Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

LA SOCIETA’

TERZA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.
 


 

LA SOCIETA’

INDICE PRIMA PARTE


 

AUSPICI, RICORDI E GLI ANNIVERSARI.

Controllare il tempo: Il Calendario.

La Fine del Mondo.

Le profezie per il 2023.

I festeggiamenti di capodanno.

Halloween.

I Mostri.

La Superstizione.

Il Carnevale.

Pesce d’Aprile.

Le Ricorrenze.

71 anni dalla morte di Eva (Evita) Peron.

63 anni dalla morte di Ferdinando Buscaglione, detto Fred.

60 anni dalla morte di Édith Piaf.

56 anni dalla morte di Otis Redding. 

53 anni dalla morte di Janis Joplin.

52 anni dalla morte di Jim Morrison.

50 anni dalla morte di Bruce Lee.

50 anni dalla morte di Anna Magnani.

48 anni dalla morte di Joséphine Baker.

46 anni dalla morte di Elvis Presley.

46 anni dalla morte di Maria Callas.

33 anni dalla morte di Greta Garbo.

33 anni dalla morte di Ugo Tognazzi.

32 anni dalla morte di Walter Chiari.

30 anni dalla morte di Federico Fellini.

30 anni dalla morte di Frank Zappa.

30 anni dalla morte di River Phoenix.

30 anni dalla morte di Sora Lella Elena Fabrizi. 

30 anni dalla morte di Audrey Hepburn.

30 anni dalla morte di Rudolf Nureyev.

29 anni dalla morte di Gustavo Adolfo Rol.

29 anni dalla morte di Mario Brega.

29 anni dalla morte di Gian Maria Volonté.

29 anni dalla morte di Massimo Troisi.

29 anni dalla morte di Moana Pozzi.

29 anni dalla morte di Domenico Modugno.

28 anni dalla morte di Ginger Rogers.

27 anni dalla morte di Tupac Shakur.

27 anni dalla morte di Mia Martini.

26 anni dalla morte di Giorgio Strehler.

25 anni dalla morte di Lucio Battisti.

24 anni dalla morte di Fabrizio De Andrè.

23 anni dalla morte di Vittorio Gassman.

22 anni dalla morte di Maurizio Arena.

22 anni dalla morte di Anthony Quinn.

21 anni dalla morte di Alex Baroni.

21 anni dalla morte di Carmelo Bene.

20 anni dalla morte di Charles Bronson.

20 anni dalla morte di Johnny Cash.

20 anni dalla morte di Leopoldo Trieste.

20 anni dalla morte di Giorgio Gaber.

20 anni dalla morte di Alberto Sordi.

20 anni dalla morte di Sandro Ciotti.

19 anni dalla morte di Nino Manfredi.

17 anni dalla morte Mario Merola.

16 anni dalla morte Anna Nicole Smith.

15 anni dalla morte di Gianfranco Funari.

14 anni dalla morte di Michael Jackson.

14 anni dalla morte di Dino Risi.

14 anni dalla morte di Mike Bongiorno.

14 anni dalla morte di Farrah Fawcett.

13 anni dalla morte di Mario Monicelli.

13 anni dalla morte di Lelio Luttazzi.

12 anni dalla morte di Amy Winehouse.

12 anni dalla morte di Elizabeth Taylor.

11 anni dalla morte di Lucio Dalla.

11 anni dalla morte di Whitney Houston.

10 anni dalla morte di Lou Reed.

10 anni dalla morte di Mariangela Melato.

10 anni dalla morte di Enzo Jannacci.

10 anni dalla morte di Franco Califano.

7 anni dalla morte di Marta Marzotto.

7 anni dalla morte di George Michael.

7 anni dalla morte di David Bowie.

7 anni dalla morte di Giorgio Albertazzi.

7 anni dalla morte di Paolo Poli.

6 anni dalla morte di Gianni Boncompagni.

6 anni dalla morte di Paolo Villaggio.

5 anni dalla morte di Sergio Marchionne.

5 anni dalla morte di Irina Sanpiter.

5 anni dalla morte di Fabrizio Frizzi.

4 anni dalla morte di Jeffrey Epstein.

4 anni dalla morte di Franzo Zeffirelli.

3 anni dalla morte di Little Richard.

3 anni dalla morte di Diego Armando Maradona.

3 anni dalla morte di Kobe Bryant.

3 anni dalla morte di Franca Valeri.

3 anni dalla morte di Ennio Morricone.

3 anni dalla morte di Ezio Bosso.

2 anni dalla morte di Carla Fracci.

2 anni dalla morte di Franco Battiato.

2 anni dalla morte di Raffaella Carrà.

2 anni dalla morte di Milva.

1 anno dalla morte di Mino Raiola.

1 anno dalla morte di Letizia Battaglia.

1 anno dalla morte di Eugenio Scalfari.

1 anno dalla morte di Pelè.

1 anno dalla morte di Barbara Walters.

I Queen.

I Lynyrd Skynyrd.

I Led Zeppelin.

I Kiss.

I Beatles.

I Lunapop.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI? (Ho scritto un saggio dedicato)



 

INDICE SECONDA PARTE


 

I MORTI FAMOSI.

Il Lutto.

Vivi per sempre.

Morti del cazzo.

Diritto di Morire.

È morta l’attrice Itziar Castro.

Morto l’attore Ryan O’Neal.

Morto il principe Costantino del Liechtenstein.

E’ morto l’attore Benjamin Zephaniah.

E’ morto l’attore Norman Lear,

E’ morto il chitarrista Marco “Jimmy” Villotti.

E’ morto l’agente di cambio Attilio Ventura.

Morto il pittore Carlo Guarienti.

E' morto il cantautore Shane MacGowan.

Addio al fotografo Ivo Saglietti.

Addio al maestro della fotografia Elliott Erwitt.

Morto il regista Aldo Lado.

Morta l'attrice Anna Kanakis.

Se ne va uno l’attore Joss Ackland.

Morto il Senatore Nino Strano.

Morto l’astronauta Frank Borman.

E’ morto l’attore Evan Ellingson.

E’ morta l'attrice Sibilla Barbieri.

E’ morta l’attrice Micaela Cendali Pignatelli.

È morto l’attore Andrea Iovino.

E’ morta l’attrice Marina Cicogna.

E’ morto l’astronauta Thomas Kenneth Mattingly II.

È morto il giornalista Lanfranco Pace.

Morto lo sceneggiatore Peter Steven Fischer.

Morto l’ex Ministro Luigi Berlinguer.

Addio all’editore Ernesto Ferrero.

È morto l’attore Matthew Perry.

Se ne è andato l’attore Richard Roundtree.

Se ne va l’attore Jesús Guzmán.

Addio al vignettista Sergio Staino.

Addio all’attrice Marzia Ubaldi.

Addio all’attore Burt Young.

Morta la musicista Carla Bley.

È morta l’attrice Suzanne Somers.

È morto il giornalista Cesare Rimini.

Se ne va l’attrice Piper Laurie.

Morta la poetessa Louise Glück.

Addio a Charles Feeney, l'uomo più generoso d'America.

È morto il giornalista Ettore Mo.

È morto il giornalista Eugenio Palmieri.

È morto il banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia.

E’ morto il giornalista il Luca Goldoni.

Addio all’attore Keith Jefferson.

Morto l’attore-regista Franco Brocani.

È morto l’attore Tommasino Accardo.

È morta l’attrice Ketty Roselli.

Morto l’attore Michael Gambon.

Morto il giornalista Armando Sommajuolo.

Morto l’attore David McCallum.

Morto il giornalista Francesco Cevasco.

E’ morto il Presidente Giorgio Napolitano.

E’ morto l’autore Franco Migliacci.

È morto l’artista Fernando Botero.

Morto il sociologo Domenico De Masi.

Morto l’imprenditore Flavio Repetto.

È morto il regista Giuliano Montaldo.

Addio al cantante Steve Harwell.

È morto il chitarrista Jack Sonni.

E’ morto il cantautore Jimmy Buffett.

Addio all’imprenditore Mohamed al Fayed.

Addio all’imprenditore web Alessandro Vento.

È morta l’attrice Hersha Parady.

E' morto lo sceneggiatore e produttore David Jacobs.

E’ morto il cantante Salvatore Toto Cutugno.

Addio all’inventore John Warnock.

Addio all’attore Ron Cephas Jones.

Addio al manager Roberto Colaninno.

È morta il soprano Renata Scotto.

Morto il sociologo Francesco Alberoni.

Addio al Professore Marcello Gallo.

È morta l'attrice Antonella Lualdi.

E’ morto l’artista Jamie Reid.

Si è spento il cantante Peppino Gagliardi.

Addio al cantante Sixto Sugar Man Rodriguez.

Addio al cantante Robbie Roberston.

E’ morto il regista William Friedkin.

È morto il politico e filosofo Mario Tronti.

Addio all’industriale Lorenzo Ercole.

È morto il giornalista Idris Sanneh.

Morto l’attore Angus Cloud.

E’ morto l’attore Paul Reubens.

Morta la giornalista Daniela Mazzacane.

Morto lo scrittore Luca Di Meo.

Morto il cantante Randy Meisner.

Morta la cantante Sinead O'Connor.

E’ morto l’antropologo e filosofo Marc Augé.

E’ morto il pittore Emilio Leofreddi.

E’ morta l’attrice Josephine Chaplin.

E’ morto il cantante Tony Bennett.

E’ morto il giornalista Andrea Purgatori.

Muore l’attrice-cantante Jane Birkin.

E’ morto lo scrittore filosofo Milan Kundera.


 

INDICE TERZA PARTE


 

I MORTI FAMOSI.

E’ morto il giornalista Fabrizio Zampa.

E’ morto l’attore Alan Arkin.

E’ morto l’attore Julian Sands.

E’ morto il velocista olimpico e stuntman Dean Smith.

E’ morto l’attore Frederic Forrest.

E’ morto il fumettista Graziano Origa.

E’ morto il musicologo Adriano Mazzoletti.

E’ morta l’attrice Glenda Jackson.

Morto il biologo Roger Payne

È morto il manager e discografico Matteo Romagnoli.

E’ morto il fotografo Paolo Di Paolo.

Morto l’attore Treat Williams. 

È morto lo scrittore Cormac McCarthy.

E’ morto Francesco Nuti.

Addio all’attore Paul Geoffrey.

Morto il sociologo francese Alain Touraine. 

Morto lo storico Nuccio Ordine.

E’ morta la pittrice Françoise Gilot.

E’ morto il wrestler Hossein Khosrow Ali Vaziri, alias The Iron Sheik.

Addio al giornalista Pasolini Zanelli.

Morto l’attore Barry Newman.

Addio a Astrud Gilberto.

E’ morto l’imprenditore Emilio Rigamonti.

E’ morto l’Architetto Paolo Portoghesi.

Morta l’attrice Isa Barzizza.

E’ morta la fotografa Daniela Zedda.

E’ morto il chitarrista Sheldon Reynolds.

E’ morta la cantante Tina Turner.

È morta la giornalista Maria Giovanna Maglie.

E’ morto l’attore Ray Stevenson.

E’ morto lo scrittore Martin Amis.

E’ morto il bassista Andy Rourke.

E’ morto il regista e direttore artistico Giorgio Ferrara. 

E’ morto l’attore Helmut Berger.

È morta la ballerina Maria Miceli.

E’ morto il giornalista Carlo Nicotera.

E' morto l'imprenditore Giordano Riello.

E’ morto lo storico Gioacchino Lanza Tomasi.

È morto lo sceneggiatore e regista Enrico Oldoini.

Morto il vignettista Massimo Cavezzali.

Morta l’attrice Jacklyn Zeman.

Morto l’imprenditore Enzo Bonafè.

E’ morto lo scrittore Philippe Sollers (pseudonimo di Philippe Joyaux).

Morto il generale che catturò Che Guevara Gary Prado Salmón.

È morta ex concorrente del Grande Fratello Monica Sirianni.

Morto l’ex campione mondiale e allenatore di pattinaggio Michele Sica.

Addio al regista Alessandro D'Alatri.

È morto il conduttore Jerry Springer.

Si è spento l’ex magistrato Nicola Magrone.

E’ morto il Senatore Andrea Augello.

E’ morto il regista Angeles Mohamed Farouk Agrama detto Frank Agrama 

E’ morto l’attore Giovanni Lombardo Radice.

E’ morto il cantante Harry Belafonte.

E’ morto il giornalista Corrado Ruggeri.

E’ morto il cantautore e cabarettista Federico Salvatore.

Morto l’inventore-industriale Renato Caimi.

E’ morta Anna Marcacci Brosio.

E’ morto il pianista jazz Ahmad Jamal.

È morto il chitarrista Mark Sheehan.

Morto lo scrittore Meir Shalev.

E’ morto il chitarrista Lasse Wellander.

E’ morto il talent scout Seymour Stein.

E’ morto il regista Nico Cirasola.

E’ morto il musicista Ryuichi Sakamoto.

Morta la scrittrice Ada d’Adamo.

E’ morto il batterista Alfio Cantarella.

È morto il re dei viaggi organizzati Franco Rosso.

E’ morto il giornalista Gianni Minà.

È morto l’attore Ivano Marescotti.

Morto il batterista Luca Bergia.

E’ morto l'attore Paul Grant.

E’ morto il regista Francesco “Citto” Maselli.

E’ morto il giornalista Pier Attilio Trivulzio.

E’ morto l'attore Lance Reddick.

E' morta l’attrice Bice Biagi.

Morto il disegnatore Luigi Piccatto.

E’ morto l’autore televisivo Marco Zavattini.

E’ morta la speaker Clelia Bendandi.

È morto lo scrittore Kenzaburo Oe.

Muore il manager musicale Vincenzo Spera.

E’ morto il regista Bert I. Gordon, detto Mr B.I.G.

E’ morto l’attore Robert Blake.

E’ morto l’attore Ed Fury.

E’ morto il Giornalista Rino Icardi.

E’ morto il chitarrista Gary Rossington.

È morto l'attore Tom Sizemore.

È morto il musicista Steve Mackey.

È morto il musicista Wayne Shorter.

E’ morto il giornalista Curzio Maltese.

E’ morto il giornalista Maurizio Costanzo.

E’ morto il regista Michel Deville.

E’ morto l’attore Richard Belzer.

È morto il fumettista Leiji Matsumoto.

Morto il regista Maurizio Scaparro.

È morto il chitarrista Alberto Radius.

E’ morta l'attrice Raquel Welch.

È morto il cantante David Jolicoeur.

E’ morto l'attore Cody Longo.

È morto il regista Hugh Hudson.

E’ morto il regista Carlos Saura.

E’ morto il musicista compositore Burt Bacharach.

E' morto il critico letterario Nicolò Mineo.

E' morto il giornalista Pio D'Emilia.

È morto il fotografo Massimo Piersanti.

E’ morto l’ex presidente Pakistan Musharraf. 

E’ morto l’attore Sergio Solli.

Morta l’attrice Monica Carmen Comegna.

Addio allo stilista Paco Rabanne.

Morta la redattrice Josè Rinaldi Pellegrini.

È scomparso l’imprenditore Giuseppe Benanti.

Morta l’attrice Cindy Williams.

È morta l’attrice Lisa Loring.

E’ morto il giornalista Roberto Perrone.  

E’ morto il giornalista Ludovico Di Meo.  

Morto il telecronista Christian Scherpe.

È morto il chitarrista Tom Verlaine.

E’ morta l’attrice Sylvia Syms.

E’ morto il regista Eugenio Martín.

È morto lo scrittore Pino Roveredo.

Morta l'imprenditrice Daniela Gavio.

E’ morto il rocker David Crosby.

E’ morto il regista Giorgio Mariuzzo.

E’ morto il regista Paul Vecchiali.

È morto il coreografo e regista televisivo e teatrale Gino Landi.

E’ morta l’attrice Gina Lollobrigida.

E’ morto l’artista Gianfranco Barucchello.

E’ morto il Tiktoker Taylor LeJeune, noto con il nickname Waffler69.

E’ morta Lisa Marie Presley.

E’ morta Tatjana Patitz.

Morto l’avvocato Roberto Ruggiero.

Morto il criminologo Francesco Bruno.

Morto il chitarrista Jeff Beck.

Morto il poeta Charles Simic.

E’ morto il direttore di fotografia Owen Roizman.

E’ morto l’attore Adam Rich.

È morto lo speaker Roberto Gentile.

E’ morto Michael Snow.

Morta la scrittrice Fay Weldon.

È morto il disegnatore Gosaku Ota.

E’ morto l’astronauta Walter Cunningham.

E’ morto il batterista Fred White.

E’ morto il pilota Ken Block.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Scandali Reali.

Gli scandali dei Windsor.

Elisabetta.

Carlo.

Diana.

Camilla.

Anna.

Andrea.

Sarah Ferguson.

Edoardo.

William e Kate.

Harry e Meghan.
 


 

LA SOCIETA’

TERZA PARTE


 

I MORTI FAMOSI.

Estratto dell’articolo di Totò Rizzo per leggo.it martedì 4 luglio 2023.

È morto Fabrizio Zampa, una vita per la musica e per il giornalismo, cronista e critico dei principali eventi nazionali e internazionali delle sette note dai primi anni ’70 ad oggi, firma storica de “Il Messaggero” per il sito del quale, aveva continuato a curare la rubrica “Il sopravvissuto”. 

Zampa è morto alla clinica Ars Medica di Roma, assistito dai figli Massimiliano e Daniele. Aveva 85 anni.

L’amore per la musica Zampa lo aveva prima coltivato di persona suonando la batteria nei Flippers, complesso (a quei tempi non usava dire band) che era formato tra gli altri da Lucio Dalla, clarinetto e voce solista, Franco Bracardi, pianoforte e Massimo Catalano (lanciato poi verso la popolarità da Renzo Arbore in tv) contrabasso. 

Ebbero un discreto successo, i Flippers, arrivarono perfino secondi al Cantagiro anche se da supporters con “I watussi”, hit di Edoardo Vianello che accompagnavano nei concerti e nelle tournée. Ma qualche loro brano “in proprio” ebbe una buona eco tra i giovani che apprezzavano quel primo beat di casa nostra che aveva radici sia nel jazz che nel rock’n’roll.  […]

Marco Molendini per Dagospia martedì 4 luglio 2023.

L’inarrestabile Fabrizio Zampa si è fermato.  Lo chiamava “inarrestabile” Renzo Arbore ai tempi dell’Altra domenica di cui Fabrizio era uno degli inviati. L’ho conosciuto più o meno in quel periodo, anzi tre anni prima, quando sono arrivato al Messaggero. 

Lui era già una firma con una lunga storia, raffigurato in un grande affresco, assieme a Maoloni, Prunas, Ronchetti, Bergami e Manisco paladini della battaglia del giornale contro la defenestrazione di Alessandro Perrone e la vendita a Rusconi.

C’era poi l’aura  del  papà, grande regista autore di film memorabili (Il vigile è un capolavoro irresistibile). C’erano le sue avventure musicali da batterista, in quella Roma notturna e avvincente dove si poteva suonare e ascoltare con il gusto della scoperta e dell’incontro. 

C’erano i Flippers, in  cui era entrato giovanissimo al fianco di Lucio Dalla, Franco Bracardi, Massimo Catalano, Jimmy Polosa ai tempi del cha cha cha (Il cha cha cha dell’impiccato uno dei loro successi): lo si intravede in una sequenza di Totò, Peppino e  la dolce vita. C’erano i successi accompagnando Edoardo Vianello in hit come I Watussi. 

E poi sono arrivati Arbore e la tv. È arrivato il cinema con Il Papocchio, dove aveva contribuito alla sceneggiatura e anche come attore. Conosceva tutti nel mondo della musica, dai tempi mitici del Cantagiro. Era inarrestabile e pieno di entusiasmi: non solo la musica, la fotografia, la tecnologia  (è stato uno dei più elettrizzato all’arrivo dei computer), i tropici, i banani (aveva riempito la sua terrazza di quegli arbusti), Cristiana, le sigarette. 

Fabrizio è stato un protagonista di un Messaggero leggendario, un riferimento di una redazione singolare e fortissima, con Gigi Vaccari, Gloria Satta, Rita Sala, Paolo Zaccagnini, Guglielmo Biraghi, Renzo Rian, Teodoro Celli. Rideva, scherzava, lanciava battute, voleva di più.  

Aveva già rischiato di andarsene trent’anni fa, investito da una macchina a Rio mentre filmava l’orchestra di Renzo Arbore chiamata a sfilare al neonato Sambodromo di Oscar Niemayer. Stavolta se ne è andato davvero, a 85 anni. Un ricordo indelebile

Addio a Fabrizio Zampa, storico giornalista che aveva dedicato la vita a scrivere di musica. Scomparso all'età di 85 anni la storica firma musicale de "Il Messaggero" Fabrizio Zampa. Iniziò come batterista dei "The Flippers" in cui suonava anche Lucio Dalla. Roberta Damiata il 4 Luglio 2023 su Il Giornale.

Grave lutto nel mondo del giornalismo, è scomparso all'età di 85 anni nella clinica Ars Medica di Roma, Fabrizio Stampa, storica firma musicale de Il Messaggero. A darne la notizia proprio il quotidiano in cui Zampa lavorava dal 1970. Innamorato da sempre dal mondo della musica, era il figlio del regista Luigi Zampa, uno dei padri del neorealismo e della commedia all'italiana. Iniziò da giovanissimo come batterista dei The Flippers la band di cui faceva parte anche Lucio Dalla, Franco Bracardi e Massimo Catalano.

Si era poi dedicato alla scrittura, senza però abbandonare l'altra sua passione per la fotografia. Era arrivato a Il Messaggero nel 1970 diventando in poco tempo una delle firme di punta come critico musicale. Arguto e schietto, la sua scrittura negli anni ha appassionato migliaia di lettori, che amavano il suo stile diretto nel raccontare la musica e i fenomeni culturali del Paese. Negli ultimi tempi aveva creato la sua rubrica nel sito del quotidiano dal titolo Il sopravvissuto, dove con la sua ironia raccontava un mondo, quello della musica, che girava sempre più veloce e di cui pochi altri, oltre a lui, riuscivano a cogliere le sfumature e il valore artistico.

Inviato storico del Festival di Sanremo, Zampa non era un semplice cronista, ma anche un grande amico di molte grandi star del nostro panorama musicale, da Mina, a cui aveva anche presentato il primo marito Virgilio Crocco a Fabrizio De Andrè. Amava raccontare le cose vivendole personalmente, che fosse un concerto, o l'intervista di una star dall'altro capo del mondo. Durante la sua lunga carriera, aveva anche partecipato a molte produzioni televisive, mondo che lo affascinava molto.

Negli anni '70 era stato inviato per il programma L’Altra Domenica di Renzo Arbore, che lo chiamava “l’inarrestabile” e con cui ha lavorato come sceneggiatore ai suoi film Il Pap’occhio (dove aveva anche girato un cameo) e FF.SS, oltre a partecipare come ospite al programma cult Quelli della notte. Negli anni 2000 aveva celebrato una reunion con i The Flippers, la sua storica band, riportando al successo brani come Siamo I Watussi e Hully Gully cantate da Edoardo Vianello.

Paolo Zaccagnini per professionereporter.eu il 5 Luglio 2023.

Firma storica? Che vuol dire? Un giornalista. Un giornalista vero Fabrizio Zampa, che è morto a Roma a 85 anni. Un giornalista impegnato che, ahimé, nessuno prendeva su serio per il suo approccio divertente e scherzoso alla vita. Ci ho lavorato a stretto contatto per anni e mai l’ho visto senza il sorriso. Quando l’atmosfera in redazione si faceva pesante, c’era lui a riportarci con i piedi per terra dicendo: “A regà’, su, sono solo cazzate”. 

Molti, e meglio di me, hanno sviscerato la sua vita, io no, voglio ricordare il collega. Che mi prese con sé al mio primo festival di Sanremo e, cronista vero, mi indicava dove cercare notizie e personaggi – adesso non si fa più – e gioiva veramente dei miei piccoli successi. “Bravo, Pa’”, e sotto con la prossima notizia. 

Entrato agli Spettacoli mi aveva chiesto cosa volessi fare e io gli dissi che avrei voluto occuparmi di musica rock. 

“Ma di quella mi occupo io”. 

“No, tu ti occupi di musica italiana, sbaglio?”. 

“Hai ragione, non fa una piega”.

Grazie a Marco Molendini, iniziò una stagione irripetibile per il giornalismo dello Spettacolo in Italia. Molendini-Zaccagnini-Zampa-Leonardi-Satta-Tian-Sala-Celi-Gasponi. 

E Fabrizio ci stupiva sempre. Con i suoi viaggi meravigliosi, la sua splendida compagna bionda Cristiana Caimmi – in redazione dietro il suo tavolo c’era una magnifica fotografia di Cristiana nuda, appoggiata su un grande albero tropicale – la sua passione per la fotografia – era eccellente – e la tecnologia – fu tra i primi ad avere, e usare magnificamente, il computer al giornale- e il suo passato di musicista -era stato batterista nei Flippers, che accompagnavano Edoardo Vianello nel suo successo “I Watussi”.

E poi davvero abbracciò il giornalismo con amore, educazione, passione. Sì, educazione, perché non l’hai mai sentito o visto litigare, o alzare la voce. Un signore. Dei Parioli. Figlio del regista Luigi Zampa – “Il vigile” e “L’onorevole Angelina” vi bastano? – di cui non parlava mai. Lavoratore allegro e indefesso.

“Marco, questa storia è un po’ strana”. 

“Mandiamoci Fabrizio”. 

E Fabrizio, col suo perenne sorriso e i suoi baffi, tornava sempre con la notizia. Senza mai vantarsi. Aveva fatto il suo lavoro. Io lo apprezzavo e lo leggevo da lettore, vedermelo lì accanto che mi trattava come un suo pari mi scosse assai. E poi quel ricorrente “Salve ragazzi, come state? Tutto bene? Che c’è da fare?”, sempre pronto a impegnarsi nel lavoro. 

Fabrizio, lasci un grande, allegro, divertente vuoto. Sai cosa devi fare adesso? Riposati. Magari salutami Krupa e Bohman nel paradiso dei batteristi. Sai che casino farete. Ciao, amico mio.

Marco Giusti per Dagospia il 30 giugno 2023.

E’ un duro colpo perdere Alan Arkin, scomparso oggi a 89 anni. Un attore di teatro e di cinema, e un cantante in gioventù, di incredibile duttilità, preparato per ogni ruolo, dal sadico assassino Harry Roat di “Gli occhi della notte” di Terence Young, un ruolo che odiava, dove terrorizzava Audrey Hepburn cieca e ovviamente anche, noi piccoli spettatori, al nonno premio Oscar e premio Bafta di “Little Miss Sunshine”, dal buffo produttore hollywoodiano di “Argo” di Ben Affleck, dove venne ancora candidato all’Oscar al John Yossarian, incredibile protagonista di “Comma 22” di Mike Nichols, un film che non venne mai abbastanza capito, amato, ma che spiegava perfettamente cosa sono gli americani e gli americani in guerra.

Ma anche  un attore che, in tanti anni che abbiamo passato al cinema fino alle serie di oggi, non ci ha mai lasciato senza la sua irriverenza, la sua sottile intelligenza, la sua carica grottesca e la sua profonda umanità. Pensiamo solo alla sua interpretazione ne “Il metodo Kominsky” a fianco di Michael Douglas, ai suoi bellissimi cortometraggi degli anni ’60, uno, “People Soup” con due dei suoi tre figli venne candidato all’Oscar nel 1964, ai pochi film che ha diretto, assolutamente bizzarri, come “Piccoli omicidi” tratto da Jules Feiffer.

Uscito da una bella gavetta nei teatri sperimentali americani, lanciatissimo nei primi anni’60 tra Tony e nomination all’Oscar, venne costruito ai tempi di “Arrivano i russi, arrivano i russi” di Norman Jewison e di “L’urlo della notte” di Robert Ellis Miller tratto dal romanzo di Carson McCullers, altra candidatura all’Oscar per il suo ruolo di sordomuto, e poi di “Comma 22” come il grande protagonista ebreo-americano della New Hollywood. Un appuntamento che si perderà nel vuoto. Ma, al tempo stesso, ci ha però sempre fatto capire dove era e cosa stava facendo, ricostruendosi ogni volta una carriera.

Non funzionò come nuovo Ispettore Clouseau, ne “L’infallibile ispettore Clouseau?" di Bud Yorkin, anche se personalmente ebbe buone critiche, né in “Sette volte donna” di Vittorio de Sica con Shirley MacLaine, ma fu un Freud strepitoso in “Sherlock Holmes: Soluzione sette per cento” di Herbert Ross con Nicol Williamson e Robert Duvall. Forse non fu la scelta giusta per “Amiamoci così belle signore” di Gene Saks tratto dalla commedia di Neil Simon, ma ci piacque moltissimo in coppia con James Caan in “Una strana coppia di sbirri” di Richard Rush, un film fortunato che fece solo, come disse lui stesso, per la pagnotta.

Quando sembrava scomparso da anni, lo abbiamo ritrovato da caratterista come padre di Winona Ryder in “Edward mani di forbice”, il tipico americano così cosciente della propria identità che ha in vista sulla camicia sempre una carta d’identità per ricordare lui stesso chi è. Ora. E’ vero che non farà la carriera di Paul Newman o di Robert Redford, né di Jack Nicholson e Donald Sutherland, ma non ci rendiamo conto per quanto tempo Alan Arkin è rimasto fedele a se stesso con la sua eleganza, la sua intelligenza, illuminando ogni film che faceva.

 Credo che dai primissimi corti anni ’60, dai ruoli da protagonisti per i film e le commedie di Mike Nichols e Norman Jewison fino all’Oscar di “Little Miss Sunshine” e al successo del “Metodo Kominsky”, per il quale venne candidato ai Golden Globes è sempre stato lo stesso grande attore che avevamo conosciuto. Nato nel 1934 a New York da una famiglia ebrea di origini ucraine, tedesche, e russe, si sposta a 11 anni con la famiglia a Los Angeles, dove il padre venne assunto come scenografo a Hollywood, e presto perse il posto perché si ostinava a scioperare.

Lui stesso, ancora giovane, ebbe non pochi problemi perché ritenuto un comunista durante il maccartismo. Si dedica fin da ragazzino alla recitazione, che alterna con un’altra passione, quella della musica folklorica e caraibica. Diventa infatti popolare come cantante fin dagli anni ’50 con gruppi folk come The Tarriers, formata da lui, Eric Darling e Bob Carey, per i quali rielaborò nel 1956 un successo tradizionale come “Banana Boat” poi reso popolare in tutto il mondo dall’interpretazione di Harry Belafonte, e poi nel 1958 con The Babysitter.

Sposa nel 1955 Jeremy Yaffe, poi nel 1964 la cantante bianca di blues Barbara Dane, la prima che osò cantare e incidere dischi coi bluesman neri. Rimarranno sposati fino al 1999, quando si sposerà una terza volta, con Suzanne Newlander. Dalle prime due mogli ebbe tre figli maschi, Adam, Matthew e Anthony. Si sposta a Chicago per far parte del celebre gruppo di improvvisazione teatrale Second City, che tanta importanza avrà nella New Hollywood degli anni ’60 e lo metterà in contatto con tutti i più importanti autori e attori americani del tempo, da Mike Nichols a Elaine May.

Nel 1967 vince il suo primo Tony Award con “Enter Laughing”, l’altro sarà per “I ragazzi irresistibili” nel 1973, nel 1968 è candidato all’Oscar per “L’urlo del silenzio”, uno dei suoi primi film da protagonista, che gli aprirono quella che avrebbe dovuto essere una carriera sicura. Non fu così. Perché molti dei suoi film non funzionarono, da “L’infallibile Ispettore Clouseau", dove sostituì un insostituibile Peter Sellers, a “Comma 22”, che non fu certo un successo. Ma la sua carriera, dopo quarant’anni ci sembrò ancora luminosa proprio come l’avevamo pensata tutti, con una pioggia di premi, nomination a Oscar, Golden Globes, Tony Award e tutto il resto. Il tempo ci rese un Alan Arkin ancora perfetto.

 Negli ultimi trent’anni lo abbiamo visto ovunque, da “Argo” di Ben Affleck a “Dumbo” di Tim Burton, da “Havana” di Sydney Pollack all’episodio diretto da Steven Soderbergh in “Eros” dove recita con Robert Downey Jr, da “Big Trouble” di John Cassavetes dove divide la scena con Peter Falk a “Americani” di James Foley dove recita assieme a Al Pacino e Jack Lemmon. Fa di tutto, compare in “Will and Grace” e doppia J.D.Salinger nel cartoon di culto “BoJack Horseman”. Non sarà facile costruire un altro Alan Arkin.

Alan Arkin, morto l'attore premio Oscar di "Little Miss Sunshine". Roberta Damiata il 30 Giugno 2023 su Il Giornale.

Scomparso l'attore premio Oscar Alan Arkin nella sua casa Carlsbad, in California. Nella sua lunghissima carrierà si dedicò al cinema al teatro e anche alla regia

È morto all'età di 89 anni Alan Arkin, attore e regista vincitore di un Oscar come miglior attore non protagonista nel 2007 per Little Miss Sunshine. A dare l'annuncio della morte, avvenuta nella sua casa di Carlsbad, in California, i figli Adam, Matthew e Anthony: “Nostro padre era un talento e una forza della natura, un artista e un uomo. Marito adorato, padre, grande nonno, lo abbiamo amato e ci mancherà profondamente”.

Era nato a Brooklyn nel 1934 in una famiglia ebrea di origini ucraine, russe e tedesche, figlio del pittore e scrittore David I. Arkin e dell'insegnante Beatrice Wortis. A 11 anni si era poi trasferito con la famiglia a Los Angeles, dove il padre iniziò a lavorare negli studios di Hollywood come decoratore di scenografie. Affascinato dal mondo del cinema, Alan frequentò diverse scuole di recitazione fino a laurearsi al Bennington College.

Gli inizi

Iniziò a lavorare nel mondo dello spettacolo negli anni '50 insieme alla compagnia teatrale The Second City e inizia a scrivere canzoni e a pubblicare racconti di fantascienza sulla rivista Galaxy. Al cinema inizia invece a lavorare dieci anni dopo negli anni '60. Il primo ruolo importante nel 1966 con Arrivano i russi, arrivano i russi di Norman Jewison, al fianco di Carl Reiner ed Eva Marie Saint. Seguiranno Sette volte donna (1967) di Vittorio De Sica e Gli occhi della notte (1967) di Terence Young, accanto a Audrey Hepburn, L'infallibile ispettore Clouseau (1968) di Bud Yorkin, L'urlo del silenzio (1968) di Robert Ellis Miller, per il quale viene candidato all’Oscar, Papà... abbaia piano! (1969) di Arthur Hiller, Comma 22 (1970) di Mike Nichols, Amiamoci così, belle signore (1972) di Gene Saks, Pazzo pazzo West (1975) di Howard Zieff, Sherlock Holmes: soluzione settepercento (1976) di Herbert Ross, e ancora, Una strana coppia di suoceri (1979) di Arthur Hiller, Il mago di Lublino (1979) di Menahem Golan, Il grande imbroglio (1986) di John Cassavetes.

Gli anni da regista

Attirato anche dal mondo della regia, nel 1971 dirige Piccoli omicidi, interpretato da Elliott Gould e Marcia Rodd esperienza che ama particolarmente e che ripeterà anche nel 1977 nel film: Quella pazza famiglia Fikus (1977). Attore particolarmente poliedrico riuscì nella sua lunga carriera ad interpretare brillantemente vari generi cinematografici. Da Edward mani di forbice di Tim Burton ad Havana (1990) di Sydney Pollack, partecipa a Gattaca (1997) di Andrew Niccol, Jakob il bugiardo (1999) di Peter Kassovitz, I perfetti innamorati (2001) di Joe Roth e Tredici variazioni sul tema (2001) di Jill Sprecher.

Vincitore di un Oscar

Tra teatro e cinema, Arkin riesce anche a lavorare in tv. Il debutto in alcuni episodi di A cuore aperto. Nel 2001 prende parte alla serie tv 100 Centre Street e partecipa come guest star a Will&Grace nel ruolo del padre di Grace Adler. Vince un Oscar per il film Little Miss Sunshine dove interpreta magistralmente un nonno sboccato e cocainomane. Nel 2007 appare in Rendition - Detenzione illegale di Gavin Hood mentre nel 2013 arriva la sua quarta nomination, grazie a Argo di Ben Affleck che viene però vinta da Christoph Waltz per il ruolo in Django Unchained di Quentin Tarantino.

Negli anni recenti la sua popolarità era stata rilanciata anche dalle piattaforme grazie al ruolo interpretato nella serie Il metodo Kominsky al fianco di Michael Douglas, per il quale era stato candidato agli Emmy.

Dagospia il 30 giugno 2023.Riceviamo e pubblichiamo:

Caro Dago,

Julian Sands era sparito mesi fa, la settimana scorsa hanno trovato i suoi resti  in un bosco della California. La notizia mi aveva molto colpito, le sparizioni inquietano forse più della morte. 

Lo ricordavo in Camera con vista ma soprattutto nel set dell'ultimo lungometraggio di Mauro Bolognini, La Villa del venerdì, tratto da un racconto di Alberto.

Eravamo a Sabaudia, Villa Volpi, non lontano da casa. Cast internazionale, ricordo la gentilezza e la maestria di Bolognini che anni prima aveva girato Agostino, film potente, censurato e sempre difeso da Moravia. 

Intervistai Julian, timido e gentile, ancora molto bello. Dopo non l'ho più rivisto, era scomparso ancora prima della passeggiata nel bosco

Riposi in pace 

Carmen Llera Moravia

Marco Giusti per Dagospia il 26 giugno 2023.

Purtroppo, potrebbero appartenere a Julian Sands i resti umani trovati sul Monte Baldy, nella Contea di San Bernardino in California, esattamente nella zona dove il celebre attore inglese (“Camera con vista”, “Il fantasma dell’opera”, “Gothic”, “Dexter”), 65 anni, provetto esploratore e scalatore, è scomparso dallo scorso gennaio senza dar più nessun segno di vita. I familiari, la moglie, la scrittrice Evgenia Citkowitz, e le tre figlie vogliono sperare che Sands sia ancora vivo, anche se sono passati sei mesi dalla sua scomparsa e finora le ricerche non hanno portato a nessun risultato.

E la scalata al Monte Baldy, per la quale Sands era partito in solitaria era piuttosto difficile. Le ricerche si erano però intensificate in questo ultimo periodo, coinvolgendo circa ottanta persone, elicotteri, droni. “Continuiamo a tenere Julian nei nostri cuori con ricordi luminosi di lui come un meraviglioso padre, marito, esploratore, amante del mondo naturale e delle arti, e come artista originale e collaborativo" è la risposta della famiglia al ritrovamento dei resti.

Julian Sands, nato in Inghilterra nel 1958, biondo, alto, bello, dal grande fisico atletico, aveva avuto il suo momento da star negli anni ’80 in film come “Urla dal silenzio” di Roland Joffé con John Malkovich, col quale rimarrà amico tutta la vita, e sarà proprio Malkovich a presentargli la sua seconda e attuale moglie, “Il dottore e i diavoli”, diretto da Freddie Francis, prodotto da Mel Brooks con Timothy Dalton, Jonathan Pryce, Twiggy, Stephen Rea, il primo dei suoi tantissimi horror, “Camera con vista” di James Ivory con Helena Bonham-Carter e Maggie Smith dal romanzo E. M. Forster, “Gothic” di Ken Russell, dove interpreta addirittura Shelley, lo sballato “Siesta” di Mary Lambert con Ellen Barkin, Gabriel Byrne e Grace Jones. 

Pur girando film del tutto diversi, da “Lamerica” di Gianni Amelio, un piccolo ruolo senza essere accreditato, o “Mario e il mago” di Klaus Maria Brandauer o “Via da Las Vegas” di Mike Figgis, che frutterà l’Oscar a Nicolas Cage, col suo fisico che, invecchiando, diventa sempre più da tipico attore inglese si specializza da una parte in ruoli da horror classici e da un’altra in ruoli tratti da personaggi letterari. Lo troviamo così protagonista di “Il fantasma dell’opera” di Dario Argento con Asia Argento, in “I delitti della luna piena” di Paco Plaza, in “Vatel” di Roland Joffé dove è Louis XIV.

Ma ricordiamo che per la scrittrice Anne Rice era la migliore delle scelte possibile (altro che Tom Cruise) per il suo vampiro Lestat in “Intervista col vampiro” e David Lean lo voleva come protagonista nel 1991 di quello che avrebbe dovuto essere il suo ultimo film, “Nostromo”, tratto da Joseph Conrad. 

Negli ultimi vent’anni sviluppa, tra serie tv anche famose, come “Dexter”, “Smallville”, “I Medici” e una marea di film di serie B davvero impressionante, questa tendenza all’horror e al genere letterario. Fra i titoli più interessanti degli ultimi anni “Ocean’s Thirteen" di Steven Soderbergh, “Seneca” col suo amico John Malkovich, ben due film italiani girati da poco, “Body Odyssey" di Grazia Tricarico e “Double Soul” di Valerio Esposito, che devono ancora uscire.

Julian Sands, i resti trovati in California sono dell’attore scomparso. Corriere della Sera il 27 giugno 2023.

I resti umani trovati nelle montagne della California sono quelli dell’attore britannico Julian Sands, scomparso durante un’escursione a gennaio. Lo riferisce la Cnn citando la polizia, tre giorni dopo il ritrovamento dei resti da parte di alcuni escursionisti. «Il processo di identificazione per il corpo trovato sul Monte Baldy il 24 giugno è stato completato ed è stato identificato positivamente come Julian Sands, 65 anni. La modalità della morte è ancora oggetto di indagine, in attesa di ulteriori risultati dei test», ha dichiarato il dipartimento dello sceriffo della contea di San Bernardino in una nota.

L’attore aveva fatto perdere le sue tracce dalla sera del 13 gennaio, quando era uscito per un’escursione sul Monte Baldy, nell’area delle San Gabriel Mountains. Julian Sands aveva iniziato la carriera d’attore nell’84, conil film Urla del silenzio di Roland Joffé, ma la sua prima parte da protagonista è arrivata l’anno successivo con Camera con vista di James Ivory, il film tratto dall’omonimo romanzo di E. M. Forster che vinse tre Oscar e consacrò lui e la coprotagonista Helena Bonham Carter: interpretavano due innamorati a Firenze nei primi anni del 1900. Dopo il successo del film di Ivory e di Gothic di Ken Russell ha girato numerose pellicole: Warlock (1989), Il sole anche di notte (1990), Aracnofobia (1990), Il pasto nudo (1991), Boxing Helena (1993), Via da Las Vegas (1995) e Ocean’s Thirteen (2007).

(ANSA-AFP il 25 luglio 2023) La causa della morte dell'attore britannico Julian Sands, scomparso durante un'escursione su una montagna della California, è stata ufficialmente dichiarata "indeterminata". Lo hanno reso noto le autorità locali. Sands, diventato famoso per l'eroe romantico del dramma in costume degli anni '80 'Camera con vista', era scomparso a gennaio sul Monte San Antonio, alto 3.000 metri e conosciuto localmente come Mount Baldy.

Ma è stato solo a giugno che resti umani successivamente determinati come quelli di Sands sono stati scoperti dagli escursionisti. L'attore aveva 65 anni. "La causa è 'indeterminata', viste le condizioni del corpo e poiché non sono stati scoperti altri fattori durante le indagini del medico legale", ha detto una portavoce del dipartimento dello sceriffo della contea di San Bernardino. "Questa cosa è comune quando si tratta di casi di questo tipo", hanno aggiunto le autorità.

Addio a Dean Smith, è morto il velocista olimpico e stuntman hollywoodiano. Scomparso all'età di 91 anni, il velocista campione olimpico Dean Smith, diventato uno dei più grandi stuntman hollywoodiani. Aveva lavorato con Paul Newman e John Wayne. Roberta Damiata il 26 Giugno 2023 su Il Giornale.

Se n'è andato sabato all'età di 91 anni, ma la notizia è stata resa nota solo oggi, Dean Smith, il velocista medaglia d'oro alle Olimpiadi di Helsinki del 1952. Si è spento nella sua casa di Breckenridge, in Texas, in seguito ad un tumore. L'annuncio della scomparsa è stato dato dall'amico Rob Word a The Hollywood Reporter. Dopo la carriera sportiva Dean ottenne ancora più fama intraprendendo quella di stuntman ad Hollywood, lavorando in una dozzina di film con John Wayne.

Nato a Breckenridge il 15 gennaio 1932, ha trascorso i suoi primi anni di vita nel vasto ranch dei nonni, trovando ispirazione dalle star dei film western sul grande schermo. Ha giocato a football e corso in pista all'Università del Texas e alle Olimpiadi estive del 1952 in Finlandia si classificò quarto nei 100 metri piani conquistando poi la medaglia d'oro nella staffetta 4×100 metri con Harrison Dillard, Lindy Remigino e Andy Stanfield. Tornò poi al college e fece parte della squadra dei Longhorns che vinse il Cotton Bowl nel 1953.

Giocò anche per un breve perido con i Los Angeles Rams. Iniziò la carriera nel cinema grazie al compagno di stanza olimpionico James Garner, che lo aiutò a ottenere lavori come stuntman, iniziando a comparire in film e telefilm dal 1957. Smith è stato la controfigura in sette film di Paul Newman, tra cui La gatta sul tetto che scotta (1958), Butch Cassidy (1969), L'uomo dai 7 capestri (1972), La stangata (1973) e L'inferno di cristallo (1974).

Il "texano" come veniva soprannominato sui set, era anche un abile cavallerizzo che riusciva in imprese quasi impossibili tanto da essere molto richiesto nell'ambiente. Per questo la sua "arte" di compiere dei veri miracoli senza usare, come succede ora, effetti speciali, lo vide protagonista in molti telefilm come Cheyenne, Laramie, La conquista del West e Il virginiano.

Ma fu soprattutto al cinema che venne molto richiesto, e le sue acrobazie possono essere ammirate in varie pellicole, da Un dollaro d'onore, Cavalcarono insieme, La battaglia di Alamo, I Comanceros, Il grande sentiero, Rio Conchos, El Dorado, Carovana di fuoco, Il Grinta, Non stuzzicate i cowboys che dormono. Fu anche la controfigura di Maureen O'Hara nel film di John Wayne McLintock! (1963), compiendo le sue acrobazie con indosso una parrucca rossa e un bustino da donna per interpretare l'attrice.

Addio a Dean Smith, è morto il velocista olimpico e stuntman hollywoodiano. Scomparso all'età di 91 anni, il velocista campione olimpico Dean Smith, diventato uno dei più grandi stuntman hollywoodiani. Aveva lavorato con Paul Newman e John Wayne. Roberta Damiata il 26 Giugno 2023 su Il Giornale.

Se n'è andato sabato all'età di 91 anni, ma la notizia è stata resa nota solo oggi, Dean Smith, il velocista medaglia d'oro alle Olimpiadi di Helsinki del 1952. Si è spento nella sua casa di Breckenridge, in Texas, in seguito ad un tumore. L'annuncio della scomparsa è stato dato dall'amico Rob Word a The Hollywood Reporter. Dopo la carriera sportiva Dean ottenne ancora più fama intraprendendo quella di stuntman ad Hollywood, lavorando in una dozzina di film con John Wayne.

Nato a Breckenridge il 15 gennaio 1932, ha trascorso i suoi primi anni di vita nel vasto ranch dei nonni, trovando ispirazione dalle star dei film western sul grande schermo. Ha giocato a football e corso in pista all'Università del Texas e alle Olimpiadi estive del 1952 in Finlandia si classificò quarto nei 100 metri piani conquistando poi la medaglia d'oro nella staffetta 4×100 metri con Harrison Dillard, Lindy Remigino e Andy Stanfield. Tornò poi al college e fece parte della squadra dei Longhorns che vinse il Cotton Bowl nel 1953.

Giocò anche per un breve perido con i Los Angeles Rams. Iniziò la carriera nel cinema grazie al compagno di stanza olimpionico James Garner, che lo aiutò a ottenere lavori come stuntman, iniziando a comparire in film e telefilm dal 1957. Smith è stato la controfigura in sette film di Paul Newman, tra cui La gatta sul tetto che scotta (1958), Butch Cassidy (1969), L'uomo dai 7 capestri (1972), La stangata (1973) e L'inferno di cristallo (1974).

Il "texano" come veniva soprannominato sui set, era anche un abile cavallerizzo che riusciva in imprese quasi impossibili tanto da essere molto richiesto nell'ambiente. Per questo la sua "arte" di compiere dei veri miracoli senza usare, come succede ora, effetti speciali, lo vide protagonista in molti telefilm come Cheyenne, Laramie, La conquista del West e Il virginiano.

Ma fu soprattutto al cinema che venne molto richiesto, e le sue acrobazie possono essere ammirate in varie pellicole, da Un dollaro d'onore, Cavalcarono insieme, La battaglia di Alamo, I Comanceros, Il grande sentiero, Rio Conchos, El Dorado, Carovana di fuoco, Il Grinta, Non stuzzicate i cowboys che dormono. Fu anche la controfigura di Maureen O'Hara nel film di John Wayne McLintock! (1963), compiendo le sue acrobazie con indosso una parrucca rossa e un bustino da donna per interpretare l'attrice.

Marco Giusti per Dagospia il 25 giugno 2023.

Tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, Frederic Forrest, attore di culto amato da Francis Coppola, Jack Nicholson, Wim Wenders, scomparso a 87 anni a Santa Monica, passa da un sogno da star di prima grandezza, grazie alla sua partecipazione a film come “Apocalypse Now” di Coppola, dove è le Chef del barcone (ricorderete la battuta: Mai uscire dalla barca!”), “La conversazione”, sempre di Coppola, dove ha un piccolo ruolo, ma importantissimo, l’uomo spiato da Gene Hackman, “The Rose” di Mark Rydell, dove venne candidato all’Oscar, al dimenticatoio per essere stato il protagonista di due sfortunati incredibili flop autoriali che segnarono la crisi (o la fine) della New Hollywood, cioè “Un sogno lungo un giorno” o “One From the Heart”, musical capolavoro ultrasperimentale di Coppola, dove Forrest, uomo qualunque in quel di Las Vegas si innamora di Nastassja Kinski, e “Hammett” di Wim Wenders, prodotto da Coppola, omaggio al genere noir, che venne così odiato dai produttori al punto da costringere Wenders a girarne una seconda versione, che è quella che si vide. 

Già nel 1985 Forrest diventa un attore un po’ imbarazzante. Al punto da finire tra gli attori americani da esportazione in Italia come Petronius nel polpettone “Quo Vadis?” diretto da Franco Rossi.

E scivolare poi in un anonimato che gli offrirà solo raramente qualche ruolo interessante solo grazie ai vecchi amici che lo avevano lanciato. E dire che aveva incominciato davvero bene. Nato in Texas nel 1936, appare nel 1966 tra i protagonisti dell’opera teatrale di Megan Terry, portata anche al cinema, “Viet Rock”, che spiana la strada a “Hair”. Ma è solo nel 1972, dopo piccole apparizioni televisive, a fare il suo vero e proprio esordio al cinema da coprotagonista di “Quando le leggende muoiono” di Stuart Millar, piccolo film intelligente con Richard Widmark vecchio insegnante di rodeo tratto da un romanzo di Robert Dozier che mette davvero in luce le qualità di Frederic Forrest. 

Il suo aspetto bello e triste da angelo caduto che lo accompagnerà per tutta la vita. Lo ritroviamo come Tony Fargo, fratello adddirittura di Al Lettieri nel curioso mafia movie “Il boss è morto” di Robert Fleischer con Anthony Quinn protagonista, uscito subito dopo “Il Padrino”. Dopo essere stato fratello di Al Lettieri è fratello di Stacy Keach in un altro film che mi piacerebbe molto rivedere, “The Gravy Train” o “I fratelli Dion”, diretto da Jack Starrett, che sostituì Terrence Malick in un film che era stato pensato per Martin Scorsese. Anche se Starrett non ha la stessa statura di Scorsese e di Malick, il film offrì a Forrest un buon ruolo da coprotagonista. Nello stesso periodo lo chiama Coppola prima per “La conversazione” e poi per “Apocalypse Now”, che uscirà solo nel 1979.

Nel frattempo Forrest girerà "Missouri" di Arthur Penn con Marlon Brando e il suo amico Jack Nicholson, verrà candidato all’Oscar per la sua partecipazione a “The Rose”, biopic di Janis Joplin diretto da Mark Rydell. Nei primissimo anni ’80, Forrest diventa il protagonista ideale di Coppola sia per “One From the Heart” sia, da produttore, per “Hammett” di Wim Wenders, dove dividerà le scena, nella prima versione con Brian Keith e Ronee Blakley, e nella seconda con Peter Boyle e Marilu Henner, che sposerà sul set del film nel 1980. Il non funzionamento dei due film porterà Coppola alla bancarotta e Forrest in una sorta di inferno per attori che non ce l’hanno fatta. Girerà ancora dei buoni film, “Tucker” di Coppola nel 1988, “Music Box” nel 1989, “Il grande inganno” di Jack Nicholson nel 1990, “Un giorno di ordinaria follia” nel 1993, ma senza riuscire a ricostruire davvero la sua carriera. 

Lo vorrà anche Johnny Depp per il suo film da regista, “Il coraggioso” con Marlon Brando. Proprio dal fallimento della sua carriera, per ogni cinefilo cresciuto con la New Hollywood, Frederic Forrest diventa una sorta di attore feticcio. E il suo film di punta, “One From the Heart”, con le canzoni di Tom Waits e Nastassia Kinski che si muove sul filo, è ancora oggi qualcosa di irresistibile.

Cagliari, trovato morto in mare il fumettista Graziano Origa, lavorò con Warhol e Haring: oggi l’autopsia, forse un malore o un gesto volontario. Storia di Alessandro Fulloni e Alberto Pinna su Corriere della Sera il 19 Giugno 2023. 

Un funambolo del fumetto che aveva lavorato, negli anni Ottanta, con artisti del calibro di Andy Warhol e Keith Haring. Fanzinaro da giovanissimo, poi disegnatore, sceneggiatore, critico apprezzatissimo, talent-scout, pittore e scrittore, editore fantasioso. Graziano Origa, nome celeberrimo nel mondo della «nona arte», quella delle strisce animate, amava definirsi «artista di carta», perché con la carta si è sviluppato il suo percorso artistico, quello di un giovanissimo grafico, poi illustratore, saggista, direttore. Nella notte tra sabato e domenica un corpo è stato trovato in mare ma solo nella serata di ieri si è accertato che quell’uomo senza vita ripescato al Poetto di Quartu, a Cagliari, era proprio lui.

Il corpo scoperto da un passante

Da chiarire cosa sia accaduto, forse un malore, forse un gesto volontario. In giornata è attesa l’autopsia, disposta dalla Procura. Origa viveva da tempo a Dolianova, centro di 10 mila abitanti a circa 15 chilometri da Cagliari, anche se risultava residente a Malo, in provincia di Vicenza. Il corpo è stato visto poco dopo la mezzanotte da un passante che ha dato l’allarme. È stata la Guardia costiera a recuperare il cadavere trasferito poi all’obitorio di San Michele dove saranno eseguiti gli accertamenti necroscopici. Da un primo esame esterno condotto dal medico legale non sarebbero emersi segni di violenza. Gli investigatori ipotizzano una caduta in mare dopo un malore, forse l’ipotesi del gesto volontario.

Origa era stato direttore negli anni Settanta della rivista underground Gong e aveva aperto con un gruppo di aspiranti fumettisti, oggi disegnatori, tra i più grandi, di testate come Dylan Dog e Tex, lo «Studio Origa». Parliamo di vere e proprie star come Corrado Roi, Fabio Civitelli, Enea Riboldi. Sono sue, inoltre, la creazione dell’apprezzata testata «Fumetti d’Italia» e dei personaggi Videomax e Vampirella. Ha scritto su centinaia di quotidiani, settimanali e mensili, italiani e stranieri, e ha girato il mondo, finendo, negli Usa, a collaborare con Warhol e Haring. Sterminata la sua produzione saggistica, da scritti su Tex all’«Enciclopedia del fumetto», opera cult in due volumi edita negli anni Settanta.

Le opere apprezzate nel mondo dell’arte

Ma sterminato, soprattutto, è il catalogo delle sue raffigurazioni di personaggi della cultura ritratti sovente in stile punk, Mina, Battisti, Pasolini, opere assai apprezzate dagli appassionati dell’arte. Sul web c’è il cordoglio di chi lo conosceva bene. Fumo di China, punto di riferimento del fumetto italiano di cui Origa era stato per anni valente collaboratore, parla di «bruttissima notizia». Il sindaco di Dolianova, Ivan Piras, ha espresso il dolore a nome dell’intera comunità: «Perdiamo un artista, un amico. Graziano ha dato lustro al nostro paese».

Marco Molendini per Dagospia il 18 giugno 2023.

Adriano Mazzoletti se ne è andato a 88 anni appena sfiorati, li avrebbe compiuti domani, e quasi tutta la vita, da quando era poco più di un ragazzo e già organizzava un Jazz club a Perugia facendo suonare Louis Armostrong, l’ha dedicata alla missione del jazz. Funzionario Rai (dove ha fatto carriera realizzando programmi di intrattenimento). Ricercatore certosino, quasi maniacale. Soprattutto formidabile archivista. Fondamentale cronista. Divulgatore antiretorico. Produttore discografico. Ha tenuto insieme il jazz italiano per settant’anni e lo ha raccontato in modo quasi notarile in un manuale storico di migliaia di pagine (Il jazz in Italia) e che da anni stava ansiosamente completando.

Mazzoletti, al di là delle formalità di circostanza, è stato davvero una colonna del jazz in Italia da quando, quel mondo incerto e provinciale, doveva ancora diventare adulto, fino ad oggi. Musicisti, giornalisti, appassionati: non c'è nessuno che non lo abbia incrociato con le sue imprese. 

C'era un tempo in cui la Rai faceva servizio pubblico e lui infilava la musica dei suoi eroi dovunque poteva, organizzava trasmissioni, ospitate, vere e proprie stagioni concertistiche. Parlo degli anni Sessanta con gli appuntamenti di via Asiago per la favolosa serie Jazz Concerto, che ricordo come fosse oggi, tanta era l'emozione di quei pomeriggi passati nella sede della radio, aspettando dal portiere il passi per entrare. 

Nel deserto musicale di quei tempi quegli appuntamenti erano un improvviso e imperdibile squarcio sul gran jazz, sfilata di giganti da Earl Hines a Phil Woods, da Dexter Gordon a Johnny Griffin, da Hampton Hawes a Ornette Coleman, da Kenny Clarke a Tony Scott. Sono stati una palestra per chi suonava, e il jazz italiano ha avuto largo spazio, e per chi ascoltava, allora un circolo ristretto composto sempre dalle stesse persone che portavano nella Rai di quei tempi una fresca ventata di novità. 

Nella mia formazione sono stati un passaggio fondamentale, come professionalmente è stato emotivamente trascinante lavorare per lui in quei programmi serali da Radio Uno in cui si poteva discutere e ascoltare il jazz liberamente e mandarlo anche in onda.

(ANSA il 15 Giugno 2023) - L'attrice inglese due volte vincitrice dell'Oscar Glenda Jackson, che è stata anche deputata, "è morta serenamente" oggi all'età di 87 anni. È stato reso noto dal suo agente. "Glenda Jackson, attrice e politica due volte vincitrice dell'Oscar, è morta serenamente nella sua casa di Blackheath Londra questa mattina dopo una breve malattia con la sua famiglia al suo fianco", ha detto Lionel Larner.

Nata a Birkenhead, vicino a Liverpool, da una famiglia operaia, Glenda Jackson fece il suo esordio teatrale nella pièce Tavole separate di Terence Rattigan. Dopo il debutto cinematografico nel film The Extra Day, avvenuto nel 1956, entrò a far parte della Royal Shakespeare Company e lavorò con il regista Peter Brook in molte piece, incluso il Marat/Sade di Peter Weiss, nella parte di Charlotte Corday, ruolo che interpretò anche nella versione cinematografica girata nel 1967. 

Nel 1971 per il suo ruolo in Donne in amore vinse il primo Oscar cui seguì il secondo nel 1974 per Un tocco di classe. Nel 1992 ha abbandonato la carriera artistica per dedicarsi alla politica ed è stata deputato laburista alla Camera dei comuni per il collegio di Hampstead and Kilburn fino al 2015. 

Nel 2016, dopo venticinque anni dal ritiro dalle scene, è tornata a recitare a teatro nei panni di Re Lear all'Old Vic di Londra e nel 2018 è tornata sulle scene newyorchesi dopo trent'anni di assenza nell'opera teatrale di Edward Albee Tre donne alte, per cui ha vinto il Tony Award alla miglior attrice protagonista. Glenda Jackson ha vinto anche due Premi Emmy, due Premi Bafta e un Golden Globe.

Marco Giusti per Dagospia il 15 Giugno 2023.

Brutti tempi. Perdiamo anche la leggendaria Glenda Jackson, 86 anni, protagonista di film come “Marat/Sade”, “Donne in amore”, “L’altra faccia dell’amore”, “Triplo eco”, “Domenica, maledetta domenica”, “Una romantica donna inglese”, “Due sotto il divano”, capace di passare da personaggi come Charlotte Corday a Sarah Bernhardt, dalla Nina di Ciakowski a Hedda Gabler, di recitare con partner totalmente diversi come Oliver Reed, Walter Matthau, Michael Caine, George Segal.

Una delle pochissime attrici inglesi (con Vivien Leigh, Olivia de Havilland e Elizabeth Taylor) in grado di vincere ben due Oscar, “Donne in amore” e “Un tocco di classe” e non essersi degnata neanche di andarli a ritirare. “Mia madre li lucida fino a un centimetro della loro vita fino a quando il metallo non si vede. Questo sono in definitiva gli Oscar: tutto luccichio all'esterno e metallo di base. Bei regali per un giorno. Ma non ti rendono migliore”. 

Dalla fine degli anni ’60 a tutti i ’70, grazie a grandi film innovativi diretti da Ken Russel, John Schlesinger, Joseph Losey, Robert Altman, dominò la scena sia inglese che americana cambiando del tutto le regole della recitazione del tempo (“Non avevo alcuna vera ambizione riguardo alla recitazione. Ma sapevo che doveva esserci qualcosa di meglio del lavoro in farmacia”) e lo stesso concetto di bellezza femminile. Bella? Brutta? Glenda Jackson è sempre stata solo se stessa fino alla fine.

 Da poco era anche tornata a recitare, aspettiamo un appena finito “The Great Escaper”, dove recita ancora assieme a Michael Caine, suo vecchio partner, dopo una lunga parentesi politica che l’ha vista sottosegratria ai trasporti tra il 1997 e il 1999 e membro del Parlamento Inglese tra il 2010 e il 2015. Lo fa per passione politica, ovviamente. ”Una delle osservazioni più deprimenti che è stata fatta quando sono arrivato per la prima volta alla Camera dei Comuni è stata fatta da un parlamentare che mi ha detto: "Perché vuoi venire qui? Sei già famosa".

Nata nel 1937 a Birkenhead nel Cheshire, studia al Dundee Repertory Company nei primi anni ’60 assieme a Edward Fox, Michael Culver, Nicol Williamson. Fa qualche particina al cinema, “The Extra Day” nel 1956 e nel più celebrato “Io sono un campione” di Lindsay Anderson nel 1963, ma esplode sia a teatro che al cinema solo nel 1967 con il “Marat/Sade” diretto da Peter Brook, tratto dalla commedia di Peter Weiss, dove è una straordinaria Charlotte Corday, di incredibile forza. “Se sono troppo forte per alcuni spettatori, questo è un problema loro”.

Da ragazzo ne fui talmente conquistato che assieme a altri compagni di classe al Liceo Classico D’Oria di Genova ricordo che cercai di rimetterlo in scena. Il cinema inglese allora era una bomba, grazie ai loro registi e ai loro attori. Quando nel 1969 arrivò “Donne in amore” di Ken Russel con Oliver Reed, Alan Bates, Jennie Linden e Glenda Jackson fummo tutti conquistati da questo approccio finalmente fisico, muscolare col sesso e la passione. Era la prima volta che si vedevano maschi recitare totalmente nudi e dove un’attrice, la Jackson, poteva un Oscar recitando totalmente nuda, inoltre nuda e incinta di cinque mesi (“mai avuto un petto così florido”).

Diventa da subito l’attrice di riferiumento per Ken Russel, che ritroverà in “L’altra faccia dell’amore” dove interpreta Nina, la sfortunata moglie di Ciakowski, Richard Chamberlain, che scopre l’impossibilità di essere penetrata da lui in una incredibile scena in treno, ma anche in “The Boy Friend” e anni dopo in “L’ultima Salomé” e “The Rainbower”. Dirà di Ken Russell”. “Adoro lavorare con lui, Non sa niente di recitazione. Ma ma ti lascia libero di fare cosa vuoi”.

E incontra per la prima volta uno dei suoi partner più noti, Oliver Reed, altro attore muscolare e forte. “Oliver ed io non abbiamo assolutamente niente da dirci fuori dallo schermo. Come persone, siamo gesso e formaggio. Quello che ammiro in Oliver è la sua professionalità. Non importa in che stato si trovi fisicamente, quando dicono "Azione!", lui è pronto, e quello era l'aspetto del lavorare con lui che mi piaceva. Ho lavorato molto con lui ed è un attore infinitamente migliore di quanto si dia credito”.

 In “Domenica, maledetta domenica” di John Schlesinger interpreta Alex Graville la moglie di Peter Finch che si scoprirà non solo gay, ma anche innamorato di Murray Head. Un film che fece scandalo, perché erano temi che non erano mai stati trattati con tale fermezza. E mai si era visto, mi sa, un bacio tra due uomini sullo schermo. La ritroviamo in film diversi, come i polpettoni “Maria Stuarda” di Charles Jarrott con Vanessa Redgrave e “La storia di Lady Hamilton” di James Cellan Jones con Peter Finch, in “Triplo Eco” di Michael Apted dove ritroviamo Oliver Reed e un curioso triangolo sentimentale con un giovane disertore che durante la guerra si traveste da donna.

Con “Un tocco di classe”, scritto e diretto da Melvin Frak, dove fa coppia con George Segal, vince il suo secondo Oscar come migliore attrice. Non solo non ci va, ma ha pure qualcosa da dire a riguardo. “Stavo lavorando ma dubito che ci sarei andata anche se avessi potuto esserci. Guardando la televisione qui nella mia suite d'albergo, continuavo a ripetermi che avrei dovuto spegnerla e andare a letto. Mi sentivo disgustata di me stesso, come se stessi assistendo a un'impiccagione pubblica. . . Nessuno dovrebbe avere la possibilità di vedere tanto desiderio, tanto bisogno di un premio e tanto dolore quando non lo vinci”.

L’Oscar americano le apre nuove prospettive internazionali. In Italia gira il curioso “Il sorriso del grande tentatore”, drammone religioso diretto da Damiano Damiani che allora ci sembrò parecchio oscuri, Con Christopher Miles gira una bellissima versione di “Le serve” di Jean genet assieme a Susannah York e Vivien Merchant, con Joseph Losey gira “Una romantica donna inglese”, scritto da Tom Stoppard, dove recita per la prima volta con Michael Caine e uno svitatissimo Helmut Berger.

Torna in America per una serie di commedie divertenti e di successo, ma non bellissime, “Visite a domicilio” di Howard Zieff con Walter Matthau, “Un marito in prova” di Melvin Frank con George Segal, “Due sotto il divano” di Ronald Neame con Matthau. “Idealmente”, dice nel 1974, “uno vorrebbe lavorare in Inghilterra. Ma se nessuno in Inghilterra prende il coraggio a due mani e fruga nelle proprie tasche e finanzia film, allora dovrai lavorare all'estero”. Intanto in America incontra Robert Altman che la dirigerà in “Health” nel 1980 e poi nel 1987 in “Terapia di gruppo”. Ricordo che ci colpì molto in “Tartaruga ti amerò” di John Irvin, tratto da “Turtle Diaries”, dove recita in coppia con Ben Kingsley.

 Scompare dalle scene, presa dalla politica, per una ventina di anni. La ritroviamo recentemente al cinema "Elizabeth Is Missing" diretto da Aisling Walsh nel 2019, dove è una malata di Alzheimer, in “Secret Love” diretto nel 2021 da Eva Husson con il giovane Josh O’Connor, che troveremo in “Challengers” di Luca Guadagnino e nel già nominato, e non ancora uscito, “The Great Escaper” dove incontra di nuovo Michael Caine. “Un attore maschio”, dirà, “può fare tutto, da "Amleto" a "King Lear", uomini di ogni età e di ogni intensità di crescita spirituale. Dov'è l'equivalente per le donne? Non mi piace andare in giro a fare l'infermiera in "Romeo e Giulietta". La vita è troppo corta”. 

Morto Roger Payne, il biologo che scoprì il canto delle balene. By adnkronos su L'Identità il 15 Giugno 2023 

Il biologo statunitense Roger Searle Payne, famoso per la scoperta del canto delle balene tra le megattere nel 1967 con Scott McVay, è morto sabato 10 giugno nella sua casa di South Woodstock, nel Vermont, all'età di 88 anni. La causa del decesso è stata un carcinoma metastatico a cellule squamose, ha dichiarato la moglie Lisa Harrow al "New York Times", che ha pubblicato oggi la notizia.  Dopo aver scoperto che le balene si fanno la serenata l'una con l'altra, Payne registrò il loro repertorio cacofonico di boati, strilli, mugolii dando vita a un album di successo e a un grido di protesta per vietare la caccia alle balene a scopo commerciale. Payne ha unito la sua avvincente ricerca scientifica con il potere emotivo della musica per stimolare una delle campagne di conservazione dei mammiferi di maggior successo al mondo. Ha amplificato la voce delle balene per contribuire a ottenere un giro di vite del Congresso americano sulla caccia commerciale alle balene negli anni '70 e una moratoria globale negli anni '80. Ha inoltre fondato Ocean Alliance, un'associazione di ricerca e sviluppo che si occupa di conservazione delle balene, oltre a programmi presso la Wildlife Conservation Society e altri enti che continuano il suo lavoro pionieristico. E' stato professore di biologia alla Rockefeller University e, contemporaneamente, ricercatore di zoologia presso l'Institute for Research in Animal Behaviour, gestito dalla Rockefeller University e dalla New York Zoological Society. Nato a New York il 29 gennaio 1935, Payne si era laureato in biologia alla Harvard University e aveva conseguito il dottorato in zoologia sistematica ed evolutiva alla Cornell University. Dopo studi sul comportamento dei pipistrelli e i gufi, si è poi dedicato alla ricerca sulle balene: con lo zoologo Scott McVay nel 1967 ha scoperto con i microfoni subacquei le complesse composizioni sonore eseguite dai maschi delle megattere durante la stagione riproduttiva. 

Payne descrive i canti delle balene come "fiumi di suono esuberanti e ininterrotti" con "temi" ripetuti a lungo: ogni canzone dura fino a 30 minuti ed è cantata da un intero gruppo di megattere maschi contemporaneamente. Payne ha condotto numerose spedizioni negli oceani del mondo studiando le balene attraverso le loro migrazioni.  Alcune delle registrazioni di Payne furono pubblicate nel 1970 come un disco chiamato "Songs of the Humpback Whale" che contribuì a dare visibilità al movimento Save the Whales che cercava di porre fine alla caccia commerciale alle balene (la caccia commerciale alle balene è stata vietata dalla International Whaling Commission nel 1986). Nel 1975 Payne pubblicò un secondo disco e nel 1987 collaborò con il musicista Paul Winter aggiungendo il canto delle balene nella musica umana. Le registrazioni di balene di Frank Watlington (con il commento di Roger Payne) furono pubblicate su un Flexi-disc all'interno della rivista "National Geographic" del gennaio 1979; questo numero, con 10,5 milioni di copie, divenne la più grande tiratura a stampa singola di tutti i tempi. Oltre alle registrazioni di balene, Payne ha anche pubblicato libri e lavorato con troupe cinematografiche in diverse produzioni di documentari televisivi. Nel 1971 Payne fondò la Ocean Alliance, un'organizzazione che lavora per la conservazione delle balene e degli oceani, di cui è stato a lungo il direttore. (di Paolo Martini) —culturawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Lutto nel mondo della musica. È morto il manager e discografico Matteo Romagnoli, papà de Lo Stato Sociale e di Garrincha Dischi. Aveva 43 anni. La sua creatura discografica protagonista dell'indie e dell'Itpop degli anni 10. Aveva scritto "Una vita in vacanza", il brano con cui Lo Stato Sociale sfiorò la vittoria a Sanremo. Antonio Lamorte su L'Unità il 15 Giugno 2023 

Matteo Romagnoli scopriva band emergenti, soprattutto nell’ambiente della canzone alternativa e del cosiddetto Itpop degli anni dieci, e le coltivava, le portava a pubblici via via più grandi. Era stato anche lui a scrivere Una vita in vacanza, per esempio, il più grande successo de Lo Stato Sociale che aveva prodotto con la sua etichetta. Il manager, produttore e fondatore della Garrincha Dischi, label che negli ultimi anni si era creata un suo posto autorevole e neanche così piccolo nella musica italiana è morto a 43 anni, dopo una lunga malattia. La notizia è stata diffusa sui canali social della stessa Garrincha Dischi e dello Stato Sociale.

“Matteo amava le canzoni, scrivere canzoni. Andare ai concerti, fare i concerti. Collezionare dischi, fare dischi. ‘Uno che se non avesse speso tutti quei soldi in musica avrebbe comprato una casa di proprietà … anche bella grande’. Un visionario capace di tracciare una strada dove una strada ancora non c’era. Matteo ha dato vita ad una scena, scoprendo e producendo con la sua creatura, Garrincha Dischi, alcune tra le band seminali per la scena indipendente italiana. Matteo ha saputo immaginare e creare un nuovo mondo musicale: libero ‘perché, anche se gli altri non ci volevano, noi eravamo convinti che la nostra musica potesse arrivare a tante persone’. Sapeva vedere la bellezza nei difetti e confezionava, a mano e con amore, le canzoni dalla demo (‘che è sempre meglio!’) alla copertina. Matteo ha sempre amato unire le persone, per questo Garrincha rimane una festa”.

Matteo “Costa” Romagnoli aveva cominciato a fare musica con il nome d’arte di Costa!. Garrincha Dischi era stata fondata nel 2008, aveva prodotto tra gli altri artisti come Lo Stato Sociale, gli Ex Otago, gli Extraliscio, La Rappresentante di Lista, Gazebo Penguins, Camillas e L’Orso. Si era inserito in quel grande stravolgimento che la musica italiana ha attraversato dalla fine degli anni Zero fino a oggi, oggi che band e solisti allora considerati di nicchia e a malapena da club arrivano senza troppi patemi anche al Festival di Sanremo.

“Inizialmente volevo fare i dischi miei perché non li voleva fare nessuno – aveva raccontato in un’intervista alla pagina “Sei tutto l’indie di cui ho bisogno” – poi ho iniziato a fare i dischi degli altri che non voleva pubblicare nessuno, poi è arrivato un pubblico innamorato di quei dischi che gli altri non volevano pubblicare e ad un certo punto mi son trovato in un vortice caotico che poi ho riordinato in questa che di lì a poco è diventata una famiglia. Volevo dar risalto ai testi, alla lingua italiana, canzoni pop, per quanto sbilenco e trasversale. Dare voce ad un nuovo pop vero, che non passa in radio, fatto di gente che poi a fine concerto vengono con te a bersi una birra“.

Anche lui, autore di tantissimi brani, aveva contribuito a scrivere Una vita in vacanza, il brano più noto dello Stato Sociale che nel 2018 aveva sfiorato la vittoria all’Ariston. La stessa band bolognese ha ricordato Romagnoli in un post sui social:

“Se questa vita è un inferno

la metteremo su un foglio

ma non ci faremo la spesa

sarà solo un gioco in attesa

che un milione di nuvole passi

e il cuore riprenda il suo corso

Ciao Matteo, ciao Johnny, ciao Mareo, ciao J, ciao Quincy, ciao Romagolo, ciao Gennaro e ciao un altro milione di modi in cui ti abbiamo chiamato in questi anni di vita con te dove ci hai salvato la vita, ci hai sgridato, ci hai amato più di tutti. Senza di te siamo solo 5 stronzi, prima eravamo in 6 ed era molto meglio. Prima eravamo in un milione ed era bellissimo, perché facevi entrare tutti e solo dentro la tua creatura potevano convivere così tanti freak, solo dentro Garrincha è possibile trovare il tuo amore per i difetti e la perfezione. Ora siamo a pezzi, ma da questi pezzi proveremo a costruire qualcosa di IMPUBBLICABILE, che tu, da ovunque sarai, renderai musica”. Antonio Lamorte 15 Giugno 2023

Estratto dell’articolo di Michele Smargiassi per repubblica.it il 13 giugno 2023.

"Io, fotografando, sono stato felice". Un anno fa, nella penombra dell'auditorium del Mast di Bologna, Paolo Di Paolo confessò così, come si fa degli amori lontani e perduti, la sua passione incontenibile per "quella macchinetta dei miracoli", che tuttavia abbandonò, da un giorno all'altro, come a volte succede ai grandi amori. Ieri, a 98 anni da poco compiuti, Di Paolo ha abbandonato anche la sua esistenza terrena, vogliamo pensare con la stessa malinconica leggerezza con cui, più di mezzo secolo fa, chiuse in scatola circa 250 mila negativi, metà in bianco e nero metà a colori, e li depositò in cantina ("e dove, sennò?"). 

Laggiù li ritrovò per caso, negli anni Novanta, cercando un paio di sci, la figlia Silvia, che nulla sapeva di quel passato. "Papà, e queste?" "Ah, sono mie. Sono stato un fotografo", rispose con noncuranza. E che fotografo. In quelle scatole c'era l'immaginario di un'Italia risorgente, orgogliosa e divertita, la presuntuosa Italia del benessere; c'erano tutte le facce che contavano nello spettacolo, nella politica, nella cultura, e tutte riprese in un certo modo, quel certo modo che a Pannunzio, che le sceglieva personalmente, per Il Mondo, piaceva molto: non semplici ritratti, ma piccole storie rivelatrici di aspetti nascosti di un carattere che, da personale, diventata italiano.

Era arrivato a Roma, Di Paolo, dal nativo Molise, con tutt'altre intenzioni. 

Di studiare filosofia, e intanto mantenersi con un lavoro da pubblicitario al Cit, agenzia per il turismo che aveva sede ai piani superiori della stazione Termini. "Ma sotto c'era un ottico, e aveva in vetrina una Leica. Io non riuscii a togliermela dalla mente finché non la comprai". E dopo, fu amore travolgente. Autodidatta vorace. Comprava Il Mondo perché ci scriveva un suo professore, e quella "bella fotona in copertina" lo convinse a salire le scale di quel palazzo dietro il Pantheon. Pannunzio gliene comprò tre: "Era velocissimo a scegliere", e sicuro dei suoi criteri. Gli scartò un magnifico ritratto di un Pier Paolo Pasolini pensieroso sul Monte dei Cocci perché "troppo bello".

Bene, tagliamo corto: Di Paolo fu il fotografo più pubblicato sul Mondo: 573 immagini pubblicate, tra queste la prima a cui fu riconosciuto l'onore della firma, e l'ultima prima della chiusura di quel rotocalco, ricordava col suo sarcasmo da dandy, "che nessuno leggeva ma che tutti dicevano di leggere". Durò una decina d'anni, durante i quali Di Paolo lavorò come un matto. Forse il suo capolavoro è La lunga strada di sabbia, il reportage che a due mani e due occhi che fece assieme a Pasolini, di cui vinse la diffidenza citandogli Rilke a memoria; vennero incaricati entrambi dal Tempo Illustrato di percorrere passo dopo passo le coste d'Italia (in realtà Pasolini era un misantropo, viaggiarono separatamente) e narrarla, diciamo così, dal bordo.

Però arrivò la fine del Mondo. In molti sensi, per Di Paolo. Nel 1966 la rivista chiuse. E il suo fotografo, addolorato, scrisse a Pannunzio un telegramma definitivo: "Per me muore oggi l'ambizione di essere fotografo". Un'ambizione letteralmente sepolta. Di Paolo finì per lavorare alla sezione storica dell'arma dei Carabinieri. Senza mai più premere un bottone d'otturatore. Ci vollero vent'anni, a Silvia, dopo quella riesumazione fortunosa, per convincere papà a rendere di nuovo pubbliche quelle immagini assieme a tante altre mai viste. Non voleva essere "la Greta Garbo della fotografia".

 (...) 

(ANSA Dagospia il 13 giugno 2023) - Dal leader hippie di Hair, l'adattamento cinematografico di Milos Forman del musical di Broadway per cui ottenne una nomination ai Golden Globe al dottor Andy Brown della serie Everwood. 

Ma anche C'era una volta in America di Sergio Leone e 1941 - Allarme a Hollywood di Steven Spielberg e serie tv famose come Deep Rising, Blue bloods e Chicago Fire. Il mondo del cinema piange l'attore Treat Williams scomparso improvvisamente ieri a seguito di un incidente in moto a 71 anni.

La morte dell'attore è stata confermata a People dal suo agente Barry McPherson secondo cui "un'auto gli ha tagliato la strada". "Sono devastato. Era un uomo meraviglioso - ha detto - e aveva così tanto talento. Era un grande attore. I cineasti lo adoravano. È stato il cuore di Hollywood dalla fine degli anni '70".   

La sua eclettica carriera ha spaziato in tantissimi ruoli al cinema, in tv e al teatro. Sono moltissimi i colleghi che lo ricordano in queste ore con affetto. "Treat e io - ha scritto James Woods - abbiamo trascorso mesi a Roma per girare C'era una volta in America. Poteva essere un periodo stressante e solitario ma il suo buon umore e il suo senso dell'umorismo sono stati una manna dal cielo. Lo amavo davvero e sono devastato dal fatto che se ne sia andato".

Morto l’attore Treat Williams. Il carismatico George Berger di Hair. VALERIA COSTA su Il Domani il 13 giugno 2023

Il famoso attore è morto in un incidente stradale. Tra le tante esperienze nel cinema il musical di Milos Forman lo ha destinato all’eternità

Treat Williams, icona del cinema hollywoodiano è morto lunedì, a 71 anni in un incidente stradale. Stava viaggiando sulla sua motocicletta quando una macchina gli ha tagliato la strada. L’attore è morto nel tragitto verso l’ospedale.

Williams era nato il primo dicembre del 1951 a Stamford, nel Connecticut. Durante gli anni del college era entrato a far pare del mondo dello spettacolo, ma è nel 1979 che raggiunge la fama mondiale. In quell’anno il regista Milos Forman lo vuole per il ruolo di George Berger, uno degli hippie protagonisti del film Hair, già spettacolo di successo di Broadway. Grazie a questa parte l’attore verrà candidato ai Golden Globe.

Williams, con poche esperienze nel cinema alle spalle, non sa che grazie a questo personaggio entrerà nel mito, rimarrà per tutta la vita l’idolo della generazione pacifista al tempo del Vietnam e non troverà mai più un ruolo altrettanto carismatico.

Sebbene altre occasioni importanti non gli mancheranno. Nel 1984 Sergio Leone lo ingaggia per interpretare un ruolo secondario ma degno di nota nel suo tanto desiderato capolavoro “C’era una volta in America”. Nel film Williams è James Conway un sindacalista corrotto dalla banda di Robert De Niro (Noodles) e James Woods (Max/senatore Bailey). Proprio quest’ultimo sarà il primo a ricordarlo sui social con un tweet

Williams avrà fortuna anche fuori dal grande schermo. Agli inizi del Duemila sarà il protagonista perno su cui girerà l’intera serie televisiva “Everwood” candidata due volte agli Emmy Awards.

VALERIA COSTA. Laureata in Scienze politiche. Studia Governo amministrazione e politica alla Luiss a Roma

Camilla Tagliabue per Il Fatto Quotidiano - Estratto il 19 Giugno 2023.

Cormac McCarthy è morto: ci lascia in un “inferno darwiniano”, come Raul Montanari, suo storico traduttore, ha definito l’opera dello scrittore americano.

Ci spiega meglio?

McCarthy ha raccontato l’inferno terreno in cui conta soltanto la lotta per la sopravvivenza, la legge del più forte: specie nella prima fase della sua produzione, quella dei romanzi più duri e difficili, scrive di violenza in modo radicale; per lui il nodo della natura umana è la ferocia, la guerra, la sopraffazione. È un autore talmente intransigente e privo di compromessi, nella rappresentazione di questi lati oscuri e inconfessabili, che è difficile trovare precedenti. È stato accostato a Melville e persino a Omero, ma è ancor più radicale.

La concezione hobbesiana dell’homo homini lupus torna nell’ultimo romanzo Il passeggero (uscito con Einaudi e primo del dittico che si chiude a settembre con Stella Maris): il protagonista compulsa Il Leviatano, è pessimista, eppure c’è Dio da qualche parte...

McCarthy poteva anche essere ateo, ma come scrittore si pone il problema teologico. Interrogarsi sul male significa interrogarsi su Dio e sul silenzio di Dio, il suo mancato intervento, il suo distacco. Nei suoi libri c’è sempre una tensione religiosa, un interesse per le domande ultime. Non a caso, il realismo di McCarthy è confinato alle descrizioni, mentre i dialoghi sono filosofici, platonici, oltretutto in bocca a pezzenti, assassini e banditi che parlano con un linguaggio altissimo, impossibile, nella realtà, per chi come loro è incolto e miserabile.

Il suo Sunset Limited per il teatro è quasi irrappresentabile tanto il dialogo è tra il bianco e il nero, il bene e il male…

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Squisitamente americano, anche l’immaginario è diverso dal nostro: i cowboy, la frontiera... Che difficoltà ha avuto nel tradurlo?

Il cinema, ma non solo, ci ha reso il west tutto sommato familiare, in primis grazie a Sergio Leone, che forse McCarthy ha visto e amato. La sua lingua invece è difficilissima: ha un lessico sterminato, influenzato da una notevole cultura scientifica. La qualità della sua sintassi è poi “dondolante”: ha un ritmo binario che sembra davvero quello del cavallo al galoppo.

Posso aggiungere una cosa legata alla sua fama? 

Prego...

La sua notorietà in Italia esplode solo negli anni 90, ma poteva accadere già nei ’60. Nel 1965 il suo primo romanzo ‘Il guardiano del frutteto’ finisce in Mondadori per una eventuale pubblicazione: viene subito bocciato da Vittorini che lo giudica “troppo letterario”. Vittorini muore poco dopo, nel 1966, e la pratica passa a Oreste Del Buono, che conferma le osservazioni del predecessore – anch’egli sente l’eco di Faulkner e la grande tradizione del Sud degli States – e però lo considera un “mostro, un fuoriclasse” e propone di pubblicarlo. Il comitato di redazione, tuttavia, si oppone e finisce lì.

ORESTE DEL BUONO

McCarthy in Italia ha perso così trent’anni di notorietà: molto ha fatto per lui Baricco, come divulgatore e influencer ante litteram. E poi è arrivato il cinema, con i film tratti da Non è un paese per vecchi e La strada. 

Anche in patria impiegò tempo per farsi amare: gli americani lo giudicavano vecchiotto rispetto a colleghi tipo Roth... Aveva la Bibbia come fonte: come è stato possibile che una letteratura così archetipica diventasse di massa?

McCarthy fu accolto con molti dubbi negli Usa: c’è così poco in lui di newyorchese, di minimalista, di glamour... Tuttavia, quando uscì Meridiano di sangue (1985), fu talmente evidente la grandezza dell’autore che si creò un’alleanza tra docenti, critici e letterati per aiutarlo e spingerlo, trattandolo come un classico. È uno di quegli scrittori la cui attualità consiste nell’essere deliberatamente inattuale grazie alla capacità di attingere ad archetipi letterari e di coscienza collettiva come i testi sacri, l’Antico testamento più che il Vangelo. In esergo al Meridiano appunta: “Un rituale ha bisogno di sangue”. Il sangue, la violenza e il sacrificio sono in stretta relazione con l’atto religioso. 

Un conservatore con il fucile e Dio: McCarthy è il Clint Eastwood della letteratura?

Lo definirei reazionario, mentre Eastwood è un vero conservatore con un’immagine edulcorata, oleografica, anche un po’ infantile del west e delle radici. La rappresentazione di McCarthy, viceversa, è talmente aggressiva e violenta che non è conciliante nei confronti del passato americano, al di là di ogni intenzione politica. Una volta dichiarò di non aver mai votato in vita sua, sostenendo addirittura che “i poeti non dovrebbero votare”; gli artisti cioè fanno già politica con il proprio lavoro, non hanno bisogno di schierarsi.

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 È morto Cormac McCarthy, lo scrittore di Non è un paese per vecchi. Aveva 89 anni. Il Domani il 13 giugno 2023

Autore anche del bestseller La strada che gli è valso il Pulitzer. A lungo è stato considerato fra i possibili vincitori del Nobel per la Letteratura. La notizia della morte è stata data dal suo editore

È morto lo scrittore americano Cormac McCarthy, autore di bestseller come La strada e Non è un paese per vecchi, diventati poi film di successo. Aveva 89 anni e a lungo è stato considerato fra i possibili vincitori del Nobel per la Letteratura. La notizia della morte è stata data dal suo editore, che ha citato come fonte il figlio, come riporta il New York Times.

Ha scritto di un’America fatta di outsider, con uno stile che ben ricalcava la sua visione del mondo. Ha costruito romanzi che sono diventati iconici e ha vinto il premio Pulitzer nel 2007. Da poco era uscito Il passeggero (pubblicato da Einaudi per la traduzione di Maurizia Balmelli). A settembre è già prevista l’uscita di Stella Maris.

Era conosciuto per il carattere schivo, ha concesso pochissime interviste e non amava frequentare il mainstream letterario. Ma è stato amato dai lettori che lo hanno consacrato nell’olimpio degli scrittori americani contemporanei più noti.

Figlio di un noto avvocato del Rhode Island, il suo primo romanzo è stato Il guardiano del frutteto, a cui seguirono Il buio fuori e Figlio di Dio. Fra i suoi libri più conosciuti c’è Non è un paese per vecchi (2005), anche grazie alla trasposizione cinematografica dei fratelli Coen. Del 2007 è La strada, che gli farà conquistare il Pulitzer per la narrativa.

Morto Cormac McCarthy, lo scrittore di «Non è un paese per vecchi»: aveva 89 anni. Antonio Carioti su Il Corriere della Sera il 13 Giugno 2023 

Aveva vinto il premio Pulitzer per il romanzo post apocalittico «La strada». Autore cupo e crudo fino a generare orrore, raccontava l’America profonda e i suoi personaggi lacerati 

È morto a 89 anni lo scrittore e sceneggiatore statunitense Cormac McCarthy, autore di romanzi di grande successo e vincitore del premio Pulitzer per il romanzo post-apocalittico «The Road», «La strada», nel 2006 da cui fu tratto l’omonimo film. La sua morte è stata annunciata in una dichiarazione dal suo editore, Penguin Random House. 

Cupo, crudo fino a generare orrore, a volte decisamente apocalittico. Ma capace anche di descrizioni paesaggistiche liriche, vivide come non mai.

Nello scrittore americano Cormac MacCarthy la prosa aspra e spesso angosciante si accompagnava a una straordinaria ricchezza di riferimenti culturali, che spaziava dai più illustri romanzieri della sua terra (Mark Twain, Herman Melville, William Faulkner) ai grandi classici e alle Sacre Scritture.

Uomo schivo, dalla vita randagia e densa di traversie, completamente estraneo all’ambiente letterario delle metropoli, refrattario alle interviste (alla televisione ne aveva concessa una sola, realizzata con Oprah Winfrey nel 2007), si era conquistato passo per passo un enorme prestigio, tanto che un critico esigente come Harold Bloom aveva consacrato il suo «Meridiano di sangue» (1985; Einaudi, 1996) come il western «definitivo», il più «possente e memorabile» romanzo scritto da un americano vivente, da collocare accanto a Moby Dick.

Nei libri di McCarthy la narrazione, benché tutt’altro che piana, ha spesso un andamento drammaturgico, tanto da renderli piuttosto adatti alla trasposizione cinematografica. Opere da lui firmate, come «Non è un paese per vecchi» e «La strada», sono più note al grande pubblico internazionale per gli adattamenti sul grande schermo che per la versione letteraria originale. Ma la schiera dei lettori affascinati dai suoi libri è vasta e fedele: per esempio in Italia gli è stato dedicato un sito apposito, ricco di informazioni interessanti.

Nato a Providence, nello Stato americano del Rhode Island, il 20 luglio 1933, McCarthy, che all’anagrafe si chiamava Charles, era cresciuto a Knoxville, in quello Stato rurale del Tennessee dove è ambientato il suo primo romanzo «Il guardiano del frutteto» (1965, Einaudi, 2002). Ma quando lo aveva pubblicato l’autore aveva già alle spalle l’esordio letterario su un giornale per studenti, quattro anni nell’Aeronautica militare, un doppio abbandono degli studi universitari e un matrimonio fallito, oltre che la nascita del primo figlio.

A metà degli anni Sessanta McCarthy aveva viaggiato in Europa e si era risposato. Intanto il ritmo di uscita dei suoi romanzi si era fatto regolare: nel 1968 aveva pubblicato «Il buio fuori», nel 1973 «Figlio di Dio». Sempre vicende scabrose, personaggi lacerati, sperduti in quell’America profonda di cui era diventato l’interprete più efficace con il suo periodare dotato di una «gravità biblica», la punteggiatura ridotta all’osso, i lunghi dialoghi con frasi secche senza mai l’ombra di virgolette.

McCarthy era tornato nel Tennessee, dove aveva condotto una vita appartata, in un casolare da lui stesso ristrutturato. Nonostante le difficoltà vissute in quella fase della sua esistenza, sosteneva di essere stato sempre molto fortunato. Ma anche il suo secondo matrimonio non aveva retto e lui si era poi trasferito in Texas, a El Paso, nel 1976. Nel 1979 era uscito «Suttree» (Einaudi, 2009), costato vent’anni d’impegno e considerato da diversi critici il capolavoro di McCarthy: la storia ambientata negli anni Cinquanta del XX secolo, parzialmente autobiografica, di un personaggio che ha spezzato tutti i legami famigliari e mondani per vivere alla giornata da pescatore in una baracca galleggiante sul fiume Tennessee, in una zona gravemente degradata di Knoxville, circondato da un’umanità di reietti destinati alla rovina. Altri studiosi di letteratura preferiscono invece «Meridiano di sangue», pubblicato da McCarthy nel 1985. Romanzo terribile, costellato di violenza atroce, che si svolge ai confini tra Stati Uniti e Messico a metà del XIX secolo. Qui un ragazzo sbandato si unisce a un’accolita di efferati cacciatori di scalpi indiani (realmente esistita: la banda Glanton), la cui figura più carismatica, di fatto il vero protagonista della vicenda, è il giudice Holden, titanico, crudele e geniale, quasi un essere mitologico indecifrabile. Con questo libro l’interesse di McCarthy si era spostato dal Sud al selvaggio West, perché «oltre alla Coca-Cola, l’altra cosa conosciuta in tutto il mondo sono i cowboy e gli indiani». Aveva pubblicato così sette anni dopo «Cavalli selvaggi» (Guida, 1993; Einaudi, 1996), vincitore del National Book Award e molto apprezzato dal pubblico, il suo primo bestseller, a cui erano seguiti altri due romanzi, «Oltre il confine» e «Città della pianura», a comporre una potente Trilogia della frontiera.

Anche «Non è un paese per vecchi» (2005; Einaudi, 2006), concepito all’inizio come una sceneggiatura per il cinema, si svolge tra Texas e Messico, ma nel 1980, al crocevia del narcotraffico: è un thriller che trasmette una tensione divorante, dominato da una brutalità assoluta, per quanto sempre descritta in tono asciutto. In ballo ci sono quasi due milioni e mezzo di dollari, trovati per caso in una valigetta da un cacciatore. Si confrontano l’assassino psicopatico Anton Chigurh e il malinconico anziano sceriffo Ed Tom Bell. Dal romanzo era poi stato tratto un film, diretto dai fratelli Coen, con Tommy Lee Jones, Javier Bardem e Woody Harrelson, premiato con ben quattro Oscar nel 2008. Nel frattempo McCarthy aveva pubblicato «La strada», vincitore del Pulitzer nel 2007 e trasposto nel 2009 in un film omonimo, diretto da John Hillcoat, con Viggo Mortensen e l’allora undicenne Kodi Smit-McPhee. Siamo in uno scenario post-apocalittico, dovuto a una catastrofe globale di cui non conosciamo la natura, nel quale la vita umana è ridotta a una disperata lotta per la sopravvivenza. Qui si aggirano un padre e un figlio undicenne nella desolazione più orribile, ma legati ancora da un affetto tenace, dal quale possono scaturire barlumi di speranza. Un romanzo che nasce anche dal rapporto tra l’autore e il bambino avuto in età matura dalla terza moglie: «Molti dei dialoghi del libro — aveva riferito McCarthy — sono conversazioni, trascritte parola per parola, tra me e mio figlio John». A quel punto era cominciato il lungo lavoro per il romanzo «The Passenger» e per l’ultimissimo «Stella Maris»: due romanzi intrecciati che sono stati pubblicati a poche settimane l’uno dall’altro nel 2022.

Uomo dalla personalità sfaccettata e per alcuni versi contraddittoria, soprattutto negli ultimi anni McCarthy aveva trovato la sua realizzazione nel lavoro e negli affetti famigliari. «La mia giornata perfetta consiste nello starmene seduto in una stanza con un po’ di fogli bianchi. Questo è il paradiso», aveva confessato. Al tempo stesso ammetteva che «il lavoro creativo spesso è stimolato dal dolore». Ma pur avendo descritto a fondo nelle sue opere lo squallore, la miseria, la violenza e la disperazione, ad Oprah Winfrey McCarthy aveva consegnato un messaggio ottimista: «La vita è bella anche quando sembra brutta. E dovremmo apprezzarla di più. Dovremmo essere riconoscenti. Non so a chi, ma dobbiamo essere riconoscenti per ciò che abbiamo».

Estratto dell'articolo di Riccardo De Palo per “Il Messaggero” il 14 giugno 2023.

[….]  Cormac McCarthy, il grande e sfuggente scrittore del Sud Ovest americano, l'autore de La Strada e di Non è un paese per vecchi - diventato un magistrale film dei fratelli Coen - è venuto a mancare. Aveva 89 anni. McCarthy, come nota il New York Times, amava raccontare il lato oscuro dell'esistenza, e i suoi libri erano spesso infarciti di violenza, tra cannibalismo, stupri, necrofilia. «Non esiste vita senza spargimento di sangue», aveva detto una volta, in una delle sue rarissime interviste. «Credo che l'idea che la specie possa essere migliorata, in qualche modo, e che tutti possano vivere in armonia, sia molto sopravvalutata».

Scrittore "invisibile" per eccellenza, alla pari di Thomas Pynchon e J.D. Salinger, era amato anche da un critico dai gusti difficili come Harold Bloom, che lo aveva inserito nei "Fantastici Quattro" della letteratura americana, con Don DeLillo, Philip Roth e lo stesso Pynchon. I suoi personaggi erano spesso degli outsider, come lui stesso. Tuttavia, il riconoscimento unanime che ha ottenuto non era certo tipico di uno scrittore di nicchia. Cavalli selvaggi (1992), gli valse il national Book Award; con La strada (2006) arrivò direttamente al Pultizer. […]

Nato nel 1933, McCarthy viveva in una zona remota del Nuovo Messico, a Tusuque, con la moglie Jennifer Winkley e il figlio John. Un posto davvero in mezzo al nulla, non lontano da Santa Fe, con una riserva di nativi, iscritto nel registro dei luoghi storici degli Stati Uniti. Un luogo degno, appunto, dei fratelli Coen. 

Da poche settimane era stato pubblicato in italiano (da Einaudi) Il passeggero, un romanzo che racconta la storia di un sub sulle tracce di un disastro aereo, e del mistero di un decimo passeggero scomparso. Un romanzo che aveva ricordato a qualcuno un capolavoro antico come Meridiano di sangue (1985), definito dal solito Bloom «il più grande libro singolo dai tempi di Montre morivo di Faulkner».

McCarthy piaceva ai critici, che elogiavano il suo modo di elevare la lingua inglese, saccheggiando Shakespeare, Melville, Conrad e persino la Bibbia, anche se qualcuno lamentava l'eccesso di violenza. 

Lo scrittore di Santa Fe si era affacciato alla scrittura nel 1965, ben 58 anni fa, con Il guardiano del frutteto. E talvolta, il suo humour era strabordante, come quando - in Suttree - un personaggio, forse attratto dalle rotondità, desta scandalo congiungendosi carnalmente con un intero campo di cocomeri.

Il McCarthy della maturità arriva però dopo, con la Trilogia della frontiera, (in Italia fu presentato da Baricco) che include Cavalli selvaggi. Stella Maris è l'ultimissimo libro ancora inedito da noi: è la storia di una matematica di vent'anni, ricoverata in una struttura psichiatrica, che non vuole assolutamente sentir parlare di suo fratello. «La paziente aveva in borsa un sacchetto di plastica pieno di banconote da cento dollari per un totale di circa quarantamila che ha tentato di consegnare alla receptionist». […]

La forza del West. Cormac McCarthy ha raccontato l’America febbricitante come nessun altro. Gianluca Herold su L'Inkiesta il 15 Giugno 2023

I libri dello scrittore texano parlano della frontiera e degli uomini che la abitano con una prosa che ha l’asciuttezza ruvida di Hemingway e il ritmo ipnotico di Faulkner

L’America non esiste. È un costrutto ipotetico, una mera semplificazione geografica. Si tratta di un continente troppo vasto e contraddittorio per potergli applicare un’etichetta con un nome. Se la chiamiamo America è solo per pigrizia o difetto di immaginazione. Per questo abbiamo bisogno che ce la racconti la grande letteratura, per questo ci mancherà Cormac McCarthy, morto l’altro ieri a ottantanove anni. Perché era uno dei più bravi a farlo.

Leggendo i suoi romanzi la sensazione era quella di conoscerne una parte. Non tutta, una parte. E nemmeno quella più rassicurante. La sua è l’America profonda, in senso geografico ma soprattutto esistenziale. Un’America oscura, brutale, insondabile. Quella di un quattordicenne che se ne va di casa perché «cova dentro un gusto per la violenza insensata», e inizia a vagare verso Sud tra paesaggi torridi e desolati finché non viene arruolato come cacciatore di scalpi. Questa è l’America di “Meridiano di sangue”, «il western che mette la parola fine a tutti i western», secondo David Foster Wallace; «il più grande romanzo mai scritto dai tempi di Faulkner», a detta del grande critico Harold Bloom.

Nato il 20 luglio 1933 a Providence, Rhode Island, McCarthy la sua America se la va a cercare come uno di quei mercenari malconci di cui scrive, uomini che scommettono sulla frontiera con un lancio di moneta: redenzione o dannazione. È lui stesso a dire: «Sono finito nel Sudovest perché sapevo che nessuno ne aveva mai scritto. Oltre alla Coca Cola, l’altra cosa conosciuta in tutto il mondo sono i cowboy e gli indiani. Ma nessuno prendeva l’argomento sul serio, da due secoli a questa parte. Ho pensato: ecco un buon soggetto».

In quegli anni vive ritirato in una baracca sperduta da qualche parte nel Tennessee, come un eremita letterario. In un certo senso, quindi, neanche McCarthy esiste. O meglio: Cormac McCarthy sembra un personaggio di Cormac McCarthy, e viceversa. Poco più di una leggenda. Indossa jeans con le pieghe e stivali da cowboy marroni con le fossette. Non tiene lezioni, non fa presentazioni o firmacopie. Quando i giornalisti gli offrono duemila dollari per un’intervista, lui rifiuta perché ha altre cose da fare. Eppure al tempo non ha nemmeno i soldi per comprarsi il dentifricio. Ha sempre saputo di non voler lavorare e che la vita è troppo breve per passarla a fare quello che gli altri ti dicono di fare. Tutto quello che gli occorre sono cibo, scarpe e un posticino tranquillo dove scrivere. «La mia giornata perfetta consiste nello starmene seduto in una stanza con un po’ di fogli bianchi. Questo è il paradiso. È oro puro e tutto il resto è solo una perdita di tempo», dirà anni dopo in una delle rarissime interviste concesse. E non gli interessano neppure le storie brevi: «Qualunque cosa che non ti occupi anni interi della vita e non ti spinga al suicidio mi sembra che sia qualcosa che non vale la pena».

La scommessa paga. Dopo “Meridiano di Sangue”, McCarthy porta avanti il suo personale ritratto dell’America cupa e selvaggia nella Trilogia della frontiera, il cui primo capitolo, “Cavalli selvaggi”, si aggiudica il prestigioso National Book Award nel 1992 e diventa un best-seller. Il suo stile è subito riconoscibile per via di una prosa muscolare, quasi sprovvista di punteggiatura. Non usa il punto e virgola, ma non usa nemmeno le virgolette nei dialoghi. «Credo nelle lettere maiuscole, nelle virgole occasionali, e questo è tutto», dice in un’altra delle poche interviste.

Attraverso una prosa che unisce l’asciuttezza ruvida di Hemingway al ritmo ipnotico di Faulkner, sembra dare al western una vividità e una forza evocativa fin lì propria solo del cinema. Parliamo di descrizioni come questa: «In lontananza fra i nuvoloni neri balenavano lampi silenziosi che sembravano saldature incandescenti tra fumi di metallo fuso. Pareva che riparassero un guasto nell’oscurità metallica del mondo».

Nonostante la fama crescente, McCarthy continua a mantenere uno stile di vita da fuggiasco e a raccontare l’America della frontiera. Nei primi Duemila butta giù la sceneggiatura di “Non è un paese per vecchi”, ma nessuno sembra essere interessato alla storia di un texano che va a caccia al confine col Messico ed entra casualmente in possesso di una valigetta contenente oltre due milioni di dollari, attirando sulle proprie tracce un killer sadico provvisto di una pistola ad aria compressa per il bestiame come strumento di morte.

In un mondo in cui il mainstream hollywoodiano cavalca ancora l’onda lunga e stanca dell’american dream e i film devono essere innanzitutto rassicuranti, è difficile convincere qualcuno a produrre una storia il cui vero protagonista è il Caso. E quella dipinta in “Non è un paese per vecchi” è un’America fatta di violenza, avidità, stupidità, ma soprattutto dominata da una casualità cieca e senza nome: è questo il vero volto del Male. Lui se ne frega, lo pubblica quasi tale e quale nel 2005 sotto forma di romanzo. Un paio di anni dopo i fratelli Coen decidono di adattarlo e la notte degli Oscar il film accumula sul loro tavolo un premio dopo l’altro come fossero lattine di birra. Quando arriva quello per la miglior sceneggiatura, Ethan Coen si gira verso Cormac e gli dice: «Beh, io non ho fatto niente, però me lo tengo».

Ma è una notte, più di altre, a entrare nell’aneddotica di McCarthy. È il 2003, sono le due o le tre del mattino. Lo scrittore si trova in una stanza di un vecchio albergo di El Paso e guarda fuori dalla finestra mentre il figlio dorme. La città è immobile, in lontananza si sente solo il suono solitario dei treni che arrivano e ripartono. Improvvisamente nella sua testa si forma l’immagine del mondo fra cinquanta o cento anni. Fuochi sulle colline e una distruzione assoluta. Ogni cosa ricoperta di cenere. Così inizia a pensare a suo figlio, che allora ha quattro anni, e si mette a scrivere qualche pagina. Tutto sembra finire lì. Poi qualche anno dopo riprende in mano quei fogli e si accorge che non sono semplicemente appunti: sono un libro.

Questo libro, “La strada”, parla di quell’uomo e quel bambino che si fanno largo in un’America post-apocalittica in cui l’oscurità è «cieca e impenetrabile. Un’oscurità che faceva male alle orecchie a forza di ascoltare». Le strade sono «affollate di profughi imbacuccati dalla testa ai piedi. Protetti da maschere e occhialoni, seduti fra gli stracci sul bordo della strada come aviatori in rovina. Carriole piene di cianfrusaglie. Carri e carretti al seguito. Gli occhi spiritati in mezzo al cranio. Gusci di uomini senza fede che avanzavano barcollanti sul selciato come nomadi in una terra febbricitante. La rivelazione finale della fragilità di ogni cosa. Vecchie e spinose questioni si erano risolte in tenebre e nulla. L’ultimo esemplare di una data cosa si porta con sé la categoria».

Si potrebbero dire tantissime cose su “La strada”. Che vince il Premio Pulitzer nel 2007. Che costruisce un nuovo immaginario, quello di “The last of us” e molti altri. Che se il suo autore ne ha conservate duecentocinquanta copie autografate come garanzia per il futuro economico del figlio, un motivo c’è. Ma la cosa più urgente e importante da dire è: leggetelo. Conosco persone che l’hanno iniziato una sera e sono andati dritti fino alla mattina successiva senza quasi sbattere le palpebre. Perché adesso che Cormac McCarthy è morto, e sulla tomba anche il suo nome ormai è solo un’etichetta, un costrutto ipotetico, una mera semplificazione anagrafica, c’è un pezzo dell’America – passata, presente e futura – che sta scritta solo là dentro, in tutti i suoi libri.

Marco Giusti per Dagospia il 14 giugno 2023.

Magari non ve ne siete resi conto. Ma gran parte dell’immaginario violento, zombesco, desolante, sempre giocato sul senso del viaggio, della frontiera, con in vista un futuro di poche speranze che circola nelle serie tv e al cinema viene più o meno direttamente dalla penna di un genio come Cormac McCarthy. Appena scomparso. Ahimé per lui, un attimo dopo Berlusconi.

Basterebbero due romanzi capolavoro come “Non è un paese per vecchi” e “The Road”, usciti all’inizio del 2000 e portati sullo schermo il primo dai Coen con Javier Bardem come il terribile killer Anton Chigurn e il secondo da John Hillcoat con Viggo Mortensen, per farci capire le strade aperte da McCarthy nell’immaginario americano di questi ultimi vent’anni. In maniera più originale di Tarantino che, in fondo, opera su un immaginario pre-esistente, quello formato dalle commistioni del cinema di genere anni ’60 e ’70 internazionale.

Pensate a “Kill Bill” che mischia kungu fu, revenge movie spaghetti western, animazione giapponese o sub-Corman. McCarthy è più originale. 

Il suo romanzo più celebre e più violento, “Blood Meridian – Maridiano di sangue”, scritto nel 1985, non solo ha ispirato decine e decine di film e filmacci western o post-western di questi ultimi tempi, penso a “Bone Tomahawk" di S. Craig Zahler, ma anche a tante serie tv western di pochi mesi fa (“The English”), ma è stato l’oggetto imprendibile di tanti registi, come Ridley Scott. Che alla fine accettò l’offerta dello stesso McCarthy, portare sullo schermo un copione del tutto originale, pensato per il cinema, “The Counsellor”, che Scott girò con un cast da paura, Michael Fassbender, Penelope Cruz, Javier Bardem, Brad Pitt, Bruno Ganz, Cameron Diaz.

Ma non era “Blood Meridian”, una follia tutta americana che punta alle matrici della violenza del paese. Un po’ come “The Hateful Eight”. Tutti a dire che non si poteva fare. “Tutte stronzate”, disse McCarthy a riguardo. “Il fatto che sia una storia cupa e sanguinosa non ha nulla a che fare con il fatto che si possa o meno metterla sullo schermo. Non è questo il problema. Il problema è che sarebbe molto difficile da fare e richiederebbe un regista dotato di una ricca immaginazione e un sacco di palle. Ma la ricompensa potrebbe essere straordinaria”.

E’ notizia di solo due mesi fa che “Blood Meridian”, alla fine si farà. Lo girerà l’australiano John Hillcoat, lo stesso regista di “The Road” con McCarthy padre e figli come produttori esecutivi. Aspettiamo di capire. Perché in questi ultimi vent’anni, in realtà, ha funzionato più l’atmosfera alla McCarthy, pensiamo solo a serie come “The Walking Dead” o “The Last of Us” che a precise ricostruzioni dei suoi romanzi.

Billy Bob Thornton girò nel 2000 “Passione ribelle”, dotta ricostruzione del suo romanzo “All the Pretty Horses” del 1992, con Matt Damon, Penelope Cruz e Henry Thomas protagonisti, ma si vide massacrare il film dal Harvey Weinstein. Tre ore di director’s cut diventarono 1h 56 di montaggio del produttore. Lo stesso McCarthy, anche sceneggiatore del film, accusò Weinstein. Inutilmente. 

Più interessante il film che Tommy Lee Jones, amico di vecchia data di Mc Carthy, girò nel 2011 da un suo testo, “The Sunset Limited”, dove due personaggi diversi, interpretati dallo stesso Tommy Lee Jones e Samuel L. Jackson si confrontano in una stanza. Mai arrivato da noi. Da recuperare.

James Franco girò poco dopo “Child of God”, tratto dalla terza novella di McCarthy, con Scott Haze e Tim Blake Nelson. Ma non venne accolto benissimo, anzi venne proprio odiato a Venezia, come del resto tutti i film di James Franco. Ma era un'operazione coraggiosa. 

Diversi i casi di “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen, riconosciuti da tutti come una messa in scena fedele e perfetta del romanzo di McCarthy, che sembra già una sceneggiatura, a dire il vero, e del più sofferto “The Road”, che ebbe una prima visione a Venezia in piena Mccarthymania. 

Ma, ripeto, alla fine troviamo più i suoi temi e le sue atmosfere di frontiera, di avventura, di solitudini nelle tante serie tv che abbiamo visto in pandemia che nei film tratti dalle sue opere. Aspettando che arrivi la versione “ufficiale” di “Blood Meridian”, il film che nessuno sarebbe mai riuscito a fare.

(Adnkronos il 12 giugno 2023.) - E' morto stamani a Roma l'attore Francesco NUTI. Aveva 68 anni ed era malato da tempo. Lo ha reso noto la figlia Ginevra assieme ai familiari che ringraziano di cuore il personale sanitario e tutti coloro che hanno avuto in cura l'attore nel lungo periodo della malattia, in particolare il personale di Villa Verde di Roma. La data e il luogo delle esequie saranno rese note nelle prossime ore. La famiglia, con un comunicato, chiede che sia rispettato il momento di grande dolore e per questo motivo non intendono rilasciare dichiarazioni.

Da cinquantamila.it - la storia raccontata da Giorgio Dell'Arti

Francesco Nuti, nato a Firenze il 17 maggio 1955. Attore. Regista. Due David di Donatello come miglior protagonista: Io, Chiara e lo Scuro (Maurizio Ponzi 1983, anche Nastro d’argento), Casablanca, Casablanca (Ponzi 1985). 

• Figlio di un barbiere di Narnali, frazione di Prato, e di una casalinga calabrese: «Mio padre disse: vai in fabbrica. Durante la settimana in fabbrica e il sabato al negozio da mio padre, la sera il cabaret. Nel 1979 incontrai i Giancattivi (Alessandro Benvenuti e Athina Cenci – ndr)».

• Messosi in proprio, divenne «uno dei più popolari autori di quelle che il critico Stefano Reggiani aveva definito “melancommedie”» (Simonetta Robiony). 

• «Una vita difficile dopo i successi degli anni Ottanta e Novanta, da Caruso Paskoski a Donne con le gonne (25 miliardi d’incasso nel 1992), quando quel ragazzo toscano, che aveva iniziato l’avventura con i Giancattivi per poi correre da solo, collezionava David di Donatello. A 47 anni ha confessato all’agenzia Adnkronos: “Se entro il 15 febbraio 2003 non riuscirò a fare uno dei film che ho scritto, volerò via. Sì, mi suiciderò perché è troppo duro ricevere solo rifiuti dai produttori, che con me si sono arricchiti, e non realizzare film”. Tutto cominciò quando confessò la condizione d’alcolista, fors’anche per troppo successo piombato su un estroso giovanotto cresciuto in una famiglia semplice, tra le fabbriche che riciclavano montagne di stracci, in quella sua Prato dove diceva di voler sempre tornare “per ritrovarsi“. Da allora, la strada è stata piena di trabocchetti: fece lo sciopero della fame perché per Il signor Quindicipalle lo avevano licenziato giudicandolo “inaffidabile” e, prima, aveva combattuto per concludere OcchioPinocchio» (Giovanna Grassi). 

• Nel settembre 2006 finì in coma per un trauma cranico. «Stava bene, aveva ormai superato i problemi di alcol e depressione. Era tornato a Roma per firmare il contratto per il suo nuovo film come regista: Olga e i fratellastri Billi», disse la ex compagna Anna Maria Malipiero. Uscì dal coma due mesi più tardi e cominciò una lunga riabilitazione. È uscito dall’ospedale nel giugno 2008 «felice di essere tornato a vivere» ma «ha ancora molto da lavorare per recuperare appieno l’uso della parola».

• Nel 2011 è uscita la sua biografia per Rizzoli, curata dal fratello Giovanni, Sono un bravo ragazzo – Andata, caduta e ritorno.

• Nel settembre del 2013 rilasciò un’intervista via mail al Corriere della Sera, in cui disse di aver scritto una canzone con il fratello Giovanni, Olga tu mi fai morir (che mandarono a Sanremo ma senza successo), e di aver pronte due sceneggiature: «Sono vissuto per almeno 10 anni con la febbre a quaranta, ora la febbre è passata. Ai giovani dico: “Non bevetevi il cervello”. (…) Ho 57 anni, un po’ acciaccato e non parlo, ma capisco e vedo tutto, posso dire tutto con il mio comunicatore» (Marco Bernardini). 

• «Quante volte mi sono innamorato delle mie attrici? Tre convivenze. Clarissa Burt. Isabella Ferrari. E Anna Maria Malipiero» (dalla quale ha avuto la figlia Ginevra).

Morto Francesco Nuti, ecco chi è la donna che non lo ha mai abbandonato. Libero Quotidiano il 12 giugno 2023

Francesco Nuti, l'attore scomparso oggi a 68 anni, ha avuto una sola donna importante nella sua vita privata. Il suo nome è Annamaria Malipiero, anche lei attrice. I due furono sposati dal 1992 al 2000 e dalla loro relazione nacque la figlia Ginevra. Anche dopo la separazione, però, la Malipiero ha continuato a essere presente nella vita di Nuti, sia nel periodo prima dell’incidente del 2006 sia in quello successivo. 

“L’ho conosciuto grazie a mia madre: mi ero appena trasferita a Roma e avevo appena fatto il primo film. Lei era stata invitata a casa di Francesco Nuti. Alla fine sono andata, ho passato una serata piacevolissima - aveva raccontato Annamaria durante un’intervista a Vieni da Me -. Lui è stato molto gentile, è stato corretto. Ginevra? L’abbiamo cercata molto, non è arrivata subito: è stato un lavoro faticoso”.

“Prima di uscire, ha chiesto a mia madre se poteva corteggiarmi: da lì… Devo dire che è stato un corteggiamento abbastanza lungo, lui ha 17 anni più di me, anche se io sono stata più matura di quelle della mia età e lui è sempre stato un giocherellone”, raccontò ancora l’attrice. Che poi parlò anche della depressione di Nuti prima dell’incidente del 2006: “Francesco ha passato un lungo periodo ‘blu’, come lo chiamava lui. Io ci sono sempre stata. Già quando lo avevo conosciuto aveva affrontato dei periodi difficili. La depressione non derivava dalla separazione, è per il periodo nero che i suoi film non sono andati bene: non riusciva ad avere idee, non stava bene. Ma il suo non stare bene risaliva ad anni prima”. 

"Sorride, mi guarda, spero non capisca". Francesco Nuti, dramma infinito: la testimonianza straziante di Giovanni 

Francesco Nuti, morto l’attore toscano, aveva 68 anni. Maurizio Porro su Il Corriere della Sera il 12 Giugno 2023

Lo rende noto la figlia Ginevra assieme ai familiari che ringraziano il personale sanitario e tutti coloro che hanno avuto in cura l’attore nel lungo periodo della malattia 

L’attore toscano Francesco Nuti è morto questa mattina a Roma. Aveva 68 anni ed era malato da molti anni. Ad annunciare la sua scomparsa con una nota è stata la figlia Ginevra insieme ai famigliari che hanno ringraziato chi avuto in cura l’attore nel lungo periodo della malattia

Francesco Nuti ci ha lasciato a 68 anni dopo quasi due decenni di sofferenze e solitudine. Era disabile dal 4 settembre 2006 , quando si procurò in un incidente domestico un ematoma cranico: sofferente già di depressione, l’attore rimase in coma alcuni mesi, curato dalla madre e dal fratello Giovanni, musicista. Ogni tanto gli amici colleghi toscani di sempre, da Conti a Pieraccioni, da Panariello a Benvenuti, s’industriavano per fargli sentire la loro presenza, fu organizzata anche una diretta tv con l’effetto imbarazzante di mostrare in pubblico un uomo devastato e che aveva avuto anche una pubblica lite con il badante. Poi, nel 2016, di nuovo una caduta nella sua casa di Narnali, frazione di Prato, la corsa in ospedale, il trasferimento a Firenze.

L’avevano definito, centrando il bersaglio, «malincomico», Francesco Nuti. Era un commediante ma con una sua vena di tristezza autentica che proveniva in modo sotterraneo dall’ambiente proletario toscano, lui nato a Firenze il 17 maggio 1955. Sapeva far sorridere in modo originale ed era uno dei pochi commedianti in cui il copione riservava sempre anche una conquista femminile: prima De Sio e poi Muti sono state le partner più fedeli in un gioco che non coinvolgeva solo la fiction. Era diventato popolare nei bar col biliardo impersonando un campione della stecca in «Io, Chiara e lo Scuro» nell’83: sapeva fare l’«ottavina reale a nove sponde», mossa da re.

Francesco Nuti aveva una vis comica discreta e stralunata basata sull’osservazione deformata del reale, una faccia da bravo ragazzo di borgata (nato in famiglia operaia a Prato, tradizione familiare comunista alla Benigni) e, come tutta la sua generazione, aveva scalato il successo partendo dal cabaret, nelle cantine e poi in tv, approdando al cinema con lo stesso stile. Studente e attore dilettante, era stato visto e preso dai Giancattivi, trio tutto toscano piuttosto velenoso: Nuti, Benvenuti e Athina Cenci, amici che poi presero strade separate. Insieme erano una forza e negli anni 70 imposero una satira ruvida e sferzante anche in tv con «No stop» e «La sberla» dove debuttarono Troisi e Verdone.

Nell’81 il Trio, con regìa di Benvenuti, firma l’opera prima, «Ad Ovest di Paperino» che racconta una giornata a Firenze in amaro stil novo, il repertorio del gruppo. L’anno dopo Nuti è scritturato da Ponzi, che diventerà il suo regista di fiducia, per un altro ritratto lunare e malinconico di un giovane a Prato, nella società operaia: «Madonna che silenzio c’è stasera». Funziona il mix dell’umorismo dell’attore giovane introverso e un po’ surreale con l’intellettualismo di un regista ex critico che otterrà il grande successo nel film sul biliardo con cui Nuti vince il Nastro d’argento e si impone al pubblico. E dove c’è una vena di realismo rosa autentico nella descrizione delle tipologie popolari, con Marcello Lotti, vero campione di biliardo.

Nell’85 il seguito di questa storia di spacconi, in cui Giuliana De Sio è la partner, «Casablanca Casablanca», fa già acqua nella struttura narrativa e nella scrittura, segnando il debutto di Nuti regista che non sorregge il discorso originale di Nuti attore. Sarà l’inizio di un sogno di gloria (va perfino a cantare a Sanremo) ma poi anche il motivo del tracollo quando, dopo una stagione di successi popolari, di gossip sui giornali, di ospitate in tv, dirige lo sfortunato kolossal su Pinocchio. Intanto era passato un decennio, gli anni 80, in cui egli diventò uno dei protagonisti, anche negli incassi miliardari, della nuova commedia all’italiana sganciata dalla satira sociale e incanalata nel sentimentalismo, tenendo presente la sua aria da seduttore, playboy di provincia con acclusa tristezza generazionale. Nuti era amato dai giovani, scherza anche pesante, allontana la primitiva malinconia con storie assurde, passa dai perdenti simpatici ai vincitori un po’ sbruffoni. E va sui rotocalchi per le conquiste, fino al matrimonio e alla paternità degli ultimi anni quando già il dramma dell’alcool l’aveva segnato e costretto a interrompere la fortunata carriera.

Lascia Ponzi dopo «Son contento», nel 1983, storia tristemente profetica di un comico che non riesce più a far ridere, porta la sua privacy sul palcoscenico, ma paga con gli interessi della solitudine. Si mette in proprio, è autore sceneggiatore e attore. E sforna best seller anche natalizi tra l’85 e il 95, quasi un titolo l’anno, perdendo poco alla volta la sua genuina vena originaria pseudo poetica e di buon cuore, volendosi troppo bene. In «Tutta colpa del paradiso» (con la Muti, la Betti e il caratterista toscano Novelli che sarà spesso suo complice) fa, come in un melò, il papà ex galeotto che rinuncia al figlioletto per non turbare la serenità della nuova famiglia, lassù in montagna; in «Stregati», ’86, ancora con la Muti, è un taxista che rapisce una sposa il giorno delle nozze, conquistandola poi con una filosofia da strapazzo e un narcisismo sempre più pericoloso. «Caruso Pascoski» (stavolta la bellona è Clarissa Burt) lo rende psicanalista ma abbandonato dalla moglie per un paziente ritenuto gay: crescono le ambizioni ma insieme anche le volgarità. In «Willy Signori vengo da lontano» con Isabella Ferrari, è un cronista di nera che provoca la morte di un uomo ma poi si prende cura della sua ragazza incinta. In «Donne con le gonne» un dentista maschilista processato per violenze alla moglie Carole Bouquet in una storia violentemente misogina (e socialmente profetica).

Il sogno si spezza quando Nuti mette in cantiere l’ambizioso «Occhiopinocchio» con Cecchi Gori che, dopo molte traversie, liti e tagli, esce senza successo nel Natale del 94 segnando l’inizio della fine. Spende, girando in Usa quasi 18 miliardi per una storia lacrimosa e assurda, poco o niente collodiana, in cui Nuti è il figlio orfano che dall’ospizio scappa in una reggia dorata americana. Dopo 4 anni si tenta il recupero, ma già l’attore è schiavo del bere, nasconde la fiaschetta sul set: Sabrina Ferilli, con generosità, lo affianca nel «Signor quindicipalle» per riportare in vita il personaggio del campione di biliardo in una commedia ad equivoci con la prostituta buona. Il resto è quasi silenzio, ma la sua volontà di ricominciare con filmetti sempre più modesti («Io amo Andrea», «Caruso zero in condotta», «Concorso di colpa») non acchiappa più un pubblico che si è già diretto verso altri eroi, altre risate, altre seduzioni. Il colpo da quindici palle non gli riesce più, ma fa tristezza pensare alle tante occasioni perse di un genuino talento che ha consumato la sua fortuna in anni di reclusione amara, dolorosa, faticosa...

Estratto dell’articolo di Carmen Plotino per roma.corriere.it il 13 giugno 2023.

Nuti, il ricordo di Carlo Verdone: «Caro Francesco affettuoso e pieno di talento»

«Caro Francesco, compagno di lavoro generoso, affettuoso e pieno di talento sarai sempre nei miei migliori ricordi. Un forte abbraccio alla tua famiglia a tuo fratello Giovanni e ai tuoi geniali "Giancattivi' Athina Cenci e Alessandro Benvenuti. Gran dolore, tanta nostalgia». Carlo Verdone ricorda con queste parole piene d'affetto e di stima Francesco Nuti, morto oggi a Roma, e accompagna il messaggio postando un toccante scatto con l'attore fiorentino. 

Nuti era ricoverato in una casa di cura a Roma, Villa Verde, dopo una rovinosa caduta dalla quale l'attore non si era più ripreso. Negli ultimi giorni le sue condizioni erano peggiorate tanto da rendersi necessario un trasferimento al policlinico Gemelli dove è morto, lunedì 12 giugno. Il mondo dello spettacolo ha reso omaggio all'artista scomparso a 68 anni.

Estratto dell’articolo di Arianna Finos per repubblica.it il 13 giugno 2023. 

“Ho sempre pensato che quando Francesco Nuti sarebbe morto avrebbe finito di soffrire, ma non avevo pensato che avrei iniziato io. Ora tocca a me”. Giovanni Veronesi ha fatto un lungo pezzo di strada e cinema con l’amico scomparso: “Lui aveva le spalle più grosse delle mie, per dieci anni ho scritto con lui rischiando poco, protetto dal suo immenso talento. Mi ha fatto entrare dalla porta principale nella vita e nel cinema. Abbiamo scritto tanti successi e malgrado fosse protagonista assoluto, mi ringraziava, diceva che era fondamentale. Era generoso e divideva sempre il suo successo con tutti”.

Cosa lo rendeva speciale?

“Aveva dei tempi di reazione unici. Benigni è un attore d’azione, fa cose che fanno ridere, Francesco di reazione, per far ridere gli deve capitare qualcosa accanto. Benigni, Troisi, Nuti e Verdone sono comici nati nello stesso periodo, non hanno fatto un film insieme ma i loro film uscivano negli stessi anni ed era tanta roba, una pacchia per gli spettatori. Erano quattro moschettieri, che poi si sono divisi per varie vicissitudini, Troisi è morto, Nuti ha avuto grandi problemi. Ma che regalo ci hanno fatto negli anni Ottanta e Novanta. E tra loro Francesco era quello che aveva il sorriso da guascone, da impunito che piaceva tanto a uomini e donne”.

I suoi film che ha amato?

“Quelli che ho scritto con lui. Più di tutti Tutta colpa del paradiso, con Cerami, in cui toccava il tema dell’adozione e dell’affido in tempi in cui non si faceva. E Donne con le gonne, uno dei primi film in cui si parlava di scambi di coppia, di uomini in crisi che non capivano l’emancipazione. Sotto la maschera della commedia toccava problemi e temi importanti, penso all’omosessualità in Caruso Pascoski. Nei film di Francesco c’è un retrogusto molto sociale e questo non gli è mai stato riconosciuto, come succede ai comici”. 

Perché andò in crisi?

“Non era legata alla paura del successo, al non saper gestire alcune cose. Era curioso, ha messo il naso dove non doveva, scavato nelle sue paure senza avere sostegno di un terapeuta. Per cercare gli stimoli e le motivazioni di un film ha scavato troppo a fondo e ha trovato quel lato oscuro che non va stuzzicato. Questo gli ha creato depressione e dipendenza dall’alcol”. 

Il ricordo personale più bello?

“Quando decidemmo di prendere una casa insieme e fare da mangiare. Nessuno dei due sapeva cucinare, lui preparò spaghetti scotti col pomodoro crudo, mi guardò e disse col suo sorriso guascone: 'Alle volte tra amici è meglio non dirsi la verità'”. 

E quello professionale?

“Il primo da regista, sequel di Io, Chiara e lo Scuro di Maurizio Ponzi che lo vedeva come protagonista. Casablanca, Casablanca vinse il David di Donatello per l’opera prima. Francesco disse che quello sarebbe stato un momento indimenticabile e malgrado i successi più grandi che sono arrivati dopo, lo è rimasto. Quel film segnò l’inizio di una carriera folgorante, durata pochi anni”.

(...)

Estratto dell’articolo di Laura Zangarini per corriere.it il 13 giugno 2023.

«Sto immaginando la mia vita professionale come un presepe con tante luci che si stanno spegnendo una dopo l’altra. Finché si tratta di “grandi vecchi” — Monicelli, Lizzani, Wertmüller — il vuoto è terribile ma “fisiologico”. 

Quando tocca a qualcuno con cui sei cresciuto insieme, un coetaneo, il dolore è insopportabile», racconta sconsolata Giuliana De Sio, 67 anni, attrice che di Francesco Nuti è stata «amica, collega e per un breve tempo compagna». L’incontro nel 1983 sul set di «Io, Chiara e lo Scuro», film diretto da Maurizio Ponzi, per il quale lei e Francesco furono entrambi premiati con il David di Donatello e il Nastro d’Argento come migliore attrice e migliore attore protagonista. Due anni dopo girano insieme il sequel, «Casablanca Casablanca», con Nuti anche in veste di regista.

«Francesco è parte della mia storia — prosegue l’attrice —, gli sono stata vicina nella sua prima prova da regista partecipando a paure, preoccupazioni, incertezze. L’ho visto singhiozzare quando è morto suo padre, emozionarsi per la partecipazione al Festival di Sanremo — sembrava avesse vinto il Nobel! —, ho apprezzato i suoi quadri: Francesco dipingeva benissimo». Le sere fuori a cena, le zingarate, le cantate con la chitarra. 

«Sembra ieri», sospira De Sio, sottolineando «che il declino di Francesco è cominciato prima della caduta del 2006, quando qualcosa si è rotto nel suo equilibrio. La sua è una parabola misteriosa, incomprensibile di uno che aveva tutto e ha deciso di perdere tutto. Nessuno sa spiegare perché, all’apice del successo, Francesco abbia cominciato a cadere. La sua è stata un’autodistruzione». Oggi restano i ricordi: «Sono andata a trovarlo quando stava male, un’ultima volta qualche anno fa a Prato, in una situazione sconfortante. Non sono più voluta tornare. Francesco se ne era già andato tanto tempo fa».

Nuti, Troisi e la donna contesa. Quando Clarissa Burt lasciò l'attore toscano e scelse Massimo: «L'ho invidiato tanto». Natascia Festa su Il Corriere della Sera il 13 Giugno 2023 

Nuti, scomparso ieri a 68 anni, raccontò la vicenda nella sua autobiografia. La rivalità al botteghino e l'amore conteso: «Provai rabbia, orgoglio e gelosia» 

Non ha mai nascosto le sue fragilità Francesco Nuti. Amori compresi. L’attore scomparso ieri a 68 anni le aveva confessate, insieme con i successi, nell’autobiografia scritta con il fratello Giovanni, «Sono un bravo ragazzo. Andata caduta e ritorno» (Rizzoli). Il sottotitolo di uno dei capitoli centrali potrebbe essere «Credevo fosse amore invece era Clarissa». Clarissa come Clarissa Burt, la bella americana contesa tra Nuti e Massimo Troisi, che lasciò l’uno per l’altro con uno strappo raccontato come in una scena di un film dallo stesso regista toscano. L’incontro nel 1986 con la bellissima top model avviene a Roma. «Francesco è stato una delle prime persone che ho conosciuto in Italia» racconterà lei. Lui si innamora subito tanto da convincere i produttori di «Caruso Pascoski (di padre polacco)» a sceglierla come protagonista. Nuti si fa dunque pigmalione della fidanzata con la quale ormai convive ai Parioli. Amore, cinema e risate. Tutto sembra procedere al meglio quando la coppia, ricercatissima, viene invitata a una festa capitolina da sorrentiniana “grande bellezza”. «Sapete quelle feste – scrive Nuti - dove non si fa niente: ci si guarda, si chiacchiera, si beve, a volte si rimorchia. Furoreggiava il Craxismo… io ero comunista (mah, comunista si fa per dire). Quella sera passò il tempo e tutto finì nel solito triangolo delle bevute romane. Ma successe qualcosa».

La teoria dell’angolo

Quel qualcosa è in realtà qualcuno. «Le coppie – racconta - solitamente si mettevano al centro e quella sera ero io al centro con Clarissa. All’angolo c’era Massimo Troisi. Capii subito che Massimo era a caccia». Prima aveva spiegato: «Quando non ero fidanzato e andavo alle feste – diciamo a caccia – per corteggiare qualcuna mi mettevo sempre in un angolo della casa. Stare in un angolo mi permetteva infatti di avere una visuale migliore…». Finita la festa si crea però un triangolo: «Non so perché e non so come, ma tornammo a casa insieme, con la stessa auto… Non so perché e non so come, ma so di certo che dopo un mese Clarissa fece baracca e burattini e lasciò il mio attico ai Parioli. Mi lasciò e si fidanzò con Massimo Troisi, andando ad abitare nella sua villetta a cento metri da casa mia. Qui cominciò tutto: dolore, rabbia, orgoglio, gelosia e soprattutto invidia».     

L’appostamento

Nelle pagine autobiografiche, Nuti si mette a nudo e confessa anche di aver fatto un appostamento alla sua ex. «…lei abitava un po’ in casa propria e un po’ a casa di Massimo. Con la macchina mi piazzai in una posizione strategica». Armato di vodka e sigarette, aveva solo un obiettivo masochistico, capire dove andasse a dormire quella notte la donna che gli aveva spezzato il cuore. Ma fu tutto inutile. Si fece mattina, lui uscì dall’auto mentre una frotta di ragazzi entrava a scuola e gli toccò firmare una ventina di autografi perché, all’apice del successo, gli studenti lo avevano riconosciuto.

Il film uscì nel 1988 e fu un successo con quindici miliardi di lire al botteghino. Fu però un dolore vedersi sullo schermo con Clarissa e nella realtà senza. Il successo «non me lo sono goduto – raccontava – stavo ancora male, non riuscivo a vedere quel film. Non so se era dolore, rabbia, rancore orgoglio … era invidia». Poetica la definizione che ne dà: «Mi pare il quarto vizio capitale. Bando alle ciance, ebbene sì, l'invidia, una volta e per lungo tempo mi ha graffiato l'anima con unghie da felino adulto». Invidiava Troisi già «per la sua sincera arte di comico di razza, ma questo era veramente troppo». Così Nuti lascia tutto e se ne va a Los Angeles. Da lì confessa di aver addirittura goduto dello scarso successo che ebbe al botteghino il film del suo rivale, «Che ora è» di Scola-Troisi. 

Amore e calcio

I due attori si rincontrano sul campo di calcio. «Tornai in Italia e incontrai Massimo – annota - durante gli allenamenti della Nazionale italiana. Giocavamo a centrocampo, eravamo due mezze ali. Di sicuro ero il migliore di tutti, perché avevo un passato calcistico. Massimo non correva tanto, anche per la sua cardiopatia, però vi posso assicurare che aveva piedi buoni». Negli spogliatoi il gelo. «…ci salutammo a malapena, e andò avanti così per molti anni».

Natale 1991

Durante le feste di Natale del 1991 escono «Donne con le gonne» di Nuti e «Pensavo fosse amore e invece era un calesse» di Troisi. La sfida amorosa si trasforma in sfida di incassi. Nuti narra la sua rivincita: «Feci quasi 25 miliardi, Massimo 15». 

Intanto la storia d’amore tra Troisi e Burt era finita. La stessa attrice racconterà al Corriere i dettagli. Dal corteggiamento che fu così: «Nel 1988, a cena da amici, era inverno, io mi lamentavo per il riscaldamento ma avevo in casa un camino. Massimo il giorno dopo mi mandò un furgoncino pieno di legna con un bigliettino: per tenerti al caldo». Alla fine per infedeltà dell’attore napoletano: «Ci lasciammo perché quando si sta insieme si sta in due e non in duecento. Ci lasciammo per questo».  

Nel '94 Nuti finisce «con la lingua in terra» il suo Pinocchio, Massimo muore. Il toscano restituisce così il suo conflitto interiore: «Ero molto indeciso se andare. Poi, con un amico, vado… lì c’è tutto il cinema italiano. Lì c’è tutta la stampa. Lì ci sono tutte le televisioni. Lì mi sembra ci sia tutto il mondo. Arrivo trafelato. Secondo me non mi vede nessuno. Arrivo al letto dove riposa Massimo. Mi piego. Gli do un bacio sulla fronte. Gli sussurro: t'ho invidiato tanto». 

Francesco Nuti, ecco cosa ha nascosto nei suoi film: perché ora tutto torna. Giorgio Carbone su Libero Quotidiano il 14 giugno 2023

L’attore e regista Francesco Nuti, uno dei personaggi di maggior successo nel cinema italiano degli anni '80 e '90 (ricordiamo “Casablanca Casablanca”, “Io Chiara e lo Scuro”, “Willy Signori e vengo da lontano”) è deceduto ieri a Roma all’età di 68 anni. Da molto tempo era gravemente malato. Una caduta rovinosa in casa gli aveva procurato un trauma che l’aveva quasi completamente privato delle capacità motorie e dell’uso della parola. La figlia Ginevra gli è stata accanto fino all’ultimo. 

L’ultima volta che ci eravamo sentiti la parola ce l’aveva ancora. E la voglia di scherzare e di lavorare. Doveva essere il 2004 (due anni prima che cominciasse il suo calvario). Era euforico perché dopo un lungo periodo di crisi era tornato al cinema. E in un ruolo drammatico: in “Concorso di colpa” era un ex contestatore degli Anni di Piombo che viveva sotto il tormento di un delitto commesso allora. Vedeva la cosa come un bel ritorno e con me fu simpatico. Per la prima volta. Anni prima, all’epoca del maggior successo, lo era stato meno. Ma in quel periodo si sentiva molto autore unico (regista oltreché attore), da toscano incazzoso non gradiva molto i critici che arrivavano in ritardo alle anteprime. Allora, era senz’altro tra i primi dieci in Italia. I suoi film erano destinati ai giorni di Natale, quelli degli incassi garantiti. Al top Nuti era pervenuto agli inizi degli Anni '80, nell’ondata degli anni del cabaret rivelati dalla tv in trasmissioni come “No Stop” e “Black Out”.

Nuti è uno dei Giancattivi, un terzetto di comici toscanissimi, gli altri sono Athina Cenci e Alessandro Benvenuti (tanto bravi e tanto sfigati).  Francesco sembra dei tre il timido e introverso, una specie di Pinocchio in cerca della Fata Turchina. Ma già dal film d’esordio “Ad Ovest di Paperino” dimostra che lui la sua fatina non è disposto ad aspettarla (e difatti la troverà presto negli anni seguenti e avranno i volti di Ornella Muti, di Giuliana De Sio, di Clarissa Burt).  Un anno dopo “Ad Ovest” Nuti trova il regista giusto in Maurizio Ponzi, un intellettuale che dopo pomposi esordi ha imboccato decisamente la strada del cinema popolare. Dopo un film di rodaggio (“Madonna che silenzio che c’è stasera”) azzarda Nuti come protagonista in un film destinato al Natale, “Io Chiara e lo Scuro”, dove il personaggio è già rifinito: un giovanotto toscano introverso e apparentemente perdente, che però si rivela vincente su tutta la linea: si porta a casa la bella (la De Sio) e batte a biliardo il campione dei campioni, lo Scuro. Dopo, la strada per qualche anno è tutta in discesa . “Casablanca casablanca”, “Tutta colpa del paradiso”, “Stregati”, “Caruso Paskoski di padre polacco” sono tutti hit al botteghino. Finché nel 1995 il primo flop “Occhio pinocchio”.

Un flop capita. Tanti della sua generazione di cabaret (Verdone, Troisi, Abatantuono) hanno toppato e poi sono passati al discorso successivo. Ma Nuti prende malissimo la primissima sconfitta. Dà la colpa al produttore Cecchi Gori, annuncia vari progetti e poi rinuncia. E intanto l’alcool comincia a essere il suo frequente compagno di strada. Col nuovo secolo il suo nome scomparirà dalle cronache cinematografiche per apparire in quelle di mesta vita metropolitana. Pure in quel 2004 sembrava convinto di poter risalire la china. E siccome fu sempre un bravo attore riuscì a convincere anche me.

Addio a Francesco Nuti, comico incantatore degli anni ’80. Simona Santoni su Panorama il 12 Giugno 2023

Tra commedie romantiche e sottili critiche sociali, con leggerezza acuta sbancò più volte al botteghino, da Tutta colpa del paradiso a Donne con le gonne. Fino al declino creativo e fisico

Toscanaccio, inequivocabilmente, affascinante e con quel piglio spiritoso e disincantato, ma anche capace di pungere. Nel giorno della scomparsa di Silvio Berlusconi, muore anche l’attore e regista Francesco Nuti, all’età di 68 anni. Il suo talento fulgente, però, ci aveva già lasciato già da un po’. Era il 2006 quando un incidente domestico gli segnò la vita, lasciandolo prima in coma per diversi mesi e quindi vincolandolo alla disabilità, fuori dai riflettori, con problemi di salute. È stata la figlia Ginevra, avuta dall'attrice Anna Maria Malipiero, a comunicarne il decesso. Ma brillano ancora i ricordi della sua beffarda verve comica, che ha incantato gli anni ’80. I suoi esordi furono da cabaret, in trio con Alessandro Benvenuti e Athina Cenci, con cui debuttò anche al cinema nel film Ad ovest di Paperino (1981), per proseguire poi presto da solista. Bella faccia da cinema, con la sua irresistibile fossetta sul mento, ancor prima che regista sfondò da attore: Io, Chiara e lo Scuro (1983) di Maurizio Ponzi lo vede protagonista, alle prese con le sue abilità da giocatore di biliardo, di cui era appassionato e a cui poi dedicò due suoi film (Casablanca, Casablanca del 1985 e Il signor Quindicipalle del 1998). Ed è alle prese, soprattutto, con una delle tante avvenenti donne di cui si è circondato, Giuliana De Sio. Fu subito successo: Francesco Nuti vinse David di Donatello e Nastro d'Argento come miglior attore protagonista.

Son contento, sempre alla regia di Ponzi, è il suo ultimo film da solo attore prima del salto verso la regia (accanto ha Barbara De Rossi). Dietro e davanti la macchina da presa e alla sceneggiatura Francesco Nuti dà il meglio di sé, con acume, in vorticoso crescendo. Dopo Casablanca, Casablanca (1985), calibrando le sue doti e prendendo consapevolezza della sue capacità, ecco che il brillante pratese classe 1955 cala una serie di assi: la sua ironia gradevole si sposa a un’intelligenza acuta, tra commedie romantiche e sottili critiche alla superficialità della società. Eccolo nei panni di un ex galeotto in Tutta colpa del paradiso (1985), accanto ad Ornella Muti e al suo attore feticcio Novello Novelli. C’è ancora la bellissima Ornella ad affiancarlo in Stregati (e anche Novelli, certo). In Caruso Pascoski (di padre polacco) (1988) ha come spalla la fidanzata Clarissa Burt, mollata poi per Isabella Ferrari che dirige in Willy Signori e vengo da lontano (1989). Era il 1991 e Donne con le gonne, sua sesta regia, batté ogni record di incassi incassando quasi 25 miliardi di lire. Ma quando ha voluto alzar la mira, con il suo film più ambizioso, è sopraggiunto il declino: nel 1994 OcchioPinocchio, produzione caratterizzata da ritardi e problemi di budget, fu un fiasco colossale, di critica e incassi: a fronte di più di 25 miliardi di lire di costi, ne racimolò appena 4. È l’inizio della discesa, sul pubblico Nuti non fa più presa. Nel 1998 si affida allora a un’esuberante Sabrina Ferilli per Il signor Quindicipalle ma non basta. E anche Io amo Andrea (1999) e Caruso, zero in condotta (2001) sono disfatte, mentre depressione e problemi di alcolismo sono il triste preambolo all’incidente domestico che gli troncò una carriera di tanti fiori e un inesorabile sfiorire. Tra le sue frasi: «La creatività è l'arma segreta per affrontare le difficoltà della vita».

Campione di incassi negli anni '80, poi l'incidente e le cadute. Addio all’attore Francesco Nuti, la morte nella casa di cura dopo una lunga malattia: “E’ il mio papà, è giusto che mi occupi di lui”. Redazione su Il Riformista il 12 Giugno 2023 

Addio all’attore Francesco Nuti. Aveva 68 anni ed era malato da tempo. L’artista è morto questa mattina nella casa di cura dove si trovava da tempo a Roma. A renderlo noto è la figlia Ginevra assieme ai familiari che ringraziano di cuore il personale sanitario e tutti coloro che hanno avuto in cura l’attore nel lungo periodo della malattia, in particolare il personale di Villa Verde di Roma. La data e il luogo delle esequie saranno rese note nelle prossime ore.

La stessa famiglia – comunica l’agenzia di comunicazione Galli Torrini – chiede che sia rispettato il momento di grande dolore e per questo motivo non rilasceranno dichiarazioni.

Nel luglio del 2017 la figlia Ginevra Nuti diventa maggiorenne e si offre di fargli da tutrice legale, affermando in un’intervista al Corriere della Sera, dopo l’ennesimo incidente domestico e il ricovero prima in gravi condizioni in ospedale, poi in una clinica specializzata per la riabilitazione: “Francesco è e sarà sempre il mio papà anche se non può più parlare, muovere le mani e camminare ed è giusto che mi occupi di lui”.

Nato a Firenze il 17 maggio del 1955, papà originario del Mugello, madre di Crotone, Nuti ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo quando era ancora studente, portando in scena diversi monologhi scritti di suo pugno e proseguendo con una certa assiduità anche dopo essere stato assunto come operaio presso un’impresa tessile di Prato.

A fine anni Settanta divenne membro del trio cabarettistico dei Giancattivi – gruppo già composto da Alessandro Benvenuti e Athina Cenci – in sostituzione di Antonio Catalano. In quegli anni, i Giancattivi partecipano a trasmissioni di grande successo, come la radiofonica Black Out e la televisiva Non stop. Il trio, dietro la regia dello stesso Benvenuti, compie poi il suo esordio cinematografico nel 1981, con il film Ad ovest di Paperino, che ripropone parte del repertorio storico del gruppo.

Nel 1982, abbandona il trio, che di lì a tre anni si scioglierà definitivamente, ed inizia una carriera cinematografica “solista“, prendendo parte, in veste di sceneggiatore ed interprete protagonista, ad alcuni film diretti da Maurizio Ponzi: Madonna che silenzio c’è stasera (1982), Io, Chiara e lo Scuro (1983) e Son contento (1983), che gli conferiscono una certa notorietà, in particolar modo il ruolo di Francesco Piccioli, presente nella seconda delle tre pellicole, con cui si aggiudica il David di Donatello ed il Nastro d’argento come migliore attore protagonista.

Nel 1985 il debutto da regista con Casablanca, Casablanca, séguito di Io, Chiara e lo Scuro, grazie al quale vince il premio come miglior regista esordiente al Festival internazionale del cinema di San Sebastián ed il secondo David di Donatello come miglior attore. Realizza, tra la seconda metà degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, altre pellicole di grande successo: Tutta colpa del paradiso (1985), Stregati (1986), Caruso Pascoski (di padre polacco) (1988), Willy Signori e vengo da lontano (1989) e Donne con le gonne (1991).

Nello stesso periodo si dedica anche alla musica. Nel 1988 partecipa al Festival di Sanremo con la canzone Sarà per te, in seguito incisa anche da Mina, e, duettando con Mietta, col brano Lasciamoci respirare, composto dal cantautore Biagio Antonacci ed inciso poi nel 1992.

Nel 1994, dopo una lunga e travagliata produzione, realizza l’ambizioso OcchioPinocchio, che però non incontra i favori del pubblico e della critica, rivelandosi un cocente flop. Pertanto, tenta di riprendere il filone che decretò il suo grande successo, ma non riesce a ripeterne i fasti: Il signor Quindicipalle (1998), Io amo Andrea (2000) e Caruso, zero in condotta (2001) ottengono tiepidi consensi ai botteghini, non paragonabili ai successi degli anni precedenti.

La depressione e il tentativo di suicidio

Negli anni successivi comincia a soffrire di depressione, ha gravi problemi di alcolismo e tenta persino il suicidio. Nel 2005 è protagonista del film Concorso di colpa, poliziesco diretto da Claudio Fragasso, in cui veste i panni dell’ispettore Francesco De Bernardi, impegnato in un intricato delitto legato al caso Moro. È il suo ultimo film. Il 12 maggio 2006 è protagonista di un’intervista a Radio 24 da parte di Giuseppe Cruciani, che viene interrotta anticipatamente a causa del suo stato di forte alterazione.

L’incidente e il coma 

Alla vigilia del suo ritorno sui set, il 3 settembre 2006, entra in coma a causa di un ematoma cranico dovuto ad un incidente domestico, venendo ricoverato ed operato d’urgenza alla testa presso il Policlinico Umberto I di Roma. Pare che sia violentemente precipitato dalle scale della propria abitazione. Il successivo 24 novembre esce dal coma e viene trasferito nell’ospedale Versilia di Lido di Camaiore, centro specializzato nella riabilitazione neuromotoria. Nel maggio del 2007 alcune notizie di stampa affermano un miglioramento e la possibilità che torni a camminare. Ai primi di giugno del 2008 l’ex-compagna Annamaria Malipiero, da cui ha avuto la figlia Ginevra nel 1999, comunica che l’attore è uscito dall’ospedale e continua la riabilitazione. Nel febbraio del 2009 il fratello Giovanni rilascia un’intervista al quotidiano fiorentino La Nazione, annunciando il suo ritorno a casa e, nel maggio dello stesso anno, durante la presentazione del saggio di Matteo Norcini Francesco Nuti. La vera storia di un grande talento, dichiara che con Francesco ha iniziato a scrivere una raccolta di versi, intitolata Poesie raccolte. Nel giugno del 2009 la Cineteca Nazionale gli dedica una retrospettiva alla Sala Trevi di Roma.

Un documentario a lui dedicato dal titolo Francesco Nuti… e vengo da lontano viene presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2010. Il comunicato che annuncia il documentario contiene anche aggiornamenti sul suo stato di salute: costretto su una sedia a rotelle e muto dal giorno dell’incidente. Nell’occasione il fratello ha affermato di sentire «un sentimento nuovo e forte: il compito di ridare voce a mio fratello, compito impossibile per il medico». Il 18 novembre 2010, l’attore e regista riappare in pubblico al cinema Eden di Prato in occasione della presentazione del CD Le note di Cecco, realizzato dal fratello Giovanni e Marco Baracchino. Il seguente 29 novembre torna ad apparire in TV, dopo quattro anni di assenza, ospite della trasmissione di Rai 2 I fatti vostri, dove appaiono evidenti i danni neurologici conseguenti all’incidente, tra cui l’incapacità di parlare e di muoversi: in una lettera scritta dal fratello Giovanni, che idealmente dà voce a Francesco, afferma la sua tenacia nel continuare a vivere. Il 16 gennaio 2011 compare nella trasmissione di prima serata di Canale 5 Stasera che sera!, condotta da Barbara D’Urso. Quest’intervento ha suscitato notevoli critiche e ha in parte contribuito alla chiusura della trasmissione che, secondo i critici, non avrebbe esitato a spettacolarizzare la sofferenza dell’artista.

Il 29 settembre 2011 esce presso la casa editrice Rizzoli la biografia Sono un bravo ragazzo – Andata, caduta e ritorno, a cura del fratello Giovanni Nuti. Il 17 maggio 2012, in occasione del 57º compleanno dell’attore e regista toscano, debutta lo spettacolo Sono un bravo ragazzo, diretto da Milo Vallone ed interpretato da Francesco Epifani. La pièce, incentrata sulla vita dell’attore e regista toscano, è tratta dall’omonima biografia scritta dallo stesso Nuti e curata dal fratello Giovanni. Nel 2013 viene presentato tramite il web il videoclip musicale Olga tu mi fai morir, canzone scritta da suo fratello Giovanni ed ispirata a lui, cantata da Niki La Rosa e proposta, ma scartata, per il 63º Festival di Sanremo. L’11 maggio 2014 prende parte ad una festa organizzata per il suo 59º compleanno dagli amici di sempre, Leonardo Pieraccioni, Carlo Conti, Giorgio Panariello e Marco Masini al Mandela Forum di Firenze, alla quale partecipano circa 7.000 persone.

Il 5 agosto 2014 va in scena lo spettacolo teatrale/musicale Francesco Nuti – Andata, caduta e ritorno per la regia del romano Valerio Groppa. Lo spettacolo, tratto dalla sua biografia, è interpretato dall’attore e cantautore pratese Nicola Pecci, accompagnato da una band di cinque elementi, diretta dal chitarrista livornese Marco Baracchino. Il 21 settembre 2016 viene ricoverato in gravissime condizioni presso il CTO di Firenze a seguito di una ennesima caduta. In seguito all’incidente, viene ospitato in una clinica romana specializzata. Il 7 dicembre 2019 ha ricevuto il Premio Internazionale Vincenzo Crocitti 2019 “Alla carriera”, ritirato dalla figlia Ginevra in occasione della serata evento, che risulta così essere il primo riconoscimento alla carriera assegnatogli nella sua storia cinematografica e artistica.

Marco Giusti per Dagospia il 12 giugno 2023.

In questa assurda giornata iniziata con la morte di Silvio Berlusconi e proseguita con speciali di tutte le reti che non lasceranno spazio a altro, ci arriva la notizia della morte di Francesco Nuti mentre sono andato a trovare Massimo Ceccherini. Sfortuna nella sfortuna. Diventare un morto da prima pagina e scomparire come terza notizia della giornata. “Ogni volta che c’è un film di Nuti in televisione io comunque io lo guardo”, mi dice Cecche. “Anche in alcuni film suoi orrendi lo riesci a guardare perché lui è più forte del film che ha fatto”. Mi dice Cecche che doveva fare un film in coppia col Nuti, “I fratelli Billy”, quando scivolò solo in casa e si fece davvero male

Nuti fu un protagonista fondamentale del cinema italiani degli anni ’80. Vinse anche ben due David di Donatello per “Io, Chiara e lo Scuro”, quando era ancora diretto da Maurizio Ponzi, e per “Casablanca, Casablanca”, primo film diretto da lui. Dopo l’incontro con i Giancattivi, cioè con Athina Cenci e Alessandro Benvenuti, che lo diresse anche nel loro film di esordio, “Ad ovest di Paperino” del 1981, Nuti si staccò dal gruppo e iniziò a fare cinema da solo molto aiutato da Maurizio Ponzi, sofisticato critico militante ai tempi di “Cinema e Film”, rivista legata ai Cahiers du Cinéma, Fu Ponzi a impostarlo, prendendo le distanze da una vaga somiglianza con Benigni, e a dirigerlo nel suo vero primo film da protagonista, “Madonna che silenzio c’è stasera”, che venne presentato al Festival di Venezia per volere di Gianluigi Rondi.

Ricordo che vidi il film lì, a Venezia, con pochi critici in sala del tutto indifferenti, e capii che Nuti aveva un talento vero più adatto al cinema popolare che al cinema da festival. Il vero successo gli arrivò con “Io, Chiara e lo Scuro”, ancora diretto da Ponzi con Giuliana De Sio e un vero campione di biliardo, Marcello Lotti, al quale seguì “Son contento”, per il quale venne candidato come miglior attore ai David nel 1984. Con “Casablanca, Casablanca” diventò regista dei suoi film, che furono quasi tutti grandi successi di cassetta.

Non si capisce bene perché si lasciò con Ponzi, ma certo ebbe ancora più successo nei film che si diresse da solo, aiutato da sceneggiatori come Vincenzo Cerami, Ugo Chiti e un giovane Giovanni Veronesi, che si forma sui suoi set. I suoi tanti fan, tutti ragazzi che son cresciuti con lui, adorano e sanno quasi a memoria film come “Caruso Paskoski di padre polacco”, “Stregati”, “Willy Signori e vengo da lontano”, “Tutta colpa del Paradiso”, “Stregati”, che gli costruirono una carriera di serie A in produzione dei Cecchi Gori, assieme a partner del calibro di Ornella Muti, Francesca Neri, Giuliana De Sio, Isabella Ferrari, Clarissa Burt, che ne fecero una star a livello di Verdone, Troisi e Benigni.  “OcchioPinocchio” fu il suo vero disastro.

Troppo costoso, pensato per fare un grande film internazionale girato in Texas, allungato per gli scontri continui con Chiara Caselli, venne interrotto dai Cecchi Gori a metà lavorazione, ripreso con molti meno soldi, e non incassò quanto si pensava. Si disse che Nuti era andato fuori di testa, che non era più attendibile, che beveva. Abbandonato dai Cecchi Gori, diresse altri film, ma non ritrovò la vena di commedia leggera e sentimentale che il pubblico aveva amato. Diresse ancora “Il signor Quindici Palle”, “Io amo Andrea”, “Caruso, zero in condotta”, tutti film di lavorazione difficile.

Ricordo una conferenza stampa terribile dove si presentò completamente ubriaco e disse che non aveva paura dei giornalisti, ma solo del vino. Il suo fu un tragitto in discesa che ne fece uscire tutta la fragilità. Ma vogliamo ricordarlo con affetto. Lui i suoi film, le sue storie d'amore, i suoi caratteristi, come Novello Novelli. Con lo stesso affetto che aveva dato al suo pubblico nei suoi film più riusciti. 

Da lanazione.it il 15 Giugno 2023.

Addio Francesco Nuti. L’attore e il regista pratese che con i suoi film ha fatto ridere e piangere l’Italia viene salutato da parenti e amici nei funerali in forma privata a San Miniato al Monte a Firenze. La chiesa sopra la città accoglie diversi amici e volti noti. Grande il dolore e la commozione.

La cerimonia finisce. Fuori dalla chiesa Leonardo Pieraccioni ricorda l’amico: “Era un grande e meraviglioso talento. Andai a trovarlo un anno fa ma era in quella fase in cui si preparava a quello che poi è successo. Francesco rimarrà nei suoi film. Ci ha regalato tanta allegria. Auguriamoci che passino sempre i suoi film e che anche i giovanissimi scoprano il suo talento”.

L’abate cita la canzone di Francesco Nuti “Sarà per te”. “Sarà sarà sarà per te... la frase segnala attenzione verso l altro e verso l’oltre. Una ricerca essenziale nella vita di Francesco”.

Padre Bernardo Gianni rivela dall’altare: “Quando ero studente al Cigognini di Prato fui spettatore delle riprese di un suo film, ‘Madonna che silenzio c’è stasera’. E’ un bel ricordo di gioventù”. 

“Una delle celebri battute di Francesco è quella sull'andare in Perù, vincere al totocalcio e sullo spostare la Chiesa. Oggi mi piace pensare che con il suono delle campane con cui abbiamo iniziato la cerimonia la chiesa si sia spostata e abbia avvicinato Francesco verso nostro signore, verso l'assoluto, verso quel futuro espresso in ogni sua opera e in ogni sua canzone. Nuti ha reso leggera e dolce la nostra esistenza attraverso i suoi turbamenti".

Dagospia il 14 giugno 2023. Da Radio 2 – I Lunatici

Vittorio Cecchi Gori è intervenuto ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format "I Lunatici", condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in onda dal lunedì al venerdì notte dalla mezzanotte alle quattro, anche su Rai 2 tra l'1.20 e le 2.30. 

Cecchi Gori ha ricordato Francesco Nuti: "Con Francesco avevo un bellissimo rapporto e bei ricordi. Sia personali che professionali. E' stato male poco dopo aver prodotto 'Occhiopinocchio', quel film che tante burrasche ci ha creato. Peccato, avrebbe potuto dare ancora molto. Io ho prodotto tanti suoi successi, tutti bei film. Nuti era amico di tutti. Di Verdone, di Troisi. Lui ha avuto una delusione sentimentale che forse ha creato le premesse di quello che è successo.

Rimase male da questa delusione sentimentale, iniziò a bere e il bere gli è stato fatale. Io gli volevo bene, lo volevo anche aiutare, ma non è facile se non trovi la forza da solo di correggerti. 'Occhiopinocchio' costava troppo e non finiva mai. Poi siamo riusciti a finirlo ma si vedeva che aveva qualche lacuna. Nuti era un grande attore, la sua dipartita fisica ci ricorda ancora di più quello che è stato. Non è stato sottovalutato, è uscito dai giochi troppo presto. Valeva come Benigni e Verdone. Era sensibile, divertente, un attore hollywoodiano. Il primo incontro con Nuti? Credo a Roma, andai a vederlo a teatro. L'ho conosciuto a Roma, non a Firenze".

Sul Silvio Berlusconi: "Abbiamo collaborato insieme trent'anni. Facemmo anche una società insieme: noi producevamo i film e lui prendeva la fruizione televisiva. Per me è stato il più grande imprenditore che abbiamo avuto. Per il cinema si affidava a noi, riusciva a capire quando uno era bravo, lo riconosceva e ci si affidava. Il nostro sodalizio fece la fortuna di tutti: le sue televisioni ebbero tanti film di qualità, noi avevamo la sicurezza della fruizione televisiva e anche quello ci ha potenziato e tutto andò a vantaggio del cinema italiano, che ha vissuto vent'anni meravigliosi. E' stato un miracolo che avrebbe dovuto durare di più. I rapporti miei con Berlusconi erano buonissimi. Poi purtroppo gli anni passano ed è arrivato internet... . Con Berlusconi non ho mai parlato di politica, lui per prima cosa era un grande imprenditore. Era un fuoriclasse in questo campo, me lo ricordo, era un incantatore".

Sui rapporti tra presidenti, quando Cecchi Gori era presidente della Fiorentina e Berlusconi presidente del Milan: "Quando prendemmo la Fiorentina Berlusconi ci incoraggiò, poi le cose sono un po' cambiate. Mi chiedeva sempre Rui Costa, ma non glie l'ho dato. Lo prese alla fine quando mi levarono di mano la Fiorentina. Mi ricordo una volta ero ad Arcore da lui e vennero a trovarlo Gullit, Riijkard e Van Basten che erano in scadenza di contratto. Lui mi diceva 'questi vengono a chiedermi un sacco di soldi'. Lui ci si mise a parlare, sentii anche le voci alzarsi, poi concluse un accordo. E io gli dissi che aveva fatto bene, tanto quei tre lì non li avrebbe più trovati. Aveva ad Arcore tutte le Coppe dei Campioni, le teneva nel seminterrato. Sul calcio alla fine gli ho dato fastidio, stavo per vincere il campionato nell'anno in cui lo vinse il Milan. Batistuta non me l'ha mai chiesto, lui voleva Rui Costa".

Addio a Paul Geoffrey, l'attore che interpretò Sir Perceval in Excalibur. Pur continuando a interpretare alcune piccole parti, Geoffrey lavorava da tempo come agente immobiliare. La morte dopo una dura battaglia contro il cancro. Federico Garau il 10 Giugno 2023 su Il Giornale.

Si è spento all'età di 68 anni l'attore britannico Paul Geoffrey, conosciuto dal pubblico per le sue interpretazioni nei film Excalibur (1981), Greystoke - La leggenda di Tarzan, signore delle scimmie (1983) e Cime tempestose (1992).

È stata la rivista settimale statunitense Variety a dare per prima la notizia. Sul giornale locale Santa Fe New Mexican è stato pubblicato un necrologio in cui è stato ricordato l'attore, deceduto lo scorso 3 giugno, dopo una dura battaglia contro il cancro.

La vita e la carriera

Nato nel Surrey (Regno Unito) il 12 febbraio 1955, Paul John Geoffrey viene ricordato per il ruolo di Perceval in Excalibur, un film fantasy medievale basato sulla leggenda di Re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda. Un film che ebbe successo, e che nello stesso anno di uscita, 1981, vinse il miglior contributo artistico a Cannes e una nomination all'Oscar per la migliore fotografia.

Nel 1984 lo vediamo poi recitare in Greystoke - La leggenda di Tarzan, signore delle scimmie. Geoffrey interpretava la parte di Lord John 'Jack' Clayton. È poi la volta di Cime tempestose, trasposizione cinematografica del romanzo di Emily Bronte. L'attore ricopriva il ruolo di Mr. Lockwood.

Paul Geoffrey è poi comparso in altri film, come Gioco a due, Zina, Anna Karenina e Una scala per il Paradiso, ma sono le sopracitate pellicole ad averlo reso famoso. L'attore reciterà anche per alcuni telefilm, come The Jewel in the Crown, Robin Hood, Napoleone e Giuseppina, Ispettore Morse e Poirot.

Nel corso degli anni lasciò il Regno Unito per trasferirsi, a inzio anni '90, negli Stati Uniti d'America, per la precisione a Santa Fe, nel Nuovo Messico. Pur continuando a interpretare alcuni ruoli, Geoffrey intraprese una nuova carriera, quella di agente immobiliare.

La famiglia

Paul John Geoffrey lascia la moglie Sue Taylor e i suoi tre figli, Alex, Oliver e Daisy. "Paul ha continuato a recitare per il resto della sua vita. Amava il vino e il cibo francese, aveva una straordinaria conoscenza della storia, è stato un tifoso dell'Arsenal per tutta la vita ed eccelleva nell'essere il ragazzo più dolce del mondo", si legge nel necrologio pubblicato su Santa Fe New Mexican.

Morto il sociologo francese Alain Touraine. ANTONIO CARIOTI su Il Corriere della Sera l'11 Giugno 2023.

Si è spento il 9 giugno all’età di 97 anni. Studiò i movimenti operai, il femminismo e raccontò il golpe di Pinochet. Nel suo lavoro ha sempre privilegiato la dimensione culturale rispetto a quella economica

Anche se proveniva da una famiglia benestante, il sociologo francese Alain Touraine, scomparso venerdì 9 giugno all’età di 97 anni, aveva scelto di lavorare come minatore, tra il 1947 e il 1948, allo scopo di provare sulla sua pelle la fatica quotidiana delle classi più umili. Il suo primo libro, uscito nel 1955, era stato dedicato alla gestione della manodopera nelle officine automobilistiche Renault e anche in seguito si era occupato spesso della condizione operaia, per esempio con un saggio sul sindacato indipendente polacco nel volume a più mani Solidarnosc, edito in Italia da Franco Angeli nel 1982.

Ciò nonostante, era ben lontano dall’essere un operaista. Anzi al grande pubblico Touraine era noto soprattutto per aver coniato l’espressione che dà il titolo al suo saggio La società post-industriale, uscito nel 1969 e tradotto l’anno dopo da il Mulino. Quando ancora il marxismo era egemone tra gli intellettuali progressisti come lui, si era accorto che la conoscenza, nelle sue varie forme, si era imposta come principale motore della crescita e il conflitto di classe non era più al centro dello scenario sociale, mentre era divenuta cruciale «la lotta per la creatività contro i poteri e le costrizioni degli apparati». Convinto che fosse più corretto «parlare di alienazione piuttosto che di sfruttamento», sulla scia del Sessantotto era giunto alla conclusione che l’università fosse «il luogo privilegiato di formazione delle nuove lotte sociali». Una tendenza a privilegiare la dimensione culturale rispetto a quella economica che era rimasta sempre la cifra portante del suo pensiero.

Nato il 3 agosto 1925 in Normandia, Touraine aveva studiato, sia pure in modo discontinuo, alla prestigiosa Ena (École normale supérieure) e poi si era dedicato alla sociologia, lavorando prima al Centro nazionale della ricerca scientifica e poi alla Scuola di alti studi in scienze sociali. Si era specializzato ad Harvard e aveva viaggiato molto in America Latina, soprattutto in Cile, dove aveva conosciuto la moglie Adriana Arenas. Molti anni dopo, nel 1973, aveva assistito di persona alla caduta della democrazia in quel Paese, con il sanguinoso golpe del generale Augusto Pinochet contro il presidente socialista Salvador Allende, e aveva pubblicato un diario di quei mesi con il titolo Vita e morte del Cile popolare (Einaudi, 1974). Nel frattempo Touraine aveva sostenuto la tesi di dottorato alla Sorbona: nell’occasione aveva chiesto a Raymond Aron, il famoso studioso liberale conservatore, di presiedere la commissione d’esame. Una scelta quanto mai azzardata, poiché l’interessato aveva sostanzialmente demolito il lavoro del candidato, che a suo avviso spaziava molto più nella filosofia che nella sociologia.

Nonostante l’episodio spiacevole, Touraine non portava rancore: anzi aveva reso omaggio, quarant’anni dopo, al «coraggio intellettuale» di Aron nell’opporsi all’egemonia culturale marxista con «efficaci critiche». Attento osservatore dei nuovi movimenti, dall’ecologismo al femminismo, negli anni Duemila Touraine si era persuaso della necessità di elaborare un «nuovo paradigma» d’interpretazione della realtà, che aveva esposto nel volume La globalizzazione e la fine del sociale (il Saggiatore, 2008). Considerava il trionfo dell’individualismo ormai irreversibile, poiché lo scavalcamento di ogni frontiera da parte di forze economiche senza controllo aveva portato «alla frammentazione di ciò che veniva chiamato società». Né confidava molto in quella che liquidava come «un’Europa senza europei», incapace di sviluppare una coscienza comune e condannata all’inettitudine. Ai processi disgregativi era però possibile opporre, argomentava Touraine, la rivendicazione di nuovi diritti culturali, fondata sulla «volontà dell’individuo di essere l’attore della propria esistenza». Il sociologo francese chiamava questo lato positivo dell’individualismo «il soggetto» e ne metteva in rilievo la «resistenza al mondo impersonale del consumo», prodotto di un liberismo per il quale «la vita sociale si riduce a un mercato senza regole in cui ognuno cerca di appropriarsi di un prodotto che definisce un buon affare».

Qui Touraine scorgeva il «conflitto fondamentale» della nostra epoca, nel quale assegnava un ruolo di primissimo piano alla componente femminile, a suo avviso destinata a plasmare il futuro: non a caso uno dei suoi ultimi libri s’intitolava appunto Il mondo è delle donne (il Saggiatore, 2009). Lo studioso francese sosteneva che l’unica via per «infondere alla nostra società una nuova forza creativa» fosse promuovere «una possibile ricomposizione tra la vita sociale e l’esperienza personale». E vedeva le donne all’avanguardia in questa impresa per la loro capacità di pensare e agire «in termini ambivalenti», più adatti al tempo della complessità. Dopo essere stato il profeta della società post-industriale, aveva così proclamato l’avvento di un «post-femminismo» ancora più rivoluzionario rispetto alla tradizione della civiltà occidentale.

Libertà, uguaglianza, fraternità... e dignità. Alain Touraine, scomparso a 93 anni: “Non saremo mai in mondo normale se otto persone su dieci non sono uguali”. Mario Lavìa su Il Riformista l'11 Giugno 2023 

«Il tema dei migranti è un banco di prova. Se cedi sui migranti, cedi su tutto. In particolare sull’Europa. L’immigrazione è anche nel nostro interesse. Molte delle nostre regioni hanno bisogno di essere reindustrializzate, altre devono far fronte alla desertificazione, altre ancora soffrono di una carenza di servizi pubblici. Non bisogna dimenticare che la popolazione francese è molto poco globalizzata. Abbiamo soltanto due città globali in Francia: Lione e Parigi». È un recente pensiero di Alain Touraine, il grande sociologo scomparso alla bella età di 97 anni: uno dei massimi intellettuali francesi della seconda metà del Novecento, e non è definizione da poco.

Touraine lavorò moltissimo, e infatti la sua produzione è enorme, ma tentando di coglierne alcuni punti forti e rileggendo le parole con cui abbiamo iniziato questo articolo diremmo che l’illuminista Touraine alla triade libertà- uguaglianza-fraternità sentisse l’ansia di aggiungere la parola “dignità” che nel nostro tempo (si pensi appunto all’immigrazione, ma non solo) è tornata effettivamente ad assumere, come nei secoli bui, una meta incerta: «Non saremo mai in un mondo normale – scrisse – finché otto persone su dieci non sono uguali». Qui c’è tutta l’acutezza di un uomo che aveva trascorso la vita indagando i meccanismi della società industriale e poi post-industriale e che era giunto a questa conclusione: cercare i nuovi soggetti in grado di coniugare la soggettività (i diritti) con la complessità del mondo post-industriale, lo stesso rovello su cui si cimentano ormai almeno da 25 anni i filosofi e gli intellettuali più avanzati, da Sen a Beck a Giddens, per fare solo tre nomi.

Il problema dell’analisi sociologica è in fondo quella della Politica con la “p” maiuscola è cioè quello che Touraine si poneva fin dal 1992 in “Critica della modernità”: cercare le condizioni per una democrazia che non sia più solo formale. Nel senso che la modernità deve essere il risultato delle complementarietà tra l’attività della ragione e la liberazione del soggetto. Partendo dunque dalla critica della società industriale (qui c’entra la Scuola di Francoforte), Touraine ha tentato di cogliere il momento del superamento della vecchia società industriale, e dunque l’aria positiva della prima globalizzazione, riconducendolo al cospetto di una politica riformatrice: e furono gli anni del maggiore impegno del sociologo con i socialisti mitterrandiani e post mitterrandiani (Michel Rocard), esperienza poi conclusasi quasi contemporaneamente alla crisi degli anni Duemila.

È da qui che parte lo sfarinamento della società post-industriale e della stessa idea della Stato-Nazione e contemporaneamente si fa strada l’illusione del governo mondiale. La sfida diventa allora quella della ricerca di attori sociali in grado di preservare l’essenza dell’idea democratica perché questo è l’unico luogo storico e filosofico in cui sono possibili tutte le relazioni, le sinergie e le mediazioni tra individuo, collettività e potere istituzionalizzato ma questa si rivelerà una ricerca incompiuta per una ragione fondamentale: l’insufficienza, se non l’assenza, di movimenti culturali in grado di riattivare la «circolazione sanguigna» e il «sistema nervoso» delle nostre democrazie. Di qui, il pessimismo dell’ultimo Touraine che vede il fallimento delle élite politiche mondiali incapaci di governare il problema dei diritti e delle libertà e da noi di costituzionalizzare l’idea di Europa.

Insomma, l’idea illuminista e kantiana che nel nuovo millennio alza bandiera bianca. È addirittura la «decomposizione» – afferma nel 2010 – di tutto un sistema istituzionale e sociale. Ancora una volta la sociologia diventa “sociologia della crisi”. Qui emerge la difficoltà della politica, non solo dei “movimenti culturali”, che certo ne dovrebbero essere il propellente: si crea così quel cortocircuito tra politica e tecnica, “weberianamente”, che sta contraddistinguendo i nostri sistemi democratici, un cortocircuito che non deriva dal conflitto ma dal suo contrario: la separatezza del loro ruolo dai canali nevralgici della democrazia che sono o dovrebbero essere i partiti politici, i sindacati, persino i mass media. Mario Lavìa

Morto Nuccio Ordine, storico della cultura. Storia di PIERLUIGI PANZA Corriere della Sera il 10 giugno 2023 

Nuccio Ordine, scomparso sabato 10 giugno a 65 anni, ha incarnato la figura del saggista, ovvero quella di un conoscitore non arido e chiuso nello specialismo universitario fine a sé stesso, ma di stampo francese, capace di confrontarsi con un vasto campo del sapere e di saperlo comunicare. Era nato a Diamante, uno dei più bei paesi del litorale tirrenico della Calabria, noto per i suoi cedri e per le scorribande dei Turchi, nel 1958. Pur essendo un sincero europeista, anzi, uno studioso che privilegiava la ricerca su temi e personaggi d’interesse europeo, restò a insegnare Letteratura italiana e Teoria della Letteratura nell’università di Arcavacata in Calabria ed era molto legato alla sua terra. Fu però anche fellow dell’Harvard University Center for Italian Renaissance Studies e della Alexander von Humboldt-Stiftung e ha svolto lezioni alla Sorbona. Milano era diventata quasi una seconda città per i legami stretti con il «Corriere della Sera» come collaboratore delle pagine culturali e con le case editrici dirette da Elisabetta Sgarbi, ed ebbe rapporti con Roma come membro del Comitato scientifico dell’Enciclopedia Treccani.

La sua figura non è solo quella di uno storico della letteratura bensì di storico della cultura, un’area estesa che la postmodernità ha reso fascinosissima e che Ordine frequentava con capacità e relazioni. I suoi studi sono perimetrabili all’interno di almeno due aree: quella degli studiosi post warburghiani sul Rinascimento per quanto riguarda gli argomenti e quella seguita alla rivoluzione storiografica de «Les Annales» per quanto riguarda i metodi di indagine del passato. I suoi modelli o compagni di viaggio sono tutti francesi: da Attali (ma Ordine non assunse mai incarichi politici o di dirigente) a Fumaroli e Morin, mentre in Italia possiamo annoverarlo tra gli epigoni di Umberto Eco, anche per il rapporto che strinse con la Bompiani, prima, e La nave di Teseo, poi, come curatore di collane di storia della cultura. Ne diresse altre in Francia, con Yves Hersant, presso Les Belles Lettres e in diversi altri Paesi con generosità e anche bulimia. Un impegno, connesso a una capacità di divulgazione e di relazioni che gli meritarono riconoscimenti accademici, un numero infinito di premi, un vasto medagliere di onorificenze, un inesauribile elenco di dottorati e lauree honoris causa e la membership in varie accademie.

Ordine è noto agli studiosi per i suoi lavori sul Rinascimento e su Giordano Bruno, che per biografia e oscurità è stato un’attrazione per molti studiosi almeno dal 1964, quando Frances A. Yates pubblicò un libro illuminante: Giordano Bruno e la tradizione ermetica. Un libro come La soglia dell’ombra. Letteratura, filosofia e pittura in Giordano Bruno (Marsilio, 2003) diede prova delle capacità di Ordine di intersecare varie discipline, capacità che gli vennero riconosciute con la nomina a Presidente del Centro Internazionale di Studi Telesiani, Bruniani e Campanelliani. Negli studi sul Rinascimento, i suoi lavori — anche sul dialogo e la novella cinquecentesca — costituirono un’alternativa a quelli della scuola fiorentina di Vasoli, Fubini, Grayson (più legati agli studi su Leona Battista Alberti) e, in generale, a quelli degli allievi di Eugenio Garin come anche Michele Ciliberto, Paolo Rossi, Rita Sturlese e altri. Una prefazione di Garin è comunque presente in La cabala dell’asino. Asinità e conoscenza in Giordano Bruno, libro che nel 1987 lo impose all’attenzione. Ordine studiò anche Pierre de Ronsard, Gabriel García Márquez e Steiner (George Steiner. L’ospite scomodo, La nave di Teseo, 2022): proprio a Ordine, Steiner ha rilasciato la sua ultima intervista da pubblicare postuma.

Quella di Ordine è stata una straordinaria cavalcata libera e solitaria di un outsider, non legato a scuole o proveniente da pedigree particolari e che non ha fondato, a sua volta, una scuola. Nel recente L’utilità dell’inutile edito da Bompiani (23 lingue, tradotto in 33 Paesi con paragrafi che spaziano da Rousseau a Shakespeare, da Ovidio a Montaigne), Ordine ribadiva la necessarietà di quei saperi il cui valore essenziale è totalmente scevro da finalità utilitaristiche. Gli ultimi suoi articoli sono stati dedicati a La muraglia e i libri di Borges contro la costruzione di muri, alla giustizia minorile e su Galileo solo pochi giorni fa (nella rubrica «Classicamente» per «la Lettura» #601 del 4 giugno).

Estratto dell’articolo di Emanuela Minucci per lastampa.it l'8 giugno 2023.

La pittrice Françoise Gilot, nota per essere stata la musa di Picasso, è morta a New York all’età di 101 anni. Chi conosce bene la sua storia può dire che è arrivata a questa veneranda età in salute perché ha avuto la saggezza di lasciare per prima il genio spagnolo che aveva 40 anni più di lei. 

Tra le innumerevoli donne che ha avuto Picasso (che hanno avuto crolli mentali o sono morte suicide), Françoise Gilot è stata l’unica a trovare la forza di dirgli addio prima che lui la trascinasse nel solito gorgo di cui sono rimaste vittima tutte le sue compagne. 

«Pablo è stato il più grande amore della mia vita, ma dovevi prendere provvedimenti per proteggerti. L’ho fatto, me ne sono andata prima di essere distrutta- aveva dichiarato a Janet Hawley nel libro del 2021 «Artists and Conversation» – Le altre si sono aggrappate al potente Minotauro e hanno pagato un prezzo alto».

Probabilmente si riferiva alle storie delle quattro altre famose amanti del gigante dell’arte moderna: la prima moglie di Picasso, la ballerina Olga Khokhlova, caduta in depressione dopo che lui l’aveva lasciata per Marie-Therese Walter, la sua ex amante giovanissima, morta impiccata; la sua seconda moglie Jacqueline Roque che si è sparata e l’artista Dora Maar, che ha avuto un esaurimento nervoso. 

Nata il 26 novembre 1921 a Neuilly-sur-Seine, a ovest di Parigi, da una famiglia benestante, ha seguito le orme della madre iniziando come acquarellista, prima di passare al disegno e alla pittura. I suoi genitori volevano che diventasse avvocato, ma abbandona gli studi all’età di 19 anni. 

A 21 anni era già una delle artiste più rispettate della nascente Scuola di Parigi, che raggruppava artisti francesi ed emigrati nella capitale durante la prima metà del XX secolo. Nel corso della sua carriera ha firmato almeno 1.600 tele e 3.600 opere su carta.

Françoise Gilot conosce Picasso in un ristorante a Parigi nel 1943, quando lei aveva solo 21 anni e lui 61. Amanti per 10 anni, non si sono mai sposati e hanno avuto due figli, Claude e Paloma nati nel 1947 e nel 1949. Picasso ha dipinto Francoise Gilot spesso, tra i più noti ritratti si ricorda «Femme assise» del 1949, venduto all’asta a Londra nel 2012 per 8,5 milioni di sterline. Ma forse più famosa e iconica è la fotografia scattata alla coppia nel 1948 da Robert Capa, che cattura i due su una spiaggia. Gilot ha lasciato Picasso nel 1953 e da lì in poi riprendere a dipingere, con non poche difficoltà. 

Nel 1964 pubblica il libro «La mia vita con Picasso» dove lo ritrae come un tiranno. L’artista ha fatto di tutto per impedirne la pubblicazione: le fa causa tre volte, perdendo ogni volta ma dopo l’ultima sconfitta in tribunale […] la chiamò per complimentarsi: «Congratulazioni, hai vinto. Sai che a me piacciono i vincitori». […]

Nel 1991 Françoise Gilot scrisse un libro anche sul complicato rapporto di amore-odio di Picasso con l’altro gigante dell’arte moderna, Matisse, di cui era amica. 

Gli altri due uomini della sua vita sono stati il pittore Luc Simon, dal quale ha avuto una figlia Aurelia, e il virologo americano Jonas Salk, inventore del primo vaccino antipolio, che ha sposato nel 1970 e con cui ha vissuto in California fino alla sua morte nel 1995. Gilot ha trascorso gli ultimi anni della sua vita a New York […]

Estratto dell'articolo di Giuseppe Di Giovanni per gazzetta.it l'8 giugno 2023.  

Si è spento a 81 anni Hossein Khosrow Ali Vaziri, meglio conosciuto come The Iron Sheik, uno dei wrestler più iconici e più importanti della storia della Wwe e non solo. La notizia del decesso è stata comunicata proprio sul suo profilo Twitter dai familiari […]

IL PERSONAGGIO

[…] The Iron Sheik è stato uno dei cattivi più importanti di sempre, colui che ha contribuito a far nascere la stella di Hulk Hogan e il mito dell’Hulkamania. Il primo titolo massimo dell’Hulkster arrivò proprio dopo il successo sul wrestler iraniano, nell’iconico match del 23 gennaio 1984 al Madison Square Garden. […] Sheik, che è nato a Teheran, prese parte alle Olimpiadi del 1968 come membro della squadra iraniana di lotta greco-romana. Dopo l'avventura olimpica si trasferì negli Stati Uniti, arrivando fino al debutto nel mondo del wrestling. 

IL RITIRO

La sua carriera ad alti livelli terminò a inizio anni ‘90, ma Khosrow ebbe il tempo di vincere la Gimmick Battle Royal a WrestleMania 17 (nel 2001), un match che vedeva coinvolte altre leggende Wwf degli anni ottanta e novanta. Fu proprio il suo amico-nemico Sgt. Slaughter a introdurlo nella Hall of Fame, nel 2005. L'ultimo match ufficiale di Iron Sheik si è tenuto a MWF Soul Survivor VI, il 24 aprile 2010, dove lottò in coppia con "Black Machismo" Jay Lethal sconfiggendo "Stalker" Dylan Kage (con Paul Bearer). […]

Addio a Pasolini Zanelli, colonna del "Giornale" di Montanelli. Una vita in giro per il mondo a raccontare i grandi leader e fatti internazionali. L'amore per Parigi, la stima e amicizia per Reagan e quel rifiuto di guidare il "Giornale" su proposta di Montanelli. Federico Bini l'8 Giugno 2023 su Il Giornale.

Lo ricordava con affetto il direttore, "il mio migliore amico" diceva con un certo orgoglio, che gli propose anche la direzione: "Ti faccio condirettore con la promessa di successione". Ma rifiutò. Indro Montanelli fece il "broncio" come tipico di quei toscani un po’ permalosi e capricciosi. Ma erano uomini di mondo navigatori di mari tempestosi e bastò una stretta di mano per chiarirsi.

Appartenevano ad un’epoca dove la storia non solo l’avevano studiata e respirata ma vissuta da protagonisti. Da un lato Montanelli con la sua vita romanzesca, gli incontri e gli aneddoti; dall'altro lui, Alberto Pasolini Zanelli, il nobile emiliano-romagnolo, penna fine ed eccelsa, appassionato di politica internazionale, dai tratti e lineamenti immancabilmente aristocratici portava su di sé il peso di un illustre casato. Il nonno era stato senatore liberale con Giovanni Giolitti: "Eravamo inoltre imparentati con il regista Pasolini".

Come Guido Piovene era un altro conte al servizio del Giornale. Non partecipò alla fondazione nel 1974 ma arrivò tra “l’argenteria di famiglia” montanelliana (Di Bella) nel 1977 tramite Enzo Bettiza. L’affascinante scrittore, giornalista ed esperto di comunismo che dalle colonne del quotidiano smascherò il socialismo reale nel suo volto violento e repressivo anticipandone il declino. E insieme al fraterno amico Frane Barbieri dettero vita (più merito del secondo) al termine di “eurocomunismo”. Bettiza, Barbieri, Corradi, Cervi, Pasolini Zanelli, Mezzetti, Gualazzini, Caputo etc. Quante firme straordinarie di politica internazionale in quel quotidiano.

Si trattava di un giornale che non solo era un manifesto dei migliori principi del liberalismo e conservatorismo europeo ma espressione di un mondo in cui l’eleganza, il garbo, la gentilezza e galanteria facevano parte del codice genetico per chi ne volesse varcare il massiccio portone (di via Negri 4 a Milano).

Alberto Pasolini Zanelli viaggiò in ogni parte del mondo, seguendo regimi, autocrazie, colpi di Stato, democrazie in ascesa e caduta. Ovunque c’era un fatto lui prendeva l’aereo e partiva. Conobbe e descrisse da vicino i grandi leader della terra: Eltsin, Gorbaciov, Allende, Castro, Brandt, Kohl e Mitterrand, tra i tanti.

Ma tra i ricordi più belli c’erano i due storici alleati di ferro: Margaret Thatcher e Ronald Reagan.

Di lei, donna pragmatica, risoluta e apparentemente fredda ricordava invece il tratto femminile (spesso secondario) e le giarrettiere che mostrò in modo non volontario durante uno dei tanti festeggiamenti elettorali: “Fu l’artefice del miracolo economico inglese. Non lo fece in modo bonario come Reagan ma con durezza”.

Il presidente americano, “un amico stimato e apprezzato” – “di cui era stato spesso ospite alla Casa Bianca” diceva il nostro comune amico Valerio Barghini rispettandone la riservatezza – fu un modello di leadership che consentì al mondo intero di riprendere il difficile cammino del dialogo, della distensione tra potenze e della libertà. Tutti elementi alla base di quella storica “dottrina Kissinger” che continuò felpatamente a influenzare – più o meno tutti – i tanti inquilini dello “studio ovale”.

Proprio alla morte di Reagan raccontava commosso e ammirato di quando alla fine del funerale la moglie e Gorbaciov andarono entrambi in silenzio verso la bara dell’ex presidente e deposero due fiori in suo omaggio.

Il giorno della caduta del muro di Berlino che sancì la sconfitta storica, politica ed economica del comunismo (ma non la sua forza ideologica) come modello di società, era a Milano, nello studio di Montanelli. Insieme assistettero alle immagini di quei tanti ragazzi che picconavano le pietre. Immancabile il suo commento: “Indro preparo il pezzo!”. “No, è uscito un tuo fondo oggi e non è elegante che esca con la stessa firma due giorni di fila”. Prontamente replicò: “Allora fallo tu”. “No, alle otto ci aspetta a cena Marisa”. “Sua compagna e donna bellissima”. Commento finale con moderata risata che sa tanto di tempi passati e che portavano con sé una dolce nostalgia: “Montanelli era un uomo molto puntuale”.

Dall’America dove viveva da tantissimi anni sognava Bologna ma soprattutto amava Parigi e sperava di rivederla ma era già tanto tempo che non stava bene. Chissà se dall’alto, nel lungo tragitto che porta nel regno dei cieli, riesca anche solo per un minuto a rivedere la città rigogliosa di gerani e gemme preziose.

Roteando occhi e volto, gesticolando e borbottando come solo i “toscanacci” sanno fare, avrebbe detto Indro: “Bada bischero! Se n’è andato anche lui”. In silenzio e senza fare chiasso, come tipico di quei vecchi galantuomini nobili e gran borghesi che ancora tanto avrebbero da insegnarci.

Morto l’attore Barry Newman, avvocato star anticonformista della serie “Petrocelli”. Barry Newman aveva 92 anni

Aveva 92 anni. Al cinema ha interpretato il memorabile ruolo di Kowalski, ex poliziotto in fuga nel road movie "Punto zero". su Il Dubbio il 6 giugno 2023

L'attore statunitense Barry Newman, che si è affermato come interprete televisivo grazie al ruolo dell'avvocato italo-americano Tony Petrocelli nella serie "Petrocelli" (1974-1976) e al cinema per il memorabile ruolo di Kowalski, ex poliziotto in fuga nel road movie "Punto zero", è morto al NewYork-Presbyterian Columbia University Irving Medical Center per cause naturali all'età di 92 anni. L'annuncio della scomparsa, avvenuta l'11 maggio, è stato dato solo oggi dalla moglie Angela a "The Hollywood Reporter".

Dopo aver a lungo calcato i palcoscenici di Broadway, Barry Newman aveva voglia di cambiare aria quando gli fu offerto il ruolo di un uomo incaricato di trasportare un'auto da Denver a San Francisco nel film "Punto zero" (1971), ricco di azione e diretto da Richard C. Sarafian. Il taciturno personaggio di Newman, Kowalski, era un veterano del Vietnam, ex pilota di auto da corsa e poliziotto congedato con disonore che non aveva nulla da perdere: sotto effetto di anfetamine, cerca di guidare un'auto Dodge Challenger R/T 440 Magnum bianca del 1970 verso la sua destinazione, San Francisco, in California, il più velocemente possibile. Il personaggio di Anthony Petrocelli è stato impersonato per la prima volta da Newman nel film "Al di là di ogni ragionevole dubbio" (1970) di Sidney J. Furie, dove il giovane avvocato difende un medico dall'accusa di aver ucciso la moglie, una storia liberamente basata sul famigerato caso del 1954 in cui il neurochirurgo di Cleveland Sam Sheppard fu inizialmente condannato per il brutale omicidio a bastonate della moglie.

Quattro anni dopo, Newman tornò a vestire i panni dell'avvocato anticonformista nel telefilm "Petrocelli", trasmesso dalla rete americana Nbc dal settembre 1974 al marzo 1976 per 45 episodi (la serie arrivò in Italia solo nel 1980 su Rai Uno, in seguito è stata replicata da Canale 5). "Petrocelli" racconta le vicende di un avvocato italo-americano di Boston che abbandona il ritmo frenetico della metropoli per trasferirsi a San Remo, tranquilla (e immaginaria) cittadina dell'Arizona. In ogni episodio l'avvocato Tony Petrocelli si muove come un astuto detective coadiuvato dalla moglie Maggie (Susan Howard, pseudonimo di Jeri Lynn Mooney, 1944) e da Peter Ritter (Albert Salmi, 1928-1990), un ex vice sceriffo vestito da cow-boy che ha assunto come collaboratore.

L'anticonformismo del personaggio si cela anche nei dettagli: trovandosi spesso senza monete, Petrocelli inventa ogni espediente per parcheggiare il suo pick up coperto senza pagare; a volte appone sul cruscotto la scritta 'evidence' relativa alla sua attività di avvocato penalista, oppure apre il cofano anteriore fingendo d'essere in panne.

Tra le altre interpretazioni di rilievo di Newman figurano quella del dottor Frank Whitman nel film catastrofico "Città in fiamme" (1979) di Alvin Rakoff, del dottor Garrett Braden nel medical drama tv "Infermiere a Los Angeles" (1989), del superstite Norman Bassett in "Daylight - Trappola nel tunnel" (1996), diretto da Rob Cohen ed interpretato da Sylvester Stallone, dell'agente Hal in "Bowfinger" (1999), di Jim Avery ne "L'inglese" (1999) di Steven Soderbergh, accanto a Terence Stamp. Tra le sue ultime apparizioni cinematografiche "40 giorni e 40 notti" (2002).

La carriera di Newman era stata interrotta dopo che nel 2007 gli era stato diagnosticato un cancro alle corde vocali, anche se poi si era ripreso. Barry Foster Newman era nato a Boston il 7 novembre 1930. Si diploma alla Boston Latin School e alla Brandeis University, suona il sassofono e il clarinetto nella banda dell'esercito americano e studia recitazione con Lee Strasberg dopo aver abbandonato l'idea di diventare antropologo. Nel 1957 ha debuttato a Broadway interpretando un musicista jazz nella commedia di Herman Wouk "Nature's Way" e un anno dopo è apparso con Alice Ghostley in "Maybe Tuesday".

Nel 1964-65, mentre continua a recitare in teatro, interpretò anche un giovane avvocato nella serie tv "Ai confini della notte", prima di essere licenziato dopo un litigio con un regista. Newman ha recitato in numerosi episodi di telefilm come "La parola alla difesa", "Get Smart", "Quincy", "Miss Marple", "Avvocati a Los Angeles", "La signora in giallo".

La canzone diventata indimenticabile. La ragazza di Ipanema è morta: addio a Astrud Gilberto, poetessa della bossa nova. Redazione su Il Riformista il 6 Giugno 2023 

Astrud Gilberto, la cui interpretazione della prima versione della canzone “Garota de Ipanema”, la ragazza di Ipanema, è diventata indimenticabile, è morta all’età di 83 anni.

Paul Ricci, collaboratore della Gilberto, ha confermato la notizia sui social media, scrivendo che gli era stato chiesto di annunciarla dal figlio della Gilberto, Marcelo. “È stata una parte importante di tutta la musica brasiliana nel mondo e con la sua energia ha cambiato le vite di molti”, ha aggiunto.

Nata nel 1940 nello stato brasiliano di Bahia e cresciuta a Rio de Janeiro, Astrud Weinert ha sposato il musicista João Gilberto nel 1959. Nel 1963 lo accompagnò in un viaggio a New York, dove lui doveva registrare con il jazzista Stan Getz e la star della bossa nova brasiliana Antônio Carlos Jobim. Il produttore voleva una cantante in lingua inglese per aiutare “The Girl from Ipanema” a raggiungere il pubblico statunitense e Astrud, che non aveva precedenti esperienze di registrazione, era l’unica persona in grado di parlarlo.

La versione originale era in un duetto con il marito: Astrud fu però tagliata fuori dai diritti d’autore e ricevette solo un piccolo compenso come musicista. Ma dopo che “La ragazza di Ipanema” fu prodotta nuovamente senza la voce in portoghese di João come solista singolo, divenne un grande successo nel 1964 e raggiunse la Top 5 degli Stati Uniti e la Top 30 del Regno Unito. Vinse il Grammy Award per la canzone dell’anno e Gilberto ottenne anche la nomination per la migliore interpretazione vocale femminile. Quell’anno lei e João divorziarono e Astrud andò in tournée negli Stati Uniti con Getz e la sua band, un’esperienza che in seguito descrisse come “molto difficile… essere nel bel mezzo di una separazione e affrontare le responsabilità di essere una madre single e una nuova carriera impegnativa”.

The Girl from Ipanema sarebbe stato il suo unico grande successo – anche se tornò nelle classifiche nel 1984, quando la bossa nova ritornò in auge – ma Astrud mantenne una certa popolarità per una serie di successivi album da solista per l’etichetta jazz Verve, a partire da” The Astrud Gilberto Album” del 1965. Registrò anche con Chet Baker e ha continuato ad andare in tournée fino al 2002. Nel 2008 le è stato conferito un premio alla carriera dai Latin Grammy. 

Estratto dell'articolo di repubblica.it il 6 giugno 2023.

È morta Astrud Gilberto, nota come "la ragazza di Ipanema" per aver interpretato la versione in inglese dell'omonima canzone, una delle grandi protagoniste dell'epoca d'oro della Bossa Nova. Astrud Evangelina Weinert, moglie del famoso chitarrista brasiliano Joao Gilberto (1931-2019), è morta nella serata di lunedì 5 giugno all'età di 83 anni. Divenne popolare a metà degli anni Sessanta per lo straordinario successo di Garota de Ipanema, la canzone composta da Vinícius de Moraes e Antônio Carlos Jobim, tradotta in decine di lingue, di cui lei incise la versione inglese The Girl from Ipanema, conquistando un Grammy Award.

A diffondere la notizia della scomparsa è stata sua nipote, la cantante Sofia Gilberto sul suo profilo Instagram. "Mia nonna Astrud Gilberto ha scritto una canzone per me, si chiama Linda Sofia. In effetti, voleva che il mio nome fosse Linda Sofia. La vita è bella, come dice la canzone, ma vengo a portare la triste notizia che mia nonna è diventata una stella oggi ed è accanto a mio nonno João Gilberto. Astrud è stata la vera ragazza che ha portato la Bossa Nova da Ipanema nel mondo. Era la pioniera e la migliore", ha scritto Sofia Gilberto.

[…] Nata il 30 marzo 1940 a Salvador de Bahia, in Brasile, da madre brasiliana e padre tedesco, Astrud intraprese la carriera musicale nel 1960 e nel 1963 si trasferì con João negli Stati Uniti. […]

L'addio della nipote. Chi era Astrud Gilberto, la ragazza di Ipanema scomparsa a 83 anni. Dopo anni trascorsi nel dimenticatoio fu George Michael a riaccendere la sua stella con Desafinado. Graziella Balestrieri su L'Unità il 7 Giugno 2023

«Vengo a portare la triste notizia che mia nonna oggi è divenuta una stella ed è accanto a mio nonno Joao Gilberto. Astrud è stata la vera ragazza che ha portato la Bossa Nova da Ipanema nel mondo. Era la pioniera e la migliore». Con queste affettuosissime e delicatissime parole, la nipote Sofia Gilberto, ha annunciato su Instagram la morte della nonna Astrud Evangelina Weinart, 83 anni, divenuta famosa nel mondo come la ragazza di Ipanema e per essere stata il simbolo femminile nell’epoca della Bossa Nova.

Tutto ha inizio quando a metà degli anni Sessanta, Astrud incide la versione in inglese del famoso brano composto da Vinicius de Moraes e Antonio Carlos Jobim Garota de Ipanema che diventa The Girl from Ipanema e che non solo le regala una fama planetaria ma anche un Grammy Award. Basti pensare che dopo Summertime di George Gershwin, La ragazza di Ipanema diventerà la seconda canzone più registrata nel mondo della musica. Poco più che ventenne, Astrud si ritrova il brano in mano solo perché il marito non riesce a cantarla in inglese: è così, per un banalissimo caso, che inizia la carriera della ragazza nata nel 1940, a Salvador De Bahia, da madre brasiliana e padre tedesco, che una volta trasferitasi con la famiglia a Rio De Janeiro, conosce quello che presto sarà suo marito, ma anche una delle figure centrali nella musica brasiliana, ovvero Joao Gilberto.

Ma il Brasile nel quale si affacciano i giovani musicisti è un Paese in preda al caos, che presto verrà sotterrato e insanguinato dalla dittatura militare che imperverserà dal 1964 fino al 1985 e non darà ai giovani nessuna chance per pensare al futuro e lascerà poco spazio all’immaginazione e alla fantasia dei movimenti che sotto la superficie stavano nascendo e che porteranno poi, fortunatamente venti di libertà. E così se da un lato la Bossa Nova perderà la sua leggerezza che l’aveva contraddistinta sin dagli inizi, tramutando i testi d’amore e spensieratezza in testi impregnati di voglia di libertà e di protesta contro la dittatura in artisti come Chico Buarque o Clara Nunes agli inizi degli anni 70, la Bossa Nova interpretata e incarnata da Astrud nella prima metà degli anni 60 troverà nelle morbide corde vocali di quest’artista leggiadra e singolare l’espressione di un Brasile che anche se non parla e canta di dittatura cerca e vuole trovare un modo nella sofisticata arte della Bossa Nova, una forma di espressione artistica per essere leggeri.

Una forma che, detto per inciso, non è mai stata sinonimo di stupidità. Al contrario, quella particolare maniera di essere leggeri, fatta propria da Astrud. è una forma di protesta contro chi ti vuole zittire. Sta di fatto però che Astrud Gilberto sarà molto più apprezzata e famosa fuori dal suo Brasile che imparerà ad amarla e giustamente ad apprezzarla come un’icona e simbolo femminile di quegli anni solo dopo la fine della dittatura. Ha ragione la nipote, da questo punto di vista, quando la definisce una pioniera.

In un contesto così terrificante e brutale come quello del regime dei Gorillas la grazia di Astrud e il suo modo sensuale di interpretare The Girl From Ipanema si sono guadagnati la giusta fama in patria con il tempo. Ne è dovuta passare di acqua sotto i ponti, prima che tutti comprendessero appieno che cosa raccontavano le sue movenze, la sua lentezza. Non era nient’altro che l’identificazione totale con la bellezza della sua terra.  Orgogliosa, fiera, bella, Astrud deve al marito il fatto di averle ceduto un brano che poi lei renderà così importante, e quindi a lui il fatto di averla introdotta negli ambienti musicali.

Ma la riconoscenza verso Joao Gilberto si ferma davvero qui, perché passo dopo passo, esacerbata dalle innumerevoli infedeltà del coniuge, deciderà di rompere e chiedere il divorzio. Oltre la siepe, ad attendere Astrud, c’è la collaborazione con il famoso jazzista Stan Getz, che però presto si rivelerà anche lui non proprio uno stinco di santo. Dopo aver affrontato continui rimproveri e maltrattamenti durante la tournée, finalmente la nostra riesce a separarsi anche da lui ma scoprirà ben presto a che prezzo. nel senso che mister Getz che non le darà nemmeno un soldo. E a poco vale la successiva collaborazione con uno dei suoi veri idoli, ovvero Chet Baker alla fine degli anni Settanta, che per quanto di spessore, come spesso accade nel mondo della musica, non ridarà a miss Weinart la stessa fama ottenuta con “The Girl from Ipanema”.

Passeranno molti anni, prima che la campanella del mainstream tornerà a suonare per Astrud. Succede solo alla fine degli anni 90, precisamente nel 1998, con l’album Ladies and Gentlemen, quando una delle voci più belle e intense in assoluto del panorama maschile musicale, il mai troppo compianto George Michael la vorrà con sé per reinterpretare il brano Desafinado. Ne vien fuori una versione intensa e sensualissima, sofisticata, baciata dall’unione di due tra le più belle voci che il panorama della musica internazionale possa vantare a quell’epoca. E così l’astro di Astrud Gilberto torna a brillare, complice l’intuizione di George Michael, che per un verso riesce ad omaggiare la sensualità brasiliana e per un altro riesce a cogliere tutta la portata simbolica della parabola della ragazza di Ipanema: una stella che era sorta tanto velocemente e in tutto il mondo e che poi con altrettanta velocità si era spenta.

La ragazza dai capelli neri con il fiocco in testa e gli occhi grandi, che teneva lo sguardo fisso verso un pubblico di donne sedute e sorridenti ad ammirarla e a seguire il suo modo lento e disincantato di interpretare una nazione tutta, si riprende in qualche modo il suo posto, con quella voce ferma e delicata, tanto sensuale da non far notare la sua non perfetta intonazione. Chi meglio di lei avrebbe potuto rappresentare la sua terra? Chi meglio di lei ha saputo intonare la leggerezza di un popolo che ha subito una feroce e brutale dittatura? Chi meglio di lei con la sua placidezza ha saputo rappresentare quelle sconfinate spiagge brasiliane che ti assalgono con quella saudade di cui la voce di Astrud è impregnata?

È così che se ne è andata la ragazza che passeggiava sulla spiaggia, che cantava, che sapeva di essere osservata ma che manteneva lo sguardo dritto verso di sé, non curandosi degli altri, non curandosi della tristezza intorno a sé: andando avanti, guardando in avanti, come poi avrebbe fatto la sua terra finalmente liberata. “La leggerezza è propria dell’età che sorge”, diceva Marco Tullio Cicerone. E con Astrud Gilberto stava nascendo una nuova età. Peccato che ce ne se ne renda conto sempre troppo tardi.

DI Graziella Balestrieri 7 Giugno 2023

Sondrio, morto il re della bresaola Emilio Rigamonti: colpito da un malore a 92 anni. Barbara Gerosa su Il Corriere della Sera il 31 Maggio 2023

Si è accasciato a terra in piazzale Bertacchi, attorno all'ora di pranzo.  Inutili i soccorsi. L'imprenditore aveva 92 anni

Ha reso la bresaola un prodotto conosciuto e consumato in tutto il mondo. Emilio Rigamonti, l’ex patron dell’omonima azienda di bresaole, è morto nella tarda mattinata di mercoledì a Sondrio. Si è accasciato nel piazzale della stazione ferroviaria. Aveva appena salutato un amico, con cui aveva preso un aperitivo, quando è stato colto da un malore. Inutili i soccorsi.

Aveva 92 anni e per decenni era stato alla guida dello storico salumificio che porta ancora oggi il nome di famiglia, anche se nel 2011 l’azienda è passata nelle mani del colosso brasiliano della carne Jbs. Ancora ragazzino Rigamonti era subentrato insieme al fratello Giovanni nella conduzione dell'attività di macelleria e salumeria aperta dal padre nel 1913. Lo stabilimento produttivo di Montagna in Valtellina, insieme a quelli di Poggiridenti e Mazzo in Valtellina, impiega oltre 200 dipendenti. 

Amante dello sport, aveva legato il suo nome come sponsor a diverse società, in particolare nel calcio e nella pallacanestro. Fondamentale anche il contributo nel sociale. Nel 2013 aveva partecipato alla festa per il centenario dell'azienda che ha fatto conoscere il salume principe della Valtellina in tutto il mondo. «Ci uniamo al dolore della famiglia - ha detto il presidente del Consorzio di tutela bresaola della Valtellina, Mario Moro -. Il nostro pensiero va all'uomo e all'imprenditore che era. Ci lascia una persona di estremo valore. Fondamentale è stato il suo contributo per il riconoscimento e la valorizzazione del nostro prodotto Igp. La sua passione per il lavoro e per il territorio ci sono di esempio».

(ANSA il 30 maggio 2023) – È morto questa mattina nella sua casa di Calcata vicino Roma dove viveva da molti anni l'architetto Paolo Portoghesi, 92 anni. Lo conferma all'ANSA l'architetto Luca Ribichini professore della Sapienza. 

Lucido fino alla fine stava scrivendo un libro sulla bellezza. Docente universitario, progettista di fama, teorico, Portoghesi è stato il principale esponente in Italia del Postmodernismo. Tra i suoi tantissimi lavori, la moschea di Roma, Casa Papanice, sempre nella capitale, e la Chiesa della Sacra Famiglia di Salerno.

In tanti anni di carriera con una personalità poliedrica e impegni che hanno spaziato dal lavoro storico-critico alla progettazione, dall'insegnamento universitario alle cariche istituzionali (nel 1979 direttore architettura della Biennale di Venezia della quale poi è stato presidente dal 1983 al 1993), Portoghesi ha visto realizzati moltissimi dei suoi progetti, disegnando e costruendo di tutto in Italia e all'estero. L'elenco è lungo, dalla Casa Baldi del 1959 alla moschea di Roma, forse la sua opera più nota, passando per i complessi residenziali dell'Enel di Tarquinia, l'Accademia di Belle Arti dell'Aquila, il teatro di Catanzaro.

Suo anche il restauro della piazza del Teatro alla Scala di Milano, mentre fra i lavori per l'estero ci sono residenze (Berlino), giardini (Montpellier), alberghi, fast food (Mosca), la moschea di Strasburgo. ''Dovendo scegliere tre che mi rappresentano, indicherei la chiesa della Sacra famiglia a Salerno (1974), la piccola chiesa di San Cornelio e Cipriano a Calcata (2009) e la moschea di Roma (1995)'', spiegò lui anni fa in un'intervista all'ANSA. "Ma non solo, perché i progetti sono un po' tutti figli, ogni tanto li vado a trovare''.

Da molti anni, insieme alla moglie Giovanna Massobrio, anche lei architetto, viveva nel borgo medievale di Calcata, alle porte della capitale in una grande e bella casa immersa in un giardino maestoso pieno di animali e abbellito da piante secolari dove aveva trovato posto anche la sua biblioteca e dove ha ospitato spesso anche i gli studenti di geoarchitettura, il corso che ha tenuto per anni alla Sapienza. 

Nel 2016 ha donato il suo archivio al Maxxi. L'ultimo lavoro realizzato è del 2019, la concattedrale di Lamezia Terme, un'opera che appare un po' la summa di tutte le sue riflessioni sul sacro, con gli svettanti campanili in acciaio corten che citano la Sagrada Famiglia di Gaudì e la facciata che quasi sembra abbracciare i fedeli invitandoli a entrare. Amareggiato per le condizioni di degrado di Casa Papanice, Portoghesi era in queste settimane al lavoro su un Manifesto per la conservazione delle opere architettoniche contemporanee.

"Resta un tabù", spiegava, sottolineando battagliero le responsabilità dei politici ma anche degli stessi architetti: "Casa Papanice era un ritorno alla natura e alla bellezza, voleva differenziarsi in modo netto dalle architetture che la circondavano. Voleva essere una profezia della città nuova. Ecco, questa è l'innovazione che, forse, è la cosa che meno è stata compresa".

Paolo Portoghesi morto a Roma, aveva 92 anni: suoi la Grande Moschea e il restyling di piazza San Silvestro. Laura Martellini e Carmen Plotino su Il Corriere della Sera il 30 Maggio 2023

Portoghesi era nato nel 1931 cuore della Roma barocca, sua principale fonte d'ispirazione estetica. Professore emerito di Geoarchitettura alla Sapienza

È morto a Roma l'architetto Paolo Portoghesi, aveva 92 anni. Figlio di un ingegnere, è cresciuto nel rione Pigna del centro storico della Capitale, nel cuore della Roma Barocca, sua principale fonte d'ispirazione estetica. A Roma sarà ricordato soprattutto per la Grande Moschea dei Parioli e per la ristrutturazione di piazza San Silvestro. Il professore, prima con Casa Baldi del 1960 (ispirata ai ruderi romani) e in seguito con Casa Papanice, nel quartiere Prati del 1968, ha anticipato i temi del movimento postmoderno in Architettura, corrente di cui diverrà poi, fra gli anni Settanta e Ottanta, capofila in Italia.

La Moschea dei Parioli

Come si legge su Wikipedia, la grande moschea di Roma fu voluta e finanziata dal re Faysal dell'Arabia Saudita, capostipite della famiglia reale saudita. Il progetto fu affidato a Paolo Portoghesi, che si affiancò a Vittorio Gigliotti, Sami Mousawi e Nino Tozzo. Come si legge nell'epigrafe esterna, la sua costruzione ha richiesto più di vent'anni: la donazione del terreno fu deliberata dal consiglio comunale romano nel 1974, ma la prima pietra fu posta dieci anni dopo, nel 1984, alla presenza dell'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, e l'inaugurazione avvenne il 21 giugno 1995. Il progetto di Portoghesi cerca un incontro con la storia e la tradizione locale, ad esempio attraverso l'uso di materiali che generano colori tipicamente romani, come il travertino e il cotto rosato, ma ispirato al  modello di moschea  «della foresta», caratteristico del Maghreb e della Grande moschea di Cordova, nella Spagna meridionale; a quello della moschea ottomana  e quello della moschea persiana, caratterizzato dall'alternanza tra grandi corti e spazi aperti. L'apparato decorativo, assai discreto nell'ampiezza dello spazio che lo contiene, è costituito da ceramiche invetriate di colori delicati. Il tema coranico ripetuto è «Allah è luce».

Piazza San Silvestro

E poi piazza San Silvestro, dove anticamente sorgeva il tempio del Sole, voluto dall'imperatore Aureliano nel 273. Prende nome dalla chiesa di San Silvestro in Capite, fondata nell'VIII secolo da papa Paolo I, che abitò nelle vicinanze: nell'Alto Medioevo, infatti, l'area era chiamata Catapauli, cioè «presso la dimora di Paolo». Il convento annesso alla chiesa fu sostituito dopo l'Unità d'Italia dal un nuovo edificio, adibito dapprima a ministero dei Lavori pubblici, quindi a Palazzo centrale delle poste. Una parte rimase ai padri Pallottini, cui tuttora è affidata la chiesa. Spariti invece il monastero delle Convertite e della chiesa di Santa Lucia della Colonna. Tra gli anni '40 e '50 la piazza divenne il principale capolinea delle linee Atac, finché nel 2011 si decise la chiusura della piazza al traffico, quando venne pedonalizzata e riqualificata dall'architetto Portoghesi. Il progetto originario prevedeva anche la presenza di alberi, che però non furono piantati. Tanto che ancora oggi romani e turisti protestano per la mancanza di ombra, col sole a picco  che d'estate rende bollenti e quasi inutilizzabili le panchine bianche

Gli architetti: «Ha difeso la bellezza, sempre»

In linea con la teoria della decrescita di Serge Latouche, Portoghesi definiva la geoarchitettura come un'architettura «umanistica» che rispetta sette criteri fondamentali: imparare dalla natura, confrontarsi con il luogo, imparare dalla storia, impegnarsi nell'innovazione, attingere alla coralità, tutelare gli equilibri naturali e contribuire alla riduzione dei consumi. Dal 2007, nella Facoltà di Architettura della Sapienza, è attivo il corso di Geoarchitettura di cui fu Portoghesi il primo docente. «Un grande dolore una grande perdita per l'architettura e il mondo della cultura: un amico, un maestro e un intellettuale che ha contribuito a difendere la bellezza, sempre». Il cordoglio del presidente dell'Ordine degli Architetti di Roma e provincia, Alessandro Panci, nell'apprendere la notizia della scomparsa di Portoghesi. «Una grande perdita per il Paese e per Roma, la sua città. La sua lezione sull'architettura resterà un caposaldo per tutti noi: professionisti, cultori e cittadini».

PORTOGHESI, L’ARCHITETTO DELLA STORIA…Pierluigi Panza per fattoadarte.corriere.it il 30 maggio 2023.

 PIERLUIGI PANZA - IL PRESIDENTE DELL ORDINE DEGLI ARCHITETTI DI ROMA PAOLO PORTOGHESI - FRANCO PURI - IL PRESIDENTE DELL ACCADEMIA ADRIANEA PIERFEDERICO CALIARI

Ho incontrato l’ultima volta Paolo Portoghesi un anno fa quando, insieme a Franco Purini, gli è stato conferito il Prix Piranesi alla carriera dall’Accademia adrianea. Eravamo nella Casa dell’Architettura di Roma, la sua casa sebbene meno di quella del borgo medioevale di Calcata dove viveva da decenni con la moglie, architetto, Giovanna Massobrio, una casa con quella musicalità, quella preziosa biblioteca e quei suoi magnifici giardini pieni di animali e abbelliti da piante secolari. 

Quello di Portoghesi è stato un viaggio interminabile verso ciò che il passato poteva alimentare. La sua idea di architettura era di un modello cosmico, anche se si trattava di una semplice casa. La storia lo ha guidato nel coraggio di voler andare sempre aventi nella memoria. Il suo è stato un viaggio verso ciò che il passato poteva dare, un modo per portare il passato nel futuro. Una lotta per il passato che l’architettura realizzata rende riflesso nella comunità vi abita.

Leon Battista Alberti, Guarino Guarini, Victor Horta, Gardella, Michelucci, Aldo Rossi… ma anche Rilke e Holderlin, Corelli e Beethoven… architetti, poeti e musicisti hanno riempito l’agenda delle sue giornate e delle sue lezioni sin da quando fu preside alla Facoltà di Architettura di Milano. Così come l’architetto veneziano Giovan Battista Piranesi ha dialogato a lungo con Borromini per il progetto dell'abside del Laterano, analogamente Portoghesi aveva dialogato con entrambi.

Portoghesi era nato in una casa di Borromini, Palazzo Nari di via Monterone, che sfocia in piazza dei Caprettari davanti a Sant’Eustachio, dove era stato battezzato. Di lì si vede la cupola di Sant’Ivo che si libera dalle gabbie tortuose dell’urbanistica capitolina, si libera da Palazzo Maccarani e si svolge come un fuso nel cielo. Indicando questa come modello, al pari di Borromini e Piranesi Portoghesi rivelava come il tema dell’ossessione – le spire della conchiglia come ossessione - costituisse gran parte della verità in architettura. L’architettura come distopia, orizzonte di riferimento per far sì che possa rispondere ai bisogni stagione dopo stagione. 

Lucido fino alla fine, Portoghesi stava scrivendo un libro sulla bellezza. Docente, progettista di fama, teorico, tra i suoi tantissimi lavori figura la Casa Papanice sulla quale sono stati lanciati vari allarmi e la Chiesa della Sacra Famiglia di Salerno. Nella moschea di Roma ha fatto coincidere il sogno con l'idea stessa di un'architettura realizzabile.

Superata l’idea materialistica della storia, Portoghesi si prese a modello Robespierre, il quale raccontava come la Rivoluzione francese fosse stata un modo per riportare in vita l’antica Roma. Dissodando come un minatore l’intero percorso della storia, nel 1971, al Politecnico di Milano, si servì del metodo dialettico di Benjamin nelle lezioni di storia e sperimentò, anziché la cronologia, un sistema genealogico basato sulle vite parallele: Borromini con Frank Lloyd Wright, Mies van der Rohe insieme al tempio greco, Louis Khan insieme al classicismo settecentesco, gotico e architettura del ferro... Il metodo di Portoghesi, però, non è fu Palladio in Alva Aalto ma Alvar Aalto in Palladio, dall’oggi allo ieri.

La genealogia è un compito dell’uomo moderno ed un modo attraverso il quale lo storico diventa anche politico poiché disvela un piano operativo dell’arte. La modernità è sempre un processo di ribellione e la storia nasconde sempre risvolti che si trovano “con il balzo di tigre” citato da Benjamin. La genealogia non è cronologia e costringe alla oscillazione tra i campi. L’Angelo della storia di Benjamin è qualcosa di più tangibile attraverso l'architettura, qualcosa che rimane tra noi per un po' di tempo. 

L’Angelus Novus di Klee pare allontanarsi da qualcosa, ha gli occhi spalancati cammina in avanti, fuggendo dalla storia in cui non vede una successione di eventi di rischiaramento ma una catastrofica rovina. Vorrebbe trattenersi e resuscitare i morti di quella rovina, ma un forte vento non gli permette di chiudere le ali. E deve avanzare. E questa tempesta lo spinge verso il futuro, verso quello che chiamiamo progresso, ciò da cui ci avviciniamo involontariamente perché memoria e amore convivono e chi non ha memoria non ama.

In tanti anni di carriera, con una personalità poliedrica, Portoghesi ha svolto impegni che hanno spaziato dal lavoro storico-critico alla progettazione, dall'insegnamento universitario alle cariche istituzionali come nel 1979 direttore architettura della Biennale di Venezia della quale poi è stato presidente dal 1983 al 1993.

“La strada novissima” presentata alla Prima Biennale di Architettura del 1980 intitolata La Presenza del Passato fu una esperienza collettiva da lui orchestrata e rispondeva alla volontà di proporre una riflessione sul tema della strada urbana attraverso un percorso di 70 metri, dieci facciate di case per lato, a grandezza naturale, progettate da Frank O. Gehry, Rem Koolhaas, Hans Hollein, Franco Purini, Arata Isozaki, Robert Venturi, Ricardo Bofill, GRAU. Seguì il Postmodern che ci liberò dal Movimento Moderno più engagé.

Estratto dell'articolo di repubblica.it il 29 maggio 2023.

Addio a Isa Barzizza. L'attrice è morta a 93 anni a Palau, in provincia di Sassari. Aveva iniziato giovanissima la sua carriera in teatro e nel varietà e fu ironica spalla e musa di Totò in numerosi film (tra cui Un turco napoletano, Totò cerca pace, Totò al Giro d'Italia). [...] 

L'annuncio della scomparsa è stato dato su Facebook da don Paolo Pala, parroco di Palau dove l'attrice si era trasferita da più di 40 anni. 

Era nata a Sanremo (Imperia) il 22 novembre 1929, figlia del compositore e direttore d'orchestra Pippo Barzizza e Tatina Salesi, Luisita "Isa" esordì giovanissima a teatro con la compagnia di Ruggero Ruggeri e poi con quella dei fratelli De Filippo. Subito dopo la seconda guerra mondiale si affermò come una delle soubrette più amate del teatro di rivista, stella di punta negli spettacoli firmati da Erminio Macario e Remigio Paone. 

Sposata con il regista Carlo Alberto Chiesa […]

Non ancora trentenne l'attrice si allontanò dal mondo dello spettacolo e in seguito divenne direttrice di doppiaggio. Tornò al cinema grazie a Ettore Scola che la volle nel film C'eravamo tanto amati. Per Rai 3 condusse Mai dire mai nel 1989 con Fabio Fazio e Giampiero Mughini e partecipò alle due serie della fiction di Rai Uno Non lasciamoci più (1999 e 2001).

Nel 2012 nel film Viva l'Italia [...] La sua ultima apparizione a cinema è stata dieci anni fa in Indovina chi viene a Natale? di Fausto Brizzi.

Marco Giusti per Dagospia il 31 maggio 2023.

Non abbiamo davvero idea di quale divinità fosse, neanche ventenne, Isa Barzizza divisa tra cinema e varietà in un’Italia che iniziava a uscire dalla guerra e finalmente a ridere. Totò la incorona per sempre nella celebre scena del wagon-lit già nella rivista 

“C’era una volta il mondo” nel 1948, e quattro anni dopo i due ripetono la stessa scena nel primo film italiano a colori, “Totò a colori”. Fanno ridere i battibecchi con l’onorevole Trombetta, ma gli spettatori hanno gli occhi fissati sulle gambe affusolate di Isa Barzizza. I giornalisti riportano che non è stato necessario cambiare nulla a Isa, né colori dei capelli, né tonalità della pelle, per le riprese a colori.

Per lanciare in America “Dove sta Zazà” con Nino Taranto e Isa nel ruolo di Zazà, sui giornali d’oltre Oceano si scrive “”Italy’s most beautiful girl in her first strip tease”. A quel punto la Barzizza è una star di prima grandezza, un’attrice che guadagna 16 milioni di lire all’anno. Un manager teatrale importante come Paone, le chiede 154 milioni di lire per la rottura di contratto. Una notizia che finisce per giorni in prima pagina. Ha detto di essere malata e invece gira un film alla Farnesina.

Giuseppe Marotta insorge a difesa dell’attrice “più gentile d’Italia”, che non può essere chiusa a chiave da un impresario per nove anni. E’ un patrimonio nazionale. Alla fine si metteranno d’accordo e Isa Barzizza apparirà nel varietà “Gran Baldoria” assieme a Elsa Merlini e Enrico Viarisio al Teatro Nuovo di Milano, con un pubblico che viene da ogni parte d’Italia solo per vedere lei e le sue gambe. Orio Vergani, che è pazzo di lei, la definisce sulle pagine del Corriere, “un fiore da vetrina, Boucher e Fragonard se la sarebbero certamente contesa come modella”. Nel film “Milano miliardaria” di Steno e Marchesi, tra le tifoserie milaniste e napoletano si scommette di tutto.

Tino Scotti, meglio noto come il Cavaliere, scommette sua moglie, la bellissima Isa Barzizza, col napoletano Dante Maggio se il Napoli vincerà sul Milan. Altri tempi. Figlio di un maestro amatissimo come Pippo Barzizza, di una bellezza elegante, bionda, scoperta quindicenne da Erminio Macario nel 1947 con “Le educande di San Babila” e “Follie d’Amleto”, poi passata al Totò di “C’era una volta il mondo e “Bada che ti mangio”, Isa Barzizza non ha il tempo di diventare davvero una soubrette che è già una star del nostro cinema. Gira una ventina di film in quattro-cinque anni.

Tutti con i più grandi comici del momento. “I due orfanelli” con Totò, il già citato “Dove sta Zazà” con Nino Taranto, “Totò al Giro d’Italia” con Totò, ma anche con Coppi e Bartali. Ne “I pompieri di Viggiù” la troviamo a fianco di Totò che fa il manichino e poi si finge pazzo di fronte al marito geloso. Quando Totò accetterà il duello con l’Onorevole Mazza che si lamenta delle battute satiriche sulla politica nei varietà di Totò, proprio Totò si porterà dietro come secondi due grandi soubrette del tempo, Isa Barzizza e Elena Giusti.

 Ma il duello con l’Onorevole Mazza diventerà un numero comico, pronto a essere ripreso nella scena del wagon-lit con l’Onorevole Trombetta. Ma mi faccia il piacere… In “Adamo ed Eva” di Mattoli non può che essere Eva e Macario è Adamo. A Isa regalai un manifesto stupendo del film, quando abitava ancora a Roma. Ma aveva un rapporto particolare con i suoi spettacoli e i suoi film, come se li avesse fatti un’altra Barzizza. Poi incontra Dapporto in “Il vedovo allegro”, Walter Chiari in “L’inafferabile 12”, torna con Totò in “Figaro qua, Figaro là”.

E, ancora, “Sette ore di guai”, “Il mago per forza” con Tino Scotti, “Era lui, sì sì”. In “Porca miseria” di Giorgio Bianchi con Carlo Croccolo il critico del Corriere si lamenta che non si vedono le celebri gambe di Isa Barzizza. E’ bella, ma non è Sofia Loren. E’ una ragazza di classe, istruita, ha fatto il Liceo Gioberti a Torino, è figlia di una stella dello spettacolo italiano, di un grande innovatore, non corrono voci maligne su di lei. E lei stessa, molti anni dopo, dirà che nessun produttore o regista o capocomico l’ha mai importunata sul set.

La definiscono rosea, gentile. Quando nel 1953, nel pieno del suo successo, si sposerà con Carlo Alberto Chiesa, il direttore del telegiornale della Rai, sceglierà un orario assurdo, le 5 e tre quarti di mattina, nella chiesetta di Monte Mario a Roma, per non farsi fotografare da nessuno. Profilo basso. La porterà all’altare suo padre, amatissimo. I due avranno una figlia, e già nel 1955 Isa non girerà più nulla. Quando, in un brutto incidente d’auto sull’Aurelia, il marito Carlo Alberto Chiesa perderà la vita nel 1960, Isa Barzizza prenderà la decisione di lasciare cinema e teatro, lasciandosi solo il doppiaggio.

 Quando tornerà negli anni ’70 non sarà più la Isa Barzizza che faceva impazzire il pubblico italiano del dopoguerra, la soubrette giovanissima che poteva stare a fianco di Totò, Macario, Viarisio, Dapporto, Chiari, senza mai perdere la sua eleganza naturale. Nelle varie volte che l’ho intervistata sembrava che avesse fatto tutti i film e gli spettacoli che aveva fatto senza grande sforzo. Il mondo dello spettacolo italiano allora era una grande famiglia, tutti erano gentili. Sembrava non avere grandi aneddoti da raccontare, erano rapporti di lavoro molto professionali. E del resto era così giovane. Ma quando la invitai a parlare di Totò in una serata di Rai Due a Napoli con Renzo Arbore, Serena Rossi, Carlo Croccolo, già vederla sul palco con De Luca era uno spettacolo.  

Addio Isa Barzizza, attrice simbolo del cinema italiano. Il Quotidiano del Sud il 29 Maggio 2023 su La Gazzetta del Mezzogiorno.

Lutto nel mondo del cinema. E’ morta all’età di 93 anni Isa Barzizza, attrice e interprete della rivista, del cinema e della televisione, fin dalle prime trasmissioni sperimentali, celebre spalla di Totò e figlia del musicista Pippo Barzizza. A comunicare il decesso don Paolo Pala, parroco di Palau, sul proprio account Facebook.

“Comunico che è venuta a mancare la nostra compaesana acquisita, cittadina onoraria di Palau, Isa Barzizza. Alla figlia Carlotta, al genero Gigi, ai nipoti Martino e Nicola vadano le nostre più affettuose condoglianze. Isa è stata una protagonista dello spettacolo e del cinema. Il funerale sarà celebrato domani pomeriggio alle ore 17 nella chiesa del Redentore”, ha scritto don Paolo.

Nata a Sanremo (Imperia) il 22 novembre 1929, dopo aver terminato gli studi liceali, fu lanciata nel mondo del teatro da Erminio Macario. Debuttò con ‘Le educande di San Babila’ del 1947, seguita poi da ‘Follie’ di Amleto del 1947-48 diventando per la sua spigliata ironia, una delle beniamine del teatro leggero e musicale del dopoguerra italiano. Il suo secondo padrino fu Totò. In campo teatrale interpretò con l’artista napoletano due spettacoli, ‘C’era una volta il mondo’ (1948) e ‘Bada che ti mangio’ (1949). La Barzizza con Totò debuttò anche al cinema nel film ‘I due orfanelli’ del 1947 e realizzò con lui 11 film, tra cui Fifa e Arena e I pompieri di viggiù.

Spalla dei principali comici italiani, il suo unico ruolo da protagonista lo ebbe in ‘Viva la rivista!’ del 1953, Si cimentò anche nel teatro di prosa recitando William Shakespeare ne La dodicesima notte per la regia di Renato Castellani. Il 3 gennaio 1954, giorno d’inizio dei programmi ufficiali della televisione italiana, la Rai trasmise l’atto unico di Carlo Goldoni ‘Osteria della posta’ nel quale Barzizza era l’attrice protagonista.

Interruppe la carriera a soli 31 anni, nel 1960, in seguito alla morte del marito, il regista televisivo Carlo Alberto Chiesa, deceduto in un incidente stradale. Tornò a teatro solo nei primi anni Novanta, di nuovo in commedie come ‘La pulce nell’orecchio’ per la regia di Gigi Proietti, o ‘Arsenico e vecchi merletti’, di Joseph Kesselring, per la regia di Mario Monicelli. Nello stesso periodo è tornata a lavorare anche al cinema e in televisione. Condusse per Rai3 il rotocalco ‘Mai dire mai’ nel 1989 con Fabio Fazio e Giampiero Mughini e ha partecipato alle due serie della fiction di Rai 1 ‘Non lasciamoci più ‘(1999 e 2001). Nel 2012 il ritorno al cinema interpretando Marisa nel film ‘Viva l’Italia’.

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Aveva 93 anni. È morta l’attrice Isa Barzizza, soubrette della rivista e spalla di Totò. Donna di spettacolo che ha segnato un'epoca. Lavorò con Macario, Nino Taranto, Garinei e Giovannini, Ettore Scola, Walter Chiari e Carlo Dapporto. Redazione Web su L'Unità il 29 Maggio 2023 

Per tanti era una delle spalle naturali di Totò, spalla comica quando ancora non era abituale che fosse una donna a ricoprire quel ruolo. Isa Barzizza è morta a Palau, in provincia di Sassari, dove viveva da oltre 40 anni. Aveva 93 anni. A dare la notizia don Paolo Pala, parroco di Palau. “Comunico che è venuta a mancare la nostra compaesana acquisita, cittadina onoraria di Palau. Alla figlia Carlotta, al genero Gigi, ai nipoti Martino e Nicola vadano le nostre più affettuose condoglianze”.

Barzizza aveva recitato con grandi e grandissimi come Carlo Campanini, Nino Taranto, Walter Chiari e Carlo Dapporto. Era nata a Sanremo nel 1929. Da bambina aveva vissuto la Seconda Guerra Mondiale. Quando la famiglia viveva a Torino venne soccorsa da un amico del padre e trasferita a Sanremo. Il padre era Pippo Barzizza, compositore e direttore d’orchestra che aveva la passione di riprendere tutto con una telecamera. Non esaltato dall’idea della figlia attrice.

Barzizza aveva cominciato quando durante la guerra c’era bisogno di una bambina a teatro e chiamavano lei. A otto anni iniziò con Eduardo De Filippo. “Diceva che un attore non deve sentire lui le emozioni che esprime, non si deve emozionare, deve essere capace di emozionare gli altri”, aveva raccontato in una lunga intervista a Serena Bortone nella trasmissione Rai Oggi è un altro giorno nell’estate scorsa. Il salto di qualità con il re della rivista, Macario, quando aveva 17 anni. Divenne in pochissimo una diva, una soubrette capace di segnare anche il cambio di passo della presenza di una donna in scena con la sua fisicità e sensualità.

Con Totò recitò in due spettacoli di grande successo, C’era una volta il mondo e Bada che ti mangio. Lavorò con Garinei e Giovannini, Renato Castellani ed Ettore Scola in C’eravamo tanto amati. Sposò nel 1953 il regista Alberto Chiesa che morì nel 1960 in un incidente automobilistico. Da quel momento decise di dedicarsi alla figlia Carlotta. “Non è stata una scelta, è stato quello che mi sentivo di fare. Quella era la mia scelta, l’amore per mia figlia”. Tornò come attrice e doppiatrice, nei musical e al cinema. In tutto 55 film, undici al fianco di Totò. Non mancò la televisione con trasmissioni e fiction. Barzizza è morta domenica 28 maggio. I funerali si terranno oggi pomeriggio alle 17:00 nella chiesa del Redentore.

Daniela Zedda, morta la fotografa degli artisti. Il ricordo di Beppe Severgnini: «I suoi ritratti specchi onesti». Storia di Beppe Severgnini su Il Corriere della Sera il 28 maggio 2023.

Se n’è andata Daniela Zedda, fotografa sarda. L’aggettivo non è limitativo: Daniela era una magnifica professionista, nota a livello nazionale e internazionale. Ma la Sardegna era nel suo sguardo, nelle sue immagini, nel suo accento, nel modo in cui liquidava vanità e indecisioni. E trattando con artisti, musicisti e scrittori, ne vedeva parecchie. Anche le mie, devo dire.

Daniela Zedda era dolcemente autoritaria: decideva, di solito per il meglio, e comunicava le sue decisioni. Ci siamo conosciuti a Cagliari in occasione della presentazione di un libro, nel 1992. Mi ha dato appuntamento il mattino dopo alla spiaggia del Poetto. Mare d’inverno e cabine. Mi ha squadrato: «Bello non sei, ma qualcosa possiamo tirar fuori».

Beppe Severgnini in un ritratto di Daniela ZeddaMi è piaciuta dal primo minuto; e poi, quando ho visto le immagini, ancora di più. In quelle foto c’ero io: i suoi ritratti erano specchi onesti. Come lei. Era dolce e polemica. Ci sono grandi fotografi che puntano sull’empatia con il soggetto — Giovanni Gastel, ad esempio. Daniela adottava invece il modello maestra d’asilo, giusta ma inflessibile. Bisognava fidarsi di lei, punto.

In tanti ci siamo fidàti. Musicisti e giornalisti, scrittori e artisti, testate ed editori in Italia e all’estero. Il diamante nel suo curriculum era l’affetto e la stima che suscitava nei corregionali (i sardi non si fanno fregare, e sanno leggere il cuore). Uno scultore rude come Pinuccio Sciola e un artista delicato come Antonio Marras si sono messi nelle sue mani. Basalto e seta, di questo era fatta Daniela.

Se ricordate un mio ritratto, sul Corriere o nel risvolto di un libro, è probabilmente di Daniela Zedda. Ho conosciuto e lavorato con molti fotografi bravi, ma con lei era nato qualcosa di speciale. Ci intendevamo al volo: lavorava in fretta e mi prendeva in giro. Ci incontravano dopo un anno, mi squadrava: «Invecchiato sei. Bene. Domani ti fotografo. Mettiti carino, nei limiti del possibile».

Ogni volta che passavo da Cagliari, la chiamavo, le scrivevo, la invitavo. Daniela Zedda diceva che non dovevo perder tempo con lei, invece era contenta. Le nostre professioni sono promiscue, ma sapeva che ero sincero. Vorrei chiamarla anche stasera, da Santa Teresa di Gallura, in questa bella sera di maggio, e prenderla in giro. Non posso farlo. Devo accontentarmi di ricordare i suoi monosillabi e i suoi scatti, entrambi impeccabili.

Estratto da ilmessaggero.it il 24 maggio 2023

Sheldon Reynolds, talentuoso chitarrista e membro chiave di band funk e soul popolarissime come i The Commodores e gli Earth, Wind & Fire, è morto all'età di 63 anni. La morte di Reynolds è stata annunciata sui social martedì da Philip Bailey, suo ex compagno di band negli Earth, Wind & Fire. 

La morte di Reynolds è stata annunciata sui social media martedì da Philip Bailey, suo ex compagno di band negli Earth, Wind & Fire. «[…] Sheldon è stato un'aggiunta eccellente alla band, un grande scrittore e produttore, e una persona gentile e amorevole. Ci mancherà. Le nostre condoglianze alla sua famiglia».

(ANSA il 24 maggio 2023) - Tina Turner è morta all'età di 83 anni. Lo ha annunciato il suo portavoce, secondo quanto riporta Sky News. "Tina Turner, la Regina del Rock'n Roll, è morta serenamente oggi all'età di 83 anni dopo una lunga malattia nella sua casa di Küsnacht vicino a Zurigo, in Svizzera. Con lei, il mondo perde una leggenda della musica e un modello". (ANSA). 

BIOGRAFIA DI TINA TURNER

Da cinquantamila.it – la storia raccontata da Giorgio Dell’Arti 

Tina Turner, nome d’arte di Anna Mae Bullock, nata a Nutbush, negli Stati Uniti, il 26 novembre 1939 (80 anni). Cantante afroamericana

• «La regina del rock and roll» • «La tigre del rock» • È al diciassettesimo posto della lista dei cento migliori cantanti di sempre secondo la rivista Rolling Stones (2008)

• Dodici premi Grammy. Più di 200 milioni di dischi venduti nel mondo. Dieci album in studio (e due dal vivo) pubblicati tra il 1974 e il 2014. Sei raccolte di canzoni. Quasi un milione e 500 mila seguaci su Spotify (a novembre 2019)

• «Ha costruito la sua prorompente forza espressiva sulla sensualità e l’energia [...] una delle più straordinarie storie della musica pop americana. Una storia segnata da illuminazioni fragorose, momenti bui, rilanci inaspettati. Incredibile a dirsi, da piccola Tina raccoglieva il cotone nelle piantagioni del Tennessee. Difficile immaginare allora un esito così brillante. Sembra un romanzo, la quintessenza del sogno americano, anche se nel suo caso il successo l’ha pagato a caro prezzo» (Gino Castaldo, la Repubblica, 24/10/2004)

• «Una delle vite più esaltanti e sofferte della musica leggera» (Paolo Giordano, il Giornale, 28/12/2017)

• Arrivò al successo grazie al primo marito, il cantante Ike Turner (1931-2007): lui «la prese come corista e poi, cambiandole nome in Tina Turner, la sposò e diede vita a un duo famosissimo di soul e rock con successi come River Deep, Mountain High, A Fool in Love e una cover di Proud Mary che vinse il Grammy. Nel 1976 Tina chiese il divorzio, esasperata dalle continue violenze fisiche di Ike: lasciò a lui tutti i proventi dell’attività artistica, in cambio si tenne soltanto il nome d’arte» (Corriere della Sera, 13/12/2007) 

• «È diventata la cantante più popolare del rock afroamericano degli anni Ottanta, grazie a una voce e a una presenza tra le più aggressive, sexy e ispirate. Ha cantato in coppia con artisti come Mick Jagger (in Live Aid) ed Elton John, Eric Clapton, David Bowie» (Treccani) 

• «La mia vita è la dimostrazione che è possibile trasformare il veleno in medicina».

Vita «A Nutbush, Tennessee, la ragazzina che sarebbe diventata Tina Turner “si divertiva a saltare i fossi di slancio”. Odiava lavorare nei campi di cotone ma, a parte quello, della “minuscola cittadina sulla Strada statale 19 che passava quasi inosservata sulle mappe”, oggi – scrive – non cambierebbe niente» (Paola Piacenza, iO Donna, 20/10/2018)

• È la più piccola di tre sorelle, suo padre è un bracciante nella zona, i suoi nonni sono diaconi di una congregazione battista e lei canta nel coro della chiesa 

• Ha un’infanzia difficile, i suoi cambiano città moltissime volte. Poi, quando lei ha undici anni, sua madre li abbandona; quando ne ha tredici il padre sposa un’altra donna e si traferisce a Detroit

• Anna vive per un po’ con la nonna, a Brownsville, Tennessee, poi con la madre a Saint Louis, in Missouri • «Ho passato la vita a farmi strada in una tempesta di karma negativo. Come ci si sentiva a essere una figlia indesiderata?»

• Dopo la scuola, lavora come assistente al Barnes-Jewish Hospital di Saint Louis

 • «Imbevuta della cultura musicale del sud, nei dintorni di Memphis, perfetto crocevia tra gospel, blues e rhythm and blues, iniziò a cantare da adolescente nei locali della zona» (Castaldo) 

• «Deve il successo a Ike Turner, l’uomo che la scopre, le insegna a perfezionare il canto, le sceglie il nome d’arte, la sposa e la fa diventare solista della sua band, i Kings of Rhythm» (Simona Siri, La Stampa, 26/10/2017) 

• «Sarei stata persa senza di lui a quel punto della mia vita. Voglio dire, avrei potuto fare due cose: lavorare in un ospedale o rimanere nella band di Ike. Non sapevo cosa altro fare. Non conoscevo nessun altro. E volevo cantare» (lei nel 1984)

• «Si conobbero in un Club di St. Louis in Missouri sul finire degli anni ‘50. […] “Pensai fosse molto brutto, ma ero in minoranza, tante donne bianche o nere impazzivano per lui, perché aveva quell’aura pericolosa”. Ma non era solo un’aura, un look. Si rincorrevano già all’epoca voci sul suo caratteraccio, il suo essere violento e manesco. Una sera Tina prese un microfono e salì sul palco. Il duo iniziò così. Prima amici, poi compagni. Nel frattempo lei restò incinta del suo ragazzo, aveva 18 anni, era il ‘58, e il padre scappò via. Rimase single a crescere il piccolo. Dava una mano in ospedale e avrebbe voluto fare l’infermiera. “Ma chi prendevo in giro. Mi piaceva girare nei vestiti alla moda che Ike mi comprava”» (Massimiliano Mattiello, Huffington Post, 9/10/2018)

• Lui, in realtà, ha già una moglie, ma si porta comunque Anna in Messico e, senza aspettare il divorzio, le chiede di sposarlo 

• «“Decise che il nostro matrimonio sarebbe stato a Tijuana e, se mi fossi opposta, avrebbe dato di matto. Non volevo un occhio nero al mio matrimonio”. [Quel giorno] Ike cercava un modo per divertirsi. “Divertirsi alla sua maniera e mi portò in una casa chiusa”. L’evento fu traumatico e lei inventò una versione distorta, diversa e romantica da dare in pasto ai curiosi […] Nel 1960 Tina rimase incinta di Ike. Lui decise di sfruttare il momento e cambiò il nome alla band. Nacquero così Ike and Tina Turner. Lei […] non voleva cambiare il suo nome.

 “Glielo dissi. Fu la prima volta che mi picchiò. Mi colpì in testa con un pezzo di legno, cominciai a piangere”. L’incubo era appena iniziato. “Mi disse di salire sul letto, l’ultima cosa che volevo era fare l’amore, se così possiamo chiamarlo”. Ike si comportava da star, lei si sentiva “una schiava che non era più pagata per le sue esibizioni”. L’unico conforto era ballare con le Letters, coriste e ballerine che seguivano il duo.

Ike controllava tutta la parte musicale, quando Tina provò ad obiettare qualcosa ricevette come risposta uno sputo. Due giorni dopo la nascita del secondo figlio era di nuovo su un palco perché lui aveva deciso così. “Ike era il peggior nemico di se stesso. Da ragazzo aveva visto il padre morire di una morte lenta e dolorosa. Picchiato da alcuni bianchi perché si era messo a fare il cretino con una donna bianca”» (Mattiello) 

 • «Nel giro di pochi anni arrivò il successo, culminato con River deep mountain high (prodotta dal genio del suono Phil Spector) e soprattutto Proud Mary, ma anche l’incubo privato del rapporto con Ike, sempre più violento e disfattista. A quei tempi in scena Tina era un autentico ciclone. I filmati ci restituiscono un corpo scosso da sussulti elettrici, una sensualità incontenibile e una voce che illuminava il buio. Ma la sua vita personale era un inferno. Del suo pigmalione era in qualche modo succube» (Castaldo)

• «Oltre ai Grammy vinti, ai tour e al successo sono gli anni degli abusi, delle botte che Ike, strafatto di cocaina, le dà prima di salire sul palco, degli spettacoli portati avanti nonostante la faccia gonfia e il gusto di sangue che le riempie la gola» (Siri) • «La prima cosa che mi chiesero fu di trovare un modo per procurargli la droga» (il produttore musicale David Zard) 

 • «In un modo perverso i lividi, il naso gonfio, l’occhio nero, il labbro rotto erano i segni della sua proprietà. Un modo per dire: È mia e posso fare quello che voglio» • Lui le versa il caffè addosso, torna a casa ubriaco in compagnia di altre donne. Le rompe la mascella 

• «Allora la violenza domestica non era un problema sentito come oggi. Avevo scoperto che un po’ di trucco, un bel sorriso e qualche passo di danza provocante potevano distrarre il pubblico dalle mie ferite. Se anche i medici ritenevano che mi presentassi in pronto soccorso troppo spesso, che i miei incidenti fossero troppi, non chiesero mai nulla. Probabilmente pensavano che fosse normale per i neri, soprattutto per le coppie sposate, litigare in quel modo» 

• «Ike una volta mi mandò addirittura da uno psicologo. Oh, sì, era proprio un bel tipo. […] Io raccontai tutto. Alla fine della seduta lo psicologo mi disse: “Credo che la persona che devo vedere sia suo marito”» 

 • «Ike aveva sempre una strategia. Arrivò a registrare il marchio Tina Turner, in modo che appartenesse a lui e non a me» 

 • «La personale ribellione di Tina iniziò un giorno del ’68. Ike stava facendo sesso con tre donne, tutte di nome Ann, una era incinta di lui. Prese la decisione di inghiottire 50 sonniferi. 

Secondo i suoi calcoli avrebbero dovuto fare effetto dopo il numero di apertura portandola al suicidio, dice Tina: “Così avrei superato il numero di apertura e Ike sarebbe stato pagato. Ero così ben addestrata che anche il mio suicidio doveva essere conveniente per lui”. Invece le pillole fanno effetto prima e viene portata d’urgenza all’ospedale. Davanti ai medici Ike fece la perfetta scena del marito premuroso. Il giorno dopo, quando Tina si era ormai ripresa, la insultò. “Dovresti morire figlia di pu***na”»

• «Acquistò sicurezza solo quando Ken Russell la chiamò a interpretare la “acid queen” nel film tratto dall’opera rock Tommy. Era un tributo alla sua forza devastante, e quel numero risplende ancora oggi in un film assai discutibile» (Castaldo) 

• «Una volta soltanto lei lo insultò. In una macchina a Dallas. Lo mandò a quel paese […] Ike disse: “Non si era mai rivolta così a me”. “Poi mi gonfiò di botte e disse che avevamo avuto un incidente”. 

 Quella notte Tina scoppiò. Dopo anni di abusi e violenze aspettò che Ike si addormentasse prese una borsa e una sciarpa e fuggì via. Attraversò una statale trafficata, per poco non fu colpita da un camion. Entrò in una locanda con “36 centesimi in tasca, la faccia malconcia e i vestiti sporchi e macchiati di sangue”. Il razzismo a Dallas si fermò quel giorno e il gestore si commosse e la portò in una suite, così si salvò» (Mattiello)

• Due amici le comprarono un biglietto aereo per Los Angeles

 • «Ho passato due mesi a spostarmi dalla casa di un amico a un’altra. Mentre i padroni di casa erano fuori, lavavo i loro appartamenti da cima a fondo. Era il mio modo di creare ordine dal caos e di guadagnarmi il posto in cui stavo. Ike pensava che mi sarei uccisa senza di lui, che sarei tornata da lui gattonando, ma io avevo solo un obiettivo: dimostrare che ce l’avrei fatta senza di lui. Quando non mi sono presentata da lui è stato Ike a venire da me: si è presentato con un gruppo di tirapiedi e io ho chiamato la polizia. A quel punto mi ha spedito i nostri quattro figli e i soldi per il primo mese di affitto. Era come se fosse una sfida. Era come se mi dicesse: “Ci vediamo presto, implorerai la tua vecchia vita”» 

• «Da quella storia uscì destabilizzata e smarrita» (Castaldo)

 • Nella causa di divorzio, lei riesce a ottenere il diritto a usare il suo nome d’arte, ma non l’assegno di mantenimento. Ormai ha 45 anni, sembra che nessuno voglia sentir cantare Tina senza Ike 

 • «Piena di debiti, suona nei bar, fa spettacoli a Las Vegas, registra album di scarso successo Fino all’incontro, grazie a Olivia Newton-John, con il manager Roger Davies»

• Lui la riporta a cantare e inizia la sua seconda vita 

 • «Il mio incontro con David Bowie..., beh, sono sicura che ogni ragazza avrebbe voluto incontrarlo, e lui fece qualcosa per me di molto speciale. In quel tempo era uscito il pezzo Let’s dance, e i dirigenti della Capitol avevano appena firmato il suo nuovo contratto e volevano festeggiare a cena, ma lui disse: ‘no, mi dispiace, ma questa sera andrò a vedere la mia cantante preferita’. E chi è, chiesero loro? ‘Tina Turner rispose Bowie. La Capitol era la mia stessa casa discografica ma loro non erano certi di voler firmare il contratto con me. C’erano dei problemi. […] videro tutto e pensarono: è molto amata, è molto popolare, e tutti questi grandi artisti sono qui per vederla. E così il contratto fu firmato”» (Castaldo)

• «Negli Anni 80 Tina Turner diventa quello che è ancora oggi: una performer straordinaria e una regina rock, genere che le apre le porte a un pubblico più giovane. Private Dancer vince quattro Grammy Awards e il singolo What’s Love Got To Do With It diventa il suo più grande successo, seguito, nel 1985, da We Don’t Need Another Hero che fa parte della colonna sonora del film Mad Max con Mel Gibson e da altri singoli di strepitoso successo come Typical Male e I Don’t Wanna Fight» (Siri) • «David Bowie mi chiamava la fenice che sorge dalle ceneri» 

• Nel 1985 è sul palco del Live Aid con Mick Jagger, che l’aveva conosciuta nel 1969 quando lei e Ike avevano cantato nella sua tournée americana: «Insieme misero in scena una performance indimenticabile, un duetto vertiginoso e sfrontato culminato in una sorta di spogliarello in cui Jagger [le] strappava la gonna di dosso» (Castaldo)

• Nel 1995 canta Goldeneye, scritta da Bono e The Edge, la colonna sonora di un film di 007

 • «Dopo la registrazione Bono si complimentò per come avevo cantato e mi disse: avrei dovuto saperlo, la tua voce equivale a uno strumento» 

• «Decise di concedersi una seconda possibilità: un nuovo amore, Erwin, tedesco, dirigente della Emi, più giovane di lei di 16 anni. Non che la cosa le abbia mai provocato inibizioni… “Una sera in cui eravamo seduti vicini, a un’ennesima cena di lavoro, mi dissi: ‘Non me ne importa niente. Ora glielo chiedo’. 

Lo guardai – era così bello con la camicia Lacoste, i jeans e i mocassini senza calze – e sussurrai: “Erwin, quando verrai in America voglio che tu faccia l’amore con me”. Lui voltò la testa lentamente e mi guardò come se non credesse alle sue orecchie. Neanch’io potevo credere di aver pronunciato sul serio quelle parole! Il suo primo pensiero fu: ‘Però, queste ragazze californiane sono proprio disinibite’. Ma io non ero così. Stentavo a riconoscermi”. Nel 1989, quando la relazione durava già da tre anni, Erwin Bach la chiese in moglie. 

Lei prese tempo, 24 anni… Quando lui glielo chiese di nuovo, accettò, e nel 2013 si sono sposati. “Avevo 73 anni e stavo per diventare una sposa, per la prima volta. Esatto, per la prima volta. Mi chiamo Tina Turner, e sono stata sposata con Ike Turner, ma non sono mai stata una sposa vera e propria”» (Piacenza) • Nel 2009 si ritira dalle scene: «Sono una pensionata» 

 • Si converte «definitivamente» al buddhismo e va a vivere in Svizzera (prende anche la cittadinanza) • «Ho faticato per tutta la vita. Nessuno mi ha mai regalato niente. Dopo tanti anni di duro lavoro, e dopo tante sofferenze, francamente non vedevo l’ora di vivere nel momento, con mio marito Erwin (Bach), di potermi svegliare ogni mattina con tranquillità, senza pensieri, bisogni o progetti. Ho raggiunto il mio nirvana, pensai. 

Quello stato di felicità assoluta, senza più desideri, è un luogo meraviglioso. Tre mesi dopo, all’improvviso mi svegliai terrorizzata. […] Un fulmine mi aveva colpito la testa e la gamba destra - o almeno così mi sembrava - e avevo una strana sensazione alla bocca, che mi impediva di chiedere aiuto a Erwin»

• Ha un ictus e deve fare mesi di riabilitazione per imparare a camminare di nuovo

• Nel 2016 le scoprono un cancro all’intestino, lei vuole curarsi con metodi omeopatici che le causano un’insufficienza renale

• Dice di aver pensato al suicidio assistito, poi il nuovo marito si offre di donarle un rene

• Come se non bastasse, nel 2018 suo figlio Craig si suicida, sparandosi un colpo di arma da fuoco nella propria casa in California

• «Craig era uno spirito tormentato. Lo rivedo ancora da piccolo, a due o tre anni, quando desiderava tanto sedersi in braccio a me al mio ritorno dai tour, ma Ike lo mandava in camera sua. Sono certa che nella sua testolina non trovava le parole per spiegare quanto voleva la sua mamma, o la solitudine che provava»

• «Dopo la morte di Craig […] per la cantante è stato un momento molto difficile […], “mi sono convinta che la morte fosse la mia unica via d’uscita” ma oggi che vive in una casa sul lago di Zurigo ammette “sono così serena. Ho avuto una vita molto dura. Ma non ho messo la colpa su niente e nessuno”» (Paolo Travisi, Il Messaggero, 2/7/2019)

• «Sarò onesta con voi. Sicuramente sto cercando di essere onesta con me stessa». 

Figli Craig Raymond Turner (1958-2018), avuto dal sassofonista Raymond Hill, poi adottato da Ike Turner; Ronald Turner (n. 1960), avuto da Ike; ha poi adottato due figli del primo marito, Ike Turner Junior (n. 1958) e Michael Turner (n. 1960), crescendoli come propri. 

Giudizi «Quando balli con Tina, ti guarda negli occhi» (David Bowie)

 • «Le voglio ancora bene e sicuramente anche lei me ne vuole ancora, visto che continua a parlare tanto di me. E poi ha tenuto il mio nome, Turner, non l’ha cambiato, se per lei ero davvero così cattivo avrebbe dovuto cambiare il suo nome in Tina ‘qualcos’altro’. Ma ho altro in mente, io, grande musica, concerti, dischi. Magari anche un film, che racconti la mia vita dal mio punto di vista. Spero di riuscire a farlo, un giorno o l’altro» (Ike Turner nel 1993).

Buddismo «La meditazione mi ha aiutato a diventare più forte e più sei forte, più eviti di prendere decisioni sbagliate. In ogni caso, non ci crede nessuno ma ho impiegato solo tre giorni a rispondere a tutte le domande sulla mia vita». 

Curiosità È alta 1 metro e 63 e pesa 58 chili

 • Il suo idolo è Jacqueline Kennedy

• Ha insegnato lei a ballare a Mick Jagger

• Per ottenere la cittadinanza elvetica ha dovuto studiare l’Hochdeutsch, l’alto tedesco che si parla in Svizzera

 • «Non mi piace separare la mia vita da cantante rock dalla mia vita spirituale. La preghiera è sempre stata con me. Rossetto rosso e minigonna mi sono stati utili per costruirmi un personaggio. Credo di aver fatto un buon lavoro come “cantante rock”. Ma questo non sarebbe stato possibile senza il mio lato spirituale» (Laura Berlinghieri, Amica, 17/4/2018)

 • Tutti le mattine recita il Nam-myoho-renge-kyo, una litania buddista: lo faceva anche quando era in tournée. «Di questi tempi svolgo la mia pratica mattutina per iniziare bene la giornata e poi, visto che sono felicemente in pensione, a volte posso concedermi il lusso di ritornare a dormire!»

 • Nel 2008, in Svizzera ha incontrato il Dalai Lama, ma dice ancora il Padre Nostro

• «Cosa pensa degli scandali a sfondo sessuale che stanno riempiendo le cronache internazionali? Darebbe un consiglio alle giovani per non piegarsi agli abusi maschilisti? “Preferirei non rispondere a queste domande”» (Cristiano Sanna, Tiscali)

• «Ricevo lettere e cartoline, persone che mi scrivono dicendomi che gli dò forza: è un’eredità che sento di dover trasmettere»

 • «A chiunque abbia una relazione violenta dico questo: Se ti alzi e parti, se ti alzi dalle ceneri, la vita si aprirà di nuovo per te»

È morta Tina Turner, aveva 83 anni: «Perdita enorme». Storia di Andrea Laffranchi su Il Corriere della Sera il 24 maggio 2023.

Se il rock non è solo un affare per uomini è merito di Tina Turner: la sua presenza elettrizzante sul palco, la sua acconciatura leonina, una voce che graffiava e le gambe diventate un simbolo di eleganza e provocazione tanto che lei arrivò a dire che era famosa tanto per l’una che per le altre, l’hanno resa una delle regine della musica. «Serenamente» e «dopo una lunga malattia» — come ha fatto sapere il suo portavoce — la star è morta ieri a Küsnacht, in Svizzera, il Paese dove risiedeva da tempo. Aveva 83 anni.

Nata Anna Mae Bullock nel 1939 a Brownsville, nel Tennessee, Tina è stata una delle protagoniste assolute della musica degli anni Ottanta e Novanta, ma i suoi primi successi risalgono agli anni Sessanta, quando divenne una stella dell’r&b in coppia con il marito Ike. Proprio con lui, nei Kings of Rhythm, aveva iniziato da ragazzina e presto aveva scalato sia il cuore del leader che i ruoli nel gruppo, tanto che la band presto divenne Ike and Tina Turner Revue.

Nella seconda metà degli anni Sessanta arrivò la popolarità internazionale, grazie anche al supporto dei Rolling Stones che chiamarono Ike e Tina ad aprire alcuni show e a hit come «River Deep Mountain High» e «Proud Mary», una cover fra soul e rock dei Creedence Clearwater Revival. La vita privata di Ike e Tina non ebbe però lo stesso successo. Gli eccessi di lui trasformarono la relazione in un incubo al punto che lei, confessò nell’autobiografia I, Tina, tentò pure il suicidio. Ike, complice un’eccessiva confidenza con la cocaina, era un violento e spesso abusò, fisicamente e psicologicamente, della compagna. Tina trovò la forza di andarsene — con uno spirito in anticipo sui tempi — e nel 1978 ottenne il divorzio.

Andò avanti da sola. I suoi album da solista non arrivavano in classifica, le venue dei tour si restringevano e nel 1979 addirittura finì in Italia a fare l’ospite fissa di Luna park di Pippo Baudo. Era tutto da ricostruire. Bisognava solo aspettare l’occasione giusta. Che arrivò quando Tina aveva 45 anni, età in cui le carriere di molti — figuriamoci quella di una donna con una fisicità così evidente — si trascinano sull’onda della nostalgia. Un duetto con Bowie su «Tonight» che convinse la casa discografica a puntare tutto su di lei. E a ragione. Il suo album «Private Dancer», uscito nel 1984 e trascinato da «What’s Love Got to Do with It», vendette 10 milioni di copie nel mondo e vinse 3 Grammy.

Il suo era pop che aveva l’energia e l’intensità del rock e la sensualità del soul e dell’r&b. Hollywood la chiamò per recitare in Mad Max a fianco di Mel Gibson: sexy, afroamericana e aggressiva. Non era cosa comune. La sua performance incendiaria al benefico Live Aid del 1985 con Mick Jagger che le strappò la gonna oggi sarebbe virale sui social, ma anche allora fece il giro del mondo.

Capace di entrare in pezzi tagliati su misura per lei («Typical Male») e forte di un timbro che metteva qualcosa di personale anche nelle reinterpretazioni di successi di altri («The Best» di Bonnie Tyler ad esempio), le azzeccava tutte. I suoi tour divennero kolossal da record di incasso, più ricchi di quelli degli amici Stones. La volevano tutti. Eros Ramazzotti, al massimo della popolarità internazionale, duettò con lei nel 1997 su «Cose della vita». «È stata per tutti noi un simbolo sotto ogni forma, artistica e umana. Ti sarò sempre riconoscente», l’ha ricordata con queste parole che accompagnano un video pieno di dolcezza e malinconia. Anche Elisa collaborò con lei nel 2006 in «Teach Me Again».

Intanto, nel 2000, ancora nel pieno della forma e sempre con le gambe più belle del rock, aveva annunciato il ritiro dai palchi. Si era trasferita sul lago di Zurigo dove si sposò nel 2013 dopo relazione trentennale con Erwin Bach, un suo ex discografico. Il suicidio del figlio Craig, un tumore all’intestino e un trapianto di rene (donato dal marito) hanno segnato gli ultimi anni della vita di una protagonista della storia della musica: ancora i graffi della vita, profondi come quelli che lei lasciava sulle canzoni.

'Simply the best', addio a Tina Turner. La 'regina del rock' aveva 83 anni. Tiziano Toniutti su La Repubblica il 24 Maggio 2023 

La cantante si è spenta dopo una lunga malattia. È diventata una superstar a 40 anni dopo la rottura con il marito Ike

È morta Tina Turner. La cantante aveva 83 anni, ad annunciarlo è stato il suo portavoce: "Tina Turner, la regina del rock'n roll, è morta serenamente oggi all'età di 83 anni dopo una lunga malattia nella sua casa di Küsnacht vicino a Zurigo, in Svizzera. Con lei, il mondo perde una leggenda della musica e un modello". La Casa Bianca ha commentato la morte dell'artista: "Una notizia incredibilmente triste, è una perdita enorme per tutti quelli che la amavano".

Tra i suoi successi, (Simply) the best  e Nutbush City limits, e gli altri insieme al marito Ike Turner, con cui ha collaborato per diversi album. L'esplosione della sua carriera solista è avvenuta negli anni Ottanta, con brani che hanno segnato un'epoca come We don't need another hero, colonna sonora di Mad Max, o la bellissima Private Dancer, scritta da Mark Knopfler e che le porterà quattro Grammy. Grande voce soul dal graffio sempre espressivo e mai forzato e dalla potenza immediatamente riconoscibile, Tina Turner è riuscita a rialzarsi dopo la fine della relazione devastante con Ike, che l'aveva lasciata in dissesto finanziario e psicofisico. E rinasce quindi come l'araba fenice, così la vedeva David Bowie, tornando di nuovo a volare risorgendo dalla sua distruzione. Dopo aver recuperato il suo nome, che Ike le aveva portato via depositandolo a nome proprio come marchio registrato, ad aspettare Tina Turner nel suo viaggio c'era una nuova vita, sotto i riflettori accesi, dopo il buio e le violenze degli anni precedenti.

Così Turner, nome vero Anna Mae Bullock, diventa una superstar internazionale a 40 anni. Vende più di 150 milioni di dischi in tutto il mondo, vince 11 Grammy, è entrata insieme a Ike nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1991 (e da sola nel 2021) ed è stata premiata al Kennedy Center nel 2005. E' stata la Acid Queen nella versione cinematografica dell'opera rock degli Who Tommy, in cui introduce il protagonista ai viaggi lisergici. Partendo dal Tennessee ha attraversato il soul, il rhythm and blues e il pop rock con un talento naturale espresso nei dischi ma soprattutto sul palco, in una rinascita artistica parallela a quella personale. 

Oltre ai brani originali, ha realizzato cover di alto livello come Proud Mary dei CCR e Let's stay together di Al Green. Anche nelle espressioni più pop, Tina Turner non ha mai perso la caratura della grande artista. La vita non le ha risparmiato altri dolori: l'ictus prima e la scoperta del cancro, e il suicidio del figlio Craig. Ma è una vita che è diventata anche un film, un musical di Broadway e un documentario della Hbo nel 2021, quello con cui ha preso commiato dal suo pubblico.  Che nel giorno dell'addio la saluta con migliaia di post e tweet tra persone comuni ed artisti.

E’ morta Tina Turner, aveva 83 anni: “Il mondo perde una leggenda della musica”. Rossella Grasso su L'Unità il 24 Maggio 2023

Tina Turner è morta all’età di 83 anni. Lo ha annunciato il suo portavoce, secondo quanto riporta Sky News. “Tina Turner, la Regina del Rock’n Roll, è morta serenamente oggi all’età di 83 anni dopo una lunga malattia nella sua casa di Küsnacht vicino a Zurigo, in Svizzera. Con lei, il mondo perde una leggenda della musica e un modello”.

Pochi artisti al mondo sono stati icone indiscusse attraverso i decenni e le generazioni come Tina Turner. Una carriera lunga più di mezzo secolo, “regina del rock” dagli anni 60 ai duemila. Voce potente dalla presenza scenica straordinaria, Tina Turner è stata un esempio per le generazioni di artisti. Nella sua autenticità, la sua influenza e il suo impatto sulla cultura pop sono indiscutibili. Una vera e propria leggenda.

I suoi brani diventati immortali sono stati la colonna sonora dei momenti più belli della vita di tanti. Brani come “(Simply) the best”, “We don’t need another hero” e “Nutbush City limits”, e gli altri insieme al marito Ike Turner. Nel 2008 aveva annunciato il suo ritiro dalle tournee ma ha continuato a lavorare su progetti musicali e cinematografici. Poi la triste notizia della sua morte a 83 anni.

Nata in Tennesee il 26 novembre 1939, ha avuto una carriera straordinaria. Nel 1991 è stata inserita assieme all’ex marito Ike Turner nella Rock and Roll Hall of Fame, e nel 1967 è diventata la prima artista afrostatunitense e la prima donna ad apparire sulla copertina della rivista Rolling Stone. Nel 1986 ha ricevuto una stella sulla Hollywood Walk of Fame. E’ proprio con Ike che i due raggiungono le vette del successo tra gli anni ’60 e ’70 con il duo Ike & Tina Turner, con il quale ha inciso singoli di fama internazionale come It’s Gonna Work Out Fine, River Deep – Mountain High, Nutbush City Limits e, in particolare, la celebre cover di Proud Mary dei Creedence Clearwater Revival.

I due divorzieranno professionalmente e sentimentalmente nel 1976 a seguito di un rapporto diventato ormai burrascoso. Durante gli anni ottanta ritorna al grande successo internazionale con l’album Private Dancer del 1984, certificato platino in vari paesi con milioni di copie vendute e la hit What’s Love Got to Do with It che diventa il suo unico primo posto nella U.S. Billboard Hot 100. Nel 1999 pubblica il suo ultimo album Twenty Four Seven mentre al termine del Tina!: 50th Anniversary Tour nel 2009 si ritira dalle scene pubbliche.

Ha ricevuto 12 Grammy Awards di cui otto competitivi e quattro onorari, oltre a tre Grammy Hall of Fame e un Grammy Lifetime Achievement Award. Con oltre 100 milioni di copie vendute in tutto il mondo, la Turner è una delle artiste di maggior successo nella storia della musica contemporanea. Nel 1993 è stato realizzato Tina – What’s Love Got to Do with It, un film biografico sulla sua vita, adattato dalla sua omonima autobiografia. La Turner ha raccolto consensi anche come attrice, recitando nei film Tommy (1975), Mad Max oltre la sfera del tuono (1985) e Last Action Hero – L’ultimo grande eroe (1993).

E’ morta in Svizzera dove viveva da molti anni con il compagno Erwin Bach nel paesino di Küsnacht, nei pressi di Zurigo, e per questo motivo aveva anche ricevuto la cittadinanza elvetica. Turner ha rivelato nel suo libro di memorie del 2018 Tina Turner: My Love Story di avere sofferto di malattie potenzialmente letali. Nel 2013 dopo il matrimonio con Bach, ha avuto un ictus e ha dovuto affrontare un lungo periodo di riabilitazione per ritornare a camminare. Nel 2016 le è stato diagnosticato un cancro intestinale. Numerosi i dolori affrontati tra cui la perdita di due figli. Una vita incredibile, una voce, che continuerà a vibrare nell’anima di tutti. Rossella Grasso

Estratto dell'articolo di Marinella Venegoni per “la Stampa” il 25 maggio 2023.

La diva. L'unica autentica diva nera del rock e r'n'b dei tempi ruggenti. Rispettata e ammirata e invitata dal parterre del rock più maschilista: dai Rolling Stones a Rod Stewart o Eric Clapton, tutti l'hanno trattata come loro pari e invitata a duettare; non si ricordano altri casi del genere, anche se poi tante volte da sola è riuscita, sui palchi di mezzo mondo, ad esibire una grinta che valeva per quattro. 

La regina, sexy e scatenata. E l'unica, anche, a non esser morta giovane dopo una vita sregolata: Tina Turner se n'è andata ieri a 83 anni a Zurigo, dopo una lunga malattia e con accanto il secondo marito, il discografico tedesco Erwin Bach, del quale scrisse nella sua autobiografia, «Mi ha fatto il regalo della vita stessa». Vivevano insieme in Svizzera dai secondi Anni 80 ma si erano sposati nel 2013: lui le aveva donato un rene nel 2017, in uno dei tanti delicati momenti che hanno costellato l'ultima parte dell'esistenza della star, funestata da vari problemi di salute; un ictus, appunto l'insufficienza renale, un cancro.

(…)

Che fosse destinata a diventare una regina, si capì da subito con pezzi come la celeberrima Proud Mary dei Creedence Clearwater, Nutbush City Limits, River Deep Mountain High: la sua voce era ruggente, fisico e gambe meravigliose, una forza della natura alla quale era difficile resistere. Nel ‘75, aveva recitato in Tommy di Ken Russell. Eppure furono proprio quelli con Ike anni durissimi per le violenze casalinghe, finché Tina se ne scappò via lasciandosi tutto alle spalle, ricominciando quasi da capo come solista in un ambiente mai generoso con le donne soprattutto sole.

Passo dopo passo, con l'aiuto del manager Roger Davies, rifiorita anche nel look con un'eleganza molto rock e una pettinatura molto copiata, ricostruì da capo dal 1980 la sua carriera in una chiave più popolare, con cover e pezzi che lasciavano il segno: Private Dancer fu il primo album a vendere milioni di copie, ma i dischi tenevano dietro a imperdibili concerti nei quali esibiva grinta e canzoni dinamiche, con balletti che la coinvolgevano e singoli che si appiccicavano alle orecchie: We don't need another hero colonna sonora di Mad Max oltre la sfera del suono nell'85 dove ebbe una parte, Break Every Rule come album ebbe una montagna di date quando girò in tour, e a Rio entrò nel Guinness per 180 mila spettatori. Nel 1993 duettò perfino con Eros Ramazzotti in una sensuale Le cose della vita.

Mai nessuna aveva osato tanto, ma era la sua natura che prendeva il sopravvento e i rockettari stavano a guardare e imparavano: Mick Jagger confessò di aver preso da lei il modo di stare in scena. Era ammirata, fu a lungo e forse ancora oggi senza rivali: va detto che solo occasionalmente il mondo del giornalismo musicale (sessista quanto i rockettari) le diede lo spazio che avrebbe meritato, e la sua bravura finì sempre in secondo piano rispetto alle disavventure che ne avevano segnato la vita, sorte tipica delle star femmine.

Ha venduto in tutto più di 200 milioni di dischi, e "Foreign Affaires" è stato il primo tour di una donna negli stadi, un tour dell'addio che nei primi ‘90 tagliò fuori gli Stati Uniti, come a rimarcare la distanza verso la sua vita passata. Successo strepitoso pure lì. In carriera ha vinto 12 Grammy Awards, 7 premi Billboard, la rivista Rolling Stone l'ha messa al posto n. 17 fra i cantanti migliori di sempre. Ma quando dopo il tour d'addio si rifugiò finalmente in Svizzera, a trovare un po' di pace accanto al marito, chi la conosceva bene pensò che aveva trovato il riconoscimento più adatto.

Estratto dell’articolo di Matteo Persivale, apparso su «Sette» ad aprile 2021

«Vivevo una vita fatta di morte». La voce di Tina Turner arriva dal passato remoto della sua vita straordinaria, da un vecchio nastro magnetico con il fruscio di sottofondo del registratore impolverato, il tasto «play» sbiadito. Autunno 1981. Tina decide di raccontare alla rivista People, cinque anni dopo la separazione, perché ha lasciato il marito Ike, suo mentore, collaboratore e talent scout. Racconta, al giornalista che registra incredulo - «doveva essere un’intervista come le altre, niente di speciale» - le botte, le intimidazioni, la paura costante, i pestaggi continui - in tour, in macchina, a casa - gli occhi neri, i tentativi di suicidio per cercare di uscire da quella vita impossibile.

L'orrore

Riascoltati oggi, tanti anni dopo,quei nastri fanno ancora orrore e sono alla base del documentario, Tina, mandato in onda dalla Hbo negli Stati Uniti con successo tanto clamoroso quanto imprevisto (ma lei, che oggi ha 81 anni, ha passato la vita a stupire chi la sottovalutava). L’unica cosa che impressiona più delle vecchie registrazioni? L’intervista in video del 2019 nella quale Tina racconta ancora una volta la storia dei pestaggi ma aggiungendo dettagli in più, quasi in modo clinico, come se parlasse di un’altra. Ike che impugna le forme di legno delle scarpe o le grucce dell’armadio, la pesta, la butta sul letto, «e poi mi prendeva», gonfia e sanguinante. Lei che finalmente decide di scappare dopo il pestaggio di Dallas, 3 luglio 1976, punita con un manrovescio per aver rifiutato un cioccolatino ciancicato. Tina che si ribella per la prima volta, attraversa la superstrada a piedi («Ricordo il boato dei clacson di quei tir enormi») e si rifugia senza soldi nell’albergo di fronte: «Ho solo la carta a punti del benzinaio, se mi date una camera per questa notte vi manderò i soldi appena arrivo a casa».

(…) 

La libertà

Lei nel 1966 cerca di affrancarsi incidendo River Deep - Mountain High con Phil Spector, il genio del «muro del suono», altro uomo mostruoso (morto in carcere dopo una condanna per omicidio, sparò in testa a una ragazza conosciuta in un locale) ma dal talento senza limiti, Spector le dice «non cantare solo la melodia» e le regala per la prima volta, finalmente, libertà, pagando Ike per stare fuori dalla sala di registrazione (peraltro Spector ai funerali di Ike, 2007, insulterà Tina in un’orazione funebre meschina e crudele: la sua tesi è che Ike avrebbe potuto scegliere una fan a caso e trasformarla in Tina Turner). River Deep - Mountain High per George Harrison era «un disco perfetto» ma inizialmente va male negli Usa perché era troppo avanti (in Italia ne fece una cover Iva Zanicchi ma questo purtroppo nel film non c’è), Spector perde molti soldi e Tina incassa la prima sconfitta senza Ike al suo fianco - e i registi vanno a recuperare un filmato del marito con ciuffo impomatato e baffetti che gongola, «era un disco troppo nero per i bianchi e troppo bianco per i neri», mentre a lei che finge di succhiare una caramella vengono i lucciconi. 

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La ripartenza

I primi anni di Tina senza Ike - lei gli lascia tutto, diritti sulle canzoni, casa, soldi e macchine, chiede solo al giudice i diritti sull’utilizzo del nome «Tina Turner», «voglio solo la pace» - sono difficili, economicamente e artisticamente. Concerti dove capita, la diva diventata supporter finita a cantare nei casinò, comparsate ai quiz televisivi per ex celebrità bollite dove a Tina - bella come il sole - il conduttore con cravattone e giacca inamidata chiede viscido «dov’è Ike?» e lei risponde «non lo so», sorridendo, nella voce il dolore di colei che capisce che non si libererà mai del suo aguzzino. Il buddhismo la aiuta a ritrovare equilibrio - ascoltiamo anche il suo mantra, ipnotico, affascinante - e lei continua a studiare ballo, nuove coreografie, migliora la tecnica perché «non credevo di avere una bella voce, non avevo la voce di Diana Ross», e il trionfo di Tina Turner è anche il trionfo di una voce da mezzosoprano per niente classica, non la più agile né la più bella né la più cristallina, ma la più indimenticabile.

Il sogno

Un giovanissimo impresario australiano va a vederla in un night, lei che potrebbe essere sua madre canta mentre la gente sta cenando. Una delle più grandi artiste musicali del dopoguerra canta cercando di sovrastare il rumore di posate e chiacchiere, lui dopo, forse per gentilezza, le chiede quale sia il suo obiettivo e lei risponde sicura «riempire gli stadi» come Mick Jagger al quale aveva insegnato a ballare tanti anni prima, una frase che adesso suona come la profezia che è stata in realtà ma allora deve essere sembrata il sogno impossibile e un po’ patetico di una cantante ultraquarantenne passata dal successo discografico anni 60 ai piano bar del 1980. 

Invece Tina si trasferisce a Londra, «tanto non avevo amici in America quando stavo con Ike», il tempo passa, l’impresario tenta il tutto per tutto e le presenta un tizio che ha scritto una canzone. «Entro in studio e c’è questo omino seduto su una sedia, con i piedi che non toccano terra, e penso: chi è, uno gnomo?». L’omino, però, ha scritto una canzone che si chiama What’s Love Got to Do with I t. E qui Tina diventa la storia della vittoria contro tutti: i milioni di copie vendute dal disco del ritorno di Tina sul suo trono, Private Dancer. I concerti, la pioggia di Grammy, il tour senza fine che riempie gli stadi come aveva previsto lei anni prima in quel night che sapeva di cucina e sigarette, Rock in Rio e 180 mila persone che la acclamano, lei che scende dal cielo su un enorme braccio meccanico e scavalca la rete di sicurezza per sporgersi, perché tanto non ha paura più di niente.

La fama globale mentre Ike musicalmente scompare, la ricchezza, la lunga solitudine che viene spazzata via nel 1986 da quello che dopo decenni di amore diventerà il suo secondo marito, il manager discografico Erwin Bach, tedesco, 17 anni più giovane ma sembrano 27, pare un ragazzino ma è l’uomo al mondo più diverso da Ike: educatissimo, premuroso gentleman che le apre sempre la porta, assoluta discrezione (finiranno a vivere in una bella villa lacustre in Svizzera, lei ha anche preso la cittadinanza), profilo bassissimo, indipendenza («Per splendere non ha bisogno di togliermi luce», spiega Tina, ultima stoccata per il fantasma di Ike). 

Nell’ultimo atto del documentario Bach è il quieto supereroe che risolleva non solo l’umore di Tina, a quel punto nel 1986 vincente ma sola: salva anche la reputazione del genere maschile dopo la parata di uomini osceni - il padre di Tina, Ike, Spector - che si avvicendano nel film. Bach, quando Tina ormai anziana si ammala gravemente, le dona un rene salvandola dalla condanna alla dialisi e confermando ancora una volta tutto quello che lei aveva sempre pensato di lui: «Mi ha insegnato cos’è l’amore».

Prima dei titoli di coda c’è tempo per l’epilogo con il musical sulla vita di Tina che trionfa a Londra nel West End, poi a Broadway, e qui i registi trattano con infinito rispetto il passo non più spedito di Tina quando arriva alla prima, al braccio del marito non più ragazzino ma bel signore ultrasessantenne. La tigre si risveglia però dietro le quinte: quando la protagonista la invita in scena, Tina entra con la grinta dei bei tempi, illuminata dai riflettori, avvolta da un uragano di applausi che sembra non finire mai.

Estratto dell'articolo di Mario Luzzatto Fegiz per il Corriere della Sera il 25 maggio 2023. 

Tina Turner aveva un debole per Eros Ramazzotti. Si sentiva un po’ mamma e aveva verso il giovane cantante italiano una particolare benevolenza. Così Tina era felice di lavorare con lui. Questa amicizia aveva portato a un duetto che era divenuto popolarissimo sul brano «Cose della vita». E Tina non poteva mancare nella lista degli invitati alle nozze di Eros Ramazzotti con Michel Hunziker...

What’s age got to do with it. Gli anni Ottanta, i miei undici anni e l’immortalità di Tina Turner. Guia Soncini su L'Inkiesta il 26 Maggio 2023

In "Air", ambientato nel 1984, la cantante americana non compare neanche in un fotogramma. Eppure è in quell’anno che è entrata nell’immaginario di un’intera generazione per non andarsene più. Era quando «La vita comincia a quarant’anni» pareva un concetto sovversivo 

C’è stato un tempo in cui i ragazzini che non sanno niente eravamo noi. Noi quelli per cui un cantante nasceva solo se passava sui nostri canali, se appariva nei nostri giornaletti, se ci colpiva il ritornello nuovo pur ignorando decenni di ritornelli vecchi.

Per me Tina Turner nasce a quarantaquattro anni, quando io ne ho undici e lei canta quella canzone così spettacolare che poi ci intitoleranno i documentari su di lei, che poi resterà uno slogan nei decenni, che poi molte vite dopo capiremo essere una grande verità dalla quale non eravamo state capaci di imparare.

What’s love got to do with it, cosa c’entra l’amore, chiedeva Tina Turner, all’epoca non ancora per tutti «quella picchiata dal marito», riduzione a figurina vittimaria che poi avrebbe fatto slittare anche la domanda della canzone: non stava dicendo, come una Barbara D’Urso volenterosa di liberarti dal marito violento, che chi ti ama non ti picchia; stava dicendo che quella storia di cui cantava era roba di lussuria, mica d’amore. Not love, but a second-hand emotion. Stava dicendo che il desiderio andava benissimo, purché non lo scambiassimo per altro: eravamo troppo piccole per capirlo.

Era la prima volta che quelli della mia generazione la vedevano, tutti, anche quelli che poi da grandi hanno deciso di darsi un tono e dire che vuoi mettere gli anni dell’R&B, mica quelle schifezze commerciali degli anni Ottanta. Era, anche, la prima volta che vedevamo una vecchia con le gambe da ragazza, giacché tutto è relativo e per noialtre alle scuole medie un’ultraquarantenne era decrepita, e già «La vita comincia a quarant’anni» pareva un concetto sovversivo: non sapevamo che ne avremmo avuti quaranta (e quelli a seguire) in un secolo in cui le ottantacinquenni sono più in forma delle trentenni e le donne (e un po’ anche gli uomini) sono condannate a mantenersi appetibili fino alla tomba.

Tutto è relativo, e quando l’altroieri Mick Jagger ha ringraziato Tina Turner per averlo aiutato tanto quando lui era giovane ho voluto credere che si riferisse a quel duetto di metà anni Ottanta, quando di anni Jagger ne aveva quaranta, che se stai per compierne ottanta ti sembrano pochissimi.

Nel 1997 Rolling Stone mette in copertina Tina Turner assieme a due delle mie preferite di quegli anni: Courtney Love e Madonna. La Love si è liberata di quella coperta bagnata che doveva essere il marito, è dimagrita (che è una scorciatoia efficace per sembrare eleganti), ha imparato a conciarsi come una signora e non come una scappata di casa (lei e Madonna hanno la stessa stylist), un anno dopo farà il suo più bel disco. Madonna è Madonna, ha trentanove anni ed è al massimo del suo splendore, pure lei l’anno dopo farà il suo miglior disco (nel 1998 dev’esserci stato un allineamento di pianeti). Tina Turner è una venerata maestra che sta lì a benedirle, una decrepita cinquantaseienne la cui presenza deve dare una qualche gravitas alla copertina, ma soprattutto una di cui noialtre venticinquenni imbecilli possiamo trasecolare: visto che gambe, alla sua età.

A settant’anni mia nonna metteva la dentiera nel bicchiere da non so quanti anni, sono nata che ne aveva sessantadue e non ricordo d’averla mai vista non vecchia, non decrepita, non mia nonna. A settant’anni Tina Turner organizza il suo tour d’addio, e i giornalisti la intervistano straniti. Ma perché è stufa di mettersi la minigonna e la parrucca? Perché non ne può più di sgambettare su un palco? Perché dà l’addio alle scene? È il 2009, da We are the world (un altro dei modi in cui noi allora ragazzine l’avevamo scoperta) sono passati venticinque anni, il secolo è cambiato: le settantenni hanno perso il diritto a mettere la dentiera nel bicchiere e riposarsi le gengive.

Quando ho preso appunti guardando “Air”, il miglior film dell’anno, mi sono annotata che come sempre per gli americani esiste solo l’America: i primi minuti del film, quelli che ci dicono forte e chiaro «siamo nel 1984», non contengono Fotoromanza o Vasco Rossi, né Benigni e Troisi. Ha senso: come tutte le storie universali, “Air” è molto personale, e quei minuti lì sono plausibilmente il 1984 di Ben Affleck, che è mio coetaneo ma è cresciuto in Massachusetts, e quell’anno ha plausibilmente passato il tempo come vediamo in quei minuti; col cubo di Rubik e con l’A-Team, col Nintendo e con Eddie Murphy, con “Ghostbusters” e con Reagan, coi telefoni a bottoni (che ci parevano un’avanguardia di modernità, rispetto a quelli a disco) e con Supercar, coi Dire Straits e con Springsteen.

Non c’è, nella rievocazione temporale, Tina Turner, e l’omissione potrebbe essere dovuta al fatto che Affleck ha, come molti cinquantenni, deciso di darsi un tono e di dire che lui Tina la preferiva prima che diventasse commerciale. Ma potrebbe anche essere che quei minuti lì sono fatti per darti un’atmosfera, mica per rappresentare un compendio enciclopedico del 1984: non c’è neanche Prince, ed è improbabile che il giovane Affleck non fosse quell’anno inciampato in Purple Rain. (Magari non ha ottenuto i diritti delle immagini né di Prince né di Tina).

“Colazione da Tiffany”, il libro, esce quasi in contemporanea all’incontro di Anna Mae Bullock e Ike Turner. La protagonista immaginaria di Truman Capote, Lulamae, si fa chiamare Holly Golightly per liberarsi del suo passato di provincia. Nella realtà, Ike decide che Anna Mae si chiamerà Tina Turner per spogliarla d’un’identità e trasformarla in una sua appendice.

È la fine degli anni Cinquanta, le ottantenni non hanno gambe da schianto, Mick Jagger suona Muddy Waters in garage, e nessuno, neanche quel marchio di gioielli con le confezioni verde acqua, può immaginare che un secolo dopo tutti loro avranno ancora un solido posto nel nostro immaginario, perché quel che hanno fatto senza troppo annunciarlo è stato costruirsi l’immortalità.

Estratto dell'articolo di Marinella Venegoni per “la Stampa” il 26 maggio 2023.

Della storia d'amore con Tina Turner si sapeva. Adriano Aragozzini, sulfureo patron del Festival di Sanremo a cavallo fra gli ‘80 e i ‘90, l'aveva raccontata nella sua autobiografia del 2017, «Questa sera canto io». Ma adesso che Tina se n'è andata, Adriano sommerso di telefonate ha la voce rotta dal pianto, e anche i più scettici si debbono arrendere a un racconto lungo e dettagliato, e alla memoria prodigiosa di questo indomito quasi ottantacinquenne che fu manager, fra i ‘70 e i ‘90, di tutto il mondo della musica che contava: da Modugno a Gino Paoli, da Tenco a Patty Pravo, più la Lollobrigida.

Intanto, caro Adriano, siamo sicuri che Tina Turner sarebbe contenta delle sue rivelazioni?

«Ci siamo sentiti prima che scrivessi il libro, le raccontai e dissi che avevo questo progetto. E lei rispose: "ma certo, scrivilo" con una risatina. Era di una simpatia straordinaria, spiritosa, con la battuta sempre pronta. Insieme ci siamo fatti un sacco di risate. Spesso gli artisti vengono dipinti come non sono: anche Luigi Tenco era una persona affabile, un uomo di scherzi e sorrisi. Diventava serio solo quando doveva conquistare una donna: si metteva cupo in un angolo e loro correvano».

Come l'aveva conosciuta?

«A metà dei ‘70 scritturai Ike&Tina Turner per l'Italia, versai il 50 per cento del dovuto ma all'ultimo minuto non vennero. Successe una seconda volta: finché, mentre sono a New York, scopro che fanno un concerto al Waldorf Astoria e la sua agenzia - memore dei bidoni - mi dà un posto in prima fila. All'ora dello show, Tina esce sul palco e dice: "Ike sta male, il concerto non si farà". Mi portano dietro le quinte, me la presentano, le racconto la storia, le do il mio biglietto da visita e le dico: "Quando sarai sola ti scritturerò". Nel ‘75, sempre a New York, un lunedì mi chiama il manager: "Tina mi dice di dirle che giovedì debutta a Las Vegas da sola". Vado e resto basito: era una forza della natura, in miniabito, con 4 ballerine e coriste pazzesche. Al party dopo lo show mi abbraccia e mi dice: "Hai visto che mi sono ricordata?"».

Poi lei la scrittura, e Tina viene finalmente in tour in Italia

«Era il ‘77, apriva al Covo di Santa Margherita poi Carpi. Successone ma io non ci vado perché ho da fare. Chiede di me, mi manda a dire che se non vado ad ascoltarla a Rimini non canta. Vado, lei ordina la cena sulla terrazza di camera sua. Dico: mi autorizzi a fare una pazzia? Lei pensa che voglia baciarla e invece io tiro fuori la rivoltella e sparo tre colpi in aria. Paura, poi risate, poi: "Ma perché porti la pistola?"». 

E ormai l'amore che si prende il suo spazio.

«Ci rivediamo la sera dopo a Roma, andiamo a cena a Trastevere, mi abbraccia e mi accarezza la schiena. Poteva essere un one shot, è durata due anni. Mesi dopo mi chiama da Londra e io vado: e lì nasce la storia vera, dice che mi vuole per il suo compleanno a Los Angeles. Ci vado, le porto un gioiello antico meraviglioso. Viveva in una villa tutta di cristallo, in camera aveva un Buddha enorme e mi dice che era appena diventata buddista. Il mattino dopo entra in camera un figlio suo e di Ike, nerissimo. Io ero a letto e mi sono vergognato, e lei mi spiega: "Gli ho detto che mi sono innamorata, e lui è tutto contento".

(...)

Finito l'amore, ma non l'amicizia.

«Quando veniva in Italia la incontravo sempre. Mi mandò una foto della casa di Zurigo, un villone circondato da un muro enorme. Mi disse che il marito era una persona straordinaria. È vero: molto carino, poco tedesco. Proprio lui me l'ha passata al telefono qualche tempo fa, ma non parlava quasi. Stava già molto male, aveva un sacco di problemi ai polmoni, ai reni, l'ictus. Aveva di tutto». 

E qui la voce si spezza. Al telefono dalla sua villa di Palombara Sabina il prode Aragozzini tace, poi riprende quasi parlando a se stesso: «Non avrei mai pensato dopo tanti anni di provare un simile dolore».

Estratto dell'articolo di Mattia Marzi per “il Messaggero” il 26 maggio 2023.

La foto che le ritrae insieme, condivisa ieri dalla voce di Non sono una signora sui social per ricordare la grande Tina Turner, scomparsa mercoledì a Zurigo a 83 anni dopo una lunga malattia, fu scattata a Milano quasi quarant'anni fa. Era il settembre del 1984. Loredana Bertè e Tina Turner si erano conosciute pochi giorni prima a Riva del Garda. 

Alle due leonesse era bastato annusarsi a vicenda pochi secondi per riconoscersi simili, e non solo per la voce, caratterizzata da quel graffio che aveva reso Tina Turner la "regina del rock'n'roll" e Loredana Bertè una sorta di sua corrispettiva italiana. 

Anche se una, Tina, era nata a Brownsville, nel Tennessee, dall'altra parte dell'Atlantico, undici anni prima dell'altra, Loredana, che era nata invece a Bagnara Calabra, un ex borgo marinaro bagnato dal mar Tirreno. «Non dimenticherò mai quell'incontro e i giorni passati a Milano insieme ad Azzedine», dice Loredana Bertè. 

Mi perdoni, ma chi è Azzedine?

«Azzedine Alaïa, naturalmente. Uno dei designer più famosi e influenti della storia della moda (è scomparso nel 2017, ndr)». 

E che c'entra con lei e Tina Turner?

«Se io e Tina cominciammo a parlare, nell'ascensore dell'hotel a Riva del Garda, fu grazie a un giubbotto disegnato da Alaïa che lei indossava. Nessuno lo conosceva. Tranne me e Cesare Zucca, che in quel periodo mi faceva da stylist, prima di andare a Los Angeles a lavorare per Madonna». 

Facciamo un passo indietro. Cosa ci facevate entrambe a Riva del Garda, in quel settembre del 1984?

«Eravamo entrambe ospiti a un festival che era uno degli appuntamenti fissi della musica dal vivo dell'estate, la Vela d'oro. Si svolgeva a settembre, alla fine della stagione, per premiare i successi dell'annata. Tina Turner stava promuovendo la sua hit What's Love Got To Do With It?. All'epoca accadeva spesso che le star della musica mondiale venissero in Italia a fare promozione. 

(...) Così vi trovaste insieme in ascensore. E lei attaccò bottone parlando del giubbotto di Alaïa. E poi?

«Lei era con il suo manager di allora. Quando le nominai Azzedine Alaïa, Tina sgranò gli occhi: "Come fai a conoscerlo?", mi chiese. Le risposi: "Se sa che ti sei messa un suo giubbotto, diventa matto". "No, divento matta io", ribatté lei. Quando le dissi che potevo metterli in contatto, impazzì di gioia». 

Alaïa lei quando lo aveva conosciuto?

«Durante un viaggio che avevo fatto un po' di tempo prima a Parigi. Eravamo diventati amici». 

Con Tina come andò?

«Quella sera in ascensore chiese subito al manager: "Tra quanto sarò libera da tour e promozione?". E quello: "Credo tra non meno di due anni". Allora si girò verso me e Cesare: "Quando andate a Milano?". Saremmo partiti due giorni dopo. "Vengo con voi", rispose».

E lo fece?

«Eccome. Partì con noi. Una volta a Milano, io e Cesare chiamammo Azzedine. Da quel momento in poi Alaïa vestì solo Tina Turner, mollando pure Grace Jones, che aveva consigliato fino ad allora e che non la prese benissimo (ride)». 

In cosa Tina Turner è stata per lei una fonte di ispirazione?

«Per il suo vissuto. La sua grinta. Il suo stile. E poi per la sua capacità di reinventarsi sempre. Era un'araba fenice come me. Una sopravvissuta. Era la quintessenza del rock. Non a caso la soprannominarono la "regina del rock'n'roll": ne aveva tutte le caratteristiche».

(...)

Addio a Tina Turner “You are simply the best”.  Nicola Santini su L'Identità il 26 Maggio 2023 

Tina Turner, la leggendaria “Regina del Rock ‘n’ Roll”, è morta a 83 anni. La sua è stata una fine serena, come riportano le persone che l’hanno accompagnata al suo ultimo giorno. “Aveva sofferto per una lunga malattia e se ne è andata nella sua casa di Küsnacht vicino a Zurigo, in Svizzera”, ha detto il suo portavoce. “Con lei – ha voluto aggiungere – il mondo perde una leggenda della musica e un modello”.

Icona mondiale con una vita tanto affascinante quanto la sua carriera.

Conosciuta al mondo come Tina Turner, ma nata Anna Mae Bullock, ha conquistato il pubblico con la sua voce potente e la sua energia inarrestabile sul palco, ma dietro le luci accecanti e l’applauso fragoroso, c’è una donna con una storia di vita di trionfo e tribolazioni.

Cresciuta in una famiglia turbolenta, Tina ha trasformato la sua passione per il canto, nata nel coro della chiesa, in un’incantevole carriera nel rock and roll quando ha incontrato Ike Turner. Quest’uomo avrebbe sì catapultato la sua carriera musicale, ma sarebbe diventato anche la sua più grande prova personale. Unitisi in matrimonio nel 1962, Tina e Ike formarono il formidabile duo Ike & Tina Turner Revue, scalando le classifiche con hit come “River Deep – Mountain High” e “Proud Mary”.

Nonostante le sfide che ha dovuto affrontare nella sua vita privata, come il matrimonio abusivo con Ike Turner, Tina ha scelto di mantenere molti aspetti della sua vita lontano dagli occhi del pubblico. Per esempio, i dettagli delle sue difficoltà nel periodo successivo alla separazione da Ike sono stati tenuti lontano dallo sguardo del mondo. Questo periodo di difficoltà economiche, durante il quale Tina ha lottato per mantenere la sua carriera solista, è stato affrontato con una discrezione che è in netto contrasto con l’energia vibrante delle sue esibizioni sul palco.

Nel 1976, la tenace Tina prese una decisione coraggiosa: lasciò Ike, marcando una svolta radicale nella sua vita personale.

Seguì un periodo di lotta, con Tina che si sforzò di mantenere a galla la sua carriera solista. Ma nel 1984, fece un ritorno trionfale con l’album “Private Dancer”, che sfornò successi come “What’s Love Got to Do with It” e la premiò con tre Grammy Awards.

La vita sentimentale di Tina ebbe un dolce rivolgimento nel 1986, quando incontrò l’affascinante dirigente discografico tedesco Erwin Bach. Dopo una storia d’amore di 27 anni, la coppia si legò in matrimonio nel 2013 in una cerimonia idilliaca. La cerimonia si è tenuta nella loro villa a Kusnacht, una cittadina sul Lago di Zurigo, in Svizzera.

La celebrazione ha avuto un carattere buddista, in linea con la fede di Tina, e si è svolta all’aperto, nel giardino della loro villa. La lista degli ospiti era notevole e includeva amici intimi e celebrità. Tra questi c’erano Oprah Winfrey, David Bowie, Giorgio Armani e Bryan Adams.

Il tocco finale alla festa è stato dato da un’incredibile quantità di rose rosse e gialle – 70.000 in totale – importate dall’Olanda.

Il suo legame con Bach ha rappresentato una nuova fase della sua vita, all’insegna della felicità e della stabilità. La loro unione è stata una fonte di pace e amore per Tina dopo i turbolenti anni con Ike.

Un’altra affascinante collaborazione di Tina è quella con il camaleonte del rock, David Bowie. Il loro duetto “Let’s Dance” al “Live Aid” nel 1985 è ancora un momento musicale iconico, mostrando la loro ineguagliabile chimica sul palco.

Tina Turner aveva perso già due figli: il primogenito, Craig Raymond Turner, che aveva avuto a 18 anni dalla relazione con Raymond Hill, il sassofonista della sua band Kings of Rhythm, è stato trovato morto a 59 anni, il 4 luglio 2018, suicida. Il figlio Ronnie Turner, invece, avuto dal secondo marito Ike Turner, è morto a 62 anni, il 9 dicembre 2022, dopo aver lottato a lungo con diversi problemi di salute, tra cui il cancro.

Tina Turner, con la sua resilienza di acciaio e il suo talento strabiliante, ha venduto oltre 200 milioni di dischi nel corso della sua carriera di oltre cinque decenni.

Anche se nel 2021 ha annunciato il suo ritiro definitivo dalla vita pubblica, il suo spirito indomabile continuerà a risuonare nel panorama musicale e nei cuori dei fan in tutto il mondo.

Tina Turner, "cosa faceva prima di morire". La rivelazione dei vicini. Libero Quotidiano il 26 maggio 2023

Tina Turner ha perso la battaglia contro la lunga malattia ed è scomparsa all'età di 83 anni. Un lutto che ha sconvolto il mondo della musica e la sua comunità, quella di Kusnacht, situata sulle rive del lago di Zurigo in Svizzera, dove da anni la star del rock ha vissuto. Qui gli abitanti parlano dell'artista come una persona amata anche fuori dalle scene, "spesso si fermava a parlare con chi la riconosceva". Capitava al parco, durante una passeggiata o mentre faceva shopping. La Turner infatti non si sottraeva mai ai saluti.  

Leo Scherer, un 65enne che gestisce un'azienda di riscaldamento in città ha detto: "Era una persona molto buona. Era felice qui e salutava sempre chi la vedeva per strada. Aveva una vita tranquilla. Quando la incontravi in giro era umile, non si è mai comportata come una grande star". Anzi, la cantante ha sempre cercato di integrarsi nella vita della comunità. 

Non a caso aveva imparato il tedesco e frequentava corsi di yoga. Dopo il suo ritiro, nel 2009, si esibiva per gli amici. Solo negli ultimi giorni di vita l'artista era restia a farsi vedere fuori casa, mantenendo riservatezza e rimanendo in famiglia. Gli ultimi momenti li ha passati accanto al marito Erwin. 

Estratto dell’articolo di Maria Vittorio Prest per blitzquotidiano.it il 21 giugno 2023.

Tina Turner, leggenda della musica, si è spenta serena nella sua casa di Kusnacht, vicino a Zurigo, in Svizzera, mercoledì 24 maggio a 83 anni. Un portavoce della cantante ha confermato cheTina Turner è morta per cause naturali dopo una lunga e sofferta malattia dovuta ad una grave insufficienza renale e a una pressione molto alta […]

Tina Turner ha lottato molto a lungo per riuscire ad avere una qualità di vita sopportabile sino a che, in un momento di grave difficoltà, si era iscritta al gruppo di suicidio assistito Exit e aveva iniziato a prendere accordi sul fine vita. Nel 2017 però il marito, Erwin Bach, 67 anni, le ha donato un rene […].

Il marito si era ripreso molto bene dall’operazione, invece Tina, dopo aver subito anche un rigetto, aveva dovuto continuare la terapia con forti dosi di immunosoppressori che, però, non sono serviti a salvarle la vita. 

La cantante ha trascorso gli ultimi mesi tra paura e molte medicine. Prima di morire, Tina ha raccontato la sua lotta contro la malattia renale che aveva definito un killer silenzioso e di come stanca e provata si fosse anche avvalsa ingenuamente di cure omeopatiche mettendo così ancora più a rischio la sua vita.

Nel 2009, in seguito ad un ictus causato dall’ipertensione incontrollata, la star aveva scoperto che i suoi reni avevano già perso il 35% delle loro funzioni. 

In una sua dichiarazione a Show your Kidneys Love, Tina Turner ha confessato di aver sempre considerato il suo corpo indistruttibile e questa sua convinzione l’ha portata a sottovalutare l’ipertensione che la distruggeva dall’interno. […] 

In occasione della Giornata mondiale del rene, in uno dei suoi ultimi messaggi social, la grande artista ha invitato i suoi fans a controllare i loro organi perché i reni cedono senza dolore.

Maria Giovanna Maglie è morta: addio a 70 anni alla giornalista. Il Tempo il 23 maggio 2023

È morta all’età di 70 anni Maria Giovanna Maglie, ex giornalista del Tg2 e notissima saggista e opinionista tv. A darne notizia sui social è stata questa mattina l’amica e collega Francesca Chaoqui: “È tornata questa Mattina alla Casa del Padre. È stata portata al San Camillo Forlanini la scorsa notte per una complicazione venosa ed è spirata poco fa. Ero accanto a lei, ha lottato fino alla fine come sempre. Adesso è in pace”. Tra la seconda metà del 2022 e il febbraio 2023 Maglie è stata ricoverata in ospedale per vari interventi chirurgici, come lei stessa aveva fatto sapere tramite i social, pubblicando alcuni scatti che testimoniavano le proprie condizioni di salute.

L'ultimo intervento di Maglie su Twitter, social dove era molto attiva, risaliva al 12 febbraio, nel periodo del Festival di Sanremo e delle elezioni regionali in Lombardia: "Sopravvissuti all'occhio a forma di euro di Amadeus? Al corpus della Ferragni? Al fatto che le canzoni ascoltabili avessero almeno 50 anni? Siete sfiniti e scontenti? Bene andate a rinfrescarvi il cervello di tanto vecchiume votando per il centrodestra. Io voto Lega".

È morta la giornalista Maria Giovanna Maglie all’età di 70 anni. Il Domani il 23 maggio 2023

Maglie era malata da tempo e si trovava all’ospedale San Camillo Forlanini di Roma 

È morta all’età di 70 anni Maria Giovanna Maglie, saggista e opinionista nata a Venezia nel 1952. A dare l’annuncio su Twitter è la sua amica Francesca Chaouqui, che ha scritto: «Ha lottato fino alla fine come sempre. Adesso è in pace».

Maglie era malata da tempo e si trovava all’ospedale San Camillo Forlanini di Roma. Qualche mese fa era stata operata al cuore per un aneurisma all’aorta, era stata poi ricoverata per due mesi a causa delle complicazioni che le avevano causato una forte anemia.

Nel 1990, durante la prima guerra del Golfo, fu inviata in Medioriente per il Tg2. Divenne poi corrispondente da New York fino al 1993. Negli anni ha collaborato con importanti testate giornalistiche e radiofoniche tra cui: Il Giornale, Il Foglio, Radio Radicale, e Radio24.

È morta Maria Giovanna Maglie, la giornalista aveva 70 anni. Redazione Online su Il Correre della Sera il 23 maggio 2023.

Maglie aveva parlato della sua malattia lo scorso dicembre. È morta oggi a Roma, al San Camillo Forlanini 

Maria Giovanna Maglie è morta martedì 23 maggio: la giornalista e opinionista aveva 70 anni. A dare l’annuncio, su Twitter, Francesca Chaouqui: «Ero accanto a lei, ha lottato fino alla fine come sempre». 

Lo scorso dicembre Maglie aveva parlato della sua malattia e degli interventi chirurgici a cui era stata sottoposta.

+++Amici miei, @mgmaglie è tornata questa Mattina alla Casa del Padre. È stata portata al San Camillo Forlanini la scorsa notte per una complicazione venosa ed è spirata poco fa. Ero accanto a lei, ha lottato fino alla fine come sempre. Adesso è in pace. +++

— Francesca Chaouqui (@FrancescaChaouq) May 23, 2023

Il lungo calvario della giornalista era iniziato a dicembre dello scorso anno. «Ero in tv, la notte della maratona elettorale, ospite a Quarta Repubblica... A un certo punto mi si è come spenta la luce». Maglie raccontò così in una intervista al Corriere. dal suo letto d’ospedale, il momento più difficile della sua vita. Il cuore della giornalista stava per cedere. Un intervento d’urgenza all’European hospital di Roma le salvò la vita. Sembrava tutto risolto, poi sono arrivate le complicazioni: «Una dopo l’altra, una maledizione».

La giornalista, dopo un esordio a l’Unità e tanti anni in Rai, da tempo era impegnata come opinionista in vari programmi tv. Ma dopo quei delicatissimi interventi cardiaci le cose non si sono mai più rimesse a posto a livello clinico. Nel quotidiano fondato da Gramsci, Maglie fu inviata in America Latina. Poi, per profonde divergenze con il Pci, lasciò il giornale e passò in Rai. Nella tv pubblica, alla scoppio della Guerra del Golfo, nel 1990 fu inviata in Medioriente per il Tg2. Negli ultimi anni si era avvicinata politicamente alle posizioni della Lega, guidata da Matteo Salvini.

Tra i primi a ricordarla c’è Enrico Mentana: «Se n’è andata Maria Giovanna Maglie, giornalista battagliera, donna forte, con le sue idee e la sua vis polemica. Ognuno la ricorda a modo suo, secondo le sue passioni e le sue sensibilità».

È morta Maria Giovanna Maglie. Francesca Galici il 23 Maggio 2023 su Il Giornale. A causa di una complicanza clinica si è spenta Maria Giovanna Maglie, saggista e opinionista italiana spesso presente in tv.

Dopo un lungo ricovero, si è spenta questa mattina Maria Giovanna Maglie. A dare l'annuncio Francesca Chaouqui: "Amici miei, Maria Giovanna Maglie è tornata questa Mattina alla Casa del Padre. È stata portata al San Camillo Forlanini la scorsa notte per una complicazione venosa ed è spirata poco fa. Ero accanto a lei, ha lottato fino alla fine come sempre. Adesso è in pace", si legge sul suo profilo Twitter.

Era stata lei stessa a informare di aver avuto complicanze mediche alla fine del 2022 a causa di un problema al cuore per il quale era stata sottoposta a un intervento chirurgico. Purtroppo, quell'intervento aveva causato degli strascichi gravi, inclusa un'anemia violentissima. Dal momento del ricovero, la giornalista non è mai uscita dall'ospedale. Le cause primarie del ricovero erano state spiegate da lei stessa come "un aneurisma che non è scoppiato. Avevo, e grazie a Dio non ho più, un aneurisma dell’aorta". Il malore è sopraggiunto nell'opinionista durante uno dei suoi tanti collegamenti televisivi con i programmi di informazione politica: "Ho avuto un malore che ho cercato di mascherare. Ho concluso il collegamento e poi ho spiegato che avevo bisogno di staccare. Non so nemmeno se ne siano accorti gli spettatori"

Da qui, però, è stato un susseguirsi di problemi. Solo pochi giorni fa, il 20 maggio, Francesca Chaouqui scriveva: "Inizia a reagire alla terapia antibiotica per le infezioni. È vigile e tranquilla, sta dimostrando una tenacia e una forza non comune. Grazie di cuore a tutti i medici e gli infermieri della terapia intensiva dell’European Hospital di Roma e a tutti voi". L'epilogo, però, non è stato quello sperato.

Maria Giovanna Maglie ha iniziato la carriera come giornalista negli anni Settanta presso il quotidiano L'Unità e nel 1989 è arrivata in Rai come inviata negli scenari di guerra. Dal Medio Oriente durante la prima Guerra del Golfo è stata poi per lunghi anni corrispondente da New York. Ha scritto innumerevoli libri e saggi, diventando opinionista per i principali programmi televisivi, senza nascondere di essersi avvicinata, soprattutto negli ultimi anni, alle posizioni politiche del centrodestra, diventando protagonista indiscussa del dibattito politico in Italia.

Complicazioni dopo intervento d'urgenza dei mesi scorsi. Addio a Maria Giovanna Maglie, giornalista e saggista: “Adesso è in pace, ha lottato fino alla fine”. Redazione su Il Riformista il 23 Maggio 2023

Addio a Maria Giovanna Maglie, giornalista e saggista scomparsa nelle scorse ore a Roma. Aveva 70 anni e da tempo aveva problemi di salute. A dare la notizia del decesso è stata Francesca Chaouqui, amica e collega. “E’ tornata questa Mattina alla Casa del Padre. È stata portata al San Camillo Forlanini la scorsa notte per una complicazione venosa ed è spirata poco fa. Ero accanto a lei, ha lottato fino alla fine come sempre. Adesso è in pace”.

Nata a Venezia il 3 agosto del 1952, Maria Giovanna Maglie era già stata ricoverata in ospedale negli ultimi mesi del 2022  e nei primi del 2023 “per una serie di interventi chirurgici, ecco la ragione della mia latitanza” aveva scritto all’epoca la giornalista mostrando, via Twitter, il suo ultimo libro su Emanuela Orlandi.

Nel settembre 2022  aveva raccontato sempre tramite i social di aver sofferto un malore durante la diretta tv della trasmissione Quarta Repubblica, dove era stata invitata per commentare le elezioni politiche del 25 settembre. A Il Corriere della Sera ha raccontato che a salvarle la vita dopo il malore a Quarta Repubblica era stato un intervento d’urgenza al cuore per un aneurisma all’aorta all’European hospital di Roma. Poi sono intervenute le complicazioni ed era stata ricoverata per diversi mesi a causa di una forte anemia.

La sua carriera giornalistica era iniziata nel 1979 all’Unità, da cui si era dimessa per divergenze ideologiche. Nel 1989 l’assunzione in Rai e l’anno successivo, allo scoppio della prima guerra del Golfo, era stata in Medio Oriente come inviata del Tg2. In seguito era diventata corrispondente da New York, imponendosi per il suo stile esuberante e polemico. Nel 1993 si era dimessa dalla Rai per un caso di presunti rimborsi spese gonfiati che si concluse con l’archiviazione delle accuse. In seguito aveva collaborato con Il Giornale, Il Foglio, Radio Radicale, Radio24 e Dagospia.

Sempre per Dagospia ha commentato la campagna elettorale del 2016 per la presidenza degli Stati Uniti d’America, che ha portato alla elezione di Donald  Trump, di cui aveva previsto sin dall’inizio la vittoria e di cui viene considerata una fervida ammiratrice avendo anche incentrato su di lui uno dei suoi saggi. Sostenitrice del segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini, dal 2016 non risulta più iscritta all’Ordine dei giornalisti per mancato pagamento delle quote annue di iscrizione.

La giornalista era stata data in corsa alle elezioni politiche dello scorso 25 settembre, con la Lega, cui si è avvicinata negli ultimi anni. Candidatura poi smentita.

Un’amica nella buona e nella cattiva sorte. Ciao Maria Giovanna, la penna brillante accusata di “craxismo” che smontò la “falsa rivoluzione”. Stefania Craxi su Il Riformista il 25 Maggio 2023.

Conobbi Maria Giovanna Maglie molto tempo fa e, dopo esserci perse per un qualche tempo, per alcune incomprensioni, avevamo ripreso a sentirci e a frequentarci negli ultimi anni. Accadde dopo uno dei tanti attacchi, al quale io intesi replicare con forza e con sdegno, che aveva subito nel corso della vita da alcuni suoi colleghi ben pensanti e di regime perennemente intenti ad arrogarsi il diritto alla verità assoluta ancor prima che quello di rilasciare patenti morali e di idoneità professionale.

Correva l’anno 2019 e Maria Giovanna, cresciuta professionalmente all’Unità, era “accusata” di “craxismo”: la vicinanza umana prima che politica con Bettino Craxi costitutiva una ragione per impedirle il rientro nella tv pubblica, quella Rai in cui pluralismo e professionalità dovrebbero essere la norma, non l’eccezione. Era quella una situazione paradossale, una delle tante che riguardano l’intera vicenda craxiana, che però ha ben testimoniato le ipocrisie di cui si nutre una certa intellighenzia nostrana e, al contempo, la personalità di cui era dotata Maria Giovanna.

Infatti, i tanti che hanno dimenticato i loro ascendenti o i loro passaggi nelle fila socialiste, fino ad abiurare o sbianchettare la propria storia, hanno potuto in questi decenni assurgere alla guida di posizioni di comando e a ruoli primari; chi invece, come la Maglie, con coerenza ancor prima che per fede, non ha rinnegato i suoi trascorsi vedeva preclusa ogni possibilità! Una doppia morale che sa tanto di opportunismo, un modus operandi al quale lei non intese mai sottostare. Maria Giovanna è stata un’amica nella buona e nella cattiva sorte. Non solo non rinnegò mai la sua amicizia con il leader socialista con cui intrattenne, anche e soprattutto nei tristi anni dell’esilio tunisino, un rapporto di stima e di amicizia (ricordo che era tra i non molti che continuò a scrivere e telefonare ad Hammamet), ma non smise mai di dire parole di verità sul biennio ’92-’94 e sugli effetti nefasti della “falsa rivoluzione”. Lealtà e coerenza con le proprie idee che con tutta evidenza le costarono a lungo incarichi e carriera, e che smentisce con i fatti la vulgata di comodo e di dileggio di quanti videro nel suo abbracciare, a suo modo, Craxi e i socialisti, una scelta di convenienza e opportunismo.

Chi ha avuto modo di conoscere questa professionista mossa da un grande fiuto, dotata di una penna brillante quanto incisiva, sa che la sua dote, non sempre amata ma apprezzabile, era la schiettezza, accompagnata da una durezza tipica di molte personalità forti e al contempo fragili. La politica internazionale, suo vero amore fin dagli esordi, e alla base del suo distacco da un PCI che si attardava in formule bizantine pur di non fare i conti con la storia, sembrava contrastare con la sua indole per la provocazione. Con la sua scomparsa, dopo una malattia lunga e dolorosa che ha affrontato con forza e dignità, perdiamo una personalità forte, segnata da grandi passioni. Personalmente voglio ricordare Maria Giovanna con quello sguardo profondo con il quale era solita scrutare i suoi interlocutori, con quell’entusiasmo contagioso, con quella voglia di futuro che trasudava dai suoi ragionamenti. Voglio ricordare però anche la donna, l’amica che ad Hammamet, nel ventennale della scomparsa di Craxi, commossa e in preda ad uno slancio di ottimismo, mi disse che avevo raggiunto il compito che mi ero prefissata, di essere riuscita a prendere per la coda la rabbia che avevo dentro. Sono parole che mai potrò dimenticare. Ciao, Maria Giovanna! Stefania Craxi

Chi era Maria Giovanna Maglie, dagli esordi all'Unità fino al sostegno aperto alla Lega di Salvini. Paolo Conti su Il Corriere della Sera il 23 maggio 2023.

La carriera e le posizioni più provocatorie: al lavoro fino all'ultimo, il malore durante la maratona elettorale in tv

Addio a Maria Giovanna Maglie, scomparsa a 70 anni dopo una lunga battaglia con i tanti e gravi problemi cardiaci che non le hanno dato tregua nell’ultimo capitolo della sua complessa vita. 

Maria Giovanna Maglie nasce a Venezia ma nei primi anni Sessanta si trasferisce a Roma, città di cui adotta rapidamente lo spirito, i modi, persino l’inflessione. Si laurea in filosofia a La Sapienza di Roma. Nel 1979 comincia la prima fase della sua esperienza professionale: entra a L’Unità, l’organo ufficiale del Pci, e si occupa immediatamente e con grande successo di politica internazionale, in particolare di America Latina. 

Corrispondenze dense e appassionate, com’è nel suo carattere già forte e divisivo (per sua stessa ammissione). Infatti entra in rotta di collisione col quotidiano e soprattutto con la linea politica del Pci, si dimette nel 1987 e approda alla Rai nel 1989 con l’aiuto (lo racconterà lei stessa) dell’allora segretario del Psi, Bettino Craxi. Infatti entra nella redazione del Tg2 (ai tempi filo-socialista, secondo la logica della lottizzazione Rai della Prima Repubblica) e riprende le sue cronache di politica e di attualità internazionale: il Medio Oriente, la Guerra del Golfo, poi una discussa corrispondenza da New York. 

Francesca Reggiani ne prende lo spunto per una delle sue più famose imitazioni in «Avanzi», la trasmissione satirica di Rai3. Nel 1993 si dimette volontariamente dalla Rai nelle settimane incandescenti dello scandalo delle note spese truccate, che coinvolge molti giornalisti in molte redazioni. Girano voci su un dossier con accuse per 150 milioni di lire di note spese non giustificate. Si apre un lungo audit interno, ovvero un’inchiesta negli uffici di viale Mazzini. Ma poi tutto viene archiviato dal giudice. Racconterà poi lei, anni dopo: «Cominciò una spaventosa campagna di stampa contro di me, mi si accusava di aver estorto soldi, ma il giudice archiviò tutto e tutto finì nel nulla….».

Chiusa la pagina Rai, comincia la nuova stagione di Maria Giovanna Maglie, quella mediaticamente più famosa: le collaborazioni a «Il Giornale », «Il Foglio», a «Libero ». Libri polemici e anche provocatori come «Oriana: incontri e passioni di una grande italiana » (Mondadori, 2002) una biografia esplicitamente non autorizzata di Oriana Fallaci, poi «Il mostro cinese» (Piemme, 2020) e «Puttane. Il mestiere più antico del mondo ai tempi di internet e del Covid » (Piemme, sempre 2020) fino all’ultimo «Addio Emanuela. La vera storia del caso Orlandi » (Piemme, 2022). Per il sito Dagospia, tra il 2015 e il 2016, segue e commenta le vicende degli Stati Uniti, in particolare l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

Il grande pubblico la conosce, negli ultimi anni, soprattutto per la sua effervescente e provocatoria presenza come opinionista in tante trasmissioni televisive: «L’isola dei famosi», «La vita in diretta», «l’Arena», «Stasera Italia». Una presenza mai banale, sempre pronta alla polemica e alla battuta: negli ultimi anni Maria Giovanna Maglie ostenta il suo aperto sostegno alla Lega e al suo segretario Matteo Salvini, così come Stati Uniti e Israele restano i punti di riferimento delle sue analisi di politica internazionale. Gioca ironicamente con la sua corporatura proponendo originalissimi abiti e vistosi accessori, interpretando di fatto un personaggio televisivo a metà tra giornalismo e spettacolo, perfettamente a suo agio col trash televisivo, con sarcasmo e col sorriso. Infotainment, insomma.

Lavora fino all’ultimo, si sente male durante la maratona elettorale condotta da Nicola Porro, Quarta Repubblica. Appena si riprende saluta i suoi fan sui social, le sue foto appaiono fino a pochi giorni fa sulla sua pagina Instagram. Poi ieri l’ultima crisi, il ricovero d’urgenza al San Camillo di Roma. La saluta così Enrico Mentana, direttore del Tg L7: «Se n’è andata Maria Giovanna Maglie, giornalista battagliera, donna forte, con le sue idee e la sua vis polemica. Ognuno la ricorda a modo suo, secondo le sue passioni e le sue sensibilità». Lei stessa, lo sa chiunque l’abbia conosciuta, avrebbe detestato ogni santificazione nell’ora dell’addio.

Addio Maria Giovanna Maglie, il volto ruvido dell’intelligenza. Dagli anni dell’Unità all’amore per Trump, Maglie era abituata a dar battaglia, non si offendeva mai se la prendevi di petto. Era animata da una passione autentica per il giornalismo e per i piaceri della vita, priva di rancori e malanimi. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 23 maggio 2023

Di giornalisti innocui e corifei, sempre alla ricerca dell’applausetto e del consenso da casa ne è pieno il mondo e non sappiamo proprio cosa farcene.

Di questa cosa te ne accorgi quando se ne vanno via gli altri, quelli che stanno dell’altra sponda, che mai li troverai a fare le vittime o i paraculi pedanti, che se ne fregano dei fischi, dei buu o di piacere al pubblico, nemici del conformismo, dell’etichetta e del moralismo. Persone intelligenti e libere, che non si nascondono mai, anche se ti snervano con la polemica con il gusto della logomachia, schiette persino nella malafede.

Maria Giovanna Maglie era così, eccessiva, aspra ai limiti dell’antipatia, indisposta a cercare mediazioni e punti di equilibrio sulle sue opinioni, nette, radicali, tagliate con l’accetta e difese a suon di metaforici montanti in quel ring che per lei era il giornalismo. E siccome era abituata a dar battaglia, non si offendeva mai se la prendevi di petto, magari ti gridava addosso le sue ragioni, con sgarbo, ma senza mai varcare il limite della maleducazione e della volgarità. La frase «più scema» che potevi pronunciare in un talk show per lei era «fammi continuare, io non ti ho interrotto» e tutto la pretesca ipocrisia delle madonnine infilzate che piagnucolano in tv.

A Maria Giovanna Maglia potevi interromperla come e quando volevi e senza causare chissà quali drammi, anche perché lei lo faceva molto spesso, sovrastandoti con le sue ruvidezze, anche quando si ritrovava sola contro tutti quasi compiaciuta nel recitare il ruolo della “cattiva” e di causare attacchi di nervi nei suoi antagonisti, specie quando discuteva della “sua” attualità internazionale.

Le posizioni filoatlantiche e guerrafondaie ai limiti della faziosità, il sostegno incondizionato ai governi israeliani, le uscite a volte spiacevoli contro l’islam e i musulmani non le hanno certo creato pletore di amici. Sapeva di provocare ed era ciò che voleva, probabilmente anche per indole personale. Eppure tutte le persone che l’hanno conosciuta, anche e soprattutto gli avversari ai quali sapeva rendere l’onore delle armi, dicono tutte la stessa cosa: dietro i riflettori sapeva essere una donna simpaticissima e generosissima, animata da una passione autentica per il giornalismo e per i piaceri della vita, priva di rancori e malanimi.

Apparteneva a quella generazione che viveva il giornalismo politico come una seconda pelle, un’immersione totale che rende superflua la separazione tra pubblico e privato. Ha attraversato lo stesso sentiero politico e professionale di molti suoi coetanei: nata a sinistra nella culla del Pci, è stata giovane redattrice de L’Unità alla fine dei ‘70, nella stagione più cruenta degli anni di piombo.

Folgorata dall’astro di Bettino Craxi, nel 1987 lascia il giornale fondato da Antonio Gramsci e approda in Rai al Tg2 su suggerimento diretto dell’ex segretario socialista, attirandosi così l’odio degli ex compagni di partito. Un passaggio che racconta lei stessa con grande senso dell’umorismo: «Ero circondata da persone che pensavano che fossi una stronza, che aveva tradito il Pci. E poi ero considerata "la grande amica di Craxi". Ma io ero la raccomandata di Craxi, non “la grande amica”».

Il grande pubblico la conosce nel 1990 allo scoppio della prima guerra del Golfo che copre come inviata in Medio Oriente. A conflitto terminato conquista l’ambito ufficio di corrispondenza da New York dove rimane per alcuni anni. Durante la seconda repubblica è stata sì berlusconiana ma con moderazione, poco interessata alle beghe intestine del Cavaliere, sempre concentrata sull’amata geopolitica.

Capace di fiutare lo spirito dei tempi intuisce le potenzialità del cosiddetto sovranismo, pronostica contro ogni previsione il trionfo di Donald Trump e nell’ultimo decennio si è situata genericamente a destra, appoggiando la Lega di Matteo Salvini. Con le dovute proporzioni Maria Giovanna Maglie era una versione pop di Oriana Fallaci sulla quale ha scritto una bella biografia e con la quale condivideva l’ispirazione “neo con” degli ultimi anni, ma di erto non l’aristocratico livore...

Nicola Porro distrutto per la Maglie: "Cos'è successo dopo quel malore". Libero Quotidiano il 23 maggio 2023

Un ricordo commosso e commovente, quello di Nicola Porro, per l'amica e collega Maria Giovanna Maglie morta a Roma a 70 anni. Il conduttore di Quarta repubblica dedica la sua video-rassegna stampa quotidiana Zuppa di Porro proprio alla giornalista e opinionista diventata negli ultimi anni un punto di riferimento del "sovranismo" e di quel centrodestra, anzi destra-centro che ha fatto appena in tempo a vedere arrivare a Palazzo Chigi con Giorgia Meloni.

"Oggi sono molto triste perché è morta Maria Giovanna Maglie. Oltre che ad essere una collega giornalista, Maria Giovanna era un'amica", esordisce Porro, che ricorda come "l'ultima volta che la intervistai fu in occasione delle elezioni politiche e, proprio durante Quarta Repubblica, ebbe un malore. Da lì in poi, è successo quello che è successo ovvero la sua malattia si è aggravata e l'ha portata alla morte". Un malore che, aveva spiegato la stessa Maglie rendendo pubbliche le sue difficili condizioni di salute, aveva fatto di tutto per mascherare durante quella diretta.

"Era intelligente, controcorrente e decisamente troppo giovane per morire", prosegue Porro risalendo con la memoria ai giorni dei loro primi incontri. "Mi sembra che fosse quando lavoravo ancora in Rai e la invitai all'Alien di Roma dove facevo il PR. Stiamo parlando di quando avevo 22-23 anni, quindi insomma si parla di una vita fa. All'epoca Maria Giovanna aveva tendenze più o meno socialiste, mentre io più o meno liberale e lì iniziò quel rapporto con lei che è avanti per gli anni". 

La giornalista e gli ultimi mesi in ospedale. Come è morta Maria Giovanna Maglie, il malore in tv “che ho cercato di mascherare”, l’intervento e le complicazioni. Redazione su Il Riformista il 23 Maggio 2023 

“Ho avuto un malore che ho cercato di mascherare. Ho concluso il collegamento e poi ho spiegato che avevo bisogno di staccare. Non so nemmeno se ne siano accorti gli spettatori”. Aveva raccontato così quanto accaduto lo scorso settembre nel corso della trasmissione Quarta Repubblica, in onda su Rete4 e condotta dal collega Nicola Porro.

Da quel giorno per Maria Giovanna Maglie è iniziato un lungo calvario in ospedale, fino alla scomparsa nelle prime ore del 23 maggio all’età di 70 anni in seguito ad una serie di problemi di salute e alle complicanze di un intervento chirurgico subito nello scorso mese di settembre.

A dare la notizia del decesso, avvenuto in un ospedale romano, è stata Francesca Chaouqui, amica e collega. “E’ tornata questa Mattina alla Casa del Padre. È stata portata al San Camillo Forlanini la scorsa notte per una complicazione venosa ed è spirata poco fa. Ero accanto a lei, ha lottato fino alla fine come sempre. Adesso è in pace”.

Nata a Venezia il 3 agosto del 1952, Maria Giovanna Maglie era già stata ricoverata in ospedale negli ultimi mesi del 2022 e nei primi del 2023 “per una serie di interventi chirurgici, ecco la ragione della mia latitanza” aveva scritto ad inizio dicembre la giornalista mostrando, via Twitter, il suo ultimo libro su Emanuela Orlandi.

Nel settembre 2022 aveva raccontato sempre tramite i social di aver sofferto un malore durante la diretta tv della trasmissione Quarta Repubblica, dove era stata invitata per commentare le elezioni politiche del 25 settembre. A Il Corriere della Sera ha raccontato che a salvarle la vita dopo il malore a Quarta Repubblica era stato un intervento d’urgenza al cuore per un aneurisma all’aorta all’European hospital di Roma. Poi sono intervenute le complicazioni ed era stata ricoverata per diversi mesi a causa di una forte anemia.

La sua carriera giornalistica era iniziata nel 1979 all’Unità, da cui si era dimessa per divergenze ideologiche. Nel 1989 l’assunzione in Rai e l’anno successivo, allo scoppio della prima guerra del Golfo, era stata in Medio Oriente come inviata del Tg2. In seguito era diventata corrispondente da New York, imponendosi per il suo stile esuberante e polemico. Nel 1993 si era dimessa dalla Rai per un caso di presunti rimborsi spese gonfiati che si concluse con l’archiviazione delle accuse. In seguito aveva collaborato con Il Giornale, Il Foglio, Radio Radicale, Radio24 e Dagospia

Fu anche scrittrice: tra i suoi libri la biografia di Oriana Fallaci e alcuni saggi su argomenti di politica internazionale. Molto presente in tv come opinionista in diversi programmi politici, è sempre stata vicina a idee di destra. All’inizio del 2019 fu al centro di una polemica perché la Rai era intenzionata ad affidarle una striscia informativa subito dopo il Tg1. Di fronte alle proteste di Pd e Movimento 5 Stelle, il progetto non si realizzò.

Sostenitrice del segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini, dal 2016 non risulta più iscritta all’Ordine dei giornalisti per mancato pagamento delle quote annue di iscrizione.

La giornalista era stata data in corsa alle elezioni politiche dello scorso 25 settembre, con la Lega, cui si è avvicinata negli ultimi anni. Candidatura poi smentita.

Qui l’ultima intervista che Maria Giovanna Maglie ha rilasciato, dall’ospedale, a Giuliano Guida Bardi per Giornale Radio ( “IL PUNTO G”, 27 NOVEMBRE 2022) 

Partiamo dall'attualità politica statunitense. In Alaska si registra una doppia sconfitta di Trump. Che succede, c'è del marcio nella gelida Alaska o Trump ha perso il controllo del Grand Old Party?

No, Trump non ha perso assolutamente il controllo del partito, anche se c'è un gran pezzo di repubblicani che non lo vorrebbe come candidato. Trump ha sbagliato ancora una volta nel pensare che Sarah Palin fosse qualcosa di più di un grande folklore. Ha prevalso la moderata nativa e mezzatinta americana, la quale tra l'altro è stata così furba da dire “se non sono la vostra prima scelta, fate che io sia la vostra seconda”. In Alaska c'è un metodo stravagante di eleggere il governatore,  per cui tu puoi indicare la tua prima e la tua seconda scelta, quindi si possono scegliere tutte e due. La Palin ha vinto come seconda scelta.

Quanto a Lisa Murkowski, è una spina nel fianco dei pubblicani da decenni, non da oggi. Lei vota sempre contro i repubblicani, che si tratti di giudici della Corte costituzionale, che si tratti di Bush, che si tratti di chiunque. E solo grazie a quel pugnetto di repubblicani che gli americani chiamano RINO, repubblicani solo nel nome, che lei ce la fa sempre. Evidentemente ha un drappello di fedeli in Alaska. Ma questo non vuol dire niente: l’elezione in Alaska, l’hanno pompata i giornali democratici. 

Ritieni che il controllo di Trump sul Partito repubblicano sia ancora forte?

Ci sono delle frange di gente che non ne vuole sapere più di lui. C'è una grossa fetta di gente che vuole Ron De Santis, che però creerebbe un sacco di problemi. E’ giovane, ha quarant'anni, è cattolico, è in ascesa irresistibile dalla Florida a Washington. Se fosse lui il candidato obbligherebbe Biden a farsi da parte e i democratici a trovare uno giovane anche loro. È tutta da scrivere questa storia, bisogna vedere chi vincerà le primarie.

Se Atene piange, Sparta non ride. I democrats hanno un presidente uscente che è ottuagenario, i Clinton sono sullo sfondo come una promessa mancata e Obama non sfonda più. L'asinello che fa?

Non solo Biden è ottuagenario, ma è il peggio ridotto ottuagenario che abbia mai visto in vita mia. Perché ci sono ottuagenari belli in salute. E Biden non è più in salute fisica né mentale, ed è tenuto lì in un gesto di autentica crudeltà. I democratici, a leggere lo spirito dei Clinton, che è uno spirito da gang, soprattutto per quanto riguarda Hillary. Obama ha esaurito la sua famosa spinta. 

Quindi i democratici sono in una grande crisi perché si sono spinti a sinistra come mai avevano fatto nella loro vita. Io non mi ricordo un periodo in cui i democratici fossero così “diritti civili e non diritti sociali”, “tutto ciò che è nuovo, tutto ciò che è diverso, contro tutto ciò che è tradizionale”. Rischiano di brutto, anche perché io non vedo le candidature di ricambio, non le vedo proprio. Vedo soltanto tanta fuffa su work, politically correct, me too, tutte cose che pagheranno carissime. 

La società americana come sta vivendo la guerra in Ucraina?

Da quello che ho capito io gliene frega poco, come sempre succede per queste cose così lontane. Restano tali fino a che non devono mettersi gli scarponi da guerra; e per il momento nessuno ha chiesto ai soldati americani di andare in Ucraina. Però non gli piace questa guerra, vorrebbero che finisse, vorrebbero il negoziato. Non sono soddisfatti di questa guerra, non la sentono. E’ una guerra che si è sentita in Europa. Gli statunitensi non hanno questa affezione per Zelenksy, uomo da cui noi, invece, siamo stati rapiti. È una cosa lontana ma non spinosa; sarebbe bene avviare un negoziato per chiudere la faccenda. 

Sullo sfondo c'è sempre il confronto con la Cina, la grande potenza. La strategia è consolidata oppure tra repubblicani e democratici esiste una diversa visione geopolitica?

Ammesso che in questo momento esista negli Stati Uniti e nei suoi politici una visione geopolitica qualunque, cosa sulla quale non sarei pronta a giurare, tra Dem e Rep il punto di vista è profondamente diverso. I democratici in questo momento sono schierati sulla Cina come  causa di tutti i vizi e di tutti i mali. Esattamente come hanno fatto con la Russia. I repubblicani sono più ragionevoli. Resta il fatto che la Cina è fortissima e loro sanno perfettamente che la situazione di grande debolezza in questo momento, è dell'America. 

La Cina sa quanto è debole l'America in questo momento. La Cina sa quanto è tossico il processo elettorale e quindi questo può far sì che la sua rapacità cresca. 

Invece, per quanto riguarda i rapporti transatlantici, gli Stati Uniti hanno a cuore la vecchia Europa in sé o si accontentano della relazione particolare con il Regno Unito?

Gli Stati Uniti, per quanto riguarda la vecchia Europa, vorrebbero che si faccia come dicono loro. D’altronde l’Unione Europea è nata perché  gli stati europei facciano come vogliono loro. In questo momento agli Usa, l’Europa serve per l'Ucraina. Non hanno aiutata in nessun modo con l'energia i loro alleati europei. Nè in nessun modo con la Libia e con i clandestini. 

Senza considerare poi che  Regno Unito ormai è una cosa completamente staccata, con rapporti completamenti staccati dall’UE. L'Unione Europea per gli americani è un accidente che non deve trasformarsi in un pericolo. I rapporti atlantici vanno bene; nel senso che vanno bene se c’è obbedienza da parte europea. Se da parte europea c'è un qualunque sollevamento di sopracciglio…

Spostiamoci sul Pacifico. Mi sembra che Washington abbia sempre voluto controllare militarmente le rotte commerciali. Ora nel Pacifico, che cosa succede? Chi è che controlla il traffico merci? Sullo sfondo c’è la questione di Taiwan che abbiamo accarezzato prima parlando della Cina, e poi tutte le nuove rotte che arrivano ai nuovi porti di Hormuz.

Se posso dirla chiara è un casino. Nel senso che è lì che si misurerà tutta la potenza, le minacce e le possibilità di chi comanda. Perché è là che si gioca la partita di controllo del Pacifico e quindi anche la nuova realtà mondiale, che si è spostata di là. Noi continuiamo a credere che sia di qua, ma si è spostata di là. Taiwan è fondamentale, la Cina è molto minacciosa. Ripeto, ci vorrebbero degli Stati Uniti degni di questo nome, come erano fino a qualche anno fa. Ora gli Stati Uniti sono il marasma, come non erano dai tempi del Vietnam. 

Mentre la Russia è ancora un attore fondamentale nello scacchiere internazionale o si avvera la profezia di Dwight Eisenhower sul rischio di un'implosione della Federazione russa e dunque di un grande disordine?

Io per il momento implosa non la vedo. Per il momento vedo che è aggressiva e in avanti, diciamo così. Implosioni non ne vedo. Certo, è una società chiusa, con dei limiti terribili, di diritti civili, quindi non è una società tranquilla. Però guardate l'impatto della guerra come lo stanno sopportando… 

E anche delle sanzioni a cui stanno reggendo abbastanza bene, mi pare.

Esatto. E anche delle sanzioni. Oramai sono 9-10 mesi di guerra.

L'Italia adesso ha un nuovo governo, per la prima volta un premier donna e il mainstream continua a dirci che invece la posizione dell'Italia in Europa e nel panorama internazionale sia indebolita per la mancanza di Mario Draghi. Tu pensi che sia così o pensi che in realtà un governo con una solida maggioranza parlamentare che ha la prospettiva di durare 5 anni non sia un governo che va trascurato in Europa?

Penso che quella su Draghi sia una clamorosa balla. Le balle che sono state raccontate dall'inizio del governo Draghi continuano ad essere raccontate anche ora. Draghi non ha fatto niente per dimostrare autorevolezza e supremazia dell'Italia. Draghi ha subito quello che doveva subire, come avrebbe fatto qualunque tecnico preposto al Consiglio dei ministri. Questo governo si gioca tutta qui, si deve conquistare autorevolezza e deve avere soldi. Perché senza soldi, fallisce.

Una domanda finale a risposta flash: gli Stati Uniti controllano ancora l'Italia?

In buona parte sì.

Da notizie.virgilio.it il 25 maggio 2023. 

Ultimo saluto a Maria Giovanna Maglie. I funerali della giornalista si sono tenuti dalle 12 di giovedì 25 maggio 2023 in piazza del Popolo a Roma, presso la chiesa degli Artisti. Per il 24 maggio dalle 15 alle 18, invece, era prevista la camera Ardente presso la sala della Protomoteca in Campidoglio. 

L’ultimo saluto

Il feretro con la salma di Maria Giovanna Maglie, che si è spenta il 23 maggio 2023, è arrivato alla chiesa degli Artisti in piazza del Popolo intorno alle 11.45.

Alla cerimonia era presente il marito della giornalista, Carlo Spallino, artista ed esperto di galateo. Ad accogliere l’arrivo del feretro anche Miguel Gotor, Assessore alla cultura, e Matteo Salvini, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, come riportato da Il Sole 24 Ore. 

A fornire le informazioni sul funerale, oltre che ad avvisare della morte di Maglie, era stata Francesca Chaouqui, molto legata alla giornalista e saggista. 

Il cordoglio sui social

Tra i primi a scrivere un messaggio di cordoglio sui social era stato Matteo Salvini, che l’aveva ricordata come “Amica dalla voce forte e originale, oratrice appassionata, giornalista e intellettuale raffinata, soprattutto donna coraggiosa, indipendente e libera”.

Un messaggio in ricordo della giornalista era arrivato anche dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “Forte, intelligente, combattiva, una professionista seria e sempre pronta al confronto. Ci mancherà” aveva scritto sui social. 

A loro si erano accodati tanti altri politici, giornalisti, personaggi dello spettacolo, tra cui Vittorio Sgarbi, che l’aveva ricordata come “Coraggiosa e tenace. Donna di mille battaglie. Giornalista preparata e scrupolosa che rifuggiva dai luoghi comuni. Con me complice anche d’incursioni nella politica, senza pregiudizi, ma con una grande voglia di fare”. Dal letto d’ospedale Maria Giovanna Maglie, pochi mesi prima della sua morte, aveva presentato il libro sul caso di Emanuela Orlandi

Chi era Maria Giovanna Maglie

Maria Giovanna Maglie era nata a Venezia nel 1952 e aveva cominciato a lavorare nel mondo del giornalismo poco più che 20enne a L’Unità. Per il giornale si occupò prevalentemente di politica internazionale, fino a quando non abbandonò nel 1989 per divergenze con il Partito comunista. Passo quindi alla Rai, dove fu inviata di guerra per il Tg2 nella prima Guerra del Golfo per poi stabilirsi a New York e lavorare come corrispondente da lì fino al 1993.

Ray Stevenson, morto improvvisamente sul set l'attore della serie "Roma". Morto ad Ischia mentre stava lavorando ad un film. L'attore Ray Stevenson aveva girato molte pellicole per la Marvel. La grande notorietà con la serie tv "Roma". Roberta Damiata il 23 Maggio 2023 su Il Giornale.

È morto ad Ischia l'attore inglese Ray Stevenson. Si trovava sull'isola verde per girare il film "Cassino a Ischia", diretto da Frank Ciota, quando ha accusato un malore per cui è stato necessario un ricovero d'urgenza. Da subito le sue condizioni sono apparse molto serie, e dopo un'ulteriore peggioramento, è morto all’ospedale Rizzoli. Nato a Lisburn, nell’Irlanda del Nord, il 25 maggio 1964, Stevenson era noto al grande pubblico soprattutto per aver interpretato Tito Pullone nella serie Roma del 2005.

Amatissimo anche il suo personaggio di Volstagg in Thor di Kenneth Branagh e nei sequel The Dark World e Thor: Ragnarok. Sposato con l’antropologa italiana Elisabetta Caraccia, l'aveva conosciuta proprio sul set della serie Roma. La coppia ha avuto tre figli: Sebastiano Derek (2007), Leonardo George (2011) e Lodovico (2013). La scomparsa improvvisa ha lasciato tutti sgomenti, e nonostante l'intervento immediato dei soccorritori, non è stato possibile salvarlo. Non sono stati resi noti i motivi del decesso, ma è molto probabile che si sia trattato di un attacco di cuore, anche se non ci sono al momento conferme.

Tanti sono i ruoli che l'attore irlandese aveva interpretato nella sua carriera sia per il grande che per il piccolo schermo. A cominciare da quello di Dragonet in King Arthur condividendo il set con Clive Owen, Keira Knightley e Ioan Gruffudd. Poi la fortunatissima serie Roma, del 2005 dove interpreta il personaggio di Tito Pullone. Poi ancora in Outpost e Aiuto Vampiro con Willem Dafoe e Salma Hayek. Nel 2008 è ancora protagonista in Punisher - Zona di guerra e qualche anno dopo, nel 2011, interpreta nel film Thor diretto da Kenneth Branagh: saga del supereroe figlio di Odino nella quale compare successivamente in The Dark World e Ragnarok. E ancora, è Porthos ne I tre moschettieri e un boss della mafia ucraina in Dexter.

Era stato chiamato anche per Ahsoka, la serie legata a Star Wars. L’attore aveva un ruolo da antagonista, quello di un ex ammiraglio imperiale. Aveva prestato la sua voce al comandante mandaloriano appartenente al clan Viszla apparso nelle due serie animate Star Wars: Clone wars e Star wars: Rebels. Recentemente Stevenson aveva lavorato anche in Vikings e interpretato il pirata Barbanera nella serie Black Sails. Il suo ultimo lavoro, quello sul set di Cassino, a Ischia, dove interpretava il personaggio di Nic Cassino, girato proprio sull'Isola verde, purtroppo non l'ha potuto portare a termine.

Morto Martin Amis, romanziere dei tempi inquieti che guardava in faccia la storia. CRISTINA TAGLIETTI su Il Corriere della Sera il 20 maggio 2023.

Lo scrittore di «Money» e de «La freccia del tempo» aveva 73 anni. Aveva esordito mezzo secolo fa. Il suo nuovo libro «La vita da dentro» (Einaudi) uscirà postumo martedì 23 maggio

È morto della stessa malattia dell’amico Christopher Hitchens, un cancro all’esofago, Martin Amis. Lo scrittore è scomparso venerdì a 73 anni, nella sua casa di Lake Worth, in Florida: lo ha annunciato la moglie, la scrittrice Isabel Fonseca. Nato a Oxford il 25 agosto 1949, romanziere formidabile e discontinuo, polemista fuori dagli schemi, intellettuale nemico dei cliché, con la sua prosa divagante e controllata Martin Amis ha contribuito a ridefinire, negli anni Ottanta e Novanta, la narrativa britannica, influenzando un’intera generazione di scrittori britannici come Zadie Smith e Will Self.

Un’amicizia duratura e profonda lo legava a Christopher Hitchens, come lui saggista, critico, mente brillante, spirito polemico e dalla verve anticonformista, «la sola bionda di cui mi sia innamorato», come lo definì una volta con l’ironia caustica che lo contraddistingueva. Era stata proprio la sua morte, nel 2011, a ispirargli l’ultimo libro, La storia da dentro (sottotitolo Come scrivere) che Einaudi martedì manda in libreria: una sorta di fluviale autobiografia romanzesca in cui, mescolando realtà, memoria, persone vere con nome e cognome, personaggi d’invenzione, riallaccia i fili della sua vita, già raccontata in uno dei libri più amati dai lettori, Esperienza, in cui aveva messo al centro il complesso rapporto con il padre Kingsley, anche lui scrittore.

La storia da dentro, che si configura a questo punto come il suo testamento letterario e umano, è uno zibaldone in cui si ritrovano tutte le persone che hanno lasciato un segno profondo, oltre che nella sua formazione, anche nella letteratura contemporanea di lingua inglese in generale. All’interno c’è tutto: le donne amate, il padre, la moglie di lui, Elizabeth Jane Howard (autrice della saga dei Cazalet) l’amico di famiglia e grande poeta Philip Larkin, i numi tutelari Saul Bellow e Vladimir Nabokov (che chiamava Twin Peaks). E poi Iris Murdoch, oltre a quel gruppo di autori coetanei che si è formato in gran parte durante gli studi universitari a Oxford e che comprende Ian McEwan e Salman Rushdie. Anche con loro c’era un’amicizia e una complicità profonde, rafforzate dalla fatwa di Khomeini lanciata contro l’autore dei Versi satanici: più volte hanno raccontato le fughe per vedersi, nonostante la vita blindata a cui la scorta costringeva Rushdie.

Inserito dal «Time» tra i cinquanta intellettuali più influenti dal 1945, Amis è stato un osservatore attento del Novecento e delle sue ferite: «Ho scritto due libri su Hitler e due libri su Stalin, quindi ho già passato circa otto anni in loro compagnia. Ma non c’è modo di sfuggire a quei due, per come la vedo io», annuncia nel Preludio del nuovo libro. Nel 1973 vinse il premio Somerset Maugham con il primo libro, Il dossier Rachel, il più tradizionale dei suoi romanzi, trasformato in un film di scarso successo, che racconta la storia di un adolescente brillante ed egoista (dai tratti dichiaratamente autobiografici ) e la sua relazione con la fidanzata nell’anno prima di andare all’università . Con quel riconoscimento si mise subito in pari con il padre, che lo aveva ricevuto per Lucky Jim nel 1954.

Negli anni successivi Amis ha messo sulla graticola gli eccessi e le assurdità della società occidentale «tardo-capitalista», spingendo sul pedale della satira e del grottesco. Lo ha fatto con romanzi come Money, dove ha messo al centro un regista pubblicitario che tra Londra e New York sta girando il suo primo film e si trova davanti a divi egocentrici, produttori rampanti e amanti infedeli; con London Fields, mistery comico in una Londra post-thatcheriana dura e ferita; con L’informazione , s toria di due quarantenni che dopo gli studi insieme a Oxford, sono diventati entrambi scrittori, uno di successo, l’altro un fallito . Con La zona d’interesse , da cui il regista Jonathan Glazer ha tratto un film presentato a Cannes proprio in queste ore, ha raccontato la storia di un ufficiale nazista che si innamora della moglie del comandante del campo di sterminio. La «zona di interesse» era il nome usato dai nazisti per descrivere l’area di 40 chilometri quadrati che circondava il campo di concentramento di Auschwitz e quella storia a tre voci aveva suscitato polemiche feroci al punto che alcuni editori europei si erano rifiutati di pubblicarlo. Ha parlato d’amore con La vedova incinta, ambientato in una lunga estate italiana degli anni Settanta, vissuta da un gruppo di ragazzi alle prese con gli imprevisti della rivoluzione sessuale.

Polemista provocatorio («È stato uno degli scrittori più acclamati e discussi degli ultimi 50 anni», ha dichiarato in una nota il Booker Prize), nel tempo ha fatto arrabbiare le femministe, ha inveito contro l’islam (dopo l’attentato alle Torri gemelle dichiarò che per fermare la nuova strategia dell’«orrorismo» e gli stragisti islamici «la comunità musulmana avrebbe dovuto soffrire e rimettere ordine al suo interno»); ha criticato la rivoluzione sessuale e addirittura s’è scagliato contro la vecchiaia, proponendo una eutanasia di massa per gli over settanta.

La sua morte lascia un vuoto enorme nel panorama culturale non soltanto britannico ma mondiale. Mancherà una voce a volte aspra e disturbante, ma sempre libera, capace di rompere i preconcetti e di raccontare storie che non lasciavano mai indifferenti. «Sono spesso accusato di concentrarmi sul lato repellente della vita, in realtà penso di essere un sentimentale», aveva detto al «New York Times» nel 1985, con uno di quegli sberleffi in cui, probabilmente, diceva la verità.

Addio a Martin Amis, lo scrittore di "Money" e "La freccia nel tempo". Storia di Federico Garau su

Il Giornale il 20 maggio 2023.

Si è spento all'età di 73 anni lo scrittore britannico Martin Amis, conosciuto per i suoi romanzi caustici, arguti, dallo humor nero tipico della narrativa inglese degli anni ottanta e novanta. Secondo quanto riferisce la stampa estera, Amis è morto oggi nella sua casa in Florida a causa dell'aggravarsi della patologia di cui era affetto. La moglie Isabel Fonseca ha infatti rivelato che l'autore stava combattendo contro un tumore all'esofago.

La vita

Nato a Orxford il 25 agosto 1949, Martin Amis era figlio d'arte. Suo padre, Kingsley Amis, era uno scrittore apprezzato, oltre che docente di letteratura inglese all'Università di Cambridge e poeta tradizionalista. Aveva un fratello maggiore, Philip, e una sorella minore, Sally. Sua madre, invece, era Hilary A. Bardwell.

Sopportò il trauma della separazione dei genitori. Riuscì, con qualche difficoltà, ad accedere all'Exeter College di Oxford, laureandosi poi con lode nel 1971. Nel 1972 fu assistente editoriale per The Times Literary Supplement, diventandone successivamente l'editore di narrativa e poesia. Nel 1975 è entrato a far parte della redazione della rivista The New Statesman.

Martin ereditò molto dello stile del padre, ispirandosi anche ad autori come Saul Bellow, Vladimir Nabokov, James Joyce ed Elmore Leonard. Col tempo divenne un rappresentante della letteratura postmoderna inglese. Da sempre in competizione con la figura paterna. Martin Amis conobbe il mondo dell'editoria fin da giovane. Scrisse il suo primo romanzo, The Rachel Papers, di notte e nei fine settimana. Il lavoro venne pubblicato in Inghilterra nel 1973. Il suo vero successo arrivò a metà degli anni '90. Nel 1994 lasciò la sua prima moglie, Antonia Phillips, per Isabel Fonseca, a sua volta scrittrice.

La produzione

Amis ha pubblicato 15 romanzi, un libro di memorie ben considerato ("Experience", nel 2000), diverse opere di saggistica e raccolte di saggi e racconti. I suoi lavori più conosciuti sono Money (1984), Territori londinesi (1989) e La freccia del tempo (1991). L'ultimo, in particolare, colpì per i personaggi: scritto come racconto autobiografico, riportava la storia di un medico che partecipò alle atrocità commesse contro gli ebrei durante l'Olocausto. Nel 1991 il libro fu candidato per Booker Prize. La casa editrice italiana Einaudi ha nel tempo pubblicato tutti i suoi libri. Fecero scalpore alcune sue dichiarazioni nel 2013. Amis propose di installare delle cabine telefoniche nelle strade da destinare alla eutanasia degli anziani, così da trovare una soluzione all'invecchiamento. Le polemiche che seguirono quella provocazione furono feroci.

La voce unica. Sei divagazioni sonciniane per ribadire che Martin Amis è il più bravo di tutti. Guia Soncini su l'Inkiesta il 22 Maggio 2023.

Come si fa il necrologio di uno scrittore gigantesco? Forse ricordando che i suoi saggi sono un esaustivo trattato sul presente e le sue interviste citabili quanto i suoi romanzi per chiarezza ed esposizione. E La vedova incinta è il libro che contiene la più spettacolare pagina sull’invecchiare della storia della letteratura

«È questo che tentano disperatamente d’intendere quando dicono che sto diventando Kingsley. Si rilassino: sono già Kingsley». Arriva, ogni mezzo secolo, un’eccezione alla regola empirica per cui il talento fiorisce solo se sei figlio di nessuno, se hai avuto fame, se hai fatto fatica a entrare in un settore, se non hai ereditato l’azienda di famiglia. L’eccezione della prima metà del Novecento fu Eduardo De Filippo, che almeno uno svantaggio parziale ce l’aveva: il cognome della madre, non quello di Scarpetta, di cui era figlio illegittimo.

Kingsley Amis, probabilmente altrettanto certo di entrare nella storia del suo settore quando lo era Vincenzo Scarpetta, si è trovato oscurato dallo stesso ineluttabile destino: generare uno più bravo di lui, più bravo di tutti, più bravo di quanto possano valere i «più bravo» d’un coccodrillo, un genere letterario che non prevede che sia morto un mediocre, e le cui lodi hanno quindi un’intrinseca inutilità.

Specialmente quando il più bravo ha già scritto meglio di quanto possa fare tu della vita e della morte. La vita così come vista da chi abbia le esigenze d’un romanziere in Esperienza, il memoir che Martin Amis scrisse a cinquant’anni: «Guardala: poca trama, carenze tematiche, sentimentale, ineluttabilmente ritrita. Il dialogo è poca cosa, o comunque di qualità incostante. I colpi di scena o sono prevedibili o sono sensazionalisti. E sempre lo stesso inizio, e sempre la stessa fine».

Ma torniamo al problema della bottega di famiglia. «In verità, questo è il mio tratto più raro: sono l’unico romanziere ereditario nella letteratura inglese. Epperciò, sono lo smanioso e zelante, e a questo punto molto anziano, principe Carlo delle lettere inglesi. E sono qui da più tempo di quanto ne avesse previsto chi mi ha invitato alla festa». È il 2010. Carlo ha sessantadue anni e sarà il figlio di sua madre per altri tredici. Martin Amis ne ha sessanta, ed è orfano di padre da quasi quindici: Kingsley è morto nel 1995, sei mesi dopo la pubblicazione dell’Informazione.

L’informazione è molte cose. È l’incipit più citato da gente che per il resto non ha mai letto Martin Amis (che invidia, quante meraviglie da scoprire), è la prova di forza d’un talento così eccezionale da sfidare il disinteresse dei lettori di romanzi per le piccinerie delle vite dei romanzieri, è il segno della stupidità dei critici che riescono a considerarla un’opera declinante rispetto a Money o a La freccia del tempo, ed è il libro che uccide Kingsley, la regina Elisabetta delle lettere.

Poiché non posso andare avanti troppe righe tradendo lo schema «Amis è morto: parliamo di me», dirò che L’informazione è anche il modo in cui io sono solita spiegare cosa succedeva quando la nostra finestra sul mondo erano le edicole, e la letteratura era una cosa viva quanto i pettegolezzi (e viceversa).

La prima volta in cui vidi il nome di Martin Amis non fu sulla copertina d’un libro, ma in un ritratto giornalistico di Tina Brown. Tina Brown è un lascito dell’epoca in cui i direttori di giornale potevano divenire leggendari. Quando ero al liceo dirigeva Vanity Fair. Quello americano, che all’epoca era l’unico che esistesse e una vetrina di pasticceria inarrivabile per le ragazze di provincia. In quel ritratto era riportata una frase che, ora che sono adulta e so i giornali, mi pare plausibile Tina Brown non avesse davvero detto. Richiesta di motivare il suo trascorso fidanzamento con Martin Amis, Brown secondo quell’articolo aveva risposto: mi scoperei chiunque sapesse scrivere così. (Sì, l’ho già raccontato, e sì, è un criterio che funziona meglio se sei Amis che non se sei Brown – ma questo nel Novecento non lo sapevo).

Quando uscì il libro con cui Martin uccise (letteralmente) il padre, avevo ventidue anni, e – a raccontarlo oggi non sembra neanche vero – bramavo il giorno d’uscita dell’Espresso e di Panorama (i vegliardi dei giornali ogni tanto si raccontano di quando ci si rubava la copia che arrivava in redazione, e non si capisce mai se rievochiamo quel tempo con più voluttà o incredulità). Potrei sbagliarmi ma mi pare che la storia di Martin che tradisce l’amico Julian Barnes, la cui moglie era la sua storica agente, per farsi rappresentare da Andrew Wylie, detto Lo squalo, e farsi dare un anticipo vertiginoso per un libro in cui racconta un odio amicale tra uno scrittore di successo e uno d’insuccesso, mi pare che quella storia la lessi sull’Espresso.

Ma non è importante, quel che voglio dire è: c’era un tempo in cui i pettegolezzi letterari facevano colpo sulle ventenni, e finivano per far leggere loro romanzi magnifici che si sarebbero altrimenti perse. Mentre lo scrivo sembra fantascienza anche a me.

E quindi è il 2010 (mica avrete perso il filo), e Amis pubblica La vedova incinta, il romanzo che contiene la più spettacolare pagina sull’invecchiare della storia della letteratura, e si lancia in una polemica di quelle del mondo di prima. Quelle in cui gli intellettuali si dicevano cose crudelissime in prosa splendida, prima che iniziassimo a chiamare i litigi “dissing” e a baccagliare a mezzo video su TikTok.

No, scusate, devo fare un’altra divagazione. La differenza tra uno scrittore bravo e uno pazzesco è: il secondo sa parlare. Non esistono scrittori grandiosi che balbettino banalità se intervistati, che costruiscano male le frasi su un palcoscenico, che non sappiano far fare cose invidiabili alle parole se non le hanno prima limate per giorni nella loro stanzetta.

Amis parlava benissimo. Le sue interviste sono citabili quanto i suoi libri, e c’è una serata dedicata a Larkin, a Harvard nel 1997, il video della quale è spettacolare quanto una pagina di romanzo. Amis butta lì con disinvolta ferocia verità su, per esempio, le persone prive di senso dell’umorismo, che non solo non riconoscono le cose che fanno ridere, ma non riconoscono quelle serie; risponde alle domande come comporrebbe un paragrafo: la prostituta che gli chiede di lady Diana è l’immagine che ogni lettore desidera; è, nell’esattezza con cui ritrae l’imbecillità americana, impeccabile quanto lo era The Moronic Inferno, la raccolta dei suoi articoli giovanili sulla cultura americana.

Quando il poeta Robert Bly si alza e gli dice che gli inglesi sono infantili con quella loro smania di prendere in giro tutti, è la perfetta chiusura di cerchio non solo rispetto alla mancanza di senso dell’umorismo ma anche rispetto a un titolo su Larkin che Amis ha citato qualche minuto prima: «Un vecchio amico che non m’è mai piaciuto», sinossi minima dell’Informazione ma anche perfettissima categorizzazione d’un genere di polemica sofisticata estintasi assieme alla società letteraria.

Ulteriore divagazione. Una cosa che mi fa dare testate al muro sono i critici che parlano della lingua d’un autore che leggono e recensiscono in traduzione. Tradurre l’inglese in italiano, lo sa chiunque conosca un po’ le due lingue, è inevitabilmente uno scempio lessicale e sintattico; per quanto si possa fare un lavoro accurato, quella che recensisci sarà la lingua del traduttore, non quella dell’autore. Il fraseggio di Amis, tuttavia, ha la forza d’un miracolo che non ho mai visto in altri: lo riconosci anche da tradotto.

Credo sia a quel tipo di forza, «una voce letteraria che era al tempo stesso unica e istantaneamente riconoscibile», che si riferisce Salman Rushdie, che ha scritto sul New Yorker «Solo Martin aveva il suono di Martin Amis, e non era saggio tentare d’imitarlo». (Amis è tradotto in italiano da Einaudi; domani, con un tempismo del quale è difficile capacitarsi, esce La storia da dentro, il libro su Bellow e Larkin e Hitchens che avrei dovuto capire fosse un testamento, ma è andata come con Nora Ephron: quando fanno libri per dirci il più chiaramente possibile che stanno morendo, io mi rifiuto sempre di capirlo. Sia Amis sia Hitchens sia Larkin sono morti di cancro all’esofago).

Ennesima divagazione. Una cosa che si porta molto, ho notato nelle ultime trentasei ore, è dire sì, bravo romanziere, ma io preferisco i suoi lavori saggistici. Non so, ma non avevo notato, da vivo, che i titoli delle sue tre raccolte di critica culturale – oltre a The Moronic Inferno, L’attrito del tempo e La guerra contro i cliché – sono già da soli un esaustivo trattato sul presente.

Insomma è il 2010 (mica avrete perso il filo), e sul Guardian Amis si lancia in una polemica contro la stampa e la riduzione a titolo acchiappallocchi di qualunque cosa lui dica. La vedova d’un vecchio amico, il disegnatore Mark Boxer, decide che ora è troppo, pure lamentarsi di venire decontestualizzato dalla stampa, ci sono un paio di cose che ti voglio dire da un po’, a proposito di gente che si ferma più di quanto avrebbe fatto piacere a chi l’ha invitata.

«Sei venuto a trovare Mark Boxer, mio marito, mentre stava morendo. Eri con Chris Hitchens. Mark era esausto perché siete rimasti troppo a lungo. Hai fumato vicino al suo letto. Più tardi ho appreso che la lunghezza della visita non era motivata dall’affetto ma dal fatto che avessi delle ore di buco prima di prendere un aereo a Heathrow. Quando te ne sei andato hai scritto un articolo sui tuoi sentimenti e le tue lacrime: non ho visto sentimenti né lacrime».

Ne nasce uno scambio di lettere che è difficile ricostruire con esattezza: non si è «Lo squalo» per nulla, e Andrew Wylie non ha concesso al Guardian i diritti sulle risposte di Amis abbastanza a lungo da trovarsi esse ancora nel loro archivio. Anna Ford, la vedova, ha il lessico del futuro: lo accusa di narcisismo e di mancanza di empatia; ma anche, più grave per noi gente del Novecento, di «lagne petulanti». Amis ci tiene a precisare che era Hitchens che fumava, che l’aereo l’hanno preso il giorno dopo, ma soprattutto che la sua contro la stampa non era lagna petulante ma «allegra ritorsione».

Chissà se Amis ha mai pensato di scrivere un romanzo non tanto sulle specifiche recriminazioni della vedova, ma sui ventidue anni trascorsi tra la morte di Boxer e il rinfaccio del suo fumoso capezzale. La vedova che per ventidue anni medita di fare un cazziatone a quello stronzo dell’amico del marito è un personaggio di Amis, ammesso che questa definizione abbia senso. Solo Martin aveva il suono di Martin Amis, solo Amis sapeva concepire un personaggio di Amis.

Dice Rushdie che Amis era figlio di tre padri: che da Nabokov aveva preso l’intellettualismo; da Saul Bellow il primato dello stile e la convinzione che sia il fraseggio che fa la letteratura («Lo stile è connaturato, mica qualcosa che si applica in un secondo tempo», aveva detto spiegando al Guardian perché proprio non poteva apprezzare gli scrittori che usavano frasi fatte); da Kingsley l’umorismo. Nella Guerra contro i cliché c’è una recensione della Controvita, il romanzo di Philip Roth; Amis dice che, dopo Portnoy, volevamo di più del sublime autore comico che Roth aveva dimostrato d’essere, e lui ce ne aveva dato di meno.

Non so perché, delle migliaia di citazioni citabili che la prosa di Amis ha prodotto nei decenni, mi venga in mente proprio quel dettaglio. Forse perché c’è questa esclusiva caratteristica della morte: essere il fastidio contro cui è impossibile inscenare allegre ritorsioni.

Estratto dell'articolo di Gaia Martino per fanpage.it il 19 maggio 2023.

Johnny Marr pochi minuti fa ha annunciato la morte del suo amico d'infanzia e collega Andy Rourke, che assieme a Morrissey e Mike Joyce aveva fondato, nel 1982 gli Smiths. Il bassista britannico si è spento a causa di un cancro al pancreas: "[…]

Il messaggio di Johnny Marr

"È con profonda tristezza che annunciamo la scomparsa di Andy Rourke dopo una lunga malattia causata da un cancro al pancreas. Andy sarà ricordato come un'anima gentile e bella da coloro che lo conoscevano e come un musicista estremamente dotato dagli appassionati di musica. Chiediamo di mantenere la privacy in questo triste momento": con queste parole Johnny Marr […]

La carriera di Andy Rourke

Rourke ha suonato in tutti gli album degli Smiths, l'omonimo del 1984, Meat Is Murder del 1985, The Queen Is Dead del 1986 e Strangeways, Here We Come del 1987, mettendo la firma su canzoni come "This Charming Man", "There Is a Light That Never Goes Out", "Heaven Knows I'm miserable now", continuando a suonare con Morrissey anche quando la band si sciolse e il cantante cominciò la sua carriera da solista. […]

(ANSA il 19 maggio 2023) – È morto oggi a Roma all'età di 76 anni il regista e direttore artistico Giorgio Ferrara. A confermare la notizia all'ANSA, fonti vicine alla famiglia. Malato da qualche tempo, Ferrara era ricoverato in un ospedale romano. 

Nato a Roma il 19 gennaio del 1947, fratello maggiore del giornalista e scrittore Giuliano, aveva cominciato la sua attività come aiuto di Luca Ronconi, passando poi lui stesso alla regia con opere anche di Luigi Pirandello, August Strindberg, Carlo Goldoni, Enzo Siciliano, Franca Valeri, Natalia Ginzburg, Cesare Musatti, Corrado Augias, con protagonisti attori come Valeria Moriconi, Andrea Giordana, Franco Citti, Gato Barbieri, Paolo Bonacelli, Ilaria Occhini, Ugo Pagliai. E l'attrice Adriana Asti, divenuta poi sua moglie nel 1982, compagna e musa di una vita.

Per il cinema Ferrara aveva diretto anche Un cuore semplice, vincendo il premio speciale ai David di Donatello 1977 e il Nastro d'argento come miglior regista esordiente. Ma anche opere liriche con l'Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano. 

Negli ultimi anni si era poi intensificatala la sua attività di direttore artistico. Dal 2003 al 2007 ha guidato l'Istituto Italiano di Cultura di Parigi e dal 2007 al 2020 il Festival dei Due Mondi di Spoleto. In quest'ultima stagione aveva accettato di far parte lui stesso del cast dello spettacolo Testimone d'accusa, tratto da una pièce di Agatha Christie, sostituito poi dal regista Geppy Gleijeses. Nel 2021 era stato nominato direttore artistico dello Stabile del Veneto, ruolo da cui si era dimesso ad aprile scorso.

Da corriere.it il 18 maggio 2023.

È morto a Salisburgo l’attore Helmut Berger, storico compagno di vita di Luchino Visconti. Era stato definito «l’uomo più bello del mondo». Tra i suoi film, «Il giardino dei Finzi Contini» e «Ludwig».

Da fanpage.it

Bello e angelico nel ruolo di Alberto Finzi-Contini ma anche in quello di Martin von Essenbeck ne La caduta degli dei. È morto a Salisburgo l'attore Helmut Berger, storico compagno di vita di Luchino Visconti. Definito "l'uomo più bello del mondo" e "il diavolo dal viso d'angelo", nacque a Bad Ischl il 29 maggio 1944 e si trasferì in Italia a 18 in cerca di fortuna come fotomodello e, al contempo, studiando all'Università di Perugia.

La relazione con Luchino Visconti

È il 1964 quando, nel corso delle riprese del film Vaghe stelle dell'Orsa, incontra Luchino Visconti. Da quel momento, la svolta privata e professionale. La loro relazione durò fino alla morte del regista, ovvero fino al 1976. La relazione fu tenuta nascosta da principio, considerato che la morale negli anni '60 considerava ancora l'omosessualità come uno stigma e un tabù. Luchino Visconti non aveva mai nascosto il suo orientamento bisessuale. Era Helmut Berger che non voleva si sapesse della loro storia, da quanto raccontano le cronache di quegli anni.

La carriera

Helmut Berger fu diretto da Luchino Visconti nel 1967 per "La strega" nell'episodio "La strega bruciata viva. Il successo arrivò due anni più tardi: La caduta degli dei. Per quel film, l'attore riceve la nomination al Golden Globe come miglior attore giovane. Nel 1970 è Alberto Finzi-Contini nel film di Vittorio De Sica Il giardino dei Finzi Contini. Nel 1975 è il protagonista dell'apprezzatissimo Salon Kitty di Tinto Brass. 

La depressione

Dopo la morte di Luchino Visconti, nel 1976, Helmut Berger entra in un periodo di forte depressione che lo costrinse a una sosta molto lunga. Nel 1977 rischia di morire per eccesso di stupefacenti. Nel 1980 riesce a farsi scritturare per lo sceneggiato televisivo Fantômas dall'amico Claude Chabrol. Negli anni successivi, il declino fisico lo tenne lontano dalle produzioni importanti fino a rinascere nel ruolo di Egidio nello sceneggiato tv de I Promessi Sposi. Nel 1990 Francis Ford Coppola lo scritturò per Il Padrino III, affidandogli il ruolo di Frederick Keinszig, un ricco e potente banchiere svizzero. Nel 1992 un video scandalo con Madonna lo riportò in auge.

Marco Giusti per Dagospia il 18 maggio 2023. 

Non possiamo che rattristarci per la tragica fine di Helmut Berger, lui così bello, ricco e celebrato che era crollato nella miseria e nell’incapacità di provvedere alla sua vita. Solo pochi anni fa a Venezia passò l’incredibile "Helmut Berger, actor" dell'austriaco Andreas Horvath, scuola Ulrich Seidl. 

Ovvio che un film che inizia con Helmut Berger a culo nudo e addosso solo una maglietta sporca di "Emmanuelle a Saint Tropez" e finisce con lui che si masturba di fronte alla foto del suo Luchino Visconti ("Aristocratico") e chiede al regista di tirarselo fuori e di farglielo toccare e quando pochi secondi dopo viene si asciuga con la maglia di cachemere non può che essere un capolavoro. In quello che doveva essere un film sulla sua vita, Helmut diceva poco o niente di sé, a parte le battute sulla "moglie lesbica" di Bertolucci, qualcosa sulla sua nascita e il rapporto con la mamma, ma Andreas Horvath lo segue nella sua casa non proprio ospitale di Salisburgo, poi in un delirante e tristissimo Capodanno dagli amici ricchi a Saint-Tropez.

Un museo degli orrori di vecchie glorie. Quando la fedele governante tedesca, morta a film finito, cerca di mettere ordine nella casa del suo un tempo bellissimo padrone, e si lamenta delle pareti piene di morti, come Romy Schneider, Helmut ci spiega da subito il rapporto suo e di Luchino col sesso. "Visconti senza il sesso non sarebbe stato nulla", spiega a Horvath, e gli racconta che ai bei tempi scopava almeno quattro volte al giorno, "sempre partouze". Anche nel film si dichiara ancora attivo ("Andreas”, dice al regista, “ti faccio un pompino e la finiamo lì”).

Un paio d’anni dopo a Torino, dove è venuto sulla sedia a rotelle stava molto peggio, però, e diceva poco e niente. Non so cosa sia stato il cinema per Helmut Berger, scoperto da Visconti nel paesino austriaco dove era nato, a Bad Ischl. Se vi capita di vedere il bellissimo episodio di Visconti “La strega bruciata viva” de “le streghe”, vedete anche Hemut ragazzino al tempo del suo incontro con Visconti. Ancora bello e ingenuo. Sarà Visconti, come ha sempre sostenuto, a rubargli l’anima, a farne qualcosa che non era. Anche se avrà storie di sesso con una marea di star di prima grandezza nei folli anni ’70 del cinema italiano, è Visconti a segnarlo per sempre.

Marina Cicogna glielo ruba per farlo esordire nell’ormai lontano “I giovani tigri” di Antonio Leonviola assieme a altri giovani “figli di”, cioè Luca Della Robbia alias Luca De Filippo e Massimo Farinelli figlio di un celebre esercente perugino. Farà carriera al cinema solo Helmut. Poi lo presta a Rizzoli produttore e a Maurizio Liverani regista esordiente, comunista col Principe di Galles, per il divertente ma disastrato “Sai cosa faceva Stalin alle donne”, satira del cinema romano di sinistra che non piacerà ai critici del tempo.

Ma Helmut parte solo quando si mette le piume, le calze e il cappello di Marlene in “La caduta degli dei” di Luchino. Perché prendere Marlene che scrive tutti i giorni, sembra, per avere un ruolo nel film, quando ha Helmut come sua nuova Marlene. E poi lo mette nella camera da letto della mamma Ingrid Thulin e sistema gli affari di famiglia. Helmut diventa una star. Le mie compagne di classe al liceo D’Oria di Facevano la fila per vedere “Il bel mostro”. Massimo Dallamano, con la passione del cinema erotico, lo chiama come “Il dio chiamato Dorian”, nuova versione di Dorian Gray. La scena sotto la doccia di Helmut e Herbert Lom è qualcosa da antologia.

Sul set di “Il giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica si porta dietro il marchio di Visconti. E la notte lui e Dominique Sanda, diceva i presenti, facevano impazzire tutti. E’ sfrenato, bello, ricco, una macchina del sesso, chi c’è c’è, pare di capire. Gira film come “Così bello, così corrotto, così con teso” di Sergio Gobbi che ben rappresenta quello che vedevano i giovani dei primi anni’70 in lui. Il sesso senza differenze di generi. “Ludwig” di Visocnti sarà il suo punto più alto. E la fine ecomnomica del prodotture Ugo Santalucia, esercente del cinema barese, venuto a Roma con una valigia piena di soldi, per girare i primi film di Franco e Ciccio con Lucio Fulci ma con l’idea, un sogno, di fare un giorno un film con Luchino Visconti. Eccolo!

Perderà tutto. Non fare più né il cinema da produttore né l’esercente. Poco importa al clan Visconti. Voleva un film come “Ludwig”? Lo ha avuto. Fino a “Salon Kitty” di Tinto Brass i film di Helmut Berger sono macchine funzionanti. “Il girotondo dell’amore”, tratto da Schnitzler, non bello, ma pieno di volti noti, lo stracultissimo “Mercoledì delle ceneri” di Larry Peerce con Liz Taylor e Henry Fonda, un film dedicato alla chirurgia plastica delle donne, “Gruppo di famiglia in un interno” di Luchino, dove deve fare impazzire il vecchio professore Burt Lancaster, “Una romantica donna inglese” di Joseph Losey con Glenda Jackson e Michael Caine, dove Glemda Jackosn lo odiava.

In “Salon Kitty” è già la parodia del tedesco viscontiano che sarà dopo. Non sapeva che molti anni dopo Quentin Tarantino lo citerà per i suoi film di genere, in barba a Visconti&Co, come “La belva col mitra” di Sergio Grieco, dove Samuel Jackson lo confonde però con Rutger Hauer. Sul set di quel film c’è una delle sue compagne di bagordi notturni preferita, Marisa Mell. Faranno una grande coppia. Col cinema di genere avrà una sorta di nuova vita, “Il grande attacco”, “L’alba dei falsi dei”, il terribile “le rose di Danzica” di Alberto Bevilacqua con Franco Nero, uno dei film più comici che abbia mai visto, “Eroina” di Massimo Pirri, dove fa coppia con Corinne Clery, che si buca proprio lì in primissimo piano.

Tanti anni fa a Venezia mi fece impazzire. Ma gira film assurdi come “Femmes” di Tana Kaleya, dove interpreta un quasi se stesso. Con la morte di Visconti nel 1976 Helmut perde ogni possibilità di ritornare al successo come star internazionale. Le sue storie notturno fanno il giro d’Italia. Sempre imbarazzanti. Se ne va dall’Italia, rompe con la famiglia Visconti, dirà sempre che Luchino non gli ha lasciato nulla. Gira film imbarazzanti. Ogni tanto qualcuno gli offre un piccolo ruolo illuminante. Povero Helmut.

Fama di riflesso. La morte di Helmut Berger, il Luchino di Testori e l’ereditarietà dei prodotti culturali. Guia Soncini su L'Inkiesta il 20 Maggio 2023

La biografia di Visconti pubblicata da Feltrinelli a dicembre, con cinquant’anni di ritardo, ci ricorda quanto fosse difficile lavorare con lui senza rimanerne in qualche modo impigliato. È successo anche all’attore austriaco che fu rivale di Delon 

Una volta l’ereditarietà dei prodotti culturali funzionava diversamente. Adesso non mi è chiaro perché un ragazzino dovrebbe guardare la serie Paramount che dilata a otto ore “Attrazione fatale”, ma sono abbastanza certa che se lo facesse non sarebbe perché ha visto quello con Glenn Close; così come, se TikTok gl’insegna a cantare che il povero gabbiano ha perduto la compagna, il ragazzino di questo secolo non s’insospettisce circa l’esistenza d’una canzone sul gabbiano, e neppure incisa l’altroieri.

Un secolo fa, la roba che consumavano i nostri genitori era perlopiù noiosissima, e tuttavia non potevamo ignorarla del tutto: non c’era altro. In casa mia erano fissati con Visconti. Visconti e Bergman: il fatto che non sia morta di noia entro le scuole medie è un mezzo miracolo.

Visconti e, quindi, Helmut Berger.

Anche se, leggendo lo stupendissimo “Luchino”, la biografia scritta da Giovanni Testori nel 1972 e pubblicata da Feltrinelli solo nel dicembre scorso, le parti migliori non riguardano Berger e Visconti, ma la rivalità tra Berger e Delon nei dintorni di Visconti.

Quando il film tratto dalla Recherche non si fece perché Helmut era geloso che Alain facesse la voce narrante. Quando Visconti, disperato per la cotta ingestibile per Delon, andò in analisi da Lacan. Quando Visconti chiama un cane Konrad (il personaggio interpretato da Berger in “Gruppo di famiglia in un interno”) o quando paragona i suoi attori a cavalli, «Delon è latino, europeo, più capriccioso, meno segnato dal metodo. Berger è un giovane puledro, pieno d’ispirazione e di qualità, ma deve ancora farsi le ossa».

Insomma nella vita si riproduceva la stessa tensione di casa mia, dove i grandi guardavano i Visconti con Berger e a me interessava solo “Il gattopardo”, con quella moglie con la camicia da notte col buco che valeva seicento pagine di saggio sulla società italiana (Arbasino diceva che “Il Gattopardo” era una «pastorale dell’Altroieri», ma per fortuna la giovane me non lo sapeva, altrimenti se lo sarebbe fatto dispiacere).

Quando sono nata, Helmut Berger aveva già interpretato “La caduta degli dèi” e “Ludwig”, e anche i suoi due film che più avrei amato una volta raggiunta l’età della ragione (“Il giardino dei Finzi Contini” e “Metti, una sera a cena”). Ma non mi importava nulla di lui, finché non comparve in qualcosa che i miei non avrebbero visto mai: “Dynasty”. Ero alle medie, non conoscevo ancora i codici dello spettacolo hollywoodiano, e comunque lo guardavo doppiato: non sapevo che un tizio che parla l’inglese con un accento da Europa dell’est non può che essere cattivissimo.

In “Dynasty”, seduceva per interesse Fallon, la figlia bellina di Blake, inscenava il rapimento d’un cavallo per farsi pagare un riscatto, e infine moriva precipitando con un aereo privato: era il ricco cattivo di cui avrei voluto innamorarmi, almeno quanto Joan Collins era la ricca cattiva che sarei voluta essere.

Chissà perché i miei genitori andavano così pazzi per Visconti. Potrebbe essere per quella cosa che scrisse Alberto Arbasino, citata nel Testori postumo da Giovanni Agosti, curatore ma soprattutto annodatore di fili dei cinquant’anni di viscontismo che mancano dal testo originale (sì, Visconti è morto nel 1976, ma il viscontismo è immortale): quella tendenza viscontiana alla ridondanza estetica, all’addobbo, al barocco lombardo, «La vera eleganza è mai abbastanza». O per «l’eclettismo sistematico, la contaminazione fra un’epoca e l’altra nonché fra cultura e modisteria, il gusto sadico della violenza pur con tutti i trumeaux a posto in salotto, le bicchierate decadenti con le frange più sexy della classe lavoratrice senza dover per questo rinunciare all’automobile o alla cuoca».

Ma io credo c’entri proprio Berger: credo che “Gruppo di famiglia in un interno” fosse, per una coppia fondamentalmente frigida, una forma di pornografia, e ogni tanto mi balocco con l’idea di scrivere un romanzo sull’inconsapevole omosessualità di mio padre. Che mi avrebbe sfidata a duello se mi avesse sentita fare un’insinuazione così infamante, ma insomma, cosa dice di te che i tuoi preferiti al cinema siano Helmut Berger e Audrey Hepburn?

A parte per le ragazzine ignoranti che lo ricordano per “Dynasty” o per “Mia moglie è una strega”, è esistito un Berger senza Visconti? Forse no: «L’insegnamento di Luchino porta con sé qualcosa dell’intrigo. Ora l’intrigo lascia attorno flabelli, filapperi, cordoni, corde, elastici e perfino cordicelle; l’intrigo, insomma, impiglia. Chi, lavorando con Luchino, non è rimasto in qualche modo impigliato?».

Helmut Berger è morto giovedì ma io, come tutti, credevo fosse morto da anni. Non dico da quando, quarantasette anni fa, è morto Visconti – altrimenti non avrebbe fatto “Dynasty” negli anni Ottanta, diamine – ma quasi.

«Il discorso della morte, con Luchino, mi son trovato a doverlo fare tante volte, anzi, ce lo siam trovato lì, tra i piedi, come se per noi, parlarne, fosse un debito reciprocamente contratto. Credo che anche Luchino sia uno dei maledetti (o dei benedetti) che, tra i piedi, la cagna o, se preferite, la dolce sorella riparatrice delle offese, delle improntitudini e dei dolori, se la son trovata fin dalla giovinezza e dall’infanzia».

Di Berger non so: pensava alla morte? L’aveva rimossa o era una prospettiva che considerava tutti i giorni? La sua autobiografia non è pubblicata in Italia, non so se per la distrazione per cui il Testori su Visconti non è stato pubblicato per cinquant’anni, o perché Helmut Berger era una di quelle figure che abbiamo abolito dal discorso pubblico ma temo esistano persino dopo il Novecento: le persone famose solo di riflesso, solo per l’irraggiungibile personalità con cui praticano commerci carnali, solo perché tutti da loro vogliamo sapere non come stiano loro ma – dicci, com’era Luchino?

Marina Cicogna: «Vi racconto Helmut Berger, i suoi eccessi, il suo talento, la sua imprevedibilità...» Valerio Cappelli su Il Corriere della Sera il 19 Maggio 2023  

La «regina» del cinema italiano ha prodotto il primo film dell’attore austriaco, grande amore di Visconti. «Ma una volta in Grecia lo insultò davanti a tutti. Luchino morì senza lasciargli niente e lui diventò bellicoso e pericoloso» 

«Sono sorpresa, siamo dello stesso giorno, il 28 maggio, lui aveva dieci anni meno di me», dice Marina Cicogna col suo consueto charme. Morte di uno scavezzacollo di talento. Se n’è andato Helmut Berger.

Marina, eravate amici?

«Gli volevo molto, molto bene, gli sono stata particolarmente amica sul set di Le Streghe, film a episodi. l’anno dopo ho prodotto il suo secondo film, I giovani tigri, perché ci teneva molto Luchino Visconti. Quel film segnò anche il debutto di Luca De Filippo come attore».

Quando vi eravate conosciuti?

«Io con le date non vado d’accordo, direi fine Anni ’60. L’ho conosciuto perché Visconti frequentava ‘sto ragazzino. Gli amici di Luchino, Enrico Medioli, Lorenzo Ripoli e altri, erano furibondi. C’è stato quel famoso episodio in Grecia…».

Può ricordarlo?

«Helmut stava provando tanta roba in un negozio di indumenti, la commessa commentò rivolta a Luchino, eh, bisogna avere pazienza con i figli. Ma quale padre, sbottò Helmut, questo è un vecchio fr... italiano».

E Luchino come lo trattava?

«Con una certa crudeltà, però era diverso, lo dico anche nella mia autobiografia appena uscita, Ancora spero. Luchino era già un regista affermato, di una famiglia nobile, Helmut invece era un ragazzetto in cerca di fortuna che fino allora si era arrangiato come poteva. Mi fece venire voglia di conoscerlo il racconto delle sue spacconate divertenti».

E poi?

«Poi andammo a Ischia, nella casa che Luchino stava rimettendo a posto. Helmut era carino, adorabile, simpatico, divertente, talentuoso».

Ma i suoi eccessi?

«Sono arrivati dopo, è stata la persona più autodistruttiva che abbia conosciuto».

Quando cominciò a esserlo?

«La situazione si appesantì quando scoprì che, a parte una casa, non aveva avuto una lira da Luchino, che scriveva un testamento dopo l’altro».

Spesso era sopra le righe.

«Era bellicoso, aggressivo, anche pericoloso. L’ultima volta che lo vidi mi buttò in faccia un posacenere di cristallo. Mi faceva tristezza».

Alcol o droga?

«Direi tutti e due».

Ma quando morì il suo mentore?

«Ero con Helmut a Rio de Janeiro. 17 marzo 1976. Prese il primo aereo per Roma, andò al funerale e il giorno dopo ritornò in Brasile, sconvolto, senza più un orizzonte davanti a sé. Lui era la vedova, come si definì in quel periodo. Non era attrezzato per affrontare il dolore».

Era una persona di gusto?

«Direi di sì. Fregava tutto quello che poteva da casa di Luchino e portò tutto dai genitori in Austria. Un quadro, oggetti vari…Gli piacevano molto i disegni».

Di cosa parlavate?

«Di cinema e un po’ di tutto, però con lui non si facevano lunghe conversazioni, non era particolarmente colto. Parlava un italiano con un forte accento tedesco».

Era preso da Visconti?

«Ma sai, a Helmut non fregava niente di nessuno, dal punto di vista sentimentale».

Era fluido, come si dice oggi?

«C’è stato un momento in cui stava per sposare Marisa Mell, che era molto presa da lui. Saltò tutto».

Era un bravo attore?

«Secondo me abbastanza».

L’ultima volta che l’ha visto?

«Un incontro fortuito, al backstage di un concerto dei Rolling Stones a Berlino».

Come vuole ricordarlo?

«Aveva un desiderio nascosto di ribellione che incarnava senza condizionamenti, ammiravo la sua assoluta libertà, che a volte sconfinava nella maleducazione, la sua sfida inconsapevole al perbenismo. Adorava sciare, apriva le piste anche se aveva dormito mezz’ora. A Cortina, in una discoteca, lui e Florinda Bolkan erano insopportabili, non volevano mai lasciare la pista da ballo. Non c’erano limiti per lui. Quando perdeva i freni inibitori era impossibile stargli accanto. È stata un’amicizia segnata dall’imprevedibilità».

La moglie di Helmut Berger: "Voglio la verità sulla sua morte, troppe cose non tornano". La Repubblica il 19 Maggio 2023

Parla la sceneggiatrice e regista Francesca Guidato separata dall'attore da molti anni ma dal quale non aveva mai divorziato. "Ultimamente non mi ci facevano parlare, ancora non si sa di cosa sia morto "

Racconta di essere sconvolta dalla tragicca notizia Francesca Guidato, moglie di Helmut Berger da cui si era separata anni fa senza mia divorziare però. E ora chiede di sapere la verità su come è deceduto l'attore due giorni fa in Austria a pochi giorni dal suo 79mo compleanno.

"Sono sconvolta da questa tragica notizia. Ma voglio chiarezza sulla morte di mio marito e su tutto l'ultimo periodo della sua vita in Austria. Troppe cose non tornano, e ancora adesso, dopo 48 ore dalla sua morte, non è chiaro quale sia stata la causa". Lo dice chiaramente all'Adnkronos  Francesca Guidato che sposò l'attore nel 1994 e da cui si separò nel 2007 senza, però, mai divorziare. "C'è stato molto ostruzionismo per tenermi lontana da lui - continua - nonostante Helmut avesse dichiarato ai media più volte che voleva fossi io a prendermi cura di lui nella sua vecchiaia, negli ultimi tempi però non riuscivo nemmeno a parlarci". 

E le perplessità della donna erano nate, come racconta lei stessa al telefono parlando con l'agenzia, già qualche tempo fa: "Sono cominciate un anno fa. Le comunicazioni avevano cominciato a diradarsi, lui era circondato da un entourage che non mi piaceva. Penso che l'abbiano gestito male. Non so dire cosa sia successo, ma è bene accertarlo". Poi aggiunge: "I messaggi erano strani, a volte c'era di mezzo un'altra persona che parlava per lui, lui non è mai stato un uomo molto tecnologico. Io ho vissuto con lui in simbiosi per una vita. Non ho bisogno di molte parole per capire quello che gli accadeva".

Ma sopratutto spiega "ancora oggi, dopo due giorni, non si riesce a capire di cosa sia morto. Oggi mi hanno riferito che è morto alle 4 del mattino in casa, ma questo non mi basta". Guidato vuole, dunque, vederci chiaro. "C'è qualcosa che non mi torna e invocherò con tutti i mezzi possibili le autorità giudiziarie austriache affinché indaghino per accertarne le reali cause della morte, le circostanze e come abbia vissuto lui questi ultimi mesi". A tal proposito, fa sapere all'Adnkronos, "ho già contattato il consolato e le ambasciate austriache e italiane. A loro, chiedo giustizia e chiarezza sulle circostanze".

Quindi, rimarca Guidato "ho chiesto di andare a dargli l'ultimo saluto ma non è stato possibile. Mi sto comunque organizzando per andare a Salisburgo. Chiedo verità, controlli, accertamenti da parte delle autorità giudiziarie".

E poi regala, sempre all'Adnkrono,s un ritratto del suo rapporto con Helumt Berger: "Siamo stati molto animaleschi, molto istintivi - dice -  lui viaggiava molto ma sapevamo sempre le cose l'uno dell'altro. Le sentivamo. Lui diceva sempre 'l'unica che mi trova sempre anche se non sa dove sono è lei'. Il momento più bello che mi viene in mente è del giorno che ci siamo sposati in chiesa. Helmut non aveva capito che il sacerdote ancora non ci aveva sposato, mi ha preso dalla vita e mi ha fatto saltare in aria dicendo con il suo accento 'Finalmente, Francesca!'. Fu indimenticabile".

Angelo Pannofino per “GQ” - gqitalia.it ARTICOLO DELL'11 NOVEMBRE 2014

La telefonata arriva da una clinica di chirurgia estetica di Padova. Helmut Berger è lì dopo un intervento di plastica facciale e ha voglia di parlarne. Ma chi è Helmut Berger? Meglio: chi sono Helmut Berger? E chi lo sa. Dalle Rete emergono due foto fatte di parole. La prima l’ha scattata Billy Wilder: «È curioso che il più grande attore italiano sia un austriaco». 

La seconda è di Paul Morrissey: «A parte Helmut Berger, non ci sono più belle donne». Seguono immagini fatte di immagini, che il capriccio del motore di ricerca mette una accanto all’altra, senza una logica apparente: un ragazzo a torso nudo, sguardo lascivo, coperto solo da una sciarpa viola, bello di una bellezza assoluta; un uomo gonfio e trascurato, con gli occhi spiritati; di nuovo giovane e bellissimo, con Luchino Visconti che, sul set di Ludwig, gli abbottona amorevolmente il colletto mentre indossa i panni di Ludovico II di Baviera; ancora lui, in autoreggenti, in una scena de La caduta degli dei.

Varie. Eventuali. Oggi è un signore leggermente claudicante, che fa il suo ingresso nella sala d’attesa della clinica Pallaoro Medical Laser con i modi che immagino potrebbe avere Elizabeth Taylor, se Elizabeth Taylor fosse un uomo di 70 anni che è sopravvissuto alla fama mondiale e alla sua fine, a una relazione di 12 anni con Visconti e alla sua morte, a un tentativo di suicidio, alla droga, all’alcol, alle donne, agli uomini, agli scandali, ai paparazzi, a una casa incendiata, a un arresto, a Dynasty, a un matrimonio andato male. Alla sua stessa bellezza. Uno che per il gusto di provocare potrebbe dare dieci risposte diverse a ogni domanda che gli ho fatto. Chi lo sa.

Perché ha voluto farsi intervistare in una clinica di chirurgia estetica?

«Io non ho voluto niente». 

I personaggi pubblici che si sottopongono a interventi di questo tipo in genere fanno di tutto per tenerlo nascosto...

«Perché sono stupidi. A me ha fatto bene, perché sentivo di non corrispondere alla mia faccia. E poi il dottor Pallaoro fa anche l’intervento per allungare il pene». 

Ha fatto anche quello?

«Sì, sì. Funziona. E non è doloroso». 

Se ora è felice, vuol dire che prima dell’intervento stava male?

«Vivevo in Austria. Sa, in Austria si beveva... Vabbè, prendevo eccitanti, lavoravo 16 ore al giorno, non riuscivo a dormire, serviva qualcosa che mi tirasse su. Solo che tirava su me ma non il mio cazzo». 

E quindi ha deciso di venire qui...

«Sì. Il dottore e la sua famiglia sono i miei migliori amici in Italia. Perché l’Italia mi ha molto deluso». 

Perché?

«Ho vissuto a Roma, con Luchino, ma quando lui è morto sono stato derubato del suo testamento. È stata la famiglia Visconti: io sapevo che quel testamento c’era, il segretario l’ha visto e io l’ho letto. Invece è sparito. Luchino mi aveva detto che non avrei dovuto mai preoccuparmi nella mia vita, perché in questo lavoro non si sa mai quello che può succedere. Invece quei mascalzoni mi hanno derubato. Mi hanno tolto i quadri che erano nella casa di via Salaria e nella villa a Ischia... Non mi hanno restituito nemmeno le mie calze, comprate con Luchino a Milano, da Truzzi».

E perché, secondo lei, si sarebbero comportati così?

«È l’avidità di quella famiglia. Non mi sopportavano. Avevo rapporti solo con donna Uberta, la sorella di Luchino». 

Che cosa è successo dopo la morte di Visconti?

«Io “ho fatto” il suicidio. Perché non sapevo che fare, dove andare, mi sentivo solo. Mi è mancata la terra sotto i piedi, non avevo più una lira... Sono dovuto tornare da mia mamma, in Austria. Nell’ambiente del cinema sono tutti falsi. Dopo la morte di Visconti tutto il mondo mi ha fatto le condoglianze tranne i grandi amici di Luchino, come Adriana Asti o Umberto Orsini. Persone che invitavo sempre a mangiare con noi e che invece mi hanno tradito. Sono venuti nella nostra villa a Ischia, hanno goduto della mia bontà, mentre alle mie spalle la Asti portava altri omosessuali (l’ultimo era un polacco) per buttare fuori me...». 

Come ha tentato di uccidersi?

«Facilissimo. Un po’ di whisky, un po’ di pillole e zac!». 

Ma voleva farlo davvero?

«Sì, avevo calcolato tutto: mi hanno trovato a terra con la schiuma alla bocca. Mi hanno rinchiuso in manicomio. Mi chiamavano Romy Schneider e Marisa Mell. Così, dopo due notti, ho deciso di scappare: sono andato a ballare al night e sono tornato alle sei, con le flebo...». 

E la storia dell’incendio del suo appartamento a Roma?

«Sono uscito lasciando accesi giradischi e televisore, perché avevo paura dei ladri. Qualcosa deve aver fatto cortocircuito». 

Torniamo a parlare del presente: sono in una clinica dove si diventa più belli con un uomo che per anni è stato etichettato come “l’uomo più bello del mondo”...

«Ma no, quella era una cosa che scrivevano i giornali...». 

Com’è essere così belli?

«Non era qualcosa di cui ero consapevole, non mi guardavo mai allo specchio. L’ho sempre vissuta come la vivo anche adesso... Così, bah». 

Ma allora perché l’intervento di plastica facciale? Forse non la viveva così bene come vuole far credere?

«Naaa! Na! Na! L’intervento non aveva a che fare con questo. Un giorno mi sono visto come una palla austriaca, pfff!, e mi sono detto: “Devo fare qualcosa”. Il dottor Carlo mi ha operato, poi mi ha invitato a casa sua: sono diventati la mia famiglia. Nella loro villa mi sono ripreso, ho fatto fisioterapia. Sa, soffro sempre di mal di schiena, perché gli attori sono pagati per aspettare, non per recitare: aspetto dieci ore per fare due ciak». 

Come va il lavoro? Qualche anno fa aveva detto di vivere con una pensione di 200 euro che le dava lo Stato italiano: è vero?

«Il lavoro va bene. Ora sto bene. Sì, sto bene». 

Oggi chi è per lei “l’uomo più bello del mondo”?

«Brad Pitt. E Johnny Depp. E Sean Connery». 

 E Alain Delon? Dicono che non le stava molto simpatico. È vero?

«Non lo conosco». 

Fa ancora uso di droghe?

«All’epoca sì, ma ora basta. Ho smesso da molto tempo, ormai. Sa, io ho vissuto sette vite: Spagna, America, Santo Domingo, Brasile, Francia...». 

La più bella?

«Quella con Visconti, a Cinecittà, con Fellini...». 

La rimpiange?

«Io non rimpiango niente». 

È innamorato?

«No. Non ancora. Ci vuole tempo».

Dopo Luchino ha mai provato un amore così?

«No. Lui era un genio». 

È lui che le ha insegnato a capire il bello?

«Ha migliorato il mio senso estetico». 

E le ha insegnato a non dare valore al denaro.

«Quello lo facevo già: sono sempre stato uno con le mani bucate». 

Si è mai limitato?

«Solo con zucchero e sale» (ride). 

Qual è stato il momento più imbarazzante delle sue sette vite?

«Mai sentito in imbarazzo. Io lavoro per i paparazzi: hanno famiglia, e se non fanno foto scandalose i loro bambini non mangiano, allora tiro fuori il cazzo volentieri e piscio sul poliziotto, lo faccio per loro. Sono anche stato in prigione: sa, a Roma dicono che se non sei mai stato in prigione non sei romano». 

Quando è successo?

«Quando c’erano le Brigate Rosse. Ho insultato un siciliano, poliziotto, e mi hanno fatto passare un bel weekend in prigione. Ne ho approfittato per leggere Marcel Proust, perché Luchino voleva farci un film, ma io non avevo voglia di studiare». 

Però per interpretare Ludwig aveva dovuto studiare eccome: libri di storia, documenti, biografie...

«Sì, sì. È stato faticoso: trucco alle tre di mattina, lavoravo 16 ore al giorno. Ma non mi vedevo come Ludwig...». 

Non si identifica con lui? Eppure nel film c’è una frase che mi sembra adatta a lei: «Voglio restare un enigma, anche per me stesso».

«Quello sono proprio io. Non voglio essere una leggenda né finire in un museo... Sono sempre stato controcorrente». 

E come vuole essere ricordato?

«Come una bella musa. Come Cleopatra ». 

Si sente ancora “la vedova di Visconti”?

«La vedova allegra». 

Oggi si sente un dio caduto?

«Na».

Allora si sente un dio?

«Na». 

E come si sente?

«Un bel mostro». 

Incontrare Visconti è stata la sua fortuna e anche la sua sfortuna?

«No, solo fortuna. Se non ci fosse stato lui, mi avrebbe beccato Pasolini alla stazione Termini e sarei finito a Ostia o a Fregene. Avrei potuto finire addirittura con Zeffirelli... Per carità! Sono più un tipo da Elizabeth Taylor o Faye Dunaway, io». 

Si è mai pentito di aver fatto qualcosa?

«Sì, I Promessi Sposi». 

E di non aver fatto?

«Un figlio». 

È stata una scelta?

«Volevo farlo con la mia fidanzata, Marisa Berenson, ma viaggiavamo troppo, lavoravamo troppo». 

 Com’è passare da girare con Visconti a girare Dynasty?

«Divertente. Ho fatto Dynasty così, per ridere, perché Joan Collins era amica mia e Linda Evans la conoscevo attraverso Ursula Andress, altra mia grandissima amica». 

Ha ancora amici o si sente solo?

«Sì, ne ho. Me ne bastano cinque. Non mi sento mai solo. A proposito: vorresti sposarmi?».

Ma non è già stato sposato?

«Sì, con una *****. Com’è che si chiama...? Ah sì, Francesca Guidato». 

Perché questo astio verso di lei?

«Perché mi ha sposato per i soldi, è venuta a dormire nel mio appartamento, mi ha ingannato». 

Le andrebbe bene se intitolassi questa intervista “un dio caduto”?

«Naaaa. Il titolo deve essere “Il frutto proibito”». 

E chi sarebbe il frutto proibito?

È morta Maria Miceli, la ballerina che aveva lavorato a Camera Café: aveva soli 35 anni, è spirata dopo una lunga malattia. Simona Marchetti su Il Corriere della Sera il 15 Maggio 2023.

Coreografa, direttrice artistica, modella e appassionata di cultura mediorientale, aveva lavorato in teatro e in televisione ed era stata anche protagonista del videoclip del brano «Grande Amore» de Il Volo. Lascia i genitori e cinque fratelli. 

A rileggere oggi il suo ultimo post del 30 aprile scorso, quella frase - «Love is the bridge between you and everything» (ovvero, «L’amore è il ponte fra te e tutto») - del grande poeta mistico persiano Jalal ad-din Rumi, conosciuto semplicemente come Rumi, suona come un messaggio di addio. Con queste parole Maria Miceli ha infatti scelto di uscire di scena, spegnendosi in punta di piedi giovedì 11 maggio all’età di appena 35 anni, dopo una lunga malattia. Coreografa, direttrice artistica, modella e appassionata di cultura mediorientale (aveva due lauree, in Lettere classiche e in Archeologia e Culture del mondo antico), la ballerina bresciana (in realtà era nata a Milano, ma viveva da anni a Manerbio) aveva lavorato in teatro e in televisione («Camera Café», «I soliti ignoti») ed era stata anche protagonista del videoclip del brano «Grande Amore» de Il Volo.

«Continuo a lavorare tutti i giorni su me stessa, perché penso che ci sia sempre qualcosa di nuovo da scoprire e approfondire. La mia infinita passione mi spinge a puntare a nuove sfide e nuovi traguardi», scriveva la Miceli presentandosi sul proprio sito. Nel 2013 il lavoro di ballerina l’aveva portata anche all’estero, con molte esibizioni sui palcoscenici di tutto il mondo. «Lascia che i tuoi sogni siano le tue ali - si legge ancora sulla sua home - . L’unico modo per fare un grande lavoro, è amare quello che fai». Decine i messaggi di cordoglio sulla sua bacheca da parte di amici e fan per la sua morte, che ha lasciato tutti attoniti e sgomenti. La Miceli lascia mamma Annarita, papà Raffaele e cinque fratelli (Teresa, Alelign, Maddalena, Selam e Andualem). 

Addio a Maria Miceli, la ballerina bresciana che incantava a teatro e in tv. Valerio Morabito su Il Corriere della Sera il 12 Maggio 2023.

È stata protagonista del video Grande Amore del Volo, ma vanta partecipazioni anche nei cast di trasmissioni Rai, Sky e Mediaset, senza dimenticare Camera Café. 

Mondo dello spettacolo in lutto. Ieri è morta Maria Miceli, 35 anni, che viveva a Manerbio ormai da anni anche se era nata a Milano. La giovane artista ha iniziato la sua carriera come ballerina classica e si è formata in Accademia. Ha conseguito due lauree, una in Lettere antiche e l’altra in Archeologia e Culture del mondo antico. La 35enne vantava un curriculum importante: è stata protagonista del video Grande Amore del Volo. Ma è stata nei cast di varie trasmissioni Rai, Sky e Mediaset e ha partecipato alla nota sit-com Camera Café. Maria Miceli lascia la madre Annarita e il padre Raffaele, oltre ai fratelli Andualem, Selam, Maddalena, Alelign e Teresa. I funerali si svolgeranno nella parrocchia di Manerbio sabato 13 maggio alle 15. La camera ardente è allestita in via Palestro 23, sempre nel paese della Bassa bresciana. 

Maria Miceli, nel suo ultimo post su Instagram e Facebook, aveva pubblicato la frase «Love is the bridge between you and everything»: L’amore è il ponte tra te e tutto». Si tratta di un verso delle poesie più celebri di Jalal ad-din Rumi, conosciuto come Rumi, ovvero il più grande tra i poeti mistici persiani. Una poesia, quella scelta dalla ballerina, che parla della vita, del viaggio, dell’amore e della speranza. 

Una vita al Mattino, nel 2019 protagonista del nuovo Riformista. Addio a Carlo Nicotera, Napoli piange il giornalista gentiluomo: “L’ultimo viaggio di un signore brillante”. Redazione su Il Riformista il 15 Maggio 2023 

Napoli piange Carlo Nicotera, 69 anni, giornalista poliedrico, “smart” oggigiorno. Una carriera vissuta a “Il Mattino“, dove è entrato nel 1980, assunto dall’allora direttore Roberto Ciuni, e dove nel 2008 è stato il ‘papà’ della prima edizione online del quotidiano fondato da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao. Nella sede di via Chiatamone, Nicotera ha lavorato in quasi tutti i settori fino a diventare capocronista.

Per decenni ha rappresentato un punto di riferimento per tanti giovani che si avviavano alla professione di giornalista. Laureato in scienze politiche, Nicotera è stato autore anche di diversi libri (Lettera dal faro, Le ventiquattro ballate della fortuna, Gli orti della Sirena). Nel 2019 è stato tra i protagonisti del ritorno in edicola e sul web del Riformista, edito da Alfredo Romeo e diretto da Piero Sansonetti, giornale per il quale ha scritto diversi articoli ma, soprattutto, ha formato e fatto crescere tanti giovani colleghi.

Dopo i primi passi professionali mossi nel calcio minore – ricorda Il Mattino – Nicotera diventò giornalista professionista partecipando al primo corso della prima scuola di giornalismo italiana a Milano. Nipote di Carlo Nazzaro, scrittore e già direttore del Mattino, i funerali di Carlo Nicotera si terranno alle 11.30 di martedì 16 maggio a Napoli, nella chiesa di San Luigi Gonzaga Padri Gesuiti, in via Petrarca, a Posillipo.

Tantissimi i messaggi di cordoglio e di vicinanza alla famiglia che stanno arrivando in queste ore per la grave perdita. Tra questi anche quelli di tanti colleghi giornalisti che hanno sempre apprezzato di Nicotera la professionalità e sobrietà.

“Una notizia che non ti aspetti, inevitabile lo smarrimento, il dolore di dover salutare verso l’ultimo viaggio un caro Amico, un signore, un giornalista rispettoso dei fatti, aperto all’innovazione, uno scrittore brillante, peraltro mio coetaneo. Addio a Carlo Nicotera, già redattore capo de Il Mattino. Era nato a Napoli nel 1954, aveva compiuto 69 anni il primo aprile scorso. Professionista a novembre 1979, viene assunto al Mattino dal direttore Roberto Ciuni nel 1980, la laurea in Scienze politiche arriverà successivamente. Lavora in quasi tutti i settori del giornale fino a diventare nel novembre del 2004 capo della cronaca di Napoli. Due anni più tardi passa al vertice della redazione Italia, prima di ricevere nel novembre 2008 l’incarico di varare e dirigere l’edizione on line del Mattino. Lascia il giornale il 31 dicembre del 2011, ma non il giornalismo. Tantissime esperienze professionali in questi anni, partecipando, tra l’altro, al progetto per il rilancio del Riformista con l’editore Romeo”. 

È morto un amico, un fratello, un collega con il quale ho mosso i primi passi nell’agitato mondo del giornalismo. Napoletano, per me Carlo Nicotera rappresentava tutta Napoli, e oggi è come fosse mancata tutta quella bellissima e amata città. Carlo era forte, sorridente, carico di vita. Amava il mare e un’isola su tutte: Pantelleria, dove andai a trovarlo, un’estate di qualche anno fa. Carlo, a lungo giornalista al Mattino (ne aveva fondato la parte online), era anche scrittore: “Lettere dal faro”, “Gli orti della Sirena”, pagine di cui mi parlava mentre nascevano. Ci siamo visti raramente, negli anni, ma bastava la nostra comunanza in giovane età – lavorava a Milano, avevamo fatto insieme la prima scuola riconosciuta di giornalismo – per mantenere un’amicizia vera, fatta di telefonate e, come ho detto, episodici incontri. Di sicuro tra i miei contatti c’è chi lo ha conosciuto. Carlo non amava i social, mi canzonava per il mio essermi messo al passo con consuetudini più adatte a generazioni fresche (ma sapeva benissimo che qui è pieno di gente con tanti anni nelle gambe). Chissà cosa penserebbe di questo saluto in Facebook. Un abbraccio a Carlo e ai fortunati che hanno potuto volergli bene.

L’assessore  alla Cultura del comune di Napoli Teresa Armato lo ricorda così: “Negli anni in cui abbiamo condiviso lavoro, impegni, sogni e risate nel piccolo spazio della redazione interni-politico del Mattino la frase che più ripetevi era: sono un libero fringuello nel libero cielo. Vola davvero, ora, caro Carlo Nicotera. Giornalista e gran signore”

(ANSA il 14 maggio 2024) - E' morto a 97 anni nella sua casa di Porto di Legnago (Verona) l'imprenditore Giordano Riello. Uomo cresciuto a pane e officina in una delle grandi famiglie che hanno segnato la storia dell'industria veneta e italiana, è riuscito, con quel pallino per la ricerca impresso nel dna, a rivoluzionare il mercato internazionale della climatizzazione plasmando nel 1961 dal nulla l'Aermec di Bevilacqua, capofila di un gruppo che raggruppa oggi cinque aziende con più di 1.700 addetti e ricavi per oltre 500 milioni di euro.

L' Aermec può essere considerata uno dei primi produttori di condizionatori in Europa Ma l'ingegner Giordano Riello, ultimo rappresentante di una blasonata stirpe di industriali alla maniera di Marzotto, Olivetti e Zanussi, è stato fino all'ultimo un instancabile frullatore di idee e progetti. Fedele alla ricetta tramandatagli dal nonno Ettore, che ai primi del Novecento diede vita a Porto di Legnago alla prima officina diventata nel tempo la roccaforte dei bruciatori.

Morto Giordano Riello, padre dei climatizzatori in Italia. Storia di Francesca Gambarini su Il Corriere della Sera il 14 maggio 2024.

Alla domanda se uno nasce imprenditore o lo diventa, aveva sempre risposto: «Mi è servito molto essere nato in una famiglia di imprenditori dove il lavoro era una costante persino a tavola, così come sono stato fortunato ad aver avuto bravi maestri». È morto ieri, all’età di 97 anni, Giordano Riello, il «papà» dei condizionatori, che ha contribuito a diffondere in Italia e nel mondo con la sua Aermec. Riello è stato uno dei protagonisti del boom economico e della modernizzazione del Paese, insieme agli altri fratelli della grande famiglia veneta, una dinastia industriale del peso e importanza dei Marzotto, Olivetti e Zanussi.

L’azienda

Il fondatore di Aermec si è spento nella sua casa di Porto di Legnago, nel Veronese. Tanti e immediati gli omaggi dalla politica e dal territorio. A dare la notizia è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel pomeriggio di ieri, con un tweet, definendolo «uno dei grandi dell’industria italiana, uno degli ultimi grandi imprenditori che hanno reso possibile il miracolo economico e manifatturiero italiano». «È morto una grande innovatore dell’imprenditoria del Veneto, capace di condurre la propria azienda restando fermo nella capacità di produrre nel segno della tecnologia e di una nuovo tipo di impresa — ha fatto eco il governatore del Veneto Luca Zaia — dove l’impegno sociale è andato di pari passo con la crescita economica».

Le origini

Giordano Riello, attivo in azienda fino all’ultimo, ha sempre avuto un rapporto diretto con il territorio, con un’attenzione importante alla redistribuzione diffusa della ricchezza, ed è ricordato anche come un antesignano del moderno welfare aziendale, con cui ha premiato quelli che amava chiamare i suoi collaboratori, non dipendenti. Tutta la sua vita da imprenditore è stata segnata dal pallino per l’innovazione e la ricerca. Ricerca che ha permesso alla Aermec di Bevilacqua (Verona) di crescere fino a diventare capofila di una holding, la Giordano Riello International, che oggi conta più di 1.700 addetti, otto stabilimenti e ricavi per mezzo miliardo di euro. Al suo attivo ha la climatizzazione di strutture di ogni genere, tra cui l’hotel Danieli di Venezia, la Cappella di San Francesco ad Assisi fino al campo da tennis numero uno di Wimbledon.

La famiglia

Tutto comincia a inizio Novecento quando Ettore Riello, capostipite della famiglia di industriali, di ritorno dal Brasile, fonda le «Officine Fratelli Riello». Produceva caldaie ma con il passare degli anni Giordano, nipote di Ettore — il capostipite imprenditoriale della dinastia Riello — per far fronte alla stagionalità del prodotto, dopo un viaggio negli Usa inizia a importare l’aria condizionata in Europa. Oggi la Riello Condizionatori, diventata poi Aermec, è un leader della climatizzazione dell’aria. Nonché unica azienda del comparto a controllo familiare. Nel consiglio della capogruppo siedono infatti i figli Alessandro e Raffaella.

Gli imprenditori

«Con Giordano Riello se ne va un grande uomo, un capitano coraggioso che ha fatto la storia dell’imprenditoria italiana — ha detto il presidente dell’Ice Matteo Zoppas —. Con la sua azienda ha contribuito a rendere il made in Italy un punto di riferimento nel mondo intero, restando sempre legato al suo territorio. Ogni ramo della famiglia Riello ha espresso ed esprime oggi talenti imprenditoriali». Lo scorso settembre la famiglia era stata colpita da un altro lutto, la scomparsa di Andrea Riello, classe 1962, a capo della Riello Sistemi, una delle tante aziende della galassia omonima, stroncato da un infarto.

Morto Gioacchino Lanza Tomasi: addio all’ultimo Gattopardo. HELMUT FAILONI su Il Corriere della Sera l'11 Maggio 2023

Figlio adottivo dello scrittore, era musicologo e direttore artistico. Riccardo Chailly: «Esplorava e riscopriva». Ha anche guidato l’Istituto italiano di Cultura di New York 

Gioacchino Lanza Tomasi, Roma, 1934- Palermo, 2023 (foto Contrasto)

Era tornato da pochissimo a casa sua — nello storico Palazzo Lanza Tomasi di via Butera a Palermo — dopo un ricovero, per problemi polmonari e cardiaci, all’ospedale palermitano Buccheri La Ferla, ma mercoledì 10 maggio, verso sera, il musicologo Gioacchino Lanza Tomasi, a 89 anni, ha chiuso gli occhi: si è «arreso».

Era nato a Roma l’11 febbraio 1934 ed è stato per tutta la vita anche il custode dell’eredità de Il Gattopardo, tenendo viva la memoria del capolavoro letterario del padre adottivo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo, 1986 - Roma, 1957), ma va ricordato soprattutto per la sua attività nel campo della musica e della cultura. Non è semplice riassumere la sua lunga attività fra libri, recensioni, saggi, teatri, partiture e direzioni artistiche, ma vanno citati — in quest’ultima veste — i suoi incarichi all’Accademia Filarmonica Romana (1973-75 e 1988-92), al Teatro Massimo di Palermo (1971-75), al Teatro dell’Opera di Roma (1976-1984), all’Orchestra Sinfonica e Coro di Roma della Rai (1984-1992), al Teatro Comunale di Bologna (1992-1995), al Teatro San Carlo di Napoli (2001-2006).

Il maestro Riccardo Chailly lo ricorda al «Corriere» quando erano insieme a Bologna: «Era il direttore artistico del teatro. Lo ricordo prima di tutto come una persona di una cultura sconfinata. Era attentissimo anche alla ricerca su repertori poco battuti e aperto a qualsiasi confronto. Abbiamo lavorato bene insieme: sono stati anni belli».

Lanza Tomasi è stato anche direttore generale della Fondazione Roma Europa Arte e Cultura e dal 1996 al 2000 è stato alla guida dell’Istituto italiano di Cultura di New York. «Mio padre — spiega al “Corriere” il figlio Giuseppe — era uomo d’altri tempi, l’ultimo Gattopardo, l’ultimo barlume di un mondo estinto. Con lui si chiude un’epoca. Amava ripetere una frase che ho imparato a memoria: “Non si può più andare avanti pensando che la musica sia un elemento trascurabile. Per motivi di dominio delle masse, oggi lo stadio è diventato essenziale, l’opera no”».

Nel suo lavoro, come ha sottolineato Chailly, Lanza Tomasi ha lungamente promosso la ripresa di opere uscite dal repertorio e la diffusione delle nuove tendenze del teatro musicale contemporaneo, affidando gli allestimenti a pittori e scultori di fama, collaborando, tra gli altri, con Roberto De Simone, Arnaldo Pomodoro e Michelangelo Pistoletto. Lo spiega bene lo storico della musica e amico Jacopo Pellegrini: «Come organizzatore musicale puntava su autori (poco frequentati, ndr) come Jacques Offenbach, Saverio Mercadante, ma anche Philip Glass. Fu lui a portare per primo in Italia Glass e Bob Wilson. Cercava collaborazioni qualificate di artisti visivi alle scenografie. Ha lavorato anche con Corrado Cagli e Anselm Kiefer, fra i tanti. Gli piaceva mettere insieme registi, scenografi e direttori e poi indirizzarli verso le idee che lui personalmente aveva a proposito del titolo che sarebbe andato in scena. Era un direttore artistico demiurgo».

Lo ricordano al «Corriere» anche due amici palermitani, Gigi Planeta e Costanza Tasca Camporeale. «Gioacchino aveva un paio di anni più di me, frequentavamo le stesse scuole», racconta Planeta. «Ha fatto poi parte del gruppo dell’intellighenzia palermitana degli anni Settanta con Francesco Agnello. Non ci siamo mai persi di vista e ci siamo frequentati spesso, in questi ultimi anni anche di più». Aggiunge Tasca: «Ci conoscevamo tutt’e tre fin da piccoli. Negli ultimi anni, quando Gioacchino stava male, cercava sempre la compagnia di Gigi perché lo metteva di buon umore. Ascoltavamo sempre musica insieme, opera sopratutto».

Aggiunge Pellegrini: «Aveva una predilezione per Bellini. Nel 2001 gli aveva dedicato un piccolo libro incantevole, Vincenzo Bellini per Sellerio: diceva che se non fosse morto così giovane, il melodramma da noi avrebbe avuto un altro percorso». Ha scritto anche su Giuseppe Verdi ed Erik Satie. Il funerale è il 12 maggio (ore 10) nella chiesa di Santa Maria di Gesù a Palermo. Con musica.

Estratto dell’articolo di Emanuela Minucci per lastampa.it l'11 maggio 2023.

È stato il custode dell'eredità de «Il Gattopardo» e ha tenuto viva la memoria dell'autore del capolavoro letterario, il suo padre adottivo, il principe scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo 1986 - Roma 1957): il musicologo e storico del teatro d'opera e del melodramma Gioacchino Lanza Tomasi ha chiuso per sempre gli occhi ieri sera, mercoledì 10 maggio, all’età di 89 anni nello storico Palazzo Lanza Tomasi in via Butera a Palermo, dove era tornato dopo un ricovero, per problemi polmonari e cardiaci, all'ospedale palermitano Buccheri La Ferla. 

Lanza Tomasi era presidente onorario dell’Istituzione Giuseppe Tomasi di Lampedusa e della giuria dell'omonimo Premio letterario. Dell’illustre padre adottivo ha curato la pubblicazione dell’opera letteraria, conclusa con il «Meridiano» Mondadori (1994-95). 

Ed è stato pure autore di «Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Una biografia per immagini» (1998) e «I luoghi del Gattopardo» (2001), entrambi editi da Sellerio

Nato a Roma l’11 febbraio 1934, Gioacchino Lanza Branciforte Ramírez era il terzogenito del senatore Fabrizio Lanza Branciforte Ruffo, conte di Mazzarino e di Assaro, e di Conchita Ramírez Camacho, figlia ed erede di Venceslao marchese di Villa Urrutia. 

Si trasferì con la famiglia a Palermo dopo la Seconda guerra mondiale. Nel 1953 insieme ad altri giovani intellettuali palermitani, fra cui il coetaneo Francesco Orlando, futuro critico letterario, iniziò la frequentazione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, suo lontano cugino, cui restò vicino negli ultimi quattro anni di vita e dal quale nel 1957 venne adottato, assumendo quindi il cognome Lanza Tomasi.

Dopo la morte dello scrittore siciliano, Lanza Tomasi ne raccolse l'eredità intellettuale, conservandone la memoria e recuperando, dopo lunghi anni di restauro, l’ultima dimora, il Palazzo Lampedusa alla Marina (divenuto poi Palazzo Lanza Tomasi), in cui il principe autore del «Gattopardo» visse fino alla morte e in cui raccolse la sua biblioteca storica. 

Avviata la carriera come critico musicale, nel 1965 Lanza Tomasi inizia la sua attività di organizzatore musicale e sarà via via direttore artistico di varie istituzioni: l’Accademia Filarmonica Romana (1973-75 e 1988-92), il Teatro Massimo di Palermo (1971-75), il Teatro dell’Opera di Roma (1976-1984), l’Orchestra Sinfonica e Coro di Roma della Rai (1984-1992), il Teatro Comunale di Bologna (1992-1995).

È stato direttore generale della Fondazione Roma Europa Arte e Cultura e consulente per la ricostruzione del Teatro Vittorio Emanuele di Messina. Dal 1996 al 2000 ha diretto l'Istituto Italiano di Cultura di New York. Specialista dell’opera di Vincenzo Bellini e Giuseppe Verdi, dal 1983 è stato professore ordinario di Storia della Musica presso l'Università di Palermo […] 

Gioacchino Lanza Tomasi è stato dal 2001 al 2006 alla guida del Teatro San Carlo di Napoli: in qualità di sovrintendente ne ha rilanciato l'attività in grande stile, promuovendo la ripresa di opere uscite dal repertorio, la diffusione delle nuove tendenze del teatro musicale contemporaneo e l'affidamento degli allestimenti a pittori e scultori di fama, collaborando, tra gli altri, con Roberto De Simone, Arnaldo Pomodoro e Michelangelo Pistoletto.

Ha pubblicato numerose opere tra cui: «Le ville di Palermo» (Il Punto, 1966, con introduzione di Cesare Brandi), «Castelli e monasteri siciliani» (Lito-Tipografiche Ires, 1968, con Enzo Sellerio), «Guida all'opera» (Mondadori, 1971), «Ernani di Giuseppe Verdi. Guida all’opera» (Mondadori, 1982), «Erik Satie e la musica del surrealismo» (Officina Edizioni, 1976), «Vincenzo Bellini» (Sellerio, 2001). Ha firmato articoli e saggi anche su musicisti contemporanei: Bussotti, Pousseur, Sciarrino, Stockhausen, Kagel, Berio. […]

(ANSA l'11 maggio 2023) È morto lo sceneggiatore e regista Enrico Oldoini. Aveva 77 anni appena compiuti: era nato a La Spezia il 4 maggio 1946 ed è morto a Roma. L'annuncio è stato dato durante la cerimonia dei David di Donatello da Carlo Conti e il pubblico gli ha tributato un lungo applauso. Regista di cinepanettoni che spesso vedono protagonista la coppia Boldi-De Sica, firma anche sul piccolo schermo il grande successo di Don Matteo. Dopo essersi laureato alla Sapienza studiò all'accademia d'arte drammatica senza però diventare mai attore ma lasciando il segno con grandi successi al box office e d'ascolto come regista e sceneggiatore.

L'esordio dietro la macchina da presa nel 1984 quando dirige Adriano Celentano e Renato Pozzetto in Lui è peggio di me. Per il piccolo schermo firma tra l'altro due stagioni di Dio vede e provvede con Angela Finocchiaro, Un passo dal cielo, Provaci ancora prof!. Enrico Oldoini comincia come sceneggiatore lavorando con Alberto Lattuada, Pasquale Festa Campanine, Nanni loy, Carlo Verdone, Lina Wertmuller, Marco Ferreri. Firma tra le altre le sceneggiature di Borotalco, Acqua e Sapone, Io Chiara e lo Scuro, Nessuno è Perfetto. Nel 1984 esordisce alla regia con Cuori nella Tormenta con Carlo Verdone e Lello Arena, e poi Yuppis2, Vacanze di Natale 90, 91 Miracolo Italiano, Anni 90, 91. Dal 1996 comincia la carriera televisiva firmando la regia di tante serie tra le quali Incompreso, Dio Vede e Provvede, Nuda Proprietà, Il Giudice Mastrangelo, Capri, A un Passo dal Cielo, Provaci ancora Prof. E' l'ideatore assieme a Alessandro Jacchia di Don Matteo una delle più longeve e amate serie della televisione Italiana.

Addio a Enrico Oldoini: è morto il regista di Don Matteo e cinepanettoni. Scomparso all'età di 77 anni il regista e sceneggiatore Enrico Oldoini. Sue le sceneggiature e la regia di film cult da "Vacanze di Natale" alla serie tv "Don Matteo". Roberta Damiata su Il Giornale l'11 Maggio 2023

È stato Carlo Conti, durante la premiazione dei David Di Donatello, a dare l'annuncio della scomparsa all'età di 77 anni del grande regista e sceneggiatore, Enrico Oldoini. Tanti i messaggi di cordoglio da parte dei colleghi, tra tutti quello di Christian De Sica: "Ciao amico mio, ti ho voluto molto bene". Nato a La Spezia, dopo gli studi di recitazione, passione innata, si trasferisce a Roma negli anni '70, dove comincia la carriera come sceneggiatore con i più grandi, Paolo Cavara, Alberto Lattuada, Pasquale Festa Campanile, Nanni Loy, Sergio e Bruno Corbucci, Maurizio Ponzi, Carlo Verdone, Lina Wertmüller e Marco Ferreri.

Dopo aver dato vita a pellicole diventate vere e propri cult, uno tra tutti Borotalco di Carlo Verdone, debutta alla regia nel 1984, sempre con Verdone, nella nostalgica commedia Cuori nella Tormenta. L'anno dopo insieme a Bernardino Zapponi firma la sceneggiatura e dirige Lui è peggio di me, che vede come protaginisti Adriano Celentano e Renato Pozzetto. Lavora anche con i fratelli Vanzina in Yuppies, dirigendo la seconda parte della pellicola. Sia il primo con Celentano che il secondo con i Vanzina, diventano campioni d'incasso in un periodo in cui il cinema macinava numeri impressionanti.

Arriva poi Bellifreschi con Christian De Sica e Lino Banfi, un vero capolavoro della commedia ancora oggi tra i più amati. Ancora, dirige Luca Barbareschi, Carol Alt e Brigitte Nielsen raccontando in Bye bye Baby, il periodo d'oro della Milano da bere. Nel successivo, lavora con un mostro sacro come Alberto Sordi in Una Botta di Vita e infine nei sequel dei cinepanettoni che vede formarsi la coppia Boldi e De Sica. Dello stesso filone, arrivano tra il '92 e il '93, sempre scritti e diretti da lui, Anni 90 e Anni 90 parte seconda spaccato di un'Italia dell'epoca che fa sì ridere, ma amaramente, anche riflettere.

Dal 2000, Oldoini si allontana dal cinema per dedicarsi al mondo della tv. Sua l'idea di Don Matteo la serie tv più amata, ancora oggi campione di share. Tutti lo ricordano come un regista e sceneggiatore appassionato e di grande spessore, che sapeva dare alle sue opere una leggerezza mai fine a se stessa, ma piena di contenuti sottili che hanno reso le sue opere non sono campioni d'incasso, ma veri e propri cult.

"Cavez", scomparso il noto vignettista, suo il fumetto di Vasco Rossi. Morto all'età di 73 anni il grande vignettista Massimo Cavezzali, conosciuto da tutti come Cavez. Papà della sexy papera Ava aveva disegnato il fumetto su Vasco Rossi. Roberta Damiata su Il Giornale l'11 Maggio 2023

Lutto nel mondo dei fumetti, è scomparso all'età di 73 anni, il fumettista Massimo Cavezzali, conosciuto da tutti come Cavez. Il triste annuncio è stato dato via social da alcune pagine del settore. Nato a Ravenna l'11 febbraio 1950, era fiorentino d'adozione e aveva esordito negli anni '70 sulla rivista di fumetti Il Mago di Arnoldo Mondadori Editore.

Grazie al suo tratto molto riconoscibile con i suoi omini dal grande naso e gli occhi spalancati. Aveva poi collaborato con molti quotidiani come L'Unità, Paese Sera, La Repubblica, nell'inserto Musica, per il quale ha realizzato dei ritratti-caricatura di cantanti famosi, con Tuttolibri de La Stampa, i settimanali Dolly, Il Monello, Tango, supplemento satirico dell'Unità, e le riviste Comix, Lupo Alberto, Il Grifo.

Negli anni '90 la notorietà, grazie al personaggio della papera sexy e disinibita pronta a tutto per il successo e l'amore, a cui il giornalista Vincenzo Mollica diede il nome di Ava. Altre strisce famose erano quelle dedicate a Dio e all'omino con il nasone, senza fronte e gli occhi spalancati sul mondo, che diffondeva ironia e perle di saggezza. È stato autore anche di tante divertenti biografie a fumetti di musicisti, come quella di Vasco Rossi (Ogni volta che sono Vasco).

In un'intervista uscita nel 2012 aveva raccontato i suoi esordi: "Ho iniziato sul Mago a fare fumetti con Dio come protagonista. Poi li ho continuati su un sacco di altre riviste, e ancora adesso continuo con una striscia che si chiama Big Bang, praticamente una specie di 'La Bibbia di Cavezzali'. È un argomento che non smette di interessarmi", affermava svelando poi il segreto per una striscia di successo: "Umorismo+ filosofia+psicologia+imprevedibilità".

È stato un disegnatore estremamente prolifico, non mancava un giorno senza pubblicare alcune vignette sul suo blog, cariche del suo inconfondibile umorismo. Tanti i messaggi di cordoglio arrivati tramite social da appassionati e colleghi che lo ricordano come un personaggio unico dal grande talento: "Grande cartoonist, fine umorista, ha segnato un epoca e graffiato, con il suo stile unico, manie e pregiudizi della nostra società" si legge in uno dei tanti commenti sui social.

Televisione, morta a 70 anni Jacklyn Zeman: recitò in General Hospital. Vestì i panni dell'infermiera Bobbie in oltre 800 puntate di General Hospital: il mondo della televisione piange la scomparsa di Jacklyn Zeman. Valentina Mericio su Notizie.it il 12 Maggio 2023

Recitò per quasi 50 anni nella famosissima Soap Opera General Hospital, recitando nel ruolo dell’infermiera Barbara Spencer (meglio nota come Bobbie): il mondo della spettacolo sta piangendo la scomparsa di Jacklyn Zeman. L’attrice, classe 1953, è scomparsa all’età di 70 anni dopo essere stata colpita da un tumore. L’annuncio è stato dato su Twitter dal produttore della soap, Frank Valentini: “Ho il cuore spezzato”, ha dichiarato quest’ultimo.

Morta Jacklyn Zeman: la lunga carriera

La carriera di Jacklyn Zeman è stata molto prolifica. Oltre a General Hospital nella quale ha recitato tra il 1977 e il 2010 e il 2013 e il 2023, Zeman ha anche vestito i panni di Sofia Madison nella serie tv “The Bay” tra il 2010 e il 2013. Nel 1982 è stata diretta invece da Michael Miller nella pellicola “National Lampoon’s class Reunion”. La sceneggiatura di quest’ultimo film porta la firma del grande John Hughes che, proprio qualche anno dopo, dirigerà “Sixteen Candles” e “Breakfast Club”. Sono state diverse le candidature ai Daytime Emmy Award sia per The Bay che per General Hospital.

Il cordoglio sui social

Nel frattempo sono stati in molti a dedicare all’attrice un ultimo pensiero sui social. Così il produttore di General Hospital, Frank Valentini: “A nome della nostra famiglia di General Hospital, ho il cuore spezzato nell’annunciare la scomparsa della nostra amata Jackie Zeman. Proprio come il suo personaggio, la leggendaria Bobbie Spencer, era una luce brillante e una vera professionista che ha portato con sé tanta energia positiva al lavoro”.

Morto Enzo Bonafè, re delle scarpe: tra i suoi clienti Ciampi e Reagan. Redazione Online su Il Corriere della Sera l'11 Maggio 2023

Bologna, a dare la notizia della scomparsa del celebre artigiano è stata la Cna 

È morto a 88 anni, l'altro ieri, Enzo Bonafè, uno tra i più famosi artigiani italiani della calzatura. A darne notizia, piangendo la sua scomparsa, è la Cna di Bologna, città in cui è stata fondata, nel 1963, la maison di Bonafè. Iniziata la sua attività insieme alla moglie Guerrina, l'artigiano felsineo ha raggiunto le vetrine delle più prestigiose boutique d'Italia, d'Europa e del mondo, da Oslo a Roma, da New York a Tokyo ed è diventato famoso per avere confezionato le scarpe a grandi personalità, tra cui il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. «Avevo già realizzato delle scarpe per un famosissimo gioielliere di New York - raccontava Bonafè in una sua intervista alla Cna - e fu lui a proporci di realizzare delle scarpe per il presidente Reagan. Ci facemmo inviare una sua scarpa e Reagan ne volle due modelli, uno elegante da indossare con lo smoking e uno per tutti i giorni».

Diceva sempre: «Il nostro è un lavoro manuale»

Anche il presidente Ciampi, indossò le calzature Bonafè, così come molti altri uomini della politica e dello spettacolo. «Oggi come ieri - raccontava ancora Bonafè - il nostro è soprattutto un lavoro manuale, in cui i macchinari si utilizzano pochissimo. Realizziamo circa 30 paia di scarpe al giorno e siamo circa una ventina di persone, compresi i miei due figli e mia moglie, che mi ha seguito fin dall'inizio, quando lavoravo in un piccolissimo garage, girando personalmente a vendere le mie scarpe. Questo resta uno dei lavori più difficili, in cui non bastano le capacità, ma serve una gran volontà. Noi abbiamo formato tanti giovani, ma come mi diceva sempre il mio maestro: se tu questo lavoro lo fai per 50 anni, quando ti alzi hai ancora da imparare».

Estratto dell’articolo di Mario Baudino per lastampa.it il 9 maggio 2023.

[…] Philippe Sollers (pseudonimo di Philippe Joyaux,) è stato uno dei più influenti intellettuali e scrittori francesi, di cui ha condiviso e forse ispirato vizi e virtù – per esempio quando si schierarono a difesa di Cesare Battisti, il terrorista pluriomicida riparato a Parigi e successivamente in Brasile. E tuttavia la sua scomparsa, - a 86 anni, qualche giorno fa – da noi è passata sostanzialmente inavvertita, a differenza ovviamente che in Francia. 

Sollers ha scritto moltissimo, e non solo opere letterarie fortemente sperimentali, ma anche per il teatro e per i giornali, come Le Monde des Livres o il Nouvel Observateur. Quest’ultimo lo ha salutato con un lungo necrologio che comincia con una definizione singolare: «papista e sporcaccione» (detto con grande affetto) sottolineando la sua concezione gioiosa e per nulla perbenista del sesso, che per lui rappresentava un grimaldello contro le trappole sociali e culturali, ma anche la conversione religiosa, dopo tante avventure.

Che poi amasse stupire, è indubbio. […] Sollers era inafferrabile, e beffardo, come beffarda – o tragicomica – era la sua idea di letteratura. Il romanzo più importante Femmes (1983, tradotto da noi anni dopo per l’editore Tullio Pironti, sperimentale e persino metafisico) non fu certo un best seller. In italiano venne anche tradotto Paradis, un flusso di coscienza fra Dante e Artaud scritto senza punteggiatura. 

Sono ancora disponibili Il mirabile Casanova, tra saggio e fiction dedicato all’avventuriero veneziano, e alcuni testi su pittori come Bacon o Cezanne. Insomma, in libreria è come se non esistesse – o quasi -, e da tempo. Ma Sollers va oltre i romanzi; ha incarnato una certa figura di intellettuale che fa della propria libertà una condizione assoluta, che non si nega neppure a manifestazioni di irresponsabilità, perché le considera, al fondo, metafore. Una figura che sembra irrimediabilmente al tramonto.

Proprio sul “Nouvel Observateur” Didier Jacob, autor del lungo necrologio, gli ricorda che lo intervistò dopo le feroci polemiche che seguirono alla pubblicazione di Il Consenso, libro in cui Vanessa Springora denuncia il rapporto che la legò ancora minorenne a Gabriel Matzneff, fino a quel momento stimatissimo scrittore, travolto di lì in poi dall’accusa di pedofilia.

C’era tuttavia un curioso precedente, del 1990, quando ad “Apostrophe”, la celebre trasmissione televisiva di Bernard Pivot, la giornalista e scrittrice Denise Bombardier aveva sollevato lo stesso tema, che peraltro traspariva abbondantemente dalle opere di Matzneff, attirandosi una valanga di insulti volgarissimi e maschilisti proprio da parte di Sollers. Jacob gliene chiede conto, il mondo è cambiato, forse anche lui ha cambiato idea? La risposta è articolata e divagante, ma in sostanza può essere riassunta in una sola frase (testuale): «ero ubriaco». Sia o non sia vero, poco importa.

(ANSA-AFP il 7 maggio 2023) Il generale boliviano Gary Prado Salmon, che catturò l'icona rivoluzionaria comunista Ernesto Che Guevara nel 1967, è morto all'età di 84 anni. Lo ha annunciato il figlio Gary Prado Arauz su Facebook, precisando che l'uomo si è spento ieri, mentre "era in compagnia della moglie e dei figli". 

"Ci ha lasciato un'eredità di amore, onestà e coraggio. Era una persona straordinaria", ha aggiunto. Il generale era a capo di una pattuglia nel sud-ovest della Bolivia l'8 ottobre 1967, quando riuscì a catturare il rivoluzionario argentino, ferito durante l'operazione militare. 

Il giorno dopo, l'esercito boliviano giustiziò Guevara, che si era fatto un nome insieme a Fidel Castro durante la rivoluzione comunista cubana. Dallo scorso mese di aprile Prado Salmon soffriva di problemi di salute ed era in cura in un ospedale. Il congresso della Bolivia lo ha dichiarato eroe nazionale per il ruolo avuto nella cattura del Che. Prado Salmon è rimasto paralizzato dopo essere stato accidentalmente colpito alla spina dorsale nel 1981. Si è ritirato dall'esercito nel 1988.

Estratto dell’articolo di Sara Gandolfi per corriere.it l'8 maggio 2023.

«Non sparate, io sono Che Guevara e valgo più da vivo che da morto». Con queste parole il rivoluzionario argentino si arrese al generale boliviano Gary Prado Salmón, che gli rispose: «Non si affanni capitano, è la fine. È finita». Il militare che guidava la pattuglia nella selva boliviana quell’8 ottobre 1967 poi entrato nei libri di storia e della leggenda. Da allora Salmón, morto sabato all’età di 84 anni, ha ricordato decine di volte la cattura del più famoso guerrigliero di sempre. Il giorno dopo, l’esercito giustiziò Guevara, alla presenza di un agente della Cia che riferì una delle sue ultime frasi: «Non avrei mai dovuto cadere prigioniero vivo». 

Salmón l’anno successivo fu nominato ufficialmente dal Congresso boliviano «eroe nazionale» per aver fermato una «invasione straniera sovversiva». Nel 1981, un colpo di pistola accidentale lo colpì alla spina dorsale, costringendolo su una sedia a rotelle, ma soltanto sette anni dopo si ritirò dalla carriera militare. Durante la presidenza di Evo Morales finì agli arresti domiliari per il suo coinvolgimento in una cospirazione golpista. Nel 2009 venne infatti processato e condannato per terrorismo su denuncia del governo di sinistra, con l’imputazione di aver incoraggiato la secessione del Paese durante la crisi politica di quell’anno quando si scontrarono da una parte il governo nazionale e il Movimento al Socialismo (MAS) e dall’altro i prefetti dipartimentali della regione conosciuta come il “Media Luna”. 

Fu assolto soltanto nel 2020. È morto sabato per complicazioni renali nella città di Santa Cruz. «Ci lascia un’eredità di amore, onestà e coraggio. Era una persona straordinaria», ha scritto suo figlio Gary Prado Araúz sul suo account Facebook

 Morto a 84 anni il generale che catturò Che Guevara. Gary Prado aveva 84 anni. Il Congresso boliviano lo nominò eroe nazionale per la sua difesa del territorio nazionale. Il Dubbio l'8 maggio 2023

E' morto a 84 anni, nella città di anta Cruz, In Bolivia il generale boliviano Gary Prado, famoso per ver catturato il leader della guerriglia Ernesto “Che" Guevara, nel 1967, mentre combatteva nel sud della Bolivia. Lo riporta la stampa locale. Nello stesso anno, il Congresso boliviano lo nominò eroe nazionale per la sua difesa del territorio nazionale contro quella che, all'epoca, quando governava un altro militare, il generale René Barrientos, era considerata una «invasione straniera sovversiva».

Prado prese le distanze dalle posizioni della destra militare e, negli anni '70, quando aveva già il grado di maggiore, si oppose alla dittatura del generale Hugo Banzer (1971-1978), che provocò la sua espulsione dalla carriera militare e il suo esilio in Paraguay. Dopo la caduta di Banzer, ha ripreso il suo incarico nell'esercito boliviano ed è stato nominato ministro della pianificazione nel gabinetto del successore militare David Pereda. Da allora è stato considerato un soldato "istituzionalista", cioè uno del gruppo di ufficiali che cercava di restituire il potere politico ai civili.

 Morto Gary Prado Salmón, il generale che catturò Che Guevara. Disse: «Non mi pento, era l’invasore». Sara Gandolfi su Il Corriere della Sera l'8 Maggio 2023

Gary Prado Salmón fu dichiarato «eroe nazionale» dal Congresso boliviano ma poi finì agli arresti domiciliari per un complotto golpista. È morto all’età di 84 anni 

«Non sparate, io sono Che Guevara e valgo più da vivo che da morto». Con queste parole il rivoluzionario argentino si arrese al generale boliviano Gary Prado Salmón, che gli rispose: «Non si affanni capitano, è la fine. È finita». Il militare che guidava la pattuglia nella selva boliviana quell’8 ottobre 1967 poi entrato nei libri di storia e della leggenda. Da allora Salmón, morto sabato all’età di 84 anni, ha ricordato decine di volte la cattura del più famoso guerrigliero di sempre. Il giorno dopo, l’esercito giustiziò Guevara, alla presenza di un agente della Cia che riferì una delle sue ultime frasi: «Non avrei mai dovuto cadere prigioniero vivo».

Salmón l’anno successivo fu nominato ufficialmente dal Congresso boliviano «eroe nazionale» per aver fermato una «invasione straniera sovversiva». Nel 1981, un colpo di pistola accidentale lo colpì alla spina dorsale, costringendolo su una sedia a rotelle, ma soltanto sette anni dopo si ritirò dalla carriera militare. Durante la presidenza di Evo Morales finì agli arresti domiliari per il suo coinvolgimento in una cospirazione golpista. Nel 2009 venne infatti processato e condannato per terrorismo su denuncia del governo di sinistra, con l’imputazione di aver incoraggiato la secessione del Paese durante la crisi politica di quell’anno quando si scontrarono da una parte il governo nazionale e il Movimento al Socialismo (MAS) e dall’altro i prefetti dipartimentali della regione conosciuta come il “Media Luna”. Fu assolto soltanto nel 2020. È morto sabato per complicazioni renali nella città di Santa Cruz. «Ci lascia un’eredità di amore, onestà e coraggio. Era una persona straordinaria», ha scritto suo figlio Gary Prado Araúz sul suo account Facebook.

Nelle molteplici interviste, si è sempre detto orgoglioso di aver catturato Che Guevara, lasciando intendere che l’argentino era caduto vittima di un complotto ordito dai suoi stessi amici. «Credo che l’abbiano mandato qui per sbarazzarsi di lui. Fidel già l’aveva spedito in Africa. A Cuba non lo tolleravano per quegli atteggiamenti violenti che aveva», raccontava, aggiungendo che «neppure i “campesinos” lo sostenevano»: «Per i contadini erano stranieri, un’invasione di stranieri armati che voleva imporci un modello politico che non era quello che volevamo noi boliviani». Una tesi ripetuta anche nel suo libro “La Guerrilla Inmolada”.

Salmón ci teneva a sottolineare di aver consegnato al suo comandante di divisione, arrivato in elicottero nel territorio impervio dove il Che fu catturato, «un prigioniero vivo, sano. Quando sono tornato il giorno dopo ho scoperto che era stato giustiziato».

Estratto dell'articolo di biccy.it l'8 maggio2023

A soli 37 anni Monica Sirianni. La donna – nota ai più per aver partecipato alla dodicesima edizione del Grande Fratello – è deceduta a Catanzaro dopo un malore improvviso mentre si trovava con degli amici in un bar. A nulla sarebbe servito l’immediato trasferimento in ospedale. 

Monica Sirianniè [...] è stata una gieffina [...] della dodicesima edizione del Grande Fratello [...] Monica, nata a Sydney ma di origini calabre, è rimasta nella casa più spiata d’Italia circa un mese dove ha avuto un flirt con il gieffino Fabrizio Conti.

Classe 1986, la Sirianni tornando a vivere in Italia sfidò il volere dei genitori emigrati che avrebbero voluto impedirle il trasferimento nella terra d’origine che, tanti anni fa, decisero di abbandonare.

È morta Monica Sirianni, ex concorrente del Grande Fratello: aveva 37 anni. Redazione Online su Il Corriere della Sera l'8 Maggio 2023

La donna aveva partecipato alla 12esima edizione del reality di Canale 5. Al momento della tragedia si trovava a Catanzaro

Monica Sirianni, 37 anni, è morta, nella tarda serata di venerdì 5 maggio, a Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: si trovava in un bar e ha accusato un malore. Sirianni aveva partecipato come concorrente al Grande Fratello 12. A dare la notizia le testate locali.

Secondo quanto riferiscono i giornali locali che per primi hanno dato la notizia della sua scomparsa, la donna ha accusato un malore improvviso: gli amici che erano con lei hanno subito lanciato l’allarme ed è stata trasportata d’urgenza in ospedale. Per lei, però, non c’è stato nulla da fare: è deceduta poco dopo l’arrivo in pronto soccorso. Sono in corso accertamenti sulle cause del decesso, per verificare cosa abbia provocato il malore fatale. Non è escluso che la giovane Monica sia stata colpita da un infarto.

Monica, insegnante d’inglese, era salita alla ribalta quando aveva partecipato alla dodicesima edizione del reality di Canale 5, quella andata in onda a cavallo tra il 2011 e il 2012: all’epoca, a condurre il Grande Fratello c’era Alessia Marcuzzi e opinionista Alfonso Signorini.

Monica fu scelta per entrare a far parte del cast del popolare reality show quando aveva solo 25 anni. Figlia di emigrati calabresi che avevano scelto di trasferirsi a Sidney, Monica era rientrata in Italia nonostante il parere contrario dei genitori. Lavorava come insegnante di inglese. L’edizione del GF che la vide tra i partecipanti fu vinta da Sabrina Mbarek. Inoltre la partecipazione di Monica al Grande Fratello coincise con l’inizio della sua storia d’amore con Fabrizio Conti, coinquilino conosciuto nella Casa di Cinecittà. Per inseguire quella passione, Sirianni decise di lasciare il fidanzato dell’epoca, Diego Bevilacqua. Conti si rivelò essere a tal punto coinvolto da Monica da accantonare la passione con Martina Pascutti, altra concorrente conosciuta nella Casa. Un legame importante quello nato tra i due nella Casa, che tuttavia si interruppe dopo la fine del reality show. Monica, da tempo, era tornata alla sua vita di sempre, abbandonando il piccolo schermo. Nonostante i genitori all’estero, aveva scelto di restare a vivere in Italia.

Monica Sirianni, la procura indaga sulla morte dell’ex del Grande Fratello. L’ipotesi dei pm: notevole assunzione di alcol. Carlo Macrì su Il Corriere della Sera il 12 maggio 2023.

La 37enne è morta in Calabria a Soveria Mannelli lo scorso 5 maggio. Era in compagnia di alcuni amici. L’inchiesta nata dalla denuncia dei genitori

Si tinge di giallo il caso della morte di Monica Sirianni, l’ex concorrente del Grande Fratello scomparsa lo scorso 5 maggio all’età di 37 anni. La giovane donna si era sentita male mentre era con degli amici a Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro. Ed era arrivata già senza vita in ospedale. La procura, ora, ha aperto un’inchiesta, dopo una denuncia presentata dai genitori della vittima, e ha già disposto l’autopsia (di cui ora si attendono gli esiti). Secondo le prime ipotesi, Sirianni, la sera del decesso, avrebbe assunto una notevole quantità di alcol.

Monica Sirianni, era stata concorrente del Grande Fratello nel 2011, quando aveva 25 anni: nata a Sidney da genitori calabresi emigrati in Australia, era tornata da alcuni anni in Italia e risiedeva in una città della Lombardia. La morte è avvenuta a Soveria Mannelli, centro della provincia di Catanzaro in cui si trovava da qualche giorno e di cui erano originari i suoi genitori.

Le indagini sono state delegate ai carabinieri della Compagnia di Soveria Mannelli. Monica Sirianni faceva l’insegnante di inglese e, dopo la partecipazione al Grande Fratello, aveva lasciato il mondo dello spettacolo e della televisione.

Estratto dell'articolo di Ida Artiaco per fanpage.it l'8 maggio 2023.

Lutto nel mondo dello sport italiano: è morto a soli 26 anni Michele Sica, ex campione di pattinaggio artistico. Il ragazzo, secondo le prime indiscrezioni riportate da Il Resto del Carlino, sarebbe caduto dal balcone di casa a Sala Bolognese [...] 

"Siamo sconvolti, era uno di famiglia", lo ricorda il presidente della Polisportiva Giovanni Masi di Casalecchio (Bologna), Andrea Ventura. Nato nel 1997, Sica seguiva il settore pattinaggio proprio dell'associazione sportiva di Casalecchio, dove era arrivato nel 2016. 

[…]

"È con immenso dolore e incredulità che comunichiamo l’improvvisa e prematura scomparsa del giovane allenatore di Polisportiva Masi Pattinaggio e amico Michele Sica – si legge nel post del gruppo sportivo -. Michele era con noi da alcuni anni, era nato nel 1997 e prima di dedicarsi all'allenamento aveva avuto una importante carriera da pattinatore artistico con un titolo Mondiale juniores nel 2016 e un argento Europeo senior nel 2018. Le più sentite condoglianze a tutta la famiglia". 

Matteo Sica stato due volte campione mondiale juniores e ha ottenuto l’argento ai Campionati Europei della massima categoria nel 2018 a Lagoa (Portogallo). Il nonno è l'ex campione europeo di pugilato, Elio Cotena. Biologo nutrizionista, laureato in Scienze motorie all'ateneo felsineo, da istruttore seguiva in special modo il gruppo degli agonisti del corso di pattinaggio, atleti attorno ai 15-16 anni d'età. […]

Morto Michele Sica, ex campione mondiale e allenatore di pattinaggio: suicidio o incidente. Mauro Giordano e ​Marco Merlini su Il Corriere della Sera l'8 Maggio 2023

Aveva 26 anni. Ne ha dato notizia la Polisportiva Masi in provincia di Bologna dove il giovane sportivo allenava le ragazze: i successi con la Nazionale 

Una terribile notizia ha colpito il mondo del pattinaggio artistico a rotelle. Nelle scorse ore è morto infatti all’età di 26 anni Michele Sica, allenatore e volto notissimo nell’ambiente visto i recenti successi con la Nazionale italiana maggiore. 

La carriera e i successi sportivi di Michele Sica

A diffondere la notizia sui social è stata la Polisportiva Giovanni Masi, società di Casalecchio di Reno che aveva accolto il napoletano come allenatore dopo un percorso trionfale da atleta. Michele Sica, nipote del celebre pugile Elio Cotena, nel corso della sua carriera ha infatti raggiunto risultati estremamente rilevanti, conquistando per due anni di seguito la medaglia d’oro ai Mondiali Junior nel 2015 (Cali) e nel 2016 (Novara) oltre che l’argento ai Campionati Europei della massima categoria nel 2018 a Lagoa (Portogallo). 

Il lutto e il cordoglio della sua Polisportiva

«È con immenso dolore ed incredulità che comunichiamo l’improvvisa e prematura scomparsa del giovane allenatore di Polisportiva Masi Pattinaggio e amico Michele Sica - il messaggio della Polisportiva -. Michele era con noi da alcuni anni, era nato nel 1997 e prima di dedicarsi all'allenamento aveva avuto una importante carriera da pattinatore artistico con un titolo Mondiale juniores nel 2016 e un argento Europeo senior nel 2018. Le più sentite condoglianze a tutta la famiglia»

La mamma: «Non si sarebbe mai ucciso»

«E’ stato un incidente», si sforza di dire mamma Rossana che dal napoletano è salita immediatamente in Emilia per cercare di capire che cosa è successo. Sul fronte investigativo, però, le convinzioni sono altre: per gli inquirenti l’ipotesi principale è quella del suicidio, ma per chiarire la dinamica il pm di turno Nicola Scalabrini ha disposto l’autopsia che si celebrerà domani, martedì 9 maggio. A raccontare le ultime ore del ragazzo è proprio la mamma, che ci ha parlato al telefono poco prima della tragedia. Michele al termine di una serata in discoteca è tornato a casa con il compagno con cui avrebbe avuto una discussione: «Una cosa tra fidanzati – racconta la mamma – magari si dice qualche parola di troppo, come “io mi ammazzo”, ma poi non succede. E’ capitato anche me quando ero giovane. Non credo assolutamente che quello che è accaduto sia intenzionale, Michele voleva vivere, sono sicura non avrebbe mai fatto volontariamente un gesto così». Per Rossana la situazione sarebbe sfuggita di mano, Michele si sarebbe spinto oltre le intenzioni, senza poter più tornare indietro. Una tragica fatalità, dunque, per la famiglia che non sporgerà denuncia e attenderà solo l’esito degli esami.

Oltre allo sport aveva preso due lauree

Michele Sica, napoletano di origine, aveva scoperto il pattinaggio artistico tardi, all’età di 12 anni: una carriera fulminante, in cui solo la società beneventana Jolly Skate aveva creduto, e che lo aveva portato a diventare campione del mondo juniores. Poi la scelta di dedicarsi agli studi, con il conseguimento di due lauree e studi portati avanti a Napoli prima, a Rimini, poi a Firenze, infine a Bologna dove è arrivato tre anni fa. Qui il contatto con la Polisportiva Masi con cui ha intrapreso il ruolo di istruttore: “Michele era adorato dalle sue allieve – racconta il presidente della polisportiva Andrea Ventura – era un istruttore con “i” maiuscola”. “Si occupava del settore formativo e di quello agonistico – gli fa eco il coordinatore del settore Vincenzo Scarpa – curava la preparazione di bambine e adolescenti, era davvero un professionista serio, oltre che una persona splendida». L’auspicio di chi lo conosce è quello di potergli dedicare un ultimo saluto, magari allestendo una camera ardente. «Lo faremo – promette mamma Rossana – una volta finiti gli accertamenti, organizzeremo un saluto qui e poi ci riporteremo Michele a casa, a Pozzuoli. E lo ricorderemo per quella splendida persona che era».

Da repubblica.it il 3 maggio 2023.

È morto Alessandro D'Alatri, regista di molti film per il cinema come Senza pelle con Kim Rossi Stuart e  tanti successi televisivi come I bastardi di Pizzofalcone, Il commissario Ricciardi e Un professore. È morto oggi dopo per malattia. 

 Una carriera iniziata giovanissimo prima come attore, poi come regista pubblicitario, settore in cui si fa le ossa per cui quando nel 1991 fa il suo debutto sul grande schermo con il film Americano rosso vince subito il David di Donatello e il Ciak d'Oro come miglior film esordio. Con il secondo titolo presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes Senza pelle con Kim Rossi Stuart e Anna Galiena conquista il pubblico internazionale e il David di Donatello per la miglior sceneggiatura. Negli anni ha realizzato nove film per il cinema, l'ultimo è stato The Startup, storia vera di un ventenne romano che ha inventato durante il liceo un social network basato sul merito per far trovare lavoro.

Negli ultimi anni si è dedicato molto alla fiction tv Rai firmando progetti di grandissimo successo come I bastardi di Pizzofalcone, Il Commissario Ricciardi e Il Professore. Qualche stagione fa parlando di Ricciardi aveva raccontato il privilegio di portare in tv le pagine di Maurizio de Giovanni e la città di Napoli: "Il rapporto tra la vita e la morte è celebrato ogni giorno, ovunque vedi ‘le capuzzelle’: i teschi li vediamo all’ingresso delle chiese, il napoletano vede il rapporto con la morte non solo con il dolore, ma per l’esorcizzarla. Napoli nella storia di Ricciardi ha un peso specifico che gli è stato dato da anni di storia".

Da cinquantamila.it - la storia raccontata da Giorgio Dell’Arti il 3 maggio 2023. 

Alessandro D'Alatri, nato a Roma il 24 febbraio 1955. Regista. Nel 1991 ha vinto il David di Donatello come miglior esordiente per Americano rosso. Nel 1995 David e Nastro d’argento per la sceneggiatura di Senza pelle. Poi, tra gli altri, Casomai (2002), La febbre (2005), Commediasexi (2006). «Sono uno che non ha mai fatto lo stesso film, non propongo piatti riscaldati, mi metto sempre in gioco».

Tra gli spettacoli teatrali Il sorriso di Dafne (2005): «Ho vinto agli Olimpici di Vicenza. È una commedia sull’eutanasia: il sacrosanto diritto che ha ciascuno di noi di decidere quando morire»; nel 2007 Diatriba d’amore contro un uomo seduto; nel 2011 Scene da un matrimonio, poi Disco risorgimento – una storia romantica e Tante belle cose. 

«Grazie al lavoro della madre entra a otto anni nel mondo dello spettacolo come attore. Al Piccolo Teatro di Milano recita con Giorgio Strehler, a Roma lo dirige Luchino Visconti, in televisione lavora con Sandro Bolchi, al cinema lo sceglie De Sica per Il giardino dei Finzi Contini» (Miro Silvera). 

«È un cane sciolto. Un po’ cattolico e un po’ no, un po’ rivoluzionario e molto pacifista, un po’ leggero nel modo di girare e molto pesante in quello di pensare» (Simonetta Robiony). 

«Sono stufo di una certa intellighenzia chiusa nei suoi salotti. La tv fa schifo? Fatela voi. I film di Natale non vi piacciono? Fatene altri. Gli attori di cassetta non vi convincono? Scegliete facce nuove. Avete un paio di idee per migliorare il paese? Raccontatele alla gente. In tv, sui giornali, nei film, perfino alla radio. E ascoltatene le risposte».

Apprezzatissimo regista di spot pubblicitari: quello per la Telecom con Massimo Lopez, quello per la Lavazza con Tullio Solenghi, e quello per “3” con Luciana Littizzetto (2008). 

«Occhi azzurri, di un azzurro innocente. Dentro c’è la luce dell’intelligenza. Se gli piaci, è fatta: hai una persona generosamente battagliera su cui poter contare, ed è capace di travolgerti con la sua carica di quotidiana umanità. In caso contrario, l’azzurro si fa ghiaccio duro, in grado di respingerti con cortese fermezza come se il pensiero fosse rivolto altrove, perso in terre irraggiungibili.

Ogni tanto lo si vede con la barba, ogni tanto con i baffi o il pizzo, oppure torna improvvisamente più giovane, col mento nudo, il volto difeso solo dagli occhiali con la montatura di metallo. Ecco, gli occhiali sono il suo scudo, l’argine agli assalti del mondo, il filtro di ogni immagine che giunge da fuori. Perché Alessandro D’Alatri con le immagini ci lavora e sono il suo pane quotidiano sin da quando era piccolo» (Miro Silvera) 

Di sinistra, ma critico col Pd. 

Appassionato di automobilismo sportivo

Sposato dal 1995 con Cristiana, due figlie (Federica e Carolina).

Estratto dell’articolo di Giovanni Berruti per “la Stampa” il 4 maggio 2023.

I Bastardi di Pizzofalcone, il Commissario Ricciardi, Un professore. Alessandro D'Alatri, morto ieri a 68 anni dopo una lunga malattia, era l'uomo dietro la macchina da presa di alcuni dei più grandi successi recenti della serialità televisiva. 

«Un genio», ne parla così lo scrittore Maurizio De Giovanni che ha visto D'Alatri dare a tanti suoi libri forma di fiction. Ma la sua carriera inizia molto tempo fa, quando è ancora un ragazzo. Regista di tv e di cinema, oltre che sceneggiatore, sul grande schermo in realtà esordisce come attore, da adolescente: dopo “Il ragazzo dagli occhi chiari” di Emilio Marsili, è il turno de “Il Giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica che lo vuole nella versione adolescenziale del protagonista. 

È poi anche il figlio di un capitano ridotto in miseria e bullizzato dai compagni di scuola nello sceneggiato I fratelli Karamazov di Sandro Bolchi, anche se D'Alatri ha sempre ricordato con entusiasmo un'esperienza ancora precedente, quando aveva 8 anni: un provino per Luchino Visconti. […] 

L'esordio cinematografico dietro la macchina da presa è di quelli importanti: al primo film, Americano Rosso (1991), vince il David di Donatello come miglior regista esordiente. Con il progetto successivo, Senza Pelle, va al Festival di Cannes. Lancia poi la carriera da attore di Fabio Volo con Casomai, con cui poi si ritrova nella pellicola successiva, La febbre. Tra i suoi lavori, anche Commediasexi, con protagonista un inedito Paolo Bonolis, al fianco di Sergio Rubini, Margherita Buy e Stefania Rocca.

L'ultima volta al cinema con The Startup, nel 2017, che ricostruisce la storia di Matteo Achilli e del suo progetto imprenditoriale. Un omaggio a una generazione, D'Alatri ci teneva ai ragazzi. «Sono il futuro, devo stare al loro fianco», diceva spesso.

La serialità ha segnato l'ultima parte della sua carriera. 

D'Alatri era uno di quei registi amati dalla troupe, privo di ogni presunzione, mai snob, cosa mai scontata nelle gerarchie spesso rigide dei set. Lo chiamavano «il Capitano», come Francesco Totti, perché era romano e romanista; e proprio l'AS Roma lo chiamò per girare uno spot per il lancio della società in Borsa, girato all'Olimpico con tutti i giocatori di allora. […]

CI ha lasciato Alessandro D’Alatri, regista di spot, cinema e tv. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 4 maggio 2023. 

Privo di ogni presunzione, mai altezzoso, cosa mai scontata nelle gerarchie spesso rigide dei set, D'Alatri era uno di quei registi amati dalla troupe

di Antonello de Gennaro

I Bastardi di Pizzofalcone, il Commissario Ricciardi, Un professore. Alessandro D’Alatri, morto ieri a 68 anni dopo una lunga malattia, era l’uomo dietro la macchina da presa di alcuni dei più grandi successi recenti della serialità televisiva. Il Festival di Cannes Alessandro D’Alatri lo aveva frequentato a lungo. Come regista pubblicitario prima, vincitore anche di un Leone d’argento, come regista cinematografico poi. Non ci tornerà più.

Ho conosciuto Alessandro insieme a sua moglie Cristiana circa 15 anni fa, grazie ai nostri cani che giocavano insieme, e mi aveva colpito il suo sorriso amichevole, sin dal primo incontro, la sua disponibilità allo scambio di idee, battute, ti sembrava di averlo amico da una vita. Commuoversi per la scomparsa di Alessandro per chi lo conosce è inevitabile, persona dotata di quella zero arroganza che non sempre si trova fra i suoi colleghi.

Privo di ogni presunzione, mai altezzoso, cosa mai scontata nelle gerarchie spesso rigide dei set, D’Alatri era uno di quei registi amati dalla troupe. Lo chiamavano tutti “il Capitano”, come Francesco Totti, perché era romano e romanista; e fu proprio l’AS Roma a chiamarlo per girare uno spot per il lancio della società in Borsa, girato all’Olimpico con tutti i giocatori di allora.

La telecamera Alessandro l’ aveva nella pelle. Anche a distanza di tanto tempo e tanti lavori, amava raccontare di aver recitato da bambino in teatro per Luchino Visconti. Mentre su grande schermo da attore era stato chiamato da Vittorio De Sica, ai tempi del ‘Giardino dei Finzi Contini’.

Il ricordo dello scrittore De Giovanni

“Perdo un amico, ed è un fulmine a ciel sereno, perché Alessandro aveva tenuto riservata la malattia, pensavamo fosse in clinica per un problema ortopedico. Una notizia atroce“, ha commentato lo scrittore Maurizio de Giovanni ricordando con affetto il poliedrico artista, con il quale ha collaborato per la trasposizione televisiva in Rai delle serie tratte dai suoi romanzi. “Era un uomo di una sensibilità, intelligenza, attenzione, gentilezza inusitata per questo ambiente. Faceva migliori i personaggi che gli affidavi, gli davi dei sogni e te li restituiva reali. Il meglio che un autore può sperare da un regista”. E conclude: “Napoli perde un cittadino, perché qui è stato tanto ed è diventato a tutti gli effetti un napoletano. Una persona in grado di mettere la città in scena conservando per la città il ruolo di protagonista che merita”.

Ciao caro Alessandro fai buon viaggio, un giorno ci ritroveremo lassù e torneremo a giocare insieme ai nostri amici a quattro zampe. .Ci mancherai

Redazione CdG 1947

Marco Giusti per Dagospia il 4 maggio 2023.

Se ne va, ancora giovane, 68 anni, un regista di cinema, tv, pubblicità, di grande esperienza e di grandissimo talento come Alessandro D’Alatri. Intelligente, simpatico, aperto, sempre pronto alla battuta, era un piacere parlarci di cinema o di pubblicità, che conosceva in Italia, meglio di quasi tutti, avendola frequentata fin da piccolissimo come attore.

Infatti, al di là dei film che ha diretto, una decina, degli attori che ha spinto, scoperto e riscoperto, penso alla Sabrina Ferilli di “Americano rosso”, al Kim Rossi Stuart di “Senza pelle”, al Fabio Volo di “Casomai”, perfino al Paolo Bonolis di “Commediasexi”, ai grandi successi televisivi degli ultimi anni, “I bastardi di Pizzofalcone”, “Il commissario Ricciardi”, ai  video musicali per Zero, Pausini, Negramaro, Elisa, ai più di 100 spot che ha diretto nella pubblicità, era tra i pochi che potessero vantarsi di essere nati e cresciuti dentro il mondo dello spettacolo.

Alessandro viene infatti scoperto già ai tempi di Carosello come attore bambino adatto sia alle celebri scenette pubblicitarie che alla tv. Nato a Roma nel 1955, lo troviamo attore in tv “I fratelli Karamazov” (1969), “Il ragazzo dagli occhi chiari” (1970), al cinema in “Il giardino dei Finzi Contini” (1970) di Vittorio de Sica nel ruolo del protagonista da piccolo. Contemporaneamente viene scelte come protagonista della serie di Carosello “Ladri di motorette” girata per la Lambretta da Giuliano Biagetti nel 1970, ma lo troviamo in decine di altre pubblicità come un Cirio del 1972 accanto a Romolo Valli.

Diventa in breve uno degli attori bambino più ricercati dalla tv italiana assieme a Giusva Fioravanti. Nel 1981 gira come attore ormai cresciuto per la regia di Francesco Barilli il film per la tv “Una mattina come le altre”, ma soprattutto si lega a Barilli come aiuto regista e diventa ben presto lui stesso uno dei maggiori registi pubblicitari della fine degli anni ’80 e ’90. Gira la celebre serie Kodak del marziano Ciripirirì con Davide Marotta e Roberto Della Casa, ricordo che lo andai a trovare sul set a Cinecittà, Tonno Maruzzella, la prima serie della pasta di Giovanna Rana, quella della Sip con Massimo Lopez fermo davanti al plotone d’esecuzione della Legione Straniera che chiede come ultimo desiderio proprio la telefonata che ti allunga la vita.

Per non parlare di quella con Tullio Solenghi in Paradiso che offre il caffè Lavazza a Riccardo Garrone, San Pietro barbuto, per non parlare dei Lavazza con Brignano. Diresse nella pubblicità molte delle bellezze di questi ultimi anni, da Alba Parietti a Simona Ventura a Lorenza Forteza. Mi raccontò di aver diretto negli anni ’80 la ormai introvabile campagna dei biscotti Saiwa con Moana Pozzi che venne interrotta quando si scoprirono i film hard di Mona.

E D’Alatri ricordava bene i racconti che gli faceva al tempo Moana sul suo rapporto con Bettino Craxi. In qualche modo attraversa tutto il periodo della Milano da bere berlusconiana e craxiana prima di arrivare, con “Americano rosso”, prodotto dalla Rai Tre di Angelo Guglielmi, a tentare la carta del cinema. Senza per questa perdere però vista di essere uno dei più celebri e meglio pagati registi pubblicitari del momento.

Tra i pochi, inoltre, che conoscano bene i gusti ancora carosellistici, da piccoli sketch, del pubblico italiano. Con “Senza pelle” con Kim Rossi Stuart, Massimo Ghini e Anna Galiena, D’Alatri entra nel giro dei registi giovani italiani più interessanti, iniziando davvero una nuova carriera, che proseguirà con un bellissimo documentario tv su Sergio Citti, e poi con l’ambizioso “I giardini dell’Eden”, interpretato da Kim Rossi Stuart e Jovanotti, presentato a Venezia non con grande successo.

Grazie a due film di successo, “Casomai” e “La febbre”, si posiziona come regista di commedie più moderne e civili, riesce a sviluppar prima la coppia Fabio Volo e Stefania Rocca, poi quella Volo – Valeria Solarino grazie a copioni ben scritti, tra gli sceneggiatori notiamo Anna Pavignano, Domenico Starnone e Gennaro Nunziante, ma anche a un modo di girare più attuale e da cinema internazionale.

Con “Commediasexi” con Paolo Bonolis, Sergio Rubini e Elena Santarelli, pensato come cinepanettone intelligente da contrapporre a quelli di Aurelio De Laurentiis, ha la strepitosa intuizione della commedia pochadistica ambientata ai tempi del primo governo Berlusconi e delle star del Bagaglino, ma il film non ottiene il successo che si meritava, Bonolis non viene riconosciuto come attore, e il modo di girare di D’Alatri è particolarmente costoso per una commedia del genere.

Non solo non si tenterà più l’operazione, ma Bonolis non girerà più nulla al cinema. D’Alatri proverà a girare qualcosa di completamente nuovo, in digitale, per il tempo una cosa rivoluzione, con il piccolo romanzo sentimentale ambientato a Capri “Sul mare” che vede protagonisti gli inediti Alberto Angrisano, figlio nella realtà di Peppino Di Capri, e Martina Codecasa. Un film assolutamente originale che non viene capito, seguito poi da “The Start-Up: Accendi il tuo futuro” con Andrea Arcangeli e Matilde Gioli.

Divenne anche direttore artistico del Teatro Stabile d’Abruzzo qualche anno fa. D’Alatri ritornerà al successo con le serie televisive di questi ultimi anni, “I bastardi di Pizzofalcone”, “Il commissario Ricciardi”, “Un professore”, ma non tenterà più di muovere con idee fresche e metodi del tutto innovativi il nostro cinema popolare. Lascia due figlie avute da Christiane Horedt durante una relazione durata 26 anni.

Addio a Alessandro D'Alatri: morto il regista di "Senza Pelle" e "I bastardi di Pizzofalcone". Scomparso prematuramente a 68 anni, il regista Alessandro D'Alatri. Grandi successi nella sua carriera, dove al suo primo esordio alla regia aveva vinto un David di Donatello. Roberta Damiata il 3 Maggio 2023 su Il Giornale.

Grave lutto nel mondo del cinema italiano, è morto all'età di 68 anni per una grave malattia Alessandro D'Alatri, regista di molti film per il cinema, come Senza pelle con Kim Rossi Stuart, e tanti successi televisivi da I bastardi di Pizzofalcone, a Il commissario Ricciardi e Un professore. Era nato a Roma dove aveva iniziato la carriera da giovanissimo come attore, esordiendo nel 1969 con il film Il ragazzo dagli occhi chiari di Emilio Marsili e l’anno seguente nel film Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica.

Passa poi alla regia di spot pubblicitari imparando i rudimenti di un mestiere che da subito gli regala grandi soddisfazioni. Il suo primo film per il cinema nel 1991, Americano Rosso, con cui vince il David di Donatello e il Ciak d'Oro come miglior film d'esordio. La sua magistrale bravura e la sua grande sensibilità, diventano poi cult con la sua seconda pellicola presentata alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes. Quel, Senza pelle, intepretato magistralmente da un giovane Kim Rossi Stuart e da Anna Galiena, che conquista il pubblico internazionale vincendo anche un David di Donatello per la miglior sceneggiatura.

Sempre con Kim Rossi Stuart, attore che amava particolarmente, ha girato anche I giardini dell'Eden presentato alla Mostra di Venezia. Con lui debutta come attore anche Fabio Volo nel film Casomani del 2002, e poi ancora in La febbre del 2005. Nel 2006 sua anche la commedia che vede protagonista un insolito Paolo Bonolis, nelle vesti di un onorevole, in Commediasexy, con un cast d'eccezione, tra cui Margherita Buy, Stefania Rocca, Elena Santarelli, Rocco Papaleo, Sergio Rubini e Michele Placido. Lo stesso anno vince l’Angelo alla carriera al Festival cinematografico Cielo e Terra di Terni, che gli rende omaggio anche con una proiezione de I giardini dell’Eden.

Suo anche il videoclip di Ancora qui, che nel 2009 vede il grande ritorno di Renato Zero. Nel 2010 esce Sul mare, film di cui D’Alatri è sia sceneggiatore che regista, vincitore del premio speciale 2010, al festival Alabarda d’oro. Dai successi cinematografici, negli ultimi tempi, si era dedicato anche a molte fiction tv di grande successo come I bastardi di Pizzofalcone, Il commissario Ricciardi e Un professore. L'ultimo film che ha visto la sua firma è The Startup.

Uno dei primi a ricordare il suo grande estro Alessandro Gassman, con lui sul set della fiction I Bastardi di Pizzofalcone: "È partito per un altro viaggio il mio amico regista, sceneggiatore, ma soprattutto essere umano dolce, generoso, pieno di talento, uomo di cultura. Grazie per l’opportunità di averti conosciuto. A chi lo amava un abbraccio", scrive commosso l’attore sui social.

È morto Alessandro D'Alatri, regista di Senza pelle e Il commissario Ricciardi Alessandro D'Alatri. Simona Santoni su Panorama il 03 Maggio 2023

Aveva 68 anni. Tra i suoi successi le serie tv per la Rai I bastardi di Pizzofalcone e Un professore. Al cinema conquistò il David di Donatello come miglior esordiente con Americano rosso. Il suo ultimo film: The Startup 

Eclettico, attore per Visconti e De Sica, regista e sceneggiatore romano tra cinema, televisione, pubblicità e teatro, è morto all’età di 68 anni Alessandro D'Alatri. Il suo lavoro più recente: la regia dello spettacolo teatrale Mettici la mano, una storia passata dal libro di Maurizio De Giovanni alla serie tvIl Commissario Ricciardi che lui stesso ha diretto fino ad approdare a teatro. I suoi successi più freschi sono proprio da ricondurre al piccolo schermo: oltre a guidare Lino Guanciale come commissario Luigi Alfredo Ricciardi, ha diretto Alessandro Gassman prima come commissario di polizia neI bastardi di Pizzofalcone, quindi come prof di filosofia in Un professore, sempre per la Rai. Al cinema come regista fece un impressionante debutto nel 1991 con il film Americano rosso, che vinse subito il David di Donatello e il Ciak d'Oro come miglior film esordio, una commedia su un’estate italiana di fascismo trionfante con Fabrizio Bentivoglio. Senza pelle (1993) con Kim Rossi Stuart e Anna Galiena si meritò il Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des réalisateurs e il David di Donatello per la miglior sceneggiatura. Sempre affidandosi a Kim Rossi Stuart, nel 1998 approdò al concorso della Mostra del cinema di Venezia con I giardini dell'Eden. E poi commedie con Fabio Volo protagonista, da Casomai (2002) a La febbre (2005). Il suo ultimo lavoro cinematografico è The Startup del 2017 con Andrea Arcangeli, Paola Calliari e Matilde Gioli, la storia di un giovane romano che durante il liceo inventò un social network basato sul merito per far trovare lavoro. In mezzo, anche spot pubblicitari tanto da vincere nel 2000 al festival della pubblicità di Cannes il Leone d'argento per lo spot della posta prioritaria. Come attore, da giovanissimo, debuttò a teatro sotto Luchino Visconti con Il giardino di ciliegi, quindi al cinema recitò nel dramma Il giardino dei Finzi Contini (1970) di Vittorio De Sica. Su Instagram poche settimane fa aveva ringraziato il pubblico del teatro Ambra Jovinelli di Roma così: «Questa sera è terminata la splendida avventura romana di Mettici la mano presso l’Ambra Jovinelli. Un grazie al teatro, a tutti i suoi lavoratori, alla compagnia, ma soprattutto al pubblico romano. Grazie di cuore e a presto!».

Estratto dell’articolo da tgcom24.mediaset.it il 28 aprile 2023.

È morto Jerry Springer, re della tv spazzatura americana e una delle figure più influenti e controverse della storia del piccolo schermo. Aveva 79 anni e si è spento nella sua casa alla periferia di Chicago, come ha annunciato un portavoce della famiglia. 

Al celebre conduttore, che fu anche, per un breve periodo alla fine degli anni Settanta, sindaco di Cincinnati, era stato diagnosticato un tumore al pancreas pochi mesi fa, come rivela TMZ, che questa settimana sarebbe improvvisamente peggiorato. Per 27 anni, dal 1991 al 2018, ha condotto il talk show a stampo sindacalista 'The Jerry Springer Show' dagli altissimi indici di ascolto grazie ad ospiti in studio pronti a scandalizzare e a fare a botte davanti alle telecamere. 

Ogni giorno Springer proponeva ai suoi spettatori una svariata collezione di fauna umana, disposta a mettere a nudo i suoi più bassi segreti: madri che confessavano alla figlia di andare a letto con la sua migliore amica, marito e moglie che scoprivano di avere lo stesso amante. 

Il tutto condito, come in un rituale, dalla fatidica rissa finale, con tanto di tirate di capelli, calci e ceffoni, aizzata dal conduttore e dal pubblico al grido di "Jerry, Jerry". […] 

Famoso per il lancio della sedia e le discussioni piene di 'bip' lo show di Springer era così popolare alla fine degli anni 90 che superò quello di Oprah Winfrey in diverse città. […]

Si è spento Nicola Magrone, ex magistrato e politico pugliese. Il cordoglio del sindaco di Modugno. È stato parlamentare e sindaco di Modugno. E tra i magistrati che vennero definiti «pretori d’assalto» occupandosi anche di reati ambientali. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 28 APRILE 2023

È morto nel pomeriggio ad 82 anni Nicola Magrone, ex magistrato e politico pugliese. Magrone, entrato in magistratura nel 1971, è stato deputato per una legislatura (1994-1996) e sindaco di Modugno prima da 2013 al 2014, e nuovamente dal 2015 al 2020.

Pretore del lavoro a Monza, è stato tra i magistrati che vennero definiti «pretori d’assalto» occupandosi anche di reati ambientali. È stato sostituto procuratore a Bari dove si è occupato di criminalità organizzata, poi presidente della Corte d’assise di Potenza e dal 2003 al 2010 è stato a capo della Procura di Larino in Molise dove si è occupato, tra l’altro, delle indagini sulla morte di 27 bambini e di una maestra nel crollo della scuola di San Giuliano di Puglia per il terremoto del 2002. Successivamente ha ricoperto l’incarico di procuratore generale aggiunto onorario presso la Corte di Cassazione.

Nel 1994 è stato eletto deputato per i movimenti Italia Giusta secondo la Costituzione e Alleanza Democratica tra le file dei Progressisti. Dopo un primo mandato da sindaco nel 2012 durato poco più di un anno, è stato rieletto nel 2015 e ha portato a termine il mandato fino al 2020.

IL CORDOGLIO

«Il sindaco Magrone, sotto un’apparente corazza, sapeva essere uomo di grande allegria, estrema profondità ed indiscutibile moralità». E’ il messaggio di cordoglio che il sindaco di Modugno, Nicola Bonasia, ha postato su facebook ricordando il suo predecessore, Nicola Magrone morto oggi. Bonasia cita una frase che Magrone gli disse al passaggio di consegne e che dice di portare «ancora nel cuore": «È dura lasciare questo ruolo, questa fascia; mi dispiace aver perduto questo clima che avevo nella mia vita, ma poi guardo te e penso… meglio così».

«Oggi lo salutiamo - aggiunge - ringraziandolo per l’impegno che ha profuso negli anni in cui ha guidato la nostra città e soprattutto per l’intensa e integerrima attività come uomo di legge. Il suo contributo straordinario come magistrato a presidio di legalità, resterà per sempre un faro di speranza ed un esempio da seguire». «Piangiamo la sua perdita - conclude - ma celebriamo il suo impegno nell’aver reso la nostra terra un posto migliore».

«Non solo la comunità di Modugno ma l'intera area metropolitana perde una personalità di grande valore che ha dedicato la sua vita al servizio della legge e a difesa della Costituzione. Nicola Magrone è stato un magistrato che ha fatto del rigore e del rispetto delle regole uno stile di vita tanto da fare di questi i capisaldi del suo impegno da amministratore locale. Tante sono le battaglie che ci hanno visto impegnati insieme a difesa dell’ambiente e a tutela della salute. Di lui conserverò il ricordo di un sindaco rigoroso, appassionato della cosa pubblica e amante della sua comunità. A lui oggi vorrei dire grazie per l’esempio che in tante occasioni ha dato a tutti noi e per aver lavorato con la grande famiglia dei sindaci dell’area metropolitana di Bari». Lo afferma in una nota di cordoglio il sindaco di Bari, Antonio Decaro.

Andrea Augello, il dramma: morto a 62 anni il senatore FdI. Libero Quotidiano il 28 aprile 2023

E' morto il senatore Andrea Augello, un lutto che travolge la premier Giorgia Meloni e tutta la comunità di Fratelli d'Italia di cui l'onorevole era una storica e stimatissima colonna.  A darne la notizia su Facebook la moglie, Roberta Angelilli, con poche commoventi parole: "In cielo ti accompagnino gli angeli. Addio Andrea Augello, rimarrai per sempre nei nostri cuori", ha scritto. Il senatore era malato da tempo ed è scomparso a soli 62 anni. 

Commosso l'annuncio a Palazzo Madama dato da Ignazio La Russa, presidente del Senato e suo compagno di partito. "Purtroppo è arrivata la conferma: qualche ora fa è venuto a mancare un nostro collega, il senatore Andrea Augello. Credo fosse doveroso riferirlo e dedicargli qualche secondo di silenzio". Dall'Assemblea si è poi levato un applauso in onore del parlamentare.  

Immediati i ricordi dei meloniani. "Ad Andrea Augello va riconosciuto il carisma, il coraggio e l'intelligenza dei ragazzi di Sommacampagna, dei fratelli maggiori che, negli anni '80 e '90, ci formarono, guidarono e ci fecero diventare quello che siamo, insieme ai nostri padri. La morte è solo un andare oltre. Non ci vedrà mai vinti. In alto i cuori per Andrea", sono le parole di Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura alla Camera. Al suo cordoglio si aggiunge quello di Marco Silvestroni, segretario di Presidenza e presidente provinciale della federazione romana di Fratelli d'Italia: "Le mie personale vicinanza e le condoglianze di tutta la federazione provinciale di Fratelli d'Italia di Roma per la scomparsa del senatore e carissimo amico Andrea Augello".

L’annuncio in aula e il lungo applauso. Chi era Andrea Augello, senatore FdI morto a 62 anni dopo una lunga malattia: “Punto di riferimento”. Redazione su Il Riformista il 28 Aprile 2023 

Dopo aver combattuto a lungo contro un brutto male, si è spento a 62 anni il senatore Andrea Augello. Era stato eletto nel Lazio nelle scorse elezioni politiche nelle file del partito della premier Giorgia Meloni. “Ci ha lasciato Andrea Augello, senatore di Fratelli d’Italia. Un punto di riferimento per tanti, un politico estremamente capace, un uomo intelligente, determinato, divertente. Ci mancherà, e molto. Alla sua famiglia, alle sue figlie, e a tutti coloro che gli hanno voluto bene come gliene volevamo noi, condoglianze sincere”, ha scritto sui social la premier Meloni.

A dare la notizia Ignazio La Russa durante la discussione in Aula sulla votazione del Def: “Purtroppo è arrivata la conferma: qualche ora fa è venuto a mancare un nostro collega, il senatore Andrea Augello. Credo fosse doveroso riferirlo e dedicargli qualche secondo di silenzio”, subito dopo dall’Assemblea è scattato un accorato applauso. “I senatori del gruppo Fratelli d’Italia hanno appreso con dolore la notizia della morte del caro collega Andrea Augello. Una vita dedicata all’impegno culturale, alla militanza politica, proseguita anche durante la lunga malattia che lo ha colpito. Alla moglie e ai figli vanno i sensi del nostro cordoglio e la nostra vicinanza”, ha detto il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan.

Nato a Novara nel 1961, Augello è stato uno storico esponente del centrodestra romano. Ha iniziato l’attività politica da giovanissimo militando nel Fronte della gioventù. È stato iscritto ad Alleanza nazionale e al Popolo della libertà. È stato sottosegretario alla Pubblica amministrazione nel quarto governo di Silvio Berlusconi. Era tra gli esponenti di rilievo del partito di Giorgia Meloni a Roma e nel Lazio. 

Estratto dell'articolo di Erica Della Pasqua per corriere.it il 2 maggio 2023.

«Ricordo quando venne a dirmi del suo male, pensavo dovesse dirmi qualcosa sul prossimo appuntamento elettorale e io gli dissi: "Dimmi Andrea, ho solo 20 minuti". Lui mi guarda e senza muovere un muscolo dice "Sto morendo". Io non riesco a dire niente. Allora lui mi dice: "Dai, Giorgia, non fare così, pensa a me che devo dirti che devo morire in 20 minuti..."». 

E' il ricordo sentito, interrotto più volte dalla commozione, che la premier Giorgia Meloni ha dedicato ad Andrea Augello, il senatore di Fratelli d'Italia morto il 28 aprile dopo una lunga malattia.

Al suo funerale, oggi 2 maggio nella basilica Santa Maria in Ara Coeli a Roma, tanti amici e volti della politica, di tutti i partiti. La moglie Roberta Angelilli, vicepresidente della Regione Lazio, ha ringraziato tutti, più volte. Tra gli altri, erano presenti il presidente del Senato, Ignazio La Russa, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, il neo presidente del Cnel Renato Brunetta, oltre a diversi membri del governo (da Alfredo Mantovano a Raffaele Fitto, Andrea Abodi, Eugenia Roccella, Maurizio Leo), il ministro Francesco Lollobrigida, l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, il senatore e sottosegretario Giovanbattista Fazzolari e parlamentari della maggioranza, l'esponente del Pd e storico amico di Augello, Goffredo Bettini.

La premier Meloni […] ha voluto parlare pubblicamente, molto emozionata: «È difficile parlare al funerale di una persona che viveva come una responsabilità il suo essere al mondo. Credo che questa sia la cosa che più ha sofferto. Non il dolore, non la malattia ma il senso di responsabilità verso le persone che amava e per le quali era un punto di riferimento. Diceva che la malattia era un tradimento verso le sue figlie. Ma chi sapeva che tipo di padre era non lo può considerare un traditore». 

E infine quel ricordo, sui 20 minuti: «Era un uomo coraggioso, spavaldo - ha concluso la premier - di quella spavalderia guascona che riesce a strapparti un sorriso anche da avversario: sapeva ridere e far ridere di tutto». […]

Dagospia il 2 maggio 2023. ARCHEO-FLASH! - PRIMI GIORNI IN SENATO DEL 2008. GLI SI AVVICINA MASSIMO D'ALEMA E GLI FA: ‘’TU SEI ANDREA AUGELLO?’’. LUI: ‘’SÌ, DIMMI’’. E MASSIMO: ‘’VOLEVO CONOSCERTI. DICONO CHE SEI STRONZO QUANTO ME…’’

Da adnkronos.com il 2 maggio 2023.

Si commuove e commuove la premier Giorgia Meloni ai funerali del senatore di Fdi Andrea Augello, che ha voluto che fosse proprio lei, insieme all‘’avversario’ politico di una vita, Goffredo Bettini, a ricordarlo nel giorno del suo funerale.

“Non è una cosa facile quella che Andrea ha voluto facessi - ha esordito Meloni nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli - Non solo perché gli volevo sinceramente bene, ma perché è difficile parlare al funerale di una persona che viveva come una responsabilità il suo essere al mondo. 

Ecco, credo che questa è la cosa che più ha sofferto. Non il dolore, non la malattia ma il senso di responsabilità verso le persone che amava e per le quali era un punto di riferimento. Quel che non sopportava, era di non poter fisicamente camminare a testa alta e combattere in prima linea, come ha sempre fatto. Era un uomo coraggioso, spavaldo… Di quella spavalderia guascona che riesce a strapparti un sorriso anche da avversario.

E averlo avversario non era una buona notizia”, anche se, pur giocando dall’altra parte del campo, “era capace di un’umanità straordinaria, di quell’ironia che appartiene solo alle persone intelligenti. Sapeva ridere e far ridere di tutto. Ricordo quando venne a dirmi del suo male, pensavo dovesse dirmi qualcosa sul prossimo appuntamento elettorale e io gli dissi: ‘dimmi Andrea, ho solo 20 minuti. 

Lui mi guarda e senza muovere un muscolo mi dice ‘sto morendo’. Mi dice quel che sta succedendo e io non riesco a dire niente. Allora lui mi dice: 'dai, Giorgia, non fare così, pensa a me che devo dirti che devo morire in 20 minuti…'”, ricorda Meloni in lacrime, strappando un sorriso commosso della Chiesa gremita di persone e autorità.

La premier prosegue visibilmente commossa, come lo stesso Bettini che ha preso la parola subito prima di lei. Si sofferma ancora sull’ironia di Augello, uno dei suoi tratti distintivi. 

“In questi due anni di malattia - ricorda ancora - lo invitarono a consultare la psicologa del reparto, lui rispose: ‘se vuole ci parlo, ma non penso di avere le competenze necessarie ad aiutare questa signora’. Andrea era così, ma è stata questa sicurezza così ferma a renderlo un punto di riferimento per tutti. Sapevi di poterci contare, io conservo ancora i messaggi di qualche giorno fa pieni di consigli, di spunti, di intuizioni”.

Meloni ricorda la preoccupazione del senatore di Fdi per “la sua famiglia e soprattutto le sue figlie, la cosa che in assoluto amava di più. Viveva la malattia come un tradimento nei loro confronti, ma io penso fermamente che mai chi ha avuto un padre così potrà considerarlo un traditore”. 

La premier ricorda il suo ultimo intervento pubblico, in cui, ricordando gli anni di dura lotta politica, Augello ha parlato di questi come degli “anni del nostro riscatto. Quando arriveranno gli anni difficili ricordiamoci di questo riscatto”, dice Meloni citando Augello, “un testamento alla nostra schiena dritta. Io non dirò cose patetiche, perché Andrea non lo avrebbe sopportato.

Oggi abbiamo davanti progetti che Andrea non ha potuto realizzare e che forse sono a portata, ad Andrea dico che ci saremo come ci sei stato tu, e noi useremo le stesse parole che hai usato per Tony (il fratello del senatore venuto a mancare diversi anni fa, ndr): c’era una volta mio fratello”, conclude Meloni sollevando un caldo e lunghissimo applauso dei presenti. 

LA MOGLIE ROBERTA: "SE OGGI FOSSE QUI SAREBBE FELICE" - “Voglio ringraziarvi per la straordinaria partecipazione, per l’affetto, la commozione, l’amore e la vicinanza di oggi e di questi giorni. Andrea era un uomo sobrio e essenziale, non amava la retorica, le ritualità, però oggi sono sicura che se fosse qui sarebbe, anzi lui oggi è felice”. Così Roberta Angelilli, vicepresidente della Regione Lazio, ha ringraziato i presenti al funerale del marito.

Nel ricordarlo, Angelilli - prima di lasciare la parola a Goffredo Bettini e Giorgia Meloni - ha usato 3 parole “che Andrea, un paio di mesi fa, prima di un’importante manifestazione politica, mi disse di usare per un intervento pubblico: forza, coraggio e onore. Forza, dunque. Perché per fare grandi cose bisogna avere forza, forza delle idee e dei valori, forza delle grandi visioni. Il coraggio di gettare sempre il cuore oltre l’ostacolo, di chi ci crede sempre e comunque, ci mette sempre fede e determinazione. E poi onore, che è sincerità e integrità, lealtà e rispetto. Queste tre parole io oggi ve le consegno. Andrea è stato un grande uomo, un combattente, e in questi quasi due anni di malattia è stato un esempio. Andrea rimarrà per sempre”.

IL RICORDO DI BETTINI - Bettini ha ricordato Augello come “un dirigente forte, che ha sempre lottato per le sue idee”, con il quale “abbiamo incrociato spade e cuori. Ora, riposte le spade, è rimasto solo il mio affetto vivo e la mancanza di un’amicizia autentica”, ha detto Bettini visibilmente commosso. 

“Siamo stati avversari e amici”, nel segno di una “lealtà che non è mai venuta meno. Io oggi parlo di amicizia, perché gli amici si appartengono e si attraversano, Andrea è stato un combattente, energico e intransigente. Ci siamo misurati, in lui mai è venuta meno la voglia di vincere. Io ero a sud, lui a est”, ma tra i due, ha raccontato Bettini, c’era “un patto di lealtà che mai è venuto meno”.

“Con Andrea abbiamo condiviso tutto, politica famiglia, figli, abbiamo parlato tanto di filosofia e poesia. L’ultima volta mi ha parlato della sua malattia, come di un segreto, ma con un distacco quasi disincantato”. E’ andato avanti senza mai rinunciare al “fare, che è onorare la vita mentre essa scorre”. Nonostante l’incedere del male “Giorgia Meloni lo ha voluto al Senato, segno di sensibilità ma anche di stima”. Dunque Bettini ha concluso con un ricordo dell’ultimo incontro, “in una bella giornata di sole, con un caffè al tavolino, al termine del quale mi strinse con affetto”.

Alle esequie erano presenti molti membri del governo - tra questi i sottosegretari alla presidenza Alfredo Mantovano e Giovan Battista Fazzolari - nonché il presidente del Senato Ignazio La Russa, volti noti della destra italiana ma anche deputati e senatori dell’intero arco parlamentare. A portare un ultimo saluto al senatore di Fdi si è affacciato nella celebre chiesa a due passi dai Fori Imperiali anche il numero uno del Coni, Giovanni Malagò.

Il commovente ricordo di Giorgia Meloni al funerale in memoria di Andrea Augello. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 3 Maggio 2023 

"Quando arriveranno gli anni difficili ricordiamoci di questo riscatto”, dice Meloni citando Augello, “un testamento alla nostra schiena dritta. Io non dirò cose patetiche, perché Andrea non lo avrebbe sopportato. Oggi abbiamo davanti progetti che Andrea non ha potuto realizzare e che forse sono a portata, ad Andrea dico che ci saremo come ci sei stato tu, e noi useremo le stesse parole che hai usato per Tony (il fratello del senatore venuto a mancare diversi anni fa, ndr): c’era una volta mio fratello”, ha concluso Giorgia Meloni sollevando un caldo e lunghissimo applauso dei presenti

La chiesa gremita per l’ultimo saluto ad Andrea Augello, senatore di Fratelli d’Italia, scomparso a 62 anni lo scorso 28 aprile. Molti gli esponenti delle istituzioni e del mondo della politica che hanno dato l’ultimo commosso saluto a Roma nella basilica Santa Maria in Ara Coeli. Tra questi, il presidente del Senato, Ignazio La Russa; il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida; il ministro per lo Sport, Andrea Abodi; il ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto; la ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella; il Viceministro dell’Economia, Maurizio Lei; il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca; il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Erano presenti numerosi esponenti di Fratelli d’Italia, tra questi, il capogruppo alla Camera, Tommaso Foti; il capogruppo al Senato di FdI, Lucio Malan; il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli; il responsabile dell’organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, i sottosegretari di Palazzo Chigi Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari , il governatore abruzzese Marco Marsilio, la sottosegretaria Isabella Rauti, Francesco Storace e Gianni Alemanno, il neo presidente del Cnel Renato Brunetta insieme a tantissimi parlamentari e assessori e consiglieri comunali. Di oggi e di ieri.

Andrea Augello, storico esponente della destra romana, è entrati per la prima volta in Parlamento nel 2006, venne riconfermato in Senato alle elezioni politiche del 2009. Dopo la storica rottura tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, Augello decise di restare nel PDL e nel 2010 viene nominato sottosegretario alla Pubblica Amministrazione. Nel 2013, aderisce al Nuovo Centrodestra guidato da Angelino Alfano che poco dopo abbandonerà. Nel 2018 aderisce a Fratelli d’Italia e viene candidato, per poi essere rieletto in Senato, lo scorso 25 settembre in occasione delle elezioni politiche anticipate. 

Commuovente il ricordo a sua volta commosso del premier Giorgia Meloni ai funerali del senatore Andrea Augello storico esponente di destra e Fdi , il quale aveva voluto che fosse proprio lei, insieme a Goffredo Bettini del Pd, “avversario politico di una vita” a ricordarlo nel giorno del suo funerale. “Non è una cosa facile quella che Andrea ha voluto facessi – ha esordito Meloni nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli – Non solo perché gli volevo sinceramente bene, ma perché È difficile parlare al funerale di una persona che viveva come una responsabilità il suo essere al mondo. Credo che questa sia la cosa che più ha sofferto. Non il dolore, non la malattia ma il senso di responsabilità verso le persone che amava e per le quali era un punto di riferimento. Diceva che la malattia era un tradimento verso le sue figlie. Ma chi sapeva che tipo di padre era non lo può considerare un traditore“, il discorso commosso del presidente del Consiglio, interrotto più volte dalle lacrime “è difficile parlare al funerale di una persona che viveva come una responsabilità il suo essere al mondo. Ecco, credo che questa è la cosa che più ha sofferto. Non il dolore, non la malattia ma il senso di responsabilità verso le persone che amava e per le quali era un punto di riferimento”.

“Quel che non sopportava, era di non poter fisicamente camminare a testa alta e combattere in prima linea, come ha sempre fatto – ha continuato la Meloni – Era un uomo coraggioso, spavaldo… Di quella spavalderia guascona che riesce a strapparti un sorriso anche da avversario. E averlo avversario non era una buona notizia”, anche se, pur giocando dall’altra parte del campo, “era capace di un’umanità straordinaria, di quell’ironia che appartiene solo alle persone intelligenti. Sapeva ridere e far ridere di tutto. Ricordo quando venne a dirmi del suo male, pensavo dovesse dirmi qualcosa sul prossimo appuntamento elettorale e io gli dissi: ‘dimmi Andrea, ho solo 20 minuti. Lui mi guarda e senza muovere un muscolo mi dice ‘sto morendo’. Mi dice quel che sta succedendo e io non riesco a dire niente. Allora lui mi dice: ‘dai, Giorgia, non fare così, pensa a me che devo dirti che devo morire in 20 minuti…’”, ricorda Meloni in lacrime, strappando un sorriso commosso della Chiesa gremita di persone e autorità.

La premier prosegue visibilmente commossa, come lo stesso Bettini che ha preso la parola subito prima di lei. Si sofferma ancora sull’ironia di Augello, uno dei suoi tratti distintivi. “In questi due anni di malattia – ricorda ancora – lo invitarono a consultare la psicologa del reparto, lui rispose: ‘se vuole ci parlo, ma non penso di avere le competenze necessarie ad aiutare questa signora’. Andrea era così, ma è stata questa sicurezza così ferma a renderlo un punto di riferimento per tutti. Sapevi di poterci contare, io conservo ancora i messaggi di qualche giorno fa pieni di consigli, di spunti, di intuizioni”. 

Giorgia Meloni ha ricordato l’unica preoccupazione del senatore di Fdi per “la sua famiglia e soprattutto le sue figlie, la cosa che in assoluto amava di più. Viveva la malattia come un tradimento nei loro confronti, ma io penso fermamente che mai chi ha avuto un padre così potrà considerarlo un traditore”. La premier ha ricorda il suo ultimo intervento pubblico, a sostegno della candidatura alla Regione Lazio di sua moglie Roberta Angelilli, in cui, ricordando gli anni di dura lotta politica, Augello ha parlato di questi come degli “anni del nostro riscatto. Quando arriveranno gli anni difficili ricordiamoci di questo riscatto”, dice Meloni citando Augello, “un testamento alla nostra schiena dritta. Io non dirò cose patetiche, perché Andrea non lo avrebbe sopportato. Oggi abbiamo davanti progetti che Andrea non ha potuto realizzare e che forse sono a portata, ad Andrea dico che ci saremo come ci sei stato tu, e noi useremo le stesse parole che hai usato per Tony (il fratello del senatore venuto a mancare diversi anni fa, ndr): c’era una volta mio fratello”, ha concluso Giorgia Meloni sollevando un caldo e lunghissimo applauso dei presenti, che accompagnerà il feretro avvolto nel tricolore e coperto di rose rosse del senatore di Fratelli d’Italia nel suo ultimo viaggio verso il cimitero del Verano di Roma.

Bettini, nel suo lungo intervento, ricco di aneddoti e citazioni, ha richiamato anche il gioco degli scacchi. “Andrea – ha detto – era un dirigente forte, che ha sempre lottato per le sue idee”, con il quale “abbiamo incrociato spade e cuori. Ora, riposte le spade, è rimasto solo il mio affetto vivo e la mancanza di un’amicizia autentica”, ha detto l’esponente Pd visibilmente commosso. “Siamo stati avversari e amici”, nel segno di una “lealtà che non è mai venuta meno” e che è stata suggellata anche da un vero e proprio “patto di lealtà”, che Augello gli propose contro “gli aspetti subdoli, volgari, maligni della politica”. 

Eccolo il messaggio di Andrea Augello passato attraverso Bettini: il richiamo a vivere la politica come campo dell’onore, dell’intelligenza, della curiosità e del rispetto anche per l’altro da sé. “Andrea sapeva che fuori le mura della politica c’è un magma incandescente che spetta a ciascuno saper governare”, ha detto Bettini, sottolineando che “io oggi parlo di amicizia, perché gli amici si appartengono e si attraversano, Andrea è stato un combattente, energico e intransigente”. “Con Andrea abbiamo condiviso tutto, politica famiglia, figli, abbiamo parlato tanto di filosofia e poesia. L’ultima volta mi ha parlato della sua malattia, come di un segreto, ma con un distacco quasi disincantato, con l’unica preoccupazione che i suoi cari avessero il tempo di abituarsi al suo destino”. È andato avanti senza mai rinunciare al “fare, che è onorare la vita mentre essa scorre”. Nonostante l’incedere del male “Giorgia Meloni lo ha voluto al Senato, segno di sensibilità, ma anche di stima”. Poi Bettini ha concluso con un ricordo dell’ultimo incontro, “in una bella giornata di sole, con un caffè al tavolino, al termine del quale mi strinse la mano con affetto”.

Al termine della celebrazione funebre, alla quale hanno preso parte i più alti rappresentanti del mondo politico, Meloni ha accompagnato il feretro al carro funebre, celando il proprio sguardo commosso dietro un paio di occhiali scuri. Poi, rimanendo in disparte quasi a volersi confondere tra la folla dei convenuti, si è unita al lungo appluso che ha salutato la bara al termine del rito. La leader di Fratelli d’Italia ha infine ricordato il compianto senatore come “un punto di riferimento che era e che sarà sempre per tanta, tantissima gente“. “Sapevi che potevi contare su di lui, sapevi che ci sarebbe stato sempre, ci abbiamo potuto contare fino alla fine“, ha concluso. 

“Voglio ringraziarvi per la straordinaria partecipazione, per l’affetto, la commozione, l’amore e la vicinanza di oggi e di questi giorni” ha affermato Roberta Angelilli, moglie del senatore, nonché vicepresidente della Regione Lazio, ringraziando i presenti al funerale “Andrea voleva che vi trasmettessi tre parole: forza, coraggio e onore”, ha raccontato. “La forza di fare grandi cose, delle idee, dei valori, delle grandi visioni. Il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo, di credere anche quando le cose sono difficili. Ma prima di tutto l’onore, che è sincerità, onestà, integrità. Queste tre parole io oggi ve le consegno. Andrea – ha concluso Angelilli – era un grande uomo e non solo un grande combattente, e in questi due anni di malattia è stato un esempio. Andrea rimarrà per sempre”.

Redazione CdG 1947

Marco Giusti per Dagospia il 27 aprile 2023.

Se ne va in quel di Los Angeles Mohamed Farouk Agrama detto Frank Agrama, 93 anni, incredibile regista e produttore egiziano e poi internazionale di B-movies (ma anche Z movies), “Dawn of Mummy”, “L’amico del padrino”, “Queen Kong”, fondatore e ceo della società di distribuzione Harmony Gold, ma più noto da noi per essere stato legato a filo doppio con Silvio Berlusconi ai tempi dello scandalo Mediatrade, oltre che per essere considerato uomo di appoggio della Fininvest in America per parecchi anni.

Nel 2012 venne condannato a tre anni di reclusione dal tribunale di Milano, per la compravendita di diritti televisivi nel quale era coinvolto anche Silvio Berlusconi. Lo stesso Berlusconi finì, per gli stessi fatti, ai servizi sociali nell'aprile 2014. Venne invece assolto nel 2014 nel processo Mediatrade-RTI assieme a Confalonieri e allo stesso Berlusconi. Molti, insomma, sono stati i chiaroscuri della sua vita, come si dice, ma è indubbia la sua passione per il cinema di genere che lo porterà da una parte all’altra del mondo. 

Agrama era nato nel 1930 a El-Arish, Nord del Sinai, in Egitto. Iniziò la sua carriera da attore bambino nel 1949, diviso tra cinema e tv, dove aveva il suo show. Figlio di un celebre chirurgo, divenne anche lui medico a 23 anni, ma lasciò l’Egitto nel 1960 per iscriversi all’Università di California a Los Angeles l’UCLA, nel 1960, dove ottenne il Bachelor of Theater Arts. E’ allora che, sognando il cinema, si sposta nel 1964 in Libano per produrre e dirigere film. 

Dirige e produce una decina di titoli, tra questi “El Ainab el murr” (1965), “Al kahirun” (1966),”Bazi-e-eshgh” (1966), “Muhghamarat Filfila” (1966), “Wada almoth” (1967). Ma già nel 1967, con moglie e due figli, si sposta a Roma, dove fonda la Film Association di Roma, una casa di produzione e distribuzione cinematografica. 

E’ con base in Italia che scrive, produce e gira nel 1972 “L’amico del padrino” coprodotto con la Turchia, dove è in gran parte girato, che vede protagonisti Richard Harrison, Erika Blanc e Krista Nell. Produce “Si più fare molto con sette donne”, scritto e diretto da Fabio Piccioni, suo collaboratore ufficiale, interpretato da Richard Harrison, Marcella Michelangeli, Marie Louise Sinclair, poliziesco italo-egiziano.

Lo segue nel 1976 l’ancor più delirante “Queen Kong” con Robin Askwith nel ruolo di Ray Fay (sic!), Valerie Leon come Regina dei Nabongas, Rula Lenska, John Clive, un film che non ebbe mai un’uscita in Inghilterra e in America per colpa delle cause legale che subì da De Laurentiis. Ma divenne uno stracult in molti paesi, Ad esempio in Giappone, dove venne ridoppiato da attori giapponesi e distribuito in dvd nel 2001. 

Dal 1976, facendo spola con l’Italia, si stabilisce in California, seguito presto dal suo amico Richard Harrison, dove seguita a girare e produrre film. Nel 1981 esce un altro horror con troupe in gran parte italiana, “Dawn of the Mummy” con Brenda King, Barry Sattels, George Peck.

Diventa anche questo un film di superculto in tutto il mondo e viene considerato uno dei peggiori film mai girati. Nel 1983 fonda la Harmony Gold con la quale distribuisce la miniserie “Shaka Zulu” del South African Broadcasting Corp. E molti cartoni animati giapponesi. Tra i programmi che produce con la Harmony Gold la serie animata Robotech e la miniseries Heidi del 1993. Ma manda avanti fino a oggi la lunga serie Robotech.

Marco Giusti per Dagospia il 27 aprile 2023.  

Se ne va uno degli attori italiani di maggior culto del nostro cinema horror e di genere, ma anche ottimo attore di teatro e personaggio assolutamente anomalo dello spettacolo italiano, Giovanni Lombardo Radice, 67 anni, noto anche come John Morghen in una serie di film che fecero il giro del mondo, da “Apocalypse domani” di Antonio Margheriti a “Paura nella città dei morti viventi” di Lucio Fulci, da “Cannibal Ferox” di Umberto Lenzi a “La chiesa” e “La setta” di Michele Soavi. 

Figlio del matematico Lucio Lombardo Radice, fratello dello psicanalista e scrittore Marco (“Porci con le ali”), nipote di Laura Lombardo Radice, sposata con Pietro Ingrao, e nipote, da parte di madre, di Arturo Carlo Jemolo, giurista, avvocato della Fiat e della Banca d'Italia, Giovanni Lombardo Radice si mosse in un mondo fin troppo ricco di cultura e politica e, per non venirne schiacciato, si dedicò presto, e attivamente, al teatro.

Prima quello underground, poi le scene più politicizzate con Gian Maria Volonté e quelle più classiche con Giorgio Strehler, Aldo Trionfo, Giancarlo Cobelli (“Il Mercante di Venezia”), Carlo Cecchi, Gigi Proietti ("Gaetanaccio"), ma fu anche direttore artistico del Teatro della Cometa di Roma, dove recitò assieme alla moglie, Alessandra Panelli, la figlia di Paolo Panelli e Bice Valori.

Bello, atletico, colto, intelligente, con un inglese fluente, cosa rara al tempo, Inizia a lavorare nel cinema nel 1980 con i maggiori registi di thriller e horror, da Ruggero Deodato, che gli offrì il suo primo ruolo in “La casa sperduta nel parco”, a Antonio Margheriti in “Apocalypse domani” da Lucio Fulci, autore di “Paura nella città dei morti viventi”, dove viene trapanato nel cervello (aiuto!) a Umberto Lenzi in “Cannibal Ferox”, col quale litiga tutto il tempo e rompe per sempre.

Tutti film dove Giovanni Lombardo Radice si ritagliò personaggi violenti pronti a una brutta fine inseguiti da zombi e cannibali. E’ con quei titoli che si impone come una star del nostro cinema bis prendendo il nome di John Morghen, un nome non usurpato, visto che tra i Morghen c'erano dei suoi suoi avi, incisori tedeschi. Lo troveremo anche in “Impatto mortale” di Fabrizio De Angelis, in ben tre film di Michele Soavi, “Deliria”, La chiesa” e “La setta”, in “Body Puzzle” di Lamberto Bava.

Ma farà anche film diversi, da “I soliti ignoti vent'anni dopo” di Amanzio Todini, supervisionato da Mario Monicelli, a “Ricky & Barabba” di Christian De Sica, all’erotico “Eleven Days, Eleven Nights” di Joe D'Amato. Negli anni ’80 è attivo anche in tv in produzione interessanti e non tradizionali. Lo troviamo così in “Flipper” di Andrea Barzini, nello sperimentale “Majakowski” di Gianni Toti, in “Progetto Atlantide” di Gianni Serra. Duttile, pronto a qualsiasi ruolo, arrotonda però anche con produzioni più popolari, come il curioso “L'isola del tesoro” di Antonio Margheriti, dove la celebre storia di Robert Louis Stevenson diventa una storia di fantascienza.

Con la crisi del cinema di genere negli ultimi vent’anni, si alternerà tra piccoli ruoli in produzioni anche importanti, “Gangs di New York” di Martin Scorsese, “Prendimi l'anima” di Roberto Faenza e piccole produzioni internazionali indipendenti. Qualche anno fa scrisse una imponente autobiografia, “Una vita da zombie”, ricca di aneddoti di ogni tipo, soprattutto sulla sua importante famiglia.

Estratto da corriere.it il 25 Aprile 2023.

Harry Belafonte è morto. Mito della musica, attore e attivista per i diritti civili, è scomparso all'età di 96 anni nella sua casa dell'Upper West Side di Manhattan. 

Nato a Harlem da genitori giamaicani, Belafonte aveva portato la musica caribica negli Stati Uniti con canzoni come «Day-O (The Banana Boat Song)» e «Jamaica Farewell»: il suo album «Calypso», che le conteneva entrambe, fu il primo di un artista a vendere più di un milione di copie.

Come ricordato da Aldo Grasso qui, aveva cambiato la storia della tv americana il 6 febbraio 1968: 

«L’allora giovane conduttore Johnny Carson cedette per cinque giorni il suo programma, "The Tonight Show", a Harry Belafonte lasciandogli (più o meno) carta bianca per la scelta degli ospiti (...) 

[…]  Quindici dei suoi 25 ospiti erano afro-americani, tra cui le star di Hollywood Sidney Poitier e Lena Horne, la cantante Dionne Warwick, il comico Nipsey Russell, la star del basket Wilt Chamberlain, Martin Luther King. 

Gli altri erano personaggi del calibro di Paul Newman, della cantante inglese Petula Clark e di Robert F. Kennedy. […] di quell’indimenticabile settimana rimangono pochi frammenti, tra cui le interviste al reverendo Martin Luther King e a Bob Kennedy, che restano tra le ultime apparizioni televisive prima che fossero entrambi assassinati. […] ». 

Negli anni 50 e 60 Belafonte ha continuato a incidere dischi, contribuendo anche a portare al successo cantanti come Miriam Makeba e Nana Mouskouri. 

Nel suo disco «Midnight special» del 1962 compare anche Bob Dylan, in veste di armonicista. 

Affiancando sempre l’attività artistica all’impegno civile, nel 1985 Belafonte è uno dei 45 artisti che incide «We are the world», per il progetto USA for Africa […].

È morto Harry Belafonte, mito della musica e dei diritti civili. Storia di Matteo Persivale su Il Corriere della Sera il 25 Aprile 2023.

«Quando sono nato ero “colorato”, poi sono diventato “negro”, poi “nero”. Di recente sono stato promosso al rango di “afroamericano”. Direi che è stata una bella evoluzione, ma ero e resto tuttora in cerca di libertà». La vita lunghissima e straordinaria di Harry Belafonte è finita ieri dopo 96 anni, nella sua New York – nacque da genitori giamaicani in quello che era allora un ghetto, Harlem, è morto nell’Upper West Side – dopo quasi un secolo di successo mondiale senza fare sconti, mai, neanche una volta, all’America dei bianchi.

Arrivò alla gloria nei primi anni Cinquanta battendo anche Elvis – il primo artista a vendere un milione di copie fu Belafonte con «Calypso», non Presley – portando in cima alle classifiche la world music con i Caraibi, e l’Africa, nel cuore, decenni prima che qualcun altro ne inventasse il nome.

Ecco allora «Day-O ( The Banana Boat Song)», « Jamaica Farewell», un singolo dopo l’altro per far ballare il mondo. La voce baritonale inconfondibile e inimitabile, il blues, il folk, Broadway ma anche Gershwin e se avesse avuto tempo e voglia di studiare l’opera avrebbe dominato Verdi e Mozart.

Hollywood lo rincorse mettendolo sotto contratto: cantava, recitava, bello come pochissimi. Uomini diversi da Belafonte si sarebbero accontentati. Del successo, dei milioni, dell’adorazione del pubblico. Hollywood lo scrittura per Carmen Jones, L’isola nel sole, La fine del mondo Strategia di una rapina, lui apre una sua casa di produzione con l’idea di mettere in cantiere i film che gli interessano.

Video correlato: Addio Belafonte il re del calypso (Mediaset)

Non vuole finire marchiato come un altro pioniere afroamericano, Sammy Davis jr, «song and dance man» (intrattenitore canterino e ballerino). Belafonte, che nel frattempo diventa sempre più vicino a un giovane predicatore e attivista per i diritti civili del Sud, un certo Martin Luther King, fa una delle molte cose rivoluzionarie della sua vita: dice no grazie. No ai film che non gli interessano, no alle parti da “professore nero”, “avvocato nero”, “poliziotto nero” (che finiscono a un altro protagonista della lotta dei neri per l’uguaglianza, il suo vecchio collega dell’American Negro Theatre di Harlem negli anni Quaranta, Sidney Poitier, che con Belafonte ebbe un rapporto di grande ammirazione ma non sempre semplicissimo).

Al culmine del successo Belafonte si chiama fuori da Hollywood, torna alla musica ma soprattutto si tuffa nell’attivismo, nelle marce contro la segregazione, andando in Alabama a chiamare «Bombingham» la cittadina di Birmingham nella quale gli attentati dinamitardi del Ku Klux Klan erano una consuetudine.

Artisti e attori neri, in quegli anni Sessanta complicati, optavano per la linea tracciata da Poitier: agire dall’interno del sistema per piantare il seme del progresso. Non abbastanza per Belafonte (dopo l’assassinio del suo amico fraterno Martin Luther King voleva far seguire al funerale una marcia antirazzista, Poitier disse no per evitare disordini, i due amici non si parlarono per qualche anno).

Belafonte, al contrario dei colleghi, va nei campus dove ribolle la protesta pre e post ’68, usando nei suoi discorsi metafore inusuali nella loro brutalità – «il razzismo defeca sull’umanità» – che oggi appaiono forti ma allora facevano scandalo. Lo marchiarono non come «song and dance man» ma direttamente come sovversivo: l’Fbi lo sorvegliò attentamente dal 1954 al 1981. Torna al cinema nel 1972 diretto dall’amico Poitier con il quale ha fatto pace, ma è una piccola parentesi prima delle grandi comparsate della vecchiaia, per Robert Altman (I protagonisti, 1994) e Spike Lee (BlacKkKlansman, 2018). In questo millennio attacca con la virulenza che gli costò la carriera George W. Bush e la guerra in Iraq, sempre con il cuore a sinistra scrive libri tra i quali spicca un’autobiografia di enorme interesse (My Song). In extremis, nel 2018, anno secondo dell’era Trump, la biblioteca del Congresso lo onora includendo Calypso tra le grandi opere americane conservate nel suo archivio. E lui festeggia l’ingresso nel pantheon andando in tv a dire che «l’America è corrosa dal razzismo, ha un dna fallato. La lotta contro il razzismo sarà permanente… Ero al fianco di Martin, e di Bobby Kennedy. Faccio parte del loro lascito, finche vivrò».

Aveva 96 anni. Chi era Harry Belafonte, il principe nero che sfidò l’America razzista. David Romoli su Il Riformista il 27 Aprile 2023 

Sulla sua tomba avrebbe voluto che venisse scolpito “Harry Belafonte, patriota”: come Woody Guthrie e Bruce Springsteen si considerava un difensore dei veri valori americani e per questo impegnato per tutta la vita in una strenua lotta non solo contro il razzismo ma anche contro il neocolonialismo e l’imperialismo del suo Paese. È stato un gigante del movimento per i diritti civili perché questa era la sua vera passione, la sua ragione di vita: considerava Paul Robeson, come lui cantante e attore e come lui militante appassionato, il suo primo punto di riferimento, la sua “spina dorsale”.

L’anima, aggiungeva, la aveva ispirata Martin Luther King. Ma quando si trovò ad affrontare Colin Powell e Condoleeza Rice, segretari di stato delle odiate amministrazioni del presidente Bush jr., entrambi neri, ricorse al famoso apologo di Malcolm X sui “neri dei campi e di casa” con i secondi a cui “era permesso di vivere nei palazzi del padrone finché accettano di servire il padrone secondo i suoi interessi”. Powell la prese malissimo. Condoleeza Rice anche peggio. Non ci andava leggero Belafonte, non era un radicale da salotto. Si era sporcato le mani, aveva marciato, organizzato proteste, sborsato una quantità di soldi ovunque nel mondo sin dagli anni 50: con i Freedom Riders dei primi anni 60, nelle mobilitazioni di Birmingham e nella marcia su Washington organizzate dall’amico Luther King, con la Sncc nella Mississippi Freedom Summer del 1964, ma anche contro l’embargo con cui le amministrazioni di Washington cercavano di soffocare Cuba, per la riabilitazione dei Rosenberg, giustiziati negli anni 50 come spie russe, contro l’invasione di Grenada e quella dell’Iraq, a sostegno umanitario di diversi Paesi africani: Sudafrica, Senegal, Rwanda, Kenya.

Vicino al Venezuela di Chavez definì Bush “il più grande tiranno e terrorista del mondo”. Incontrandolo pochi giorni dopo a una premiazione Hillary Clinton, imbarazzatissima, fece finta di non conoscerlo. Era troppo radicale per il perbenismo democratico, anche se l’artista era stato grande sostenitore di Kennedy, che lo aveva nominato “consigliere” dei suoi Peace Corps e di Johnson contro il candidato repubblicano razzista Goldwater, e lo sarebbe stato di nuovo, già molto anziano, a favore di Bernie Sanders. Belafonte, all’anagrafe Harold George Bellanfanti jr., nato ad Harlem da genitori giamaicani nel 1927, con nelle vene anche il sangue scozzese della nonna materna e quello ebreo della nonna paterna, infanzia passata in un villaggio vicino a Kingston con la madre, è stato cantante e attore di gran talento e immenso successo: il primo cantante nella storia a vendere oltre un milione di dischi in un solo anno, premiato con tre Grammy Awards, gli Oscar della musica, ma anche con un Emmy, il premio omologo per la televisione, e un Tony Award per il teatro. Ma l’impegno politico ha condizionato e orientato sempre anche le sue scelte artistiche, imponendogli di rifiutare ruoli che gli avrebbero assicurato ancora più successo, sfuggendo alle regole che definivano il ruolo dei neri lo show-biz di allora.

Dopo il servizio militare, in marina nella guerra mondiale, si era innamorato del teatro: con l’amico e coetaneo Sidney Poitier, altro giovane attore nero con grandi speranze e pochissimi dollari, si divideva la poltrona a teatro: un atto per uno, mettendosi reciprocamente al corrente degli sviluppi della trama al momento del cambio di turno. Cominciò a cantare per pagarsi la scuola di recitazione e la prima volta che salì sul palco di un jazz club newyorchese ad accompagnarlo c’erano leggende del jazz come Charlie Parker, Miles Davis e Max Roach. Cominciò a incidere e ad apparire sullo schermo nel 1953 ma il grande successo arrivò l’anno seguente: vinse il Tony per il miglior musical di Broadway, per il John Murray Anderson’s Almanac, spopolò sugli schermi con Carmen Jones di Otto Preminger, a fianco della grandissima Dorothy Dandridge. Nonostante fosse un musical, trasposizione all black della Carmen di Bizet, né Belafonte né Dandridge cantavano con le loro voci.

Musicalmente Belafonte aveva iniziato come cantante jazz, poi si era avvicinato al folk, allora la musica “di protesta” per eccellenza. Il trionfo arrivò con il calypso, ritmo africano di Trinidad, usato inizialmente dagli schiavi anche per comunicare tra loro sfidando il divieto. Da Trinidad si era diffuso in tutte le Antille, assumendo nelle varie isole forme lievemente diverse: in Giamaica era il Mento, una delle principali origini del Reggae. Negli Usa dischi calypso erano già usciti. Nel 1945 le Andrews Sisters avevano già scalato le classifiche con Rum and Coca Cola, ma l’esplosione fu la versione calypso di un pezzo tradizionale giamaicano, Banana Boat Song, inciso col titolo Day-O da Belafonte nel suo travolgente album Calypso nel ‘56. Ancora oggi la conoscono e la cantano tutti ovunque.

Dopo aver bissato nel ‘57 il successo di Carmen Jones con L’isola nel sole e quello di Calypso con una serie di album in una varietà di stili, Belafonte avrebbe potuto arrivare facilmente ovunque. Fece una scelta politica la cui rilevanza non era ai tempi chiara: quella di sottrarsi a tutti gli stereotipi ai quali dovevano assoggettarsi allora i neri dello show-biz. Non voleva essere “un ballerino intrattenitore” nella musica, rifiutava i ruoli tipici del “professionista nero” che Hollywood continuava a proporgli. Allora erano in pochissimi a farlo: Miles Davis, col suo stile volutamente gelido, qualche anno più tardi Mohammed Alì. Proprio perché trovava il testo troppo stereotipato declinò la proposta di recitare di nuovo con Otto Preminger e Dorothy Dandridge nella versione cinematografica di Porgy and Bess e lasciò la parte all’amico Sidney Poitier. Fondò una sua casa di produzione la HarBel per garantirsi piena libertà, scelta pionieristica, ed esordì con un film che scandagliava il razzismo, Strategia di una rapina, sceneggiato da Abraham Polonsky, una delle principali vittime della caccia alle streghe che proprio per questo non potè firmare la sceneggiatura.

Rifiutò di esibirsi negli stati del Sud dove erano in vigore le Jim Crow Laws, il pilastro dell’apartheid e della discriminazione e finì per decenni nel mirino della Cia. Belafonte ha continuato a cantare e recitare e comparire in show televisivi nazionali per tutta la vita: l’ultima comparsata sullo schermo è stata in BlacKkKlansman di Spike Lee, cinque anni fa. Ha avuto tre mogli, quattro figli e cinque nipoti. Era dotato di grande ironia e scevro da ogni presunzione: «La mia grande fortuna – diceva – fu quella di cantare canzoni semplici che piacevano alla gente. Non avevo una grande voce né una grande personalità ma piacevano quella musica melodica, il mio umorismo, la mia curiosità. Le mie canzoni davano un’opportunità di capire il diverso». E ancora: «Quando sono nato ero ‘colorato’, poi ‘negro’ e poi ‘nero’. Di recente mi hanno promosso al rango di ‘afroamericano’. Ma resto in cerca di libertà». David Romoli

Addio a Harry Belafonte che conquistò il mondo con Banana Boat Song. Gianni Poglio su Panorama il 25 Aprile 2023

Aveva novantasei anni ed era nato a Harlem da genitori giamaicani. Calypso, il suo album cult, è stato il primo a superare il milione di copie vendute negli Stati Uniti E morto a Manhattan Harry Belafonte, musicista, attore da sempre attivo nelle battaglie per i diritti civili. Era nato a New York il primo marzo del 1927. Era stato ribattezzato iil re del calypso per aver reso popolare negli Stati Uniti la musica caraibica negli anni Cinquanta grazie allo straordinario successo del brano Banana Boat Song. La canzone è un canto popolare giamaicano che racconta un momento della vita dei lavoratori del porto, che dopo aver caricato le navi durante la notte non vedono l'ora di tornare a casa. Il brano è contenuto nell'album Calypso inciso nel 1955 alla Webster Hall di New York e pubblicato nel 1956. Il disco rimase in classifica per novantanove settimane consecutive e fu il primo 33 giri della storia a superare il milione di copie vendute. Tra i suoi album migliori c'è Midnight Special del 1962 che vede la partecipazione di Bob Dylan all'armonica. Nel 1985 Belafonte prende parte al progetto USA for Africa ed è uno degli artisti (tra gli altri Bob Dylan, Michael Jackson e Bruce Springsteen) che partecipa alle registrazioni di We are the world prodotta da Quincy Jones. Belafonte si è esibito dal vivo per l'ultima volta nel 2003. ©Riproduzione RiservataSono 42 le aggressioni al personale medico nell'Asl Bari solo nel 2022

Marco Giusti per Dagospia il 26 aprile 2023.   

Da bambino, ascoltando i suoi 45 giri di calypso, mi sembrava che nessuno cantasse come Harry Belafonte. Ascoltavo per ore “Banana Boat” o “Coconut Woman” senza capire una sola parola di inglese a parte banana. Bellissimo, nero, attivista, attore, cantante, Harry Belafonte fu molto di più di un artista nella seconda metà degli anni ’50. Oltre a lottare per i diritti civili dai tempi dei Freedom Riders e di Martin Luther King, ci aprì un mondo, artistico musicale politico, per noi completamente sconosciuto.

Lui stesso si definiva non un artista che era diventato attivista ma esattamente il contrario. Al punto che con tutta la sua popolarità, molte delle sue scelte finirono per penalizzarlo soprattutto a Hollywood. Ma la sua esplosione come cantante e attore negli anni '50 con spettacoli e dischi di calypso fu clamorosa. Il suo disco, “Calypso”, che comprendeva “Banana Boat” e “Jamaica Farewell” nel 1956 rimase in cima alla classifica di Billboard per 31 settimane vendendo un milione di copie.

Senza pensare al successo nel 1954 di un film importante come "Carmen Jones" diretto da Otto Preminger dove non resisteva alla Carmen di Dorothy Dandridge. E nella scena della seduzione ci rendevano conto di quanta carica sessuale ci fosse fra di loro. Era qualcosa di totalmente nuovo non solo per il pubblico nero, che finalmente trovava dei protagonisti in cui identificarsi, ma anche per il pubblico bianco, che nella Hollywood puritana degli anni ’50 vedeva finalmente aprirsi un varco.

Nato come Harold George Bellanfante Jr nel 1927 a Harlem, da una famiglia povera delle West Indies, da padre martinicano cuoco in giro per le navi, e da una madre che nel 1936 prova a riportare la famiglia in Giamaica per qualche anno per poi ritornare definitivamente a Harlem nel 1940, studia recitazione a New York con Marlon Brando e Tony Curtis, lavora nell’American Negro Theatre assieme a Sidney Poitier, ma arriva al successo con spettacoli e dischi legati al calypso e alla cultura musicale delle isole già alla fine degli anni ’40 dove, a differenza, dei giovani cantanti neri del tempo, rifiuta gli arrangiamenti jazz e si rifà alla tradizione folklorica caraibici diventando un balladeer alla Burl Ives.

Per il suo successo immediato viene chiamato “The Cinderella gentleman” sui giornali o, come lo aveva definito Walter Winchell, il Lena Horne uomo. Diventa presto popolarissimo grazie a spettacoli teatrali, a Broadway, recital, apparizioni in tv. E alla fine il cinema, prima col piccolo dramma realistico “Bright Road” accanto a Dorothy Dandridge e poi con il musical kolossal “Carmen Jones” di Otto Preminger ancora accanto a Dorothy Dandridge, dove però venne doppiato da un tenore.

La maggior parte dei suoi fan, scrive oggi “The New York Times”, era bianca. Aggiungerei a bianca, anche colta e sofisticata. Il suo film successivo, “L’isola nel sole” di Robert Rossen, dove avrebbe dovuto avere una storia con Joan Fontaine, venne massacrato al montaggio, al punto che non si capiva bene cosa accadesse tra i due, ma già l’idea di vederli vicini dette così fastidio al pubblico del Sud che Nella South Carolina venne vietato farlo vedere in sala. Da parte sua, Belafonte, che era la prima scelta per “Porgy and Bess”, l’opera di George Gershwin prodotto da Samuel Goldwyn nel 1957 e diretta prima da Rouben Mamoulian poi da Otto Preminger, rifiutò il ruolo di Porgy perché gli sembrava che desse un’immagina stereotipata del nero.

La parte andò al suo amico Sidney Poitier, che fu quasi obbligato a accettarla. Ma questo rifiuto probabilmente costò cara a Belafonte, che vide la sua carriera nel cinema decisamente scomparire. Di fatto gira pochissimi film, rispetto alla sua popolarità. L’apocalittico “La fine del mondo” di Ranald MacDougall nel 1959, il bellissimo noir “Strategia di una rapina” di Robert Wise nello stesso anno per poi rimanere fermo fino al 1970, dove ricomparirà a fianco di Zero Mostel nel curioso “The Angel Levine” di Jan Kadar tratto dal romanzo di Bernard Malamud.

 Lo recupera davvero al cinema il suo amico/rivale Sidney Poitier in piena blaxploitation col curioso western all-black “Non predicare… spara” dove faranno coppia da protagonisti. Poitier, in disaccordo con il regista bianco Joseph Sargent, finirà per dirigerlo lui stesso. Non solo. Seguiterà nella regia richiamando Belafonte per una sorta di imitazione del Padrino di Marlon Brando in “Uptown Saturday Night”, dove troveremo insieme a loro Bill Cosby, Richard Pryor, Calvin Lockhart. Siamo già in un mondo del tutto diverso rispetto a quello di “Carmen Jones”. Ritroveremo Belafonte solo in piccole caratterizzazioni negli anni successivi, “Kansas City” e The Layer” di Robert Altman, “Bobby!” di Emilio Estevez, “BlackKklansman” di Spike Lee.

 Ebbe tre mogli, la prima, Marguerite Byrd sposata nel 1948 che gli dette due figli, la seconda, Julia Robinson, unica ballerina bianca del gruppo di Katherine Dunham, sposata nel 1958 con un matrimonio che fece scalpore sia tra i bianchi che tra i neri. The Amsterdam News scrisse, “Molti neri si domandano perché un uomo che si è avvolto della bandiera di giustizia per la sua razza abbandoni una moglie nera per una moglie bianca”. Da Julia Robinson ebbe altri due figli. E infine ebbe una terza moglie, sposata nel 2008, la fotografa Pamela Frank. "Riguardo alla mia vita, non ho lamentele", ha scritto nella sua autobiografia. "Eppure i problemi affrontati dalla maggior parte degli americani di colore sembrano terribili e radicati come lo erano mezzo secolo fa".

Harry Belafonte è morto. Il re del calypso aveva 96 anni. Il tempo il 25 aprile 2023

Addio a Harry Belafonte, leggenda dei diritti civili e dell’intrattenimento che iniziò come attore e cantante rivoluzionario, diventando poi un attivista. Aveva 96 anni. Belafonte è morto a causa di un’insufficienza cardiaca nella sua casa di New York, con la moglie Pamela al suo fianco, ha riferito il portavoce dell’artista, Ken Sunshine.

Con il suo viso luminoso e la sua voce vellutata, Belafonte è stato uno dei primi artisti di colore a ottenere un ampio seguito nei film e a vendere 1 milione di dischi come cantante. Molti lo conoscono ancora per il suo successo "Banana Boat Song (Day-O)". Ma l’artista forgiò un’eredità più grande una volta ridimensionata la sua carriera di attore negli anni ’60 e seguendo l’esempio del suo modello, il cantante e attivista Paul Robeson, secondo cui gli artisti sono «custodi della verità». Pochi sono riusciti a tenere il passo con il tempo e l’impegno di Belafonte e nessuno ha eguagliato la sua statura come punto d’incontro tra Hollywood, Washington e il movimento per i diritti civili.

Belafonte non solo ha partecipato a marce di protesta e concerti di beneficenza ma ha contribuito a organizzarli e ad aumentare il sostegno nei loro confronti. Ha lavorato a stretto contatto con Martin Luther King Jr., intervenendo spesso a suo nome sia con politici che con altri intrattenitori e aiutandolo finanziariamente. Ha fissato standard elevati per le celebrità di colore più giovani: Belafonte rimproverò Jay Z e Beyoncé per non aver rispettato le loro «responsabilità sociali». Ha fatto poi da mentore a Usher, Common, Danny Glover e molti altri. Nel film di Spike Lee del 2018 "BlacKkKlansman" Belafonte è stato opportunamente scelto nel ruolo di un anziano statista che istruisce i giovani attivisti sul passato del paese.

Belafonte è stato un artista importante sin dagli anni ’50. Ha vinto un Tony Award nel 1954 per il suo ruolo da protagonista nel musical "Almanac" di John Murray Anderson e cinque anni dopo è diventato il primo artista di colore ad aggiudicarsi un Emmy per lo speciale televisivo "Tonight with Harry Belafonte". Nel 1954, ha recitato insieme a Dorothy Dandridge nel musical diretto da Otto Preminger "Carmen Jones": una svolta, perché per la prima volta era interamente composto da attori di colore. Il film del 1957 "L’isola nel sole" è stato bandito in diverse città del sud, dove i proprietari dei cinema sono stati minacciati dal Ku Klux Klan a causa della presenza, nel film, di una storia d’amore tra un personaggio di colore, Belafonte appunto, e uno bianco, Joan Fontaine. Il suo "Calypso" pubblicato nel 1955, è diventato il primo album da un milione di vendite ufficialmente certificato da un artista solista. Il lavoro contribuì a diffondere a livello nazionale i ritmi caraibici. Belafonte fu soprannominato "Re del Calypso".

Batté Elvis e diventò il primo artista a vendere più di un milione di copie. Morto Harry Belafonte, il mito della musica calypso e dei diritti civili aveva 96 anni. Redazione su Il Riformista il 25 Aprile 2023 

Harry Belafonte è morto ieri a 96 anni nella sua New York. Nacque da genitori giamaicani in quello che era allora un ghetto, Harlem, è morto nell’Upper West Side – dopo quasi un secolo di successo mondiale. Nei primi anni Cinquanta batté Elvis quando diventò il primo artista a vendere un milione di copie con Calypso portando in cima alle classifiche i Caraibi e l’Africa. Day-O, The banana boat song, Jamaica farewell, con un singolo dopo l’altro fa ballare il mondo con la sua voce baritonale e inconfondibile.

Hollywood lo mise sotto contratto e lo scrittura per Carmen Jones, L’isola nel sole, La fine del mondo, Strategia di una rapina. Lui apre una sua casa di produzione con l’idea di mettere in cantiere i film che gli interessano, non voleva essere marchiato come Sammy Davis jr.

Belafonte si avvicina a un giovane predicatore e attivista per i diritti civili del Sud, Martin Luther King, e inizia a dire no ai film che non gli interessano, no alle parti da ‘professore nero’, ‘avvocato nero’, ‘poliziotto nero’ che finiscono a un altro protagonista della lotta dei neri per l’uguaglianza, il suo vecchio collega dell’American Negro Theatre di Harlem negli anni Quaranta, Sidney Poitier.

Belafonte si tuffa nell’attivismo, nelle marce contro la segregazione, andando in Alabama a chiamare ‘Bombingham’ la cittadina di Birmingham nella quale gli attentati dinamitardi del Ku Klux Klan erano una consuetudine. Artisti e attori neri, in quegli anni Sessanta complicati, optavano per la linea tracciata da Poitier: agire dall’interno del sistema per piantare il seme del progresso. Non abbastanza per Belafonte che dopo l’assassinio del suo amico fraterno Martin Luther King voleva far seguire al funerale una marcia antirazzista. Poitier disse no per evitare disordini, i due amici non si parlarono per qualche anno.

L’Fbi lo sorvegliò attentamente dal 1954 al 1981. Lui torna al cinema nel 1972 diretto dall’amico Poitier con il quale ha fatto pace, ma è una piccola parentesi prima delle grandi comparsate della vecchiaia, per Robert Altman (I protagonisti, 1994) e Spike Lee (BlacKkKlansman, 2018).

Attacca George W. Bush e la guerra in Iraq, scrive libri e nel 2018, secondo anno dell’era Trump, la biblioteca del Congresso lo onora includendo Calypso tra le grandi opere americane conservate nel suo archivio. E lui festeggia l’ingresso nel pantheon andando in tv a dire che “l’America è corrosa dal razzismo, ha un dna fallato. La lotta contro il razzismo sarà permanente… Ero al fianco di Martin, e di Bobby Kennedy. Faccio parte del loro lascito, finché vivrò”.

Dagospia il 25 Aprile 2023. Dal profilo Facebook di Marco Molendini

Quando stavano registrando We are the world una voce cantò: Day oh. E tutti gli altri 44 artisti, impegnati nella registrazione, risposero: Daylight come and me wan' go home. Harry Belafonte cominciò a ridere. Perfino Bob Dylan, che per tutta la session era rimasto quasi silente, si lasciò andare a un sorriso. 

Al Jarreu continuò a cantare. Lionel Richie si esaltò. Ray Charles cominciò a saltare di gioia. Stevie Wonder improvvisò una frase: “If you drink too much, I’ll have to say/ You’re gonna have to be driven home by me or Ray/ Day-o. Day-ay-ay-ay-o”. (Se bevi troppo, ti dovrò dire/ che sarai riportato a casa da me e da Ray). Belafonte, quasi con timidezza, partecipò a quel formidabile coro, un tributo a un suo antico e indelebile successo. Allora Harry aveva 58 anni.

A marzo scorso ne ha compiuti 96 e oggi se ne è andato, lasciando una scia lunghissima di ricordi, prima fra tutte quella canzone pescata dal repertorio tradizionale giamaicano per la quale Tony Scott, il direttore d’orchestra e clarinettista, inventò quel grido contagioso che introduce Banana boat: Day oh”. Il video di quel break durante la session di We are the world è il più grande omaggio  che si può immaginare alla canzone e a Belafonte.

DAGOREPORT il 24 aprile 2023.

E’ morto il giornalista Corrado Ruggeri, per anni capocronista del “Corriere della Sera” a Roma e che, per un caso di omonimia, era finito nel cosiddetto polverone della P4. Quanto avvenne al povero Ruggeri nel 2011 fu davvero qualcosa di sconcertante, e qualcuno dovrebbe ancora scusarsi. 

Il 23 giugno del 2011 sul “Corriere della Sera”, diretto da De Bortoli e dove Ruggeri era caporedattore, comparve il suo nome inserito fra quelli che componevano la “rete” di Bisignani. La notte precedente, prima che il giornale andasse in stampa, Ruggeri aveva cercato di chiarire che lui non c’entrava nulla.

Scrisse: “E’ falso: non lo conosco, non ci ho mai parlato, non ho nemmeno letto i suoi libri. Escludo che nelle intercettazioni possa essere stato fatto riferimento alla mia persona. Ho provato a spiegarlo la notte scorsa a chi dal giornale mi ha gentilmente avvisato, ma evidentemente non è servito a niente, neppure a dare conto della mia smentita. Questo modo di fare informazione cancella perfino ogni possibilità di replica e di precisazione, contro ogni principio di legge, di deontologia e di civiltà”. 

La direzione di De Bortoli inserì il suo nome tra quelli che comparivano nelle intercettazioni e Ruggeri messo alla gogna anche all’interno del giornale. La verità invocata dal povero Ruggeri emerse mesi dopo: il suo era un caso di omonimia mentre De Bortoli era tra gli intercettati che parlavano con Bisignani.

Lo stesso Bisignani lo raccontò in un suo libro scritto per Chiarelettere. “In una delle informative della Guardia di finanza – disse, scrisse e testimoniò Bisignani - veniva riportata un'annotazione secondo la quale tra i miei contatti c'era Corrado Ruggeri, indicato come giornalista del “Corriere della Sera”, responsabile della cronaca di Roma. 

Quei fogli il più delle volte sono pieni di annotazioni raccogliticce. Io ignoravo chi fosse il giornalista. Infatti, si trattava di un caso di omonimia con un altro Corrado Ruggeri, manager di valore nonché stimato gentiluomo di sua santità, con il quale sono in rapporti amichevoli.

Successe che il giornalista Ruggeri, sospettato di conoscermi, venne quasi messo alla gogna all'interno del giornale, tanto da essere pochi mesi dopo sostituito nel suo importante incarico da Gianna Fregonara (ndr, moglie di Enrico Letta). Due pesi e due misure: un direttore, che mi frequentava assiduamente, miracolato dalla furia giustizialista e un suo giornalista, di cui ignoravo l'esistenza, brutalmente travolto”.

A essere intercettato era stato De Bortoli. “Favorii certamente – scrisse a questo proposito Bisignani - i suoi rapporti con Cesare Geronzi, ma non con D'Alema, visto che i due si detestavano cordialmente. E durante il governo Berlusconi i motivi di contatto sono stati molteplici”. Tre anni dopo i fatto Ruggeri “andò” in prepensionamento. Oggi la scomparsa.

Addio a Corrado Ruggeri, collega del Corriere, scrittore e grande viaggiatore. Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera il 24 Aprile 2023 

 E' scomparso dopo una breve e inesorabile malattia, lascia la moglie Carla, la figlia Eleonora e l'amatissimo nipotino Vittorio. I funerali si terranno mercoledì 26 aprile alle 15.30 presso la Basilica di San Lorenzo in Damaso (piazza della Cancelleria 1) 

Uno dei miei primi ricordi di Corrado è una costola rotta. Ero tornato dall’America, da poco ero capo dell’edizione romana e lui era responsabile del nostro “secondo sfoglio”, cultura e spettacoli. Finita la riunione in via Tomacelli c’era una specie di mezz’oretta di ricreazione prima di ributtarsi a fare il giornale che ci eravamo raccontati, il clima della cronaca si alleggeriva. E Corrado, con quel suo corpaccione da lottatore di sumo, era un maestro di leggerezza. Così un giorno abbiamo preso la rincorsa nel corridoio tra le scrivanie e ci siamo sfidati a… “panzate”. Io pesavo abbastanza, lui parecchio di più: il risultato, traumatico per me, lo ricordo con tenerezza. Perché Corrado Ruggeri era questo, un sorriso al momento giusto. Se un uomo si misura sull’autoironia e sulla capacità di sdrammatizzare e infine di riconnetterci tutti in quella grande comunità precaria e balenga, misteriosa e magica che per noi è stata il giornalismo, beh, lui era monumentale.

Figlio del Corriere da prima di me, aveva cominciato all’Occhio con Costanzo e poi era venuto in questo nostro giornale che a Roma aveva cronisti come Andrea Purgatori e Paolo Conti a fare da chiocce ai ragazzini. Lui era un ragazzone colto, che mascherava la sua cultura sotto uno spesso ragù di bonomia, le buone letture sotto uno sberleffo sapido, era un piatto saporito Corrado. Giocava a fare il “destro”, e lo era, e si accapigliava talvolta amabilmente con il mio vice di allora, Paolo Fallai, che la sua identità di ragazzo di sinistra prendeva invece sempre orgogliosamente sul serio. Si provocavano un po’. E ne nascevano siparietti, scazzi, ma anche idee, frammenti di giornalismo per la nostra cronaca di Roma, a cavallo tra gli anni di Veltroni e quelli di Alemanno. Poi, nei momenti cruciali, quando arrivava la notizia all’ora sbagliata, quando dovevi correre contro le lancette per chiudere le pagine, Corrado sapeva essere freddo e serio come tutti i grandi professionisti, un punto di riferimento nei frangenti di dubbio, rigoroso quando era necessario, perché così ci hanno insegnato in via Solferino e noi quello siamo: corrieristi.

Ed era un papà naturale, gli brillavano gli occhi quando ci parlava di “Ele”, Eleonora, quella sua figlia sportiva che lo riempiva d’orgoglio, della sua Carla e della famiglia che avevano costruito con amore, brandelli della loro quotidianità che si portava appresso, da noi in redazione, come un profumo buono che t’accompagna sempre.

Sognava, Corrado. E aveva fatto dei suoi sogni un secondo mestiere, il viaggiatore-narratore, tra Asia ed Estremo Oriente, che da noi viveva con discrezione ma che gli ha riempito un’intera vita parallela e gli anni passati fuori dal nostro giornale, l’ultimo scorcio, per noi una mancanza. Era allergico alle ipocrisie, alle pose. Così a volte eccedeva in senso opposto, gli scappava lo sproposito (quasi sempre di proposito), faceva drizzare i capelli in testa a qualche vestale del politicamente corretto. Si coccolava la sua brutta fama, ridendoci su. Di sicuro non apprezzava lacrimoni e retorica. E adesso, mi direbbe: Goffre’, dacci un taglio prima che ti scappa la mano. Così la smetto, Corra’. Ricordati di noi.

I funerali si terranno mercoledì 26 aprile alle 15.30 presso la Basilica di San Lorenzo in Damaso (piazza della Cancelleria 1)

Federico Salvatore, addio al "cantattore" di "Azz...". La moglie: è successo tutto in un'ora. Il Tempo il 19 aprile 2023

Lutto nel mondo dello spettacolo: è scomparso Federico Salvatore, cantautore e cabarettista famoso per la canzone "Azz..." e la partecipazione al Festival di Sanremo con "Sulla porta" sul difficile rapporto tra un ragazzo omosessuale e la madre. Nell'ottobre del 2021 aveva avuto un'emorragia cerebrale  che lo aveva segnato profondamente. Ad annunciarlo la moglie Flavia D’Alessio: "Sono stati i mesi più difficili e dolorosi della nostra storia d’amore – ha scritto la donna - mesi in cui ho pregato e sperato che lui tornasse a casa da me e dai ragazzi e che tornasse tra le persone che lo amano e che in questi mesi ha pregato e sperato con me. La cosa più complicata è gestire il dolore".

"Federico è andato via in un’ora. È successo tutto velocemente. In un primo momento avevo pensato a una cerimonia privata ma non sarebbe stato giusto. Federico non avrebbe voluto. Le persone che hanno seguito Federico nella sua carriera artistica non sono semplicemente fans. Sono suoi amici", scrive ancora la moglie. "Tutti gli artisti che hanno collaborato con lui non sono stati solo colleghi. Sono i suoi amici. Mi sembra giusto dare a tutti loro la possibilità di un ultimo saluto a Federico. Cosa che non sono riuscita a fare io. Non sono riuscita a salutarlo".

Salvatore si definiva “cantattore” e nella sua cifra artistica univa cantautori, tradizione napoletana e comicità. Il suo album “Azz…”, nel 1995 aveva venduto 700.000 copie. I funerali saranno celebrati il 20 aprile, alle 12.30, nella Basilica di San Ciro a Portici. 

Federico Salvatore, morto il cantautore e cabarettista napoletano. La moglie Flavia D'Alessio: «Se n'è andato via in un’ora, non sono riuscita a salutarlo». Carmine Aymone su Il Corriere della Sera il 19 aprile 2023

Aveva 64 anni. Nel 2021 fu colpito da un'emorragia cerebrale e non si era più ripreso. Il successo con «Azz..», la censura a Sanremo per un brano sull'omosessualità 

È stata Flavia D’Alessio, la moglie del cantautore e cabarettista napoletano Federico Salvatore, a raccogliere tutte le sue forze per annunciare che il marito non c'è più. Aveva 64 anni.  Nell'ottobre del 2021 aveva avuto un'emorragia cerebrale e da allora non si era più ripreso. «Sono stati i mesi più difficili e dolorosi della nostra storia d’amore – ha scritto Flavia - mesi in cui ho pregato e sperato che lui tornasse a casa da me e dai ragazzi e che tornasse tra le persone che lo amano e che in questi mesi ha pregato e sperato con me. La cosa più complicata è gestire il dolore. Federico è andato via in un’ora. È successo tutto velocemente. In un primo momento avevo pensato a una cerimonia privata ma non sarebbe stato giusto. Federico non avrebbe voluto. Le persone che hanno seguito Federico nella sua carriera artistica non sono semplicemente fans. Sono suoi amici. Tutti gli artisti che hanno collaborato con lui non sono stati solo colleghi. Sono i suoi amici. Mi sembra giusto dare a tutti loro la possibilità di un ultimo saluto a Federico. Cosa che non sono riuscita a fare io. Non sono riuscita a salutarlo». I funerali saranno celebrati domani 20 aprile, alle 12.30, nella Basilica di San Ciro a Portici. 

La carriera e il successo con «Azz..»

Il “cantattore”, così amava definirsi Federico, che strizzava l’occhio a Giorgio Gaber e a Fabrizio De Andrè, immergendo tutto il suo sapere nella tradizione culturale partenopea, sospeso tra Basile, Di Giacomo, gli Squallor e Pino Daniele, non c’è più. Federico Salvatore è stato artista vero, colto e popolare, prerogativa di pochi. Ogni parola, ogni strofa che ha scritto e cantato era “pensata”, figlia di un sentimento popolare ma anche di tanta cultura. Il suo album “AZZ…”, nel 1995, con 700.000 copie vendute, collezionò due Dischi di Platino. Da allora brani tormentoni di successo e piccoli capolavori come “Napolitudine” e “Sulla porta”. E proprio quest'ultimo brano che parlava di omosessualità fu censurato a Sanremo. Federico Salvatore è stato un cantastorie dei nostri giorni che si muoveva funambolico, tra denunce sociali e momenti di poesia, affidate all’orecchio dell’ascoltatore come un montaggio cinematografico.

Da repubblica.it il 19 aprile 2023.

E' morto il comico napoletano Federico Salvatore. Aveva 63 anni. Nel 2021 era stato colpito da una emorragia cerebrale e aveva affrontato un percorso di riabilitazione. Chansonnier e cabarettista, era noto per i suoi testi comico-satirici ambientati soprattutto nel mondo napoletano. Come i brani umoristici della serie Incidenti: "Incidente in Banca", "Incidente al Vomero", "Incidente in Paradiso", "Incidente telefonico", nei quali proponeva episopdi grotteschi e battibecchi in cui contrapponeva il personaggio snob e arrogante di federico a quello popolano e rozzo di Salvatore.

 Da napolitoday.it il 19 aprile 2023.

Sono passati 20 anni dai primi successi musicali di album come - Azz... e Il mago di Azz che hanno venduto più di 500.000 copie e fatto ottenere due dischi di platino nel 1995. 

Che ricordo ha di quel periodo e come è nata l'idea di creare i due personaggi, Federico e Salvatore, che ancora oggi sono emblematici delle due facce di Napoli?

Più che ricordare quel periodo, non ho mai archiviato le emozioni di alcuni momenti particolari: la prima volta da Costanzo, l’incontro con Pino Daniele, il palco di Sanremo, l’indimenticabile chiacchierata con Giorgio Gaber, gli apprezzamenti di Roberto Benigni, i consigli di Gigi Proietti, la sigaretta con Nino Manfredi, le terme con Umberto Eco, un pomeriggio con Alberto Sordi. Riguardo i due personaggi, non ho fatto altro che portare sul palco il Federico che ha condiviso il liceo con i figli di papà del Collegio Bianchi e il Salvatore che ha condiviso il marciapiede con i figli di mammà del quartiere Stella. 

(…) Nel 2002 l'uscita dell'album "L'osceno del villaggio" segna una svolta nella sua carriera con un crescente impegno autorale culminato nella lucidissima "Se io fossi San Gennaro", della quale ha fatto diverse versioni.

Oggi a chi dedicherebbe i versi cardine del brano e sbaglio se vedo dei rimandi al Gaber di Io Se fossi Dio? Finchè vivremo nell’attesa che possa succedere qualcosa e nulla facciamo perché possa accadere, Se io fossi San Gennaro è un evergreen, è uno sprone per la nuova generazione dell’iPod che non ha memoria storica di quanti figli illustri ha partorito Napoli. Avevo 21 anni quando acquistai il ½ LP di Gaber “Io se fossi Dio”, con quella sola traccia di 14 minuti sul lato A e niente sul lato B. I 14 minuti più coraggiosi del cantautorato italiano. Quando il successo mi ha poi permesso di incontrarlo, la sua lusinghiera considerazione mi ha spinto ad emularlo: lui Dio? io San Gennaro!

Pino Daniele come prese le strofe a lui rivolte nella canzone "Se io fossi San Gennaro?

Credo le abbia ascoltate con il proposito e il bisogno di ritornare a cantare quelle canzoni che cito nel mio testo. Le canzoni di Terra mia, di Nero a metà, della rabbia e dei mali di Napoli, che tanto hanno influenzato la mia crescita artistica, portandomi da Azz a Napocalisse.

Morto Renato Caimi, l'inventore della «schiscetta», simbolo della rinascita industriale italiana: aveva 97 anni. Giampiero Rossi su Il Corriere della Sera il 17 Aprile 2023 

Il portavivande in alluminio per le pause pranzo fu brevettato nel 1952 nell'azienda «Caimi Brevetti» di Nova Milanese. L'idea nacque da un pentolino rovesciato su un tram

È morto lunedì Renato Caimi, 97 anni, fondatore assieme al fratello Mario della Caimi Brevetti, azienda di Nova Milanese, entrato nella storia industriale e del design come l’inventore della schiscetta, uno dei simboli della rinascita industriale dell’Italia post-bellica. 

Il brevetto risale al 1952, ma l’intuizione dell’imprenditore brianzolo risale al 1949. Caimi stesso ha raccontato che un giorno, sul tram da Nova Milanese per Milano, la sua attenzione fu catturata dalla disperazione di un operaio che aveva perso l’equilibrio per una frenata, rovesciando la minestra che trasportava in un pentolino addosso a un altro passeggero. 

Da quell’incidente nacque l’idea: un contenitore in alluminio con chiusura ermetica per trasportare in modo sicuro i pasti dei pendolari. Il nome schischetta viene dal dialetto milanese: «schiscià», cioè «schiacciare» con il coperchio. Fu un successo immenso. Il nuovo contenitore diventò una presenza fissa durante la pausa pranzo nelle fabbriche del boom economico: con il cibo al sicuro, schiacciato nel suo contenitore.  

Poi sono arrivate le declinazioni in nuovi materiali, il design e le imitazioni. E la schiscetta di Renato Caimi è diventata anche un simbolo dell’industria lombarda, ricevuta addirittura al Quirinale dal presidente Mattarella. La Caimi Brevetti è presente nei musei di design internazionali, ha ricevuto decine di riconoscimenti e premi in tutto il mondo, tra i quali due Compassi d’Oro, tre German Design Awards e il DesignEuropa Awards, assegnato dall’Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale. 

(ANSA il 18 aprile 2023) - E' morta stamani nella clinica San Camillo di Forte dei Marmi (Lucca), Anna Marcacci Brosio, madre del giornalista e personaggio tv Paolo: il 7 aprile scorso aveva compiuto 102 anni. Nata a Marina di Pisa da tempo la donna viveva in Versilia, a Vittoria Apuana con il figlio Paolo. 

Recentemente aveva avuto problemi di salute per i quali era stato necessario il ricovero all'ospedale Versilia venendo poi trasferita al San Camillo. Anna Marcacci Brosio aveva acquisito notorietà partecipando, al fianco del figlio, al programma 'Quelli che il calcio' su Rai2 e registrando con lui spot pubblicitari.

L'addio di Paolo Brosio alla mamma Anna: «L’ho vista morire al telefono, in video chiamata». Simone Dinelli su Il Corriere della Sera il 19 Aprile 2023

Il racconto del giornalista Paolo Brosio al «Tirreno» sulla morte della madre: «Ero a Brescia per alcuni impegni non rinviabili, legati alla costruzione di un pronto soccorso a Medjugorje. Ho fatto in tempo a fare una videochiamata, a parlarle, a guardarla ancora una volta» 

«L’ho vista morire davanti ai miei occhi, al telefono, in video chiamata». È la toccante testimonianza del giornalista e personaggio televisivo Paolo Brosio, nel raccontare al quotidiano Il Tirreno gli ultimi istanti di vita della madre Anna Marcacci, deceduta nella giornata di martedì all’interno della clinica San Camillo di Forte dei Marmi. 

La donna aveva raggiunto lo scorso 7 aprile lo straordinario traguardo dei 102 anni di vita. 

«Non mi sono mai staccato da lei in questo ultimo periodo – ha detto Brosio –, se non nella giornata di martedì per raggiungere Brescia per alcuni impegni non rinviabili, legati alla costruzione di un pronto soccorso a Medjugorje. Mi hanno chiamato per dirmi che era peggiorata, che stava molto male. Ho fatto in tempo a fare una videochiamata, a parlarle, a guardarla ancora una volta. Pochi istanti, gli ultimi: poi è morta. È un vuoto incolmabile quello che sto provando. È stata mamma, nonna, amica, maestra di vita. Mi ha lasciato un’eredità spirituale straordinaria, perché mi ha insegnato la preghiera e la carità. Attraverso la fede, mi ha salvato la mia stessa esistenza». 

Tante le testimonianze di vicinanza e cordoglio, a partire da quelle del sindaco di Forte dei Marmi Bruno Murzi e del presidente della Fondazione La Versiliana di Marina di Pietrasanta Alfredo Benedetti. 

I funerali di Anna Brosio si svolgeranno venerdì alle 15 nella chiesa di Vittoria Apuana, frazione di Forte dei Marmi. 

"Lo stringeva al petto prima di morire". Le lacrime di Paolo Brosio per la madre. Su Instagram Paolo Brosio ha raccontato gli ultimi istanti di vita della madre, commuovendosi: "Provo un dolore che mi trafigge il cuore". Novella Toloni il 20 Aprile 2023 su Il Giornale.

Non si placa il dolore di Paolo Brosio per la scomparsa della madre Anna. La donna è deceduta nella notte tra il 17 e il 18 aprile all'età di 102 anni nella clinica San Camillo di Forte dei Marmi, dove era ricoverata da giorni in seguito a un malore. L'annuncio della morte era arrivato in diretta a Mattino Cinque per bocca di Federica Panicucci e poco dopo il giornalista e conduttore televisivo aveva affidato ai social un breve messaggio.

A due giorni di distanza dal grave lutto che lo ha colpito, Paolo Brosio è tornato sui social network per ringraziare i media e la stampa, oltre agli amici e ai fan, per l'affetto a lui dimostrato per la scomparsa della madre: "Mamma è volata in cielo e qui in terra c'è un gran baccano", ha esordito il giornalista nelle storie del suo profilo Instagram, proseguendo con la voce rotta dalla commozione: "Grazie di cuore. I vostri messaggi e le vostre condoglianze sono come balsamo sul mio cuore trafitto e spaccato a metà".

Gli ultimi istanti di vita della madre

Nel descrivere il suo profondo dolore per la scomparsa della donna, che è stata una figura chiave nella sua vita, Brosio ha raccontato degli ultimi istanti di vita della signora Anna, come a volersi liberare di un peso troppo grande da sostenere da solo. Se al Tirreno, pochi giorni fa, il popolare conduttore aveva confessato di avere visto la madre morire in diretta in videochiamata, su Instagram Brosio ha fatto un'altra toccante rivelazione, mostrando il cucciolo di pezza, che la famiglia le aveva regalato poco tempo fa: "Glielo abbia regalato quando è morto Bobo e lei se lo teneva stretto stretto al petto in ospedale poco prima di morire. Questa era la mia mamma, la mamma un po' di tutti".

Poi con le lacrime agli occhi e la voce rotta dalla tristezza della perdita ha ringraziato nuovamente tutti per la vicinanza e ha scritto un lungo messaggio di saluto a suo madre, che pochi giorni fa aveva festeggiato il suo 102esimo compleanno. "È un dolore infinito. È stata una madre unica, straordinaria, grande e piccola allo stesso tempo, che mi ha lasciato un'eredità spirituale e umana enorme", ha concluso Paolo Brosio, pubblicando alcune foto della signora Anna in alcuni momenti felici degli ultimi anni.

Paolo Brosio ricorda la mamma Anna: «Diceva che in tv sembravo un pazzo. Poi la invitò Fazio e piacque a tutti». Elvira Serra su Il Corriere della Sera il 26 Aprile 2023

Il giornalista dopo la scomparsa di sua madre Anna Marcacci Brosio: «Da piccolo mi cazziava sempre, ero la pecora nera». Il progetto: «Grazie a mamma costruirò un ospedale a Medjugorje. Mi ha insegnato il perdono, ma non a vestirmi bene come lei»

Anna Marcacci Brosio è mancata il 18 aprile alle 7.40 al terzo piano della casa di cura San Camillo di Forte dei Marmi. Pochi giorni prima aveva compiuto 102 anni. Suo figlio Paolo ha visto in diretta i suoi ultimi minuti, grazie alla videochiamata del medico di guardia, la dottoressa Roberta Bruschi che, con la caposala Amelia, lo aveva avvertito non appena si era aggravata in modo irreparabile. Il giornalista era stato con la madre fino al giorno prima. Da tutta Italia sono arrivati tantissimi attestati di affetto: la signora era diventata una beniamina della tv alla fine degli anni ‘90 grazie a Quelli che il calcio».

Si aspettava quest’ondata di amore?

«No e sono davvero grato, ho ancora 500 messaggi sul telefonino che non sono riuscito ancora a leggere. Alla camera ardente sono venuti il ct Marcello Lippi, il conduttore Carlo Conti, l’ex calciatore Nicola Zanone. Andrea Bocelli e sua moglie mi hanno scritto una lettera bellissima. I giornali locali hanno dedicato le locandine alla mia mamma».

È riuscito a salutarla?

«Sì, il 17 pomeriggio dovevo andare a Brescia per lavoro e sono passato da lei a darle il solito bacio. Dormiva. Me ne sono andato, ma davanti all’ascensore ho sentito qualcosa che mi richiamava indietro. Allora sono tornato, mi sono inginocchiato accanto al suo letto, ho recitato un Pater, un Gloria e un’Ave Maria e sono scoppiato a piangere. Le ho detto: “Mamma, ci rivediamo in cielo”».

Se le chiedo un ricordo, cosa le viene in mente ora?

«Quando da bambino, nel Monferrato dove sono nato, mi portava a sgambare tra i boschi e a posare la manina sulla casa di Giovanni Bosco e della mamma Margherita».

Che mamma è stata?

«Mi cazziava sempre. Del resto ero la pecora nera. Per andare a scuola mi faceva mettere i pantaloni di vigogna, maglione blu e camicia bianca: non sa quanto mi prudevano, io sognavo i jeans come i miei compagni. Poi passammo al velluto».

Sua madre era sempre elegantissima.

«E infatti mi rimproverava di non esserlo. Diceva che dovevo indossare la cravatta, essere più elegante, spazzolare le scarpe, che in tv sembravo un pazzo, ma che vergogna!, mio padre era sempre inappuntabile».

Anna Marcacci Brosio conquistò il piccolo schermo.

«Sì, grazie a Fabio Fazio, che mi voleva a Quelli che il calcio e all’inizio, non potendo avere me, invitò mia madre. Divenne presto una “Mamma d’arte”».

Si pettinava da sola.

«Sapeva fare tutto, la mia mamma. Il successo fu immediato, e venne rafforzato poi grazie a Maurizio Costanzo».

Nel 1996 entrò nell’«Enciclopedia della televisione» di Aldo Grasso come «deliziosa tifosa milanista».

«Lui adorava mia mamma e bacchettava me, spero che adesso abbia più misericordia. Mi ha bacchettato perfino sulla Madonna».

Portò sua mamma da Papa Francesco.

«Il 9 aprile del 2015, due giorni dopo lo scherzo diabolico delle Iene e la finta telefonata del pontefice... Volli farle una sorpresa e le dissi che l’avrei portata a visitare i Musei Vaticani. Poi, dopo un labirinto di passaggi, arrivammo al Palazzo Apostolico e in fondo al corridoio spuntò la sagoma di un sacerdote vestito di bianco che ci salutava con la mano destra, facendo segno di raggiungerlo».

Il Papa vero...

«Tenga conto che la mia mamma camminava con il deambulatore, aveva già 95 anni e lamentava dolori fortissimi a schiena, gambe e ginocchia. E invece fece uno scatto da centometrista e spinse il deambulatore a una velocità incredibile finché raggiunse il Papa, lo baciò tutto e lo strinse forte: disse che era il giorno più bello della sua vita».

Ha scritto tanti libri. Il prossimo sarà per lei?

«Sto già prendendo appunti. Parlerò della sua eredità morale, del decalogo che mi ha lasciato negli ultimi giorni. Sono sicuro che mi aiuterà a realizzare la costruzione di un Pronto Soccorso a Citluk, vicinissimo a Medjugorje. Ho ricevuto la Pec che mi annunciava l’avvio dei lavori tre giorni prima che morisse».

Cosa dice il decalogo etico?

«Per esempio, mamma mi ha detto di fare pace con tutti coloro che mi hanno voltato le spalle. Per questo ho deciso di ritirare due querele per diffamazione, una contro un personaggio famoso dalla quale avrei potuto ricavare una cifra importante, che avevo già deciso di devolvere all’ospedale. Ma perdono tutti».

(ANSA-AFP il 17 aprile 2023) - Dopo una lunga malattia è morto il pianista jazz statunitense Ahmad Jamal, compositore e leader di band la cui carriera ha attraversato più di sette decenni. Aveva 92 anni. 

La morte è stata confermata dalla moglie, Laura Hess-Hey, secondo quanto riferisce il Washington Post. Jamal era amico di grandi della musica come Miles Davis. Nato come Frederick Russell Jones a Pittsburgh, si è convertito all'Islam nel 1950.

Ha vinto una miriade di premi nel corso della sua carriera, tra cui il prestigioso Ordre des Arts and des Lettres francese nel 2007 e un Grammy Lifetime Achievement Award nel 2017. La svolta per Jamal fu un album del 1958 intitolato "Ahmad Jamal at the Pershing: But Not for Me" che rimase nelle classifiche della rivista Billboard per più di 100 settimane.

Dadospia il 17 aprile 2023.Dal profilo Facebook di Marco Molendini 

Ahamd Jamal raccontava una storia che spiega l'arte di improvvisare nel jazz. La storia è questa: "Una volta Ben Webster stava suonando una ballad in modo assolutamente ispirato. Poi, a un certo punto, si ferma di botto. Perché ti sei fermato, Ben? La risposta: Ho dimenticato il testo».

Suonare come cantare. Jamal, conosciuto per il suo stile pianistico estremamente percussivo, adorava le ballads e imparava a memoria tutti i testi dei pezzi che ha suonato. Vecchia scuola, certo. Ma era la scuola che metteva in mostra ogni volta che saliva sul palco. Lo abbiamo visto decine di volte in azione, era uno dei beniamini di Umbria jazz: la sua musica era sempre formalmente rigorosa, scarna, ineccepibile, nervosa, piena di cambi ritmici, fatta di riff, di frasi brevi, di accordi densi, i celebri block chords, esaltata da un suono spettacolare, nitido, cristallino, piena di silenzi eloquenti.

Con il classico Poinciana, il suo cavallo di battaglia, a esaltare le sue galoppate. A volte poteva essere ripetitivo, come se fosse imprigionato nel suo schema musicale, ma il segno dell'originalità è sempre stato un innegabile condimento. 

Se ne è andato a 92 anni, per un cancro alla prostata, Ahamd Jamal, nato Frederick Russell Jones e diventato mussulmano all'inizio degli anni 50, quando l'islamismo era il rifugio di molti afroamericani, segno di rifiuto verso una società che negava loro i più elementari diritti civili. 

Ha attraversato anni travolgenti nella storia del jazz affermando una personalità solida che ha affascinato maestri come Miles Davis, un suo tifoso che portava i suoi musicisti a vedere i concerti di Jamal (e in uno dei suoi dischi capolavoro con Gil Evans, Miles Ahead, ha inciso un pezzo di Ahmad, New Rhumba). Fra i solisti che hanno guardato al suo pianismo ci sono McCoy Tyner, Herbie Hancock, Keith Jarrett. 

Nel sua carriera ha avuto successi, riconoscimenti compresi un Grammy alla carriera e l'inserimento nell'Ordine delle Arti e delle Lettere della Francia. Ha svolto un gran ruolo come educatore e il mondo dell'hip hop ha campionato le sue frasi più volte (per esempio De La Soul in Stakes Is High dove viene campionata la frase di Swahililand).

È morto Mark Sheehan, chitarrista e fondatore degli Script: aveva 46 anni. Matteo Cruccu su Il Corriere della Sera il 15 Aprile 2023

È deceduto all’ospedale per una malattia ancora ignota

A un certo punto erano diventati la band più famosa del loro Paese, naturalmente dopo gli U2: parliamo degli irlandesi Script che piangono oggi la scomparsa del loro chitarrista, Mark Sheehan, cofondatore del power trio insieme al cantante Danny O’Donoghue e al chitarrista Glen Power

Malattia ignota

Sheehan aveva solo 46 anni ed è deceduto in ospedale dopo una breve malattia, di cui ancora però non si conoscono i dettagli. Anche perché il chitarrista era molto riservato sul suo privato, sposato con tre figli, ma poco altro si sapeva del suo quotidiano, anche perché non aveva alcun profilo social, cosa incredibile al giorno d’oggi.Parlava però con la chitarra Sheehan: con i due sodali, scalò le classifiche di Irlanda e Gran Bretagna, come appunto solo Bono e soci erano riusciti a fare, centrando il primo posto con il primo album eponimo nel 2o08 e il loro pop delicato e intenso. Altri successi anche nella decade successiva, ma Sheehan aveva già preso una pausa l’anno passato, perché «desideroso di dedicarsi alla famiglia». Era tornato però . E quest’estate la band avrebbe dovuto accompagnare Pink nella sua tournèe estiva. Chissà come farà ora: gli Script si conoscevano da bambini, specie lui e O’Donoghue ed erano legatissimi

Morto lo scrittore israeliano Meir Shalev, l’etica ruvida del pioniere. DAVIDE FRATTINI, nostro corrispondente a Gerusalemme su Il Corriere della Sera l’11 Aprile 2023.

L’autore tradotto in 26 lingue con libri come «Fontanella», «Il ragazzo e la colomba», «La montagna blu» aveva 74 anni. È morto dopo una lunga malattia

Meir Shalev (1948-2023); La passione per i lunghi viaggi sulle mulattiere con la moto (come molti israeliani), il giubbotto di pelle e mai la cravatta (come quasi tutti gli israeliani), l’inglese parlato con l’accento un po’ aspro del sabra, il fico d’India in ebraico, simbolo e soprannome dei pionieri venuti su tra le ruvidità di questa terra mediorientale. Meir Shalev, scomparso martedì 11 aprile all’età di 74 anni, era nato pochi mesi dopo lo Stato israeliano — nel 1948 —, ne aveva combattuto una delle guerre più importanti (quella dei Sei giorni), era popolare quanto una rockstar (anche grazie alla rubrica settimanale su «Yedioth Ahronoth», il quotidiano più venduto), chiacchierava più volentieri di etica che di politica e fuori dal Paese — nonostante il successo e i libri tradotti in 26 lingue come Fontanella, Il ragazzo e la colomba, La montagna blu — quasi non gli perdonavano la militanza meno accesa di altri romanzieri come Amos Oz, Abraham B. Yehoshua, David Grossman. Lui — che leggeva e rileggeva la Bibbia — non voleva «essere un profeta», forse proprio perché aveva conosciuto troppo bene gli interpreti delle parole e a volte del furore divino.

Di Grossman era amico — vicini per generazione — e insieme avevano passato le settimane del conflitto tra il luglio e l’agosto del 2006, da un rifugio antimissile all’altro per leggere i loro racconti ai più piccoli e discutere della guerra con i più grandi. David gli aveva detto che il figlio si era portato dietro il nuovo libro di Shalev per le ore di attesa sulle montagne al confine tra Israele e Libano. Sdraiato sul carro armato ad aspettare l’ordine di avanzare. L’ordine di avanzare per Uri era arrivato proprio quando il cessate il fuoco stava per essere messo in atto ed era stato ucciso dai miliziani di Hezbollah in quell’ultima offensiva.

La violenza, la crudeltà. Il titolo originale di Due vendette è in ebraico Due orse: riprende l’episodio in cui il profeta Eliseo maledice i ragazzini che l’hanno preso in giro per la calvizie e 42 di loro vengono sbranati dai due animali. «Non credo che la letteratura — aveva commentato — debba educare i lettori alla moralità. Deve forzarli a fronteggiare situazioni morali come uno specchio che non si possa evitare di guardare».

Dopo il divorzio dalla prima moglie, era rimasto a vivere nella valle di Jezreel, verso il lago di Tiberiade: lo sguardo dalla collina rivolto sulla piana di Megiddo, elencava — lui pacifista muscolare — gli eserciti che ci avevano combattuto. Era tornato a essere un pioniere come la nonna di origine russa ricordata nelle memorie, più ironiche che autobiografiche, pubblicate nel 2009: a differenza di lei, ossessionata dalla polvere e dallo sporco, si era immerso nella natura e nel terriccio. Al posto dell’aratro manovrato dai primi immigrati, la zappa, il rastrello e la carriola di cui fa un elogio in Il mio giardino selvatico: «Tutti, non solo giardinieri, contadini e muratori, dovrebbero avere in casa una carriola. Con delle piccole modifiche la si potrebbe usare per riportare le pile di libri dal comodino sugli scaffali, il partner che si è addormentato davanti alla televisione in camera da letto, alzando semplicemente i manici per riversarlo/a sul materasso».

Ogni anno produceva 10 litri di limoncello — amava l’Italia — e gli piaceva berlo con i vicini: «Quanto al coltellino, preferisco quello svizzero perché ha anche un apribottiglie — i suoi inventori, in sostanza, ammettevano che l’uomo non è nato solo per faticare».

(ANSA il 10 aprile 2023) - E' morto all'età di 70 anni Lasse Wellander, storico chitarrista degli Abba. E' lo stesso gruppo svedese ad annunciarlo con un post sui social. "E' con incredibile tristezza - si legge - che dobbiamo annunciare che il nostro amato Lasse si è addormentato per sempre.

 Lasse è stato colpito di recente da un cancro diffuso e nel giorno di Venerdì Santo è morto tranquillamente, circondato dalle persone più vicine".

 Sei stato un fulcro nelle nostre vite, ed è inimmaginabile che ora dobbiamo vivere senza di te. Ti amiamo e ci manchi tanto", scrivono ancora i componenti della band.

È morto Lasse Wellander, suonava la chitarra per gli Abba. Storia di Redazione Online su Il Corriere della Sera il 10 aprile 2023.

È morto all’età di 70 anni Lasse Wellander, storico chitarrista degli Abba. È stato lo stesso quartetto svedese ad annunciarlo su Facebook: «È con indescrivibile tristezza che dobbiamo annunciare che il nostro amato Lasse si è addormentato per sempre. Lasse si è recentemente ammalato di quello che si è rivelato essere un cancro diffuso e all’inizio del Venerdì Santo è morto tranquillamente, circondato da coloro che gli erano più vicini». E ancora: «Sei stato un grande musicista e umile come pochi, ma soprattutto sei stato uno splendido marito, padre, fratello, zio e nonno. Gentile, sicuro, premuroso e amorevole... e molto altro ancora, che non può essere descritto a parole. Un fulcro nelle nostre vite, ed è inimmaginabile che ora dobbiamo vivere senza di te. Ti amiamo e ci manchi tanto».

La carriera

Video correlato: Addio al chitarrista degli Abba (Mediaset)

Lasse ha accompagnato gli Abba tra gli anni 70 e 80 e ha registrato con loro le prime hit come «Intermezzo no 1» «Crazy World ». Ha anche partecipato al recente album/reunion «Voyage» (2021) con cui il celebre gruppo pop formato da Björn Ulvaeus, Benny Andersson, Agnetha Fältskog e Anni-Frid Lyngstad è tornato sulle scene. Nato il 18 giugno 1952 a Nora, suonava da quando era piccolo e dall’età di 16 anni aveva iniziato a lavorare come chitarrista e produttore a livello professionale, collaborando con vari gruppi sia in studio sia dal vivo.

Con gli Abba aveva partecipato a gran parte delle registrazioni dei dischi così come ai loro tour degli anni 70, continuando poi a lavorare con Ulvaeus e Andresson anche dopo lo scioglimento del quartetto e per le colonne sonore dei due film «Mamma mia!».

Estratto dell'articolo di rainews.it il 4 aprile 2023.

Seymour Stein, co-fondatore della Sire Records, che ha lanciato la carriera di artisti del calibro di Madonna, Ramones,  Talking Heads e Ice-T, è morto a Los Angeles all'età di 80 anni. Era malato da tempo.

 Profondo conoscitore della musica, Stein è stato un grande ‘talent scout’ e ha lasciato il segno intorno alla metà degli anni Settanta scritturando band come Talking Heads, Ramones e Pretenders. È anche grazie a lui che il termine New Wave è diventato popolare in tutto il mondo.

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 Nato nel 1942 a New York, a soli 16 anni lavorava già per "Billboard Magazine". Assistente di Tommy Noonan, Stein partecipava alle riunioni per decidere quali nuovi dischi recensire e aiutava a compilare la Hot 100, allora appena lanciata.

Nel 1961 Stein ottenne il suo primo lavoro in una casa discografica alla King Records di Cincinnati, l'etichetta di James Brown, e a venticinque anni aveva già fondato con Richard Gottehrer, la Sire Productions, che presto sarebbe diventata Sire Records, etichetta d'avanguardia con una missione: introdurre nel mercato americano della seconda metà degli anni Sessanta band britanniche, underground e progressive, meno conosciute.

Ma il suo nome è legato in maniera indissolubile al successo della New Wave tra gli anni Settanta e Ottanta. Stein ha raccontato a "Billboard" che il primo artista che ha scritturato è stato Steven Tallarico, diventato poi Steve Tyler degli Aerosmith, che all'epoca faceva parte di un gruppo chiamato Chain Reaction.

 Il grande colpo commerciale della sua carriera Stein lo fece all'inizio degli anni '80 quando, dopo aver ascoltato la cassetta demo di una cantante-ballerina poco conosciuta nella scena dei club del centro di New York, Madonna, decise di scritturarla.

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 Tra gli artisti che negli anni sono entrati a far parte del ‘roster’ della Sire ci sono gli Smiths, i Depeche Mode, i Replacements, gli Echo and the Bunnymen e Ice-T e k.d. lang negli anni Novanta.

 Anche Brian Wilson e Lou Reed hanno pubblicato con l'etichetta di Stein. L'ex Velvet Underground, che firmò per la Sire alla fine degli anni Ottanta dopo aver chiuso con la RCA, ha pubblicato per l'etichetta di Stein alcuni dei suoi lavori più belli dell'ultima fase della sua carriera da “New York” a “Ecstasy” passando per il tributo a Andy Warhol con John Cale, “Songs for Drella”.

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Marco Giusti per Dagospia il 3 aprile 2023.

Se ne va anche il battagliero Nico Cirasola, 71 anni, produttore, regista, sceneggiatore, ma anche esercente e editore, ma soprattutto decano dei cineasti indipendenti italiani e pugliesi in particolare. Non si è mai fermato di fronte a nessun ostacolo, né creativo né ministeriale per portare avanti un progetto. Il suo corpo a corpo con le istituzioni per fare il suo cinema è leggendario. Magari non faceva film perfetti e da grande sale, ma riusciva sempre a stupirci con mille idee produttive e con la grande simpatia. Era molto amato. "Tutti i registi pugliesi gli devono qualcosa", ho letto.

Nato a Gravina di Puglia nel 1951, si era spostato a Bari per frequentare l’Università, dando vita a una grande attività culturale al Centro Santa Teresa dei Maschi nel cuore di Bari. Non ha mai voluto trasferirsi a Roma , dove forse avrebbe trovato più fortuna, e lasciare la Puglia. E in Puglia si è mosso da cineasta indipendente. Il suo primo film, “Odore di pioggia” con Totò Onnis, Agnes Vissgard, Renzo Arbore, Nico Salatino, é del 1989, seguito dalla regia di un film collettivo a episodi, “Corsica”, nel 1991.

Il suo titolo più surreale e più curioso, “Da do da” “Da do da”, cioè “da qui a là”, con Totò Onnis, Gilla Novak e Donato Castellaneta, aprì nella Venezia del 1994 il “Salon des Refusés”, i film rifiutati dalla Mostra del Cinema. Ero in prima fila. Non ci capii assolutamente nulla. Parla già di immigrati illegali con “Albania Blues”, 2000, scritto assieme a Agostino Ferrente con Valentina Chico, suo figlio Luca e lui stesso nel ruolo di un antennista.

 Col più tardo “Bell’epoker”, interpretato da Dino Abbrescia, Totò Onnis, Laura Marinelli, Nino Frassica, gira nel 2003 una specie di storia del Teatro Petruzzelli di Bari. Nel 2009 con “Focaccia Blues” che vede tra gli interpreti Dante Marmone, Renzo Arbore, Lino Banfi, Michele Placido, Nichi Vendola, fa un omaggio alla focaccia di Altamura. Più complessa l’operazione di dar vita al mito di Valentino con “Rudy Valentino”, finito nel 2009 e interpretato da Claudia Cardinale, Celeste Casciaro, Alessandro Haber, Nicola Nocella, Lucio Montanaro.

 Ha fatto anche l’attore in film di amici. “L’estate di Bobby Charlton” di Massimo Guglielmi, “Un altro giorno ancora” di Tonino Zangardi, “Sangue vivo” di Edoardo Winspeare, “Francesca e. Nunziata” di Lina Wertmuller, “Se sei così ti dico sì” di Eugenio Cappuccio. La sua ultima apparizione al cinema è come attore in “Il maledetto” di Giulio Base, versione pugliese addirittura del “Macbeth” di Shakespeare.

 Leggo che ha pure messo in scena il cortometraggio "Dear Silvestro", omaggio a Silvestro Stallone, nonno del celebre attore Sylvester, barbiere di Gioia del Colle che nel 1932 partì per l’America in cerca di fortuna. Negli ultimi anni, sembrava aver superato la grave malattia che lo aveva colpito qualche tempo fa. E’ morto improvvisamente mentre stava a Roma con la moglie.

Cinema in lutto: scomparso il regista Nico Cirasola, oggi i funerali a Roma, dopo Pasqua un momento di saluto in Puglia. Nato a Gravina, ha debuttato accanto a Renzo Arbore in Odore di Pioggia (1989). Ultimo saluto all'ABC di Bari dopo la cremazione. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 3 Aprile 2023

Giorno di lutto per il cinema nazionale, specialmente pugliese: all'età di 72 anni non ancora compiuti è morto a Roma il regista Nico Cirasola, nato a Gravina in Puglia. Oggi 4 aprile alle 16.15 nella chiesa di S. Elena al Pigneto a Roma (ingresso da Via Avellino, 4) il saluto con gli amici romani. Dopo Pasqua previsto un saluto nella sua Puglia.

Si interessa da giovanissimo al mondo del cinema e nel 1982 cura il libro "Da Angelo Musco a Massimo Troisi. Il cinema comico meridionale" per Edizioni Dedalo. Debutta a 38 anni, accanto a Renzo Arbore, in Odore di pioggia (1989). Poi continua ad abbinare regia e interpretazione in Corsica (1991) e in Da do da (in dialetto significa: “da qua a là”, 1994). Recita, quindi, nel 1995 in due film: in Un altro giorno ancora interpreta un portiere d'albergo e ne L'estate di Bobby Charlton ha il ruolo di cameriere. Nel 2000 è l'interprete di Sangue vivo.

Dopo queste esperienze, decide di ritornare alla regia con Albania blues (2000), poi con Bell'epoker (2003–2004) ed infine con Focaccia blues (2009). In questi lavori si distingue per lo stile asciutto relativamente a scene, ambienti, personaggi, narrazione e dialoghi. Nel 2010 firma il corto Signor Gi Bi, sulla vita di Gino Boccasile.

IL CORDOGLIO DI DECARO ED EMILIANO

«Nico Cirasola è stato un uomo di cinema a tutto tondo, una figura eccentrica e irregolare che si è misurata con la scrittura, la regia, l’interpretazione e la produzione. Un entusiasta, un artigiano del cinema, un uomo profondamente legato a questa terra, ai suoi volti e alle sue storie.

Con ‘Odore di pioggia’ ci ha regalato un insolito racconto on the road di una Puglia mitica, mentre con ‘Focaccia blues’ ha firmato un documentario che è un piccolo gioiello sul conflitto tra locale e globale declinato sui temi dell’alimentazione. Di Nico Cirasola mi hanno sempre colpito la vitalità, la capacità di innamorarsi di progetti sempre nuovi, lo sguardo libero e originale con cui ha guardato il mondo e ha scelto di vivere la sua vita.

Nel suo lavoro si è circondato dei migliori attori pugliesi, ma molti sono anche i protagonisti della scena nazionale apparsi nei suoi film. Oggi Bari perde un testimone sensibile e originale: ai suoi familiari e a chi gli ha voluto bene giunga l’abbraccio di tutta la città».

«Per cercare di riassumere e descrivere l’uomo, il regista e l’artista Nico Cirasola bisogna forse rivedere il film “Il mio nome è Nico Cirasola”, che Giovanni Piperno gli ha dedicato nel 1998. Certo, da allora, Nico di film ne ha girati tanti. E ha girato il mondo per presentare le sue opere, raccontando storie che hanno quasi sempre avuto la Puglia come comune denominatore. Uomo dall’intelligenza e creatività vivacissime, sempre disponibile, appassionato del suo lavoro e grande animatore di iniziative culturali, Nico Cirasola lascia a tutti coloro che lo hanno conosciuto, stimato e amato, tracce significative del suo percorso.

Ogni volta che ci incontravamo era sempre l’occasione per condividere una sua nuova idea, frutto della sua inesauribile progettualità. La Puglia oggi saluta e rende onore a un vero cineasta indipendente che ha dedicato una vita intera alla cultura, al cinema, all’arte. Alla sua famiglia, ai suoi cari, al suo pubblico vanno il mio affetto e il mio sentito cordoglio». Sono le parole di cordoglio del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano per la scomparsa del regista, sceneggiatore e artista Nico Cirasola. 

Estratto dell'articolo di Angela Calvini per “Avvenire” il 4 aprile 2023.

Il prolifico compositore, produttore e artista Ryiuchi Sakamoto è morto all'età di 71 anni, dopo aver lottato contro il cancro, il 28 marzo scorso […] ma la sua musica vive ancora. […] E’ uscito a inizio anno per Milan Records 12, il quindicesimo album in studio da solista di Sakamoto e il primo di nuovo materiale solista dal 2017. L'album contiene 12 canzoni selezionate da una raccolta di schizzi musicali che Sakamoto ha registrato come un diario sonoro tra il 2021 e il 2022 durante la sua continua battaglia contro il cancro. […]

 […] scriveva Sakamoto all’uscita del disco -. Verso la fine d marzo, proprio quando il mio corpo si sentiva un po' più leggero, mi sono ritrovato a mettere le mani sul sintetizzatore. Non avevo intenzione di comporre qualcosa; volevo solo essere sommerso dal suono. Avevo la sensazione che avrebbe avuto un piccolo effetto curativo sul mio corpo e sulla mia anima danneggiati.

Fino a quel momento, avevo a malapena l'energia per ascoltare la musica, per non parlare di suonare qualcosa. Ma dopo quel giorno, ho iniziato a toccare di tanto in tanto i tasti del sintetizzatore e del pianoforte e ho iniziato a registrare piccoli schizzi di suoni come per scrivere un diario. Ho provato a scegliere 12 dei miei schizzi preferiti per questo album. Non ci sono ornamenti: li sto intenzionalmente proponendo così come sono. D'ora in poi, fino a quando il mio corpo non cederà, probabilmente continuerò a tenere questo tipo di “diario”».

[…]

Marco Molendini per Dagospia il 2 aprile 2023.

«Questo potrebbe essere il mio ultimo concerto»: aveva annunciato Ryuichi Sakamoto a dicembre, presentando una sua quadrupla performance trasmessa in streaming in tutto il mondo. Un concerto frutto di un montaggio, registrato canzone per canzone, senza nascondere le difficoltà fisiche: "Le mie forze sono davvero diminuite, quindi fare un normale concerto di novanta minuti sarebbe molto complicato", la confessione pubblica di una battaglia contro durata dieci anni, da quando gli era stato diagnosticato un cancro alla gola e poi, più recentemente, al colon.

 Se ne è andato ieri Ryuichi, coi suoi 71 anni e lasciando, come addio, un filmato visivo rigoroso in bianco e nero, il suo viso scavato, circondato dai capelli bianchi e da grandi occhiali, le mani su un Yahama dal suono pastoso, un raccoglimento assoluto, testimonianza di una storia potente, larga, sentimentalmente forte.

Sakamoto amava far musica, l'amava a tal punto da non conoscere confini. Compositore e esecutore alla ricerca della creazione continua fin dal suo esordio, quando negli anni 80 era ancora giovanissimo, con la Yellow magic orchestra, formazione pioniera nell'uso di sintetizzatori (che dovevano produrre suoni "fatti su misura per gli amanti del divertimento»), computer, drum machine. Era un primo deciso tentativo di avviare la musica giapponese alle contaminazioni senza perdere la propria identità. Strada, questa, che Ryuichi ha sempre seguito in ogni sua avventura pur non nascondendo il profondo debito verso la musica occidentale, tutta la musica occidentale.

E le sue avventure sono state tante. Si è mosso nei territori del rock, della dance music, ha collaborato con David Sylvian, Cesaria Evora e Caetano Veloso, si è spostato nei lidi morbidi della bossa nova (tra l'altro ha realizzato un sofisticatissimo omaggio a Antonio Carlos Jobim). E' stato indispensabile autore di colonne sonore cinematografiche per Bernardo Bertolucci (da Il te nel deserto a L'ultimo imperatore, dove c'è anche la firma di David Bowie, a Piccolo Buddha), dimostrazione piena della sua inclinazione per le melodie di stampo occidentale ma coniugate da riferimenti al gusto orientale come quel tema, Goodbye, Mr.Lawrence, scritto per il film Furyo, in cui faceva anche l'attore accanto a Bowie.

 A un certo punto, a conferma di quale fosse la passione e il suo divertimento nel giocare con i suoni, si è dilettato perfino a comporre suonerie per i telefonini: Ricordo perfettamente una sera a Londra, dopo essersi esibito con Alva Noto, sound artist di origini tedesche, mostrare soddisfatto sul suo cellulare un elenco di invenzioni sonore per i cellulare: «Mi diverte moltissimo» confessò con la sua riservatezza.

Una riservatezza culturale per cui, quando ha scoperto di avere un tumore alla gola, annunciando di dover interrompere la sua attività concertistica, dichiarò: «Sono profondamente dispiaciuto del fatto di causare notevoli disagi a così tante persone. Tuttavia, la prima ricchezza è la salute, e quindi questa è la mia amara decisione».

Il giorno del suo compleanno, lo scorso 17 gennaio, è uscito un suo ultimo album intitolato 12 (numero che in simbologia rappresenta i passaggi difficili): sono dodici brani manifesto di un dolore e di uno smarrimento che Ryuichi poteva raccontare solo in musica accompagnandola con una preghiera: «Spero di poter fare musica fino ai miei ultimi momenti, proprio come i miei amati Bach e Debussy».

Estratto da lastampa.it il 2 aprile 2023.

Il musicista giapponese Ryuichi Sakamoto è morto all'età di 71 anni, come riportato dal quotidiano Yomiuri. Il famoso compositore a gennaio del 2021 aveva fatto sapere di avere un cancro al colon, dopo quello alla gola che lo aveva colpito nel 2014. Il musicista si è spento il 28 marzo, ma l’annuncio della sua morte è stato dato solo oggi. È già stato celebrato il funerale – ha fatto sapere il suo manager – a cui hanno partecipato solo i familiari più stretti, su sua richiesta. […]

Nato a Nakano nel 1952, e considerato uno dei primi sperimentatori tra la musica etnica orientale e i suoni elettronici dell'Occidente, Sakamoto aveva ricevuto numerosi riconoscimenti in carriera tra cui il premio Oscar nel 1987 per la colonna sonora del film L'Ultimo imperatore, diretto dal regista italiani Bernardo Bertolucci. […]

Dalla pagina dei necrologi del “Corriere della Sera” il 3 aprile 2023.

Mi stringo alla cara Norika per la perdita dell’immenso e sublime Ryuichi Sakamoto

Luca Guadagnino. - Milano, 2 aprile 2023.

 L'importanza cruciale di Ryuichi Sakamoto nella cultura mondiale dell'ultima parte del Novecento e delle prime due decadi del successivo è legata alla sue impressionante comprensione delle trasformazioni della vita che erano e sono tantopiù in corso.-

Solo attraverso un incontro profondo e spesso gioioso con l'altro-da-sé macchinico, seppe arrivare al nucleo più inscalfibile della nuova sentimentalità residua degli umani, struggente e per questo devastante.-

 Non si trattava solo di un eccelso compositore musicale, ma di uno dei più importanti filosofi biopolitici dalla ricerca incessante, dall’umiltà e eleganza senza uguali.- È anche grazie a Sakamoto se siamo ancora noi, e vedremo per quanto.  Carlo Antonelli, Luca Guadagnino - Milano, 2 aprile 2023

Addio a Ryuichi Sakamoto, il genio delle colonne sonore. Gianni Poglio su Panorama il 02 Aprile 2023

Musicista e compositore, ha legato il suo nome a indimenticabili colonne sonore di film. Tra le tante, quella de L'ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci con cui ha conquistato un Oscar nel 1987

È morto a 71 anni Ryiuchi Sakamoto, il musicista e compositore giapponese che ha legato il suo nome e la sua carriera a musiche da film indimenticabili. Dopo aver esordito come solista nel 1978 con l'album Thousand Knives, Sakamoto entrò nella Yellow Magic Orchestra la band giapponese che inventò una nuova formula musicale combinando gli ingredienti classici del pop con la musica elettronica. Ad accrescere la sua fama mondiale le colonne sonore scritte per film che hanno segnato un'epoca. A cominciare da quella di Furyo, diretto da Nagisa Oshima, in cui il compositore recitava con David Bowie. Nel 1987 ha conquistato un Premio Oscar per la colonna sonora de L'ultimo Imperatore (composta con David Byrne e Cong Su) il capolavoro di Bernardo Bertolucci. Sempre opera sua sono le musiche che accompagnano le immagini di Il tè nel deserto e Piccolo Buddha diretti entrambi da Bertolucci. Nel 1992 ha scritto la soundtrack di Tacchi a spillo di Pedro Almodovar. Tra i suoi lavori più recenti come compositore il commento sonoro di Revenant - Redivivo, il film diretto da Alajandro Gonzàles Inàrritu. Numerose le sue collaborazioni con altri artisti. Tra le tante spiccano quelle con David Sylvian , Iggy Pop, Caetano Veloso, Cesaria Evora e Alva Noto.

Ryuichi Sakamoto, morto il compositore giapponese premio Oscar nel 1988. Barbara Visentin su Il Corriere della Sera il 2 aprile 2023.

Premio Oscar per «L’Ultimo imperatore», film del 1987 di Bernardo Bertolucci

«Sinceramente non so quanti anni ho ancora davanti. Ma so che voglio continuare a fare musica. Musica che non mi vergognerò di lasciare dietro di me, significativa». Ryuichi Sakamoto già nel 2017, raccontandosi nel documentario sulla sua vita «Ryuichi Sakamoto: Coda», immaginava che il cancro alla gola debellato tre anni prima avrebbe potuto ripresentarsi. Il suo interesse per la musica era però rimasto incessante, forse si era fatto ancora più ostinato.

Il compositore giapponese, premio Oscar per la colonna sonora del film «L’ultimo imperatore», si è spento martedì scorso a 71 anni e ha «vissuto con la musica fino all’ultimo», sottolinea il comunicato del suo entourage che ha divulgato la notizia della sua morte solo oggi. In cura per un nuovo tumore, questa volta al retto, scoperto nel 2020 e arrivato lo scorso anno al quarto stadio, coinvolgendo anche i polmoni, «ha continuato a lavorare nel suo studio casalingo ogni qualvolta la salute glielo abbia permesso».

D’altra parte, Sakamoto era la sua arte: nato nel 1952 a Nakano, Tokyo, aveva studiato pianoforte e si era laureato in composizione. Alle superiori, racconta la biografia del suo sito ufficiale, doveva prendere un treno affollatissimo per andare a lezione: «Impossibilitato a muoversi, tutto ciò che il teenager Sakamoto poteva fare era ascoltare», individuando oltre 10 suoni diversi prodotti dal treno e andandoli a cercare ogni mattina. Un allenamento che l’aveva reso un ascoltatore curioso e instancabile, convinto che «qualsiasi cosa possa essere musica».

Affascinato tanto dai Beatles quanto da Debussy, da John Cage e John Coltrane, alla fine degli anni 70 era entrato negli Yellow Magic Orchestra, gruppo antesignano del synth pop che già dava spazio alla sua passione per l’elettronica e la sperimentazione. Ma è con la musica per i film, proseguita in parallelo a una lunga schiera di album solisti, che il suo nome è diventato uno dei più apprezzati degli ultimi decenni.

A segnare la svolta è stato «Furyo» da cui arriva la celebre «Forbidden colours», versione cantata da David Sylvian del tema del film: bastano cinque note per identificarla e per immortalare uno dei tratti distintivi del genio di Sakamoto, ovvero il saper fondere i suoni orientali agli strumenti occidentali, arrivando a toccare l’anima di chi ascolta. Nel film del 1983, diretto da Nagisa Oshima, Sakamoto debutta anche come attore, capitano dell’esercito rinchiuso in un durissimo campo di prigionia, attratto da un ufficiale neozelandese, interpretato niente di meno che da David Bowie. «Il regista mi chiese come prima cosa di recitare. E in effetti prima vennero fatte le riprese, poi feci la colonna sonora. Sono quasi caduto dalla sedia guardando la mia recitazione pessima, ma tutta l’emozione è finita nella musica», disse Sakamoto di quell’esperienza. E anche se tornò a recitare in altre occasioni, si riconosceva solo nelle sue composizioni.

Con «L’ultimo imperatore», (1987) arrivò l’Oscar, uno dei nove vinti dal film di Bernardo Bertolucci nel 1988: Sakamoto condivise le musiche con David Byrne e Cong Su, in un esperimento del regista di far incontrare Oriente e Occidente con i compositori oltre che nella lavorazione. «La cosa divertente è che molta gente ha pensato che io avessi scritto le parti cinesi della musica e David Byrne quelle occidentali. Invece è stato il contrario», raccontò poi Sakamoto. Tornò a lavorare con il regista italiano anche ne «Il piccolo Buddha» e «Il tè nel deserto», definendolo «un padre, un fratello, un amico». Tra le colonne sonore di oltre 30 film (da «Tacchi a spillo» di Almodovar a «Revenant» di Inarritu), fece incursioni disparate, come la musica per l’apertura dei Giochi olimpici di Barcellona nel 1992 e, in tempi più recenti, per un episodio della serie «Black Mirror».

Fitti capelli bianchi e occhialini tondi, elegante e minimalista nella sua immagine così come nelle sue composizioni, si definiva «timido e non esibizionista». Oltre alla musica, però, era un acceso attivista ambientale, coinvolto nei movimenti contro l’uso del nucleare soprattutto in seguito al disastro di Fukushima. Il suo funerale, si legge nel comunicato, verrà svolto in maniera privata, aperto solo alla famiglia. E lui viene ricordato attraverso una delle sue citazioni preferite: «Ars longa, vita brevis», l’arte è lunga, la vita è breve.

Quando Ryuichi Sakamoto raccontò: "Per la morte di Bertolucci mi sono seduto al piano e ho scritto per lui". Nel 2019 il grande autore giapponese, premio Oscar per la colonna sonora de 'L'ultimo Imperatore', venne in Italia per un'installazione, un concerto con Alva Noto e un film a lui dedicato da Giulio Boato nell'ambito del Festival Romaeuropa. Qui racconta la sua visione dell'arte e della musica, il suo impegno per l'ecologia e l'amore per Bernardo Bertolucci. Luca Valtorta su La Repubblica il 3 aprile 2023

Guardo sul taccuino per l’ennesima volta i nomi delle band che Ryuichi Sakamoto mi ha consigliato di ascoltare dopo l’intervista. Era il 23 novembre 2019. Il giorno successivo avrebbe suonato all’Auditorium Parco della musica di Roma insieme ad Alva Noto: un concerto dove si incontrano due stili, due anime e due tradizioni musicali molto diverse, anticipato pochi giorni prima dall’album Two, la registrazione di un concerto all’Opera House di Sidney che ne svela le trame anche se ogni concerto sarà inevitabilmente molto diverso (dopo sveleremo il perché). Un mese prima era uscita per la prima volta fuori dal Giappone, la riedizione di A Thousand Knives, il suo primo album.

Il racconto dell'incontro

Sul tavolo dell’incontro bottigliette di plastica tranne che per Sakamoto che ha portato la sua borraccia a dimostrazione che il suo impegno ecologista non è di facciata

Il concerto è estremamente raffinato: vi si incontrano i suoni evanescenti e minimalisti del piano di Sakamoto e l’elettronica rarefatta del compositore tedesco. Non è neppure necessario chiudere gli occhi perché la mente possa vagare in spazi siderali, mondi inesplorati dove il calore umano e la freddezza aliena si intrecciano dando luce (e buio) a nuove forme di vita.

Dopo l'evento c’è un incontro per festeggiare i due musicisti: Sakamoto, uno degli uomini che ha davvero cambiato la faccia della musica contemporanea a partire dal pioneristico lavoro con la Yellow Magic Orchestra per poi passare da colonne sonore indimenticabili alla sperimentazione sonora e a un’arte sempre più multimediale, è gentile e disponibile ma soprattutto, non altero e distaccato ma incredibilmente curioso. Vuole sapere se ci sono artisti interessanti in Italia e alla domanda analoga sul Giappone risponde facendo tre nomi. Il primo è quello dei Bo Ningen, un gruppo noise psichedelico, il secondo le Otoboke Beaver, una art-punk band femminile di Kyoto e la terza sono i C.C.C.C. (Cosmic Coincidence Control Center) influenzati dal teatro Butoh (non a caso troviamo uno dei grandi interpreti di questa arte, Min Tanaka, collaborare in diverse occasioni con Sakamoto).  

Dall’annuncio della malattia molte volte il pensiero è andato a quella persona dall’aspetto sobrio ed elegante ma inaspettatamente gentile e ironica, capace di costruire mondi sonori sempre diversi. Proprio su Robinson, il settimanale culturale di Repubblica di questa settimana, una serie di circostanze mi ha portato a scrivere del suo ultimo lavoro “12”, il suo testamento in musica. Un ascolto che lascia colpiti, a cui si arriva alla fine stremati, un’opera impossibile da dimenticare. Mi sono trovato a pensare che ho ascoltato questo album probabilmente proprio negli ultimi momenti della vita terrena di Sakamoto ma non so cosa voglia dire o se significhi qualcosa. Per Jung, che definiva eventi come questo “sincronicità”, esiste una rilevanza tra fenomeni non collegati dalla causalità.

L'intervista del 23 novembre 2019

Questa intervista è stata da me realizzata come evento pubblico al Palazzo delle Esposizioni di Roma il 23 novembre del 2019 per presentare il documentario di un giovane regista italiano, Giulio Boato, intitolato Shiro Takatani. Between nature and technology di cui Sakamoto è uno dei protagonisti. Fino ad oggi è rimasta inedita.

Lei, oltre a essere un grande compositore e pianista, è anche uno dei maggiori innovatori e sperimentatori della musica contemporanea. Con Takatani ha avuto modo di collaborare in diverse occasioni con progetti come Life del 1999, Garden Live del 2005, Collapsed del 2012 fino a Plankton. Come è nata questa lunga e importante collaborazione?

"All’inizio degli anni Novanta sono rimasto profondamente colpito dalla visione di uno spettacolo teatrale della compagnia Dumb Type di cui Takatani era il fondatore. Mescolava danza e tecnologia e quello che più mi piaceva era la crudeltà del loro immaginario che era al tempo stesso futuristico e postmoderno. Takatani ha avuto un ruolo fondamentale nella definizione dell’aspetto visuale e il design di quella performance. Qualche anno dopo quando ho iniziato a lavorare al mio primo lavoro teatrale, Life, ho chiesto a Shiro di occuparsi di tutti gli aspetti estetici di questo lavoro che era veramente molto ambizioso perché includeva un’orchestra, un coro di bambini e altre varie componenti da legare sotto il profilo visivo oltre che da quello sonoro. Shiro realizzò un lavoro veramente meraviglioso e così quello fu l’inizio della nostra lunga collaborazione. Da Life è stata tratta anche una installazione proprio traducendo e decomponendo lo spettacolo teatrale. L’abbiamo chiamata Digital Life e la potete vedere qui a Roma allo Spazio Pelanda di Testaccio: è stato molto interessante per noi realizzare questo lavoro di traduzione e adattamento da una forma espressiva a un’altra".

Un’altra collaborazione si intitola Plankton e affronta un altro rapporto che nella cultura giapponese è profondamente innervato: quello tra natura e tecnologia. Come avete lavorato a questo particolare progetto?

"Mmm (pensa e intanto annuisce, ndr)… Fin dai primi anni Novanta, anzi dal 1992 per essere precisi, la questione dell’ambiente per me è diventata centrale e ho iniziato a chiedermi cosa potessi fare per salvare il pianeta Terra e siccome il plancton ha un ruolo centrale nel nostro ecosistema ho cercato un modo esprimere questi concetti attraverso il mio lavoro da compositore. Il mio processo lavorativo funziona così: prima rifletto a lungo e poi lentamente metabolizzo questi pensieri ma in un modo non diretto. Probabilmente se fossi un cantante o uno scrittore sarebbe diverso, credo che li affronterei in maniera molto più immediata ma essendo un compositore fluiscono nella mia opera in modo astratto. Nel senso che non canto, non urlo cose come 'forza, salviamo tutti quanti l’ambiente!'. Quindi chi ascolta deve codificare qualcosa di molto simbolico, di astratto che, spero, riesce a trasmettere i miei pensieri, le mie sensazioni. Diciamo che questa è proprio la mia modalità di espressione rispetto ai temi che di volta in volta affronto attraverso la musica".

Lei è stato un grande anticipatore: si occupava di questi temi molto tempo prima che lo facessero i Radiohead, i Coldplay o molti altri artisti che, per fortuna, oggi sono diventati a loro volta portatori di un messaggio ecologista. So che non si è limitato al suo lavoro artistico ma ha proprio contribuito con del denaro a un’opera di riforestazione della foresta amazzonica.

"Lei conosce molto bene i miei sforzi in difesa dell’ambiente, mi fa piacere (ride, ndr). Ho iniziato questa pratica concreta di darmi da fare contro i danni che arrechiamo all’ambiente a partire da un concerto del 2001 in Giappone in cui ho piazzato delle cyclette nel foyer del teatro nel quale facevo il concerto e ho chiesto al pubblico di pedalare affinché potessero generare dell’energia elettrica che sarebbe poi stata utilizzata per il concerto".

Ha funzionato?

"Certo! Simbolicamente la pedalata degli spettatori ha fornito l’energia necessaria per illuminare una potente lampadina piazzata sul palcoscenico del teatro".

Come è avvenuta invece la sua collaborazione con Alva Noto, un altro grande compositore e artista multimediale tedesco? Insieme a lui ha fatto ben otto album.

"Collaboro con lui dai primi anni 2000. Oltre che compositore è anche un artista visivo e fa entrambe le cose molto bene tanto che le sue opere sono esposte alla Tate Modern di Londra o al Guggenheim di New York. Il modo in cui lui compone musica mi ispira moltissimo perché è completamente diverso dal modo tradizionale, è davvero molto, molto particolare…".

Ovvero?

"Carsten (Carsten Nicolai è il vero nome di Alva Noto, ndr) ha un approccio alla musica molto simile a quello che avrebbe un matematico: è molto concentrato sui numeri mentre io ho ricevuto una formazione assolutamente classica, ma al tempo stesso sono molto incuriosito da nuovi approcci alla composizione musicale e alla musica in generale. Qualche tempo fa abbiamo fatto delle session di musica improvvisata nella Glass House, un edificio dalle pareti fatte di vetro che si trova nel Connecticut costruito dall’architetto Philip Johnson. È un luogo veramente iconico: ci sono delle foto d’epoca di Andy Warhol seduto sul retro ed un luogo interessante perché ci sono delle rifrazioni sonore molto particolari, così abbiamo deciso di farci un concerto".

Avevate già fatto delle improvvisazioni in concerto?

"No, mai. Questa è stata la prima volta in assoluto, non ci era mai capitato prima e penso che ad ispirarci sia stata sia la particolarità del luogo ma anche la meravigliosa natura che ci stava intorno. Così abbiamo improvvisato per trenta lunghi minuti. Il primo ad essere sorpreso è stato Carsten, che avendo questo approccio matematico non ha mai apprezzato molto l’idea di improvvisare però in quell’occasione ha deciso di farlo. E visto che era venuto così bene da quel momento abbiamo deciso di inserire un momento di improvvisazione anche nei nostri concerti".

Anche nel concerto di domani sarà così?

"Sì. Ci saranno naturalmente dei brani strutturati ma tra un pezzo e l'altro ci dedicheremo anche a dei momenti di improvvisazione. Quindi sarà uno spettacolo con dei pezzi noti che verranno eseguiti in maniera letterale ma ci saranno anche cose assolutamente imprevedibili".

(reuters)Lei ha vinto un Oscar e un Grammy per la colonna de L’ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci con cui ha lavorato anche per Il tè nel deserto e Il piccolo Buddha. Che ricordo ha di lui?

"Sono proprio un maniaco dell’opera di Bernardo (lo dice in italiano, ndr). La mattina in cui ho appreso della sua morte ho avuto come una sorta di illuminazione, come un’ispirazione: è come se la forza della sua arte mi avesse accarezzato ancora una volta. Ho sentito l’impulso di sedermi al pianoforte e di comporre un brano che ho registrato e mandato a Clara, la moglie di Bertolucci, affinché questo breve video potesse essere utilizzato e proiettato per la cerimonia commemorativa in suo onore".

Lo suonerà?

"È la prima volta che vengo a Roma dalla sua morte. Ho scritto quel pezzo pensando a lui e non posso non suonarlo. Bernardo ha rappresentato qualcosa di davvero importante per me, per la mia vita".

Morta Ada d’Adamo, la scrittrice candidata al Premio Strega. Redazione Cultura su Il Corriere della Sera l’1 aprile 2023

Abruzzese, 55 anni, era appena entrata nella dozzina dei semifinalisti con il suo romanzo d’esordio, «Come d’aria», pubblicato da Elliot. «Il libro resta in gara»

Addio ad Ada d'Adamo. La scrittrice è morta nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile nella sua casa di Roma. Nata a Ortona, in Abruzzo, nel 1967, aveva 55 anni e da tempo era malata. Era appena entrata nella dozzina del Premio Strega 2023 con Come d'aria, il suo romanzo d'esordio pubblicato a gennaio 2023 da Elliot, la casa editrice che ne ha annunciato la scomparsa. Giovedì 30 marzo, a Roma, la scrittrice non aveva potuto partecipare alla conferenza stampa in cui avevano annunciato i nomi dei dodici finalisti.

«Solo due giorni fa festeggiavamo la candidatura allo Strega del suo libro - si legge sull’account Twitter di Elliot -. Oggi piangiamo la sua scomparsa: Ada d’Adamo non c’è più. Se n’è andata stanotte circondata dai suoi affetti più cari. Un pezzetto del nostro cuore se ne va con lei».

Come da regolamento, il romanzo di Ada d’Adamo resterà in gara al Premio Strega 2023: «La morte di Ada D’Adamo ci rattrista profondamente. Non c’è stato il tempo di conoscerla, eppure l’abbiamo amata grazie al suo libro. Nel presentare al pubblico Come d’aria Elena Stancanelli, che lo ha proposto al Premio Strega, ha detto che “incontrare questa storia è un dono”. Ecco, è una consolazione sapere che le parole della scrittrice potranno continuare a raggiungere i suoi lettori. Ai suoi cari va l’abbraccio commosso di tutto il Comitato direttivo del premio Strega».

Nel suo libro, scritto nell'arco di molti anni, una madre racconta alla figlia disabile la scoperta della malattia. Laureata in Discipline dello Spettacolo e diplomata all'Accademia Nazionale di danza, d’Adamo aveva scritto vari saggi sul teatro e sulla danza contemporanea. Grande esperta di libri per l'infanzia, collaborava come editor con l’editore Gallucci.

Ada d'Adamo, morta la scrittrice semifinalista allo Strega. A cura di redazione Cultura su La Repubblica l’1 aprile 2023

La scrittrice Ada D'Adamo (1967-2023) 

Era stata appena nominata tra i 12 candidati al premio con il suo romanzo "Come d'aria", pubblicato per Elliot. Aveva 55 anni ed era da tempo malata

E' morta nella sua casa di Roma la scrittrice Ada d'Adamo. Era appena entrata, solo un paio di giorni fa, nella dozzina finalista del premio Strega con il suo romanzo d'esordio Come d'aria, pubblicato a gennaio da Elliot. Dove dava voce a una madre arrabbiata, che ama follemente la sua bambina.

Nata a Ortona, in Abruzzo, nel 1967, aveva 55 anni e da tempo era malata: non aveva partecipato infatti alla conferenza stampa dello Strega che ha decretato i nomi dei 12 semifinalisti. La sua scomparsa è stata comunicata dalla casa editrice Elliot. Laureata in Discipline dello Spettacolo e diplomata all'Accademia Nazionale di danza, aveva scritto vari saggi sul teatro e sulla danza contemporanea. Grande esperta di libri per l'infanzia, collaborava anche come editor con la casa editrice Gallucci.

Come d'aria è stato presentato allo Strega da Elena Stancanelli. La scrittrice era malata da tempo e lo stesso libro, scritto nell'arco di molti anni e con cui ha ricevuto straordinari e unanimi consensi, racconta la storia di una madre cinquantenne che scopre di essersi ammalata e di sua figlia Daria, il cui destino è segnato sin dalla nascita a causa di una mancata diagnosi. Una storia vera, l'ultima storia di Ada d'Adamo, offerta al lettore con uno straordinario senso per la verità. La sua ultima presentazione del libro era realizzata proprio nel suo Abruzzo, il 24 marzo al Museo delle Genti d'Abruzzo di Pescara.

La casa editrice Elliot ha pubblicato un messaggio sulle sue pagine social per dare la notizia dove si legge: "Siamo molto addolorati per la scomparsa della scrittrice Ada d'Adamo, che da pochi mesi aveva pubblicato con noi il suo meraviglioso Come d'aria. È difficile trovare le parole giuste, ci stringiamo forte ad Alfredo e a Daria, e a tutte le persone a lei care".

"Come d'aria è un libro che fruga dentro il cuore del lettore. Serviva la lingua esatta e implacabile di questa scrittrice per riuscire a sostenere un sentimento tanto feroce". Con queste parole, Elena Stancanelli ha presentato il libro di Ada d'Adamo per il Premio Strega 2023. Il libro è arrivato tra i dodici finalisti ed è quindi in corsa per la vittoria. È una storia che prende inevitabilmente spunto dalla vita della scrittrice, raccontando la scoperta della sua malattia e il rapporto con sua figlia, nata con una grave malformazione cerebrale.

Alfio Cantarella, morto a 81 anni il batterista dell'Equipe 84. Matteo Sorio su Il Corriere della Sera il 30 Marzo 2023

Verona, Cantarella si era ritirato a vivere a Villafranca. Era stato anche il produttore di Zucchero

C’era lui dietro i rullanti e tamburi di «29 Settembre», «Nel cuore e nell’anima», «Un angelo blu». Cioè alcuni dei grandi successi di quello ch’è stato il gruppo beat più popolare. È morto Alfio Cantarella, batterista storico dell’Equipe 84. La notizia arriva da Villafranca, il paese veronese dove Cantarella viveva da una trentina d’anni. Siciliano d’origine — nato a Biancavilla, Catania, nel 1941 — Cantarella era ricoverato da qualche giorno nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Magalini, nel paese a quindici minuti d’auto dalla città. Lui, Maurizio Vandelli (chitarra, voce), Victor Sogliani (basso) e Franco Ceccarelli (chitarra) sono la formazione storica dell’Equipe 84, quella del successo negli anni Sessanta e Settanta, un capitolo indimenticabile di quel periodo. 

Organizzatore di eventi musicali negli anni '90

Finita quell’avventura, Cantarella è rimasto nel mondo della musica come produttore (Zucchero) e organizzatore, stabilendosi a Villafranca insieme alla moglie Lina, veronese. Proprio lì, nella cornice del Castello Scaligero, sono stati diversi gli eventi propiziati da Cantarella soprattutto negli anni Novanta: tra gli altri i concerti di New Trolls, Le Orme, Banco del Mutuo Soccorso. A Verona poi, Cantarella, è stato anche curatore di Verona Beat fra 2000 e 2006, dopo aver ricevuto il testimone da Renato dei Kings. Alla scomparsa di Lina, Cantarella era rimasto a Villafranca, trasferendosi però in un centro servizi per anziani, la Piccola Fraternità, nella frazione di Dossobuono, dove lo scorso luglio aveva festeggiato gli 81 anni insieme agli amici dell’epoca del Beat.

Dario Salvatori per Dagospia il 5 aprile 2023.

Maurizio Vandelli piange il suo batterista, Alfio  Cantarella, morto il 30 marzo a 82 anni. “Ormai unico rimasto di quei quattro ragazzi di Modena che amavano tanto la musica inglese e americana  -  dice Vandelli  -  la notizia della sua scomparsa mi è arrivata proprio il 30 marzo, il giorno del mio compleanno.”

 Insieme dal 1963, l’Equipe 84, fu la prima formazione a fare del merchandising.

 Perché Equipe 84?

Perché  ci piace –L’ Equipe- un giornale famoso che non abbiamo  mai letto.”

 E’ vero che 84 è la sommatoria della vostra età

No, quasi…”

 E’ vero che avete il bassista più alto del mondo e il batterista più basso del mondo?

Questo si. Victor è alto 1,96 e suona il basso, Alfio è alto 1,51 e suona la batteria”

 E’ vero che siete proprietari del – Club 84- il night più famoso di Roma?

No, magari!”

 E’ vero che siete sponsorizzati dallo Stock 84?

Ci sarebbe piaciuto, ma quando ci hanno visto hanno chiamato subito la sicurezza”.

Tipica intervista beat.

Maurizio Vandelli non ama parlare del passato, nel suo caso glorioso, ama rimanere su pezzo, preferisce fidelizzare gli amici e stupirli suoi sui gusti musicali, sempre avanti. Informatissimo, recita nomi che sfuggono anche agli addetti ai lavori.

 Allora Maurizio, chi ti piace in questo momento?

Achille Lauro.”

Possiamo cambiare discorso?

Ok, mi piace non rimanere indietro, rispetto a certi miei colleghi, ascolto emittenti notturne. Mi placo solo quando sento di aver fatto una scoperta.”

 Per la verità lo facevi anche quasi sessant’anni fa. Quando di notte ti sintonizzavi su Radio Luxembourg e con il tuo Geloso registravi quello che potevi e il giorno dopo lo proponevi agli altri del gruppo.

Proprio così. Se ci penso ero un pazzo. Ascoltavo gli Stones, Beach Boys, Sonny & Cher, Barry Mc Guire, tutti coverizzati ad orecchio. Con sistemi arcaici già allora.”

 In queste ultimi settimane si è parlato molto dei  -Due Lucio-, Dalla e Battisti. Per te due grandi amici, due fratelli anche se in queste ricordanze fra libri, televisione, addirittura dibattiti, il tuo nome è stato ricordato raramente.

Vero. Dalla arrivò terzo al Festival di Sanremo del 1971 con -4 marzo 1943-. Un botto. Noi la interpretammo in modo lirico ma non teatrale. E questo non lo sottolineò nessuno. Comunque successo per Lucio. Meritato. Al Sanremo del 1966 non arrivammo nemmeno in finale noi con “Un giorno tu mi cercherai” e lui con “Paff… bum”.

 Con Battisti il rapporto fu stretto, soprattutto disco graficamente.

Pietruccio dei Dik Dik era amico stretto di Battisti, fino all’ultimo. I primi ad incidere brani di Lucio furono i Ribelli e i Dik Dik, noi però portammo due canzoni al n.1 “29 settembre” e “Nel cuore, nell’anima”, che Lucio non aveva ancora inciso”

29 settembre” chiuse l’epoca beat, si guardava altrove, al modo di incidere dei Beatles, alla psichedelica, ad usare strumenti inediti, tu eri già in prima linea.

Stava cambiando tutto. Vedendo i gruppi inglesi e americani che rimanevano in sala per un anno, cercammo di fare lo stesso e -29 settembre- ne costituisce l’esempio. Divenne una data importante. Quando arrivò Berlusconi, tutti notarono che era nato proprio quel giorno. Quando Lucio pubblicò il suo ultimo disco nel 1994, -Hegel-, fece in modo di farlo uscire il 29 settembre. Data simbolica? Superstizione? Chissà”

 Comunque l’amicizia con Battisti era solida?

In quegli anni certamente si. Ma non perché piazzavamo al n.1 le sue canzoni, cosa che  a lui non era ancora successo.  Nel caso di –Nel cuore, nel anima-, che stava per finire ai Dik Dik, intervenne Mogol. Ma l’amicizia c’era, eccome, era l’unico romano del gruppo. Semplice, comunicativo, simpatico.

Almeno in quegli anni. Comunque nel caso di –Nel cuore, nell’anima-, fui io a scrivere l’arrangiamento, poi si decise di coinvolgere  l’Orchestra della Scala di Milano. Quando si posizionarono tutti i musicisti, il primo violino mi si avvicinò e mi disse che  l’orchestra della Scala non poteva essere diretta da me. Gli dimostrai che avevo scritto io l’arrangiamento, nota per nota. Mi rispose che non poteva essere un musicista non diplomato a dirigerla. Allora  chiamarono Detto Mariano, l’arrangiatore del Clan Celentano.”

 Battisti che rapporto aveva con le sue canzoni, quelle non ancora interpretate da lui?

Fino al 1968, quando portò in gara al Cantagiro –Balla Linda-, si sentiva esclusivamente autore. Mi accorsi che scalpitava. Nel brano –Viaggio di un poeta-, scritto da me, i Dik Dik non suonarono. In studio eravamo io, Lucio , Ellade Bandini alla batteria e alla fine arrivò la voce di Lallo dei Dik Dik”

 Ad un certo punto l’immagine di Lucio cambiò: capelli afro, baffi, foulard. Anche lui psichedelico?

Per niente. I capelli erano naturali, i baffi furono momentanei, i foulard li veniva a prendere, a gratis, nella nostra boutique, “Il cammino mistico”.  Del resto ai Beatles avevamo copiato la Rolls con cui andavamo in giro, la boutique e forse anche il misticismo, ma un po’ alla modenese.”

Estratto da ilsole24ore.com il 28 marzo 2023.

È morto Franco Rosso, l'inventore dei viaggi organizzati in Europa e dei cataloghi per le crociere. Un pioniere nel settore del turismo: cominciò da Torino, da dove aprì nel 1953 la prima sede dell'Ufficio turistico “Franco Rosso”.

 L’imprenditore aveva 94 anni. Il boom negli anni ‘70, con una vastissima offerta di viaggi vacanza in Africa. Negli anni '90, la cessione del ramo viaggi, ceduto quasi interamente ad Alpitour. Successivamente, l’esperienza nel ramo turistico è continuata con la Planhotel group resorts, società di gestione alberghiera con 13 strutture nel mondo, di cui 7 di proprietà. […]

La morte.

La Famiglia.

Le interviste agli altri.

Le interviste a lui.

Il Ricordo di…

La morte.

Da ilfattoquotidiano.it il 27 marzo 2023.

A causa di una breve malattia cardiaca, è morto a 84 anni Gianni Minà. L’annuncio della scomparsa del giornalista e scrittore è comparso sulla sua pagina Facebook ufficiale. Nel breve post, accompagnato da una sua foto, si legge che l’autore di storiche interviste, tra gli altri, ai grandi dello sport, della politica mondiale e del cinema, “Non è stato mai lasciato solo, ed è stato circondato dall’amore della sua famiglia e dei suoi amici più cari”. I familiari hanno voluto inviare un ringraziamento speciale al “professor Fioranelli e allo staff della clinica Villa del Rosario che ci hanno dato la libertà di dirgli addio con serenità”.

Da cinquantamila.it - La storia raccontata da Giorgio Dell'Arti

Torino 17 maggio 1938. Giornalista. Grande esperto di Sudamerica. «Sono amico personale di quattro presidenti: Morales, Castro, Chávez e Lula» (nel 2006).

 • Iniziò la carriera a Tuttosport, quotidiano che avrebbe poi diretto (1996-1998). Dal 1970 alla Rai, nel 1976 curò la sezione spettacolo de L’altra domenica di Renzo Arbore e Maurizio Barendson. Quattro anni dopo collaborò a Mixer. La lunga e discussa intervista a Fidel Castro (immortalata dalla citazione nel film di Oliver Stone Assassini nati) è dell’87. Dal 1991 al 1993 condusse su Raiuno La domenica sportiva.

«Ero precario alla Rai. Collaboravo alla rubrica Dribbling di Maurizio Barendson, che è stato il mio maestro. Era direttore generale Ettore Bernabei, il miglior direttore che la Rai abbia mai avuto. Ricordo Willy De Luca, allora direttore del Tg, che quando andavo a chiedergli lavoro mi diceva: “Senti Minà, ma ce l’hai un santo in paradiso?”. Io gli confermavo che non ce l’avevo. Lui si incazzava: “Ma allora che vuoi?”.

 Poi chiamava i suoi assistenti e diceva: “Vedete di farlo lavorare un po’ di più, per favore”.

 Sempre meglio del periodo socialista quando, dopo Blitz, per 12 anni non riuscii a fare nulla per la Rete Due. Un dirigente cinico ma simpatico mi ha confessato:

 “Mo te lo posso dì. Non te potevo dà da lavorà perché tu stavi su le palle all’omone”» (“omone” era il termine con cui, ai tempi, si indicava Craxi; da un’intervista di Claudio Sabelli Fioretti).

Da ultimo ha fatto undici dvd su Maradona per La Gazzetta dello Sport (dieci li aveva pre