. Per tutto il tempo della lettura dei verdetti l'attore due volte premio Oscar è rimasto in piedi in un box trasparente al centro dell'aula, in abito blu scuro, guardando la giuria senza far trasparire emozioni. […] 

La giuria ci ha messo appena dodici ore e mezza a decidere. Una giuria composta da 12 cittadini britannici comuni (nove uomini e tre donne) tirati a sorte dalle liste elettorali.

Un aspetto interessante, questo, perché il verdetto popolare ribalta la condanna mediatica contro l'attore descritto negli ultimi sei anni come un «predatore seriale», «viscido, disgustoso e spregevole», un «cobra che si credeva intoccabile» in quanto ricco, potente e famoso, paragonato a un serpente perché abile in una mossa fulminea con la quale si avventava sugli organi sessuali delle sue giovani prede.

Il verdetto arriva dopo un processo lungo un mese, nel giorno del compleanno numero 64, e c'è già chi parla di una nuova nascita per Spacey. Anche se non è ovvio rifarsi una vita, dopo che sei stato uno dei simboli negativi del potere cattivo dei maschi di Hollywood, e quattro uomini ti hanno accusato, proprio all'inizio del #MeToo, di aver abusato del tuo potere per molestarli sessualmente.

Era il 2017 quando le accuse di comportamenti inappropriati sono iniziate ad emergere contro Spacey su entrambe le sponde dell'Atlantico. Durante il processo, sono stati ascoltati i quattro uomini che hanno dichiarato che Spacey li aveva aggrediti tra il 2001 e il 2013, durante il periodo in cui l'attore è stato il direttore artistico dell'Old Vic, il più importante teatro di prosa londinese.

Uno dei denuncianti aveva accusato Spacey di averlo toccato più volte senza il suo consenso. In una occasione, nel 2004 o nel 2005, ha detto che l'attore gli ha afferrato i genitali così forte da farlo quasi uscire di strada mentre era alla guida e si stavano dirigendo al "White White Tie and Tiara Ball" di Elton John. 

[…] Un altro accusatore ha detto di aver scritto a Spacey sperando che gli facesse da mentore e di essere poi andato a bere qualcosa a casa dell'attore a Londra. Lì si sarebbe poi addormentato e si sarebbe svegliato trovandosi Spacey in ginocchio che gli praticava sesso orale. Spacey ha ammesso queste relazioni, ma ha sostenuto che erano consensuali.

La difesa (che pare sia costata all'attore tra i 2 e i 3 milioni di sterline) ha giocato tutto sull'aspetto del ricatto, sostenendo che tre dei denuncianti hanno mentito nella speranza di ottener un guadagno economico. Patrick Gibbs, l'avvocato di Spacey, ha sostenuto che lo stile di vita promiscuo dell'attore lo ha reso un «bersaglio facile» per le false accuse.

L'attore dal canto suo ha ammesso di aver fatto uso di droghe «ricreative» ma ha sempre negato di aver approfittato del suo ascendente e di aver agito in modo non consensuale. Va anche ricordato che nel 2022, una giuria federale di Manhattan aveva dichiarato Spacey non responsabile di percosse dopo che l'attore Anthony Rapp aveva intentato una causa accusandolo di averlo assaltato e di avergli fatto una avance sessuale nel 1986, quando Rapp aveva 14 anni. Ora è da capire se davvero questa seconda rinascita a 64 anni sarà possibile. […]

In difesa di Golia. Tommaso Cerno su L'Identità il 28 Luglio 2023

Come in una nemesi i Soliti Sospetti, la figura più forte accusata da quella più debole, si trasforma nei soliti pregiudizi. Kevin Spacey è condannato dal mondo, cade dal suo altare ma poi è innocente. Perché Davide e Golia non è sempre la realtà. Dovremmo trarre una lezione dall’esito del processo di Londra a quello che è stato il più grande attore del momento nel mondo proprio quando venne colpito dalle accuse di molestie da parte di giovani aspiranti attori che l’avevano incontrato.

È stato facile scrivere la trama del film che lui non aveva ancora girato. Un film in cui chi non era Kevin si sentiva vittima di un successo planetario e tifava per quelle accuse. Accuse che si sono materializzate come una condanna dantesca, cancellando il suo nome dal cinema in poche ore, cancellandolo dai titoli di coda, cancellandolo dai progetti già in corso, mentre nel silenzio ipocrita tutti noi avevamo già deciso che quel signore che sugli schermi era il presidente degli Stati Uniti cinico e fluido Underwood nella realtà era un molestatore di ragazzini. E nell’America neopuritana non c’è stato scampo. È un po’ il sistema hollywoodiano applicato alla giurisprudenza quello che ci fa leggere la trama come l’avrebbe scritta uno sceneggiatore, quella trama che vediamo ripetersi nelle fiction nei film identica sempre, quella trama per cui il debole ha ragione e prima o poi riuscirà nella società perfetta che non guarda in faccia a nessuno a sconfiggere il potente.

Il problema è che le società perfette non esistono e che non sempre le trame corrispondono alla realtà. Anche se ci piacerebbe pensare che chi ha fatto e ha avuto più di noi in fondo nasconde segreti inconfessabili, anche se ci stimola l’idea che veder cadere chi sta in alto porta un po’ più in alto anche noi, si tratta di grandi bugie che raccontiamo a noi stessi. E che mostrano invece quanto poco crediamo davvero in quello che diciamo.

Noi vogliamo una giustizia uguale per tutti e invece la giustizia ha sempre il manico dalla parte di chi accusa. Noi vogliamo una società da sogno in cui non è possibile che una persona che non ha avuto ciò che voleva dalla vita inventi delle accuse o ingigantisca dei fatti perché non potendo arrivare là dove un altro è arrivato vuole veder scendere lui fino al suo livello. Eppure succede anche questo. Perché non è detto che un grande attore, inarrivabile, narcisista, omosessuale debba per forza violentare o molestare i ragazzi che incontra nella vita privata o in quella lavorativa.

Come non è sempre vero che il debole che denuncia il più forte lo fa per un senso di giustizia, vincendo le paure o sfidando il sistema. Capita anche che lo faccia per invidia o per vendetta e che il sistema stia bello e schierato proprio dalla sua parte, indipendentemente dai fatti reali e se noi vogliamo davvero che chi subisce torti o malvagità, così come violenze o soprusi, possa difendersi da chi li ha compiuti usando una posizione di forza, sfruttando l’ufficio del capo, facendo quello che succede davvero in molti sistemi gerarchici, dobbiamo limitarci ad analizzare i fatti. Perché altrimenti noi faremo un danno proprio a chi è vittima davvero esponendo al mondo i limiti del nostro sistema giudiziario e morale.

Sono pronto a scommettere che nemmeno stavolta cambierà nulla perché è troppo bello dal divano di casa sposare la sentenza che ci fa vedere il mondo come più giusto, sensazione che non viene rovesciata nemmeno quando abbiamo le prove che la giustizia in quel caso stava tutta da un’altra parte. E così come nell’ultima scena dei Soliti sospetti mentre Kevin Spacey smette di zoppicare e mostra a tutti il vero volto di Kaiser Soze noi lo rivedremo camminare eretto a dirci che quel passo incerto che ha travolto la sua vita non era reale, mentre tutti guardavano da una parte la verità si consumava come in un gioco di prestigio agli antipodi del racconto su cui il mondo è rimasto sospeso per anni. Con la differenza che Soze era un criminale che fuggiva e si mimetizzava nel mondo incapace di afferrarlo mentre Kevin è un innocente che farà molta fatica a rientrare in quello spazio che durante la vita si era costruito recitando la parte di un altro.

Kevin Spacey, le nuove accuse di violenza: "Mi svegliai mentre faceva questo su di me". Alice Coppa su Notizie.it l'11 Luglio 2023

Una nuova testimonianza shock è stata ascoltata in aula alla Southwark Crown Court di Londra nel processo per abusi contro Kevin Spacey.

Kevin Spacey: le accuse del testimone

4 uomini hanno denunciato il celebre attore Kevin Spacey per 12 capi d’accusa relativi a reati sessuali e nella terza settimana del processo, riferisce il sito americano di The Hollywood Reporter, alla giuria è stato mostrato un video di un’intervista della polizia risalente al 2007 in cui la quarta presunta vittima ha raccontato l’abuso che avrebbe subito da parte dell’attore nella sua abitazione.

L’uomo in questione lascia intendere di esser stato in qualche modo drogato da Spacey che, infine, avrebbe abusato di lui. Dopo un periodo di tempo imprecisato l’uomo si sarebbe svegliato sul divano presente nella casa dell’attore e avrebbe trovato Spacey inginocchiato sul pavimento intento a praticare del “sesso orale su di lui” dopo avergli aperto i pantaloni. La presunta vittima a seguire si sarebbe allontanato da casa dell’attore e, a suo dire, lo stesso Spacey gli avrebbe intimato di non dire nulla di ciò che era avvenuto.

L’attore – che ha fatto coming out quando sono emerse le prime accuse di abusi ai suoi danni – si è sempre dichiarato innocente e al momento non ha rilasciato dichiarazioni.

Estratto dell'articolo di tg24.sky.it mercoledì 26 luglio 2023.

L'attore statunitense Kevin Spacey è stato dichiarato non colpevole da una giuria presso un tribunale di Londra nel processo in cui era accusato di aver commesso reati sessuali nei confronti di quattro uomini. Il 64enne premio Oscar è stato assolto da nove accuse, tra cui violenza sessuale e induzione di attività sessuali senza consenso. 

I presunti abusi e molestie sessuali contestate a Londra riguardavano vicende risalenti a un periodo compreso fra il 2001 e il 2013. Il verdetto della giuria popolare, radunata dinanzi alla Southwark Crown Court, è arrivato dopo circa un mese di udienze. L’attore si era sempre dichiarato innocente rispetto alle accuse, riguardanti una decina di episodi, rivoltegli da 4 uomini più giovani tra cui un ex aspirante attore.

Le accuse erano denunciate in due tranche, prima dal giovane aspirante attore, poi da altri tre uomini che a quel tempo avevano tra i 20 e i 30 anni. Nella fase finale del procedimento la pubblica accusa ha insistito nel presentare il due volte premio Oscar come un personaggio che ha sfruttato il suo potere e la sua influenza nel mondo dello spettacolo per abusare di uomini più giovani di lui sostenendo che il suo comportamento andasse giudicato alla stregua delle molestie sessuali commesse ai danni di donne e denunciate dal movimento MeToo.

L'avvocato difensore di Spacey, Patrick Gibbs, ha invece negato ogni accusa, sebbene l'attore abbia riconosciuto di essere una persona "promiscua" e ammesso di aver fatto uso di droghe "ricreative" ma allo stesso tempo ha negato con forza di aver approfittato del suo ascendente e di aver agito in modo non consensuale. […]

 Estratto dell’articolo di Paola De Carolis per il “Corriere della Sera” mercoledì 26 luglio 2023.

Si è difeso dicendosi, tra le lacrime, un uomo «propenso al flirt» ma non per questo «cattivo» e definendo le accuse di molestie e violenze sessuali a lui rivolte «pura follia»: al termine di un processo lungo quasi un mese, il destino dell’attore Kevin Spacey è ora nelle mani di dodici giurati. 

Spetterà a loro – normalissimi londinesi convocati a svolgere il proprio dovere civico – decidere chi ha ragione in un caso che alla Southwark Crown Court di Londra ha portato una sfilata di star e l’attenzione dei media internazionali. 

Due volte premio Oscar – per American Beauty e I soliti sospetti – ex direttore del teatro Old Vic, famosissimo anche grazie alla serie House of Cards, Spacey si è battuto con ogni mezzo: conferma dell’importanza del verdetto londinese, si è avvalso della testimonianza via video di Elton John e del marito David Furnish oltre a quella di Chris Lemmon, figlio di Jack, che lo hanno ritratto come un amico affidabile e sempre pieno di rispetto verso gli altri, […]

[…] L’assoluzione piena gli permetterebbe di riavviare una carriera interrotta bruscamente dalle prime accuse nel 2017, all’epoca degli esordi del #MeToo. Un verdetto di colpevolezza, invece, allontanerebbe la possibilità di riabilitazione in modo definitivo. 

Quattro gli accusatori – la loro identità è protetta dalla legge, ma si sa che del gruppo fanno parte un ex autista di Spacey e un aspirante attore – e dodici i capi d’accusa, che risalgono al periodo tra il 2001 e il 2013. Spacey in aula à stato descritto come un predatore seriale «viscido, disgustoso e spregevole».

Nel corso delle udienze sono emersi i dettagli delle presunte molestie: da quella che è stata definita la «mossa caratteristica» di Spacey, ovvero l’abilità di afferrare l’inguine delle sue vittime in modo inaspettato e violento, a un rapporto di sesso orale avuto con un uomo che crede di essere stato drogato una volta arrivato nell’appartamento dell’attore. Le azioni e i movimenti di Spacey sono stati paragonati a quelli di «un cobra che si credeva intoccabile».

Da parte sua, l’attore ha ammesso di aver condiviso momenti di intimità con alcuni suoi accusatori ma ha sottolineato di aver avuto soltanto rapporti consensuali.

Ha ammesso inoltre di aver «interpretato male» i segnali ricevuti da uno dei quattro uomini e di aver cercato di spingersi «goffamente» oltre il flirt prima di capire di aver frainteso. Ha detto di aver fatto uso di droghe e di essere promiscuo, aggiungendo però che tutto questo non fa di lui un mostro. […]

Non colpevole. Kevin Spacey assolto per le accuse di molestie sessuali, perché l’attore era finito sotto processo. È terminato con una sentenza di assoluzione il processo ai danni della star di Hollywood. A denunciarlo sono stati quattro uomini. Redazione Web su L'Unità il 26 Luglio 2023

“Non colpevole“, lo ha stabilito la giuria londinese che si è occupata del processo a carico di Kevin Spacey. La decisione è giunta dopo tre giorni di riunione in camera di consiglio. Il verdetto è stato già consegnato alla Southwark Crown Court. L’attore era stato accusato di molestie sessuali, dopo la denuncia di quattro uomini. I fatti sarebbero accaduti venti anni fa. Tre hanno dichiarato di essere stati afferrati in modo violento da Spacey al linguine. Il quarto, un aspirante attore, l’aveva invece accusato di avergli praticato del sesso orale dopo essersi risvegliato a casa della star di Hollywood, dove era svenuto o si era addormentato.

L’altro procedimento giudiziario

L’attore si è sempre dichiarato non colpevole. Perché Kevin Spacey è stato accusato? La star di Hollywood è stato assolto lo scorso ottobre dalla Corte Federale di New York dopo che il premio Oscar era finito sotto processo in seguito alle accuse del collega Anthony Rapp. Quest’ultimo, lo aveva denunciato per alcuni fatti avvenuti nel 1986. Rapp sarebbe stato molestato da Spacey quando aveva 14 anni e l’attore era già noto a Broadway. La denuncia fu fatta nel 2017 e la presunta vittima chiese 40 milioni di dollari di risarcimento. Sulla vicenda si scatenò il movimento ‘MeeToo‘. Il processo è durato tre settimane e i giurati hanno impiegato 90 minuti per prendere una decisione. Il verdetto è stato consegnato al giudice Lewis Kaplan.

Perché Kevin Spacey è stato accusato

Spacey è uno degli attori più famosi e importanti della storia del cinema. Ha vinto due oscar per le interpretazioni nei film I Soliti Sospetti e American Beauty. Da ricordare Americani, Il prezzo di Hollywood, Iron Will, Seven, L.A. Confidencial, Bugie, baci, bambole e bastardi, The big Kahuna, K-Pax, The life of David Gale. A causa delle accuse è stato licenziato da Netflix che gli impedì di essere protagonista dell’ultima stagione di House of cards. Lo stesso gli è capitato per il film girato da Ridley Scott, Tutti i soldi del mondo. Il lungometraggio ha raccontato la storia del rapimento di John Paul Getty III, nipote di uno degli uomini più ricchi del mondo: Jean Paul Getty. Proprio quest’ultimo era stato interpretato da Spacey, poi sostituito da Christopher Plummer. Redazione Web 26 Luglio 2023

 Estratto dell’articolo di Natalia Aspesi per “la Repubblica” sabato 29 luglio 2023

Oggi le prede che potevano concupire Kevin Spacey (o essere da lui concupite) l’hanno lasciato un po’ ciccio, come può esserlo a 64 anni uno che ha passato anni brutti tra gente bruttissima, a spiegare che quelle cose là lui non le aveva proprio fatte, per lo meno con loro. Proprio a Londra, dove era stato a dirigere l’Old Vic in tempi quasi remoti, dal 2003 al 2009, quando gli allora giovanetti da lui avvicinati dicevano di essersi addormentati mentre lui ne faceva di ogni colore e loro continuavano a dormire. […] ora le signore possono singhiozzare contente: innocente!

Anche lui, pover’uomo, di quei lontani passaggi tra giovanotti non aveva più memoria, ma il MeToo, vindice, che non fa differenze tra uomo, donna o altro, si è abbattuto su di lui per almeno cinque anni di umiliazione e vuoto: niente sesta puntata dell’appassionante Underwood per Netflix, niente Tutti i soldi del mondo in cui, sostituito da Christopher Plummer, doveva essere l’avaro miliardario Jean Paul Getty. 

Niente soprattutto Gore, prodotto da Netflix, sulla aristocratica vita di Gore Vidal, grande scrittore omosessuale americano, già girato ma messo in cantina. E in più, tanto per dire il suo momento di disperazione, si è lasciato mettere in un film di Franco Nero, L’uomo che disegnò Dio, scomparso in un baleno.

Riuscirà il grande attore Spacey a tornare a galla, mentre nel frattempo gli attori si son messi a scioperare e al cinema vanno ormai i novantenni? I tempi cambiano in un baleno. Adesso anche il MeToo, dopo aver raggiunto picchi estremi (quale quello di mandare in galera un buon giovane che ti diceva “che bel sedere”), sta un po’ in affanno. Ma pochi anni bastano a rendere vecchia una bella idea, a renderla frusta? 

Parliamo adesso delle vere protagoniste, le donne per cui il MeToo è nato. In un bell’articolo su Repubblica, Arianna Farinelli ricorda come il codice penale italiano, 609 bis, prevede che oggi il reato di stupro sia necessariamente legato alla violenza e non al rapporto sessuale senza consenso.

Sinceramente, e con tutta la buona volontà, è difficile pensare a una folla presente al fattaccio, che sostenga che ha ragione lei o ha ragione lui, col consenso o senza consenso. È dall’estate del 2019, quasi quattro anni, e da qualche settimana che ci si chiede se Ciro Grillo (con processo avviato) e Leonardo Apache La Russa (ancora a indagine) siano colpevoli o no, ed è probabile che le sentenze ci saranno quando i due saranno lieti nonni: […] 

Poi altre cose sono di molto cambiate. Secondo il Pd si sono raddoppiati i queer che le donne neanche le vedono, una massa immensa di influencer maschi e non solo loro ha imparato a depilarsi tutto e se non sembri un leone perché dovresti perdere tempo con una signorina? Ma poi dove sono finite le giovani timide che nulla sanno della vita e nessuno gli ha detto di tenerla ben stretta sino alle sante nozze, guarda la povera Maria Goretti? 

Si sa che oggi va di moda, anche in piena estate, uscire di casa a mezzanotte per andare a divertirsi nei luoghi giusti (come Apophis a Milano) sino alle 7 del mattino. Non per niente i giovani in vacanza al mare sanno che l’abbronzatura è del tutto fuori moda. È che passare la notte fuori può essere anche un po’ noioso e puoi passare al petting (che parola anziana!), giusto sino a quando ti accorgi che non va bene, la ragazza in quel momento, o dando spintoni, dice di no che è no ma può anche essere sì. Sì sì o sì no?

Forse il momento in cui stare insieme, in una bella notte di estivo tifone a 40 gradi con vento che sradica gli alberi, diventa da cose carine a stupro. Forse sì, forse no? MeToo è nato contro i produttori che pretendevano di portarsi a letto le ragazze che poi diventavano dive. Oggi quel tempo è già […] finito, il numero di film, per esempio in Italia, che poi nessuno va a vedere, è in parte fatto da registi ignoti, spesso più o meno inutili e malamente finanziati. La 80esima Mostra di Venezia, che si svolgerà dal 30 agosto con la direzione di Barbera, promette di essere un ritorno al grande cinema, come se tutto tornasse come prima. Chissà il MeToo.

L’assoluzione della marmotta. E ora fateci vedere Kevin Spacey che fa Vidal, o almeno fategli fare il cattivo di Mission: Impossible. Guia Soncini su L'Inkiesta il 27 Luglio 2023

Sono cadute anche le accuse londinesi, ma la nomea del più grande attore vivente ormai è rovinata. Chissà se esistono davvero quelli che promettevano che l’avrebbero scritturato una volta che fosse stato prosciolto 

«Molte persone temono che, se si schierano dalla mia parte, non avranno più una carriera. Ma so che c’è chi è pronto a scritturarmi nel momento in cui verrò prosciolto da queste accuse a Londra. Nel momento in cui accade, sono pronti a farsi avanti». L’ha detto il 6 maggio, a un intervistatore di Die Zeit, Kevin Spacey, che a quel punto era stato assolto o prosciolto in tutti i processi americani.

Ieri l’assoluzione della marmotta è tornata. Le accuse londinesi erano legate a quattro diversi uomini che asserivano d’essere stati forzatamente concupiti o toccati da Spacey, in un arco di tempo tra il 2001 e il 2013. Le accuse erano arrivate nel 2022, tre prima e una dopo l’ultimo articolo in cui avevo scritto: adesso che Spacey è stato assolto, potete per favore restituirlo al pubblico?

Questo per dire che, nonostante quello concluso ieri fosse l’ultimo processo pendente, non è affatto detto che oggi un attore senza talento o un qualunque tizio con qualche nevrosi non si sveglino e non decidano che la ragione della loro mancata realizzazione è che una volta si sono svegliati e hanno trovato Kevin Spacey che glielo stava ciucciando (una delle accuse londinesi era formulata esattamente così).

A quante assoluzioni si può assistere prima di decidere che sì, va bene, l’altare del consenso al quale ci inginocchiamo tutti (scusate il doppiosenso) è sacro, ma insomma chiunque conosca gli uomini in generale e gli uomini gay in particolare fatica a non mettersi a ridere di fronte a queste accuse, e non esiste che noi non possiamo vedere il film di Netflix su Gore Vidal (cioè: il più grande attore vivente che interpreta uno dei più interessanti personaggi del Novecento) perché qualcuno si è pentito d’essersi fatto fare un pompino da Kevin Spacey. Mi scuso per la crudezza coi lettori e con chi volesse affidarmi la conduzione d’una striscia in Rai, ma insomma di questo si tratta.

Non sono, dicevo, affatto sicura che quest’assoluzione sia quella definitiva, e quindi non so se l’ottimismo di Spacey sia giustificato, però la Zeit faceva l’esempio di Johnny Depp, trattato come un appestato finché erano in piedi le accuse di Amber Heard, e ora eccolo tornare in gran spolvero a Cannes con “Du Barry”. Solo che per Depp si sapeva dove stesse la fine: aveva meno ex mogli di quanti giovanotti ci saranno in giro con cui Spacey si è accoppiato in decenni di vita busona segreta.

C’è, inoltre, un altro vantaggio: lo sciopero del sindacato degli attori e di quello degli sceneggiatori. Magari tra un po’ Netflix si trova coi magazzini vuoti, magari quel Kevin Spacey nel ruolo di Gore Vidal che hanno da parte torna utile a riempire una stagione senza novità.

Se non avessero già presentato il programma di Venezia, sarebbe bello immaginarlo lì, in quest’Italia in cui, mi pare la definizione sia di Maria Laura Rodotà, il MeToo viene a morire. In programma c’è già Woody Allen: due assolti dai tribunali ma reietti della società civile ci starebbero bene.

Alla Zeit, Spacey ha detto anche che la sua reputazione è ormai irrecuperabile, non si può pensare di sanarla; leggevo e pensavo come sempre a Rhett Butler: chi ha coraggio fa anche a meno della reputazione. Ma soprattutto pensavo che forse giusto ai tempi della guerra civile americana si parlava di reputazione tanto quanto in questo secolo, in questo secolo che ogni giorno ci dimostra che la reputazione non conta niente, non vale niente, non esiste.

Per mille ragioni, che vanno dal fatto che nessuno sta dietro a tutte le notizie (ci sarà sempre quello che sa delle accuse a Spacey ma non delle assoluzioni), all’economia dell’attenzione che non ci permette di occuparci di tutto (esisterà persino un pubblico per cui Kevin Spacey è quello che fa Keyser Söze finto zoppo e poco più), all’attenzione labile dell’opinione pubblica: ogni giorno c’è qualcuno – un politico, una influencer, una scienziata, un calciatore – che viene sputtanato in modi che ci fanno pensare che non lavorerà mai più, e poi dopo una settimana è tutto dimenticato. Abbiamo già tante cose da pensare, possiamo mai tenere a mente gli scandaletti continui?

Mentre aspettava che la sua fedina penale tornasse immacolata, Spacey ha fatto una serie di cose minori (tra cui un film di Franco Nero, essendo noi appunto il paese dove il MeToo viene a morire, per non parlare di come si mangia bene). Il regista inglese di uno di questi film ha gongolato alla Zeit che, se Spacey fosse stato assolto, il suo sarebbe stato il primo film con Spacey innocente a venire distribuito – e ora così sarà, immagino. Ma, poiché a maggio ancora non si sapeva come sarebbe finita, aveva anche preso in considerazione l’ipotesi d’una condanna: «C’è gente che lo verrà a vedere lo stesso: nessuno ha smesso di ascoltare Michael Jackson».

Non è questione di distinguere l’uomo dall’artista: è questione che pochissime di noi hanno voglia di fare Torquemada quando ci svacchiamo sul divano. Vogliamo vedere un attore che ci piaccia, ascoltare una canzone che ci faccia ballare. È questione di livelli di talento piuttosto rari, e infatti Michael Jackson, per sostenere questa tesi, è l’esempio che usano sia Ricky Gervais sia Chris Rock nei loro monologhi. Non è che là fuori ci sia un pieno di cantanti accusati di cose brutte ma che hanno una discografia irresistibile. Non hanno scritto tutti “Billie Jean”, non hanno tutti, con la sola forza del loro sguardo sfrontato e della loro voce teatrale, reso imperdibile una puttanata sesquipedale qual era “House of Cards”.

Chissà se esistono davvero, quelli che hanno promesso a Kevin «appena t’assolvono ti scritturo». Voglio credere di sì, e voglio credere che uno di loro sia Chris McQuarrie, già sceneggiatore dei “Soliti sospetti”, e ora regista e sceneggiatore di tutto ciò che fa Tom Cruise. Riuscite a pensare a un esito più superfragilistico, dopo tutto questo golgota, di: Kevin Spacey cattivo cattivissimo nel prossimo “Mission: Impossible”?

DAGONEWS il 21 luglio 2023.

“Non è un crimine fare sesso, anche se si è famosi”. È questa la strategia difensiva dell’avvocato di Kevin Spacy, Patrick Gibbs. Nella sua arringa, il legale ha invitato i giurati di essere “sicuri” del loro verdetto, qualunque esso sia: “Se siete anche meno che sicuri, sarà vostro dovere dichiararlo non colpevole”. 

L’attore, due volte premio Oscar, deve rispondere di nove capi d’accusa per violenza sessuale, nei confronti di quattro uomini. La giuria dovrebbe ritirarsi lunedì prossimo, per poi emettere il verdetto. Mercoledì scorso, quattro capi d'accusa sono stati ritirati a causa di un "cavillo legale". Ma rimane l'accusa più grave: aver indotto una persona “a praticare attività sessuale penetrativa senza consenso”. Un reato che comporta una condanna massima all'ergastolo.

Variety ha ricostruito con un lungo articolo la vicenda: “Le quattro presunte vittime hanno testimoniato nel corso delle ultime quattro settimane insieme a familiari e amici. La denuncia più vecchia cronologicamente, che risale a un anno imprecisato dei primi anni 2000, sostiene che Spacey abbia ripetutamente toccato i genitali e il sedere della presunta vittima sopra i suoi vestiti e abbia messo la mano dell'uomo sui propri genitali. Nell'ultima occasione, Spacey avrebbe afferrato l'uomo - che stava guidando - così forte all'inguine da aver quasi causato un incidente d'auto. 

Spacey si difende sostenendo che si sia trattato di un rapporto "consensuale" e che non si è mai spinto oltre il “limite di sopportazione” della presunta vittima. L’attore afferma che la palpata all'inguine, che sarebbe avvenuta mentre si recava a un evento nella casa di Elton John a Windsor, non sia mai avvenuta.

La seconda presunta vittima ha detto invece che Spacey gli ha fatto commenti sessuali aggressivi nel 2005, prima di afferrarlo per l'inguine durante un evento di beneficenza. In questo caso l'attore ritiene il racconto del tutto inventato. Il terzo denunciante, che nel 2013 ha incontrato Spacey in un pub del Gloucestershire, prima di tornare nella casa in affitto dell'attore con un gruppo di amici per continuare la festa, ha accusato Spacey di aver cercato di baciarlo e, anche in questo caso, di avergli afferrato l'inguine. Spacey ha definito l'incontro un "passaggio maldestro" per il quale si è poi scusato. 

Arriviamo così alla quarta denuncia, la più grave. Risale al 2008, quando l’attore avrebbe portato un uomo nel suo appartamento di Londra dove si la vittima si sarebbe addormentato (o è svenuta). Quando l’uomo si è risvegliato, ha trovato Spacey che gli praticava del sesso orale. Spacey ha dichiarato che l'incontro era consensuale e ha fornito i tabulati telefonici per dimostrare che c'erano stati contatti continui durante quella sera e nei mesi successivi.

Nella requisitoria conclusiva di mercoledì, la pubblica accusa ha esortato la giuria a considerare la somiglianza dei quattro casi. Giovedì, però, l'avvocato di Spacey ha suggerito che le accuse si "sminuiscono" l'una con l'altra. "È facile inventare accuse contro un uomo nelle condizioni del signor Spacey", ha detto. "Con questo intendo un uomo promiscuo, un uomo che non si dichiara pubblicamente, anche se tutti gli addetti ai lavori sanno che è gay. Un uomo che vuole essere solo un ragazzo normale, che beve birra e ride e fuma erba e si siede davanti [al sedile di un'auto] e passa il tempo con persone più giovani da cui è attratto".

L'avvocato, che esercita da quasi 40 anni, ha anche ammonito la giuria a non lasciarsi influenzare dalla promiscuità o dall'orientamento sessuale di Spacey. "Non è un crimine amare il sesso e non è un crimine fare sesso, anche se si è famosi. Non è un crimine fare sesso occasionale, non è un crimine fare molto sesso e non è un crimine fare sesso con qualcuno dello stesso sesso, perché siamo nel 2023 e non nel 1823", ha detto Gibbs. 

"Potreste dedicare un momento a pensare dove si trova lo squilibrio di potere nel processo [del tribunale] e dove il signor Spacey - seduto da solo con un carceriere dietro il vetro - si colloca nell'equilibrio di potere in questo tribunale", ha detto Gibbs. "Non si tratta di una storia strappalacrime, [ma la difesa] si trova ad affrontare lo svantaggio di dover dimostrare il contrario molto tempo dopo".

Parlando a un'aula gremita, Gibbs ha usato la sua arringa per rivedere puntualmente la denuncia di ogni presunta vittima e suggerire alla giuria i motivi per cui le ritiene fallaci. 

"La realtà è che le false accuse, anche quelle apparentemente convincenti, esistono davvero", ha detto. "Non sempre, ma a volte accadono davvero, soprattutto quando ci sono di mezzo fama, denaro, sesso, segreti, vergogna e confusione sessuale". 

Riguardo alla “presa dell'inguine”, Gibbs ha detto che si tratta di una "finzione progettata per drammatizzare e dare dignità a una reimmaginazione, molto tempo dopo gli eventi, di tutto ciò che è realmente accaduto tra i due uomini". Ha inoltre affermato che la data del presunto incidente è stata smentita da documenti e testimonianze di Elton John e di suo marito David Furnish, oltre che dal modo in cui Spacey ha viaggiato per recarsi all'evento di Windsor.

Gibbs si è poi soffermato sull'evento di beneficenza, durante il quale Spacey avrebbe fatto commenti sessualmente aggressivi prima di bloccare il denunciante a un muro e afferrargli il pene. "Ci sono parole che attirano l'attenzione", ha detto Gibbs. "Cazzo è una, scopare è un'altra, succhiare è una terza". "Non è stato sentito da nessuno", ha concluso, indicando le testimonianze di alcune persone che si sono occupate dell'evento di beneficenza e che hanno negato di aver sentito Spacey fare commenti sessuali o di averlo visto aggredire qualcuno. […]

Per quanto riguarda la denuncia più grave, in cui Spacey è accusato di aver praticato sesso orale a un uomo mentre era addormentato o incosciente, Gibbs ha fatto riferimento ai tabulati telefonici che, a suo dire, smentiscono la versione dei fatti della presunta vittima.

 L'uomo ha affermato di essere rimasto incosciente per circa cinque ore, fino al mattino, mentre Spacey ha detto che l'incontro consensuale è durato circa due ore prima che l'uomo cambiasse atteggiamento e lasciasse rapidamente l'appartamento. I "vecchi" tabulati telefonici di Spacey mostrano che ha effettuato una chiamata di 19 secondi all'uomo intorno a mezzanotte e mezza e una serie di chiamate e messaggi nei mesi successivi. 

Interrogato sui tabulati telefonici al banco dei testimoni, la presunta vittima ha detto di non aver mai ricevuto chiamate o messaggi successivi da Spacey e ha suggerito che l'attore potrebbe aver usato un "malware" per farli sembrare inviati.

"Un malware che genera messaggi di testo casuali a persone a cui hai fatto un pompino?". Ha detto Gibbs nella sua arringa finale. "Si potrebbe dire che qualcuno ha guardato troppo CSI". 

L'avvocato ha anche messo in dubbio l'affermazione dell'uomo di essersi "addormentato" nell'appartamento di Spacey. "Le cose erano così noiose, così soporifere nell'appartamento del premio Oscar che si è appisolato?”, ha chiesto Gibbs, con la voce carica di incredulità.

Gibbs ha cercato di dipingere Spacey come un uomo decisamente poco passionale, dicendo che era "comprensibile" che volesse ubriacarsi in un pub del Gloucestershire dove la gente lo chiama "K-dog" piuttosto che "Lex Luthor". "Che possa trovare interessante almeno quanto stare su un tappeto rosso e sorridere per la telecamera con qualcun altro che ha vinto un Oscar", ha detto Gibbs. 

L'avvocato ha anche parlato della "cancellazione" di Spacey dopo le accuse mosse contro di lui dall'attore Anthony Rapp nel 2017. Ha fatto due volte riferimento alla "mostrificazione" di Spacey e ha elogiato Elton John e Furnish per il loro "coraggio" nell'accettare di essere testimoni della difesa. 

Gibbs ha dichiarato che, nonostante gli "ovvi rischi di associazione con un uomo il cui nome è diventato tossico", il duo ha accettato di testimoniare lunedì in videoconferenza da Monaco riguardo alla presenza di Spacey al loro annuale White Tie and Tiara Ball all'inizio degli anni 2000, nonché se l'attore abbia mai visitato la loro casa di Windsor in altre occasioni.

"Per il loro eterno merito, [John e Furnish] sono rimasti in piedi e hanno contato come testimoni nella difesa di un uomo che è stato universalmente cancellato", ha detto Gibbs. "Rischiando senza dubbio l'ira di Internet per essere associati a un uomo a cui non è stato permesso di lavorare negli ultimi sei anni". 

Dopo che Gibbs ha terminato le sue dichiarazioni conclusive, Spacey si è avvicinato all'avvocato e gli ha dato una pacca sulla spalla, apparentemente in segno di gratitudine.

Ivan Marra per cinema.everyeye.it il 21 luglio 2023.

Sono giorni decisivi per la vicenda Kevin Spacey: l'attore si trova in questi giorni a doversi difendere in tribunale dalle ben note e molteplici accuse di molestie rivolte nei suoi confronti negli anni scorsi, e nel farlo è tornato ancora una volta ad affrontare la tanto discussa questione del suo coming out. 

Come probabilmente ricorderete, Zachary Quinto e altri avevano accusato Spacey di aver fatto coming out solo per distrarre l'opinione pubblica da quanto gli stava accadendo: un'accusa di cui la star di American Beauty ha parlato proprio in queste ore, chiarendo di non aver mai agito con quest'intenzione. 

"Su di me avvertivo tantissima pressione, sapevo di dover fare qualcosa. Se non avessi detto che sono gay sarebbe stato un incubo dal punto di vista dei danni d'immagine. Ora però capisco anche la reazione di molte persone di fronte a quella scelta. [...] La comunità gay mi invitava da tempo a uscire allo scoperto, l'ho fatto solo allora per mettere una volta per tutte a tacere le voci sulla mia sessualità" sono state le sue parole. 

Spacey ha concluso: "Ora che le accuse che mi ha fatto Anthony Rapp si sono rivelate false, forse qualcuno potrà comprendere meglio il perché della mia decisione di allora". Vedremo se queste spiegazioni basteranno: nei giorni scorsi, intanto, una delle presunte vittime di Spacey l'ha paragonato al John Doe di Seven.

Estratto da lastampa.it sabato 15 luglio 2023.

«Molto aperto, a volte promiscuo: ma questo non fa di me una cattiva persona». Nuovi elementi sono emersi dalla prima testimonianza di Kevin Spacey al processo londinese che lo vede imputato di cattiva condotta sessuale. 

L’attore si è sforzato di trattenere le lacrime raccontando di come le accuse per violenza sessuale abbiano sconvolto la sua carriera. «Il mio mondo è esploso», ha detto Spacey in aula. «C’è stata una corsa al giudizio e prima ancora che la prima domanda fosse posta o avesse avuto risposta, ho perso il lavoro, ho perso la mia reputazione, ho perso tutto nel giro di pochi giorni».

[...] Le odierne accuse che invece lo vedono imputato a Londra sono relative all’aggressione sessuale nei confronti di quattro uomini: per tre di loro, Spacey nel controinterrogatorio ha negato ogni responsabilità e ha definito «passaggio maldestro» l’aver afferrato l’inguine del quarto accusatore. 

gli [...] è stato chiesto se potesse aver ignorato o capito male i segnali delle persone con cui ha interagito. Spacey ha risposto di aver «decisamente interpretato male» i segnali di uno dei denuncianti, aggiungendo: «E lo accetto». [...] Spacey ha risposto che trovava più difficile fidarsi delle persone «a causa di quello che ero».

Estratto dell'articolo di blitzquotidiano.it venerdì 7 luglio 2023.

In questi giorni l’attore Kevin Spacey […] sta affrontando un nuovo processo per violenze sessuali nel periodo in cui era direttore artistico di un importante teatro di Londra, l’Old Vic Theatre. 

La procuratrice Christine Agnew, come raccontano i tabloid inglesi, lo ha definito “un uomo che non rispetta i confini o lo spazio personali, un uomo che sembra divertirsi nel far sentire gli altri impotenti e a disagio, un bullo sessuale“. Anche a Londra Kevin Spacey si è dichiarato innocente.

In aula intanto è stata divulgata la testimonianza di uno dei quattro uomini che lo ha denunciato. Spacey, le parole dell’accusatore, lo avrebbe afferrato “come un cobra”. L’uomo dice di aver incontrato l’attore premio Oscar a un evento in un teatro del West End nel 2005. 

Nella registrazione dell’interrogatorio della polizia, che è stata divulgata nel corso dell’udienza, la vittima ha raccontato che Spacey “puzzava di alcol” e “sembrava spettinato”. “La mia prima impressione è che fosse molto arrogante, mi trattava dall’alto in basso”. 

“Ha guardato la mia regione inguinale. È stato molto aggressivo. Nessuno mi ha mai parlato in quel modo. Era tutto hardcore”: Poi Spacey lo avrebbe afferrato: “con una tale forza che è stato davvero doloroso”. E qui la similitudine “come un cobra”. 

“Ricordo di essermi congelato e di aver spinto via il suo braccio e di essermi sentito scioccato e frustrato dal fatto che qualcuno era così squallido nei miei confronti”.

Kevin Spacey e le denuncia per molestie: «Non mi sono mai nascosto, non ho vissuto in un grotta». Stefania Ulivi, inviata a Torino su Il Corriere della Sera il 16 Gennaio 2023.

L’attore a Torino per tenere una masterclass e ricevere un premio si confessa

Prove tecniche di ripartenza dopo una assoluzione per molestie ma con ancora altri procedimenti penali in corso. Kevin Spacey è in Italia in visita ufficiale, invitato dal Museo del cinema di Torino per tenere una masterclass e ricevere il premio Stella della Mole, con la proiezione di American Beauty, per cui vinse il suo secondo Oscar. “Non chiamatela ripartenza” dice nell’incontro stampa in un albergo torinese. Di vicende giudiziarie l’attore 63enne non parla, c’è un processo in corso – nei giorni scorsi qui da Torino ha dovuto collegarsi con l’udienza davanti al giudice della Southwark Crown Court di Londra, dichiarandosi non colpevole dei capi di accusa contestatigli -, la star de I soliti sospetti e House of cards parla di come ha vissuto gli ultimi anni. “La mia vita è andata avanti. Non mi sono mai nascosto, non ho vissuto in una grotta. Sono andato al ristorante, ho visto amici, incontrato persone, anche lavorato. Sono grato a Franco Nero che mi ha voluto nel suo film L’uomo che disegnò Dio, per il gesto ancora prima che per la parte”.

Una carriera la sua che ha un prima e un dopo l’ottobre 2017. Lo avevamo lasciato sul set di Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott, da cui fu sostituito, con il film già al montaggio, con Cristopher Plummer che dovette rigirare tutte le sue scene. Travolto dall’accusa di aver molestato nel 1996 Anthony Rapp, all’epoca quattordicenne, vicenda per cui ha ricevuto un’assoluzione nei mesi scorsi. Dopo quella di Rapp ne sono arrivate altre, alcune archiviate, e altre in corso come quella partita dalla denuncia di un uomo per diversi episodi avvenuti tra il 2001 e il 2004. I ruoli memorabili come il Lester Burnham di American Beauty o il Frank Underwood di House of cards sono alle spalle, pronto a parlarne come farà nella masterclass. Oggi arrivano film come “Once upon a time in Croatia” di Jacov Sedlar, sulla figura, molto controversa, del leader Franjo Tudjiman. O quello che ha girato in North Carolina “Peter 58” del giovane Micheal Zaiko Hall. “La vita è piena di occasioni e opportunità di imparare. A volte è importante stare in silenzio e ascoltare, e nel silenzio trovare le risposte”.

Quindi, cancelliamo Kevin Spacey? Pedro Armocida il 14 Gennaio 2023 su Il Giornale.

C'è chi dice no. No, non va bene dare un riconoscimento artistico, la Stella della Mole del prestigioso Museo del Cinema di Torino, a un attore due volte Premio Oscar. Perché no? Perché Kevin Spacey, che lunedì riceverà il riconoscimento dalle mani del presidente del museo Enzo Ghigo e da Vittorio Sgarbi sottosegretario alla Cultura, è accusato di molestie sessuali. Ieri il quotidiano di Torino, La Stampa, rilanciava le posizioni di Cinzia Spanò, una delle fondatrici dell'associazione Amleta che raccoglie le testimonianze di chi ha subito molestie nel mondo del cinema, per la quale «cultura e violenza non possono stare insieme» mentre Laura Onofri di Se non ora quando? s'è detta convinta che non si può dare spazio a una persona «che ha avuto questo tipo di problemi». Va ricordato che la prima denuncia, la più famosa perché scoperchiò un vaso di Pandora pieno di altre accuse odiose (abusi sessuali su minori, come quella dell'attore Anthony Rapp che nel 2017, sull'onda del caso Weinstein, lo accusò di molestie avenute nel 1986 quando Spacey aveva 26 anni e lui 149 si sia conclusa con un'assoluzione «perché il fatto non sussiste», così ha sentenziato nell'ottobre scorso la giuria della causa civile a New York. Intanto in questi cinque anni l'attore sessantatreenne che, in seguito alla prima accusa, ha fatto coming out dichiarando la propria omosessualità, è diventato persona non grata a Hollywood e la sua carriera s'è interrotta forse per sempre. È la conseguenza dei processi mediatici che non sono mai equi e giusti né per i presunti colpevoli né per le vittime a cui va tutta la solidarietà. Vedremo come andrà a finire con l'incriminazione per molestie sessuali nei confronti di tre uomini, all'epoca pre-adolescenti, nel Regno Unito. Spacey proprio ieri si è dichiarato innocente in video collegamento (è già a Torino dove lunedì terrà anche una masterclass) di fronte al giudice dell'udienza introduttiva del processo che si terrà in estate. Ma intanto, oggi, è un uomo libero, innocente come chiunque fino a che una sentenza non ne dichiari la colpevolezza, che può ritirare un premio che riconosce giustamente le qualità attoriali d'uno dei grandi interpreti della storia del cinema (American Beauty) e delle serie tv (House of Cards).

Estratto dell'articolo di Gloria Satta per "Il Messaggero" il 10 gennaio 2023.

«Ci è voluto coraggio per scritturarmi, mentre molti altri hanno avuto paura. E per questo sarò sempre grato a Franco Nero». Kevin Spacey racconta in esclusiva al Messaggero la sua rinascita avvenuta grazie a un film italiano, girato a Torino: L'uomo che disegnò Dio, diretto appunto da Nero. Il grande attore americano, 63 anni, due Oscar e una carriera leggendaria, camaleontica, parla per la prima volta dopo cinque anni. Anni lunghi una vita in cui, travolto dalla furia giustizialista del movimento #MeToo con le sue denunce a scoppio ritardato, è finito sotto processo per molestie sessuali ed è stato messo al bando da Hollywood. (…)

Perché ha scelto di tornare al cinema proprio con questo film?

«Come tutti gli attori, vado dov'è il lavoro. Ma a dire la verità è stata la decisione di Franco Nero di scritturare proprio me a farmi accettare la proposta. Ha avuto coraggio, mentre tanti altri hanno avuto paura. La mia gratitudine per lui sarà per sempre».

 Non le dispiaceva non essere il protagonista?

«La parte era piccola, ma l'invito aveva un grande significato. Ho detto di sì non tanto al ruolo che avrei interpretato sullo schermo quanto al ruolo che Franco stava giocando nella mia vita».

(…)

 E adesso che progetti ha?

«Stanno succedendo tante di quelle cose che è difficile pianificare. Un tempo avevo un programma del tutto diverso e decidevo le opportunità su tutta la linea. Ma ora il lavoro più importante che voglio fare non riguarda la recitazione».

Cosa intende?

«Riguarda me stesso e gli altri. Ogni giorno rappresenta un'opportunità di fare meglio, far ridere qualcuno per contribuire a rendere buona la sua giornata. E in passato non mi sono concentrato come avrei potuto su questo aspetto. Come molti attori ho guardato troppo a me stesso».

 (...)

Dagospia l’11 gennaio 2023. “UN’ESCLUSIVA MONDIALE A KEVIN SPACEY PUÒ SUSCITARE INVIDIE. È UMANO, ANCHE SE UN PO’ PATETICO” – GLORIA SATTA SCRIVE A “DAGOSPIA” E RISPONDE PICCATA A VALERIO CAPPELLI CHE L’AVEVA ACCUSATA DI AVER ACCETTATO L’INTERVISTA CON L’ATTORE CON LA CLAUSOLA CHE LE IMPEDIVA DI FARE DOMANDE SULLE VICENDE GIUDIZIARIE: “BASTA UN MINIMO DI ESPERIENZA DI GIORNALISMO PER SAPERE CHE NESSUNO PARLEREBBE MAI PUBBLICAMENTE DEI PROCESSI. C’È CHI MASTICA AMARO, MA…”

LA RISPOSTA A "DAGOSPIA" DI GLORIA SATTA A VALERIO CAPPELLI 

Carissimo Dago,

capisco che un’esclusiva mondiale come la prima intervista a Kevin Spacey dopo cinque anni e rotti di silenzio, dovuto alle sue vicende giudiziarie, possa suscitare invidie. E’ umano, anche se un po’ patetico.

 Basta un minimo di esperienza di giornalismo per sapere che nessuno parlerebbe mai pubblicamente dei processi che lo vedono imputato, specie se ultra-delicati, e ancora in corso.  Spacey, di cui ho correttamente riportato la situazione giudiziaria, ha tutto il diritto di non prendere posizione dell’argomento per difendersi nelle sedi opportune.

Giornalisticamente, era molto più interessante ascoltare dopo tanto tempo la voce dell’attore ostracizzato sulla base di semplici accuse, fargli raccontare in prima persona la sua rinascita cinematografica, registrare le sue emozioni e i suoi progetti. Lo ringrazio ancora per avermi concesso l’intervista.

C’è chi mastica amaro, ma altri ringraziano Il Messaggero per aver ridato la voce al più grande attore della sua generazione. E sono la maggioranza.

Alessio Mannino per mowmag.com l’11 gennaio 2023.

 Martedì 10 gennaio il Messaggero mette a segno uno scoop mondiale: la prima intervista a Kevin Spacey dopo il proscioglimento dall’accusa di molestie sessuali all’attore Anthony Rapp, che sulla scia del movimento #MeToo aveva fatto causa nel 2020 alla star hollywoodiana, ventiquattro anni dopo i fatti.

 La firma dell’articolo è di Gloria Satta, e leggendola salta all’occhio un, chiamiamolo così, particolare: del processo giudiziario di Spacey nemmeno un cenno nelle domande, a parte naturalmente averlo ricordato nell’attacco del pezzo e avergli pudicamente chiesto che cosa gli “hanno insegnato gli ultimi anni”.

Immancabilmente presenti le frasi di rito su quanto apprezzi l’Italia (“Adoro il vostro Paese”) e soprattutto la felicità per essere tornato a lavorare, con ringraziamenti ad abundantiam a Franco Nero, che in qualità di regista lo ha chiamato nel film “L’uomo che disegnò Dio” per la parte della rinascita.

 Più che uno scoop, diciamo sicuramente un’esclusiva planetaria. Complimenti al Messaggero e alla Satta. Accade però che, sempre in data 10 gennaio, Pier Paolo Mocci, ex cronista del Messaggero e oggi curatore editoriale di Fortune Italia, sul proprio Facebook scriva un lungo post di felicitazioni per la Satta sotto il quale, fra i commenti, ne spunti uno di Valerio Cappelli, giornalista del Corriere della Sera, che rivela un retroscena interessante.

Questo: “A me era stata proposta due mesi fa (l’intervista, ndr) e d’intesa col giornale ho detto no, perché l’attore Kevin Spacey non voleva parlare della sua vicenda giudiziaria. Infatti non ne ha parlato”. E conclude così: “Bisogna sapere di no, a volte”.  Alla replica di Mocci, che difende la Satta, a suo dire brava nel riuscire a “girare intorno alla cosa”, Cappelli chiarisce meglio il concetto: “Ho rinunciato perché la richiesta dei suoi avvocati era un insulto a questa professione (…) un po’ di schiena dritta farebbe bene a tutti. Passo e chiudo”.

In sostanza, secondo Cappelli l’esclusiva era “telefonata”,  imboccata, cioè proposta probabilmente anche ad altri, e sicuramente al Corriere, ma c’è chi non ha voluto sottostare a una clausola-capestro, e chi invece ha accettato.  E altrettanto probabilmente, la motivazione dei legali di Spacey non si riferiva soltanto all’ultimo caso chiuso a fine ottobre 2022, dopo altri due archiviati nel 2019 e nel 2020, ma anche alle accuse di violenze sessuali ancora in piedi, da parte di altri tre uomini per cui potrebbe nuovamente tornare a processo quest’anno, ma stavolta  in Inghilterra.

Dagospia l’11 gennaio 2023. “UN’ESCLUSIVA MONDIALE A KEVIN SPACEY PUÒ SUSCITARE INVIDIE. È UMANO, ANCHE SE UN PO’ PATETICO” – GLORIA SATTA SCRIVE A “DAGOSPIA” E RISPONDE PICCATA A VALERIO CAPPELLI CHE L’AVEVA ACCUSATA DI AVER ACCETTATO L’INTERVISTA CON L’ATTORE CON LA CLAUSOLA CHE LE IMPEDIVA DI FARE DOMANDE SULLE VICENDE GIUDIZIARIE: “BASTA UN MINIMO DI ESPERIENZA DI GIORNALISMO PER SAPERE CHE NESSUNO PARLEREBBE MAI PUBBLICAMENTE DEI PROCESSI. C’È CHI MASTICA AMARO, MA…”

LA RISPOSTA A "DAGOSPIA" DI GLORIA SATTA A VALERIO CAPPELLI 

Carissimo Dago,

capisco che un’esclusiva mondiale come la prima intervista a Kevin Spacey dopo cinque anni e rotti di silenzio, dovuto alle sue vicende giudiziarie, possa suscitare invidie. E’ umano, anche se un po’ patetico.

 Basta un minimo di esperienza di giornalismo per sapere che nessuno parlerebbe mai pubblicamente dei processi che lo vedono imputato, specie se ultra-delicati, e ancora in corso.  Spacey, di cui ho correttamente riportato la situazione giudiziaria, ha tutto il diritto di non prendere posizione dell’argomento per difendersi nelle sedi opportune.

Giornalisticamente, era molto più interessante ascoltare dopo tanto tempo la voce dell’attore ostracizzato sulla base di semplici accuse, fargli raccontare in prima persona la sua rinascita cinematografica, registrare le sue emozioni e i suoi progetti. Lo ringrazio ancora per avermi concesso l’intervista.

C’è chi mastica amaro, ma altri ringraziano Il Messaggero per aver ridato la voce al più grande attore della sua generazione. E sono la maggioranza.

Alessio Mannino per mowmag.com l’11 gennaio 2023.

 Martedì 10 gennaio il Messaggero mette a segno uno scoop mondiale: la prima intervista a Kevin Spacey dopo il proscioglimento dall’accusa di molestie sessuali all’attore Anthony Rapp, che sulla scia del movimento #MeToo aveva fatto causa nel 2020 alla star hollywoodiana, ventiquattro anni dopo i fatti.

 La firma dell’articolo è di Gloria Satta, e leggendola salta all’occhio un, chiamiamolo così, particolare: del processo giudiziario di Spacey nemmeno un cenno nelle domande, a parte naturalmente averlo ricordato nell’attacco del pezzo e avergli pudicamente chiesto che cosa gli “hanno insegnato gli ultimi anni”.

Immancabilmente presenti le frasi di rito su quanto apprezzi l’Italia (“Adoro il vostro Paese”) e soprattutto la felicità per essere tornato a lavorare, con ringraziamenti ad abundantiam a Franco Nero, che in qualità di regista lo ha chiamato nel film “L’uomo che disegnò Dio” per la parte della rinascita.

 Più che uno scoop, diciamo sicuramente un’esclusiva planetaria. Complimenti al Messaggero e alla Satta. Accade però che, sempre in data 10 gennaio, Pier Paolo Mocci, ex cronista del Messaggero e oggi curatore editoriale di Fortune Italia, sul proprio Facebook scriva un lungo post di felicitazioni per la Satta sotto il quale, fra i commenti, ne spunti uno di Valerio Cappelli, giornalista del Corriere della Sera, che rivela un retroscena interessante.

Questo: “A me era stata proposta due mesi fa (l’intervista, ndr) e d’intesa col giornale ho detto no, perché l’attore Kevin Spacey non voleva parlare della sua vicenda giudiziaria. Infatti non ne ha parlato”. E conclude così: “Bisogna sapere di no, a volte”.  Alla replica di Mocci, che difende la Satta, a suo dire brava nel riuscire a “girare intorno alla cosa”, Cappelli chiarisce meglio il concetto: “Ho rinunciato perché la richiesta dei suoi avvocati era un insulto a questa professione (…) un po’ di schiena dritta farebbe bene a tutti. Passo e chiudo”.

In sostanza, secondo Cappelli l’esclusiva era “telefonata”,  imboccata, cioè proposta probabilmente anche ad altri, e sicuramente al Corriere, ma c’è chi non ha voluto sottostare a una clausola-capestro, e chi invece ha accettato.  E altrettanto probabilmente, la motivazione dei legali di Spacey non si riferiva soltanto all’ultimo caso chiuso a fine ottobre 2022, dopo altri due archiviati nel 2019 e nel 2020, ma anche alle accuse di violenze sessuali ancora in piedi, da parte di altri tre uomini per cui potrebbe nuovamente tornare a processo quest’anno, ma stavolta  in Inghilterra.

Il caso Valentina Selvaggia Mannone.

Estratto dell’articolo di Gabriella Cantafio per “la Repubblica” il 6 luglio 2023.

“Le molestie sessuali sono la punta dell’iceberg di un modello marcio che tende a sottometterci. […]”. 

Lo afferma Valentina Selvaggia Mannone, copywriter 41enne con 17 anni di esperienza nel mondo della comunicazione, tra Milano, Roma e Torino, riferendosi al MeToo scoppiato in queste settimane. 

Ricorda la prima volta che si è imbattuta in un abuso?

“Ho cercato di rimuovere tanti episodi, però non posso dimenticare quando, poco più che ventenne, durante un colloquio mi chiesero se avessi un compagno e se volessi figli perché sarebbe stato un problema. Fare domande sulla vita riproduttiva era normale in tante agenzie, piccole o grandi che fossero. Purtroppo la radice marcia si può trovare ovunque”. […] 

In quanto donna era reputata un essere inferiore.

“Non so, però, spesso, nonostante fossi la collega con più esperienza in un determinato gruppo di progetto, non ne ero messa a capo solo perché donna. Eravamo prese di mira con atti di prevaricazione e apprezzamenti fastidiosi”.

Tipo?

“I continui commenti sul mio seno prosperoso. Le battute mi infastidivano e appena lo manifestavo venivo sminuita e definita una figa di legno”. 

Ha sempre taciuto?

“Sono cresciuta con un modello errato, secondo cui era normale sopportare questi soprusi, altrimenti si perdeva il posto di lavoro. Avendo subito episodi del genere in varie agenzie, sono arrivata a credere di essere io il problema. 

Ho pensato di essere sbagliata. Era questo che ci inculcavano e finivamo in bagno a piangere. Anche se il mio carattere, quando mi sento vessata, mi porta a ribellarmi e diventare fredda e distaccata. Tanto che un superiore, una volta, mi chiese di ammorbidirmi ed essere più bagascia”.

Cioè?

“Seppur nauseata, capii che non c’era una vera e propria allusione sessuale, intendeva che dovevo mostrarmi più piaciona e accomodante”. 

Ha provato ad esserlo?

“Paradossalmente sì, ma ben presto sentii un senso di fastidio e inadeguatezza che non riuscivo a sostenere. Ero diventata la caricatura di me stessa e la mia bravura era passata in secondo piano”. 

Anche con i clienti vi chiedevano questo atteggiamento?

“Certo, spesso a seguire i progetti inserivano colleghe più compiacenti o che addirittura rispecchiavano il gusto estetico di quel determinato cliente”. 

Qual è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso?

“Durante una riunione, un mio capo mi ha umiliata davanti a tutti, addossandomi la colpa di un errore che non dipendeva da me. Mi aggredì verbalmente perché tentai di smentirlo, rovinando il suo piano di usarmi come scudo”. […]

Il Caso Trump.

Carroll vs Trump, processo all’accusatrice e non all’accusato. «Così si ritorna al ‘700». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 15 Maggio 2023.

La giornalista, che ha raccontato di essere stata stuprata da Trump nel 1996, viene presentata dalla difesa dell’ex presidente come poco credibile «perché non urlò e non denunciò subito». Per il “New York Times” è «una linea di tre secoli fa». E l’effetto MeToo? Il verdetto di questo caso sarà decisivo. 

Jean Carroll, 79 anni, (a destra): la giornalista, che ha accusato Donald Trump di violenza sessuale, lascia l’aula del tribunale con la sua avvocata Roberta Kaplan

Questo articolo è stato scritto per 7 alla vigilia dell’udienza in cui E.Jean Carroll si è vista riconoscere da una giuria di Manhattan, formata da tre donne e sei uomini, un risarcimento da 5 milioni di dollari. Una bella vittoria, preceduta però da una serie di polemiche sulla giornalista. Indegne di un Paese moderno. Ce le racconta la corrispondente da New York del Corriere della Sera Viviana Mazza

«Le donne si sono fatte avanti, una dopo l’altra», ha detto E. Jean Carroll nella sua testimonianza in tribunale. «Ho pensato: bene, forse questo è un modo per cambiare questa cultura della violenza sessuale. Ho pensato: possiamo davvero cambiare le cose se tutte noi raccontiamo le nostre storie». La giornalista, che accusa Donald Trump di averla stuprata in un camerino dei grandi magazzini di lusso Bergdorf Goodman di Manhattan nella primavera del 1996, ha detto di essere stata ispirata a parlare dal movimento MeToo e dal processo contro Harvey Weinstein.

«Sono nata nel 1943», ha detto Carroll, spiegando che alla sua generazione di donne è stato insegnato il silenzio, «a tenere la testa alta e a non lamentarsi mai». Carroll ha rivelato per la prima volta pubblicamente le sue accuse contro Trump un libro del 2019 intitolato What do we need men for?A modest proposal (A cosa servono gli uomini? Una modesta proposta).

LA GIURISTA: «SI DÀ MENO VALORE ALLE TESTIMONIANZE DI CHI DENUNCIA, SOPRATTUTTO SE DALL’ALTRA PARTE C’È UN UOMO POTENTE»

«Questo caso è una sorta di cerchio che si chiude» dice a 7 Deborah Tuerkheimer, docente di Legge alla Northwestern University, autrice del libro Credible. Why We Doubt Accusers and Protect Abusers (“Credibile: perché dubitiamo di chi accusa e proteggiamo chi compie gli abusi). «Carroll è stata incoraggiata da MeToo, e molte delle donne che si sono fatte avanti prima di lei dandole coraggio hanno parlato proprio a causa di Donald Trump». Non denunciavano necessariamente lui, ma nel suo vantarsi di «prendere le donne per la vagina» perché «quando sei ricco e famoso te lo lasciano fare» (una registrazione degli Anni 90 durante il programma tv Access Hollywood ), hanno visto un simbolo degli abusi sessuali degli uomini potenti. «Molte di queste storie convergono nel tribunale di Manhattan dove Carroll ha testimoniato e rendono il processo ancora più ampio».

La credibilità

In realtà però il problema resta la credibilità. La parola di una vittima di abusi sessuali spesso non è sufficiente a convincere una giuria - in questo caso formata da sei uomini e tre donne -, sottolinea Tuerkheimer. «Anche se in un caso civile l’onere della prova è inferiore, le persone hanno bisogno di maggiore evidenza rispetto alla storia dell’accusatrice. Questo accade perché si dà un valore più ridotto alle testimonianze di chi denuncia una violenza, specialmente quando l’accusato è un uomo potente».

In questo particolare processo, le accuse della giornalista sono corroborate da due amiche: Carroll le avrebbe chiamate per rivelare subito la violenza. La giornalista Lisa Birnbach ha detto che la collega era «senza fiato», «continuava a ripetere: “Mi ha abbassato i collant”, come se non riuscisse a crederci». Birnbach le suggerì di denunciare lo stupro alla polizia, ma l’altra amica, Carol Martin, la avvertì che era meglio che tacesse o Trump l’avrebbe rovinata e Carroll avrebbe seguito questo consiglio.

Altre accuse, stessa scena

Nel processo sono apparse poi Jessica Leeds, oggi 81enne: era seduta in aereo accanto al tycoon negli Anni 70 e sostiene che lui la toccò dappertutto come se «avesse 40 milioni di mani» e Natasha Stoynoff, ex giornalista di People , che era andata a casa di Trump in Florida per un’intervista nel 2005, quando Melania era incinta: lui «chiuse la porta, la spinse contro il muro e le infilò la lingua in bocca». «È possibile», dice Tuerkheimer «che queste testimonianze a sostegno della parola di Carroll la aiutino a convincere la giuria sulla sua credibilità».

Anche Trump si è posto come un simbolo: degli uomini accusati ingiustamente. «Se può succedere a me, che ho risorse infinite, figuratevi a voi», ha detto spesso negando le accuse di abusi sessuali. L’ex presidente, che è nuovamente in corsa per la Casa Bianca, non testimonierà nel caso Carroll.

La miglior difesa è l’attacco

La strategia dell’avvocato Joe Tacopina è intaccare la credibilità della giornalista. In un’intervista nel suo ufficio di Manhattan, l’avvocato ci ha detto di considerare Weinstein «una persona orribile» («Io non avrei preso l’incarico di difenderlo»), ma ha dichiarato che Trump viene «trattato ingiustamente»: «Difendo la presunzione di innocenza, perché il sistema funziona solo se applica la legge anche all’imputato meno amato». La difesa di Tacopina si basa sul fatto che per 20 anni Carroll non ha denunciato la presunta violenza, che non riesca a ricordare il giorno esatto, che non sia andata dalla polizia, sulla totale assenza di testimoni. Tacopina ha dichiarato nella sua arringa di apertura che la donna ha inventato tutto «per i soldi, per vendere il suo libro», oltre che per danneggiare Trump politicamente.

Il camerino

La giornalista afferma che si imbatté in Trump nel negozio, lui l’avrebbe riconosciuta: «Sei quella che dà i consigli» (lei aveva una rubrica di consigli femminili, Ask E. Jean ). Le avrebbe chiesto un suggerimento per un regalo per «un’amica». Carroll pensò che sarebbe stata una storia divertente da raccontare sul tycoon onnipresente sulle copertine dei tabloid. Trump avrebbe scelto un body e avrebbero scherzato su chi dei due dovesse indossarlo. Poi si sarebbero diretti ad un camerino, lui avrebbe chiuso la porta e i tentativi di respingerlo sarebbero stati inutili; l’avrebbe spinta contro il muro con forza, abbassandole le calze. «La porta aperta di quel camerino mi ha perseguitato per anni perché io sono entrata», ha testimoniato Carroll. «Non volevo fare scenate, non volevo farlo arrabbiare, non mi ricordo di aver gridato. Non sono una che grida, ma sono una che lotta». 

TACOPINA, L’AVVOCATO DELL’EX LEADER: «E’ LUI CHE VIENE TRATTATO INGIUSTAMENTE, WEINSTEIN INVECE FU ORRIBILE, IO NON L’AVREI MAI DIFESO» 

La frase diventata celebre del controinterrogatorio di Tacopina è: «Non ha gridato?» «Una delle ragioni per cui le donne non si fanno avanti è perché viene sempre chiesto loro: perché non hai gridato? - ha risposto Carroll - Ero troppo nel panico per gridare, stavo lottando». E poi esasperata ha aggiunto: «Mi ha stuprata, che io gridassi o meno!» Carroll ha sostenuto che alla fine, dandogli una ginocchiata, è riuscita a fuggire. Ma l’avvocato ha definito implausibile che abbia potuto sollevare il ginocchio con i collant abbassati e i tacchi di dieci centimetri.

Nel Settecento

Il processo civile è un mix di vecchio e nuovo. È reso possibile da una nuova legge di New York, l’Adult Survivors Act, che permette di sporgere denuncia per aggressioni sessuali cadute in prescrizione. Ma la commentatrice del New York Times Jessica Bennett traccia un parallelismo con le strategie di avvocati difensori del Settecento, che per svalutare la credibilità di accusatrici puntavano su criteri come la reputazione, la tempestività della denuncia e il fatto che avessero urlato oppure no, anche se ciò non rispecchia spesso il comportamento di chi subisce abusi sessuali da parte di persone conosciute o potenti. 

Le coperture

«Questo processo sta mostrando che forse siamo a un punto in cui la giustizia è possibile ma non è scontata. Ci sono molte più denunce di abusi che circolano nella nostra società, e questo contribuisce a cambiare la comprensione generale del comportamento di chi li compie e di chi li subisce. Il processo a Ghislaine Maxwell, la complice di Epstein, ha mostrato che ci sono molte persone che coprono gli abusi e consentono che continuino. Ma questo non è abbastanza se sminuiamo la credibilità di chi subisce l’abuso e gonfiamo quella degli uomini potenti che vengono accusati». Nella conclusione di questo processo molti leggeranno un’indicazione del punto a cui si è arrivati nel percorso iniziato da MeToo per trasformare la cultura dell’impunità.

Donald Trump condannato per aggressione sessuale e diffamazione: dovrà versare 5 milioni a Jean Carroll. Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 9 Maggio 2023.

L’ex presidente era accusato di aver abusato della scrittrice in un camerino di un centro commerciale nel 1996. Il tycoon: «Verdetto vergognoso, non so chi sia questa donna»

Colpevole. È il verdetto unanime raggiunto questa sera in tempi brevissimi (circa due ore e mezzo) da una giuria di Manhattan, formata da tre donne e sei uomini, nel processo civile di E. Jean Carroll contro Donald Trump. Il tycoon, che ambisce a tornare alla Casa Bianca nel 2024, dovrà pagare 5 milioni di dollari all’ex giornalista che lo ha accusato di averla stuprata nel 1996 in un camerino dei grandi magazzini Bergdorf Goodman di Manhattan. Si tratta di circa due milioni di dollari per abusi sessuali e tre milioni per diffamazione, per aver definito sulla piattaforma social «Truth» il caso «un totale imbroglio», «una truffa e una bugia».

La giuria non lo ha condannato per stupro, ritenendo di non aver visto la «preponderanza di prove» necessaria per farlo. Il giudice Lewis A. Kaplan ha detto che perché la giuria stabilisse che Trump aveva stuprato Carroll, si doveva dimostrare che c’era stato un rapporto sessuale senza il suo consenso che includa «la penetrazione».

La donna di 79 anni è uscita sorridente e vittoriosa dal tribunale di Manhattan, stringendo la mano alla sua avvocata Roberta Kaplan, ma ha evitato di rilasciare dichiarazioni. Dalla folla si è levata una voce femminile: «Sei così bella e coraggiosa!». Carroll ha ringraziato. Trump ha risposto sulla sua piattaforma social ribadendo di non «avere idea di chi sia questa donna» e definendo il verdetto una «continuazione della più grande caccia alle streghe di tutti i tempi».

La sua campagna elettorale, nell’annunciare che farà ricorso in appello, ha dichiarato che «il sistema giudiziario è compromesso dalla politica dell’estrema sinistra» che consente ad «accuse totalmente inventate di individui disturbati di interferire con le nostre elezioni».

Il caso è stato visto come un test dell’era post-MeToo. Il processo civile è stato possibile grazie ad una legge dello stato di New York, approvata nel 2022 dalla governatrice democratica Kathy Hochul, che ha consentito di farsi avanti per casi di abusi sessuali caduti in prescrizione. Carroll ha detto di essere stata ispirata a parlare dal movimento MeToo e dal processo contro Harvey Weinstein. E Trump a sua volta è stato visto da molte donne come un simbolo dell’impunità degli uomini potenti che commettono abusi sessuali. Anche il tycoon però si è presentato come icona: degli uomini accusati ingiustamente.

L’avvocato difensore Joe Tacopina, che all’uscita dal tribunale ha stretto la mano di Carroll e dei suoi legali, non è riuscito a distruggere la credibilità della giornalista, rafforzata soprattutto da quattro testimonianze — due amiche alle quali confidò subito la violenza e altre due donne, Jessica Leeds e Natasha Storynoff, che hanno evidenziato un «modus operandi» del tycoon raccontando di aver subito molestie da parte sua rispettivamente negli anni 70 e nel 2005.

In aggiunta è stata ascoltata la registrazione dietro le quinte del programma tv Access Hollywood, in cui Trump si vantava di «prendere le donne per la vagina» e la deposizione in cui scambiava Carroll in una foto per l’ex moglie Marla Maples pur avendo dichiarato che «non era il mio tipo». Una frase diventata celebre nel controinterrogatorio di Carroll da parte di Tacopina è stata: «Perché non ha gridato?». Ma l’accusa ha chiamato esperti a spiegare che gridare non rispecchia il comportamento di chi subisce abusi sessuali da parte di persone conosciute o potenti

Estratto dell'articolo di Anna Lombardi per “la Repubblica” l'11 maggio 2023.

Altro che Sex and The City .Quella che oggi appare come una elegante pensionata dagli occhi vivaci incorniciati da capelli corti e bianchissimi, era considerata una delle più brillanti columnist della Grande Mela quando negli anni Novanta fu aggredita da Donald Trump in un camerino dell’iconico Bergdorf Goodman, celebre tempio del lusso sulla Fifth Avenue a New York. 

Autrice dell’allora seguitissima rubrica Ask E. Jean pubblicata sulla rivista Elle dal 1993 al 2020: dalla quale, per tre decenni, ha dispensato consigli su sesso e relazioni sentimentali. Raccomandando fra l’altro alle sue lettrici soprattutto di non «costruire mai e poi mai la propria vita intorno a un uomo». […]

Certo, Elizabeth Jean Carroll, nata nell’operaia Detroit nel 1943 ma cresciuta in una zona rurale dell’ Indiana, dove a 20 anni era stata eletta pure reginetta di bellezza, era ben più intellettuale del personaggio da fiction creato anni dopo. Ambiziosissima, fin da ragazzina, aveva iniziato a definirsi “writer ”, scrittrice. 

Tempestando già a 12 ani di articoli e proposte addirittura la rivista di moda maschile Esquire . Una caparbietà che alla fine aveva pagato: uscita dall’università era riuscita a imporre la sua firma a riviste patinate – ma anticonformiste per l’epoca – come Outside, Rolling Stone e Playboy .

All’epoca del “fattaccio” era dunque glamour e influente, parte del team di autori del più popolare show tv satirico d’America, quel Saturday Night Live ormai in onda da quasi mezzo secolo, e conduttrice pure di un programma tv tutto suo intitolato proprio come la rubrica: Ask E. Jean. 

E chissà che non fu proprio questo ad attirare il palazzinaro Donald Trump, all’epoca signore dei rotocalchi – e già mito faustiano dell’American Psycho Patrick Bateman partorito dalla mente dello scrittore Bret Easton Ellis – fresco di (milionario) divorzio dalla prima moglie Ivanka, madre dei suoi primi tre figli, e già risposato con l’ex miss Georgia Marla Maples, che gli aveva partorito Tiffany.

«Mi ha trascinata in un camerino e mi ha tirato giù i collant a forza»: era il 1996 quando Jean Carroll lo rivelò ancora sotto choc, nel corso di una telefonata concitata e drammatica, all’amica Lisa Birnbach, autrice diThe Official Preppy Handbook , la guida satirica al mondo “preppy”, sì insomma, quello degli universitari americani straricchi. 

Raccontandole quello che ieri una giuria ha trovato credibile: «Lo avevo incontrato per caso e mi aveva chiesto di accompagnarlo al reparto lingerie per aiutarlo a trovare un regalo per una sua amica. Poi mi ha spinto in un camerino, sbattuta contro un muro, stuprata...». 

L’amica Lisa glielo aveva detto subito: «Devi andare dalla polizia, ti ha violentata». Ma lei non aveva voluto, chiedendole anzi di non parlare con nessuno.

Nel 2019 è stata la stessa Carroll a renderlo pubblico raccontandolo nel suo libro di memorie What Do We Need Men For? A Modest Proposal in cui descriveva nel dettaglio gli uomini “orribili” che l’avevano maltrattata e molestata (oltre a Trump pure quel Leslie Moonves, ceo di Cbs, costretto alle dimissioni nel 2018). […]

Chi è la donna che ha vinto la causa milionaria contro Trump. Storia di Roberto Vivaldelli il 10 Maggio 2023 su Il Giornale.

Negli Stati Uniti è la donna del momento, colei che è riuscita a battere in tribunale - almeno in parte - l'ex presidente Donald J. Trump. Secondo il verdetto raggiunto da un tribunale di New York, infatti, il magnate non ha stuprato ma ha aggredito sessualmente la scrittrice E. Jean Carroll nei camerini di un grande magazzino nel 1996, diffamandola poi sui social quando negò di averla conosciuta. Il tycoon dovrà ora risarcire in sede civile la scrittrice con un indennizzo di 5 milioni di dollari, 2 per abuso e 3 per diffamazione. Come scrive il New York Times, la giuria, composta da sei uomini e tre donne, ha stabilito che Carroll è riuscita a dimostrare che il magnate ha abusato sessualmente di lei quasi 30 anni fa in un camerino di Bergdorf Goodman, grande centro commerciale di lusso con sede sulla Quinta Strada a Midtown Manhattan. L'avvocato di Trump, Joseph Tacopina, ha annunciato che presenterà ricorso.

Chi è la scrittrice che ha vinto la causa contro The Donald

Nata a Detroit, Michigan, Carroll ha trascorso la sua infanzia a Fort Wayne, nell'Indiana, la maggiore di quattro figli in una famiglia che comprendeva un fratello minore e due sorelle. Ha frequentato l'Università dell'Indiana a Bloomington, nell'Indiana, dove era una cheerleader.

Prima di diventare "l'accusatrice di Trump", Carroll è stata Miss Indiana University nel 1963 e Miss Cheerleader nel 1964; a metà degli anni Ottanta è stata autrice per il celebre show Saturday Night Live e, nel 1987, è stata nominata agli Emmy per la miglior sceneggiatura per un programma musicale o varietà. Ma Carroll è famosa, in particolare, per la sua rubrica sulla rivista Elle ("Ask E. Jean"), che ha tenuto dal 1993 al 2020. Nel 2002, lei e sua sorella Cande Carroll hanno fondato GreatBoyfriends.com, marchio acquisito da The Knot Inc. nel 2005. Insieme a Kenneth Shaw ha inoltre fondato Tawkify, un sito di incontri online lanciato nel gennaio 2012.

Il libro e l'atto d'accusa contro Trump

E. Jean Carroll, 79 anni, editorialista di lunga data per la rivista Elle, ha accusato per la prima volta il tycoon in un libro pubblicato nel 2019, nel quale affermava che Trump l'aveva violentata nel camerino del grande magazzino di lusso di Manhattan nel 1995 o 1996. Trump rigettò pubblicamente quell'accusa, sostenendo che Carroll "non era il suo tipo". Il 25 settembre dello scorso anno la giornalista ha intentato una causa per stupro e diffamazione nei confronti dell'ex presidente, pochi minuti dopo l'entrata in vigore di una nuova legge statale, a New York, che consente alle vittime di violenza sessuale di citare in giudizio i presunti responsabili per fatti avvenuti anche diversi decenni prima. In precedenza, le era stato impedito dalla legge statale di fare causa per il presunto stupro perché erano passati troppi anni dal fatto.

Le sue parole

Ho intentato questa causa contro Donald Trump per riabilitare il mio nome e riavere indietro la mia vita. Oggi il mondo conosce finalmente la verità. Questa vittoria non è solo per me, ma per ogni donna che ha sofferto perché non è stata creduta". Sono queste le sue prime parole dopo il verdetto che le ha dato - almeno parzialmente - ragione. Il caso è scoppiato nel giugno 2019, quando Jean. E. Carroll ha pubblicato il suo libro A cosa servono gli uomini? Una proposta modesta accusando l'ex presidente e Ceo della Cbs Les Moonves e Donald Trump di averla violentata a metà degli anni Novanta. Carroll sostenne che Trump l'aveva "violentata e palpata con la forza", diffamandola quando negò di aver compiuto quel gesto.

Da adnkronos.com il 10 maggio 2023.

"Mio marito ha avuto uno straordinario successo con la sua prima amministrazione e può guidarci di nuovo verso grandezza e prosperità". Dopo mesi di voci e indiscrezioni di un suo progressivo allontanamento del marito, con una vita da separata in casa nell'enorme magione di Mar-a-Lago, Melania Trump torna in pubblico e, intervistata da Fox News, afferma il suo pieno sostegno alla nuova candidatura alla Casa Bianca di Donald Trump. 

E dice che sarebbe per lei "un privilegio" servire di nuovo come first lady.

"Ha il mio sostegno e noi non vediamo l'ora di ristabilire la speranza per il futuro e guidare l'America con amore e forza", ha poi aggiunto Melania. Trump al momento viene dato ampiamente in testa nella corsa per la nomination repubblicana, con 41 punti di vantaggio su Ron De Santis, il governatore della Florida considerato il suo più temibile avversario. Ed i sondaggi più recenti lo danno anche in testa nell'eventuale nuova sfida, una vera e propria rivincita, con Joe Biden.

Forte di questi numeri, Melania pensa già al suo ritorno alla Casa Bianca, spiegando che per il suo secondo mandato da first lady intende "dare la priorità allo sviluppo e benessere dei bambini, come ho sempre fatto". "Il mio focus continuerebbe essere quello di creare uno spazio sicuro e stimolante che permetta ai bambini di crescere e imparare", ha aggiunto Melania che alla Casa Bianca aveva lanciato un programma contro il cyberbullismo.

Bugie elettorali e battute sugli abusi sessuali: show di Trump sulla Cnn. Viviana Mazza su Il Correre della Sera l'11 Maggio 2023.

L’ex presidente americano ha sfoderato tutto il suo repertorio in un’intervista di Kaitlan Collins sul network. «Il 6 gennaio 2021? Una bellissima giornata»

Donald Trump non ha rimpianti e, accolto con una standing ovation in New Hampshire, ha sfoderato tutto il suo consueto repertorio, che include accuse di brogli elettorali nel 2020 e nomignoli e battute contro i suoi nemici. Il «town hall» con gli elettori repubblicani e indipendenti del New Hampshire, andato in onda ieri sera su Cnn e coordinato dalla giornalista Kaitlan Collins, è stato il primo forum di questo genere nella campagna elettorale di Trump per il 2024 ed è stata la prima volta che l’ex presidente tornava sulla Cnn dal 2016. Il network era stato criticato da alcuni commentatori democratici per aver dato a Trump una piattaforma «mainstream», nel timore che sfrutti come nel 2016 la fame di spettacolo e di indignazione che tiene vive le tv via cavo per ottenere legittimità e pubblicità gratuita che possano aiutarlo a catapultarsi nuovamente alla Casa Bianca. Da parte sua l’ex presidente, prima della sua apparizione in tv, aveva avvertito il network di «trattare con rispetto Maga (Make America Great Again), il più grande movimento politico nella storia del nostro Paese».

Le elezioni del 2020

Collins ha aperto l’incontro spingendo l’ex presidente e attuale candidato alla nomination repubblicana per il 2024 ad ammettere di aver perso le elezioni nel 2020. «I sondaggi mostrano che è in testa alla corsa per la nomination repubblicana in questo momento, ma è anche sotto inchiesta federale per aver cercato di rovesciare i risultati del voto nel 2020 – ha ricordato la giornalista –. Il suo primo mandato è terminato con una rissa mortale al Campidoglio e non ha tuttora riconosciuto i risultati del 2020. Perché gli americani dovrebbero rimandarla alla Casa Bianca?». Trump ha risposto: «Penso che quando guardi a quel risultato e a quanto è accaduto durante quell’elezione, a meno che tu sia una persona molto stupida, puoi capire cosa è successo. È stata un’elezione truccata…».

Più volte la giornalista ha contestato le affermazioni dell’ex presidente, dicendo che non erano accurate e che non c’erano prove di ciò che sosteneva, ma Trump ha accusato Nancy Pelosi di aver rifiutato di accettare la protezione del Campidoglio il 6 gennaio 2021, ha detto che la folla quel giorno aveva «l’amore nel cuore… era una giornata bellissima», ha tirato fuori gli appunti dei suoi tweet affermando di aver chiesto alla gente di manifestare «pacificamente e patriotticamente», e infine ha difeso i rivoltosi condannati per l’assalto al Congresso dicendosi propenso a concedere la grazia a molti di loro se tornerà alla Casa Bianca.

Il pubblico e la giornalista

Gli spettatori seduti nel Saint Anselm College hanno applaudito e riso ai nomignoli di Trump per Nancy Pelosi («Crazy Nancy, come la chiamo affettuosamente»), alla frecciata a Biden («Quando c’ero io alla Casa Bianca non avevo bisogno di discorsi scritti, a differenza di una certa persona che sta lì adesso»), alle battute contro E. Jean Carroll alla quale dovrà pagare 5 milioni di danni per abusi sessuali e diffamazione (l’ha definita «fuori di testa», ha giurato sui suoi figli di non conoscerla e ha detto di provare pietà per il suo ex marito). Verso la fine, frustrato dalle interruzioni della giornalista, Trump l’ha definita una «nasty woman» («una donna cattiva», la stessa frase che usò contro Hillary Clinton). Durante il suo mandato da presidente, Trump espulse Collins che allora era la reporter assegnata alla Casa Bianca da uno dei suoi eventi nel giardino delle rose perché arrabbiato per le domande che aveva fatto il giorno prima; e ci furono altri momenti di tensione. Ieri alla fine dell’incontro le ha stretto la mano e le ha detto: «Ottimo lavoro».

Dal debito all’Ucraina

Trump ha invitato i repubblicani a non innalzare il tetto del debito, lasciando che ci sia un default, se non ottengono da Biden e dai democratici la promessa di tagli notevoli alla spesa. «Tanto vale fare default ora, perché altrimenti succederà più avanti», ha detto. Ad una domanda su come affronterebbe la situazione economica e i costi dell’energia del Paese, Trump ha risposto: «Drill, baby, drill» (Trivella, baby, trivella). Alcuni degli applausi più lunghi sono stati dedicati all’immigrazione e alla questione del confine con il Messico. Oggi viene a cadere Title 42, una legge approvata durante la presidenza Trump che permetteva - con la giustificazione della pandemia - di rimandare indietro richiedenti asilo: ora le autorità si aspettano un enorme aumento di tentativi di ingresso negli Stati Uniti. Trump ha premuto su questa paura: «Milioni di persone stanno entrando. Vengono rilasciati dalle prigioni, vengono fatti uscire dai manicomi, arrivano in massa nel nostro Paese. E adesso stanno eliminando Title 42 che io ho approvato e che li teneva fuori».

Strizzando l’occhio alla potente lobby delle armi Usa, la Nra, l’ex presidente ha inoltre affermato che il problema delle stragi in America è legato alla salute mentale: «Il problema non è il grilletto, ma chi lo preme». In uno dei suoi tentativi di parlare agli elettori indipendenti e moderati, Trump ha evitato di dire se approverebbe un divieto federale per l’aborto. Pur dicendosi orgoglioso di aver consentito (con la nomina di tre giudici conservatori alla Corte suprema) l’abolizione della tutela federale per l’aborto (Roe v Wade), l’ex presidente ha accusato i sostenitori del diritto all’interruzione della gravidanza di essere dei «radicali» che vogliono «uccidere il bambino in grembo al nono mese, all’ottavo, al settimo o anche dopo che è nato». Ha evitato anche di dire se abbandonerebbe gli aiuti militari per l’Ucraina, affermando soltanto che gli Stati Uniti hanno speso 171 miliardi di dollari e l’Europa solo 20 miliardi nonostante il problema dell’Ucraina sia a loro più vicino. Non ha voluto definire Putin «un criminale di guerra», affermando che sarebbe controproducente farlo adesso se l’obiettivo è di raggiungere la pace, ma ha aggiunto che il presidente russo «ha fatto un grosso errore invadendo l’Ucraina« e se lui tornerà alla Casa Bianca farà in modo che la guerra finisca «in 24 ore». L’enfasi non sarebbe tuttavia su una vittoria di Kiev, ma piuttosto sulla fine della guerra. «Sono pronto a riconoscere il risultato delle elezioni del 2024, se saranno corrette», ha concluso l’ex presidente, rifiutando dunque di accettare la legittimità dell’esito di un eventuale nuovo scontro con Biden, qualunque esso sia.

(ANSA il 5 marzo 2023) Donald Trump non si pente delle dichiarazioni sessiste del 2005 quando si vantò, usando un'espressione volgare sull'organo genitale femminile, che "se sei una celebrità, le donne le puoi prendere dove vuoi". Durante una video testimonianza registrato a ottobre 2022 nel processo per l'accusa di stupro della scrittrice Jean Carroll, il tycoon infatti ribadisce: "E' stato così per mille anni, sfortunatamente o fortunatamente". Il filmato è stato mostrato ai giurati mercoledì e giovedì e oggi trasmesso dalla Cnn. Alla domanda se egli si considerasse una "star" l'ex presidente ha poi risposto: "Direi di sì, mi si può definire così".

Dagospia il 4 maggio 2023.

Un’altra accusa di molestie sessuale pende sulla testa di Donald Trump. La giornalista Natasha Stoynoff è scoppiata in lacrime in tribunale quando ha raccontato di essere stata aggredita sessualmente dal tycoon nella sua tenuta di Mar-a-Lago mentre la moglie Melania, incinta di Barron, si stava cambiando in un’altra stanza per un servizio fotografico. La giornalista era nel villone per un articolo per celebrare il primo anno di matrimonio tra Donald e Melania con un articolo su per People Magazine quando è stata spinta contro un muro ed è stata baciata. 

Trump le avrebbe promesso di portarla a mangiare una bistecca e di darle il "miglior sesso che tu abbia mai fatto". La testimonianza è arrivata durante il processo a Trump per violenza sessuale e diffamazione promosso dalla scrittrice E. Jean Carroll.

Durante una pausa del servizio fotografico, Melania si è allontanata ed è stato in quel momento che trump si è avvicinato alla giornalista dicendole che voleva mostrarle una "stanza davvero fantastica". «Ho sentito la porta chiudersi dietro di me – ha raccontato Stoynoff - Quando mi sono voltato aveva le mani sulla mia spalla e mi stava spingendo contro il muro e mi stava baciando. 

Ho provato a spingerlo via. È venuto di nuovo verso di me e ho provato a spingerlo di nuovo. Ha continuato a baciarmi, mi tratteneva per le spalle. Non ho detto parola. Ero scioccata. Nessuna parola è uscita dalla mia bocca. Ricordo solo una specie di borbottio. È entrato un maggiordomo e ha detto che Melania aveva finito di cambiarsi ed era pronta a riprendere il servizio fotografico e Trump se n'è andato». 

Poco dopo Trump sarebbe tornato al contrattacco e nell'area della piscina le avrebbe detto: «Oh, sai che avremo una relazione. Non dimenticare quello che ha detto Marla (la seconda moglie, ndr): "Il miglior sesso che abbia mai fatto"».

Quando Melania è tornata tra di loro, Trump si è mostrato "adorabile" nei suoi confronti e Stoynoff ha portato avanti l'intervista nel miglior modo possibile. Non l'ha detto ai suoi capi perché si sentiva "umiliata e provava vergogna" e non voleva causare problemi alla rivista.

(ANSA il 4 maggio 2023) Non c'e' tregua per Donald Trump. Un giudice di New York ha archiviato la causa intentata dal tycoon contro il New York Times per un'inchiesta sulle sue dichiarazioni dei redditi del 2018 che ha anche vinto il Pulitzer. L'ex presidente ha denunciato il prestigioso quotidiano nel 2021 accusando tre dei suoi reporter di aver cospirato con Mary L. Trump, una nipote con la quale il tycoon non ha più rapporti, per ottenere in modo illegale i suoi documenti fiscali.

Il giudice Robert R. Reed ha stabilito che l'inchiesta del New York Times è tutelata dal Primo emendamento della Costituzione, quello che garantisce la libertà di stampa. "I tribunali hanno da tempo riconosciuto il diritto dei giornalisti di svolgere attività legali e ordinarie di raccolta di notizie senza timore di responsabilità illecite, poiché queste azioni sono protette dal primo emendamento", ha sentenziato il giudice che ha anche ordinato a Trump di pagare le spese legali sostenute dal Nyt e dai suoi giornalisti, Susanne Craig, David Barstow e Russ Buettner.

La giornalista Jean Carroll in tribunale: «Trump mi stuprò in un camerino». The Donald: «Una truffa». Viviana Mazza su Il Corriere della Sera il 27 Aprile 2023.

Per quasi due ore, nel secondo giorno del processo a Manhattan, Carroll ha testimoniato, descrivendo nei dettagli la presunta violenza che ha reso pubblica per la prima volta in un libro nel 2019. Lui risponde via social

Pochi minuti prima della testimonianza di E. Jean Carroll, giornalista 79enne che accusa Donald Trump di averla stuprata in un camerino dei grandi magazzini di lusso Bergdorf Goodman di Manhattan nella primavera del 1996, l’ex presidente ha attaccato la donna sul suo social Truth: «Il caso è una truffa». 

Prontamente, l’avvocata di Carroll, Roberta Kaplan, ha interrotto il procedimento per leggere le parole di Trump in aula, prima dell’ingresso dei giurati. Il giudice Lewis Kaplan (stesso cognome, ma non sono imparentati) ha risposto: «E’ del tutto inappropriato». E ha minacciato conseguenze penali, in riferimento all’intimidazione dei testimoni (aveva già ordinato che i giurati restino anonimi, per loro sicurezza). L’avvocato difensore di Trump, Joe Tacopina, ha replicato che avrebbe chiesto al suo assistito di evitare ulteriori commenti sul caso. Ma dopo pranzo il giudice si è infuriato quando gli è stato riferito che uno dei figli di Trump, Eric, aveva twittato che il miliardario di LinkedIn Reid Hoffman avrebbe finanziato la causa di Carroll per «puro odio e paura di un formidabile candidato» (il tweet è stato poi cancellato). A Manhattan mercoledì è stato il secondo giorno del processo Carroll contro Trump, iniziato il giorno prima. Un processo civile che può dare filo da torcere all’ex presidente e candidato alla nomination repubblicana il 2024. 

Ty Cobb, ex avvocato della Casa Bianca che fu assunto proprio da Trump, lo ha definito un caso piuttosto difficile per l’ex presidente, anche per via dell’appoggio di altre due testimonianze di donne che si dicono vittime delle sue molestie sessuali. Una accusatrice da sola raramente convince una giuria, ma il caso potrebbe essere rafforzato anche dalla ormai nota registrazione degli anni Novanta che verrà riascoltata in aula in cui, dietro le quinte del programma tv «Access Hollywood», Trump si vantava di «prendere le donne per la vagina» perché «quando sei ricco e famoso te lo lasciano fare». Il caso è stato definito uno dei più significativi sviluppi dell’era post MeToo da Deborah Tuerkheimer, docente di Legge alla Northwestern University e autrice del saggio «Credibile: perché dubitiamo delle accuse e proteggiamo gli abusi». «Per molte donne - scrive l’autrice sul New York Times - Trump è diventato il simbolo degli abusi sessuali degli uomini potenti». 

Ma lo stesso Trump si è posto come difensore degli uomini accusati ingiustamente: «Se può succedere a me, che ho risorse infinite, figuratevi a voi». Per quasi due ore, nel secondo giorno del processo a Manhattan, Carroll ha testimoniato, descrivendo nei dettagli la presunta violenza che ha reso pubblica per la prima volta in un libro nel 2019. Ha spiegato di avere taciuto fino ad allora perché aveva «paura di Donald Trump» e di non essere creduta, temeva i danni alla sua reputazione in quanto vittima di stupro e dava a se stessa la colpa per quanto era accaduto per essere entrata in quel camerino. 

Avrebbe rivelato subito la cosa a due amiche, però, una delle quali, la giornalista Lisa Birnbach, cercò di convincerla a chiamare la polizia, mentre l’altra, Carol Martin, la avvertì che era meglio che tacesse o Trump l’avrebbe rovinata. Ha detto di avere atteso per due anni di parlarne in tribunale (una legge dello Stato di New York approvata nel 2022 ha dato un anno di tempo alle vittime di abusi sessuali per denunciare violenze che sarebbero cadute in prescrizione). La donna ha descritto nei dettagli lo stupro iniziato così: «Mi ha infilato una mano nella vagina, ha curvato le dita... Sono seduta qui oggi, e lo sento ancora». Ha dichiarato di non avere più avuto rapporti sessuali da allora. Con voce tremante ha aggiunto: «Quando mi chiedete cosa io abbia fatto in quel momento, perché sia andata là dentro con lui… Ma sono orgogliosa di dire che ne sono uscita». 

Carroll ha anche accusato Trump di aver usato il suo potere da presidente per rallentare il processo. Quando uno dei suoi avvocati, Michael Ferrara, le ha chiesto se si sia pentita di aver lanciato questa battaglia legale, ha risposto tra le lacrime: «Poter finalmente apparire in tribunale è tutto per me. Sono felice. Felice di poter raccontare la mia storia. Questo è il mio momento». Carroll non ricorda che giorno fosse esattamente: afferma che nella primavera del 1996 aveva terminato la registrazione del suo programma tv pomeridiano «Ask E. Jean» a Fort Lee, in New Jersey (era una rubrica di consigli femminili simile a quella che aveva sulla rivista Elle), aveva guidato fino ai magazzini Bergdorf Goodman.

Mentre stava uscendo si imbatté in Trump, il quale l’avrebbe riconosciuta («Sei quella che dà i consigli») e le avrebbe suggerito di tornare indietro e fare shopping con lui, poiché gli serviva un consiglio per un regalo per «un’amica». Carroll dice di aver pensato che sarebbe stata una storia divertente da raccontare: Trump non era ancora presidente ma era un tycoon onnipresente sulle copertine dei tabloid. Sarebbero saliti al sesto piano, nell’area lingerie, dove Trump avrebbe scelto un body trasparente grigio e avrebbero scherzato su chi dei due dovesse indossarlo. «Provalo, è il tuo colore», gli avrebbe detto lei. Ma poi si sarebbero diretti ad un camerino, lui avrebbe chiuso la porta e i tentativi di respingerlo sarebbero stati inutili; l’avrebbe spinta contro il muro con forza, abbassandole le calze.

«La porta aperta di quel camerino mi ha perseguitato per anni perché io sono entrata», ha detto quasi in lacrime Carroll. «Non volevo fare scenate, non volevo farlo arrabbiare, non mi ricordo di aver gridato. Non sono una che grida, ma sono una che combatte». 

Il tycoon ha più volte negato l’intero episodio, affermando tra l’altro che è impossibile che non ci fossero testimoni (e nemmeno personale) su quel piano del negozio. Ha anche detto che Carroll non era il suo «tipo» anche se la donna negli anni Novanta somigliava moltissimo alla ex moglie Marla Maples, e infatti lui stesso in una deposizione le avrebbe confuse in una foto, secondo gli atti. La giornalista lo ha denunciato anche per diffamazione, in questa causa potenzialmente milionaria. L’ex presidente non si è presentato in tribunale finora, come è sua facoltà. La strategia della difesa è di smontare la credibilità di Carroll. Sui social Trump ha accusato anche l’avvocata Kaplan di essere una attivista politica, finanziata da un uomo politico suo rivale. L’ex presidente ha fatto riferimento anche al vestito che Carroll avrebbe indossato quel giorno e conservato («Vuole usare la carta di Monica Lewinsky») e ha scritto che quell’abito dovrebbe essere parte del caso e confermerebbe la sua innocenza, ma lui per anni ha rifiutato di confrontare il Dna con quello che secondo l’accusa sarebbe reperibile dalle macchie sull’abito. 

"Trump mi violentò e poi mi diffamò". Le accuse della scrittrice Jean Carroll. Occhiali scuri, gesti composti, ha sfilato davanti a uno stuolo di giornalisti in attesa. Jean Carroll, la scrittrice e giornalista che ha accusato Donald Trump di averla violentata negli anni '90, ha portato la sua testimonianza in aula. Redazione il 27 Aprile 2023 su Il Giornale.

Occhiali scuri, gesti composti, ha sfilato davanti a uno stuolo di giornalisti in attesa. Jean Carroll, la scrittrice e giornalista che ha accusato Donald Trump di averla violentata negli anni '90, ha portato la sua testimonianza in aula, a New York, dove si celebra il processo all'ex presidente degli Stati Uniti d'America. Ieri, nel secondo giorno di udienze, Carroll ha raccontato nei dettagli tutta la storia. La donna, che adesso ha quasi 80 anni, ha raccontato che la violenza avvenne nello spogliatoio dei grandi magazzini Bergdorf Goodman, lo store di lusso sulla Fifth Avenue, ad appena cinquecento metri dalla Trump Tower.

«Sono qui perché Donald Trump mi ha violentata, e quando ne ho scritto, ha detto che non è successo. Ha mentito e ha distrutto la mia reputazione, e io sono qui per cercare di riprendermi la vita» ha spiegato la scrittrice. Negando l'episodio, Trump l'ha diffamata. Ora Carroll, che vuole dignità e giustizia, si è presentata davanti ai giudici. E ha descritto tutto nei minimi particolari: alla giuria ha infatti spiegato come lei e Trump, che si conoscevano già da tempo, erano finiti nella sezione biancheria intima insieme. Trump le aveva detto di indossare un capo grigio-blu, ma lei aveva rifiutato.

Trump, allora, l'avrebbe spinta verso lo spogliatoio e qui sarebbe avvenuta la violenza. «Le sue dita» ha raccontato Carroll «si infilarono nella mia vagina, cosa estremamente dolorosa». «Poi - ha aggiunto - lui ha inserito il suo pene. Mi vergognavo» ha raccontato la scrittrice «pensavo fosse colpa mia. Era una commedia, era buffo e a un certo punto». Da quell'esperienza, ha rivelato, «sono stata incapace di avere di nuovo una vita sentimentale». Carroll ha raccontato di aver lasciato in stato di schock i grandi magazzini, e di essersi sentita colpevole per essere andata nello spogliatoio, si autoaccusava per quella scelta davvero «molto stupida».

L'accusatrice ha inoltre raccontato in aula che ne parlò subito a due amiche. Una, Lisa Birnbach, le disse che quello era stato un stupro e che doveva andare subito alla polizia. L'altra, Carol Martin, le consigliò al contrario di non parlarne con nessuno perché Trump era potente e aveva un team di avvocati che l'avrebbe seppellita. Il processo si celebra grazie a una legge, approvata l'anno scorso nello Stato di New York, che offre una finestra temporale di un anno a tutte le vittime di abusi e stupri, per denunciare episodi avvenuti anche lontano nel tempo, e il cui reato sarebbe caduto in prescrizione.

Estratto dell'articolo di Federico Rampini per il “Corriere della Sera” il 20 aprile 2023.

A Manhattan ci separa solo mezz’ora di metrò, ma c’è voluto un set alla Agatha Christie — una crociera sul Nilo — perché lo incontrassi: un omonimo che è uno degli italiani illustri di New York. Un principe che discende da un papa. A lungo socio e «quasi amico» di Donald Trump. Nonché proprietario del più grande spazio mondiale dedicato alla pubblicità di moda, i Pier59 Studios di Chelsea. Espulso da casa sua e «relegato» in una suite a Casa Cipriani, club esclusivo con vista sulla Statua della Libertà. 

Federico Pignatelli della Leonessa, nato nel 1963 a Roma, discende da una casata con 1.100 anni di storia a Napoli e in Sicilia. «Le nostre connessioni con il Vaticano sono antiche — dice — e uno dei miei antenati nel 1691 divenne papa Innocenzo XII. In famiglia abbiamo avuto anche quattro cardinali. A Napoli Villa Pignatelli è un museo, a Roma porta il nostro nome via Appia Pignatelli. Nella capitale Palazzo Pignatelli è l’ala antica di Montecitorio. Quando torno a Roma però non mi lasciano alloggiare in Parlamento, mi tocca andare in albergo...».

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Il principe fin da bambino è stato attratto dal mondo dello spettacolo. Sua madre Doris Mayer Pignatelli, originaria di Monaco di Baviera, amava il cinema e accettò di interpretare la parte di una nobildonna romana ne «La dolce vita» di un altro Federico. «In famiglia fece scandalo — ricorda Pignatelli — si vede che Fellini era considerato un rivoluzionario. La nonna paterna tolse il saluto a mia madre per anni». 

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La carriera professionale di Federico inizia «da zero, senza nessun patrimonio familiare», con una breve esperienza da giornalista economico al Globo. Viene notato da un finanziere italo-svizzero che lo invita a lavorare per lui, tra Ginevra e Lugano. 

Sono gli anni Ottanta, c’è l’iper-inflazione, le banche centrali la combattono con tassi d’interesse a due cifre, Pignatelli si tuffa nel nuovo mondo dei financial futures. Inizia una vita a duecento all’ora tra incidenti d’auto, amori con donne sempre bellissime, traslochi veloci da un continente all’altro: vive a Sidney, a San Francisco («Quando era l’epicentro della tragedia dell’Aids»), a West Hollywood (Los Angeles), Londra, infine New York.

È la Grande Mela degli anni Novanta, in pieno rilancio sotto il sindaco Rudolph Giuliani. La passione per la fotografia lo porta a contatto con un ambiente in effervescenza, «ma non c’erano studios adeguati al volume di attività di New York, i grandi fotografi dovevano lavorare in vecchi loft o garage». 

Lo attrae Pier59, uno dei moli di Chelsea sul fiume Hudson. «Era la zona dove storicamente attraccavano i transatlantici dall’Italia, ma il quartiere non era la Chelsea glamour di oggi. Nel Meatpacking District lì a fianco arrivavano i camion carichi di animali destinati a diventare scatolette. Nell’aria c’era la puzza di carne macellata. Pier59 sembrava un grattacielo sdraiato sull’acqua. Vuoto, inutilizzato».

Comincia così l’investimento che diventerà l’attività principale di Pignatelli: ricostruisce il molo per un mondo che conosce bene, la pubblicità della moda. Lo inaugura nel dicembre 1995 con un grande party di Renzo Rosso per Diesel. «Tutta la New York che contava quella sera venne, Pier59 Studios era lanciato». 

[…] 

Ha un po’ di nostalgia per la New York dove l’avventura ebbe inizio. «Negli anni Novanta questa città era spettacolare, sprigionava un’energia straordinaria, tutto era possibile, il fermento era unico, incontravi le persone più interessanti del mondo. Oggi ha perso quella dimensione esclusiva, è meno sofisticata, forse perché è cambiato il mondo. Mi manca».

Nella New York degli anni Novanta a lui capitò pure di diventare socio di Donald Trump. Insieme investirono in un ristorante-club, il Lotus, uno dei locali che lanciarono la vita notturna a Chelsea. 

Di Trump lo colpì una contraddizione: «Avventuroso, circondato di donne, amante della bella vita, però rigorosamente astemio. Io da buon italiano apprezzavo il vino, lui non si è mai lasciato tentare: solo acqua o peggio, Coca Cola. Anche dalla droga riusciva a tenersi lontano, in anni in cui scorreva a fiumi». The Donald però era «un temperamento focoso, s’imbestialì una sera in cui al Lotus non lo riconobbero e gli presentarono il conto». 

La discesa in politica? «L’ho perfino incoraggiato, pensando che non sarebbe mai stato eletto. Poi me ne sono pentito perché quelli che conoscevano i nostri rapporti hanno cominciato a perseguitarmi, per chiedermi contatti con il presidente. Ho dovuto cancellare il mio nome dall’ingresso del mio appartamento a Soho». 

Quell’appartamento è al centro di un altro aneddoto curioso: la causa contro uno dei più celebri finanzieri degli Stati Uniti, Ray Dalio, italo-americano. «Lui vale 20 miliardi e potrebbe comprarsi tutta Soho — osserva Pignatelli —, invece ha costruito una penthouse sopra il mio appartamento, poggiando sulle mie colonne portanti, e lo ha reso pericolante. Ho uno dei loft più belli di Soho e non ci posso entrare, è inabitabile. Per colpa di un cantiere illegale». [...]

Il caso Rudy Giuliani.

Estratto dell’articolo di Monica Ricci Sargentini per il “Corriere della Sera” venerdì 22 settembre 2023.

Il giorno dell’assalto al Congresso, mentre il mondo guardava attonito le immagini della folla che irrompeva nel parlamento americano, Rudy Giuliani avrebbe pesantemente molestato Cassidy Hutchinson, l’ex assistente della Casa Bianca diventata testimone chiave nel processo per gli avvenimenti del 6 gennaio 2021. 

A dare la notizia è stato il britannico Guardian che,mercoledì, ha pubblicato un estratto del nuovo libro di memorie della donna Enough ( Basta ), edito da Simon and Schuster, in cui lei racconta come l’ex sindaco di New York l’abbia palpeggiata dietro le quinte del palco da cui Donald Trump teneva il suo discorso nel parco sud della Casa Bianca, poco prima che i suoi sostenitori marciassero sul Campidoglio.

«Rudy mette un braccio attorno al mio corpo, stringendomi a sé, dice:“adoro come ti sta addosso questa giacca di pelle” ... abbasso gli occhi e vedo l’altra mano raggiungere il mio blazer e poi infilarsi sotto la gonna. Sento le sue dita gelate percorrere la mia coscia. I miei muscoli si irrigidiscono e mi ritraggo». Alla scena assiste il consigliere di Trump John Eastman che, sempre secondo la donna, lancia un sorriso malizioso. 

[...]

L’ex sindaco di New York ha negato tutto in un’intervista con Eric Boiling di Newsmax .

«Prima di tutto non sono il tipo che si mette a palpeggiare una persona. È falso, totalmente assurdo», ha detto. [...]

Non è la prima volta che Giuliani viene accusato di molestie sessuali. Lo scorso maggio una sua ex dipendente gli ha fatto causa per 10 milioni di dollari per violenza sessuale, molestie e decurtazione non legittima del salario. Lui si è detto innocente. 

Piove sul bagnato. L’accusa di Hutchinson è solo uno dei tanti problemi dell’ex avvocato di Trump. Rudy è tra i 18 complici accusati di aver cospirato per rovesciare l’esito del voto del 2020 in Georgia e si è dichiarato non colpevole di 13 accuse. Ed è stato anche ritenuto responsabile di diffamazione nei confronti di due operatori elettorali della Georgia. La Washington DC Bar Association ha raccomandato la sua radiazione dall’albo.

Oggi l’uomo è indebitato fino al collo e deve affrontare una causa da 1,3 milioni di dollari intentata dal suo avvocato per parcelle non pagate. 

Per saldare i conti ha messo in vendita il suo lussuoso appartamento nell’Upper East Side a Manhattan e ha pregato il suo ex amico e ex datore di lavoro, Donald Trump, di pagargli i 3 milioni di dollari dovuti, secondo lui, per pareri legali e consulenze che gli offrì da avvocato quando era ancora alla Casa Bianca (senza contare le parcelle successive). Ma il tycoon ha fatto spallucce, lasciandolo in un mare di guai.

Estratto dell’articolo di Biagio Chiariello per fanpage.it il 16 maggio 2023.

Rudy Giuliani si farebbe fatto praticare sesso orale da una sua ex consulente aziendale mentre era in vivavoce con Donald Trump, perché "lo faceva sentire come Bill Clinton". 

È [....] Noelle Dunphy ad accusare l'ex sindaco di New York, come raccontato nelle 69 pagine di accuse depositate alla corte statale di Manhattan. 

Nello specifico, la donna lo accusa di "abuso di potere, abusi sessuali, appropriazione di stipendio e altre cattive condotte”, [...] reati che sarebbero stati commessi [...] tra il 2019 e il 2021. 

La 43enne sostiene di non essere stata pagata e chiede 10 milioni di dollari di risarcimento, sostenendo che il suo famoso datore di lavoro spesso "si lasciava andare a insulti alimentati dall'alcol e che comprendevano riferimenti sessisti, razzisti e antisemiti". [...]

Giuliani ha poi insistito affinché la sua collaboratrice "lavorasse nuda, in bikini o in pantaloncini corti con una bandiera americana che le aveva comprato". [...] 

[...] Giuliani le avrebbe chiesto se conoscesse qualcuno che aveva bisogno di un ‘pardon', un provvedimento di clemenza individuale deciso dal presidente degli Stati Uniti, in cambio di due milioni di dollari. "Io e Trump – avrebbe detto – facciamo a metà". [...]

Il Caso Barbareschi.

Estratto dell’articolo di Viola Giannoli per repubblica.it il 10 maggio 2023.

"Lo stupro non è un barbatrucco". E poi giù gli slip e su le gonne per mostrarsi nude e nudi all'obiettivo e ai passanti su via Nazionale. 

Così oggi un gruppo di lavoratori dello spettacolo, appartenenti al collettivo Campo innocente, ha voluto protestare contro l'attore, regista e produttore Luca Barbareschi che, in un'intervista a la Repubblica, ha minimizzato le accuse di molestie sessuali da parte delle attiviste del gruppo Amleta. 

Il blitz è avvenuto davanti allo storico teatro Eliseo, adesso chiuso e fallito sotto la gestione Barbareschi, e davanti alla società di produzione Casanova Multimedia spa.

Non una dichiarazione di opinioni: un’aggressione” quella di Barbareschi, sostengono i manifestanti. Che aggiungono: “Le parole – come i gesti, come le azioni – feriscono, umiliano, fanno violenza. Si incidono sui nostri corpi, modificano l’ambiente in cui viviamo. Negare legittimità alle parole di chi denuncia è un ulteriore atto di violenza - continuano in un comunicato molto acceso - Le dichiarazioni di Barbareschi sono un distillato di maschilismo, e cultura dello stupro. Sono parole inaccettabili”. 

[...] “La realtà che noi viviamo è un’altra - dicono - chi denuncia si espone e rischia di non lavorare, il settore culturale subisce tagli sistematici che penalizzano le esperienze più fragili e indipendenti, non esiste alcuna forma di reddito per i/le lavoratrici precarie della cultura e dello spettacolo”. [...] 

Estratto da leggo.it il 10 maggio 2023.

Stanno creando decisamente polemica le parole di Luca Barbareschi, che in un'intervista a Repubblica pubblicata oggi sminuisce la lotta contro le molestie delle attrici raccolte dall'associazione Amleta. Ora arriva la replica, sul suo profilo Instagram, di Caterina Collovati, sempre attenta al dibattito sui diritti delle donne e che spesso commenta i casi di molestie. 

«Parliamo di un tema troppo delicato per fare polemica becera, però caro Luca Barbareschi, nello stesso modo in cui tu metti in dubbio gli abusi denunciati dalle tue colleghe attrici, così le donne potrebbero mettere in dubbio le violenze da te subite nell’infanzia», dice la Collovati. «Invece io ti credo, ma vorrei che anche le donne venissero credute quando raccontano l’orrore, la paura, l’umiliazione degli abusi». 

«È per colpa di giudizi come i tuoi se tante donne preferiscono chiudersi nel buio dell’anima dopo il trauma, per non venire colpevolizzate e non credute. Quel tuo dire “alcune si presentano a gambe larghe” è un grave stereotipo culturale che vede la donna sempre come “provocatrice” e mai come vittima di infami approfittatori. Aiutiamo le donne ad uscire dall’incubo e non privilegiamo il punto di vista di chi quella violenza la commette», conclude il suo post.

Cosa ha detto Luca Barbareschi

Negli scorsi mesi l'Associazione Amleta, l'associazione che si batte contro la disparità e la violenza di genere nel mondo dello spettacolo, ha raccolto una serie di denunce di molestie ad attrici da parte di attori, registi e produttori. A parlarne, tra le altre, Pamela Villoresi, Chiara Claudi, a Margherita Laterza. Oggi l'attore e regista Luca Barbareschi dice in un'intervista a Repubblica che le denunce di molestie «servono solo a farsi pubblicità». Ma confessa anche: «sono stato omosessuale nella mia vita», parlando del personaggio che interpreterà nel nuovo film The Penitent.

Barbareschi si scaglia poi contro le attrici che denunciano molestie. A Barbareschi «viene da ridere, perché alcune di queste non sono state molestate, o sono state approcciate malamente ma in maniera blanda, non cose brutte. Alcune di queste andrebbero denunciate per come si sono presentate. Sedendo a gambe larghe: 'Ciao, che film è questo?'». Barbareschi parla con Arianna Finos mentre sta girando la scena finale di The Penitent. Ispirato alla figura dello psicologo canadese Jordan Peterson. Poi dice io sono tollerante «Ho quattro figli, un maschio e tre femmine, e voglio che siano dignitose, libere e non subiscano mai. 

Io sono stato un bambino molestato, mi hanno abusato dagli otto agli undici anni i preti gesuiti a Milano: mi chiudevano in una stanza, uno mi teneva fermo e l'altro mi violentava. Ho fatto una legge su questa cosa qui». 

La replica delle attrici

Le attrici che fanno parte del collettivo hanno voluto replicare, sempre con un lungo post diffuso su profili Instagram e Facebook, in cui si legge: «In una riga Barbareschi liquida come 'una carrellata di finte denunce' perché dice alcune le ho avute a teatro quelle venute alla luce grazie al lavoro di Amleta, il report che raccoglie i dati di 2 anni di lavoro evidenzia più di 200 casi di violenza e molestie. Barbareschi forse si crede Dio e la sua esperienza e il suo percepito vengono da lui confusi con la verità per tutti e tutte noi. Noi al contrario abbiamo verificato che le donne che si decidono a denunciare hanno elementi, prove, testimonianze che confermano quello che dicono. Lo stereotipo che le donne mentano è molto radicato e di solito è alimentato da chi vuole mantenere intatto un sistema di potere e di oppressione. Non è basato su un'analisi della realtà ma sul nulla».

Nella replica a Barbareschi Amelta fa notare: Le artiste denunciano per farsi pubblicità? «Non esiste un'attrice che sia diventata famosa denunciando una violenza. Al contrario l'esposizione in quest'ambito è un atto di grande coraggio e generosità verso tutte le altre. Un'attrice che si espone è consapevole di correre un grande rischio, è proprio per questo che riusciamo a procedere con le denunce soltanto nel 5% dei casi. Ma anche questo tabù si sta infrangendo. Sempre più donne si espongono, perché vogliono proteggere anche tutte le altre e sono protette da tutte le altre. Non ci potete zittire tutte». 

Estratto da open.online l'11 maggio 2023.

L’attrice Jasmine Trinca all’attacco di Luca Barbareschi. Che aveva parlato di finte denunce per farsi pubblicità a proposito delle molestie alle attrici di cinema e teatro portate alla luce dall’Associazione Amleta. Trinca aveva detto qualche tempo fa che le molestie erano toccate anche a lei e che il #metoo era servito. Oggi in un’intervista a Repubblica risponde all’attore e regista proprio mentre scoppia una protesta davanti al teatro Eliseo. «Trovo vergognoso che degli uomini possano continuare a prendere parola per le donne. Quindi non direi stendiamo un velo pietoso, tutt’altro: alziamo questo velo. È gravissimo, sono dichiarazioni gravissime».

La parola delle donne

E ancora: «Barbareschi esprime la voce di persone che continuano a prendere parola per altre. Per me la parola di una donna è una parola intoccabile, una parola che prende il suo tempo, quale che sia questo tempo, e va rispettata. Di sicuro la voce di tante attrici e non solo, di donne che vengono abusate a vari livelli, perché l’abuso di potere non è solo quello sessuale, è una parola che va ascoltata e rispettata».

Trinca aggiunge nel colloquio con Arianna Finos che la società in questi anni «è cambiata relativamente e probabilmente non per il movimento in Italia. La verità è che siamo stati guidati da un movimento internazionale fortissimo che viene soprattutto da altri Paesi. È stato importante che le donne potessero sentire una parola che risuona, l’idea di non sentirsi sole di fronte a una dichiarazione molto difficile. È un’assunzione di coscienza complicata che nessuno si può permettere di commentare».

Giampiero Mughini per Dagospia l'11 maggio 2023.

Caro Dago, vedo che intere tribù femminili si sollevano e si manifestano contro Luca Barbareschi, il quale aveva rilasciato un’intervista nella quale si diceva diffidente delle donne che dieci o venti anni dopo denunciano molestie maschili nei loro confronti, e tanto più che lui per esperienza personale ricordava più e più donne che gli si erano presentate allargando le gambe nel sedersi a far capire quel che fosse possibile fra loro e lui. 

Premetto che Luca lo conosco da tempo, gli sono amico, so che non ci va di mano leggera quando vuole dire una qualche cosa. Di certo in quell’intervista Luca parlava a nome personale, ci metteva nome e cognome, non si appellava alla solidarietà di qualche miliardo di uomini, gente dove c’è del meglio e del pessimo, dei galantuomini ma anche dei bastardi e degli autori di femminicidi. 

Volete replicargli? Fatelo pure, tenendo conto però del suo specifico itinerario e delle sue specifiche caratteristiche umane e professionali. Conosco Luca a puntino, fin da quando accompagnava Lucrezia Lante della Rovere in casa della madre di lei, la per me indimenticabile e adorata Marina.

Ebbene contro Luca non si ergono delle persone, con i loro argomenti e con le loro specificità umane e professionali e bensì la metà del mondo, le donne in quanto tali. Le Donne, nientemeno.

Voglio dire che loro così si presentano, così si ergono, così si fanno valere. Solo che le Donne con la maiuscola non esistono, esistono alcuni miliardi di donne ciascuna con nome e cognome, le une differentissime dalle altre. Ho detto differentissime, non differenti. Le donne dell’Afghanistan e le modelle inglesi o americane. Quelle che fanno le giornaliste in Italia e quelle che fanno le mogli in Ucraina. Donne madri, donne amanti, donne compagne insostituibili del loro uomo, donne che hanno un tocco del vivere differentissimo da quello maschile, donne che non c’è nulla al mondo che valga il passare un’ora con loro a guardarle con gli occhi, donne che non sono altro che delle puttanelle pronte a tutto pur di farsi valere, eccetera eccetera.

Non c’è nulla nella mia vita che valga il rapporto avuto con il femminile, il rapporto con le diversissime donne di cui ho detto prima. Nella cosa la più importante della mia vita, i libri che ho scritto e firmato, sempre mettevo una di loro, una donna a di cui ho messo solo l’iniziale del nome in Compagni addio ma anche la B. al cui funerale in una chiesa romana sono andato in compagnia di Michela, la Kate Moss che stava in non ricordo più quale mio libro, l’Elsa Martinelli che figurava nella copertina di Che belle le ragazze di via Margutta, quell’altra ragazza che ha illuminato la mia giovinezza e alla quale ho dato un ceffone la volta che era venuta a casa mia per segnare con un’offesa il suo congedo per sempre. Tutte donne strabilianti e terrorizzanti e maledette e mirabili. Tutte donne che hanno marcato per sempre la mia anima, ciascuna diversissima dalle altre, così come sono l’una diversissima dalle altre le mie amiche adorate dell’oggi, Sandra Chiara Simonetta Annalena. Non diversissime, di più. Ed ecco perché ne vale la pena affrontarle, contornarle, accettarle, tenerle a bada. Non certo per i motivi banalissimi addotti da quelle che bersagliano Luca Barbareschi.

Dagospia l'11 maggio 2023. Riceviamo e pubblichiamo: “Non rinnego una parola della mia intervista che è esaustiva e chiara, uscita su Repubblica martedì 9 maggio 2023. Non ho mai minimizzato l’importanza e il coraggio di chi denuncia molestie o violenze subite. Al contrario, sono profondamente solidale, oggi e da sempre. In nessun caso posso giustificare o trattare alla leggera gli abusi. Appartiene alla mia biografia personale e mi sono speso in prima persona per tutelare questo tipo di soprusi grazie alla mia Legge contro la pedofilia e al trattato europeo sulle violenze di Lanzarote. 

Dispiace e rattrista che alcuni colleghi da me stimati, come Roberto Andò Fabrizio Gifuni e Mario Martone, si siano limitati a leggere il titolo dell’intervista. È oggettivo che nel nostro ambiente sia usata, in alcuni casi in modo strumentale, questa piaga delle molestie per ottenere visibilità (nella mia intervista dichiaro che “alcune di queste attrici non sono state molestate, o sono state approcciate in maniera blanda”). Intendo dire che, così come è vero che ci sono uomini e donne di potere che si approfittano di persone fragili, è anche vero che ci sono attrici e attori che si fanno pochi scrupoli pur di raggiungere i loro obiettivi.

Attenzione però a condannare senza prove o su illazioni. Sono stato il primo a parlare nel 1990 del pericolo della speculazione sulla parola molestie e violenze subite; si trattava del mio spettacolo Oleanna su testo di David Mamet. Non a caso la sceneggiatura di un Premio Oscar e Premio Pulitzer. In quel caso si parlava di uno stupro subito a causa di una carezza verbale. La mamma degli imbecilli partoriva il primo cretino. 

Suggerisco quindi a tutte le numerose associazioni che difendono i diritti di donne e uomini molestati, abusati o bullizzati, di ampliare il raggio d’azione anche ad altre le categorie professionali: commesse, studentesse, segretarie, operaie, ecc.

Ho sei figli, un maschio di 49 anni, quattro femmine tra i tredici e i quarant’anni e un altro maschio di 11 anni (più tanti nipoti), e desidero che ciascuno di loro cresca dignitoso, libero e non subisca mai censure e prevaricazioni. La prevaricazione è il primo passo verso la dittatura. Anche quella di un pensiero opposto al nostro. La prevaricazione è sempre sbagliata e se è vero che i ricatti li fanno i potenti, è anche vero che sedurre un potente può essere una scorciatoia.

Quello che mi preme sottolineare – e che è uno degli aspetti cardine del mio film “The Penitent – a rational man” di cui onestamente ho cercato di parlare a lungo – è che rispetto a certi temi spesso si incorre in una insidiosa semplificazione del pensiero, per cui si tende a omologarsi ad una visione unica. Nel film lo psichiatra protagonista viene linciato pubblicamente perché un giovane paziente gli annuncia una strage e poi uccide otto persone. L’assassino appartiene alla comunità LGBT e immigrato ispanico: per questo, paradossalmente, non viene più percepito come colpevole e diventa necessario - per l’opinione pubblica e la stampa – trovare qualcuno su cui scaricare la responsabilità di quella tragedia. Modificare la percezione di quanto avvenuto per ricondurlo ad un pensiero dominante. Io invece rivendico l’autonomia da questo pensiero dominante, la libertà di sviluppare un proprio pensiero critico e autonomo.

Mi piace sviscerare le questioni, cogliere le sfumature e superare la tendenza al pensiero unico. Che è ben diverso da avvallare o sminuire le violenze che quotidianamente accadono, a prescindere dagli ambiti in cui si verificano. 

Un’ultima precisazione: Eliseo Teatro è uno dei brand della holding ÈLISEO ENTERTAINMENT Moving Emotions insieme a Eliseo Fiction, Eliseo Doc & Light, Eliseo Cinema, Eliseo Cucina, Eliseo Musica, Eliseo Ragazzi… Il Teatro Eliseo non è fallito. Chi dice questa falsità verrà raggiunto dai miei legali. L’Eliseo apre per convegni, eventi e per affitti sala ma, senza le sovvenzioni come tutti gli altri teatri storici, non può produrre come una volta.”  Luca Barbareschi

Il caso Ron Jeremy.

Barbara Costa per Dagospia l’11 marzo 2023

Ron Jeremy compie 70 anni. È corretto fare gli auguri a chi ha fatto la storia del porno, è stato un pornostar internazionale, ora finito marchiato quale porco stupratore e sudicio molestatore? La verità è che Ron Jeremy, che è il suo compleanno, non credo se ne renda neppure conto. Lui ora è un demente. Rinchiuso a Los Angeles in un ospedale psichiatrico statale per decisione di un giudice che, valutati i referti medici inoltrati e dall’accusa e dalla difesa, ha dichiarato l’imputato Ron Jeremy incapace di reggere le udienze perché affetto da demenza cognitiva.

E il processo per i 34 casi di stupro? Ron Jeremy è colpevole, sì o no? A questo punto è congelato, e una sentenza non l’avremo mai. Ron Jeremy starà in ospedale psichiatrico 2 anni, sottoposto a visite cicliche monitoranti il suo mentale declino. La prima è fissata l’8 maggio. Ma la sorella di Jeremy, Susan, vuole che l’avvocata di Jeremy sia nominata suo tutore sanitario e finanziario, e che Jeremy sia trasferito in una struttura privata, fino alla fine dei suoi giorni. 

Fine la più deplorevole per una icona mondiale. In notorietà, nel porno maschile son pari a Ron Jeremy solo John Holmes e Rocco Siffredi. Ron Jeremy per 4 decenni ha mostrato al pubblico porno e no che un uomo non bello né palestrato, senza alcun fascino ma con panza e peli da vendere – e con un pene di 25 cm – poteva sedurre ogni pornof*ga.

 La fama mondiale di Jeremy sta nel suo corpo goffo, nel suo personaggio untuoso, maleducato, rude, a cui ogni bellezza in video cedeva (quanti l’hanno guardato, in Italia, nei "Concetta Licata" di Mario Salieri, protagonista con Selen “che gl’è piace 'u gelato”?). Un personaggio in ogni sgradevolezza fusosi con la persona: sta qui il cuore dell’impianto accusatorio che ha piegato la carriera di Ron Jeremy, di riflesso macchiando il porno come settore.

Le donne che accusano Jeremy di molestie e violenza sessuale – sia le 34 accusatrici in tribunale, sia le pornoattrici denuncianti solo via social – rimproverano a Jeremy di sovrapporre le sue gesta da pornostar – attuate nel consenso, secondo i plot – a quelle dell’uomo Jeremy che non accetta una donna non volente alcun tipo di intimità sessuale con lui.

 Lo stereotipo dell’attore pornografico senza morale sullo schermo identicamente senza morale nella realtà è ciò a cui Ron Jeremy ha fatto guerra tutta la vita. Che ci abbia preso in giro per tutti questi anni? Il laureato con master Ron Jeremy, figlio dell’alta borghesia newyorchese, mai fatto uso di droghe neppure nicotina né alcool, mai fatto uso di Viagra o simili, volto del porno il più professionale, tramite il quale far capire al mondo non porno che chi fa porno non è una cattiva persona.

Ci ha perculato per 40 anni? I media nella loro totalità ma specie chi ha fatto inchiesta sul "caso Jeremy" ha puntato ogni faro sull’accusa e poco su Ron Jeremy che, fino all’anno scorso, fino a che cadesse nel buio della demenza, ha sempre ribadito la sua innocenza e chiesto più volte non un "processo ombrello" (tutte le accuse di violenza sessuale in un unico processo e sentenza) ma di venir giudicato accusa per accusa, difendendosi da ognuna con la sua verità.

È curioso che più accuse contro Jeremy seguano lo stesso copione: più donne – e tra queste 2 minorenni all’epoca dei fatti, risalenti fin da metà anni '90 e inizio 2000 – si dicono vittime dello stesso iter: loro si avvicinano alla star Ron Jeremy in cerca di una foto, autografo, un saluto, lui le attirerebbe in un posto pubblico ma isolato (ad esempio il parcheggio del "Rainbow Bar", a West Hollywood) per infilargli le dita in vagina e nell’ano, e la punta del suo pene nel sesso o nell’ano. E ci sono donne che accusano Jeremy di aver loro baciato i seni senza consenso, e succhiato i capezzoli, quando loro domandavano a lui solo un innocente autografo sulle tette.

Il web è zeppo di foto e video di Ron Jeremy che, con sguardo da maiale fantozziano, palpa seni, prende in braccio donne, anche le bacia in bocca. E sono tutte donne sorridenti, felici, con Jeremy in luoghi pubblici come convention e fiere del porno. Presenziare a tali eventi – e baciare su loro richiesta le fan, e farsi su loro richiesta sfiorare il pene coperto da mutande e pantaloni, e fare selfie con loro, e scrivere con un pennarello RJ circondato da un cuore su un foglio ma pure su ogni parte del corpo che varie fan desiderano, seni e natiche compresi, per una media di 150 seni a settimana – è dal 2013 il lauto pagato lavoro che Jeremy ha svolto nel porno, dopo aver subito un delicato intervento al cuore che non gli ha più permesso di pornare ad alti livelli (men che mai a esibirsi nel suo porno cavallo di battaglia, l’auto-fellatio).

Baci, carezze e palpeggiamenti avvenuti in convention e in fiere pieni di telecamere, e sono talmente pubblici che le donne che li han ricevuti li hanno pubblicati sui loro social e non solo, e sono accaduti davanti a tante persone e al netto di agenti di sicurezza che, interrogati, mai una volta sono stati chiamati a intervenire per fermare la lingua e le mani di Jeremy.

Ci sono pornoattrici e stripper che, forti del MeToo, dopo anni son venute allo scoperto contro Jeremy dicendo che quanto pornato con lui in pubblico era stato fatto non col loro consenso. Ma che non l’hanno denunciato prima perché convinte di non essere credute poiché porno attrici. E ci sono pornostar – come Ginger Lynn – che, dopo aver sul web incolpato Jeremy di terribili nefandezze, sono tornate a pornare con lui, come niente fosse. Ancora, ci sono colleghi/e nel porno amici di Jeremy che, in questi anni di prigionia (Jeremy è stato arrestato nel 2020, e incarcerato sotto cauzione monstre di 6,6 milioni di dollari) non hanno detto una parola in sua difesa. L’hanno lasciato solo.

L’hanno abbandonato. E però, con Jeremy sul tetto del mondo, era ovunque un dire ogni bene, su di lui, e a girare sui set, con lui. Dove sta la verità? Lo hanno coperto per decenni? O Ron Jeremy paga una condotta sessuale magari pure discutibile e però consensuale e però adesso non più tale visti i benefit mediatici assicurati dal MeToo? Ma una donna è sempre vittima, incapace di dire no, di ribellarsi a un uomo sempre porco se di potere? O è Ron Jeremy che, invecchiando, è sessualmente ammattito, non governando più i suoi istinti i più malsani?

Laura Zangarini per corriere.it l'1 settembre 2020. Già incriminato dalla giustizia all’inizio dell’estate per stupro e aggressione sessuale su quattro presunte vittime, il celebre pornodivo Ron Jeremy si ritrova ad affrontare 20 nuove accuse di stupro e di abusi sessuali su una 15enne. Lo ha reso noto lunedì 31 agosto il procuratore distrettuale di Los Angeles. Ron Jeremy, 67 anni, che ha all’attivo oltre 2.000 film porno dalla fine degli anni ‘70, era stato a lungo oggetto di tali accuse all’interno della professione ed era stato tenuto lontano da vari eventi negli ultimi anni.

Le nuove accuse. Nel giugno scorso è stato ufficialmente accusato dello stupro di tre donne e aggressione sessuale di una quarta. Il suo arresto e, successivamente, la sua apparizione in tribunale hanno scatenato una nuova ondata di denunce a suo carico. Ron Jeremy, che si è dichiarato totalmente «innocente» su Twitter, si dichiarerà «non colpevole» per questa nuova serie di accuse, ha riferito il suo avvocato. Alcune di queste accuse risalgono al 2004, quando Ron Jeremy, il cui vero nome è Ronald Jeremy Hyatt, avrebbe aggredito un’adolescente a una festa. In questo caso l’accusa è di atti osceni e di penetrazione forzata da parte di un oggetto estraneo. Le nuove accuse portano a 17 il numero delle presunte vittime di Jeremy, che vanno dai 15 ai 54 anni, e coprono un periodo di 16 anni.

L’ultima aggressione sessuale pochi mesi fa. Secondo quanto riferito, l’aggressione più recente è stata commessa su una donna di 21 anni fuori da una attività commerciale a Hollywood il 1 ° gennaio 2020. Se condannato, Ron Jeremy, attualmente in custodia, potrebbe finire i suoi giorni in prigione: rischia una sentenza all’ergastolo di oltre 250 anni. Sempre in giugno, il suo avvocato, Stuart Goldfarb, ha negato apertamente le accuse contro il suo cliente, assicurando che «non era uno stupratore». «Ron, nel corso degli anni e per quello che è, è stato il partner di più di 4.000 donne (...) Le donne gli saltano addosso», è la tesi di Goldfarb.

Le indagini del procuratore. Al centro del documentario del 2001 «Porn Star: The Legend of Ron Jeremy», il pornodivo è l’ultimo dei grandi nomi dell’industria dello showbiza trovarsi faccia a faccia con il sistema giudiziario di Los Angeles per gli abusi sessuali da quando è emerso nel 2017 il movimento #MeToo contro la violenza contro le donne. In totale, la squadra appositamente creata dal procuratore di Los Angeles per indagare sui crimini sessuali a Hollywood si è interessata a una ventina di potenziali sospetti. Tra loro c’è il magnate e produttore cinematografico Harvey Weinstein, condannato a 23 anni di carcere a New York ma allo stesso tempo accusato di aver abusato di altre tre donne a Los Angeles.

Dagonews  il 7 agosto 2020. Ci sono decine di altre donne che accusano il porno attore Ron Jeremy di stupro e violenza sessuale. Jeremy è stato arrestato alla fine di giugno dopo essere stato accusato da quattro donne. Quelle accuse hanno squarciato il velo e ora molte altre sono pronte a parlare. Già pochi giorni dopo l’arresto, il dipartimento dello sceriffo della contea di Los Angeles ha ricevuto almeno 30 accuse di stupro forzato e tentazione contro la porno star. E molte altre sono state fatte in altre parti del paese. Un nuovo rapporto pubblicato dal “Los Angeles Times” racconta di sei nuove presunte vittime della pornostar. Secondo il Times ogni storia ha un sottotesto comune: se Ron vedeva qualcosa che voleva, se lo prendeva e basta. Lianne Young, per esempio, ha raccontato al giornale che una notte Jeremy è sgattaiolato dietro di lei in un locale sulla Sunset Strip di L.A. Era il giorno di Halloween del 2000 e a quei tempi lei faceva la pornostar con il nome di “Billie Britt”, era in bikini nella ex House of Blues per una festa dell’industria del porno, lui è arrivato, l’ha spinta sopra un tavolo e l’ha penetrata. Il tutto davanti a tre famosi dirigenti dell’industria. Un’altra donna, anche lei dell’ambiente dell’hard, ha confessato di aver sempre avuto troppa paura della presa che Jeremy aveva nell’industria del porno per parlare quando lui l’ha attaccata a Chicago, nel 2014. In un bar Jeremy l’ha presa in grembo finché lei non ha provato a scappare e lui l’ha inseguita e l’ha costretta a fare sesso orale: “A un certo punto ha tirato fuori il suo pene mentre io, me lo ricordo ancora vividamente, stavo piangendo”, ha detto Elle, aggiungendo che ha premuto il suo pene così forte contro di lei da averle lasciato un’abrasione ai suoi genitali. Alana Evans, presidente della “Adult Performers Actors Guild”, era alla stessa festa di Halloween in cui sarebbe stata violentata Lianne Young, e dice che le aveva parlato di quell’aggressione. “Fa le cose senza chiedere”, ha detto Evans. “Ci sono molte persone che pensano che siccome siamo attrici hard sia giusto toccarci in modo inappropriato o violentarci”. Voci sulla presunta cattiva condotta sessuale di Jeremy sono circolate nel settore dell'intrattenimento per adulti da decenni, tuttavia sono state rese pubbliche solo negli ultimi anni. La svolta è arrivata nel 2017, quando Ginger Banks ha compilato una serie di accuse contro Jeremy in un video di YouTube di 10 minuti. Mesi dopo, Rolling Stone ha pubblicato le accuse mosse da una dozzina di donne che affermavano che Jeremy le palpeggiava o, come spiegato dettagliatamente da due presunte vittime, le violentava violentemente. Jeremy dopo quell’articolo è stato espulso dall'industria cinematografica, ed è stato addirittura bandito dall'Exxotica Expo e dai premi Adult Video News.

Da "ilmessaggero.it" il 24 giugno 2020. Ha 67 anni e, in fatto di salute, non se la passa bene, ma ora la stella dei film porno Ron Jeremy è finita in galera a Los Angeles con l'accusa di stupro di quattro donne nell'area di West Hollywood. I primi episodi risalirebbero al 2014. L'incriminazione del "Porcospino" (il suo soprannome di cui va fiero) è stata formulata dal procuratore della contea di Los Angeles Jackie Lacey. La notizia ha avuto un enorme eco non solo negli Usa dove il nome dell'attore, star del periodo d'oro del porno narrato nella serie The Deuce con Maggie Gyllenhall che ha preceduto il boom delle luci rosse on line,  è subito salito in testa alle classifiche delle ricerche on line e dei post sui social. Le sue foto in tribunale, in manette e con il volto malconcio in parte coperto dalla mascherina anti Covid-19, sono fra le più viste nelle ultime 24 ore. Le accuse coprono il periodo che va dal 2014 al 2019 e partono da donne che al momento dei presunti stupri avevano dai 25 ai 46 anni. Il pornoattore, ritenuto il migliore al mondo nel 2003, fra i primi a inserire toni comici nei film a luci rosse, rischia 90 anni di prigione, insomma l'ergastolo. In carriera ha girato più di duemila film con cameo anche di recente. In Italia divenne noto nel 1990, l'anno dei Mondiali di calcio, per un film in cui faceva la parodia di Maradona alle prese con Moana Pozzi e Ilona Staller Cicciolina. Ron Jeremy, sul set dal 1979, negli anni migliori alla pari del John Holmes cantato anche da Elio e le Storie Tese, si era autodefinito “grasso, basso e peloso”, da qui il soprannome il porcospino. E' stato consulente per le scene di sesso per il film 9 settimane e mezzo con Mickey Rourke e Kim Basinger e Boogie Nights.

Barbara Costa per Dagospia il 28 giugno 2020. “Sono un porno molestatore, ma non ho mai violentato nessuna”: si dice innocente, Ron Jeremy, lo ripete su twitter e tramite le parole del suo avvocato, e usa il termine con cui ha sempre descritto il suo porno-personaggio, "groper", che sta proprio per pomicione, palpeggiatore, uno che ti mette mani e bocca e lingua ovunque. Ma che lo fa per gioco, perché lo pagano, perché questo è il suo lavoro, perché la donna palpeggiata sa che è tutta scena a favore di telecamera. Stavolta però sembra non essere così, non lo è per i giudici, ci sono accuse pesantissime, ci sono 4 donne (ma forse sono 25!) che lo accusano di violenza sessuale, in 4 episodi che vanno dal maggio 2014 al luglio 2019. Tutte donne non del porno, contro l’attore porno più famoso al mondo. Alzi la mano chi non conosce Ron Jeremy, chi non ha mai visto un suo porno, anche i più giovani sanno chi è, per i porno e per le centinaia di incursioni non porno, nel cinema, nella musica, in tutti i media, che Ron Jeremy ha fatto prima di finire in galera. Non è la prima volta che Mister Ron Jeremy finisce sotto accusa: durante la tempesta Weinstein alcune pornoattrici, guidate da Ginger Banks, misero su una campagna social contro Jeremy, accusandolo dei crimini sessuali i più orridi, ma allora nessuna aveva fatto seguire le sue social-accuse da denunce. Questa volta le denunce ci sono, Ron Jeremy rimane in carcere, e rischia 15 anni per ogni imputazione. Questa volta Ron Jeremy è nei guai sul serio. Questa volta c’è un tribunale, e si è defilato anche il suo manager. Ron Jeremy è solo. È tutto il porno che con Jeremy esce ammaccato, perché Jeremy è da sempre, da 4 decenni, la faccia pulita del porno, uno che mai ha avuto problemi di droga o alcool, e tra i pochissimi che è riuscito a rimanere al top in un ambiente dove l’età che avanza è il più acerrimo nemico. La fama mondiale di Ron Jeremy è tutta nel personaggio che si è cucito addosso, quello dell’uomo non macho, dal corpo tarchiato, sgradevole di viso e di maniere, grezzo, zotico, ma simpatico. L’uomo medio avente tra le gambe un bastone da 25 cm in grado di soddisfare donne su donne, in erezioni lunghe e implacabili. Ron Jeremy quale antitesi di James Bond, ignorante e volgare e però incontenibile scopatore. Un personaggio lontano dal Jeremy reale, figlio dell’alta borghesia newyorchese, padre fisico, madre editor ed ex spia OSS (la CIA della Seconda guerra mondiale). Jeremy frequenta ottime scuole, si laurea, per un breve periodo insegna ma poi lascia, e mica per il porno: lui vuole fare cabaret, ci prova, si mantiene come cameriere, ma fa la fame. Con Alice, la sua ragazza di allora, si scatta foto nudo che invia alla rivista "Playgirl". Jeremy le firma col suo vero nome e cognome, Ron Hyatt (Jeremy è il suo secondo nome), e i lettori di Playgirl – gran parte uomini gay – trovano il suo numero di telefono sull’elenco, ma lo sbagliano, in realtà è il numero della nonna di Jeremy, una mite signora che da un giorno all’altro è tempestata di chiamate di uomini infoiati. A Jeremy – e al suo membro generoso – arrivano offerte porno da ogni parte: lui rifiuta, lui vuole fare l’attore comico. Cambia idea per soldi e per una celebrità nel porno che lo sommerge da subito. Una popolarità immensa, internazionale, Jeremy è sul porno-podio con nomi da leggenda quali John Holmes e Traci Lords, ma Jeremy è pure uno che capisce subito che è sfruttando il porno fuori dal porno che diventi una icona. Ron Jeremy è stato un influencer quando ancora non solo i social, ma proprio il web, erano da inventare. Jeremy ha trasformato il suo nome porno in un brand capace di sponsorizzare prodotti, e sommare ospitate tv, radiofoniche, e nel cinema tradizionale. Se la filmografia porno di Ron Jeremy è quasi incalcolabile – siamo oltre i 2300 film recitati e 289 diretti – notevole è quella nel cinema mainstream, b-movie e tv-movie. È innegabile: Ron Jeremy ha riempito il suo personaggio di crudi aneddoti, grossolani, triviali, alcuni veri altri no, e che oggi gli si ritorcono contro. Oltre a migliaia di foto e selfie che si è scattato in posa da maiale con donne famose e non, è provato: in "87 and Still Bangin" Ron Jeremy si è davanti alle telecamere – e dietro compenso milionario – scopato una donna di 87 anni. Scopata, completamente, con consenso e gioia di lei, una donna di nome Rosie Agree, e credo l’unica porno-défaillance di Jeremy: con lei gli è riuscito tutto tranne il facial. Ron Jeremy è stato il regista del porno con John W. Bobbitt, l’uomo passato alla cronaca e alla storia per essere stato evirato dalla moglie, uomo a cui è stato riattaccato il pene rivelatosi nuovamente funzionante, anche se non sul set. Jeremy ha ammesso che per farglielo alzare nel film glielo ha siringato, sebbene Jeremy sia contrarissimo all’uso di viagra e simili, lui non ne ha mai presi e ne approva l’uso solo per quegli uomini che vanno a letto con la stessa donna da tanti anni. Non me ne sto dimenticando, lo dico, che l’enorme porno-fama di Ron Jeremy sta anche nella sua capacità di fare self- suck, l’auto-fellatio, abilità che ha perso con l’età (da ragazzo era un ginnasta) e con l’ingrossarsi della pancia: fino all’infarto del 2013, riusciva ancora, seppur a malapena, a sfiorarsi la punta. È risaputo: il soprannome di Jeremy è "porcospino", ma tu lo sai da che deriva? Non dal suo aspetto rozzo, né dai suoi modi rozzi, ma da una ipotermia che su un set lo rivelò nudo davanti a tutti e tutto rosso e coi peli duri e ritti come quelli di un porcospino.

Dagotraduzione dal Daily Mail l'8 settembre 2021. L’attore di film per adulti Ron Jeremy ha sfruttato la sua celebrità per incontrare e isolare le donne che ha violentato e aggredito sessualmente, usando le stesse tattiche per anni. È quanto hanno testimoniato al Gran Giurì le 21 donne che lo hanno denunciato per abusi. Una delle donne, identificata come Jane Doe 8, ha raccontato di aver incontrato Jeremy nel 2013 in un bar di West Hollywood e di aver detto all’amica che era con lei: «Non sarebbe divertente se ricevessimo una sua foto con un autografo?». Pochi minuti dopo Jeremy l’avrebbe aggredita sessualmente in bagno. Jane Doe 7 ha ricordato che era eccitata all’idea di conoscere una celebrità poco prima che si presentasse alla porta della sua stanza d’albergo. Ma qualche minuto dopo l’ha violentata. Ron Jeremy, 68 anni, si è dichiarato non colpevole delle 34 accuse di violenza sessuale formalizzate dal Gran Giurì, tra cui 12 per stupro. È stato arrestato nel 2020 e da allora è in prigione. Soprannominato “The Hedhehog”, Jeremy è stato a lungo uno degli artisti più noti e prolifici dell’industria del porno ed è arrivato al grande pubblico con i reality show, le apparizioni pubblice e i video musicali. Per i collezionisti di autografi e i malati di selfie, è diventato presto una vera calamita, ed è così che molte delle donne che lo accusano lo hanno incontrato. Una donna oggi 33enne, ma che all’epoca aveva 15 anni, ha raccontato di essersi avvicinata a lui durante un rave a Santa Clarita, in California. «Non sapevo chi fosse, ma tutti mi dicevano che era famoso ed ero entusiasta di incontrare una celebrità» ha detto la Jane Doe numero 5. Lui l’ha invitata nel backstage per farle vedere qualcosa di «interessante», poi l’ha presa in braccio, e ha messo la mano sotto la gonna e l’ha molestata. I luoghi delle violenze emersi dai racconti sono spesso gli stessi: il ristorante dove era solito mangiare e dove aveva il permesso di usare il bagno dei dipendenti, e il suo appartamento, descritto come sporco e infestato dagli animali. In particolare attirava le donne al Rainbow Bar and Grill sulla Sunset Strip di West Hollywood, e con la scusa di mostrare loro la cucina dove il ristorante preparava le sue famose pizze, o il bagno esclusivo a cui aveva accesso, le portava nello spazio angusto, chiudeva la porta e le stuprava. Diverse donne hanno raccontato anche che Jeremy le costringeva a descrivere la loro esperienza su un tovagliolo di carta e a volte dava loro dei soldi. Secondo i pubblici ministeri tentavi di tutelarsi e di ottenere prove di un rapporto consensuale. Una donna ha raccontato di aver incontrato Jeremy al Sunset Strip e di aver scattato una foto con lui, nonostante il fidanzato e il fratello l’avessero avvisata di starne lontano. Dopo averla violentata in bagno, le ha tirato 100 dollari: «Mi ha lanciato dei soldi dal nulla». Un’ora dopo la donna era alla polizia per denunciare la violenza, ma è stata una delle poche a farlo subito. «È una celebrità come attore porno, pensavo che nessuno mi avrebbe mai creduta, volevo solo uscire da lì e dimenticare tutto» ha detto Jane Doe 7. In difesa di Jeremy s’è schierato però Eliot Preschutti, a lungo gestore del famoso rock bar Rainbow Bar & Grill sulla Sunset Strip: «È vero, è un palpeggiatore, ma non uno stupratore». Preschutti ha raccontato che Jeremy andava nel suo bar quattro sere alla settimana: «Ho visto tutta la gente che gli veniva incontro, la gente che gli si accalcava intorno. Lo conosco molto più della maggior parte delle persone e anche se non posso parlare per nessuna delle situazioni di cui è accusato, credo che sia solo un altro tentativo di abbatterlo. Non sono il suo migliore amico, ma ho avuto ore e ore di conversazione con lui, dalle sette alle otto ore, quattro volte alla settimana, e ho osservato il suo comportamento. L’ho visto in azione: semplicemente non ha bisogno di violentare le donne. Ci sono un sacco di donne che si mettono a sua disposizione».

Dagotraduzione dal Guardian il 26 agosto 2021. Un gran giurì ha incriminato l’attore di film per adulti Ron Jeremy accusandolo di oltre 30 reati di aggressione sessuale che hanno coinvolto 21 donne e ragazze. Ieri, alla corte superiore di Los Angeles, Jeremy, 68 anni, si è dichiarato non colpevole di tutte le accuse, compresi i 12 stupri che gli sono stati addebitati. Le accuse riguardano un periodo che va dal 1996 al 2019, con vittime di età compresa tra i 15 e i 51 anni. I pubblici ministeri di Los Angeles hanno utilizzato, per questo caso, la stessa strategia impiegata nel caso di Harvey Weinstein: i procedimenti segreti del gran giurì per ottenere un atto d’accusa che sostituisse le accuse originali, consentendo loro di saltare un’udienza preliminare pubblica sulle prove e procedere al processo. L'avvocato difensore Stuart Goldfarb ha dichiarato in una e-mail che la «posizione di Jeremy è la stessa di quando è stata presentata la denuncia penale. È innocente da tutte le accuse». Jeremy è in carcere e il giudice ha fissato la cauzione a 6,6 milioni di dollari. Tra le violenze sessuali contestate a Jeremy, c’è quella su una donna durante un servizio fotografico (1996), su una 19enne in discoteca (2003), su una 17enne in casa (2008) e su una 15enne (2004). A ottobre si svolgerà l’udienza preliminare. Ron Jeremy è stato per decenni tra gli attori più noti e prolifici dell’industria pornografica, e ha partecipato a oltre cento film negli anni 70.

Dagotraduzione da Xbiz il 14 agosto 2021. L'udienza preliminare del processo a Los Angeles contro Ron Jeremy è stata rinviata un’altra volta, al 25 ottobre. L’ex star del porno è accusato di 35 capi di imputazione, da parte di 23 presunte vittime. Se condannato, rischia dai 330 anni all’ergastolo, da scontare nella prigione di Stato dove è rinchiuso da giugno 2020. L’avvocato di Jeremy, Stuart Goldfarb, e il procuratore distrettuale Paul Thompson avevano concordato a marzo di svolgere oggi l’udienza preliminare, ma poche settimane fa Goldfarb ha presentato una richiesta per un’altra proroga. Goldfarb infatti ha insistito per oltre un anno sul fatto di non potersi preparare adeguatamente per l'udienza preliminare senza avere accesso ai nomi e agli indirizzi delle 23 vittime e degli oltre 50 testimoni che l'ufficio del procuratore distrettuale intende produrre. I casi di aggressione sessuale hanno regole speciali progettate per proteggere la sicurezza delle vittime; la difesa chiede che queste regole speciali siano allentate per identificare le persone dietro le accuse di aggressione al fine di rispondere ad esse. Goldfarb ha presentato un appello per ottenere queste informazioni, ma non è stato accolto. Jeremy è stato arrestato e accusato la prima volta il 22 giugno 2020. Quella settimana è stato chiamato in giudizio e si è dichiarato «non colpevole». La sua cauzione è stata fissata a 6,6 milioni di dollari e da quella data è rimasto in carcere. Durante un'udienza di fine agosto 2020, il vice procuratore distrettuale Thompson della divisione crimini sessuali ha aggiunto altre 20 accuse alle otto originarie. Il 28 ottobre 2020, l'ufficio del procuratore distrettuale ha presentato sette ulteriori accuse di violenza sessuale che hanno coinvolto sei vittime aggiuntive e che riguardano il periodo dal 1996 al 2020. Il caso contro Jeremy è stato quindi modificato per aggiungere i capi d’imputazione: 11 capi di imputazione per stupro forzato, 8 conteggi di percosse sessuali per costrizione, 6 conteggi di copulazione orale forzata, 5 capi di imputazione per penetrazione forzata da parte di un corpo estraneo e 1 conteggio ciascuno di sodomia, aggressione con l'intento di commettere stupro, aggressione con l'intento di commettere una penetrazione digitale forzata, penetrazione di un oggetto estraneo su una vittima priva di sensi o addormentata e condotta oscena con una ragazza di 15 anni. Ron Jeremy, nato a New York nel 1953, è stato per anni uno dei pornodivi più quotati. Ha girato migliaia di film a luci rossi, tra cui “Cicciolina e Moana ai Mondiali” di Mario Bianchi nel 1990. Nel film, interpreta la parte di Diego Armando Maradona. Insieme a lui altre due pornostar tra le più note: il nostro Rocco Siffredi e l’americano Sean Michaels, che con tante di treccine alla Ruud Gullit, intrecciano un triangolo amoroso con Cicciolina e Moana Pozzi. Era così famoso che in Finlandia veniva distribuito un rum con il marchio “Ron de Jeremy”. Dopo l’arresto della star, l’azienda ha rinominato tutti i prodotti della serie in “Hell or High Water”.

Il Caso Nathan Chasing Horse.

(ANSA l’1 febbraio 2023) - L'attore di Balla coi lupi Nathan Chasing Horse è stato arrestato per abusi sessuali dalla polizia di Las Vegas che lo accusa anche di essere il leader di una setta nota come The Circle. Lo riporta la Bbc. Gli investigatori hanno identificato almeno sei presunte vittime che risalgono ai primi anni 2000. L'abitazione di Nathan Chasing Horse, che si dice abiti con cinque mogli, è stata perquisita ieri a seguito di un'indagine della polizia durata mesi e iniziata dopo aver ricevuto una soffiata in ottobre.

L'ex attore si era guadagnato una reputazione tra le tribù indigene degli Stati Uniti e del Canada come uomo di medicina che eseguiva cerimonie di guarigione e incontri spirituali. Adesso la polizia sospetta che abbia sfruttato la sua posizione di guaritore per commettere gli abusi, che secondo i documenti della polizia sarebbero avvenuti in diversi Stati, tra cui Montana, South Dakota e Nevada, dove Nathan Chasing Horse ha vissuto per circa un decennio. Alcune delle sue presunte vittime avrebbero avuto anche 13 anni.

Una delle sue mogli gli sarebbe stata offerta come "regalo" quando aveva 15 anni, mentre un'altra è diventata moglie dopo aver compiuto 16 anni. L'uomo è anche accusato di aver registrato le aggressioni sessuali e di aver organizzato rapporti sessuali con le vittime per altri uomini che lo avrebbero pagato. Secondo la polizia, nel 2015 Chasing Horse è stato bandito da una riserva del Montana a causa delle accuse di traffico di esseri umani. Durante la sua carriera di attore, era noto soprattutto per il ruolo del giovane membro della tribù Sioux nel film di Kevin Costner del 1990.

Il Caso Marilyn Manson.

"Nessuno stupro". Ritrattate le accuse contro Marilyn Manson. Storia di Massimo Balsamo su Il Giornale il 25 Febbraio 2023

Un colpo di scena inatteso, destinato ad avere ripercussioni su tutta la vicenda giudiziaria in corso. La modella Ashley Morgan Smithline, tra le tante donne che avevano denunciato gli abusi da parte di Marilyn Manson, ha ritirato l'accusa contro l'artista statunitense per stupro e aggressione. Come riportato dal The Hollywood Reporter, la donna ha affermato di essere stata manipolata dall'ex fidanzata di Manson, Evan Rachel Wood, e da altre persone.

In una dichiarazione alla Corte di Los Angeles, Ashley Morgan Smithline ha affermato di essere stata manipolata dall'attrice e spinta ad accusare Marilyn Manson di abusi sessuali e aggressione."Ho ceduto alle pressioni di Evan Rachel Wood e dei suoi soci per muovere accuse di stupro e assalto che non erano vere". E ancora: "Non ho mai avuto intenzione di perseguire accuse penali contro il signor Warner (vero nome di Marilyn Manson, ndr) e non ho intenzione di perseguire mai accuse penali, poiché il signor Warner non mi ha mai aggredita o violentata".

La modella americana accusò Marilyn Manson nel 2021, a pochi mesi di distanza dalla clamorosa confessione di Evan Rachel Wood. La Smithline ha ricordato l'incontro la Wood e con altre accusatrici dell'artista - comprese l'attrice Esme Bianco e l'ex assistente Ashley Walter - e in quell'occasione negò di aver condiviso esperienze simili. Le donne, però, le avrebbero risposto che non ricordava le violenze per lo choc subito: "Mi è stato detto che forse stavo semplicemente ricordando male quello che è successo, reprimendo i miei ricordi di quello che è successo, o che i miei ricordi non erano ancora emersi, cosa che hanno detto che è successo a persone contro le quali sono stati perpetrati questi atti".

Marilyn Manson si è sempre professato innocente, negando qualsivoglia addebito:"Le mie accusatrici stanno cercando cinicamente e disonestamente di sfruttare il movimento #MeToo", una sua recente dichiarazione. Sul caso è intervenuto l'entourage di Evan Rachel Wood, negando integralmente le dichiarazioni della Smithline:“Evan non ha mai fatto pressioni o manipolato Ashley. È stata Ashley a contattare per prima Evan per gli abusi che aveva subito. È un peccato che le molestie e le minacce che Ashley ha ricevuto dopo aver intentato la sua causa federale sembrino averla spinta a cambiare la sua testimonianza". Nessuna reazione da parte di Manson, mentre il suo avvocato ha tenuto a precisare che la Smithline non ha ricevuto alcun compenso per esprimersi a favore del suo cliente.

DAGONEWS l’1 marzo 2023.

 Evan Rachel Wood ha negato di aver fatto pressioni su Ashley Morgan Smithline affinché muovesse accuse di violenza sessuale contro la rock star Marilyn Manson .

Nel febbraio 2021, Wood e altre quattro donne hanno affermato che Manson le aveva sottoposte a varie forme di abuso: sessuale, fisico ed emotivo, includendo anche casi di tortura.

 La scorsa settimana una di quelle donne, Ashley Morgan Smithline - la cui causa contro Manson è stata archiviata da un tribunale della California a gennaio - ha ritrattato le sue accuse, sostenendo di aver «ceduto alle pressioni di Evan Rachel Wood e dei suoi soci per accusare di stupro e aggressione Manson».

Wood ha negato le accuse di Smithline, affermando che Smithline l'ha contattata, aggiungendo: «Non ho mai fatto pressioni o manipolato Ashley Morgan Smithline per fare accuse, e di certo non ho mai fatto pressioni o manipolato qualcuno per fare accuse che non fossero vere». Gli avvocati di Wood affermano anche che gli avvocati di Manson hanno fatto pressioni su Smithline quando ha iniziato la causa.

Smithline, nel frattempo, ha detto a Rolling Stone dopo la dichiarazione di Wood questa settimana: «Evan è piena di merda… sta dicendo tutto quello che può per screditarmi. Questo è quello che succede quando ragazze orribili si annoiano». Manson ha sempre negato qualsiasi illecito e attualmente sta facendo causa a Wood e alla sua compagna Illma Gore per diffamazione.

Estratto da rollingstones.it il 31 gennaio 2023.

Marilyn Manson è stato accusato di molestie sessuali nei confronti di una minorenne: stando a quanto riferito dall’accusa i fatti risalirebbero agli anni ’90, quando la carriera di Brian Warner (questo il vero nome dell’artista) era ancora in una fase embrionale.

 Come spesso accade in questi casi la ricorrente – oggi adulta – ha sporto querela impiegando un nome fittizio, “Jane Doe”. Il caso – che coinvolge anche due ex etichette di Manson, la Interscope e la Nothing Records – è stato depositato presso la Corte Suprema della Contea di Nassau a Long Island, New York.

 Doe ha affermato di aver incontrato Warner per la prima volta nel 1995, dopo un concerto a Dallas, quando aveva ancora 16 anni (meno dell’età del consenso prevista in Texas, fissata a 17 anni). Doe avrebbe aspettato Manson davanti al bus insieme ad alcuni amici, e lui avrebbe invitato lei e un’altra giovane ragazza a salire sul pulmino, prendendo nota di alcune informazioni – i loro indirizzi di casa, i loro numeri di telefono, la classe che frequentavano e la loro età.

«Mentre era sul bus, l’imputato Warner ha compiuto vari atti di violenza sessuale contro la querelante, che all’epoca era ancora vergine, inclusi la copulazione forzata e la penetrazione vaginale”, si legge nei documenti presentati dall’accusa. «Uno dei membri della band ha visto l’imputato Warner aggredire sessualmente la querelante», scrive ancora l’accusa.

 «La querelante soffriva, era spaventata, sconvolta, umiliata e confusa. Dopo che ebbe finito, l’imputato Warner rise di lei (…) chiedendo alla querelante di “levarsi dal c*zzo” e scendere dall’autobus». Inoltre, sempre a detta dell’accusa, Manson avrebbe anche minacciato la querelante dicendole che, se avesse deciso di raccontare l’abuso a qualcuno, avrebbe ucciso lei e la sua famiglia.

Inoltre, prima che Doe compisse 17 anni, Warner l’avrebbe invitata a un concerto a New Orleans per incontrarla di nuovo. In quell’occasione, sempre a detta dell’accusa, «L’imputato Warner è diventato più aggressivo e ha nuovamente aggredito sessualmente la querelante con baci, morsi al seno, copulazione orale e penetrazione”. Inoltre, nei documenti si legge che, subito dopo le presunte violenze sessuali, Doe avrebbe sviluppato una dipendenza da droghe e alcol.

 L’accusa sostiene inoltre che le summenzionate etichette discografiche, che avevano sotto contratto Warner in quel momento, «erano ben consapevoli dell’ossessione dell’imputato per la violenza sessuale e l’aggressione sessuale infantile» […]

Il Caso Tyson.

(ANSA il 25 Gennaio 2023) - Una donna nello Stato di New York ha intentato una causa civile contro Mike Tyson, accusando l'ex campione di boxe di averla violentata in una limousine all'inizio degli anni '90, come attestano documenti del tribunale.

 La donna, che ha chiesto al tribunale di rimanere anonima, ha presentato la sua denuncia all'inizio di gennaio ai sensi di una legge temporanea dello Stato di New York che consente alle vittime di violenza sessuale di chiedere il risarcimento dei danni civili indipendentemente dai termini di prescrizione.

Tyson ha trascorso tre anni in prigione a partire dal 1992 dopo essere stato dichiarato colpevole di aver stuprato la modella Desiree Washington, che all'epoca aveva 18 anni. In una breve dichiarazione giurata datata 23 dicembre 2022, la querelante afferma di aver incontrato il pugile in una discoteca "nei primi anni '90", quindi di averlo seguito nella sua limousine, dove presumibilmente l'ha aggredita prima di violentarla. "Come risultato dello stupro di Tyson, ho sofferto e continuo a soffrire di lesioni fisiche, psicologiche ed emotive", ha detto. Chiede 5 milioni di dollari di risarcimento danni.

Nato a Brooklyn nel 1966, Tyson ha avuto un'infanzia turbolenta prima di diventare il campione indiscusso dei pesi massimi negli anni '80, terrorizzando i suoi avversari con la sua furia sul ring e una fenomenale potenza di pugni. Ma dopo la sua pena detentiva, non ha potuto mantenere i suoi titoli.

 In un famigerato incontro del 1996, Tyson ha morso un pezzo dell'orecchio del suo avversario Evander Holyfield. Preso dalla depressione e dalla dipendenza, ha continuato a fare notizia, in particolare per uno spettacolo personale in cui ha descritto i molti alti e bassi della sua vita. Di recente si è lanciato nell'industria della cannabis con un suo marchio di prodotti a base di marijuana.

Il Caso Epstein.

Jeffrey Epstein: l'ex First Lady delle Isole Vergini lo aiutò nel traffico di minori. Storia di Roberto Vivaldelli su Il Giornale il 16 giugno 2023. 

Prosegue la battaglia legale su Jeffrey Epstein. Le Isole Vergini americane hanno citato in giudizio JPMorgan Chase con l'accusa di aver favorito i crimini sessuali del finanziere. La causa sostiene che JPMorgan Chase ha "chiuso un occhio" sul traffico di esseri umani per oltre un decennio a causa degli affari che il magnate portava avanti. Ora la banca con sede a New York risponde con un documento clamoroso: un deposito federale che dimostrerebbe il rapporto stretto tra l'ex First Lady delle Isole Vergini, Cecile de Jongh, e lo stesso Epstein. La banca sostiene infatti che il governo delle Isole abbia aiutato il finanziere in più occasioni: in un documento, JPMorgan accusa Cecile de Jongh, che lavorava come capoufficio per Epstein, di aver agito come suo "principale tramite per diffondere denaro e influenza nelle Isole Vergini americane". In particolare, il finanziere-pedofilo avrebbe aiutato de Jongh a redigere una bozza di legge sui criminali sessuali. Sì, proprio lui, il finanziere condannato per traffico sessuale.

Così il finanziere aiutò l'ex First lady

Tre anni dopo che Epstein si era dichiarato colpevole di aver adescato una prostituta minorenne in Florida, de Jongh, moglie dell'allora governatore delle Isole Vergini John de Jongh Jr, avrebbe chiesto a Epstein se approvava modifiche specifiche alle leggi sul monitoraggio dei criminali sessuali. In risposta alla richiesta di de Jongh di dare un contributo circa la bozza di legge sui reati sessuali, Epstein rispose così: "Dovremmo aggiungere fuori dal Paese per più di 7 giorni, altrimenti non potrei fare una gita di un giorno a Tortola all'ultimo minuto". Sebbene Epstein abbia seguito da vicino il processo di scrittura della bozza, rimase poi deluso dal risultato finale. A quel punto l'ex First Lady si scusò per come erano andate le cose ma promise al finanziere-pedofilo che avrebbe trovato un modo per "aggirare questi ostacoli", si legge nel documento. Secondo il deposito, la donna avrebbe infatti escogitato un piano per aggirare la stessa legge e dare a Epstein ampia libertà di movimento dentro e fuori dal Paese. Non solo. Secondo un altro documento, Epstein avrebbe pagato le tasse scolastiche dei figli del governatore e della first lady delle Isole Vergini americane, allo Skidmore College di New York, per un totale di 25mila dollari.

L'accordo raggiunto da Jp Morgan con le vittime

È notizia di pochi giorni fa la chiusura di un patteggiamento da 290 milioni di dollari tra JPMorgan e le vittime di Epstein. L'accordo, secondo quanto riportato dal New York Times, riguardarebbe nello specifico la causa intentata lo scorso novembre da una donna alla corte federale di New York a nome anche di altre vittime del finanziere morto suicida in carcere. L'ex finanziere divenne cliente di JPMorgan nel 1998 e la banca nel corso degli anni ha gestito decine di conti correnti legati a Epstein con milioni di dollari, ed è accusata di aver "chiuso un occhio" rispetto alle sue attività illegali. Il magnate è stato arrestato il 6 luglio 2019 con l'accusa di abusi sessuali su minorenni: è morto per un presunto suicidio il 10 agosto 2019 presso la sua cella del Metropolitan Correctional Center di New York.

75 milioni di dollari alle vittime di Epstein: perché a pagare è la Deutsche Bank. Storia di Mariangela Garofano su Il Giornale il 18 maggio 2023.

Dopo le accuse mosse al colosso JPMorgan, nell’ambito delle indagini su Jeffrey Epstein, ora è Deutsche Bank a essere finita nell'occhio del ciclone. Pare infatti che la banca tedesca pagherà 75 milioni di dollari alle vittime del finanziere accusato di pedofilia per aver continuato a tenerlo come cliente per cinque anni, pur sapendo che l’uomo era un abusatore seriale. Come riporta Reuters, l’accordo con la banca tedesca è il risultato di una class action avviata dai legali di alcune vittime di Epstein, depositata presso il tribunale di Manhattan da una vittima chiamata "Jane Doe 1".

Il milionario newyorkese nel 2008 era stato registrato come predatore sessuale e arrestato in Florida, con l’accusa di traffico della prostituzione. Le donne abusate da Epstein accusano Deutsche Bank di aver continuato a fare affari con il magnate dal 2013 al 2018 e di aver favorito, in questo modo, i suoi traffici illeciti. David Boies, uno dei legali delle vittime che hanno intentato la causa contro la banca tedesca, ha dichiarato a Reuters che le vittime di Epstein “hanno bisogno della collaborazione e del supporto di personalità ed istituzioni potenti. Apprezziamo la volontà di Deutsche Bank di assumersi le proprie responsabilità per il suo ruolo nella vicenda”.

A questo proposito, il portavoce della banca, Dylan Riddle, non ha commentato l’accordo, ma la banca avrebbe ammesso che avere Epstein come cliente sarebbe stato un errore. Errore che ora costerà caro alla banca, ma che renderà ricche le vittime del milionario. Secondo alcune fonti le donne avrebbero ricevuto tra i 75.000 e i 5 milioni di dollari ciascuno, da Deutsche Bank. Recentemente anche JPMorgan è finita sotto i riflettori, per aver facilitato i traffici illeciti dell'americano, dopo il suo arresto nel 2008. La causa contro JPMorgan è stata intentata da una delle sue vittime, una ballerina nota come "Jane Doe 2", e dal governo delle Isole Vergini, che hanno chiamato a fornire documenti sui rapporti con Epstein, il patron della Tesla e Twitter, Elon Musk.

DAGONEWS il 31 gennaio 2023.

Il fondatore di Microsoft Bill Gates ha dichiarato che "non avrebbe dovuto cenare" con Jeffrey Epstein.

 Secondo quanto riportato dal New York Times, Gates ed Epstein, il potente finanziere accusato di traffico sessuale di minori prima di suicidarsi in una cella del carcere di New York in attesa del processo, si erano incontrati numerose volte, a partire dal 2011.

 Ma Gates ha dichiarato di aver cenato con lui solo per potenziali opportunità filantropiche.

 Epstein si è dichiarato colpevole di due accuse di prostituzione e nel 2008 è stato condannato a 18 mesi di carcere, ben prima degli incontri di Gates con lui.

 La presentatrice Sarah Ferguson ha interrogato Gates, chiedendogli se fosse pentito della relazione che ha mantenuto con Epstein, andando anche contro il parere dell'ex moglie Melinda Gates.

 "Non avrei dovuto cenare con lui", ha risposto Gates.

 Ferguson ha chiesto se Melinda stesse avvertendo Gates del "modo in cui Epstein compromette sessualmente le persone".

"No", ha risposto Gates, che ha ribadito di essersi pentito di "aver cenato con lui". Ha anche negato che ci fosse una relazione di qualsiasi tipo tra la Fondazione "Bill & Melinda Gates" e Epstein.

 "È stato un errore enorme passare del tempo con lui e dargli la credibilità" ha detto Gates.

Nell'intervista alla CNN Gates ha dichiarato di aver incontrato Epstein per raccogliere più fondi da destinare ai problemi di salute globale.

"Ho avuto diverse cene con lui, sperando che potesse aiutarmi a raccogliere soldi per la filantropia attraverso i contatti che aveva", ha detto Gates.

 "Quando ho capito che non era qualcosa di reale, la relazione si è conclusa" ha continuato.

 I procuratori federali di New York hanno reso pubblica un'accusa penale contro Epstein nel luglio 2019, sostenendo che il ricco manager finanziario gestiva un traffico sessuale e abusava sessualmente di decine di ragazze minorenni.

Queste accuse hanno seguito Epstein per anni.

 Epstein è stato trovato morto nella sua cella di New York nell'agosto 2019; l'Ufficio del medico legale della città ha dichiarato che la causa del decesso è il suicidio per impiccagione.

 Gates ha rilasciato dichiarazioni simili al Wall Street Journal, quando ha riportato che il suo legame sociale con Epstein ha avuto un ruolo nel suo divorzio da Melinda French Gates.

(ANSA il 23 gennaio 2023) Ghislaine Maxwell parla in diretta dal carcere e afferma: "non avrei mai" voluto incontrare Jeffrey Epstein. Condannata a 20 anni di reclusione perché complice del milionario morto in carcere, Maxwell - riporta il Guardian citando l'intervista rilasciata a TalkTV du Jeremy Kyle - si dice convinta che che la foto del principe Andrea con l'accusatrice di Epstein Virginia Giuffre sia un falso. "Non credo sia vera. Infatti sono sicura che non lo è, non c'è mai stato un originale", dice.

Una vasca da bagno per «scagionare il principe Andrea»: «Molestie a Virginia Giuffre lì dentro? Impossibile». Enrica Roddolo su Il Corriere della Sera il 28 Gennaio 2023.

La famiglia di Ghislaine Maxwell, la donna legata al finanziere Jeffrey Epstein nello scandalo sessuale che ha coinvolto anche il principe, ha messo a disposizione una foto della vasca dove, secondo Giuffre, si sarebbero svolte le molestie: «È troppo piccola»

Una vasca da bagno vecchio stile, nei «Mews»(le vecchie scuderie riconvertite in abitazioni) di una bella casa di Belgravia. E dentro due attori con sul viso la sagoma del principe Andrea e della giovane Virginia Giuffre.

Il Telegraph di Londra pubblica oggi per la prima volta una foto che ricrea la situazione intima in cui si trovarono il duca di York e la sua giovane amica anni fa, e che Giuffre ha rievocato in un’intervista con il programma «Panorama» della Bbc nel 2019 e nella sua biografia-memoir mai pubblicata ma resa pubblica nel processo.

Una foto messa a disposizione dalla famiglia di Ghislaine Maxwell, legata al finanziere Jeffrey Epstein nello scandalo sessuale che ha travolto anche il principe. Perché? «La gente guardando a questa foto potrà giudicare da sola. E se questo potrà aiutare il principe, che sia», dice la famiglia Maxwell che al Telegraph ha fornito anche le dimensioni della vecchia vasca: 1.359 millimetri per 380.

Insomma, «una vasca troppo piccola per qualsiasi tipo di “sex frolicking”, attività sessuale – scrive il fratello della Maxwell -. Rendo pubblica questa foto perché la verità deve venire a galla».

Oggi il principe Andrea non è più un working Royal e ha dovuto restituire i suoi gradi militari e tirarsi fuori da tutti i patronati ai quali era legato, pur continuando a poter utilizzare il suo appellativo di Altezza reale (ma solo in una forma privata, come gli concesse la madre Elisabetta prima della morte).

Certo, in passato sarebbe forse stata impensabile una foto del genere per scagionare un’Altezza Reale. Ma è l’anno delle rivelazioni di «Spare», il memoir del principe Harry che rivelazioni molto personali, e non si possono dimenticare le descrizioni intime sulla vita dentro la mura reali, al tempo della guerra Carlo-Diana.

Ed è chiaro anche che dietro alla decisione di rendere pubblica la foto della vasca — alla cui notizia Buckingham Palace non ha rilasciato alcun commento — c’è probabilmente un confronto con il principe. Alla luce del fatto anche che a novembre scorso,Virginia Giuffre ha deciso di ritirare la sua denuncia contro un ex professore di diritto all’Università di Harvard. Ritiro che ha riaperto il dibattito sul caso. Prima aveva indicato il professore come uno degli uomini con i quali Epstein l’avrebbe obbligata ad attività sessuali.

E una settimana fa, come riportato dal «Guardian», proprio Ghislaine Maxwell aveva messo in dubbio l’autenticità dell’ormai «famosa» foto che ritrae Andrea e la ragazza allora minorenne abbracciati. «E’ un falso... non c’è mai stato un originale e non c’è mai stata una foto. Ho solo visto una fotocopia di questa», ha dichiarato dal carcere americano dove sta scontando la sua pena la Maxwell alla giornalista tv Daphne Barak per TalkTv.

Andrea, intanto, aveva raggiunto nel febbraio di un anno fa un accordo extra-giudiziale con la sua accusatrice: «Questo vuol dire», come scriveva il Corriere qui, «che Andrea non dovrà affrontare un processo in tribunale per violenza sessuale, una eventualità che rischiava di trascinare nel fango tutta la famiglia reale britannica.Giuffre aveva detto in precedenza che non avrebbe accettato di ritirare la causa civile intentata contro Andrea in cambio di soldi, perché reclamava giustizia per sé e per le altre vittime di abusi sessuali. Le parti hanno annunciato di aver raggiunto un “accordo di principio”, il cui ammontare non è stato rivelato: di conseguenza, il procedimento legale sarà lasciato cadere».

Giuffre aveva denunciato il principe nell'agosto 2021, sostenendo di essere stata violentata da lui oltre vent’anni fa, quando aveva solo 17 anni: Virginia era una delle ragazze vittime del magnate pedofilo Epstein e della sua amante e complice Ghislaine Maxwell. Andrea ha sempre negato ogni accusa, sostenendo di non ricordare neppure di aver mai incontrato la sua presunta vittima.

In questi giorni ha fatto notizia la ristrutturazione del suo vecchio pied à terre a Buckingham Palace (quello dove teneva a sua famosa collezione di teddy bear).

Il fatto è che il palazzo, con l’arrivo di re Carlo, ha accelerato il piano di ristrutturazione interno in vista anche dei progetti che il nuovo sovrano nutre per la storica reggia. Resta piuttosto un grande punto interrogativo sul futuro del Royal Lodge. È la residenza nel parco del castello di Windsor dove da anni risiede Andrea assieme alla ex moglie Sarah Ferguson.

La Pretestuosità.

«Come eravamo», DAGONEWS il 29 gennaio 2023.

L'autore Robert Hofler racconta le tensioni e i drammi tra Robert Redford e Barbra Streisand nel libro "The Way They Were: How Epic Battles and Bruised Egos Brought a Classic Hollywood Love Story to the Screen", in uscita il 24 gennaio.

 Il libro rivela i dettagli delle tormentate riprese del film romantico "Come Eravamo" del 1973 che valse alla Streisand una nomination all'Oscar come miglior attrice. 

Ma secondo l'autore, Redford inizialmente non voleva impegnarsi con una donna che non considerava un'"attrice seria" e voleva "proteggersi", essendo un padre di quattro figli felicemente sposato.

 La Streisand, invece, era "ipnotizzata" dalla bellezza fisica di Redford e voleva disperatamente fare sesso con lui.

 Indossò persino un bikini per la loro scena di sesso, ma Redford raddoppiò le mutande e si assicurò che la scena fosse il meno esplicita possibile.

Il libro rivela che durante la loro seconda scena di sesso, Redford si rifiutò di dire la battuta: "Questa volta andrà meglio", perché pensava che la gente avrebbe pensato che nella vita reale fosse un fallimento a letto.

Come dice Hofler, critico teatrale del sito TheWrap: "Redford non è mai stato male a letto", quindi anche il suo personaggio non poteva esserlo.

 Il film si rivelò un successo di critica e commerciale e vinse due Oscar, tra cui quello per la miglior canzone originale per "The Way We Were", cantata dalla Streisand, che raggiunse anche il primo posto della Billboard Hot 100.

Pollack iniziò otto mesi di "corteggiamento incessante" per convincere Redford ad accettare la parte.

Uno dei principali ostacoli che dovette superare fu la riluttanza di Redford a lavorare con la Streisand.

 Non la riteneva un'"attrice seria" perché "non era mai stata messa alla prova", si lamentava, perché i suoi film precedenti erano stati musical e film più leggeri.

Ha anche contestato il suo passato di cantante, dicendo: "Non canterà, vero? Non voglio che canti nel bel mezzo del film".

 Tra Ray Stark, produttore del film, e Redford non correva buon sangue: l'attore disse che The Way We Were sembrava "un altro viaggio dell'ego di Ray Stark, non voglio nemmeno leggerlo".

 Stark ha liquidato Redford come un "ingrato arrivista", ma Pollack ha lottato per farlo partecipare al film.

Robert Redford indossò due paia di mutande per «difendersi» da Barbra Streisand nelle scene di sesso. Simona Marchetti su Il Corriere della Sera il 27 Gennaio 2023.

Un libro del critico teatrale Robert Hofler racconta alcuni retroscena del film di Sydney Pollack del 1973, che valse all’attrice la sua seconda nomination all’Oscar, rivelando inoltre che l’attore non voleva saperne di recitare con la collega

Vedendo la loro alchimia sullo schermo, è difficile credere che in realtà l’intesa fra Robert Redford e Barbra Streisand sul set di «Come eravamo» sia stata solo frutto del caso. A sostenere questa tesi è il critico teatrale Robert Hofler nel suo nuovo libro «The Way They Were: How Epic Battles and Bruised Egos Brought: a Classic Hollywood Love Story to the Screen», dove racconta alcuni retroscena del film di Sydney Pollack del 1973, che valse all’attrice la seconda nomination all’Oscar.

Lui non voleva lavorare con lei

Dagli estratti pubblicati dal Daily Mail, si scopre così che Redford non aveva alcuna voglia di lavorare con la Streisand, perché non la riteneva «un’attrice seria» per un ruolo drammatico, visto che «i suoi film precedenti erano stati dei musical e dei film più leggeri». Non bastasse, era pure terrorizzato dal fatto che lei fosse anche una cantante e temeva che si sarebbe messa a cantare nel bel mezzo del film. Insomma, a suo parere fra loro sul set non avrebbe mai funzionato e lo ha subito chiarito anche alla stessa Streisand. «Se vogliamo lavorare insieme, devi tenere presente che tutto ciò che ti dirò su di me sarà detto con intenzione e perché voglio che tu lo sappia. Non perché tu pensi di avere un qualche diritto di saperlo», sono le parole messe in bocca a Redford nel libro.

Lei follemente innamorata

Dal canto suo la Streisand era «follemente infatuata» dell’attore e tentò quindi in tutti i modi di conquistarlo, indossando persino un bikini per la loro prima scena di sesso. Per tutta risposta Redford - all’epoca felicemente sposato con la sua prima moglie, Lola Van Wagenen, madre dei suoi 4 figli - si infilò invece «due paia di mutande attillate» per proteggersi dalle eventuali avance dell’attrice e pretese che la scena non fosse troppo spinta. Sempre il libro rivela poi che l’attore si sarebbe rifiutato di dire la battuta «Stavolta andrà meglio» nella seconda scena di sesso del film, perché teneva che la gente avrebbe creduto che lui fosse un fallimento a letto anche nella vita reale. «Redford non è mai stato male a letto - spiega Hofler - quindi non poteva esserlo neanche il suo personaggio». A dispetto di tutte queste difficoltà, il film divenne però un successo al botteghino e si era persino parlato di un possibile sequel, ma ancora una volta fu Redford a mettersi di traverso.

Estratto dell'articolo di Mirella Serri per “la Stampa” il 23 gennaio 2023.

 Come mai in questi anni le più propense a denunciare le molestie sessuali sono state proprio le attrici? Se lo chiede Lucetta Scaraffia nel suo recente articolo su La Stampa, analizzando i dati dell'associazione Amleta secondo cui in Italia ben il 40% dei registi cinematografici ha insidiato l'altra metà del cielo. Come mai dunque proprio le attrici sono in prima linea nel Me Too italiano?

 Scaraffia non ha dubbi: le donne di spettacolo cercano tutti gli escamotage possibili per conquistarsi le luci della ribalta e denunciano i molestatori «per ovvie ragioni di pubblicità». Siamo proprio sicuri che sia così?

 (...)

Un gran numero di signore e signorine si sono negate alle proposte indecenti. Qual è stato il loro destino? Che carriere hanno fatto? Di quali privilegi hanno goduto? Non lo sappiamo. Sappiamo per certo che quelle che hanno ceduto alle violenze fisiche e/o psicologiche spesso e volentieri non hanno avuto nulla o quasi nulla in questo scambio osceno, e si sono dovute rendere conto che neppure il sesso estorto è una via sicura per procedere spedite alla conquista di quattrini, benemerenze e poltrone. Il potere è potere e, in quanto tale, è spietato, non è detto che rispetti i patti espliciti o sottintesi. Per rimanere nell'ambito delle «donne di servizio», quanti libri abbiamo letto e quanti film abbiamo visto con protagonista la povera collaboratrice ingravidata e abbandonata?

Stessa regola può valere per le professioniste che, concedendo le loro grazie al capo, ne hanno ricavato solo umiliazioni. Da anni le donne più consapevoli combattono perché le molestate rendano pubbliche le sopraffazioni e per allungare i tempi previsti dalla legge (oggi pochi mesi) per presentare gli esposti. Al contrario adesso Scaraffia esorta: ragazze rassegnatevi! La lotta dei sessi è lotta di classe, rimanete a casa come le Sante e le Madonne d'altri secoli e se qualcuno vi molesta siategli grate! Forse, ma non è detto, farete carriera.

Estratto da open.online il 21 gennaio 2023.

L’attrice di Laguna Blu e Pretty Baby Brooke Shields ha raccontato di essere stata violentata agli inizia della propria carriera a Hollywood.

 La star degli anni ’80 non ha svelato l’identità del carnefice, ma ha detto che poco dopo aver finito il college ha incontrato ha incontrato un uomo che già conosceva, che l’avrebbe invitata a un hotel con la scusa di un incontro di lavoro: la possibilità di fare un casting per una parte nel nuovo film dell’uomo.

 Ad un certo punto, riporta France 24, il presunto stupratore sarebbe andato in bagno. Avrebbe detto di voler chiamare un taxi per Shields, salvo poi riapparire completamente nudo e attaccarla.

 «Non ho posto molto resistenza, sono rimasta immobile, congelata», racconta l’attrice nel documentario che richiama il nome di uno dei suoi film più noti: Pretty Baby: Brooke Shields, presentato al Sundance film festival di Salt Lake City venerdì scorso. La sua denuncia si aggiunge a quella di molte donne dello spettacolo, che raccontano quanto fenomeni simili sarebbero diffusi in quell’ambito.

Sessualizzata fin da piccola

«Pensavo che il mio singolo “no” sarebbe stato sufficiente a fermarlo», spiega Shields. «Ma ad un certo punto tutto quello che riuscivo a pensare era “scappa e cerca di non morire“», aggiunge.

 Una volta riuscita a divincolarsi dall’uomo, Shields racconta di aver chiamato l’amico e capo della sua sicurezza gavin de Becker, che non ha avuto dubbi: «È stupro».

 L’attrice spiega che fino a poco tempo fa non ci voleva credere, e per questo non ha parlato della cosa fino ad ora. Il film verrà rilasciato sulla piattaforma di streaming Hulu in due parti.

 Nella prima viene esaminata la sessualizzazione subita dall’attrice tra i 10 e 14 anni. A 10 anni, Shields posò per un servizio fotografico di nudo. A 11 interpretò la parte di una bambina prostituta in Pretty Baby; a 14 recitò nel controverso film Laguna Blu, dove appare in altre scene di nudo.

Si fa presto a dire #MeToo: «In Italia la donna vittima è sempre carnefice». Simone Alliva su L’Espresso il 18 gennaio 2023.

La magistrata Paola Di Nicola Travaglini a L'Espresso: «Leggi che mancano e formazione professionale assente. Nei tribunali la dignità di chi ha subito violenza continua a essere gravemente calpestata»

Come un fiume carsico riemerge la questione dei femminicidi. Ribolle nelle cronache, illumina al neon la conoscenza che abbiamo del fenomeno di violenza di genere. L’Italia ha conosciuto cosa fosse un processo per stupro nel 1979, quando la Rete 2 entrò per la prima volta nell'aula di un tribunale. Un documento che svelò quali fossero le dinamiche di questo reato e i pregiudizi sul corpo della donna (l’avvocato degli imputati disse: «Se questa ragazza fosse stata a casa non si sarebbe verificato niente»). Lo stupro era ancora considerato un reato contro la morale pubblica. Solo nel 1996 la legge lo rese "reato contro la persona". Cosa è cambiato in questo tempo fatto di denunce anonime e nuove consapevolezze che bruciano sull’ondata del #MeToo, il fenomeno che ha scosso il mondo – ma non l’Italia- rivelando molestie e abusi sessuali contro le donne? Cosa abbiamo saputo decifrare, e imparare, dal tempo che abbiamo appena trascorso? Poco. Lo spiega a L’Espresso Paola Di Nicola Travaglini, ex consulente giuridico della commissione sul femminicidio e la violenza di genere del Senato e oggi in ruolo come consigliera di Cassazione: “La vittima è sempre carnefice”.

Dottoressa Di Nicola, facciamo chiarezza sulla questione della violenza di genere in Italia. Partiamo dal nervo scoperto del #MeToo: le denunce. Quanto tempo ha una vittima in Italia per denunciare una violenza?

«Per le violenze sessuali il termine, grazie al Codice Rosso (legge del 2019), è aumentato a un anno, prima era a 6 mesi. Per i maltrattamenti consumati in un contesto familiare non c’è un termine perché è un reato procedibile d’ufficio. Per lo stalking 6 mesi. I termini sono differenti a seconda del tipo di reato»

Un anno soltanto è abbastanza?

«È poco. Serve del tempo per maturare una consapevolezza. Spesso, questo reato, viene commesso da parte di persone conosciute: parenti, genitori, amici, compagni di scuola. Il tempo pesa differentemente a seconda della persona che subisce la violenza: dalla sua condizione sociale ed economica. E consideriamo che il contesto sociale, culturale e professionale non solidarizza quasi mai con le vittime ma con il carnefice, ritenendo che quella denuncia abbia sempre una natura strumentale»

Quale potrebbe essere la soluzione?

«È una questione complessa su cui c’è un grande dibattito in Italia e nel mondo. In Italia, dal punto di vista strettamente giuridico, la violenza sessuale è perseguita a querela (quindi su richiesta espressa della vittima). Poiché include il racconto della propria intimità e di una sfera come quella della sessualità così delicata, è necessaria la volontà espressa della vittima a denunciare. La donna si troverà ad affrontare quella che la Corte per i Diritti Umani ha definito “un calvario”, cioè il processo penale. Se io decido di denunciare devo essere determinata. Devo sapere che affronterò sfere di avvocati, giudici, persone che potrebbero non credermi e che mi metteranno sotto pressione».

Tuttavia terminato l'anno in cui la vittima può denunciare ci si trova davanti a un muro. Non sarebbe il caso di rendere questo un reato d’ufficio e non nella disponibilità della vittima?

«I reati procedibili di ufficio sono quelli che lo Stato ritiene talmente gravi da non lasciarli nella disponibilità della vittima, ad esempio: truffa, appropriazione indebita. Reati considerati meno gravi. Questo della violenza di genere è di grandissima gravità per lo Stato eppure lo Stato stesso rinuncia a perseguire d’ufficio. Ma lo fa perché rispetta questa difficoltà della vittima e la riconosce. Però, certo, è uno spazio troppo breve. Una soluzione potrebbe essere quella di aumentare in maniera significativa il lasso di tempo della denuncia, mettere la vittima in condizione di valutare e decidere consapevolmente se percorrere questa strada».

Lei ha nominato la paura. Quello della vittima nelle aule di giustizia ci rimanda un po’ ai tempi di Processo per Stupro. Il "calvario" consiste anche nel subire una serie di osservazioni totalmente irrilevanti: gli abiti che indossava, l'alcol che aveva ingerito.

«Sotto il profilo giuridico abbiamo tutti gli strumenti per contrastare il fenomeno della violenza, mettendo a vertice la dignità della persona offesa. Dal punto di vista concreto e culturale, invece, la dignità della vittima continua a essere gravemente calpestata da un atteggiamento che, dietro a un presunto diritto di difesa, ferisce con domande superflue, irrilevanti, inutili, non idonee ad accertare il fatto ma finalizzate esclusivamente a colpevolizzare la vittima. La donna diventa vittima con dolo, carnefice»

Un problema più culturale che giuridico. Si può risolvere con dei corsi di formazione?

«Direi: formazione obbligatoria per tutti coloro che entrano in contatto nelle istituzioni con le vittime di violenza di genere. Però deve essere una formazione non tecnica ma soprattutto culturale. Deve disvelare gli stereotipi e i pregiudizi che abbiamo nei confronti delle donne, viste come bugiarde che denunciano strumentalmente o che esagerano, messe volontariamente nella condizione di essere stuprate, picchiate, malmenate, perseguitate. Questi sono i pregiudizi che abitano le aule di giustizia, i commissariati, le stazioni carabinieri e gli studi professionali dell’avvocatura. E non dimentichiamo quelli nei confronti degli uomini: mossi dagli impulsi incontrollabili, raptus, gelosia. Sono pregiudizi che quando vengono rappresentati mostrano la totale incompetenza di chi li esprime».

Si legge nel codice penale: “Chiunque con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali, è punito con la reclusione da sei a dodici anni”. La fattispecie non contempla attenuanti specifiche, sociali o di contesto: il giudice deve valutare se il rapporto sessuale sia il risultato di violenza, minaccia o abuso di autorità. Non è sempre facile: ci sono i casi di violenza chiara con referti medici che la certificano, ma anche quelli in cui la versione dell’imputato e vittima divergono sul fatto che il rapporto fosse consensuale o meno.

«Il nostro codice è costruito come lei ha indicato. Ma l’interpretazione della Corte di Cassazione è andata molto più avanti per cui per una violenza sessuale è sufficiente che l’atto sessuale non sia sorretto dal consenso della persona offesa. Qualsiasi atto sessuale commesso senza consenso, oggi è una violenza sessuale. Sebbene non ci sia nel codice penale la parola “consenso”. Questa è un’interpretazione a cui siamo arrivati nella Corte Di Cassazione sulla base della lettura delle convenzioni internazionali. Dobbiamo interpretare le norme del Codice Penale anche alla luce dell’evoluzione interpretativa e del fenomeno per come si esprime e si presenta. Devo dire che tutto questo vale molto in astratto. Nonostante l’interpretazione della Corte di Cassazione si continuano a leggere sentenze di primo grado o di appello che danno un’interpretazione differente e lontana».

Bisogna rimettere mano al Codice Penale?

«Sì. L’ex presidente della commissione femminicidio Valeria Valente, (senatrice del PD n.d.r) ha presentato un disegno di legge in cui viene riscritta la norma sulla violenza sessuale proprio in questi termini».

E invece in Italia il reato di molestie non esiste.

«Attualmente non è punito. Le molestie sessuali quando non sono violenza sessuale sono punite con una contravvenzione (L'art. 660 del Codice Penale n.d.r). Si riduce tutto a semplici molestie, pensiamo alle dieci telefonate del vicino di casa. Ma non abbiamo un reato sulle molestie sessuali, ad esempio: ricevere la fotografia su whatsapp dell’organo sessuale di una persona più volte o telefonate oltraggiose. Non si considera che anche se non c’è la violenza sessuale dietro queste molestie, resiste una forma grave di intimidazione e preoccupazione oltre che di lesione della dignità».

Tornando al fattore tempo, le aule di giustizia sono sempre più lente su questi reati

«Intanto il Codice Rosso prevede 3 giorni entro i quali la persona che ha denunciato deve essere sentita e deve partire l’attività di indagine. Quindi i tempi dell’indagine sono velocissimi. Il punto di caduta è nel giudicante. Il Pm fa indagini veloci, così come polizia e carabinieri ma quando si arriva davanti al giudice, lì si crea un blocco, cioè noi giudicanti non abbiamo dei termini perentori. Mentre il Pm deve dare priorità assoluta a questi reati. Al giudice non è posto nessun termine. Poiché è colui che deve avviare atti importanti come gli arresti domiciliari, senza obbligatorietà tutto diventa più complesso. Questo è qualcosa che richiederebbe un nuovo tempestivo intervento del legislatore. Bisogna accorciare i tempi»

Ritiene soddisfacente l'attenzione che dello Stato sui centri anti-violenza?

«Appena sufficiente. Sono stati aumentati i fondi, certamente, ma l’investimento dovrebbe richiedere un intervento radicale e importante. I centri di anti-violenza sono l’unico presidio reale di sostegno e di tutela nei confronti delle vittime. Spesso quando i carabinieri o la polizia invitano le donne ad andare nei centri, questi sono pieni, lontani, in difficoltà economica. Hanno dei fondi che vengono ripartiti prima nelle Regioni, successivamente le Regioni devono darli ai comuni che a loro volta li ripartiscono nei centri. Questa è una modalità di finanziamento ancora limitata, a gocce, ritardata rispetto a esigenze di immediatezza. C’è bisogno di un investimento importante sui centri anti-violenza ma anche sull’adeguatezza di tutti i centri. Sa, non tutti rispettano dei requisiti minimi che devono avere a fronte di una delle più difficili realtà culturali e criminali che si ritrovano ad affrontare quotidianamente».

Il principio del #MeToo è "bisogna credere a tutte le donne che denunciano". Chi critica questo fenomeno, sostiene che credere a prescindere equivale a utilizzare un principio di colpevolezza verso gli accusati. Si sacrifica la presunzione di innocenza, che ne pensa?

«Partiamo da un dato: le donne non denunciano in Italia e nel mondo. Una donna su tre è vittima di violenza e quindi un uomo su tre è autore di violenza. E se denunciassero tutte le donne vittime di violenza la macchina giudiziaria e le carceri non sarebbero in grado di sostenere l’impatto. In Italia dieci milioni di donne potrebbero denunciare. Il sistema crollerebbe. Abbiamo un fenomeno criminale, non perseguito perché non denunciato. La commissione femminicidio ha accertato che le donne che sono state uccise hanno denunciato solo nel 15 per cento dei casi. Quindi l’altro 85 per cento non aveva mai denunciato. E diciamo anche che i dati sono sottodimensionati. Fatta questa premessa, mi fa sorridere che si possa dire che quando una donna denuncia, c'è un uomo che subisce una falsa denuncia. E non dico che non sia possibile una denuncia fasulla. Il tema delle false denunce esiste, tanto che c’è un reato che si chiama calunnia e che punisce chi denuncia falsamente una persona sapendola innocente. Ma i dati che abbiamo a disposizione ci dicono che sulla violenza di genere siamo di fronte a un falso problema».

Perché l’ondata del #MeToo non ha mai investito realmente l’Italia?

«Perché è talmente radicata l’idea che le donne mentono che di fronte a un uomo il contesto sociale, culturale e professionale non difende la vittima ma tutela l’uomo denunciato. C'è una cappa di omertà che soffoca il fenomeno».

Le cronache dei femminicidi ci dicono che moltissime cose potevano essere fatte prima di arrivare al finale tragico.

«Colpa del ridimensionamento da parte dell'intero contesto della violenza. Siccome la violenza si consuma in uno spazio affettivo, viene considerata quasi sempre un conflitto di coppia. Eppure vediamo tutti i segnali. Il primo segnale della violenza – che può sfociare in un femminicidio - è la paura della vittima e la sottovalutazione. Chi è vittima di violenza viene manipolata, ridimensionata. Quando una donna ha paura lancia segnali alle amiche, ai genitori, ai colleghi di lavoro, ai ristoratori se si trova dentro un ristorante. In quel momento, chi le sta intorno deve immediatamente intervenire per sostenerla, preoccupandosi. Abbiamo interiorizzato questa idea che una violenza di coppia sia naturale, normale e appartenga a una relazione privata. Il modo di dire "tra moglie e marito non mettere il dito" racconta bene il nostro Paese. Si mantiene ancora oggi fermo un assetto discriminatorio e di potere di un uomo nei confronti di una donna».

Dagospia il 17 gennaio 2022. ME TOO ALLA PUMMAROLA! LE ATTRICI CIANCIANO DI 223 ABUSI EMERSI IN DUE ANNI E ANNUNCIANO NUOVE DENUNCE MA SI GUARDANO MOLTO BENE DAL FARE UN NOME (E NEANCHE MEZZO COGNOME) – LA LEGALE: “E’ UN SISTEMA CHE VEDE IL SESSO COME SOTTOMISSIONE E POTERE E NON COME LIBERA RELAZIONE. PER QUESTO SERVE AL PIÙ PRESTO UNA LEGGE CONTRO LE MOLESTIE” (MA GIA’ ESISTE) – L'APPELLO DI LAURA BOLDRINI: “FATE NOMI E COGNOMI”

Estratto dell'articolo di Viola Giannoli per “la Repubblica” il 17 gennaio 2022.

Duecentoventitré casi di molestie e violenze sessuali emersi spontaneamente in due anni, duecentosette con vittime donne, attrici e giovanissime allieve delle scuole di recitazione e delle accademie abusate da registi (41,6%), attori (15,7%), produttori (6,28%), insegnanti (5,38%), casting director, critici, tecnici, spettatori persino.

 Dodici interpreti che si sono già rivolte al tribunale, altre venti che hanno testimoniato per loro. E ora in arrivo ci sono nuove denunce.

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 Uno, dieci, cento, più di duecento casi raccolti, «un sistema che vede il sesso come sottomissione e potere e non come libera relazione. Per questo serve al più presto una legge sulle molestie», sottolinea l'avvocata di Differenza Donna, Teresa Manente. Questo prevede il disegno di legge a prima firma Valente, senatrice Pd, fermo in Parlamento. E se il Me Too, aperto già nel 2017 da Asia Argento, in Italia non ha ancora attecchito è perché «qui c'è un grosso equivoco: sessismo e misoginia sono considerati goliardia », spiega Boldrini, che lancia un appello: «Fate nomi e cognomi». 

Me Too, il report globale: "7 attrici su 10 hanno subito abusi". Le lettere di Agis e Uicd: "Provini solo con professionisti, fuori chi molesta". Viola Giannoli, Eugenia Nicolosi su La Repubblica il 15 Gennaio 2023.

Nei rapporti sull'audiovisivo anche i dati sul gender gap

Gli abusi di potere subiti dalle attrici e raccontati sulle pagine di Repubblica sono la parte emersa di un sistema ben più grande e nemmeno troppo nascosto che, numeri alla mano, alimenta e sostiene l'egemonia maschile. Su base mondiale è oltre il 73% delle donne dello spettacolo a riferire di aver subito discriminazioni e molestie.

Estratto dell’articolo di Eugenia Nicolosi e Viola Giannoli per “la Repubblica” il 15 Gennaio 2023.

[…] Su base mondiale è oltre il 73% delle donne dello spettacolo a riferire di aver subito discriminazioni e molestie. Si legge sul report Behind the Scenes , del Geena Davis Institute. Non tutte denunciano. Per il timore di ripercussioni (22%), di licenziamenti in tronco (18%) o perché «non cambierebbe nulla» (22%).

 Numeri «clamorosi», anche in Italia […] Ora, oltre alle interpreti, è il mondo delle organizzazioni che rappresentano produzioni e casting a ribellarsi alle molestie in scena e dietro le quinte. […] Davanti al fiume di testimonianze, l'Uicd ha diffuso un vademecum invitando a diffidare dei provini in sedi e orari inopportuni, senza professionisti e casting director. […]

Non solo: il presidente dell'Associazione generale italiana dello spettacolo, Francesco Giambrone, ha inviato una lettera a tutti gli associati per chiedere il rigoroso rispetto del codice etico che vieta «comportamenti (inclusi gesti, linguaggio o contatto fisico) sessualmente coercitivi, minacciosi, offensivi o volti allo sfruttamento», pena l'azione disciplinare, il risarcimento del danno e la chiusura dei legami con Agis. […]

Estratto dell’articolo di Adriana Marmiroli per “la Stampa” il 15 Gennaio 2023.

Marta Marangoni e Debora Zuin sono attrici molto attive sulla scena teatrale milanese –l'una anche regista […] l'altra formatasi alla Scuola del Piccolo in era Strehler, premio Eleonora Duse come attrice emergente nel 2005 - sono tra le fondatrici di Amleta, l'associazione che si prefigge di contrastare disparità e violenza di genere nello spettacolo. […]

 Il ministro Sangiuliano ha detto che negherà i finanziamenti ai teatri complici di molestie. Cosa ne pensate?

DZ: «Che è un passo avanti. Si tratta di vedere se passerà all'atto pratico. Un codice di condotta per i teatri in materia di molestie e violenze, in realtà esiste ed è stato firmato, ma non è mai stato attuato».

Marangoni: «Ci sono poi protocolli specifici, come quello degli "intimacy coordinator", che tutelano il nostro lavoro in una fase delicata come quella del set o delle prove, che non ci lasciano soli davanti a veri e propri abusi di potere».

 […] Cosa è stato denunciato?

MM: «Che personalità anche importanti praticano comportamenti eufemisticamente "inappropriati" da anni a ripetizione, protetti dall'omertà di chi sa. E da vulnerabilità e ricattabilità delle vittime».

DZ: «Si va dalla "palpata", che nella sua banalità è comunque difficile da gestire, a violenze sessuali o ripetute richieste di prestazioni. Ci sono provini che sono veri e propri adescamenti. In modalità notturna che dimostra la connivenza: qualcuno li avrà pure aperti quei teatri. Devono esserci regole precise per le audizioni».

Vostre esperienze dirette?

MM: «A me è accaduto di tutto e dappertutto, in Italia ma anche all'estero. Ho studiato recitazione a Barcellona e Berlino, e ovunque mi sono trovata in situazioni spiacevoli. Sempre da sola. Gli uomini sono bravissimi a sminuire, a fare quadrato. […] Denunciare non è mai semplice, anche dopo parecchio tempo […]».

 […] Come verrebbe giudicato oggi un mito come Strehler?

DZ: «[…] lui ha vissuto in un sistema che si nutriva di una certa mentalità; oggi certi comportamenti andrebbero visti in ben altra prospettiva. È importante discernere quanto una certa pressione è reiterata, ed è quindi abuso e ricatto, e quanto è seduttività di una personalità fascinosa. Ancora sopravvive un sistema patriarcale. Penso al coreografo Jan Fabre che teorizzava "no sex, no solo" (niente assolo di danza): osannato, premiato, da noi continua a lavorare. Questo dice molto della persistenza di una certa mentalità». […]

Estratto dell'articolo di Claudio Cerasa per “il Foglio” il 12 gennaio 2023.

Meno gogna, più “Posto al Sole”. Siamo abituati ormai a vivere da anni in una bolla mediatica all’interno della quale ogni accusa diventa una condanna, ogni sospetto diventa una sentenza e ogni testimonianza diventa una verità.

 […] La stagione del MeToo, iniziata nell’ottobre del 2017, ha permesso a moltissime donne […] di trovare il coraggio di denunciare gli abusi subiti […] e trovare il coraggio di reagire, di fronte a un abuso subìto, è un atto importante, meritorio, a volte persino eroico.

 Dal 2017 a oggi però il MeToo ha rappresentato anche altro e ha contribuito a mostrare al mondo anche cosa vuol dire maneggiare in modo molto disinvolto accuse non provate la cui sola evocazione genera uno sputtanamento micidiale di fronte al quale non esiste alcuna archiviazione possibile.

In Francia, qualche tempo fa, ad ammonire contro le derive del MeToo sono state Catherine Deneuve e Brigitte Bardot, che hanno invitato a porre un freno alla campagna denigratoria contro l’uomo seduttore e dunque predatore.

 […] Cinque anni dopo gli appelli francesi, anche l’Italia, negli stessi giorni in cui il MeToo promette di tornare di attualità grazie alle denunce portate avanti da alcune attrici italiane, ha in un certo senso un suo momento Deneuve grazie a una scelta molto coraggiosa, eroica, fatta da una delle serie tv più popolari d’Italia, che ha scelto di denunciare […] l’oscenità delle campagne costruite sulla base della presunzione di colpevolezza.

La fiction in questione è “Un Posto al Sole”, va in onda sui Rai 3 ogni sera dal 1996 dalle 20.45 alle 21.15, l’attuale amministratore delegato Carlo Fuortes si è quasi schiantato quando ha provato a cambiarle orario, e qualche giorno fa, in una sorprendente puntata […] ecco la svolta […],il momento Deneuve.

 Una ragazza di diciotto anni, Alice, racconta alla nonna di essere scampata a un brutale tentativo di  violenza sessuale. L’autore della violenza si chiama Nunzio, ragazzo fidanzato con cui Alice ha avuto una storia, e Alice mostra alcuni lividi sui polsi come prova della brutalità del suo amante.

La versione di Alice però cozza con quello che […] hanno visto i telespettatori, che sanno invece come sono andate le cose e sanno che Alice non ha subìto nessuna violenza ma è stata semplicemente respinta in modo brusco […]. L’effetto è clamoroso: una fiction in prima serata che mette in mostra l’oscenità della gogna, gogna che ti porta a non essere creduto neppure dai tuoi famigliari, e che prova a ricordare cosa si rischia a considerare un maschio predatore fino a prova contraria. Il coraggio di denunciare gli abusi subiti è encomiabile, ma il coraggio di denunciare gli abusi del circo mediatico non lo è da meno. Godiamoci, in prima serata, il nostro momento Deneuve.

Il figlio di Gabriele Muccino: «Sul set offese sessiste». Redazione Cronaca Online su Il Corriere della Sera l’8 gennaio 2023.

Su Instagram il post, poi rimosso, del 22enne assistente alla regia Silvio Leonardo Muccino: «Regista maleducata e arrogante». «A un ragazzo è stato negato il diritto di fare un tampone». «Battute imbarazzanti distribuite equamente tra tutti»

Parolacce, insulti grevi, offese sessiste. Tutto al limite delle molestie, tutto visto sul set. Uno sfogo su Instagram poi rimosso. È quello postato da Silvio Leonardo Muccino, nato nel 2000, assistente alla regia e figlio del regista Gabriele. Che nei giorni scorsi ha scritto. «Ho avuto il piacere e l’onore di lavorare con molti registi nella mia fin qui breve carriera», sono le parole apparse nel giorno dell’Epifania, su Instagram.

«Ne ho viste svariate. E non ho mai visto un regista rivolgersi in maniera più vergognosa, maleducata e arrogante — osserva Muccino, postando l’immagine di un tramonto — alla troupe come ho avuto modo di vedere in una recentissima esperienza di qualche giorno fa. Dagli assistenti agli operatori, dagli attori — anche i più giovani — finanche alle comparse, la maleducazione e le battute imbarazzanti erano distribuite equamente tra tutti. Ho sentito — prosegue Silvio Leonardo — chiamare un’attrice “russa di m...” davanti a tutti, un’altra essere invitata a mettersi “le mutande di ferro” e altre frasi, del più volgare e aggressivo livello, rivolte ad assistenti e al resto della troupe». Insomma: scene non distanti dalle denunce del #metoo.

E ancora: «Per non parlare di un ragazzo a cui è stato negato il diritto di fare un tampone». «Non c’era nulla di ironico in tutto questo — va avanti il 22enne — va oltre ogni possibile logica, buon senso e umanità ridicolizzare, a turno, i membri della troupe in un simile delirio di onnipotenza, squallido, che deve finire».

Ed ecco la chiusa, poi però rimossa assieme all’intero post: «Il Vecchio Cinema ne ha tante di storie di registi considerati dispotici e di aneddoti sul clima teso/litigioso/folle/duro legato alle manie di questo o quell’altro regista. Ma se questo spettacolo a cui si assiste, e che continua sotto traccia su produzioni in cui nessuno ha il coraggio, evidentemente, di dire cosa accade (quando è prassi ormai far firmare a tutti i membri della troupe dei documenti che attestano la sicurezza e il rispetto sul lavoro) allora mi chiedo dove sia il limite».

Dal “Corriere della Sera” il 4 gennaio 2023.

 I César Awards, i premi francesi più importanti assegnati in ambito cinematografico, hanno deciso di bandire dalla cerimonia, in programma il 25 febbraio a Parigi, chiunque sia indagato per reati sessuali.

 Sarà dunque escluso l'attore francese Sofiane Bennacer, protagonista del film di Valeria Bruni Tedeschi Forever Young (Les Amandiers), accusato di stupro e violenza sessuale. Il 25enne ha fermamente negato le accuse e con lui si sono schierate sia la regista, secondo cui è vittima di un «linciaggio mediatico», sia la sorella di Bruni Tedeschi ed ex première dame Carla Bruni.

 Gli organizzatori dei César hanno spiegato di aver introdotto la norma - che si applica a chiunque sia indagato o condannato per reati violenti, punibili con la reclusione, e in particolare quelli di natura sessuale - per rispetto nei confronti di eventuali vittime, anche nel timore di proteste se Bennacer, già rimosso a novembre dalle candidature, avesse partecipato.

 Nel 2020 il consiglio dell'Accademia che distribuisce i premi dovette dimettersi in seguito alla vittoria come miglior regista di Roman Polanski, ricercato negli Usa per violenza sessuale.

Michele Serra per “la Repubblica” il 5 gennaio 2023.

I due protagonisti del "Romeo e Giulietta" di Zeffirelli, allora adolescenti, girarono una scena di nudo. Correva l'anno 1968. Sono passati, dunque, 54 anni. Tanti ce ne sono voluti - una vita intera - perché i due, ormai sulla settantina, stabilissero che quella scena fu, per loro, un trauma gravissimo.

 Valutato dai loro avvocati in centinaia di milioni di euro. Escluso che, per rivestirsi, ci abbiano messo più di mezzo secolo, la domanda è come sia possibile uno strascico così lungo per un'esperienza così remota e, se posso permettermi, non così stravolgente.

 Conosco l'obiezione: la valutazione personale è insindacabile, ciò che per Tizio è una scampagnata per Caio, magari, è una violazione grave della propria sfera privata. Ma dovrà pure esserci, santo cielo, qualcosa che assomigli a un limite sotto il quale no, non è consentito recriminare a oltranza, piantare le grane più stravaganti e, immancabilmente, lanciare all'assalto un plotone di avvocati. Altrimenti vale tutto: anche la Venere di Milo può presentare, magari attraverso i suoi eredi, un esposto postumo lamentando di essere stata costretta a posare nuda.

Questi episodi si moltiplicano. Verrebbe da liquidarli come ridicoli, oppure ingegnosi pretesti per battere cassa. Non fosse che rivelano, anche, una ipersensibilità in materia di eros che non lascia immaginare niente di buono per il futuro del medesimo. La nudità non è una malattia, non è un affronto: come è possibile che due anziani signori, si suppone di buona cultura, siano ancora offesi perché, per esigenze cinematografiche, nonché per contratto, hanno dovuto levarsi gli slip negli anni in cui Mary Quant tagliava le gonne e l'intero Occidente cominciava a svestirsi?

Estratto dell’articolo di Alberto Crespi per  “la Repubblica” il 5 gennaio 2023.

È noto: si nasce incendiari e si muore pompieri. Da ragazzi si fanno cose delle quali, poi, ci si pente. Ma c'è modo e modo. Di recente, per esempio, Jamie Lee Curtis ha dichiarato che se potesse tornare indietro nel tempo non rifarebbe la scena di nudo in Una poltrona per due, che in tanti avrete rivisto la sera di Natale.

 Jamie Lee, all'epoca, era giovanissima ma ovviamente maggiorenne e già molto, molto intelligente. Oggi parla di quell'episodio in modo lucido: «Mi è piaciuto fare quella scena?

No. Sapevo cosa stavo facendo? Ovviamente sì. Era necessaria per il film? Secondo Landis, sì. Me l'hanno chiesto, ho accettato ma mi sono sentita a disagio. Oggi, se me lo chiedessero, non lo rifarei».

 A distanza di quarant' anni l'attrice ha tutto il diritto di non avere un bel ricordo di quel momento. Non risulta abbia fatto causa a nessuno - e qui scatta l'altro modo Olivia Hussey e Leonard Whiting hanno una settantina d'anni: avevano rispettivamente 15 e 16 anni quando, nel libertino '68, girarono Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli. Il regista chiese loro una scena di nudo, abbastanza casta.

Il film fu un successo mondiale e già all'epoca la scena fece scalpore perché, sarà bene ribadirlo, i due erano minorenni. Alla Hussey fu addirittura vietata la visione della scena - come avranno controllato? Seguendola al cinema e bendandola al momento opportuno? - e lei se ne uscì con una battuta molto carina: «Non capisco perché non possa vedere al cinema qualcosa che vedo nello specchio ogni giorno ». A distanza di 54 anni, i due ex ragazzi ci hanno ripensato e hanno fatto causa alla Paramount per una cifra intorno ai 500 milioni di dollari (bella pensione, eh?).

 Il loro avvocato, Solomon Gresen, sostiene che i due hanno vissuto disagi emotivi per anni, rinfocolati a ogni riedizione del film (che continua a essere popolarissimo). La notizia contiene una frase che è il nocciolo di tutto: i due sostengono di aver fatto quella scena senza consenso. Inutile girarci attorno: le scene di nudo con minori, per quanto caste, richiedevano già allora un consenso degli attori impegnati e dei loro genitori; o la Paramount esibisce tali documenti, o sono guai seri.

Siamo, come capite, su un crinale sottilissimo, in cui la cancel culture e il "politicamente corretto" incrociano risvolti personali impossibili da definire in termini giuridici. Il caso più famoso rimane quello di Maria Schneider in Ultimo tango: sul set la famosa scena del burro venne girata - ovviamente - senza alcuna vera violenza fisica subita dall'attrice: come hanno raccontato più volte Bernardo Bertolucci e Vittorio Storaro, Maria non sapeva dell'uso del burro nella scena, glielo dissero lì per lì, sul set; ma poi ovviamente la scena era finta e parlare ancora oggi di stupro è del tutto insensato.

 Tempo dopo, però, l'attrice dichiarò di essersi sentita sfruttata e traumatizzata, e come contestare simili affermazioni? L'aspetto della cancel culture invece si muove su altri livelli: è del tutto ovvio, per esempio, che uno scrittore come Shakespeare oggi verrebbe arrestato e le sue opere destinate al rogo mediatico (Otello? Per carità!), ma questo è un fenomeno culturale ampio, di cui si giudicheranno gli effetti nel tempo. […]

Traumi artistici. Anche Romeo e Giulietta hanno vissuto il loro MeToo, parola di Tony Marinozzi. Guia Soncini su L’Inkiesta il 5 Gennaio 2023.

Cinquantacinque anni dopo, i due ex giovani protagonisti del film di Zeffirelli si sono resi conto di aver girato controvoglia la più innocente scena di nudo mai comparsa su schermo

Ormai è una formula fissa, un po’ come cinque anni fa lo era l’attrice che improvvisamente si ricordava che il regista, il produttore, il coprotagonista trent’anni prima le avevano messo una mano su una chiappa. Finite le molestie sessuali, siamo passati ai traumi artistici.

Aveva cominciato il trentunenne che, quando aveva quattro mesi, comparì nudo sulla copertina d’un album dei Nirvana. Pare che la sua nudità di quattromesenne fosse riconoscibilissima, forse anche grazie ai tre decenni successivi passati a dare interviste sul suo unico momento di gloria: guardatemi, sono proprio io, quel pisellino penzolante in piscina è il mio.

Egli era da questa nudità imposta e commercializzata gravemente traumatizzato, epperciò aveva fatto causa. Adesso, sono gravemente traumatizzati Giulietta e Romeo, che già come personaggi non se la passavano benissimo quanto a equilibrio psichico.

A fare causa sono gli attori del film di Zeffirelli, il primo Shakespeare nella vita di molti italiani (il film uscì cinquantacinque anni fa, e ancora non era il periodo in cui Shakespeare era divenuto il soggettista preferito dai registi di cinema; il successivo “Romeo+Juliet”, quello con DiCaprio, è del 1996: sì, era più bello, con le musiche più paracule, più nel linguaggio di noi ventenni dell’epoca, ma non l’avevamo visto da piccini nel tv color).

Olivia Hussey quest’anno compie 72 anni, Leonard Whiting 73, probabilmente non hanno ancora capito se quella di cui si sente il verso fuori dalla finestra sia l’allodola o l’usignolo, ma hanno ormai l’età della nutrice e si sono trovati un portavoce con un nome così cinematografico che potrebbe stare in un ulteriore seguito del Padrino: Tony Marinozzi.

Variety riferisce le parole di Marinozzi, «business manager di entrambi gli attori», secondo il quale i due sono stati ingannati: «Si sono fidati di Franco. A sedici anni, come attori, hanno creduto che non avrebbe violato la loro fiducia. Franco era loro amico e, francamente, a sedici anni cosa fai? Mica ci sono alternative. Mica c’era il MeToo». Non vedo l’ora di vedere la serie giudiziaria tratta da questa denuncia, serie che spero vorranno intitolare “Francamente Franco”.

Non vedo altresì l’ora di vedere dove ci porta la nuova moda dei traumi da set retrodatati. Farà causa quell’attrice del “Tempo delle mele” che, nella scena in cui tutti i ragazzini erano al cinema, infilava una mano nella scatola delle Cipster del compagno di classe, e quello aveva fatto un buco sul fondo e la tredicenne si ritrovava un pisello in mano? Secondo me sono più milioni di danni di una banale scena di nudo, diamine.

Il fatto che di quell’attrice io non abbia mai saputo il nome è anche incentivo: quelle che hanno avuto uno straccio di carriera non fanno causa. Questo criterio renderebbe più probabile una causa retroattiva (in California hanno tolto la prescrizione per i reati sessuali, quale sarebbe questo secondo i deliranti codici puritani) di Phoebe Cates, che tutti abbiamo visto ignuda in “Laguna blu” e pochi hanno visto dopo, di quanto lo sia una causa di Brooke Shields, che una vita professionale dopo “Pretty Baby” ce l’ha avuta. (Però Cates era maggiorenne, e Shields no: meno male che Louis Malle è morto prima di rischiare accuse di pornografia minorile, e che noi rischiassimo di dover leggere cento editoriali americani sul fatto che i francesi sono i soliti pervertiti).

Dopo essere stati Romeo e Giulietta in un film di gran successo, Whiting e Hussey non hanno più combinato granché, e certo non può essere colpa di una qualche loro inadeguatezza. È che «sono stati per cinquantacinque anni preda di angoscia psichica e stress emotivo», giacché Zeffirelli, sul set, li convinse a non tenere le calzamaglie color carne (vorrei chiedere scusa a Maria Schneider per non aver finora preso sul serio il trauma del burro sul set di “Ultimo tango”: in confronto, sembra una vicenda d’una certa gravità).

C’è anche un avvocato con un nome più da romanzo di Grisham che di Puzo, Solomon Gresen, secondo il quale «Erano molto giovani e ingenui, negli anni Sessanta, non capivano cosa stava per capitare. All’improvviso si ritrovano famosi a livelli che non si sarebbero mai aspettati, e perdipiù erano stati violati in modi che non sapevano come gestire». Violati. Da una scena di nudo in un film (forse la più innocente scena di nudo mai comparsa su schermo), scena di nudo che cinquantacinque anni dopo si sono resi conto di aver girato controvoglia.

Esattamente come nel caso di “Nevermind”, ci sono le interviste passate – ma già ben adulte – in cui si parlava con toni gongolanti dei fatti che ora improvvisamente sono traumatici. Cinque anni fa, per il cinquantennale del film (era ancora vivo Zeffirelli), la Hussey commentò su Variety la scena di nudo: «Nessuno della mia età l’aveva mai fatto, fu girata con grande buongusto, serviva al film». Niente che non abbia detto ogni attrice scosciata parlando di «nudo artistico« e di esigenze della trama, ma con un’interessante aggiunta di cui nessuno deve aver avvisato Gresen: «Tutti pensano: erano così giovani che probabilmente non si rendevano conto. Ma noi due eravamo molto consapevoli».

Ma anche un appunto interessante sugli anni successivi: «Lo dicevo sempre a Franco, non voglio lavorare con altri registi, solo con te. Per te posso fare qualunque cosa perché tu mi capisci. Se avessi potuto, avrei lavorato solo con Franco». Almeno finché Tony non ti dice che puoi raccontare che non hai mai superato il trauma e chiedere cinquecento milioni di dollari; almeno finché Solomon non si accorge che «le immagini di nudo dei minorenni sono illegali e non possono essere rese pubbliche» (il set era in Italia: ai due ragazzini avranno pure dato da bere vino prima dei ventun anni, avvocato, allunghi la lista delle accuse).

Un classico è quell’opera che dice tutto quel che c’è da dire anche sulle polemiche che arriveranno settecento anni più tardi. Se posso prendere a prestito la chiusa d’un dramma inglese ambientato a Verona, quindi: «Andiamo: parleremo ancora di questi fatti dolorosi, perché tra coloro che vi parteciparono alcuni saranno perdonati, altri puniti. Certo non vi fu mai una storia più infelice di quella di Giulietta e del suo Romeo».

Il Caso Aerosmith.

Estratto da rollingstone.it il 6 aprile 2023.

La risposta di Tyler, depositata la scorsa settimana alla Corte Superiore della Contea di Los Angeles, arriva a tre mesi dalla causa intentata da Julia Misley (Julia Holcomb ai tempi della vicenda), la quale ha esporto denuncia verso l’artista accusandolo di violenza sessuale, molestie e danni morali per una serie di episodi accaduti negli anni ’70, quando era minorenne (ve lo abbiamo raccontato qui).

[...]La difesa da un lato afferma che si trattava di una relazione consensuale, dall’altro fa appello all’immunità garantita dal fatto che i genitori della ragazza avevano dato all’epoca la custodia di Julia a Tyler. N...] 

L’avvocato di Misley, Jeff Anderson, parla di gaslighting. Accusa Tyler di farsi scudo «della custodia per evitare di essere accusato di crimini sessuali» e che «[...] Non ho mai incontrato una difesa così odiosa e potenzialmente pericolosa come quella di Tyler e i suoi avvocati che sostengono che la custodia rappresenti una forma di consenso e di permesso per abusi sessuali».

 DAGONEWS il 6 aprile 2023.

Una volta si chiamavano groupie, ora si chiamano vittime di “aggressione sessuale”. Anche il cantante degli Aerosmith, Steven Tyler, finisce nel tritacarne del metoo: è stato accusato di aggressione sessuale, percosse sessuali e inflizione intenzionale di stress emotivo nei confronti di una ragazza, Julia Holcomb, che aveva 16 anni nel 1973.

 Ma la domanda, come sempre in questi casi, è sempre la stessa: perché si è svegliata dopo trent’anni? Nella causa, la donna sostiene che Tyler venne a conoscenza della sua vita familiare travagliata e in seguito convinse la madre a concedergli la tutela, permettendogli di "viaggiare con lei, aggredirla e fornirle alcol e droghe" mentre lei era adolescente. La donna sostiene di "essere stata impotente a resistere" al "potere, alla fama e alla notevole capacità finanziaria di Tyler, che l'ha "costretta e persuasa" a credere che la relazione fosse "una storia d'amore romantica".

La Holcomb accusa inoltre Tyler di aver insistito affinché lei abortisse dopo essere rimasta incinta di suo figlio all'età di 17 anni.  La notizia di questa causa arriva pochi giorni prima della scadenza del 31 dicembre per il Child Victims Act 2019 della California, che ha temporaneamente eliminato la prescrizione per consentire ai sopravvissuti ad abusi sessuali infantili di farsi avanti con le accuse. I rappresentanti di Tyler, oggi 74enne, per ora si sono trincerati dietro al no comment.

Barbara Costa per Dagospia il 16 aprile 2023.

“Aveva 16 anni e sapeva fare la porca”. Ci risiamo. Famoso alla sbarra per personali porcate passate – da mezzo secolo! – allora glorificate ma ora ritenute abominevoli. Steven Tyler, signore del rock (cognome all’anagrafe Tallarico, origini italiane, crotonesi, cattolico) è accusato di molestie sessuali da Julia Holcomb, sua fidanzata di 50 anni fa. Incolpato e denunciato. Nei giorni scorsi Steven Tyler, con la sua avvocata, ha respinto, in 24 punti, ogni accusa ricevuta. Finirà in tribunale?

Non lo so, io intanto vi do i fatti: nel 1973 Steven Tyler, 25enne cantante degli Aerosmith, si "fidanza" con Julia, 16 anni. Come si sono conosciuti? Julia va a un suo concerto, a Portland, e si comporta da groupie, sì o no? Lo ha seguito in hotel, tra loro ci sono stati rapporti intimi, e Steven le ha fornito biglietti aerei per averla in tour, e special pass per i backstage, come si fa – faceva? – con le groupie più amate. Tutto consensuale. Sembra. E però, io ho scritto che Steven "si fidanza" con Julia.

Perché, essendo Julia minorenne, Steven fa la cose in regola: al contrario di Jimmy Page, il chitarrista e leader dei Led Zeppelin, proprio nello stesso periodo invaghitosi di Lori, groupie 13enne portata da Page in tour di nascosto dalla polizia (ma non dalla madre, di Lori, a cui Page a voce chiede – e a voce ottiene – il "permesso" di frequentare la figlia), Steven Tyler si fa, con bei documenti firmati e nel rispetto della legge, affidare in custodia la 16enne Julia, e dai genitori di lei, entusiasti.

Julia diventa la fidanzata nonché a norma di legge "convivente mantenuta" della rockstar Steven Tyler, sotto la tutela della rockstar Steven Tyler, che nei '70s vive la vita pazza del rock, piena di alcool e droghe. Sapete con quale sicurezza vi sto raccontando tutto questo? Con quella che mi dà l’indubitabile fatto che Steven Tyler mai mai mai ha nascosto la sua storia con Julia, minore età e affidamento compresi. Basta farsi un accurato giro sul web e si ritrovano loro foto, del 1973, articoli stampa, del 1973, dove Julia è fotografata e presentata quale fidanzata di Tyler. 

Non solo. Steven Tyler ha esplicitamente parlato – e nei particolari – di Julia in due libri: "Walk This Way" (qui la protegge chiamandola Diana), biografia ufficiale degli Aerosmith, il cui coautore è Steven Davis, virtuoso giornalista musicale, pubblicata nel 1997 e straripubblicata (non in italiano), e soprattutto in "Does The Noise In My Head Bother You?", la sua stupefacente autobiografia che, se in italiano non tradotta, ha fatto il giro del mondo per le oscenità rivelate (come il totale speso per la droga, 20 milioni di dollari, circa, o il fatto che il quantitativo di cocaina da lui sniffato copre mezzo Perù). Né si può dire che la carissima Julia sia stata zitta.

La storia con Tyler è durata tre anni, e lei, dopo 30 (anni) è ripetutamente su ogni media riapparsa sposata, cristiana rinata, fervente religiosa e antiabortista convinta. Si è lagnata della sua relazione finita male con Steven Tyler in molte occasioni, la più ghiotta in "Look Away", documentario Sky del 2021: “Mi sono persa nella cultura rock and roll. Il mondo di Steven era musica e sesso e droga, ma non mi sembrava meno caotico della vita che mi ero messa alle spalle. Non potevo immaginarlo, ne sono uscita a pezzi”.

Le accuse di Julia – adesso ricalibrate in chiave MeToo – vertono su questo triste episodio: a 17 anni, è rimasta incinta di Steven. A dire di Julia, lui l’avrebbe persuasa ad abortire sulla base di tre ragioni: non siamo pronti a crescere un figlio, la nostra è una vita non compatibile coi bisogni di un bimbo, ma ben di più una da lui temuta malformazione del feto causata dai fumi inalati in un gravoso incendio domestico, e sommati alle droghe assunte da Julia, sebbene in gravidanza.

Julia ha abortito, e dopo 50 anni (!) innesta le sue rimostranze contro Tyler su questo: lei si proclama vittima, di lui, in quanto all’epoca del loro amore minorenne, e sostiene oggi che ogni atto sessuale avuto con Steven Tyler non era consensuale, era una violenza di lui esercitata su di lei, e che l’aborto e l’uso di droghe sono stati frutto della cattiva influenza di Steven Tyler. La versione di Steven Tyler è opposta.

La loro è stata una storia d’amore, vera, e pubblica, e gli errori commessi sono da spartirsi in due. Steven Tyler si sente – si sentiva? – così con la coscienza a posto, nei confronti di Julia, che nei libri sopra citati, l’ha sempre chiamata “la mia adolescente quasi moglie”. Mai ha negato la decisione – di tutti e due – di abortire. È tutto descritto nei suoi libri, e nel dettaglio. Un estratto: “Lei aveva a malapena l’età per guidare. Lei era sexy da morire. Vestiva come Little Bo-Peep. M’innamorai perdutamente. Julia era il desiderio del mio cuore, Julia era la mia complice in crimini passionali”. 

Chi ha ragione? 16 anni sono pochi per prendersi responsabilità delle proprie azioni? E i genitori di Julia, affidandola legalmente a un cantante palesemente riconosciuto svalvolato fuori di testa, che cavolo hanno pensato? Di levarsela di torno??? O di ricavarci che? E Julia, lei, che si aspettava da Steven Tyler??? Davvero ai tempi non l’ha cercato perché sedotta dalla sua aurea di rockstar maledetta, e pericolosa...? Un divo deve scontare oggi condotte 50 anni fa non giudicate col metro attuale? A soldi??? Per carità, io lo dico, che sono di parte, e in questo: io, se mi trovassi, sola, con Steven Tyler, m’aspetterei di tutto. E lo vorrei. Pure dallo Steven attuale, ri-ri-ri-ri-ri-ripulito 75enne. Ma io non sono minorenne. 

DAGONEWS il 30 dicembre 2022.

Una volta si chiamavano groupie, ora si chiamano vittime di “aggressione sessuale”. Anche il cantante degli Aerosmith, Steven Tyler, finisce nel tritacarne del metoo: è stato accusato di aggressione sessuale, percosse sessuali e inflizione intenzionale di stress emotivo nei confronti di una ragazza, Julia Holcomb, che aveva 16 anni nel 1973. 

Ma la domanda, come sempre in questi casi, è sempre la stessa: perché si è svegliata dopo trent’anni? Nella causa, la donna sostiene che Tyler venne a conoscenza della sua vita familiare travagliata e in seguito convinse la madre a concedergli la tutela, permettendogli di "viaggiare con lei, aggredirla e fornirle alcol e droghe" mentre lei era adolescente. La donna sostiene di "essere stata impotente a resistere" al "potere, alla fama e alla notevole capacità finanziaria di Tyler, che l'ha "costretta e persuasa" a credere che la relazione fosse "una storia d'amore romantica".

La Holcomb accusa inoltre Tyler di aver insistito affinché lei abortisse dopo essere rimasta incinta di suo figlio all'età di 17 anni.  La notizia di questa causa arriva pochi giorni prima della scadenza del 31 dicembre per il Child Victims Act 2019 della California, che ha temporaneamente eliminato la prescrizione per consentire ai sopravvissuti ad abusi sessuali infantili di farsi avanti con le accuse. I rappresentanti di Tyler, oggi 74enne, per ora si sono trincerati dietro al no comment.

"Molestata da minorenne". Nei guai il cantante degli Aerosmith. Storia di Ignazio Riccio su Il Giornale l’1 gennaio 2023.

Rischia grosso il celebre cantante degli Aerosmith Steven Tyler accusato da una donna di molestie sessuali che sarebbero avvenute negli anni Settanta, quando lei era minorenne. La 65enne Julia Misley, in passato nota con il cognome Holcomb, ha dichiarato che ha avuto una relazione con il frontman in età adolescenziale e lo ha citato in giudizio per aggressione sessuale e percosse. A riportare la notizia è stato il periodico di musica statunitense Rolling Stone che ha evidenziato come la donna denunciato Tyler in base a una legge del 2019 della California. Questa norma concede alle vittime adulte di aggressioni sessuali quando erano minorenni un periodo di tre anni per intentare una causa anche se il fatto risale a decenni fa. Misley ha aspettato l’ultimo giorno utile per procedere contro il cantante.

La denuncia

Nell’istanza presentata al tribunale è stato sostenuto che Tyler "ha usato il suo ruolo, il suo status e il suo potere di noto musicista e rockstar per avere accesso, adescare, manipolare, sfruttare e aggredire sessualmente" Misley per un periodo di tre anni. Alcuni degli abusi sono avvenuti nella contea di Los Angeles e la donna ha subito gravi danni emotivi e perdite economiche. Nei documenti si legge che Misley ha conosciuto il cantante degli Aerosmith nel 1973 in occasione di uno dei suoi spettacoli a Portland, nell'Oregon, e venne successivamente invitata nella stanza d'albergo di Tyler, al quale avrebbe riferito di avere 16 anni. All'epoca Tyler avrebbe avuto 25 o 26 anni. Il documento riferisce che il frontman ha compiuto "vari atti di condotta sessuale criminale" nei confronti di Misley. La donna sostiene anche di esser rimasta incinta nel 1975 a seguito di un rapporto sessuale con Tyler, e poi di esser stata costretta ad abortire.

Le accuse della Misley

Voglio che questa azione smascheri un'industria che protegge gli eccessi delle celebrità – ha dichiarato al periodico Julia Misley – per ripulire e ritenere responsabile un'industria che mi ha sfruttata e mi ha permesso di essere sfruttata per anni, insieme a tanti altri bambini e adulti ingenui e vulnerabili. Poiché so di non essere l'unica a subire abusi nell'industria musicale, sento che è giunto il momento per me di prendere questa posizione e portare avanti questa azione, di parlare e di essere solidale con gli altri sopravvissuti”.

Il Caso Weinstein.

Jennifer Newsom sconvolge le presidenziali Usa: "Ho finto l'orgasmo". Il 16 Settembre 2023 su Libero Quotidiano.

Jennifer Siebel Newsom, 48 anni, moglie del governatore della California Gavin Newsom, tra i possibili sfidanti democratici del presidente in carica Joe Biden alle prossime presidenziali Usa, ha portato la sua drammatica testimonianza davanti alla corte di Los Angeles. Lì sul banco degli imputati c'è l'ex produttore di Hollywood Harvey Weinstein, 70 anni, già condannato a New York a 23 anni di carcere per reati sessuali e stupro. La regista ha raccontato di aver conosciuto il mostro di Hollywood al Toronto Film Festival. Era il 2005, lei aveva 31 anni ed era un'attrice ancora poco affermata, mentre lui era il più potente dei produttori cinematografici. "A un certo punto - ha confessato - ho visto questa persona importante venire verso di me ed è stato come se tutti si fossero fatti da parte, tipo Mar Rosso".

Tempo dopo si sono rivisti. Weinstein l'aveva invitata a cena e lei era salita nella sua camera d'albergo. Una volta dentro, il produttore aveva preteso che rimanessero soli. "Si alzò all'improvviso - ha raccontato la Newsom - mi disse che si voleva mettere più comodo". Si era infatti ripresentato in accappatoio. "Ho visto che si stava toccando. Si è girato e ha provato ad afferrarmi", ha aggiunto, cominciando a piangere. "È stato l'inferno. Lui era enorme, io mi sentivo paralizzata, un sasso". La donna ha rivelato di essere rimasta vittima di un predatore, in cui lui l'ha braccata, immobilizzata, sbattuta sul letto, penetrata con le dita.

"Tremavo, mi sentivo come una bambola esplosa su cui lui si stava masturbando". A un certo punto, ha aggiunto, ha messo la mano sul pene per tentare di far cessare quell'incubo. "Volevo solo lasciare quel fott*** posto, scusatemi l'espressione", ha confessato. A un certo punto il legale le ha chiesto addirittura di "simulare un orgasmo" in aula per "mostrare come manifesta il piacere". Quasi come nel celebre film Harry ti presento Sally. "Io - ha aggiunto la Newsom - avevo fatto un po' di rumore perché volevo solo che finisse prima possibile. Lui mi aveva già stuprata. Questa è una cosa veramente schifosa, mi spiace". 

Estratto dell’articolo di Massimo Basile per “La Repubblica” – 15 novembre 2022

Ha raccontato il momento in cui venne violentata in una camera d'albergo, descritto con lucidità ogni dettaglio, come in una autopsia, sottoposta a un controinterrogatorio brutale, e alla fine è scoppiata a piangere. Jennifer Siebel Newsom, 48 anni, regista e moglie del governatore della California Gavin Newsom, ha portato la sua drammatica testimonianza davanti alla corte di Los Angeles dove è imputato l'ex produttore di Hollywood Harvey Weinstein, 70 anni, già condannato a New York a 23 anni di carcere per reati sessuali e stupro. […] 

Siebel Newsom ha raccontato di aver conosciuto il mogul di Hollywood al Toronto Film Festival. Era il 2005, lei aveva 31 anni ed era un'attrice con pochi ruoli nel cinema, mentre lui era il più potente dei produttori cinematografici. "A un certo punto - ha ricordato - ho visto questa persona importante venire verso di me ed è stato come se tutti si fossero fatti da parte, tipo Mar Rosso".

Si erano rivisti tempo dopo. Lui l'aveva invitata a cena, lei era salita nella sua camera d'albergo, al Peninsula Hotel. Una volta dentro, Weinstein o l'assistente avevano ordinato ai presenti di andare via. Lei gli aveva parlato dei suoi progetti, lui non era sembrato molto interessato. 

"Si alzò all'improvviso - ha raccontato - mi disse che si voleva mettere più comodo". Si era ripresentato in accappatoio. Lei lo aveva visto chinarsi su se stesso. Lui le aveva chiesto: "Mi puoi aiutare?". È stato a quel punto che è cominciato l'incubo: "Ho visto che si stava toccando. Si è girato e ha provato ad afferrarmi", ha aggiunto, cominciando a piangere. 

"È stato l'inferno. Lui era enorme, io mi sentivo paralizzata, un sasso". La donna ha raccontato di essere rimasta prigioniera in una specie di situazione da "gatto col topo", in cui lui l'ha braccata, immobilizzata, sbattuta sul letto, penetrata con le dita. 

Ha descritto con disgusto l'"ammasso di carne", i genitali "deformi", "simili a un pesce". "Tremavo, mi sentivo come una bambola esplosa su cui lui si stava masturbando". "Mi ha penetrata - ha continuato - temevo di prendermi qualche malattia". A un certo punto, ha aggiunto, ha messo la mano sul pene "per cercare di farlo finire". "Volevo solo lasciare quel fottuto posto, scusatemi l'espressione", ha confessato. 

[…] Dopo quell'episodio la regista aveva mantenuto contatti via e-mail. "Ho provato a dimenticare - ha spiegato - ma ogni tanto quella storia riemergeva. All'inizio provavo solo tristezza, poi è diventata rabbia". […] 

A un certo punto il legale le ha chiesto addirittura di "simulare un orgasmo" in aula per "mostrare come manifesta il piacere". "Non siamo a Harry ti presento Sally", ha risposto inorridita Siebel Newsom, riferendosi alla scena del film del 1989 in cui Meg Ryan finge un orgasmo in un affollato ristorante di Manhattan. 

"Io - ha aggiunto - avevo fatto un po' di rumore perché volevo solo che finisse prima possibile. Lui mi aveva già stuprata. Questa è una cosa veramente schifosa, mi spiace".

Da corriere.it l’8 aprile 2023.

Una ex modella ha intentato una causa affermando che un ex dirigente dello studio cinematografico Miramax l’ha violentata dopo averla attirata in un hotel con la promessa di un incontro con l’allora amministratore delegato della società Harvey Weinstein. La causa è stata intentata giovedì 6 aprile presso il tribunale dello stato di New York da Sara Ziff, 39 anni. La presunta aggressione di Fabrizio Lombardo, l’ex capo della Miramax in Italia, ha avuto luogo, secondo quanto afferma l’ex modella, nel 2001, quando lei aveva 19 anni. Ziff sostiene che all’epoca era un’aspirante attrice e aveva assistito a una proiezione privata di un film a New York con Lombardo, poco più che quarantenne.

L’aggressione sarebbe avvenuta successivamente in un hotel dove le era stato detto che si sarebbe incontrata con Weinstein per discutere della sua carriera. Miramax all’epoca era di proprietà della Walt Disney, che ha venduto lo studio cinematografico a un gruppo di investimento nel 2010. La causa vede Weinstein, Miramax e Disney come imputati, in quanto pur sapendo che Lombardo era un «pericolo per le donne che incontrava per lavoro», non hanno fatto nulla per impedirgli di perseguitare l’ex modella. Le parti chiamate in causa non hanno voluto commentare la vicenda. Le accuse secondo cui Weinstein avrebbe aggredito sessualmente modelle e attrici hanno contribuito ad alimentare il movimento #MeToo iniziato nel 2017.

L’ex mogul, che oggi ha 71 anni, è stato condannato per crimini sessuali a New York e in California a un totale di 39 anni di carcere. Secondo la causa intentata da Ziff, Lombardo e Weinstein erano «molto vicini»: l’ex produttore cinematografico è stato testimone di nozze di Lombardo nel 2003 (al matrimonio con Chiara Geronzi, ndr). Ziff accusa Lombardo di abusi sessuali e violenza di genere, e Weinstein e la sua società di vigilanza negligente. Chiede i danni (per ora non quantificati) per i mancati guadagni, e per stress e angosce emotive. La causa legale è stata intentata ai sensi dell’Adult Survivors Act (Asa), una legge approvata a New York nel maggio 2022, che estende fino a novembre 2023 i diritti delle vittime di reati sessuali di intentare azioni civili che altrimenti sarebbero andate in prescrizione.

Sara Ziff accusa di stupro l’ex Miramax Italia Fabrizio Lombardo, marito di Chiara Geronzi. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 9 aprile 2023.

Fabrizio Lombardo frequentava assiduamente una coppia di note "signore" all'epoca molto mondane della Capitale: Mara Venier e Sandra Carraro, moglie di Franco Carraro che all'epoca della sua presidenza della FIGC assunse Benedetta Geronzi. Secondo la causa avviata dalla Ziff, Fabrizio Lombardo e Henry Weinstein erano "molto vicini": infatti l’ex produttore cinematografico americano è stato testimone di nozze del matrimonio di Lombardo nel 2003 con Chiara Geronzi.

Fabrizio Lombardo 56anni, ex uomo di fiducia di Harvey Weinstein, per anni alla guida dell’ufficio italiano della Miramax, sposato con Chiara Geronzi giornalista del Tg5 (e figlia dell’ex potente banchiere Cesare Geronzi) è stato accusata di stupro da Sara Ziff, 39 anni, ex modella e fondatrice di Model Alliance, un gruppo di difesa di modelle e creativi della moda. Lo scrive il New York Times. “Ci sono voluti vent’anni per elaborare tutto questo”, ha dichiarato la donna al quotidiano newyorkese : “Per i primi anni non riuscivo a parlarne, figuriamoci fare causa. Quando è stata approvata la legge del 2022 ho cominciato a ripensarci“. 

La causa è stata intentata giovedì 6 aprile dalla Ziff dinnanzi al Tribunale dello stato di New York. La presunta aggressione di Fabrizio Lombardo avrebbe avuto luogo, secondo quanto afferma l’ex modella, nel 2001, quando lei aveva 19 anni. La Ziff sostiene che all’epoca era un’aspirante attrice ed aveva assistito a una proiezione privata di un film prodotto dalla  Miramax a New York invitata da Lombardo, che all’epoca dei fatti poco più che quarantenne. Il “dirigente”fiduciario” italiano di Weinstein l’avrebbe invitata alla proiezione con la scusa che dopo avrebbe potuto incontrare Harvey Weinstein, poi per un drink al Mercer Hotel di Soho, dove, le avrebbe detto, che ci sarebbero stati sia Weinstein che suo fratello Bob. All’arrivo in hotel Lombardo invece l’avrebbe condotta con una scusa in una penthouse dove non c’era nessun’altro, e quindi le avrebbe fatto delle avances pesanti, ma alle rimostranze ed il rifiuto di lei, l’avrebbe sbattuta su un letto e violentata.

In quel periodo era facile incontrare Lombardo anche durante le vacanze pasquali e natalizie nell’esclusiva isola di St. Barth, atollo francese nel mare dei Caraibi, dove si occupava di affittare “Villa Italia”, una villa di proprietà di Massimiliano Feruzzi, rampollo della famiglia Ferruzzi-Gardini, e dell’ex calciatore dell’ Inter Nicola Berti. Ma non solo, in quanto invitava nell’isola signorine “allegre” speranzose di sfondare nel cinema grazie agli incontri con Weinstein che finivano esclusivamente in un letto di un hotel.

La società di produzione cinematografica Miramax all’epoca era di proprietà della Walt Disney, che l’aveva rilevata dai fratelli Weinstein, e successivamente nel 2010 ha venduto la società ad un gruppo di investitori .

Dopo averne parlato alcuni anni dopo con delle amiche ,  Sara Ziff sporse denuncia nel 2017 alla polizia di New York senza che però la cosa avesse esito. Quell’anno Fabrizio Lombardo era stato accusato da quattro donne, tra le quali anche l’attrice Asia Argento, di aver “facilitato” il comportamento “predatorio” di Weinstein e, per di più, di essere stato assunto alla Miramax esclusivamente a questo scopo. Una versione che Lombardo aveva categoricamente negato in un’intervista al New York Times. Ora però questa volta gli toccherà convincere la procura ed il Tribunale di New York. E non sarà un’opera facile.

La causa vede come imputati oltre a Lombardo anche Weinstein, Miramax e Disney in quanto pur sapendo che Lombardo era un “pericolo per le donne che incontrava per lavoro”, non hanno fatto nulla per impedirgli di perseguitare l’ex modella. Le parti chiamate in causa non hanno commentato la vicenda. Le accuse secondo cui Weinstein avrebbe aggredito sessualmente modelle e attrici hanno contribuito ad alimentare il movimento #MeToo costituitosi nel 2017.

Fabrizio Lombardo frequentava assiduamente una coppia di note “signore” all’epoca molto mondane della Capitale: la nota conduttrice televisiva Mara Venier e Sandra Carraro, moglie di Franco Carraro che all’epoca della sua presidenza della FIGC assunse in federazione Benedetta Geronzi, sorella di Chiara, e felicemente coniugata con il senatore Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi. Secondo la causa avviata dalla Ziff, Fabrizio Lombardo e Henry Weinstein erano “molto vicini”: infatti l’ex produttore cinematografico americano è stato testimone di nozze del matrimonio di Lombardo nel 2003 con Chiara Geronzi. Nelle accuse di abusi sessuali lanciate negli ultimi anni contro Weinstein, Lombardo è spesso comparso ai margini delle varie testimonianze, confermando la presenza costante nella vita del produttore. Nel 2018 fu anche menzionato nell’azione collettiva per molestie intentata contro la Weinstein Company.

Sara Ziff accusa Lombardo di abusi sessuali e violenza di genere, ed Henry Weinstein e la sua società di vigilanza negligente, chiedendo dei danni al momento non ancora quantificati per i mancati guadagni, e per stress e angosce emotive. A Milano una nota agenzia di modelle racconta di presunte violenze fisiche di Fabrizio Lombardo anche ad un’altra modella di nome Carmen. La causa legale della Ziff è stata intentata anche alle sussidiarie Buena Vista e Miramax, per abuso e negligenza ai sensi dell’Adult Survivors Act (Asa), una legge approvata a New York nel maggio 2022, che estende fino a novembre 2023 i diritti delle vittime di reati sessuali di avviare azioni civili che altrimenti finirebbero in prescrizione.

Henry Weinstein nel 2022 è stato condannato per crimini sessuali a New York e in California, e sta scontando 39 anni di prigione, dovendo rispondere di ben 7 capi d’accusa – 2 per stupro e 5 per aggressione sessuale – per una serie di episodi avvenuti tra il 2004 e il 2013. Ed alla fine è risultato colpevole in tre proicedimenti. I giurati hanno impiegato ben nove giorni per prendere una decisione, un chiaro segnale della difficoltà nel raggiungere su alcuni capi di accusa un verdetto unanime .

Sono oltre cento le donne uscite allo scoperto accusando di aver subito molestie e stupri da parte dell’ex produttore, che dal 2017 è diventato il simbolo di una cultura di violenze e abusi nelle stanze del potere, dando vita al movimento #MeToo, ma soltanto meno di una decina di loro sono riuscite a farsi ascoltare dalla magistratura.

I giurati delle corti che hanno processato Weinstein hanno concordato solo su un caso, quello di stupro, per un rapporto orale forzato e la penetrazione sessuale avvenuta nei confronti di una modella-attrice russa che viveva a Roma, identificata come “Jane Doe 1“, l’equivalente americano della “signora Bianchi” (cioè nomi di fantasia per tutelare la donna) che in realtà si chiama Evgeniya Chernyshova, nata in Siberia e al tempo dell’aggressione viveva in Italia con il marito da cui si è separata dopo lo stupro, (e che è nel frattempo deceduto) la quale ha voluto spontaneamente rivelare quanto le era accaduto: “Parte di me ha paura per il futuro, ma sono anche orgogliosa di quel che ho fatto. Se continuassi a nascondermi non potrei fare nulla. Sarei sola con il mio dolore”, ha detto testimoniando in aula di essere stata aggredita da Weinstein in una stanza d’hotel nel 2013, durante un festival del cinema a Los Angeles.

Dopo lo stupro ha raccontato di aver passato anni alle prese con la depressione: “Mi odiavo, ero mentalmente instabile“. A darle la forza di denunciare è stato un confronto con la figlia, all’epoca 16enne, a sua volta vittima di un’aggressione sessuale: entrambe hanno così deciso insieme di non restare più in silenzio.

La difesa dell’ex produttore aveva chiesto un nuovo processo asserendo che prove importanti sul caso della ‘Jane Doe n.1’ – messaggi su Facebook scambiati con un altro testimone, l’organizzatore del Festival Pascal Vicedomini, che ne minerebbero la credibilità, prove che non sono state ammesse durante il procedimento. Il tribunale di Los Angeles ha condannato il 70enne produttore premio Oscar, che sta scontando una pena di 23 anni per un altro caso di crimini sessuali giudicato a New York nel 2020. Un totale di 39 anni di detenzione che, salvo colpi di scena, fanno pensare a un fine pena mai.

Nel frattempo nessuno sa più come vive e cosa faccia di lavoro Fabrizio Lombardo, ma questo raccontano a Milano, chi lo conosce bene, non è una novità…Redazione CdG 1947

Da adnkronos.com il 19 dicembre 2022. 

L'ex produttore di Hollywood Harvey Weinstein è stato giudicato colpevole di stupro e di due accuse di aggressione sessuale nel processo in corso a Los Angeles, reati per i quali rischia fino a 24 anni di carcere. 

Weinstein si trova già in prigione, dove sta scontando una condanna a 23 anni dopo essere stato giudicato colpevole di stupro e aggressione sessuale nel processo di due anni fa a New York.

Il produttore 70enne è stato giudicato colpevole per le accuse mosse da da Jane Doe 1, il nome in codice dell'accusatrice, mentre la giuria del tribunale di Los Angeles non è riuscita a raggiungere un verdetto sulle accuse mosse da Jennifer Siebel Newsom, moglie del governatore della California Gavin Newsom, e da un'altra donna, identificata come Jane Doe 2. Assolto invece dalle accuse mosse da Jane Doe 3.

Estratto dell'articolo di Irene Soave per corriere.it il 25 febbraio 2023.

Sedici anni di carcere dal tribunale di Los Angeles, sommati ai 23 che gli aveva già comminato il giudice di New York: la matematica è semplice, e ha ribadito giovedì, alla fine del processo sulla West Coast cominciato a ottobre 2022, che l’ex sultano del cinema Harvey Weinstein, settantenne, finirà la sua vita in prigione. La donna che lo ha accusato — stupro e violenza privata, entrambe accuse di cui il giudice lo ha trovato colpevole — è potuta rimanere anonima un’udienza dopo l’altra, fino alla scelta, a sentenza avvenuta, di rivelare il suo nome.

Si chiama Evgeniya Chernyshova, 43 anni e due figli. Nata in Siberia, ha vinto un concorso per modelle all’età di 15 anni e alla fine si è trasferita in Italia, dove ha fatto la modella e l’attrice (Gli ultimi del Paradiso, 2010, Baciati dall’amore, 2011, una copertina di Vogue). Le prime molestie di Weinstein, ha raccontato, le avrebbe proprio subite a Roma: sapendola nello stesso hotel dove alloggiava, l’aveva invitata nella sua stanza. Lei aveva rifiutato. Ora Chernyshova vive a Beverly Hills e fa la designer floreale.

[…]

La scena che Chernyshova — prima nei panni di Jane Doe — ha raccontato ai giudici, è la sola che, nel processo di Los Angeles, è costata una condanna all’ex magnate: stupro, copulazione orale forzata, penetrazione con oggetto estraneo i reati accertati. Le altre quattro donne che hanno denunciato non hanno invece convinto la giuria.

 Chinese Theatre, tributo ad Al Pacino, 2013. Chernyshova ha 34 anni. Lui si presenta e sembra non ricordare di averla già vista a Roma. Si congedano, lei torna — sola — nella sua stanza al Mr. C Beverly Hills. Si toglie gli abiti da red carpet, infila una vestaglia. La reception chiama e avvisa: c’è un ospite al piano di sotto. Poi l’ospite strappa il telefono di mano alla centralinista. «Sono Harvey, e dobbiamo parlare», sbotta. Lei racconta: gli ho detto che potevamo parlare domani. Poco dopo sente bussare forte alla porta della sua stanza. «Sono Harvey Weinstein, apri. Dobbiamo parlare. Non intendo scoparti, ti voglio solo parlare».

Lei lo fa entrare per imbarazzo: «Pensavo ai rumori nel corridoio». Lui si fa largo, la pressa, lei piange e gli mostra le foto dei figli e di sua madre, in quel momento sotto chemioterapia. Lui non si ferma davanti a nulla. «E questa», racconta lei, «è la sola cosa di cui mi sono pentita negli ultimi 10 anni: aver aperto quella porta».

Weinstein attraversa la stanza, si siede, inizia a parlare. Poi diventa furente: «Qualcosa è scattato, come un cambiamento nei suoi occhi», ricorda ora lei. «Mi sono resa conto che qualcosa non andava». All’inizio Chernyshova ha incolpato il suo inglese stentato e ha pensato che forse non stava comunicando chiaramente. Ha mostrato a Weinstein la sua fede nuziale e ha parlato dei suoi figli, racconta, per esprimere in modo più enfatico che non disponibile e voleva che se ne andasse. Ma lui «si è aperto i pantaloni e sono diventata isterica».

L’aggressione in camera da letto, poi in bagno. «Dopo che Weinstein ebbe finito, disse che mi avrebbe inviato i biglietti per un evento, e se ne andò. Mi sentivo molto, molto sporca e come se dovessi morire».

 Segue un decennio di depressione; alcolismo; la separazione dal marito, e poi la morte di lui.

[…]

Weinstein, la modella Evgeniya Chernyshova esce allo scoperto: «Sono io l’accusatrice». Irene Soave su Il Corriere della Sera il 25 Febbraio 2023

Giovedì l’ex magnate è stato condannato a 16 anni di prigione in un processo a Los Angeles per lo stupro di una donna finora anonima. Che ora ha parlato: è l’ex modella siberiana Evgeniya Chernyshova

Sedici anni di carcere dal tribunale di Los Angeles, sommati ai 23 che gli aveva già comminato il giudice di New York: la matematica è semplice, e ha ribadito giovedì, alla fine del processo sulla West Coast cominciato a ottobre 2022, che l’ex sultano del cinema Harvey Weinstein, settantenne, finirà la sua vita in prigione. La donna che lo ha accusato — stupro e violenza privata, entrambe accuse di cui il giudice lo ha trovato colpevole — è potuta rimanere anonima un’udienza dopo l’altra, fino alla scelta, a sentenza avvenuta, di rivelare il suo nome.

Si chiama Evgeniya Chernyshova, 43 anni e due figli. Nata in Siberia, ha vinto un concorso per modelle all’età di 15 anni e alla fine si è trasferita in Italia, dove ha fatto la modella e l’attrice (Gli ultimi del Paradiso, 2010, Baciati dall’amore, 2011, una copertina di Vogue). Le prime molestie di Weinstein, ha raccontato, le avrebbe proprio subite a Roma: sapendola nello stesso hotel dove alloggiava, l’aveva invitata nella sua stanza. Lei aveva rifiutato. Ora Chernyshova vive a Beverly Hills e fa la designer floreale.

La violenza subita da Harvey Weinstein, oltre che in tribunale sotto il nome di Jane Doe 1, l’ha raccontata due volte. Nel 2017, anonimamente, al Los Angeles Times. E venerdì, a volto scoperto, all’Hollywood Reporter.

Settimana degli Oscar, 2013. Al Chinese Theatre di Hollywood va in scena un festival del cinema italiano, Los Angeles Italia, organizzato da Pascal Vicedomini. Weinstein ritorna alla carica.

La scena che Chernyshova — prima nei panni di Jane Doe — ha raccontato ai giudici, è la sola che, nel processo di Los Angeles, è costata una condanna all’ex magnate: stupro, copulazione orale forzata, penetrazione con oggetto estraneo i reati accertati. Le altre quattro donne che hanno denunciato non hanno invece convinto la giuria.

Chinese Theatre, tributo ad Al Pacino, 2013. Chernyshova ha 34 anni. Lui si presenta e sembra non ricordare di averla già vista a Roma. Si congedano, lei torna — sola — nella sua stanza al Mr. C Beverly Hills. Si toglie gli abiti da red carpet, infila una vestaglia. La reception chiama e avvisa: c’è un ospite al piano di sotto. Poi l’ospite strappa il telefono di mano alla centralinista. «Sono Harvey, e dobbiamo parlare», sbotta. Lei racconta: gli ho detto che potevamo parlare domani. Poco dopo sente bussare forte alla porta della sua stanza. «Sono Harvey Weinstein, apri. Dobbiamo parlare. Non intendo scoparti, ti voglio solo parlare».

Lei lo fa entrare per imbarazzo: «Pensavo ai rumori nel corridoio». Lui si fa largo, la pressa, lei piange e gli mostra le foto dei figli e di sua madre, in quel momento sotto chemioterapia. Lui non si ferma davanti a nulla. «E questa», racconta lei, «è la sola cosa di cui mi sono pentita negli ultimi 10 anni: aver aperto quella porta».

Weinstein attraversa la stanza, si siede, inizia a parlare. Poi diventa furente: «Qualcosa è scattato, come un cambiamento nei suoi occhi», ricorda ora lei. «Mi sono resa conto che qualcosa non andava». All’inizio Chernyshova ha incolpato il suo inglese stentato e ha pensato che forse non stava comunicando chiaramente. Ha mostrato a Weinstein la sua fede nuziale e ha parlato dei suoi figli, racconta, per esprimere in modo più enfatico che non disponibile e voleva che se ne andasse. Ma lui «si è aperto i pantaloni e sono diventata isterica».

L’aggressione in camera da letto, poi in bagno. «Dopo che Weinstein ebbe finito, disse che mi avrebbe inviato i biglietti per un evento, e se ne andò. Mi sentivo molto, molto sporca e come se dovessi morire».

Segue un decennio di depressione; alcolismo; la separazione dal marito, e poi la morte di lui. «Mi sono sempre odiata», racconta oggi l’ex modella. «Pensavo: c’erano un sacco di belle donne e star lì, e lui ha scelto te. Quindi sei tu che hai fatto qualcosa».

A spingerla a confessare è la figlia Maria. E’ ottobre 2017, ha 16 anni. Alle superiori viene molestata sessualmente. La madre insiste che denunci: la figlia litiga e le risponde «mamma, non puoi capire». «Di qui mi rispose che capiva eccome», racconta Maria all’Hollywood Reporter. Poi il patto tra le due: «Le ho detto che avrei denunciato il mio caso solo se lei avesse denunciato il suo». Poi mesi di indagini, a gennaio 2020 le prime accuse a Weinstein. Ora la sentenza e il 9 febbraio, poco prima della prescrizione per i reati in questione, una nuova denuncia dell’ex modella a Weinstein, questa volta civile, con richiesta di danni.

Lui in tribunale si è protestato innocente: «Imploro pietà». Anche Evgenyia Chernyshova ha rilasciato una dichiarazione al giudice: «Vivrò con questo trauma per tutta la vita. E’ giusto che ci viva anche lui».

Alessandra Baldini per l’ANSA il 23 Febbraio 2023.

 Salvo nuovi colpi di scena giudiziari, Harvey Weinstein resterà il resto della sua vita dietro le sbarre. L'ex re di Hollywood è stato condannato da un tribunale di Los Angeles a 16 anni di reclusione per aver aggredito e stuprato una ex modella e attrice russa che all'epoca viveva a Roma ed era venuta nella mecca del cinema per un festival cinematografico nei giorni che precedono gli Oscar.

 Oltre cento donne sono uscite allo scoperto accusando di molestie e stupri l'ex produttore, che dal 2017 è diventato il simbolo di una cultura di molestie sessuali endemica nelle stanze del potere dando vita al movimento #MeToo, ma meno di una decina sono riuscite a farsi ascoltare dalla magistratura. Due di queste a New York: Weinstein deve già scontare una condanna a 23 anni di carcere dopo il primo processo che si è concluso a a Manhattan nel 2020.

 "E' ansioso, deluso ma ottimista sulle sue chance di ricorso", aveva detto un portavoce dell'ex boss di Miramax prima dell'inizio dell'udienza al Clara Shortridge Foltz Criminal Justice Center di Los Angeles dove il 19 dicembre Weinstein era stato riconosciuto colpevole da una giuria di nove uomini e tre donne che all'unanimità avevano creduto al racconto della 'Jane Doe 1': la donna, che all'epoca aveva 34 anni, aveva accusato Weinstein di averla stuprata nella sua camera d'albergo durante l'edizione 2013 del Festival Los Angeles-Italia.

In dicembre i giurati avevano invece respinto le accuse di violenza sessuale di una massaggiatrice, mentre per altre due donne (tra cui Jennifer Siebel, la moglie del governatore della California Gavin Newson) non erano riusciti a trovare un accordo. Due mozioni procedurali erano oggi in agenda prima della lettura della sentenza e la giudice Lisa Lench oggi le ha respinte: la richiesta dell'avvocatessa Gloria Allred di far ascoltare in aula le altre tre accusatrici e quella degli avvocati dell'ex produttore che avevano chiesto un nuovo processo asserendo che prove importanti sul caso della 'Jane Doe n.1' - messaggi su Facebook scambiati con un altro testimone, che ne avrebbero minato la credibilità - non erano state ammesse durante il primo procedimento.

 La procura di Los Angeles in dicembre aveva raccomandato per Weinstein un minimo di 24 anni senza riduzioni di pena da scontare una volta esaurita la prima condanna: l'ex produttore, che ne compie 71 in marzo ed è in malferma salute, a quel punto sarà arrivato alla soglia dei 90. Restano comunque incertezze legali sul destino dell'ex tycoon sia a New York che in California: la Corte Suprema dello Stato di New York ha accettato di ascoltare un appello rispetto alla prima condanna mentre i magistrati della California devono ancora pronunciarsi sulla possibilità di portare di nuovo Weinstein in giudizio per i capi di accusa su cui la giuria non è riuscita a mettersi d'accordo.

 (ANSA il 23 Febbraio 2023) - "Sono innocente. Non condannatemi a una vita in prigione": prima della lettura della sentenza oggi in tribunale a Los Angeles, Harvey Weinstein ha implorato la clemenza della corte. "Non ho mai stuprato o aggredito sessualmente Jane Doe 1. Non l'ho mai conosciuta e lei non mi conosce. Sono in gioco soldi", ha detto l'ex produttore riferendosi alla ex modella e attrice russa ma all'epoca residente a Roma la cui testimonianza lo ha mandato per altri sedici anni dietro le sbarre. Weinstein, che nel 2020 a New York è stato condannato a 23 anni di prigione, ha detto di "non meritare" la nuova condanna: "Ci sono troppe cose sbagliate in questo caso".

Jodi Kantor: «Weinstein è in cella ma una cameriera molestata resta indifesa». Valeria Vignale su Il Corriere della Sera il 9 gennaio 2023.

Parla la giornalista del New York Times che con la collega Twohey fece lo scoop sulle violenze sessuali del produttore. Dal loro lavoro il romanzo ‘Anche io’ e il film ‘She Said’

Le giornaliste del «NewYork Times» Megan Twohey (a sinistra) e Jodi Kantor (foto Celeste Sloman for Universal Pictures)

Ha inchiodato Harvey Weinstein con lo scoop del New York Times che, il 5 ottobre 2017, ne rivelava molestie e violenze sessuali. Eppure pochi ricordano il nome di Jodi Kantor, 47enne giornalista vincitrice del Pulitzer, insieme alla collega Megan Twohey, per la prima inchiesta sul produttore di Hollywood condannato poi a 23 anni di carcere. Di quella rivoluzione d’ottobre restano impresse la viralità del movimento #MeToo e le attrici che ogni giorno si univano alle accuse, da Ashley Judd a Gwyneth Paltrow, più che la fatica delle reporter e il coraggio delle testimoni che hanno rotto il silenzio sul magnate. «Weinstein ci aveva anche spiato, facendo seguire me e Megan da ex agenti segreti fin sotto casa» racconta a 7 la reporter del New York Times, puntualissima all’appuntamento su Zoom.

«Paura? Nei momenti difficili mi sento galvanizzata e ancora più motivata ad andare fino in fondo». L’avventura professionale di Kantor e Twohey è raccontata come un thriller nel libro Anche io, in uscita da noi martedì 10 gennaio (ed. Vallardi) e nel film che ne è stato tratto: She Said - Anche io di Maria Schrader, con Carey Mulligan (Twohey) e Zoe Kazan (Kantor), al cinema dal 19 gennaio. Sposata con due figlie di 17 e 7 anni - «pensavo spesso al loro futuro ascoltando i racconti delle molestie» - Kantor ha altri episodi di cui andare orgogliosa nel curriculum. Ha seguito la campagna di Barack Obama e intervistato per prima la famiglia presidenziale, scrivendo nel 2012 il saggio The Obamas (ed. Little Brown and Company). Ha realizzato inchieste sui turni delle madri single da Starbucks, provocando una revisione dell’organizzazione, e sul lavoro tra gli impiegati di Amazon nel 2015, suscitando la risposta di Jeff Bezos e spingendo la società a istituire il congedo di paternità.

Come sottolineato nel libro, nel 2017 le donne avevano raggiunto posizioni di potere prima impensabili, eppure le molestie sessuali sul lavoro restavano diffuse e impunite. Cos’è cambiato a cinque anni di distanza?

«Potrei dire tutto e niente. O non abbastanza. Weinstein è stato condannato a 23 anni ed è in attesa di un altro processo. Il movimento #MeToo fondato da Tarana Burke nel 2006 si è esteso a tutto il mondo. In 22 Stati degli Usa sono state approvate leggi per prevenire o affrontare le violenze. E certi comportamenti maschili sono diventati inaccettabili. Eppure se possono provocare licenziamenti o distruggere carriere nelle grandi aziende, poco è cambiato tra i lavoratori a basso reddito. Non credo che una cameriera molestata mentre serve hamburger riesca a difendere il diritto di non esserlo».

Quali sono stati i momenti più delicati e le risorse indispensabili alla vostra inchiesta?

«È importantissimo avere tempo e contattare più persone possibile. E lavorare in squadra. All’inizio ero da sola e pur essendo riuscita a raccogliere le confidenze di attrici come Gwyneth Paltrow», che nel film ha prestato la voce per riprodurre la telefonata con Jodi; ndr, «nessuna accettava di esporsi pubblicamente. Ho chiesto aiuto a Megan, che aveva raccolto testimonianze simili su Donald Trump, e abbiamo puntato su un argomento forte: “Non possiamo cambiare la tua esperienza ma insieme potremmo usarla per proteggere altre persone”. Quando l’attrice Ashley Judd ha accettato di esporsi ho pianto, proprio come si vede nel film».

She Said è stato descritto come un Tutti gli uomini del presidente al femminile. Nel film di Alan Pakula del 1976, i giornalisti Bob Woodward (Robert Redford) e Carl Bernstein (Dustin Hoffman) erano eroi senza un privato, immersi solo nel Watergate. Di voi due il film mostra anche la vita familiare. Quanto ha contato essere donne e madri nell’indagine su Weinstein?

«Nel libro non si parla di amicizia femminile sul lavoro o empatia tra testimoni e madri ma nel lavoro quotidiano è difficile separare le due sfere e sono grata al film per aver mostrato lo sforzo di essere sul pezzo su entrambi i fronti, lo stesso di tante donne, che raramente i film mostrano. Penso alle telefonate importanti ricevute a casa con le mie figlie accanto. Allora la primogenita Talia, ora 17enne, era adolescente e la secondogenita aveva due anni. Oggi, scherzando, dico loro che mi hanno ispirato e allo stesso tempo ostacolato. Pensare al loro futuro di donne mi ha motivata. Oggi Talia sa tutto di Weinstein e siamo fiere una dell’altra».

Le attrici Carey Mulligan e Zoe Kazan che interpretano i ruoli di Megan Twohey e Jodi Kantor nel film «Shi said - Anche io», dal 19 gennaio nelle sale

Non aveva timori per la sua famiglia quando Weinstein la faceva seguire?

«No, al contrario do il mio meglio davanti alla prepotenza, e so che la si può sconfiggere solo unendosi. Tant’è vero che i costosi mezzi del produttore non hanno avuto efficacia rispetto alle donne coraggiose che hanno scelto di esporsi contro di lui. Per me sono più duri i momenti morti e allora cerco un’altra inchiesta. Più tosta è, meglio è. In questi anni difficili per la democrazia, sento che il mio mestiere ha più che mai un senso».

Tra social network e fake news, il mondo della notizia è radicalmente cambiato e manca l’accuratezza un tempo garantita da testate autorevoli. Anche il giornalismo investigativo è a rischio?

«Di sicuro è ancora più importante perché può essere l’ultima possibilità quando tutte le altre hanno fallito. La piaga delle molestie non era stata affrontata efficacemente né dai legislatori né all’interno delle aziende. Il giornalismo è un elemento indispensabile, ovviamente non l’unico, a una democrazia sana».

Le sue inchieste sul mondo del lavoro, da Starbucks ad Amazon, hanno fatto luce sulla discriminazione di genere: è un tema che le ha fatto scegliere questo mestiere?

«In realtà è maturato lavorando in ambiti maschili. Coprendo due campagne presidenziali mi sono resa conto che le donne, proprio perché restano ai margini, hanno punti di vista interessanti e ascoltarle fa capire i meccanismi del potere. E anche il caso di una donna licenziata dopo aver perso il figlio durante il parto, in un’azienda, mi ha fatto riflettere non solo sulla discriminazione ma sulle scelte gestionali».

Il #MeToo è passato anche attraverso eccessi mediatici. Il regista Woody Allen, per esempio, è stato additato pur non essendo mai risultato colpevole, come sosteneva Mia Farrow, di molestie alla figlia adottiva Dylan. (Fra l’altro il figlio, Ronan Farrow, ha vinto il Pulitzer per un’altra inchiesta su Weinstein uscita sul New Yorker dopo il Times ; ndr). Si poteva evitare?

«Attraversare i cambiamenti è sempre difficile e lo è stato anche per il #MeToo. Per me conta il lavoro giornalistico, verificare più volte fonti e documenti prima di rovinare carriere, reputazione o finanze altrui: la consapevolezza di questo potere fa tenere l’asticella alta».

Ha mai fantasticato di fare un’inchiesta altrove, fuori dagli Stati Uniti?

«Forse dovrei farla sulle catene di hotel di lusso, per capire come sarebbe prendersi una vacanza! Scherzi a parte, la magia di oggi è condividere la mia esperienza con lettori e spettatori di altri Paesi. Mi piacerebbe farlo venendo a Roma di persona».

Verdetto diviso su Weinstein, colpevole di tre capi d'accusa. Giuria crede a ex modella famosa in Italia, lui rischia 24 anni. Alessandra Baldini) (ANSA) su La Gazzetta del Mezzogiorno il 20 Dicembre 2022

Colpevole di uno stupro e due aggressioni sessuali: la giuria del processo di Los Angeles contro Harvey Weinstein si è' divisa sul totale di sette capi di imputazione e non hanno trovato l'unanimità sul fatto che l'ex produttore si fosse approfittato delle donne che lo avevano avvicinato e avesse cercato di fare sesso con loro senza averne il consenso. L'ex re di Hollywood sta scontando 23 anni di prigione dopo essere stato condannato a New York. "Siete le nostre eroine contro un mostro", ha mandato a dire alle donne che a Los Angeles si erano fatte avanti l'attrice premio Oscar Mira Sorvino. Weinstein rischiava fino a 60 anni di prigione e adesso si parla di una pena i 18 e 24 anni dietro le sbarre. Dopo quasi dieci ore in camera di consiglio, i giurati non hanno trovato l'accordo "contro ogni ragionevole dubbio" su un capo di imputazione per stupro e alti due per aggressione sessuale. Il verdetto ha concluso un processo cominciato a fine ottobre e che aveva visto le deposizioni di 44 testimoni tra cui la modella italo-filippina Ambra Battilana Guterres e di una delle accusatrici, Jennifer Siebel Newsom, l'attrice e documentarista sposata col governatore della California Gavin Newsom. Sia a New York che a Los Angeles, Weinstein aveva rifiutato l'offerta di testimoniare in sua difesa. Al processo nella mecca del cinema la giuria ha creduto in pieno alla testimonianza della 'Jane Doe 1', una modella famosa all'epoca in Italia, che aveva accusato Weinstein di averla stuprata in un albergo di Los Angeles nel febbraio 2013, i giorni del festival Los Angeles-Italia. L'ex produttore, che si era in tutti i casi dichiarato non colpevole, è stato invece scagionato dalle accuse di aggressione contro la massaggiatrice 'Jane Doe 3', che avrebbe confidato le molestie a un altro cliente famoso, Mel Gibson, mentre i giurati si sono divisi sulle altre due accusatrici una delle quali è la moglie di Newson. Su di lei il verdetto è stato di otto a quattro, non sufficiente a dichiarare l'unanimità. "Sono orgoglioso di lei per aver testimoniato", ha dichiarato il marito a verdetto annunciato. (ANSA).

Pietro Tidei.

Demba Seck.

Pietro Tidei.

Giuseppe Scarpa per “la Repubblica” - Estratti martedì 26 settembre 2023.

Prima è un chiacchiericcio, poi un pettegolezzo, infine una certezza. C’è un video hot che immortala il sindaco pd di Santa Marinella, Pietro Tidei, 77 anni, in atteggiamenti intimi con una donna in una stanza del Municipio, quando gli uffici sono ormai chiusi. Il filmino ha una genesi particolare e un epilogo devastante. La fine di questa storia travolge due persone e due famiglie che nulla hanno a che fare con un’inchiesta per corruzione. 

Un’indagine che, ad oggi, riguarda altri soggetti, ma che è entrata nelle vite di uomini e donne lontani anni luce dal lavoro dei pm di Civitavecchia che stavano cercando prove di mazzette e tangenti. Ma come è stato possibile tutto ciò? 

Il file “incriminato” è contenuto in un’inchiesta per corruzione che nasce proprio dalla denuncia di Tidei contro due consiglieri comunali, e il titolare di un noto ristorante della zona, l’Isola del Pescatore, accusati di fare assieme affari poco trasparenti.

Le videocamere installate dagli investigatori erano state piazzate con l’obiettivo di confermare le peggiori ipotesi — in parte provate, secondo i pm — di favori reciproci tra i due politici e il ristoratore. Tuttavia accade qualche cosa di particolare, la clip viene acquisita qualche settimana dopo la chiusura dell’inchiesta da uno degli indagati, il consigliere Roberto Angeletti, 61 anni. Il video si trasforma in un oggetto contundente da scagliare contro Tidei, come ritiene il sindaco, ma che ferisce anche altre persone. «Non si parla più di una corruzione che ho denunciato, ma di un mio fatto privato», accusa il primo cittadino. 

Secondo alcune fonti consultate da Repubblica , il file era stato indicato come non rilevante, ai fini dell’inchiesta per corruzione, da parte della stessa polizia giudiziaria (poiché riguardava soggetti che nulla avevano a che vedere con la contestazione) nell’atto conclusivo e definitivo di trasferirlo alla procura. Successivamente, negli atti della stessa inchiesta consegnata ai difensori degli indagati, l’intercettazione non veniva indicata poiché non era funzionale alla tesi accusatoria.

Tuttavia, come la legge permette, l’avvocato di Tidei ha potuto ascoltare tutte le intercettazioni, anche quelle ufficialmente non rilevanti, ma che spesso, per i legali, sono materiale prezioso per poter difendere a processo i loro clienti. I video sono stati perciò ritenuti rilevanti dall’avvocato del consigliere che ne ha chiesto l’acquisizione al pm. Il magistrato ha autorizzato l’estrapolazione e poi è successo il disastro. Angeletti avrebbe fatto circolare il file, accusa adesso la procura di Civitavecchia, che lo ha perquisito a caccia di prove con l’accusa di revenge porn. 

Il punto è che il file non poteva circolare. Il reale valore del video, ai fini del processo, non è stato ancora stabilito. Solo di fronte a un altro magistrato, il gip, nell’udienza stralcio se ne sarebbe potuto valutare l’effettivo impiego. In questa sede gli avvocati devono giustificare davanti al giudice delle indagini preliminari l’utilità dell’intercettazione. In caso di semaforo verde, il gip ne autorizza la trascrizione e l’intercettazione viene inserita nel fascicolo del processo. In caso di semaforo rosso, può essere disposta anche la distruzione.

(…)

Estratto da la Verità martedì 26 settembre 2023. 

(...)

In un altro video il sindaco cerca un factotum che lavori per lui in campagna, che gli curi le pecore, gli pulisca i pozzi, gli tagli la legna. E dalla chiacchierata emerge come la passione per l’altro sesso abbia messo nei guai il sindaco anche in un’altra circostanza.

Un concittadino gli propone una persona di sua conoscenza: «È un bravo ragazzo, lavoratore, ignorantello, ogni tanto beve (mima con il pollice, ndr)». Tidei la prende in ridere: «Eh, solo quello! Una sera me se ‘mbriaca me va là… mi violenta, a parte magari violenta mia (inc.) eh eh eh». 

L’interlocutore obietta: «Ma tanto mica dorme lì». Tidei vorrebbe accelerare: «Allora, io me voglio organizza’ in questo modo.

Cerco di daje una sistemazione lì, e lo sistemo. Lo sistemo fisso, mica lo sistemo peeee… dopo di che lui c’ha uno stipendio fisso». L’interlocutore spiega che il candidato «con le bestie e con i trattori sa fa’ tutto». Il sindaco è sempre più convinto: «Io je trovo una sistemazione, però, m’ha da di’ quanto vuole per ‘sta roba qui, in modo tale che… poi se lui volesse, io so’ in grado di daje pure ‘na casa. Je do ‘na casa, du’ camere… du’ camerette, ‘na cucina…». 

L’amico ribatte: «Ma tanto lui è solo». Il primo cittadino insiste: «Eh, solo. Mica starà solo per tutta la vita». L’altro uomo gli consiglia di non correre: «Cominciate, però, piano piano […] prima di infilarlo dentro casa, dagli un’inquadrata […] poi piano piano». 

Al sindaco viene in mente la brutta esperienza avuta con il fattore precedente, un certo B., originario dell’Albania: «È stato un mascalzone. Più che lui è stata la moglie. Una mandria di mascalzoni. Se rigirava mi moje… poi mi moje ci piagneva… comunque vabbè, mo’ va via e pazienza».

Qui Tidei inizia un monologo che molto poco de sinistra: «Io c’avevo B. che… “B. vie’ un po’ su” e quello veniva su e faceva. A me B. (inc) m’ha messo in mezzo a una strada. È proprio uno stronzo. Uno stronzo, non capisce niente. È andato dire a mia figlia “perché io conosco i segreti di tuo padre” […] l’ho mandato un paio di volta a una casetta, lì dove ogni tanto ci vo’ a tromba’, lì a Santa Severa, ma che cazzo... ma statte zitto. […]. Quindi B., s’era imparato a fa’ tutto, quando è venuto non sapeva fa’ niente oh. […]. L’hanno cacciato pure dalla Polizia perché rubava. Quindi voglio di’ non è che era uno… poi capirai, in Albania rubano tutti». 

Giacomo Amadori e François De Tonquédec per “La Verità” martedì 26 settembre 2023.

Il caso scoperchiato dalla Verità sta facendo parlare tutto il Paese. E come sempre, gli italiani si stanno dividendo in colpevolisti e innocentisti, a favore o contro il sindaco Pietro Tidei, l’arzillo settantasettenne che ha usato il municipio come pied-à-terre per i suoi incontri hot con almeno due donne. 

Consessi amorosi che sono stati ripresi dalle telecamere della Procura di Civitavecchia, sono stati messi a disposizione di un indagato e sono diventati argomento di gossip pruriginoso. Domenica mattina, a Santa Marinella, sarebbe avvenuto un incontro da mezzogiorno di fuoco. 

Infatti si sono ritrovati nello stesso locale il consigliere d’opposizione Roberto Angeletti, accusato dalla Procura di Civitavecchia di aver fatto circolare alcuni video hot del sindaco Pietro Tidei, e Vanessa, una delle presunte amanti del primo cittadino, immortalata dalle telecamere degli inquirenti mentre consumava un rapporto sessuale all’interno del municipio. 

Secondo lo stesso Angeletti la signora lo avrebbe preso in disparte e gli avrebbe detto: «Io le chiedo una cortesia, ho un marito ho dei figli..». L’uomo avrebbe giurato di non aver fatto girare lui i filmati.

Anche se la Procura gli ha contestato il reato di revenge porn. Vanessa, a proposito della trattativa portata avanti dal sindaco per ingaggiare il marito come consulente dell’amministrazione, ha spiegato ad Angeletti che lei e il compagno stanno ancora pagando un mutuo e che quindi quei soldi extra non sarebbero mai entrati nel loro bilancio famigliare. 

Ieri il marito della signora ha confermato questa versione con La Verità. Ci ha assicurato che alla fine non ha ricevuto nessun incarico. Ma ha confermato di aver ricevuto la proposta per far parte di un gruppo di studio sul rischio idrogeologico a Santa Marinella, una consulenza da oltre 50.000 euro: «Sì, si è parlato lungamente dell’argomento e delle possibili soluzioni perché, oltre i titoli certificati, sono riconosciuto nel territorio come tecnico esperto della materia, ma senza arrivare a concludere». 

A questo punto abbiamo domandato se avesse memoria di quale sia stata l’evoluzione della trattativa? E abbiamo ottenuto questa risposta: «Sì, confusa nei contenuti ed altalenante nei modi e nei tempi nonostante l’urgenza della tematica in esame». Una trattativa in cui la moglie non avrebbe avuto ruoli.

Nelle scorse ore abbiamo provato a contattare anche la presunta seconda amante di Tidei (la quale ha subito informato il sindaco) per raccogliere la sua versione. La donna ci ha liquidati così: «Non conosco i fatti e non so di che cosa stia parlando». Nel frattempo Tidei continua a rilasciare interviste a destra e a manca. 

A chi gli ha fatto notare che ha usato come garçonnière gli uffici comunali, ha specificato: «Sia chiaro fuori dall’orario di lavoro e con il Comune chiuso». Ma anche ammesso che «sicuramente» avrebbe dovuto evitare di avere rapporti sessuali un ufficio e che questa vicenda qualche grattacapo in famiglia glielo starebbe creando. Comunque ha annunciato che chiederà risarcimenti danni a raffica, in attesa di sapere dai pm «come sia stato possibile che quei video che riguardano» la sua «sfera privata, siano stati forniti a chi è indagato» ed è stato da lui denunciato: «Noi arriveremo sino al Ministero di Grazia e giustizia, non può finire così questa storia».

(…)

Ricordiamo a questi giuristi che l’ex portavoce di Gianfranco Fini, Salvatore Sottile, è stato condannato a pagare 6.000 euro per avere scarrozzato sull’auto blu la showgirl Elisabetta Gregoraci. 

Ma soprattutto riteniamo di interesse generale quanto emerge dalle intercettazioni consegnate ad Angeletti. 

(…)

Giuseppe Scarpa per “la Repubblica – ed. Roma” - Estratti martedì 26 settembre 2023. 

«Lei ha il video? Me lo faccia vedere. Devo sapere se è mia moglie. Io sono convinto che non sia lei, per me è solo un chiacchiericcio». 

Paolo, lo chiameremo così, è il marito della donna che avrebbe avuto un rapporto in un ufficio del Municipio di Santa Marinella con il sindaco Pietro Tidei. Il video hot è agli atti di un’inchiesta nata dopo la denuncia del primo cittadino per corruzione contro un paio di consiglieri comunali e il titolare di uno dei ristoranti più famosi della costa laziale, L’Isola del Pescatore. Del filmato, o della sua esistenza, questo non è chiaro, ne e è venuto a conoscenza tutto il paesino, alimentando pettegolezzi e distruggendo la vita di una famiglia, quella di Paolo. 

Lei ha chiesto chiarimenti a sua moglie?

«No, non l’ho fatto. Non credo sia lei quella ripresa dalle microcamere dei carabinieri». 

Ma lei conosce il sindaco?

«Sì, ma non lo frequento. Mia moglie lo conosce da anni». 

È vero che negli ultimi anni Tidei le ha offerto diversi incarichi?

«Sì, ma non si sono mai concretizzati». 

Come mai?

«Questo lo deve chiedere a lui, non a me. Mi ha offerto anche incarichi non legati alle mie professionalità». 

(...) 

Ma perché il primo cittadino le offriva tutti questi incarichi che non erano coerenti con il suo profilo professionale?

«Io mi sono fatto un’idea che è molto precisa». 

Quale?

«Vede, io sono un esponente di Rifondazione. Deve sapere che il mio partito non va molto d’accordo con il Pd di Tidei. Io credo che questo fosse un tentativo di zittire la pesante critica che da sinistra noi muovevamo alla sua amministrazione. E infatti lo staff di Tidei (Ermanno Mencarelli, dirigente dell’ufficio tecnico condoni) mi offrì poco tempo fa un altro incarico». 

Di nuovo?

«Sì e questa volta coerente con le mie competenze. Io avrei accettato solo consulenze collegate al rischio idrogeologico a Santa Marinella nei primi anni Ottanta per delle frane abbiamo avuto dei morti qui». 

Questa volta ha accettato?

«Sì. E lui mi ha presentato durante la campagna elettorale come quello che in una zona del paese si sarebbe occupato del problema». 

E poi?

«E poi vinte le elezioni è sparito. Mi dica la verità. Lei lo ha visto il video?».

No, non l’ho visto.

Estratto dell’articolo di Giuseppe Scarpa per “la Repubblica” lunedì 25 settembre 2023.

Uno si vuole rivolgere al ministro della Giustizia, l’altro alla procura di Perugia. Chi abbia ragione ancora non è chiaro. Ma uno scandalo è esploso in una cittadina del litorale laziale, Santa Marinella. Dove va in scena una guerra tra il sindaco dem e il più votato dei consiglieri di centrodestra. Il primo cittadino, il 77enne Pietro Tidei, accusa il rivale Roberto Angeletti di voler tentare un golpe per farlo dimettere. L’altro ribatte rinfacciando al sindaco di usare il Comune come una garçonnière. La vicenda in realtà è intricata.

Un fatto però è certo. Le microcamere piazzate dalla procura di Civitavecchia nel municipio di Santa Marinella filmano Tidei in due incontri intimi con altrettante signore tra la fine del 2021 e il 2022. I video hot finiscono, forse per errore — non è ancora chiaro — agli atti di un’inchiesta per corruzione nata dalla denuncia del sindaco stesso contro un ristoratore, che sarebbe stato favorito da alcuni consiglieri comunali suoi rivali. 

Tidei, ex deputato dem, […] va su tutte le furie: «Mia moglie è arrabbiatissima, è l’unica che può recriminare qualcosa nei miei confronti. Comunque non ricordo di aver avuto incontri con due signore ma solo con una, cui questa vicenda sta rovinando la vita visto che è impegnata. Scriverò a Nordio affinché vengano fatte delle verifiche, io sono finito nel fango per aver denunciato il malaffare. Non posso accettarlo».

Ma facciamo un passo indietro. L’inchiesta di Civitavecchia nasce su input di Tidei. Il primo cittadino […] punta il dito contro Fabio Quartieri, titolare dell’Isola del Pescatore, ristorante tra i più blasonati della costa […] Secondo Tidei, Quartieri starebbe tramando con un paio di consiglieri, tra cui Roberto Angeletti, suo arcinemico, esperto d’informatica e consulente di diverse procure per l’installazione di cimici. Il loro obiettivo sarebbe disarcionarlo dalla guida del Comune sfiduciandolo. Il motivo? Sempre Tidei ritiene di essere l’unico a dire no alle continue richieste del ristoratore per ampliare il suo locale. Parte l’indagine, i carabinieri piazzano le microcamere in municipio. 

L’obiettivo è semplice: ascoltare i consiglieri che ammettono tra loro di aiutare il titolare dell’Isola del Pescatore in questa sorta di golpe. Succede invece che in due occasioni, a Comune chiuso, dopo l’orario di lavoro, le videocamere riprendano il primo cittadino, in un’area a disposizione del consiglio comunale, mentre intrattiene rapporti sessuali.

[…] La procura di Civitavecchia non trova nulla sull’ipotetico tentativo di deporre il sindaco, ma scopre presunti episodi corruttivi tra due consiglieri comunali (uno è proprio Angeletti), e il ristoratore. In sintesi quest’ultimo, secondo i pm, offriva cene per essere informato su quanto accadeva in consiglio comunale sulle pratiche relative alla sua attività. La procura chiede l’arresto di Quartieri e Angeletti. E qui accade un primo fatto singolare: il gip nega l’autorizzazione, boccia l’inchiesta per «mancanza di accordi corruttivi» e scrive al pm, nell’ordinanza […]: «Non si comprende perché Tidei non sia stato indagato, considerato che gli unici atti del Comune in favore del Quartieri sono stati emessi proprio dal sindaco». 

I pm vanno avanti per la loro strada, Tidei rimane fuori dall’indagine mentre per Quartieri e Angeletti, ad aprile, i magistrati chiudono le indagini per corruzione. È in questa fase che Angeletti con il suo avvocato ritira il fascicolo completo con le accuse che lo riguardano per potersi difendere in previsione del processo. Qualcuno, si presume per errore, infila negli atti i due famosi video ripresi dalle microcamere che immortalano Tidei con le due donne.

I filmati nulla hanno a che vedere con l’inchiesta, ma finiscono comunque in mano al rivale del sindaco. A Santa Marinella inizia a circolare la voce degli incontri galanti del primo cittadino all’interno del municipio. La voce, alla fine, arriva anche a Tidei, che non ha dubbi su chi ne sia responsabile: Angeletti. Mercoledì i carabinieri, dopo una nuova denuncia del sindaco, perquisiscono il consigliere, accusandolo di revenge porn per aver fatto circolare i filmati piccanti. […]

Estratto dell’articolo di Mauro Evangelisti per “il Messaggero” lunedì 25 settembre 2023.

«Ma le sembra normale che la persona che io ho denunciato e che è indagata ha ottenuto dalla Procura quel video mentre il sottoscritto non può vederlo? Andrò fino in fondo, scriverò al ministro della Giustizia, Carlo Nordio». Pietro Tidei, sindaco di Santa Marinella, provincia di Roma […] 77 anni, storico esponente del Partito comunista nel litorale […] nel 2018 diventa sindaco di Santa Marinella e ottiene la conferma […] nel maggio scorso. […]

[…] Appare grave che un filmato sulla sua vita privata sia stato fornito a una persona indagata.

«Bravo. Esattamente. Qui addirittura si va verso la richiesta di rinvio a giudizio per corruzione. Come sia stato possibile che quei video, che riguardano la mia sfera privata, siano stati forniti a chi è indagato bisognerebbe chiederlo al magistrato. Noi arriveremo fino al Ministero di Grazia e Giustizia, non può finire così questa storia. Potrebbe succedere a qualsiasi cittadino». 

Lei non è indagato?

«Io non sono indagato, non lo sono mai stato in 50 anni. Io ho presentato una denuncia per corruzione». 

Perché c'erano le telecamere nascoste?

«Gli investigatori le avevano messe nella stanza attigua a quella del sindaco perché lì si riunivano spesso i consiglieri, anche quelli indagati. Avrebbero dovuto riprendere eventuali eventi legati all'ipotesi di corruzione». 

E lei però è stato ripreso per le sue attività private, rapporti con due donne.

«Sia chiaro, fuori dall'orario di lavoro e con il Comune chiuso».

E perché quei video sono stati forniti a uno degli indagati?

«Ripeto, chiediamolo al pm. Penso sia un problema di disattenzione, non ha valutato ciò che era afferente o non afferente all'inchiesta. Il legale ha chiesto il materiale e la procura ha dato tutto, non solo ciò che era collegato all'inchiesta. Gravissimo. Chiederò il risarcimento danni a tutti, a partire da chi ha usato in modo improprio questi filmati». 

Ma sono stati diffusi? Sono stati fatti girare?

«Sembrerebbe. Tanto è vero che poi sono stati sequestrati. Se li hanno sequestrati è perché pensavano che girassero».

Volevano ricattarla? Qualcuno è venuto a dirle che aveva in mano queste immagini compromettenti?

«C'erano voci, si diceva ci sono cose che girano, lascia perdere, dimettiti, ci vanno di mezzo persone innocenti...Tutte queste cazzate qui». 

Un problema.

«Sarebbero stati resi pubblici, sarebbero state coinvolte altre persone. Ma io ho presentato denuncia». 

Però lo ammetta: lei è stato ingenuo e inopportuno nell'usare gli uffici pubblici per dei rapporti di quel tipo. Se lo sarà detto: "dovevo evitare".

«Sì, sì. Sicuramente». 

[…] «[…] hanno cercato conniventi per firmare lo scioglimento del consiglio e mandare a casa il sindaco. Io ho denunciato tutto, fatti, misfatti e personaggi, mi sono preso le mie responsabilità. Che circolasse quel video l'ho saputo prima dal gossip, poi dalla stampa. Si sono inventate cose assurde, che fossero rapporti a tre».

Sono due rapporti distinti invece.

«[…] Questa vicenda è assurda. Riguarda anche un consigliere comunale che […] è una persona che mette di mestiere microspie per la procura, era un consulente. Ed è stato il suo avvocato a chiedere di accedere al materiale. Domanda: sapeva cosa trovare? Pensi che io sono vittima di un reato, ma non posso accedere agli atti come invece possono fare gli indagati». 

Questa storia l'ha messa in difficoltà in famiglia?

«Sono sposato, ho quattro figli, cinque nipoti. Difficoltà? Secondo lei? Ma le sembra giusto? Tutto assurdo. Pensi che hanno tirato fuori anche Renzi». […] 

Da open.online - Estratti mercoledì 27 settembre 2023.

La moglie dell’uomo a cui il sindaco di Santa Marinella Pietro Tidei aveva promesso 53 mila euro per una consulenza informatica parla per la prima volta. Ed ammette che è lei la persona ritratta nel video hot in cui fa sesso nella sala riunioni del comune con il primo cittadino della cittadina del litorale in provincia di Roma. Dice anche che l’ha dovuto confessare al marito. 

Che è un militante di Rifondazione Comunista della zona e ieri ha sostenuto che il sindaco gli ha offerto soldi per “tenerselo buono”. Ma anche che secondo lui non era la moglie la donna ritratta nel video. L’inchiesta nasce da una denuncia dello stesso Tidei nei confronti di alcune persone, tra cui alcuni consiglieri comunali, per una presunta corruzione. Il reato è stato successivamente derubricato dal pubblico ministero. 

«Gli ho detto tutto ieri»

La donna confessa oggi in un’intervista a Giuseppe Scarpa per l’edizione romana di Repubblica che al marito ha detto tutto «ieri. La pressione era insostenibile. Avrei voluto affrontare la vicenda in un altro modo. Avrò anche sbagliato ma questa è una macchina del fango».

La procura di Civitavecchia aveva fatto installare una serie di telecamere-spia all’interno del comune. Proprio per verificare la denuncia di Tidei. Gli investigatori avevano giudicato irrilevante ai fini dell’indagine quel materiale. Che poi però è finito nelle carte date a Roberto Angeletti, uno degli indagati, con l’autorizzazione della stessa procura. A quel punto Tidei presenta la denuncia: il video sta circolando. E il pm indaga Angeletti, che però si professa innocente. Anche se attualmente è indagato per revenge porn.

«Con Tidei è successo una sola volta»

La donna dice che adesso non ha intenzione di fare nulla. È rassicurata dal fatto che il video non circola in rete. Dice che il marito è una persona «perbene, che sta soffrendo». E racconta come è andata: «Ero lì per lavoro. Con Tidei ci conosciamo da tempo ed è successo quello che è successo. 

Un’unica volta, nessuna relazione, lo definirei uno scivolone e adesso sono impigliata in questa rete». Sostiene di non aver mai ricevuto incarichi dal comune: «Assolutamente no, è riscontrabile. Ho la mia professionalità, il mio lavoro, non ho bisogno di chiedere niente a nessuno. E nemmeno mio marito ha ricevuto alcun incarico». 

Il marito ha precisato che Tidei dopo la consulenza informatica gli aveva proposto un incarico afferente alle sue competenze, che invece aveva accettato. «Riguardava la riqualificazione complessiva del litorale di Santa Marinella, un progetto da 2 milioni di euro», ha detto. Concludendo poi che non se ne era fatto nulla dopo il voto alle elezioni.

Le dimissioni

La donna non risponde alla domanda sull’astio che potrebbe nutrire per Tidei dopo l’accaduto. E dice che non l’ha sentito e non vuole sentirlo. Aggiunge che dopo questo caos dovrebbe dimettersi: «Guardi io non avrei dovuto fare quello che ho fatto, ma anche lui non doveva farlo in una sede istituzionale». Il resto, dice, deve vederselo con suo marito (...)

Estratto dell’articolo di Fulvio Fiano per il Corriere della Sera giovedì 28 settembre 2023.

«Non so chi sia la donna che dice di aver avuto rapporti con me. Stanno cercando di ricattarmi e delegittimarmi, ci avevano già provato e li ho denunciati. Ora li denuncio di nuovo per aver messo in circolazione notizie false o inerenti a vicende solo private». 

Pietro Tidei, 77 anni, sindaco Pd di Santa Marinella, accetta di rompere il silenzio che si è imposto all’indomani della notizia dei video che lo ritrarrebbero in atteggiamenti intimi con due diverse donne agli atti di un’inchiesta, nata dalla sua denuncia, ora arrivata alla richiesta di processo per corruzione a carico di un imprenditore e tre consiglieri di opposizione. 

Gli aspetti da chiarire non sono pochi: a partire dai due incontri intimi nell’anticamera del suo ufficio. «Non li ho mai negati», ribadisce, preferendo il basso profilo per rispetto della moglie. Con la quale si è scusato, raccontandole tutto: «Sono stati giorni difficili».  

(...)

Ma è chiaro che il focus della vicenda si è spostato sulle relazioni del sindaco. Lui continua a ripetere che non conosce la donna che si è fatta avanti, anonimamente, per rivelare la loro presunta storia sui giornali: «Se voleva restare davvero nell’ombra non aveva che farlo». 

Quanto ai video, sostiene di non averli mai visti, a differenza di tanti in città che assicurano di conoscerne i dettagli. Chi frequenta il municipio fa invece notare come il salottino degli incontri sia sempre scuro e sarebbe dunque arduo distinguere i volti delle donne riprese. 

Anche sulla natura di questi incontri, inizialmente presentati come delle simil-orge, Tidei sottolinea che sono stati episodi separati, nei quali non si è andati oltre qualche effusione. «Una commedia degli equivoci — ripete a chi gli è vicino — sulla quale stanno ricamando in tanti». 

Tra chi lo ferma per fare battute («due donne alla tua età...»), chi sospetta della propria moglie e chi dai banchi di opposizione solleva il caso dei danni all’immagine di Santa Marinella. «Tutti parlano, in provincia va così». 

Martedì è stata sequestrata a Roberto Angeletti la pen drive nella quale conservava arbitrariamente copia dei video già sequestrati. A metà ottobre lui e due consiglieri rischiano il processo per una promessa di favori all’imprenditore Fabio Quartieri su abusi edilizi nel ristorante “L’isola del pescatore” e sulla trasformazione del residence Pino al mare in alloggi privati.

Nella sua denuncia il sindaco collega tutto ciò al tentativo di far cadere la sua giunta, «come già avvenuto quindici anni fa: anche allora c’era Angeletti in consiglio comunale, assieme a Quartieri».

Giuseppe Scarpa per “la Repubblica” - Estratti giovedì 28 settembre 2023.

Riunioni dentro l’ufficio del sindaco a luci spente, nel buio più totale, con il primo cittadino che confabula con il suo interlocutore di appalti e bandi per le spiagge. 

Altre in cui il sindaco nasconde il suo cellulare e quello dell’ospite nel suo bagno privato, mentre vanno a parlare in un’altra stanza. E poi storie di nuovi ricatti sessuali portati avanti dal fattore delle tenute di proprietà di Pietro Tidei, sempre lui, il sindaco della cittadina della costa laziale, ad appena un un’ora in auto da Roma. L’uomo, politico navigato, 77 anni, ex Pci, poi nei Ds, oggi nel Pd, due volte deputato, due volte primo cittadino di Civitavecchia, è adesso al secondo incarico a Santa Marinella. Comune che, a questo punto, si candida ad essere il più pazzo d’Italia. 

A far emergere nuovi e piccoli scandali ci hanno pensato i carabinieri che hanno imbottito il Municipio, 20 mila abitanti, di cimici e microcamere. Il risultato non è stato dei più lusinghieri per l’amministrazione. Tidei, che non è indagato, nei giorni scorsi ha gridato allo scandalo quando è stata data la notizia di un paio di video che l’immortalano mentre si intrattiene in incontri intimi, a Comune chiuso, con due donne (in giorni differenti) in una sala di solito utilizzata dal consiglio comunale.

(...)

Dall’indagine, però, emerge che non era solo Angeletti a disporre di informazioni riservate sulle scappatelle di Tidei. Lo stesso sindaco, come scrivono i carabinieri nella sintesi che precede la trascrizione di un’intercettazione, ammette di essere stato ricattato da un suo dipendente: «Tidei racconta che Basky andrà via, (l’uomo si occupa di gestire i terreni del sindaco ndr ). Quest’ultimo era uno stronzo, perché lo ricattava. Il sindaco sottolinea che Basky si era rivolto a sua figlia e le aveva detto che era a conoscenza di tutti i segreti del padre». Tidei sospetta «che l’operaio sapesse di come il primo cittadino utilizzasse una sua proprietà a Santa Severa “per andare a trombare”». 

Ci sono poi altri colloqui più imbarazzanti per il sindaco. Uno in particolare riguarda una richiesta, avanzata al direttore di una multi servizi, di bandire un concorso per far assumere una persona a lui vicina: «Fai un concorso per stabilizzarlo, è un impegno che io ho assunto con il nonno». I due dopo la chiacchierata, scrivono sempre i carabinieri, vanno a riprendesi i cellulari che avevano lasciato nel bagno per non essere ascoltati. 

Peccato che ci fossero le microcamere a osservarli e a registrare tutto. Stesso copione andato in scena quando un architetto chiese al primo cittadino: «Puoi mettere una buona parola» per l’assunzione della sorella a Ferrovie dello Stato? Tidei gli promette che si sarebbe occupato del caso «personalmente e non tramite Whatsapp», mandando «Sergio a Roma, il suo autista con un messaggio manoscritto », scrivono gli investigatori in una nota. 

«Queste intercettazioni — spiega Lorenzo Mereu, l’avvocato di Tidei — sono datate e risalgono a più di un anno fa. Sono state vagliate dalla procura che le ha ritenute non rilevanti per iscrivere notizie di reato a carico di Tidei, che per questi fatti non risulta essere indagato. Noi riteniamo che quei file — sottolinea il penalista — dovessero essere coperti dalla riservatezza come recita l’articolo 2069 del codice di procedura penale proprio perché del tutto irrilevanti per la posizione di tutte le parti coinvolte».

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori e Francois de Tonquedec per “La Verità” giovedì 28 settembre 2023.

La vulgata è che l’inchiesta sulla presunta corruzione al Comune di Santa Marinella, quella in cui sono stati filmati gli incontri hot del sindaco dem Pietro Tidei, sia partita da una denuncia dello stesso primo cittadino. Ma qualcosa in questa ricostruzione non torna. 

Infatti in alcune intercettazioni del 2021 […] Tidei parla con il luogotenente Carmine Ricci, il comandante della stazione dei carabinieri della locale stazione proprio di questa querela da presentare. Ma le captazioni sono già iniziate. E l’investigatore dispensa consigli al primo cittadino. Una stranezza evidenziata anche dal sito Etrurianews.

Dice Ricci il 21 dicembre 2021: «Veniamo a noi. Io voglio capire bene la questione.

E il sindaco inizia a raccontare dei presunti tentativi di far cadere la sua giunta da parte dell’imprenditore Fabio Quartieri, interessato a permessi che il Comune non concederebbe. Si parla anche di un soggetto immischiato con il clan Casamonica. 

Tidei sembra aver trovato un super testimone del tentativo di corruzione e si sente con il coltello dalla parte del manico, per questo vorrebbe fare marcia indietro. «Io adesso sto tranquillo con l’amministrazione, l’ho sventata ‘sta cosa qui». Ma intanto le cimici registrano. Ricci prova a insistere: «Io comunque sia farò due righe per questo volevo un attimo capire la situazione. Faccio due righe e comunque le trasmetto».

[…] Per l’investigatore occorre capire il peso «di questo Casamonica». Il primo cittadino vuole fermare la slavina: «Eh parlamo sinceramente marescia’, perché io non vorrei mo’ adesso la questione sta buona… ‘sta cosa qui riapre un casino… riavrei avuto intenzione di andare avanti se… effettivamente questi stavano… ma ormai so’ morti… perché hanno capito che non c’è…». Ricci lo asseconda: «Posso pure non trasmettere nulla». Tidei tira un sospiro di sollievo. «Questo ti chiederei per ora».

Il 16 marzo 2022 l’indagato Quartieri parla con un’altra persona. Sulla sua macchina c’è una cimice. L’interlocutore dice: «Poi ho saputo che ci sta un’indagine pesante contro i consiglieri…». Quartieri chiede quale sia la fonte e l’altro uomo risponde che sono i carabinieri di Santa Marinella. Il giorno successivo Ricci torna alla carica con Tidei e gli chiede di formalizzare la denuncia. Il sindaco è titubante. 

Inizia un vero e proprio tiraemolla: «Marescia’, io e lei me pare che se dobbiamo parla’ chiaramente» dice l’ex parlamentare. «Io ho massimo rispetto e fiducia in lei.

Gira voce che, “guarda che i carabinieri, la Procura, hanno messo le cimici dentro (inc)”». Ricci: «E chi lo dice?» Tidei: «Lo dicono in giro». 

Ricci: «Fateglielo dire. Meglio». Tidei: «No, perché dopo che hanno arrestato il marito della consigliera nostra, che […] se lamentava… dice per telefono, non so… che il sindaco non le aveva mai fatto piglia’ un lavoro, che lo faceva casca’ tutte ‘ste storie qui […] sembrerebbe, ma credo che siano chiacchiere, io poi dentro la Procura non ce sto, che abbiano aperto un filone di indagini pure su Santa Marinella, sul Comune […].  E dice i carabinieri so’ entrati nottetempo e hanno messo le cimici».

Ricci […] tenta […] di confondere le acque: «Siamo entrati quindici volte». Il militare continua: «Se pensano una cosa del genere, se la dicono è pure meglio. Quindi vuol dire che stanno buoni. Venendo al discorso nostro, quando la formalizziamo quella denuncia?». Tidei: «Di Fronti (Andrea, allora vicesindaco, ndr)? Perché?». Ricci: «Perché la dobbiamo formalizzare». Tidei: «Ho paura che dopo Fronti me se guasta e me manda a casa davvero». 

Il sottufficiale insiste: «Ci rifletta». L’ex deputato pd torna sull’argomento intercettazioni e riferisce quanto avrebbe saputo: «Stai attento ai carabinieri, l’altra volta ti sono venuti a mettere le microspie». Il luogotenente: «Sì, sì dappertutto». Ricci: «Parlamose chiaro lei è o non parte offesa in tutta questa vicenda?». Tidei: «Credo di sì». Ricci: «E allora?». Tidei: «Essì ma pure se sono parte offesa se poi me la piglio in culo?». E racconta che quando era sindaco di Civitavecchia, pur essendo «parte offesa», sarebbe stato costretto ad «andare a casa». Chiosa di Ricci: «Che le devo di’, ci rifletta».

Il fascicolo per corruzione è stato aperto nel 2021 e Tidei si convince a depositare la querela per tentata corruzione solo il 20 marzo 2022, tre giorni dopo la conversazione con Ricci. Nel frontespizio si legge che i fatti denunciati sarebbero avvenuti a Santa Marinella tra dicembre 2021 e febbraio 2022, quando le microspie lavoravano già a pieno regime. Il 17 marzo il primo cittadino è ancora spaventato dall’idea che possa esserci un fascicolo sull’attività della sua giunta. Quindi chi dice che le intercettazioni avrebbero penalizzato chi aveva dato il via all’inchiesta con la propria coraggiosa denuncia non ha capito che le captazioni erano già in corso. 

In uno dei video di marzo, Tidei offre al militare le chiavi della sua «alcova»: «Ma le vole le chiavi, se le vo’ tene’? Dovesse succede qualche cosa… (gli passa le chiavi, ndr) e…». Il sindaco gli chiede di farsene una copia e poi fa una battuta decisamente infelice: «Ve può servi’ pure per veni’ a mette qualche cimice…». Microspie che stanno già registrando l’incontro all’insaputa dei due. […]

L’investigatore si fa scappare una notizia: «Una cosa, in settimana mi sa che (inc) una bella ordinanza» poi abbassa il tono e non si capisce, alla fine aggiunge: «Gliel’ho anticipato…». E chiosa: «A volta abbiamo a che fare pure con questi personaggi». Forse si parla di pedofilia e Tidei si indigna: «È una cosa che odio. I ragazzini… sarà che c’ho quattro figli, cinque nipoti, ma i ragazzini è una cosa che a me…». Il sottufficiale rincara: «Tra l’altro (inc) denunciato (inc)». A Tidei scatta la sindrome professionale: «Pure? (inc) vent’anni de galera. Vabbè, ma è impegnato politicamente?». Il carabiniere lo esclude: «No, no».

Tidei a questo punto si preoccupa per il lavoro della consorte del comandante: «Ma sua moglie poi che ha fatto?». Il sottufficiale spiega: «Sta facendo il corso da Oss (Operatore socio-sanitario, ndr). Finisce a giugno». Tidei risponde da par suo: «Allora a giugno la sistemamo subito». 

Il maresciallo sembra frenare: «Si, vabbè, ma tanto di posti ce ne sono… (allarga le mani, ndr)». Sostiene che a indirizzarli nel mondo del lavoro sia direttamente la scuola riconosciuta dalla Regione.

Tidei non si arrende: «Oss posso… di Oss ne servono tantissime. Quante ne vuole di Oss. Ne sistemo uno o due al girono».

Il primo cittadino commenta che con Scienze infermieristiche sarebbe stato anche più semplice, ma anche così non sarà difficile: «Comunque quando finisce la Oss se lei la sistema per conto suo va bene, sennò la sistemamo noi. Io con gli Oss non c’ho probblemi. Se lo vole pija un caffè?». 

In un altro video i due sono in terrazzo e mentre rientrano stanno finendo di parlare di un procedimento relativo a un abuso edilizio. La confidenza cresce. Tidei torna sulla questione della consorte del carabiniere: «Poi io pensavo a quell’altra cosa… ma l’ha preso poi quel titolo? Oss…». Il luogotenente ribadisce: «No, finisce a giugno». Tidei: «Eh, si può risolvere bene quella questione. Risolto questo, ne parlavo con mia moglie, se fuori dal periodo dell’inchiesta, tutta ‘sta roba, onde evitare compromissione, se state una sera a cena a casa mia con la moglie». 

Il comandante non si sottrae: «Qual è il problema? Volentieri, grazie per l’invito». Tidei: «Se una sera vuole, ne parli con sua moglie, mia moglie è un’ottima cuoca». Ricci: «Aspettiamo che finisce…». Tidei: «Quando è disposto lei, io non voglio assolutamente comprometterla». Ma alla fine il più compromesso di tutti è stato Tidei, che oltre alle cene ha dimostrato di essere molto interessato anche ai dopocena galanti.

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori e François De Tonquédec per “La Verità” giovedì 28 settembre 2023. 

L’uso improprio della cosiddetta stanza Romeo (mai nome fu più azzeccato) del municipio di Santa Marinella, quella attrezzata con divano per gli ospiti, ha scatenato la curiosità dei media sui video hot del primo cittadino pd Pietro Tidei mentre armeggia con almeno due signore.

Ma i filmati pruriginosi sono solo la punta dell’iceberg di un sistema di potere che ruota intorno a un politico di lunghissimo corso […] che ha attraversato gli ultimi cinquanta e passa anni di storia repubblicana passando dalla militanza nel Pci a quella nel Pd, facendo il parlamentare (per due legislature) e il sindaco numerose volte, tra Santa Marinella e Civitavecchia. 

Una carriera in cui è riuscito, come il conterraneo e compagno di partito Esterino Montino, a mettere via una discreta fortuna, risultando, una decina di anni fa, tra i parlamentari più facoltosi della sinistra. 

Nel 2012 emerse che aveva dichiarato un reddito di 214.401 euro, battendo i colleghi di partito Enrico Gasbarra (138.538 euro) e Walter Veltroni (136.731 euro). All’epoca il deputato poteva contare anche sulla pensione di ex dirigente Enel e su quella di ex consigliere regionale. 

All’epoca ha anche dichiarato due immobili e un terreno a Civitavecchia, una casa in costruzione in Grecia, di cui risultava proprietario per un terzo, oltre ad altri sei fabbricati in comproprietà tra Civitavecchia (2), Allumiere (3) e Tolfa (1), oltre a un ulteriore terreno a Civitavecchia.

Nello stesso periodo è finito al centro di un’inchiesta giornalistica su uno degli immobili di maggior pregio dell'Isma (sigla dell'Istituto Santa Maria in Aquiro), una Ipab (istituzione di pubblica assistenza e beneficenza). L’appartamento, grande circa 130 metri quadrati, era situato nell’esclusiva via del Babuino di Roma, proprio all'angolo con piazza di Spagna. Qui si appoggiava durante la settimana lavorativa Tidei senior, mentre il contratto di locazione era intestato alla moglie. 

Ma in tanti anni di attività, il politico del Litorale Nord, oltre ad aver messo da parte qualche picciolo ha creato un vero e proprio sistema di consenso «clientelare», almeno stando ai video che lo ritraggono in azione nel suo ufficio.

Infatti in uno dei famosi filmati acquisiti dalla Procura di Civitavecchia […] è lui stesso a proclamare: «Io ne ho assunti 4mila, non è che ne ho assunto uno: 4mila!». […] 

Adesso spunta un altro dialogo interessante tra il primo cittadino e l’architetto Alessio Rosa, trentottenne dipendente Enel (la stessa azienda dalla quale proviene Tidei), da lì a poco candidato in una lista civica a sostegno della riconferma del sindaco. L’oggetto della conversazione è una raccomandazione. 

Rosa spiega subito che gli deve chiedere un «favore»: «Io ho mia sorella che ha già fatto l’assesment (valutazione, ndr) nel gruppo Ferrovie dello Stato e mo’ la devono chiama’ pe’ il colloquio… ci puoi mette una buona parola […]». 

[…] Rosa specifica: «Praticamente ha fatto l’assesment online e deve fare il colloquio orale». Il sindaco vuole sapere esattamente di quale società del gruppo stia parlando l’interlocutore. L’architetto mostra il cellulare e Tidei dice: «Damme la cosa precisa, quella che c’hai, che io la rigiro, no?». Il fratello apprensivo aggiunge che il primo step «è andato pure benino».

[…]. Il futuro candidato promette: «Pie’ se me sistemi ‘sta cosa, io…». Tidei si sente quasi sottovalutato: «Ma che te sistemo… a me me fate ridde quanno me… ma se era per me io l’avevo già sistemata… non è che…». Rosa lo asseconda: «Però Ezio, io a Ezio quando gli ho chiesto di me, uno e due, è venuto da te, ha parlato con Vittorio, con I. e loro mi hanno subito chiamato (verosimilmente in Enel, ndr)». 

Tidei: «Sì, sì... lo so. Io ne ho assunti 4mila, non è che ne ho assunto uno… 4 mila!». Rosa va in visibilio: «Ne hai assunti 3.999 più uno (l’architetto indica sé stesso, ndr)».

Tidei: «Ecco, 4mila! Però, poi, nun è che... uno che fa?

Chiede il favore, la cortesia, in maniera pulita. E se possibile, lo fanno, se non è possibile…». Il discorso passa alle successive elezioni, in cui Rosa avrebbe appoggiato il sindaco. «Ricàndidate te. Fronti (Andrea, ex vicesindaco, ndr) non lo candidiamo e me ce metto io. C’hai la parola mia, eh». Il sindaco chiama la segretaria Lorella, chiedendo una stampa di un file che le ha inviato. 

Dopo varie chiacchiere Tidei chiede a Rosa le generalità della sorella, una classe 1997, e altre informazioni, spiegando che è sua intenzione inviare quella nota personalmente e non tramite Whatsapp. Quindi contatta telefonicamente la segretaria di Bruno chiedendo l’indirizzo per far recapitare una busta, all’attenzione della signora.

[…] A quanto risulta alla Verità […], la raccomandazione non avrebbe avuto l’esito auspicato e successivamente l’architetto Rosa avrebbe comunicato, con rammarico, a Tidei la mancata assunzione della parente. 

Ma che il sindaco sia un po’ un Capitan Fracassa lo dimostra anche l’offerta di consulenze al marito di una delle sue presunte amanti. 

L’ingegnere, ieri, con Repubblica, ha ricondotto le proposte di Tidei alla sua attività politica di opposizione con Rifondazione comunista e non ai rapporti affettuosi del primo cittadino con la consorte. Quindi ha aggiunto che «poco tempo fa» gli sarebbe stato offerto un ulteriore incarico, «questa volta coerente con le sue competenze». 

Tidei durante l’ultima campagna elettorale lo avrebbe presentato come «quello che in una zona» di Santa Marinella «si sarebbe occupato del problema» del dissesto idrogeologico. Ma vinte le elezioni sarebbe «sparito». […]

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori e François De Tonquédec per “La Verità” sabato 30 settembre 2023.

L’affaire del video hot del sindaco pd Pietro Tidei di Santa Marinella si è arricchito di un’altra puntata. Venerdì 22, gli inquirenti hanno fatto sequestrare il cellulare del consigliere comunale d’opposizione Roberto Angeletti, che attraverso il suo avvocato aveva ottenuto copia dei filmati (compreso quello hard) realizzati di nascosto in municipio nell’ambito di un’inchiesta per corruzione in cui lo stesso Angeletti è indagato. 

L’uomo è il principale sospettato per la diffusione delle immagini (che ritraggono Tidei «intento a consumare un rapporto sessuale con due donne» si legge nel decreto di perquisizione) e per questo è stato iscritto anche per il reato di revenge porn. 

Ieri pomeriggio, i carabinieri del Nucleo di Civitavecchia hanno sequestrato pure il telefonino della sorella Bruna, una poliziotta in pensione. Angeletti aveva subito ammesso con gli investigatori di aver inviato diversi file, tra cui quello al centro della nuova inchiesta, alla parente, la quale lo avrebbe aiutato ad ascoltare e correggere le trascrizioni […].

[…] Adesso la Procura dovrà verificare che il video sia rimasto all’interno della ristretta cerchia, legittimamente in possesso del materiale e impegnata in indagini difensive. […] Intanto il clamore mediatico causato dalla vicenda ha convinto gli inquirenti di Civitavecchia a correre ai ripari e a chiedere immediatamente un’udienza stralcio per distruggere le intercettazioni non inerenti all’inchiesta per corruzione consegnate ad Angeletti, in un procedimento, lo ricordiamo, innescato dalle confidenze di Tidei al comandante della locale caserma dei Carabinieri. A rischio cancellazione sono le migliaia di ore registrate dalle telecamere fatte installare dagli inquirenti in tre stanze del Comune di Santa Marinella.

[…] Ma la Procura si trova nella morsa Italia viva-Forza Italia, partiti che sono scesi in campo per difendere Tidei da una presunta «barbarie». Lo stesso politico dem ha annunciato di volersi rivolgere al ministro della Giustizia Carlo Nordio. 

In prima fila in questa battaglia c’è Matteo Renzi, che ha arruolato nelle fila del proprio movimento Marietta Tidei, figlia del sindaco e che ha organizzato la festa nazionale di Iv proprio nel Comune di Santa Marinella. Una kermesse inaugurata da Tidei senior, il quale, dal palco sotto il Castello di Santa Severa, ha arringato la platea offrendo come modello e laboratorio politico per l’Italia l’esperienza della maggioranza che governa il suo paese: un Pd alleato con Iv, i centristi e alcuni fuoriusciti di Forza Italia.

A pungolare il fu Rottamatore è stato il sito Dagospia alle 11.10 di ieri, quando ha battuto questo flash, ricordando i legami politici e di amicizia del senatore con la famiglia del politico laziale: «Ma il noto parlamentare di Riad Matteo Renzi, non ha nulla da dire su Pietro Tidei?». L’ex premier, che alle grigie e sorde aule parlamentari preferisce i social, ha subito replicato, senza citare Roberto D’Agostino, e, al solito, ha usato le vite altrui per parlare della propria e frignare. 

[…] Nei video di Tidei, il sindaco parla anche di Renzi. «Marietta non può fare il sindaco» dice l’ex parlamentare. «Conviene andare più in alto» commenta un’interlocutrice. «Dice che Renzi le ha detto che la porta in Parlamento» spiega Tidei e riporta il proprio consiglio alla figlia: «Nun ce anna’ che te pija per culo». E la risposta di Marietta sarebbe stata questa: «Male che vada, vado alla Regione». Come in effetti è avvenuto e dove è diventata capo gruppo di Italia viva, dopo essere stata parlamentare Pd, al posto del padre.

Ma se Renzi, pungolato via Internet, è finalmente sceso in campo a difendere il suo anfitrione, dal Pd continua a non alzarsi una voce sui comportamenti da marchese del Grillo del loro sindaco. L’uomo che promette a tutti aiuti, posti di lavoro, raccomandazioni, interferenze, concorsi su misura e, forse, non mantiene, ma soprattutto che usa le sedi istituzionali come un motel è stato rimosso dal discorso politico della maggioranza, ma soprattutto dell’opposizione. 

Chiacchiericcio politico a parte, resta il fatto che migliaia di ore di video, in pratica un reality show sulla conduzione di una giunta comunale, rischiano di finire in un cestino, ancor prima di una seria valutazione del materiale.

Noi abbiamo già raccontato di alcuni dialoghi quanto meno politicamente scivolosi e, comunque, meritevoli di una verifica da parte degli investigatori di possibili notizie di reato. Ne aggiungiamo oggi uno che riguarda la gara per l’affidamento della spiaggia Perla del Tirreno, la più bella della località balneare. 

Qui, insieme con Tidei, il protagonista è l’ex assessore al bilancio Emanuele Minghella, oggi presidente del Consiglio comunale. Minghella: «Mencarelli (Ermanno, architetto e dirigente dell’ufficio tecnico condoni, reti informatiche e lavori pubblici, ndr) ha parlato con quelli per tre mesi, e quelli non hanno letto il bando?». Tidei: «Secondo me non lo hanno letto». 

Minghella: «Si sono parlati per tre mesi, almeno una volta alla settimana e hanno fatto ‘st’errore, ma guarda un po’». Tidei: «Io conosco Mencarelli, è un figlio di una buona donna che non finisce mai. Ma a Mencarelli questi qui gli mettono solo paura, non li vuole vedere manco scritti». Il dialogo prosegue e a un certo punto Minghella chiede: «E l’errore chi l’ha fatto?».

Tidei: «E chi l’ha fatto, Mencarelli? […]. Ma c’è un bando (urla, ndr), porco… leggete il bando, no?». Poi aggiunge: «Quelli hanno fatto un’offerta senza leggersi il bando. Ti devi leggere il bando se sei un imprenditore serio. Siccome, a quelli, gli è stata data rassicurazione da noi, troppa, e quelli manco il bando si sono letti». 

Minghella commenta, ma la voce è coperta da quella di Tidei, che risponde: «Come no, da noi, certo. Stavamo insieme quando ci abbiamo parlato». Ma il clima che si vive nel Comune di Santa Marinella, in questi giorni, dopo i nostri scoop, assediato dalle telecamere, non deve essere dei migliori. 

Tidei ne parla con una delle sue amiche in uno dei video sotto esame. Il dialogo parte da un esilarante equivoco. La donna ha mostrato una delle case di Tidei a una persona interessata all’acquisto. Ma la richiesta è stata ritenuta troppo esosa dall’aspirante acquirente. E allora per non lasciarla vuota il sindaco propone di metterci un letto per trasformarla in una garçonnière per lui e l’amante.

«Ci sono i letti quelli che si gonfiano, m’hanno detto che so’ tanto comodi» suggerisce la signora. Ma Tidei capisce tutt’altro: «Me gonfiano?». La donna prova a spiegarsi: «C’è sta un letto che se gonfia». Tidei: «Ah pensavo che me gonfiano de botte, “ti gonfiano, ci gonfiano”». Il discorso passa al riposino che il primo cittadino si è fatto all’ora di pranzo. «Sono andato a casa, sì, ma mi sono buttato un attimo sul letto perché mi faceva male la testa» spiega l’uomo. 

«Tu non devi lavorare troppo» gli consiglia l’amica. «Lavoro troppo? Ma non lavorano (i suoi collaboratori, ndr), non fanno un cazzo, ieri sera li ho dovuti strapazzare, stamani li ho strapazzati, ieri sera ho strapazzato praticamente a tutti. Mo’ questi si incazzano.

Mia moglie mi ha detto: “Adesso guarda che questi ti mandano a casa come è successo a Civitavecchia”». Per il primo cittadino quelli che lavorano con lui «non fanno veramente niente». «Chi pensi che faccia qualcosa?» chiede la donna. 

Risposta: «Ma nessuno… io credevo che Minghella che era uno che faceva, non fa niente… robette… tutte cosette così, stronzate. Io pensavo che era strategico e, invece, tutte cosette così…». 

[…] Ma mentre la discussione procede, insieme alle «effusioni», come le chiama Tidei, qualcuno bussa alla porta della sala Romeo. «Sì, chi è?» esclama il sindaco. Che evidentemente ha usato l’ufficio come un albergo mentre qualcuno si aggirava nei corridoi. 

Ora minaccia querele per diffamazione a destra e a manca, ma nel frattempo alla sbarra è finito lui. Ha infatti pesantemente offeso un giornalista, Cristiano Degni. Il primo cittadino, sui social, ha attribuito al cronista, colpevole di criticarlo, «ripetuti insuccessi anche professionali», «profonde insoddisfazioni» e lo ha accusato di essere «artefice di un’informazione distorta, capziosa, non veritiera, strumentale e soprattutto fondata su falsità». Tidei ha anche aggiunto il carico: «Credo che sia arrivato il tempo di rivelare, magari in un pubblico contraddittorio, alcuni accadimenti e comportamenti che lo riguardano, quali alcune sue richieste di denaro che forse dovrebbero essere note a tutti». Quest’ultima insinuazione ha convinto Degni a denunciare il politico e sei mesi fa il pm Alessandro Gentile ha disposto il rinvio a giudizio di Tidei.

Chi paga? Il caso del sindaco di Santa Marinella, la magistratura spara con il bazooka alle formiche: la vita di persone distrutta da audio irrilevanti. Andrea Ruggieri su Il Riformista il 28 Settembre 2023 

Io vorrei sapere come diavolo si fa. Come diavolo si fa a mancare così clamorosamente l’obiettivo dell’azione penale (accertare se vi siano reati e perseguirne gli autori) e a centrarne uno del tutto estraneo, direi quasi opposto, all’azione penale stessa: sputtanare una decina di persone estranee a un’inchiesta, senza che oltretutto la comunità ne tragga minimo beneficio in termini di accertamento di fatti consumati, o meni, da alcuni suoi membri. Perché nella vicenda, diventata tristemente di tendenza nell’Italia in cui il voyerismo è diventato norma di legge e metro di giudizio, che si consuma a Santa Marinella, dove il Sindaco Pietro Tidei è finito da denunciante a sputtanato, assieme a due donne con cui avrebbe avuto dei rapporti sessuali, ci sono di sicuro un colpevole e molte vittime.

Il colpevole è necessariamente il pubblico ministero che dirige l’ufficio da cui, senza dubbio, sono usciti i video che con l’inchiesta guidata dalla stessa procura c’entravano zero, perché penalmente irrilevanti. Le vittime sono quelle che vengono a vario titolo sputtanate. Perché dopo che il sindaco Tidei nel 2022 denuncia un tentativo di corruzione che coinvolgerebbe alcune persone che rivestono anche ruoli istituzioni e politici, la Procura inizia le indagini. Dispone quindi, tra gli altri mezzi di ricerca della prova, l’intercettazione ambientale che viene eseguita anche dentro alcuni locali del Comune di Santa Marinella. Tramite l’intercettazione ambientale vengono captati, come sempre, sia elementi utili di indagine, sia fatti totalmente inutili, che riguardano terzi estranei ai fatti. Tra i fatti del tutto inutili, i famosi video. Chiuse le indagini, il pubblico ministero mette a disposizione degli indagati i file di indagine da lui ritenuti utili e pertinenti al processo. Come diamine finiscono invece quei file, né utili né pertinenti, nel fascicolo, anziché dove dovrebbero finire per legge, cioè in uno speciale archivio da cui nemmeno gli avvocati degli indagati potrebbero estrarre copia?

Non voglio difendere il Sindaco di Santa Marinella (non lo conosco nemmeno) né una libertà di costume sua e di chi ci si intrattiene (che pure, sarebbe possibile), né censurare l’eleganza di chi non pratica astinenza negli uffici in cui lavora, né accusare le persone che egli ha denunciato. Voglio solo dire che trovo barbaro, ridicolo, e delittuoso che certi particolari penalmente irrilevanti ed estranei a un’inchiesta finiscano sui giornali di tutta Italia, con ciò causando, specie in un piccolo centro come Santa Marinella, una eco disastrosa che investe, rovinandole, vite e reputazioni del sindaco stesso e della sua famiglia, delle signore che frequenta nel video, e dei loro mariti e figli.

A contarle, appunto, una decina, messe all’indice per particolari privati che nessuno avrebbe mai dovuto conoscere, e tantomeno conoscere per mano della magistratura. Che dovrebbe occuparsi di reati, non di peccati. E che nella migliore delle ipotesi si dimostra di una negligenza, di una sciatteria, di una disattenzione che davvero fanno tremare i polsi, se pensiamo che è a gente come questa che vengono affidati il perseguimento di reati, ma anche, inevitabilmente, le reputazioni e vite di chiunque finisca sotto le loro grinfie. È vero, in Italia con la scusa dell’interesse pubblico, si è assistito per anni allo sputtanamento di tante persone a mezzo del sistema mediatico-giudiziario. Con la scusa che fossero elementi inscindibili dalle inchieste, nei fascicoli processuali per anni è finito di tutto. Tutto quanto fosse utile non tanto a perseguire reati, quanto a demolire la credibilità del malcapitato di turno, meglio ancora se avversario politico.

Ma questa storia per cui si spara con il bazooka alle formiche, in nome del diritto assoluto di qualche magistrato di sputtanare chi egli creda, intenzionalmente o -come sembra qui- anche solo colpevolmente, deve finire per sempre. A me frega zero se un sindaco ha un’attività sessuale, né se la ha con donne sposate. Non dovrebbe interessare nemmeno a un magistrato, o alla controparte processuale che, nel caso di specie, fa sapere, forse senza rendersi conto delle possibili conseguenze di una tale affermazione, di conservare un’altra pennetta, oltre quella che gli è già stata sequestrata, con le intercettazioni degli incontri del sindaco con le signore.

Sono particolari che non voglio nemmeno sapere. Tantomeno per mano di un magistrato, che così facendo getta nel disordine e nella disperazione una comunità, sputtanandone diversi suoi membri, anziché’ proteggerla da una eventuale corruzione, sempre che vi sia stata, cosa che egli dovrebbe semplicemente e velocemente accertare, in assoluta riservatezza. Lo stipendio, lauto, glielo paghiamo per questo. Non per spargere pettegolezzi che nemmeno al Grande Fratello, della cui divulgazione spero che egli risponda. Davvero il peggio del peggio, questa vicenda. Complimenti.  Andrea Ruggieri

Distrutta la sfera personale, quella affettiva. Intercettazioni selvagge contro sindaco Santa Marinella, contro i veri giustizialisti e contro i finti garantisti: l’editoriale di Matteo Renzi. Matteo Renzi su Il Riformista il 30 Settembre 2023 

Vorrei dare la solidarietà più totale a alla nostra amica Marietta Tidei e alla sua famiglia, costretta da giorni a subire una vergognosa aggressione mediatica. Tidei padre, sindaco di Santa Marinella, ha presentato una denuncia per corruzione. E la conseguenza è che i media da una settimana pubblicano sue vicende personali – che nulla hanno a che vedere con il processo – che causano naturalmente un grande dolore a lui e a tutta la famiglia. La sfera personale, quella affettiva, viene distrutta dalla pubblicazione selvaggia di intercettazioni irrilevanti. E la morbosità con cui qualche giornale segue questa vicenda dimostra il livello di violenza morale che viene esercitata dalla pubblicazione di intercettazioni irrilevanti sul piano processuale ma devastanti sul piano personale.

Mentre abbraccio Marietta e tutta la famiglia Tidei, confermo il mio impegno per combattere contro questo modo di intendere la giustizia. Ho dimostrato che i miei PM hanno violato la Costituzione e la legge e io ho rispettato la legalità: per farlo ho combattuto contro il fuoco amico di chi si professa garantista ma poi mi ha attaccato sugli avvisi di garanzia.

Oggi che ho vinto la mia battaglia, come sanno i lettori de Il Mostro, bene, oggi rilancio! Combatto e combatterò perché non ci sia mai più un caso Tidei. Non mollo di un centimetro: contro i veri giustizialisti e contro i finti garantisti.

Matteo Renzi (Firenze, 11 gennaio 1975) è un politico italiano e senatore della Repubblica. Ex presidente del Consiglio più giovane della storia italiana (2014-2016), è stato alla guida della Provincia di Firenze dal 2004 al 2009, sindaco di Firenze dal 2009 al 2014. Dal 3 maggio 2023 è direttore editoriale de Il Riformista

Corruzione e 'Sex gate'. Chi è Pietro Tidei il sindaco di Santa Marinella protagonista di un video hot: vittima delle intercettazioni non pertinenti al caso

Da un'inchiesta per corruzione ad una per revenge porn. Il primo cittadino che aveva denunciato dei presunti affari illeciti tra tre consiglieri comunali e un imprenditore, si è trovato coinvolto in uno scandalo a 'luci rosse'. Perché quelle intercettazioni non sono state stralciate e sono finite negli atti poi utilizzati dagli avvocati della controparte? Di chi è la responsabilità di quest'ennesimo uso sciagurato della giustizia? Andrea Aversa su L'Unità il 28 Settembre 2023 

Di sicuro Pietro Tidei avrebbe potuto consumare i suoi rapporti sessuali in altri luoghi. Farlo negli uffici comunali di cui è sindaco, non si è rivelata una scelta saggia (anche se in un’intervista a Il Corriere della Sera lui ha parlato di sole effusioni). Tuttavia il caso di Santa Marinella (in provincia di Roma), ha posto di nuovo la questione: l’uso delle intercettazioni. Soprattutto di quelle non pertinenti alle indagini. Facciamo un salto indietro nel tempo. Tidei, non indagato ed eletto con il Partito Democratico, aveva denunciato tre consiglieri comunali dell’opposizione e un imprenditore per presunti affari illeciti. Questo aveva fatto scattare un’inchiesta da parte della procura di Civitavecchia per il reato di corruzione.

Chi è Pietro Tidei il sindaco di Santa Marinella protagonista di un video hot

I magistrati avevano autorizzato la polizia giudiziaria di installare microcamere e microspie nel municipio, con lo scopo di ottenere prove certe ai fini dell’indagine. Solo che i dispositivi avevano registrato anche altro: i rapporti intimi che il primo cittadino, 77 anni, sposato e con quattro figli, avrebbe avuto con due donne diverse. Questi elementi erano stati dichiarati non pertinenti al caso e sarebbero dovuti essere stralciati. E invece erano presenti nel fascicolo dell’inchiesta e legittimamente la difesa della controparte ne è entrata in possesso.

Così, l’indagato Roberto Angeletti, è stato messo sotto indagine anche per il reato di revenge porn (ma il Consigliere comunale ha smentito, a Il Corriere della Sera, sia di essere indagato che di aver diffuso il materiale). Perché quel video è stato reso pubblico diventando oggetto delle principali notizie di cronaca e politica nazionale degli ultimi giorni. E così la vita privata di Tidei è stata spiattellata ai quattro venti. La gogna mediatica si è scatenata tirando in ballo le due donne protagoniste di quelle registrazioni a ‘luci rosse‘ e la famiglia del primo cittadino. Uno sputtanamento totale che ha messo da parte la vicenda dalla quale si era partiti (la presunta corruzione) e lasciato spazio al gossip.

Intercettazioni: dallo stralcio alla gogna

Per quanto la notizia di un sindaco che si diverta nei suoi uffici, sia un ghiotto bottino per i giornalisti, è necessario chiarire di chi siano state le responsabilità dell’accaduto. Come è possibile che quegli elementi da eliminare siano addirittura diventati pubblici? Se il ‘colpevole’ è stato il pm che nonostante la disposizione di stralcio le ha comunque inserite nel fascicolo, giustamente consegnato ai legali difensori dei presunti corrotti, allora le autorità competenti si muovano per chiarire i fatti e accertarne le responsabilità. Lo stesso discorso vale per gli operatori della polizia giudiziaria. Del resto la procura è infatti intervenuta disponendo il sequestro di video e registrazioni non pertinenti. Ma ormai era troppo tardi, la frittata era stata già fatta. Ora, per favore, risparmiateci lo scaricabarile. Perché questo uso della giustizia che colpisce il privato delle persone è davvero vergognoso. Andrea Aversa 28 Settembre 2023

Fulvio Fiano per corriere.it- Estratti lunedì 2 ottobre 2023.

Tutta la città ne parla ancora e ormai nessuno fa più finta di no. Anche perché chi doveva tacere, pure a propria tutela, non lo ha fatto. Quando ormai i buoi sono ben lontani dalla stalla il sindaco Pietro Tidei viene tenuto sotto controllo dai suoi familiari perché non apra più bocca (gli hanno fatto ritirare anche la partecipazione a una trasmissione tv di questa sera). 

Il consigliere d’opposizione Roberto Angeletti si è messo nei guai quando stava forse per uscirne e non risponde più al telefono e anche la donna finita al centro del gossip alimentato dal rivale sul primo cittadino è uscita allo scoperto. Bentornati a Santa Marinella, dove ancora si passeggia in strada con ciabatte e asciugamani ritornando dalla spiaggia e aspettando il prossimo colpo di scena, sicuri che arriverà.

V. C., ha squarciato il velo di dicerie che la circondava esponendosi su Facebook per respingere l’ipotesi che sia una delle donne incontrate dal sindaco in Comune (insieme a quella su presunti favori offerti da Tidei al marito). Al telefono con voce sofferente: «Che succede? Succede che basta sopportare queste voci. Io non ho avuto nessuna relazione con Tidei, andavo in Comune per lavoro e basta. Perché è uscito il mio nome? Perché sono mediatica, conosciuta, volevano colpirmi. Quanto ancora deve durare? La mia carriera è distrutta e non ho colpe». Le attenzioni su di lei erano nate anche per i sospetti sollevati dal suo stesso marito. Il post l’ha alleggerita? «Macché, sono stata una deficiente. Ma non tirate più in ballo la mia famiglia». 

(…) Parole chiarificatrici, e non semplici, Tidei dovrà però trovarle per la seduta del consiglio comunale che potrebbe essere indetta già questa settimana su richiesta delle opposizioni per avere spiegazioni sui suoi colloqui non limpidi (ma già valutati come non rilevanti dalla Procura) con amici, conoscenti, concittadini a cui sembra promettere favori e raccomandazioni.

Passaggi anche questi finiti nell’inchiesta per corruzione alla quale aveva aggiunto nell’ultima fase (e riluttante) la propria denuncia. Quanto ad Angeletti, insieme alla richiesta di processo pendente per corruzione, deve difendersi dall’accusa di revenge porn sul sindaco per aver diffuso i video. Con assoluta incoscienza ne aveva conservata una copia dopo il sequestro e ha ammesso di averli mostrati a sua sorella poliziotta per farsi aiutare nel coglierne meglio il senso. A novembre, forse tardi visto quello che ormai è uscito, il gip deciderà della loro distruzione.

Estratto dell’articolo di Hoara Borselli per “Libero quotidiano” lunedì 2 ottobre 2023.

[…] storie di paventate ritorsioni, presunti scambi di favori, presunte promesse di denaro, filmini hot che girano, latte di asina che insieme ad una pagnotta di allumiere saliranno sul banco degli imputati. Al centro c’è lui, il sindaco di Santa Marinella Pietro Tidei, c’è Fabio Quartieri proprietario del rinomatissimo ristorante “l’Isola del Pescatore” accusato da Tidei di aver cercato di corrompere Roberto Angeletti ed altri consiglieri comunali, con lo scopo di farlo cadere. 

Angeletti non solo è stato denunciato da Tidei e a giorni saprà se verrà rinviato a giudizio per «essere stato corrotto» da Quartieri, ma è ritenuto presunto responsabile della diffusione dei video hot che vedono il sindaco Tidei protagonista. Roberto Angeletti ha deciso di parlare con noi. 

Roberto, lei si trova al centro di questa vicenda per essere vittima di un presunto atto corruttivo e perché ritenuto dal sindaco Tidei, il possibile, se non l’unico responsabile della diffusione dei video hot che lo vedono coinvolto. Prima di iniziare mi dica se lei è veramente in possesso di quei video.

«Certo. Io ho quei video, li ho visionati, ma non solo quelli. Anzi, io credo che quelli siano la cosa meno grave di quello che ho avuto modo di vedere o ascoltare e che riguardano il sindaco Tidei».

Come ne è venuto in possesso?

«Dobbiamo fare un passo indietro. Nel marzo del 2022 io vengo denunciato da Tidei per un presunto atto corruttivo che aveva lo scopo di sollevarlo dalla sua carica di sindaco».

[…] «L’accusa, assolutamente infondata , è che Fabio Quartieri, il proprietario del ristorante l’Isola del Pescatore, avrebbe cercato di corrompere me, il consigliere comunale Massimiliano Fronti e il vicesindaco Andrea Bianchi, con lo scopo di far cadere Tidei dalla carica di sindaco».

Quale sarebbe stato il presunto atto corruttivo che la riguarda?

«Ho ricevuto in regalo da un amico un litro di latte d’asina ed una pagnotta di pane allumiere. Il tutto all’interno del ristorante di Fabio. Nonostante Quartieri non c’entri assolutamente nulla, il solo fatto che questo scambio sia avvenuto nel suo locale, è stato sufficiente per ritenerlo responsabile di corruzione. Quartieri il corruttore ed io il corrotto». 

Dovrà quindi rispondere di questo?

«La denuncia fatta da Tidei è più ampia e come le dicevo non riguarda soltanto me. Anche il consigliere comunale Fabrizio Fronti, il vicesindaco Bianchi e un dipendente della multiservizio Salomone Giuseppe. L’accusa è quella di aver messo in piedi un sistema criminoso per fare cadere Tidei. Sul decreto firmato dal magistrato c’è scritto che noi in un sistema criminoso firmavamo delibere di giunta a Favore di Fabio Quartieri».

Siete stati accusati di favorire con decreti ad hoc, l’amico Quartieri?

«Mi scusi, ma possibile che lo stesso pm, quando rivolge a noi queste accuse, non sappia che le delibere di giunta vengono firmate dagli assessori e le delibere di Consiglio vengono discusse da una maggioranza e poi in Consiglio decidi se votarle o meno?». 

Sa darsi una risposta sul perché Tidei fosse convinto che stavate agendo per farlo fuori?

«Quartieri lo sfiduciò una volta quando era consigliere. Tutto credo sia partito da lì. Ma non solo, dai video in mio possesso, e sicuramente verrà fuori, si sente l’attuale assessore ai servizi Sociali Pierluigi D’ Emilio, ai tempi consigliere comunale, dire al sindaco Tidei: “Fallo assessore Angeletti, così questo ce lo leviamo dal cazzo”».

Lei è certo di aver sentito questo?

«È tutto agli atti. C’è il video. Quello sarebbe stato il modo più semplice per mandarmi via. Mi dimettevo da consigliere, diventavo assessore e a quel punto si sa che il sindaco può decidere sugli assessori e mi avrebbe mandato immediatamente a casa. Il consigliere può mandare via il sindaco, il sindaco può mandare via l’assessore. Capito il gioco?». 

Glielo hanno chiesto poi se voleva diventare assessore?

«Certo che me lo disse. Ma non accettai». 

Torniamo alla storia dei video hot. Lei come ne è venuto in possesso?

«Una volta che mi è stata convalidata la denuncia e arrivata al domicilio ho attivato tutta la procedura giuridica per difendermi. Nel frattempo il pm ha chiesto le misure cautelari per tutti noi coinvolti. Il gip ha smontato tutte le accuse a mio carico, rigettandole al pm. A quel punto il pm, non concorde, si è appellato alla Corte d’Appello e invece delle misure cautelari in carcere mi hanno dato il divieto di dimora che non era esecutivo e avevo dieci giorni per fare ricorso alla Cassazione. Il giudice ha accolto il ricorso, rigettando senza rinvio. Ora il 12 ottobre saprò se sarò rinviato a giudizio. Dico questo per arrivare ai famosi video».

Come li ha avuti?

«Innanzitutto girava voce a Santa Marinella di questi video hot di Tidei . Se ne parlava ancora prima che il sindaco si autodenunciasse. Siccome era un mio diritto l’accesso agli atti che mi vedevano coinvolto, facendo tutto l’iter regolare che la legge ci consente, sono venuto in possesso di tutto quello che riguarda questa vicenda, 25 mila file fra video ed intercettazioni. E tra questi ci sono anche i famosi incontri di sesso di Tidei. Ma le ribadisco che per quanto ho visto e di cui ad oggi non posso parlare, ci sono contenuti che probabilmente lo imbarazzeranno di più di quegli atti sessuali». 

In che senso imbarazzarlo di più?

«Dico penalmente più rilevanti. Perché in fondo fare sesso mica è reato? Certo, farlo nella stanza Comunale... ma di quello mi interessa poco». 

Le interessa poco però si sostiene che lei possa esserne l’artefice della diffusione.

«Io quei video non li ho fatti vedere a nessuno. Dopo tre giorni dall’autodenuncia fatta da Tidei rispetto ai suoi video, ho ricevuto una perquisizione e quei video chiaramente non li ho più solo io. Ma già prima erano agli atti, quindi non sono l’unico. Non capisco il motivo dell’accusa nei miei confronti. Ricordo ancora, quando vennero a casa mia i carabinieri per perquisire il materiale dai pc che mi dissero: “Dai , senza che perdiamo tempo, dacci quella cosa”. Io risposi: “Ditemi voi cosa volete” . E loro: “Dove sono le scopate del sindaco ?” E così consegnai tutto». 

Teme il rinvio a giudizio?

«No, io spero che ciò avvenga. Lo spero perché sarebbe l’occasione per vedere Tidei sul banco degli imputati. Deve pagare per ciò che ha fatto, perché non si può rovinare così la vita delle persone. Io ho le spalle larghe. Ma chi non le ha?».

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori e Francois de Tonquedec per “La Verità” l'1 ottobre 2023.

Se il Pd, a livello nazionale tace, ci ha pensato, con un certo coraggio, il direttivo del circolo dem di Santa Marinella a prendere pubblicamente le difese del sindaco Pietro Tidei, l’arzillo settantasettenne che ha utilizzato le stanze del municipio per consumare rapporti sessuali con almeno due donne. 

Infatti nel loro comunicato si legge: «Il Partito democratico di Santa Marinella, riaffermando i principi di un’etica politica garantista, denuncia ogni tentativo da parte dell’opposizione, dei mezzi di informazione o dei canali social di usare a squallidi fini politici atti e materiali di inchiesta di nessuna rilevanza penale per il sindaco, acquisiti peraltro in modo poco chiaro. Invita perciò gli iscritti e la cittadinanza a prendere le distanze compatti da ogni illecita strumentalizzazione di fatti privati a fini politici».

Contemporaneamente è uscita allo scoperto la donna di cui a Santa Marinella parlano tutti da una settimana, la dirigente scolastica V.C., individuata in paese come una delle amiche del primo cittadino riprese nei video hot. 

La signora ha risposto punto su punto a tutte le insinuazioni che circolano nel borgo. Una piccola realtà dove le voci su una supposta storia extraconiugale tra il sindaco e la preside della scuola possono essere più che destabilizzanti, soprattutto in considerazione delle tante iniziative a cui sono costretti a partecipare entrambi. La signora, dagli sgargianti capelli rossi, ieri su Facebook ha pubblicato un post, per alcune ore visibile a tutti, che dovrebbe mettere la parola fine alla vicenda.

Il titolo è eloquente: «Adesso basta!». «Sono giorni che mi riportano che sui social e sui media si cerca di associare il mio nome e quello di altri in merito a delicati affari giudiziari e vendette rispetto alle quali sono assolutamente estranea. La gogna mediatica è partita e non si ferma», è l’incipit durissimo. Lo sfogo continua: «Non c’è più logica né rispetto per alcuno. 

Molti adorano giocare con parole e allusioni. Tutti sanno che ho costruito con preparazione e fatica la mia posizione e che lavoro senza sosta per rendere le scuole di Santa Marinella e Cerveteri fiore all’occhiello del territorio.

Sono vicina a tutti gli alunni e le famiglie, soprattutto le più deboli. Tutta la mia vita è stata dedicata all’impegno sociale, volontario: non mi interessano soldi né cariche, tra l’altro più volte da me rifiutate. È ovvio che sono la figura ideale per uno scandalo. Il vero problema è che la mia famiglia, semplice e che è sempre vissuta nel rispetto degli altri e per gli altri, sta vivendo un momento durissimo». 

Poi V.C. prende le difese del coniuge, l’ingegnere G.D. il quale, nei mesi scorsi, aveva ricevuto la proposta di una ricca consulenza da 53.000 euro da parte dell’amministrazione di Tidei. Ma la trattativa, «confusa nei contenuti e altalenante nei modi e nei tempi», sono parole di G.D., non si sarebbe concretizzata.

In piena campagna elettorale l’uomo aveva, però, accettato l’offerta, «questa volta coerente con le sue competenze». Sul sito della Sogei, società di informatica controllata dal ministero dell’Economia e delle finanze, dove è il tecnico è impiegato, nell’elenco degli incarichi autorizzati ai dipendenti nel 2023 si legge che G.D. può occuparsi di «analisi del rischio idrogeologico e pianificazione di interventi di mitigazione del rischio, su tutto il territorio comunale, con particolare attenzione dell’uso del suolo». 

Secondo Sogei il compenso lordo sarebbe «in corso di definizione». «Mio marito è uno stimato professionista, integerrimo e leale, non ha mai ricevuto un euro né un incarico di qualsiasi tipo da nessuno (e questo è facilmente dimostrabile)», ha scritto V.C.

sui social. «Il suo rigore morale è noto e comprovato».

Poi il discorso è passato al loro ragazzo, dopo che qualcuno aveva notato la recente assunzione del giovane, con laurea in filosofia e master alla Luiss, presso il gruppo Ferrovie dello Stato, società in cui Tidei vanta importanti conoscenze. 

In uno dei video registrati dalla Procura si sente la preside dire al sindaco: «Hai visto che ti ho mandato una mail de mi fijo…». Ma la signora smentisce ogni ipotesi di raccomandazione: «Mio figlio, posso dirlo con orgoglio, è sempre stato un’eccellenza in tutto: studio soprattutto ma anche sport e volontariato (ha preso il gene dell’impegno gratuito). A 24 anni ha potuto scegliere il lavoro tra tante proposte in virtù del suo curriculum accademico e per le sue innate competenze».

Poi arrivano le minacce: «Credo sia venuta l’ora di mettere fine a questa storia d’infamia e fin da ora, con il mio legale, valuterò attentamente e con determinazione la possibilità di querelare chiunque abbia arrecato o possa arrecare danno alla mia immagine. Non posso entrare, per le mie competenze legali, nel merito degli atti della Procura (che sembrano già divulgati illegalmente ed è previsto l’arresto per la diffusione) non ne sono a conoscenza, né posso visionarli perché estranea a qualsiasi ipotesi di coinvolgimento in fatti penalmente rilevanti. 

Per un semplice cittadino coinvolto in un circo mediatico è difficile difendersi. Farò ogni cosa in mio potere per far pagare chi sta divulgando informazioni arrecando danni enormi a persone che non sanno, neanche lontanamente, cosa sia una truffa, un’aula di tribunale o un atto illecito e che non hanno mai sguazzato nel mondo torbido dell’intrallazzo e del malaffare. Questa è la verità».

Due giorni fa Matteo Renzi era sceso in campo a difesa della privacy di Tidei. Ma non sappiamo se la preside avrà gradito, visto che vede il fu Rottamatore come il fumo negli occhi. Con l’arrivo del governo Draghi scrisse: «Il capolavoro di Renzi: fascisti e fantocci al potere». 

Pochi giorni prima aveva pubblicato un altro aspro giudizio («Renzi è un irresponsabile senza ritegno») e aveva stigmatizzato il «solito mercatino della politica tra fascisti e razzisti da una parte (vedi Salvini e Meloni), i centristi buoni per tutte le stagioni (vedi Forza Italia & co) e i finti democratici che si dicono di sinistra (Pd ed Italia viva) fino ai qualunquisti dell’ultima ora (M5s)». Il sindaco Tidei l’aveva bacchettata: «Analisi totalmente sbagliata. Te la spiegherò un’altra volta. Invece una domanda: ad oggi quale sarebbe per te la soluzione per fare uscire l’Italia da questa profonda crisi?».

Risposta: «Sei tu l’esperto!», accompagnato dall’emoticon che strizza l’occhio.

Ma in questi giorni, a Santa Marinella, non impazza solo il gossip. Le nostre inchieste, che hanno svelato alcuni retroscena più o meno discutibili della gestione del potere da parte di Tidei, hanno scatenato la popolazione del Comune dove il sindaco è stato rieletto al primo turno.

In paese c’è chi ci consiglia di studiare il patrimonio della famiglia, degno di autentico feudatario. Pietro ha intestati dieci fabbricati (senza contare quelli all’estero, tra cui risulta una villa sull’isola greca di Paxos) e nove terreni, la moglie, Maria Concetta Onori, 12 fabbricati (di cui uno a Budoni, in Sardegna) e 26 terreni. E i figli? Ezio, classe 1971, possiede sette fabbricati, Marietta (1975) uno, Sara (1978) due, Gino (1981) nove. 

Ma attraverso numerose società i Tidei conterebbero su molte altre proprietà. Il giornalista Franco Bechis aveva calcolato che fossero riconducibili alla famiglia oltre 130 immobili e più di 80 terreni.

I Tidei sarebbero dietro anche alla fiduciaria Refida con sede legale a Pesaro. E di questo ci sono almeno due indizi. In un’assemblea ordinaria dei soci della North wind, azienda impegnata nel settore dell’energia e considerata la capofila di un’articolata rete di aziende, la Onori partecipò in rappresentanza proprio della controllante Refida. 

L’altra traccia è questa: nel 2017 la North wind ha inviato 130.000 euro sul conto della Refida con causale «rimborso parziale finanziamento soci infruttifero». I soldi sono stati poi girati sul conto personale della Onori. L’operazione sarebbe stata realizzata «per esecuzione di istruzioni del fiduciante», cioè proprio la moglie di Tidei. […]

Estratto dell’articolo di Fabrizio Roncone per il “Corriere della Sera” l'1 ottobre 2023. 

[…] Si arriva dentro questa storia di corna e di politica, di sesso torbido e di ricatti, mentre c’è un bel sole a picco sulla spiaggia del paese: ombrelloni ancora aperti all’hotel Villa delle Palme (il preferito da Giorgia Meloni, paparazzata un paio di mesi fa) e bambini con i ghiaccioli, un mare turchese e sull’Aurelia il traffico d’una paciosa località balneare tornata di botto sulle pagine dei giornali e nei talk tv, e che dovete immaginare ad appena 60 chilometri da Roma e a 40 dalla felliniana Fregene — anche se qui le suggestioni sono diverse: letterarie ed eleganti quelle per Piero Chiara e altre di puro culto cinematografico, pensando a Lando Buzzanca e forse pure di più a Renzo Montagnani, commedie sexy anni Settanta e occhi appiccicati al buco della serratura.

Sindaco, che fa: tocca? Perché il protagonista assoluto di questo scandalo politicamente hardcore è il sindaco Pietro Tidei, di anni 77 (esatto: 77, non è un refuso). 

A lui bisogna poi aggiungere almeno due signore agé […] che non si capisce bene se siano entrate in azione contemporaneamente, per un moderno «threesome», o una per volta. 

Vicenda delicata. Anche perché «i congressi sessuali» (cit) sono avvenuti in una sala del municipio. E tutto è stato ripreso dalle cimici piazzate dai carabinieri su ordine della Procura: i lunghi video, racconta chi li ha visionati, sono very hot.

Se vi state un po’ perdendo, è comprensibile, ecco allora un piccolo riassunto di questa vicenda tirata fuori da La Verità (titolo in prima: «Il bunga bunga, intercettato, del sindaco Pd»), e su cui si sono avventati come piranha decine di cronisti (compreso il tipo che lavora per una tv locale, Lacoste verde zuppa di sudore e capelli appiccicati sulla fronte, di ritorno dalla farmacia Vergati. «Sono andato a chiedere se era vero il dettaglio del Viagra: ma mi hanno sbattuto fuori. Perciò, secondo me, è vero»). 

Partiamo dal personaggio principale: da questo Tidei […] che si muove sul litorale Nord del Lazio come un sultano. Prima avvocato dell’Enel con la tessera del Pci (in seguito Pds, Ds, Pd) e poi collezionando, negli anni, due mandati da deputato per lui (il suo reddito era tra i più alti di Montecitorio: circa 200 mila euro) e uno per la figlia Marietta, quindi tre volte sindaco di Civitavecchia e adesso al secondo giro da primo cittadino di Santa Marinella:

uno di quei politici che l’estate, mentre affronta un piatto di aragoste, si lascia omaggiare dagli elettori, signor sindaco di qua, signor sindaco felice sera, e poi brinda alla loro, una carezza al neonato e un occhietto ai genitori (ma più che ai papà, insinuano perfidi adesso i paesani, alle mamme). 

Tutti a credere che la sua grande passione fosse la politica. E invece.

Comunque: il feuilleton ha inizio con un tentativo di corruzione, dove la vittima sarebbe proprio lui, Tidei. Che si rifiuta di concedere dei «cambi di destinazione d’uso», in un’area dove ha forti interessi un imprenditore piuttosto noto nella zona, Fabio Quartieri, che è anche il proprietario dell’«Isola del Pescatore», un ristorante dove si mangia così e così, noto però perché vi si attovagliavano Totti e Ilary, prima di litigare per i Rolex, e che continua ad essere frequentato da un certo generone romano (però una volta comparve anche Angela Merkel, ordinando spaghetti alle vongole e cappuccino bollente).

Tidei presenta una denuncia […]: c’è un sistema di corruzione, e stanno cercando di mettermi in mezzo, per far cadere la giunta. Dito puntato su Roberto Angeletti, leader rivale del centrodestra, completo di codino e orecchino. 

La Procura di Civitavecchia […] fa riempire di micro-telecamere tutto il comune. Ne piazzano una anche nell’ufficio dove, spesso, si tengono riunioni informali tra consiglieri. Ma non solo: è anche il luogo dove Tidei riceve, diciamo così, le sue amiche. 

Stanza rettangolare, pareti gialle: siamo al secondo piano del municipio. Sulla destra, in corridoio, ci sono un divanetto e una poltroncina in stile Luigi XVI, più comodino, tipo camera da letto.

Un’impiegata, smorfia allusiva: «Il signor sindaco desidera far stare comode le sue ospiti...». Si sprofonda, inevitabilmente, nei doppi sensi. 

La scena si fa strepitosa. Al sindaco sono saltati i freni inibitori. Tutto tronfio ammette di essere lui l’uomo che, da solo, nonostante l’età, giganteggia nei filmati pornazzi, e poi riceve i cronisti in visita guidata: «Ecco, ci sistemavamo su quella poltrona...». 

Però giura pure di non conoscere la donna che l’altro giorno, anonimamente, ha ammesso di aver partecipato a uno degli incontri (eufemismo), suggerendogli, visto il pasticcio, di dimettersi. Fioriscono le ipotesi: il sindaco si era bendato in un gioco erotico? Tutto si svolgeva al buio tipo dark room? Oppure le donne gli si offrono davvero senza neppure presentarsi? 

[…] Il marito di una delle donne […] all’inizio sosteneva di «non essere proprio sicuro» che la signora ripresa insieme a Tidei fosse sua moglie […]. Il pover’uomo girava nei bar del paese bofonchiando: «Le somiglia, ma...». Ma poi è stata lei a confessare. Sì, ti ho tradito. Però, sembra, portandogli a casa una proposta di collaborazione con il comune da 53 mila euro (Tidei, genio).

Va bene: ma la seconda donna? […] Calma.  Ci sarebbe un mezzo appuntamento. Alle 16, davanti allo stabilimento Bartolini (chiuso), con il Castello di Santa Severa che compare, laggiù in fondo, dopo aver costeggiato palazzine di cemento armato e delizie in puro liberty: perché c’è stato un tempo in cui qui venivano in vacanza capi di Stato (Ciampi, Scalfaro, Cossiga) e prima ancora si ricordano lampi di jet set, all’uscita del paese c’è ancora la villa che fu di Roberto Rossellini ed Ingrid Bergman, e arrivavano Vittorio De Sica e Marlon Brando, Alberto Sordi e Monica Vitti.

Ora arriva una Fiat Cinquecento bianca. Il finestrino si abbassa e compare una donna sulla sessantina, cappello calato sui capelli, occhiali da sole. Gelida: «Sono io. Ma niente nome e niente cognome. Soprattutto, niente foto». È come parlare con un fantasma, signora. «Ma io devo dirle solo che il sindaco è una persona adorabile. E che, lo dico da donna, mi dispiace tanto per la moglie». Tira su il finestrino. Sento la fonte che mormora: «Arrivederci, professoressa». Professoressa?

Estratto dell’articolo di Hoara Borselli per “Libero quotidiano” l'1 ottobre 2023.

Nello scandalo che vede coinvolto il sindaco di Santa Marinella, Pietro Tidei, è stato tirato in ballo, per una vicenda di presunta corruzione, il titolare del notissimo ristorante di pesce che si trova a Santa Severa, “L’Isola del Pescatore”, Fabio Quartieri. 

Secondo Tidei la scatola nera di tutta la vicenda si concentra in una storia di presunta vendetta che Quartieri avrebbe macchinato nei suoi confronti, per via di negate sanatorie e concessioni legate all’attività. 

Fabio Quartieri ha deciso di consegnare in esclusiva a Libero la sua verità. 

Fabio, partiamo dall’inizio. Da quanto svolge l’attività nella ristorazione?

«Da 103 anni la nostra famiglia si occupa di ristorazione. Io sono amministratore del ristorante “L’Isola del Pescatore” dal 1992 e in più abbiamo un Hotel, sempre a Santa Severa, di cui anche lì sono amministratore, che è l’ Hotel “Pino al Mare”».

[…] Entriamo nel vivo della vicenda che la lega al sindaco Tidei. Da quanti anni vi conoscete?

«Tidei lo conosco da sempre, siamo cresciuti insieme, andava a scuola al liceo Classico con mio fratello Vittorio, si sono diplomati insieme. Noi lo abbiamo sempre reputato una persona di famiglia, un amico vero». 

Lei ha avuto anche un’esperienza politica legata a Pietro Tadei.

«Sì, io mi sono candidato con Pietro Tidei dal 2005 al 2008 in una lista civica a lui legata. Ho rivestito la carica di assessore allo Sviluppo di grandi progetti».

Lei quindi si riconosce politicamente in un’area politica di sinistra, essendosi candidato con un sindaco Pd...

«No, io e tutta la mia famiglia siamo da sempre persone di idee liberali di centrodestra ma avevo molto apprezzato il programma politico di Tidei, gli riconoscevo una grande capacità politica e veniva dall’essere stato un ottimo sindaco di Civitavecchia. 

Nutrivo una grandissima stima verso la sua persona, come uomo e come politico.

Ero convinto che insieme avremmo potuto sviluppare grandi progetti di crescita per il nostro territorio». 

E invece così non è stato?

«Il nostro percorso politico è terminato nel 2008 con un atto di sfiducia che io ed altri consiglieri di maggioranza e tutto il gruppo di minoranza abbiamo avanzato nei confronti del sindaco».

Per quale motivo lo avete sfiduciato?

«Perchè non c’era più un accordo politico con lui, soprattutto sui grandi eventi, rispetto ai quali spesso eravamo in conflitto». 

Questo episodio ha interrotto il vostro rapporto d’amicizia?

«No, in seguito a questo atto di sfiducia ci siamo chiariti, rappacificati per molti anni, fino a quel fatidico 21 Marzo del 2022 dove è successo inaspettatamente di tutto». 

A breve ci arriviamo a quel giorno. Andiamo passo per passo. Con Tidei siete stati anche soci in affari?

«Sì, siamo stati soci dal ’96 fino al 2008. Pietro Tidei non si è mai occupato di ristorazione ma i suoi figli Marietta ed Ezio per un periodo avevano lavorato all’“Isola del Pescatore”. Erano talmente entusiasti di quella esperienza che anche dopo la fine del rapporto lavorativo abbiamo deciso di aprire un locale insieme. Si trattava di uno stabilimento balneare a Tarquinia […]».

Perché avete deciso di interrompere questo rapporto di affari?

«Avendolo sfiduciato nel 2008, mi sembrava corretto non proseguire con la società. Nonostante ciò,[…] siamo rimasti in ottimi rapporti. Ricordo che gli ho prestato per tre anni un’auto elettrica, una delle prime che uscì. Tidei è stato forse il primo sindaco a girare con un’auto ecologica. Un rapporto veramente idilliaco, tanto che nel 2009 lui stesso mi premiò con una targa che riportava questa scritta “A Fabio Quartieri, l’imprenditore più dinamico e lungimirante del comprensorio, con stima e affetto Pietro Tidei”». 

Un rapporto che si è bruscamente interrotto quel fatidico 21 Marzo del 2022. Cosa è accaduto di così grave per interrompere questo grande rapporto di stima e amicizia?

«Mentre dormivo bello e sereno ho sentito suonare il campanello alle cinque di mattina. Mi sono affacciato alla finestra e ho visto una decina di carabinieri. Circa diciotto erano davanti all’“Isola del Pescatore”, altri sei davanti ad un’agenzia immobiliare di Santa Severa dove sono socio, altri davanti al Castello, altri davanti all’hotel “Pino a Mare” e in più altri in case di consiglieri comunali. Uno il vice sindaco Andrea Bianchi, l’altro Roberto Angeletti, oggi indicato come presunto responsabile della diffusione dei video hot di Tidei, e Massimiliano Fronti». 

[…] «Mi è preso un accidente. Ho subito pensato al peggio, ovvero che uno dei miei figli avesse fatto un incidente. […]». 

Fortunatamente nulla che riguardasse loro. Cercavano lei. Perché?

«Un fulmine a ciel sereno. Ero stato denunciato dal sindaco Pietro Tidei per tentata corruzione. Il tutto è nato da un messaggio sul telefono che ho inviato al consigliere Fabrizio Fronti con scritto “100mila grazie”. Un messaggio che è stato interpretato male. Quei 100mila grazie erano stati letti come 100mila euro». 

Per cosa doveva ringraziare Fronti?

«Fronti era stato indagato per un avvenimento che nulla c’entra con questa vicenda, tutto si è risolto e siccome era stato costretto a dimettersi, una volta tornato in consiglio comunale, quel messaggio significava che ero contento. Era un grazie per esserci ancora. Una persona verso cui nutro una grande stima e quindi quel messaggio era un modo per palesare la mia felicità». 

Quindi lei è stato denunciato perché il sindaco Tidei avrebbe interpretato quel suo slancio di felicità come una promessa di denaro, funzionale a far cadere il sindaco dalla sua carica. Così si legge. Giusto?

«Sì, sono stato accusato di voler corrompere Fronti per sfiduciare Tidei. La cosa assurda è che la giunta conta 21 consiglieri comunali, sette di minoranza e quattordici di maggioranza. Per sfiduciare un sindaco ne servono almeno 4. In sostanza avrei dovuto spendere circa 400mila euro. Una follia anche solo pensarla una cosa del genere. Infatti anche la sentenza di Cassazione ha confermato che non c’erano gli estremi per procedere all’arresto preventivo come era stato chiesto dal Gup». 

Immagino sia stato perquisito.

«[…] Setacciato tutti i pc, i telefoni, e non hanno trovato nulla se non che da delle intercettazioni mi è stato contestato un altro atto corruttivo».

Di cosa si tratta?

«Questa se non fosse vera ci sarebbe da ridere. Una storia dove sono terzo in causa, non coinvolto direttamente. Al consigliere Roberto Angeletti, oggi presunto responsabile della diffusione dei video hot, è stato regalato un litro di latte di asina e una pagnotta di pane allumiere da una persona che non ero io. 

Il solo fatto che questo dono sia stato consegnato all’interno del mio ristorante, mi è costato un’altra accusa di tentata corruzione. Ora per entrambi i due capi di accusa dovrò presentarmi il 12 Ottobre in tribunale dove si capirà se verrò rinviato a giudizio».  […]

Spunta un carabiniere nel caso del sindaco hot. Sarebbe di un ex militare il computer sequestrato nell'inchiesta sui video di Tidei a Santa Marinella. Lodovica Bulian su Il Giornale il 4 Ottobre 2023

Si complica l'intrigo di Santa Marinella, che ha travolto il piccolo comune del litorale romano, insieme con le vite delle persone e delle famiglie coinvolte. La Procura di Civitavecchia è in queste ore a caccia di chi possa aver diffuso un video intimo del sindaco Pietro Tidei che era contenuto agli atti di un'inchiesta per corruzione a cui lui era del tutto estraneo, e che è uscito forse per un errore dalla Procura. Video immortalato all'interno del municipio, dove erano piazzate le microspie degli investigatori che cercavano una presunta corruzione denunciata dallo stesso Tidei - aveva accusato due consiglieri comunali e un ristoratore locale.

La diffusione di quel filmato, denunciata nei giorno scorsi dal primo cittadino, configurerebbe il reato di revenge porn. Sarebbero in corso in queste ore altre perquisizioni per accertare se quel video sia passato attraverso più dispositivi e quali. Con un nuovo colpo di scena che arriva però dai dispositivi già sequestrati o di cui è stata fatta copia nei giorni scorsi. Sono stati acquisiti dai magistrati quelli di uno degli indiziati, Roberto Angeletti, 61 anni, l'uomo che aveva ottenuto legittimamente tramite il suo avvocato gli atti del fascicolo per corruzione, essendo indagato, tra cui era spuntato anche il video «hot» di Tidei. E sulla sorella Bruna, una poliziotta in pensione, a cui sono stati sequestrati telefono e pc.

Il colpo di scena emerge dall'atto che ha fissato il conferimento dell'incarico per la copia forse dei dispositivi della sorella di Angeletti. Perché stando a quanto si legge nella comunicazione, il pc in uso alla donna, non sarebbe di sua proprietà. La proprietà indicata nel documento della Procura è un'altra. Il pc sarebbe di R.B, un nome che corrisponde a quello di un ex maresciallo della stazione di Santa Marinella, non più in servizio lì da diversi anni. Se il nome corrisponde anche alla persona, c'è da chiedersi come mai il pc di un ex maresciallo dei carabinieri fosse in uso alla sorella di Angeletti, che per altro di mestiere fa il tecnico informatico. Resta però anche da capire se la proprietà sia effettivamente dell'uomo o se il nome non sia frutto di una dichiarazione che la stessa donna avrebbe fatto in sede di sequestro, ovviamente tutta da verificare.

Non è l'unico dettaglio anomalo in questa vicenda, che all'inizio sembrava solo un affaire di paese dalle sfumature boccaccesche. Ma che racconta invece risvolti ben più gravi, di come intercettazioni non rilevanti di persone non coinvolte nelle indagini rischino ancora di finire fuori dagli uffici giudiziari. Gli atti non penalmente rilevanti dovrebbero essere custoditi in un archivio digitale riservato della Procura. Gli avvocati degli indagati ne possono avere copia ma solo se autorizzati dal pm, quando quegli atti risultino rilevanti ai fini della difesa. Non certo il caso del video. Eppure Angeletti tramite il suo legale è stato autorizzato dal magistrato ad averne copia. Di mestiere Angeletti non fa solo il tecnico informatico, ma è stato anche consulente di varie Procure nell'installazione di microspie, come lui stesso ha spiegato in diverse interviste. «Io in Procura ero di casa», ha detto in una di queste. Molto ancora resta da chiarire.

Estratto dell’articolo di François de Tonquédec per “La Verità” il 3 ottobre 2023.

Le proposte di guadagni facili fanno gola a molti, in particolare ai vip […]. Negli ultimi tempi […] arrivano dal settore delle criptovalute. Ma spesso nascondono insidie e truffe. Anche Pietro Tidei, il settantasettenne sindaco di Santa Marinella salito agli onori delle cronache per gli incontri hot negli uffici comunali, stando a una registrazione video agli atti dell’inchiesta della Procura di Civitavecchia, si sarebbe fatto ingolosire dalla chimera dei rendimenti esorbitanti. 

L’8 febbraio dell’anno scorso, un uomo attende Tidei nel salottino accanto al suo ufficio in Comune, in cui a volte riceve i suoi ospiti. Il sindaco entra nella stanza ed esordisce così con il suo interlocutore: «Siccome adesso anche la mia famiglia lo vuole fare, non vorrei che mi ammazzano a me, un domani che esplode ‘sta bolla… perché sono tutti convinti, compreso mio genero…».

L’uomo vestito di nero lo rassicura: «Allora, io ho parlato…». Ma Tidei lo incalza, senza lasciarlo parlare: «Esplode e vi arrestano a tutti, ha detto». L’esperto, però, si mostra tranquillo e riprende da dove era stato interrotto e fa sapere: «Allora, io ho parlato con Ezio e con Gino…», ovvero con i figli del primo cittadino. 

Tidei precisa: «Hanno messo cinquemila euro, cinquemila ce li vuole mettere pure Sara, mia figlia». Il suo interlocutore tesse le lodi della società a cui la famiglia dovrebbe affidare alcuni risparmi: «Io spiegato che io […] personalmente la sto vedendo come un’opportunità di una società che mi sembra molto seria, che è in piedi da parecchi anni, che sta facendo questo progetto ormai da due anni e mezzo, in un settore altamente innovativo come quelli delle criptovalute».

Poi aggiunge: «Ci sono dei rischi? Assolutamente sì. È un investimento sicuro al 100%? No». Quindi descrive l’azienda: «È una grossa multinazionale, che lavora in un settore ad alta innovazione. Ad oggi la situazione è ancora in forte sviluppo, in forte crescita e questi sono piazzati molto bene». 

Tidei lo interrompe per sapere il nome esatto della società, che, spiega il misterioso interlocutore, si chiama «Hypertech group». Un nome che una rapida ricerca su Google, permette di collegare a Ryan Xu, fondatore di altre piattaforme di criptovalute e latitante, insieme a un suo socio, dall’inizio del 2021. 

[…] L’interlocutore di Tidei sembra mettere le mani avanti: «Chiaramente uno deve fare una valutazione… che ti ho detto a te? La stessa cosa che ho detto a loro: “Mettete i soldi che non vi servono. Perché i rendimenti sono molto alti, c’è una componente di rischio, ma c’è la possibilità di divertircisi parecchio». 

Tidei è perplesso: «Nel caso mio però voglio capi’ bene, perché a me non me risultano ‘sti 20.000 (la somma investita, ndr). Allora, io c’ho 20.000, tu dici, me ne so’ ripresi…». L’interlocutore annuisce, dicendo: «Tu avevi messo venti». Tidei, a detta del suo consulente, avrebbe più che triplicato il capitale iniziale: «Su quello più piccolino hai 2.553 dollari da prendere […] in quello più grande hai 67.551 dollari». 

Per questo, a un certo punto, l’esponente dem batte cassa con il suo interlocutore, che gli ha appena detto che al momento sta «reinvestendo» tutti i guadagni. «Per prendere questi soldi adesso che dovrei fare? Posso andare al bancomat, andare lì e prendermi i soldi?», chiede candidamente il politico dem.

Il «consulente» risponde: «Non 67.000, tu puoi prendere i rendimenti giornalieri che ti arrivano». Poi aggiunge: «Io ti sto reinvestendo tutto, se tu mi dici “smetti di reinvestire e prelevami 4.000”, sono circa 200 dollari al giorno, tra 20, 21, 22 giorni, io ti posso prelevare 4.000. perché adesso hai rendimenti disponibili zero». 

Tidei: «Ho capito, ma sto reinvestimento nun me da niente subito, no?». «Subito no ti da un aumento dei rendimenti giornalieri», spiega l’uomo, che poi entra nel dettaglio: «Per esempio, tu oggi investi. Questi 167 (il rendimento giornaliero, ndr), domani te danno 75 centesimi in più. Parte un nuovo contratto per 600 giorni». In pratica, stando al racconto, i soldi investiti sono bloccati in una sorta di moto perpetuo che rende impossibile recuperarli, e sarebbero disponibili solo i rendimenti. Tidei sembra confuso: «Questo non l’ho capito, comunque adesso…».

[…] Tidei prende appunti e chiede riservatezza: «Io te chiedo scusa, sai perché? Siccome tu stai a usa’ pure il nome mio, perché è venuto da me Mollica… è andato da mia moglie: “So che voi avete fatto una cosa…”». «Io il nome tuo non l’ho detto, si difende il «consulente» di Tidei. Il sindaco risponde: «A me non me frega niente, però siccome inizia a girare… sembra che dietro questa cosa ci sia Tidei…». Poi, preoccupato, aggiunge: «Se domani esplode ‘sta bolla, dicono: “Tidei ci ha fregato tutti ‘sti soldi”, capito qual è il problema?». Un rischio che un politico non può proprio correre.

Fulvio Fiano per il Corriere della Sera - Estratti il 3 ottobre 2023.

«A giorni presenterò un programma definitivo per i prossimi dieci anni. Questa vicenda non influirà minimamente sulla maggioranza». Una settimana fa, incassata una rinnovata fiducia all’unanimità, il sindaco di Santa Marinella Pietro Tidei si sentiva al sicuro, pur nella tempesta nata dalla rivelazione dei video che lo riprendono in intimità con almeno una donna nelle stanze del Comune. Un video che, a metà novembre, potrebbe essere distrutto su richiesta del pm.

(...)

E, a rileggere la storia politica dei protagonisti, la definizione di «regolamento di conti» non appare fuori luogo. Di Tidei si è già detto: secondo mandato alla guida della cittadina del litorale, un passato da sindaco di Civitavecchia e per due mandati in Parlamento. La precedente esperienza nel municipio di via Cicerone si interruppe per una mozione di sfiducia (nel 2008) firmata dagli amici di allora e rivali di oggi, anche in tribunale, Fabio Quartieri, ristoratore e imprenditore arcinoto in zona, e Roberto Angeletti, eccentrico consigliere d’opposizione.

Tidei rinfaccia ad Angeletti di volerlo far cadere di nuovo, stavolta dai banchi dell’opposizione e per questo, oltre alla presunta corruzione che coinvolgerebbe Quartieri, lo ha denunciato per minacce. Angeletti accusa Tidei di essere l’unico ad aver fatto favori a Quartieri e, in una intervista a Libero , adombra nuove possibili rivelazioni a suo carico: «Questo è solo l’inizio». 

Lo stesso gip invitava all’epoca il pm ad approfondire piuttosto le condotte del sindaco (sul quale però niente di penalmente rilevante è emerso). Tutti a tavola Il fatto è che sembra davvero difficile distinguere chi ha fatto favori a chi e in cambio di cosa. Nella richiesta di rinvio a giudizio per «asservimento della funzione» (ipotesi in cui è stata derubricata l’iniziale corruzione «pura») il pm contesta ad Angeletti di essersi messo a disposizione di Quartieri e delle sue istanze edilizie tra le altre cose in cambio di qualche cena gratis.

Una pratica, questa dello scrocco, che a sentire i racconti in città era comune non solo al sindaco (come rivendicato da Quartieri in un’altra intervista allo stesso quotidiano, ripercorrendo la loro lunga amicizia) ma anche ad altri santamarinellesi in vista, dall’ambito religioso a quello imprenditoriale. «Fiduciosi» sul non luogo a procedere per i loro assistiti in vista dell’udienza preliminare del 12 ottobre si dicono gli avvocati di Angeletti, Giacomo Satta, e quello di Quartieri, Salvino Mondello. «Il mio divorzio si è complicato perché mio marito sospetta che io sia una amante del sindaco», racconta una frequentatrice del municipio. L’annunciato consiglio comunale può essere una catarsi per tanti.

Estratto dell’articolo di Giuliano Ferrara per “il Foglio” il 3 ottobre 2023.

Il sesso perseguitato. Come sempre l’antesignano fu il Cav […] ora è un formidabile sindaco Pd ed ex deputato, il re di Santa Marinella, già primo cittadino di Civitavecchia […] ora nemico di incredibili personaggi con accenno di baffetti e lungo codino e larghi rayban […] che diffondono il revenge video di sue battaglie sessuali private, ha 77 anni, su suolo pubblico […]

Non si capisce. C’è il porno superlibero, i preservativi nelle scuole, la scelta educativa tra maschio e femmina sui moduli di iscrizione, derrate di cialis e di viagra in ogni farmacia, […] si celebra ovunque l’amplesso virtuale, ma quando diventa reale […] si trasforma in un atto degno di censura, irrisione, lazzi, frizzi, moraline varie, e una banale storia di piacere e di corna, due cose da sempre strettamente collegate, forse anche per i cornuti, eccola che diventa materia di processi mediatico-giudiziari. Ma lasciare in pace gli anziani, no?

Stornare lo sguardo voyeur da presunte minorenni e sicuri maggiorenni, da lap dance e divanetti municipali, non sarebbe più tollerante e umano e decente? Persecuzione e perversione sessuale del guardare si intrecciano con effetti maledettamente comici. Dannati, maledetti, capitani di industria, politici, amministratori di ogni genere e di ogni età prediligono il sesso e lo fanno pure strano […] la società li ripaga con le manette, con le accuse, con gli inseguimenti. 

[…] c’è qualcosa che non va, qualcosa di incomprensibilmente morboso e villano in questa caccia al sesso degli altri, compensativa del sesso proprio, sempre un po’ in panne. […] Quando toccò alle cosiddette Olgettine furono fuochi d’artificio, possenti cortei, raccolte di firme contro la furbizia levantina di signore esperte in seduzione degli adulti, ora che tocca alle signore Marinelline, in un delizioso contesto “de sinistra”, ecco, non si muove foglia. […]

Santa Marinella, i video sexy del sindaco Pietro Tidei: sospetti sulla poliziotta e sul maresciallo trasferito. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 5 ottobre 2023.

Nel pc sequestrato al carabiniere si cercano le immagini finite erroneamente nelle indagini. Il computer era a casa della sorella del consigliere rivale del primo cittadino, Angeletti 

Una ex poliziotta e un maresciallo dei carabinieri sono al centro degli sviluppi negli accertamenti sulla diffusione dei video che riprendono il sindaco di Santa Marinella, Pietro Tidei, in atteggiamenti intimi con due donne nelle sue stanze nel municipio. Si tratta di Bruna Angeletti, sorella del consigliere d’opposizione Roberto, che rischia il processo per corruzione ed è indagato anche per revenge porn, e di Roberto Bernardini, 53 anni, che per anni è stato in servizio nella caserma della cittadina del litorale romano.

«Una trappola»

A lui i carabinieri di Civitavecchia hanno sequestrato un pc che conterrebbe quei filmati (gli accertamenti sono in corso) e su di lui si concentrano le verifiche nate da una denuncia dello stesso Tidei su una presunta trappola per incastrarlo e costringerlo alle dimissioni. Una vendetta politica e personale nella quale Bernardini avrebbe un ruolo e un interesse perché fu sospeso dal suo incarico a Santa Marinella (anche) su una sollecitazione del sindaco ai suoi superiori, dopo che il maresciallo gli avrebbe fatto pressioni per ottenere un favore di natura strettamente privata.

Gli esami sul pc

Bernardini era ancora in carica quando furono avviate le indagini per corruzione nella quale sono finiti i video e avrebbe curato in prima persona il collocamento delle microspie. Nelle ultime ore sono stati ascoltati dai carabinieri di Civitavecchia gli altri militari in servizio a Santa Marinella allo scopo di ricostruire questi passaggi, mentre viene esaminato il pc. Se emergesse che contiene i file incriminati, anche l’indagine sul revenge porn ai danni di Tidei farebbe passi avanti, perché Angeletti (unico indagato qui) si è finora difeso spiegando di non aver mai inviato quei video, ma di averli solo visionati. Se invece li avesse condivisi, la circostanza andrebbe approfondita.

I video non rimossi

Il sequestro del pc di Bernardini, l’ultimo di una serie di strumenti tecnologici acquisiti nell’inchiesta, è importante anche perché avvenuto in casa della poliziotta oggi in pensione, alla quale era stato già sequestrato il telefono. Roberto Angeletti, per sua stessa ammissione, non solo aveva conservato quei video su una chiavetta usb anche dopo che gli erano stati sequestrati due telefoni e un pc, ma ha poi detto mostrato quelle immagini alla sorella Bruna per avere da lei una consulenza sul loro utilizzo. Risalendo questa catena fino al maresciallo, la procura di Civitavecchia sta ora cercando di chiarire i due dubbi chiave della vicenda.

La denuncia di Tidei

Il primo riguarda il come e perché quelle immagini, irrilevanti nell’inchiesta, siano rimaste nel fascicolo assieme ad altre intercettazioni su presunti favori e raccomandazioni del sindaco, pur prive di sbocchi penali. Si tratta di 4000 ore di girato, dalle quali Angeletti (consulente della procura ed esperto informatico), una volta entrato in possesso del fascicolo come suo diritto, ha potuto estrapolare i frame che inquadrano il sindaco. Sapeva già dell’esistenza di quelle immagini? Qualcuno lo ha guidato nella ricerca? E soprattutto: chi e perché ha piazzato quegli occhi elettronici nelle stanze di pertinenza del primo cittadino? Tidei aveva denunciato un giro di corruzione in comune, inserendosi in una indagine già avviata, e chiamava in causa insieme ad Angeletti e un altro consigliere, anche l’imprenditore Fabio Quartieri. Sarebbero stati tutti d’accordo per far cadere la sua giunta, che ostruiva questo patto illecito, e i video che lo imbarazzano sarebbero così parte di questo piano. 

Giacomo Amadori François de Tonquédec per la Verità – Estratti mercoledì 4 ottobre 2023.

Nell’inchiesta per revenge porn della Procura di Civitavecchia sulla presunta diffusione dei video hot del sindaco di Santa Marinella Pietro Tidei è entrato anche il computer di un ex comandante della stazione dei carabinieri del paese. 

La settimana scorsa, la polizia giudiziaria si è presentata con un decreto di perquisizione a casa di Bruna Angeletti, sorella del consigliere Roberto, indagato con l’accusa di aver fatto circolare i filmati hard. La signora, poliziotta in pensione, è una delle persone a cui il fratello ha chiesto aiuto per controllare il contenuto dei video dell’altra inchiesta che lo vede coinvolto (in questo caso per una presunta corruzione). 

Per tale motivo i magistrati hanno deciso di sequestrare anche i dispositivi elettronici della signora. La quale, nell’occasione, ha precisato: «Non detengo nessuna chiavetta Usb, né tanto meno personal computer. L’unico pc che avevo mi è stato prestato da R. B. e, dopo aver lavorato ad alcuni documenti per conto di mio fratello Roberto, gliel’ho riconsegnato». R. B., come detto, è stato comandante della stazione dei carabinieri di Santa Marinella. «È un amico di famiglia e il computer ce lo ha dato per fare le trascrizioni, non vedo il problema» ci ha spiegato Roberto Angeletti.

Dal verbale di perquisizione apprendiamo anche che R.B. ha consegnato «spontaneamente» il pc ai carabinieri e che ha confermato che «effettivamente lo aveva prestato a Bruna Angeletti e che questa glielo aveva restituito 10/15 giorni prima». 

La donna ha anche riferito che il fratello le aveva inviato, tramite Whatsapp, sul cellulare «vario materiale», ma aveva anche specificato che a suo giudizio non c’era il file ricercato dagli investigatori. Ovvero quello dove il sindaco è ripreso mentre consuma un rapporto sessuale con una cinquantasettenne in una delle stanze del Comune.

Ma mentre la Procura sta setacciando mezza Santa Marinella per impedire l’eventuale ulteriore diffusione del video a luci rosse e i media si concentrano sull’aspetto boccaccesco della vicenda o sulla possibile violazione della privacy del sindaco e delle sue amanti, nessuno sembra interessato al quadro che emerge dalle registrazioni sulla gestione del potere in Comune. Episodi che la Procura non avrebbe ritenuto penalmente rilevanti, ma che noi vogliamo condividere con i lettori affinché ognuno possa farsi un’opinione. Per esempio, oggi, ci concentriamo su una discussione che in altre Procure, magari troppo sospettose, avrebbe potuto far ipotizzare persino qualche reato.

Il 3 marzo del 2022, a solo un giorno dall’aggiudicazione della gara per la gestione durante la stagione estiva dello stabilimento La Perla del Tirreno, Emanuele Minghella, all’epoca assessore alle Attività produttive e allo sviluppo economico di Santa Marinella, si precipita dal sindaco Tidei. I due si chiudono, al buio, nel salottino che il primo cittadino usa per gli incontri riservati e Minghella inizia a parlare del bando: «Quando ci siamo visti da tuo nipote […] avevamo detto che facevamo un’offerta economica e un’offerta tecnica». «Invece», prosegue l’assessore, «lui ha fatto solo economica. A loro li ha fatti lavora’ sull’offerta tecnica, gli ha fatto fa’ un progetto di 70.000 euro per la messa in sicurezza della passeggiata. E, invece, poi ha valutato solo la parte economica». «Lui» è Ermanno Mencarelli, responsabile unico del procedimento (Rup), «loro» sono i titolari della Beach management con sede a Ostia.

Tidei ordina alla segretaria: «Fai venire Mencarelli, ma di corsa», specificando che quanto è successo è «gravissimo». Minghella prosegue: «Gli hanno fatto vede’ pure il progetto in mano, loro erano tranquilli, perché dicono “io offro questo, più 70.000 (del progetto, ndr), arrivo a 350.000 euro”». Quindi l’assessore attacca Mencarelli: «Li ha presi per il culo, perché poi non ha fatto quello che doveva fa’». Davanti all’ipotesi che il tecnico comunale abbia potuto favorire qualcuno Tidei è perplesso, ma Minghella rincara: «Io so per certo che questi (i vincitori, ndr) sapevano ogni cosa che succedeva, più di me». A quel punto il sindaco ipotizza che dietro alla ditta aggiudicataria, la Sophia srl di Catanzaro, ci siano i suoi nemici politici, quelli che ha accusato di corruzione e che, secondo lui, vorrebbero farlo cadere: «Quello è Crosti (gestore dello stabilimento in anni precedenti, ndr), Quartieri, questi qui, so’ sempre quelli». «Ermanno ci ha presi per il culo» attacca ancora un nervoso Minghella.

Tidei ribadisce che «è gravissimo», poi dice: «Io sono disposto a mandarlo via domani mattina». «Ci ha preso proprio per il culo pesantemente, così perdiamo proprio di credibilità» continua l’assessore.  

(...) L’assessore conclude: «Cerchiamo di concentrarci, se c’è un motivo per mandarli via…». Motivo che, però, non verrà trovato. Ieri abbiamo contattato l’ingegner Luca Palazzini, che in questa trattativa avrebbe rappresentato la Beach management. Il quale ci ha spiegato: «Io sono semplicemente un tecnico, un progettista e ho curato alcune cose richieste, sotto il profilo tecnico, che erano previste nel bando di gara. 

Ermanno Mencarelli era il Rup, quindi sia prima della gara, sia dopo, l’ho incontrato per avere delle delucidazioni, come previsto». Poi rifiuta sospetti di combine: «Non mi ha instradato nessuno. Quando faccio le gare raccolgo informazioni e rispondo al bando di gara».

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “la Verità” venerdì 6 ottobre 2023. 

«Io i comunisti li conosco bene. Ho vissuto sotto la dittatura di Enver Hoxha in Albania. In quei regimi gli uomini sono sfruttati e se ti metti contro ti uccidono. Tidei è un comunista come loro, uno sfruttatore […]». 

Bashkim Kurtaj per 13 anni ha fatto il factotum nella magione di Pietro Tidei, sindaco pd di Santa Marinella e giura che lui e sua moglie Mira hanno dovuto mandare giù molti bocconi amari. L’uomo, un ex poliziotto, ha 53 anni compiuti a settembre e dopo essersi trasferito a Londra con la famiglia (dove i figli studiano) è tornato da pochi mesi a Civitavecchia per lavorare in ospedale nella manutenzione. 

Ha la faccia da duro, ma quando racconta che cosa avrebbe subito, si commuove e prova a nascondere gli occhi lucidi con la mano callosa. Ma alla fine si scioglie in un pianto liberatorio, ripensando a quello che avrebbero subito i suoi figli a casa Tidei: «Papà, ma dobbiamo per forza vivere così, non c’è un altro modo?» gli avrebbe chiesto un giorno il figlio maggiore. Ma lui, giura, non riusciva a liberarsi del giogo dell’uomo potente pronto a sfoderare tutto il suo carisma per tenere a servizio un’intera famiglia.

«Si arrabbiava, urlava, se non rimaneva qualcuno sempre in casa a fare la guardia. Per questo a volte lasciavamo da soli i nostri figli minorenni. Tutti e quattro insieme saremo andati al mare 7-8 volte in dieci anni» giura Bashkim. 

Che per la famiglia Tidei avrebbe fatto da guardiano, autista, muratore, pastore, giardiniere, elettricista e molto altro ancora: «Zi’ Pietro, come lo chiamo ancora io, ha 40 ettari di terra e non c’è un centimetro che io non abbia toccato. Ma dentro a quella tenuta ho fatto di tutto. E tutto gratis». 

Tidei ribatte […] che in cambio gli concedeva un minuscolo alloggio e non gli faceva pagare le utenze. «Ha un incredibile coraggio. Vorrei che lei vedesse dove faceva vivere quattro cristiani: trenta metri quadrati composti da una cucina con un divano e una piccola camera da letto. Nella parete tra le due stanze c’era una finestrella, sempre aperta, per fare circolare un po’ d’aria».

Mentre non c’era nessuna apertura o lucernario sull’esterno. L’appartamentino era ricavato in fondo alla taverna di zi’ Pietro, in un angolino della casa. Ma come facevate a stare in una sola stanza? Gli occhi di Bashkim si bagnano di nuovo: «I miei figli per quasi dieci anni hanno dormito nell’intercapedine della casa». 

[…]  «Abbiamo fatto una vita da bestie» commenta Bashkim. Ma la sua rabbia è montata solo quando ha letto sul giornale quello che aveva detto Tidei di lui e della sua consorte, mentre veniva registrato dalle telecamere della Procura di Civitavecchia: «Bashkim è stato un mascalzone. Più che lui è stata la moglie. Una mandria di mascalzoni. Se rigirava mi moje… poi mi moje ci piagneva… comunque vabbè, mo va via e pazienza […]. L’hanno cacciato pure dalla Polizia perché rubava. Quindi voglio di’ non è che era uno… poi capirai, in Albania rubano tutti». 

«Mascalzone io? Quando ho letto quello che ha detto mi si è spaccato il cuore. Ero intontito, per alcuni minuti non sono nemmeno riuscito a trovare l’uscita dell’ospedale». Per questo ha deciso che fosse arrivato il momento di chiedere il pagamento di quasi tre lustri di lavoro non retribuito a casa del sindaco. «Mia moglie per cinque anni ha firmato contratti da 20-25 ore di lavoro settimanale, alternativamente con entrambi i coniugi Tidei, sempre come se fosse in prova.

In realtà lavorava 50-60 ore per tenere a posto la casa padronale e quelle delle figlie, in tutto una superficie di circa 400 metri quadrati. E ai Tidei quello che faceva non bastava mai. Mi ricordo una volta che la moglie iniziò a urlare come una pazza e mi disse che aveva litigato con Mira. Io corsi nella cameretta e la trovai che piangeva a dirotto. Ma quale litigio! Le loro non erano discussioni alla pari. Lei aveva solo paura di essere licenziata dalla padrona». 

I turni di lavoro sarebbero stati a volte davvero massacranti. «In occasione di alcune cene elettorali Mira iniziava a lavorare la mattina alla 8 e finiva quasi all’alba del mattino dopo. Ma non ha mai ricevuto nessuno straordinario […]. Anzi no. Una volta la signora le ha dato 10 euro».

Il salario per questi lavori era inferiore ai 900 euro mensili e l’alloggio non era compreso nel contratto e per meritarselo il marito impegnava tutte le sue ore libere per soddisfare le richieste di Tidei e famiglia, anche nei giorni festivi. 

Nei giorni scorsi Bashkim ha inviato al primo cittadino un audio di 20 minuti, un elenco infinito di lavori che non sarebbero mai stati retribuiti: la ristrutturazione completa di un appartamento dietro al ministero della Giustizia a Roma («quando pagava gli altri operai davanti a me, mi sanguinava il cuore»), delle case in Sardegna e al passo del Tonale («intestata a una parente di Tidei»), gli interventi nelle case di Santa Severa («la taverna si allagava ogni anno e bisognava rifare tutto»), di Tolfa, di Allumiere («lì i miei lavori li scalava dal suo affitto»), ma anche nelle abitazioni delle figlie Marietta e Sara: «Quasi gratis anche quelli, a parte una volta che Marietta mi ha pagato per una tinteggiatura esterna».

Il primo cittadino nel video della Procura ammette che il cinquantatreenne albanese era sempre a disposizione: ««Io c’avevo Bashkim che… “Bashkim, vie’ un po’ su” e quello veniva su e faceva. A me Bashkim m’ha messo in mezzo a una strada». 

Infatti nel marzo del 2022 l’operaio ha deciso di andarsene con la sua famiglia e i Tidei, il giorno dell’addio, non li avrebbero degnati di un saluto. Il sindaco, nel filmato, è andato giù duro: «È proprio uno stronzo. Uno stronzo, non capisce niente. È andato dire a mia figlia: “Perché io conosco i segreti di tuo padre”… l’ho mandato un paio di volta a una casetta, lì dove ogni tanto ci vo’ a tromba’, lì a Santa Severa, ma che cazzo vai a dire, scemo. Ma statte zitto».

Dopo aver letto queste frasi ingiuriose, Bashkim ha deciso di chiedere via messaggio 90.000 euro (cifra scesa poi a 30.000) per i lavori mai saldati e pubbliche scuse su un giornale di Civitavecchia. Tidei ha offerto 5.000 euro e un post su social, pur di non lavare i panni sporchi sui giornali: «Io sono disposto a farti un Facebook dove dico che tu sei una brava persona, tu e tutta la tua famiglia, per ridarti quella dignità che tu dici». 

Il testo pensato da Tidei, per l’esattezza, era il seguente: «Leggo con stupore su di un quotidiano che io avrai parlato male di Buskin (Bashkim, ndr) Kurtaj, della sua famiglia e del popolo albanese in una conversazione dalla quale sono state estrapolate volutamente frasi offensive.

Niente di più falso in quanto la famiglia di Buskin è stata una famiglia per bene e lavoratrice verso la quale ho il massimo rispetto, una vera amicizia e gratitudine per l’aiuto che tutti insieme hanno dato alla mia famiglia nei 12 anni di permanenza presso di noi. Tanto mi sono sentito in dovere di affermare per il rispetto loro e di tutta la comunità e il popolo albanese». 

Nei numerosi audio inviati a Kurtaj il sindaco ha anche dato del «mascalzone» a chi scrive e ha negato a ripetizione di aver pronunciato le parole da noi riportate fedelmente.

Quindi ha consigliato a Bashkim di denunciarci: «Io quelle cose non le ho dette perché è il giornalista che mi vuole far fare cagnara con tanta gente, con te e con i miei consiglieri…» ha sostenuto.

Nelle ultime ore, per convincere il suo ex factotum, Tidei ha tentato un’intrepida retromarcia, in cui mancava solo che giurasse di non chiamarsi Pietro: «Non ho detto che sei scemo, ho detto che sei una persona brava e lo ripeto ancora una volta, ho detto cose di cui mi sono pentito, non quella della Polizia e non quella che gli albanesi rubano. Io sono amico di persone importanti in Albania come potevo dire che gli albanesi rubano tutti? 

Questi mi ammazzano… cioè… mi ammazzano… questi si arrabbiano con me…». Poi torna sulle presunte scappatelle: «Antonio (il genero, ndr) un giorno mi disse che tu gli avevi detto: “Io di tuo suocero so un mucchio di cose. Sono pure andato a puli’ la casa dove lui va a fare quelle cose”». 

Dopo aver inviato diversi vocali, Tidei perde la pazienza: «Non ho capito se questo è un ricatto e ai ricatti io non ci sto […]. Se cerchi soldi allora puoi andare tranquillamente a denunciarmi».

In un climax crescente il sindaco prosegue: «Ah Basky, io non so se stai bene de testa, ma quello che hai fatto te l’ho pagato, tua moglie è stata regolarmente pagata, in cambio abbiamo dato la casa gratis, luce, gas, mi pare che quando ve ne siete andati avete fatto una dichiarazione che non avevate più nulla a pretendere». 

Quindi rivendica la regolarità delle buste paga di Mira (non certo di quelle del marito, che non c’erano), la liquidazione e i contributi pagati.

Poi ripensa ai lavori che l’albanese ha effettuato su e giù per l’Italia e azzarda: «Quello credo che è stato abbondantemente ricompensato dall’alloggio gratis che io ti ho fornito». Evidenzia come per 12 anni Kurtaj non abbia mai fatto denunce, non abbia mai parlato di sfruttamento, non si sia mai lamentato. 

Bashkim giustifica la scelta: «Volevo lasciarmi in bonis con un uomo che aveva visto crescere i miei figli e che era molto potente. Ma poi quando ho sentito quello che ha detto di me e di mia moglie non ci ho più visto. Mia figlia mi ha chiamato da Londra per chiedermi se fosse ancora possibile tornare a Civitavecchia dopo quello che aveva letto. La mia consorte si è messa a piangere, i miei parenti si sono sentiti tutti feriti.

Perché noi siamo persone per bene, non abbiamo mai fatto niente di illecito, siamo solo dei lavoratori». Adesso Tidei minaccia di portare gli audio dell’ex collaboratore ai carabinieri. «Chiedi 90.000 euro? Benissimo: vai dal giudice che stabilirà se te li devo, ma tieni presente che ci sono tre registrazioni che rimangono agli atti» e che «questa in Italia si chiama estorsione».

Per poi concludere, con un pizzico di classismo: «Fatti spiegare dal tuo avvocato che cosa significhi». Bashkim ribatte: «Io non faccio estorsioni, voglio solo i soldi che mi spettano da un uomo che si è dimostrato irriconoscente con me e con tutta la mia famiglia. Purtroppo nemmeno i suoi figli, che ho frequentato per tanti anni, hanno ritenuto, dopo l’uscita del vostro articolo con le offese di Tidei nei miei confronti, di farmi una telefonata e di scusarsi per le parole pronunciate dal padre. Sarebbe bastato un caffè per chiudere questa spiacevole vicenda».

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “La Verità” sabato 7 ottobre 2023.

L’accusa di presunto «sfruttamento» lanciata su questo giornale da Bashkim Kurtaj, cinquantatreenne albanese, nei confronti del sindaco dem di Santa Marinella Pietro Tidei ha suscitato scandalo in paese. Ma il politico pd, come sempre, ha deciso di usare Facebook per peggiorare la situazione. Soprattutto in considerazione degli audio in cui lui stesso ammette di aver barattato i servigi del suo vecchio factotum con la concessione di un piccolo alloggio. 

«In cambio abbiamo dato la casa gratis», «Hai fatto nel pomeriggio qualche cosa? Mi pare che quello andava abbondantemente ricompensato dall’alloggio gratis che ti ho fornito». E altre frasi così. Ieri sui social ha scritto un lungo post storpiando il nome del suo vecchio collaboratore, chiamato Buskin Kurtay anziché Bashkim Kurtaj. Il titolo del messaggio è: «Le bugie hanno le gambe corte» e prefigura clamorose denunce per associazione per delinquere.

Tidei ricorda che la moglie di «Buskin», Mira, «è stata assunta regolarmente» da sua moglie «come colf e successivamente per un breve periodo come salariata agricola (36 ore settimanali, contributi regolarmente versati)». Il post prosegue: «Per facilitare il lavoro, abitando la mia famiglia in campagna abbiamo messo a disposizione della famiglia Kurtay un alloggio di cui disponevamo per consentire a questa famiglia di abitare sul posto. […] Buskin, all’interno della casa e dell’azienda, si è fatto carico di portare la legna raccolta nell’azienda e provvedere all’allevamento di una decina di galline in proprietà comune. La famiglia Kurtay non ha mai pagato affitto, bollette per le utenze, né altro ancora, perché la disponibilità dell’abitazione si intendeva compensata da piccoli lavoretti a casa Tidei». 

L’ex parlamentare spiega anche perché non avrebbe mai regolarizzato il suo collaboratore: «Buskin ha sempre lavorato come dipendente della ditta addetta alle manutenzioni presso l’ospedale di Civitavecchia, un lavoro regolarmente retribuito […]. Per questo non poteva avere nessun rapporto di lavoro con il sottoscritto essendo lo stesso legato ad un altro regolare rapporto di lavoro».

Una versione che non deve aver convinto gli avvocati del primo cittadino, tanto che a un certo punto il post sarebbe scomparso, venendo sostituito da un altro meno dettagliato su mansioni e salari. In esso il sindaco la butta in caciara arrivando a parlare di un «disegno eversivo» per farlo cadere, di cui questo giornale si sarebbe reso complice. 

Bashkim ci ha spiegato di lavorare per una ditta privata e di fare turni di otto ore. Ma che per 12-13 anni, nel tempo libero (per 4-5 ore al giorno), compresi i due giorni di riposo settimanale, avrebbe fatto il factotum nella tenuta di Tidei e nelle altre sue proprietà. 

In più la moglie Mira aveva sì regolari contratti di lavoro da 25 ore settimanali, ma ne avrebbe svolte in realtà 50-60.

Per questo l’operaio ha chiesto a Tidei arretrati per 90.000 euro. Il sindaco ha dato mandato al suo avvocato Lorenzo Mereu di denunciare Bashkim per estorsione. 

Dai contratti di lavoro che La Verità ha potuto visionare, risulta che nel 2009 Mira è stata assunta dalla consorte del primo cittadino, Maria Concetta Onori, per un anno, per «lavoro domestico convivente» come «collaboratore generico polifunzionale» con mansioni di «pulizia e riassetto della casa, di addetto alla cucina, di addetto alla lavanderia, di assistente agli animali domestici nonché altri compiti nel livello di appartenenza». Il tutto per 812 euro al mese, tra stipendio base e superminimo.

Nel 2010 la Onori firma la proroga. Tra il 2011 e il 2012 scatta un nuovo contratto. Nel 2012 la donna cambia datore di lavoro e la nuova assunzione viene firmata da Tidei e il rapporto di lavoro dura 1 anno e 9 mesi. Nel 2014 arriva un altro contratto a tempo determinato, della durata di 12 mesi, siglato di nuovo dalla moglie del primo cittadino. 

Sempre la signora, nel 2015, con l’entrata in vigore del Jobs act, assume Mira a tempo indeterminato per 36 ore settimanali e il rapporto durerà 6 anni e 9 mesi. Il contratto prevede sempre il periodo di prova e il salario resta più o meno lo stesso di quando Mira lavorava ufficialmente 25 ore: 879,84 euro, la «retribuzione minima mensile» prevista dal contratto collettivo nazionale di lavoro. Alla fine la donna porterà a casa, per 12 anni e mezzo di lavoro, 12.750 euro di liquidazione. Nel contratto firmato con Tidei, dopo i primi accordi di lavoro «convivente», entra in gioco la casa.

Nelle carte è ben specificato quanto segue: «Ella svolgerà il presente rapporto di collaborazione domestica, non in regime di convivenza e la relativa indennità sostitutiva di vitto e alloggio le verrà erogata in natura con la concessione di un appartamento a uso abitativo con incluso il consumo delle utenze. Detto appartamento sarà indipendente, ma adiacente alla casa patronale. Lo stesso dovrà essere utilizzato da lei e dalla sua famiglia». Dunque, prima il contratto prevedeva la convivenza, dopo, invece, l’alloggio, quindi la concessione della casa (per Bashkim un «buco» malsano di soli 30 metri quadrati) era collegata al lavoro di Mira.

Adesso Tidei dice che quel tetto era il pagamento per Bashkim e che questi non poteva essere da lui assunto. Giancarlo Tortorici, avvocato romano esperto in diritto del lavoro, sorride amaro: «Di storie come quella del sindaco ne ho sentite tante. Ma in Italia non è proprio possibile utilizzare un lavoratore offrendogli in cambio una casa in affitto. Nel nostro Paese non vige il baratto. L’operaio poteva essere tranquillamente retribuito con regolare contratto di collaborazione anche se aveva già in essere un ulteriore rapporto di lavoro con una ditta privata […]».

Da laverita.info il 9 ottobre 2023.

Ecco un nuovo video dell'inchiesta di Civitavecchia. Stavolta si può osservare il sindaco di Santa Marinella Pietro Tidei (che non risulta indagato) impegnato nella preparazione di un possibile concorso ad hoc per un giardiniere, nipote di un «compagno» mancato da poco. In questo video l'interlocutore di Tidei è Bartolomeo Bove, in quel momento direttore generale della Multiservizi una partecipata del Comune. 

Il sindaco entra nella sala riunioni dicendo «c'ho un problemino, è una cosa stupida ma te la devo di'». Nel frattempo nasconde il telefonino in un armadio. Bove chiede: «Vuoi che metta anche il mio?» e allunga il cellulare. Nel dialogo Tidei suggerisce anche i nomi della commissione selezionatrice.

A quanto risulta alla Verità i componenti scelti sono stati poi altri. Non si conosce l'esito della procedura. Ecco un nuovo video dell'inchiesta di Civitavecchia. Stavolta si può osservare il sindaco di Santa Marinella Pietro Tidei (che non risulta indagato) impegnato nella preparazione di un possibile concorso ad hoc per un giardiniere, nipote di un «compagno» mancato da poco.

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori e François de Tonquédec per “La Verità” il 9 ottobre 2023.

Ogni volta che si muove il sindaco dem Pietro Tidei fa danni. Lui, uomo di sinistra, erede della storia del Partito comunista, per decenni caposaldo della difesa dei diritti dei lavoratori, con i suoi collaboratori ha dimostrato di essere peggio di un padrone delle ferriere. 

Nei suoi audio, che abbiamo riportato ieri e l’altro ieri, ma anche nei post che il politico  ha pubblicato su Facebook, il primo cittadino ha ammesso di aver pagato il lavoro del suo ex factotum Bashkim Kurtaj, offrendogli «in cambio» l’uso di un mini alloggio, in cui vivevano ammassate quattro persone. I figli, addirittura, erano costretti a dormire nell’intercapedine del muro esterno. 

Ma come ci ha spiegato l’avvocato Giancarlo Tortorici non è possibile retribuire un operaio in questo modo. Nelle ultime ore Tidei ha deciso di fare ancora qualche passo, probabilmente anche questi falsi, verso il bordo del precipizio, un burrone fatto di diritti dei lavoratori conculcati e frasi ed epiteti razzisti (come «zingaro» per riferirsi a personaggi di Ostia o con massime del tipo «tutti gli albanesi rubano») poco degni di uomo che si definisce di sinistra.

Tidei sui social ha raccontato come si sia concluso il rapporto di lavoro con i coniugi Kurtaj, Bashkim e Mira: «A seguito del deteriorarsi dei rapporti tra Mira e mia moglie […] sono state fatte delle riunioni insieme a questa famiglia, il commercialista ha contabilizzato l’entità della liquidazione (17.000 euro) regolarmente versata con assegno e di comune accordo hanno convenuto per il licenziamento della signora Mira». 

Una separazione che in un audio inviato a Bashkim, Tidei descrive così: «Tua moglie è stata regolarmente pagata con assegni, con bonifici e tutto, in cambio abbiamo dato la casa gratis, non hai mai pagato né luce, né acqua, né gas, niente e quindi me pare che quando ve ne siete andati avete fatto una dichiarazione che non avevate nulla più a pretendere […] che hai fatto? Hai fatto nel pomeriggio qualche cosa? E quello mi pare che andava abbondantemente ricompensato dall’alloggio gratis che ti ho fornito». 

In un altro file aggiunge: «Te ne sei andato in bonis, tua moglie c’ha le buste paga, c’ha la liquidazione pagata, i contributi. Tua moglie avendo preso lo stipendio regolare, come da contratto, non doveva avere la casa, la luce, l’acqua, il gas, quello evidentemente era per la vostra presenza lì e (per, ndr) lavorare nell’azienda».

Ieri Tidei ha fatto recapitare a un nostro collaboratore un atto di transazione stragiudiziale […] Per lui è la prova che la pratica Kurtaj sia stata felicemente chiusa nel marzo 2022. Oltre alla liquidazione di 13.733 euro, alla donna vengono riconosciuti 3.741 euro per le «tredicesime mensilità non erogate per le annualità 2009, 2010, 2011 e 2012». 

Riguardo «all’equo indennizzo, a titolo di totale risarcimento danno e quant’altro preteso per il rapporto di lavoro» la signora Kurtaj «riconosce quale maggior beneficio» l’aver avuto per 13 anni in uso l’appartamento e il non aver pagato le utenze. 

In realtà l’alloggio era già stato inserito nei precedenti contratti di lavoro, dove si legge: «La relativa indennità sostitutiva di vitto e alloggio le verrà erogata in natura con la concessione di un appartamento a uso abitativo con incluso il consumo delle utenze». Alla fine i Tidei pagano alla ex «collaboratrice generica polifunzionale» 17.474 euro, di cui 2.100 «compensati» a saldo di un debito che la donna aveva verso la moglie di Tidei, la quale aveva anticipato i soldi per l’acquisto di un’automobile usata.

L’accordo transattivo, che riporta solo il nome della donna e non quello del marito, prevede anche l’«espressa rinuncia a qualunque ulteriore reciproco diritto, anche per danni».

L’atto, però, non sarebbe stato firmato da Mira, bensì dal consorte, il quale avrebbe siglato le pagine con il suo cognome, Kurtaj. 

[…] 

 L’avvocato Tortorici commenta: «In tal caso il documento non ha alcuna efficacia giuridica a livello di transazione e conciliazione nei confronti della moglie. Quindi è da considerare “tanquam non esset” contro di lei.

Ed allora quella scrittura assume valore soltanto per dimostrare la prevaricazione psicologica nei confronti dei coniugi lavoratori e il maldestro tentativo di duplicare, con la concessione dell’abitazione, i pagamenti dovuti per le due attività svolte personalmente e singolarmente dai coniugi. Con una fava i Tidei volevano prendere due piccioni».

I lavori extra sono stati più volte ammessi in audio e messaggi dal primo cittadino: «Kurtaj molte volte mi ha accompagnato in aeroporto […]. Lo stesso Baskhim, all’interno della casa e dell’azienda, si è fatto carico di portare la legna raccolta nell’azienda e provvedere all’allevamento di una decina di galline in proprietà comune […]. La famiglia Kurtaj non ha mai pagato affitto, bollette per le utenze, né altro ancora, perché la disponibilità dell’abitazione si intendeva compensata da piccoli lavoretti a casa Tidei». 

Nonostante tutto ciò il sindaco ha avuto il coraggio di parlare sui social di «offese e calunnie» di Kurtaj, «per le quali oltre alla denuncia penale» sarebbe pronto a chiedere «il relativo risarcimento danni». E ha soggiunto anche questa volta con accenti razzisti: «L’ultima puntata di questi racconti ha visto protagonista un mio ex dipendente che interpreta la parte del “povero immigrato” che insieme alla sua famiglia e ai figli avrei vessato, sfruttato nel lavoro dei campi e persino trattenuto in una sorta di prigione senza porte senza finestre. Le sue lacrime bagnano le pagine della Verità che risulta ormai umida e appiccicaticcia».

Ma prima dell’uscita dei nostri articoli, il sindaco, a più riprese, aveva provato a convincere il vecchio collaboratore di non aver mai insultato né lui, né il popolo albanese e che a mettergli in bocca tali offese saremmo stati noi giornalisti «mascalzoni». 

Insulti che, purtroppo per Tidei, si sentono benissimo negli audio registrati dalla Procura di Civitavecchia. Per far capire a tutti, compresi gli elettori di Santa Marinella, quanto siano spericolate le smentite del loro primo cittadino abbiamo deciso di pubblicare sul nostro sito (laverita.info) sia le frasi pronunciate da Tidei su Bashkim, sia l’incredibile tentativo di negare la realtà dei fatti. Se il politico vale l’uomo siamo contenti di non essere amministrati da lui.

Fulvio Fiano per il “Corriere della Sera” - Estratti il 9 ottobre 2023.

«Domani devi venì a pija le botti... Lo sai, con scritto Borgogna so impossibili da avere... Le rubano». «Guarda è un pensierooo… è unico, Fabiè… unico come te guarda». Le botti da vino sono del 2011 («bellissime... no de più... invece de una me so sbajato… due…»), e l’entusiasmo con cui nel febbraio 2022 avviene questo scambio rivela, secondo la procura e i carabinieri di Civitavecchia, ben più di una condivisa passione da collezionisti. 

«Fabiè» è Fabio Quartieri, titolare del ristorante L’isola del pescatore e al centro di tanti altri interessi imprenditoriali. Il beneficiario del regalo è Giuseppe Salomone, dipendente dell’azienda comunale Santa Marinella Servizi srl: uno dei tre funzionari pubblici che, per l’accusa, erano asserviti a Quartieri assieme ai consiglieri comunali Roberto Angeletti e Fabrizio Fronti.

Gli episodi riportati nella richiesta di processarli per corruzione sono un prequel dello scandalo sui rapporti intimi intrattenuti dal sindaco Pietro Tidei all’interno del municipio. Le immagini di quegli incontri compromettenti sono finiti negli atti di indagine che non sono stati depurati dalle parti irrilevanti, mettendo in una posizione difficile, insieme al primo cittadino, anche gli inquirenti. 

«Tanto ti mando a casa» Quartieri avrebbe cioè «acquistato» i tre per aggirare i veti di Tidei ad alcuni suoi progetti e in ultimo puntava a farlo cadere. 

«Tanto ti mando a casa», urlava al sindaco nel marzo del 2022, al termine di un acceso consiglio comunale. In questa ottica, diversi aspetti vengono ora approfonditi: la mancata distruzione dei video, pur se penalmente irrilevanti, al momento di consegnarli agli indagati, la loro presunta diffusione da parte di Angeletti, la condivisione con sua sorella poliziotta e un ex maresciallo dei carabinieri locali, e infine, una circostanza finora non emersa.

Quartieri viene allertato sulle imminenti perquisizioni da un altro imprenditore a sua volta informato, dice, proprio dai carabinieri di Santa Marinella: «Ci sta un’indagine pesante contro i consiglieri, la prossima settimana, quindici giorni, potrebbe scoppià...».

Quartieri avvicina allora i testi «per redarguirli» e in almeno un caso l’intervento produce un loro ripensamento. 

Il prestito agevolato «Amico mio, ti ricordi quella delibera?», scriveva Quartieri a Salomone, che lo aiutava a reperire atti, gli faceva da consulente sugli abusi edilizi del ristorante e lo consigliava sul mancato pagamento della Tari. «Spero di esserti utile», si sincerava lui. E Quartieri: «Tranquillo, non dimentico, saprò contraccambiare».

Ad esempio facendogli avere un prestito da 20 mila euro a tasso agevolato dalla banca di cui è socio, per l’acquisto di un suv. Angeletti riceve invece il buffet per un’inaugurazione, pane con le sue iniziali e latte d’asina per una cena, astici e champagne a piacere e lavora per Quartieri senza sosta: l’inserimento del ristorante nel percorso dei bus turistici, la pulizia a spese del comune della sua spiaggia, il mantenimento a uso esclusivo dei clienti del parcheggio vicino al castello di Santa Severa, il via libera a dei fuochi d’artificio oltre a seguire da vicino il cambio di destinazione del residence Pino al mare che Quartieri vorrebbe trasformare in appartamenti. 

(...)

Demba Seck.

Estratto dell’articolo di Elisa Sola per "la Repubblica" sabato 11 novembre 2023.

«Racconto la mia storia non per me, ma per le altre. Le ragazze a cui potrebbe capitare quello che è accaduto a me. Io ho denunciato, subito. È quello che bisogna fare. E vado avanti a testa alta. Non mi vergogno di nulla. Non sono io quella che deve farlo.

Nessuno deve permettersi di giocare con il corpo e i sentimenti degli altri». 

Parla per la prima volta senza chiedere l’anonimato, Veronica Garbolino, 23 anni. È lei la ex ragazza di Demba Seck che ha denunciato per revenge porn il calciatore del Torino, dopo avere scoperto di essere stata filmata di nascosto durante un rapporto. Dopo undici mesi dalla querela, il gip di Torino ha archiviato l’indagine dopo che lei ha firmato un accordo economico con il giocatore. 

Inoltre, la procura di Milano indaga sul comportamento del pm che avrebbe, secondo la tesi dell’accusa, cancellato dal cellulare dell’attaccante granata i filmati intimi.

Veronica, perché rende pubblica la sua vicenda?

«Vorrei che leggendola, anche solo una ragazza trovasse il coraggio di denunciare. So che molte hanno subito quanto è successo a me e non lo fanno per imbarazzo. Altre hanno paura. Io lo sapevo già prima di denunciare che mi avrebbero affibbiato la parte della ragazza facile. Ma sono andata avanti».

Si riferisce allo stereotipo della ragazza immagine, che lei faceva nella discoteca in cui conobbe Seck?

«Anche. Le dicerie, comunque, mi scivolano addosso. Ho studiato al liceo economico sociale. Ho sempre lavorato. Sono andata da sola a denunciare Seck. L’importante è che chi ha commesso un reato paghi. Nel mio caso, purtroppo, non è andata così». 

Come si è sentita dopo avere saputo dell’archiviazione dell’inchiesta?

«Delusa. Speravo che un fatto del genere generasse un movimento anche a livello di opinione pubblica. Questa cosa mi ha segnata per sempre».

[...]

Ricorda il giorno della denuncia?

«È stato un bel momento. Il maresciallo di Ciriè, dopo avermi ascoltata, mi ha detto: Veronica, stai tranquilla che faremo tutto il possibile per farti avere giustizia. Con il pm invece è andata diversamente...». 

Le ricordo che il pm è innocente, fino a prova contraria.

«Sto solo raccontando che mi ha suggerito di non procedere oltre. Diceva che avrei potuto ottenere una lettera di scuse da Demba Seck, che il processo sarebbe stato pesante. Mi ha scoraggiato a lottare».

È per questo che ha firmato la transazione tombale con Seck?

«Non posso parlare di quell’accordo». 

Perché è andata negli Usa?

«Sentivo il bisogno di volare via. Qui a Los Angeles sono lontana da tutto».

Estratto dell’articolo di Elisa Sola per “la Repubblica” domenica 24 settembre 2023.

Prima, lo sfogo sulla prestazione sportiva: «Oggi ho giocato male». Poi, l’invio all’amico di un video che immortala un rapporto sessuale avvenuto con la ex. All’insaputa di lei. Girato di nascosto. «Ahahahha ». «Che animale». «Figa questa però ». 

E alla pioggia di messaggini su WhatsApp, l’attaccante del Toro Demba Seck risponde all’amico, con cui si sta organizzando per passare la serata: «Si fra». «Questa sera mangiamo ancora». Eccola, la chat del 18 settembre 2022 che prova il revenge porn. […]. L’ex, che non gli aveva mai dato il consenso per essere ripresa. 

Soltanto dopo la fine della relazione con Seck, […]L’attaccante le aveva mandato uno di quei video girati di nascosto. Lei aveva avuto paura. E lo scorso gennaio aveva denunciato tutto ai carabinieri, sperando che si trattasse soltanto di una minaccia. L’indagine ha fatto emergere che invece era realtà. Che i video erano stati spediti. […] 

Ora, questo caso rischia di essere archiviato, come richiesto dalla procura di Torino al Gip. La richiesta, che risale alla fine di luglio, è firmata dal pm Enzo Bucarelli, che risulta indagato a sua volta dalla procura di Milano per depistaggio e frode in processo penale. 

Riguardo al magistrato, agli inquirenti milanesi era arrivata una segnalazione in cui lo si accusava, forse perché tifoso del Toro, di aver cancellato durante una perquisizione i video incriminati di Seck. Va precisato che Bucarelli, in uno degli atti, aveva verbalizzato di avere eliminato i video perché a quel punto ai fini dell’indagine non sarebbe più stato utile conservarli.

La richiesta di archiviazione fa leva su una transazione economica che la ex di Seck ha firmato, la scorsa primavera, quando ancora non era a conoscenza di tutti gli elementi dell’inchiesta. Quando ancora non sapeva che ci fosse la prova della condivisione dei video. Solo le minacce di divulgarlo. La ragazza non può parlare con nessuno di questa vicenda. Fa parte dell’accordo. Così come farebbe parte di quest’ultimo rimettere la querela contro Seck. 

Tutto inizia in discoteca. Lei fa la ragazza immagine. «Un anno fa  […] Fino a settembre ci sentivamo in maniera sporadica su Istagram. Fino a quando non mi ha invitata a una sua partita, Torino Sassuolo, il 17 settembre 2022».

«Da quel giorno ci siamo incontrati altre volte — è quanto segue — . Mangiavamo fuori, dormivo spesso da lui. Lo accompagnavo agli allenamenti e facevamo sesso. Il 20 ottobre ho deciso di terminare questa frequentazione, perché avevo capito di essere stata presa in giro. Lui da me voleva soltanto sesso e io volevo una relazione diversa, perché iniziavo ad affezionarmi».

È novembre del 2022. Il calciatore tenta di incontrarla di nuovo. Per quattro volte. Il 22 gennaio Seck è in discoteca. […]«Seck mi ha mimato il gesto del taglio della gola minacciandomi — aveva riferito lei ai carabinieri — dicendo di non parlare di lui in giro».  

Il 24 gennaio la ragazza riceve dall’attaccante un messaggio: «Continua a parlare, mi raccomando». E dei video. In quei video c’è lei, ripresa mentre fa sesso. «Mi sono sentita pietrificata. Ero incredula. Impietrita, imbarazzata e scossa e terrorizzata», aveva detto ai carabinieri, aggiungendo: «Temo che possa mandare quei video in giro».

Estratto dell'articolo di Monica Serra per la Stampa domenica 24 settembre 2023.

Se a influire sulle sue azioni sia stato il tifo sfegatato lo potranno stabilire solo le indagini. Certo, a favore del pm Enzo Bucarelli non sembrerebbe deporre il grande Toro appeso alle pareti del suo ufficio, al sesto piano del palazzo di giustizia. 

Proprio sulla sua scrivania, tempo fa, è finito un esposto della ex fidanzata dell'attaccante senegalese del Torino, Demba Seck, che accusa il calciatore di revenge porn. E proprio per via della gestione dell'inchiesta, […] Bucarelli è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Milano, che ipotizza l'accusa di frode in processo penale e depistaggio. Un'accusa grave che, se confermata, può essere punita con pene fino a 12 anni di reclusione.

Tutto inizia con l'esposto presentato dalla ex del calciatore […] Non accettando la fine della relazione, l'attaccante ventiduenne avrebbe minacciato la ragazza di diffondere un video che immortalava momenti intimi della coppia. Un filmato […] che quest'ultima avrebbe depositato con l'esposto.

Aperto il fascicolo e avviate le indagini, Bucarelli ha deciso di perquisire l'appartamento del calciatore. […] da quel che emerge, ma è tutto da confermare, Bucarelli avrebbe avvisato l'agente di Seck. Tanto che all'arrivo di Gdf e carabinieri, in casa del calciatore del Toro sarebbero già stati presenti i suoi legali. 

Ma c'è di più. […]Con gli investigatori, a perquisire Seck si è presentato anche Bucarelli che, davanti agli occhi increduli di carabinieri e Gdf, avrebbe cancellato il video incriminato dal cellulare del calciatore. Non solo dalla memoria dello smartphone. Anche dalla cronologia delle chat, in cui il ventiduenne aveva già inviato ad alcuni amici il filmato.

Da quel che trapela, Bucarelli […] per giustificare la scelta, avrebbe sostenuto che non c'erano «esigenze investigative» perché quel video era già in possesso della procura, in quanto depositato dalla presunta vittima. Dopo la perquisizione, è stata la Guardia di finanza a presentare alla procuratrice vicaria, a capo del pool anticorruzione, Enrica Gabetta, una relazione di servizio, che raccontava l'accaduto. La aggiunta ha così trasmesso gli atti al procuratore generale Saluzzo.

Che, a sua volta, ha inviato tutto alla aggiunta Tiziana Siciliano, che nella procura milanese guida il pool reati contro la pubblica amministrazione. E, molto probabilmente, anche al procuratore generale di Cassazione, che deciderà se esercitare anche l'azione disciplinare contro il magistrato. […]

Elisa Sola per repubblica.it - Estratti lunedì 25 settembre 2023.

«È successo anche a me. Spero che questa ragazza mi contatti. Sono pronta a testimoniare per lei». C’è un’altra persona, oltre alla commessa di 22 anni di Torino, che sostiene di avere avuto una relazione con il calciatore del Toro Demba Sek, indagato per revenge porn dalla procura che ha tuttavia chiesto per lui l’archiviazione. 

Questa persona sostiene – anche lei – di essere stata ripresa dal giocatore senza consenso durante momenti di intimità. E ha scelto di pubblicare, mostrando volto e nome, un lungo video su TikTok. Un video dove, dietro di lei, sullo sfondo, compaiono screenshot di conversazioni su Whatsapp nelle quali non si vedono i nomi di mittente e destinatario. 

La “tiktoker” afferma che quei messaggi – anche intimidatori – siano stati mandati a lei dall’attaccante granata due anni fa, al termine della loro presunta relazione. Vero o no, tanto basta per infiammare il dibattito sul Metoo. Il suo video è stato inoltrato tremila volte soltanto su Tik tok. I commenti sono circa duemila. E la polemica sul revenge porn, reato odiosissimo ma molto diffuso specie tra i giovani, riesplode sui social. 

A garanzia di Seck va precisato che questa ragazza potrebbe essere inattendibile. Nessuno – per ora - ha verificato il contenuto delle sue accuse. Nemmeno la magistratura perché, come lei stessa dichiara, non è mai stata inviata una denuncia contro Seck (ora sarebbe comunque troppo tardi). 

(...)

Il video dell’altra presunta ex di Seck è stato pubblicato circa due settimane fa. E continua a dare vita a una serie di commenti. «Io ormai non posso più denunciarlo – dice la tiktoker - perché sono passati due anni dai fatti. Mi sento molto in colpa per non averlo fatto. Se lo avessi denunciato quando è successo, magari quella ragazza non avrebbe provato quello che ho provato anch’io due anni fa».

E ancora: «Per me è difficile parlarne ma ci tengo a farlo», afferma la tiktoker nella prima parte del video, nel quale Seck non viene mai citato ma allusioni e riferimenti a lui sono inequivocabili. «Circa due anni fa lo frequentavo – racconta la giovane – quando ci siamo lasciati mi ha detto che mi aveva fatto dei video intimi di nascosto, con me. Mi ha anche scritto che non li avrebbe mandati a nessuno, che sperava che io avrei apprezzato la sua sincerità. E che sperava che io fossi contenta di avere fatto quello che avevo fatto con lui, perché lui è uno che gioca in prima squadra e che diventerà famosissimo». 

La tiktoker prosegue. Spiega di avere chiesto i video intimi al giocatore ma di non averli ottenuti. «Avevo intenzione di denunciarlo dopo avere ottenuto più prove possibili – è la conclusione - ma mi sono resa conto che lui veniva trattato in modo diverso da tutti gli altri. Una volta, durante il lockdown, era in giro in centro senza mascherina ma i poliziotti anziché fargli la multa gli hanno detto “solo perché sei tu, ti lasciamo andare”. Ora che so che lui è stato accusato dalla sua ex fidanzata – dice – mi sento di spiegare che non lo avevo denunciato perché avevo paura. Io non ero nessuno, lui sì. Adesso però mi sento molto in colpa per non averlo fatto».

Estratto dell'articolo di Monica Serra per la Stampa giovedì 31 agosto 2023.

Se a influire sulle sue azioni sia stato il tifo sfegatato lo potranno stabilire solo le indagini. Certo, a favore del pm Enzo Bucarelli non sembrerebbe deporre il grande Toro appeso alle pareti del suo ufficio, al sesto piano del palazzo di giustizia. 

Proprio sulla sua scrivania, tempo fa, è finito un esposto della ex fidanzata dell'attaccante senegalese del Torino, Demba Seck, che accusa il calciatore di revenge porn. E proprio per via della gestione dell'inchiesta, […] Bucarelli è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Milano, che ipotizza l'accusa di frode in processo penale e depistaggio. Un'accusa grave che, se confermata, può essere punita con pene fino a 12 anni di reclusione.

Tutto inizia con l'esposto presentato dalla ex del calciatore […] Non accettando la fine della relazione, l'attaccante ventiduenne avrebbe minacciato la ragazza di diffondere un video che immortalava momenti intimi della coppia. Un filmato […] che quest'ultima avrebbe depositato con l'esposto.

Aperto il fascicolo e avviate le indagini, Bucarelli ha deciso di perquisire l'appartamento del calciatore. […] da quel che emerge, ma è tutto da confermare, Bucarelli avrebbe avvisato l'agente di Seck. Tanto che all'arrivo di Gdf e carabinieri, in casa del calciatore del Toro sarebbero già stati presenti i suoi legali. 

Ma c'è di più. […]Con gli investigatori, a perquisire Seck si è presentato anche Bucarelli che, davanti agli occhi increduli di carabinieri e Gdf, avrebbe cancellato il video incriminato dal cellulare del calciatore. Non solo dalla memoria dello smartphone. Anche dalla cronologia delle chat, in cui il ventiduenne aveva già inviato ad alcuni amici il filmato.

Da quel che trapela, Bucarelli […] per giustificare la scelta, avrebbe sostenuto che non c'erano «esigenze investigative» perché quel video era già in possesso della procura, in quanto depositato dalla presunta vittima. Dopo la perquisizione, è stata la Guardia di finanza a presentare alla procuratrice vicaria, a capo del pool anticorruzione, Enrica Gabetta, una relazione di servizio, che raccontava l'accaduto. La aggiunta ha così trasmesso gli atti al procuratore generale Saluzzo.

Che, a sua volta, ha inviato tutto alla aggiunta Tiziana Siciliano, che nella procura milanese guida il pool reati contro la pubblica amministrazione. E, molto probabilmente, anche al procuratore generale di Cassazione, che deciderà se esercitare anche l'azione disciplinare contro il magistrato. […]

Ci mancava soltanto il magistrato ultrà. Tony Damascelli l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

Com'è la storia dell'accecato dalla gelosia? Qui trattasi di uno accecato dal tifo per la squadra di pallone, il vecchio cuore granata ha creato problemi non a uno qualunque ma addirittura un magistrato

Com'è la storia dell'accecato dalla gelosia? Qui trattasi di uno accecato dal tifo per la squadra di pallone, il vecchio cuore granata ha creato problemi non a uno qualunque ma addirittura un magistrato, pubblico ministero, Bucarelli Enzo, il quale, come riporta La Stampa, è finito indagato dalla Procura di Milano con l'accusa di frode in processo penale e depistaggio, la pena prevista dal codice è di anni dodici. Ma che c'entra il Toro, nel senso di squadra granata di football? C'entra eccome, o meglio c'entra un suo calciatore, Demba Seck, senegalese di anni ventidue, pure lui accecato ma dalla gelosia al punto da filmare alcune scene private e intime con la sua fidanzata, la relazione si sarebbe interrotta e il calciatore, per vendetta e gelosia, avrebbe minacciato la ragazza di diffondere il video comunque a lei inviato. La stessa «ex» aveva deciso di denunciare l'accaduto, depositando il filmato e così facendo scattare le indagini.

La pratica è finito sulla scrivania del Bucarelli che, dicono, sia, nei corridoi del tribunale, un curvaiolo granata e nel suo ufficio brilla la fotografia della squadra, in un quadro appeso al muro. A questo punto il magistrato ultras è sceso in campo, anzi nell'appartamento del senegalese allertando il procuratore, non di giustizia, ma agente del calciatore che la vicenda stava prendendo una brutta piega. Non è finita, quando carabinieri e finanzieri si sono presentati nell'alloggio si sono trovati di fronte già schierati i legali di Demba Seck e, completare la scena, il Bucarelli medesimo.

Stando sempre al racconto de La Stampa, il magistrato avrebbe prelevato il cellulare del calciatore cancellando le immagini incriminate anche dalla memoria e dalla cronologia del telefono. Dinanzi allo sconcerto degli astanti, il magistrato ha spiegato come non esistessero esigenze investigative dal momento che il filmato in questione era già in possesso della Procura. Pensava, il Bucarelli, di avere chiuso la partita con quel golden gol ma gli ufficiali della Guardia di Finanza sono andati ai supplementari e hanno compilato la relazione dei fatti presentandola al capo del pool anticorruzione, Enrica Gabetta, da qui al procuratore generale Francesco Enrico Saluzzo e da costui a Milano, a conoscenza di Tiziana Siciliano a capo del pool reati contro la pubblica amministrazione, in ultimo il procuratore generale della Cassazione che potrebbe provvedere a una sanzione disciplinare. Torino si agita per un'altra storia buffa, dopo i pettegolezzi Seymandi-Segre, qui siamo dinanzi al togato con bandiera granata al vento, un po' troppo accecato dal tifo per un episodio erotico rivisto al Var e cancellato dall'arbitro. Roba da espulsione e squalifica. Senza appello.

Quando le ex si vendicano con la musica: cosa sono le "revenge song". L'ultima canzone di Shakira contro l'ex Piqué è solo uno dei tanti esempi di revenge song, il fenomeno musicale che vede i testi delle artiste riempirsi di frecciate e provocazioni contro gli ex. Novella Toloni il 19 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Da Shakira a Miley Cyrus, da Beyonce a Taylor Swift. Guai a fare infuriare una ex, soprattutto se è una cantante. Il passo da una hit a una revenge song è breve. Anzi brevissimo. Mettere in musica (e perché no in rima) tradimenti, bugie e questioni personali sembra essere di gran moda ultimamente, ma il fenomeno delle revenge song ha radici ben più lontane dell'ultimo brano, nel quale Shakira ne ha cantate quattro all'ex compagno, Gerard Piquè.

Taylor Swift

Il "la" al trend della vendetta musicale lo ha dato Taylor Swift, che nel corso della sua lunga carriera si è vendicata di fidanzati, manager, amici e addirittura colleghi (ne sanno qualcosa Katy Perry e Kanye West) scrivendo canzoni e interi album prendo di mira chi l'aveva ferita. Da a "Picture to Burn" (2006) in cui canta: "Sono solo seduta qui, pianificando la mia vendetta. Non c'è niente che mi impedisca di uscire con tutti i tuoi migliori amici". A "All Too Well" (2012), nella quale la cantante si vendicava dei tradimenti dell'ex Jake Gyllenhaal, punzecchiandolo sulla sua età: "Le tue amanti avranno sempre la mia età"). Fino a "Bad Blood" (2015) e "Look What You Made Me Do" (2017) scritte rispettivamente contro Katy Perry, Kim Kardashian e l'ex marito. Insomma, Taylor Swift ha fatto delle revenge song un suo marchio di fabbrica (non per niente è stata sopranominata la Queen of Revenge Pop), arrivando addirittura a dedicare un intero album - "Midnights" - al tema della vendetta.

Beyoncé

Anche la popstar Beyonce ha dedicato un album all'argomento, ma nel suo caso lo sfogo contro il marito Jay Z, è servito a metabolizzare e superare la crisi, visto che la coppia è sopravvissuta a "Lemonade". Nell'album del 2016, Beyonce si è presa gioco del rapper, colpevole di averla tradita in più di una occasione, in un viaggio catartico attraverso i testi di brani come "Déjà Vu", "Ring the Alarm" e "Irreplaceable", in cui sfogava tutta la sua rabbia. Celebre il video di "Hold up", nel quale la cantante americana veste i panni di una donna tradita, che sfacia l'auto del compagno fedifrago con una mazza da baseball.

"Fa sentire insignificanti...". Nuova stoccata di Shakira all'ex Piquè

Selena Gomez

Tra le popstar più rancorose, che hanno fatto delle revenge song un loro cavallo di battaglia, c'è anche Selena Gomez. E il destinatario della vendetta in rima è stato l'ex fidanzatino Justin Bieber. In "Lose you to love" (2019), l'artista accusa la popstar di averla presa in giro e di averla ridotta uno straccio: "Mi hai promesso il mondo e io ci sono cascata. In due mesi ci hai sostituito, come se fosse facile. Mi hai fatto pensare di essermelo meritato. Avevo bisogno di odiarti per amarmi. E ora è un addio per noi". Ma anche in "Look At Her Now" (2020) Selena ne ha cantate quattro a Justin: "Quando lui ebbe un'altra. Oh, Dio, quando l'ha scoperto... Certamente lei era triste. Ma ora è contenta di aver schivato un proiettile".

Miley Cyrus

Sono almeno due le canzoni "cattivelle" che Miley Cyrus ha dedicato all'ex marito, Liam Hemsworth. Subito dopo il loro divorzio, la cantante pubblicò "Slide Away", brano nel quale la cantante americana suggerica all'attore: "Vai avanti, non abbiamo più 17 anni. Non sono più quella di una volta". Una frase legata alla lunga relazione decennale della coppia. È nell'ultima canzone pubblicata dal titolo "Flowers", però, che Miley ha sparato a zero contro l'ex: "Adesso i fiori posso comprarmeli da sola. Posso parlare con me stessa per ore, dire cose che non capiresti, e prendermi per mano da sola quando vado a ballare".

Shakira

Shakira, dunque, è solo l'ultima delle cantanti che ha scelto la via della vendetta per trasformare la rabbia del tradimento in una rivincita personale. Prima con "Te felicito", uscita nell'aprile 2022, quando la loro rottura non era stata ancora ufficializzata, poi con "Monotonia". Ma in entrambi i brani, la colombiana non c'era andata giù pesante come nell'ultima hit da record, "Music Sessions Vol. 53", dove canta: "Io valgo due di 22. Hai scambiato una Ferrari con una Twingo. Hai scambiato un Rolex con un Casio... Allena un po' anche il cervello". E se la vendetta è un piatto che va consumato freddo, vuoi mettere pubblicare una canzone e vederla diventare una hit mondiale, che rimarrà nella storia della musica? Satisfaction, cantavano i Rolling Stones.

I Numeri.

L’Origine.

Non era stupro.

L’Opuscolo.

Cos’è l’immobilità tonica?

Il Maggiore consenziente.

Il Minore consenziente.

Le Scarcerazioni.

Lo Stupro femminile.

I Funzionari Onu.

Lo stupro dei volontari.

Lo stupro delle Strutture Socio Sanitarie.

Lo Stupro di Lecce.

Lo Stupro di Napoli.

Lo stupro di Palermo.

Lo stupor di Catania.

Lo stupro di Milano

Lo stupro di Bologna.

Ubaldo Manuali.

Johnny Kitagawa.

Philippe Garrel. 

Antonio Di Fazio.

Alberto Genovese.

Danny Masterson.

Conor McGregor.

Till Lindemann.

Gérard Depardieu.

Stefano Maria Cogliati Dezza.

Manolo Portanova.

Achraf Hakimi.

Robinho.

Dani Alves.

Lo stupro dei calciatori.

Lo Stupro di Porto Cervo.

Lo Stupro di Primavalle.

Lo Stupro di Lignano Sabbiadoro.

I Numeri.

Le violenze sessuali su bambine e ragazze in Italia continuano ad aumentare. Nell'ultimo anno i reati di questo tipo sono cresciuti del 27 per cento. «Se vogliamo invertire la rotta dobbiamo costruire una risposta organica, sistemica, diffusa che affronti di petto questa situazione inaccettabile». I risultati dello studio della Fondazione Terre des Hommes. Susanna Rugghia su L'Espresso il 06 ottobre 2023

La violenza di genere mostra i suoi effetti sui reati ai danni dei minori. L’89% dei crimini sessuali riguarda infatti bambine e ragazze. Lo conferma il dossier indifesa “La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo” 2023 della Fondazione Terre des Hommes, presentato al Museo Maxxi a Roma, in occasione della Giornata mondiale delle bambine. 

I dati, resi noti dalla Fondazione che da sessant’anni si occupa dei diritti di minori, sono stati elaborati dal Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale, e rilevano un aumento generale in Italia dei reati sui minori e un'impennata del 27% dei crimini sessuali.  

Il divario di genere non è solo confermato dal dato presente, ma negli anni è aumentato, soprattutto per quel che riguarda i crimini sessuali che dal 2012 sono cresciuti di quattro punti. Anche la prostituzione minorile riguarda soprattutto ragazze e bambine per il 65%. E vale lo stesso per altre fattispecie di reato: maltrattamento di familiari e conviventi minori (53%), detenzione di materiale pornografico (71%), pornografia minorile (70%), atti sessuali (79%), corruzione di minorenne (76%), violenza sessuale aggravata (86%). 

«Alla luce del nuovo, tristissimo, record nei dati e degli aumenti di violenza sessuale e sessuale aggravata, vicende come lo stupro di Palermo appaiono come una cartina di tornasole della cultura patriarcale, maschilista, prevaricatrice e violenta che riduce il corpo di una donna a un “pezzo di carne”, in violenze nate per essere mostrate e che sembrano volere imprimere il sigillo del potere maschile, individuale e di gruppo», ha dichiarato Paolo Ferrara, Direttore Generale di Terre des Hommes. 

Lo squilibrio a danno del genere femminile nei reati considerati “spia” delle violenze di genere è confermata anche sulla popolazione presa nel suo complesso: le ragazze e donne sono oltre l’82% di chi vive maltrattamenti contro familiari e conviventi e oltre il 92% sono violenze sessuali. A livello globale, secondo l’Organizzazione mondiale per la sanità, il 31% delle donne tra i 15 e i 49 anni ha subito almeno una volta nella vita violenza fisica o sessuale da parte di un uomo: si tratta di 736 milioni di donne e ragazze. Un dato enorme ma che rimane comunque fortemente sottorappresentato: una ricerca della Banca Mondiale in 44 Paesi stima che meno della metà delle donne che subisce violenza fisica o sessuale chieda aiuto o denunci. Questo non sorprende, visto che anche in Italia la convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica), entrata in vigore dopo 6 anni dalla firma lo scorso 1 ottobre, non è rispettata, e non è nemmeno stata votata dai deputati di Lega e Fratelli d’Italia all'Europarlamento. Nelle città mancano poi i centri antiviolenza e l’adeguato aggiornamento e preparazione per chi dovrebbe recepire le denunce di violenza di genere.  

«Se vogliamo invertire la rotta - ha aggiunto Paolo Ferrara -, dobbiamo costruire una risposta organica, sistemica, diffusa che affronti di petto questa situazione inaccettabile. Qualcosa in termini legislativi si è fatto, con l’introduzione del Codice Rosso, ma manca un piano di intervento di lungo periodo sulla parità di genere a scuola. Manca la volontà di introdurre, finalmente, materie come l’educazione sessuale e all’affettività, all’uso “etico” dei media digitali. E i ragazzi dovranno mettersi in gioco più di tutti: se la violenza di genere riguarda tutti e tutte, il violento è sempre o quasi sempre maschio».

L’Origine.

Violenza sessuale, 1 giovane su 5 dice che le ragazze possono provocarla con l’abbigliamento. Cosa ne pensate? Secondo uno studio di ActionAid e Ipsos: il 20% non riconosce come violenza toccare le parti intime senza consenso. Diteci la vostra rispondendo al nostro sondaggio. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 10 Settembre 2023

Un teenager su 5 è convinto che le ragazze possano provocare la violenza sessuale se mostrano un abbigliamento o un comportamento provocante. E molti di più, 4 su 5, credono che una donna, se davvero non lo vuole, può sottrarsi a un rapporto sessuale. E' la fotografia scattata da un'indagine condotta da Ipsos per ActionAid su un campione rappresentativo di circa 800 ragazze e ragazzi tra i 14 e i 19 anni. Obiettivo: approfondire cosa pensano i giovani della violenza tra pari.

Chi subisce violenza? Le ragazze più dei ragazzi, analizzano i giovani nella ricerca realizzata attraverso i fondi 8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Sono loro a vivere con maggior frequenza atti di violenza tra pari, in qualsiasi forma si manifesti: molto più spesso dei coetanei maschi assistono a gossip, prese in giro, insulti, scherzi, esclusione di persone dai gruppi, a situazioni in cui le parti intime vengono toccate senza consenso, alla diffusione non consensuale di foto e video di situazioni intime.

Inoltre, rileva l'indagine, le ragazze rischiano più spesso di ricevere molestie verbali mentre camminano per strada, di essere toccate nelle parti intime, di essere vittime di scherzi o commenti a sfondo sessuale e della diffusione di foto/video che le ritraggono in situazioni intime. I ragazzi invece rischiano principalmente di essere picchiati e le persone transgender/fluide/non binarie di venire insultate.

E voi cosa ne pensate? Diteci la vostra rispondendo al sondaggio.

«Contiamo stupri e femminicidi e ci arrabbiamo. Ma è ora di parlare anche dei modelli culturali». Ci consoliamo con la retorica rassicurante delle belve, concentrandoci sul tema della sicurezza. Ma siamo incapaci di guardare alla crisi profonda delle relazioni che riguarda la nostra quotidianità. Loredana Lipperini su L'Espresso l'1 settembre 2023.

Contiamo, come sempre. Contiamo le donne morte ammazzate, mese dopo mese e anzi settimana dopo settimana. Sappiamo che al momento in cui scrivo questo articolo sono 75 nel 2023, e che i numeri ci dicono che una donna muore per mano di un uomo ogni tre giorni. Contiamo. Elenchiamo i nomi e l’età: Vera, 25 anni, impiccata in un casolare di Ramacca. Anna, 56, accoltellata a Piano di Sorrento, dopo due denunce al suo ex. Celine, 21, ancora per coltello, a Silandro. Mariella, 56, per pistola, a Troina. Sono solo le ultime storie. 

Contiamo gli stupri. A Palermo, sette contro una, «cento cani sopra una gatta». A Caivano, quindici contro due ragazzine, per mesi. Contiamo e continuiamo a stupirci e ad addolorarci e arrabbiarci e a leggere articoli ed editoriali dove si parla di pacchetti di norme. Abolizione della pornografia. Sicurezza. Si parla meno di educazione sentimentale, osteggiata da decenni in quanto induce pericolosamente al «gender». Meno di centri antiviolenza e case rifugio. Meno di formazione delle forze dell’ordine che accolgono le denunce, nonché di giudici e magistrati. 

Sappiamo che molti dei provvedimenti annunciati potrebbero servire (eppure abbiamo già leggi avanzate quanto poco applicabili per mancanza di strutture e personale), ma dovremmo anche sapere, e lo sappiamo, che serviranno fino a un certo punto. Perché se non si cambia la cultura di questo Paese, nulla cambierà. Cambiare la cultura significa smettere di considerare le donne con rassegnata compiacenza sognando i tempi andati (anche se non lo si dice, o lo si fa dire a un generale spuntato dal nulla), e capire quanto le relazioni siano cambiate, e quanto potrebbero ancora cambiare, e in meglio, se ci si decidesse ad affrontare seriamente il discorso invece di spettacolarizzarlo (vedi la serie Netflix sul caso Depp-Heard). 

Sappiamo, infine, che ci eravamo illuse: pensavamo di essere state capite e riconosciute, almeno nella maggior parte dei casi. Pensavamo che il cammino comune con gli uomini auspicato da Simone de Beauvoir nel 1949 fosse cosa fatta. Pensavamo che chi paragona le femministe a «moderne fattucchiere» fosse minoranza. Pensavamo che questo scavallare la soglia della violenza fosse frutto di un tempo diviso, di una generale condizione di frustrazione e rancore. Non è così o non è solo così. La sensazione di questi ultimi giorni è che il linciaggio della rete nei confronti degli stupratori e degli assassini non tocchi davvero la questione, e sia semmai rassicurante: loro sono diversi da noi. Sì, e no, perché l’immaginario è comune, e quell’immaginario non è stato ancora cambiato, ma solo scalfito, e quelle «comunità di dominio», come le ha chiamate Alessandra Dino sul Manifesto, sono ancora intatte.

Per capirlo, bisogna andare molto indietro nel tempo, fino al giorno in cui Ulisse naufraga sulla spiaggia dei Feaci. Riscuotendosi dal torpore, ode «un chiasso di donne», o «grida femminili» che gli «percuotono l’orecchio». Qualche giorno fa una brillante scrittrice marchigiana, Lucia Tancredi, mi ha parlato dell’aiscrologia, ovvero il linguaggio osceno che nell’antichità greca veniva attribuito alla voce delle donne. Aristotele lo scrive chiaramente: «La voce acuta della donna è una prova delle sue inclinazioni malvagie, poiché le creature giuste e coraggiose (i leoni, i tori, i galli e gli uomini) hanno voci potenti e profonde». Margaret Thatcher studiò a lungo per eliminare i toni alti dalla sua voce ed essere considerata autorevole (da «casalinga stridula» a «statista», per le cronache). E riprendersi la voce, ricordava tempo fa la scrittrice polacca Aleksandra Lipczak a proposito delle proteste contro la criminalizzazione dell’aborto, è un atto rivoluzionario. 

Bene, se si studiano i commenti che negli anni hanno espresso ostilità, se non odio, verso le donne autorevoli (Laura Boldrini, per fare un nome), in un numero notevolissimo di casi la critica riguardava il tono della voce. Troppo acuta, troppo stridula, troppo alta. C’è qualcosa di rivelatorio in questo fastidio, espresso non soltanto da odiatori abituali, ma da uomini colti e in carriera, come se la visibilità delle donne fosse stata accettata a malincuore, masticata amaramente e per convenienza, ma – almeno in larga parte – non davvero interiorizzata: e si dimentica che, piacciano o non piacciano le donne in questione, il ruolo pubblico che occupano dovrebbe essere riconosciuto. Di più: le donne di successo sono viste come coloro che sottraggono posizioni consolidate agli uomini. Neanche il tempo di riprendersi dal funerale di Michela Murgia ed è partita la schiera dei critici o degli scrittori o degli insegnanti che si affannavano a spiegare che non era una grande scrittrice e tanto meno un’intellettuale. A Vera Gheno un signore istruito e fin educato ha scritto che il genio femminile non è mai esistito, e che i bei tempi (ma questo lo ha scritto anche il plurivenduto generale) erano quelli in cui le donne stavano al posto loro. 

Se si reagisce, il ruolo della vittima viene ribaltato: non sono le donne a essere screditate (o stuprate, o ammazzate), ma gli uomini. Che non possono più dire niente (si vedano le reazioni alle proteste delle ragazze contro il catcalling). Che vengono censurati. Che vengono emarginati. O la cui vita, come dicono i giovani stupratori di Palermo, è stata rovinata. 

Ma non si dice mai che se esistono una sofferenza e una disillusione che vengono da lontano, all’interno di quel disagio si agita il rifiuto del cambiamento delle donne. Mancando una riflessione sulla crisi profonda delle relazioni, si va avanti, e quando non basta più il commento tossico su Facebook, si agisce nella vita reale. Specie se i modelli pubblici (politici, uomini dei media, intellettuali di ogni ordine e grado) manifestano verbalmente lo stesso disprezzo. 

C’è un romanzo in libreria in questi giorni che riassume benissimo la questione. È “Gli uomini” di Sandra Newman (esce per Ponte alle Grazie, traduzione di Claudia Durastanti). Immagina che in un tardo pomeriggio tutti i maschi spariscano, inclusi i bambini, persino i feti nel ventre delle madri. All’inizio, frammisto al dolore, c’è un vergognoso sollievo: «Le voci dei maschi da vivi, aspre e profonde. Il suono di un uomo dall’altra parte della casa. Suoni mascolini sullo sfondo, dimentichi di sé. Tutto via. (…) Non ci sono abbastanza donne in questo comitato. Un altro consiglio di amministrazione senza donne. I diritti dei maschi: tutto via. (…) La messinscena della ragazza. Che fa una voce da bambina. Che indossa scarpe rasoterra per assicurarsi che lui sia più alto. La sensazione soffocata di sentirsi parlare sopra. Un uomo che usa il falsetto per prenderti in giro. (…) Lui che inizia a far paura. Lui che prende a pugni il muro. Testa bassa e lascia che passi. Ti vergogni di averlo provocato. Tutto via». 

Ma appunto c’è il dolore. I padri i fratelli gli amici i figli i compagni. Gli uomini che ci sono cari, e che non vogliamo perdere e che vogliamo al nostro fianco sulla stessa strada. Gli uomini che stanno dicendo non che «non sono come quelle bestie», ma che il problema esiste. Il giovane cameriere che quest’estate, nelle Marche, ha usato il femminile sovraesteso per una tavolata di cinque donne e un uomo e lo ha dichiarato sorridendo, e senza affettazione. 

Allora, come si fa? Si lavora sull’immaginario. Vedendo Barbie di Greta Gerwig l’ho trovato, all’inizio, didascalico fino allo sfinimento. Ma alla fine di questo agosto penso che invece va bene così, se ragazze e ragazzi trovano in blockbuster la rappresentazione di un modello diverso. Che sia un film su una bambola o che siano le parole di Margaret Atwood ne “Il Racconto dell’ancella” («Ma se sei un uomo in un qualsiasi tempo futuro, e ce l’hai fatta sin qui, ti prego ricorda: non sarai mai soggetto alla tentazione del perdono, tu uomo, come lo sarà una donna»). 

Va bene tutto, finché non si parlerà più di «chiasso di donne», ma delle loro voci, e del loro essere nel mondo. Vive, e riconosciute.

La "questione giovanile". Stupri a Caivano e Palermo: per salvare il Sud meno retorica e musei antimafia. Violenze, bullismo, aggressioni: la gioventù sotto il Garigliano risente di politiche educative fallimentari, di cui il giustizialismo è il perfetto simbolo. Alberto Cisterna su L'Unità il 29 Agosto 2023

C’è nei fatti orribili di Palermo e Caivano qualcosa che si colloca oltre l’evidenza di un rapporto sempre più malato e deteriorato tra adolescenza e sessualità. È chiaro che questa è la chiave di interpretazione più diretta, e anche più semplice, per comprendere l’aggressione in branco di vittime inermi.

Tuttavia la giungla dei social, l’affievolimento delle relazioni parentali (con genitori, talvolta, ancora più dispersi e disorientagli dei figli nella costruzione di stabili punti di riferimento emotivi e sentimentali) non può bastare per spiegare perché anche il Sud d’Italia sia sempre più di frequente attraversato da fenomeni di aggressione a sfondo sessuale da parte di gang di ragazzini alla ricerca di crude conferme delle proprie devianze educative. Il Mezzogiorno del paese, soprattutto le regioni un tempo largamente controllate dalla criminalità mafiosa, necessitano urgentemente di un potente intervento pubblico che prenda in esame proprio la formazione delle giovani generazioni, i loro destini educativi e lavorativi.

In gran parte la “questione giovanile” al Sud può dirsi archiviata e dichiarata fallita dal clamoroso, incessante esodo dei ragazzi verso i poli universitari e le sedi lavorative del Nord e, in modo massiccio, del resto d’Europa. Ad andar via da due decenni ormai sono i giovani di tutte le classi sociali, alla disperata ricerca di un futuro che al Sud promette solo assistenzialismo, clientelismo, redditi di cittadinanza e bassa qualità dell’istruzione e del lavoro.

È una sfida, ripetesi in gran parte persa e di cui sono un doloroso riscontro il crollo dei mercati immobiliari nelle città meridionali, la rarefazione delle iscrizioni universitarie disseminate (per ragioni clientelari) in un pulviscolo di micro facoltà con un numero di docenti sproporzionato rispetto a quello degli studenti, il fallimento dei bonus immobiliari che solo l’insipienza di un ceto politico accecato dal giustizialismo ha potuto dirottare verso gli immobili “regolari” dei ricchi potentati, anziché verso la bonifica delle tante Beirut dell’incompiute dell’abusivismo edilizio. Un territorio devastato in cui, per la prima volta, la cronaca giudiziaria è cronaca di giustizia minorile.

Una svolta probabilmente inattesa per fronteggiare la quale si assiste ancora alla riedizione della patetica politica di allontanare bambini e ragazzi dalle famiglie in odor di mafia, mentre nelle nuove banlieue, assediate dallo spaccio a tappeto delle droghe, le genie si contaminano, i rampolli dei boss bullizzano e violentano insieme ai figli del nuovo proletariato assistito e marginalizzato. Palermo e Caivano, come le risse di strada a Catania o a Reggio Calabria, gli scontri coltello alla mano nei vicoli di Bari o di Napoli ci consegnano un quadro imprevisto e in parte incontrollabile con gli strumenti oggi a disposizione dello Stato.

Avviata alla vittoria la battaglia contro le mafie – messe all’angolo da una repressione capillare e senza tregua – le istituzioni scoprono tragicamente che l’assistenzialismo demagogico ha solo inseminato e fatto da volano a una generazione di adolescenti e di ragazzi vocati alla violenza, disincantati verso la scuola, privi di fiducia per l’avvenire che predano la società e danno la caccia ai più deboli, spesso fragili coetanee, se non bambine. Come agnelli in mezzo ai lupi i più esili soccombono, scompaiono, fuggono quando possono, abbandonando le macerie di una società che ha smarrito ogni condiviso progetto sociale, ogni prospettiva di crescita collettiva per affidarsi a una primordiale legge della giungla.

I predatori si aggirano nelle strade, nelle scuole, nei bar abbandonati a sé stessi, capaci di commettere ogni genere di gesto violento, ogni tipo di sopraffazione. C’è l’urgenza di una profonda riconversione anche degli apparati di polizia e giudiziari dello Stato nel Mezzogiorno d’Italia. Commissioni parlamentari e regionali, comitati, associazioni e tutto il variegato mondo che si occupa (e solo talvolta si preoccupa) della condizione giovanile al Sud pongano attenzione al rafforzamento delle istituzioni incaricate di prevenire e anche reprimere le devianze giovanili e lo Stato (con il suo ormai vacillante e sbrindellato Pnrr) destini fondi veri a questo scopo.

Si lascino pure marcire i beni di mafia (simulacri di macerie di cui la società spesso non sa che farsi, con il rischio di alimentare il solito assistenzialismo antimafia di una certa politica che dispensa stipendi e sistemazioni per quieto vivere) e si destinino quei fondi al rafforzamento delle politiche educative e scolastiche al Sud. Il Mezzogiorno non ha bisogno di retorici musei delle mafie, ma di gesti concreti che tentino almeno di evitare un’ecatombe generazionale. Forse si sono strappati i figli alle grinfie insanguinate delle cosche per lasciarli soccombere nella disperazione delle gang.

Alberto Cisterna 29 Agosto 2023

Le Caivano d'Italia, periferie a rischio. Linda Di Benedetto su Panorama il 2 Settembre 2023

Non solo il quartiere napoletano finito nelle cronache per gli ultimi episodi. Ci sono tante zone nelle città italiane in cui lo Stato fatica a far rispettare le proprie leggi

In Italia non esiste solo Caivano. Lo stupro delle due cuginette balzato su tutti i Tg nazionali ha mostrato soltanto una delle tante periferie d’Italia lasciate in mano alla criminalità dove lo Stato sembra aver rinunciato ad entrare. Ghetti in cui sono costrette a vivere in condizioni estreme migliaia di persone, stipate in palazzoni senza servizi e dove a dettare legge è la criminalità che sì è sostituita allo Stato. Sacche di degrado che rappresentano il fallimento delle politiche abitative per le fasce più deboli, asserragliate in casa per sopravvivere, ad abusi, omicidi, montagne di rifiuti, scarsa igiene, assenza di trasporti, ma soprattutto alla paura di essere aggrediti o addirittura uccisi. Un mondo sospeso quello delle periferie “maledette” che ritroviamo in tutte le regioni italiane. Le Caivano d’Italia Partendo dal Sud uno dei quartieri più degradati è il Librino a Catania noto alle cronache per lo spaccio di stupefacenti ed il traffico di armi. Sempre in Sicilia un altro simbolo del degrado è il quartiere Zen di Palermo che ospita 16mila abitanti. Lo Zen è una vera e propria centrale di spaccio. A Reggio Calabria invece ad essere “famosi” per criminalità, prostituzione, furti, immondizia e spaccio di droga sono i quartieri di Arghillà nord e di Archi cep denominati ghetti “enclave della ndrangheta”. In Puglia la situazione non migliora e nel quartiere Candelaro a Foggia sparatorie, omicidi e spaccio sono all’ordine del giorno. Sono nel 2022 ci sono stati 12 omicidi in stile narcos messicani ma non c’è stato nessun clamore mediatico.

Mentre in Campania non sono più Scampia e Secondigliano a preoccupare ma il quartiere Ponticelli con continui agguati, vendette e l'uso frequente di bombe. A Ponticelli infatti non è raro assistere a deflagrazioni nella notte in più punti del quartiere che costringono i cittadini a vivere nella paura. Anche nella capitale la situazione è critica. In alcuni quartieri di Roma la criminalità ha preso il controllo del territorio e da mesi è in atto una guerra tra clan per aggiudicarsi le piazze di spaccio che ha causato già diversi morti. Tra i quartieri più tristemente noti c’è Corviale che ha al suo interno l’edificio del Serpentone, luogo simbolo dedicato alle attività della camorra e della criminalità organizzata romana. Altra zona critica è il quartiere di Tor Bella Monaca in cui è possibile trovare ogni tipo di droga e dove il prete anti spaccio Don Coluccia solo pochi giorni fa, stava per essere investito a causa del suo impegno contro la criminalità. In Lombardia, Quarto Oggiaro, nella periferia di Milano, è da sempre nota per essere la sede delle principali attività criminose del capoluogo lombardo. E negli anni, nonostante i vari sforzi fatti, la situazione non è mutata completamente e sembra che proprio in questa zona la vendita della metanfetamina sia ai suoi massimi livelli. In Piemonte alle Vallette c’è lo “sfortunato” quartiere di Torino epicentro della delinquenza giovanile e di tante situazioni sociali difficili, di disagio e povertà economica. Mentre in Liguria il quartiere Begato di Genova è stato ribattezzato come il “Quartiere dei morti ammazzati” con il record di avere 1.723 persone seguite dai servizi sociali.

Non solo Caivano. Dal Nord al Sud: ecco i fortini dei clan che devono cadere. Periferie di Palermo, Torino, Foggia e pure Aosta: le zone dove le forze dell'ordine non entrano sono note ma adesso si promette un giro di vite Il ruolo delle mafie, delle baby gang e dei trapper. Massimo Malpica l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

Dal Nord al Sud, da Est a Ovest. Non c'è solo Caivano tra le zone franche alle quali Giorgia Meloni ha dichiarato guerra. Ogni angolo del Bel Paese ha le sue piazze di spaccio, i suoi angoli dove fervono attività illecite alla luce del sole, le sue strade dove si muore ammazzati nonostante lo Stato. Su tutto, ovviamente, c'è spesso il cappello delle mafie italiane - sia quando giocano in casa sia quando proiettano i propri interessi in territori un tempo vergini, come prova la crescente presenza della ndrangheta in Valle d'Aosta e delle organizzazioni criminali straniere. Del tutto intenzionate a mantenere questi pezzi di Italia fuori dalla portata delle forze dell'ordine e della legge.

Luoghi dove tutto è gestito in proprio da chi si è assicurato il controllo del territorio. Come accade nella borgata di Ciaculli, periferia Sud-Est di Palermo, famosa per il suo pregiato mandarino tardivo. Qui lo Stato è assente, in tutti i sensi: un singolo autobus collega il quartiere alla città. La mafia invece qui è stata di casa da tempi remoti: è del 1963 la «strage di Ciaculli», quando un'Alfa Romeo Giulietta ripiena di tritolo esplose uccidendo sette carabinieri. Anche se ora la borgata ospita il «giardino della memoria», dedicato alle vittime di mafia, appena un anno fa un blitz antimafia ha rivelato che qui le cosche si occupavano di governare tutto: oltre a spacciare droga, infatti, vendevano mascherine (rubate) durante l'emergenza Covid, imponevano la propria intermediazione ben retribuita nelle compravendite immobiliari del quartiere, e rivendevano anche l'acqua agli agricoltori della Conca d'oro per irrigare i campi, naturalmente dopo averla rubata agli acquedotti pubblici.

Anche la «quarta mafia», la «società foggiana» in forte ascesa, sa controllare il «proprio» territorio. Se il capoluogo è insanguinato da anni dagli omicidi della guerra tra clan, le sue piazze di spaccio sono spesso inaccessibili e «invisibili» per lo Stato. Pochi mesi fa, solo il lavoro di due agenti sotto copertura ha permesso di scoprire le decine di locali blindatissimi dedicati allo smercio degli stupefacenti nella vicina San Severo. Dove la droga veniva venduta in quartieri dai nomi eloquenti come «Fort Apache» - anche in «coffee-shop» dove i clienti potevano consumarla in loco, senza alcun timore che le forze dell'ordine potessero interrompere la «festa». Che, ovviamente, continua indisturbata altrove. Il tutto per non citare i «ghetti dei migranti» nella Daunia, vittime del caporalato e stipati in queste baraccopoli dove, parola della Dia, «è persistente una situazione di diffusa illegalità, caratterizzata da una costante commissione di delitti di varia natura, talvolta di estrema gravità».

E non c'è solo il Sud, non c'è solo la mafia. Anche la Dia ha sollevato l'allarme per le baby gang, per i comportamenti criminali messi in atto da ragazzi che spesso imitano i comportamenti dei boss e agiscono convinti che il branco garantisca l'impunità, come anche la storia di Caivano conferma. Di zone così, però, ce ne sono ovunque. Anche a Nord, a Torino, Borgo Vittoria. Quartiere settentrionale segnato da risse, furti e appunto dalle violenze delle baby gang, che anche l'ultima relazione della Dia indica come particolarmente attive «in Lombardia e Piemonte». Qui abitano, in un gruppo di case popolari considerate «off limits» per la polizia, anche alcuni dei minori arrestati per aver lanciato, a gennaio scorso, una bici elettrica su Mauro Glorioso, ragazzo palermitano finito in coma per quell'aggressione, e che non hanno mai nemmeno chiesto scusa per il folle gesto.

Ma sono tanti altri i luoghi dove lo Stato è ancora assente. Se davvero non devono esistere zone franche, come dice la premier, in queste aree la legalità dovrà rimettere piede. Per fermare gli orrori e l'omertà di Caivano, ma anche le gang di salvadoregni, di aspiranti baby-camorristi, di trapper italiani, lo spaccio e gli agguati a colpi di pistola in pieno giorno, in Sicilia come in Brianza, e gli affari di una ndrangheta sempre più radicata in tutto il Paese.

Estratto dell'articolo di ansa.it mercoledì 23 agosto 2023.

"Porteremo avanti in Parlamento il disegno di legge della Lega sulla castrazione chimica, chiedendo di calendarizzarlo in commissione per votare e approvare al più presto una proposta di buonsenso". 

Così il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, sui social. "Se stupri una donna o un bambino hai evidentemente un problema: la condanna in carcere non basta, meriti di essere curato. Punto", conclude. […]

Cos’è la castrazione chimica che Matteo Salvini vorrebbe approvare in Parlamento. Simone Alliva su L'Espresso il 22 Agosto 2023 

Dopo lo stupro di gruppo denunciato da una donna a Palermo torna una battaglia storica della Lega. Criticata da costituzionalisti, femministe e studiosi. E lo stesso Carlo Nordio nel 2019 la definiva un “ritorno al medioevo”

È una battaglia storica della Lega. Una soluzione spiccia che da sempre, sottoposta a sondaggio, risulta di forte gradimento agli italiani: castrazione chimica per gli stupratori. Non stupisce quindi che, sull’onda della legittima indignazione per lo stupro di Palermo, Matteo Salvini torni a parlare di questa formula. «Porteremo avanti in Parlamento il disegno di legge della Lega chiedendo di calendarizzarlo in commissione per votare e approvare al più presto una proposta di buonsenso» ha annunciato sui social il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. «Se stupri una donna o un bambino hai evidentemente un problema: la condanna in carcere non basta, meriti di essere curato. Punto».

Così il leader del Carroccio, convinto che rendere impotente con un’iniezione chi si sia reso colpevole di stupro sia una buona soluzione, torna alla «tolleranza zero» lanciata sin dal 2005. All’epoca era stato l’allora ministro per le Riforme istituzionali Roberto Calderoli, attuale ministro per gli Affari regionali e le Autonomie. Poi è arrivata la raccolta firme del 2009 della Lega, terminata con un nulla di fatto. Nel 2019 invece, in occasione della discussione del cosiddetto “Codice rosso” (legge che ha introdotto alcune modifiche nella gestione dei casi di violenza di genere) Lega e Fratelli d’Italia presentarono un emendamento specifico, poi respinto.

Di cosa si tratta?

La soluzione drastica che incontra l’opposizione di molti medici, costituzionalisti e anche femministe consiste in una terapia farmacologica a base di ormoni, a volte associata a psicofarmaci, che ha l’effetto di ridurre la produzione e il rilascio degli ormoni sessuali, come il testosterone, e di inibire l’azione della dopamina, portando a un conseguente calo del desiderio sessuale. In Italia il trattamento è riservato a gravi malattie in prevalenza di natura tumorale e può avere effetti collaterali specifici come la riduzione della massa muscolare, effetti negativi sul metabolismo osseo, osteoporosi, anemia. A leggere il disegno di legge della proposta firmata da Roberto Calderoli e presentata il 29 aprile del 2019 il colpevole di stupro, con sentenza passata in giudicato, in alternativa al carcere: “Può sempre chiedere di essere ammesso volontariamente al trattamento farmacologico di blocco andro­ genico o al trattamento di castrazione chirur­gica di cui al presente articolo”, Insomma: castrazione su base volontaria.

I limiti 

L'attuale ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nel 2019 si era pubblicamente opposto alla soluzione leghista senza mezzi termini: «Ritorno al medioevo». Dalle colonne del Messaggero scriveva che avrebbe sovvertito «completamente la struttura del nostro codice e della Costituzione» dove la pena ha una funzione retributiva e rieducativa: attribuire alla castrazione chimica una funzione retributiva significherebbe tornare «alla vecchia pena corporale» e per quanto riguarda la funzione rieducativa, essa si fonda «sul libero convincimento, non sull’effetto materiale di qualche molecola». Senza contare il rischio di incostituzionalità. L’articolo 32 della Costituzione dice chiaramente che “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Ma non solo. Come spiega al Corriere della Sera il segretario dell’associazione nazionale Funzionari di Polizia, Enzo Marco Letizia, «Il farmaco non incide sulla personalità e il soggetto può continuare ad avere fantasie sessuali e perciò aumentare la sua aggressività», afferma Letizia. «È un’utopia che lo stupratore segua il protocollo medico. Questo farmaco va somministrato per via orale tre volte al giorno e appena si sospende la somministrazione il testosterone viene prodotto in maggiore quantità con l’aumento della libido del violentatore». Della stessa opinione era Nordio: «Una volta esaurito il tempo di espiazione e “di cura” la pericolosità infatti riemerge, probabilmente potenziata dal noto effetto contrario conseguente all’interruzione della somministrazione del farmaco».

C’è poi un altro aspetto: il rischio di minimizzare la violenza sessuale e ricondurre la responsabilità della violenza non alla persona, ma al suo organo genitale. Su questo punto attacca dall’opposizione Cecilia D'Elia senatrice Pd, vicepresidente della commissione Bicamerale d'inchiesta sui femminicidi e portavoce nazionale della Conferenza delle democratiche: «Parlare di malati e per questo di castrazione chimica come fa Salvini, significa non aver capito nulla della violenza maschile contro le donne, che è un fenomeno strutturale radicato nella cultura patriarcale della nostra società di cui purtroppo sono imbevuti anche tanti giovani maschi 'sani' nel nostro Paese. Serve che la giustizia faccia il suo corso e aiuti le donne, ma soprattutto serve una rivolta culturale». 

Il ministro Salvini tuttavia insiste su: «Quello che c'è già in via sperimentale in diversi Paesi al mondo, il blocco androgenico, ovvero la castrazione chimica, secondo me in via sperimentale anche in Italia potrebbe servire come dissuasione nei confronti di chi non definisco neanche bestie».

Dimentica di dire tuttavia che il Consiglio Europeo ha già condannato questi Paesi, in quanto, oltre ad essere una pratica lesiva nei confronti dell’integrità corporea dell’individuo, la castrazione chirurgica viene attualmente vista più come una “punizione” che come una prevenzione della recidiva, in un’ottica quindi più riparativa che riabilitativa: “Nessuna pratica coercitiva di sterilizzazione o castrazione”, si legge nella risoluzione 1945 del 2013, “può essere considerata legittima nel ventunesimo secolo”. 

«Il nostro sistema non brilla di civiltà. Ma poiché credo che in politica l’errore sia il peggiore dei crimini, credo che questa iniziativa debba esser fermata. Perché, appunto, prima di ogni altra cosa sarebbe un errore, forse fatale» a dichiararlo era sempre l’attuale ministro Nordio. 

«Non ha a che fare con un impulso sessuale irrefrenabile che si può contrastare con dei farmaci – spiega Antonella Veltri, presidente della rete dei centri-antiviolenza D.i.Re al IlPost.it –  Lo diciamo da almeno trent’anni, ma le motivazioni della violenza maschile contro le donne stanno nella cultura. Serve un impegno responsabile, strutturale e trasversale da parte di tutti i soggetti coinvolti, in particolare su formazione e prevenzione. E servono finanziamenti». Prevenzione e formazione. Di tutto questo per adesso, dal Governo, neanche l’ombra. 

Il Sì&No del giorno. Giusta la proposta di castrazione chimica? “Sì, il fenomeno dello stupro va combattuto. E la legge è realtà anche in Francia e Germania”. Andrea Ostellari (Senatore Lega) su Il Riformista il 27 Agosto 2023 

Nel Sì&No del Riformista, spazio al dibattito sulla proposta di introdurre la castrazione chimica per i colpevoli del reato di stupro. Favorevole il senatore della Lega Andrea Ostellari, che evidenzia come ben 13 paesi europei, tra cui Francia e Germania, abbiano adottato la misura. Contrario l’avvocato Nicola Madia che punta i riflettori sulla funzione rieducativa della pena.

Di seguito il parare di Ostellari

Premessa ineludibile: lo stupro è uno dei reati più odiosi e violenti che esistano. Lascia conseguenze indelebili sulle vittime, ne condiziona la sfera intima e affettiva. Va combattuto con tutti gli strumenti a disposizione, a partire da quelli educativi e culturali. Detto questo, la castrazione chimica è l’unica arma in grado, da sola, di mettere fine alle violenze sessuali? No. Ma è una delle tante che abbiamo a disposizione e quindi che è necessario utilizzare.

Anzitutto per lanciare un messaggio forte e chiaro: lo stupratore, spesso, oltre al subdolo piacere fisico, trae dal gesto criminale che compie anche una soddisfazione di tipo diverso. Chi stupra si sente forte e virile. Far sapere a chi medita di compiere atti così efferati che uno dei rimedi proposti è la castrazione significa annientarne una delle perversioni. Se stupri vieni punito e rischi di perdere anche ciò che barbaramente hai provato ad affermare: la tua virilità.

Con grande responsabilità e coraggio, il vicepremier e segretario della Lega, Matteo Salvini, ha chiesto di accelerare la trattazione in Parlamento del disegno di legge Lega sulla castrazione chimica. Il testo è già depositato. Tuttavia, potrebbe integrare il ddl Roccella-Piantedosi-Nordio contro la violenza di genere, che arriverà a giorni alla Camera: in fase di esame, proporre la norma sulla castrazione chimica come emendamento della Lega o come emendamento governativo, se ci sarà condivisione, consentirebbe di accelerarne l’approvazione.

Per come è costruita, la proposta della Lega contempera punizione, esigenza di sicurezza delle donne, prevenzione di nuovi reati e cura dei soggetti che, dichiarati pericolosi dai giudici, si sottopongano a un percorso. Si inserisce in un contesto, quello del nostro sistema, che ad oggi non prevede pene pesanti per lo stupro. E anche di questo bisognerebbe parlare. Persino a sinistra, al di là delle solite prese di posizione strumentali, sono numerose le voci a favore del nostro provvedimento. Spiace se qualcuno storce il naso: ben tredici paesi europei, fra cui Francia e Germania, otto stati Usa e altre nazioni democratiche come Argentina, Australia, Nuova Zelanda e Israele hanno adottato la castrazione chimica in modo efficace e controllato, consentendo ai medici di monitorare l’esito delle scelte intraprese. Lo sgomento in caso di reati quali lo stupro o la pedofilia serve a poco: i cittadini chiedono e meritano risposte decise, non dichiarazioni incerte o distinguo. Qui si tratta di fermare un’escalation con mano severa.

Va poi confermato, ce ne fosse bisogno, che la castrazione chimica si eserciterà solo sotto controllo medico e su base volontaria, salvo eccezioni di cui possiamo discutere. Lo sforzo può e deve essere comune: la Lega mette sul piatto il suo contributo e dà il via alla discussione, certa che, come anticipavo, quello della castrazione chimica è uno e non l’unico degli strumenti capaci di contrastare questi reati terrificanti. Bene fa il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, per esempio, a puntare sull’educazione dei giovani: il suo progetto, che dovrebbe inaugurarsi già da quest’anno, è quello di tenere degli incontri con gli studenti, nell’ambito dei quali invitare le vittime di abusi. Loro, meglio di chiunque altro, possono “testimoniare in modo diretto che cosa significa la violenza contro le donne”. A loro e alle persone a rischio, tuttavia, dobbiamo risposte concrete e la castrazione chimica è una di queste. Andrea Ostellari (Senatore Lega)

Il Sì&No del giorno. Giusta la proposta di castrazione chimica? “No, sono idee contrarie a qualsiasi basilare principio di civiltà”. Nicola Madia (Avvocato) su Il Riformista il 27 Agosto 2023 

Nel Sì&No del Riformista, spazio al dibattito sulla proposta di introdurre la castrazione chimica per i colpevoli del reato di stupro. Favorevole il senatore della Lega Andrea Ostellari, che evidenzia come ben 13 paesi europei, tra cui Francia e Germania, abbiano adottato la misura. Contrario l’avvocato Nicola Madia che punta i riflettori sulla funzione rieducativa della pena.

Di seguito il parere di Madia

L’art. 27 della costituzione prevede che le pene non debbano essere contrarie al senso d’umanità. Non soltanto, dunque, è vietata qualsiasi forma di violenza fisica o psicologica nei confronti del condannato, ma addirittura deve essergli assicurata una detenzione in condizioni tali da rispettare la sua dignità di essere umano. Spazi sufficienti per muoversi All’interno delle celle, servizi igienici idonei, accesso ad attività ricreative e risocializzanti in nome della funzione rieducativa della pena ecc. Se queste sono le “caratteristiche costituzionali” della pena, sconvolgono le proposte d’introduzione della castrazione chimica nei confronti dei condannati per delitti sessuali. Si tratta di proposte contrarie a qualsiasi basilare principio di civiltà giuridica e oserei dire morale. Di questo passo, in nome di sempre crescenti pulsioni demagogiche, si arriverà prima o poi a chiedere la legittimazione della tortura e della pena di morte. La tendenza è tanto più preoccupante in quanto coinvolge soggetti non condannati ma solo indagati e, al momento, costituzione alla mano, assistiti dalla presunzione d’innocenza.

Insomma, molti dei cantori della costituzione più bella del mondo, quella che molti ritengono un totem intoccabile, sono gli stessi che invocano riforme che ne mettono in discussione i principi supremi su cui si fonda. Alcune osservazioni finali da avvocato e professore di diritto penale. Siamo tutti pronti a puntare il dito ed emettere condanne sommarie prima e al posto del processo e senza conoscere nulla dei fatti. E questo, salvo quando l’accusa attinga noi stessi o qualche nostro stretto congiunto: a quel punto diventiamo improvvisamente garantisti e censori dei mali provocati dal giustizialismo mediatico e dalla malagiustizia.

Sarebbe meglio pensarci prima ed astenersi da giudizi affrettati, riflettendo con cautela prima di pronunciare sentenza definitive nell’agone mediatico. Spesso il tempo dimostra le nefandezze che questo modo d’agire produce. Anche quando l’accusa è infamante e i ruoli di aguzzino e vittima sembrano chiari, la Costituzione impone il dubbio e l’attesa dei verdetti della magistratura prima di esprimere qualsiasi giudizio.

Se poi accuse gravissime vengono confermate nei tre gradi di giudizio, sempre la Costituzione prescrive sanzioni improntate al senso d’umanità e calibrate per rispettare la dignità della persona, secondo un’ottica di recupero del condannato. Oggi, colla riforma Cartabia, la funzione rieducativa della pena si è arricchita dell’incentivo ad avviare percorsi di riconciliazione tra reo e vittima e tra reo e società. Si chiama giustizia riparativa e, lungi dal puntare all’annientamento della persona, mira, esaltando il dettato costituzionale, a promuovere un dialogo volto, da un lato, a prendere consapevolezza dei propri comportamenti, prodigandosi (sul piano emotivo, psicologico, morale e operativo, più che economico) per lenire le sofferenze provocate e ricucire le lacerazioni inferte al tessuto sociale, dall’altro, a lasciare emergere l’uomo che si cela dietro contegni orrendi. E questo, affinché, non solo le vittime, ma l’intera collettività, prendano coscienza che la società non è popolata da mostri, quanto, piuttosto, da “poveri” uomini (nel senso di miseramente umani e terreni) che commettono errori, anche gravissimo, da cui possono però emendarsi.

Chi non condivide quest’impostazione (ovviamente solo quando capita ad altri, ca va sans dire), invocando castrazione chimica e pene esemplari senza processo, si pone contro il nostro edificio costituzionale e non può contemporaneamente proclamarsi fautore dei valori di legalità costituzionale. Enzo Tortora docet e leggere le struggenti pagine scritte dalla figlia Gaia aiuta a capire! Nicola Madia (Avvocato)

Perché la castrazione chimica è incompatibile con la nostra Costituzione. Dopo lo stupro di Palermo Salvini rilancia il ddl. Ma già nel 2019 Carlo Nordio parlò di «un ritorno al Medioevo»: anche se disposto su base volontaria, il trattamento ormonale viola il principio della funzione preventiva e rieducativa della pena. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 23 agosto 2023

Già quattro anni il guardasigilli Carlo Nordio (all’epoca non era ancora a via Arenula) intervenne sul Messaggero per stroncare la legge sulla castrazione chimica «per pedofili e stupratori» presentata sempre da Matteo Salvini nel dicembre del 2018. Un vecchio pallino della Lega che, cavalcando l’onda della cronaca nera, la propose per la prima volta nel lontano 2005 su iniziativa di Roberto Calderoli.

«Un ritorno al Medioevo» scrisse Nordio sul quotidiano romano, smontando pezzo per pezzo il provvedimento del governo giallo-verde: alla fine l’emendamento di Lega e FdI al cosiddetto “Codice rosso” (che stabiliva una corsia preferenziale per i reati di violenza domestica e di genere) non riuscì a passare. Il leader leghista, in piena campagna per le elezioni europee, aveva invece promosso con decisione la sua idea, parlando di «una cura democratica e pacifica», sostenuto dall’allora ministra della pubblica amministrazione Giulia Buongiorno per la quale si trattava di «una proposta all’avanguardia» e per di più da applicare su base volontaria, in alternativa al carcere.

Nordio sottolineò con estrema precisione quanto questo particolare aspetto fosse incompatibile con i diritti sanciti e protetti dalla nostra Costituzione negli articoli 27 e 32: «Questa alternativa sovvertirebbe completamente la struttura del nostro codice e della Costituzione, dove la pena ha una funzione preventiva, retributiva e rieducativa. Si può concedere che la castrazione prevenga nuovi crimini; ma se le attribuiamo anche una funzione retributiva ciò significa che torniamo alla vecchia pena corporale».

Ci sono poi gli effetti: i governi che hanno adottato la castrazione chimica (13 in Europa, 12 su base volontaria, e la sola Polonia come provvedimento obbligatorio per gli stupratori di bambini e familiari) sostengono che la cura è reversibile e che, terminata la somministrazione ormonale, gli effetti spariscono. Ma la comunità scientifica su questo punto è fortemente divisa, molti oncologi hanno infatti segnalato i pesanti effetti collaterali (osteoporosi, anemia) subiti dai loro pazienti sottoposti allo stesso trattamento per limitare i danni dei tumori alla prostata e alla mammella.

In entrambi i casi, spiegò Nordio, si è davanti a una contraddizione giuridica insormontabile: «Se la “castrazione” è un surrogato della pena, dev’essere provvisoria, e di conseguenza è inefficace. Se invece è irreversibile, costituisce una menomazione permanente come l’amputazione di un arto, e quindi, incidendo su un diritto indisponibile, è manifestamente incostituzionale». Nordio non fu il solo a segnalare l’incompatibilità costituzionale del provvedimento, con lui diversi giuristi tra cui il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese che parlò senza mezzi termini di «misura inumana e contraria alla dignità della persona».

Stupro, le origini della parola giù usata nel '200 (e quella strana ipotesi più plausibile). Massimo Arcangeli su Libero Quotidiano il 10 luglio 2023

L’origine di stupro, parola già duecentesca, è dal latino stuprum, d’incerta provenienza. L’ipotesi più plausibile è quella di un legame col verbo stupere (“stupire”, “colpire”, “intontirsi”, “fermarsi”, “ghiacciarsi”, ecc.), sebbene sia un po’ difficile da credersi.

Nessuno dei significati di stuprum – “onta” o “disonore”, “vergogna” o “turpitudine”, “adulterio” o “incesto”, “violenza” o “seduzione” – investe, tocca o rasenta l’area semantica della meraviglia o dell’ammirazione oppure l’altra, stavolta propinqua, dell’immobilità o dell’arresto, del ristagno o del congelamento: un moto di stupore, magari intenso a tal punto da rammentare l’urlo di Munch, può frizzarmi come se in quel momento fossi oggetto di un fermo immagine.

Di stupro, ancora oggi, si dovrebbero riscrivere certe definizioni: «Atto di violenza sessuale, rapporto carnale ottenuto e consumato con violenza o minaccia a danno di persona adulta o consumato (anche se in base a un apparente consenso) in danno di bambini e di infermi di mente.

– In partic.: secondo la morale cristiana medievale e nel diritto antico, rapporto sessuale con una donna vergine al di fuori del matrimonio, soprattutto se contro la sua volontà» (Grande Dizionario della Lingua Italiana, fondato da Salvatore Battaglia, diretto da Giorgio Bàrberi Squarotti, Torino, Utet, 1961 2002, 21 voll., s. v. stupro). Siamo sempre lì. Talora la vittima di uno stupro (occhio ai due corsivi della citazione, entrambi miei), quando non è complice, può comunque avere le sue colpe: se è in tenera età, o è un disabile mentale, potrebbe non essersi difesa al pari di un adulto o di una persona capace di intendere e di volere; se è una donna (illibata) l’atto sessuale potrebbe essersi consumato col suo consenso.

Nel secondo caso la definizione, debitrice del lontano passato, ha un puntuale riscontro nello Specchio de’ peccati del religioso Domenico Cavalca, educatore di gentili donzelle vissuto a cavallo fra Duecento e Trecento. Catalogava lo stupro tra le forme di lussuria, descrivendolo così: «quando l’uomo fa villania ad alcuna vergine e, se è per forza, allora si è vie peggio». Corsivo sempre mio.

(ANSA il 12 luglio 2023) I rapporti sessuali non consensuali verranno considerati come stupro. È una delle principali misure contenute nella posizione negoziale del Parlamento europeo approvata in plenaria senza votazione, in vista dell'avvio domani dei negoziati con il Consiglio dell'Ue. In particolare, il Pe chiede che il consenso venga valutato caso per caso e che l'elenco delle circostanze aggravanti includa le situazioni particolari della vittima come gravidanza, disagio psicologico, l'essere vittima di tratta o in strutture per richiedenti asilo.

Il mandato, elaborato dalle commissioni per le libertà civili e per i diritti delle donne, include una definizione di stupro basata sul consenso, norme più severe sulla violenza informatica e un migliore sostegno alle vittime. Nel testo viene chiesto di inserire un numero maggiore di circostanze aggravanti, come i reati che hanno provocato la morte o il suicidio delle vittime, quelli contro una figura pubblica e quelli basati sull'intenzione di preservare o ripristinare "l'onore".

Il mandato include anche norme più severe sulla violenza informatica. Gli eurodeputati chiedono inoltre una definizione ampliata di "materiale intimo" che non può essere condiviso senza consenso, per includere immagini di nudo o video non di natura sessuale e prevenire il fenomeno del 'revenge porn' che dovrebbe essere classificato come molestia informatica. Infine, il sostegno alle vittime. Il Parlamento europeo chiede infine che i Paesi membri garantiscano assistenza legale gratuita alle vittime, in una lingua a loro comprensibile, e raccolgano le prove il più rapidamente possibile grazie a un supporto specializzato. 

Stupro di gruppo a Palermo, gli uomini che cosa ne pensano? Cosa è cambiato dal 1979 quando per la prima volta un processo per violenza andò in tv? Storia di La27ora su Il Corriere della Sera lunedì 21 agosto 2023.

6-7 luglio 2023: nella notte, al Foro Italico, sul lungomare di Palermo, sette giovani di 17, 19, 20 e 22 anni picchiano e violentano in gruppo una ragazza 19 enne. In un video trovato nel cellulare di uno degli indagati si svelano le brutalità fatte dal branco.

Anno 1979: Fiorella, allora 18enne, denuncia la violenza carnale di quattro 40enni. Al processo, la difende l’avvocata Tina Lagostena Bassi. Quell’anno la Rai su Rete due trasmette in seconda serata il film-documentario Processo per stupro: oltre tre milioni di persone restano incollate davanti agli schermi. Per la prima volta si mostra un processo contro uomini accusati di violenza sessuale. Tutti e tutte vedono la banalità del male. Ma com’è possibile, esattamente 44 anni dopo, ritrovarsi sullo stesso scenario?

Siamo andate a cercare le differenze nelle frasi pronunciate intorno alle due vicende. Luglio 2023, i ragazzi palermitani scrivono nelle chat: «Voleva farsi tutti e le abbiamo fatto passare il capriccio». «Eravamo in cento cani sopra una gatta, una cosa così l’ho vista solo nei porno». E ancora: «Mi sono schifato un poco, però che devo fare, la carne è carne». Intanto nei gruppi Telegram, decine di migliaia di iscritti cercano i video dello stupro.

Aprile 1979, davanti al giudice, i legali degli indagati pronunciano: «Lei non dice che le hanno fatto violenza e non può dirlo, perché non ci sono i segni». «Una violenza carnale con fellatio può essere interrotta con un morsetto. L’atto è incompatibile con l’ipotesi di una violenza». E ancora: «“Avete cominciato con il dire «Abbiamo parità di diritto, perché io alle 9 di sera debbo stare a casa, mentre mio marito il mio fidanzato mio cugino mio fratello mio nonno mio bisnonno vanno in giro?” Vi siete messe voi in questa situazione. E allora ognuno purtroppo raccoglie i frutti che ha seminato. Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente».

Se 44 anni fa la società è più propensa a giustificare molestie e violenze sessuali perché sono gli stessi avvocati a prendere le parti dei violentatori, oggi ci chiediamo verso quale direzione siamo andati e andate. Nel 1979 non tutte le persone tollerano questi comportamenti. Il 28 aprile di quell’anno, Giulia Borgese riporta sul Corriere della Sera le impressioni dei giovani dopo aver visto il film in tv. Commenta uno studente di 16 anni: «Mi sono vergognato di essere un maschio, sono stato male, non riuscivo ad addormentarmi, non credevo che fuori dal film ci potesse essere una simile realtà». Un suo compagno non la pensa uguale: «Però lei, quella ragazza lì un po’ se l’è voluta, diciamo la verità...».

Questa frase rimbalza oggi, nel 2023, spesso anche nei commenti di X (ex Twitter). Se davvero siamo diventati meno tolleranti nei confronti delle aggressioni, perché un gruppo di ragazzi si sente in diritto di picchiare e violentare una coetanea? A Palermo c’è chi sfila con dei manifesti: «Lo stupratore non è malato è figlio sano del patriarcato». «Se toccano una toccano tutte. Sorella non sei sola». E gli uomini? Che cosa ne pensano?

Repressione penale. La ricca giurisprudenza sulla violenza sessuale e il populismo di chi invoca misure draconiane. Cataldo Intrieri su L'Inkiesta il 22 Agosto 2023

Quando la politica arriva a chiedere la «castrazione chimica» per alcuni reati (Salvini dixit) dimentica che in Italia la giustizia è già fornita di leggi stringenti e tutele per le vittime. Il diritto penale non può risolvere un problema sociale

Qualche giorno fa una sentenza del Gup di Firenze che ha assolto due imputati di violenza sessuale è stata oggetto di violenta polemica. Secondo le cronache il giudice non ha creduto alla versione della vittima ma ha dato credito a quella proposta dalla difesa che ha sostenuto l’erronea percezione degli accusati circa il consenso della parte offesa. La condotta di violenza c’era ma difettava la consapevolezza degli imputati di stare agendo contro la volontà della parte offesa. È ciò che tecnicamente si definisce «errore sul fatto-reato», considerato una causa che esclude la punibilità del reo.

Quasi contemporaneamente da Palermo sono arrivate le agghiaccianti immagini di una violenza di gruppo contro una povera ragazza.

I due episodi associati hanno dato la stura alle consuete invocazioni di pene e leggi più severe, fino addirittura alla «castrazione chimica» proposta dal solito folcloristico Matteo Salvini.

È bene sapere che già oggi la violenza di gruppo è punita con una pena che va da otto a quattordici anni di galera, senza contare le aggravanti.

Coloro che vengono condannati per reati contro la libertà sessuale, inoltre, non hanno diritto a usufruire di benefici come le misure alternative alla detenzione in carcere per l’esecuzione della pena, se non dopo aver scontato almeno la metà della pena dietro le sbarre.

Non solo: i criteri di interpretazione delle norme che puniscono la violenza sessuale sono molto più restrittivi di quelli applicati agli altri reati

La Stampa ha pubblicato una lunga intervista con la giudice di cassazione Paola De Nicola Travaglini, esperta della materia e da sempre impegnata sul fronte della tutela delle vittime, che, nel criticare la sentenza del Tribunale di Firenze prima menzionata, ha ricordato la radicata giurisprudenza della Suprema Corte in materia, secondo cui il consenso della vittima è sempre presunto e costituisce, anzi, un requisito di legge: ciò esclude che l’imputato possa eccepire un errore di percezione sul consenso della donna, ai sensi dell’art. 5 del codice penale.

La norma in questione è quella racchiusa nel brocardo «la legge non ammette ignoranza», un atto sessuale senza verificare accuratamente e preventivamente che la donna presti non solo il consenso iniziale ma lo mantenga anche «in corso d’opera» può costituire uno stupro.

Secondo l’eloquente sintesi di De Nicola: «La donna non deve dimostrare nulla: deve solo dichiarare cosa è accaduto e se lo ha voluto o no».

Per dire come sono cambiate le cose, oggi Silvio Berlusconi non se la caverebbe più sostenendo di ignorare l’età della minorenne Ruby, protagonista delle «cene eleganti» di Arcore, in quanto una legge ad hoc vieta espressamente che si possa tener conto dell’esimente sull’ignoranza dell’età della vittima al fine di escludere la violenza sessuale su una minorenne.

Ancora: il processo penale presenta una particolare procedura protetta per i cosiddetti «soggetti vulnerabili» le vittime di particolari reati o che versano in condizioni di minorata difesa per età, condizioni di salute, atti discriminatori.

Una tale impostazione nasce dalla legittima esigenza di sottrarre le vittime di atti particolarmente gravi alla umiliante trafila di continue e pressanti verifiche giudiziarie (il cosiddetto fenomeno della «vittimizzazione secondaria»). Essi possono essere sentiti una sola volta, non in un pubblico dibattimento ma in un’udienza a porte chiuse, con l’assistenza adeguata di uno psicologo, protetti da interrogatori aggressivi, tramite il filtro del giudice.

Il profilo del possibile errore sul consenso della donna è significativo del doppio standard di giudizio: in genere l’errore sulla sussistenza del fatto illecito, a meno che non sia frutto di una condotta trascurata e negligente dell’accusato, costituisce in via generale una clausola che esclude la punibilità.

Prevale, in tema di reati contro la libertà sessuale, una tesi che sostiene la sostanziale insindacabilità della valutazione della donna sulla sua effettiva volontaria adesione basata sul presupposto che sia onere dell’accusato dimostrare in caso di denuncia di violenza il consenso altrui.

In tale ottica l’errore eventuale dell’uomo, ancorché in buona fede, è «inescusabile» sempre e comunque.

Tale impostazione peraltro è contraria a un illustre precedente della Corte Costituzionale, la sentenza 364/88 scritta da Renato Dell’Andro, allievo di Aldo Moro proprio in tema di errore sulla legge penale con la quale si incise sul dogma della inescusabilità dell’«ignorantia legis». La Consulta dichiarò la parziale incostituzionalità dell’art 5 del codice penale «nella parte in cui non esclude dall’inescusabilità dell’ignoranza della legge penale l’ignoranza inevitabile».

Nella sentenza, la Consulta ha rilevato che il postulato dell’assoluta irrilevanza dell’errore incolpevole sulla legge penale lede il principio di colpevolezza previsto dall’art. 27 della Costituzione «indispensabile, appunto anche per garantire al privato la certezza di libere scelte d’azione: per garantirgli, cioè, che sarà chiamato a rispondere penalmente solo per azioni da lui controllabili e mai per comportamenti che solo fortuitamente producano conseguenze penalmente vietate; e, comunque, mai per comportamenti realizzati nella “non colpevole” e, pertanto, inevitabile ignoranza del precetto».

È altresì significativo che il giudice costituzionale si sia interrogato sulla scia di diffuse critiche formulate all’epoca addirittura sulla compatibilità tra l’art. 5 del codice penale e la Carta fondamentale, vista «la strumentalizzazione che lo Stato autoritario aveva operato del principio dell’assoluta irrilevanza dell’ignoranza della legge penale… e la stridente incompatibilità dell’art. 5 c.p., qualificato come “incivile”, con la Costituzione».

Un vero paradosso che oggi la Cassazione invochi a tutela dei diritti della donna un principio espressione di uno Stato etico totalitario che umiliava il ruolo femminile.

Se questo è lo stato dell’arte è lecito chiedersi se servano veramente nuove e più draconiane misure quando già esiste un «doppio» forse «triplo binario» di giudizio con una evidente disparità del rispetto delle garanzie difensive, in particolare del principio dell’«oltre ogni ragionevole dubbio» e dell’«onere della prova» che colpisce gli imputati dei reati contro la libertà sessuale rispetto ad altri cittadini sottoposti a un processo penale per delitti di diverso tipo.

Con ciò non si vuole certo negare l’esigenza di stringenti tutele per le donne vittime di violenza quanto evidenziare che se il problema è culturale ed antropologico, non servono anni di galera in più: già fatto.

Il campo del diritto penale cui troppo spesso si delega la regolamentazione dei rapporti umani, compresi quelli più intimi, non può risolvere un gravissimo problema che affonda nell’educazione sbagliata di una società. Una corrente limacciosa di pregiudizi che affonda nell’animo di buona parte della popolazione e che il grande successo delle inqualificabili idee di un militare in libera uscita ha fatto venire a galla. Ritenere che sia solo un problema di repressione è un rimedio peggiore del male.

«Se non c’è consenso è stupro. Punto. E non conta nulla chi è drogato o ubriaco». «Se si ha di fronte una ragazza o un ragazzo che non è in grado di prestare il proprio consenso, non ci si può avvicinare con richieste sessuali». Parla la giudice Paola Di Nicola Travaglini, già consulente della Commissione sul femminicidio. È anche una questione culturale: «Da millenni il corpo delle donne è un teatro di guerra». Simone Alliva su L'Espresso l'11 luglio 2023.

Lontano da quello di cui si nutre il quotidiano dibattito sui social e in tv. Fuori dalle polemiche del giorno e dai casi quotidiani, per capire come lo Stato italiano affronta la questione dello stupro, una modalità consueta di possesso, una violenza che è un codice di racconto del nostra Paese, bisogna affidarsi a Paola Di Nicola Travaglini, giudice della Corte di Cassazione già consulente giuridica della Commissione parlamentare sul femminicidio. 

L’Italia registra un trend in crescita per le violenze sessuali: dal 2020, anno nel quale si è registrato il dato minore (4.497), l'incremento è stato significativo e si è attestato, nel 2022, a 5.991 eventi (+33% dal 2020). Un fenomeno allarmante che pure ancora oggi viene silenziato, ridotto, minimizzato da prese di posizioni, difese e pregiudizi: aveva bevuto troppo, era salita coscientemente a casa di lui, la deriva della conversazione pende verso il "se l’è cercata": «Da millenni il corpo delle donne è stato un teatro di guerra», specifica a L’Espresso la magistrata, Paola Di Nicola Travaglini e racconta come la voce delle donne venga silenziata anche nei codici che dovrebbero garantire sicurezza ai cittadini. Eppure la questione è molto semplice, ruota intorno alla questione del consenso. Una donna alterata, drogata, ubriaca poco importa: «Se si ha di fronte una ragazza o un ragazzo che non è in grado di prestare il proprio consenso, non ci si può avvicinare con richieste sessuali».

Dottoressa, nel Codice penale la parola “consenso” è assente. Insomma la parola delle donne sul consenso non è mai stata realizzata. Eppure la gran parte delle violenze avvengono senza alcuna minaccia.

«La parola consenso nel codice penale per la violenza sessuale non è prevista. Nel senso che è vista solo dalla parte dell’autore. La condotta della violenza sessuale è centrata sull’autore che commette un atto minaccioso violento o induttivo. Ed è curioso perché invece nella violazione del domicilio (Articolo 614 Codice Penale) è ribaltato, qui il centro della norma è la volontà della vittima: “Chiunque s'introduce nell'abitazione altrui […] contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo […] è punito”. Questo è molto interessante perché proprio in relazione ad un delitto quale la violenza sessuale, in cui l’elemento cruciale è la volontà della vittima, ci si sposta sull’autore. E in un altro reato, di minore gravità, è la volontà che viene declinata». 

E questo come se lo spiega?

«La paura del legislatore e del codice è che si dia alle donne vittime il potere di rappresentare la loro volontà».

È una questione culturale.

«Certo, da millenni il corpo delle donne è stato un teatro di guerra. Nessuno ha mai chiesto alle donne il consenso. Il consenso femminile non appartiene al mondo del diritto nella storia dell’umanità: le donne venivano fatte sposare per evitare le guerre, le regine diventavano mogli per creare alleanze. Il corpo delle donne e l’utilizzo della violenza sessuale è stata sempre una questione politica».

Una questione politica e una questione culturale. Di violenza sessuale se ne parla, ancora male. Come se non avessimo gli strumenti per codificarla. Vorrei prendere un caso comune, che somiglia a molti altri casi, una persona denuncia per stupro un’altra persona. Entrambi però, sia vittima che aggressore erano incoscienti nel momento dell’atto. Si parla ancora di stupro?

«Il codice penale prevede che chi compie atti sessuali, a prescindere da violenza o minaccia, abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto, determina un abuso per assenza di consenso. Il delitto di violenza sessuale è composto da due parti: la prima è “chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito”. Ad esempio: esco da casa vengo violentata in mezzo alla strada, vado a scuola e il professore con abuso d’autorità compie atti sessuali su di me. La seconda parte dice: anche quando la persona che compie atti sessuali e abusa della condizione di inferiorità. Ad esempio se io abuso della condizione di inferiorità fisica o psichica, su una persona in sedia a rotelle che non si può muovere, su una persona malata che sta su una corsia ospedaliera in fin di vita, una giovane donna talmente ubriaca che non è in grado di reagire. Basta che il giudice accerti che la vittima fosse in fase di inferiorità fisica o psichica. È previsto come regola base. Poi c’è un’aggravante: è quella che prevede l’aumento di un terzo dalla pena quando la violenza è commessa con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti».

Mi permetta di fare l’avvocato del diavolo: se l'aggressore fosse stato così alterato da non conoscere lo stato di alterazione della vittima?

«La condizione di alterazione o abuso di alcol per il codice penale non rileva quando riguarda l’autore. Perché il codice penale non può dare la licenza di commettere reati a chi consapevolmente si mette in quella condizione. Pensiamo al caso dell’omicidio stradale oppure altri reati. Se una persona si mette alla guida dopo aver assunto droga o alcol, è una bomba a orologeria. Per il codice penale la condizione di sottoposizione a questo tipo di sostanze “non rileva” perché il principio è che lo Stato si deve proteggere e deve proteggere cittadini e cittadine da situazioni che attraverso la riduzione delle capacità di non essere completamente all’erta e presenti a se stessi, condizione che può creare un pericolo per la collettività. Ma le dico di più. Per il codice penale è un’aggravante quando l’autore di un reato si trovi in una situazione abituale. Il caso della ubriachezza abituale e intossicazione da sostanze stupefacenti, determina l’aumento della pena (Articolo 94 del codice penale). L'abitualità è una modalità comportamentale di assumere alcolici in maniera spropositata. Se la donna invece è ubriaca non è in grado di prestare il consenso. Punto. Sostanzialmente si presume l’assenza di consenso nel delitto: non sono messa nella condizione di dare un consenso libero, autonomo e non condizionato».

Mi scusi se insisto: l’aggressore potrebbe non essere cosciente dello stato dell’altra persona se entrambi sono ubriachi.

«Un adulto se ne accorgerebbe. Questa cosa che gli uomini ritengono di essere confusi dal consenso o non consenso è ancora una volta una vittimizzazione secondaria. Perché io sto parlando di un reato. Io devo accertare se c’è consenso della vittima, non se lo hai capito o meno. Come scrive la Cassazione da ultimo in una sentenza di aprile 2023 “il dissenso è sempre presunto, salva prova contraria”. Pensi al caso della rapina, lei tutte queste domande oggi non me le farebbe».

Dice molto sullo stato culturale del Paese.

«Invertiamo la logica solo per questi reati. Se si ha di fronte una ragazza o un ragazzo che non è in grado di prestare il proprio consenso, non ci si può avvicinare con richieste sessuali».

Andrebbe riformato questo codice penale o ci sono sentenze che ci aprono la strada?

«La Corte di Cassazione da anni ritiene che il consenso debba essere libero e prestato in modo inequivoco. Quindi in realtà la magistratura ha fatto un’operazione interpretativa che non richiederebbe un intervento legislativo. Però molti giudici questo orientamento pacifico della Corte o non lo conoscono o non lo seguono. Se non lo scriviamo in modo chiaro ognuno andrà per la sua strada. Ricordo inoltre che la Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia, all’articolo 36 parla di "atto sessuale non consensuale". Il consenso è l’elemento cardine, sarebbe opportuno modificare il codice penale perché avere una legge che lo scrive in modo chiaro, vuol dire che il Parlamento si assume la responsabilità di dire che il consenso delle donne è il perno della norma penale. I processi durerebbero un minuto: hai prestato il consenso come richiede la norma? No. Perfetto. Poi si verifica il resto. Il consenso è cosa delicata e complessa ma semplice da accertare: basta chiedere».

Non era stupro.

SE LO FA UNA DONNA E' NORMALE, SE LO FA UN UOMO E' MOLESTIA. Estratto dell'articolo di Daniele Prato per lastampa.it giovedì 30 novembre 2023.

È di Acqui il ragazzo misterioso che il mondo del web insegue da oltre 48 ore, per quel bacio inaspettato che Emma Marrone gli ha stampato sulle labbra lunedì 27 novembre durante il suo concerto ai Magazzini Generali di Milano. 

Lui è Paolo Ranieri, influencer, fashion e travel blogger, figurante tv, da anni presenza fissa fra il pubblico delle più importanti trasmissioni Rai e Mediaset, con un seguito su Instagram di 132 mila persone. […] Paolo che al concerto di Emma era presente da semplice fan.

[…] 

Un po’ emozionato, un po’ frastornato da un «lip kiss» arrivato a sorpresa, da ore Paolo si ritrova al centro dei gossip e dei commenti sulle pagine social, specie da parte dei fan di Marrone: «Saranno fidanzati?», «Beato lui!», «Di certo si conoscevano». «Invece no – assicura Ranieri –, Emma e io non ci conosciamo. È stato un suo gesto spontaneo che mi porterò nel cuore. La rivedrò martedì nella tappa di Torino del suo tour "In da club". Chissà se mi riconoscerà».

(ANSA il 25 ottobre 2023. ) Un 60enne di origine marocchina, ambulante, è stato assolto dall'accusa di stupro dal Tribunale di Busto Arsizio (Varese). A scagionare l'imputato è stato il Dna rilevato dai carabinieri sul luogo della presunta violenza e analizzato dal Ris di Parma. Il profilo genetico emerso dalle tracce biologiche non corrisponde a quello dell'ambulante che ieri è stato assolto per non aver commesso il fatto.

Lo riporta oggi il quotidiano La Prealpina. L'episodio sarebbe avvenuto nell'ottobre 2020 ai danni di una 19enne a Cassano Magnago (Varese). La giovane, secondo quanto ha denunciato, aveva fatto entrare in casa l'ambulante per valutarne la merce. Dopo qualche convenevole il 60enne l'avrebbe molestata. Il Dna, però, ha rivelato un'altra verità scagionando l'imputato che è stato assolto dopo tre anni durante i quali si è sempre dichiarato innocente.

Difendo un uomo accusato di abusi assolto da tutto ma fatto a pezzi. Sono forse una cattiva femminista? «La giustizia fai da te può trasformarsi in un’abitudine al linciaggio di massa, quando il sistema giudiziario viene gettato dalla finestra». Margaret Atwood su Il Dubbio il 16 ottobre 2023

PUBBLICHIAMO DI SEGUITO UN ESTRATTO DELL’EDITORIALE PUBBLICATO DALLA SCRITTRICE CANADESE MARGARET ATWOOD SU “THE GLOBE AND MAIL” IL 13 GENNAIO 2018

Sembra che io sia una “cattiva femminista”. Posso aggiungere questa alle altre cose di cui sono stata accusata dal 1972, per esempio di aver raggiunto la fama scalando una piramide di teste di uomini decapitati (un giornale di sinistra), di essere una dominatrice decisa a soggiogare gli uomini (uno articolo di destra, corredato da un’illustrazione di me in stivali di pelle con una frusta) e di essere una persona orribile che, con i suoi poteri magici di Strega Bianca, può annichilire chiunque sia critico nei suoi confronti nei ristoranti di Toronto. Sono così spaventosa!

E ora, sembra, sto conducendo una guerra contro le donne, in qualità di misogina-cattiva-femminista a favore dello stupro. Come si presenta una buona femminista agli occhi dei miei accusatori? La mia posizione fondamentale è che le donne sono esseri umani, con l’intera gamma di comportamenti sacri e profani che questo comporta, inclusi quelli criminosi. Non sono angeli, incapaci di fare del male. Se lo fossero, non avremmo bisogno di un sistema legale. Non credo neanche che le donne siano bambini, incapaci di agire o di prendere decisioni morali. Se lo fossero, saremmo tornati al XIX secolo, e le donne non dovrebbero avere possedimenti, carte di credito, accesso all’educazione superiore, o il controllo sulla propria riproduzione e il diritto al voto.

Nel Nord America ci sono potenti gruppi che spingono in questa direzione, ma generalmente non sono considerati femministi. (...) Supponiamo allora che le buone femministe che mi accusano, e la cattiva femminista che sarei io, convergano su questi punti. Su cosa siamo in disaccordo? E come ho fatto a finire nei guai con le buone femministe?

Nel novembre 2016 ho firmato - per questione di principio, come ho firmato numerose petizioni una lettera aperta in cui si chiedeva di ritenere la University of British Columbia responsabile per il suo processo fallito e il trattamento riservato a uno dei suoi ex impiegati, Steven Galloway, già capo del dipartimento di scrittura creativa, così come per il trattamento di coloro che si sono aggiunti come ricorrenti nel caso.

Diversi anni fa, l’università si espose pubblicamente sui media nazionali, prima che ci fosse un’inchiesta e prima ancora che l’accusato potesse conoscere i dettagli dell’accusa nei suoi confronti. Prima che lo scoprisse, Galloway dovette firmare un accordo di riservatezza. L’opinione pubblica – me compresa – si era convinta che quest’uomo fosse un violento stupratore seriale, e chiunque era libero di attaccarlo pubblicamente, dal momento che lui stesso non poteva dire nulla in propria difesa in base all’accordo firmato. Seguì una raffica di invettive. Ma in seguito, dopo un’inchiesta durata mesi, con molte vittime e interrogatori, il giudice ha stabilito che non c’era stata alcuna aggressione sessuale, secondo le dichiarazioni rilasciate da Galloway attraverso i suoi legali. Fu licenziato comunque. E tutti ne sono stati sorpresi, me compresa. (...)

I giustizieri – con una condanna senza processo – arrivano sempre come risposta a una mancanza di giustizia – o il sistema è corrotto, come nella Francia prerivoluzionaria, o non ve n’è alcuno, come nel selvaggio West – e così le persone prendono in mano la situazione. Ma una comprensibile e temporanea giustizia fai da te può trasformarsi in un’abitudine culturale al linciaggio di massa, in cui il sistema giudiziario è gettato dalla finestra per istituire al suo posto strutture di potere extralegali. Cosa Nostra, per dire, cominciò come resistenza alla tirannia politica.

Il MeToo è il sintomo di un sistema legale che si è inceppato. Troppo spesso le donne e chiunque abbia denunciato abusi sessuali non hanno ricevuto la giusta attenzione presso le istituzioni, quindi si è trovato un nuovo strumento: Internet. Le star sono cadute dal loro piedistallo. Questo è stato molto efficace, ed è stato visto come un segnale di risveglio collettivo. Ma cosa accadrà dopo? Il sistema legale può essere aggiustato, o la nostra società potrebbe sbarazzarsene.

Molesta la segretaria, ma è lui a denunciare la donna dopo le sue dimissioni: imprenditore condannato. L'episodio si è verificato a Roma, dove la vittima lavorava come segretaria presso una concessionaria d'auto. Federico Garau il 25 Settembre 2023 su Il Giornale.

Ha approfittato della propria posizione per molestare in più di un'occasione e anche pesantemente la sua segretaria, costretta a rassegnare le dimissioni per fuggire da quell'incubo: nel documento la donna aveva rivelato che alla base della sua decisione c'erano proprio quegli abusi compiuti nei suoi confronti. Apriti cielo: infastidito per quanto riportato nella lettera, A.E. ha deciso di denunciare l'ex dipendente per diffamazione, finendo, tuttavia, per essere condannato lui stesso per i reati di violenza sessuale aggravata e calunnia.

Cosa è accaduto

L'incredibile vicenda arriva da Roma, dove la vittima lavorava in una concessionaria d'auto di proprietà di A.E. Le molestie sono iniziate praticamente fin da subito, col titolare che si è fatto via via sempre più intraprendente: prima le battutine ambigue, poi i baci sul collo, fino ad arrivare alle fastidiose effusioni: la donna, che aveva bisogno di quel lavoro, ha sopportato a lungo in silenzio. Questo almeno fino al momento in cui il proprietario della concessionaria non si fa ancora più ardito e viscido, dandole una pacca sul fondoschiena. La misura è colma, e la ragazza decide di uscire da quell'incubo, presentando una lettera di dimissioni in cui venivano riportati anche i motivi alla base di quella decisione obbligata. Nel manoscritto, l'ex segretaria aveva messo nero su bianco la sua vicenda, parlando dei vari episodi di molestie sessuali subiti fino ad arrivare al culmine con quella pacca sul sedere.

Dopo aver preso visione della lettera, A.E. reagisce male e decide addirittura di adire le vie legali, denunciando l'ex dipendente per diffamazione. Tutelata dal legale Donata Sartori, l'ex segretaria decide di uscire allo scoperto e di denunciare l'uomo, accusandolo di molestie sessuali e calunnia. Chiamato a deliberare circa l'accusa di diffamazione ai danni dell'ex segretaria, il giudice di pace aveva archiviato l'accusa inviando gli atti in procura e dando quindi ragione alla ragazza. Per quelle molestie, il tribunale ha condannato il titolare della concessionaria a due anni di reclusione, ritenendolo colpevole dei reati di violenza sessuale aggravata e calunnia.

La sentenza

Le violenze ai danni della segretaria iniziano poco dopo la sua assunzione, datata marzo 2018. "Con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso anche in tempi diversi costringeva la vittima con violenza e contro la sua volontà, a subire atti sessuali", si legge nel capo di imputazione riportato da Il Messaggero. Il titolare la costringeva "ripetutamente a baciarlo, e in un'occasione, le toccava con violenza i glutei con la mano destra completamente aperta". Abusi a cui la donna non era mai riuscita a sottrarsi perché compiuti in modo repentino. I giudici hanno riconosciuto anche l'aggravante per "avere commesso il fatto con abuso di prestazioni di servizio, poiché l'indagato era il datore di lavoro della persona offesa".

La donna, che aveva bisogno di quel lavoro, sopporta fino all'episodio della pacca, dopo di che rassegna le proprie dimissioni mettendo nero su bianco le motivazioni che l'avevano spinta a prendere quella decisione. La scelta di non denunciare il datore di lavoro derivava dal timore di non essere creduta o di veder interpretare quelle molestie come semplici atti di goliardia. È A.E. a fare il primo passo due mesi dopo il licenziamento: nel novembre del 2018 parte la denuncia per diffamazione. Ebbene, a qualche anno dall'episodio della pacca, ecco arrivare un'altra sentenza in cui si dà ragione all'ex segretaria.

Quella notte non volevo e dissi di no al sesso: per questo fu uno stupro”. Andrea Vivaldi su La Repubblica il 20 Settembre 2023 

“La sentenza è vergognosa e non aiuta le donne a denunciare. Che dolore dover ripetere decine di volte le stesse cose ai giudici”. Intervista a alla ragazza che subì violenza da amici assolti perché “fraintesero il suo consenso” 

"Ho chiesto aiuto a un sistema giudiziario che, guardandomi negli occhi mentre ero in lacrime, cercando di mettere insieme i miei ricordi, mi ha chiesto quanti partner avessi avuto prima e dopo il fatto". Mentre parla Camilla (nome di fantasia) sono passati 5 anni da quella notte di metà settembre. All’epoca aveva diciotto anni. Si trovava a una festa in una casa di campagna nel Fiorentino.

Bari, caso Miniello: per la Cassazione «pazienti non costrette al sesso». La Cassazione ribadisce il no al carcere per il ginecologo Miniello chiesto dai Pm baresi. Respinto ricorso della procura. ISABELLA MASELLI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 14 settembre 2023.

Non ci sono elementi per sostenere che Giovanni Miniello abbia commesso sulle sue pazienti violenza sessuale «per costrizione», annullando cioè la loro «capacità di autodeterminazione per indurle a consentire alle sue richieste». Sono nette le parole con le quali la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura che insisteva perché il ginecologo barese, accusato di aver abusato di decine di ex pazienti durante le visite, proponendo anche loro rapporti sessuali come cura per il papilloma virus, andasse in carcere.

Arrestato il 30 novembre 2021 per violenza sessuale aggravata su due pazienti, per averle molestate durante le visite, dal 22 aprile 2022, revocato l’arresto, Miniello è stato sottoposto per un anno alla misura interdittiva. La Procura aveva impugnato i provvedimenti cautelari: prima i giudici baresi e ora la Cassazione hanno detto «no» ai pm. Stando alle dichiarazioni delle presunte vittime, alcune delle quali cristallizzate in un incidente probatorio, «Miniello indicò quale unica terapia davvero idonea a consentire la guarigione e a prevenire il rischio della insorgenza di tumori, quella consistente nell’avere “contatti” sessuali con persone vaccinate per specificare poi, in un secondo momento, che proprio lui era in grado di fornire una tale prestazione terapeutica. A questo proposito si deve osservare che, a differenza di quanto sostenuto dal pm, l’ordinanza impugnata - dice la Cassazione - ha escluso l’idoneità coercitiva di tale condotta, non solo e non tanto perché quella terapia alternativa non fu proposta come esclusiva e fu comunque prescritta anche una terapia farmacologica, ma soprattutto perché, alla presenza della paziente (in un momento in cui la stessa era spaventata dalla diagnosi che le era stata fatta e dall’indicazione delle possibili gravi complicanze della patologia diagnosticata), l’indagato non disse che era in grado di guarirla col proprio sperma e si limitò a indicare, in termini generici, che esisteva un metodo alternativo alla terapia farmacologica, che richiedeva non meglio specificati “contatti” con una persona vaccinata. Secondo il Tribunale, questa indicazione, pur formulata in un momento in cui la paziente era particolarmente fragile e spaventata dal timore di aver contratto una grave patologia e delle sue possibili complicanze, non era tale da far venir meno la capacità di autodeterminazione della vittima tanto più che, in concreto, alla paziente non fu chiesto di determinarsi in nessun senso».

I fatti contestati risalgono agli anni 2010-2021, in certi casi denunciati molto tempo dopo. La Cassazione si è pronunciata anche sulla tardività di alcune querele, ritenendo che «pur consapevoli della rilevanza penale di quanto subito, le donne decisero inizialmente di non denunciare e si risolsero a farlo solo quando vennero a sapere che altre si erano trovate nella medesima situazione»: troppo tardi perché oltre i sei mesi previsti all’epoca per legge.

Il processo nei confronti del medico è in corso da alcuni mesi (prossima udienza il 28 settembre). Miniello, assistito dagli avvocati Roberto Eustachio Sisto (Studio FPS) e Maria Cristina Amoruso, risponde di violenza sessuale, tentata e consumata, e di lesioni personali su venti donne. Sono costituti parti civili l’Ordine provinciale dei Medici, associazioni e centri antiviolenza baresi e 19 delle presunte vittime del ginecologo.

Estratto dell'articolo di Giuliano Ferrara per "il Foglio" mercoledì 30 agosto 2023.

Le libertà mentono, in qualche caso. I video mentono, spesso, in questo caso no. Il bacio di Luis Rubiales a Jenni Hermoso, e mi pare lo abbia capito anche Michele Serra che ne ha scritto imbarazzato da moralista e umoralista di primo livello, è espressione di un’emozione cerimoniale, non una molestia sessuale; il suo “afferrarla”, il saltello del suo corpo nell’aria tra le sue braccia, l’espressione del viso, la circostanza più che pubblica, da palcoscenico, tutto dice che il processo al capo del calcio spagnolo (ex) è una caccia alle streghe. 

Si può essere più sobri, distaccati, o prudenti se vogliamo, come capita ad altri dirigenti che si complimentano con il team del calcio femminile, anch’essi ripresi dalle telecamere, ma processare pubblicamente, licenziare e dannare con una gogna piena e chiara un maschio che festeggia una donna, una professionista, una calciatrice appena incoronata dal lauro dei Mondiali, e lo fa a quel modo, è una piccola e forse non tanto piccola barbarie.

Non c’è nel gesto espressione alcuna di libidine, di desiderio possessivo, di violazione dello spazio intimo di una donna, non c’è niente di niente di tutto questo. Che poi la Hermoso si dica imbarazzata e costretta nel ruolo, che le sue dichiarazioni possano sollevare un’ondata di riprovazione sociale e politica esagerata, falsa, quella sì priva di pudore e di vergogna, è solo un’aggravante oscura in tutta la storia di divinizzazione di un’etichetta che nulla ha a che fare con l’etica. 

Siamo ai riflessi pavloviani in materia di festeggiamenti ed emozioni: mi ha baciata, dunque è un porco. Se sei una brava donna solidale con le tue compagne “devi” dirlo, “devi” mettere le cose a posto, e consentire che gli automatismi dell’illibertà procedano e travolgano ogni cosa in nome della causa sacrosanta della autonomia e libertà assoluta del corpo femminile.

 Ed è un porco che conviene all’immagine simbolica e storica del machismo spagnolo, una persona che vale come un segnacolo ideologico e che “deve” essersi comportata male perché “deve” esprimere un progetto culturale, divenendone lo scandaloso obiettivo: siamo un paese di impronta franchista, machista, cattolico, in cui i diritti sono stati conculcati fino alla movida sociale di Zapatero e oltre, nella legislazione, nei comportamenti, e Dio ne guardi che cosa potrà avvenire della grande lezione della Cavalleria cervantina, che forse appartiene o apparterrà anch’essa tra poco al panorama di rovine di una cultura che si odia. 

E dunque è legittimo stravolgere la verità palmare che vien fuori da un video, figuriamoci l’invenzione del romanzo: in fondo Dulcinea del Toboso era una santificazione scorretta della femmina e Aldonza Lozano, la sua immagine realistica, brutta unta e agliosa, il rovesciamento della donna amata o di quella immagine nel dismorfismo percepito di sapore maschile. Intanto contro la festa en plein air, sul palco, innocente, si è ritenuto giusto estrarre dal cilindro del wokismo la pena per la colpa, e che serva di lezione esemplare. 

(...)

Da ilnapolista.it mercoledì 30 agosto 2023.

Nuova svolta nel caso Rubiales. A riportarla è il Mundo Deportivo che scrive che nella giornata di oggi “sono venute alla luce alcune immagini in cui si vedono Jenni Hermoso e diverse giocatrici che scherzano e ridono del bacio a stampo tra la calciatrice e Luis Rubiales”. 

Il bacio, diventando oramai infaustamente famoso, ha suscitato molta attenzione nell’opinione pubblica e politica spagnola e sta causando non pochi problemi al presidente della Federcalcio al momento sospeso.

Il Mundo Deportivo continua scrivendo che “già nel pullman dopo la partita, e durante la celebrazione, si vede a mostrare alle sue compagne di squadra l’immagine del bacio, un fatto che ha portato alla squalifica del presidente della RFEF. 

“Come Iker e Sara“, dice Hermoso mostrando una doppia immagine del suo bacio con Rubiales e del famoso bacio tra Casillas e Carbonerotras nella finale della Coppa del Mondo 2010.

“Non l’avete visto?” spiega la giocatrice a diverse delle sue compagne di squadra. “Eccitato, viene e mi ha preso così”, continua la Hermoso. Poi diverse giocatrici hanno iniziato a cantare “Bacio, bacio, bacio” quando Rubiales appare, nel pullman. Secondo le immagini pubblicate dal giornalista Alvise Pérez, l’intera scena si svolge in un’atmosfera di festa e divertimento.

No, quel bacio “mondiale” non è una violenza. Bufera sul presidente della Federcalcio spagnola: il bacio tra Luis Rubiales e Jenni Hermoso. Ma lei lo ha accettato. Max Del Papa su Nicolaporro.it il 22 Agosto 2023.

Ci si chiede cosa sia questo woke, se una ideologia di intolleranti nel nome della tolleranza o semplicemente un coacervo incontrollato di deliri inventati da squilibrati, fanatici o semplicemente opportunisti. Certo la casistica è quotidiana e ogni giorno più esorbitante, ogni giorno qualcosa o qualcuno che fa dubitare di essere ancora nel consorzio umano, di quelli bene o male provvisti di ragione, di senso della misura. L’ultima allucinazione corre in Spagna, dove il presidente della federazione calcistica Luis Ribiales bacia una giocatrice durante la premiazione dei vittoriosi Mondiali femminili: scoppia un cafarnao di ringhi, di muggiti via social, il solito puttanaio sul niente, ma con una cifra di pazzia in più.

In due parole, è la stessa “vittima” a ridimensionare, a riderci sopra, a dire che “è stato un gesto reciproco del tutto spontaneo per la gioia immensa che dà vincere un Mondiale. Io e il presidente abbiamo un ottimo rapporto, il suo comportamento con tutti noi è stato ottimo e quello è stato un naturale gesto di affetto e gratitudine”. Il banale buon senso che chiunque dovrebbe dire in questi casi dai 4 anni in più. Ma si arriva al parossismo per cui “la preda” non sente di essere stata abusata con tutti che le dicono, no, tu hai subito violenza, tu devi sentirti male. E non è negoziabile, non è discutibile, è l’imperativo categorico del woke che esalta la percezione insensata o truffaldina ma ne traccia i confini, si fa medico e giudice, psicologo e boia.

Tu “devi” sentirti violentata, perché così abbiamo deciso. Chi lo ha deciso? Per esempio il ministro, la ministra, fate vobis, Irene Montero che è una delle esagitate del femminismo woke, una del Podemos del nuovo vecchio comunismo rivoluzionario, eccola qua come svalvola: “Non diamo per scontato che il bacio senza consenso sia qualcosa ‘che accade’. È una forma di violenza sessuale che le donne subiscono quotidianamente e fino ad ora invisibile”. È una catasta di eunciati senza connesssione logica, come le carcasse di automobili impilate dagli sfasciacarrozze, una accozzaglia che di per sé non trova significato, che mette insieme è un costrutto senza costrutto. “Non diamo per scontato”, ma è lei che dà per scontato tutto, che in nome della sua personale allucinazione traccia una teoretica filosofica a dimensione universale, una episteme autoritaria ma priva di riscontri, logici come fattuali. Il bacio senza consenso come stupro quotidiano?

Con Montero altri che seguono la corrente, il ministro dello Sport, un eurodeputato che chiede “punizioni decise”, a quanto è dato capire di natura corporale: forse l’evirazione, forse la sedia elettrica. Poi uno va a vedere e ricorda che questa Irene Montero, “ministro dell’Uguaglianza”, uguaglianza marxista, in Spagna è autrice di una riforma che fa scarcerare i pedofili, che gliela fa passare franca: ha detto l’avvocato di uno condannato per abuso di minori: “Il miglior difensore del mio assistito si chiama Irene Montero ed è ministra dell’Uguaglianza”. Come funziona lo ha spiegato la testata cattolica Tempi: “[una riforma] secondo la quale «il consenso prestato da persone di età superiore ai sedici anni non costituisce reato (salvo che detto consenso sia prestato con violenza, intimidazione o abuso di posizione di superiorità o di vulnerabilità della vittima, cosa che non è avvenuta)».

La morale della favola è la seguente: un bacio stampato è presunzione di stupro senza prova contraria, nemmeno da chi lo ha ricevuto; un abuso pedofilo va interpretato, e alla fine si diluisce nel perdonismo. Tempi cita a sua volta el Mundo: “[Montero] ha svuotato il reato di abuso sessuale senza considerare tutte le conseguenze che ne potevano derivare”. Che è precisamente il modo di gestire il potere, insomma di fare politica, della sinistra comunista di ispirazione woke. Da parte sua, il presidente Federcalcio davanti al plotone di esecuzione ha farfugliato scuse stralunate, più scioccato che consapevole: “Non avevo capito, starò più attento”. Come sempre il posto, la conservazione del posto vale più della dignità ma qui non c’è da stare più attenti, un bacio non è la violenza di gruppo dei sette infami di Palermo anche se le Montero con tutti gli esagitati a contorno sosterranno sempre il contrario. Fatto sta che puoi erigere cattedrali sulla percezione ma le categorie, le distinzioni esistono, restano e l’innesto di nuovi attori sociali in contesti tradizionali chiede tempi lunghi di assimilazione.

L’enfasi sul calcio femminile piace a Infantino, piace alla Fifa perché apre nuovi spazi commerciali, nuovi affari televisivi e pubblicitari sotto l’egida del pluralismo politicamente corretto, ma i rituali del calcio sono maschili e lo sono i baci e le effusioni sbrigative e vagamente tribali: anche i rudi terzini e i centravanti spigolosi dopo un gol si sbaciucchiano senza ritegno. Luis Ribiales non è saltato addosso a una donna nel bel mezzo di una cerimonia, ha reagito come avrebbe fatto con un atleta uomo, a prescindere dal sesso, in un esubero di complicità e di esaltazione. Si arriverà a capire che una giocatrice non è un giocatore, che può essere ricevuta, celebrata secondo sfumature più adeguate, ma, nel frattempo, non sarebbe male se tutti si dessero una calmata. Ma ha senso aspettarsi raziocinio da un mondo che lo ha completamente perso?

Max Del Papa, 22 agosto 2023 

Rummenigge difende Rubiales dopo il bacio ad Hermoso: «Gesto normale». Redazione Sport il 22 agosto 2023 su Il Correre della Sera.

Karl Heinz Rummenigge, ex amministratore delegato del Bayern Monaco e oggi membro del comitato esecutivo Uefa, ha difeso Rubiales, ancora al centro delle polemiche

Dopo il bacio stampato sulla bocca di Jenni Hermoso durante la premiazione della Spagna campione del mondo, non accennano a placarsi le polemiche su Luis Rubiales, presidente della Federcalcio, anche lui a Sydney per assistere alla finalissima e a dir poco su di giri negli attimi immediatamente successivi al trionfo sull’Inghilterra. Nelle ultime ore è arrivata anche la dura reprimenda da parte di Pedro Sanchez, con il presidente ad interim del governo che ne ha condannato il gesto: « Inaccettabile, le sue scuse non sono sufficienti e non sono adeguate» . L’unico, fin qui, a ergersi in sua difesa è stato Karl Heinz Rummenigge, ex amministratore delegato del Bayern e ora membro del comitato esecutivo Uefa.

«Non credo che si debba esagerare con questa vicenda — le sue parol