Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

ANNO 2023

FEMMINE E LGBTI

PRIMA PARTE


DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 


 


 

FEMMINE E LGBTI.


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

PRIMA PARTE


 

Il Sesso.

Il Maschio.

Le Femmine.

La Bellezza.

Il Reggiseno.

Le Mestruazioni.

La Menopausa.

Travestiti o Drag Queen.

I Transessuali.

Gli Omosessuali.

La Digisessualità.

La Sexsomnia.

Perversioni e Feticci.

Il Sesso Orale.

Il Sesso Anale.

Durante il sesso.

Mai dire…porno.

Mai dire…prostituzione.

Il Gang Bang.

I Poliamori.

Lo Scambismo.

San Valentino e la Monogamia.

Gelosia e Tradimento.


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)


 

SECONDA PARTE


 

La Molestia.

Il Metoo.

Il Revenge Porn.

Il Revenge Song.

Lo Stupro.

La Violenza e gli Abusi. Femminicidi e Maschicidi.

Gli Stalker.


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)


 

TERZA PARTE

Il Padre.

La Madre.

Quelli che…mamma e papà.

I Figli.

Il Figlicidio.

Il Padre.

La Madre.

Quelli che…mamma e papà.

I Figli.

Il Figlicidio.


 

FEMMINE E LGBTI

PRIMA PARTE


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Storia.

L’Educazione Sessuale.

Le Fake News.

La Vulva.

Il Pene.

La Storia.

Eleonora Barbieri per “il Giornale” sabato 2 dicembre 2023.

È davvero «Una storia imprevedibile», come promette il sottotitolo, quella raccontata da Kate Lister in Sesso (il Saggiatore, pagg. 438, euro 26), nonostante l'argomento non sia dei meno noti... Lister, che è una storica di formazione (il volume ha cento pagine di note e bibliografia), riesce a sorprendere e anche a divertire, ripercorrendo la storia di cibi afrodisiaci, perversioni, metodi contraccettivi, prostituzione maschile e femminile, biciclette, igiene (scarsa, di solito), peli pubici, test di verginità e, anche, attraverso un uso più che disinvolto del linguaggio del settore... 

Kate Lister, lei è una storica: perché ha iniziato a occuparsi di sesso?

«Trovo la storia del sesso affascinante perché esso è uno dei grandi livellatori umani. È qualcosa che tutti abbiamo in comune. Benché l'atto sessuale non sia mutato granché da quando abbiamo iniziato a compierlo, il significato, i valori e i rituali intorno a quell'atto cambiano enormemente. Imparare come siano cambiati gli approcci culturali al sesso ci aiuta a capire a che punto siamo noi, oggi». 

Per gli umani, dice, non è solo un atto fisico. Quanto è importante l'aspetto culturale?

«È incredibilmente importante, poiché è ciò che davvero ci differenzia dal resto del regno animale... Noi colleghiamo una serie di emozioni e di comportamenti al sesso come nessuna altra specie fa. Gli uomini rendono alcune pratiche sessuali punibili per legge, perfino con la morte, e tutto ciò deriva dall'intellettualizzazione del sesso. Dire che "pensiamo troppo al sesso" è un eufemismo».

C'è una cultura che è stata più disinibita?

«Ogni cultura si è comportata diversamente: quello che consideriamo accettabile, erotico, respingente o "sbagliato" nel sesso cambia continuamente. Vorrei poter dire che c'è stato un momento perfetto nella storia, ma non è così; ci sono stati tempi in cui si discuteva di sesso più apertamente, come nell'Antica Roma, ma anche all'epoca c'erano moltissime inibizioni». 

Come umani, che cosa ci rende unici nel sesso?

 «Il senso di colpa e il livello di controllo che esercitiamo intorno a esso. Nessun altro animale lo fa: gli animali sono guidati dalla lussuria e hanno i loro rituali, ma non si vergognano di ciò che fanno». 

Quello che usa nel libro, dice, è uno «slang storico»: perché ha scelto un linguaggio così provocatorio?

«Adoro lo slang e la sua storia. Considerando il modo in cui viene utilizzato nelle varie «Sesso. Una storia imprevedibile. Dall'antichità ai giorni nostri» di Kate Lister è pubblicato da ilSaggiatore (pagg. 438, euro 26; traduzione di Alice Guareschi). 

Con l'aiuto di fonti storiche e iconografiche, il saggio racconta curiosità e aspetti culturali della storia del sesso. epoche, si può tenere traccia di come cambino gli approcci culturali: quali parole siano ritenute oscene dice molto di una cultura... Inoltre, lo slang è una finestra meravigliosa sul modo in cui le persone si parlavano davvero e su ciò che consideravano divertente». 

Una delle parole che «esorcizza» è «puttana». Dice anche che, per secoli, le donne erano tutte considerate tali.

«Basterebbe tornare indietro di un centinaio d'anni e... sì. Cose come fare sesso prima del matrimonio, fare sesso casuale, fare sesso omosessuale erano ritenute sconvolgenti dal vittoriano medio. E non è che sia cambiato tutto all'improvviso».

La prostituzione è davvero il mestiere più antico del mondo?

«Si dice spesso, ma non è così. In molte culture, che non avevano né soldi né commercio, non c'è prova che il sesso fosse in vendita, proprio perché non c'erano né denaro, né lavoro. Il che non significa che il sesso non sia stato un "bene" molto utile... Molti antropologi ritengono che la professione più antica sia quella di medico». 

Nel vocabolario del sesso, qual è la parola più offensiva, e perché?

«In America e in Gran Bretagna direi "f...". È ancora una parola tabù. È anche la mia preferita. Come dicevo, si può capire molto di una cultura, grazie a quali parole considera oscene; e il fatto che una delle parole più offensive della lingua inglese significhi semplicemente vulva, beh, racconta molto di noi, non le pare?». 

Fra i molti «miti» legati al sesso, uno riguarda certi miracolosi antiage...

«Ai primi del '900 andavano pazzi per l'idea, del tutto folle, che si potesse invertire il processo di invecchiamento e stimolare la libido integrando i livelli di ormoni; il che, per gli uomini, significava integrare i livelli di testosterone. Come? L'idea era di farsi trapiantare dei testicoli di scimmia, nella convinzione che facessero miracoli... Ovviamente non aveva senso, ma all'epoca era molto popolare». 

Esistono cibi afrodisiaci?

«No. Non ci sono cibi davvero eccitanti, anche se il cibo fa spesso parte della seduzione ed è molto erotico. L'alcol può abbassare le inibizioni e potenziare le emozioni, ma è anche un soppressore, e può creare scompiglio nell'eccitazione». 

Le cose più strane che ha scoperto?

«Che fino all'invenzione della gomma, i preservativi erano fatti di budella animali e venivano lavati e riutilizzati. E poi che i cornflake sono stati inventati per abbassare la libido e prevenire la masturbazione: la teoria era che i cibi insipidi aiutassero a diminuire il desiderio».

Altro?

«Nel '700 e nell'800, gli amanti erano soliti regalarsi ciuffi di peli pubici, da portare in un medaglione. Lord Byron ne aveva moltissimi, spediti dalle sue ammiratrici». 

I vittoriani sono noti per essere stati molto puritani, ma nel suo libro sembrano anche molto sessualmente all'avanguardia.

«È vero. All'esterno erano repressivi e facili allo scandalo, ma in realtà erano ossessionati dal sesso. Inoltre nell'800, con l'avvento della fotografia, anche la pornografia venne industrializzata, a un livello mai visto prima. Però non sono sicura che noi siamo molto diversi dai vittoriani...».

Perché dice che la bicicletta è stata la vera svolta nella parità dei sessi?

«Perché ha consentito alle donne una libertà del tutto nuova. All'improvviso, viaggiare era possibile. In più ha spinto le donne ad abbandonare i corsetti troppo stretti e i gonnelloni svolazzanti, che si impigliavano nelle ruote, e a indossare mutandoni e corsetti più comodi. Tutte cose considerate scandalose, all'epoca». 

È vero che c'è chi si eccita per i raggi del sole?

«Sì, ad alcuni capita. Si chiama "actirastia". Ma le persone si eccitano per qualsiasi cosa».

(ANSA il 19 maggio 2023) - Risale a 4.500 anni fa, in Mesopotamia, il primo bacio documentato della storia: dunque almeno 1.000 anni prima di quanto ritenevano le precedenti ipotesi, che invece collocavano l'origine di questa usanza nell'Asia meridionale circa 3.500 anni fa. 

È quanto afferma uno studio pubblicato sulla rivista Science e guidato dall'Università danese di Copenaghen, che rivaluta al ribasso anche il ruolo non intenzionale del bacio nella trasmissione e diffusione di virus tra gli esseri umani: secondo gli autori della ricerca, infatti, visto che la pratica si è presto diffusa e radicata in molte società del passato, i suoi effetti nella trasmissione di patogeni sono stati più o meno costanti ed è perciò improbabile che possa essere stato un innesco decisivo della diffusione di particolari malattie. 

"Nell'antica Mesopotamia, che corrisponde all'attuale Iraq e Siria, si usava scrivere in caratteri cuneiformi su tavolette di argilla", racconta Troels Pank Arb›ll, autore dello studio insieme a Sophie Lund Rasmussen, dell'Università britannica di Oxford e di quella danese di Aalborg. "Molte migliaia di queste tavolette di argilla sono sopravvissute fino ad oggi - prosegue Arb›ll - e contengono chiari esempi del fatto che il bacio era considerato parte dell'intimità romantica già nei tempi antichi, proprio come dei rapporti di amicizia e delle relazioni familiari".

I due ricercatori spiegano che il bacio non dovrebbe essere considerata un'usanza che ha avuto origine esclusivamente in una singola regione, dalla quale si è poi diffusa, ma è probabile che sia invece stata praticata in più culture antiche per diversi millenni. "In effetti, la ricerca sui bonobo e sugli scimpanzé, i parenti viventi più prossimi all'uomo, ha dimostrato che entrambe le specie si baciano", aggiunge Rasmussen, "il che potrebbe suggerire che la pratica del bacio è forse un comportamento fondamentale e innato negli esseri umani".

Eleonora Barbieri per “il Giornale” il 4 marzo 2023.

È davvero «Una storia imprevedibile», come promette il sottotitolo, quella raccontata da Kate Lister in Sesso (il Saggiatore, pagg. 438, euro 26), nonostante l'argomento non sia dei meno noti... Lister, che è una storica di formazione (il volume ha cento pagine di note e bibliografia), riesce a sorprendere e anche a divertire, ripercorrendo la storia di cibi afrodisiaci, perversioni, metodi contraccettivi, prostituzione maschile e femminile, biciclette, igiene (scarsa, di solito), peli pubici, test di verginità e, anche, attraverso un uso più che disinvolto del linguaggio del settore...

 Kate Lister, lei è una storica: perché ha iniziato a occuparsi di sesso?

«Trovo la storia del sesso affascinante perché esso è uno dei grandi livellatori umani. È qualcosa che tutti abbiamo in comune. Benché l'atto sessuale non sia mutato granché da quando abbiamo iniziato a compierlo, il significato, i valori e i rituali intorno a quell'atto cambiano enormemente. Imparare come siano cambiati gli approcci culturali al sesso ci aiuta a capire a che punto siamo noi, oggi».

 Per gli umani, dice, non è solo un atto fisico. Quanto è importante l'aspetto culturale?

«È incredibilmente importante, poiché è ciò che davvero ci differenzia dal resto del regno animale... Noi colleghiamo una serie di emozioni e di comportamenti al sesso come nessuna altra specie fa. Gli uomini rendono alcune pratiche sessuali punibili per legge, perfino con la morte, e tutto ciò deriva dall'intellettualizzazione del sesso. Dire che "pensiamo troppo al sesso" è un eufemismo».

C'è una cultura che è stata più disinibita?

«Ogni cultura si è comportata diversamente: quello che consideriamo accettabile, erotico, respingente o "sbagliato" nel sesso cambia continuamente. Vorrei poter dire che c'è stato un momento perfetto nella storia, ma non è così; ci sono stati tempi in cui si discuteva di sesso più apertamente, come nell'Antica Roma, ma anche all'epoca c'erano moltissime inibizioni». 

Come umani, che cosa ci rende unici nel sesso?

 «Il senso di colpa e il livello di controllo che esercitiamo intorno a esso. Nessun altro animale lo fa: gli animali sono guidati dalla lussuria e hanno i loro rituali, ma non si vergognano di ciò che fanno».

 Quello che usa nel libro, dice, è uno «slang storico»: perché ha scelto un linguaggio così provocatorio?

«Adoro lo slang e la sua storia. Considerando il modo in cui viene utilizzato nelle varie «Sesso. Una storia imprevedibile. Dall'antichità ai giorni nostri» di Kate Lister è pubblicato da ilSaggiatore (pagg. 438, euro 26; traduzione di Alice Guareschi).

 Con l'aiuto di fonti storiche e iconografiche, il saggio racconta curiosità e aspetti culturali della storia del sesso. epoche, si può tenere traccia di come cambino gli approcci culturali: quali parole siano ritenute oscene dice molto di una cultura... Inoltre, lo slang è una finestra meravigliosa sul modo in cui le persone si parlavano davvero e su ciò che consideravano divertente».

 Una delle parole che «esorcizza» è «puttana». Dice anche che, per secoli, le donne erano tutte considerate tali.

«Basterebbe tornare indietro di un centinaio d'anni e... sì. Cose come fare sesso prima del matrimonio, fare sesso casuale, fare sesso omosessuale erano ritenute sconvolgenti dal vittoriano medio. E non è che sia cambiato tutto all'improvviso».

 La prostituzione è davvero il mestiere più antico del mondo?

«Si dice spesso, ma non è così. In molte culture, che non avevano né soldi né commercio, non c'è prova che il sesso fosse in vendita, proprio perché non c'erano né denaro, né lavoro. Il che non significa che il sesso non sia stato un "bene" molto utile... Molti antropologi ritengono che la professione più antica sia quella di medico».

 Nel vocabolario del sesso, qual è la parola più offensiva, e perché?

«In America e in Gran Bretagna direi "f...". È ancora una parola tabù. È anche la mia preferita. Come dicevo, si può capire molto di una cultura, grazie a quali parole considera oscene; e il fatto che una delle parole più offensive della lingua inglese significhi semplicemente vulva, beh, racconta molto di noi, non le pare?».

 Fra i molti «miti» legati al sesso, uno riguarda certi miracolosi antiage...

«Ai primi del '900 andavano pazzi per l'idea, del tutto folle, che si potesse invertire il processo di invecchiamento e stimolare la libido integrando i livelli di ormoni; il che, per gli uomini, significava integrare i livelli di testosterone. Come? L'idea era di farsi trapiantare dei testicoli di scimmia, nella convinzione che facessero miracoli... Ovviamente non aveva senso, ma all'epoca era molto popolare».

 Esistono cibi afrodisiaci?

«No. Non ci sono cibi davvero eccitanti, anche se il cibo fa spesso parte della seduzione ed è molto erotico. L'alcol può abbassare le inibizioni e potenziare le emozioni, ma è anche un soppressore, e può creare scompiglio nell'eccitazione».

 Le cose più strane che ha scoperto?

«Che fino all'invenzione della gomma, i preservativi erano fatti di budella animali e venivano lavati e riutilizzati. E poi che i cornflake sono stati inventati per abbassare la libido e prevenire la masturbazione: la teoria era che i cibi insipidi aiutassero a diminuire il desiderio».

Altro?

«Nel '700 e nell'800, gli amanti erano soliti regalarsi ciuffi di peli pubici, da portare in un medaglione. Lord Byron ne aveva moltissimi, spediti dalle sue ammiratrici».

 I vittoriani sono noti per essere stati molto puritani, ma nel suo libro sembrano anche molto sessualmente all'avanguardia.

«È vero. All'esterno erano repressivi e facili allo scandalo, ma in realtà erano ossessionati dal sesso. Inoltre nell'800, con l'avvento della fotografia, anche la pornografia venne industrializzata, a un livello mai visto prima. Però non sono sicura che noi siamo molto diversi dai vittoriani...».

Perché dice che la bicicletta è stata la vera svolta nella parità dei sessi?

«Perché ha consentito alle donne una libertà del tutto nuova. All'improvviso, viaggiare era possibile. In più ha spinto le donne ad abbandonare i corsetti troppo stretti e i gonnelloni svolazzanti, che si impigliavano nelle ruote, e a indossare mutandoni e corsetti più comodi. Tutte cose considerate scandalose, all'epoca».

 È vero che c'è chi si eccita per i raggi del sole?

«Sì, ad alcuni capita. Si chiama "actirastia". Ma le persone si eccitano per qualsiasi cosa».

Eleonora Barbieri per “il Giornale” il 13 giugno 2023.

È davvero «Una storia imprevedibile», come promette il sottotitolo, quella raccontata da Kate Lister in Sesso (il Saggiatore, pagg. 438, euro 26), nonostante l'argomento non sia dei meno noti... Lister, che è una storica di formazione (il volume ha cento pagine di note e bibliografia), riesce a sorprendere e anche a divertire, ripercorrendo la storia di cibi afrodisiaci, perversioni, metodi contraccettivi, prostituzione maschile e femminile, biciclette, igiene (scarsa, di solito), peli pubici, test di verginità e, anche, attraverso un uso più che disinvolto del linguaggio del settore... 

Kate Lister, lei è una storica: perché ha iniziato a occuparsi di sesso?

«Trovo la storia del sesso affascinante perché esso è uno dei grandi livellatori umani. È qualcosa che tutti abbiamo in comune. Benché l'atto sessuale non sia mutato granché da quando abbiamo iniziato a compierlo, il significato, i valori e i rituali intorno a quell'atto cambiano enormemente. Imparare come siano cambiati gli approcci culturali al sesso ci aiuta a capire a che punto siamo noi, oggi». 

Per gli umani, dice, non è solo un atto fisico. Quanto è importante l'aspetto culturale?

«È incredibilmente importante, poiché è ciò che davvero ci differenzia dal resto del regno animale... Noi colleghiamo una serie di emozioni e di comportamenti al sesso come nessuna altra specie fa. Gli uomini rendono alcune pratiche sessuali punibili per legge, perfino con la morte, e tutto ciò deriva dall'intellettualizzazione del sesso. Dire che "pensiamo troppo al sesso" è un eufemismo».

C'è una cultura che è stata più disinibita?

«Ogni cultura si è comportata diversamente: quello che consideriamo accettabile, erotico, respingente o "sbagliato" nel sesso cambia continuamente. Vorrei poter dire che c'è stato un momento perfetto nella storia, ma non è così; ci sono stati tempi in cui si discuteva di sesso più apertamente, come nell'Antica Roma, ma anche all'epoca c'erano moltissime inibizioni». 

Come umani, che cosa ci rende unici nel sesso?

 «Il senso di colpa e il livello di controllo che esercitiamo intorno a esso. Nessun altro animale lo fa: gli animali sono guidati dalla lussuria e hanno i loro rituali, ma non si vergognano di ciò che fanno». 

Quello che usa nel libro, dice, è uno «slang storico»: perché ha scelto un linguaggio così provocatorio?

«Adoro lo slang e la sua storia. Considerando il modo in cui viene utilizzato nelle varie «Sesso. Una storia imprevedibile. Dall'antichità ai giorni nostri» di Kate Lister è pubblicato da ilSaggiatore (pagg. 438, euro 26; traduzione di Alice Guareschi). 

Con l'aiuto di fonti storiche e iconografiche, il saggio racconta curiosità e aspetti culturali della storia del sesso. epoche, si può tenere traccia di come cambino gli approcci culturali: quali parole siano ritenute oscene dice molto di una cultura... Inoltre, lo slang è una finestra meravigliosa sul modo in cui le persone si parlavano davvero e su ciò che consideravano divertente». 

Una delle parole che «esorcizza» è «puttana». Dice anche che, per secoli, le donne erano tutte considerate tali.

«Basterebbe tornare indietro di un centinaio d'anni e... sì. Cose come fare sesso prima del matrimonio, fare sesso casuale, fare sesso omosessuale erano ritenute sconvolgenti dal vittoriano medio. E non è che sia cambiato tutto all'improvviso». 

La prostituzione è davvero il mestiere più antico del mondo?

«Si dice spesso, ma non è così. In molte culture, che non avevano né soldi né commercio, non c'è prova che il sesso fosse in vendita, proprio perché non c'erano né denaro, né lavoro. Il che non significa che il sesso non sia stato un "bene" molto utile... Molti antropologi ritengono che la professione più antica sia quella di medico». 

Nel vocabolario del sesso, qual è la parola più offensiva, e perché?

«In America e in Gran Bretagna direi "f...". È ancora una parola tabù. È anche la mia preferita. Come dicevo, si può capire molto di una cultura, grazie a quali parole considera oscene; e il fatto che una delle parole più offensive della lingua inglese significhi semplicemente vulva, beh, racconta molto di noi, non le pare?». 

Fra i molti «miti» legati al sesso, uno riguarda certi miracolosi antiage...

«Ai primi del '900 andavano pazzi per l'idea, del tutto folle, che si potesse invertire il processo di invecchiamento e stimolare la libido integrando i livelli di ormoni; il che, per gli uomini, significava integrare i livelli di testosterone. Come? L'idea era di farsi trapiantare dei testicoli di scimmia, nella convinzione che facessero miracoli... Ovviamente non aveva senso, ma all'epoca era molto popolare». 

Esistono cibi afrodisiaci?

«No. Non ci sono cibi davvero eccitanti, anche se il cibo fa spesso parte della seduzione ed è molto erotico. L'alcol può abbassare le inibizioni e potenziare le emozioni, ma è anche un soppressore, e può creare scompiglio nell'eccitazione». 

Le cose più strane che ha scoperto?

«Che fino all'invenzione della gomma, i preservativi erano fatti di budella animali e venivano lavati e riutilizzati. E poi che i cornflake sono stati inventati per abbassare la libido e prevenire la masturbazione: la teoria era che i cibi insipidi aiutassero a diminuire il desiderio». 

Altro?

«Nel '700 e nell'800, gli amanti erano soliti regalarsi ciuffi di peli pubici, da portare in un medaglione. Lord Byron ne aveva moltissimi, spediti dalle sue ammiratrici». 

I vittoriani sono noti per essere stati molto puritani, ma nel suo libro sembrano anche molto sessualmente all'avanguardia.

«È vero. All'esterno erano repressivi e facili allo scandalo, ma in realtà erano ossessionati dal sesso. Inoltre nell'800, con l'avvento della fotografia, anche la pornografia venne industrializzata, a un livello mai visto prima. Però non sono sicura che noi siamo molto diversi dai vittoriani...».

Perché dice che la bicicletta è stata la vera svolta nella parità dei sessi?

«Perché ha consentito alle donne una libertà del tutto nuova. All'improvviso, viaggiare era possibile. In più ha spinto le donne ad abbandonare i corsetti troppo stretti e i gonnelloni svolazzanti, che si impigliavano nelle ruote, e a indossare mutandoni e corsetti più comodi. Tutte cose considerate scandalose, all'epoca». 

È vero che c'è chi si eccita per i raggi del sole?

«Sì, ad alcuni capita. Si chiama "actirastia". Ma le persone si eccitano per qualsiasi cosa». 

L’Educazione Sessuale.

«In Italia l'educazione sessuale a scuola è impossibile. E così cresciamo individui fragili e oppressi». Impedire che nelle aule si parli ai bambini e alle bambine dei loro sentimenti e dei loro corpi equivale a soffocarli nei nostri ingiustificati timori. A perderli. E quindi a perdere l'anima e il futuro della comunità. Ricordiamo che figli e figlie non sono "nostri". Loredana Lipperini su L'espresso il 6 dicembre 2023

Sabato scorso, mentre si affollavano le piazze del 25 novembre, Pro Vita&Famiglia attaccava manifesti per le vie di Roma: vi si vede un bambino senza testa, con grembiulino arcobaleno, piede destro in un anfibio, piede sinistro in una scarpa (rossa) con tacco a spillo. Testo: «Basta confondere l’identità sessuale dei bambini nelle scuole». Bisogna riconoscere a Pro Vita l’efficienza, perché il bambino con scarpe “gender” arriva a poche ore dalla richiesta comune di introdurre educazione sentimentale, affettiva, sessuale nelle scuole: ma la reazione degli oltranzisti non sorprende affatto. 

Semmai, fa tornare in mente Russell Banks, che nel 1991 scrisse Il dolce domani (ne venne tratto un film da Atom Egoyan nel 1997 e nel 2020 i fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo ritorneranno sugli stessi passi con Favolacce). Per Banks, il dolce domani è il sogno perverso dell’America liberal, e quando racconta l’incidente di uno scuolabus, che precipita sul ghiaccio uccidendo la gran parte dei bambini della cittadina di Sam Dent, ha in mente altro: «Negli Stati Uniti – diceva – da una ventina d’anni qualcosa di terribile è accaduto ai nostri bambini. Li abbiamo persi. Una comunità che perde i bambini perde l’anima. L’America è in uno stato di crisi profonda, antropologica. Con la perdita dei nostri bambini, l’avvenire passa dietro di noi e ci lascia di fronte al dolce domani illusorio». 

Perdere i bambini significa soffocarli con i nostri timori, allontanare da loro ogni possibile frustrazione, creare individui fragili che, un giorno, potrebbero essere sopraffatti o sopraffare. Perdere i bambini significa impedire sistematicamente che nelle scuole italiane si parli dei loro sentimenti e dei loro corpi: obbligatoria in quasi tutti i Paesi dell’Unione, l’educazione sessuale è praticamente impossibile nel nostro, le leggi presentate sono ferme o bloccate da anni e i progetti educativi boicottati. 

Nel maggio 1992 venne espulso dalle scuole Lupo Alberto, il personaggio a fumetti creato da Silver e scelto come protagonista della campagna contro l’Aids per spiegare ai ragazzi «come fregare il virus» usando il preservativo. Il ministero della Pubblica Istruzione fermò tutto perché «la parola profilattico non era opportuna». Le cose sono peggiorate da quando, nel 2011, Benedetto XVI bollò l’educazione sessuale come «minaccia alla libertà religiosa contraria alla fede e alla retta ragione», e si procede, ogni volta, con proteste e lettere di genitori e dei loro avvocati contro «l’ora di masturbazione» (sic). Eppure questa volta non avrebbero molto da temere dal progetto del ministro Valditara, che a quanto pare prevede poche attività riservate alla sola scuola secondaria, peraltro da sottoporre al controllo delle associazioni dei genitori. Uno di questi giustificò a Presa Diretta nel 2016 la propria contrarietà così: «Mio figlio è mio». 

La cosa preziosa di oggi è allora Il Pifferaio di Hamelin, sia nella versione raccolta dai fratelli Grimm sia nella poesia di Robert Browning, The Pied Piper. Da qui trassero ispirazione Russell Banks e poi i fratelli D’Innocenzo, per ricordarci la stessa cosa: i bambini e le bambine, quando vengono oppressi dalle loro famiglie, si perdono. I vostri figli non sono i vostri figli, diceva il poeta, molto e molto tempo fa.

 Estratto dell’articolo di Virginia Nesi per “Sette – Corriere della Sera” sabato 2 dicembre 2023.

Che cos’è il consenso? «Significa chiedere prima di un atto sessuale». «Se dico no è no». «Andrebbe insegnato ai ragazzi». «Lo associo alla pressione». Lunedì mattina, ore 11.30, liceo classico Carducci di Milano. Silvia, Giulia, Virginia e Sofia sono appena uscite dalla palestra. 

La 5H continua la lezione di educazione fisica mentre loro si confrontano a un tavolo nella stanza del preside. Sono quattro diciottenni che parlano delle loro esperienze. Allineano gli argomenti studiati sui banchi. Insieme dispiegano il glossario imparato a macchia di leopardo.

Racconta Giulia: «Bisognerebbe educare all’affettività. A me è capitato di dire no in situazioni intime. Ma lui continuava. Ripetevo: “No, lasciami. Te ne vai!”, una, due, tre volte. Alla fine, me ne andavo io… Poi i ragazzi fanno i risentiti. Dicono agli amici: lei mi ha paccato. Ma non ti ho paccato! Ho solo detto che non me la sento. Non sono un oggetto, non sono una valuta, non sono la tua merce di scambio». 

Giulia prende fiato. Esonda come un fiume: «Stavo con persone che portavano avanti azioni sessuali senza chiedere il mio permesso. Io non volevo. Vieni presa come una figa di legno, come una bambina, ma non è così, sono loro quelli sbagliati». Sì, sì, sì, ripetono a voci sfalsate le compagne di classe.  […]

«La preoccupazione principale è la “gravidansia”», afferma la psicologa, esperta in sessuologia Sabina Fasoli (@psychandlove). Pensa al suo pubblico in Rete: «Quando mi raccontano di aver avuto rapporti non protetti, le infezioni sessualmente trasmissibili (Ist ndr) non sono tra i loro pensieri quanto il rischio di gravidanza. 

Alcune indagini rilevano che quasi la metà dei giovani non usa il preservativo. Questo paradosso dimostra che non c’è sufficiente sensibilizzazione sulle Ist e c’è un’idea di controllo distorta dove si pensa che il coito interrotto sia efficace o che, se la penetrazione è durata solo qualche secondo, si può star tranquilli. Ma tranquilli, i giovani, non sono perché lo chiedono a me».

Secondo un progetto dell’Università Sapienza — che ha coinvolto 842 studenti di tutte le classi di un liceo artistico di Roma — la GenZ ottiene informazioni su riproduzione e sessualità dai coetanei e tramite i social: solo il 25,1% ha avuto incontri sul tema a scuola e il 29,7% tratta l’argomento in famiglia. 

Tra i punti esaminati nei questionari — compilati prima e dopo il corso in aula — ci sono: sessismo, il concetto di sex positive e quello di consenso. Il 62,5% delle persone intervistate è eterosessuale, il 5,3% omosessuale, il 15,3% bisessuale mentre il 16,9% rivela altri orientamenti (asessuali, demisessuali, queer, greysessuali e questioning).  […]

L’urgenza di inserire nei programmi scolastici questi nuovi insegnamenti è riemersa soprattutto dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin. «Ogni volta che c’è un’azione di contrasto da mettere in atto ritorna fuori il tema. Aids? Insegniamo nelle scuole. Malattie sessualmente trasmissibili? Più formazione. Violenza di genere? Bisogna fare educazione sessuale. […]

Estratto dell'articolo di Milena Gabanelli per corriere.it giovedì 30 novembre 2023.

Nel 2018 l’Unesco dice che «l’educazione sessuale nelle scuole consente a bambini e ragazzi di sviluppare conoscenze, competenze, atteggiamenti e valori che li metteranno in grado di realizzarsi, nel rispetto della loro salute, del loro benessere e della loro dignità». L’aveva già sostenuto nel 2010 l’Organizzazione mondiale della sanità, raccomandando che iniziasse «fin dalla tenera età». In Italia la politica ne discute dal lontano 1902, quando il ministero dell’Istruzione risponde a un’interrogazione che chiede di istituire corsi per la prevenzione delle malattie veneree. 

Il primo vero tentativo di approvare una legge che introduce lezioni di educazione sessuale risale al 1975, e da allora si contano almeno 16 proposte parlamentari. Tutte fallite. Nel 1991, governo Andreotti, sembra in procinto di passare una legge che mira a renderla una materia (non obbligatoria) a partire dalla scuola primaria. Ma l’anno successivo non ottiene l’approvazione del Parlamento perché nel frattempo scoppia Tangentopoli e tutto rimane congelato. Da allora il dibattito torna ciclicamente d’attualità, col solito strascico di polemiche politiche (maggio 2022, Salvini: «Parlare di sesso, di coito e penetrazione ai bimbi delle elementari? Un secco no»; ottobre 2023, Amorese (Fdi): «I bambini non si toccano, i bambini non si deviano»).

Il 22 novembre, quattro giorni dopo il ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin, la giovane veneta uccisa dall’ex fidanzato, il ministro Giuseppe Valditara presenta il progetto per introdurre l’«Educazione alle relazioni»: 30 ore all’anno di lezioni agli studenti delle superiori, per far prendere loro «coscienza dei propri atteggiamenti» e delle conseguenze, anche penali, che possono comportare. Resteranno confinate fuori dal curriculum, si svolgeranno nel doposcuola su base volontaria. Tradotto: una legge sull’educazione sessuale vera e propria, all’interno del percorso scolastico, anche stavolta non si farà.

Così funziona in Italia

Il risultato è che oggi le attività educative sono disomogenee e lasciate alla buona volontà di presidi e Regioni. Nell’anno scolastico 2016/2017 su 5.364 istituti pubblici superiori neppure 1.400 hanno attivato percorsi di educazione sessuale e di promozione di comportamenti sicuri. Il loro numero è progressivamente cresciuto fino a coinvolgerne 1.600, per poi calare con la pandemia. In molti casi la durata delle attività è stata di appena tre sessioni per un totale di sei ore, durante le quali si è parlato soprattutto di malattie trasmissibili, relazioni e sessualità. Gli istituti del centro-nord e delle grandi città sono i più attivi, mentre solo il 17% delle attività ha coinvolto i giovani del Sud. […]

Europa, il fronte del no

Guardando all’Unione europea, oltre che in Italia, l’educazione sessuale a scuola non è obbligatoria in 6 Paesi: in Ungheria(dove una legge si assicura che il materiale scolastico non contenga nulla che promuova «la divergenza dall’auto-identità corrispondente al sesso di nascita, al cambiamento di sesso o all’omosessualità»), in Bulgaria, a Cipro, in Romania (dove ancora fa discutere la legge del 2022 che istituisce l’«educazione sanitaria»), in Lituania e in Polonia (dove ad agosto viene approvata in via preliminare una legge che vieta l’accesso nelle scuole a Ong che «promuovono la sessualizzazione dei bambini»).

[…] 

Europa, il fronte del sì

Negli altri 20 Stati membri dell’Ue l’educazione sessuale a scuola è obbligatoria […] La Svezia è stato il primo Stato a inserirla nel programma scolastico, già nel 1955, per tutti i ragazzi dai 12 anni ma di fatto fin dalla scuola dell’infanzia gli insegnanti rispondono a qualsiasi domanda dei bambini sulla sessualità in modo aperto e iniziano le lezioni vere e proprie prima della pubertà.

In Austria, altro Paese considerato all’avanguardia, l’educazione sessuale è obbligatoria dal 1970: inizia alle elementari, integrata nelle lezioni di Biologia […] In Germania si insegna da decenni, ma dopo la riunificazione, a metà degli anni Novanta ha introdotto programmi obbligatori: l’educazione sessuale inizia a scuola dai 9 anni, integrata in materie come Cittadinanza, Religione e Biologia. La legge prevede che i docenti non si limitino ai punti di vista biologici e medici, ma discutano anche di emozioni, relazioni ed etica. […]

In Francia è obbligatoria dal 2001 in tutte le scuole dalle elementari ai licei: sono tre cicli di lezioni all’anno (per circa trenta ore) che coprono aspetti biologici, sociali ed etici. […] Dal 2005 in Spagna l’educazione sessuale rientra nel più ampio insegnamento dell’Educazione alla Cittadinanza. […] Paese cattolico per definizione, in Irlanda nel 2003 l’educazione sessuale è diventata obbligatoria nel ciclo primario e post-primario. […] Anche se fuori dall’Unione europea, si può guardare all’esperienza del Regno Unito: l’ultima legge è del 2020 e estende alle primarie l’insegnamento dell’educazione alle relazioni, mentre alla scuola secondaria si aggiunge l’educazione sessuale vera e propria. […]

Effetti positivi sul Gender Gap

L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere ( Eige ) assegna ai Paesi membri un punteggio relativo all’uguaglianza di genere che tiene conto delle differenze nel lavoro (dal tasso di occupazione alle prospettive di carriera), negli organi di potere, nell’accesso all’istruzione... A ciascuno viene assegnato un voto tra 0 e 100, dove 100 significherebbe che un Paese ha raggiunto la piena uguaglianza tra donne e uomini. Ebbene l’Italia ha un punteggio di 68, sotto la media europea (70). […] Tutti gli Stati che abbiamo preso in esame in questo articolo sono messi meglio di noi. La Svezia svetta con 82 punti e poi Spagna 76, Francia 75, Irlanda 73… Peggio fanno proprio i Paesi che non hanno l’obbligatorietà dell’educazione sessuale a scuola: Bulgaria (65), Lituania (64), Polonia (61), Cipro (60), Ungheria (57) e Romania (56).

I femminicidi

L’Eurostat ci dice che nel 2021 in Italia sono state ammazzate dal compagno, o da qualcuno della sfera familiare, 103 donne (e quest’anno, al 28 novembre, le vittime sono già 105): quindi lo 0,34 ogni centomila abitanti. Peggioriamo: nel 2018 ad esempio era lo 0,27. La Svezia non ha comunicato i dati degli ultimi due anni ma nel 2019 era 0,18 (16 vittime), mentre le 60 donne uccise in Spagna rappresentano un tasso di 0,25. In Francia però il rapporto è 0,39 (136 vittime), in Germania 0,49 (207), in Austria 0,57 (26), in Inghilterra e Galles l’ultimo dato è precedente alla Brexit (0,38 a fronte di 113 femminicidi). Tutti, come noi, purtroppo sono in peggioramento.

Il primato dell’educazione

[…] nella realtà dei fatti se il primato educativo non è delle famiglie e della scuola ci pensa la Rete, dove i contenuti pornografici sono accessibili sempre prima.

I danni del porno online

Già tra i 14 anni e i 17 anni il 44% degli adolescenti italiani consuma pornografia […] Così chi si espone con regolarità a video e immagini porno è portato ad avere atteggiamenti sessisti e più aggressivi. Il 70% dei ragazzi percepisce le donne come oggetti sessuali; il 17% ammette di costringere la partner a compiere questi atti. Non è quello che vogliono le ragazze, i genitori dei figli maschi e, tantomeno, la società nel suo insieme.

Le Fake News.

Debby Herbenick per vice.com/it il 16 aprile 2023.

A proposito di orgasmi, dimensione del pene, sesso anale etc.

Per più di 15 anni ho tenuto corsi di educazione sessuale in centinaia di università americane. Ho anche tenuto rubriche su riviste, giornali, e siti. In altre parole, ne ho viste di ogni, ne ho sentite di ogni. E grazie alla situazione disastrosa dell'educazione sessuale in occidente, so che ci sono un sacco di miti duri a morire.

(Nel 2014, molte scuole americane ancora dicevano che il modo migliore per non incorrere in gravidanze e trasmissione di malattie era l'astinenza. E solo il 35 percento dei responsabili insegnava a usare correttamente un preservativo.) Queste sono le sei credenze sbagliate che mi sono trovata ad affrontare più spesso—ogni volta sperando che fosse l'ultima.

DURANTE IL PERIODO DI INTERRUZIONE DELLA PILLOLA NON PUOI FARE SESSO

Mi contattano spesso giovani e adolescenti preoccupate all'idea di essere rimaste incinte per aver fatto sesso senza preservativo durante la settimana di interruzione della pillola. Questo mi fa capire che molte donne e molti uomini non sanno come funziona la pillola. Pensano che funzioni solo nei giorni in cui la prendi, come se ogni pillola assicurasse 24 ore di protezione. 

Falso! La verità è che ogni pillola previene l'ovulazione. Molte prendono pillole combinate (estroprogestiniche), che sopprimono l'ovulazione. Altre prendono minipillole, ovvero solo progestiniche, che sopprimono meno l'ovulazione ma prevengono la gravidanza in altri modi. (Le confezioni di pillole combinate hanno spesso anche le pillole placebo per la settimana di interruzione, mentre le minipillole no.) 

Quindi, le donne che prendono le pillole seguendo le indicazioni sono protette da gravidanze indesiderate per tutto il mese—e anche durante la settimana in cui avranno perdite di sangue. Le pillole anticoncenzionali possono essere in confezioni da 21 giorni, con sette giorni di interruzione—durante i quali sei protetta, ma devi ricominciare sempre nel giorno giusto il pacchetto successivo.

Altre confezioni possono essere da 28, da 90 o da 365 giorni, e anche questi possono avere "strisce" da sette giorni non ormonali, o solo estrogeniche, o che contengono supplementi come il ferro. L'interruzione non inficia la protezione dalla gravidanza nemmeno in questi casi. Detto questo, ci sono anche coppie che per sicurezza psicologica usano anche il preservativo durante l'interruzione. 

DI MEDIA UN PENE È PIÙ LUNGO DI 15 CENTIMETRI 

Le pubblicità per l'allungamento del pene—e il porno—hanno incasinato la percezione delle dimensioni del maschio medio. Quando gli dici di indovinare quale sia la dimensione media, ti dirà che il pene eretto medio dovrebbe essere lungo 15-16 centimetri. Perciò un sacco di uomini mi hanno scritto, preoccupati che il loro pene—normalissimo—sia inadeguato. Ma molti studi nel corso degli anni hanno stabilito che la lunghezza media di un pene eretto sta tra i 13,7 e i 14,2 cm.

Uno studio condotto su 1661 uomini dal mio team ha scoperto che la lunghezza media in erezione è di 14,14 cm, e almeno un uomo su quattro ha un pene di 13,7 cm o più corto. I ricercatori hanno anche stabilito che i migliori indicatori della soddisfazione di una coppia sono cose come quanto spesso i partner si baciano, coccolano, e quanto si sentono legati psicologicamente ed emotivamente. 

LA MAGGIOR PARTE DELLE PERSONE HANNO PROVATO IL SESSO ANALE

Anche se il numero di persone che hanno provato il sesso anale è aumentato nel corso degli ultimi trent'anni, sono pochi quelli che lo fanno con regolarità. Secondo il National Survey of Sexual Health and Behavior, circa un terzo degli americani hanno fatto sesso anale almeno una volta nella vita. Però solo il 12 percento degli americani ha fatto sesso anale almeno una volta in un anno—e non sorprende che siano soprattutto uomini gay o bisessuali. 

Ma molti dei miei studenti dicono che il sesso anale è "la norma" e si sentono sotto pressione per provarlo. Considerato che molte donne descrivono il sesso anale come doloroso, è difficile immaginare di voler essere costretti a provarlo. Detto questo, se vi piace il sesso anale, ottimo—il mio consiglio è di usare un sacco di lubrificante, comunicare apertamente con l'altro, e andare molto, molto piano all'inizio. 

E se non vi piace? Ci sono un sacco di altre cose da fare. E poi, qualunque cosa facciate, non fingete per nessun motivo di aver "sbagliato buco"—secondo alcune ricerche il 10 percento degli universitari hanno accampato questa scusa.

SE UNA DONNA NON RAGGIUNGE L'ORGASMO, QUALCOSA NON VA 

Anche se molti pensano che l'orgasmo sia un importante fattore di soddisfazione sessuale, non tutti lo raggiungono sempre. E decenni di ricerca nel campo del sesso hanno reso chiaro che per le donne ci vuole spesso molto più che per gli uomini a capire come farlo, forse perché cominciano a masturbarsi più tardi. 

E la masturbazione è quello che ci insegna come raggiungere l'orgasmo. Le "regole" legate al genere fanno anche sì che le donne non si sentano in diritto di insistere sul loro bisogno di raggiungere l'orgasmo, anche quando sanno come farlo. Non importa il tuo genere, però, se vuoi fare sesso con qualcuno devi sempre fare del tuo meglio per essere gentile, generoso e attento. Cerca di capire cosa piace all'altro.

Chiedi che ti dica cosa prova quando lo tocchi, lecchi, penetri, o altro. Cerca di migliorare usando anche app come OMG Yes. Ma se una ragazza non ha mai avuto un orgasmo, non significa che il suo corpo sia sbagliato o il suo clitoride non funzioni. Molte donne danno la colpa al proprio corpo quando, in realtà, nella maggior parte dei casi sarebbero in grado di avere un orgasmo. Spesso ci vogliono tempo, esperienza, pazienza, comunicazione e attenzione. 

CHI HA UNA STORIA SERIA NON SI DEVE PREOCCUPARE DELLE MST 

La diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili ha spesso a che fare con la scarsa educazione sessuale, il costo delle spese mediche, e il livello di "sex positivity" in una cultura. Ancora peggio è il fatto che molti non usino il preservativo. Ma quello che dovreste sapere è molto semplice: i preservativi sono l'unico modo di proteggervi da malattie sessualmente trasmissibili come la clamidia, la gonorrea e l'HIV.

Eppure spesso bastano un paio di settimane con una persona per decidere che non è più il caso di usarli, anche se ancora non si è deciso per l'esclusività della coppia. Ecco, prima di farlo, fatevi testare, fatevi curare, e usate il preservativo almeno un mese più a lungo di quello che ritenete necessario. 

IL PUNTO G È UN'INFINITA FONTE DI ORGASMI

Non so se sia perché il nome fa pensare a una specie di bottone magico che apre le porte a ondate di piacere, o perché gli uomini si raccontano storie fantastiche a riguardo, ma diversi ragazzi mi hanno detto di esser rimasti piacevolmente sorpresi nello scoprire la verità sul punto G. C'era anche un po' di delusione nello scoprire che non si tratta di un punto segreto nel corpo della donna che, se toccato anche una sola volta, porta a un orgasmo dopo l'altro.

Il cosiddetto G–spot è in realtà una zona situata sulla parete anteriore della vagina che, se stimolata—di solito facendoci un po' di pressione—può dar piacere. In altre parole, a volte la stimolazione del punto G può portare all'orgasmo, a volte no. Se la tua partner rientra in questa seconda categoria, non è un problema—hai comunque tutto il resto del corpo e del cervello con cui lavorare.

La Vulva.

L aCensura.

L’Ostentazione.

Doppia Vagina.

Il Clitoride.

Le Mutilazioni.

L’Odore

La Censura.

Candida Morvillo per il “Corriere della Sera” - Estratti domenica 19 novembre 2023.

A 85 anni, Willy Pasini ha l’energia e il senso dell’umorismo di un ragazzo, anche quando racconta che ha avuto un cancro, la leucemia, dieci operazioni e giura di vivere con mezzo cervello da un quarto di secolo. Gioca a golf tutti i sabati con la moglie, riceve ancora pazienti il mercoledì e ancora gira il mondo a caccia di cascate e quadri del Settecento. 

Nella sua carriera, ha fondato la Federazione Europea di Sessuologia, l’Associazione Italiana di Sessuologia e Psicologia Applicata, ha insegnato alla Sorbona di Parigi e per decenni a Ginevra, dove tuttora vive, e ha scritto una decina di best seller per Mondadori, vendendo sette milioni di libri in 14 Paesi. Per farsi raccontare la sua vita, bisogna mettersi comodi.

Prof, quando e come diventa sessuologo?

«Non è stata vocazione. È una passione che mi è arrivata coi soldi. Deve sapere che il mio primo ricordo da bambino è ai giardini pubblici, a Milano: sento le sirene, cadono le bombe.Scappiamo a Lenno, sul lago di Como, e lì veniamo bombardati di nuovo e mitragliati. Fino a sette anni, ho vissuto in guerra e, quando ti cadono le bombe in testa, non sai come difenderti e impari solo ad avere paura, per cui, sono cresciuto timido, non combattivo, privo di grinta».

(…)

Fu affascinato, dunque, dai due estremi: i casti e i libertini?

«Aspetti. Prima, devo dirle che ero mancino e, che alle elementari, mi corressero imponendomi l’uso della mano destra e bloccandomi la creatività. Facevo disegni bellissimi e, dopo, passai a ricopiare fiori e foglie senza alcun talento. Insomma, timido, censurato nella creatività, studiai Ginecologia, come il nonno, ma da ginecologo mi annoiavo e mi misi a studiare Psichiatria. Il mio primo paziente era un operaio psicotico di San Siro, innamorato della sua cavalla. Non sapevo che fare. Chiedo al primario e lui mi dice: dagli della biada, così vedrà che non è un cavallo. Il livello della Psichiatria in Italia era questo». 

E così va in un ospedale psichiatrico svizzero

«Qui arriviamo ai soldi e alla grinta ritrovata...La mia vita cambiò, perché affrontai una psicanalisi personale e imparai a combattere per quello che volevo. La mia fortuna fu che la Ford Foundation stanziò dieci milioni di dollari per studiare le resistenze alla contraccezione e io, da ginecologo e psichiatra, vinsi il posto. 

In pratica, iniziai a occuparmi di sessuologia perché arrivò quel finanziamento. Lavorai tanto. I giovani non usavano i preservativi, per convincerli inventai quelli colorati, quelli con le barzellette e quelli che si illuminavano di notte. Mi era tornata anche la creatività». 

Soldi, autostima, prestigio.

«Il secondo colpo di fortuna fu un ricco omosessuale di Ginevra che destinò i suoi averi ad aiutare le minoranze erotiche. Soldi che nessuno voleva, ma coi quali io aprii un dipartimento di Ginecologia Psicosomatica e Sessuologia».

Come si riavvicina all’Italia?

«Per aiutare la pianificazione dei primi consultori che si occupavano di contraccezione. Arrivai con la forza sovranazionale dell’Organizzazione mondiale della Sanità per la quale tenevo seminari sulla salute sessuale e i cattolici non poterono fermarmi. Il presidente Sandro Pertini mi fece Cavaliere e poi Commendatore della Repubblica, il che mi diede lo slancio per fondare la prima Federazione Europea di Sessuologia». 

E in Italia, creò una scuola specialistica.

«Ero presidente, poi, due anni fa, mi hanno diagnosticato la leucemia e promesso una morte vicina e sono passato a presidente onorario.

Ma sono sopravvissuto, anzi, sto benissimo

Da esperto di psicosomatica, com’è scampato alla morte?

«Non so: mi sono cambiati i geni. Ho fatto una puntura nel midollo osseo ed ero già guarito. Penso di avere un angelo che mi protegge, perché ho rischiato la vita almeno cinque volte». 

Le altre quattro?

«Ho avuto il cancro a 40 anni. È lì che ho iniziato a scrivere libri divulgativi. Avevo pensato: non so quanto mi resta da vivere, tanto vale fare le cose che mi piacciono. Stranamente, ho venduto sette milioni di copie». 

Come se lo spiega?

«Forse, perché scrivo come se dipingessi quadri: mi torna la vena creativa. A Ginevra, ho avuto Paulo Coelho come vicino di casa. Gli chiedevo sempre: come faccio a passare da sette a 70 milioni? E lui: mettici più spiritualità». 

Le altre volte che ha rischiato di morire?

«Sotto le bombe, naturalmente. Poi, in un incidente d’auto e poi, a 60 anni, ho avuto un trombo al cervello su un aereo per Hong Kong. Da allora, funziono con mezzo cervello». 

Adesso, sta esagerando.

«No, no. Prima, pensavo due cose alla volta, ora devo stare attento a quello che dico». 

Parlava di un angelo custode. È credente?

«Nessuno: a Milano, ho studiato al Gonzaga, un liceo di preti. Ci ho incontrato prof straordinari ma anche dei pedofili, come padre Giacinto, che ha dato un colpo mortale alla mia fede». 

Padre Giacinto la molestò?

«Mi sono divertito a rimetterlo a posto più di una volta». 

Nel ’92, Sergio Zavoli, intervistandola sul Corriere, le chiese «che cosa sopravvive delle vecchie oscurità, generatrici di sensi di colpa, frustrazioni, errori?». Oggi, che risponderebbe?

«Che il tradimento resta sempre difficile da digerire. Specie quello della donna. In origine, non era accettato perché poteva portare un figlio di padre incerto, oggi non lo è perché sopravvive il senso di possesso del corpo della donna». 

Al Corriere, più di recente, ha detto di un patto con sua moglie: siete fedeli solo in Svizzera.

«Ai tempi degli hippy, a Los Angeles, due amici ci proposero lo scambio di coppia, rifiutammo, ma dopo, parlandone, concludemmo che non avevano torto. Lo scambismo però non ci attirava e ci organizzammo diversamente». 

È un patto che consiglierebbe?

«Certo: come si fa a essere fedeli per 50 anni?La fedeltà di cuore è più importante». 

Ha raccontato di tradire ai convegni. A 85 anni, è ancora infedele?

«Purtroppo, ai convegni, vado meno spesso». 

Da quanti anni sta con sua moglie?

«Da 57. Abbiamo cinque nipotine e due figli maschi, uno crea robot; l’altro crea strumenti finanziari. Giocavo a tennis e l’ho vista passare. È stata una frazione di secondo. Dopo, mi sono informato, ho saputo che faceva l’infermiera e mi sono presentato durante il turno di notte». 

Per quale contributo alla sessuologia le piacerebbe essere ricordato?

«Negli ultimi anni, ho lavorato soprattutto sulla civiltà del benessere, ma avrei dovuto lavorare di più sulla civiltà dell’odio: avrei dovuto fare criminologia invece che sessuologia». 

Diventò popolare grazie a Maurizio Costanzo. Che ricordi ha di lui?

«Se la puntata era fiacca, mi sussurrava: mettiamo un po’ d’incendio. Eravamo compari». Uso il titolo di un suo best seller per chiederle: a cosa serve la coppia?

«Deve essere tana, tenerezza, affetti stabili. Ma oggi, le si domanda una cosa che, prima, si chiedeva all’amante: di essere sempre come chi fa bungee jumping sui ponti con l’elastico». 

Un caso bizzarro di cui si è occupato? «Sono stato il ginecologo psicosomatico di un harem di ventotto donne perché la moglie principale non riusciva a restare incinta. Le altre erano nell’harem per ragioni politiche, per tenere buone tribù del deserto e delle montagne, così, la prescelta, ogni giorno, riceveva il loro odio. Feci costruire uno spazio architettonico per lei, dove poteva isolarsi: tra tanto astio, ovulare era impossibile. La donna ha avuto due figli e sono diventato famoso nel mondo arabo». 

(…) Per finire, diventeremo tutti fluidi?

«Si va in questa direzione, che non è fluidità, ma narcisismo: oggi, conta il desiderio che parte da sé, poi, l’oggetto d’amore è intercambiabile. A me spiace, sono un romantico». E il romanticismo è finito? «Spero di no, ma è innegabile che oggi le persone hanno più paura del cuore che del sesso».

Estratto dell'articolo di Mariano Croce per editorialedomani.it sabato 18 novembre 2023.

In pieno centro, a Roma, i gestori di un noto night club intimavano alle loro impiegate di interrompere il flusso mestruale durante il fine settimana. La pretesa è singolare, non solo né tanto perché indice di scarsa conoscenza del meccanismo secretorio, quanto perché fa da indovinata sineddoche di tutti i pregiudizi che si raccolgono intorno ad alcuni fatti, centrali per la vita umana, eppure trattati come fossero debolezze congenite della donna. 

[…] Ancor oggi, l’“effluente mestruale” è fonte di imbarazzi e oggetto di censure. Un segreto da celare sino al punto da rendersi invisibili.

Il ciclo mestruale è solo uno dei percorsi nel viaggio intrauterino che Leah Hazard imbastisce nel libro Utero. Storia intima del luogo da cui tutti veniamo (Ponte alle Grazie 2023).

L’autrice, “ostetrica, attivista e madre di due bambine” […] attraverso le mestruazioni, la gravidanza, la contraccezione, il travaglio, la menopausa e altre fasi e fattori dell’organo primario dell’antropogenesi, ci fa da guida in una selva di pregiudizi, fraintendimenti, mitologemi e disinformazione, in cui si appalesa quanto poco noi si sappia del luogo in cui tutti abbiamo letteralmente soggiornato.

[…] Tra storia delle scoperte mediche, aneddoti e resoconti di interviste, il nodo centrale del libro si può sintetizzare con relativa semplicità: l’aura di profanissima sacralità che circonda l’utero impedisce una più ampia conoscenza […]

In effetti, dell’utero si parla poco e male, con frettoloso disagio, come meritasse il tipo di rispetto che si deve alle divinità malvagie, le quali, pur sempre attorno a noi, mai evochiamo per timore che ci insozzino con le loro sconcezze o, peggio, che ci facciano del male. 

[…] Il problema, però, non è il deficit cognitivo in sé, ma la serie di infortuni cui espone le donne nelle diverse fasi della vita in cui hanno a che fare col proprio utero e che ne escono rafforzate nell’innato senso di disagevole pudore o persino traumatizzate da trattamenti inappropriati. 

Particolarmente istruttivo è il capitolo sul flusso mestruale, appunto evocato in apertura: un rituale ciclico, che comanda circospezione in chi teme di macchiare gli indumenti di cremisi o chi esce dall’aula scolastica con un assorbente nascosto nella manica. 

La nozione stessa di “effluente mestruale”, spiega l’autrice, convoca un immaginario di detriti e rifiuti. E se Tertulliano, filosofo e apologeta cristiano del II secolo, non aveva reticenze circa il suo senso della repulsione quando definiva la donna come “un tempio costruito sopra una fogna”, secondo Hazard non si è fatta molta strada da lì a qui, al netto delle molte app che del ciclo tengono tempi e mappano ritmi.

L’autrice si mette quindi sulle tracce di quelle studiose che alimentano l’ideale quasi fanatico di un ciclo “facoltativo”, il cosiddetto #PeriodsOptional, grazie agli estrogeni e al progesterone, per discutere poi del controverso impatto di tale scelta sullo sviluppo cognitivo delle adolescenti.

Questo non tanto al fine di offrire una guida pratica – intento ben lontano dal testo – ma per mostrare come, anche tra le donne, le mestruazioni rimangano “una fonte di costernazione e contraddizione”, alveo di polemiche e terreno di contrapposizioni. […]

L’utero è il posto da cui veniamo tutti, ma se ne parla ancora poco e male. MARIANO CROCE, filosofo, su Il Domani il 14 novembre 2023

In un saggio che è un inno al femminismo, l’ostetrica Leah Hazard racconta la “storia intima” di questo organo. Tra mestruazioni, gravidanza, menopausa e altre fasi ci guida per una selva di pregiudizi e incomprensioni

In pieno centro, a Roma, i gestori di un noto night club intimavano alle loro impiegate di interrompere il flusso mestruale durante il fine settimana. La pretesa è singolare, non solo né tanto perché indice di scarsa conoscenza del meccanismo secretorio, quanto perché fa da indovinata sineddoche di tutti i pregiudizi che si raccolgono intorno ad alcuni fatti, centrali per la vita umana, eppure trattati come fossero debolezze congenite della donna.

Peggio ancora se il legale che rappresenta i gestori l’ha definita “una goliardata”: si fa appunto goliardia su tratti che incarnano stereotipi e consolidano pregiudizi. Nondimeno, nel loro dubbio senso dell’ironia, questi maschi hanno ragione: ancor oggi, l’“effluente mestruale” è fonte di imbarazzi e oggetto di censure. Un segreto da celare sino al punto da rendersi invisibili.

Il ciclo mestruale è solo uno dei percorsi nel viaggio intrauterino che Leah Hazard imbastisce nel libro Utero. Storia intima del luogo da cui tutti veniamo (Ponte alle Grazie 2023). L’autrice, “ostetrica, attivista e madre di due bambine”, compie passi circospetti ma fermissimi nell’intricata dinamica da cui scaturisce la vita. Eppure, sarebbe riduttivo descrivere il libro come fosse un compendio di anatomia femminile per inespertə.

INNO AL FEMMINISMO

Esso è in primo luogo un coinvolgente inno al femminismo quale pratica per tutti i sessi e tutti i generi, che risulta così disincagliato dalle secche dell’attuale guerra tra bande – come Hazard asserisce con sintetica decisione nella dedica d’apertura: «Per tutti».

E così, attraverso le mestruazioni, la gravidanza, la contraccezione, il travaglio, la menopausa e altre fasi e fattori dell’organo primario dell’antropogenesi, Hazard ci fa da guida in una selva di pregiudizi, fraintendimenti, mitologemi e disinformazione, in cui si appalesa quanto poco noi si sappia del luogo in cui tuttə abbiamo letteralmente soggiornato.

L’intento dell’autrice è introdurre all’organo in questione per una via che, in gergo filosofico, si definisce “affettiva”, vale a dire, tramite la mobilitazione di un crescente legame emotivo con chi legge. Il libro muove alla ripugnanza, allo sconcerto, alla sorpresa, accompagnati sempre da un piacere che appunto coinvolge e lega alle storie delle molte donne (professioniste e non) che Hazard intervista, scruta e talora provoca.

Tra storia delle scoperte mediche, aneddoti e resoconti di interviste, il nodo centrale del libro si può sintetizzare con relativa semplicità: l’aura di profanissima sacralità che circonda l’utero impedisce una più ampia conoscenza di noi esseri umani quando ci si osserva dalla fenditura da cui siamo uscitə.

In effetti, dell’utero si parla poco e male, con frettoloso disagio, come meritasse il tipo di rispetto che si deve alle divinità malvagie, le quali, pur sempre attorno a noi, mai evochiamo per timore che ci insozzino con le loro sconcezze o, peggio, che ci facciano del male.

Ma l’ostacolo più molesto sulla strada di una più solida conoscenza dell’utero deve attribuirsi, per paradosso, a chi con esso vanta più familiarità. Consiste infatti in una serie di miti, perlopiù fabbricati da mano mascolina, nell’ambito della medicina specializzata: costruzioni malcerte e infide, come l’“utero sterile” (cioè privo di microbiota), quello “ostile” oppure l’idea di una sua passività nel concepimento, assieme a molte altre nozioni al meglio inesatte, che fanno della medicina un luogo in cui l’utero rimane l’oggetto di un sapere ancora rudimentale e a tratti superstizioso.

Il problema, però, non è il deficit cognitivo in sé, ma la serie di infortuni cui espone le donne nelle diverse fasi della vita in cui hanno a che fare col proprio utero e che ne escono rafforzate nell’innato senso di disagevole pudore o persino traumatizzate da trattamenti inappropriati. 

IL CICLO

Particolarmente istruttivo è il capitolo sul flusso mestruale, appunto evocato in apertura: un rituale ciclico, che comanda circospezione in chi teme di macchiare gli indumenti di cremisi o chi esce dall’aula scolastica con un assorbente nascosto nella manica.

La nozione stessa di “effluente mestruale”, spiega l’autrice, convoca un immaginario di detriti e rifiuti. E se Tertulliano, filosofo e apologeta cristiano del II secolo, non aveva reticenze circa il suo senso della repulsione quando definiva la donna come “un tempio costruito sopra una fogna”, secondo Hazard non si è fatta molta strada da lì a qui, al netto delle molte app che del ciclo tengono tempi e mappano ritmi.

L’autrice si mette quindi sulle tracce di quelle studiose che alimentano l’ideale quasi fanatico di un ciclo “facoltativo”, il cosiddetto #PeriodsOptional, grazie agli estrogeni e al progesterone, per discutere poi del controverso impatto di tale scelta sullo sviluppo cognitivo delle adolescenti.

Questo non tanto al fine di offrire una guida pratica – intento ben lontano dal testo – ma per mostrare come, anche tra le donne, le mestruazioni rimangano “una fonte di costernazione e contraddizione”, alveo di polemiche e terreno di contrapposizioni.

Ma se quantomeno la classe medica avesse buon cuore e lucida mente per guardare con più attenzione a cosa sta nel liquido stillante (nota Hazard che, nella letteratura scientifica, si contano “solo 400 articoli sull’effluente mestruale, contro i 15.000 e passa sul liquido seminale e sullo sperma”), ci si potrebbe avvedere di come esso sia capace di segnalare la presenza di malattie la cui diagnosi richiede altrimenti dai sette ai dieci anni, assieme a trattamenti invadenti e interventi dolorosi – oltreché gravanti sulle casse pubbliche.

Insomma, l’utero, proprio come il flusso che mensilmente rilascia, è ancora vittima di pregiudizi generali, noncuranza medica e ritegno femminile. Il tutto sotto il dominio ancora solido di “un patriarcato bianco con scarso rispetto per la saggezza delle donne”, che ha promosso metodi e pratiche tutt’altro che facilitanti il travaglio, l’aborto e altre fasi della vita uterina.

ALLEANZA E CONOSCENZA

Il libro, nella sua conclusione, auspica una prossimità più avveduta e documentata con un organo tanto decisivo per l’esistenza umana.

Eppure, non credo oggi si possa azzardare in ottimismo, se è vero com’è vero che in molte giurisdizioni nazionali, persino nei paesi sedicenti liberali, il corpo della donna torna oggetto di una legislazione aggressiva e proprietaria, con restrizioni sul diritto di decidere in autonomia del proprio corpo, assieme alla reviviscenza di ideologie conservatrici, in cui la donna è il perno della vita domestica, oltreché devota e sollecita educatrice della prole.

Ma è proprio in condizioni di ristagno morale come queste che soccorrono libri quali Utero. Di tale bizzoso organo, Hazard non fa un oggetto di venerazione né certo di occhiuta regolazione. Piuttosto, lo ritrae capitolo dopo capitolo come alleato fedele, informatore inatteso, seccatura ricorrente, sigillo di perenne alleanza tra chi genera e chi nasce, assieme a molte altre modalità di interazione con l’essere umano che lo ospita. 

Nella mia idiosincratica lettura, il libro mi sembra ravvivare l’insegnamento più prezioso del vecchio e troppo vituperato meccanicismo: il corpo umano è un assemblaggio di corpi più piccoli e, assieme ad altri corpi, forma assemblaggi che lo eccedono.

Per una vita saggia e felice, la prescrizione più raccomandabile è quella di una salda alleanza tra tutte queste macchine formanti macchine – un’alleanza che deve passare, come insiste Hazard, per una conoscenza quanto più chiara e distinta di ciò che, nell’intrico di macchine, ogni singola macchina fa e può fare.

MARIANO CROCE, filosofo, Professore di filosofia politica all'Università La Sapienza di Roma. I suoi ultimi libri sono Oltre lo stato di eccezione, Nottetempo 2022 e L'indecisionista. Carl Smith oltre l'eccezione, entrambi firmati con Andrea Salvatore

L’Ostentazione.

Estratto dell’articolo di Susanna Macchia – “La Repubblica - D” lunedì 30 ottobre 2023.

“Nessuno guarderà questa bizzarra serie che parla di un teenager che si mette a dare consigli di sesso dalla stanza di un bagno. È troppo strana”. Diceva così Laurie Nunn, ideatrice, sceneggiatrice e produttrice di Sex Education, uno dei titoli Netflix più di successo degli ultimi anni (la stagione finale è stata visualizzata, finora, da oltre 25 milioni di persone). 

«Avevo scritto la trama qualche anno prima e avevo ricevuto così tanti rifiuti che pensavo non avrebbe mai visto la luce», prosegue l'autrice. «Quando Netflix ha mostrato interesse e ho ottenuto il via libera, è stato uno shock. Non riuscivo a immaginarmi come la gente avrebbe reagito e non appena hanno iniziato a dirmi che l'avevano vista e che era piaciuta non mi sembrava possibile».

In effetti è stata la prima serie non documentaristica a parlare di sesso in maniera così esplicita e approfondita, coinvolgendo un pubblico vasto e trasversale. «Anche se si affrontano tematiche sessuali in modo schietto, volevo si capisse che era fatto con il cuore e con convinzione, in modo che chiunque, di qualsiasi età, potesse guardarlo».

Così è stato. E se Sex & the City, alla fine degli anni 90, aveva elaborato il tema di una sessualità femminile libera, consapevole e soprattutto glamour, Sex Education ha cambiato i codici semantici della conversazione spostando l'asticella su un linguaggio senza iperboli, senza filtri, senza confini di genere, identità e fantasia.

Parlare di sesso, analizzarlo, raccontarlo e talvolta ostentarlo è una caratteristica, e forse un'esigenza, molto specifica di questi ultimi anni. Prima delle vicende dei giovani del Moordale College narrate da Nunn, ci sono state le sessioni di sessoterapia condotte da Gwyneth Paltrow (e delle esperte) in The Goop Lab, il più recente Le basi del piacere, l'altro titolo teen Non ho mai... e il documentario sulla storia di PornHub Money Shot. 

Oltre ai prodotti tv ci sono poi i podcast (Il sesso degli altri, Vengo anch'io, È il sesso bellezza, solo per citarne alcuni), i libri (Vengo prima io di Roberta Rossi, Come as you are di Emily Nagoski, The Vagina Bible di Jen Gunter) e i progetti artistici. 

Hilde Sam Atalanta (they/them) è, per esempio, un'illustratrice basata ad Amsterdam che dal 2016 porta avanti The Vulva Gallery, piattaforma digitale di inclusione sulla rappresentazione della vagina. Sette anni fa era un'idea pioneristica: «Di vulva si parlava poco.

Poi è arrivata una nuova ondata di femminismo, il #MeToo, la body positivity ed è cambiato il modo in cui si pensa al corpo. Le diversità hanno assunto un ruolo chiave e qualcosa sta cambiando anche a livello politico. C'è un maggiore interesse, ad esempio, per i bambini intersessuali e la parola "vagina" è diventata mainstream», sostiene Atlanta. 

[…] A sentire l'artista, infatti, sono soprattutto le nuove generazioni le più «in lotta con l'immagine della vulva. Negli ultimi anni c'è stato un aumento mondiale degli interventi di labioplastica - trattamento che modifica le dimensioni delle labbra interne. C'è un "ideale di bellezza" della vulva (rosa con pochi o nessun pelo pubico e piccole labbra interne) proposto dai media, dal porno tradizionale e persino dai libri di testo di biologia totalmente irreale. 

Questa rappresentazione, unita alla mancanza di un'adeguata educazione alla diversità corporea e al fatto che non siamo abituati a parlare dei nostri genitali, può portare a sentimenti di insicurezza e alla paura di sentirsi "strani" o "brutti"».

Il risvolto paradossale di questa sovra narrazione è infatti l'insorgere di nuove insicurezze: «La tentazione di fare confronti è fortissima. Anche sulla frequenza "giusta" dei momenti dedicati ai rapporti intimi. Si cercano (e facilmente si trovano) rilevazioni statistiche su quanto spesso le coppie facciano l'amore: se il numero corrisponde si dice "Fiuu, sono nella norma", altrimenti scatta il sentirsi inadatti, inadeguati», sostiene Emily Nagoski, sex educator, autrice di libri e podcast di grande successo. 

D'accordo anche la counselor della sessualità Daniela Bocconi che spiega: «Il fatto che si parli tanto di sesso è un grande traguardo. Forse, però, il problema è che è stato raggiunto senza garantire gli strumenti in grado di elaborare correttamente le informazioni diffuse dai media e da una pornografia sempre più facilmente accessibile. Nelle scuole italiane, per esempio, si danno nozioni anatomiche di base e istruzioni contraccettive ma non si fa educazione sessuale.

Il risultato è che i ragazzi non sanno ascoltarsi. E pur avendo un'idea estremamente fluida della sessualità hanno creato nuovi stereotipi inventando ulteriori etichette di orientamenti». Gli adulti, dal canto loro: «Entrano facilmente in crisi paragonando le loro performance a quelle che vedono nei porno o anche nei film e nelle serie. Durata dei rapporti e orgasmi simultanei non corrispondono alla realtà e provocano frustrazioni». […] 

Doppia Vagina.

Estratto da leggo.it domenica 29 ottobre 2023. 

Una donna, nata con l'utero didelfo, ha affermato che il suo fidanzato ne reclama uno. L'utero didelfo, o meglio noto come doppio utero, è una possibile malformazione uterina, caratterizzata dalla presenza di due distinti corpi dell'utero, due cervici separate e, spesso, anche due vagine. Il fenomeno medico fa sì che la modella e attrice di contenuti per adulti possa concepire due bambini con due ragazzi diversi contemporaneamente. Dopo aver trovato l'amore, quest'anno, Annie Charlotte, del Surrey in Inghilterra, ha spiegato come ha gestito la cosa con il fidanzato che reclama una delle sue due vagine.

Il Clitoride.

Estratto dell'articolo di fanpage.it il 3 maggio 2023.

Il 3 maggio è il giorno in cui a Frosinone e in Ciociaria si festeggia Santa Fregna. No, non è una bufala né una presa in giro, ma una tradizione popolare che viene da lontano e che ha una spiegazione che affonda nella storia. 

Il 3 maggio è infatti il giorno che nel calendario dei santi è dedicato a Santa Elena Flavia Giulia, la madre dell'imperatore Costantino che, secondo il racconto della tradizione, subito prima della battaglia di Ponte Milvio vide la Croce su cui Gesù andò al martirio convertendosi alla nuova religione. Per questo Santa Elena è spesso rappresentata con una croce.

"Dal punto di vista profano invece la ‘croce' dell'uomo può essere identificata con il sesso femminile, del cui desiderio spesso rimane insoddisfatto. 

Da qui l'associazione di questo giorno ad un evento molto lontano e improbabile, che forse non accadrà mai e che, nella tradizione popolare, è stato appunto sostituito con l'espressione "Nsanta fregna", questa la spiegazione che fino a poco tempo fa compariva anche sul sito istituzionale del comune di Frosinone.

[…]

Estratto dell'articolo di Anna Lisa Bonfrancesco per wired.it il 17 febbraio 2023.

Nei bilanci di fine anno, per il 2022 avremmo potuto annoverare anche le scoperte sul clitoride. […] Abbiamo infatti scoperto che il nostro clitoride contiene un numero ancora più grande di quanto credessimo di fibre nervose: in appena 10 cm (considerando parti scoperte e non visibili) se ne concentrano 10 mila. […] nel 2022 abbiamo anche scoperto che lo stesso organo è presente e funzionale nelle femmine di delfino e nei serpenti. Scoperte che hanno un po' riscattato il clitoride, organo a volte un po' bistrattato, a volte difficile da studiare.

 A metterla così è oggi un articolo apparso su The Conversation, a firma di Louise Gentle, […] La tesi di Gentle è sostanzialmente questa: il maschilismo imperante, praticamente ovunque, ha colpito anche la ricerca sugli organi genitali, così che se molto sappiamo sui peni del regno animale, poco è noto sul loro equivalente femminile, il clitoride appunto. Anche se, a giudicare dalle ultime ricerche sul tema, qualcosa sta cambiando, […]

Cominciamo dai delfini, pardon dalle delfine, ma non senza aver prima ripassato brevemente di che cosa stiamo parlando. Il clitoride è un organo femminile erettile, considerato l'omologo del pene e […] centro del piacere, ma alla sua presenza e stimolazione si associano anche dei benefici riproduttivi: infatti, secondo alcuni, il piacere sarebbe infatti la strada per attuare tutta una serie di microcambiamenti anatomici e chimici che hanno lo scopo di favorire la fecondazione.

Ma torniamo ai cetacei. Nelle delfine l'esistenza del clitoride era già nota ma lo scorso anno uno studio apparso su Current Biology ha fatto luce sul suo ruolo, mostrando che, anche per i mammiferi marini svolge funzioni legate al piacere in modo simile a quanto osservato nella nostra specie. I delfini d'altronde fanno sesso anche a scopo sociale e non meramente riproduttivo – ricordano gli esperti - e stimolazioni del clitoride sono state osservate anche tra le femmine. […]

 il clitoride delle delfine era molto simile a quello umano, con abbondante tessuto erettile e innervazione, con alcuni nervi anche piuttosto grandi. […]

Il problema è qui, a detta di Gentle: se si cerca e si studia, poi si trova, e probabilmente il clitoride lo abbiamo cercato poco. Gli ultimi animali a rivendicare di averne uno sono i serpenti: quando un team australiano e statunitense si è messo a cercarlo per bene, lo ha trovato in nove specie e presenta tutte le caratteristiche – come innervazione e presenza di tessuto erettivo - per immaginare che abbia un ruolo nell'accoppiamento, che possa essere stimolato in sostanza, come spiegavano gli autori della scoperta solo un paio di mesi fa, notando la forma a cuore e una certa diversità da specie a specie. […]

 Stiamo riscoprendo il clitoride, dunque, l'omologo del pene. E, come il pene, animale che vai clitoride che trovi. Così Gentle cita alcuni dei più curiosi. Come quello della iena macchiata (o iena ridens) che ha un clitoride […] simile a un pene che usa per urinare, accoppiarsi e partorire, ma anche le scimmie ragno hanno un clitoride che ricorda in tutto e per tutto un pene.

Le Mutilazioni.

Mutilazioni genitali femminili: storia di un orrore. Allegra Filippi il 5 Febbraio 2023 su Inside Over.

Il 6 febbraio ricorre la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili (Mgf). Secondo la Organizzazione mondiale della sanità (Oms) più di 200 milioni di bambine e donne nel mondo avrebbero subito questa pratica e ogni anno circa 3 milioni di ragazze sono a rischio Mgf. La pratica è ancora attiva in 40 Paesi ed è concentrata per l’80% in Africa, Medio Oriente e Asia. Sono state registrate forme di Mgf in Europa, Australia e America del nord. Malgrado alcuni dati incoraggianti mostrino che alcuni dei Paesi coinvolti stiano adottando misure per contrastare il fenomeno, il numero delle pratiche non sembra destinato a diminuire nel breve tempo.

Che cosa sono le mutilazioni genitali femminili e che rischi rappresentano?

Le Mgf sono tutte quelle procedure che comportano la rimozione parziale o totale dei genitali esterni femminili o altre lesioni agli organi genitali femminili per motivazioni non mediche. La stessa pratica varia in base a diversi fattori, soprattutto etnici. Secondo le stime condotte dal Who circa il 90% dei casi di mutilazione comprende la clitoridectomia, l’escissione e la scalfittura mentre il 10% la forma più grave e dannosa, l’infibulazione (restringimento dell’orifizio vaginale), praticata soprattutto in Paesi quali Gibuti, Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan. Le vittime sono per la maggior parte dei casi ragazze tra l’infanzia e i 15 anni, in alcuni Paesi però vengono operate bambine di pochi mesi o neonate di pochi giorni di vita. Quest’ultimo fenomeno si registra soprattutto in Eritrea, Mali e Yemen.

Le Mgf non rappresentano nessun beneficio per la salute, come la circoncisione, ma al contrario portano a gravi rischi per la salute sia fisica che psichica. Le ragazze che subiscono questa pratica potrebbero andare incontro a emorragie, infezioni, ritenzione di urina e trasmissione dell’Hiv, inoltre a lungo termine potrebbero soffrire di infertilità e complicanze post-partum. Le conseguenze psicologiche sono d’altro canto devastanti e si stima che almeno l’80% di chi è stata mutilata soffre di ansia e depressione.

Sono numerosi i motivi che concorrono alla persistenza di questa pratica, primo fra tutti la condizione socio economica poiché viene considerato come un mezzo di integrazione sociale delle giovani e per il mantenimento della coesione nella comunità. Non mancano però le ragioni sessuali per ridurre e piegare la sessualità femminile o per garantire la castità. Molti credono che vi siano specifiche nel Corano sentendosi quindi legittimati dal fattore religione malgrado la pratica non sia presente in nessun passaggio del testo sacro. Inoltre la mutilazione viene considerata come un prerequisito per il matrimonio e l’eredità e le ragazze che non vi vengono sottoposte rischiano l’esclusione dalla comunità.

Le Mfg rappresentano una violazione dei principi universali dei diritti umani poiché violano i principi di uguaglianza di genere, il diritto alla salute e all’integrità fisica e nondimeno violano i diritti del bambino.

La pratica in Italia e in Europa

La pratica è stata registrata anche negli stati membri dell’Ue. Secondo le stime tra l’11% e il 21% delle bambine originarie di Paesi dove la pratica è prassi, sono a rischio mutilazione. Il fenomeno è in forte crescita dagli ultimi dati raccolti nel 2016 arrivando a un incremento del 40%. La maggior parte delle pazienti alle quali è stata diagnosticata la pratica erano minorenni, la metà di loro aveva meno di 12 anni. Uno dei problemi più gravi che si presenta in Europa è la medicalizzazione della procedura che ha reso la pratica più accettabile per molte famiglie che vi ricorrono. I familiari della vittima si affidano a medici specializzati e questo viene percepito come più sicuro, più igienico e meno doloroso.

Anche in Italia sono stati registrati numerosi casi di Mgf tanto che dal 2006 vige la legge n.7 che stabilisce specifiche disposizioni per affrontare il problema. La legge prevede l’applicazione del principio dell’extraterritorialità, criminalizzando la pratica anche quando viene eseguita all’estero proteggendo così tutte quelle bambine che vengono portate nei Paesi di origine esclusivamente per essere mutilate. In caso di mutilazione vengono applicate le disposizioni generali di protezione dei minori e quindi i genitori possono essere ritenuti responsabili della pratica compiuta sulla propria figlia.

Gli sforzi globali per contrastare la pratica

I progressi per eliminare questa pratica non sono stati omogenei tra i vari Paesi. In alcuni di essi infatti la pratica è rimasta uguale a decenni fa e coinvolge lo stesso numero di bambine. Ad esempio in Somalia oltre il 90% delle donne e delle ragazze tra i 15 e i 40 anni ha subito la Mgf. Rispetto a 30 anni fa, una bambina ha qualche probabilità in meno di essere sottoposta alla Mgf grazie all’impegno di ogni singola nazione nel contrastare il fenomeno. Tuttavia se gli sforzi non verranno incrementare in modo più significativo si stima che nel 2030 aumenterà notevolmente il numero di bambine sottoposte a Mgf. Molte speranze per frenare la pratica sono riposte nell’opposizione delle stesse ragazze e di molti uomini contrari. Si stima che stiano aumentando le ragazze che si ribellano alla pratica sia in Europa che in Africa e Medio Oriente.

ALLEGRA FILIPPI

L’Odore.

Cattivi odori intimi, come eliminarli. Quando persiste un odore insolito nelle parti intime ciò può essere dovuto a fluttuazioni ormonali, infezioni vaginali, malattie sessualmente trasmissibili, tamponi dimenticati. Per limitare il fenomeno seguiamo alcuni semplici ma utili consigli. Francesca Bocchi il 30 Luglio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Come si caratterizzano gli odori vaginali

 I sintomi associati a un cattivo odore intimo

 Le cause di un cattivo odore

 Infezione batterica (o vaginosi batterica)

 Infezione parassitaria

 Micosi vaginale

 Altre cause di odore vaginale

 Cattivo odore intimo: le conseguenze

 Come trattarlo e prevenirlo

 Previenire i cattivi odori

Ogni donna ha il proprio odore vaginale che può variare a seconda del ciclo mestruale. A volte un cambiamento nell'olfatto può rivelare la presenza di un'infezione parassitaria. Un cattivo odore vaginale è quindi generalmente il segno di uno squilibrio vaginale ma non deriva necessariamente da una scarsa igiene intima.

Come si caratterizzano gli odori vaginali

In ogni donna, la vagina ha un odore particolare. Questo può variare normalmente durante il ciclo mestruale e diventare, ad esempio, leggermente più acido durante le mestruazioni.

Una piccola differenza di odore non è quindi sempre un segnale allarmante, ecco perché è importante conoscere il proprio odore naturale. Tuttavia, se l'odore è molto diverso e sgradevole, potrebbe essere un segno di un'infezione (vaginosi).

La vagina è naturalmente sede di molti microrganismi che costituiscono quella che viene chiamata la flora vaginale ed è costituita principalmente da un batterio chiamato bacillo di Döderlein o lactobacillus che mantiene un ambiente acido nella vagina e contribuisce così alla sua protezione contro le infezioni. Qualsiasi cambiamento nell'equilibrio di questi microrganismi può influenzare l'odore delle perdite vaginali.

I sintomi associati a un cattivo odore intimo

L'odore vaginale anomalo non è l'unico sintomo caratteristico delle infezioni sopra menzionate. Altri sintomi possono accompagnarlo, come:

prurito;

una sensazione di bruciore;

dolore locale;

arrossamento;

perdite vaginali anormali (leucorrea).

Le cause di un cattivo odore

I motivi possono essere diversi per cui è bene conoscere le caratteristiche di ognuno così da poter individuare la causa scatenante corretta.

Infezione batterica (o vaginosi batterica)

Molto spesso, è causato dal batterio Gardnerella Vaginalis. Questo è naturalmente presente nella vagina ma in alcuni casi può moltiplicarsi in modo anomalo e prendere il sopravvento su altri batteri. Produce un cosiddetto odore di "pesce".

Infezione parassitaria

Un'infezione parassitaria da "trichomonas vaginalis" (tricomoniasi) è una causa comune di un cambiamento dell'odore e si tratta un'infezione a trasmissione sessuale facilmente curabile.

Micosi vaginale

L'infezione da lievito vaginale è un'infezione da Candida. La proliferazione di questo fungo è molto comune e ci sono molti fattori che contribuiscono, ad esempio, trattamenti ormonali, gravidanza o assunzione di antibiotici.

Altre cause di odore vaginale

Alcune malattie o comportamenti possono favorire le infezioni. Tra questi ci sono:

scarsa igiene o, al contrario, igiene eccessiva;

lo stress;

trattamento antibiotico;

una fistola rettovaginale (un'apertura anormale tra il retto e la vagina che provoca la fuoriuscita di feci nella vagina);

cancro cervicale;

cancro vaginale.

Le infezioni da lievito o Chlamydia e Neisseria gonorrhoeae (gonorrea) di solito non causano odore vaginale.

Cattivo odore intimo: le conseguenze

Se l'infezione responsabile del cattivo odore vaginale non viene trattata, può peggiorare e aumentare anche il rischio di contrarre altre infezioni. Ad esempio, la tricomoniasi aumenta il rischio di contrarre o trasmettere il virus dell'AIDS (HIV).

Infine, la vaginosi batterica durante la gravidanza aumenta il rischio di parto prematuro.

Come trattarlo e prevenirlo

In caso di odore vaginale anomalo, il medico farà fare un tampone per determinare se l'infezione sia dovuta a un batterio o a un parassita per proporre un trattamento antibiotico appropriato. In caso di tricomoniasi si può decidere di curare anche il partner sessuale.

Le infezioni sono più comuni nelle donne sessualmente attive e avere più partner aumenta il rischio di sviluppare vaginosi.

Previenire i cattivi odori

Una buona igiene intima è importante per limitare il rischio di infezione e non richiede alcuna tecnica particolare. Quindi meglio preferire l'uso di un sapone delicato ed evitare l'utilizzo eccessivo di lavande. Di seguito altri consigli utili.

Non utilizzare deodoranti, profumi vaginali o vaporizzatori vaginali . Questi prodotti possono indebolire le mucose e causare gravi irritazioni.

Usare mutandine mestruali o protezioni sanitarie in cotone organico, senza prodotti chimici, per limitare irritazioni e infezioni.

Cambiare regolarmente tamponi e assorbenti.

Scegliere biancheria intima di cotone ed evitare indumenti attillati.

Limitare l'assunzione di zucchero, alcool e tabacco.

Prestare attenzione durante la rasatura o la ceretta nella zona intima.

Usare probiotici per preservare il microbiota vaginale.

 

Barbara Costa per Dagospia l’8 gennaio 2023.

Se ti puzza di pesce non sta bene (c’è un’infezione batterica), se ti prude e ti s’arroventa e ti si trasforma in una yogurtiera neppure (c’è una micosi), se corri a pisciare non ogni momento ma quasi… probabilmente c’è una cistite. Una vulva è sana se è stabilmente umida e lubrificata, e chi lo dice che deve profumare di vaniglia o di qualche fiore?! Una vulva sana non profuma bensì odora di un "sapore" suo che è personale e che può essere “pepato, muschiato, dolce o salato, leggermente marino, simile al fieno tagliato, o alla cipolla fresca”.

 È quanto scrivono la giornalista Élise Thiébaut e l’ostetrica Camille Tallet nel loro "V per Vulva. Benessere Intimo dalla A alla V" (Odoya ed.), manualetto che dei dubbi che la tua vulva ti pone offre facile e mirata soluzione. E ne asfalta i tabù. Perché non è vero che le vulve sono tutte uguali, no: le orientali ce l’hanno in un modo, le europee in un altro, le afroamericane in un altro ancora. E son normalissime le vulve che hanno le labbra asimmetriche, e è errato dire che la vagina interna alla vulva sia un buco: essa è “una fessura elastica piena di pieghe e grinze, in media lunga da 6 a 8 cm, e larga 3”.

Tutte le vulve sicché tutte le donne hanno le ghiandole di Skene che le fanno squirtare: se la quantità di squirto va da un cucchiaino a mezzo litro, perché non tutte le vulve squirtano? Perché o non sono né auto né da altrui a dovere stimolate, o perché hanno le ghiandole di Skene non bacate ma atrofizzate: sono nate così, e non generano squirto. Ma non vi abbattete, che non ve n’è alcun motivo! La capacità di fare squirto e quanto non inficia nel modo più assoluto sul volume e sulla qualità degli orgasmi, chiaro?

E non è nemmeno vero che il clitoride risponde festoso a ogni tocco. Se la ragione di vita di un clitoride è esclusivamente quella di farsi titillare per farci tanto godere, sta a chi ce lo sfrega centrare la maniera la più precisa per appagarlo, maniera che differisce da donna a donna. E sta a ognuna di noi guidare il o la partner verso la "strada" più esatta.

Mi sa che è proprio grazie alla vulva che l’umanità ha imparato a contare: è sempre più certo che le prime matematiche siano state donne, tenutarie di archeo-agende vieppiù mentali e combacianti con le fasi lunari che bissano il ciclo mestruale nei 28 giorni.

Se ancora oggi il toro è simbolo di virilità, nell’antichità era simbolo di femminilità, e per la forma della sua testa e corna simili a un utero. Nel corso della sua età fertile, una donna che non ha figli e non prende la pillola, ha in media 450 cicli mestruali! Sono 2400 giorni col ciclo, e però ogni volta la perdita di sangue riempie una tazza di thè (solo???). Sono cifre variabili perché ogni donna ha il suo, di ciclo, che varia e per durata e per densità, come varia per dolori più o meno sopportabili.

 Un argomento più tabù del dolore da ciclo è quello della sindrome premestruale che c’è, esiste, e di solito sotto forma di dolori a gambe e reni, mal di testa, nausea, ansia, brufoli esagerati, e male e gonfiore al seno (com’è vero! Il mio aumenta e se ne fa accorgere…). Ogni donna ha la sindrome premestruale sua, ma non è dai suoi ormoni che va definita, né in quanto donna, né la sua sindrome: di conseguenza sarebbe ora di finirla di pensare e di rimarcarci che siamo nervose perché abbiamo le nostre cose!!!

Come dovremmo smetterla di pensare e dire che, se non facciamo sesso e penetrativo per lungo tempo, ci si arrugginisce... Ogni donna rimedia ai dolori premestruali e del ciclo in sé come ritiene, e però attenzione, è più che comprovato: masturbarsi pre e durante il ciclo porta sollievo, come per alcune è un toccasana fare sesso non necessariamente penetrativo pre e durante il ciclo.

 Ci sono donne che prima e durante il ciclo hanno un calo netto del desiderio ed è normale, ci sono altre che prima e durante il ciclo gli aumenta pazzamente la voglia, ed è normale pure questo (e meno male!). E ci sono donne che hanno crampi mestruali strani, “intensi e profondi, paragonabili a un attacco di cuore”, e sono le donne che soffrono di endometriosi: malattia di lunga e faticosa diagnosi, le cui cause sono oggetto di studio.

Ogni vulva va lavata con cura ma non esasperatamente, e meglio evitare docce vaginali e saponi alteranti il suo ph fisiologico. Le autrici dicono che va bene anche lavarla solo con acqua (sarà…), consigliano di dormire lasciandola all’aria, cioè senza mutande, e di indossare di giorno quelle di cotone, e sentite qua: in più punti del manuale raccomandano di “cambiare le mutande una volta al giorno” (e che, ci son donne che non se le cambiano?!?).

E poi, già: le donne non perdono secrezioni: creano secrezioni! Sono segno di salute le perdite di muco comunemente dette bianche, ma non se diventano gialle o grigie o verdi, maleodoranti, in presenza delle quali bisogna correre dal medico. E il muco che esce quando si fa sesso e si è accese al massimo si chiama "ciprina" ed è essenziale: esso ci lubrifica la vulva quando non vede l’ora di accogliere in sé quel pene (o mani, o lingua o sex toy) che tanto ci piace.

DAGONEWS l’8 gennaio 2023.

Esiste un enorme quantità di prodotti per la pulizia della vagina, ma non sono necessari. È quanto sostiene la dottoressa Shirin Lakhani, fondatrice di Elite Aesthetics a Londra, che spiega come le vagine siano autopulenti e quindi basti utilizzare solo l’acqua.

 Infatti una pulizia eccessiva con prodotti profumati o lavaggi può interrompere il delicato equilibrio. La dottoressa Shirin Lakhani consiglia: «Le nostre vagine sono aree sensibili. Lavatela una volta al giorno con acqua ed evitate profumi, coloranti e prodotti chimici aggressivi»

 I sette consigli utili su cosa dovresti e non dovresti fare...

1. EVITARE GLI SPRAY

Molti prodotti contengono fragranze che possono potenzialmente irritare la vagina e causare infiammazioni, prurito e dolore. Le lavande possono sconvolgere l'equilibrio naturale dei batteri nella vagina, rendendola più suscettibile alle infezioni.

«Se il pH aumenta e diventa meno acido, la vagina può essere soggetta a infezioni, tra cui vaginosi batterica o mughetto».

2. SBAGLIATO NON PARLARE CON IL DOTTORE

Il dottor Lakhani afferma: "Siamo in un'epoca in cui non dobbiamo avere vergogna dei nostri problemi vaginali. Se hai la pelle irritata intorno alla vulva, la cosa migliore da fare è usare luna soluzione salina, che si ottiene aggiungendo due cucchiaini di sale a un litro d'acqua, e applicarla su un batuffolo di cotone idrofilo. Non essere imbarazzato ad andare da un medico».

3. EVITARE PRODOTTI PROFUMATI

Ci sono vari punti sul tuo corpo in cui mettere il profumo per farlo durare più a lungo, ma la vagina non è una di queste. «Penso che una delle cose peggiori che possiamo fare alle nostre vagine sia usare prodotti profumati per la pulizia. Sono irritanti e per nulla necessari

La vagina ha un odore naturale, il che non significa che non sia pulita».

4. SE QUALCOSA STA IRRITANDO LA TUA VAGINA, POTRESTI ESSERE ALLERGICO

Si stima che la metà delle donne di età superiore ai 24 anni sperimenterà almeno un episodio di vulvovaginite. I sintomi possono includere un cambiamento di colore, odore o quantità di secrezioni vaginali, prurito o irritazione e dolore durante il sesso.

 «Potrebbe essere dovuto alle allergie. È abbastanza comune essere allergici alla carta igienica, ai lubrificanti, ai preservativi inlattice, agli antisettici e persino allo sperma. Il consiglio è sottoporvi a un test per le allergie.

 5. NON IGNORARE LE PERDITE

L’incontinenza urinaria può avere un impatto devastante su fiducia e autostima delle donne. «Con i molti pazienti che vedo settimanalmente, so quanto sia comune questa condizione nelle donne, soprattutto dopo il parto. Ma ci sono olti trattamenti per risolvere il problema. Parlatene con il medico».

 6. TRATTARE LA SECCHEZZA, MA EVITARE GLI IDRATANTI

La secchezza vaginale può essere causata da molte cose, dalla menopausa, al non essere eccitati e al diabete. Dovreste evitare di usare creme idratanti se sono profumate in quanto possono causare più irritazioni.

 Si consiglia l’utilizzo di saponi non profumati intorno alla vagina e idratanti vaginali specializzati. Inoltre, anche i preliminari prima del rapporto sessuale possono aiutare.

 7. COME GESTIRE I PELI INCARNITI

I peli incarniti causano protuberanze rosse e spesso pruriginose. Sono spesso causati dalla ceretta e possono essere molto fastidiosi. «La cosa migliore da fare è smettere di rimuovere i peli in quella zona fino a quando i peli incarniti non scompaiono. Applicate un impacco caldo nella zona per far riemergere il pelo e levatelo con una pinzetta sterilizzata.

Non depilatevi fino a quando l’area non sarà guarita. Non tentate di far uscire il pelo perché potreste causare delle infezioni».

La rasatura può anche creare irritazione sotto forma di eruzioni cutanee, che si presentano come protuberanze rosse, sensazioni di bruciore e prurito intenso.

I trattamenti per le eruzioni cutanee includono bagni caldi per aprire i pori e alleviare il gonfiore. Anche gli impacchi freddi possono essere lenitivi, così come indossare abiti larghi di cotone per evitare irritazioni sulla zona interessata.

Il Pene.

L’astinenza.

La Dimensione.

La pillolina blu.

L’astinenza.

Giulio Ragni per qnm.it il 21 maggio 2023. 

Quanto resiste un uomo senza avere rapporti sessuali? Storicamente la questione dell’astinenza, vuoi per abitudini e convenzioni sociali radicate, vuoi per luoghi comuni e stereotipi duri a morire, è sempre apparsa una questione più femminile che non maschile: l’idea del maschio alfa, che non può rimanere a lungo senza avere rapporti, sembra un totem inattaccabile della percezione sessuale popolare.

Tuttavia in campo scientifico la questione muta sensibilmente: per la sessuologia non vi sono regole stabilite fisse ed immutabili, e alla domanda quanto resiste un uomo senza avere rapporti sessuali la risposta più ovvia e banale è che dipende dalla psicologia del singolo individuo, del ruolo che il sesso gioca nel benessere individuale di ognuno di noi. 

Oggi che la questione della sessualità è più fluida e articolata rispetto a un tempo, sappiamo che all’interrogativo su quanto può resistere un maschio senza avere rapporti sessuali la variazione si può estendere da pochi giorni a persino anni, senza che ciò comporti una qualche problematica al benessere individuale.

Considerando infatti che esistono persino persone che si proclamano asessuali, ma che più in generale ci sono individui che possono non avere rapporti carnali anche per molto tempo per i più svariati motivi, senza per questo risultare affetti da turbe psichiche, è evidente che la percezione soggettiva varia da individuo a individuo. Se il sesso è un’idea fissa, un pensiero costante, è chiaro che la sua interruzione prolungata può comportare forme di squilibrio emotivo, fino a raggiungere condizioni di nevrosi ossessive nei casi più gravi.

Va anche detto che la funzione sessuale, osservano sempre gli esperti, non necessita esclusivamente di un altro individuo per poter agire a fine di eccitazione, anche orgasmico, e raggiungere così uno stato di benessere. Dunque un uomo può resistere senza avere rapporti sessuali anche per un tempo prolungato risultando una persona perfettamente equilibrata, a seconda di quanto la relazione tra sesso con un partner e benessere psicologico personale sia strettamente interconnessa. 

Se dal punto di vista psicologico la questione è alquanto complessa e non risolvibile in una risposta univoca, dalla prospettiva squisitamente fisica il discorso muta: quanto può resistere un uomo senza eiaculare? Questo interrogativo non è da intendersi sulla durata di un rapporto sessuale in sé, ma l’incidenza appunto dell’astinenza sulla salute del maschio, soprattutto dell’organo della prostata che regola la funzione erettile.

Tutti gli studi scientifici condotti negli ultimi anni concordano sull’importanza di eiaculare frequentemente, almeno 3-4 volte alla settimana, per garantire la buona salute dell’organo e allontanare lo spettro di malattie e insorgenze anche gravi come forme tumorali: ecco perché si è modificata radicalmente nell’arco di pochi decenni anche la percezione della funzione della masturbazione, da negativa a pienamente positiva, partendo dall’ambito medico fino ad arrivare alla divulgazione popolare. Ben lungi dal far diventare ciechi come volevano le raccomandazioni riservate ai nostri nonni e padri, la masturbazione maschile, oltre a garantire equilibrio e benessere psicologico tanto in un single quanto in un maschio felicemente accoppiato, fa bene a tutto l’apparato genitale e riproduttivo, con buona pace dei bigotti ancora in trincea.

ASTINENZA. Giulio Ragni per qnm.it il 21 aprile 2023. 

Quanto resiste un uomo senza avere rapporti sessuali? Storicamente la questione dell’astinenza, vuoi per abitudini e convenzioni sociali radicate, vuoi per luoghi comuni e stereotipi duri a morire, è sempre apparsa una questione più femminile che non maschile: l’idea del maschio alfa, che non può rimanere a lungo senza avere rapporti, sembra un totem inattaccabile della percezione sessuale popolare.

Tuttavia in campo scientifico la questione muta sensibilmente: per la sessuologia non vi sono regole stabilite fisse ed immutabili, e alla domanda quanto resiste un uomo senza avere rapporti sessuali la risposta più ovvia e banale è che dipende dalla psicologia del singolo individuo, del ruolo che il sesso gioca nel benessere individuale di ognuno di noi. 

Oggi che la questione della sessualità è più fluida e articolata rispetto a un tempo, sappiamo che all’interrogativo su quanto può resistere un maschio senza avere rapporti sessuali la variazione si può estendere da pochi giorni a persino anni, senza che ciò comporti una qualche problematica al benessere individuale. 

Considerando infatti che esistono persino persone che si proclamano asessuali, ma che più in generale ci sono individui che possono non avere rapporti carnali anche per molto tempo per i più svariati motivi, senza per questo risultare affetti da turbe psichiche, è evidente che la percezione soggettiva varia da individuo a individuo. Se il sesso è un’idea fissa, un pensiero costante, è chiaro che la sua interruzione prolungata può comportare forme di squilibrio emotivo, fino a raggiungere condizioni di nevrosi ossessive nei casi più gravi.

Va anche detto che la funzione sessuale, osservano sempre gli esperti, non necessita esclusivamente di un altro individuo per poter agire a fine di eccitazione, anche orgasmico, e raggiungere così uno stato di benessere. Dunque un uomo può resistere senza avere rapporti sessuali anche per un tempo prolungato risultando una persona perfettamente equilibrata, a seconda di quanto la relazione tra sesso con un partner e benessere psicologico personale sia strettamente interconnessa. 

Se dal punto di vista psicologico la questione è alquanto complessa e non risolvibile in una risposta univoca, dalla prospettiva squisitamente fisica il discorso muta: quanto può resistere un uomo senza eiaculare? Questo interrogativo non è da intendersi sulla durata di un rapporto sessuale in sé, ma l’incidenza appunto dell’astinenza sulla salute del maschio, soprattutto dell’organo della prostata che regola la funzione erettile.

Tutti gli studi scientifici condotti negli ultimi anni concordano sull’importanza di eiaculare frequentemente, almeno 3-4 volte alla settimana, per garantire la buona salute dell’organo e allontanare lo spettro di malattie e insorgenze anche gravi come forme tumorali: ecco perché si è modificata radicalmente nell’arco di pochi decenni anche la percezione della funzione della masturbazione, da negativa a pienamente positiva, partendo dall’ambito medico fino ad arrivare alla divulgazione popolare. Ben lungi dal far diventare ciechi come volevano le raccomandazioni riservate ai nostri nonni e padri, la masturbazione maschile, oltre a garantire equilibrio e benessere psicologico tanto in un single quanto in un maschio felicemente accoppiato, fa bene a tutto l’apparato genitale e riproduttivo, con buona pace dei bigotti ancora in trincea.

La Dimensione.

Estratto da “Come vivere - e bene -  senza i comunisti” di Roberto D'Agostino

«Le dimensioni degli attributi di un uomo sono importanti. C'è un livello di sicurezza. Al di sotto è solo disturbo. Sono una superdonna e ho bisogno di superuomini. Dopo mezz'ora, invece, quasi tutti non hanno più niente tra le gambe» (Serena Grandi, attrice) 

«Essere bisessuali è un puro fatto di comodo. Non si rischia mai di andare in bianco. Se non si trova una donna, si ripiega su un uomo» (Jack Nicholson, attore) 

«Né odori né musiche mi dicono molto. Io sono una voyeur, io devo guardare, sbirciare. Mi eccitano le statue di marmo, ma soprattutto i fumetti erotici. In Italia ci sono bravissimi disegnatori di fumetti sexy. E non parlo solo di Crepax, che anzi mi sembra un po' freddino con la sua Valentina. No, a me piacciono proprio quei fumettacci che affollano le edicole; sono pieni di situazioni erotiche. Consiglio di sfogliarli prima di un incontro col partner. Funziona» (Amanda Lear, showgirl)

Dagotraduzione da ladbible il 26 marzo 2023.

Se ti sei mai chiesto quale paese ha la dimensione media del pene più grande, non cercare oltre: un recente sondaggio su 86 nazioni le ha classificate tutte dal più grande al più piccolo.

 La farmacia online From Mars ha utilizzato i dati di Google di 86 paesi per condurre il proprio studio e i risultati potrebbero sorprenderti.

 Il farmacista Navin Khosla, che ha esaminato lo studio, ha dichiarato: «Le persone sono preoccupate per le dimensioni o la forma, o per qualsiasi altro aspetto, e la maggior parte di noi si è chiesto a un certo punto il nostro pene è abbastanza grande». «Le dimensioni del pene possono avere un enorme impatto sulla fiducia e sull'immagine di sé», ha aggiunto.

 Ma quale paese è uscito trionfante? Secondo lo studio, gli uomini in Ecuador sono i più dotati, con una dimensione media del pene di 17,61 centimetri quando è in erezione. Una misura che è oltre il 10% dell’altezza media.  Al secondo posto c'è il Camerun, con una taglia media di 16.67 cm, seguito dalla Bolivia, con 16,51 cm. A completare l'impressionante top five c'è il Sudan con 16,47 centimetri e infine Haiti con 16,01 centimetri.

Naturalmente, non può esserci un più grande senza un più piccolo. Lo studio ha scoperto che i cambogiani hanno le dimensioni del pene più piccole quando sono eretti, arrivando a soli 10,04 centimetri di lunghezza. Non lontano c'è Taiwan, con una dimensione media di 10,78 cm, e le Filippine si trovano appena sopra, con 10.85 cm.

 La Francia si è classificata a un rispettabile 11° posto, riportando una dimensione media del pene di 15,74 pollici, rispetto a una media australiana meno impressionante di 14,46 cm, che li posiziona al 43° posto.

 È importante notare che lo studio originale si basava su dati auto-riferiti per determinare le dimensioni medie del pene, il che lascia la possibilità che gli intervistati siano stati più generosi con le loro misurazioni.

 A conclusione dello studio, Navin Khosla pone la domanda... le dimensioni contano davvero? «Alla fine, la risposta è forse, forse no. La verità è che è molto più probabile che il proprietario del pene sia preoccupato per le dimensioni del proprio pene rispetto ai suoi partner sessuali!».

Antonio Riello per Dagospia l’8 marzo 2023.

Due Università Turche, la BIRUNI University e la SELCUK University, hanno fatto una lunga e sistematica ricerca su un tema di manifesto interesse: come si sono modificate le dimensioni dell'organo sessuale maschile nel corso di circa cinquecento anni di Storia dell'Arte.

 Risultato? E' cresciuto costantemente, ma dalla fine dell'Ottocento sembra che la crescita sia stata addirittura esponenziale. Insomma, malgrado tutto, la Storia del Mondo recente potrebbe non aver portato con sè solo ansie e delusioni. Qualcosa di buono (finalmente) sembra anche esserci stato.

Il lavoro accademico si è svolto con una perizia scientifica di rara serietà.  Sono stati preventivamente identificati 3 periodi (Rinascimento, Barocco-Rococò-Impressionismo, Arte Contemporanea). Sono stati esaminati, on line, 232 dipinti e per avere degli standard attendibili è stato creato uno specifico algoritmo in grado di rapportare per ogni dipinto la proporzione tra la lunghezza del naso e del pene dello stesso soggetto maschile. Si parla nel caso specifico di "penile lenght to nose lenght" (PtNL). Evidentemente roba seria. Dopo una lungo assestamento di parametri statistici si è arrivati appunto alla conclusione di un progressivo e acclarato allungamento del membro maschile.

Le cause? Forse il miglioramento della qualità e della quantità dell' alimentazione. Forse una progressiva "selezione naturale", generazione dopo generazione, di maschi con attributi sempre più prestanti. Magari solo la maggiore libertà degli artisti di liberare le proprie fantasie erotiche. Le risposte rimangono assai incerte e aperte a nuove ulteriori ricerche.

 Ma in tutto 'sto "ben di Dio" si intravedono anche dei lati oscuri. Malgrado questo stimato incremento di misure, uno studio fatto dal "Journal of Psychology of Men and Masculinities" nel 2006 dimostra che oltre il 55% dei maschi campione non sono affatto contenti delle dimensioni del proprio pene. La causa  principale è il confronto con le generose immagini dei porno sempre più diffusi. La colpa starebbe dunque nelle super prestazioni dei vari Siffredi e affini. Un altro studio fatto nel 2018 non solo conferma il "discontento" dei maschi ma suggerisce che tale disagio possa, a sua volta, indurre forme di temporanea impotenza.

Insomma per quanto il "coso" cresca sembra non riesca a crescere abbastanza per soddisfare le nuove, vere o immaginarie che siano, esigenze degli utenti. Una legittima soddisfazione di gender ha dato spazio ad una nuova forma di ansia collettiva. Un bel boomerang....

 Quel poco che è certo, a questo punto, è la evidente centralità della Storia dell'Arte nelle questioni fondamentali dell'Umanità. Attenzione a dire che l'Arte non serve a niente.

Dagonews il 16 febbraio 2023.

E voi lo sapete che il pene degli uomini è cresciuto in lunghezza negli ultimi 30 anni? Secondo il giornale inglese “Daily Mail”: “Una meta-analisi condotta dai ricercatori dell'Università di Stanford ha rilevato che il pene eretto medio è aumentato del 25% dal 1992 al 2021, passando da 12cm a 15cm.

Sembrerebbe una buona notizia per i maschietti ma il team di Stanford teme che l’allungamento dell’augello possa essere dovuto all'inquinamento atmosferico, agli stili di vita sedentari e al cibo dei fast food. I ricercatori hanno raccolto i dati di 75 studi condotti tra il 1942 e il 2021. In totale, sono state incluse le misure di 55.761 peni di uomini.

Dagospia il 5 febbraio 2023. Rebecca Taylor per “Mail On Line”

Ant Smith è l’ingegnere di 50 anni che nel 2015 ha scritto il poema ‘Shorty’ dove parlava della dimensione del suo pene: 3 centimetri a riposo, 10 scarsi quando è eretto. Ebbe così tanto successo che i versi furono recitati in vari locali di Londra, l’autore cominciò a rilasciare interviste e ad organizzare eventi per condividere con altri uomini la sua esperienza: «Molti soffrono di ansia legata alle loro dimensioni, anche se il 99% possiede un pene normale. Se si paragonano a me, cominceranno a sentirsi meglio».

Smith ha da poco pubblicato il libro ‘Small Penis Bible’, la Bibbia del micropene ed è andato a spiegare la sua condizione, sempre con l’ironia che lo contraddistingue, al programma televisivo ‘This Morning’, mostrando con delle sagome lo stato del suo membro a riposo e in estensione. Ha raccontato: «Uso più della mia parte anatomica quando faccio sesso con mia moglie. Sto attento a non ingrassare, per non vederlo scomparire. Per anni ho pensato di essere anormale, invece è una condizione più comune di quanto si pensi».

Estratto da today.it il 28 gennaio 2023.

Se il caldo estivo può determinare un aumento della pressione sanguigna causando il "pene estivo" (condizione che porta l’organo genitale maschile ad essere più grande nei momenti di picco dell’erezione), in inverno può verificarsi l’esatto opposto Quando le temperature si abbassano, l’uomo può avere il "pene invernale": non si tratta di una patologia, ma di una risposta fisiologica dell’organismo al freddo, simile a quel che accade con le mani e i piedi. Per preservare la temperatura corporea, l'organismo riduce l'afflusso di sangue alle periferie, e questo fa sì che le estremità del corpo, compreso il pene, diventino fredde. Solitamente, il disturbo è temporaneo, e non provoca danni permanenti.

Ad avere esaminato per la prima volta questa condizione dal punto di vista scientifico, e non solo osservazionale, è stato un gruppo di scienziati dell’Università di Leeds e del Queen Elizabeth Hospital di Birmingham, guidato da Oliver Kayes e Richard Viney. I ricercatori hanno visto che le temperature più fredde possono effettivamente causare un restringimento dei corpi cavernosi dell'organo genitale maschile causando il cosiddetto "pene invernale".

[...] Urologi ed esperti di salute sessuale hanno stimato che le temperature più fredde possono ridurre la lunghezza del pene fino al 50%. "In generale - hanno osservato gli scienziati -, se un uomo dovesse trovarsi nudo a temperature sotto lo zero sperimenterebbe una contrazione dello scroto, il sacco che contiene i testicoli e del pene. Questo avviene perché il muscolo si muove per avvicinare i testicoli al corpo ed evitare che si raffreddino eccessivamente. Si tratta di un riflesso assolutamente naturale, che verrebbe invertito semplicemente con un bagno caldo per 5 minuti o attraverso un’erezione".

La diminuzione del flusso sanguigno ai genitali causata dal "pene invernale" [...] è una condizione temporanea e non causa danni permanenti.

 Per contrastare il pene invernale, gli esperti suggeriscono alla popolazione maschile tre rimedi. "Per ridurre al minimo gli effetti del calo delle temperature sulla propria virilità - ha affermato Kayes - consigliamo di coprirsi bene, e di restare sessualmente e fisicamente attivi. Non appena la temperatura migliora, i genitali maschili tenderanno a tornare alle condizioni normali. Non c’è da preoccuparsi di conseguenze a lungo termine". [...]

Estratto dell’articolo di Alice Politi per vanityfair.it il 14 gennaio 2023.

Gli uomini che puntano sulle auto sportive sono insicuri riguardo alle dimensioni del loro pene. Lo confermerebbe una nuova ricerca dell'University College London (UCL), secondo la quale esiste una correlazione tra possedere un veicolo appariscente e credere che i propri genitali siano più piccoli della media. […]

[…] Gli psicologi hanno reclutato 200 uomini di età compresa tra 18 e 74 anni per completare un test online e ne è stata volontariamente manipolata la percezione della dimensione del pene, rispetto agli altri. Sono state fornite loro informazioni false, affermando che la dimensione media era più grande di quanto non sia in realtà e inducendoli a credere che il proprio pene fosse in alcuni casi più piccolo e in altri più grande rispetto alla media.

Ai partecipanti è stata mostrata una frase per un intervallo di sette secondi, prima che questa schermata fosse sostituita dall'immagine di un prodotto. […] Ai partecipanti è stato inoltre comunicato che tali affermazioni costituivano dei fatti e che il test mirava a indagare «il modo in cui le persone ricordano i fatti mentre acquistano i prodotti». […] quelli a cui è stato detto che il valore era più basso si sono sentiti «relativamente meglio» con se stessi mentre completavano l'attività. 

Quelli a cui invece è stato detto che il valore era più alto sono stati intenzionalmente indotti a credere che i loro genitali fossero di dimensioni inferiori alla media. Ai partecipanti veniva sempre mostrata l'immagine di un'auto sportiva in mezzo alle due dichiarazioni sulla dimensione del pene, con la richiesta di esprimere il loro desiderio di acquistarla.

 Quando il team ha analizzato i risultati, ha visto che gli uomini sopra i 30 anni che avevano la sensazione che la dimensione del loro pene fosse inferiore alla media avevano maggiori probabilità di voler acquistare l'auto sportiva. Inoltre, gli uomini a cui è stato fatto credere di avere un pene più grande rispetto alla media tendevano a mostrare un interesse decrescente per i veicoli di lusso, man mano che l'età di chi rispondeva si alzava. […]

 […]

 Sebbene questo studio debba ancora essere sottoposto a revisione, gli autori affermano inoltre che i loro risultati «pongono domande intriganti per la ricerca futura. Forse c'è davvero un legame specifico che collega automobili e peni nella psiche maschile». 

La pillolina blu.

Estratto dell'articolo di Enrico Franceschini per repubblica.it lunedì 4 dicembre 2023.

"Senza di lui il Viagra non esisterebbe". Trent’anni dopo la scoperta della pillola blu che ha risollevato le sorti della virilità maschile, uno dei medici che diressero gli studi sperimentali sul nuovo farmaco rivela come un minatore gallese disoccupato, confessando di avere avuto sorprendenti erezioni notturne, salvò il progetto quando stava per essere abbandonato. “Avremmo potuto completamente ignorare l’effetto del medicinale”, dice il dottor David Brown al quotidiano Guardian di Londra. “Non penso che oggi ci sarebbe il Viagra, se quel minatore non avesse alzato la mano”.

Era già noto che gli effetti del sildenafil, nome scientifico del Viagra, furono scoperti per caso: il farmaco era stato creato come potenziale trattamento per l’angina pectoris, ossia contro il restringimento delle vie coronarie, possibile campanello d’allarme di un infarto, ma nel corso della fase sperimentale venne alla luce che, mentre non era efficace come cura dei disturbi cardiaci, offriva un rimedio contro la disfunzione erettile, ovvero l’incapacità del soggetto di sesso maschile a raggiungere un’erezione sufficiente a portare a termine un rapporto sessuale soddisfacente, presente soprattutto con l’avanzare dell’età. 

Ma adesso il dottor Brown racconta per la prima volta il momento “eureka”, per così dire: le circostanze in cui la squadra di scienziati che portava avanti l’esperimento si accorse dell’imprevisto effetto collaterale del nuovo medicinale. Fu tutto merito, afferma il medico, di un singolo minatore. Brown guidava il progetto di ricerca, ma le prospettive non apparivano incoraggianti: così, nel 1993, la casa farmaceutica Pfizer (la stessa che insieme alla tedesca BioNTech ha sviluppato a tempo di record uno dei più efficaci vaccini contro il Covid) aveva deciso di abbandonare l’iniziativa.

“Praticamente ci dissero”, dichiara Brown al Guardian “che avevamo sprecato soldi per otto anni e che avrebbero messo fine alla sperimentazione”. Il medico ottenne di fare un ultimo tentativo: uno studio condotto in una clinica a Merthyr Tydfil, una piccola città di 50mila abitanti nel Sud del Galles. “Non eravamo sicuri di avere trovato la dose giusta”, ricorda. “Ipotizzammo che, aumentando la dose, forse saremmo riusciti ad avere un effetto sull’angina”. 

In declino a causa della chiusura delle miniere locali, che aveva lasciato migliaia di operai senza lavoro e l’intera popolazione del posto in miseria, la cittadina era piena di volontari per l’esperimento condotto dalla Pfizer. Gli ex minatori venivano pagati 300 sterline l’uno (circa 350 euro) per sottoporsi al test, che richiedeva di prendere il medicinale, passare la notte in clinica e farsi monitorare con esami del sangue.

“Il mattino dopo, la dottoressa che dirigeva lo studio diede loro un questionario per sapere se avessero notato altri effetti”, afferma il dottor Brown. “Un uomo alzò la mano e disse che gli era parso di avere avuto erezioni tutta la notte”. Era tra quelli che avevano ricevuto la dose più alta. 

A quel punto altri volontari, evidentemente esitanti a parlare per primi, ammisero di avere avuto una reazione simile. “La dottoressa, giovane, bionda e attraente, arrossì terribilmente quando me lo riferì”, continua il medico. [...] 

Riesaminando i dati raccolti in precedenza, Brown rimase sconcertato nel rendersi conto che altri volontari avevano riportato varie volte di avere avuto erezioni sorprendentemente forti, ma l’informazione non era stata notata perché giudicata irrilevante, visto che l’obiettivo dello studio era un altro. “Non ce ne saremmo accorti senza quel singolo minatore”, dice il medico. Battezzato Viagra, il farmaco fu lanciato sul mercato nel 1998 e in due settimane diventò il prodotto numero uno per la Pfizer sul mercato mondiale. […]

Estratto da ilfattoquotidiano.it il 27 aprile 2023.

Si presentano con richiami pubblicitari che ammiccano al mondo naturale e che stuzzicano soluzioni facili per perdere perso, migliorare la massa muscolare e aumentare le prestazioni sessuali. 

Sono integratori a base di estratti di piante vegetali disponibili anche nei supermercati e su Internet e che, recentemente, hanno richiamato l’attenzione dell’organizzazione americana National Center for Complementary and Integrative Health (NCCIH) che, attraverso la sua newsletter, ha fatto il punto sulla loro reale efficacia. L’Istituto Superiore di Sanità ha ripreso le osservazioni dell’NCCIH. Ecco che cosa è emerso.

Ci sono per esempio integratori che contengono Acai (una palma molto diffusa, in particolare nella Foresta Amazzonica). Il loro effetto? Praticamente nessuno; anzi, alcuni possono dare gravi problemi di sicurezza. Il punto fondamentale è che non c’è uno studio che riporti l’efficacia dell’Acai nel favorire una rapida perdita di peso. Ma c’è di più. 

Una revisione degli studi pubblicati tra il 2006 e il 2016 ha concluso che non ci sono prove sufficienti per stabilire che gli integratori più venduti per dimagrire diano un reale contributo, compresi quelli molto richiesti che contengono arancia amara e tè verde.

Inoltre, molti integratori alimentari commercializzati per la perdita di peso, anche quelli venduti come “bruciagrassi” o soppressori dell’appetito, non sono stati testati per la sicurezza e alcuni contengono caffeina o erbe, come il guaranà, che possono provocare alterazioni del ritmo e della frequenza cardiaca. […] 

Infine, una tipologia di integratori che imperversa nel web e che promette ai maschi immediati effetti sulla durata delle prestazioni sessuali. Anche in questo caso l’illusione è in agguato: non ci sono evidenze su integratori alimentari sicuri ed efficaci per il miglioramento delle prestazioni sessuali o il trattamento della disfunzione erettile (DE).

[…] A rischio è la salute di chi li consuma: alcuni prodotti includono combinazioni di più ingredienti o dosi eccessivamente elevate, che possono essere entrambe pericolose. Da sottolineare che alcuni integratori reclamizzati per la disfunzione erettile, soprattutto se adulterati con farmaci di sintesi, possono provocare interazioni farmacologiche. […]

Estratto dell'articolo di Melania Rizzoli per “Libero quotidiano” il 28 marzo 2023.

«Parlane con il tuo medico, io lo farò...» . Con queste parole Pelé, il calciatore più grande di tutti i tempi, il 27 marzo del 1998 diventava l’indimenticabile testimonial del Viagra, il farmaco della Pfizer più imitato e abusato al mondo, […] e da allora la famosa pillola blu ha dominato le vendite planetarie del settore, al punto che in pochi mesi era conosciuto dal 92,8% della popolazione mondiale.

Ieri il Viagra ha compiuto 25 anni, un farmaco prescritto con oltre 65 milioni di ricette nominative e distribuito in oltre 3miliardi di pillole azzurre. Il nostro Paese, dopo l’Inghilterra, è secondo in Europa come consumo, in 15 anni ne sono state vendute più di 89 milioni di pasticche, e i principali utilizzatori sono stati registrati in Campania, seguita dalla Liguria e dal Lazio.

Il farmaco, scoperto dallo scienziato Louis Ignarro, di genitori italiani, che lo sintetizzò per la cura della ipertensione arteriosa e della angina pectoris, constatandone però che come effetto collaterale provocava negli uomini una erezione duratura e prolungata, […]e per tale intuizione Ignarro vinse il Premio Nobel del 1998 per la Fisiologia e Medicina.

SUCCESSO PLANETARIO

 Il Viagra (citrato di Sildenalfil) ebbe subito un successo incredibile e stratosferico, provocando una vera e propria rivoluzione del costume sessuale mondiale, al punto da cambiare realmente la sessualità e la salute globale dell’uomo, e veniva usato non solo da chi aveva difficoltà sotto le lenzuola, ma anche da chi ricercava prestazioni sessuali da record, il 25% dei quali aveva meno di 40anni. […]

La molecola […]ha sostituito e cancellato completamente i vecchi trattamenti che fino ad allora venivano proposti per la disfunzione erettile, precari ed umilianti per gli uomini, dalle onde d’urto applicate sui corpi cavernosi, alle punturine con fentolamina, che andavano praticate direttamente sul pene poco prima del rapporto sessuale[…] ma gli effetti collaterali di tale molecola si sono dimostrati numerosi, insieme alle molte incompatibilità con altri farmaci regolarmente assunti dai pazienti, che accusavano capogiri, lipotimie quando si alzavano rapidamente da seduti, con palpitazioni, vampate di calore, congestione nasale, dolore toracico, nistagmo e calo della vista, per cui da circa quindici anni il Viagra è ormai considerato un medicinale invecchiato e superato rispetto all’avanzamento scientifico, una magnifica molecola che ha fatto il suo tempo, e che è stata sostituita da farmaci per l’impotenza più innovativi e soddisfacenti, ma soprattutto più sicuri per la salute generale, più facili da usare, più immediati nel loro effetto, più maneggevoli, e cosa importante, del tutto o quasi privi di effetti avversi.

[…] tutte sorelle del capofila Viagra, aventi tutte identico meccanismo di azione, di efficacia e di durata dell’effetto terapeutico, che agiscono addirittura solo dopo 15 minuti dalla assunzione per restare attive fino a 36 ore, lasciando così più scelta sul momento migliore per affrontare il rapporto sessuale.

Il Vardenafil si può assumere in formulazione orosolubile, agisce in 15 minuti e una volta sciolta in bocca o sotto la lingua lascia il sapore di menta (per cui è chiamata “la mentina dell’amore”), l’Avanafil è detta “la Ferrari” perla sua velocità di azione, e il Tadalafil è chiamata “la pillola del weekend “ avendo un effetto prolungato che scema dopo 48 ore. È bene ricordare che il Viagra, come tutti gli altri farmaci derivati, non inducono automaticamente l’erezione, ma la favoriscono al cospetto dell’oggetto del desiderio, ovvero in presenza della stimolazione fisica, erotica o mentale che resta necessaria e indispensabile per attivare ed arrivare all’ effetto promesso.

OCCHIO: È UN FARMACO

Essendo medicinali vanno prescritti e come tali vanno assunti senza aumentare arbitrariamente le dosi, come pure vanno evitati i cocktail di pillole o sostanze chimiche diverse, ed è anche consigliabile diffidare delle offerte sottocosto od online, poiché nella maggior parte dei casi si tratta di pastiglie contraffatte, sovente prive del principio attivo, quindi poco efficaci se non pericolose. […]

Viagra, 25 anni fa la rivoluzione della pillola blu. Un quarto di secolo fa iniziava la rivoluzione dettata dal Viagra: ecco i nuovi progressi della Medicina e cosa sappiamo sul farmaco più venduto online. Alessandro Ferro il 25 Marzo 2023 su Il Giornale

Tabella dei contenuti

 Chi ne fa maggior uso

 Come cambia l'approccio

 Lo studio per combattere l'Alzheimer

Sono passati venticinque anni da quando l'Fda americana ha autorizzato al commercio la pillola blu, il Viagra, che ha rivoluzionato le terapie sulle disfunzioni erettili. Dal 27 marzo 1998 la Medicina ha fatto passi in avanti e oggi si contano numerose altre cure per la problematica maschile anche se l'originale rimane sempre molto gettonata.

Chi ne fa maggior uso

Da subito gettonatissima tanto da renderla la pillola più acquistata online, il Viagra ha ispirato tante canzoni e film: il Report dell'Osservatorio Nazionale sull'Impiedo dei Medicinai (Osmed) del 2022 lo mette al vertice dei farmaci per cui si spende di più. In Italia è la Campania a essere la Regione che ne fa più uso. Ma com'era la vita precedente a questa rivoluzione? "C'erano solo le iniezioni o le terapie ormonali - ha dichiarato all'AdnKronos il prof. Alessandro Palmieri, presidente della Sia (Società italiana di Andrologia), il quale ha spiegato che nei congressi medici si diceva che "chi avrebbe inventato una pillola contro la disfunzione erettile avrebbe vinto il Nobel": è andata proprio così perché il responsabile di aver scoperto l'ossido nitrico ha poi vinto il prestigioso riconoscimento mondiale nel 1998.

Questo farmaco ha fornito ai medici "un valido strumento per aiutare i pazienti e ha fatto uscire dall'ombra l'andrologia dando risalto alla nostra specialità e a come sia necessaria per la salute globale dell'uomo. Faremo infatti un congresso sul Monte Bianco per affrontare gli effetti del cambiamento climatico sulla salute maschile, dalla disfunzione erettile alla fertilità", ha aggiunto Palmieri.

Come cambia l'approccio

Dal suo arrivo, il Viagra ha cambiato l'approccio verso la sfera sessuale dei pazienti per i quali è necessaria una cura ma la ricerca si è intensificata tant'é che "sono arrivate nuove molecole e terapie orali e poi è cambiato l'approccio con il paziente", ha spiegato il presidente Sia. Se in precedenza si agiva sul sintomo adesso si può curare la disfunzione erettile grazie anche a "onde d'urto sui corpi cavernosi. Un approccio che migliora la qualità dell'erezione: in una alta percentuale di casi possiamo risolvere il problema. Abbiamo terapie mediche completamente differenti rispetto alla Viagra che si sciolgono in bocca simili ad un francobollo".

Ma per curare la disfunzione erettile oggi vengono utilizzati anche integratori vasodilatatori: nonostante l'enorme successo, la pillola blu viene via via prescritta sempre meno dagli esperti, "spesso le possono consigliare i medici di medicina generale e i farmacisti ma gli specialisti hanno altri strumenti". Nella chirurgia si è assistiti all'introduzione di protesi che hanno avuto un boom con il passaggio da centinaia a migliaia di interventi in pochi anni con tecnologie sempre più sicure. Al primo posto, però, la parola d'ordine rimane prevenzione. "Come società scientifica puntiamo ora a coinvolgere altre categorie: le forze armate, la Croce rossa italiana e le scuole guida. Il 21 giugno ci sarà un villaggio dell'Andrologia a Roma, alla terrazza del Pincio, dedicato proprio alla prevenzione", conclude.

Lo studio per combattere l'Alzheimer

Poco più di un anno fa, sul Giornale.it c'eravamo occupati di uno studio americano che indicava una minor possibilità di contrarre il morbo di Alzheimer: secondo quanto pubblicato su Nature Aging, infatti, il meccanismo del sildenafil (vero nome della pillola blu) sarebbe in grado di bloccare la terribile malattia fino al 69% dei casi. Ad oggi non sono ancora arrivate conferme definitive, chi ne soffre riesce ad andare avanti con cure che provano a bloccarne il peggioramento sperando di arrivare, quanto prima, a una cura definitiva.

DAGONEWS il 20 Gennaio 2023.

La pillolina blu fa bene a più di una parte del corpo.

Secondo un nuovo studio, il Viagra riduce il rischio di malattie cardiache negli uomini fino al 39%. Inoltre, gli uomini che assumono il farmaco sembrano avere meno probabilità di andare incontro ad una morte precoce per cause generiche.

 I ricercatori della University of Southern California (USC) hanno esaminato 70.000 uomini adulti con un'età media di 52 anni, tutti con una diagnosi di disfunzione erettile ad un certo punto della loro vita.

Gli esperti ritengono che il farmaco aumenti il flusso di sangue nelle arterie del cuore e migliori il flusso di ossigeno in tutto il corpo.

 Per questo motivo, precedenti ricerche hanno anche collegato l'uso del Viagra a una riduzione del rischio di Alzheimer, che può essere causato da una mancanza di flusso sanguigno al cervello.

 Sebbene i risultati di questo studio siano promettenti, i medici non raccomandano di assumere il farmaco con leggerezza, ed è stato approvato solo per il trattamento della DE.

Il farmaco agisce rilassando i muscoli del pene dell'uomo, consentendo un maggiore afflusso di sangue.

In fase di eccitazione, l'aumento del flusso sanguigno consente all'uomo di avere un'erezione più forte. 

 L'ultimo studio, pubblicato sul Journal of Sexual Medicine, ha raccolto i dati di oltre 70.000 uomini con diagnosi di DE dal 2006 al 2020.

 I ricercatori hanno scoperto che coloro che avevano fatto uso di questi farmaci avevano meno probabilità di soffrire di problemi cardiaci.

Complessivamente, i decessi per patologie cardiache sono diminuiti di quasi il 40%.

 È stata registrata anche una diminuzione del 22% della probabilità di sviluppare angina instabile, quando la placca nell'arteria coronaria nega ossigeno e sangue al cuore.

 Gli uomini che hanno fatto uso di farmaci per la DE hanno anche vissuto in media più a lungo, con un rischio di morte precoce diminuito di un quarto nel corso del periodo di studio.

Inoltre l'aumento del flusso sanguigno può essere positivo anche per il cervello. Uno studio del 2014 ha rilevato che gli uomini che facevano uso di questi farmaci avevano un rischio minore di sviluppare la demenza.

 Si stima che oltre 10 milioni di uomini americani e 40 milioni di uomini in tutto il mondo, soffrano di DE.

 Molti uomini ricorrono a farmaci come il Viagra o il Cialis per risolvere questi problemi.

Estratto dell’articolo di Filippo Ceccarelli per “il Venerdì di Repubblica” sabato 11 novembre 2023. 

Ecco dunque, debitamente tagliato e colpevolmente ingrandito nella fotina qui sotto, Sua Maestà il Pacco, con mano d'ordinanza che lo contiene e slancio derelitto che ne espone l'ormai decadutissimo primato nel tempo più anti-patriarcale della storia umana. 

Ma oltre che neurovisivo, l'indizio è anche magnificamente verbale, degno della più aggiornata commedia all'italiana: «Posso toccarmi il pacco mentre ti parlo?» chiede Lui. «L'hai già fatto» risponde Lei – e in tal modo passa la gloria fallocratica nel fuorionda dell'allegra tragedia pure all'italiana.

[…] Nel caso specifico, oltre che con la storia, il mancato appuntamento è con il buonsenso e il ridicolo e infatti la sequenza di Striscia, che televisivamente sa come trattare i suoi polli arrosto, è accompagnata da risate, vibrazioni, bip-bip e sonorità pagliaccesche la più significativa delle quali è il "popi-popi" che segnala appunto quel fatidico gesto di orgogliosa, egocentrica, provocatoria, perturbante dimostrazione di... boh. 

Al netto della scemenza […], che pure nelle umane vicende qualche peso ce l'ha, non è facile risalire alle ragioni profonde che hanno incoraggiato l'ostentatio genitalium.

Per cui, dopo aver dato fondo ai propri più sgangherati ricordi, dal "tic del tennista" del delitto di Terry Broome alla Lega che ce l'aveva duro passando per quel povero sindaco di Roma che compulsivamente dava sollievo al proprio ingombro, si è cercato qualche spunto nella zoologia, tipo scimmie in calore, ma con scarsa soddisfazione. 

Meglio va con l'antropologia, là dove l'esposizione del pacco ricorreva in rituali dionisiaci o contro la jella e che nell'antica Grecia si unificavano nel misterioso gesto […] dell'anasyrma che grosso modo disvela ciò che esiste, ma che di norma non viene evidenziato.

Ma la lettura più convincente è di una studiosa, Ilenia Ruggiu, che si è dedicata alla pratica culturale dell'omaggio al pene del bambino, accolto al mondo con lodi e tributi alla sua virilità. Chi rimane bambino, viene da pensare, risponde a quelle lontane felicitazioni non solo toccandosi il pacco, ma anche chiedendo educatamente se può farlo – per quanto l'abbia già fatto.

Così le serie tv "educano" il maschio bianco etero. Alessandro Gnocchi il 12 Novembre 2023 su Il Giornale.

In un libro di Fitoussi le forzature negli show più famosi

Woke è una parola entrata nell'uso comune ma come potremmo definire con esattezza il suo significato? Prendiamo in prestito la risposta da Woke fiction. Comment l'idéologie change nos films et nos séries (Le cherche midi) di Samuel Fitoussi, editorialista del quotidiano francese Le Figaro: «Il militante woke è colui il quale crede che il razzismo, la misoginia, la transfobia e l'omofobia siano onnipresenti in Occidente, e rappresentino il fatto sociale più importante della nostra epoca». Il privilegio non è legato principalmente alla condizione economica ma al colore della pelle, al sesso, all'orientamento sessuale.

Il militante woke non si limita a individuare le meccaniche dell'oppressione ma applica un paradossale razzismo al contrario, a suo dire virtuoso. Per questo chiede trattamenti differenziati, anche dal punto di vista legale, per ogni categoria o minoranza.

Da un punto di vista della libertà, è una corsa vertiginosa verso l'abisso. Il ruolo dell'individuo è subordinato e schiacciato dalla appartenenza a un gruppo. Come rimedio, si attribuisce allo Stato il potere di discriminare e premiare le categorie che finiscono spesso con l'essere quelle elettoralmente più convenienti alla maggioranza di turno.

Il privato è politico. Il libero arbitrio è un inganno. La classe dominante agisce sempre per mantenere il privilegio. La classe dominata accetta sempre la servitù. L'ingegneria sociale è necessaria al fine di correggere questi comportamenti automatici. Fa parte di questo progetto anche la conquista e la revisione dell'immaginario collettivo attraverso un controllo serrato della cultura in tutte le sue forme. Si censurano i classici della letteratura. Si manganellano, per ora solo verbalmente, gli artisti (registi, scrittori, pittori) che non accettano ordini dalle cerchie «illuminate» dal politicamente corretto. I personaggi storici sono giudicati e condannati da grotteschi tribunali woke.

Il saggio di Fitoussi, appena uscito in Francia, prende in esame il lato pop di questa battaglia a parole progressista, nei fatti retrograda. Da tempo ci siamo accorti che qualcosa non quadra nelle serie tv e nei film. Hollywood e il mondo dei servizi in streaming, da Netflix in poi, hanno stipulato una alleanza con la cultura woke. Non si tratta solo di evitare guai e contestazioni. È qualcosa di più profondo e pericoloso. Di fatto, l'alleanza non riguarda solo i colossi dell'intrattenimento ma il mondo delle grandi corporations quasi per intero. Chiediamoci perché. Le risposte, tra quelle disponibili, non sono delle migliori. In nome del progresso, ci trasformiamo in una massa di consumatori indifferenziati. Perché fare prodotti per uomini e per donne? È uno spreco. Meglio promuovere la fluidità sessuale. Forse è anche peggio. Il grande capitale ha trovato il suo alleato naturale nella politica di sinistra. Entrambi si reggevano su una visione del mondo esclusivamente materialista. Entrambi avevano lo stesso nemico: l`individualismo del borghese. La piccola imprenditoria è conservatrice, un freno al progresso. La grande imprenditoria, invece, vuole il progresso, il progresso che le fa comodo, beninteso: la semplificazione del mercato in nome delle economie di scala. E se ci va di mezzo l'uomo? Amen.

L'arte non ci deve descrivere o ispirare: ci deve educare. Facciamo qualche esempio. Il finale della Carmen di Bizet, in alcune edizioni, viste anche in Italia, è stato riscritto: la protagonista non viene uccisa perché non si può mettere in scena un episodio che ricorda da vicino il femminicidio. Game of Thrones, una delle serie tv di maggior successo, era partita con stupri e altre infrazioni del politicamente corretto ed è stata corretta politicamente stagione dopo stagione. Gli interventi possono essere anche retroattivi: da Toy Story 2 è sparito un episodio di seduzione accusato di essere un esempio di mentalità patriarcale. I casi di rilettura woke della storia non si contano. Incredibile è la serie Bridgerton, soap opera ambientata nella nobiltà britannica tra XVIII e XIX secolo. La regina Carlotta, come potete vedere in questa pagina, è nera. Come molti altri personaggi, e pazienza se si tratta di un clamoroso anacronismo e di una invenzione. Stesso discorso per i Tre moschettieri, con un insensato d'Artagnan nero, e Cleopatra, anch'essa nera.

Un esempio di woke fiction di buona fattura è Get Out, un film dove i codici dell'horror vengono utilizzati per raccontare la vita dei neri oppressi dai bianchi. Anche in questo caso il fine è educare lo spettatore ma l'abilità nel maneggiare gli stereotipi della pellicola di genere salva lo spettacolo. Incredibile, e inguardabile, la svolta femminista di House of Cards nella stagione successiva al licenziamento di Kevin Spacey, accusato di innumerevoli molestie sessuali dalle quali è stato fino a qui assolto in tribunale. Spacey interpretava Frank Underwood, il presidente degli Stati Uniti, carica ereditata dalla moglie Claire. In un trionfo di femminismo woke arriva il giorno in cui una donna non dovrà più chiedere consiglio a un uomo. Claire licenzia tutti i ministri per sostituirli con donne. Certo, il finale non è che sia edificante ma almeno il merito della fine del mondo potrebbe andare a una donna e non a un uomo, sono soddisfazioni woke anche queste.

I supereroi sono stati manipolati in tutti i modi possibili da Catwoman lesbica a Superman bisessuale (fumetto del 2021). Anche Don Giovanni, il seduttore per eccellenza, è diventato bisessuale e soprattutto delicato, basta maschilismo tossico. Romeo e Giulietta si è visto in versione Romeo e Giulietto ma anche Romea e Giulietta. Il successo di queste operazioni pedagogiche (si fa per dire) però sta scemando. Speriamo…

Estratto dell’articolo di Gianna Fregonara per il “Corriere della Sera” giovedì 19 ottobre 2023
[...] il concorso per dirigenti scolastici che si svolgerà nel giro di qualche mese prevede espressamente all’articolo 10 della bozza del bando inviata ai sindacati che, «considerate le percentuali di rappresentatività di genere in ciascuna regione, viene garantito l’equilibrio di genere applicando nelle regioni Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto, in cui il differenziale tra i generi è superiore al 30 per cento, il titolo di preferenza in favore del genere maschile in quanto meno rappresentato».
Tradotto dal burocratese, in tutta Italia tranne che in Sardegna, dove la percentuale è 61 a 39 per le donne, e in Valle d’Aosta e Molise, dove non ci sono posti disponibili per questa tornata di assunzioni, in caso di parità in graduatoria, sarà data priorità al candidato rispetto alla sua collega.
È l’effetto del decreto del giugno scorso che introduce le norme per il riequilibrio di genere nella pubblica amministrazione: se negli altri settori ci sono le quota rosa o, come si legge nelle nuove norme, un criterio di discriminazione positiva per evitare o compensare «svantaggi nelle carriere al genere meno rappresentato», a scuola le quote diventano blu.
Che gli insegnanti in Italia siano per la maggioranza donne è una realtà che affonda le sue radici addirittura nel XIX secolo, subito dopo l’unità d’Italia: oggi la percentuale è ancora in leggero aumento, poiché è passata negli ultimi dieci anni dall’80 all’83 per cento. Alle elementari le maestre sono il 95 per cento. Ma per quanto riguarda i presidi per lungo tempo, fino agli anni 2000, c’erano due uomini ogni tre posti. Sono stati gli ultimi concorsi — tre anni fa sono stati messi a bando quasi tremila posti su ottomila scuole — a far pendere il piatto della bilancia verso le donne. Questa volta in palio ci sono 587 posti.
[...]Visto il numero di posti e lo scorrimento delle graduatorie che costituisce la coda di ogni concorso, i casi in cui le quote rischiano di escludere una candidata a favore del suo collega saranno molto pochi. Ma il principio è sancito e sarà ribadito anche nel prossimo concorso per gli insegnanti il cui bando è in arrivo.

Alla faccia del sesso forte: un ministero per gli uomini. Storia di Roberto Fabbri su Il Giornale giovedì 7 settembre 2023.

Un ministero dedicato ai poveri uomini inglesi? Why not, perché no? Nel governo di Londra c'è un dicastero apposta per le donne e anche uno per i giovani, categorie considerate bisognose di un'attenzione speciale. Ma nessuno che abbia mai pensato alle necessità del «sesso forte», che secondo aggiornate statistiche risulta incline a debolezze caratteriali (tra le quali spicca un'inquietante tendenza al suicidio) e a soccombere a malattie e a conseguenze di pessime abitudini dalle quali le donne si tengono invece lontane. Ed ecco che, per la gioia di quanti credono che compito dello Stato sia preoccuparsi di ogni nostra esigenza, spunta la proposta di un deputato conservatore eletto nell'ex feudo laburista di Doncaster nel nord dell'Inghilterra: creare un ministero per il benessere maschile.

Non è una novità assoluta in Inghilterra: un movimento per i pari diritti che lamenta una discriminazione al contrario ai danni degli uomini e dei ragazzi è attivo da tempo con scarsi risultati. Il manifesto di Gender Parity UK punta il dito contro l'esclusione delle specifiche problematiche maschili dal dibattito sull'uguaglianza dei sessi. Ma adesso la spinta arriva dall'interno del Parlamento, dal partito di governo. Aiutare gli uomini a vivere una vita migliore non sottrarrebbe energie e attenzione dall'impegno per l'uguaglianza delle donne, premette Nick Fletcher, che l'anno scorso ci aveva già provato quando il premier era Boris Johnson, e che ironicamente è intervenuto a sostenere la sua idea in un programma radio della Bbc intitolato «L'ora della donna». Obiettivo dell'iniziativa sarebbe invertire alcune tendenze della società britannica che l'uomo politico considera rovinose: come ignorare un'epidemia di attacchi cardiaci che uccide 88 uomini al giorno, una strage di suicidi che per il 75% riguarda il sesso maschile, così come sono maschi l'83% degli insonni del Regno Unito, per non parlare della popolazione carceraria che è maschile addirittura al 96.

«Se queste statistiche fossero al contrario - provoca Fletcher - ci sarebbe un putiferio. Bisogna fare qualcosa, a partire dagli ospedali. Le autorità, ma anche il governo, ignorano questo fenomeno. Stiamo assistendo passivamente al fallimento dei nostri ragazzi, dei nostri giovani uomini. E così facciamo fallire l'intera società, donne e ragazze comprese». Secondo il parlamentare, non è solo una questione di affrontare problematiche sanitarie che diventano piaghe sociali. Una delle sue idee cardine è lavorare per portare un maggior numero di uomini a scegliere il mestiere di maestri di scuola («si fornirebbe così un modello ai tanti ragazzi che a casa non hanno un padre») o di infermiere, ma anche migliorare l'attuale legge sul congedo di paternità. «Non penso assicura l'esponente Tory, consapevole di andare incontro a critiche e ironie - che le necessità di ragazzi e uomini siano più importanti di quelle delle ragazze e delle donne: possiamo far bene due cose insieme. Ma osservo che, soprattutto negli ultimi 15 anni, abbiamo semplicemente ignorato i loro specifici problemi». Chissà se stavolta a Downing Street troveranno il tempo di pensarci su.

Traduzione dell’articolo di Samantha Bartlett per dailystar.co.uk sabato 2 settembre 2023.

Oggi, in occasione della Giornata Mondiale della Barba (2 settembre), abbiamo deciso di analizzare i motivi per cui i peli sul viso rendono gli uomini attraenti. A quanto pare, c'è più scienza di quanto si pensi. Dalla sicurezza di sé all'essere un segno di mascolinità, secondo gli esperti la peluria sul viso può dare grandi benefici. 

E le spiegazioni potrebbero farvi abbandonare definitivamente il rasoio. Secondo il sito web Bossman, avere la barba può essere ottimo per accentuare il viso. Scrivono: "La barba può accentuare la mascella, conferendole un aspetto degno di una star del cinema. La barba può anche aiutare a coprire un mento più debole, cicatrici da acne o altri problemi che possono far sentire meno attraenti"

Chi si sente più attraente diventa anche sicuro di sé. Le persone spesso cercano la fiducia in un partner, e la barba potrebbe essere la cosa giusta per conquistare un compagno. Oltre alla sicurezza, la barba è considerata un segno di mascolinità, poiché una mascella forte è correlata a un livello più elevato di testosterone. Molte donne trovano i tratti maschili molto attraenti, quindi farsi crescere la barba può sicuramente aiutarvi in questo senso. 

La barba ben curata è anche associata alla pazienza e alla maturità, poiché la sua crescita richiede tempo, impegno e costanza. Sono noti anche i benefici per la salute, tra cui la protezione della pelle dai raggi UV, la riduzione della possibilità di contrarre un'infezione batterica e persino l'aiuto a chi soffre di asma grazie al filtraggio di polvere e polline.

Questi benefici per la salute possono rendervi inconsciamente più attraenti per un compagno. Non si può ignorare anche l'influenza dei media e della cultura: gli uomini con la barba sono spesso rappresentati come eroi e rubacuori. Questo contribuisce a plasmare la percezione pubblica e fa sì che le persone colleghino la barba al carisma, alla forza e all'attrattiva. 

Secondo uno studio del 2020 condotto da Barnaby J. Dixson e Robert C. Brooks, la scienza dimostra che le donne spesso trovano più attraenti gli uomini con la barba. Dopo aver giudicato una serie di immagini che ritraevano uomini con diverse quantità di peli sul viso, la stragrande maggioranza delle donne ha ritenuto che gli uomini con la barba folta fossero i più belli. Le donne consideravano gli uomini con la barba folta come i più sani e i più adatti a diventare genitori.

Lo studio ha anche dimostrato che, con l'aumentare della lunghezza dei peli sul viso, gli uomini venivano visti come più mascolini. Questi risultati sono stati confermati prima di questo in un altro studio pubblicato dal Journal of Evolutionary Biology nel 2016. Questo studio ha chiesto a oltre 8.500 donne di valutare gli uomini con peli facciali di diversa lunghezza.

 Alle donne sono state mostrate immagini di uomini rasati, con una leggera barba incolta, con una barba pesante e con una barba folta. E, come avrete capito, ancora una volta i risultati hanno dimostrato che le donne erano più attratte da coloro che avevano una certa peluria sul viso. Quindi, se siete single, pronti a socializzare e state pensando di farvi crescere la barba per tenervi al caldo quest'inverno, probabilmente dovreste farlo se volete conquistare quell'appuntamento!

Nel nuovo libro nero della sinistra la lotta di classe diventa lotta di genere. Il maschio è il borghese mentre la donna è il proletariato. Un saggio spiega perché. Luigi Iannone il 18 Agosto 2023 su Il Giornale.

Nella società adolescenziale, quella che si culla nel neocomunismo e in un progressismo culturale che domina non solo l'agenda politica ma tutta la mentalità occidentale, c'è un'unica regola: «il nuovo è buono, il vecchio è cattivo».

Ad articolare in maniera coerente questa tesi attraverso un lavoro che non occhieggia ad accomodamenti di alcun tipo sono gli argentini Nicolás Marquez e Agustín Laje ne Il libro nero della Nuova Sinistra. Ideologia di genere o sovversione culturale (Eclettica, p. 270).

Obiettivo mirato è quell'avanguardia militante che non dissimula le sue intenzioni egemoniche sulla società anche se astutamente le ammanta dietro slogan nobili come l'egualitarismo, l'inclusione, la diversità, i diritti delle minoranze, l'ecologismo, il femminismo, l'omosessualismo.

Slogan che fanno risaltare il principio dell'autopercezione come misura di tutta la realtà possibile, dove i desideri del singolo corrispondono a diritti e «la diversità progredisce semplicemente perché possiamo tingerci i capelli di verde, sentirci nel corpo sbagliato o andare a letto con qualcuno dello stesso sesso e celebrarlo (come una grande impresa) per un mese intero ogni anno». E fin qui, nulla di nuovo. Sembra infatti di risentire i moniti post sessantottini di Prezzolini: «per essere moderni non occorre scrivere in modo da non essere intesi; per protestare contro le ingiustizie sociali non si devon portare i capelli lunghi e la biancheria sporca; per provar l'uguaglianza dei sessi non è necessario che si invertano i sessi».

Tuttavia, siamo molto più avanti di quanto si potesse immaginare solo un paio di decenni addietro. Viviamo un tempo nel quale la verità spacciata dai soloni del Pensiero Unico pare essere l'unica possibile. L'ideologia di genere, con le sue diverse varianti, è diventata cardine e paradigma intorno cui gira ogni azione politica e gran parte del dibattito pubblico, volto presentabile con cui si manifesta questo roboante (ma falso!) inno al pluralismo e alla diversità. È infatti evidente lo sfasamento e la falsificazione di una realtà oggettiva che vede le donne come le vere vittime dell'ideologia gender, nonostante questo fronte culturale reputi la società attuale organizzata intorno ad una «cultura etero-normativa e patriarcale» e continui a collocare gli uomini sul fronte del nemico assoluto.

Ma cosa c'entra tutto questo col comunismo? Marquez e Laje hanno ben ragione a sostenere che i miti della sinistra contemporanea, pur talora abbracciando in parte richieste lecite, sarebbero solo una evoluzione di vecchie parole d'ordine. Alle desuete concezioni economicistiche fondate sulla lotta di classe e che, oramai, non avrebbero più alcuna presa pubblica, è stato furbescamente aggregato un nuovo artificioso indottrinamento, sostenuto da una martellante propaganda mediatica, supportato dall'alta finanza, dalle multinazionali, da potenti centri di potere pubblico e privato e agevolato da una spaventosa semplificazione orwelliana del linguaggio di cui ne vediamo gli stilemi nell'ondata di finta inclusività che propagano piattaforme come Netflix, Amazon o la stessa Disney.

Dunque, di inedito poco o nulla visto che è da più di un secolo che, spesso con ragione, il femminismo reclama diritti civili e politici per la donna. Tuttavia, questa sorta di neo-marxismo ha traslato i piani di lettura. Se Engels e Marx avevano sostenuto che le ragioni dei problemi delle donne fossero tutte da incanalare nella questione dello sfruttamento tra le classi a causa dell'esistenza della proprietà privata, ora si è giunti al paradosso di aggiornare la nozione di un conflitto irrisolvibile tra i sessi riportando in auge la vecchia tesi di Engels secondo la quale «l'uomo è il borghese e la donna il proletariato»

Seguendo questa azzardata linea teorica si sono però moltiplicati a dismisura e deformati tutti i piani metaforici. Dalla genesi del femminismo ad oggi, abbiamo assistito a varie ondate di proteste. Dall'origine, in cui si reclamavano diritti di cittadinanza e si manifestava preoccupazione per il posto occupato dalla donna, siamo giunti all'ondata queer che vuole imporre modelli di società che non tengano conto dell'interesse dei figli e fagocitare il dissenso costringendolo nella sanzione penale. Ma abbiamo assistito anche alla alterazione dei significati e degli antichi simboli. Se nei paesi comunisti il trattamento riservato alle donne era sempre pessimo, in Cina gli omosessuali venivano castrati, Che Guevara li inviava ai lavori forzati e i sovietici in Siberia, la nuova sinistra marcia con le bandiere rosse e quelle con l'effigie del Che nelle manifestazioni del Gay Pride. Questo, però, attiene ai simboli. Per Márquez e Laje il passaggio decisivo è avvenuto quando il classismo si è trasformato in una strategia culturalista ad ampio raggio, che ha sorpreso tutti e che, per essere contrastata, necessita di cittadini che mettano in conto di sporcarsi nel fango del politicamente corretto e di venire perseguitati.

Così la sinistra celebra la morte del maschio.  Max Del Papa su Nicolaporro.it il 13 Agosto 2023

Simon Heffer con il suo “Una breve storia del potere” (edita in Italia da Liberilibri) traccia una sintesi delle umane pulsioni che è un viaggio affascinante nella storia degli imperi, ma anche la sconfessione si direbbe definitiva di qualsiasi provvidenzialismo mistico, non fosse altro che per imporla, questa redenzione piovuta dal cielo, ci sono volute guerre infinite e pretestuose. È anche la dimostrazione che la pseudoscienza marxista col suo messianismo storicistico è un battito di ciglia, una parentesi aperta e subito chiusa ma i marxisti parolai continuano a considerarla, viceversa, il momento saliente attorno al quale ruota l’intera vicenda umana, preesistente e successiva: o dell’immanenza dell’inesistenza.

Gli ha detto male agli esegeti di Marx, disponibili sul mercato a un soldo la dozzina: l’egemonismo gramsciano, che alla fine era organizzazione puramente strumentale per fare soldi, per durare, ha continuato a dettare la sua legge spartitoria, ma senza alcun contenuto fondativo. Un restare per restare, come si è visto nel prato bassissimo delle nuove lottizzazioni in Rai, accolte malissimo dalla sinistra che considera la televisione di stato un suo feudo perenne. La scommessa della rivoluzione sorta dalla classe operaia è stata persa con ignominia e neppure le derivazioni negriane o terroristiche hanno saputo salvare la stessa classe, evirata della sua coscienza per via tecnologica. Da cui un disperato riciclarsi nelle sottoideologie alla moda da nuovo secolo, crudelmente messe in fila da Ryszard Legutko, che in Italia, per scrupolo democratico, non viene tradotto almeno nei lavori più recenti e più urticanti: il genderismo, l’allarmismo ambientale, da ultimo l’autoritarismo sanitario, fughe in avanti capaci sì di sviluppare nuova egemonia, ma destinate subito a perdersi, a risolversi in clamorose disfatte sul piano concreto non meno che su quello teorico, drammaticamente inconsistente.

Da cui la ridefinizione del vecchio “Che fare “ di Lenin in “di che parlare?”. Oggi la sinistra parla di niente, di falsi problemi da risolvere con false soluzioni maturate da false analisi. Lo fa scrivendo pessimi libri e pessimi articoli in uno stile mortifero, antiletterario di stampo ruffiano, che insegue un parlato da dimenticare, sciatto, ammiccante e in definitiva reazionario. Francesco Piccolo, uno della folta schiera dei premi Strega per meriti che artisticamente continuano a riuscirci misteriosi, ha proditoriamente invaso una paginata della fatal Repubblica per puntare il dito, in continuità con l’appena scomparsa Murgia, contro i peggiori impulsi dell’uomo bianco occidentale italiano non piddino, l’uomo bestione che ad onta di decenni di rieducazione sociale non ha ancora perso l’impulso ad essere maschio, per dire accorgersi di una donna bella, avvenente e magari fischiarle, o, ancor più inaccettabile, clacsonarle dietro. Poi dice che un bel lockdown, una manovra europea per vietare le automobili non ci vorrebbero; magari anche un vaccino per spegnere il desiderio sublimato in ammirazione. Piccolo non fischia, non tromba, nel senso del segnale acustico, non si dà pace, e chi lo legge peggio di lui. Perché Piccolo non va da nessuna parte, si avviluppa, si strangola in arabeschi di frasi senza costrutto, si titilla verbalmente, escogita la categoria dei maquandomaisti, che spasso, che inventiva letteraria, Gadda scansate proprio, i quali, se siamo riusciti a capire, ma non ci giureremmo, sarebbero i qualunquisti, i farisei, quelli che pensano una cosa ma non la ammettono per paura, per viltà; per non avere rompimenti di coglioni dalle mogli (che, a quanto è dato capire, si fanno molti meno problemi, e viva loro): e non è chiaro se a questi animali scodinzolanti, nell’accezione del Dogui, vada più il compatimento o la solidarietà del Piccolo: forse ci sono entrambi, in dosi sapientemente bilanciate. Comunque in uno stile pessimo, davvero da Premio Strega, però dopo la bottiglia (stiamo facendo ironia, a scanso di guai: questi scrittori stregati sono tutti sussiegosi, per un niente fanno partire la minaccia di querela eccetera).

Una lenzuolata che magari fosse inutile, almeno sarebbe qualcosa, anche la vanitas vanitatum soccorre, quia absurdum, a contrariis, serve a distanziarsene. Invece no. L’unica cosa che si riesce a capire, alla fine di questa scalata narrativa alla rovescia, cui si arriva mezzi morti, è che l’uomo bianco, occidentale, italiano eccetera non evolve, non migliora, gnaafà, è maquandomaista cioè un povero pezzo di reazionario, imbarazzante e troglodita, una maschera di Checco Zalone però vera.

Siamo ai quaderni da Capalbio, alla sinistra problematica alla Calenda: io non ne imbrocco una, ma voi siete dei poveri stronzi. Poveri inteso come aggettivo sostantivato. Tra le cose di Piccolo che non si capiscono, tutte, praticamente, ma scritte incredibilmente male, questo almeno è lapalissiano, anche che razza di mondo, di società veda Piccolo a bordo del suo motorino, si presume senza clacson, dunque più inclusivo. La realtà è esattamente quella opposta e basta uno stabilimento balneare a tramortirci: ragazzine di quindici, dodici anni ipersessuate, cloni accuratissimi, sofisticatissimi delle Taylor Swift, le Lana del Rey (chi paga, a proposito?), insieme a maschi a metà, che o si disinteressano desolatamente o li vedi paralizzati dalla paura di finir nei guai per un complimento, un balenar di sguardi: par di assistere a consessi surreali di aspiranti popstar con servi o celenterati di ritorno.

Una cosa vera Piccolo la coglie, probabilmente senza volere: il maschio bianco, occidentale, italiano eccetera non evolve, anzi si è appassito, si è lobotomizzato, si è tafazzizzato. Ma non è un bel progresso, non una gran consolazione. Qui uno scrittore di sinistra, aduso a non frequentare solo i circoletti gramsciani ossia pubblicitari, ne avrebbe di che inzuppare il biscotto (absit): diciamo dell’ossessione neoconsumistica, parafascista di Pasolini, del predominio spettacolare di Debord, della monodimensionalità capitalistica marcusiana e francofortese, della problematica sui bisogni e gli oggetti di Baudrillard, per fare giusto i riferimenti più immediati e più scontati; per tacer della reificazione, fino alla definitiva sepoltura della classe, perché se c’è qualcosa che sta fottendo quello che resta della sensibilità di sinistra è il mondo Barbie, viceversa esaltato per malintese o demenziali pulsioni genderistiche.

Qui non è questione dei rozzi di Rozzano o der Tufello che clacsonano alle aspiranti influencer (in perizoma, specifica il Nostro: anche lui ne deve fare di strada a ritroso lungo il moralismo neocomunista asessuato), qui è che nei locali più costosi ci stanno quasi solo adolescenti, ripassi dopo due ore e sono ancora lì, i giri di alcolici si susseguono in una roulette impazzita, mocciose e mocciosi che nei modi tradiscono già una confidenza, una dimestichezza da viveur sessantenni e a vederli uno si domanda: questo sarebbe il paese che non ce la fa a tirare il mese? D’accordo, saranno questioni da bigotto o rincoglionito, ma come la spieghi, come la spiega la sinistra romanziera e rompicoglioni una tale smania di mantenere nella riccanza figli normali, di famiglie normali? O questo è diventato un paese che si regge sul malaffare diffuso, nella zona grigia dove praticamente tutti sono sporchi ma rispettabili? Poi da lì al branco che umilia o ammazza il diverso, il condannato alla solitudine è un attimo. Nella solidarietà dei clan familiari che ormai ragionano e si comportano come i mammasantissima del potere.

Sono questioni, moralismi se si vuole, schiettamente di sinistra, che dovrebbero appassionare un intellettuale di sinistra, ma la sinistra da simili faccende sta alla larga, ha capito che non le conviene trattarle perché la sua coda di paglia è gigantesca e così preferisce corteggiare i modelli che, nella sua tradizione culturale, nella sua sensibilità politica, dovrebbero essere perversi, usciti dal neoliberismo demoniaco dei creatori digitali, di quelli che fanno i soldi col fumo pornografico di OnlyFans. Un tempo queste si chiamavano aporie, adesso suona meglio garantismo opportunista. E fu così che il nostro Piccolino, partorita per disprezzo socioculturale la razza dei maquandomaisti, si ritrovò il principe di tutti i maquandomaisti. Scrivendo malissimo.

Max Del Papa, 13 agosto 2023

DAGONEWS il 20 maggio 2023.

Ti sei mai chiesto cosa pensa veramente un ex di te come amante? O qual è stata la vera ragione per la quale vi siete separati. A meno che non restiate buoni amici e non abbiate il coraggio di chiedere, raramente troviamo le risposte a queste domande. Finora.

Tracey Cox ha chiesto a tre donne, con rapporti molto diversi con un ex, di rivelare tutto. E i risultati sono incredibili.

"È stata la sua dipendenza dall’alcol che ha distrutto la nostra relazione, non i litigi”

Kate, 40 anni, ha frequentato Charlie per un anno

«Ho avuto una relazione con Charlie quando avevo 38 anni. Era l'uomo più bello con cui fossi mai stata ed ero infatuata di lui. Mi ha scaricato perché litigavamo costantemente. Avevo il cuore a pezzi, ma alla fine siamo rimasti buoni conoscenti».

Il verdetto di Charlie

Il sesso: «Ricordo la primissima volta che abbiamo fatto sesso. Ti ho spogliato e ti ho accarezzato dappertutto e ti sei rilassata e mi hai guardato mentre ti ammiravo. All'epoca era sexy, ma era un accenno di cosa sarebbe successo in futuro. Il nostro sesso era incentrato su di me che ti davo piacere. Il sesso all'inizio è stato piuttosto sorprendente in realtà, a pensarci ora. L'entusiasmo è diminuito da entrambe le parti verso la fine, ma è perché litigavamo tutto il tempo”.

La relazione: «Sai già che ho chiuso perché le continue discussioni mi stavano facendo ammalare fisicamente. Va bene alzarsi urlando a vicenda alle 3 del mattino quando hai poco più di 20 anni, ma non quando hai un'attività da gestire.

Ad essere brutalmente franco non sono state le discussioni a farmi chiudere, ma il fatto che beveva. L’alcol scatenava i nostri litigi. Ogni singola discussione che abbiamo avuto è avvenuta quando eri ubriaca. Se avessi smesso di bere - o meglio ancora, avessi rinunciato - sarei rimasto Non ti ho chiesto di farlo perché sapevo quale sarebbe stata la tua risposta: “assolutamente no!”».

La risposta di Kate: «Non sono stato sorpresa di leggere la tua risposta su come ero a letto. Anche altri mi hanno detto che sono egoista sessualmente. Ma non avevo idea che il mio bere fosse una parte così importante del motivo per cui ci siamo lasciati! Mi rende triste. Se me l'avessi detto in quel momento, probabilmente avremmo potuto sistemare la relazione. Mi sento in imbarazzo, ma sono consapevole di avere problemi con l'alcol».

"I miei amici l'hanno sopranominato la grande banana"

Louise, 34 anni, ha avuto una relazione occasionale con Ben

“Ben e io abbiamo avuto una relazione durante il lockdown. Abbiamo iniziato come amici e finivamo a pomiciare sul divano. Ma quando si doveva andare avanti se ne andava. Pensavo di non piacergli. Una notte è rimasto e mi mostrato il pene più enorme che avessi mai visto. (Il suo soprannome con i miei amici è "The Big Banana".) Era così grande. Quando facevamo sesso, il che era raro, sembrava che stesse spingendo un marshmallow in un parchimetro. Era tutto così imbarazzante! Usava una mano e cercava di ficcarcelo dentro. Non era a suo agio nel parlare di tutto questo, quindi non l'abbiamo mai fatto. Ci piacevamo abbastanza, ma non abbastanza per continuare a vederci una volta revocato il lockdown»

Il verdetto di Ben

Il sesso: «Non ho mai saputo se eri presa da me sessualmente o no. Faccio un po' fatica con il sesso. Ho bisogno di sentire che la donna mi vuole davvero prima di godermela. Il mio pene è più grande della maggior parte degli uomini, quindi non devo preoccuparmene. Ma temo che il resto del mio corpo non sia all'altezza. So che uscivi con palestrati e io ho la pancia. Non sono sicuro che tu abbia finto l'orgasmo per tutto il tempo. Lo hai fatto?».

La relazione: «Ci siamo conosciuti durante il Covid e dubito che saremmo mai diventati qualcosa di diverso da amici in circostanze normali. Ho pensato che fossi più preso da te e mi sembrava normale che dopo il lockdown non ci saremmo più visti. Però ci siamo fatti un sacco di risate e mi manchi». 

La risposta di Louise «Interessante che tu abbia pensato che il grosso pene fosse un vantaggio quando questo era ciò che rendeva le cose imbarazzanti! Probabilmente hai ragione, il rapporto era un po' sbilenco, ma non mi importava dei chili in più. E poi sì, beccata: per un po’ ho finto gli orgasmi». 

“Non mi guardavi nemmeno durante il sesso”

Jess, 28 anni, è stata con suo marito per nove anni

«Non ho parlato con il mio ex marito per quattro anni dopo che ci siamo lasciati, ma ora abbiamo fatto pace per il bene delle nostre due figlie. Sono sinceramente incuriosito da ciò che dirà su entrambi i fronti. Immagino di essere stato io a smettere di fare sesso e quindi è colpa mia se tutto è andato a rotoli. Direi che ci siamo lasciati perché abbiamo avuto figli troppo presto. Non so perché non abbiamo aspettato un po'. Entrambi amiamo le nostre ragazze, quindi forse alla fine non importa».

Il verdetto di Matt

Il sesso: «Era tutto divertimento e giochi i primi anni. Ti mettevi della bella lingerie, guardavamo porno, provavamo tutti i tipi di posizioni. Amavi farlo da dietro. Quattro anni e due bambini dopo, ero io sopra, nessun bacio e nessun entusiasmo da parte tua. Non mi guardavi nemmeno durante il sesso. So che è quello che succede nella maggior parte delle relazioni dopo i bambini, ma poiché all'inizio abbiamo fatto del sesso così bello, mi sono sentito derubato».

La relazione: «Tutto è andato alla grande finché non sono arrivati i bambini. Poi mi è sembrato che mi incolpassi di tutto: le orribili gravidanze e nascite, niente sonno, niente tempo per "te". Penso che ti sia risentita per il fatto che potessi scappare e andare a lavorare, ma anch'io sentivo la pressione, solo in un modo diverso. Mi preoccupavo costantemente per i soldi. Vorrei che ce l'avessimo fatta per il bene delle bambine, ma penso che tutto sia andato abbastanza bene adesso, tutto sommato».

La risposta di Jess «La sua risposta sulla relazione è esattamente ciò che mi aspettavamo dicessi. Nessuna sorpresa perché ho già sentito tutto prima. Siamo sempre stati in competizione per il ‘chi sta peggio?’»

Estratto dell'articolo di Walter Siti per “La Stampa – TuttoLibri” l’8 aprile 2023.

Questa non è una recensione al recente Cose da maschi di Alessandro Giammei. Se lo fosse, dovrei dire che si tratta di un libro ben scritto, divertente, su un tema oggi di grande interesse.

 Dovrei paragonare tra loro i vari capitoli e constatare che Giammei risulta stilisticamente più brillante quando parla di orecchini o di pettini che quando disquisisce su armi o muscoli. […]

 I sette capitoli si snodano agili con titoletti un po' paraculi, tra cui forse il più bello è quello dell'introduzione, Per una maschilità balneabile. Ma quello di Giammei è un saggio serio a forte vocazione pedagogica, al punto da chiedere al proprio lettore di fare da tramite, da mediatore culturale. È troppo intelligente per non sapere che i «maschi eterobasici» contro cui il libro si indirizza non leggeranno mai il libro, da qui la necessità di rivolgersi (come Boccaccio) alle «vaghe donne» e ai maschi non conformi.

[…] Insomma, vorrei discutere il sugo politico del libro. Il maschile non è un dato di natura, non dipende da quel che uno ha tra le gambe: la biologia ci dice che maschile e femminile sono uno spettro, non un'opposizione duale. Il maschile è una costruzione, una somma di condizionamenti o, come dice Giammei, una maschera. Fin qui condivido tutto, poi da maschera si scivola a «mascara», il cosmetico che si scioglie con le lacrime, e le nostre differenze biografiche cominciano a farsi evidenti.

 Lui è un trentacinquenne romano che andava a scuola a Mostacciano (un quartiere di Roma Sud), un ragazzo borghese «naturalmente predisposto all'eleganza e al socialismo»; io sono un settantaseienne cresciuto in un paesino alle porte di Modena, negato a qualunque forma di eleganza e assai diffidente rispetto al socialismo fin da allora.

Tanto per citare un caso, lui si è sentito bullizzato all'inizio degli anni Duemila da quello che chiama «fascismo casuale», o eterno, direbbe Eco; io ho patito solo una volta un atto di bullismo verso la fine degli anni Cinquanta, quando alla Cooperativa mi svuotarono in terra una bottiglietta di Coca Cola che mi aveva regalato zio e che mi piaceva moltissimo, perché era roba americana e non si doveva bere; gli autori del gesto prepotente erano quasi tutti ex partigiani.

 La nostra distanza fa sì che io mi chieda che diavolo di maschi Giammei abbia conosciuto: il tizio che non osa piangere, che preferisce non analizzarsi psicologicamente, che non riconosce i capezzoli maschili come zona erogena, mi pare più una caricatura che un etero in carne e ossa.

 Allo stesso modo, forse, ai miei tempi non mi è mai venuto voglia di truccarmi gli occhi o di indossare una gonna, e ancora oggi trovo questi parafernalia assai poco sexy in un corpo maschile (se non è Mel Gibson col kilt, ma non prendiamoci in giro). Può darsi che sia repressione, certo: fatto sta che, essendomi riconosciuto busone prima dei sei anni e potendo vantare un certificato ufficiale dell'esercito di «personalità abnorme e deviante», non ho sentito il bisogno di altri segnali di diversità. Questione di comodità, di aver altro da fare.

[...] Mi chiedo se abbia riflettuto su quanto si stia comodi a non dover pensare ogni momento a cosa indossare, o a come rendere evidente la propria fluidità. Il grande privilegio dei maschi standard (e questo Giammei lo dice) è che hanno l'impressione di agire «naturalmente»; ma forse Giammei non ha riflettuto a quanta rabbia e odio si scatenino nel momento in cui tale «lusso di non doversi conoscere» viene decostruito.

 Il punto politico è l'irenismo di cui dà prova il libro: dice cose controcorrente (la vagina è dura e i testicoli sono fragili, le donne possono avere i baffi, i monumenti sui piedistalli li si dovrebbe abbattere perché sono un simbolo di maschilità) ma non si augura una reazione violenta, perché la violenza è fascista, maschile e tossica.

Io il Gattamelata di Donatello che sta a Padova in piazza del Santo non lo butterei giù per niente al mondo, ma non mi sento maschilista né tanto meno fascista. Si tratta di valutare le «possibili conseguenze della nostra posizione», per tornare a bell hooks; capire insomma l'entità dei volumi psichici e sociologici che spostiamo e prevedere le reazioni della parte avversa. È una lotta, non un minuetto. Ma forse Giammei ha ragione a contare sul fattore tempo: se le ragazze e i ragazzi si abituano ad abitare in un ambiente di oggetti più fluidi, quando saranno loro i vecchi il patriarcato sistemico mostrerà qualche crepa, la gabbia degli stereotipi di genere sarà più agevole smontarla. Purché nel frattempo non si creino nuovi stereotipi: la donna-che-non-deve-chiedere-a-nessuno, o il maschio-che-poverino-bisogna-aiutarlo; la critica sia sempre anche autocritica. —

Maschio alfa addio, è l’ora degli uomini sentimentali. Paolo Di Paolo su L’Espresso il 15 Marzo 2023

Cinema, moda, letteratura, spettacolo raccontano il tramonto del modello tradizionale. Una rivoluzione silenziosa che svela un’emotività più complessa. E più libera

Non è un brutto segno che la pagina Instagram che ironizza sui «maschi etero basic» sia tanto seguita (@eterobasiche, oltre 200mila follwer): dimostrando che la specie è ancora tra noi, dà però la misura di una larga, lucida, spiritosa coscienza critica. E autocritica. Il tramonto dell’«etero basic», se così vogliamo definirlo, con la sua prevedibile perché un po’ schematica rozzezza (interessi standard, linguaggio e desideri convenzionali), non è un fatto recente. Costume, moda, nuove abitudini mentali hanno da tempo fatto vacillare il monolitico e a ogni modo ridicolo maschio alfa, costringendolo – se non a una resa incondizionata – a cedere il passo a esseri umani per cui l’aggettivo “virile” è di per sé fuori asse.

Non basta: perché l’enfasi mediatica sul politico che piange in pubblico, sulla star che si mostra vulnerabile (Fedez o Marco Mengoni, mettiamo), sull’anti-paternalista conferma che la rivoluzione non è ancora compiuta. Tanto meno nel campo della paternità: dove ancora si tende a rilevare come straordinario, quando non eccentrico, il padre partecipe, presente. Con il rischio che lo si inquadri – insopportabilmente – come “mammo”.

L’editoria, sul tema, insiste e spesso sbaglia: lasciando per l’appunto che i neopapà nati in coda al ’900 si compiacciano del loro stesso scoprirsi tali. Producendo una melassa retorica sulle gioie di un giorno-per-giorno con neonato o infante che non ha niente di davvero eccezionale. Per fortuna.

Non che la questione sia improduttiva in termini letterari – a patto, però, che a scriverne siano scrittori veri: è il caso dell’argentino Andrés Neuman (1977) che, nelle pagine di “Ombelicale” (Einaudi), sembra muovere proprio da un risveglio tardivo alla coscienza, a una consapevolezza emotiva più ampia, stratificata, complessa: «Spero – dice rivolgendosi al figlio – mi insegnerai a piangere le cose che non ho mai pianto». Curiosa, ma forse nemmeno troppo, la ricorrente evocazione dei dotti lacrimali in tali contesti: quasi che al pianto adulto il maschio contemporaneo assegni ancora un valore di rivelazione, di esposizione radicale, di liberazione.

«Scrivo di ogni cosa che mi ha fatto piangere»: chiude il suo “Tasmania” (Einaudi) Paolo Giordano, ed è la frase a cui approda l’io narrante-alter ego dopo avere messo alla prova sé stesso, le proprie certezze, dopo averle viste ondeggiare nel privato tanto quanto nell’orizzonte collettivo. Non sono lacrime da eroi greci, né da supereroi coi poteri scaduti: ma brillano come sintomi di una messa in gioco di sé più integrale, indifesa. Perfino in camera da letto: vedi certe pagine sincere e ansiose di Giordano, quarantenne “in trouble” come nel titolo originale della miniserie tv Disney “Fleishman a pezzi”. Con un’aria da nipote di Woody Allen un po’ meno ironico, Jesse Eisenberg interpreta il padre difettoso e in affanno di due bambini. Separato, ossessionato dalle app di dating e perciò dal sesso, si accorge a un certo punto di non riuscire nemmeno a masturbarsi: ed è lì che perdendo pezzi – benché da privilegiato – può inoltrarsi in una affollata solitudine che gli permette di vedere e di vedersi in modo nuovo.

Ancora: di riconoscere e perciò sfidare i propri limiti. Soprattutto emotivi: accade, in un clima molto diverso, anche in “Aftersun”, film diretto dalla trentacinquenne Charlotte Wells e candidato all’Oscar. Un padre giovane (Paul Mescal) in vacanza con una figlia undicenne prova a fare pace con l’idea di non essere ancora cresciuto. Peggio: sente che sta affondando. Un’onda di malinconia e di tristezza quasi insostenibile avvolge lo spettatore, a cui via via risulta chiaro come quel ragazzo “spezzato” non avesse la forza sufficiente per resistere agli urti del mondo. Inadeguato? Incompleto?

Ma chi ha stabilito i parametri dell’adeguatezza, della vita “compiuta”? Sembrano chiederselo i personaggi di “Cieli in fiamme” (Mondadori), il romanzo in cui Mattia Insolia dimostra che l’incompiuto non è una dimensione anagrafica. Che si può restarlo a lungo o per sempre, e non si tratta di rinvio delle responsabilità, ma di una misteriosa e bruciante paura. Insolia – ha scritto Crocifisso Dentello – rende coetanei genitori e figli, ed è esattamente ciò che per altre vie accade in “Aftersun”, e ancora diversamente nel film più autobiografico di Steven Spielberg, “The Fabelmans”, sopralluogo emotivo di un ex bambino nella giovinezza sconosciuta dei propri genitori. Piena, naturalmente, di ombre: ma nessuno deve perdonare nessuno, in fondo, basta il coraggio di non nascondersi la verità. E di raccontarsela e raccontarla: con lo slancio, l’afflato di chi non teme, quando occorre, di essere “sentimentale”.

El hombre sentimental” diceva il titolo di un vecchio romanzo di Javier Marías: anche se forse il tenore protagonista non è ancora e fino in fondo in grado di riconoscersi tale. Combatte per certi versi con la sua natura, mentre si impelaga in una ossessione amorosa più astratta che reale. Presagita o ricordata.

In ogni caso, totalizzante: come quella del bellissimo “L’amore inutile” (Wojtek), romanzo candidato al premio Strega da Valeria Parrella. «La sua teoria era che le emozioni vivevano una loro esistenza, avevano un’anima privata»: Gianfranco Di Fiore mette in scena la dolente e quasi indicibile sconfitta emotiva di un uomo che, letteralmente, vive una storia d’amore giocata solo sulla voce. La voce, le voci al telefono. Disordine e dolore precoce, una tragedia calma, ma anche una cruda estensione di quell’amour de loin, l’amore da lontano che è alle origini delle letterature romanze.

Come un trovatore disincantato o disperato, Di Fiore lavora sul sentimento ideale/virtuale come il rovescio contemporaneo di quei sospiri, come il segno di una solitudine lacerante. La «nuda verità», proprio quella: matrice di uno scrivere d’amore per mano maschile che dà in questi mesi esiti non convenzionali. Detto diversamente: l’impudente silenziosa rivoluzione di “uomini sentimentali” che scrivono d’amore. Massimiliano Virgilio nel romanzo “Il tempo delle stelle” (Rizzoli) svela il rovescio dei sentimenti di «una coppia solida, affettuosa e progressista». E offre al suo personaggio maschile l’occasione per evitare di diventare la versione crudele e oscena di sé stesso. Il sorprendente, elegiaco Dario Voltolini di “Giardino degli Aranci” (La Nave di Teseo), o il Marco Drago di “Innamorato” (Bollati Boringhieri): una sorta di poema in prosa sull’ossessione per una ragazza incontrata nel cuore dell’adolescenza e mai uscita dai pensieri. Drago la sogna e la risogna, la ricorda, la immagina e immaginandola quasi la consuma: ma parlando di lei e di certi luminosi interminabili pomeriggi degli anni Ottanta parla di sé, di come si diventava e si diventa – bene o male – maschi; di come si allenava la lingua dei desideri e meno, molto meno quella dei sentimenti. Che magari si apprende da adulti, diventando scrittori. È una questione di stile, no?

Lo dimostra, al polo opposto del romanzo di Drago, Giacomo Sartori col suo “Fisica delle separazioni” (Exòrma). Se l’uomo sentimentale di Marías vive nell’incompiuto, l’uomo sentimentale di Sartori fa i conti con ciò che al contrario sembrava avere trovato la sua solidità, la sua perfezione. Quando finisce una storia d’amore, cosa si fa per dimenticarla? Sartori propone “otto movimenti”, un training sofisticatissimo, malinconico-ironico, che è anche e soprattutto una scommessa sulla prosa della memoria, anzi dell’anti-memoria: «Va dimenticato tutto, per fare una cosa ben fatta bisogna dimenticare tutto». È un libro affascinante, spietato senza essere livido: i giorni dell’abbandono, una volta tanto, visti e vissuti da lui. Uno che non si libera del nodo in gola, conosce le sue colpe e i suoi errori, sa che è difficile capire chi lascia chi e fatica a darsi pace: intanto si scopre debole, indifeso, e anche se sembra il contrario è già una conquista. Letteraria, sì. E umana.

La “virilità” malintesa dei maschi costa all’Italia il 5% di Pil. Se provassimo a farne a meno? Antonio Polito su Il Corriere della Sera il 13 Febbraio 2023.

Pare scontato che da noi gli uomini siano più “cattivi”. Il libro di una giovane economista dimostra che lo si diventa e non denuncia solo i numeri della propensione maschile alla violenza, ma fa una stima del prezzo che paga la collettività: 98,78 miliardi di euro

Noi uomini italiani siamo «l’85,1% dei condannati, il 92% degli imputati per omicidio, il 98,7% degli autori di stupri, l’83% dei responsabili di incidenti stradali mortali, l’87% dei colpevoli di abusi su minori e il 93,6% degli imputati per pornografia minorile». Siamo anche «il 95,5% della popolazione mafiosa, l’87,5% degli imputati per rissa e il 76,1% per furto»; e siamo anche «il 91,7% degli evasori fiscali, l’89,5% degli usurai, il 93,4% degli spacciatori, il 95,7% della popolazione carceraria».

Con un incipit così è difficile che il libro di Ginevra Bersani Franceschetti, giovane economista con studi a Parigi, passi inosservato. Anche perché la nostra studiosa, sulla falsariga di un analogo lavoro svolto in Francia da Lucile Peytavin, non si ferma a denunciare i numeri di un’indiscutibile propensione maschile alla violenza, ma prova anche a fare una stima del prezzo che paga la collettività, e cioè la differenza tra l’importo speso per il comportamento degli uomini e quello per le donne. In una parola, calcola Il costo della virilità, come da titolo del volume (Il Pensiero Scientifico Editore).

Il risultato è sorprendente: mettendo insieme la spesa pubblica per le forze dell’ordine e il sistema giudiziario, l’amministrazione penitenziaria, le emergenze e i ricoveri ospedalieri, più i costi umani e sociali della «catena della violenza» maschile, si arriva a 98,78 miliardi di euro, una cifra pari più o meno al 5% del Pil, che risparmieremmo se gli uomini si comportassero come le donne. Naturalmente i calcoli tengono presente, con formule matematiche rigorose, la sproporzione esistente tra i sessi nelle varie attività.

Per esempio: la percentuale dell’83% dei responsabili maschili di incidenti mortali è calcolata a parità di tempo e chilometri di guida con le donne. Ma, quel che più conta, i conti tornano nonostante la drammatica carenza di dati sulla differenza di sesso nelle statistiche relative ai comportamenti antisociali. E sì, perché mentre sappiamo tutto o quasi tutto della percentuale di stranieri che delinquono e sulla loro nazionalità, o sull’età, la provenienza geografica e perfino l’origine sociale degli autori di reati, i dati suddivisi per sesso sono molto scarsi. Anzi, nel dibattito pubblico non se ne parla affatto, come se fosse scontato che gli uomini siano, diciamo così, più “cattivi”. Come se fosse un dato “naturale”, immodificabile, e perciò irrilevante dal punto di vista statistico.

Forse questo dipende dal luogo comune secondo cui noi maschi siamo più violenti perché siamo diversi, perché già nelle caverne ci occupavamo della caccia, perché abbiamo più testosterone o un cervello più grande. L’autrice contesta questi pregiudizi. E alla fine ci spiattella davanti agli occhi la verità: e cioè che non si nasce uomo violento, ma lo si diventa. Che la «virilità» è un processo di acculturazione alla violenza, non a caso definita nella Treccani come «la qualità propria dell’uomo forte, sicuro di sè e risoluto, coraggioso». E che la nostra società sarebbe molto migliore se noi uomini fossimo meno virili. Conclusione che virilmente sottoscrivo.

Estratto dell'articolo di Maurizio Zottarelli per "Libero quotidiano" il 12 febbraio 2023.

[...] l'argomento è scabroso, adatto solo a un pubblico adulto. Qui, infatti, si discetta di "virilità". Anzi, si tenta addirittura una, per quanto moderata, difesa della virilità. [...]

 La fantasia balzana è sorta a un filosofo della politica americano, Harvey Claflin Mansfield Jr., il quale nel 2006 ha scritto un ponderoso saggio che fin dal titolo sfida il comune sentire odierno: Virilità, appunto. Il saggio, ripubblicato ora da Liberilibri (pag. 420, 20 euro) fin dalle prime battute si pone come obiettivo quello di sfidare il modello di società «sessualmente neutra» che si è imposta negli ultimi decenni e di dimostrare che la virilità, caratteristica precipua dell'odiato maschio prevaricatore, «in tutta la sua irrazionalità merita di essere difesa dalla ragione». 

Quasi una bestemmia, visto che [...] si manifesta [...] a sostegno di una «mascolinità non tossica» e ridotta. Ma l'analisi di Mansfield prende l'avvio da una costatazione, quasi ovvia. Nonostante la guerra senza quartiere ingaggiata dai diversi movimenti femministi, e i tentativi per cancellarli, gli stereotipi sulle differenze tra uomini e donne resistono. Di più. 

Gli studi confermano che certi modelli maschili e femminili, lungi dall'essere stati imposti da una cultura prevaricatrice, sono in realtà precostituiti, fanno parte del bagaglio naturale degli appartenenti ai due sessi. Si tratta, peraltro, di ricerche condotte da donne (quali Eleanor Maccoby e Carol Jacklin, Alice H. Eagly, Deborah Tannen), il più delle volte partite con l'intento di dimostrare l'inconsistenza delle differenze psicologiche tra uomini e donne e scontratesi con la dura realtà che tali diversità continua a proporre. 

[...] si tratta di differenze naturali che [...] indicano [...] un modo diverso di affrontare la realtà. Insomma, anche se la cosa non va giù alle femministe e ai sostenitori della «società sessualmente neutra», uomini e donne insistono a comportarsi come hanno sempre fatto e per quanto un certo mondo scientifico si sforzi di cancellare gli odiati stereotipi, i fatti, più testardi di loro, si ostinano a ripresentarsi secondo le antiche consuetudini. 

E ci si mette pure Darwin a confermare che, per colpa dell'evoluzione, maledetta lei, una certa maggiore aggressività e forza si ritrovano nei maschi della quasi totalità delle specie animali. Altro che sovrastrutture culturali. Ma, per l'appunto, in cosa consiste questa benedetta virilità? Per definirla il filosofo si avvale di testimonianze letterarie, da Omero a Hemingway. 

 Alla fine, la definizione si può riassumere nel concetto di assertività, cioè nella capacità di far valere le proprie posizioni, all'occorrenza anche con una certa caparbietà [...] unita a una più accentuata aggressività che in natura si manifesta nel controllo del territorio [...]

[...] Mansfield [...] descrive la lunga parabola che nell'ultimo secolo, dalle protofemministe di inizio Novecento alle battaglie degli anni Settanta, ha fatto sì che si imponesse il modello della «società sessualmente neutra». 

Una costruzione che [...] pone le sue basi proprio sul darwinismo che ha spogliato l'uomo e la donna della dimensione eterna di creature, riducendoli alla loro parabola biologica [...] 

[...] le femministe [...] in un primo momento, si limitarono a contestare i ruoli sociali stabiliti per i due sessi, poi arrivarono a rivendicare una propria virilità come via per raggiungere il successo. Una rivoluzione, che sulla scorta del materialismo nichilista, cancella ogni ruolo e propone una liberazione sessuale tutta ricalcata su un modello maschile, predatorio, disgiunto da ogni riferimento alla riproduzione e alla maternità. 

Per inseguire la libertà la donna insegue un modello maschile che, paradossalmente finisce per fare il gioco degli uomini i quali se oggi possono godere di una disponibilità sessuale che in passato non avrebbero nemmeno sperato lo devono proprio alle battaglie femministe. [...]

Non basta. Nel tentativo di rivendicare il proprio nuovo ruolo "mascolino", le battaglie femministe si sono concentrate nello sforzo di ridefinire anche quello degli uomini: perché le donne possano competere con gli uomini bisogna che questi siano meno aggressivi, meno virili, e più "sensibili" (come, appunto, chiedono gli studenti in piazza con la gonna). 

 Ecco, dunque, comparire sulla scena "l'uomo nuovo", ripulito, aggraziato, sensibile, raffinato, meno rude e muscolare. Se le donne non vogliono più essere femminili, l'uomo non deve più essere maschile. 

Un quadro quello tratteggiato da Mansfield che, in qualche modo, la sapienza degli antichi aveva già fissato nelle parole. "Matrimonio", infatti, deriva dal latino "Matris-munus", "il dono della madre". Come dire che la famiglia si fonda sulla donna e sulle sue caratteristiche di accoglienza e accudimento. Così come il "dono del padre" è il "patrimonio" (patris-munus), come dire che l'ufficio del padre riguardava la sfera sociale ed economica. 

[...]  Penalizzare, limitare, sacrificare la virilità fin quasi a cancellarla, ha reso più felici uomini e donne? [...]

[...] per quanto ci sia sforzati di eliminarla, inoltre, la virilità negli uomini permane e cercare di reprimerla può portare solo a pericolosi eccessi (o carenze), come la cronaca racconta. 

Quindi, che fare visto che indietro non si può più tornare? La soluzione del nostro filosofo è che, forse, si può ancora trovare un'occupazione alla virilità così che uomini e donne, ognuno con la sua ricchezza, possano collaborare. [...]

Magari si potrebbe evitare di spingere i bambini maschi a giocare come le bambine; gli uomini potrebbero essere chiamati a essere non solo liberi, ma anche virili [...]

[...]

Il Pelo.

Diversi dal maschio.

Il Rosa.

Miss Italia.

Criminali.

La Prevaricazione.

L’Ideologia.

La Dissacrazione del Mito.

Donne straordinarie.

Il Pelo.

Dago-traduzione dal "Daily Mail" domenica 5 novembre 2023.

Ragazze, basta con quest’ossessione del pelo pubico. Passate più tempo a farvi toccare dall’estetista che dal vostro ragazzo. E non è vero che la vagina liscia liscia, come quella di una bambina, sia più igienica. D’altronde se i peli là sotto esistono ci sarà un motivo? Primo tra tutti, quello di proteggere la fessura più esposta e delicata del corpo di una donna. 

Sempre più ragazze optano per rasarsi in parte o del tutto i peli pubici, riportando la vagina al suo aspetto più infantile. Lo fanno prima del sesso, prima di una festa, dell’estate o di una visita dal medico, per sentirsi più fresche e pulite. Ma gli esperti mettono in guardia: la depilazione intima elimina lo strato protettivo della peluria e aumenta il rischio di contrarre infezioni e malattie sessualmente trasmissibili.

Il dottor Tami Rowen, dal reparto di ostetricia, ginecologia e scienze della riproduzione di San Francisco, commenta: “La depilazione è diventata un aspetto fondamentale per le donne del 21esimo secolo”. Tra queste, però vi sono però differenze demografiche sorprendenti. Le donne che si depilano di più hanno meno di 50 anni sono per lo più bianche e hanno frequentato l’università”.

Barbara Costa per Dagospia domenica 29 ottobre 2023. 

Uomini, c’è una cosa che una donna non vi dice, una cosa che a fatica confessa alla sua migliore amica, una cosa che non confida nemmeno a sua madre, e che con difficoltà accetta. E questa cosa è una cosa che succede a tutte le donne, inesorabilmente, e non a tutte nello stesso momento. E se questa cosa non nominabile noi ve la possiamo (finché riusciamo) tener nascosta, è perché accade al chiuso, tra le nostre gambe, ed è… l’imbiancamento della f*ga!

Non lo puoi arrestare, non lo puoi evitare, non ci puoi far niente: un giorno, all’improvviso, quando meno te lo aspetti, eccoli lì: i primi peli pubici… bianchi!!!!! E sapete perché non lo diciamo a nessuno? Perché anni e esempi educativi boomer-istici esaltati al giovanilismo supremo contrapposto a vecchiaia figlia di satana, hanno serrato l’imbiancamento della vulva in un tabù a tripla mandata. Ma la cosa incredibile è che l’incanutimento vellico non è per forza e anzi spesso proprio non è collegato alla vecchiaia, e alla presenza dei primi capelli bianchi, o alle prime sopracciglia bianche, e neppure è parallelo al bianco dei peli di altre parti del corpo.

Eccolo, il "dramma": ci sono donne che espongono i primi peli bianchi pubici mentre in testa è ancora tutto ok, e nel resto del corpo la peluria è ancora del colore "giusto". Sotto invece no, la vulva diventa non bianca ma bicolore anche precocemente: ci sono donne che si scoprono i primi peli bianchi anche a 30 anni, e alcune prima! Al contrario ci sono femmine – come la sottoscritta – che hanno fatto conoscenza coi primi capelli bianchi presto, e che però là sotto mantengono (per quanto?) un bel bruno. Io ve lo dico e assicuro: non c’è donna che, a ragion veduta, non si dia là sotto una minuziosa guardata, e non credo che esista donna che non ci vada in attenta perlustrazione una volta a settimana.

Una vulva sale e pepe, o una vulva imbiancata non è sintomo di menopausa, di pre-menopausa, né di invecchiamento. Una vulva imbiancata fa sesso come prima, gode come prima, la quantità e la qualità del sesso che fa non dipende dal suo "colore". E una vulva imbiancata non è un difetto, né una malattia: è la nostra natura. E se ci sono donne che, seppur non più di primo pelo, non vedono spuntar lì nessun bianco intruso, non c’è donna che non assisti via via a un diradamento dei peli pubici. In pochissime rimangono col boschetto folto come da vulva adolescente.

Se non ti si imbianca, ti si dirada, e il diradamento dei peli vaginali è causato dall’età, sì, e dallo stress, e però tanto è diretta causa di accanita e frequente depilazione. E qui sta il punto: che fare con una p*ssera rada, e/o bicolore? Accanto a chi è talmente sicura di sé da tenersela come natura comanda, ci sono donne che corrono ai ripari: una vulva imbiancata può essere "truccata" con tinte da comprare senza ammoniaca, vegetali, e non vi fate incantare da quelle che costano poco. Fare la tinta alla p*ssera comporta un esborso correlato a rischi molto sgradevoli (si può "rosolare"). Ci sono centri estetici che te la fanno.

Ci sono poi rimedi meno aggressivi come rossetti e mascara coloranti per vulva (non sono quelli che si usano sui capelli) che la ritoccano dove serve, però colano via col sudore (se avete intenzione di fare sesso, lasciateli stare), e vanno via con acqua e sapone intimo. Una vulva con peli bianchi può essere rasata o depilata secondo il metodo preferito. I peli bianchi ricresceranno, e non di meno. Una vulva con pelo diradato può essere "rinforzata" con frizioni di fiale apposite.

Chi vuole può ricorrere al trapianto di peli pubici, fatto in anestesia locale (a pomata), in più sedute e i peli trapiantati, se disponibili, sono presi dalla vulva medesima, o da altre zone del corpo, come i capelli sulla nuca. Scomode, ma ci sono le parrucche vaginali, di ogni taglio, e mucchio di pelo. In media, un pelo pubico, bianco e no, ricresce 0,2 mm a settimana, 1 mm al mese, 1,2 cm l’anno. E non si pensi che gli uomini non gradiscano una f*ga canuta: se così fosse, chi sono tutti quelli che intasano i video porno, specie amatoriali, con in primo piano e in azione bianche f*ghe pelose?

Estratto dell'articolo di Martina Manfredi per repubblica.it sabato 7 ottobre 2023.

Nelle metropolitane newyorchesi quest’autunno, proprio durante la New York Fashion Week, sono apparsi dei cartelloni di donne in metro con ascelle non depilate ben in vista per la campagna #FreeThePits di un noto marchio di bellezza. I ritratti femminili invitano a "liberare" le ascelle pelose e fregarsene dei giudizi altrui e nascono in risposta a un sondaggio del 2022 sulla percezione dei peli ascellari femminili […]: sei donne su 10 confessano di giudicare le ascelle di altre donne e l’80% delle donne ritiene che la società spinga un’immagine di ascella "ideale" che sia senza peli, inodore, liscia e uniforme.  

Se questo è ancora oggi il modello dominante, però, per le teenager della Gen Z sta diventando sempre più normale non depilarsi le ascelle. Già uno studio Mintel del 2016 aveva rivelato che quasi una donna su quattro di età inferiore ai 25 anni aveva smesso di radersi le ascelle. Nel 2018, per intercettare questa nuova sensibilità sono arrivate le prime pubblicità di rasoi che mostravano i peli prima di essere tagliati (prima il rasoio passava su una pelle già perfettamente liscia) e poi, nel 2019 sono arrivati il trend dei peli ascellari "unicorno" (cioè multicolore) e il movimento #januhairy, sfida social che invita le donne ad abbandonare cerette e rasoi nel mese di gennaio, al fine di normalizzare i peli femminili.

 Il momento decisivo che ha portato sempre più ragazze a non depilarsi le ascelle è arrivato, però, durante la pandemia, o almeno così sembra dai social, dove dal 2020 in poi sono esplosi su TikTok i video di ragazze con peli sulle ascelle (e in generale sul corpo) diventati virali con gli hashtag #bodyhair, #hairywoman e #bodyhairisnatural, che hanno raccolto milioni di visualizzazioni. 

La tendenza tra le star

Le star hanno contribuito non poco a cambiare la visione dei peli sotto le ascelle: curioso notare che mentre da un lato sta crescendo la mania della depilazione total face, ovvero la rasatura del viso per rimuoverne la peluria come usano fare anche Emma Roberts ed Eva Mendes; dall'altro lato sono sempre di più le star che scelgono di tenere i peli sotto le ascelle lunghi, al naturale.  

Phoebe Bridgers, Maria Lourdes Ciccone, Miley Cyrus, Amandla Stenberg, Bella Thorne, Emma Corrin, Rachel McAdams e Paris Jackson sono solo alcune celebrities che hanno mostrato i peli sotto le ascelle anche su red carpet e in patinati shooting di moda, mentre tra le italiane possiamo citare le influencer Giorgia Soleri, Paola Maugeri e Giulia Zollino.  

A confermare il - seppur ancora lieve - cambiamento culturale in atto è una ricerca sulla depilazione femminile fatta dall’Istituto Eumetra nel 2022 su un campione di mille donne e diffusa da Braun: secondo il 36% delle intervistate, l’accettazione della donna che sceglie di non depilarsi è in aumento, ma c'è ancora spazio di crescita tanto che, quando si parla di depilazione intima, solo il 16% dei rispondenti ritiene che sia accettabile non depilare la zona bikini.

"I dati raccolti suggeriscono come oggi ci siano segnali incoraggianti rispetto a una maggiore libertà nella scelta della depilazione", commenta la psicologa Ilaria Albano, esperta di benessere ed empowerment, conosciuta sui social come @psicologascortese. "Col tempo le persone hanno acquisito una maggiore consapevolezza e autostima, grazie alla promozione di un’immagine di sé autentica e oltre gli standard di bellezza imposti. Ognuno può essere sempre più libero di scegliere in relazione al proprio corpo e ai propri peli, perché ogni corpo ha la sua storia e dobbiamo rispettarla, con tolleranza". […] 

Alla faccia degli standard di bellezza e sensualità moderna, la presenza dei peli sotto le ascelle ha una funzione di richiamo sessuale: "Nelle ascelle sono presenti le ghiandole apocrine, direttamente connesse al bulbo pilifero, che producono una sostanza gialla dall’odore pungente ricca di ferormoni che in tutti i mammiferi ha la funzione di richiamo sessuale", ci spiega la dottoressa Valentina Amadu, medico chirurgo, specialista in dermatologia e venereologia ed esperta in allergologia e medicina estetica. 

"Inoltre, come tutti gli altri peli del corpo, anche i peli delle ascelle hanno una funzione protettiva, e proprio perché creano una barriera rendono i deodoranti un po' meno efficaci e aumenta la possibilità che la zona rimanga umida, permettendo così la proliferazione dei batteri", continua la dermatologa. […]

Niccolò Dainelli per leggo.it il 13 agosto 2022.

Dakota Cooke è la nuova star di TikTok a stelle e strisce. L'influencer è una trentenne non binaria di Las Vegas e il suo profilo social @dakotasbeard è sempre più popolare. Il motivo? Ha deciso di non tagliarsi più la barba e adesso, finalmente, si sente «più sexy che mai». 

La storia di Dakota

Dakota ha notato per la prima volta una crescita anormale dei peli sul viso all’età di 13 anni e ha dovuto sempre radersi due volte al giorno. La sua infanzia è stata segnata da questa disavventura che la costringeva a tagliarsi la barba due volte al giorno e, così, ha fatto vari test e consultato molti medici per determinare il motivo della sua anomalia. 

Tuttavia, i medici le hanno detto che era dovuto a problemi ormonali: in pratica le sue ghiandole surrenali producono livelli eccessivi di testosterone. Ma la sua rivincita la sta avendo a 30 anni.

Dopo aver cercato di sembrare una donna impeccabile per diversi anni, Dakota ha finalmente deciso di accettarsi così com’è e ha smesso di radersi la barba. E adesso ha deciso di usare i social per diffondere positività sui difetti del corpo e, nel suo caso, sui peli sul viso. 

«Mi sento più sexy che mai»

«Quando ho raggiunto la pubertà a 13 anni, ho iniziato a vedere una peluria color pesca sul viso che poi è diventata più lunga e scura - racconta Dakota al Daily Mail -. 

Un amico di famiglia me lo ha fatto notare, poi il mio patrigno mi ha portato dai medici per fare i test, per poi portarmi dal parrucchiere dove ho fatto la mia prima ceretta in assoluto.

Era super scomodo e all’epoca non sapevo nemmeno radermi le gambe. Sono cresciuta in un periodo in cui le donne con i peli sul viso erano così stigmatizzate che le donne del salone mi dicevano che le ragazze non dovrebbero farsi crescere i peli del viso. Mi è rimasto impresso, perché per i successivi dieci anni sono semplicemente sprofondata in una spirale di vergogna in cui cercavo di nascondere la mia faccia nelle foto e facevo cerette ogni settimana». 

«Sono arrivata a un punto, quando ho cominciato uno dei miei primi lavori, che mi radevo la faccia due volte al giorno, una al mattino e poi durante la pausa perché i peli erano così visibili e stavo lavorando nel reparto trucco dove non era accettabile essere nient’altro che una donna stereotipata». Ma nel 2015 è arrivata la svolta: ha iniziato ad accettare il suo corpo e la sua barba facendola crescere senza più vergogna.

«Ero a una festa con la mia amica, Sunshine, 35 anni, e lei mi raccontava tutte queste meravigliose storie su com’era lavorare al circo, e ho adorato l’idea di tutto. Le ho detto ‘Vorrei potermi far crescere la barba e unirmi a te’, a cui lei ha risposto, ‘perché no?’. All’inizio avevo molta ansia per lo sguardo fisso delle persone, ma sono arrivato a un punto in cui ho deciso di non preoccuparmene più. 

La mia famiglia e i miei amici sono stati di grande supporto durante il mio viaggio di accettazione di me stessa e mi hanno persino comprato un cartello “non fot*ere con la signora barbuta” che adoro. Adesso mi sento più sexy che mai!».

«Anche i miei follower su TikTok sono stati fantastici e adoro rispondere alle loro domande, oltre a ricevere parole di supporto. Ho persino ricevuto i complimenti da uno dei miei eroi assoluti, John Waters, dopo essere andata a trovarlo a un evento dove firmava il suo libro truccato, vestito da donna e la barba folta. Mi ha detto che amava il mio look e che avevo bisogno di fare campagne pubblicitarie, che la mia faccia doveva essere ovunque.

Carmen Covito per “la Stampa” l'8 luglio 2022.

Tra la seconda e la terza stagione della serie televisiva The Umbrella Academy, l'attore Elliot Page aveva annunciato la sua transizione da donna a uomo, dichiarando di non voler più sentir parlare di Ellen Page, la vecchia identità di attrice con cui aveva vinto premi ed era stato candidato a un Oscar per la migliore interpretazione femminile. 

Eravamo perciò molto curiose di vedere che cosa sarebbe successo alla donna che interpretava nella serie, la supereroina tormentata, emarginata e un po' psicopatica Vanya Hargreeves, dotata di poteri così terribili da poter causare un paio di apocalissi nei diversi livelli temporali su cui lei e i suoi fratelli si inseguono cercando di salvare il mondo. Elliot avrebbe rinunciato a sostenere il ruolo? Vanya sarebbe stata eliminata dalla trama? Non è insolito che gli sceneggiatori di una serie debbano fare modifiche al volo quando un interprete non è più disponibile e nessun altro può sostituirlo.

In questi casi, il personaggio muore, o si trasferisce, o, come don Matteo/Terence Hill, può anche venire misteriosamente rapito. Vanya no. Con una puntigliosa intrusione della realtà nella finzione, Vanya diventa Viktor così come Ellen è diventata Elliot, pari pari. La cosa accade all'inizio della seconda puntata, gli altri personaggi restano un attimo interdetti ma si riprendono nel giro di pochi fotogrammi, tutti accettano la trasformazione senza fare domande e l'America progressista del politicamente corretto si concede un minuscolo trionfo nel bel mezzo della catastrofe dei diritti umani che, nel nostro livello temporale, minaccia di schiacciarla.

Peccato che l'emergere di Viktor sia letteralmente tirato per i capelli. Vediamo Vanya fermarsi davanti alla vetrina di un barbiere. La sua attenzione è attratta da una pubblicità che illustra diversi tagli maschili con lo slogan «Uno stile senza tempo per ogni situazione». Vanya entra nel negozio del barbiere.

Quando la rivediamo, è Viktor che si sta avvicinando ai fratelli per dichiarare di aver trovato finalmente la sua vera identità, ma per gli spettatori è uguale a prima: stesso abbigliamento unisex pantaloni e felpa su t-shirt, stessa faccia pulita senza un filo di trucco. L'unica e sola differenza sta nel fatto che i suoi capelli lunghi e lisci sono diventati un taglio corto con frangetta, del tipo che i parrucchieri chiamano «alla Cesare». 

Per carità, è normale che in un prodotto televisivo si ricorra a una sintesi visiva efficace. Non si poteva certo dare conto di tutto il lungo, complesso e spesso doloroso processo che accompagna nella realtà la riassegnazione di genere, tra somministrazioni di ormoni e interventi chirurgici. Fermarsi al look però rischia di far sembrare tutto troppo facile. E per giunta il segnale di virilità scelto da Umbrella Academy è clamorosamente fuori moda.

 Già nel 1977 Desmond Morris in un saggio sulla comunicazione non verbale intitolato L'uomo e i suoi gesti notava che la lunghezza dei capelli non fa parte dei segnali di identità sessuale della specie umana, ma va collocata piuttosto nella categoria dei «segnali inventati», destinati a cambiare nel corso della storia e nei meandri della geografia. I capelli corti non sono stati sempre segno di mascolinità.

Lo furono nel mondo romano, e guarda caso fu il romano Paolo a dichiarare nella Prima Lettera ai Corinzi (11:14-15) che «è indecoroso per l'uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna». Evidentemente non conosceva l'aneddoto biblico di Sansone che viene privato della forza con l'astuto espediente di tagliargli i capelli. Altri uomini chiomati e zazzeruti avrebbero poi invaso l'antico impero (potete immaginare un Obelix senza le trecce?) ma è nel lontano Giappone che troviamo la più stretta analogia con quella che potremmo definire la sindrome di Sansone.

L'acconciatura tipica del samurai (anche nella versione da disoccupato, il rnin vagabondo senza padrone) prevedeva capelli abbastanza lunghi da poter essere raccolti in una crocchia (mage). Questa foggia era nata per imitazione dello stile degli uomini dell'aristocrazia di corte, che usavano la crocchia per tenere a posto i loro cappellini di crine, ma in battaglia il mage poteva offrire un appiglio al nemico (poi, una volta troncata la testa, era un comodo manico per trasportare il trofeo) e forse fu per questo che i samurai finirono per assegnargli un valore simbolico molto alto.

Lasciarsi tagliare la crocchia per il guerriero significava perdere l'onore, cioè la vita stessa.

Era una castrazione neanche tanto simbolica. È comprensibile quindi che ci siano state non poche resistenze quando nel 1871 il nuovo governo Meiji nello sforzo di modernizzare il Giappone emanò il cosiddetto «editto dei capelli corti» (iwayu danpatsurei), che pur non imponendolo permetteva ai cittadini di tagliarsi i capelli e vestirsi come preferivano. 

 Il taglio corto (zangiri) si affermò comunque in breve tempo, diventando sinonimo di modernità, a tal punto che nel teatro Kabuki le opere ambientate nella realtà quotidiana furono chiamate zangirimono. Alcune spettatrici ne furono così entusiaste da cominciare a copiare il taglio del loro attore preferito. 

Il governo intervenne con un nuovo decreto per proibire alle donne di accorciarsi le chiome, ma in pratica riuscì soltanto a ritardare di un mezzo secolo quello che successe negli Anni Venti del Novecento, in Giappone così come in Europa e in America, con i tagli alla maschietta delle moga giapponesi e delle flapper europee e americane.

Furono quelle nostre nonne e bisnonne scapestrate ad avviare una rivoluzione forse piccola ma niente affatto frivola, perché è merito loro se nell'universo che ci piace - purtroppo solo uno degli universi culturali esistenti - l'abbigliamento e la lunghezza dei capelli sono una scelta libera e non un'uniforme femminile o maschile a cui attenersi obbligatoriamente.

Da “Corpo e Cuore” - “Oggi” il 19 maggio 2022.

«Mia figlia è fissata con la depilazione totale, anche genitale, a 17 anni! Ho provato a dissuaderla, ma mi risponde che vivo nel medioevo e che è una scelta più igienica. Ci sono dei rischi?»

Silvana T., Vicenza 

Risposta di Alessandra Graziottin, Direttore del centro di ginecologia San Raffaele Resnati, Milano 

Gentile signora, sì, i rischi ci sono. Purtroppo minimizzati perché l’effettomoda&business, legato alla depilazione laser, ha creato un’aura di “normalità” nei confronti di un gesto, la depilazione, innaturale e negativo per la salute della vulva.

Togliendo i peli, con modalità temporanee o definitive, eliminiamo solo la parte più visibile dello scudo biologico, raffinato e dinamico, che protegge i genitali esterni femminili. Lo strato sottile e invisibile che protegge la vulva contiene miliardi di cellule desquamate, disposte a strati come tanti mattoncini. 

Interposti, come nella millefoglie, troviamo minime quantità di acqua, che dà il senso di idratazione, e sebo, fondamentale perché contiene feromoni. Sono sostanze sessualmente attraenti, uniche per ciascuna di noi come le impronte digitali, perché sono codificate dal nostro “sistema maggiore di istocompatibilità”. 

Il sistema immunitario codifica infatti i componenti chimici di quella nuvola invisibile di feromoni da cui dipende gran parte della nostra “visibilità” e attrattività erotica, finalizzata nei millenni a garantire il maggior successo riproduttivo, ossia l’avere bimbi vitali. Interposti sono anche miliardi di microrganismi amici, che costituiscono il microbiota vulvare, vere truppe alleate preposte a svolgere funzioni preziose, tra cui la nostra difesa da germi invasori.

Quando depiliamo la vulva, o la laviamo troppo, la priviamo del suo scudo protettivo biologico. Le conseguenze? Gli studi scientifici ci dicono che questa pratica aumenta la secchezza vulvare, ora lamentata anche da molte giovani depilate, raddoppia le infezioni da virus sessualmente trasmessi, come il Papillomavirus e l’Herpes, e da germi a provenienza intestinale, come l’Escherichia coli, che causano vaginiti e cistiti, e raddoppia la probabilità di dolore vulvare, la vulvodinia.

Inoltre, togliendo i feromoni specifici, si privano i genitali del profumo e dell’attrattività “unica” di quella donna. Il sesso può essere più divertente per lui, se la vulva è glabra, ma il prezzo è alto: una vulva vale l’altra, o quasi. Questa distruzione in nome dell’igiene merita una riflessione non conformista, giusto?

Da liberoquotidiano.it il 17 aprile 2022.

Le Iene tornano sul tema “peli”. Sono sempre più le donne che scelgono di lasciarli crescere senza ricorrere a cerette o depilazioni maniacali. Libere da ogni pregiudizio. È su questo tema che il programma di Canale 5 aveva costruito un servizio andato in onda qualche settimana fa, intervistando delle “attiviste”. Una di loro era Giorgia Soleri, la fidanzata di Damiano, leader dei Maneskin. “Questa è esattamente una polaroid della realtà in cui viviamo. È doloroso pensare che siamo ancora a dire che se alzo le ascelle e ho i peli e chiedo di essere accettata la gente ride” aveva dichiarato l’influencer.

Nella puntata di mercoledì 13 aprile, Le Iene ritornano su questo “argomento caldo” intervistando un’altra ragazza: l’attivista Maria Sofia, bullizzata in tv per i suoi peli. La 16enne è stata messa a confronto con tre personalità dirompenti come Vittorio Sgarbi, Vittorio Feltri e Giuseppe Cruciani. All’interno del servizio Alessandro Onnis, inviato del programma rivolge anche qualche domanda a Fiamma Sanò, giornalista e autrice esperta in temi femminili. Alla domanda del perché la donne si depilano lei risponde: “Per moda, per cultura, per politica oltre che per piacere”.

Maria Sofia prima di procedere con il confronto mostra i suoi tanto criticati peli a Onnis. Lei ne va orgogliosa e non se ne vergogna, come invece tanti altri le dicono di fare. Alla domanda a Vittorio Sgarbi: “Cosa pensi della depilazione femminile?” Lui risponde: “Non dovrebbe esistere. È una forma di perversione. Disboscare la fi** è una delle violenze più disumane”. Il critico d’arte si trova quindi d’accordo con l’attivista. “In realtà a una parte di maschi depravati è piaciuta la depilazione” continua Sgarbi: “Qualche fi** però può essere anche compatibile con la depilazione”. Per Maria Sofia depilarsi per piacere ad uomo è inaccettabile: “E’ triste” afferma.

A Giuseppe Cruciani quando viene chiesto: “Peli nelle gambe, uguale maschio, uguale schifo?” Replica: “Oggettivamente una donna con i peli sulle gambe capisco che possa essere respingente”. Ma la 16enne risponde: “Noi vediamo una donna con i peli brutta perché non possiamo concepire una donna in quel modo”. Cruciani aggiunge ancora: “Il patriarcato non c’entra assolutamente nulla. Associare questo termine è una follia.”

Le “attiviste dei peli” sostengono che depilarsi sia sinonimo di sottomissione ma Vittorio Feltri risponde: “A me sembra una stronz***”. E aggiunge: “Le donne si depilano perché vogliono apparire migliori di quanto già lo siano.” A fine intervista Maria Sofia confessa che cosa succede quando si mostra sui social con i peli in vista: “Non riesco a capacitarmi di come le persone si possano permettere di dire che sono una tro** pelosa o una scimmia. Esprimere questa cattiveria gratuita non credo sia utile.”

Da liberquotidiano.it il 28 aprile 2022.

Ormai è un appuntamento fisso, quello de Le Iene che indagano sul pelo delle donne: depilarsi oppure no? Il programma di Italia 1 ha mostrato come dietro alla scelta ci sia un vero e proprio scontro culturale, non soltanto estetico. Le donne che dicono "no" alla depilazione, infatti, rivendicano il loro diritto di non farlo e rimarcano come gli uomini non siano costretti a simile pratica onde incappare in pregiudizi o battute di dubbio gusto.

E così, ecco che nella puntata di mercoledì 27 aprile, si torna sulla vicenda. Nel servizio ecco parlare Malena, Taylor Mega e Selen, oltre a due attiviste che si dicono contrarissime alla depilazione. Una di queste ultime parla addirittura di "scelta politica" nel non depilarsi: tesi, ammettiamolo, piuttosto peculiare. Ma tant'è.

Al contrario, Taylor Mega su tutte, si dice favorevole alla depilazione. Anzi, non solo favorevole: spiega come a suo giudizio sia del tutto inconcepibile una donna con il pelo. Dunque la biondissima influencer spiega con dovizia di particolari di non avere pelo su nessuna, ma proprio nessuna, parte del corpo. E aggiunge di depilarsi al massimo ogni due giorni (oltre ad aggiungere che anche gli uomini che frequenta devono essere completamente depilati).

E nel servizio di Alessandro Onnis c'è un momento bollente, ad altissimo tasso erotico. Infatti, la Iena chiede a Malena di fornire una prova del fatto che anche le sue parti intime siano depilate. E lei, senza pensarci due volte, ecco che abbassa pericolosamente i pantaloncini, fino a mostrare la prova: già, del pelo non vi è traccia.

Da liberoquotidiano.it il 28 aprile 2022.

Le Iene tornano sul tema “peli”. Sono sempre più le donne che scelgono di lasciarli crescere senza ricorrere a cerette o depilazioni maniacali. Libere da ogni pregiudizio. È su questo tema che il programma di Canale 5 aveva costruito un servizio andato in onda qualche settimana fa, intervistando delle “attiviste”. Una di loro era Giorgia Soleri, la fidanzata di Damiano, leader dei Maneskin. “Questa è esattamente una polaroid della realtà in cui viviamo. È doloroso pensare che siamo ancora a dire che se alzo le ascelle e ho i peli e chiedo di essere accettata la gente ride” aveva dichiarato l’influencer.

Nella puntata di mercoledì 13 aprile, Le Iene ritornano su questo “argomento caldo” intervistando un’altra ragazza: l’attivista Maria Sofia, bullizzata in tv per i suoi peli. La 16enne è stata messa a confronto con tre personalità dirompenti come Vittorio Sgarbi, Vittorio Feltri e Giuseppe Cruciani. All’interno del servizio Alessandro Onnis, inviato del programma rivolge anche qualche domanda a Fiamma Sanò, giornalista e autrice esperta in temi femminili. Alla domanda del perché la donne si depilano lei risponde: “Per moda, per cultura, per politica oltre che per piacere”.

Maria Sofia prima di procedere con il confronto mostra i suoi tanto criticati peli a Onnis. Lei ne va orgogliosa e non se ne vergogna, come invece tanti altri le dicono di fare. Alla domanda a Vittorio Sgarbi: “Cosa pensi della depilazione femminile?” Lui risponde: “Non dovrebbe esistere. È una forma di perversione. Disboscare la fi** è una delle violenze più disumane”. Il critico d’arte si trova quindi d’accordo con l’attivista. “In realtà a una parte di maschi depravati è piaciuta la depilazione” continua Sgarbi: “Qualche fi** però può essere anche compatibile con la depilazione”. Per Maria Sofia depilarsi per piacere ad uomo è inaccettabile: “E’ triste” afferma.

A Giuseppe Cruciani quando viene chiesto: “Peli nelle gambe, uguale maschio, uguale schifo?” Replica: “Oggettivamente una donna con i peli sulle gambe capisco che possa essere respingente”. Ma la 16enne risponde: “Noi vediamo una donna con i peli brutta perché non possiamo concepire una donna in quel modo”. Cruciani aggiunge ancora: “Il patriarcato non c’entra assolutamente nulla. Associare questo termine è una follia.”

Le “attiviste dei peli” sostengono che depilarsi sia sinonimo di sottomissione ma Vittorio Feltri risponde: “A me sembra una stronz***”. E aggiunge: “Le donne si depilano perché vogliono apparire migliori di quanto già lo siano.” A fine intervista Maria Sofia confessa che cosa succede quando si mostra sui social con i peli in vista: “Non riesco a capacitarmi di come le persone si possano permettere di dire che sono una tro** pelosa o una scimmia. Esprimere questa cattiveria gratuita non credo sia utile.”

Pelo o non pelo? La lunga storia della depilazione dall'età della pietra ai giorni nostri. Michele Mereu su La Repubblica il 19 luglio 2021. Una pratica obbligatoria nelle battaglie preistoriche, oggi è diventata uno dei trattamenti di bellezza più richiesti dalle donne nei centri estetici. Dall'Antico Egitto, in cui i peli del corpo identificavano lo stato sociale, sino alle celeb che li "indossano" con orgoglio sui red carpet, come simbolo di accettazione. Ripercorriamo insieme l'evoluzione della depilazione nel corso dei secoli. Per qualcuno è una dichiarazione politica, per altri una semplice scelta estetica. Fatto sta che la depilazione si praticava già migliaia di anni fa. Dalle pietre rasoio rudimentali ai laser dei giorni nostri, ecco aneddoti e curiosità sulla lotta ai peli. Prima che la depilazione fosse utilizzata per scopi estetici, radersi i capelli durante l'età della pietra era una tattica di sopravvivenza, radersi infatti era una misura di sicurezza durante la battaglia, poiché avere una testa e un viso senza peli proteggeva dagli avversari che avrebbero potuto afferrare i guerrieri per capelli o la barba.

Dagospia il 27 giugno 2021. Da dailymail.co.uk. Ragazze, basta con quest’ossessione del pelo pubico. Passate più tempo a farvi toccare dall’estetista che dal vostro ragazzo. E non è vero che la vagina liscia liscia, come quella di una bambina, sia più igienica. D’altronde se i peli là sotto esistono ci sarà un motivo? Primo tra tutti, quello di proteggere la fessura più esposta e delicata del corpo di una donna. Sempre più ragazze optano per rasarsi in parte o del tutto i peli pubici, riportando la vagina al suo aspetto più infantile. Lo fanno prima del sesso, prima di una festa, dell’estate o di una visita dal medico, per sentirsi più fresche e pulite. Ma gli esperti mettono in guardia: la depilazione intima elimina lo strato protettivo della peluria e aumenta il rischio di contrarre infezioni e malattie sessualmente trasmissibili. A capo dello studio il dottor Benjamin Breyer, professore associato presso il dipartimento di urologia di San Francisco: “Crediamo che la ceretta all’inguine sia associata alla trasmissione di malattie e virus”. Più di 3.316 donne tra i 18 e i 65 anni hanno partecipato allo studio e l’84 per cento di queste era rasata. “La cosa più evidente dai risultati è che le donne si fanno la ceretta intima sulla base di numerose pressioni esterne che sono probabilmente aumentate negli ultimi dieci anni.” Il dottor Tami Rowen, dal reparto di ostetricia, ginecologia e scienze della riproduzione di San Francisco, commenta: “La depilazione è diventata un aspetto fondamentale per le donne del 21esimo secolo”. Tra queste, però vi sono però differenze demografiche sorprendenti. Le donne che si depilano di più hanno meno di 50 anni sono per lo più bianche e hanno frequentato l’università”.

Barbara Costa per Dagospia il 27 Febbraio 2022.

"F*ga pelosa", "F*ga peli lunghissimi", "Peli sedere donna", "Peli nell’ano donna", "F*ga peli bianchi", "Pelo sul seno": sapete cosa sono? Sono categorie porno di recente in netto balzo, e per questo motivo: il pelo tira, il pelo arrapa, e una f*ga senza è in ribasso, è superata! 

Il porno lo vuole lungo, e le porno f*ghe senza pelo se la passano male, e le brulle corrono… alla ricrescita! Chi è sveglio di porno se n’è giusto accorto, della rinascita del cespuglio, e di come sempre più attrici non presentino se non di rado una "compagna di lavoro" totalmente depilata. 

Riley Reid, 30enne pornostar americana, tra le più amate su Pornhub e co., guida la riscossa del pelo: lei è stata tra le prime a non depilarsela più, o meglio, a depilarsi le labbra intime per regalare nitidi "interni" alle telecamere, e il resto no, il resto sta lì, intatto, come mamma l’ha (pelosa) fatta.

Riley segue ciò che ricercano oggi i registi, ma non solo: Riley ha anticipato un trend che varie influencer si intestano dandogli spazio, richiamo, dibattito, accettabilità social e sociale: un corpo – anche peloso, vieppiù peloso – che non va dietro ad alcuna norma, perché ognuna – e ognuno – è libero di mostrarsi e di essere come vuole, e coi peli sul corpo, su tutto il corpo, o su una parte, e pur intima. 

Se i pornostar maschi non ci pensano a rinfoltire il loro pene (è inscalfibile fuori e dentro il porno la convinzione che un pene rasato sembri più grosso) si trovano ora a dover affondare pene e bocca e naso in sessi e ani ridiventati pelosi.

Gran parte del pubblico del porno apprezza, e non potrebbe essere altrimenti: il porno non pompa consumo di scene che non riscuotono views, cioè quattrini. E le f*ghe col pelo intercettano l’interesse delle nuove generazioni – sobillate dai social – e delle vecchie, il cui evidente peloso primo amore batte indefesso: e infatti sessi e ani e ascelle pelosi nel porno sono mica una novità, anzi. 

Se non sbaglia chi imputa al porno (e alle sue decennali esibizioni di sessi senza il minimo pelo) l’influenza su donne e uomini comuni, del porno spettatori e dal porno spinti a fare spietata guerra al pelo per apparire più belli e adeguati (e non sani, perché è il pelo che protegge il sesso da tante infezioni, non il contrario), è pure vero che il porno stesso ha dagli anni '90 in poi subito il fascino di ciò che la moda presentava.

Era quello il tempo in cui le top-model imperavano, la TV imperava, e sono state top-model e telefilm-cult quali "Baywatch" a rendere corpi e sessi e specie delle donne senza peli. 

Il porno degli inizi aveva  ani e sessi e ascelle – e gambe e petti maschili – pieni di peli. Graditissimi (anche se non so fino a che punto da attori e attrici che su quei sessi pelosi praticavano orali affondi: mai uno o più peli molesti finitigli in gola, strozzandoli?).

È però dagli anni '80 che nel pornostar maschio radersi è divenuto strumento di etero contrapposizione a un mondo gay avanzante e che con le star gay porno (e non) rivendicava diritto di esistere, anche esteticamente a suon di baffi e corpi villosi. 

Il porno ha virato per corpi e sessi glabri man mano che le inquadrature e gli strumenti di ripresa fornivano figure ultra definite, e modo e stile di recitare e girare progredivano, convintamente indirizzandosi verso il porno gonzo (solo sesso, solo coiti, e amplificati) e verso insistiti primi piani di sessi spalancati. 

Una progressione che non ha riguardato solo il porno girato: uno sguardo a riviste storiche quali "Penthouse" e si vede come i corpi (veri!!! senza fotoritocchi!!!) delle donne lì sublimate hanno perso il pelo, riguadagnandolo in quest’ultimo periodo. Chi invece sul pelo ha infinitamente puntato è "Hustler" di Larry Flynt: nel suo impero di riviste porno, "All Bush" è stato e sta lì, con le sue modelle pelose, nude e sensuali.

Studios porno come "ATKingdom" mai hanno smesso di girar porno irsuto: dopo profitti di nicchia, stanno attraversando più gloria, soprattutto per i pelosi porno serial "Scary Hairy". Un ramo del porno che il pelo mai ha tagliato, è l’amatorial: sorprende che qui le pelose più cercate siano granny, cioè donne in età con peluria bianca…? 

Curiosità: qual è il metodo di depilazione più usato dalle porno attrici? Il rasoio usa e getta! Le pornostar si depilano ogni giorno se devono glabre girare e usano rasoi usa e getta anche maschili, con saponi e schiume, e abbondanti oli pre e post depilazione che prevengono le minime irritazioni. 

Sono pochissime quelle ricorse alle depilazione definitiva del sesso (le quali credo abbiano come soluzione il trapianto di peli pubici, operazione indolore, e i peli trapiantati li prendono dalla testa) e sono poche quelle che usano creme depilatorie (troppe allergie) o cerette di qualsiasi tipo.

La ceretta al sesso per una pornostar non è agevole: per ottenere una pelle che più liscia non si può, bisogna che il pelo ricresca e abbastanza, e come e cosa fa nel frattempo? Se ci aggiungi che frequenti cerette sono causa di peli incarniti e brufoli e rossori, che non puoi certo presentare sui set… vai con la lametta! 

E poi ti può capitare un set con un regista che richiede un sesso glabro, dopo pochi giorni un altro che invece lo vuole peloso: se hai fatto la ceretta, come fai, vai di parrucca pubica?!? (la quale poi esiste, si chiama merkin, e ha pure sfilato in passerella a New York).

Se il pelo nel porno torna in auge, non spinge però le pornostar e nessuna donna a rendersi sciatta là sotto: se una sforbiciatina ai peli più ribelli e inestetici è d’obbligo, lascio la parola a Riley Reid, che svela come fa lei, ad avere un cespuglio invitantissimo: “Uso burro di karitè, ma il mio segreto è gocce di olio di argan sui peli della mia f*ga. Il profumo che lascia è così delizioso che non esiste partner che non vorrà strofinarci faccia e lingua e bocca!”.

Diversi dal maschio.

Perché le donne dormono peggio degli uomini (e succede per tutta la vita). Storia di Cristina Marrone su Corriere della Sera il 22 settembre 2023.

La o a mantenere il sonno è comune, soprattutto con l’avanzare dell’età. E per le donne le complicazioni possono essere ancora maggiori. Questi problemi possono esordire durante la pubertà e mantenersi per tutta l’ età adulta. A entrare in gioco sono diversi fattori: biologici, psicologici, sociali. Che cosa c’è dietro alle difficoltà legate al sonno nelle donne? Durante i primi anni di ciclo mestruale i cambiamenti ormonali possono causare variazioni di umore (ansia e depressione), sintomi fisici (crampi, gonfiore e tensione al seno) che possono interrompere o disturbare il sonno.

Il ruolo degli ormoni

«L’aspetto ormonale è sicuramente tra i più importanti — sottolinea Carlotta Mutti, neurologa del Centro di Medicina del Sonno all’ospedale di Parma — perché gli ormoni sessuali, gli estrogeni e il progesterone per le donne e il testosterone per gli uomini, hanno recettori diffusi a livello cerebrale e sono in grado di influenzare direttamente l’architettura del sonno. Gli estrogeni, che raggiungono un picco nella prima fase del ciclo mestruale, promuovono un aumento del sonno Rem. «Viceversa il progesterone, ormone che domina la fase post-ovulazione nella donna, e che permane a concentrazioni molto elevate durante la gravidanza, potenzia il sonno profondo e riduce il sonno Rem. Sul riposo notturno delle donne incidono dunque le fluttuazioni ormonali, che invece sono praticamente assenti nell’uomo, dove la concentrazione di testosterone è molto più stabile».

Nonostante l’aspetto protettivo del progesterone sul sonno, durante la gravidanza possono scatenarsi disturbi nel riposo notturno a causa della nausea, la frequente necessità di urinare anche di notte (ne sono colpite il 90% delle donne nel terzo trimestre), il maggiore rischio di reflusso gastroesofageo, i movimenti fetali che possono generare microrisvegli. Una volta partorito, subentrano le tipiche interruzioni del sonno dovute alla cura del neonato.

I sintomi

Gli ormoni tornano in scena durante gli anni che precedono la menopausa. Fino all’80% delle in premenopausa, e possono durare anni. Per circa il 20% delle donne le vampate sono così frequenti e intense da interrompere il sonno. Le donne in post menopausa sono anche a maggiore rischio di apnee ostruttive del sonno e anche questo può portare a frequenti risvegli notturni e a una maggiore sonnolenza diurna. I sintomi possono essere, fra l’altro, diversi rispetto agli uomini, che in genere russano in modo intenso, si risvegliano con mal di testa e bocca secca e manifestano sonnolenza diurna. «Nella donna i segnali sono più subdoli e possono comparire insonnia, stati d’ansia, incubi» segnala Carlotta Mutti. È vero che le apnee notturne sono più frequenti nelle donne in menopausa, ma obesità e sono due fattori di rischio che possono fare insorgere il disturbo in periodi precedenti. Infine alcune malattie che interferiscono con il sonno sono più tipicamente femminili. «L’insonnia colpisce di più le donne che spesso soffrono anche della e di mioclono notturno, due condizioni legate anche a carenza di ferro, cui la donna è soggetta per il ciclo mestruale» conclude l’esperta.

La terapia cognitivo comportamentale

Secondo le linee guida internazionali, la terapia cognitivo comportamentale è il trattamento in prima battuta contro l’insonnia. Si tratta di un supporto psicologico che mira a correggere condotte errate e a riformulare schemi di pensiero negativi che minano il riposo notturno. «Il cronicizzarsi di comportamenti sbagliati porta al perpetuarsi dell’insonnia — dice Carlotta Mutti — ed è provato che il supporto psicologico mirato funziona per spezzare il circolo vizioso. Tuttavia la terapia comportamentale non è supportata dal Servizio sanitario nazionale. Non tutti possono permettersi un supporto psicologico che può richiedere mesi di terapia. Noi neurologi diamo consigli generali sull’igiene del sonno, ma se non bastano spesso dobbiamo ricorrere ai farmaci. Auspichiamo quindi che il trattamento possa rientrare nei Livelli essenziali di assistenza».

Corriere Della Sera

Il Rosa.

Carlo Freccero per Dagospia l'8 agosto 2023.

Per una persona come me che è vissuta consultando i risultati di Audience, l'exploit di Barbie al botteghino non poteva passare inosservato. L'esperienza mi insegna che, se un prodotto funziona, alla base del fenomeno c'è sempre qualcosa di positivo. In più mi sono sempre interessato al fenomeno Barbie come ad un termometro che misura ed espone lo spirito del tempo e l'industria culturale. Barbie è stata il prototipo dell'influencer e, col tempo, è passata come gli influencer di oggi, dalla semplice promozione dell'immagine, alla promozione di stili di vita e teorie emergenti.

La prima Barbie era una “bella ragazza”, ma molto diversa dalla Barbie prototipo di oggi. Era una bellezza degli anni 50. Col trascorrere del tempo è diventata una sorte di “Marianna” francese ed ogni decennio ha cambiato la propria immagine ispirandosi alla star dell'epoca. Successivamente c'è stata per Barbie l'esplosione dei consumi: casa di Barbie, automobile di Barbie, cavallo di Barbie. Contestualmente procedeva l'affermazione femminista di Barbie: Barbie dottoressa, Barbie scienziata, Barbie manager. 

Infine tutto questo non è bastato più e Barbie, è diventata una testimonial del politicamente corretto: Barbie nera, gialla, rossa, multietnica, ma anche Barbie obesa, Barbie in sedia a rotelle, Barbie transgender fino ad arrivare a “Barbie libera” come Ferragni a Sanremo. 

Ripercorrendo tutto questo percorso costruiamo una sorta di narrazione che, pur essendo Barbie una semplice bambola, la coinvolge in un processo di evoluzione o involuzione, che altro non è se non lo specchio della società occidentale. In definitiva Barbie è sempre stata uno strumento per imporre un Marketing, prima consumistico e poi sociale, anche conto terzi. Un testimonial testimonia e incita al consumo di qualcosa di altro da sé.

Qui invece il film deve adempiere ad un diverso scopo: rilanciare il prodotto Barbie costruendo un film che la renda popolare non solo nella vita reale, ma anche nell'audiovisivo, con un passaggio ed una traduzione dal reale al virtuale. 

Da tempo il cinema, per compensare il declino di presenze nelle sale, ha imparato ad attingere ad altre forme espressive, popolari tra giovani ed adolescenti: il fumetto prima, il videogioco poi.

Ma si tratta di strumenti mediatici facilmente traducibili sulla base di una componente comune ai diversi media: l'intreccio narrativo.

Barbie è un oggetto. Una bambola che esprime un'estetica camp. Nel cinema c'è una componente visiva ed una narrativa ed in genere è la seconda che funziona. Il Barbie film è un'esplosione dell'estetica della bambola feticcio, a cominciare della colata di Rosa che colora ed omologa ogni immagine del film. La componente visiva è curata nei particolari, ma non sarebbe sufficiente a spiegare il successo del film.

In realtà il film è un grande progetto di sceneggiatura e, come tale, funziona. Sono sorpreso della complessità dell'operazione narrativa che l'autrice Greta Gerwing ha saputo mettere in scena. Non so se bella o brutta e sino a che punto coinvolgente. Ma così complessa e studiata da destare comunque rispetto.

Nelle recensioni che, come faccio sempre, ho consultato a posteriori per non avere spoiler, questa complessità viene in genere sottolineata, ma spesso a vincere è l'opzione contenutistica. In Barbie si è voluto vedere un messaggio politicamente corretto di femminismo. Ma, secondo me, il messaggio del film non è così perentorio, ma in evoluzione, seguendo l'evoluzione della bambola come specchio della società dagli anni 50 ad oggi. Il femminismo è solo una tappa legata all'ideologia anni '70. Ma oggi quel modello è superato ed il femminismo si fonde col grande filone della cultura Woke. La realizzazione non è più, per la donna come per l'uomo, raggiungere un ruolo dirigenziale, ma diventare se stessi.

Ma torniamo alla struttura del film, che è quella che mi interessa. Come vecchio cinephile ho sempre pensato che il “messaggio” la “morale del film” rischino solo di appesantire la narrazione.

Barbie, come tutti i film che vogliono fare una predica, fa una predica che non condivido.

Forse in Barbie c'è tutto o c'è troppo: l'estetica Camp, il politicamente corretto, l'intreccio. Troppe cose da seguire. Però c'è una struttura narrativa fortissima e l'arco narrativo è rispettato e parla sia al pubblico adulto che vede in Barbie un metafilm, sia al pubblico infantile che ama la favola.

Come tutti gli eroi Barbie deve compiere il suo viaggio. Il viaggio dell'eroe è il viaggio del protagonista per diventare migliore, per realizzarsi e realizzare qualcosa.

E questo è tipico di Hollywood e dell'immaginario occidentale. Hollywood è lo scenario di questo immaginario. Ne consegue che le citazioni del film non sono né letterarie, né visive, ma cinematografiche a cominciare della scena iniziale che mostra la frattura nel modello tradizionale di madre simboleggiato dal feticcio bambolotto. Le citazioni sono innumerabili e, a parte le citazioni esplicite, come la serie “Orgoglio e pregiudizio”, si riferiscono per lo più alla fantascienza distopica come Blade Runner o Matrix.

Ma la prima citazione è la più significativa.. Delle bambine negli anni '50 giocano alla mamma accudendo i loro bambolotti. Ed ecco che, improvvisamente, sulle note della musica di 2001 Odissea nello spazio, una grande Barbie si manifesta di fronte a loro come il monolite di Kubrick. E come il monolite ispirava intelligenza ed aggressività nelle scimmie che brandendo un osso ne facevano un'arma, così le bambine fanno dei bambolotti la loro clava. 

Qui comincia la storia del film. Sarà la storia di un prodotto che si evolve per 50 anni adeguandosi allo spirito del tempo. Non a caso la Mattel stessa viene incorporata nella storia, con i suoi goffi ceo e impiegati al seguito. Come prodotto di marketing la bambola subisce continui aggiornamenti all'ideologia dominante e alle richieste del mercato. La storia del film scaturisce dall'attribuire sentimenti alla bambola oggetto di questo marketing. In pratica il marketing diventa l'arco narrativo personale di Barbie e la sua evoluzione di prodotto diventa vita vissuta allo scopo di realizzarsi.

Il riferimento letterario immediato é al burattino Pinocchio che diventa bambino. Anche Barbie alla fine della storia diventa donna ma riesce a farlo coniugando il viaggio dell'eroe con l'annullamento dell'eroismo. E' a modo suo un'idea inedita. Il protagonista non diventa più eroe, ma diventa comunque altro da sé, si realizza secondo l'imperativo di oggi. Per questo, secondo me, molti non hanno capito il finale del film. Barbie femminista è comunque un personaggio vincente. Al contrario, dopo la sua vittoria, Barbie sceglie di diventare una donna anonima.

Hollywood esordisce con una fase mitica in cui c'era ancora posto per l'eroe. Con l'affermazione del neoliberismo, l'uomo diventa insignificante a livello sociale e può costruire solo la sua identità sessuale che è la sfera più privata di tutte. Viene insegnato ai bambini a realizzarsi identificandosi con un genere che non è più naturale, ma frutto di una conquista personale. Oggi siamo già oltre la liquidità di genere. 

C'è chi sposa/ama un albero, chi un'aereo. Il passaggio ancora successivo è autoreferenziale. Non voglio più costruirmi un'identità sessuale, che richiederebbe ancora un interlocutore, ma un'identità alternativa alla mia. Non amo un cane, voglio diventare cane. Non amo un aereo, voglio diventare aereo. Chi condivide queste scelte chiede rispetto e non è oggi politicamente corretto contestarle.

Forse non tutti sanno che da tempo la bambola Barbie rappresenta uno degli obiettivi più gettonati per questo percorso. Uomini e donne che vogliono farsi Barbie non si contano. Molti si sottopongono a interventi estetici per assumere un aspetto di bambola e per godere di un quarto d'ora di visibilità. Le Barbie umane sono molte. Il solo Ken umano che io conosca, si è trasformato in Barbie umana e aspira oggi ad un trapianto dell'utero per diventare, come Barbie, donna.

In questo contesto Barbie bambola non poteva che intraprendere il percorso per diventare donna ritornando a quell'anonimato della donna da cui la nostra storia ha avuto inizio negli anni '50.

La Barbie che prende appuntamento col ginecologo, forse vuole diventare semplicemente madre.

Estratto dell’articolo di Luca Beatrice per “Libero quotidiano” domenica 6 agosto 2023.

Tra le avanguardie del secondo '900 la Pop Art resta la più longeva, quella che non ha ancora esaurito il suo percorso storico, anzi, e infatti il termine viene ancora usato per indicare opere, oggetti, immagini, film e quant'altro abiti nella zona di confine tra cultura di massa e prodotto con ambizioni estetiche, dalle caratteristiche subito individuabili per forma, colore, contenuto, riferimenti visivi. 

Nata in Inghilterra nel 1956, la cultura pop si diffonde simultaneamente in tutto l'occidente ma deve il successo planetario all'americanizzazione; la Pop è infatti la prima arte autenticamente a stelle e strisce, la prima a non avere debito alcuno con il vecchio continente ea imporsi come la forma del nuovo che esplode negli anni '60.

Tra i tanti oggetti che contraddistinguono questa rivoluzione socioculturale c'è anche lei, la Barbie, commercializzata da Mattel a partire dal marzo 1959, proprio mentre Andy Warhol (che ne farà un ritratto dei suoi nel 1985) si sta affermando insieme a Roy Lichtenstein e agli altri pittori pop. 

Da quel momento le vecchie bambole di pezza vanno in soffitta, rifiutate dalle bambine che vogliono un giocattolo nuovo, alla moda, che indossa abiti moderni e imita un nuovo modello di donna specchio del consumismo e del benessere. 

Il successo è planetario e giunge in Italia in tempo pressoché reale, nel 1964, stesso anno in cui gli artisti pop americani sbarcano alla Biennale di Venezia, che i critici più intransigenti interpretarono come l'esplicito segnale dell'avvenuta colonizzazione culturale.

Di quel mondo pop, zuccheroso, iperrealista, coloratissimo con un pantone di rosa come non si era mai visto, Barbie diventa tra le massime espressioni, ma negli anni, anzi nei decenni, non si ferma, si evolve, cambia radicalmente i modelli e assume le criticità dei tempi, prendendone le identità multiple che superano l'archetipo rimasto a lungo nell'immaginario -capelli biondi lunghi, abbigliamento cool, femminilità spiccata- e diventano altro, fino a correre il rischio dell'invisibilità. 

Barbie è uno, nessuno, centomila sa fare tante cose ma quale sia il suo vero mestiere non lo sappiamo, si afferma nel lavoro perché è brava a sentire lei, ama gli animali e non i bambini, ha una lunga storia con il fidanzato storico Ken da cui decide di separarsi e nel 2004 e infatti al tempo girava questa battuta, compra la Barbie separata perché ha l'auto di Ken, la casa di Ken, i gioielli che le regalò Ken... 

Come guest star ha partecipato a una mezza dozzina di film, però la prima biografia dedicata completamente a lei è proprio questa dell 'estate 2023, un film uscito in Italia il 20 luglio che sta andando benissimo come in tutti i paesi in cui viene proiettato. 

Diretto da Greta Gerwig, attrice e regista oggi molto influente a Hollywood che ne ha scritto il soggetto insieme al compagno Noah Baumbach, interpretato da Margot Robbie, il film di Barbie è stato letto come una parabola del neofemminismo nella chiave dell'indispensabile politicamente corretto. 

[…]

Tutto ciò che discende dalla cultura degli anni '60 finisce nel tritacarne dello stereotipo, messo in crisi da una lettura contemporanea che tiene conto della disidentità dei generi -il Ken di Ryan Gosling è in procinto di un coming out mai esplicitato eppure alquanto probabile- dei pensieri di morte che si traducono nel terrore dei piedi piatti e nei cenni di cellulite. Fuggire da un universo perfetto, eppure asessuato e senza figli, Barbie atterra nel mondo reale, pur sempre la California, dove al posto dei tacchi a spillo ci sono le Birkenstock che restano brutte anche se rosa.

[…]Le ragazzine cosplayer, che per assistere alla proiezione si vestono come Barbie, probabilmente si aspettavano un film diverso, meno teoricamente su domande quali la posizione della donna nella società contemporanea, l'evidente crisi del maschio, la fine del patriarcato, un'opera più leggera, non così densa e impegnata. 

Parla molto alle adolescenti ma questa Barbie continua a non avere età, cioè è genericamente giovane allo stesso modo in cui Pinocchio è sempre stato un burattino e quando diventa bambino la parabola finisce perché non è più interessante.

Barbie al cinema è, soprattutto, la prova che la cultura pop si trasforma continuamente, si evolve, sceglie nuove forme, nuovi modelli, e dietro all'apparenza ha sempre celato un'anima critica. Soffermarsi sul rosa rococò sarebbe un errore, Barbie è l'archetipo divenuto stereotipo ed è forse questa la ragione principale del successo del film. Metafisico, sospeso dallo spazio e dal tempo, cammina su autostrade colorate e atterra sulla West Coast, dove si fanno discorsi progressisti sotto la collina di Hollywood la cui regola fondamentale resta comunque il profitto. 

Il momento in cui il rosa è diventato un colore “da donne”. Ancora all’inizio del 900, era considerato una tinta per uomini e ragazzi. Tutto cambia nel 1953 con l’insediamento di Dwight Eisenhower. E con la Barbie. Riccardo Falcinelli su L'Espresso il 20 Luglio 2023.

Il colore rosa è sempre esistito. Del resto in molte lingue ha il nome di un fiore, ossia qualcosa che si trova in natura. Quello che però non è naturale è la possibilità di fabbricare altri materiali di colore rosa, come la stoffa o la plastica. Tutto ciò è possibile da quando la chimica e l’industria hanno trovato il modo di colorare qualsiasi sostanza di qualsiasi colore (circa un secolo fa). E le conseguenze sono state portentose.

Non c’è dubbio, infatti, che se un marziano guardasse oggi al pianeta Terra sarebbe colpito dalla diffusione di questa tinta: il rosa, da almeno settant’anni, è diventato amatissimo e, più di qualsiasi altro colore, è legato a connotazioni di genere, al punto che la storica del design Penny Sparke ne ha ricostruito con sagacia i risvolti sessisti e il conformismo sotteso. In modo simile l’artista coreana, JeongMee Yoon ha raccontato di essersi trovata spiazzata di fronte alla pretesa della figlia di cinque anni di possedere solo oggetti rosa, un desiderio che nessun bambino ha mai formulato prima della pervasività di personaggi come Barbie o Hello Kitty, e da qui è nato The Pink & Blue Project, una rassegna di foto in cui bambine e bambini si mostrano circondati solo dal loro colore di culto. E tuttavia la differenza tra rosa e celeste attribuita a maschi e femmine è recentissima ed è quanto di più convenzionale si possa immaginare, tanto che nell’Ottocento si faceva esattamente il contrario: il rosa spettava ai maschi perché sentito come una versione addolcita del rosso, tinta focosa e virile per antonomasia; mentre il celeste era il colore delle bambine in omaggio al manto della madonna. Abitudine tanto consolidata che nel 1914 il quotidiano statunitense «The Sunday Sentinel» consiglia alle giovani mamme di vestire i maschi di rosa e le femmine di blu se vogliono essere rispettose delle tradizioni. Ma allora dove ha avuto inizio la rosa-mania?

Dobbiamo tornare indietro al 20 gennaio 1953, il giorno dell’insediamento di Dwight Eisenhower come quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. La moglie, Mamie Eisenhower, si presenta vestita con un abito di seta rosa tempestato di duemila strass. Fu un evento. «Mio marito governa il Paese, io governo in cucina», diceva Mamie. Tuttavia fino ad allora non c’era nessun legame tra il colore rosa e quel tipo di femminilità conservatrice: è Mamie che lo impone, comportandosi da influencer ante litteram. La tendenza è lanciata: quello stesso anno Marilyn indossa un abito rosa shocking mentre canta “Diamonds Are a Girl’s Best Friend”; e nel 1957 il film “Cenerentola a Parigi” con Audrey Hepburn si apre con un numero musicale intitolato non a caso “Think Pink”: insomma, negli anni Cinquanta, “pensare rosa” significa essere moderni. Così, quando, due anni dopo, la Mattel lancia la Barbie – il giocattolo di maggior successo della storia dei giocattoli – sceglie come colore quello più di moda tra le ragazze: il “rosa Mamie” che dal quel momento in poi diventa la tinta girly per eccellenza, imitata da tutti i competitor nel mondo dei giochi per bambine.

Tuttavia nulla cambia rapidamente come le convenzioni. Oggi in tante e tanti rifiutano il rosa proprio per le sue connotazioni retoriche e stucchevoli; così come tanti e tante lo esibiscono, magari con ironia o come citazione post-post-moderna. Al punto che perfino Barbie è costretta a prendersi in giro, se vuole restare al passo coi tempi. 

Lettera di Carmel Llera Moravia per Dagospia il 23 Luglio 2023.

Da piccola giocavo con archi e frecce, soldati, persino con un trattore. Non ho mai avuto bambole. Potrei definirmi l'anti-Barbie, allora perché sono andata a vedere il film di Greta Gerwig? 

Forse perché stimo lei e Noah Baumbach, forse perché non mi era rimasto altro da vedere.  Non avevo letto recensioni quindi poteva sorprendermi o deludermi. Non avevo aspettative. 

La prima sorpresa è stata trovare una sala quasi piena alle 17, e non erano bambine. Ci voleva coraggio per attraversare la città infuocata da Caronte, in più l'aria condizionata non funzionava. 

Poi tutto quel rosa, quella perfezione noiosa di Barbieland, ero tentata di uscire... fine. Invece basta nominare la morte e tutto precipita: piedi piatti, cellulite, crisi esistenziale e cacciata dal paradiso verso il mondo reale.

Non è bello, lo sappiamo. E lo scoprono subito Barbie e Ken. Straordinario Ryan Gosling, più in versione La La Land che Drive. Povero uomo, proverà a far diventare un patriarcato Barbieland senza riuscirci, altro che cambiare la Costituzione! 

Brava anche Margot, più credibile che in Babylon. Un po' mi sono divertita, la seconda parte mi è sembrata scontata, banale, quasi sentimentale.

Tornano le donne al potere, tutte le Barbie, trionfa il femminismo, il buonismo, il consumismo?

Estratto dell'articolo di Tonia Mastrobuoni per "la Repubblica" mercoledì 26 luglio 2023.

La Barbie delle origini non aveva il sorriso pulito della ragazza della porta accanto. E non era neanche una bambola. Era una salace bionda dalla bocca a cuore e le sopracciglia arcuate — secondo qualcuno una prostituta d’alto bordo — che si chiamava Lilli ed era nata insieme al più controverso giornale tedesco, la Bild. Come tipo, più Marlene Dietrich che Grace Kelly. 

A Berlino, a ridosso della frontiera che divideva l’Ovest dall’Est, alla fine di giugno del 1952 stava nascendo il più popolare tabloid europeo. Quando mancavano poche ore al lancio della Bild, in redazione si accorsero che c’era un buco a pagina due. E chiesero al vignettista Reinhard Beuthien di riempirlo con una striscia. 

Beuthien si inventò una bionda irriverente e chic che annichiliva gli uomini con battute al vetriolo. E la striscia fu un tale successo che tre anni dopo nacque la bambola Lilli, rigorosamente per soli uomini, venduta nelle tabaccherie.

Per ricordarne lo spirito: in una vignetta si vede Lilli disegnare un asino sulla schiena di un marinaio: “Non dubitare della mia arte: la tua àncora sarà un successo”. In un’altra resiste alle avances di un uomo: “No, non è esattamente ciò che intendo per ‘godermi la natura’”.

In un’altra ancora risponde a un poliziotto che la ferma per strada in bikini: “E secondo lei quale parte dovrei togliermi?”. 

Anche la bambola Lilli diventa un successo travolgente, e viene prodotta in serie: Lilli tennista, Lilli al mare, Lilli in Vespa. Costa 12 marchi e conquista le famiglie tedesche: viene venduta 130mila volte. Ha lo stesso sguardo irriverente, i capelli biondi raccolti nella coda di cavallo e la bocca seducente del suo modello su carta.

Nel 1956, durante una vacanza in Europa con sua figlia Barbara, Ruth Handler, la geniale cofondatrice del colosso americano dei giocattoli Mattel, scopre una bambola Lilli in una vetrina di Lucerna. È un colpo di fulmine. “Eravamo totalmente ipnotizzate, non riuscivamo più a staccarci da quel negozio”, ricordò poi nelle sue memorie. 

Handler aveva pensato già anni prima a una bambola che somigliasse a un’indossatrice, ma l’altro cofondatore della Mattel, Harold Matson, aveva bocciato il progetto: troppo costosa. 

(...)

Miss Italia.

No alle trans a Miss Italia”. La fondatrice difende il concorso di bellezza. Massimo Balsamo il 20 Luglio 2023 su Il Giornale.

Dopo le polemiche legate all'incoronazione di una donna trans a Miss Olanda, la storica patron della manifestazione nostrana Patrizia Mirigliani ha precisato: "Non cambierò il regolamento"

No alle trans a Miss Italia: categorica Patrizia Mirigliani. Dopo aver bollato la vittoria di Rikkie Valerie Kollé a Miss Olanda come “un’iniziativa pubblicitaria”, la patron della storica manifestazione nostrana ha chiuso a qualsivoglia modifica del regolamento. Intervenuta a “Non Stop News” su RTL 102.5, ha confermato che nessuna concorrente transgender sarà ammessa all’84esima edizione del concorso di bellezza: “Nel mio regolamento, al momento, non ho ancora aperto alle transgender, poiché ritengo che debbano essere nate donne. Quindi, finché andrà avanti il mio regolamento sarà così. E per ora non ritengo di cambiarlo”.

La patron di Miss Italia ha sottolineato che si tratta di un dossier delicato: Miss Olanda ha ritenuto opportuno includere, ma lei non seguirà la scia. “Anche io ho lanciato nel concorso candidate con protesi ma non ho fatto di loro una bandiera assoluta”, l’analisi della Mirigliani: “Dico solo che le cose devono andare per gradi, l’Italia è un paese delicato e particolare. Inoltre, al momento, solo due transgender hanno richiesto di partecipare a Miss Italia. Pertanto, il mio regolamento attuale non lo consente. La tradizione di un concorso che esiste da 84 anni ha una sua importanza, ma non ho nulla in contrario riguardo a chi decide di ammettere transgender a concorsi di bellezza, a patto che non sia strumentale”.

Nessuna trans potrà dunque competere per la corona di Miss Italia, almeno per il momento. Soffermandosi sulla prossima edizione, la Mirigliani ha sottolineato che il profilo delle ragazze che partecipano al concorso non rappresenta unicamente il concetto di bellezza, ma anche le esperienze di vita ed i messaggi che le giovani di oggi vogliono comunicare. Miss Italia va oltre l’aspetto estetico, ha aggiunto: “Le partecipanti hanno storie incredibili, e queste storie contribuiscono a creare cultura, poiché l'identità del concorso è riflessa nelle esperienze e nelle vite delle donne. Non possiamo ridurre Miss Italia a un semplice concorso, poiché nel corso degli anni ha assunto un significato più profondo, diventando una rappresentazione dell'identità e della storia delle donne italiane”. Miss Italia brutte non ce ne sono, ha proseguito la patron: “Ma se guardiamo alla religione, anche la figura della Madonna è un’immagine di bellezza, come dice la famosa frase: 'La bellezza appartiene al bene, mentre la bruttezza al male'. Oggi la bellezza è un insieme di fattori non facilmente classificabili. Nel contesto di Miss Italia, la bellezza è così varia che non esiste uno stereotipo univoco, è un mix di aspetto estetico e personalità".

Il cortocircuito di sinistra su Miss Italia: svilisce le donne ma le trans fanno la fila per l'iscrizione. Per anni a sinistra hanno massacrato Miss Italia perché distorce il ruolo della donna ma allora perché oggi si stracciano le vesti perché non sono ammesse le transessuali? Francesca Galici il 25 Luglio 2023 su Il Giornale.

Miss Italia nella bufera. Strano, non succede mai. Ogni anno, ciclicamente, il concorso di bellezza entra nel mirino del politicamente corretto, che quest'anno compie un capolavoro straordinario smentendo se stesso. Dopo tanti anni il concorso torna in Rai, sua casa per lunghissimo tempo. Già questo contribuisce ad accendere ulteriormente i riflettori sul programma, che Patrizia Mirigliani cura con passione e amore anche in nome di suo padre Enzo, che nel 1959 ha assunto la guida del concorso facendolo crescere e sviluppare. Per tanti anni, i buonisti della domenica e gli integralisti del femminismo hanno chiesto che Miss Italia venisse chiuso perché offende le donne, ne mercifica il corpo, ne sminuisce il ruolo e tante altre belle cose.

Bene, perfetto. Ma ora perché le stesse persone si stracciano le vesti se il concorso non accetta l'iscrizione di donne transessuali? Amici di sinistra, abbiamo un problema. Delle due l'una: o Miss Italia è il male assoluto dell'emancipazione femminile, e allora va chiuso e a nessuna dev'essere permesso iscriversi, oppure non lo è e allora la partecipazione al concorso diventa motivo di emancipazione per le transessuali. Perché qui state creando molta confusione, state attenti. Lo diciamo per voi, che state perdendo l'ultimo barlume di credibilità che vi era rimasto dimostrando di avere poche idee ma ben confuse. Anche perché solo pochi anni fa una delle paladine della sinistra, Selvaggia Lucarelli, sollevò una polemica pruriginosa sulla presunta transessualità di una concorrente. Si rivelò infondata ma venne tirato fuori lo scoop discutibile.

Patrizia Mirigliani, che fino a prova contraria è l'unica ad avere potere decisionale sul concorso, tra l'altro privato, ha detto che solo le donne di nascita possono partecipare a Miss Italia. Una dichiarazione semplice, comprensibile e logica. Niente, gli attivisti con l'asterisco e la schwa ora sbraitano e si sbattono perché no, devono essere accettate anche le donne transessuali. Perché? Per dimostrare che sono migliori delle donne dalla nascita? Per gridare all'omofobia nel caso in cui dovessero essere scartate, come brutalmente fa da sempre il concorso per arrivare a eleggere una sola reginetta? Per avere agevolazioni facendo leva sul fatto che la giuria teme di essere accusata di transfobia e quindi inconsciamente agevolerebbe una concorrente transessuale? Qual è la logica di questo putiferio? Ma soprattutto, Miss Italia svilisce la figura delle donne ma è top per quella delle transessuali? Fateci capire.

E fanno riflettere anche i transessuali uomini nati donna che ora si stanno iscrivendo al concorso. Da anni la comunità Lgbt lavora all'identità alias per le persone che sono in transito ma ora quella stessa comunità si diverte a usare i nomi di battesimo di donne in transizione, rinnegando il nome da uomo scelto, per perculare Miss Italia? Quindi sono disposti a indossare i costumi da bagno e gli abiti da sera da donna per sfilare durante il concorso? Perché questo prevede la kermesse. O pretendono di cambiare anche queste regole?

Estratto dell'articolo di Claudia Osmetti per “Libero quotidiano” il 24 luglio 2023.

La serata finale, quella dell’incoronazione, con la coroncina e la fascia sul petto, è prevista per l’8 settembre: ma Miss Italia è già nel centro della bufera. In quella Lgbt e in quella del politicamente corretto che tutto può, tutto ingloba e tutto trascina. 

[…] pochi giorni fa […] Patrizia Mirigliani, la patron della kermesse che quest’anno è alla sua 78esima edizione, lo dice chiaro: «Nel regolamento c’è scritto che devi essere donna dalla nascita per partecipare». 

Invece, in altri Paesi del mondo, come in Olanda, alcuni concorsi analoghi hanno già aperto le porte (pardon, la passerella) alle donne transessuali. Invece, in Italia, c’è chi vorrebbe fare lo stesso, come l’ex esponente di Rifondazione comunista Vladimir Luxuria che si dice «favorevole alle pari opportunità» e aggiunge: «Trovo fuori dal tempo che si escluda dalla partecipazione una transgender che ha ultimato la transizione e pertanto è donna a tutti gli effetti».

[…] 

Epperò Mirigliani tira dritto, non ci sta. Tanto per cominciare perché la corsa 2023 è già partita e cambiare le regole a bocce ferme è un conto, farlo quando la gara è iniziata un altro. E poi perché, a lei, quel politicamente corretto sbucato come i funghi di metà luglio proprio non va giù: «Non cambio in corsa con delle ragazze già in concorso», sbotta, «mi sono rotta di questo politicamente corretto per cui ti devi adeguare in due giorni. Si rispettino il mio pensiero libero e non politicizzato». 

[…] la querelle va avanti, rimbalza sui social, si fa sponda con la rete, chiama a raccolta attivisti e attiviste del mondo omo-lesbo-trans-eccetera. Come Federico. Federico Barbarassa è un ragazzo transessuale coi capelli ricci e il sorriso simpatico che questa polemica attorno a Miss Itala prende (un po’ per ridere, un po’ sul serio) a mo’ di provocazione.

E appunto come una provocazione decide di iscriversi. Si mette al computer, compila il form, invia la domanda. Gli risponde (è la prassi) un messaggio automatico che gli dice: «Ti confermiamo che la tua richiesta è stata registrata. Prossimamente verrai contattato dal referente regionale della tua Regione. Grazie, lo staff di Miss Italia». 

«Quando ho sentito parlare dell’assurdo regolamento mi è venuto spontaneo», spiega poi Federico, «sono stato assegnato al genere femminile alla nascita (come da regolamento, quindi: ndr), ma mi sono sempre sentito un ragazzo. Auspico che il gesto sussistiti il clamore mediatico che serve per rimettere al centro questi temi e che altre persone “donne alla nascita” si iscrivano in massa per prendersi beffa di questi posizioni fuori dal tempo e al di sopra della legge italiana».

Detto fatto, perché all’appello seguono, e nell’ordine, l’iscrizione di Elia (che sui social fa sue le parole di Federico e chiosa: «Voglio proprio vedere la faccia di chi dovrà esaminare le richieste quando si ritroverà davanti questi bei maschioni») e di Noah […]

Rikkie Kollé, miss Olanda 2023, è una femmina: basta capricci, battaglie ideologiche e alberi genealogici. La rubrica “L’umanista” di Alessandro Chelo, esperto di leadership e talento. In qualità di executive coach, ha formato centinaia di manager dei principali gruppi industriali e ha lavorato al fianco di alcuni fra i più affermati allenatori di calcio e pallavolo. Alessandro Chelo su Il Riformista il 24 Luglio 2023 

C’era un tempo in cui non avere genitori biologici certi, corrispondeva a una condanna eterna, alla condanna di vivere con l’etichetta indelebile di “ figlio di madre ignota”. L’espressione madre ignota era abbreviato in “mignotta” e i figli di madre ignota erano considerati appunto figli di mignotta, espressione rimasta d’uso comune per indicare persone che vivono furbescamente di espedienti, visto che questo era il destino che il più delle volte toccava agli orfanelli non adottati. Costoro, anche raggiunta l’età adulta, non potevano liberarsi del marchio d’origine e quando provavano a rivendicare un’identità propria, veniva loro ricordato che non erano ragazzi normali, ma solo dei poveri “bastardi”.

Venne un tempo in cui tutto ciò cambiò e l’identità degli individui, di qualunque individuo, venne riconosciuta indipendentemente dalla sua oggettiva genesi genetica e le espressioni mignotta, figlio di mignotta e bastardo persero il loro significato originario per approdare alla stregua del puro e semplice insulto generico. Oggi guardiamo con sdegno a coloro che allora additarono e giudicarono e proviamo un senso di profonda partecipazione nei confronti della vicenda umana di quei ragazzi così duramente puniti da sorte infausta.

L’orientamento a etichettare sulla base della genesi genetica, è duro a morire e in fondo rappresenta la radice esistenziale del razzismo. Così, ancora oggi, molti guardano alla vicenda umana di quei giovani che affrontano il difficile e doloroso percorso di transizione di genere sessuale, con lo stesso giudicante distacco con cui un tempo si guardò ai figli di madre ignota, ai bastardi. Chi sceglie questo percorso, vive una sofferenza esistenziale profondissima, determinata dal disallineamento fra corpo e anima, dove per anima intendo il principio vitale, origine e centro del pensiero, del sentimento, della volontà, della stessa coscienza morale.

Tanto un’anima femminile in un corpo maschile quanto un’anima maschile in un corpo femminile, generano una sofferenza totalizzante che ha inizio con la pubertà e tocca la sua vetta, anzi il suo abisso, durante l’adolescenza. Una ricerca pubblicata nel 2022 sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, risultato di un mastodontico progetto internazionale durato quindici anni, rivela come il disallineamento fra corpo e anima sia in gran parte determinato da fattori genetici.

Chi intraprende questo percorso, in effetti non è protagonista di una transizione da un genere sessuale all’altro, ma semmai di un allineamento del proprio corpo con la propria anima. Certo, anche in questo caso, come nel caso dei figli di madre ignota, la “genesi genetica” resta quella originaria, così, come un tempo si ricordava al trovatello la sua genesi biologica, oggi c’è chi ama ricordare a questi individui finalmente allineati, che in fondo sono solo dei trans. La ventiduenne modella olandese Rikkie Kollé, Miss Olanda 2023, è una femmina, come i suoi documenti all’anagrafe testimoniano. Ricordarle la sua storia e appiccicarle l’etichetta di “trans” non aggiunge alcun valore.

Così come oggi sappiamo accettare gli individui indipendentemente dal loro albero genealogico e disprezzeremmo chi ricordasse a un trovatello la sua storia facendone etichetta indelebile, allo stesso modo, prima o poi, accetteremo pienamente le persone riallineate nella loro identità senza sentirci in obbligo di etichettarle e negare loro la piena legittimità identitaria. Si tratta di un processo già in atto, ma esso ha diversi nemici, in particolare tutti coloro che di questa faccenda fanno una bandiera ideologica.

Da un lato chi si rifiuta di considerare la realtà della sofferenza del disallineamento identitario, dall’altro chi ne fa una battaglia da baraccone. I primi sostengono che sei ciò che biologicamente sei e se ne fottono dell’anima, i secondi ritengono che il genere sessuale non esista e uno se lo possa scegliere di giorno in giorno. Entrambi riducono a capriccio la vicenda umana di chi sceglie la coraggiosa via del riallineamento di genere. Ancora una volta destra e sinistra si assomigliano, confermando la necessità di un’alternativa intellettuale umanistica.

Alessandro Chelo. Esperto di leadership e talento, ha pubblicato diversi saggi con Sperling & Kupfer, Guerini e Feltrinelli, alcuni dei quali tradotti in più lingue fra cui il coreano e il giapponese. In qualità di executive coach, ha formato centinaia di manager dei principali gruppi industriali italiani e ha lavorato al fianco di alcuni fra i più affermati allenatori di calcio e pallavolo.

Miss Italia dice no ai transgender, Luxuria non si trattiene: perché è assurdo. Christian Campigli su Il Tempo il 20 luglio 2023

Una manifestazione che, da sempre, tiene incollati alla televisione milioni di italiani. Che commentano, criticano e si dividono. Uno spettacolo che, nella follia di questa infuocata estate, si sta trasformando in una vicenda squisitamente politica. "Io sono favorevole alle pari opportunità. Così come credo debbano valere nello sport, altrettanto deve accadere per un concorso di bellezza. Trovo fuori dal tempo che si escluda dalla partecipazione a Miss Italia un transgender che ha ultimato la transizione e pertanto è donna a tutti gli effetti". Parole che faranno discutere, quelle rilasciate all'agenzia di stampa Adnkronos da Vladimir Luxuria.

L'ex deputata di Rifondazione Comunista commenta, con un evidente disappunto, il no della patron di Miss Italia alla partecipazione alla gara dei transgender. "Perché, se uno ha compiuto la transizione e pertanto è donna a tutti gli effetti, deve presentare il certificato di nascita? - prosegue la nativa di Foggia - Bisognerebbe semplicemente farle un provino, come accade con tutte le altre concorrenti". E su Patrizia Mirigliani, fondatrice del concorso di bellezza più famoso dello Stivale, rivela un aneddoto inedito: "Ti confesso che l'ho sentita dopo l'elezione di Miss Olanda (dove a vincere il titolo è stata l'attrice e modella transgender Rikkie Valerie Kollé), e in quell'occasione le ho rinnovato l'auspicio che le feci quando, anni fa, mi chiese di essere giurato a Miss Italia e le feci notare che accettava un giurato transgender ma non una concorrente".

Una polemica che, chiaramente, sta diventando politica e non più legata solo ad una scelta legata ad una manifestazione del mondo dello spettacolo. "Mi ha detto che ormai era tardi per inserire nuovi concorrenti, ed ha espresso la paura che potesse diventare come il caso di Denny Mendez, che quando vinse a suo tempo si disse che aveva vinto per il colore della pelle. Ma in realtà, Denny ha vinto perché e solare e bellissima", spiega l'ex deputata. Che conclude: "Io penso sia ormai veramente fuori dal tempo escludere delle donne in tutto e per tutto dal concorso. Poi certo, per chi non ha ultimato la transizione ci sono dei concorsi appositi, ma qui è differente. E' ormai scaduto il tempo per non includere le persone che hanno cambiato sesso a Miss Italia".

Miss Italia, 84 anni di storia di donne e di libertà ma le trans anche no! Manuel Betti il 20 Luglio 2023 su culturaidentita.it

Allora, hanno iniziato i Paesi Bassi e se è vero il detto Moglie e buoi dei paesi tuoi allora non dovremmo imitarli. E invece. Rikkie Valerie Kollé è la prima Miss Olanda transgender e lo è diventata perché per la giuria aveva una storia forte e una missione chiara. D’accordo sulla fortezza, ma la chiarezza? Non pervenuta. Ad ogni modo “è una strategia pubblicitaria“, come ha affermato Patrizia Mirigliani, patrona di Miss Italia che presenzierà con un video messaggio all’VIII Festival delle Città Identitarie al via domani a Trino, nella città dove Giuseppe De Santis girò un film importantissimo del neorealismo, Riso amaro, con Silvano Mangano , mentre sarà presente Lavinia Abate, Miss Italia nel 2022, ultima edizione del concorso che lanciò proprio la Mangano nel mondo del Cinema e dello Spettacolo.

Oggi Patrizia Mirigliani sta lavorando all’edizione numero 84 dello storico concorso (al momento sono in corso le selezioni che porteranno poi alle finaliste per Miss Italia 2023) e ha commentato l’incoronazione di Miss Olanda affermando che è solo marketing. Ci sono delle regole, anzi un regolamento: “Sin da quando è nato, il mio concorso prevede nel suo regolamento la precisazione secondo la quale bisogna essere donna sin dalla nascita“.

E’ giusto cambiare con i tempi che cambiano, del resto nel 1996 Denny Mendez, proveniente da Santo Domingo, vinse divenne Miss Italia e nel 1990 il presidente di giuria Maurizio Costanzo aveva fatto abolite le canoniche misure 90-60-90. Per non parlare poi dell’apertura di Miss Italia dal 1994 alle donne e mamme sposate, con Beatrice Scolletta che durante la finale 2022 ha sfilato in dolce attesa e sempre nella stessa edizione c’era una ragazza dichiaratamente omosessuale.

Quindi nessuna preclusione alle innovazioni, sottolinea la Mirigliani, ma nello stesso tempo non si deve cadere nell’eccesso: “Ultimamente i concorsi di bellezza cercano di fare notizia usando anche delle strategie che secondo me sono un po’ assurde. Al nostro concorso partecipano ragazze tatuate, con piercing, extension. Fa tutto parte del nuovo modo di raccontarsi delle donne, però tutto ciò che è eccesso per accentuare l’estetica cerchiamo di non agevolarlo. Gli eccessi non vanno bene“.

E se qualcuno vuole imbavagliare lo storico concorso, faccia pure, ma si ricordi che “Miss Italia è un concorso che ha 84 anni di storia ed è riuscito a raccontare non solo la storia del costume italiano ma anche la storia della bellezza e ha reso alcune donne italiane delle vere e proprie icone. Miss Italia ha reso grandi le donne, ma se qualcuno pensa che non ci sia più la libertà per le donne di partecipare al concorso allora va bene, ma la libertà delle donne è la cosa più importante, soprattutto in questo momento“

Criminali.

Le Regine del Crimine. Donne, apparentemente insospettabili, che si sono dimostrate abili in tutto. Stefano Piazza su Panorama il 28 Novembre 2023.

Le donne sono altrettanto capaci di commettere crimini gravi quanto gli uomini? Scorrendo la lista delle signore presenti sul sito web dei Most Wanted d'Europa è evidente che lo sono. Molti studi hanno esaminato il ruolo svolto dal genere nella criminalità. La maggior parte di essi ha considerato il sesso della vittima, ma meno spesso quello dell'autore del reato. Tuttavia, negli ultimi decenni, il numero di donne coinvolte in attività criminali è aumentato, anche se a un ritmo più lento rispetto agli uomini. Com’è possibile? Una delle possibili spiegazioni è che il progresso tecnologico e le norme sociali hanno liberato le donne dalla casa, aumentando la loro partecipazione al mercato della criminalità. Kelly Paxton, un'investigatrice privata con sede a Portland, Oregon, conosciuta come la Pink-Collar Crime Lady, afferma di non essere sorpresa dal fatto che i tassi di arresti femminili stiano aumentando: «Le donne improvvisamente si trovano ad affrontare le stesse pressioni finanziarie che gli uomini hanno avuto per decenni. Sono i capifamiglia nel 40% di tutte le famiglie. Se queste donne non riescono a pagare i conti, alcune ricorreranno a commettere crimini». Approfondendo il tema su riviste accademiche e report governativi sulla criminalità emergono alcuni fatti curiosi: mentre i tassi di criminalità nel mondo occidentale sono costantemente diminuiti negli ultimi tre decenni, il numero di giovani donne condannate per crimini violenti in alcuni paesi occidentali è aumentato in modo significativo; i registri delle Forze dell'ordine indicano che è vero il contrario per le loro controparti maschili. In altre parole, il divario di genere si sta riducendo. Ad esempio, alcune città del Regno Unito, il numero di arresti di donne è aumentato del 50% dal 2015 al 2016. Si tratta di molto di più che un piccolo incidente. Un rapporto del 2017 dell’Institute For Criminal Policy Research di Birkbeck, Università di Londra, ha fornito questo dato che fa riflettere: la popolazione carceraria femminile globale è aumentata di oltre la metà dall’inizio del secolo, mentre la popolazione carceraria maschile è aumentata di appena un quinto nello stesso periodo. Le donne e le ragazze rappresentano oggi solo il 7% di tutte le persone incarcerate, ma il loro numero sta crescendo a un ritmo molto più rapido che in qualsiasi momento della storia. Con il podcast «Le Regine del Crimine, le azioni criminali di donne, apparentemente insospettabili, che si sono dimostrate abili in tutto», raccontiamo le storie di jihadiste, trafficanti di esseri umani, narcotrafficanti e riciclatrici di denaro, truffatrici e autentiche boss della criminalità organizzata come compiono o ordinano uccisioni e che sono una vera spina nel fianco delle autorità di polizia in tutto il mondo.

La Prevaricazione.

I fatti separati dalle battute. BellicapelliToo e le priorità sballate delle femministe americanizzate. Guia Soncini Linkiesta il 10 Novembre 2023

Il New York Times ci dà lezioni di moralità perché non ci siamo indignati per il comportamento dell’ex compagno di Meloni. Detto dal paese dove non ci sono congedi di maternità né diritto di aborto, e fino agli anni 70 le donne non potevano aprire un conto corrente, fa molto ridere

È sempre spassoso quando una nazione che non ha tra le proprie leggi il congedo di maternità retribuito, e in cui quindi sta al buon cuore delle singole aziende non decurtare gli stipendi femminili qualora la donna non torni al lavoro prima d’aver finito d’espellere la placenta, ci fa la morale sui diritti delle donne.

È sempre interessante quando una repubblica in alcuni stati della quale ti puoi sposare a quattordici anni ci spiega come vadano tutelate le ragazze: non le spose bambine, quelle vanno benissimo; la tutela che è importante rivendicare è quella per noialtre adulte che andiamo protette dalle battutacce in ufficio.

È sempre buffo assistere allo spettacolo d’arte varia degli Stati Uniti d’America, un posto che – senza neanche la scusa d’avere il Vaticano nel centro della capitale – non è mai riuscito a fare una legge che tutelasse l’aborto, e il risultato è che nel 2023 puoi abortire solo se ti trovi nel codice postale giusto e se hai le risorse economiche (altrimenti tocca portare forzatamente a termine la gravidanza come Margaret Atwood mai avrebbe saputo immaginare), è sempre buffo assistere a gente la cui normalità è questa qui e che però ci spiega come vada fatto il femminismo.

Ogni volta che c’è qualche polemica tra le femministe inglesi – che si sono messe di traverso all’americanizzazione del mondo e al feticismo della transessualità – e le americane, che siccome sono così postmoderne da ritenere donna chiunque si immagini tale allora si sentono più femministe, ogni volta penso: americane, ma siete schizofreniche?

Quelle hanno e hanno avuto donne come primi ministri e come capi di stato, possono abortire a carico dello stato fino al sesto mese, hanno ventisei settimane di congedo di maternità. Voialtre, pur di non eleggere presidente una donna, avete eletto Donald Trump. Ma non sarà uno di quei casi in cui stare zitte e imparare?

E non si tratta di dire la scemissima frase «non accetto lezioni da»; si tratta di cogliere il ridicolo nell’ippopotamo che balla sulle punte, nel maniaco sessuale che fa la morale agli altri, e nel paese occidentale in cui le donne hanno meno diritti che si percepisce competente in femminismo. È impossibile non pensare: ma dite sul serio?

L’ho pensato di nuovo ieri, quando il New York Times ha pubblicato un incredibile articolo su che paese arretrato siamo, noi, che non abbiamo stigmatizzato il fatto che Bellicapelli Giambruno molestasse le colleghe, che paese disattento ai diritti delle donne. Parlava forse del Molise e del diritto di abortire? Parlava forse delle partite iva senza congedo di maternità? Macché: parlava del diritto di noi povere fragili creature a non ascoltare battute zozze.

A parte che non è neppure vero: esistendo l’americanizzazione del mondo, e imponendo codesta americanizzazione una scala sballata di priorità in cui le puttanate simboliche valgono più delle questioni concrete, c’è un pieno di italiane smaniose di fare le americane che hanno da subito detto quanto fossero gravi i toni di Giambruno con la tizia. Tizia che a tutte è parsa perfettamente in grado di rispondergli, ma sia mai che qualcuna rivendichi il sapersela cavare con le parole invece di frignare che l’hanno triggerata (che il dio delle parole mi perdoni), in questo scemissimo mondo americanizzato.

La prima volta in cui mi portarono negli Stati Uniti avevo sedici anni e, tra le poche cose che ricordo, c’è il primo quotidiano americano che sfogliai nella prima colazione da jet lag fatta prima che sorgesse il sole. C’era un articolo su una tizia che aveva fatto causa a uno che le aveva tenuto aperta la porta d’un palazzo in cui stava entrando, facendola così sentire vai a sapere se più debole o inferiore o corteggiata o un’altra qualunque di quelle percezioni che, in quel paese che s’imbottisce di psicofarmaci ma non sembra trarne beneficio, diventano sentenze.

Pensai che forse non capivo abbastanza bene l’inglese e stavo equivocando la notizia: ero troppo giovane per riconoscere un segnale, per individuare una deriva sociale. Non sapevo che il mondo andava in quella direzione e che non molti decenni dopo saremmo stati ovunque così: gente che chiede sia ufficiale che non sa badare a sé stessa.

In un ecosistema in cui la porta tenuta aperta è un trauma, la battutaccia è roba da ricovero immediato, figuriamoci.

Jason Horowitz, che firma l’articolo sul NYT di ieri, definisce l’Italia «la terra dimenticata dal MeToo», variante meno efficace d’un’ottima battuta di Maria Laura Rodotà, «il paese dove il MeToo viene a morire», e forse qualcuno dovrebbe dirgli la verità: e meno male.

Meno male che quel moralismo da due spicci che ha abolito le gerarchie e ci ha voluti convincere che una battutaccia sia grave quanto uno stupro qui non ha attecchito. Meno male che lo stato di diritto ha più o meno retto e non abbiamo avuto un Kevin Spacey del cui talento il pubblico sia stato privato giacché sacrificato all’isteria della folla che urla «Barabba».

Stranamente Horowitz, al cui ritratto della mancata emancipazione delle femmine italiane non manca un cliché, dalle Veline in giù, non cita un dato che va molto di moda in questo periodo: l’alto numero di donne italiane che non hanno un conto corrente personale (conto corrente che peraltro le americane, docenti mondiali di femminismo, non potevano fino agli anni Settanta aprirsi senza la firma del padre o del marito).

Chi lo riporta lo fa di solito con un tono che implica il nostro vivere nel paese di Pietro Germi (o di Paola Cortellesi): povere donne, vessate da mariti padronali. Nessuno mai immagina possa essere uno dei molti segni della regressione americanizzata di donne che ormai, rincoglionite dall’immaginario di quel paese in cui la proposta di matrimonio è il momento più importante della vita, sono travolte dal desiderio mimetico. E quindi cosa volete se ne facciano, le italiane di questo secolo, dell’emancipazione, se possono avere il brillocco da instagrammare, i pizzi da far invidiare alle cognate, e tutto l’americanizzato immaginario nuziale che sostituisce la carriera.

Ma quello va benissimo, perché dicono le docenti mondiali di femminismo che considerare il matrimonio un traguardo non è grave, non avere il congedo di maternità retribuito non è grave, che l’aborto sia un lusso non è grave.

Se fossero cose gravi le avrebbero risolte, invece si sono concentrate sul fatto che se uno ti guarda le tette vada licenziato o forse arrestato, e che le battute valgano come i fatti, ed è così che hanno ottenuto la più emancipata popolazione femminile del mondo. Proprio non capisco perché non prendiamo esempio.

Dolcemente emancipate. Il successo della Cortellesi e le donne che ambiscono solo all’abito da sposa. Guia Soncini su Linkiesta il 7 Novembre 2023

Il messaggio di “C’è ancora domani” è che il diritto di voto è un modo per liberarsi di tutto, anche dei mariti violenti. Solo che parla a una popolazione femminile che oggi ha meno piglio di quella di ottant’anni fa

Ma gli intellettuali, i critici, i fenomenologi di costume, coloro che ora cercano di spiegarsi il successo del film di Paola Cortellesi come fossero studenti ciucci davanti alla congettura di Poincaré, costoro annoverano non dico un paio di cugine in provincia, ma anche solo un telefono collegato all’internet?

E, se ce l’hanno, pensano forse di capire lo spirito del tempo, la società alla quale dovrebbero parlare, la popolazione che inspiegabilmente ha smesso di comprare i loro giornali, pensano di completare la loro formazione al presente guardando le storie Instagram della Ferragni?

Dovrebbe esserci, obbligatoria per l’esercizio delle professioni intellettuali, l’iscrizione ad almeno un paio di gruppi di mamme su Facebook. Non per capire la maternità: per capire quella grandissima parte di donne per cui l’identificazione precipua è nella maternità.

Per sapere che esistono le donne che noialtri, sui nostri divani costosi e godendoci una vita indipendente che le donne vere guardano con compatimento, non incontriamo mai. Quelle che vanno dall’usuraio per pagare il matrimonio della figlia. Quelle che il matrimonio loro è la cosa più importante della loro vita, la cosa che prendono un anno d’aspettativa per organizzare, la giornata per rievocare la quale pagano un fotografo che costa come tre rate di mutuo.

Quelle che si affacciano nel gruppo e pongono il loro grave problema, e il problema è che a loro piace un vestito con cui non sta bene il velo, e il marito a questa notizia ci è rimasto molto male perché a lui piaceva molto l’idea del gesto con cui, all’altare, alzava il velo dal viso (a costoro sembra più elegante dire «viso» di «faccia») alla sposa. Donne che hanno il diritto di voto da settantasette anni e li hanno usati per recedere dall’emancipazione abbastanza da sposare uomini che ci tengono al simbolismo della donna velata.

Donne così, vuoi che non si specchino nel film in cui Paola Cortellesi è sposata con un violento, Valerio Mastandrea, e allora gli nasconde una parte dei soldi che guadagna facendo mille lavoretti, e tu pensi li stia accumulando in quel cassetto per andarsene da quel matrimonio di merda, da quel seminterrato sui davanzali del quale pisciano i cani, da quei figli del 1946 maleducati come bambini del 2023, mannò: lei con quei soldi vuole comprare l’abito da sposa alla figlia maggiore, «Dev’essere la più bella di tutte».

Perché Paola Cortellesi ha sposato Valerio Mastandrea? Aveva una storia col mite Vinicio Marchioni, lui le dice qualcosa tipo «mi sono distratto un attimo e te n’eri andata con lui», e tu tutto il film aspetti che ti spieghino come mai, ma niente.

Come fa Paola Cortellesi a dire a un soldato americano, un soldato che ha cercato varie volte di parlarle ma lei non parla una parola d’inglese e lui non una d’italiano, tant’è che crede lei si chiami «Devoanna’», perché lei neanche quando lui le ha chiesto come si chiamasse ha capito la domanda, come fa Paola Cortellesi a spiegargli in dettaglio e in maniera convincente che deve far saltare in aria un certo posto per risolverle un certo problema? Non si sa, non te lo spiega nessuno.

D’altra parte non è un film, questo è ovvio: i sette milioni che ha incassato nei primi dieci giorni non ci dicono che la gente rivuole il cinema in sala (figuriamoci). Ci dicono – come già ce l’aveva detto il successo di Fiorello all’alba – che la gente rivuole il varietà del sabato sera, lo rivuole abbastanza da andarlo a vedere al cinema, lo rivuole abbastanza da guardarlo alle sette di mattina.

Le parti migliori – le botte coreografate, i denti sporchi di cioccolata, il rossetto tolto prima di chiudere la scheda elettorale – le parti migliori sembrano uscite non da “L’onorevole Angelina” e altri film più o meno a caso che vengono citati solo perché in bianco e nero e contenenti donne risolute: sembrano sketch di quel recente passato in cui Bibi Ballandi faceva i varietà del sabato sera, e la tv era una cosa seria, costosa, piena di idee, e da non guardare solo perché eri una disperata che nessuno invitava a uscire. Una figata da stare a casa apposta per guardarla.

Peraltro, segnalo sommessamente ai citatori di film a caso del secolo scorso, il bianchennero della Cortellesi non è un bianchennero da Luigi Zampa: è un bianchennero da Dolce e Gabbana. In tutte le scene in cui cammina, fa la spesa, supera le jeep dei militari, attraversa il cortile, la Cortellesi è la modella d’uno spot su com’eravamo belli quando la vita era più semplice, e le donne avevano gonne a metà polpaccio e sandali piatti che se non sei strafiga come la Cortellesi ti fanno sembrare due zamponi in attesa di lenticchie.

La sua borsa della spesa è identica alle borse di rafia che ha fatto quest’anno Miuccia Prada. Non è certo una critica – l’estetica del dopoguerra è stata saccheggiata così tanto che è impossibile non fare citazioni ambigue – né credo che siano forme casuali. Proprio come le musiche moderne sulle immagini fintamente antiche – i danni che ha fatto Baz Luhrmann ci vuole la protezione civile per conteggiarli – anche il sembrare uno spot patinato mentre racconti una storia povera e triste è una scelta estetica ben precisa.

In “C’è ancora domani” – il cui punto più debole non si può raccontare senza svelare cosa sia davvero quel McGuffin che appare a un certo punto e sembra chissacché e poi quando capisci cos’è ti senti, a seconda che tu sia ceto intellettuale o ceto Carlotta, presa per il culo o commossa – c’è una sola donna forte.

È l’amica fruttivendola della Cortellesi, Emanuela Fanelli, che viene redenta da questo suo difetto con uno sguardo struggente che, mentre mangia un gelato col marito, rivolge a una donna incinta che le passa davanti. Sì, sarà pure una che capisce il mondo, che comanda a bacchetta il marito, che ha la risposta pronta e le idee chiare, ma non è stata, direbbero nei gruppi di mamme, benedetta dall’arrivo di un angioletto o di una principessa (delle scelte lessicali differenti rispetto alla prole maschile o femminile parliamo un’altra volta, quando finiamo di meravigliarci del successo della Cortellesi).

Come avete già letto in un milione di articoli – e io pure, avendo avuto il vantaggio di vedere il film in ritardo – “C’è ancora domani” è ambientato nei giorni del 1946 in cui le donne italiane possono per la prima volta votare. E finisce col messaggio (diceva Nanni Moretti molti anni fa: col tema importante si vince sempre, ricattando il pubblico). Finisce con le immagini dell’Istituto Luce delle vere elettrici in fila ai seggi, e la scritta che ci dice che la maggioranza di coloro che votarono erano donne.

Il messaggio è l’emancipazione? Il messaggio è che «partecipazione, certo, è libertà, ma è pure resistenza»? È la canzone di Daniele Silvestri che la Cortellesi usa alla fine, quindi possiamo essere ragionevolmente certe che il messaggio sia quello.

Però la società che settantasette anni dopo va a vedere il film della Cortellesi ritiene, qualora cittadina nata femmina e con diritto di voto e di carriera e altri mille diritti di cui non intende fare uso, che la cosa più importante sia non essere la zitella al pranzo di Natale, e che l’abito da sposa sia l’invidia di tutte le amiche e parenti.

E quindi, una volta che sono uscite dal cinema sentendosi migliori perché hanno letto che nel ’46 votarono in tante, e la dedica «a Lauretta», che immagino essere la figlia della Cortellesi, chiarisce del tutto che il messaggio è che dovete partecipare alla democrazia, ragazze, e solo così vi libererete anche dei mariti violenti, ecco, una volta fatta ’sta lacrimuccia, poi siamo sicurissime che non tornino a casa a dire al marito ma certo che prendo il vestito col velo, ti pare che ti deludo – siamo sicure?

Chissà se basteranno centodiciotto minuti di Paola Cortellesi a riformare una popolazione femminile del 2023 assai meno emancipata di quanto lo fosse quella di prima del 1946. Io temo che, una volta passate quelle due ore, torneremo a casa e penseremo che domani ci licenziamo, se lo facciamo prima che l’angioletto o la principessa compiano un anno prendiamo la Naspi.

La frase più detta nei gruppi Facebook di mamme è «Siamo donne, siamo mamme, possiamo tutto». Tutto, tranne avere il piglio delle donne di ottant’anni fa, quelle che non essendosi trovate la pappa pronta ogni tanto ambivano a un po’ più dell’abito da sposa invidiabile. Ogni tanto.

DONNE CHE SFIDANO L’ODIO. La disobbedienza è donna: da Eva a Rosa Parks, il lungo cammino della liberazione femminile. La battaglia per liberare se stesse ha portato le donne a porre il problema universale del potere, simbolico e costituito, la messa in discussione delle leggi e della tirannia dentro e oltre il femminismo. Daniele Zaccaria Il Dubbio il 6 novembre 2023

La prima disobbediente della Storia è semplicemente la prima donna di cui si ha notizia: Eva, o più precisamente H’aWaH, il nome palindromo che nella Genesi viene assegnato alla madre dell’umanità. Eva la “traditrice” che si lascia sedurre dal demonio, assapora il frutto del peccato nel giardino dell’Eden, dividendo la mela con il compagno e condannando così il genere umano al dolore e alla sofferenza. Eva la suddita, creazione secondaria e posteriore all’uomo, il “secondo sesso” nato dalla costola di Adamo addormentato e per questo di natura inferiore e costretta a vivere all’ombra del maschio, nell’ordine biologico come in quello sociale. Ma anche la donna responsabile di tutti i nostri mali, travolta dalla curiosità che le fa smarrire saggezza e ragione, che cede alla tentazione satanica e diventa sua volta infida tentatrice. La porta del Diavolo parafrasando Paolo di Tarso.

È l’interpretazione letterale e doppiamente misogina che ne danno le religioni del Libro, sia dal punto di vista della creazione e che da quello della “caduta” la quale per millenni ha giustificato e sostanziato un sistema che, a ogni latitudine, ha consegnato all’uomo il monopolio del potere e della forza. Dall’antichità fino ai nostri giorni.

Ma in ogni mito coesiste una stratificazione di significati non univoci e persino il racconto biblico del nostro paradiso perduto può essere interpretato al rovescio, attraverso estrapolazioni meno dogmatiche e facendo parlare un po’ l’inconscio delle Scritture.

Dopo aver colto il frutto proibito Eva fa infuriare il Signore, destinando il suo compagno a «lavorare con sudore» e lei stessa a «partorire con dolore», ma quella condanna è in fondo ciò che ci ha resi completamente umani, che ci ha scaraventati lontani dall’Eden per realizzare la nostra irriducibile natura. Già negli anni sessanta la francofona Scuola biblica e archeologica di Gerusalemme vede nella disobbedienza di Eva un tentativo di appropriarsi della ragione, la mela viene colta dall’albero della conoscenza «del bene e del male», laddove bene e male sono una metonimia per indicare la totalità dello scibile e la mela un oggetto «desiderabile per acquisire l’intelletto». Non si tratta di curiosità malsana e morbosa ma del desiderio di conoscere e comprendere, che forma e completa l’essere umano e che è anch’essa una finalità della creazione.

Quel gesto di ribellione, quella «voglia di conoscenza » tutta femminile, è il prologo incompiuto di una liberazione che ha iniziato a prendere corpo soltanto nell’età moderna ma che nel corso della Storia si è incarnata nel coraggio e nell’intelligenza di donne “disobbedienti” che hanno sfidato i poteri maschili spesso mettendoli in crisi o comunque svelandone l’arbitrio e la prevaricazione. Non un album di figurine virtuose, un catalogo inerte di santini, ma una schiera indomita di ribelli che hanno tracciato la linea prima immaginaria, poi reale dell’emancipazione. Pagando spesso con un tributo pesantissimo l’aspirazione a voler vivere e realizzare i propri talenti come gli uomini.

Prendiamo il barbaro omicidio della filosofa e matematica Ipazia (le vennero cavati gli occhi, il corpo tagliato a metà e le ceneri sparse in tutta la città), assassinata dai cristiani di Alessandria perché invidiosi e spaventati dalla sua eloquenza, dalla sua passione per l’insegnamento e dal suo libero pensiero. L’uccisione di Ipazia ci porta nel cuore del fanatismo religioso che si costituisce come sistema di dominio tetragono e interamente maschile, la ferocia con cui venne fatta a pezzi traduce la paura che ogni regime ha della libertà scoprendo le fragili fondamenta filosofiche della discriminazione.

La battaglia per liberare se stesse dall’oppressione ha portato le donne a porre il problema universale del potere, simbolico e costituito, la messa in discussione delle leggi e della tirannia, dentro e oltre il femminismo. È il caso di Antigone, la protagonista della tragedia di Sofocle che disubbidisce al re di Tebe Creonte che aveva negato la sepoltura al fratello Polinice e affronta il suo drammatico destino accusando il tiranno di violare le leggi non scritte della polis ideate dagli dei, di non essere amato ma solamente temuto dai sudditi: «Tutti costoro direbbero di approvare il mio atto, se la paura non chiudesse loro la lingua. Ma la tirannide, fra molti altri vantaggi, ha anche questo, che le è lecito fare e dire quel che vuole».

Come Eva nell’ordine sociale giudeo-cristiano, anche Antigone è un archetipo della disobbedienza femminile nel mondo pagano, una figura che dialoga direttamente con la contemporaneità, tratteggiando la moderna idea di democrazia e di diritto, senza dubbio Antigone è un archetipo femminista tanto che Sofocle descrive così lo smarrimento di Creonte di fronte a una donna così tenace e coraggiosa, facendogli negare la sua stessa natura: «Costei è un uomo se quest’audacia le rimarrà impunita», ma allo stesso tempo la sua critica dell’autorità e del dispotismo tocca il fondamento universale dell’oppressione lo schema gerarchico dal quale nasce anche il patriarcato.

Ci sono voluti più di due millenni perché le nostre società mettessero in discussione la dominazione maschile e anche nei periodi più luminosi, dal Rinascimento all’Illuminismo, la conquista dei diritti ha sempre visto l’esclusione delle donne (pensiamo al diritto di voto negato ovunque fino al XX Secolo), cadevano i re e l’aristocrazia, cadevano i privilegi dell’ancien regime spazzati via dalle rivoluzioni, ma il timone rimaneva saldamente nelle mani degli uomini. Anzi, quando qualcuna ha provato a strapparlo quel timone, la rappresaglia è stata feroce. Come nel caso della drammaturga e intellettuale francese Olympe de Gouges che in pieno fervore rivoluzionario (1791) scrisse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina in cui affermava la totale uguaglianza politica e sociale tra l’uomo e la donna e addirittura il diritto al divorzio.

L’égalité non era forse uno dei pilastri della Rivoluzione giacobina assieme alla libertà e alla fratellanza? Non la pensava così Robespierre che non solo rigettò con sprezzo la dichiarazione, ma fece chiudere tutti i club e le associazioni femminili. Poiché de Gouges aveva più volte criticato gli eccessi del Terrore, la furia cannibale con cui i giacobini si stavano trucidando tra di loro, quella Rivoluzione che finisce per «mangiare i suoi figli» come disse un’altra donna celebre di quel periodo, Charlotte Corday.

La reazione di Robespierre e soprattutto di Marat (il compilatore compulsivo delle liste di proscrizione dei controrivoluzionari) fu di spedire Olympe de Gouges direttamente alla ghigliottina «per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso ed essersi immischiata nelle cose della Repubblica».

È stato un cammino penoso quello che ha portato all’emancipazione, le donne hanno infatti dovuto lottare contro i loro nemici storici ma anche diffidarsi degli amici, compagni di viaggio nello sfidare l’oppressione politica ed economica e nel costruire la democrazia o nell’inseguire utopie socialiste ma ben poco disposti a condividere il potere, anche negli ambienti più illuminati e libertari. La lotta delle suffragette inglesi guidate alla fine del Settecento da Mary Wollstonecraft per ottenere il diritto di voto è stata luminosa ma spesso solitaria se si esclude qualche uomo di modernissime vedute come l’economista e filosofo John Stuart Mill, grande sostenitore del suffragio universale. Bisogna infatti aspettare il 1918 perché il governo di Londra autorizzi il voto femminile alle elezioni nazionali. Insomma viva le donne, ma che rimangano “al posto loro”.

Una che al suo posto non ci è saputa e non ci è voluta proprio stare è Rosa Parks, il simbolo della lotta contro la segregazione e il razzismo della comunità afroamericana negli Stati Uniti, non una femminista in senso stretto. Montgomery, Alabama, primo dicembre 1955, Parks stremata da una giornata di duro lavoro si rifiuta di cedere il suo posto sull’autobus a un bianco che le ordina di alzarsi. Lo fa ben due volte, con educazione e fermezza.

L’autista ferma l’autobus, si avvicina alla donna e le ripete di lasciare il posto e al terzo rifiuto chiama la polizia che l’arresta immediatamente. Un gesto che poteva passare inosservato nella società razzista del sud degli Usa ma che invece acceso la scintilla del movimento per i diritti civili dei neri americani.

La sera stessa migliaia di persone guidate dal giovane reverendo Martin Luther King scendono in piazza per protestare: nella sua comunità Rosa non era una tipa qualunque ma una protagonista della sua comunità, una networker, istruite e politicamente impegnata, Parks aveva un talento fuori dal comune nel costruire reti e relazioni e godeva di grandissima stima, anche tra i pochissimi bianchi non razzisti che aveva conosciuto, tra i quali Clifford Durr, l’avvocato “liberal” che pagò la cauzione e la riportò a casa il giorno dopo l’arresto.

Nella città di Montgomery viene organizzato un boicottaggio dei mezzi pubblici che durerà oltre un anno, fino a quando le leggi sulla segregazione saranno abolite dal Congresso: i posti riservati sugli autobus non ci saranno più mentre le scuole e le università aprono le porte ai giovani afroamericani. Ci vorranno ancora decenni per raggiungere la piena uguaglianza di diritti (ma non quella economica) e ancora oggi nel cuore di tenebra dell’America risuonano le eco della segregazione (basta pensare ala violenza della polizia, una piaga tutt’altro che debellata), ma il solco era stato tracciato.

Il piccolo grande gesto di Rosa Parks è una rivincita della Storia che affida alla voce di una donna il compito di riscattare i diritti di tutti e di disegnare un modello potente e non violento di disobbedienza civile. Come Antigone, anche Parks si è ribellata all’ingiustizia delle leggi, ma invece di trovare la morte, ha conquistato la libertà, per se stessa e per tutti noi.

Giornata della donna, nel lavoro e nel diritto al voto affondano le radici dell’emancipazione. Rappresentanza politica, occupazione, uguaglianza. Sono i capisaldi su cui si sono basate e si basano le rivendicazioni femminili. Dal movimento operaio del primo ’900 alla Resistenza e alla Costituzione repubblicana. Fino a oggi, con gli scioperi dell’8 marzo. Luca Casarotti su L'Espresso il 7 marzo2023

Nel 1977 Bianca Guidetti Serra pubblica “Compagne”, un libro che avrebbe fatto epoca, come l’anno in cui è uscito. Avvocata, partigiana (a lei Primo Levi ha indirizzato l’unico biglietto spedito dalla prigionia), militante della sinistra comunista, Guidetti Serra mette in pagina, con una cura speciale per la varietà del parlato, le interviste che da qualche tempo va raccogliendo tra le donne torinesi che hanno fatto la Resistenza. Donne diverse, ma tutte accomunate dall’aver variamente vissuto il partigianato e dalla consapevolezza che a determinarne la scelta antifascista siano state due fondamentali rivendicazioni: il lavoro e il diritto di voto.

Dignità della vita attraverso il lavoro, dunque, e rappresentanza politica: era questa l’impostazione della questione femminile in seno al movimento operaio primo-novecentesco, come la si legge negli atti dei congressi della seconda Internazionale e nella cui storia è la genesi stessa dell’8 marzo. L’8 marzo 1917, appunto, a Mosca un’imponente manifestazione per i diritti delle donne aveva anticipato la Rivoluzione d’ottobre.

La Costituzione italiana nomina la condizione della donna in tre punti. Rispetto al principio d’eguaglianza, che non ammette distinzioni di sesso: affermazione tanto importante da venire al primo posto, nel catalogo delle discriminazioni bandite dall’articolo 3. Rispetto ai diritti del lavoratore riconosciuti all’articolo 36, che il 37 precisa essere diritti anche della donna lavoratrice. Rispetto all’elettorato, attivo e passivo, e alla capacità di ricoprire gli uffici pubblici, da garantire in condizione di parità a donne e uomini (articoli 48, 51 e 117).

Ancora una volta: dignità della vita attraverso il lavoro e partecipazione alla cosa pubblica nel segno dell’uguaglianza sostanziale. Prova, da un lato, che la temperie raccontata nel libro di Guidetti Serra ha un corrispettivo nella Carta fondamentale, nel momento in cui l’antifascismo è chiamato a farsi esperienza costituente. E prova, dall’altro, che la società che esprime la Costituzione è innervata da quelle disuguaglianze: non ci sarebbe stato altrimenti bisogno di nominarle, di auspicarne il superamento fin dal patto fondativo dello Stato nuovo.

Settantacinque anni dopo, alcune organizzazioni del movimento operaio hanno cambiato pelle, non solo in Italia: talvolta hanno disconosciuto l’identità precedente. Un esempio: a rivendicare di aver sfondato il soffitto di cristallo è una presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che proviene da una tradizione opposta a quella del partigianato che ha scritto in Costituzione la parità di genere, anche in politica. Gli studi sul lavoro povero hanno accertato che l’occupazione non è sempre uno strumento sufficiente di emancipazione, una garanzia di salvezza dall’indigenza: specie per le donne, specie se sole e con figli. Contrariamente a quanto si dice, le politiche dell’impiego e quelle assistenziali non sono alternative, ma complementari.

Nonostante i mutamenti, però, l’origine della Giornata della donna nella storia delle lotte operaie non smette di esercitare la sua forza sul presente. La dimostrazione è nello strumento che i movimenti femministi hanno praticato negli ultimi anni per l’8 marzo: lo sciopero.

NONOSTANTE L’ISLANDA SIA IL PRIMO PAESE AL MONDO PER PARITÀ DI GENERE, LE DONNE CHIEDONO PIÙ UGUAGLIANZA. Estratto dell’articolo di Claudia De Lillo per “La Repubblica” martedì 24 ottobre 2023.

Oggi le donne non lavoreranno. Le insegnanti non faranno lezione, le impiegate non andranno in ufficio, le panettiere non faranno il pane. Oggi, 24 ottobre 2023, le donne non faranno il bucato né la spesa, non passeranno l’aspirapolvere e non stireranno le camicie. Non accudiranno i figli né i genitori anziani, scorderanno l’appuntamento dal pediatra e il compleanno dello zio. […] 

Gli uomini resteranno soli a gestire l’enormità dello spazio lasciato vuoto. Cosa succederà, lo vedremo. In Islanda. Nel Paese stabilmente primo nel mondo per la parità di genere (il divario è stato chiuso al 91,2%, lontanissimo dal 70,5% dell’Italia, al 79esimo posto), le islandesi non si accontentano e, per la settima volta nella storia, proclamano il kvennaverkfall, lo sciopero delle donne.

«Chiediamo l’eliminazione della violenza di genere e l’azzeramento del divario retributivo (al 21% in Islanda). Inoltre vogliamo che il contributo di tutte le donne e delle persone non binarie sia riconosciuto e premiato», spiega Freyja Steingrímsdóttir, portavoce dell’edizione 2023 dello sciopero, promosso da organizzazioni femminili di diverse categorie e da movimenti per i diritti Lgbtqia+. 

«Ci hanno sempre detto che siamo il Paese più evoluto e che dovevamo essere soddisfatte», continua Steingrímsdóttir. «Invece, dobbiamo essere ambiziose, rinnovare la nostra lotta ed essere un modello». La mobilitazione si prevede massiccia e persino la premier Katrín Jakobsdóttir si asterrà dal lavoro.

[…] Thóra Hjörleifsdóttir, autrice del romanzo Lui mi ama (Mondadori) sugli abissi delle relazioni tossiche, ha una bambina di sette mesi. «Non posso smettere di allattare ma, per il resto, farà tutto il mio partner perché è importante ribadire che la società, senza di noi, non funziona». 

Protesterà «per diffondere la consapevolezza sui lavori silenziosi e sottopagati, in particolare legati alla cura, prevalente appannaggio delle donne». Il problema, dice, «non sono i maschi islandesi ma il patriarcato radicato nella società».

Cosa faranno oggi gli uomini? «Quelli che non dovranno occuparsi della casa e dei figli, spero si uniranno alla protesta» auspica Magnea Rut Gunnarsdóttir, studentessa. «La discriminazione fa male a tutti, lo hanno capito anche loro». I datori di lavoro sono invitati a consentire alle dipendenti di assentarsi senza decurtazioni salariali. 

«Io sono fortunata», dice Sigrún Daníelsdóttir Flóvenz, project manager nella facoltà di Scienze sociali dell’Università d’Islanda. «Mi è bastato scrivere una mail per ottenere l’autorizzazione dal mio superiore, ma ogni lavoratrice dovrà contrattare con la propria azienda». […] Oggi l’Islanda si fermerà, c’è il kvennaverkfall e potrebbe essere contagioso.

L’Ideologia.

Antonio Giangrande: · Chi comanda il Mondo? Le femmine!

Vogliono l’egemonia del potere.

Le donne sono autonome.

Come donne decidono loro di fare o disfare le famiglie.

Come donne decidono loro se dare sesso.

Come madri decidono loro di tenersi i figli, quando ci sono le separazioni.

Come madri decidono loro di uccidere i loro figli, con l’aborto o l’infanticidio.

L’uomo è solo un optional, senza diritto di scelta.

Antonio Giangrande: Le manifestazioni di piazza: conformismo ed ipocrisia. La dittatura della minoranza.

Ci vogliono tutti conformati al pensiero unico dei salvatori della pseudo-civiltà.

Le manifestazioni di piazza. Sono sempre loro: di sinistra. Si fanno sempre riconoscere. Sempre dalla parte sbagliata: dalla parte del torto. Mai a favore di qualcuno. Sempre contro un nemico da combattere.

Manifestano contro i Femminicidi: combattono contro il Maschio, ma solo se è occidentale. Ed i maschi coglioni presenti manifestano contro se stessi.

Mi ricordo quando per il delitto di Sarah Scazzi, noi avetranesi ignari dei fatti, diventammo tutti colpevoli nell'ignavia dell'Amministrazione comunale.

Manifestano contro la Mafia: combattono contro i Meridionali.

Manifestano contro l'Omofobia: combattono contro gli Etero.

Manifestano per l'Aborto: combattono contro i Nascituri.

Manifestano per la Pace: combattono contro l'Ucraina ed Israele.

Manifestano per il Lavoro: combattono contro la classe Media ed il Governo.

Manifestano per l'Accoglienza e l'Inclusione: combattono contro l'Occidente e la Cristianità.

Manifestano per il Politicamente Corretto. combattono contro la Libertà di Parola.

Mai che ci sia una manifestazione spuria. Solite facce, solite bandiere, solita ideologia e soliti quattrogatti fracassoni.

Dove ci sono le telecamere ed i taccuini di media partigiani, lì ci sono loro: è la manifestazione del loro esibizionismo. Molte persone amano mettersi al centro dell’attenzione, cercano in tutti i modi di farsi notare dagli altri, sentono, cioè, un profondo bisogno di farsi vedere da tante persone, affinchè l’attenzione delle persone sia rivolta solo a loro, perchè si parli di loro.

Quei catto-comunisti che se governano loro è democrazia, se governano gli altri è dittatura.

Quei catto-comunisti che, pur minoritari affetti dalla sindrome della Resistenza, impongono il loro pensiero ideologico con manifestazioni di piazza, anche violente, disconoscendo l’opera, addirittura, dei loro stessi rappresentanti parlamentari portatori dei loro medesimi interessi.

Non capisco chi va a dimostrare. I loro problemi li manifestano in piazza: a chi?

Alla stampa omertosa? Ai politici menefreghisti? Ai colleghi di sventura che pensano a risolvere la loro personale situazione?

Non basta una buona rete sul web per far sentire la nostra voce?

Chi ha votato, si rivolga al suo rappresentante in Parlamento, affinchè tuteli il cittadino dai poteri forti.

Chi non ha votato, partecipi con altri alla formazione di un movimento democratico e pacifista per poter fare una rivoluzione rosa e cambiare l’Italia.

Affidati alla sinistra.

Dove c'è l'affare lì ci sono loro: i sinistri e le loro associazioni. E solo loro sono finanziate.

La lotta alla mafia è un business con i finanziamenti pubblici e l'espropriazione proletaria dei beni.

I mafiosi si inventano, non si combattono.

L'accoglienza dei migranti è un business con i finanziamenti pubblici.

Accoglierli è umano, incentivare le partenze ed andarli a prendere è criminale.

L'affidamento dei minori è un business con i finanziamenti pubblici.

Tutelare l’infanzia è comprensivo. Toglierli ai genitori naturali e legittimi a scopo di lucro è criminale.

L'aiuto alle donne vittime di violenza è un business con i finanziamenti pubblici.

Sorreggere le donne, vittime di violenza è solidale. Inventare le accuse è criminale.

Antonio Giangrande: Femminicidi mediatici e partigiani.

Andria 4 dicembre 2023 i funerali di Vincenza Angrisano. Folla commossa senza clamore mediatico, perché lì in famiglia non c’erano attivisti a sobillare la folla. Lì nessuno si è schierato politicamente su un dramma strettamente familiare con responsabilità esclusivamente personale.

Padova 5 dicembre 2023 i funerali (quasi) di Stato per Giulia Cecchettin. Tutte le tv ed i giornali in diretta ad esprimere opinioni a senso unico. Un dramma strettamente familiare con responsabilità esclusivamente personale diventato atto di accusa contro i maschi. Megafono delle femministe e dei sinistri.

Quei sinistri con il cervello copia incolla uno dell'altro di cui non si troverà alcuna minima differenza di pensiero. Uno clone dell’altro.

Posizioni sempre contro qualcuno per il Potere. In questo caso per la lotta di Potere delle donne contro e a scapito degli uomini.

Lo stesso padre di Giulia, a rimorchio dell’altra figlia, l’attivista Elena, pronto a fare il pistolotto contro se stesso in quanto maschio, contro il Papa, contro il Presidente della Repubblica. Gli stessi che si accodano all’andazzo contro sé stessi e a ricordare Giulia, ma ad ignorare e discriminare Vincenza.

Ma è difficile dire che il rispetto l’uno per l'altro non deve essere diritto di genere, ma rispetto per la persona in quanto tale, sia essa donna o uomo e senza fare discriminazione fra vittime?

Bestiario, l'Educhigna. L’Educhigna è un animale leggendario che esalta la nudità delle donne ma poi vuole entrare nelle scuole ad educare alla sessualità. Giovanni Zola il 7 Dicembre 2023 su Il Giornale.

L’Educhigna è un essere mitologico che si inventa acrobazie linguistiche per giustificare la mercificazione del corpo delle donne. Sui palchi dei concerti al femminile come nei videoclip musicali assistiamo a fantastici balletti ad altissimo tasso erotico dove le coreografie, le mosse esplicite, gli ammiccamenti e i pochissimi vestiti sono la riproduzione di rapporti sessuali in tutte le sue forme, tanto che il Kamasutra si vergogna. Le grandi artiste, non soddisfatte delle loro visite ginecologiche a distanza, teorizzano il significato sociologico delle loro performance senza mutande con pensieri straordinariamente originali per cui spogliarsi significa sentirsi liberi.

Ed ecco che in questo contesto entra in gioco l’Educhigna che difende la nudità dalle critiche inevitabili di mercificazione. L’Educhigna è studiata e ci spiega che "In Italia non si tollerano" le donne che sono “azioniste” della loro nudità. La nudità è vulnerabilità e svantaggio, ma nella sua scarsa accettabilità sociale è anche sfida. Mette in discussione il disagio. Fa riflettere su come la disuguaglianza influenzi le esperienze e le scelte di ciascuno di noi. Boh! Al di là del fatto che l’espressione “azioniste della loro nudità” è molto pericolosa in quanto riconduce al mestiere più antico del mondo, è curioso che la nudità sia l’esaltazione della libertà se proviene da una certa parte ideologica, mentre dall’altra si chiama sessismo.

Ma veniamo al dunque. L’Educhigna non si rende conto, oppure sì, ma è in cattiva fede, che le “azioniste del proprio corpo” propongono un modello di donna agli occhi delle giovani e dei giovani, che ha bisogno di apparire per essere e chi, se non ha le caratteristiche fisiche per apparire, è tagliato fuori da un sistema che non ha nulla di meritocratico. L’Educhigna dimentica forse che queste icone influenzano milioni di giovani. E più potente un video clip di trenta secondi che ore scolastiche dedicate all’educazione all’effettività.

Se ci fosse realmente la volontà di educare a un pensiero edificante bisognerebbe preoccuparsi di quei programmi televisivi apparentemente innocui e svuota cervelli dove la libertà di mettersi a nudo comporta una contrapposizione sempre divisiva e verbalmente violenta che niente a che fare con il rispetto dell’altro. Il mondo dei social propone la nudità in ogni tipo di forma facilmente reperibile che non ha nulla a che fare con la libertà, a meno che per libertà s’intenda monetizzazione facile a scapito della propria dignità.

Tante parole, forse inutili, si potrebbero sintetizzare in una sola frase: “Taylor Swift persona dell’anno”. Ha battuto la Barbie. Buon anno.

"I FUNERALI DI GIULIA CECCHETTIN SONO STATI UNO SHOW MEDIATICO, QUESTO CASO È UNA TELENOVELA NAZIONALE" (ANSA martedì 5 dicembre 2023) - VENEZIA, 05 DIC - "Ne sono state ammazzate tante di ragazze e di donne e nessuno ne parla mentre le televisioni stanno facendo diventare questo caso una telenovela nazionale". Lo afferma ad Affaritaliani.it Stefano Valdegamberi, consigliere regionale veneto eletto nella Lista Zaia (ora nel gruppo misto, ndr) che qualche giorno fa, per il suo post sui social nel quale criticava le parole di Elena Cecchettin aveva scatenato molte polemiche, commentando i funerali di Giulia Cecchettin "trasmessi in diretta da molte tv nazionali in uno show mediatico senza precedenti". 

"Temo che l'obiettivo sia quello di enfatizzare questo caso, senza dubbio gravissimo - aggiunge -, strumentalizzarlo e far approvare qualche legge assurda come l'educazione sessuale nelle scuole, dimenticandoci che il problema è un altro. I primi risultati, sull'onda dell'euforia emotiva sono già stati raggiunti: politici che si scusano di essere uomini, altri che stanziano fondi per educare contro il patriarcato. 

Non vorrei che diventasse un alibi per sdoganare la teoria gender nella scuola, buttata fuori dalla porta cerca di rientrare dalla finestra - prosegue Valdegamberi -, In Consiglio regionale ci sono risoluzioni che impegnano la giunta veneta davvero assurde. Una del Pd che invita addirittura a modificare l'uso del linguaggio. Altre di Forza Italia e Lega spostano la soluzione nell'educazione a scuola quando il problema invece sta altrove".

150 euro per un posto in terrazza con affaccio sui funerali di Giulia Cecchettin. Martina Melli su L'Identità il 5 Dicembre 2023

Un posto sulla terrazza di un locale privato a Padova – sopra Prato della Valle dove si sono tenuti i funerali di Giulia Cecchettin – è stato “venduto” dai gestori a 150 euro. Questo quanto emerso dall’audio di una conversazione privata tra uno dei proprietari e un fotografo che chiedeva di poter scattare alcune foto dalla terrazza. Il gestore prima acconsente, poi, dopo aver ricevuto richieste dello stesso tipo pensa bene di avviare uno squallido business. La cifra stabilita per i fotografi e le troupe televisive è di 150 euro.

La cerimonia funebre è stata celebrata nella basilica di Santa Giustina a Padova, davanti a circa 1.200 persone. In oltre 8mila sono giunti fuori dalla chiesa hanno seguito le esequie dai due maxischermi installati. l padre di Giulia, Gino Cecchettin, ha letto un messaggio prima della conclusione del rito: “La sua morte sia il punto di svolta contro la violenza sulle donne”. 

La sorella Elena, durante il momento di preghiera, ha salutato la sorella con queste parole: “Guardo il cielo e ti vedo in mezzo alle stelle, che fai a metà di un gelato con la mamma. Prima o poi ci rivedremo, lo prometto, ma fino a quel momento so che sarai con me, perché sei il mio angelo custode, perché in fin dei conti lo sei sempre stato”.

 Estratto dell'articolo di Monica Serra per “la Stampa” martedì 5 dicembre 2023. 

L'ultima volta che ha incrociato lo sguardo sorridente della figlia era di sabato pomeriggio. Ventiquattro giorni e una vita fa. Mancano poche ore ai funerali della sua Giulia, e a Gino Cecchettin tocca l'ennesima difficile prova. Superare la rabbia, la sete di vendetta di tanti. Proprio lui che è distrutto dal dolore, dalla mancanza, vuole solo unire[…] 

 Gino legge e ripensa al suo messaggio. Quello che alle 11 leggerà nella basilica di Santa Giustina a Padova durante i funerali «pubblici» di Giulia, dove sono attese più di diecimila persone […] «Parlate, denunciate, fidatevi!» aveva scritto in un post su Instagram il 25 novembre, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne. E quest'impegno, Gino ha deciso di portarlo avanti per Giulia. Perché diventi il simbolo di una rivoluzione culturale. Perché non venga mai dimenticata.

[…]

Per chi non potrà esserci, tutto sarà trasmesso in diretta dal Tg1 e da Canale 5. «Chi può abbassi la serranda, spenga una luce in un negozio, suoni il clacson, ognuno nel suo piccolo dia un segnale», è l'invito del governatore Luca Zaia, che ha proclamato una giornata di lutto regionale. «Domani in Veneto si faccia rumore per dire che i dati sulla violenza di genere sono inquietanti. Questa vicenda rappresenta uno spartiacque, deve essere una presa di coscienza culturale altrimenti va a finire che Giulia sarà dimenticata». 

[…]  Dopo le funzioni pubbliche, a Saonara – il paese d'origine della mamma Monica, che se n'è andata lo scorso anno appena 51enne, e dove vive la sua famiglia, i nonni, gli zii – ci sarà un momento «privato» di raccoglimento e di preghiera, prima del corteo fino al cimitero[…] Anche a Saonara sono attese tante persone, ma nella chiesa di San Martino possono entrarne solo trecento. Per gli altri, sono stati installati gli altoparlanti sulla piazza. «Era una ragazza forte ma aveva un animo buonissimo ed era eternamente allegra. Per lei andava sempre tutto bene», racconta la nonna di Giulia, Carla Gatto, intervistata da Pomeriggio 5.

[…] Ma nonna Carla ha un pensiero anche per la sofferenza dei genitori di Filippo Turetta, che ha confessato di aver sequestrato e ucciso Giulia. E che, oggi, chiuso nel carcere di Montorio a Verona, potrebbe decidere di seguire i funerali in tv.

Estratto dell'articolo di Marco Imarisio per il “Corriere della Sera” martedì 5 dicembre 2023. 

Tutto finirà qui. In questo cimitero di paese […] Giulia Cecchettin riposerà poco distante dalla madre Monica, scomparsa appena un anno fa. […] Saonara, questo il nome del comune, diecimila abitanti a est di Padova, sarà l’ultima tappa del suo viaggio terreno. Oggi ci saranno prima le esequie nella basilica di Santa Giustina, officiante il vescovo di Padova Claudio Cipolla, diretta televisiva nazionale alla quale dal carcere di Verona potrebbe assistere anche Filippo Turetta, che ha gli stessi diritti di qualunque altro detenuto, è sempre bene ricordarlo.

Sono attese diecimila persone in presenza, nonostante il tempo che si annuncia avverso, due maxischermi in Prato della Valle, un apparato di sicurezza imponente per quelli che ieri in Prefettura, durante la conferenza stampa di prefetto e questore sono stati definiti funerali di Stato non dichiarati. Anche i lanci di agenzia annunciano solenni che oggi l’Italia saluterà Giulia, […] 

Chissà cosa pensa suo padre Gino, chissà se lui ed Elena, la sorella, si sentono in qualche modo espropriati, da questa onda emotiva lunga ormai quasi un mese, di un dolore che in primo luogo appartiene a loro e soltanto a loro. Nel tardo pomeriggio lui esce dal suo ufficio attiguo alla villetta dalla cancellata ancora pavesata con fiori, messaggi di cordoglio[…]

No, assolutamente, dice a chi gli si para davanti e gli chiede anticipazioni sul contenuto del discorso che leggerà questa mattina in chiesa. Quello che provo io non ha importanza, quello che conta è che rimanga qualcosa, per far sì che non accada mai più quel che è successo a mia figlia.

Non è un’anticipazione, è l’ennesima frase ufficiosa carpita a una persona che fin dal primo momento non ha mai smesso di essere gentile, che da subito è sembrato guardare oltre, a un orizzonte collettivo, quasi che contasse più della sua sofferenza individuale.

 Li abbiamo osservati per tutto questo tempo, padre, sorella-figlia, persino la nonna Carla, criticata perché ha osato presentare un suo libro durante questo periodo di lutto […] Li abbiamo giudicati, i Cecchettin, discutendo della figura del padre, dividendoci sui social sulle parole di Elena, su quel «bruciamo tutto», come se una giovane donna non avesse il diritto di dirlo, dopo quel che è successo.

Li lasceremo infine sul sagrato della piccola chiesa di Saonara, dove alle 14 si terrà una cerimonia privata, solo familiari e amici. Ma prima ci saranno quei funerali quasi di Stato, senz’altro con la presenza annunciata di qualche esponente di rilievo del governo, che serviranno ad amplificare un messaggio necessario. Non ci sarà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che non a caso ieri ha però pronunciato parole nette e necessarie. «Le notizie dei femminicidi che ci giungono così frequentemente, anche negli ultimi giorni, sono un triste promemoria di quanto intenso sia lo sforzo ancora da compiere per realizzare un cambiamento radicale di carattere culturale. Cambiamento che chiama in causa le famiglie, l’intera società e gli stessi governi».

Siamo tutti coinvolti. In fondo, è questo quel che Gino ed Elena Cecchettin stanno cercando di ripeterci in ogni modo, con tutta la forza che hanno. Perché sono convinti che bisogna continuare a parlare, a confrontarci. A fare rumore, come chiedono le amiche di Giulia. […] Oggi si spegneranno le luci sull’ennesimo delitto orrendo. Ma c’è ancora molto da fare.

Elena Cecchettin, il discorso della sorella di Giulia: «Continuerai a essere il mio angelo custode». Elena Cecchettin, sorella di Giulia su Il Corriere della Sera martedì 5 dicembre 2023.

Elena Cecchettin in chiesa a Saonara al termine della cerimonia: «Prima o poi ci rivedremo ma fino a quel momento so che sarai con me»

Il discorso integrale di Elena Cecchettin in chiesa a Saonara al termine della cerimonia funebre della sorella Giulia, la ventiduenne uccisa dall'ex fidanzato Filippo Turetta. 

«Ci sono tante parole che vorrei e potrei dirvi in questo momento, ma ho deciso di regalarvi un pezzo di Giulia, una parte di quella persona fantastica come la conoscevo io, sperando che vi lasci il segno, come ha fatto con me, perché me la porterò per sempre dentro. 

Giulia era quella ragazza a cui era semplice fare regali, perché qualsiasi cosa vagamente buffa e carina la faceva andare in visibilio. Giulia collezionava scatole di latta, solo per riempirle con altre scatole. Giulia aveva la scatola delle scatole. Una volta l’ho sorpresa a conservare la scatola del Finish, perché diceva che aveva del potenziale. Giulia non buttava via mai niente, nemmeno le cose rotte e rovinate. Giulia amava le passeggiate, amava passeggiare mentre ascoltava la musica. Giulia non amava decidere, per niente, tanto che faceva a metà con la mamma anche per la pallina del gelato o la pizza («Se tu prendi un gusto, io prendo l’altro e ce li scambiamo»). 

Giulia era una persona buona, la persona migliore che abbia mai conosciuto. Giulia amava la letteratura inglese e Jane Austen, e voleva andare a vedere la brughiera. Giulia aveva un impermeabile giallo preferito, aveva una paura irrazionale delle cimici, tanto che una notte è andata a dormire sul divano perché ce n'era una in camera di notte, io stavo dormendo e non potevo toglierlo. Giulia mi faceva sentire speciale perché la salvavo dalle cimici. 

Gino Cecchettin, il discorso del papà di Giulia al funerale: «Femminicidio risultato di una cultura che svaluta le donne. Addio amore mio»

Giulia si dimenticava sempre le chiavi e una volta, tentando di scavalcare il cancello si è strappata il cappotto e la felpa. Giulia era la mia sorellina, ma anche la mia sorella maggiore e mi diceva cosa dovevo fare quando non ero sicura e mi dava sempre ottimi consigli che molto spesso non mi piacevano perché non era quello che speravo di sentir dire ma era onesta e dava ottimi consigli. Giulia aveva tanti peluche e ognuno di loro aveva un nome stranissimo. Quando eravamo piccole avevamo una busta con una serie di nomi, i più assurdi possibili, e da quella busta estraeva a sorte il nome del suo prossimo pupazzo. 

A Giulia piacevano tanto le macchine vecchie. Con Giulia andavamo spesso al parco o nel nostro spiazzo di cemento preferito e disegnavamo. Giulia e io amavamo andare insieme a fare passeggiate lunghissime e non volevamo mai tornare a casa perché si stava troppo bene assieme e chiacchierare. Nelle notti d’estate ci stendevamo sulla cesta di corda e rimanevamo lì, a dondolarci piano, guardando le stelle e sentendoci infinite, con le viti che si conficcavano nella schiena perché forse eravamo un po’ troppo grandi per quella cesta ma a noi andava bene così. Ora, Giulia, in quella cesta ci sto comoda ma non è più bello senza di te perché guardo il cielo e ti vedo in mezzo alle stelle mentre fai a metà di un gelato con la mamma. Prima o poi ci rivedremo, te lo prometto, ma fino a quel momento so che sarai con me e che continuerai a essere il mio angelo custode, perché in fin dei conti lo sei sempre stato».

Gino Cecchettin, il discorso del papà di Giulia al funerale: «Femminicidio risultato di una cultura che svaluta le donne. Addio amore mio». Gino Cecchettin, padre di Giulia su Il Corriere della Sera martedì 5 dicembre 2023.

Il discorso integrale di Gino Cecchettin al termine della funzione religiosa in basilica di Santa Giustina a Padova

Il discorso integrale di Gino Cecchettin al termine dei funerali della figlia Giulia, 22enne uccisa dall'ex fidanzato Filippo Turetta. 

«Carissimi tutti, abbiamo vissuto un tempo di profonda angoscia: ci ha travolto una tempesta terribile e anche adesso questa pioggia di dolore sembra non finire mai. Ci siamo bagnati, infreddoliti, ma ringrazio le tante persone che si sono strette attorno a noi per portarci il calore del loro abbraccio. Mi scuso per l'impossibilità di dare riscontro personalmente, ma ancora grazie per il vostro sostegno di cui avevamo bisogno in queste settimane terribili. La mia riconoscenza giunga anche a tutte le forze dell’ordine, al vescovo e ai monaci che ci ospitano, al presidente della Regione Zaia e al ministro Nordio e alle istituzioni che congiuntamente hanno aiutato la mia famiglia.

Mia figlia Giulia, era proprio come l’avete conosciuta, una giovane donna straordinaria. Allegra, vivace, mai sazia di imparare. Ha abbracciato la responsabilità della gestione familiare dopo la prematura perdita della sua amata mamma. Oltre alla laurea che si è meritata e che ci sarà consegnata tra pochi giorni, Giulia si è guadagnata ad honorem anche il titolo di mamma. Nonostante la sua giovane età era già diventata una combattente,

un’oplita, come gli antichi soldati greci, tenace nei momenti di difficoltà:

il suo spirito indomito ci ha ispirato tutti. Il femminicidio è spesso il risultato di una cultura che svaluta la vita delle donne, vittime proprio di coloro avrebbero dovuto amarle e invece sono state vessate, costrette a lunghi periodi di abusi fino a perdere completamente la loro libertà prima di perdere anche la vita. Come può accadere tutto questo? Come è potuto accadere a Giulia? Ci sono tante responsabilità, ma quella educativa ci coinvolge tutti: famiglie, scuola, società civile, mondo dell’informazione.

Mi rivolgo per primo agli uomini, perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere. Parliamo agli altri maschi che conosciamo, sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali.

Dovremmo essere attivamente coinvolti, sfidando la diffusione di responsabilità, ascoltando le donne e non girando la testa di fronte ai segnali di violenza anche i più lievi. La nostra azione personale è cruciale per rompere il ciclo e creare una cultura di responsabilità e supporto.

A chi è genitore come me, parlo con il cuore: insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte. Creiamo nelle nostre famiglie quel clima che favorisce un dialogo sereno perché diventi possibile educare i nostri figli al rispetto della sacralità di ogni persona, ad una sessualità libera da ogni possesso e all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro. Viviamo in un'epoca in cui la tecnologia ci connette in modi straordinari, ma spesso, purtroppo, ci isola e ci priva del contatto umano reale. 

È essenziale che i giovani imparino a comunicare autenticamente, a guardare negli occhi degli altri, ad aprirsi all'esperienza di chi è più anziano di loro. La mancanza di connessione umana autentica può portare a incomprensioni e a decisioni tragiche. Abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di ascoltare e di essere ascoltati, di comunicare realmente con empatia e rispetto.

La scuola ha un ruolo fondamentale nella formazione dei nostri figli.

Dobbiamo investire in programmi educativi che insegnino il rispetto reciproco, l'importanza delle relazioni sane e la capacità di gestire i conflitti in modo costruttivo per imparare ad affrontare le difficoltà senza ricorrere alla violenza. La prevenzione della violenza inizia nelle famiglie, ma continua nelle aule scolastiche, e dobbiamo assicurarci che le scuole siano luoghi sicuri e inclusivi per tutti.

Anche i media giocano un ruolo cruciale da svolgere in modo responsabile. La diffusione di notizie distorte e sensazionalistiche non solo alimenta un’atmosfera morbosa, dando spazio a sciacalli e complottisti, ma può anche contribuire a perpetuare comportamenti violenti. Chiamarsi fuori, cercare giustificazioni, difendere il patriarcato quando qualcuno ha la forza e la disperazione per chiamarlo col suo nome, trasformare le vittime in bersagli solo perché dicono qualcosa con cui magari non siamo d’accordo, non aiuta ad abbattere le barriere. Perché da questo tipo di violenza che è solo apparentemente personale e insensata si esce soltanto sentendoci tutti coinvolti. Anche quando sarebbe facile sentirsi assolti.

Alle istituzioni politiche chiedo di mettere da parte le differenze ideologiche per affrontare unitariamente il flagello della violenza di genere. Abbiamo bisogno di leggi e programmi educativi mirati a prevenire la violenza, a proteggere le vittime e a garantire che i colpevoli siano chiamati a rispondere delle loro azioni. Le forze dell’ordine devono essere dotate delle risorse necessarie per combattere attivamente questa piaga e degli strumenti per riconoscere il pericolo. Ma in questo momento di dolore e tristezza, dobbiamo trovare la forza di reagire, di trasformare questa tragedia in una spinta per il cambiamento. La vita di Giulia, la mia Giulia, ci è stata sottratta in modo crudele, ma la sua morte, può anzi deve essere il punto di svolta per porre fine alla terribile piaga della violenza sulle donne. Grazie a tutti per essere qui oggi: che la memoria di Giulia ci ispiri a lavorare insieme per creare un mondo in cui nessuno debba mai temere per la propria vita.

Vi voglio leggere una poesia di Gibran che credo possa dare una reale rappresentazione di come bisognerebbe imparare a vivere.

«Il vero amore non è ne fisico ne romantico.

Il vero amore è l'accettazione di tutto ciò che è, è stato, sarà e non sarà.

Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.

La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia…»

Cara Giulia, è giunto il momento di lasciarti andare. Salutaci la mamma. Ti penso abbracciata a lei e ho la speranza che, strette insieme, il vostro amore sia così forte da aiutare Elena, Davide e anche me non solo a sopravvivere a questa tempesta di dolore che ci ha travolto, ma anche ad imparare a danzare sotto la pioggia. Sì, noi tre che siamo rimasti vi promettiamo che, un po’ alla volta, impareremo a muovere passi di danza sotto questa pioggia.

Cara Giulia, grazie, per questi 22 anni che abbiamo vissuto insieme e per l’immensa tenerezza che ci hai donato. Anch’io ti amo tanto e anche Elena e Davide ti adorano. Io non so pregare, ma so sperare: ecco voglio sperare insieme a te e alla mamma, voglio sperare insieme a Elena e Davide e voglio sperare insieme a tutti voi qui presenti: voglio sperare che tutta questa pioggia di dolore fecondi il terreno delle nostre vite e voglio sperare che un giorno possa germogliare. E voglio sperare che produca il suo frutto d’amore, di perdono e di pace.

Addio Giulia, amore mio.

«Il femminicidio è il risultato di una cultura che svaluta le donne». La lezione del padre di Giulia Cecchettin al funerale. L'ultimo saluto a Padova alla ragazza uccisa dall'ex fidanzato. Chiesa e piazza gremite. E il discorso di Gino Cecchettin che commuove senza risparmiare una dura presa di posizione: «La responsabilità educativa ci coinvolge tutti, famiglie, informazione, scuola, società civile». Simone Alliva su L'Espresso il 5 dicembre 2023

Così, è davanti alla bara di Giulia Cecchettin che il potere svanisce. L'abbraccio del presidente del Veneto Luca Zaia, del sindaco di Padova, Sergio Giordani e del ministro alla Giustizia Carlo Nordio, visibilmente commosso, insieme a una quarantina di sindaci della zona. Tutti stretti intorno al padre di Giulia, Gino Cecchettin. Impallidiscono inutili i gradi del potere, dentro la Basilica di Santa Giustina a Padova, dove all'esterno appare una gigantografia della ventiduenne di Vigonovo uccisa dall'ex fidanzato Filippo Turetta. Nella foto Giulia sorride, seduta su un'altalena verde con tulle e fiori, in basso la scritta "Giulia ti vogliamo bene". Nella processione di fronte alla bara bianca, circondata da una nuvola di rose candide, non ci sono ministri, presidenti, sindaci. Solo uomini e donne dentro i cappotti scuri, ciascuno la persona che è.  

Ma è il discorso del padre, mentre i figli Elena e Davide si abbracciano, a riempire gli occhi di lacrime a una platea attenta e silente. Una lezione a chi i questi giorni ha sbeffeggiato e sminuito la radice culturale dei femminicidi. Cecchettin nomina la causa (patriarcato), individua l'antidoto (educazione): «Mia figlia Giulia, era proprio come l'avete conosciuta, una giovane donna straordinaria. Allegra, vivace, mai sazia di imparare. Ha abbracciato la responsabilità della gestione familiare dopo la prematura perdita della sua amata mamma», dice Gino Cecchettin, sul petto il nastro rosso simbolo della violenza contro le donne. «Oltre alla laurea che si è meritata e che ci sarà consegnata tra pochi giorni, Giulia si è guadagnata ad honorem anche il titolo di mamma - ha continuato - Nonostante la sua giovane età era già diventata una combattente, un oplita, come gli antichi soldati greci, tenace nei momenti di difficoltà: il suo spirito indomito ci ha ispirato tutti» 

«Abbiamo vissuto un momento di profonda angoscia, siamo stati travolti da una tempesta terribile, da una pioggia di dolore che sembra non finire mai. Grazie a chi si è stretto attorno a noi per darci il calore di un abbraccio, grazie per il vostro sostegno, di cui avevamo bisogno in queste settimane terribili. Grazie a Zaia, Nordio e alle istituzioni che hanno aiutato la mia famiglia. Giulia era una giovane donna, straordinaria, allegra, vivace, mai sazia di imparare». La basilica è gremita, milleduecento persone, hanno trovato posto anche 360 tra conoscenti e amici della famiglia, tra cui i compagni di classe del fratello di Giulia. Ma è fuori dalla diocesi, sotto un tempo incerto, che assistono circa diecimila persone all'ultimo saluto, occhi puntati sui due maxi schermi: «Il suo spirito indomito ci ha ispirato tutti - ha aggiunto il padre - Il femminicidio è il risultato di una cultura che svaluta la figura delle donne, vittime di chi avrebbe dovuto amarle. Come può accadere tutto questo, come può essere accaduto a Giulia? La responsabilità educativa ci coinvolge tutti, famiglie, informazione, scuola, società civile. Mi rivolgo agli uomini, noi per primi dovremmo essere agenti di cambiamento, parliamo agli altri maschi che conosciamo. Dovremmo essere attivamente coinvolti, ascoltando le donne e non girando la testa dinnanzi ai segnali di violenza, anche lievi. La nostra azione è cruciale - è la riflessione del papà di Giulia - Insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell'impegno, e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte. Chiamarci fuori, difendere il patriarcato, trasformando le vittime in bersagli, non aiuta ad abbattere le barriere. Da questa violenza si esce fuori sentendosi tutti coinvolti, anche quando ci si sente tutti assolti».  

Quindi un messaggio diretto alle istituzioni: «La politica metta da parte le divergenze e faccia leggi per prevenire la violenza e proteggere le vittime, garantendo che i colpevoli siano destinati a rispondere delle loro azioni. Occorre trasformare questa tragedia in cambiamento: la vita della mia Giulia è stata sottratta in modo crudele, ma la sua morte deve essere la spinta per fermare la violenza sulle donne». 

Gino fa una lunga pausa, poi legge una poesia di Kahlil Gibran, prima di rivolgersi per l'ultima volta alla figlia: «Cara Giulia, è giunto il momento di lasciarti andare. Salutaci la mamma, ti penso abbracciata a lei e penso che il vostro amore sia così forte da aiutare me, Elena e Davide a imparare a danzare sotto la pioggia. Noi tre rimasti vi promettiamo che impareremo a muovere i passi di danza sotto la pioggia. Cara Giulia, grazie per questi ventidue anni. Non so pregare, ma so sperare, voglio farlo insieme a tutti voi qui presenti, che tutta questa pioggia di dolore fecondi il terreno delle nostre vite e un giorno possa germogliare. Addio Giulia, amore mio». 

Fuori l'applauso sempre più forte, le grida, i campanelli e le chiavi scosse verso il cielo. Gino Cecchettin si stringe in un abbraccio con i figli Elena e Davide, altrettanto commossi davanti alla manifestazione d'affetto che le persone accorse da tutta Italia. All'uscita del feretro dalla chiesa di Santa Giustina a Padova, la piazza risponde così alla richiesta dei familiari di Giulia di fare il minuto di rumore, per non restare indifferenti davanti al femminicidio

Il femminicidio non è un caso isolato ma il prodotto di un sistema di potere. Il corteo per la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. NON UNA DI MENO – PADOVA su Il Domani il 05 dicembre 2023

Pubblichiamo la nota integrale del gruppo di Padova del movimento transfemminista Non una di meno a seguito dei funerali pubblici di Giulia Cecchettin, la ragazza di 22 anni vittima di femminicidio  

Un rispettoso silenzio interrotto solo da un potente e roboante rumore di chiavi. Centinaia di chiavi agitate all’unisono, per esprimere riconoscenza verso le parole pronunciate dal padre di Giulia Cecchettin durante il funerale pubblico della ragazza vittima di femminicidio. Ma non solo, quel gesto, spontaneo e collettivo porta con sé un messaggio che è intrinsecamente politico: il femminicida non é un passante, uno sconosciuto, ma ha le chiavi di casa.

La grande partecipazione cittadina ai funerali pubblici di Giulia, le mobilitazioni fiorite ovunque nelle ultime settimane: dai presidi nelle province alla manifestazione oceanica di Non Una di Meno del 25 novembre, ci restituiscono con chiarezza come stia avvenendo una presa di consapevolezza collettiva rispetto alla violenza di genere.

Il femminicidio di Giulia ha infatti reso evidente una verità che ormai nessuno può più negare: i femminicidi, gli stupri, le molestie, le discriminazioni non sono un ammasso di casi isolati, ma esiste un sistema di potere ben preciso: il patriarcato, che produce violenza e che ci riguarda tutti e tutte.

Dire che i 110 femminicidi del 2023 sono un fatto politico significa riconoscere che la violenza di genere non è un problema solamente individuale da risolvere inasprendo le pene, buttando via la chiave, militarizzando le strade oppure con i piccoli gesti quotidiani di buonsenso e gentilezza.

Il problema è il patriarcato, cioè un sistema culturale, economico e sociale fondato sulla violenza, sull’oppressione e sullo sfruttamento della vita e dei corpi di noi donne e libere soggettività non binarie.

Violenza patriarcale sono le botte in casa, sono la vittimizzazione secondaria delle polizie e dei tribunali quando denunciamo, sono le narrazioni tossiche dei giornali che minimizzano i femminicidi come ‘raptus di gelosia’, sono i tagli alla spesa pubblica che rendono le nostre esistenze sempre più precarie, ricattabili e violentabili.

Quando una donna, una persona trans o non binaria vuole svincolarsi dalla dipendenza da un partner violento, spesso non riesce a farlo per via di uno stipendio troppo basso che nega la possibilità concreta a questi soggetti di andare via di casa e autodeterminarsi. Per questo nominiamo anche la violenza economica come parte di questo sistema di oppressione.

Questo è tutto quello che diciamo come movimento femminista e transfemminista Non Una di Meno da otto anni, al di là dell’eccezionalismo mediatico, perché il patriarcato non è lo scandalo del mese. Perché dietro all’ipervisibile femminicidio di Giulia Cecchettin, ci sono gli invisibili femminicidi di donne anziane, trans, lesbiche, migranti, sex workers, povere.

Da otto anni pretendiamo un’assunzione di responsabilità politica da quelle istituzioni che oggi siedono con il tricolore in prima fila nei banchi di Santa Giustina, piangendo il femminicidio n. 105: educazione all’affettività e alla sessualità consapevole in tutte le scuole per prevenire la violenza ed educare a relazioni basate sul rispetto e sul consenso; maggiori finanziamenti ai centri antiviolenza per sostenere i percorsi di fuoriuscita dalla violenza; un reddito di autodeterminazione per uscire da relazioni, dinamiche ed esistenze violente, perché non c’è libertà senza autonomia economica.

Vedremo che ne sarà del decantato impegno nel contrasto alla violenza di genere una volta che i riflettori si saranno spenti. Noi di sicuro continueremo a sognare, rivendicare e mettere in pratica una società basata sul consenso, sul rispetto delle diversità e sulla cura. Per Giulia, per le 110 vittime di femminicidio, per tutte perché non ne vogliamo una di meno! NON UNA DI MENO – PADOVA

Crepet sbotta con Ricci Sargentini: "Sinner è un potenziale assassino?" Il Tempo il 05 dicembre 2023

Paolo Crepet torna a commentare il funerale di Giulia Cecchettin a Padova, dove migliaia di persone hanno dato l’ultimo saluto alla giovane uccisa dall'ex fidanzato Filippo  Turetta. "È stato giusto dare uno spazio così grande perché i sentimenti erano così grandi, e anche dilaniati", ha detto lo psichiatra e sociologo a Stasera Italia, su Rete4. Abbiamo assistito a "un moto di anime, di ragazzi e di ragazze perché la piazza era piena di giovani, non solo persone adulte", afferma l'esperto. 

Il discorso verte su Turetta. L'Italia  in qualche modo è stata colpita da questo caso si perché Giulia era una ragazza come tante, così come il suo assassino: "Ma dietro un delitto efferato c'è spesso  qualcuno di buona famiglia, che  'salutava sempre', come se il saluto sia una sorta di stigma tradizionale di santità", afferma  Crepet. Lo psichiatra respinge l'equazione maschio uguale violenza, e su questo tema si scontra con Monica Ricci Sargentini, del Corriere della sera, anche lei ospite di Nicola Porro. La giornalista rimarca come l'educazione tradizionale favorisca in qualche modo la violenza maschile. "Ma come si fa a dire maschio? - sbotta Crepet - sono cose più complesse, dietro c'è un progetto culturale". Insomma, la genetica non c'entra, e non si può semplificare troppo. 

"Ma c'è una aggressività latente negli uomini", ribatte Ricci Sargentini. "Allora Sinner è un potenziale assassino", risponde Crepet con riferimento al tennista azzurro che ha la stessa età di Turetta. La giornalista allora si produce in un lunghissimo elenco sulla predominanza dei maschi come autori di reati. "È il costo della virilità"; afferma sorprendendo Crepet e Porro. Ricci Sargentini: "È la cultura patriarcale. Risolvetelo voi questo problema". "E lei si risolva i problemi delle kapò nei lager e i testi delle trapper. Io non capisco cosa vuol dire genere, so cosa vuol dire persone", ribatte Crepet. Le posizioni sono inconciliabili: "Nelle scuole ci sono quasi tutte insegnati donne", afferma Crepet. "Ma è la cultura a essere patriarcale", è la replica con lo psichiatra che ribatte: "Fa il gioco delle tre carte".

Vannacci nostri. Tommaso Cerno su L'Identità il 5 Dicembre 2023

Vannacci nostri. Diciamo che, alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi, dopo il Mondo al contrario e il Mondo invece dritto, quello per cui le promozioni nella pubblica amministrazione avvengono al di là di ciò che si fa e al di qua di ogni logica privata che valga per la gente comune, era difficile mettere d’accordo i tre fronti in campo: la destra filo-Vannacci che lo vuole eroe e candidato alle Europee (Salvini in primis); il premier Meloni che lo vuole in divisa al suo posto, depotenziato come destabilizzatore del già precario ordinamento della destra di governo, la sinistra che lo vuole a parole fuori gioco, nei fatti in campo, secondo il principio rimasto in vigore silenziosamente per tutta l’era di Silvio Berlusconi che è meglio un conflitto non risolto su cui creare l’attacco al potere che un conflitto risolto che prima o poi lascia spazio alla norma.

Qualcosa insomma doveva pure succedere a questo signore, lucido e composto nei modi, estremo e piuttosto scaltro nei contenuti. Forse la soluzione sarebbe stata nominarlo Capo di Stato maggiore della difesa extraterrestre, invece che terrestre, per mettere d’accordo tutti, spedirlo su Marte. Ma si sa che le maglie del diritto pubblico non sono dotate di razzi interstellari né di soluzioni funamboliche, ma si appoggiano salde dal 1900 sulle carriere lineari, dove conta più una carta bollata che mille polemiche in televisione.

E così ci siamo impallati di nuovo. Il ministro Guido Crosetto aveva parlato di “farneticazioni” all’indomani dell’uscita del libro, ma il governo ha deciso di non fare distinzioni fra Vannacci generale e Vannacci scrittore. E di portare a zero il vulnus giuridico con la pubblica amministrazione, convinto che così facendo il generale sarà disarmato dall’arma più pericolosa, la politica, l’idea cioè di entrare nella battaglia pubblica forte di un’ipotetica discriminazione, lui che di quella parola ha fatto un libro che sta riempendo il suo conto corrente di euro fumanti. Discriminato non dalla società italiana, che nelle vicende delle carriere del pubblico impiego vale zero, bensì dal sistema militare, quello per cui un generale fa carriera al di là di ciò che dice o che scrive. Come avviene per i magistrati, per i dirigenti dei ministeri, per gli alti funzionari della pubblica amministrazione.

La morale in punta di diritto è banale: il generale Vannacci, a questo punto del suo iter militare, in assenza di elementi giuridici che pesino come criterio di scelta, ha diritto a un posto di quel rango, Capo di Stato maggiore. E, lascia intendere la Difesa, in quel mondo l’incarico che ha ottenuto è il cosiddetto minimo sindacale. Proprio perché non sarebbe la politica a decidere, né quella che Vannacci ha animato con le sue affermazioni, né quella che lo ha criticato. Una sorta di terzietà di Stato che tuttavia sbatte con un dato di fatto: il Paese parla di lui da mesi, si spacca e si divide sulle sue parole, per cui tutto può succedere tranne che passi l’idea di un “aiutino” al Vannacci medesimo. Ed ecco che in concomitanza con una nomina che può essere definita “naturale” arriva l’inchiesta che lo spinge al congedo, perché Vannacci deve decidere come comportarsi. Deve passà la nuttata.

E poi finalmente dirci se saranno Vannacci suoi, cioè si prenderà il suo incarico e tornerà a fare il militare silenzioso oppure, come pare, no, non farà nulla del genere. Ma finirà per usare anche la presunta promozione come una discriminazione e scegliere davvero quella politica che lui ha sfiorato, annusato, con il suo libro. E che oggi di fronte al posto nello Stato Maggiore non ha più spazio di espansione. Almeno non pubblico. Almeno non subito. Insomma, mettetela come volete, saranno come sempre Vannacci nostri.

Estratto dell’articolo di Simonetta Sciandivasci per “la Stampa” lunedì 4 dicembre 2023.

Roberto Vannacci, generale e bestsellerista, da ieri è capo di stato maggiore del Comfoter, il comando delle forze operative terrestri. Nell'esercito italiano è un ruolo importante. «Prestigiosissimo», dice lui […] "Il mondo al contrario" è stato per settimane in testa alle classifiche, tutte, non solo di Amazon, dove oggi è al 23esimo posto […] ha venduto 230 mila copie «ufficiali, perché poi c'è il Pdf piratato, e lì siamo intorno alle 800 mila copie», dice il generale a La Stampa, rispondendo da Viareggio, dove non manca di invitarci, cena inclusa: «Pago io, da vero uomo patriarcale». […] 

Generale, cosa pensa del minuto di rumore e non di silenzio per il femminicidio di Giulia Cecchettin?

«Prima di tutto non mi piace chiamarlo femminicidio». 

[…] Perché il femminicidio ha una matrice precisa.

«Quindi l'assassinio di un tabacchino lo chiameremo commercianticidio? La matrice di chi vuole punire chi fa commercio non la vede? C'è in qualsiasi omicidio una matrice precisa». 

Pacifico. Individuarla serve a combatterla.

«Si parla da anni di femminicidi, eppure le donne continuano a venire uccise». 

Le sembra una buona ragione per smettere di farlo?

«Non dico di smettere, dico che farlo non serve». […] «Se l'omicidio di una donna diventa più grave di quello di un uomo, si vìola il principio di applicazione universale della legge». 

Il femminicidio non è punito in maniera più grave di un omicidio.

«Sì che lo è». 

Su quali basi lo dice?

«Mi sembra che sia così». 

Le sembra male. Il femminicidio viene disciplinato come le altre forme di omicidio.

«Mi sono sbagliato. Non sono preparato, io faccio il militare, non l'esperto di diritto. Le dico la mia su questi incessanti omicidi di donne. Chiamiamoli pure femminicidi, va bene, non mi dà fastidio».

Grazie.

«Il paradosso è che pensare che la responsabilità di quella che chiamiamo cultura patriarcale sia di uomini forti e prevaricatori: è il contrario. Sono gli uomini deboli a fare del male alle donne. Noi educhiamo uomini deboli, non uomini forti». 

E come sono gli uomini forti?

«Come mio nonno, classe 1898, orfano a 11 anni, in marina a 16, caduto decine di volte e si è sempre rimesso in piedi. Non ha mai alzato un dito su mia nonna e l'ha sempre rispettata. Quelli che ammazzano le donne sono uomini che non sanno stare da soli, che sono dipendenti da loro e che, quando temono di venire abbandonati, perdono la testa.

Altro che maschi patriarcali: sono mollaccioni smidollati che abbiamo prodotto noi».

Come?

«Abolendo le punizioni. Se un ragazzo non studia, lo mandi a lavorare invece di fare ricorso al Tar contro i professori che gli mettono 4».

Mi dica qualcosa di meno qualunquista, la prego.

«Le dico che dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi, maschi e femmine, che la vita è una lotta e che per andare avanti bisogna avere fiducia nella possibilità di rialzarsi.

Molti uomini che ammazzano le compagne, dopo si suicidano: che significa secondo lei?». 

Che se perdono il possesso, perdono tutto.

«No. Uomini e donne si ammazzano perché perdono il lavoro; ragazze e ragazzi si suicidano perché vengono bocciati. Il punto non è che i maschi vogliono possedere una donna: è che dipendono da lei. Se perdi una compagna, non ne cerchi un'altra ma ti ammazzi. Se perdi un lavoro, non t'industri per cercarne uno: aspetti il reddito di cittadinanza».

[…] Le famiglie normali, come dice lei, non funzionano più.

«Abbiamo fatto di tutto per distruggerle. Abbiamo dato la priorità al lavoro senza elaborare politiche che ci permettessero di occuparci dei nostri figli. Invece del reddito di cittadinanza, diamo quello di maternità. Il primo responsabile dell'educazione è la famiglia, non la scuola: lo dice anche la Costituzione. Ecco perché dobbiamo aiutare chi ne ha una e smetterla di pensare che sostenere le madri sia retrogrado». 

È retrogrado pensare che vadano sostenute solo le madri: i figli sono dei genitori. E di una società intera.

«Chiedo il reddito di paternità: io sarei stato a casa con le mie figlie molto volentieri, e a lungo». 

Si sente genitore dei ragazzi in giro?

«Mi sento padre dei miei soldati». 

Scenderebbe in piazza con le sue figlie contro la violenza sulle donne?

«No, ma possono andarci da sole, se vogliono». 

Quanti anni hanno?

«9 e 11». 

[…] Le hanno detto cosa vogliono fare da grandi?

«Le youtuber. E io dico: ok, ma sappiate che dovrete essere le migliori, altrimenti fallirete». 

Poverine.

«Qualsiasi cosa facciano, le mie figlie devono emergere: meritocrazia e competitività mandano avanti una società. Guardi la Cina». 

[…] Lo ha seguito con attenzione il caso Cecchettin?

«Mi sono fermato ai titoli. Sono molto impegnato. Ma posso immaginare: sono storie tutte uguali, tutte morti annunciate».

Tutte violenze denunciate e sminuite da chi pensa che la violenza di genere non esista.

«Le borseggiatrici da quanto esistono? E però non le possiamo mettere in galera, giusto?». 

Non se sono incinte.

«E allora mandiamole sull'altopiano del Montasio a lavorare». 

[…] Qual è la cosa che la fa soffrire di più?

Il generale Vannacci e l’inchiesta per il suo libro: «La fuga di notizie la dice lunga sulla riservatezza ai vertici della Difesa». Marco Gasperetti Il Corriere della Sera il 5 dicembre 2023.

Il militare e la candidatura alle Europee: «Resto un soldato ma non escludo nulla»

Il generale la prende con filosofia. E giura di non essere sorpreso neppure dalla notifica dell’inchiesta formale arrivata lo stesso giorno della sua designazione a capo di stato maggiore delle forze operative terrestri. «Ormai non mi stupisco più di nulla — conferma Roberto Vannacci — ma sono tranquillo. I regolamenti sono chiari: l’avvio di un’inchiesta disciplinare non inficia designazioni e nomine e soprattutto sono convinto di aver operato nel rispetto di regolamenti e normative».

E allora come mai l’ex comandante degli incursori del Col Moschin e dei parà della Folgore ha chiesto immediatamente alcuni giorni di licenza? La risposta è secca: «Non l’ho decisa oggi (ieri, ndr) ma una settimana fa e tutti erano al corrente. Ho preso una ventina di giorni per motivi personali. Tornerò a Roma il 27 dicembre per iniziare l’avvicendamento con l’attuale capo di stato maggiore delle forze operative terrestri e, una volta terminato, sarò onorato di assumere l’incarico».

Però c’è una cosa che ha turbato non poco l’alto ufficiale finito nel gorgo delle polemiche per il suo libro «Il mondo al contrario». «La notizia dell’avvio dell’inchiesta formale, che non mi aspettavo, mi è stata comunicata ore dopo essere uscita sulle agenzie e sui quotidiani online. E questo episodio grave la dice lunga sulla dovuta riservatezza di chi maneggia queste informazioni». Ma chi è il maneggiatore? «Non lo so, arriva dall’alto — risponde il generale — come non so neppure per quale motivo sono stati fatti coincidere i tempi. Ci saranno state delle ragioni, dei fini. Comunque, sono già pronto a dimostrare l’assoluta limpidezza del mio comportamento».

Vannacci ha già letto gli addebiti che l’ufficiale inquirente, una sorta di pm in questo «processo disciplinare», gli muove e conosce le procedure. «Adesso dovrò nominare un ufficiale difensore — spiega — e presenterò le memorie difensive che in parte ho già preparato. Infine, aspetterò con fiducia l’esito del provvedimento. Se, ipotesi per me inesistente, sarò considerato responsabile di aver violato i regolamenti, sarà il ministro della Difesa a decidere i provvedimenti disciplinari, che vanno dalla sospensione sino alla rimozione del grado. Ma lo ripeto: io sono convinto di non aver violato nessuna norma disciplinare. E rivendico la libertà di poter esprimere le mie idee come stabiliscono la Costituzione e il codice dell’ordinamento militare».

E sull’opportunità di alcune esternazioni su omosessuali («non sono normali»), su femministe, maternità surrogata, femminicidio, animalisti? «Ho il dovere come soldato di essere imparziale nei riguardi delle istituzioni e della politica, ma posso andare allo stadio e tifare una squadra e avere le mie idee sulle problematiche sociali. Non esiste, in democrazia, la polizia dei pensieri. Se qualcuno si è sentito offeso mi quereli. Nessuno l’ha fatto e credo che non lo farà neppure in futuro». Già, il futuro del generale: sarà nella politica? Se FdI rimarca la distanza dalle discusse posizioni del generale, la Lega lo corteggia per Bruxelles e dopo Salvini ieri anche il vicesegretario Andrea Crippa, ha avuto parole di stima per Vannacci: «Le sue idee sono assolutamente compatibili con il nostro partito». Ma l’interessato non si sbilancia: «Resto un soldato ma nulla escludo».

Stasera Italia, Porro al fianco di Vannacci: “Solo lui non può scrivere i libri. I magistrati…” Il Tempo il 04 dicembre 2023

"Solo Vannacci non può scrivere libri". Nicola Porro, conduttore di Stasera Italia su Rete4, apre la sua trasmissione del 4 dicembre con un editoriale dedicato agli ultimi aggiornamenti riguardanti il generale Roberto Vannacci. E il tono del giornalista è critico per l’accerchiamento nei confronti del militare: “C’è questa storia un po’ kafkiana del generale Vannacci, tutti lo conoscete, il suo è stato il caso editoriale dell’anno, lo abbiamo invitato in tante trasmissioni televisive, però nel giorno in cui viene nominato capo di Stato Maggiore del comando delle forze operative terrestri, un nuovo incarico che pare non sia una promozione, parte un procedimento disciplinare nei suoi confronti. Esattamente nello stesso giorno. Vannacci evidentemente ha scritto delle cose nel suo libro che non piacciono a molte persone, come invece piacciono a tante altre, tant’è che è diventato un caso editoriale. E’ un funzionario dello Stato e su questo il segretario del Pd Elly Schlein ha detto cose diverse da quelle che dice Vannacci, visto che in lui ha individuato un rischio. Di questo si indagherà nel procedimento disciplinare che lo riguarda”.

“La domanda che voglio fare a tutti voi che siete a casa è la seguente – si interroga Porro -. Se un generale dell’esercito si permette di scrivere un libro su qualcosa che peraltro non riguarda esattamente la sua funzione, perché Il mondo al contrario è una sua visione del mondo, dal green alla famiglia, cose che hanno poco a che vedere con le attività operative di un generale dell’Esercito italiano, per quale motivo la stessa prudenza, lo stesso obbligo, lo stesso atteggiamento dovrebbero averlo un grande numero di magistrati, che sono come Vannacci funzionari dello Stato, che come Vannacci vengono pagati dai contribuenti, che come Vannacci hanno un ruolo delicato, forse ancora più delicato nel decidere la vita di noi che possiamo essere sottoposti alle questioni della giustizia”.

"L'ho autorizzata io". Crosetto fa chiarezza su Vannaci e l'inchiesta. Il ministro chiarisce il caso, dissipando le strumentalizzazioni. "Al momento nessun provvedimento disciplinare su Vannacci", spiega. E lamenta: "Molto grave la fuga di notizie, amareggiato dalle illazioni". Marco Leardi il 4 Dicembre 2023 su Il Giornale.

È stato il ministro della difesa, Guido Crosetto, a dare il via libera all'inchiesta formale sul generale Roberto Vannacci. A spiegarlo è stato lo stesso esponente di governo in una nota diramata proprio per fornire precisazioni sul caso dell'ex comandante della Folgore, al quale nelle scorse ore era stato assegnato un nuovo incarico. L'inchiesta sommaria sul militare - ha ricostruito Crosetto - "era stata disposta dal capo di stato maggiore dell'Esercito Pietro Serino, il 18 agosto e si è conclusa il 16 ottobre". Al termine, visti gli esiti, il medesimo capo di Stato Maggiore aveva proposto al ministro della difesa l'apertura di un'inchiesta formale "per accertare eventuali infrazioni disciplinari". E così è avvenuto. "Anche sulla base della relazione della Direzione generale del personale militare, ho accolto la sua richiesta, lo scorso 1 dicembre, nominando contestualmente l'Ufficiale inquirente, il generale Mauro D'Ubaldi", ha scritto infatt il ministro.

"Con lo stesso atto dell'1 dicembre ho individuato l'eventuale ufficiale difensore d'ufficio, qualora il generale Vannacci non intenda avvalersi di un suo difensore di fiducia e/o di un avvocato del libero foro, come pure è sua facoltà", ha aggiunto l'esponente di governo. Nel proprio comunicato sul caso, Crosetto ha utilizzato un linguaggio tecnico perché "il polverone che ogni singola notizia sul tema che riguarda la posizione del generale Vannacci, solleva, richiede, purtroppo, espressioni e formulazioni formali, come si confà a una organizzazione complessa e regolata da regole e regolamenti specifici come è la Difesa". Già in riferimento alle polemiche sul discusso libro pubblicato dal militare, del resto, la priorità manifestata da Crosetto era stata quella di salvaguardare le istituzioni da qualsiasi tipo di strumentalizzazione. Anche in questo caso, il ministro ha fornito le adeguate puntualizzazioni.

Ad esempio, il titolare della Difesa ha sottolineato che Vannacci "era stato avvicendato, e non 'rimosso', come continuano a scrivere molti organi di stampa, nonostante le mille successive precisazioni, per una esplicita decisione del capo di Stato Maggiore dell'Esercito". A Vannacci, dirigente generale della pubblica amministrazione, è stato quindi assegnato "un incarico adeguato al suo ruolo, nella sede di Roma, non essendoci, al momento, alcun provvedimento disciplinare nei suoi confronti". E qui si arriva per l'appunto all recente cronaca, con l'assegnazione del nuovo ruolo. "Con l'incarico di capo dello Stato Maggiore del Comando delle Forze operative terrestri, il generale di divisione Roberto Vannacci sarà il capo dello Staff in supporto al Comandante e al Vicecomandante del suddetto Comando", ha continuato Crosetto.

Per l'esattezza, il ministro ha anche aggiunto che Vannacci, "già la settimana scorsa, il 28 novembre, aveva ricevuto l'ordine di trasferimento e ne era stato preavvisato il 22 novembre scorso". In quella stessa data, il generale aveva chiesto una licenza "per motivi familiari", e - ha precisato Crosetto - "non oggi, come hanno scritto alcuni organi di stampa". Poi l'ulteriore puntualizzazione di disappunto: "Questa fuga di notizie mi consente di ribadire la rigorosa necessità di riservatezza dell'inchiesta, prevista tra l'altro dall'art.1050 del Testo unico dell'Ordinamento Militare, necessità indispensabile in casi come questi. Ho trovato molto grave la fuga di notizie che ha anticipato anche il mio comunicato ufficiale e sono particolarmente amareggiato non soltanto di questo fatto, ma anche di tutte le illazioni che sono circolate da agosto ad oggi su questa vicenda".

Machismo di cattivo gusto. Il femminismo grillino che Conte non ricorda: volgarità e sessismo by Beppe Grillo. Le uscite di Grillo&Co. restituiscono l’immagine di un Movimento 5 Stelle ipocrita sulla causa femminista. Insulti, maschilismo e allusioni di cattivo gusto: Conte fa il paladino ma dimentica il passato del partito. Giulio Baffetti su Il Riformista il 29 Novembre 2023

Il M5S di Giuseppe Conte dice di essere in prima linea contro il sessismo e la violenza sulle donne. Ancora lunedì l’ex premier, reduce dal corteo femminista cui ha partecipato sabato a Perugia con Nicola Fratoianni, rifletteva pensoso e accigliato: “Bisogna lavorare per superare modelli culturali che assolutamente rischiano di rimanere intrinsecamente sopraffattori rispetto alla libertà delle donne, soprattutto rischiano di contenere il germe anche della violenza nei confronti delle donne”. Addirittura, mercoledì scorso, il leader pentastellato si è spinto a dire che “il tema della violenza sulle donne e delle misure di prevenzione il Movimento lo ha affrontato concretamente e da sempre”. Ed è qui che Conte si contraddice. La storia del M5S, a partire proprio dal fondatore Beppe Grillo, è stata contraddistinta da episodi di sessismo e maschilismo. Altro che patriarcato. Forse il caso che fece più notizia risale al 2014. Quando il Blog di Grillo, con un post, attacca violentemente l’allora presidente della Camera Laura Boldrini. “Cosa fareste da soli in auto con la Boldrini?”, scrive il sito del comico con un’allusione che definirla di cattivo gusto è un complimento. A corredo dell’articolo c’è un video su Boldrini. Ma la cosa più scandalosa sono i commenti degli attivisti sotto al post. Una vera e propria marea di insulti sessisti e violenti, non censurati da chi gestiva il Blog, ovvero la Casaleggio Associati. A metterci il carico, dopo la polemica, l’allora capo della comunicazione del M5s al Senato, Claudio Messora, fondatore della web tv ByoBlu, famosa per le sue posizioni complottiste, no vax e filo-Putin. Ecco il tweet di Messora in risposta alle accuse di Boldrini, che aveva sentenziato che “i commentatori sul Blog di Grillo sono potenziali stupratori”: “Cara Laura, volevo tranquillizzarti. Anche se noi del blog di Grillo fossimo tutti potenziali stupratori, … tu non corri nessun rischio!”. Non proprio la dimostrazione di un’attenzione particolare del M5s rispetto al tema della violenza sulle donne.

Ben prima del video del 2021 in cui il comico colpevolizzava la presunta vittima di stupro che accusa il figlio Ciro, il Garante dei Cinque Stelle dava sfoggio di machismo di cattivo gusto. Nel 2001 definisce “vecchia putt…” la premio Nobel Rita Levi Montalcini. Nel 2006, in un post sul Blog intitolato “Il nuovo femminismo”, Grillo sfodera un’altra prodezza: “Le donne non sono mai state così desiderate. Il desiderio maschile cede alla passione che poi cede allo stupro. È da animali, ma è così. La natura fa il suo corso”. E ancora il fondatore, che nel 2012 redarguisce così la consigliera comunale di Bologna Federica Salsi, colpevole di essere andata in tv, ospite di Giovanni Floris a Ballarò: “La tv è il vostro Punto G, quello che ti dà l’orgasmo nei salotti dei talk show”. Se Salsi fosse stata un uomo, sicuramente Grillo avrebbe usato un altro argomento per rimproverare un esponente del suo Movimento. Nel gennaio 2016 Grillo lancia sul web l’hashtag #boschidovesei per attaccare Maria Elena Boschi per la vicenda di Banca Etruria. Hashtag lanciato in rete dal comico con questo tweet allusivo e sessista: “#Boschidovesei in tangenziale con la Pina”. E poi gli attacchi misogini degli utenti del Blog, nel 2018, alla deputata di Forza Italia Matilde Siracusano, bersagliata dopo un video condiviso dal sito di Grillo in cui la parlamentare difendeva Silvio Berlusconi e smontava in Aula il decreto anticorruzione del primo governo Conte. Nel 2014 Matteo Renzi candida alle europee quattro capolista donne. “Quattro Veline”, le apostrofa Grillo. “La scelta è una presa per il culo ma tinta di rosa”, commenta ancora il fondatore dei Cinque Stelle.

Ma sarebbe sbagliato prendersela con il solo fondatore del M5s. Nel 2014 il deputato grillino Massimo De Rosa si rivolge così in commissione alle colleghe del Pd: “Siete qui solo perché avete fatto pomp…”. E l’ex ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, che in alcuni tweet e post su Facebook risalenti al 2013 parlava così di Daniela Santanché: “Se fossi una donna le sputerei in faccia, con tutti quegli zigomi rifatti”. Tradito dal passato social anche Enrico Esposito, che nel 2018 era vicecapo dell’ufficio legislativo del Mise guidato dall’allora capo politico del M5s Luigi Di Maio. Ecco un tweet a proposito di Micaela Biancofiore, nominata sottosegretaria: “Non c’è modo migliore di onorare le donne mettendo una mignotta in quota rosa”. Hashtag #biancofiore. Esposito si dilettava anche a offendere gli omosessuali, anzi i “ricchioni”, come li chiamava lui. Non bisogna dimenticare la vicenda che coinvolge la deputata del M5s Giulia Sarti nel 2019.

Quando le Iene scoprono che sue foto private sono in giro da anni dopo un hackeraggio che, secondo diverse fonti pentastellate, era stato opera di personaggi interni al Movimento. Un presunto “inside job” che più sessista non si può. Ma il vero numero uno del sessismo in salsa pentastellata è sempre Grillo. Sempre nascosto dietro la scusa della battuta, in uno spettacolo, rivolto alle donne di Forza Italia, dice: “Ora lo psiconano (Berlusconi, ndr) vuole incontrarci: vorrà capire se nel Movimento c’è fica. Ma le nostre donne sono diverse dalle sue, forse non la danno nemmeno ai mariti”. Al netto della volgarità e della considerazione della donna come poco più di un oggetto, colpisce anche la scelta di usare aggettivi possessivi come “nostre” e “sue”, riferiti alle esponenti femminili dei Cinque Stelle e di Forza Italia. Conte parli con Grillo del sessismo del M5S. Giulio Baffetti

Il Bestiario, le Matriarchigne. Le Matriarchigne sono degli animali leggendari che manifestano contro i femminicidi usando violenza contro chi difende la vita. Giovanni Zola il 30 Novembre 2023 su Il Giornale.

Le Matriarchigne sono degli esseri mitologici con problemi collettivi di memoria a breve termine che non ricordano il motivo per il quale sono scese in piazza a manifestare. Escono dai loro rifugi decise a protestare pacificamente contro il femminicidio e quando arrivano in piazza, scordato il loro obiettivo, mettono a fuoco i luoghi di chi difende la vita, come se non avessero già il diritto di scegliere a riguardo della propria maternità. Se non fosse stato per le forze dell’ordine, oggi degli spazi attaccati rimarrebbero poche macerie peggio del PD. Non si tratta di un incidente di percorso, ma di un attacco premeditato di centinaia di leggendari animali mascherati e armati di ordigni incendiari e slogan propri del linguaggio pacifista delle Matriarchigne quali: “I Pro Vita si chiudono col fuoco, ma con i Pro Vita dentro, se no è troppo poco”. Un esempio di civiltà da parte di coloro che deplorano la guerra, i soprusi e l’abbattimento degli orsi problematici del Trentino.

Il movente è stato rivendicato dall’estremiste femministe Matriarchigne con un linguaggio proprio dei peggiori anni ‘70: abbiamo “sanzionato la sede ProVita&Famiglia, espressione del patriarcato becero e anti-scelta. Sui nostri corpi scegliamo noi! In Italia l’accesso all’aborto continua ad essere ostacolato e negato”. La colpa dei difensori della vita e della famiglia, oltre a quella di esistere, è di fare terrorismo psicologico nei confronti delle donne incerte sul da farsi delle loro creature ancora in grembo, per problemi economici e per situazioni sociali problematiche, con l’intento di aiutarle anche economicamente. Gravissimo!

Effettivamente in altri Paesi più civilizzati del nostro, chi si trova in gruppo a pregare davanti alle cliniche che praticano l’aborto con grandi profitti, viene arrestato se si ostina a pregare a voce alta, perché credere a voce alta in pubblico è offensivo e violento, peggio che lanciare bombe molotov, come sostiene la maggior parte dei prelati. Gli stessi che poi si lamentano di avere le chiese vuote.

Evidentemente l’ostilità rabbiosa delle Matriarchigne contro chi difende la vita, non si accontenta dei 40 milioni di aborti ogni anno nel mondo, di cui, se la matematica non ci tradisce, 20 milioni di femmine, e questa volta, concedetelo, non dal patriarcato. Ma da dove nasce tanta rabbia? Forse dall’evidenza scientifica, come dicono quelli bravi, che quella è vita, cioè il cuore inizia a battere dopo il primo mese e chi lo ricorda tocca le coscienze di ciascuno. Se le Matriarchigne fossero certe che ad essere eliminato fosse un grumo di cellule pari a una cisti, non avrebbero nulla da temere da chi sostiene il contrario.

Infine, nell’era del buonismo ad oltranza di cui le Matriarchigne sono solerti sostenitrici, che fino hanno fatto la tolleranza, il dialogo e il volemose bene? Forse ce lo possono spiegare i cugini delle Matriarchigne, quelli che “inaspetatamente” si sono scoperti essere antisemiti. Ma questo è un altro animale leggendario. Di una cosa siamo sicuri. Non si chiederà a tutte le donne, per colpa delle Matriarchigne, di chiedere scusa per essere donne.

Il Bestiario, la Patriarchigna. La Patriarchigna è un animale leggendario che attacca il patriarcato per distruggere la famiglia. Giovanni Zola il 23 Novembre 2023 su Il Giornale.

La Patriarchigna è un essere mitologico, che strumentalizza la violenza omicida sulle donne per imporre la propria ideologia. Per la Patriarchigna il femminicidio, e in generale il male del mondo è causato nel nostro Paese dal patriarcato, come se negli uomini bianchi e occidentali vi sia iscritto il Dna culturale che permette ai maschi di giustificare qualsiasi tipo di sopruso nei confronti del mondo femminile. Insomma è “la legge del padre, la legge dell’uomo che vuole stabilire le regole e chi non si adegua, cioè le donne che non si adeguano a quelle regole, possono essere anche maltrattate. Questo è il patriarcato", secondo la definizione della leggendaria Boldrigna.

La Patriarchigna ha ragione su un aspetto. Si tratta di un problema culturale. La stessa Patrirchigna infatti ha collaborato con tutte le sue armi a disposizione a distruggere culturalmente e non solo il concetto di famiglia. Ed è questa demolizione che ha indebolito al midollo la personalità psicologica dei nostri figli, quegli esseri semi sconosciuti che vagano in casa bombardati dalla cultura dominante del relativismo assoluto. La vera verità che ormai si può affermare a voce molto bassa è che dove non c’è la famiglia non c’è crescita emotiva sana. Il danno non è opera delle regole del patriarcato, ma delle non regole della famiglia.

La famiglia è stata stigmatizzata, tanto che per intendersi, occorre parlare di “famiglia tradizionale” per non offendere le altre tipologie di unioni civili. La famiglia è stata distrutta economicamente. Occorre lavorare in due, non per scelta, per necessità. Chi non ricorda le vacanze estive di tre mesi con la mamma, mentre il “patriarca” lavorava a giugno e luglio raggiungendoci nei weekend. Chi oggi si può permettere una casa di proprietà senza indebitarsi e cosa potremo dare ai nostri figli per costruire un futuro?

La famiglia è stata distrutta culturalmente. Tutto è possibile, per genitori e figli. Ogni desiderio è concesso. Avere una famiglia, avere due famiglie, avere figli con donne o uomini diversi, scoprire di non essere più attratti dal sesso opposto, comprare figli o sposarsi con un albero. Tutto questo è concesso, anzi sponsorizzato dalla Patriarchigna che ora lamenta l’instabilità affettiva dei figli. Il male moderno è nato dal far credere di poter essere e ottenere tutto ciò che si desidera creando una frustrazione che si trasforma in violenza quando l'istinto non trova soddisfazione. Gli argini a tale deriva erano eretti dalla famiglia che per quanto imperfetta, come tutte le famiglie, c’era, resisteva ed educava.

Ora l’aspetto educativo è appaltato alla scuola. Una volta, di fianco alla famiglia, c’era l’ora di religione cristiana cattolica nella quale s’insegnava il significato dei dieci comandamenti, del sacrificio dell’uomo in imitazione di Cristo e la sacralità della vita. Oggi, grazie alla Patriarchigna, alla stessa ora si discute del diritto di andare nei bagni del sesso opposto.

Estratto dell’articolo di Marcello Veneziani per “la Verità” martedì 28 novembre 2023.

[…] Il populismo torna a pulsare anche da noi in forme variabili, come si addice a una creatura polimorfa e mutante. […] A sinistra non vogliono vederlo ma i tratti essenziali del populismo si ritrovano non solo nel populismo grillino, e nella sua battaglia sul reddito di cittadinanza e nella logica aberrante dell’uno vale uno; ma anche nell’ecologismo e nell’ideologia di mobilitazione popolare nel nome del pianeta da salvare e del popolo verde di Greta. Il pianeta salvato dai ragazzini è un’utopia populista.

[…] Il 25 novembre scorso è stato consacrato un populismo nuovo, anche se ha quasi sessant’anni: è quello femminista, che assegna alle donne il ruolo di vittime, giustiziere e portatrici di diritti, affibbiando invece ai maschi il ruolo di potenziali colpevoli, da sorvegliare, punire e rieducare, portatori di doveri e mea culpa. Il nuovo femminismo sostiene che il cambiamento potrà avvenire solo con la militanza di massa e la mobilitazione popolare.

L’idea assurda che i crimini di alcuni squilibrati, frutto di una società nichilista ed individualista, fondata sui desideri illimitati e su una famiglia ormai disgregata, debbano ricadere sull’intera collettività e sull’intera storia dei rapporti tra uomo e donna e che si debba risolvere sul piano politico, generale, educativo quel che sorge invece sul piano individuale, patologico e ossessivo, è una forma di populismo.

Il Popolo delle donne contro il Potere dei Maschi. Le piazze e i cortei, le mobilitazioni generali, la marea fucsia del femminismo, fiancheggiate dai corpi speciali di omotrans e queer, più i maschi che si vergognano di essere tali e le avanguardie isteriche dell’oltranzismo, sono la nuova forma di populismo radicale, fanatico, manicheo. 

Il populismo femminista si fonda sulla manipolazione della realtà: da un fatto reale, un episodio di violenza o un femminicidio, e da una statistica, si passa a universalizzare il tema per demolire da un verso la famiglia naturale e tradizionale e dall’altro contrapporre il popolo delle donne all’etnia dei maschi che non rinnegano la loro natura e la storia da cui provengono, in una nuova lotta di classe che è lotta di genere.

Del tutto rimosso e silenziato è il contrasto tra il populismo femminista e la massiccia presenza di migranti che mantengono il predominio maschile e la sottomissione della donna. Anche in queste forme pseudoprogressiste emergono i tratti negativi del populismo: semplificazione, generalizzazione, radicalizzazione, più tanta retorica e demagogia. […]

Il vero femminismo non odiava i maschi. Non mi aspettavo che il femminismo ci avrebbe condotti a questo e penso che tale conflitto tra i sessi non sia che una deriva. Vittorio Feltri il 24 Novembre 2023 su Il Giornale.

Dott. Feltri,

sono un giovane uomo che sta assistendo con costernazione e sgomento alla quotidiana incriminazione dell'intero genere maschile. Non nego di essere anche preoccupato per questo clima di caccia alle streghe invertito. Non vorrei apparire esagerato e non vorrei neppure che queste mie parole suonassero come una provocazione, non lo vogliono essere, ma penso che in questa fase storica siano gli uomini ad essere discriminati. Basti considerare che nelle piazze e nelle strade, nei cortei e nelle manifestazioni, in questi giorni non sono stati urlati semplicemente slogan a sostegno delle donne bensì slogan contro i maschi, maschi violentatori, maschi assassini, maschi molestatori, maschi che controllano, che perseguitano, che stuprano. Però questa non è che una minoranza, la peggiore, del nostro genere. Fare credere che siamo tutti criminali è diffamatorio, insultante, doloroso, lesivo della nostra dignità e dei nostri diritti.

Abbiamo inaugurato la guerra al maschio. Eppure in questo caso non si parla di sessismo, di pregiudizio di genere o di violenza di genere. Lei cosa ne pensa? Luca Romano

Caro Luca,

sei uno dei tanti uomini che in questo periodo mi scrivono pensieri di questo tipo, uomini che si sentono ingiustamente etichettati come delinquenti, che vengono redarguiti dall'opinione pubblica, dai media, dalle donne, che avvertono di essere percepiti come sbagliati soltanto perché maschi. Non mi aspettavo che il femminismo ci avrebbe condotti a questo e penso che tale conflitto tra i sessi non sia che una deriva, una stortura, una deformazione del femminismo stesso, che da lotta per l'effettiva parità si è trasformato in una lotta al genere maschile. Il preconcetto si è già imposto. Se un ragazzo fa un complimento, è un molestatore; se dice alla sua donna «sei mia», è un potenziale assassino che considera la femmina una sua proprietà; se scrive un banale sms alla sua fidanzata chiedendole «dove sei?», ecco che viene ritenuto un pericoloso maniaco del controllo. Forse dell'educazione sentimentale e affettiva avremmo bisogno tutti, uomini e donne, adolescenti e adulti, dato che queste schizofrenie ormai sono insite nella società. Eppure il femminismo è stata la più grande rivoluzione del secolo scorso, le donne esprimevano forza, desiderio di affermazione, di emancipazione, di parità rispetto al maschio. Era un femminismo carico di valori e di dignità quello del Novecento. Ne sono venute fuori donne gigantesche, una di loro fu mia amica, Oriana Fallaci. Quando la chiamavo «uoma», per scherzare, lei se la prendeva, rivendicava il suo essere femmina, amava l'essere donna. E questo suo femminismo non l'ha mai spinta a scagliarsi contro il maschio, a vedere in ogni uomo un nemico, anzi, ella stringeva amicizia con i maschi, li riteneva complici, amici, fratelli. Non nego che alcuni abbiano provato invidia nei confronti di Oriana, come del resto le altre donne e colleghe. Quindi non ne farei una questione di genere.

E poi un giorno mi sono accorto che non dibattevamo più di grandi temi, che l'universo femminile era passato dalla lotta per i diritti alla lotta per le vocali. E ora dalla lotta per le vocali alla guerra fratricida al maschio. Comprendo il tuo terrore, la tua preoccupazione, il tuo sgomento. Cosa direbbero le donne se scendessimo in piazza ad urlare insulti che fanno di tutta un'erba un fascio, che pongono tutte sullo stesso livello, che bollano tutte le donne in una certa maniera. Sarebbe uno scandalo. Sarebbe uno scandalo se per le azioni di poche, fossero anche 200, o 1000 le colpevoli di qualcosa, noi discutessimo di «femminilità tossica».

Non amo le generalizzazioni in quanto conducono ad una lettura falsata della realtà e producono ingiustizia.

Non penso che viviamo in una società ostile alle donne, oppressa dal dominio del maschio, in cui le donne debbano vivere in quella paura che ci rimproverano di provare, come se fossimo orchi pronti ad aggredirle. Certo, ancora tanto c'è da compiere per raggiungere una eguaglianza che sia reale, ma tanti passi, enormi passi, sono stati compiuti, tanto è vero che all'interno delle istituzioni, anche quelle europee, non soltanto italiane, primeggiano le signore, come Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo. Le donne comandano, decidono, rivestono ruoli apicali. L'Ue è un organismo sovranazionale guidato dalle donne.

Dove sta questa misoginia? Dove?

Quei bravi ragazzi. La lezione di Montanelli su come combattere la violenza di genere senza fanatismi. Cataldo Intrieri su L'Inkiesta il 27 Novembre 2023

Nelll’Italia degli anni Sessanta, il grande giornalista descritto come «patriarcale» criticò il codice penale fascista vigente, sostenendo Franca Viola nel suo rifiuto di accettare un matrimonio riparatore dopo essere stata violentata, Un approccio non ideologico, ma finalizzato a ottenere risultati concreti per le donne

Migliaia di donne hanno manifestato a Roma Sfilano per protestare contro la violenza di genere, contro la prevaricazione degli uomini, contro una concezione proprietaria e sopraffatrice delle relazioni personali. Ottima iniziativa, cui si aggiungono molti uomini ansiosi di espiare la colpa di appartenere al loro sesso, che secondo alcune teorie femministe espresse anche in modi pittoreschi, porterebbe in sé i germi di una connaturata ferocia verso il genere femminile. Sembra che dalla meritoria iniziativa sia esclusa ogni menzione delle violenze subite il 7 ottobre dalle donne israeliane stuprate e ammazzate dai terroristi Hamas, rimosse da ogni memoria e che hanno indotto una studiosa israeliana, Tamar Herzig, a denunciare, sul silenzio intorno a questa violenza «la volontà delle attiviste e delle organizzazioni femministe di abbandonare quello che era considerato il sacrosanto motto del #MeToo, ovvero “Io ti credo”».

Herzig accusa la deliberata spietata rimozione della tragedia che ha colpito le donne vittime del pogrom del 7 ottobre e che è arrivata a negare addirittura l’esistenza di quegli stupri e omicidi, così come le immagini di arti spezzati, membra insanguinate, di donne trascinate per i capelli dai terroristi di Hamas a cui si è espressa poi solidarietà come vittime di genocidio.

Chissà se è lecito in questo clima, per un pover’uomo esprimere solidarietà anche ad Herzig e a tutte le donne israeliane vittime di una violenza maschile altrettanto bruta e ottusa che meriterebbe una altrettanto dura condanna che non si è sentita a Roma e prima ancora. Chissà se è consentito in mezzo a tanti maschi penitenti che si battono affranti il petto, scusandosi di esistere, ricordare Indro Montanelli, uomo conservatore messo all’indice dopo aver raccontato di essersi comprato una moglie quindicenne nell’Africa dell’impero fascista e un suo memorabile articolo, ripubblicato su Sette, in cui raccontava all’Italia del 1965 il caso di Franca Viola.

Era una ragazza di Alcamo, nel sud più profondo e arretrato, rapita e violentata dal rampollo di una famiglia rispettata del posto. Il codice penale dell’epoca prevedeva una discriminante in caso di matrimonio graziosamente offerto dallo stupratore a rimedio del suo torto. Un uso frequente nell’arretrata società meridionale (e non solo) dell’epoca. Era l’espressione di una consuetudine, di un costume, di quelle regole per cui la stragrande maggioranza dei matrimoni, venivano “combinati” dalle famiglie, quando andava di lusso alle donne, sennò ove avessero voluto scegliere, c’era pure il rischio di essere violentate e costrette comunque a subire un’unione indesiderata con lo stupratore, pena il disonore. Franca Viola disse di no e denunciò il mascalzone che l’aveva violentata: al suo fianco il padre, umile contadino capace di ribellarsi pure lui, trascinato dall’eroismo di Franca.

Ecco Montanelli, uomo certamente «patriarcale» come bene lo descrisse la sua compagna Colette Rosselli, una che come giornalista donna si occupava di posta del cuore con lo pseudonimo di Donna Letizia, si schierò senza esitazioni non solo contro il violento, ma contro il codice penale fascista che contemplava allora norme vergognose come il matrimonio riparatore, il delitto d’onore e l’adulterio femminile che puniva solo il tradimento di lei e strizzava l’occhio all’uomo “cacciatore”.

Scriveva Montanelli che «Franca Viola e suo padre non hanno detto di no solo a Filippo Melodia (il rapitore). Hanno detto no a tutto un sistema di rapporti basato sulla sopraffazione del maschio sulla femmina. Hanno detto no a un onore confuso mussulmanescamente col sesso. Hanno detto no al diritto di strappare il consenso della donna con la violenza, hanno detto che lo stupro non è un surrogato dell’amore…hanno detto no a tutti i tabù e feticci che fanno da pilastro a queste arcaiche società». Egli incitò i giudici siciliani ad avere coraggio e condannare i violenti, come avvenne. Questo articolo lo scriveva all’Italia degli anni Sessanta che leggeva il Corriere della Sera, il paese benpensante e patriarcale che cercava ordine e morale. Ci voleva coraggio anche per scrivere queste cose e Montanelli lo ebbe.

Sia consentito a chi prova come uomo orrore per la violenza, a un uomo come tanti, coi suoi difetti e contraddizioni ribadire che se esiste la violenza di genere, la violenza sulle donne non è una colpa di genere, non è un marchio di infamia che discrimina milioni di maschi. E va ribadito che il fanatismo ideologico mascherato da intransigenza, qualunque siano i motivi che lo muovono, quello che condanna, isola e non distingue è solo puro veleno che non aiuta e non serve alla causa dei diritti.

Franca Viola e quel sistema di rapporti basato sulla sopraffazione del maschio sulla femmina. Indro Montanelli su Il Corriere della Sera martedì 28 novembre 2023.

La ragazza di Alcamo e suo padre non hanno detto di no soltanto all’ex fidanzato che l’ha rapita e violentata. Hanno detto di no a tutto un sistema di rapporti basato sulla sopraffazione del maschio sulla femmina...

Gran parte delle firme storiche del Corriere della Sera hanno scritto articoli che fanno parte della storia di questo giornale e del Paese. Dal numero di «7» in edicola il 24 novembre, vi proponiamo questo di Indro Montanelli, che apparve sul quotidiano 14 dicembre 1966. Buona lettura

Una grande occasione si presenta ai magistrati del tribunale di Trapani, dove si svolge il processo contro Filippo Melodia e i suoi undici complici (che poi si rivelarono essere 12 ndr ), accusati di ratto e di violenza ai danni della diciottenne Franca Viola.

I lettori saranno certamente al corrente dei fatti. Franca aveva rifiutato le profferte matrimoniali di Filippo, perché innamorata di un altro giovane. Forse considerandosi leso nel suo «onore» di maschio, Filippo non si era rassegnato e aveva dato inizio a una serie di persecuzioni contro il padre della ragazza. Costui fu bersagliato da minacce di morte e, siccome non se ne lasciò intimidire, dovette subire l’incendio di una casa colonica, il taglio di un vigneto, il saccheggio di un orto: insomma la quasi totale distruzione del suo piccolo patrimonio terriero.

Tutti, naturalmente, lì ad Alcamo, sapevano chi era il responsabile di quei misfatti. Ma nessuno era disposto a fornirne testimonianza ai carabinieri che lo sapevano anch’essi ma che, senza elementi di prova, non potevano agire. Grazie a questa omertà, i Viola erano quindi alla mercè del malvivente. E tuttavia insisterono nel loro «no». L’unico a cedere fu il fidanzato, che si ritirò in buon ordine da quella contesa, non si sa se per risparmiare più gravi pericoli a Franca o per sottrarvisi lui stesso.

QUALCUNO HA DETTO CHE L’OMERTÀ È IMPOSTA DALLA MAFIA MA STAVOLTA NON È COSÌ

Visto tuttavia che anche dopo questa diserzione la ragazza e la sua famiglia si ostinavano nel rifiuto, Filippo passò ai metodi di don Rodrigo di cui, a distanza di tre secoli, si rivela coetaneo. Una sera si presentò alla casa dei Viola con undici compari che ne scardinarono la porta. La strada, fino a quel momento animatissima, si fece di colpo deserta, e nessuno naturalmente vide i dodici delinquenti che trascinavano Franca, la caricavano su una delle due automobili che sostavano all’angolo, e partivano a tutta velocità, invano inseguiti dalla madre e dal fratellino urlanti e in lacrime. Nascosta in un cascinale, per sei giorni la rapita bravamente resistette alle minacce e alle sevizie. Poi, stremata dalla stanchezza e dai digiuni, dovette rassegnarsi a ripagare col suo «onore» l’offesa recata a quello del Melodia. Il quale, avendolo in tal modo restaurato, volle darne una convincente prova, riportando a casa la sventurata e dichiarando al padre ch’era pronto a sposarla.

In certo entroterra siciliano, rimasto sin qui inaccessibile al mondo moderno, alla ragazza «disonorata» non resta che il matrimonio con chi l’ha ridotta in questa condizione. Tant’è vero che se costui vi si sottrae, quasi sempre paga con la vita. Perciò il Melodia, più che indignato, dovett’essere sbalordito e sbigottito nel sentirsi rispondere ancora una volta di no. E con lui lo fu di certo tutta Alcamo, compattamente schierata col Melodia e i suoi complici dacché costoro, denunziati ai carabinieri dalla vittima e da suo padre, sono finiti in prigione. Bersagliata di lettere anonime che annunziano prossima la vendetta, la famiglia Viola vive asserragliata in casa sotto la protezione della forza pubblica, che scorta l’uomo e la ragazza quando in treno devono recarsi a Trapani per le udienze del processo.

LA POSTA IN GIOCO E’ GROSSA E SPERIAMO CHE LA SENTENZA CONDANNI QUESTA MENTALITA’

Qualcuno ha detto che questa omertà è imposta dalla mafia, che in Alcamo ha una delle sue più munite roccheforti, e di cui il Melodia sarebbe un caperonzolo. Ma noi crediamo che stavolta la mafia non c’entri, o c’entri solo per marginale incidenza. Ciò che cementa tutta la popolazione di quella cittadina - non tanto «ma», perché conta circa cinquantamila abitanti - in un fronte unico di solidarietà coi delinquenti, è qualcosa di più profondo: la difesa di una mentalità, di una moralità, in una parola di un costume medioevalesco, che può sopravvivere solo sulla supina accettazione di tutti.

Franca Viola e suo padre non hanno detto di no soltanto a Filippo Melodia. Hanno detto di no a tutto un sistema di rapporti basato sulla sopraffazione del maschio sulla femmina. Hanno detto di no a un «onore» confuso musulmanescamente col sesso. Hanno detto di no al diritto dell’uomo di strappare il consenso della donna con la violenza e di renderlo definitivo col matrimonio. Hanno detto che lo stupro non è un surrogato dell’amore, e insozza non chi lo subisce, ma chi l0 commette. Insomma hanno detto di no a tutti i tabù e feticci che fanno da pilastro a queste arcaiche società. Di qui la massiccia e corale, reazione, cui forse collaborerà anche la mafia, particolarmente interessata al mantenimento di certe strutture. Ma il pogrom contro i Viola attinge a motivi molto più lontani. Attinge allo stesso spirito di conservazione di un costume che dal gesto di dissidenza di Franca e di suo padre si vede mortalmente minacciato.

Ecco perché, dicevo, ai giudici del tribunale di Trapani si presenta una grande occasione, e speriamo che non la perdano. Noi non sappiamo quali castighi la legge predisponga per simili reati. Ma ci auguriamo di tutto cuore che, per quanto armata di eloquenza e di cavilli, la difesa non riesca a ottenere né il riconoscimento di un alibi, né la concessione di un’attenuante. La posta in giuoco è grossa, va al di là del «caso» e dei suoi protagonisti. Noi contiamo che da questo processo venga fuori una sentenza che non si limiti a punire il delinquente, ma che anche condanni in maniera esemplare tutti coloro che se ne sono fatti complici, materiali o morali, la mentalità ch’essi incarnano.

Sappiamo benissimo che l’opinione pubblica di Alcamo cercherà di esercitare il peso di un ricatto sui magistrati di Trapani. Ma anche costoro sappiano che una coscienza molto più vasta, quella di tutto il resto d’Italia, è al contrario schierata compattamente con Franca, e la considera un’autentica eroina, qual è.

Non abbiamo nessuna qualifica per lanciarne la proposta. Ma secondo noi sarebbe molto bello che a processo concluso - se si concluderà come tutti auspichiamo - questa ragazza e suo padre ricevessero un attestato del loro coraggio morale e civile. Sarebbe il giusto contrappeso a tutti i soprusi e le vessazioni ch’essi hanno subito e subiscono dai loro compaesani, e il pubblico riconoscimento che alla Sicilia dei Melodia si contrappone quella dei Viola: ammirevole questa, quanto quella è spregevole.

Se la violenza è femminista allora va bene. Matteo Carnieletto il 26 Novembre 2023 su Il Giornale. Da Non una di meno che attacca la sede di Pro Vita alle femministe che propongono esempi di rabbia per le donne

Le femministe di Non una di meno, durante la manifestazione contro la violenza sulle donne che si è tenuta ieri a Roma, hanno assaltato la sede di Pro Vita. Gli slogan “fucsia” erano quelli di sempre: fascisti, carogne, bastardi. Indirizzati tanto ai poliziotti quanto all’associazione pro life.

Il bambino dipinto all’ingresso della sede ha fatto impazzire le femministe. E non poteva essere diversamente. È proprio quell’esserino, che loro considerano un grumo di cellule, a ricordare alle femministe che non sono regine assolute, cioè senza legami. No, ne hanno uno, fatto di cellule e sangue, il cordone ombelicale, che le lega al figlio che possono accogliere o ammazzare. Sta a loro decidere. Se ferire e ferirsi, perché l’aborto lascia sempre un dolore indicibile in chi lo compie. Oppure accettare quel mistero che è la capacità di accogliere la vita che hanno in grembo. È, quello di Non una di meno, il nuovo femminismo, talvolta violento, non solo a parole ma anche nelle azioni, che viene esaltato dai giornali progressisti. Come se esistesse una violenza buona, quella femminista, e una cattiva, quella maschile. La prima è lecita, la seconda invece no.

Nelle scorse settimane, per esempio, Repubblica ha proposto alcuni modelli femminili per le donne di oggi. Modelli di rabbia, “un’emozione a lungo messa tacere”. Del resto, spiega l’autrice dell’articolo, Nadia Terranova, “la rabbia delle donne somiglia a un’esplosione, a un’eruzione vulcanica. Irrompe e squarcia, distrugge e terrorizza. (...) La rabbia delle donne non regna, anzi: distrugge”. È l'elogio della rabbia. Delle emozioni viste come un qualcosa che non si può governare. Non è così, ovviamente. Anche perché l’ira è una passione che, come tutte le altre, va dominata. Indipendemente dal sesso. È proprio l’“ira di Achille”, cantata nell’Iliade, che porta con sé morte e distruzione. Per Omero non è quello il modello maschile da seguire. È certamente un esempio tragico e affascinante. Ma l’uomo vero, quello completo, di questo poema epico è un altro: Ettore. Il “piè veloce” è colui che annienta tutto, che non ha rispetto per i morti e che, pur desiderando l’immortalità in battaglia, muore in modo sciocco: colpito dal pavido Paride. Il principe troiano, invece, combatte e muore da eroe. E tutti provano un senso di vergogna e ingiustizia di fronte allo scempio che Achille fa del corpo di Ettore. Lo odiano. Odiano la sua ira. La sua hybris, che sfida la pietà.

Gli esempi che cita Repubblica sono esempi di rabbia "buona". Come le Erinni, incredibili furie che possiedono Medea, la quale ucciderà il suo stesso figlio. Un infanticidio, considerata l’età del bambino. O un aborto, se proviamo a leggere la tragedia in senso allegorico. Le Erinni rappresentano la vendetta, che è cieca, e solo quando vengono placate diventano Eumenidi, portatrici di giustizia. E ancora. L’esempio di Scilla e Cariddi. Per la Terranova, sono “ninfe diventate mostri, punite per superbia e per gola, ovvero rispettivamente per aver rifiutato un pretendente sgradito e per aver mangiato per sbaglio i buoi di Gerione”. Quella del pretendente sgradito è solo una delle versioni. Un’altra, invece, quella di Servio, afferma che Scilla sarebbe stata tramutata in mostro a causa della gelosia di Anfitrite, sposa di Poseidone. Si tratterebbe quindi di una vendetta tra donne. Lo stesso scenario dell’altro esempio citato da Repubblica: Uma Thurman in Kill Bill. Anche lei, come le Erinni e Anfitrite, cerca vendetta. Ammazza tutti. Uomini e donne. Un esempio di violenza, dunque. Che però viene accettato senza problemi e, anzi, proposto ai lettori.

Scrive la Terranova: “La rabbia è uscita dalla mitologia ed è diventata organica, uno strumento di resistenza quotidiana attraverso la denuncia virale”. È vero, purtroppo. È la rabbia che si mette alla ricerca di modelli simili. Perché la rabbia delle femministe di Non una di meno è come quella delle Erinni. È una violenza che tutto annienta. È la stessa violenza di chi, di fronte a una donna ammazzata da un uomo, dice che siamo tutti colpevoli, puntando il dito contro il patriarcato. È la stessa violenza di chi predica odio nei confronti dell’altro sesso, visto (a torto) come prevaricatore. È la stessa violenza che prima era la lotta di classe e che ora è diventata lotta di genere. Una prospettiva che annienta ogni alleanza tra uomini e donne. E che fa male a tutti. Donne comprese.

Dirotta su Gaza. Se il femminismo in Italia è in questo stato non è solo colpa di “Non una di meno”. Carmelo Palma su L'Inkiesta il 29 Novembre 2023

Dov’erano i partiti quando nella piattaforma politica del corteo di sabato contro la violenza sulle donne è stato inserito il no al Ponte sullo Stretto invece delle israeliane che hanno subito sevizie nel pogrom del 7 ottobre?

C’è da credere che la gran parte delle donne e degli uomini, giovani e meno giovani, che hanno partecipato alla manifestazione di sabato scorso «per Giulia e le altre donne vittime di violenza» non solo non condividessero, ma neppure conoscessero la piattaforma politica delle organizzatrici di “Non una di meno“, che hanno programmaticamente dirottato la piazza su Gaza e sul «genocidio in corso del popolo palestinese».

C’è però anche da credere che la grandissima parte delle donne e degli uomini, che hanno voluto partecipare a quell’happening di festa e di rabbia, abbiano risposto a un bisogno di presenza e di (auto)riconoscimento, che sarebbe troppo severo considerare gregario, ma sarebbe al contempo troppo generoso considerare politicamente alternativo a quello della piazza ufficialmente antisionista.

Certo non si poteva pensare che, tra quelle centinaia di migliaia di persone, i manifestanti indifferenti e ignari dalla piega grottesca data a una manifestazione «per Giulia» fossero capaci di contendere la questione femminista al monopolio ideologico intersezionalista, che riduce ogni conflitto di potere, compreso quello tra i sessi, a una forma di lotta di classe multilevel e quindi non si accende né di indignazione né di interesse verso ogni patriarcato tribale o barbarico che non sia giunto alla compiuta maturità capitalistico-borghese del «conquista e distruggi», e non abbia dispiegato fino in fondo il suo potenziale spregevolmente coloniale.

Questo spiega perché “Non una di meno” abbia ritenuto di non sprecare parole per il pogrom del 7 novembre e per le sevizie subite dalle donne israeliane – violentate, assassinate, vilipese, smembrate ed esibite come reliquie della sacra mattanza di Hamas – ma abbia ritenuto di allargare la polemica alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, punto di fatale coincidenza tra (si cita testualmente) la «lotta transfemminista intersezionale» e la «lotta ecologista e per la difesa dei territori».

Se l’egemonia culturale è la capacità di dirigere il discorso pubblico pur senza rappresentare maggioranze sociali, quella di “Non una di meno” è stata un’operazione di indubbio successo, non solo per la partecipazione di massa alla manifestazione, ma per l’assenza in quella piazza di una vera alternativa culturale e politica alla proposta dalle organizzatrici.

Del resto, come lo si poteva pretendere dalle centinaia di migliaia di convocate e convocati, trascinati dall’emozione di un caso di cronaca, dal tam tam della sua mediatizzazione voyeuristica e da un bisogno di protagonismo facile, poco compromettente e rigorosamente apolitico, come hanno raccomandato le organizzatrici per rendere quella piazza ancora più grande e più anonima?

Una maggiore consapevolezza e un più doveroso coraggio si sarebbe però potuto pretendere da tutti i partiti che hanno aderito alla manifestazione (PD, Sinistra Italiana, Verdi, Più Europa, Movimento 5 Stelle) e vi si sono immersi in una sorta di protettiva invisibilità, guardandosi bene sia dal contestare che dal condividere la sua piattaforma. Una scelta parassitaria e rinunciataria che dice molto della debolezza di quel che rimane del pensiero femminista della sinistra, fuori da quel settarismo ideologico che domina negli apparati culturali e mediatici del deep state artistico-letterario e giornalistico.

Se pure può apparire più coerente, anche la scelta di chiamarsi fuori da quella piazza, per non farsene intendenza, rappresenta però un vuoto di alternativa, quando non, come nel caso dei partiti sovranisti, una scelta per così dire  contro-parassitaria per lucrare comodamente sulle contraddizioni, un po’ mostruose e un po’ ridicole, di un femminismo quarto-internazionalista di permanenti rivoluzioni immaginarie.

Peraltro, se si può accusare il femminismo woke di non essersi accorto, ad esempio, di “Donna, Vita e Libertà”, non si può certo assolvere chi si è limitato sul punto a muovere un’accusa agli altri, senza neppure immaginare una mobilitazione politico-culturale e senza darsi da fare in proprio per la bisogna. Troppo facile, anche questo.

Alle manifestazioni contro il regime degli ayatollah, nel pieno della repressione, c’erano solo qualche decina di militanti del Partito Radicale transnazionale e basta, come ammetteva onestamente e dolorosamente Concita Di Gregorio. Sono quelle piazze vuote dei mesi scorsi e quei silenzi nella piazza piena di sabato la fotografia dello stato della politica femminista in Italia.

Il femminismo sputa sulle donne israeliane: in piazza commedia pro-Hamas e ironia su ostaggi “usciti da casa di riposo”. Andrea Venanzoni su Il Riformista il 28 Novembre 2023

L’assente ha sempre ragione, scriveva Giuseppe Pontiggia.

E nel dipanarsi carnevalesco e arrabbiato, caotico, punteggiato di vetero-slogan e fumogeni, dei cortei femministi per le principali piazze d’Italia si è scorta la fisionomia di un fantasma, di una assenza celata nell’oscuro cattiverio della coscienza sporca e che pure ha ragione da vendere, nonostante le femministe intersezionali: le donne israeliane.

Figlie di un Dio minore, un po’ meno donne delle altre, le israeliane brutalizzate, violentate, ammazzate nei modi più crudeli o rapite e condotte a Gaza, esibite sulle jeep come trofei, fatte circolare a beneficio di una piazza con la bava alla bocca, sono semplicemente scomparse.

L’aria che sarebbe tirata la si era capita sin da subito.

Bastava leggere il pessimo comunicato, pessimo nella sostanza e nell’italiano sbilenco, con cui Non una di meno aveva riassunto e anticipato la piattaforma concettuale dei grandi cortei, a partire da quello romano: uno stortignaccolo e funambolico equilibrismo sulla corda che separa oscenità terzomondista da pregiudizio ideologico, assemblando patriarcato, violenza contro le donne, a partire dal caso della povera Giulia Cecchettin, per finire, attraverso qualche lovecraftiano gorgo-spazio temporale, col condannare Israele, Stato genocida per eccellenza secondo le filosofe crepuscolari di Non una di meno.

Hanno smesso di sputare su Hegel, come suggeriva la Lonzi, ed evidentemente hanno preferito iniziare a sputare su Israele e su quelle donne che Hamas ci ha tenuto a immortalare, in un delirio social da mostra delle atrocità, con pantaloni inzuppati del loro stesso sangue in corrispondenza degli organi genitali, coi tendini recisi per non farle scappare, come si sarebbe fatto in epoche passate con gli schiavi, stuprate una, cinque, dieci volte, prese per i capelli e trascinate in un moto di dominio primitivo.

A Roma, a Torino, a Milano, il movimento femminista si è spaccato, prevedibilmente, con una fetta di intellettuali e di femministe, anche storiche, che non hanno voluto assecondare questa deriva psicotica e rullante, nutrita a colpi di complessità e di fucile, quello di Hamas, coi suoi silenzi, le sue reticenze, e il suo oblio.

E mentre a Roma, il corteo finiva per cercare di smottare la sede di Pro Vita & Famiglia, le cui idee forse, la butto qui, sarebbe il caso di contrastare sul piano delle idee e non su quello della tentata devastazione fisica, lo spettacolo più indegno ma a modo suo coerente ci è giunto da Milano.

Qui, in piazza Castello, in un appuntamento pro-palestinese, pur scisso dal precedente corteo femminista, è andata in onda la peggiore retorica anti-israeliana, rimandata in tutto il suo fulgore dal video di una militante col volto travisato dalla kefiah e dalla bollente retorica sarcastica, alle cui spalle garrivano le bandiere palestinesi e annuivano i patriarchi della militanza pro-palestinese, a partire da Mohammed Hannoun, noto ai servizi di intelligence mondiali come finanziatore di Hamas e che noi in Italia facciamo scorrazzare come fosse il figlio di Foucault.

La stand-up comedian pro-Hamas ha pensato bene di irridere gli ostaggi israeliani appena rilasciati, definiti a monte ‘prigionieri di guerra’ e poi ‘usciti da una casa di riposo’.

Donna violentata, uccisa e fatta a pezzi da Hamas, l’orrore del 7 ottobre: “Terroristi si lanciavano corpo mutilato”

E giù di glorificazione in glorificazione dei guerriglieri di Hamas, sempre col volto celato, roba che se un pensionato durante un corteo in una giornata gelida si tira poco su lo scaldacollo i poliziotti lo fermano per violazione del TULPS e qui invece niente.

Nonostante oggi le femministe intersezionali si affrettino a far rilevare come quell’appuntamento non fosse inserito nella loro agenda di mobilitazione, verrebbe da chiedere loro perché prendano le distanze, visto che quella retorica è esattamente la stessa retorica che dimentica le donne israeliane e definisce Israele uno Stato genocida. D’altronde anche a Roma, alcune femministe, kefiah al collo, intervistate per via hanno sostenuto che non si hanno prove certe che siano avvenute violenze contro le donne israeliane.

Negare, negare sempre, come facevano durante i processi, negli anni settanta, quelli che le loro madri combattevano. Andrea Venanzoni

Le donne israeliane: «Stuprate, picchiate. E il mondo tace». Storia di Fiammetta Martegani, Tel Aviv su Avvenire il 28 novembre 2023

«Alla vigilia del 25 novembre ci siamo dette che non potevamo aspettare un giorno in più. Era necessario far sentire la nostra voce, la voce delle donne israeliane sopravvissute al massacro del 7 ottobre. E di tutte coloro che, purtroppo, non ce l’hanno fatta».

Sono le parole di Liron Kroll, direttrice creativa della campagna #MeToo_Unless Ur_A_Jew (“MeToo, a meno che tu sia ebrea), organizzata in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, istituita nel 1999 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Proprio grazie alla sua professione di direttore artistico, Liron si è attivata fin dal 7 ottobre nell’aiutare chi è stato più colpito dal massacro di Hamas, a partire delle famiglie degli ostaggi.

«Molte di loro sono donne: madri, figlie, nonne – ci racconta –. E la loro pena è doppia. Non solo per quello che hanno subìto durante quel Sabato Nero, ma anche perché a questo dolore si aggiunge il silenzio del mondo: il fatto che quel dolore non venga riconosciuto all’estero. Che non venga addirittura riconosciuto dall’Onu e da quei gruppi femministi che il 25 novembre sfilavano per le strade delle capitali europee e americane».

Sono trascorsi ormai più di 50 giorni dal 7 ottobre, giorno in cui Hamas, nel commettere il più grande massacro nella storia di Israele, si è macchiato anche di gravissimi crimini e violenze sessuali nei confronti delle donne. Israeliane soprattutto. Ma non solo israeliane: sono, infatti, 28 le nazionalità tra i 239 ostaggi che sono stati rapiti nella Striscia.

Eppure, fuori da Israele, permane una riluttanza nel denunciare le atrocità commesse dal gruppo terrorista nei confronti delle donne. E questo anche se il gruppo Hamas abbia fornito prove fin troppo evidenti delle atrocità di cui si è reso protagonista pubblicando in tempo reale i filmati delle giovani rapite, fatte sfilare per Gaza picchiate, ferite, umiliate, violentate, molte con i pantaloni insanguinati.

Il silenzio caratterizza persino quelle attiviste dedite proprio alla difesa dei diritti delle donne. Nel denunciare tutto questo, Nicole Lampert, firma di Haaretz, mette in luce anche un aspetto che riguarda le donne a Gaza: «Ci si sarebbe aspettati una ferma condanna da parte dei gruppi femministi ben prima del 7 ottobre, quando le credenziali di Hamas in fatto di femminismo non erano certo brillanti visto che il gruppo impone l’uso dell’hijab, ha reso illegale viaggiare senza un tutore maschio e si è rifiutato di vietare gli abusi fisici o sessuali all’interno della famiglia».

Invece, la maggior parte dei movimenti femministi ha taciuto. Addirittura, il 30 ottobre, 140 eminenti studiose americane hanno firmato una petizione «per il cessate il fuoco» dichiarando, però, che essere solidali con le donne israeliane significa cedere al «femminismo coloniale». Come osservato dalla Lampert, nel Regno Unito l’unica organizzazione a denunciare la violenza sessuale del gruppo terrorista è stata “Jewish Women’s Aid”, sottolineando come «il silenzio pubblico di molte organizzazioni ha un ulteriore impatto sull’isolamento e sulla paura delle vittime israeliane».

«Non rimarremo in silenzio. La vita di ogni donna è ugualmente preziosa», sottolinea dunque la campagna #MeToo_Unless Ur_A_Jew. «Istituzioni come la Croce Rossa Internazionale e UN Women non hanno fatto nulla per supportare le nostre vittime», ha scritto – nella campagna Instagram – Keren Sharf Shem, la cui figlia Mia, 21 anni, è stata rapita durante il Festival Nova. Le madri degli ostaggi hanno lanciato anche la campagna #MomToo (“mamma anch’io”) in cui si possono ascoltare le voci delle donne i cui figli sono stati rapiti o uccisi da Hamas. Lo scopo è sensibilizzare le madri di tutto il mondo per creare consapevolezza su quanto è accaduto. E subito dimenticato dal mondo.

Questo femminismo cieco non riconosce la mattanza delle donne israeliane. Nessuna denuncia di violenza contro le donne ha senso se non misurata su quella del 7 di ottobre contro le donne israeliane. Oppure, si è antisemiti. Fiamma Nirenstein il 27 Novembre 2023 su Il Giornale.

Nessuna denuncia di violenza contro le donne ha senso se non misurata su quella del 7 di ottobre contro le donne israeliane. Oppure, si è antisemiti.

Non solo chi l'ha vista nei film girati dai terroristi stessi lo sa, come me, ma anche chiunque veda la tv o abbia un po' di buon senso. Oppure, si è antisemiti. I terroristi di Hamas si sono autofilmati mentre violentano, strappano le vesti, trascinano per i capelli, caricano sulle macchine vive e morte donne spogliate nella parte inferiore del corpo sanguinante. Alla morgue dove i resti delle donne uccise venivano ricomposti a centinaia spesso solo per parti recuperabili dalle mutilazioni e dal rogo, spesso le gambe erano fratturate e irrecuperabili a causa delle violenze. Bambine, vecchie e anche bambini piccolissimi sono stati violentati, hanno verificato i dottori: dopo tentativi difficili per raccogliere le prove dei fatti, anche i dna dei violentatori sono stati ricuperati. Una sopravvissuta dalla festa dove sono state uccise più di trecento giovani che ballavano, ha testimoniato di una sua amica brutalizzata da diversi, tenuta ferma per i capelli; l'ultimo le ha sparato in testa e dopo ha continuato,fino a che ha finito il suo atto sessuale. Una ragazza è stata mutilata dei seni coi quali i terroristi hanno giocato. Il footage che abbiamo visto mostra molte ragazze morte, svestite, sanguinante. Ma che razza di esseri umani sono le donne che non protestano?

Il femminismo ha sempre albergato una tarantola nel suo guscio, fin da quando negli anni settanta con un gruppo di amiche fondammo la rivista Rosa, sofisticata, intelligente, certo di sinistra. Io ero stata comunista, avevo perfino scritto un libretto sulla storia delle donne comuniste: il mio femminismo, molto primigenio, istintivo, di famiglia, pure non poteva fare a meno delle catena della rivoluzione, di Rosa Luxemburg, del diritto al lavoro. Poi venne il corpo, l'aborto, il divorzio, l'autocoscienza: eppure restava l' indispensabile intersezione con le grandi radunate internazionali, terzomondiste, sovietiche! che già sbattevano le donne israeliane fuori dai loro incontri. Donne meravigliose, che avevano affrontato come eroine la maternità e la guerra, la zappa, la scienza, la poesia. La libertà! Donne senza soggezione verso gli uomini nel loro valoroso ritorno a casa, Israele, un simbolo non certo di colonizzazione, ma di decolonizzazione dalle grandi potenze. Per saperlo, bisogno studiare un po' dio storia. Ma il femminismo già soffriva allora dell'enorme soggezione al movimento comunista, aveva bisogno della sua approvazione e delle sue bandiere. Quindi una volta che esso ha sanzionato lo Stato d'Israele, l'unico che garantisse l'uguaglianza dei sessi in tutto il Medio Oriente, il femminismo si è associato nella gran parte appiccicando etichette fasulle, coloniale, imperiale, capitalista, apartheidil femminismo si è allineato.

Adesso la femminista si è evoluta, è intersezionale, woke, pronta a sacrificarsi alla violenza di Hamas, perché gli oppressori sono bianchi, cristiani o ebrei: non importa se proprio loro salvano gli lgtbq dagli oppressi che li appendono ai lampioni; e non importa se Hamas, da loro difeso, impone alle bambine matrimoni con adulti pedofili, protegge e anzi ordina gli stupri, le botte, i rapimenti. È provato dalle loro stesse testimonianze dopo la strage.

Il divorzio fra il femminismo e i diritti umani si è concluso da tempo: dopo quello che hanno patito le donne in Iran all'Onu gli Ayatollah presiedono la commissione per i diritti umani e non risulta che il movimento abbia sussurrato. Adesso siamo all'antisemitismo: peggiore, disperante direi, è che non si sia levata dalle manifestazioni italiane una voce sullo stupro di massa unito al femminicidio seriale che il 7 di ottobre ha travolto donne, bambine, anziane, mentre i loro cari, 1400, venivano uno a uno trucidati. Perché avete rapito i bambini e le bambine, ha chiesto la polizia ai terroristi catturati. per violentarli hanno risposto. Maschilismo? Violenza? No, caccia alle ebree imperialiste e coloniali. Uccidiamole. 

Ritanna Armeni: "Giulia? Rabbia giusta ma il patriarcato non è di destra". Elisa Calessi su Libero Quotidiano il 27 novembre 2023

 «Noi avevamo il problema di affermare la nostra identità femminile, di dire che non era assimilabile al maschile. E volevamo distinguerci dai partiti, a cominciare da quelli di sinistra, più vicini a noi, perché la nostra ribellione ai maschi era ribellione innanzitutto ai maschi di sinistra. Se non altro perché li avevamo in casa...». Ritanna Armeni, per tanti anni giornalista, ora scrittrice affermata (il suo ultimo libro, Il secondo piano), è stata una protagonista del movimento femminista degli anni Settanta.

Cosa ne pensa del nuovo volto del movimento femminista che si definisce “transfemminista”, usa la schwa, si schiera con la Palestina? 

«Il movimento delle donne è come un fiume carsico. Sembra scomparso, poi invece esplode. Naturalmente ogni volta che riemerge, non è uguale a se stesso. Il movimento femminista degli anni ’70 non era uguale a #MeToo. E il movimento di oggi è diverso da quello in cui io sono nata. Questo non vuol dire non abbia motivi altrettanto validi».

In cosa è diverso? 

«Innanzitutto le donne, ai miei tempi, avevano molto forte il problema dell’identità femminile che si voleva distinguere dal maschile per potersi esprimere. La schwa è un modo di praticare immediatamente una parità dei sessi sul piano grammaticale e linguistico. Mentre a noi interessava esplicitare una differenza».

Altre diversità? 

«Questo movimento ha immediatamente una connotazione anche politica. Di schieramento. Mentre noi avevamo il problema di distinguerci da partiti».

Anche da quelli di sinistra? 

«Soprattutto da loro. La nostra ribellione agli uomini era innanzitutto ribellione agli uomini di sinistra. Se non altro perché li avevamo in casa, erano i maschi sotto mano».

Il movimento femminista di oggi no? 

«Mi pare sia più orientato a schierarsi direttamente a sinistra, anzi vicino all’ultra-sinistra».

Vede altri elementi diversi?

«Io, per esempio, non faccio risalire il patriarcato alla destra, al centrodestra e quindi alla presidente del Consiglio. Purtroppo, il patriarcato è un fenomeno più vasto. Che riguarda tutti. Anche le donne. Se no, non sarebbe stato così efficace. Mentre mi pare che queste ragazze siano convinte di poterlo superare rapidamente. Detto questo, io, oggi, sto con loro».

In che senso?

«Questo movimento è di grandissimo interesse. Fa riemergere una coscienza femminile che sembrava morta. Soprattutto, la rabbia è la stessa. Noi avevamo una rabbia enorme contro un mondo maschile che ci discriminava. Loro hanno altrettanta rabbia contro il patriarcato. In questo mi identifico. E in piazza sto con loro, pur non condividendo molte cose, a cominciare dalla non condanna degli stupri di Hamas».

Altro punto che ha fatto discutere. Cosa ne pensa?

«Per me le donne vengono prima. La lotta palestinese è importante, ma viene dopo il fatto che le donne ebree sono state stuprate. Mentre, da quanto leggo, in questo le organizzatrici della manifestazione sono state soverchiate dalla politica. Mentre io non vedo contraddizione: posso essere filo-palestinese, ma essere orripilata da quanto avvenuto il 7 ottobre in Israele. A loro giustificazione c’è la considerazione che il maschio occidentale non aspetta altro che dire i maschi pericolosi sono solo da una certa parte del mondo. Mentre non è così».

In queste settimane c’è stata una gara di uomini a chiedere scusa. La convince?

«Mi fa piacere che abbiano preso consapevolezza. A un certo punto, però, questa vicenda sta diventando una giustificazione: “Siccome c’è una crisi del patriarcato, aiutateci”. Eh, no. Ci sono i femminicidi! Se c’è questa crisi, è ora che voi maschi prendiate in mano la vostra crisi. Ho un suggerimento: fate dei gruppi di autocoscienza. Partite da domande facili-facili. Tipo: “Perché in un gruppo di lavoro se la donna viene promossa, soffro di più? Forse, se si fanno queste domande, arrivano al nucleo della faccenda». 

Stasera Italia, Rampini contro le femministe: "Colpito e indignato". Libero Quotidiano il 26 novembre 2023

Il tema della violenza sulle donne e delle manifestazioni che ieri si sono tenute in varie parti d'Italia ha tenuto banco nello studio di Stasera Italia su Rete 4. Tra gli ospiti Federico Rampini, in collegamento, che ha subito detto di non avere apprezzato la scelta di alcuni collettivi di tirare in ballo la questione palestinese. È il caso del movimento "Non una di meno", che nel manifesto di presentazione del corteo del 25 novembre a Roma ha inserito anche il tema Israele-Palestina. "Sono rimasto colpito e un po' indignato dalla presenza degli striscioni palestinesi nella manifestazione per le donne - ha detto l'editorialista del Corriere della Sera -. La Palestina di Hamas non è un modello di rispetto di diritti delle donne, anzi Hamas ha usato sistematicamente purtroppo gli stupri delle donne come strumento di guerra".

Rampini, poi, ha parlato di un fenomeno parecchio diffuso negli Stati Uniti, il Me Too, definendolo "un movimento che ha coinvolto soprattutto delle celebrity molto importanti nel mondo dello spettacolo. Sicuramente in certi casi ha colpito dei maschi prevaricatori, aggressivi, criminali, il più famoso di tutti è il produttore Weinstein, che è in galera giustamente per tutto il male che ha fatto  a tante donne. In altri casi ci sono state invece delle situazioni più ambigue, controverse, regolamenti di conti tra celebrity multimilionarie. Non sono sicuro che abbia avuto degli effetti diffusi nella società civile americana. Il tema che avete già sollevato, quello della rieducazione dei bambini maschi, inculcando rispetto e rifiuto di ogni forma di violenza, sono operazioni di lunga lena, probabilmente la società americana è un po' più avanti di quella italiana per ragioni culturali storiche, però abbiamo anche qui delle contraddizioni". 

GUERRA E IDEOLOGIA. Se Lgbt e femministe preferiscono la sharia, vadano pure. L’Occidente ormai si odia. A tal punto da generare folli paradossi: l’universo gay e quello femminista fanno il tifo per Hamas e l’islam. Salvatore Di Bartolo su Nicolaporro.it il 14 Novembre 2023.

In un Occidente sempre più bramoso di suicidio, l’ipocrisia e il conformismo imperano ormai sovrani. I feroci e ripetuti attacchi dall’interno ai capisaldi della cultura occidentale, unitamente alla sfrenata esigenza di perorare ad ogni costo cause spiccatamente antioccidentali, possono assumere un solo significato: l’Occidente, o perlomeno una parte di esso, si odia profondamente. Talmente tanto da far apparire spesso la civiltà occidentale la più antioccidentale fra tutte le civiltà del nostro tempo.

Tale profondo e ben radicato odio di sé di cui si alimenta l’ormai agonizzante Occidente è infatti sempre più facilmente riscontrabile, con una carica peraltro oltremodo accentuata, in alcune sue frange, soprattutto laddove si annida una mai paga bramosia di tutele e corsie preferenziali.

Accade così che quel mondo minoritario, sempre più rumoroso e ostile nei confronti delle silenziose e sempre più soggiogate maggioranze, dopo aver fatto incetta di diritti e libertà nel tollerante e libero mondo occidentale, abbia inscenato il più classico dei voltafaccia per sostenere la causa dei più acerrimi nemici dell’Occidente.

Si originano così degli autentici paradossi, delle prese di posizione perverse e irrazionali, totalmente incomprensibili almeno senza una cospicua dose di insulsa ignoranza e becero conformismo. Si stenta infatti a comprendere, ad esempio, come il variopinto universo Lgbt, in perenne lotta contro l’oscurantismo occidentale, possa ergersi a paladino dell’Islam più radicale che disconosce le libertà sessuali e perseguita barbaramente le diversità. Oppure, come le agguerritissime femministe, sempre così ostili verso il bigotto e fallocratico Occidente, possano scendere in piazza a difesa di quell’integralismo culturale e religioso che predica, e poi pratica, la sottomissione del genere femminile al volere maschile e la sistematica negazione dei più basilari diritti della donna.

Orbene, laddove femministe e omosessuali avessero lecitamente modificato il loro punto di vista sul tema dei diritti civili, e altrettanto lecitamente avessero scelto di abbandonarsi al fascino irresistibile di imam, burqa e scimitarre, che ben venga. Nessun problema. Se la Sharia li rappresenta più dei valori occidentali e della cristianità, che facciano pure. Che aprano anche le braccia all’indulgente e democratico Islam. Il cotanto odiato Occidente riuscirà, presto o tardi, a farsene una ragione.

Ma ci risparmiassero perlomeno le false invettive, i soliti fastidiosissimi piagnistei e le deliranti lezioncine politicamente corrette intrise di ideologismo, ipocrisia e antioccidentalismo. Non sono più credibili.

In piazza le femministe filo Hamas. La Giornata per le donne, oggi, diventa un delirio su Meloni e Israele. Sinistra spiazzata. Francesco Giubilei il 25 Novembre 2023 su Il Giornale.

L'iniziativa di organizzare per oggi, giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, una grande manifestazione dopo l'uccisione di Giulia Cecchettin, poteva essere una buona notizia. Eppure l'appuntamento, invece di restare apolitico e trasversale, si è trasformato in un evento con una connotazione ideologica estrema, a causa delle posizioni degli organizzatori dei cortei di Roma e Messina del movimento transfemminista «Non una di meno». Un evento nato per contrastare la violenza contro le donne si è trasformato in occasione per mettere sul banco degli imputati tutti gli uomini in quanto tali, il governo Meloni e Israele. Anche a sinistra qualcuno se n'è accorto. Carlo Calenda, di Azione, già ieri criticava la linea oltranzista: «Questa non è la piattaforma di una manifestazione contro la violenza sulle donne e per una società meno maschilista e più equa - ha sbottato - Questa è la piattaforma di un collettivo di estrema sinistra antisraeliano e filo Hamas (notoriamente sostenitore dei diritti delle donne). Sorvolo sui restanti deliri veteromarxisti». I leader dell'opposizione, salvo ripensamenti, non dovrebbero partecipare al corteo romano. Chi per impegni concomitanti, chi per una scelta politica. Fatto sta che il documento di «Non una di meno» ha politicizzato il tema: «Quelle di Roma e di Messina non saranno piazze neutre» hanno spiegato dal movimento, accusando il governo di procedere «a colpi di decretazione di urgenza razzista e classista». Come se non bastasse il comunicato infarcito di asterischi e schwa, è in particolare la posizione su Israele a lasciare sgomenti: «Lo stato italiano deve smetterla di essere complice di genocidi in tutto il mondo» perché «schierandosi in aperto supporto dello stato coloniale di Israele, appoggi di fatto il genocidio in corso del popolo Palestinese». Lecito chiedersi cosa c'entri Israele con il tema dei femminicidi ma, se proprio si vuole citare la situazione in Medio Oriente, sarebbe opportuno spendere almeno una parola per le donne uccise, torturate, stuprate, rapite dai terroristi di Hamas. E le transfemministe, sempre in prima linea nel puntare il dito contro Israele («la guerra è la manifestazione più totalizzante della violenza patriarcale, per questo, e più che mai, siamo al fianco del popolo palestinese»), non dicono nulla sull'attacco terroristico di Hamas.

Indignata l'ex ministra Mariastella Gelmini (Azione): «Confondere la lotta contro la violenza di genere con quello che sta accadendo tra Israele e l'organizzazione terroristica Hamas - dice - è inaccettabile. Non dire una parola sugli stupri subiti dalle donne israeliane è un grave errore. Senza fare chiarezza su questo punto (si è ancora in tempo), la piazza rischia di essere un'occasione persa». E anche Maria Elena Boschi (Iv) considera «deliranti» le parole su Israele.

Le manifestazioni di oggi, insomma, sono una grande occasione mancata e testimoniano la spaccatura che si è creata nell'opinione pubblica dopo la morte di Giulia Cecchettin. Partendo dalla necessità di contrastare la violenza contro le donne, sembrano essersi delineate due anime: una che vuole trovare soluzioni di buon senso legate al problema, un'altra che usa questo tema per cercare di cambiare la società in ambiti che nulla hanno a che vedere con la violenza sulle donne. Facile dire a quale delle due categorie appartengono le transfemministe.

Anti tutto. Il demone dell’estremismo si è mangiato la sinistra, e anche il femminismo. Mario Lavia Linkiesta il 24 Novembre 2023

Per la Giornata mondiale sulla violenza contro le donne il Partito democratico va in piazza al fianco di “Non una di meno”, associazione che ha diramato frasi obsolete e dichiarazioni d’odio verso Israele. Elly Schlein non può far finta di niente

Ci deve essere un demone a sinistra che incendia gli animi, fa guizzare le fiammelle dell’ideologia bruciando la possibilità di costruire qualcosa su un terreno comune, e questo demone è segnato dal vecchio marchio di fabbrica estremista degli organizzatori/organizzatrici di tutte le manifestazioni su qualunque argomento.

Accade in Italia anche in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne: ed è singolare – eufemismo – che il Partito democratico oggi vada in piazza fischiettando, senza chiedere qualche chiarimento su una manifestazione connotata nei suoi documenti da violenti accenti filo-Hamas, che è la ragione per cui Italia Viva e Azione non ci saranno.

Sì, ci deve essere come una “centrale” di sessantenni o più che da sempre gode a scrivere piattaforme e documenti, mettere il cappello sulle iniziative più lodevoli, una “centrale” di personaggi che si conoscono tutti tra di loro da sempre, professionisti degli slogan, arruffapopolo anti-tutto, alcuni sbarcano il lunario altri stanno comodi magari pagati da quello Stato che detestano, sono loro da sempre a riapparire all’improvviso per appestare l’aria.

Il demone si è puntualmente risvegliato in vista delle manifestazioni di oggi a Roma e Messina in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne , occasione perfetta specie mentre ancora si piange per Giulia Cecchettin per cercare di unire, di allargare gli orizzonti del femminismo, di parlare un linguaggio non settario, senza peraltro ledere l’autonoma identità del movimento delle donne.

E invece ecco che “Non una di meno”, l’associazione che promuove le manifestazioni di oggi, tira fuori un documento che pare scritto trent’anni fa e che soprattutto, del tutto incongruamente, se ne esce con un attacco a Israele. Che poi se un nesso si può stabilire tra la violenza alle donne e la guerra caso mai sta esattamente nella ripulsa per gli stupri commessi da Hamas il 7 ottobre, per qui corpi di donne devastati e offerti al ludibrio, come hanno rilevato in Francia alcuni artisti e intellettuali francesi come gli scrittori Marc Levy e Marek Halter, l’attrice Charlotte Gainsbourg, la sindaca di Parigi Anne Hidalgo: «I loro nomi erano Sarah, Karine, Céline… Su iniziativa dell’associazione Paroles de femmes, lanciamo un appello alle femministe e ai sostenitori della nostra causa affinché il massacro delle donne in Israele del 7 ottobre sia riconosciuto come femminicidio».

E invece le femministe di “Non una di meno” in un documento del 7 novembre preparato per la manifestazione di oggi hanno pensato bene di scrivere tutt’altra cosa. Sembra un volantino di Autonomia operaia: «Il governo partecipa e finanzia in prima fila all’escalation bellica, con la produzione e invio massiccio di armi, tentativi di moltiplicare le basi militari, oltre quelle già esistenti (non ultimo sul territorio di Pisa, a Capo Frasca, Sigonella e Niscemi), nonché in pratiche di controllo varie; quali ricoprire le Città di Venezia e Messina di telecamere a riconoscimento facciale (prodotte in Israele) già in sperimentazione nel trasporto pubblico di Padova. Uno strumento spacciato come prevenzione di una violenza sistemica che lo Stato risolve in un solo modo: repressione. Le stesse utilizzate per la repressione e genocidio delle nostre sorelle Palestinesi». Toni Negri non avrebbe saputo fare meglio. Lui era un cattivo maestro, ma queste sono alunne penose.

E già che ci siamo ecco l’attacco diretto a Israele: «Lo stato Italiano deve smetterla di essere complice di genocidi in tutto il mondo e schierandosi in aperto supporto dello stato coloniale di Israele, appoggia di fatto il genocidio in corso del popolo Palestinese».

All’Ansa qualcuna di “Non una di meno“ ha detto testualmente: «Porte aperte alle donne israeliane». Grazie tante. E poi: «Noi siamo contro il genocidio di uno stato colonialista nei confronti dei palestinesi, non contro le donne israeliane». Ma questo è diventato il femminismo? Possibile che le femministe vere, le donne di sinistra, le famose intellettuali scrittrici giornaliste registe attrici, non abbiano nulla da dire? Elly Schlein può far finta di niente su questa deriva estremista cui bellamente resta il fianco? Ascolti quello che dice la dem Pina Picierno: «Il 7 ottobre Hamas durante le azioni nei kibbutz ha ucciso e stuprato. Gli esiti delle autopsie e delle refertazioni mediche che ho letto in queste settimane sono terribili, i racconti dei terroristi arrestati fanno rabbrividire e i video che ho visionato dalle bodycam dei terroristi sono la rappresentazione dell’orrore. Queste donne israeliane, le loro storie, le violenze subite sono state escluse dal dibattito femminista così come accadde per gli stupri di guerra avvenuti in Ucraina. In questa giornata che precede il 25 novembre abbiamo il dovere di raccontare quello che avvenne il 7 ottobre, abbiamo il dovere di alzare la voce perché se toccano una toccano tutte, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione e dai conflitti».

La “centrale”, quella del pacifismo imbelle e senso unico che ha condizionato tante manifestazioni sull’Ucraina finendo per dar fiato alle trombe di Vladimir Putin, si è rimessa in moto e il demone rianima le sue lingue di fuoco contro l’Occidente, non contro il califfato, contro “la politica”, non contro i tagliagole di Hamas. E tutto fa brodo, per questa propaganda avvelenata, anche stendere un mantello di odio contro i “nemici”, anzi, le “nemiche” stuprate il Sabato nero. Per loro non c’è pietà, ha sentenziato il demone. Rovinando una giornata importante.

Estratto dell’articolo di Linda Varlese per huffingtonpost.it lunedì 16 ottobre 2023.

"Il fatto che sia stata la destra a portare la prima donna a diventare presidente del Consiglio in Italia, nonostante la sinistra abbia sempre appoggiato le battaglie femminili e femministe, è stata una delle ragioni che mi ha spinto a scrivere questo libro". Mirella Serri, storica, scrittrice e giornalista, racconta a HuffPost la genesi del suo ultimo libro "Uomini contro" (Longanesi), una ricostruzione delle traiettorie del contrattacco sferrato dalla seconda metà del Novecento agli anni Duemila, nella società italiana e non solo, contro il lungo viaggio dell'emancipazione femminile.  […] 

Mirella Serri, perché non è stata la Sinistra a portare la prima donna a diventare presidente del Consiglio in Italia?

Evidentemente ci sono stati una serie di pregiudizi o di volontà di potere da parte del mondo maschile di sinistra, le due cose non sono disgiunte, che non hanno permesso di dare alle donne quei ruoli istituzionali che a loro spettavano. La sinistra ha sostenuto le lotte delle donne, questo è indiscutibile. Pensi che mentre la destra ha portato la prima donna in parlamento nel 1963, le donne con la Resistenza già impugnavano le armi ed erano comandanti.

Eppure questo non è bastato. D'altronde, come racconta nel libro "Uomini contro", l'ostracismo all'emancipazione e all'affermazione femminile è di Destra quanto di Sinistra. Esempio ne è, appunto, Nilde Iotti.

Ho cercato di mettere in evidenza non solo quello che è passato alla storia come un atteggiamento se vogliamo bacchettone, condizionato da una volontà del Partito Comunista di essere in un certo senso simmetrico alla Chiesa Cattolica, per cui negli anni '50 c'è un ritorno alla famiglia, nonostante negli anni '30 il Partito Comunista non era così, anzi predicava l'amore libero. 

Oltre a questo, che è un tratto abbastanza noto, ho voluto mettere in evidenza ciò che non è mai stato raccontato. Se andiamo a vedere gli scritti di Nilde Iotti dal '45 fino alle metà degli anni '50, è una femminista molto schierata dalla parte dell'autonomia e dell'emancipazione femminile. Poi progressivamente abbandona queste sue posizioni, anzi dice che l'emancipazione e tante altre rivendicazioni appartengono al mondo borghese e non alle operaie che invece si riconoscono in tutto il movimento operaio e non fanno rivendicazioni a parte per le donne. […] 

Non solo. Come racconta, la considerano un'incapace.

Esattamente. Lo stesso Enrico Berlinguer dice che le donne devono essere come Santa Maria Goretti. Le dicono che lei non può camminare da sola, ma deve essere tutelata da loro per avere la presidenza della Commissione Femminile. Questo era il pregiudizio che c'era allora nei confronti di una donna da sola, con quelle caratteristiche: lei viveva fuori dalla famiglia, aveva avuto il coraggio di organizzare una sua relazione fuori dalle convenzioni, insomma era una donna con tante caratteristiche "anomale" che non coincidevano con l'immagine femminile di moglie, sposa e madre esemplare.

Il risultato era che secondo i compagni del suo stesso partito non aveva capacità direzionale. Pensi che Stalin attribuì la responsabilità degli attentati del '48 contro Palmiro Togliatti a Nilde Iotti, con cui il Migliore all'epoca aveva una relazione. Quindi non solo era una donna che non aveva la fermezza d'animo, le virtù, le capacità delle responsabilità politica. Ma quando succedeva qualcosa era colpa sua: era una personalità che quando si intrometteva negli affari governati dagli uomini, li intralciava. Togliatti si impegnò a difendere Nilde e la sua autonomia dai più accesi stalinisti del suo partito. […] 

Poi ci sono gli anni del movimento femminista e l'arrivo di Silvio Berlusconi.

Esatto. Le donne negli anni '80 e '90 cominciano ad avere ruoli importanti nella società grazie anche ai movimenti femministi, ma all'orizzonte si profilano le televisioni di Berlusconi che vendono un'immagine commerciale delle donne: le umiliano, le mercificano, trascurando le loro capacità imprenditoriali e offrendo un’immagine femminile alquanto diversa da quella scolarizzata e acculturata che pur stava crescendo nella Penisola.

Lei ha tratteggiato un percorso altalenante, con molti saliscendi, fatto di piccole conquiste e molti passi indietro. A che punto siamo?

La lunga marcia dell’antifemminismo ancora oggi non si è fermata, arriva ai nostri giorni e li orienta e li condiziona più prepotente che mai. Difficile capire dove siamo. Le barriere per ostacolare l'inserimento delle donne nella politica e nelle istituzioni, per non parlare delle forme di privazione delle libertà che si stanno manifestando nel mondo, oggi sono più che mai inconciliabili con l'idea di democrazia. 

Nel mondo siamo messi malissimo: quello che accade in Iran, in Afghanistan, in Turchia, ma anche in Polonia dove non c'è diritto d'aborto, o in l'Ungheria lo dimostra. In Italia siamo per il momento resistendo, anche se la nostra premier aveva un programma per limitare il diritto all’aborto, prima di diventare presidente del Consiglio.

È un controsenso, per quanto riguarda le lotte femministe, vedere una premier donna che è tuttavia espressione di una destra estrema?

Non c'è dubbio. Se lei va a leggere il programma di FdI o gli stessi libri di Giorgia Meloni, si renderà facilmente conto, ad esempio, che è contro le quote rosa, ma a favore della meritocrazia. Evidentemente, però, ci sono poche donne di merito nella destra, quelle che ci sono nel governo sono poche. 

Crede che con l'elezione di Giorgia Meloni a presidente del Consiglio abbiamo in qualche modo scavallato l'ostacolo dell'inserimento delle donne nelle istituzioni?

Credo di no, anzi possiamo fare grandi passi indietro. 

La storia ci dice che nella maggior parte dei casi si è reso necessario l'avallo maschile affinché una donna raggiungesse un ruolo di prestigio sia a livello professionale che istituzionale. Pensa che oggi sia ancora così? Crede che per Giorgia Meloni ed Elly Schlein sia stato così?

Credo di no. Credo siano due donne meritevoli, in maniera molto diversa. Quello che hanno raggiunto, da due punti di vista diversi, se lo sono meritato, non possiamo dire che siano state messe lì dagli uomini, come fiore all'occhiello.

La causa giusta e la lezione alle femministe. Esiste un "machismo" in gonnella (e quello non è che sia molto più interessante dell'originale) ed esiste un "femminismo vero". Valeria Braghieri il 7 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Esiste un «machismo» in gonnella (e quello non è che sia molto più interessante dell'originale) ed esiste un «femminismo vero» o, per ripulire il linguaggio da equivoci in agguato, diciamo che esiste una «causa femminile». Che ha meno a che fare con le parole che devono terminare in asterisco, con quanta porzione di corpo possiamo scoprire prima di essere etichettate come «oggetto» o con l'opportunità di essere chiamata assessora con la «a» piuttosto che con la «e», bensì ha più a che vedere con «feccenduole» tipo libertà imprescindibili, diritti umani e lotta contro la pena di morte. Il premio Nobel per la Pace è stato assegnato ieri a Narges Mohammadi per la sua lotta contro l'oppressione delle donne in Iran. Narges ha cinquantun'anni, è una delle attiviste più importanti del suo Paese, si batte per i diritti umani e in particolare per quelli negati delle donne. In questo momento si trova rinchiusa nel carcere di Evin a Teheran (praticamente la Guantanamo dell'Iran) dove deve scontare una condanna a dieci anni per «diffusione di propaganda antistatale». Ma di condanne ne ha accumulate cinque, è stata arrestata 13 volte, le sono stati inflitti 31 anni di galera, 154 frustate e un numero imprecisato di torture e umiliazioni. La crudeltà peggiore è stata però quella di separarla dai suoi due figli (che vivono in esilio in Francia e non vedono la mamma da 8 anni) e dal marito. É questa la cosa che, più delle cinghiate, avrebbe piegato chiunque. Tanto che viene da chiedersi come faccia una donna a darsi una determinazione così netta, a non spostarsi dalla propria missione anche quando, dall'altra parte della scelta, ci sono dei figli. «Perché lo fa per loro» è l'unica risposta frequentabile. Per consegnare un mondo più in ordine a loro. È importante che il Nobel per la Pace sia stato assegnato a Narges e un po', per estensione, alle coraggiosissime signore iraniane alle quali è impedito tutto ciò che riempie di dignità un individuo, ma devasta che per ottenere attenzioni, empatia sociale e riconoscimenti le donne debbano passare per il martirio: infibulazioni, segregazioni, massacri etnici... Il giorno in cui le nostre femministe scopriranno il femminismo sarà sempre troppo tardi.

 

Estratto dell’articolo di Valentina Iorio per il “Corriere della Sera” giovedì 24 agosto 2023

In Europa le donne guadagnano in media il 13% in meno degli uomini. Ma come si fa a contrastare questa disparità, se le lavoratrici non sanno quanto prendono i loro colleghi maschi per fare il loro stesso lavoro? Proprio per questo la direttiva Ue 2023/970 per la parità di retribuzione fra uomini e donne prevede il divieto del segreto salariale. Le lavoratrici e i lavoratori, quindi, potranno conoscere gli stipendi dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro. La direttiva è entrata in vigore a maggio, l’Italia e gli altri Paesi membri avranno tre anni di tempo per recepirla: il termine è fissato il 7 giugno del 2026.

[...] L’obiettivo è superare il gender pay gap che in Europa continua a pesare, malgrado il principio della parità di retribuzione sia stato sancito nel 1957 dai trattati di Roma. Tra i fattori che alimentano il divario retributivo tra uomini e donne c’è l’insufficiente trasparenza dei salari, che impedisce di identificare i casi di discriminazione. [...] Il livello retributivo iniziale o la fascia di riferimento dovranno essere resi noti già negli annunci di lavoro o prima del colloquio.

L’idea è che chi si candida possa avere a disposizione tutte le informazioni necessarie per valutare l’offerta e negoziare la propria retribuzione.

[...]

Obblighi per le imprese Le imprese con più di 250 dipendenti dovranno riferire ogni anno all’autorità nazionale competente in merito al divario retributivo di genere all’interno della propria organizzazione.

Le imprese più piccole lo dovranno fare ogni tre anni. In Italia l’obbligo di comunicazione esiste già: le aziende pubbliche e private con più di 50 dipendenti devono pubblicare una relazione, ogni due anni, sull’occupazione e la remunerazione del personale maschile e femminile. Mentre quelle con meno di 50 dipendenti possono preparare un rapporto su base volontaria.

Estratto dell’articolo di Giulia Torlone per “la Repubblica” giovedì 24 agosto 2023.

«Papà che schifo, questo non è un Paese dove potersi realizzare». L’ultima lezione in tema di parità arriva dalla reazione a caldo di una quattordicenne, in vacanza in un hotel in Sardegna, quando ha visto che sul tavolo del buffet, in mezzo ai dolci, c’era una donna in bikini coperta di cioccolato. 

A raccontare su Linkedin l’episodio che infiamma il dibattito sui social è stato il padre della ragazzina, un manager delle risorse umane. È Ferragosto, siamo in un resort Alpitour a Golfo Aranci. «Dopo una bella giornata in cui tante persone hanno lavorato duramente per far passare un giorno spensierato ai tanti ospiti, rimango senza parole guardando questa scena. 

Dopo il primo momento di sgomento mi domando: Voi hotels sta per “Vera ospitalità italiana”, ma cosa significa? Cosa ne pensano i manager di Alpitour di questa rappresentazione del corpo femminile?». 

Mazzieri spiega di essersi lamentato con la struttura. E di aver scoperto che, su 700 persone presenti in hotel il giorno di Ferragosto, era stato l’unico ad aver qualcosa da ridire. L’unica a indignarsi, con lui, era stata proprio sua figlia, dall’alto dei suoi quattordici anni, a dispetto degli altri 698 vacanzieri a bordo piscina.

Gli organizzatori, ricostruisce il manager, hanno tentato una goffa spiegazione: «Per loro ammissione, la ragazza è stata lì per soli trenta minuti per fare le foto, poi era impegnata nelle attività di animazione confermando, di fatto, che fosse poco più di un bel vaso o di una stoviglia ». Secondo Mazzieri è la cultura aziendale ad essere sbagliata, «frutto di una gestione lasciata in mano a responsabili con una visione del mondo antiquata». […] 

Repubblica ha contattato la direzione dell’hotel, il Voi Colonna Village di Golfo Aranci, che però, dopo un «finalmente qualcuno vuole conoscere anche la nostra versione », ha preferito non rilasciare dichiarazioni. Stessa reazione da parte dell’agenzia che offre all’albergo il servizio di animazione: nulla da dire sulla giovane che a bordo piscina viene servita a tavola insieme a dei pasticcini.

Intanto, sui motori di ricerca online per trovare e offrire lavoro, è comparso un annuncio in cui Voi hotel cerca un nuovo manager nella struttura incriminata, per la stagione 2024. Se l’episodio, sulle prime, aveva indignato solo una quattordicenne e il suo papà, ora gli utenti social promettono di boicottare la struttura e s’interrogano sulla mancanza di etica di chi organizza questo tipo di intrattenimento. […]

Estratto dell'articolo di Giulia Torlone per “la Repubblica” sabato 26 agosto 2023.

Se non fosse per il clamore suscitato nelle ultime ore, probabilmente la ragazza servita al buffet per dolci ricoperta di cioccolato la vedremmo ancora a tavola. A Golfo Aranci il direttore del resort al centro dello scandalo estivo è nella hall dalla mattina presto. 

[…] Un signore catanese, trolley ancora in mano, ride intercettando il capo della struttura: «Mi aspetto la ragazza di cioccolato, diretto’!». Tra una battuta e un sorriso stiracchiato, è inevitabile che gli ultimi giorni qui al Voi Colonna Village siano fuori dall’ordinario. 

«Siamo stati al centro di una tempesta mediatica che non mi ha fatto dormire per due notti», racconta il manager, protagonista dell’affaire che ha oltrepassato i confini nazionali. Pur dovendo nascondere il suo nome, l’azienda l’ha obbligato all’anonimato, ha voglia di raccontare la sua versione.

«Ho letto tante ricostruzioni in giro, ma la realtà è che l’idea è venuta il giorno prima della festa al nostro chef pasticcere. Ho acconsentito, perché regalare agli ospiti un tableau vivant, un’opera d’arte, mi è sembrata una buona trovata. Il nostro intento era quello di rappresentare la bellezza della donna senza sessualizzarla», spiega. […] 

Per il responsabile dell’hotel, bisogna contestualizzare: «Ciò che è stato pubblicato sui social sono solo tre centimetri rispetto ai sessanta metri di tavolo imbandito intorno alla piscina». Mostra la foto originale e quello che sembrava cioccolato, in realtà è spray alimentare dorato. «Ci hanno accusato di averle spalmato addosso il fondente, ma nessuno ha mai toccato il corpo della ragazza. Volevamo solamente ricreare una sirena che dorme, come fosse una statua d’oro». […]

Se la responsabilità di ogni decisione è del direttore, al centro però c’è la ragazza. Lei non vuole farsi riconoscere, ma probabilmente è tra Kekko, Arianna, Nicole e il gruppo di animatori che, prima di pranzo, è sulla spiaggia a intrattenere gli ospiti del resort con i balli di gruppo. 

La sua versione però l’ha consegnata al direttore: «Quando il capo animatore ha chiesto al nostro gruppo chi fosse disposta a farlo, ho alzato io la mano. L’idea mi piaceva, sono abituata a fare esibizioni, ed è su questa linea che ho inteso la performance. Certamente, però, dopo quello che è successo non lo rifarei», ammette l’animatrice. 

Della stessa idea è il direttore. Secondo lui su 700 ospiti il manager Federico Mazzieri e sua figlia sono i soli a non aver gradito. «Se una ragazzina di 14 anni viene ferita da qualcosa di cui io sono responsabile, non posso che sentirmi molto dispiaciuto, anche se tutti hanno preso l’iniziativa in maniera positiva» continua.

E poi attacca: «Non è vero, come scrive Mazzieri su Linkedin, che si è lamentato la sera stessa: ha aspettato la mattina dopo e soprattutto smentisco che io mi sia sottratto». Sotto gli ombrelloni, una coppia di nuovi ospiti dell’hotel ammette che «la trovata sia stata di cattivo gusto, da evitare». 

Una signora sulla cinquantina, invece, dice di non essersi sentita offesa dalla trovata di far sdraiare una ragazza in bikini sul tavolo dei dessert. «Ho sentito del clamore suscitato dalla festa di Ferragosto solo dalla stampa e dal tg, io che ero presente non mi ero neanche accorta della cosa», racconta un’ospite che sta per ripartire dopo due settimane nel resort. […]

Francobolli di storia. “Votes for women”. Il Penny sfregiato e la campagna delle suffragettes. Un gesto simbolico eppure rivoluzionario, risalente alla metà dell’Ottocento e che non escludeva il ricorso a Messi decisi, perfino violenti. Riccardo Nencini su Il Riformista il 24 Settembre 2023

È successo centoventi anni fa in Inghilterra, un gesto simbolico eppure rivoluzionario, all’epoca considerato immorale, criminale addirittura.

Incise in un penny, proprio sopra la testa del sovrano Edoardo VII, le parole: ‘Votes for women’, in maiuscolo, a caratteri diversi, scalpellate con decisione sulla moneta più maneggiata a Londra a dintorni.

La campagna per il voto alle donne iniziò attorno alla metà dell’Ottocento e non escludeva il ricorso a Messi decisi, perfino violenti. Si trattava soprattutto di donne di buona famiglia che tenevano riunioni, comizi, attaccavano l’autorità dello Stato, in questo caso sfregiavano il volto del re, un’azione blasfema senza precedenti se erano le donne a metterla in campo. Quel gesto, e in particolare la campagna reiterata delle suffragettes, ribaltava l’idea tradizionale della donna tutta casa e famiglia. Lord Gladstone, primo ministro, lo scrisse in chiaro: “Non ho paura che la donna usurpi il potere dell’uomo. La mia paura è istigarla ad accantonare delicatezza, purezza, intelligenza e nobiltà della sua natura, le vere fonti del suo potere”.

Insomma, stattene a casa!

Siccome il penny sfregiato non bastò a convincere il governo, allora si passò a mezzi più crudi e violenti: incatenarsi di fronte a Downing Street , spedire lettere esplosive, sciopero della fame. Metodi che si sono ben conosciuti in tempi recenti, presi a prestito dalle ragazze inglesi di oltre un secolo fa.

Fu la guerra a modificare le cose. Napoleone l’aveva detto più volte: ‘La guerra porta la civiltà’. Con la Grande Guerra le donne dimostrarono di non essere in nulla inferiori agli uomini: coltivarono il grano, lavorarono in fabbrica, crebbero i figli.

Nel 1918 le donne sopra i trent’anni ebbero il diritto di voto. Nel 1928 quel diritto venne esteso, come per gli uomini, a chi avesse compiuto i ventuno anni di età.

Una delle tante battaglie di civiltà vinte dalle donne con i maschi arrivati in preoccupante in ritardo, se non addirittura contrari.

Da noi nel 1946, con le elezioni amministrative e poi col voto per la costituente e il referendum istituzionale repubblica/monarchia. Se siete curiosi indagate su favorevoli e contrari alla concessione del diritto di voto in Italia. Rimarrete sorpresi. Riccardo Nencini

 Estratto dell'articolo di Alessandro Gendusa per serial.everyeye.it martedì 26 settembre 2023.

Kevin Sorbo ha di recente compiuto 65 anni, e l’attore interprete di Hercules ha pubblicato attraverso Fox News un editoriale dal titolo “Rendiamo Hollywood mascolina di nuovo”, in cui si scaglia contro il femminismo.

Sorbo ha scritto: “[…] se sei vittima dei tuoi desideri primari, la cultura femminista ha vinto. Sei esattamente il tipo di uomo smidollato che loro vogliono che tu sia. La società di oggi fraintende gravemente la mascolinità".

“Lasciare salvare il mondo agli uomini? Non credo proprio", diceva Elastigirl nel film Pixar "Gli Incredibili". Era il 2004. Da allora, la popolare massima femminista di Helen Parr è arrivata a definire l'endemica etica anti-uomo di Hollywood. Le sue parole sembrano essere alla base di ogni film più importante del cinema, dai recenti film di "girl-boss" ai film più maschili, che includono tutti un cenno obbligatorio alla forza superiore, all'intelligenza e all'indipendenza delle donne.”

L’attore accusa il mondo hollywoodiano di aver demonizzato eccessivamente la mascolinità, rendendo il femminismo il nuovo perno del sistema cinematografico americano. Sorbo ha preso Timothée Chalamet come esempio di sconfitta:

“Lui spesso indossa abiti che, beh, diciamo che vostro nonno non si sarebbe fatto trovare morto vestito come Chalamet. D'altra parte, i nostri film preferiti sono popolati da uomini macho e spavaldi.

Dovrei saperlo: mi sono fatto un nome nel settore interpretando un semidio greco. […] Per andare alla conquista del mondo, l'uomo deve prima conquistare sé stesso. Purtroppo, oggi gli uomini sono stati spesso conquistati. Siamo stati soggiogati da alcol, droghe, videogiochi, porno e altri divertimenti. La caricatura dell'uomo inutile nello scantinato dei genitori rappresenta sempre più spesso la vita reale.”

Un’invettiva fortissima quella di Sorbo, doppiatore di Hercules in God Of War 3, che qualcuno ha definito “mirata a creare polemica” a causa dell’ormai scarsa notorietà dell’attore. E voi cosa ne pensate di queste parole? Fatecelo sapere nei commenti.

"Dobbiamo femminilizzare tutto...": i danni dell'incubo politicamente corretto. Si moltiplicano i poliziotti del politicamente corretto: la nota casa editrice francese ha acceso i riflettori sulla paura di attacchi legali sulla questione dell’uguaglianza di genere e del colore della pelle. Massimo Balsamo il 27 Settembre 2023 su Il Giornale.

L'immarcescibile follia woke non conosce confini, questo è ormai lapalissiano. In nome di un linguaggio più inclusivo e meno offensivo per la sensibilità moderna, molti capolavori della letteratura sono stati ritoccati, mentre molti nuovi romanzi devono ottenere una sorta di via libera da parte dei sensitivity readers, ossia i poliziotti del politicamente corretto ingaggiati per rimuovere contenuti considerati oltraggiosi. Un fenomeno internazionale, denunciato con forza in Francia da Gallimard: la nota casa editrice ha parlato apertamente di un inaccettabile "clima di sorveglianza e autocensura".

Cautela estrema nel mondo dell'editoria francese, è il racconto de Le Figaro. Riflettori accesi sui già citati sensitivity readers, incaricati di spulciare un testo per disinnescare qualunque parola o frase che possa offendere il lettore: in particolare, le annotazioni relative al fisico, alla razza, all'orientamento sessuale o alla religione. Se alcuni editori e scrittori non battono ciglio, c'è chi pone l'accento sulla questione etica:"La loro competenza non è letteraria ma morale. È malafede far credere che monitorare il proprio testo sia naturale. Sono dei presunti poliziotti", la denuncia raccolta dal quotidiano transalpino

"Via quei termini offensivi". Riscritti pure i libri di Agatha Christie

In Francia sono pochi gli editori disposti a metterci la faccia. Questioni politiche, evidenzia una fonte:"Non appena ne discutiamo, siamo o di sinistra e woke oppure di destra e conservatori". Da Gallimard l'analisi è spietata: “Abbiamo paura che appena pubblichiamo un testo dobbiamo femminilizzare tutto, usare lo iel e il punto medio. I difensori della scrittura inclusiva avrebbero così trovato il contraltare con la nascita di una ‘letteratura inclusiva’”. Ma non è tutto. La casa editrice ha rimarcato che ormai da diversi anni circolano istruzioni da parte dell'ufficio legale per dribblare attacchi legali sulla questione dell’uguaglianza di genere e del colore della pelle: "I sensitivity readers non sono lì per dire se ci sono errori, ma per garantire che i testi corrispondano a un’ideologia in vigore".

Il cambiamento dei tempi è testimoniato dal romanzo "Pogrom", pubblicato da Flammarion nel 2005, in cui i personaggi vomitano il loro odio verso il mondo intero fino a cadere nell'antisemitismo. All'epoca l'editoria era contraria a qualsiasi forma di censura e riteneva necessaria la pubblicazione anche dei romanzi più scomodi, purchè di qualità. La forma come unica stella polare. Oggi invece gli editori sono costretti a contromisure come il trigger warning: "Siamo su un pericoloso pendio morale al quale contribuiscono gli scrittori che si sottomettono", il Gallimard pensiero. Una deriva preoccupante.

Estratto dell’articolo di Giulia Zonca per “La Stampa” sabato 26 agosto 2023.

Se l’orinatoio è una bocca di donna: com’è difficile distinguere arte e oscenità

Bocche spalancate davanti a uomini che fanno la pipì e il problema sta in partenza, nello sguardo che si porta dietro ogni condizionamento degno di questo nome, ogni visione di questo Paese, ogni maledetto pregiudizio. 

Chi ha detto che le maxi labbra rosse, con un accenno di denti da pubblicità del sorriso perfetto, sono dettagli di donna? Sì, c’è il rossetto, la linea a cuore, ma sono oggetti di fantasia, design creativo che non ha appartenenza di genere: nello specifico orinatoi che una catena di palestre ha appeso ai propri bagni nel tentativo di usare l’arte per fare scelte al ribasso. Ma se cambia il punto di vista, il gioco cade e siccome il gioco è sempre lo stesso è ora di smontarlo. Ed è pure facile farlo. 

L’ispirazione arriva dalla linguaccia di Mick Jagger, pensa un po’, un uomo. Una designer olandese ha trasformato il logo in caricatura da ceramica. Lei ha fatto arte, che può piacere o fare orrore però resta un’opera di creatività [...] Questo è un enorme cartone animato con una funzione pratica [...] Le bocche stanno lì, aperte, sono nei cessi maschili e quindi l’abbinamento classico è immediato: labbra, pene, sesso. [...] 

C’è arte migliore e idee molto più raffinate, ma davanti all’evidente ammiccamento al ribasso è meglio scattare in avanti e ridare un senso degno a un’operazione discutibile. Davanti a una bocca fumetto non è obbligatorio pensare a una donna sottomessa, a meno di avere pochissima fantasia e un’esistenza terribilmente triste. Quelle in cui si immagina sesso trasgressivo in palestra e si passano serate onanistiche a casa. Roba per chi ce l’ha piccolissimo. Il cervello.

Estratto dell’articolo di Cristina Insalaco per “La Stampa” sabato 26 agosto 2023.  

«Beh, mi sembra design post pop. Dico la verità? Mi piacciono questi orinatoi e non credo rappresentino necessariamente bocche femminili».

Questo è il commento di Carolyn Christov, direttrice del Museo d’Arte Contemporanea di Rivoli, che aggiunge: «Possono essere di qualunque genere, trans, we / he / she / they, ecc. Ma non credo allo stesso tempo che i maschi eterosessuali in generale siano all'altezza di comprendere questa opera di design di Meike van Schijndel, che peraltro è una donna. [...]

Oggi - ahimé – l'ironia non si capisce. Che mondo triste in cui viviamo, senza più la capacità di comprendere che le cose non sono “o bianche o nere”, alte o basse, misogine o pro-donne. Mi fanno molto pena i maschi maschilisti, ma mi fanno anche pena i moralisti schierati. È l'era di Internet, dei social media e direi quindi della stupidità artificiale».

Il bacio di Rubiales e la sfida agli indignati: "È falso femminismo". Storia di Valeria Braghieri su Il Giornale sabato 26 agosto 2023.

«Contro di me c'è stato un falso femminismo». «Vittima del femminismo» è già un concetto abbastanza eversivo, ma «vittima del falso femminismo» è addirittura una dichiarazione illuminante. L'autodifesa (dopo l'autodafé) del presidente della Federcalcio spagnola, Luis Rubiales, passa dal genere, ma in maniera completamente inaspettata. La bufera contro di lui si era abbattuta dopo il fugace bacio sulla bocca alla centrocampista Jenni Hermoso durante la premiazione dei Mondiali di calcio femminile vinti dalla Spagna. Subito dopo, nei confronti del capo del calcio iberico si era sollevata un'indignazione così spessa e corale da persuaderlo ad abbandonare l'incarico. Ieri l'inversione di rotta: «Non mi dimetto, non mi dimetto, non mi dimetto» lo ha detto tre volte Rubiales in conferenza stampa continuando poi a spiegare «il piacere che potevo avere dando quel bacio era lo stesso che posso avere dando un bacio a mia figlia. È stato spontaneo, reciproco e consensuale. Stanno commettendo un omicidio sociale, il falso femminismo non cerca la verità». Ma a smentire il presidente è stata ieri, sui social, la stessa calciatrice spagnola che ha scritto: «Mi sono sentita vittima di un'aggressione; mi sono sentita vulnerabile e vittima di un atto impulsivo, maschilista e fuori luogo e senza il minimo consenso da parte mia. Semplicemente, non sono stata rispettata». A farle eco, lo sciopero di massa delle giocatrici spagnole della nazionale, che in un comunicato diffuso dal sindacato, hanno dichiarato che non accetteranno nessuna convocazione in nazionale «se non cambierà l'attuale leadership».

La Hermoso, in un primo tempo, aveva dichiarato che il gesto di Rubiales non l'aveva messa in difficoltà, salvo poi ritrattare. Lui ha spiegato che il bacio è stato «autorizzato» e che in ogni caso si trattava di un gesto completamente scevro da qualsiasi rapace pulsione. Un bacio tra sportivi insomma, per il quale Rubiales non pensa assolutamente di dover perdere il proprio posto. Quindi: «Non mi dimetto, non mi dimetto, non mi dimetto». Ma ecco che alla notizia della sua «resistenza» nemmeno tanto passiva, il governo spagnolo ha avviato tutte le procedure per portarlo davanti alla giustizia amministrativa e farlo sospendere dall'incarico. In ogni caso, nell'immediato, si va verso una sospensione cautelare dall'incarico da parte del Consiglio dello Sport. Dai politici agli sportivi, è un coro unico contro l'oltraggioso baciatore. Uno dei pochi a difendere Rubiales è il tecnico del Psg Luis Enrique che ha definito il lavoro del presidente, in questi anni «eccellente». Mentre sempre riferendosi al discorso tenuto ieri in Assemblea dall'«accusato», David De Gea, ex portiere del Manchester United, ha commentato su Twitter «Mi sanguinano le orecchie». Per tacere delle tante atlete solidali con la Hermoso e delle indignate politiche femministe.

Cervello, cosa succede alle donne oggetto di disuguaglianza di genere. Il cervello assume differenze strutturali nelle donne che subiscono disparità di genere. Ecco cosa dice lo studio e la differenza con quello degli uomini o di chi non vive determinate condizioni. Alessandro Ferro il 9 Giugno 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Cosa dice lo studio

 Qual è la spiegazione

 Cosa fare

Tutte le volte che le donne, nella società attuale, risultano svantaggiate nei diversi contesti e ambiti della vita da quella pubblica alla sociale, da quella economica alla politica ma anche e soprattutto nella sfera strettamente privata e quotidiana scatta qualcosa nel cervello che lo danneggia: è il risultato di uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Pfas che mette in luce una problematica silente ma che danneggia l'organo.

Cosa dice lo studio

Nel caso specifico, ecco che appaiono maggiori disturbi d'umore e di ansia a causa dello stress che provoca uno stato di neuroinfiammazione. È questo il risultato della ricerca condotta dalla Washington University di St. Louis che ha inglobato persone di ben 29 Paesi di entrambi i sessi, al di sotto dei 25 anni e provenienti da nazoni dove la discriminazione femminile è minima o del tutto assente e da Paesi in cui è praticamente all'ordine del giorno. Per arrivare alle affermazioni di prima sono state fatte 7.876 risonanze magnetiche riuscendo a mettere a confronto il cervello di uomini e donne per scoprire le differenze.

Ebbene, negli stati dove non esiste la discriminazione di genere il cervello non presenta differenze. Viceversa, quando gli studiosi si sono trovati a fare i confronti tra uomini e donne in Paesi dove c'è un diverso trattamento del genere femminile ecco la scoperta: l'emisfero destro sarebbe più sottile, in particolare a livello del giro cingolato anteriore e del giro orbitofrontale.

Qual è la spiegazione

"Lo sviluppo del cervello, infatti, è estremamente sensibile agli stimoli esterni e alla ricompensa", ha dichiarato all'Ansa la prof. Arianna Di Stadio, neuroscienziata e docente all'Università di Catania ma anche ricercatrice onoraria al Laboratorio di Neuroinfiammazione del UCL Queen Square Neurology di Londra. Questo risultato spiega che "ogni volta che ci si complimenta per un'azione ben fatta questo aumenta sia la voglia di fare che di fare meglio per ottenere una nuova ricompensa. Questa azione sviluppa le funzioni cerebrali". Viceversa, lo stress crea "una condizione di neuroinfiammazione che potrebbe spiegare la riduzione dello sviluppo cerebrale". Ma cosa significa neuroinfiammazone? La scienziata spiega che vengono attivate in maniera eccessiva, o sbagliata, le risposte immunitarie del nostro cervello.

C'è un particolare tipo di cellula, chiamata microglia, che svolge una duplice funzione: può essere alleata del cervello quando si attiva positivamente "stimolando la crescita delle sinapsi (azione neuro-protettiva) e in maniera negativa determinando la distruzione di queste connessioni sinaptiche; la microglia cattiva può essere inattivata con farmaci così da limitare il suo effetto neuroinfiammatorio", sottolinea l'esperta.

Cosa fare

È chiaro che si tratta di meccanismi propri del cervello che non possiamo regolare se non provando ad avere abitudini e stili di vita sani così da favorire la crescita di quella positiva e mantenere il più possibile attivo il nostro organo. Se, invece, viviamo costantemente in preda ada ansia e stress eccessivo (causato anche dalla mancanza di sonno), ecco che la microglia non benevola va nell'altra direzione. "Per questo motivo si può supporre che la discriminazione di genere, che crea ansia, possa anche negativamente influenzare lo sviluppo del cervello a causa della neuro-infiammazione". Infatti, donne cresciute in ambienti sani e senza la differenza con gli uomini, dove sono state valorizzate e messe alla pari di tutti "sono più resistenti e resilienti, hanno ambizioni elevate e sono in grado di gestire le situazioni come gli uomini", conclude la neuroscienziata.

Marco Zonetti per Dagospia il 26 maggio 2023. 

Le lacrime amare della Sinistra sulle nomine "maschiliste" nei Tg Rai formalizzate ieri in Consiglio di Amministrazione a Viale Mazzini, riportano alla mente un episodio avvenuto nel gennaio 2020. 

All'epoca, Teresa De Santis, prima (e ultima) donna alla guida di Rai1, nominata dal Governo Lega-M5s, fu defenestrata due settimane prima del Festival di Sanremo che lei stessa aveva preparato (scegliendo in maniera lungimirante il conduttore Amadeus contro l'allora Ad Salini che gli avrebbe preferito Alessandro Cattelan...).

Due settimane prima della kermesse, per l'appunto, De Santis fu rimossa dall'incarico di direttrice di Rai1 per essere sostituita da un uomo, Stefano Coletta, in quota Centrosinistra. Uomo che, assieme ad altri due uomini, l'allora Ad Salini e l'allora presidente Foa, in prima fila all'Ariston durante lo stesso Festival - sulle note di Felicità di Al Bano e Romina Power - ballettavano gaiamente stile villaggio vacanze a Mykonos sul cadavere della povera De Santis lasciata a casa pochi giorni prima, all'ultimo momento.

Qualche femminista s'indignò pubblicamente? Qualcuno di Sinistra puntò il dito sulla defenestrazione "sessista" di una donna - per giunta la prima a raggiungere la direzione della Prima Rete Rai - per sostituirla anzitempo con un uomo? Spoiler: nessuno, zero zero carbonella. 

Peculiare poi che in quel periodo, durante il mandato della De Santis, quasi ogni santo giorno il quotidiano La Repubblica lamentasse per la Rai1 "leghista" ascolti in declino, share in picchiata, inusitati disastri e inesorabili calamità. All'arrivo di Coletta, malgrado gli ascolti fossero inferiori a quelli di chi l'aveva preceduto, tali articoli svanirono magicamente e Repubblica smise tout court di occuparsi degli ascolti Rai (o almeno non con la stessa assidua frequenza dei tempi di De Santis).

Divertente anche la presa di posizione della presidente Rai Marinella Soldi che ieri ha votato contro le nomine di Chiocci e Preziosi al Tg1 e al Tg2. La manager renziana ha votato invece a favore delle direzioni di genere – Prime Time, Day Time, Approfondimenti eccetera – secondo le indicazioni della “santa alleanza” composta da Giampaolo Rossi, Roberto Sergio e Mario Orfeo, di cui Dagospia ha parlato mercoledì. 

Curioso il fatto che, per motivare il suo rifiuto a Chiocci e Preziosi, l’ex direttrice di Discovery per il Sud Europa, abbia invocato la parità di genere, scandalizzandosi per la totale "assenza di donne". La presidente Soldi è infatti fautrice del protocollo "No Women No Panel", che si batte per la presenza equivalente di donne e uomini nei dibattiti televisivi.

Peccato però che ogni tanto la buona Soldi deroghi da tali princìpi. Ultima occasione in ordine di tempo, il dibattito di Bruno Vespa con Volodymyr Zelens'kyj al quale partecipavano sei uomini (Mentana, De Bellis, De Bortoli, Porro, Tamburini, Molinari), sette con il conduttore, e una sola donna, Monica Maggioni. 

Silenzio assoluto della Soldi anche nel febbraio di quest'anno quando, sempre a Porta a Porta, a commentare l'esito delle elezioni regionali Vespa chiamò ben otto uomini (con lui nove) e nessuna donna.

Rai, di tutto di più. E soprattutto due pesi due misure.

Estratto da repubblica.it il 27 maggio 2023.

[…] A Milano torna dal 25 al 28 maggio il "Festival de ciclo mestruale", con 45 eventi tra talk, workshop, concerti, spettacoli, film e dj set tutti o quasi concentrati nel quartiere Dergano, tra gli indirizzi di Rob de Matt e Nuovo Armenia. 

Il Festival è organizzato in particolare dall'associazione Eva in Rosso, ideatrice del primo podcast italiano dedicato al ciclo, oltre che da Promise e Errante, due associazioni che si occupano di pari opportunità e di empowerment femminile. E con il patrocinio del comune di Milano. 

Ma a cosa serve un festival che parla di mestruazioni? Non parliamo solo di tamponi e coppette, assicurano gli organizzatori. Leggiamo dalla presentazione: "Il Festival vuole cambiare la narrazione sul ciclo mestruale, e riconoscerlo come tema fondamentale per la salute e la parità di genere.

Vuole contrastare le forme di emarginazione che ancora colpiscono le persone che mestruano, e creare uno spazio di ascolto e di riflessione promuovendo una rete di supporto. Vuole aiutare a comprendere e a gestire i sintomi fisici ed emotivi legati alle mestruazioni, e informare sui dispositivi sanitari per fare scelte d'acquisto consapevoli e sostenibili". […] 

Uomini? Eccoli in "Se la bistecca è al sangue, girala! Incontri ravvicinati tra uomini e mestruazioni", un talk a cura della community Mica Macho (che si presenta come "stanca della narrazione maschilista della virilità") per capire quanto ne sanno gli uomini del ciclo mestruale e "come si è evoluto il loro rapporto con la metà del mondo che mestrua".

Perché - è chiaro da tutte le descrizioni dei talk - il Festival parla non solo di donne, da lì la formula "persone che mestruano" (e come non ricordare le polemiche che hanno investito J. K. Rowling), includendo anche i transgender che decidono di non prendere ormoni e quindi "endometriosi, vulvodinia e altre forme di dolore pelvico cronico non riguardano solo le donne cisgender": e di questo si tratterà nell'incontro "Dolore pelvico cronico: l’esperienza delle persone trans*" in collaborazione con MiX Festival, il Festival Internazionale di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer. […]

Estratto da “la Stampa” il 25 maggio 2023. 

Pubblichiamo parte dell'intervento che Lucetta Scaraffia, scrittrice ed editorialista de La Stampa, terrà domani al festival è Storia (dal 22 al 28 maggio a Gorizia), dalle 10.30 alle 11.30 presso il Teatro Comunale G. Verdi. Il titolo dell'incontro è Appunti per una storia del femminismo in Italia.  

[…]

Oggi le donne hanno raggiunto la parità con gli uomini in tutti i campi della vita sociale, hanno ottenuto il libero controllo sul loro corpo, hanno cambiato le leggi e il modo di considerare la violenza sessuale. Su questo non ci sono dubbi. Ma rimane aperta una domanda: quale è il femminismo che si è affermato, quale progetto politico di liberazione della donna ha vinto? 

Le prime femministe, quelle che chiedevano il voto e l'accesso all'istruzione, difendevano la specificità femminile, cioè la maternità. Sostenevano che le donne mai avrebbero rinunciato al dono prezioso di essere madri, e che proprio questo le rendeva portatrici e testimoni di una morale più alta di quella maschile, una morale altruista, che predicava il dono gratuito, la pace e la cura dei deboli.

Parallelamente, si è fatta avanti però un'altra linea politica femminista: quella delle donne che pensavano che ottenere la parità significasse diventare come gli uomini, e quindi rinnegare, o per lo meno mettere in secondo piano, lo specifico femminile, cioè la maternità. Questa è la corrente che ha preso il sopravvento nel secondo dopoguerra, quando, dopo avere ottenuto il voto, l'accesso alla cultura e alle professioni maschili come la medicina e l'avvocatura, le donne hanno spostato i loro obiettivi di lotta sulla libertà sessuale, a cominciare dalla libertà di non avere figli. In sostanza, liberarsi del fardello della maternità che impediva loro di essere come gli uomini.

[…] Per questo l'obiettivo primario delle lotte degli anni Settanta in Europa è stato il diritto di aborto. […]

Un diritto che nei movimenti femministi prende rapidamente il primo posto fra tutti i diritti, viene considerato cioè "l'Habeas corpus" della libertà femminile. Tanto che le Nazioni unite considerano la libertà di aborto l'indicatore principale del grado di libertà delle donne in ciascun paese, a scapito di altri indicatori più importanti come l'accesso alla cultura, al lavoro.

[…] Sarebbe stato certo più opportuno considerare diritto fondativo della parità femminile la legge contro lo stupro, che riconosce il diritto alla vittima di ottenere giustizia come persona. Grazie ai movimenti femministi, infatti, lo stupro – prima considerato in tutti i paesi come una trasgressione alla morale pubblica – è diventato delitto contro la persona, riconoscendo così la libertà di ognuno di disporre del proprio corpo, di rifiutare un rapporto sessuale imposto. Questo cambiamento legislativo ha ridato la parola e la dignità alle vittime, ed è servito a cambiare la mentalità corrente. 

Considerare l'aborto il principale diritto che testimonia la libertà delle donne, invece, non mi sembra sia stata una buona idea: subito dopo i movimenti femministi hanno iniziato una fase di declino, solo in parte attribuibile al fatto di avere raggiunto quasi in ogni Paese gli obiettivi che si erano proposti. Questo "quasi" del resto è molto pesante. Lo dimostra il fatto che ancora esiste un divario fra salario femminile e salario maschile a parità di posizione lavorativa, e soprattutto che sia molto difficile, per le lavoratrici, avere dei figli senza cadere in una spirale di fatica continua.

Il drammatico calo delle nascite che, più o meno, tocca tutti i Paesi occidentali avanzati, cioè quelli in cui si è affermata la rivoluzione delle donne, dimostra che la scelta di perseguire il modello maschile, invece di difendere la specificità femminile, in particolare la maternità, ha generato forti problemi sociali. E certo non ha reso più felici le donne che, in grande numero, hanno dovuto rimandare la possibilità di avere dei figli così tanto che troppo spesso l'hanno perduta del tutto. 

[…]

Nell'ultima fase femminista, infatti, si è cercato di rendere più evidente e sicura la parità proponendo una cancellazione dell'identità sessuale biologica. Con la teoria del gender, l'appartenenza biologica è stata sostituita da una semplice scelta individuale. In sostanza, in questo modo si cancella che esista la specificità femminile, come se per le donne fosse possibile ottenere la parità di diritti solo negando di essere donne.

Legata a questa svalutazione della maternità è la diffusione della pratica dell'utero in affitto, sanzionata da alcuni movimenti femministi che la denunciano come una nuova schiavitù del corpo femminile, ma considerata un esercizio di libertà da altri. Mentre la nuova libertà concessa ai giovani, anche adolescenti, di cambiare identità sessuale, per diventare quello che sentono di essere o che preferiscono essere, sta registrando in prevalenza passaggi dall'identità femminile a quella maschile.

Un segnale, quindi, che le giovani continuano a pensare che sia meglio essere uomini che donne. Una prova ulteriore che i movimenti femministi, da quando hanno dimenticato la difesa della specificità femminile, hanno impedito una trasformazione sociale veramente a misura delle donne. Abbiamo ancora molte battaglie da combattere e la teoria del gender non è una soluzione.  

 Grido di libertà. Care femministe, non dimenticatevi della protesta in Iran. Golshifteh Farahani su L'Inkiesta l'11 Maggio 2023

Le iraniane stanno combattendo per loro stesse, ma anche per tutte le altre donne. e hanno bisogno di molte più voci che si alzino in loro sostegno. rimanere silenziosi è essere complici

Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine + New York Times Turning Points 2023 in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia da oggi in edicola. E ordinabile qui.

Care femministe di tutto il mondo io sono un’attrice e artista iraniana. Vivo in esilio dal 2008 e cioè da quando ho recitato nel film Nessuna verità di Ridley Scott e le autorità iraniane mi hanno accusato di lavorare per la Cia. Scrivo a nome delle impavide ragazze e degli uomini che si stanno sollevando contro l’oppressione e la disuguaglianza in Iran. Da esiliata non ho l’autorevolezza per rappresentare queste rivolte coraggiose. Sto solo cercando di fare da cassa di risonanza dei sentimenti delle mie sorelle e dei miei fratelli per aiutare il mondo intero a comprendere che cosa sta succedendo. Voglio tradurre una lingua straniera – e non solo le parole ma il loro vero significato. Il fatto chi io sia stata in Iran fino a quando ho avuto venticinque anni e che poi abbia vissuto in esilio per i successivi quattordici, mi rende una sorta di ponte tra due culture molto diverse che hanno però più cose in comune di quanti molti in Occidente possano pensare. E questo è particolarmente vero per la Generazione X, il gruppo di giovani che sono nati tra il 1997 e il 2012 e che sono la forza trainante dell’attuale rivoluzione.

Lasciatemi iniziare dicendo che capisco che ci sia voluto tanto tempo perché molti in Occidente si accorgessero della rivoluzione storica che si sta svolgendo nel mio Paese. La mia casa, l’Iran, si trova in una delle zone del mondo più difficili da capire. Giusto e sbagliato spesso trascolorano confondendosi e il mio popolo vive una grave sofferenza. Benché l’Iran sia, per molti versi, la culla della moderna civiltà umana, il suo tessuto politico, culturale, sociale e religioso è il più complesso che si possa immaginare. E in Iran, forse più di quanto non accada in qualunque altro luogo del mondo, le contraddizioni attraversano in profondità le classi sociali, i gruppi di età e persino le stesse famiglie.

Le contraddizioni e la confusione che si trovano nella politica e nella cultura del Medio Oriente non sono altro che un riflesso ingigantito delle contraddizioni e della confusione che dominano ovunque il dibattito per quanto riguarda alcuni importanti temi globali. Invece che di cose giuste e cose sbagliate e di un bianco-e-nero facile da comprendere, il mondo sembra fatto di un infinito spettro di sfumature di grigio – o dei colori di un arcobaleno, come personalmente preferisco pensare. E allora perché questa rivolta è diversa? Perché questa volta non ci sono sfumature di grigio. Quello che la Generazione Z iraniana vuole è molto semplice: la libertà. Libertà di scelta. Libertà per le donne iraniane di comportarsi, di vestirsi, di comportarsi, di camminare e di parlare come vogliono e cioè come fanno gli uomini.

Non c’è il coinvolgimento di una qualche precisa ideologia né di alcun movimento politico formale, di sinistra o di destra. La semplicità della richiesta di libertà è ciò che la rende così potente. Non ci sono due punti di vista diversi. Non c’è nessuna discussione complessa. Non c’è spazio per la confusione. Credo che questa sia la ragione per la quale precedenti rivolte, soppresse con ancor maggiore violenza e brutalità, non hanno avuto successo e non hanno suscitato la stessa attenzione nel resto del mondo. Dal momento che ci sono molte opinioni infondate sulla parte del mondo da cui provengo, scommetto che sia difficile credere che essa possa diventare anche una fonte di ispirazione. Siamo abituati a sentire di terroristi che si fanno saltare per aria. Abbiamo letto delle pratiche medievali dello Stato islamico e dei talebani.

Abbiamo visto reportage in televisione che mostravano donne coperte dalla testa ai piedi, alle quali non era consentito andare in bicicletta o guidare automobili. Quello che in Occidente non vedete è che la nostra Generazione Z è molto simile alla vostra: i ragazzi che ne fanno parte postano video su TikTok, seguono i loro idoli su Instagram e amano cantare, ballare ed essere felici. Cercano un significato spirituale in un mondo che li confonde. E ora ne hanno abbastanza di vivere questa doppia vita – una vita in cui fanno esperienza della libertà soltanto nel mondo virtuale o dietro porte chiuse e in cui le ragazze sono costrette a coprire i loro capelli in pubblico come se vivessero nel Medioevo.

Fin dall’inizio di questa rivoluzione mi sono domandata perché molte importanti femministe occidentali che difendono i diritti delle donne siano rimaste silenziose, come se facessero fatica a esprimere pubblicamente il loro supporto per la nostra rivoluzione. Avendo vissuto in Occidente per così tanto tempo, capisco bene quanto debba essere difficile per queste femministe comprendere la profondità e l’importanza storica di ciò che sta avvenendo in Iran.

Vorrei dare il benvenuto a un vostro cambio di atteggiamento. E mi sento costretta a dirvi che nei primi giorni della loro durissima lotta le mie sorelle si sono sentite abbandonate dalle grandi femministe occidentali. Il silenzio da parte di quelle donne potenti è stato per loro incomprensibile. Si sono domandate come mai degli uomini come Trevor Noah, Justin Bieber o Chris Martin e i componenti dei Coldplay avessero subito manifestato ad alta voce il loro supporto e invece non troppe donne famose avessero fatto altrettanto. Com’e possibile che delle ragazze in Iran – e tra esse la sedicenne Nika Shakarami e la ventiduenne Mahsa Amini – siano state assassinate brutalmente e che molte donne americane, che sono state in prima fila nei più importanti movimenti femministi, siano rimaste in silenzio?

Ciò che sta avvenendo in Iran è una lotta per la libertà e l’uguaglianza. Non è una lotta contro l’hijab o contro gli uomini. È una lotta contro l’ignoranza. E questo è il motivo per il quale è condotta dagli uomini altrettanto che dalle donne. Per molti versi, le mie sorelle stanno combattendo la loro battaglia anche per tutte le altre donne – per i loro diritti e per l’uguaglianza. L’unica differenza è che loro rischiano ogni giorno le loro vite. E potete stare certi che le ripercussioni di questo movimento non si fermeranno ai confini dell’Iran, ma influenzeranno l’intera regione, dando speranza ad altre donne che non possono neppure sognarsi di alzare la loro voce contro tutti i diversi tipi di oppressione con i quali devono misurarsi ogni giorno della loro vita. Ma senza di voi questo movimento andrà in pezzi.

Non abbiamo bisogno di un intervento militare. E molti in Medio Oriente guardano con sospetto persino gli interventi politici. Il ricordo del coinvolgimento degli stranieri nel golpe del 1953 contro il primo ministro iraniano Muhammad Mossadeq è profondamente radicato nella psicologia degli iraniani. Un movimento come questo ha bisogno che si alzino voci in suo sostegno. Rimanere silenziosi è essere complici. Per come la vedo io, se ignorate le donne iraniane e la loro rivolta coraggiosa significa che state voltando la schiena a secoli di lotta delle donne per la libertà e l’uguaglianza.

"Avvocata e ingegnera". La lezione di Ambra Angiolini a Murgia & Co. Lasciando di stucco i radical chic del Concertone, l'attrice tira una bordata alle ultrà dello schwa che ogni giorno storpiano la lingua italiana. Giorgia Fenaroli il 2 Maggio 2023 su Il Giornale. 

Parole, parole, parole. Soltanto parole. Mina già lo cantava nel 1972, ma la lezione del brano sembra essere tornata utile sul palco del concertone del Primo Maggio. Ieri da piazza san Giovanni, a Roma, la conduttrice Ambra Angiolini si è scagliata contro quelle che in fin dei conti sono solo parole. "Avvocata, ingegnera, architetta: tutte queste vocali in fondo alle parole saranno armi di distrazione di massa?", ha detto l'attrice e cantante, lasciando forse di stucco la stuola di radical chic che gioivano nel vederla alla conduzione del carrozzone del Primo Maggio per la sesta volta. "Le parole ci fanno perdere di vista i fatti. E i fatti sono che una donna su cinque non lavora dopo un figlio, che guadagna un quinto in meno di un uomo che copre la stessa posizione", ha detto snocciolando i dati. 

Persino l'ex valletta di Non è la Rai sembra esserci accorta della contraddizione portata avanti da chi - Michela Murgia, Laura Boldrini e compagne in primis - vorrebbe farci credere che sia sufficiente non una parola, ma una sola vocale a cambiare tutto. Da chi non vede l'ora di storpiare la lingua italiana, facendola passare come una grande "conquista", convinti che tanto basti a risolvere finalmente la questione femminile e dare alle donne quello che meritano. Poco importa se poi, nella realtà, le donne continuino a essere pagate meno dei loro colleghi uomini o trovino più difficoltà a entrare nel mondo del lavoro: almeno potranno fregiarsi del gagliardetto di farsi chiamare avvocata, medica, sindaca. 

"Non lo diceva già la Costituzione nel 1948 che la donna doveva avere gli stessi diritti dell’uomo nell’art. 36? Che ce ne facciamo delle parole?", ha detto Ambra. Dal palco rosso per eccellenza, l'attrice ha tirato una bella bordata alle femministe "de sinistra" che pretendono di sapere cosa è meglio per tutte, impartendo una lezione ai fan della lingua di genere: le battaglie da combattere sono altre e ben più importanti di una vocale a fine parola. 

E se è vero che la lingua descrive la società, è anche vero che di certo non basta mettere una "a" alla fine della parola per cambiare il mondo. È solo un contentino che allontana il dibattito dalle cose serie. Oltre a creare una comprensibile irritazione nell'opinione pubblica, le femministe causano anche l'effetto opposto rispetto a quello che vorrebbero raggiungere: è di pochi giorni fa il sondaggio della Fondazione Bruno Kessler secondo cui farsi chiamare "avvocata" testimonia una minore affidabilità rispetto al maschile (e neutro) "avvocato". Ambra lo ha capito e non risparmia una frecciata finale ai cultori del politicamente corretto: "Voglio proporre uno scambio: riprendetevi le vocali in fondo alle parole al femminile, ma ridateci il 20% di retribuzione. Pagate e mettete le donne in condizione di lavorare. Uguale significare essere uguale. E finisce con la e".

Estratto dell'articolo di Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 20 marzo 2023.

Bando ad asterischi e schwa, no all’articolo davanti al nome (la Meloni, la Schlein), e no alle reduplicazione retoriche (i cittadini e le cittadine, le figlie e i figli), sì invece al plurale maschile non marcato «inclusivo», e soprattutto ai nomi di professione declinati al femminile (avvocata, magistrata, questora): l’Accademia della Crusca risponde così al quesito postole dal comitato pari opportunità del consiglio direttivo della Corte di Cassazione sulla scrittura negli atti giudiziari rispettosa della parità di genere.

[…]

Intanto, niente asterischi o schwa: «È da escludere nella lingua giuridica l’uso di segni grafici che non abbiano una corrispondenza nel parlato, introdotti artificiosamente per decisione minoritaria di singoli gruppi, per quanto ben intenzionati. Va dunque escluso tassativamente l’asterisco al posto delle desinenze dotate di valore morfologico (”Car* amic*, tutt* quell* che riceveranno questo messaggio…). Lo stesso vale per lo scevà o schwa».

Poi, in una lingua come l’italiano che ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, «lo strumento migliore per cui si sentano rappresentati tutti i generi e gli orientamenti» non è per l’Accademia della Crusca «la reduplicazione retorica, che implica il riferimento raddoppiato ai due generi» (come in «lavoratrici e lavoratori», «impiegati e impiegate»); ma é «l’utilizzo di forme neutre o generiche (per esempio sostituendo “persona” a “uomo”, “il personale” a “i dipendenti”), oppure (se ciò non é possibile) il maschile plurale non marcato, purché si abbia la consapevolezza di quello che effettivamente è: un modo di includere e non di prevaricare».

E sempre il maschile non marcato si può usare quando ci si riferisce «in astratto all’organo o alla funzione, indipendentemente dalla persona che in concreto lo ricopra o la rivesta», ad esempio «il Presidente del Consiglio». Per il resto, l’Accademia suggerisce di «far ricorso in modo sempre più esteso ai nomi di professione declinati al femminile»,

[…]

Estratto dell'articolo di Selvaggia Lucarelli per “il Fatto quotidiano” il 3 maggio 2023.

Era difficile condurre un Primo Maggio e riuscire a fare solo cose profondamente di destra, ma Ambra Angiolini – incredibile a dirsi – ce l’ha fatta. Probabilmente, se accanto a Biggio ci fosse stata Daniela Santanchè, avremmo avuto un Primo Maggio più spostato a sinistra, ma ormai è andata. La conduzione inizia subito in maniera un po’ stonata. 

La conduttrice che parla di alternanza scuola-lavoro e di come sia stato ingiusto rubare il futuro a un giovane di 18 anni (Lorenzo, morto in alternanza scuola lavoro) che doveva solo andare a scuola. Considerato che Ambra ha iniziato a lavorare a Non è la Rai a 14 anni dalle 11 del mattino fino alle sei del pomeriggio, sarebbe stato più interessante ascoltare la sua esperienza più che la sua predica, ma poi sono saliti sul palco i genitori di Lorenzo con la loro incrollabile dignità e il momento è stato toccante.

Tra una canzone e l’altra, sotto la pioggia battente, è poi il turno del fisico Carlo Rovelli, il quale sul palco dice quello che ribadisce da tempo, e cioè che è contrario alla guerra: “Lo sapete che in Italia il ministro della Difesa è stato vicinissimo a una delle più grandi fabbriche di armi del mondo? Il ministero della Difesa deve servire per difenderci dalla guerra, non per fare i piazzisti di strumenti di morte”. 

(...)

Diamo a tutti la possibilità di parlare ma anche a tutti quella di rispondere e questa risposta è mancata. È un’opinione del professor Rovelli”. 

Ha fatto bene a chiarire questo ultimo passaggio perché pensavamo che sul palco Rovelli avesse portato un’opinione di Ornella Vanoni e invece era proprio sua, pensate che cosa bizzarra, ma detto ciò, la parte davvero anomala della precisazione è quel “ci dovrebbe essere un contraddittorio”. E certo, ogni volta che qualcuno esprime un’opinione su qualcun altro deve esserci anche l’altro. Un po’ macchinoso come metodo. 

Quindi ogni volta che in tv qualcuno cita Biden bisogna organizzare uno skype con la Casa Bianca. A questo punto se si cita Mussolini urge una seduta medianica in diretta per fargli dire anche la sua. Il ministro Crosetto poi fa molta fatica a trovare un pulpito da cui controbattere, pover’uomo.

E infatti, con immensa fatica, oggi su tutti i giornali del paese è stata riportata la sua risposta, della serie: “Rovelli faccia il fisico. Gli mando un abbraccio pacifico e lo invito a pranzo”. Tra parentesi, quando Fedez lanciò la sua invettiva da quel palco non ricordo la conduttrice Ambra pronta a cazziarlo perché mancava la controparte. Al Corriere della Sera che il giorno dopo le ha chiesto come mai avesse preso le difese di Crosetto, ha risposto: “È una questione di umanità”. 

Quindi esprimere un’opinione senza che l’oggetto dell’opinione sia presente è disumano. Io sto scrivendo questo articolo senza che Ambra sia seduta accanto a me, spero possa tollerare la mia dose di disumanità. 

E poi, siccome non era già abbastanza a destra, Ambra si sposta ancora un po’ più a destra. Per parlare di donne e lavoro le è parsa una buona idea leggere delle card con dei testi scritti sopra da qualcuno che poteva essere a) Giorgia Meloni b) Hoara Borselli c) Giorgia Meloni e Hoara Borselli a quattro mani. Il concetto sintetizzato era: inutile parlare di desinenze, accapigliarci per un avvocatO anziché avvocatA se tanto quando si parla di lavoro i nostri diritti sono ancora calpestati. Torniamo a occuparci della ciccia anziché parlare di vocali. Pagateci il giusto stipendio e tenetevi le vocali.

Insomma, secondo Ambra Angiolini le parole non sono importanti, basta il giusto stipendio. In effetti potremmo continuare a chiamare i lavoratori di colore “ne*ri”, l’importante è che ricevano il giusto salario. O ignorare la questione identità di genere e continuare a usare le desinenze maschili pure riferendoci a chi si sente donna e viceversa (e però Ambra non perde occasione per indossare il maglioncino o la spilletta arcobaleno). 

Nessuno le ha mai spiegato che l’inclusività passa prima di tutto attraverso il linguaggio, e che la prima forma di discriminazione e di rivendicazione del predominio maschile è proprio questa resistenza a consegnarci la nostra identità. Eppure fu proprio lei, anni fa, a raccontare quanto una parola di Aldo Grasso la ferì a morte, a spiegare alla sua generazione quanto le parole scrivano la realtà. Definiscano. Facciano vivere o sparire.

Insomma, davvero un brutto primo maggio quello di Ambra Angiolini, ma di sicuro IL presidente Meloni sarà contento. O contenta.

Decida Ambra.

 Apriti schwa. Concertone e Domenica In, la grande festa degli scandali scemi del Nuovo Asilo Italiano. Guia Soncini su L'Inkiesta il 3 Maggio 2023

Siamo arrivati a dare peso alle parole di chi non vive di parole proprie, fino al punto di far partire l’inquisizione digitale contro le attrici che dicono cose banali 

Comincerei dagli attori, e formerei due file ordinate. Da una parte chi non ha studiato niente, al massimo ha appreso da “Shakespeare in love” che una volta i ruoli femminili li interpretavano i maschi, e parla degli attori come fossero persone intellettualmente rilevanti. Dall’altra chi rimpiange i tempi in cui venivano sepolti in terra sconsacrata, e si chiede con sconforto come siamo diventati una società che domanda pareri a gente pagata per esprimersi con parole altrui.

Tra domenica e lunedì, grande festa alla corte degli scandale du jour, e tutta a base di attori, cioè appunto di gente che si è scelta un mestiere che le garantisca di non dover mai pensare a cosa dire. Ma questo non basta, nell’epoca in cui, pur di posizionarci dalla parte dei giusti, siamo disposti anche a prendercela con chi non vive di parole proprie.

Domenica In” ospita una coppia di attori. Sono marito e moglie, hanno fatto un film insieme, sono piuttosto bellocci. Non credo d’aver mai visto un film con lei, lui invece l’ho visto quando copulava con Rosy Abate in quel capolavoro kitsch che era “Squadra Antimafia”, serie di Canale 5 (parlando di Canale 5 da viva).

Mara Venier lo tratta come fosse Marlon Brando, ne loda la credibilità e il non essersi mai venduto (della signora invece lodano tutti in coro l’onestà intellettuale, qualunque cosa significhi). Del film che sono venuti a presentare lui fa la regia. Trascrivo le prime parole che ne dice: «Non è un film di caccia, “La caccia” è un titolo che rappresenta un po’ una sorta di metafora della vita, nel senso una caccia a volte anche contro sé stessi, contro le proprie anime».

A quel punto noialtre sul divano pensiamo «figlio mio, meno male che sei belloccio», sua moglie e la Venier invece si guardano e sospirano quant’è intelligente, un po’ tipo i Ferragni quando il figlio scarabocchia un foglio e volano i «bravissimo, amore!».

L’intervista prosegue con un lessico da non madrelingua. La coppia racconta d’un bisticcio perché al figlio un compagno di calcio aveva fatto fallo, lui dice «una cosa goliardica», non faccio in tempo a chiedermi cosa diavolo penserà voglia dire «goliardica», quando lei dice del marito «non mi aspettavo questo suo randagismo che a me piace molto perché io adoro essere gestita», e ci vuole fantasia a immaginare cosa intenderà mai con «randagismo» (autoritarismo? perentorietà? dogmatismo?).

È a quel punto che arriva lo scandale du jour, che mostra i due caratteri classici della dinamica degli scandale du jour: dici una cosa di cui nessuno si sarebbe scandalizzato dieci anni fa ma che può riempirci le giornate social oggi; nessuno di coloro che partecipano alla conversazione capisce come va il mondo (e infatti con la frase su RaiPlay ci fanno il titolo dell’intervista) e quindi l’inquisizione spagnola arriva, come sempre, inaspettata.

La frase dell’attrice riguarda la spartizione dei lavori domestici tra lei e il marito: «Io non tollero l’uomo che si mette a fare il letto, a dare l’aspirapolvere, non lo posso proprio vedere, sono antica in questo, rispetto i ruoli, non mi piace, mi abbassa l’eros, me lo uccide». Se fossimo una società di adulti, tratteremmo questa frase come ciò che è: l’affermazione di una che ha del personale di servizio in casa.

Siccome siamo un collettivo di dodicenni pronti a tutto per prendersi i cuoricini, ci costerniamo e ci indigniamo e americanizziamo la questione: non sei un’attrice che dice delle cose a caso in un programma della domenica pomeriggio, sei un modello comportamentale, e stai dicendo alle donne a casa che devono fare da serve ai loro mariti.

E le donne a casa ti ascolteranno, diamine, perché se c’è una cosa che accomuna le donne emancipate e quelle meno emancipate è che vivono come le attrici in tv dicono loro di vivere. (Il martedì, la poverina dovrà scusarsi. Scusarsi perché non le fa sangue che il marito passi l’aspirapolvere. Pensa se avesse detto che le piace farsi legare al letto, che espiazione le toccherebbe).

Il lunedì, per completare la ricreazione, il concerto del primo maggio viene condotto da un’altra attrice, che a un certo punto fa la sua brava tirata sul lavoro femminile e sul divario salariale. Che è un lamento propagandistico anche quello da cuoricini facili. Certo che ci saranno eccezioni, che sono appunto eccezioni; ma perlopiù esistono i contratti collettivi nazionali e non prevedono che io possa pagarti meno se hai le tette.

Perlopiù, i dati sul divario salariale che propagandisticamente vengono citati sono il risultato di comparazioni che non tengono conto dei ruoli: in generale le donne guadagnano meno degli uomini perché in generale le donne scelgono di fare le professoresse e lavorare diciotto ore a settimana e non di fare i cardiochirurghi e stare in sala operatoria dodici ore di fila.

La conduttrice sceglie – come chiunque stia su quel palco e non voglia farsi linciare – di dire che il divario salariale esiste, ma per farlo osa aggiungere un dettaglio, così la linceranno comunque ma per aver mancato di rispetto a un totem più piccino. La conduttrice dice che insomma, basta con questa scemenza delle vocali finali, paghiamo la donna che fa l’ingegnere quanto l’uomo, invece di preoccuparci che la chiamino «ingegnera». Apriti schwa.

Su Instagram una comica si mette le orecchie da persona seria e le fa la lezioncina: una volta, cara te, non c’era la parola «attrice» perché il tuo lavoro lo facevano gli uomini, se non ti suona «medica» è perché non sei abituata alle femmine con lavori di responsabilità. (Mistero misterioso perché in questi casi nessuna chieda la vocale giusta per la muratora che così spesso rischia la vita sulle impalcature).

Su Twitter, una tizia che in bio ha un ruolo nella segreteria Schlein e molti cancelletti le dice perentoria che non solo è molto grave non volersi occupare delle vocali, ma pure che «non si tratta col patriarcato». Signora, il patriarcato ci ha dato la pillola. Signora, il patriarcato per la mia liberazione – e pure per la sua – ha fatto parecchio più dei cancelletti.

Anzi, sa che le dico? Il patriarcato ci ha dato pure i cancelletti, cancelletti che oggi – in una società che ha risolto questioni quali i diritti dei lavoratori, l’acqua potabile, la sanità e la scuola gratuita, e altre bazzecole che nella vostra delirante abolizione delle gerarchie sono rilevanti quanto il 41 bis per gli uomini che non sparecchiano – ci permettono d’intrattenerci per interi pomeriggi posizionandoci dalla parte dei buoni e dei superiori.

Superiori a un’attrice che non vuole che il marito rifaccia i letti, e a un’altra che chiama «avvocato» gli avvocati con le tette. Avvocati con le tette nessuna delle quali vuol essere chiamata né col femminile italiano – avvocatessa – né con quello in neolingua (avvocata). Ma sono donne, e quindi non sanno ciò che vogliono: noi che siamo dalla parte dei buoni le costringeremo a non farsi chiamare avvocato e a non sparecchiare, e ancora una volta avremo salvato il mondo.

«Ambra Angiolini ha ragione: provocano noi donne sulle vocali, e poi ci ignorano sui numeri». Beatrice Dondi su L'Espresso il 3 maggio 2023. 

La distrazione di massa del monologo della conduttrice sul palco del Primo Maggio è l’arma impugnata da chi di quella desinenza (Avvocata, Architetta) non sa che farsene. E che alle donne nega senza fatica quel 20 per cento di retribuzione

Le parole sono importanti, ce l’ha insegnato Nanni Moretti, e lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, giorno dopo giorno. Sì, le parole sono importanti. Ma alla fine le azioni lo sono almeno altrettanto. E purtroppo, accade spesso, l’attenzione riservata a quelle parole appunto importanti rischia di fagocitare tutte le altre attenzioni, come un aspirapolvere alla massima potenza che porta via tutto, dai riccioli di polvere di Stephen King al senso profondo delle battaglie di cui quelle parole dovrebbero essere il vestito.

Così è successo che incautamente Ambra, conduttrice del concertone del Primo Maggio, si sia lasciata andare a un monologo sul lavoro delle donne che anziché far sobbalzare gli astanti per il suo contenuto ha fatto indignare per la riflessione sul linguaggio.

Non è che stiamo sbagliando battaglia? Ha detto Ambra dal palco di San Giovanni «Negli ultimi tempi ci stiamo infatti accapigliando se una donna viene chiamata direttore d'orchestra o direttrice, avvocato o avvocata, come se il cambiamento (culturale e sociale) passasse solo da una qualifica. Tutte queste vocali in fondo alle parole sono, saranno armi di distrazione di massa?».

E qui la questione comincia a farsi seria. Perché ciascuna donna pretende a ragione la desinenza corretta, ci mancherebbe. E non è certo una concessione, si chiama molto semplicemente lingua italiana. Ma il problema su cui riflettere, scatenato dalla provocazione di Ambra è un altro. La distrazione di massa intravista da Ambra è l’arma impugnata da chi di quella desinenza non sa che farsene, è il punteruolo di chi i diritti delle donne li vede come una fase accessoria, un bigodino su una testa arruffata. E protesta contro queste “fissazioni al femminile” ben sapendo che la reazione (sacrosanta) arriverà puntuale. E a questo punto certo sì che ci si distrae. Se Meloni chiede di farsi chiamare Il Presidente è perché così è certa che per giorni si dibatterà su questa inezia, e non sul fatto che La presidente sino a oggi ai diritti delle donne non ha dedicato neppure una virgola. Si perdono di vista i fatti appunto e i fatti sono «che una donna su cinque non lavora dopo un figlio, che guadagna un quinto in meno di un uomo che copre la stessa posizione».

Certo, quando Ambra chiude il suo monologo proponendo lo scambio, « riprendetevi le vocali in fondo alle parole, ma ridateci il 20 per cento di retribuzione» fa un certo effetto. Nessuna donna vuole uno scambio perché non si cede un diritto in cambio di un altro. I diritti sono tali proprio perché sono per tutti. Ma fa ancora più strano che non si sia scatenato un putiferio su quel 20 per cento, che non è una parola, è un numero ma fa male da morire. Perché è vero che senza le parole non siamo, come ha scritto giustamente Loredana Lipperini su La Stampa. Ma la polemica è sempre portata avanti da chi pensa che uno stipendio ridotto solo a causa del nostro sesso non sia un tema. Tanto alla fine, meglio farci scaldare sulle vocali, così sulle consonanti in busta paga si può prendere tempo.

Dagospia il 29 Marzo 2023 “IL FEMMINISMO È DIVENTATO CARRIERISMO DA CLASSE ALTA” – LA SOCIOLOGA CAMILLE PAGLIA DEMOLISCE IL MOVIMENTO FEMMINISTA: “SI È TRASFORMATO IN UN ATTEGGIAMENTO DA TENERE SUL LAVORO. SONO POCHE QUELLE CHE PENSANO AGLI ENORMI PROBLEMI CHE DEVONO AFFRONTARE LE DONNE DEL TERZO MONDO” – “SE LA CIVILIZZAZIONE FOSSE STATA LASCIATA ALLE DONNE, VIVREMMO ANCORA IN CAPANNE COL TETTO D'ERBA” – E DICE LA SUA SULLA TEORIA DEL GENDER: “SONO UNA MUTANTE, MA LA NATURA ESISTE, PIACCIA O NO AGLI ACCADEMICI. IL SESSO È UNA CATEGORIA DELLA NATURA, È PROVA DEL FASCISMO DELLA NATURA…”

Estratto dell'articolo di S.S. per “La Stampa” il 29 Marzo 2023

Camille Paglia è una femminista inassimilabile. Per alcune e alcuni, inammissibile. Ha sempre detto di non aver mai aderito a nessun "gruppo", incarna e pratica il femminismo che si può chiamare al singolare senza sbagliare, senza premettere distinguo, e che è pensiero della differenza.

 «Il sesso è una categoria della natura, è il naturale dell'uomo e non c'è mutamento sociale che possa modificare la natura»: lo scriveva nel 1990 nel suo libro più famoso, Sexual Personae, che prima di uscire - per la Yale University Press - venne rifiutato da sette editori, poi diventò un successo mondiale, David Bowie disse che era uno dei suoi libri preferiti di sempre, e in Italia è stato ripubblicato da poco da Luiss University Press con la traduzione di Daniele Morante.

 Sul sesso e sul corpo che è prigione e «prova del fascismo della natura», Paglia non ha cambiato idea. [...]

Dall'insegnamento (alla University of the Arts di Filadelfia), alcuni suoi studenti qualche anno fa chiesero, senza successo, che venisse estromessa e poi definitivamente licenziata: aveva definito l'omosessualità «una sfida alla norma». Lei, la prima studentessa lesbica di Yale a fare coming out; allieva del grande critico Harold Bloom, che nel canone letterario occidentale aveva incluso una sola donna, Emily Dickinson; atea, di sinistra, amatissima dai conservatori, contestatissima da quasi tutti gli altri. «Sono una mutante, ma la natura esiste, piaccia o no agli accademici».

 Ha criticato le Femen e Derrida («Per me la D francese è Deneuve!»); Madonna e Beyoncé. L'hanno preoccupata sempre: l'odio o anche solo la diffidenza verso i maschi, che ha sempre denunciato come trasfigurazioni paternalistiche del femminismo; la mancanza di una educazione alle immagini nelle scuole; la sottovalutazione degli archeologi, per lei «più importanti di Foucault»; il #Metoo che, agli esordi, sulla rivista Quillette, definì «un nadir della politica», dicendosi preoccupata per il clima paranoico e di giustizia sommaria che andava addensandosi.

 […]

Lei una volta ha detto: «Se andate a casa di un uomo, significa che avete intenzione di fare sesso; in caso contrario portatevi un coltello». Lo pensa ancora?

«Sì. Credevo che la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta avrebbe messo fine al doppio standard paternalistico secondo cui le donne sarebbero più "pure" e meno audaci degli uomini. Ogni incontro che facciamo nella vita è una complessa transazione sociale, uno scambio di segnali verbali e non verbali. Gli uomini gay lo capiscono perché sono più aperti alle avventure sessuali. Molte donne etero, chiaramente, no».

Nel 1975, la scrittrice Giuliana Ferri scrisse che le donne volevano dare una misura più morale che fisica alla terra. È ancora un'ambizione valida?

«Le donne non hanno una maggiore moralità rispetto agli uomini. Semplicemente, commettono atti immorali in modo più discreto, meno visibile».

 […]

 Ha contribuito fornire nuovi modelli. La convince anche la Mattel che fa Barbie ispirate a donne esemplari, in carriera, e non più semplici bamboline magre ricche e bionde?

«Fornire alle ragazzine dei modelli di donne in carriera va benissimo. La Barbie però ha sempre le sue belle gambe, è una bambola, e non potrà mai non rappresentare un'immagine distorta e feticista di come dovrebbe essere il corpo di una donna: una cosa fuorviante per molte ragazze».

 Il femminismo si è fatto assorbire dal capitalismo?

«Sì. Il femminismo della seconda ondata si è trasformato in un atteggiamento da tenere sul lavoro: è diventato un carrierismo da classe medio-alta. Sono poche le femministe occidentali che pensano agli enormi problemi, anche mortali, che devono affrontare le donne nelle società rurali del terzo mondo».

 È però importante che ci si occupi delle discriminazioni in Occidente. Crede che aiuterebbe a superarle se guardassimo l'altro come persona slegata dal genere?

«Il genere è soltanto uno dei molti elementi che formano la personalità di un individuo. Perciò sono d'accordo con l'idea che si possa indicare un terzo genere sui documenti, una X. Lo Stato non ha alcun diritto di imporre ai cittadini di rientrare in due generi prestabiliti».

Che significato ha la differenza sessuale, ora, per lei?

«Lo stesso significato che le ho sempre dato: la vedo come un'espressione del fascismo della natura. Natura che, nella sua spinta fanatica verso la procreazione, non rispetta gli individui. Io non mi sono mai sentita femmina. E non mi sento neanche maschio, sebbene già da bambina mi piacesse vestirmi da uomo: ricordo i meravigliosi costumi di Halloween della mia infanzia, da Napoleone, da gladiatore, da torero della Carmen. Sexual Personae è la mia opera più importante e rappresenta una protesta nei confronti della scellerata tirannia della natura, che ci impone un genere, attaccando un frammento di Dna ad ogni cellula del nostro corpo. Lo scrittore americano Gor Vidal diceva che nella sua testa leggeva Sexual Personae con la voce di Myra Breckinridge, la sua eroina transessuale».

J.K. Rowling è accusata di essere transfobica perché ha ribadito che le donne non sono "persone con utero": sono donne. Perché è diventato discriminatorio quello che negli anni Settanta era un punto chiave del femminismo e cioè rivendicare la differenza femminile a partire dal corpo femminile?

«Nei corsi di "Studi di donne e di genere" nati negli anni Settanta non si studiava biologia, cosa con cui non mi sono mai trovata d'accordo. Poi, sul finire degli anni Ottanta, è spuntata la teoria queer postmoderna, a sostenere, stupidamente, che per definire la realtà sessuale basta il linguaggio. Di conseguenza, la seconda ondata femminista si è trovata impreparata a questa disputa».

 In Sexual Personae lei scrive che «costruire è la poesia sublime del maschio».

«Nella preistoria cercavamo riparo nelle caverne. Sono stati gli uomini a costruire le prime case di legno e poi i magnifici monumenti in pietra dell'antichità, per finire con i fantastici grattacieli di oggi. Le femministe però non riconoscono agli uomini la loro genialità, il loro duro lavoro. Come ho scritto, se la civilizzazione fosse stata lasciata alle donne, vivremmo ancora in capanne col tetto d'erba».

 […]

 Lei ha fatto più volte scandalo. Si è mai sentita censurata? Le succede, adesso, di subire ostracismo?

«Do scandalo fin dall'adolescenza! Sexual Personae è stato rifiutato da sette editori. Negli anni Novanta, se andavo a fare una lectio pubblica nei college, spesso c'erano proteste. Quel libro rimane escluso o bandito dal 99 per cento dei corsi di studi di genere in tutto il mondo».

 Cosa accadrebbe se perdessimo il mistero che secondo lei avvolge la sessualità femminile e che è «la ragione principale delle catene che l'uomo ha imposto alla donna»?

«Non sarebbe possibile, perché a essere avvolta nel mistero è l'origine stessa della vita, ovvero il mondo buio del grembo, delle ovaie. Quel mistero è stato la causa di crimini terribili, incluse le atrocità commesse da Jack lo Squartatore».

Perché facciamo sempre meno figli?

«Da sempre, nei periodi di sovrappopolamento e diminuzione delle risorse, la natura mette un freno silenzioso alla fertilità, ridimensionandola. Gli esseri umani sono semplici pedine sulla scacchiera della natura».

 Cosa di quello che chiamiamo "femminile" è naturale e cosa è costruzione sociale?

«La femminilità comincia dalle mani delle donne, più piccole; dalla pelle più liscia per un fatto ormonale. Da cose, cioè, che i neonati trovano più di loro gradimento. E poiché le donne più mascoline e aggressive, come me, si riproducevano meno di frequente, i loro geni si sono gradualmente diradati dall'avanzamento evolutivo, e il risultato è stato un aumento, un rafforzamento della polarità di genere. Invecchiando, gli uomini si ammorbidiscono, anche fisicamente, mentre le donne diventano più mascoline, come la Sibilla Cumana di Michelangelo».

 [...] 

È vero che l'Occidente è ammalato di vittimismo?

«Il vittimismo è un melodramma patologico simile a quello presente nell'estremismo religioso, con il martirio e la spettacolarizzazione del sangue. Troppe ragazze, oggi, sono ossessionate dalle proprie stigmate».

 Il sacro è scomparso?

«Il marxismo, che è ancora il credo dell'attuale borghesia accademica, è sprovvisto di metafisica. Bada solo all'economia e alla politica, ed è cieco verso il cosmo. Gli anglo- americani degli anni Settanta, una generazione ribelle, erano fieramente politicizzati, ma ricercavano anche il significato filosofico delle cose. Purtroppo quella grandiosa ricerca è stata distrutta dalle droghe».

 Cosa pensa di Papa Francesco?

«I papi moderni non mi interessano. Sono atea, mi definisco italiana, pagana e cattolica. Sono devota ai santi, alcuni dei quali all'inizio erano dèi pagani».

 [...]

Le femministe? Vogliono ottenere i diritti a furia di bestemmie. Hoara Borselli su Libero Quotidiano il 10 marzo 2023

«Siamo la luna che muove le maree, cambieremo il mondo con le nostre idee». Chi ha pronunciato uno slogan così potente? Donne dei collettivi studenteschi e transfemministe che ieri sono scese in piazza a Milano in occasione della Giornata della Donna. Basta guardare i video che circolano in rete per capire come hanno voluto celebrare l’8 Marzo queste donne che intendono rivoluzionare il mondo. Mi imbatto subito in un’attivista che ci dice che la lotta femminile non è mai finita e c’è ancora molto da fare.

Tanta retorica e scarsa originalità verrebbe da dire, ma ero certa che andando avanti avrei potuto trovare di meglio. E così è stato. «Non ci sentiamo per niente rappresentate da questo governo, malgrado la premier sia donna. Non crediamo basti essere donna per cambiare le cose». Credo non servisse una giornata celebrativa per dirci che non basta nascere femmine per avere in tasca la patentedi genio. Ma il fondo è stato toccato con uno striscione sventolato con orgoglio. Un’immagine dipinta con dovizia di particolari con protagonista la Santa Vergine. O meglio, della Vergine c’è solo il Manto, perché al posto della sua immagine è stata rappresentata una vagina.

L’immagine sacra di Maria è una vagina accompagnata dalla scritta «Invoco Dio solo quando vengo». Queste donne che vogliono smuovere le maree utilizzano la blasfemia per apparire trasgressive. Il vergognoso manifesto è sorretto da donne che gridano «Giorgia Meloni non supporta la lotta femminista». Sarebbe questa la lotta femminista da supportare?

LA SVOLTA

Una bestemmia sventolata con orgoglio? E voi finte rivoluzionarie pensate che la premier potrebbe anche solo per sbaglio prendervi in considerazione? Io francamente mi sarei aspettata un 8 Marzo di trionfo, perché le donne, dopo tanti annidi lotte, hanno ottenuto il risultato più grande: una donna è il capo del governo italiano. E nessuno si aspettava che succedesse. E questo cambia in modo profondissimo il senso comune e fa compiere un salto in avanti clamoroso a ogni battaglia delle donne e anche a ogni battaglia femminista.

Ancora c’è tanta strada da fare, certo, ma quando una donna di poco più di quarant’anni si presenta ai giornalisti e proclama «io sono Giorgia Meloni e sono il presidente del Consiglio di questa nazione», chiunque capisce che l’Italia è uscita dal Novecento, dall’epoca dei maschi e basta. Fino ad un anno fa, l’8 Marzo ci scambiavamo sempre quel mazzetto di mimose, i maschi ci sorridevano, erano galanti, ma il potere era tutto loro. Come si fa a non capire che la conquista di Palazzo Chigi è stata la svolta vera? Che si è affermato il principio che una donna, se ne ha la forza e le doti, può arrivare dove le pare, senza farsi cooptare, senza quote, senza ricevere regali dagli uomini. Il tetto di cristallo è stato sfondato e quello di quest’anno doveva essere l’8 Marzo dell’apoteosi.

Le femministe avrebbero dovuto rivendicare questo successo. Come un successo loro. Potevano dire: anni e annidi battaglie, di sacrifici, di dolori, ma ecco qui che siamo arrivate al risultato più bello: una donna al vertice della nazione. E se poi volevano completare il discorso potevano anche citare Elly Schlein, che è arrivata a fare il capo dell’opposizione anche grazie alla spinta mostruosa che le donne hanno ricevuto dal successo di Giorgia. Lei dovrebbe essere grata al Presidente del Consiglio. P.S. I sindacati hanno voluto festeggiare l’8 Marzo con lo sciopero dei mezzi. Lasciando per strada migliaia di donne. Di donne del popolo, perché generalmente le marchese non prendono il 64. Bel gesto. Che dimostra che l’Italia va avanti. Ma che c’è sempre chi è rimasto indietro di un paio di anni luce. 

8 marzo, se lo sciopero femminista è una beffa per le ragazze: ma quale "parità"...Brunella Bolloli su Libero Quotidiano l’08 marzo 2023

Tu chiamale, se vuoi, contraddizioni. Lottare per i diritti, farsi sentire, uscire dalla logica dell’angolo. Esistere. L’onda rosa deve arrivare e, adesso, per fortuna, sta arrivando anche in Italia, ma sulle modalità della rivendicazione, sugli strumenti per metterla in atto, siamo tornate indietro. Per le femministe di “Non una di meno” l’unico modo è scioperare, bloccare le città e chi se ne importa delle donne che invece oggi devono andare a lavorare, delle pendolari che si fanno un’ora sui treni locali per raggiungere l’ufficio, delle mamme costrette a fare i salti mortali nel traffico per andare a recuperare i figli a scuola, delle badanti e delle caregiver a ore per le quali non esiste smartworking e un giorno senza paga a causa di uno sciopero significa tanto. 

Di chi è costretto, comunque, a recarsi al lavoro. A costoro le ragazze “in fucsia” non pensano, convinte che l’unico strumento per «portare avanti la lotta» sia la solita manifestazione che da sette anni organizzano per l’8 marzo, giornata internazionale dedicata alla donna. Stavolta, poi, lo slogan parla chiaro. Dice: “Sciopero transfemminista. Se ci fermiamo noi si ferma il mondo”. Che è pure vero, ma a metà settimana crea soltanto disagi e non risolve i problemi, casomai li aumenta.

Intendiamoci: la parità con i colleghi maschi, in molte professioni, è ancora un miraggio: secondo il Global Gender Gap Report bisogna attendere 132 anni per raggiungerla a livello mondiale, che diventano 60 per noi fortunatissime europee. Gli ostacoli ci sono ancora e tocca imporsi per rimuoverli puntando sulla tenacia e sullo studio come solo certe ragazze sanno fare. Ci sono i pregiudizi, le incompatibilità tra vita privata e lavorativa, la maternità che spesso costringe, in alcuni settori, ad abbandonare sogni di gloria (leggi leadership). Resistono certi pregiudizi e una disparità di trattamento economico che avvantaggia gli uomini a scapito delle colleghe pur in presenza di medesime mansioni e ruoli.

Però le femministe di “Non una di meno” (strette parenti delle compagne di “Se non ora quando”) non vanno in piazza sventolando i dossier sul gender gap, non chiedono di essere riconosciute al vertice di qualche board dopo avere conseguito tre lauree, phD e master internazionali. Non sono super manager con titoli snobbati dai capi che rivendicano, giustamente, la considerazione che meritano. Sono rappresentanti di varie realtà della galassia femminile e femminista, giovani amanti dell’asterisco che va bene per ogni genere e della schwa, che fa tanto intellettuale politically correct. E la manifestazione di oggi sarà senza dubbio vivace e affollata, almeno nelle principali città, ma come al solito, strumentalizzata. Con i sindacati contenti di fermare autobus, tram, treni.

È uno sciopero contro la guerra, il disastro ecologico, l’inflazione ma anche contro l’ideologia “Dio, patria e famiglia” del governo Meloni e contro ogni forma di disciminazione e di razzismo. È uno sciopero per reclamare un aborto libero e gratuito, un reddito di autodeterminazione, un welfare pubblico e universale, per la libera circolazione delle persone fatto insieme «alle donne curde, afghane e iraniane e alle donne che in tutto il mondo stanno lottando per una vita libera dall’oppressione».

A Roma il corteo arriverà a viale Trastevere, guarda caso sede del ministero dell’Istruzione di quel cattivone di Valditara. I cartelli esposti denunceranno, tra l’altro, programmi scolastici «patriarcali e bigotti» da cui è assente l’educazione sessuale e affettiva. Davanti al palazzo dell’Acea ci sarà un’azione «di lotta» in segno di solidarietà «con le dipendenti «vessate». Non mancherà «una performance collettiva di denuncia» per ricordare le vittime del naufragio di Cutro e infine un flashmob che avrà come tema «la sottrazione dallo sfruttamento del lavoro produttivo e riproduttivo». Nel capoluogo lombardo i cortei saranno ben due. Tradotto: centro bloccato. A Torino le attiviste saranno in piazza affinché l’8 marzo «non sia il giorno delle mimose e dei proclami istituzionali, ma sia una giornata di lotta». Una sfilata femminista che rischia di essere un po’ fuori tempo e anche fuori moda. Meloni, Schlein, Cartabia, Belloni, Cassano: il soffitto di cristallo ormai si è infranto. E senza bisogno di grandi parate.

Fine mimosa mai. L’8 marzo è quel giorno in cui dobbiamo ricordarci di essere come Miriam Mafai. Guia Soncini su L’Inkiesta il 9 Marzo 2023

La grande giornalista non pensava di dover mentire per conquistare i diritti, mentre oggi viene considerata femminista anche l’ultima scema che su Instagram dice che essere donne significa aver paura se torni a casa da sola la sera (ma non averne se nello spogliatoio della palestra c’è una donna coi baffi)

«Ti senti una donna o una persona?», chiede Patrizia Carrano. «Una persona», risponde Miriam Mafai. È il 1978, i libri sono di chi li legge e non della conversazione collettiva a mezzo foto di mezza paginetta per disinformati che pretendano d’avere opinioni. Oggi, sai quanti cancelletti indignati: che alternativa è, donna o persona, le donne cosa sono, piante?

Com’è possibile che non mi ricordi mai dell’8 marzo, mi chiedo quasi ogni anno, da quando i giornali hanno smesso di chiedermi articoli sull’8 marzo (a ogni donna, in quanto donna, chiedono articoli sull’8 marzo; a quelle molto maleducate dopo un po’ smettono di chiederli), l’8 marzo pomeriggio, circondata da opinioni su come sia avere la vagina (o anche solo percepire d’averla). Com’è possibile che mi scappi la data come neanche san Valentino.

Questa volta per la verità me l’ha ricordato il parrucchiere che il 7 pomeriggio mi stava asciugando i capelli, gli ho detto che la mattina dopo dovevo andare a fare una riunione e mi ha detto passa di qua quando esci, ti regaliamo le mimose. L’ho minacciato di chiamare l’avvocato.

Ricordo come fosse ieri la volta in cui mi sono resa conto che non avrei mai potuto fare politica. Era una sera d’8 marzo a Roma, e nel ristorante in cui stavo cenando c’era un pieno di tavolate di donne evidentemente sovreccitate, per le quali uscire senza marito era evidentemente un’eccezione, e che facevano sembrare Thelma e Louise due tizie la cui disperazione era perfettamente in media. Io quelle donne lì non le conosco, non le ho mai frequentate, una volta – per un breve periodo attorno ai venticinque anni – ho avuto un’amica che se le dicevi ci vediamo domani sera ti diceva che prima di prendere impegni doveva sentire cosa facesse il fidanzato, e ancora ne parlo come d’una marziana.

Io il paese reale fatto di donne che escono con le amiche l’8 marzo non lo conosco, e non so neanche se siano loro la risposta alla domanda «che cos’è una donna?». Sono loro, o sono quelle che ogni giorno ci ricordano che siamo discriminate vessate abusate, o sono quelle che ci spiegano che se hai il cazzo e ti percepisci donna è da fasciste dirti di tener su le mutande nello spogliatoio femminile, o sono quelle che ti parlano dei figli come potessero mai essere un tema interessante, o sono quelle che dicono che senza quote rosa non andremo mai da nessuna parte, o sono le Schlein e le Meloni che senza quote rosa vanno un po’ dove vogliono?

Alla mia veneranda età mi scopro mafaiana, giacché suppongo che tutte queste categorie rispondano alla definizione di «donna», e tutte queste categorie mi fanno una gran tristezza.

«Sei un inviato o una inviata?», chiede Carrano. «Inviato. Come quando ero a Noi Donne ed ero direttore. Sono un neutro. Occupo una certa funzione che non è maschile né femminile e che ognuno risolve secondo la propria natura», risponde Mafai, che poi prosegue a dire che Giampaolo Pansa era per cedere ai terroristi perché «in fondo ha quel che tu definiresti una sensibilità femminile».

Leggevo quest’intervista, una delle dieci che nel 1978 componevano il volume Le signorine «grandi firme» (sai oggi che cancelletti indignati, «signorine» serve per sminuirle, come qualcuno potesse sminuire le intervistate, gente come Oriana Fallaci e Natalia Aspesi), e pensavo a tutte quelle direttrici di giornale per cui ho lavorato negli ultimi venti e spicci anni, quelle che guai se le chiamavi direttrice perché direttrice è quella della scuola di mia figlia, e oggi fanno grandi editoriali su quanto sia fondamentale declinare le professioni al femminile, e pensavo: beh, sì, in effetti non m’eran mai parse delle Mafai.

Ma pensavo anche che è ingiusto pretendere coraggio intellettuale o anche solo personalità da queste povere inette che si trovano a cercare di non far affondare la barca in un tempo in cui l’ultima scema che instagramma un video dicendo che essere donne significa aver paura se torni a casa da sola la sera (ma assolutamente non averne se nello spogliatoio della palestra c’è una donna coi baffi), l’ultima improvvisata risulta più autorevole dei loro poveri giornali, è ingiusto pretendere dalle tizie di questo secolo carattere, fisarmonica, senso del brivido, o una qualsivoglia qualità che avevano le Mafai nate tra una guerra mondiale e l’altra, quelle che non pensavano di dover dire che le donne sono meno pagate e lavorano di più, non pensavano di dover mentire per conquistare i diritti.

«Non posso negare di aver trovato difficoltà a lavorare con delle donne e a dirigerle. Forse adesso dirò delle mostruosità, ma generalmente il senso del dovere professionale non è molto alto fra le donne. Di questo io mi sono accorta nel ’64, quando non era ancora arrivato il femminismo a dire che la professionalità a tutti i costi è sbagliata perché è alienante, competitiva e via dicendo. Al contrario io avevo sempre concepito la professione come fondamentale, e non capivo che si potesse rinunciare a un servizio perché il pupo aveva il raffreddore. Invece a Noi Donne mi sono trovata in un universo in cui esisteva il raffreddore, il parrucchiere, il compagno… tutte cose che non avevano per me alcun motivo serio di esistere, di fronte ai problemi di lavoro».

Chissà cos’avrebbe pensato d’un secolo che spaccia per femminismo il «mi dimetto perché voglio tempo per me» o l’«ho diritto a due giorni di congedo emorragico al mese». Se l’anno prossimo mi ricordo per tempo dell’8 marzo, mi appunto di chiedere non mimose, nuove cose, o una card di Instagram su quanto carico del lavoro di cura pesi sulle spalle di me donna che neanche lavo i bicchieri. Se l’anno prossimo me ne ricordo per tempo, chiedo per tutte voi un po’ di brutto carattere così non vi toccano gli articoletti celebrativi; e per tutte noi d’essere più Mafai, e meno quella versione di Quelo che sono le donne di questo secolo: ma tu lo sai a che ora mi sono svegliata stamattina, la bambina ha vomitato. 

Giornata della donna, nel lavoro e nel diritto al voto affondano le radici dell’emancipazione. Luca Casarotti il 7 Marzo 2023 su L’Espresso.

Rappresentanza politica, occupazione, uguaglianza. Sono i capisaldi su cui si sono basate e si basano le rivendicazioni femminili. Dal movimento operaio del primo ’900 alla Resistenza e alla Costituzione repubblicana. Fino a oggi, con gli scioperi dell’8 marzo

Nel 1977 Bianca Guidetti Serra pubblica “Compagne”, un libro che avrebbe fatto epoca, come l’anno in cui è uscito. Avvocata, partigiana (a lei Primo Levi ha indirizzato l’unico biglietto spedito dalla prigionia), militante della sinistra comunista, Guidetti Serra mette in pagina, con una cura speciale per la varietà del parlato, le interviste che da qualche tempo va raccogliendo tra le donne torinesi che hanno fatto la Resistenza. Donne diverse, ma tutte accomunate dall’aver variamente vissuto il partigianato e dalla consapevolezza che a determinarne la scelta antifascista siano state due fondamentali rivendicazioni: il lavoro e il diritto di voto.

Dignità della vita attraverso il lavoro, dunque, e rappresentanza politica: era questa l’impostazione della questione femminile in seno al movimento operaio primo-novecentesco, come la si legge negli atti dei congressi della seconda Internazionale e nella cui storia è la genesi stessa dell’8 marzo. L’8 marzo 1917, appunto, a Mosca un’imponente manifestazione per i diritti delle donne aveva anticipato la Rivoluzione d’ottobre.

La Costituzione italiana nomina la condizione della donna in tre punti. Rispetto al principio d’eguaglianza, che non ammette distinzioni di sesso: affermazione tanto importante da venire al primo posto, nel catalogo delle discriminazioni bandite dall’articolo 3. Rispetto ai diritti del lavoratore riconosciuti all’articolo 36, che il 37 precisa essere diritti anche della donna lavoratrice. Rispetto all’elettorato, attivo e passivo, e alla capacità di ricoprire gli uffici pubblici, da garantire in condizione di parità a donne e uomini (articoli 48, 51 e 117).

Ancora una volta: dignità della vita attraverso il lavoro e partecipazione alla cosa pubblica nel segno dell’uguaglianza sostanziale. Prova, da un lato, che la temperie raccontata nel libro di Guidetti Serra ha un corrispettivo nella Carta fondamentale, nel momento in cui l’antifascismo è chiamato a farsi esperienza costituente. E prova, dall’altro, che la società che esprime la Costituzione è innervata da quelle disuguaglianze: non ci sarebbe stato altrimenti bisogno di nominarle, di auspicarne il superamento fin dal patto fondativo dello Stato nuovo.

Settantacinque anni dopo, alcune organizzazioni del movimento operaio hanno cambiato pelle, non solo in Italia: talvolta hanno disconosciuto l’identità precedente. Un esempio: a rivendicare di aver sfondato il soffitto di cristallo è una presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che proviene da una tradizione opposta a quella del partigianato che ha scritto in Costituzione la parità di genere, anche in politica. Gli studi sul lavoro povero hanno accertato che l’occupazione non è sempre uno strumento sufficiente di emancipazione, una garanzia di salvezza dall’indigenza: specie per le donne, specie se sole e con figli. Contrariamente a quanto si dice, le politiche dell’impiego e quelle assistenziali non sono alternative, ma complementari.

Nonostante i mutamenti, però, l’origine della Giornata della donna nella storia delle lotte operaie non smette di esercitare la sua forza sul presente. La dimostrazione è nello strumento che i movimenti femministi hanno praticato negli ultimi anni per l’8 marzo: lo sciopero.

Quello di Luca Casarotti, presidente di Anpi Pavia Centro, è il quarto degli interventi sulle date fondanti della Repubblica affidati all’Istituto pavese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea. Il primo sul 12 dicembre, strage di piazza Fontana, il secondo sul 27 gennaio, Giornata della Memoria, e il terzo sul 10 febbraio, Giorno del Ricordo, sono pubblicati qui. I prossimi saranno su 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno, 4 novembre.

Estratto dell’articolo di Sara Bennewitz per repubblica.it Il 6 marzo 2023.

Cresce il numero delle miliardarie nel mondo, e sale l'Italia nelle classifiche globali. Per la prima volta il Belpaese è in quarta posizione, con 16 donne imprenditrici con una fortuna superiore al miliardo di dollari, la metà di quelle che vivono in Germania (32), poco più di un terzo di quelle che abitano in Cina (46) e circa un sesto rispetto agli Stati Uniti, che con 92 donne oltre un miliardo di dollari si confermano in testa alla classifica. Questi dati, elaborati e aggiornati a fine febbraio, dall'International Women's Day Study, basandosi anche sulle classifiche di Forbes.

[…] Tra le italiane la prima in classifica è Massimiliana Landini Aleotti (56 posizione con 6,57 miliardi) delle industrie farmaceutiche Menarini, segue Miuccia Prada (5,24 miliardi di patrimonio) in settantesima posizione e Alessandria Garavoglia (108 posto con 3,4 miliardi) della famiglia che controlla Campari, poi Giuliana Benetton (113 posto con una ricchezza di 3,19 miliardi) dell'omonimo gruppo veneto. S subito dopo Isabella Seragnoli (114 posto con 318) con il packaging della Coesia, e Susan Carol Holland (2,81 in 131 posizione) azionista di controllo di Amplifon.

Spocchia e ipocrisia della sinistra rosa sulla Schlein. Dalla Murgia alla De Gregorio, teorizzano che non tutte le donne sono uguali e che non tutte le donne al potere sono un bene per l'Italia. È la solita spocchia di una sinistra fuori dalla realtà. Andrea Indini su Il Giornale il 28 Febbraio 2023

Elly Schlein donna come Giorgia Meloni? Macché! Se qualcuno si fosse mai posto il dubbio, Michela Murgia l'ha già fugato. Il succo è questo: non tutte le donne sono uguali. O, ancor peggio: non tutte le donne al potere sono un bene per il Paese. Solo quelle di sinistra, ovviamente. Niente di nuovo sotto il sole, per carità. Laura Boldrini lo aveva già teorizzato l'indomani della vittoria del centrodestra alle politiche: "Non tutte sono uguali. Alcune sono peggiori di altre". E così quelle stesse donne che lo scorso settembre si erano incupite (diciamo pure incazzate) nel vedere le destre portare il primo presidente del Consiglio donna a Palazzo Chigi, oggi fanno i salti di gioia per l'elezione del primo segretario donna del Partito democratico. Traguardo (se di traguardo si può parlare) che Fratelli d'Italia raggiunse quasi dieci anni fa.

Per carità non tutte sono brindano. Quelle dell'apparato, per esempio, sono meste, guardinghe. La maggior parte stava con Bonaccini. Adesso temono che la Schlein sfili loro la sedia da sotto il sedere. Ma fuori dal Nazareno, sulla stampa progressista e sui social sono tutte a brindare. Prendete Concita De Gregorio. "La rivoluzione senz'armi, senza testosterone, con la gentilezza del sorriso", scrive oggi su Repubblica. A suo dire l'elezione della Schlein non cambia solo la storia del Partito democratico e più in generale della sinistra, ma addirittura "ruota l'asse cartesiano della realtà". Che spettacolo pirotecnico di giornalismo. E il botto finale? Eccolo: "La 'donna nuova' Giorgia Meloni - teorizza - torna a essere quello che è: l’ultima erede di un partito del Novecento, una storia antica. Invecchia, Meloni, al cospetto di una donna ancora nei suoi trent’anni che non origina dal comunismo come lei dal fascismo". In confronto, l'esultanza notturna della Boldrini ("Meloni, arriviamo") si sbriciola in nulla.

La Schlein piace perché è donna. Non donna come la Meloni, però. Donna di sinistra. "Giorgia Meloni è la donna sbagliata per noi nel partito giusto per lei - pontifica la Murgia su Instagram - mentre Elly Schlein è la donna giusta per noi nel partito sbagliato per lei". Sul Domani Giorgia Serughetti (filosofa) ne teorizza addirittura il differente modello di leadership. "Femminista" e non "femminile. "La differenza - spiega - è quella che passa tra l’agire 'per le donne', per i loro diritti, e il semplice 'essere donna'. Tra il collettivo e l’individuale". In soldoni: come spiegato già ieri da Chiara Valerio su Repubblica, la Schlein "sta lì come rappresentante non di se stessa ma della maggior parte di noi". La Meloni, invece, non rappresenta le donne, rappresenta solo se stessa.

Cosa renda tanto speciale la Schlein da rappresentare tutte le donne (o, se non tutte, almeno la maggioranza), ce lo spiega ancora la De Gregorio: è "una giovane di questo tempo", e cioè "non figlia politica di, non madre, fino all'altro giorno non iscritta al partito che guida, non eterosessuale". Cosa c'entrino il fatto che non sia madre e non sia eterosessuale (se non per metterla in contrapposizione con la Meloni), però, lo sa solo lei. Resta il fatto che, a suo dire, tutto questo non rassicura i conservatori. Anzi, dice, li fa diventare pazzi. In realtà a uscire pazze sono solo loro, le donne progressiste, così in difficoltà a trovare i distinguo, a sentenziare chi è davvero donna e chi no, a decidere chi rappresenta chi. È la solita supponenza della sinistra radical chic. Dove con radical chic non intendiamo certo, come scrive la De Gregorio, "colta, beneducata, corretta", ma altezzosa, spocchiosa e completamente lontana dalla realtà.

Estratto dell'articolo di Paolo Bracalini per “il Giornale” l’1 marzo 2023. 

(...)

La stampa di area Pd ha accolto con la banda al completo di fanfare e tromboni l’arrivo della Schlein, la nuova eroina della sinistra chiamata a sconfiggere l’oscuro regno del centrodestra. L’entusiasmo trasuda dagli articoli in effusioni talora scomposte per la troppa infatuazione. Capita sempre con ogni nuovo premier o leader del Pd (ma si estende anche extra confine, da Zapatero a Tsipras, Hollande, e altri amori esotici finiti male), è colpa dell’emozione.

Tanto più che Elly ha tutte le carte in regola: donna, fluida sessualmente, femminista, giovane, inclusiva, ben introdotta nei vertici Pd ma con l’immagine della outsider che ce la fa da sola «grazie alla sua forza» (La Stampa), non grazie alle truppe cammellate di Franceschini, Boccia e Bettini. Sono arrivati persino a definirla una «underdog», cioè la «sfavorita» che si deve sudare ogni gradino, proprio lei che arriva da una agiata famiglia di professori universitari, nel difficile contesto sociale di Lugano, triplo passaporto, avi illustri, buone scuole, ottime relazioni, volontaria al seguito di Obama, una origine ultra privilegiata semmai. Ma nell’ubriacatura da Schlein si può vedere doppio.

Anche al Manifesto sono colpiti, finalmente una «femminista» e «una donna che ama un’altra donna» in un partito «storicamente maschilista» come il Pd. «È la donna giusta per noi», scrive invece la scrittrice femminista Michela Murgia, che aveva espresso dubbi persino sul fatto che la Meloni fosse una donna, politicamente parlando, in quanto di destra.

Ma la supera Concita De Gregorio, che inventa una nuova categoria di razzismo, quello anagrafico. La tesi è che, siccome la Schlein è più giovane, la Meloni automaticamente non lo è più, così di botto in un giorno. Dopo essersi commossa per la «rivoluzione senza testosterone, con la gentilezza ferma del sorriso» della neosegretaria italo-svizzera, spiega che la Meloni «invecchia al cospetto di una donna ancora nei suoi trent’anni che non origina dal comunismo come lei dal fascismo». Anche il fatto di non essere eterosessuale né madre, «niente di tutto quello che rassicura i conservatori», la ringiovanisce, mentre la Meloni «torna ad essere quello che è: l’ultima erede di un partito del Novecento, una storia antica». Una vecchia, superata. E neanche tanto donna, visto che non è femminista.

La Schlein invece è la festa di quel mondo. Per Linda Laura Sabbadini «ha ridato speranza a donne, giovani, anziani, a lavoratori, precari e non, disoccupati e pensionati», fuochisti, ferrovieri, facchini, uomini di fatica, aggiungerebbe Totò.

 Tutto d’un tratto ci si è accorti di avere a sinistra una grande leader, una «in grado di stimolare passioni politiche spente, di ridare fiducia a un esercito di scontenti, di spingere i più giovani a partecipare», tutto questo, «rovesciando la piramide del Pd, rompere con quella storia della sinistra», scrive Norma Rangeri sul Manifesto.

Vasto programma per l’ex vicepresidente dell’Emilia Romagna, e certo non basterà chiamare la sardina Santori per realizzarlo. Il rischio abbaglio è forte, ma l’eccitazione per la novità è troppa. Improvvisamente la Schlein, fino a ieri nemmeno iscritta al Pd, è la leader del Pd che serviva per riorganizzare tutto il campo progressista e sconfiggere la destra. Vuoi mettere lei con Bonaccini, «un governatore di lungo corso, uomo, di mezza età», spiega l’ex finiana Flavia Perina. Tutti infatuati della nuova leader, che deve però conquistare ancora tutto. A parte la simpatia dei media, quella ce l’ha già.

La Dissacrazione del Mito.

Stregati dall’assegno. Le fattucchiere di Vannacci, la realtà femminista e l’infallibile senno di poi. Guia Soncini su L'Inkiesta il 29 Agosto 2023

Il generale denuncia che le donne vogliano affrancarsi dal patriarcato attraverso il lavoro, ma al mondo questa cosa la pensano solo in tre: Hitchens, che è morto, la corte d’appello di Milano che ha ridotto il mantenimento a Veronica Lario, e Guia Soncini

Il vero grande problema di questo porco lavoro, il vero grande problema di questo porco lavoro che faccio io, il vero grande problema di questo porco lavoro che facciamo ormai tutti, il vero grande problema di questo lavoro che facciamo ormai tutti alcuni persino senza retribuzione ma solo per diletto (il che quando zappavamo tutti i campi accadeva meno), il vero grande problema del porco lavoro di dire la propria sulle cose che accadono è che le cose che accadono le capisci solo col senno di poi.

Il senno di poi è l’unico criterio con cui puoi valutare le foto segnaletiche: Jane Fonda va in tv a parlare della sua, scattata nel 1970, e tutti – Graham Norton, miglior conduttore di talk-show al mondo, e lei, e gli altri ospiti – ne parlano in termini epici ed eroici, e nessuno dubita che fosse un complotto di Nixon-il-mostro contro di lei che era una dei giusti. Che ne so, io, se tra cinquant’anni non si parlerà così della foto di Trump.

Il senno di poi è l’unico criterio con cui puoi valutare l’educazione all’affettività o alla parità di genere o alla sessualità o a cosa diavolo sarà quella che ora faranno nelle scuole perché l’estate 2023 sembra essere stata quella degli stupri minorili quasi quanto quella delle foto agli scontrini, e qualcosa bisogna pur far vedere che si prova a fare.

Il senno di poi ci dirà se quelle saranno le uniche ore scolastiche che impattino su studenti che in classe non imparano le addizioni né il ramo del lago di Como, non imparano in che secolo collocare Napoleone né il limitare di cosa salisse quella Silvia, però siamo certi certissimi che impareranno che le donne non si toccano neanche con un fiore.

Il senno di poi ci dirà, pure, se le fattucchiere di Vannacci esistono. Mentre tutti eravate concentrati sulla pelle dei neri e sui gay che mica saranno normali, io mi chiedo da giorni dove stiano, queste fattucchiere con cui vorrei tanto fare amicizia.

«Altra incredibile bordata proviene dal movimento femminista […] si oppone alla figura femminile intesa come madre. Le moderne fattucchiere sostengono che solo il lavoro ed il guadagno possono liberare le fanciulle dal padre padrone e dal marito che le schiavizza condannandole ad una sottomessa, antiquata, involuta ed esecrabile vita domestica».

Ora, generale. Sorvoliamo sulle eufoniche. Sulle concordanze. Sul mistero di cosa crede voglia dire «involuta». Parliamo delle fattucchiere.

Elenco esaustivo di persone che in questo secolo credono che la liberazione femminile stia nel lavoro. Guia Soncini: non credo la conosca, diciamo che è un tipo, ecco. Christopher Hitchens: era perfetto, ma è morto. La corte d’appello di Milano che ha ritenuto nell’assegno di mantenimento di Veronica Lario ci fossero sessanta milioni di troppo. Basta, elenco finito: una viva, uno morto, un tribunale.

L’intero femminismo di questo secolo, come d’altra parte qualunque movimento ideologico d’un secolo fondato sulla ricerca di consenso, si basa sul dire alle donne che la loro voglia di farsi mantenere è sacrosanta, la lagnosità del loro chiamare lo spingere il tasto della lavatrice «carico del lavoro di cura» è sacrosanta, la loro pigrizia è sacrosanta.

L’intero femminismo di questo secolo sostiene che nessuno deve permettersi di dirti (se sei donna) che devi trovarti un lavoro e procurarti un reddito, giacché avere una casa è un lavoro, avere un marito è un lavoro, avere dei figli è un lavoro. E qualcuno deve retribuirtelo (non hanno ancora ben capito chi, ma in questo secolo non si lascia che i dettagli pratici ostacolino vasti programmi quali «pagatemi per lavarmi le mie stesse mutande e per scaldare un surgelato a mio figlio»).

Le nostre nonne lavavano i panni al fiume e si occupavano di otto figli; noialtre per mettere il brillantante nella lavastoviglie abbiamo diritto al pagamento degli straordinari, per non parlare del bonus aziendale che ci spetta se andiamo a riprendere il figlio a scuola nel pomeriggio, e della tredicesima maturata inserendo i dati di consegna nella app di Glovo che ci consegna la cena già pronta.

Questo è il punto dell’articolo in cui i lettori più attenti – quelli, cioè, che commentano senza essersi limitati a leggere il titolo – mi obiettano che il mondo mica è fatto a forma della stronza borghesia che bazzico io, che c’è gente che Glovo non se lo può permettere, che ci sono donne che cucinano tutte le sere altrimenti il marito le mena. E alle quali il femminismo di questo secolo ha deciso di non dire mai che non è una buona idea mettersi con uno che ti mena: molto più utile dir loro che lo Stato dovrebbe pagarti per preparare la cena a quello che ti mena.

Ecco, generale, io e il mio senno di poi vorremmo, se possibile, un’anticipazione: questa sua sulle fattucchiere è una previsione per il futuro? Tra vent’anni potrò raccontare al fantasma di Christopher Hitchens che la sua idea che la povertà si sconfiggesse dando alle donne la possibilità di lavorare, che l’emancipazione dovesse essere innanzitutto economica, potrò dirgli che questa sua visione fantascientifica si è realizzata?

Oppure, quando tra vent’anni la rileggerò (come si fa con ogni classico, diamine: già pregusto la sua rilettura nell’estate 2043, e la mia cronaca del viaggio in cui io leggevo un classico e i lanzichenecchi Recalcati), dovrò dire sì, quel Vannacci, grande letterato, ma non ci ha preso su niente nientissimo.

Dovevamo avere le fattucchiere e siamo ancora qui con gli assegni di mantenimento, le pensioni di reversibilità, la legittima, nel 2043. Stiamo ancora qui col maschio di casa che funge da finanziamento per la vita della moglie, nel 2043.

Stiamo ancora qui con le donne che dicono che loro non possono lavorare perché hanno i bambini, e i bambini sono partiti al mondo come soldati e non ancora tornati, che non possono lavorare perché il carico del lavoro di cura, e senza la colf non sanno neanche separare i bianchi dai colorati, nel 2043.

Non posso sopportare d’immaginare un 2043 in cui il senno di poi mi deluda in questo modo. Generale, dietro la collina, mi rassicuri: almeno una fattucchiera c’è?

Da Medea a Nausicaa. Le donne del mito che parlano al presente. Circe e le «maledette» della letteratura antica tornano sempre. Perché sono veri archetipi. Matteo Sacchi il 18 Agosto 2023 su Il Giornale.

Una lunga scia di infelicità e di sangue. Una scia di amore e morte, dove la pulsione erotica parte da una bellezza solare per precipitare nel gorgo del dolore. È questa la caratteristica principale dei miti che raccontati in Maledette di Francesca Ghedini (Marsilio pagg. 302, euro 18). La professoressa emerita di Archeologia all'Università di Padova si muove con grande dottrina attraverso il complesso rapporto tra le fonti scritte e quelle iconografiche per raccontare la radice tragica di una serie di miti incrociati. Ovvero il tragico destino delle discendenti del dio Elios: Circe, Pasifae, Arianna, Medea, Fedra. Il destino di queste femmine divine lo abbiamo tutti già in qualche modo letto o sentito raccontare studiando mitologia o anche soltanto guardando qualche film, a partire dai vecchi peplum.

Ma Ghedini con grande maestria mostra come tutte queste storie siano incrociate e sedimentate nei secoli.

Tutto, mitologicamente parlando, parte da quella che potrebbe sembrare solo una salace burla e non il preludio di una tragedia. Amori e amorazzi degli dei non sono infatti temi da turbare le divinità olimpiche. Quando Helios, che tutto vede, informa Efesto che sua moglie Afrodite lo tradisce con Ares, il dio Zoppo inventa una vendetta salace. Non disponendo dei moderni mezzi una vendetta social (come ne capitano persino a Torino) Il fabbro divino costruisce una sottilissima rete che calata all'improvviso imprigiona i due amanti colti nel bel mezzo del fattaccio. E tutti gli abitanti dell'Olimpo vengono invitati a vedere.

Ovviamente, umiliata, è soprattutto Afrodite che non perdona. Ma non tanto Efesto, quanto piuttosto Helios, il celeste spione. Incarica Eros di perseguitare lui e la sua stirpe con passioni tremende e nefaste. Inizia uno stillicidio portato avanti a colpi di passione. Helios si innamora della mortale Leucotoe, Clizia che ama Helios denuncia il loro amore al padre di Leucotoe che finisce seppellita viva. Clizia rifiutata allora per sempre da Helios diventa una pianta per il dolore.

Ma è solo l'inizio di una strage la figlia di Helios, Circe, cresce ribelle e con oscuri poteri. Bella, seduttiva e capaci di arti magiche, finisce segregata in un isola, proprio per l'eccesso delle emozioni che è in grado di suscitare. La sua magia. Complessissimo il suo mito e la sua iconografia, che Ghedini analizza nel dettaglio. Ma quello che resta sempre uguale è il richiamo ad una passione che trasforma in animali a cui non si può resistere.

Peggiore ancora il destino di Pasifae, altra figlia di Helios, che pure era stata destinata al più regale dei matrimonii... Di nuovo una passione bestiale, quella per un toro sacro. Ed un risultato ancora più bestiale: il Minotauro. Ma se quello di Pasifae è un destino atroce non è migliore quello di sua figlia Arianna. Disposta a tutto per Teseo, traditrice della sua famiglia e causa della morte del fratellastro, verrà abbandonata. Sulla tragedia di Medea nipote del Sole e come Circe potente maga? Di nuovo l'amore per Giasone la costringe a tradire la famiglia e poi la porta ad uccidere i suoi figli.

Tra antichi vasi, varie versioni dei miti, mosaici... Francesca Ghedini fa rivivere queste figure complesse che negli ultimi anni anche grazie alla letteratura sono tornate a parlare al presente. Basti pensare al successo di un best seller come Circe scritto da Madelline Miller.

Ma c'è un altro idilio mancato della letteratura e del mito antico che è tornato ad essere protagonista quest'estate. Basta leggere Nausicaa e l'idilio mancato di Giorgio Ieranò, uscito per i tipi de Il Mulino (pagg. 162, euro 14).

Ad una lettura superficiale dell'Odissea la vicenda del naufrago Odisseo e della principessina dei Feaci può apparire solo un prologo al rientro ad Itaca, un buon espediente narrativo. Ma l'esperienza «Tra i Feaci simili agli dei...» in realtà si presta a letture più complesse. Dove di nuovo sotto traccia la passione amorosa gioca un ruolo molto più grande di quanto possa sembrare. E dove di nuovo fanno capolino miti più antiche che probabilmente l'Odissea rielabora.

Nausicaa è qualcosa di più della ragazza ingenua che sembra apparire è la porta tra un regno intermedio tra quello dei mortali e quello degli dei in cui Odisseo deve per forza entrare per riuscire a rompere la maledizione di Poseidone. E di poseidone i Feaci sono i discendenti, però colti e gentili. L'opposto dei ciclopi, che dal padre hanno ereditato solo la forza brutale. E alla fine i Feaci pagheranno cara la loro bontà verso Odisseo. Ma di nuovo i miti si incrociano. Saranno proprio di nuovo i Feaci a salvare Giasone e Medea inseguiti dai soldati del padre di Medea.

I miti guardati da vicino alla fine affascinano e fanno grande letteratura, anche nei saggi, perché alla fine non spiattellano i sentimenti e le emozioni. Ma velandole e rendendole iconiche ne svelano la tremenda potenza. Che nel tempo non è cambiata, viene solo raccontata in modo più volgare. Rendendocela così meno governabile e comprensibile.

 Streghe, eroine e sacerdotesse. La diversa rappresentazione del femminile nel mito. Francesca Ghedini su L'Inkiesta il 14 Agosto 2023.

In “Maledette”, edito da Marsilio, Francesca Ghedini ripercorre le storie di Circe, Pasifae, Arianna, Fedra e Medea, riflettendo sul ruolo delle donne nella società antica e sulle sfide e i pregiudizi che persistono ancora oggi

All’inizio fu la parola: la parola detta, nelle conversazioni quotidiane, raccontata dalle madri o dalle balie ai loro bambini, recitata da fini dicitori, cantata dagli aedi durante i simposi, e la parola scritta, dai poeti, dai mitografi, dai tragediografi, che dedicarono ai grandi personaggi dell’epos e del mito le loro opere. E la parola, detta e scritta, presto si tradusse in formule iconografiche, un mezzo di comunicazione che ha uno statuto e percorsi suoi propri, che si intrecciano e talvolta confliggono, ma sono fondamentali per ricostruire il tessuto culturale del passato.

[…] Evocative e sfuggenti a un tempo le immagini sono infatti un tassello importante per avvicinarci alla cultura classica. Popolavano il quotidiano degli antichi, si dispiegavano su oggetti d’uso e su doni votivi, sulle pareti e i pavimenti delle case, sulle stoffe da arredamento o da abbigliamento, sui gioielli e sulla suppellettile di lusso, sulle monete e sui grandi monumenti pubblici che esaltavano le glorie della città. Bastava uno sguardo anche distratto per riconoscere personaggi e situazioni e comprendere il senso di quella specifica rappresentazione in quel contesto.

In una società poco alfabetizzata qual era quella antica il repertorio figurato veicolava messaggi che arrivavano alla mente e al cuore dello spettatore in forza di una cultura condivisa che si era formata grazie anche, e forse soprattutto, alla tradizione orale e agli spettacoli, dove gli attori si esprimevano con i gesti e la postura del corpo, fissando in schemi iconografici i momenti salienti del racconto.

[…] La parola si fa immagine e l’immagine contribuisce a plasmare e diffondere una cultura comune, fissando in formule iconografiche facilmente riconoscibili gli episodi narrati nelle grandi saghe epico-mitiche, ma registrando anche situazioni differenti rispetto a quelle note e codificate dai testi classici. E questa realtà, giunta a noi attraverso i diramati canali della memoria dell’antico, presenta anche elementi di attualità, invitandoci e riflettere su fenomeni come quello che va sotto il nome di cancel culture, che vorrebbe eliminare la quasi totalità del mondo classico perché espressione di una cultura maschile, prevaricatrice e fortemente misogina, attraversata da valori per noi del tutto incomprensibili. Ben poche sono infatti nella mitologia classica le figure femminili capaci di abnegazione e sacrifici estremi, come Alcesti, disposta a morire pur di salvare il marito da morte certa, o Antigone, che contravviene alle rigide leggi del padre pur di dare onorata sepoltura all’amato fratello Polinice. Ma proprio per questo ricostruire e comprendere quei mondi lontani ed entrare nel cuore e nell’anima di quei personaggi è forse utile anche per evitare che certe realtà ritornino.

Si tratta tuttavia di un’impresa non facile, perché della vita quotidiana di coloro che popolavano i racconti degli antichi, dei loro pensieri, delle loro emozioni e dei loro sentimenti, al di fuori di quei pochi episodi su cui la tradizione classica si è concentrata, non sappiamo quasi nulla. Com’era Elena, la fatale Elena che ha scatenato la più grande guerra dell’antichità, da bambina? E che ne fu di lei dopo il ritorno a Sparta, al fianco di un marito che l’aveva faticosamente perdonata? E come passava le sue giornate in Tauride Ifigenia, condannata dal padre sull’altare di un ineludibile scontro di civiltà e salvata da Artemide che le aveva affidato l’ingrato compito di sacrificare gli stranieri? E cosa avvenne di lei dopo la sua rocambolesca fuga da quelle terre lontane con il fratello ritrovato? Si sposò? Ebbe figli?

Domande a cui chi decide di cimentarsi con l’impari compito di ricostruire biografie mitiche deve cercare di dare risposte, pur consapevole di doversi confrontare con un’altra, quasi insormontabile, difficoltà, che riguarda la contraddittorietà delle fonti e l’ambiguità delle testimonianze iconografiche. Infatti, se da un lato degli eventi narrati, spesso con dovizia di particolari, non vi è quasi mai una versione univoca, ma una serie di informazioni differenti, che rispondono alle esigenze dei tempi in cui la narrazione fu rielaborata per un nuovo pubblico, dall’altro l’immagine, che condensa in un solo fotogramma un intero racconto, è capace più del testo scritto di manipolare lo spettatore, perché di una storia sceglie solo il momento più adatto a mettere in luce qualità o difetti del protagonista, funzionali al messaggio che si intende trasmettere.

E poco giova per ricostruire il contesto in cui gli episodi mitici si svolgevano conoscere usi e costumi della società greca o romana, perché le abitudini di vita di questi personaggi affondano in un passato ben più lontano, che spesso non ha agganci con quello storicamente documentato.

[…] Ripercorrere con occhi disincantati gli accadimenti, talvolta drammatici, che coinvolgono [le donne del mito], offre chiavi di lettura anche per comprendere aspetti della società che con quei miti e di quei miti viveva: emergono, ad esempio, spunti sulla quotidianità femminile, confinata in un’inevitabile subalternità, e sul ruolo delle nutrici, presenze imprescindibili nella vita delle fanciulle alle quali dedicavano tutte se stesse, pronte a qualsiasi sacrificio ma anche a ogni nefandezza per vederle felici. Ma ciò che più importa è che le nostre cinque protagoniste, subdole ingannatrici, maghe malefiche, vittime di incontrollabili pulsioni erotiche, fredde assassine, illustrano con lucida oggettività la valutazione negativa e sprezzante che gli antichi davano delle donne: pericolose per la società, capaci di contravvenire a ogni legge morale, manipolatrici e traditrici. «Belle fuori, ma marce dentro», sentenzia Ippolito, disgustato dall’amore della matrigna Fedra. E poco importa se le loro colpe sono ineluttabili perché indotte dalla volontà divina: la condanna che le colpisce è senza appello.

Circe, Pasifae, Arianna, Fedra e Medea sono dunque archetipi e testimoni di una misoginia dura a morire che percorre tutta la classicità per transitare nella pubblicistica cristiana che in quei modelli vedeva concretizzarsi la presenza del maligno. In questa luce si comprende anche come l’inusuale nudità di Circe, attestata in alcune rappresentazioni, sia un sintomo della paura che l’uomo antico aveva della potenza numinosa del corpo femminile, quel corpo capace di dare la vita, ma anche la morte in mille modi differenti. Quel corpo che la mitica Onfale, regina di Lidia, aveva usato per soggiogare Eracle, il più forte fra gli eroi greci.

Dalla lettura delle vicende, più o meno romanzate, delle discendenti del Sole emergono spunti che gettano luce anche su eventi che hanno segnato la grande storia. Circe e Medea, ad esempio, sono simboli dell’eterna lotta tra Oriente e Occidente, iniziata con l’audace traversata della nave Argo, che con il suo carico di eroi solcò per prima mari sconosciuti per raggiungere la mitica terra dove sorge il sole e compiere un furto che non sarebbe stato perdonato e avrebbe portato morte e lutti alla grecità tutta.

Quell’impresa è all’origine di un conflitto mai sopito che vede snodarsi nei secoli capitoli drammatici, ora adombrati attraverso il mito, ora vidimati dal suggello della storia. È a Troia che si consuma il primo scontro fra due culture così distanti l’una dall’altra, uno scontro che costò la vita alla “meglio gioventù” del tempo e si concluse solo grazie all’inganno perpetrato dall’astuto Odisseo; un inganno che viola tutte le leggi della lealtà e sfata la vulgata dell’Oriente traditore.

Ma prima, o forse dopo, nel tempo indefinito degli dèi, che non coincide con quello degli eroi e degli uomini, lo scontro con l’Oriente aveva incrociato la vita di Arianna assumendo le gioiose sembianze di Dioniso, dio dell’estasi e della beatitudine che con il suo rumoroso corteggio aveva raggiunto l’India misteriosa per portare i suoi doni e conquistare al suo culto le popolazioni locali. Da lì era tornato carico di prede che sancivano la sua vittoria: oro, argento e avorio, il prezioso legno d’ebano, e incenso, mirra, zafferano e spezie rare. Lo accompagnavano animali mai visti: struzzi, cammelli, pappagalli e i maestosi elefanti che facevano tremare il terreno al loro passaggio.

La vendetta dell’Oriente si concretizzò dopo secoli con l’invasione della Grecia: l’Acropoli profanata fu un trauma indimenticato che segnò per sempre il cuore della classicità, e i templi e le statue, che erano stati toccati da mano sacrilega, furono sepolti, come in sacra favissa, nel suolo stesso della rocca di Atene.

La storia dello scontro fra civiltà continua con la gloriosa marcia di Alessandro fin nel cuore della potenza persiana e poi attraversa i secoli del dominio di Roma, che vede vittorie e sconfitte fino alla dissoluzione dell’Impero.

Questo, e molto altro, si può cogliere in filigrana leggendo le vite avventurose delle donne della stirpe del Sole, ricostruite attraverso l’intersecarsi, il sovrapporsi e l’integrarsi dei testi e delle diverse tipologie di fonti. Ma non solo. Mi piace pensare che questo approccio interdisciplinare possa aiutare a scorgere un orizzonte nel futuro incerto della materia di cui mi sono occupata per tutta la vita. Se la filologia dell’immagine da sola, infatti, poco può nel determinare la sorte accidentata della storia dell’arte antica, il rinnovato rapporto con il testo scritto contribuisce forse a dare una nuova prospettiva, cercando di correggere quella sorta di “consumismo culturale” che tenderebbe a trattare ogni reperto che l’antichità ci ha tramandato come un unicum, esaltandolo nella sua singolarità e trascurando il necessario approccio scientifico, che si fonda sulla ricostruzione del contesto attraverso l’attenta analisi di ciascun manufatto e la messa in serie della documentazione. Portare lo sguardo al centro di un fitto intreccio di competenze, non solo iconografiche ma letterarie e storiche, vuol dire rivalutare l’importanza di quel sostrato di sapere (un tempo condiviso) necessario per affrontare la tradizione al riparo da tentazioni pregiudiziali e pregiudizievoli. 

Da “Maledette. Le donne nel mito” di Francesca Ghedini, Marsilio, pp. 304, 18 euro.

Donne straordinarie.

Nonostante il Femminismo.

Rosa Scafa.

Katherine Johnson.

Rita Levi Montalcini.

Marie Curie.

Eleonora Duse.

Nicola Sturgeon.

Jacinda Ardern.

Margherita Cassano.

Lidia Poët.

Nonostante il Femminismo.

Estratto dell’articolo di ilfattoquotidiano.it sabato 9 dicembre 2023.  

Da Beyoncé a Olena Zelenska. Il Financial Times ha stilato un elenco delle 25 donne più influenti al mondo nel 2023. Non si tratta di una classifica, spiega lo stesso quotidiano, ma di un semplice elenco appunto diviso in tre categorie.

La prima è quelle delle creatrici, dove troviamo, fra le altre, anche Margot Robbie e Beyoncè. Poi la categoria leader, che annovera Ursula von der Leyen, Mary Barra (la numero uno di General Motors) e Mira Murati (la chief technology officer di OpenAI). Nella categoria delle eroine, invece, il giornale attenziona, tra le altre, l’attivista iraniana, Narges Mohammadi e la first lady ucraina Olena Zelenska. 

[…] Ecco chi sono, cosa fanno e da chi sono state scelte le 25 donne menzionate dal Financial Times.

Categoria “creatrici” 

Margot Robbie: tra le star del cinema più amate al livello internazionale, l’attrice ha raggiunto svariati successi non da ultimo il film Barbie […]. 

Beyoncé: […] Non più solo icona musicale, con il suo film-concerto, Rennaissance, ha lasciato a bocca aperta tutti, compresa la conduttrice statunitense più famosa al mondo.

Barbara Kingsolver: scrittrice e poetessa statunitense, quest’anno ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa, il Women’s Prize for Fiction e il James Tait Black Memorial Prize con Demon Copperhead. […] 

Phoebe Philo: stilista inglese, attraverso il suo lavoro, […] ha trasformato l’abbigliamento femminile. È stata scelta da Gabrielle Boucinha è una consulente creativa e la creatrice di Old Celine. 

Alia Bhatt Kapoor: attrice e cantante, è una delle stelle di Bollywood. […] 

La band di K-Pop Aespa: formata dalle cantanti Karina, Giselle, Winter e Ningning, […] con la loro strumentazione sperimentale hanno ampliato i confini del K-Pop, sfondando come band femminile.

Lola Shoneyin: scrittrice e poetessa nigeriana, vive a Lagos dove organizza l’Aké Arts & Book Festival […]. […] 

Categoria leader 

Mira Murati: chief technology officer di OpenAI, l’azienda di intelligenza artificiale che più ha inciso nell’immaginario collettivo mondiale […]. 

Fran Drescher: presidente del sindacato attori Sag-Aftra, ha portato avanti lo sciopero durato oltre 100 giorni assieme al sindacato degli sceneggiatori WAG contro le grandi major del settore. […]

Mary Barra: amministratrice delegata di General Motors […] 

Ursula von der Leyen: presidente della Commissione europea, è stata scelta per come ha affrontato “sfide globali senza precedenti” e per essere stata un “partner fedele per gli Stati Uniti”. […] 

Janet Truncale: presidente e CEO globale di Ernst & Young, è la prima donna a guidare una delle Big Four, le quattro società di consulenza globali. […]

Karin Keller-Sutter: ministra delle finanze svizzera, secondo il giornale incarna le qualità più importanti che un politico deve possedere, ovvero conoscenza, coraggio e determinazione. […] 

Lisa Dyson: scienziata, fisica e imprenditrice americana, è la fondatrice e CEO di Kiverdi, una società di biotecnologie che utilizza le tecnologie di trasformazione del carbonio per sviluppare prodotti sostenibili […]. 

Carol Tomé: dirigente d’azienda americana, attualmente è amministratrice delegata della United Parcel Service. […] 

Makiko Ono: è la prima amministratrice delegata donna di Suntory Beverage & Food, una delle più antiche aziende di distribuzione di bevande alcoliche del Giappone. […]

Marina Silva: politica, ambientalista e pedagogista brasiliana, è stata ministra dell’ambiente dal 2003 al 2008 e nuovamente a partire dal 2023 sotto il presidente Luiz Inácio Lula da Silva. […] 

Marie-Claire Daveu: capo dell’ufficio sostenibilità del gruppo Kering, gruppo internazionale che opera nel settore del lusso con sede a Parigi e che possiede marchi come Gucci, Yves Saint Laurent, Balenciaga, Alexander McQueen, Bottega Veneta, Boucheron […]. 

Categoria eroine 

Narges Mohammadi: attivista iraniana e premio Nobel per la pace per il suo impegno a favore delle donne in lotta contro il regime. […]

Olena Zelenska: first-lady ucraina, rappresenta al pari di suo marito Volodomyr Zelensky “un vero e proprio simbolo globale di resilienza”, sottolinea il quotidiano. […] 

Coco Gauff: tennista. È considerata, per lo stile di gioco, oltre alle origini afroamericane, l’erede delle sorelle Williams. […] 

Elizabeth Maruma Mrema: è una leader e avvocato della biodiversità della Tanzania. È la prima donna africana a guidare la Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica. […]

Katalin Karikó: biochimica ungherese naturalizzata statunitense, specializzata in meccanismi mediati dall’RNA, nel 2023 ha vinto il premio Nobel per la medicina insieme a Drew Weissman […]. 

Chen Chien-Jou: membro dello staff del partito democratico progressista di Taiwan, ha dato vita al #metoo nella nazione […] 

Jenni Hermoso: calciatrice spagnola, è finita in prima pagina per il bacio datole dal presidente della Federcalcio spagnola, Luis Rubiales che ha scatenato un polverone mediatico. […]

Chi sono le poetesse? Da Aleramo a Merini il catalogo è questo ma niente quote rosa...La curatrice Leardini compila il canone delle donne, spesso ignorate dalla critica. Davide Brullo il 21 Agosto 2023 su Il Giornale.

L'idea di femminilizzare il canone Feminize Your Canon, secondo la formula propalata dalla Paris Review è agghiacciante. Si rischia, così, di parlare di temi più che di testi, di genere più che di generi (letterari), di autoritarismo sociale più che di autorevolezza poetica, con il coro di erinni vittime intorno. Eppure, la questione, riformulata la presenza del genio femminile nel canone ha un suo senso, alla luce dei nudi fatti. L'antologia più canonizzante del secolo, Poeti italiani del Novecento, firma Pier Vincenzo Mengaldo, è il 1978, allinea cinquanta autori: tra questi, soltanto uno, Amelia Rosselli, è donna. I vasti repertori lirici italiani, di norma, relegano le donne ai margini. Così, l'esuberante antologia del comunista Edoardo Sanguineti, Poesia italiana del Novecento, era il 1969, riesce, su quarantacinque autori, alcuni dimenticabili, a non insediare alcuna donna. La poesia italiana è dominio dei maschi? Nell'ambito del romanzo usiamo come microscopio il Premio Strega alcune donne s'erano già imposte, a quell'altezza cronologica: Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, Lalla Romano. Nel 1926 il Nobel per la letteratura incoronava Grazia Deledda. Non va meglio se sguazziamo nei decenni successivi. La (brutta) antologia ideata dal duo Cucchi-Giovanardi, Poeti italiani del secondo Novecento (Mondadori, 1996), imbarca settantuno poeti di cui otto donne; la (bella) antologia curata da Daniele Piccini su La poesia italiana dal 1960 a oggi (Bur, 2005) seleziona diciannove poeti esemplari: le donne sono soltanto due. Non credo, come scrive Isabella Leardini, che «spesso i giovani poeti si comportano come i loro illustri predecessori: le ragazze fanno parte del gioco ma alla fine giocano un'altra partita»; non conosco «giovani poeti» che abbiano il carisma poetico dei loro anche diretti, o dirimpettai «predecessori» e il gioco del fiocco azzurro o del fiocco rosa non mi appassiona. Mi piacerebbe poter rispondere che alcune tra le più importanti imprese letterarie del secolo scorso erano capitanate da donne Poetry, sotto l'egida di Harriet Monroe e Sur, dominata da Victoria Ocampo, ad esempio; la Hour Press fondata da Nancy Cunard e la Hogarth Press di Virginia Woolf; La Licorne, la rivista di Susana Soca e la Cuala Press di Elizabeth Yeats ma devo, nel contesto italiano, stare con la Leardini: «le donne in poesia sono state incontrovertibilmente una minoranza il canone è soltanto la conseguenza, il riflesso inevitabile di un vizio di sguardo e di una società». La raccolta di Poetesse italiane del Novecento allestita dalla Leardini, Costellazione parallela (Vallecchi Firenze, pagg. 290, euro 18,00) è, dunque, un lavoro necessario, furbo contrappasso di genere: le poetesse vendono molto di più dei poeti , fascinoso. La curatrice poetessa, guida del Centro di Poesia Contemporanea dell'Università di Bologna alterna nomi ovvi, imprescindibili (Ada Negri, Sibilla Aleramo, Antonia Pozzi, Lalla Romano, Maria Luisa Spaziani, Amelia Rosselli, Alda Merini), a sgargianti riscoperte (Nella Nobili e Daria Menicanti, ad esempio). Al centro di questo canone inverso, spicca l'opera di Cristina Campo genio inarginabile, Vittoria Guerrini, questo il vero nome, progettò, già nel 1953, per Gherardo Casini editore, «una raccolta mai tentata finora delle più pure pagine vergate da mano femminile attraverso i tempi», alternando Saffo ad Anna Achmatova, Ildegarda di Bingen a Caterina da Siena e Simone Weil e quella di Fernanda Romagnoli. Scoperta da Attilio Bertolucci, la Romagnoli pubblicò, in vita, due raccolte di pregio, Confiteor (Guanda, 1973) e Il tredicesimo invitato (Garzanti, 1980), dai versi tesi, a tratti bellissimi, di tersa ferocia: «Lei non ha colpa se è bella,/ se la luce accorre al suo volto,/ se il suo passo è disciolto/ come una riva estiva/ Se tu l'ami, lei non ha colpa./ Ma io la vorrei morta». Da qualche tempo, la critica si è accorta della sua grandezza: vent'anni fa Donatella Bisutti ha curato un'edizione de Il tredicesimo invitato e altre poesie per Libri Scheiwiller, l'anno scorso Interno Poesia ha stampato, per merito di Paolo Lagazzi e Caterina Raganella, una scelta di testi come La folle tentazione dell'eterno.

Un'antologia, per sua natura, ha il carisma della suggestione e della provocazione. Il libro ideato dalla Leardini, per non restare velleitario, pretende di esplodere. È ora di lavorare, cioè di pubblicare per intero i libri delle poetesse del secolo scorso. Non esistono quote rosa in poesia eppure: negli ultimi vent'anni il Nobel per la letteratura è andato a otto donne: lo stesso numero di premiate dell'intero secolo precedente ma soltanto la spietata lotta dei testi. Così, a onor di verso, Sibilla Aleramo (di cui il Saggiatore ha da poco pubblicato Tutte le poesie, a cura di Silvio Raffo) non vale Dino Campana; i versi di Mariagloria Sears (una grata scoperta) non sono paragonabili a quelli dell'amico Vittorio Sereni; i testi di Nella Nobili (raccolti nel 2018 per Solferino da Maria Grazia Calandrone come Ho camminato nel mondo con l'anima aperta) sono interessanti ma non rivaleggiano con quelli, chessò, di Andrea Zanzotto; Maria Luisa Spaziani non è Eugenio Montale; Alda Merini è priva della vertigine linguistica del molto meno noto di lei Alessandro Ceni. Questa non è distorsione virile dei sensi estetici: sarebbe perverso affermare il contrario.

Dunque, ben venga il lavoro critico senza impostazioni pregiudiziali o prolegomeni politicamente corretti; io, per dire, amo le poesie di Egle Marini, certi versi di Nadia Campana e Claudia Ruggeri (nessuna inclusa nel canone Leardini). Lo stesso lavoro, d'altronde, va fatto per riscoprire decine di poeti maschi, dilaniati dall'oblio baccante, imprigionati nel limbo (prendo a prestito il titolo di un libro di Marco Merlin: Poeti nel limbo. Studio sulla generazione perduta, Interlinea, 2004). La poesia è un androgino boia: del poeta il sesso non conta resta la carcassa, il tenue bagliore di alcuni, rari versi.

La sorella di Mozart e le altre: donne scordate dalla musica. Storia di Laura Zangarini su Il Corriere della Sera martedì 22 agosto 2023.

Bisognerà aspettare il 2025 per vedere in scena sul palco del Teatro alla Scala la prima opera scritta da una donna, Silvia Colasanti. Del resto, lirica e musica classica offrono tradizionalmente un’immagine quasi esclusivamente maschile. Eppure, come ricorda la giornalista specializzata in musica classica Aliette de Laleu, autrice di Mozart era una donna. Storia della musica classica al femminile (Odoya), in ogni epoca le donne ci sono state. E non solo come muse.

Il saggio offre l’occasione per scoprire la carriera di Barbara Strozzi, nota compositrice dell’Italia barocca, nata nel 1619 a Venezia, che poté vivere della sua attività musicale pur essendo madre single di quattro figli. O quella di Clara Haskil, una delle più grandi musiciste del Novecento che dovrà però attendere la fine della Seconda guerra mondiale perché al suo talento venga riconosciuto il giusto valore.

Maria Anna Mozart, Nannerl per familiari e amici, maggiore di cinque anni del fratello Wolfgang, uno dei compositori più noti al grande pubblico, è stata un prodigio musicale. Dopo il matrimonio impostole dal padre sparì dalle scene – e di conseguenza dai libri e dalla storia. Risultato: nessuno si ricorda di lei.

Quanti possono dire di conoscere Cassia di Costantinopoli (IX secolo), celebre sia per le sue composizioni che per la sua prosa, unica donna a essere citata fino al XVI secolo tra i grandi innografi della Chiesa bizantina? O Ildegarda di Bingen, religiosa medievale tedesca autrice di più di sessanta opere sacre? O, ancora, Élisabeth Claude Jacquet de La Guerre, cresciuta alla corte di Luigi XIV, il Re Sole, e geniale clavicembalista, autrice della prima opera, Céphale et Procris, scritta da una donna per l’Académie Royale? Rimanendo in Francia, non si può non ricordare Hélène de Montgeroult, tra le pianiste più famose del XVIII secolo: sfuggita alla ghigliottina grazie al suo virtuosismo, è l’autrice uno dei più importanti metodi di insegnamento pianistico della storia.

Ci sono poi compositrici riconosciute più per le relazioni amorose che per la loro musica. Come Clara Schumann, moglie di Robert: lui ne ammira il lavoro ma non vuole che quest’ultimo le porti via troppo tempo, né che lei occupi troppo spazio. Alla morte di Schumann, a 46 anni, l’ultima parte dei quali rinchiuso in manicomio, Clara si dedica a una vita da concertista e insegnante, nonché a mantenere in vita la musica del defunto marito.

Al talento delle compositrici Alma Mahler e Fanny Mendelssohn hanno fatto ombra rispettivamente il marito e il fratello. Prima di sposare Alma, Gustav scrive una lettera di venti pagine alla fidanzata in cui le chiede di smettere di comporre per evitare all’interno della coppia una rivalità che sarebbe stata «ridicola e degradante»; non è da meno Felix Mendelssohn: alla sorella pianista e compositrice, in potenza una delle figure più eminenti del Romanticismo tedesco, proibisce severamente di esercitare la sua arte.

Come mette in chiaro de Laleu, «per una donna, una vita da musicista è possibile solo se si rispettano alcune condizioni: un elevato status sociale, l’indipendenza economica, nessun marito che ostacoli la carriera». E conclude: «Se la storia dei capolavori e dei “geni”, quella degli uomini, può continuare a esistere, deve però ora includere anche le donne».

Sante, poetesse, navigatrici. Le donne vichinghe combattevano e guidavano flotte. Janina Ramirez su L'Inkiesta il 6 Maggio 2023

Un saggio per abbandonare la visione, manipolata, del Medioevo come un’epoca esclusivamente maschile: i «secoli bui» sono stati tutt’altro. Janina Ramirez ha scoperto innumerevoli nomi cancellati dai documenti storici con la parola «femina» annotata accanto

Ci sono vichinghe identificabili e menzionate per nome, le cui imprese sono celebrate e narrate nelle saghe e sui monumenti ru­nici. Ottennero grandi risultati, che le consacrarono alla memo­ria.

La Laxdæla Saga, un testo islandese del XIII secolo, descrive Unnur (il cui nome significa «di saggezza profonda), una colona islandese del IX secolo. Moglie del sedicente «re di Dublino» Olaf il Bianco, viaggiò molto con la sua famiglia, seguendo il figlio per vivere con lui nelle Ebridi. Alla morte di quest’ultimo commis­sionò in segreto un grande knarr, una nave che comandò fino alle Orcadi. Alla testa di un equipaggio di venti persone, Unnur svol­se il ruolo di comandante. Diede in moglie la giovane nipote a un forestiero e trasportò prigionieri e schiavi attraverso le acque.

Quando arrivò nell’Islanda occidentale, rivendicando la re­gione come sua, fondò una comunità e concesse agli schiavi libertà e terre. Sapeva che, dopo la morte del figlio, la sua posi­zione sociale sarebbe stata minacciata. La decisione di agire da leader, riunendo famiglia, schiavi e beni in cerca di un luogo dove trascorrere la vecchiaia, fu dettata da ragioni di soprav­vivenza. La sua vita è raccontata in molte saghe; una storia di fondazione incentrata su una donna di potere, celebrata e ricordata nel corso dei secoli. Recenti studi sul Dna in Islanda dimostrano che i primi coloni provenivano davvero dall’Irlan­da, dalla Scozia e dalla Scandinavia, perciò l’eredità di Unnur continua ancora oggi.

I resoconti delle vittime delle armate vichinghe suggerisco­no che le donne figuravano tra i guerrieri. Cogad Gaédhel re Gallaib («La guerra degli irlandesi contro i forestieri»), un testo del XII secolo, racconta come, durante un’aggressione al Mun­ster alla metà del X secolo, una delle sedici flottiglie fosse co­mandata dalla «flotta della Inghen Ruaidh», traducibile come «Ragazza Rossa». Questo fugace riferimento lascia intendere che una donna era in grado di comandare una flotta.

Perché, allora, restiamo ancora così sbalorditi quando tro­viamo prove archeologiche della presenza di guerriere? Pas­sando alla Norvegia, la nave più grande del paese fu scoperta a Gokstad nel 1880. Destinata a usi bellici e commerciali e al trasporto di persone e di merci, poteva ospitare trentadue re­matori e aveva un albero che si poteva alzare per sostenere una vela di centodieci metri quadrati. La progettazione è ingegno­sa, ma l’esecuzione è semplice, con pochi intagli e decorazioni. Sepolta sotto un enorme tumulo, la nave conteneva il corpo di un uomo di circa quarant’anni, alto un metro e ottanta e con un fisico possente: un vero «vichingo», insomma.

Poco più di vent’anni dopo, nel 1904, Gabriel Gustafson guidò un team alla scoperta di un’altra enorme nave, questa volta a Tønsberg, al confine tra Svezia e Norvegia. Conosciuta come nave di Oseberg, oggi è conservata accanto al reperto di Gokstad nel Museo delle navi vichinghe e le differenze sono notevoli. Leggermente più piccola della nave di Gokstad, quella di Tønsberg presenta elaborati intagli sulla prua e sulla poppa, e la varietà dei beni deposti al suo interno al momento della sepoltura è semplicemente incredibile. Dai secchi smaltati ai collari per cani, dai frammenti di arazzi all’unica sedia vichin­ga sopravvissuta, i reperti della nave di Oseberg rappresentano un microcosmo della vita del IX secolo nelle più ricche e poten­ti famiglie vichinghe.

C’è un’altra importante differenza tra le navi. Quella di Oseberg serviva a commemorare due individui, non uno. E la scoperta che le ossa di entrambi gli scheletri erano femmini­li provocò grande sconcerto. Mentre lo scheletro di Gokstad corrispondeva all’idea preconcetta di un guerriero vichingo, gli studiosi cercarono coraggiosamente di spiegare perché una donna anziana e una di mezza età fossero state ritenute de­gne di una sepoltura straordinaria come quella della nave di Oseberg.

Qualcuno ha persino ipotizzato che un terzo corpo, questa volta maschile, fosse stato inumato come fulcro di un monumento funerario così elaborato, con le donne sacrificate per accompagnare nell’aldilà un uomo molto più illustre. Ma non è mai stato scoperto nulla del genere. Piuttosto, la nave fu­neraria – contenente quattro slitte, una grande carrozza, mobi­li, suppellettili e tessuti – era riservata solo a queste due donne, di circa cinquanta e ottant’anni.

Gli studiosi hanno cercato di stabilire chi fossero, con la supposizione diffusa che una fosse la regina Åsa, nonna del primo re di Norvegia. Non so se ri­usciremo mai ad appurare la loro identità, ma lo sfarzo delle sepolture indica che erano di altissimo rango e che godevano del rispetto della comunità.

Inoltre le ossa della nave di Oseberg furono chiaramente spostate alcuni secoli dopo la sepoltura originale. Questa non è una caratteristica rara per i tumuli funerari vichinghi; pare che spesso, a un certo punto dopo l’inumazione, venissero scavati dei condotti nel terreno e che una parte dello scheletro venisse rimossa. È difficile immaginare lo scopo di questa operazione.

Secondo una teoria, le ossa venivano macinate e utilizzate per fabbricare armi che conservassero la memoria e la forza dei grandi antenati. La forgiatura richiedeva che il ferro brucias­se in presenza di carbonio e, siccome sono state trovate del­ le ossa nelle pentole rinvenute nei cimiteri, sembra che i resti umani venissero adoperati come carbone animale per il pro­cesso di tempra. «Nate» dalla fornace, le armi ricevevano poi nomi come Gram, Bastard e Tyrving. Forgiando il metallo con le ossa umane, si faceva sì che le esperienze di vita dei grandi predecessori venissero assorbite magicamente dagli oggetti.

Un’altra teoria sulla manomissione degli scheletri di Ose­berg riguarda la diffusione del cristianesimo in Scandinavia. I rus’ raccontano di sovrani che dissotterrano le ossa dei pa­renti per farli battezzare. A metà dell’XI secolo, Jaroslav il Saggio fece riesumare due zii pagani, Olaf e Jaropolk, che furono benedetti e deposti nella sua nuova chiesa. Aroldo Dente Az­zurro, il primo sovrano cristiano di Danimarca, ordinò che i suoi genitori pagani venissero sepolti in una camera sotto il pavimento della sua chiesa a Jelling.

Le chiese scandinave sor­gevano spesso vicino o sopra i siti di sepoltura precristiani, e la famosa Laxdæla Saga del XIII secolo narra come una strega pagana inumata sotto una delle prime chiese islandesi appaia in sogno e chieda di essere trasferita in un luogo lontano dalle lacrime e dalle preghiere dei cristiani.

Gli scheletri delle donne sepolte a Oseberg sono incompleti ed è chiaro che alcune ossa sono state rimosse attraverso con­dotti. È impossibile stabilire se i pezzi mancanti siano state riseppelliti o utilizzati per intridere le armi della protezione degli antichi antenati. Ma la manomissione della sepoltura suggeri­sce che la sua ubicazione fu ricordata per secoli e che i nomi, la reputazione e l’importanza delle defunte furono tramandati di generazione in generazione.

Ciò dimostra che le audaci e forti guerriere vichinghe potevano essere onorate anche molto tempo dopo la morte.

Da “Femina. Storia del Medioevo attraverso le donne che sono state cancellate”, di Janina Ramirez, Il Saggiatore, 552 pagine, trentacinque euro.

Contro il femminismo: ecco le donne (audaci) che hanno fatto l'Europa. Le audaci, un libro per scoprire e riscoprire la storia delle donne che hanno fatto la storia senza dover andare troppo distanti dalla nostra bella Europa. Davide Bartoccini l’8 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tempo fa stavo sfogliando le prime pagine di un libro per bambine che, proprio in virtù della sentita necessità di scardinare i teoremi di genere, e "decostruire" il passato per un futuro ipoteticamente migliore, metteva subito in chiaro il suo messaggio, aprendo con un: "C'era una volta... una principessa? Macché! C'era una volta una bambina che voleva andare su Marte”.

Pensai subito che era un approccio molto à la page, un dono adeguato a figlie avvenenti di donne ribelli, forse avvenenti forse no, ma di certo donne che volevano spronare chi le seguiva recidendo in qualche modo il cordone ombelicale che ci lega alla nostra vecchia storia in virtù del nuovo spirito di sostituzione culturale. Per questo motivo, lo riposi sullo scaffale, traendo a me Le Audaci - Donne d'Europa di ieri per ragazze di oggi di Audrey Stéphanie con illustrazioni di Aude Benoit, edito in Italia da Ferrogallico. Un libro che tratteggia vita e leggenda di principesse, guerriere, sante e dee per essere controcorrente nella nostra attualità ancora una volta divisiva; cantando celebri imprese e ponendosi come ispirazione per quelle giovani ragazze che possono puntare alle stelle attraverso i più strabilianti traguardi raggiunti dalla scienza, senza doversi vergognare di aver sognato, tra le pagine di una fiaba, d’essere simili o uguali alle audaci donne del nostro passato. Passato glorioso di un continente che è stato - piaccia o meno - culla della civiltà e protagonista della storia con la S maiuscola.

Come scrive nell'introduzione alla lettura l'attivista Chiara del Fiacco, "la figura femminile in una società come la nostra ha perso qualsiasi punto di riferimento e rischia di annegare in un pantano sempre più vischioso" essendo privato della sua identità storica e culturale. Un'identità che si tende sempre a voler escludere a priori in questa nuova crociata dell'inclusione che caldeggia ogni genere di esotismo e diversità per seppellire miti, cantici, saghe e favole europee sotto una velo di multiculturalismo che trovare spazio per tutti, tranne che per le figure tradizionali che sembrano dover assumere - almeno agli occhi delle figlie del domani - l'aspetto di un nuovo fardello: il fardello della donna bianca.

Nel libro Le Audaci ritroviamo invece una cura molto francese nell'esposizione semplice di drammi e passioni, eroismi e atti di puro coraggio che hanno animato le nostre antenate - siano esistite veramente o solo frutto del mito che comunque trae ispirazione dalla realtà - quale oggetto d’ispirazione per le giovani donne del domani che intendono abbracciare il presente e il futuro, senza per questo accantonare, nascondere o ancora peggio demonizzare il loro nobile, glorioso e rispettabile passato. Mi tornano alla mente le foto recenti di Clotilde d'Arco, discendente diretta del fratello di Santa Giovanna d’Arco, Pierre, che indossa la corazza della sua antenata per le celebrazioni annuali dell'Assedio di Orleans del 1429, e sfila con sguardo lieto e fiero nella bellezza austera di una studentessa quindicenne.

Scoprire o ripassare la storia delle spartane Cinisca e Gorgo, delle matrone romane Cornelia e Livia, della condottiera Giovanna d’Arco, appunto, di Eleonora d'Aquitania e di Elisabetta I, per "scoprire o riscoprire" le radici culturali della nostra bella Europa, dunque. Entità che viene osannata solo nell'unione degli intenti, mai in quella delle origini. Per insegnare alle nuove generazioni il loro passato, ricco di storia e avventure, di nobili sentimenti ma anche di guerre, astuzie e diplomazie che hanno visto spesse le donne più audaci come protagoniste è un esercizio importante per le generazioni future, che devono arrivare lontano - anche su Marte - senza per questo dimenticare da dove arrivano.

POLITICA DONNE AL POTERE KAJA KALLAS di Veronique Viriglio il 27 gennaio 2021

AGI - Oggi Kaja Kallas ha prestato giuramento, diventando la prima donna a guidare un governo in Estonia, affiancando un'altra donna, Kersti Kaljulaid, presidente del Paese baltico dal 2016. L'Estonia è il primo e il solo Paese al mondo ad avere donne nelle due principali posizioni di capo dello Stato e capo del governo.

Ma qual è la situazione delle donne al vertice nel mondo? A guidare la classifica della leadership rosa in Europa, che ha eletto una donna, Ursula Von der Leyen, alla guida della Commissione Ue, ci sono sicuramente i Paesi del Nord, dalla vicina Lituania, a Norvegia, Finlandia, Islanda, Danimarca e Germania.

Secondo dati del 2019, al Parlamento europeo siede il 36% di donne. Considerando i 27 Paesi Ue e il Regno Unito, solo il 14,3% dei premier è donna e tra i presidenti la quota sale appena al 21,4%. L'Europa conta un 30% di ministri donne contro il 19% su scala mondiale. Su scala globale, su circa 200 Paesi, solo 20 sono guidati da capi di Stato donne.

La situazione in Europa

Danimarca: Mette Frederiksen è la premier dal 27 giugno 2019. Dal 2011 al 2014, Frederiksen è stata ministro del Lavoro nel Governo Thorning-Schmidt I e, dal 2014 al 2015, ha ricoperto l'incarico di ministro della Giustizia. Dal 28 giugno 2014 è la leader dei socialdemocratici. Viene spesso criticata per le sue posizioni molto dure contro l'immigrazione e la lotta alla prostituzione.

Estonia: Le neo premier Kaja Kallas è leader del Partito riformista (destra liberale), ex europarlamentare, europeista, 43 anni. è "figlia d'arte": suo padre è l'ex primo ministro Siim Kallas, in carica dal 2010 al 2014, che è stato anche commissario europeo ai Trasporti durante la presidenza Barroso.

Il lavoro della prima premier donna in Estonia andrà ad affiancarsi della presidente Kersti Kaljulaid, 51 anni, capo dello Stato dal 2016, quarta in carica dall'indipendenza dall'Unione sovietica nel 1991.

Laureata in genetica, ha poi conseguito un master in economia e scienza dell'amministrazione. Dal 1999 al 2002 è stata consigliera economica del premier estone Mart Laar, dal 2002 al 2004 CEO dell'impianto di Iru della compagnia di energia pubblica Eesti Energia, per poi diventare, fino al 2016, membro della Corte dei conti europea.

Finlandia: La premier finlandese Sanna Mirella Marin, in carica da dicembre 2019, ha un primato: quello di essere la più giovane leader di governo nel mondo. Classe 1985, a soli 34 anni ha preso la guida dell'esecutivo finlandese, già ministra dei Trasporti, astro nascente del partito socialdemocratico (SPD). Marin è cresciuta in una famiglia di due mamme.

Georgia: Nel novembre 2018 la Georgia ha eletto il suo primo capo di Stato donna, Salome Zurabishvili. Nata a Parigi 68 anni fa da genitori georgiani che avevano lasciato il Paese nel 1921, dopo l'annessione all'Unione Sovietica, ha fatto carriera nella diplomazia francese. Nel 2003 è stata inviata come ambasciatrice nella capitale Tbilisi e l'anno successivo ha ottenuto la cittadinanza su decisione del presidente georgiano.

Viene allora scelta come ministro degli Esteri, ruolo che ha ricoperto fino al 2005. Nel 2006 ha fondato il partito La via della Georgia e viene eletta in Parlamento. La sua candidatura alla presidenza è stata sostenuta da Sogno Georgiano, partito di governo, fondato nel 2012 dal miliardario Bidzina Ivanishvili.

Germania: Cancelliera della Germania dal 22 novembre 2005, Angela Merkel, 66 anni, è tra le più note donne leader al mondo. Dal 2006 al 2019 il magazine Forbes ha inserito Merkel tra le 100 donne più potenti del pianeta.

Gran Bretagna: Dal 6 febbraio 1952, quando è succeduta al padre, re Giorgio VI, Elisabetta II - nata Elizabeth Alexandra Mary, il 21 aprile 1926 a Londra - è la regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e degli altri reami dei 15 Paesi del Commonwealth. Quasi 95enne, il suo regno è il più longevo al mondo, oltre 68 anni.

Islanda: Katrìn Jakobsdòttir è il primo ministro dell'Islanda dal 30 novembre 2017. è la seconda donna a ricoprire questo incarico nel Paese dopo Jòhanna Sigurdardòttir, che era stata nominata nel 2009. Leader dei Verdi, Jakobsdottir, 44 anni, dichiaratamente femminista, è alla guida di una coalizione tripartitica composta da Partito dell'Indipendenza, Partito Progressista e i Verdi.

Lituania: Ingrida imonyt è primo ministro della Lituania dallo scorso 11 dicembre. Economista di formazione, 46 anni, dal 2009 al 2013 è stata ministro delle Finanze ed ha condotto una politica economica di austerità durante la crisi finanziaria globale.

Eletta alle parlamentari nel 2016, due anni dopo ha vinto le primarie del suo partito, l'Unione della Patria - Democratici Cristiani di Lituania, diventandone la candidata per le elezioni presidenziali del 2019. è stata sconfitta dal candidato rivale, Gitanas Nausdam.

Norvegia: Erna Solberg è primo ministro dal 16 ottobre 2013 e leader del partito conservatore norvegese. Ad affiancare Solberg, 59 anni, soprannominata la 'Angela Merkel della Norvegia', a due importanti dicasteri ci sono altre donne: Ine Eriksen Soreide, ministra degli Esteri e Marit Berger Rosland agli Affari Europei. Si occupa spesso di diritti femminili anche se vorrebbe leggi più restrittive per l'aborto.

Serbia: Ana Brnabi è primo ministro della Serbia dal 29 giugno 2017, eletta con il Partito progressista. L'economista 45enne è la prima donna, dichiaratamente omosessuale, a ricoprire tale carica nel Paese. Si definisce europeista e tecnocratica e il suo governo, per quanto conservatore, punta su educazione e digitalizzazione.

Slovacchia: Da marzo 2019 presidente della Slovacchia è Zuzana Caputova, 45 anni, giurista e avvocato, madre divorziata con due figlie, prima donna ad essere eletta capo di Stato nell'Europa centro-orientale.

A spingerla ad entrare in politica è stato l'assassinio del giornalista investigativo Jan Kuciak. Si è impegnata a lavorare per i diritti di tutti - anche di immigrati e persone LGBT - contro ogni forma di ingiustizia e abuso. Dopo una lotta decennale è riuscita a fermare un'enorme discarica abusiva, premiata con il Goldman prize, considerato il Nobel del movimento Verde e dell'ecologia.

La situazione nelle Americhe

Stati Uniti: Kamala Harris è la prima donna e per giunta con origini afroasiatiche a diventare vicepresidente degli Stati Uniti, accanto al 46mo capo di Stato, il democratico Joe Biden.

America centrale: Paula-Mae Weekes è presidente di Trinidad e Tobago, laureata in legge e in carica dal 2018. L'avvocatessa Mia Amor Mottley è la premier delle Barbados dal 2018. In Nicaragua, governato col pugno duro dal marito Daniel Ortega, la vicepresidente è Rosario Murillo, esponente di spicco del Fronte sandinista di liberazione nazionale, partito di governo dal 1979, salvo una parentesi di qualche anno.

La situazione in Asia e Oceania

Bangladesh: La guida del governo è in mano a Sheikh Hasina Wazed, in carica dal 2009, considerata una delle donne più potenti del mondo, inserita al 28mo posto nella classifica Forbes.

Myanmar: Nonostante crescenti critiche in patria e all'estero - tra cui le pesanti accuse di genocidio ai danni dei Rohingya - la storica leader birmana Aung San Suu Kyi, 75 anni, stata riconfermata al potere dopo la vittoria alle elezioni parlamentari dello scorso novembre della sua Lega nazionale per la democrazia (Lnd).

Molti nella maggioranza dei Bamar la venerano come madre della nazione, Nobel per la pace nel 1991, nel 2010 è tornata libera dopo anni di prigionia durante la dittatura militare cinquantenaria.

Nepal: Dal 2015 la presidentessa del Nepal è Bidhya Devi Bhandari, leader del partito comunista, 60 anni, nota per le sue battaglie per i diritti delle donne e per garantirli anche nel nuovo ordinamento statale.

Nuova Zelanda: Lo scorso novembre, Jacinda Arden, popolare prima ministra della Nuova Zelanda, è stata riconfermata per un secondo mandato. Capo del Partito laburista dal 2017, la 40enne Arden è ambientalista e lotta contro la discriminazione.

Il suo nome è diventato famoso nel mondo per la sua gestione esemplare della crisi della strage di Christchurch, compiuta il 15 marzo 2019 contro due moschee, dando prova di una leadership salda e profondamente umana. Un'altra crisi che Arden ha gestito con successo è quella della pandemia di Covid-19.

Singapore: Da settembre 2017 il presidente di Singapore è una donna, Halimah Yacob, la prima a ricoprire l'incarico. Di etnia malese, classe 1954, la sua elezione è stata accolta come la volontà di affermare l'identità multiculturale e multietnica della piccola ma influente repubblica asiatica.

La situazione in Africa

Etiopia: In Africa l'unica donna capo di Stato in carica è Sahle-Work Zewde, eletta in Etiopia nell'ottobre 2018, prima donna alla presidenza nel Paese del Corno d'Africa. Diplomatica di lungo corso, fino alla sua elezione ha ricoperto la carica di rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres presso l'Unione africana.

Togo: Lo scorso ottobre in Togo è stata nominata la prima premier donna, Victoire Tomegah Dogbè, 60 anni. Laureata in Scienze economiche e gestione d'impresa in Togo, con specializzazioni all'estero, ha maturato una lunga esperienza nella cooperazione, tra l'altro alle Nazioni Unite, prima di diventare ministro dello Sviluppo, dell'Artigianato, della Gioventù e dell'Occupazione dei giovani nel suo Paese.

Gabon: Anche il Gabon ha un primo ministro donna: Rose Christiane Ossouka Raponda, 56 anni, economista, esperta di finanza pubblica, in carica da agosto 2020. Alle spalle ha una lunga carriera da fedele alleata del presidente Ali Bongo Odimba, la cui famiglia è al potere da decenni.

Dal 2012 al 2014 è stata ministro del Bilancio, dal 2014 al 2019 sindaco della capitale Libreville, dove vive più del 70 per cento della popolazione del Gabon, e per finire ministro della Difesa da febbraio 2019.

In Africa il protagonismo politico femminile passa anche attraverso le rappresentanze nei Parlamenti. Il Parlamento del Ruanda è il primo al mondo per numero di donne, che sono il 56% di tutti i deputati. 

Rosa Scafa.

Addio a Rosa Scafa, la prima poliziotta d’Italia, in prima linea per la difesa delle donne. Storia di Ferruccio Pinotti su Il Corriere della Sera lunedì 11 settembre 2023.

È morta all’età di 98 anni l’ex ispettore capo Rosa Scafa, la prima donna a indossare la divisa della Polizia di Stato. Scafa mosse i primi passi nel corpo assieme ad altre 22 colleghe, dopo un corso tenuto nel 1951. In 33 anni di servizio, dal 1952 al 1985, ha fatto parte della Polizia civile di Trieste, della polizia femminile e, dal 1981, della polizia di Stato. Nel corso della sua carriera, si è occupata soprattutto di reati commessi o subiti da donne e minori; successivamente ha lavorato al servizio speciale di assistenza ai dipendenti e ai loro familiari. Nel 2010, durante la festa per i 158 anni della Polizia, Rosa Scafa è stata premiata in occasione del 50esimo anniversario dell’ingresso delle donne in Polizia. La sua lunga carriera ha lasciato un segno indelebile nella storia della Polizia italiana e nella lotta per i diritti di tutte le donne.

Dalla Calabria a Trieste nel dopoguerra

In un’intervista al che nel 2020 le chiedeva perché negli anni Cinquanta avesse scelto di diventare la prima donna poliziotto italiana, lei rispondeva così: «Perché avevo bisogno di lavorare. Ero la maggiore di otto fratelli, la guerra ci aveva portato via tutto, il lavoro non c’era. Manco come operaia mi volevano. E avevo pure il diploma di maestra. In Polizia ci sono entrata per necessità, ma poi mi sono innamorata di quel lavoro». La guerra aveva diviso la sua famiglia: il papà lavorava a Trieste, la madre e la nonna erano rimaste a Vibo Valentia. «Quando riuscimmo a raggiungere Trieste trovammo un disastro: papà senza lavoro, la casa che non c’era più». Rosa divenne vigilatrice estiva delle colonie della Croce Rossa. Ma nel 1951 c’erano i corsi per entrare nella polizia femminile del governo militare alleato. «Presentai la domanda appena in tempo, mi assegnarono alla Buoncostume per assistere i minori».

Le esperienze difficili

Pesanti le esperienze vissute dalla poliziotta. «Un giorno mi portarono un bambino che avrà avuto due anni. Durante la notte il padre aveva ammazzato la madre. Lui era destinato ad un istituto d’accoglienza. C’è voluta tutta la mia forza per separarmi da quella creatura, quella notte», ha raccontato ancora al Corriere. Scafa impara una verità semplice che tutti sapevano ma che nessuno allora osava dire a voce alta: è dentro casa che si consumano le violenze più atroci. E per tutta la vita avrà sempre un’attenzione particolare per le donne fragili. Poi, nel 1960, un bivio: «Potevamo scegliere di essere assunte come impiegate civili oppure entrare nella Polizia Italiana». Lei non ebbe dubbi: «Per carità, non mi ci vedevo dietro a una scrivania. Volevo fare la poliziotta. I colleghi mi hanno sempre trattata come una di loro, mai una volta che il mio essere donna sia stato un problema». Divenne così la prima donna della Polizia tricolore.

Il rapporto con le prostitute

Filippo Furlan, il collega che Rosa ha sposato a 39 anni, è mancato tempo fa, ma «siamo stati marito e moglie per trent’anni, cinque mesi e sette giorni». Non hanno avuto figli, ma il legame è stato ugualmente fortissimo. Scafa è stata a lungo a contatto con le prostitute, che le ha sempre chiamate «signorine» e guai a chi si azzardava ad apostrofarle in altro modo in sua presenza. «Sono donne che hanno perso la strada, se sono arrivate fin lì è un po’ colpa di tutti». Il Questore di Trieste, Pietro Ostuni, la ricorda così: «Siamo più che addolorati, Rosa Scafa per noi era un’istituzione. L’avevo incontrata prima di Natale, ero andato a casa sua per farle gli auguri e ho trovato una donna forte, intelligente, motivata nonostante la sua età. Per noi è stata un punto di riferimento e un esempio, che dovremo seguire e conservare dentro di noi. La sua morte ci addolora particolarmente».

Katherine Johnson.

Katherine Johnson, la donna che mandò l'uomo sulla luna. Fuoriclasse della matematica già da adolescente, Katherine Johnson venne ingaggiata dalla Nasa: gli astronauti chiedevano solo di lei prima di andare in orbita. Paolo Lazzari il 9 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Una bambina prodigiosa

 Nasa, la chance della vita

 Quel primo giretto nello spazio

 Spedire l'uomo sulla luna

 Il diritto di contare

Sbatte praticamente ogni porta, ribadendo che lui sul quel congegno non ci sale se prima lei non controlla ogni singolo calcolo. Lui è John Glenn, il primo americano pronto a essere spedito nello spazio per compiere un'orbita terrestre. D'altronde, da queste parti, quel giretto di Yuri Gagarin è rimasto simpatico come una spinta dalle scale. Bruciati dai russi. Serve una pomposa rivincita. Però adesso che è un freddo giorno di febbraio del 1962, Glenn punta i piedi. Ha percorso tutto quel gigantesco reticolo di uffici affollati da computer e calcolatrici per raggiungere qualcuno che i calcoli li sa fare ancora meglio. Finalmente si siede di fronte a Katherine Johnson: "Mi fido solo di te. Vado in orbita se mi assicuri che torna tutto quanto".

Una bambina prodigiosa

Classe 1918, Katherine cresce in Virginia da genitori afroamericani e subito capisce che le toccherà sgomitare più del dovuto, considerato che, tutt'intorno, i pregiudizi razziali sono una pianta infestante quasi impossibile da estirpare. Però ha un vantaggio. Flirta con i numeri al punto da lasciare basiti maestre e professoresse. In quella sua mente adolescenziale crepita la scintilla della matematica. Colate laviche di numeri decriptati. Equazioni a colazione. Studi di funzione che cedono il passo quando la riconoscono davanti al foglio.

Così a soli quattordici anni è già diplomata, mentre le compagnucce, quelle "normali" e provenienti dalla upper class a stelle e strisce, restano tutte al palo. A sedici si iscrive all'università, ma il suo talento è debordante. Pare che strapazzi gli accademici. E che quel che impara non gli basti. Stordito, l'ateneo dispone che vengano inseriti nuovi corsi avanzati per dissetare la sua volontà di conoscenza. Johnson trangugia tutto quanto: laurea cum laude a soli diciotto anni. Fuori scocca il 1937. Kate è già un dirompente prodigio.

Nasa, la chance della vita

A volte il destino ci mette un mucchio di tempo per organizzarsi. Katherine si sposa, mette su famiglia, inizia a insegnare matematica nelle scuole. Tutti passaggi emotivamente robusti, ma in fondo agli occhi, quando impila i registri nella sala professori, lo percepisce che quel suo grande talento si sta gradualmente dilapidando. Poi una sera il fato si ricorda di essere tempista. Johnson sta piluccando un antipasto con un gruppetto di amici, quando uno di loro se ne esce con una notizia che le fa andare il boccone di traverso. "Alla Naca (acronimo della futura Nasa, ndr) cercano donne capaci di fare calcoli veloci con la mente". Touché. Sembra proprio il suo profilo. E quando la grande chance bussa, serve il coraggio di andare alla maniglia. Tutti premuti in macchina allora, alla volta degli Hamptons. Quando arriva le comunicano subito la mansione: niente spazio, troppo presto. Dovrà lavorare sulle scatole nere degli aerei. Lei comunque sorride forte. Ora è il 1953. Ora lavora per il governo degli Stati Uniti.

Quel primo giretto nello spazio

Adesso torniamo dritti su John Glenn. Ha raggiunto la palazzina appartata dove si trovano tutti i dipendenti di colore. Accanto a Katherine lavorano altre due donne geniali, Dorothy Vaughan e Mary Jackson. Le chiamano "Colored Computers - computer di colore". Segno che l'uguaglianza è ancora un miraggio. Lui però non ha tempo per soffermarsi sulla questione dei diritti, che pure salirà potente alla ribalta per il lavoro compiuto da queste matematiche doppiamente discriminate, in quanto donne, in quanto afroamericane.

Lui vuole portare a casa la pelle. E anche se i calcoli sono già stati eseguiti al millesimo dall'attrezzatura elettronica in dotazione, anche se le equazioni orbitali risolte per mandare a fare un giretto intorno al globo il modulo Glenn's Friendship 7 tornano tutte, lui comunque non ci sta. Pretende che Katherine verifichi tutto quanto. A mano, con carta, penna e calcolatrice. I cervelloni della Nasa si stringono nelle spalle. Come fa a fidarsi più di questa donna che dei computer? Sta di fatto che Glenn non parte finché da Johnson non arriva la luce verde. La missione che ne segue è un autentico successo.

Spedire l'uomo sulla luna 

Poi arriva il momento di alzare la posta. Un giorno J.F. Kennedy alza la cornetta e la spiega semplice: "Ok ragazzi, grazie di tutto. Ora però voglio la luna". Alla Nasa non hanno dubbi: per capire come agganciare l'orbita del satellite, andare e tornare, meglio mettere Katherine in prima fila. Lei inforca di nuovo gli occhiali, batte sulla calcolatrice, sfrigola sul foglio con la sua biro. Poi le serve anche la gigantesca lavagna del centro Langley. Neil Armstrong la benedice a lungo. Prima di partire osservano tutti la solita prassi: "Ok, calcoli fatti, ma è meglio se li rivede Johnson". Missione impeccabile. Un'altra qualità di Kate è quella di riuscire a rimanere lucida sotto pressioni gigantesche. Come quando si tratta di far tornare sani e salvi a casa gli astronauti dell'Apollo 13, mozzicato da un modulo di servizio esploso.

Dai bit alle stelle: Margaret Hamilton, la donna che "portò" l'uomo sulla Luna

Il diritto di contare

“Nella mia vita ho contato di tutto. Dai gradini della chiesa, al numero di posate e piatti che ho lavato… Tutto ciò che si poteva contare, l’ho contato”. Sono le sue parole nel 2015 quando, visibilmente emozionata, riceve la National Medal of Freedom, la maggiore delle riconoscenze civili americane. Perché il suo impegno non ha concorso soltanto al buon esito di missioni che hanno stravolto la storia dell'umanità. Le sue doti, Kate, le ha sempre messe al servizio di un messaggio più alto: "Non esistono persone di categorie differenti e ve lo dimostro".

Johnson è scomparsa nel 2020. La sua storia, come quella delle sue colleghe, nel 2016 era diventata un film di culto: "Il diritto di contare". Nel frattempo, a Langley, dove aveva passato tutto quel tempo a calcolare con estremo profitto, le avevano anche dedicato il centro di ricerca. Lei era apparsa radiosa, seppur costretta in carrozzina. Probabilmente, quel giorno, a fianco della grossa targa che portava il suo nome, deve aver pensato che il risultato della sua vita è stato, in fondo, proprio quello esatto.

Rita Levi Montalcini.

"Lotto contro due pesi": così Rita Levi Montalcini vinse il premio Nobel. Ricercatrice, vincitrice di un premio Nobel e senatrice a vita, Rita Levi Montalcini ha rivoluzionato la medicina e la figura stessa della donna, sfidando gli schemi della società del tempo. Francesca Bernasconi il 10 maggio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 I primi anni

 Le leggi razziali

 Il premio Nobel

 Una vita rivoluzionaria

Tenace, coraggiosa e dalle straordinarie capacità scientifiche e umane, Rita Levi Montalcini ha rivoluzionato la medicina, in un percorso tutto al femminile. Dalle prime ricerche, fino al premio Nobel per la Medicina, dalla sua personale lotta femminista, fino alla creazione della Fondazione in aiuto delle donne africane, la sua storia è costellata da rivoluzioni sociali e scientifiche.

I primi anni

Rita nacque a Torino nel 1909, insieme alla gemella Paola, le ultime dei quattro figli del matematico Adamo Levi e della pittrice Adele Montalcini. Prima di loro, infatti, erano nati Gino e Anna. La sua famiglia era ebrea, ma i genitori avevano insegnato ai figli anche l'importanza della cultura, della laicità e del pensiero critico, ripetendo loro quanto fosse importante diventare liberi pensatori.

Fu anche questo tipo di educazione che spinse Rita Levi-Montalcini a intraprendere gli studi e la ricerca scientifica, nonostante in quegli anni la figura della donna fosse subordinata a quella dell'uomo, soprattutto in ambito lavorativo. La donna infatti secondo il pensiero comune dell'epoca avrebbe dovuto concentrarsi suoi suoi doveri di moglie e madre, mentre nel panorama lavorativo in generale, e scientifico in particolare, dominava la figura maschile.

Nonostante questo, nel 1930 si iscrisse all'Università di Torino e, parallelamente, entrò nella scuola medica dell'istologo Giuseppe Levi, dove iniziò a studiare il sistema nervoso che, per tutta la sua vita, fu al centro delle sue ricerche. Nel 1936 le venne conferita la laurea in Medicina e Chirurgia, con una votazione di 110 e lode. Nello stesso anno, la donna si iscrisse alla specialità di Psichiatria e Neurologia e, nel 1938 divenne assistente volontaria nella clinica di malattie nervose e mentali.

Le leggi razziali

Nel 1938 però l'approvazione delle leggi razziali in Italia cambiò drasticamente la vita della Montalcini, che venne estromessa dalla clinica e costretta a emigrare all'estero. La donna infatti si trasferì in Belgio, dove viveva già la sorella Anna con il marito e dove si era spostato anche il suo maestro Giuseppe Levi. Lì iniziò gli studi sul differenziamento del sistema nervoso. Ma dopo l'invasione del Belgio da parte dei Tedeschi, Rita dovette fare ritorno a Torino. Né la guerra, né le persecuzioni riuscirono però a fermare l'impegno di Rita nella scienza: la ricercatrice, pur di non fermare il suo lavoro, allestì un laboratorio nella sua camera da letto.

Nel 1940 tornò a Torino anche Giuseppe Levi, che si unì alla Levi Montalcini, diventando il suo primo (e unico) assistente. In quel laboratorio improvvisato, i due ricercatori volevano cercare di comprendere il ruolo di fattori ambientali e genetici nella differenziazione dei centri nervosi, per perfezionare le conoscenze umane sul sistema nervoso. Fu così che, in una camera da letto trasformata in un centro di ricerca, Rita e Giuseppe scoprirono un fenomeno i cui meccanismi sarebbero stati spiegati solamente trent'anni dopo: la morte di intere popolazioni nervose all'inizio del loro sviluppo.

Ma, mentre in quella stanzetta i due ricercatori continuavano i loro studi rivoluzionari, fuori imperversava la Seconda Guerra Mondiale. E il pesante bombardamento di Torino costrinse la famiglia di Rita ad abbandonare la propria casa, per rifugiarsi nelle campagne circostanti. Successivamente, quando nel 1943 le forze armate tedesche invasero l'Italia, i Levi-Montalcini furono costretti a scappare nuovamente verso il Sud, fino a Firenze, dove vissero nascosti per anni, per sfuggire alle deportazioni e all'Olocausto. Fu in quel periodo che Rita entrò in contatto con le forze partigiane e, quando gli Alleati liberarono Firenze, divenne medico del Quartier Generale anglo-americano. 

Per anni, la vita di Rita Levi Montalcini fu caratterizzata dalla fuga, dalla clandestinità e dal costante rischio di essere deportata e uccisa. Ma, nonostante questo, anche durante la Seconda Guerra Mondiale, la donna non lasciò mai in secondo piano la ricerca e continuò gli studi iniziati negli anni Trenta: nulla avrebbe potuto distoglierla da questo. Una volta terminata la guerra, Rita tornò a Torino insieme alla famiglia e riprese gli studi accademici.

Il premio Nobel

Qualche tempo dopo, la Levi Montalcini venne invitata al Dipartimento di zoologia della Washington University di Saint Louis, per proseguire le ricerche che aveva avviato sul sistema nervoso. Convinta di restare negli Stati Uniti solamente per qualche mese, in realtà vi rimase per trent'anni, fino al 1977. Lì realizzò alcuni esperimenti fondamentali sui pulcini e sui polli, che la portarono a fare una scoperta sensazionale tra il 1951 e il 1952. La ricercatrice infatti scoprì la presenza di una proteina con un ruolo essenziale nella crescita e nel differenziamento delle cellule nervose. Più tardi, nel 1954, portò avanti lo studio, compiendo ulteriori analisi e sperimentazioni, insieme al biochimico Stanley Cohen, giungendo all'identificazione della proteina, che venne chiamata Nerve Growth Factor (Ngf). 

L'Ngf quindi si dimostrava essenziale per la crescita e il mantenimento dei neuroni e importante anche per il suo ruolo nel sistema immunitario. La ricerca dei due scienziati è risultata poi di fondamentale importanza, oltre che per la comprensione della crescita delle cellule, anche per la comprensione e lo studio di malattie come il cancro, l'Alzheimer e il Parkinson. Nel 1986, questa scoperta valse a Rita Levi Montalcini e a Stanley Cohen il Premio Nobel per la Medicina, che rese la Montalcini la prima donna nel Mondo e l'unica italiana a vincere il prestigioso premio in ambito medico.

"La scoperta dell'Ngf - si legge nella motivazione del premio - all'inizio degli anni Cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e nei tessuti dell'organismo".

Nonostante i trent'anni passati negli Stati Uniti, Rita non perse mai il legame con il suo paese natale. Negli anni Sessanta infatti diresse il Centro di Ricerche di neurobiologia, creato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) presso l'Istituto Superiore di Sanità e, successivamente, diresse il Laboratorio di Biologia cellulare del Cnr.

All'inizio degli anni Ottanta fu nominata presidente dell'Associazione Italia Sclerosi Multipla: la sclerosi multipla è una patologia che, con le sue ricerche, Levi Montalcini ha contribuito a comprendere. Nel 1999 la scienziata venne nominata ambasciatrice della Fao, l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura. Nel 2001, il presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, nominò Rita Levi Montalcini senatrice a vita, "per aver illustrato la patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale".

Rita Levi Montalcini fu la prima donna a essere ammessa alla Pontificia accademia delle scienze e fu membro delle principali accademie scientifiche internazionali, come la statunitense National Academy of Sciences e la Royal Society. La ricercatrice da Nobel morì il 30 dicembre del 2012, a 103 anni, ottenendo anche il primato come prima vincitrice del Premio Nobel a raggiungere il secolo di età.

Una vita rivoluzionaria 

Donna coraggiosa, determinata e brillante, Rita Levi Montalcini rappresenta una figura rivoluzionaria. In un'epoca in cui dominava la presenza maschile e la donna era spesso relegata all'attività di moglie e madre, la Montalcini agì in modo totalmente innovativo: non si sposò mai e non ebbe figli, dedicando la sua intera vita alla scienza. Non fu una decisione semplice per una donna che viveva, come dichiarò lei stessa, in una famiglia in cui era presente "quell'atmosfera patriarcale e restrittiva nei confronti della donna che caratterizzava quel periodo. In famiglia non c’erano tabù religiosi ma c’era una forte differenza di ruolo fra uomo e donna".

In quegli anni, in cui dominava ancora l'idea vittoriana della società, "essere donna voleva dire rinunciare a qualunque diritto", tanto da essere considerata"un oggetto di lusso, oppure un oggetto da distruggere". Ma la Montalcini rifiutò per tutta la vita questo schema, nonostante le reticenze del padre che "reputava difficile conciliare la vita di madre e di moglie, con una vita di lavoro. Era contrario, non lo accettava. Un giorno gli ho detto che non volevo diventare né moglie, né madre e gli chiesi il permesso di fare quello che volevo. Mi disse: 'Non ti approvo, ma non posso impedirtelo'".

Le mansioni a cui venivano relegate le donne ai tempi impedivano loro di accedere alla formazione, alla scienza e alla politica, rendendole certamente più svantaggiate rispetto agli uomini. Per questo, sottolineò Rita Levi Montalcini, "le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale". Ma proprio la forza e il coraggio derivate dalla necessità di combattere per i propri diritti rende le donne "la colonna vertebrale delle società".

L'attenzione della ricercatrice premio Nobel al ruolo della donna si mostrò anche nell'impegno sociale, che Rita Levi Montalcini portò avanti per tutta la sua vita. Nel 1991 istituì, insieme alla sorella gemella Paola, la Fondazione Rita Levi Montalcini, con l'obiettivo di sostenere le giovani donne dei Paesi africani, per permettere loro "di accedere a tutti i livelli di istruzione, da quella primaria fino a quella universitaria e post universitaria".

Dall'impegno scientifico, fino a quello sociale e politico, la vita di Rita Levi Montalcini ha lasciato il segno nella medicina, ma anche nella società moderna e contemporanea, rappresentando un esempio di emancipazione e intelligenza fuori dal comune.

Dieci anni senza Rita Levi-Montalcini, formidabile scienziata e pioniera della parità di genere. Giulia Mattioli su La Repubblica il 30 Dicembre 2022.

Le sue scoperte hanno cambiato per sempre il corso della medicina, ma anche le sue istanze di emancipazione ante-litteram hanno lasciato il segno, rendendola un modello per tutte le giovani donne innamorate della scienza. Nel decennale della scomparsa di Rita Levi-Montalcini ne ripercorriamo la straordinaria biografia

Lady and gentlemen”, ovvero “Signora e signori”: alle conferenze americane a cui partecipava ci si rivolgeva così alla platea, con quel lady al singolare che sottolineava l'unicità della sua presenza femminile tra le tante figure maschili. Se pensiamo che le donne nella scienza e in generale nelle materie STEM siano poche oggi, all’epoca di Rita Levi-Montalcini erano davvero un unicum, l’eccezione, la rarità. Oggi, 30 dicembre 2022, ricorre il decimo anniversario della morte della celebre neurologa, una donna che non solo ha rivoluzionato il corso della scienza, ma è stata una pioniera dell’emancipazione, capace di rifiutare il ruolo che la società dell’epoca le avrebbe voluto imporre per perseguire i suoi sogni. E un'anticipatrice delle istanze di parità di genere, che si è ritagliata un posto d'onore in un mondo interamente maschile.

Rita Levi-Montalcini ha raccontato spesso nelle interviste di essere cresciuta in un contesto “vittoriano”, riferendosi ai ruoli e alle dinamiche su cui si fondavano le relazioni familiari. La sua era una famiglia torinese colta e benestante, composta da Adamo Levi, matematico e ingegnere, e Adele Montalcini, pittrice. I due avevano già due figli, Gino e Anna, quando il 22 aprile 1909 accolsero Rita assieme alla gemella Paola (che seguirà le inclinazioni artistiche della mamma, diventando una nota pittrice). I genitori la incoraggiarono molto a coltivare la cultura e l’intelletto, ma senza superare un limite prestabilito: ad un certo punto della propria vita una giovane donna doveva pensare a cercarsi un marito e metter su famiglia.

La giovane Rita era invece completamente rapita dai suoi studi, dalle sue ricerche, e il padre temeva che questi interessi sarebbero stati difficili da conciliare con il ruolo di moglie e madre. Fino a che, presa di coscienza di sé, la futura scienziata si liberò del peso di queste aspettative: “Un giorno gli ho detto che io non avevo intenzione di diventare né madre né moglie”, ha raccontato Rita Levi-Montalcini, da sempre convinta che il ruolo femminile ‘classico’ non le appartenesse e certa di voler dedicare la sua vita alla ricerca in campo medico. “Non si contestava un padre così in quell’epoca vittoriana, ma io avevo già un carattere molto forte”: in effetti, non si sposò e non si innamorò mai (“Avevo un giovane compagno che voleva a tutti i costi sposarmi, ma ho rifiutato”). I genitori, e in particolare il padre, non approvavano questa scelta, ma furono abbastanza di ampie vedute da non metterle mai i bastoni tra le ruote: e per fortuna, dato quello che la figlia conseguì negli anni.

Rita Levi-Montalcini si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Torino nel 1930, dove si laureò con la lode, specializzandosi successivamente in neurologia. Ma l’Italia dell’epoca stava andando incontro ai suoi anni più bui, e la famiglia Levi-Montalcini, ebrea, fu costretta ad emigrare quando vennero promulgate le leggi razziali. Fuggirono in Belgio, dove Rita proseguì gli studi, ma fecero ritorno a Torino nel 1940. Negli anni a seguire e fino alla fine della guerra, la ragazza e i suoi familiari dovettero rimanere nascosti, trovando rifugio presso famiglie che si assumevano il rischio di ospitare ebrei perseguitati. La scienziata ha raccontato in diverse occasioni che quel periodo, paradossalmente, fu per lei molto ‘fortunato’: la necessità di rimanere chiusa in una stanza le permise di allestire il suo primo laboratorio, dove si dedicò notte e giorno agli esperimenti che la indirizzarono verso le scoperte che quasi trent’anni dopo le sarebbero valse il Premio Nobel.

Quando, sul finire della guerra, Firenze fu liberata (le varie peregrinazioni avevano portato lei e la famiglia a nascondersi nel capoluogo toscano), Levi-Montalcini si arruolò come medico di campo, ma quell’esperienza le fece capire che il contatto diretto con i pazienti non faceva per lei: le sue biografie raccontano di come non riuscisse a mettere il necessario distacco tra lei e le persone sofferenti. La sua vita sarebbe stata dedicata alla medicina, ma sul fronte della ricerca.

A conflitto terminato riprese gli studi, che la portarono negli Stati Uniti, ma quello che sembrava un viaggio a termine si rivelò un percorso accademico che durò oltre trent’anni: pur non recidendo mai completamente i rapporti con il mondo scientifico italiano, tornerà a lavorare stabilmente in patria solo sul finire degli anni Ottanta. Saint Louis, Washington, New York: proseguì la sua ricerca presso le più prestigiose istituzioni americane, divenne professoressa associata nelle università, ed ebbe modo di condurre quegli esperimenti che la porteranno a scoprire il GNF - fattore di crescita nervoso, una proteina responsabile della differenziazione e dello sviluppo delle cellule del sistema nervoso, a cui la studiosa dedicò decenni della sua carriera. Le implicazioni di questa scoperta furono importantissime, e si applicarono negli anni a venire allo studio delle malattie degenerative (come l’Alzheimer, la demenza, la sclerosi), e sono stati fondamentali nella comprensione del cancro. La scoperta valse a lei e al suo assistente Stanley Cohen il Premio Nobel per la medicina nel 1986.

Il Nobel è il premio più prestigioso, ma naturalmente non è stato l’unico riconoscimento ricevuto da Rita Levi-Montalcini per la sua lunga carriera: cinque lauree honoris causa, numerosi premi (che spesso fu la prima donna a ricevere), presidenze onorarie. Ma l’instancabile scienziata non si accontentò mai di portare avanti solo la sua ricerca, impegnandosi anche perché il mondo scientifico ricevesse adeguati finanziamenti, perché i giovani studiosi avessero la possibilità di condurre le loro ricerche, perché gli istituti in cui lavorava fossero adeguatamente equipaggiati. Avviò progetti e fondazioni con lo scopo di favorire la ricerca ovunque: per esempio, fondò l’European Brain Research Institute, o la Rita Levi Montalcini Foundation che aveva lo scopo di conferire borse di studio alle donne di diversi paesi africani. “Ho fatto il massimo in cui potevo sperare sin quando ero adolescente. Non ho rimpianti”, ha dichiarato in diverse occasioni.

Attiva anche su vari fronti politici e sociali (campagne contro le mine anti-uomo, a favore dell’aborto, per la fine del proibizionismo, per la risoluzione dei conflitti legati allo sfruttamento delle risorse ambientali) non si risparmiò mai per ciò in cui credeva. Lavorò fino alla fine, e arrivò a compiere 103 anni ancora perfettamente lucida. Nominata Senatrice a vita della Repubblica Italiana nel 2001, fu protagonista di alcuni episodi di grande clamore mediatico anche in quella veste. Celebre la lettera che consegnò a Repubblica nella quale rispondeva a Francesco Storace che insinuava le servissero delle ‘stampelle’, con riferimento alla sua età avanzata: “Io sottoscritta, in pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, continuo la mia attività scientifica e sociale del tutto indifferente agli ignobili attacchi rivoltimi da alcuni settori del Parlamento italiano… A quanti hanno dimostrato di non possedere le mie stesse ‘facoltà’, mentali e di comportamento, esprimo il più profondo sdegno non per gli attacchi personali, ma perché le loro manifestazioni riconducono a sistemi totalitari di triste memoria”.

Lucida, perspicace, combattiva, energetica, eloquente e determinata fino all’ultimo, Rita Levi-Montalcini è un vero e proprio tesoro nazionale. Pioniera nella scienza, ma anche rivoluzionaria nella sua visione della donna, durante un’intervista del 2009, quando le venne chiesto cosa si aspettava dalle giovani contemporanee, la neurologa affermò decisa: “Che si rendano conto dell’enorme potenziale umano che è in loro, mai utilizzato perché sottomesse all’altro sesso, non per inferiore capacità ma per diritto della forza fisica. [La differenza tra i sessi] ha creato nelle componenti maschili l’idea che la forza fisica sia anche forza mentale, il che non è vero”.

Marie Curie.

Marie Curie: l'amore, i Nobel e lo scandalo. La celebre scienziata raccontata dalla nipote Hélène. Alessia Cruciani su Il Corriere della Sera il 29 Marzo 2023

Fisica nucleare, 96 anni, Hélène Langevin-Joliot Curie spiega alle donne come seguire l'esempio della famosa nonna. «Oggi siamo tutte Marie Curie»

«Oggi siamo tutte Marie Curie». A sostenerlo è la nipote della scienziata più famosa del mondo: si chiama Hélène Langevin-Joliot Curie ed è una lucida e appassionata fisica nucleare di 96 anni, impegnata nel sostenere le donne attratte dalle materie scientifiche. «Siamo tutte Marie Curie perché affrontiamo la vita come lei, con coraggio e determinazione». 

Direttrice onoraria del Centro nazionale di ricerca scientifica in Francia, Hélène Langevin-Joliot Curie ha incantato le studentesse milanesi che vorrebbero avvicinarsi alle materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), durante un incontro organizzato da Fondazione Bracco e Comune di Milano. Non poteva fallire ricordando l’esempio di tre donne speciali: sua nonna Marie (due volte premio Nobel), sua mamma Irène (anche lei vincitrice con il marito Frédéric Joliot del Nobel per la chimica) e, infine, il suo. Perché, nonostante l’illustre cognome, Hélène ha dovuto superare quelle difficoltà che tuttora ostacolano le ricercatrici, a partire da un lungo precariato. Ma la vicenda delle donne di casa Curie non parla solo di scienza: c’è anche tanto amore e uno scandalo che, per uno scherzo del destino, ha portato Hélène a sposare proprio il nipote di quel Paul Langevin, scienziato talentuoso, affascinante e… sposato, che fece innamorare follemente Marie, vedova del marito Pierre. D’altronde solo donne capaci di passioni diventano poi straordinari esempi di emancipazione femminile. Oggi, infatti, sempre più spesso il nome e cognome francesi lasciano il posto a quello vero: Maria Sklodowska.

Nata nel 1867 a Varsavia, ultima di cinque figli, Maria rimane presto orfana di madre. Sia lei sia la sorella maggiore Bronislawa sono incoraggiate dal padre a proseguire gli studi. Ma in Francia, perché in Polonia le donne e l’università sono due pianeti troppo distanti. La sorella parte per prima, va a Parigi per studiare medicina. Nel 1891 la raggiunge Maria che si laurea in chimica e fisica alla Sorbona. A 26 anni vince un dottorato di ricerca.

«Così conosce Pierre, un giovane docente di 35 anni già affermato per i suoi studi sulla piezoelettricità — inizia a raccontare Hélène Langevin-Joliot Curie —. Anche lui è pieno di passioni, in un diario scrive: “Dobbiamo rendere la vita un sogno e trasformare i sogni in realtà”. Maria dirà di essere rimasta colpita “dal suo sguardo chiaro”. Finiti gli studi mia nonna pensa di tornare in Polonia per accudire il padre. Ma Pierre non vuole perderla.“Sarebbe bello poter condividere i nostri sogni scientifici”, le scrive. Si sposano nel 1895». Dall’unione nasceranno nel 1897 Irène, la madre di Hélène, e nel 1904 la zia Ève. Anche lei, seppur lontana dal mondo della fisica porterà a casa un premio Nobel, stavolta per la pace, assegnato all’Unicef e ritirato dal marito Henry Richardson Labouisse nel 1965.

«Pierre Curie riesce a ottenere un laboratorio per permettere alla moglie di fare i suoi esperimenti — prosegue Hélène —. Oltre a scoprire il polonio (chiamato così in onore della sua Polonia; ndr), i due coniugi individuano un secondo elemento che va separato: è il radio. Non sono soli in questa fase, con loro c’è anche Antoine Henri Becquerel e, per tre anni, condurranno esperimenti sulla radioattività». Hélène mostra la foto del laboratorio dei nonni, talmente spartano che non li riparava nemmeno dalla pioggia. Soprattutto, non li riparava dall’esposizione alle radiazioni, le cui gravi e letali conseguenze erano ignote. Sarà la radioattività a portare ai tre scienziati il Nobel per la fisica nel 1903. Ma l’Accademia svedese vuole lasciar fuori Marie, proponendo di assegnare il premio solo ai due uomini.

«Quando mio nonno lo viene a sapere, interviene duramente sostenuto da Becquerel», rivela Hélène. È così che Marie Curie diventa la prima donna della storia a ricevere un premio Nobel. «Nel ritirarlo, Pierre fa un discorso in cui avverte quanto possa essere pericoloso il radio in mano ai criminali. Anzi, la coppia ribadisce che i progressi della scienza devono favorire il progresso e migliorare le nostre vite». Quello però, aggiunge Hélène, è anche il periodo in cui si diffondono l’elettricità e i nuovi mezzi di trasporto: dal treno alla bici. Marie e Pierre Curie scoprono così la possibilità di fare vacanze al mare o in montagna. Se non fosse che Pierre soffre già per le conseguenze dell’esposizione alla radioattività, sarebbe un momento felice. Che viene interrotto di colpo quando, nel 1906, lo scienziato viene investito e ucciso da una carrozza a cavalli.

Tra i tanti amici che aiuteranno Marie a rilevare la cattedra alla Sorbona di suo marito e a continuare gli esperimenti in laboratorio, c’è anche un giovane e promettente scienziato. È Paul Langevin, il nonno di Michel, l’uomo che sposerà Hélène. Quel