Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

LA SOCIETA’

SECONDA PARTE


DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

LA SOCIETA’

INDICE PRIMA PARTE


 

AUSPICI, RICORDI E GLI ANNIVERSARI.

Controllare il tempo: Il Calendario.

La Fine del Mondo.

Le profezie per il 2023.

I festeggiamenti di capodanno.

Halloween.

I Mostri.

La Superstizione.

Il Carnevale.

Pesce d’Aprile.

Le Ricorrenze.

71 anni dalla morte di Eva (Evita) Peron.

63 anni dalla morte di Ferdinando Buscaglione, detto Fred.

60 anni dalla morte di Édith Piaf.

56 anni dalla morte di Otis Redding. 

53 anni dalla morte di Janis Joplin.

52 anni dalla morte di Jim Morrison.

50 anni dalla morte di Bruce Lee.

50 anni dalla morte di Anna Magnani.

48 anni dalla morte di Joséphine Baker.

46 anni dalla morte di Elvis Presley.

46 anni dalla morte di Maria Callas.

33 anni dalla morte di Greta Garbo.

33 anni dalla morte di Ugo Tognazzi.

32 anni dalla morte di Walter Chiari.

30 anni dalla morte di Federico Fellini.

30 anni dalla morte di Frank Zappa.

30 anni dalla morte di River Phoenix.

30 anni dalla morte di Sora Lella Elena Fabrizi. 

30 anni dalla morte di Audrey Hepburn.

30 anni dalla morte di Rudolf Nureyev.

29 anni dalla morte di Gustavo Adolfo Rol.

29 anni dalla morte di Mario Brega.

29 anni dalla morte di Gian Maria Volonté.

29 anni dalla morte di Massimo Troisi.

29 anni dalla morte di Moana Pozzi.

29 anni dalla morte di Domenico Modugno.

28 anni dalla morte di Ginger Rogers.

27 anni dalla morte di Tupac Shakur.

27 anni dalla morte di Mia Martini.

26 anni dalla morte di Giorgio Strehler.

25 anni dalla morte di Lucio Battisti.

24 anni dalla morte di Fabrizio De Andrè.

23 anni dalla morte di Vittorio Gassman.

22 anni dalla morte di Maurizio Arena.

22 anni dalla morte di Anthony Quinn.

21 anni dalla morte di Alex Baroni.

21 anni dalla morte di Carmelo Bene.

20 anni dalla morte di Charles Bronson.

20 anni dalla morte di Johnny Cash.

20 anni dalla morte di Leopoldo Trieste.

20 anni dalla morte di Giorgio Gaber.

20 anni dalla morte di Alberto Sordi.

20 anni dalla morte di Sandro Ciotti.

19 anni dalla morte di Nino Manfredi.

17 anni dalla morte Mario Merola.

16 anni dalla morte Anna Nicole Smith.

15 anni dalla morte di Gianfranco Funari.

14 anni dalla morte di Michael Jackson.

14 anni dalla morte di Dino Risi.

14 anni dalla morte di Mike Bongiorno.

14 anni dalla morte di Farrah Fawcett.

13 anni dalla morte di Mario Monicelli.

13 anni dalla morte di Lelio Luttazzi.

12 anni dalla morte di Amy Winehouse.

12 anni dalla morte di Elizabeth Taylor.

11 anni dalla morte di Lucio Dalla.

11 anni dalla morte di Whitney Houston.

10 anni dalla morte di Lou Reed.

10 anni dalla morte di Mariangela Melato.

10 anni dalla morte di Enzo Jannacci.

10 anni dalla morte di Franco Califano.

7 anni dalla morte di Marta Marzotto.

7 anni dalla morte di George Michael.

7 anni dalla morte di David Bowie.

7 anni dalla morte di Giorgio Albertazzi.

7 anni dalla morte di Paolo Poli.

6 anni dalla morte di Gianni Boncompagni.

6 anni dalla morte di Paolo Villaggio.

5 anni dalla morte di Sergio Marchionne.

5 anni dalla morte di Irina Sanpiter.

5 anni dalla morte di Fabrizio Frizzi.

4 anni dalla morte di Jeffrey Epstein.

4 anni dalla morte di Franzo Zeffirelli.

3 anni dalla morte di Little Richard.

3 anni dalla morte di Diego Armando Maradona.

3 anni dalla morte di Kobe Bryant.

3 anni dalla morte di Franca Valeri.

3 anni dalla morte di Ennio Morricone.

3 anni dalla morte di Ezio Bosso.

2 anni dalla morte di Carla Fracci.

2 anni dalla morte di Franco Battiato.

2 anni dalla morte di Raffaella Carrà.

2 anni dalla morte di Milva.

1 anno dalla morte di Mino Raiola.

1 anno dalla morte di Letizia Battaglia.

1 anno dalla morte di Eugenio Scalfari.

1 anno dalla morte di Pelè.

1 anno dalla morte di Barbara Walters.

I Queen.

I Lynyrd Skynyrd.

I Led Zeppelin.

I Kiss.

I Beatles.

I Lunapop.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI? (Ho scritto un saggio dedicato)



 

INDICE SECONDA PARTE


 

I MORTI FAMOSI.

Il Lutto.

Vivi per sempre.

Morti del cazzo.

Diritto di Morire.

Addio al fotografo Ivo Saglietti.

È morta l’attrice Itziar Castro.

Morto l’attore Ryan O’Neal.

Morto il principe Costantino del Liechtenstein.

E’ morto l’attore Benjamin Zephaniah.

E’ morto l’attore Norman Lear,

E’ morto il chitarrista Marco “Jimmy” Villotti.

E’ morto l’agente di cambio Attilio Ventura.

Morto il pittore Carlo Guarienti.

E' morto il cantautore Shane MacGowan.

Addio al maestro della fotografia Elliott Erwitt.

Morto il regista Aldo Lado.

Morta l'attrice Anna Kanakis.

Se ne va uno l’attore Joss Ackland.

Morto il Senatore Nino Strano.

Morto l’astronauta Frank Borman.

E’ morto l’attore Evan Ellingson.

E’ morta l'attrice Sibilla Barbieri.

E’ morta l’attrice Micaela Cendali Pignatelli.

È morto l’attore Andrea Iovino.

E’ morta l’attrice Marina Cicogna.

E’ morto l’astronauta Thomas Kenneth Mattingly II.

È morto il giornalista Lanfranco Pace.

Morto lo sceneggiatore Peter Steven Fischer.

Morto l’ex Ministro Luigi Berlinguer.

Addio all’editore Ernesto Ferrero.

È morto l’attore Matthew Perry.

Se ne è andato l’attore Richard Roundtree.

Se ne va l’attore Jesús Guzmán.

Addio al vignettista Sergio Staino.

Addio all’attrice Marzia Ubaldi.

Addio all’attore Burt Young.

Morta la musicista Carla Bley.

È morta l’attrice Suzanne Somers.

È morto il giornalista Cesare Rimini.

Se ne va l’attrice Piper Laurie.

Morta la poetessa Louise Glück.

Addio a Charles Feeney, l'uomo più generoso d'America.

È morto il giornalista Ettore Mo.

È morto il giornalista Eugenio Palmieri.

È morto il banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia.

E’ morto il giornalista il Luca Goldoni.

Addio all’attore Keith Jefferson.

Morto l’attore-regista Franco Brocani.

È morto l’attore Tommasino Accardo.

È morta l’attrice Ketty Roselli.

Morto l’attore Michael Gambon.

Morto il giornalista Armando Sommajuolo.

Morto l’attore David McCallum.

Morto il giornalista Francesco Cevasco.

E’ morto il Presidente Giorgio Napolitano.

E’ morto l’autore Franco Migliacci.

È morto l’artista Fernando Botero.

Morto il sociologo Domenico De Masi.

Morto l’imprenditore Flavio Repetto.

È morto il regista Giuliano Montaldo.

Addio al cantante Steve Harwell.

È morto il chitarrista Jack Sonni.

E’ morto il cantautore Jimmy Buffett.

Addio all’imprenditore Mohamed al Fayed.

Addio all’imprenditore web Alessandro Vento.

È morta l’attrice Hersha Parady.

E' morto lo sceneggiatore e produttore David Jacobs.

E’ morto il cantante Salvatore Toto Cutugno.

Addio all’inventore John Warnock.

Addio all’attore Ron Cephas Jones.

Addio al manager Roberto Colaninno.

È morta il soprano Renata Scotto.

Morto il sociologo Francesco Alberoni.

Addio al Professore Marcello Gallo.

È morta l'attrice Antonella Lualdi.

E’ morto l’artista Jamie Reid.

Si è spento il cantante Peppino Gagliardi.

Addio al cantante Sixto Sugar Man Rodriguez.

Addio al cantante Robbie Roberston.

E’ morto il regista William Friedkin.

È morto il politico e filosofo Mario Tronti.

Addio all’industriale Lorenzo Ercole.

È morto il giornalista Idris Sanneh.

Morto l’attore Angus Cloud.

E’ morto l’attore Paul Reubens.

Morta la giornalista Daniela Mazzacane.

Morto lo scrittore Luca Di Meo.

Morto il cantante Randy Meisner.

Morta la cantante Sinead O'Connor.

E’ morto l’antropologo e filosofo Marc Augé.

E’ morto il pittore Emilio Leofreddi.

E’ morta l’attrice Josephine Chaplin.

E’ morto il cantante Tony Bennett.

E’ morto il giornalista Andrea Purgatori.

Muore l’attrice-cantante Jane Birkin.

E’ morto lo scrittore filosofo Milan Kundera.


 

INDICE TERZA PARTE


 

I MORTI FAMOSI.

E’ morto il giornalista Fabrizio Zampa.

E’ morto l’attore Alan Arkin.

E’ morto l’attore Julian Sands.

E’ morto il velocista olimpico e stuntman Dean Smith.

E’ morto l’attore Frederic Forrest.

E’ morto il fumettista Graziano Origa.

E’ morto il musicologo Adriano Mazzoletti.

E’ morta l’attrice Glenda Jackson.

Morto il biologo Roger Payne

È morto il manager e discografico Matteo Romagnoli.

E’ morto il fotografo Paolo Di Paolo.

Morto l’attore Treat Williams. 

È morto lo scrittore Cormac McCarthy.

E’ morto Francesco Nuti.

Addio all’attore Paul Geoffrey.

Morto il sociologo francese Alain Touraine. 

Morto lo storico Nuccio Ordine.

E’ morta la pittrice Françoise Gilot.

E’ morto il wrestler Hossein Khosrow Ali Vaziri, alias The Iron Sheik.

Addio al giornalista Pasolini Zanelli.

Morto l’attore Barry Newman.

Addio a Astrud Gilberto.

E’ morto l’imprenditore Emilio Rigamonti.

E’ morto l’Architetto Paolo Portoghesi.

Morta l’attrice Isa Barzizza.

E’ morta la fotografa Daniela Zedda.

E’ morto il chitarrista Sheldon Reynolds.

E’ morta la cantante Tina Turner.

È morta la giornalista Maria Giovanna Maglie.

E’ morto l’attore Ray Stevenson.

E’ morto lo scrittore Martin Amis.

E’ morto il bassista Andy Rourke.

E’ morto il regista e direttore artistico Giorgio Ferrara. 

E’ morto l’attore Helmut Berger.

È morta la ballerina Maria Miceli.

E’ morto il giornalista Carlo Nicotera.

E' morto l'imprenditore Giordano Riello.

E’ morto lo storico Gioacchino Lanza Tomasi.

È morto lo sceneggiatore e regista Enrico Oldoini.

Morto il vignettista Massimo Cavezzali.

Morta l’attrice Jacklyn Zeman.

Morto l’imprenditore Enzo Bonafè.

E’ morto lo scrittore Philippe Sollers (pseudonimo di Philippe Joyaux).

Morto il generale che catturò Che Guevara Gary Prado Salmón.

È morta ex concorrente del Grande Fratello Monica Sirianni.

Morto l’ex campione mondiale e allenatore di pattinaggio Michele Sica.

Addio al regista Alessandro D'Alatri.

È morto il conduttore Jerry Springer.

Si è spento l’ex magistrato Nicola Magrone.

E’ morto il Senatore Andrea Augello.

E’ morto il regista Angeles Mohamed Farouk Agrama detto Frank Agrama 

E’ morto l’attore Giovanni Lombardo Radice.

E’ morto il cantante Harry Belafonte.

E’ morto il giornalista Corrado Ruggeri.

E’ morto il cantautore e cabarettista Federico Salvatore.

Morto l’inventore-industriale Renato Caimi.

E’ morta Anna Marcacci Brosio.

E’ morto il pianista jazz Ahmad Jamal.

È morto il chitarrista Mark Sheehan.

Morto lo scrittore Meir Shalev.

E’ morto il chitarrista Lasse Wellander.

E’ morto il talent scout Seymour Stein.

E’ morto il regista Nico Cirasola.

E’ morto il musicista Ryuichi Sakamoto.

Morta la scrittrice Ada d’Adamo.

E’ morto il batterista Alfio Cantarella.

È morto il re dei viaggi organizzati Franco Rosso.

E’ morto il giornalista Gianni Minà.

È morto l’attore Ivano Marescotti.

Morto il batterista Luca Bergia.

E’ morto l'attore Paul Grant.

E’ morto il regista Francesco “Citto” Maselli.

E’ morto il giornalista Pier Attilio Trivulzio.

E’ morto l'attore Lance Reddick.

E' morta l’attrice Bice Biagi.

Morto il disegnatore Luigi Piccatto.

E’ morto l’autore televisivo Marco Zavattini.

E’ morta la speaker Clelia Bendandi.

È morto lo scrittore Kenzaburo Oe.

Muore il manager musicale Vincenzo Spera.

E’ morto il regista Bert I. Gordon, detto Mr B.I.G.

E’ morto l’attore Robert Blake.

E’ morto l’attore Ed Fury.

E’ morto il Giornalista Rino Icardi.

E’ morto il chitarrista Gary Rossington.

È morto l'attore Tom Sizemore.

È morto il musicista Steve Mackey.

È morto il musicista Wayne Shorter.

E’ morto il giornalista Curzio Maltese.

E’ morto il giornalista Maurizio Costanzo.

E’ morto il regista Michel Deville.

E’ morto l’attore Richard Belzer.

È morto il fumettista Leiji Matsumoto.

Morto il regista Maurizio Scaparro.

È morto il chitarrista Alberto Radius.

E’ morta l'attrice Raquel Welch.

È morto il cantante David Jolicoeur.

E’ morto l'attore Cody Longo.

È morto il regista Hugh Hudson.

E’ morto il regista Carlos Saura.

E’ morto il musicista compositore Burt Bacharach.

E' morto il critico letterario Nicolò Mineo.

E' morto il giornalista Pio D'Emilia.

È morto il fotografo Massimo Piersanti.

E’ morto l’ex presidente Pakistan Musharraf. 

E’ morto l’attore Sergio Solli.

Morta l’attrice Monica Carmen Comegna.

Addio allo stilista Paco Rabanne.

Morta la redattrice Josè Rinaldi Pellegrini.

È scomparso l’imprenditore Giuseppe Benanti.

Morta l’attrice Cindy Williams.

È morta l’attrice Lisa Loring.

E’ morto il giornalista Roberto Perrone.  

E’ morto il giornalista Ludovico Di Meo.  

Morto il telecronista Christian Scherpe.

È morto il chitarrista Tom Verlaine.

E’ morta l’attrice Sylvia Syms.

E’ morto il regista Eugenio Martín.

È morto lo scrittore Pino Roveredo.

Morta l'imprenditrice Daniela Gavio.

E’ morto il rocker David Crosby.

E’ morto il regista Giorgio Mariuzzo.

E’ morto il regista Paul Vecchiali.

È morto il coreografo e regista televisivo e teatrale Gino Landi.

E’ morta l’attrice Gina Lollobrigida.

E’ morto l’artista Gianfranco Barucchello.

E’ morto il Tiktoker Taylor LeJeune, noto con il nickname Waffler69.

E’ morta Lisa Marie Presley.

E’ morta Tatjana Patitz.

Morto l’avvocato Roberto Ruggiero.

Morto il criminologo Francesco Bruno.

Morto il chitarrista Jeff Beck.

Morto il poeta Charles Simic.

E’ morto il direttore di fotografia Owen Roizman.

E’ morto l’attore Adam Rich.

È morto lo speaker Roberto Gentile.

E’ morto Michael Snow.

Morta la scrittrice Fay Weldon.

È morto il disegnatore Gosaku Ota.

E’ morto l’astronauta Walter Cunningham.

E’ morto il batterista Fred White.

E’ morto il pilota Ken Block.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Scandali Reali.

Gli scandali dei Windsor.

Elisabetta.

Carlo.

Diana.

Camilla.

Anna.

Andrea.

Sarah Ferguson.

Edoardo.

William e Kate.

Harry e Meghan.


 

LA SOCIETA’

SECONDA PARTE


 

I MORTI FAMOSI.

Quali sono le fasi del lutto?

Le fasi del lutto, o più in generale per ogni perdita che ci troviamo a vivere, richiedono del tempo per poter essere elaborati. Le domande più frequenti che ci poniamo quando viviamo il dolore legato ad una perdita importante sono: “Quando tornerò a stare bene?” “Perché passo dalla tristezza alla rabbia, e viceversa, così velocemente?”. Questo evento può causare un disturbo post traumatico da stress, e provocare diverse sintomatologie.

Psicologa e Psicoterapeuta Ribaldone Alice il 02 Marzo 2021 su studio-psyche.it

Quali sono le principali fasi del dolore ed elaborazione della perdita?

Nel 1969, la psichiatra svizzera Elizabeth Kübler Ross ha formulato una teoria sulle fasi di elaborazione del lutto, attualmente seguite dalla psicologia.

Ci sono poi numerose varianti della psicologia più moderna che cambiano il nome delle diverse fasi ma, in sostanza, le cinque fasi del lutto rappresentano un cammino ben preciso che ogni persona si trova ad affrontare dopo la perdita. Gli stadi del lutto, le modalità, le reazioni e i tempi di elaborazione possono ovviamente essere diverse da caso in caso. Non è definibile a priori la durata dell’intero processo perché dipende molto dalla capacità, volontà e resilienza di ogni persona. Inoltre, le fasi di elaborazione di un grande dolore non sono sempre così lineari e correlate.

Le 5 fasi del lutto:

Ma quali sono le cinque fasi del lutto, e gli stadi che una persona si trova ad affrontare dopo la perdita di una persona cara, analizziamole nel dettaglio:

Rappresentazione delle 5 fasi del lutto: Negazione, Rabbia, Patteggiamento, Depressione e Accettazione 

Fase del Rifiuto e Negazione

Quando affrontiamo una perdita che ci causa molto dolore il nostro organismo cerca di difenderci da una simile sofferenza, negandola. Neghiamo quindi l’accaduto a causa dello stato di shock dovuto alla perdita. Emotivamente si osserva un’assenza di reazione: la persona è consapevole di ciò che è successo ma non vuole, e non può, accettarlo.

Fase della Rabbia

Quando cominciamo a renderci conto di ciò che è accaduto, iniziamo a provare rabbia, a chiederci cosa abbiamo fatto per meritarci questa sofferenza, a sentirci arrabbiati con chi ci ha ferito e con la vita stessa. Tendiamo a dare la colpa a qualcuno perché pensiamo che la situazione sia ingiusta. Può capitare di sentirci responsabili in qualche modo perché non siamo riusciti a evitare la perdita. La fase della rabbia può essere considerata positiva perché se qualcuno scatena in noi questo sentimento, finiamo con il volerlo evitare e cercare di farlo uscire dalla nostra vita. Dobbiamo però stare attenti a non rimanere bloccati nella rabbia perché finirebbe per ritorcersi contro di noi!

Stadio Patteggiamento o contrattazione

La nostra mente per tornare a sopravvivere, in questo momento di grande dolore, inizia a patteggiare. È il momento in cui cerchiamo di capire cosa siamo in grado di fare e in quali situazioni possiamo di nuovo di investire emotivamente. Cerchiamo di riprendere il controllo della nostra vita buttandoci su altro, su nuovi progetti e nuove amicizie. La perdita tuttavia non è ancora stata elaborata e il dolore può ritornare da un momento all’altro: è il periodo degli “alti e bassi”!

Fase della Depressione

L’alternarsi di momenti di dolore e tentativi di reagire ci porta a cadere in un continuo stato di tristezza. In questa fase iniziamo a prendere atto di ciò che abbiamo perso. Il dolore fa ancora tanto male, è vivo, forte e presente. Le conseguenze sono anche a livello fisico: è possibile che compaiano mal di testa, aumento o perdita del peso corporeo, irritabilità, insonnia o sonnolenza.

Fase dell’accettazione

Il tempo cambia le cose ci permette di completare il processo di elaborazione. L’ultima fase consiste nell’accettare la perdita: è l’unico modo per reagire e sentirci pronti a riprendere in mano la nostra vita. Ritorna l’interesse per le persone e i progetti e soprattutto smettiamo di colpevolizzarci! A questo punto siamo riusciti a comprendere la perdita, a voltare pagina. Ciò non significa dimenticare la persona cara o non provare più dolore; vuol dire andare avanti nonostante la sofferenza, dando un senso a quella perdita, continuando ad alternare momenti di felicità o momenti di tristezza, ma in modo sempre più tenue ogni giorno che passa.

Che cos’è l’elaborazione del lutto?

L’elaborazione del lutto è il processo di rielaborazione legato alla perdita di una persona cara. Può essere molto doloroso ed è solitamente caratterizzato da sentimenti come tristezza, rabbia, colpa o senso di vuoto. Elaborare la perdita è fondamentale per poter riprendere a vivere nuovamente con serenità e per evitare che questa situazione possa cristallizzarsi e creare un trauma che può ripresentarsi nel futuro, sfociando in sintomi e disturbi.

L’elaborazione del lutto non è mai facile! Ma se conosciamo le sue diverse fasi, possiamo prendere coscienza di tutte le ripercussioni che la perdita di una persona cara può creare dentro di noi.

La presa di coscienza è fondamentale per poter superare al meglio una fase dopo l’altra.

Cos’è il lutto in psicologia?

In psicologia, il termine “lutto” indica lo stato d’animo che si vive in seguito alla perdita di una persona cara. Questo doloroso processo psicologico può innescarsi anche nel caso di una separazione, di un abbandono o alla fine di una relazione importante, il lutto non sempre è legato alla morte vera e propria di una persona: si parla di lutto anche in conseguenza di una separazione o di un abbandono.

La fine di una relazione causa la perdita di una persona cara, anche se viva, e può influire in modo rilevante sulla nostra vita mettendo in crisi la sfera privata e professionale.

Come superare un lutto

L’unico modo per uscire da una situazione di perdita è accettarla e reagire. La cosa fondamentale di cui abbiamo bisogno è il tempo. Deve passare il tempo: il dolore non scomparirà ma si addolcirà e la vita, in un modo che oggi sembra impossibile, andrà avanti. In questo processo di elaborazione, potrebbe essere utile rivolgersi a uno psicologo: la terapia può accompagnarci nella razionalizzazione e nell’elaborazione delle nostre emozioni e del dolore.

L’obiettivo è accettare la perdita e trovare le forze per andare avanti!

Elaborazione del lutto. Da guidapsicologi.it. Non riesci a superare la morte di un tuo caro? Se provi una grande sofferenza e un'assoluta mancanza in seguito alla perdita di una persona a te vicina dalla quale non riesci a uscire, dovresti prendere in considerazione la possibilità di rivolgerti a un professionista. Il dolore è un processo indispensabile di liberazione ed è necessario attraversare diverse fasi per rialzarti e riprendere in mano la tua vita.

Cos'è? Psicologi Domande Articoli

Tutto ciò che hai bisogno di sapere su Elaborazione del lutto

Cos'è il lutto in psicologia?

Con il termine "lutto", in psicologia, s'indica lo stato d'animo che si vive in seguito alla perdita di una persona cara. Questo processo psicologico doloroso può mettersi in moto non solo dopo la morte ma anche nel caso di una separazione, di altri avvenimenti legati all'abbandono o alla fine di una relazione importante. Elaborare il lutto è fondamentale per poter riprendere a vivere nuovamente con serenità.

Il 96% degli utenti che hanno affrontato un percorso per elaborare il proprio lutto si dichiara soddisfatto.

Cos'è l'elaborazione del lutto?

Con elaborazione del lutto s'intende tutto il processo di rielaborazione legato alla perdita di una persona cara. Questa fase può essere molto dolorosa ed è solitamente caratterizzata da sentimenti quali tristezza, rabbia, colpa o senso di vuoto. Si tratta comunque di un processo fondamentale per evitare che questa situazione possa trasformarsi in lutto patologico e creare un trauma che si ripresenterà nel futuro, causando la comparsa di diversi disturbi.

Quali sono le principali tappe del lutto?

Le principali tappe del lutto sono state descritte da Elizabeth Kübler Ross, una psichiatra svizzera. L'elaborazione si sviluppa in cinque fasi:

negazione: si nega l'accaduto a causa dello stato di shock dovuto alla perdita;

rabbia: in questa fase si tende a dare la colpa a qualcuno, ad esempio agli altri familiari, perché si tende a pensare che la situazione sia ingiusta;

contrattazione: la fase di contrattazione definisce quel momento nella vita della persona che ha subito un lutto durante la quale essa cerca di capire cosa è in grado di fare, o meglio, in quali situazioni è in grado di nuovo di investire emotivamente. Una fase di vero e proprio "negoziato" intrapreso con diversi soggetti che possono cambiare in base ai valori della persona (le altre persone care, figure religiose etc). Un esempio sono frasi del tipo: " se seguo la terapia potrò..", "se prego ogni giorno...". È una fase in cui la persona cerca di riprendere il controllo della propria vita facendo leva su un possibile "patteggiamento";

depressione: fase in cui la persona inizia a prendere atto di ciò che ha perso (o sta perdendo). Possiamo dividere questa fase in due tipologie di depressione: una reattiva, nella quale la persona inizia a prendere atto delle parti di sé che con il lutto ha perso (legami affettivi/emotivi, aspetti della vita quotidiana, etc.) ed una preparatoria, nella quale la persona inizia a prendere coscienza che ribellarsi al lutto non è possibile;

accettazione: l'ultima fase dell'elaborazione del lutto consiste nell'accettare la perdita e si è pronti a riprendere in mano la propria vita.

Quali sono i vari tipi di lutto?

Ovviamente non tutte le persone vivono il lutto nello stesso modo. Possiamo distinguere diversi tipi di lutto, fra cui:

lutto anticipato: le fasi del lutto iniziano a manifestarsi prima della perdita in sé, in quanto ci si aspetta già la separazione, ad esempio in caso di malattia o di divorzio;

lutto ritardato: in questo caso, l'elaborazione del lutto arriva più tardi perché la persona che lo soffre cerca di ignorare la situazione;

lutto inibito: la difficoltà di esprimere le proprie emozioni, e quindi di elaborare correttamente il lutto, porta all'evitamento della situazione, ad esempio attraverso il consumo di droghe;

lutto cronico: non si riesce ad elaborare il lutto e il ricordo della persona continua ad essere doloroso anche dopo diversi anni dall'accaduto.

Quali sono le manifestazioni esterne del lutto?

Quando si vive un lutto, durante le fasi di elaborazione, si vivono una serie di sintomi e conseguenze sia a livello psicologico che a livello fisico. Le principali manifestazioni del lutto sono:

pianto;

disturbi del sonno;

mal di testa;

stanchezza;

disturbi del comportamento alimentare;

dolori muscolari;

tristezza;

perdita o aumento di peso;

apatia;

rabbia;

nervosismo;

pensieri ricorrenti;

attacchi di panico;

isolamento;

senso di colpa;

angoscia.

Come aiutare una persona che ha avuto un lutto?

Se ci troviamo vicino a una persona che ha subito un lutto, possiamo aiutarla con semplici e piccoli accorgimenti. Innanzitutto, è necessario ascoltare tutto ciò che ha da dire, senza giudicare i suoi sentimenti. Non è necessario dare consigli o dire qualcosa in particolare, l'importante è permettere all'altra persona di esprimere ciò che sente. Rispetta i tempi del lutto e cerca di essere sempre a disposizione della persona che sta elaborando il lutto.

Chi ti può aiutare?

In alcuni casi, il lutto può trasformarsi in una condizione patologica se la sua elaborazione non avviene in maniera corretta. Per questo, può essere estremamente utile richiedere l'aiuto di uno psicologo o di uno psicoterapeuta. Il compito del terapeuta è quello di aiutare il paziente a sopportare la sofferenza causata dal lutto, per permettere di elaborarlo, senza che si presentino strategie di evitamento. L'obiettivo finale, dunque, è quello di accettare il lutto e di riuscire a trovare le forze per andare avanti.

Contenuto rivisto e corretto dal Dott. Fabio Glielmi

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Scritto da GuidaPsicologi.it

Elaborare il lutto, istruzioni per l’uso: un master per imparare a dirgli addio. Redazione su L'Identità il 30 Aprile 2023 

di IRENE GIUROVICH

Il dolore è lo stesso che si prova per la perdita di un familiare o la persona amata a cui si è legati profondamente. La perdita del proprio pet comporta le stesse fasi di elaborazione del lutto che contraddistinguono il processo che coinvolge gli esseri umani: rifiuto, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. A confermarlo è la psicologa clinica Ines Testoni, una vera autorità nel campo della morte, fra le cento scienziate più importanti in Italia, Direttrice del primo e unico master universitario in Death Studies&The end of Life (studi sulla morte e fine vita) all’Università di Padova, dove insegna. Per prendere coscienza del dolore correlato all’accompagnamento terminale e all’addio, sia che si tratti di esseri umani sia di animali, il master, avviato nel 2008, si propone di sviluppare la capacità di affrontare i temi relativi alla morte in tutti i suoi aspetti.

Autrice di numerosi testi e articoli scientifici, la psicologa Testoni, allieva di Emanuele Severino, evidenzia come il pet grief (il dolore per la morte dell’animale) sia un lutto delegittimato: “Nella nostra cultura manca il riconoscimento dei legami di attaccamento con i nostri animali da compagnia, e questo determina la difficoltà maggiore a gestire la sofferenza: spesso non sappiamo quanto li amiamo, non ne siamo consapevoli e purtroppo la società crede, banalmente, che l’animale sia solo materia vivente”. E invece è molto più di materia: è dotato, spiega la dottoressa, di “sentimenti, mente, capacità di elaborare le informazioni e impostare una relazione di reciprocità con i proprietari”. Gli animali non sono macchine biologiche, come erroneamente si crede, ma esseri senzienti dotati di dimensione affettiva.

Come capita nel mondo umano, anche in quello animale, circa la metà delle perdite non viene avvertita come dolorosa, e questo avviene perché non tutti “sviluppano legami significativi con le persone come pure con i propri animali”. Ma quando il legame è radicato, allora l’addio al pet diventa motivo di dolore come la perdita di un familiare, della persona amata o di un amico con cui avevamo sviluppato sentimenti di attaccamento.

Lo psicologo specializzato in pet grief aiuta a risolvere tutti i sospesi rispetto alla relazione con l’animale. “Si devono chiudere i sospesi per poter interiorizzare la figura del pet nel proprio cuore e nella propria mente e fare in modo che si possa nutrire un dialogo interiore con questa figura. L’animale rimarrà come presenza spirituale in grado di compensare l’assenza fisica”.

Nella società e cultura contemporanea in Italia “mancano i servizi di supporto e di aiuto: per fortuna l’istanza all’aiuto si sta facendo strada nel nostro paese grazie al master; gli psicologi formati con me sono preparati anche per questo tipo di attività”, dichiara la Testoni che, per prima al mondo, ha validato delle scale per la misurazione dei livelli di sofferenza dei proprietari pubblicate su riviste ad alto impatto scientifico come “Animals” e “Anthrozoös”.

“Sembra paradossale: nonostante la chiesa cattolica eserciti un ruolo di primo piano sulle persone e sulla politica, in Italia è ancora assente una cultura di supporto, a differenza di quanto avviene da moltissimi anni negli Usa e nei paesi anglofoni dove è forte la sensibilità al pet grief, con tanto di aiuti riconosciuti e ritualità condivise”, sottolinea la ricercatrice. I primi studi sul dolore per i lutti delegittimati (fra cui il lutto per la mancanze del pet) risalgono non a caso ad uno psicologo americano con cui la Testoni collabora: Kenneth Doka.

La morte non può diventare l’indifferente, ciò di cui si può non parlare, com’è considerata oggi. “Lavoriamo sul lutto delle persone e degli animali, sulle cure palliative, la fase complessa dell’accompagnamento, sulla rappresentazione della morte. Vogliamo permettere a tutti coloro che hanno a che fare con gli esseri umani, per motivi di cura (area sanitaria e non solo), formazione, educazione, assistenza e servizi di sapere che nel loro lavoro avranno a che fare con persone che dovranno fronteggiare la morte, sia dell’essere umano sia dell’animale. Non viene minimamente preso in considerazione il fatto che possa morire, ad esempio, il pet di un bambino. A scuola gli insegnanti dovrebbero essere preparati anche a questo”, ammonisce la psicologa. E invece si fa calare il silenzio o si fa finta di nulla.

Gestire il lutto di un animale a cui si era uniti profondamente – evidenzia la dottoressa – espone ad un rischio ulteriore proprio per la la delegittimazione sociale che domina: ecco perché è più pericoloso del lutto umano. “Ci sono dei lutti – spiega – che possono diventare lutti prolungati e quindi non si risolvono in un anno (questo il tempo medio, di solito il tempo va dai 6 ai 18 mesi come per i lutti umani), perché non c’è il supporto sociale. Ricordiamoci che il lutto si risolve solo con il supporto sociale. Il cordoglio è quel dolore lancinante che può durare un tempo indefinito se non si trasferisce in lutto, ovvero la trasformazione del cordoglio grazie alla compensazione della mancanza attraverso il rapporto con gli altri”. Il lutto per l’animale a cui si era legati può essere più difficile da chiudere, per questo la ricercatrice propone anche alle associazioni che si occupano di animali di partecipare al percorso e creare dei servizi a supporto del lutto.

“Mi sono attivata con la Socrem di Torino che ad Alessandria ha realizzato un crematorio dei pet: si è creata una ritualità nelle sale per garantire un vero e proprio rito. La cultura funebre, fondamentale per creare la legittimazione sociale, implica una riflessione metafisica rispetto al senso dell’animale che ancora non abbiamo svolto”. In Italia i pochi cimiteri sono affidati alla gestione privata, questo influisce sull’elaborazione. In America e in UK invece queste pratiche sono già realtà: cimiteri municipali, sale del commiato con un celebrante, inceneritori per chi vuole la cremazione e poi decide dove tenere le ceneri (loculo, casa), inumazioni… Servirebbe altresì che i movimenti chiedessero un riconoscimento giuridico: permessi per poter curare il proprio pet, permessi per assisterlo, per il lutto.

Intanto, però, come deve gestire il dolore chi è nella sofferenza? “Il primo consiglio che do a tutte le persone in lutto – suggerisce la Testoni che utilizza soprattutto la tecnica dello psicodramma del medico-filosofo Jacob Levi Moreno – è di stare nel dolore, non cercare di sfuggirgli o negarlo, va espresso; bisogna lamentarsi perché si sta male, piangere, urlare anche chiudersi in sé. Se non si fa questa operazione non si sente il bisogno di riaprirsi. A tutti i dolenti dico: il fondo c’è. Bisogna arrivarci, perché serve la spinta per tornare su e la spinta arriva quando si accetta il dolore vissuto”.

DAGONEWS sabato 9 dicembre 2023.

Gli ingredienti chiave dell'attaccamento umano sono il vivere l'altra persona come una fonte affidabile di conforto, il cercarla in caso di angoscia, il provare piacere in sua presenza e il sentirne la mancanza quando si allontana. I ricercatori hanno identificato queste caratteristiche anche nelle relazioni con gli animali domestici. 

Ma ci sono delle complessità. Alcuni gruppi di persone hanno maggiori probabilità di sviluppare legami intimi con i loro animali domestici. Tra questi vi sono gli anziani soli, le persone che hanno perso fiducia negli esseri umani e quelle che si affidano agli animali per ricevere assistenza.

I ricercatori hanno anche scoperto che il legame con i nostri amici ha un prezzo: il lutto per la perdita dei nostri animali domestici.

EUTANASIA

Il senso di colpa o il dubbio sulla decisione di praticare l'eutanasia a un animale possono complicare il lutto. Per esempio, la ricerca ha rilevato che i disaccordi all'interno delle famiglie sul fatto che sia giusto sopprimere un animale domestico possono essere particolarmente impegnativi. 

Ma l'eutanasia dà anche la possibilità di prepararsi alla morte dell'amato animale. C'è la possibilità di dire addio e di pianificare gli ultimi momenti per esprimere amore e rispetto, come un pasto preferito, una notte insieme o un ultimo saluto. 

Esistono forti differenze nelle reazioni delle persone all'eutanasia degli animali domestici. Una ricerca israeliana ha rilevato che, all'indomani della morte di un animale domestico, l'83% delle persone si sente sicuro di aver preso la decisione giusta.

Ritengono di aver concesso al loro compagno animale una morte più onorevole che riduce al minimo le sofferenze.

Tuttavia, uno studio canadese ha rilevato che il 16% dei partecipanti al loro studio, i cui animali sono stati sottoposti a eutanasia, si sono sentiti “assassini". 

LUTTO "INACCETTABILE"

Le persone possono ritenere che il lutto per un animale domestico sia inaccettabile. 

Inoltre, a livello più ampio, può esserci una discrepanza tra la profondità del dolore per l'animale domestico e le aspettative sociali sulla morte degli animali. Per esempio, alcune persone possono reagire con disprezzo se qualcuno salta il lavoro o si prende delle ferie per piangere un animale domestico.

Le ricerche suggeriscono che quando le persone sono angosciate per la perdita di un animale domestico, il lutto non riconosciuto dagli altri rende più difficile trovare conforto. Il lutto sembra limitare l'espressione emotiva in modo da renderla più difficile da elaborare. 

Le relazioni con i nostri animali domestici possono essere significative quanto quelle che condividiamo con gli umani. La perdita dei nostri animali domestici non è meno dolorosa e il nostro dolore lo dimostra. Dopotutto, siamo solo esseri umani.

I personaggi tv.

I Centenari.

L’Estumulazione.

La Mummificazione.

La Profanazione.

La Cremazione.

Il Compostaggio.

L’eterna giovinezza.

La Crioconservazione.

I personaggi tv.

Estratto dell’articolo di Marcello Veneziani per “La Verità” il 3 marzo 2023.

Ogni volta che muore un Vip osannato dal mainstream, sembra che sia morto il più grande uomo di tutti i tempi. […] Così sta succedendo a Maurizio Costanzo […] Il salotto di Costanzo nacque quando la tv non era a colori, quando c’erano ancora l’Urss, la Dc e il Pci e non c’era ancora il telefonino. Sopravvisse a quelle mutazioni, e si protrasse per alcuni decenni, con uno strascico fin quasi ai nostri giorni ma diventò la testimonianza di un mondo trascorso.

[…] Un salotto affacciato su una platea di guardoni. Finiva l’era furente del «tutto è politica» e si scopriva il privato, gli individui, i gusti e i disgusti. Il Maurizio Costanzo Show traghettò dal pubblico al privato, anzi rese pubblico il privato. Promosse il soggettivismo di massa. Era un salotto, un circolo, un caffè ma usava il modello cattolico della confessione. Quando Costanzo si spostava col suo trespolo e parlava a turno coi suoi ospiti, usando un tono confidenziale, per carpire confessioni e segreti, praticava in senso laico e «libertino» la confessione (e un po’ la seduta psicanalitica).

Con la variante che lasciava spazio per qualche intromissione degli altri ospiti, a volte pilotati e fomentati da lui, in modo da intrecciare il pubblico col privato, l’intimo col conviviale e vivacizzare con le rivalità il coming out. Furono prove tecniche di narcisismo interattivo. Così nacque il talk show in tv. Oggi se dici talk show pensi a programmi con una caratterizzazione prevalentemente politica. Al tempo, invece, uscivamo dall’era ideologica e panpolitica degli anni Settanta; nel salotto di Costanzo anche il politico veniva risucchiato dal lato umano, a volte intimo e perfino giocoso.

[…] Il talk show come lo costruì Costanzo […] rispondeva a un preciso stadio della società, dopo il Sessantotto, prima dei social. In quel tempo si chiamava riflusso, riscoperta del privato, teneva a battesimo il nascente egocentrismo di massa, l’interazione tra Vip e gente comune, il contrasto tra modelli di vita «emancipati» e altri ritenuti «coatti», «antiquati». Era la fiera degli stravaganti, di chi dava spettacolo di sé o accettava il ruolo di galletto nella sfida in video allestita da Costanzo, che si fingeva paciere ma era il sobillatore. Era, però, ancora il tempo della conversazione. Ora c’è, al più, esibizione del privato, denudamento dell’io e del tu, fiera dei sentimenti e dei risentimenti; ma non c’è più civiltà della conversazione […]

[…] Per […] quasi un trentennio, Maurizio Costanzo è stato il principale influencer dei costumi della nostra società. […] La piazza d’Italia si era trasferita nel video salotto; il messaggio prevalente che lui veicolava ogni sera era di tipo radicale, permissivo e vagamente progressista a uso domestico e ludico; a volte con qualche tratto umanitario.

 Il suo show modificava in pubblico la vita privata degli italiani, conformandola ai nuovi canoni e luoghi comuni di una società scristianizzata, più global, più edonista; in versione pop, romanesca e neoborghese […]Le prime prove tecniche di omotransgender passarono in video dal suo salotto. Costanzo fu un ibrido tra Pannella e sora Lella, la sorella di Aldo Fabrizi. Detestavo in modo particolare una sua massima che ripeteva spesso: la coerenza (o la fedeltà) è la virtù degli imbecilli. Così allevò generazioni di imbecilli incoerenti, fluidi e infedeli.

Certo, fu un grande impresario di tv, un potente […] un intervistatore brillante, scopritore di talenti, squinzie e stravaganti, autore prolifico, grande animatore radiofonico. […] Invecchiò precocemente, fu lungo il suo declino, fisico e lessicale. Fu il baffo più vistoso della tv e il collo più nascosto del video. Il suo salotto finì quando la conversazione si trasferì nel display di un telefonino o di un pc. Se telefonando segnò il suo inizio, il telefonino segnò la sua fine.

Costanzo, quando i funerali dei personaggi tv diventano una liturgia mediale. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 27 Febbraio 2023

Non succede in altri Paesi dove la solennità è riservata a reali, a governanti, a figure eminenti

Canale 5, con la conduzione di Silvia Toffanin e Rai1, con Serena Bortone (e con Francesco Rutelli) hanno trasmesso in diretta i funerali solenni di Maurizio Costanzo «alla presenza di molti vip e della gente comune». Da un po’ di anni, le esequie dei personaggi televisivi più noti stanno diventando una sorta di funerali di Stato. Non succede in altri Paesi dove la solennità è riservata a reali, a governanti, a figure eminenti. Da noi, spesso il funerale diventa una liturgia mediale, la continuazione di un programma, come se la tv fosse l’unica istituzione che ci richiama ancora al rito, al simbolo, alla cerimonia. La tv è soprattutto consuetudine, essa stessa è una presenza quotidiana, più che una «finestra sul mondo» un ospite fisso che racconta quel che succede nel mondo.

Ci sono poi programmi, come i talk show, che sembrano fatti apposta per accentuare questo carattere confidenziale. Si reggono infatti su tre pilastri: la «prossimità», attraverso cui la complessità del quotidiano trova attraverso la parola una dimensione quotidiana, quasi famigliare; la «convivialità», cioè l’insistenza retorica sul valore dello stare insieme, del partecipare; la «ripetizione», la più sobria e pacata legge della comunicazione. Nulla, infatti, rende più felice lo spettatore dell’«ancora una volta». Non dobbiamo stupirci se un programma incontra il favore del pubblico all’ennesima replica. Ogni esperienza televisiva desidera insaziabilmente la ripetizione e il ritorno, il ripristino di una situazione originaria da cui ha preso le mosse. Per questo i conduttori diventano figure di riferimento, «padri della patria», confidenti, membri della famiglia. Le persone che inopportunamente sono andate a chiedere un selfie a Maria De Filippi hanno chiesto un favore a un’amica, a una persona considerata tale. Ecco cosa c’era dietro l’angolo.

Estratto dell’articolo di Assia Neumann Dayan per “La Stampa” l’1 marzo 2023.

[…]  Saremo sempre e per sempre grati a Maurizio Costanzo, anche e soprattutto per quelle due ore di messa in scena di un «Quinto Potere» più che credibile. I funerali di Maurizio Costanzo, andati in onda il 27 febbraio sia su Rai1 che su Canale 5, sono stati seguiti da circa 4,3 milioni di spettatori su Canale 5 e da 2,3 milioni su Rai1: parliamo di circa il 50% di share se consideriamo entrambe le reti (19,71% su Rai1 e 35,49% su Canale 5).

 Le curve di Rai1 e Canale 5 assomigliano a quelle che vengono chiamate in gergo «curve a panettone», sogno di tutti quelli che grazie alla tv pagano mutuo, bollette e tasse, gente che di solito la tv in casa non ce l'ha nemmeno: curve che partono, crescono, si stabilizzano e scendono a fine programma.

[…] il funerale è un genere televisivo a sé, e pure di successo. Il funerale di Fabrizio Frizzi venne seguito da 5 milioni e 174mila telespettatori, mentre quello di Raffaella Carrà, trasmesso al mattino da Rai1 e Rete4, viene visto da circa 3,5 milioni di spettatori con il 32,4%: 3 milioni con il 28,3% di share per lo speciale del Tg1, mentre lo speciale del Tg4 fece il 4,1% di share con 423mila spettatori. 4,5 miliardi di persone in tutto il mondo hanno seguito i funerali della Regina Elisabetta, mentre il funerale di Lady D venne visto da 10 milioni di telespettatori che piangevano: quello fu uno shock generazionale, un trauma collettivo che in numeri corrisponde al 75,9% di share, la percentuale più alta di tutto il 1997.

Controprogrammare un funerale è impossibile, ma la buona notizia è che la televisione non è morta: Internet e i social non hanno celebrato l'estrema unzione della generalista, e noi siamo ancora qui che comunque non riusciamo a cambiare canale. La cattiva notizia è che i grandi sono quasi tutti morti, il palinsesto dei funerali si sta di anno in anno assottigliando, e ci rimangono ben pochi grandi maestri da rimpiangere.

Nel 2023 il funerale è un evento replicabile: ci vengono riproposte le immagini per i giorni a seguire su tutte le testate giornalistiche e non, online e negli archivi possiamo ritrovare i filmati, possiamo rivivere all'infinito un dolore che in fondo non è nemmeno nostro. Guardiamo i funerali anche per allontanare da noi il concetto della morte, è lo stesso sistema per cui ci piace tanto la cronaca nera e teniamo la foto di Franca Leosini nel portafogli insieme a quella dei figli.

Davanti ad eventi luttuosi, sciagure, morti, noi ci fermiamo a guardare come se tutto fosse un incidente stradale: mettere una distanza tra noi e la morte grazie ad uno schermo aiuta a pensare che a noi non accadrà, o perlomeno, non adesso.

[…] Chi di noi non ha sfogliato almeno una volta una gallery con gli outfit dei partecipanti ad un funerale reale? Fa parte della natura umana un certo voyeurismo, non siamo dei mostri per questo. La chiesa, che sia per un matrimonio o per un'orazione funebre, è dove si incrociano tutte le vite, le morti e gli scandali.

[…]

Non possiamo stupirci di chi ha chiesto a Maria De Filippo di fare insieme un selfie nella camera ardente, perché non possiamo non ricordarci di quelli che si facevano le foto a Cogne, o ad Avetrana, o ad Auschwitz, tutti guardando in camera con un certo sorriso. Con l'avvento di internet, purtroppo, questi reperti non rimangono più solo fotografie brutte appese in camera, ma siamo costretti a subirli un po' tutti.

I social, d'altra parte, hanno semplicemente replicato un certo sistema televisivo: si parla di una storia tragica, arriva il pianto, andiamo in pubblicità. È per questo che non dobbiamo stupirci nemmeno di quelli che fanno le sponsorizzazioni tra il racconto di una malattia e l'altra, ed è per questo che per dichiarare l'ora del decesso della televisione dovremo aspettare ancora un po'.

 I funerali generano quella volontà del sentirsi parte di un qualcosa, che è spesso la narrazione di un momento storico, o di un Paese […]

Il lutto pubblico di Maurizio&Maria. Storia di Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 28 febbraio 2023.

Caro Aldo, sono colpito dalla mobilitazione nazionale per l’ultimo saluto a Costanzo, l’uomo che ha cambiato la tv. Che ne pensa? Bruno Nunziati Tanta gente al funerale di Costanzo, come se fosse morto un parente. Marco Rizzi I selfie estorti a Maria accanto alla bara di Maurizio sono un rito crudele che non si ferma nemmeno di fronte alla morte. Delio Lomaglio

Cari lettori, I personaggi tv sono per gli italiani persone di famiglia. L’italiano medio si riconosce in loro. Ricordo l’ondata di commozione che percorse il Paese per la scomparsa di Fabrizio Frizzi, un conduttore che i vertici Rai del tempo non avevano mai considerato «di punta», tanto che non gli avevano mai affidato il festival di Sanremo, ma che gli spettatori consideravano il vicino di casa ideale, l’amico affidabile che sa starti vicino e lontano, che non ti fa ombra ma quando ti serve c’è. Maurizio Costanzo era un’altra cosa. Era un grande giornalista. Ed era anche un uomo di potere. Eppure è riuscito pure a diventare popolare, a essere vissuto come amico, nonché come marito della donna — insieme con Mara Venier — più amata della tv, Maria De Filippi; e se è ovviamente fuori luogo chiedere un selfie in camera ardente, lei comunque non se l’è sentita di deludere il proprio pubblico, che la considera appunto un’amica; chiedere era sbagliato, ma non sottrarsi è stato un gesto di cortesia, che Maria ha compiuto nella certezza che Maurizio avrebbe approvato. Aldo Grasso ha scritto giustamente che il funerale a reti unificate diventa un prolungamento della trasmissione tv. Poi c’è il ruolo di don Walter, il prete-filosofo cui è affidata la chiesa degli artisti in piazza del Popolo (dove oggi diremo addio a Curzio Maltese), sacerdote di vasta cultura che ad esempio affidò un ciclo di conferenze di altissimo livello a Franco Battiato. Beppe Severgnini ha visto dietro la commozione popolare per la morte di Costanzo — ma anche di Vialli, di Mihajlovic, e altri lutti recenti — una certa ansia per il futuro. L’allungamento della vita, interrotto dal Covid, ci aveva illusi che la morte non ci riguardasse, che venisse sempre dopo, che appartenesse all’altrove. Invece confina con la vita, ne rappresenta il compimento, talora la completa. Esistono lutti privati che inevitabilmente diventano pubblici. Maurizio Costanzo e Maria De Filippi l’hanno capito.

Costanzo, boom di ascolti in tv per i funerali del giornalista. Storia di Ma. Vo. su Il Corriere della Sera il 28 febbraio 2023.

Probabilmente Maurizio Costanzo sarebbe il primo a sorriderne in maniera sorniona. Lui, maestro di comunicazione, sapeva bene che anche un funerale può essere un grande evento mediatico. Specie se il funerale è quello dell’inventore del talk show. Dunque lunedì pomeriggio la cerimonia funebre, trasmessa in diretta da Canale 5, è stata seguita da oltre 4.3 milioni di telespettatori. Così suddivisi: «Verissimo Presenta Ciao Maurizio», alle 14, in collaborazione tra la rete e il Tg5, e condotto da Silvia Toffanin (in studio con lei anche Cesara Bonamici e Katia Ricciarelli) alle 14, è stato seguito da 3.933.000 spettatori con il 32.3% di share. Poi dalle 14.41 alle 16.01, i funerali di Maurizio Costanzo hanno tenuto incollati, davanti al piccolo schermo, 4.318.000 spettatori pari al 35.5%. A questi dati vanno aggiunti gli ascolti della finestra di Rai1, sui funerali, che ha registrato una media di 2.395.000 e 19,71% di share. Complessivamente stiamo parlando di oltre 6,7 milioni di telespettatori che hann voluto dare l’ultimo saluto a Costanzo, anche da casa.

«Bisogna ragionare sulle circostanze uniche del personaggio Costanzo. I media che erano stati un po’ polemici con il suo livello popolare, finalmente gli hanno riconosciuto la statura», commenta Mario Morcellini, sociologo, professore di Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma. «Gli aspetti irripetibili sono quelli di un divismo duraturo nel tempo, non capita a molti, ci sono stati personaggi come Mike Bongiorno, Pippo Baudo a suo tempo, ma non c’è confronto con il fatto che lui lavorava a un modello di televisione che non è solo talk show. Era una specie di conversazione pubblica in cui la gente si riconosceva molto più delle grida e dell’intrattenimento del talk show. Lui ha avuto delle doti di sintonia con il popolo che il pubblico ha saputo gratificare», ha aggiunto.

Video correlato: L'intervista per gli 80 anni di Maurizio Costanzo (Mediaset)

Il sociologo Alberto Abruzzese specifica: «Costanzo ha una caratteristica fondamentale. I giudizi che la gente comune ha dato su di lui versavano sul fatto che era tanto buono. E viene fuori questo giudizio perché lui ha seguito nella sua messinscena televisiva una legge, che è quella “il tuo successo è la mia fortuna”. E ha funzionato perfettamente».

I Centenari.

Estratto dell'articolo di Filippo Femia per “la Stampa” su Il Corriere della Sera il 31 gennaio 2023.

[…] Nell'Italia che attraversa l'inverno demografico i centenari non sono mai stati così numerosi: quasi 20 mila, 19.714 per la precisione, di cui 16.427 donne (83%) e 3.287 uomini. È il dato più alto di sempre, […] E la crescita, secondo gli esperti, dovrebbe continuare anche nel futuro prossimo.

«Da qui al 2032 ci aspettiamo un raddoppio dei centenari – è il commento di Niccolò Marchionni, ordinario di Medicina interna all'Università di Firenze e presidente della Società italiana di cardiologia geriatrica – […]». Tanto da giustificare l'utilizzo di una categoria relativamente nuova: la Quinta Età.

 […] Se si domanda agli interessati, l'elisir di lunga vita ha gli ingredienti più disparati: si nasconde tra le abitudini a tavola […], dipende dai sonnellini pomeridiani o dalla devozione alla messa domenicale.

Gli scienziati che hanno fatto ricerche nelle "Blue Zones" […], dove l'aspettativa di vita è sensibilmente maggiore rispetto al resto del Paese, studiano il corredo genetico. «[…]spiega Niccolò Marchionni […] Tra le condizioni che accomunano i centenari c'è un'intensa rete di relazioni che evita l'isolamento, una vita non sedentaria e un'alimentazione con poche calorie».

 In Italia la regione con il rapporto più alto tra popolazione di centenari e il totale dei residenti è il Molise, seguito da Valle d'Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Liguria e Abruzzo. Nemmeno la pandemia ha scalfito la vita dei super anziani italiani.

Secondo i dati dell'Istat, durante i mesi neri del Covid, quella dei centenari è stata una delle poche fasce d'età in cui non si è registrata una crescita dei decessi. Le differenze con il resto della popolazione sono probabilmente legate al fatto che chi ha cento anni e più è "geneticamente selezionato", più resistente. Inoltre i centenari erano in "isolamento domiciliare" già prima del Covid: quasi nove su 10 sono "protetti" in famiglia, solo il 12% vive in una residenza per anziani. […]

L’Estumulazione.

Estumulazioni non autorizzate. Reggio Calabria, distruggevano le salme dei defunti per fare posto a nuove sepolture: 16 arresti (anche il custode del cimitero). Redazione su Il Riformista il 15 Settembre 2023.

Avrebbero proceduto per anni a estumulazioni non autorizzate nel cimitero di Cittanova, distruggendo o spostando in altri loculi le salme dei defunti per far posto a nuove sepolture. Con questa accusa i Carabinieri hanno arrestato 16 persone nelle province di Reggio, Milano e Vicenza in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta del procuratore di Palmi Emanuele Crescenti. Tra gli arrestati l’ex custode del cimitero, oggi in pensione, e tre imprenditori locali amministratori di due imprese di onoranze funebri. Complessivamente sono 70 gli indagati. Sequestrata un’area del cimitero.

I 16 arrestati sono ritenuti, a vario titolo, coinvolti in operazioni illecite celate dietro la regolare gestione del cimitero comunale dove avevano creato, secondo gli inquirenti, una “gestione parallela” del cimitero rispetto a quella del Comune. L’ex custode e i tre imprenditori locali, sottoposti alla custodia cautelare in carcere, sono ritenuti dagli inquirenti al vertice di un’associazione a delinquere.

La Mummificazione.

Scoperta in Egitto la mummia più vecchia di sempre: risale a 4.300 anni fa. Storia di Paolo Virtuani su Il Corriere della Sera il 26 gennaio 2023.

Nuova grande scoperta archeologica effettuata dalla squadra di Zahi Hawass, ex ministro delle Antichità dell’Egitto e attuale segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie. In uno scavo profondo 15 metri è stato portato alla luce un sarcofago di calcare sigillato con la malta dentro il quale è stata rinvenuta quella che potrebbe essere considerata la mummia più vecchia e più completa, ricoperta con una foglia d’oro. La decifrazione del nome porta ad attribuirla a un uomo chiamato Hekashepes e risale a 4.300 anni fa.

L’eccezionale ritrovamento è avvenuto in un gruppo di tombe della V e della VI dinastia nei pressi della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara, situata a circa 30 chilometri a Sud del Cairo.

Tra le varie tombe rinvenute, una era quella di Khnumdjedef, appartenente alla casta sacerdotale, ispettore degli ufficiali e supervisori di nobili durante il regno di Unas, ultimo faraone della V dinastia, decorata con scene di vita quotidiana. Un’altra era la sepoltura di Meri, la cui iscrizione lo dichiara «custode dei segreti e assistente del grande conduttore del Palazzo». Tra le tombe sono state portate alla luce nove statue, tra le quali una di un uomo con sua moglie, altre di personale della servitù.

La Profanazione.

Profanata la tomba della rom. Nella bara aveva 5 chili di gioielli. Con ogni probabilità i ladri che hanno profanato la tomba sapevano che è usanza delle famiglie rom tumulare i defunti con oggetti di valore e pietre preziose. Valentina Dardari l’8 Gennaio 2023 su Il Giornale

Una tomba è stata profanata al cimitero di Prima Porta e, una volta aperta, sono stati rubati ben cinque chili di oro in gioielli di famiglia. Con ogni probabilità il ladro sapeva esattamente cosa avrebbe trovato all'interno della tomba. A indagare sono i carabinieri del gruppo Cassia che hanno ampliato le indagini anche nel Nord Italia, dove risiede un parente della defunta. Al momento, come riportato da il Messaggero, gli investigatori non escludono nessuna pista per cercare di trovare il colpevole. Dietro al furto ci potrebbe però essere una faida tra famiglie.

Cosa è successo

Secondo quanto ricostruito finora, chi ha profanato la tomba dell'anziana rom di origini bosniache, morta nel 2020, ha aperto la cassa su un lato e ha trafugato i gioielli e i monili d'oro che i familiari dell'anziana avevano riposto all'interno della bara insieme al cadavere. Sono stati i vigilanti del cimitero di Prima Porta che si sono accorti di quanto era avvenuto e hanno allertato sia la famiglia della donna che i carabinieri. Non si tratta della prima volta che avviene un furto del genere: già negli anni passati si erano verificate sottrazioni simili. Da quanto reso noto il fatto sarebbe successo lo scorso 4 gennaio. Sono stati i conoscenti e i parenti della morta a raccontare che all'interno della cassa erano stati messi oggetti preziosi, anche d'oro, per un peso totale di cinque chili.

L'usanza rom

Sembra infatti che sia una usanza delle comunità rom quella di seppellire il defunto insieme a oggetti preziosi, un po' come avveniva nell'antico Egitto. Probabilmente i ladri, che erano a conoscenza di questa usanza, sono andati a colpo sicuro, certi di trovare un bel bottino. Come ricostruito dagli investigatori, durante quella fatidica notte i rapinatori hanno tolto la bara dal loculo, aperto la cassa zincata su un lato, e sottratto i monili d'oro dal varco che avevano creato poco prima. I familiari della defunta hanno presentato denuncia ai militari, affermando che sono stati trafugati dalla tomba circa cinque chili di oro, tra oggetti, gioielli e pietre preziose. I carabinieri stanno effettuando accertamenti anche sulla refurtiva che i parenti stanno elencando su una lista da consegnare agli investigatori. Il sospetto è che i ladri siano conoscenti, o comunque persone vicine alla famiglia derubata, i cui componenti risiedono sia nella periferia est di Roma che in alcune città del Nord Italia.

I precedenti

In passato, tra il 2018 e il 2019, gli investigatori erano riusciti a identificare un gruppo di ladri che aveva come specialità proprio i furti all'interno di campisanti, in particolare nel cimitero Flaminio. Le forze dell'ordine avevano infatti già ricevuto denunce di furti in varie tombe ma non erano state installate telecamere di sorveglianza per controllare la situazione. In ogni caso i ladri, dopo aver aperto le tombe e rubato il contenuto prezioso, le sigillano così da non insospettire i guardiani e i parenti. Solitamente questi furti vengono messi in atto nel pomeriggio inoltrato, quando chiude il cimitero. Difficile anche riuscire a rilevare le impronte digitali sulle tombe, a causa delle micropolveri che fuoriescono.

La Cremazione.

La sepoltura costa troppo: la scelta degli italiani, a cosa siamo costretti. Melania Rizzoli su Libero Quotidiano il 24 gennaio 2023

Chiedere di essere cremato dopo la morte è una scelta estremamente personale, dettata da molte e differenti ragioni, che vanno dal rifiuto dei riti e obblighi funerario cimiteriali, oggi molto costosi, all’ideale ritorno nel ciclo della natura, evitando il processo biologico della decomposizione. In Italia nel 2020 è stato cremato un defunto su tre su 746.146 decessi, per un totale di 277.106 cremazioni, con un aumento considerevole in un solo anno, soprattutto al Nord. Nel nostro Paese esistono ancora molti pregiudizi nei confronti di questa pratica, dovuti soprattutto al popolare “culto dei defunti”, per le attenzioni che i vivi hanno tuttora verso i loro cari scomparsi, nella speranza di mantenere ancora un legame di fronte al loculo di sepoltura con la fotografia del congiunto, e anche perché il fuoco è ancora considerato una presunta violenza all’idea che avvolga il corpo del proprio caro bruciandolo e riducendolo in polvere.

Ma come funziona in pratica il processo crematorio? I primi forni venivano alimentati a carbone, mentre oggi vengono utilizzate resistenze elettriche, bruciatori a gas e fiamme dirette per scaldare le pareti della camera di combustione. Ma prima di tutto è la salma che deve essere preparata, liberata da eventuali protesi esterne, impianti o dispositivi come il pace-maker che con le elevate temperature potrebbero esplodere e danneggiare il forno. Inoltre il cadavere deve essere deposto in una bara fatta di un materiale facilmente infiammabile, di legno leggero, morbido ed economico come il balsa o il bambù, costruita con un design più semplice e soprattutto che non contenga la protezione interna di zinco, sempre presente invece nelle bare da sepoltura.

RESTI RICONOSCIBILI

Prima di tale procedura inoltre, il defunto deve essere identificato da un familiare e gli viene apposto un segno distintivo in metallo, legato al corpo, che permette, alla fine, di riconoscere i resti ridotti in cenere ed evitare che questi possano essere confusi o mischiati con quelli di un’altra persona. Quando il feretro viene introdotto all’interno della macchina crematoria, adagiato su un rullo automatico che lo trasporta, sempre controllato a distanza dai monitor e dall’occhio umano, affinché non sopraggiungano complicazioni, viene pian piano esposto al calore di temperature che raggiungono i 900/1000*C, e per prima cosa si brucia la bara di legno, dopo di che inizia l’incenerimento della salma, dai capelli, ai vestiti, alla pelle, muscoli e parti molli, compresi i liquidi che colano ed evaporano, e per ultimo si bruciano le ossa di tutto lo scheletro, cranio compreso, e tutto l’intero processo di incenerimento può durare fino a 3 ore, poiché molto dipende dalla grandezza e dal peso del corpo del defunto, oltre che dalla temperatura del forno.

Gli operatori delle agenzie funebri che gestiscono il processo, raramente danno il permesso a parenti o amici di assistervi, sia per l’alta emotività del momento, sia perché durante la combustione il corpo del caro estinto spesso è soggetto a vari movimenti, soprattutto degli arti, anche ampi e bruschi, dovuti alla contrazione dei muscoli e tendini che perdono liquidi con la combustione e si rattrappiscono, e durante i primi 10/20 minuti possono intervenire anche evaporazioni robuste con spruzzi di gas ed effluvi corporei, aspirati e immagazzinati attraverso dispositivi tecnologici che assorbono anche l’odore carne bruciata, mantenendo pulito l’ambiente della camera crematoria, finché non si raggiunge lo stadio finale di incenerimento.

Al termine del procedimento, quando il forno si è raffreddato, se non tutte le parti del fisico umano risultano cremate completamente, gli operatori, dopo aver rimosso con un magnete gli oggetti metallici che non risultano bruciati (protesi dentali, cardiache o femorali, viti chirurgiche o quelle della bara), procedono alla raccolta delle ceneri e alla frantumazione a mano dei residui, per trasferirli poi su un vassoio in un macchinario, il Cremulator, che ha il compito di polverizzare il tutto, fino a ottenere una polvere della consistenza della sabbia, di colore bianco/grigio, la quale, una volta raffreddata, viene inserita in un’urna cineraria, scelta in precedenza dalla famiglia del defunto, e consegnata sigillata, con una targhetta che riporta il nome del defunto, agli eredi, affinché possano conservarla, tumularla o inumarla, oppure ospitarla, previo permesso del Comune di residenza, in casa, per risparmiare sui costi del cimitero o più frequentemente per continuare a sentire l’anima del caro estinto sempre vicina e presente, magari attraverso la preghiera.

A Bergamo, la provincia lombarda con il maggior numero di contagi da Coronavirus in tutta Italia, la sera del 18 marzo 2020 sono arrivati i mezzi dell’esercito per trasportare le bare di decine di vittime dell’epidemia ai forni crematori di altre città, poiché non si riusciva più a gestire, per l’elevato numero di decessi, la situazione stressante di attesa per le cremazioni nell’unica struttura presente, nonostante questa lavorasse a pieno regime, 24 ore al giorno. Nel nostro Paese gli impianti crematori sono 87, più numerosi al Nord piuttosto che al Centro e al Sud, ma la pandemia ha reso sempre più evidente che ogni città dovrebbe avere non meno di due linee crematorie, così che se uno degli impianti dovesse fermarsi per qualunque motivo, l’altro ne garantirebbe l’operatività senza interruzione del servizio.

Durante l’epidemia Covid, inoltre, era obbligatorio la disinfezione delle bare, sia all’interno, imbibendo lenzuola con disinfettanti, che all’esterno, per contenere possibili contagi agli operatori, ma tale procedura ha creato non pochi problemi agli impianti, con scoppi e danneggiamenti dovuti ai liquidi infiammabili delle sostanze farmacologiche aggiunte, oltre che problemi di tenuta e in materia ambientale per le emissioni dei gasi nell’atmosfera. Da qualche anno in Italia è possibile spargere le ceneri del defunto in aree dedicate dei cimiteri, o in aree naturali lontane dai centri abitati, in mare ad oltre mezzo miglio dalla costa, o nei laghi ad oltre 100 metri dalla riva. Alcune persone inoltre usano chiedere una tecnica post crematoria molto costosa e curiosa, la “diamantificazione delle ceneri”, le quali vengono trattate in impianti specifici con agenti chimici che ne estraggono il carbonio, il quale, dopo ulteriori processi viene trasformato in grafite e tramutato in un diamante grezzo, che viene tagliato, a seconda della richiesta, e forgiato per un anello o un ciondolo, da indossare e portare addosso, per avere sempre con sè il caro estinto.

 DIVERSE RELIGIONI

L’Islam e la Chiesa Cristiana Ortodossa vietano la cremazione, ammessa invece dai Valdesi, dalle Chiese Cristiane Riformate, dai Testimoni di Geova e dal 1963 dalla Chiesa Cattolica, con un editto di papa Paolo VI. Molti sono i personaggi illustri che hanno scelto la cremazione del loro corpo dopo la morte, da Sigmund Freud a Gandhi , Maria Callas e Robin Williams, mentre in Italia, tra i tanti, sono stati cremati Luigi Pirandello, Antonio Gramsci, Dino Buzzati, Luchino Visconti, Elsa Morante, Lucio Battisti, Claudio Villa, Walter Chiari, Silvana Mangano, Pino Daniele, Lina Volonghi, Giorgio Strehler, Mia Martini, Fabrizio De Andrè , Moana Pozzi, Helenio Herrera, Gianni Versace, Rita Levi Montalcini, Enzo Tortora. A livello mondiale il Paese con le più alte richieste di cremazione è il Giappone (95%), dove quasi tutte le cerimonie funebri la prevedono, e gli Stati dove è diventata la forma di sepoltura prevalente sono la Svizzera (87,45%), la Danimarca (80,90%), la Svezia (80,11%), la Gran Bretagna (78,4%), la Slovenia (74,93%), la Germania (72%), il Portogallo (61%). 

Il Compostaggio.

"Non sono rifiuti domestici". A New York è bufera per "la sepoltura green". Storia di Federico Garau su Il Giornale il 3 Gennaio 2023.

Negli Stati Uniti si torna a parlare di un argomento piuttosto controverso, vale a dire quello del compostaggio umano dopo la morte, considerato alla stregua di un metodo di sepoltura green. In molti inorridiscono a sentir anche solo avanzare una simile idea, ma negli Usa si tratta ormai della realtà.

Addio a sepoltura e cremazione

Il dibattito si è fatto sempre più acceso dallo scorso settembre, quando il governatore democratico della California Gavin Newsom approvò una legge che autorizzava il processo di riduzione organica naturale dei corpi. In parole povere, compostaggio.

Con questo metodo, i cadaveri vengono decomposti insieme ad altro materiale organico e sono resi concime per giardini e terreni. Il costo si aggira intorno ai 7mila dollari. Un procedimento che entusiasma i fanatici del green, che vedono nella più classica tumulazione e nella cremazione un rischio ambientale. E le spoglie umane? Diventano compostaggio.

Il primo ad approvare questa procedura? Lo stato di Washington, nel 2019. Poi è toccato al Colorado e all'Oregon, nel 2021. Nel 2022 si è aggiunto il Vermont, seguito dalla California. Adesso tocca allo stato di New York.

I democratici promuovono questo genere di trattamento per i cadaveri, parlando di benefici ambientali. Una grossa fetta di cittadini, però, è scandalizzata dall'approvazione di un simile metodo. I corpi dei defunti, gridano a gran voce i contrari, non possono essere trattati come merce usa e getta. Trasformare i cadaveri in concime è irrispettoso.

Come si ottiene il compostaggio umano

Per ottenere il cosiddetto compostaggio umano, le salme vengono sistemate in recipienti d’acciaio e poi coperte con materiali organici (legno, erbe, paglia). A quel punto si attende la normale decomposizione.

Nei recipienti viene regolarmente immessa aria che mantiene il tutto a bassa temperatura: i batteri degradano così il corpo, ma non proliferano i patogeni. Ci sono poi dei biofiltri che impediscono la fuoriuscita degli odori della decomposizione.

Solo in un secondo momento, gli addetti al processo provvedono a rimuovere oggetti estranei al corpo, come le protesi dentarie. Poi, trascorso il tempo necessario, ciò che rimane, come le ossa, viene macinato. Tutto il sistema impiega dalle sei alle otto settimane, dopodiché si ottiene il concime, che viene consegnato ai familiari del defunto. Saranno loro a decidere come disporne.

La protesta dei vescovi cattolici

A sollevarsi contro questo nuovo metodo di trattamento dei corpi anche i vescovi cattolici, che si sono detti assolutamente contrari. I defunti, spiegano i religiosi, non possono essere trattati come "rifiuti domestici". Kathy Hochul, governatrice democratica di New York, ha però dato il via libera. E, probabilmente, non sarà l'ultima.

L’eterna giovinezza.

(ANSA mercoledì 2 agosto 2023) - La famiglia di Henrietta Lacks patteggia con Thermo Fisher Scientific. L'accordo, di cui non sono stati resi noti i dettagli, arriva dopo una battaglia legale durate anni sulle cellule 'rubate' dalla 31enne afroamericana morta di cancro nel 1951 e alla quale furono prelevate, senza il suo consenso, tessuti dall'utero. Le sue cellule "immortali" - per la capacità che hanno di produrre una nuova generazione ogni 24 ore a causa di una mutazione provocata dal tumore stesso - sono state riprodotte in migliaia di miliardi di copie, e 'vivono' nei laboratori di tutto il mondo. 

Gli eredi di Henrietta Lacks hanno fatto causa a Big Pharma per essersi arricchita sulla cellule della loro antenata, guadagnando miliardi grazie alla sua eredità genetica. E hanno scelto Ben Crump, il legale attivista dei diritti civili che ha guidato il team di avvocati della famiglia di George Floyd, per portare avanti la loro causa. Le cellule 'HeLa', così come sono state chiamate, sono state raccolte dal medico della Johns Hopkins University George Gey in un'ala segregata dell'ospedale dove Henrietta era in fin di vita per cancro.

A metà degli anni '40 Henrietta Lacks si reco' proprio al John Hopkins Hospital per ricevere cure mediche per il tumore alla cervice. Le furono prelevate delle cellule e inviate in un vicino laboratorio per l'autopsia: le analisi mostrarono come le cellule, invece di morire, raddoppiavano "ogni 20 o 24 ore". Si trattò di un'incredibile scoperta grazie alla quale furono compiuti passi in avanti importantissimi nella ricerca, con le cellule che vennero commercializzate col nome di HeLa.

DAGONEWS il 18 febbraio 2023.

Gli studi sul ringiovanimento del sangue si sono concentrati a lungo sulle trasfusioni dai giovani agli anziani. Se queste trasfusioni promettevano di far tornare indietro nel tempo, un nuovo studio rileva che gli scienziati potrebbero essere in grado di farlo senza usare il sangue di qualcun altro.

 I ricercatori della Columbia University di New York affermano che un farmaco antinfiammatorio può ringiovanire il sistema sanguigno, garantendo un allungamento della durata della vita.

«Un sistema sanguigno che invecchia, poiché è un vettore per molte proteine, citochine e cellule, ha molte conseguenze negative per l'organismo - afferma Emmanuelle Passegué, PhD, direttrice della Columbia Stem Cell Initiative - Un settantenne con un sistema sanguigno di un 40enne potrebbe poter contare su una salute migliore e su una vita più lunga».

In che modo il farmaco ringiovanisce il sangue?

Il team di ricercatori ha scoperto che il farmaco antinfiammatorio anakinra, approvato per l’artrite reumatoide, inverte alcuni degli effetti dell'invecchiamento sul sistema emopoietico. Il farmaco è disponibile con il marchio Kineret.

 I precedenti tentativi di ringiovanire il sistema sanguigno - attraverso l'esercizio, la dieta e persino le trasfusioni di sangue giovane - sono tutti falliti negli esperimenti con i topi.

È stato allora che la squadra di Passegué ha iniziato a esaminare il midollo osseo.

«Le cellule staminali del sangue vivono in una nicchia; abbiamo pensato che ciò che accade in questo ambiente specializzato potesse essere una parte importante del problema» spiega il medico.

I risultati mostrano che la nicchia midollare danneggiata, IL-1B, svolge un ruolo chiave nel processo di invecchiamento. Tuttavia, l’anakinra è in grado di bloccarlo. La somministrazione del farmaco ha riportato il sangue invecchiato a uno stato più giovane e più sano. Questo potrebbe aiutare a sviluppare un trattamento antietà per le persone sopra i 50 anni.

Estratto dell'articolo di Massimo Sideri per il “Corriere della Sera” il 31 gennaio 2023.

[…] L’inseguimento dell’eterna giovinezza non è certo una novità. […] Fatto sta che, in questo caso, il metodo applicato dall’imprenditore dello Utah Bryan Johnson, diventato milionario nel 2013 per aver venduto la sua società a 800 milioni di dollari al sito di aste eBay, è almeno originale[…] servono due milioni di dollari l’anno tra diete, medici e staff personalizzato che vi segua dalle 5 del mattino al tramonto.

 Johnson, 45 anni, dopo due anni di impegno costante con 1.977 calorie vegane al giorno (né una di meno, né una di più, pare), una serie di allenamenti e analisi del sangue quasi fossero il caffè del mattino, ha annunciato di avere il cuore di un 37enne, la pelle di un 28enne e la capacità polmonare di un 18enne.

In sostanza sarebbe ringiovanito di «5 anni biologici». Anzi: 5,1 (i numeri con la virgola sembrano dare una sostanza scientifica all’annuncio). Il sarebbe è d’obbligo: […] è vero che evitare cibi infiammatori e alcol, seguire una corretta dieta con molti vegetali e fare esercizio fisico ha un impatto sulle probabilità di allungare la vita. Ma «ringiovanire» le cellule è un’altra cosa […].

Il legittimo sospetto è che sia, guarda caso, una pubblicità mondiale in stile reality per le sue società. Un allievo di Elon Musk insomma. Johnson non è il primo super ricco a credere a «Il curioso caso di Benjamin Button[…] Il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, ha deliziato i tabloid americani quando a cinquant’anni ha scoperto il body building. Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, ha […] deciso qualche anno fa di uccidere personalmente gli animali che sarebbero finiti nei suoi pasti[…].

[…] Dal punto di vista scientifico esistono degli studi sulla possibilità di bloccare il meccanismo di invecchiamento delle cellule degli organi: Guido Kremer ha identificato un fattore chiave per la longevità in salute nella restrizione calorica (il salto dei pasti) in grado di indurre l’autofagia delle cellule. Ma solo nei topi, per adesso. […]

Un nuovo studio ha individuato 6 modi per rallentare il declino cognitivo. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 31 gennaio 2023.

Sebbene sia un elemento chiave nella vita di tutti i giorni, la memoria tende a diminuire con una certa costanza man mano che le persone invecchiano. E se potessimo rallentare il processo o addirittura invertirlo? Secondo un nuovo studio, condotto su più di 29.000 over 60 cinesi, per riuscirci bisogna modificare sei abitudini quotidiane – che vanno dal cibo alla lettura – che se fatte in un certo modo riducono il rischio di demenza e ritardano il declino della memoria.

Nello specifico la ricerca, durata circa dieci anni (2009-2019) e pubblicata lo scorso 25 gennaio sul British Medical Journal, ha dimostrato che gli anziani che hanno rispettato una dieta equilibrata, hanno allenato regolarmente mente e il corpo, hanno coltivato rapporti sociali, e non hanno né fumato né bevuto, hanno ottenuto risultati cognitivi migliori rispetto agli altri coetanei. La conclusione a cui sono giunti gli esperti aggiunge delle prove concrete a ciò che fondamentalmente sapevamo – o sospettavamo già: uno stile di vita sano può aiutare il cervello a invecchiare meglio. Certo, la memoria, con il tempo, naturalmente diminuisce in ogni caso, ma la scoperta più importante è che alcune persone anziane “soggette a un deterioramento della funzione cognitiva che va oltre i normali effetti dell’invecchiamento” o che ad esempio potrebbero sviluppare l’Alzheimer”, seguendo certi accorgimenti “possono invertire o stabilizzare la propria condizione, impedendole di progredire e diventare patologica”.

I ricercatori si sono mossi in questo modo: hanno per prima cosa effettuato alcuni test (di memoria e per il gene APOE, che aumenta il rischio di Alzheimer) sulle 29mila persone coinvolte. Successivamente hanno monitorato i loro progressi o il declino nel tempo, arrivando a definire un ideale di “vita sana” sulla base di sei fattori:

Esercizio fisico: fare almeno 150 minuti di attività moderata o 75 minuti di attività intensa a settimana

Dieta: mangiare quantità giornaliere adeguate di almeno 7 di questi 12 alimenti (frutta, verdura, pesce, carne, latticini, sale, olio, uova, cereali, legumi, noci e tè)

Alcol: mai bevuto o bevuto occasionalmente

Fumo: non aver mai fumato o essere un ex fumatore

Attività cognitiva: esercitare la mente almeno due volte a settimana (leggendo, per esempio)

Contatto sociale: prendere impegni con altre persone almeno due volte a settimana (visitando amici o parenti, per esempio)

Le persone che hanno rispettato dai quattro ai sei fattori sani sopra elencati “avevano un tasso di declino della memoria più lento nel tempo rispetto alle persone con stili di vita sfavorevoli e meno probabilità di progredire verso la demenza”. Un buon risultato è stato ottenuto anche da chi ha seguito dai due ai tre punti. Ovviamente, più fattori positivi si combinano, maggiori sono le possibilità di preservare la memoria ed evitare la demenza.

«Questi risultati forniscono una prospettiva ottimistica, poiché suggeriscono che sebbene il rischio genetico non sia modificabile, una combinazione di fattori di stile di vita più sani è associata a un tasso più lento di declino della memoria. Indipendentemente quindi dal rischio genetico», hanno commentato gli autori dello studio. [di Gloria Ferrari]

Il progetto di Bryan Johnson: ritornare giovani, al costo di 2 milioni di dollari all’anno. Paolo Virtuani su Il Corriere della Sera il 30 Gennaio 2023.

Dopo 2 anni di intensi trattamenti medici e atletici, una squadra di 30 persone e una dieta vegana di 1.977 calorie al giorno, la sua età è «diminuita» di 5 anni

Dorian Gray in salsa hi-tech. Cioè restare giovani per sempre senza vendere l’anima al diavolo, far invecchiare il proprio ritratto o immergersi nelle medievali fontane dell’eterna giovinezza, utilizzando le più recenti scoperte della medicina e le più avanzate tecniche. Non guasta avere a disposizione 2 milioni di dollari all’anno per permettersi una squadra di 30 persone tra medici, nutrizionisti e preparatori atletici. È quanto sta cercando di ottenere Bryan Johnson, miliardario 45enne, con il suo Blueprint Project. Johnson ha creato la sua fortuna con la società Braintree Payment Solutions, venduta nel settembre 2013 a eBay per 800 milioni di dollari.

Johnson dichiara che dopo due anni di intensi trattamenti ha ridotto la sua età epigenetica di 5,1 anni (record del mondo, proclama), ha abbassato del 24% il suo tasso di invecchiamento, ha un perfetto rapporto tra muscoli e grasso, la sua temperature corporea è diminuita di 3 gradi Fahrenheit (è di circa 34,8 °C al posto dei normali 36,5 °C), ha il cuore di un 38enne, la pelle di un 27enne e, soprattutto, i test fisici sono quelli di un 18enne. In pratica, scrive sul suo sito, mentre noi mortali invecchiamo di un anno ogni 365 giorni, a lui ne servono 453.

La giornata

Il capo del suo staff è il 29enne Oliver Zolman, esperto di medicina rigenerativa, che tiene sotto stretto controllo giornaliero una settantina di parametri vitali e fisici del suo paziente. Johnson si alza ogni giorno alle 5, assume una ventina tra medicinali e integratori: tra questi licopene per le arterie e il benessere della pelle, metformina (un antidiabetico) per prevenire i polipi nell’intestino, pillole di curcuma, pepe nero e zenzero per gli enzimi del fegato e per ridurre l’infiammazione, zinco per integrare la dieta vegana, microdosi di litio per la salute del cervello. Poi un’ora di palestra con 25 esercizi specifici studiati per lui, durante la settimana sono previste sessioni più intense. Infine inizia tutta la lunga serie di analisi mediche, compreso un passaggio in uno scanner a risonanza magnetica che ha fatto installare nella sua villa a Venice, in California. Ovviamente curatissima l’alimantazione: solo cibi sani, genuini, vegani per un totale di 1.977 calorie, rigorosamente calcolate. Infine va a dormire alla stessa ora ogni notte dopo aver passato un paio d’ore indossando particolari occhiali che bloccano le lunghezze d’onda della luce di colore blu.

I miliardari e gli investimenti in giovinezza

Ma Johnson non è l’unico tra i miliardari hi-tech con il pallino della giovinezza eterna. Peter Thiel, co-fondatore di PayPal, ha investito milioni di dollari nella fondazione Sens, il cui obiettivo è realizzare un futuro senza malattie legate all’età. Jeff Bezos e Yuri Milner sono alcuni degli investitori che hanno messo 3 miliardi di dollari l’anno scorso in Altos Labs, una società per il ringiovanimento delle cellule. Larry Page e Sergey Brin, i creatori di Google, investono in Calico Labs, centro di ricerca per comprendere come i nostri sistemi biologici controllano l’invecchiamento e la durata della vita. Solo oculati investimenti in un settore dalle buone prospettive economiche?

Gli esempi

Tutte le fatiche di Bryan Johnson su di lui sembrano dare ottimi risultati, anche se a costi (non solo finanziari) molto alti. Ce n’è bisogno? Dieci giorni fa a 42 anni il francese Johan Claray è arrivato secondo nella discesa libera di Coppa del mondo sulla mitica Streif di Kitzbuhel, la pista più difficile del mondo; Novak Djokovic, 36 anni a maggio, ha appena vinto il suo 22mo torneo Slam, LeBron James a 38 sta per battere il record di punti realizzati nella Nba di basket. Forse è solo questione di geni (e di impegno e talento).

La Crioconservazione.

Dagotraduzione da Dnyuz il 26 dicembre 2022.

Mentre la pandemia era al suo culmine e tutti i protocolli medici venivano stravolti, un uomo californiano di 87 anni veniva portato in una sala operatoria appena fuori Phoenix. Un caso come il suo avrebbe richiesto normalmente 14 o più sacche di liquidi, ma in quel momento quella quantità era un problema. 

Se fosse stato infetto, avrebbe potuto diffondere il Covid attraverso fuoruscite di minuscole goccioline di aerosol, quindi il team aveva ideato nuove procedure per utilizzare meno liquidi, anche se il trattamento avrebbe perso efficacia.

Si trattava di una soluzione elaborata, soprattutto considerando che il paziente era stato dichiarato legalmente morto più di un giorno prima. Alla sala operatoria della Alcor Life Extension Foundation era arrivato imballato in ghiaccio secco, pronto per essere «crioconservato» a temperature glaciali, nella speranza che un giorno, forse fra decenni o secoli, la scienza trovi un modo per riportarlo in vita. 

La pandemia, che ha colpito miliardi di vite in tutto il mondo, ha avuto un forte impatto anche sui morti. Da Mosca a Phoenix, dalla Cina all’Australia rurale, le principali società di conservazione dei corpi a temperature molto basse dicono che la pandemia ha portato nuovo stress a un’industria che ha già dovuto affrontare scetticismo e ostilità dalle istituzioni mediche e legali.

 In alcuni casi, le norme contro il Covid hanno impedito ai medici di iniettare le sostanze chimiche protettive dentro alcune parti del corpo per arginare i danni del congelamento. Alcor, in attività dal 1972, ha imposto per esempio di proteggere solo il cervello. L’uomo californiano non ha ricevuto alcuna protezione per via delle tempistiche di arrivo del corpo. 

Una volta sigillato nel sacco a pelo e messo a riposare in una grande vasca di alluminio simile a un thermos riempita con azoto liquido a -196°C, l’uomo californiano dovrà affidarsi ai progressi della scienza non solo per tornare in vita, ma anche per riparare i danni del congelamento: i cristalli di ghiaccio che si formano tra le cellule danneggiano tutte le membrane.

L’ex presidente di Alcor, Max Moore, non si spiega perché le persone «vogliano portare con sé il loro vecchio corpo scomposto. In futuro sarà probabilmente più facile ricominciare da zero e rigenerare tutto». Tutto ciò che va congelato si trova «nel cervello. È lì che vive la mia personalità, i miei ricordi. Tutto il resto è sostituibile».   

Durante la pandemia, l’interesse per le procedure di crioconservazione, una procedura che può arrivare a costare 200.000 dollari, è aumentato. «Forse il coronavirus ha fatto capire loro che la vita è la cosa più importante che abbiamo. Forse hanno desiderato investire nel proprio futuro», dice Valeriya Udalova, 61 anni, amministratore delegato di KrioRus, che opera a Mosca dal 2006. Sia KrioRus e che Alcor hanno dichiarato di aver ricevuto un numero record di richieste negli ultimi mesi.

 A più di 50 anni dalle prime crioconservazioni, oggi al mondo sono state congelate circa 500 persone, e la maggior parte si trova negli Stati Uniti. Il Cryonics Institute ospita 206 corpi, Alcor 182 corpi o cervelli di persone di età compresa tra 2 e 101 anni. KrioRus ne conserva altri 80, una manciata di altre persone riposano in piccole società. 

I cinesi hanno eseguito la loro prima crioconservazione nel 2017 e le vasche di stoccaggio di Yinfeng contengono per adesso una dozzina di clienti. Ma Aaron Drake, il direttore clinico dell'azienda, che si è trasferito in Cina dopo sette anni come capo del team di risposta medica di Alcor, ha sottolineato che Alcor ha impiegato più del triplo del tempo per raggiungere quel numero di corpi conservati.

Drake ritiene che i cinesi credano di «essere in grado di superare le compagnie americane e hanno costruito un programma in grado di farlo». La ragione più forte per credere che la Cina arriverà a dominare il campo non è solo la sua popolazione di 1,4 miliardi di persone, ma il suo atteggiamento interno verso la crioconservazione. Lungi dall'essere confinato alla frangia scientifica, Yinfeng è l'unico gruppo di crionica supportato dal governo e abbracciato dai ricercatori tradizionali. 

«La nostra piccola unità aziendale è di proprietà di un'azienda biotecnologica privata che ha circa 8.000 dipendenti e collabora con il governo su molti progetti», ha affermato Drake. Ha aggiunto che è «ben integrato nei sistemi ospedalieri e collabora con istituti di ricerca e università».

(ANSA il 28 novembre 2023. ) - Esce duramente criticata l'azienda ospedaliera britannica di Maidstone e Tunbridge Wells nel Kent (Inghilterra del sud) dall'inchiesta pubblica sul caso di David Fuller, il 69enne killer necrofilo condannato all'ergastolo per l'omicidio di due giovani donne nel 1987 e per aver abusato sessualmente fra il 2008 e il 2020 di almeno 100 cadaveri di donne (anche minori) mentre lavorava come tecnico elettricista all'interno della struttura sanitaria. 

Sono infatti emersi errori, gravi negligenze e controlli inesistenti che hanno permesso a Fuller di operare indisturbato negli obitori del trust ospedaliero. Il presidente dell'inchiesta, sir Jonathan Michael, ha affermato che "ci sono state opportunità mancate per mettere in discussione le pratiche di lavoro di Fuller", ricordando come gli abusi commessi abbiamo "provocato shock e orrore in tutto il Paese e oltre".

Dall'inchiesta è emerso che il killer in un solo anno ha avuto accesso alle camere mortuarie ben 444 volte senza che nessuno gli chiedesse mai conto di quegli ingressi. Il caso rappresenta l'ennesimo scandalo nella sanità britannica segnata da gravi problemi strutturali, carenza di personale e un'organizzazione interna molto spesso finita sotto accusa.

David Fuller, il serial killer necrofilo che ha sconvolto la Gran Bretagna. David Fuller è stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di due giovani donne nel 1987 e per aver abusato sessualmente fra il 2008 e il 2020 di almeno 100 cadaveri. Massimo Balsamo il 2 Dicembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Una vita tra luci e ombre

 Gli omicidi

 La riapertura dei casi

 La scoperta agghiacciante

 La bufera sull'azienda ospedaliera

Per oltre trent’anni è riuscito a farla franca. Mai un sospetto, mai un’accusa. Poi i progressi della tecnologia lo hanno incastrato e hanno acceso i riflettori su uno dei casi di necrofilia più spaventosi di sempre. Parliamo di David Fuller - conosciuto anche come il "mostro dell'obitorio" - il killer britannico condannato all'ergastolo per l'omicidio di due giovani donne nel 1987 e per aver abusato sessualmente fra il 2008 e il 2020 di almeno 100 cadaveri di donne mentre lavorava come tecnico elettricista all'interno della struttura sanitaria.

Una vita tra luci e ombre

David Fuller nasce il 4 settembre del 1954. Di infanzia e adolescenza si sa poco, pochissimo, se non qualche episodio già preoccupante come l’abitudine di dare fuoco a qualsiasi tipo di oggetto, quasi una costante nelle biografie dei serial killer. La vita sentimentale è stata particolarmente vivace sin dalla tenera età – in totale tre moglie e tre figli – così come i problemi con la giustizia. Nel 1973, poco meno che ventenne, viene arrestato per una serie di furti con scasso. Stesso discorso quattro anni più tardi, nel 1977. Ma Fuller è fortunato: riesce a evitare il carcere in entrambe le occasioni e non gli vengono prese le impronte. Dettaglio che gli consentirà di farla franca per oltre tre decenni.

Dopo un primo matrimonio terminato dopo poco tempo, David Fuller conosce Sally e decide di convolare nuovamente a nozze. Fa diversi lavora, sbarca il lunario in ogni modo possibile. Tra i tanti impieghi, quello di fotografo per la rock band londinese Cutting Crew, seguita nella lunga tournèe del 1985 proprio insieme alla moglie. I suoi hobby preferiti sono il birdwatching, il ciclismo e la fotografia. Ma c’è un lato oscuro di Fuller che nessuno conosce e che esploderà poco tempo dopo, per la precisione nel 1987.

Gli omicidi

In quell’anno, nel giro di cinque mesi, David Fuller firma un duplice omicidio che sconvolge il regno unito. La prima vittima è Wendy Knell, direttrice di un negozio SupaSnaps a Turnbridge Wells, nel Kent. Il futuro “mostro dell’obitorio” è un grande frequentatore dell’esercizio perché è lì che porta a sviluppare le sue fotografie. E sviluppa un’ossessione malata nei confronti della sua titolare. In un giorno di giugno Fuller entra in azione e la aggredisce nel suo monolocale in Guildford Road: prima la strangola e poi abusa del suo corpo senza vita. A ritrovare il suo corpo sarà il suo fidanzato il 23 giugno: nudo nel letto tra enormi chiazze di sangue.

Cinque mesi dopo, per l’esattezza il 24 novembre, David Fuller si ripete. Dopo averla incrociata in più di un’occasione al ristorante Buster Brown dove lavorava come cameriera, l’uomo aggredisce la ventenne Caroline Pierce fuori dalla sua abitazione a Grosvenor Park. Stesso modus operandi del primo omicidio: prima lo strangolamento, poi il sesso con il cadavere. A differenza del caso Knell, Fuller decide di disfarsi del corpo esamine della vittima gettandolo in un fosso di una strada di campagna a Romney, zona che conosce bene grazie ai lunghi percorsi fatti in bicicletta. La polizia collega i due casi, diventati famosi come i “bedsit murders”. Ma nonostante le indagini e le ingenti risorse messe a disposizione, le autorità non riescono a trovare indizi significativi.

La riapertura dei casi

David Fuller riesce dunque a farla franca e decide di dedicarsi alla sua famiglia. Va a vivere con la famiglia a Hethfield, nell’East Sussex, e si contraddistingue come un grande lavoratore. Dopo la rottura con Sally – complice qualche relazione extraconiugale, compresa quella con un’infermiera durata due anni – l’uomo sposa la terza moglie, Mala, alle Barbados nel 1999. Dopo aver fatto diversi lavori, trova stabilità come elettricista negli ospedali al servizio dei residenti del Kent e del Sussex. Ma a trent’anni dai fatti a stravolgere l’esistenza di Fuller ci pensa miglioramento della tecnologia e delle tecniche di analisi forensi.

David Fuller viene infatti collegato agli omicidi Knell e Pierce grazie all’esame del DNA. Nel 2020 le autorità riprendono in mano alcuni casi datati e provano a capire se le nuove tecnologie possono fare la differenza. Quando si imbattono nel duplice omicidio, gli agenti esaminano i campioni disponibili e ricavano il DNA. Nessun riscontro nei database della polizia, ma gli investigatori non mollano e sottopongono a un test decine di residenti di Turnbridge Wells. Tra i tanti test, spunta un’affinità con il DNA del killer: si tratta proprio del fratello di David Fuller. E collegarlo ai delitti non è così difficile, anzi.

La scoperta agghiacciante

La polizia trova delle prove sui casi Knell-Pierce all’interno della sua abitazione – dal materiale di SupaSnaps a un diario che dimostra le visite al ristorante Buster Brown – e David Fuller viene arrestato. Ma non solo. Gli agenti infatti scoprono migliaia di immagini e video legati a crimini sessuali. E solo in questa fase emergono le azioni necrofile di Fuller: sì, perché tra i filmati sequestrati spuntano le sequenze di sesso con i cadaveri all’interno degli obitori degli ospedali in cui aveva lavorato.

L’attenzione della polizia si è dunque rivolta al Kent and Sussex Hospital, dove David Fuller aveva prestato servizio dal 1989 al 2010, e al Turnbridge Wells Hospital, dove aveva lavorato fino al giorno dell’arresto. La scoperta degli investigatori è agghiacciante: Fuller aveva libero accesso agli obitori grazie a una tessera magnetica utilizzata per lavorare in qualità di elettricista. Conosceva perfettamente quali erano le zone coperte dalle telecamere a circuito chiuso e quali no, ma ad incastrarlo in maniera plastica è la sua collezione privata, con registrazioni dettagliate di nomi ed età. Un lavoro certosino che permetterà alle autorità di identificare almeno 101 cadaveri (di età compresa tra i 9 e i 100 anni) violati.

Dopo aver negato ogni addebito sui due omicidi e sugli episodi di necrofilia, David Fuller si dichiara colpevole dei casi Knell-Pierce e di aver violato 44 cadaveri tra il 2008 e il novembre del 2020. Nel dicembre del 2021 viene condannato all’ergastolo. Successivamente, nel dicembre del 2022, viene nuovamente condannato per l’abuso di altri 23 cadaveri.

La bufera sull'azienda ospedaliera

Nel novembre del 2023 è scoppiata una vera e propria bufera riguardante l'azienda ospedaliera britannica di Maidstone e Tunbridge Wells. L'inchiesta ha infatti acceso i riflettori su errori, negligenze e controlli inesistenti che hanno consentito a David Fuller di operare indisturbato negli obitori del trust ospedaliero. "Ci sono state opportunità mancate per mettere in discussione le pratiche di lavoro di Fuller", le parole del presidente, sir Jonathan Michael. Ma non solo. Dall'indagine è emerso che il killer in un solo anno ha avuto accesso alle camere mortuarie ben 444 volte senza che nessuno gli chiedesse mai conto di quegli ingressi. Un caso che rimpolpa il lungo elenco di scandali nella sanità britannica UK.

Traduzione dell’articolo di David Propper per nypost.com l'1 dicembre 2023. 

Un uomo che lavora come guardia giurata, ora licenziato, è stato arrestato martedì per aver fatto sesso con il cadavere di una donna di 79 anni all'interno dell'obitorio di un ospedale dell'Arizona, dopo essere stato colto in flagrante dai colleghi. 

Randall Bird, questo il nome dell’uomo, è stato accusato dopo un’indagine della polizia,  avviata alla fine del mese scorso su quanto avvenuto all'interno dell'obitorio del Banner University Medical Center di Phoenix. 

Sebbene il lavoro del 46enne sia solo quello di portare i cadaveri all'obitorio e di infilarli nel “congelatore”, Bird è stato sorpreso il 22 ottobre con la cintura slacciata, la cerniera abbassata e l'uniforme "in disordine", secondo i documenti del tribunale ottenuti da alcune testate giornalistiche.

Gli altri lavoratori hanno visto Bird "sudare abbondantemente" e "comportarsi in modo molto nervoso", ha riferito la CBS 5, citando i documenti. 

Anche la sacca per il corpo dell'anziana donna era stata aperta e lei era a faccia in giù con la cintura di Bird sopra la barella dove si trovava il corpo, secondo i documenti. Quando il personale di sicurezza è entrato, Bird ha cercato subito di coprire il corpo della donna prima di affermare di aver avuto un malore, che lo ha portato ad afferrare il corpo della vittima mentre sveniva e cadeva a terra, secondo i documenti.

L'uomo ha insistito sul fatto che la sacca per il corpo si è strappata e la cerniera si è rotta, ma gli operatori non hanno creduto e lo hanno denunciato ai loro supervisori.  

Bird è stato interrogato dalla polizia qualche giorno dopo, sostenendo ancora una volta di aver avuto un episodio di salute e di non ricordare l'accaduto. Ma gli investigatori hanno stabilito che aveva lasciato DNA sulla scena del crimine e che sul corpo della donna erano state trovate delle ferite, secondo i documenti riportati anche dalla ABC 15. La donna sarebbe morta per cause naturali. 

"Siamo rattristati e sconvolti dalle presunte azioni di un individuo del Banner-University Medical Center di Phoenix che hanno portato al suo arresto il 28 novembre 2023", hanno dichiarato i funzionari dell'ospedale in un comunicato, "La Banner Health è e rimane impegnata a rispettare standard elevati che richiedono a ciascuno dei membri del nostro team di trattare tutti, in ogni fase della vita, con compassione, dignità e rispetto". Bird è stato licenziato e deve rispondere di cinque capi d'accusa.   

Estratto dell’articolo di Massimo Gramellini per il "Corriere della Sera" sabato 11 novembre 2023.

C’è un cadavere coperto da un telo in via della Scrofa, nel cuore di Roma. Appartiene a monsignor Bacqué, nunzio apostolico che un infarto ha stroncato mentre usciva dal barbiere. Si trova lì da tre ore e ha fatto in tempo a diventare una discreta attrattiva. 

La prima ad accorrere è stata l’ambulanza del 118, dando prova di efficienza persino commovente. Poi è stata la volta dei poliziotti e del medico legale per il riscontro delle cause naturali del decesso. [...]

Da quel momento ci si è rassegnati ad aspettare l’arrivo dei Servizi Mortuari, entità ineffabile intorno alla quale circolano leggende spaventose. Si narra che al cimitero di Prima Porta ci sarebbero duemilacinquecento bare in lista d’attesa: più che per una Tac.

Intanto davanti al corpo del monsignore sfilava distrattamente l’umanità: politici indaffarati (le sedi del Senato e di Fratelli d’Italia sono lì accanto) e passanti ingolositi dalla possibilità di certificare presso i contemporanei la loro fondamentale presenza scattandosi un selfie col morto. Un gruppo di turisti è quasi venuto alle mani per disputarsi il diritto di precedenza. C’era anche qualche suorina in preghiera, ma è passata praticamente inosservata. 

Alla terza ora si è verificato il miracolo: è giunto il camion del Comune.

Estratto dell’articolo di Riccardo Palmi per "Il Messaggero" sabato 11 novembre 2023.

Stroncato da un infarto a pochi metri dal Senato. Monsignor François Bacqué, 87 anni, è morto così, mentre tornava a piedi verso la residenza ecclesiastica dove viveva, in via della Scrofa a Roma. 

«Mi aveva detto che era stanco, sentiva che il suo cuore non andava e così l'avevo accompagnato a casa. A metà strada però si è seduto a terra per poi accasciarsi», racconta Zafer Afisa, barbiere di origine siriana che ha il suo negozio nella vicina via della Pallacorda. Bacqué era un cliente assiduo e anche quella mattina era appena stato da lui. Inutile l'intervento di alcuni passanti e poi quello, descritto come rapido, dell'ambulanza.

[...] 

Quando Bacqué si è accasciato erano circa le 11 del mattino. Poi, coperto da un telo, è rimasto sull'asfalto quasi tre ore, prima di essere portato via (alle 14.04) dal camion dei servizi mortuari del Comune. 

A quell'ora, la centralissima via della Scrofa transennata in due punti, per permettere solo il passaggio dei pedoni era come sempre molto trafficata. E così intanto transitavano politici (oltre a Palazzo Madama, a pochi metri c'è anche la sede di Fratelli d'Italia), persone comuni, un paio di scolaresche, turisti.

[...]

Bacqué era nato a Bordeaux nel 1936 ed era diventato sacerdote a 30 anni. Entrato nel Servizio diplomatico della Santa Sede nel 1966, aveva poi servito in tutto il mondo: Cina, Olanda e Cile e poi presso le nunziature apostoliche in Portogallo e in Danimarca e Sri-Lanka. Dal 1988 era diventato arcivescovo di Gradisca (in Friuli-Venezia Giulia), prima di ricevere altri incarichi in Repubblica Dominicana e Paesi Bassi. Con la pensione si era poi stabilito a Roma.

Estratto dell’articolo di Lucia Esposito per “Libero Quotidiano” venerdì 25 agosto 2023.  

 Si può morire per un cane? Ora che i corpi di Rosa e Veronica sono stati ritrovati a poca distanza l’uno dall’altro, ora che la speranza ha lasciato spazio al dolore, resta questa domanda che riecheggia nella testa di quanti - tanti hanno la fortuna di dividere la propria vita con un cane. Che cosa avrei fatto io? La storia inizia a Lecco, in una caldissima mattina di mezza estate. […] 

[…] Rosa Corallo e Veronica Malini arrivano fin su a 2500 metri, in alta Val Manenco. Con loro, come sempre, la cagnolina nera e bianca di Veronica, la loro ombra scodinzolante. […] A un tratto Brunilde si avvicina al torrente per bere, ma non riesce più a recuperare la riva. L’acqua impetuosa la travolge. 

Veronica non ci pensa, non fa calcoli, non ha il tempo di pesare i costi e i benefici: vede la sua cucciola portata via dalla corrente e si tuffa, spinta da quella forza misteriosa, istintiva, viscerale e imprevedibile che chiamiamo amore che ha il pregio e il difetto di far superare le paure e annullare tutti i ragionamenti. Rosa è lì sulla riva, a un passo da lei. Vede la sua migliore amica in difficoltà e si lancia. 

[…]  La vita di queste due amiche coraggiose è finita così. A pochi metri l’una dall’altra. E torniamo alla domanda: si può morire per un cane? La risposta è scontata per chi non ha mai ceduto al richiamo di Fido, per chi non ha condiviso un solo giorno con un quadrupede che dà tutto senza chiedere nulla

[…] Basta leggere sui social i commenti di quelli che deridono Rosa e Veronica perché hanno sacrificato la loro vita per Brunilde. Quelli che non hanno pietà umana e pensano che Veronica e Rosa la morte se la sono cercata perché era evidente che tuffandosi in quel torrente sarebbe finita così. Certo, per loro non si può morire per un cane. È perfino stupido. Ci sono tanti cani che aspettano un padrone. Morto uno, se ne prende un altro. Come quando si rompe un vaso e si rimpiazza con uno nuovo anche più bello. E poco importa che Brunilde per Veronica non fosse un cane come gli altri, che poi è la storia della rosa de Il piccolo principe che esce dalle pagine e diventa realtà...

La mia risposta, invece, è sì. Si può morire per un cane. Lo avrei fatto? Razionalmente - mentre sono seduta alla mia tastiera e so che Bruno se ne sta al sicuro nella sua cuccia e quando tornerò a casa lo vedrò corrermi incontro saltellando con gli occhi verdi che elemosinano carezze - dico che mai mi sarei lanciata in quel torrente. Che avrei aspettato l’arrivo dei soccorsi, che avrei pensato ai miei figli e tutte le cose buone e giuste, eccetera eccetera. Ma che cosa avrei fatto se fossi stata lì, su quella riva? La risposta più onesta è che non lo so. L’amore non si controlla. Spesso, dico che il mio cane è il figlio che non parla, l’unico che non rompe, che rispetta le regole e che senza di lui la casa è vuota.

Chiunque, davanti a un figlio in pericolo, si lancerebbe nell’acqua e pure nel fuoco. È esagerato farlo per un cane? Forse, ma allora non dovremmo dire che li amiamo come figli... Capisco profondamente Veronica e difendo il suo gesto che per alcuni è scriteriato, sproporzionato, folle e che invece è potentemente eroico. E poi c’è Rosa. Brunilde non era il suo cane. Forse- giustamente- non si sarebbe immolata per l’animale. Lei ha dato la vita per la sua migliore amica. E questo le rende doppiamente onore. Non so quanti morirebbero per un cane. So per certo che ogni cane morirebbe per il suo padrone.

Da corriere.it sabato 19 agosto 2023.

A Militello in Sicilia un uomo è morto e la moglie è rimasta ferita durante i festeggiamenti del Santissimo Salvatore, Patrono della cittadina in Val di Catania. La coppia è stata colpita da un tubo “spara coriandoli” che era stato piazzato sul campanile della chiesa al centro del paese. Il cannone da festa è esploso e precipitando ha ferito mortalmente alla testa l’uomo. La donna è stata soccorsa in ospedale. I festeggiamenti sono stati sospesi.

Estratto da rainews.it sabato 19 agosto 2023. 

Omicidio colposo. E' l'ipotesi di reato con cui la Procura di Tivoli ha aperto un fascicolo dopo la morte del bimbo di 8 anni annegato in una vasca del centro termale Cretone a Palombara Sabina, in provincia di Roma, dopo essere stato risucchiato nel condotto per lo svuotamento della piscina. […]

Estratto da leggo.it sabato 19 agosto 2023.

[…] Il papà del bambino morto alle terme di Cretone, inghiottito dallo scarico di una piscina, racconta quegli istanti di orrore che hanno strappato alla vita suo figlio Stephan, di 8 anni. «L’acqua era torbida, non vedevo nulla, lo tiravo per le braccia ma non riuscivo a strapparlo a quel vortice», ha detto Anton al Corriere della Sera. 

Il papà […], russo di origine ma residente in Italia […], si è tuffato per primo, appena si è accorto di quello che stava accadendo. «Mio cognato e sua moglie erano sul bordo della piscina. Poi, la figlia più piccola, che era in acqua con il fratellino, è uscita e ha detto: “Papà, Stephan è andato via". Lo hanno cercato in ogni angolo, poi mio cognato, nell’acqua salmastra, lo ha visto e ha provato a tirato fuori. Ma non ce l’ha fatta», ha raccontato lo zio a Il Messaggero.

Le indagini dovranno chiarire le colpe di questo dramma assurdo. Obiettivo degli inquirenti è accertare la dinamica di quanto avvenuto poco dopo le 18.30 del 17 agosto. L'indagine punta a fare chiarezza in primo luogo su eventuali mancanze nell'attuazione delle norme di sicurezza all'interno della struttura […] a circa 30 km da Roma. 

[…] Al momento non è chiaro se il ragazzino, che viveva con la famiglia a Monterotondo, si trovasse nella vasca quando è iniziata l'attività di svuotamento o sia inavvertitamente caduto nella piscina. Con lui […] era presente anche la sorellina che non si sarebbe accorta di quanto avvenuto.

La turbina lo ha trascinato sott'acqua: il bimbo sarebbe stato portato giù dal violento vortice del bocchettone per lo svuotamento. Stephan, in pochi secondi, è stato risucchiato nei condotti dello scarico morendo annegato. 

A nulla sono valsi i tentativi dei presenti di salvargli la vita. Sotto la lente degli inquirenti i sistemi di sicurezza: la piscina […] sarebbe stata infatti sprovvista della grata di sicurezza che blocca l'accesso allo scarico. Un elemento che potrebbe risultare determinante nell'accertamento delle responsabilità. […]

Estratto dell’articolo di Marco Carta per repubblica.it martedì 22 agosto 2023.

«Ci dicevano di sbrigarci perché non volevano pagare gli straordinari. La piscina doveva essere vuota entro le otto. Per questo non c’era la grata. Così finivamo prima». Una tragedia figlia della mancanza di sicurezza e dell’avidità. È questo lo scenario scioccante che emerge dalla testimonianza di uno dei bagnini. 

Dietro la morte del piccolo Stephan, il bambino russo di otto anni che lo scorso giovedì è rimasto incastrato all’interno della conduttura di scarico di una delle piscine delle Terme di Cretone, ci sarebbe soprattutto una questione di costi da tenere sotto controllo. La procura di Tivoli ha aperto un procedimento per omicidio colposo. Quattro al momento sono gli indagati, i due amministratori e due giovanissimi bagnini che quel giorno erano in servizio. […]

quello che sarebbe emerso è un vero e proprio modus operandi per ottimizzare le spese, mettendo in pericolo la sicurezza dei bagnanti. «Io quella grata non l’ho mai vista», ha esordito il bagnino neo 18enne. 

Un ragazzo diligente e un gran lavoratore, che avrebbe approfittato dell’estate per mettere qualche soldo da parte. «Sono sicuro che in acqua non c’era più nessuno quel pomeriggio. Erano tutti dietro la corda con cui veniva isolata l’area delle piscine per la fase dello svuotamento. Molta gente era già nell’area del bar che rimane aperta. Poi sono stato chiamato ad attivare il sistema di svuotamento e non ho visto che è successo». Sta di fatto che il bambino era in acqua ed è rimasto incastrato nella conduttura di scarico.

[…] «Ogni giorno ci veniva detto di sbrigarci, perché se avessimo finito dopo le otto avrebbero dovuto pagarci gli straordinari».

L’assenza della grata, quindi, serviva a velocizzare le procedure di svuotamento e la pulizia delle vasche. Il racconto del 18enne è stato confermato anche da altri lavoratori della struttura che non sono sotto indagine.

[…] 

Estratto dell’articolo di Gianfranco Coppola per l’ AGI giovedì 17 agosto 2023.

La procura di Udine ha aperto una inchiesta sulla morte di Giulio Alberto Pacchione e Lorenzo Paroni, i due finanzieri in servizio a Tarvisio precipitati ieri mentre salivano in cordata una via importante nel cuore delle Alpi Giulie Occidentali, sul Monte Mangart, al confine tra Italia e Slovenia. 

Le dinamiche dell'incidente […] sono al vaglio degli inquirenti, ma a una prima valutazione si sarebbe trattato di una tragica fatalità, scatenata da cause oggettive e ambientali, con un probabile crollo o distacco dall'alto che ha trascinato giù i due finanzieri.

I due finanzieri facevano parte anche della stazione di Cave del Predil del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico: Lorenzo era a tutti gli effetti già un Tecnico del Soccorso Alpino, mentre Giulio era un aspirante soccorritore e avrebbe dovuto a breve sostenere l'esame di ingresso per entrare nel Corpo. 

Impossibile al momento valutare l'ora dell'incidente e a che punto della parete sia avvenuto. I due non risultavano raggiungibili né tramite dispositivi telefonici né attraverso dispositivi radio che avevano al seguito. I colleghi in caserma hanno iniziato a preoccuparsi e intorno a mezzanotte si sono portati a Fusine Laghi e poi nei pressi del Rifugio Zacchi, dove era stato parcheggiato il loro mezzo.

Una volta giunti a piedi alla base della parete c'è stata la triste scoperta, che lascia presupporre una caduta di diverse decine di metri. Il recupero dei corpi dei due giovani, ancora legati in cordata, è avvenuto questa mattina intorno alle 8:30, con l'elicottero della Protezione Civile e le salme si trovano all'obitorio di Tarvisio presso il Cimitero Plezzut, dove sono attesi i parenti. 

La preparazione di entrambi gli alpinisti era di altissimo livello: entrambi conoscevano le pareti rocciose del Mangart, dove avevano tra l'altro entrambi già salito il temibile e famoso Diedro Cozzolino, una delle vie più difficili delle Alpi. Giulio era anche maestro di sci a Tarvisio, a Lorenzo mancava solamente un esame per diventare Guida Alpina. […]

Due finanzieri morti in addestramento: aperta un’inchiesta. Angelo Vitolo su L'Identità il 17 Agosto 2023 

Due finanzieri sono morti durante un addestramento e la procura di Udine ha aperto una inchiesta. Si tratta dei finanzieri Giulio Alberto Pacchione (nato a Reggio Emilia il 4 luglio 1995 e originario della provincia di Teramo) e Lorenzo Paroni (nato a Pordenone il 6 gennaio 1993 e originario di Montereale Valcellina), morti mentre risalivano in cordata la via Piussi, di sesto grado, che percorre il verticale Pilastro nord del Monte Mangart. Numerosi i messaggi di cordoglio per la tragedia dei due finanzieri morti, pervenuti da rappresentanti del governo e della maggioranza di centrodestra, ma anche da Azione-Italia Viva.

I due finanzieri morti sarebbero stati in attività ufficiale di addestramento ed erano attesi in caserma ieri sera. Si tratta, dunque, a tutti gli effetti di incidente in servizio e in quanto tale è al vaglio della Procura di Udine, che ha aperto un’inchiesta. Entrambi facevano parte anche della stazione di Cave del Predil del Corpo nazionale Soccorso alpino e speleologico. Il recupero dei corpi dei due giovani, ancora legati in cordata, è avvenuto questa mattina intorno alle 8:30, con l’elicottero della Protezione Civile e le salme dei due finanzieri morti si trovano all’obitorio di Tarvisio presso il Cimitero Plezzut.

“La preparazione di entrambi gli alpinisti era di altissimo livello – fanno sapere dal Soccorso alpino Cnsas – entrambi conoscevano le pareti rocciose del Mangart, dove avevano tra l’altro entrambi già salito il temibile e famoso Diedro Cozzolino, una delle vie più difficili delle Alpi. Giulio era anche maestro di sci a Tarvisio, a Lorenzo mancava solamente un esame per diventare Guida Alpina”.

“Erano due bravissimi alpinisti. Tutto ciò che si può dire di buono su di loro anche come persone va detto. Aggiungo che per me erano come due figli”, ha detto Luca Onofrio, capostazione della stazione di Cave del Predil del Soccorso Alpino.

È morto Remi Lucidi, l’acrobata francese dei grattacieli: è precipitato dal 68esimo piano ad Hong Kong. Lo spericolato influencer è stato visto dall'addetta alle pulizie mentre batteva le mani sui vetri. Redazione Web su L'Unità il 31 Luglio 2023

Il francese Remi Lucidi, noto per le sue spericolate acrobazie sui grattacieli di mezzo mondo, è morto oggi dopo essere precipitato dal 68° piano di un edificio in una zona residenziale di Hong Kong. Lo si scrivono media locali, ripresi dall’Independent. Lucidi, 30 anni, si trovava nel complesso della Tregunter Tower a Hong Kong ed è caduto nel vuoto dopo essere rimasto intrappolato fuori da un attico. Secondo gli inquirenti, era arrivato nel palazzo in serata dicendo alla guardia giurata che era in visita da un amico al 40esimo piano. L’ultimo a vederlo vivo è stata un’addetta alle pulizie: l’acrobata bussava freneticamente sul vetro.

È morto l’acrobata Remi Lucidi

La donna, a quel punto, aveva chiamato la polizia. L’ipotesi investigativa è che Remi Lucidi sia rimasto intrappolato sull’edificio dal quale intendeva scattare alcune dei suoi abituali selfie ai limiti, ma dove si era introdotto in maniera clandestina. Noto come “Remi Enigma” sui social media, la struttura dove si era introdotto fa parte di un blocco residenziale nell’esclusiva area di Mid-Levels. Secondo quanto informa il South China Morning Post, i fatti risalgono a sabato 29 luglio, intorno alle 18:00. Quando Remi si è recato alla torre, un agente della sicurezza ha voluto verificare la sua storia e il presunto amico – al quale lo spericolato influencer avrebbe dovuto fare visita (era la scusa di Enigma per accedere alla struttura) – avrebbe negato di conoscerlo.

La dinamica

Lucidi è riuscito a prendere lo stesso un ascensore per accedere ai alti piani del palazzo. L’ultima volta che è stato visto ancora in vita è stato alle 19.38 di sabato, secondo le autorità locali. È stato in quel momento che l’addetta alle pulizie si è resa conto che Remi stava dando bussando alle finestre dell’attico, per cui spaventata ha chiamato le forze dell’ordine. In realtà si ritiene che il trentenne stesse chiedendo aiuto, forse impossibilitato a tornare in un punto dove non rischiava di cadere. Quando gli agenti hanno potuto avere accesso all’area dell’incidente, hanno ritrovato solo la macchina fotografica con la quale Remi Lucidi immortalava le sue avventurose gesta.

Estratto dell’articolo di Michela Allegri per “il Messaggero” giovedì 17 agosto 2023.

[…] Ogni anno nel nostro Paese sono circa 400 i decessi in acqua: i numeri arrivano dalla Società Italia di Medicina Ambientale (Sima). Nel mondo, i morti per annegamento ammontano addirittura a 2,5 milioni nell'ultimo decennio. A spiegarlo è il presidente Sima, Alessandro Miani: «Negli anni 60 si stimavano in Italia circa 1.400 decessi per annegamento ogni anno, cifra che è andata progressivamente a diminuire fino a stabilizzarsi dagli anni 90 in poi, con un trend oramai costante pari a circa 400 incidenti fatali l'anno». A livello mondiale la cifra sale a 236mila.

La maggior parte degli incidenti avviene in mare aperto e nei fiumi, ma si contano casi di decesso anche in piscine alte pochi centimetri, proprio come è successo al piccolo morto pochi giorni fa in provincia di Catania. Ed era successo anche a metà luglio, in provincia di Lecce: a Taurisano un bimbo di due anni, che era in compagnia del fratellino, è annegato nella piscina di casa. 

Le vittime più frequenti degli incidenti, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, sono infatti i bambini che hanno tra 1 e 4 anni, seguiti da quelli di età compresa tra 5 e 9 anni. Il 50,3% dei casi si verifica in mare, mentre il 41,3% dei decessi avviene nelle acque interne e l'8,3% in piscina. Si stima che il 28% degli incidenti dipenda da malori improvvisi, il 15% da distrazione, il 14% da cadute accidentali in acqua. […]

Una delle cause principali di annegamento in laghi e fiumi è anche la bassa temperatura dell'acqua, sottolinea inoltre Fulvio Ferrara, esperto dell'Osservatorio nazionale annegamenti, istituito dal ministero della Salute nel 2017 per capire le dinamiche degli incidenti. 

«Nel 10% dei circa 400 annegamenti che si verificano ogni anno in Italia, la causa principale è la bassa temperatura dell'acqua: fino a 10 gradi centigradi in meno rispetto a quella del mare». Il problema è lo sbalzo termico: «In molti - continua Ferrara - dopo una lunga esposizione al sole con una temperatura esterna che spesso tocca o supera i 33 gradi, si tuffano improvvisamente in acque dove la temperatura è di 12 gradi, talvolta anche 6. Un errore che in tanti pagano caro». […]

 Ogni anno vengono eseguiti 70mila interventi di salvataggio all'anno ed è fondamentale puntare sulla prevenzione, promuovendo corsi di nuoto a partire dai 5-6 anni di età e l'educazione all'acquaticità sin dai primissimi anni di vita. 

Ogni anno in Italia 400 annegamenti sulle spiagge. Angelo Vitolo su L'Identità il 25 Luglio 2023 

In Italia ogni anno – a fronte di circa 400 annegamenti (fatali) e di 800 ospedalizzazioni per annegamento – si contano circa 60mila salvataggi (solo sulle spiagge), e più di 600mila interventi di prevenzione da parte dei bagnini. La cifra è contenuta nel primo Rapporto dell’Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti ed incidenti in acque di balneazione, istituito nel 2019 dal ministero della Salute, a cura di Fulvio Ferrara, Enzo Funari e Dario Giorgio Pezzini, di prossima pubblicazione e di cui l’Istituto superiore di sanità anticipa alcuni contenuti in occasione della Giornata mondiale per la prevenzione dell’annegamento.

Il Rapporto – informa l’Iss – è incentrato sugli annegamenti lungo i litorali marittimi, ma riporta anche una prima analisi di questi incidenti nelle acque interne, esamina il ruolo del servizio di sorveglianza e salvataggio nelle spiagge italiane, e descrive la fisiopatologia dell’annegamento. Per “acque interne” si intende una grande varietà di corpi idrici: non solo fiumi e laghi, ma anche torrenti, canali, bacini artificiali, rogge, cave e stagni. Fra il 2016 e il 2021, in questi luoghi si sono registrati in media 78 decessi all’anno, un numero particolarmente alto, se si considera che vengono frequentati da un numero limitato di persone.

In Italia, nei primi anni ’70, gli annegamenti erano quasi 1.400 all’anno, per andarsi poi a ridurre fino al valore di circa 400/anno alla fine degli anni ’90. Tra le cause che hanno prodotto questa riduzione degli annegamenti in Italia va annoverato senza dubbio l’apprendimento del nuoto, in genere nelle piscine, l’educazione alla sicurezza in acqua della popolazione, e, certamente, la crescente presenza dei bagnini e la loro maggiore professionalità.

Nel periodo considerato (2016 – 2021), ogni anno si sono registrati in media 26 annegamenti di persone che non sanno nuotare, con il 62% dei casi che ha interessato immigrati, e altrettanti per le correnti di ritorno; gli annegamenti improvvisi, ossia a causa di un malore, sono in media 58 per stagione balneare, circa 5 per attività sportive e poco meno per caduta in acqua.

“I dati disponibili sugli annegamenti indicano la necessità di predisporre un Piano Nazionale per la Sicurezza delle Spiagge – spiegano gli autori -, come d’altra parte raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Piano dovrebbe contenere, da un lato indicazioni per elaborare una regolamentazione normativa uniforme, specificando tra i vari aspetti gli ambiti di competenza istituzionale a livello nazionale e territoriale, e dall’altro delle misure di prevenzione di immediato approntamento come standard minimo necessario per le aree di balneazione su tutto il territorio nazionale”.

Alla stesura del Rapporto hanno partecipato: Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, ISPRA, Corpo delle Capitanerie di Porto, Gruppo Nazionale per la Ricerca sull’Ambiente Costiero (GNRAC), Anci, Società Nazionale di Salvamento, Ospedale del Bambin Gesù. 

Ogni anno incidenti e morti sui binari, il piano Fs per eliminare in 10 anni i passaggi a livello. Angelo Vitolo su L'Identità il 24 Luglio 2023

Ogni anno, secondo i dati resi noti da Rfi nello scorso mese di aprile in occasione della Giornata mondiale per la Sensibilizzazione sui Passaggi a Livello, sono circa 250 gli incidenti che si verificano ai passaggi a livello, con conseguenze gravi o mortali nel 10% dei casi.

Estratto dell'articolo di Pierluigi Melillo per napoli.repubblica.it il 4 maggio 2023.

"Sei volata in cielo amore mio, sei andata via urlando il mio nome durante una videochiamata", racconta in un video ricordo su Tik Tok l'amica del cuore di Maria Antonietta Cutillo, la 16enne di Montefalcione in Irpinia, morta folgorata dal telefonino caduto nella vasca da bagno. Una morte in diretta video. 

"Quella scena non la dimenticherò mai e poi mai - scrive la ragazza, compagna di banco della vittima - l'ultima chiamata, l'ultima risata insieme, l'ultima scemenza insieme. Ho la tua voce che mi rimbomba in testa mentre urlavi il mio nome, ho i tuoi occhioni verdi davanti, ho la tua risata in mente". E' stata proprio l'amica a lanciare l'allarme e a chiedere aiuto ma non c'è stato nulla da fare. 

[…]

A 24 ore dalla tragedia il piccolo paese di Montefalcione, nell'Avellinese, è ancora sotto choc. Ma sono sconvolti anche i compagni di scuola di Maria Antonietta, che frequentava la seconda F dell'Istituto Alberghiero "Manlio Rossi Doria" di Avellino. Sul suo banco c'è un fascio di fiori bianchi. 

In un messaggio la scuola si rivolge alla giovane vittima: "A te, dolce angelo, va il nostro pensiero e il nostro affetto, un bene tanto naturale da provare per una ragazza seria, solare e benvoluta da tutti, come te".

[…] La Procura della Repubblica di Avellino ha aperto un'inchiesta, nel fascicolo del pm Vincenzo Toscano per ora si ipotizza il reato di omicidio colposo. L'autopsia potrebbe fare luce sulla tragedia di Maria Antonietta.

L'amica la vede morire in videochiamata: "Urlavi il mio nome, ho la tua voce in testa". Maria Antonietta è stata folgorata in vasca da bagno mentre era al cellulare. Il racconto choc dell'amica Fabi che l'ha vista morire in videochiamata. Federico Garau il 4 Maggio 2023 su Il Giornale.

La prematura scomparsa della giovanissima Maria Antonietta Cutillo, morta folgorata nel suo bagno, ha lasciato sotto choc la comunità di Montefalcione, paese in provincia di Avellino. La ragazza, di appena 16 anni, è morta folgorata nella vasca da bagno mentre stava tenendo in mano il cellulare. Una fine drammatica, alla quale ha assistito Fabi, una delle amiche di Antonietta. Fabi era infatti al telefono con lei quando è avvenuta la tragedia.

Il cellulare cade nella vasca, l'amica chiede aiuto: 16enne muore folgorata

Il racconto straziante

È stata proprio Fabi a sentire le grida di Antonietta, e poi a dare l'allarme, avendo compreso che qualcosa di terribile era appena accaduto. In un videoricordo pubblicato su TikTok la giovane rievoca quei momenti atroci, parlando direttamente all'amica che ormai non c'è più.

"Sei volata in cielo amore mio, sei andata via urlando il mio nome durante una videochiamata. Quella scena non la dimenticherò mai e poi mai. L'ultima chiamata, l'ultima risata insieme, l'ultima scemenza insieme è stata oggi piccola mia e mentre parlavi con me è successo ciò. Ho la tua voce che mi rimbomba in testa mentre urlavi il mio nome, ho la scena davanti agli occhi, ho i tuoi occhioni verdi davanti, ho la tua risata in mente", racconta la ragazza nel video. "Era un'amica spettacolare, ora il banco accanto a me sarà vuoto e chiunque si metterà non sarà mai e poi mai te. Mi manchi cuore mio, ti ho davanti ai miei occhi fissa", conclude.

Fabi e Antonietta si trovavano al telefono, in videochiamata, quando qualcosa di irreparabile è accaduto. La giovane è comprensibilmente sotto choc.

Cosa è accaduto

Spetta ora agli inquirenti risalire alle esatte dinamiche che hanno portato alla morte di Antonietta. La ragazzina, come abbiamo detto, stava parlando al telefono con l'amica Fabi mentre si trovava in vasca da bagno.

La tragedia è avvenuta intorno alle 19:30 di ieri, mercoledì 3 maggio. Secondo gli inquirenti, il cellulare era in mano ad Antonietta e collegato al contempo alla presa elettrica tramite il cavo caricabatteria. Può darsi che il dispositivo sia accidentalmente caduto in acqua, scatenando il cortocircuito che ha ucciso la minorenne. Oppure che la giovane abbia toccato la presa elettrica. Tutto è ancora da chiarire. Fra le ipotesi, c'è anche quella che la 16enne stesse cercando di asciugare il telefono con il phon.

Una cosa, purtroppo, è certa. Antonietta è morta folgorata, e la mano che reggeva il cellulare è stata trovata completamente carbonizzata. Il grido di dolore e di aiuto che la ragazzina avrebbe lanciato prima di soccombere è stato raccolto dall'amica, che ha allertato i soccorsi, i quali non hanno però potuto fare nulla.

Le indagini

Ad occuparsi dell'inchiesta sono i carabinieri della Compagnia di Mirabella Eclano, coordinati dal pm Vincenzo Toscano della procura della Repubblica di Avellino. Il corpo di Antonietta è stato trasferito all'ospedale Moscati, dove sarà eseguita l'autopsia.

Oltre alla sofferenza di Fabi, sconvolta per aver visto e sentito l'amica morire dall'altro capo del telefono, c'è anche il dolore della comunità e della scuola. Sul banco di Antonietta, che frequentava l'Istituto alberghiero Manlio Rossi Doria di Avellino è stato lasciato un mazzo di fiori composto da orchidee e gigli.

Studenti e insegnanti si sono poi radunati davanti alla scuola per osservare alcuni momenti di silenzio.

Il drammatico incidente stradale poche ore dopo lo scambio degli anelli. Samantha muore nel giorno del suo matrimonio, travolta da una donna ubriaca: “Ha perso l’amore della sua vita”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 2 Maggio 2023

Il giorno più bello della sua vita è stato anche l’ultimo. Samantha Miller, 34 anni, è morta drammaticamente nel giorno del suo matrimonio. Poche ore prima aveva detto si al suo amato Aric Hutchinson, 36 anni, la festa era appena finita e stavano salendo sulla golf car diretti all’albergo per la loro prima notte di nozze quando un’auto che sfrecciava a grande velocità li ha travolti. Per la sposa non c’è stato nulla da fare: è morta con ancora addosso il suo abito bianco. Il marito è invece finito in ospedale in gravi condizioni. Una tragedia avvenuta nella Carolina del Sud.

Sam aveva atteso per anni quel giorno. Il Mattino ha ricostruito la drammatica vicenda. Quando è arrivato non stava più nella pelle. Lei e il suo Aric si erano scambiati le promesse di amore e terno e poi gli anelli in una commovente cerimonia a Folley Beach. La festa era appena finita e i due stavano per salire su una golf car addobbata con tanto di lattine e cartello “Just married” quando all’improvviso sulla strada è arrivata un’auto a tutta velocità che li ha travolti. Per l’impatto il mezzo è stato distrutto. Samantha è stata colta in pieno. I soccorritori hanno provato invano a rianimarla ma dopo poco non hanno potuto far altro che costatarne la morte. Sam è morta in pochi minuti dopo l’impatto.

Gravemente ferito anche il neosposo e altri due che erano con la coppia. Aric ha riportato diverse fratture ossee e una lesione cerebrale. È stata la mamma dello sposo a raccontare la drammatica storia. “Mi è stato consegnato l’anello nuziale di Aric in un sacchetto di plastica in ospedale, cinque ore dopo che Sam glielo aveva messo al dito e si erano letti a vicenda i loro voti”, ha scritto sua madre. “Aric ha perso l’amore della sua vita”. La sospettata, Jamie Lee Komoroski, 25 anni, è stata fermata dalla polizia ed è accusata di omicidio stradale e altri tre capi d’accusa. La sua macchina viaggiata a velocità alta più del doppio, rispetto al limite consentito. Il sospetto è che la donna si fosse messa al volante ubriaca.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

L’autotrasportatore morto dopo il sì della fidanzata. Va in crociera con la compagna per chiederle di sposarlo: il dramma di Silvio morto per un malore. Redazione su Il Riformista il 2 Maggio 2023 

Era in crociera con la compagna, poche ore prima le aveva chiesto di sposarla e coronare così il sogno di una vita da trascorrere insieme, poi il malore e la morte. È la tragedia che ha visto ‘protagonista’ Silvio Maisti, giovane autotrasportatore 35enne residente a Valmontone, e la sua compagna Valentina, madre di suo figlio di poco più di un anno.

I due, approfittando delle festività di fine aprile, erano partiti per una breve crociera sul Mediterraneo: giorni da trascorrere assieme all’insegna del relax, ma nei piani di Silvio c’era anche quello di “chiedere la mano” della sua compagna.

Un sogno concretizzatosi sabato sera, quando Silvio davanti ai passeggeri della nave e con la complicità dello staff della crociera, ha preso il microfono e ha chiesto a Valentina di sposarlo, consegnandole l’anello tra gli applausi dei presenti.

Poche ore dopo l’euforia e la gioia sono diventate ben altro tipo di sentimenti: durante la notte Silvio, originario di Palestrina ma residente a Valmontone, in provincia di Roma, ha un malore e a nulla sono serviti i tentativi di rianimarlo da parte del medico di bordo. A stroncarlo un arresto cardiocircolatorio. La nave da crociere è rientrata lunedì primo maggio nel porto di Civitavecchia: la salma di Silvio ha potuto così fare ritorno a casa, nella sua Valmonte.

Nella città alle porte di Roma la notizia ha sconvolto la comunità. Tanti i messaggi di cordoglio, in particolare sui social network, dove Silvio era particolarmente attivo postando le foto assieme alla compagna e al figlio avuto lo scorso anno.

“Ti ho sempre considerato come un fratello, mi sembra impossibile credere che il destino ha spezzato la tua giovane vita. Veglia sulla tua famiglia e soprattutto sul tuo principino. Hai lasciato un dolore immenso”, scriva una amica, mentre c’è chi lo ricorda come “un ragazzo dal cuore immenso”.

I parenti di Maisti ora accusano i soccorsi: “Sono stati chiamati subito – ha raccontato al sito Lanuovatribuna.org il suocero di Silvio Maisti, Carlo Triolo, – ma sono arrivati con forte ritardo, quando ormai non c’era più niente da fare“.

Da agenzianova.it il 26 aprile 2023.

Un pensionato indiano di 82 anni, Shivdayal Sharma, è caduto vittima di un singolare incidente ad Alwar, nello Stato settentrionale del Rajasthan. Mentre urinava sui binari della ferrovia che attraversa la città, l’uomo è stato centrato in pieno da una mucca che atterrava dopo un volo di 30 metri causato dall’impatto con un treno espresso della linea Vande Bharat.

L’episodio, avvenuto lo scorso 18 aprile, è stato raccontato dal quotidiano “India Today”, che ha raccolto la testimonianza di un secondo uomo scampato per poco alla medesima morte. 

Ex elettricista della società ferroviaria nazionale, Shivdayal è morto sul posto. In realtà le collisioni tra treni e capi di bestiame in India non sono una rarità: secondo i dati del governo, nel 2022 ne sono avvenute 13 mila, il 24 per cento in più rispetto al 2019. Migliaia infatti sono i pastori che portano il loro bestiame a pascolare pericolosamente nei pressi di linee ferroviarie. 

Questo ha indotto il ministro delle Ferrovie, Aswini Vaishnaw, ad annunciare nel novembre del 2021 la realizzazione di reti di protezione lungo i binari nelle zone in cui simili incidenti sono più frequenti.

Estratto dell'articolo di Pietro Tosca per corriere.it il 28 aprile 2023.  

Per ricordare la mamma, la figlia ha fatto dipingere sulla lastra del loculo un paesaggio con in primo piano un mazzo di fiori che piacevano tanto alla defunta. Succede al cimitero di Calvenzano dove però il Comune, ritenendo la decorazione poco consona, ne ha intimato l’immediata rimozione. Ne è nato un braccio di ferro finito al Tar di Brescia, che alla fine ha dato ragione all’amministrazione comunale.

La vicenda prende avvio a fine maggio del 2021 quando viene a mancare Pierina Pavesi, 89 anni, da sempre residente in paese. […] Per ricordare l’anziana, la figlia decide di rendere particolare la lastra che chiude il sepolcro facendovi incidere e dipingere un paesaggio, uno di quelli tipici della Bassa: un campo verde con il frumento ancora acerbo spazzato dal vento e sopra un cielo azzurro. A ingentilire il tutto in primo piano un mazzo di fiori: calle bianche e girasoli gialli. Un paesaggio per cui la congiunta però non ha chiesto nessuna autorizzazione e l’amministrazione comunale ritiene violi l’armonia del cimitero.

Così il municipio il 6 dicembre emette un’ordinanza in cui dà il termine perentorio di 60 giorni per «rimuovere l’immagine illegittimamente posta sulla lastra e sostituirla, previa richiesta ed ottenimento della dovuta autorizzazione, con altra idonea ed adeguata al contesto». Passano sei mesi e non ricevendo risposta il Comune annuncia agli eredi della defunta un’ordinanza di rimozione facendosi forza dell’articolo 43 del regolamento di polizia mortuaria e cimiteriale comunale che prevede che «le lampade votive, le decorazioni, gli abbellimenti e le iscrizioni da porre sulle lapidi non possono essere eseguite e poste in opera se non dopo aver chiesto ed ottenuto il permesso».

A questo punto la figlia della defunta ricorre al Tribunale amministrativo regionale, il Tar, e chiede l’annullamento dell’atto per eccesso di potere. Il suo legale invoca anche il diritto costituzionale alla libertà di culto sostenendo inoltre che per prassi a Calvenzano l’autorizzazione comunale dell’articolo 43 è sempre stata richiesta solo per le tombe monumentali. La lapide contestata poi non è la sola presente nel camposanto. La figlia della defunta rintraccia altri quattro casi di decorazioni diverse da quelle standard dei colombari.

Tutti argomenti che, però, il collegio giudicante non ritiene dirimenti rispetto al diritto che il Comune si è riservato. Nel regolamento di polizia mortuaria e cimiteriale, è previsto l’articolo 8 che consente all’ente locale di «far rimuovere le ornamentazioni anche provvisorie e temporanee in generale, ogni qualvolta le giudichi indecorose ed in contrasto con l’austerità del luogo», si legge. Da qui la decisione a favore dell’amministrazione.

[…]

A 5 anni uccide anziana. Ma il fato non è reato. Se proviamo a immaginare la scena al rallentatore, scomponendo i "frame", riusciamo a osservare la tempesta perfetta mentre si compone all'orizzonte. Valeria Braghieri il 15 aprile 2023 su Il Giornale.

Se proviamo a immaginare la scena al rallentatore, scomponendo i «frame», riusciamo a osservare la tempesta perfetta mentre si compone all'orizzonte. Il bimbetto di cinque anni a cavallo della sua bici per la prima volta senza rotelle, il papà che letteralmente lo spinge all'indipendenza, lo battezza all'autonomia con quell'ampio gesto delle braccia che sta nella memoria di qualsiasi genitore. Nello stesso viale alberato del parco, ma in direzione opposta, la passeggiata di due anziane amiche. Si sorreggono, chiacchierano, vanno lente prendendo fiato. Il bimbo sulla sua bicicletta conquista il ghiaietto all'ombra delle foglie: dondola, si inclina, appoggia i piedi a terra ma riprende fiducia e prosegue la sua stentata corsa nella direzione delle due signore. Ed è proprio lì vicino a loro che perde il controllo, sbanda, non tiene la direzione. Ed è proprio lì che vorremmo fermare la scena o correggere la traiettoria di quel minuscolo mezzo, basterebbero pochi centimetri per cambiare tutto: «Sliding Doors». Invece il bambino urta una delle due donne (di 87 anni) che cade a terra. Lì per lì non sembra nulla di grave ma in ospedale muore. Il primo frame è quello di una favola, l'ultimo è quello di un film dell'orrore. In mezzo ci sta l'imponderabile, l'incontrollabile e anche, concediamocelo, la Malasorte. Ma il Codice penale non ammette lacune. Quindi perfino un caso come questo è normato e adesso il papà del bimbo è accusato di omicidio colposo e rischia di dover pagare un risarcimento di 200mila euro. La giustizia per forza. Anche quando non c'è nulla che dirimere possa sistemare o ripagare davvero. C'è un atroce danno senza una reale colpa. Le prove di «volo» di un bimbo, la traiettoria casuale, il momento sbagliato, la Malasorte che ha messo tutto inconcepibilmente assieme.

Estratto dell’articolo di Leonardo Iannacci per “Libero quotidiano” il 26 gennaio 2023.

Anche lo sport può uccidere? Sì, la risposta è agghiacciante ma vera. […] Il panorama delle discipline racconta storie di decessi improvvisi durante l’attività sportiva.[…]

 Nel motorsport, i cimiteri di tutto il mondo sono pieni di lapidi che vanno dalla A di Ascari sino alla S di Ayrton Senna e Simoncelli, fino alla V di Villeneuve. Ma qui un decesso è nell’alea di rischio che un pilota, di auto o di moto, assume quando inizia. Stesso discorso per la motonautica, disciplina dove trovò la morte Didier Pironi, ex pilota della Ferrari in F.1, scomparso in un incidente durante una gara in mare.

Letali per l’incolumità degli atleti sono discipline come il football americano, la boxe e tutti gli sport di contatto. Ma anche il ciclismo, il basket e l’atletica, da quando abbonda il doping. Improvvisa e sospetta fu la morte nel sonno, a soli 38 anni, di Florence Griffith-Joyner, velocista statunitense dai muscoli misteriosamente gonfiati e dalle unghie simili a coltelli. Questa culturista venduta all’atletica vinse l'oro alle Olimpiadi di Seul 1988, poi volò in cielo.

Dossier ciclismo: pochi giorni fa il 40enne Lieuwe Westra, gregario di Nibali durante il trionfale Tour de France 2014, è stato trovato morto in circostanze misteriose. Ultimamente aveva ammesso di essere schiavo del doping che l’aveva portato a disturbi mentali e a forti depressioni. […] Tacendo su Marco Pantani, del quale sappiamo tutto e niente riguardo alla scomparsa, è lunga la lista dei ciclisti morti in gara ma per incidenti fatali: ricordiamo l’italiano Fabio Casartelli che, dopo l’oro vinto alle Olimpiadi di Barcellona 1992, perse la vita lungo la discesa del Colle di Porte d’Aspet affrontata a velocità folle durante il Tour de France 1995.

Fausto Coppi e Gino Bartali, pochi lo sanno, furono accomunati da un tragico destino: Giulio Bartali e Serse Coppi, i loro fratelli anch’essi ciclisti, perirono in seguito a due incidenti simili in gara. Serse, che aveva vinto da poco una Roubaix, si fracassò la testa durante una caduta in una Milano-Torino Atleti controllati da èquipe di medici di livello ma esposti alla falce del destino sono periti su un campo da calcio. Una delle esperienze più tragiche resta quella di Renato Curi mentre si giocava Perugia-Juventus, il 30 ottobre 1977. Il centrocampista della squadra umbra morì mentre inseguiva un pallone, stroncato da un arresto cardiaco.

Aveva 24 anni. Piermario Morosini morì durante un Pescara-Livorno: una malattia ereditaria, la cardiomiopatia aritmogena lo fulminò sul prato verde. Venne aperta un’inchiesta per il mancato uso del defibrillatore in campo. Prima di un Udinese-Fiorentina la stessa patologia ha portato via, ma in una camera d’albergo, Davide Astori.

 […] Lo sport di squadra che negli ultimi tempi ha registrato più vittime è stato il football americano: una disciplina dura, cruenta nella quale i contatti sono violenti e a poco servono le protezioni e i caschi indossati dagli atleti. […]

Ne aveva 27 Korey Stringer, campione dei Minnesota Vikings, quando spirò durante un drammatico training-camp con il sole a picco: gli scoppiò il cervello. Mike Webster, asso dei Pittsburgh Steelers alla cui guida vinse 4 Superbowl, morì per un’encefalopatia traumatica cronica dovuta ai ripetuti colpi alla testa, malattia poi denominata CTE, caratteristica anche di sport quali il pugilato.

 […] Il grande Muhammed Alì, come dimenticarlo, visse gli ultimi 30 anni della sua vita in preda al Morbo di Parkinson causato dalle tremende botte alla testa. […]

Fulvio Oscar Fuso, chi è l'uomo 'morto' al Fatebenefratelli: "Scusate, è vivo". Giuli Bonezzi e Marianna Vazzana su Il Giorno il 12 Gennaio 2023.

Il 64enne di Sannicola (Lecce) è all'ospedale di Milano per delle cure. Perde il cellulare e interrompe i contatti. I parenti vengono avvisati della presunta scomparsa con una mail, poi il chiarimento e le scuse

Milano, 12 gennaio 2023 - Dato per morto il 5 gennaio, è "risorto" il 9. In mezzo, quattro giorni di lutto con preparativi per il viaggio dei parenti dal Salento a Milano "per riconoscere la salma" e la telefonata all’impresa di pompe funebri per i funerali. Poi il sollievo una volta chiarito l’equivoco: Fulvio Oscar Fuso, 64enne di Sannicola, della provincia di Lecce, è vivo. Ma anche la rabbia per aver ricevuto ufficialmente una "notizia terribile", non vera. La storia del morto-non morto è un fatto di cronaca che genera dibattito. "Neanche Kafka" sottinteso, è arrivato a tanto nei suoi racconti paradossali, è uno dei tanti commenti apparsi sui social. Un parente scrive che "non è bello ricevere le condoglianze e chiedere perché".

Il viaggio e il messaggio

Ma com’è potuto succedere? Rita, amica dell’uomo suo malgrado protagonista, parte dal principio. La premessa è che il 64enne soffre di una grave malattia "e dopo essere stato visitato in due ospedali pugliesi aveva intenzione di chiedere una diagnosi a Milano. Città in cui ha vissuto per tanti anni". Single, ha lavorato una vita come rappresentante di commercio abitando in diverse città e anche all’estero, per poi tornare nella terra natìa una volta in pensione. "Il 19 dicembre lo abbiamo accompagnato a Lecce, a prendere il pullman verso Milano". Tutto bene fino al giorno successivo, "quando mi ha scritto un messaggio: tutto a posto, sto andando a dormire".

Il ricovero e la Pec

Poi, il nulla. Parenti e amici non potevano sapere che l’uomo aveva smarrito il telefono e che di conseguenza non poteva più contattarli. Il 22 dicembre, stando a quanto risulta al Giorno , si è presentato al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli dove è poi stato ricoverato. Una persona sola, non accompagnata da nessuno, e senza cellulare: per prassi, fanno sapere dall’ospedale, in questi casi si compila il "modulo di ricerca parenti" da inoltrare alla Questura. E così è stato fatto. Poi, l’errore umano: nella pec inviata al Comune di Sannicola dal commissariato Garibaldi-Venezia è stato scritto "Decesso di Fulvio Oscar Fuso" chiedendo di verificare se nel territorio vi fossero "parenti del defunto" che potessero riconoscere la salma. Comunicazione che i parenti hanno ricevuto il 5 gennaio, giorno prefestivo.

Pompe funebri e chiarimento

"Nessuno poteva pensare fosse vivo. Il fratello ha contattato le pompe funebri e si stava preparando a partire con altri parenti", continua Rita. Il chiarimento è arrivato dopo il ponte dell’Epifania, lunedì 9. La Questura di Milano si è quindi scusata e si è messa a disposizione della famiglia, "ha rintracciato il fratello del signor Fuso e ha chiesto scusa per l’equivoco – conclude l’amica –. L’abbiamo pianto per morto e invece il morto era vivo". Il 64enne è ancora ricoverato al Fatebenefratelli. Vivo.

Da lastampa.it l’11 gennaio 2023.

Avevano già avviato i preparativi per la cremazione della salma, l'allestimento della camera ardente e il funerale, ma Fulvio – 64enne di Sannicola, nel Salento – era vivo, ricoverato all'ospedale Fatebenefratelli di Milano, contrariamente a quanto comunicato dalla questura del capoluogo lombardo al municipio del paese di residenza dell'uomo tramite una Pec. 

 L’uomo era giunto a Milano per curare una malattia di cui soffre da tempo, ma da alcuni giorni non rispondeva più al cellulare, gettando nell’ansia i parenti, che hanno tentato di rintracciarlo in ogni modo, fino ad arrivare a chiamare la questura di Milano. E quest’ultima ha, per errore, comunicato ai parenti la morte del loro caro. 

In realtà Fulvio era vivo, ricoverato nell’ospedale milanese, e non rispondeva più al telefono perché lo aveva smarrito. I famigliari, secondo quanto raccontato dal sindaco di Sannicola, avrebbero ricevuto solo il 9 gennaio la notizia che l'uomo era vivo e che il contenuto della Pec, inviata il 4 gennaio al Comune di Sannicola, era da considerarsi errato.

Sempre secondo il sindaco, Cosimo Piccione, l’errore sarebbe derivato da un rimbalzo di responsabilità tra polizia e ospedale. «Una storia grottesca che non doveva accadere – conclude il sindaco – perché qui si parla della vita di un uomo e delle conseguenze di una notizia così drammatica, ma non vera, che ha scosso una intera famiglia».

«È morto», i parenti lo piangono ma poi scoprono che è vivo: l'assurda storia di un salentino a Milano. L'uomo, 64 anni, non è riuscito ad avvertire nessuno del suo ricovero in ospedale, per curare una patologia pregressa, perché in viaggio ha perso il cellulare. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 10 Gennaio 2023.

Morto, per giorni. Ma in realtà è vivo, ricoverato in ospedale a Milano, al Fatebenefratelli, per problemi di salute già esistenti, ma vivo e vegeto. È la storia assurda di un 64enne salentino, di Sannicola, che era partito a metà dicembre al Nord per curare una patologia da cui è affetto da tempo. Solo che, dopo qualche giorno e qualche messaggio agli amici, il suo telefono ha improvvisamente smesso di funzionare. Muto, irraggiungibile. E dalla Questura di Milano arriva la notizia del suo decesso, in una pec in cui si chiedeva al comune di Sannicola di verificare se nel territorio di competenza risiedessero parenti del deceduto al fine di consentire l’effettuazione del riconoscimento della salma. Tanto dolore per i familiari dell'uomo, che si è trasformato poi in grande gioia quando hanno scoperto che c'era stato un errore, una leggerezza da parte di chi aveva inviato quella pec. L'uomo è vivo, ancora in ospedale per curarsi, e non aveva fatto in tempo ad avvisare parenti e amici al telefono semplicemente perché l'aveva perso. Tutto è bene quel che finisce bene.

L’Accanimento Terapeutico e l’Ipocrisia.

Il Suicidio.

Le Imprese funebri.

La Sedazione.

Suicidio assistito.

L’Accanimento Terapeutico e l’Ipocrisia.

Il Bestiario, il Giudicigno. Il Giudicigno è un animale leggendario che in nome della legge ordina le peggiori ingiustizie. Giovanni Zola il 16 Novembre 2023 su Il Giornale.

Il Giudicigno è un essere mitologico, un semi dio anglosassone, con il potere di concedere la vita o sopprimere chi non ritiene degno di esistere tramite una formula della neo lingua che recita “per il miglior interesse” della persona, perché “al fine di cagionare la morte di un uomo” suonava brutto. Per quanto il Giudicigno decida all’interno delle norme di legge, le sue sentenze apportano, in alcuni casi, dolore indicibile ai parenti più stretti contrari a tali pratiche e intenzionati ad accompagnare i figli con amore e compassione nelle loro gravi difficoltà e alla fine naturale dell’esistenza terrena che neanche il semi dio Giudicigno può prevedere.

Ecco la dichiarazione del padre dell’ultimo caso conosciuto a tutti dopo la privazione di cure della figlia Indi di otto mesi affetta da una grave malattia: “Io e mia moglie Claire siamo arrabbiati, affranti e pieni di vergogna. Il servizio sanitario nazionale e i tribunali non solo le hanno tolto la possibilità di vivere, ma le hanno tolto anche la dignità di morire nella sua casa. Sono riusciti a prendere il corpo e la dignità di Indi, ma non potranno mai prendere la sua anima”. Così è terminata la breve storia terrena della piccola Indi che ha commosso gli esseri ancora umani e ha lasciato indifferente il Giudicigno.

Alcuni ricercatori hanno provato a comprendere da dove provenga tale mentalità mortifera e impietosa con risultati sbalorditivi. La pratica della soppressione delle persone il cui sostentamento dipende dalla tecnologia proviene, partendo da lontano ma non troppo, dall’”igiene ecologista”. Tutto ciò che consuma inquina. Le macchine utilizzate per mantenere in vita una persona “inutile” non sono sostenibili. Già siamo a conoscenza della volontà di azzerare la mobilità privata, spendere decine di migliaia di euro per rendere ecologiche le case di proprietà, pena il deprezzamento, parola chiave per i grandi fondi immobiliari pronti ad acquistare a prezzi irrisori. Cancellare la proprietà privata per eliminare l’unica risorsa di ricchezza dei risparmiatori. Il potere è controllo. Così non stupisce che il Giudicigno arrivi ad espropriare persino la famiglia del suo bene supremo quando è considerato un rifiuto inquinante. In definitiva l’eliminazione di persone non autosufficienti è originata dal cambiamento climatico di cui l’uomo è artefice. La patria potestà di proteggere, educare, istruire e curare i figli è stata confiscata imponendo il potere assoluto dello Stato non solo nella sfera economica, ma anche in quella più profondamente affettiva. In questo senso gli stessi ricercatori propongono di riformulare la definizione della democrazia attuale.

Il Giudicigno sembrerebbe aver vinto su tutti i fronti tanto da rispondere alla richiesta del console italiano che aveva chiesto la cessione della giurisdizione di Indi per proseguire le cure: “Visto che ormai è deceduta penso che non voglia più procedere...", ma non è così. Ancora una volta ci vengono in aiuto le parole del padre di Indi, Dean Gregory, in una intervista rilasciata a La Nuova Bussola Quotidiana: “Non sono religioso e non sono battezzato. Ma quando ero in tribunale mi sembrava di essere stato trascinato all'inferno. Ho pensato che se l'inferno esiste, allora deve esistere anche il paradiso. Era come se il diavolo fosse lì. Ho pensato che se esiste il diavolo allora deve esistere Dio. Una volontaria cristiana visitava ogni giorno il reparto di terapia intensiva e mi ha detto che il battesimo ti protegge e ti apre la porta del paradiso. (…) Ho visto com'è l'inferno e voglio che Indi vada in paradiso. Anzi, ho deciso che anche io e mia figlia dovremmo battezzarci. Vogliamo essere protetti in questa vita e andare in paradiso”.

La vicenda del neonato morto dopo un mese di vita. Il piccolo Ettore lasciato morire dallo Stato: colpito da Sma, tradito dalle terapie non effettuate. Il neonato aveva l’atrofia muscolare spinale, ma non ha avuto accesso alle cure Lo Stato non gli ha assicurato ciò che è nel potere della scienza per curarlo. Lisa Noja su Il Riformista il 12 Novembre 2023

Ettore è nato il 3 ottobre. La vita è stata crudele con lui, fin dall’inizio. Perché Ettore aveva l’atrofia muscolare spinale (SMA), la malattia genetica rara da cui sono affetta anche io. La SMA compromette le funzionalità motorie e, nella sua forma più grave, quella che ha colpito Ettore, già nelle primissime settimane di vita provoca gravi e progressivi segni di insufficienza respiratoria che possono portare alla morte. Grazie alla ricerca scientifica, però, se la malattia di Ettore fosse stata diagnosticata nei primi giorni di vita, forse lui sarebbe ancora qui con noi. E, invece, è mancato il 6 novembre. Perché non solo la vita è stata crudele con Ettore. Lo sono state anche le istituzioni del nostro Paese che da anni non fanno ciò che è loro dovere fare, ossia garantire a tutti i neonati con la SMA di poter ricevere tempestivamente le cure migliori di cui oggi disponiamo.

La scienza ci ha donato il miracolo di terapie (come quella genica) che salvano la vita dei bambini affetti dalle forme più gravi di SMA e che modificano il corso clinico della patologia con risultati straordinari. Bambini che, fino a pochi anni fa, sarebbero stati condannati a muoversi su una sedia a rotelle e a convivere con una disabilità grave, come è accaduto a me, grazie a quelle cure camminano e corrono come tutti gli altri bimbi. Ettore non ha avuto accesso a quelle opportunità, perché è nato in una Regione – il Veneto – che, a differenza di altre, non ha ancora incluso la SMA tra le malattie ricercate con lo Screening Neonatale Esteso (SNE), ossia il set di esami effettuati su tutti i nuovi nati entro poche ore dalla nascita. Un piccolo prelievo di sangue che consente in poco più di 48 ore di sapere se quel neonato è positivo alle malattie ricercate e quindi di procedere immediatamente con i test di conferma diagnostica e di avviare tempestivamente tutte le cure necessarie. Nessuno può dire con assoluta certezza se Ettore si sarebbe salvato, qualora fosse stato sottoposto allo screening per la SMA.

Possiamo, però, affermare con sicurezza che è stato privato di una diagnosi precoce e che, quando, dopo un mese di agonia, finalmente è stato preso in carico da un centro specializzato per la SMA, ormai era troppo tardi: il bimbo era stremato e non era più possibile somministrargli le terapie che oggi esistono. La verità è, quindi, che lo Stato non ha assicurato ad Ettore ciò che è attualmente nel potere della scienza per curarlo e questa è una colpa umana senza possibilità di assoluzione. Sono cinque anni che, insieme a Famiglie SMA e a tante altre associazioni di malati rare, chiediamo di includere la SMA nello SNE nazionale, per garantire a tutti i bambini che nascono nel nostro Paese di essere curati in tempo. Anni in cui il Parlamento ha approvato miei emendamenti che hanno chiarito il quadro normativo e stanziato i fondi necessari. Anni in cui io e altri parlamentari abbiamo presentato continue interrogazioni per chiedere di fare presto. Anni in cui in ogni convegno, evento, intervista ho chiesto, supplicato il Ministero della Salute dei vari esecutivi succedutisi nel tempo di adottare quel decreto già pronto, raccomandato dalla comunità scientifica, invocato da tutte le associazioni di malati rari, necessario per avere lo screening neonatale per la SMA in tutte le Regioni italiane. Anni in cui ho sempre ripetuto che stavamo rischiando di perdere vite umane salvabili.

Il 6 novembre abbiamo perso Ettore e ci siamo resi colpevoli di un delitto imperdonabile. Uso il noi perché chiunque sia nelle istituzioni deve sentirsi responsabile di questa vergogna indelebile verso quel bimbo e la sua famiglia. Penso che avrei dovuto urlare di più, arrabbiarmi di più e provo un dolore straziante perché la vita può essere crudele, persino con un piccolino di poco più di un mese. Uno Stato degno di questo nome no. E non può esserci impedimento giuridico o tecnico-amministrativo che giustifichi una tale crudeltà, che è ancora più grave, perché frutto di una sciatteria ritardataria senza ragione alcuna. Quasi due mesi fa, alla Festa nazionale di Italia Viva, col cuore in mano, chiesi al Ministro Schillaci di adottare finalmente il decreto sullo screening nazionale per la SMA. Si prese un impegno. Se fosse stato onorato in tempo, forse il papà e la mamma di Ettore oggi non piangerebbero il loro piccolo. In questo momento, in Italia, ci sono tanti papà e tante mamme che stanno aspettando la nascita dei loro bambini. Devono sapere che, a seconda della Regione in cui nascerà loro figlio, rischiano di essere privati delle stesse possibilità di diagnosi e cura negata a Ettore. Ciò non può accadere. Per questo, con il cuore pieno di dolore e di rabbia, chiedo al Ministro della Salute e al Governo Meloni di agire oggi, subito. Abbiamo tradito Ettore, la sua mamma e il suo papà. Cerchiamo almeno di restituire un minimo di senso alla politica. Non c’è più tempo, non c’è più spazio per le parole, per le scuse, per le attese. C’è solo il dovere di fare ora ciò che andava fatto per Ettore e che va fatto immediatamente per tutti i neonati del nostro Paese. Lisa Noja 

"Giochi di potere e veti incrociati ledono il diritto alla salute". Terapie Sma negate, la denuncia di Anita Pallara: “Ettore poteva salvarsi, ma è nato nella regione sbagliata d’Italia”. Annarita Digiorgio su Il Riformista il 12 Novembre 2023

Anita Pallara è presidente di FamiglieSMA, associazione di genitori e persone affette da SMA che da oltre 10 anni è in prima linea per migliorare la qualità della vita e garantire le migliori cure possibili a tutte le persone con questa patologia.

Che è successo al piccolo Ettore?

«Io ho appena parlato con il papà, che era distrutto. E non poteva credere al fatto che suo figlio dopo 35 giorni di vita non ci fosse più solo perché ha avuto la sfortuna di nascere nella parte sbagliata del mondo, anzi, nella regione sbagliata d’Italia. In Veneto, dove la Regione non prevede lo screening neonatale che gli avrebbe salvato la vita. Ettore è morto perché aveva la Sma, ma se fosse nato in una delle regioni che fanno lo screening, oggi sarebbe ancora vivo. E questo non è giusto. Il bambino è venuto a mancare perché la diagnosi è arrivata a un mese dalla nascita, e per lui era troppo tardi».

Quindi si poteva salvare?

«Quello che ci fa arrabbiare tantissimo è che ad oggi abbiamo la possibilità di avere tre terapie e la prova scientifica che se somministrate nei primi giorni di vita cambiano radicalmente gli effetti della patologia. Per questo notizie come questa ci lasciano rammaricati. Mancando l’obbligatorietà a livello statale e il decreto attuativo dell’aggiornamento dei Lea che estende gli screening per la Sma, alcune regioni si sono mosse singolarmente come la Lombardia, altre no».

Perché lo screening è cosi fondamentale?

«Bambini a cui è stata somministrata la terapia nei primi giorni di vita, ora dopo un anno muovono i primi passi. A parità di patologia, individuarla e curarla nei primi giorni fa la differenza sostanziale».

Da quando è possibile fare gli screening?

«Dal 2019. E individuata la malattia abbiamo tre terapie, una genica e due farmacologiche, che hanno dimostrato la loro efficacia e sicurezza. Abbiamo superato tutte le fasi, manca da oltre due anni solo la firma del ministero. Ma né Speranza né Schillaci vogliono firmare».

Per ragioni burocratiche?

«No. La motivazione è totalmente politica. Anzi, è mancanza di volontà politica. Trasversale. Abbiamo attraversato tre governi e nessuno si è preso la briga di firmare un decreto che cambierebbe radicalmente la vita delle persone e in alcuni casi ne impedirebbe la morte».

Secondo te perché non firmano?

«Per veti incrociati in Conferenza Stato-Regioni. E perché una parte di genetisti e malati rari preferisce che la Sma non entri negli screening per aspettare di allargare il panel ad altre patologie. Ma questi sono giochi di potere che ledono un diritto costituzionale alla salute. È ampiamente dimostrato che lo screening consente la possibilità di vivere, non farlo è un’azione criminale.

È un test invasivo?

«Assolutamente no, è lo stesso test che viene effettuato alla nascita di ogni bambino. Un prelievo di sangue e dalla stessa goccia permette di ricevere anche lo screening per la Sma. Un test semplicissimo che non ha un costo aggiuntivo ma che consente al bambino di essere curato senza sviluppare la patologia grave, quindi anche brutalmente, un costo in meno per il servizio sanitario». Annarita Digiorgio

La morte di Indi, perché si è negato il diritto alla “seconda opinione”? Storia di Assuntina Morresi su Avvenire lunedì 13 novembre 2023.

Si sarebbe potuto evitare un epilogo tanto doloroso e lacerante, se valutando la condizione della piccola Indi Gregory si fossero adottati criteri bioeticamente consolidati, come ad esempio quelli indicati dal Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) in una mozione approvata il 30 gennaio 2020: «Accanimento clinico o ostinazione irragionevole dei trattamenti sui bambini piccoli con limitate aspettative di vita». Nel testo si sottolinea la necessità di astenersi da trattamenti inutili e sproporzionati e si delinea una sorta di “road map” metodologica per affrontare queste situazioni, che vanno necessariamente affrontate caso per caso. Fra le indicazioni condivise dal Comitato spicca quella sulla seconda opinione, dove il Cnb raccomanda di «consentire una eventuale seconda opinione, rispetto a quella dell’équipe che per prima ha preso in carico il bambino, se richiesta dai genitori o dall’équipe curante, garantendo, in condizione di autorevolezza scientifica, la libertà di scelta dei genitori, tenuto conto del primario interesse del figlio. L’auspicio del Cnb è che «le due opinioni possano dare maggiore certezza della identificazione dell’accanimento clinico e una maggiore condivisione nell’iniziare o continuare o sospendere i trattamenti in corso».

Si tratta di una articolazione del concetto di libertà di cura: ogni paziente, purché informato, ha diritto di scegliere i trattamenti medici a cui sottoporsi. Se il paziente non può esprimere il proprio consenso lo farà chi ne esercita la responsabilità legale. Soprattutto in questo caso devono essere garantiti trattamenti sanitari appropriati e riconosciuti dalla comunità scientifica: nessuno, specie chi non può dare liberamente il proprio consenso, deve essere privato delle terapie più adeguate, magari per ricorrere a oscure alternative nell’illusione di guarigioni impossibili. Per i minori sono previste particolari tutele, che possono arrivare alla decisione di un giudice in contrasto con la volontà dei genitori: è quel che può accadere anche nel nostro Paese, nel caso ad esempio dei figli dei testimoni di Geova, quando si pone la necessità di trasfusioni di sangue in situazioni di pericolo di vita.

Il problema, quindi, non è “chi” decide, se giudici o genitori, ma “cosa” si decide riguardo a questi piccoli pazienti senza prospettive di guarigione. La questione della seconda opinione si inserisce prima del ricorso al tribunale proprio per evitare il contenzioso giudiziario, che deve restare l’extrema ratio: i genitori di un bambino devono poter chiedere un ulteriore parere rispetto a quello dei medici curanti, ed eventualmente poter cambiare l’équipe medica di riferimento per le cure del proprio figlio, purché a parità di autorevolezza scientifica. E la situazione di Indi Gregory era proprio questa, descritta dal Cnb: i genitori avrebbero voluto trasferirla in uno dei migliori ospedali pediatrici del mondo, il Bambino Gesù a Roma, perché ritenevano che il percorso proposto dai clinici italiani fosse più adeguato per la loro figlia. Non è stata messa in dubbio la diagnosi dei medici inglesi e nessuno ha parlato di terapie salvavita: era stato prospettato un modo diverso di assistere la bambina in quel che restava della sua breve vita.

Si tratta di un’opzione che non dovrebbe essere oggetto di decisione di un tribunale: per quale motivo deve essere lo Stato a scegliere dove curare i malati, specie quando non possono esprimere il proprio consenso, se le alternative sono equivalenti dal punto di vista delle competenze professionali dei medici interpellati? Dal punto di vista bioetico è stato quindi francamente inspiegabile il divieto di trasferimento della piccola in Italia. Un orientamento ancora più incomprensibile nel nostro tempo, quando l’autodeterminazione viene indicata come criterio principale per ogni decisione individuale: proprio recenti campagne per l’eutanasia adottano come slogan “Liberi fino alla fine”. Forse non vale sempre? O forse si ritiene che nel caso di malattie inguaribili a prognosi infausta, come quella della piccola Indi, anziché considerare appropriatezza e proporzionalità dei trattamenti, anche salvavita, e discutere di libertà di scelta, siano in gioco altri, differenti criteri di valutazione? Per esempio se vale veramente la pena prendersi cura di questi malati, e fino a che punto, considerando magari il lato economico?

La piccola Indi Gregory è morta. Il padre: "Siamo arrabbiati, affranti e pieni di vergogna". Lorenzo Morelli il 13 Novembre 2023 su Il Giornale.

Indi Gregory è morta. A comunicarlo è stato Dean Gregory, papà della bambina di 8 mesi affetta da una grave patologia mitocondriale, a cui il 6 novembre il governo Meloni ha concesso la cittadinanza per consentirle di essere trasferita al Bambin Gesù di Roma. A nulla è servita la lunga battaglia legale intrapresa dai genitori. La piccola ha lottato dopo l’estubazione fino a stanotte poi la dichiarazione ufficiale: "Mia figlia è morta, la mia vita è finita all’1.45", ha detto Dean. "Io e mia moglie Claire siamo arrabbiati, affranti e pieni di vergogna. Il servizio sanitario e i tribunali non solo le hanno tolto la possibilità di vivere, ma anche la dignità di morire nella sua casa. Sono riusciti a prendere il corpo e la dignità di Indi, ma non potranno mai prendere la sua anima".

Venerdì 10 novembre le corti del Regno Unito avevano disposto lo stop ai trattamenti vitali e il trasferimento in un hospice. Dopo l’estubazione e il trasferimento in un hospice su ordine del giudice dell’Akta Corte inglese la piccola Aveva smesso di respirare. "Poi la piccola guerriera si è ripresa e stava lottando, assistita con amore e coraggio da mamma e papà. Durante la notte ha avuto stress e affaticamento", ha raccontato su X Simone Pillon, il legale che ha seguito in Italia la famiglia della piccola Indi. "Sapevo che era speciale dal giorno in cui è nata, hanno cercato di sbarazzarsi di lei senza che nessuno lo sapesse, ma io e Claire ci siamo assicurati che sarebbe stata ricordata per sempre", ha aggiunto l'uomo in una dichiarazione all'agenzia LaPresse.

Indi Gregory: appello rifiutato. Lunedì stop ai macchinari che la tengono in vita. Eleonora Ciaffoloni su L'Identità il 10 Novembre 2023

Non è bastato il ricorso presentato dai legali e dai genitori: l’appello per tenere in vita Indi Gregory è stato rifiutato. I giudici dell’Alta Corte inglese hanno respinto la richiesta dei genitori sia per quanto riguarda il trasferimento dal Queen’s Medical Center di Nottingham, sia per trasferirla nel nostro Paese e hanno confermato la decisione, rimandandola a lunedì, di far fermare le macchine che la tengono in vita.

La notizia arriva da Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, e dall’avvocato Simone Pillon, che stanno seguendo gli sviluppi del lato italiano della vicenda in contatto con i legali inglesi e la famiglia della piccola.

Nella giornata di oggi si è discusso in udienza anche un altro aspetto che poteva cambiare la sorte della piccola e cioè la possibilità di trasferire la giurisdizione del caso della piccola dal giudice britannico che ha in mano il fascicolo, alla giurisdizione italiana che avrebbe più facilmente permesso il trasferimento a Roma.

L’ospedale Bambino Gesù di Roma, infatti, si era offerto di accogliere la bambina di 8 mesi, malata terminale, affetta da una grave malattia mitocondriale definita incurabile dai medici, per poterla mantenere in vita seguendo la volontà dei genitori. I medici che curano Indi al Queen’s Medical Center di Nottingham avevano ribadito di non poter fare altro per lei. I genitori avevano chiesto che potesse tornare nella loro casa a Ilkeston, nel Derbyshire. Un’opzione che non è stata ritenuta praticabile.

Per poterla trasferire in Italia, per le cure, lunedì il Cdm convocato d’urgenza aveva concesso la cittadinanza italiana a Indi Gregory. Provvedimento che, tuttavia, non è servito a far cambiare idea ai giudici britannici, che sono rimasti fermi su quanto già deciso.

Il destino di Indi appeso a un rinvio: oggi la decisione della Corte Inglese. Eleonora Ciaffoloni su L'Identità il 10 Novembre 2023

Il destino di Indi Gregory è appeso al filo di un rinvio. Si saprà oggi alle 17.30, al termine dell’udienza, quale sarà la sorte della piccola. La decisione della Corte inglese verterà sulla possibilità di trasferire la giurisdizione del caso della piccola al giudice italiano.

La bambina inglese di appena otto mesi affetta da una grave malattia mitocondriale – definita dai medici incurabile – è diventata suo malgrado, la protagonista di un caso legale fra Italia e Regno Unito. Lunedì la piccola aveva ricevuto la cittadinanza italiana con un provvedimento “umanitario” di urgenza del governo Meloni, dopo che l’ospedale Bambino Gesù di Roma si era offerto di continuare ad assisterla nelle cure. O meglio, assisterla in quelli che potrebbero essere gli ultimi giorni insieme alla sua famiglia. La piccola è in una fase terminale della malattia e, proprio per questo motivo, l’Alta Corte britannica ha deciso – per lei e per i genitori – di interrompere le cure e quindi staccare le macchine che la tengono in vita, dando anche un limite temporale che era stato fissato alle ore 14 (le 15 italiane) di ieri.

La decisione è stata adottata dal giudice Robert Peel, dell’Alta Corte di Londra, magistrato a cui il caso è stato affidato nelle ultime settimane, nel Regno Unito. Da parte dei giudici, era stata esclusa per l’infante la possibilità di continuare a essere accolta e curata nel nostro Paese – il provvedimento di concessione della cittadinanza non ha prodotto per il momento effetti sulla procedura giudiziaria britannica – nonostante la presa di posizione del console italiano a Manchester, che si era dichiarato lo scorso 7 novembre giudice tutelare della bimba. Non solo era stato negato il trasferimento all’esto, ma era stata anche negata ai genitori la possibilità di portare la figlia a casa. Come anticipato, il magistrato Peel ha stabilito come non sia “nel miglior interesse” di Indi un trasferimento in casa, soluzione che i genitori avrebbero preferito anche come alternativa al trasferimento al Bambino Gesù di Roma, precedentemente bloccato. Il giudice aveva invitato la famiglia a lasciare Indi nel Queen’s Medical Centre di Nottingham, dov’è attualmente ricoverata. Una decisione non condivisa dai genitori di Indi che, immediatamente, hanno presentato il ricorso nella mattinata di ieri alle ore 11. I cosiddetti tempi tecnici, sia per la presentazione del ricorso sia per la discussione, hanno fatto slittare la cessazione delle macchine salvavita a due ore dopo l’orario concordato e quindi alle ore 17 italiane.

Nulla di fatto, tuttavia, nemmeno due ore dopo: Indi Gregory è ancora viva. Per lei è arrivato, dopo la proroga, il rinvio a 24 ore. Sembra doversi decidere, difatti, proprio in queste ore il destino della piccola e della sua famiglia. I legali dei genitori di Indi Gregory hanno annunciato che alle 13 di oggi sarà discusso l’appello sulla possibilità di trasferire la giurisdizione del caso della piccola al giudice italiano, garantendo in questo lasso di tempo l’attività delle macchine per le cure vitali, almeno fino alla fine dell’udienza.

A confermarlo sono stati Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus e l’avvocato Simone Pillon. “Pensiamo che sia nel miglior interesse di Indi venire in Italia per ricevere le cure che potrebbero aiutarla a respirare, aprendo una valvola attraverso l’impianto di uno stent, per poi poterci concentrare sulla sua malattia mitocondriale che può essere trattata con queste terapie” avevano dichiarato i genitori, pur consapevoli di essere di fronte a una malattia fatale.

La forza di un padre e quella di una bambina, però, sono tutti qui, nell’ultima speranza di un genitore: “Sappiamo che Indi è una combattente, lei vuole vivere, e non merita di morire” aveva affermato ieri il padre, Dean Gregory. “Io e Claire siamo devastati e affranti dalla decisione presa dal giudice” ha raccontato, “Il National Health system sta cercando di impedirci di andare in Italia, e ci ha anche impedito di portare Indi a casa per le cure palliative di fine vita. Siamo molto preoccupati per la vita di Indi”. Il lavoro dei genitori e degli avvocati è continuo e lo dimostra la richiesta urgente di ricorrere in appello, che ha portato ancora oggi a una ulteriore speranza. Una speranza che per i due genitori si lega indissolubilmente al nostro Paese, a cui rivolgono la massima riconoscenza: “Voglio ringraziare il consolato italiano a Manchester per l’aiuto e voglio ringraziare il governo, il Presidente e il popolo italiano, l’Italia è stata incredibile, come un angelo custode per Indi, siamo davvero fortunati ad avere la vostra passione e il vostro coraggio dalla nostra parte nel tentativo di salvare la vita di Indi”.

La piccola Indi Gregory non va dimenticata. Davide Vecchi su Il Tempo l'11 novembre 2023

C’è qualcosa di profondamente fastidioso nella reiterata decisione della Corte inglese di bloccare il trasferimento in Italia della piccola Indi Gregory. Ieri per la terza volta ne è stato decretata la morte e per la terza volta fissato il giorno dell’esecuzione: lunedì. Non è finora servito il riconoscerle la cittadinanza italiana, come fatto d’urgenza dal Consiglio dei ministri, così come inutile si è rivelato l’appello del console. Ieri il capo del Governo, Giorgia Meloni, ha inviato una lettera al Lord Cancelliere del Regno Unito «al fine di sensibilizzare le autorità giudiziarie» inglesi appellandosi alla convenzione dell’Aja affinché Indi possa essere trasferita all’ospedale Bambino Gesù di Roma.

La fermezza della Corte appare totalmente ingiustificata e alimenta il dubbio che sia frutto della volontà di mostrarsi autonomi e superiori a un altro Stato, quello italiano. Una presa di posizione deleteria per l’immagine stessa dell’Inghilterra, spietata e cinica. Cosa ne è del Paese che con Re Giovanni nel 1215 firmò la Magna Carta, la base dei diritti umani? E si può consumare un braccio di ferro sulla vita di una neonata? L’esecuzione è fissata per lunedì. Fino all’ultimo istante mi auguro che l’Italia faccia sentire la propria voce. Perché noi siamo umani e rispettiamo la vita.

«INDI DEVE MORIRE». Giudici e medici inglesi irremovibili sul destino della piccola affetta da una gravissima malattia rara. Negato il permesso di tornare a casa o di essere portata all'ospedale italiano Bambino Gesù, nonostante le sia stata conferita la cittadinanza italiana proprio per evitare divieti giuridici. Silvia Guzzetti su Avvenire 08/11/2023 

Continua il duro braccio di ferro tra la sanità e la giustizia britannica e la famiglia di Indi Gregory, la piccola di otto mesi affetta da una rarissima malattia mitochondriale, alla quale, da mesi, I medici del “Queen’s Medical Hospital” di Nottingham, dove si trova ricoverata, vogliono staccare i supporti vitali.

Con un’ennesima sentenza il giudice dell’Alta Corte britannica Robert Peel, che già, più volte, si è pronunciato sul destino della bambina, ha deciso che non potrà morire a casa, come hanno chiesto I genitori, Dean Gregory, 37 anni, e Claire Staniforth, 35 anni, ma in un’ “hospice” o in ospedale.

Non è la prima volta che I giudici del Regno Unito si dimostrano irremovibili e negano alla famiglia anche l’ultima consolazione di un addio intimo, nel cuore di un ambiente domestico, anzichè in un asettico reparto ospedaliero. Anche nel caso di Charlie Gard, anche lui colpito da una rarissima malattia genetica e scomparso nel 2017, quando aveva meno di un anno, ai genitori Connie Yates e Chris Gard venne negata la possibilità di portarlo a casa.

Nella sentenza di oggi il giudice Peel conferma anche che la ventilazione artificiale, che mantiene in vita la bambina, andrà interrotta a partire dalle 15 ora italiana di domani, anche se I genitori di Indi hanno già fatto sapere che ricorreranno, ancora una volta, in appello.

Insomma sembrano davvero inutili I ripetuti tentativi dell’Italia, che ha concesso a Indi la cittadinanza e aperto le porte dell’ospedale “Bambino Gesù” di Roma, di salvare la bambina. Sempre oggi il console Italiano di Manchester, dottor Matteo Corradini, nel suo ruolo di “giudice custode” della piccola, italiana soltanto da lunedi, ha emesso una misura di emergenza che riconosce l’autorità dei tribunali italiani in questo caso e autorizza l’immediato trasferimento di Indi all’ospedale “Bambino Gesù”. Tuttavia il nuovo provvedimento è stata ignorato sia dall’ospedale di Nottingham che dalle autorità britanniche. Da giorni l’ambulanza aerea attende, fuori dal “Queen’s Medical”, pronta a trasportare Indi, ma I medici che l’hanno in cura non hanno alcuna intenzione di lasciarla andare.

Secondo la charity britannica del movimento per la vita “Christian Concern”, che assiste legalmente la famiglia Gregory, già questa settimana I dottori volevano interrompere I supporti vitali, benchè la loro intenzione contraddica il piano di fine vita preparato dall’ospedale di Nottingham, secondo il quale la decisione su dove morirà la piccola tocca ai genitori.

Si legge, infatti, nel “Compassionate Care Plan”, (Piano di fine vita compassionevole), preparato dall’autorità sanitaria che controlla l’ospedale, il Nottingham University Hospitals NHS Trust, «i genitori devono essere aiutati a decidere dove la bambina può morire nel modo più umano possibile, se in un hospice, in ospedale o a casa».

A Indi, sembra certo, rimangono, ormai, soltanto poche ore di vita perchè la Corte di appello ha già, nelle scorse settimane, più volte, dato ragione ai medici che pensano che la piccola debba morire ed è anche probabile che alla famiglia venga negata la possibilità di ricorrere, per l’ennesima volta, contro una sentenza dell’Alta Corte.

Rimane irrisolto il dramma di queste famiglie, costrette a mesi di estenuanti battaglie legali, senza che il loro desiderio di prolungare la vita della figlia – come ogni genitore che possa dirsi tale vorrebbe fare -venga ascoltato dai medici o dai giudici.

Quando la triste vicenda di Charlie Gard, Alfie Evans, Archie Battersbee e Isaiah Haarstrup, tutti piccoli, gravemente ammalati, ai quali I medici, sostenuti dai giudici, decisero di staccare la spina, l’opinione pubblica condivise il dolore dei genitori e sentì l’ingiustizia che subivano famiglie alle quali veniva impedito di poter curare I figli.

Una nuova legislazione, la “Charlie Gard law”, curata proprio dai genitori di Charlie, punta a rafforzare I diritti di mamma e papa, nei casi nei quali questi ultimi si oppongano ai medici che vogliono togliere ai loro figli i supporti vitali. Se la nuova normativa dovesse essere approvata, papà e mamma avranno il diritto di ricorrere alla mediazione e a comitati etici e indipendenti e potranno avere accesso a tutte le informazioni mediche sui figli e ottenere un secondo parere medico. Possibilità, quest’ultima, che è stata negata ai genitori della piccola Indi.

Insomma la famiglia recuperebbe un ruolo più importante, con la possibilità di influenzare quel concetto di “migliore interesse del minore”, al quale I giudici si appellano quando decidono che questi piccoli devono morire. Tuttavia la strada è ancora lunga, prima che la nuova legge possa essere approvata, e, quando il rapporto tra medici e genitori si deteriora e I dottori ricorrono ai giudici, come sta capitando con la piccola Indi, tocca alla legge decidere che cosa è nel migliore interesse del minore. Senza che la famiglia venga ascoltata.

Contro un'Europa infanticida che passa dal diritto al dovere di morire. GIULIO MEOTTI il 27 giugno 2017 su Il Foglio

La folle decisione della corte Ue condanna il piccolo Charlie contro il volere del padre e della madre

Le 10 ragioni per cui la legge stravolge la professione medica

Igiudici inglesi, aiutati da quelli dell’Unione europea, hanno stabilito il passaggio dal “diritto di morire”, in cui i genitori dispongono della vita di un bimbo malato, all’antico “dovere di morire”. E’ il triste destino di Charlie Gard, neonato condannato a morire dai soloni della Corte europea dei diritti dell’uomo contro il volere del padre e della madre, che lo volevano portare negli Stati Uniti per tentare di curarlo.   

Giudici e medici che si arrogano del diritto alla vita dei bambini malati. Dopo il Belgio, che nel settembre del 2016 mise a morte legalmente il primo bimbo, adesso tocca all’Inghilterra. Ma il mainstream britannico aveva da tempo sdoganato l’infanticidio. Lo hanno fatto gli accademici, come il professore del King’s College Jonathan Glover, che ha giustificato l’infanticidio sulla base del fatto che “va considerata l’autonomia della persona la cui vita è in gioco, se valga la pena di essere vissuta”. Lo hanno fatto le università mediche reali, come il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, che ha sdoganato l’eutanasia di neonati malati e disabili.

In occidente dipingiamo giustamente la Corea del nord come un incubo a cielo aperto. Ma qualcosa unisce il regno dell’anacoreta comunista di Pyongyang alla democrazia di Strasburgo: in entrambe le città ci sono burocrati che stabiliscono quando un bimbo malato debba morire. L’infanticidio fu praticato a lungo, da Tahiti alla Groenlandia fino agli spartani, che gettavano i loro bambini dalla cima di una collina, e fu teorizzato da Platone e Aristotele, che raccomandavano che lo stato disponesse l’uccisione di bambini disabili. Poi, per duemila anni, è diventato tabù. Perché si è affermata la civiltà occidentale. Adesso sembra che l’infanticidio sia tornato mainstream.

Ne sanno qualcosa i bimbi di Manchester come Saffie, le cui vite sono state spezzate dal terrorista suicida Salman al Abedi. Ma ne saprà presto qualcosa anche un altro bimbo inglese oggetto di un suicidio coatto, Charlie Gard. I kamikaze che fanno visite nelle città dell’Europa occidentale ci ripetono: “Noi amiamo la morte come voi amate la vita”. Si sbagliano.

Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.

"Mia figlia Indi non merita di morire". Rinviato a domani il distacco dai macchinari. Storia di Francesca Galici su Il Giornale  il 10 novembre 2023 

C'è ancora speranza per la piccola Indi Gregory. Il distacco dei macchinari era previsto per le 15 italiane, poi spostato alle 17, ma alla fine c'è stato un ulteriore slittamento. L'appello sulla possibilità di trasferire la giurisdizione del caso al giudice italiano verrà discusso domani a partire dalle ore 12 ora inglese, le 13 in Italia, e di conseguenza il termine per il distacco dei supporti vitali è prorogato fino all'esito di tale udienza. A darne notizia sono stati i legali della famiglia, che ancora sperano di poter portare la bambina in Italia per poter provare una cura diversa al Bambin Gesù di Roma.

"Indi è una combattente: lei vuole vivere, e non merita di morire", ha detto il padre della bambina un in video condiviso sui canali social di Pro Vita & Famiglia. "Io e Claire siamo devastati e affranti dalla decisione presa dal giudice oggi. L'NHS (il sistema sanitario pubblico inglese, ndr) sta cercando di impedirci di andare in Italia, e ci ha anche impedito di portare Indi a casa per le cure palliative di fine vita", ha detto ancora Dean Gregory, che non si rassegna alla decisione dei giudici di staccare la bambina dai macchinari. Lui e la moglie vogliono tentare il tutto per tutto portando la bambina in Italia e per questa ragione il nostro Paese ha concesso a Indi la cittadinanza italiana con procedura d'emergenza.

Ma anche questo non è servito a convincere il giudice. "Siamo molto agitati per l'estubazione, e molto preoccupati per la vita di Indi", ha proseguito l'uomo. Comprensibile la voglia dei genitori di non rassegnarsi al destino della bambina: "Abbiamo presentato una richiesta urgente, i nostri avvocati stanno lavorando duramente, e hanno presentato una richiesta urgente alla Corte, perchè faremo ricorso in appello. Voglio ringraziare il consolato italiano a Manchester per l'aiuto, il governo, il presidente e il popolo italiano".

Il legale della famiglia ha spiegato che è stata attivata la procedura dell'articolo 9, che prevede che il giudice competente italiano si è messo in contatto con il giudice competente inglese e gli atti sono stati trasmessi alla Corte d'Appello. Inoltre, sono stati avviati anche i contatti tra Roma e Londra: la Presidenza del Consiglio dei Ministri dell'Italia ha scritto al Ministero della Giustizia britannico come previsto dall'art 32 della Convenzione dell'Aia del 1996.

IL DIBATTITO.

Indi Gregory deve morire? Tre motivi per cui Nicola Porro sbaglia. La bambina è affetta da una grave malattia. Per i giudici la ventilazione va sospesa oggi alle 15 italiane. È giusto? Paolo Becchi, su Nicolaporro.it il 9 novembre 2023

Il caso della piccola Indi Gregory affetta da una grave malformazione non si è ancora chiuso come era prevedibile con l’interruzione della ventilazione assistita perché c’è stato un intervento del governo italiano che ha concesso alla piccola la cittadinanza italiana e perché un ospedale italiano si è dimostrato disponibile a curare la piccola.

Nicola Porro vede nell’operato del governo della pura retorica e considera alla stregua di accanimento terapeutico quello che sta succedendo alla piccola. La soluzione migliore sembrerebbe quella decisa dai giudici: si stacchi la spina e punto. Non sono d’accordo. Mi soffermo solo sulle questioni etiche, sebbene ora il caso sia anche giuridico. Al riguardo solo una rapida considerazione in fondo.

Continuare a farla vivere significa accanirsi sulla piccola.

Se fosse accanimento terapeutico mi chiedo come sia possibile che un ospedale italiano si sia dichiarato disponile ad accogliere la bambina. Per costringerla a vivere a tutti i costi? Per accanirsi sulla piccola? Non credo che Il Bambin Gesù di Roma voglia una cosa del genere. Si fa presto a parlare di accanimento… Al Gaslini di Genova qualche tempo fa si presentò un caso certo diverso ma che sembrava altrettanto disperato. Ora però la bambina sta meglio.

I genitori sono degli egoisti.

Quella bambina è stata messa al mondo dai suoi genitori. Sono loro che si devono anzitutto prendere cura della loro figlia. E non vogliono che muoia. Dicono sia egoismo, ma non potrebbe essere amore per quel piccolo essere, desiderio di proteggerlo? E non conta nulla quello che sentono i suoi genitori? Non conta nulla la loro sofferenza? Non conta nulla veder morire la loro piccola bambina sofferente soffocata?

Il ruolo del medico.

Stacca solo la spina? Ma in questo caso procurerebbe enorme sofferenza alla piccola paziente che morirà per soffocamento. Questo sarebbe del tutto contrario alla sua etica professionale. Ma allora la dovrà sedare profondamente prima e quindi, in pratica, pur senza dirlo, la uccide prima ancora di staccare la spina…

Come si vede il caso è più complesso di quanto si possa pensare a prima vista. Non basta staccare l’interruttore. Io qualche dubbio ce l’avrei a staccare quel respiratore. E in dubio pro vita.

Infine, c’è anche modo e modo per accompagnare alla morte. Esiste la medicina palliativa. In Gran Bretagna conoscono solo

staccare la spina? Da noi per fortuna sinora ci sono altre leggi e ha fatto bene il governo ad agire come ha agito, venendo incontro alle richieste dei genitori. Paolo Becchi, 9 novembre 2023

Non riavrà il “diritto alla vita”: cosa ne penso del caso Indi Gregory. Quanta retorica sulla bambina inglese malata terminale a cui il governo ha concesso la cittadinanza. Nicola Porro il 7 Novembre 2023

Sul caso Indi Gregory, la neonata inglese malata a cui il governo ha concesso la cittadinanza per permetterle di essere curata in Italia, nessuno di voi sarà d’accordo con me. Leggere i giornali di oggi mi ha dato ai nervi perché ho visto tutta la destra italiana, inclusi i giornali liberali e conservatori, godere del fatto che ieri il Consiglio dei ministri si è riunito e ha deciso di far diventare italiana una neonata malata terminale inglese affinché possa essere curata al Bambin Gesù di Roma.

Poi però se uno va un po’ a leggere meglio cosa è realmente successo scopre che, in realtà, gli inglesi non sono degli assassini macellai. Questa bambina ha infatti una malattia degenerativa incurabile che le ha causato dei danni mostruosi e, per quanto molti considerino questo un dettaglio ininfluente, dà il senso di quanto la malattia sia andata avanti. Questa ragazza è, ahimè, destinata a morire e dovrà essere assistita dalle macchine per tutta la vita.

Il punto fondamentale è che non è stato un direttore di un ospedale ad aver deciso di togliere le macchine che mantengono in vita la neonata, ma è stata l’Alta Corte di giustizia inglese a dire che, purtroppo, le sue cure non sono altro che un accanimento terapeutico. La giustizia inglese si è messa nei panni della bambina e non nei panni dei genitori. Anche la corte di Strasburgo, a cui i genitori avevano fatto ricorso, ha confermato quanto detto dall’Alta Corte di giustizia.

Il punto fondamentale è che, prendendo in cura questa bambina, stiamo illudendo i suoi genitori facendo credere loro che il Bambin Gesù possa salvarla. Nonostante sia un ospedale straordinario, non fa miracoli.

Contrariamente a quanto molti oggi dicono, l’Italia non ha restituito nessun diritto alla vita a questa bimba. Non ci prendiamo in giro: come si fa a dire che l’Italia ha restituito il diritto alla vita ad una bambina come se gli inglesi lo avessero negato? Nessuno ha negato il diritto alla vita a questa bambina, se non una tremenda malattia che la sta uccidendo e che ha ucciso tanti bambini di cui purtroppo ci siamo occupati. Nicola Porro, dalla Zuppa di Porro del 7 novembre 2023

Caso Indi Gregory, parla il medico che staccò la spina a Piergiorgio Welby: «L’Italia è il Paese delle vane speranze». Redazione su open.online il 9 novembre 2023

Mentre le cronache di questi giorni hanno visto tornare alla ribalta il tema del suicidio assistito (dopo che Sibilla Barbieri ha scelto di morire in Svizzera) e si sono concentrate sul caso dello stop alle cure vitali per la piccola Indi Gregory, la neonata inglese gravemente malata per una patologia mitocondriale, nel dibattito è intervenuto anche Mario Riccio, Consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni, ex Responsabile di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Casalmaggiore. Nonché colui che staccò la spina a Piergiorgio Welby, e che ha seguito il primo suicidio assistito in Italia. Riccio rivendica, in una nota, non solo il diritto di scelta, ma anche la necessità di risposte concrete da parte del Governo.

«L’Italia è il Paese delle vane speranze, noto al mondo per le vicende pseudo sanitarie. Di Bella, Vannoni, Stamina, potevano evitare una nuova ribalta in materia di vane speranze di cura. Per Indi non potrebbe servire neanche l’immediata disponibilità offerta dall’ospedale pediatrico della Capitale dopo che alla piccola è stata riconosciuta la cittadinanza italiana», scrive. E poi, la provocazione: «Ma la vita è comunque un bene? Se sì, Sibilla Barbieri è stata costretta ad andare in Svizzera per trovare la morte che desiderava e che sarebbe stato suo diritto trovare in Italia ma ha incontrato un’insensata resistenza della sanità regionale laziale, nella sua richiesta di suicidio assistito, nonostante abbia dimostrato, forse meglio di tante perizie e controperizie, la sua penosa condizione». «Ma oltre il singolo caso – conclude -, dobbiamo purtroppo ancora una volta sottolineare il silenzio del Governo e l’inerzia del legislatore, già richiamata dalla Consulta in occasione della sentenza dj Fabo-Cappato».

Il Suicidio.

(ANSA mercoledì 13 settembre 2023) - Quasi 700.000 persone muoiono ogni anno per suicidio, un decesso su 100 in tutto il mondo è dovuto a suicidio, Secondo l'Oms, i cui dati rilevano che per ogni suicidio in media ci sono 20 tentativi di suicidio, questa rimane una delle principali cause di morte specie tra i giovani tra i 15 e i 29 anni. Particolarmente a rischio, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, sono le popolazioni indigene, i membri delle comunità LGBTQI+, le persone in prigione, i rifugiati e i migranti. Una strage, sottolinea l'Oms, che si può prevenire con interventi appropriati.

Primo fra tutti non trattare il suicidio o i tentativi di suicidio come un crimine. Sono infatti ancora almeno 23 paesi nel mondo dove queste azioni sono considerate illegali ai sensi del diritto civile e penale e punibili. Trattare il suicidio come un crimine fa sentire colpevoli le persone che tentano il suicidio e scoraggia i familiari dal cercare aiuto per paura di ripercussioni legali e stigma. Basandosi sull'esperienza di paesi che hanno recentemente depenalizzato il suicidio e il tentato suicidio, tra cui Guyana e Pakistan nel 2022 e Singapore nel 2019, l'Oms formula raccomandazioni per i responsabili politici e i legislatori a considerare di riformare la legislazione nazionale in questo senso. 

Inoltre l'Oms ricorda come la copertura mediatica di questo evento e in particolare dei suicidi di celebrità, possono portare a ulteriori suicidi e tentativi di suicidio. Il rischio di imitazione è alto, sostiene l'Oms, specialmente se i toni usati dai media sono sensazionalistici, estesi, descrivono il metodo del suicidio o perpetuano miti diffusi sul suicidio. Per questo la stampa deve garantire su questi fatti notizie appropriate ed empatiche. Secondo l'Oms, infine, vi è una crescente evidenza che la segnalazione della sopravvivenza e della resilienza può portare a imitazioni positive e comportamenti protettivi, compresa la ricerca di aiuto.

Estratto dell’articolo di Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera” il 4 maggio 2023.

«Dopo 20 lunghi anni di dolore cronico, per insonnia, estrema solitudine, intolleranza ai rumori, mi sono procurata le cose necessarie online, ordinandole all’estero, più di un anno fa...». 

La lettera d’addio era sul tavolo, non era indirizzata a un destinatario preciso: «Per chi mi trova», c’era scritto in testa. I carabinieri della stazione di Borgo Valsugana (Trento) l’hanno scoperta il 4 aprile scorso entrando in casa sua. Lei era già morta, distesa sul letto.

Un foglio A4 riempito di suo pugno, un racconto lucido, straziante, quello della professoressa in pensione Antonella D. L. 63 anni da compiere a giugno: «Molti anni fa ho cominciato a fare ricerche su internet per una morte pacifica — scrive —. La vita a volte è ingiusta, così ora penso di aver diritto alla liberazione e alla pace. Spero quando leggerete questa lettera di aver avuto successo...».

Sulla morte della donna indaga ora la Procura di Trento, ipotizzando il reato di istigazione al suicidio. Il fascicolo al momento è a carico di ignoti, ma il nome della professoressa era nella lista clienti di un uomo dell’Ontario di nome Kenneth Law, sedicente ex ingegnere aeronautico e poi chef a Toronto, che negli ultimi due anni ha gestito alcuni siti web (ora chiusi dagli inquirenti) vendendo all’estero kit per aspiranti suicidi: mascherine facciali, nitrito di sodio, ma anche bombole di azoto, manometri, tubicini, sacchetti di plastica.

Kenneth Law proprio ieri è stato arrestato dalla polizia canadese, dopo una lunga indagine del’Interpol in seguito alla morte di almeno 4 persone nel Regno Unito, dove l’uomo si vantava di aver distribuito i suoi prodotti a «centinaia» di cittadini: è accusato di consulenza e aiuto al suicidio. 

Ma l’attenzione è viva anche in Italia perché nella sua lista clienti sono stati trovati nove acquirenti nostri connazionali, tra cui la professoressa Antonella, originaria dell’Aquila ma da anni residente a Ronchi Valsugana, paesino di 400 anime in provincia di Trento.

Una casa isolata tra i boschi, una vita da eremita. 

Una sola volta lei aveva telefonato al sindaco di Ronchi, Federico Ganarin: «Mi scusi se la disturbo, signor sindaco, può mettermi un lampione davanti casa mia? Sa, io esco solo di notte, sono molto malata, ho la sindrome di Lyme». […]

Estratto dell’articolo di Fabrizio Caccia per “il Corriere della Sera” il 3 maggio 2023.

È una storia che fa paura, una storia nata due anni fa in Canada, dilagata nel Regno Unito e ora è arrivata in Italia. L’Interpol si è già fatta consegnare le foto scattate dai carabinieri di Borgo Valsugana (Trento) in casa di A.D.L. insegnante di 63 anni originaria dell’Aquila. L’hanno trovata il 4 aprile scorso nel suo appartamento di Ronchi distesa sul letto. 

Accanto, aveva un biglietto per i familiari: «Mi dispiace. Sono troppo malata, troppo dolore, non avevo altra scelta, addio». E poi una lettera con la spiegazione di come aveva fatto a togliersi la vita. Così, la Direzione centrale della polizia criminale, approfondendo le indagini, ha scoperto che il nome della donna era nella lista clienti di un uomo dell’Ontario di nome Kenneth Law, ex ingegnere aerospaziale e poi chef a Toronto, che per due anni ha gestito alcuni siti web (ora chiusi) vendendo «veleno» per aspiranti suicidi: mascherine facciali e nitrito di sodio.

In Italia i suoi kit risultano già acquistati da nove cittadini (l’insegnante morta ad aprile era tra questi), così ora è in corso una gara contro il tempo, affidata alle questure e alle compagnie dell’Arma di tutta Italia, per rintracciare gli altri otto nomi presenti sulla lista prima che sia troppo tardi. Un prodotto apparentemente innocuo, il nitrito di sodio, utilizzato nell’industria alimentare come colorante. 

Tuttavia alcuni grammi, diluiti nell’acqua, insapore e incolore, sono letali. Un prodotto anche facile da acquistare, economico, senza nessun tipo di vincolo, che in pochi giorni ti arriva a casa. […] 

La storia esplose due anni fa. C’era infatti il nome di uno dei siti di Law sul pacchetto di nitrito di sodio rinvenuto vicino al corpo di Tom Parfett, 22 anni, studente di filosofia trovato morto nell’ottobre 2021 in un hotel della zona di Londra. […]

Le Imprese funebri.

Estratto dell’articolo di Gianluca Amadori per ilgazzettino.it il 17 aprile 2023.

È accusato di stalking e illecita concorrenza con minaccia o violenza. Il titolare di un’impresa di pompe funebri di Cavarzere, Antonio Nicodemo, 53 anni, è stato rinviato a giudizio ieri, a conclusione dell’udienza preliminare celebrata alla Cittadella della giustizia di Venezia, di fronte al Gup Benedetta Vitolo: il processo a suo carico si aprirà il prossimo 29 giugno. 

Gli episodi finiti sotto accusa sono stati denunciati dai titolari di un’impresa concorrente, la Mb srl, i quali hanno lamentato una serie di «illecite interferenze e condizionamenti» volti ad ostacolare la loro attività. […]

Nel capo d’imputazione formulato dal pm Christian Del Turco, a Nicodemo viene contestato di aver cercato di ostacolare il lavoro della impresa rivale fin da quando iniziò l’attività, nel 2017, recandosi al Duomo di Cavarzere mentre erano in corso i funerali gestiti dalla Mb srl, aggirandosi per il piazzale e seguendo il corteo funebre; simulando tentativi di collisione del proprio veicolo con quello condotto da Braga e Ferrari e così minacciandoli; incaricando un proprio dipendente di presentarsi a casa della signora Ferrari accusandola di aver strappato le epigrafi delle Onoranze funebri Nicodemo.

E ancora: di essersi recato al cimitero minacciando Braga, nel 2018 («Vieni fuori che ti ammazzo, te la faccio pagare»); di aver colpito alle spalle il rivale, nell’agosto del 2020, mentre stava affiggendo alcuni necrologi, facendolo cadere a terra; e di aver cercato di investirlo con il suo furgone per due volte, nell’ottobre del 2021. […]

Estratto dell’articolo di Emilio Gioventù italiaoggi.it il 30 marzo 2023.

C'è modo e modo per abbandonarsi al sonno eterno. Magari accompagnati da auto funebri sempre più lussuose e appariscenti, avvolti in bare di legni sempre più pregiati, adagiati in tombe circondate da sculture sempre più raffinate oppure in urne artistiche come la tela di un quadro.

 Si è appena conclusa l'Expo Funeraria di Alberobello, unica fiera del settore del Sud Italia, e ha detto una cosa, forse scontata, ma non in maniera così evidente: l'eterno riposo è un business per i viventi con punte, negli anni pre-Covid, di oltre 1,7 miliardi di euro per la filiera produttiva.

L'industria funeraria italiana dà lavoro a 25mila occupati diretti e ad altrettanti indiretti: oltre 4.500 imprese attive in Italia nel settore delle pompe funebri e delle attività connesse, alle quali si aggiungono più di 1.400 imprese attive nel commercio di articoli funerari e cimiteriali e quasi 20mila fioristi tra ambulanti e fissi.

Soltanto in Puglia, dove si registrano circa 34mila decessi l'anno, si contano circa 600 imprese di onoranze funebri. L'appuntamento fieristico di Alberobello è stato una sorta di showroom con l'esposizione delle ultime novità nel campo funerario e cimiteriale. Le maggiori aziende nazionali – molte quelle pugliesi - hanno fatto a gara per presentare le ultime novità.. […]

La Sedazione.

Estratto da lastampa.it il 4 febbraio 2023.

Vincenzo Campanile, il medico monfalconese, ex anestesista del 118 di Trieste a processo con l’accusa di nove omicidi volontari è stato condannato a 15 anni e 7 mesi per i 9 omicidi degli anziani uccisi con iniezioni di potenti sedativi, tra cui il Propofol, durante interventi di soccorso domiciliare. E’ stato riconosciuto colpevole di tutti gli omicidi: concesse tutte le attenuanti generiche. La sentenza è arrivata oggi pomeriggio, 3 febbraio, della Corte d’Assise di Trieste presieduta da Giorgio Nicoli (a latere Francesco Antoni).

Le vittime

Gli anziani avevano tra i 75 e i 90 anni, tutti con patologie (quattro erano pazienti oncologici) e colti da improvviso peggioramento prima di richiedere l’intervento del 118. I decessi risalgono al periodo tra il novembre 2014 e il gennaio 2018. L’indagine era partita in seguito alla morte dell’81enne Mirella Michelazzi, soccorsa il 3 gennaio 2018 alla casa di cura “Mademar”. Campanile le aveva somministrato il Propofol. I colleghi del medico avevano segnalato il caso all’Azienda sanitaria, che aveva fatto aprire l’inchiesta. Gli inquirenti erano risaliti ad altri otto casi sospetti ed erano state riesumate cinque salme.

 La richiesta

Il pm Cristina Bacer (al fascicolo ha lavorato anche Chiara De Grassi) aveva chiesto 25 anni e 6 mesi di reclusione. Nella requisitoria, a proposito del primo caso, Bacer ha sostenuto che la somministrazione del Propofol a Michelazzi è stata ammessa dallo stesso Campanile, alludendo a una telefonata intercettata, nella quale affermava che la dose data può avere effetti letali se non si interviene. Il movente? Per Bacer la condotta sarebbe stata «espressione di una scelta ideologica».

 I risarcimenti

Supera i due milioni il totale dei risarcimenti chiesti dalle parti civili. 

 (..)

 La difesa

(...) Il Propofol dato a un morente accelera la fine? Secondo quanto ribadito dalla difesa «la scienza dice di no». Contento ha fatto notare come Campanile «si fosse informato delle condizioni dei pazienti e avesse messo in atto interventi come l’aspirazione aerea, la rianimazione e solo rendendosi conto che non c’era più nulla da fare praticava la sedazione».

La condanna dell’anestesista. «Non chiamatela sedazione». Storia di Francesco Dal Mas su Avvenire

il 4 febbraio 2023.

Accusato della morte di 9 anziani, tra il 2014 e 2018, con iniezioni di Propofol, un forte sedativo. E condannato in Corte d’assise a 15 anni e 7 mesi (il pm ne aveva chiesti 25), oltre che interdetto dallo svolgimento della professione medica per appena cinque anni, dato che la Corte ha riconosciuto, sì, l’omicidio volontario, ma anche l’attenuante di «aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale». È una sentenza destinata a far discutere quella del Tribunale di Trieste per il medico anestesista Vincenzo Campanile.

L’indagine a suo carico si è aperta con la morte, nel 2018, della signora Mirella Michelazzi, 81enne ricoverata in una casa di cura di Trieste, cui Campanile aveva iniettato il farmaco. Da lì è partita la segnalazione dei colleghi e l’Azienda sanitaria ha avviato le ricerche. Andando a ritroso, sono così emersi altri otto casi di pazienti che erano stati trattati da Campanile e che presentavano situazioni simili. La somministrazione del Propofol in un caso, l’ultimo, era stata ammessa dallo stesso medico in una telefonata intercettata. Il movente? «L’espressione di una scelta ideologica». Ovvero, lenire le (presunte) sofferenze dei pazienti. Che la Corte alla fine ha riconosciuto: secondo i giudici, l’ex anestesista si proponeva di accelerare il decesso dei pazienti che soccorreva. «La sentenza è frutto di ponderazione – è stato il primo commento del procuratore Antonio De Nicolo –. La Procura è comunque rimasta sorpresa per il riconoscimento di quella particolare attenuante, meditiamo se proporre impugnazione». La vicenda, dunque, finirà quasi certamente in appello. «È stato un processo molto difficile, complicato - ha osservato l’avvocato di parte civile Antonio Santoro, che rappresenta le famiglie di quattro vittime – in queste aule sono passati molti testimoni, tanti medici. La Corte di Assise si è vista dover fare valutazioni anche a carattere scientifico. Sicuramente la difesa presenterà appello e poi i parenti delle vittime, se la sentenza verrà mantenuta, potranno rivolgersi al giudice civile per vedersi risarcire il danno».

Critico il medico, bioeticista e presidente del Movimento Scienza e Vita Trieste, Paolo Pesce: «Negli anni il collega diceva di aver attuato la sedazione palliativa, creando confusione nelle persone – spiega –. Ma la sedazione palliativa è una cosa lecita, è una scelta concordata tra il medico ed il paziente negli ultimi giorni della sua vita quando le situazioni di sofferenza ormai non sono più sostenibili». A parere di Pesce questa tragica vicenda dimostra che «si rischia di tornare al paternalismo medico, per cui il medico decide della vita e della morte del paziente. Il fine della vita per gli anziani è certamente complesso e difficile, ma la soluzione non è mai uccidere le persone, ma alleviare i sintomi che possono avere. Accompagnare alla buona morte i pazienti non vuol dire accelerare la morte, assolutamente, significa aiutarli a morire serenamente, alleviando i sintomi, non abbandonando mai nessuno».

Medico uccise 9 anziani con iniezioni letali. I giudici: "Agì per scopi morali". Sentenza della Corte di Assise di Trieste: 15 anni e 7 mesi per le iniezioni letali che il dottor Vincenzo Campanile. La procura aveva chiesto una condanna a 25 anni e mezzo di carcere. Lorenzo Grossi il 4 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Ha ucciso nove anziani malati, con altrettante iniezioni letali. Un gesto - secondo i giudici - che è stato motivato dall'intenzione di alleviare le sofferenze dei pazienti accompagnandoli alla morte e per questo connotato da "valore morale e sociale". Arriva da Trieste l'ultima, in ordine cronologico, delle storie destinate a fare discutere per le loro implicazioni etiche sul tema del fine vita. Riguarda Vincenzo Campanile, ex anestesista del 118 triestino, che si è visto infliggere dalla Corte d'Assise 15 anni e 7 mesi di carcere per omicidio plurimo. Una condanna di circa 10 anni inferiore alle richieste dell'accusa, con il pm Cristina Bacer che aveva proposto alla corte, composta sia da giudici togati che popolari, una condanna a 25 anni e mezzo di carcere.

Le accuse al medico

I fatti risalgono al periodo tra il novembre 2014 e il gennaio 2018. L'inchiesta era partita dopo la morte di un'ottantunenne – una delle nove morti sospette – soccorsa il 3 gennaio di cinque anni fa in una casa di riposo del centro cittadino. Campanile, medico monfalconese ed ex anestesista del 118 di Trieste, le aveva somministrato il Propofol, come testimoniato dal personale sanitario presente in quel momento e come riscontrato in autopsia. I colleghi dell'anestesista, poi, avevano segnalato il caso all'Azienda sanitaria. Ed è così che è scattata l'indagine della Procura.

I magistrati erano risaliti ad altri otto casi ed erano poi state riesumate cinque salme, rintracciando in tutte tracce di Propofol. Nella sua requisitoria, la pm Bacer ha ritenuto che il medico fosse stato spinto da "una scelta ideologica", chiedendo una pena di 25 anni e 6 mesi di reclusione. Ma, di certo, la Procura non si aspettava una sentenza così lieve e non con quell'attenuante. "I giudici hanno lavorato davvero molto e con grande scrupolo a questo processo, dedicando numerose udienze", ha osservato il procuratore capo di Trieste Antonio De Nicolo. "Sicuramente la sentenza è frutto di ponderazione. La Procura – aggiunge – è comunque rimasta sorpresa dal riconoscimento di quella particolare attenuante, meditiamo se proporre impugnazione".

I motivi della sentenza

Tuttavia la Corte di Assise di Trieste, presieduta dal giudice Giorgio Nicoli, ha riconosciuto al medico del 118 non solamente le attenuanti generiche, bensì anche quelle previste dall’articolo 62 comma 1 del Codice penale: ovvero "l'aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale".

Suicidio Assistito.

Estratto da corriere.it il 25 luglio 2023.

Prima di morire ha voluto lasciare un messaggio, il suo testamento spirituale: «La vita è bella, ma solo se siamo liberi. E io lo sono stato fino alla fine. Grazie». È conosciuta come Gloria, ma il nome è di fantasia. 

Trevigiana, aveva 78 anni. Il suo è il secondo caso di suicidio assistito in Italia, dopo quello di Federico Carboni dello scorso anno, ma è la prima ad aver ottenuto dall'Asl il farmaco e tutto quanto necessario per porre fine alla sua esistenza. 

Gloria, malata di cancro, voleva all'inizio andare in Svizzera. Per questo aveva contattato l'Associazione Luca Coscioni, ma il tesoriere Marco Cappato le ha spiegato che poteva fare richiesta anche in Italia. Nel nostro Paese non c'è ancora una legge, ma ci sono i paletti fissati dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/2019 quando venne chiamata a decidere sul caso Cappato-Dj Fabo. 

(...) In assenza di medici dell'Asl, è stato Riccio a preparare il farmaco, che poi Gloria si è autosomministrato. Cappato osserva che «la sanità del Veneto ha evitato a Gloria una morte tra sofferenze che non avrebbe mai voluto. Il fatto che l'aiuto sia arrivato nella Regione presieduta da Luca Zaia della Lega dimostra che su questo tema non valgono i recinti dei partiti e delle colazioni, ma conta la sensibilità nei confronti delle persone che soffrono e delle loro libere scelte».

Aveva 78 anni. È morta Gloria, secondo caso di suicidio assistito in Italia: “Vita è bella, ma solo se siamo liberi”. Redazione su L'Unità il 24 Luglio 2023

Ha scelto di porre fine alle sue sofferenze sofferenze tramite l’aiuto alla morte volontaria, reso legale a determinate condizioni dalla sentenza della Corte costituzionale 242/2019 sul caso Cappato-Antoniani. Così la signora Gloria, nome di fantasia, paziente oncologica veneta di 78 anni, è morta domenica 23 luglio, seconda persona in Italia ad usufruire del “suicidio assistito”.

La notizia è stata diffusa dall’Associazione Luca Coscioni, che sottolinea come Gloria sia anche la prima persona nel nostro Paese ad aver ottenuto la consegna del farmaco e di quanto necessario da parte dell’azienda sanitaria.

La 78enne Gloria è morta nella sua abitazione dopo essersi autosomministrata il farmaco letale attraverso la strumentazione fornita dall’azienda sanitaria locale: una procedura ‘guidata’ avvenuta sotto il controllo medico del dottor Mario Riccio, consigliere Generale dell’Associazione Luca Coscioni, che nel 2006 aveva assistito Piergiorgio Welby ed era stato il medico di fiducia di Federico Carboni, il primo italiano un anno fa ad aver chiesto e ottenuto nelle Marche il 16 giugno 2022 l’accesso alla tecnica.

“La vita è bella, ma solo se siamo liberi. E io lo sono stata fino alla fine. Grazie“, è stato l’ultimo messaggio lasciato all’Associazione Luca Coscioni da Gloria.

“In questo momento – scrivono in una nota congiunta Filomena Gallo e Marco Cappato, segretaria nazionale e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni – il nostro pensiero va alla famiglia di Gloria, al marito, vicino a lei fino all’ultimo istante. Anche se Gloria ha dovuto attendere alcuni mesi, ha scelto di procedere in Italia per avere accanto la sua amata famiglia e sentirsi libera nel suo Paese“. Per l’associazione, “le è stata risparmiata una fine che non avrebbe voluto, grazie alle regole stabilite dalla Consulta e grazie alla correttezza e all’umanità del sistema sanitario veneto e delle istituzioni regionali presiedute da Luca Zaia“.

Gli altri casi in Italia e all’estero

Gloria è la seconda cittadina residente in Veneto, dopo Stefano Gheller, affetto da distrofia muscolare, ad aver ottenuto la verifica delle condizioni per poter accedere al suicidio assistito e il relativo parere favorevole da parte dell’azienda sanitaria e del comitato etico.

In Italia, per quanto risulta, è la quarta volta che accade. Gheller, Federico Carboni e “Antonio” avevano già ottenuto il via libera dal Comitato Etico della regione di appartenenza, ultimo step prima di scegliere il momento più opportuno per confermare le proprie volontà o, diversamente, fare passo indietro.

Ben più numerosi invece i casi di connazionali costretti a emigrare in Svizzera. Tra quelli assistiti da Marco Cappato e i “disobbedienti civili” iscritti a Soccorso Civile – sottolinea l’Associazione Luca Coscioni – figurano le storie degli italiani che non erano dipendenti da trattamenti classici intesi di sostegno vitali riconducibili ad una interpretazione restrittiva della sentenza della Consulta (come Elena, Romano, Massimiliano e Paola).

Redazione - 24 Luglio 2023

A un anno dal primo suicidio assistito legale in Italia, tutto resta ancora immobile. Simone Alliva su L'Espresso il 16 giugno 2023.  

Federico Carboni, primo suicidio medicalmente assistito Italia 

Federico Carboni moriva il 16 giugno del 2022 fa dopo una lungaggine burocratica che ancora oggi costringe numerosi italiani a migrazioni e sofferenze. Marco Cappato e Filomena Gallo (Ass.Luca Coscioni): “Aperto un varco, nonostante l’ostilità del Governo e di molte Regioni”

È passato un anno da quel 16 giugno 2022 dalla morte del primo italiano che, avendolo scelto, è stato in grado di porre fine alla propria esistenza senza che questo venisse considerato un reato. 

Federico Carboni, un uomo di 44 anni, tetraplegico da 12 anni dopo un incidente stradale, un anno fa moriva nella sua casa di Senigallia, dopo essersi auto somministrato il farmaco letale attraverso un macchinario apposito.

Era stato “Mario”, per la cronaca, per un breve periodo, poi la decisione di rivelare il suo nome e dare un volto a una battaglia che a partire dalle vicende di Eluana Englaro e dj Fabo racconta da tempo le difficoltà di avviare il diritto di andarsene nel nostro paese. 

Federico è stato il primo italiano ad aver chiesto e ottenuto l’accesso al suicidio medicalmente assistito, reso legale dalla sentenza della Corte costituzionale 242/2019 sul caso Cappato-Antoniani.

Il via libero definitivo per l’accesso al suicidio assistito era arrivato il 9 febbraio 2022, con il parere sul farmaco e sulle modalità “di esecuzione”, dopo quasi due anni dalla prima richiesta alla ASUR e dopo una lunga battaglia legale, in cui è stato assistito dall’Associazione Luca Coscioni. Federico, infatti, aveva inizialmente chiesto aiuto a Marco Cappato per poter ricorrere al suicidio medicalmente assistito in Svizzera. Una volta saputo che avrebbe potuto procedere in Italia, grazie alla sentenza della Corte, aveva deciso di presentare richiesta nel suo Paese, per poter rimanere fino alla fine vicino ai suoi cari, nella sua casa.

Ci sono voluti due anni per poter vedere riconosciuto questo suo diritto, 24 mesi che hanno costretto Federico a governare la propria sofferenza fisica e psichica, prima che lo Stato dicesse: sì, può andare. 

«La determinazione di Federico, anche grazie al coraggio del medico Mario Riccio, ha aperto un varco nel muro di gomma alzato dal Sistema sanitario per boicottare la sentenza “Cappato” della Corte costituzionale. Nonostante l’ostilità del Governo e di molte Regioni, la lotta di Federico continua grazie alla sete di libertà di altre persone malate, che non abbandoneremo», hanno dichiarato Marco Cappato e Filomena Gallo, rispettivamente tesoriere e segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni.

A commentare questo anniversario anche Mario Riccio, il medico che ha controllato la procedura: «Ha voluto- nel solco tracciato da Piergiorgio Welby- rendere pubblico il suo difficile percorso di autodeterminazione della sua vita. È stato per me ancora una volta un onore ed un privilegio conoscere ed aiutare una persona come lui. Un percorso complesso e faticoso giuridicamente e tecnicamente ma che lascia una grande eredità umana a tutti coloro che gli sono stati vicino». 

Le tappe di un diritto ancora negato in Italia

Nel nostro Paese proprio grazie alla disobbedienza civile di Cappato per l’aiuto fornito a Fabiano Antoniani, e quindi grazie alla sentenza 242/19 della Corte costituzionale, l’“aiuto al suicidio” è possibile legalmente quando la persona malata che ne fa richiesta è affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli ed è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale. Tali condizioni e le modalità devono essere state verificate dal SSN con parere del comitato etico, come accaduto nel caso di Federico Carboni, il quale ha potuto accedere al “suicidio assistito” senza che l’aiuto fornito configurasse reato.

Nonostante la sentenza della Corte abbia valore di legge, però, il Servizio Sanitario regionale non garantisce tempi certi per effettuare le verifiche e rispondere alle persone malate che chiedono di porre fine alla propria vita. Così rimangono in attesa di ASL e Comitati Etici territoriali che, per svolgere le loro funzioni di verifica delle condizioni, possono impiegare mesi. Un tempo che molte persone che non hanno e per questo sono costrette ad avviare azioni legali. A testimoniarlo storie come quella di Laura Santi, 48 anni, affetta da una forma progressiva di sclerosi multipla, in attesa di una risposta da oltre 400 giorni. 

L’Associazione Luca Coscioni ha avviato la campagna “Liberi Subito” per presentare proposte di legge regionali che garantiscano il percorso di richiesta di “suicidio” medicalmente assistito e i controlli necessari in tempi certi, adeguati e definiti. Le firme necessarie per portare la proposta in Consiglio regionale sono state raggiunte in Veneto, Emilia Romagna, Abruzzo e Piemonte. La raccolta è ancora in corso in Friuli Venezia Giulia. Analoga proposta verrà depositata in Basilicata e Lazio attraverso l’iniziativa dei Comuni ed è già stata depositata da consiglieri regionali in Sardegna, Puglia e Marche.

Un tempo sospeso tra migrazioni e sofferenze

Federico Carboni al momento, secondo i dati in possesso in possesso dell’associazione Luca Coscioni, è l’unica persona in Italia ad aver fatto ricorso alla morte volontaria assistita, dopo un calvario giudiziario di oltre due anni tra denunce e processi a carico dell’azienda sanitaria locale, che secondo la sentenza della Corte Costituzionale “Cappato/Antoniani”, con valore di legge, avrebbe dovuto garantirgli l’iter per l’accesso alla tecnica.

Anche altri tre italiani, Stefano Gheller, Antonio e Gloria hanno ottenuto il via libera dal Comitato Etico della regione di appartenenza (ultimo step prima del “semaforo verde”) e sono dunque ora liberi di scegliere il momento più opportuno per confermare le proprie volontà o eventualmente modificare le proprie intenzioni iniziali.

Ma sono numerosi gli italiani costretti a emigrare in Svizzera. Tra quelli assistiti da Marco Cappato e i “disobbedienti civili” iscritti a Soccorso Civile. Altri, come Federico Carboni, son finiti intrappolati nelle sabbie mobili delle lungaggini burocratiche e vittime di quelli che l’Associazione Coscioni definisce “reato di tortura” da parte dello Stato e costretti a un interminabile percorso nei tribunali contemporaneo e direttamente proporzionale a un peggioramento delle condizioni di salute.

Infine vi sono casi come Fabio Ridolfi e Giampaolo costretti a rinunciare al lungo e faticoso percorso scegliendo loro malgrado il ricorso alla sospensione delle terapie e una lenta morte sotto sedazione profonda con distacco dell’alimentazione e dell’idratazione, un epilogo che non avrebbero desiderato.

La scia di cadaveri del "Dottor Morte": una vendetta mascherata da eutanasia. Secondo una stima, Harold Shipman mietè almeno 250 vittime nell’arco di 23 anni. Ma il bilancio potrebbe essere addirittura superiore: una storia da brivido. Massimo Balsamo il 18 Maggio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia e il lutto segnante

 L'amore per la medicina

 La nascita del Dottor Morte

 Un serial killer spietato

 L'inizio della fine per Harold Shipman

 L'arresto, la condanna e l'estremo gesto

171 donne e 44 uomini, principalmente in età avanzata. Questo il bilancio – non ufficiale – delle vittime di Harold Shipman, ribattezzato dalla stampa Uk il Dottor Morte. Ma la realtà sarebbe un’altra: secondo alcuni analisti, il conteggio potrebbe raggiungere quota 350 morti. Ciò che è certo è che lo stimato medico inglese – amatissimo dai suoi pazienti – fa parte dell’elenco dei serial killer più prolifici della storia del Regno Unito, diventando un punto di riferimento a livello mondiale circa l’enorme pericolo rappresentato dagli angeli della morte.

L'infanzia e il lutto segnante

Harold Frederick “Fred” Shipman nasce il 14 gennaio nel Nottinghamshire da Vera e Harold Shipman, di professione camionista. Il legame con la madre è unico sin dall’infanzia: lei gli dedica tante attenzioni, è molto affettuosa ed è pronta a tutto per vedere Harold e i suoi due fratelli – Pauline e Clive – realizzati. Iscritto alla migliore scuola privata di Nottingham, "Fred" ha un andamento scolastico nella media. Non ha molti amici e risulta spesso goffo nell’approcciarsi alle ragazze, ma può vantare un ottimo curriculum sportivo, che lo porta a diventare vicecapitano della squadra di rugby del liceo.

La sua adolescenza però viene interrotta dalla malattia della madre, colpita da un tumore ai polmoni. "Fred", all'epoca diciassettenne, si prende cura di lei con amore e devozione, ma la vede morire lentamente, tra dolore e agonia. L'unica parentesi di sollievo è data dalla morfina, iniettata da un dottore che fa tappa quotidianamente a casa loro. La tragedia si consuma il 21 giugno del 1963 e qualcosa si spezza in lui. Un duro colpo che lo tramortisce per diversi mesi, fino a quando decide di provare a dare una svolta alla sua vita: si pone l'obiettivo di diventare medico.

L'amore per la medicina

Terminato il liceo, Harold Shipman prova a entrare alla facoltà di Medicina dell'Università di Leeds ma non passa il test di ingresso. Sorte diversa un anno più tardi, nel 1965. Il dolore sembra ormai alle spalle per il giovane, che trova anche l'amore della sua vita: la diciassettenne Primrose Oxtoby, ragazza schiva e introversa proprio come lui. Un vero e proprio colpo di fulmine che li spinge a convolare a nozze un anno più tardi, nel novembre del 1966. Primrose inoltre dà alla luce un bambino, il primo di quattro figli.

Dopo cinque anni tra studio e pratica, Harold Shipman si laurea in Medicina e svolge un anno di tirocinio. Nel 1971 arriva l'abilitazione professionale, seguita dalla specializzazione in pediatria, ostetricia e ginecologia. Nel 1974 si associa ad altri colleghi di Todmorden, contea del West Yorkshire, e inizia a esercitare. Un lavoro affrontato con grande passione, come dimostrato dalla crescita esponenziale del numero di pazienti gestiti, tutti colpiti dalla sua disponibilità e dalla sua educazione. Di tutt'altro avviso i colleghi, infastiditi dalla sua scontrosità e dal suo sgarbo.

La nascita del Dottor Morte

Harold Shipman conduce una vita apparentemente normale: fa un lavoro che ama, è un buon padre di famiglia ed è inserito nella vita della comunità. È alla mano e ben disposto, sempre in prima fila per dare un aiuto all'altro. Ma c'è un altro lato che nessuno conosce, nemmeno i suoi familiari: il Dottor Morte. Nel 1975 la prima vittima, Ava Lyons, ricoverata allo studio medico Abraham Ormerod Medical Center di Todmorden: ospedalizzata per le condizioni critiche, la settantunenne viene uccisa con un’iniezione letale a base di diamorfina diluita, un composto più potente della morfina semplice.

Nel 1976 però Harold Shipman deve fare i conti con le sue dipendenze. Lo stimato medico inglese accusa una serie di perdite di conoscenza, che lo portano a urla disumane di dolore. I colleghi pensano all'epilessia e gli prescrivono un lungo riposo, ma le analisi di laboratorio conducono a un'altra verità: l'uomo fa regolare uso di dosi massicce di petidina, un farmaco analgesico oppioide sintetico appartenente alla classe delle fenilpiperidine. Shipman si inietta il narcotico con dosi superiori ai 700 mg quotidiani, molto di più rispetto ai 100 mg prescritti ai pazienti malati.

Messo alle strette sulla sua dipendenza dalla droga, Harold Shipman è costretto a vuotare il sacco, rivelando di aver comprato la petidina mediante contraffazione, utilizzando il nome di un paziente morente. Il Concilio Medico Generale britannico lo obbliga a disintossicarsi presso un centro riconosciuto, ma gli risparmia azioni legali. E il Dottor Morte riesce a salvare anche la licenza medica: nessuna revoca, solo una sospensione per due anni. Il trentenne riceve cure psichiatriche e farmacologiche a York, stupendo tutti per la sua riabilitazione. Ma la verità - di nuovo - è un'altra.

Un serial killer spietato

Terminata la fase di purgatorio, Harold Shipman torna ad esercitare a Hyde - contea della Greater Manchester - per sostituire un medico in pensione. Superato il colloquio di assunzione, conferma il suo potere attrattivo nei confronti di pazienti, trattati con amore e benevolenza. Un medico stimato per la sua incredibile disponibilità, che lo porta a passare anche ore con le persone visitate. Discorso diverso nel rapporto con gli altri medici e con gli infermieri, di totale freddezza e spesso caratterizzato da scontrosaggine.

"Drogato dal lavoro", secondo i colleghi, Harold Shipman a partire dal 1980 si rende disponibile per un programma di rinnovamento del servizio ambulanze, ma iniziano i primi segnali che destano preoccupazione. Sempre più pazienti anziani muoiono all'improvviso nonostante il discreto stato di salute. Nessuno sospetta nulla, ma il Dottor Morte è sempre più affamato di vittime: il modus operandi è sempre lo stesso, un'iniezione di diamorfina diluita. Complice il grande riscontro, Harold Shipman nel 1993 decide di aprire un ambulatorio tutto suo e i numeri parlano da soli: 3 mila pazienti registrati. Ma negli stessi mesi qualcosa cambia, sorgono i primi sospetti sul conto del medico, già finito nel mirino della comunità per la morte sospetta di un uomo nel 1985.

L'inizio della fine per Harold Shipman 

Nel 1997 l'impresario di pompe funebri Frank Massey fa ciò che nessuno aveva fatto prima: si pone delle domande. L'uomo infatti nota che molti dei cadaveri che gli arrivano sono pazienti del dottore Harold Shipman. Un unico dettaglio a tenere insieme il tutto: la morte in circostanze poco chiare. Massey inoltre si accorge che la stragrande maggioranza delle vittime è di sesso femminile, tutte trovate da sole a casa, sedute su una poltrona e con una manica rimboccata sul braccio. Ma non è tutto: nelle loro abitazioni spesso viene riscontrata l'assenza di oggetti comuni, dalle confezioni di medicinali ai cerotti.

I numeri sono sconvolgenti: Harold Shipman nel 1997 firma 47 certificati di morte, numero sei volte superiore alla media nazionale dei medici britannici. Sempre più persone iniziano a porsi delle domande e le segnalazioni si moltiplicano sia tra i medici che tra i comuni cittadini. La svolta arriva nel caso di Kathleen Grundy, morta nel dicembre del 1997. Secondo i suoi parenti, la donna non è morta per cause naturali ma per mano di Harold Shipman. In un diario segreto infatti la vittima aveva segnalato lo strano interesse del dottore per la sua eredità. A testimonianza di ciò, nel testamento viene segnalato che la donna aveva lasciato tutti i suoi averi a Shipman. Ripensamento in punto di morte? No, una semplice falsificazione: un esperto esamina il testo delle ultime volontà della donna e conferma che non era stato scritto di suo pugno.

L'arresto, la condanna e l'estremo gesto

Come ogni serial killer ossessionato, Harold Shipman continua a soddisfare le sue esigenze fino a perdere il controllo. Il dottore arriva a uccidere tre o quattro pazienti al mese, fino al boom di febbraio 1998, con sette persone morte in circostanze misteriose. La polizia perquisisce l'abitazione di Harold Shipman e trova diversi esemplari di bigiotteria appartenenti ad alcune vittime, senza però procedere all'arresto. Nel frattempo il medico continua a esercitare, contando sulla fiducia incondizionata di molti pazienti. Riesumato il corpo di Kathleen Grundy, arriva la tragica conferma: l'anziana era stata uccisa tramite iniezione letale. Spinte dalla volontà di fare chiarezza, le autorità ordinano la riesumazione di altre sette pazienti non ancora cremate: trovate tracce della stessa sostanza che aveva ucciso la Grundy.

Lyle e Erik Menendez, storia di due fratelli di sangue

La mattina del 7 settembre 1998 Harold Shipman viene arrestato con l’accusa di omicidio, un mese più tardi viene formalmente accusato di tre omicidi. Presuntuoso e arrogante con gli agenti, il dottore si adatta facilmente alla vita carceraria. Il 5 ottobre del 1999 si apre il processo a suo carico, il numero di omicidi contestati sale a quindici: in tutti i cadaveri era stato trovato un quantitativo di diamorfina. Il 31 gennaio 2000 viene giudicato colpevole all'unanimità e condannato a quindici ergastoli consecutivi.

Ma il timore è che il numero di vittime sia ben più alto, considerando i trent'anni di attività di Shipman: molti pazienti deceduti sono stati cremati. Uno studio statistico non lascia spazio a dubbi: le sue vittime sarebbero almeno 223, considerando il rapporto tra il numero di decessi tra i pazienti del Dottor Morte e il numero di decessi tra i pazienti degli altri medici della zona. Secondo altre indagini, partendo dal praticantato, il numero salirebbe a 345.

Bocca cucita per Harold Shipman, che decide di portare i suoi segreti nella tomba: il medico si suicida il 13 gennaio del 2004 nella prigione di Wakefield. Secondo la Bbc, avrebbe detto al suo agente di sorveglianza di contemplare da diverso tempo l’estremo gesto per fare avere del denaro alla moglie. Vendetta per la morte della madre, un modo per alleggerire gli oneri sul sistema sanitario britannico, eutanasia illegale: nessuno è riuscito a chiarire il perché di questa furia omicida, così come il bilancio di persone uccise.

Olanda: ok all’eutanasia per i bambini incurabili e che soffrono in modo “insopportabile”. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 25 aprile 2023

Il Governo dei Paesi Bassi, guidato dal Primo Ministro Mark Rutte, ha annunciato che d’ora in poi potrà avere accesso all’eutanasia chiunque abbia compiuto almeno un anno di vita e sia affetto da malattie incurabili e che «soffrono senza speranza e in modo insopportabile». Le modalità d’accesso alla pratica saranno piuttosto complicate, vista la delicatezza della questione: esistono regole e condizioni ben precise, che passano dalla discussione con la famiglia del minore, al consenso, fino alla certificazione medica dell’insostenibilità della sofferenza fisica del paziente. Un terzo professionista, inoltre, non coinvolto nella storia clinica del bambino, prima di concedere l’autorizzazione finale dovrà valutare se sono stati rispettati tutti i requisiti richiesti dalla legge.

In realtà nel Paese tale procedura medica era già legale dal 2002, ma solo per persone dai dodici anni in su – per i minori con un’età compresa tra i 12 ei 16 anni è richiesto il consenso del genitore, non vincolante invece per quelli tra i 16 e 18 anni. In altre parole, la decisione del Governo amplia una normativa già esistente, «sanando così un vuoto di legge e facendo giustizia». Colmando, di fatto, uno spazio che creava, a detta di Rutte, disparità.

All’eutanasia, secondo Kuipers, Ministro della Salute, accedono circa 5-10 bambini all’anno, «un piccolo gruppo di persone con malattie terminali – o anomalie del cervello o del cuore – che soffrono senza speranza e in modo insopportabile, le cui opzioni di cure palliative non sono sufficienti per alleviare le loro sofferenze e che dovrebbero morire nel prossimo futuro. Per loro l’interruzione della vita è l’unica alternativa ragionevole».

«Si tratta di un tema particolarmente complesso che affronta situazioni molto strazianti. Situazioni che non augureresti a nessuno. Sono lieto che, dopo un’intensa consultazione con tutte le parti coinvolte, siamo giunti a una soluzione che ci consente di aiutare questi bambini malati terminali, i loro genitori e anche i loro medici», ha aggiunto Kuipers.

I Paesi Bassi sono stati il primo Paese al mondo ad aver legalizzato l’eutanasia, ma è stato il Belgio, nel 2014, ad averla estesa per primo ai minori di tutte le età. [di Gloria Ferrari]

Suicidio assistito, chi deve autorizzarlo? Il parere dei bioetici. Margherita De Bac su Il Corriere della Sera il 26 Gennaio 2023.

Oggi nella sua prima riunione il Comitato nazionale di bioetica comincia a parlare di fine vita. Un vuoto da colmare, non solo dal punto di vista legislativo

È il fine vita il primo impegno del Comitato nazionale per la bioetica (CNB) nominato un mese fa dal governo Meloni. Tema «sensibile», il più sensibile che c’è. Gli esperti in scienza e morale coordinati dal presidente, il biologo molecolare Angelo Vescovi, si riuniscono oggi per la prima volta con un unico punto all’ordine del giorno.

Negli ospedali

All’organismo di consulenza di Palazzo Chigi il ministero della Salute richiede un parere per «l’individuazione di comitati etici competenti in materia di suicidio assistito». In pratica si vuole sapere quali comitati etici debbano esprimersi su questa materia e in particolare se possano essere considerati competenti quelli che oggi, negli ospedali, si occupano di trial clinici, col compito di esaminare e autorizzare i protocolli sugli studi di nuovi farmaci o dispositivi medici.

Etica clinica

In alternativa, potrebbero essere coinvolti i comitati per l’etica nella clinica, con funzioni di consulenza sui casi bioetici che si presentano negli ospedali, oppure altri comitati unicamente dedicati allo scopo (leggi qui alcune posizioni sui comitati). Sembra una questione puramente tecnica. Invece è il primo passo lungo una strada che dovrebbe portare alla tutela di ogni individuo desideroso di metter fine alla propria vita. Essere tutelati significa che ogni caso venga esaminato da figure capaci in questo specifico campo.

La richiesta delle Regioni

Le Regioni, che hanno competenza sul sistema sanitario, chiedono che non siano i comitati etici per la sperimentazione clinica, 40 in tutta Italia, a trattare il tema del fine vita tanto lontano concettualmente e operativamente dalla sperimentazione. O che almeno lo facciano in via straordinaria “laddove queste funzioni non siano già attribuite ai Comitati per l’etica nella Clinica” censiti nelle regioni e comunicati al ministero della Salute. Il quesito sul suicidio assistito è uno snodo bioetico fondamentale.

Il caso Cappato

Nella sentenza del 2018 sul caso Cappato, la Corte Costituzionale aveva dichiarato non punibile chi agevola «l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli». La Corte nella pronuncia aggiunge che però «tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente».

La Consulta

La richiesta di parere al CNB è il primo passo per colmare un vuoto. Il Parlamento potrà tenerne conto quando affronterà il cimento di una legge. Il comitato di bioetici è stato istituito il 6 dicembre dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, su delega del presidente del Consiglio. Una rosa eticamente plurale ma dove le voci cattolico conservatrici hanno uno spazio assai più esteso rispetto alla precedente compagine presieduta da Lorenzo D’Avack, giurista. Trentatrè membri, 8 più dell’ultimo mandato, 13 donne, in numero percentualmente equivalente al passato mandato e considerevole nella storia del CNB.

I nuovi saggi

I vice di Vescovi sono Maria Luisa Di Pietro, medico legale, il rabbino capo Riccardo Di Segni e il penalista Mauro Ronco. In passato il CNB ha pubblicato molti documenti sui comitati etici e sulle loro funzioni, influenzando la loro evoluzione in Italia, da ultimo con un parere proprio sui comitati per l’etica nella clinica, nel 2017, a firma di Salvatore Amato, Cinzia Caporale e Carlo Petrini. È quindi un organismo assai qualificato per fornire una base conoscitiva per le scelte di governo.

«Il Veneto leghista potrebbe essere la prima regione con una legge per l’eutanasia. E non ci fermeremo». «L’eutanasia non è un tema divisivo: è favorevole anche la maggior parte degli elettori di destra. Siamo partiti con le raccolte firme anche in Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Emilia-Romagna e Abruzzo, ma presto arriveremo in altre regioni». Marco Cappato a L’Espresso racconta come intende far applicare la sentenza della Corte Costituzionale su dj Fabo. Simone Alliva su L'Espresso il 10 Maggio 2023.

I Pro-Vita annunciano battaglia, Paola Binetti si dice stupita, ma il Veneto potrebbe essere la prima regione italiana a dotarsi di una legge sul fine vita. Non ancora, però siamo a un passo. Lo racconta a L’Espresso Marco Cappato, radicale non (più) per tessera, cinque arresti o fermi per disobbedienza civile, un processo che ha rivoluzionato la disciplina sul suicidio assistito. Insieme a Filomena Gallo e all’Associazione Luca Coscioni (tesoriere lui, segretaria lei) hanno deciso di ripartire dalla regioni con la raccolta di firme per la presentazione di leggi regionali basate sulla sentenza della Consulta ("Liberi Subito"). Non solo in Veneto ma anche Abruzzo, Piemonte, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia per regolamentare l’aiuto medico alla morte volontaria. Tutto è fermo a Roma, ma sull’introduzione dell’eutanasia legale in Italia si può andare avanti, nonostante il governo Meloni faccia finta di nulla (“Un sabotaggio silenzioso”) ci sono cittadini e governatori di regione che sordi agli ordini di partito abitano la vita vera. 

Marco Cappato, cosa sta succedendo nelle regioni sul tema del fine vita? 

«Per spiegarlo mi permetta una promessa; sul mio processo la Corte costituzionale ha determinato le condizioni in cui è legale ottenere l’aiuto alla morte volontaria. Solo che la persona deve essere lucida e consapevole, affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche reputate intollerabili e che sia tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale. A queste condizioni già oggi un malato può ottenere il suicidio assistito. Nella pratica, non succede mai. È successo una sola volta in 4 anni ed è successo a Federico Carboni dopo due anni di attesa e processi con l’assistenza di Filomena Gallo, l’associazione Luca Coscioni e con l’aiuto di Mario Ricci. Questo significa che la disobbedienza civile ha cambiato la legge ma questa non viene rispettata da nessuna parte nei sistemi sanitari regionali».

Come si spiega questa riluttanza?

«Semplice: in assenza di regole e di misure vincolanti e certe, le volontà del malato non ottengono risposta. Noi come associazione Luca Coscioni abbiamo preparato una legge regionale che ovviamente non cambia ciò che potrebbe essere legale o no, essendo appunto regionale, ma chiede che entro 20 giorni tutti facciano le verifiche a cui sono chiamati: che l’ASL verifichi le condizioni delle persone, che il comitato etico locale si esprima e, se il paziente conferma la sua scelta, che possa ottenere l’aiuto medico alla morte volontaria. Questa legge la stiamo proponendo attraverso le iniziative popolari regionali. Ogni regione, in uno statuto, prevede che un tot di cittadini di quella regione possano chiedere al Consiglio Regionale di prendere in esame un testo. La raccolta firma attualmente è attiva in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Emilia-Romagna e Abruzzo e sarà presto attivata in altre regioni italiane».

Proprio il Veneto, come abbiamo raccontato su L’Espresso, è a un passo grazie alla vostra mobilitazione

«Il Veneto è l’unica regione che ha già raggiunto il numero delle firme. Il pronunciamento della giunta regionale a favore è già un fatto molto positivo perché stiamo parlando di una regione che sulla carta potrebbe essere considerata di una maggioranza politica avversa alla proposta. E qui l’aspetto politico importante considerando la posizione che ha assunto la Lega nella regione: soprattutto del presidente Zaia che sul caso di Stefano Gheller (il cinquant’enne di Cassola affetto da una rara forma di distrofia muscolare n.d.r) si è espresso positivamente sulla possibilità di rispettare le richieste dei malati e Gheller stesso è stato giudicato in tempi giusti e ha ottenuto tutte le verifiche della sua condizione da parte del servizio solitario veneto. Nelle prossime settimane, raccoglieremo altre firme di margine, entro il prossimo mese consegneremo molte più delle firme minime necessarie previste e a quel punto il Consiglio Regionale dovrà discutere non più una mozione (che non ha un effetto vincolante sui diritti) ma una vera e propria legge regionale che se fosse approvata sarebbe la prima regione ad essersi dotata di regole e procedure certe per ottenere l’aiuto medico alla morte volontaria previste e stabilite dalla sentenza della corte costituzionale».

Una sorpresa per il Veneto che ha suscitato l’ira degli ultracattolici da Binetti ai gruppi Pro-Vita, che ne pensa?

«Sorprende solo chi si limita a leggere la politica sotto la lente degli schieramenti dei capi partito nazionale. Ma se si va a vedere nel merito delle questioni la gente è oltre. Le faccio un esempio: il Gazzettino del Nord Est pubblica ogni anno un sondaggio proprio sull’eutanasia, dal quale emerge che siamo arrivati a una percentuale di favorevoli del 82%. Gli elettori di Fratelli d’Italia sono all’81% , quelli della Lega favorevoli per il 78. Quello che a Roma i capi partito definiscono temi divisivi nella società sono temi che uniscono le persone che hanno vissuto sulla propria pelle quello di cui stanno parlando. Questa favoletta di temi di estrema sinistra, scontro laici-cattolici è raccontata ad uso e consumo di capi partito che vogliono fare finta di avere truppe dietro le loro parole d’ordine ma sotto queste parole non c’è nella società nulla. Non hanno alcun radicamento sociale».

Chi abita il territorio anche se di destra conosce elettori ed esigenze, diciamo così?

«Io penso che Zaia sia semplicemente una persona che avendo una lunga esperienza di governo locale per esercizio quotidiano si sia abituato a confrontarsi quello che davvero pensano le persone».

Invece a Roma nulla si muove da questo punto di vista.

«Non avevo aspettative. Già non si era fatto nulla con la scorsa legislatura. Il tentativo del Governo Meloni è quello di un sabotaggio silenzioso. La legge sul testamento biologico c’è da ormai sei anni e sia nei Governi precedenti, meno che mai in questo, stanno rispettando questa legge che prevede ad esempio campagne di informazione. Basterebbe un’ora su Zoom per formare la classe medica in Italia su cosa siano le disposizioni anticipate di trattamento e invece non si muove nulla».

Il silenzio è una strategia politica

«Con la sentenza della Corte Costituzionale sul mio processo hanno subito una sconfitta di principio e quindi la strategia è che quella apertura della Corte rimanga solo sulla carta. Basta che la gente non ne sappia nulla, così come i medici, e che i sistemi sanitari non facciano nulla. Il problema così dal loro punto di vista è risolto. Ma noi andremo avanti con le disobbedienze civili, con le leggi di iniziativa popolare anche a livello regionale cercheremo di aprire gli spazi che nella società le contraddizioni questi partiti aprono. Li percorreremo fino alla fine perché sappiamo che le persone sono attente e pronte su questo tema».

Sei anni fa moriva Dj Fabo, ma la politica continua a ignorare il Fine vita. In Italia sono raddoppiate le richieste di aiuto per una morte dignitosa. Ma sulla possibilità di una legge il Parlamento continua a non fare nulla. Simone Alliva su L’Espresso il 27 Febbraio 2023

Sono passati 6 anni dalla morte di Fabiano Antoniani, meglio noto come Dj Fabo, aiutato da Marco Cappato a raggiungere la Svizzera per ricorrere all’aiuto medico alla morte volontaria (il cosiddetto “aiuto al suicidio”). Sei anni di discussioni, proposte di legge, raccolte firme. Sei anni di fallimenti.

«Prova a legarti mani e piedi e a chiudere gli occhi e capisci come vivo» raccontava Antoniani all’Italia implorando un aiuto. Reso paraplegico e cieco da un incidente d'auto, alla politica chiese di poter «uscire da quella notte senza fine». Fu costretto a farlo in una cameretta della clinica Dignitas in Svizzera il 27 febbraio del 2017 dopo aver morso un pulsante per attivare l'immissione di un farmaco letale.

Inascoltato. Forzato alla fuga da un paese che non ti aiuta neanche a morire. Per oltrepassare il confine italiano, dove è necessario un ruolo attivo del paziente nella somministrazione del farmaco, il 40enne chiese aiuto a Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni. Tornato in Italia, Cappato si autodenunciò e fu iscritto nel registro degli indagati per il reato di aiuto al suicidio, venendo assolto nel 2019 "perché il fatto non sussiste". Con la sentenza 242 del 2019, conosciuta come sentenza dj Fabo/Cappato, la Corte Costituzionale ha sancito in parte l'illegittimità costituzionale dell'articolo 580 del codice penale così da escludere la punibilità per chi agevoli il proposito di suicidio autonomamente.

Nell’assenza di una legge, ancora oggi per andarsene con dignità gli italiani sono costretti farlo oltre i confini della patria. Negli ultimi 12 mesi sono aumentate del 111 per cento le persone alle quali l’Associazione Luca Coscioni ha fornito informazioni e aiuto pratico sul fine vita. Un milione e 200mila cittadini hanno sottoscritto la raccolta firma per il referendum sull’eutanasia legale, poi bocciato dalla Corte costituzionale. Numeri che sono il metro esatto della distanza che separa l'esperienza personale dei cittadini dall’azione politica del Parlamento.

La proposta di far approvare una legge (contestata e sofferta, come raccontato da L’Espresso) è naufragata lo scorso anno con la fine anticipata della legislatura. Non è bastato il richiamo della Corte Costituzionale nel 2018 che dava un anno di tempo al Parlamento per legiferare. Non è servito che la stessa dichiarasse illegittima la norma che punisce l’aiuto al suicidio nella parte in cui non consente che vi si ricorra per le persone libere e consapevoli tenute in vita con “sostegni vitali”, affette da malattie irreversibili e da sofferenze insopportabili.

La nuova legislatura conta sei proposte depositate tra Camera e Senato, già assegnate alla commissione competente. Arrivano tutte dalle opposizioni, le firmano: Riccardo Magi (+Europa), Enrico Costa (IV), Elisa Pirro (M5S), Gilda Sportiello (M5S), Alfredo Bazoli (PD), Dario Parrini (PD). Al Parlamento giace inoltre dal 2013 una proposta di legge di iniziativa popolare sul suicidio assistito, dimenticata. Il tema non sembra interessare la maggioranza di governo, la presidente Giorgia Meloni definì «sacrosanta la decisione della Corte costituzionale di dichiarare inammissibile il referendum proposto dai radicali sull’omicidio del consenziente, anche se sano». Per la leader di Fratelli d’Italia il diritto a una morte dignitosa «avrebbe scardinato il nostro ordinamento giuridico, da sempre orientato alla difesa della vita umana e alla tutela dei più fragili e deboli».

Intanto, di fronte ai casi di cronaca che raccontano un’altra Italia pronta alla fuga per cercare una morte dignitosa, a fine gennaio il ministro della Salute Orazio Schillaci ha chiesto al Comitato di bioetica di fornire un parere sul suicidio assistito. Un comitato che può vantare membri come Giuseppe Casale, il medico che si rifiutò di staccare la spina dei macchinari che tennero in vita Piergiorgio Welby, co-presidente dell'associazione Coscioni affetto da distrofia muscolare che lottò per vedersi riconoscere il diritto all'eutanasia e Marcello Ricciuti convinto che «l’esistenza di un’opzione legale per una via rapida che porti alla morte implica una scarsa considerazione del valore della persona che sta morendo e del viaggio che sta conducendo». Il 24 febbraio il Comitato ha identificato nei recentemente istituiti Comitati etici territoriali gli organismi ''competenti a rendere il parere in materia di suicidio assistito'' , insomma ha optato per un rimbalzo di responsabilità.

Lontano dai palazzi, nel mondo reale, i cittadini fanno da soli e aumentano sempre di più i pazienti che hanno chiesto aiuto a Marco Cappato per raggiungere la Svizzera attraverso Soccorso Civile, l'associazione da lui fondata nel 2015 insieme a Mina Welby e Gustavo Fraticelli per affermare i diritti delle persone attraverso azioni di disobbedienza civile. Gli effetti di una politica sorda davanti al dolore.

«Dobbiamo dirvi grazie Fabo, Englaro e Welby. Perché il fine vita oggi è una battaglia di tutti». Loro e tanti altri hanno rivendicato il diritto di decidere del proprio destino. Spingendo il Paese a cambiare leggi o a farne di nuove. Ma la lotta non è ancora finita. Chiara Lalli su L’Espresso il 27 Febbraio 2023

18 gennaio 1992: Eluana Englaro ha un incidente mentre sta tornando a casa. Ha ventuno anni e non si sveglierà più: è in stato vegetativo persistente. Alcuni anni più tardi il padre Beppino chiede di poter interrompere la nutrizione e l’idratazione, perché Eluana non avrebbe voluto essere tenuta in vita in quelle condizioni, perché non c’è alcuna possibilità di miglioramento, perché i danni sono irreversibili e gravissimi. Ci vorranno dieci anni e un lungo elenco di orrori, forse inarrivabili i riferimenti al «bell’aspetto» e alle mestruazioni. La difficoltà, in casi simili a quello di Englaro, sta nel ricostruire le volontà della persona prima che quelle volontà non possano essere più espresse.

21 settembre 2006: Piergiorgio Welby scrive al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ha la distrofia muscolare e non ce la fa più, vuole morire. «Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l’ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su Internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita», scrive. Napolitano gli risponde tre giorni dopo. «Raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenza con sincera comprensione e solidarietà. Esso può rappresentare un’occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi, di particolare complessità sul piano etico, che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più. Mi auguro che un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l’elusione di ogni responsabile chiarimento».

Il confronto non ci sarà, se intendiamo quello politico. Perché la migliore risposta è fare finta di niente. Ci vorranno 88 giorni per esaudire la richiesta legittima di Piergiorgio Welby: staccare il respiratore, cioè interrompere un trattamento.

27 febbraio 2017: Fabiano Antoniani muore in Svizzera. Ha 40 anni, è cieco, tetraplegico, ha dolori intollerabili e spasmi muscolari. Lo ha accompagnato Marco Cappato che poi si denuncerà. Grazie ad Antoniani e a Cappato si arriva alla sentenza della Corte costituzionale del settembre 2019 (di cui si scrive sotto).

22 dicembre 2017: viene approvata la legge 219, Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento. È una legge che ci permette di decidere per quando non potremo più farlo e ribadisce princìpi già esistenti e costituzionali: in una parola, la nostra autodeterminazione. Una delle parti più importanti è il comma 5 dell’articolo 1: «Ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte […] qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento […] il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento. Ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici».

25 settembre 2019: la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale (istigazione o aiuto al suicidio) in riferimento al caso di Antoniani. Si esclude l’istigazione perché lui ha deciso liberamente e si dichiara incostituzionale il resto «nella parte in cui non esclude la punibilità di chi […] agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente».

Bene, ma il requisito del sostegno vitale è ingiusto e insensato perché distingue tra malattie e quindi discrimina le persone.

Tra il 2019 e oggi, altri decidono di trasformare la loro scelta personale in una decisione pubblica e politica. Perché non è che non si muoia se non lo sappiamo, che non si stacchino macchinari o che non si decida di farsi sedare fino alla eliminazione della coscienza, fino alla morte. La differenza sta tra il farlo e il rivendicarlo, tra la pratica e il diritto.

Federico Carboni (il 16 giugno 2022, dopo due anni di denunce e di mancate risposte, riesce a morire a casa sua) e Fabio Ridolfi (il 13 giugno 2022 decide di farsi sedare perché non ne può più di aspettare, dopo più di 18 anni d’immobilità totale). Elena Altamira (2 agosto 2022), Romano (25 novembre 2022), Massimiliano (8 dicembre 2022) e Paola (8 febbraio 2023): tutti vanno in Svizzera perché non rientrano in senso stretto in quel requisito che la Corte ha stabilito come necessario per far sì che aiutare qualcuno a morire non si configuri come un reato.

Accompagnare Elena, Romano, Massimiliano e Paola è disobbedienza civile e la denuncia ha l’intento di sottolineare l’ingiustizia del requisito del sostengo vitale, meccanico, cioè come un macchinario e non anche un trattamento farmacologico o sanitario o un altro tipo di assistenza manuale ma necessaria. Nel frattempo, il Parlamento rimanda e s’incarta.

Chiara Lalli è autrice di “Sei stato felice? Mina e Piero Welby, una lunga storia d’amore”, disponibile su Spotify e su tutte le piattaforme, prodotto da Miyagi Entertainment in collaborazione con l’Associazione Luca Coscioni. 

Ange Fey, professione accompagnatore alla morte: «Il mio mestiere è “essere lì”». Stefano Lorenzetto su Il Corriere della Sera il 26 Gennaio 2023.

L’hanno definito «esserelista». «Come Caronte, traghetto le persone verso l’aldilà. Cappato? Non lo conosco»

Si chiama Ange Fey, è nato nel 1962 a Parigi, e nel nome, Angelo in francese, c’era già il suo destino, però al contrario. Lui non è l’angelo della morte degli ebrei e dei musulmani, anche se svolge una professione senza eguali in Italia: accompagnatore alla morte. Se gli chiedi a quanti agonizzanti è stato vicino, un lampo di smarrimento gli attraversa gli occhi azzurri: «Non lo so, non lo so». Nel 2022 sono stati uno al mese, meno del solito, e il 2023 è già fitto di conferenze che lo impegneranno parecchio (Savona, L’Aquila, Alessandria, Cesena, Treviso, Sperlonga), tutte sul tema «Comprendere la morte, accompagnare la vita». Ma c’erano anni in cui ne assisteva il doppio, per cui si suppone che dal 1987 abbia raccolto l’ultimo respiro di almeno mezzo migliaio di persone. Fey abita ad Andrate (Torino). Nel 1997 ha fondato ad Aosta una onlus, Il bruco e la farfalla, per stare accanto alle persone in fin di vita. «Preparo medici, psicologi, ostetriche, infermieri, ma anche la signora Maria». Quando vigeva l’obbligo d’indicare la professione sulla carta d’identità, era in imbarazzo: «Accompagnatore ricordava una escort. Ho preferito formatore. Uno psichiatra argentino mi ha definito carontologo. Come il mitologico Caronte, traghetto all’altra riva».

Perché scelse questo mestiere?

«Il primo libro che lessi per intero, a 17 anni, era Mourir n’est pas mourir di Isola Pisani. Avrei dovuto capire allora che c’era una qualche malattia dentro di me. Sentivo parlare del bruco sgraziato che si trasforma in farfalla meravigliosa, ma nessuno mi spiegava come finisce la farfalla. È meno romantico, no? Così cominciai a studiare le capacità di cambiamento dell’essere umano, la psicologia applicata, le tecniche alfageniche di rilassamento, la sofrologia».

Come divenne accompagnatore?

«Mi chiamavano in ospedale per i parenti in fin di vita. Un infermiere di malattie infettive mi disse: “Un ragazzo sta morendo. È solo. Ha chiesto di avere accanto qualcuno. Te la senti? Ha 28 anni”. Io ne avevo 25, ero sconvolto. Allora non si parlava di Aids. Mi trovai in mezzo a un’ecatombe. Una paziente che avrà avuto l’età di Asterix mi guardò sorridendo: “Ho un morbo che non va di moda”. Per gli oncologici c’erano varie associazioni, per lei nessuna. Come mai ci si prende cura di chi nasce ma non di chi muore? Eppure la morte non è una malattia».

In pratica che cosa fa?

«Non c’è tecnica. Porto me stesso. Mi hanno definito “esserelista”, perché il mio lavoro è “essere lì”. Gli infermieri in ospedale corrono, corrono. Al mattino mi chiedono: “Ma lei che fa?”. La sera mi dicono: “Ah, lei dà la mano”. È come mettere l’indice sulla culla di un neonato: lo afferra subito. Una persona in coma ti prende la mano e la tiene stretta».

Chi la chiama al capezzale?

«Le famiglie. Spesso gli stessi malati terminali. Vado più nelle case, che negli ospedali. Non so mai che cosa succederà. Il primo incontro dura tre ore: devo capire se servo. In media rimango 15 giorni. Ma a una donna affetta da mieloma, alla quale avevano dato sei mesi di vita, sono stato accanto per quasi 7 anni».

Applica un protocollo?

«Non c’è regola. Me ne occupo e basta, non so come. Arrivo in una casa e ignoro se potrò essere utile. Non sono un infermiere, non sono un medico. Semplicemente sono “pronto a”. Riattivo le risorse intorno alle persone agonizzanti. I parenti non sanno neppure che esiste la legge sulle Dat, dichiarazioni anticipate di trattamento. Chiedo: se sopraggiunge una crisi respiratoria, che facciamo? Rianimiamo o no? Alimentiamo o no? Immagini sua madre che sta morendo. Non parla e non ha lasciato nulla di scritto. Lei vuole nutrirla, i suoi fratelli no. A quel punto si sfalda la famiglia».

Come fa ad avere risposte per tutto?

«Non le ho. Le cerco. Alle elementari ero sempre soprappensiero. La maestra mi diceva: “Ange, se vuoi viaggiare nel tempo, devi viaggiare nello spazio”. È ciò che ho fatto, andando a vedere negli altri Paesi com’è il testamento biologico, che non va confuso con le Dat. Esempio: se hai una polizza sulla vita, l’assicurazione paga in caso di rifiuto delle cure?».

È stipendiato per il suo lavoro?

«I corsi sono a pagamento. Ai privati applico la tariffa delle ostetriche. Faccio il loro stesso lavoro, però alla rovescia. Solo che il mio non so quando finirà».

Non teme che qualcuno la scambi per un accaparratore di eredità?

«Ci sto molto attento. Ho un pessimo rapporto con il denaro. Non sono mai stato nominato in un testamento. Quando a un funerale hanno voluto organizzare una raccolta di fondi per la onlus, ho devoluto il ricavato ai monaci tibetani».

Che cosa cercano i volontari per i quali tiene corsi formativi?

«L’Italia è fondata sul pezzo di carta. Troppi cercavano solo un titolo. Per questo ho rinunciato alla convenzione con l’ospedale di Aosta e a portarli con me. Accompagnare la vita fino alla morte è un modo di essere. Serve un talento. Morire non è una sfortuna, altrimenti, per evitarla, basterebbe che smettessimo di fare figli. Perché funzioni così, non lo so, non ne ho la minima idea. Credevo di averla a 20 anni. Oggi non ce l’ho più».

Non è nemmeno una fortuna.

«Della morte tutti pensano: il più tardi possibile. Sbagliato. Il più in salute possibile. Quando entro nelle residenze per anziani, mi sento male. Il fatto che tutto finisca mi spinge a chiedermi: come impiego il mio tempo? Sovente il moribondo sospira: “Se avessi saputo...”. Allora mi dico: Ange, tu adesso lo sai».

C’è differenza fra lei e Marco Cappato?

«Non lo conosco».

Porta in Svizzera coloro che ricorrono al suicidio assistito, vietato in Italia.

«Non è quello che faccio. Credo che si debba legiferare su eutanasia e suicidio assistito. Ma è meglio promuovere la cultura del Maalox o quella della buona alimentazione? Non si parla mai di accanimento terapeutico. Mi diagnosticano la Sla, so che non potrò uscirne vivo. Ha senso che assuma gli anticoagulanti?».

Sta molte ore con i malati terminali?

«Dipende. Se occorre, anche dieci ore al giorno. Mi confidano ciò che non hanno mai detto a nessuno. Devo anticipare il lutto, dichiarare la terminalità. I parenti ne hanno paura. Io sono lo Svitol: sciolgo. Il mio lavoro è cambiare l’aria».

Si spieghi meglio.

«Una signora di Milano mi convocò in ospedale a Bologna. Voleva morire nella sua casa di Saint-Vincent. Chiesi: ha qualcuno? “Solo mio fratello, ma non ci parliamo da anni”. Posso telefonargli io? “Provi”. Accorse subito. Era preoccupato: “Ma chi farà da mangiare?”. Poi si recò in Valle d’Aosta a preparare l’alloggio. Le chiavi le aveva una vicina, che si offrì di cucinarci i pasti sino alla fine».

Le hanno mai impedito di stare accanto a un paziente?

«No. Sono invitato. Ho la scritta “morte” sulla fronte, non so se la vede».

Di che parla con gli agonizzanti?

«Sono presente in silenzio. Ho soltanto molto chiaro che nulla dura, nulla! E che tutti, loro, io, lei, moriremo. Serve preparazione. Ho pure studiato tanatoprassi con il grande Jean Monceau all’Instituto español funerario di Barcellona».

Perché? Prepara anche le salme?

«No, è che dovevo capire. Si spegne il papà. I figli non hanno l’obbligo di lasciarlo nelle mani dei necrofori. Lavarlo e vestirlo sono atti importanti. Abbiamo smarrito ciò che c’è prima, durante e dopo la morte, l’abbiamo disumanizzata. Siamo immersi in una cultura per cui a chi sta male diamo un calcio e non ce ne occupiamo più. Accade persino con il gatto: una puntura dal veterinario e via. Ma è davvero necessaria? Oppure gliela pratichiamo perché fa comodo a noi?».

Qualche volta va a trovare in cimitero i defunti che ha accompagnato?

«Oh sì, certo. Spesso. Mi serve».

Che cosa ha imparato da loro?

«Che si muore. Che non è uno scherzo. Che non è angoscioso. Che l’ansia del distacco si supera in 15 minuti. Che ci è stato dato un tempo, di cui non vogliamo mai considerare la fine. L’ho imparato da una signora di 90 anni. “La vita è breve, la vita è breve”, continuava a ripetermi. Era una lettrice di Famiglia Cristiana. L’ho resa felice imitando l’accento tedesco nel leggergli un’intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger».

Chi sta per morire è rassegnato?

«I processi sono cinque: ignoro, mi arrabbio, patteggio, mi deprimo, accetto. È che oggi ci fanno morire drogati, imbottiti di psicofarmaci».

Qual è la richiesta più frequente?

«“Non lasciarmi solo”».

«Aiutami a morire» no?

«Sì, ma attenzione: non significa “fammi fuori”. Mi terrorizza chi ti fa firmare il testamento biologico sulle bancarelle per strada. Ma siamo diventati matti?».

Lei è credente?

«Sono battezzato. Ho una vita spirituale, ma riguarda solo me. Non ne parlo mai. Imito don Sergio Messina, che era cappellano all’ospedale Amedeo di Savoia a Torino. Entrando a un incontro in curia vescovile, disse: “Il vostro Dio l’ho lasciato fuori dalla porta”. Molti malati si scusavano: “Padre, sono credente ma poco praticante”. Lui rispondeva: “Non preoccuparti. Ho tanti confratelli che sono molto praticanti e poco credenti”».

Il suo è un mestiere che consuma.

«Non sono obbligato a farlo».

In che modo riesce a ricaricarsi?

«Suonavo la batteria in un complesso jazz. Ora studio l’organetto diatonico e mi dedico al volo libero in parapendio».

Come immagina la sua fine?

«Spero di avere accanto qualcuno che rispetti i miei desideri e che non si accanisca con terapie superflue».

Ma lei ha capito il senso della vita?

«Sì. Ha dato un senso a me».

Lutto nel mondo della fotografia, addio a Ivo Saglietti. Scomparso il grande fotografo e fotoreporter Ivo Saglietti, vincitore di importanti premi tra cui (per tre volte) il World Press Photo. Aveva collaborato anche per IlGiornale.it. Roberta Damiata il 2 Dicembre 2023 su Il Giornale.

Si è spento in mattinata dopo una lunga malattia all'Hospice Gigi Ghirotti di Genova, circondato dall'affetto della famiglia, il fotoreporter Ivo Saglietti (75 anni). Una scomparsa che lascia un profondo vuoto nel mondo della fotografia, visto il grande valore del suo lavoro a cui partecipava in maniera quasi empatica raccontando la realtà in maniera vivida e stabilendo con le persone ritratte un rapporto umano e quasi amicale. Aveva collaborato anche con la nostra testata, ilGiornale.it, con la grande passione che lo ha sempre contradistinto. "Ciò che gli premeva raccontare era l'uomo e il suo destino", raccontano i familiari. I funerali, in forma laica, si terranno lunedì 4 dicembre alle ore 12 presso la cappella laica del cimitero di Staglieno (Genova).

Gli inizi come cineoperatore

Nato a Toulon, Francia, inizia l'attività lavorativa a Torino come cineoperatore, producendo alcuni reportage di tipo politico e sociale. Nel 1975 si avvicina alla fotografia, lavorando nelle strade e nelle piazze della contestazione. Nel 1977 si trasferisce a Parigi e da lì inizia il suo lungo viaggio come fotoreporter, dapprima con agenzie francesi, in seguito per alcune americane e prestigiosi magazine internazionali (Newsweek, Der Siegel, Time) oltre che per il New York Times, per i quali documenta situazioni di crisi e di conflitto in America Latina, Africa, Balcani e Medio Oriente.

Nel 1992 conquista il premio World Press Photo (nella categoria Daily Life, stories) con un servizio su un'epidemia di colera in Perù e nel 1999 la menzione d'onore allo stesso concorso per un reportage sul Kosovo. Contemporaneamente inizia a lavorare su progetti a lungo termine: Il Rumore delle Sciabole (1986-1988), documentando la società cilena durante gli ultimi due anni della dittatura militare del generale Augusto Pinochet.

I grandi reportage

Con gli anni Saglietti si dedica sempre più spesso a progetti personali di documentazione, che gli permettono di affrontare una storia in modo più articolato e meno condizionato dalle esigenze stringenti dei settimanali, come nel reportage che ripercorre la via della tratta degli schiavi dal Benin, alle piantagioni di canna da zucchero della Repubblica Dominicana e di Haiti, o come in quello sulle tre malattie che devastano i paesi del Terzo mondo - aids, malaria e tubercolosi - realizzati negli anni Novanta e Duemila.

Dal 2000 diventa membro associato dell'agenzia foto giornalistica tedesca Zeitenspiegen Reportagen, per la quale lavora ad un progetto sulle frontiere nel Mediterraneo e Medio Oriente.

I grandi riconoscimenti

Saglietti per tre volte vince il World Press Photo, prestigioso riconoscimento per i fotogiornalisti, ma tanti altri sono stati i premi ricevuti nella sua vita: da Fotografi al Servizio della Libertà del 1996, al M.I.L.K. Moments of Intimacy del 2000. E poi ancora il premio Enzo Baldoni per il giornalismo nel 2006, Fotografo dell'anno sempre nel 2006 e il premio Bruce Chatwin, Occhio Assoluto del 2010.

Il nostro ricordo

Il grande maestro aveva tenuto per ilGiornale.it alcuni workshop di fotografia, mettendo a disposizione il suo grande talento a tutti gli appassionati. Lo ricordiamo per la sua grande sensibilità per l'umanità e il valore che sapeva dare alla riflessione e al tempo."Credo che la responsabilità di tutto ciò sia la velocità con cui viviamo, e io sono un profeta della lentezza", aveva raccontato nel nostro incontro. E poi ancora "Ciò che mi interessava della fotografia era soprattutto cercare di documentare e di capire il destino dell’uomo. Oggi mi rendo conto che era un po’ presuntuosa come idea, ma per me la fotografia è sempre stata legata all’uomo, alle sue vicende, ai suoi drammi, ma anche alle sue gioie".

È morta l’attrice spagnola Itziar Castro, star di «Pieles» e «Vis a vis»: aveva solo 46 anni. Arianna Ascione su Il Corriere della Sera venerdì 8 dicembre 2023.

Le cause della morte non sono ancora accertate, ma sembra aver avuto un malore durante le prove per un gala di beneficenza

È morta a soli 46 anni l’attrice spagnola Itziar Castro, nominata ai premi Goya come miglior esordiente per il film «Pieles», nel 2017, e conosciuta a livello internazionale per il ruolo nella serie Netflix «Vis a vis».

Castro, stando alle prime informazioni riportate dai media spagnoli, sarebbe morta con ogni probabilità per arresto cardiaco giovedì sera, dopo essersi sentita male durante le prove per un gala di beneficenza di nuoto sincronizzato.

Nata a Barcellona nel 1977, Castro aveva raccontato che sognava di fare l’attrice già da bambina. Col tempo vi era riuscita, uscendo anche dai ruoli stereotipati di donna grassa: «Castro può vantarsi di aver cambiato gli schemi, di averci costretto a guardare diversamente, in modo migliore», ha scritto El Mundo.

Estratto dell’articolo di ansa.it venerdì 8 dicembre 2023.

L'attore e rubacuori Ryan O'Neal, la star dalla vita tempestosa candidata all'Oscar per film come "Love Story" e "Barry Lyndon" di Stanley Kubrick, si è spento all'età di 82 anni a Los Angeles. 

[…] O'Neal, il cui aspetto focoso e la mascella perfetta lo rendevano il protagonista ideale, era noto anche per la sua tumultuosa relazione decennale con l'attrice Farrah Fawcett. Nato nella città degli angeli, figlio d'arte (papà scrittore e sceneggiatore americano di origini irlandesi e madre attrice statunitense di origini per metà irlandesi e per metà ebraiche ashkenazite), O'Neal si fece conoscere al grande pubblico recitando nella soap opera Peyton Place (dal 1964 al 1969) nella parte di Rodney Harrington, accanto a Mia Farrow.

Ma ottenne la fama mondiale grazie all'interpretazione di Oliver Barrett IV nello struggente film Love Story (1970), che interpretò con Ali MacGraw e che gli valse la candidatura all'Oscar come miglior attore nel 1971 e il David di Donatello come miglior attore straniero l'anno successivo, oltre alla candidatura al Golden Globe. La pellicola ottenne un grande successo e quello di Oliver Barrett fu uno dei ruoli più memorabili di O'Neal. 

L'attore fu sposato dal 1963 al 1967 con l'attrice Joanna Moore, dalla quale ebbe due figli, gli attori Griffin e Tatum O'Neal. Dopo il divorzio, contrasse un nuovo matrimonio con Leigh Taylor-Young, da cui ebbe il terzogenito Patrick, divenuto cronista sportivo. Nel 1972 dopo fece coppia con Barbra Streisand per la commedia demenziale "What's Up, Doc?". 

L'anno successivo interpretò un altro grande film di successo, 'Paper Moon' - Luna di carta - con la sua primogenita Tatum, la quale grazie a questa parte ottenne l'Oscar ancora giovanissima. Nel 1975 fu scelto da Kubrick come protagonista del memorabile 'Barry Lyndon'. 

Fu anche preso in considerazione per le parti di Rocky Balboa in 'Rocky' (1976) e di Michael Corleone nel 'Padrino' (1972). Sul finire degli anni Settanta conobbe Farrah Fawcett, star della serie di telefilm Charlie's Angels, che diventò la compagna della sua vita fino alla morte di lei, nel 2009.

Insieme recitarono in diversi film tra cui 'Sacrificio d'amore' (1989) e la serie Tv 'Good Sports' (1991), ed ebbero un figlio, Redmond, nato nel 1985. Nel 2008 O'Neal fu arrestato, insieme al figlio, nella sua abitazione di Malibù, in California, per possesso di stupefacenti. 

Nonostante la turbolenta vita privata, ha continuato l'attività di attore sino ad una dozzina di anni fa: nel 2006 entrò a far parte del cast della serie televisiva statunitense 'Bones', nel ruolo del padre della protagonista Temperance Brennan. Ha inoltre preso parte ad alcuni episodi del telefilm 90210 (2010).

Morto l’attore Ryan O’Neal, commosse il mondo con «Love Story». Storia di Maurizio Porro su Il Corriere della Sera venerdì 8 dicembre 2023.

A 82 anni è morto ieri a Los Angeles, dov’era nato nel 41, Patrick Ryan O’Neal, famoso in tutto il mondo per il melodramma “Love story” e il grande affresco storico di “Barry Lyndon”: l’ha reso noto il figlio su Instagram.

Fu all’inizio il tipico rappresentate dell’american way of life, aitante e sportivo, muscoloso, ipervitaminizzato, tanto da essere lo stunt di divi famosi prima di diventarlo a sua volta, raggiungendo il primo successo nella scabrosa serie di “I peccatori di Peyton” (1964-68). Ma è la riduzione del best seller di Erich Segal “Love story” di Arthur Hiller che, facendo versare milioni di lacrime in tutto il mondo, gli dà la popolarità nel ruolo del ricco studente che ama e soffre per Ali McGraw, che invece è povera e muore di leucemia, cui seguirà poi a furor di box office un esangue bis, “Oliver’s story”.

O’Neal dimostra talento in queste storie patetiche, usando il suo lato di bravo ragazzo, ma ancor di più quando viene usato nel registro brillante come il tontolone di turno ed è irresistibile in “Ma papà ti manda sola?” di Bogdanovich con la Streisand, e subito dopo con lo stesso regista è un venditore vintage di Bibbie in “Paper moon” in cui la sua partner è la figlia bambina Tatum, che gli “ruba” il film e vincerà l’Oscar come non protagonista, e con cui poi rifarà coppia filiale in “Vecchia America”.

Nel 75 è la sua grande occasione, viene scelto da Stanley Kubrick per “Barry Lyndon” nel ruolo di un soldato arrampicatore nell’Irlanda del XVIII secolo, dal romanzo di Thackeray. Un sublime film di regìa, di luci, di tempi in cui la storia diventa un soffio di eternità e Ryan sta al gioco molto bene proletario tra i nobili. Tutta un’altra storia quella del rapinatore braccato di “Driver” nel 78, mentre la sua carriera comincia a declinare. La forma fisica acquista molte taglie in più, con la moglie famosa Farah Fawcett Majors fa una coppia litigarella in modo pesante e intanto gira “Uno strano caso” e con la nostra Mariangela Melato “Jeans dagli occhi rosa” di un Bergman che non è Ingmar ma Andrew.

Nella carriera ha toccato molti generi, anche un bellissimo western crepuscolare di Blake Edwards con William Holden, “Uomini selvaggi”, ma gli anni 90 sono già la crisi. Sicuramente la gente lo ricorderà per l’amore infelice di “Love story”, i cinefili per il capolavoro a lume di candela di Kubrick che ricrea un mondo e un secolo, mentre un vasto pubblico lo amerà per le commedie sofisticate con la Streisand di un cultore del vecchio cinema Usa come Bogdanovich.

 Morto Ryan O'Neal: addio all'attore di Love Story. Candidato all'Oscar come miglior attore protagonista, l'attore statunitense si è spento all'età di 82 anni. Massimo Balsamo l'8 Dicembre 2023 su Il Giornale.

Un'altra grande perdita per il cinema americano: addio a Ryan O'Neal. Il celebre volto del film romantico "Love Story" del 1970 è morto venerdì all'età di 82 anni. La notizia è stata confermata dal figlio Patrick, giornalista sportivo della Bally Sports West di Los Angeles: "Questa è la cosa più difficile che abbia mai avuto da dire, ma eccoci qui. Mio padre è morto in pace oggi, con la sua amorevole squadra al suo fianco che lo sostiene e lo ama come lui farebbe con noi", le sue parole nel post pubblicato su Instagram.

Nel 2001 a Ryan O'Neil era stata diagnosticata la leucemia cronica e nel 2012 il cancro alla prostata. "Era la persona più divertente. E il più bello ovviamente, ma anche il più affascinante. Combo letale. Amava far ridere la gente. È stato il suo obiettivo. Non gli interessava la situazione, se c'era uno scherzo da poter fare, lo faceva. Voleva davvero che ridessimo. E abbiamo riso tutti. Ogni volta. Ci siamo divertiti", ha aggiunto il figlio Patrick, nato dall'amore con Leigh Taylor-Young. L'attore aveva altri due figli, Griffin e Tatum, frutto del rapporto con la collega Joanna Moore.

Figlio d'arte - il padre era scrittore e sceneggiatore, la madre attrice - Ryan O'Neal fece il suo esordio negli anni Sessanta tra cinema e piccolo schermo, ottenendo grande popolarità grazie alla soap opera "Peyton Place". La fama mondiale nel 1970, con il già citato "Love Story", in cui interpreta Oliver Barrett IV e recita al fianco di Ali MacGraw. La performance gli valse la candidatura all'Oscar al miglior attore nel 1971 e il David di Donatello come miglior attore straniero, oltre alla candidatura al Golden Globe. Un enorme successo anche al botteghino, con oltre 106 milioni di dollari incassati in tutto il mondo. Nel 1978 venne realizzato anche un sequel, "Oliver's Story", sempre interpretato da Ryan O'Neal.

Ma non solo. Ryan O'Neil ha recitato con Barbra Streisand in "What's Up, Doc?" nel 1972 e in "The Main Event" nel 1979, collaborando anche con la figlia Tatum - all'epoca 9 anni - nel meraviglioso "Paper Moon - Luna di carta" di Peter Bogdanovich. Tra le tante collaborazioni di spicco, quella con Stanley Kubrick in "Barry Lyndon", in cui interpreta un ladro irlandese nell'Inghilterra del XVIII secolo. Molto chiacchierata la sua vita sentimentale: dopo i matrimoni e i relativi divorzi con le già citate Joanna Moore e Leigh Taylor-Young, iniziò una tumultuosa relazione decennale con Farrah Fawcett (star della serie di telefilm Charlie's Angels) che lo rese invidiato da milioni di persone. Massimo Balsamo

Marco Giusti per Dagospia sabato 9 dicembre 2023.

Se ne va Ryan O’Neal, 82 anni, indimenticabile star degli anni ’70 e ’80, fu l’Oliver Barrett IV di “Love Story”, fu il Barry Lyndon del capolavoro di Stanley Kubrick, fu protagonista, assieme alla figlia Tatum, di “Paper Moon” di Peter Bogdanovich e il Rodney Harlington di ben 500 episodi della serie televisiva “Peyton Place”. 

Recitò con Barbra Streisand in “What’s Up, Doc?” di Bogdanovich, in “The Main Event” di Howard Zieff, con Jacqueline Bisset in “Il ladro che venne a pranzo” di Bud Yorkin, con Isabelle Adjani nel fenomenale “The Driver” di Walter Hill, con Mariangela Melato nel trashissimo “Jeans dagli occhi rosa” di Andrew Bergman. 

Non riuscì a esprimersi come altri attori della New Hollywood, Jack Nicholson, Al Pacino, Robert De Niro, decisamente più strutturati, e la sua fragile bellezza se ne andò presto. Ebbe però mogli e fidanzate celebri, come Farrah Fawcett, Leigh Taylor Young, Ursula Andress, Melanie Griffith, Anouk Aimée, Jacqueline Bisset, Julie Christie, Britt Ekland, Anjelica Huston, Lauren Hutton, Bianca Jagger. E, soprattutto, un rapporto estremamente complicato con la figlia Tatum, forse perché aveva vinto lei l’Oscar e non lui per “Paper Moon”.

Non si sono parlati per anni e solo recentemente, dopo il risveglio dal coma di Tatum, dovuto a un infarto per abuso di droghe, e un lento recupero, si erano rivisti e fatto finalmente pace. Ma lui stesso era stato spesso al centro della cronaca nera di Hollywood, con risse di Capodanno, arresto per abuso di droghe, lunghi periodi di riabilitazioni. 

Figlio di Patricia e Cahrles O’Neal, madre attrice e padre sceneggiatore che ebbe non pochi problemi con Hollywood in quanto comunista, Patrick “Ryan” O’Neal nasce a Los Angeles nel 1941, fa il militare in Germania, studia da boxeur professionista e appena ventenne, biondo, bello, simpatico, lo troviamo fra i tanti giovani in cerca di successo nelle serie televisive del tempo. “The Many Loves of Dobbie Gills”, “Gli intoccabili”, “Bachelor Father”, “Empire”. 

Ma solo con “Peyton Place”, nel ruolo di Rodney Harlington che lo vedrà partner di una giovanissima Mia Farrow, tra il 1964 e il 1969, si metterà davvero in luce. E’ allora che Hollywood lo chiamerà. A quel punto Ryan O’Neal ha già avuto due figli, Tatum e Griffin, da Joanne Moore, anche lei attrice televisiva, di qualche anno più grande di lui, che ha incontrato nel 1962, sposato nel 1964 e dalla quale ha divorziato nel 1967. Non solo.

Andata via con i due figli, la moglie, dipendente dalle anfetamine, non è in grado di crescerli. Così, nel pieno del successo di “Peyton Place”, Ryan O’Neal se li riprende e li cresce lui. Al cinema gira due film, il thriller “Io sono perversa” diretto da Alex March con la sua seconda moglie, Leigh Taylor Young, che sposerà nel 1967, avrà un figlio, e dalla quale divorzierà nel 1974, e Lee Grant, attrice blacklisted che proprio “Peyton Place” ha sdoganato, e “I formidabili” dell’inglese Michael Winner con Michael Crawford e Charles Aznavour. 

Il successo, davvero planetario, arriva con il film più romantico e strappalacrime che potesse produrre Hollywood a quei tempi, “Love Story”, scritto da Erich Segal per il cinema (il romanzo lo scriverà dopo la sceneggiatura) e diretto da Arthur Hiller, che narra la triste storia di due ragazzi, lui, Oliver Barrett IV, ricco e sano, Ryan O’Neal, lei, Jenny Cavilleri, povera e malata, Ali McGraw. Tutto il mondo impara ben presto la frase “Amare significa non dire mai mi dispiace” e la musica romantica.

A questo punto la carriera di Ryan O’Neal si impenna. Può davvero girare cosa vuole. Lo troviamo in un bel western scritto e diretto da Blake Edwards con William Holden, “Uomini selvaggi”, che non ho più rivisto dal 1971, in un thriller molto sofisticato, “Il ladro che venne a pranzo” diretto da Bud Yorkin, scritto da Walter Hill con Jacqueline Bisset e Warren Oates, ma soprattutto lo vuole Peter Bogdanovich per la sua screwball comedy “What’s Up, Doc?”, scritta da Buck Henry da girare con Barbra Streisand. Ma anche con caratteristi del calibro di Madeline Kahn e Austin Pendleton. 

Un successo e sarà un successo ancora maggiore il dolcissimo “Paper Moon”, sempre diretto da Bogdanovich, dove Ryan O’Neal reciterà con sua figlia Tatum. Un viaggio in auto tra il Kansas e il Missouri nella Grande Depressione che farà vincere a Tatum l’Oscar da non protagonista a dieci anni nel 1974 e che la segnerà per tutta la vita. Perché crescere con un padre star di Hollywood non sarà il massimo per una ragazzina di dieci anni, che si ritroverà a dormire, come racconta Tatum nella sua autobiografia, con le tante amanti e compagne del padre, tra eccessi e abusi di ogni tipo. 

Anche se non ha vinto l’Oscar Ryan O’Neal si può consolare con “Barry Lyndon”, il capolavoro di Stanley Kubrick, che è la punta più alta della sua carriera. Ursula Andress si ricordava di averlo accompagnato, come sua fidanzata, sia sul set di “Paper Moon” che di “Barry Lyndon”.

Negli anni ’70 Ryan O’Neal è popolarissimo, anche se non funzionano come previsto film come “Vecchia America”/”Nickelodeon” di Bogdanovich con Burt Reynolds e Tatum O’Neal, o il sequel di “Love Story”, cioè “Oliver’s Story” di John Korty con Candice Bergen, o un secondo film con Barbra Streisand, “Ma che sei tutta matta?”(“The Main Event” di Howard Zieff. Non avrà quasi distribuzione “Quei 2” diretto da Jules Dassin con Richard Burton nel ruolo di un vecchio pittore che ha una storia con la ormai non così giovane Tatum. 

A un certo punto Ryan O’Neal sbaglia una serie di film, “Ghiaccio verde” di Ernest Day con Anne Archer, la folle commedia con Mariangela Melato “Jeans dagli occhi rosa” di Andrew Bergman, dove si inventa i jeans coi buchi sulle chiappe, la commedia coi poliziotti gay “Lui è mio” di James Burrows con John Hurt, il tardo film di Richard Brooks con Giancarlo Giannini “La febbre del gioco” e perfino “I duri non sbagliano” scritto e diretto da Norman Mailer con Isabella Rossellini.

Ryan O’Neal non riuscirà più a tornare al successo che aveva nei primi anni ’70, perde un bel po’ di quell’aspetto da giovane ragazzo ingenuo americano, come se “Paper Moon” e “Barry Lyndon” gli avessero mangiato l’anima. 

Ha avuto molti problemi con i figli, dovuti agli eccessi di droghe di tutta la famiglia. Suo figlio Griffin viene ritenuto responsabile dell’incidente che portò alla morte del figlio ventitreenne di Francis Coppola, Gian Carlo nel 1986. Lui stesso venne arrestato assieme al figlio Redmond, dopo un incidente nella sua villa di Malibu.

E sua figlia Tatum, che ha sposato il tennista John McEnroe, dal quale avrà ben tre figli, inizia un calvario di droghe, di crisi, di tentativi di suicidio che la faranno scontrare presto col padre. Non si parleranno per anni. Dal 2001 si ammala di leucemia e si limita a poche apparizioni in tv. Il suo declino fisico e artistico è quasi da manuale.  

Liechtenstein, il principe Costantino morto "improvvisamente": è giallo. Libero Quotidiano l'08 dicembre 2023

Un vero e proprio mistero la scomparsa del principe Costantino del Liechtenstein. L'uomo, di 51 anni, è morto martedì. A darne la notizia la casa reale. Padre di tre figli, settimo in linea di successione al trono, Costantino era il terzo figlio del principe regnante Hans-Adam II. Stando a quanto riportato dai media locali, il suo decesso è stato "inaspettato e improvviso". È ancora sconosciuta la causa.

"La Casa Principesca si rammarica di annunciare che il principe Constantin von und zu Liechtenstein è deceduto inaspettatamente il 5 dicembre 2023", si legge nel comunicato. E ancora: "Il principe Constantin era presidente del consiglio di sorveglianza della Liechtenstein Group AG e membro del consiglio di amministrazione della Liechtenstein Group Holding AG". Il reale aveva sposato la principessa Marie del Liechtenstein nel 1999 e ha avuto tre figli, il principe Moritz, 20 anni, la principessa Georgina, 18, e il principe Benedikt, 15.

Prima di diventare direttore generale e presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione Principe del Liechtenstein, ruolo che ha ricoperto per oltre 11 anni, il principe ha studiato legge. Mercoledì, in suo onore, il parlamento regionale ha tenuto un minuto di silenzio. "È con grande tristezza - ha detto l'amministratore apostolico Benno Elbs, che ho appreso oggi della morte del principe Costantino del Liechtenstein. A nome dell'arcidiocesi di Vaduz, vorrei esprimere le mie più sentite condoglianze al principe Hans-Adam II, alla moglie del defunto, la principessa Marie, e ai loro figli, il principe Moritz, la principessa Georgina e il principe Benedikt".

Marco Giusti per Dagospia giovedì 7 dicembre 2023.

Con la scomparsa di Norman Lear, 101 anni, decano della tv e della sit-com, il mondo dello spettacolo americano non perde solo uno dei suoi grandi vecchi, che assieme a Carl Reiner, a Mel Brooks, a Neil Simon hanno mantenuto alto il livello della commedia al cinema e in tv, con show come “All in the Family”, “The Jeffersons”, “One Day at the Time”, “Sanford and Son”, tutti ideati, scritti e prodotti da lui, in un arco di anni che va dagli anni ’50 a oggi.

Come ben spiega su “Vulture” un dotto articolo di Kathryn Van Arendonk, Norman Lear si inventa la sit-com americana come “trama nazionale condivisa: non solo la finzione della famiglia televisiva americana bianca e felice per impostazione predefinita, ma una televisione che ha reso gli spettatori consapevoli che stavano guardando se stessi, guardando un'idea complicata e capiente di ciò che era questo paese. e avrebbe potuto essere. Quella comprensione della televisione, il nostro concetto moderno di TV come specchio ma anche come forza culturale nella vita americana, è stata creata da Norman Lear”.

Negli anni ’70 Lear rivoluzione la sit-com inserendo i grandi temi che stavano lacerando il paese, conflitti generazionali, conflitti di razza, patriarcato, in un continuo scontro, che non diventa mai né violenza né pessimismo. “Nella concezione di cultura e democrazia di Lear, la lotta era la cosa che condividevamo. La sua visione, tradotta nella precisione cristallina di una commedia serrata di 25 minuti e poi vista da ben 60 milioni di persone, presentava l'esperienza americana universale come una disputa. Persone che vivono insieme, combattono e continuano a uscire dall'altra parte come famiglia”. Più vicino, per questo ai ragazzini di “South Park”, al quale collaborò, che alla vecchia tv degli anni ’50. Non a caso i Jeffersons, la famiglia nera della tv americana, nasce dalla sit-com bianca “All in the Family”.

Ma toccò ogni genere di problema. “Good Times” si occupò di povertà e discriminazione, “Maude” di femminismo, anche se il suo capolavoro fu il eprsonaggio di Archie Bunker in “All in the Family”, bigotto insopportabile che se la prende costantemente con le minoranze e con la sua stessa famiglia, ma in grado di dialogare con tutti. 

Nato nel 1922 a New Haven, Connecticut, da famiglia ebrea, con un padre impossibile, iniziò. Studiare all’Emerson College a Boston, ma lo lasciò per fare il militare. Lo troviamo in guerra radio-operatore e tiratore scelto sui B-17 in ben 52 missioni aeree sulla Germania. Quando torna si sposta presto a Los Angeles, incontra un giovane aspirante autore di commedia, Ed Simmons, e formano una coppia di scrittori per la tv. Scrivono sketch per Rowan e Martin, per Jerry Lewis e Dean Martin in “The Colgate Hour” e gag per uno dei suoi primi film, “Morti di paura”.

Ma scrive anche per una serie incredibile di programma della prima tv americana, “Four Star revue”, “The Martha Raye Show”, “The Deputy”, 76 episodi con Henry Fonda protagonista e Allen Case. Nei primi anni ’60 scrive e produce una serie di film più o meno riusciti diretti dal suo amico e socio Bud Yorkin, “Alle donne ci penso io”, scritto assieme a Neil Simon, con Frank Sinatra, Lee J. Cobb, “Divorzio all’americana”, che gli frutta una nomination agli Oscar, diretto da Yorkin, con Dick Van Dyke, Debbie Reynolds, Jean Simmons, Van Johnson, ma anche i più “moderni” “Fate la rivoluzione senza di me” diretto da Yorkin con Gene Wilder e Donald Sutherland e “Quella notte inventarono lo spogliarello” diretto da William Friedkin con Jason Robards e Britt Ekland.

Fu un esperimento più personale “Cold Turkey”, diretto da Yorkin con Dick Van Dyke e Pippa Scott, mai arrivato in Italia. Ma i veri successi di Norman Lear sono in tv. Nelle sitcom. “Sanford and Son” nel 1968, 135 puntate, “Mary Hartman, Mary Hartman” con Louise Lasser, “Maude” con Bea Arthur. Fino a “All in the Family”, il suo capolavoro, che in Italia si chiamerà “Arcibaldo” con Carroll O’Connor, Jean Stapleton, storia di una famiglia operaia dei Queens, dalla quale nasceranno “I Jeffersons”, 253 puntate, dal 1975 al 1985.

E’ lì che Norman Lear darà vita alla sit-com come conflitto perenne tra personaggi che non la pensano allo stesso modo, ma che possono coesistere sotto lo stesso tetto. Come produttore continua a toccare il cinema, “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”, diretto da Jon Avnet nel 1991, “La storia fantastica”, c’è addirittura un film in lavorazione quest’anno, “I Got a Monster”, su una squadraccia di poliziotti violenti a Baltimore. Per Netflix, pochi anni fa, ideò una nuova serie che avrebbe dovuto essere il suo grande ritorno, “Giorno per giorno” (“One Day at the Time”), 46 episodi tra il 2017 e il 2019. 

Estratto dell'articolo di Tiziana Panettieri per ilmessaggero.it giovedì 7 dicembre 2023.

I fan della serie tv inglese “Peaky Blinders” piangono Benjamin Zephaniah, interprete di Jeremiah Jesus, morto a 65 anni otto settimane dopo la diagnosi di tumore al cervello. È stata la famiglia dell’attore, anche poeta molto stimato, a comunicare la notizia tramite l’account ufficiale Instagram. Nel post si legge: “È con grande tristezza e rammarico che annunciamo la morte del nostro amato marito, figlio e fratello, nelle prime ore di questa mattina. A Benjamin è stato diagnosticato un tumore al cervello otto settimane fa. Sappiamo che molti saranno scioccati e rattristati da questa notizia. Benjamin era un vero pioniere e innovatore. Ha dato tanto al mondo”. 

[…]

Benjamin Zephaniah nasce come poeta, coltivando la passione per la scrittura sin da piccolo. La sua poesia è stata fortemente influenzata dalla musica e dalla cultura giamaicana. Nel corso degli anni ha pubblicato molte raccolte, oltre che cinque romanzi e sette opere teatrali. Il suo primo libro di poesie intitolato “Pen Rhythm” fu pubblicato nel 1980. Seguono, tra le altre, “The Dread Affair: Collected Poems” e “Rasta Time in Palestine”. Nel 2008 il Times lo inserisce tra i 50 scrittori più influenti del dopoguerra. Parallelamente intraprende anche il percorso da musicista, pubblicando nel 1982 l’album “Rasta”, che conteneva la prima registrazione del gruppo raggae Wailers dopo la morte di Bob Marley.

Estratto dell'articolo di Luca Bortolotti per repubblica.it mercoledì 6 dicembre 2023.

La Bologna della musica e dell'arte piange la scomparsa di uno dei suoi simboli. È morto nella notte a casa dopo malattia Marco Villotti, da tutti conosciuto col nome Jimmy, chitarrista jazz nato dal rock, pilastro della Bologna della notte, delle osterie e degli artisti, che ha lavorato nel corso di oltre mezzo secolo con Francesco Guccini, Lucio Dalla, Gianni Morandi, Luca Carboni, ma anche Ornella Vanoni e Paolo Conte che gli ha disegnato la copertina dell’ultimo libro, dopo avergli dedicato il brano “Jimmy, ballando”.

Il 7 dicembre Villotti avrebbe compiuto 79 anni, appena un mese fa ad applaudire lui e la sua chitarra era stato il Duse, voluto da Vinicio Capossela sul suo palco per la tappa bolognese del tour.Nel 2023 invece sono stati i suoi 60 anni di carriera da professionista, iniziata diciannovenne dal rock’n’roll con la prima band Meteors per poi suonare con tutti i più grandi della scena, prima di percorrere da solista la strada dell’amato jazz. [...] 

Qui se la prende coi coniugi Ferragni come con mostri sacri della letteratura come Dostoieskij a Borges; ma già in precedenza era diventato famoso il siparietto quando invitato da Red Ronnie a provare la chitarra usata da Hendrix a Woodstock disse che quella era la peggiore Stratocaster che avesse mai tenuto in mano. 

“Apriti cielo, era una cosa lapalissiana ma mi presi tutti i nomi del mondo, ma ho imparato che tanto vale dire sempre quel che pensi, ti criticheranno comunque”. “Onyricana” è anche una buona sintesi dei legami più forti stretti da Vilotti. C’è una prefazione scritta da Guccini, che di lui con ironia disse: “Lo definisco un genio, credo sia l’unica persona al mondo che riesce ad accavallare le gambe mettendo giù tutti e due i piedi”. [...]

Il ricordo di Paolo Conte legatissimo all’artista: “E’ per me un grande dolore la scomparsa di Jimmy, amico fedele ed eccellente artista. Se ne va con lui un uomo corretto di grande simpatia ed empatia umana. Tutto il mondo che l’ha conosciuto lo rimpiangerà e non lo dimenticherà mai. […]

"Addio a Ventura, ultimo principe delle "grida"". Marcello Zacché il 6 Dicembre 2023 su Il Giornale. 

Attilio Ventura ci ha lasciati ieri, 5 dicembre, proprio quando l’indice della sua Piazza Affari superava quota 30mila punti per la prima volta da 15 anni a questa parte. Lui, Attilio, di anni ne aveva 87, uno di più dell’amico e compagno fraterno di Borsa e di alta montagna Ettore Fumagalli, scomparso solo tre mesi fa. Ai suoi funerali, nella basilica milanese del Corpus Domini, Ventura aveva preso la parola per ricordare storie e aneddoti dell’epoca d’oro degli agenti di cambio, di cui era ormai il decano. Lo sapeva e, alla fine delle esequie, seduto sul muretto del sagrato, circondato dagli amici, con tutta l’ironia di cui era capace e l’inconfondibile cadenza milanese lo aveva detto: «Il prossimo sono io». In realtà Attilio non si è più ripreso dalla morte di Ettore. L’aveva presa proprio male e dopo meno di due settimane un problema cerebrale lo ha costretto a un ricovero da cui non è più riuscito a recuperare.

Presidente del Comitato direttivo degli Agenti di cambio dal 1988 al 1992 e poi, fino al 1997, presidente del Consiglio di Borsa, futuro cda dell’attuale Borsa spa: con lui scompare l’ultimo pezzo di una Piazza Affari che non c’è più, quella delle grida nel salone di Palazzo Mezzanotte che proprio Ventura, con Fumagalli e qualche altro mostro sacro del listino, ha contribuito a trasformare in un mercato telematico e immateriale, scrivendo le leggi che hanno introdotto le «Sim» e decretandone così la fine a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta del secolo scorso. Per quel mercato azionario un po’ selvaggio, poco vigilato e quasi off limits per il risparmio di massa (che preferiva i Bot), Ventura è stato a lungo un protagonista delle operazioni più delicate di quegli anni. E pure misteriose: insieme con altri 5 o 6 agenti del suo calibro faceva parte dell’“angolo dei cervelli”: «Poco prima delle 13 - raccontava lui stesso divertito - ci mettevamo in circolo a parlare, in mezzo alle grida. E tutti ci guardavano per cercare di capire cosa sarebbe successo sul mercato». Infatti, se un procuratore di Ventura si metteva a comprare o vendere un certo titolo, tanti facevano poi lo stesso. Anche se, in verità, non sapevano il perché.

Morto a cent’anni Carlo Guarienti, l’ultimo dei pittori metafisici. Storia di CARLO VULPIO su Il Corriere della Sera martedì 5 dicembre 2023.

L’ultima volta che abbiamo incontrato Carlo Guarienti è stato poco più di un anno fa, in occasione della sua mostra personale e antologica nel Castello Estense di Ferrara. Una mostra sontuosa, 111 opere esposte in 14 sale, in cui c’era tutto Guarienti: dal giovane artista, che, ancora studente di Medicina, viene chiamato alle armi e trascorre gli ultimi due anni della Seconda guerra mondiale all’Accademia di Belle arti di Firenze come «preparatore di anatomia artistica» — una esperienza traumatica, fatta sui cadaveri dei soldati caduti al fronte, e tuttavia artisticamente rivelatasi essenziale per la sua formazione — fino al pittore adulto, maturo, che si emancipa dalla imbragatura del Manifesto dei pittori moderni della realtà, al quale pure aveva aderito, e guarda a Giorgio de Chirico, per non abbandonarlo più.

Da quel momento, siamo nel 1950, quando partecipa all’Antibiennale di Venezia organizzata dal Pictor Optimus in polemica con i pittori moderni, Carlo Guarienti comincia il suo inseguimento alla immaterialità, cerca la visione, al punto da far prevalere lo spazio e le linee geometriche facendo scomparire l’uomo.

L’ultima mostra di Guarienti, a Ferrara, ideata da Vittorio Sgarbi e curata da Pietro Di Natale, Vasilij Gusella e Stefano Sbarbaro, era intitolata La realtà del sogno e venne inaugurata il 28 ottobre, proprio il giorno in cui Carlo Guarienti compiva 99 anni.

Da questa felice circostanza il trevigiano Guarienti, lucidissimo e ironico anche se costretto sulla sedia a rotelle, partì per fare una scommessa (lui che non ha mai scommesso su niente) e per dare una spiegazione (lui che ha sempre sostenuto che un’opera d’arte non si debba spiegare, «ma va osservata, ammirata, vissuta»).

La scommessa era se lui e Henry Kissinger, entrambi nati nel 1923, avrebbero festeggiato i 100 anni. «Ci arriveremo tutti e due — rispose Guarienti sorridendo —. Ma la vera scommessa è su dove andremo. Credo che uno dei due lo aspettino all’Inferno».

La spiegazione invece riguardava la scelta di quel titolo per la sua mostra, La realtà del sogno, concordato con Sgarbi quasi senza nemmeno parlare, con un battito di ciglia, perché entrambi sapevano che l’altro stava pensando la stessa cosa: la realtà come la intende William Shakespeare, e cioè quella realtà «della cui sostanza sono fatti i sogni».

Carlo Guarienti, «San Gerolamo», 1946, Fondazione Cavallini SgarbiE infatti, dalla sua prima grande opera, un San Gerolamo così tanto reale da essere estremamente surreale — e per Sgarbi «degno di un artista rinascimentale» — a quelle della maturità, per Guarienti è stata tutta un’unica lunga marcia verso l’astrazione, la metafisica, l’essenza della forma. Ma sempre con l’àncora ben agganciata alla lezione dei grandi maestri del Quattrocento italiano, affinché risultasse chiaro che il fine dell’arte non dev’essere quello di dare l’illusione della realtà, ma quello di comprendere che la realtà è una illusione.

Per questa ragione Sgarbi ha sostenuto con entusiasmo Guarienti fino all’ultimo suo giorno e lo considera un grande artista. «Nelle sue opere — dice il critico d’arte — troviamo quello che la pittura metafisica aveva voluto rappresentare, fin dai propri inizi, con la ricerca di de Chirico: una dimensione essenziale, totalmente purificata, di puro pensiero, che viene a distillare e quindi a distanziare l’emotività. Pittura puramente mentale». Ecco quindi «spiegato» Guarienti. Un’arte, una pittura, che sia rappresentazione della realtà fine a sé stessa non porta da nessuna parte, non significa nulla. Al contrario, è soltanto «la realtà del sogno» ciò che conta. Per la semplice ragione che tutto finisce, tutto svanisce, compresi l’uomo e le sue gesta, ma l’arte no, l’arte resta. E dalla transeunte, illusoria realtà ci trasporta nella concretezza eterna del sogno.

Era l'ultimo dei pittori metafisici. Morto il grande artista che seguì la lezione dell'amico Giorgio De Chirico. E non solo. Vittorio Sgarbi il 6 Dicembre 2023 su Il Giornale.

Non so con quale emozione l'avrebbe vista, la mostra che io volevo per lui, a Roma, per il compimento del suo centesimo anno. Lui ci è arrivato, a 100 anni, il 28 ottobre scorso. Noi siamo in ritardo. Lo ricorderemo alla Galleria d'arte moderna di Roma il prossimo anno, il primo della sua nuova vita in quell'aldilà che ha immaginato in ogni suo dipinto.

Carlo Guarienti è stato l'ultimo pittore metafisico, così lontano e discreto che nessuno dei suoi familiari, vivi nel suo mondo, ha dato la notizia della sua partenza. Così come ha vissuto, è tutto nelle sue opere. È il pittore con cui ho avuto più stretti rapporti, per più di quarant'anni.

Credo che tutto sia iniziato al tempo della mia monografica su Domenico Gnoli, il più giovane e il più fortunato degli artisti che si erano mossi nello stesso spazio, senza accomodarsi a mode e tendenze, in territori impercorsi, rari e visionari: Gustavo Foppiani, Gaetano Pompa, Enrico d'Assia, Stanislao Lepri e, prima di loro, Balthus, Leonor Fini e Fabrizio Clerici. Contigui, in un altro spazio, stavano Gianfranco Ferroni e Piero Guccione. Di ognuno di loro ho scritto come di solitari in una notte buia e terribile, popolata di fantasmi. A parlarmi di Guarienti erano stati Giorgio Soavi e Ezio Gribaudo. Tutto era partito con la mostra di Balthus alla Biennale di Venezia, fortemente voluta da Luigi Carluccio contro tutti, davanti a una critica asservita e incapace di capire.

Fu più facile di lì arrivare a Gnoli e a Guarienti cui dedicai la mia seconda e la sua prima monografia nella collana dei grandi pittori moderni dei Fratelli Fabbri, diretta da Gribaudo. Si apriva una nuova strada, e Carlo sapeva ben riconoscere la grandezza di Balthus, con il quale condivideva la ammirazione per la grande pittura italiana da Piero della Francesca a de Chirico.

Nel 1981 avrei presentato a palazzo Grassi un giovane sconosciuto e visionario, a lui affine: Luigi Serafini con il suo Codex. Un altro segnale c'era stato nel 1982 con la mostra di Clerici a Ferrara, curata da Federico Zeri, a Palazzo dei Diamanti. Anche per Clerici era stato necessario un papa straniero: Leonardo Sciascia. Del 1983 è il mio libro su Gnoli. Del 1985 la riscoperta del grande ferrarese Antonio da Crevalcore e, parallelamente, il libro su Carlo Guarienti.

Intorno a questi principi sono nati pensieri, incontri e una lunga amicizia; e non potrò dimenticare, insieme alle passioni e alle insofferenze, i momenti di riflessione sull'arte e sulla vita. La proiezione internazionale della sua opera attraverso un mercante esigente e difficile, attento all'arte antica, come Jan Krugier, lo rendeva distante e imperturbabile, raccontasse dei restauri di Ilaria del Carretto di Jacopo della Quercia, o della cappella Sistina, degli affreschi di Schifanoia o delle sue partite di tennis ad Ansedonia con Gaetano Pompa, troppo presto perduto, o del dimenticato Franco Gentilini, o di Gnoli, morto a soli 37 anni e tenuto vivo dalla madre disperatamente innamorata, Annie de Garrou, moglie del grande storico dell'arte Umberto Gnoli. E i pensieri su Savinio, su de Chirico, maestri di sogni. E la Domus aurea e lo studiolo di Augusto, e la mirabile invenzione del Triangolo Barberini a Palestrina.

Carlo era curioso di tutto, ed era serio e felice nel chiamarmi per un articolo, rigorosamente del Corriere della Sera, sulla questione palestinese, o su un restauro sbagliato, o su uno scrittore amato. Poteva essere Montaigne o Pascal, Cesare Garboli o Pietro Citati. Di lui avevano scritto Giuseppe Ungaretti, Raffaele Carrieri, Giorgio Soavi, André Paul Édouard Pieyre de Mandiargues, Alain Tapié .

Pochissimi artisti sono stati capaci di inventare mondi nuovi, partendo da una realtà ritrovata, attraverso il sogno, la morte, l'assenza. In alcune sue vedute si avverte, come dietro un vetro, l'intuizione di un altro mondo, di memorie e di fantasmi. Nulla lasciato al caso. Oggi che non c'è più, se non dentro di noi, oggi che non potrò più ascoltare le sue parole ferme e ansiose nelle telefonate, o andarlo a trovare costretto in poltrona, ma mobile negli occhi e nella testa, mi viene di ricordarlo accostandolo a Chopin nella interpretazione poetica di Gottfried Benn, che avrebbe certamente amato e sentito consono a sé e al suo pensiero, alla sua idea dell'arte.

«Conversatore avaro, le opinioni non erano il suo forte, le opinioni non vanno mai al sodo, s'agitava quando Delacroix illustrava teorie, quanto a lui non avrebbe saputo spiegare i suoi Notturni. Debole amante; un'ombra a Nohant dove i figli di George Sand rifiutavano i suoi consigli pedagogici. Tisico in quella forma, con emottisi e cicatrizzazioni, che tira in lungo; morte tranquilla a differenza d'una con spasmi e parossismio per salva di colpi: spinsero il piano (Erard) vicino alla porta e Delphine Potocka gli cantò nell'ora estrema il Lied di una violetta. Andò in Inghilterra con tre pianoforti: Pleyel, Erard, Broadwood, la sera suonò per 20 ghinee, un quarto d'ora, da Rothschild, dai Wellington, a Strafford House e davanti a innumerevoli Ordini della Giarrettiera; incupito di stanchezza e di morte ritornò a casa in Square d'Orléans. Poi brucia i suoi schizzi, i suoi manoscritti, che non ci fossero resti, frammenti, annotazioni, questi indizi rivelatori - alla fine disse: Le mie opere sono complete nella misura di ciò che mi era dato di raggiungere. Ogni dito doveva suonare secondo la sua conformazione, il più debole è il quarto (solo un fratello siamese del medio). Quando attaccava, posavano sul mi, fa diesis, sol diesis, si, do. Chi di lui mai sentì certi preludi, sia in ville che in alte valli sui monti oppure da porte spalancate su terrazze per esempio in un sanatorio, difficilmente potrà dimenticarlo. Mai composto un'opera, mai sinfonia, solo queste tragiche progressioni per convinzione d'artista virtuoso e con una piccola mano».

Estratto da ondarock.it giovedì 30 novembre 2023.

E' morto il cantautore irlandese Shane MacGowan, già leader dei Pogues, all’età di 65 anni. A stroncarlo è stata una rara encefalite cerebrale, malattia che comporta il rigonfiamento del cervello e difficoltà di parola o perdita di movimento. 

“Soffro di encefalite", aveva spiegato agli spettatori di un suo concerto, mentre indossava un paio di occhiali da sole. A causa della malattia, infatti, la visione della luce gli provocava intensi dolori che, tuttavia, MacGowan ha “sempre provato a superare […]” […]. 

Amico e collaboratore di Kirsty MacColl, Joe Strummer, Steve Earle, Johnny Depp, Sinéad O’Connor e Nick Cave (che recentemente lo aveva ricordato con affetto in un suo post), l'istrionico musicista e cantante era nato il 25 dicembre 1957. La sua storia, fatta di successi, ma anche di eccessi e autodistruzione, è stata raccontata nel documentario del 2020 "Crock of Gold – A Few Rounds with Shane MacGowan", prodotto da Johnny Depp e diretto dal regista Julien Temple […].

I Pogues sono nati all'inizio degli anni 80 (come Pogue Ma Hone che in lingua gaelica suona più o meno come "baciami il culo" e che sarà accorciato quando i nostri firmeranno con la Stiff) proprio su iniziativa di MacGowan, personaggio scorbutico, ribelle, che dopo diverse esperienze in band punk, aveva deciso di mettere su un gruppo in grado di suonare quantomeno nei pub, di fronte a un tipo di pubblico sempre poco attento alla forma quanto alla sostanza […] 

Dopo un periodo di rodaggio nei pub di Londra e in veste di busker per le strade del Regno Unito tutto […],  i Pogues […], confortati dalla risposta del pubblico alla propria ricetta che mostra country, rockabilly, ska e reggae filtrati nell'ottica della ripresa folk, hanno deciso di ritentare la strada del professionismo musicale, reclutando all'uopo la bassista Cait O' Riordan.

"Rum, Sodomy And The Lash", il loro secondo disco, è quello della maturità artistica. Dopo aver dimostrato con il primo "Red Roses For Me" (1984) di essere in grado di manipolare la materia folk ben al di là della rivitalizzazione dei classici infondendogli con l'attitudine punk che li guida nuova linfa vitale, […] i Pogues trovano con il proprio suono, abile mix di strumentazione acustica e ritmi forsennati e alcolici (pilotato da un Elvis Costello in stato di grazia in cabina di produzione e grazie anche all'inserimento nella line up del veterano Philip Chevron), e con la penna di MacGowan la ricetta per la definitiva consacrazione tra i grandi della folk music (sfido chiunque a saper distinguere tra "The Sick Bed Of Cuchulainn" e "I'm A Man You Don't Meet Everyday" quale sia il traditional e quale sia stata scritta per l'occasione), dando voce a quella massa di "beautiful losers" che prima di lui solo il Tom Waits che cercava il cuore del sabato notte e lo Springsteen che si agitava nell'oscurità ai margini della città erano riusciti a rendere protagonisti in un ambito più propriamente pop-rock.

Addio a Elliott Erwitt, il maestro della fotografia è morto nella sua casa di Manhattan. Storia di Federico Garau su Il Giornale giovedì 30 novembre 2023.

È scomparso all'età di 95 anni il grande maestro della fotografia Elliott Erwitt. Conosciuto in tutto il mondo, l'artista è deceduto mercoledì 29 novembre all'interno della propria abitazione di di Manhattan (New York).

La vita

Nato a Parigi il 26 luglio 1928 da genitori ebrei di origine russa, Elio Romano Erwitz visse per diverso tempo anche in Italia, per la precisione fino al 1938, quando emigrò con la famiglia negli Stati Uniti per sfuggire alle leggi razziali fasciste.

In America si appassionò sempre di più alla fotografia, studiando la disciplina al Los Angeles City College dal 1942 al 1944. Successivamente studiò anche cinema alla New School for Social Research dal 1948 al 1950. La fotografia documentaristica, in bianco e nero, spesso incentrata su soggetti stravaganti e ironici, resterà sempre la sua più grande passione, e il suo simbolo riconoscitivo. Erwitt prese come spunto il maestro degli "attimi decisivi" Henri Cartier-Bresson.

Dal 1953 divenne un membro effettivo della Magnum Photos. Famosi i ritratti da lui realizzati che vedono come protagonisti personaggi iconici come Marylin Monroe, Che Guevara e Richard Nixon. Fu assistente di Roy Stryker prima di lavorare come fotografo indipendente per le riviste Collier's, Look, Life e Holiday. Fu grazie alla collaborazione con Magnum Photos, tuttavia, che ottenne maggiore visibilità. Erwitz cercava momenti di vita normale, reinterpretati attraverso il suo occhio di fotografo.

Un maestro della fotografia

Elliott Erwitt è noto in tutto il mondo, tanto che molte delle sue opere vengono conservate in musei come l'Art Institute of Chicago, l'Nga a Washington Dc e il Cleveland Museum of Art. Celebri anche i suoi libri-reportage, come Photographs and anti-photographs, pubblicato nel 1972, Son of a Bitch (1974), Personal exposures (1988), To the dogs (1992) e Between the sexes (1994), e tanti altri.

"Puoi scattare una foto della situazione più meravigliosa ed è senza vita, non emerge nulla", affermava, parlando di fotografia. "Poi puoi scattare una foto del nulla, di qualcuno che si gratta il naso, e risulta essere una foto fantastica".

La morte

La notizia della scomparsa del celebre fotografo è stata riportata dal New York Times. Secondo quanto riferito dal quotidiano statunitense, l'autore è morto nel sonno all'interno della sua abitazione di Manhattan.

"I fotografi con una visione comica della vita raramente ottengono il plauso concesso agli esaltatori della natura o ai cronisti della guerra e dello squallore. Elliott Erwitt è stato un'eccezione", scrive ol Nyt. "Il suo occhio acuto per le congiunzioni sciocche, a volte eloquenti - un cane sdraiato sulla schiena in un cimitero, un distributore di Coca-Cola incandescente in Alabama durante una parata di missili, una pianta in vaso rognosa in una pacchiana sala da ballo di Miami Beach - gli ha fatto guadagnare incarichi costanti e l'affetto di un pubblico che condivideva il suo dolce, chapliniano senso dell'assurdo".

Marco Belpoliti per doppiozero.com domenica 3 dicembre 2023. 

“Se fossi un cane, mi piacerebbe essere fotografato da Elliott Erwitt”. Così ha scritto Simon Garfield in un suo libro "Il miglior amico del cane" (Ponte alle Grazie). Ha perfettamente ragione. Da quando è nata la fotografia, nessuno ha mai scattato foto più belle e sorprendenti a questo animale, così prossimo a noi umani, come il fotografo russo-americano. 

Nato in Francia nel 1928, e scomparso l’altro giorno, Erwitt è figlio di una coppia di ebrei russi aspiranti artisti che nei primi decenni del Novecento hanno girovagato per il sud dell’Europa vivendo anche in Italia. 

Il nome del grande fotografo è infatti Elio, poi trasformato, una volta raggiunta l’America per sfuggire ai nazisti, in Elliott, e una leggenda narra che i genitori volessero evitare il gioco di parole: “Hello Elio”. Che Erwitt sia stato un fotografo unico lo certifica anche lo scrittore umoristico P. G. Wodehouse, che nel 1974 ha pubblicato con lui un libro intitolato Figlio di cagna dove scrive: “Nella sua galleria non c’è un modello che non tocchi il cuore”. Intendeva ovviamente i cani. Ma perché Elliott si è dedicato così tanto a questo soggetto? Garfield glielo ha chiesto e la risposta è stata: “Perché così tanti umani?”.

Poi gli ha spiegato che i musi dei cani non invecchiano alla maniera dei volti umani, non si riempiono di rughe, non sembrano troppo derelitti e non hanno la tentazione della chirurgia plastica, al massimo si ingrigiscono intorno alle mascelle. Garfield spiega che la propensione per il miglior amico dell’uomo è nata in Elliott durante l’adolescenza negli anni Quaranta del secolo scorso, quando adottò un cane ammalato di cimurro che col trascorrere del tempo divenne sempre più arruffato e insieme sempre più intelligente e sensibile, qualcosa che probabilmente negli esseri umani non avviene in modo simile. Invecchiando spesso noi perdiamo lucidità e forse anche sensibilità.

Insomma i cani sono per Erwitt il soggetto migliore che ci sia, cui riserva un’attenzione particolare e loro sembrano ricambiarlo con le loro pose e posture, tanto da apparire molto umani, per quanto ci sia in ogni sua foto con questo soggetto (soggetto e non oggetto) sempre qualcosa d’ironico, qualcosa che rivela aspetti di noi umani passando per il mondo canino. 

Insomma, il suo è uno sguardo rovesciato, a volte persino due volte rovesciato. Si osservi questa splendida foto con questo formidabile taglio: inquadra due paia di gambe e un piccolo cane. Le gambe sono alte ed eleganti: l’eleganza delle zampe dell’alano (credo sia un alano) è paragonata a quella degli stivali della sua proprietaria: una naturale e l’altra artificiale.

Loro due sono alti e possenti: è la razza padrona. Il piccolo cane guarda invece verso l’obiettivo: inquadrato interamente indossa un cappello; s’intravede anche la mantellina che lo ricopre. Lui è probabilmente – se così si può dire – il più umano dei tre, ammesso e non concesso che la sua umanità emerga da questa sua condizione d’inferiorità fisica rispetto ai due padroni. 

Quel cappellino come la mantellina indicano non tanto una cura, piuttosto l’umanizzazione del cane, che appare più umano non in virtù del travestimento, ma per via del confronto con i suoi due padroni. Insomma una serie di significati e rinvii che emergono da questo “semplice” scatto: dicono tanto con poco. Quel poco poi è il grande talento di Elliott Erwitt.

Possiede quello che si chiama il “colpo d’occhio”, cioè la velocità di cogliere l’immagine quando essa appare: appare e poi scompare. Erwitt ha intitolato uno dei suoi libri (molti dei quali bellissimi pubblicati in Italia da Contrasto) Snap. Si tratta di una parola che in inglese significa colpo secco, morso, rottura improvvisa, e anche scatto fotografico. 

Elliott non è solo però il fotografo della velocità, dell’immagine colta al volo, ma anche della vivacità, dell’energia e soprattutto dell’allegria. E se vogliamo è anche il fotografo della “bazzecola”, parola che usiamo nella nostra lingua per indicare una cosa di poco conto, un’inezia, una minuzia, un nonnulla. La qualità principale della fotografia di Erwitt è quella di cogliere proprio le cose di poco conto e dare loro un significato specifico, quasi sempre legato a qualcosa di umoristico.

Ci fa sorridere, e a volte persino ridere, che è il solo modo per farci pensare in modo leggero alle cose pesanti. Sono istantanee e somigliano a quelle immagini che i nostri occhi vedono ogni giorno per caso e che non riusciamo mai a fissare in qualcosa di durevole, e tuttavia ci colgono di sorpresa e ci colpiscono. Oggi con gli smartphone noi tutti siamo diventati più rapidi nell’afferrare al volo le minuzie, per quanto mai veloci come lui.

Elliott Erwitt ha una prerogativa che ne fa un grande fotografo rispetto ai milioni di dilettanti cui capita di scattare almeno un paio di foto splendide nel corso della vita: sembra possedere il potere sciamanico di capire che sta per succedere qualcosa di significativo, qualcosa giusto da fotografare. Guardando le sue foto sembra che lui stesso abbia preparato lo scatto ricorrendo a qualche piccolo accorgimento, minimo eppure decisivo, tanto da non essere colto di sorpresa quando “qualcosa” accade. Non c’è niente di meccanico in questo. Si tratta solo di una magia, quella che lo ha reso un grande fotografo.

Accade così perché non è mai distratto? Probabile. Ma c’è anche un’altra cosa decisiva, che ha detto lui stesso in un’intervista: “io sono passivo nella mia attività”. Passivo? Sì, sa accogliere quello che accade. Viene il sospetto che in questo aspetto, come nel suo umorismo, ci sia qualcosa del Witz ebraico, parola che in yiddish indica la barzelletta, che per funzionare deve essere veloce come un lampo e durevole come un pensiero, un pensiero che non si finisce di pensare anche dopo che è stata raccontata. 

Infine c’è un ultimo aspetto, anche questo probabilmente russo ed ebraico: Elliott Erwitt è un narratore, narratore di storie brevi, di novelle, che poi sono le cose nuove che il suo occhio coglie e ci comunica in modo veloce e aereo.  

Marco Giusti per Dagospia il 27 Novembre 2023 

Se ne va anche Aldo Lado, 89 anni, celebrato regista di thriller e gialli all’italiana, come “La corte notte delle bambole di vetro”, “Chi l’ha vista morire?”, ma anche di commedie erotiche post-Malizia, come “La cugina” con Dayle Haddon, Massimo Ranieri, Stefania Casini e Christian De Sica, dello stravagante “Sepolta viva” o dell’efferato e violentissimo “L’ultimo treno della notte” o “Night Train Murders” con Flavio Bucci, Macha Meril, Enrico Maria Salerno, Gianfranco De Grassi, Irene Miracle, che è forse il suo titolo più noto all’estero, dove una coppia di teppisti e una ragazza svitata seminano il panico su un treno dalla Germania per l’Italia.

Ma Lado ha legato il suo nome anche al buffo fantascientifico “L’umanoide”, firmato “George B. Lewis” con Richard Kiel, il gigante coi dentoni da squalo di 007, Corinne Clery, Barbara Bach, Arthur Kennedy. Seppe risolvere qualsiasi film di qualsiasi genere con una sorta di eleganza cinematografica grazie all’attenzione per le immagini e al bel rapporto che aveva con direttori della fotografia del calibro di Gabor Pogany o Franco De Giacomo. Venendo dalla sceneggiatura, ha anche sempre controllato i suoi film fin dall’inizio.

Nato nel 1934 a Fiume, quando era italiana, ora è croata, cresce a Venezia e inizia a occuparsi di cinema nella seconda metà degli anni ’60. Fa un po’ di tutto. Nella seconda metà degli anni ’60 inizia a muovertsi nel cinema. Scrive lo strano western di Alfonso Brescia “Carogne si nasce” con Gordon Mitchell. E’ aiuto regista dell’attivissimo Maurizio Lucidi, un ex-montatore, per una serie di spaghetti western come “Pecos è qui, prega o muori”, “La più grande rapina del west”, i war movies “Probabilità zero” e “La battaglia del Sinai”, ma soprattutto per il sofisticato thriller veneziano “La vittima designata”, dove il suo apporto deve essere stato particolarmente importante, visto che è anche cosceneggiatore assieme a Augusto Caminito.

E’ assistente su molti altri film, “Una colt in pugno al diavolo” di Bergonzelli, ma il regista con cui stabilisce davvero un bel rapporto è Bernardo Bertolucci, che incontra come assistente su “Il conformista”, prodotto da Giovanni Bertolucci, cugino di Bernardo. Diventa amico anche di Salvatore Samperi e scrive per lui due film molto originali, delle commedie venete, come “Un’anguilla da 300 milioni” con Lino Toffolo e Senta Berger e “Beati i ricchi” con Lino Toffolo e Paolo Villaggio. Contemporaneamente, siamo nel 1971, fa il suo esordio da regista con “La corte notte delle bambole di vetro” con Jean Sorel, Barbara Bach, Ingrid Thulin, Mario Adorf, che lo pone tra i nomi interessanti tra i nuovi registi di thriller all’italiana.

“Nel 1968 ero stato a Praga come aiuto per i sopralluoghi di un film tedesco”, raccontava Lado, “ed ero rimasto colpito dagli avvenimenti politici del momento. Il film è la metafora di una società messa in catalessi e in cui il potere (come d’altronde in tutte le società capitalistiche) si mantiene con il sangue dei giovani al ritmo di slogan del tipo “Niente deve cambiare”, “Noi siamo la forza del passato”. Il film l’ho pensato e scritto in un periodo pre-argentiano e non credo abbia niente a che vedere con i thriller di Argento, in cui c’era una ricerca del puro effetto. In sé il film era fuori mercato”. La statuina del demone della farfalla è opera di Sebastian Matta, amico del regista.

In un primo tempo il film avrebbe dovuto chiamarsi Malastrana, che è il nome di uno dei quartieri più antichi e misteriosi di Praga. Il film è presto seguito da “Chi l’ha vista morire?” con George Lazenby, lo 007 che non funzionò, Anita Strindberg, Adolfo Celi, scritto assieme a Francesco Barilli, altro giovane autore cresciuto assieme a Bertolucci. E’ qualcosa di diverso “La cosa buffa”, dal romanzo di Giuseppe Berto, scritto assieme a Alessandro Parenzo, giovane veneziano che si legherà a Samperi, prodotto da Giovanni Bertolucci, un film giovanil sentimentale con Gianni Morandi e Ottavia Piccolo, abbastanza audace per il tempo.

Segue “Sepolta viva” con Agostina Belli, Fred Robsham, Maurizio Bonuglia, tratto da un romanzo d’appendice di Marie Eugéne Saffray, prodotto da Marina Cicogna, dove avrebbe dovuto esordire Marina Lante della Rovere, e invece il suo posto venne preso da Dominique Darel. Mi sembrò più riuscito il successivo “La cugina”, tratto da un romanzo di Ercole Patti, molto vicino agli umori di Malizia e al mondo doi Samperi con Dayle Haddon, Massimo Ranieri, Christian De Sica, Stefania Casini e Laura Betti. Aldo Lado ricordava che Papi e Colombo, i produttori, non volevano Dayle Haddon.

“Avrebbero voluto un’altra attrice, una che aveva fatto un film con Mastroianni.  Allora le feci un provino e li costrinsi a prenderla. Era perfetta. Invece Christian me lo presentò il padre, Vittorio De Sica, che avevo conosciuto a Parigi, mentre girava Un mondo nuovo. Allora aveva i capelli lunghi, glieli feci tagliare e gli feci la riga da una parte, che poi portò per molti anni. Con Massimo Ranieri abbiamo lavorato molto assieme. La sceneggiatura di Franciosa e Montagnana non funzionava, anche perché riprendeva troppo da vicino il romanzo di Ercole Patti. La riscrissi in gran parte e spostai la scopata finale tra i cugini alla fine. Ma non tolsi i nomi dei due sceneggiatori. Franciosa era un nome importante.” 

Fece molto colpo, ma non alla sua uscita, che in Italia fu piuttosto lacunosa, “L’ultimo treno della notte”, che è ritento il suo capolavoro. “L’ultima volta” con Massimo Ranieri e Joe Dallesandro, Eleonora Giorgi, Marisa Mell, è un poliziesco giovanile, tratto da un soggetto di Stefano Calanchi e Luigi Collo, con Ranieri travolto nel crimine dall’amico Dallesandro. Nelle interviste dell’epoca, Lado spera, dopo questo film di girare qualcosa di più profondo, come “L’obelisco nero”, tratto dal romanzo di Erich Maria Remarque, del quale ha appena comprato i diritti. Alla fin degli anni ’70 è molto attivo in tv , “Il prigioniero”, ma soprattutto la miniserie “Delitto in via Teulada”, che fece scalpore perché girata tutta negli studi della Rai.

Ebbe invece una lavorazione sofferta “L’umanoide” con Richard Kiel, Corinne Clery, Barbara Bach, dove divise la regia con i più esperti Antonio Margheriti e Enzo G. Castellari. Negli anni ’80 scrive per Enzo G. Castellari “Il giorno del cobra” e dirige l’erotico letterario “La disubbidienza”, tratto da Moravia, sceneggiato da Barbara Alberti e Amedeo Pagani, prodotto da Valerio De Paolis, con Stefania Sandrelli, Teresa Ann Savoy, Jacques Perrin, Marc Porel. Ricordo piuttosto riuscito l’erotico-esotico “Scirocco” con la bellissima Fiona Gelin e Enzo De Caro. 

Troviamo anche una versione della celebre storia cannibale del giapponese Yuro Kara, “Rito d’amore” con Beatrice Ring e Larry Huckman, girata nel 1989. E’ attivo anche in tv, ricordiamo la serie “Le stelle nel parco” con Stefania Sandrelli e Ray Lovelock, Francesca Neri, Kim Rossi Stuart, ma la sua passione sono i thriller, “Alibi perfetto” con Michael Woods, Kay Rush, Annie Girardot, “Venerdì nero” con Silvia Cohen. Non ha mai smesso davvero col cinema, come non ha mai smesso di scrivere. Si era ritirato da anni sul Lago di Como, a Angera.

Morta Anna Kanakis, l’ex Miss Italia aveva 61 anni. Candida Morvillo su Il Corriere della Sera martedì 21 novembre 2023.

L’attrice è morta ieri a Roma dopo una malattia durata 7 mesi, a darne conferma è stato il marito. Eletta Miss nel 1977, aveva iniziato la sua esperienza al cinema negli anni 80, esordendo alla scrittura nel 2010

Anna Kanakis è mancata domenica sera a soli 61 anni, cogliendo alla sprovvista il mondo del cinema, dove aveva mosso i primi passi da ragazza, il mondo dei libri, dove aveva esordito più di recente pubblicando poi tre romanzi di successo, il mondo della politica, dove era stata responsabile Cultura e Spettacolo dell’Udr di Francesco Cossiga, e il mondo della tv, dove era stata incoronata Miss Italia a 15 anni.

Da sette mesi, lottava con una malattia che non aveva voluto rendere pubblica. È morta all’Umberto I di Roma, fra le braccia di Marco Merati Foscarini, il marito amatissimo col quale fra pochi mesi avrebbe festeggiato vent’anni di matrimonio.

L’intervista di Candida Morvillo ad Anna Kanakis: «Mio padre un estraneo. Alberto Sordi fu memorabile, ci davano per fidanzati»

Era stato un giovane Giuseppe Tornatore, siciliano come lei, a trascinarla al suo primo provino, cercando di convincerla che aveva «le pagliuzze negli occhi, quei guizzi che deve avere l’attore per manifestare emozioni». Il provino era per ’O re di Luigi Magni, che in quegli occhi trovò la brigantessa di quel film che vinse un Nastro d’Argento e due David di Donatello.

Ai libri era arrivata leggendo una biografia di George Sand e appassionandosi alla figura di Alexandre Manceau, il suo ultimo amante. Sei così mia quando dormi - L’ultimo scandaloso amore di George Sand venne pubblicato nel 2010 da Cesare De Michelis per Marsilio. Mentre l’ultimo, Non giudicarmi, è uscito per Baldini + Castoldi nel 2022 e narrava l’ultimo giorno di vita del barone Jacques d’Adelswärd-Fersen e la fatica esistenziale di un omosessuale negli anni ’20. Da quella storia, era nato l’impegno contro l’omofobia portato avanti da Anna fino alla fine.

Raccontava, però, che l’addio alla recitazione l’aveva liberata dalla schiavitù dell’apparire, che amava svegliarsi la mattina presto e mettersi subito alla scrivania, in vestaglia, fino alle quattro del pomeriggio, quando il marito la convinceva a pranzare. Marco Merati Foscarini, banchiere, discendente di un doge di Venezia, era il primo a leggere ogni suo capitolo. Si erano conosciuti e sposati in quattro mesi, restando sempre legatissimi.

«Mi ha fatto riacquistare la stima nel genere maschile», raccontava lei, «mi ha avvicinata parlando non di quello che possedeva, ma di quello che sentiva». Nel dirlo, il pensiero correva al papà greco, visto forse cinque volte. Anna era cresciuta a Messina con la mamma e la nonna. A Miss Italia («roba vecchia come le guerre puniche» la definiva) era arrivata per caso, selezionata mentre era in vacanza a Vulcano. Si era ritrovata all’improvviso, ricordava, con la fascia e il pregiudizio «che non puoi essere brava e devi dimostrare più delle altre, come se la bellezza si possa coniugare solo con la stupidità».

Per dimostrare di non essere solo bella, ce l’ha messa tutta, ma non le veniva difficile. I suoi commenti, anche nei talk di attualità, il suo occhio sul mondo erano affilati e acuti. I funerali saranno giovedì a Roma, alle 15, nella chiesa di San Salvatore in Lauro. Con lei se ne va una donna che non ha mai smesso di superare se stessa. Nell’ultima intervista su questo giornale, le era stato chiesto se aveva ancora sogni. E lei: «Sì, ma non per me. Vorrei una società più luminosa».

Morte Anna Kanakis, una leucemia fulminante: l'addio in sette mesi. Libero Quotidiano il 23 novembre 2023

È stata una leucemia fulminate a uccidere Anna Kanakis. All'attrice, scomparsa domenica sera all'età di 61 anni, era stato diagnosticato un tumore del sangue sette mesi fa. Si stava curando all'ospedale Umberto I di Roma, dove era ricoverata da tempo, ma non sono state sufficienti le cure per salvarle la vita. Il tumore non le ha neppure dato il tempo di combattere la sua battaglia per la vita talmente è stato rapida e aggressiva: ad ucciderla è stata una forma acuta della leucemia mieloide, malattia del sangue causata da una mutazione genetica. 

La conferma arriva dal necrologio pubblicato dal marito Marco Merati Foscarini e dalla madre dell'attrice, Cettina, nel quale oltre a ricordare l'amata scomparsa hanno voluto ringraziare profondamente il professor Maurizio Martelli e il professor Claudio Cartoni, due rinomati ematologi romani, per le cure e le premure riservate all'attrice negli ultimi mesi. "L'hanno assistita con tanto amore e grande umanità", hanno scritto, ringraziando anche "le infermiere Vasilica, Irina e Luciana che l'hanno amata e protetta in questo periodo. Dallo scorso marzo l'attrice aveva smesso di condividere la sua vita sui social network e oggi quell'assenza assordante sembra trovare una triste spiegazione.

Anna Kanakis, addio all'attrice ed ex Miss Italia: aveva 61 anni. Il Tempo il 21 novembre 2023

È morta ieri a Roma l’attrice e scrittrice Anna Kanakis. A confermarlo all’Adnkronos, il marito Marco Merati Foscarini. L’attrice aveva 61 anni. I funerali si terranno a Roma il 23 novembre alle 15 nella chiesa di San Salvatore in Lauro. Era stata Miss Italia 1977, poi modella, quindi attrice in quasi trenta tra film e fiction, quindi politica e infine scrittrice. Al cinema era stata richiestissima nelle commedie anni ’80, diretta più volte da Castellano e Pipolo e da Sergio Martino in film come ’Attila flagello di Diò (1982), ’Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio' (1983), ’Acapulco, prima spiaggia... a sinistra' (1983). Poi anche la tv l’aveva voluta spesso con ruoli da coprotagonista come in ’Vento di ponente' (2002) e in ’La Terza Verità’ (2007). Ma negli ultimi anni, la sua occupazione principale era diventata la scrittura.

Figlia di padre greco, nativo di Creta, ingegnere, e di madre originaria di Tortorici (nella parte messinese dei Nebrodi) avvocato, a soli 15 anni nel settembre 1977 fu eletta Miss Italia a Sant’Eufemia d’Aspromonte: fu la prima Miss Italia così giovane a essere eletta, dopo una modifica del regolamento. Nel 1981 partecipò a Miss Universo. Debuttò nel cinema, con piccoli ruoli nella commedia brillante. Poi, con Luigi Magni, ebbe il primo piccolo ruolo drammatico nei panni di una brigantessa. Seguiranno oltre 30 tra film e fiction per la tv, in Italia e all’estero. Anna Kanakis ebbe anche una breve carriera politica: diventò responsabile nazionale Cultura e Spettacolo dell’Unione Democratica per la Repubblica (UDR), il partito fondato da Francesco Cossiga. 

Nel 2010, con il romanzo ’Sei così mia quando dormi. L’ultimo scandaloso amore di George Sand’ (Marsilio Editori), fece il suo esordio come scrittrice. Nel 2011 pubblicò il secondo romanzo ’L’amante di Goebbels’ (Marsilio Editori), dove narrava la storia vera di Lída Baarová, attrice cecoslovacca che fu amante di Joseph Goebbels nel 1938. Infine, nel 2022, aveva pubblicato con Baldini&Castoldi ’Non giudicarmi', romanzo storico in cui il protagonista, il barone Jacques d’Adelsward Fersen, personaggio realmente esistito, che lotta contro i suoi demoni: la mancanza di talento per diventare lo scrittore che avrebbe voluto essere e l’omosessualità, che gli ha provocato un isolamento dalla famiglia, il carcere e una profonda malinconia. Anna Kanakis ha avuto due matrimoni. Nel 1981 sposò il musicista Claudio Simonetti, da cui divorziò pochi anni dopo. Nel 2004 sposò il veneziano Marco Merati Foscarini, discendente di Marco Foscarini, uno degli ultimi dogi di Venezia.

Si è spenta l’attrice e scrittrice Anna Kanakis ex Miss Italia. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 21 Novembre 2023

La triste notizia è stata confermata dal marito Marco Merati Foscarini all’Adnkronos . I funerali si terranno a Roma il 23 novembre alle 15 nella chiesa di San Salvatore in Lauro.

Anna Kanakis è morta ieri a Roma dopo una incurabile malattia durata 7 mesi. Aveva 61 anni. Una donna bella quanto di carattere, era stata Miss Italia 1977, poi modella, quindi attrice in quasi trenta tra film e fiction, quindi politica e infine scrittrice. La triste notizia è stata confermata dal marito Marco Merati Foscarini all’Adnkronos . I funerali si terranno a Roma il 23 novembre alle 15 nella chiesa di San Salvatore in Lauro.

Figlia di padre greco, ingegnere nativo di Creta, e della madre avvocato originaria di Tortorici (nella parte messinese dei Nebrodi), eletta Miss Italia nel settembre 1977 a Sant’Eufemia d’Aspromonte a soli 15 anni, fu la prima vincitrice del concorso ad essere eletta così giovane, dopo una necessaria modifica del regolamento.

La Kanakis debuttò nel cinema, con piccoli ruoli nella commedia brillante. Poi, con Luigi Magni, ebbe il primo piccolo ruolo drammatico nei panni di una brigantessa nella pellicola “o Re”, con Giancarlo Giannini e Ornella Muti. A cui fecero seguito oltre 30 interpretazioni importanti tra film e fiction per la tv, in Italia e all’estero. Al cinema era stata richiestissima nelle commedie anni ’80, venendo diretta più volte da registi come Castellano e Pipolo e da Sergio Martino in film come “Attila flagello di Dio” (1982), “Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio” (1983), “Acapulco, prima spiaggia… a sinistra” (1983). Poi anche la tv l’aveva voluta spesso con ruoli da coprotagonista come in “Vento di ponente” (2002) e in “La Terza Verità” (2007). Ma negli ultimi anni, la sua occupazione e passione principale era diventata la scrittura.

Anna Kanakis ha issuto anche una breve carriera politica: diventò responsabile nazionale Cultura e Spettacolo dell’ UDR-Unione Democratica per la Repubblica, il partito fondato da Francesco Cossiga. Nel 2010, fece il suo esordio come scrittrice con il romanzo “Sei così mia quando dormi. L’ultimo scandaloso amore di George Sand” (Marsilio Editori) . L’ anno successivo, nel 2011, pubblicò il suo secondo romanzo “L’amante di Goebbels” (Marsilio Editori), dove narrava la storia vera di Lída Baarová, attrice cecoslovacca che fu amante di Joseph Goebbels nel 1938. Nel 2022 infine aveva pubblicato con Baldini&Castoldi “Non giudicarmi“, romanzo storico in cui il protagonista, il barone Jacques d’Adelsward Fersen, personaggio realmente esistito, che lotta contro i suoi demoni: la mancanza di talento per diventare lo scrittore che avrebbe voluto essere e l’omosessualità, che gli ha provocato un isolamento dalla famiglia, il carcere e una profonda malinconia. Anna Kanakis ha avuto due matrimoni. Nel 1981 sposò il musicista Claudio Simonetti, dal quale divorziò dopo pochi anni. Nel 2004 sposò il veneziano Marco Merati Foscarini, banchiere e discendente di Marco Foscarini, uno degli ultimi dogi di Venezia.

Il ricordo del nostro Direttore

Ho conosciuto e frequentato Anna Kanakis, nel periodo in cui vivevo e lavoravo a Milano, prima che incontrasse il suo secondo ed ultimo marito. Mi era stata presentata da un importante uomo della finanza e della politica con cui si era lasciata. Abbiamo vissuto un amicizia vera e tenuto gelosamente lontano dai riflettori, dai paparazzi, dalle cronache rosa. Anna è stata per me una donna speciale, indimenticabile, a cui ho voluto sempre bene e che porterò sempre nei più bei ricordi del mio cuore. Ciao Anna fai buon viaggio. Un giorno ci rivedremo lassù. Redazione CdG 1947

Morta l’attrice ed ex modella Anna Kanakis. Aveva 61 anni. A cura della redazione Spettacoli su La Repubblica il 21 Novembre 2023

Eletta Miss Italia nel 1977, intraprese la carriera al cinema e in tv. Per un breve periodo, ebbe anche un ruolo nella nostra politica

È morta ieri Anna Kanakis. L'attrice ed ex modella aveva 61 anni. Nel 1977, giovanissima, venne eletta Miss Italia. Poi, la carriera da attrice, impegnata in quasi trenta tra film e fiction, quindi l’impegno politico e, infine, la scrittura. L’annuncio della sua scomparsa è stato diffuso dal marito Marco Merati Foscarini. I funerali si terranno a Roma il 23 novembre alle 15 nella chiesa di San Salvatore in Lauro.

Figlia di padre greco, nativo di Creta, ingegnere, e di madre originaria di Tortorici (nella parte messinese dei Nebrodi) avvocato, a soli 15 anni nel settembre 1977 fu eletta Miss Italia a Sant'Eufemia d'Aspromonte: fu la prima ragazza così giovane a essere eletta, dopo una modifica del regolamento. Nel 1981 partecipò a Miss Universo e, in seguito, divenne modella.

Debuttò nel cinema, con piccoli ruoli nella commedia brillante. Poi, con Luigi Magni, ebbe il primo piccolo ruolo drammatico nei panni di una brigantessa nella pellicola "o Rè, con Giancarlo Giannini e Ornella Muti. Seguiranno oltre 30 tra film e fiction per la tv, in Italia e all'estero.

Al cinema era stata richiestissima nelle commedie anni Ottanta, diretta più volte da Castellano e Pipolo e da Sergio Martino in film come Attila flagello di Dio (1982), Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio (1983), Acapulco, prima spiaggia... a sinistra (1983).

Poi anche la tv l'aveva voluta spesso con ruoli da coprotagonista come in Vento di ponente (2002) e in La terza verità (2007) ma negli ultimi anni, la sua occupazione principale era diventata la scrittura.

Anna Kanakis ebbe anche una breve carriera politica: diventò responsabile nazionale Cultura e Spettacolo dell'Unione Democratica per la Repubblica (UDR), il partito fondato da Francesco Cossiga.

Nel 2010, con il romanzo Sei così mia quando dormi. L'ultimo scandaloso amore di George Sand (Marsilio Editori), fece il suo esordio come scrittrice. Nel 2011 pubblicò il secondo romanzo L'amante di Goebbels (Marsilio Editori), dove narrava la storia vera di Lída Baarová, attrice cecoslovacca che fu amante di Joseph Goebbels nel 1938. Infine, nel 2022, aveva pubblicato con Baldini & Castoldi Non giudicarmi, romanzo storico in cui il protagonista, il barone Jacques d'Adelsward Fersen, personaggio realmente esistito, che lotta contro i suoi demoni: la mancanza di talento per diventare lo scrittore che avrebbe voluto essere e l'omosessualità, che gli ha provocato un isolamento dalla famiglia, il carcere e una profonda malinconia.

Kanakis ha avuto due matrimoni. Nel 1981 sposò il musicista Claudio Simonetti, da cui divorziò pochi anni dopo. Nel 2004 sposò il veneziano Marco Merati Foscarini, discendente di Marco Foscarini, uno degli ultimi dogi di Venezia.

Morta l'attrice Anna Kanakis: l'ex Miss Italia aveva 61 anni. Roberta Damiata il 21 Novembre 2023 su Il Giornale.

Se n'è andata all'età di 61 anni Anna Kanakis, l'ex Miss Italia esempio di classe ed eleganza

È una scomparsa che lascia sgomenti quella di Anna Kanakis, Miss Italia 1977, poi modella, attrice con quasi trenta tra film e fiction all'attivo, politica e infine scrittrice, che nell'immaginario collettivo ha rappresentato la classe e l'eleganza di una donna a cui il tempo non aveva intaccato la bellezza. Se n'è andata ieri, ma se n'è avuta notizia solo ora grazie ad un comunicato dell'Adnkronos affidato dal marito Marco Merati Foscarini. L'attrice aveva 61 anni. Non è stato divulgato il motivo del decesso.

La sua vita

Era figlia di un ingegnere greco, nativo di Creta, mentre la madre era un avvocato originario di Tortici (nella zona siciliana dei Nebrodi). La sua bellezza dovuta anche alle due diverse etnie dei genitori, la fece arrivare a soli 15 anni a vincere Miss Italia. Fu la prima ad essere incoronata così giovane e per lei venne addirittura modificato il regolamento. Nell'81 partecipò anche al concorso di Miss Universo classificandosi tra le prime posizioni.

Fu però il cinema a "rapirla", in un periodo in cui le commedie brillanti tenevano banco al botteghino. Solo con Luigi Magni, arrivò il primo ruolo drammatico, nei panni di una brigantessa nella pellicola o Re, con Giancarlo Giannini e Ornella Muti. Da lì in poi furono oltre 30 le pellicole e le fiction tv che la videro protagonista sia in Itala che all'estero.

Sposata due volte, nell'81 si unì in matrimonio con il musicista Claudio Simonetti, da cui divorziò pochi anni dopo. Nel 2004 sposò il veneziano Marco Merati Foscarini, discendente di Marco Foscarini, uno degli ultimi dogi di Venezia.

La carriera cinematografica

Venne diretta più volte da Castellano e Pipolo e da Sergio Martino in film come Attila flagello di Dio (1982), Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio (1983), Acapulco, prima spiaggia... a sinistra (1983). Poi anche la tv l'aveva voluta spesso con ruoli da coprotagonista come in Vento di ponente (2002) e in La Terza Verità (2007). Ma negli ultimi anni, la sua occupazione principale era diventata la scrittura.

Il percorso politico

Tra le tante esperienze che fece nel corso della vita anche quella di una breve carriera politica. diventando responsabile nazionale Cultura e Spettacolo dell'Unione Democratica per la Repubblica (UDR), il partito fondato da Francesco Cossiga. Preferì poi dedicarsi alla sua grande passione per la scrittura e nel 2010 esordì con il romanzo Sei così mia quando dormi. L'ultimo scandaloso amore di George Sand (Marsilio Editori).

L'anno successivo nel 2011 ne uscì un secondo, L'amante di Goebbels (Marsilio Editori), dove narrava la storia vera di Lída Baarová, attrice cecoslovacca che fu amante di Joseph Goebbels nel 1938. Infine, nel 2022, aveva pubblicato con Baldini&Castoldi Non giudicarmi, romanzo storico in cui il protagonista, il barone Jacques d’Adelsward Fersen, personaggio realmente esistito, lotta contro i suoi demoni: la mancanza di talento per diventare lo scrittore che avrebbe voluto essere e l'omosessualità, che gli ha provocato un isolamento dalla famiglia, il carcere e una profonda malinconia.

Le esequie

La famiglia ha comunicato la data del funerale, per tutti coloro che vorranno dare l'ultimo saluto all'amata attrice. Le esequie si terranno a Roma il 23 novembre alle 15 nella chiesa di San Salvatore in Lauro.

Morta Anna Kanakis, attrice e Miss Italia a 15 anni: "Ho dentro un casino", quell'intervista nel 2022. Libero Quotidiano il 21 novembre 2023

Addio ad Anna Kanakis. L'attrice e scrittrice è morta a Roma all'età di 61 anni dopo una malattia di circa sette mesi. La notizia della scomparsa è stata confermata dal marito Marco Merati Foscarini, con cui è stata legata 19 anni. I funerali si terranno giovedì 23 novembre, alle ore 15, nella chiesa di San Salvatore in Lauro a Roma. 

Anna Kanakis era stata Miss Italia 1977 a soli 15 anni, la più giovane nella storia della kermesse. Poi modella, quindi attrice in quasi trenta tra film e fiction, poi ancora impegnata in politica e infine scrittrice. Al cinema Kanakis era stata richiestissima nelle commedie anni '80, diretta più volte da Castellano e Pipolo e da Sergio Martino in film come 'Attila flagello di Dio' (1982), 'Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio' (1983), 'Acapulco, prima spiaggia... a sinistra' (1983). Poi anche la tv l'aveva voluta spesso con ruoli da coprotagonista come in 'Vento di ponente' (2002) e in 'La Terza Verità' (2007). 

Ma negli ultimi anni, la sua occupazione principale era diventata la scrittura. Figlia di padre greco, nativo di Creta, ingegnere, e di madre originaria di Tortorici (nella parte messinese dei Nebrodi) avvocato, a soli 15 anni nel settembre 1977 Anna Maria Kanakis, come detto, fu eletta Miss Italia a Sant'Eufemia d'Aspromonte. Fu la prima Miss Italia così giovane ad essere eletta, dopo una modifica del regolamento. 

Nel 1981 partecipò a Miss Universo. Debuttò nel cinema, con piccoli ruoli nella commedia brillante. Poi, con il regista Luigi Magni, ebbe il primo piccolo ruolo drammatico nei panni di una brigantessa nella pellicola ''o Re', con Giancarlo Giannini e Ornella Muti. Seguiranno oltre 30 tra film e fiction per la tv, in Italia e all'estero. Anna Kanakis ebbe anche una breve carriera politica: diventò responsabile nazionale Cultura e Spettacolo dell'Unione Democratica per la Repubblica (Udr), il partito fondato da Francesco Cossiga. 

Nel 2010, con il romanzo 'Sei così mia quando dormi. L'ultimo scandaloso amore di George Sand' (Marsilio Editori), fece il suo esordio come scrittrice. Nel 2011 pubblicò il secondo romanzo 'L'amante di Goebbels' (Marsilio Editori), dove narrava la storia vera di Lída Baarová, attrice cecoslovacca che fu amante di Joseph Goebbels nel 1938. Infine, nel 2022, aveva pubblicato con Baldini&Castoldi 'Non giudicarmi', romanzo storico in cui il protagonista, il barone Jacques d'Adelsward Fersen, personaggio realmente esistito, che lotta contro i suoi demoni: la mancanza di talento per diventare lo scrittore che avrebbe voluto essere e l'omosessualità, che gli ha provocato un isolamento dalla famiglia, il carcere e una profonda malinconia. 

Anna Kanakis ha avuto due matrimoni. Nel 1981 sposò il musicista Claudio Simonetti, da cui divorziò pochi anni dopo. Nel 2004 sposò il veneziano Marco Merati Foscarini, discendente di Marco Foscarini, uno degli ultimi dogi di Venezia.

Personaggio profondo ed eclettico, nel settembre del 2022 rilasciò una delle sue ultime interviste a Candida Morvillo per il Corriere della Sera. Quando le chiedevano se nella vita la fantasia è malata o sana, rispondeva: "Ho dentro un casino greco-siculo, romantico e sentimentale, che cerco di dominare con la razionalità. Prima ero più concentrata su me stessa, ora guardo più alle vite degli altri, ne immagino le sofferenze, mi adopero per aiutare". Una frase che dice molto su Anna Kanakis, un'icona che ci lascia troppo presto.

Anna Kanakis: «Mio padre un estraneo. Alberto Sordi fu memorabile, ci davano per fidanzati». Candida Morvillo su Il Corriere della Sera il 21 novembre 2023

L’intervista del 20 settembre 2022 all’attrice e scrittrice. «Mi manca la compagnia di Cossiga. Il mio primo matrimonio a 19 anni. Sono andata in metro con la pistola»

L’intervista ad Anna Kanakis del 20 settembre 2022 per la serie “Italiani”. L’attrice, nata a Messina, è scomparsa a 61 anni dopo una breve malattia.

«Tutto è iniziato il giorno in cui, dopo aver letto il mio primo manoscritto, il compianto Cesare De Michelis mi disse: tu hai una fantasia malata, ti pubblico». Accadeva più di dieci anni fa, Anna Kanakis era celebre per essere stata Miss Italia, per essere protagonista di fiction di successo come Vento di Ponente e per essere stata responsabile del settore Cultura e Spettacolo dell’Udr di Francesco Cossiga. Ora, ricorda: «Un giorno, leggendo una biografia di George Sand, mi appassiono alla figura di Alexandre Manceau, il suo ultimo amante. Prendo foglio e penna, inizio a scrivere: era lui che raccontava la sua storia. I fogli si ammonticchiano, li trascrivo al computer, li mando agli amici Isabella Bossi Fedrigotti e Massimo Gramellini. Entrambi mi chiamano dicendo: “Anna, questo è un romanzo, devi proporlo a una casa editrice”». Oggi, è al suo terzo libro: Non Giudicarmi esce per Baldini+Castoldi venerdì 23 settembre.

Che cosa intendeva l’editore di Marsilio con «fantasia malata»?

«Che volo tanto con la testa. Ho scritto sempre romanzi storici, su persone realmente esistite, che riesco a riempire di emozioni. Ora ho raccontato l’ultimo giorno di vita del barone Jacques d’Adelswärd-Fersen, che ho fatto semplicemente sbarcare a Capri e arrivare a casa: lui prese la funicolare, io l’ho fatto salire a piedi. Lui ci mise dieci minuti, io ho scritto 112 pagine in cui scorre una vita intera, con paure, ossessioni, sensi di colpa, perversioni, amici, nemici: questa è la mia “parte malata”, il volo con la fantasia, che pure rimane fedele alla storia. Volevo raccontare la fatica esistenziale e sentimentale di un omosessuale negli anni ’20, perché il passato aiuta a capire il presente e sul tema diritti e omofobia, oggi, ce n’è particolarmente bisogno».

Nella vita, la fantasia è malata o sana?

«Ho dentro un casino greco-siculo, romantico e sentimentale, che cerco di dominare con la razionalità. Prima ero più concentrata su me stessa, ora guardo più alle vite degli altri, ne immagino le sofferenze, mi adopero per aiutare».

E si sente più attrice o scrittrice?

«Quando arrivò il primo scatolone coi miei libri, chiamai l’avvocato Giorgio Assumma che mi seguiva come attrice e gli dissi: temo che non ci vedremo più per le fiction, perché mi sono innamorata della scrittura. In fondo, scrivere si avvicina alla recitazione: se interpreti qualcuno, fai una ricerca, cerchi di capirne le emozioni. Infatti, già da attrice, sulla ricerca ero maniacale».

La cosa più maniacale che ha fatto?

«Assistetti a un’autopsia con Nicola Calipari».

Con l’agente del Sismi ucciso in Iraq?

«Allora era nella Criminalpol. Fu lui a spiegarmi cosa si fa appena si arriva sulla scena del crimine. Era il 1999, dovevo girare una fiction: Fine Secolo, sei puntate per Raidue. Facevo una superpoliziotta arrivata dall’America per indagare sulla morte di una ragazza. Dovevo sparare come un tiratore scelto, buttare a terra un delinquente, fare testacoda pazzeschi, assistere a un’autopsia. L’ispirazione era Nikita. Cossiga chiamò il capo della Polizia, disse: c’è un’attrice che lavora per me, un tipo molto esigente che vuole imparare a fare tutto».

Mima bene la voce del fu presidente emerito.

«Mi manca quel signore col quale parlavo di cinema, letteratura, tutto. Aveva la freschezza di un bambino. Era bimbo dentro e abile politico fuori. Quando mi chiamò per arruolarmi nel partito, mi fece ridere dicendo: stia tranquilla, se non la fanno lavorare perché è con me, vado sotto al cavallo della Rai e faccio un gran casino».

Che altro imparò per quel set?

«Il capo dei Nocs mi affidò a un campione di pistola che m’insegnò a sparare al poligono della Polizia e che mi insegnò ad atterrare i criminali con una mossa di aikido».

La mossa di aikido se la ricorda ancora?

«Certo. E, dopo, ho preso il porto d’armi».

Che ci fa con un’arma?

«Tiro al piattello in Toscana o tiro dinamico al poligono. Ho un’ottima mira».

Il «tiro dinamico» che sarebbe?

«Un tiro velocissimo con un bersaglio mobile, come nei film di Clint Eastwood, quando si vede che spuntano un prete e un delinquente e lui deve scansare il primo e accoppare il secondo. Si fa con le sagome. Modestamente, mi riesce bene. Ho voluto la pistola perché vivevo da sola in un attico di Roma in via Del Corso: se sai sparare e ti entrano in casa, azzoppi un piede; se non sai sparare, ammazzi qualcuno».

È mai uscita con la pistola nella borsetta?

«Le prime volte, se andavo in metro da sola».

Non ha avuto ripensamenti sull’addio ai set?

«Mai. Anzi, mi sono sentita liberata dalla schiavitù di apparire. Padrona del mio lavoro: non dipendevo più da un regista o da un produttore, ma ero libera di gestire il mio tempo e produrre una forma d’arte diversa. Ho lasciato senza rimpianti e ai massimi, mentre andava in onda La terza verità, che faceva quasi 8 milioni di ascolti. Dopo, quando dicevo no a dei copioni, non ho provato emozioni. Invece la prima recensione mi aveva asciugato la bocca, ero impazzita di gioia. Ne ho poi collezionate 19: su un romanzo storico, scritto da un’attrice, ex miss...».

Facciamo un passo indietro a quel 1977 in cui a 15 anni diventava la più bella d’Italia.

«Ancora? È roba vecchia come le guerre puniche. L’ho raccontato mille volte di come fu per caso, di come mi selezionarono in vacanza a Vulcano... Da lì, se fai l’attrice, allora sei miss e non puoi essere brava e devi dimostrare più delle altre, come se la bellezza si potesse coniugare solo con la stupidità».

Mettiamola così: chi era la giovane Anna?

«Una ragazzina che studiava al liceo Cutelli di Catania, fortemente politicizzato a sinistra: un giorno sì e uno no, si facevano assemblee. Leggevo tantissimo, studiavo tantissimo ed ero cresciuta con una madre in gamba, capo dell’ispettorato del lavoro di Catania».

Il papà greco quanto c’era?

«Mamma era tornata in Sicilia con me e mia sorella e fu tra le prime a usufruire della legge sul divorzio. Nei miei primi 25 anni, lui l’avrò visto cinque volte, poi è morto. È stato un estraneo, il quale pensava che aver generato due figlie non significasse occuparsene».

Quanto le è mancata la figura paterna?

«Sono stata in parte cresciuta da nonna, perché mamma si era laureata e dava concorsi in tutta Italia. Ero viziata, ma dentro, a volte, sentivo solitudine. Crescendo mi sono accorta che guardavo non i coetanei, ma gli uomini più grandi e che dipendeva dall’assenza del padre. Al che ho letto un tomo sul complesso di Elettra e ogni volta che incontravo un signore che mi pareva affascinante mi dicevo: Anna, fermati, rifletti. Così, l’età dei fidanzati successivi è scesa».

Il primo matrimonio — lei 19 anni, lui dieci in più — durò niente.

«Cercavamo le stesse cose: io un padre, lui una mamma. Lì iniziò la mia vita romana da sola. Facevo la mannequin, il cinema me l’avevano proposto in tutte le salse, ma andavano Edwige Fenech e le scene sotto la doccia: la mamma ispettrice del lavoro e la figlia che leggeva romanzi non intendevano fare quel genere di film. Poi, un giorno, Giuseppe Tornatore, un giovane amico che iniziava nel cinema, mi parlò delle mie pagliuzze negli occhi».

Che cosa sono queste pagliuzze?

«Guizzi che deve avere l’attore per manifestare emozioni. Mi lasciai trascinare a un provino con Luigi Magni, per ’O re, che mi prese. Dopo, ho interpretato il soprano Maria Maligran nella Famiglia Ricordi di Mauro Bolognini, suore, una tossicomane in Riflessi in un cielo scuro di Salvatore Maira... Ho cercato ruoli che non fossero la bellona di turno».

Come eravamo messi col MeToo?

«Arrivavo da una sana educazione del Sud: ero poco disposta e poco disponibile. Qualche volta, qualcuno mi ha detto “se sarai carina con me, sarò carino con te” e non mi ha più vista». Com’è la storia del rubino che uno sceicco arabo le fece trovare in un melograno? «Lucherinate: invenzioni da ufficio stampa».

Un incontro memorabile della sua carriera?

«Con Alberto Sordi: la stampa rosa ci aveva anche fidanzati. Giravamo L’Avaro con Tonino Cervi, un giorno, davanti al camino, in abiti di scena, mi raccontò che non volevano produrgli Un borghese piccolo piccolo, il suo film più bello: I produttori gli dicevano “Albe’, ma qua non fai ride’...”. Capisce la cecità?».

Un momento di down in cui si è detta «basta questo mestiere non fa per me»?

«Mai. Sono un panzer. E avevo scelto un mestiere in cui, anche se ti chiami Gassman, finisci un lavoro e sei disoccupato. Infatti, ero concentratissima sul lavoro. Dopo il divorzio sono rimasta di fatto single fino a 42 anni».

Single, ma corteggiatissima?

«Un pochino». Sospiro. «Vabbé... Tanto. La mamma mi vedeva tagliare le teste e mi diceva: ma perché quello non ti piace? E quell’altro?».

A che punto della conoscenza tagliava teste?

«Quando dicevano: ho la barca, ho questo, quell’altro. Detesto la mancanza di profondità».

Suo marito Marco Merati Foscarini è banchiere e discendente di un doge di Venezia, com’è che lui l’ha sposato in soli quattro mesi?

«Mi ha fatto riacquistare la stima nel genere maschile. Mi ha avvicinata a una cena parlando non di quello che possedeva, ma di quello che sentiva dentro di sé. Siamo sposati da 18 anni. È il primo che legge ogni mio capitolo».

Scrive ancora a penna?

«Sì e poi copio al pc. Scrivere richiede ritualità e disciplina. Io mi chiudo nel mio studio in vestaglia, salto il pranzo, scrivo fino alle 16.30, poi Marco mi porta da mangiare e stramazzo».

Compiere 60 anni, a febbraio, che effetto le ha fatto?

«Nessuno. Ho un rapporto sereno con l’età».

Ha ancora un sogno?

«Sì: vorrei una società più luminosa».

Marco Giusti per Dagospia lunedì 20 novembre 2023

Se ne va uno degli attori inglesi più amati del secolo scorso, Joss Ackland, 95 anni, nato a North Kensington, cresciuto a Hampstead, lo stesso quartiere di Jean Simmons e di Elizabeth Taylor, ma attivissimo anche a Hollywood e in Italia. Grosso, massiccio, preparato per qualsiasi ruolo, da Goering a Churchill, da Tolstoj a Mastro Ciliegia, da D'Artagnan in gioventù al padre di D'Artagnan, da Matisse a Juan peron a teatro in una celebre “Evita”, senza pensare a vescovi, poliziotti, giudici, cattivi di ogni tipo, con una grande e profonda voce teatrale che avrebbe dato spessore a qualsiasi personaggio, ha girato qualcosa come 200 titoli tra film, film per la tv, serie.

Lo troviamo ovunque, soprattutto tra gli anni ’70 e gli anni ’80, da “Lo zoo di venere” di Peter Greenaway a “Il caso Drabble” di Don Siegel, da “Misfatto bianco” di Michael Radford con Sarah Miles, a “Caccia a Ottobre rosso” di John McTiernan con Sean Connery a “Il siciliano” di Michael Cimino, dove è il capomafia, Don Masino, da “Arma letale 2” di Richard Donner a "Surviving Picasso” di James Ivory con Anthony Hopkins-Picasso dove interpreta Henri Matisse.

Del resto poteva tenere testa a qualsiasi star del teatro e del cinema inglese, da Alec Guinness, che incontra in tv ne “La talpa” da John Le Carré e in “Gli ultimi dieci giorni di Hitler” di Ennio De Concini, a Richard Burton e Ian McShane ne “Il mascalzone” di Michael Tuchner, da Peter Finch, che incontra in “Operazione su vasta scala” di Peter Duffell, il film che lo lancia, a Michael Caine, in “Taglio di diamanti” di Don Siegel e nel “Jekyll & Hyde” televisivo degli anni ’80. Senza pensare a Denholm Elliott, suo grande amico, al quale darà il primo bacio gay che si sia mai visto sulle scene teatrali londinesi in “Bermonsdey” di John Mortimer nel 1971, o a John Hurt, che incontrerà in “Mr Forbush amd the Penguins" di Roy Boulting. Ma è attivissimo anche in Italia.

Lo ricordiamo assieme a Gian Maria Volonté-Scalfari come Gaetano Leporino in “Tre colonne in cronaca” dei Vanzina alla fine degli anni ’80, in “Dimenticare Palermo” di Francesco Rosi con Jim Belushi, nella serie “Il figlio di Sandokan” di Stefano Sollima con Kabir Bedi e perfino in “Occhiopinocchio” di e con Francesco Rosi, dove ancora una volta è un grande cattivo. Nato nel 1928, ventenne è già attivo a teatro e al cinema. Lo vediamo in piccoli ruoli in “Landfall” di Ken Annakin e “Minaccia atomica” dei fratelli Boulting. Negli anni ’60 lo troviamo in “I figli del Capitano Grant” di Ken Annakin per la Disney con Hayley Mills e Maurice Chevalier e nel “Rasputin” di Don Sharp con Christopher Lee.

Attivissimo in tv diventa Mr Peggotty nel “David Copperfield" seriale e poi D'Artagnan  in “The Further Adventures of the Three Musketeer”. Sarà il regista di serie tv Peter Duffell, al suo esordio nel cinema, a volerlo protagonista di un episodio dell’horror innovativo “La casa che grondava sangue” e poi in “Operazione su vasta scala” con Peter Finch da Graham Greene. Per Joss Ackland sarà il vero lancio nel mondo del cinema, al punto che lo troviamo ovunque, perfino in film più internazionali come “SPYS” di Irvin Kershner con Donald Sutherland e Elliott Gould o “Il piccolo principe” di Stanley Donen dove è il Re.

O in “Royal Flash” di Richard Lester, che lo vorrà anche come padre di D'Artagnan nella nuova versione de “I tre moschettieri”. Fa film di grande popolarità, come “Il magnate greco” di J. Lee Thompson con Anthony Quinn o “Saint Jack” di Peter Bogdanovich con ben Gazzara o “Arma letale 2” con Mel Gibson e Danny Glover, che è forse il suo film più noto. Assolutamente workaholic, non ha mai smesso di girare film. Anche cose terribili. 

 Del resto aveva una grande famiglia, cinque figli femmine e due maschi. Uno dei suoi ultimi titoli è un film per la tv, “Katherine of Alexandria”, dove divide la scena con Peter O’Toole. Ma è stato anche una grande voce per il cinema di animazione, è il Black Rabbit di “La collina dei conigli”, e doppia il nostro Paolo Bonacelli in inglese nel “Caligola” di Tinto Brass.

(ANSA sabato 11 novembre 2023) - E' morto stamattina a Catania l'ex deputato e senatore Nino Strano. Aveva 73 anni e da tempo era malato. La sua 'carriera' politica era iniziata nel consiglio Comunale di Catania dove venne eletto nel Msi nel 1976, restando in Aula fino al 1993. In quell'anno si candida alla presidenza della provincia di Catania alle prime elezioni dirette e, senza il sostegno di alcuna lista, ottiene il 13 per cento dei voti. 

Dal 1994 è deputato e assessore alla Regione Siciliana e viene riconfermato fino al 2001 con Alleanza nazionale. In quell'anno è eletto alla Camera nelle liste di An, mentre nel 2006 conquista un seggio al Senato. Il 24 gennaio 2008, in occasione della caduta del secondo governo Prodi, durante il dibattito a Palazzo Madama all'annuncio dell'avvenuta sfiducia da parte del presidente Marini, celebrò platealmente la caduta dell'esecutivo di centrosinistra insieme al collega Domenico Gramazio, stappando una bottiglia di spumante e facendo mostra di mangiare mortadella, scusandosi poi dell'accaduto.

 Il 26 giugno 2009 viene nominato assessore Regionale al Turismo, Comunicazioni e Trasporti della Regione Siciliana, rimanendo in carica fino al 28 settembre 2010. Il 2 novembre 2011 torna al Senato subentrando a Raffaele Stancanelli, che ha optato per il mantenimento dell'incarico di sindaco di Catania. Il 20 dicembre 2012, però, presenta le sue dimissioni irrevocabili, accolte dal Senato.

Fin da giovane Nino Strano all'attività politica ha affiancato la regia, sia di opere teatrali che cinematografiche. È stato aiuto regista di Mauro Bolognini per i film Metello e Un bellissimo novembre, quest'ultimo tratto dall'omonimo romanzo di Ercole Patti. Fu poi aiuto regista in una Bohème messa in scena al Teatro Massimo di Palermo, nel Pipistrello di Strauss e in Norma di Vincenzo Bellini, al Teatro Massimo Bellini di Catania. Per la realizzazione di una Zaira di Bellini fu aiuto regista di Attilio Colonnello. 

Fu infine aiuto regista di Franco Zeffirelli per il film Storia di una capinera. Nel febbraio 2011 è nominato vice presidente di Cinesicilia e resta in carica fino al 30 settembre 2011. Nel 2017 ha pubblicato il libro 'Je ne regrette rien - La libertà è un hula hoop'. Dal 2018 è stato direttore artistico del Mythos Opera Festival.

Morto Nino Strano, l’ex senatore che mangiò mortadella in Aula per festeggiare la caduta di Prodi. Redazione politica su Il Corriere della Sera sabato 11 novembre 2023.

Si è spento a Catania Nino Strano, ex parlamentare di Alleanza nazionale autore nel 2008 di un gesto di esultanza che fece scalpore

Accolse la caduta del governo Prodi nel 2008 mangiando platealmente nell’Aula del Senato una fetta di mortadella. Un’immagine che ha fatto storia. L’autore di quel gesto clamoroso, l’ex deputato e senatore Nino Strano, è morto stamattina a Catania. Aveva 73 anni e da tempo era malato. La sua `carriera´ politica era iniziata nel consiglio Comunale di Catania dove venne eletto nel Msi nel 1976, restando in Aula fino al 1993. In quell’anno si candida alla presidenza della provincia di Catania alle prime elezioni dirette e, senza il sostegno di alcuna lista, ottiene il 13 per cento dei voti. Dal 1994 è deputato e assessore alla Regione Siciliana e viene riconfermato fino al 2001 con Alleanza nazionale. In quell’anno è eletto alla Camera nelle liste di An, mentre nel 2006 conquista un seggio al Senato.

Il 24 gennaio 2008, in occasione della caduta del secondo governo Prodi, durante il dibattito a Palazzo Madama all’annuncio dell’avvenuta sfiducia da parte del presidente Marini, celebrò platealmente la caduta dell’esecutivo di centrosinistra insieme al collega Domenico Gramazio, stappando una bottiglia di spumante e facendo mostra di mangiare mortadella, scusandosi poi dell’accaduto. Il 26 giugno 2009 viene nominato assessore Regionale al Turismo, Comunicazioni e Trasporti della Regione Siciliana, rimanendo in carica fino al 28 settembre 2010. Il 2 novembre 2011 torna al Senato subentrando a Raffaele Stancanelli, che ha optato per il mantenimento dell’incarico di sindaco di Catania. Il 20 dicembre 2012, però, presenta le sue dimissioni irrevocabili, accolte dal Senato.

Fin da giovane Nino Strano all’attività politica ha affiancato la regia, sia di opere teatrali che cinematografiche. E’ stato aiuto regista di Mauro Bolognini per i film Metello e Un bellissimo novembre, quest’ultimo tratto dall’omonimo romanzo di Ercole Patti. Fu poi aiuto regista in una Bohème messa in scena al Teatro Massimo di Palermo, nel Pipistrello di Strauss e in Norma di Vincenzo Bellini, al Teatro Massimo Bellini di Catania. Per la realizzazione di una Zaira di Bellini fu aiuto regista di Attilio Colonnello. Fu infine aiuto regista di Franco Zeffirelli per il film Storia di una capinera. Nel febbraio 2011 è nominato vice presidente di Cinesicilia e resta in carica fino al 30 settembre 2011. Nel 2017 ha pubblicato il libro `Je ne regrette rien - La libertà è un hula hoop´. Dal 2018 è stato direttore artistico del Mythos Opera Festival.

Addio a Nino Strano, dalla Sicilia alla mortadella per festeggiare la caduta di Prodi. Cristiana Flaminio su L'Identità l'11 Novembre 2023

Addio a Nino Strano. La destra, e più in generale la politica, siciliana e nazionale, perdono un protagonista. Aveva 73 anni. Strano, malato da tempo, è spirato nella sua Catania. La sua immagine “iconica” è legata a uno dei tanti momenti di forte contrasto tra i poli ai tempi della Seconda Repubblica. È lui che il 24 gennaio 2008, dagli scranni di Palazzo Madama, addentò una fetta di mortadella per “salutare” la sfiducia che pose fine all’esperienza dell’ultimo governo guidato da Romano Prodi. Ma Nino Strano è stato più di una fotografia che ha fatto il giro del mondo, ha armato l’ennesimo fronte di conflitto tra centrodestra e centrosinistra, ha sollevato polemiche furibonde da un lato e sorrisi goliardici dall’altro. Era stato uno degli storici militanti della destra siciliana, in particolare di quella catanese. Segue il percorso politico del Msi e con Alleanza Nazionale, Nino Strano diventa assessore regionale in Sicilia dopo una “vita” passata al consiglio comunale di Catania dove, eletto per la prima volta nel ’76, rimane fino al 1993.  Nel 1994 divenne deputato all’Assemblea regionale siciliana, subentrando a Benito Paolone, e rientrando nel Msi, diviene componente della 3ª Commissione legislativa permanente, Attività produttive ed Agricoltura. Nel 1996 viene rieletto nel collegio di Catania per Alleanza Nazionale. Viene nominato assessore regionale al Turismo, comunicazioni e trasporti nei governi di centro destra (1996-1998). Nel 2001 viene eletto alla Camera dei deputati nella lista di An.

La scomparsa di Nino Strano è stata salutata da molti messaggi d’addio. Su tutti, quello del presidente del Senato Ignazio La Russa: “Ho appreso con profondo dolore della morte dell’amico Nino Strano. Con la sua scomparsa non sono solo la politica e la comunità della Destra ad essere in lutto ma anche il mondo del teatro e del cinema, le sue vere passioni sin da giovanissimo. Tanti i ricordi che mi legheranno a lui per sempre, a cominciare da quelli vissuti assieme nella nostra comune terra di origine. La sua verve, la sua ironia, la sua gioia di vivere erano contagiose. Indimenticabile è e sarà quel suo sorriso che non è mai venuto meno, anche nei momenti più brutti della malattia. Ai suoi familiari e ai suoi cari le più sentite condoglianze mie personali e quelle del Senato della Repubblica”.

Un saluto a Nino Strano è arrivato anche dal governatore della Regione Siciliana, Renato Schifani: “Un pensiero di affettuosa memoria a un esponente politico che amava fortemente la sua terra, grati anche per il contributo alla vita culturale e alle politiche del turismo della Sicilia”. Un tributo alla memoria di Strano è arrivato anche dal ministro alle Imprese e al Made in Italy Adolfo Urso: “Con Nino Strano ci lascia una delle intelligenze più vivaci e creative della destra siciliana, molto apprezzato negli ambienti dello spettacolo e della cultura, per la sua carica umana, profondamente legato alla sua terra e straordinariamente innovativo. Ciao Nino, brilla anche nel cielo”.

Morto Frank Borman, il primo uomo ad orbitare intorno alla Luna. Storia di Carlo Baroni su Il Corriere della Sera giovedì 9 novembre 2023.

Lui la Luna l’aveva solo accarezzata. Erano i giorni di Natale. In quel Sessantotto che avrebbe cambiato la Terra. Frank Borman navigava nello spazio, il primo a orbitare intorno al nostro satellite. Un nome che rimase scolpito per la generazione dei boomer. Frank Borman ci ha lasciato. Aveva 95 anni. Un lungo viaggio sul nostro pianeta che lui aveva attraversato con i passi leggeri di un astronauta nello spazio. Il primo a farci capire che l’impossibile non esisteva. Frank Borman aveva la faccia di un’America buona. I capelli cortissimi e biondo di un ragazzo dell’Indiana dove era nato. Così diverso dai colleghi algidi descritti da Oriana Fallaci. Borman aveva una spiritualità profonda che si intensificò quando si trovò in quello spazio infinito dove nessun essere umano era già stato. A suo modo, e forse suo malgrado, divenne anche un personaggio pop. E finì sulla copertina di un Lp dei Led Zeppelin.

Prima c’era stata la carriera militare, diplomato nella mitica West Point e poi pilota dei caccia. L’arrivo a Houston per partecipare al progetto spaziale della Nasa. Il primo viaggio tra le stelle con la missione Gemini e poi l’Apollo 8 in equipaggio con James Lovell e William Anders. Divenne la più iconica delle imprese spaziali. Con la storica copertina di Life con la Terra che sorge dalla Luna. Durante la notte della vigilia di Natale Frank Borman in orbita attorno alla Luna rivolse un messaggio a coloro che erano sulla Terra: lessero i primi passi della Genesi (il libro comune alle tre principali religioni monoteiste) e augurò un Buon Natale a tutti i terrestri.

Lasciata la Nasa divenne presidente di una compagnia aerea, la Eastern Airlines, risanando i bilanci e spalmando gli stipendi su tutti i dipendenti.

Frank Borman. È morto il primo astronauta che orbitò attorno alla Luna. Linkiesta il 10 Novembre 2023

A 95 anni si è spento il capo della missione Nasa Apollo 8, la prima a raggiungere il satellite della Terra nel 1968

A novantacinque anni è morto Frank Borman, il primo astronauta ad aver orbitato intorno alla Luna. Fu il comandante della storica missione Apollo 8, partita il 21 dicembre 1968 da Cape Canaveral, la prima a raggiungere la Luna dopo un viaggio di tre giorni in cui com trecentottantamila chilometri nello spazio: un trionfo della tecnologia e dell’ingegneria spaziale. Durante il viaggio, l’equipaggio formato da Borman, William Anders e James Lovell ha fornito al mondo una delle immagini più iconiche dell’era spaziale: l’Earthrise, immortalata mentre l’equipaggio orbitava sopra il lato nascosto della Luna. 

La missione Apollo 8 non solo ha dimostrato la capacità umana di viaggiare nello spazio profondo, ma ha anche gettato le basi per le future esplorazioni lunari. Borman, con il suo coraggio e la sua leadership, ha aperto la strada per i successi futuri della NASA, inclusa la celebre missione Apollo 11, che ha portato l’uomo sulla Luna il 20 luglio 1969. «Frank conosceva il potere dell’esplorazione che unisce l’umanità quando disse: “L’esplorazione è davvero l’essenza dello spirito umano”, Il suo amore per l’aviazione e l’esplorazione è stato superato solo dal suo amore per sua moglie Susan», si legge nel necrologio pubblicato nel sito della Nasa.

Nato il 14 marzo 1928, Borman diventò astronauta nel secondo gruppo della NASA nel 1962. «Frank ha iniziato la sua carriera come ufficiale dell’aeronautica americana. Il suo amore per il volo si è rivelato essenziale attraverso le sue posizioni come pilota di caccia, pilota operativo, pilota collaudatore e assistente professore. La sua eccezionale esperienza e competenza lo hanno portato a essere scelto dalla NASA per unirsi al secondo gruppo di astronauti. Oltre al suo ruolo fondamentale di comandante della missione Apollo 8, è un veterano di Gemini 7, trascorrendo quattordici giorni in orbita terrestre bassa e conducendo il primo rendez-vous nello spazio, arrivando a pochi metri dalla navicella spaziale Gemini 6»

Estratto da repubblica.it martedì 7 novembre 2023.

Evan Ellingson, ex enfant prodige diventato celebre per i ruoli nel film La custode di mia sorella e la serie CSI: Miami, è morto all'età di 35 anni. È stato trovato morto nella sua casa a Fontana, in California, non sono state comunicate le cause della morte. In passato aveva avuto problemi di droga. […]

Estratto dell'articolo di repubblica.it lunedì 6 novembre 2023.

La regista e attrice romana Sibilla Barbieri, malata oncologica terminale, è morta in Svizzera dove era arrivata per potersi sottoporre al suicidio assistito.

[…] La donna, che era anche consigliera dell'associazione, aveva deciso di intraprendere il viaggio all'estero in seguito al diniego della Asl romana […] 

A metà settembre, ricorda l'associazione Coscioni, la struttura sanitaria aveva comunicato la propria decisione, spiegando che la donna non possedeva i quattro requisiti previsti dalla sentenza Cappato\Dj Fabo della Corte costituzionale per poter accedere legalmente alla morte volontaria assistita.

In particolare la commissione medica ha ritenuto che alla donna mancasse il requisito della dipendenza da trattamento di sostegno vitale. 

"Questa è una discriminazione gravissima tra i malati oncologici […] possiedo i 10mila euro necessari e posso ancora andarci fisicamente. Ma tutte le altre persone condannate a morire da una malattia che non possono perché non hanno i mezzi, perché sono sole o non hanno le informazioni, come fanno? Questa è un'altra grave discriminazione a cui lo Stato deve porre rimedio".

Sibilla Barbieri è stata accompagnata in Svizzera dal figlio e dall'ex senatore radicale Marco Perduca. Entrambi si autodenunceranno domani mattina presso la stazione dei carabinieri Roma Vittorio Veneto e rischiano fino a 12 anni di carcere.

Anche Marco Cappato si autodenuncerà in quanto legale rappresentante dell'Associazione Soccorso Civile che ha organizzato e sostenuto il viaggio di Sibilla Barbieri. Ad accompagnarli Filomena Gallo, legale difensore e segretario nazionale dell'associazione.

Suicidio assistito, l'attrice Sibilla Barbieri è morta in Svizzera. La Asl di Roma glielo aveva negato. Erica Dellapasqua su Il Corriere della Sera lunedì 6 novembre 2023.

Sibilla Barbieri, 58 anni, malata oncologica terminale, è morta in Svizzera dove era arrivata per sottoporsi al suicidio assistito. Accompagnata dal figlio e dall'ex senatore radicale Marco Perduca

Fino all'ultimo, ha vissuto la sua scelta come un atto di protesta e denuncia civile. Sui social aveva postato le sue foto durante la malattia. In un video aveva chiarito il suo intento: «Io posso perché ho i mezzi finanziari, ma gli altri?» Una battaglia combattuta fino all'ultimo respiro, a fianco ai suo compagni. La regista e attrice romana Sibilla Barbieri, malata oncologica terminale, è morta a 58 anni in una clinica privata in Svizzera dove era arrivata per potersi sottoporre al suicidio assistito. A renderlo noto è stata l'associazione Coscioni. La donna, che era anche consigliera dell'associazione, aveva deciso di intraprendere il viaggio all'estero in seguito al diniego della Asl romana cui apparteneva di usufruire dell'aiuto medico alla morte volontaria. Tra le ultime battaglie di Barbieri, del resto, c'era proprio quella sull'eutanasia: «Questa estate mi impegnerò raccogliendo le firme per la convocazione del referendum sull’eutanasia legale: abbiamo come obiettivo il raggiungimento di 10.000 volontari entro fine giugno, attivarsi per ottenere il diritto ad essere liberi fino alla fine», scriveva su Facebook ormai due anni.

A metà settembre, ricorda l'associazione Coscioni, la struttura sanitaria aveva comunicato la propria decisione, spiegando che la donna non possedeva i quattro requisiti previsti dalla sentenza Cappato\Dj Fabo della Corte costituzionale per poter accedere legalmente alla morte volontaria assistita. In particolare la commissione medica ha ritenuto che alla donna mancasse il requisito della dipendenza da trattamento di sostegno vitale. «Questa è una discriminazione gravissima tra i malati oncologici e chi si trova anche in altre condizioni non terminali - ha detto la regista nell'ultimo video pubblicato online prima del viaggio -. Per questo ho deciso liberamente di ottenere aiuto andando in Svizzera perché possiedo i 10mila euro necessari e posso ancora andarci fisicamente. Ma tutte le altre persone condannate a morire da una malattia che non possono perché non hanno i mezzi, perché sono sole o non hanno le informazioni, come fanno? Questa è un'altra grave discriminazione a cui lo Stato deve porre rimedio».

Sibilla Barbieri è stata accompagnata in Svizzera dal figlio e dall'ex senatore radicale Marco Perduca. Entrambi si autodenunceranno domani mattina presso la stazione dei carabinieri Roma Vittorio Veneto e rischiano fino a 12 anni di carcere. Anche Marco Cappato si autodenuncerà in quanto legale rappresentante dell'associazione "Soccorso civile" che ha organizzato e sostenuto il viaggio di Sibilla Barbieri. Ad accompagnarli Filomena Gallo, legale difensore e segretario nazionale dell'associazione.

Le reazioni

«La sua scelta - spiega l'Associazione Luca Coscioni, di cui Barbieri era consigliera generale - è stata a seguito della sentenza numero 242/19 della Corte costituzionale che stabilisce i criteri per accedere legalmente alla morte volontaria assistita. Sibilla Barbieri soddisfaceva tutti i requisiti, ma le è stato negato questo diritto in Italia a causa di un'interpretazione restrittiva dei requisiti da parte dell'azienda sanitaria. Il diniego, motivato dal mancato requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, ha obbligato Sibilla a cercare il sollievo alle sue sofferenze altrove. In mancanza di un dibattito istituzionale, continuerà a mancare la tutela per le persone che vorrebbero, ma non possono o che non incontrano chi è disponibile ad aiutarle. È tempo di un cambiamento e di una riflessione più ampia su questo tema così rilevante per molti individui e famiglie in Italia».

+Europa: «Urgente la discussione in Parlamento»

«L'Asl laziale con una discutibile interpretazione della sentenza Dj Fabo ha impedito a Sibilla Barbieri di poter morire nel suo Paese tra i suoi affetti. In altre 5 occasioni nel recente passato c'è invece stato il via libera alla morte volontaria assistita da parte di altre Asl - afferma Valerio Federico della Direzione di +Europa -. La libera scelta negata oggi a persone sofferenti e inguaribili, ci dice una volta di più quanto sia urgente che il Parlamento legiferi in merito per allargare le scelte personali sul fine vita».

Suicidio assistito: è morta in Svizzera Sibilla Barbieri dopo il no dell’Asl. Eleonora Ciaffoloni su L'Identità il 6 Novembre 2023

Sibilla Barbieri ha scelto di porre fine al dolore e alla malattia – da anni lottava contro il cancro – con il suicidio assistito ed è morta lo scorso 31 ottobre, in Svizzera. Attrice, regista e sceneggiatrice, Sibilla Barbieri ha scelto di autosomministrarsi il farmaco letale in una clinica svizzera dopo il rifiuto da parte della sua Asl di riferimento al poter usufruire dell’aiuto medico alla morte volontaria.

Il no della Asl era arrivato con la motivazione che la donna non possedeva tutti e quattro i requisiti previsti dalla sentenza Cappato\Dj Fabo della Corte Costituzionale per poter accedere legalmente alla morte volontaria assistita.

La sentenza è la n. 242/19 e prevede che il suicidio assistito possa avvenire se la persona sia capace di autodeterminarsi, sia affetta da patologia irreversibile, che tale malattia sia fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che la persona reputi intollerabili e, infine, che sia dipendente da trattamenti di sostegno vitale. Secondo la commissione medica, a mancare era stato l’ultimo requisito della dipendenza da trattamento di sostegno vitale.  

“I dirigenti dell’azienda sanitaria – dichiara l’avvocata Filomena Gallo – hanno predisposto le verifiche e inviato un diniego di accesso all’aiuto alla morte volontaria perché, secondo una Commissione Aziendale istituita ad hoc, la persona malata non dipendeva da trattamenti di sostegno vitale”. Eppure, “Al diniego non era allegata la relazione medica e neppure il parere del Comitato etico competente, documenti che avevamo richiesto. Dopo avere verificato con il dottor Mario Riccio la documentazione medica che Sibilla Barbieri aveva prodotto, è emerso che invece Barbieri era sottoposta a plurime forme di sostegno vitale. Motivo per cui abbiamo presentato opposizione al diniego, informando i dirigenti dell’azienda sanitaria che la nostra assistita aveva intrapreso anche la procedura per andare in Svizzera, ma che avrebbe voluto concludere i suoi pochi giorni con i suoi cari in Italia. Non vi è stata nessuna risposta da parte dei dirigenti Asl”.

E solo il 3 novembre, quando Barbieri era già morta, è arrivato il parere del Comitato Etico che conferma la sussistenza per Sibilla Barbieri dei requisiti indicati dalla Corte costituzionale.

A raccontarle la sua storia e anche il viaggio è stata la stessa attrice, in un video postato postumo sui social: “Questa è una discriminazione gravissima tra i malati oncologici e chi si trova anche in altre condizioni non terminali. Per questo ho deciso liberamente di ottenere aiuto andando in Svizzera perché possiedo i 10mila euro necessari e posso ancora andarci fisicamente”.

“Ma tutte le altre persone condannate a morire da una malattia che non possono perché non hanno i mezzi, perché sono sole o non hanno le informazioni, come fanno? Questa è un’altra grave discriminazione a cui lo Stato deve porre rimedio” ha continuato Barbieri.

SUICIDIO ASSISTITO. Sibilla Barbieri è morta in Svizzera perché l’Italia glielo ha impedito. Per l’Asl non aveva i requisiti previsti: la regista romana di 58 anni si è autosomministrata il farmaco letale all’estero. L’ultimo video-messaggio: “Contro noi malati oncologici discriminazione gravissima”. Domani a Roma l’autodenuncia del figlio Vittorio, con Perduca e Cappato. Chiara Lalli su Il Dubbio il 6 novembre 2023

Sibilla Barbieri è morta martedì scorso in Svizzera. Avrebbe voluto morire a casa sua. Anzi, avrebbe voluto guarire (ogni volta ripenso alla lettera di Piergiorgio Welby, quando scriveva che i malati vogliono guarire, mica morire; ma se non possono guarire potrebbero almeno avere la possibilità di scegliere delle loro vite?).

Barbieri aveva un cancro da dieci anni, si era curata, aveva provato tutto. E a un certo punto tutto aveva smesso di funzionare. Nell’ultimo video ha l’ossigeno e fatica un po’ a parlare – pur essendo lucidissima. In poco più di due minuti e mezzo dice quello che c’è da dire: che non ha più tempo; che ha provato a chiedere l’accesso al suicidio assistito qui in Italia perché è un suo diritto o almeno dovrebbe esserlo; che la ASL aveva mandato una commissione ma poi aveva detto che no, non rientrava nei requisiti stabiliti dalla Corte costituzionale nel 2019 perché non aveva un sostegno vitale – forse inteso come un macchinario (Barbieri aveva un tubicino che l’aiutava a respirare e prendeva dei farmaci per il dolore; cioè aveva bisogno dell’ossigeno e di medicine per lenire i sintomi) – e nemmeno forse troppa sofferenza (questo l’ho aggiungo io dopo aver letto il verbale della commissione); che pochi malati di cancro hanno un sostegno vitale inteso in senso restrittivo («le cose cambiano», dice Barbieri indicando il tubicino, e non c’è bisogno che aggiunga che accade molto velocemente e sempre in peggio in situazioni del genere; che piangere); che è una discriminazione gravissima permettere di scegliere solo a chi ha un certo tipo di trattamento o di tecnologia per sopravvivere (sarebbe come permettere a chi ha gli occhiali o le lenti a contatto di leggere qualunque cosa mentre si fa una lista dei buoni libri a chi non ne ha ancora bisogno; ma è per il nostro bene, naturalmente); che ha deciso liberamente di andare in Svizzera, lei che può; e «posso ancora andarci fisicamente, anche se sono al limite».

Barbieri poi ci domanda: tutte quelle persone che non hanno mezzi materiali e informazioni come fanno? Già. Barbieri aveva tutti i requisiti previsti dalla sentenza della Corte costituzionale che permette anche in Italia di accedere al suicidio assistito: era in grado di intendere e di volere, aveva un patologia incurabile che le provocava sofferenza fisica o psicologica (la disgiuntiva è importante) e aveva dei trattamenti di sostegno vitale. Ma secondo la commissione aziendale della ASL Roma 1 non aveva sostegni vitali e nemmeno sofferenze intollerabili – pur avendo bisogno di quella bombola di ossigeno e di farmaci per contenere il dolore. Lo scrivono nel verbale (che leggo dopo la morte di Barbieri), discostandosi dal parere del comitato etico, e rispondendo a una richiesta di agosto e a una diffida. Quanti giorni sono? Quanti giorni sono per una malata terminale?

Non solo. Barbieri il 3 agosto aveva scritto alla ASL: «Resto in attesa di vostro immediato riscontro poiché le mie condizioni di salute stanno peggiorando e non voglio essere sottoposta a ulteriori sofferenze per me intollerabili». Non solo. Come giustamente ricorda più volte il comitato etico, la sofferenza non è il dolore, ed è difficile misurare qualcosa di così soggettivo. Nonostante questo, il comitato non si nasconde e non rimanda la propria responsabilità: «Data la storia clinica, considerato il vissuto che trapela e l’oggettivo, ineluttabile prognostico, si può forse dubitare di un vissuto di sofferenza ritenuto intollerabile? Crediamo che questo criterio valutativo sia ampiamente documentato e oggettivato». La commissione invece decide che non ci sono tutti i requisiti della 242. Nessuno vuole prendersi questa responsabilità, no?

Barbieri era consigliera dell’Associazione Luca Coscioni e a guardare quel video è più difficile del solito non piangere. È andata in Svizzera, accompagnata dal figlio Vittorio e da Marco Perduca. Si autodenunciano a Roma  – insieme a Marco Cappato come rappresentante dell’Associazione Soccorso Civile – accompagnati da Filomena Gallo, avvocata, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni e coordinatrice del collegio legale di difesa dei disobbedienti. (Anche io sono iscritta a Soccorso Civile e lo scorso dicembre ho accompagnato Massimiliano in Svizzera; Massimiliano non aveva un sostegno vitale in senso stretto ma non poteva quasi più muoversi e non voleva più vivere in quel modo; che ingiustizia).

Vi pare moralmente accettabile che una persona sia costretta a viaggiare per poter scegliere (riuscite a immaginare la fatica e la fretta e l’ansia di non farcela)? Che non possa morire a casa sua? Vi pare giusto che un figlio debba accollarsi questo peso? Ripeto che nel caso di Barbieri questo esilio imposto è ancora più grave. Perché aveva tutti i requisiti eppure nessuno le ha garantito davvero la possibilità di scegliere. Barbieri, sempre in quel video, ringrazia chi l’ha aiutata e chi l’ha ascoltata al posto dello Stato. È forse la parte più infuriante e straziante. Perché la malattia è inevitabile. L’ignavia e l’indifferenza no.

Marco Giusti per Dagospia lunedì 6 novembre 2023.

Bella, altera, spregiudicata, divisa tra il cinema di genere più folle negli anni ’60, il cinema d’autore negli anni ’70, il teatro impegnato, la tv, ma anche ogni possibile stravaganza, se ne va la principessa Micaela Cendali Pignatelli, 78 anni, attrice e doppiatrice, attiva fino a pochi anni fa, nonché moglie, anzi ex moglie di Flavio Bucci, col quale ha diviso film e spettacoli teatrali, e ha avuto due figli. 

Con un nome altisonante, nata a Napoli nel 1945, figlia del Principe Pignatelli-Cerchiara, un medico, entrò nel cinema nei primi anni ’60 assieme a altri nobili signorine, da Ira von Furstenberg a Soraya a Esmeralda Ruspoli, accettando proprio di tutto, da “La tigre profumata alla dinamite” di Claude Chabrol, il suo primo film, a “Dio, come ti amo”, musicarello diretto da Manuel Iglesias con Gigliola Cinquetti e Mark Damon, da “Lo scandalo” di Anna Gobbi a due follie come “Flashman” di Mino Loy con Paolo Gozlino e “Goldface, il fantastico superman” di Bitto Albertini con Espartaco Santoni.

La si notò poco nello spaghetti western, girò solo il modesto “Piluk il timido” di Guido Celano con Edmund Purdom, ma fece la sua figura accanto alla statuaria Kitty Swan nell’erotico tarzanoide “Gungala, la vergine della giungla” di Ruggero Deodato, dove era la bella esploratrice. Devo dire che fu grazie a Gungala che molti giovani spettatori si accorsero di lei, una bellezza molto moderna e particolare, un po’ alla Jane Birkin. La ritroviamo nel poliziesco “La legge dei gangster” di Siro Marcellini accanto a Klaus Kinski e Franco Citti, come la donna di Max Delys e poi nell’erotico/politico “Amarsi male” di Fernando Di Leo con Franco Citti e Nieves Navarro, che non ebbe il successo previsto.

Uno dei suoi ruoli maggiori lo ebbe nel più scatenato, almeno nel ricordo, “Alba pagana – Delitto a Oxford” di Ugo Liberatore, girato a Londra col titolo di lavorazione “May Morning”, assieme a Jane Birkin, Alessio Orano e John Steiner. La troviamo subito dopo nel bellico “Ordine dalle SS: eliminate Borman!” dello spagnolo Juan Antonio Bardem, nel poco visto e poco noto “Scacco alla mafia” di Warren Kiefer con Victor Spinetti e Luciano Pigozzi. Nei primi anni ’70 la troviamo in film ancora più audaci come il lesbo-movie “La ragazza dalle mani di corallo” di Luigi Petrini con Susanna Levi o “La notte dei fiori” di Gian Vittorio Baldi con Macha Meril, Hiram Keller e Dominique Sanda, sorta di ricostruzione italiana della notte dell’omicidio di Sharon Tate da parte della banda Manson.

Negli anni ’70 gira veramente di tutto, un poliziottesco di Massimo Dallamano, “La polizia chiede aiuto” con Claudio Cassinelli e Mario Adorf, “Farfallon” di Riccardo Pazzaglia con Franco e Ciccio, ma anche film sperimentali senza una lira come “La vita nova” di e con Edoardo Torricella, “I giorni della chimera” di Franco Corona con Renato Scarpa e Flavio Bucci, suo marito e spesso partner anche a teatro. Negli anni ’70, in realtà, è più attiva a teatro e in tv che al cinema. La troviamo ne “I masnadieri” di Schiller diretta da Giancarlo Nanni, a Spoleto nella versione diretta da Vittorio Caprioli di “La conversazione continuamente interrotta” con Cochi e Renato e Paolo Bonacelli. E’ celebre un suo “Otello” dove recita nuda alla Biennale di Venezia diretta da Gianni Serra. Assieme a Flavio Bucci la troviamo sia a teatro, “Il re è nudo” di Ionesco, che al cinema con il primo film di Marco Tullio Giordana, “Maledetti vi amerò”, un film generazionale ma fortemente autocritico sulla crisi post-77 dei giovani del movimento. Ma subito dopo la troviamo con James Franciscus ne “L’ultimo squalo” di Enzo G. Castellari e in tv nel famoso “Storia di Anna” con Laura Lattuada e Flavio Bucci.

Negli anni ’80 fa tanta tv, anche buona, come “Delitto di stato”, “La sconosciuta”, “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” diretto da Piero Schivazappa con Bucci, un episodio di “Turno di notte” di Lamberto Bava e Luigi Cozzi, ma anche qualche buon film, come la commedia di Francesco Massaro “Ti presento un’amica” con Giuliana De Sio, Michele Placido e Kate Capeshaw, “La chiesa” di Michele Soavi e “Il cartaio” di Dario Argento. Lavorerà sempre, doppierà perfino Jamie Lee Curtis in “Halloween”, Ornella Muti ne “L’ultima donna”. La troviamo in produzioni televisive diverse, “Rita da Cascia” di Giorgio Capitani, “Provaci ancora prof” nel 2008. 

È morto a 38 anni Andrea Iovino, fu protagonista del Pinocchio di Garrone e di Made in Sud. Piero Rossano su Il Corriere della Sera domenica 5 novembre 2023.

Lutto nel mondo dello spettacolo napoletano per la scomparsa improvvisa dell'artista che aveva cominciato la carriera al fianco di Sal Da Vinci. I funerali lunedì pomeriggio nella sua Nola

Una morte improvvisa e per questo, forse, ancora più dolorosa. Andrea Iovino se n'è andato senza alcun preavviso a soli 38 anni, lasciando sgomenti i familiari ed increduli fans ed amici. Non è dato sapere le cause della sua prematura scomparsa, i familiari si sono chiusi in uno stretto riserbo. Volto noto del grande schermo così come della televesione, Iovino aveva avuto un ruolo da protagonista nel Pinocchio di Matteo Garrone. Di lui si ricordano anche partecipazioni mai banali anche in fortunate trasmissioni quali "Made in Sud" e "Tu sì que vales", in cui vestiva i panni del "disturbatore" di Sabrina Ferilli. La notizia della scomparsa di Iovino si è diffusa nella tarda mattinata di domenica attraverso i social, suscitando enorme commozione anche a causa della sua giovane età. 

La carriera e il ricordo dei colleghi

Vissuto a Nola in località Cappella degli Spiriti, Andrea Iovino ha frequentato il liceo Carducci della cittadina di Giordano Bruno. Ha iniziato formandosi nel 2005 nella compagnia nolana del regista e autore Salvatore Esposito Pipariello. «Mio padre comprese subito la sua bravura che andava al di là della sua fisicità. Era molto portato per i ruoli comici», ricorda Antonio Esposito, regista e figlio del fondatore della compagnia. «Siamo tutti senza parole. Era una gran bella persona, molto disponibile e legato alla sua città».

Andrea Iovino aveva anche calcato le scene con Sal Da Vinci in alcuni suoi recital. Il cantante neomelodico lo ha salutato oggi sui suoi social con poche commosse parole: «Grazie Andrea, rip». Anche il fratello di Andrea, Giovanni, è un attore e i due hanno anche lavorato assieme in più occasioni, finendo entrambi nel cast del film di Garrone in cui l'artista scomparso ha anche impersonificato Pinocchio. Salvatore Notaro, cugino e consigliere comunale a Nola, sottolinea che «era un ragazzo semplice, si è fatto da solo, sempre molto attivo anche nel sociale con sani principi molto lagato alla famiglia». Commosso anche Gianni Sallustro, attore e direttore del Teatro Instabile di Napoli: «La sua dipartita, lascia un grande vuoto, bravo nella recitazione ma soprattutto è stato un ottimo caratterista. Ricordo l’entusiasmo con cui in un nostro incontro mi parlò della sua bellissima esperienza fatta nel Pinocchio di Garrone. Era un attore che curava in maniera attenta tutte le sfaccettature dei suoi personaggi». 

La famiglia: lascia quattro figli

Le affermazioni nella carriera artistica erano arrivate inframezzate dai momenti che era riuscito a ritagliarsi a livello personale e familiare. Sposato con Ornella, Andrea Iovino era il papà di tre bambine, Clarissa, Clohe e Maddalena, e di un maschietto, che portava il suo stesso nome di battesimo. Iovino aveva eletto Nola, la città d'origine, come feudo preferendo viaggiare quando si è trattato di lavorare anche fuori regione piuttosto che andare via per sempre. Con la famiglia viveva in via Rione Olivieri. I funerali dell'attore si tengono lunedì 6 novembre nella sua Nola, la cerimonia con rito evangelico è fissata per le 14.30 nel cimitero della sua città.  (ha collaborato Rosa Carillo Ambrosio)

Morto l'attore di Made in Sud Andrea Iovino, la sorella: «Ci ha dato coraggio fino alla fine. Siani e Da Vinci vicini a noi». Rosa Carillo Ambrosio su Il Corriere della Sera lunedì 6 novembre 2023.

 I quattro figli, la malattia, la comunità evangelica, le telefonate di Siani e Sal Da Vinci, parla Antonietta: «Ha scoperto il tumore a pochi giorni dalla nascita della sua ultima bambina»

È tutto in via vai, a casa di Andrea Iovino, morto a 38 anni. C’è dolore e sgomento. La comunità tutta di Nola si è stretta intorno alla famiglia che risiede nel quartiere Cappella degli Spiriti. I suoi concittadini rimpiangono soprattutto l’uomo, il padre affettuoso di quattro bambini, il ragazzo generoso e per bene che ha frequentato le aule del liceo Carducci, il figlio premuroso e il fratello che con Giovannino (il disturbatore di Tu sì que vales) e Antonietta ha condiviso la passione per il teatro. Amava visceralmente la sua famiglia e proprio in essa aveva trovato la strada del suo impegno artistico. 

«Lui era il primogenito, ma fui io a trascinarlo in questo mondo coinvolgendo anche Giovanni. Anche io amo il teatro e iniziai da giovane a frequentare la compagnia nolana Pipariello. I miei fratelli mi seguirono. In seguito io lasciai e loro con successo hanno proseguito», afferma Antonietta Iovino che nel dolore con grande dignità ci tiene a sottolineare il percorso di Andrea. «Si è fatto da solo, per anni ha lavorato in una compagnia di animazione, la Hollywood animation, con loro portava allegria nei villaggi e tanti turisti ritornavano perché c’era lui. Poi fece i primi provini che andarono bene. Conquistava tutti con la sua bravura». Come spesso accade, dai villaggi è arrivato alla televisione e poi addirittura al cinema d'autore: prima Made in Sud e poi Pinocchio di Matteo Garrone. Una vera gavetta che lo ha portato al successo.  

Le telefonate di Siani e Sal Da Vinci

Alessandro Siani che lo volle come folletto nel film Chi ha incastrato Babbo Natale ha chiamato personalmente i familiari così  il cast di Sal Da Vinci ha fatto recandosi di persona. Andrea scoprì di essere malato nell’ottobre dello scorso anno: «Lo scoprì proprio qualche giorno prima della nascita della sua ultima bambina. In questi mesi lui ha dato coraggio a noi e nonostante non stesse bene ha voluto partecipare allo spettacolo Masaniello Revolution con Sal Da Vinci. Le tavole delle scene insieme alla sua famiglia erano la sua vita», sottolinea commuovendosi più volte la sorella. Antonietta termina: «L’ultimo gesto che ha fatto è stato quello di alzare il pollice, ci ha salutato così. Inneggiando alla forza. Questo era Andrea un grande attore ma soprattutto un grande uomo». 

La comunità evangelica

Andrea Iovino frequentava la comunità evangelica di Napoli: Sabaot. Oggi questa comunità insieme ai familiari e a tanti colleghi e rappresentanti delle istituzioni l'hanno salutato oggi nel cimitero nolano.  Con loro il primo cittadino Carlo Buonauro: «Il paese è completamente scosso. Era un volto bello della nostra comunità. La sua allegria non è mai stata  vuota o volgare ma profonda e riflessiva. Inoltre, rappresentava il simbolo di chi riesce a realizzare i propri sogni, di chi supera le  difficoltà in un mondo apparentemente lontano. Ci stringiamo intorno alla famiglia e sicuramente ci impegneremo a ricordarlo perché con il suo impegno nel cinema e teatro ha saputo esprimere con delicatezza e tatto i valori profondi della nostra terra».

Estratto dell'articolo di Sara D'Ascenzo per corrieredelveneto.corriere.it sabato 4 novembre 2023.

Ha vissuto come voleva ed è morta come aveva deciso, nel letto di legno che era di sua madre Annamaria, con le zampe di leone intagliate, spedito dalla casa di Venezia a quella di via di Porta Pinciana 34 a Roma. A vegliare su un sonno che nelle ultime settimane si era fatto tormentato e senza pace, un quadro intarsiato con otto scene della tradizione buddista: «Quello sì, molto importante», amava dire. 

Ma soprattutto è morta con accanto la compagna di una vita, Benedetta, che l’ha vegliata costantemente sostenendo il suo ultimo respiro. Marina Cicogna Mozzoni, 89 anni e una vita da sogno raccontata nel film “Marina Cicogna. La vita e tutto il resto” di Andrea Bettinetti nel 2021 e nel libro “Ancora spero” (Marsilio, 2023), è morta il 4 novembre 2023 nella sua casa vicino a via Veneto, svoltato l’angolo di Largo Federico Fellini, nella toponomastica della fine il riassunto della sua esistenza votata alla Dolce Vita e al cinema.

La carriera

Nata il 29 maggio 1934 dal conte Cesare Cicogna Mozzoni e dalla contessa Annamaria Volpi di Misurata, nipote del conte Giuseppe Volpi di Misurata, veneziano, che nel ’32 inventò la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, la contessa Marina Cicogna ha respirato cinema fin da ragazzina, quando al Lido si infilava in una delle sale della Mostra per vedere quanti più film possibile. Amica di un bel mondo che con lei scompare definitivamente, da Luchino Visconti a Gianni Agnelli, da Maria Callas ad Aristotele Onassis, Cicogna ha amato uomini e donne, ha avuto un flirt con Alain Delon e una lunga storia con l’attrice brasiliana Florinda Bolkan, che conobbe poco più che ragazzina a una festa in casa di Elsa Martinelli e lanciò nel cinema, dove lei – era la fine degli anni ’60 – aveva cominciato a muovere i suoi passi, prima donna in Europa e forse nel mondo, come produttrice. 

Sua la firma su film importanti del cinema italiano come “Teorema” di Pier Paolo Pasolini, “Metti, una sera a cena” di Giuseppe Patroni Griffi e “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, che nel ’71 le valse un Oscar che non andò a ritirare a Los Angeles per un’insuperabile paura dell’aereo. Fiera oppositrice delle convenzioni ma anche dei movimenti, ha vissuto la sua sessualità senza mai voler essere incasellata.

Le etichette 

«Spesso le persone mi hanno messo delle etichette – aveva raccontato nella sua autobiografia -. Ma la mia vita e le mie scelte parlano per me. Ho vissuto per vent’anni con Florinda, da quasi quaranta vivo con Benedetta. Eppure non ho mai amato le manifestazioni eclatanti della propria sessualità.

Addio alla "contessa" del cinema Marina Cicogna: aveva 89 anni. L’attrice e sceneggiatrice si è spenta il 4 novembre nella sua casa di Roma. Era da tempo malata di cancro. Nella sua autobiografia disse: "La mia vita e le mie scelte parlano per me". Cristina Balbo il 4 Novembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 La vita e la carriera di Marina Cicogna

Si è spenta all’età di 89 anni Marina Cicogna, la stella del cinema italiano. L’attrice, ma anche sceneggiatrice e prima produttrice cinematografica italiana, è morta a Roma, nella sua casa vicino a Via Veneto, che per una strada coincidenza nei mitici anni ’60 venne ribattezzata come la via del cinema e, non a caso, sorge proprio a pochi metri di distanza da Largo Federico Fellini. Accanto a lei, la sua compagna da oltre trent’anni, Benedetta Gardona, che le ha tenuto la mano fino alla fine nella sua lotta contro un cancro.

La vita e la carriera di Marina Cicogna

Classe 1934, Marina Cicogna nasce dal legame tra il conte Cesare Cicogna Mozzoni e la contessa Annamaria Volpi di Misurata, nonché nipote del conte Giuseppe Volpi di Misurata, colui che nel 1932 inventò la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. È forse proprio per questo che Marina Cicogna ha avuto una vita segnata dall’amore per il cinema. Amica dei più grandi di sempre, Luchino Visconti, Gianni Agnelli, Maria Callas ad Aristotele Onassis; un mondo che con la sua scomparsa è destinato a tramontare definitivamente. Indimenticabile la sua lunga storia d’amore con l’attrice brasiliana Florinda Bolkan e il flirt con Alain Delon.

Prima donna in assoluto in Europa, Marina Cicogna negli anni ’60 ha iniziato a lavorare come produttrice, firmando capolavori del cinema italiano: da Teorema di Pier Paolo Pasolini, a Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi, sino ad Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri, che le valse anche un Oscar nel 1971 per il miglior film straniero; un premio, tuttavia, che Marina Cicogna decise di non andare mai a ritirare a Los Angeles per paura di affrontare l’aereo. È del 2021 il film documentario Marina Cicogna. La vita e tutto il resto di Andrea Bettinetti che racconta la sua straordinaria carriera. Meravigliose esperienze che vengono anche approfondite nella sua autobiografia, Ancora spero, uscita quest'anno per Marsilio in cui si legge una profonda rivelazione: “Spesso le persone mi hanno messo delle etichette. Ma la mia vita e le mie scelte parlano per me. Ho vissuto per vent’anni con Florinda, da quasi quaranta vivo con Benedetta. Eppure non ho mai amato le manifestazioni eclatanti della propria sessualità. Considero le parate, e in generale l’ostentazione dei propri orientamenti, come qualcosa di ridondante”.

Nella vita contessa, nel cinema regina. Fu attrice e prima donna produttrice in Europa. Il nonno fondò la Mostra di Venezia. Pedro Armocida il 5 Novembre 2023 su Il Giornale.

«Personalmente non ho mai prodotto un film per ragioni anche vagamente politiche, né mi interessava se il regista e i protagonisti fossero di sinistra o di destra, anche se è capitato più spesso che fossero di sinistra, cosa di cui Franco Zeffirelli non perdeva occasione di rimproverarmi».

È morta ieri a 89 anni, dopo una lunga malattia, Marina Cicogna - produttrice cinematografica, fotografa, sceneggiatrice e attrice - «la contessa del cinema italiano» come era stata soprannominata nell'ambiente, non solo perché il cognome continuava con Mozzoni Volpi di Misurata: il padre era l'aristocratico milanese Cesare Cicogna e il nonno materno, per intenderci, era il Conte Giuseppe Volpi che ha creato la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nel 1932 (lei nacque il 29 maggio di due anni dopo).

Una vita per il cinema, anche nella morte che l'ha colta tranquilla e decisa, com'era lei, sicuramente pure un po' incazzata per il tumore («Una cosa violenta, inattesa, improbabile» aveva detto al Corriere della sera proprio due giorni fa), nella sua casa di Porta Pinciana a Roma, appena svoltato l'angolo di Largo Federico Fellini, a un passo da Via Veneto. E la Dolce Vita lei l'ha fatta veramente, frequentando tutto il bel mondo dell'epoca, come ha ricordato recentemente nell'interessante libro di memorie scritto con Sara D'Ascenzo Ancora spero. Una storia di vita e di cinema (Marsilio), da Luchino Visconti a Gianni Agnelli, da Maria Callas a Onassis oltre ad aver avuto un flirt sia con Warren Beatty e Alain Delon sia con Florinda Bolkan, l'attrice brasiliana che volle fortemente come protagonista accanto a Gian Maria Volontè in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri (appunto uno dei registi più a sinistra del nostro cinema, «quello con cui ho lavorato meglio e perderlo così presto è stato davvero un peccato») con cui, nel 1971, vinse nientepopodimeno che il premio Oscar come migliore film straniero.

Ma, come amava ricordare lei, «al cinema ci andavo già da piccola, a dieci anni avevo già visto I ponti di Waterloo e, soprattutto, poco dopo Duello al sole, poi quando studiavo al Liceo Parini di Milano appena potevo scappavo a chiudermi in una sala cinematografica». D'altro canto nel documentario di Andrea Bettinetti di due anni fa, Marina Cicogna - La vita e tutto il resto, la vediamo quattordicenne, in una foto, quasi abbracciata a David O. Selznick, il produttore di Via col vento, che, ricorda lei, «mi voleva adottare, lui è veramente il padre che io avrei voluto avere».

Il cosmopolitismo come normalità di vita, dopo il Parini, l'università a New York, le puntate a Los Angeles in casa di Barbara Warner che le diceva: «Stasera vuoi cenare con Marlon Brando o con Montgomery Clift?» e infine Roma, la città del cinema dove la madre aveva investito in una società di distribuzione, Euro International Pictures, «un puro caso perché avrebbe potuto farlo nello yogurt...», e dove Marina Cicogna, insieme al fratello Bino morto suicida nel 1971 dopo essere scappato a Rio de Janeiro per uno scandalo finanziario, inizia a distribuire capolavori come Bella di giorno di Luis Buñuel e a produrre, prima donna in Europa, i film di Pasolini (Medea), Rosi (Uomini contro), Patroni Griffi (Metti una sera a cena) fino appunto a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Ma fu una stagione breve, una manciata di anni tra il '68 e il '74, perché, pur lavorando nell'azienda di famiglia, «ero a stipendio e i dirigenti spesso mi osteggiavano, non vollero produrre Il conformista e Ultimo Tango a Parigi».

Un altro capitolo sono le sue relazioni di coppia, la storia famosa con Florinda Bolkan «che era androgina e di una bellezza assoluta» (e a sua volta ieri Florinda l'ha ricordata commossa: «Abbiamo fatto una lunga strada insieme, culturalmente importante. Le sarò sempre grata») e quella con Benedetta lunga quasi 40 anni che le è stata accanto anche in queste ore così dolorose e che porta il suo cognome perché lei, contraria al matrimonio tra persone dello stesso sesso, l'aveva adottata: «A me non è mai venuto neanche in mente di dire io vivo con Florinda, io sono omosessuale. Quando chiudo la porta, sono cazzi miei, faccio quello che voglio. Non ho mai nascosto né esibito tutto questo».

Marina Cicogna era anche questo, una donna forte e libera come poche altre nel mondo del cinema dove è stata la più rispettata forse anche perché era la più temuta. Proprio come la ricorda Lucia Borgonzoni, Sottosegretario alla Cultura: «Donna anticonvenzionale, indipendente e geniale, vera e propria icona di stile, ha vissuto la sua vita professionale, e non solo, all'insegna del coraggio, dell'intraprendenza, della libertà».

Nel maggio scorso l'Accademia del Cinema Italiano, presieduta da Piera Detassis, le aveva conferito il Premio David di Donatelo alla Carriera che lei ha ritirato, nella sua ultima uscita pubblica, con un bellissimo augurio: «Spero che il nostro cinema continui a essere uno dei migliori del mondo».

Addio a Marina Cicogna, la contessa del cinema italiano. Quelle parole di Gianni Agnelli. Libero Quotidiano il 04 novembre 2023

Ha vissuto come ha voluto ed è pure morta come aveva stabilito lei. Marina Cicogna, la contessa del cinema italiano, si è spenta all'età di 89 anni nel letto di legno che era di sua madre Annamaria, con le zampe di leone intagliate, spedito dalla casa di Venezia a quella di via di Porta Pinciana 34 a Roma. Accanto a lei la compagna di una vita, Benedetta Gardona, che l'ha vegliata costantemente sostenendo il suo ultimo respiro. Nata il 29 maggio 1934 dal conte Cesare Cicogna Mozzoni e dalla contessa Annamaria Volpi di Misurata, era nipote del conte Giuseppe Volpi di Misurata, veneziano, che nel '32 inventò la Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia.  

Storica produttrice cinematografica, Marina Cicogna è stata la prima donna ad affermarsi in un ambiente prevalentemente maschile producendo alcuni fra i più importanti film italiani tra i quali Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di Elio Petri, Oscar 1971 per il miglior film straniero (non lo ritirò perché aveva paura di volare in aereo). Ma oltre ai primati da produttrice Marina Cicogna ha anche quello di essere stata la prima donna in Italia ad amare pubblicamente un'altra donna: visse per vent'anni con l'attrice Florinda Bolkan, adottando poi come figlia la sua attuale compagna, Benedetta Gardona, con cui è stata legata per oltre trent'anni.

Se "la storia più importante fu una lunga amicizia amorosa con Franco Rossellini", per lei dichiaratamente bisessuale, i legami più duraturi sono stati con due donne: la brasiliana Bolkan, che lei stessa scoprì e lanciò come attrice, e Benedetta di circa vent'anni più giovane). La contessa scelse Florinda Bolkan, al massimo splendore, come protagonista di "Metti una sera a cena" (1969), che di lì a poco diventerà la sua compagna di vita per vent'anni. Fu sempre lei a proporre per "Anonimo veneziano" (1970) diretto da Enrico Maria Salerno la Bolkan affiancata da Tony Musante. Marina Cicogna non ha mai cercato di nascondersi né di esibirsi: "Non avevo convinzioni precise sulle scelte sessuali, ho sempre creduto nell'incontro tra le persone". "Ho vissuto semplicemente come volevo vivere. Ma a casa mia", ha detto in un'intervista, "ho rispetto per gli altri. Non si dovrebbe spiare cosa succede in camera da letto. Non mi piacciono le ghettizzazioni, ma neanche gli esibizionismi. Allo stesso modo non bisogna avere paure. E forse io e Florinda siamo state tra le prime a non avere paura. Eravamo due persone note, con una vita pubblica che suscitava interesse".

Tra set turbolenti e dimore paradisiache, Marina Cicogna ha avuto anche amicizie indissolubili - da Valentino a Jeanne Moreau, da Franco Zeffirelli a Ljuba Rizzoli, da Pierre Cardin a Henry Fonda - sodalizi professionali che hanno lasciato il segno - da Giuseppe Patroni Griffi a Gian Maria Volonté, da Ennio Morricone a Elio Petri - e flirt leggendari - da Farley Granger ad Alain Delon, da Lex Barker a Warren Beatty, a Rock Hudson. Come nobildonna, ha conosciuto e frequentato, tra gli altri, re Idris di Libia, Lady D, Hilary Swank, Margaret d'Inghilterra e il marito Lord Snowden. E anche un re senza corona come Gianni Agnelli, che di lei disse una volta: "È l'unico uomo al mondo che mi faccia paura".

Marina Cicogna: ''Non mi definirei omosessuale perché odio definirmi''. Da ilfattoquotidiano.it sabato 4 novembre 2023.

È morta a 89 anni Marina Cicogna. Nell’aprile 2018 Francesca Fagnani la intervistò a Belve. Ecco uno stralcio della conversazione: “Non si definirebbe omosessuale, o sì?”, domanda la giornalista Francesca Fagnani a Marina Cicogna, la prima grande produttrice cinematografica in Europa (...) “Non lo so, non riesco ad adattarmi ad una definizione che mi inserisca in una casella, non mi sembra indispensabile classificarsi”, risponde Cicogna.

Visse una storia con Alain Delon, poi con Florinda Bolkan per vent’anni. “Lei è stata tra le prime a vivere liberamente la sua sessualità senza mai voler diventare la madrina o il simbolo di lotte omosessuali”, commenta la giornalista. “Non le ho mai fatte – ammette – non per mancanza di coraggio. Un po’ per l’educazione dell’aristocrazia, penso – continua – che dietro una porta ognuno di noi possa fare quello che gli pare e non lo deve dichiarare. Quello che succede oggi è oggi, domani puoi fare anche un’altra roba”.

“Oggi vive con la sua compagna Benedetta. Perché ha deciso di adottarla invece di sposarla?”, chiede la conduttrice. “Io non mi sposerei mai, a me un uomo che dice ‘mio marito’ … no no … per me il matrimonio comunque è un problema, già tra eterosessuali. Il matrimonio forse – aggiunge la produttrice – va bene per crescere i bambini, anche se in futuro non sarà indispensabile nemmeno per quello. Lo troverei assolutamente ridicolo, non mi piace l’idea del matrimonio tra omosessuali”.Marina Cicogna: ''Non mi definirei omosessuale perché odio definirmi''.

Da ilfattoquotidiano.it sabato 4 novembre 2023.

È morta a 89 anni Marina Cicogna. Nell’aprile 2018 Francesca Fagnani la intervistò a Belve. Ecco uno stralcio della conversazione: “Non si definirebbe omosessuale, o sì?”, domanda la giornalista Francesca Fagnani a Marina Cicogna, la prima grande produttrice cinematografica in Europa (...) “Non lo so, non riesco ad adattarmi ad una definizione che mi inserisca in una casella, non mi sembra indispensabile classificarsi”, risponde Cicogna.

Visse una storia con Alain Delon, poi con Florinda Bolkan per vent’anni. “Lei è stata tra le prime a vivere liberamente la sua sessualità senza mai voler diventare la madrina o il simbolo di lotte omosessuali”, commenta la giornalista. “Non le ho mai fatte – ammette – non per mancanza di coraggio. Un po’ per l’educazione dell’aristocrazia, penso – continua – che dietro una porta ognuno di noi possa fare quello che gli pare e non lo deve dichiarare. Quello che succede oggi è oggi, domani puoi fare anche un’altra roba”.

“Oggi vive con la sua compagna Benedetta. Perché ha deciso di adottarla invece di sposarla?”, chiede la conduttrice. “Io non mi sposerei mai, a me un uomo che dice ‘mio marito’ … no no … per me il matrimonio comunque è un problema, già tra eterosessuali. Il matrimonio forse – aggiunge la produttrice – va bene per crescere i bambini, anche se in futuro non sarà indispensabile nemmeno per quello. Lo troverei assolutamente ridicolo, non mi piace l’idea del matrimonio tra omosessuali”.

Benedetta, la compagna di Marina Cicogna: «Straordinaria e difficile, l'ho amata. Voleva morire già da un po'». Sara D'Ascenzo su Il Corriere della Sera domenica 5 novembre 2023.

Un legame nato 40 anni fa: «Leggeva molto, parlava poco. Il suo rapporto con Venezia, un po’ d’odio e un po’ d’amore». L'ultimo desiderio: le ceneri a Venezia

In vita come in morte. Libera e fiera. Marina Cicogna Mozzoni, la contessa del cinema italiano, la donna che ha attraversato per quasi novant’anni un mondo che con lei scompare per sempre, ieri alle 12 ha chiuso gli occhi sofferenti tra le braccia di Benedetta, la compagna che scelse quarant’anni fa lasciando Florinda Bolkan e che ha adottato «per darle un futuro migliore». Figlia del conte Cesare Cicogna Mozzoni e della contessa Annamaria Volpi di Misurata, Marina Cicogna era nata a Roma il 29 maggio 1934 a Palazzo Volpi, a pochi passi dal Quirinale. Un’infanzia in collegio in Svizzera, una giovinezza dorata nella Roma della Dolce Vita, intervallata dall’anno della Maturità Classica a Venezia, dove la madre, che si separò presto dal padre, l’aveva richiamata perché nella Capitale invece di studiare trascorreva il suo tempo a Cinecittà. «Il cinema è stato il vero colpo di fulmine della mia vita. Ce l’ho nel Dna da sempre», aveva scritto nella sua autobiografia Ancora spero uscita con Marsilio il 2 maggio. Due anni prima che nascesse, il nonno aveva inventato la Mostra del Cinema per rivitalizzare gli alberghi del Lido, «un po’ strachi». E lei l’anno scorso proprio dalla Biennale di Roberto Cicutto, suo grande amico, era stata chiamata per celebrare i 90 anni di un Festival che amava molto e al quale quest’anno aveva dovuto rinunciare per la malattia che ormai la teneva stretta, inchiodata al letto di legno con le zampe di leone che era stato della mamma Annamaria e che da Venezia era arrivato a Roma, nella casa di via di Porta Pinciana che divideva con Benedetta e gli amati cani, Minnie e Gipsy. Per sua stessa volontà non ci saranno funerali, ma sarà cremata, col desiderio che le sue ceneri arrivino in quella Venezia che a lei ricordava tanto l’amata mamma.

Benedetta, si ricorda la prima volta che vi siete incontrate?

«Sì ci siamo conosciute al Teatro di viale Giulio Cesare a Roma. Io ero andata per vedere Florinda che recitava in Zio Vanja. Marina mi ha subito colpito. Era una persona molto affascinante, dura, ma allo stesso tempo irresistibile. Ci siamo scambiate uno sguardo che mi è rimasto impresso. Sono io che l’ho corteggiata, mi affascinava e la volevo».

All’inizio però la vostra storia è rimasta segreta.

«Sì, segreta e molto difficile. Io avevo un compagno, ma ho capito che era lei che mi interessava».

Com’era Marina nella vita?

«Una persona molto difficile, molto chiusa. In casa parlavamo poco: lei leggeva molto e parlava poco, ma avevamo molte cose che ci accomunavano, come il cinema, ci piaceva vedere i film insieme a letto; amava tantissimo gli animali, faceva molta beneficenza per loro, ma era una persona molto dura e difficile. Ha affrontato la malattia con un gran coraggio, non si è mai lamentata. Ecco: era una persona molto asciutta, priva di fronzoli».

È morta come voleva?

«Voleva morire da un po’, ma non si poteva. Gli ultimi due mesi sono stati i più difficili. Cominciava a star male e voleva farla finita, perché era diventata molto dura: il suo desiderio era morire nel suo letto a casa con i cani ed è riuscita a farlo grazie ai medici che ci hanno seguito, che sono stati fantastici. È morta serenamente e spontaneamente».

È sempre stata una donna libera. Anche nelle amicizie.

«Lei aveva questa libertà, di avere amici in tutti i campi. Non era minimamente interessata alla politica, guardava la persona non al gruppo politico. Che è una cosa rara in Italia dove tutti ti guardano storto se frequenti qualcuno fuori dalla cerchia. Lei era amica di Matteo Salvini e di Matteo Garrone e per quello al suo compleanno li aveva voluti tutti e due, i due Matteo. E questa cosa l’aveva divertita».

Avete fatto una vita di viaggi e mondanità. Come l’ha vissuta?

«I viaggi mi sono sempre piaciuti. La mondanità per me era una tragedia! Lei invece era molto curiosa, attratta dalle persone famose. Insieme abbiamo fatto viaggi stupendi. Il più bello forse la prima volta che siamo stati in Birmania, un Paese allora senza turismo e poi in India. Con tutte le conoscenze che aveva, mi ha dato la possibilità di fare viaggi non da turista».

Il suo rapporto con Venezia?

«Un po’ d’odio, un po’ d’amore. Per la madre che adorava, ma che per tutto quello che era successo con la morte del fratello, era difficile per lei viverla. Abbiamo avuto delle case lì, a lei piaceva tanto, ma allo stesso tempo non voleva viverci, preferiva Roma, anche se adorava Venezia. C’era qualcosa, una specie di tristezza, che la bloccava».

Aveva il rimpianto di non aver diretto la Mostra?

«Assolutamente no. Ci teneva moltissimo e forse avrebbe voluto partecipare di più, aiutare. Sicuramente c’è rimasta male perché non hanno presentato il suo documentario a Venezia. E anche io: penso fosse perfetto per il Festival. Molto probabilmente non lo hanno fatto perché c’era tutta la parte di suo nonno, che è ancora una questione aperta a Venezia».

Quali sono state le sue ultime parole?

«Le ho chiesto: mi vuoi ancora bene? Io ti amo tanto».

E lei?

«Mi ha risposto di sì».

Marina Cicogna e Florinda Bolkan vent’anni insieme. «Lei fuggiva e io l’inseguivo, poi mi stufai». Giovanna Maria Fagnani su Il Corriere della Sera sabato 4 novembre 2023.

Marina Cicogna e Florinda Bolkan, star di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e di Metti una sera a cena, si conobbero a una festa a Parigi. Un anno dopo nacque la storia d’amore, poi la rottura e poche parole l’una sull’altra negli anni successivi

Una lunga storia d’amore, in un’epoca in cui il conformismo non vedeva di buon occhio le relazioni omosessuali. Un legame intenso e fatto di fughe e ritorni. Mai nascosto, ma, per scelta, nemmeno esibito. Per vent’anni Marina Cicogna, scomparsa oggi a 89 anni, e Florinda Bolkan, star di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e di Metti una sera a cena, fecero coppia fissa. Poi la rottura e, negli anni a venire, poche parole l’una sull’altra. Anche se l’attrice ha voluto salutare l’ex compagna con una nota: «Siamo state amiche. Abbiamo fatto una lunga strada insieme, culturalmente importante. Le sarò sempre grata». Del resto, la produttrice spiegò, in seguito, nella sua autobiografia: «Spesso le persone mi hanno messo delle etichette, ma la mia vita e le mie scelte parlano per me. Ho vissuto per vent’anni con Florinda, da quasi quaranta vivo con Benedetta. Eppure non ho mai amato le manifestazioni eclatanti della propria sessualità. Considero le parate, e in generale l’ostentazione dei propri orientamenti, come qualcosa di ridondante».

Come si conobbero

Florinda Bolkan, origini brasiliane e Marina Cicogna si conobbero a una festa a Parigi, a casa dell’attrice Elsa Martinelli e del fotografo Willy Rizzo. «Eravamo giovani e coetanee: ci sono stati alti e bassi terribili.. Era con un gruppo di brasiliani che erano appena stati dai Kennedy, a Palm Beach. Viveva con un ragazzo, il padrone dell’editoriale Hachette. Da subito la trovai una ragazza molto bella, eclatante, simpatica ma nulla più» ricordava Cicogna in una intervista a Io Donna. Non fu un colpo di fulmine «I quel momento ero piuttosto ballerina con le mie storie. Un anno dopo, la invitai a casa mia a Cortina, poi a Saint Tropez e lì cominciai a conoscerla meglio. E quando mi disse che tornava in Brasile dalla sua famiglia, risposi: vieni a Tripoli con me, a te ci penso io… Organizzammo un provino, Visconti che se ne incapricciò per Lo straniero con Marcello Mastroianni, ma poi niente: bellezza pazzesca ma troppo esotica. E lo stesso successe con Il portiere di notte. La cosa sfumò quando si seppe che il protagonista era Dirk Bogarde: Florinda se lo mangiava in insalata, aveva una fisicità forte».

«Andava e veniva»

Sul set l’amicizia si tramuta in un sentimento più forte e le due cominciano a frequentarsi, poi a vivere insieme. Ma l’indole di Florinda è inquieta. «Era abituata a fuggire ciclicamente e io ero abituata a inseguirla, e a un certo punto la cosa mi venne a noia». Florinda ha scappatelle, ma non tollera quelle di Marina che, nel frattempo, aveva conosciuto Benedetta, sua attuale compagna e figlia adottiva «Questa bellissima ragazza mora, dai lunghi capelli mossi, che capii poteva rappresentare il mio futuro». L’amore con Benedetta è molto diverso da quello con Florinda, di cui Marina ricordava: «Florinda è molto brasiliana, libera, volatile. Con una bellezza indissolubilmente legata alla giovinezza. Efebica, sensuale, non somigliava a nessun’altra: per lei era quasi impossibile invecchiare bene. Verso i 50 anni ha cominciato a sbandare. Andava, veniva e poi ancora e ancora. Un giorno non è più tornata». Di lei Bolkan non ha quasi mai parlato. Solo al Corriere, in un’intervista, disse: «Quella con Marina è stata una storia importante, ma non è la sola, ne ho avute altre. Quando una relazione finisce, finisce, non ci sto a ricamare sopra».

Maria Corbi per La Stampa- Estratti martedì 5 dicembre 2023.

Gli anni hanno addolcito il suo sorriso, senza scalfire la sua bellezza, portata con orgoglio, senza ritocchi, senza maschere. Florinda Bolkan a febbraio compirà gli anni, su Wikipedia dicono che la data di nascita è il 1941, ma sulla carta di identità c’è il 1937. Quel che è certo è che è nata a Uruburetama, cittadina al nord est del Brasile, un posto che «è ancora nella mia anima anche se manco da tanto tempo», dice. 

Ride Florinda Bolkan, muovendo le mani con grazia, con il fisico asciutto e gli zigomi scolpiti, simbolo della sua bellezza androgina, seduta accanto alla sua socia e amica Anna Chigi, principessa «rock», nobile stirpe romana, che negli anni ’80 cantava Mucho Corazon.  

(...) «La Voltarina è la mia vita», dice Florinda arrotondando le vocali come fanno i brasiliani, rendendo le parole musica. Lo fa per ripristinare «la verità» visto che quando si parla di lei si cita sempre Marina Cicogna, scomparsa poco tempo fa. «E mi sono un po’ annoiata di questo».

Ma non è possibile togliere la Cicogna dalla biografia della Bolkan. Una coppia che per anni ha diviso cuore, casa, lavoro e jet set. La produttrice e la star, insieme fino alla rottura alla fine degli anni ’90 («non mi chieda le date che non me le ricordo...»). 

E da allora tra loro un muro di silenzio. «Non vorrei parlarne», dice Florinda. «Le sono grata per il percorso che abbiamo condiviso e il lavoro importante fatto per il Cinema». Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto; Metti, una sera a cena… Anonimo Veneziano. Un velo le appanna gli occhi ancora bellissimi, di un nero che sembra portarti negli abissi. 

Una carriera nel cinema quasi per caso. «Arrivai a Roma dopo essere stata hostess della Varig, l’ex compagnia di bandiera brasiliana. Ero una delle dodici ragazze dette executive hostess, senza divisa, dovevamo assistere i passeggeri di prima classe. Erano tutti pazzi di me. L’ho fatto per almeno cinque anni. Ci scelse l’amante del presidente della Varig».

Nel 1968 debutta in Candy e il suo pazzo mondo di Christian Marquand nei panni della sorella del Beatles Ringo Starr. «Fu un fiasco», ricorda. Poco dopo l’incontro fatale con Luchino Visconti che, dopo tre provini nella sua villa a Ischia, la scrittura in una piccola parte: l’attricetta mantenuta da Helmut Berger nel film La caduta degli dei (1969). «Lo adoravo, vedevo in lui mio padre che avevo perso troppo presto. Andavo a casa sua a via Salaria solo per guardarlo, respirare la sua energia, osservare la sua intelligenza. E a lui piaceva avermi intorno». 

E in quell’anno conosce Marina Cicogna, a Parigi, a casa di Elsa Martinelli e Willy Rizzo. Lei era appena tornata da una vacanza a casa Kennedy, anche lui vittima (pare) del fascino androgino e un po’ infantile della Bolkan. «Chissà...», ride lei lasciando l’argomento sul vago. Mentre con Ryan O’Neil ammette il flirt. «Stavo per lasciare Marina per lui». Una vita piena di amore e passioni. Per ben tre volte l’attrice stava per cedere al «Sì». La prima volta con un principe polacco, poi con il proprietario dell’editoriale Hachette, e con il re del caffè brasiliano».

«Amor che ti fa a pezzi e ti divora», sospira Florinda che declama la poesia scritta da suo padre, Pedro Soares Bulcão che fu un politico, ma anche un poeta. 

Il cinema, i red carpet, sono solo un ricordo ormai, ma anche un dispiacere. «Quando si è lasciata con Marina le è stata fatta terra bruciata intorno», dice una cara amica che è a pranzo qui, alla Voltarina dove si praticano prezzi pop anche per i matrimoni. «Vogliamo che tutti godano di questa bellezza», dice Florinda che riesce a essere una star anche in jeans e sneakers. 

Dicevamo: Marina Cicogna. «Basta parlare di lei, era autoritaria e sono scappata». Solo un ricordo come d’altronde lo sono i set, ormai, l’ultimo quello del film di Ginevra Elkann. Ma c’è ancora un sogno, che le diano un premio alla carriera. «Me lo sono meritato giusto?». Magari a Venezia, il luogo di tanti successi e progetti.

Attorno a lei, le signore che curano l’agriturismo e tante amiche «normali», lontane dal mondo patinato del Cinema e della mondanità. «Non mi sono mai piaciuti i salotti, io in fondo sono una donna semplice, soddisfatta della sua vita e che ha sempre fatto quello che desiderava, o almeno quasi sempre. Mi sono pagata a carissimo prezzo la libertà». 

Il prezzo è stato quello di essere esclusa dai set, dai festival, dai premi, dai red carpet. «Il mio red carpet è la natura»

(…)

Gloria Satta per “il Messaggero” il 15 ottobre 2021. La vita da jet set con Onassis, Jake Kennedy e i Rolling Stones, l'Oscar vinto per il film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, gli amori con Florinda Bolkan e l'attuale compagna-figlia adottiva Benedetta, l'amicizia con Gianni Agnelli, la famiglia aristocratica, i ricordi, il presente. E una rivelazione: «Da un anno e mezzo ho un tumore». Alla Festa di Roma, oggi Marina Cicogna si metterà a nudo nel documentario Marina Cicogna - La vita e tutto il resto diretto da Andrea Bettinetti. A 87 anni (insospettabili), la prima produttrice italiana, icona di stile, donna libera e anticonformista, ripercorre la sua storia tra agi e dolori (la rovina finanziaria della madre, il suicidio del fratello Bino) attraverso foto, filmati, testimonianze. Un'autobiografia ma anche una cavalcata nell'Italia del bel mondo e del grande cinema che non c'è più. Ma Marina guarda avanti. Senza pentimenti, giura.

Nemmeno un rimpianto?

«Mi dispiace soltanto di aver mollato il cinema troppo presto, quando gli americani rifiutarono di fare film come Il Conformista, Ultimo tango a Parigi, Portiere di notte. Preferivano le commedie di Alberto Sordi e Nino Manfredi. Ma io non avrei dovuto scoraggiarmi». 

A che punto è la sua malattia?

«La tengo sotto controllo con una chemio leggera che mi ha reso un po' più debole e bisognosa di sonno. Il tumore mi ha cambiato la vita, insegnandomi il distacco dai riti sociali. Oggi sto più in casa, leggo tanto».

Come definirebbe la sua vita?

«La testimonianza di un'epoca ormai finita. Ho avuto la fortuna di vivere un periodo di grande creatività nel cinema, nell'arte, nella letteratura. Poi il mondo è peggiorato. E quello attuale non mi piace». 

L'incontro più importante?

«Con il produttore David O. Selznick che accese in me, ancora giovanissima, la voglia di fare cinema. E ho fatto un cinema straordinario con tutti i grandi». 

Tra gli altri con Elio Petri, Pier Paolo Pasolini, Liliana Cavani, Gian Maria Volonté, Marcello Mastroianni: ha mai litigato con qualcuno?

«Con Giuseppe Patroni Griffi: durante le riprese di Metti una sera a cena si svegliava alle 14». 

 Chi era per lei Gianni Agnelli?

 «Un amico vero che oggi mi manca. Aveva un grande umorismo e in due parole ti spiegava la realtà. Ad accomunarci era l'impazienza». 

Fu trasgressiva la sua scelta di vivere con Florinda Bolkan alla luce del sole 40 anni fa, in un'epoca in cui l'omosessualità non era accettata?

«Nessuna trasgressione, fu una scelta naturale. Non ho mai sentito il bisogno di sbandierare o nascondere il mio orientamento sessuale». 

Oggi si ostenta troppo?

«Fare coming out può essere utile a qualche gay per superare i sensi di colpa e la vergogna. E pensare che nel secolo scorso l'omosessualità era vissuta apertamente. Poi, nel dopoguerra, gli americani hanno esportato il puritanesimo da cui tra l'altro è nato il #MeToo». 

Disapprova la deriva giustizialista del movimento?

«Sì, se penso che ha fatto a pezzi grandi registi come Woody Allen e Roman Polanski... Ma prendersela con Harvey Weinstein era doveroso, è sempre stato un prepotente». 

Il cinema italiano di oggi le piace?

 «Mi sembra autoreferenziale e incapace di vendersi. E i registi vogliono fare di testa propria senza ascoltare i produttori. Amo solo Paolo Sorrentino e Matteo Garrone». 

Cosa la lega a Benedetta, al suo fianco da 32 anni?

«È una donna con i piedi per terra, molto gradevole e sempre pronta a sostenermi anche se litighiamo molto. La adottai 20 anni fa quando i miei nipoti si fecero avanti pretendendo i miei soldi. Lascerò tutto a lei».

Oggi che esistono le unioni civili l'avrebbe sposata?

«Nemmeno per sogno, l'avrei adottata comunque. Detesto il matrimonio».

Moda, film, amori: "La vita e tutto il resto". Chi è Martina Cicogna, la chic ribelle. Pedro Armocida il 16 Ottobre 2021 su Il Giornale. Nel documentario di Andrea Bettinetti il ritratto di una donna anticonformista. C'è tutto il più grande cinema italiano, ma c'è anche tutta la personalità di una delle donne più forti e libere del nostro Novecento. Marina Cicogna, nata a Roma nel maggio del 1934 nel palazzo che porta il nome di Volpi, sua madre era figlia di Giuseppe Volpi di Misurata, tra l'altro creatore della Mostra del cinema di Venezia, mentre suo padre, Cesare Cicogna, era un aristocratico milanese. Nel documentario di Andrea Bettinetti, scritto da Alejandro de la Fuente e Elena Stancanelli, Marina Cicogna - La vita e tutto il resto, presentato alla Festa del cinema di Roma e in uscita il 5 novembre, si ripercorre con lei, austera 87enne, un pezzo di grande storia del cinema, non solo italiano, dal momento che, in una delle decine di foto, frutto di un grande e preciso lavoro di documentazione, la vediamo quattordicenne quasi abbracciata a David O. Selznick, il produttore di Via col vento che, ricorda lei, «mi voleva adottare, lui è veramente il padre che io avrei voluto avere». Il film è un intimo ritratto delle famiglie di Marina Cicogna, del suo amore per la fotografia, dei suoi grandi amici come Valentino e Alessandro Michele di Gucci, delle sue città. Un cosmopolitismo innato frutto del suo essere intimamente «chic, ma ribelle». Ecco gli studi al Parini di Milano, l'università a New York e le puntate a Los Angeles in casa di Barbara Warner «che mi diceva: stasera vuoi cenare con Marlon Brando o con Montgomery Clift?». E poi St. Moritz con gli Agnelli a insegnare a sciare a Ginevra Elkann, oggi regista, Tripoli, l'unico posto in cui la madre «era veramente felice», la villa Barbaro a Maser comprata dal nonno dove passavano i capodanni tra Palladio e Veronese, e infine Roma. La città del cinema dove la madre aveva investito in una società di distribuzione, Euro International Pictures, «un puro caso perché avrebbe potuto farlo nello yogurt», e dove Marina Cicogna inizia a distribuire capolavori come Bella di giorno di Buñuel e a produrre i film di Pasolini (Medea), Rosi (Uomini contro), Patroni Griffi (Metti una sera a cena) ma soprattutto Elio Petri con l'Oscar per Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Ma fu una stagione breve, una manciata di anni tra il '68 e il '74, perché, pur lavorando nell'azienda di famiglia, «ero a stipendio e i dirigenti spesso mi osteggiavano, non vollero produrre Il conformista e Ultimo tango a Parigi». In mezzo anche il suicidio nel 1971 del fratello Bino, scappato a Rio de Janeiro per uno scandalo finanziario. Infine le relazioni di coppia, la storia famosa con Florinda Bolkan «che era androgina e di una bellezza assoluta» e quella attuale con Benedetta che porta il suo cognome perché lei, contraria al matrimonio tra persone dello stesso sesso, l'ha adottata: «A me non è mai venuto neanche in mente di dire io vivo con Florinda, io sono omosessuale. Ma chi me lo chiede, chi lo vuole sapere? Quando chiudo la porta, sono cazzi miei, faccio quello che voglio. Non ho mai nascosto né esibito tutto questo». Pedro Armocida

Marina Cicogna: «Flirtavo con l’attore di Tarzan e Agnelli mi disse: sì, non è male. L’amore con Florinda Bolkan? Mi tradiva ma ci passavo sopra». Valerio Cappelli su Il Corriere della Sera il 2 novembre 2023.

La Signora del cinema italiano tra amicizie e la malattia: «A 89 anni mi sento più bella che da giovane». «Alain Delon? Ero in stanza con Ljuba Rizzoli, spuntò un invito sotto la porta. Lo presi io e mi precipitai». «Il cancro? Una cosa violenta, inattesa, improbabile»

Da ragazza non era bella. Guardiamo le foto della sua vita con lei, Marina Cicogna , la Signora del cinema italiano che ha rotto tabù ed è stata un simbolo. È diventata avvenente verso i quarant’anni, sotto la dolce ala della maturità.

È d’accordo?

«Direi di sì. E però è uno dei grandi mestieri che non sono mai riuscita a mettere a fuoco. Io mi trovo con tanta gente che mi dice che sono più bella oggi, a 89 anni, di trent’anni fa, avendo una malattia grave. Anch’io quando mi guardo allo specchio mi dico è vero, ed è una cosa bizzarra. È miracoloso tutto questo. La vita è fatta anche di miracoli».

Lei parla liberamente della malattia, lo ha fatto anche in tv quando le hanno dato il David di Donatello alla carriera.

«Ma sai, quando ti dicono signora lei ha un cancro cosa fai, lo metti da parte? È una cosa violenta, inattesa, improbabile. Un medico in Svizzera mi ha dato la notizia e la mia vita è diventata un’altra».

Questa serie si intitola Le Capitane. Lei si è sentita capitana quando, prima donna al mondo, nel 1971 vinse l’Oscar come produttrice?

«Direi di no. L’Oscar per Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri non andai nemmeno a prenderlo a Los Angeles. Semmai mi sentivo una cretina, perché non ero andata. Sentirsi capitani è quando affronti una cosa ed è un tuo successo, che appartiene a te e non è stato attribuito o voluto da altri. Stamattina magari lo sei, capitana, e stasera non lo sei più. Ho lavorato nel decennio dei ’70, poi tornai dagli Usa e in Italia andavano solo filmetti comici. Avrei potuto fare di più».

Lei è stata amica di Gianni Agnelli, Jackie Kennedy, Gregory Peck, Mick Jagger, Luchino Visconti. Suo nonno creò dal niente il Festival di Venezia tirando su una tenda all’Hotel Excelsior per proiettare i film. Una vita di privilegi. Ma una volta ci disse che per arrivare in cima è stata molto dura.

«Se parliamo di sforzi, cosa si può considerare uno sforzo? Certamente per una donna, una delle pochissime nel cinema, il non essere stata presa all’inizio sul serio dagli uomini è stata dura, benché tutto sommato una presenza femminile non fosse così avversata. Ma io avevo una certa maniera di andare avanti, se credevo in qualcosa sapevo come ottenerlo. Certi film in cui credevo, come Metti, una sera a cena di Patroni Griffi, non li volevano nemmeno all’Euro, la casa di produzione e distribuzione familiare, e quando Gian Maria Volonté si ritirò dal progetto fecero salti di gioia».

«Io capitano» di Matteo Garrone è un bellissimo film, ed è candidato per l’Italia agli Oscar. Ma al botteghino non ha il successo sperato. Perché?

«Ho parlato molte volte con Matteo, siamo amici, lui è sempre rimasto dispiaciuto di non arrivare a un vero pubblico popolare. Perché succede non lo so. Ma penso che per l’Oscar qualche chance l’abbia».

Della polemica di Favino sull’invadenza di attori americani su icone italiane cosa pensa?

«È un bravo attore, queste cose nazionaliste mi stupiscono sempre un po’».

È la prima volta che non è andata al Festival di Venezia.

«No, è successo anche tre anni fa. Ma sai, non mi posso muovere. Ci sarei andata volentieri. Vuoi sapere cosa mi manca? La vita».

Al Lido Woody Allen è stato contestato da quindici femministe a seno nudo, per le presunte molestie alla figlia della ex compagna Mia Farrow, ma osannato dalla folla.

«Certe proteste fanno male alle donne, gli estremismi ci riportano indietro. Ho amato le femministe ma non fanno parte del mio carattere e della mia educazione. E il Me Too non mi piace dall’inizio, non mi convince che sia la strada giusta per certe battaglie. Ho sempre creduto che dovessimo aiutarci a vicenda» .

Lei ha avuto una relazione leggendaria per vent’anni con Florinda Bolkan e un flirt con Alain Delon. La donna e l’uomo che ha amato di più?

«È complicato rispondere, finisci sempre con offendere un’altra persona. Con Alain fu buffo. Ero a Megève, dove condividevo una stanza d’hotel con Ljuba Rizzoli, che era bellissima. Lui lasciò un biglietto sotto la porta: ti aspetto nella camera 104. Mancava il destinatario. Strappai il biglietto dalle mani di Ljuba e mi precipitai io. Ero la ragazzina invaghita di un mito, galleggiai sospesa in un’altra dimensione per qualche settimana. Florinda la conobbi a Parigi, lei era tornata da una vacanza a casa Kennedy. La trovavo speciale, solare, libera, disinibita, fisico asciutto, sorriso infantile, aspetto androgino. Alle sue scappatelle davo poco peso ma si rifiutava di accettare la mia con Benedetta, che dovette nascondersi in un armadio, tra i miei vestiti. Ci vivo da 40 anni».

Nel libro « Ancora spero» racconta di una esilarante incursione notturna di Agnelli…

«Ebbi un flirt con Lex Barker, il Tarzan del cinema. Gianni entrò in stanza con una torcia per vedere se era così bello. Alzò il lenzuolo e disse: mi fate vedere questo Tarzan? In effetti non è male».

Una donna libera come lei, come ha vissuto un mondo conformista e fintamente inclusivo come il cinema?

«Fa parte del provincialismo italiano. Dipende dal fatto che in un ambiente pieno di qualità si infilino persone che di qualità ne hanno poca, dominate dall’invidia, non solo dal conformismo».

Lei è una donna che può intimidire. C’è un abbraccio che non è riuscita a dare?

«Ci sono persone che non hanno granché in comune con te, e conoscendole le trovi simpatiche e piacevoli. Il primo nome che mi viene in mente è Giorgio Napolitano. Lo incontrai, mi disse, lei ha fatto tanto per il cinema italiano. Di lì a poco dal Quirinale mi avvisarono della nomina a Grand’Ufficiale».

La politica le interessa? Al suo ultimo compleanno tra tanti amici invitò Salvini.

«Sono curiosa di persone per motivi non ovvii. Ho conosciuto la sua fidanzata, Francesca Verdini, l’ho trovata carina. Poi è venuto lui, che nel privato è diverso da come appare come politico. Ha una sua naturalezza, una piacevole spontaneità. E li ho invitati. Sono curiosa. E impaziente».

Alla morte ci pensa?

«È un argomento che quando lo vivi addosso devi inquadrarlo. Ci pensi tutto il tempo,e ti chiedi come affrontarlo. Non ho una risposta».

 Estratto dell’articolo di Maurizio Caverzan per “la Verità” il 7 maggio 2023.

S’intitola Ancora spero l’autobiografia che Marina Cicogna ha appena pubblicato da Marsilio. È il racconto della vita, che sembra romanzesca, della contessa del cinema italiano, figlia di Cesare Cicogna Mozzoni (dinastia lombarda dal quattordicesimo secolo) e di Annamaria Volpi di Misurata (altro casato nobile) e nipote di Giuseppe Volpi, ministro del governo Mussolini, padrone della Compagnia italiana grandi alberghi (Ciga) e fondatore della Mostra del cinema di Venezia a cui sono tuttora intitolati i premi agli attori.  

È un’autobiografia di case, dimore, vacanze, piscine, ricevimenti, party senza partiti, sciate al mattino presto, trasvolate oceaniche e trasgressioni senza pose, amori omosessuali. Di grandi armatori come Aristotele Onassis, di importanti produttori come David O. Selznick (Via col vento, di film di Alfred Hitchcock), di imprenditori visionari come Gianni Agnelli.

Marina Cicogna è una donna da primato, la prima a vincere l’Oscar per il miglior film straniero e la prima ad amare pubblicamente un’altra donna?

«Per quanto riguarda l’Oscar, sì. Il secondo primato non è mio, molte altre donne pubbliche mi hanno preceduto in questo tipo di relazione, soprattutto fuori dall’Italia». 

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Come si sta preparando a ricevere il David di Donatello alla carriera?

«Non faccio molti preparativi, cercherò dei vestiti che mi possano stare bene. Indosserò un abito di Valentino, come faccio nelle occasioni pubbliche. Per la sera è lo stilista più […] 

l’Oscar nel 1971 con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Perché era convinta di non vincerlo tanto che nessuno del cast presenziò alla cerimonia?

«Al Festival di Cannes avevamo preso solo il Gran premio speciale della giuria. Elio Petri e Gian Maria Volontè erano stati iscritti al Pci e non potevano ottenere il visto per l’America, Florinda Bolkan era sul set di qualche film e io avevo grossi dubbi che gli americani apprezzassero quel film con problematiche distanti dalla loro sensibilità. Fu un errore non incaricare qualcuno di ritirare la statuetta just in case. Infatti, non l’ho mai vista». 

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Scrive che durante la guerra i suoi genitori «non erano gli unici aristocratici a opporsi al fascismo» eppure suo nonno fu ministro nel governo Mussolini… 

«Prima, con Giovanni Giolitti era stato governatore della Libia. Poi fu ministro delle Finanze, ma nutriva una certa antipatia per Mussolini. Mi raccontarono che una volta scomparve a Roma per 48 ore e dissero che era stato preso dai fascisti, che lo restituirono dopo averlo drogato. Mio nonno non fu certo antifascista, mentre lo furono in modo deciso i miei genitori». 

Conferma che Gianni Agnelli è stato l’uomo più affascinante che ha conosciuto?

«Confermo. Gli telefonavo spesso al mattino presto per consultarlo su quello che succedeva e lui aveva sempre un’idea precisa e mai banale».

Però una volta, più del suo fascino valse la lealtà verso l’amica Marella, sua moglie… Oppure l’attrazione per gli uomini era già scemata?

«Ci sono uomini che mi hanno sempre interessato molto. Se non fosse stato sposato, un passaggio con lui ci sarebbe stato di sicuro. In quel momento mi era parso inopportuno». 

Con Alain Delon invece non si ritrasse e anticipò l’amica Ljuba Rosa Rizzoli che condivideva con lei la stanza in hotel, dove spuntò un bigliettino nel quale Delon invitava nella sua camera, ma senza specificare il destinatario.

«Infatti Ljuba ha sempre detto che l’invito era per lei, più affascinante e sexy di me.

Ma io allora avevo una passione particolare per Delon. Quando lo vedo ancora oggi penso che all’epoca non ci fosse uomo altrettanto seducente». 

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Sebbene scriva di non aver mai prodotto film «per ragioni vagamente politiche» perché Franco Zeffirelli le rimproverava di fare solo film di sinistra?

«Si riferiva a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, uscito due mesi dopo la strage di Piazza Fontana, e a La classe operaia va in Paradiso che vinse a Cannes nel 1972. Zeffirelli era l’unico regista di destra del cinema italiano ed era convinto che chi aveva una certa formazione doveva pensarla come lui». 

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Quanto il suicidio di suo fratello in Brasile l’ha cambiata?

«È stata una ferita non rimarginabile, che mi ha cambiato in profondità. Anche la scoperta della malattia mi ha cambiato, perché implica davvero un’altra vita. Fino al giorno prima andavo a sciare, oggi il mio maestro di sci mi ha mandato una foto di qualche anno fa. Con la malattia le giornate sono totalmente diverse». 

Se Gianni Agnelli era il più affascinante, come definirebbe Vittorio De Sica?

«Anche De Sica lo era, da napoletano. Gianni era figlio di militari torinesi, Vittorio di una famiglia di attori del Sud. Per lui ogni situazione era motivo di divertimento, di commedia». 

Cosa la colpiva di Pier Paolo Pasolini?

«M’intimidiva, unico fra i tanti grandi registi con cui ho lavorato. Era un uomo che non si capiva bene a cosa pensasse. Aveva un fascino silenzioso». 

E di Andy Warhol?

«È stato alcune volte mio ospite, ma non mi sono mai fatta ritrarre da lui. Era educato e di ottime maniere, molto diverso dall’immagine dell’artista ribelle che se ne aveva».

Chi è il più grande attore con cui ha lavorato?

«Direi Gian Maria Volontè, mentre con Marcello Mastroianni non ho mai lavorato. Erano di due scuole opposte: Marcello era credibile in qualsiasi ruolo, Gian Maria aveva bisogno di un personaggio in cui affondare i denti». 

[…]

Il suo con Florinda Bolkan è stato uno dei primi amori omosessuali senza finzioni: come guarda alle rivendicazioni della comunità arcobaleno?

«Mi sembra che facciano parte di un mondo molto convenzionale nel quale c’è bisogno di definire le situazioni per farle accettare. Non sono a favore di queste posizioni, credo che sia inutile cercare di spiegarsi, di spiegare ogni comportamento. Ognuno di noi vive attrazioni e abitudini diverse. Forse per i trans è più difficile, ma penso che ognuno dovrebbe seguire la propria natura».

Perché anche nella vita privata ha sempre tenuto lontane l’ideologia e la politica?

«Perché non c’entrano. Ognuno può essere libero con sé stesso e vivere in modo spontaneo, senza costruzioni». 

Non la pensano così i militanti del Metoo.

«Da sempre i produttori importanti a Hollywood hanno avuto rapporti bizzarri con attrici e attori. Non è un comportamento inventato da Harvey Weinstein, che pure aveva il dono di essere uno tra gli uomini più antipatici del mondo».

[…]

L’autobiografia s’intitola Ancora spero: in che cosa, signora? 

«Non so… Spero che la vita rimanente sia abbastanza accettabile. Che il morire sia dolce e non comporti troppa sofferenza. Spero anche tante cose belle per gli altri. Ho scelto queste parole per il titolo perché sono nel motto di famiglia: mi sembra dicano che uno vuole vivere di speranza più che di certezza».

Marina Cicogna: «Alain Delon mi lasciò un biglietto in albergo. Mi precipitai nella sua camera. Volonté divenne mio amico». Valerio Cappelli su Il Corriere della Sera il 20 Aprile 2023

La produttrice riceverà il David di Donatello alla carriera. È stata la prima al mondo a vincere l’Oscar. «I miei amici? Gianni Agnelli, Jeanne Moreau, Gregory Peck». Per vent’anni con Florinda Bolkan 

Nella vita è una contessa, al cinema è una regina. Marina Cicogna è l’aristocratica ribelle chic contro la morale diffusa. I suoi amici? Gianni Agnelli, Jeanne Moreau, Gregory Peck, Jackie Kennedy, Mick Jagger... Come insegnante ha avuto Marguerite Yourcenar. Marina ha 88 anni, e non ha mai cercato di nascondersi o di esibire. «Non avevo convinzioni precise sulle scelte sessuali, ho sempre creduto nell’incontro tra le persone».

Suo nonno ha fondato il Festival di Venezia, lei lo racconta così: «Nel 1932 questo signore, vede che gli attori americani vanno in vacanza a Venezia e per aiutare i suoi alberghi tira su un lenzuolo per proiettare film». Lei è stata la prima produttrice al mondo a vincere l’Oscar con Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Il 10 maggio riceverà il David di Donatello alla carriera. Ha una malattia, «quella» malattia di cui parla nella autobiografia (scritta con Sara D’Ascenzo del Corriere del Veneto) in uscita per Marsilio, intitolata Ancora spero.

Perché questo titolo?

«Era il motto di casa Cicogna dal ’400, è sempre complicato sceglierne uno, e questo non è pomposo. Il libro è una storia tagliata in due. Fino a 84 anni avevo una vita regolare, sciavo ancora abbastanza bene, da un giorno all’altro quasi non mi potevo più muovere. La malattia è noiosa, agisce sulla psiche e cambia i valori dele cose, di quello che avevi voglia di fare non ti frega più niente».

Cosa rappresenta il David?

«Mi fa molto piacere. È successa una cosa inattesa e bizzarra, da qualche anno si ricordano di me. Incontrai Giorgio Napolitano quando era Presidente e mi disse, lei ha fatto tanto per il cinema. Sì ma non ho mai avuto nessun riconoscimento, risposi. Tre giorni dopo mi chiamò il Quirinale, lei ha avuto un Cavalierato al merito. Poi mi richiamarono, ci siamo sbagliati, è Grand’ufficiale della Repubblica».

Che cinema ha sostenuto?

«Mai quello molto popolare, e nemmeno i grandi registi. Fellini e Visconti, con cui ero imparentata alla lontana, mettevano in ginocchio i produttori. I miei erano film di artisti che erano anche scrittori, come Patroni Griffi. In buona parte rispecchiavano la mia libertà. In Helga per la prima volta si vedeva un parto. Avrei potuto fare di più, ho lavorato nel decennio dei 70, poi tornai dagli Usa e in Italia andavano solo filmetti comici. Ci fu la tragedia del suicidio di mio fratello Bino, e per i debiti lasciati mia madre dovette vendere tutto. Il mondo del cinema c’è stato contro».

Era dura per una donna?

«Sì, ti facevano le scarpe lisciandoti il pelo. C’ero solo io e dopo, come distributrice, Vania Traxler. L’ambiente era maschilista. Non riuscii a produrre Il conformista neanche spaccandomi la testa, e lo stesso per Il portiere di notte di Liliana Cavani, che è molto riservata , non così popolare, al direttore artistico della Mostra di Venezia Alberto Barbera ho detto che non ha avuto quello che merita e sono contenta che le daranno il Leone alla carriera. Il suo film su Galileo è un capolavoro. Liliana aveva esigenze intellettuali che non erano previste, in passato, per una donna».

Capitolo Oscar.

«Mio padre, che era un ingegnere estraneo al cinema, prese l’Oscar per aver prodotto Ladri di biciclette e io per Indagine diretto da Elio Petri, con Volonté che divenne stranamente mio amico. Un commissario omicida. L’anno prima c’era stata la strage di piazza Fontana. Avrai tutti addosso, mi dissero. Zeffirelli mi accusò di aver prodotto un film comunista. A Cannes mi diedero il premio alla giuria, non la Palma d’oro. Così non andai agli Oscar, convinta che non l’avrei preso. Invece…».

Com’erano i grandi che ha conosciuto?

«Marilyn Monroe era attratta da qualunque cosa fosse italiana, di lì a poco sposò Joe Di Maggio, comunicava insicurezza per la ricerca del suo personaggio, sul set faceva impazzire i registi, dove devo mettere il dito, e la gamba? Marlon Brando se ne stava in disparte, silenzioso, misterioso. Greta Garbo, con cui sono stata in crociera in Costa Azzurra con Onassis, era simpatica, divertente, tutto l’opposto della serietà di cui si diceva. Accanto a una spiaggia di nudisti mi disse: quel signore mi sembra nudo, ma è tanti anni che non vedo un uomo nudo, forse mi sbaglio. Ma non faremo l’elenco, vero?».

Ma non possiamo evitare di parlare della sua amica Jackie Kennedy.

«Era fisicamente possente, per niente delicata, aveva una figura quasi maschile. La ricordo determinata, di ingenuo non aveva nulla, sapeva quello che voleva, anche quando andò controcorrente e lo mostrò sposando in seconde nozze Onassis tra lo scandalo generale. A lui non interessava la cultura ma parlava otto lingue. Il contrario di Jackie che era affascinata dall’Europa».

Ha avuto un flirt con Alain Delon ed è stata per 20 anni con Florinda Bolkan.

«Alain a Megève lasciò sotto la porta di una stanza d’hotel che condividevo con Ljuba Rizzoli, bellissima, un biglietto: ti aspetto nella camera 104. Mancava il destinatario. Strappai il biglietto dalle mani di Ljuba e mi precipitai io. Ero la ragazzina invaghita di un mito, galleggiai sospesa in un’altra dimensione per qualche settimana. Florinda, la conobbi a Parigi a casa di Elsa Martinelli e Willy Rizzo. Lei era appena tornata da una vacanza a casa Kennedy. La trovavo molto speciale, solare, libera, disinibita, fisico asciutto, sorriso infantile, aspetto un po’ androgino. Era stata executive hostess della compagnia aerea Varig, accompagnava i passeggeri più famosi. Ci siamo conosciute poco a poco. Alle sue scappatelle davo poco peso, ma si rifiutava di accettare la mia con Benedetta, che dovette nascondersi in un armadio, tra i miei vestiti. Ci vivo da quasi 40 anni».

A Gianni Agnelli piaceva il cinema o solo Anita Ekberg?

«A casa sua proiettava ogni sera un film, ma è raro che lo vedesse fino alla fine. Si annoiava facilmente. Ebbi un flirt con Lex Barker, il Tarzan del cinema; Gianni entrò in camera con una torcia per vedere se era così bello: mi fate vedere questo Tarzan? In effetti non è così male, disse. Con Anita ebbe una relazione, direi relativamente importante».

Si avvicina Cannes.

«È un Festival che detesto per la sua ridicola pomposità. Non riesci nemmeno ad attraversare la strada. La prima volta ci andai per Metti, una sera a cena. Negli ultimi anni per due volte non mi volevano fare entrare perché secondo loro non ero vestita come si dovrebbe: non portavo i tacchi e avevo una camicia di seta giudicata non elegante da una maschera. Mi aiutò Thierry Frémaux, il direttore artistico, lui è sempre molto carino con me. Mi piace il clima familiare della Berlinale e di Venezia, che per me è comunque un fatto di famiglia, anche se il passato esiste ma lo devi superare. Al Lido per Bella di giorno organizzai tre aerei, su uno Burton e Liz Taylor, poi Vadim e Fonda e sul terzo tutto il cinema italiano, Cardinale, Lollo, Mastroianni...».

La sua vita è il copione di un film.

«Il produttore di Via col vento, David O. Selznick, chiese a mia madre di potermi adottare. La mia gioventù è stata un periodo irripetibile».

Marina Cicogna per Vanity Fair articolo del 24 agosto 2011 

Non conosco il contenuto dell'intervista rilasciata anni fa da Jackie Kennedy all'amico Arthur Schlesinger, dove sembra lei racconti di una sua relazione con Gianni Agnelli, che comunque, e di questo sono sicura, non fu una «storia d'amore». Negli anni '50 la famiglia Kennedy affittava d'estate una casa in Costa Azzurra vicino a Villa Leopolda di Gianni e Marella Agnelli sulle alture di Beaulieu.

I Kennedy erano sportivi, allegri e giocherelloni. In casa Agnelli la vita era più sofisticata e regolata, anche se a Gianni piacevano le fughe, soprattutto serali, verso i casinò di Beaulieu o Montecarlo e raggiungere amici a Cap Ferrat o Saint-Tropez.

Con Marella iniziò a frequentare il clan Kennedy, diventando amici. 

Quando John fu eletto presidente, Jackie sempre più glamour iniziò a venire in Europa da sola, per passare alcune vacanze sul Mediterraneo. Gianni a volte la raggiungeva mettendo a disposizione sua e della sorella Lee, sposata al principe Radziwill, le sue barche e le sue amicizie.

Se in quei viaggi vi fu qualche momento di attrazione tra lui e Jackie (o lui e Lee?) è più che possibile, se poi questi momenti diventassero più fisici che romantici è anche possibile. 

E negli Stati Uniti, vi fu certamente uno scambio di «attenzioni» tra Marella Agnelli e il presidente Kennedy. Credo che questa storia, visto che lei era molto meno «disponibile», abbia avuto per un momento un risvolto un po' più serio, con messaggi, telefonate e incontri segreti. Anche questa però è un'ipotesi e solo donna Marella, l'unica viva dei quattro, conosce la verità. 

In ogni caso, la curiosità reciproca tra le due coppie fu per molto tempo un sentimento reale, dettato anche dalla voglia di sapere come si vestivano le due signore, quali amici frequentavano, come arredavano le loro case, addirittura cosa mangiavano

Questo sentimento, misto di ammirazione e attenzione tra le quattro persone più affascinanti dell'epoca, non si trasformò mai tra i due uomini in amichevole intimità, né diventò una grande amicizia tra le due donne, i cui interessi, in verità, non erano poi così discordi, visto che entrambe amavano dedicarsi a un mondo meno politico e meno frivolo dei rispettivi straordinari, pericolosi e affettuosi mariti.

CON L'AVVOCATO ERA FELICE - di Ljuba Rizzoli per Vanity Fair 

Ho conosciuto Jackie in due tornate, come Madame Kennedy e come Madame Onassis. La prima volta è stata a New York, per il vernissage della libreria Rizzoli sulla Quinta strada. La donna più importante del mondo era fedele al suo stile, in Chanel rosa pastello. 

Moglie del presidente americano, Jackie scambiava parole con Biancarosa, la moglie di Amintore Fanfani. E mi guardava di sguincio: non so se per il mio vestito Valentino a cubi bianchi e neri o perché veniva informata dello scandalo, visto che non ero ancora la moglie di Andrea Rizzoli.

Qualche mese dopo la rivedo in mise da cocktail bianca al bar dell'Hotel de Paris, a Montecarlo. Su di lei si posava con charme il mio amico Gianni Agnelli. Lui era da impazzire: erre strascicata, camicia azzurra, la fissava negli occhi che, così distanti, mi hanno sempre stupita. 

Jackie, mondanissima, parlava con Gianni e scambiava brindisi con la sorella Lee Radziwill e l'editore Dino Fabbri. Erano impegnati in un pre cocktail in vista di un gala. Prima di scivolare via, lei e Gianni mi hanno salutata con un sorriso più che euforico.

Anni dopo ci siamo incrociate di nuovo: eravamo con Onassis e sua figlia Christina allo stesso tavolo della Salle Empire, sempre nel Principato. Ma lei era in collera. «Hai sempre gli occhiali neri da Al Capone», criticava l'armatore. E Onassis: «Tu devi essere bella, tacere e spendere». 

Da lui ho saputo di quando Madame Onassis si era impuntata per cambiare il look «bassa lega» delle hostess della compagnia aerea greca Olympic. Jackie le voleva in Pierre Cardin senza maniche, ma le donne greche non si depilavano le ascelle e Cardin rifiutò di disegnare la divisa.

Ari la lasciava fare. Come con i 30 uccellini in gabbia che Onassis teneva nella cucina a Parigi: «Non li voglio, portano malattie». E lui li aveva rispediti dal suo uccellaio. 

Alla fine, la sola volta che non l'ho vista tramare o imporsi è stata con Gianni. Forse era felice.

Addio a Mattingly, l'astronauta eroe. Grazie alla rosolia poté salvare l'Apollo 13. Storia di Andrea Cuomo su Il Giornale il 5 novembre 2023.

Benedetta fu la rosolia. Quella che impedì a Thomas Kenneth Mattingly II, morto qualche giorno fa a Cincinnati all'età di 87 anni, di salire a bordo dell'Apollo 13 l'11 aprile 1970. Una circostanza che probabilmente finì per salvare la vita ai tre occupanti del modulo, il comandante James A. Lovell Jr, il pilota del LM Fred W. Haise Jr. e colui che era stato chiamato a sostituirlo, John L. Swigert.

Ken Mattingly, così era noto tra i suoi colleghi, allora aveva 34 anni. Aveva frequentato la Miami Edison High School a Miami, in Florida, e poi aveva studiato tecnica aerea e spaziale presso l'Università di Auburn in Alabama. Dopo gli studi si era arruolato nella Marina militare, e aveva prestato servizio sulla Saratoga e sulla Franklin D. Roosevelt. Poi dal mare aveva deciso di guardare al cielo, e si era diplomato alla Air Force Aerospace Research Pilot School, facendo poi domanda alla Nasa. Erano gli anni ruggenti della conquista dello spazio e Mattingly aveva lavorato allo sviluppo della tuta spaziale per le missioni sulla Luna. Nella storica missione Apollo 11, quella che il 21 luglio 1969 portò Neil Armstrong a compiere il primo passo sulla Luna, ebbe il compito di radiofonista di contatto con l'equipaggio (Capcom) all'interno della cosiddetta «support crew».

Ma fu il suo ruolo nella missione Apollo 13 a farlo passare alla storia. In realtà «Ken», allora trentaquattrenne, essendo uno dei più esperti nella conoscenza del grande programma spaziale, era stato nominato pilota del modulo di comando della missione ed era la prima volta che un tale incarico veniva assegnato a un astronauta che non aveva mai fatto parte di un equipaggio di riserva. Ma il destino ci mise lo zampino. Il 6 aprile 1970, cinque giorni prima del lancio, venne fuori che il pilota di riserva del modulo lunare, Charles Duke, era affetto da rosolia. Mattingly era l'unico dell'equipaggio a non aver fatto quella malattia e il timore che potesse ammalarsi nello spazio convinse la Nasa a sostituirlo con la «riserva» Swigert. E così quando qualche giorno dopo il lancio la navicella spaziale fu paralizzata da un incidente, Mattingly, che nel frattempo la rosolia non l'aveva presa, accorse al centro di controllo e sviluppo delle procedure di risparmio energetico che permisero alla navicella di rientrare nell'atmosfera e poi di ammarare nel Pacifico, nel corso di un'operazione di salvataggio talmente avvincente da essere raccontata venticinque anni dopo nel film Apollo 13, diretto da Ron Howard (il Richie Cunningham di Happy Days) e nel quale a dare corpo e volto a Mattingly fu Gary Sinise.

È morto Lanfranco Pace, giornalista ed ex leader di Potere Operaio. Storia di Redazione Online su Il Corriere della Sera sabato 4 novembre 2023.

È morto oggi a 76 anni il giornalista Lanfranco Pace, protagonista dei movimenti della sinistra extraparlamentare del post-68, ex leader di Potere Operaio. L'annuncio della sua scomparsa è stato dato dal quotidiano «Il Foglio», di cui è stato a lungo collaboratore. A lungo aveva anche lavorato per La7: nel 2008 era subentrato, per un periodo, a Giuliano Ferrara alla conduzione del programma televisivo «Otto e mezzo», con Ritanna Armeni; per la stessa trasmissione ha curato, per anni, il servizio d'apertura, chiamato «Il Punto». Nato a Fagnano Alto (L'Aquila) il 1 gennaio 1947, Pace è stato sposato due volte: prima con Stefania Rossini, giornalista de «L'Espresso»; poi con Giovanna Botteri, giornalista della Rai, da cui poi si è separato. Lascia due figlie: la primogenita Sara e Giulia. Pace aveva fatto parte del comitato studentesco alla Sapienza di Roma, nel 1968, entrando in contatto con Oreste Scalzone e Franco Piperno, i due fondatori di Potere Operaio. Pace fu in seguito uno dei dirigenti del movimento extraparlamentare e nella sua evoluzione successiva Autonomia operaia. Pace e Piperno - nella primavera del 1978, all'epoca del sequestro Moro - provarono a prendere contatti con i brigatisti rossi Valerio Morucci e Adriana Faranda, che tenevano prigioniero lo statista democristiano, nella speranza di salvare la vita del presidente della Democrazia Cristiana. Nel giugno 1979 Pace con Piperno, Paolo Virno e Lucio Castellano fondarono «Metropoli», rivista in dialogo critico con l'area dell'Autonomia operaia. Sul periodico apparve anche un fumetto sul rapimento Moro e sulle trattative avvenute per salvarlo, motivo per cui il giornale venne sequestrato. Nell'ambito del «Processo 7 aprile» (1979), nato dall'inchiesta del pubblico ministero della Procura di Padova Pietro Calogero tra i militanti e i simpatizzanti dell'Autonomia operaia imputati come presunti complici dei terroristi rossi, Calogero ordinò l'arresto, tra gli altri, di Toni Negri, Emilio Vesce, Oreste Scalzone e Pace, quest'ultimo accusato a causa dei contatti tenuti con Morucci e Faranda durante le trattative sul caso Moro e dopo la loro fuoriuscita dalle Br, di essere un fiancheggiatore del «partito armato». Da latitante si rifugiò in Francia, dove rimase per 25 anni, assieme all'altro leader di Potere Operaio Oreste Scalzone, grazie all'omonima dottrina del presidente François Mitterrand sui reati di natura politica, lavorando per il giornale «Libération». Nel 1990, seppur smentite le ipotesi del cosiddetto «teorema Calogero» e le imputazioni più gravi a suo carico, Pace venne condannato in via definitiva a 4 anni per associazione sovversiva (pena prescritta). Nel 1997 tornò in Italia e in seguito venne chiamato dall'allora direttore Giuliano Ferrara a scrivere su «Il Foglio».

È morto il giornalista Lanfranco Pace, condusse in tv "Otto e Mezzo". In passato vicino ai gruppi della sinistra extraparlamentare, il giornalista ex Potere Operaio ha poi collaborato per tanti anni con Il Foglio parlando di politica e di sport: si sposò con Giovanna Botteri. Lorenzo Grossi il 4 Novembre 2023 su Il Giornale.

Il mondo del giornalismo dà l'addio a Lanfranco Pace, scomparso oggi all'età di 76 anni a Messina. A dare la notizia della sua morte è stato il quotidiano Il Foglio con cui ha lavorato tanti anni come editorialista, parlando soprattutto di di politica, di attualità, di sport (era tifosissimo del Milan): "Lanfranco Pace è stato parte della storia di questo giornale - scrive il quotidiano diretto da Claudio Cerasa -. Per oltre un anno ci ha intrattenuto con il suo pagellone politico, l'appuntamento domenicale nel quale riassumeva i fatti della settimana. Lo vogliamo ricordare con le sue parole, con una piccola selezione dei suoi articoli. Nei prossimi giorni cercheremo le nostre".

I guai con la sinistra extraparlamentare

Inglese naturalizzato italiano, Lanfranco Edward Pace nasce a Fagnano Alto, in provincia dell'Aquila, il 1º gennaio 1947. Dopo il diploma, si iscrive all'Università La Sapienza di Roma dove si laurea in Ingegneria. Nel 1969 entra in Potere Operaio e rapidamente ne diviene uno dei massimi dirigenti subito dopo il Sessantotto. Nel 1979 fonda con Franco Piperno, Paolo Virno e Lucio Castellano una rivista in dialogo critico con l'area dell'Autonomia intitolata Metropoli. Il primo numero del periodico esce nel giugno del 1979, trattando temi come il riflusso del movimento e la situazione polacca.

Viene pubblicato sulla rivista anche un fumetto sul rapimento di Aldo Moro avvenuto un anno prima e sulle trattative avvenute per salvarlo: per questo motivo il giornale viene sequestrato da tutte le edicole pochi giorni dopo. Nonostante le successive vicende giudiziarie che avranno come oggetto la rivista, Metropoli uscirà ancora con altri sei numeri. Tuttavia, anche a causa dei contatti tenuti con Valerio Morucci e Adriana Faranda - due ex militanti di Potere Operaio entrati poi nella Brigate Rosse, ma contrari all'uccisione di Moro - Pace venne accusato di essere un fiancheggiatore del partito armato. Da latitante si rifugia in Francia, dove risiederà per 25 anni grazie all'omonima dottrina Mitterrand sui reati di natura politica, lavorando presso il giornale Libération. Nel 1990 viene condannato in via definitiva a quattro anni per associazione sovversiva, con pena prescritta.

L'esperienza in televisione

Nel 1997 ritorna in Italia. In televisione dove diventa popolare con la conduzione del programma Otto e mezzo, su La7, dal 2008 al 2010: inzialmente aveva curato per la trasmissione il servizio di apertura ("Il Punto"), poi ne è diventato presentatore per alcuni mesi al posto di Giuliano Ferrara, co-conducendo insieme a Ritanna Armeni e successivamente Alessandra Sardoni. È stato sposato due volte: prima con Stefania Rossini, giornalista de L'Espresso, poi con Giovanna Botteri. Dalla relazione con l'inviata del Tg3 - con cui poi si separerà - è nata Sarah Ginevra. Nel 2007 ha pubblicato il libro "Nicolas Sarkozy, l'ultimo gollista" sulla vita dell'ex Presidente della Repubblica francese. Negli ultimi anni aveva collaborato con Il Foglio.

Otto e Mezzo, è morto Lanfranco Pace: "Ci spiace dare questa notizia". Libero Quotidiano il 04 novembre 2023

È morto il giornalista Lanfranco Pace, protagonista dei movimenti della sinistra extraparlamentare del post-68 ed ex leader di Potere Operaio. A darne l'annuncio il quotidiano "Il Foglio": "Ci spiace dare questa notizia: è morto oggi Lanfranco Pace. Lanfranco è stato parte della storia di questo giornale - si legge sul sito internet della testata diretta da Claudio Cerasa - Per il Foglio ha scritto di politica, di attualità, di sport, soprattutto del suo amato Milan nella rubrica che teneva nell'inserto del martedì 'That win the best', Per oltre un anno ci ha intrattenuto con il suo pagellone politico, l'appuntamento domenicale nel quale riassumeva i fatti della settimana".

Nato a Fagnano Alto (L''Aquila) il 1 gennaio 1947, dopo il diploma Pace si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria a Roma e nel 1968 all'Università 'La Sapienza' fece parte del comitato studentesco entrando in contatto con Oreste Scalzone e Franco Piperno, i due fondatori di Potere Operaio. Pace fu in seguito uno dei dirigenti del movimento extraparlamentare e nella sua evoluzione successiva Autonomia operaia.  

Nel 1997 venne chiamato dal direttore Giuliano Ferrara e nel 2008 subentrò per un periodo al suo posto alla conduzione del programma televisivo Otto e mezzo su La7 con Ritanna Armeni; fino a quel momento ne aveva curato il servizio d'apertura, chiamato 'Il Punto'. Le cronache raccontano che Pace, assieme a Franco Piperno, nella primavera del 1978, all'epoca del sequestro Moro, provarono a prendere contatti con i brigatisti rossi Valerio Morucci e Adriana Faranda, che tenevano prigioniero lo statista democristiano, nella speranza di salvare la vita del presidente della Democrazia Cristiana. Da qui l'accusa di essere un fiancheggiatore del partito armato. Da latitante si rifugiò in Francia per 25 anni. Nel 1990 venne condannato in via definitiva a quattro anni per associazione sovversiva, con pena poi prescritta.

Militante e giornalista. Lanfranco Pace, chi era il leader di Potere operaio scomparso a 77 anni. Nato politicamente nel Movimento studentesco, non rinnegò mai nulla del suo passato rivoluzionario. Dopo l’espatrio a Parigi, l’avventura giornalistica. David Romoli su L'Unità il 7 Novembre 2023

Nella sua vita Lanfranco Pace, scomparso due giorni fa a 77 anni, è stato molte cose: giornalista in Francia e poi in Italia, intellettuale anomalo e sottile, grande pokerista e gran rubacuori, ingegnere, militante politico e dirigente di Potere operaio. In una certa misura, come per molti altri della sua generazione, l’esperienza che ha poi condizionato tutto il resto è stata quest’ultima. Potere operaio è stato un gruppo della sinistra extraparlamentare italiana degli anni 70, formatosi nel settembre 1969 e scioltosi nel giugno 1973: molto citato ancora oggi, però non altrettanto conosciuto nella sua realtà. Senza il Movimento studentesco del ‘68, di cui Pace fu militante, Po, come gli altri gruppi della sinistra extraparlamentare, non sarebbe mai esistito. Ma soprattutto non sarebbe mai nato senza le improvvise e durissime lotte operaie spontanee che esplosero, senza che nessuno le avesse organizzate e meno di tutti i sindacati, alla Fiat nella primavera del ‘69. A gestire quel conflitto fu una struttura autonoma e informale, l’Assemblea Operai-Studenti, che si riuniva non in una sede politica ma in un bar nei pressi di Mirafiori. Il periodico La Classe, che aveva iniziato le pubblicazioni qualche settimana prima, diventò subito l’organo ufficiale di quel conflitto. In quelle esperienze non confluivano solo il Movimento studentesco e il nascente nuovo Movimento operaio ma anche esperienze precedenti, quella del gruppo toscano Il Potere Operaio, tra i cui leader spiccava Adriano Sofri e che interveniva sulle fabbriche toscane, e Il Potere Operaio veneto-emiliano, in cui era elemento centrale Toni Negri ma anche militanti operai di Porto Marghera. L’elaborazione teorica discendeva dalle riviste dell’operaismo del decennio precedente, i Quaderni Rossi prima, Classe Operaia poi. L’operaismo veicolava una lettura nuova e all’epoca fortemente eretica del marxismo. Studiò la composizione della classe operaia in Italia e le sue trasformazioni in corso. Ipotizzò che motore dello sviluppo non fosse, come nella visione marxista classica, il capitale, che il conflitto operaio tallonava e inseguiva, ma, al contrario, la lotta operaia, che obbligava il capitale a modificare le sue traiettorie per difendersi.

Nel settembre del 1969 l’Assemblea Operai-Studenti tentò di trasformarsi in organizzazione, anche in vista di un autunno che si prevedeva, e che sarebbe poi in effetti stato, ad altissimo tasso di conflittualità operaia. Invece di gruppi, anche per dissapori personali, ne nacquero due: Lotta continua, destinata a diventare di gran lunga la principale organizzazione della sinistra extraparlamentare in Italia, e Potere operaio, di dimensioni molto più ridotte e concentrato soprattutto in alcune aree del Paese, tra cui Roma. Nella capitale divennero dirigenti del gruppo, oltre a Negri, due dei principali leader del movimento del ‘68: Franco Piperno e Oreste Scalzone. Pace scelse la loro stessa strada. I due gruppi “cugini” nati nel settembre ‘69 avevano, soprattutto all’inizio, molti punti in comune ma anche fondamentali differenze. Lc, anche nella sua fase iniziale “operaista”, rappresentava la “medietà” del Movimento: al suo interno erano presenti un po’ tutte le correnti che animavano quel movimento e anche per questo l’organizzazione si concentrò soprattutto sulla pratica militante, trascurando un’elaborazione teorica che invece in Po fu sempre centrale. All’interno di Potere operaio Lanfranco Pace rappresentava quella che oggi, ma un po’ anche allora, si definirebbe “la destra”. Certo sul termine bisogna intendersi. La strategia di Po prevedeva un progressivo innalzamento dei livelli di scontro, anche di piazza, con l’obiettivo di arrivare passo dopo passo al conflitto armato. Si dotò subito di una struttura illegale clandestina incaricata di accumulare armi. Allacciò rapporti molto stretti con uno dei primissimi gruppi armati in Italia, i Gap di Giangiacomo Feltrinelli. Pace, molto intelligente ma anche lucido e realistico, non dissentiva dall’obiettivo di fondo ma premeva per evitare azzardi troppo avventurosi, passi troppo estremi e privi di prospettive concrete nella costruzione di quello che Po definiva “il partito dell’insurrezione”. Po si sciolse nell’estate del 1973, in parte perché la prospettiva di Negri, che puntava ormai sulle assemblee autonome operaie, e quelle di Piperno, che intendeva mantenere un’organizzazione quasi partitica, erano diventate inconciliabili. Ma a imporre lo scioglimento fu anche la tragedia del rogo del 16 aprile 1973, quando un gruppo di militanti di Po, senza che la leadership ne sapesse nulla, cercò di dar fuoco alla porta di casa di un dirigente del Msi nel popolare quartiere romano di Primavalle.

Nelle intenzioni del gruppo avrebbe dovuto essere un attentato dimostrativo, invece persero la vita due dei figli del dirigente del Msi, tra cui un bimbo di 8 anni. Il trauma fu enorme ma l’organizzazione, pur avendo scoperto presto la verità, scelse di far esaptriare i colpevoli e di negare con una campagna clamorosa la loro responsabilità. Negli anni successivi, pur essendo approdato a sponde molto diverse come giornalista di punta del Foglio, Pace non avrebbe mai rinnegato niente del suo passato rivoluzionario. Tranne proprio la decisione di “coprire” i colpevoli di quel misfatto. Nel 1978, nei tremendi 55 giorni del sequestro Moro, Pace e Piperno cercarono di salvare la vita del presidente della Dc battendo l’unica via praticabile. Cercarono e trovarono un contatto con i loro vecchi compagni di Po Valerio Morucci e Adriana Faranda. Pace fece la spola tra il quartier generale di Craxi, l’unico leader politico favorevole alla trattativa, e il ristorante dove incontrava i due ricercatissimi militanti in clandestinità. Il tentativo di Piperno e Pace non approdò ad alcun risultato: lo Stato sarebbe stato pronto a trattare come si fa con comuni banditi, offrendo un riscatto in denaro ma senza concedere niente sull’unico piano che interessasse le Br, quello politico. Le insistenze di Morucci e Faranda non convinsero i leader Br, soprattutto Mario Moretti, a evitare comunque l’esecuzione. Pace fu in quei giorni la persona che arrivò più vicina di tutti a salvare Moro ma alla fine anche uno dei grandi sconfitti. Nel 1979 un gruppo di ex militanti di Po diede vita a un periodico, Metropoli, che finì subito nel mirino degli inquirenti. Il 7 aprile una clamorosa montatura giudiziaria aveva colpito Negri e molti altri leader dell’Autonomia operaia, accusati di essere i capi e i cervelli delle Br. Pochi mesi dopo sarebbe toccata la stessa sorte a quasi tutti i redattori di Metropoli. Pace, colpito da mandato di cattura tra i primi, aveva già lasciato il Paese. Sarebbe rimasto in Francia per quasi vent’anni, imboccando con successo una nuova strada, quella del giornalismo, prima a Libération, poi, tornato in Italia, sul Foglio. Le posizioni politiche erano cambiate di molto rispetto agli anni di Po, ma lo sguardo era rimasto lo stesso. Nella continua polemica con gli eredi del Pd, nella critica corrosiva per l’invadenza della magistratura, nella lucidità fredda con cui sapeva analizzare i rapporti di forza senza sbavature moralistiche, Lanfranco Pace era rimasto quello di allora. David Romoli 7 Novembre 2023

(Adnkronos venerdì 3 novembre 2023) - Lo sceneggiatore e produttore televisivo statunitense Peter Steven Fischer, uno dei tre creatori del telefilm "La signora in giallo", interpretato da Angela Lansbury, dopo aver firmato altre serie poliziesche di successo come "Columbo", "Baretta" ed "Ellery Queen", è morto all'età 88 anni in una casa di cura di Pacific Grove, in California. L'annuncio della scomparsa, avvenuta lunedì scorso, è stato dato dal nipote Jake McElrath a "The Hollywood Reporter". Fischer divenne un romanziere prolifico dopo aver lasciato Hollywood, scrivendo ovviamente gialli, genere che ha coltivo in tv per un trentennio.

Fischer, che aveva lavorato con i co-creatori di "Colombo", Richard Levinson e William Link nell'iconica serie interpretata da Peter Falk e aver sceneggiato "Ellery Queen", con Jim Hutton, accompagnò la stessa coppia Levinson-Link a un incontro con i dirigenti della rete Cbs nel 1984 per ideare una nuova serie tv. "Stavano cercando un giallo con una protagonista femminile, non specificavano se dovesse essere vecchia o giovane. Ci è venuta l'idea l'idea di 'La signora in giallo' che fondamentalmente era Agatha Christie e Miss Marple modellate in un unico personaggio: Jessica Fletcher", ha raccontato Fischer in un'intervista alcuni anni fa.

Dopo il rifiuto dell'ex star della sitcom "Arcibaldo" Jean Stapleton, i tre sceneggiatori Levinson, Link e Fischer chiesero alla tre volte candidata all'Oscar Angela Lansbury di interpretare Jessica Fletcher, un'insegnante di inglese in pensione, scrittrice di gialli e detective dilettante. Lansbury non aveva mai realizzato una serie tv ma accettò di buon grado. Fischer scrisse l'episodio pilota di "La signora in giallo", dal titolo "L'omicidio di Sherlock Holmes", andato in onda il 30 settembre 1984, e scrisse o co-scrisse quasi 40 di episodi ed è stato produttore esecutivo durante sette stagioni. Nel frattempo ha ricevuto un Edgar Award e tre nomination agli Emmy Award nel periodo 1985-87 ("La signora in giallo" non ha mai vinto quel trofeo). Il telefilm è stato realizzato fino al 1996.

"Me ne sono andato dal popolare telefilm dopo sette anni perché non sapevo come sceneggiatore come continuare a trovare idee davvero nuove - ha detto Fischer in un'intervista nel 2012 - Sapevo che avremmo potuto rielaborare vecchie trame con luoghi e nomi diversi e gli ascolti avrebbero resistito ma mi sarei annoiato e avremmo imbrogliato il pubblico".

Nato il 10 agosto 1935, Peter Steven Fischer ha studiato recitazione alla Johns Hopkins University e ha frequentato corsi estivi teatrali, ma ha scoperto di "non essere un attore e ha deciso di diventare uno scrittore". Fischer aveva 34 anni, viveva a Long Island e curava e pubblicava una rivista chiamata "Sports Car News" quando inviò, per gioco, la sceneggiatura di un film che aveva scritto a suo fratello minore, Geoff, direttore del casting degli Universal Studios. Così, quasi per caso, iniziò la sua carriera di sceneggiatore di Hollywood. Il suo secondo tentativo sarebbe diventato "L'ultimo bambino" della Abc, un telefilm di fantascienza del 1971 prodotto da Aaron Spelling con Michael Cole e Janet Margolin. 

Fischer ha poi scritto sceneggiature per telefilm come "Marcus Welby", "Difesa a oltranza", "Griff", "Il tenente Kojak", "Baretta", "Ellery Queen", fino a scrivere sei episodi per "Colombo" tra il 1974 e il '76. Fischer ha anche creato lo spin-off di "La signora in giallo" del 1987-88, "Provaci ancora, Harry" con Jerry Orbach e Barbara Babcock.

Diversi anni dopo aver lasciato Hollywood, Fischer divenne uno scrittore a tempo pieno, scrivendo gialli, alcuni ispirati alle vicende di "La signora in giallo" e una serie di 22 romanzi sotto il titolo complessivo "Hollywood Murder Mysteries" che ruotava attorno a un addetto stampa degli studios di nome Joe Bernardi. 

Fischer si ritirò da Hollywood nel 2002 e quattro anni dopo si trasferì a Pacific Grove, dove si è dedicato interamente alla narrativa. Lascia i suoi figli Megan e Christopher e i nipoti Peter, Nicholas, Samantha, Jake, Molly ed Eden. Sua moglie per quasi 60 anni, Lucille, è morta nel maggio 2017.

Morto Luigi Berlinguer, ex ministro della Pubblica istruzione: aveva 91 anni. Carlotta De Leo su Il Corriere della Sera mercoledì 1 novembre 2023.

Il politico e giurista era cugino di Enrico Berlinguer. Schlein: «Personalità appassionata e impegnata».  Valditara: «Sempre aperto al dialogo, ha lasciato una traccia importante»

È morto a Siena, all'età di 91 anni,  Luigi Berlinguer, politico, giurista e docente universitario. Nato a Sassari nel 1932, Berlinguer era ricoverato dall'estate scorsa. 

Cugino di Enrico Berlinguer (storico leader del Pci) e imparentato con l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ha militato nel Pci, Pds, Ds e nel Pd. Ha ricoperto il ruolo di ministro della Pubblica Istruzione  in tre diversi governi: nel 1993 con Carlo Azeglio Ciampi, nel 1996 durante il primo governo Prodi e poi con quello D’Alema, dal 1998 al 2000.  È stato, inoltre, deputato, senatore ed europarlamentare del Pd nella legislatura 2009-2014. 

A Siena - città dove ha insegnato diritto per molti anni all'università, di cui è stato anche rettore dal 1985 al 1994 - sarà aperta giovedì mattina la camera ardente nell'aula magna storica del rettorato dell'ateneo.

La carriera politica

Iscritto alla Federazione Giovanile Comunista Italiana sarda, la carriera di Luigi Berlinguer nel partito comunista parte dal basso. Prima consigliere comunale di Sennori (un piccolo centro della provincia di Sassari) dal 1956 al 1960, e sindaco dello stesso comune dal 1960 al 1964. Poi consigliere provinciale dal 1956, è stato deputato del PCI per la Sardegna nella quarta legislatura 1963-1968, membro della Commissione Affari costituzionali della Camera, impegnato in modo particolare sui temi della riforma della scuola e dell'università. Nel 1993, accetta la designazione a ministro dell'Università e della ricerca scientifica offertagli da Carlo Azeglio Ciampi. Nel 1994 si candida alla Camera come capolista progressista nella circoscrizione della Toscana e viene eletto. Ricandidatosi nel 1996, vince nel collegio di Firenze 1. Nel 2001, è eletto al Senato nel collegio di Pisa. Dal 1996 al 1998 assume nel primo governo Prodi la guida del Ministero della pubblica istruzione e, ad interim, di quello dell'Università e della ricerca scientifica e tecnologica, per proseguire nei successivi governi sino al 2000 come ministro della Pubblica istruzione. Dal 2007 è Presidente della Commissione di Garanzia del Partito Democratico. Nell'aprile del 2009, all'età di 77 anni, accetta la candidatura al Parlamento europeo per il Pd.

Schlein: aveva a cuore la nostra cultura politica

«Esprimo a nome di tutta la comunità democratica il più profondo cordoglio per la scomparsa di Luigi Berlinguer - afferma la segretaria del Pd, Elly Schlein - Ci lascia una personalità appassionata e impegnata ma soprattutto Luigi Berlinguer lascia a noi l’eredità di avere a cuore, e difendere, il patrimonio inestimabile della nostra cultura politica. Ai suoi familiari e ai suoi amici vanno le nostre condoglianze».

Prodi: autentica passione per la scuola pubblica

«A Luigi Berlinguer  ero legato da sentimenti di vera amicizia, un legame forte, a cui si univa una stima profonda. Aveva una autentica passione per la scuola pubblica, un impegno condotto con intelligenza e rigore. Era un

europeista convinto e ha dedicato la sua vita alla politica» scrive l'ex premier Romano Prodi. «Una vita per il miglioramento della ricerca e dell'insegnamento nel nostro paese. Lascia riforme importanti, valori profondi e idee lungimiranti. È stato un vero privilegio lavorare con lui» twitta l'ex premier Enrico Letta.

Valditara: sempre aperto al dialogo

«Apprendo ora con grande dolore della scomparsa di Luigi Berlinguer. È stato un ministro appassionato di scuola, sempre aperto al dialogo, ha lasciato una traccia importante. Ai suoi  cari le mie più sentite condoglianze». Lo scrive su X il ministro  dell'Istruzione, Giuseppe Valditara. 

Addio a Luigi Berlinguer, "padre" della parità scolastica. Storia di Paolo Ferrario su Avvenire mercoledì 1 novembre 2023.  

È morto all’ospedale Le Scotte di Siena, a 91 anni, Luigi Berlinguer, cugino del leader del Pci e ministro dell’Istruzione nel primo governo Prodi. Berlinguer, malato da tempo, è stato anche senatore ed europarlamentare del Pd dal 2009 al 2014. Al suo nome è legata la legge 62 del 2000 sulla parità scolastica.

«È stato un ministro appassionato di scuola, sempre aperto al dialogo, ha lasciato una traccia importante», ha scritto su X il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara. Per l’ex-segretario del Pd, Enrico Letta, Berlinguer ha speso la «vita per il miglioramento della ricerca e dell’insegnamento nel nostro Paese. Lascia riforme importanti, valori profondi e idee lungimiranti. È stato un vero privilegio lavorare con lui», è il ricordo su X dell’ex premier.

La figura di Luigi Berlinguer è legata, come detto, alla legge 62 del 2000, che, da ministro, volle fermamente, per dare pari dignità alle scuole paritarie che, da allora, fanno parte dell’unico sistema nazionale d’istruzione. «Venni sollecitato dalle forze cattoliche a porre mano alla questione della parità scolastica, contro la quale si schierarono esponenti della sinistra estrema – ricordò, in un’intervista ad Avvenire, in occasione dei vent’anni della legge –. Ed io volli però dare vita a una legge che non solo creasse un sistema paritario, ma riconoscesse anche proprio quel diritto all’istruzione, di cui ritengo depositario qualunque bambino nato in questo Paese».

Un “diritto” che, purtroppo, da allora non è stato pienamente riconosciuto. Le famiglie che iscrivono i figli alle scuole paritarie, ancora oggi sono costrette a pagare il servizio scolastico due volte: prima con le tasse e poi con la retta. Un’ingiustizia a cui il governo sta cercando di porre rimedio, incrementando i finanziamenti statali alla scuola paritaria. Che, proprio in forza del dettato della legge 62/2000, svolge a tutti gli effetti un servizio pubblico, al pari della scuola statale. In ogni caso, la legge, pur non ancora pienamente attuata, «non è stata approvata invano», sosteneva Luigi Berlinguer nell’intervista al nostro giornale. E così motivava quel giudizio: «La stessa scuola paritaria ne ha tratto giovamento sul fronte della qualità dell’offerta, grazie anche al dover rispettare parametri chiari: ad esempio, l’obbligo di avere docenti abilitati come nelle statali. Sono poi le stesse famiglie a dimostrare di apprezzare questo miglioramento scegliendo le scuole paritarie che riescono a dare risposte alle loro esigenze con meno vincoli rispetto alla statali». Insomma, per l’ex-ministro, la legge 62 «ha impresso un cambiamento, uno stimolo ai gestori delle scuole paritarie proprio per promuovere la qualità dell’offerta formativa. E questo risultato lo attribuisco alle norme che abbiamo varato allora», aggiungeva Berlinguer.

La camera ardente dell’ex-ministro sarà aperta nell’aula magna dell’Università di Siena, dove Berlinguer ha insegnato Diritto per molti anni e dove è stato rettore dal 1985 al 1994

Morto Luigi Berlinguer, aveva 91 anni: cugino di Enrico, fu ministro della Pubblica Istruzione. La Repubblica mercoledì 1 novembre 2023.

Deputato, senatore ed europarlamentare. Chiamato al governo da Ciampi, Prodi e D’Alema. Era ricoverato da agosto. La camera ardente nell’università di Siena di cui fu rettore

È morto Luigi Berlinguer. L’ex ministro, 91 anni, era malato da tempo, era ricoverato all’ospedale Le Scotte di Siena dall’agosto scorso, quando le sue condizioni si erano aggravate. Originario di Sassari e cugino di Enrico Berlinguer, è stato deputato e senatore e aveva fatto parte del governo con tre diversi premier: nel 1993, con Carlo Azeglio Ciampi a Palazzo Chigi, aveva guidato il dicastero dell’Università e della ricerca scientifica, poi dal 1996 al 2000 era stato ministro della Pubblica istruzione, prima con Romano Prodi, poi con Massimo D’Alema.

L'ultima elezione risale al 2009, quando entrò nel Parlamento europeo con il Pd. Negli ultimi anni è stato presidente del Comitato nazionale per l'apprendimento pratico della musica per tutti gli studenti. La camera ardente sarà allestita giovedì nella sala del rettorato dell'università di Siena, ateneo che guidò dal 1985 al 1994.

Schlein: “Personalità appassionata e impegnata”

Immediato il cordoglio del ministro dell'Istruzione, Giuseppe Valditara, che su X scrive: “È stato un ministro appassionato di scuola, sempre aperto al dialogo, ha lasciato una traccia importante. Ai suoi cari le mie più sentite condoglianze”. Per la segretaria del Pd, Elly Schlein, Berlinguer, che definisce “personalità aappassionata e impegnata”, lascia “l'eredità di avere a cuore, e difendere, il patrimonio inestimabile della nostra cultura politica”. E Romano Prodi, che lo chiamò al governo, ricorda la sua “autentica passione per la scuola pubblica, un impegno condotto con intelligenza e rigore. Era un europeista convinto - aggiunge Prodi - e ha dedicato la sua vita alla politica”.

La riforma della scuola

Berlinguer, uomo di sinistra, fu il ministro della parità scolastica quando sancì che scuole gestite dallo Stato e le scuole di Enti locali o del privato sociale appartenevano a un unico sistema nazionale. Promosse nel 2000 una riforma della scuola che ebbe vita breve: un nuovo percorso di studi dalla scuola dell'infanzia alla secondaria di secondo grado alla formazione post-diploma, all'educazione degli adulti, all'università. In pratica elementari e medie venivano accorpate e ridotte da 8 a 7 anni, le superiori divise in due bienni, il primo con molti insegnamenti comuni, il secondo più specifico e un anno finale con maturità a conclusione del percorso. L'obbligo scolastico era fissato a 15 anni, cioè al termine del secondo anno del ciclo secondario, e per chi non prosegue gli studi fino alla maturità era prevista formazione professionale. Oltre a riformare i cicli e l'istruzione superiore, Berlinguer cambiò l'esame di maturità e gettò le basi per la riforma dell'università con la 'laurea a punti' (3 anni la breve più 2 anni la magistrale), poi presentata nel 2000 dal successore Zecchino. Fu poi la ministra Letizia Moratti, nel governo Berlusconi nato nel 2001, ad abrogare queste riforme della scuola.

Una carriera politica iniziata in Sardegna

La storia politica di Luigi Berlinguer era iniziata in Sardegna: iscritto alla Federazione Giovanile Comunista Italiana sarda, ne diventa segretario provinciale di Sassari e regionale. Nel 1952 è membro della direzione nazionale. Prima consigliere comunale di Sennori (un piccolo centro della provincia di Sassari) dal 1956 al 1960, e sindaco dello stesso comune dal 1960 al 1964. Poi consigliere provinciale dal 1956, è stato deputato del PCI per la Sardegna nella quarta legislatura 1963-1968, membro della Commissione Affari costituzionali della Camera, impegnato in modo particolare sui temi della riforma della scuola e dell'università.

Nel 1993, lasciando il rettorato di Siena, accetta la designazione a Ministro dell'Università e della ricerca scientifica offertagli dal Presidente del Consiglio dei ministri Carlo Azeglio Ciampi. Nel 1994 si candida alla Camera come capolista progressista nella circoscrizione della Toscana e viene eletto. Ricandidatosi nel 1996, vince nel collegio di Firenze 1. Nel 2001, è eletto al Senato nel Collegio di Pisa, chiamato a far parte della VII Commissione permanente Istruzione pubblica e ricerca e della Giunta per gli affari delle comunità europee. Dal 1996 al 1998 assume nel primo governo Prodi la guida del Ministero della pubblica istruzione e, ad interim, di quello dell'Università e della ricerca scientifica e tecnologica, per proseguire nei successivi governi sino al 2000 come ministro della Pubblica istruzione. Dal 2007 è Presidente della Commissione di Garanzia del Partito Democratico.

Nell'aprile del 2009, all'età di 77 anni, accetta la candidatura al Parlamento europeo per il Pd come capolista per la circoscrizione Nord Est. Nel 2010 ha firmato il manifesto del Gruppo Spinelli per un'Europa federale.

L’agire tecnico e politico per la scuola: Marco Campione ricorda Luigi Berlinguer. Marco Campione su Il Riformista l'1 Novembre 2023

Con la morte di Luigi Berlinguer se ne va uno degli ultimi esponenti della più grande stagione di riforme in ambito scolastico seconda solo a quella di Giovanni Gentile.Per questo lo ricorderanno nei prossimi giorni i suoi compagni di partito e qualche avversario. Spero non con lingua biforcuta: non se lo meriterebbe. Per me però se ne va un secondo padre, un maestro, un mentore. È stata probabilmente la persona, esclusi i legami familiari o di coppia, alla quale mi legava l’affetto più profondo.

Due cose, in particolare, che ho appreso, anzi compreso, da te sono ancora oggi la guida del mio agire politico e tecnico: la scuola è per gli studenti; governare vuol dire trovare soluzioni, risolvere problemi. Ecco, tecnico e politico: giocavamo ogni tanto su questo mio stare sempre un po’ di qua e un po’ di la della linea che divide questi due miei modi di intendere il lavoro per la scuola. Secondo te è l’unico modo per occuparsi seriamente di scuola essere un po’ tutte e due le cose.La tua prefazione al libro che ho curato con Emanuele Contu è un esempio, l’ennesimo, di questo e molto altro. Grazie Luigi per tutto quello che mi hai insegnato, che è molto di più e che tengo per me.

L'addio a 91 anni. Chi era Luigi Berlinguer: militante, dirigente politico e giurista ha attraversato tutte le istituzioni. Militante, dirigente politico, giurista. Ha attraversato tutte le istituzioni e in tutti i ruoli ha messo la sua storia, la sua fede di comunista italiano, il suo umanesimo integrale. Roberto Rampi su L'Unità il 3 Novembre 2023

Luigi Berlinguer è stato anche un importante Ministro della Pubblica Istruzione. Uno dei pochi a interpretare quel ruolo in senso totalmente politico e più legato al senso della scuola per la Repubblica che alla gestione del personale della scuola, come era, ed è stato ancora dopo, tradizione. E per questo ha tentato e in parte realizzato un ripensamento culturale della funzione e della conseguente organizzazione della scuola in Italia in una direzione di apertura alle idee, al nuovo, alle contaminazioni.

Provando a chiudere il ciclo della scuola di Stato, gentiliana, pensata per intruppare cittadini sudditi e aprire quello della scuola pubblica, nelle sue diverse forme, capace di fare tesoro delle diversità, la scuola dell’autonomia e del protagonismo degli studenti, la scuola capace di valorizzare le differenze e le diverse competenze.

Un progetto ambizioso che ho conosciuto da studente e da rappresentante degli studenti all’inizio della mia esperienza politica e ho ritrovato venti anni dopo ancora da compiere. A Luigi Berlinguer Ministro scrissi una lunga lettera da studente. Con Luigi Berlinguer da parlamentare ho condiviso serate, pomeriggi, convegni, passeggiate, viaggi per provare a riflettere, aggiornare, divulgare, condividere e confrontare quel pensiero, figlio anche, avrei scoperto, di una matrice banfiana condivisa e di una riscoperta gramsciana, che per diventare egemone deve diventare di popolo.

E qui emerge di Luigi Berlinguer tutto il prima e il dopo del suo impegno da ministro. Quello del militante politico, del dirigente politico, dello studioso di legge, del giurista, dell’accademico. È quello di chi ha attraversato tutte le istituzioni: consigliere comunale, provinciale, regionale, sindaco, deputato e senatore, europarlamentare. In tutti questi ruoli Luigi Berlinguer ha messo la sua storia, la sua fede di comunista italiano, il suo umanesimo integrale, la sua straordinaria curiosità per tutto ciò che era un fenomeno umano. I sui occhi vispi, la sua passione, l’instancabile desiderio di scoprire, di riflettere, di mettersi in discussione.

La passione per la musica è stata anche e soprattutto legata all’idea che il sapere non è solo né principalmente quello del Logos. E che ai saperi diversi si lega la possibilità o meno di percorsi meno classisti e di riscatto, di crescita per tutti. Il sapere concettuale di cui era grande dominatore era per lui intrinsecamente escludente rispetto agli altri talenti e alle altre capacità che pure fanno parte del bagaglio umano e sono spesso prevalenti in uomini e donne che troppo spesso vengono ancora tagliati fuori da percorsi omologanti.

Negli anni della nostra amicizia abbiamo esplorato la funzione delle arti nella scuola, ci siamo legati proprio su questo, e la funzione del pensiero della mano, come amava dire, della dimensione pratica della cultura non come avviamento al lavoro ma come cultura del lavoro e del lavoro come cultura.

Questo si legava inevitabilmente anche al pensiero sulla Politica e sulla Sinistra e sulla capacità di immaginare un modo diverso e innovativo di essere Politica e Partito. Con una attenzione profonda alla dimensione europea. Su questo Luigi Berlinguer ci consegna un lavoro intellettuale e pratico insieme che chiama le intelligenze più curiose ad applicarsi. Leggendolo, riascoltandolo e provando a produrre. E credo dovremo accettare la sfida e come sarebbe piaciuto a lui provare ad organizzarla. Roberto Rampi 3 Novembre 2023

Musica, famiglia e sardità. Il segno indelebile lasciato da Luigi Berlinguer. LUIGI ZANDA su Il Domani il 05 novembre 2023

Spesso le grandi personalità dell’università, della cultura e della politica, quando se ne vanno, si possono descrivere meglio ritornando alle radici del loro passato. E ritrovando quel ricordo che hanno lasciato in tutti coloro che le hanno conosciute

Luigi Berlinguer è stato una grande personalità dell’università, della cultura e della politica italiane. Ma per capirlo nel profondo bisogna guardare ai fondamentali della sua vita che sono la sua famiglia, Sassari e la Sardegna.

La Sardegna è una piccola-grande isola, piazzata al centro del Mediterraneo, con una sua storia e con una conformazione naturale molto fortunata per la magnificenza delle sue coste e per la parte ancora integra del suo territorio interno.

Ha due importanti università a Cagliari e a Sassari, dove hanno insegnato molti luminari soprattutto di medicina e giurisprudenza. In questo ambiente, riservato e quasi appartato, ma anche culturalmente molto aperto e vivace, la Sardegna ha dato i natali e ha formato il carattere e l’impegno civile di grandi personalità che hanno rivestito cariche importanti nella politica e nelle istituzioni italiane ed hanno goduto di grande rispetto internazionale.

A Sassari sono nati e hanno studiato due presidenti della Repubblica, Antonio Segni e Francesco Cossiga, e il segretario del più importante partito comunista dell’Europa occidentale, Enrico Berlinguer. Ad Ales è nato Antonio Gramsci, grande pensatore politico di sinistra la cui dottrina è oggetto di studio in tutte le università del mondo.

Respirando questa aria politica e questa atmosfera culturale, in questo crogiuolo di bellezze naturali, di tante genialità e di importanti tradizioni, a Sassari, in una bella e numerosa famiglia in cui tutti, uomini e donne, hanno speso gran parte della loro vita nell’impegno civile e politico, nel 1932 è nato Luigi Berlinguer, morto a Siena pochi giorni fa, a 91 anni.

Il territorio dove Luigi Berlinguer ha vissuto la sua esperienza universitaria è stato essenzialmente Siena. Ma l’Italia, l’Europa e il mondo sono stati il suo territorio politico. La base da cui sempre partiva e la sua casa erano a Siena dove, pochi anni dopo la laurea, si era trasferito con la moglie Marcella e dove si è svolta tutta la sua carriera accademica sino a diventare rettore di quella università.

A Roma ha vissuto a lungo da parlamentare e importante ministro, ma a Siena sono nati i suoi due figli, Jole e Aldo, ai quali era legato da un amore speciale, molto forte e molto rispettoso delle loro volontà.

In Luigi Berlinguer la sienitudine non ha mai avuto la meglio sulla sua sardità. Aveva un forte personalità e era sardo nella fermezza del carattere, nel senso della famiglia, nell’eleganza con cui custodiva le sue idee e i suoi ideali, nel senso del dovere, nella serenità con cui sapeva affrontare la battaglia politica, che non temeva.

Ma era anche un sardo che sommava ai caratteri quasi antropologici della sua isola una grande curiosità della vita, un micidiale umorismo solo sassarese, una bella cordialità e una preziosa franchezza. La sua allegria cominciava dagli occhi. Era un intellettuale con la passione per la discussione, il dibattito, il confronto delle idee.

Ma c’è un punto della personalità di Luigi Berlinguer che va detto perché mostra un angolo un po’ nascosto, una straordinaria sensibilità culturale e persino sentimentale che non è facile trovare nella politica italiana sempre troppo presa dalle tattiche del momento per curarsi del futuro dei giovani. Berlinguer era diverso e pensava col suo cervello.

Da ministro dell’Istruzione e poi dell’Università, non solo si è battuto a favore dei conservatori musicali, ma soprattutto ha cercato di introdurre l’insegnamento della musica nelle scuole. Non so se sia corretto fare la classifica delle iniziative politiche degli uomini e delle donne che hanno governato l’Italia. Ma è certo che, in questa immaginaria classifica, uno dei primi posti spetta a Luigi Berlinguer con la motivazione che il suo amore e il suo interesse per la musica e il suo desiderio che la musica potesse diventare uno strumento educativo per le giovani generazioni, sono il segno di quell’acuto intuito culturale al quale dovremmo affidarci se vogliamo che il mondo vada avanti nella giusta direzione.

La buona musica non è solo un vero piacere dei sensi, ma per i giovani e i meno giovani, per gli studenti come per i governanti, può essere anche la strada per scavare sino al profondo dell’anima ed educarla all’ascolto e alla pace.

Luigi Berlinguer è stato tutto questo e anche molto altro. In chi lo ha conosciuto e in chi gli è stato amico, ha lasciato un segno profondo. LUIGI ZANDA. Ex senatore della Repubblica dal 2003 al 2022

Addio Ernesto Ferrero, intellettuale che sapeva illuminare vita e letteratura. Ci lascia uno dei protagonisti dell'editoria italiana. Dirigente di grandi case editrici, direttore del Salone del Libro per quasi vent'anni e autore di saggi biografici sui grandi del nostro tempo. Sabina Minardi su L'Espresso il 31 Ottobre 2023

È morto Ernesto Ferrero. Si è spento un protagonista assoluto dell'editoria italiana, che ha attraversato, nel corso della sua lunga carriera, in tutti i suoi meandri: aveva cominciato da ufficio stampa nel 1963, in Einaudi. E all'interno della casa editrice torinese è stato redattore editoriale e dirigente, autore e traduttore (di Céline, di Flaubert, di Perec). Ha lavorato in Bollati Boringhieri, ha diretto marchi come Garzanti e Mondadori. Acutissimo critico letterario, dal 1998 al 2016 ha diretto il Salone del libro di Torino.  

L'empatia del suo sguardo era uno dei tratti che più colpiva nell'uomo e nello scrittore, capace di illuminare vita e letteratura con una scrittura di indiscutibile fascino. Come ha fatto con i tanti profondi, amati, saggi biografici: da Primo Levi a "Italo", dedicato a Calvino nel centenario della nascita: il suo ultimo libro, uscito da poche settimane. 

Chi erano veramente Napoleone (“N.”, romanzo vincitore del premio Strega nel 2000, ne ricostruiva i giorni dell'esilio attraverso gli occhi del suo bibliotecario), San Francesco (“Francesco e il Sultano” rievocava l'incontro col sultano Malik al-Kamil in un prodigioso dialogo tra Islam e cristianesimo), Emilio Salgari (“Disegnare il vento”, 2011), Emilio Gadda e tanti grandi maestri del Novecento ai quali Ferrero ha dedicato nel 2022 “Album di famiglia”?. Merito dei suoi "ritratti dal vivo" se ne sappiamo un bel po' di più. E di una capacità di scavo, di guardare dietro le quinte, di intrecciare il privato e il contesto pubblico, che hanno reso Ernesto Ferrero uno dei più stimati e autorevoli intellettuali del nostro tempo.

Morto Ernesto Ferrero, una vita nel nome e al servizio dei libri. CRISTINA TAGLIETTI su Il Corriere della Sera il 31 Ottobre 2023

Editore, critico, traduttore, narratore, organizzatore culturale, direttore, dal 1998 al 2016, del Salone del libro, è scomparso all’età di 85 anni dopo lunga malattia

È stata una vita nel nome, e al servizio, dei libri quella di Ernesto Ferrero, scomparso a 85 anni nella mattina del 31 ottobre dopo una lunga malattia che lo aveva fiaccato nel corpo ma non nello spirito, sempr e vigile e attento a ciò che succedeva intorno a lui, nel mondo culturale, nella società civile, nella politica. Fedele a una gentilezza calda, mai affettata, con un sorriso che a volte tradiva una vena malinconica, coltissimo ma senza snobismo, osservatore affilato di eventi e persone, Ferrero è stato molte cose: editore, critico, traduttore, narratore, organizzatore culturale, direttore, dal 1998 al 2016, del Salone del libro.

Nato a Torino il 6 maggio 1938, ha «abitato» il mondo editoriale italiano per oltre sessant’anni, da quando, nel 1963 inizia a lavorare come responsabile dell’ufficio stampa della casa editrice Einaudi, superando un esame dopo aver letto un annuncio sulla «Stampa» e lasciato il lavoro da assicuratore. Diventerà poi direttore letterario e, nel 1984, in un momento di difficile crisi finanziaria della casa editrice, direttore editoriale, fino al 1989.

Nel suo percorso ci sono state anche altre tappe — Boringhieri, Garzanti, Mondadori — ma il suo nome, e forse il suo cuore, sono sempre rimasti legati allo Struzzo. Scrittore finissimo, raccontò quell’esperienza e quelle stagioni che lo videro anche regista accorto delle celebri riunioni del mercoledì, in uno splendido memoir dall’incalzante passo narrativo, I migliori anni della nostra vita, dove i ricordi di genialità, ossessioni, ansie, vezzi di maestri, compagni di lavoro e di viaggio, si intrecciano a quelli di luoghi e paesaggi. «Pensai distintamente che per un prodigio insperato ero stato accolto nella regione mitologica in cui cresce l’abero della felicità» scrive nella prima pagina, ricordando l’inizio esaltante di quella avventura.

È nel fertile humus di via Biancamano (dove conosce anche la moglie Carla, compagna di tutta la vita) che affondano le radici di relazioni solide, basate su amicizia e competenza, come quelle con Primo Levi (a cui nel 2007 ha dedicato, tra l’altro, un saggio che ne ricostruisce vita e opere) e con Italo Calvino, al centro di una biografia per immagini, Album Calvino (Mondadori 2005), ma anche del suo ultimo lavoro, Italo, uscito per Einaudi da alcune settimane. Con loro («Italo e Primo non sprecano parole, per il rispetto che ne hanno. Parlano poco e lavorano molto. Stanno bene nelle loro tane» scrive), e con gli altri maestri che hanno fatto la storia della cultura novecentesca italiana dentro e fuori lo Struzzo — Einaudi, Morante, Feltrinelli, Fruttero e Lucentini, Ceronetti, Bobbio, Pavese, Foa, Garboli, Garzanti, solo per citarne alcuni — Ferrero ha intessuto un dialogo costante e fecondo, mettendoli al centro anche di uno degli ultimi libri, Album di famiglia, uscito da Einaudi nel 2022. Quei «maestri del Novecento ritratti dal vivo» formavano per lui «una famiglia ramificata, bizzarra, sorprendente, eccessiva, dispersa, perfino conflittuale, come tutte, ma straordinaria, coesa nelle stesse passioni, nello stesse sentire».

Nel corso degli anni la sua scrittura elegante e mai opaca si è applicata con la stesso slancio ai risvolti di copertina, alle recensioni e agli interventi sui giornali, come ai romanzi e ai saggi. Traduttore di Céline (sua la versione di Viaggio al termine della notte edita da Corbaccio), di Flaubert (Bouvard e Pécuchet nei Meridiani Mondadori), di Perec (Il condottiero, Voland), Ferrero ha scritto i suoi libri seguendo un gusto eclettico e curiosità radicate, che andavano dai delitti di Gilles de Rais, mostruoso protagonista del Quattrocento francese, al mistero del papiro di Artemidoro, dalla vita di San Francesco a Emilio Salgari, fino alle metamorfosi della lingua (Dizionario storico dei gerghi italiani, Mondadori 2002).

Come narratore aveva esordito nel 1980 con il romanzo Cervo Bianco (Mondadori), basato sulla storia vera di Edgar Laplante che, impersonando un falso capo indiano, incantò (e ingannò) gli italiani nel 1924, poi riscritto e nei mesi scorsi ripubblicato da Einaudi con il titolo L’anno dell’indiano. Nel 2000 con N., ispirato alla figura di Napoleone Bonaparte e ai suoi ultimi trecento giorni all’isola d’Elba, vinse il premio Strega, in una sfida all’ultima scheda con Case amori universi di Fosco Maraini.

Al timone del Salone del libro di Torino — accanto al presidente Rolando Picchioni da cui era lontano per formazione e ambizione, ma di cui fino all’ultimo ha difeso l’operato — ha governato con fermezza e disponibilità le tempeste più difficili, dai duri boicottaggi messi in campo contro Israele Paese ospite, all’invito, in seguito ritirato, all’Arabia Saudita, fino alle inchieste che portarono alla crisi della rassegna e al derby con Milano. Da «soldato sabaudo», come si definiva, con la rosa di carta nell’occhiello della giacca e un sorriso dolce sulle labbra.

Era l'einaudiano "signore dei libri". Editore, scrittore da Premio Strega e critico, è stato l'anima del Salone di Torino. Matteo Sacchi l'1 Novembre 2023 su Il Giornale.

È morto, a 85 anni, Ernesto Ferrero, direttore del Salone del Libro di Torino (dal 1998 al 2016), einaudiano di ferro e intellettuale di velluto, critico e scrittore da Premio Strega, capace di essere la summa di tutta un'epoca dell'editoria italiana, quello che indubbiamente, e a ragione, è stato considerato il signore dei libri. Classe 1938, Ferrero ha iniziato la sua lunghissima carriera editoriale all'Einaudi dove ha lavorato per un ventennio, partenza all'ufficio stampa per poi andare verso l'empireo, dal 1984 al 1989, direttore editoriale. Dopo è passato lasciando il segno, ma sempre con stile felpato e sabaudo, nei gangli decisionali dei principali editori italiani, tra cui Bollati Boringhieri, Garzanti (direttore editoriale) e Mondadori (direttore letterario). Parallela a quella puramente editoriale, Ferrero ha portato avanti anche una lunga carriera letteraria, spaziando dalla linguistica al romanzo. Da questo versante il «soldato sabaudo che ha salvato il Salone del libro», così è stato definito, era un talentuoso dotato di molte passioni. In primis dicevamo della lingua, al centro del suo saggio del 1972 I gerghi della malavita dal '500 a oggi (per i tipi di Mondadori). Si trattava di un ricco dizionario del gergo criminale, che raccoglieva tantissime voci, a partire dal Rinascimento, pescando dalla storia, dai dialetti, dalla tradizione orale e dai testi. Ma la chicca era il saggio introduttivo che spiegava il significato, le origini e la storia del gergo, con specifico riguardo al crimine.

Era l'inizio di un percorso colto in cui Ferrero ha esplorato la lingua letteraria con particolare attenzione a Gadda, Calvino e Levi. È dedicato a Calvino anche il suo ultimo libro Italo, uscito da pochi giorni per i tipi di Einaudi. Del resto non è un caso che uno dei suoi libri più noti sia Album di famiglia. Maestri del Novecento ritratti dal vivo (sempre per la casa dello struzzo). E basta quest'album per chiarire perché Ferrero è stato il signore dei libri. A parte i già citati Levi e Calvino ha intersecato le parabole di Calasso, Montale, Eco, Sciascia, Parise (che lo chiamava «contino» per quella sua aria risorgimentale), Bobbio...

E si potrebbe continuare. Per la quotidianità di una serie di personaggi epocali: leggere Ferrero. Leggere Ferrero anche per come è stata la vita day by day all'Einaudi dal 1963 al 1965: I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli, 2005). Ma non è il caso di ridurre Ferrero ad un elenco di titoli. Anche se si potrebbe visto che sono tantissimi. Ah, en passant è stato anche traduttore di Flaubert, Céline e Perec.

E poi passioni come quella per Napoleone. Una passione coltivata sin da bambino guardando il busto dell'imperatore nella casa al mare del nonno a Diano Marina. Da quel busto con un volto calmo e quasi divino sino a N., il libro con cui Ferrero ha vinto il Premio Strega del 2000 e che è diventato un successo da grande schermo, N (Io e Napoleone) per la regia di Paolo Virzì. Il romanzo ricostruisce i giorni dell'esilio sull'Isola d'Elba di Napoleone attraverso gli occhi del suo bibliotecario, che all'inizio cova piani omicidi verso l'Imperatore e poi ne resta ammaliato. E non si può non cogliere tutte le implicazioni di uno sguardo amorevole verso un Napoleone bibliofilo... E napoleonico era il piglio di Ferrero al Salone. Ma un Napoleone giovane, alla campagna d'Italia. Sino alla soglia degli 80 anni, sotto le volte del Lingotto era famoso per le sue performance da maratoneta. Lo vedevi sfrecciare da una sala all'altra, ubiquo. Aveva anche un vezzoso contapassi, come confessò ai giornalisti. Altro vezzo l'amata rosa di carta, un origami di parole che sistemava all'occhiello dal giovedì mattina innaugurale alla domenica: «Me l'ha regalata l'amico Allemandi, è un portafortuna, e a me sembra profumi davvero».

Dettagli che danno l'idea di uno stile. Che manteneva anche nelle polemiche. Una carriera troppo lunga la sua per evitarle, del resto. E allora un po' di aneddotica anche qui. Non digerì il Nobel alla letteratura per Bob Dylan. Punzecchiato chiarì subito che il problema andava oltre: «Il Nobel a Dylan è una scelta assurda, sbagliata e incredibile... Quelli di Stoccolma sono abbonati alle scelte discutibili. Spesso hanno premiato gente che conoscevano solo gli addetti ai lavori... È inelegante dirlo adesso, ma anche il Nobel a Dario Fo fu una bizzarria pura».

Fu al centro di un clamoroso scambio di persone nel 2015. Si stava in piena acquisizione di Rcs da parte di Mondadori. Comparve un intervista a Ernesto Franco, allora direttore editoriale Einaudi, stranamente critico nei confronti dei vertici Mondadori. Ecco a Repubblica per un banale errore d'agenda avevano in realtà sentito Lui, Ernesto Ferrero. Che effettivamente sentendosi fare domande su Einaudi aveva giustamente pensato di dire la sua da ex che può ragionare da ex. Ne nacque un bell'errata corrige.

Ma sono tantissime le storie editoriali che ruotano attorno a Ferrero. Come universale è il cordoglio espresso ieri. Si va dal presidente dell'Associazione italiana editori Innocenzo Cipolletta - «Un protagonista indiscusso» - sino al ministro per la Pubblica amministrazione, e senatore di Forza Italia, Paolo Zangrillo - «Ci consegna una importante eredità: contribuire a valorizzare e diffondere la cultura italiana nel nostro Paese» - passando per il sindaco di Torino Stefano Lo Russo - «Acuto osservatore del mondo» - e il presidente della regione Piemonte Alberto Cirio: «Grande intellettuale». Un intellettuale che era einaudiano soprattutto: «Nello stile asciutto che migliora con la sottrazione» diceva. Oggi cosa rara.

Aveva 85 anni. È morto Ernesto Ferrero: l’editore e scrittore che ha diretto il Salone del Libro di Torino. Una vita al servizio dei libri. L'esordio nel 1963 nell'ufficio stampa dell'Einaudi, il Premio Strega nel 2000 per il suo romanzo su Napoleone Bonaparte. Ha diretto il Salone del Libro dal 1999 al 2016. Antonio Lamorte su L'Unità il 31 Ottobre 2023

Ernesto Ferrero è stato scrittore, editore, traduttore, critico letterario, organizzatore culturale, intellettuale. Premio Strega con il suo romanzo su Napoleone Bonaparte e direttore Salone del Libro di Torino che secondo alcuni non è stato più lo stesso dopo la sua guida. È morto a 85 anni, dopo una lunga malattia. Da pochissimo era stato pubblico il suo ultimo libro, Italo, pubblicato da Einaudi, dedicato allo scrittore Italo Calvino di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita.

Una vita dedicata ai libri, aveva cominciato come responsabile dell’ufficio stampa della casa editrice Einaudi nel 1963. Lavorava come assicuratore. Era nato a Torino il 6 maggio 1938. Ha scritto saggi, narrativa, libri di memorie, libri per bambini. Ha lavorato con i grandi della letteratura italiana. Con N, in cui aveva descritto l’esilio di Napoleone sull’Isola d’Elba, aveva vinto il Premio Strega, il riconoscimento letterario più prestigioso in Italia, nell’edizione del 2000. Da traduttore aveva lavorato sulle opere di Ferdinand Céline, Gustave Flubert e George Perec. Da critico letterario si è occupato di Carlo Emilio Gadda e Primo Levi tra gli altri, soltanto in ultimo di Calvino. È stato una firma del quotidiano La Stampa.

È stato segretario generale di Bollati Boringhieri, direttore editoriale di Garzanti, direttore letterario di Arnoldo Mondadori Editore. È stato presidente onorario del Centro internazionale di studi Primo Levi di Torino e presidente delle giurie di diversi premi letterari, faceva parte del comitato direttivo del Premio Strega. Per quasi vent’anni ha diretto il Salone del Libro di Torino, dal 1998 al 2016. “Porteremo sempre nel nostro cuore il suo impegno instancabile e la sua dedizione verso la promozione della lettura, del libro e della letteratura, ma soprattutto la generosità, la gentilezza e l’ironia che lo hanno contraddistinto sul lavoro e nella vita”, il ricordo in una nota dell’organizzazione.

“La sua visione e il suo lavoro hanno trasformato il Salone Internazionale del Libro, che ha diretto dal 1998 al 2016, in un luogo di incontro, dialogo e confronto tra autrici e autori, lettrici e lettori, uno spazio in cui l’amore per la lettura e la conoscenza hanno creato anno dopo anno una comunità sempre più grande. Il suo esempio ci sarà sempre da guida per gli anni che verranno”. Esperienza ricordata anche dal sindaco Stefano Lo Russo. “Un intellettuale che ha dedicato la sua vita ai libri, acuto osservatore del mondo, uomo di cultura profonda che ha contribuito a rendere grande e internazionale il Salone del Libro di Torino”, ha scritto il primo cittadino sul social X.

Ferrero nel 2012 era stato premiato dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con l’onorificenza di commendatore all’Ordine del merito della Repubblica Italiana. Ferrero lascia la moglie Carla e le figlie Chiara e Silvia. “Pensai distintamente che per un prodigio insperato ero stato accolto nella regione mitologica in cui cresce l’albero della felicità”, scrisse nella prima pagina del suo memoir I migliori anni della nostra vita sui tempi all’Einaudi da direttore letterario e direttore editoriale. Antonio Lamorte 31 Ottobre 2023

È morto Matthew Perry, Chandler in «Friends»: aveva 54 anni. Redazione Spettacoli su Il Corriere della Sera il 29 ottobre 2023.

L’attore è stato trovato senza vita nella sua abitazione nell’area di Los Angeles

Matthew Perry, Chandler nella popolare serie «Friends», è morto all’età di 54 anni. L’attore statunitense, è stato trovato morto nella sua abitazione nell’area di Los Angeles, nella jacuzzi che aveva in casa lasciando pensare che sia annegato. Secondo indiscrezioni, infatti, nella casa non sono state trovate droghe.

Perry aveva ottenuto diverse nomination agli Emmy Award, ed è famoso soprattutto per aver partecipato alla serie televisiva «Friends» nella quale ha interpretato per dieci anni il personaggio di Chandler Bing. La notizia è stata data dal sito di gossip Tmz e dal LA Times. Curioso che il suo ultimo post su Instagram fosse proprio in una vasca da bagno.

Matthew Perry era celebre in tutto il mondo per il ruolo nella sitcom di successo degli anni ‘90, andata in onda per 10 stagioni e nella quale lui aveva preso parte a tutti i 234 episodi. Affabile, ottimista e pronto alla battuta sullo schermo, Matthew aveva raccontato di recente le sue difficoltà personali, in particolare la sua dipendenza da farmaci e alcol: un libro di memorie di una bellezza straziante («Friends, Lovers and the Big Terrible Thing») in cui aveva condiviso dettagli scioccanti sulla sua vita e sui problemi passati.

Figlio di genitori separati (il padre aveva abbandonato la madre quando era bambino), aveva imparato presto a usare l’umorismo per attirare l’attenzione della mamma. A 14 anni, il primo incontro con l’alcool e aver compreso che su di lui «aveva un effetto completamente diverso» rispetto agli amici. mentre loro avevano vomitato, lui «sdraiato sull’erba» aveva percepito una sensazione di benessere: «Nulla mi dava fastidio». Da quel momento, aveva cominciato a bere e non aveva mai smesso. Quando aveva ottenuto il ruolo di Chandler Bing, era già un alcolizzato. Anche se Perry cercava di nascondere la sua condizione, i compagni di cast (Jennifer Aniston, in particolare) erano stati «comprensivi e pazienti».

«È come i pinguini: quando uno è malato o è ferito, gli altri lo circondano e lo sostengono, gli girano intorno finché il pinguino non riesce a camminare da solo. Questo è un po’ quello che il cast ha fatto per me». Così Perry per anni aveva alternato riabilitazione e riprese. L’unica stagione in cui era stato sobrio per tutto il tempo era stata la nona. «E indovinate in quale fui nominato come attore migliore? Forse avrebbe dovuto dirmi qualcosa». La dipendenza di Matthew Perry dall’alcol si era aggravato nel 1997 dopo un incidente su una moto d’acqua: a causa di alcune ferite molto dolorose, cominciò a far uso di un antidolorifico oppiaceo, il Vicodin, e in alcuni momenti arrivò a prenderne fino a 55 pastiglie al giorno.

Nel 2018, quando aveva 49 anni, l’attore subì una perforazione gastrointestinale provocata proprio dall’uso estremo di oppiacei. «Dopo due settimane di coma, ai miei familiari dissero che avevo solo il due per cento di possibilità di sopravvivere». Ce la fece, ma mentre si riprendeva e il colon guariva, l’attore dovette usare una sacca per colostomia. Nei mesi scorsi, quando appariva in pubblico spettinato e sovrappeso, aveva fatto temere di essere ricaduto nelle vecchie abitudini. All’inizio della settimana, era stato avvistato in un ristorante di Los Angeles, The Apple Pan, uscito a pranzo con un’amica, scarmigliato e con un’aria abbattuta. Curioso che l’ultimo post su Instagram lo mostri immerso proprio in una vasca da idromassaggio: si rilassa di notte, con indosso le cuffie per la musica, mentre guarda la città. Accanto una didascalia. «Oh, quindi l’acqua calda che turbina ti fa sentire bene? Io sono Mattman»: un riferimento che i follower hanno subito collegato al suo desiderio di interpretare Batman, il supereroe immaginario.

Estratto dell’articolo di Renato Franco per corriere.it domenica 29 ottobre 2023.

«Salve, il mio nome è Matthew, anche se potreste conoscermi con un altro nome. I miei amici mi chiamano Matty. E dovrei essere morto». È l’incipit di Friends, amanti e la Cosa Terribile (La nave di Teseo) , l’autobiografia in cui Matthew Perry — morto sabato 28 ottobre — si levava la maschera dell’attore di successo e affrontava la Cosa Terribile, ovvero la sua dipendenza, dall’alcol e dalle droghe. Una «dieta mortale» fatta di vodka (una bottiglia a sera), cocaina, oppiacei (a un certo punto era arrivato a prendere 55 pasticche di Vicodin al giorno), benzodiazepine (ovvero Xanax e tutti i medicinali ad azione ansiolitica). 

Matthew Perry — una popolarità globale grazie al ruolo di Chandler in Friends — raccontava come la sua vita in realtà fosse stata un inferno, sempre sull’orlo dell’abisso. Perché dietro allo sfarzo delle luci di Hollywood spesso aleggiano le ombre lunghe di una (de)pressione che tanti non riescono a sopportare.

L’abbandono del padre quando era piccolo, l’arrivo a Hollywood, le donne (tra cui Julia Roberts, lasciata perché «avevo troppa paura di essere lasciato io»), i 15 tentativi di riabilitazione, le 14 operazioni chirurgiche al colon. Quando aveva 49 anni l’attore era stato a un passo dalla morte. «Sono vivo per miracolo — disse —. Volevo condividere la mia storia quando ero sicuro di aver lasciato alle spalle il mio lato oscuro, lontano dai mali dell’alcolismo e della dipendenza».

Era stato anche in coma per due settimane e poi altri cinque mesi in ospedale: quando fu ricoverato i medici dissero alla famiglia che aveva solo il 2% di speranze di sopravvivere: «Mi attaccarono a un macchinario che respira al tuo posto. È soprannominato Ave Maria perché nessuno sopravvive. Quella notte cinque persone erano state attaccate a quella macchina: sono morte in quattro, mentre io sono sopravvissuto: perché? Perché proprio io?».

[…] quando iniziò a recitare in Friends, a 24 anni, la sua dipendenza dall’alcol era agli inizi. «In qualche modo potevo gestirla, ma a 34 anni ero davvero nei guai. Non sapevo come smettere». I suoi compagni di cast erano stati «comprensivi e pazienti; è come in natura per i pinguini: quando uno di loro è malato o ferito, viene circondato e sostenuto dagli altri; gli girano intorno finché quel pinguino non riesce a camminare da solo. È un po’ quello che ha fatto il cast per me».

[…] 

A un certo punto Matthew Perry era talmente sprofondato nell’abisso che qualunque sostanza non gli faceva più effetto: «Che io smetta di bere e fare uso di oppiacei non ha nulla a che vedere con la forza, comunque. Se qualcuno venisse a casa mia e mi dicesse “Eccoti un centinaio di milligrammi di Oxy”, gli risponderei che non bastano». 

Nonostante tutto non perdeva l’ironia. Nel libro raccontava che il padre una sera, dopo una sbronza colossale, andò a farsi una passeggiata e decise che non avrebbe più preso in mano una bottiglia: «Scusami? Sei andato a farti una camminata e hai smesso di bere? Io ho speso più di 7 milioni di dollari cercando di diventare sobrio. Ho partecipato a 6mila incontri di Alcolisti Anonimi. Sono stato in rehab 15 volte. Sono stato in ospedale psichiatrico, sono andato in terapia due volte a settimana per trent’anni, sono stato in punto di morte. E tu sei andato a farti una cazzo di camminata?».

La sua è stata la fragilissima vita di un uomo animato da un cieco e umanissimo desiderio di riconoscimento che lo ha spinto verso la fama e allo stesso tempo verso un immenso vuoto interiore, che non poteva essere colmato nemmeno dalla realizzazione dei suoi sogni più grandi. La dipendenza sempre accanto, come una pistola perennemente carica, che può sparare in qualunque momento: «Robert Downey Jr., parlando della sua dipendenza, una volta disse: “È come avere una pistola in bocca con il mio dito sul grilletto, e mi piace il sapore del metallo”. Capivo cosa volesse dire; lo comprendevo. Persino nei giorni buoni, quando sono sobrio e guardo al futuro, è sempre con me. C’è sempre una pistola».Estratto dell’articolo di Davide Gorni per corriere.it domenica 29 ottobre 2023.

Matthew Perry, Chandler Bing nella popolare serie Friends, è morto all’età di 54 anni. L’attore statunitense, è stato trovato morto nella sua abitazione nell’area di Los Angeles, nella jacuzzi che aveva in casa lasciando pensare che sia annegato. Secondo indiscrezioni nella casa non sono state trovate droghe. 

Perry, sempre secondo le prime indiscrezioni, aveva fatto attività fisica al mattino, prima di morire. Sarebbe tornato a casa dopo due ore di pickleball (uno sport con le racchette, simile al tennis, ma giocato su un campo più piccolo) e avrebbe mandato il suo assistente a fare delle commissioni. L'uomo, una volta rientrato, ha chiamato il numero di emergenza 911, intorno alle 16 ora locale, perché Perry non rispondeva. 

Poco dopo le 19, mentre gli elicotteri giravano sopra la casa che si trova su una collina con vista sull'Oceano Pacifico, sono arrivati la madre dell'attore, Suzanne Marie Langford, e suo marito, il conduttore televisivo Keith Morrison. 

[…] 

La dipendenza da farmaci e alcol

Matthew Perry era celebre in tutto il mondo per il ruolo nella sitcom di successo degli anni ‘90, andata in onda per 10 stagioni e nella quale lui aveva preso parte a tutti i 234 episodi. […] aveva raccontato di recente le sue difficoltà personali, in particolare la sua dipendenza da farmaci e alcol: un libro di memorie di una bellezza straziante («Friends, Lovers and the Big Terrible Thing», edito in Italia da La nave di Teseo con il titolo «Friends, amanti e la Cosa Terribile») in cui aveva condiviso dettagli scioccanti sulla sua vita e sui problemi passati. 

Figlio di genitori separati (il padre aveva abbandonato la madre quando era bambino), aveva imparato presto a usare l’umorismo per attirare l’attenzione della mamma. Nato nel Massachusetts nel 1969, Perry è cresciuto a Ottawa, in Canada, dove ha frequentato la scuola elementare con Justin Trudeau, l'attuale primo ministro canadese. 

A 14 anni, il primo incontro con l’alcool, che su di lui «aveva un effetto completamente diverso» rispetto agli amici. Mentre loro avevano vomitato, lui «sdraiato sull’erba» aveva percepito una sensazione di benessere: «Nulla mi dava fastidio». Da quel momento, aveva cominciato a bere e non aveva mai smesso. 

Quando aveva ottenuto il ruolo di Chandler Bing, era già un alcolizzato. Nel 2016, in un'intervista aveva detto di non ricordare di aver girato tre stagioni di Friends. Anche se Perry cercava di nascondere la sua condizione, i compagni di cast (Jennifer Aniston, in particolare) erano stati «comprensivi e pazienti». 

«È come i pinguini: quando uno è malato o è ferito, gli altri lo circondano e lo sostengono, gli girano intorno finché il pinguino non riesce a camminare da solo. Questo è un po’ quello che il cast ha fatto per me». Così Perry per anni aveva alternato riabilitazione e riprese. L’unica stagione in cui era stato sobrio per tutto il tempo era stata la nona. «E indovinate in quale fui nominato come attore migliore? Forse avrebbe dovuto dirmi qualcosa». 

La dipendenza di Matthew Perry dall’alcol si era aggravata nel 1997 dopo un incidente su una moto d’acqua: a causa di alcune ferite molto dolorose, cominciò a far uso di un antidolorifico oppiaceo, il Vicodin, e in alcuni momenti arrivò a prenderne fino a 55 pastiglie al giorno.

Nel 2013 Perry ha rivelato a «People» di essere diventato sobrio solo a 43 anni. L'anno precedente aveva trasformato la sua casa sulla spiaggia di Malibu in una struttura di «vita sobria» per ex alcolisti chiamata The Perry House e da allora ha cercato di dedicare tempo e risorse ad aiutare altri tossicodipendenti. […] 

La perforazione gastrointestinale

Nel 2018, quando aveva 49 anni, l’attore subì una perforazione gastrointestinale provocata proprio dall’uso estremo di oppiacei. «Dopo due settimane di coma, ai miei familiari dissero che avevo solo il due per cento di possibilità di sopravvivere». Ce la fece, ma mentre si riprendeva e il colon guariva, l’attore dovette usare una sacca per colostomia. Nei mesi scorsi, quando appariva in pubblico spettinato e sovrappeso, aveva fatto temere di essere ricaduto nelle vecchie abitudini. 

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All’inizio della settimana, era stato avvistato in un ristorante di Los Angeles, The Apple Pan, uscito a pranzo con un’amica, scarmigliato e con un’aria abbattuta. Curioso che l’ultimo post su Instagram lo mostri immerso proprio in una vasca da idromassaggio: si rilassa di notte, con indosso le cuffie per la musica, mentre guarda la città. Accanto una didascalia. «Oh, quindi l’acqua calda che turbina ti fa sentire bene? Io sono Mattman»: un riferimento che i follower hanno subito collegato al suo desiderio di interpretare Batman, il supereroe immaginario.

Estratto da corriere.it domenica 29 ottobre 2023.

Uno choc non solo per i fan, ma anche per amici e colleghi. Sono tante le reazioni alla morte di Matthew Perry , il popolare Chandler Bing della serie Friends, trovato morto nella sua abitazione a Los Angeles. 

A partire dall’account ufficiale della serie che lo ha reso famoso: «Siamo devastati nell’apprendere della scomparsa di Matthew Perry. È stato un vero dono per tutti noi. Il nostro pensiero va alla sua famiglia, ai suoi cari e a tutti i suoi fan». 

Ancora in silenzio gli attori del cast: Jennifer Aniston (Rachel), Courteney Cox (Monica, moglie di Chandler nella serie), David Schwimmer (Ross), Lisa Kudrow (Phoebe), Matt LeBlanc (Joey). 

L’attrice Shannen Doherty , nota per un'altra serie molto seguita in quegli anni, Beverly Hills 90210, su Instagram ha lasciato un lungo ricordo: «Eravamo una gang già da molto tempo. Siamo cresciuti tutti insieme andando a Formosa, ridendo costantemente. Matt ha scherzato con delle ragazze al bar. Ci siamo sempre divertiti e ci siamo sostenuti a vicenda. Ci trovavi sempre tutti insieme in uno stand a parlare nella nostra lingua inventata. E sì, Matt ha sempre avuto un grande senso dell’umorismo».

Ricorda ancora Doherty: «Matt e io avevamo un appuntamento ed era il giorno di San Valentino. Voleva prenotare in un ristorante a Malibu ma non poteva, quindi mio padre ha preso la prenotazione per lui. Siamo andati e lui ha parlato dell’indole comunicativa irlandese di mio padre per gran parte della notte. La nostra amicizia durava da molto tempo. Una vita davvero. So che molti stanno soffrendo, specialmente la nostra piccola banda. Mancherà a molti e sicuramente a noi. Potrei essere più poetica o dire le cose meglio, ma in questo momento prevalgono lo choc e la tristezza». 

[...]

Un’altra attrice, Mira Sorvino, scrive sui social: «Oh no!!! Matthew Perry!! Tu, dolce anima tormentata!! Possa trovare pace e felicità in Paradiso, facendo ridere tutti con il tuo spirito unico!!!». 

[...] 

E la collega Meredith Salenger: «Oh no, no, no, no no! Il mio cuore si spezza. Matthew e io ci conoscevamo da quando avevamo 16 anni. Sono senza parole. Riposa in pace dolcezza».

[…] 

Il premier canadese Justin Trudeau, con cui Perry era andato a scuola, a Ottawa, in Canada, ha scritto: «La scomparsa di Matthew Perry è scioccante e triste. Non dimenticherò mai i giochi che facevamo nel cortile della scuola, e so che le persone in tutto il mondo non dimenticheranno mai la gioia che portava loro. Grazie per tutte le risate, Matthew. Eri amato e ci mancherai». 

«Siamo sconvolti dalla scomparsa del nostro caro amico Matthew Perry — ha scritto in un comunicato la Warner Bros Television Group, che ha prodotto Friends — Matthew era un attore incredibilmente dotato e una parte indelebile della famiglia del Warner. L'impatto del suo genio comico si è sentito in tutto il mondo e la sua eredità continuerà a vivere nei cuori di molti. Questo è un giorno straziante e mandiamo il nostro affetto alla sua famiglia, ai suoi cari e a tutti i suoi devoti fan».

Matthew Perry è morto a 54 anni: addio a Chandler di 'Friends'. Il Tempo il 29 ottobre 2023

Addio a Matthew Perry, l’attore che aveva conquistato i cuori di milioni di persone nel mondo per il ruolo di Chandler in ‘Friends’. La star è scomparsa all’età di 54 anni, apparentemente annegato in una vasca da idromassaggio. La notizia è stata data dal sito di gossip Tmz e dal LA Times, che sottolineano come il suo ultimo post su Instagram fosse proprio in una vasca da bagno. L’attore è stato ritrovato nella sua casa di Los Angeles dai soccorritori, chiamati per una crisi cardiaca. Sul posto non sarebbero state trovate droga né tracce di un gioco erotico finito male. Perry era celebre in tutto il mondo per il ruolo nella sitcom di successo degli anni ‘90, andata in onda per 10 stagioni e nella quale lui aveva preso parte a tutti i 234 episodi. Affabile, ottimista e pronto alla battuta sullo schermo, Matthew aveva raccontato di recente le sue difficoltà personali, in particolare la sua dipendenza da farmaci e alcol: un libro di memorie di una bellezza straziante («Friends, Lovers and the Big Terrible Thing») in cui aveva condiviso dettagli scioccanti sulla sua vita e sui problemi passati. 

Figlio di genitori separati (il padre aveva abbandonato la madre quando era bambino), aveva imparato presto a usare l’umorismo per attirare l’attenzione della mamma. A 14 anni, il primo incontro con l’alcool e aver compreso che su di lui «aveva un effetto completamente diverso» rispetto agli amici. Mentre loro avevano vomitato, lui «sdraiato sull’erba» aveva percepito una sensazione di benessere: «Nulla mi dava fastidio». Da quel momento, aveva cominciato a bere e non aveva mai smesso. Quando aveva ottenuto il ruolo di Chandler Bing, era già un alcolizzato. Anche se Perry cercava di nascondere la sua condizione, i compagni di cast (Jennifer Aniston, in particolare) erano stati «comprensivi e pazienti. È come i pinguini, quando uno è malato o è ferito, gli altri lo circondano e lo sostengono, gli girano intorno finché il pinguino non riesce a camminare da solo. Questo è un pò quello che il cast ha fatto per me». Così Perry per anni aveva alternato riabilitazione e riprese. L’unica stagione in cui era stato sobrio per tutto il tempo era stata la nona. «E indovinate in quale fui nominato come attore migliore? Forse avrebbe dovuto dirmi qualcosa».  

La dipendenza di Matthew Perry dall’alcol si era aggravato nel 1997 dopo un incidente su una moto d’acqua: a causa di alcune ferite molto dolorose, cominciò a far uso di un antidolorifico oppiaceo, il Vicodin, e in alcuni momenti arrivò a prenderne fino a 55 pastiglie al giorno. Nel 2018, quando aveva 49 anni, l’attore subì una perforazione gastrointestinale provocata proprio dall’uso estremo di oppiacei. «Dopo due settimane di coma, ai miei familiari dissero che avevo solo il due per cento di possibilità di sopravvivere». Ce la fece, ma mentre si riprendeva e il colon guariva, l’attore dovette usare una sacca per colostomia e in quel lungo periodo, quasi un anno, si svegliò coperto delle sue stesse feci «da 50 a 60» volte. Nei mesi scorsi, quando appariva in pubblico spettinato e sovrappeso, aveva fatto temere di essere ricaduto nelle vecchie abitudini. Il mondo dice addio ad un’icona della tv.

Estratto dell'articolo di Tiziana Panettieri per “il Messaggero” lunedì 30 ottobre 2023.

[…] Matthew Perry, il Chandler Bing di "Friends", trovato morto ieri mattina a 54 anni nella jacuzzi della sua casa a Los Angeles, è l'ultimo di un elenco di attori dalla doppia vita, di cui una stroncata prematuramente, e l'altra che prosegue ancora nell'immaginario collettivo. 

A cavallo tra gli Anni '80 e '90 Jonathan Brandis era un astro nascente della tv e del cinema. Furono numerose le sue partecipazioni a serie dell'epoca come La signora in giallo e la sitcom Gli amici di papà, ma il suo volto è rimasto quello del balbuziente Bill Denbrough della miniserie It del 1990 tratta dal romanzo di Stephen King. Dopo questo ruolo, più nulla di rilevante. Il declino della sua carriera lo portò alla depressione e al suicidio nel 2003 a soli 27 anni.

Invece di anni non ne aveva neanche 20 Sawyer Sweeten, Geoffrey della sitcom "Tutti amano Raymond". Nel 2015 la babystar, che recitava nella serie in coppia con il fratello gemello Sullivan, si sparò un colpo alla testa nella veranda della casa dei suoi genitori in Texas. 

Una tragedia che non ha ancora trovato una spiegazione tale da scrivere una degna per quanto triste parola fine riguarda la morte di Johnny Lewis. Attore noto per i ruoli di Kip Epps in Sons of Anarchy e Dennis in The O.C, fu coinvolto in un incidente in moto nel 2011. Dai primi esami non emersero conseguenze, tuttavia cominciò a mostrare comportamenti illogici, bizzarri, diventò violento e incapace di prendere decisioni. I medici attribuirono questi sintomi all'abuso di droghe, ma i test non rivelarono mai nulla. Dopo tre arresti, nel 2012 il suo corpo esanime fu trovato nella sua abitazione fuori Los Angeles e la sua morte classificata come accidentale. Ancora oggi il motivo del suo cambiamento non ha trovato risposta soddisfacente.

Maledizioni vere e proprie invece si sono abbattute su "Il mio amico Arnold" e "Glee". La prima, sitcom di grande fama negli Anni 80, vide molti membri del cast colpiti da grande sfortuna, ma il caso più eclatante è quello di Dana Plato, interprete di Kimberly, con cui il destino si accanì anche dopo la scomparsa. L'attrice morì per un'overdose a soli 35 anni dopo essere stata anche dipendente dall'alcol, mentre nel 2010 suo figlio, allora 21enne, si uccise credendosi la causa di tutti i mali della madre.

Il caso di "Glee" è ancora una ferita aperta per il mondo dello spettacolo. Tre morti violente e tutte nel giro di pochi anni, a partire da Mark Salling, nella serie Noah Puckerman, che nel 2013 si impiccò a 35 anni un mese prima di ricevere la sentenza per l'accusa di possesso di materiale pedopornografico. Il 13 luglio 2013 toccò a Cory Monteith (Finn Hudson, uno dei protagonisti) morto a 31 anni per un mix letale di eroina e alcol da cui era dipendente sin dall'adolescenza. Una maledizione resa ancora più macabra dal ritrovamento del corpo di Naya Rivera lo stesso giorno, ma nel 2020. L'attrice, che vestiva i panni di Santana Lopez, aveva 33 anni e fu dichiarata persona scomparsa l'8 luglio.

[…]

Morto Matthew Perry, star di ‘Friends’. L’attore aveva 54 anni. Massimo Basile su La Repubblica il 29 ottobre 2023

L’hanno trovato morto nel pomeriggio di sabato nella vasca Jacuzzi della sua casa a Los Angeles. Se ne è andato così, a 54 anni, probabilmente annegato, forse dopo un arresto cardiaco, Matthew Perry, attore che ha legato il suo volto per dieci stagioni alla sitcom tv “Friends”, serie culto tra il 1994 e il 2004 incentrata sulle vicende di un gruppo di sei amici a Manhattan. La polizia ha detto di non aver trovato droga accanto al corpo. La precisazione è legata alla vicende che hanno attraversato tutta la vita dell’attore, alle prese, fin da ragazzino, con l’alcolismo e poi, da adulto, con la dipendenza dagli oppioidi, un mix che ha finito per accelerare il declino di Perry al punto che due anni fa, per la famosa “Reunion” di Friends, qualcuno aveva pensato che sarebbe stato doloroso far vedere al pubblico di appassionati l’ultima versione del Chandler Bing della serie. Alla fine aveva partecipato assieme a Jennifer Aniston, Courteney Cox, Lisa Kudrow, Matt LeBlanc e David Schwimmer.

In un memoriale pubblicato l’anno scorso, “Friends, Lovers, and the Big Terrible Thing”, l’attore aveva raccontato tutti i problemi che aveva incontrato, inclusi quelli legati alla difficoltà di controllare il peso durante la lavorazione della sitcom. A 14 anni aveva cominciato a bere. A diciotto si considerava un bevitore accanito. Nella sua vita ha partecipato a seimila riunioni dell’Anonima alcolisti. È stato quindici volte in centri di riabilitazione solo per l’alcol. Sessantacinque volte è stato disintossicato e ha speso tra i 7 e i 9 milioni di dollari per sottoporsi a cure e tornare sobrio. Gli oppioidi erano l’altro buco nero. Dopo la seconda stagione di “Friends”, a metà anni ’90, era andato a Las Vegas per girare un film, quando aveva avuto un incidente. Per tenere a bada il dolore gli venne prescritto il Vicodin. Da quel momento era diventato il suo farmaco. Era talmente dipendente dall’oppioide da prendere 55 pillole al giorno. Fingeva emicranie e di aver bisogno di esami speciali, per farsi prescrivere il Vicodin. Andava la domenica mattina a visitare le case in vendita perché sperava di trovare nei bagni tutti i farmaci conservati negli armadietti.

Tra le prove superate, una perforazione gastrointestinale causata dal consumo di oppio, che nel 2018 lo aveva costretto a un intervento chirurgico d’emergenza. Era rimasto in coma per due settimane, e ricoverato per cinque mesi. Era stato messo in una stanza attrezzata con altri quattro pazienti nelle sue stesse condizioni: gli altri erano morti, lui si era salvato, ma era stato costretto a girare per nove mesi con una sacca attaccata alla parete addominale. “Sono stato fortunato - aveva confessato - perché mi è andata bene, adesso non sarei qui a parlare. I dottori mi avevano dato il 2 per cento di possibilità di sopravvivere”. Sobrio da un anno, Perry aveva lasciato disorientati i suoi fans, perché era apparso in difficoltà nel parlare.

Tra un problema e l’altro ha continuato a fare l’attore. Aveva partecipato a “Beverly Hills 90210”, nella prima stagione, poi con la amica Aniston aveva girato una serie di sketch promozionali per il sistema Microsoft Windows 95. Ha recitato in “Mela e Tequila” con Salma Hayek, Dylan McDermot (“Appuntamento a tre”) e Bruce Willis (“Fbi: protezione testimoni” 1 e 2). Non era solo un attore comico, ma drammatico. Aveva interpretato con successo il consigliere della Casa Bianca Joe Quincy in “West Wing - Tutti gli uomini del presidente”. Perry non si era mai sposato, ma aveva avuto un paio d’anni fa una breve relazione con la producer Molly Hurwitz. In precedenza era stato legato all’attrice Lizzy Caplan.

Muore a 54 anni Matthew Perry, Chandler in Friends. "Il cadavere trovato nella sua jacuzzi". Gianluca Lo Nostro il 29 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Si è spento nel pomeriggio di ieri nella sua abitazione di Los Angeles l'attore famoso per aver interpretato "Chandler Bing" nella sitcom Friends. Era da poco rientrato dopo aver fatto attivitià fisica. Aveva 54 anni

È morto l'attore statunitense Matthew Perry, il "Chandler" della celebre sitcom Friends. Il suo corpo è stato trovato senza vita nella sua abitazione a Los Angeles. Non si conoscono ancora le cause del decesso, ma secondo alcune indiscrezioni riportate dalla stampa americana Perry sarebbe annegato nella sua jacuzzi dopo essere rientrato da una sessione di due ore di pickleball, sport simile al tennis e al padel e molto comune negli Stati Uniti. I soccorsi sono stati allertati verso le quattro del pomeriggio (ora locale). Subito dopo, una pattuglia della polizia di Los Angeles del reparto omicidi è stata chiamata a indagare sulla morte per arresto cardiaco di un uomo di circa 50 anni. Il Los Angeles Times scrive che non sono state trovate droghe sul posto.

Matthew Perry era nato il 19 agosto 1969 a Williamstown, in Massachusetts, ma era cresciuto a Montreal, in Canada. Figlio di genitori separati, sua madre Suzanne Marie Langford è stata portavoce del primo ministro canadese Pierre Trudeau, padre dell'attuale capo del governo di Ottawa Justin Trudeau. La sua carriera è iniziata nella seconda metà degli anni Ottanta con il suo trasferimento definitivo in California, dove riesce a ritagliarsi ruoli minori in alcune serie importanti come Baby Sitter e Beverly Hills 90210.

La svolta arriva nel 1994, quando viene scelto da Nbc per dare il volto a "Chandler Bing", uno dei protagonisti di Friends, dove compare in tutti gli episodi fino all'ultima puntata nel 2004. Ha recitato anche in lungometraggi quali Fbi: Protezione testimoni, al fianco di Bruce Willis, Terapia d'amore e 17 Again - Ritorno al liceo, il suo ultimo film uscito nel 2009. L'ultima apparizione sul piccolo schermo risale al 2021, quando insieme agli altri membri del cast di Friends partecipa allo speciale Friends: The Reunion.

La vita di Perry è stata segnata dalla dipendenza da alcol e droghe, in particolare il Vicodin, sostanza che nel 1997 gli venne prescritta a causa di un incidente a bordo di una moto d'acqua. Più volte per questo motivo è andato in riabilitazione: le spese mediche per disintossicarsi, ha rivelato più tardi, sono arrivate a costargli circa 7 milioni di dollari. Così, in età più adulta, decide di raccontare questo periodo buio nel libro di memorie Friends, amanti e la cosa terribile pubblicato nel 2022. Nella sua biografia, Perry scrive di aver iniziato a bere a 14 anni, ma di essersi accorto di essere diventato alcolizzato a 21. Nel 2018 è stato ricoverato per cinque mesi per una perforazione gastrointestinale. "Dopo due settimane di coma, ai miei familiari dissero che avevo solo il due per cento di possibilità di sopravvivere", rivelò in quell'occasione.

Di recente la star di Friends si presentava un po' trasandato e sovrappeso, un aspetto che ha fatto preoccupare i fan. All'inizio della settimana, era stato visto in un ristorante di Los Angeles, The Apple Pan, uscito a pranzo con un'amica, scarmigliato e con un'aria abbattuta. Nel suo ultimo post condiviso su Instagram, Perry sembrava rilassarsi con le cuffie nel cuore della notte losangelina in una vasca da idromassaggio, forse la stessa dove sarebbe morto. E con quest'ironica didascalia: "Oh, quindi l'acqua calda che turbina ti fa sentire bene? Io sono Mattman": un riferimento che i follower hanno subito collegato al suo desiderio di interpretare Batman, il supereroe dei fumetti Dc.

Matthew Perry è morto: il tragico sospetto sulla star di "Friends". Libero Quotidiano il 29 ottobre 2023

Lutto nel mondo del cinema e della tv. Matthew Perry è morto all'età di 54 anni. L'attore, star della celebre serie "Friends" è stato trovato senza vita in una  vasca da idromassaggio. La notizia è stata riportata dal sito di gossip Tmz e dal LA Times. L'attore è stato ritrovato nella sua casa di Los Angeles da soccorritori chiamati per una crisi cardiaca. Dopo i primi rilievi sul posto, in casa dell'attore non sono stati ritrovate sostanze sospette e nemmeno tracce di un gioco erotico finito nel peggiore dei modi. Matthew Perry era famoso in tutto il mondo per il ruolo nella sitcom di successo degli anni '90, andata in onda per 10 stagioni.

Lui aveva preso parte a tutti gli episodi. Recentemente Perry aveva raccontato di recente le sue difficoltà personali, in particolare la sua dipendenza da farmaci e alcol. In un libro di memorie "Friends, Lovers and the Big Terrible Thing" aveva rivelato dettagli scioccanti sulla sua vita e sui problemi del passato. Aveva partecipato a “Beverly Hills 90210”, nella prima stagione.

Ha recitato in “Mela e Tequila” con Salma Hayek, Dylan McDermot (“Appuntamento a tre”) e Bruce Willis (“Fbi: protezione testimoni” 1 e 2). Non era solo un attore comico, ma drammatico. Aveva interpretato con successo il consigliere della Casa Bianca Joe Quincy in “West Wing - Tutti gli uomini del presidente”. 

Matthew Perry, la rivelazione: "Cosa ha fatto due ore prima di morire".  Libero Quotidiano il 29 ottobre 2023

Adesso sulla morte di Matthew Perry arrivano voci e dettagli che cercano di spiegare la prematura scomparsa dell'attore di "Friends". Perry è stato trovato senza vita dai soccorritori nella vasca da bagno. A quanto pare, secondo quanto avrebbe riferito una persona molto vicina all'attore, Perry avrebbe disputato una partita a pickleball. Poi dopo il rientro a casa avrebbe chiesto al suo assistente di sbrigare alcune commissioni. Poi il bagno e la morte improvvisa. "Abbiamo ricevuto conferme che si tratterebbe di morte per annegamento. Il corpo senza vita è stato trovato nella sua jacuzzi", hanno detto gli investigatori.

Un amico dell'attore avrebbe raccontato agli investigatori che Perry avrebbe giocato a pickleball per circa due ore. Poi il dramma. Quando l'assistente è tornato a casa, Perry non avrebbe risposto al citofono.

Da qui sarebbe scattato l'allarme. I soccorsi purtroppo non sono serviti a nulla. La polizia comunque, secondo quanto filtra da ambienti investigativi, porterà avanti un'indagine per chiarire le cause del decesso. Intanto i fan di "Friends" stanno invadendo i social con messaggi di cordoglio. Il mondo di Hollywood è sotto choc e nessuno si aspettava la morte di Perry. Recentemente l'attore aveva parlato dei suoi problemi legati all'alcolismo e agli oppioidi. Va sottolineato che all'interno della sua abitazione non sono stati rinvenute sostanze stupefacenti o altri elementi che possano far pensare a una morte legata all'assunzione di qualcosa. Solo un'autopsia può risolvere il mistero sulla morte di Perry.Ma per il momento l'ipotesi principale è quella di un malore.  

La cosa terribile. Il talento di Matthew Perry, e la sua incapacità di vivere. Guia Soncini su L'Inkiesta il 30 Ottobre 2023

È una consolazione minuscola ma importante esserci accorti mentre era ancora in vita che l’attore di Friends era molto bravo, anche come scrittore

C’è un momento, in “Friends, amanti e la Cosa Terribile”, in cui Matthew Perry racconta di quando s’è reso conto che no, il mondo non ce l’aveva con lui: il mondo di lui se ne fotteva. Il mondo inteso come universo, come una qualche divinità, come qualunque destino fosse quello per cui doveva soffrire.

Il mondo inteso come esseri umani, noialtri, Matthew Perry credevamo di conoscerlo, credevamo fosse uno di casa, e ora crediamo che ci sia morto un amico. Uno che, finché l’anno scorso non ha scritto un’autobiografia, neppure avevamo idea di quanto fosse stato male – ma è il secolo in cui pensiamo d’essere amici della gente che accende il telefono per farci vedere la stanza d’albergo in cui dorme a scrocco, figurati se non è normale che ci pensassimo amici di gente che ci entrava in casa una volta a settimana.

Lui, nel libro, guardava le stagioni di “Friends” e diagnosticava le sue dipendenze, qui sono grasso ed è alcol, qui sono magro e sono anfetamine, e noialtri capivamo una volta di più che non c’è come illudersi di conoscere la gente che non conosciamo per sbagliarsi: chi l’avrebbe detto che dietro quelle risate registrate c’era l’inferno (erano anche anni di minor dietro le quinte perpetuo: leggevamo un articolo ogni tanto, sulle vite dei famosi, mica il minuto per minuto delle loro cartelle cliniche).

«Devi diventare famoso, per sapere che diventare famoso non è la risposta», dice Perry a un altro punto di quel libro favoloso del quale non ripeterò il titolo italiano perché mi fa venire l’insonnia che La nave di Teseo non abbia messo la virgola dopo «amanti» (sarebbe stato brutto lo stesso, essendosi perso il gioco tra amici e “Friends”, ma almeno non sarebbe stato sgrammaticato: scusali, Matthew).

Dovevi diventare famoso negli anni in cui non lo eravamo tutti, intendeva, perché la fama di Matthew Perry, nato nel 1969, era come la fama di Joan Collins, nata nel 1933: non c’entrava niente con la celebrità come la intendiamo oggi. Oggi che siamo appunto tutti famosi, oggi che i numeri non vogliono dire più niente e se chiudono un podcast i quattro affezionati protestano convinti d’esser quattro milioni, e i produttori mica possono dire «non lo ascoltava nessuno, come quasi tutto ciò che facciamo», oggi che le decine di milioni di spettatori della tv di fine Novecento non esistono più.

Due settimane fa sono andata a teatro a vedere Joan Collins che raccontava la sua vita, e prima di quel pomeriggio non mi ero mai resa conto della sua carriera. Joan Collins ha iniziato a lavorare all’inizio degli anni Cinquanta, ha condiviso film con chiunque, da Paul Newman in giù, eppure la ragione per cui nel 2023 riempie un teatro londinese è che tra il 1981 e il 1989 è stata Alexis Carrington in “Dynasty”: la potenza con cui hanno fatto parte delle nostre vite coloro che ci entravano una volta a settimana quando guardavamo tutti la stessa cosa alla stessa ora seduti su divani analoghi, quella roba lì chi è famoso nel nostro cellulare se la sogna.

Ma forse bisogna parlare di attori. L’altro giorno guardavo la canissima performance d’una persona che m’è simpatica, e osservavo che gli attori sono forse gli unici che non m’importa sappiano fare il loro lavoro. Volete dirmi che voi invece stimate meno qualcuno perché non sa fare in maniera convincente un lavoro che consiste nel fare le facce? Dai, su.

Sabato notte, quando mi sono svegliata a un’ora che non sapevo più che ora fosse per colpa dell’ora solare, e ho preso il telefono e ho scoperto che era morto Matthew Perry, ho visto anche un pezzetto di Judi Dench al miglior talk show del mondo.

Judi Dench spero di non dovervi spiegare chi sia, il miglior programma di interviste del mondo è quello di Graham Norton, al quale l’ottantottenne Dench è andata a piazzare il proprio libro, che è una conversazione su Shakespeare nella quale Dench è più brava di me a spiegare i limiti del proprio mestiere. Come s’interpreta Titania nel “Sogno di una notte di mezzanotte”, chiede quello con cui parla, e Dench dice che non si fa: si lascia che il testo faccia il lavoro per te, e si spera d’avere la faccia giusta.

In tv, Norton le chiede di fare il juke-box di Shakespeare: facci uno Shakespeare, uno qualunque. Judi Dench chiede se vada bene un sonetto, e io tremo. Un sonetto sono quattordici versi (annuite come se l’aveste sempre saputo), e quattordici versi sono molto più dell’attenzione che è capace d’avere il pubblico d’oggi per una cosa che non cada nelle categorie dolenza esistenziale o aneddoto buffo (nella stessa puntata, Arnold Schwarzenegger raccontava che l’insegnante incaricato di togliere l’accento austriaco al suo inglese era morto, e quindi non poteva chiedergli i soldi indietro).

E invece Judi Dench recita un intero sonetto – il 29, che se siete shakespearologi obietterete caschi un po’ nella categoria della dolenza esistenziale a lieto fine – e lo studio televisivo ammutolisce incantato, e sì è merito di Shakespeare, ma forse c’entra anche quella cosa lì che sanno fare quelli molto bravi a fare le facce.

Il grande non detto di “Friends”, la sitcom più famosa tra quelle di cui siamo stati coevi, è che era scritta malissimo. È che veniva salvata da quelli che facevano le facce. E, di quelli che facevano le facce, il più bravo era indubbiamente Matthew Perry.

Sono contenta che abbia fatto in tempo a scrivere quel libro, e a farci scoprire che era anche uno scrittore, e un essere umano interessante (cosa che gli attori sono raramente: alle persone interessanti viene in mente di guadagnarsi da vivere facendo le facce solo in presenza d’un consistente disturbo mentale, e questo vale nei secoli, da Vittorio Gassman a Matthew Perry).

Non poteva che finire così, con una morte del cazzo e i giornali americani che possono dire che era destino perché è morto affogato e nella sua ultima foto su Instagram era in un idromassaggio (una vita a pensare che il guaio fossero i romanzi in cui l’infanzia era destino, solo perché non avevo ancora visto le cronache in cui le tue pagine social sono destino).

Non poteva che finire così, chiunque abbia letto quel libro lo sa, perché non si vive una vita in cui si muore così tanto, così spesso, si è così vivi-per-miracolo ma sul serio, non come le tiktoker che cercano di farsi compatire spacciando per «ci è mancato poco» una sbucciatura al ginocchio, non si vive quella vita lì per poi morire sereni a novant’anni.

Nella sua autobiografia, Perry raccontava cose atroci che non siamo più abituati a leggere, perché per la fama di oggi basta appunto il ginocchio sbucciato, perché chiunque abbia un io narrante ci tiene a fargli fare bella figura, mica a raccontare che si rompeva il sacchetto della colostomia e si svegliava coperto di merda. Perry raccontava la sua incapacità di vivere, l’anno scorso, con lo stesso vigore e lo stesso esito con cui, trent’anni fa, salvava le puntate d’una sitcom scritta male facendola sembrare un capolavoro.

Sono contenta d’essermi presa il disturbo di leggere quel libro e d’aver pensato che fosse il libro dell’anno, perché è insopportabile il Grande Indifferenziato con cui quando muoiono diventano tutti il più bravo. È una consolazione minuscola ma importante, sapere che dell’essere Matthew Perry il più bravo ci eravamo tutti accorti già da vivo. Importante, certo, solo per noi, che abbiamo il lusso d’esserlo ancora, vivi.

Estratto da “Friends, amanti e la Cosa Terribile”, di Matthew Perry (ed. La Nave di Teseo, 2022) lunedì 30 ottobre 2023.

A gennaio 2022, mi hanno fatto un’incisione di quindici centimetri ricucita con le graffette metalliche. Questa è la vita di qualcuno che ha ricevuto in dono la Cosa Terribile. E non mi permettono di fumare. Una giornata va bene quando riesco a superarla senza fumare e senza che avvenga qualcosa di folle. 

Quando non fumo, prendo pure peso – di recente ne ho preso infatti così tanto che, guardandomi allo specchio, pensavo qualcuno mi stesse seguendo. 

Quando diventi sobrio, ingrassi. Quando smetti di fumare, ingrassi. Queste sono le regole. Quanto a me, farei a cambio con ciascuno, nessuno escluso, dei miei amici – Pressman, Bierko, tutti – perché a nessuno di loro è toccato in sorte questo mostro con cui combattere. Nessuno di loro ha dovuto lottare per tutta la vita con un cervello progettato per ucciderli. Darei qualsiasi cosa per non averlo. Nessuno ci crede, ma è vero. La mia vita, comunque, non è più in fiamme. Oso dirlo in tutto questo tumulto.

Sono cresciuto. Sono più autentico, più genuino. Non ho più bisogno di far strillare dalle risate le persone riunite in una stanza. Ho bisogno soltanto di stare dritto e di andarmene da quella stanza. E possibilmente di non finire direttamente nell’armadio. Sono un me più calmo, ora. Un me più vero. Più capace. Di certo, è possibile che se volessi interpretare un bel personaggio in un film, adesso me lo dovrei scrivere da solo. Ma so fare anche questo.

Sono abbastanza. Sono più che abbastanza. E non ho più bisogno di mettere su uno show. Ho lasciato il mio segno. Ora è tempo di mettermi seduto e godermi la vita. E di trovare l’amore vero. E una vita reale. Non una condotta dalla paura. Sono me stesso. E questo dovrebbe essere abbastanza, è sempre stato abbastanza. Ero io quello che non lo capiva. E ora lo capisco. Sono un attore, sono un autore. Sono una persona. E una brava persona. Voglio cose buone per me stesso, e per gli altri, e posso continuare a lavorare per queste cose.

C’è una ragione se sono ancora qui. E, scoprire qual è, è il compito che mi è stato dato. E sarà rivelata. Non c’è fretta, non c’è disperazione. Il solo fatto di essere qui, e di avere a cuore gli altri, è quella la risposta. Adesso, quando mi sveglio, mi sveglio con curiosità, chiedendomi cosa il mondo abbia in serbo per me, e per sé. E questo basta ad andare avanti. Voglio continuare a imparare. Voglio continuare a insegnare. Queste sono le grandi speranze che ho per me stesso, ma nel frattempo, voglio ridere e passare del tempo buono con i miei amici. 

Voglio fare l’amore con una donna di cui sono pazzamente innamorato. Voglio diventare padre e voglio rendere mia madre e mio padre orgogliosi. Ho raggiunto molte cose nella mia vita, ma c’è ancora così tanto da fare, e questo mi eccita ogni giorno. Ero un ragazzino canadese i cui sogni si sono tutti avverati – solo che erano i sogni sbagliati. E invece di mollare, sono cambiato e ne ho trovati di nuovi. Continuo costantemente a trovarne.

Estratto dell’articolo di ilmessaggero.it mercoledì 1 novembre 2023.

La morte di Matthew Perry non è stata causata da overdose di Fentanyl o metanfetamine. Ecco i risultati dei primi test dell'autopsia (fatta il 29 ottobre) sul corpo dell'attore trovato senza vita nella sua vasca idromassaggio sabato scorso. Tuttavia per sapere se nel suo sangue fossero presenti altre droghe illegali o livelli di eventuali farmaci da prescrizione in percentuali letali bisognerà attendere dai 4 ai 6 mesi, quando gli esiti dell'autopsia saranno analizzati da un medico legale che confermerà le cause della morte. 

La star di Friends è morto lo scorso sabato all'età di 54 anni. È stato trovato senza vita nella sua jacuzzi nella sua casa a Pacific Palisades dopo aver giocato a pickleball per un paio d'ore prima al Riviera Country Club. Si ipotizza che Matthew possa essere annegato dopo aver avuto un arresto cardiaco. E se i risultati di questi test fossero confermati dall'autopsia vorrebbe dire che i suoi amici avevano ragione: nonostante gli anni turbolenti che aveva passato ora Perry «era sobrio e felice».

[…]

Perry ha documentato in modo approfondito la sua storia di lotta contro la dipendenza, anche nelle sue memorie pubblicate lo scorso anno. Ha sviluppato una dipendenza dal Vicodin in seguito a una moto d'acqua del 1997, un farmaco antidolorifico oppioide. Al culmine della sua dipendenza dal Vicodin prendeva 55 compresse al giorno, prima di essere ricoverato in riabilitazione per la prima volta. 

Matthew Perry, Lisa Kudrow (Phoebe di Friends) e il dolore del cast: «Siamo devastati. Era il momento migliore della sua vita. Forse la sua morte provocata da farmaci»

Perry ha rivelato di aver subito 14 interventi chirurgici e di essere andato in riabilitazione più di una dozzina di volte, ha riferito Today . «I medici hanno detto alla mia famiglia che avevo il due per cento di possibilità di vivere. Quello è stato il momento in cui mi sono davvero avvicinato alla fine della mia vita». 

Nelle sue memorie scrive di aver speso oltre 7 milioni di dollari mentre lottava per la sobrietà - in seguito ha affermato in un'intervista al New York Times - spendendo per questo 9 milioni di dollari. «Sono stato in un istituto psichiatrico, sono andato in terapia due volte a settimana per trent'anni, sono stato in punto di morte».

Estratto dell’articolo di ilmessaggero.it mercoledì 1 novembre 2023.

Matthew Perry «sono felice che tu sia in pace, sinceramente». Lo scrive la sua ultima fidanzata, Molly Hurwitz, che parla pubblicamente della loro relazione. Molto tormentata. 

[…] la relazione è andata avanti dal 2018 al 2021. A giugno di quell'anno la storia si interruppe. Perry rilasciò una dichiarazione: «A volte le cose non funzionano e questa è una di quelle. Auguro a Molly il meglio». 

Hurwitz ha anche ricordato di aver rivisto Friends con Perry in vista dello speciale, della reunion. «C...o, ero così bravo!!!... Vedi cosa ho fatto???», ricorda che aveva detto. «Il nostro rispetto e il nostro apprezzamento per l'umorismo è qualcosa che ci ha uniti. Stare con lui mentre riscopriva la sua genialità è stato magico», dice Molly.

La sua dichiarazione arriva dopo che è stata fotografata per la prima volta da quando Perry è stato trovato morto. La Hurwitz aveva un'aria depressa mentre portava a spasso il suo cane in un parco di Los Angeles vicino a casa sua e parlava cupamente con un gruppo di amici. L'agente letteraria indossava leggings neri e una camicia di flanella a quadri bianchi e neri annodata in vita sopra una maglietta bianca, scrive il Sun. 

Il 26 novembre 2020 Matthew dichiarò alla rivista People: «Ho deciso di fidanzarmi». Matthew e Molly erano già stati paparazzati dal Sun durante una romantica cena natalizia. «Per fortuna, mi è capitato di uscire con la donna più bella sulla faccia del pianeta in quel momento», aggiunse.

Poi però la relazione si era smagliata e ci fu la separazione con un'altra dichiarazione ufficiale diffusa il 1° giugno 2021. «A volte le cose non funzionano e questa è una di quelle. Auguro a Molly il meglio», disse. 

Nel maggio 2021 era trapelato che Hurwitz aveva messo in attesa il loro matrimonio dopo che lui aveva «flirtato con altre donne» mentre erano in pausa. Settimane prima della loro separazione, i fan avevano espresso preoccupazione per "Chandler" quando era sembrato farfugliare e appisolarsi durante le riprese dello speciale della reunion. […]

Matthew Perry e il patrimonio da oltre 120 milioni, ecco chi sono gli eredi. Grazie al suo lavoro da attore, Perry ha accumulato un considerevole patrimonio, fra denaro e immobili. Ecco chi potrebbero essere gli eredi.  Federico Garau il 4 Novembre 2023 su Il Giornale.

Lo scorso sabato 28 ottobre è scomparso l'attore Matthew Perry, rinvenuto senza vita nella vasca idromassaggio della sua abitazione di Los Angeles. Mentre le autorità stanno ancora cercando di ricostruire gli ultimi istanti di vita dell'attore, così da comprendere che cosa possa aver provocato il decesso, si comincia già a speculare su chi erediterà il grande patrimonio lasciato dall'artista.

Un patrimonio da star

Perry se ne è andato lasciando una considerevole ricchezza accumulata nel corso dei tanti anni di recitazione. Stando a quanto stimato da Celebrity Net Worth, portale web che si occupa proprio della valutazione del patrimonio complessivo delle star, l'attore avrebbe da parte un patrimonio che si aggira intorno ai 120 milioni di dollari. Molto del denaro ha fatto cumulo, mentre altro è stato speso dall'attore, che in questi anni si è molto impegnato a fare donazioni a quelle associazioni benefiche che si occupano della lotta contro le dipendenze. Si parla di almeno 9 milioni di dollari dati in beneficenza.

Il denaro è arrivato grazie al lavoro di Perry come attore, che ha raggiunto la fama recitando nella serie tv Friends. In quel particolare periodo della sua vita, infatti, l'artista sarebbe arrivato a guadagnare la considerevole cifra di un milione di dollari a settimana. Uno stipendio stellare del quale, incredibile ma vero, l'attore si era lamentato, chiedendo alla produzione una diminuzione. "Ci hanno pagato quella cifra per ogni episodio. Sembrava molto. Quindi abbiamo chiesto loro di ridurre il compenso. Ma alla fine abbiamo potuto goderci tutto grazie alla gentilezza di David Schwimmer e alle sue capacità di negoziazione", aveva dichiarato Perry, come riportato da Il Gazzettino.

Facendo il calcolo, l'attore avrebbe quindi ottenuto circa 90 milioni di dollari solo recitando nella serie di Friends. A ciò vanno aggiunte le cosiddette royalties, che avrebbero portato dai 10 ai 20 milioni di dollari all'anno.

Gli immobili

Oltre al denaro, Perry possedeva numerosi beni immobili, specialmente ville. L'attore ha sia comprato che venduto. Nel 1999 ha acquistato una villa a Beverly Hills alla cifra di 3,2 milioni di dollari, poi, nel 2001, ha venduto per 2 milioni la prima casa che aveva acquistato con i suoi guadagni. Nel 2005 ha venduto la casa di Beverly Hills, ristrutturata, a 6,9 milioni di dollari. Nello medesimo anno ha poi acquistato un appartamento a West Hollywood per 1,7 milioni di dollari. L'appartamento è poi stato venduto per 5,7 milioni di dollari nel 2014.

E, ancora: nel 2008 ha comprato un'altra casa a Los Angeles per 4,475 milioni di dollari. La casa è stata poi venduta nel 2011 a 4,6 milioni di dollari. Perry, a quel punto, ha acquistato una casa a Malibù per 12 milioni di dollari, poi ceduta nel 2021 per 13,1 milioni di dollari. Perry ha quindi comprato un attico a Century City (California), pagandolo 20 milioni. Era il 2017. Solo due anni dopo, l'attico è stato venduto per 21,6 milioni di dollari. L'acquirente sarebbe stata la cantante Rihanna.

Chi erediterà tutto?

Ma chi potrà beneficiare delle ricchezze accumulate dall'attore? Perry non ha figli, pertanto fonti del settore ritengono che gli eredi siano i suoi genitori, ossia Suzanne Langdon e John Bennett Perry. L'artista ha poi 5 fratelli, ossia Caitlin, Emily, Will, Madeline e Maria. Federico Garau

Funerali privati per Matthew Perry, presenti Aniston, Cox e altri attori. Le lacrime della madre. L'attore è stato sepolto nel Forest Lawn Cemetery di Los Angeles, situato proprio di fronte ai Warner Bros Studios. Presente tutto il cast di Friends. Federico Garau il 4 Novembre 2023 su Il Giornale.

È stato con una cerimonia privata che familiari e amici hanno detti addio a Matthew Perry, l'attore di 54 anni trovato morto nella sua abitazione lo scors 28 ottobre. Mentre le autorità cercano ancora di stabilire che cosa abbia determinato il decesso, argomento molto controverso, è giunto il momento dell'addio. La star di Friends riposa ora in un cimitero di Los Angeles.

Il funerale

La famiglia ha scelto per Perry una funerale privato a cui hanno potuto partecipare solo i parenti più stretti e gli amici di una vita. Fra questi ultimi anche diversi colleghi, come gli altri protagonisti di Friends che con lui hanno reso famosa e indimenticabile la sitcom.

Secondo quanto riferito dalla stampa estera, sono stati visti Jennifer Aniston, Lisa Kudrow, Courteney Cox e David Schwimmer. Le star sono arrivate insieme. Tutti vestiti in eleganti completi neri e con i volti segnati dal dolore per la perdita di quello che consideravano a tutti gli effetti un amico, non solo un collega di lavoro. "La signora Aniston è stata una delle prime ad arrivare. È stata molto riservata. Questo è un raduno di alto profilo", ha dichiarato una fonte al DailyMail.

Le esequie sono state un semplice servizio di un'ora svoltosi presso il Forest Lawn Cemetery di Los Angeles. Il cimitero si trova proprio davanti ai Warner Bros Studios, dove anche la serie Friends è stata girata per ben 10 stagioni. Il luogo giusto dove far riposare le spoglie di Perry, che nella sitcom interpretò il ruolo di Chandler Bing. In quello stesso cimitero sono stati sepolti anche Carrie Fisher, Bette Davis, Stan Laurel, Buster Keaton, Michael Hutchence, Paul Walker, Brittany Murphy e Anne Heche.

Si è trattato, dunque, di una cerimonia molto semplice. Presenti, ovviamente, la madre dell'attore, l'84enne Suzanne Morrison, che non è riuscita a trattenere la lacrime, e il patrigno Keith, 76 anni. Non è mancato neppure il padre, John Perry, 82 anni.

A quanto pare la funzione si è conclusa con una canzone di Peter Gabriel, Don't Give Up. Al momento non è stato riferito se, dopo la cerimonia privata, è prevista anche una celebrazione pubblica.

Il mistero sulla morte

Molto deve ancora essere chiarito sulla causa del decesso di Perry, che ha portato alla formulazione di numerose ipotesi. L'attore è stato trovato senza vita nella sua vasca idromassaggio e da allora si seguono molte piste. Secondo quanto riferito da Tmz, nella casa dell'attore non sarebbe state trovate droghe e, almeno per ora, non sono stati ancora resi pubblici di risultati degli esami tossicologici svolti durante l'autopsia. Perry aveva combattuto per anni contro le sue dipendenze, ma nella villa non ci sarebbero state tracce di ansiolitici o antidepressivi.

L'influencer Athenna Crosby, che ha pranzato con lui il giorno prima della sua morte, ha raccontato che l'attore era felice, parlava di futuro, dunque esclude la possibilità di suoicidio. Alcuni fan, invece, hanno visto in alcuni post contenenti immagini di Batman pubblicati da Perry una richiesta di aiuto.

Marco Giusti per Dagospia mercoledì 25 ottobre 2023.

Rest in Power detective Shaft. Riascoltiamo subito la celebre canzone di Isaac Hayes dei titoli di testa di “Shaft” che segnò davvero un’epoca. Perché se ne è andato Richard Roundtree, 81 anni, grande star del cinema nero violento anni ’70 che interpretò il mitico John Shaft in ben tre film nei primi anni’70, due diretti da un genio dell’immagine come Gordon Parks e il terzo dall’inglese bianco John Guillermin. Baffoni, basettone, capelli afro, giacca di pelle, Shaft fu il primo eroe nero della Blaxploitation. E molto doveva anche alla musica di Isaac Hayes, che vinse l’Oscar nel 1971, ma litigò con Gordon Parks al punto che nel secondo film la musica la suona e la compone lo stesso Parks.

Ne dà notizia anche Samuel L. Jackson, che riprese il personaggio qualche anno fa. “La scomparsa di Richard Roundtree è un colpo davvero duro. Mi è piaciuto stare con lui, imparare lavorare, ridere e sentirmi fortunato ad avere un idolo all’altezza di chi mi aspettavo che fosse!!! Grazie per averci fatti sentire veramente bene con noi stessi. Riposa nel potere!!!” . Per tanti ragazzini neri, Roundtree e il suo Shaft furono in assoluto i primi eroi che videro al cinema a cui ispirarsi per diventare grandi. Nato a Rochester, N.Y, nel 1942, Richard Roundtree, studiò alla Southern Illinois University, e dopo aver tentato una breve carriera di modello per il giornale Ebony, si unì come attore alla Negro Ensemble Company di New York alla fine degli anni ’60, dove si mise in luce interpretando il pugile Jack Johnson in “The Great White Hope”.

A 28 anni divenne una star interpretando da protagonista “Shaft” nel 1971, un film scritto d Ernest Tidyman e diretto da Gordon Parks che, costando solo mezzo milione di dollari, guadagnò ben 12 milioni di dollari e salvò la Metro Goldwyn Mayer dalla bancarotta. Ma il film, spiega bene oggi “Variety”, dimostrò allora anche quanto Hollywood sbagliasse nel non considerare il pubblico nero una vera e propria risorsa e non avesse mai cercato prima di arrivarci. “Shaft” non era il solito film sui rapporti fra bianchi e neri, era un vero e proprio film nero, con attori e regista nero, per un pubblico nero, dove non c’era bisogno di spiegare nulla. Shaft era l’eroe. Punto e basta. E il pubblico impazzì.

In una intervista del 2019 Roundtree spiegò che non gradiva l’idea della exploitation attaccata al genere Black. “Io ho avuto il privilegio di lavorare con il gentleman più di classe che abbia mai conosciuto nel mondo del cinema, Gordon Parks. Così quella parola, exploitation, la ritengo un po’ offensive attaccata a lui. L’ho sempre vista negative. Explotation- sfruttamento. Chi stiamo sfruttando? Quei film hanno dato lavora a tanta gente, che allora è entrata nel business, anche gente che oggi lavora come produttori e registi”. Shaft ebbe due sequel, “Shaft colpisce ancora”, ancora diretto da Parks e “Shaft in Africa”, diretto da John Guillermin, che doveva farne uno 007. Nel 1973 la CBS dette vita a una serie tv di “Shaft” con Roundtree protagonista, ma non funzionò benissimo. Ma intanto tutto il filone era partito.

 Lo stesso Roundtree è protagonista di “Shannon senza pietà”, diretto dall’inglese Gordon Hessler con Chuck Connors, Marie-José Nat, Max Von Sydow, poi del curioso western inglese girato in Almeria “Charley-One-Eye” di Don Chaffey. E lo troviamo a fianco di Peter O’Toole in una strampalata versione di Robinson CFrusoe, cioè “Man Friday” diretto da Jack Gold a fianco di Peter O’Toole. Perché se ne volesse fare una star del cinema europeo non è ben chiaro. Ma il progetto non funzionò del tutto.

Diventato una star Roundtree fece film costosi da coprotagonista come “Terremoto” di Mark Robson, ma anche “Un colpo da un miliardo di dollari” del prolifico Mehahem Golan con Robert Shaw, “Amici e nemici” di George Pan Cosmatos con Roger Moore, “Il gioco degli avvoltoi” di James Fargo con Richard Harris diventando la star nera alla Jim Brown da inserire in film di cassetta.

Pur mantenendo sempre il proprio status, girerà in tutto qualcosa come 160 film in 50 anni di carriera, si perde un po’ con la fine del Blaxploitation e diventa protagonista di piccoli horror come “Q — The Winged Serpent” di Larry Cohen, o una guest da aggiungere al trio di protagonisti di “Trio mortale” di Fred Williamson, cioè a Jim Brown, Jim Kelly e allo stesso Williamson. Fa tanta tv, naturalmente, da “Roots” a “Magnum P.I.”, “The Love Boat.” Roundtree non tornò mai ai livelli di popolarità e successo di “Shaft”, ma lavorò attivamente nel cinema, reinventandosi come buon caratterista, lo troviamo in“Se7en”, “Brick”,  “Speed Racer.”

Anche nella recente commedia “Moving On,” con Lily Tomlin e Jane Fonda, uscito solo un anno fa. Come Shaft tornò nel 2019 nel nuovo “Shaft” diretto da John Singleton, dove il nipote del detective era interpretato da Samuel L. Jackson. Si sposò due volte, con Mary Jane Grant (1963 – 1973) e con Karen M. Cierna (1980 – 1998). E ebbe ben quattro figlie femmine, Nicole, Tayler, Morgan e Kelli Roundtree e un maschio, James.

Marco Giusti per Dagospia domenica 22 ottobre 2023.  

Se ne va lo strepitoso caratterista spagnolo Jesús Guzmán, 97 anni, che avrete visto in tanti spaghetti western in ruoli fissi di becchino o di prete, ma è stato probabilmente anche il più prolifico degli attori spagnoli. Lo ricorderete sicuramente perché con bombetta e occhialini neri risponde alla celebre battuta del Colonnello Mortimer di Lee Van Cleef che apre “Per qualche dollaro in più” di Sergio Leone, “Questo treno ferma a Tucumcari?”, con “No, questo treno non ferma a Tucumcari”.  

A quel punto il Colonnello Mortimer chiude il libro che stava leggendo, adopera il freno d’emergenza e decide che quel treno fermerà a Tucumcari. Nella nostra testa Tucumcari è tutta lì, nella mitica battuta del film di Leone dove per la prima volta incontravamo Lee Van Cleef, allora oscuro caratterista di western americani che incontra un piccolo caratterista spagnolo dalla faccia buffa. 

Nella sua lunghissima carriera, Jesús Guzmán ha fatto di tutto, una marea di western, come quelli di Rafale Romero Marchent, “Mani di pistolero”, “I morti non si contano”, Lo irritarono e Santana fece piazza pulita”, ma anche “La morte sull’alta collina” di Alfredo Medori, “Vado, vedo e spara” di Enzo Castellari, “Amico, stammi lontano almeno un palmo” di Michele Lupo. Leone lo richiama come il padrone della locanda per “Il buono il brutto il cattivo”. 

Lo troviamo nelle buffe commedie spagnole anni ’60 con Marisol, le sorelle Pili e Mili, Manolo Escobar, ma soprattutto nella celebre serie tv spagnola “Cronicas de un pueblo” come il postino Braulio. E’ stato persino protagonista di qualche commedia erotica, come “Una prima en la banera” di Jaime G. Puig con Rosa Morata e “Amor y medias” di Antoni Ribas con Elena Maria Tejeiro.

Nato nel 1926 a Madrid, ha girato qualcosa come 138 film, iniziando nel 1956 con “Manolo guardia urbano” di Rafael J. Salvia con Manolo Moran, e proseguendo nella commedia con “Tres de la Cruz Roja”, “Rapina alle tre” di José Maria Forqué con José Luis López Vázquez, “El turista”. Con “I tre implacabili” di Joaquin Luiz Romero Marchent, il padre del western spagnolo, arriva al genere e diventa il becchino di fiducia delle coproduzioni italo-spagnole, ma è la sua partecipazione ai film di Leone che lo lancia davvero.

 Fa il prete in “Sette donne per i MacGregor” di Franco Giraldi, il barista in “Vado, vedo e sparo”, ha il personaggio di “Allegria” in “I morti non si contano”. In mezzo a tanto cinema spagnolo di genere, viene esportato come becchino anche nel divertente “In viaggio con la zia” di George Cukor. Nel 1971 inizia la lunga serie televisiva “Cronicas de un pueblo”, dove lo troviamo come il postino Braulio per 89 episodi, fino al 1974.  

Interpreta commedie di grande successo come “Zorrita Martinez” di Vicente Escrivà con Nadiuska e José Luiz Lopez Vasquez. Nel 1981 torna al cinema western con “Occhio alla penna” di Michele Lupo e nel 1987 lo ritroviamo nel cast del tardo film di Mario Monicelli “I picari” nel ruolo di gioielliere. Ha recitato fino all’ultimo, fra tv, corti e cinema, come dimostrano le sue apparizioni, già vecchissimo, in “Los del túnel” di pepon Montero o “El gran Vázquez” di Oscar Aibar.

(ANSA sabato 21 ottobre 2023) È morto stamani in ospedale a Firenze Sergio Staino, 83 anni. Il vignettista, papà di Bobo ed ex direttore dell'Unità, era ricoverato da qualche giorno: da tempo era malato. Sergio Staino, che è stato anche scrittore e regista - esordì alla regia nel 1989 con Cavalli si nasce -, era nato a Piancastagnaio (Siena) e ha poi vissuto a Scandicci, alle porte di Firenze. Con Bobo fece la sua prima comparsa nel 1979, sul mensile di fumetti Linus: da allora una lunga avventura, con una satira educata ma allo stesso tempo graffiante.

Bobo, impegnato a sinistra e prototipo dell'italiano medio pensante, lavoratore e disilluso padre di famiglia, è passato tra le pagine di diversi quotidiani e riviste, dove spesso commentava i fatti del giorno in modo incisivo. "Bobo nacque, come spesso accade, per disperazione - raccontava anni fa Staino -. Ero un uomo inquieto, in crisi. Cercavo che cosa fare da grande. L'immagine di Bobo nacque d'istinto. Anche il nome. Bobo è un arrabbiato, disilluso, romantico, democratico, di sinistra". 

Collaboratore tra il 1980 e il 1981 della pagina culturale del quotidiano Il Messaggero, e dall'anno successivo de l'Unità, di cui è stato il vignettista 'storico' divenendone poi direttore nel 2016, Staino dal 1986 aveva anche fondato e diretto il settimanale satirico Tango. Aveva anche collaborato con Rai3, dove nel 1987 ha diretto la rubrica Teletango e, nel 1993, firmato il programma satirico Cielito Lindo. Ha col,laborato anche con Avvenire, La Stampa e Atlante, il magazine online di Treccani.it.

Sergio Staino che vedeva senza occhi, sempre fedele ai suoi sogni. Walter Veltroni su Il Corriere della Sera sabato 21 ottobre 2023.

Il vignettista aveva 83 anni. Da Tango alla direzione dell’Unità, era rimasto ancorato ai valori di giustizia sociale, inclusione e multiculturalismo

Sergio Staino ci vedeva benissimo. I suoi occhi non funzionavano più, si erano progressivamente spenti. Ma lui vedeva. Caspita se vedeva. Anche se nell’ultima telefonata mi disse, senza apparente disperazione: «Ormai è finita, sono cieco». Ma ciechi erano stati Omero, Milton, Saramago, Borges, Andrea Camilleri, Vittorio Foa, l’ultimo Monet. Come loro però vedeva le cose del mondo e le traduceva in immagini, parole, opinioni.

La forza lapidaria di una vignetta

Più intelligente dell’intelligenza artificiale, ascoltava da sua moglie Bruna, dai suoi figli, da qualche amico o compagno, racconti che lo interessavano e li decodificava restituendoli ai suoi lettori con la forza lapidaria di una vignetta e o di una battuta. All’inizio del suo lavoro Bobo, il suo personaggio, sembrava un Cipputi della sinistra, qualcuno che si preoccupava, eravamo ancora ai tempi del Pci, di evitare derive moderate. Un guardiano dell’ortodossia. Così sembrava, ma solo ai più superficiali. La verità è che Bobo, e Sergio, sono stati sempre due cose in un corpo solo, un corpo d’inchiostro. Erano ancorati ai valori fondamentali della sinistra — la giustizia sociale, i diritti, l’inclusione, il multiculturalismo — ma, al tempo stesso, erano tanto intelligenti da sapere che proprio quei valori, per essere inverati, non potevano essere chiusi in cassaforte, trasformati in artigianato da contemplare con nostalgia. Da questo punto di vista il Sergio Staino che ho conosciuto e amato ha svolto una grande funzione pedagogica nel cuore del popolo della sinistra.

La direzione de l’Unità nel segno del riformismo

Dai tempi di Tango, quando laicizzava il suo rapporto con il partito a cui apparteneva con orgoglio, fino alla sua direzione de l’Unità che avvenne nel segno del riformismo e del rifiuto della demagogia, del populismo, delle semplificazioni di un tempo che gli appariva spesso devastato dalla sua futilità. Ricordo Sergio negli ultimi anni, un bastone nella mano e gli occhi spenti. Ma lo ricordo capace di esserci sempre, a Scandicci od ovunque, per animare la sua vita e quella degli altri di una passione invincibile. Si è sempre mosso in verticale, seguendo e stimolando le evoluzioni della sinistra. Ma mai in orizzontale, cambiando direzione. Lui, che vedeva senza occhi, non ha mai smesso di essere fedele ai suoi sogni più antichi.

La satira leggera e organica del compagno Bobo. Luigi Mascheroni il 22 Ottobre 2023 su Il Giornale.

È morto il disegnatore che inventò la figura del comunista disilluso ma sempre fedele al Partito

È morto Sergio Staino, e anche la Sinistra non sta molto bene. Aveva 83 anni, ed era ricoverato da tempo. Nelle vignette, di solito, si disegna una lapide con le lettere «R.I.P». Vignettista e fumettista, fra i più famosi disegnatori italiani di satira politica fra Prima e Seconda Repubblica, intesa come forma di Governo, e di mille giornali, da l'Espresso a Repubblica, intesa come quotidiano, Staino ha tratteggiato incoerenze, retorica e antitesi della Sinistra.

Fustigatore, ma col piumino. Lo scudiscio non sapeva, o non voleva, usarlo. A dispetto del caso «Nattango», estate 1986, quando su Tango disegnò, imitando lo stile di Giorgio Forattini, una caricatura del segretario comunista Alessandro Natta che ballava nudo al suono di un'orchestrina guidata da Bettino Craxi e Giulio Andreotti (cui non a caso appose subito una «Errata Corrige»), Sergio Staino incarnò perfettamente, da sinistra, la satira organica al Partito, in tutte le sue declinazioni: Pci, Pds, Ds e Pd. Sempre un po' con il freno a mano, niente a che fare con la satira più libera e irriverente del Male, anzi in assoluta ortodossia con la Casa Madre, da via delle Botteghe Oscure a via del Nazareno, anche in assenza, ormai, del Partito stesso. Non è un caso che a un certo punto ebbe persino la direzione dell'Unità, fra il 2016 e il 2017, quando poi il giornale chiuse.

Buonissimo rispetto a un perfido come Vauro, meno feroce ed elegante al confronto di un Vincino, più borghese dell'operaista Altan, di un sarcasmo dolce come semmai Ellekappa, Staino - un vecchio marxista dai lauti stipendi - tendeva a far risaltare le contraddizioni e la crisi di valori della sua Sinistra. Ma senza acredine. La sua era un'autosatira panciuta e pacioccona. Un po' come la sua creatura più celebre: Bobo, uno di famiglia. Sovrappeso, barba e calvizie, occhiali, nasone e profilo marxista-leninista (metà Umberto Eco, metà specchio del suo creatore), Bobo, rivoluzionario da tinello in perenne crisi di identità esistenziale, personifica il militante comunista che un tempo friggeva - volontario - le braciole alle feste dell'Unità ma che a un certo punto non c'è stato più. Staino continuò a disegnarlo identico, stesse utopie, stessa ideologia, anche quando il suo corrispettivo reale era del tutto scomparso, come le stesse feste dell'Unità, e poi persino l'Unità, ed era diventato una maschera.

Come una stella morta, Bobo per anni ha continuato a brillare in forma consolatoria, con meno satira e più retorica, anche quando il suo universo di riferimento - il Partito - era imploso. Ah, a proposito: forse Umberto Eco e lo stesso padre-disegnatore non c'entrano nulla con la fisionomia di Bobo, un sessantottino nato sulla carta nel 1979, su Linus, rivista diretta allora da Oreste Del Buono (e scusate se è tanto). Come ci suggerisce Fulvio Abbate, uno che la vecchia sinistra la conosce così bene da esserne uscito presto, l'alter ego di Staino è probabile sia ispirato a Gianni Carino, illustratore, umorista, disegnatore e autore di un'immortale storia del maiale: il De Porcellis. Comunque. Adesso Sergio Staino non c'è più. Bobo uscirà dai giornali e entrerà nelle antologie. E la sinistra non fa nemmeno più così tanto ridere.

Per il resto, di Staino si può solo dire bene. Afflitto da una malattia agli occhi che iniziò a colpirlo a solo 37 anni e che ultimamente lo aveva reso quasi cieco, ma senza mai impedirgli di lavorare («Il disegno io lo penso sempre molto e così mi sono accorto che la mia mano destra si muoveva da sola e disegnava quello che avevo in testa»), ha rispettato il luogo comune letterario e giornalistico secondo cui è il cieco a vedere meglio le degenerazioni della vita. Compagno diverso e allineato, Staino era un toscano di Piancastagnaio, terra di Siena, di santi e bestemmie, una laurea inutile in Architettura e una passione sviluppata dall'adolescenza: i fumetti. «È stata mia mamma a darmi il dono: fin da piccino ridisegnava con me i libri di fiabe - confessò una volta -. È lei che mi ha fatto amare il disegno. E da grande, per stare bene, prendevo in mano una matita».

Così, da grande, la matita l'ha usata tantissimo: oltre a lavorare per il Messaggero e l'Unità, ha fondato e diretto il settimanale satirico Tango, ha pubblicato su La Stampa, ha disegnato per Cuore, Tv Sorrisi e Canzoni e la Smemoranda. Anche per il Riformista... Nel 2017 Staino - uno dei presidenti onorari dell'UAAR, l'Unione di atei e agnostici razionalisti - ha collaborato anche con Avvenire. «Per me Gesù è un bellissimo personaggio storico, il primo dei socialisti, il primo a combattere per i poveri» spiegò.

E’ morto Staino, l’autore di Bobo. Angelo Vitolo su L'Identità il 21 Ottobre 2023
E’ morto Staino. A Firenze in  ospedale, all’età di 83 anni, la scomparsa dell’autore di Bobo, il personaggio dei fumetti che lo ha reso famoso. Nato e cresciuto a Piancastagnaio, nel Senese, diventò insegnante di educazione tecnica vivendo a Scandicci. Poi, l’esordio di Bobo, vagamente somigliante a Umberto Eco ma dichiaratamente ispirato a sé stesso, interprete e testimone delle tribolazioni del maggiore partito di una sinistra già allora pensosa sulla sua storia e sul suo incerto futuro. Lo scoprì Odb, Oreste Del Buono, direttore di Linus che lo pubblicò per primo nel 1979.

Di seguito, le collaborazioni con i quotidiani Il Messaggero e l’Unità, con cui iniziò a lavorare dal 1982. Nel 1986, in pieno boom della satira, Staino fonda e dirige il settimanale satirico Tango, arrivato anche nel 1987 realizza su Rai 3 con il programma Teletango.

Sempre per la Rai, il programma Cielito lindo, un varietà satirico condotto da Claudio Bisio e Athina Cenci. Nel 1989 Staino dirige e sceneggia il film Cavalli si nasce, e nel 1992 Non chiamarmi Omar, sviluppato a partire da un racconto di Altan. Nel 2007 realizza Emme, “periodico di filosofia da ridere e politica da piangere”, supplemento settimanale dell’Unità, continuando le sue collaborazioni anche con televisione, cinema e teatro.

L’8 settembre del 2016 la sua nomina a direttore del quotidiano l’Unità. Poi le collaborazioni con La Stampa e Avvenire. Negli ultimi anni, una malattia retinica che lo aveva di fatto reso quasi cieco.

Sergio Staino, addio al papà di Bobo icona della satira e della sinistra Il tempo il 21 ottobre 2023

È scomparso a Firenze, a 83 anni, Sergio Staino, disegnatore e fumettista. Il creatore di Bobo, il suo personaggio più famoso, fu anche direttore dell’Unità. Da tempo malato, era ricoverato da qualche giorno per l’aggravamento delle sue condizioni. Staino ha segnato per decenni la satira, ovviamente vista dalla sinistra. Bobo era un omone un po' calvo e con barbetta, vagamente somigliante a Umberto Eco, comunista come impostazione ideologica ma di animo critico anche verso il suo partito di riferimento come la satira richiede. Spesso era ritratto mentre spiegava alla figlia la politica italiana.

"Toscanaccio" di Siena, nato e cresciuto a Piancastagnaio prima di trasferirsi a Scandicci, laureato in architettura, Staino si dedica al mondo dei fumetti ed esordisce con la sua creatura Bobo nel 1979 su ’Linus’, la rivista allora diretta da Oreste Del Buono. Da qui, la fama e la collaborazione con diverse testate giornalistiche, dal ’Messaggero' a ’L’Unità’, prima di fondare e dirigere il settimanale satirico ’Tango'. Per la Rai, realizza il varietà ’Cielito Lindo' condotto da Claudio Bisio e Athina Cenci, mentre è datato 2007 ’Emme' autodefinito da lui come "periodico di filosofia da ridere e politica da piangere", supplemento settimanale dell’Unità, giornale che arriva a dirigere dal 15 settembre del 2016 al 6 aprile del 2017 e, dopo le dimissioni causate da uno sciopero dei giornalisti contro i tagli redazionali, dal 23 maggio al 2 giugno del 2017, giorno della definitiva chiusura della storica testata che fu l’organo ufficiale di informazione del Partito comunista italiano. Dal novembre dello stesso anno, le sue vignette vengono con regolarità pubblicate sul quotidiano ’La Stampa' prima con la dizione ’La Striscia di Bobo' e poi con la scritta ’Visto da Staino'. 

L’artista si è spento a 83 anni dopo una vita passata a raccontare la politica e la società. Giacomo Puletti su Il Dubbio il 21 ottobre 2023

Sergio Staino è morto a 83 anni dopo una lunga malattia. Toscano di Scandicci, ha passato una vita a disegnare fumetti e non solo, raccontando la vita politica del Pci prima, del Pds, Ds e Pd e poi e più in generale della sinistra italiana. 

«Un abbraccio di commossa vicinanza alla famiglia e agli amici di Sergio Staino per la sua scomparsa. È stato un intellettuale che con l'ironia, l’intelligenza e la matita ha segnato un pezzo importante dell'immaginario della sinistra. Siamo tutte e tutti cresciuti con le sue vignette, i suoi personaggi, le sue battute fulminanti. Ci mancherà moltissimo e faremo in modo che nelle prossime settimane e prossimi mesi la comunità Democratica lo ricordi con il grande affetto che a lui ci lega. Ai suoi cari e alle persone che gli hanno voluto bene e hanno lavorato con lui vanno le nostre più sentite condoglianze». Lo afferma la segretaria del Pd, Elly Schlein.

Profondo il cordoglio della politica. «Volevo bene a Sergio Staino. Era non solo un grande artista ma anche una persona buona e profonda – scrive il leader di Azione, Carlo Calenda – Conservo questa vignetta nel mio ufficio. La fece dopo un duro scontro con una multinazionale su una crisi industriale. Ed è per me una medaglia». Nella vignetta una bimba chiede a Bobo, lo storico personaggio alter ego di Staino, se Calenda sia «della Cgil». «No, è bravo di suo», risponde Bobo. 

«La morte di Sergio Staino mi riempie il cuore di tristezza. Sergio è stato spesso un feroce critico e allo stesso tempo un affettuoso fratello maggiore – commenta il leader di Iv, Matteo Renzi – Ma per me è sempre stato soprattutto una persona vera con cui confrontarsi e discutere. Il mio messaggio di condoglianze più affettuoso a Bruna, ai figli Michele e Ilaria, a tutti quelli che gli hanno voluto bene». 

Per Piero Fassino Bobo era «interprete dei sentimenti, delle ansie, delle speranze del popolo della sinistra». «Grazie Sergio, ci mancherai, ma ti porteremo nel cuore», scrive l’esponente dem. 

«Ci lascia oggi un grande toscano, Sergio Staino nato a Piancastagnaio, anima di un talento senza pari – scrive il presidente della Toscana, Eugenio Giani – Uomo straordinario che con le sue vignette ci ha coinvolto, divertito e fatto riflettere. Il babbo di “Bobo”, ex direttore de l'Unità riferimento insostituibile d'opinione per tutto il mondo progressista. Lascia un grande vuoto nel mondo della satira e in tutti noi». 

«Caro Sergio, che brutto scherzo che ci hai fatto: tu e Bobo per noi eravate immortali», afferma il sindaco di Firenze, Dario Nardella»

Lo ricorda anche il mondo della stampa, dopo gli anni a direttore de L’Unità. Per il direttore del Tg5, Clemente Mimun, Staino era «una gran bella persona», mentre il direttore del TGLa7, Enrico Mentana, lo ricorda come «mite e grande». 

Il vignettista e intellettuale. Il ritratto di Sergio Staino, umorista raffinato e attento osservatore. Il suo Bobo pieno di dubbi sul mondo che cambia. Di fatto, Staino era Bobo e Bobo, anche ‘fisicamente’ era un po’ Staino: un iscritto al partito, sovrappeso e barbuto, con mille dubbi e incertezze di fronte a un mondo che intorno a lui è cambiato tante volte e che continua a mutare a velocità crescente. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 21 Ottobre 2023

È morto a 83 anni a Firenze, al termine di una lunga malattia, Sergio Staino. Era nato a Scandicci e della Toscana incarnava l’ironia graffiante e l’umorismo raffinato. Definirlo semplicemente «disegnatore satirico» non renderebbe giustizia alla figura di un attento osservatore della politica e della società degli ultimi sessant’anni. Direttore per un breve periodo de L’Unità, di cui era stato vignettista per oltre due decenni, aveva disegnato per Linus e poi inventato e diretto Tango, diventato Cuore: gli inserti settimanali de L’Unità furono alla fine degli anni Ottanta il punto di riferimento della satira in Italia. Aveva combattuto negli ultimi tempi anche contro un principio di cecità che gli complicò, sfocandole, le immagini senza impedirgli di rimanere attivo, al suo tavolo da disegno.

Fieramente comunista, nel 1991 riconobbe il valore della ‘Svolta’ di Achille Occhetto e aderì al Pds, poi al Pd. Aveva preso anche la tessera radicale. Dichiaratamente riformista, manifestò la sua stima per la leadership di Matteo Renzi e dedicò numerose bordate, nelle sue vignette, alla vecchia sinistra incapace di rinnovarsi.

«Sergio Staino che con il suo pensiero critico ci ha aiutato a riconoscere i nostri difetti. Facendoci sorridere, ci spingeva a cambiare», ha detto di lui Paolo Gentiloni. Il commissario europeo si è dedicato a lungo alla comunicazione ed aveva intrecciato un’amicizia con Staino. Anche Matteo Renzi si unisce al cordoglio, con un post sui social: «La morte di Sergio Staino mi riempie il cuore di tristezza. Sergio è stato spesso un feroce critico e allo stesso tempo un affettuoso fratello maggiore. Ma per me è sempre stato soprattutto una persona vera con cui confrontarsi e discutere. Il mio messaggio di condoglianze più affettuoso a Bruna, ai figli Michele e Ilaria, a tutti quelli che gli hanno voluto bene». Anche Teresa Bellanova, che lo conosceva da lungo tempo, oggi lo ricorda: «Caro Sergio, ci siamo voluti bene. Mi mancheranno i complimenti affettuosi e le tue critiche severe ».

Fulvio Abbate, intellettuale scomodo e irrequieto della sinistra, lo ritrae così per Il Riformista: «Staino con Bobo ha rappresentato anche fuori tempo massimo una maschera politica che non esisteva più, ossia il militante comunista disposto anche a friggere le braciole. Di lui va ricordato Tango con spirito dissacrante e indisciplinato. Il pensiero va alla vignetta che prendeva in giro l’allora segretario del Pci, Alessandro Natta. Era molto amico del disegnatore francese Volinsky, come me. Rimase sotto choc per gli attentati a Charlie Hebdo in cui Volinsky perse la vita. Sembra che il suo personaggio Bobo in realtà esista davvero e che sia stato ispirato dalle fattezze di un artista di Reggio Emilia, Gianni Carino. Grafico e disegnatore di grande talento, amico di Staino».

Per altri a ispirare il ritratto di Bobo, il militante arrabbiato, bonario e disilluso, era stato invece il regista e cantautore romano Paolo Pietrangeli, scomparso due anni fa. Di fatto, Staino era Bobo e Bobo, anche ‘fisicamente’ era un po’ Staino: un